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Oscar Brenifier FILOSOFARE CESSARE DI VIVERE

1- L'interruzione della narrazione


Quelli che si consacrano alla filosofia in maniera appropriata non fanno n pi n meno che prepararsi a morire e allo stato di morte (Platone). Il Tao Te King cos misterioso che si disposti a morire appena lo si sentito (Confucio). Cambiare la mia idea? Biologicamente non posso! (Carmen). Se filosofare significa apprendere a morire, apprendere come morire, questo non pu avvenire in altro modo che esercitandosi a morire. La nostra proposta che filosofare significa morire, al fine di acquisire una vera esperienza della morte. In questo testo tenteremo dunque di mostrare che filosofare cessare di vivere, o in altri termini, di mostrare come la filosofia si oppone alla vita. DUE FILOSOFIE La filosofia la vita unespressione che sentiamo comunemente fra gli adepti di una filosofia ancorata al quotidiano. Tuttavia, in effetti, ci sembra sia esattamente il contrario. Questo daltronde il modo abituale di procedere dei luoghi comuni: essi tendono a mettere la realt in disordine. Probabilmente a causa della loro intenzione, della loro ragion dessere: essi nascondono la realt perch il loro autore si senta meglio, pi adeguato. E pensandovi un istante ci potrebbe costituire una delle ragioni della cos relativa popolarit che conosce la filosofia ai nostri giorni, la quale risulta essere considerata semplicemente come desiderio di buona coscienza, speranza che lo spirito si senta comodo e disteso. E una concezione comune della suddetta filosofia: rende cool, placidi e leggeri. Ci sembra dunque utile, come ci accade spesso, prendere in contropiede questo principio, effettuare il rovescio del rovescio, se non altro per esaminare meglio leffetto prodotto dalloperazione. In questo caso, come per numerosi altri, ci funziona piuttosto bene, poich ci sembra che lespressione filosofare cessare di vivere una formula sensata e interessante. Certamente abbiamo ora un altro significato della filosofia, opposto al precedente, ma la filosofia implica il rovesciare le idee ricevute, il turbamento, a rischio di originare linquietudine della cattiva coscienza, una sorta di dolore psicologico legato a una morte simbolica. Siamo coscienti che abbiamo qui opposto e radicalizzato due concezioni classiche della filosofia. Potremmo nominare la prima volgare e laltra elitaria. Senza tentare di stabilire una gerarchia fra di esse, poich volgare potrebbe divenire popolare, pedagogica e elitaria potrebbe divenire oscura o inutile. Tuttavia, col fine di difendere una filosofia dura, affermiamo che se la filosofia fosse vita, riempirebbe gli stadi di calcio, rifornirebbe i supermercati, la ritroveremmo nei sondaggi dopinione, apparirebbe in televisione negli orari dei grandi ascolti, e probabilmente i filosofi ben assisi apparirebbero meno polverosi e parlerebbero a tutti bench un po di tutto ci si sia prodotto nel corso degli ultimi anni, per diverse ragioni! Esaminiamo le diverse maniere in cui la filosofia si oppone alla vita. Innanzitutto, riprendendo il refrain classico filosofare apprendere a morire. Platone, Cicerone, Montaigne e molti altri hanno affermato, scritto e riscritto, che la preparazione alla morte costituirebbe in effetti il cuore dellattivit filosofica, lesperienza filosofica per eccellenza. Chiaramente, possiamo qui opporci a 1

certi filosofi come Spinoza e al suo concetto di conatus: ogni essere vivente tende a preservare nellesistenza, o alla sua celebre citazione: luomo libero non pensa a nientaltro che alla morte. O a Nietzsche che afferma che la vita stessa il nocciolo del vero pensiero, quando scrive che il corpo la grande ragione e lo spirito unicamente la piccola ragione. O anche a Sartre che, sulle tracce epicuree, afferma che la morte esteriore allesistenza, poich assenza o cessazione della vita. Ad ogni modo, per principio, in questo campo o su certi temi, poich nessuna proposizione semplice pu ottenere laccordo unanime dei filosofi, non ci preoccuperemo di un tale consenso sul tema: esamineremo soltanto la transitabilit di certe proposizioni. Daltronde, nel corso della nostra peregrinazione, ci riconcilieremo probabilmente con i nostri filosofi dell opposizione. Innanzitutto poich in questi diversi filosofi il concetto di finitudine importante ed precisamente su questa strada che ci auguriamo di invitare il lettore. Tale concetto potrebbe infatti servire da definizione al filosofare: esaminare le diverse poste in gioco del pensiero al fine di subire e vivere la finitudine: esistenziale, epistemologica, psicologica

IL SAGGIO NON HA DESIDERI Uno degli ostacoli pi comuni al filosofare il desiderio, sebbene il desiderio stesso si incontri nel cuore della dinamica filosofica, come in Platone. Tuttavia per questultimo, la perversione della filosofia si effettua giustamente nel processo dinversione dellerotico: quando il desiderio abbandona il suo oggetto pi legittimo per un filosofo, la verit o la bellezza, al fine di cercare delle soddisfazioni pi immediate, quali il piacere dei sensi, la continuazione del potere e della gloria, laccumulazione delle ricchezze o delle conoscenze, la cupidigia, etc. Non tanto lanima a cessare ogni attivit intellettuale, ma quando queste mete terrestri non entrano nel quadro della sua vocazione normale, di natura celeste, allora la sua attivit pervertita da considerazioni di natura inferiore; quando tale filosofo, attraverso la cui perversione diviene sofista, ottiene laccordo della maggioranza o diviene popolare fra i concittadini, unicamente perch i comuni mortali non sanno a cosa somiglia un vero filosofo. Il profano impressionato dalle semplici apparenze, dal simulacro del pensiero, meravigliato dai salti rischiosi effettuati da colui che, per Platone, non nientaltro che un giocoliere, un simulacro della filosofia. La vita ha molto a che fare con il desiderio perch essa si compone di bisogni, si consacra al perseguimento di numerosi oggetti che soddisferanno tali bisogni, soffre langoscia di non ottenere gli oggetti che soddisferanno tali bisogni, teme il dolore che sopravviene quando i bisogni sono soddisfatti, attraverso la paura della mancanza e della perdita. Anche il futuro preoccupazione, la speranza sfiora sempre la disperazione. Sembra che la vita abbia una stupefacente capacit di creare nuovi bisogni e dunque nuovi dolori, in particolare nellumano, in cui la portata esistenziale molto pi vasta di quella delle altre specie: lo spirito umano pu anche considerare linfinito, visione appassionante in effetti, ma che pu divenire un vero incubo nella sua capacit di produrre una lista infinita di desideri irrealizzati. Desideri che sorgono a volte unicamente per la semplice e buona ragione che essi sono totalmente impossibili da realizzare. Se la maggior parte delle specie soddisfacessero i bisogni particolari propri alla loro natura la gallina non desidera andare sottacqua, lelefante non pretende di volare il genere umano non conoscerebbe alcuna frontiera alle sue pretensioni, alle sue volont, alle sue ambizioni, e allo stesso modo non conoscerebbe alcun limite ai suoi dolori. Si potrebbe sostenere largomento che luomo appagherebbe pi desideri di ogni altra specie e potrebbe dunque sentirsi pi soddisfatto, ma sembra che la sua immaginazione e la sua cupidigia sorpassino di molto le proprie capacit ad essere soddisfatto. Lesistenza umana per questo un problema in s, bench preoccupati dalla nostra sopravvivenza e dal nostro buon umore, abbiamo una certa fobia, mentre il filosofare si rallegra di questi problemi.

Sebbene la filosofia abbia percorso, nello spazio e nel tempo, diversi cammini, sebbene abbia proposto numerose e differenti combinazioni del reale e della soggettivit, esistono tuttavia alcune concordanze fra le diverse modalit attraverso le quali i filosofi hanno tentato di risolvere la capacit eccessiva delluomo a rendersi infelice. Ricorderemo su questo terreno di intesa riconciliazione con se stessi. Ad esempio il carpe diem epicureo, che invita ognuno ad apprezzare il momento presente; il piacere puro ed idealista di pensare e ragionare; la prospettiva di un mondo o di una realt extraterrestre che modera, trattiene o annienta i desideri comuni cosa che troviamo ugualmente negli schemi religiosi; limpegno ad accettare umilmente la realt, malgrado la sua asprezza o grazie ad essa; lamore dei concetti trascendenti quali la verit, la bont o la bellezza, contemplazione che sublima ogni dolore e soddisfa lanima; la proiezione di ognuno ad un futuro ritirato dalla prossimit; il godimento dellazione pura, fisica o mentale, trasformatrice di s o del mondo; o ancora la liberazione da ogni speranza di gratificazione. Attraverso tali molteplici proposte, i filosofi hanno tentato di fornire agli uomini diverse ricette per conoscere ci che si potrebbe chiamare una vita migliore. Chiaramente, non si potr sorvolare tale occasione senza esclamare: Vede, la filosofia vita! Lha detto lei stesso: la filosofia ci aiuta a vivere una vita migliore. Ma la nostra critica dimentica qui qualcosa di fondamentale. Noi poniamo al critico le seguenti questioni: perch questi filosofi hanno avuto cos poco successo? Perch queste filosofie sono cos difficili da vivere? Le filosofie non offrono delle proposte opposte alla concezione comune della vita, tanto che le religioni di massa devono rendersi conto che i messaggi che esse emettono, anche quando sono riconosciute come parole divine, possono difficilmente essere obbedite e seguite alla lettera? Fortunatamente, indubbiamente, poich la radicalit del loro discorso implica che la loro funzione quella di un pungolo critico piuttosto che di una guida pratica nellesistenza. Lumanit non sarebbe sopravvissuta allapplicazione intransigente dei loro precetti Esaminiamo perch i filosofi non sono cos facilmente seguiti, per dire il minimo. Come risposta globale a tale domanda, possiamo proporre lipotesi seguente. I filosofi ci domandano di abbandonare ci che pi caro al nostro cuore, o piuttosto alle nostre viscere. In quale maniera ce lo domandano? La caratterizzazione comune alla loro domanda di invitarci ad abbandonare levidente o limmediato, in favore di qualcosa daltro, di unaltra realt, comparativamente pi lontana, pi impalpabile, pi impercettibile e pi difficile da spiegare. Si pensi al giusto mezzo, alla vita media, alla saggezza, lautonomia, la perfezione, la realt, lamore, la coscienza, lassoluto, lalterit o lessenza: questi concetti non possono che costituire delle semplici parole, difficili da perseguire, molto eteree rispetto al cibo, al piacere, alla danza, alla distrazione, al lavorare per vivere, alla riproduzione, allapparenza, alla gloria, allebbrezza, alla popolarit, etc. Anche lingiunzione di vivere nel momento presente, che potrebbe sembrare come qualcosa di facile da realizzare, poich non dovremmo pi inquietarci daltra cosa che dellimmediato, un compito realmente ascetico e meraviglioso che non piace ad un essere inquieto rispetto al futuro e alla sua imprevedibilit. Per tanto, vivere il momento presente durer naturalmente poco tempo, poich nellarco di breve termine, altre dimensioni del tempo, compreso il desiderio deternit, busseranno alla porta in modo insistente. E lo stesso per lamore, che sembra eternamente popolare. Poich, quando guardiamo pi vicino le sue manifestazioni correnti, vi identifichiamo ogni sorta di calcolo sordido, cos come risentimenti, gelosie, desideri di possesso o altri comportamenti grossolani o perversioni umane dei concetti archetipali dellamore, di cui lessenza quella del costume romantico e ideale. Inoltre otterremo una visione interessante del problema, del divario tra la vita e la filosofia, quando ci si accosta alla via dei nostri filosofi ufficiali: lincredibile genio di Leibniz, al cui funerale nessuno ha partecipato, Kant che visse tutta la sua vita solo con il suo servitore, Wittgenstein che visse da eremita, Nietzsche divenuto folle, Socrate ucciso dai suoi cittadini, Bruno condannato al

