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FILIPPO VIOLA

LA SOCIETA ASTRATTA Un sistema di indifferenza alla nostra realt quotidiana

Volume Unico Testo del libro a stampa, riprodotto, aggiornato e ampliato, nel vol. 1 della edizione web definitiva.

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FILIPPO VIOLA

LA SOCIETA ASTRATTA Un sistema di indifferenza alla nostra realt quotidiana

Volume Unico

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Edizione Web: Marzo 2013 Web Edit www.filippoviola.org Testo della terza edizione a stampa Edzioni Associate Roma E-mail: info@filippoviola.org Tutti i diritti riservati allAutore Web Edit un progetto editoriale Internet no profit, finalizzato alla socializzazione della conoscenza e della creativit. E possibile scaricare gratis i testi pubblicati nel sito Internet. Sono consentite la riproduzione integrale (con il nome dellAutore) e la libera circolazione, non commerciale. In caso di riproduzione, anche parziale, si richiede la citazione della fonte.

alle mie figlie Letizia ed Elisa con la infondata speranza che non abbiano a vivere in una societ astratta

I N D I C E Pag. Premessa alla prima edizione Premessa alla seconda edizione Premessa alla terza edizione Premessa alla edizione greca 13 15 19 21

Parte Prima Il sistema di astrazione sociale

25

Introduzione Definizione di societ astratta Capitolo Primo - L'individuo astratto 1.1 1.2 1.3 1.4 1.5 1.6 1.7 Lindividuo astratto come pura funzione della valorizzazione capitalistica Individuo astratto e persona concreta Concretezza esistenziale e astrazione sociale La separazione fra persona e qualit umane La contrapposizione fra lindividuo e le sue qualit Il bisogno di reintegrazione esistenziale Dal disagio esistenziale alla fuga nel mondo artificiale prodotto dalla droga

27 31

Capitolo Secondo I rapporti sociali astratti 2.1 2.2 2.3 2.4 La desoggettivazione dei rapporti sociali La socialit astratta La segregazione del personale nellindividuale La rigidit dei rapporti interpersonali profondi

43

Capitolo Terzo La ricchezza astratta 3.1 3.2 3.3 Ricchezza concreta e ricchezza astratta Il comando del denaro sulla ricchezza sociale Lo scontro sociale fra il valore duso e il valore di scambio

49

Capitolo Quarto I valori astratti 4.1 4.2 4.3 4.4 4.5 4.6 4.7 I valori astratti come valori di classe Valori altri e morale astratta Valori altri e societ astratta Valori astratti e identit sociale Lambivalenza dei valori astratti Opzioni individuali e astrazione sociale Lambiguit dei valori astratti

53

Capitolo Quinto Il tempo astratto 5.1 5.2 Tempo esistenziale e tempo astratto Il tempo come tempo di vita

59

Capitolo Sesto Astrazione sociale e vita quotidiana 6.1 6.2 6.3 6.4 Vita quotidiana e uso della forza-lavoro Lappropriazione della vita sociale da parte del capitale La separazione fra lavoro e vita Bisogni quotidiani e valorizzazione capitalistica

63

Capitolo Settimo Astrazione sociale e qualit della vita fra ambiente naturale e rischio nucleare 7.1 7.2 7.3 Organizzazione capitalistica della societ e qualit della vita Astrazione sociale e tutela dellambiente Astrazione sociale e rischio nucleare

69

Capitolo Ottavo Astrazione politica e domanda sociale

75

8.1 8.2 8.3 8.4

Lastrazione come funzione della politica Astrazione politica e bisogni sociali Lastrazione come sistema di elusione della domanda sociale La domanda sociale come prodotto dellastrazione politica 81

Capitolo Nono Lastrazione sociale come sistema 9.1 9.2 9.3 9.4 9.5 9.6 Lastrazione come sistema di indifferenza sociale Lastrazione sociale come sistema di formalizzazione Lastrazione sociale come sistema di dominio Sistema di astrazione e bisogni sociali Sistema di astrazione e aspirazioni sociali Sistema di astrazione e visibilit delle distanze sociali

Scheda A Astrazione materiale e astrazione sociale

93 99

Parte Seconda Il processo di indeterminazione sociale Premessa Dal sistema di astrazione al processo di indeterminazione Capitolo Decimo Lindeterminazione tecnica del lavoro 10.1 Il lavoro tecnicamente indeterminato 10.2 Lindeterminazione nella formazione delle forze di lavoro 10.3 Sistema formativo e sistema produttivo nel processo di indeterminazione 10.4 La desoggettivazione del lavoro 10.5 Loggettivazione del processo lavorativo: dalla meccanizzazione allautomazione Scheda B - Taylorismo e desoggettivazione del lavoro

101

105

115

Capitolo Undicesimo Lindeterminazione sociale del lavoro

119

11.1 Lindeterminazione della forza-lavoro nel mercato del lavoro 11.2 La flessibilit della forza-lavoro come indeterminazione esistenziale 11.3 Lindeterminazione della retribuzione 11.4 Lindeterminazione della mansione lavorativa 11.5 Lindeterminazione del rapporto di lavoro 11.5.1 La valenza sociale del posto di lavoro 11.5.2 Sperimentazione dellindeterminazione occupazionale e doppio mercato del lavoro 11.5.3 Le forme del lavoro irregolare 11.5.4 a scissione fra soggetto e prestazione lavorativa 11.5.5 Listituzionalizzazione della instabilit del rapporto di lavoro 11.6 Lindeterminazione nel processo di trasformazione del lavoro 11.7 Innovazione tecnologica e indeterminazione del lavoro 11.8 Destabilizzazione del sistema delle professioni e precariet sociale Capitolo Dodicesimo La negazione del lavoro umano 147

12.1 Negazione del lavoro umano e indeterminazione sociale 12.2 Le forme della negazione del lavoro umano 12.3 La negazione del lavoro umano come sistema di esclusione sociale Capitolo Tredicesimo Lindeterminazione della vita sociale 13.1 Vita sociale e valorizzazione capitalistica nel processo di indeterminazione 13.2 La separazione fra individualit e socialit 13.3 La spettacolarizzazione della vita sociale 13.4 Lindeterminazione dellessere sociale Capitolo Quattordicesimo La regolazione sociale 14.1 Indeterminazione e regolazione della vita sociale 14.2 Regolazione e integrazione sociale 169 159

14.3 Le forme della regolazione sociale 14.4 Regolazione sociale ed espropriazione della progettualit esistenziale

Conclusione Lambivalenza della societ astratta La dinamica della societ astratta Forza e debolezza della societ astratta Assenza e presenza della societ astratta Postilla metodologica Sulla esplorazione teorica della realt sociale Appendice Una figura storica: Loperaio-massa fra indeterminazione sociale e soggettivit politica

177

185

189 197

Materiali di studio Lavoro astratto e lavoro oggettivato nella teoria di Marx I II III Dal lavoro astratto alla indeterminazione sociale Loggettivazione del lavoro Il lavoro astratto in quanto lavoro oggettivato

199 205 211 228

Nota biografica

Premessa alla prima edizione Dopo non poche esitazioni, mi decido ad affidare a queste pagine che qui vengono anticipate in edizione provvisoria, per venire incontro ad una esigenza pratica degli studenti della Cattedra di Sociologia i primi risultati di un mio lavoro di lungo impegno. Lesitazione pi forte era dovuta alle insufficienze proprie di un lavoro non ancora concluso. La spinta decisiva a fare questo passo mi invece venuta da una esigenza impellente: la necessit di sottoporre ad una prima verifica il punto di vista da cui sono partito per cominciare a guardare alla societ sussulta al capitale come ad una societ astratta. Ed giusto che la prima verifica venga dagli studenti, cio da coloro i quali, interrogandosi e interrogandomi sulle nuove valenze della realt sociale, hanno indirettamente provocato questo mio ancora incerto tentativo. Le pagine che seguono non sono dunque un esito conclusivo. Chiudono una fase del lavoro e ne aprono unaltra. La finalit che le muove nel tentativo di aprire una prospettiva di ricerca. Si inteso dare della societa astratta i tratti essenziali, che servano da quadro di riferimento per lindagine empirica. In tale direzione, la strada appena tracciata. [...] 1. Roma, marzo 1980.

F. Vio

Premessa alla seconda edizione

Presuppongo naturalmente lettori che vogliano imparare qualcosa di nuovo e che quindi vogliano anche pensare da s. Karl Marx Ai lettori e alle lettrici Questa proposta nata come strumento di lavoro, nellambito del mio corso di Sociologia allUniversit di Roma La Sapienza. E, a questo scopo, uscita in edizione universitaria, che si presto esaurita, perch entrata in un circuito pi vasto di quello a cui era destinata. Fin dallinizio, mi sono opposto alla ristampa, per timore di dare vita stabile ad una stesura presentata come provvisoria. Ad un certo punto, successo qualcosa di assolutamente imprevisto. Era appena rientrata londa del movimento del 77. Cera ancora tanta voglia di capire. Ma gli spazi del dibattito erano gi stati ermeticamente chiusi. In quella situazione compressa erano in tanti specialmente fra i militanti e le militanti del movimento a cercare una qualche occasione per non sentirsi tagliati fuori dalla politica. La mia proposta ebbe la ventura di andare a cadere nel bel mezzo di una particolare situazione, segnata da mancanza di spazi politici. E fu accolta al volo come occasione per la riapertura di un discorso. Il dibattito decoll subito e si allarg a macchia dolio sia nei contenuti che nel numero dei soggetti coinvolti. E da allora non stato pi possibile fermarlo. In mancanza del volume stampato, gi da anni introvabile, i soggetti via via coinvolti si sono appropriati del testo e se lo sono riprodotto a catena, infiorettandolo di sottolineature e di commenti. Contemporaneamente stata esercitata su di me una tale pressione per la riedizione del testo, da indurmi a superare residue incertezze. A questo

punto, si trattato di mettere mano alla edizione definitiva, ripensata da cima a fondo. Il testo stato ampiamente accresciuto, riscritto e riorganizzato, per essere in grado di misurarsi con un quadro che si fatto pi articolato e complesso. Ma non si tratta di un semplice aggiornamento, che verrebbe, prima o poi, risucchiato indietro dallavanzare dei processi sociali analizzati. Ho cercato di dare alla proposta un pi largo respiro, che evitasse il rischio di una identificazione con una fase politica e sociale particolare. Per tutto ci, se si guarda alla struttura complessiva, Iopera risulta nuova rispetto al modello originario. Per un certo tempo, sono stato perseguitato dallidea di portare a conclusione questo lavoro, anche per potermene liberare. Solo di recente mi sono convinto che il discorso sulla societa astratta , in s, aperto. Pretendere di concluderlo sarebbe una forzatura artificiosa. Al di l del testo scritto, continua la ricerca teorica ed empirica nel quadro di un progetto di sociologia esistenziale, cio di analisi del sistema sociale dal punto di vista della condizione esistenziale degli uomini e delle donne in carne e ossa. E continua il lavoro di sociologia di base, inteso a promuovere dal basso lagire politico collettivo, attraverso inchieste-interventi e varie esperienze di aggregazione sociale, in direzione di una nuova prospettiva antagonista. A questo punto, opportuno dare qualche chiarimento sui criteri tecnici seguiti nel corso della nuova stesura. Ho cercato di rendere il testo accessibile a chi non dispone di specifiche conoscenze, lavorando sulla base di un intento di fondo: elevare il grado di comprensibilit di problemi complessi, senza banalizzare il discorso. Mi ha sempre affascinato quella difficile chiarezza che deriva non da artificiose semplificazioni divulgative, ma dal limpido rigore dellanalisi. Quella difficile chiarezza che non indulge ad una passiva registrazione di temi, ma impegna in una attiva intelligenza dei problemi. Si tratta ovviamente di un modello sempre da realizzare. Spero comunque che il discorso sulla societ astratta sia trasparente per tutti. A parte vanno considerati i materiali di studio, che intendono scavare nel retroterra teorico dellastrazione sociale e richiedono un particolare impegno da parte di chi non ha una qualche conoscenza della teoria di Marx. Non a caso sono stati collocati in fondo al volume. Il testo si presenta con rare eccezioni spoglio di citazioni, di riferimenti e di note. Ho infatti evitato accuratamente di appesantire il discorso con continui richiami, preferendo condurre lanalisi, per cos dire, in presa diretta, nella piena consapevolezza delle obiezioni formali che tale scelta pu sollevare. Fin dove ho potuto, sono stato attento a non esprimermi al maschile, infrangendo anche a prezzo di qualche ineleganza stilistica una radicata, ma non casuale, tradizione linguistica.

Per agevolare lindividuazione dei passaggi tematici, ho evidenziato in corsivo i punti salienti del discorso. Ho articolato il testo in parti, capitoli, paragrafi, non per conferire al discorso una artificiosa solennit, ma per offrire ad ognuno/a la possibilit di tracciarsi un personale percorso di lettura, andando a pescare, volta a volta, il tema che interessa. Vorrei che si potesse scomporre e ricomporre il testo, seguendo il filo delle proprie esperienze. Limportante riuscire a leggere la propria condizione esistenziale nel quadro dei processi sociali in atto. Le pagine che seguono ad altro non aspirano che a proporre un modo di considerare la realt sociale. In tal senso, i titoli dellindice rimandano non a trattazioni dei temi evocati, ma ad articolazioni del discorso sulla societ astratta. In sostanza, Iintento non di disegnare un quadro dello stato teorico di ogni area problematica attraversata dallanalisi, ma di specificare i processi dellastrazione allinterno delle varie sfere della dinamica sociale. Debbo aggiungere una piccola annotazione. Lespressione societ sussunta al capitale, che compariva nel sottotitolo e nel testo della prima edizione, risultata oscura per i non addetti ai lavori. E stata perci sostituita con societ sottomessa al capitale (analogamente sussunzione stata sostituita con sottomissione). Tutto ci nella speranza che questa sofferta proposta arrivi ai veri destinatari ed alle vere destinatarie, cio a chi, resistendo ad una fortissima pressione ideologica, si ostina a guardare alla realt sociale con gli occhi degli uomini e delle donne in carne e ossa 2 . Roma, marzo 1989. F. V.

Chi interessato/a a proporre spunti di discussione, a sollevare problemi, a chiedere chiarimenti, a muovere obiezioni o comunque a cercare un contatto, pu scrivere allautore, presso il Dipartimento di Sociologia, Universit di Roma La Sapienza, Via Salaria, 113 - 00198 Roma .

F. Viola, L

Premessa alla terza edizione La societ astratta si sta attrezzando per proporsi ed imporsi come modello assoluto di organizzazione sociale. Per questa via, pretende di imprigionare non solo le nostre vite, ma anche le nostre speranze. Ora pi che mai dunque necessario vigilare, teoricamente e praticamente, sui nostri destini personali e collettivi. Ora pi che mai necessario puntare il fuoco dellanalisi critica sulla organizzazione sociale che presiede alle nostre esistenze. In tale direzione si muove oggi il lavoro di sensibilizzazione sulla societ dellindifferenza. Lavoro che viene portato avanti attraverso esperienze collettive, teoriche e pratiche (per esempio, di recente, allinterno del movimento 90). Tutto ci sulla base di una convinzione espressa in un passaggio del testo. La societ astratta esposta alle alterne vicende della conflittualit sociale. E il filo del futuro , pur sempre, nelle mani degli uomini e delle donne 3. F. V. Roma, novembre1990.

F. Viola, La societ astratta. Un sistema di indifferenza nella nostra realt quotidiana, Roma, Edizioni Associate, 1991.
3

Premessa dellEditore Edizione Greca (Traduzione) Il libro di Filippo Viola il sesto della collana Scienze sociali, che la nostra Casa Editrice ha avviato circa due anni fa e con la quale abbiamo lambizione di partecipare al dibattito intorno a questioni attuali e vitali della nostra societ. Nellambito di questo obiettivo, presentiamo questo nuovo libro della collana, che ha gi provocato un analogo dibattito in Italia. Lopera inizialmente era un testo universitario per il Corso di Sociologia allUniversit di Roma La Sapienza, dove lautore insegna. Questa edizione allinizio degli anni 80 molto presto si esaurita, perch il libro ha interessato un pubblico molto pi ampio dellambito universitario, un pubblico che voleva partecipare al dibattito intorno a questioni politiche e sociali della nostra odierna societ. Era unepoca che si caratterizzava per lermetica chiusura del paese al dialogo politico, dopo la ritirata dei movimenti del decennio precedente. La discussione intorno alla problematica trattata in questo libro continuato nonostante il fatto che il testo era da anni esaurito e che quindi era molto difficile trovarlo. Gli interessati riproduce- vano il testo in vari modi, infiorettandolo con sottolineature e commenti. Lautore stesso, nella sua premessa alledizione italiana del 1989, nota: Contemporaneamente leditore mi ha esercitato una tale pressione per la ristampa del testo che mi sono deciso a superare le esitazioni che avevo. Il

testo stato profondamente rielaborato, sistematizzato e riorganizzato. E quindi nata una nuova opera, lopera che viene oggi presentata al lettore greco. Ledizione del 1989 si era esaurita e nel 1990 era stata fatta una ristampa. Il favore dei lettori italiani e, speriamo, anche dei greci ha alla base anche il fatto che il testo si occupa di questioni che investono ciascuno di noi, perch le viviamo ogni giorno e ci provocano angustia e ansia. Questi problemi della vita odierna delle persone concrete non sono semplicemente rappresentate, ma vengono inserite in un pi vasto quadro teorico, per cercare di interpretarle sulla base di una ipotesi di lettura come dice lo stesso autore della societ odierna. Sulla base di questa ipotesi di lettura, che lautore non si sente di considerare come ipotesi di lavoro, vengono descritte e spiegate teoricamente varie questioni della societ di oggi: dalla insicurezza e ansia fino alle problematiche dei rapporti di lavoro, del modo come viene vissuto il tempo, ecc. Non certo il caso di delineare il contenuto del libro. Vorremmo far notare quanto segue: i capitoli undicesimo e dodicesimo si riferiscono in particolare al processo degli attuali rapporti di lavoro. E, sulla base della ipotesi di lettura della societ di oggi, nel libro si fanno una serie di sottolineature e di previsioni sulla indeterminazione e lincertezza del lavoro, sulla riduzione delloccupazione e quindi sulla vita degli stessi lavoratori. Purtroppo, per i lavoratori, queste previsioni si verificano non solo per la societ italiana, ma anche per quella greca e, inoltre, come viene sottolineato da molti studiosi, costituiscono la caratteristica della fase attuale dello sviluppo capitalistico. E stato anche notato da Nteibint Harvey che questo regime di accumulazione elastica, come lo chiama, appunto la base materiale per lapparire del postmodernismo nelle scienze sociali e nellarte. Crediamo dunque che lipotesi dellautore si pu definire come ipotesi di lavoro e non di semplice lettura, per linterpretazione di alcuni aspetti sostanziali, che possono influenzare la nostra vita quotidiana, la nostra stessa esistenza. Il lettore riconosce molte esperienze personali attraverso la lettura del testo. Questo anche lobiettivo principale dellautore, che continua la ricerca teorica ed empirica nel quadro di un programma di Sociologia esistenziale. Questultima riguarda lanalisi del sistema sociale dal punto di vista della condizione esistenziale delle persone concrete in carne e ossa. Nello stesso tempo, lautore continua il suo lavoro per una Sociologia di base, che mira a promuovere dal basso attraverso ricerche e alcune esperienze collettive lazione politica in direzione di una nuova prospettiva antagonista. Come lautore nota, il filo del futuro si trova sempre nelle mani di uomini e donne in carne e ossa. Inoltre, vogliamo sottolineare alcune questioni della traduzione greca dallitaliano. Il testo italiano scritto con lo scopo di essere letto agilmente dal

lettore medio ed pieno di espressioni quotidiane. E nella traduzione greca abbiamo cercato di mantenere questo stile. Il testo non per una volgarizzazione di concetti filosofici e sociologici, ma contiene una purezza e chiarezza che risultano dal rigore dellanalisi e pi precisamente dalluso dei diversi concetti. Cos lautore Filippo Viola fa una precisa distinzione tra il concetto di persona e quello di individuo, tra il concetto di struttura sociale e di societ come collettivit, ecc. Nella traduzione greca abbiamo mantenuto rigidamente i termini greci corrispondenti. Per esempio: oggettivazione, operaio-massa, idee-forza, che corrisponde al concetto di idee dominanti. Lautore insiste nelluso del termine uomini e donne, per evitare la tradizionale espressione virile, che nelle lingue latine contengono le parole che provengono dalla parola homo. Abbiamo rispettato questa specificit della lingua dellautore e nella maggior parte dei casi labbiamo tradotto con questo termine. In alcuni casi per labbiamo tradotto con il termine uomini, che nella lingua greca contiene tutti gli esseri umani, indipendentemente dal sesso e dallet. Infine, nel titolo abbiamo usato Societ di astrazione e non il termine Societ astratta, per evitare il rischio che nel testo viene evitato dalla presenza di riferimenti contestuali di pensare che la Societ astratta sia una societ inesistente. Atene, Novembre 1993.

Parte Prima IL SISTEMA DI ASTRAZIONE SOCIALE

Introduzione Definizione di societ astratta La societ capitalistica, per potere funzionare come societ formalmente democratica, deve prescindere dalla concreta esistenza degli esseri umani, deve cio non tenere conto di come le donne e gli uomini realmente vivono. Sulla base di questa considerazione, definiamo societ astratta Iorganizzazione capitalistica della societ, regolata dalle istituzioni della democrazia formale. Astratta, non nel senso che una societ irreale, ma nel senso che fa astrazione dalla realt sociale. Societ astratta, dunque, nel senso che un sistema di indifferenza alla condizione esistenziale degli uomini e delle donne in carne e ossa. Il sistema di indifferenza sociale lesito della combinazione della realt del capitalismo con la forma della democrazia. Tale esito da imputare non alla forma democratica, ma alla realt capitalistica. Un connotato fondamentale della societ sottomessa al capitale in forma di democrazia la separazione di fatto della sfera politica dalla sfera sociale. Nella sfera politica vengono affermati principi di partecipazione, libert, uguaglianza, fratellanza, giustizia. Nella sfera sociale vengono istituite strutture e attivati rapporti che producono autoritarismo, repressione, disuguaglianza, rivalit, ingiustizia. La societ capitalistica formalmente democratica dunque una societ ambigua. Da una parte proclama principi, dallaltra crea presupposti strutturali perch non si realizzino. In sostanza, una societ truccata. La separazione tra la sfera politica e la sfera sociale produce astrazione sociale. La sfera politica si struttura facendo astrazione dalle condizioni reali che si vengono a creare nella sfera sociale. Di conseguenza, la dinamica del sistema istituzionale prescinde dalla concretezza esistenziale degli uomini e delle donne in carne e ossa. In un sistema di democrazia formale, chi per esempio ha bisogno di andare in albergo libero di scegliere un hotel di gran lusso o una modesta locanda. Una legge che riservasse gli alberghi di prima categoria ad un particolare ceto sociale sarebbe incompatibile con le istituzioni della democrazia formale. Daltra parte, la societ capitalistica una societ divisa in classi. E tale rimane, nella sostanza, pur nella complessit dellarticolazione sociale. Ora, una struttura classista produce, ai diversi livelli della stratificazione sociale, stili di vita che talvolta sono incompatibili fra di loro. Un

imprenditore miliardario non sopporterebbe di vedersi accanto, nella hall di un albergo, un modesto impiegato. E lo stesso impiegato proverebbe disagio a convivere con gente di altro pianeta sociale. Come risolvere tali contraddizioni? Nel caso specifico, come distribuire la popolazione ai diversi livelli della piramide sociale, senza fare ricorso a leggi formalmente antidemocratiche? In pratica, come attivare una regolazione della vita sociale a misura della struttura di classe, senza ricorrere ad una regolamentazione delle scelte personali? Lastrazione sociale la via per la quale la societ capitalistica formalmente democratica tenta di dare soluzione a questo tipo di problemi E una via tortuosa e tormentata. La sfera sociale viene strutturata in modo da produrre sistematicamente una realt che, di fatto, vanifica i principi sanciti nella sfera politica. La societ astratta nega, in quanto societ capitalistica, ci che afferma in quanto societ formalmente democratica. Lastrazione sociale dunque la via per la quale il capitalismo si avventura in un alternarsi di vittorie e di sconfitte sul terreno minato della democrazia formale. Per tutto ci, Iindifferenza sociale non una degenerazione del dominio del capitale, ma il suo specifico modo di funzionare in forma di democrazia. Lastrazione sociale si definisce non come una disfunzione della democrazia nel sistema capitalistico, ma come una sua ragione di essere, che consiste nel fare funzionare il sistema istituzionale secondo modalit estranee al vivere reale degli uomini e delle donne. Questa indifferenza istituzionale non dovuta ad un qualche dissesto organizzativo. La societ capitalistica formalmente democratica astratta perch strutturata per laffermazione di un valore altro rispetto alla realizzazione esistenziale degli esseri umani. Ognuno di noi non gi dato in partenza. E un potere essere sociale, un campo di possibilit da realizzare nella dimensione sociale. La persona sociale, cio lessere umano in quanto dotato di socialit, realizza la propria concretezza esistenziale il suo pieno esistere nelle situazioni concrete della vita quotidiana se in condizione di esprimere tutte le sue potenzialit. In rapporto a questo bisogno di autorealizzazione dellessere umano, una societ tanto meno astratta quanto pi assume come valore fondante lorganizzazione e la messa in atto di tutto il potere essere che emerge nella collettivit. La realizzazione della specificit personale cio dellesistere come uomo o donna particolare e irripetibile non in antitesi con lo sviluppo dellessere sociale, con il movimento della realt collettiva. La dimensione collettiva trova concreta attuazione solo quando anche il pi piccolo frammento personale raggiunge la pienezza dellessere reale. Non si tratta di immaginare il classico paradiso terrestre. Quel che conta per la qualificazione di una societ la direzione del suo movimento, determinata dal valore centrale che fa da motore al processo sociale generale. In questi termini, una societ tanto pi astratta quanto pi astratto

il valore centrale che realmente la muove, al di l delle enunciazioni di principio. In tale quadro, la societ sottomessa al capitale ci appare come un aereo in mano a dirottatori professionisti, che hanno stravolto loriginario piano di volo. Il modo capitalistico di produzione tende a deviare il processo sociale generale dalla concretezza esistenziale ed a convogliarlo verso un valore astratto: il profitto. Questo scandaloso dirottamento sociale si svolge, come ogni dirottamento, fra tensioni latenti e aperti conflitti, sia sul piano degli interessi materiali, sia in ordine agli orientamenti ideali. C in esso il tentativo di mettere le potenzialit presenti nella collettivit al servizio del dominio di classe. Nella societ astratta, in quanto societ dirottata, ognuno costretto a lasciare inespresse le proprie possibilit e a diventare strumento in mano di altri, per fini non solo estranei, ma anche antitetici alla propria realizzazione esistenziale. Il dirottamento sociale dunque funzionale allastrazione. Solo indirizzando la societ complessiva verso un valore altro possibile chiudere ogni varco allespressione delle potenzialit che emergono nella collettivit. Soltanto in una societ organizzata per altro gli uomini e le donne non trovano spazio per esprimersi in quanto persone. A sua volta, Iastrazione funzionale al dirottamento sociale. La societ complessiva pu essere dirottata in direzione di un fine altro nella misura in cui viene ignorato lessere concreto delle persone. La deviazione della societ dai fini che presiedono alla realizzazione esistenziale degli uomini e delle donne incide pesantemente sulla dinamica sociale. La nostra lettura di tale dinamica basata sulla distinzione fra societ intesa come struttura cio come insieme di istituzioni e societ intesa come collettivit, ossia come insieme di uomini e donne in carne e ossa. Si tratta ovviamente non di due distinte realt, ma di due dimensioni della realt sociale, che nella societ capitalistica formalmente democratica tendono a divaricarsi. La societ-struttura si orienta in direzione altra rispetto alla piena realizzazione delle potenzialit esistenziali presenti nella societ-collettivit. La divaricazione tra la sfera politica e la sfera sociale costituisce non Ioggetto della nostra indagine, ma il suo presupposto. Al centro del quadro di analisi non la contraddizione tra la forma democratica e la realt di classe, ma lastrazione sociale che essa produce. In tale ambito, il compito che presiede a questa ipotesi di lettura della societ sottomessa al capitale ben delimitato. Si tratta di ricostruire i processi attraverso i quali lastrazione percorre e plasma le pi significative espressioni delluniverso sociale: la soggettivit individuale, i rapporti interpersonali, la ricchezza materiale, il sistema di valori, la vita quotidiana, il mondo del lavoro. Lintento di cogliere, lungo questi percorsi, il senso della condizione umana, trasfigurata dallastrazione sociale. In fondo, avventurandoci sui sentieri impervi dellindifferenza della societ astratta,

andiamo alla ricerca di una chiave di lettura sociologica del disagio esistenziale.

Capitolo Primo Lindividuo astratto

1.7

Lindividuo astratto capitalistica

come

pura

funzione

della

valorizzazione

I soggetti che costituiscono la collettivit sono persone concrete, uomini e donne in carne e ossa. Sono persone robuste, snelle, alte, basse, bionde, brune, bianche, nere. Sono persone estroverse, introverse, talvolta allegre, talvolta tristi. Nella societ astratta, nel sistema di indifferenza alla condizione esistenziale degli uomini e delle donne in carne e ossa, si prescinde da tutti questi caratteri, che fanno di una persona questa persona e non unaltra. La persona concreta viene diluita in una entit astratta: la forza-lavoro. E il primo passo verso la configurazione di un individuo astratto, concepito come pura funzione della valorizzazione capitalistica 4. Le persone concrete vivono nel contesto di una determinata cultura, che crea abitudini di vita, atteggiamenti, comportamenti. Una cultura pu, per esempio, creare lattaccamento ad un luogo determinato, ad un tipo determinato di attivit, ad un determinato tipo di rapporti sociali. Ecco, il processo di valorizzazione capitalistica richiede che le persone facciano astrazione da tutto ci. Richiede che le donne e gli uomini siano disponibili a spostarsi continuamente da un luogo allaltro, a cambiare continuamente attivit e rapporti sciali. Pu darsi anche il caso inverso. Una persona incline a girovagare, a non fissarsi in una particolare attivit. Ed costretta ad inchiodare la sua vita ad un lavoro e ad un luogo fissi. Ora, non importa che le esigenze del processo di valorizzazione del capitale entrino realmente in conflitto con le singole specificit delle persone concrete. Quel che importa che la societ astratta, per essere tale, deve poter contare, in qualsiasi momento ed a qualsiasi livello, su una disponibilit allo stato puro. E questa disponibilit la pu offrire, in senso pieno, soltanto un individuo considerato come entit astratta, avulsa dalle concrete specificit esistenziali.
4

Per i non addetti ai lavori opportuno precisare che per valorizzazione capitalistica - espressione ricorrente nel nostro discorso - si intende il processo attraverso il quale il capitale, riproducendosi, aumenta di valore e di potenza.

Lindividuo astratto in quanto pura funzione della valorizzazione capitalistica una irrealt reale. Irrealt, perch nella sua purezza ideale non esiste in carne e ossa. Reale, perch tutto il sistema capitalistico fondato su questa irrealt. Ed per questo perch fa leva sullindividuo astratto, sulla irrealt reale di un individuo spogliato delle sue specifiche caratteristiche umane che Iapparato economico e politico si qualifica come sistema astratto. Astratto, nel senso che produce astrazione e nel senso che lesito di una astrattizzazione. Funzionale allimpianto del sistema economico- politico fondato sul capitale lindividuo spogliato di ogni vincolo sociale. Un individuo non legato n a luoghi particolari, n a persone specifiche. Un individuo senza storia e senza affetti. Disponibile a presentarsi come un contenitore vuoto ed a riempirsi dei contenuti del processo di valorizzazione del capitale. Pronto a fare un lavoro qualsiasi, in un posto qualsiasi, in orari qualsiasi, di giorno o di notte, a qualsiasi ritmo, insieme a gente qualsiasi. Pronto a trapiantarsi dal sud al nord, dal proprio ad un altro paese, da un contesto agricolo ad un contesto industriale. In sostanza, un individuo che non oppone nessuna rigidit al processo di valorizzazione capitalistica. Estremamente mobile, flessibile, docile, manovrabile. Immemore della sua storia personale, sempre pronto a cancellare il suo ieri ed a vendere il suo domani. Una sorta di pagina bianca, su cui la valorizzazione capitalistica segna di volta in volta le sue indicazioni. Una pagina bianca, su cui di tanto in tanto gli economisti fanno Ielenco delle vecchie e delle nuove compatibilit. Una pagina bianca, su cui gli ideologi segnano il comportamento adeguato alla prospettiva del capitalismo. Una pagina bianca, su cui i politici di professione scrivono i loro programmi. Insomma, un individuo concepito come terminale dellorganizzazione capitalistica della societ complessiva. 1. 2 Individuo astratto e persona concreta Lindividuo astratto il soggetto considerato dal punto di vista della valorizzazione capitalistica. La persona concreta il soggetto considerato dal punto di vista della realt esistenziale. Nei termini del nostro discorso, individuo figura come espressione della societ-struttura, persona figura come espressione della societ-collettivit 5. Ora, se individuo e persona si definissero come entit separate e non comunicanti, avremmo da una parte un soggetto concepito, in astratto, secondo le esigenze del capitale e dallaltra uomini e donne in carne e ossa radicati nella propria concretezza esistenziale. In tale quadro, la

Per la distinzione fra societ-struttura e societ-collettivit, si veda

l'Introduzione.

valorizzazione capitalistica non potrebbe piegare alle proprie esigenze la vita sociale e sarebbe condannata ad un graduale, ma inarrestabile declino. Per tutto ci, il sistema capitalistico non pu limitarsi a concepire un individuo a sua immagine, disinteressandosi degli orientamenti delle persone concrete. Deve fare di tutto per tentare di incarnare le sue esigenze negli atteggiamenti e nei comportamenti sociali. Di conseguenza, Iindividuo astratto non pu definirsi come pura aspirazione del capitale. Per un verso non esiste, in carne e ossa, nella pienezza della sua valenza ideale, perch non possibile azzerare in una persona concreta le specificit esistenziali. Ma, per altro verso, si insinua nelle pieghe della vita sociale, inquinando il rapporto fra la persona e Iuniverso della concretezza. Accade cos di incontrare uomini e donne delle classi subalterne che ragionano non nei termini del proprio concreto esistere e della propria reale condizione sociale, ma secondo schemi astratti. Tipico il caso di povera gente indotta a spiegare le proprie difficolt materiali in base alle leggi del libero mercato, cio secondo i parametri delleconomia borghese. E facile supporre che qui lindividuo astratto a parlare per bocca delle persone concrete. Ora, non da pensare che il soggetto coinvolto nella logica della valorizzazione capitalistica abbia coscienza di escludere dal suo orizzonte esistenziale la propria concretezza in quanto donna o uomo in carne e ossa. E opportuno dunque chiedersi per quale via lastrazione prodotta dalla societ-struttura penetra nella societ-collettivit sino al punto di fare di un soggetto lespressione di altro da se stesso, di fare cio di un uomo o di una donna in carne e ossa una contraddizione vivente. Attraverso linteriorizzazione di valori astratti, viene operata nella coscienza collettiva una inversione. E cos la persona vive lastrazione come concretezza e percepisce la propria concretezza come astrazione. Nella misura in cui questa inversione incide sulla dinamica della coscienza collettiva, la societ astratta allarga la sua base nella collettivit. Quanto pi diffuso e profondo lorientamento in direzione dellastrazione, tanto pi la societ astratta viene percepita dalla collettivit come realt sociale. E un punto cruciale per il destino della societ astratta. La societ-struttura ha bisogno da una parte di operare su una base di astrazione, dallaltra di legittimarsi su una base di concretezza. Una societ-struttura che venisse percepita dalla collettivit come societ astratta non potrebbe durare a lungo. 1.3 Concretezza esistenziale e astrazione sociale Come si gi avuto modo di osservare, milioni di uomini e di donne interiorizzano come proprie le esigenze della valorizzazione capitalistica. Cos vivono lastrazione come realt propria. Daltra parte, Iinteriorizzazione

di valori altri produce nelle donne e negli uomini una sorta di distanza dalla propria specificit. La concretezza esistenziale viene vissuta come astrazione. Per quali vie si giunge a questa inversione? La realt che vive una donna o un uomo un impasto di concretezza e di astrazione. Questo groviglio produce una condizione di disagio, difficile da definire. E come se la vita ci scorresse sotto, senza che si riesca a fare presa su di essa. E una strana sensazione. La persona cerca, spesso con la forza della disperazione, un contatto stabile con la propria vita. Ma se la sente continuamente sfuggire di mano. Il sistema di astrazione mette dunque gli uomini e le donne in condizione di non poter vivere la propria vita o, peggio, di doverla vivere come se non fosse la propria vita. Questa condizione raramente prende corpo nella coscienza dei soggetti. Molti finiscono per fare propria la vita regolata dal sistema di astrazione. Ci reso possibile dal fatto che lastrazione non si presenta mai allo stato puro. La realt degli uomini e delle donne in carne e ossa mantiene la forma della concretezza. Solo che tale forma non si riempie dei contenuti della specificit personale, ma dei valori del sistema di astrazione. Cos accade che molte persone vivono lastrazione come concretezza. Non riescono ad andare oltre la forma con la quale si presenta la realt. E spendono tutte le loro energie nel cercare di adattarsi ad una vita di cui non colgono il senso. Vivere nella societ astratta dunque per milioni di donne e di uomini un lento deperire in quanto persone concrete. Uno ad uno si spezzano i fili che legano la persona alla propria specificit. Il soggetto si trova nella condizione di chi non esperto di nuoto e sente di non toccare. In tale situazione, vivere un continuo annaspare, per cercare di stare a galla nel mare dellastrazione sociale. Vivere un continuo tentare di vivere. E quando si crede di posare un piede sul fondo della propria personale concretezza, ci si accorge quando ci si accorge che lastrazione, attraverso vari processi di interiorizzazione, arrivata fin l, diventando carne della nostra carne, sangue del nostro sangue. Dobbiamo dunque resistere alla tentazione di concepire concretezza e astrazione come due sfere separate. La societ astratta intrecciata con la societ concreta. Lastrazione il guscio istituzionale della realt sociale. Questo modo di essere della societ astratta rende estremamente difficile per gli uomini e per le donne cogliere la sede e il momento della concretezza sociale. Lastrazione si annida tra le pieghe della vita di tutti i giorni. 1. 4 La separazione fra persona e qualit umane Nella societ sottomessa al capitale la persona separata dalle proprie qualit e spogliata del suo essere concreto. A loro volta, le qualit sono separate dalla persona e spogliate del loro essere qualit umane. Questa separazione si traduce in astrazione. La concretezza sociale infatti nella

unit dei due termini. E nella persona che gode delle sue qualit urnane. La separazione produce da una parte persone prive di qualit proprie, dallaltra qualit prive di concretezza esistenziale. Da una parte individui astratti, dallaltra astratte qualit. Produce cio estraneazione e infelicit. Ecco perch il processo di liberazione si configura come processo di ricomposizione esistenziale. La liberazione nella riconquista della concretezza esistenziale da parte di donne e di uomini reintegrati nelle loro qualit umane. Adesso facciamo un passo in avanti. Quando lastrazione viene a toccare gli uomini e le donne in carne e ossa, il processo che si fino a quel punto accumulato si azzera. Lindividuo astratto il punto di partenza di un nuovo processo, dominato non pi dalla persona, ma dal capitale. Si tratta di un processo complesso, attraverso il quale il capitale, dopo avere disaggregato lunit concreta che fa capo allessere umano ed avere cos interrotto il circuito sociale basato sulle qualit integrate nella persona, mette a contatto i poli sociali separati dal sistema di astrazione e, in quanto poli astratti, li fa funzionare insieme dentro il processo di valorizzazione del capitale. Da tale punto di vista, il processo di valorizzazione del capitale il risultato dellaccostamento di componenti sociali, che, disaggregate dal sistema di astrazione, entrano in rapporto utilitaristico. Il soggetto, espropriato della sua attivit creativa, viene immesso, in quanto lavoratore o lavoratrice, nellattivit che si incarnata nel processo di produzione. Espropriato dei suoi rapporti sociali, viene calato nei rapporti utilitaristici. Donne e uomini, fra loro separati in quanto persone concrete, vengono ricollegati come componenti del processo di produzione. La ricomposizione capitalistica realizzata nel corpo mistico della societ astratta. 1.5 La contrapposizione fra lindividuo e le sue qualit

Dopo avere cercato di definire lastrazione propria delle qualit umane separate dallindividuo, abbiamo cominciato a sondare laltro versante dellastrazione: lindividuo espropriato delle sue qualit. Da un lato la vita sociale congelata e commisurata alla valorizzazione capitalistica, dallaltro la persona espropriata della quotidianit che le propria, della quotidianit come espressione della sua umanit. Il trait-dunion dei due versanti lorganizzazione e lutilizzazione delle qualit umane non per la realizzazione degli uomini e delle donne in quanto persone, ma per la valorizzazione economica e politica del capitale. Lestraneazione delle qualit umane non si risolve in una semplice esteriorizzazione. Le qualit umane 35lterative non diventano solo qualit esterne allindividuo. Lestraneazione si risolve in contrapposizione. Le

qualit, una volta separate dallindividuo, gli si contrappongono 6. E, questo, un passaggio decisivo. Perch da qui che parte un processo complessivo, il cui esito la societ sottomessa al capitale. Questo processo prende avvio da un atto violento di estraneazione. Ed per noi estremamente significativo che la materia che d corpo al capitale Iesito delluso di una qualit umana, sottratta al controllo delle persone, che ne sono state espropriate (*). Il prodotto che diventa capitale frutto dellattivit creativa della collettivit. Lideologia borghese vorrebbe trarre da ci la legittimazione del capitale come forza naturale. Ma, al di l dellideologia, Iorigine del capitale non nellesito dellattivit creativa, bens nella sua espropriazione ed estraneazione. Alla base del modo capitalistico di produzione c dunque il processo di espropriazione-estraneazione. Questo scorporo delle qualit umane dalla persona produce da una parte il capitale e dallaltra lindividuo adeguato al capitale. Da dove nasce allora la contrapposizione? Se il sistema di astrazione investe tutto lo spazio sociale, com che salta fuori un dato cos anomalo, da cui discende lantagonismo sociale? In effetti, la contrapposizione , per il capitale, una conseguenza non voluta della valorizzazione. Ma resta per noi il problema di individuare il processo attraverso il quale la valorizzazione del capitale produce per un verso astrazione, per laltro contrapposizione. C un primo interrogativo da risolvere. La contrapposizione un dato collaterale allastrazione, cio un dato che sta insieme in rapporto dialettico allastrazione, oppure , rispetto allastrazione, un dato alternativo? In altri termini, la contrapposizione si produce per effetto delIastrazione o in mancanza di essa? La questione non pu essere risolta in modo schematico. Le qualit umane, scorporate dalla persona, si fanno in quanto qualit astratte capitale e si contrappongono allindividuo. Qui lastrazione si traduce direttamente in contrapposizione. Ma il soggetto, spogliato delle sue qualit umane, in grado di contrapporsi, in quanto individuo astratto, al capitale? Qui la contrapposizione non immediata, diretta. Una spoliazione violenta come quella che subisce la persona da parte del capitale provoca, in potenza, contrapposizione. Ma questa contrapposizione, per mettersi in atto, deve passare per una persona reintegrata nelle sue qualit umane. E un tragico circolo vizioso. Il soggetto che pu mettere in atto un processo di liberazione la persona liberata. Il circolo vizioso pu essere spezzato soltanto con una forzatura politica. Attraverso una tale forzatura, chi si fa carico del processo di liberazione la
Marx ha chiarito questo aspetto riguardo alla estraneazione del prodotto. Il prodotto, sottratto all'operaio, gli si contrappone come un essere estraneo (K. Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, trad. it., Torino, Einaudi, 1968, p. 71).
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persona non ancora liberata, ma che ha preso coscienza del suo bisogno di liberarsi. La spinta alla liberazione viene al soggetto dal bisogno di reintegrarsi nelle sue qualit umane. In questa condizione, il soggetto viene a trovarsi di fronte ad una alternativa: da una parte la disperazione passiva, dallaltra la scelta politica attiva. In tale quadro, la pratica politica recupera tutta la sua concretezza e si definisce come tensione continua verso la conquista della perduta integrit della persona. Il soggetto espropriato lotta per ricongiungersi alla parte di s che gli stata 37lterative. Per questa via, si capovolge il segno politico dellindividuo astratto. Il soggetto spogliato delle sue qualit Iindividuo adeguato al capitale, perch in grado di ricongiungersi alle qualit incorportate nellapparato di produzione. Ma il soggetto espropriato che prende coscienza della sua condizione e ne trae le conseguenze pratiche a livello politico non funziona pi in questo senso. Non solo rifiuta di integrarsi alle qualit incorporate nella struttura produttiva del capitale, ma lotta per riappropriar-si delle sue qualit, in quanto attributi dellessere umano. E qui lambivalenza dellindividuo astratto: una faccia di soggetto subalterno e laltra di soggetto politico antagonista. 1. 6 Il bisogno di reintegrazione esistenziale E importante, a questo punto, esaminare da vicino il bisogno di reintegrazione esistenziale, cio lesigenza che ha ogni persona di ricongiungersi alle proprie qualit. Occorre partire dalla situazione in cui viene a trovarsi lindividuo per effetto del processo di estraneazione. Il soggetto ha davanti a s le qualit umane che gli sono proprie, ma non come qualit sue, bens come qualit del capitale. Ora, una situazione del genere tuttaltro che lineare. Le due parti che si trovano di fronte per un verso sono estranee e contrapposte, per laltro sono parte Iuna dellaltra. Sono estranee e contrapposte in quanto individuo e capitale. Sono parte Iuna dellaltra in quanto individuo e qualit umane. Lestraneazione, in s, in quanto espropriazione, produce contrapposi-zione. Ma Iestraneazione di qualit umane, oltre che contrapposizione, produce bisogno di reintegrazione esistenziale. Questo bisogno si esprime in forme diverse. Il soggetto uomo o donna come preso in una morsa. Spogliato delle sue qualit, ha un senso di vuoto dentro di s, ma prova repulsione per le qualit 37lterative. Da qui una sensazione di impotenza, che procura angoscia e disperazione e si traduce in fredda indifferenza nei confronti della realt esterna. Gli orizzonti di vita si chiudono. Si oscura lo spettro delle soluzioni. Lindividuo, chiuso nel suo isolamento, si sente come un topo in trappola e non vede vie di uscita. Ha bisogno di reintegrarsi nelle sue qualit, ma la realt che lo circonda gli si

prensenta come lesatta negazione del suo volere essere persona. In tale situazione si rispecchia la condizione dellessere umano nella societ astratta. E una condizione che viene sperimentata soprattutto dalle giovani e dai giovani, i quali avvertono pi degli altri il malessere per non potere attivarsi senza vedersi espropriare delle proprie qualit. E difficile dare voce ai sogni e alle paure di un uomo e di una donna combattuti fra il bisogno di impegnarsi in qualcosa per cui valga la pena di vivere e le frustrazioni derivanti dal sentirsi usati per fini estranei alla propria realizzazione esistenziale. E difficile rendere lo stato danimo di una donna e di un uomo che tentano di tuffarsi nella vita sociale e si sentono ricacciati indietro nelle proprie solitudini interiori. E difficile dare un senso ad una giornata che ti si apre davanti e non sai cosa metterci dentro, mentre altri, intorno a te, non hanno abbastanza tempo per correre dietro alle loro piccole e grandi incombenze. La societ astratta, questo grande consorzio degli affari, si sveglia di buon mattino e scorre veloce, con i suoi mille occhi ancora assonnati, la lunga lista delle cose da fare. Ma, se guardi dietro le sigle pompose, non una delle frenetiche attivit che sono in programma ti riguarda personalmente, in quanto uomo o donna in carne e ossa. Eppure, dicono tutti di lavorare per la collettivit. E, in effetti, tutti i santi giorni mettono le loro rapaci mani dentro la vita di ognuno/a di noi. Quando si parla di affari, dal fondo della memoria emerge quella incredibile rappresentazione scenica che la contrattazione dei titoli in una sala della borsa valori. Eccola l la societ astratta. E in quella torma di fantasmi che gesticola freneticamente, facendo strani segni con le dita. Quel gesticolare non ha nulla di umano. Le braccia levate a tagliare laria densa di fumo sembrano i tentacoli di un mostro che fruga nelle viscere della vita sociale. La sensazione dolorosa di essere continuamente frugati dentro da chi vuole trarre un utile persino dai nostri pensieri inespressi induce alla chiusura nei confronti del mondo esterno. Il bisogno di attivarsi viene cos ricacciato indietro dal rifiuto di mettere le proprie qualit al servizio di fini estranei alla propria realizzazione esistenziale. Il soggetto, uomo o donna, si sente come una lepre che freme dalla voglia di tuffarsi nel verde luminoso dei prati ed invece spinta sempre pi in fondo alla tana dalle schioppettate dei cacciatori in agguato. Lastrazione sociale dissolve dunque le qualit umane, in quanto attributi degli uomini e delle donne in carne e ossa, per tradurle in fattori della valorizzazione capitalistica. Ed quindi la barriera che blocca il rifluire nella vita sociale dellattivismo finalizzato alla realizzazione esistenziale della persona. E una sorta di labirinto. Le qualit umane, per potersi attivare nella societ complessiva, devono attraversare la barriera dellastrazione sociale. Le 38lterative sono due. O rimangono di qua dalla barriera, nel qual caso continuano ad essere attributi della persona, ma non hanno la possibilit di arricchirsi della dinamica sociale complessiva. Oppure attraversano la barriera, si immettono nel flusso della dinamica sociale, ma ne escono

spogliate delle specificit personali e ridotte a funzioni dellapparato produttivo del capitale. Nelluno e nellaltro caso, la persona concreta viene ridotta a individuo astratto. Il soggetto viene bloccato nella sua individualit e messo in condizione di non potere attivare le proprie qualit umane per dare corso alla realizzazione della propria concretezza esistenziale.