rogo, bench, dobbiamo ammetterlo, certi, come Hume o Aristotele, abbiano raggiunto successo, gloria, agio. Esaminiamo ora altri aspetti della nostra affermazione concernente la tesi del filosofare come cessare di vivere.

FERMARE LA NARRAZIONE La vita una sequenza, un susseguirsi di fatti, una serie di avvenimenti. Quando qualcuno racconta la propria vita agli amici o quando scrive una biografia, racconta una storia: successo questo, poi quello, e infine quellaltro ancora, un ultimo avvenimento che conclude la narrazione. In generale, gli umani amano raccontare reciprocamente la storia della loro vita, sotto forma di aneddoti, a volte perch cose importanti si sono prodotte, ma ancora pi spesso per fornire un resoconto dei dettagli pi triviali e poco interessanti semplicemente per il piacere di conversare con i propri vicini; per esistere un po di pi, e pensare un po meno, diranno le cattive lingue. Il principio identico nel fatto di voler conoscere e ascoltare la storia della vita degli altri, come lo mostrano le adunanze della gente per parlare dei vicini o delle celebrit, quella propensione insaziabile per il voyeurismo. Unaltra abitudine in cui percepiamo che la nostra vita unimmensa narrazione il modo in cui concepiamo le nostre attivit, spesso catalogate in unagenda, la quale stabilisce ci che dobbiamo fare un tale giorno, ad una tale ora, per esempio una lista di compiti manageriali, come alzarsi, lavarsi, correre per negozi, assicurare diversi appuntamenti e finanche lindispensabile programma televisivo, che ritma spesso la vita familiare. Cos come ci inquietiamo per ci che non abbiamo fatto, dovremo fare e probabilmente non faremo mai! Cos tante cose si iscrivono in qualche modo nella lista infinita che compone la nostra esistenza, di cui il tempo diviene di fatto il principale ed ultimo parametro, e lalibi per eccellenza. E una delle ragioni per le quali cos facile sentirsi eterni o dimenticare la nostra propria finitezza: i nostri desideri resistono e cospirano con forza contro un tale limite. Se avessi il tempo, cosa non farei! Lesistenza si enuncia dunque come una larga lista di avvenimenti pi o meno insignificanti e una lista ancora pi lunga di speranze, di attese e di timori. In che modo la filosofia si oppone allidea di racconto? Su questo punto alcuni filosofi, soprattutto contemporanei, vorranno difendere una visione pi fenomenologica dellesistenza e promuovere il racconto. Tuttavia, una delle grandi rivoluzioni dellavvenimento filosofico, come apparso nel momento greco antico che certi considerano a torto e a ragione come la nascita della filosofia, era il passaggio dal mito al discorso astratto. Fino a prima, tutto la creazione del mondo, lesistenza delluomo, i fenomeni naturali, i problemi morali e intellettuali era spiegato sotto forma di storie che noi, spiriti moderni e illuminati, chiameremmo miti. Se non prendiamo in considerazione il fattore di qualit o loriginalit di questi testi, potremmo benissimo chiamarli dei romanzi seriali. Per spiegare il mondo, questi miti fantastici hanno avuto bisogno di attori, ogni sorta di creature sono state invocate, convocate e immaginate per compiere le azioni che spiegavano i diversi fenomeni cosmici o non spiegati. Cos i poeti, come si sono fatti chiamare, questi creatori delluniverso, come Esiodo o Omero per i Greci, Virgilio per i Romani, hanno composto con perspicacia seducenti racconti che hanno dato una coerenza e delle spiegazioni al mondo. Hanno inventato delle cosmogonie, delle teogonie, delle epopee, ogni genere di storia immaginabile per educare e istruire il popolo, inculcargli dei principi per suggerire che c un senso nelluniverso, un senso al quale gli avvenimenti quotidiani sono direttamente legati. Perch ledificio esistenziale e cosmico sia coerente, la maggior parte dei minuti da noi vissuti nella scala umana devono far eco a queste grandi esplorazioni storiche, poich dovremmo poter far intrecciare i nostri piccoli miti quotidiani con quelli pi vasti delluniverso, in una specie di relazione causale. Di conseguenza luniverso nel suo insieme e in tutti i suoi elementi 4

che lo compongono ha unimportanza, un significato, delle regole e dei principi, tutti sotto forma di storie. Ci garantisce da una parte la prevedibilit per consolarci delle difficolt della vita, anche se ci accade raccontando un accesso di collera o la storia damore di qualche Dio straniero. Cos, le piccole storie riflettevano le grandi storie, ma tutto ci non erano che delle storie. Fu il caso non solo della Grecia e di Roma, ma anche dellEgitto, della Cina, dellIndia, per menzionare certe culture pi celebri e meno effimere, poich i miti sono realmente fondatori di civilt. Come possiamo vedere ancora oggi in certi paesi, per esempio in Africa, certe storie riempiono una funzione educativa importantissima, poich emergono dei modelli, ci che alcuni chiamano gli archetipi, che ci permettono di percepire gli avvenimenti che ci coinvolgono non soltanto come delle occorrenze particolari, ma anche in quanto manifestazioni o evocazioni di principi pi fondamentali, di leitmotifs universali. Lapparizione del logos, del discorso astratto, ebbe luogo non soltanto in Grecia, in cui questo sconvolgimento segn profondamente almeno la storia occidentale, ma anche altrove, per esempio in Cina e in India. Questo rovesciamento consiste nel trasformare, almeno parzialmente, una cultura che racconta una storia in una cultura di spiegazione, ci che alcuni chiamano razionalit, o astrazione. Il principio generale del logos di aggiungere alle narrazioni delle ragioni e delle regole, delle procedure e dei metodi, o chiaramente di abbandonare le storie per non conservare che il discorso astratto. Ci implica che ci si pu allontanare dalle situazioni concrete, particolari o universali, per rimpiazzarle con delle idee, che hanno per specificit quella di essere fuori dal tempo e dallo spazio: la causalit sfugge alla cronologia. Questa idee possono essere organizzate e formalizzate fino a creare dei sistemi, impiegate per produrre nuove conoscenze, formulare dei principi generali o utilizzate per esaminare in modo critico dei pensieri e anche dei fatti. La logica un modo particolare di spingere ai suoi limiti un tale funzionamento intellettuale. La matematica e lastronomia sono, in numerose culture antiche e tradizionali, le forme pi evidenti e pi elementari d tali sforzi, cos come a volte la medicina e la fisica. E queste nuove scienze permettono una conoscenza non pi unicamente basata su dati empirici, ma anche su delle astrazioni e delle costruzioni intellettuali. Emergono delle leggi, non solo descrittive, in grado di spiegare ci che percepiamo, ma anche prescrittive, in grado di indicare come dovremmo agire. La ragione per la quale mettiamo fra virgolette i termini spiegazione, razionalit e astrazione legata al fatto che la cultura del mito tentava gi di farlo, a sua maniera. Per esempio, lAfrica contemporanea agitata da un dibattito che tenta di determinare se c cera o no una filosofia africana, se il ruolo dei novellieri o griot, i poeti tradizionali, pu essere considerato o meno come filosofia. Gli intellettuali africani pro-occidentali affermano che questa attivit non filosofica, principalmente perch non comporta alcun sistema concettuale e apparato critico, perch non esplicita dunque il proprio principio filosofico potenziale. Per essi, la spiegazione, la concettualizzazione e lanalisi critica sono gli elementi costitutivi del filosofare. Lalto campo, quello degli etnologi-filosofi, afferma che queste storie, in quanto storie, pongono delle domande, analizzano e problematizzano, in particolare lesistenza umana, su dei punti essenziali, sociali e morali, producono senso e in questo senso sono filosofici. Ricordiamo qui come Shelling, filosofo romantico tedesco ha preso in contropiede la filosofia prima, la metafisica della tradizione aristotelica, con una filosofia seconda, che il racconto, la narrazione di una storia, bench questultima filosofia sia in effetti cronologicamente la prima. E vero che tutte le grandi societ sono fondate su dei grandi miti, che incarnano lessenza, la natura, la ragione dellessere, il fine, la specificit di una data societ. E per questo che la letteratura, sotto forma di teatro, poesia o altro, unistituzione cruciale, a fianco alla filosofia, per spiegare chi siamo, cos il mondo. Inoltre Schelling non il solo filosofo che critica la filosofia dei sistemi, del principio del metodo, dei concetti trascendentali, o persino di ogni forma di astrazione, essa sar anche maturata in certi altri filosofi. Parallelamente ai grandi miti, con lo stesso principio, numerosi racconti, antichi o recenti, contribuiscono a creare lidentit di quelli che li raccontano e di quelli che li ascoltano. Quali che siano le storie che si perpetuano nelle famiglie, o il mito che ognuno elabora per se stesso. Non 5