1.7 Dal disagio esistenziale alla fuga nel mondo artificiale prodotto dalla droga La difficolt ad attivarsi per la propria realizzazione provoca, in presenza di una acuta sensibilit soggettiva, disagio esistenziale. Nel contesto del nostro discorso, per disagio esistenziale si intende la sensazione di non essere in sintonia con il mondo esterno. Il soggetto sente di non essere preso in considerazione in quanto potenzialit da realizzare, ma soltanto come strumento per il perseguimento di fini che gli sono estranei. Se si espone come essere umano, non trova riscontro nella realt che lo circonda. Per potere sperare di farsi ascoltare, deve proporsi non come universo di energie creative, ma come anello impersonale del processo di valorizzazione del capitale. In una societ che pretende di qualificarsi in termini di razionalizzazione dei processi sociali gli uomini e le donne non sono in condizione di darsi un progetto di vita. Non si tratta di una disfunzione, dovuta a inefficienza, ma di una contraddizione strutturale. In tanto il sistema di produzione pu essere programmato in direzione di un valore astratto, in quanto gli uomini e le donne rinunciano a progettare la propria esistenza. La programmazione capitalistica pu avere corso solo in un vuoto di progettualit esistenziale. La razionalit del capitale fondata sulla irrazionalit e casualit delle vite umane. In mancanza di una ben definita prospettiva esistenziale, il soggetto, uomo o donna, non pu dispiegare le proprie attitudini in funzione della propria realizzazione in quanto persona. Il disagio esistenziale ha dunque origine in una chiusura della prospettiva di autorealizzazione. La societ sottomessa al capitale, strutturandosi come sistema di indifferenza sociale, chiude ogni spazio alla dinamica esistenziale degli uomini e delle donne. Le reazioni soggettive a questa chiusura sono varie. C chi si adatta a vivere una vita non sua. C chi tenta percorsi alternativi per riaffermare la propria identit. C chi, invece di cercare di riappropriarsi del senso dellesistere, agisce sul proprio io, per alterarlo e renderlo non recettivo nei confronti della realt esterna. Per effetto di una sostanza stupefacente, lio si dilata e rimane temporaneamente sospeso in un mondo artificiale.

Una delle possibili risposte al disagio esistenziale dunque la fuga dalla realt. E uno dei possibili esiti di tale fuga lapprodo al mondo artificiale prodotto dalla droga. Nellambito di tale esito, la nostra attenzione rivolta non allinsieme di azioni-reazioni connesse alla dipendenza dalla sostanza, ma alla dinamica sociale che pu predisporre il soggetto ad orientarsi in direzione del consumo di droga. Dovrebbe, a questo punto, emergere il quadro entro cui si muove il nostro discorso. Nella societ astratta, il sistema di indifferenza produce una vasta area di disagio esistenziale. Entro tale area si innescano varie dinamiche, una delle quali conduce alla fuga dalla realt. Una delle forme che assume la fuga il consumo di droga. La tossicodipendenza copre dunque solo una piccola parte dellarea del disagio esistenziale. In realt, il disagio non produce automaticamente consumo di droga. Espone al rischio di un orientamento in direzione di una fuga dalla realt. Altri fattori psicologici, culturali e sociali (fra cui la pressione del mercato) concorrono poi a tradurre tale fuga in consumo di droga. Non sempre il disagio avvertito come tale dal soggetto. A volte il soggetto, mancando di un rapporto vitale con la realt esterna, finisce per girare su se stesso, in una sorta di vuoto esistenziale. Il vuoto esistenziale una condizione in cui sono assenti le spinte alle attivit vitali. Il quadro delle motivazioni spento. Manca un collegamento tra la soggettivit e le sfere dei comportamenti. Il soggetto non controlla i suoi stessi atti. Non attore, ma semplice ricettacolo di dinamiche esterne, che intersecano la sua quotidianit. Molti tossicodipendenti dichiarano di avere cominciato per caso, per curiosit o per gioco. Ma, se si va oltre limmediatezza della situazione, viene spesso fuori che tutto ci accade allinterno di circuiti sociali in cui assente una progettualit esistenziale. Ora, in circuiti privi di prospettiva vitale facile che si introducano elementi di artificio, che tendono a surrogare la realt. Non potendo operare nel concreto, si gioca a viaggiare in un mondo artificiale. Le vie che conducono alla droga sono strettamente legate alle vicende personali. Una qualsiasi generalizzazione pu risultare fuorviante. Tuttavia, sul filo di quanto emerso, possibile tracciare due percorsi, entrambi collegati al sistema di indifferenza sociale. Un primo percorso parte dal disagio esistenziale e approda al distacco dalla realt esterna ed alla fuga nella irrealt del mondo prodotto dalla droga. Lindifferenza alla condizione esistenziale provoca uno scompenso tra la sfera dellaspirazione e la sfera dellattivazione. Non essendo preso in considerazione per quello che in quanto persona, il soggetto uomo o donna non si pu attivare in direzione della propria autorealizzazione. Ora, in persone fortemente motivate, questa caduta della progettualit esistenziale pu indurrre alla fuga.

In un secondo percorso, il sistema di indifferenza produce nella vita sociale sacche di vuoto esistenziale, in cui si innescano dinamiche artificiose, che coinvolgono soggetti demotivati sul piano dellattivazione vitale. In entrambi i percorsi c, allorigine, una situazione di scollatura nei confronti della realt esterna. In tale situazione, la persona finisce per essere svuotata della sua identit e ridotta a individuo astratto. Il cerchio dellastrazione sociale si chiude. Il soggetto, quando cosciente dl ci che fa, si illude di salvare la propria integrit esistenziale nfugiandosi in un mondo artificiale. E invece, senza rendersene conto, si spinge pi addentro al sistema di astrazione sociale. Il tossicodipendente un soggetto svuotato della propria identit personale e ridotto a semplice macchina di consumo, che alimenta un settore specializzato del mondo degli affari. E un individuo astratto alla massima, tragica potenza.

Capitolo Secondo I rapporti sociali astratti

2.1

La desoggettivazione dei rapporti sociali

La soggettivit degli uomini e delle donne , per il processo di valorizzazione del capitale, una mina vagante. Proprio perch la valorizzazione capitalistica esige la passivit dei fattori di produzione rispetto al sistema produttivo, la soggettivit, in quanto fonte di attivit, si configura come variabile disvalorizzante. In quanto espressione di vita della persona concreta, la soggettivit , per il capitale, minaccia di morte. Particolarmente pericolosa la presenza attiva della soggettivit nei rapporti sociali. Da qui la necessit di rendere astratte le relazioni sociali, cio di disancorarle da ogni interferenza della soggettivit. I rapporti sociali astratti sono rapporti desoggettivati, cio svincolati da ogni espressione della soggettivit. Sono rapporti indifferenti ai propri contenuti, perch non sono strutturati in relazione a ci che hanno da comunicarsi, come persone, gli uomini e le donne in carne e ossa. L'origine di tutto ci si pu fare risalire, sul piano storico, alla contrattualizzazione dei rapporti sociali, cio alla istituzione di relazioni strandardizzate e codificate, attraverso le quali gli individui entrano in contatto fra loro per scambiarsi beni o servizi. In conseguenza della contrattualizzazione, i rapporti sociali si definiscono come relazioni non tra persone, ma tra funzioni e ruoli, in cui si prescinde dalle specificazioni proprie dei soggetti. Nel sistema di relazioni contrattuali gli individui figurano soltanto in quanto veicoli di funzioni e di ruoli direttamente o indirettamente produttivi o, comunque, assunti come tali. Non le funzioni e i ruoli sociali come espressioni degli individui, ma gli individui come espressioni delle funzioni e dei ruoli produttivi 7.
La contrattualizzazione dei rapporti sociali comporta, come noto, la transizione dal rapporto servile al rapporto libero. Il rapporto servile coinvolge
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Il riscontro reale di tale inversione si pu ritrovare nell'intreccio di funzioni e di ruoli di cui intessuta la societ sottomessa al capitale. In questo senso, la societ astratta si definisce come sistema di funzioni e di ruoli sociali, pi che come insieme di persone. Il sistema di funzioni e di ruoli sociali funziona come apparato del sistema di astrazione. Nella societ astratta il ruolo sociale rappresenta infatti - nella sua purezza ideale - I'istituzionalizzazione della funzione direttamente o indirettamente produttiva, spogliata di ogni interferenza personale. I rapporti fra ruoli sociali sono - nella loro astrazione - i rapporti sociali adeguati al capitale. E ci perch, in primo luogo, si tratta di relazioni standardizzate e quind prevedibili. Quanto pi un ruolo astratto, quanto pi cio riesce a mettere fra parentesi il soggetto che lo ricopre, tanto pi funzionale al processo complessivo di valorizzazione del capitale. In ogni caso, un ruolo sociale ha la funzione di mediare tra l'imprevedibilit della persona e il bisogno di prevedibilit del sistema. I rapporti sociali astratti, realizzati attraverso la mediazione di ruoli funzionali al sistema di potere in atto, non solo non corrispondono al bisogno di relazione dei soggetti, ma sono il risultato della espropriazione dei rapporti interpersonali, cio della estraneazione di un dato fondamentale del comportamento umano. Rapporti sociali dunque come canali non di realizzazione esistenziale delle donne e degli uomini, ma di estraneazione della loro socialit. La socialit viene sradicata dalla persona e trasferita nel ruolo. L'individuo ritrova, nel ruolo, la sua socialit come sfera a lui estranea. Ed egli, per attivare questa socialit estraneata, deve negare se stesso come uomo o donna in carne e ossa. 2.2 La socialit astratta

Non facendo funzionare il sistema di comunicazioni interpersonali, si cerca di ottenere individui isolati, pi facilmente disponibili nei confronti del sistema di relazioni astratte. Fare il vuoto di socialit reale attorno ad ogni uomo e ad ogni donna significa creare le condizioni perch l'individuo funzioni come conduttore di ruoli astratti. L'estraneazione della socialit reale
tutta la vita dell'individuo. Il servo della gleba servo in qualsiasi momento della sua vita, perch tale lo definisce la sua condizione sociale complessiva, nella forma e nella sostanza. Non c' un angolo della vita sociale in cui, almeno formalmente, la sua condizione possa definirsi non-servile. Il rapporto contrattuale invece investe, formalmente, solo un aspetto specifico della vita dell'individuo, l'uso della forza-lavoro per un tempo determinato. In tal senso, fa astrazione dagli altri momenti della vita sociale. Questo aspetto formale del rapporto contrattuale ha conseguenze pratiche enormi, che interessano il sistema sociale complessivo.

delle persone funzionale all'attivizzazione della socialit astratta del sistema. La socialit astratta non dispone di un suo spazio autonomo rispetto alla persona concreta. Deve dunque realizzarsi entro la vita quotidiana. Il soggetto non solo privato della socialit che gli propria, ma costretto a farsi carico di una socialit che gli estranea. La socialit astratta per un verso estranea alla persona, per l'altro deve attivarsi attraverso la persona, ridotta a individuo. E pu attivarsi soltanto occupando lo spazio vitale della persona e svuotandolo di ogni contenuto reale. L'attivazione della socialit astratta pu darsi soltanto attraverso l'astrattizzazione della vita reale. Una vita sociale carica di contenuti e di significati personali una sede inadatta per il funzionamento del sistema di relazioni astratte. Le relazioni astratte pretendono di essere impersonali e soffrono il carico di contenuti e di significati personalizzati. In questo senso, la vita quotidiana adeguata alla socialit astratta la routine, con tutto il suo carico di noia e di solitudine. La socialit astratta crea routine, che a sua volta genera rapporti sociali astratti. L'astrazione si rivela, a tutti i livelli, come un sistema a circuito chiuso. In particolare, il sistema di astrazione continuamente chiamato a ripulire i processi sociali delle scorie di relazioni interpersonali ed a sgombrare la vita sociale dei detriti di valenze personali, di cui tendono a caricarsi le stesse relazioni impersonali. E' cio continuamente chiamato a riprodurre le condizioni per riportare la vita sociale entro i binari della routine quotidiana. Come viene vissuta la routine delle relazioni impersonali? Come viene cio vissuta la privazione di relazioni sociali personalizzate? In altri termini, interessa vedere come si definisce l'insediamento della socialit astratta entro la dinamica della vita quotidiana, quali conflitti provoca, a quali reazioni va incontro. Il tempo di vita - dal punto di vista della persona concreta - indivisibile. La socialit astratta deve quindi potere trovare il modo di funzionare entro le mura della vita quotidiana. E qui entra in conflitto con tutta la carica personale che sta dentro il vissuto degli uomini e delle donne in carne e ossa. Il vissuto personale che tenta di farsi strada nei rapporti di vita quotidiana si imbatte continuamente nella violenza prodotta dal sistema di astrazione, che tenta di metterlo fra parentesi. Nella sfera dei rapporti interpersonali penetrano diverse forme di astrazione. Una delle forme pi ricorrenti la spersonalizzazione. E' un connotato tipico dei rapporti formali, cio di rapporti regolati da precise norme di comportamento, che schiacciano la soggettivit e la mortificano, inchiodandola ad espressioni standardizzate, che le sono del tutto estranee. Altra forma, propria delle grandi citt, la casualizzazione. I rapporti casuali, che si intrecciano nel corso di incontri fortuiti, sembrano assolutamen-te personalizzati. E in effetti non ubbidiscono, mani-festamente, a canoni espressivi esterni. Il limite pero qui interiore. La casualit del rapporto non consente alla soggettivit di dar fondo alle sue potenzialit espressive.

Pertanto, pur non essendo sottoposto ad imposizioni esterne, il soggetto si limita spesso, in questi casi, tranne rare eccezioni, a rifugiarsi in espressioni ripetitive e banali. La banalizzazione delle relazioni sociali, che una conseguenza dell'astrazione propria dei rapporti non personalizzati, lascia nel soggetto una dolorosa sensazione di frustrazione e di impotenza e lo induce talvolta a ridurre le sue manifestazioni verso l'esterno alle comunicazioni indispensabili per la sopravvivenza. 2.3 La segregazione del personale nell'individuale

Quando l'astrazione viene a toccare i rapporti interpersonali, si pone un problema di grande portata. E' il problema dello sbocco sociale del vissuto personale. Nella societ astratta il vissuto personale non ha modo di esprimersi, di uscire fuori dall'ambito individuale, di intersecarsi con altre esperienze soggettive. L'astrazione ha, nella sfera dei rapporti sociali, questa conseguenza immediata: la segregazione del personale nell'individuale. E qui bisogna intendersi. Personale e individuale sono ambiti non necessariamente coincidenti. Anzi. Il personale ha bisogno di arricchirsi continuamente attraverso esperienze intersoggettive. Ha bisogno di aprirsi a prospettive collettive, in cui la sfera individuale abbia la possibilit di dilatarsi. Nella societ astratta il personale e l'individuale invece coincidono. Non perch sono la stessa cosa, ma perch sono costretti a muoversi entro la stessa sfera: la sfera del privato. Il personale come imprigionato nell'ambito individuale. Questa condi-zione procura un doloroso senso di solitudine, con punte di vera e propria disperazione. Il personale ha bisogno di espandersi, di intersecare l'altro da s in esperienze collettive e intersoggettive. Bloccato nella prigione della sfera individuale, costretto a ritorcere la sua dinamica su se stesso. I rapporti sociali reali danno spazio alla dialettica interiore delle persone concrete. Il personale ha, per questa via, la possibilit di strutturarsi in forme mobili, tali da potersi volta a volta adeguare al livello di realt con cui si deve confrontare. Viceversa, i rapporti sociali astratti ricacciano continuamente indietro, nel privato, il personale che tenta di emergere, di invadere i canali che gli si aprono davanti. Fuori della persona c' la sfera pubblica, dove regna l'astrazione e dove la presenza di contenuti personali crea scandalo. Il confinamento del personale nella sfera privata non casuale. Rientra in una logica di controllo sociale. L'individuo, messo in condizione di non potere vivere insieme ad altri il suo personale, si ripiega su se stesso e si colloca in una posizione soggettiva di estraneit rispetto alla realt sociale complessiva. Questa estraneit pu essere vissuta in modi diversi. C' chi si lascia fagocitare dalla routine quotidiana, arrivando ad un alto grado di depersonalizzazione. C' chi perde il senso della realt e vive il suo personale in modo onirico. C' chi rifiuta la realt esterna e si rifugia nello stordimento artificiale procurato dalle droghe.

Quanto si detto fin qui mette in evidenza la funzione di fondo che ha l'astrazione in sede di rapporti sociali: bloccare i bisogni nella sfera privata e chiudere i canali attraverso i quali essi possono organizzarsi ed avere un impatto con il sistema politico-economico. In relazione a questa funzione dell'astrazione, necessario, a questo punto, cercare di vedere che cosa rappresentano i rapporti sociali per l'espressione dei bisogni. I rapporti sociali sono i canali attraverso i quali i bisogni circolano e si organizzano nella societ-collettivit. Non si tratta di una funzione puramente esterna e strumentale. Attraverso i rapporti sociali, i bisogni avviano processi politici collettivi, che producono nuove prospettive, pi avanzate. Una intensificazione accelerata dei rapporti sociali d talvolta luogo ad una spirale di bisogni, che pu rappresentare una seria minaccia per le compatibilit, economiche e politiche, dell'apparato capitalistico. Rapporti sociali e bisogni sono connessi in modo dialettico. I rapporti sociali sono il presupposto per la definizione e l'espressione del sistema dei bisogni a livello sociale complessivo. E, a sua volta, il sistema dei bisogni rappresenta l'insieme delle motivazioni, personali e collettive, che stanno alla base dei rapporti sociali. In questo quadro, la realizzazione di una autentica socialit , di per s, affermazione dei bisogni fondamentali delle persone concrete. Di conseguenza, per negare i bisogni, il sistema si deve strutturare in modo da essere di ostacolo alla realizzazione dei rapporti interpersonali. E, viceversa, per impedire la realizzazione dei rapporti interpersonali, deve negare i bisogni. 2. 4 La rigidit dei rapporti interpersonali profondi Se l'indifferenza ai contenuti fosse limitata ai rapporti formali, I'astrazione non riuscirebbe ad incidere sul sistema di relazioni quotidiane. Infatti non c' dubbio che un alto grado di non-indifferenza ai contenuti caratterizza i rapporti interpersonali profondi. Si pensi quanto la persona, con il suo specifico e irripetibile bagaglio esistenziale, viene coinvolta in un autentico rapporto di amore o di amicizia. Se l'astrazione non riesce ad incidere sulla non-indifferenza presente in queste strutture di relazioni, il processo di valorizzazione del capitale ne risente negativamente. Tale coinvolgimento provoca, in qualche misura, una reazione di rigidita, che si esprime nell'attacca-mento affettivo alla propria compagna o al proprio compagno, ai figli ed alle figlie, ai familiari, alle amiche ed agli amici, ai luoghi, alle abitudini di vita. E questa rigidit finisce per condizionare il processo complessivo di valorizzazione capitalistica, creando vincoli sociali, che sono di ostacolo alla piena disponibilit della forza-lavoro manuale- intellettuale. Per tutto ci, I'astrazione deve attaccare ed intaccare la rigidit dei rapporti interpersonali profondi, la non-indifferenza presente nella struttura portante del sistema di relazioni quotidiane. A questo livello, I'astrazione non pu agire

in modo diretto. Segue vie traverse, incidendo sui fattori che concorrono alla struttura dei rapporti sociali, in modo che le relazioni astratte appaiano come un esito di progresso, come il risultato di una evoluzione sociale. In effetti, dal punto di vista del sistema politico-economico, i rapporti sociali astratti si definiscono in termini di "modernizzazione", in quanto tendono a liberare la valorizzazione capitali- stica da ogni vincolo sociale. In questo quadro, i rapporti sociali concreti, con la loro pregnanza di contenuti e di significati, con la loro tendenza alla specificazione soggettiva, si definiscono come relazioni "arretrate" ed "anguste" rispetto al sistema di relazioni industriali. Per tutto ci il sistema di relazioni industriali il sistema di rapporti sociali astratti per eccellenza. E' il sistema di relazioni adeguate alla societ astratta.

Capitolo Terzo La ricchezza astratta

3.1

Ricchezza concreta e ricchezza astratta

Gli uomini e le donne producono oggetti concreti, trasformando la materia attraverso tecniche specifiche. Soddisfano cos il bisogno di sentirsi attivi e si realizzano negli oggetti prodotti. Gli oggetti prodotti hanno forme e colori. Sono grandi, piccoli, gialli, rossi. Hanno qualit diverse. Nella societ astratta le qualit particolari degli oggetti vengono ridotte ad astratte quantit comparabili. Le donne e gli uomini producono oggetti per farne un uso particolare. Il fine della produzione reale il valore d'uso dei beni. Nel processo di valorizzazione capitalistica l'uso diventa mezzo per la realizzazione del valore di scambio. Si d forma e colore all'oggetto, per poterlo meglio scambiare. Il valore di scambio il fine ultimo della produzione capitalistica, che - in questo senso - si definisce come processo di valorizzazione del capitale. Tutti questi passaggi sono sintetizzati nella riduzione del bene concreto, finalizzato all'uso, a merce astratta, finalizzata allo scambio, della ricchezza concreta a ricchezza astratta. In via preliminare, occorre individuare il significato storico del passaggio dal dominio del valore d'uso al dominio del valore di scambio. Si tratta di un passaggio che comporta un insieme rilevante di mutamenti nel sistema politico-economico. Ma il senso profondo di tali mutamenti nel graduale passaggio da un mondo dove regna la concretezza ad un mondo dove regna l'astrazione. Bisogna intendersi bene su questo punto. Il processo di valorizzazione del capitale, mentre da un lato opera nel concreto della realt sociale, dall'altro rimane un processo astratto, al quale sono estranee motivazioni legate alla concretezza delle persone. Questa sua astrazione il processo di valorizzazione capitalistica non la tiene per s, ma - proprio perch costretto a funzionare nella sfera sociale - la scarica sulla societ

complessiva, attraverso la mediazione del sistema istituzionale. La mediazione istituzionale , nella societ formalmente democrati-ca, indispensabile al capitale per potere definire la produzione sociale come produzione di merci. La merce il prodotto astratto, indifferente al suo valore d'uso e deferente verso il suo valore di scambio. In questo senso, la ricchezza si definisce nella societ sottomessa al capitale - come ricchezza astratta, indifferente ai suoi contenuti. E non un caso. Solo una ricchezza indifferente ai suoi contenuti una ricchezza separata dai bisogni sociali. E solo una ricchezza separata dai bisogni sociali pu essere indifferente ai suoi contenuti. Da una parte una ricchezza che impone alla collettivit il dominio del valore di scambio, dall'altra una collettivit che preme per affermare il suo bisogno di valore d'uso. Un impatto diretto con la ricchezza astratta e con la sua separatezza rispetto ai bisogni della collettivit si ha quando si entra in una banca. La banca una grossa concentrazione di ricchezza. Ma non ha magazzini pieni di roba da mangiare o da usare. Ha solo armadi pieni di carte e reti informatiche con la memoria zeppa di cifre. Dentro una banca circola solo ricchezza astratta. 3. 2 Il comando del denaro sulla ricchezza sociale Produrre ricchezza non finalizzata al soddisfaci-mento di bisogni particolari (se non in modo strumentale, per realizzare valore di scambio) , di per s, un atto di espropriazione. Significa espropria-re le persone del loro modo di essere uomini e donne in carne e ossa. Produrre ricchezza astratta significa negare il comando dei bisogni sulla ricchezza sociale. Produrre ricchezza indifferente ai suoi contenuti significa produrre indifferenza per i contenuti dei bisogni sociali. La separazione della produzione dai bisogni funzionale al comando del denaro sulla ricchezza sociale. E, a sua volta, il comando del denaro provoca la separazione della ricchezza dai bisogni sociali. Il denaro da un lato simbolo di ricchezza, dall'altro comando sulla ricchezza. Il denaro rappresenta la ricchezza non in modo neutro, ma su basi di classe. E' la rappresentazione di classe della ricchezza. Ed una rappresentazione imperativa. E' I'imperio della classe dominante sulla ricchezza. Da qui la sua ambivalenza di fondo. Per le classi privilegiate il denaro il ponte che porta gli individui al godimento della ricchezza. Per le classi subalterne invece il muro che separa le persone dalla ricchezza sociale. In questo senso, la presenza sociale del denaro si traduce in ricchezza per le classi privilegiate e in povert per le classi subalterne. E il comando sulla ricchezza si traduce, per la classe dominante, in comando sulle classi subalterne. Sta qui il potere del denaro.

Il godimento della ricchezza sociale non mediato dai bisogni, ma dal denaro. E il denaro - in quanto simbolo di ricchezza e non mera rappresentazione della sopravvivenza fisica - un attributo della classe dominante. Ora, da dove viene al denaro questo marcato segno di classe? Per quale via il denaro in grado di esprimere il comando della classe dominante sulla ricchezza sociale e quindi sulle classi subalterne? Ragioniamo in negativo. Se l'unico valore fosse il valore d'uso e se esso fosse connesso strettamente ai bisogni sociali, verrebbe a mancare lo spazio per il comando di classe sulla ricchezza sociale. I contenuti della produzione avrebbero un tale peso sul sistema economico da sfuggire al controllo della classe dominante. Il comando della classe dominante sulla ricchezza sociale si pu dunque affermare soltanto nell'ambito di un sistema di astrazione che da una parte svuoti la persona della specificit dei suoi bisogni e dall'altra sganci la ricchezza sociale da particolari contenuti e ne faccia una ricchezza per s, una ricchezza in quanto ricchezza, una ricchezza astratta. 3. 3 Lo scontro sociale fra il valore d'uso e il valore di scambio La specificit dei contenuti - in qualsiasi sede ed a qualsiasi livello - un nemico mortale per il comando del capitale sulla societ complessiva. Il comando del capitale richiede astrazione, cio indifferenza ai contenuti. E si capisce perch. Nella misura in cui la societ indifferente ai contenuti, deferente verso il capitale. In condizioni di forte tensione sociale, I'antiteticit fra valenza contenutistica della vita sociale e dominio del capitale si traduce in antagonismo sociale. In alcuni strati del proletariato giovanile emerge allora la pratica dell'uso diretto dei beni, non mediato dal valore di scambio. Tale pratica costituisce una minaccia per il comando del denaro sulla ricchezza sociale. I soggetti cominciano a dimostrarsi irrispettosi nei confronti della mediazione del denaro e vedono nella ricchezza sociale materia di godimento diretto. Il soggetto proletario tutt'altro che deferente verso la intangibilit del valore di scambio. Un bene vale per il godimento che d. E da tale godimento non vuole sentirsi escluso. Questa indifferenza proletaria nei confronti della "sacra/it" del valore di scambio I'esatto contrario della indifferenza borghese nei confronti della "volgarit " del valore d'uso. L dove esplode, lo scontro ha radici sociali profonde. Da una parte il valore di scambio, dall'altra il valore d'uso, ognuno dei quali cerca di affermare, a danno dell'altro, la propria egemonia sulla societ complessiva. Nella sconvolgente immagine televisiva delle ruspe che riducono a informe poltiglia montagne di bellissime arance dorate c' tutta la violenza e I'assurdit di un sistema politico-economico che assume a fondamento il valore di scambio. E' una immagine emblematica, una sintesi delle contraddizioni della societ sottomessa al capitale. Nei termini del nostro

discorso, soprattutto la cruda evidenziazione del bisogno di astrazione del capitale. Si distrugge valore d'uso pur di salvare valore di scambio. Si distrugge ricchezza concreta pur di salvare ricchezza astratta. Ma c' di pi. Qui la salvaguardia di ricchezza astratta sta proprio nella distruzione di ricchezza concreta. Ci rivela un aspetto significativo della produzione di ricchezza astratta. La produzione di ricchezza astratta , di per s, distruzione di ricchezza concreta. L'indifferenza al valore d'uso, che alla base della produzione del valore di scambio, condanna al deterioramento, se non alla distruzione diretta, una ingente quantit di beni materiali. Pensiamo a tutte le merci deteriorabili che rimangono invendute nei magazzini delle aziende e delle ditte di commercio. Queste merci non vengono immesse sul mercato al ribasso, per non compromettere i prezzi di vendita, cio per difendere il valore di scambio. Anche qui ricchezza concreta viene lasciata putrefare per salvare ricchezza astratta. Un caso particolare quello dell'edilizia. Il prodotto casa non soggetto, entro tempi ragione-voli, a deterioramento. Anzi, il suo valore tende a incrementarsi. Ci conferisce un andamento particolare al mercato della casa. Migliaia e migliaia di case di nuova costruzione rimangono per lungo tempo invendute. E contemporaneamente il prezzo della casa, invece di scendere, sale. Cos una ingente ricchezza concreta rimane inutilizzata per incre-mentare la ricchezza astratta. Da tutto ci risulta con evidenza che la ricchezza astratta di ostacolo al godimento della ricchezza concreta. Da una parte gente senza casa, dall'altra case senza gente. Cos' che impedisce alla gente senza casa di andare ad abitare nelle case senza gente? Cos' questo muro che separa dalla ricchezza concreta i bisogni sociali? E' la ricchezza astratta. E come la produzione di ricchezza astratta distruzione di ricchezza concreta, cos la riappropriazione di ricchezza concreta distruzione di ricchezza astratta. L'occupazione di case da parte dei senza-tetto un attentato al loro valore di scambio, perch difficile riuscire a vendere case occupate. Da questo quadro emerge una contrapposizione frontale. Da una parte c' chi distrugge arance per mantenere il valore di mercato. Dall'altra c' chi delle arance apprezza non il valore di mercato, ma il sapore e le vitamine. Da una parte chi costruisce case, per lasciarle vuote. Dall'altra chi nelle case ha bisogno di abitarci. Tale contrapposizione pu essere superata soltanto attraverso un processo di liberazione che tenda alla distruzione di tutta l'astrazione presenta nella societ complessiva.

Capitolo Quarto I valori astratti

4.1 Il sistema di valori nella societ astratta Un sistema di valori una concezione di fondo relativa alla visione del mondo ed alle sue ripercussioni sulla organizzazione sociale, sugli atteggiamenti e sui comportamenti delle persone concrete. Parliamo di concezione, perch non si tratta di una sommatoria di singoli valori separati l'uno dall'altro. Un valore acquista senso e segno all'interno di un sistema e non definibile al di fuori di esso. All'interno di un sistema, un valore un punto di riferimento specifico, relativo ad un particolare aspetto della vita sociale. In pratica, un valore l'espressione specifica di una concezione in relazione ad un aspetto dell'esistenza di una persona o di una collettivit. Ed un valore sociale se l'espressione di una concezione si riferisce alla organizzazione della societ complessiva. In s, i valori sono preferenze coscienti, socialmente regolate e rivolte alla generalizzazione 8. In questo senso, la societ astratta non si regge, in quanto tale, su un sistema di valori strettamente intesi. Le idee-forza della societ astratta, in quanto societ sottomessa al capitale, non sono fondate sulla opzione personale, non sopportano la regolazione sociale e non possono essere generalizzate alla totalit delle persone che compongono una collettivit. Prendiamo l'idea-forza per eccellenza del capitalismo: il profitto. Non basta optare per il profitto per poterlo perseguire. Una regolazione sociale del profitto una contraddizione in termini. Il profitto , di per s, una
Questi tre requisiti del valore vengono richiamati da A. Heller in un contesto di discorso del tutto diverso (A. Heller, Per una teoria marxista del valore, trad. it., Roma, Editori Riuniti, 1980, pp. 33 e 34).
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rottura della regolazione sociale a vantaggio di una classe. Tanto meno il profitto un valore che pu essere generalizzato. Se tutti perseguono il profitto, nessuno lo realizza. Perch pochi realizzino profitto, bisogna che molti siano non profittatori, ma sfruttati. Questo ultimo punto tocca un altro aspetto estremamente significativo. Le idee-forza su cui si regge la societ astratta non danno indicazioni univoche di comportamento. Il perseguimento del profitto comporta per gli imprenditori capacit di iniziativa e di inventiva, mentre per chi lavora comporta disciplina e assenza di iniziativa personale. Se i lavoratori e le lavoratrici si mettessero a praticare, durante l'orario di lavoro, le "virt imprenditoriali", il sistema capitalistico di produzione salterebbe. Le idee-forza del capitalismo non sono - al di l della forma in cui si presentano - valori universali. Esse sono fondate su sistemi di ordine che prevedono due poli di comportamento, uno per la classe dominante ed uno, opposto, per le classi subalterne. Ed possibile attivare una idea-forza nella classe dominante solo se la si disattiva nelle classi subalterne. Se si tiene conto di questa ambivalenza, si pu pure parlare del quadro di riferimento della societ astratta come di un sistema di valori, ma a condizione di qualificarlo in modo specifico, al di l della nozione di valore in s. In effetti, si tratta di un sistema di valori astratti, nel senso che la classe dominante lo gestisce a proprio uso e consumo, facendo astrazione dalla condizione esistenziale degli uomini e delle donne delle classi subordinate. I valori che per la classe dominante indicano comportamenti pratici da seguire, per le classi subalterne indicano confini da non valicare. Per le classi subordinate i valori della societ astratta si traducono in controindicazioni, in cose da non fare. Non solo. La societ astratta produce per le classi subordinate valori opposti e simmetrici ai valori della classe dominante. Al valore della iniziativa personale dell'imprendi-tore fa da supporto il valore della disciplina del dipendente. L'iniziativa dell'uno non pu darsi senza la disciplina dell'altro. I comportamenti delle classi subordinate devono creare le condizioni materiali per la realizzazione dei valori della classe dominante. Ovviamente, questa doppiezza dei valori astratti non mai resa esplicita. Anzi, si sta molto attenti a coprirla con un velo ideologico. A tal fine, i valori della classe dominante e i valori delle classi subalterne non vengono mai presentati in contrapposizione, ma come componenti di un sistema integrato di valori. All'interno di tale sistema, ciascuna classe trova il valore corrispondente al proprio ruolo nella societ complessiva. Per questa via, la contrapposizione di valori perde, in apparenza, ogni connotato di classe e si traduce in un riflesso della differenziazione sociale. In azienda - si sente spesso ripetere - tutti lavorano, ognuno con il proprio ruolo. La doppiezza di classe dei valori viene cosl diluita in una differenziazione di ruoli all'interno dello stesso sistema di valori.

4. 2 I valori astratti come valori di classe Definiamo astratti i valori che non sono riferiti alla realizzazione della concretezza esistenziale della persona. In questo senso, sono astratti sia i valori assegnati alla classe dominante sia i valori assegnati alle classi subalterne. N l'attivismo utilitaristico degli imprenditori, n la passivit disciplinata dei lavoratori e delle lavoratrici vengono finalizzati alla piena realizzazione esistenziale degli uomini e delle donne in quanto persone. Le energie vengono dirottate ad "altro". Questo "altro" si traduce in una condizione di privilegio per la classe dominante e in una condizione di sfruttamento per le classi subalterne. Ma, al di l della condizione di classe, in una societ fondata sullo sfruttamento dell'essere umano n gli sfruttatori n gli sfruttati si realizzano pienamente in quanto persone. Il sistema di valori astratti si regge su una artificiosa compartimentazione della vita sociale in sfere separate: la sfera politica, la sfera economica e la sfera sociale. Sulla base di tale compartimentazione, i valori della sfera politica fanno astrazione dalle condizioni che vengono prodotte in sede economica. E i valori della sfera economica fanno astrazione dalle condizioni che vengono prodotte in sede sociale. E' attraverso questo rapporto di astrazione fra le diverse sfere della vita sociale che valori formalmente universali funzionano di fatto come valori particolaristici, come valori di classe. Prendiamo un valore fondante della societ astratta in quanto societ formalmente democratica: la libert. Tutti gli individui, uomini e donne, che si accingono a fare un viaggio in treno sono formalmente liberi di scegliere la prima o la seconda classe, la carrozza cuccette o il vagone letto, I'accelerato o il super-rapido. Di fatto, la condizione economica e sociale indirizza ogni individuo, uomo o donna, verso una scelta in larga parte predeterminata. E non si tratta di una semplice disfunzione. La compartimentazione del treno in classi (termine quanto mai allusivo) viene operata proprio nella convinzione che, differenziando il costo, si metter in atto una disaggregazione dell'universo di viaggiatori e di viaggiatrici in base al censo ed allo status sociale, cos da garantire agli utenti ed alle utenti di un certo livello sociale non solo di avere in esclusiva certe comodit e certi servizi, ma anche di non dovere convivere con gente di basso rango. Ci tanto vero che se, per un accidente qualsiasi, un poveraccio o una poveraccia va a finire in un compartimento di lusso, i "signori" e le "signore" cominciano a scambiarsi segni di comune disagio. E possono anche arrivare a reclamare, magari di nascosto. Ci significa che chi paga di pi intende garantirsi, fra l'altro, la certezza di avere a che fare, nel corso del viaggio, con i suoi pari. C', come si vede, una frattura all'interno del rapporto tra valori della sfera politica e condizioni prodotte nella sfera sociale. Un concerto di musica sinfonica trasmesso in televisione aperto a tutti o quasi. Ma solo chi ha potuto farsi una cultura musicale di un certo livello sar indotto/a a non

cambiare canale. Tutti siamo liberi di ascoltare musica sinfonica, ma di fatto solo alcuni/e "scelgono" di ascoltarla. I valori astratti, cio i valori che fanno astrazione dalla condizione reale in cui vive la persona concreta, sono formalmente universali, per potere essere legittimati come idee-forza. E sono sostanzialmente particolaristici, per potere essere funzionali alla differenziazione di classe. 4.3 La gerarchia dei valori nella societ astratta ll prestigio di cui godono i valori nella societ astratta in relazione al loro grado di astrazione. Un valore, quanto pi lontano dalla condizione esistenziale degli uomini e delle donne in carne e ossa, tanto pi sar tenuto in considerazione dalla societ-struttura. Si viene cos a creare una gerarchia dei valori, in cima alla quale insediato il valore astratto per eccellenza: il profitto. Questa gerarchia si impone non sul piano delle opzioni personali, ma come pura emanazione della struttura di potere. Da questa posizione di dominio, i valori astratti fanno pressione sulla coscienza delle persone, riuscendo per vie diverse a penetrare nel sentire della gente. In alcune zone della coscienza degli uomini e delle donne i valori astratti convivono con valori religiosi, che mettono in primo piano I'umano in opposizione all'utile. I cattolici che conciliano la loro pratica religiosa con l'esercizio di una attivit imprenditoriale basata sul profitto operano una sorta di separazione tra la sfera dei valori "spirituali" e la sfera dei valori "materiali". Questa separazione consente a donne ed a uomini che fanno riferimento a valori contrapposti di ritrovarsi insieme ad assistere ad una funzione religiosa. Il sistema di valori del cristianesimo antitetico al sistema di valori del capitalismo. Eppure il capitalismo riuscito a insediarsi in paesi cristiani per lunga tradizione. Ci stato possibile attraverso la creazione di un quadro di riferimento generale, in cui i valori "spirituali" del cristianesimo si integrano con i valori "materiali" del capitalismo. Si viene cos a creare una sorta di commistione fra valori cristiani e valori borghesi, che produce, per esempio, la figura dell imprenditore onesto", dell industriale al servizio della comunit". 4. 4 Opzioni individuali e astrazione sociale La societ astratta non , sul piano della struttura formale, una societ autoritaria o teocratica. Essa si definisce formalmente come societ democratica e laica. Rigetta quindi l'istituzionalizzazione di una morale pubblica, cos come rigetta una cultura ufficiale e un'arte di regime. L'immagine che la societ astratta vuole darsi quella di una societ moderna, dinamica, aperta alle opzioni individuali ed alla competitivit economica e sociale. In una societ di questo tipo la morale costretta a darsi

forme nuove rispetto alla tradizionale regolamentazione basata su un sistema di obbligazioni individuali. La societ astratta gelosa, sul piano formale, delle opzioni individuali. Proclamandosi societ democratica, non pu - senza rovinare la sua immagine - mettere in discussione il principio delle libere scelte dell'individuo. D'altro lato, le opzioni individuali che assumono come quadro di riferimento la specificit concreta della persona si configurano come minaccia permanente nei confronti del sistema di astrazione sociale. Pertanto il sistema di astrazione sociale non pu fare a meno di agire sulle opzioni individuali. Cos la societ astratta viene a trovarsi nella morsa di una contraddizione. Da una parte deve proclamare l'intoccabilit delle scelte individuali (sulle quali, fra l'altro, si fonda l'imprenditoria privata in quanto istituzione), dall'altra deve operare in modo che le opzioni individuali facciano astrazione dalla concretezza della persona. Questa contraddizione una ferita sempre aperta nel cuore della societ astratta. L dove non si pu ricorrere, senza scoprirsi, a provvedimenti restrittivi, la soluzione viene ricercata attraverso un apparato di influenza che induca I'individuo ad optare "da s" per i valori funzionali al sistema di astrazione. In Italia, lo scontro sul terreno dei valori ha aperto nuovi varchi alla dinamica sociale. Nel quadrante dei valori immateriali l'articolazione politica di classe, che discende direttamente dagli interessi materiali, sembra subire alcune modificazioni. In effetti, le battaglie sul divorzio e sull'aborto - per limitarci a due esempi significativi - hanno trovato rispondenza nell'universo sociale al di l dell'articolazione tradizionale degli schieramenti di classe. E tuttavia, se si va oltre la dinamica fisiologica della lotta politica, possibile ritrovare, anche su questo terreno, i connotati dello scontro fra collettivit e societ astratta. Solo che qui l'astrazione sociale discende dagli interessi organizzati attorno alla struttura del potere religioso. In tal senso, I'integralismo cattolico si definisce come tentativo di imporre al paese un modello di societ astratta, attraverso cui legare la collettivit ai codici di comportamento di una particolare morale religiosa, a prescindere dalle opzioni personali. Tale pretesa analoga a quella del potere economico, che chiede ai soggetti di prescindere dalle loro esigenze personali, per essere disponibili nei confronti delle esigenze della valorizzazione capitalistica. 4.5 L'ambiguit dei valori astratti L'opzione individuale per le scelte funzionali al processo di valorizzazione del capitale basata sull'ambiguit dei valori astratti. I valori dichiarati non sono mai quelli effettivamente praticati. Per fare I'esempio pi significativo, il profitto - che il valore fondante della societ sottomessa al capitale ed praticato nelle forme piu svariate - non viene quasi mai professato in quanto tale. E' espressione dell'interesse privato e invece viene presentato come

espressione dell'interesse pubblico. E' espressione dell'interesse particolare e invece viene presentato come espressione dell'interesse generale. E' il "vanto" del sistema capitalistico e invece viene quasi nascosto come una "vergogna". Una analisi dei valori astratti richiede un lavoro di esplicitazione. Occorre, in via preliminare, portare sulla scena della societ i valori che stanno dietro le quinte. Operazione di estrema complessit e delicatezza, perch si tratta di leggere - per cos dire - fra le righe dell'apparato ideologico della societ astratta. Sar bene partire da una analisi dell'ideologia del capitalismo, per individuarvi corpi di valori, cos come si presentano nella loro veste, per cos dire, ufficiale. Da qui bisogner muovere per dare corso ad una critica dei valori del capitalismo che, in primo luogo, li sveli come valori astratti. Il valore astratto non pu presentarsi sulla scena sociale per quel che . Ha bisogno di presentarsi sotto le mentite spoglie di un valore concreto. E si capisce perch. Un valore, per essere tale, deve affermare qualcosa. Non pu essere l'astrazione, pura e semplice, da qualche cosa. In particolare, un valore pu avere una funzione sociale soltanto se afferma un bisogno collettivo. Ecco perch il profitto si presenta sulla scena sociale non come interesse particolare, ma come interesse generale. Nel richiedere legittimazione in quanto valore sociale, il profitto ha bisogno di negarsi per quel che e di affermare proprio quell'interesse di cui esso la negazione vivente. I valori trainanti sono quelli che si presentano come portatori di interessi per chi li deve fare propri. Cos - attraverso un sistema interiorizzato di valori - gli oppressi recepiscono come proprio interesse il mantenimento della condizione di oppressione. In pratica, un sistema di valori si regge non in conflitto con gli interessi, ma deformando la percezione degli interessi autentici. Il sistema di valori astratti ha la funzione di mediare nella coscienza della gente gli interessi della classe dominante. Interessi che altrimenti avrebbero un impatto troppo violento con le classi subalterne. In tal senso, il sistema dei valori si definisce, nella societ astratta, come sistema di mediazione sociale. Non un caso che, quando crescono i movimenti antagonisti al sistema dei valori in atto, si alza la tensione sociale. Venendo a mancare il filtro dei valori astratti, gli interessi della classe dominante vanno a scontrarsi direttamente con gli interessi delle classi subalterne. In definitiva, i valori che stanno alla base della societ astratta tendono a comporre nel quadro indistinto dell'astrazione sociale le opposte istanze del capitalismo e della democrazia.