abbiamo tutti delle storie a proposito della nostra piccola persona, che abbiamo raccontato a numerose riprese, cambiate o abbellite volta per volta, questa storia che altri ripetono come noi, o modificandola, questa storia che ci circonda ed a volte faticosa da intendere, ma che continuiamo a raccontare. Perch? Perch lei ci che siamo? A meno che non siamo o diveniamo ci che essa ? Giuriamo che vera, per quanto sia incredibile, ma in un certo senso, una storia non pu essere vera, poich essa descrive soggettivamente, in maniera specifica, un avvenimento che scappa in s a qualsivoglia descrizione, verbale o altra. Una storia il riassunto condensato di una serie di avvenimenti di cui scegliamo i punti salienti e la maniera di descriverli. E cos che luomo il solo animale che si inventa! Per chiarificare la nostra idea della filosofia come rottura con la vita, essendo questultima definita come una sequenza di avvenimenti, ricapitoliamo i punti seguenti. Raccontare una storia pi facile e pi naturale che spiegare: pi concreto, ci parla maggiormente ad ognuno. Gli esempi vengono pi facilmente allo spirito che le spiegazioni. Le storie sembrano pi vere che le spiegazioni, poich esse consistono nel descrivere dei fatti piuttosto che dare delle interpretazioni soggettive. Le storie sono pi gratificanti perch non possiamo sentirci bene grazie a delle semplici e piacevoli parole che non necessitano di uno sforzo particolare dello spirito. Le storie danno pi spazio allimmaginazione che alla ragione, essendo questultima molto pi ristretta. Le storie sono pi piacevoli allorecchio dei pensieri astratti: anche i bambini le apprezzano, poich hanno una dimensione estetica di cui mancano spesso le spiegazioni delle idee. La filosofia ha unimmagine pi arida, non cos facilmente soddisfacente, poich implica un lavoro di comprensione maggiore di quanto la storia esiga. Tuttavia queste ipotesi di lavoro non sono affatto incontestabili, esse tentano soltanto di fornire alcune generalit a proposito delle percezioni generali, le quali gi non sono valide per molti filosofi, la maggior parte di essi infatti si nutrono di ci che i comuni mortali non apprezzano affatto. In questo senso il filosofo in un certo modo, agli occhi generali, qualcuno che ha in qualche modo abbandonato la vita. Sembra non essere interessato dalla realt: preferisce le sue idee oscure. Tutto ci sembra allora portarci al nostro prossimo punto: la qualit ascetica delle idee. L'ASCETISMO DEL CONCETTO Questa aridit del discorso filosofico ci porta direttamente ad unaltra faccia dellopposizione tra la vita e la filosofia: la dimensione ascetica del concetto. Il concetto uno strumento cruciale del pensiero, se non il principale, come generalmente accettato in filosofia, in particolare da Hegel. E questo da quando la filosofia tedesca ha proposto questo mezzo come ci che attesta la scientificit della nostra attivit mentale. E perch egli rigetta il racconto che per lui non assolutamente filosofico, anche quando lo si incontra in un filosofo patentato come Platone, che si lascia andare a raccontare delle storie, come percepisce Hegel, mentre per Platone il mito ha sempre un ruolo importante nella fondazione del pensiero. Che cos un concetto? E una rappresentazione intellettuale, generalmente una parola, che cattura il tema o lidea saliente di un dato discorso; potremmo anche chiamarla parola chiave o il termine principale. In modo pi moderno pu indicare una funzione operatoria piuttosto che un oggetto. Pu essere incluso nel discorso, o indotto da esso. Pu essere considerato come una categoria, un nome comune che rinvia ad una molteplicit di oggetti. Mela un concetto definito che si riferisce in modo astratto ad uninfinit di forme, taglie e colori differenti, ma che hanno tuttavia certi tratti in comune che gli permettono di entrare nella categoria della mela: il concetto di insieme rappresenta e definisce gli oggetti che gli corrispondono. E il risultato di una doppia operazione. Una astrazione, poich essa ritiene certe caratteristiche di un oggetto e non altre. Per esempio, una mela non pu essere longilinea o quadrata, ma deve essere pi o meno rotonda. Lo stesso criterio di maturit non rientra nella definizione di mela, sebbene questo ci riguardi quando vogliamo mangiare una mela : una mela non ancora matura gi una mela. Una generalizzazione, poich le caratteristiche prese in 6

conto si applicano insieme a tutti gli oggetti che appartengono alla categoria. E un oggetto mentale con una doppia dimensione: da una parte la comprensione (totalit delle caratteristiche costitutive), dallaltra parte lestensione (totalit degli oggetti ai quali queste caratteristiche possono essere applicate). Di conseguenza, il concetto corto generalmente una parola, a volte due o tre, raramente pi astratto o generale, poich non si rapporta ad una cosa individuale, concreta e specifica. Per mostrare il processo e i gradi dastrazione, Kant fa una distinzione interessante fra i concetti empirici, che si riferiscono a degli oggetti che possiamo percepire, e i concetti derivati, che non possono percepirsi, poich si riferiscono al rapporto fra gli oggetti e li qualificano. Buco o uomo sarebbero dei concetti empirici, uguaglianza o differenza sarebbero dei concetti derivati. In effetti, non tanto il concetto che qui ci interessa, ma la dinamica stessa della concettualizzazione, o produzione di concetti. Come Hegel indica nel suo schema realista quello per cui le idee sono vere -, il concetto non deve essere determinato semplicemente dal suo oggetto, ovvero non deve essere il concetto di qualche cosa, in cui la realt sembra essere esterna al pensiero, ma dobbiamo piuttosto intenderlo come un concetto che loggetto stesso del pensiero: qualcosa come un concetto in cui la realt generata dal pensiero. E questa attivit di concettualizzazione che pone problema alluomo, quando si deve ragionare, il processo di costruzione, con la sua esigenza di coerenza, pi che il concetto stesso che, come oggetto mentale virtuale e passivo non rappresenta alcuna minaccia concreta: dare e impiegare un nome, arbitrariamente, rappresenta unattivit che non implica alcun compimento intellettuale particolare. Cos la concettualizzazione? E lattivit dellidentificare, produrre, definire o utilizzare dei concetti integrati nel processo del pensiero globale. Ognuno dei quattro aspetti della concettualizzazione presenta una certa difficolt e costituisce le ragioni della nostra resistenza alla concettualizzazione. Tuttavia in maniera generale, il problema con la concettualizzazione che essa agisce per unazione di riduzione: riduce, restringe e veicola una connotazione secca e dura. Concettualizzando passiamo dal concreto allastratto, dal molteplice al semplice, dal reale al virtuale, dal percettibile al pensabile, dalle entit iscritte nel tempo, la materia e lo spazio, alle entit acosmiche, immateriali e atemporali: entriamo nel regno delle idee pure, il regno del pensiero di pensiero. E se la maggior parte delle volte lidea di riduzione veicola una connotazione negativa, dovremmo ricordare al lettore che in filosofia, essa pu essere al contrario unattivit positiva e utile, come nel concetto di riduzione fenomenologica proposto da Husserl. Si tratta di un processo mentale in cui siamo invitati a mettere fra parentesi il mondo e a sospendere un giudizio fondato sulla soggettivit, al fine di cogliere la realt interna di un fenomeno, il fenomeno in se stesso, oggettivamente, come appare. Certo, non dobbiamo abbandonare ogni realt che ci circonda, al fine di contemplare gli oggetti della nostra percezione mentale svincolati dal loro contesto. Questo fenomeno pu prodursi naturalmente, per esempio quando siamo stupiti poich vediamo solo loggetto del nostro stupore, ma il processo della riduzione fenomenologica ci domanda in generale di ricreare artificialmente una tale ricorrenza, poco corrente, un compito molto artificiale ed esigente, che ci permette di cogliere lessenza interna di un oggetto del pensiero abbandonando, nella misura del possibile, il nostro punto di vista pre-stabilito del mondo, che declina soggettivamente il nostro pensiero, invischiando loggetto pensato nella sua propria matrice. Il processo di riduzione pu cos prodursi osservando le variazioni apparenti di un dato oggetto, al fine di abbandonare le caratteristiche contingenti e di conservare solo il necessario, lessenza di una cosa, cos rivelata. Identificare un concetto, nel nostro discorso o in quello altrui, difficile perch richiede un processo, perch dobbiamo scegliere, fra tutte le parole pronunciate, quelle che sono al centro del modello del pensiero espresso dal dato discorso. E un processo difficile perch dobbiamo eliminare numerose parole, in verit la maggior parte di essere, per ritenerne soltanto una, o qualcuna. Perdiamo la prospettiva narrativa o la spiegazione globale, puntando il dito con una semplice parola. 7

La produzione di un concetto difficile perch dobbiamo utilizzare un termine che oltrepassa una realt data e che perci al di qua di questa realt. Dobbiamo designare con un unico termine lentit che unifica una pluralit in una determinazione semplice. Dobbiamo dividere una totalit di oggetti indeterminati attraverso un processo di denominazione che implica il creare delle categorie determinate. O ancora dobbiamo qualificare linsieme di una realt globale con una parola specifica, che si pu nominare qualificazione, atto che, per Platone, tocca allessenza delle cose. Tuttavia qui ci sembra spesso che la nostra lingua ci sfugga, che questa realt sia al di l della nostra capacit di pensare. Inoltre la definizione di un concetto difficile perch dobbiamo determinare la realt che questo termine ricopre. Forniremo pi naturalmente degli esempi, poich il concreto o il particolare viene pi facilmente in mente rispetto allastratto e al generale. Definire significa toccare allessenza di una realt, determinare e descrivere la sua natura, la sua essenza, prendendo in conto la contingenza. Si tratta di uno degli esercizi mentali pi esigenti. Unaltra maniera semplice e comune di definire di produrre dei sinonimi; anche se ci pu risultare utile, il problema resta: questo gesto mentale non indica come determinare la natura della realt in questione, non fornisce che degli indizi. Un altro problema che alcuni concetti di natura fortemente trascendentali sono in generale impiegati per determinare o qualificare altri concetti: sembrano riferirsi soltanto ad essi stessi, in quanto entit evidenti in s. E il caso per esempio di buono, bello, vero, etc. Di conseguenza, sembrano scappare ad ogni definizione, e ogni tentativo di produrne una apparir sempre come riduttore, parziale e incerto. Utilizzare un concetto probabilmente laspetto pi facile della concettualizzazione, poich essa pu effettuarsi in modo pi intuitivo e meno formale. Tuttavia determinare se un concetto stato impiegato in modo appropriato fa parte di questo uso cosa che costituisce ci che pi difficile, persino arcigno e ingrato, poich dobbiamo valutare il nostro proprio pensiero. Per una tale analisi, dobbiamo avere in testa unidea piuttosto chiara e cosciente del significato di un concetto. Tuttavia, lintuizione risulta abbastanza debole; del resto la lingua ci insegnata in modo piuttosto naturale o iterativo, come una pratica quotidiana ripetitiva, pi che come un processo cosciente e analizzato. La reticenza comune degli allievi nello studio della grammatica e un certo abbandono dellinsegnamento proprio, nella pedagogia moderna, apporta un chiarimento alla nostra proposta, riguardante la natura artificiale di questa attivit formale. Bench dal nostro punto di vista artificiale non sia affatto contraddittorio con necessario. Occorre sintetizzare ci che ascetico e sgradevole nella concettualizzazione e dunque contrario alla vita ecco ci che si esige. Dover scegliere e abbandonare, quando vogliamo tutto. Convocare dei termini specifici aventi una funzione specifica, poich tale rigore ci sembra formale, complicato, puntiglioso, mentre noi preferiamo ci che facile. Trattare delle astrazioni che non hanno alcuna realt empirica immediata, poich esse ci appaiono inutili e vane. Analizzare il nostro pensiero e divenirne coscienti, perch ascetico e spaventoso. Si potrebbe obiettare alla nostra idea che la concettualizzazione larresto della vita replicando che ci che stiamo descrivendo semplicemente un lavoro intellettuale. Rispondiamo a questa obiezione in due punti. Innanzitutto tratteremo laspetto del lavoro, poi laspetto intellettuale.

2 Pensare limpensabile
IL LAVORO Fra le culture e i pensieri, esistono diverse visioni del lavoro. Non vogliamo produrre un vasto studio sul tema, ma solo fornire alcuni esempi sul modo in cui funziona lopposizione fra la vita e il lavoro. Per cominciare potremmo menzionare il fatto che la parola lavoro, in certe lingue 8

come il francese o lo spagnolo (trabajo), viene dalla parola latina tripalium, che designava a Roma uno strumento di tortura, o un oggetto per immobilizzare gli animali, mentre gli animali sono definiti proprio dalla loro mobilit. Contrariamente alla vita che libert di movimento, il lavoro legato allobbligo, e dunque al dolore. Negotium unaltra parola latina che si riferisce al lavoro: significa lassenza di riposo, di tempo libero, lassenza di ci che in francese si dice il tempo di vivere; il negotium (da cui viene la parola negozio) la negazione delloziet, quel privilegio dellelite, quel lusso di una societ che ha i mezzi del superfluo. Per questa ragione Aristotele raccomanda di non concedere la cittadinanza allozioso. Su questa stessa linea, Rousseau critica lagitazione e il tormento riguardanti il lavoro, Pascal pretende che utilizziamo questa attivit per non pensare a noi stessi, Nietzsche considera che il lavoro una polizia mentale utilizzata per controllare la coscienza al fine di ostacolare lo sviluppo della ragione, del desiderio e dellindipendenza. Il concetto di alienazione unaltra accusa allidea di lavoro, secondo Marx e altri. Il concetto di lavoro ha anche i suoi sostenitori. Arendt pensa che il lavoro fornisca piacere e buona salute, Comte afferma che produrr la coesione sociale, Voltaire scrive che ci protegge contro tre gioghi terribili: la noia, il vizio e il bisogno. Noteremo che la difesa del lavoro non riposa semplicemente sulla sua utilit pratica, ma ugualmente sul fatto che contribuisce allo sviluppo esistenziale. Menzioniamo qui questi autori opposti alla nostra tesi per provare che, in nessun modo, prendiamo le nostre idee come degli assoluti del pensiero: esse costituiscono semplicemente unipotesi di lavoro. Si potrebbe cos criticare il fatto che intendiamo la parola lavoro come funzione sociale, come mezzo per guadagnare la propria vita, come attivit, etc. Per esempio non distinguiamo lattivit piacevole e libera del pensatore dallattivit fisica e dolorosa del lavoratore manuale. Tuttavia noi non vogliamo opporre un lavoro intellettuale nobile a un lavoro fisico volgare, troviamo interessante non opporre queste due concezioni, poich esse si invertono facilmente, soprattutto oggi, anche se questa opposizione pu essere molto vera in diverse circostanze. Infatti un intellettuale pu scrivere un libro per ragioni economiche e per mantenere il proprio statuto ad esempio il famoso publish or perish degli universitari americani come una sorta di necessit, mentre il muratore pu costruire una casa per il solo piacere di costruire qualcosa. Allo stesso modo, non entriamo nel dibattito sulla natura delluomo in quanto homo faber, che tenta naturalmente di compiere qualcosa nella vita, contro una concezione di pigrizia delluomo, questo peccatore che cade nellignominia della pigrizia, questo essere che cerca pi che pu di scappare alla sua parte di lavoro per la buona ragione che il lavoro la modalit per evitare la punizione alla quale siamo condannati a causa del peccato originale. Vogliamo solo fornire alcune indicazioni per illustrare la nostra visione della resistenza esistenziale al lavoro, per giustificare e dare senso alla tesi dellincompatibilit fra la vita e il lavoro, ricordando che il lavoro spesso compiuto sotto lobbligo della necessit guadagnare la propria vita , cosa che richiede sforzo e che spesso, se non molto spesso, gli uomini eviterebbero se si domandasse loro di scegliere liberamente e senza alcun obbligo lo svolgimento del loro quotidiano. Ci potrebbe spiegare perch la filosofia, pratica che implica un lavoro abbastanza conseguente, nellappropriazione di una cultura, nellacquisizione di competenze in s e rispetto a se stessi, senza alcun tipo di necessit immediate o di ricompense facili non il mezzo pi evidente per guadagnare la propria vita o divenire ricchi non ha mai riempito gli stadi di calcio. Chiaramente se la filosofia fosse una semplice discussione riguardo alla vita e alla felicit, il genere di scambio che avremmo naturalmente prendendo una bevanda o al caff dellangolo, sarebbe tuttaltra cosa. E daltronde la direzione che prendono alcuni filosofi con il fine di rendere la filosofia pi popolare, producendo un pensiero pronto. Tuttavia se la filosofia un lavoro, una lotta con se stessi e gli altri, al fine di produrre dei concetti o esistere, tender ad essere rigettata dalla maggioranza come un ostacolo alla buona vita. Il lavoro si oppone spesso alla vita, poich un obbligo, mentre la vita prima di tutto un desiderio. Friedrich Schiller, insieme filosofo, poeta e drammaturgo, non apprezzava il dualismo kantiano fra ci che chiamava istinto sessuale o desiderio e istinto formale o obbligo, unopposizione che ha 9