Capitolo Quinto Il tempo astratto

5.1 Tempo esistenziale e tempo astratto Ognuno di noi ha un suo particolare tempo di vita, una sua specifica cadenza esistenziale. C' chi ha la tendenza a rincorrere le giornate con frenesia spasmodica e chi invece ama vederle scorrere lentamente. C' chi reagisce istantaneamente agli stimoli della vita sociale e chi invece ha bisogno di una lunga elaborazione interiore. Ogni persona ha un suo tempo esistenziale 9. Non solo. Nel quadro di un particolare tempo di vita, il ritmo tutt'altro che uniforme. Il tempo esistenziale non scorre secondo le modalit fissate sul quadrante di un orologio. In una situazione di pericolo cinque minuti sono una eternit. Un'ora con la persona che si ama vola via in un attimo. Non il tempo la misura dell'esistenza. Viceversa, l'esistenza la misura del tempo. La societ sottomessa al capitale fa astrazione dal tempo esistenziale ed impone alla collettivit un tempo astratto, indifferente alle cadenze interiori proprie di questo o di quell'uomo, di questa o di quella donna. Il tempo astratto il tempo adeguato al processo di valorizzazione capitalistica. La valorizzazione del capitale non sopporta la specificit e la discontinuit del tempo esistenziale. Ha bisogno di un tempo generale ed uniforme, modellato sulle esigenze della produzione. Al polo opposto, invece,
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La questione del tempo emerge - nell'analisi della societ astratta ogni qualvolta si rapporta il processo di valorizzazione del capitale alla vita quotidiana delle persone concrete. Essa attraversa quindi tutto l'arco del nostro discorso ed frammentata in vari punti del testo. In questo breve capitolo ci siamo limitati ad alcune considerazioni basilari, partendo dai presupposti della societ astratta. Di recente, la questione del tempo diventata oggetto di studi specialistici, di cui possibile dare conto in questa nota.

ogni uomo, ogni donna vive il tempo come tempo esistenziale, come tempo della propria vita. E questa dimensione esistenziale del tempo rischia di spezzare il ritmo del processo di produzione. Da qui la necessit di rimodulare continuamente il tempo a misura delIe cadenze del processo produttivo. Da qui l'esigenza di fare del tempo dell'esistenza il tempo della produzione. Da qui l'organizzazione capillare del tempo come tratto qualificante della societ sottomessa al capitale. La regolazione della prestazione lavorativa tende a delegittimare il tempo di vita. Tende ad evitare che il flusso produttivo risenta della discontinuit del flusso esistenziale. L'agire umano, per poter essere piegato alla valorizzazione capitalistica, deve essere svincolato da specifiche cadenze esistenziali. Quali sono i passaggi essenziali di questa sorta di riconversione capitalistica del tempo, di questa riduzione del tempo esistenziale a tempo astratto? L'asse del tempo viene spostato dall'esistenza alla produzione. E, per proteggere il processo di produzione da qualsiasi interferenza esistenziale, viene operato uno sdoppiamento del tempo: da una parte il tempo di lavoro, dall'altra il cosiddetto tempo libero. Per questa via, si vuole fare passare l'illusione di una specie di pacifica composizione fra esigenze produttive ed esigenze esistenziali. Durante il tempo di lavoro il capitale consuma la forza-lavoro. Durante il tempo libero la persona vive la sua vita. Lavoro e vita vengono presentati come due sfere non comunicanti. Il fine che presiede a questo modello ideologico di evitare che l'uso della forza-lavoro debba fare i conti con la vita quotidiana. L'ideologia della societ astratta mira a giustificare un uso della forza-lavoro che faccia astrazione dal concreto vivere del soggetto. Cos, mentre da una parte presenta il lavoro come una sfera in cui la persona realizza se stessa, dall'altra pretende di separare l'attivit lavorativa dai bisogni personali. Pretende di ridurre il lavoro ad attivit tecnica, priva di qualsiasi implicazione esistenziale. Lo sdoppiamento del tempo ha una duplice valenza. Da un lato il tempo non occupato direttamente dall'attivit lavorativa viene definito in termini residuali. Il tempo libero altro non che il residuo del tempo di lavoro, ci che resta una volta che si sia conclusa la giornata lavorativa. Dall'altro lato il tempo di lavoro non un modo abbreviato di dire tempo di vita applicato al lavoro. E' un modo di intendere che il tempo di lavoro non tempo di vita. In tale contesto, il tempo di lavoro non serve solo a regolare l'attivit produttiva. Serve anche - e soprattutto - ad evitare che essa sia regolata dal tempo di vita. 5. 2 Il tempo come tempo di vita Il tempo un presupposto della vita. E la vita un presupposto del tempo. Non si d vita senza tempo. E non si d tempo senza vita. Il tempo dunque, in s, tempo di vita. E il tempo di lavoro altro non che tempo di vita

espropriato, ristrutturato a misura dei ritmi della produzione e finalizzato alla valorizzazione del capitale. La vita umana indivisibile. La pretesa di sospendere il tempo di vita durante il tempo di lavoro si rivela, nella realt, una vera e propria utopia del capitale. Durante le ore di lavoro gli uomini e le donne continuano a vivere. La imprescindibile valenza esistenziale del tempo investe l'attivit lavorativa, insinuandosi negli interstizi del tempo della produzione. E, anche quando ogni spazio esistenziale viene precluso, non si pu impedire che uomini e donne, mentre sono intenti ad operazioni lavorative, continuino a sentirsi coinvolti in problemi personali insorti fuori dell'orario di lavoro. Sarebbe interessante esplorare, sul piano empirico, lo spazio che il flusso esistenziale riesce a crearsi in particolari situazioni di lavoro. Non pensiamo solo agli spazi materiali (la telefonata a casa, la chiacchierata con il compagno o con la compagna di lavoro). Pensiamo anche - e soprattutto alla condizione di chi preso/a nella morsa di un problema personale ed costretto/a ad occuparsi di altro. E' penoso dovere lavorare quando si presi/e dalla preoccupazione per una persona cara che sta male o quando si attanagliati/e dall'angoscia per una delusione di amore. Il tempo di lavoro, in quanto tempo astratto, concepito sulla base di un azzeramento del flusso esistenziale. In pratica, per esempio, una donna preoccupata per il bambino affetto da una grave malattia dovrebbe sospendere la sua preoccupazio-ne durante il tempo di lavoro e riprenderla a casa. La societ sottomessa al capitale arriva a concepire un tempo cos astratto da segnare un confine ai moti interiori dell'essere umano. Volendo dunque assumere - per comodit di analisi - una distinzione del tutto artificiosa, c' da constatare che il tempo di lavoro fortemente intrecciato al tempo di vita. E come con l'inizio dell'orario di lavoro non si sospende automaticamen-te il tempo di vita, cos con la fine della giornata lavorativa non si conclude automaticamente il tempo di lavoro. Da una parte il tempo di vita si prolunga nell'orario di lavoro, dall'altra il tempo di lavoro proietta la sua ombra sul tempo di vita. Quante persone, mentre sono intente ad un compito di lavoro, stanno con la testa altrove. E quante persone, nel bel mezzo di una serata con amici e amiche, si sorprendono a pensare ad un problema irrisolto della loro attivit lavorativa. Comunque definito, il tempo tempo esistenziale. C' dunque un continuo flusso e riflusso fra tempo di vita e tempo di lavoro. E ci porta a concludere che solo il tempo astratto, spogliato delle particolari situazioni della vita quotidiana, pu essere sezionato e sistemato in compartimenti stagni. Il tempo reale, il tempo vissuto dalle donne e dagli uomini, non si presta ad essere contenuto rigidamente entro i confini del processo di valorizzazione del capitale.

Capitolo Sesto Astrazione sociale e vita quotidiana

6.1 Vita quotidiana e uso della forza-lavoro La vita quotidiana di chi esiste solo per lavorare la negazione della sua esistenza in quanto persona. In tal senso, nel vivere quotidiano il soggetto, invece di affermarsi, si nega. Nega il suo essere altro da quello che in quanto portatore di forza-lavoro. Chiude il suo orizzonte esistenziale entro le mura della valorizzazione capitalistica. Al di l di ogni impalcatura ideologica, al di l di ogni rappresentazione idealistica della realt sociale, la persona quale si realizza nella sfera della vita quotidiana. Alla luce di tale considerazione, cerchiamo di vedere pi da vicino in quali termini e in che misura possibile la realizzazione esistenziale della persona nella vita quotidiana di chi costretto/a a vendere l'uso della sua forza-lavoro, manuale e intellettuale. Con l'uso della sua forza-lavoro il soggetto vende l'uso della sua vita quotidiana. E' un punto decisivo, in senso letterale. Qui si decide il destino esistenziale degli uomini e delle donne in carne e ossa. La vita quotidiana la sfera in cui la forza-lavoro viene usata per valorizzare il capitale. In s, I'uso della forza-lavoro manuale-intellettuale ha finalit econo-miche. Ma per la persona esso ha conseguenze esistenziali. Il capitale, con la sua sete di profitto, per la persona concreta l'altro da s. Questa estraneit degli uomini e delle donne alla valorizzazione capitalistica insanabile. Ma la compra-vendita dell'uso della forza-lavoro manuale- intellettuale non crea soltanto un rapporto contrattuale fra due soggetti estranei. Sulla base di tale rapporto, il capitale ha modo di insediarsi nella sfera esistenziale delle persone concrete. L'uso della forza-lavoro manuale-intellettuale plasma la vita delle persone. Ne fa una vita sovradeterminata dal capitale, una vita organizzata, programmata dal capitale e finalizzata alla produzione di profitto.

E qui si apre una contraddizione di grande portata. In quanto persone, Il lavoratore e la lavoratrice sono estranei al capitale. In quanto forza-lavoro, sono parte del capitale. Ora, se il consumo di forza-lavoro manualeintellettuale fosse possibile al di fuori della vita quotidiana, un uomo o una donna potrebbe vendere l'uso della sua forza-lavoro senza farsi coinvolgere dal capitale sul piano esistenziale, vivendo la sua vita al di fuori del rapporto contrattuale con il capitale. In questo caso, puramente teorico, il consumo della forza-lavoro non entrerebbe in collisione con I'estraneit delle persone. Gli uomini e le donne potrebbero vivere nella vita quotidiana la loro estraneit al capitale, lasciando liberi i rappresentanti del capitale di consumare nel processo produttivo la loro forza-lavoro. Ma l'uso della forza-lavoro non pu darsi al di fuori della vita quotidiana. Un uomo o una donna non pu vendere l'uso della sua forza-lavoro manuale-intellettuale e tenere per s la sua vita. Non pu dire all'azienda: usa pure come vuoi la mia forza-lavoro, per sulla mia vita, su come viverla, su come spenderla decido io. Vendendo l'uso della sua forza-lavoro, "vende" anche la propria vita. Non nel senso che non pi, formalmente, una persona "libera", ma nel senso che la sua vita di persona "libera" sar quella di lavoratore o lavoratrice. 6.2 L'appropriazione della vita sociale da parte del capitale Il rapporto di lavoro per un verso un rapporto specifico, che interessa una sfera particolare e prescinde dalle altre sfere della vita sociale, per I'altro un rapporto fondante, nel senso che decisivo per la condizione sociale complessiva degli uomini e delle donne. Nella forma, prescinde da ci che non attiene strettamente all'uso della forza-lavoro. Nella sostanza, proprio attraverso l'uso della forza lavoro, investe l'intera vita sociale. Praticamente, attraverso l'uso della forza-lavoro nanuale-intellettuale il capitale si appropria della vita sociale. Ma se ne appropria in un senso particolare. Non nel senso che qualche rappresentante del capitale a programmare direttamente la vita esterna alla sfera lavorativa. Certo, in questo senso ci sono fenomeni di canalizzazione della vita extralavorativa (per esempio, tutte le forme di organizzazione del cosiddetto tempo libero) che sono tutt'altro che estranei agli interessi del capitale. Ma i questa sede a noi interessa vedere le implicazioni dirette del rapporto di lavoro, in quanto rapporto contrattuale, in sede di vita sociale complessiva. Ebbene, il senso particolare dell'appropriazione della vita sociale da parte del capitale sta nel fatto che essa si attua non riconducendo la vita extralavorativa dentro la sfera di influenza della vita lavorativa, ma proprio lasciandola fuori del rapporto contrattuale. Per questa via, il capitale pu affermare la sua indifferenza nei confronti della vita "privata" delle persone ed imporla alla societ in termini di astrazione sociale. La vita sociale, lasciata

fuori del rapporto contrattuale, formalmente libera, mentre il capitale, lasciato fuori dalla vita sociale, formalmente vincolato ad una sfera specifica. In realt, la vita sociale, non rientrando nel rapporto contrattuale, deve rimanere fuori dalle vertenze sindacali e politiche, l dove, almeno formalmente, si decidono le condizioni dell'uso della forza-lavoro manuale-intellettuale. Non a caso, in condizioni di rapporti di forza favorevoli, i rappresentanti del capitale oppongono un sistematico rifiuto sostanziale a tutte le richieste delle forze del lavoro tendenti a spostare la contrattazione su questioni di vita sociale complessiva. I rappresentanti del capitale rispondono - nella sostanza, al di l delle formule diplomatiche - che oggetto della contrattazione l'uso diretto della forza-lavoro. Il resto deve rimanere fuori. In altri termini, la contrattazione deve fare astrazione dalla vita reale, perch il lavoratore o la lavoratrice entra nel rapporto contrattuale non in quanto persona, ma in quanto forza-lavoro. Tanto meno rientra nella contrattazione la condizione di chi, come il disoccupato o la disoccupata, non nemmeno presente nel rapporto contrattuale. Il soggetto a cui fa riferimento il rapporto contrattuale un individuo astratto, che in sede di contrattazione deve essere considerato a prescindere dalla sua specificit personale. E la vita sociale, quale contemplata nel rapporto contrattuale, priva di qualsiasi particolarit concreta. Si sa che fuori della sfera lavorativa c' una vita sociale complessa. Ma, dal punto di vista del contratto, non interessa quale sia. E' una vita astratta. Si sa che al di l delle strutture produttive c' una societ organizzata. Ma dal punto di vista del rapporto di lavoro, non interessa in concreto. E' una societ astratta. Il capitale, attraverso l'uso della forza-lavoro, produce la societ capitalistica. Ma quando si tratta di farsi carico dei costi che la conduzione di una societ comporta, pretende di ritirarsi nell'ambito del rapporto contrattuale, considerando la sua societ solo in astratto. E' da qui che discende la societ sottomessa al capitale come societ astratta. 6.3 La separazione fra lavoro e vita Per questa via, il capitale ritiene di avere il diritto di "ignorare" i bisogni sociali. Non compito suo dare risposta al bisogno di dormire sotto un tetto, di avere una istruzione adeguata, di disporre di ospedali dove curarsi e via dicendo. Attraverso l'uso della forza-lavoro, il capitale ha un rapporto complessivo con la societ nel suo insieme. Succhia profitto da tutti i pori della societ. Ma non intende andare al di l dell'ambito contrattuale, appena c' da farsi carico degli oneri che l'ampiezza del rapporto comporta. Ed proprio per sfuggire a tali oneri che si prefigura una societ astratta, definita in termini puramente economici, che prescindono dai bisogni emergenti nella vita sociale. Non un caso che, nella discussione sulla fiscalizzazione degli oneri sociali, gli industriali definiscono "impropri" gli oneri derivanti alle

aziende da attrezzature funzionali alla vita sociale del personale dipendente. Non spetta alle aziende - dicono espressamente - provvedere, per esempio, agli asili nido per i figli e le figlie di chi lavora in azienda. A questo punto per sorge per l'ideologia della societ astratta una difficolt. Un processo lavorativo che non abbia nulla a che vedere con la vita quotidiana consente un uso della forza-lavoro adeguato al capitale. Ma, perch i soggetti vendano l'uso della propria forza-lavoro manualeintellettuale, bisogna che esso abbia una qualche attinenza con la loro vita. Bisogna che lavorare sia indispensabile per vivere. La separazione - da parte del capitale - tra consumo della forza-lavoro e vita quotidiana per un verso rende possibile un uso incondizionato della forza-lavoro, per l'altro rischia di produrre una separazione - da parte del lavoratore o della lavoratrice - fra lavoro e vita, gravida di conseguenze per il capitale. La separazione - da parte del lavoratore o della lavoratrice - tra lavoro e vita la pi grave minaccia che possa incombere sull'uso della forza-lavoro. Questo uso possibile nella misura in cui il lavoro, manuale e intellettuale, la fonte di sussistenza della persona, nella misura in cui cio il lavoro , per la persona, legato alla vita. Da questo punto di vista, la separazione - da parte di chi lavora - fra lavoro e vita ha effetti opposti rispetto a quelli che ha la separazione da parte del capitale. Questa tende a spogliare la forza-lavoro manuale-intellettuale delle sue specificit esistenziali. Quella tende a liberare la persona dal ricatto della sopravvivenza fisica. La caduta del ricatto della sopravvivenza fisica non basta, da sola, a liberare il lavoro ed a restituirlo alla persona come attivit vitale. Non basta ad aprire al soggetto una prospettiva di autorealizzazione esistenziale. I termini del rapporto fra lavoro e sussistenza vanno al di l della disponibilit dei mezzi materiali. Il lavoro si configura non soltanto come fonte di sussistenza primaria, ma anche come fonte di sussistenza secondaria. Per sussistenza primaria intendiamo la sopravvivenza fisica vera e propria. Per sussistenza secondaria intendiamo invece quello spazio vitale che d un qualche significato al sopravvivere del corpo fisico. A questo ultimo livello, al ricatto della sopravvivenza fisica subentra il ricatto della sopravvivenza sociale. Chi non fa lavoro produttivo tagliato fuori dai rapporti sociali. Comunque, emerge la tendenza a rigettare il ricatto della sopravvivenza a qualsiasi livello. Molti giovani e molte giovani si adattano a lavorare per vivere, ma non accettano di vivere per lavorare. Su questo versante sono possibili fenomeni di rigidit della forza-lavoro, che si esprimono nel rifiuto dei lavori pi faticosi e meno gratificanti. Tale rigetto significa che il tempo di lavoro viene, in fondo, vissuto da molti giovani e da molte giovani come tempo di vita. Da questo punto di vista, la separazione - da parte del capitale - fra lavoro e vita si rivela come una mistificazione.

Vero che l'ideologia della societ astratta riesce a interiorizzare in alcuni strati della coscienza collettiva la separazione fra lavoro e vita. Ma resta il fatto che durante il lavoro la persona vive un tratto della sua vita. La pretesa di fare astrazione, nell'uso della forza-lavoro, dalla concretezza esistenziale degli uomini e delle donne in carne e ossa destinata dunque a rimanere una utopia del capitale. In realt, dentro l'uso della forza-lavoro urgono e si affollano i problemi esistenziali. L'uso della forza-lavoro manuale-intellettuale non potr mai realizzarsi, per cos dire, allo stato puro. Sar sempre, pi o meno, disturbato dalle interferenze esistenziali dei soggetti. Queste interferenze aumentano o diminuiscono, in frequenza e in intensit, nella misura in cui monta o rifluisce la soggettivit sociale. A prescindere dalle alterne vicende della contingenza politica, il dato sociale di fondo, antitetico alla prospettiva della societ astratta, comunque la realt del tempo di lavoro come tempo di vita, in cui non possono essere messi fra parentesi i bisogni quotidiani di questo o di quell'uomo particolare, di questa o di quella particolare donna. 6.4 Bisogni quotidiani e valorizzazione capitalistica L'insediamento dei bisogni quotidiani nei luoghi di lavoro introduce nel processo di produzione, materiale e immateriale, una variabile che minaccia la logica del sistema capitalistico. Rispetto a tale logica, i bisogni sono una variabile del tutto anomala. Non a caso, la separazione fra tempo di lavoro e tempo di non lavoro, all'interno della vita quotidiana, ha la funzione di tenere i bisogni lontani dalla sfera lavorativa. In che cosa consiste questa anomalia? Intanto, i bisogni non sono quantificabili, mentre nel processo di produzione mate-riale e immateriale tutto deve poter essere calcolato sul piano quantitativo. E poi, hanno un andamento assolu-tamente incompatibile con il processo di valorizzazione del capitale, in quanto il soddisfacimento di un bisogno crea un altro bisogno, pi avanzato. La presenza di fatto dei bisogni quotidiani nella sfera del lavoro costituisce un vero e proprio scandalo. Ed hanno ragione, dal loro punto di vista, i sacerdoti della societ astratta a farne una questione di vita o di morte per il sistema politico-economico. Il senso delle loro prediche televisive , nella sostanza, inequivocabile. O si riesce a depurare il sistema complessivo di tutte le scorie introdotte dalla soggettivit sociale o esso destinato a bloccarsi. O si libera il processo di valorizzazione del capitale da tutti i condizionamenti imposti dalla concretezza esistenziale degli uomini e delle donne, oppure l'accumulazione capitalistica destinata ad arrestarsi. In altri termini, o si riesce a concepire il sistema di produzione facendo astrazione dalla vita quotidiana delle persone concrete o il capitalismo non ce la fa a sopravvivere.

Ancora una volta, I'astrazione sociale come funzione della valorizzazione economica e politica del capitale. La societ astratta come societ adeguata al capitale.

Capitolo Settimo Astrazione sociale e qualit della vita fra ambiente naturale e rischio nucleare

7.1 Organizzazione capitalistica della societ e qualit della vita Nei termini della ideologia borghese, I'organizzazione capitalistica della societ finalizzata al continuo miglioramento della qualit della vita. Vanto storico del capitalismo di avere tratto intere popolazioni da condizioni di vita arretrate. Quasi che, senza l'avvento del capitalismo, la storia si sarebbe fermata. In realt, la qualit della vita , in s, una dimensione non solo estranea, ma alternativa al processo di valorizzazione del capitale, che richiede un rito quotidiano di sacrificio collettivo sull'altare della massimizzazione del profitto. In questo quadro, la valorizzazione capitalistica da una parte assume la qualit della vita come fine istituzionale, dall'altra si afferma in alternativa al processo attraverso il quale le donne e gli uomini si sforzano di realizzare una vita vivibile. E' il tipico contesto in cui opera l'astrazione sociale. L'operazione, di stampo marcatamente ideologico, consiste in un insieme di provvedimenti apparentemente finalizzati al miglioramento della vita sociale e in realt funzionali alla valorizzazione del capitale. Fine ufficiale delI'organizzazione capitalistica I'ottimizzazione della vita sociale. Ma tale obiettivo pu essere realizzato solo attraverso lo sviluppo economico. E, per favorire lo sviluppo economico, occorre dare spazio alle esigenze della valorizzazione capitalistica e sacrificare la qualit della vita sociale. Il cerchio si chiude. Per realizzare la qualit della vita sociale, bisogna sacrificarla sull'altare della valorizzazione del capitale. Non solo dunque siamo espropriati delle finalit che presiedono alla nostra esistenza, ma dobbiamo vivere una vita senza qualit. Quel po' di vita che si

riesce a realizzare non passa attraverso l'organizzazione capitalistica della societ, ma viene conquistato dalle donne e dagli uomini con dure lotte. La qualit della vita non infatti un fine dell'organizzazione capitalistica, ma una esigenza sociale, che si traduce in atteggiamenti e in comportamenti di rigidit. Siamo al paradosso. Gli uomini e le donne sono costretti a difendere la propria vita dal potere distruttivo dell'organizzazione che presiede alla societ complessiva con il compito di realizzare le finalit collettive. Le donne e gli uomini devono difendere i propri spazi vitali dalla logica produttivistica, che tende a permeare tutte le espressioni della collettivit. Devono difendere la propria integrit psico-fisica dai ritmi imposti dalla razionalizzazione del processo di produzione. Sentiamo di fare parte non di una comunit che si organizza e si attrezza per rendere vivibili le nostre giornate e dare un senso alla nostra esistenza, ma di un sistema che si struttura a prescindere dalla qualit del nostro concreto vivere. Spendiamo le nostre energie non per contribuire a costruire una convivenza sociale a misura del nostro essere, ma per tentare di arginare l'arrogante invadenza della valorizzazione capitalistica, che tende a risucchiare nel suo vortice l'unica vita che abbiamo da vivere 10. 7.2 Astrazione sociale e ambiente naturale Gli uomini e le donne vivono in un ambiente naturale, oltre che umano. Fare astrazione dalla concretezza esistenziale significa dunque anche non tenere conto delle condizioni naturali in cui le donne e gli uomini vivono la loro vita quotidiana. L'indifferenza nei confronti della tutela dell'ambiente un dato significativo della societ astratta. Il processo di valorizzazione del capitale non sopporta vincoli di nessun genere. Il verde dei prati, I'azzurro dei mari, la limpidezza dell'aria sono - per la "civilt" capitalistica - valori arcaici, che non possono frenare la marcia dello sviluppo industriale. La societ astratta definisce, di fatto, la tutela dell'ambiente come sottocultura. E' un dato rivelatore. L'ambiente una componente importante della condizione esistenziale. La rottura dell'equilibrio ecologico rappresenta una pesante minaccia alla nostra esistenza. L'indifferenza della cultura capitalistica nei confronti di tale minaccia rientra nella logica della societ astratta e porta ancora una volta in primo piano la divaricazione tra massimizzazione del profitto e garanzia della qualit della vita. Tale
A proposito di invadenza, ecco una perla della "civilt" capitalistica. In anni non lontani, in alcune fabbriche le porte dei servizi igienici erano a met, in modo che gli operai potessero essere sorvegliati nell'atto di soddisfare i bisogni fisiologici. E ci sono volute lotte per ottenere le porte intere. Quando occorre, il moderno capitalismo industriale ignora persino i limiti della decenza.
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divaricazione spiega il fallimento sostanziale di tutte quelle politiche che si basano sulla identificazione tra sviluppo capitalistico e crescita sociale. In questo quadro, la questione ecologica non pu essere definita in termini trasversali rispetto alla finalizzazione della societ complessiva. In una societ finalizzata al profitto non c' spazio per la tutela delI'ambiente. Tutto ci non deve significare uno svilimento delle lotte in difesa dell'ambiente all'interno della societ sottomessa al capitale. Difendere la purezza dell'aria che respiriamo, battersi contro l'inquinamento delle acque marine e fluviali, opporsi alla distruzione del verde ed alla devastazione del territorio, protestare contro la distruzione della flora e della fauna significa irrigidirsi sulla base materiale della qualit della vita. Significa contrapporre alla voracit predatoria del capitale il nostro bisogno di vivere in modo integrale il rapporto con la natura. Le lotte ambientaliste vanno dunque lette in termini di rigidit ecologica. Settori sempre pi ampi della collettivit fanno quadrato intorno agli elementi primari del vivere quotidiano e si battono per sottrarli al dominio inquinante della valorizzazione capitalistica. Il capitalismo, irrompendo sulla scena sociale, sconvolge l'assetto naturale, cos come sconvolge l'assetto economico. Basta pensare a quel che comporta, da tale punto di vista, un insediamento industriale in una zona agricola. Veramente si pu immaginare che, quando si tratta di scegliere fra tutela dell'ambiente ed efficacia produttiva, un qualsiasi soggetto dell'imprenditoria abbia un minimo di perplessit nell'orientarsi verso la seconda alternativa? Il rischio di un movimento ambientalista che pretenda di non prendere posizione nei confronti della logica capitalistica quello di ridursi a testimoniare una sensibilit nei confronti del problema dell'ambiente. E' possibile individuare piccoli e grandi obiettivi ambientalisti solo se quadro di riferimento della lotta la contrapposizione fra sviluppo capitalistico e qualit della vita. Possiamo sperare di guadagnarci spazi di verde solo se siamo consapevoli del fatto che cio significa togliere spazio alla logica del profitto. La concretezza ambientale si afferma l dove viene sconfitta I'astrazione capitalistica. Il problema di fondo quello di definire correttamente il rapporto fra due versanti di lotta ugualmente importanti. Se gli uomini e le donne non respirano aria pulita, si ammalano. Se vivono in una societ fondata sullo sfruttamento, non possono realizzare le loro potenzialit. Le donne e gli uomini hanno dunque diritto a vivere in un ambiente naturale non inquinato e in un ambiente sociale finalizzato alla loro realizzazione in quanto esseri umani 7.3 Astrazione sociale e rischio nucleare

L'indifferenza nei confronti del rischio nucleare rappresenta un punto alto dell'astrazione sociale. Parliamo del rischio derivante dall'uso civile e, ancora pi, dall'uso militare dell'energia nucleare. Diciamo subito che la semplice possibilit di un uso militare dell'energia nucleare, comportando l'annienta-mento del genere umano, ha sulla coscienza collettiva un impatto cos forte da escludere ogni pubblica controver-sia. Nemmeno il pi fanatico militarista oserebbe presentarsi in pubblico come sostenitore dell'uso bellico del nucleare. D'altra parte, sul nucleare militare si impianta un sistema di potere e di interessi, che non indietreggia nemmeno di fronte ad una prospettiva cos catastrofica. Tale sistema, per continuare ad esistere, deve produrre il nucleare militare. Ora, in genere, si produce per l'uso. Qui invece si produce qualcosa che si giura di non volere usare. Come dunque possibile varare un piano di ingente entit sulla base di una cos palese contraddizione? Non si pu dire a milioni di donne e di uomini: dovete rinunciare a qualcosa di necessario a favore della produzione di qualcosa che non potr mai essere usato. Quando il riferimento alla concretezza mette a rischio il controllo istituzionale di una situazione o di una prospettiva di interesse collettivo, il sistema di potere ricorre inevitabilmente all'astrazione. L'uso bellico del nucleare comporta l'esplosione atomica e quindi l'annientamento del genere umano. Questo I'uso concreto del nucleare militare, che per non pu essere esplicitamente richiamato per renderne legittima la produzione. Non potendosi produrre per un uso concreto e non potendosi produrre per un non-uso, si produce per un uso astratto. La produzione del nucleare militare necessaria - si dice - per scoraggiare il nemico ad usarlo. In altri termini, si deve produrre nucleare militare come deterrente, per rendere pi improbabile il suo uso da parte del nemico. La deterrenza nucleare dunque un supporto di astrazione ad un sistema di potere che pretende di tenere in piedi un apparato di distruzione globale, a prescindere dalla minaccia di morte sospesa sul futuro delI'umanit. Da qualsiasi lato lo si consideri, il nucleare militare ci si presenta come I'esasperazione di una logica che, a forza di fare astrazione dagli uomini e dalle donne in carne e ossa, pu condurre alla loro distruzione. Il sistema di astrazione non mette qui in pericolo la qualit della vita, ma la vita in quanto tale. Altri sono i termini della questione del nucleare civile. Innanzi tutto, il nucleare civile ha - rispetto al nucleare militare - un impatto diverso sulla coscienza collettiva. Non un caso che per un certo tempo le lotte contro il nucleare militare vengono condotte all'insegna dell'uso civile del nucleare. Cio significa che il potere distruttivo viene, in una prima fase, assegnato non al nucleare in s, ma al suo uso bellico. E si capisce perch. La coscienza collettiva per lungo tempo recepisce Hiroshima come tragedia prodotta dalla combinazione fra guerra ed energia atomica. Nella memoria degli uomini e delle donne impressa, come simbolo di devastazione e di morte, il fungo

atomico. In questo senso, la bomba atomica richiama scenari tragicamente spettacolari, che colpiscono direttamente l'immaginazione collettiva. Gli effetti inquinanti che ha sull'ambiente una centrale nucleare non sono invece visibili. Possono essere rilevati soltanto attraverso gli strumenti scientifici. Sono quindi in mano alla consorteria delle centrali, che li pu gestire e manipolare a vantaggio dei suoi interessi. In queste condizioni, il nucleare civile passa inosservato, finch non emerge il punto di vista ambientalista. E' la cultura della tutela dell'ambiente che, nelle sue svariate espressioni, solleva la questione delle centrali nucleari. Ma tale cultura stenta a penetrare nella coscienza collettiva, disponibile alla ricezione dello spettro del fungo atomico, ma scarsamente recettiva nei confronti di discorsi di sapore scientifico sulla nocivit di "pacifiche" centrali nucleari. E' I'incidente di Chernobyl (Unione Sovietica, aprile 1986) che muta i termini della percezione collettiva. La nube che attraversa i confini delle nazioni e rende nocivi il latte e l'insalata diventa il simbolo del rischio connesso al nucleare civile. Dalla nube non ci si pu difendere con la fuga. Si esce sulla strada. Tutto normale. E invece si sa che sospeso per aria c' uno spettro di morte. L'invisibilit si traduce in una spettralit che gela. La nuova sensibilit collettiva allarma il sistema di interessi sorto attorno alle centrali nucleari. La difesa del nucleare civile deve, rispetto al nucleare militare, cambiare registro. Si dice che i missili vengono prodotti ed installati non per essere usati, ma per scoraggiare il nemico ad usare i propri. Le centrali vengono invece costruite per essere usate. La controversia si sposta quindi sulle conseguenze dell'uso. N la nocivit del nucleare in s, n il rischio di incidenti possono essere negati. E allora, ancora una volta, scatta la dinamica dell'astrazione. Da una parte si riconosce una certa nocivit del nucleare civile, dall'altra si tende a farla apparire socialmente accettabile, attraverso un artificioso parallelismo con altre nocivit presenti nella vita sociale. Il nucleare nocivo? E allora? Anche il fumo nocivo. Eppure si fuma. Analogo giro vizioso per il rischio di incidenti. Certo, una quota di rischio ineliminabile. E allora? Anche viaggiare in auto o in aereo comporta rischi. Eppure si va in auto e in aereo. E' stato pi volte spiegato che un incidente nucleare ha conseguenze particolari, che si ripercuotono sulle future generazioni. Ma, a parte ci, il ragionamento a cui si ricorre in difesa delle centrali nucleari molto strano e rivela involontariamente le vere finalit dello sviluppo capitalistico. Se fosse finalizzato alla realizzazione esistenziale delle persone concrete, lo sviluppo dovrebbe tradursi in un continuo miglioramento della qualit della vita. Ma ecco che, invece di cercare di eliminare o di diminuire la nocivit ed i rischi esistenti, si pretende di aggiungerne altri. E tutto ci, si badi, in nome del bene comune. Come se la vita non fosse il bene per eccellenza. Viene in mente l'osservazione di una donna che, chiamata a pronunciarsi in occasione di un sondaggio, cos risponde: Non mi importa che con le centrali nucleari mi danno l'elettricit, se poi mi ammalo di cancro. La forza della concretezza

che si sprigiona da questa risposta smonta, di getto, I'impianto dell'astrazione. Questa donna non stata informata sulle energie alternative, che sono al centro della battaglia ambientalista. Si trova quindi davanti ad una falsa scelta: o il nucleare o il ritorno al lume di candela. Eppure non arretra. Sceglie la vita al lume di candela. Con questa scelta provocatoria la concretezza riesce a sventare una sottile astuzia dell'astrazione sociale. La resistenza al nucleare deve fare i conti, nella coscienza collettiva, con i mille ricatti del cosiddetto progresso. In queste condizioni, pu vincere solo se riesce a farsi forte di una visione alternativa della societ, intesa come comunit umana, che tende alla realizzazione esistenziale degli uomini e delle donne in carne e ossa.

Capitolo Ottavo Astrazione politica e domanda sociale

8.1 L'astrazione come funzione della politica L'astrazione come funzione della politica una contraddizione in termini. L'operare politico , di per s, nel bene e nel male, un muovere le cose, mentre l'astrazione riflette in sostanza - al di l di qualsiasi forma di attivismo una posizione immobilista. La contraddizione pi profonda se l'astrazione riferita a forze politiche nate per dare voce ai bisogni delle classi subalterne. Si apre infatti un conflitto tra la funzione storica di queste forze e la funzione contingente - di copertura del sistema di astrazione sociale - di cui la componente pi spregiudicata della borghesia vorrebbe investirle. Tale conflitto finisce per rendere inattivo lo stesso potenziale "progressivo" del sistema politico-economico. Finch permane una situazione del genere, il sistema politico si definisce, di per s, come sistema bloccato, perch non riesce a risolvere le incompatibilit strutturali che intercorrono fra valorizzazione capitalistica e progresso sociale. In questo quadro, una contraddizione particolare vivono i sindacati delle forze di lavoro. Il fine istituzionale di tali sindacati quello di difendere gli interessi di chi vive di lavoro. Ora, gli interessi di chi vive di lavoro sono fortemente radicati nei bisogni sociali. Non possibile separare la forza-lavoro manuale-intellettuale dal soggetto che ne il portatore. I rappresentanti del capitale vogliono invece avere a che fare soltanto con la forza-lavoro astratta. E pretendono di potere prescindere dal fatto che la forza-lavoro manuale-intellettuale incarnata in una persona concreta, cio in un soggetto portatore di bisogni.

Cos i sindacati si trovano stretti fra due ruoli. Da un lato il ruolo istituzionale di rappresentanti della forza-lavoro, cio della faccia astratta dell'individuo. Dall'altro il ruolo politico di rappresentanti dei lavoratori e delle lavoratrici, cio della faccia concreta della forza-lavoro. Nel bene e nel male, i sindacati sono costretti a sporcarsi continuamente le mani con i bisogni sociali. A differenza dei partiti, non possono confinarsi nella sfera dell'astrazione politica. In questo senso, vivono sulla loro pelle - a volte con gravi crisi di rappresentanza - la condanna ad operare nell'ambito di un sistema politico bloccato, nel quale viene sempre pi a ridursi quella dinamica istituzionale che potrebbe consentire loro di rappresentare i bisogni sociali. In un sistema strutturalmente bloccato, si tende sempre pi a risolvere i conflitti sociali con interventi eccezionali. Non potendo risolvere con la procedura ordinaria contraddizioni costitutive della struttura del sistema, il governo della cosa pubblica costretto continuamente a intervenire con misure che tendono a comprimere la dinamica sociale. E il ruolo dei sindacati viene schiacciato in un gioco formale delle parti, nell'ambito di una completa chiusura nei confronti dei bisogni sociali. La chiusura dell'orizzonte dei bisogni sociali provoca una serie di conseguenze su tutte le componenti del quadro politico. In generale, finisce per mettere in crisi le forze il cui ruolo legato, in un modo o nell'altro, ad un minimo di soddisfacimento dei bisogni sociali. Al contrario, d rilievo alle forze il cui ruolo si definisce, pi o meno esplicitamente, in termini di resistenza alla domanda che sale dalla collettivit. 8. 2 Astrazione politica e bisogni sociali La chiusura ai bisogni sociali si traduce in astrazione politica. L'unica via per evitare l'impatto delle strutture istituzionali della societ astratta con la domanda sociale quella di tessere una rete di provvedimenti legislativi che tendano a chiudere i bisogni sociali nella gabbia delle compatibilit imposte dal processo di valorizzazione del capitale. Il che in pratica si traduce nella loro esclusione dalla scena politica. D'altra parte, un sistema politico non riesce a tenere chiuso a lungo l'orizzonte dei bisogni sociali, se non mantiene - al suo interno - un adeguato livello di astrazione. Un sistema politico in cui la realt sociale ha peso in tutte le espressioni del governo della cosa pubblica difficilmente pu funzionare come sistema di astrazione. Un alto tasso di astrazione politica presente nella societ sottomessa al capitale non dunque dovuto - come si potrebbe desumere da certe analisi ad un difetto "culturale" di un particolare quadro politico. L'astrazione politica

il connotato strutturale centrale di un sistema che riesce a funzionare soltanto "ignorando" i bisogni sociali. Nella societ sottomessa al capitale l'operare politico astratto non perch non riesce a venire al "dunque", ma perch il "dunque" del sistema capitalistico sta nel non potere dare risposta alla massa di bisogni che si alza dalla collettivit come una marea montante. Non che nella societ astratta non si operi a livello politico. Anzi, c' un operare estremamente laborioso e faticoso, volto a ritessere continuamente le maglie rotte della rete di astrazione che protegge il processo di valorizzazione del capitale dall'assalto dei bisogni sociali. Il quadro politico funziona come organizzazione del livello di astrazione di cui necessita il sistema per escludere i bisogni sociali. Le forze politiche non operano per mantenere i bisogni entro il quadro istituzionale, secondo la loro funzione ufficiale, ma semplicemente per espellerli dalla prospettiva sociale. L'astrazione politica per un verso discende dalla regolazione capitalistica del sistema, per l'altro rende possibile tale regolazione. Quanto pi i bisogni sociali acquistano forza, tanto pi il capitale costretto a regolare il sistema politico in senso astratto. 8.3 L'astrazione come sistema di elusione della domanda sociale La negazione dei bisogni sociali effetto e insieme funzione del sisterna di astrazione. Varie strutture sono chiamate a funzionare in modo da sciogliere, in tutte le sedi della societ complessiva, ogni coagulo di domanda sociale. E' un'opera - minuta, sotterranea, ma sistematica e implacabile - di prosciugamento del sociale incompatibile con la valorizzazione economica e politica del capitale. La funzione ufficiale di queste strutture quella di produrre ed organizzare il soddisfacimento dei bisogni sociali. Ma la loro funzione reale quella di atrofizzare sul nascere ogni forma di domanda che cerca di farsi strada nella societ-collettivit. L dove, malgrado tutto, i bisogni sociali riescono ad emergere e cominciano a premere sulla sfera politica, la funzione di quelle che possiamo chiamare le strutture politiche del sistema di astrazione sociale di eludere la domanda sociale. E quando ogni tentativo di elusione riesce vano, allora si tratter di svuotare la domanda sociale non solo di ogni contenuto antagonistico, ma addirittura di ogni contenuto che dia risposta al bisogno che l'ha originata. In questo caso, la risposta alla domanda sociale viene concepita in termini non di soddisfacimento, ma di controllo. Quando poi la domanda sociale diventa ingovernabile, allora la risposta viene organizzata in termini di repressione manifesta.

Dal punto di vista del suo funzionamento, il sistema di astrazione sociale un sistema "parassita", nel senso che, per eludere e negare la domanda sociale, si avvale delle strutture ufficialmente addette al soddisfacimento dei bisogni. Perci le istituzioni del sistema di astrazione sociale sono invisibili. Vanno individuate tra le pieghe del sistema istituzionale ufficiale, l dove gli interessi della classe dominante si organizzano per bloccare l'emergere dei bisogni sociali. Si tratta delle forme pi svariate di reazione ai bisogni che emergono nella collettivit, tutte riconducibili ad un informale sistema di elusione della domanda sociale. In sostanza, la struttura politica, di fronte all'emergere della domanda sociale, non si organizza per soddisfarla, anche soltanto al fine di autoconservarsi, ma impiega tutte le sue energie per bloccarla, eluderla, svuotarla. Sotto questo aspetto - se ci consentito un accostamento irriverente - il comportamento del sistema politico nella societ astratta fa pensare ad una squadra di calcio che spende tutte le sue energie non per fare gioco, ma per contrastare il gioco della squadra avversaria. E', questo, un aspetto che concorre a definire la societ astratta come sistema di elusione della domanda sociale. In generale, il sistema capitalistico opera a due livelli. Ad un primo livello, si definisce come apparato politico-economico che, di fronte all'insorgere della domanda sociale, in grado di produrre risposte di classe. Risposte che, senza soddisfare in senso pieno la domanda (il soddisfarla in senso pieno equivarrebbe per la struttura sociale a negarsi come sistema capitalistico), la inquadrano in una dinamica sociale complessiva, ove ogni classe ha "ci che le spetta". In un certo senso, la risposta capitalistica alla domanda sociale sta all'interno di una logica che tende a ricostituire il sistema di classi ad uno stadio pi avanzato. Ad un secondo livello, il sistema capitalistico dimostra invece una vocazione tenace a definirsi come rozzo apparato di decapitazione politica del sociale. Questa vocazione le deriva da una cronica incapacit di stare dietro ad una sempre pi complessa e accelerata dinamica sociale. Incapacit che si traduce in una perenne "nostalgia del tempo che fu". In pratica, invece di tendere a ricomporre il potere di classe al nuovo stadio che la societ complessiva ha ormai acquisito, si d un grande da fare per tentare di retrodatare il presente, per cercare cio di riconquistare all'indietro il perduto equilibrio. Si pu dire che la domanda sociale, spingendo in avanti il sistema politico, lo costringe a ripercorrere a ritroso, con grande sforzo, il tratto di strada percorso per forza di inerzia. Molti dei provvedimenti legislativi hanno questo carattere retrogrado, di recupero di posizioni superate dai tempi.

Nella situazione italiana, alla quale in particolare ci riferiamo, esemplare , a questo proposito, il caso della scuola. Certi settori della sinistra hanno lavorato sulla base dell'ipotesi che il sistema di potere cercasse, attraverso una serie di riforme, di ricomporsi ad un nuovo stadio. Nei tempi lunghi, invece, la reazione del sistema stata ben altra. Dopo avere eluso, per anni, la domanda sociale per la scuola, il sistema di interessi dominanti tende a ricomporsi al livello pre-sessantotto. Basta pensare ai rigurgiti dell'ideologia della selezione, che fanno piazza pulita degli stessi fermenti riformistici e si attestano su un modello chiuso di scuola, in ritardo rispetto alle stesse esigenze di una societ capitalistica avanzata. 8.4 La domanda sociale come prodotto dell'astrazione politica Fin qui abbiamo considerato la domanda sociale come polo di concretezza della dinamica sociale. Essa per anche un prodotto dell'astrazione politica. La domanda sociale data non , di per s, espressione dei bisogni degli uomini e delle donne in carne e ossa. Non , di per s, espressione della concretezza sociale. Attraverso un processo di interiorizzazione, la societ astratta penetra nella realt sociale, penetra nella coscienza collettiva. La domanda sociale che viene dagli uomini e dalle donne quindi, in certi casi, una domanda stravolta, nel senso che non va in direzione della realizzazione esistenziale delle persone concrete. La domanda sociale sempre, ovviamente, un dato significativo per la piena comprensione della realt sociale e della sua dinamica. Ma non sempre pu essere assunta come espressione della concretezza sociale. Talvolta non che il riflesso della societ-struttura sulla societ-collettivit. Occorre quindi cercare di individuare e definire lo scarto che c' fra la domanda sociale data ed una qualsiasi prospettiva di realizzazione esistenziale delle persone concrete. Ora, l'individuazione di questo scarto non possibile soltanto per via teorica. E' indispensabile avviare un processo di attivazione dei soggetti, in modo da rendere possibile I'emergere dei bisogni sociali concreti. L'attivazione dei soggetti indispensabile anche soltanto a fini di conoscenza. La domanda che proviene dai soggetti si presenta talvolta come una sorta di specchio deformante della societ concreta. Per tentare di conoscere la domanda sociale come espressione dei bisogni reali, occorre smuoverla, farla uscire dalla condizione di stato, per farla diventare processo. Soltanto una realt sociale attivata pu esprimere bisogni autentici, che vanno in direzione della realizzazione esistenziale dei soggetti concreti.

La via per la quale l'astrazione penetra nel corpo vivo della domanda sociale l'interiorizzazione, da parte dei soggetti, dei valori della societ astratta. Per esempio, I'interiorizzazione dell'efficienza produttiva come valore sociale tende a frenare la domanda di qualit della vita ed a renderla compatibile con le esigenze del sistema di produzione. L'interiorizzazione dei valori della societ astratta induce i soggetti a ragionare non nei termini del soddisfacimento dei bisogni collettivi, ma nei termini della logica che stata messa in atto per eluderli. Per esemplificare, si sente spesso dire per la strada che non bisogna aumentare le retribuzioni, perch un elevato costo del lavoro manda in rovina le aziende, con gravi conseguenze per l'occupazione. Ora, questo proprio il ragionamento portato avanti dalle forze imprenditoriali. In questo caso quindi i soggetti fanno propria la logica della societ astratta e stravolgono i termini della domanda sociale. In conclusione, la societ astratta, invece di approntare istituzioni politiche adeguate alla domanda sociale, tende a precostituirsi una domanda sociale adeguata alle istituzioni politiche del sistema capitalistico.

Capitolo Nono L'astrazione sociale come sistema

A questo punto, dopo avere seguito gli itinerari dell'indifferenza nelle varie sfere della vita sociale, opportuno cercare di prendere in considerazione la dinamica complessiva dell'astrazione sociale. 9.1 L'astrazione come sistema di indifferenza sociale La societ sottomessa al capitale, per potere dare corso agli interessi che si formano in sede di produzione, deve fare astrazione dai bisogni che emergono nella societ, deve "ignorare" la domanda sociale. Deve definirsi come sistema di astrazione sociale, come astrazione sociale eretta a sistema. Deve, in pratica, funzionare come sistema di indifferenza sociale, come sistema di indifferenza alla condizione esistenziale degli uomini e delle donne in carne e ossa. Il sistema di indifferenza sociale non pu ovviamente presentarsi in quanto espressione di interessi di classe, in quanto esito della volont politica della classe dominante. Occorre che l'esclusione dei bisogni dall'orizzonte politico si presenti come indifferenza oggettiva. Occorre cio che l'indifferenza del sistema sia strutturata in modo da presentarsi come conseguenza oggettiva dell'organizzazione sociale. Funzione del sistema di indifferenza sociale quella di produrre condizioni, materiali e immateriali, in cui la domanda sociale sia impossibilitata a formarsi.