voluto risolvere attraverso una terza entit: listinto al gioco. Egli afferma che quando un filosofo respinger il suo auditore a causa dellaridit del suo discorso, potr condurlo a lui attraverso questo istinto di gioco: luomo ama giocare, con le idee per esempio. Tuttavia ci implica che le emozioni siano educate dalla ragione, che apprendiamo a scappare al bisogno immediato, ma i nostri desideri resistono a un tale sforzo; tuttavia possibile, altrimenti, come i bambini potrebbero svilupparsi e crescere? Per lumanista tedesco nell anima bella, il dovere e linclinazione non entrano pi in conflitto luno con laltro. Lespressione di se stessi non deve essere legata a sentimenti banali e primitivi, ma pu essere legata alle emozioni pi evolute, in particolare allamore della bellezza o della verit. La libert umana si esprime allora come capacit di andare al di l degli istinti animali. Tuttavia, certamente, ci implica un certo lavoro, poich un tale compimento non scaturisce naturalmente. Se questa emozione pu divenire naturale, per una natura acquisita, una specificit delluomo che si chiama anche cultura, una cultura che in questo senso sempre un lavoro, come vediamo nellorigine stessa del termine cultura, nel suo senso primogenito. LA RAGIONE Esaminiamo il problema intellettuale della filosofia. Per iniziare, possiamo ricordare al lettore la storia celebre di Talete e la serva, raccontata da Platone. Talete, filosofo e astronomo, guardava le stelle, e non vedendo dove metteva i suoi piedi, cadde in un pozzo. Una serva che osservava la scena si mise a ridere fragorosamente: come un tale energumeno, cos occupato delle sfere eteree pu ignorare la realt cos prossima a lui? La questione che si impone allo spirito filosofico, cosa che secondo laneddoto non concerne la serva, di sapere se il pozzo, il buco nella terra, la presenza fisica immediata, dotata di maggiore realt che i cieli lontani che Talete si impegnava a contemplare. Questa storia cattura bene la visione generale del filosofo, la prospettiva dellattivit filosofica, sebbene essa si articoli intorno ad una sorta di clich. Tuttavia, dopo tutto, un clich una parola che, in origine, designa la fotografia presa da un apparecchio che mostra in modo fisso che che visibile immediatamente; malgrado la sua azione riduttrice, c realt in un clich. Cos il filosofo, affermando che c una realt altra che immediata ed evidente, si concentra su questa realt nascosta, obnubilato da essa, ossessionata dal suo segreto e non vede pi ci che visibile al altro o al non filosofo. Ci ci riporta a Platone e allAllegoria della caverna in cui leroe, dopo essere stato accecato dalla luce della verit, dopo essersi abituato e averla vista, di nuovo accecato quando torna nella caverna oscura, e non pu pi partecipare ai giochi comuni, che per lui non hanno pi senso. Il suo comportamento strano provocher innanzitutto il riso dei suoi concittadini, poi una rabbia che li condurr ad ucciderlo. Un altro punto di divergenza appare fra la vita e la filosofia, mentre pensiamo a Talete e alla serva : la questione del corpo. Infatti sembra che la domestica abiti il suo corpo, contrariamente al filosofo. Potremmo pensare a lui e a numerosi altri filosofi come ad un puro spirito salito al di sopra delle zampe, poich il suo corpo unicamente il mezzo per trasportare la sua testa, come sui disegni per i bambini, questi uomini senza corpo che le maestre chiamano dei testardi. La serva un essere di carne e Talete quasi un ectoplasma. Contrariamente ad essa, non si inquieta di ci che accade al suo corpo, per questo che cade. Limmediatezza dei sensi non ha alcun significato reale, poich in Talete lattivit di questi ultimi totalmente distesa, il suo sguardo rivolto al cielo, occupato a contemplare le stelle, tanto che la visione non si distingue pi realmente dallattivit mentale, mentre la serva sembra essere dotata di ci che si chiama grossolano buon senso, senso comune, questa razionalit molto empirica, cos strettamente legata alla percezione sensoriale. Essa si fida dei propri occhi e del proprio spirito della sua visione immediata perch essi indichino, mentre il filosofo dubita, seziona e tenta sempre di andare al di l. Lei vivente, esiste, lui non che uno spirito. Egli incarna la classica tesi intellettualista: il corpo una prigione per lanima, unanima che tenta continuamente di raggiungere lillimitato, lincondizionato, ma che il corpo umilia costantemente, ricordandogli la propria finitudine. Cos lanima disdegna questo 10

ridicolo pezzo di carne chiamato corpo. La vita sporca e impura. E la ragione per la quale Lucifero non pu comprende perch Dio non preferisce gli angeli magnifici, creature della luce, a questi umani fangosi e maldestri. Lucifero in quanto santo patrone dei filosofi Anche quando il filosofo si preoccupa del corpo, questultimo non mai che un concetto. Daltronde, laltro corpo spesso ignorato o disdegnato dal filosofo il corpo sociale. Anche quando il corpo fisico e personale, il corpo sociale obbligo, pesantezza, banalit, volgarit, sporcizia, brutalit, immediatezza, etc. Ci che comune cattivo, lopinione per esempio, buono ci che speciale. Ci che lontano bello, il brutto caratterizza la prossimit. Ci che materiale determinato, ci che proviene dal pensiero libert. Una volta ancora, un tale schema intellettualizzante non pu pretendere in alcun modo di stabilire un prisma assoluto, ma ci funziona bene come approssimazione generale, e questa visione utile per comprendere il nostro funzionamento. Si tratta semplicemente di uno di quei dualismi classici che reggono lesistenza delluomo. Tale dualismo permette per esempio d comprendere quella tendenza intellettualizzante del tutto banale e comune, che ci incita a non credere a nessunaltro che a noi stessi, quella diffidenza fondamentale nei riguardi delle opinioni altrui, quel sospetto che abita a diversi grandi gli spiriti appena si vantano di pensare in maniera originale. Soprattutto, poi, laltra maniera in cui lintelletto nega la vita nel suo rapporto con i sentimenti. Prendiamone uno, comune, che spesso pretesto per non filosofare: lempatia. E una delle ragioni invocate regolarmente per impedirci di interrogare gli altri quando li invitiamo a pensare. Lempatia, come la compassione, lamore, la piet e altri, uno di quei sentimenti sociali che ci rendono umani, viventi. Tuttavia lintelletto, come ogni funzionamento mentale, favorendo la propria attivit, tende a ignorare, diminuire, negare, frustrare o sopprimere gli altri tipi di attivit, in particolare se non sono della stessa natura. In effetti, analizzare e concettualizzare esige che laltro faccia altrettanto, richiede che laltro ricerchi ed esponga la verit, che egli si interroghi; costituisce uningiunzione turbante e dolorosa, contraria ai sentimenti sociali il cui il principio di facilitare la vita a se stessi e al nostro prossimo, al fine di non suscitare delle situazioni tese, inquietanti e conflittuali. Su questo punto, i partigiani della totalit dellessere, tesi che incarna unaltra forma di onnipotenza ancorata nella tendenza new age, o nelle persone adepte ad un certo psicologismo, affermeranno che lintelletto e i sentimenti sono del tutto complementari e si combinano benissimo. Tuttavia a partire dalla nostra esperienza possiamo concludere che si tratta unicamente di una strategia di protezione di s, di una certa misologia, una paura di pensare, un timore dellincontro intellettuale. Ci sembra che questi umanisti che pretendono di proteggere altrui dallasprezza del pensiero tendono a proiettare le loro proprie paure e prevenzioni sulle persone adulti o bambini con le quali hanno a che fare, esprimendo soprattutto una mancanza di fiducia verso la loro propria identit intellettuale. Essi manifestano una apprensione per il tragico e dunque una diffidenza verso lidentit intellettuale di ognuno, fenomeno del tutto comune, molto umano. I sentimenti sembrano di nuovo costituire un principio fondamentale della vita, una maniera comune di comportarsi e la filosofia prende laspetto di unattivit forzata e artificiale, dotata di una connotazione esigente, dura e brutale. Si dimentica che la filosofia, come ogni arte marziale, non pu impedire di inciampare, di cadere o di ferire. E probabilmente cos che essa ci insegna a svilupparci, incitandoci ad impegnarci in un corpo a corpo con la realt. Queste specificit dellintelletto possono essere raggruppate in un concetto esistenziale che ci caro: lautenticit. Ora, malgrado la sua connotazione esistenziale, lautenticit una forma di morte. Essere autentico significa radicalizzare la nostra posizione, osare articolarla, compierla senza guardare costantemente al di sopra della nostra spalla, andare fino in fondo senza trasalire, senza fremere di fronte al deborda mento e alleccesso: lautenticit non ha bisogno di giustificarsi. Questa apparente assenza di dubbio offre agli altri una buona ragione per qualificarla superbia e arroganza. Questa singolarizzazione estrema una delle ragioni principali che spiegano lostracismo che si manifesta contro i filosofi, fenomeno di cui questi ultimi abusano facilmente per glorificare la loro posizione e il loro essere. I cinici sono un esempio interessante del caso rappresentato da questa figura: essi osano esprimere ci che pensano, osano pensare ci che 11

pensano, senza alcuna considerazione per i costumi, i principi, le morali e le opinioni prestabilite. Essi mostrano irriverenza per tutto ci che considerato come sacro da quanti li circondano e dai loro concittadini cosa che li conduce naturalmente al confronto o allisolamento. Essi appaiono come rigidi e dogmatici, mentre teoricamente, per sopravvivere, occorre essere piuttosto flessibili e adattarsi alle circostanze, agli avvenimenti e allambiente. Si pu dunque accusarli di avere un comportamento patologico, suicida, almeno sul piano simbolico. Ora, se i filosofi sono accusati di interrompere i loro interlocutori, non si deve ignorare che essi agiscono allo stesso modo nei confronti di se stessi. Innanzitutto a causa dello stato di guerra perpetua nel quale essi di fatto sono impegnati, bench questa guerra non sia la loro vera finalit: questa situazione conflittuale proviene semplicemente dalla loro incapacit a spezzare i giochi sociali e a giocare con i giochi sociali. Inoltre la loro propria persona messa in secondo piano in favore di qualcosa di pi importante, un concetto trascendentale, una verit per la quale sono disposti a sacrificare tutto, compresa la loro persona. Una delle ragioni per le quali questi personaggi restano incompresi e strani che spesso non pronunciano il concetto stesso che li anima, poich, per il cinico, le parole sono gi al di qua di ogni verit: esse non sono che menzogne e illusioni. Essi appaiono dunque come al di l della legge, degli infedeli, dei personaggi incongrui e intransigenti che non accettano n le mezze misure n i compromessi, offrendo cos lo spettacolo di una radicalit assurda, sospetta, persino sgradevole. In effetto, quando osserviamo lentit degli abituali temi di conversazioni nel quotidiano ci rendiamo conto che la maggior parte degli scambi si compone di tre ingredienti principali: le chiacchiere a proposito del tempo, un discorso di autoglorificazione e autogiustificazione e diverse strategie per ottenere qualcosa da qualcuno. Lautenticit del filosofo in rottura totale con questo sistema convenzionale: la piccola conversazione noiosa, teoricamente non ha nessun bisogno di glorificarsi o giustificarsi e, a priori, il dialogo non dovrebbe trattare che di preoccupazioni fondamentali. Altrimenti meglio fare silenzio e far tacere linterlocutore, posizione violenta. LAllegoria della caverna ben cattura due atteggiamenti frequenti e distinti che luomo popolare della strada adotta verso la filosofia: il riso e la collera. Il riso perch egli agisce in modo strano, come nel caso della serva di Talete, e la collera, la quale provocata dal dubbio o la certezza che egli sa qualcosa che gli altri non sanno. Si potrebbe cos parlare di invidia, di gelosia. Questa descrizione rinvia al filosofo definito come unaltra persona, ma che ne del filosofo allinterno di se stessi? Quale rapporto intratteniamo con lui? Esaminiamo come questo filosofo interiore, questo demone, come lo chiama Socrate, ci impedisce di vivere. Possiamo rispondere a questa questione indirettamente, argomentando che in generale, durante un processo educativo, i genitori non incoraggiano nessun tipo di preoccupazione simile a quelle che nomineremmo filosofiche: si nutrono poco, o persino per niente, della dimensione filosofica. C una ragione semplice a motivare tale prevenzione: un bambino dotato di un certo tipo di comportamento sar percepito come afflitto da una sorta di handicap: sarebbe maldestro, distratto, senza spirito pratico, fastidioso, noioso, etc. In altri termini, non sembrerebbe prepararsi alla lotta che la vita, visione comune dellesistenza, anche quando ci non si confessa apertamente. Si deve adattare, deve essere pratico, devo ululare con i lupi, poich viviamo in una cultura di risultati. Soprattutto oggi, in unepoca in cui la concorrenza economica estrema, in cui si intraprendono gli studi innanzitutto perch questattivit ci procurer un mestiere degno di questo nome, ovvero redditizio, occuparsi delle preoccupazioni filosofiche non sembra fornire la preparazione pi adeguata alla vita. Sembra essere un semplice lusso, o una minaccia. Su questo punto osserveremo frequentemente, nel nostro lavoro con i bambini, nelle diverse obiezioni nei confronti della pratica filosofica, che apprendere a pensare richiede tempo e che ci sono temi pi urgenti da trattare. Per restare sulla stessa linea, possiamo aggiungere una seconda obiezione anchessa importante: il timore che il bambino sia destabilizzato o turbato da questo genere di esercizio. La sua vita di bambino sarebbe disabitata dalla pratica del pensiero, cosa che potrebbe provocargli solo angoscia, dubbio e scuotere il suo essere. Alcuni adulti considerano che la vita gi abbastanza dura, senza dover, inoltre, pensare a 12

cose terribili: Lasciate allora il bambino essere un bambino, gridano E cos grida anche ladulto, senza dubbio, alla minima occasione Per tanto, oltre alle difficolt reali legate allatto del pensare, come abbiamo gi esaminato, si ha il sospetto che la produzione di certi tipi di pensiero sarebbe minacciante o distruttrice. Cosa che probabilmente vera. Una pista che ci conduce verso la prossima contraddizione fra la vita e la filosofia: il tema della problematizzazione. PENSARE LIMPENSABILE Una delle competenze importanti della filosofia la capacit di problematizzare. Attraverso domande e obiezioni si esaminano in modo critico idee e temi dati, al fine di sfuggire alla trappola dellevidenza. Questa evidenza costituita da un insieme di conoscenze e di credenze che i filosofi chiamano opinioni: idee che non sono ragionate, ma stabilite semplicemente per abitudine, sentito dire o tradizione. Cos, impegnandosi nel processo filosofico, si devono esaminare i limiti e la falsit di tutte le opinioni date e considerare altri cammini di pensiero, cosa che, a prima vista o al di l del pensiero comune, sembra bizzarra, assurda o pericolosa. Si deve sospendere ogni giudizio, come Cartesio ci invita a fare, e a non affidarsi ad emozioni e convinzioni abituali. Addirittura, nel suo Metodo, egli ci domanda di subire un certo processo mentale che garantisce lottenimento di una sorta di conoscenza pi debole, che chiama anche evidenza, in opposizione ad unopinione stabilita, volgare o sapiente. Al fine di essere debole, questa evidenza deve poter sopportare il dubbio, occorre perci evitare la precipitazione e il pregiudizio, e il pensiero deve prendere delle forme chiare e distinte. Con il metodo dialettico, che sia in Platone, Hegel o altri, il lavoro della critica o della negativit va lontano, poich necessario poter pensare il contrario di una proposizione al fine di comprenderla e valutarla: per pensare unidea necessario andare al di l di questa idea, e ogni possibilit di evidenza tende naturalmente a sparire. Tuttavia per mettere allopera tali procedure cognitive, dobbiamo essere in un certo stato mentale, adottare unattitudine specifica, composta dal distanziamento e dalla prospettiva critica. Questo processo molto esigente e incontra numerosi ostacoli. La sincerit uno degli ostacoli ricorrenti in questo atteggiamento, cos come la buona coscienza e la soggettivit che devono abbandonare la loro presa tenace sullo spirito. Pi radicalmente, i principi morali, i postulati cognitivi e i bisogni psicologici che ci guidano nella vita devono essere messi fra parentesi, essere sottomessi ad unaspra critica e anche essere rigettati, cosa che non si produce naturalmente poich genera dolore e angoscia, lavoro che esige una grande capacit di distanziarsi da se stessi. Sdoppiarsi cos come suggerisce Hegel come condizione al vero pensare, come condizione della coscienza. Per compiere tale cambiamento di atteggiamento si deve infatti morire a s, lasciare la presa, si deve abbandonare, almeno momentaneamente, ci che v di pi caro, sul piano delle idee e sul piano delle emozioni pi profonde. Biologicamente non posso farlo! mi rispose una volta un professore spagnolo, quando gli domandai di problematizzare la sua posizione su un certo tema. Visibilmente, aveva piuttosto ben percepito il problema, senza tuttavia prendere veramente coscienza delle conseguenze intellettuali della sua resistenza o del suo rifiuto. La nostra vita, il nostro essere, sembrano fondati su certi principi stabiliti che consideriamo innegoziabili. Allora, se il pensiero implica di problematizzarli, se il lavoro di negativit rappresenta una condizione indispensabile ad una riflessione degna di questo nome, si tratta allora di morire al fine di pensare. Osservando il modo in cui le persone implicate in una discussione si riscaldano quando le si contraddice, come esse fanno ricorso a delle posizioni e a delle strategie estreme al fine di difendere le loro idee, compresa la pi fragrante cattiva fede, si pu concludere in effetti che abbandonare le proprie idee rappresenta una sorta di piccola morte. Ci si pu domandare perch rifiutiamo in maniera rigida di abbandonare la nostra idea solo per un istante, perch resistiamo cos tanto ad un esercizio di problematizzazione, per quanto corto esso sia, come accade regolarmente quando formuliamo una tale domanda. E certamente il caso degli adulti, sembra porre meno problemi ai bambini, poich questi ultimi sono nettamente meno coscienti delle implicazioni e delle conseguenze relative al contemplare una qualunque 13

proposizione contraria, anche attraverso un artificio come quello del semplice esercizio. Su tale tema un prezioso indizio ci fornito da Heidegger che dichiara che il linguaggio la casa dellessere. Per costui parlare far apparire qualcosa nel proprio essere, potremmo estrapolare da ci che la parola genera lesistenza. Per luomo, essere di linguaggio per eccellenza, questa constatazione piuttosto evidente, bench questa prospettiva sia spesso rigettata, come mostra per esempio lobiezione comune: Queste sono solo parole. Senza storie, senza miti, senza racconti, senza dialoghi, cosa saremmo? Certamente non degli esseri umani! Tutto ci che enunciamo a proposito di noi stessi, che sia sotto forma di racconto mito o sotto forma di idea o di spiegazione logos ci indispensabile e prezioso. Per mostrare limportanza della parola dobbiamo solo osservare quanto ci sentiamo minacciati quando il nostro discorso ignorato o contraddetto; pretendiamo di colpo essere preoccupati per la verit! In realt la nostra vera preoccupazione rivolta alla nostra immagine, a quella persona che abbiamo laboriosamente e accuratamente costruita, una individualit desiderosa di padroneggiare la propria definizione, un essere singolare animato da grandi ambizioni, poich esso pretende senza confessarlo di detenere la conoscenza, lesperienza, la ragione, in breve, di essere un individuo di valore La nostra immagine un idolo al quale siamo disposti a sacrificare tutto; nessun dono tanto grande quanto essa. Cos, quando la filosofia o uno specifico filosofo ci invita ad esaminare il fittizio, lassurdo o la vanit dei nostri propri pensieri, il nostro intero essere reagisce violentemente, istintivamente, senza voler neppure pensarvi, come per pura reazione di sopravvivenza. Il conatus spinoziano, il nostro desiderio di perseverare nellesistenza, oltrepassa la nostra sete di verit; il nostro desiderio di essere specifico lesistenza pronto a negare ogni forma dalterit che gli sembra rappresentare una qualunque minaccia, compresa la ragione stessa. La persona, questo individuo costruito empiricamente, si sente minacciata, nella sua stessa esistenza, dallessere trascendente, senza volto e identit. E lopposizione che fa Carl Jung fra la persona, essere che appare, piuttosto funzionale, e lanima, lindividuo nel senso profondo del termine, trascendentale, capace di distanziamento e di critica di fronte allessere empirico. Problematizzare i nostri pensieri pi intimi, i nostri principi fondamentali, abbandonare temporaneamente o esaminare liberamente i postulati che abbiamo spesso enunciati, che difendiamo aspramente, a volte per numerosi anni, diviene una posizione intollerabile. Le nostre idee sono noi stessi, noi siamo le nostre idee. Un tale modo di vivere non dovrebbe essere percepito come una forma di ostinazione patologica? Ciononostante, ammettiamo, come potremmo situarci nella societ e agire in essa se non provassimo un tale attaccamento? Come potremmo investirci in un progetto di vita, se non ci sottomettessimo a dei principi fondamentali? Come esisteremmo, senza alcuni ideali normativi che guidano la nostra vita, sebbene siamo lontani dal realizzarli? Se luomo un essere di pensiero, un essere di idee, dunque di rigidit e pregiudizi. Sebbene le idee siano degli strumenti per il pensiero, troppo spesso il mezzo preso per il fine e cos lidea diviene un ostacolo al pensiero. Problematizzare significa tentare di ristabilire la priorit del pensiero sulle idee, un compito che non facile da compiere, poich lindividuo empirico prova delle difficolt a cedere allessere trascendente. Abbandonare delle idee specifiche, le nostre idee specifiche, una forma di morte: pensare dunque simile a morire. COSA FARE? In certe culture il filosofo beneficia di un vero statuto : ammirato per la sua conoscenza, saggezza, profondit, perch sembra aver accesso ad una realt rifiutata ai comuni mortali. In altri ambienti culturali, al contrario, percepito come un essere inutile, sospetto, maldestro o anche perverso. Per ritornare a Talete e alla serve, alcune societ accordano un posto pi preponderante alla prospettiva celeste, altre accordano il loro credito ad una visione pi terra terra. Il secondo caso si manifesta sotto diverse forme. Prima possibilit: la filosofia resta relativamente assente dalla matrice culturale, essa di riduce allo stretto minimo in termini dimportanza nella psiche collettiva. Seconda possibilit: la filosofia percepita come un nemico, poich essa mina i postulati e i principi che 14