9.2 L'astrazione sociale come sistema di formalizzazione Le involuzioni delle risposte istituzionali alla domanda sociale creano nella societ sottomessa al capitale delle strozzature che ricacciano indietro i bisogni sociali, producendo nei soggetti un senso di impotenza ed uno stato di disperazione diffusa. Per tutto ci, il sistema istituzionale centrale non potrebbe a lungo funzionare se agli altri livelli la domanda sociale avesse modo di formarsi e di espandersi. Il coperchio istituzionale sarebbe destinato a saltare, in tempi pi o meno lunghi, se i bisogni sociali avessero nella societ spazio per fermentare. Da qui l'esigenza di un apparato di contenimento della domanda sociale. Tale apparato opera soprattutto in termini di formalizzazione. Intendiamo per formalizzazione l'insieme di atti formali, attraverso i quali la volont della classe dominante viene codificata e tradotta in regole di comportamento economico e sociale per le classi subalterne. Attraverso questi atti formali si conta di rapportare il sistema sociale al sistema politico- economico, cio - in sostanza - alle esigenze della valorizzazione capitalistica. Si tratta, ovviamente, di una operazione di lunga durata, che richiede continui aggiornamenti e scatena una infinit di tensioni, di conflitti e di scontri. Il sistema di formalizzazione consiste in un quadro di "provvedimenti", in cui la realt sociale ridotta a formule economico-giuridiche. La funzione del sistema di formalizzazione di ingabbiare i bisogni sociali in una fitta rete di vincoli giuridico-formali. I "provvedimenti" sono ufficialmente concepiti come "risposte" alla domanda sociale. In realt ogni "risposta" un atto di normalizzazione, cio un atto che tende a ricondurre alla norma ogni bisogno che emerge nella collettivit. A tal fine, il bisogno sociale incompatibile con il sistema politico-economico viene sostanzialmente definito come un pericolo incombente sulla collettivit, dal quale occorre difendersi attraverso misure adeguate. In apparenza, dunque, la formalizzazione serve a dare risposta - a livello giuridico-formale - alla domanda sociale. In realt, serve ad approntare un sistema formale di difesa degli interessi della classe dominante nei confronti della pressione dei bisogni sociali. Perch il sistema economico capitalistico funzioni, il livello di formalizzazione del sistema politico deve essere tale da prevedere I'elisione dei bisogni sociali antagonistici, cio di quei bisogni che possono trovare risposta soltanto in un mutamento radicale del sistema. In questo senso, la formalizzazione deve introdurre nel sistema politico tutta l'astrazione

necessaria perch venga evitato l'impatto tra bisogni sociali e interessi della classe dominante. Serve cio a creare un clima asettico, neutrale, attorno al processo complessivo di valorizzazione capitalistica. Ma quando, malgrado tutto, i bisogni sociali, ignorati nella sfera formale, irrompono nella societ-collettivit ed impongono la loro realt, il sistema di formalizzazione salta. In tale situazione di rottura politica, i bisogni sociali vengono percepiti da masse sempre pi estese di persone come reali, in quanto la loro realt pi forte dell'astrazione prodotta dal sistema politico-economico. In altri termini, I'astrazione prodotta non pi sufficiente a mettere fra parentesi i bisogni sociali antagonistici. Il sistema di indifferenza sociale non risulta adeguato ad "ignorare" una realt sociale che impone la sua presenza. A questo punto, gli interessi minacciati vanno alla ricerca di un pi alto livello di formalizzazione, in cui sia ricostituita l'efficacia dell'indifferenza sociale. Il sistema politico-economico deve approntare un pi incisivo apparato di astrazione, deve disegnare una societ pi astratta, dove i privilegi possano essere ripristinati ad altro livello e il processo complessivo di valorizzazione capitalistica possa riprendere a funzionare liberamente, senza doversi inceppare in presenza di pressioni della domanda sociale. Il processo di valorizzazione economica e politica del capitale ha bisogno di funzionare in un vuoto di domanda sociale. Ha cio bisogno di essere protetto da una cortina di astrazione che eviti di dovere fare continuamente i conti con i bisogni reali degli uomini e delle donne in carne e ossa. Il processo di valorizzazione economica e politica del capitale un fenomeno complesso. Esso da un lato ha bisogno di essere alimentato dalle persone concrete, dall'altro ha bisogno di funzionare al di sopra della collettivit. In tal senso, ottimale per il sistema politico-economico sarebbe una situazione in cui potere fare uso della societ concreta avendo a che fare soltanto con la societ astratta. Quando la societ concreta ha un brusco salto di livello ed invade il processo di valorizzazione del capitale, inceppandolo, occorre o riportare la collettivit al livello precedente o alzare di livello la valorizzazione del capitale. Le due "misure" non sono alternative. Anzi, quasi sempre si intrecciano. Da un lato, attraverso provvedimenti restrittivi e repressivi, si opera una compressione dei bisogni sociali, dall'altro si sposta la valorizzazione del capitale ad un livello pi generale 11.

Nel caso italiano, rientrano in questo quadro le lotte sociali che si sono sviluppate a partire dal 1968 e le risposte del capitale in termini di ristrutturazione.
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9.3 L'astrazione sociale come sistema di dominio L'astrazione sociale si definisce, in s, come sistema di dominio. Mettere fra parentesi la condizione esistenziale degli uomini e delle donne in carne e ossa da un lato presuppone l'esercizio del potere, dall'altro un presupposto per imporre un dominio sistematico. Nel primo caso I'astrazione viene considerata come un insieme di atti di espropriazione, che sono possibili in quanto possono appoggiarsi ad una struttura di potere. Nel secondo caso viene considerata come un sistema di emarginazione della concretezza sociale. Emarginazione che indispensabile per la costruzione di un sistema di dominio. A questo livello, siamo per ancora ai connotati di fondo dell'astrazione in quanto dominio. A partire da qui, bisogna entrare nel merito dello specifico funzionamento del dominio fondato sull'astrazione sociale. L'astrazione sociale tende a distaccare i soggetti dalla propria concretezza esistenziale. Quadro di riferimento degli atteggiamenti e dei comportamenti delle persone direttamente investite dall'astrazione non la propria specificit esistenziale, ma il sistema di valori astratti. E' da tale sistema che si fa discendere la soluzione dei problemi esistenziali. Per questa via, la societ astratta si traduce in un quadro di soluzioni tecniche da applicare alla vita pratica. Il sistema di astrazione da una parte, "ignorando" la concretezza sociale, mette in difficolt l'esistenza degli uomini e delle donne in carne e ossa, dall'altra pretende di fornire le soluzioni ai problemi che esso stesso produce. Si viene cos a creare un cortocircuito sociale, nel senso che le "soluzioni" ai problemi - operando all'interno della logica della societ astratta - non sono che ulteriori elisioni della realt delle persone. Le "soluzioni" tendono infatti non ad eliminare le difficolt che incontrano le persone nel dare corso alla loro concretezza, ma a sciogliere i vincoli che intralciano il processo di valorizzazione economica e politica del capitale. In tal senso, si tende a "risolvere" le difficolt ripulendo la societ-collettivit delle scorie di realt esistenziale che il sistema di astrazione non riuscito ad "ignorare". In questo modello, le difficolt esistenziali che emergono nella vita sociale vengono addebitate non ad un eccesso, ma ad un difetto di astrazione. Non la scarsit di riferimenti alla concretezza del vivere quotidiano, ma - al contrario - il continuo riemergere di istanze di concretezza a rendere difficoltoso il procedere della vita sociale. Il dominio sul sociale si attua dunque in termini di svuotamento della vita sociale di qualsiasi riferimento allo specifico esistenziale delle persone concrete. L'astrazione si fa motore della vita sociale, la quale, per girare

liberamente su se stessa, richiede che ogni circuito personale sia ripulito dei residui di concretezza esistenziale. La vita sociale procede perci a sbalzi. Tutte le volte che la concretezza esistenziale emerge, provoca un sobbalzo alla societ astratta. E allora il problema diventa quello di andare a ricercare i punti di attrito, per rimuovere gli "ostacoli" che non consentono alla vita sociale di girare completamente a vuoto.

9.4 Sistema di astrazione e bisogni sociali Vediamo adesso come il sistema di astrazione si rapporta ai bisogni sociali. In primo luogo, i bisogni sociali vengono definiti dal punto di vista della classe dominante, vengono depurati di tutta la loro carica di impellenza e di antagonismo e, cos sterilizzati, vengono introdotti - una variabile fra le tante nel "quadro delle compatibilit". Per questa via, si crea una falsa alternativa fra bisogni sociali ed interessi generali. Questa operazione viene messa in atto sulla base di una inversione ideologica, cio di un rovesciamento artificioso della realt. I bisogni sociali vengono definiti in termini di interessi individualistici, egoistici. E invece le sordide cupidigie della classe dominante vengono definite in termini di interessi generali. Ovviamente, posta cos la questione, i bisogni "egoistici" devono cedere il passo agli interessi "generali". Il rovesciamento compiuto. Non sono i bisogni sociali ad essere affermati, a prescindere dagli interessi di pochi. Sono gli interessi di pochi ad essere imposti, facendo astrazione dai bisogni sociali. I bisogni sociali subiscono cos un trattamento di astrazione. Le compatibilit economiche sono congegnate in modo opportuno. Tutto il sistema si regge a condizione che si mettano fra parentesi i bisogni sociali, a favore degli interessi della classe dominante. L'esito di questa sottile operazione ideologica il disegno di un sistema politico-economico astratto, di un sistema cio che funziona solo nella misura in cui riesce a fare astrazione dai bisogni sociali. E' un punto decisivo. I bisogni sociali finiscono per configurarsi come ostacoli al funzionamento del sistema politico-economico. Si ha qui una sorta di cortocircuito ideologico. Il sistema politico-economico viene, sulla carta, presentato come un apparato concepito per dare risposta ai bisogni sociali.

Senonch, per potere assolvere questa funzione, costretto ad escludere proprio quei bisogni che, almeno ufficialmente, ha il compito di soddisfare. Si sfiora il paradosso. Le finalit pubbliche vengono additate come ostacoli alla loro stessa realizzazione. Come dire che il miglior modo di realizzare uno scopo quello di eliminarlo. La societ-struttura si realizza nella negazione dei suoi stessi presupposti. Si realizza come societ astratta, cio come societ oggettivamente indifferente ai contenuti della vita sociale e disponibile nei confronti delle esigenze della valorizzazione economica e politica del capitale. Sull'altro versante, la societ-collettivit si definisce invece come societ espropriata e subalterna. Le istituzioni politiche e sociali - in quanto articolazioni del sistema di astrazione - sono chiamate ad assolvere una funzione particolare. Devono realizzare I'astrazione del sistema, farla passare per il corpo sociale, farla diventare l'anima della societ complessiva. La loro funzione pubblica non di dare risposta concreta ai bisogni sociali, ma di vanificarli, disperdendoli in una serie interminabile di piccoli atti insignificanti, mistificandoli in una serie di riconoscimenti formali e di disconoscimenti sostanziali. C' in questo modo di funzionare delle istituzioni pubbliche una perfida volont politica, che tende a fare apparire come pretestuosi i bisogni sociali, al fine di poterli eliminare come superflui. Il grado di funzionamento del sistema di astrazione pu essere misurato sulla base dei bisogni sociali che riesce a rendere superflui. Prendiamo il bisogno che ha la gente di potere decidere direttamente le forme ed i contenuti della vita sociale. Nell'ambito del sistema di astrazione sociale, alcune istituzioni vengono chiamate non a realizzare, ma a vanificare questo bisogno, per esempio attraverso l'introduzione di organi collegiali, che si presentano formalmente come strumenti di democrazia partecipativa. Se si va a guardare dentro il funzionamento di tali organi, ci si accorge che sono congegnati in modo da non dare, in pratica, a chi partecipa nessun reale potere decisionale. Non potendo decidere su niente, chi partecipa sente come inutile lo stare a discutere. Cos, mentre si riconosce formalmente il bisogno di partecipazione dal basso, lo si svuota praticamente. Chi partecipa si convince che meglio che decida chi deve decidere, perch quando si in molti non si combina niente. Per questa via, attraverso sottili operazioni di ingegneria politica, il sistema di astrazione rende superflui bisogni sociali fondamentali assolvendo la sua funzione di contenimento e di vanificazione della domanda sociale. D'altra parte, non potendo dare spazio ai bisogni legati alla realt della vita sociale, il

sistema di produzione crea valorizzazione del capitale.

artificiosamente

bisogni

funzionali

alla

9. 5 Sistema di astrazione e aspirazioni sociali Nella societ sottomessa al capitale una persona non ci che avrebbe potuto essere se fosse stata in condizione di esprimere tutte le proprie potenzialit. Si viene cos a creare uno scarto fra essere e poter essere, fra ci che si e ci che si potrebbe essere. Quante donne, quanti uomini avrebbero potuto realizzarsi esistenzialmente nella scienza, nella poesia, nella pittura, nella narrativa, nella musica, se la loro condizione sociale non li avesse condannati ad altro. Quante doti di intelligenza, di fantasia, di creativit si bruciano perch mai attivate. Tutte le doti non attivate, perch non funzionali al processo di produzione, finiscono per atrofizzarsi. Un ingente patrimonio umano viene sacrificato per massimizzare il profitto. Non dunque attraverso puri e semplici riferimenti ai dati della vita sociale che possibile individuare e definire, in tutta la sua portata, lo spreco di esistenze prodotto dalla sottomissione della societ al capitale. Ci che andrebbe continuamente rapportato a ci che pu essere e non . L'essere sociale andrebbe sempre commisurato al poter essere, personale e collettivo, delle donne e degli uomini. Occorre intendersi. Commisurare I'essere al poter essere non significa pretendere di rapportare due sfere definite. Come si fa a definire ci che poteva essere e non ? Proprio perch non , sfugge alla nostra cognizione. L'esigenza che intendiamo sottolineare un'altra. Si tratta di non schiacciare l'analisi sull'esistente. Il rischio di prendere in considerazione ci che il capitalismo produce e non ci che esso distrugge o non fa nascere. Se esaminiamo la vita degli uomini e delle donne, non dobbiamo chiudere I'analisi entro l'orizzonte delle possibilit che offre l'organizzazione capitalistica della societ. Per cogliere sino in fondo il potere distruttivo del capitalismo, bisogna avere la capacit di tenere sempre presente che al di l della siepe dell'organizzazione capitalistica c' un universo irrealizzato di possibilit. Ed nell'universo di ci che pu essere e non il quadro di riferimento dell'analisi della societ astratta, cio della societ che fa astrazione dal reale possibile. Per arrivare al cuore dell'astrazione sociale, occorre spostare il fuoco dell'analisi dal capitalismo come sistema di produzione al capitalismo come sistema di distruzione. Nella societ astratta il possibile viene schiacciato sull'esistente, funzionale al processo di valorizzazione del capitale. E' possibile solo ci che serve alla

produzione ed alla riproduzione capitalistica. Ed questa la versione del possibile che viene fatta passare nella coscienza collettiva. Gli uomini e le donne finiscono per convincersi che l'unica realt possibile la realt prodotta dal sistema capitalistico e ad essa commisurano i propri progetti di vita. L'astrazione sociale un processo a senso unico. Il sistema capitalistico, per funzionare, deve fare astrazione dalla vita reale degli uomini e delle donne in carne e ossa. Viceversa, le donne e gli uomini, per vivere, non possono fare astrazione dal capitale. Pi il sistema politico-economico si svincola dalla concretezza dei soggetti, individuali e collettivi, pi la vita degli uomini e delle donne viene vincolata all'andamento del processo di valorizzazione del capitale. La valorizzazione capitalistica, emancipandosi dai condizionamenti sociali, lega alla sua logica la vita delle persone concrete. Pi il capitale libero di manovrare la realt sociale, meno le donne e gli uomini sono liberi di progettare la propria vita. Non si tratta soltanto del vincolo della sussistenza, che il capitale impone alla collettivit. Certo, gli uomini e le donne, per vivere, sono costretti a legarsi al carro della produzione capitalistica. Ma il dominio del capitale sulla vita degli uomini e delle donne va oltre. Raggiunge persino la sfera delle aspirazioni. Ci si aspetterebbe che almeno le aspirazioni spazino liberamente nel campo aperto delle umane possibilit. Ci si aspetterebbe cio che le donne e gli uomini, costretti a subordinare le loro esistenze ai ritmi ed ai contenuti della produzione capitalistica, scarichino nella sfera delle aspirazioni il bisogno di realizzarsi pienamente in quanto persone, al di l dei limiti imposti dall'organizzazione capitalistica della societ complessiva. Proviamo a gettare un sasso nello stagno della condizione esistenziale che si viene a produrre nella societ astratta. Rivolgiamo in giro, a uomini e donne, questa domanda: se avessi potuto scegliere liberamente, senza doverti procurare il necessario per vivere, come avresti voluto impiegare tutto il tempo dedicato al lavoro nel corso della tua vita? E', ovviamente, una provocazione, che intende svincolare, con la forza dell'immaginazione, la condizione esistenziale dai limiti imposti dal modo capitalistico di produzione. La domanda apre una finestra sull'infinito delle possibilit esistenziali e invita la persona a tuffarvisi, per dare forma al proprio tempo di vita. Ebbene, la persona, spinta ad affacciarsi alla finestra del mondo delle umane possibilit di vita, non riesce a vedere altro che le meschine realt prodotte dall'organizzazione capitalistica della societ complessiva. Il tempo di

vita, liberato in via teorica dalla prigione del lavoro, non lo si immagina come spazio per la realizzazione piena delle proprie potenzialit, ma come possibilit di un piccolo avanzamento di grado nella gerarchia professionale. Chi ha bruciato la propria vita in un lavoro umiliante risponde che, se ne avesse avuto la possibilit, avrebbe scelto un altro lavoro. E, vedi caso, questa altra attivit non rappresenta che un lieve miglioramento della condizione lavorativa. Ognuno/a, in fondo, si muove all'interno del suo ristretto orizzonte sociale. La sfera delle aspirazioni non fa che riprodurre la struttura dell'esistente. Ognuno/a di noi ha aspirazioni adeguate alla propria condizione sociale. Si pu parlare di una vera e propria stratificazione sociale delle aspirazioni. La societ astratta tiene prigioniera non solo la realt vissuta, ma anche la realt desiderata. 9.6 Sistema di astrazione e "visibilit" delle distanze sociali La societ capitalistica produce distanze sociali di tale portata che sarebbero insopportabili se gli uomini e le donne potessero averne chiara coscienza. Da qui la necessit di erigere attorno alla condizione sociale della classe privilegiata una sorta di cortina fumogena che la renda poco "visibile". Provate a fare un test. Recatevi nel quartiere pi povero della vostra citt o del vostro paese. Bussate alle porte e dite che state facendo una inchiesta sulla condizione di vita degli abitanti. Troverete donne e uomini che vi trascinano dentro a vedere tre letti in una stanza, soffitti cadenti, pareti macchiate di muffa. Troverete donne e uomini che vi inchiodano su una sedia ad ascoltare. E vi inondano di tutti i particolari di una vita di stenti: quanto guadagnano, quanto spendono, come fanno a tirare avanti. E vi sentirete spesso dire: mi raccomando, scrivi questo, non ti scordare quest'altro. Spostatevi poi in una zona di ville di gran lusso, abitate da imprenditori e finanzieri di grosso calibro. Ripetete qui la prova dell'inchiesta. Come vi aspettate di essere accolti? Ve lo immaginate un imprenditore miliardario venire al cancello e dirvi: una inchiesta sulla condizione di vita degli industriali? Ma certo, si accomodi. Venga a vedere che paradiso. Vede tutta questa distesa di verde intorno alla villa? E' tutta mia. E non niente. Venga dentro. Venga a vedere che lampadari, che quadri. Lei nemmeno se li sogna. Vuole sapere quanto guadagno? Vuole sapere quanto spendo ogni mese per questo tenore di vita? Ma certo, adesso chiamo il mio contabile personale, che far vedere tutti i conti.

Chi pu mai aspettarsi di essere accolto in questo modo da un imprenditore miliardario? State certi che se al citofono pronunciate la parola inchiesta, il cancello non vi sar mai aperto. Tutto ci ha una ragione. Chi vive di stenti non portato ad esibire le proprie miserie. Ma se si presenta una occasione di pubblica denuncia, non ha nulla da nascondere. Anzi, ha interesse a rendere "visibili" le proprie condizioni di vita. Al contrario, il ricco borghese esibisce la propria elevata condizione di vita in luoghi riservati, dove c' da affermare il proprio status sociale. Ma appena vede profilarsi il pericolo di una "visibilit" pubblica del proprio tenore di vita, reagisce barricandosi dentro irraggiungibili fortilizi. I due diversi comportamenti nei confronti della "visibilit" sociale stanno a indicare interessi contrapposti: da una parte l'interesse a denunciare ingiustizie, dall'altra I'interesse a nascondere privilegi. Ma, al di l degli interessi particolari, c' un interesse generale del sistema istituzionale ad evitare, fin dove possibile, una qualsiasi "visibilit" delle distanze sociali che la societ sottomessa al capitale produce. lmmaginiamo di poter mettere sotto gli occhi di milioni di persone due situazioni, I'una accanto all'altra: da una parte la condizione del pi povero fra i poveri e dall'altra la condizione del pi ricco fra i ricchi. La possibilit di un confronto cos diretto e brutale rischierebbe di far saltare, nella coscienza collettiva, ogni apparenza di uguaglianza sociale. Ad evitare che le distanze sociali siano percepibili nella loro reale portata, il sistema di astrazione appronta tutta una serie di misure, che rendono quasi impossibile il confronto fra condizioni sociali troppo distanti. Alla base di tali misure c' una sorta di compartimentazione della vita sociale. ll vivere quotidiano delle donne e degli uomini viene, di fatto, incanalato in circuiti che sono propri di una data classe sociale. Ogni persona libera di andare dove vuole, di frequentare chi vuole. Di fatto, ogni persona si muove in dati spazi sociali e frequenta date persone. E, vedi caso, persone appartenenti ad una data classe sociale si muovono, pi o meno, negli stessi spazi ed hanno quindi occasione di incontrarsi e di frequentarsi. E tutto ci in un regime di libert di movimento, che lascia ad ognuno/a la facolt di scegliere i luoghi e le persone da frequentare, senza ombra di discriminazioni sociali e nel pieno rispetto delle regole di democrazia e di uguaglianza. Come possibile? Di fatto, si ergono invisibili barriere intorno a spazi "esclusivi", cio riservati a persone di alto rango. E viene a configurarsi una topografia sociale degli spazi urbani, per cui ogni quartiere si caratterizza - in linea di massima - come area abitativa di particolari ceti sociali.

A questo esito si giunge separando la facolt di movimento dalle reali possibilit di vita, cio facendo funzionare la societ formalmente democratica come societ astratta. E' dunque il sistema di astrazione e non un dispositivo di legge a presiedere alla selezione degli spazi e delle persone in base alla classe di appartenenza. Il sistema di astrazione sociale esercita qui in pieno la sua funzione fondamentale. Una legge sulla distribuzione delle aree urbane in base al censo incompatibile con una societ formalmente democratica. L'astrazione sociale serve ad ottenere lo stesso risultato senza ricorrere ad una legge, lasciando che gli uomini e le donne si distribuiscano "spontanea-mente" sul territorio senza violare le linee di demarcazione sociale. La compartimentazione della vita sociale riduce il campo di esperienza degli uomini e delle donne all'area sociale occupata dalla classe di appartenenza. Ognuno/a di noi ha conoscenza diretta solo di persone e di cose che si collocano nell'ambito sociale in cui si svolge la nostra vita quotidiana. Questa sorta di delimitazione di classe dell'esperienza induce ad atteggiamenti a dir poco paradossali. Chi lamenta l'ingiustizia di una retribuzione insufficiente portato/a a confrontare la propria condizione non al tenore di vita del miliardario, ma alla condizione di chi ha una retribuzione appena decente. Molte persone che alla fine del mese devono fare quadrare i conti non hanno idea delle disponibilit finanziarie di cui gode la classe privilegiata. Chi abituato ad attingere alla busta paga si lamenta se il suo vicino o la sua vicina ha una busta paga con qualcosa in pi, ma non "vede" chi, per le semplici spese correnti, ha in banca un conto con una bella fila di cifre e stacca assegni a destra e a manca come se si trattasse di biglietti di visita 12.
Per gli addetti ai lavori d'obbligo, su questo punto, un richiarno alla teoria sociologica dei gruppi di riferimento ed al concetto di privazione relativa (R.K. Merton, Teoria e struttura sociale, trad. it., Bologna, Il Mulino, 1975 (1949), II, p. 451 e segg.).
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Attraverso I' "invisibilit" o la scarsa "visibilit' delle distanze sociali, il sistema di astrazione raggiunge un esito rilevante: evitare che in una societ formalmente democratica facciano scandalo le abissali disuguaglianze prodotte dal capitalismo. L'astrazione sociale assolve cos, in quanto sistema, una sua importante funzione: far convivere, nella coscienza collettiva, la sostanza classista con la forma egualitaria della democrazia capitalistica.

Scheda A Astrazione materiale e astrazione sociale

L'astrazione materiale Punto di partenza della nostra indagine teorica un aspetto singolare della trasformazione del bene di consumo in merce di scambio. Quando non si prende in considerazione l'uso che si pu fare di un prodotto, ma soltanto il valore che esso ha sul mercato, perdono di importanza i suoi connotati rnateriali. Per chi traffica in edilizia una casa non una particolare costruzione con una data struttura e con determinate caratteristiche abitative. E' una merce come un'altra 13. La trasformazione del bene in merce comporta dunque una trasfigurazione del prodotto materiale in entit astratta. Chiamiamo astrazione materiale questo particolare stato del prodotto, considerato non nella sua specificit

Come noto, tale aspetto stato evidenziato da Marx nel quadro dell'analisi della merce: [...] il prodotto del lavoro ci si trasforma non appena lo abbiamo in mano. Se noi facciamo astrazione dal suo valore d'uso, facciamo astrazione anche dalle partl costitutive e forme corporee che lo rendono valore d'uso (K. Marx, II capitale, trad. it., Roma, Editori Riuniti, 1970, I, p. 70).
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corporea, in quanto bene di consumo, ma nella sua indistinta generalit, in quanto merce di scambio. Una tale trasfigurazione non conseguente ad una mutazione intrinseca del prodotto. Non che una casa diventi, di per s, immateriale. Essa rimane l, con tutto il peso della sua struttura in cemento armato. Solo che, se la si guarda non come luogo da abitare, ma come merce da piazzare sul mercato, i suoi connotati materiali perdono di rilievo. E' come stare davanti ad una ribalta buia, percorsa da un cono di luce. Ad uno spostamento del faro, un tavolo, che si stagliava nettamente sul fondale, d'improvviso si immerge nell'ombra e scompare. Il tavolo ancora l, ma come se non ci fosse pi. La sua realt stata come cancellata da un cambiamento scenico. L'astrazione dunque non inerente all'oggetto, ma conseguente ad un modo di considerarlo. Il connotato di fondo di tale modo di considerare il prodotto l'indifferenza ai contenuti dell'oggetto. Una sedia non pi una sedia non perch cessa di essere fatta in modo da potercisi sedere, ma perch questa sua adeguatezza all'uso viene considerata solo un espediente per poterne fare merce di scambio. Chi guarda ad un prodotto non per l'uso che intende farne, ma per il profitto che pensa - per suo tramite - di realizzare, indifferente nei confronti del suo contenuto. Non gli importa che si tratti di un frigorifero o di una chitarra. Gli importa soltanto che si venda e si venda bene, cio con profitto. Del resto, basta osservare da una parte chi intende comprare una casa per abitarci e dall'altra chi intende acquistarla per venderla e realizzare un guadagno. I due acquirenti si comportano in modo diverso. Il primo sta attento soprattutto alla grandezza ed al numero delle stanze, alla loro dislocazione ed alla loro esposizione al sole. Il secondo presta attenzione soprattutto al valore di scambio della costruzione in relazione all'andamento del mercato edilizio. Il primo considera la casa come un bene concreto. Il secondo la prende in considerazione come una entit astratta. A questo punto dovrebbe risultare chiara la sequenza che sta dietro I'astrazione materiale. La trasformazione del bene in merce sposta I'interesse dal valore d'uso al valore di scambio. Questo spostamento produce indifferenza ai contenuti materiali dell'oggetto. Esito di tale indifferenza l'astrazione materiale. L'astrazione sociale L'astrazione materiale una nozione estremamente feconda. E' per ristretta entro l'ambito, ben definito, della produzione di beni. Risulta pertanto inadeguata a cogliere il livello della societ complessiva.

Ad un tale livello, si tratta di definire l'astrazione non pi soltanto in relazione al prodotto rnateriale, rna anche - e soprattutto - in relazione alla produzione della stessa societ. Ed lungo questa linea che si coglie il passaggio dall'astrazione materiale all'astrazione sociale. Chiamiamo astrazione sociale l'esito della indifferenza del sistema politico-economico nei confronti della condizione esistenziale degli uomini e delle donne in carne e ossa. Non possibile dare corpo a questa nuova nozione con una semplice trasposizione e amplificazione dell'astrazione materiale. L'allargarsi dello scenario comporta una mutazione qualitativa dei processi che stanno a monte e a valle dell'astrazione. Il primo segnale di questo vero e proprio salto di qualit ci arriva non appena trasferiamo la nozione di astrazione dall'esame della produzione materiale all'analisi della produzione della vita sociale. In questo contesto, I'indifferenza ai contenuti ancora tutta da definire. Innanzi tutto non possibile parlare dei contenuti della vita sociale come si parla dei contenuti dei prodotti materiali. I processi interni alla produzione della vita sociale non hanno la consequenzialit e la linearit che si possono riscontrare nella produzione dei beni materiali. Non un caso che la politica faccia fatica ad omologarsi alla ingegneria industriale. In questo quadro, dovrebbe essere chiaro che fare astrazione dalle realt esistenziali degli esseri umani operazione qualitativamente diversa dal praticare indifferenza nei confronti dei contenuti materiali dei prodotti. L'astrazione sociale "altra" rispetto all'astrazione materiale, anche se entrambe discendono dalla indifferenza ai contenuti. A questo punto, ci imbattiamo in un interrogativo: I'astrazione attiene all'essere sociale o al dover essere della societ? In altri termini, astratta la societ com' o la societ come la vorrebbero i rappresentanti degli interessi capitalistici? La collettivit una complessa entit concreta. Ma la struttura sociale formale, in tutte le sue articolazioni istituzionali, la tratta con indifferenza alle sue molteplici realt. La tratta come se fosse priva di essere sociale concreto. In questo senso, la societ astratta non la societ com', ma la societ come la vorrebbero le forze del capitale. Questo dover essere della societ non rimane per allo stato di pura aspirazione. Si traduce in strutture materiali ed organizzative, che tendono a svuotare la societ-collettivit del suo essere concreto. In altri termini, la societ-struttura, organizzata a prescindere dalla concretezza della vita sociale, tende a produrre una societ-collettivit astratta, cio un insieme di persone che negli atteggiamenti e nei

comportamenti fanno astrazione dalla loro concretezza esistenziale. A forza di operare senza fare i conti con l'essere reale delle persone, finisce con l'erodere il fondo di concretezza della vita sociale. In particolare, il sistema politico-economico opera come se non esistessero uomini e donne in carne e ossa, ma soltanto articolazioni sociali prive di identit soggettiva. Opera quindi sulla base di una presunzione. Ma questa presunzione diventa, in realt, il modo di funzionare delle strutture sociali, con le quali le persone sono costrette, in qualche modo, a misurarsi. La struttura sociale funziona a prescindere dalla concretezza degli esseri umani. E pretende che le persone si rapportino ad essa mettendo fra parentesi il loro specifico essere concreto. In ci ritroviamo un connotato qualificante della nozione di astrazione sociale, che non ha nulla a che vedere con l'indifferenza come atteggiamento soggettivo e si definisce in termini di struttura. L'indifferenza non qui da ricercare nel soggetto, ma nel sistema politico-economico, che definisce gli individui non in quanto esseri umani, ma in quanto portatori di forza-lavoro manuale-intellettuale 14. Per questa via, la societ-struttura tende a piegare la societ-collettivit al suo bisogno di astrazione ed a ridurre la ricchezza dell'essere sociale all'arido paradigma del dover essere astratto. Una tale pressione non riesce a cancellare la concretezza esistenziale degli uomini e delle donne in carne e ossa. Vengono quindi a profilarsi due opposti movimenti. La collettivit tende a produrre una dinamica sociale volta a dare espressione al concreto esistere degli esseri umani. Il fiume della concretezza esistenziale trova per davanti a s la diga dell'astrazione sociale. Ma la sua spinta tale da farlo scorrere, a piccoli rivoli, tra le pieghe dell'organizzazione sociale. Gli uomini e le donne riescono in qualche modo a crearsi piccoli spazi di concretezza. In particolari momenti storici questi spazi si allargano al punto che l'onda della concretezza rischia di travolgere la diga dell'astrazione.
A rigor di termini, bisognerebbe parlare di forza-lavoro, senza aggettivi. Infatti, la forza-lavoro , per definizione, I'energia manuale-intellettuale che pu essere tradotta in attivit lavorativa. A livello di senso comune, l'espressione viene per di solito associata a capacit esclusivamente manuali. La specificazlone, se pure impropria, si rende quindl necessaria. Ed abbiamo deciso di adottarla lungo tutto l'arco dell'analisi. Altra la questione della divisione fra lavoro manuale e lavoro intellettuale, che abbiamo ritenuto di non affrontare in sede di discorso sulla societ astratta. Essa si infatti invischiata in tali complicazioni - per effetto della innovazione tecnologica - che sarebbe difficile approfon-dirla senza deviare dalla nostra prospettiva di ricerca teorica.
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Ora, se la societ sottomessa al capitale funzionasse soltanto sulla base della contrapposizione fra astrazione e concretezza, il sistema sociale complessivo rischierebbe in permanenza di saltare. La concretezza esistenziale ha, in s, una tale forza di espressione e di espansione da travolgere, prima o poi, qualsiasi ostacolo. Per evitare che questo rischio sia sempre incombente, I'astrazione sociale per un verso si pone come argine all'espandersi della concretezza, per l'altro penetra nella vita sociale e occupa gli spazi dell'esistenza reale degli esseri umani. Ne viene fuori un intreccio di concretezza e astrazione, difficile da districare. Non stiamo parlando di un semplice processo di interiorizzazione. Certo, gli uomini e le donne interiorizzano l'astrazione e la vivono come se fosse la loro realt. Ma c' qualcosa di pi. C' che, a forza di essere vissuta come realt, I'astrazione finisce per essere, in qualche modo, la realt degli uomini e delle donne. La vita astratta finisce per essere la vita che le donne e gli uomini realmente vivono, giorno dopo giorno. D'altra parte, chi vive una vita astratta portato/a paradossalmente a percepire la propria concretezza esistenziale come qualcosa che non attiene alla sua vita, cio come astrazione. L'astrazione si fa realt e la realt si fa astrazione. L'impasto realt-astrazione un dato caratterizzante della societ astratta, che - per definizione - una societ ambigua, proprio perch pretende di essere funzionale alla collettivit facendo astrazione dall'essere concreto dei soggetti. Se le persone avvertissero di vivere nel vuoto dell'astrazione, la societ-collettivit si estranierebbe dalla societ-struttura, con il rischio di provocare una rottura. E' il gioco astrazione-realt che tiene legata la collettivit alla struttura, malgrado la seconda operi ignorando la prima. L'estraneazione della societ-collettivit dalla societ- struttura tuttavia un processo latente. Il rischio della rottura emerge solo in fasi storiche in cui l'intreccio astrazione-realt si allenta e la concretezza esistenziale invade la vita sociale, provocando una contrazione delI'astrazione. Astrazione sociale e concretezza esistenziale si contendono il campo, con il prevalere dell'una o dell'altra, a seconda dei rapporti di forza che caratterizzano ogni fase storica della societ.

Parte Seconda IL PROCESSO DI INDETERMINAZIONE SOCIALE

Premessa Dal sistema di astrazione al processo di indeterminazione

Gli esseri umani non sono semplici terminali del sistema sociale. Sono realt specifiche, dalle quali non pu prescindere una espressione autentica della dimensione collettiva. I contenuti della vita sociale, considerati in s, non sono dunque altro che determinazioni esistenziali, cio particolari modi di essere delle persone che compongono una collettivit. In questo quadro, una societ finalizzata alla realizzazione dei soggetti in quanto esseri umani tende a tradurre le determinazioni esistenziali presenti nella collettivit in dinamiche della vita sociale. Nella societ astratta, invece, I'indifferenza alle specifiche realt personali si traduce in pretesa di definire la vita collettiva in termini di indeterminazione sociale. Per potere sussistere in quanto sistema, la societ sottomessa al capitale esige che tutte le espressioni della vita sociale siano indeterminate, siano cio prive di qualsiasi riferimento alle concrete specificit esistenziali.

E si capisce perch. Il sistema politico-economico, per potere mantenere la propria indifferenza nei confronti dei contenuti della vita sociale, pretende una quotidianit spogliata di valenze legate alle specificit personali. Da tale punto di vista, al sistema di astrazione sociale deve corrispondere un processo di indeterminazione sociale. L'astrazione sociale tende a strutturare il sistema politico-economico a prescindere dai bisogni che emergono nella vita sociale. L'indeterminazione sociale tende a depurare i soggetti individuali e collettivi delle loro determinazioni, per adeguarli alla societ astratta. Dunque, I'astrazione attiene alla societ struttura, mentre I'indeterminazione attiene alla societ- collettivit. E' chiaro che astrazione e indeterminazione sono complementari. Non vi pu essere indeterminazione sociale senza che si faccia astrazione dai bisogni sociali. D'altra parte, non si pu prescindere dai bisogni sociali se i soggetti sono fortemente determinati. Emerge, ancora una volta, l'ambiguit della societ astratta. L'astrazione per un verso presuppone l'indeterminazione e per l'altro le d corso nella societ. Una societ strutturata in astrazione dalle determinazioni della vita sociale crea condizioni in cui gli esseri umani sono costretti a vivere la loro vita quotidiana a prescindere dalle proprie specificit esistenziali. Ne risulta, di fatto, una vita sociale indeterminata. Per questa via, quello che era un presupposto si traduce in realt sociale. Attraverso l'indeterminazione sociale, I'astrazione si traduce in modo di essere della societ complessiva. Questa dinamica per tutta dentro uno dei versanti del rapporto fra struttura sociale e collettivit. Nel versante opposto, i soggetti tendono a definire il rapporto con la struttura sociale nei termini della propria concretezza esistenziale. Alla richiesta di indeterminazio-ne che la societ-struttura rivolge alle persone si contrap-pone, uguale e contrario, il bisogno di determinazione che emerge nella societ-collettivit. La richiesta di indeterminazione non fine a se stessa. I soggetti sono chiamati a spogliarsi delle proprie determinazioni, cio delle forme e dei contenuti del loro specifico essere concreto, per vestirsi delle determinazioni della strutturazione capitalistica della societ, cio dei modi tecnici ed organizzativi in cui il capitale impone il suo dominio alla societ complessiva. In pratica, le donne e gli uomini sono indotti, per via diretta o indiretta, a vivere non in aderenza alla propria concretezza esistenziale, ma in funzione della valorizzazione economica e politica del capitale. La societ-struttura pu fare astrazione dalla condizione esistenziale delle donne e degli uomini nella misura in cui nella societ-collettivit non hanno modo di esprimersi le determinazioni sociali. L'indeterminazione prepara

dunque il terreno all'astrazione. La concretezza esistenziale viene, in un certo senso, "sterilizzata", per potere essere "ignorata" senza contraccolpi pericolosi per I'assetto sociale complessivo. Una vita sociale carica di determinazioni esistenziali difficile da mettere fra parentesi. All'altro polo, il sistema di astrazione immette nella vita sociale le determinazioni del processo di valorizzazione capitalistica. La vita sociale da una parte viene "svuotata" delle determinazioni della concretezza esistenziale, dall'altra viene "riempita" delle determinazioni della valorizzazione capitalistica. Pi precisamente, la vita sociale viene sguarnita delle determinazioni delle persone concrete per potere farsi carico delle determinazioni del capitale. In questo quadro, come viene a definirsi la condizione esistenziale degli uomini e delle donne in rapporto al sistema di astrazione? Quanto pi la vita sociale indeterminata, tanto pi le persone sono esposte all'astrazione. Una vita sociale organizzata a misura degli uomini e delle donne in carne e ossa sarebbe una sorta di cittadella nella quale non facilmente potrebbero penetrare i valori su cui si regge il sistema di astrazione. La concretezza esistenziale verrebbe vissuta quotidianamen-te con una tale intensit da imporsi come valore centrale, da cui non sarebbe facile fare astrazione. L'indeterminazione della vita sociale fa mancare alla persona il terreno sul quale potere costruire concretamente un proprio particolare progetto di vita. In questa condizione, il vivere quotidiano degli uomini e delle donne si struttura sulla base degli interessi dominanti. L'indeterminazione come funzione dell'astrazione sociale. Attraverso l'indeterminazione, I'astrazione preme sulla vita sociale per svuotarla delle specificit esistenziali degli uomini e delle donne in carne e ossa. In tale direzione, costretta a fare i conti con la concretezza esistenziale. Gli esiti non possono essere definiti una volta per tutte. La societ astratta esposta alle alterne vicende della conflittualit sociale.

Capitolo Decimo L'indeterminazione tecnica del lavoro

10.1 Il lavoro tecnicamente indeterminato Nella sfera dell'attivit connessa alla produzione, l'esigenza fondamentale della societ astratta non una particolare determinazione del lavoro, ma l'assenza di ogni determinazione, cio l'assoluta mancanza dl particolari contenuti e di specifiche procedure operative. Quanto pi indeterminato, tanto pi il lavoro adeguato alla societ astratta. La societ-struttura, per essere in grado di fare astrazione dalla societ-collettivit, non ha tanto bisogno di determinate condizioni, favorevoli alla produzione, quanto di liberare il sistema di valorizzazione del capitale da condizioni predeterminate. La condizione fondamentale di cui ha bisogno la societ astratta l'assenza di condizioni predeterminate. Una societ costruita sul presupposto dell'astrazione sociale si contraddistingue per il fatto di richiedere un lavoro

non stabilmente strutturato e quindi in grado di ricevere, volta a volta, la struttura adeguata alle esigenze della produzione. Un lavoro, insomma, a struttura mobile, la cui organizzazione tenda alla destabilizzazione della vita sociale. Per lavoro tecnicamente indeterminato intendiamo un lavoro privo di determinazioni tecniche proprie e disponibile verso qualsiasi determinazione che venga ad esso imposta dal sistema di produzione. E' un lavoro che non ha una propria procedura ed disponibile verso qualsiasi procedura. Un lavoro che non ha un proprio contenuto ed disponibile verso qualsiasi contenuto. La storia del rapporto fra capitale e lavoro nel progressivo svuotamento del lavoro di determinazioni proprie e nella sempre pi pressante richiesta di disponibilit nei confronti delle determinazioni del processo di produzione. Questo progressivo svuotamento ha vissuto, nel tempo, alcuni passaggi significativi, che vanno rapidamente ricostruiti, perch consentono di cogliere in profondit il senso della dinamica del processo di indeterminazione.