guidano questa societ, introducendo il dubbio e il pensiero critico. Terza possibilit: la filosofia si adatta alla matrice culturale, si ancora alla preoccupazione materiale, al fine di inibire lo slancio del pensiero nella sua evasione verso una realt pi eterea. Questi tre aspetti possono essere facilmente combinati, la cultura anglo-americana infatti un buon esempio di questo ancoraggio. Che sia negli Stati Uniti o in Inghilterra, la filosofia rappresenta una componente culturale piuttosto debole. Essa spesso considerata come una minaccia nei riguardi dei postulati politici, economici e religiosi stabiliti. La tradizione filosofica specifica di questi paesi tende a rinchiudersi nella realt empirica e materiale, come abbiamo osservato storicamente nelle correnti come lempirismo, lutilitarismo e il pragmatismo. Questo terzo aspetto, la forma specifica del filosofare, non accidentale: si tratta di un problema assiologico. Quali sono i valori di una data societ? Qual la gerarchia dei valori attorno ai quali questa societ organizzata? Ricordiamoci del celebre dipinto di Raffaello: la scuola di Atene, che mostra Platone che tende il dito verso il cielo e Aristotele che mostra la terra, mentre diversi filosofi sembrano interessati da altri diversi problemi. La storia della filosofia non nientaltro che una serie di affermazioni e di rifiuti, accompagnati da considerazioni epistemologiche sui metodi e le procedure impiegate per stabilire tali diverse posizioni. Di conseguenza la critica della filosofia o il suo rigetto opera ancora nel quadro della filosofia, poich si tratta sempre di una critica o di un rifiuto che prende anche una forma specifica e particolare della filosofia, critica o rigetto che prende anche una forma filosofica particolare. La filosofia produce la sua propria critica e opera sulla sua propria critica. E questa la ragione per la quale la filosofia pu reclamarsi come la forma stessa dellantifilosofia; che questa antifilosofia sia di natura religiosa, scientifica, psicologica, politica, tradizionale, letteraria, o altra, essa resta filosofica. Noi siamo gi obbligati a postulare che luomo non pu affatto scappare alla filosofia, cos come non pu scappare alla fede o allarte. I soli parametri che cambiano sono i valori adottati, i metodi impiegati, gli atteggiamenti tenuti e il grado di coscienza. Lumano crea la sua propria realt, e questa produzione di realt ha un contenuto filosofico. Le realizzazioni delluomo possono cambiare significato, il suo desiderio di determinare la realt pu modificarsi, il suo rapporto alla realt pu variare, limportanza data al significato pu opporsi allimportanza data alle osservazioni fattuali, ma qualunque cosa noi facciamo, non possiamo scappare alla ragione, una ragione che produttrice di senso, espressione di senso. Ci significa che naturalmente luomo interpreta, giudica, valuta, decide soggettivamente quale grado di realt e quale natura si accorda alla realt, egli fissa la norma per ci che la verit. Possiamo anche dichiarare che la realt e la verit non sono nientaltro che dei concetti, delle semplici costruzioni umane o delle invenzioni. Anche quando luomo decreta che la realt gli scappa totalmente perch materialmente determinata, oggettivamente definita, o data da Dio, egli dentro un insieme definito di valori. In altri termini, la serva un interlocutore valido in un certo senso lei ugualmente filosofa quanto Talete, poich essa somiglia molto alla nostra vicina di casa cosa che ci riconduce di nuovo al tema della filosofia volgare e della filosofia elitaria. La filosofia un tentativo di scarto, il tentativo di fare un passo al di l, ma queste trasformazioni spaziali sono prive di senso senza lal di qua, poich quel laggi non niente senza il qui e ora. Il personaggio di Talete prende tutto il suo senso nel suo rapporto con la serva, egli ha bisogno di lei: molto stranamente lei il suo alter ego: lei un altro me! Senza dialogo e tensione fra le sue posizioni, Talete perde il suo interesse, la donna diviene senza interesse. Ritorniamo a questa tensione dellAllegoria della caverna. Perch in questo mito di Platone il filosofo ritorna allinterno dopo essere riuscito ad evadere? Ritorna per morire! Non pu restare fuori, a contemplare la pura luce, bench in un primo momento abbia gridato di preferire essere schiavo di un povero lavoratore in questo mondo luminoso piuttosto che di tornare nelle tenebre. Tuttavia Platone non pu impedire il ritorno, non pu proporre di ricondurre questuomo nella caverna, come se la fatalit lobbligasse a questo dialogo forzato, a questo confronto, a questa morte. Non v filosofia senza agone, afferma Nietzsche. Lagone infatti nella tragedia greca il momento del confronto, del dramma, della tensione. Questo istante , in modo ambiguo e paradossale, decostruttivo e costruttivo. Il pensiero dialogo con se stessi, scrive Platone, e non pu esservi dialogo se non v distanza e opposizione: senza scarto, senza intervallo, non v confronto. 15

La nostra tesi che affermando che ci sono cose pi importanti o pi urgenti da fare che la filosofia, noi siamo gi nella discussione filosofica; anche dimenticando che la filosofia esiste, siamo gi nel campo filosofico. Il ruolo del filosofo, come quello dellartista, di far notare, mostrare, puntare il dito. Foucault scrive che se lo scienziato rende visibile linvisibile, il filosofo rende visibile il visibile. Una volta che qualcuno ha visto, pu accettare di aver visto, pu non aver visto, pu dimenticare di aver visto, ma qualunque cosa dica o faccia, i suoi occhi non sono pi gli stessi, il mondo non pi lo stesso: non pu pi pretendere di ritornare a una qualunque verginit. La filosofia d fuoco a tutto il bosco. Nel dialogo, il filosofo guadagna sempre, unicamente perch si impegna nel dialogo con altri. Non guadagna alla maniera delluomo che usa la retorica: non confondiamo la filosofia con leristica, poich in questultima si tratta di condurre ad un dibattito, di persuadere e anche di convincere. Nel dialogo il filosofo guadagna in due modi: ottenendo che laltro veda qualcosa e vedendo egli stesso ci che laltro vede. E per questo che il dialogo cos cruciale per la filosofia. E per questo che Socrate ha cos risolutamente e implacabilmente perseguitato i suoi simili per le vie di Atene e non ha contemplato un interesse pi importante per la vita che quello di esaminare lo spirito dei suoi simili sfogliando la loro anima. E in questo luogo unico, lanima dellaltro, che si trova la verit. Com possibile? Era circondato esclusivamente da profeti e saggi? Chiaramente no, se leggiamo i dialoghi in cui Socrate in generale sembrava molto pi intelligente dei suoi interlocutori. La nostra proposta che Socrate ha trovato la verit in queste persone perch esse gli hanno dato la possibilit di abbandonare il proprio pensiero, penetrando il loro, gli hanno permesso di morire a se stesso. Avventurandosi in queste anime straniere e strane, ha potuto confrontarsi con se stesso, in una sorta di ascesi: come il combattente o il soldato che ha bisogno di un avversario per sfidare se stesso, per superarsi, per divenire se stesso, per morire a s. Se esaminiamo la storia della filosofia, abbiamo unaltra lettura di questa faccenda. In origine, la filosofia ricopriva la conoscenza di tutto ci che ci concerne, trattava tutti i campi del sapere astratto: le scienze della natura, la religione, la matematica, la saggezza, letica e anche la tecnica. Vi si trovava una connotazione importante di onnipotenza, in termini di teoria e sapere pratico. Pensiamo ad Ippia, il sofista che annuncia a Socrate che tutto ci che portava su di lui lo aveva fabbricato egli stesso; a Callicle, che spiega come attraverso la sua arte retorica il forte potr sempre soppiantare il debole; Gorgia, che pretende di poter convincere chiunque e riguardo a qualunque cosa. Cosa abbastanza naturale poich non ci sono limiti alle pretese intellettuali: la hybris regna, la dismisura caratterizza colui che parla. La verit non ha sempre avuto un vero statuto, come la ragione, n un altro principio regolatore e limitativo; solo la legge della giungla o del bisogno vi trova considerazione. La realt unica del discorso il soggetto e il suo desiderio. Chiaramente, lerudito criticher tali parole, argomentando che la filosofia nata dal rigetto di tali concezioni, che essa la ricerca del vero e del bene, ci accuser di confondere deliberatamente il filosofo e il sofista. Risponderemo in primo luogo che la sofistica una scuola specifica della filosofia, combattuta da Socrate, e che latteggiamento dei sofisti messo in scena da Platone somiglia molto ai nostri intellettuali moderni, sofisticati. Per esempio, gli atteggiamenti relativisti e privi di morale o immoralisti proclamati da questa corrente di pensiero ne fanno i precursori di numerose vie contemporanee del pensiero. La pretensione allonnipotenza dei sofisti, che pi tardi prende altre forme, restata in una caratteristica tipica del filosofo, caratterizzato da un ego sovradimensionato, cosa che a suo tempo Socrate tentava di affrontare con il dialogo, per mezzo della ragione. Denunciando i sofisti poich non erano dei filosofi, dal nostro punto di vista, Platone aveva ragione sulla sostanza, ma si sbagliava sul piano formale. Egli lo sapeva senza dubbio, poich ha riconosciuto la prossimit di queste due specie, come indica la sua famosa analogia del dialogo sui sofisti, in cui egli dichiara che il filosofo si pu comparare al sofista come il cane al lupo, o il lupo al cane. Notiamo che appena un campo particolare ha voluto esprimere il suo sapere in modo pi certo, ha abbandonato la filosofia e si stabilito come ci che ora si chiama scienza, un sapere costituito, dotato di una evidenza oggettiva irrifiutabile, fondato su delle idee e dei numeri, e che utilizza possibilmente losservazione e la sperimentazione. La filosofia potr unicamente reclamare 16