10.2 L'indeterminazione nella formazione delle forze di lavoro Una societ in cui si affermato il modo capitalistico di produzione non , di per s, una societ capitalistica. Parliamo di societ capitalistica in senso forte: societ a immagine del capitale. Tra societ a produzione capitalistica e societ capitalistica corre un lungo e travagliato processo di trasformazioni profonde, strutturali e sovrastrutturali, materiali e immateriali. Questo processo si presenta, ideologicamente, in forma di "modernizzazione" ed il presupposto basilare di una societ adeguata al capitale. Adeguata al capitale una societ in cui i rapporti sociali complessivi coincidono con i rapporti di produzione. Una societ in cui i "valori" fondamentali del capitalismo - liberismo economico, mercato, profitto, competitivit, ecc. - sono ampiamente interiorizzati nella coscienza degli uomini e delle donne, a livello di massa, come valori positivi. In una societ in via di "modernizzazione" le forze di lavoro provengono dalle pi svariate esperienze. In genere, si tratta per di esperienze cariche di determinazioni professionali, oltre che sociali. Di conseguenza, esse presentano - in varia misura, ma sempre in misura rilevante - caratteri di estraneit rispetto alle esigenze di indeterminazione che emergono, nella

societ sottomessa al capitale, in sede di produzione industriale avanzata. Basta pensare - per fare un solo esempio - alla radicale incompatibilit esistente fra il curriculum lavorativo di un artigiano meridionale che emigra al nord e i contenuti del lavoro operaio in una grande fabbrica. Da qui la necessit di piegare al processo di indeterminazione, che attraversa la produzione industriale, le forze di lavoro radicate in una economia di tipo pre-industriale. Da qui l'esigenza di liberare atteggiamenti e comportamenti lavorativi da ogni valenza legata, in qualche modo, alla soggettivit, per integrarli allo standard "razionale" della organizzazione "scientifica" del lavoro. Si tratta di un particolare - pi o meno esplicito processo di formazione, che tocca via via gli strati pi "arretrati" delle forze di lavoro. Queste vengono spogliate delle determinazioni lavorative originarie e sintonizzate gradualmente - a prezzo di aspri conflitti - ai modi ed ai tempi del lavoro tecnicamente indeterminato . In questo contesto, il processo di formazione delle forze di lavoro viene a definirsi in termini di disattivazione delle determinazioni proprie del soggetto e di predisposizione ad una attivit lavorativa tecnicamente indeterminata. Determinazioni proprie del soggetto sono - in questa sede - le abilit lavorative specifiche, che fissano la qualit della forza-lavoro in relazione ad un particolare contenuto di lavoro. Ora, qualit monovalenti della forza-lavoro sono di ostacolo alla sua duttilit nei confronti delle continue ridefinizioni delle mansioni lavorative. La formazione che risponde alle esigenze di un sistema di lavoro non fissato su particolari procedure tecniche deve dunque essere polivalente, cio tecnicamente indeterminata, tale da consentire rapidi adattamenti agli spostamenti lungo il processo produttivo. La formazione funzionale al sistema di lavoro indeterminato se stimola e mette in evidenza non tanto le conoscenze-abilit incorporate in una particolare mansione lavorativa, quanto le attitudini che stanno alla base della personalit dell'individuo: prontezza di riflessi, capacit di attenzione prolungata e cos via. A questo punto, non ha senso parlare di formazione professionale distinta dalla formazione non professionale. La formazione delle forze di lavoro diventa, entro certi limiti, formazione tout court, in quanto sviluppo di quelle qualit che - al di l di conoscenze particolari, suscettibili di rapido invecchiamento - rendono pi agibile la stessa applicazione specialistica, in continua evoluzione. Il processo di indeterminazione, considerato in s, non abbassa dunque il livello della formazione delle forze di lavoro. Anzi, lo innalza. Ma le potenzialit che in sede di formazione vengono messe in moto, per agevolare lo

scorrimento della forza-lavoro lungo il processo produttivo, sono disattivate in sede di applicazione lavorativa. Qui le attitudini soggettive del lavoratore o della lavoratrice vengono bloccate, per dare corso alle modalit standardizzate del sistema tecnico di lavorazione. In pratica, il sistema di produzione ha bisogno di forze di lavoro duttili e pronte ad apprendere rapidamente - attraverso poche istruzioni - nuove mansioni. Ci richiede una formazione di base, non direttamente operativa, la quale per rimane inutilizzata nei compiti che la lavoratrice o il lavoratore svolge. Cos, un potenziale arricchimento della qualit della forza-lavoro manuale-intellettuale diventa, nella quotidianit lavorativa, causa di frustrazione e di abbrutimento. La verit che l'arricchimento richiesto in sede di formazione finalizzato non alla crescita della soggettivit, ma al potenziamento della disponibilit tecnica della forza-lavoro. Il lavoratore o la lavoratrice deve affinare le sue qualit non in quanto soggetto, ma in quanto forza-lavoro. E la qualit per eccellenza, adeguata ad un sistema di lavoro indeterminato, la capacita di incarnare, volta a volta, le mutevoli esigenze della lavorazione tecnica. 10. 3 Sistema formativo e sistema produttivo nel processo di indeterminazione La formazione professionale rappresenta il primo contatto del sistema produttivo con le forze di lavoro. Ed un contatto estremamente qualificante, nel senso che mira a trasformare le potenzialit creative, cariche di soggettivit, in capacit produttive, desoggettivate. Le potenzialit creative non sono, di per s, capacit di "produrre" (nell'accezione "moderna" del termine). Una tale finalizzazione storica. E storico anche il processo di desoggettivazione, che prelude alla indetermina-zione del lavoro. La capacit di creare viene tradotta - attraverso il processo di formazione in disponibilit a "produrre" ed a "produrre" in condizioni di indeterminazione, cio ad attivarsi efficacemente, a prescindere dalle proprie determinazioni, in relazione alle esigenze che via via emergono nel processo produttivo. D'altra parte, un sistema formativo non nasce storicamente con la "vocazione" capitalistica. In esso si annidano tradizioni culturali, istanze politiche e sociali, che spesso agiscono in direzione contraria - o comunque non nella stessa direzione - rispetto al bisogno di indeterminazione. Per queste ragioni, un sistema formativo difficilmente fornisce risposte univoche. I meccanismi di formazione risultano spesso ambivalenti. Nell'ambito di un piano di "modernizzazione", mentre operano in una certa direzione per

raggiungere certi obiettivi, rischiano sempre di scatenare reazioni impreviste, che mettono in evidenza esigenze del tutto estranee al processo di indeterminazione. Ma c' di pi. Il sistema formativo non solo la risposta del sistema produttivo al bisogno di crearsi a propria immagine le forze di lavoro. E' anche una istituzione politica, che ha la funzione di raccogliere ed integrare le istanze di promozione sociale provenienti dal basso. Queste due facce del sistema formativo entrano spesso in concorrenza fra di loro. Perch, nel momento in cui emerge una forte pressione sociale sul sistema formativo, questo costretto ad allentare le maglie della propria struttura. E una tale maggiore elasticit nei confronti della domanda sociale si traduce in una maggiore rigidit nei confronti del sistema produttivo. Quando larghi strati della popolazione premono per avere accesso all'istruzione, il sistema formativo costretto ad allentare i meccanismi di selezione scolastica. Ma una scuola di massa non in grado di dare corso ad una formazione che abbia le caratteristiche richieste dal mondo della produzione. La "modernizzazione" un processo globale. In quanto tale, essa d per scontato un collegamento - a qualsiasi livello e sotto qualsiasi forma - tra sistema formativo e sistema produttivo. Da questo punto di vista, una struttura formativa che non tenga conto di tale collegamento si presenta - a prescindere da ogni giudizio di merito - come struttura "arretrata". Uno dei punti di forza del capitalismo presentarsi come espressione della "modernit" e fare apparire come "arretrate" tutte le realt che non tengono conto delle sue esigenze. D'altra parte, le esigenze di un sistema produttivo esposto al processo di "modernizzazione" sono - come facile capire - in continua evoluzione. Esse si legano alle risultanze, sempre provvisorie, del progresso tecnico. E questo gi un primo aspetto che occorre, in via preliminare, mettere in rilievo. La relativa stabilit tecnica del sistema produttivo "pre-moderno", soggetto a mutamenti molto lenti, dava luogo ad una domanda di formazione ben definita e di lunga durata. La "modernizzazione", accelerando in modo significativo le trasformazioni tecniche, rende estremamente precari gli stessi bisogni del sistema produttivo in fatto di "qualit" della forza-lavoro. Tutto ci aggiunge una ulteriore difficolt al non facile raccordo fra sistema produttivo e sistema formativo, sia perch l'articolazione tecnica della produzione rende tutt'altro che univoca la richiesta di formazione che da essa proviene, sia perch, ammesso che si riesca a definire univocamente tale richiesta, la risposta del sistema formativo necessita di tempi che la fanno

giungere sempre in ritardo, quando l'esigenza da soddisfare gi mutata. Basta pensare ai mutamenti che si possono verificare in sede tecnica nell'arco di tempo compreso fra l'inizio e la fine della formazione scolastica. Un aspetto rilevante nel momento in cui un ragazzo o una ragazza intraprende il corso di studi superiori pu risultare irrilevante nel momento in cui lo porta a termine. Quanto emerso fin qui mette in luce una ulteriore valenza delI'indeterminazione nella formazione delle forze di lavoro. Non si tratta soltanto di rendere utilizzabile la forza-lavoro manuale-intellettuale nell'arco di un processo produttivo dato. C' anche l'esigenza di incorporare nelle forze di lavoro qualit che non siano soggette a rapido invecchiamento. In altri termini, il sistema formativo chiamato ad assicurare al sistema produttivo forze di lavoro che dispongano non solo di fluidit orizzontale, cio di capacit di inserirsi in qualsiasi punto del processo, ma anche di fluidit verticale, cio della capacit di inserirsi in qualsiasi stadio dell'evoluzione tecnica del sistema produttivo. In altri termini, la scuola chiamata a dare una formazione che consenta non solo continui spostamenti da un settore ad un altro della produzione, ma anche il rapido apprendimento dell'uso di un nuovo strumento tecnico. Ora, solo una formazione tecnicamente indeterminata, cio non legata a procedure tecniche specifiche, in grado di svincolare la professionalit dalle contingenze di un particolare standard produttivo e di renderla disponibile nei confronti della evoluzione tecnica. L'indeterminazione viene dunque a definirsi non solo in termini di flessibilit sincronica, da un punto all'altro di un processo dato, ma anche - e soprattutto - in termini di flessibilit diacronica, da uno stadio all'altro della evoluzione tecnica. Una formazione svincolata da moduli tecnici determinati si muove, in s, in direzione dell'arricchimento della persona. Solo che, nella societ sottomessa al capitale, l'indetermina-zione viene giocata tutta all'interno di ruoli subordinati. In queste condizioni, la polivalenza si traduce non in capacit di dominare il processo, ma in disponibilit a seguirlo ed a servirlo passivamente nella sua evoluzione imperante, mortificando e ignorando le esigenze di crescita della persona. Le donne e gli uomini sono chiamati ad allargare la base della loro formazione non in funzione di una pi attiva incidenza sull'attivit lavorativa, ma in funzione di una pi passiva aderenza alla evoluzione tecnica. Alla base dell'indeterminazione nella formazione delle forze di lavoro c' dunque non lo sviluppo delle potenzialit della persona, ma l'accentuarsi della instabilit tecnica del processo produttivo. Nella societ astratta persino le

qualit umane vengono formate a prescindere dalle esigenze delle donne e degli uomini. 10. 4 La desoggettivazione del lavoro Quando il processo di produzione si definisce come processo lavorativo, si impone per l'apparato di comando sul lavoro la necessit di fare i conti con la presenza del soggetto portatore della forza-lavoro manuale-intellettuale, uomo o donna in carne e ossa. La presenza di una valenza soggettiva della forza-lavoro nel processo produttivo si pone come limite del processo di indeterminazione. La soggettivit carica di determinazioni, che - in un modo o nell'altro - premono sull'attivit lavorativa e tendono a personalizzarla, a impregnarla di significati esistenziali. Un lavoro affidato alla soggettivit della forza-lavoro non sarebbe dunque disponibile a lasciarsi continuamente destrutturare e ristrutturare, sull'onda del processo di indeterminazione tecnica. Inoltre, attraverso la soggettivit, il flusso esistenziale, con le sue discontinuit di ritmo e di intensit, spezzerebbe il continuum della produzione. Le procedure tecniche e gli esiti produttivi sarebbero in balia degli umori degli operatori e delle operatrici. In altri termini, la produttivit si ridurrebbe a valore subordinato al concreto esistere del lavoratore o della lavoratrice in quanto essere umano. Il che, nel quadro della societ astratta, una contraddizione. Per tutto ci, non un caso che il problema della organizza-zione del lavoro si sempre pi definito, nel modo capitalistico di produzione, in termini di desoggettivazione del lavoro, cio di svincolo delle operazioni tecniche di lavoro dalla personalit del soggetto. Il senso di molti provvedimenti, tecnici ed organizzativi, quello di eliminare via via dal processo produttivo le interferenze legate, in un modo o nell'altro, alla vita quotidiana. Dal punto di vista del capitale, ogni soggetto dispone di capacit lavorativa, che si deve tradurre in attivit di lavoro. Senonch, tra la sfera della capacit e la sfera dell'attivit interferiscono situazioni di vita quotidiana, che "disturbano" questa trasposizione. L'interesse dell'azienda sarebbe che tutta la capacit lavorativa, tutta l'attivit lavorativa in potenza si traducesse in attivit lavorativa in opera. Di fatto, soltanto una parte delle potenzialit lavorative del soggetto diventa lavoro effettivo. I dirigenti aziendali potrebbero, in teoria, tentare di quantificare lo scarto fra capacit ed attivit lavorativa. Proviamo ad immaginare i calcoli dei ragionieri del capitale. Un operaio la mattina, quando si sveglia, ha una potenzialit

lavorativa 100. Poi si mette a litigare con la moglie e ci riduce la sua potenzialit a 90 (interferenza di una situazione familiare). Esce per andare al lavoro. L'autobus ritarda, l'operaio si innervosisce. La sua potenzialit lavorativa si riduce a 80 (interferenza della organizzazione dei servizi sociali). Arriva sul posto di lavoro in ritardo. C' uno scambio di battute con il caporeparto. La sua potenzialit si riduce a 70 (interferenza di una situazione lavorativa). Come si vede, si tratta di un vero e proprio campo di interferenze, analogo a quello che si ha nelle trasmissioni radiofoniche a modulazione di frequenza, quando il programma di una stazione viene disturbato da una trasmissione che vi si sovrappone.

10.5 L'oggettivazione del processo lavorativo: dalla meccanizzazione all'automazione A questo punto, opportuno cercare di definire il significato che assume, nel quadro della nostra analisi, l'evoluzione tecnica che va dalla meccanizzazione all'automazione del processo lavorativo. All'origine della meccanizzazione c' - per quel che qui interessa - la necessit di depurare il processo lavorativo di qualsiasi interferenza della soggettivit umana. Si tratta di trovare il modo di usare la forza-lavoro manuale-intellettuale senza avere a che fare con le intemperanze degli uomini e delle donne in carne e ossa. Ora, il valore d'uso della forza-lavoro ha una sua specificit rispetto al valore d'uso della merce in generale. Il valore d'uso della merce in generale la sua disponibilit a lasciarsi trasformare - cio logorare e consumare attraverso l'utilizzazione che si fa di essa. Il valore d'uso di una caramella consiste nel piacere che si prova quando la si succhia. Al contrario, il valore d'uso della forza-lavoro manuale-intellettuale non la sua disponibilit a lasciarsi trasformare, ma la sua capacit di trasformare. Il valore d'uso della forza-lavoro di un meccanico consiste nella capacit di trasformare un cumulo di pezzi in un motore funzionante. L'uso della forza-lavoro implica s - in quanto uso di una merce - una trasformazione. Non per una trasformazione operata sulla forza-lavoro, ma dalla forza-lavoro. Lo specifico del valore d'uso

della forza-lavoro in ci: che la merce forza-lavoro il soggetto e non l'oggetto della trasformazione. Rispetto all'azione di trasformazione, la forzalavoro figura al nominativo e non all'accusativo. Il valore d'uso della forzalavoro consiste nella sua capacit di trasformare, tramite i mezzi di lavoro, la materia prima in prodotto finito. Questo quadro coerente con la nozione di forza-lavoro in quanto fattore soggettivo del processo produttivo. Si verrebbe in effetti a creare uno scarto fra definizione concettuale e funzionamento reale, se da un lato la forza-lavoro si definisse 15come fattore soggettivo e dall'altro funzionasse come oggetto di trasformazione. L'uso di un fattore soggettivo non pu essere che l'utilizzazione del suo funzionamento in qualit di soggetto. Finch la forza-lavoro si definisce come fattore soggettivo della produzione, I'unico modo di usarla quello di farla funzionare come soggetto di trasformazione 1. E' in questa specificit dell'uso della forza-lavoro manuale-intellettuale l'origine della complessit del processo di indeterminazione all'interno della sfera lavorativa. Da un lato il processo lavorativo presuppone la presenza di una soggettivit umana attiva, dall'altro la soggettivit umana attiva di ostacolo alla indeterminazione del processo lavorativo. Ora, su questa contraddizione che interviene la meccanizzazione del processo lavorativo. Nei termini della nostra analisi, I'introduzione delle macchine comporta una operazione che possiamo chiamare oggettivazione del processo lavorativo. Con questa espressione intendiamo il trasferimento di funzioni manuali e intellettuali proprie del lavoro umano ad una struttura oggettiva - tecnica ed organizzativa - del sistema di produzione. Dall'oggettivazione del processo lavorativo discende una inversione di ruolo fra chi lavora e la condizione di lavoro. Non pi chi lavora ad usare la condizione di lavoro, ma la condizione di lavoro ad usare chi lavora. Per questa via, la soggettivit umana viene disattivata, in modo da essere usata come pura e semplice forza-lavoro manuale-intellettuale. Tuttavia, il processo meccanizzato prevede l'intervento umano la dove insorgono fattori di disturbo che deviano la produzione dallo standard previsto. Si rende quindi necessaria la sorveglianza della macchina. L'oggettivazione del processo lavorativo presenta, in questa fase della evoluzione tecnica, una lacuna: la funzione di controllo ancora prerogativa della soggettivit umana.

15

F. Viola, Il sistema di macchine, Roma, Edizioni Associate, 2^ ediz.,

1996.

Con l'automazione questa lacuna viene colmata: anche la funzione di controllo viene incorporata nella struttura tecnica. Il processo automatizzato si autocontrolla e richiede soltanto una attivit umana di pro-grammazione e di supervisione. Con l'automazione vengono annullati gli scarti, sempre insorgenti, fra struttura del processo lavorativo e struttura del processo produttivo. Viene cio risolto il problema della effica-cia produttiva del processo lavorativo, che e poi il problema della produttivit. Quando il processo lavorativo vincolato, in qualche modo, alla forza-lavoro manuale-intellettuale, la sua efficacia legata a fattori esterni alla sua dinamica, perch deve fare i conti con le interferenze della soggettivit umana. Da qui la necessit di incorporare attraverso l'automazione - il processo lavorativo nella struttura del processo produttivo. Il processo produttivo in grado di funzionare direttamente, senza la mediazione del processo lavorativo. E ci perch, nella struttura tecnica automatizzata, il processo lavorativo viene a coincidere senza residui - a prescindere dai compiti di programmazione e di supervisione - con il processo produttivo. II processo lavorativo si fa direttamente - senza mediazione umana, se non ad un certo livello - processo produttivo. E, affermandosi come oggettivit tecnica, si nega come attiva soggettivit. In queste condizioni, possibile incorporare l'indetermina-zione del lavoro nell'apparato tecnico. Un sistema automatico ad alta flessibilit tecnica, in grado di adattarsi a diversi tipi di lavorazione, pu dare soluzione a molti di quei problemi che emergono ogni qualvolta l'esigenza capitalistica di indetermina-zione si scontra con il bisogno dei soggetti concreti di affermare le proprie determinazioni. In conclusione, con l'automazione il processo di indeterminazione del lavoro tende a liberarsi dai condizionamenti della concretezza esistenziale degli uomini e delle donne in carne e ossa. A partire da qui, si apre per il sistema di produzione una prospettiva nuova, in fondo alla quale si profila un riassetto della societ capitalistica ad un pi alto livello di astrazione sociale.

Scheda B Taylorismo e desoggettivazione del lavoro

L'organizzazione del lavoro ha avuto nel tempo, come noto, una evoluzione significativa. Tuttavia, essa ha fatto costante riferimento, da un certo punto in poi, ai principi del taylorismo, cio del procedimento teorizzato dall'ingegnere statunitense F. W. Taylor e basato sullo studio dei tempi e dei modi di ogni operazione lavorativa. Tali principi sono fondamentalmente tre: a) possibile individuare il modo migliore ed unico di fare una qualsiasi operazione (il principio della one best way); b) questo modo pu essere individuato soltanto attraverso la sperimentazione e la ricerca, studiando i tempi richiesti per qualsiasi operazione (valutazione cronometrica del rendimento); c) lo studio del modo e del tempo di lavoro prerogativa esclusiva della direzione dell'azienda 16.
L'opera fondamentale di F. W. Taylor The Principles of Scientific Management, del 1911, trad. it.: L'organizzazione scientifica del lavoro, Milano, Comunit, 1952; Milano, Etas Kompass, 1967.
16

Di questi tre principi il primo che ci interessa adesso in modo particolare. La one best way ha un significato ben preciso. A prescindere dagli altri suoi effetti, essa - di fatto - sottrae al soggetto portatore di forza-lavoro il controllo della sua funzione produttiva. E' qui che si opera la vera "rivoluzione industriale". Fino all'avvento del taylorismo, il soggetto mantiene un certo controllo sui modi della produzione. Questo controllo non diretto. Non cio Iegato immediatamente alla soggettivit del lavoratore o della lavoratrice. E tuttavia passa per il soggetto, in quanto portatore di un mestiere. Il mestiere infatti, se da un lato si definisce come insieme di conoscenze-abilit accumulate ed organizzate in base ad una tradizione, dall'altro si caratterizza per il fatto di non potere prescindere da una soggettivit che se ne faccia portatrice dinamica, ma durevole. Il mestiere si comincia ad apprendere in giovanissima et e dura tutta la vita. E come da un lato questo tesoro di conoscenze-abilit ha bisogno, per esercitare la sua funzione, di depositarsi in maniera duratura (da qui il vanto che si esprime in frasi come sono vent'anni che faccio questo mestiere), dall'altro questa durevolezza espressione del legame esistente fra la personalit del soggetto ed il mestiere di cui tale personalit portatrice. Si pu dire, sotto tale profilo, che il mestiere non altro che la professionalit incorporata nella forza-lavoro. E l'accento va messo sulla incorpora-zione, perch quel che interessa - in sede di ricostruzione del processo di desoggettivazione del lavoro - non la struttura interna dell'attivit lavorativa che si esprime nel mestiere, ma il rapporto fra tale attivit ed il soggetto che la realizza. Certo, il mestiere, se pure legato al soggetto, non nasce n muore con esso. Ma anche la trasmissione delle conoscenze-abilit risente, in questo caso, del pi o meno alto grado di personalizzazione dei contenuti trasmessi. Si spiega cos perch la trasmissione del mestiere avviene quasi sempre per via verticale: da padre-madre a figlio-figlia, da chi si avvia a lasciare l'attivit lavorativa a chi si appresta a cominciarla. Appunto perch si tratta di una trasmissione fortemente personalizzata, significativamente diversa dalla trasmis-sione che si attua, per esempio, ad opera di istituzioni formative. Per questi suoi caratteri, la struttura interna del mestiere si rivela antitetica al processo di indeterminazione tecnica del lavoro. La struttura del mestiere ha infatti il suo centro organizzativo all'interno del soggetto e si definisce quindi come determinazione soggettiva. E' il soggetto che decide la successione delle operazioni e coordina i movimenti necessari ad ogni singola

operazione. E' chiaro che nella divisione pre-tayloriana del lavoro questa struttura da un lato ha un carattere di corpo rispetto alla singola operazione interna alla mansione lavorativa, dall'altro si pone gi come membro rispetto al processo complessivo di produzione. Il mestiere cio un insieme unitario di operazioni tecniche, ma il lavoro che compie I'operaio di mestiere all'intemo della fabbrica solo una parte del ciclo lavorativo necessario alla produzione. Che significato assume allora la "moderna" organizzazione del lavoro per la soggettivit coinvolta nell'attivit lavorativa? Spostare il centro motore dell'organizzazione interna dell'attivit lavorativa dai singoli soggetti alla direzione dell'azienda il significato del terzo principio del taylorismo: lo studio dei tempi e dei modi richiesti per qualsiasi operazione fa parte delle prerogative esclusive delle direzioni aziendali. Per raggiungere questo obiettivo, I'organizzazione del lavoro ha bisogno di sgretolare la struttura del mestiere, in modo da spersonalizzare al massimo le singole operazioni, la cui conduzione viene accentrata a livello di direzione. La funzione lavorativa finisce di configurarsi come prerogativa soggettiva del lavoratore o della lavoratrice, che la contratta con I'azienda. Adesso l'Ufficio Studi che progetta l'organigramma delle funzioni necessarie al processo produttivo. Ed l'Ufficio Studi che traduce queste funzioni in una serie di operazioni e decide i tempi per ogni operazione. In tal modo l'azienda si appropria della professionalit del lavoratore o della lavoratrice e, dopo averla polverizzata, ne fa una prerogativa della organizzazione del lavoro, per imporla dall'esterno al lavoro deprofessionalizzato. Una tale appropriazione impone tutte quelle trasformazioni che, nel loro insieme, costituiscono il progresso tecnico. Si pu dunque dire che il progresso tecnico non la causa del declino della professionalit, ma soltanto lo strumento attraverso il quale l'organizzazione del lavoro realizza tale declino. La organizzazione scientifica del lavoro, progettata e promossa da Taylor, sente come estranee a s le qualit professionali incorporate nella forza-lavoro. Ad una tale organizzazione non pu bastare che la professionalit sia al servizio dell'azienda. Non pu bastarle che lavori per I'azienda. Occorre che diventi la professionalit dell'azienda. Cos, da prerogativa del soggetto, il corpo di conoscenze-abilit che discende dall'arcaico mestiere si trasforma in oggetto di responsabilit dell'Ufficio Studi. Ai lavoratori ed alle lavoratrici non resta che vestirsi ogni mattina delle funzioni, manuali e intellettuali, predisposte dalla direzione. L'attributo professionale, da carne e sangue della persona che lavora, viene ridotto ad una specie di divisa, di propriet dell'azienda, da indossare all'entrata e togliere prima di uscire. All'uscita dal luogo di lavoro, il lavoratore o la lavoratrice torna ad essere

padre o madre di famiglia, utente della televisione, ecc.. Neppure un riflesso dell'energia spesa nell'attivit lavorativa si incorpora nella forza-lavoro come attributo professionale. Tutto ci provoca una serie di conseguenze di grande rilievo. Segna da un lato la morte della specializzazione come attributo del soggetto e dall'altro la nascita della specializzazione come prerogativa dell'azienda. La prima, essendo attributo personale, rendeva il soggetto - in una certa misura indipendende sotto l'aspetto professionale, rispetto alla singola azienda. Passando da una azienda all'altra, il soggetto si portava addosso il mestiere. La seconda specializzazione invece si riferisce non al particolare bagaglio di conoscenze-abilit del soggetto, bens alla particolare tecnologia adottata dall'azienda. Il soggetto diventa qui una componente del processo produttivo. Passando da una azienda all'altra, anche dello stesso settore, viene a trovarsi di fronte a un diverso processo e soprattutto a una diversa configurazione delle funzioni lavorative. D'altra parte, il fatto che il lavoratore o la lavoratrice non abbia attribuzioni soggettive da fare valere rende la sua prestazione intercambiabile all'interno del quadro di funzioni previste per un particolare processo di produzione. Cos il rapporto fra azienda e forza-lavoro rivela tutta la sua unilateralit. La specializzazione rispetto alla mansione diventa specializzazione rispetto al processo produttivo. E come la specializzazione rispetto alla mansione si traduceva in polivalenza rispetto ai processi produttivi in cui compariva quella mansione, cos la specializzazione rispetto al processo produttivo si traduce in polivalenza rispetto alle mansioni che compaiono in quel processo. In pratica, chi era esperto/a in una particolare mansione, poteva inserirsi in tutti i processi produttivi in cui era presente quella mansione. Chi invece, ad uno stadio avanzato del progresso tecnico, esperto/a in un particolare processo produttivo, in grado di apprendere rapidamente le diverse mansioni comprese in quel processo. Nel primo caso i lavoratori e le lavoratrici erano relativamente liberi di spostarsi da una azienda all'altra. Nel secondo caso l'azienda relativamente libera di spostare il personale da una mansione all'altra. Inoltre, la prima specializzazione compariva - in linea di massima - nella qualifica della forza-lavoro e veniva, come tale, pagata dall'azienda. La seconda compare solo nell'organigramma dell'Ufficio Studi e non produce quindi alcun effetto retributivo per le forze di lavoro. N da dire che nel primo caso i lavoratori e le lavoratrici trasmettevano al processo produttivo le loro "qualit professionali", mentre nel secondo caso non hanno "qualit" da trasmettere. In realt, il processo produttivo a tecnologia avanzata consuma una nuova "qualit": I'indeterminazione della forza-lavoro.

Capitolo Undicesimo L'indeterminazione sociale del lavoro

La societ astratta condannata ad uno stato di precariet finch alla indeterminazione tecnica non fa riscontro una indeterminazione sociale del lavoro, finch cio un lavoro privo di determinazioni tecniche in grado di opporre alle pretese delle forze imprenditoriali le sue determinazioni sociali, cio la sua collocazione in un quadro sociale rapportato ai bisogni delle donne e degli uomini. In tal senso, il processo di indeterminazione sociale del lavoro attraversa e scompagina tutti gli aspetti della condizione lavorativa - l'uso della forzalavoro, il quadro delle mansioni lavorative, la retribuzione - fino ad attaccare lo stesso rapporto di lavoro. 11.1 L'indeterminazione della forza-lavoro mercato del lavoro Perch il lavoro sia socialmente indeterminato, necessario che sia indeterminata la forza-lavoro manuale-intellettuale, cio l'insieme delle

energie, delle attitudini e delle conoscenze che stanno alla base di ogni attivit lavorativa. L'indeterminazione della forza-lavoro manuale-intellettuale ha inizio nel mercato del lavoro e si definisce come assenza di corrispondenza fra la qualit dell'offerta di prestazioni lavorative e la qualit della domanda. Si tratta soprattutto di scarto di livello tra la qualificazione della forza-lavoro e il tipo di prestazioni richieste. Questo scarto quasi generalizzato induce il sistema socio-economico a non tenere conto del livello di qualificazione della forzalavoro, cio a definire la qualit della domanda a prescindere dai livelli di capacit e di conoscenza acquisiti dai soggetti che si presentano sul mercato del lavoro. In tale situazione, la forza-lavoro che presenta credenziali di qualificazione a pi alto livello ha minori probabilit di trovare una occupazione. Il che induce quanti bussano alle porte del lavoro a nascondere, pi che ad esibire, la propria qualificazione. Chi in possesso di laurea preferisce presentare la licenza di terza media per un lavoro esecutivo, ad evitare di essere scartato per "eccesso di qualificazione". Per tale via, il sistema socio-economico intende indurre i soggetti in cerca di occupazione a presentarsi sul mercato come forza-lavoro indeterminata, disponibile ad assumere qualsiasi determinazione, a svolgere qualsiasi ruolo nell'attivit lavorativa. L'indeterminazione della forza-lavoro prepara il terreno all'indeterminazione dell'attivit lavorativa. L'indeterminazione infatti qui si definisce rispetto alla qualificazione della forza-lavoro. Dal momento che non si vuole tenere conto delle determinazioni acquisite dalla forza-lavoro, si preferisce lasciare indeterminata la qualificazione, in modo da indurre il soggetto ad una maggiore disponibilit nei confronti delle esigenze della produzione. Chi non ha una precisa qualifica da rivendicare sar costretto/a a mostrarsi pi accondiscendente verso le richieste della controparte. L'indeterminazione che i giovani e le giovani in cerca di prima occupazione sono costretti a portarsi addosso nel momento in cui si presentano sul mercato del lavoro una sorta di costume di scena, che indossano sopra le determinazioni, per nascondere le loro specifiche capacit, i loro bisogni particolari, le loro aspirazioni personali ed apparire completamente disponibili nei confronti di qualsiasi richiesta. E' dunque, all'origine, per chi cerca occupazione, una "finzione". Ma chi siede dall'altra parte del tavolo ha interesse a prendere la "finzione" per realt. Assume dunque il comportamento della forza-lavoro nel mercato del lavoro come modello del suo comportamento nel processo lavorativo. Si aspetta cio che chi docile e arrendevole all'atto dell'assunzione lo sia poi anche nel rapporto di lavoro. Al

polo opposto, chi viene assunto/a ha piena consapevolezza del fatto che l'indeterminazione esibita sul mercato del lavoro era una "finzione" necessaria per farsi assumere. Con questi presupposti, appena stipulata l'assunzione, si apre un aspro conflitto. La direzione tende a fare dimenticare al soggetto la realt della sua determinazione. Il soggetto tende a fare dimenticare la "finzione" recitata sul mercato ed a reclamare i diritti della sua determinazione. In un sistema come quello capitalistico, basato sul rapporto tra le forze in campo, I'accumulazione dell'esperienza sociale si traduce spesso in un danno per i pi deboli, perch da tale esperienza i potenti apprendono a sventare le piccole astuzie di chi costretto/a a ricorrere a mille stratagemmi per sopravvivere. Cos accade che, ad un certo punto, chi chiede prestazioni lavorative non si fida pi del comportamento che viene esibito in sede di trattativa per l'assunzione, perch sa che, dopo l'assunzione, verr richiesto il rispetto dei diritti acquisiti. Comunque, in seguito alla immissione della forzalavoro nel processo lavorativo, I'esigenza di indeterminazione si traduce in richiesta di mobilit e di flessibilit. La mobilit l'indeterminazione della forza-lavoro rispetto al luogo di produzione (mobilit territoriale), al settore di produzione (mobilit intersettoriale) o al tipo di lavoro all'interno di un settore di produzione (mobilit intrasettoriale). La flessibilit l'indeterminazione della forza-lavoro rispetto al modo e al tempo di produzione. 11.2 La flessibilit della forza-lavoro come indeterminazione esistenziale Data la centralit che ha l'attivit nella vita umana, la flessibilit della forzalavoro tende a definirsi come indeterminazione esistenziale. Prendiamo la mobilit territoriale. Chiedere ad un soggetto, uomo o donna, di spostarsi continuamente sul territorio, secondo le esigenze della produzione, di fatto significa chiedergli di non mettere radici in nessun posto. Significa cio condannarlo ad essere uno sradicato. La mobilit territoriale prescinde, di fatto, dai vincoli - affettivi, culturali, esistenziali - che lega la persona al "suo" ambiente. E ci nella pretesa - pi o meno esplicita, da parte di chi controlla il sistema economico - di poter decidere, volta a volta, la destinazione della forza-lavoro manuale-intellettuale semplicemente sulla base delle esigenze della produzione. Di fronte a tali esigenze, i bisogni immateriali dell'essere umano - in questo caso, il suo sentirsi legato ad un particolare ambiente - vengono opportunamente presentati dall'apparato ideologico borghese come scorie sottoculturali, a cui un moderno sistema industriale si deve liberare. La verit

che il sistema capitalistico tecnologica-mente avanzato ha bisogno di una forza-lavoro manuale-intellettuale socialmente indeterminata, di una forzalavoro liberata da tutte le pastoie della concretezza umana. E non vuole sentirne di prendere in considerazione la personalit di quel particolare uomo o di quella particolare donna che il soggetto portatore di forza-lavoro. Preme cio per riportare il rapporto di lavoro ai suoi termini originari di pura e semplice compravendita della forza-lavoro, spogliandolo di ogni valenza sociale. In altri termini, le forze imprenditoriali intendono fare valere una definizione formale del rapporto di lavoro, come rapporto puramente economico - e quindi astratto - fra capitale e lavoro, in cui non possono interferire questioni di carattere personale. In questo senso, in fabbrica o in ufficio deve entrare la forza-lavoro, mentre il soggetto, che ne il portatore, deve restare fuori della sede di lavoro. Non si tratta di una sottigliezza filosofica. C', dietro, una questione politica di fondo. Perch proprio nel rifiuto delle persone concrete di definirsi esclusivamente come forza-lavoro l'atto politico fondante dell'antagonismo sociale. Non un caso che i rappresentanti del capitale individuano nell'universo dei bisogni una mina vagante e una minaccia incombente sul sistema di privilegi. E pretendono di esorcizzarlo con la quotidiana predica televisiva sul deficit pubblico e soprattutto con la volont proterva di tagliare le spese sociali. L'attacco rivolto contro la realt esistenziale delle donne e degli uomini, su cui gravita l'universo dei bisogni. Disinnescando le persone concrete dall'universo dei bisogni, si pretende di potere accedere all'uso di una forza-lavoro indeterminata, sorda al richiamo dei sentimenti, degli affetti, indifferente alla qualit della vita, pronta ad abbassare le proprie esigenze quotidiane al minimo vitale. La pretesa di fare uso di una forza-lavoro manuale e intellettuale socialmente indeterminata si definisce cos pi distintamente. C' in essa il rifiuto ostinato di dare legittimazione politica ai bisogni, materiali e immateriali, sempre pi diffusi nella collettivit, proprio perch in essi viene individuato un fattore di antagonismo sociale. In tale contesto, la determinazione presente nei bisogni sociali si polarizza nei confronti dell'astrazione presente nell'uso capitalistico della forza-lavoro manuale-intellettuale. In altri termini, I'insieme delle particolarit concrete e delle irrinunciabili necessit personali presenti nell'essere sociale viene gradatamente a definirsi come un modo separato e contrapposto al quadro

economico astratto, entro il quale gli uomini e le donne in carne e ossa vengono ridotti ad unit indifferenziate. Questa polarizzazione apre un ventaglio di conflitti sociali pi o meno marcati, pi o meno tesi, con punte di scontro e periodi di stasi, con vittorie e sconfitte da una parte e dall'altra, a seconda dell'andamento dei rapporti di forza fra capitale e lavoro. In ogni caso, permangono i presupposti della contrapposizione fra bisogno capitalistico di indetermi-nazione e bisogno sociale di determinazione. Alla richiesta di mobilit territoriale viene a contrapporsi l'affermazione del bisogno delle persone concrete di avere un rapporto stabile con l'ambiente e con la comunit. Un discorso analogo pu farsi per le altre forme di indeterminazione della forza-lavoro. La mobilit rispetto alle mansioni si definisce, dal nostro punto di vista, come indeterminazione della forza-lavoro manuale-intellettuale rispetto ai contenuti del lavoro. Non essendo definite le mansioni lavorative, la persona viene chiamata a funzionare come "forza-lavoro", in senso letterale, cio come semplice "macchina di lavoro". Si badi bene. L'astrazione qui introdotta all'interno della stessa definizione di forza-lavoro, in quanto entit priva di qualsiasi specificazione contenutistica, a prescindere dal rapporto fra persona e attivit lavorativa. Non dunque in questione l'opzione personale per le forme e per i contenuti dell'attivazione. La forza-lavoro manualeintellettuale, chiamata ad applicarsi a contenuti sempre diversi, a seconda delle esigenze del processo produttivo, pu essere definita come entit indeterminata in s, ancora prima che venga presa in considerazione in quanto requisito di questa o di quella persona particolare. E ci perch per questa via I'attivit lavorativa tende a definirsi come vuota forma, in grado di riempirsi di qualsiasi contenuto. Ancora pi coinvolgente, se possibile, la flessibilit dell'uso della forzalavoro manuale-intellettuale, cio la possibilit di usare la forza-lavoro in modo elastico rispetto ai ritmi, agli straordinari, ecc.. In questa sede, la flessibilit coinvolge direttamente la determinazione esistenziale degli uomini e delle donne. Essa presuppone una vita quotidiana indeterminata, una vita quotidiana priva di qualsiasi struttura autonoma e volta a volta modellata attraverso il controllo della giornata lavorativa sulle scadenze del programma di produzione. La flessibilit dell'uso della forza-lavoro manuale-intellettuale - se applicata, per esempio, all'orario di lavoro - estende il tempo di lavoro a tutto il tempo di vita, in quanto ogni segmento del tempo di vita viene ad essere potenziale tempo di lavoro. E quindi, attraverso il comando sul tempo di lavoro, il sistema

politico-economico comanda tutto il tempo di vita. La giornata lavorativa - pur rimanendo immutato, sul piano quantitativo, il tempo di lavoro - scorre lungo il tempo di vita e riesce cos a contaminare l'intero arco della vita quotidiana. Tutto ci ha conseguenze notevoli sulla struttura della vita quotidiana. Non essendo fissati stabilmente i confini temporali dell'uso della forza-lavoro manuale-intellettuale, la vita quotidiana non pu avere un minimo di organizzazione, non pu darsi una qualsiasi struttura stabile, nemmeno quella struttura subalterna al capitale che possibile in concomitanza di un uso rigido della forza-lavoro. La vita quotidiana di ognuno/a di noi condannata a rimanere informe, per potere assumere la forma che le d, volta a volta, la struttura della giornata lavorativa. Per questa via, il comando del capitale sulla vita quotidiana, proprio perch indeterminato, privo di qualsiasi codifica, diventa totale. Abbiamo considerato gli effetti della flessibilit applicata all'orario di lavoro, presupponendo immutato, sul piano quantitativo, il tempo di lavoro. Ma, nel quadro delle esigenze della programmazione capitalistica della produzione, flessibilit non significa solo elasticit della struttura dell'orario di lavoro entro determinati limiti quantitativi. Significa anche possibilit, attraverso un uso discrezionale degli straordinari, di variare quantitativamente il tempo di lavoro, secondo le esigenze della produzione. Cos la giornata lavorativa non solo scorre lungo l'arco della vita quotidiana, ma si dilata e si restringe. Il tempo di vita sotto il completo dominio del tempo di lavoro. 11. 3 L'indeterminazione della retribuzione Nei termini della nostra analisi, le determinazioni della persona concreta si realizzano nel quadro esistenziale. Ora, perch la retribuzione sia legata alle determinazioni esistenziali delle donne e degli uomini, bisogna che sia indipendente dal quadro economico. La retribuzione legata alla congiuntura una retribuzione sganciata dai bisogni esistenziali delle persone e agganciata ai bisogni economici del sistema. E' una retribuzione indeterminata per la vita concreta dei soggetti e regolata sulla base delle determinazioni del sistema economico. Nella societ astratta, la tendenza a definire la retribuzione come variabile dipendente dalla congiuntura economica, cio ad abbassarla e ad elevarla secondo l'andamento degli indici dell'economia, dunque una specificazione dell'esigenza capitalistica di indeterminazione sociale. Una tendenza che mira a subordinare la qualit della vita al processo di valorizzazione del capitale.

Dal punto di vista delle donne e degli uomini che sono costretti a vendere l'uso della propria forza-lavoro manuale-intellettuale per procurarsi di che vivere, consi-derare la retribuzione una variabile indipendente significa da un lato subordinare l'economico al sociale e dall'altro mettere il sociale al riparo dall'economico. Da un lato il profitto costretto a rapportarsi alla qualit della vita sociale, dall'altro la qualit della vita sociale cessa di rapportarsi al profitto. Al pendolo, che oscilla pericolosamente tra il profitto capitalistico e la qualit della vita sociale, viene imposto un determinato arco di oscillazione, oltre il quale non pu andare. Tutto ci che garanzia per le persone concrete limite per l'apparato di astrazione. E, viceversa, tutto ci che mancanza di limite per l'apparato di astrazione rischio per le persone. Finch la retribuzione variabile dipendente, la qualit della vita sociale legata alle alterne vicende della imprenditoriali-t. Il rischio imprenditoriale un vanto storico della borghesia. L'aspetto ideologico di tale vanto sta nel non chiarire che si tratta di rischio soltanto economico. A fronte del carattere tutto economico del rischio dell'imprenditore, sta il carattere tutto esistenziale del rischio del lavoratore o della lavoratrice. Da una parte l'individuo mette a rischio il suo essere capitalista, dall'altra la persona mette a rischio il suo essere tout court. Da qui discendono da una parte il tanto osannato amore borghese e all'altra il tanto deprecato odio proletario nei confronti del rischio imprenditoriale. La retribuzione come variabile indipendente il rifiuto del rischio esistenziale come conseguenza diretta del rischio imprenditoriale. La retribuzione come variabile dipendente la pura e semplice traduzione del rischio economico dell'imprenditore in rischio esistenziale per chi vive di lavoro. Fin qui abbiamo considerato la questione, per cos dire, allo stato puro, in termini di rischio dell'imprenditore contrapposto al rischio del lavoratore o della lavoratrice, al fine di evidenziare il salto qualitativo che c' fra un rischio e l'altro. Abbiamo perci dovuto assumere come reale il rischio imprenditoriale. In realt, noto che raramente l'imprenditore rischia di suo, anche in termini strettamente economici. Quante volte un capitalista che si rispetti va in rovina se gli fallisce una iniziativa imprenditoriale? Si dir per contro: quante volte un lavoratore o una lavoratrice muore fisicamente se perde il posto di lavoro? Si tratta di intendersi sul termine sopravvivenza. Prescindendo dai casi in cui la disoccupazione porta alla disperazione ed alla autosoppressione fisica (nota), si pu dare per scontato che il non avere la certezza dei mezzi di

sussistenza getta la persona in una particolare condizione esistenziale, che pu essere posta in termini di messa in discussione della sopravvivenza, senza che ci debba necessariamente comportare la morte fisica. Quando parliamo di sopravvivenza del lavoratore o della lavoratrice come polo opposto al profitto dell'imprenditore, crediamo di non operare nessuna forzatura sulla realt. Venire a mancare dei mezzi di sussistenza significa per una persona dover vivere sul filo della sopravvivenza, anche quando questa sopravvivenza si prolunga per tutta una vita. Una societ che fa mancare ad un uomo o ad una donna i mezzi di sussistenza pu essere ritenuta - senza in nulla esagerare - responsabile della sua morte, anche se quella persona tira avanti per anni. Per intendersi, mettere a rischio la certezza della sopravvivenza di una persona come mettere a rischio la sua sopravvivenza. Se consideriamo questi aspetti, la distanza qualitativa fra di due rischi aumenta a dismisura, si fa abissale. Anzi. Ci accorgiamo che un paragone fra i due rischi impossibile. Si tratta, in effetti, di entit non paragonabili. Da una parte c' il rischio di venire a mancare dei mezzi di sussistenza, dall'altra c' il perseguimento del profitto anche attraverso il ricatto della messa in discussione dei mezzi di sussistenza. Come si vede, siamo tornati ai termini originari di ogni questione che coinvolga il rapporto fra la societ-struttura e la societ-collettivit. Gira e rigira, la partita si gioca, anche in questa sede, tra gli interessi del capitale e la qualit della vita sociale. Attaccando la determinazione esistenziale della retribuzione, la struttura capitalistica mira a controllare quella sorta di insubordinazione della collettivit che si esprime nella definizione della retribuzione come variabile indipendente. Mira a piegare la qualit della vita sociale alle "leggi" dell'economia capitalistica. L'autonomia della retribuzione si esprime da un lato come indipendenza nei confronti del profitto, dall'altro come dipendenza nei confronti del costo della vita. Da una parte la retribuzione come variabile indipendente, dall'altra la scala mobile. L'argomentazione che gli economisti borghesi sono soliti portare avanti a favore dell'imprigionamento della retribuzione che, in un sistema altamente integrato come quello capitalistico avanzato, nessuna delle variabili in gioco pu agire in modo indipendente dalle altre. Si tratta, ovviamente, di una difesa di ufficio degli interessi capitalistici e di un sostegno ideologico ammantato di scientificit - l'attacco contro la qualit della vita sociale. Tanto vero che una tale argomentazione viene gettata alle ortiche quando cambiando il fronte di attacco - sa non porta acqua al mulino degli interessi delle forze imprenditoriali.

La scala mobile rispettosa del carattere integrato del sistema. Essa fa in modo che la variabile retribuzione non agisca in modo indipendente rispetto alla variabile costo della vita. Coerenza perci vorrebbe che quegli economisti che usano l'argomento del sistema integrato contro la definizione della retribuzione come variabile indipendente, lo usino anche in difesa della scala mobile. Ci si aspetterebbe cio che coloro che sostengono la tesi della retribuzione come variabile dipendente difendano un meccanismo che assicura gi la dipendenza della retribuzione. E invece no. Gli economisti che attaccano la retribuzione come variabile indipendente rispetto al profitto, I'attaccano come variabile dipendente rispetto al costo della vita. La ragione c'. Gli economisti borghesi non possono difendere la scala mobile, perch essa va s in direzione dell'integrazione del sistema, ma questa volta dal punto di vista delle forze di lavoro. La scala mobile , come si sa, per le forze di lavoro un meccanismo di difesa del potere di acquisto della retribuzione, un meccanismo di difesa della retribuzione reale. Bloccare la scala mobile significa dunque attaccare la retribuzione reale. A questo punto, dovrebbe essere chiaro che nella societ sottomessa al capitale, in quanto societ astratta, I'attacco alla retribuzione viene portato - al di l delle acrobazie ideologiche degli economisti borghesi - su due fronti. Da un lato il blocco sistematico delle retribuzioni nominali, attraverso il loro agganciamento al profitto, dall'altro il sistematico taglio delle retribuzioni reali, attraverso il loro sganciamento dal costo della vita. Come noto, i rapporti fra capitale industriale e capitale finanziario sono molto stretti. Le grosse concentrazioni di capitale hanno la loro appendice finanziaria. In tale contesto, le manovre monetarie sono parte integrante del processo di accumulazione, in quanto incidono direttamente sul valore reale delle componenti della produzione e soprattutto - per quel che qui interessa sulla retribuzione reale. E' ormai di dominio pubblico quanto di manovrato c' nel processo di inflazione, che uno dei fenomeni pi appariscenti della vita economica. Il margine di manovra che I'inflazione lascia al grande capitale industriale viene utilizzato per riportare continuamente il valore reale della retribuzione al di sotto del valore nominale. Per questa via, il capitale per un verso riesce a recuperare quel che costretto a cedere, volta a volta, in termini di incrementi retributivi, per l'altro crea le condizioni per assorbire nuovi aumenti di retribuzione. L'ostacolo pi grosso ad un uso dell'inflazione come manovra di restrizione retributiva la nozione di retribuzione reale, che consente una rigidit retributiva verso il basso. E' infatti questa nozione che fornisce alle

forze del mondo del lavoro il punto di riferimento per contenere gli effetti delle manovre inflazionistiche sulle retribuzioni. Mentre la nozione di retribuzione nominale lascia, da sola, la retribuzione completamente in balia delle operazioni monetarie, pi o meno occulte. D'altra parte, una restrizione retributiva pu essere ottenuta anche attraverso una manovra deflazionistica. Per ridurre l'inflazione, vengono bloccati i meccanismi di incremento delle retribuzioni. Si dice che i lavoratori e le lavoratrici non perdono niente, perch con la riduzione dell'inflazione resta immutato il potere di acquisto delle retribuzioni. Ci sarebbe vero se l'incremento delle retribuzioni rallentasse esattamente in proporzione alla riduzione del tasso di inflazione. In realt, viene impres-so alle retribuzioni un rallentamento pi significativo rispetto alla riduzione dell'inflazione. Attraverso questa sottile manovra, un abbassamento del tasso di inflazio-ne viene tradotto in una diminuzione del potere di acquisto delle retribuzioni. Per tutto ci, la nozione di retribuzione reale rispecchia il punto di vista delle forze di lavoro. La nozione di retribuzione nominale rispecchia invece il punto di vista delle forze imprenditoriali, che hanno interesse a fare di essa la nozione generale di retribuzione e mirano alla distruzione della nozione di retribuzione reale. 11. 4 L'indeterminazione della mansione lavorativa La libert di spostare la forza-lavoro manuale intellettuale da un punto all'altro del processo di produzione di beni o di servizi significa - nella societ sottomessa al capitale - possibilit di spezzare il rapporto fra il soggetto ed uno specifico contenuto del lavoro. L'obiettivo che sta alla base di tale operazione l'inde-terminazione della mansione lavorativa. Tale indetermi-nazione cambia la qualit dell'uso della prestazione lavorativa. Il soggetto perde il rapporto tradizionale con una specifica mansione, senza d'altra parte acquisire un qualsiasi rapporto con l'insieme del processo di produzione. Il rapporto tradizionale del soggetto con uno specifico contenuto del lavoro faceva - in una certa misura - da tramite per il rapporto con il sistema sociale di produzione. Venendo a mancare quel tramite, la forza-lavoro manualeintellettuale resta in bala degli interessi delle forze imprenditoriali. La mobilit da una parte ha dunque il significato tecnico di fare cadere qualsiasi condizionamento professionale all'uso della forza-lavoro manualeintellettuale, dall'altra ha il significato politico di fare della persona una individualit priva di identit lavorativa. In questo quadro, I'indeterminazione

della mansione lavorativa si traduce in indeterminazione del posto di lavoro, in acquisizione pratica della nozione di posto indeterminato di lavoro. Il punto terminale della libert di spostare la libert di licenziare, cio di rompere il rapporto fra il soggetto portatore di forza-lavoro manualeintellettuale e il sistema di produzione. E' in questo quadro che l'indeterminazione della mansione lavorativa acquista significato, in quanto anello di una catena di attacchi alla stabilit della presenza delle forze di lavoro nel sistema di produzione. 11. 5 L'indeterminazione del rapporto di lavoro Nello stato di avanzamento della nostra analisi, il processo di indeterminazione non ha ancora investito il rapporto di lavoro. La distinzione fra indeterminazione dei contenuti e delle condizioni di lavoro da una parte e indeterminazione del rapporto di lavoro dall'altra non soltanto analitica. In realt - e non soltanto in teoria - pu darsi un lavoro indeterminato all'interno di un determinato rapporto di lavoro. In sede di rapporto di lavoro, I'indeterminazione si definisce in termini di instabilit. Ora, vero che l'indeterminazione dei contenuti e delle condizioni di lavoro, rimettendo continuamente in discussione la collocazione della forza-lavoro lungo l'arco del processo lavorativo e sul terreno delle garanzie sociali, apre sempre nuovi conflitti, che mettono in tensione la stabilit del rapporto di lavoro. Ma la stabilit del rapporto in quanto tale non toccata se non indirettamente - dalle richieste relative, per esempio, alla flessibilit ed alla mobilit, che anzi presuppongono l'esistenza di un rapporto di lavoro definito e formalizzato. In questo quadro si intravede gi la direzione del processo di indeterminazione nella sfera lavorativa. Partendo da un assetto generale delI'universo del lavoro in termini di relativa stabilit, si pu ipotizzare una graduale scompaginazione di tutti gli aspetti della condizione lavorativa. Questo processo ha il suo culmine in un attacco diretto al rapporto di lavoro. Fra l'indeterminazione dei contenuti e delle condizioni di lavoro e I'indeterminazione del rapporto di lavoro c' per un duplice scarto di livello. Per quanto attiene alle conseguenze sociali, evidente la differenza che corre fra una ridefinizione dell'attivit lavorativa e una rottura del rapporto di lavoro, cio fra uno spostamento da una mansione ad un'altra ed un licenziamento. Per quanto attiene all'oggetto che viene investito dal processo, I'indeterminazione dei contenuti e delle condizioni di lavoro riguarda le modalit d'uso della forza-lavoro manuale-intellettuale. L'indeterminazione

del rapporto di lavoro mette invece in discussione l'uso stesso della forzalavoro. Nel primo caso si tratta di una riorganizzazione qualitativa delle forze di lavoro acquisite al processo di produzione. Nel secondo caso si tratta invece di una ridefinizione quantitativa dell'acqui-sizione, al processo produttivo, delle forze di lavoro disponibili. Questi due versanti del processo vanno tenuti distinti, anche se la strategia capitalistica opera contemporaneamente sui due fronti. L'impiego capitalistico del potenziale di operativit e di creativit che nella collettivit obbedisce a criteri di convenienza, in vista della realizzazione del massimo profitto. E sono tali criteri che stabiliscono, volta a volta, la quota di forza-lavoro da acquisire al sistema di produzione. La questione viene complicata dai risvolti sociali che ha sempre una qualsiasi ridefinizione quantitativa della base produttiva. Ma, a prescindere da tali implicazioni, la quota di forza-lavoro necessaria al processo produttivo rapportata non al bisogno di occupazione che hanno gli uomini e le donne, ma al disegno di massimizzazione del profitto che pu essere realizzato in una fase data della evoluzione tecnologica. Ne consegue che la necessit di forza-lavoro manuale-intellettuale varia con il variare delle situazioni. E ci sul piano semplicemente quantitativo, in termini di uomini e di donne da acquisire alla produzione di beni e di servizi, oltre che, ovviamente, sul piano della qualit delle forze di lavoro da impiegare. Tale necessit legata a due fondamentali fattori: da un lato la strutturazione tecnica del processo lavorativo, dall'altro l'andamento del mercato. Questi due fattori non hanno la stessa evoluzione. La strutturazione tecnica del processo lavorativo procede - in generale - in direzione della sostituzione di lavoro umano con lavoro tecnico, cio di uomini e di donne con macchine. Su questo versante, la necessit di forza-lavoro manualeintellettuale da acquisire al processo lavorativo ha un andamento relativamente lineare, in direzione di una progressiva diminuzione. La produzione di beni e di servizi, via via che si struttura in sistema tecnico, ha bisogno di espellere lavoro umano, manuale e intellettuale. C' quindi una tendenza alla restrizione della base produttiva. E' invece difficile tradurre in tendenza lineare l'andamento del mercato in relazione ad un particolare prodotto. Pu, per esempio, andare bene, in generale, il mercato delle auto. Ma un modello non "tira", come si dice in gergo, cio non si vende abbastanza. E allora, in quel particolare settore, la forza-lavoro diventa "esuberante". Poi invece si immette nel mercato un nuovo modello, che ha un successo clamoroso. E allora, per andare dietro alla richiesta, occorre aumentare la produzione e quindi assorbire una quota

pi alta di forza-lavoro. Senza dire che ci sono prodotti che hanno un consumo prevalentemente stagionale (si pensi, per esempio, ai gelati). Inoltre, nella societ avanzata uno degli incentivi al consumo la continua variazione della gamma dei prodotti. Il mercato allargato ha bisogno di novit. E le novit provocano l'alternarsi di impennate e di cadute del consumo. Da questo quadro emerge la necessit che ha il sistema produttivo capitalistico di definire il rapporto di lavoro in termini di estrema instabilit, per potere rapportare l'impiego di lavoro umano da una parte alla evoluzione del sistema tecnico e dall'altra all'andamento del mercato. Le risposte che via via vengono date a tale esigenza di fondo si collocano a diversi livelli di intervento e sono comunque esiti provvisori di una ricerca che tende a rifondare il rapporto complessivo fra capitale e lavoro.

11.5.1 La valenza sociale del posto di lavoro In un assetto del rapporto di lavoro improntato alla stabilit, la ricerca di un lavoro ha una collocazione ben precisa nella fase iniziale dell'et adulta. E' la fase della ricerca del posto di lavoro. In tale assetto, il posto di lavoro ha una valenza sociale che va ben al di l della semplice collocazione professionale. In una societ che pretende di ignorare i bisogni primari degli uomini e delle donne, potere contare su una attivit retribuita relativamente stabile significa mettere la propria esistenza al riparo da imprevisti. La societ astratta non d sicurezza e spinge quindi chi non dispone di mezzi propri a cercare rifugio in un lavoro dipendente, il pi possibile stabile e sicuro. Da qui il valore esistenziale dell'approdo ad un posto di lavoro. Valore che, del resto, possibile intravedere nell'espressione si sistemato, riferita a chi un posto I'ha finalmente trovato. In realt, in un quadro di relativa stabilit del rapporto di lavoro, la ricerca del posto si risolve nella ricerca - pi generale - di dare, una volta per tutte, una "sistemazione" alla propria vita. Non un caso che, in questo quadro, il posto di lavoro viene comunemente percepito - a torto o a ragione - come il passaggio dalla "irresponsabilit" giovanile alla "responsabilit" dell'et adulta. Ora, la stabilit del rapporto di lavoro, che si esprime nella nozione di posto di lavoro, un dato antitetico al processo di indeterminazione, che tende al continuo azzeramento della condizione sociale degli uomini e delle

donne. Tutto ci che rappresenta sicurezza per i soggetti concreti si qualifica in termini di destabilizzazione per la struttura della societ astratta. Da qui la tendenza a liberare il rapporto di lavoro da ogni vincolo sociale. Questa tendenza si esprime, in una prima fase, in una sorta di sperimentazione della indeterminazione occupazionale, che volta alla costruzione, in prospettiva, di un nuovo assetto del rapporto di lavoro, adeguato alla societ astratta. Questa tendenza comincia con il mettere in crisi la nozione tradizionale di posto di lavoro. Tale nozione ha una doppia valenza. Da un lato fa riferimento alle attitudini necessarie per svolgere una determinata attivit lavorativa, dall'altro si riferisce alla capacit che ha il sistema sociale di assicurare occupazione. Da un lato dunque il carico di qualit lavorativa necessaria per fare funzionare il processo complessivo di produzione, dall'altro il carico di unit occupazionali che il processo in grado di garantire. Ora, nella societ astratta queste due valenze tendono a contare sempre meno. Il posto di lavoro, in quanto professionalit sedimentata e inglobata in una singola unit produttiva, viene investito da profonda crisi, per via dell'accelerazione del processo di innovazione tecnologica. Il posto di lavoro, in quanto unit di misura delle capacit occupazionali del sistema sociale, diventa sempre meno definibile. Le capacit occupazionali di un sistema produttivo capitalistico avanzato sono sempre meno quantificabili in modo rigoroso e sempre pi determinate dai rapporti di forza. A monte di tali capacit ci sono infatti tali e tante scelte soggettive, che pura ideologia volerle presentare come potenzialit "neutre" del sistema. Da tutto ci emerge la necessit, per le forze imprenditoriali, di aprire una nuova prospettiva in sede di definizione globale del rapporto di lavoro. 11.5.2 La sperimentazione della indeterminazione occupazionale: il doppio mercato del lavoro In vista di un nuovo assetto del rapporto di lavoro, si procede alla sperimentazione della indeterminazione occupazionale, nel cui ambito assume particolare significato il ricorso a un doppio mercato del lavoro: un mercato, ufficiale, del lavoro regolare e un mercato, non ufficiale, del lavoro irregolare, cio non garantito da contratto. L'apparato di produzione tende a schiacciare la forza-lavoro manualeintellettuale con una strategia a tenaglia: da una parte una stretta alla forzalavoro ufficialmente occupata in termini di blocco retributivo, di utilizzo

flessibile e di espulsione dal processo lavorativo; dall'altra un uso indiscriminato - al di fuori del sistema di garanzie contrattuali - della forza-lavoro non ufficialmente impiegata. Si viene cos ad aprire una doppia prospettiva: da una parte sostituzione di lavoro umano con lavoro tecnico, dall'altra sostituzione di lavoro regolare con lavoro irregolare. In ambedue i casi si tende ad ottenere una restrizione delle forze di lavoro, manuali e intellettuali, ufficialmente impiegate. Ma nella sostituzione di lavoro regolare con lavoro irregolare c' anche l'utilizzo di un secondo mercato del lavoro, complementare al mercato ufficiale. Operare in un sistema di doppio mercato del lavoro significa per le forze imprenditoriali avere la possibilit di scaricare sul secondo mercato ogni onere che deriva dall'operare sul primo mercato. Non solo. Ma la situazione di doppio mercato - con notevole scarto di costi fra il primo e il secondo produce una tendenza a trasferire retribuzioni dal primo al secondo mercato, espellendo forza-lavoro in condizione contrattuale, per riassumerla in condizione non contrattuale. La complessa manovra a tenaglia - tendente a spremere, con pressioni opposte e convergenti, il primo e il secondo mercato del lavoro - viene sostenuta, sul piano ideologico, con un curioso ragionamento a doppia faccia. Per ottenere di potere operare liberamente nel mercato ufficiale, I'imprenditore si fa scudo della condizione dei disoccupati, che meritano pi attenzione degli occupati, perch mancano dei mezzi di sussistenza. Per sentirsi legittimato ad operare nel secondo mercato, I'imprenditore mette avanti la condizione degli occupati, che godono di retribuzioni "troppo alte". Per un verso si sostiene che, per fare nuovi investimenti ed incrementare l'occupazione, necessario bloccare le retribuzioni, per I'altro si richiede il riconoscimento ufficiale del carattere "fisiologico" del lavoro irregolare. Su questa via si muovono e convergono due tendenze: da una parte la tendenza al blocco delle retribuzioni, dall'altra la tendenza alla istituzionalizzazione del mercato del lavoro irregolare. 11. 5. 3 Le forme del lavoro irregolare Per quel che qui interessa, il processo di indeterminazione attacca I'attivit lavorativa su due punti: il rapporto di lavoro e il contenuto del lavoro. In sede di rapporto, I'indeterminazione si esprime in termini di instabilit del lavoro. In sede di contenuto, si esprime in termini di incertezza delle rnansioni lavorative.

L'intrecciarsi di questi due modi di esprimersi dell'indeterminazione produce una miriade di forme di lavoro irregolare. Definiamo lavoro irregolare una attivit lavorativa che viene svolta, per conto terzi, al di fuori di un quadro definito di garanzie contrattuali. La casistica ricchissima. Cerchiamo di esaminare rapidamente alcuni casi esemplari, tratti dalla situazione italiana. Per cominciare, prendiamo - per esempio - il caso di chi fa il cameriere in un ristorante in posizione lavorativa irregolare. Qui l'indeterminazione riguarda il rapporto di lavoro, ma non le mansioni lavorative, dal momento che questo cameriere irregolare fa, pi o meno, ci che farebbe in posizione di lavoro regolare. Certo, possibile che gli vengano richiesti lavoretti extra. Ma, nella sostanza, egli fa il cameriere. Diversa la situazione di chi non solo non ha un rapporto regolare di lavoro, ma non pu nemmeno fare riferimento ad un quadro definito di mansioni. Sono gli irregolari "tuttofare". In questo caso, I'indeterminazione investe sia il rapporto di lavoro che il contenuto dell'attivit lavorativa. Fin qui, comunque, un rapporto di lavoro sussiste di fatto, anche se non formalizzato e quindi non garantito. Ci sono invece situazioni particolari in cui possibile scorporare dal processo complessivo singole produzioni, che vengono affidate all'esterno. Tipico il caso del lavoro a domicilio. Qui il rapporto di lavoro viene azzerato non solo nella forma, ma anche nella sostanza. La lavoratrice (quasi sempre si tratta di donne) non entra a far parte dell'azienda. Viene ignorata non solo nei diritti, ma anche nella persona. La sede di lavoro casa sua. C' un mediatore che porta periodicamente il lavoro da fare e ritira il lavoro fatto. In relazione al processo di indeterminazione, il lavoro a domicilio presenta una serie di aspetti che vanno presi in esame. Il dato pi rilevante senz'altro la sede di lavoro. Il lavoro a domicilio viene presentato negli avvisi economici come un lavoro comodo: Potrete guadagnare bene standovene a casa vostra. In realt, il capitale che produce profitto standosene comodamente in casa di altri. Il lavoro invade la vita familiare e la sconvolge. Il tempo di vita ha la stessa lunghezza d'onda del tempo di lavoro. Il tanto decantato "focolare domestico" si trasforma in un piccolo laboratorio, con la donna sballottata tutto il santo giorno fra il ruolo di moglie e di madre e il ruolo di lavoratrice, fra una cena da preparare, un sederino da pulire e il prodotto da consegnare. Questo dilatarsi della dimensione lavorativa al punto di sovrapporsi alla dimensione di vita non deriva da un comando diretto sul lavoro. Non c' infatti un controllo sui modi e sui tempi dell'attivit lavorativa. L'indeterminazione del lavoro sembrerebbe quindi giocare a favore della lavoratrice a

domicilio, la quale - in teoria - pu adattare il tempo ed il ritmo del lavoro alle proprie esigenze. In realt, il comando sul lavoro mediato dallo stato di necessit materiale, che spinge la lavoratrice a cercare di raggiungere il massimo della produzione, prolungando i tempi ed intensificando i ritmi, dal momento che viene pagata per pezzo lavorato. Per una via traversa, si ottiene dunque lo stesso risultato: I'indeter-minazione come disponibilit del soggetto a mettere fra parentesi le proprie determinazioni, per farsi carico delle determinazioni del sistema di produzione. Nell'arcipelago del lavoro irregolare difficile classificare le diverse situazioni sulla base di una scala di indeterminazione del rapporto di lavoro. Ogni tipo di lavoro costituisce un caso a s ed l'esito di un intreccio di interessi che si incarnano in una forma particolare. Da qui I'andamento un po' erratico, del caso per caso, che inevitabilmente tende ad assumere l'analisi all'interno di questo quadro. Tuttavia stiamo cercando, nei limiti del possibile, di procedere lungo una linea che va da un minimo ad un massimo di indeterminazione, cio da situazioni in cui sussiste, quanto meno, un rapporto informale, a situazioni in cui il rapporto , sotto tutti gli aspetti, azzerato e dissolto. Ora, nel caso del lavoro a domicilio, il rapporto - come abbiamo visto - non sussiste. Di contro, rimane in piedi - se pure in sede separata - una ministruttura tecnica, che fa da supporto all'attivit lavorativa. La lavoratrice a domicilio deve farsi - fra l'altro, a proprie spese - I'attrezzatura indispensabile per lavorare in un determinato settore della produzione. Una donna che lavora a domicilio nel settore della maglieria non pu fare a meno di una data macchina e di altri opportuni arnesi. Inoltre, la lavoratrice a domicidio finisce per "specializzarsi" in una particolare lavorazione. La base tecnica acquisita e la specifica abilit accumulata danno luogo, di fatto, ad una certa continuit dell'attivit lavorativa, che a volte si traduce in una sorta di "rapporto a distanza" - prolungato nel tempo - con una ditta. La lavoratrice a domicilio non pu passare continuamente da un tipo di lavoro ad un altro, n da una ditta ad un'altra, perch ci significherebbe cambiare di continuo attrezzatura e tipo di lavorazione. Dall'altra parte, le ditte tendono ad ottenere con una certa continuit un dato tipo di prodotto, che soltanto lavoratrici con una specifica esperienza lavorativa sono in grado di garantire. In sintesi, dunque, il lavoro a domicilio presenta - rispetto al processo di indeterminazione - una relativa stabilit di fatto del contenuto del lavoro in un contesto di "separatezza sociale" dell'attivit lavorativa (la lavoratrice a

domicilio non ha contatti con compagni e compagne di lavoro) e in assenza di un qualsiasi rapporto di lavoro, formale o informale. Nettamente differenziato appare, rispetto a questo quadro connotativo, il lavoro di propaganda e di vendita esterna, porta a porta, come si dice. Questa area , al suo interno, molto variegata. Si va da chi gira per le case per vendere enciclopedie a rate a chi mette la pubblicit dei detersivi entro le cassette della posta. Dando per scontata l'assenza di rapporto formale di lavoro - assenza che alla base della nozione di lavoro irregolare - ci sono differenziazioni per quanto riguarda la continuit del lavoro e la presenza di un qualsiasi rapporto informale di lavoro, cio di un contatto continuato fra il lavoratore o la lavoratrice e la ditta. E' facile, per esempio, supporre che il lavoro di propagandista editoriale abbia una "durata" maggiore rispetto al lavoro di distribuzione di fogli pubblicitari. E non perch il primo lavoro preveda un qualche vincolo formale, ma semplicemente perch la propaganda editoriale presuppone, quanto meno, I'acquisizione di alcuni standard di conoscenza e di comportamento, oltre che un certo "stile". Requisiti che non sono richiesti per mettere foglietti dentro le cassette della posta. Si pu dunque dire che - entro i parametri di una estrema precariet, dovuta all'assenza di vincoli formali - la "durata" del lavoro irregolare correlata alla "qualit" (si fa per dire) del suo contenuto. Fanno, in un certo senso, parte a s i lavori stagionali. Si tratta soprattutto di lavori agricoli. In zone di intensa produzione di frutta, la raccolta una occasione di forte mobilitazione del lavoro irregolare. Giovani, in particolare immigrati, vengono supersfruttati, a basso costo ed al limite della resistenza fisica. Si tratta infatti di lavori faticosissimi, perch fatti in estrema intensit e per un numero elevato di ore al giorno. A questa intensificazione quasi ossessiva concorrono da una parte I'interesse dell'immigrato - pagato per ogni cesta di frutta raccolta - a guadagnare pi che pu nel pi breve tempo possibile e dall'altra l'interesse del proprietario a portare a termine l'operazione il pi presto possibile, dato che la raccolta non pu essere prolungata oltre un certo termine. Il primo dato che emerge il carattere particolare della situazione di lavoro. Innanzi tutto, si tratta di una situazione predeterminata. C' una quantit determinata di frutta da raccogliere. L'occasione di lavoro quindi limitata. Finita la raccolta, I'occasione - per quell'anno - si esaurisce. Entro questa sorta di contenitore il giovane riversa un lavoro estremamente "concentrato", non perch venga sottoposto a particolari controlli, ma perch

ha interesse a fare pi presto che pu. Anche qui il comando sul lavoro viene mediato dalla necessit materiale del soggetto. Il carattere di esasperata "concentrazione" di questo lavoro produce, se pure per periodi relativamente brevi, un vero e proprio azzeramento della qualit della vita dei soggetti coinvolti. Alla "concentrazione" dell'attivit lavorativa corrisponde, come ovvio, una elevazione del livello di indeterminazione. Alla persona si richiede il massimo della disponibilit: la disponibilit a sospendere per un certo periodo le proprie esigenze quotidiane. C' nel lavoro stagionale un dato che ritroviamo in altri lavori irregolari: la delimitazione dell'occasione di lavoro. Ci sono lavori che possiamo chiamare "occasionali", perch nascono in occasione di un qualche evento pubblico e finiscono nel giro di qualche giorno. C' da sistemare sedie e transenne per una manifestazione pubblica o per uno spettacolo. E' una "occasione" delimitata, che mobilita lavoro irregolare. Rispetto alla raccolta della frutta, di diverso c' qui il controllo diretto dell'attivit lavorativa. E si capisce perch. Non possibile, nel lavoro "occasionale", pagare per quantit di prodotto. E allora necessario comandare direttamente il lavoro. Il che mette in evidenza la funzione suppletiva di comando che ha il pagamento "tanto quanto". In questa area il lavoro irregolare assume le forme pi svariate e raggiunge punte estreme di frammentazione. E, soprattutto, si presenta come prestazione allo stato puro, separata alla persona. Il soggetto non si sente minimamente coinvolto. La singola prestazione viene ovviamente inserita in una struttura organizzativa. Ma l'insieme viene composto e scomposto con una tale rapidit da non lasciare segno alcuno in chi spende le sue energie, si prende la paga e se ne va. E' praticamente impossibile dare conto di tutte le forme del lavoro irregolare. Del resto, quel che qui interessa non tanto un panorama esaustivo delle modalit esteriori, quanto una ricognizione delle risposte che, attraverso il lavoro irregolare, le forze imprenditoriali approntano rispetto all'esigenza di indeterminazione del rapporto di lavoro. Il lavoro irregolare assume, volta a volta, la forma adatta al contesto in cui viene ad inserirsi. Ma non tanto il tipo di attivit (raccogliere frutta, montare transenne) che qui interessa, quanto l'assenza di un rapporto formale o di un qualsiasi rapporto. In sostanza, qui interessa non tanto il lavoro irregolare quanto il lavoro irregolare. Il lavoro irregolare interessa cio non tanto per il suo contenuto, quanto per il tipo di rapporto che comporta. L'irregolarit infatti riferita non all'attivit lavorativa, ma al rapporto di lavoro. Nella definizione adottata, un

lavoro irregolare non in quanto I'attivit priva di regole, ma in quanto privo di regole, o addirittura assente, il rapporto entro cui l'attivit viene svolta. Ci non significa che nel lavoro irregolare non ci possa essere anche una irregolarit dell'attivit lavorativa. Significa che chiamiamo irregolare anche un lavoro in cui l'attivit lavorativa si svolge con regolarit, ma in assenza di un rapporto regolare. 11.5.4 La scissione fra soggetto e prestazione lavorativa II lavoro irregolare, nelle sue svariatissime forme, ci interessa - in questa sede - non tanto in s, come ventaglio di risposte immediate all'urgenza del problema della instabilit del rapporto di lavoro, quanto come spia delle esigenze di fondo che stanno dietro a quella urgenza. Il lavoro irregolare da un lato si definisce come soluzione non contemplata nel vecchio assetto, dall'altro si propone come prefigurazione di un nuovo assetto. Da un lato, rottura pratica della stabilit del vecchio rapporto di lavoro, dall'altro proposizione di un nuovo rapporto di lavoro, fondato sulla instabilit. Ora, possibile individuare nell'arcipelago del lavoro irregolare la prefigurazione di un nuovo assetto del rapporto di lavoro? Dobbiamo partire da un dato. La molteplicit delle forme che assume il lavoro irregolare non casuale. E' la traduzione pratica della molteplicit delle situazioni in cui viene ad incardinarsi il rapporto di lavoro. Il montaggio occasionale della struttura di uno spettacolo all'aperto presenta - in sede di rapporto di lavoro - problemi diversissimi rispetto alla produzione di auto in serie. Non quindi immaginabile un assetto in cui l'instabilit del rapporto si esprima negli stessi termini in tutte le situazioni. E tuttavia I'individuazione delle esigenze di fondo presenti nel lavoro irregolare pu consentire di tracciare le linee lungo le quali si snoda il processo di istituzionalizzazione della instabilit del rapporto di lavoro. C' da osservare innanzi tutto che, in assenza di vincoli formali, la "durata" del rapporto di lavoro - a un dato stadio dell'evoluzione tecnologica I'esito di una mediazione fra il grado di continuit lavorativa di cui necessita un particolare processo di produzione e il grado di instabilit che caratterizza l'andamento di un particolare prodotto sul mercato. In teoria, in assenza di una esigenza apprezzabile di continuit e in presenza di un andamento fortemente instabile del prodotto sul mercato, ogni lavoro tende a definirsi in sede di rapporto come lavoro "occasionale". In questo modello, a parte uno staff tecnico ed organizzativo, non c' bisogno di acquisire forza-lavoro manuale-intellettuale all'interno del processo

di produzione. Basta prelevare dal mercato del lavoro le prestazioni che volta a volta servono al ciclo produttivo, senza che ci debba comportare l'assunzione al sistema di produzione dei soggetti che forniscono le prestazioni. Una tale prospettiva comporta la scissione fra soggetto e prestazione lavorativa. Per cogliere la portata di tale innovazione occorre tenere presente che nell'assetto tradizionale del capitalismo industriale la prestazione lavorativa , almeno formalmente, integrata ad un soggetto concreto, ad un uomo o ad una donna in carne e ossa. Il sistema di produzione si garantisce l'uso di una data prestazione assumendo il lavoratore o la lavoratrice che quella prestazione in grado di fornire. Nel nuovo modello invece possibile acquisire, dietro compenso, specifiche prestazioni lavorative, senza dovere necessariamente instaurare un rapporto con le persone concrete. Per questa via, si evita che donne e uomini si insedino stabilmente all'interno del sistema di produzione e possano servirsi della struttura produttiva come base materiale per la propria organizzazione di classe. La lavorazione passa sotto il completo dominio della direzione tecnica, che opera l'assemblaggio delle singole prestazioni lavorative ad un livello superiore rispetto al processo materiale di produzione. In sintesi, il senso di fondo del processo di indeterminazione nella sfera lavorativa si definisce in termini di emancipazione del lavoro dai vincoli sociali. Ora, i vincoli sociali del lavoro umano discendono dalle implicazioni esistenziali che ha per gli uomini e per le donne il problema dell'occupazione. Pertanto, il modo capitalistico di emancipare il lavoro umano "liberarlo" dall'umano, assumendo - ove possibile - la prestazione lavorativa come pura e semplice performance tecnica, sganciata dalla persona concreta. Il lavoro umano viene disinnescato dall'universo della soggettivit e integrato all'universo del sistema tecnico. La persona diventa veramente - e non soltanto metaforicamente - macchina fra le macchine. 11.5.5 L'istituzionalizzazione della instabilit del rapporto di lavoro Da quanto si osservato emerge che un nuovo assetto del rapporto di lavoro si configura non come passaggio da una regolazione ad un'altra, ma come transizione da un sistema regolato ad un sistema non regolato. L'istituzionalizzazione della instabilit del rapporto di lavoro pone un problema non di new regulation, ma di deregulation. Non si tratta cio di

sostituire i vecchi con nuovi vincoli, ma semplicemente di azzerare il sistema dei vincoli sociali nell'utilizzo della forza lavoro manuale-intellettuale. L'emancipazione del rapporto di lavoro dai vincoli sociali si traduce in liberazione dell'utilizzo della forza-lavoro dal rapporto formale di lavoro. Una tale liberazione mette in moto tutte le possibili combinazioni fra capitale e lavoro e si definisce quindi in termini di differenziazione del rapporto di lavoro. Nella nuova posizione di forza, gli imprenditori possono attingere al mercato del lavoro adottando, volta a volta, il rapporto per loro pi vantaggioso in relazione al tipo di produzione. In questo senso, istituzionalizzazione della instabilit lavorativa significa per gli imprenditori libert di manovra nelle situazioni date. Dal punto di vista delle forze di lavoro, I'istituzionaliz-zazione della instabilit del rapporto di lavoro ha un significato di segno opposto. L'azzeramento dei vincoli nel rapporto di lavoro produce - nei termini della nostra analisi - il massimo di esposizione della forza-lavoro manualeintellettuale al processo di indeterminazione. Quanto pi spazio ha I'imprenditore per fare valere le esigenze relative alla produzione - che sono, nel sistema capitalistico, le esigenze relative alla massimizzazione del profitto - tanto meno spazio ha il lavoratore o la lavoratrice per far valere le esigenze relative alla qualit della vita. Quanto pi libere sono le aziende di decidere i tempi e i modi del processo lavorativo, tanto meno libero/a il lavoratore o la lavoratrice di decidere i tempi e i modi del proprio vivere quotidiano. Quanto meno vincolata la direzione aziendale nelle sue richieste di prestazioni lavorative, tanto pi vincolato/a il lavoratore o la lavoratrice nelle sue risposte. Al massimo di liberalizzazione del rapporto di lavoro corrisponde il massimo di asservimento della forza-lavoro manuale-intellettuale. In questo quadro, I'indeterminazione si definisce come sovra determinazione, cio come determinazione dall'alto, da parte di una forza esterna. In realt, I'indeterminazione non soltanto assenza di determinazioni proprie, ma anche disponibilit a farsi carico delle determinazioni del processo produttivo. Essere indeterminati significa essere in condizione di farsi sovradeterminare. 11.6 L'indeterminazione nel processo di trasformazione del lavoro L'indeterminazione sociale un processo graduale, che tende a rendere le condizioni di vita delle donne e degli uomini sempre meno definibili in termini di stabilit e di continuit. Da tale punto di vista, essa ha la funzione di

allargare la sfera della disponibilit delle persone nei confronti delle esigenze del processo di valorizzazione del capitale. Consideriamo gli effetti della indeterminazione del tempo di lavoro sulla vita quotidiana. Meno il tempo di lavoro determinato, pi il tempo di vita si deve rendere disponibile. Lasciando invariata la quantit del tempo di lavoro, se le ore lavorative occupano stabilmente la mattina o il pomeriggio, possibile organizzare la propria vita nel tempo di non lavoro. Ma se il lavoro occupa ora la mattina ora il pomeriggio, il tempo di non lavoro deve essere sempre disponibile per il lavoro e quindi si definisce come potenziale tempo di lavoro. In tal senso, l'indeterminazione del lavoro la via per la quale il sistema di valorizzazione del capitale estende il suo dominio alla vita sociale. Il processo di indeterminazione opera sempre nel quadro di una trasformazione sociale. Ma ha una sua specificit. Segna il passaggio da situazioni pi definite a situazioni meno definite. Una indagine sull'indetermi-nazione del lavoro in un particolare contesto deve prima individuare un quadro significativo di trasformazioni del lavoro e poi accertare se e in che misura in tale quadro si prodotta una evoluzione da situazioni di lavoro pi definibili a situazioni meno definibili da parte dei soggetti coinvolti. Nella sua forma pi appariscente, I'indeterminazione del lavoro si presenta in termini di deregulation. La rottura dei vincoli sociali , da questo particolare punto di vista, un modo per rendere fluida - e quindi difficilmente definibile da parte dei soggetti coinvolti - la situazione di lavoro. La difficolt di definire la situazione non riguarda la direzione del lavoro. Anzi. La minore definibilit da parte delle forze di lavoro deriva dal fatto che la direzione detiene il potere di definire, volta a volta, la situazione secondo le esigenze del sistema di produzione. Per esempio, nell'ambito del rapporto di lavoro, I'indetermi-nazione, in s, si qualifica non come assenza di un qualsiasi rapporto formale strutturato, ma come impossibilit, per chi lavora, di poter contare - nell'organizzare la propria vita - su una determinata durata e su una determinata continuit del rapporto. Al limite, I'indeterminazione del rapporto di lavoro pu anche riferirsi ad una situazione di lavoro non priva di garanzie contrattuali. Il rapporto di lavoro pu pure essere formalizzato in un contratto. Ma se il contratto pu essere sciolto sulla base di motivazioni rispetto alle quali determinante il giudizio della direzione, il rapporto di lavoro risulta, nella sostanza, indeterminato. Da una parte infatti chi lavora non in grado di definire, in prospettiva, la sua condizione lavorativa e quindi esistenziale, dall'altra la direzione sempre in grado di decidere se continuare o interrompere il rapporto. I due aspetti

sono legati. Chi lavora impossibilitato a definire la propria prospettiva di lavoro proprio perch chi dirige ha il potere di decidere, quando vuole, la sua interruzione. La presenza o meno di vincoli sociali relativi al rapporto di lavoro discriminante per l'analisi dell'inde-terminazione del lavoro. Tale analisi deve partire da una distinzione di fondo fra indeterminazione in condizione di stabilit lavorativa e indeterminazione in condizione di instabilit lavorativa. In un quadro di relativa stabilit lavorativa, il processo di indeterminazione deve fare i conti con i vincoli contrattuali. Ci vale soprattutto per il rapporto di lavoro. Pi agevole invece l'indeterminazione dei contenuti del lavoro, perch pu operare facendosi velo della innovazione tecnologica. Non potendo attaccare direttamente il quadro delle garanzie contrattuali, il processo di indeterminazione tende ad aggirare i vincoli sociali con una serie di provvedimenti volti a indurre il lavoratore o la lavoratrice a ridurre l'impegno lavorativo, in modo da indebolire il rapporto di lavoro. Completamente diverso , ovviamente, I'andamento del processo di indeterminazione in un quadro di instabilit lavorativa, ove - in assenza di vincoli sociali - I'indeterminazione pu operare in piena libert, sia in sede di contenuti e di tempi di lavoro, sia in sede di rapporto di lavoro. Il panorama del lavoro nero e del lavoro precario in genere ci d la misura della forza di scompaginazione e di frammentazione che pu sviluppare, in condizione di piena deregulation, il processo di indeterminazione. Sotto l'azione di tale processo, il lavoro cessa di definirsi in forma stabile sul piano dei contenuti, dei tempi e del rapporto. Diventa una sorta di area a pareti mobili, entro la quale possibile comporre e scomporre, volta a volta, spazi lavorativi. Attraverso l'indeterminazio-ne, il capitale si crea ogni volta un modello di struttura del lavoro a misura della particolare congiuntura del processo di valorizzazione. 11.7 Innovazione tecnologica e indeterminazione del lavoro L'innovazione tecnologica - allo stadio dell'automazio-ne - introduce, di per s, elementi oggettivi di indeterminazione del lavoro umano. Nell'organizzazione del lavoro legata al primo stadio della meccanizzazione molte funzioni sono ancora incorporate nel lavoro umano. In tale contesto si rende necessaria una certa continuit del rapporto fra lavoratore o lavoratrice e mansione lavorativa. Infatti, maggiore l'incidenza delle funzioni lavorative - in senso stretto - incorporate nella componente umana del lavoro, pi stabile risulta il legame fra soggetto e mansione lavorativa. Il lavoro umano, a

differenza del lavoro incorporato nelle macchine, sempre fondato sulla esperienza accumulata. Certo, per quanto riguarda la struttura tecnica, anche le macchine sono il frutto dell'accumulazione di esperienza. Ma, per l'incidenza sul processo di lavorazione, una macchina pu essere talmente innovativa da azzerare tutte le precedenti esperienze. L'innovazione introdotta dall'automazione ha, per quel che qui interessa, un effetto significativo: tutte le funzioni lavorative in senso stretto sono incorporate nelle macchine. Al lavoro umano rimangono soltanto compiti di gestione, di programmazione e di manutenzione. A questo livello, il lavoro umano chiamato ad operare con estrema duttilit e fluidit. Da una parte, deve essere in grado di affrontare e risolvere i problemi che volta a volta insorgono nell'arco del processo. Dall'altra, deve ricercare ogni volta l'assemblaggio pi economico e pi efficace - dal punto di vista della massimizzazione del profitto - delle componenti del processo lavorativo. L'avvicendarsi delle soluzioni tecniche ed organizzative produce una continua scomposizione e ricomposizione delle mansioni. Questa fluidit delle mansioni lavorative richiede la completa disponibilit della forza-lavoro manuale-intellettuale a seguire le esigenze della organizzazione Iungo tutto l'arco del processo di produzione. L'innovazione tecnologica va dunque in direzione della indeterminazione dei contenuti del lavoro e fornisce il pretesto per la richiesta di disponibilit a cambiare mansione anche in un quadro di stabilit lavorativa. C' da considerare un altro aspetto. L'innovazione tecnologica produce labour saving, risparmio di lavoro umano. Ora, soprattutto nelle aziende di modeste dimensioni, questo risparmio provoca indeterminazione. Prendiamo il caso di una ragazza che lavora in una piccola ditta commerciale1 . E' addetta al carico e scarico. I contenuti e i tempi del suo lavoro sono definiti. Ad un certo punto, viene introdotto un computer. E' chiaro che nella nuova situazione non c' pi bisogno di qualcuno o qualcuna che si occupi esclusivamente di carico e scarico. Alla ragazza vengono assegnati anche altri compiti. Le viene richiesto di fare anche l'elaborazione statistica dell'andamento dei prodotti sul mercato. Le mansioni lavorative cominciano ad essere meno definite. Si libera tempo di lavoro e si creano quindi spazi per altri compiti. La ragazza si sente spesso dire: dato che ti rimane tempo, fammi pure quest'altra cosa. Ad un certo punto, le viene chiesto di occuparsi non solo di amministrazione, ma anche di vendita. La sua giornata lavorativa viene divisa in due parti: la mattina vendita, il pomeriggio amministrazione. L'indeterminazio-ne prodotta dalla introduzione

del computer investe dunque non solo le mansioni lavorative, ma anche il tempo di lavoro. E non basta. Si crea una sorta di reazione a catena. Essendo adesso addetta anche alla vendita, dove vige la regola della incentivazione, la sua retribuzione viene divisa in due parti: una parte fissa ed una parte variabile, per provvigione. Come si vede, I'innovazione tecnologica si traduce in processo di indeterminazione, che investe tutta la condizione di lavoro. 11.8 Destabilizzazione del sistema delle professioni e precariet sociale In un sistema di produzione ad alta tecnologia i contenuti delle mansioni lavorative sono in rapida evoluzione. Ci produce non solo un continuo invecchiamento dei contenuti del lavoro, ma - aspetto ben pi rilevante una destabilizzazione del sistema delle professioni. Tale destabilizzazione si traduce in una destruttura-zione delle singole professioni - che cambiano conti-nuamente i loro connotati di fondo - e in una permanente mutazione del quadro lavorativo, con un continuo comparire e scomparire di professioni. In una situazione cos fluida, il soggetto ha grosse difficolt a programmare la propria occupazione lavorativa. In un sistema in cui I'occupazione lavorativa un dato qualificante dell'esistenza, la difficolt a darsi una prospettiva occupazionale si traduce in difficolt a darsi una prospettiva di vita, si traduce cio in precariet sociale. Per precariet sociale intendiamo lo stato di insicurezza materiale e immateriale, in cui sono costretti a vivere tanti uomini e tante donne. E' importante sottolineare il fatto che non si tratta soltanto della mancanza o della insufficienza dei mezzi di sussistenza, ma anche della incertezza della prospettiva esistenziale. L'accento - gi in sede di definizione della precariet sociale - va messo non tanto sulla mancanza di mezzi di vita, quanto sulla incertezza della prospettiva, materiale e immateriale, di esistenza. Questo punto importante, perch c' tutta una tendenza a vanificare il problema della sussistenza con il dire che in fondo, nella societ capitalistica avanzata, le persone riescono, in un modo o nell'altro, a sopravvivere. Spostare i termini della questione dall'aspetto quantitati-vo all'aspetto qualitativo permette quindi intanto di recuperare all'analisi un disagio che non pu essere spiegato nel quadro di una sorta di contabilit di mezzi di sussistenza. La precariet sociale , in questo senso, una delle categorie esplicative del disagio esistenziale. Il problema quindi di definire tale categoria in

termini adeguati all'oggetto che intende spiegare. Dire che la precariet sociale non pu essere definita soltanto in termini di mancanza di mezzi materiali di vita significa affermare che tale mancanza non pu spiegare, da sola, ci che vuole spiegare. L'ipotesi che il disagio deriva non soltanto dal non avere, nell'immediato, di che vivere, ma anche dal non avere la certezza di potere continuare a disporre dei mezzi di sussistenza. Ci sul piano materiale. Ma l'aspetto materiale non esaurisce l'origine del disagio. E' I'incertezza del progetto di vita che alla base del disagio esistenziale. Tale incertezza funzionale all'astrazione, perch non essere in condizione di progettare la propria vita significa essere alla merc del processo di valorizzazione economica e politica del capitale. L'indeterminazione del lavoro porta cos a compimento la sua opera di destabilizzazione della vita sociale. Minando alla base la prospettiva esistenziale dei soggetti concreti, apre la strada alla sottomissione della societ al capitale ed alla sua qualificazione come societ astratta.

Capitolo Dodicesimo La negazione del lavoro umano

12.1 Negazione del lavoro umano e indeterminazione sociale La destabilizzazione del rapporto di lavoro - dalle forme del lavoro irregolare fino alla prospettiva di istituzionalizzazione della instabilit lavorativa - non riguarda, almeno in teoria, la dimensione quantitativa del lavoro complessivo, ma soltanto il quadro di garanzie entro cui l'attivit lavorativa si realizza. Per esempio, nella fase di transizione l'instabilit lavorativa si traduce in una sorta di travaso di parte dell'attivit lavorativa complessiva dalla sfera del lavoro regolare alla sfera del lavoro irregolare. L'oggettivazione del lavoro - cio il trasferimento di funzioni lavorative ad un apparato tecnico - va invece ad investire proprio la dimensione quantitativa dell'at-tivit umana necessaria per mettere in funzione il processo di produzione. Nella fase dell'au-tomazione tale dimensione ha una caduta verticale. La presenza di lavoro umano nel processo produttivo si riduce ai minimi termini. Nonostante l'evidenza di tale realt, non mancano tentativi ideologici di nascondere il crollo del lavoro umano, mettendo in primo piano il processo di trasfor-mazione delle funzioni lavorative. L'automazione, si dice, elimina alcuni

lavori, ma ne crea altri. Ed vero. Ma anche vero che la ridefinizione qualitativa del lavoro umano si opera all'interno di una sua fortissima riduzione quantitativa. Peggio: la ridefinizio-ne del lavoro umano si opera anche in funzione della sua riduzione. In pratica, il lavoro umano cambia anche per potere essere ridotto. Il velo di reticenza che copre questo segno del cambiamento ha, secondo noi, una sua ragione ideologica. Il capitalismo, nella sua veste tradizionale, si presenta sulla scena sociale con due credenziali: a) offrire una produzione di beni su vasta scala; b) garantire una occupazione lavorativa di massa. Ebbene, I'introduzione dell'auto-mazione fa venire meno la seconda credenziale. Nella fase tecnica dell'automazione, il modo capitalistico di produzione - considerato in s, al di fuori di qualsiasi condizionamento esterno - porta alla disoccupazione di massa. Si badi bene. Non si tratta dell'esito tecnico del processo di automazione in quanto tale, ma della sua combinazione con il modo economico di produrre proprio del capitalismo. L'automazione, in s, riduce in modo significativo la presenza di lavoro umano nel processo di produzione. Ma tale ridimensionamento quantitativo pu essere tradotto o in riduzione dell'orario di lavoro oppure in riduzione dell'occupa-zione. Si pu cio fondare l'organizzazione delle attivit lavorative sulla base del principio lavorare sempre meno, per lavorare sempre tutti o, viceversa, sulla base del principio lavorare come prima e pi di prima, per essere sempre in meno a lavorare. Il modo capitalistico di produzione - per sua costituzione strutturale - traduce la riduzione quanti-tativa del lavoro umano in riduzione dell'occupazio-ne. Quando in un luogo di lavoro arriva la notizia di una nuova macchina che compie una data operazione in met tempo rispetto alla vecchia, i lavoratori e le lavoratrici dovrebbero saltare dalla gioia al pensiero che la giornata lavorativa si ridurr in proporzione. E se questo non accade perch, invece della giornata lavorativa, viene ridotta la forza-lavoro impiegata. Per questa via, I'automazione porta non - come si vorrebbe far credere - ad una liberazione della persona dal lavoro, ma ad una liberazione del lavoro dalla persona, cio ad una emancipazione del processo produttivo dai condizionamenti della soggettivit umana. Il modo capitalistico di produzione persegue - attraverso la sofisticazione esasperata delle procedure tecniche una vera e propria negazione del lavoro umano, cio uno sfruttamento, al massimo grado, delle risorse umane, spogliate della corposit e della soggettivit delle donne e degli uomini. E' una prospettiva ambiziosa: spremere la qualit del lavoro umano complessivo, per sorbirsela

concentrata nell'apparato tecnico e nelle quote selezionate di forza-lavoro di volta in volta impiegate. La negazione del lavoro umano dunque un disconoscimento di fatto della indispensabilit della presenza diffusa e capillare di donne e di uomini ai fini della strutturazione del processo produttivo. Attraverso questo disconoscimento, il capitale tende a liberarsi dai condizionamenti imposti da un rapporto di massa con la forza-lavoro manuale-intellettuale ed a scaricare sulla singola persona il lavoro come assillo quotidiano. Chi senza occupazione lavorativa e non sa come tirare avanti non pensa ad altro che al lavoro. Vive la schiavit del lavoro ancora pi di chi lavora. Chi ha urgenza di trovarsi un lavoro, anche un lavoro qualsiasi, non ha tempo per s, perch tutte le sue giornate vengono risucchiate in un vortice: annunci sui giornali, telefonate, lettere da spedire, corse speranzose e rientri carichi di delusioni. Non c' lavoro che possa prendere tanto la persona quanto la ricerca di un lavoro. Ci viene in mente, al riguardo, un piccolo, ma significativo episodio. Un giovane sparisce dalla circolazione. Un amico lo incontra e gli chiede: Com' che non ti fai pi vedere? Hai forse trovato lavoro?. Il giovane risponde: Peggio. Lo sto cercando. La negazione del lavoro umano produce indeterminazione esistenziale, cio indeterminazione della vita sociale elevata alla massima potenza. Ma c' di pi. In un sistema sociale in cui per avere di che vivere bisogna vendere l'uso della forza-lavoro manuale-intellettuale, il soggetto, spogliato delle sue funzioni lavorative, non ha niente da offrire per avere in cambio un minimo di certezza del domani. La negazione del lavoro umano si traduce cos in un azzeramento della condizione sociale degli uomini e delle donne. Attraverso tale azzeramento, il processo di indeterminazione investe la vita sociale. Volendo ridurre a schema un processo estremamente complesso, si potrebbe dire che la negazione del lavoro si colloca fra I'indeterminazione del lavoro e l'indeterminazione della vita sociale. Rinnegando l'attivit umana, come attivit sociale di massa, il processo si spinge oltre il confine della indeterminazione del lavoro. Azzerando la condizione della persona, bussa alla porta della indeterminazione della vita sociale. La negazione del lavoro umano provoca un movimento circolare fra indeterminazione del lavoro e indeterminazione della vita sociale. L'espulsione delle forze di lavoro dal processo produttivo espone la vita umana al peso quotidiano delle necessit materiali e immateriali, rendendola estremamente indetermina-ta. D'altra parte, I'indeterminazione della vita quotidiana, il dover vivere alla giornata, produce nei soggetti disponibilit a rinunciare alle proprie esigenze e a farsi carico delle esigenze della valorizzazione economica e

politica del capitale. Produce cio condizioni favorevoli al processo di indeterminazione del lavoro. La negazione del lavoro tende non solo a ridurre all'osso l'impiego di lavoro umano, ma anche a impiegare lavoro umano fortemente indeterminato. Sono due facce della stessa medaglia. Da una parte disoccupazione di massa, dall'altra impiego di quote selezionate di forza-lavoro estremamente flessibile e disponibile. La negazione del lavoro umano viene cos a definirsi in termini di dequalifcazione e di delegittimazione della forza-lavoro come corpo massificato e potenzialmente antagonista. In sostanza, il lavoro umano viene negato come espressione di classe, per potere essere assunto, in quote ridotte e disarticolate, come componente tecnica del processo produttivo. In quanto variabile - una fra le tante - del processo, il lavoro umano non pu avere una propria struttura interna, dovendosi modellare sulle forme che la produzione volta a volta assume. Inoltre, mentre una presenza diffusa del lavoro umano riduce al minimo gli spostamenti lungo il processo, perch ad ogni passaggio della lavorazione corrisponde una specifica unit di lavoro, il diradarsi del lavoro umano comporta continui movimenti da un punto all'altro del processo tecnico. E a questa esigenza pu dare risposta adeguata solo una forza-lavoro polivalente, flessibile e disponibile, cio una forza-lavoro estremamente indeterminata. La negazione del lavoro umano va dunque oltre l'indeterminazione e nello stesso tempo la potenzia. Pur qualificandosi come attacco diretto specificamen-te alla dimensione quantitativa del lavoro, produce effetti che ricadono sulla qualit dell'attivit lavorativa. Rinnegando il lavoro umano, il capitale non solo lo riduce, ma lo trasforma, modellandolo a misura del processo di valorizzazione del capitale. E non si tratta soltanto di una trasformazione della struttura tecnica del lavoro. Si tratta anche - e soprattutto - di una radicale modificazione del suo modo di rapportarsi all'apparato di direzione e di controllo del processo produttivo. Cos la negazione del lavoro umano si traduce in una ulteriore subordinazione della forza-lavoro manuale-intellettuale, sia della forza-lavoro occupata che della forza-lavoro non occupata. La prima perch esposta ad un comando che, presentandosi in forma di esigenza tecnica, non ammette replica. La seconda perch, esclusa da qualsiasi rapporto con I'apparato di produzione, costretta a subire passivamente le condizioni che esso impone alla collettivit. Negare il lavoro non significa dunque, per il capitale, fare a meno dell'attivit umana. Il problema della negazione del lavoro umano non pu essere posto in termini di estinzione dell'uso di forza-lavoro. Sarebbe facile obiettare che qualsiasi procedura tecnica di produzione - compresa quella che

riduce al minimo la presenza di uomini e di donne - , in ultima analisi, frutto del lavoro umano. A questo livello, un apparato produttivo che neghi il lavoro come attivit umana una contraddizione in termini. In effetti, presa alla lettera, la negazione del lavoro umano una sorta di paradosso, che serve a mettere in evidenza un salto nella evoluzione della societ capitalistica. Un salto destinato a sconvolgere l'assetto sociale del capitalismo. La drastica riduzione della presenza della forza-lavoro manualeintellettuale nel processo complessivo di produzione muta alla radice i termini del rapporto fra capitale e collettivit. Il rapporto di massa con la forza-lavoro costringe il capitale a misurarsi continuamente con i problemi che emergono nella societ-collettivit. E, d'altra parte, quando gli uomini e le donne entrano in massa nei luoghi di lavoro come se la collettivit penetrasse, in qualche modo, nelle viscere del capitale. La caduta del rapporto di massa provoca una tendenza alla separatezza del capitale rispetto alla collettivit. Il che non comporta affatto un abbassamento del livello del potere capitalistico. Anzi. La separatezza consente alle forze imprenditoriali di emanciparsi dai vincoli sociali e di esercitare il loro potere come dominio incondizionato sulla societ complessiva. Consente loro di tenere ancora in minor conto la domanda sociale, cio di fare riferimento ad una societ ancora pi astratta. In questo nuovo quadro viene meno la base sociale che la presenza in massa delle forze di lavoro conferiva al fermentare delle attivit produttive. Il grande capitale che opera appartato in un processo produttivo completamente automatizzato rivela la sua natura affaristica e avida. D'altra parte, la caduta del velo della socialit mette in difficolt la legittimazione del capitalismo in quanto modello di sistema sociale. Come possibile giustificare l'adozione di un modo di produzione come quello capitalistico, che utilizza risorse sociali senza dare in cambio occupazione di massa? Si pu a lungo sostenere che l'apparato produttivo , nel suo insieme, la struttura centrale della societ e poi invitare i giovani e le giovani a cercare lavoro "altrove"? Con la negazione del lavoro umano il capitale da una parte cerca di dare forma sistematica alla societ astratta, dall'altra apre una contraddizione di fondo, che difficilmente pu essere sanata con orpelli ideologici. Esaspera a tal punto il suo cinismo utilitaristico da compromettere la sua stessa credibilit. Concepisce una societ talmente astratta da non riuscire a mistificarla con l'ideologia. A questo punto, viene da chiedersi se umana una societ fondata su una "visione del mondo" il cui principio costitutivo l'indifferenza alla condizione esistenziale degli uomini e delle donne in carne e ossa.