ci che Kant chiama mondo problematico: ci che rivela lordine del possibile e non del necessario. Tuttavia i filosofi, come i loro predecessori sofisti, non vogliono abbandonare le loro certezze. Queste famose certezze che restano loro e che non si lasciano esprimere, sono di tre tipi: quelle che rivelano la visione del mondo, con il loro contenuto politico, sociale, spirituale o altro, quelle riguardanti la conoscenza storica a proposito delle idee, delle scuole e degli autori, e quelle che concernono il modo di pensare, ovvero il metodo e lepistemologia. Anche il postmodernismo, con il suo rigetto di ogni universalit o di ogni trascendenza, arrivato a creare un nuovo tipo di certezza: la figura onnipotente della soggettivit, di nuovo molto vicina a quella del sofista. Attraverso tutto ci, tentiamo di giustificare come e perch il principio di agone consustanziale allattivit filosofica, come si vede nel concetto derivato dell agonia, questa morte a se stessi, lenta e senza fine. Anche se molti momenti della storia filosofica hanno preteso di fornire una risposta definitiva alleterno dibattito sulluomo e il mondo, o sul metodo, sorge sempre una nuova obiezione, pronta a uccidere questa tesi definitiva. Hegel ha forgiato il concetto di momento per rendere conto del processo di pensiero cos contraddittorio che ci abita, nella cronologia storica e personale, tentando di mostrarci come ogni momento, seguendo e rifiutando il momento precedente, una tappa indispensabile per accedere ad un certo assoluto, ideale regolatore che egli aveva potuto chiaramente discernere. Ci si pu daltronde stupire della sua determinazione di assoluto, proveniente proprio da chi aveva criticato Schelling accusandolo di invitarsi troppo presto alla tavola del divino, ma questo tentativo fa senza dubbio parte integrante del cammino, lestensione del pensiero allinfinito ne un elemento motore. E lo stesso per la critica lanciata da Marx a Hegel e ai suoi discepoli contro questa dialettica iper idealista: essa una reazione semplicemente legittima e necessaria. Laltra reazione opposta ad una visione cos assolutista fu quella del pragmatismo americano. E se queste due scuole di pensiero hanno considerevolmente influenzato il futuro dellumanista, intellettualmente, culturalmente, politicamente, etc., questultimo ancora oggi dominante. Tuttavia se ci auguriamo di serbare un criterio comune ai due avatars opposti alla filosofia tradizionale, sceglieremo il sostegno della ragione comune, una ragione che appartiene ad un processo immanente e non ad una potenza trascendente. Ancora una volta, il filosofo doveva morre: non pu arrogarsi una potenza caduta dal cielo o proveniente dal Santo Spirito, deve rispondere ad una certa capacit che appartiene ad ognuno, come Cartesio ha annunciato scrivendo che la ragione la cosa al mondo meglio condivisa. Questo antielitismo probabilmente, quando ci si confronta con esso, una delle esperienze pi umilianti e disumane per il filosofo. E, per la stessa ragione, probabilmente, una delle esperienze filosofiche pi importanti. Disapprendere, come ha detto Socrate. Filosofare con un martello, secondo Nietzsche. O potremmo anche dire: Il trionfo della serva. ESSERE PERSONA Ulisse un vero eroe per Socrate, senza dubbio il suo preferito, tesi che difende nel dialogo di Platone Ippia Minore. La ragione principale della sua apologia che il nome di Ulisse Nessuno, Io sono Nessuno, come dice egli stesso al ciclope Polifemo. Personaggio complesso e polimorfo, come vediamo nellOdissea, sempre insieme da qualche parte e da nessuna parte, fa affari con gli uomini e con gli dei, che combattono al di sopra di lui, ingegnoso ma ha a che fare con forze potenti, insieme un capo e un uomo solo, desidera sempre ardentemente essere ci che non , fugace, la sua vita chiaramente sul filo del rasoio. Sembra essere la versione mediterranea della visione taoista dellesistenza, che possiamo riassumere nel modo seguente: colui che si preoccupa soprattutto della sua vita e si trova troppo attaccato ad essa, non soltanto non vive perche questa preoccupazione mina la sua gioia di vivere, ma anche perch questa preoccupazione inibir e corromper la sua vitalit, la vera fonte della vita. Questa idea che la vita corteo senza fine di piccole preoccupazioni, tensioni e rigidit riguardo a piccole cose un ostacolo alla vitalit, offre lequivalente esistenziale allaffermazione secondo la quale le idee sono un ostacolo al 17

pensiero. La vitalit non si incatena alla vita; il pensiero non si attacca alle idee. Troviamo unaltra eco di questo principio nella figura di Cristo: il figlio delluomo, figlio di nessuno e di ognuno, nato per morire, non avendo neppure une pietra per posare la sua testa, come annuncia alluomo che si augura di seguirlo. Cos lessenza della filosofia dinamica, tragica e paradossale. Che sia nella tonalit occidentale appassionata o nella versione orientale distaccata, la sfida rilevata dalluomo attraverso al sua vita e la filosofia, deve essere di sapere lasciare la presa senza tuttavia abbandonare. Tuttavia la vita cos come la conosciamo nutre una certa avversione a lasciare la presa, promuove una postura contratta per la quale la sola alternativa di abbandonare tutto. Cos la vita si riassume spesso in una serie di cicli maniaco depressivi cronici, che finiscono fortunatamente o sfortunatamente con la morte, lo stato maniaco o depressivo ultimo, secondo gli umori e le circostanze. Lesperienza filosofica fondamentale unesperienza di alterit, lesperienza di un al di l, che pu essere vissuto soltanto dal punto di vista di un al di qua. Il fossato, labisso, la frattura dellessere, la tensione fra finito e infinito, fra realt e desiderio, fra affermazione e negazione, fra volont e accettazione, sono tante forme di questa stessa esperienza. Anche il bello, questa percezione dellunit radicale o dellarmonia, si iscrive nel dolore del sublime. Si potrebbe riassumere il filosofare attraverso leterna interazione fra la singolarit, la totalit e la trascendenza. E si potrebbe descriverlo come ci che conduce luomo a pensare e a esplorare piuttosto che a mostrare come tenta di oscurare o negare ci che cerca. Molto stranamente, la storia della filosofia si compone di una giustapposizione di visioni e di sistemi in cui i filosofi di un dato momento tentano di compiere, spiegare o rigettare le tesi dei loro predecessori. Tutti i testi della tradizione filosofica europea sono delle semplici annotazioni al testo di Platone, dopo il filosofo inglese Whitehead. E se analizziamo lopera di Platone, essa cattura gi il paradosso della filosofia. Il fine iniziale del lavoro di tale filosofo di testimoniare la storia di un uomo che ha interrogato pi che enunciato, un uomo che non avrebbe mai scritto una riga. Ora Platone afferma senza vergogna, fonda una teoria e una metodologia sul lavoro di questuomo, o ispirato da esso, e ha scritto molto. Viene immediatamente dopo un altro discepolo di questa tradizione: Aristotele, che, a nostro avviso, creer lossatura della futura filosofia occidentale, una sorta di enciclopedia ragionata della conoscenza, includente linsieme del sapere: scienza naturale, scienza politica, psicologia, etica, etc. Qualcosa di solido e di debole, raddoppiamento del tradimento Tuttavia come Socrate, pensiamo che la filosofia non si legga o non si scriva, poich una tale attivit si realizza con dei semplici oggetti dei libri mentre la filosofia ha per fine principale quello di approdare allanima umana, di trattare lanima e non di trattare dellanima. Allora perch scrivete dei libri, se siete contro i libri, ci ha giudiziosamente obiettato qualcuno in passato? Cosa rispondere? Tuttavia come potete disimparare ci che non avete appreso? Come potete bruciare i libri, se non li avete scritti? Come potete morire a voi stessi se non avete vissuto? E con linversione dialettica cos comune alla filosofia, domandiamoci in seguito: come potete apprendere se non avete disimparato? Come potete scrivere dei libri se non li avete bruciati? Come potete vivere se non siete morti? Il solo problema con i filosofi, come con tutti gli esseri umani, che essi confondono o invertono i mezzi e i fini. La ragione semplicissima: il mezzo pi vicino a noi rispetto ai fini. Essere un professore, avere conoscenza, scrivere libri, avere un titolo, avere delle idee, essere famosi o importanti, essere brillanti, essere rispettati, riconosciuti, sono tante conseguenze possibili del filosofare, tante motivazioni del filosofare, ma anche tanti ostacoli al filosofare. E probabilmente ci che motiva Socrate a citare Euripide nella sua discussione con Gorgia il sofista quando dice: chi sa se vivere non morre e se daltro canto morire non vivere? Che filosofare morire al mondo unidea piuttosto comune. Che filosofare morire a se stessi gi pi raro e strano. Tuttavia, se, inoltre, dichiariamo che la filosofia implica la morte della filosofia, cadremo nellassurdo, in cui poche persone vorranno accompagnarci. Tuttavia pensiamo che l che si trovi la filosofia, l dove essa muore. E probabilmente la migliore definizione che potremo dare alla filosofia come pratica, bench questo non voglia dire granch. 18

Alcuni filosofi criticano il concetto di pratica filosofica e hanno ragione quando affermano che la filosofia ad ogni modo non nientaltro che una pratica. Sebbene molte e contraddittorie possano essere le forme di questa pratica, la verit di questa critica che i filosofi accademici rigettano la pratica filosofica perch essa sfida lindividuo e interroga la persona, con ben poco rispetto per essa. Tuttavia lasciamo questo allo stadio di conclusione momentanea, proponendo lidea che lessenza della pratica filosofia di invitarci a pensare ci che non pensato, di pensare ci che si rifiuta al pensiero, qualunque cosa pensiamo. Ideale regolatore invivibile, e dunque filosofico. (Trad.it. di Roberta De Francesco)

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