12.2 Le forme della negazione del lavoro umano La negazione del lavoro umano non pu tradursi immediatamente - per evidenti ragioni di opportunit sociale - in licenziamenti in massa. Ad evitare un impatto troppo violento, l'obiettivo di una drastica riduzione della presenza delle forze di lavoro nel processo complessivo di produzione viene perseguito attraverso una serie di provvedimenti di vario tipo. C', innanzi tutto, un provvedimento che le forze imprenditoriali adottano senza rendere conto a nessuno: il blocco delle assunzioni. Il blocco delle assunzioni equivale ad un vero e proprio licenziamento. E' un licenziamento sociale, perch rivolto contro forze di lavoro in cerca di prima occupazione, cio contro quelle forze giovanili che sono gi forze sociali, ma non ancora forze direttamente produttive. E' un licenziamento preventivo, perch, essendo rivolto contro forze che non hanno ancora un rapporto di lavoro, tende a prevenire, attraverso la non-assunzione, la necessit di licenziamenti, che andrebbero incontro a possibili rivalse legate all'acquisizione di diritti. L'unit lavorativa non assunta, in sostituzione di quella che esce per ragioni fisiologiche, - di fatto - una unit "licenziata" prima di essere assunta, perch, nella fisiologia del sistema, a quanti/e non hanno un lavoro spetterebbe l'occupazione dei posti che si rendono liberi. Negare loro quei posti di lavoro significa, di fatto, "licenziarli/e". E' un licenziamento continuato, perch non viene operato una volta tanto, ma si ripete in continuit, ogni volta che un lavoratore o una lavoratrice esce, per ragioni fisiologiche, dal sistema produttivo e la sua uscita non viene compensata. E' un licenziamento in massa, perch un alto numero di lavoratori e di lavoratrici lascia ogni anno il sistema produttivo ed come se ogni anno venissero licenziati in blocco altrettanti ed altrettante giovani in cerca di prima occupazione. Infine, malgrado il suo carattere sociale e di massa, si tratta di un licenziamento invisibile, perch, mentre d all'occhio anche una sola persona gettata sul lastrico, la non-assunzione di migliaia di giovani in cerca di prima occupazione un fatto talmente generale che non colpisce individualmente nessuno. Un licenziamento la soppressione di una realt esistente, mentre una mancata assunzione soltanto la mancata creazione di una realt che ancora non esiste. Sopprimere qualcosa odioso. Non creare qualcosa che poteva esistere , al massimo, deplorevole. L'uscita fisiologica di forze di lavoro, manuali e intellettuali, dalla produzione di beni e di servizi raggiunge dimensioni quantitative considerevoli. E tuttavia non basta, da sola, a coprire il bisogno, sempre crescente, di espulsione di

lavoro umano. Si provvede quindi ad incentivare la disattivazione volontaria delle forze di lavoro. I lavoratori e le lavoratrici vengono sollecitati, con riconoscimenti aggiuntivi, a licenziarsi o a collocarsi a riposo in anticipo rispetto all'et massima. Per questa via, si ottiene una ulteriore riduzione del lavoro umano presente nel processo produttivo. Nella stessa direzione va l'introduzione del part time. Viene offerta ai lavoratori ed alle lavoratrici la possibilit di optare per una riduzione delle ore di lavoro, a cui corrisponde una riduzione della retribuzione. Questa possibilit incontra il favore di quanti - specialmente uomini - vanno in cerca di tempo da impiegare in un secondo lavoro, irregolare. In questo caso si ha quindi una sostituzione di lavoro regolare con lavoro irregolare. Molte donne optano invece per il part time al fine di potersi dedicare con pi tempo alla famiglia ed ai lavori di casa. E compensano magari la riduzione della retribuzione facendo a meno della collaboratrice familiare. Ma tutto ci non basta. Per procedere alla ristrutturazione tecnologica delle aziende, le forze imprenditoriali hanno bisogno di espellere per via diretta quote rilevanti di forza-lavoro manuale-intellettuale. In assenza di una istituzionalizzazione della libert di licenziare, lo Stato viene in soccorso degli imprenditori attraverso l'istituto della cassa integrazione. Le lavoratrici ed i lavoratori vengono via via dichiarati "esuberanti" - cio in eccesso rispetto al fabbisogno di forza-lavoro - e vengono mandati a casa, ma non sono formalmente licenziati, anche se si sa che, nella maggioranza dei casi, non rientreranno pi nel posto di lavoro. Vengono messi in cassa integrazione, cio mantenuti a spese della collettivit. La cassa integrazione dunque un ammortizzatore sociale, che permette di espellere forza-lavoro manualeintellettuale, senza dovere operare licenzia-menti formali. 12.3 La negazione del lavoro umano come sistema di esclusione sociale La negazione del lavoro umano si definisce come sistema di esclusione sociale. E I'esclusione sociale , nella sostanza se non nella forma, uno dei connotati qualificanti della societ astratta. E' il terreno sul quale la societ astratta, con maggiore evidenza, mentre si afferma in quanto sistema di astrazione, si nega in quanto societ comunitaria. In tal senso, I'esclusione sociale una delle contraddizioni interne all'impianto della societ astratta. Mentre afferma in teoria che tutti i membri della collettivit devono concorrere alla realizzazione dei fini sociali, la societ sottomessa al capitale in pratica dimostra che i suoi fini possono essere

raggiunti soltanto con la sistematica esclusione di una parte della collettivit dalla vita sociale. E' in questa contraddizione la prova del fuoco della societ astratta. Per legittimarsi in quanto formazione sociale di lunga durata, la societ astratta deve quanto meno prospettare una soluzione di fondo alla necessit di restringere sempre pi la base produttiva senza ridurre la sua base sociale. Intanto, bisogna precisare che la forza-lavoro espulsa, pur essendo inattiva rispetto al processo di produzione, concorre alla valorizzazione proprio attraverso il suo stato di inattivit. Immaginiamo che un sistema, impiegando tutta la forza-lavoro a disposizione, produca un plusvalore complessivo X e che invece, lasciando inattiva una quota di forza-lavoro, produca un plusvalore X + Y. E' chiaro che, in questo caso, stato possibile produrre il plusvalore aggiuntivo Y solo a prezzo di una certa quota di disoccupazione. In un certo senso, quindi, il plusvalore Y viene "prodotto" - se pure indirettamente e in senso lato - dai disoccupati e dalle disoccupate. Tanto vero che se essi/e, per ipotesi, si inserissero a forza nella produzione, farebbero abbassare il livello del plusvalore. Questa sorta di paradosso mette in luce la funzionalit della disoccupazione alla valorizzazione capitalistica. Come si vede, nella societ astratta pu darsi anche il caso in cui la persona venga quasi investita del "dovere sociale" di lasciare inattiva la propria laboriosit, per non danneggiare il processo di valorizzazione del capitale. E ci mentre I'ideologia dominante esalta I'attivismo produttivo. Il soggetto viene spesso a trovarsi nella condizione di chi da una parte spinto a qualcosa e dall'altra trattenuto. Per esempio, la vita dei giovani e delle giovani viene programmata, attraverso un corso di studio, in vista di una attivit da svolgere. E poi viene lasciata inattiva. C', dietro questa incoerenza, una incongruenza di fondo. Nel sistema capitalistico chi non produce viene fatto/a passare per una sorta di rottame sociale. Questo modello ideologico ha una funzione di incentivazione dell'attivismo produttivo, di cui iI capitale ha bisogno. Ma, d'altra patte, un sistema di produzione a tecnologia avanzata tende sempre pi a ridurre la base produttiva e quindi ha bisogno di una quota sempre pi alta di inattivismo produttivo. L'uomo o la donna senza lavoro spesso un soggetto che ha interiorizzato il modello ideologico dominante e si sente veramente un rottame sociale. La sua condizione non pu essere ridotta alla mancanza di salario, che pure ne costituisce la base materiale. Ci sono aspetti che riguardano il problema della integrit esistenziale. Da tale punto di vista, la condizione prodotta dalla cassa integrazione rivelatrice. Essa porta allo scoperto alcuni risvolti della

negazione del lavoro umano che altrimenti sarebbe difficile mettere in evidenza. In tale condizione, il rapporto classico fra capitale e lavoro subisce una trasformazione rilevante. Chi in cassa integrazione ha un salario non in cambio di un uso della sua forza-lavoro, ma in cambio di un non-uso della sua capacit lavorativa. I lavoratori e le lavoratrici in cassa integrazione vengono pagati per stare senza fare niente. Ai fini della valorizzazione del capitale, il far niente dei cassintegrati e delle cassinte-grate comunque un "fare", in quanto produce come si visto la quota di plusvalore che il sistema perderebbe se quelle unit lavorative fossero inserite nella produzione. E qui viene fuori una delle espressioni pi esasperate dell'astrazione sociale. Qui la produzione di valore richiede l'azzeramento della persona in quanto centro di attivit. Le esigenze della valorizzazione del capitale finiscono per oscurare il bisogno della persona di essere attiva. Tale situazione smaschera l'ideologia dell'attivismo borghese. Il capitalismo accampa il merito storico di valorizzare la persona, mettendo in moto tutte le sue energie. In effetti, della persona non gli importa nulla. E ci risulta evidente nel momento in cui si inventa una condizione nella quale si riduce il soggetto ad una bocca da sfamare, facendo astrazione da tutte le sue qualit umane. E' questo il segno di fondo che viene ad assumere la prospettiva dello stato assistenziale nel quadro del conflitto tra profitto e sopravvivenza. Dal punto di vista delle forze di lavoro, la condizione di chi in cassa integrazione dovrebbe, in teoria, rappresentare il meglio che si possa desiderare all'interno del sistema capitalistico. Le donne e gli uomini vengono liberati dalla schiavit del lavoro salariato, senza venire a mancare dei mezzi di sussistenza. La realt di segno opposto. I lavoratori in cassa integrazione (un po' meno le lavoratrici) vivono, in genere, una vita da sbandati e cadono in uno stato di prostrazione tale da portare, nei casi di estrema fragilit psichica, a gesti suicidi. Come mai? Per cercare di capire, proviamo ad addentrarci nella vita quotidiana degli uomini e delle donne in cassa integrazione. La giornata di chi lavora si definisce, nella sua struttura centrale, come giornata lavorativa. E' intorno alle ore di lavoro che si organizza la vita quotidiana nella societ sottomessa al capitale. Per questa via, la vita sociale viene strutturata in sintonia con i tempi e con i modi del processo di produzione. Nella societ astratta la vita quotidiana di chi lavora organizzata a prescindere dalle esigenze e dalle scelte personali. E' una vita sovradeterminata.

Le lavoratrici e i lavoratori dipendenti vivono per anni una vita organizzata da altri. Vivono una vita che altri riempiono di propri contenuti. Vivono una vita a cui altri danno fini e significati. Di conseguenza, non sono abituati, svegliandosi la mattina, a porsi il problema: che si fa oggi? Non sono abituati ad elaborare alternative ed a scegliere fra diverse possibilit. Non sono abituati - non certo per loro colpa - a riempire la vita quotidiana dei propri desideri e dei propri interessi. Non sono attrezzati - n materialmente n culturalmente - ad usare per s la propria vita. In queste condizioni, I'improvvisa disponibilit della propria vita quotidiana, sottratta all'altrui organizzazio-ne, invece di essere percepita come un evento liberatorio, viene vissuta come una sorta di svuotamento esistenziale. Il lavoratore (un po' meno la lavoratrice) vive il tempo liberato come tempo vuoto. Il tempo non strutturato a misura dei ritmi del processo produttivo non pu - nelle condizioni date - essere strutturato sulla base di un progetto di vita. Diventa tempo senza ritmo: noia. La giornata finisce di essere giornata lavorativa, ma non comincia ad essere giornata di vita realizzata. E' una giornata balorda, che da solo angoscia e smarrimento. Che significa tutto ci nei termini della nostra analisi? Il soggetto viene svuotato delle sue determinazioni, al punto di vivere le determinazioni dell'organizzazione del lavoro come determinazioni proprie. Viene espropriato della sua vita quotidiana, al punto di vivere la giornata lavorativa come la sua giornata. E finisce per avere bisogno del lavoro, se vuole dare un senso alla sua giornata. Diventa lavoro- dipendente. Ha con il lavoro un rapporto analogo a quello che ha con la droga il tossico-dipendente. Ma c' un altro aspetto da prendere in considerazione. La vita quotidiana del lavoratore o della lavoratrice organizzata come giornata lavorativa. Ed quindi nel posto di lavoro che il soggetto vive i suoi rapporti interpersonali quotidiani. Il cassintegrato non viene soltanto espulso dal processo produttivo. Viene anche tagliato fuori dai rapporti con i compagni e con le compagne di lavoro. E si sente escluso da quella convivenza che quotidianamente si intesse di occhiate, di battute, di commenti ai fatti del giorno, cio di tutto il vissuto che riesce ad insinuassi negli interstizi della organizzazione del lavoro. Il soggetto, privato dell'attivit lavorativa, vive la sua nuova situazione esistenziale come una condizione di emarginazione sociale. Si sente come un arnese buttato nel ripostiglio dei ferri vecchi. E non in condizione di costruirsi una nuova prospettiva di vita. Il dramma della sospensione dell'attivit lavorativa discende dalla paura della morte civile. La struttura produttivistica della vita quotidiana, pur essendo astratta, svolge dunque, di fatto, una funzione centrale nel processo di integrazione sociale.

La giornata lavorativa, proprio perch sovradetermi-nata, serve ad integrare le persone concrete alla societ astratta. E serve a collegare la persona alle sue qualit, espropriate ed incorporate nella struttura produttiva. Ovviamente, si tratta di una integrazione estraneata, nel senso che finalizzata non alla realizzazione esistenziale dei soggetti, ma al loro asservimento. E tuttavia essa per la persona l'unica via per uscire dall'isolamento e collegarsi alla collettivit. Solo in questa chiave possibile spiegare lo smarrimento da cui si sentono presi i lavoratori (soprattutto uomini) in cassa integrazione quando, alzandosi la mattina, si trovano ad affrontare una giornata "liberata" dalle incombenze dell'attivit lavorativa. La giornata si presenta ai loro occhi come una costruzione alla quale venga a mancare la struttura in cemento armato che la tiene in piedi. E' il massimo della inversione che riesce a mettere in atto la societ astratta. La giornata lavorativa si presenta come una giornata "piena", mentre una giornata liberata dalle scadenze e dai ritmi della produzione si presenta come una giornata "vuota". Il cassintegrato che va davanti ai cancelli della fabbrica e chiede di lavorare desidera ricongiungersi alle sue qualit espropriate ed esprime apprezzamento non per il lavoro in quanto sede del rapporto con il capitale, ma per il lavoro in quanto attivit e in quanto sede del rapporto con i compagni e con le compagne. In breve, chiedendo di lavorare, il soggetto esprime - nell'unico modo che ha a disposizione - il suo bisogno di reintegrazione esistenziale17. Diversa, in parte, la condizione prodotta dallo stato di disoccupazione. A prescindere dalle distinzioni che vengono fatte ai fini delle rilevazioni statistiche, nell'area della disoccupazione occorre considerare a parte la situazione di chi senza lavoro pur avendo lavorato in passato e la situazione di chi in cerca di prima occupazione. Chi, in seguito a licenziamento, viene improvvisa-mente a trovarsi senza lavoro, nella peggiore situazione. Ha, al pari dei cassintegrati, una vita gi strutturata sulla base del lavoro e vive quindi lo stesso smarrimento derivante
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Nei paragrafi 1.4 e 1.6 si analizza da una parte la separazione fra persona e qualit umane e dall'altra il bisogno di reintegrazione della persona alle qualit espropriate. Tutto ci pu servire ad individuare un altro aspetto della condizione del cassintegrato, il quale sente la mancanza delle sue qualit incorporate nel sistema di produzione.

dal vuoto esistenziale prodotto dal collocamento in cassa integrazione. Ma in pi, venendo a mancare della retribuzione, si trova, di punto in bianco, a dovere affrontare il problema della sussistenza per s e spesso anche per la propria famiglia. E' facile immaginare lo sgomento, la disperazione, I'angoscia di una persona alla quale viene di colpo a mancare la prospettiva di una vita preordinata da anni. Altri sono i caratteri della condizione di chi in cerca di prima occupazione. In genere, si tratta di soggetti relativamente giovani, che non hanno ancora dato una struttura stabile alla propria vita ed hanno anzi, in un modo o nell'altro, trovato la via per vivere la propria condizione di precariet materiale e immateriale. La vita di chi in cerca di prima occupazione destrutturata ed ha quindi un grado di elasticit che consente un continuo - anche se faticoso adattamento e riadattamento alle nuove e sempre diverse situazioni prodotte dallo stato di precariet. In comune le due condizioni hanno la sofferenza acuta delle persone che si sentono espropriate della progettazione, della produzione, della finalizzazione e dell'uso della propria vita. Abbiamo cos tracciato - per grandi linee - il quadro delle soluzioni che vengono adottate per corrispondere al bisogno di riduzione del lavoro umano, all'interno del processo produttivo automatizzato. Tale quadro si colloca in una fase di transizione. La negazione del lavoro umano che discende dal processo di automa-zione trova un adeguato corrispettivo solo nella istituzionalizzazione della instabilit del rapporto di lavoro. E la instabilit lavorativa istituzionalizzata si traduce in una scompaginazione sistematica della socialit che si coagula lungo il percorso del processo produttivo. Siamo ormai sulla soglia della indeterminazione della vita sociale.

Capitolo Tredicesimo L'indeterminazione della vita sociale

13.1 Vita sociale e valorizzazione capitalistica nel processo di indeterminazione Una societ non pu essere astratta al punto di far coincidere il tempo di lavoro con il tempo di vita. Ma lo scarto fra tempo di lavoro e tempo di vita non fisso, perch il tempo di lavoro estremamente mobile e scorre continuamente lungo il tempo di vita. E nemmeno scorre compatto, in modo che, comunque, si possa configurare una giornata lavorativa, se pure estremamente flessibile. Tempo di lavoro e tempo di vita sono talmente intrecciati che tutto il tempo di vita viene vissuto come tempo di lavoro in potenza, come tempo indeterminato di lavoro. Per questa via, I'indeterminazione viene ad investire il tempo sociale. Mentre ci misuriamo con l'indeterminazio-ne del lavoro, ci ritroviamo nel bel mezzo del processo di indeterminazione della vita sociale. Finch regge la distinzione fra tempo di lavoro e tempo di non lavoro, I'indifferenza ai contenuti del lavoro pu stare insieme - se pure in termini

conflittuali - alla non-indifferenza alle determinazioni, materiali e immateriali, presenti nella vita sociale. Ma, quando tutto il tempo di vita diventa tempo potenziale di lavoro, la contraddizione fra indeterminazione del lavoro e determinazione della vita sociale esplode. Le zone di compensazione vengono sommerse dal fluire continuo del processo produttivo complessivo. Nel quadro generale di tale processo, che valore pu avere per il capitale multinazionale l'indifferenza del soggetto ai contenuti della sua attivit, se poi egli si rifiuta di seguire sul territorio sovranazionale le mutevoli esigenze della produzione, perch affettivamente legato a luoghi determinati, a determinati rapporti interpersonali? Se, per esempio, ci si dichiara disponibili a fare qualsiasi lavoro, a condizione per di non doversi sradicare dal proprio ambiente, se cio al lavoro indeterminato si vuole far corrispondere una vita sociale determinata, la nostra disponibilit non adeguata al processo complessivo di produzione. Il lavoro indeterminato la forma di lavoro adeguata al processo di valorizzazione semplice del capitale, cio alla produzione diretta di profitto attraverso lo sfruttamento di forza-lavoro. Analogamente, ad altro livello, la vita sociale indeterminata la forma di vita adeguata al processo di valorizzazione sociale del capitale, cio al processo generale attraverso il quale il capitale sfrutta la dinamica della societ per accrescere la propria forza e la propria potenza. Per vita sociale indeterminata intendiamo una vita sociale non vincolata da particolari determinazioni psichiche, culturali, politiche, dei soggetti individuali e collettivi. Una vita spogliata di tutto ci che espressione della soggettivit. Per dirla in breve, una vita qualsiasi, indifferente ai suoi contenuti. Una vita senza qualit. Tutto ci non perch i soggetti siano indifferenti ai contenuti della loro vita quotidiana, ma perch il sistema politico-economico definisce la vita a prescindere dai significati che le persone danno al loro vivere quotidiano. In altri termini, i contenuti ed i significati che i soggetti danno alla loro esistenza non trovano riscontro nella definizione che il sistema politico-economico d della vita sociale, proprio perch tale definizione fa astrazione dalla concretezza esistenziale. Cos la societ vive una continua tensione fra la vita sociale astratta, come definita dal sistema politico-economico, e la vita quotidiana concreta, come vissuta da uomini e donne in carne e ossa. All'origine di tale tensione c' una inversione. La vita reale diventa astratta e la valorizzazione capitalistica diventa realt, I'unica realt con la quale sono chiamati a misurarsi le donne e gli uomini. Cercheremo di spiegarci con un paradosso. Un giovane in cerca di lavoro si presenta ad una ditta e dice:

Vorrei essere assunto. Per anche la mia compagna dovrebbe essere assunta da questa ditta e dovrebbe lavorare nello stesso reparto dove lavoro io, in modo che anche durante il lavoro si possa stare insieme. La risposta pi gentile che il dirigente addetto al personale potrebbe dare a questa "folle pretesa" la seguente: A noi quello che tu dici non interessa. A noi interessa che tu lavori sodo e produca (cio, fuori dai denti, a noi interessa che dal tuo lavoro si possa ricavare profitto). Ecco, I'inversione sta nel fatto che la vita reale, la vita che ognuno/a di noi vive realmente - con la propria compagna o con il proprio compagno, con le proprie figlie e con i propri figli, con i propri amici e con le proprie amiche - diventa astratta (a noi non interessa, dice il dirigente). E invece il profitto - che , in s, valore astratto - diventa reale (a noi interessa che tu produca). Il processo di indeterminazione della vita sociale ha la funzione di rendere fluido il processo di valorizzazione economica e politica del capitale. La nostra vita quotidiana, cos ricca di determinazioni (amori, amicizie, affetti) viene immersa nell'acqua santa della indeterminazione sociale e, purificata di tutte le concrete specificit delle donne e degli uomini, viene rivestita delle astratte determinazioni del processo di valorizzazione economica e politica del capitale. Dal punto di vista dei ministri di culto della societ astratta, la nonspecificit della vita sociale deve tradursi in disponibilit ad assumere,volta a volta, la mutevole forma in cui si presenta la valorizzazione economica e politica del capitale. La vita sociale deve mancare di proprie determinazioni, per potere assumere le determinazioni della produzione. Deve essere indifferente verso i propri contenuti, per potere essere deferente verso i contenuti che volta a volta assume l'attivit lavorativa. Deve essere indifferente verso la propria qualit, per potere essere deferente verso la quantit del valore da produrre. Deve, in pratica, essere la vita di chi - uomo o donna - presentandosi ad una ditta per chiedere di essere assunto/a, si limiti a dire, molto semplicemente: Pur di lavorare, sono disposto/a a trasferirmi in qualsiasi posto ed a fare qualsiasi cosa, rinunciando a stare nel luogo che amo, vicino alle persone che amo, con le amiche e con gli amici che mi sono cari. Ecco, questa la "vita vuota" che i ministri di culto della valorizzazione capitalistica vogliono vederci offrire alla societ astratta, in cambio del diritto a vivere. Tutto ci per non spiega perch alla base del processo di valorizzazione sociale del capitale c' non pi soltanto il lavoro socialmente indeterminato, ma la vita sociale indeterminata, dal momento che I'indeterminazio-ne sociale gi nel lavoro. Sembrerebbe che fra lavoro socialmente indeterminato e vita

sociale indeterminata ci sia soltanto una differenza di grado e che, in ogni caso, questa differenza non riguardi I'indeterminazione sociale. In realt, il lavoro pu essere, s, socialmente indeterminato, ma entro una determinata condizione sociale, che il suo presupposto: la condizione sociale di attivit lavorativa. E', s, indifferente ai propri contenuti, ma, in ogni caso, essi saranno contenuti di lavoro. Quella del lavoro dunque una indeterminazione, per cos dire, determinata. Essa riguarda una sfera ben definita e non pu essere estesa a tutta la vita sociale. L'indeterminazio-ne del lavoro non sociale al punto di prevedere, tra le realt possibili, la condizione di inattivit lavorativa. Il problema dell'indeterminazione sociale del lavoro non riguarda il disoccupato o la disoccupata. Non perch il disoccupato o la disoccupata faccia un lavoro socialmente determinato. Semplicemente perch non fa lavoro. Il lavoro dunque socialmente indeterminato se riferito al tempo di lavoro. Se riferito al tempo di vita - che il tempo del processo di valorizzazione sociale del capitale - determinato, perch presuppone una condizione particolare. Ed per questo che I'indeterminazione adeguata alla valorizzazione sociale del capitale soltanto a livello di vita sociale. A tale livello, il processo di indeterminazione tende a svuotare di significato la contrapposizione fra condizione lavorativa e condizione non lavorativa. La vita sociale indeterminata non sopporta, al suo interno, steccati. L'esistenza materiale e immateriale degli uomini e delle donne funzionale alla valorizzazione capitalistica non in quanto radicata in una condizione sociale specifica, rna in quanto disponibile nei confronti di qualsiasi condizione. 13.2 La separazione fra individualit e socialit Nella vita sociale si esprime una componente fondamentale della persona: la socialit. La persona ha una struttura circolare, che parte dal s e ritorna al s, attraverso gli altri e le altre. Ed in tale viaggio attraverso gli altri e le altre che si realizza questo uomo o quella donna. Una piena espressione della socialit porta alla realizzazione della persona nella sua concreta specificit. Da qui il pericolo che costituisce per il processo di indeterminazione una socialit in quanto espressione di uomini e donne in carne e ossa. Una vita sociale indeterminata non sopporta l'attivit di donne e uomini impegnati a dare corso alla loro socialit in quanto persone concrete. D'altro canto, il processo produttivo deve potersi avvalere del lavoro umano in quanto processo sociale.

La via che il processo di indeterminazione percorre per uscire da questa contraddizione la separazione fra individualit e socialit. La socialit viene estrapolata dal contesto personale, carico di determinazioni esistenziali, ed usata nel processo lavorativo come pura e indeterminata variabile tecnica. E l'individuo, svuotato della sua socialit, non ha modo di introdurre nella vita sociale la propria concretezza esistenziale, perch non pu usare per s, per la sua realizzazione, la propria socialit. L'individualit, separata dalla socialit, anzich esprimere la specificit dell'apporto personale alla vita collettiva, viene rinchiusa nel gretto egoismo dell'interesse particolare. E la socialit, avulsa dalla concretezza personale, anzich segnare la realizzazione del soggetto, diventa sede della sua spersonalizzazione. Ora, in che senso tutto ci funzionale alla indeterminazione della vita sociale? Una vita sociale che tendesse alla piena espressione della persona si arricchirebbe di tante e tali specificit da diventare inutilizzabile per un processo sociale che richiede fluidit, flessibilit e intercambiabilit. Per essere adeguata ad un processo di valorizzazione capitalistica non confinato nelle sedi della produzione diretta, la vita sociale non pu rimanere Iegata alle specificit personali. Deve liberarsi dai vincoli della concretezza esistenziale. E ci possibile soltanto da una parte recidendo la socialit dal corpo vivente della personalit e dall'altra astraendo l'individualit dal suo essere sociale. L'individualit e la socialit, una volta separate, funzionano entrambe al servizio del processo di valorizzazione del capitale. L'individuo - cio il soggetto chiuso in s - viene indotto a ricercare l'utile egoistico in concorrenza con gli altri. E questa ricerca si risolve nel suo asservimento alla valorizzazione economica e politica del capitale. Attraverso la separazione tra sfera individuale e sfera sociale viene dunque preclusa l'attivazione della soggettivit collettiva. La pienezza della vita sociale si realizza in una attivit collettiva in cui le soggettivit personali possano esprimere creativamente la loro socialit. Ma nella societ astratta il soggetto ha un solo modo di attivarsi insieme agli altri soggetti: lavorare per la valorizzazione economica e politica del capitale. Ora, nel lavoro subordinato alla valorizzazione capitalistica la soggettivit sempre un mezzo, mai un fine. L'attivazione capitalistica della socialit si traduce dunque in un uso strumentale della soggettivit. 13.3 La spettacolarizzazione della vita sociale Non potendo attivarsi per s nel tempo di lavoro, la soggettivit cerca di esprimersi attivamente nel tempo di non lavoro. Ma tale attivazione, se

venisse portata a compimento, finirebbe per creare una pericolosa tensione tra sfera lavorativa e sfera non lavorativa. Dopo avere provato il gusto della creativit attiva nella sfera extralavorativa, la soggettivit difficilmente si adatterebbe ad un ruolo passivo e subordinato nella sfera lavorativa. La compartimentazione della societ richiede dinamiche che tendano a disinnescare tensioni tra le sfere separate della vita sociale. Da qui la necessit di organizzare il tempo di non lavoro in modo da ingabbiare la soggettivit. Tutta la vita sociale extralavorativa viene strutturata in modo che il soggetto vi figuri non come attore, ma come passivo spettatore. La vita extralavorativa consiste non nel fare sport, musica, teatro, ecc., ma nell'assistere ad uno spettacolo di sport, di musica, di teatro, ecc.. Tutta l'organizzazione del tempo di non lavoro funziona sulla base della passivit dei soggetti. Una partita di calcio si pu svolgere regolarmente soltanto perch la massa degli spettatori e delle spettatrici si limita ad assistere, magari con manifestazioni verbali, ai calci dati al pallone dai ventidue in campo. Immaginiamo che cosa succederebbe se le persone che stanno sugli spalti si scrollassero improvvisamente di dosso il ruolo di spettatori e di spettatrici loro assegnato e, cedendo alla voglia matta di sgranchirsi le gambe e dare i classici quattro calci al pallone, invadessero il rettangolo di gioco. E' in questa degradazione della persona la logica di fondo della societspettacolo. Persino la politica che , per eccellenza, la sfera dell'attivit viene ridotta ad uno spettacolo di controversie fra i partiti, a cui il pubblico invitato ad assistere tramite i mezzi di comunicazione di massa. Questa passivit di massa funzionale alla indeterminazione della vita sociale. Il vivere collettivo e indeterminato nella misura in cui in esso non ha modo di esprimersi attivamente la soggettivit delle persone concrete. E ci perch solo una soggettivit socialmente attiva produce determinazioni sociali. Abbiamo finora analizzato il funzionamento della sfera lavorativa da una parte e della sfera extralavorativa dall'altra in relazione all'attivazione della soggettivit delle persone concrete. E abbiamo visto che, nella societ astratta, le due sfere funzionano in modo da precludere tale attivazione. Ci non significa che nella vita sociale, sia lavorativa che extralavorativa, la soggettivit rimanga in uno stato di assoluta inattivit. Dobbiamo dunque adesso cercare di vedere per quali vie il bisogno di attivazione presente nella soggettivit riesce comunque ad esprimersi, se pure occasionalmente e con difficolt. Per farsi una idea della impellenza del bisogno di attivazione, proprio della soggettivit, basta pensare alla pienezza di vita da cui ci sentiamo invadere

tutte le volte che, invece di assistere ad attivit spettacolari, mobilitiamo le nostre risorse per fare attivit in prima persona. Dare quattro calci ad un pallone su un prato verde, in una splendida giornata di sole, insieme a persone che ci sono amiche, ci fa sentire pi vivi/e che sedersi sui gradini di uno stadio per assistere ad una partita. Stare a cantare insieme, accompagnandosi magari con strumenti improvvisati, d pi gioia che fare da spettatori e da spettatrici alla esibizione di un cantante o di una cantante di professione. Di questo bisogno sono consapevoli quei cantanti e quelle cantanti che dal palco invitano il pubblico ad accompagnare il ritmo con il battito delle mani. Il bisogno di attivazione talvolta rompe gli argini. I soggetti presenti abbandonano il ruolo di spettatori e di spettatrici e si appropriano dell'occasione di stare insieme, per mettersi a cantare ed a ballare per conto loro, facendo girotondi e disinteressandosi della esibizione che si svolge sul palco. Il bisogno di attivazione sociale , nella societ astratta, compresso e ostacolato. La socialit viene espropriata ed organizzata tramite il processo lavorativo o attraverso la partecipazione passiva ad attivit spettacolari. C' un sistema di regole che presiede alla organizzazione ed al consumo delle attivit spettacolari. Intanto, gli spettacoli indirizzati a soggetti che lavorano sono collocati in giorni ed in orari non lavorativi. Si svolgono in ambienti strutturati sulla base della separazione fra lo spazio riservato al pubblico e lo spazio riservato alla esibizione. Prevedono il coinvolgimento del pubblico entro i limiti dell'approvazione o disapprovazione della esibizione, con applausi o fischi. Tutte queste regole sono, per cos dire, incorporate nello schermo televisivo, che - in tal senso - si qualifica come lo strumento per eccellenza della spettacolarizzazione della vita sociale. Il bisogno di attivazione sociale, per esprimersi, deve rompere I'accerchiamento della organizzazione dello spettacolo, far saltare il ruolo passivo di spettatore o di spettatrice, abbattere gli steccati che proteggono le riserve di spazi e infrangere le regole del comportamento collettivo standardizzato. In presenza di queste condizioni o di qualcuna di esse, espressioni, magari limitate, di soggettivit sociale attiva si realizzano e si infiltrano negli interstizi della societ astratta. Sono squarci di vita piena, che riescono talvolta a incrinare la palude stagnante della indeterminazione sociale. 13. 4 L'indeterminazione dell'essere sociale

Presupposto di base della vita sociale l'essere sociale, cio il concreto esistere di donne e uomini come entit collettiva. Non pu dunque darsi astrazione sociale in un quadro di forte determinazione dell'essere sociale, perch le specificit esistenziali delle persone concrete finiscono, in un modo o nell'altro, per tradursi in particolari modi di vivere. La societ astratta non pu reggere a lungo se non fondata su un essere sociale indeterminato. Se milioni di uomini e di donne costruiscono il loro essere a misura delle proprie particolari potenzialit, nella societ si produce una massa di determinazioni che premono per trovare espressione nella vita sociale. Si crea cos una tensione fra il modo di essere delle persone e il loro modo di vivere. Sotto la spinta di questa tensione, le determinazioni pi forti si aprono varchi sotterranei e invadono la vita sociale. E allora il processo di indeterminazione si rimette in moto, per dissolvere le determinazioni presenti, come mine vaganti, nel vivere quotidiano. Per dare l'idea, come se si venisse a creare una sorta di circuito sociale, che - in presenza di un tasso di determinazione superiore alla soglia di sopportazione - si chiude, rimettendo in moto il processo di indeterminazione. Quando, nel vivo dello scontro delle forze in campo, si accumulano bisogni legati all'essere concreto delle persone, le istituzioni della societ astratta si mobilitano per svuotare la domanda sociale dei suoi contenuti. Talvolta la pressione dell'essere sociale rompe gli argini della indeterminazione. E' il momento alto della dinamica sociale. Ogni persona pretende di vivere tutte le possibilita che derivano dal suo essere concreto. Il processo di indeterminazione viene messo in difficolt e non riesce a disinnescare i bisogni collettivi, prima che vadano a impattarsi con I'apparato della societstruttura. Ad evitare questo rischio, che incombe sempre sulla societ astratta, bisogna che il processo di indeterminazione non si limiti ad attaccare, nella vita sociale, le determinazioni che via via vengono prodotte, ma investa direttamente l'essere sociale, in quanto fonte di determinazioni. Una vita sociale pu essere indeterminata sino in fondo solo se indeterminato l'essere sociale. Un uomo o una donna non aspira a vivere una vita determinata solo quando non ha determinazioni da esprimere L'indeterminazione della vita sociale richiede persone che non siano in condizione di strutturare il loro essere lungo l'asse delle proprie autonome possibilit di realizzazione. Nelle loro particolarit, i soggetti sono persone in carne e ossa: uomini, donne, bambini, giovani, adulti, anziani. Sono estroversi, introversi, talvolta

allegri, talvolta tristi. L'indeterminazione dell'essere sociale il processo attraverso il quale, in condizioni date, I'essere collettivo si definisce a prescindere dal particolare esistere delle persone concrete. Il processo di valorizzazione del capitale impone dunque alle persone di prescindere dalle determinazioni particolari del loro esistere. Impone alla vita sociale di svuotarsi di ogni determinazione esistenziale e culturale dell'essere sociale. Tutti gli aspetti dell'essere sociale vengono investiti dal processo di indeterminazione. Ogni persona ha un suo particolare modo di essere attiva. Ma queste particolarit dell'attivazione vengono massificate e cancellate in una forza indistinta: la forza-lavoro manuale-intellettuale. Le persone reali producono oggetti concreti, trasformando la materia attraverso tecniche determinate. Gli oggetti prodotti hanno forme e colori. Sono grandi, piccoli, gialli, rossi. Hanno qualit diverse. Ma l'essere qualitativo degli oggetti viene ridotto ad astratto valore quantitativo, a cui si fa riferimento nella circolazione delle merci sul mercato. Le persone reali producono oggetti particolari, per farne un uso particolare. Il fine della produzione reale l'uso dei beni prodotti. Ma l'uso viene ridotto a mezzo per la realizzazione del profitto. Tutti questi passaggi della indeterminazione dell'essere degli oggetti sono sintetizzati nella riduzione del bene concreto, finalizzato all'uso, a merce astratta, finalizzata allo scambio. Ovviamente, non pensiamo che il processo di valorizzazione tenda a bloccare l'essere sociale in una forma astratta attraverso un utopico black out della concretezza esistenziale. Qui si vuole soltanto sostenere che la fissazione dell'essere sociale in una particolare determinazione della vita materiale e immateriale antitetica alla logica della valorizzazione capitalistica, che ha a suo fondamento l'indeterminazione sociale. Non si tratta dunque di immaginare un impossibile oscuramento del substrato esistenziale della vita sociale. Si tratta semplicemente di definire - in questo contesto problematico - la tendenza capitalistica a subordinare la concretezza dell'essere sociale. Si tratta di specificare la subordinazione della vita sociale al processo di valorizzazione del capitale come tendenza all'astrazione dalle specifiche determinazioni esistenziali dell'essere sociale. In questo quadro, I'indeterminazione dell'essere sociale viene a configurarsi come la via attraverso la quale la societ astratta recide i legami fra la vita sociale e la concretezza esistenziale degli uomini e delle donne.

Capitolo Quattordicesimo La regolazione sociale

14.1 Indeterminazione e regolazione della vita sociale La vita sociale ricca di determinazioni concrete. Il processo di indeterminazione non pu dunque non investire il vivere quotidiano degli uomini e delle donne in carne e ossa. Non sarebbe pensabile una societ astratta nella quale i riferimenti al concreto superassero una certa soglia. Ma per potere essere indeterminata, cio spogliata delle sue determinazioni concrete, la vita sociale deve essere regolata dall'esterno. La regolazione della vita sociale dunque funzionale alla sua indeterminazione. Se ogni persona vive a modo suo, la vita quotidiana sfugge al processo di indeterminazione sociale. Per regolazione della vita sociale intendiamo - nel contesto problematico della societ astratta - il processo attraverso il quale la vita quotidiana delle donne e degli uomini viene sottoposta ad un sistema di regole che la rendano compatibile con le esigenze della valorizzazione economica e politica del

capitale. In tal senso, la vita sociale viene regolata, viene cio modellata non sulle esigenze dei soggetti, ma proprio sulla negazione di tali esigenze. E' in questo quadro che, attraverso la regolazione, si tende a rendere indeterminata la vita sociale, cio a svincolarla dalla concretezza degli uomini e delle donne in carne e ossa. 14. 2 Regolazione e integrazione sociale Non sempre il sistema di regole presiede al vivere quotidiano in forma esplicita. Spesso la regolazione l'esito oggettivo della organizzazione della societ. La societ complessiva strutturata in modo da indurre le donne e gli uomini ad adottare comportamenti conformistici, se non vogliono restare tagliati fuori dalla vita sociale. Accade cos, in generale, che - pur potendo scegliere di fare o non fare certe cose - si finisca per adeguarsi agli standard di condotta sociale. E ci perch la scelta fra le diverse alternative di comportamento caricata di significati relativi al problema della integrazione sociale. Di fatto, un uomo o una donna, ogni volta che deve decidere come comportarsi in una data situazione, si pone - in modo pi o meno cosciente - il problema di cosa verr a significare la sua scelta nell'ambito dei suoi rapporti con gli altri. Ora, si sa che la rottura con l'ambiente che ci circonda non una prospettiva che si possa affrontare a cuor leggero. Comporta tutta una serie di difficolt, che rendono la vita estremamente complicata. Vivere controcorrente come camminare in salita. Ogni tanto viene voglia di sedersi. Da qui la ricerca - pi o meno consapevole - di soluzioni di compromesso, che evitino il rischio dell'isolamento, senza fare perdere - come si suole dire la faccia. In questo quadro, la spinta all'integrazione funzionale al sistema di regolazione della vita sociale. 14. 3 Le forme della regolazione sociale Il sistema di regolazione dispone di una serie di alternative ed quindi in grado di adattarsi alle mutevoli forme della vita sociale. Nell'ambito di tale sistema possibile una grande variet di procedure, che vanno di volta in volta individuate e definite. Innanzi tutto va fatta una distinzione fra regolazione diretta e regolazione indiretta. Per regolazione diretta intendiamo una regolazione messa in opera attraverso l'organizzazione della vita sociale. Per regolazione indiretta

intendiamo una regolazione attuata attraverso l'interiorizzazione, da parte delle donne e degli uomini, di un sistema di regole di comportamento. In altri termini, la regolazione diretta agisce sulla vita sociale, organizzandola. La regolazione indiretta agisce invece sui soggetti, i quali - facendo proprie certe regole - organizzano la loro vita quotidiana in conformit agli standard di comportamento. Per esempio, la giornata lavorativa un istituto di regolazione diretta, mentre il sistema morale un istituto di regolazione indiretta. Si tratta - come facile capire - di due forme di regolazione che si integrano a vicenda. Una qualsiasi organizzazione della vita sociale non sarebbe in grado di funzionare se non potesse contare sul rispetto delle regole da parte dei soggetti. Rispetto che non pu essere ottenuto soltanto per via coercitiva, senza un qualche riconoscimento morale. E, viceversa, un sistema di regole finirebbe con il rimanere inattivo e con l'esaurirsi per inerzia se non trovasse riscontro in una qualche forma di organizzazione della vita sociale. Ma, a prescindere da tale interconnessione, le due forme di regolazione agiscono contemporaneamente sulla vita sociale, con prevalenza dell'una sull'altra, a seconda delle circostanze. Per esempio, durante le ore di lavoro prevale la regolazione diretta, mentre durante il tempo di non lavoro prevale la regolazione indiretta. Nel primo caso, la giornata Iavorativa rappresenta il massimo di regolazione attraverso I'organizzazione diretta della vita sociale. Nel secondo caso, il sistema morale la codifica di una regolazione ottenuta attraverso l'interiorizzazione di norme. 14.3.1 La giornata lavorativa come sede di regolazione della vita sociale La giornata lavorativa viene di solito definita come sede in cui si realizza l'uso della forza-lavoro in cambio di mezzi i sussistenza. In tale ambito, la definizione della giornata lavorativa viene concepita in termini i modalit dell'uso della forza-lavoro. Tale uso il terreno su cui si esercita la contrattazione fra capitale e lavoro ed quindi il quadro in cui si muove il processo di indeterminazione tecnica e sociale del lavoro. Ora, qui si tratta di definire la giornata lavorativa da un ben diverso punto di vista: come sede di regolazione della vita sociale. La giornata lavorativa struttura la vita quotidiana non solo dei soggetti impegnati in un lavoro, ma anche - se pure per via indiretta - di quanti non hanno un lavoro. Per farsi una idea del peso che ha la giornata lavorativa nel sistema di regolazione, baster osservare la vita comune in un giorno festivo. La

struttura della vita sociale in un giorno festivo cambia radicalmente rispetto agli altri giorni della settimana. Non vogliamo certo dire che nella parentesi domenicale si realizza una vita sociale libera da condizionamenti. Ai vincoli del lavoro subentrano vincoli di altro tipo, che continuano a regolare la vita comune. D'altra parte, non pensabile che una volta a settimana la vita sociale rimanga sospesa in un vuoto di regolazione. E tuttavia non si pu negare che la giornata domenicale strutturalmente - a prescindere dalla qualit - "diversa" da una giornata feriale. Per cui, chi perdesse la cognizione del tempo sarebbe in grado di distinguere - in un contesto sociale dato - la domenica dagli altri giorni della settimana. Questa "diversit" da ascrivere non ad una mancanza di regolazione, ma ad una differenza di procedura, all'interno dello stesso sistema generale di regolazione.

14.3.2 Regolazione sociale e regolamentazione morale La vita sociale , in s, la sede in cui si realizzano gli uomini e le donne in quanto persone. Non ci sono altre sfere nelle quali una donna o un uomo possa mettere in atto le potenzialit di cui dispone. Ora, proprio perch gli uomini e le donne tendono a realizzarsi sul piano esistenziale ed a progettare la vita sulla base della propria concretezza, il sistema di regolazione deve essere in grado di indirizzare ad "altro" le esistenze umane presenti nella societ. Tale sistema deve servire non solo a "mettere ordine" nella vita sociale, ma anche a canalizzarla verso la valorizzazione capitalistica. La via per la quale le donne e gli uomini vengono orientati non verso il proprio concreto esistere, ma verso valori "altri", la regolamentazione morale. Per regolamentazione morale intendiamo un sistema di regolazione sociale orientato in direzione di un quadro definito di valori 18. Nella societ sottomessa al capitale la regolamentazione morale tende ad orientare gli atteggiamenti ed i comportamenti delle donne e degli uomini in direzione di valori astratti. Essa si avvale - come facile capire - di apparati
18

Con questa ottica abbiamo, in altra sede, analizzato la regolamentazione morale come sistema di regolazione della vita sociale nella teoria di Durkheim (F. Viola, La societ morale, Roma, Edizioni Associate, 1992, 2^ ediz.).

ideologici volti a interiorizzare motivazioni profonde, spinte "ideali" verso un sistema politico-economico che fa astrazione dalla concretezza esistenziale. Ed tanto pi necessaria quanto pi i valori sono lontani dalla concretezza degli uomini e delle donne in carne e ossa. In tal senso, da una parte la regolamentazione morale funzionale all'astrazione sociale, dall'altra l'astrazione sociale produce regolamentazione morale. La persona non solo viene svuotata di ogni riferimento alla propria specificit, ma viene anche "caricata" di riferimenti al quadro indistinto dei valori astratti. Anzi, I"'oscuramento" delle specificit personali viene operato proprio in funzione della "illuminazione" che discende dal sistema di astrazione. La regolamentazione morale , in fondo, un modo di raccordare la fase di "eclissi" alla fase di "illuminazione". I soggetti, privati dei parametri della propria realt esistenziale, sono portati a rifugiarsi nel grembo dell'astrazione sociale. La societ astratta privilegia i valori prodotti dal capitalismo. Ma essa si deve misurare anche con valori di diversa provenienza: valori religiosi, culturali, ecc.. Mentre dunque esalta lo "spirito del capitalismo", cerca di piegare a proprio vantaggio i valori radicati nella tradizione storica. In questo quadro, la funzione del sistema morale quella di dare spazio a valori che, pur non essendo propri della societ capitalistica, favoriscono atteggiamenti e comportamenti sostanzialmente funzionali al sistema di astrazione. Si viene cos a delineare un rapporto, estremamente complesso, fra sistema di astrazione e quadro dei valori socialmente diffusi. C', innanzi tutto, da tenere presente il fatto che i valori diffusi non hanno tutti lo stesso segno. Valori contrapposti si contendono il campo. La societ astratta quindi costretta a scegliere. E sceglie sempre quei valori che orientano le donne e gli uomini in direzione non della propria specificit concreta, ma dell'astratta generalit. Ci possibile perch uno dei presupposti della societ astratta la contrapposizione, artificiosa e strumentale, fra la specificit individuale e la generalit sociale. La regolamentazione morale non dunque neutra. Una societ astratta nella misura in cui sono astratti i valori da cui discendono le regole morali che presiedono alla condotta sociale. Per quali vie il sistema morale regola la condotta sociale? Attraverso lenti e difficilmente avvertibili processi di interiorizzazione, i soggetti sono portati a costruire la propria identit personale in relazione ad un quadro di valori astratti. Per questa via, i valori astratti diventano parte integrante della personalit e vengono percepiti dai soggetti come valori concreti, come valori

della propria concretezza. La regolamentazione morale, in quanto sistema di regolazione della vita sociale, ha dunque la funzione di introdurre nella societ valori astratti come parametri della condotta sociale e di interiorizzarli nelle coscienze come valori concreti. Le persone agiscono nell'ambito di una astrazione che ha assunto la forma della concretezza. Ma c' di pi. La regolamentazione morale ha anche la funzione di fare vivere come astratti i valori concreti, in modo che le persone siano indotte a rigettare, in quanto astratta, la propria concretezza. Questa "traduzione" dell'astrazione in concretezza e della concretezza in astrazione alla base dell'identit degli uomini e delle donne nella societ capitalistica. E' dunque opportuno cercare di definire il ruolo che esercita il sistema morale nella costruzione di una identit sociale funzionale al processo i valorizzazione del capitale.

14.3.3 Sistema morale e identit sociale Per identit sociale intendiamo - nel contesto analitico dell'astrazione - il "quadro sociale" nel quale le donne e gli uomini si identificano, cio il tipo di struttura e di organizzazione sociale in cui pensano di potersi realizzare sul piano esistenziale. L'identit sociale di una persona I'esito - mai definitivo di tutta una serie di lente sedimentazioni che si attuano attraverso lo scambio con la realt esterna. Se questo scambio potesse attuarsi nella sua pienezza, le persone mutuerebbero la propria identit sociale dalla concretezza della propria vita quotidiana. In altri termini, se gli uomini e le donne potessero venire a contatto direttamente con la propria realt, finirebbero per identificarsi con una organizzazione sociale finalizzata alla realizzazione del loro specifico essere concreto. Tale "rischio" rende necessaria l'interiorizzazione di un sistema morale, che faccia schermo fra i soggetti e la loro concreta realt, rovesciando, come in uno specchio deformante, la concretezza in astrazione e l'astrazione in concretezza. Nella societ astratta l'identit sociale di una donna o di un uomo non dunque lo specchio della sua specifica concretezza. E' - possiamo dire I'esito di tutto il lento e sottile lavoro al quale il sistema di astrazione sottopone la specificit personale. L'esito di tale lavoro la composizione pi o meno stabile - dell'antitesi esistente fra la concretezza delle persone e l'astrazione della societ sottomessa al capitale. L dove questa composizione non si realizza, per alcuni strati di collettivit si aprono due

possibilit: o si estraneano dalla vita sociale, oppure ricercano la loro identit in una societ alternativa da realizzare. Nel primo caso una parte della collettivit vive una identit sociale segregata. Nel secondo caso vive una identit incompatibile con il sistema di astrazione sociale e quindi in continua "tensione". Dovrebbe, a questo punto, intravedersi la funzione che ha qui il sistema morale nella costruzione dell'identit sociale. Esso interviene per definire l'identit sociale come filtro fra il bisogno di concretezza che emerge dalla societ-collettivit e le richieste di astrazione che provengono dalla societstruttura. In questo quadro, il bisogno di concretezza viene fatto apparire come velleit egoistica. E l'astrazione sociale si veste delle nobili forme dell'interesse generale. Tale inversione giocata tutta nel "foro interiore" degli uomini e delle donne. E solo la morale ha titolo e forza per operare in questa sede, attraverso l'interiorizzazione della norma. 14.4 Regolazione sociale ed espropriazione della progettualit esistenziale La vita quotidiana di molte donne e di molti uomini procede lungo le linee segnate dall'organizzazione sociale: ore e ore di lavoro, serata davanti alla TV, gitarella di fine settimana, ecc.. Per gli aspetti essenziali, la vita quotidiana viene regolata attraverso l'organizzazio-ne delle attivit lavorative e non lavorative. Si innesca cos un processo, attraverso il quale la societ astratta ci espropria, giorno dopo giorno, del nostro progetto di vita. A poco a poco, ci troviamo a vivere una vita non nostra. Questa espropriazione della progettualit esistenziale si attua per vie diverse. Nella maggior parte dei casi non viene nemmeno percepita. Molti uomini e molte donne non si rendono conto di vivere una vita che non sono stati loro a progettare. Il pi delle volte la vita delle donne e degli uomini si organizza intorno a una fortuita occasione di lavoro. Spesso ci si trova a vivere la propria vita secondo modalit che non abbiamo mai scelte. Talvolta le persone non si rassegnano a vivere una vita che non sentono propria. E cercano, per vie diverse, di riappropriarsi del senso dell'esistere. C', per esempio, chi si tuffa nell'attivit lavorativa, nell'illusione, a volte persino cosciente, di riempirla di contenuti personali. Alla base di questo rapporto con il lavoro non c' identificazione. La persona esercita, vero, nell'attivit lavorativa il suo bisogno di affermare la propria identit. Non per perch si identifica nel lavoro che fa, ma proprio perch avverte il rischio che

la sua identit venga letteralmente cancellata. E' una sorta di giornaliero braccio di ferro tra il processo oggettivo di espropriazio-ne e lo sforzo soggettivo di preservazione dell'identit personale. Su questo terreno, una tensione troppo prolungata porta spesso ad un cedimento su tutta la linea. Il soggetto assume un atteggiamento di passivit e lascia azzerare, in sede di lavoro, la sua identit, per cercare altrove occasioni di compensazione. Il lavoro viene cos a configurarsi come una sorta di parentesi, che si apre e si chiude ogni giorno. Quel che accade entro tale parentesi viene vissuto come lo scotto da pagare per farsi una vita propria. Solo che la vita quotidiana reale finisce per essere rinchiusa entro la parentesi lavorativa. E non rimane spazio per dare un fine all'esistenza. E' veramente un circuito chiuso. Siamo costretti a darci da fare per crearci le condizioni minimali di vita. Ma tutto questo da fare finisce per diventare la nostra vita. Mentre cerchiamo di vivere, viviamo. O, per meglio dire, sopravviviamo. Il vivere, in senso pieno, viene continuamente rinviato, come un programma sempre da realizzare. E consumiamo la vita mentre cerchiamo di realizzarla in una societ indifferente alla nostra condizione esistenziale.

Conclusione L'ambivalenza della societ astratta

La dinamica della societ astratta La societ sottomessa al capitale pu funzionare come societ formalmente democratica nella misura in cui riesce a fare astrazione dalla realt sociale, a definirsi come societ astratta, come sistema di indifferenza sociale, come sistema di indifferenza alla condizione esistenziale degli uomini e delle donne in carne e ossa. Funzionale al sistema di astrazione sociale il processo di in determinazione sociale. La societ complessiva in tanto sottomessa al capitale in quanto la vita sociale priva di determinazioni proprie disponibile nei confronti del processo di valorizzazione capitalistica. D'altra parte, la struttura sociale pu fornire l'indeterminazione necessaria al libero gioco della valorizzazione del capitale nella misura in cui riesce a fare astrazione dalla realt sociale.

L'indeterminazione sociale un prodotto della sovradeterminazione capitalistica della societ complessiva. Il capitale in tanto ottiene indeterminazione sociale in quanto riesce a sovradeterminare la societ complessiva. L'indeterminazione non unque assenza di determinazione, ma spostamento di determinazione dalla societ complessiva al capitale. Questo spostamento, operato tramite il sistema istituzionale, produce nella collettivit uno stato di subalternit. La fruizione capitalistica dell'essere sociale richiede I'emancipazione del soggetto dalla sua stessa identit culturale ed esistenziale. La specificazione sociale della persona - in termini di radicamento in una cultura determinata, di attaccamento ad un particolare contesto di rapporti sociali - un limite per la sua prestazione in quanto forza-lavoro manuale-intellettuale. In tal senso, adeguato al processo di valorizzazione capitalistica un individuo astratto, cio un soggetto - uomo o donna - che si nega in quanto persona ed disposto a definirsi come "uno, nessuno e centomila", per dirla con un famoso titolo pirandelliano. E sono adeguati alla societ sottomessa al capitale rapporti sociali astratti, cio relazioni svincolate da qualsiasi espressione della soggettivit. L'astrazione tende a investire tutti gli aspetti della dinamica sociale. Le idee-forza su cui si regge l'organizzazione capitalistica della societ si rivelano come valori astratti, che, recidendo ogni riferimento alla concretezza della vita sociale, tendono a interiorizzare nella coscienza collettiva il punto di vista della classe dominante. Cos la dimensione esistenziale viene segregata dentro la sfera della valorizzazione capitalistica. E la vita quotidiana di milioni di uomini e di donne viene piegata alle cadenze del processo di produzione. Al tempo dell'esistenza si sovrappone il tempo astratto dell'uso della forza-lavoro. Il sistema di astrazione sociale crea dunque le condizioni per la valorizzazione capitalistica e predispone la sottomissione della societ al capitale. Esso fonte di potere economico e presupposto per il potere politico. Questo doppio potere tende per un verso a legare la struttura sociale al capitale, per l'altro a liberare il capitale dal carico della collettivit. Da un lato la sottomissione della societ al capitale, dall'altro I'emancipazione del capitale dai vincoli sociali. Quanto pi la societ-struttura sottomessa al capitale, tanto meno il capitale si sente condizionato dalla societ-collettivit. L'ideologia borghese tende a presentare i vincoli sociali come ostacoli allo sviluppo della societ. Nel modello ideologico borghese la vita reale degli uomini e delle donne in carne e ossa compare come limite della societ astratta. Si tratta, come al solito, di una inversione. In effetti, la societ

astratta che tende ad imporsi come limite della vita reale. E' la societ-struttura che tende a sovrapporsi artificiosamente alla societ-collettivit. Questa sovrapposizione produce conseguenze drammatiche nella vita sociale. Le persone hanno bisogno, per esempio, di case. Ma, appena questo bisogno primordiale emerge e si impone, subito si mette in funzione il sistema di astrazione sociale, che pretende di incastrarlo in una logica particolare, dove la necessit inderogabile di dormire sotto un tetto viene rapportata all'andamento del mercato edilizio. In tale logica, dormire sotto un tetto certo un diritto sacrosanto, ma a conizione che non venga minacciata la dinamica del profitto, che alla base degli investimenti privati in edilizia. Il mondo dove regna I'astrazione del valore di scambio si contrappone al mondo dove regna la concretezza del valore d'uso. La ricchezza astratta si insedia nella vita collettiva ed ostacola il godimento dei beni concreti, ponendosi come argine al dilagare dei bisogni sociali. E' per questa via che i diritti primari degli uomini e delle donne vengono affermati nella forma e vanificati nella sostanza. E' attraverso l'elusione della domanda sociale che la societ astratta tenta di imporsi sulla vita reale. Il sistema di elusione della domanda sociale la via per la quale I'apparato istituzionale della societ astratta cerca di evitare l'impatto con i bisogni sociali emergenti. Eludere, svuotare, rinviare. Sono questi i verbi che definiscono l'agire della societ-struttura, la quale tenta cos di sfuggire ad un problema di fondo. Non pu darsi autorealizzazione l dove la specificazione culturale ed esistenziale di una persona o di una comunit viene stravolta o cancellata o comunque appiattita nell'indi-stinto universo della valorizzazione capitalistica. E, d'altra parte, non pu darsi valorizzazione piena del capitale l dove si affermano specifiche determinazioni culturali ed esistenziali dell'essere sociale. L'indetermi-nazione sociale si rivela sempre pi come condizione vitale per la valorizzazione del capitale. Dietro questo dilemma si profila la questione della qualit della vita, che una sorta di sintesi dell'antiteticit fra persone concrete e sistema di astrazione, fra ricchezza concreta e ricchezza astratta. E' sulla sorte del principio della qualit della vita che si gioca la partita fra societ-collettivit e societ-struttura. E non un caso che attorno al principio della qualit della vita si avviluppano i nodi del rapporto fra capitale e lavoro: dall'uso della forza-lavoro ai livelli di retribuzione. L'uso della forza-lavoro manuale-intellettuale investe direttamente la vita quotidiana. Alla indeterminazione dell'uso della forza-lavoro non pu non corrispondere l'indeterminazione della vita sociale. Ecco perch il capitale ha

bisogno della societ astratta. In una societ che fa astrazione dalla condizione esistenziale degli uomini e delle donne in carne e ossa I'uso della forza-lavoro manuale-intellettuale non condizionato dalle determinazioni della vita sociale. Nella societ astratta l'essere umano nasce gi come forza-lavoro ad uso del capitale. In tali condizioni - del tutto teoriche - il rapporto capitale-lavoro si definisce come il rapporto sociale per eccellenza, come la sintesi dei rapporti sociali. In questa utopia del capitale, la societ-collettivit coincide con la societ-struttura. Fuori dell'utopia, invece, la vita quotidiana minaccia continuamente I'uso della forza-lavoro manuale- intellettuale da parte del capitale. La "voglia di vivere" una mina vagante per il sistema di vita sociale adeguato al capitale. Vivere per se stessi vuol dire morire per il capitale. Cos come vivere per il capitale vuol dire morire per se stessi. Alcune incognite sono insediate al centro della equazione sociale su cui fondata la societ astratta. In che misura e in quali termini le donne e gli uomini si lasceranno, in futuro, usare dal capitale come forza-lavoro? In che misura il sistema tecnico automatiz-zato lascer spazio al lavoro umano? Quale incidenza avr sull'uso della forza-lavoro manuale-intellettuale l'evoluzione del sistema dei valori? Questi interrogativi danno la misura di quanto gli interessi materiali siano intrecciati alle esigenze immateriali. Al punto che riesce difficile dire dove finiscono gli uni e dove cominciano le altre. Chi, per esempio, preferisce arrangiarsi con mille espedienti piuttosto che lasciarsi incastrare in un lavoro dipendente fa certo riferimento ad un quadro di esigenze immateriali, magari non ben definito, ma comunque centrato sulla qualit della vita. La sua scelta, se non un caso isolato, va per ad incidere sul sistema generale degli interessi materiali, nel senso che finisce per orientare in una direzione piuttosto che in un'altra l'uso della forza-lavoro manuale-intellettuale. E, a loro volta, gli orientamenti dell'uso della forza-lavoro finiscono per produrre modi di essere degli uomini e delle donne, che con quegli orientamenti sono costretti a misurarsi. Basta pensare alle figure sociali che vengono prodotte dall'estenersi della disoccupazione e del lavoro non garantito. Quando emerge una nuova realt sociale, il capitale costretto, prima o poi, a ridisegnare il suo progetto di societ astratta. Il vecchio sistema di astrazione sociale non riesce a mettere fra parentesi le nuove istanze che irrompono sulla scena sociale. La societ astratta costretta a ridefinire continuamente il suo rapporto con la concretezza esistenziale degli uomini e delle donne in carne e ossa. Da qui

uno stato di incertezza, che si traduce in ambivalenza, in permanente oscillazione tra forza e debolezza, tra assenza e presenza. Forza e debolezza della societ astratta La forza della societ astratta nella sua sistematica indifferenza alle realt che emergono nella vita degli uomini e delle donne. Ma qui anche il germe della sua debolezza. Chiusa in se stessa, la societ astratta non in grado di captare i segnali che vengono dalla realt sociale. Accade cos che essa sia colta quasi sempre di sorpresa dai sommovimenti sociali e non faccia in tempo a preparare adeguate contromisure. Da qui uno stato di precariet, legato al modo di essere della societ astratta. In teoria, il fine pi generale verso cui dovrebbe tendere una organizzazione sociale, il fine che comprende in s tutti gli altri fini, la piena realizzazione esistenziale degli uomini e delle donne in carne e ossa. Orbene, la realizzazione esistenziale delle persone concrete non solo non il fine della societ astratta, ma per essa un pericolo mortale. Il rischio pi grosso che continuamente corre la societ sottomessa al capitale nella possibilit che emergano nel sociale tendenze alla affermazione di soggetti individuali e collettivi. La societ astratta deve stare sempre attenta a non dare spazio ad espressioni della soggettivit e soprattutto della soggettivit autorealizzantesi. Ci comporta da una parte un enorme dispendio di energie per bloccare le espressioni di soggettivit, dall'altra lo spreco di tutte quelle potenzialit che sono presenti nella societ-collettivit e vengono fermate al di sotto della soglia della espressione sociale. I risultati sono paradossali. E' come se una persona in buona salute disperdesse di proposito le proprie energie per indebolirsi e non essere in grado di camminare verso mete proibite. E', questo, un punto di estrema debolezza della societ sottomessa al capitale. Il non potere dare corso a tutte le possibilit di cui le persone dispongono, per non correre il rischio di fare saltare il sistema di astrazione, conferisce un carattere di estrema fragilit alle istituzioni della societ astratta. Questa fragilit espone il sistema di astrazione a crisi ricorrenti, che non sono per il presupposto di un suo deperimento o di un suo crollo. La societ astratta d talvolta l'impressione di essere l l per crollare. E i movimenti di opposizione si illudono spesso di averle assestato il colpo mortale. C' all'origine di queste impressioni e di queste illusioni una concezione distorta della societ sottomessa al capitale, come di un muro che pu essere abbattuto a colpi di piccone. E invece la societ astratta come fatta di materia elastica ed in grado di assorbire i colpi che subisce e di riassestarsi,

magari assumendo altre forme. D'altra parte chi, disilluso dalle esperienze politiche, tenta la via della liberazione individuale, sperimenta di persona che l'astrazione sociale non una cappa da cui ci si libera chiudendosi nella sfera del privato, ma una materia molle e vischiosa che ti si appiccica addosso e viene via insieme alla pelle. E' una caratteristica della societ astratta trarre forza dalla sua fragilit e, viceversa, rivelare debolezza proprio nei suoi punti di forza. E ci perch la sua forza non in una affermazione, ma in una negazione di realt. Come dire, paradossalmente, che la sua forza in un dato di debolezza. E' nel suo "stare altrove" rispetto alla vita reale delle persone, nella sua scarsa esposizione ai riscontri della politica concreta. In questo dato di fragilit la radice di quella sorta di "imprendibilit" della societ astratta. E, per altro verso, pur "stando altrove", essa presente nelle pieghe della realt sociale, impregnando di s gli angoli pi riposti della vita sociale. Il fatto che la sua presenza sta proprio nella indifferenza sociale, nella indifferenza alla condizione esistenziale degli uomini e delle donne in carne e ossa. Come dire che la presenza della societ-struttura sta nell'assenza della societcollettivit. Dove la struttura sociale sfugge ai problemi delle persone concrete, l presente la societ astratta. La sua presenza tende infatti a fare il vuoto sociale intorno alla concretezza delle persone. Anzi, I'astrazione , di per s, vuoto sociale. E, via via che essa si espande nella societ complessiva, vengono meno i riferimenti alla concretezza degli uomini e delle donne. E la societ-struttura gira a vuoto su se stessa. Pi gira a vuoto, pi astratta. Ora, girare a vuoto significa muoversi senza impedimenti. Ma significa anche non avere presa sulla realt. Astratta dunque una societ-struttura che, quanto pi sente franare i valori su cui fonda la propria legittimazione, tanto pi fa pesare la sua presenza sulle persone. Una struttura sociale che, quanto pi si allontana dalla realt delle donne e degli uomini, tanto pi si arroga il diritto di decidere il loro destino. E' come se il suo essere indifferente nei confronti della condizione esistenziale delle persone concrete l'autorizzasse ad essere determinante rispetto alla organizzazione della collettivit. Assenza e presenza della societ astratta La societ astratta si definisce come sistema di indifferenza sociale. In quanto tale, essa si qualifica per la sua distanza stellare dai problemi che insorgono nella vita quotidiana. Di fronte a tali problemi, le donne e gli uomini vengono lasciati soli a se stessi. Chi ha bisogno di un intervento immediato

non riesce a trovare la strada che conduce alla soluzione sociale del suo problema. In questo ambito, sociale diventa sinonimo di lento e inefficace. Quel che dovuto , certo, dovuto. Ma solo chi pu aspettare riesce ad ottenere, nella migliore delle ipotesi, quel che gli spetta. I tempi del sociale sono lunghi. Le urgenze non rientrano nella dimensione che attiene ai bisogni delle persone concrete. La societ astratta arriva al punto di lasciare marcire per anni in galera un uomo o una donna, letteralmente scordandosi di fare un processo. La societ astratta una societ distratta. La macchina della giustizia - si dice - lenta. Ma provate a scordarvi di pagare, alla scadenza, una cambiale. La macchina della giustizia arriva subito a casa vostra a pignorarvi i mobili. Si tratta di due opposti casi, che ci danno - emblematicamente - il termometro delle diverse "sensibilit" della societ astratta. La societ astratta "insensibile" nei confronti del destino di un uomo o di una donna, che si consuma, da innocente, nel fondo di una galera. Ed invece "sensibilissima" nei confronti di una cambiale scaduta. L si dimostra lenta e inefficiente. Qui rapida ed efficiente. Una spiegazione c'. L in gioco un valore concreto. Qui c' un valore astratto da difendere 19. In generale, la societ astratta assente quando ci sono da risolvere problemi di donne e di uomini. Ed invece presente appena si tratta di reprimere i loro comportamenti. Lontana e distratta nei confronti delle difficolt che insorgono nella vita sociale, si fa pronta a intervenire per criminalizzare i movimenti che premono per un cambiamento. Gli unici atti che la societ astratta sa promuovere in presenza di un movimento che sale dalla collettivit sono i processi in tribunale. Disarmata e impotente di fronte alle piccole e alle grandi questioni sociali, diventa armata e potente contro chi si attiva alla ricerca di possibili soluzioni. Si mette in moto solo quando c' da
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I giornali di qualche anno fa riportano un discorso di un capo del governo italiano (non importa chi sia), quanto mai sintomatico. Dice, in sostanza, quel presidente del consiglio: I'Italia arretrata e va modernizzata. Uno pensa subito agli ospedali che non funzionano, alla scuola che fornisce una cultura vecchia. Macch. Il capo del govemo pensa ad altro. Le nostre aziende, dice, sono efficienti. Ma i prodotti, quando escono dalle fabbriche, vanno incontro a tutta una serie di difficolt che ne intralciano il cammino. Per quel presidente del consiglio, I'ltalia un paese abitato da prodotti, che chiedono di potere circolare pi speditamente.

bloccare un rischio di cambiamento reale. L'astrazione tende ad azzerare continuamente gli spostamenti in avanti della collettivit. La societ astratta si muove solo per restare ferma. Questa sostanziale immobilit rende la societ sottomessa al capitale sorda e cieca nei confronti di tutto ci che si muove nel sociale. In tal senso, I'astrazione come una coltre di nebbia che impedisce di vedere il traffico sulla strada. Le macchine sbucano all'improvviso e non c' tempo per scansarsi. E' per questo che una societ fondata sull'astrazione non riesce a prevedere le tensioni sociali. Non essendo a contatto con la realt delle donne e degli uomini, non in grado di interpretare le tendenze che emergono nel sociale. L'indifferenza alla concretezza esistenziale si traduce in impotenza ad intervenire - anche dal punto di vista degli interessi dominanti - per prevenire le esplosioni del sociale. I movimenti sociali sbucano dalla coltre di astrazione, forando la cortina di sordit della societ- struttura. Ed a questo punto che l'impotenza si trasforma in arroganza. La societ astratta, colta di sorpresa dalle questioni spinte sulla scena dai movimenti, invece di affrontarle, si illude di spazzarle via con provvedimenti di polizia. La coltre di nebbia che avvolge il sistema istituzionale rende, d'altra parte, la societ astratta poco visibile per chi non addentro alle sue segrete stanze. In tal senso, la societ astratta una sorta di societ spettrale. Una idea di questa spettralit ci viene data da Kafka ne ll castello. La situazione vissuta dal protagonista, che non riesce a mettersi in contatto diretto con i signori del castello, potrebbe benissimo rappresentare la condizione degli uomini e delle donne, che non riescono a portare i problemi dentro la societ astratta. I soggetti, pressati dall'urgenza dei loro problemi, vanno disperatamente alla ricerca di interlocutori dentro la fortezza dell'astrazione sociale. Percorrono lunghi corridoi, bussano alle porte. Il competente sta sempre "di l". E quando arrivano all'ultima stanza, si sentono rispondere che il competente non c'. E' in ci la presenza-assenza della societ astratta. Assente quando c' da prospettare una soluzione per problemi di vita reale, la societ astratta impone la sua arrogante presenza appena c' da sbarrare la strada ad un movimento che preme per un profondo mutamento della organizzazione sociale. Questa ambivalenza il modo in cui la societ astratta vive il suo persistente stato di precariet. La sua pretesa di ignorare la concretezza esistenziale delle persone la espone continuamente ai rischi della contestazione sociale. Il destino della societ astratta appeso ad un filo. E quel filo , pur sempre, nelle mani degli uomini e delle donne in carne e ossa.

Postilla metodologica Sulla esplorazione teorica della realt sociale

Il quadro della societ astratta, che abbiamo tentato di tracciare per linee essenziali, pu aprire una prospettiva di ricerca empirica. Ci non deve significare pretendere di poterlo assumere direttamente come disegno di inchiesta. Teoria e ricerca non si toccano. C' sempre, inevitabilmente, fra l'una e l'altra, una sorta di "terra di nessuno", che bisogna volta a volta conquistarsi, da una parte piegando il modello teorico alle ristrettezze della ricerca empirica, dall'altra evitando di ridurre la teoria a puro e semplice atto preparatorio dell'uscita sul campo. La "distanza" fra teoria e ricerca non soltanto una dura necessit, con cui bisogna fare i conti. E' anche, a nostro avviso, una condizione da perseguire soggettivamente. Chi si impegna a disegnare un modello teorico bene lavori ad una giusta distanza (n troppo vicino, n troppo lontano) dal laboratorio della indagine empirica. Una teoria che nasce gi come disegno di inchiesta

destinata a vivere una vita grama. Non avr nemmeno la forza di alimentare la ricerca. La teoria ha tempi, ritmi, cadenze che non sono i tempi, i ritmi e le cadenze della ricerca empirica. E deve potere spaziare - in prima istanza - anche in ipotesi non direttamente verificabili. In sociologia sarebbe suicida una qualsiasi impresa teorica che, per principio, si ponesse come limite invalicabile la soglia della verificabilit empirica diretta. D'altra parte, I'apertura teorica spinta oltre la soglia del verificabile non deve significare una sorta di pretesa di "autonomia del teorico". C' sempre un momento, una sede in cui la teoria sociologica chiamata alla resa dei conti. Sono infinite le vie per le quali una teoria del sociale pu essere messa alla prova dai processi reali. L'inchiesta sociologica - bene rendersene conto - solo una delle possibilit di verifica. Anche se - e rimane - il nostro pi efficace strumento di lavoro per aggredire in presa diretta, a livello conoscitivo, la realt sociale. * * *

Il rapporto fra teoria e ricerca non riguarda direttamente il nostro abbozzo della societ astratta, che non - n aspira ad essere - teoria. La nostra una semplice ipotesi di lettura della societ sottomessa al capitale. E tuttavia anche nel nostro caso si porr il problema della traduzione del quadro problematico in concetti operativi. Sar necessaria un'opera di raccordo che trasformi l'ipotesi di lettura in ipotesi di lavoro. In tale direzione lavoriamo da qualche tempo. L'importante non pretendere che la prima possa rientrare tutta nella seconda. Il pi attrezzato apparato di ricerca non potr evitare la sedimentazione di "residui teorici", che sfuggono a qualsiasi riscontro empirico. Una ipotesi di lettura ha molti limiti. Ma ha anche molte possibilit di manovra, essendo relativamente libera di muoversi in tutte le direzioni. Il suo rigore andr ricercato non in una sorta di filologia dell'esistente, ma nella sua capacit di dare fondo a tutte le possibilit di prefigurazione del reale. Non si tratta di riprodurre la realt che esiste, ma di anticipare conoscitivamente la realt che ci attende. Non riusciamo a trovare una qualche utilit sociologica in un lavoro conoscitivo che si limiti a stare a rimorchio degli accadimenti storici. Registrare la realt sociale quando gi precipitata e si cristallizzata significa mettersi nelle peggiori condizioni per capire quel che ci accade intorno. Perch quel che ci accade intorno non ci che gi incarnato nel reale. Quello il passato. Quel che ci accade intorno ci che deve ancora

trasformarsi in realt sociale codificata. Ecco perch l'unico modo per orientarsi nel presente tentare di lavorare su ci che ancora non , ma sta per essere. In queste condizioni, tra le forme di lavoro conoscitivo sulla realt sociale dobbiamo tenere in conto anche la possibilit di una "teoria di sfondo": una sorta di pre-teoria, con il compito di esplorare il terreno che prima o poi verr investito dalla teorizzazione vera e propria. * * *

Una esplorazione teorica della realt sociale deve dunque farsi carico della necessit di fare emergere il sociale prima che diventi realt consolidata e inamovibile. In questo senso, deve avere la capacit - pena il suo fallimento di andare a cogliere i nessi cruciali della dinamica sociale. E' da l che passa il reale che "sta per essere". Tenersi alla periferia del quadro sociale, per paura di andare a toccare fili carichi di tensione, una scelta contraddittoria. Sarebbe come volere esplorare il polo nord tenendosi sulla linea dell'equatore. L'esplorazione teorica, come ogni esplorazione, comporta rischi. E ci sono prezzi da pagare. Dovr cadere ogni remora nei confronti della realt che incombe. Non serve a niente stendere un discorso ideologicamente pulito e politicamente tranquillizzante sugli aspetti pi scottanti della dinamica sociale. D'altra parte, una esplorazione teorica va giudicata per quel che riesce a dare in sede di conoscenza di realt possibili, non per quel che sa offrire in sede di esorcizzazione di realt non auspicabili. Una analisi, anche una analisi esplorativa, pu essere ritenuta corretta o non corretta. Mai le si pu addebitare il segno della realt che esplora. Nel bene e nel male, una esplorazione teorica della realt sociale non - e non puo essere - un programma politico.

Appendice Una figura storica: l'operaio-massa fra indeterminazione sociale e soggettivit politica

La condensazione dell'essere sociale: l'operaio-massa Per operaio-massa si intende l'operaio comune, non qualificato, addetto alla catena di montaggio della grande azienda. Si tratta di forza-lavoro estremamente flessibile, mobile, intercambiabile. L'operaio-massa la forza-lavoro ideale per un sistema meccanizzato di produzione in serie. Non un caso che in Italia compare solo negli anni '50, quando, in notevole ritardo rispetto ad altri paesi, si afferma anche nel nostro paese la produzione di massa, specialmente nel settore delle auto ed in quello degli elettrodomestici. Nei termini della nostra analisi, I'operaio-massa si definisce come I'esito di un processo di condensazione dell'essere sociale, che il capitale, al fine di allargare la base produttiva, in fase di sviluppo estensivo, innesca con

l'immissione di contadini, artigiani e giovani disoccupati meridionali alla catena i montaggio delle grandi fabbriche del nord. Questa massificazione dell'essere sociale nello standard della figura operaia da un lato afferma d'autorit il lavoro indeterminato di massa, la indifferenza di massa ai contenuti del lavoro, dall'altro fa esplodere il richiamo ai contenuti della classe. La data politica che discrimina queste due facce dell'operaio-massa il '68. Da qui la necessit di operare - in sede di analisi - una distinzione tra operaio-massa pre-sessantotto ed operaio-rnassa post-sessantotto. Anche se, ovviamente, in un fenomeno cos complesso nessuna distinzione pu essere ridotta a schema. L'operaio-massa pre-sessantotto: forza-lavoro indeterminata Volendo tratteggiare un identi-kit dell'operaio-massa nella situazione italiana degli anni cinquanta e sessanta, prima del '68, si pu dire che in genere si tratta di un ex contadino o ex artigiano meridionale, che emigrato al nord, lasciando al paese di origine la famiglia, alla quale spedisce il vaglia mensile. In fabbrica uno che - per usare il linguaggio padronale - "lavora sodo" e "non ha grilli per la testa". E' disponibile nei confronti di qualsiasi richiesta, estremamente mobile, flessibile, intercambiabi-le. All'esterno della fabbrica uno sradicato, tagliato completamente fuori da qualsiasi rapporto con una comunit nella quale non si riconosce e dalla quale si sente respinto, mentre rimane in rapporto nostalgico con la comunit di origine, alla quale spera di potersi reintegrare. L'operaio-massa pre-sessantotto si definisce dunque come forza-lavoro tecnicamente e socialmente indeterminata, indifferente nell'immediato proprio per la sua condizione di sradicato - sia al contenuto del suo lavoro che alla qualit della sua vita. Si tratta di una indifferenza prodotta dalla situazione particolare in cui egli vive la sua attivit lavorativa e la sua esperienza esistenziale. Non certo un connotato della sua personalit e della sua cultura, che sono anzi fortemente orientate verso modi e contenuti determinati di lavoro e di vita. L'ex contadino o ex artigiano meridionale mantiene come quadro di riferimento l'assoluta determinazione sociale del suo precedente lavoro e della sua vita anteriore. Senonch, questa sua speranza in un futuro ritorno alla passata determinazione si traduce - quando manca una visione politica della realt - in accettazione della indeterminazione presente. In questo atteggiamento non c' per solo lo spirito di sacrificio tipico dell'immigrato. C' anche il rifiuto esistenziale di assumere una determinazione di lavoro e di vita che non sia quella che egli sogna di potere ancora tornare a realizzare nella comunit di origine. In altri termini, la stessa rigida determinazione del quadro esistenziale al quale egli fa riferimento, concorre a produrre la sua

disponibilit a definirsi praticamente come forza-lavoro tecnicamente e socialmente indeterminata. E ci per due ordini di motivi: da un lato pronto a sopportare qualunque disagio in fabbrica e fuori della fabbrica, perch convinto che ci potr servire ad avvicinare il giorno del ritorno al paese; dall'altro lato si rifiuta di assumere, in una comunit nella quale non si riconosce, una qualsiasi determinazione di lavoro e di vita. In pratica, si rifiuta di dare un qualsiasi carattere definitivo alla sua sistemazione. Da quanto si detto dovrebbe risultare chiaro che l'operaio-massa pre-sessantotto funzionale al processo allargato di produzione e di valorizzazione capitalistica, basato sulla massificazione della giornata lavorativa complessiva, perch offre un uso tecnicamente e socialmente indeterminato della forza-lavoro. E questo uso indeterminato possibile perch I'operaio-massa in fabbrica svolge un lavoro tecnicamente indeterminato e fuori della fabbrica vive una vita qualsiasi, una vita sociale indeterminata. L'indeterminazione tecnica e sociale che sta alla base della figura dell'operaio-massa pre-sessantotto discende da una sorta di duplice azzeramento delle sue qualit professionali e sociali. In quanto contadino o artigiano, entrando in fabbrica viene azzerato sul piano professionale. In quanto immigrato meridionale, entrando in un agglomerato urbano del nord viene azzerato sul piano culturale e sociale. La sensazione che degli prova di "non sentirsi nessuno" non deriva soltanto dall'anonimato prodotto dalla grande citt, ma anche alla perdita della sua identit professionale, culturale e sociale. Una variante della figura che abbiamo cercato di abbozzare nei suoi tratti essenziali l'operaio-massa giovane. Emigrato in cerca di prima occupazione o coinvolto nella emigrazione del padre, cresciuto nella nuova realt o, comunque, disposto a sperimentarla, soffre molto I'indeterminazione della sua condizione. Non si rassegna a fare un lavoro qualsiasi ed a vivere una vita qualsiasi. Cova perci entro di s una rabbia profonda, che costretto a comprimere, non disponendo di canali di comunicazione sociale per organizzarsi, n di strumenti politici per intervenire sulla realt. Questa figura specifica - I'operaio-massa giovane - fa, a nostro avviso, da tramite per il passaggio dall'operaio-massa pre-sessantotto all'operaio-massa post-sessantotto. L'operaio-massa post-sessantotto: da forza-lavoro indeterrninata a soggetto politico Il movimento del sessantotto - si sente spesso ripetere - fall il collegamento con la classe operaia. E' vero e non vero. E' vero se ci si riferisce ad un collegamento diretto, a livello di struttura organizzativa. Ad un tale livello, per fare un esempio, la Commissione per il collegamento con la

classe operaia, sorta nell'ambito del movimento di Roma, deve registrare I'esito negativo di qualsiasi iniziativa organizzativa comune fra studenti ed operai. Studenti, operai, uniti nella lotta rimane uno slogan, gridato nelle piazze per esprimere non una realt, ma un desiderio. Studenti, operai: due realt ancora troppo distanti perch possano - a questo punto del processo politico in Italia - entrare direttamente in contatto. Di fallimento non si pu invece parlare se si intende con ci escludere che il messaggio del '68 sia comunque arrivato in fabbrica e che ci sia una qualsiasi forma di relazione fra il '68 degli studenti e il '69 degli operai. In realt, il modello ideologico e pratico degli studenti penetra - per vie indirette, sotterranee, attraverso una sorta di comunicazione simpatetica nell'universo operaio. Fa da antenna a questa ricezione I'operaio-massa giovane, il quale, con istinto i classe, raccoglie il messaggio, lo decoifica, lo traduce nei termini della realt di fabbrica e lo mette in circolazione fra i suoi compagni e le sue compagne di lavoro. Ne risulta una radicale ridefinizione della figura dell'operaio-massa: da forza-lavoro tecnicamente indeterminata a soggetto politico socialmente determinato. L'operazione padronale risulta cos stravolta. La concentrazione in fabbrica di una massa di braccia incorporate nelle macchine si trasforma in una aggregazione di teste politiche. Sempre pi spesso le braccia si allontanano dalla catena di montaggio. Ma non si limitano a incrociarsi, secondo la tradizione operaia. Si alzano a pugno chiuso, mentre slogan durissimi echeggiano nei grandi saloni, frastagliandosi tra i sentieri delle macchine ferme. Per questa via, I'operaio senza qualit tecnica si fa conduttore di qualit politica. L'operaio sradicato dalla comunit di origine scopre la sua comunit nella classe. L'operaio strappato alla cultura di origine scopre la cultura politica. Il segno politico attribuito dal grande padronato all'operaio-massa si rovescia e gli si rivolta contro. L'operaio-massa stato ottenuto attraverso la condensazione in fabbrica di un essere sociale indeterminato. Il processo di politicizzazione, con i suoi contenuti di classe, conferisce determinazione esistenziale e politica ai portatori di forza-lavoro, li rende consapevoli della loro condizione di sfruttati, li attiva come protagonisti della classe ed antagonisti del capitale. E allora la condensazione dell'essere sociale si traduce in compattazione della classe. La stessa organizzazione del lavoro viene usata dalla base operaia come struttura materiale della organizzazione politica. Saltano tutte le strutture della mediazione organizzata fra capitale e forza-lavoro. Al centro dello scontro c' adesso l'operaio-massa politicamente attivo, il protagonista dell'autunno caldo del '69.

La risposta del capitale all'operaio-massa: la rarefazione dell'essere sociale Il soggetto politico collettivo prodotto dall'opera-io-massa troppo forte perch al padronato possa venire in mente i prenderlo di petto. In casi come questo, il capitale, invece di misurarsi direttamente con la forza operaia, preferisce agire su di essa, per cercare, quanto meno, di riportarla a livelli controllabili. Questo tentativo di intervento sulla figura dell'operaio-massa richiede una ristrutturazione tecnica ed organizzativa dell'intero processo produttivo. A sua volta, la ristrutturazione richiede una estrema mobilit e disponibilit dei soggetti sociali che vi sono coinvolti. In pratica, si chiede all'operaio-massa post-sessantotto ci che ha caratterizzato l'operaio-massa pre-sessantotto: la piena disponibilit a fare un lavoro qualsiasi in un posto qualsiasi. Si chiede cio al nuovo soggetto politico di tornare a funzionare come forza-lavoro tecnicamente e socialmente indeterminata. Si chiede all'operaio-massa ci che non pi disposto a dare. Ma c' di pi. La ristrutturazione si definisce subito non soltanto come riorganizzazione delle forze di lavoro occupate, ma anche come sostituzione di lavoro umano con lavoro tecnico. E in questo contesto la mobilit della forza-lavoro assume il significato di pendolarit occupazionale. Ma su questa faccia della mobilit la ristrutturazione si scontra con il bisogno operaio di sicurezza di vita. Alla richiesta di indeterminazione di vita - nel senso forte di incertezza di mezzi di sussistenza - I'operaio-massa risponde con l'affermazione del suo diritto alla qualit della vita. Attraverso la semplice riaffermazione di questo diritto primordiale, I'operaio-massa oppone alla ristrutturazione il muro della rigidit tecnica e sociale della forza-lavoro. In questa rigidit si esprime tutta l'autodeterminazione conquistata dalla classe operaia a partire dal '69. In essa per anche l'ultima espressione politica dell'operaio-massa. La forza destabilizzante che la rigidit operaia in grado di esprimere fa di essa un fattore strutturale di crisi del sistema economico. E la crisi diviene ben presto, nelle mani del padronato, I'arma per assediare e costringere alla resa la rigidit operaia. Il capitale, utilizzando la crisi, opera una disarticolazione del soggetto politico attraverso un processo di scomposizione tecnica. Tenta cio di sconnettere il soggetto politico, scomponendo la struttura tecnica del processo produttivo, nel quale il soggetto inserito in quanto forza-lavoro. Poich la condensazione dell'essere sociale si tradotta in compattazione della classe, il capitale cerca di disarticolare la classe attraverso un processo opposto. Prima aveva condensato l'essere sociale, adesso cerca di rarefarlo. Dal processo di condensazione si passa a un processo di rarefazione dell'essere sociale. Poich nella vita sociale si realizza l'essere sociale, in tutte le sue concrete determinazioni, dense di contenuti particolarissimi, l'indeterminazione della

vita sociale comporta una diradazione dell'essere sociale. Via via che la vita sociale diventa indifferente ai suoi contenuti, l'essere sociale perde di densit ed allarga le maglie della sua resistenza a lasciarsi sottomettere al processo di valorizzazione del capitale. La rarefazione dell'essere sociale - in quanto funzione della valorizzazione capitalistica - gi in via di sperimentazione. Viene perseguita da un lato attraverso la disarticolazione del corpo sociale della classe, dall'altro attraverso l'estensione del tempo di lavoro a tutto il tempo di vita. I due processi sono strettamente interconnessi. La disarticolazione del corpo sociale rende praticabile un progetto di sottomissione del tempo di vita al tempo i lavoro. Un tale progetto trova difficolt a realizzarsi in pieno, per l'insorgere della rigidit sociale, cio della resistenza che i nuovi soggetti oppongono al tentativo di sottomettere la vita sociale al processo complessivo di valorizzazione capitalistica. La duplice valenza dell'operaio-massa L'operaio-massa rappresenta, in Italia, la sintesi della affermazione della societ astratta e della sua crisi. La migrazione al nord industrializzato dei contadini e degli artigiani meridionali una sorta di rappresentazione filmica dell'ascesa della societ astratta, della sua forza di attrazione, della sua capacit di egemonia. L'essere sociale - cio il coesistere delle persone concrete, con tutti i problemi che ci comporta - viene calamitato ad un polo del paese (il cosiddetto triangolo industriale) addensato in uno spazio (geografico, ma anche sociale e politico) relativamente ristretto. L'esistenza di migliaia di persone - cos varia nella sue specificit culturali e sociali - viene schiacciata ed appiattita, almeno esteriormente, nello standard dell'immigrato meridionale addetto alla catena di montaggio della grande azienda. Questa condensazione e massificazione dell'essere sociale una sorta di sfida del grande padronato industriale alla composizione socio-culturale del nostro paese. E' come se si sia voluto dimostrare che il capitale ha la forza di mutare - quando ha interesse a farlo - i connotati geografici, culturali e sociali di un paese. La geografia e la storia ridotte a variabili dipendenti dagli interessi del capitale. In questa prova di forza, in questo test italiano dell'arroganza storica del grande capitale industriale, I'operaio-massa svolge un ruolo centrale. E' prima oggetto di massificazione sociale e poi soggetto di compattazione politica. E' prima una comparsa passiva della societ astratta e poi un protagonista attivo della societ concreta. Bisogner scavare a fondo nella figura storica dell'immigrato meridionale, per cercare le radici di una tale duplice valenza dell'operaio-massa. Noi crediamo che nella ricostruzione di una figura cos complessa non vada

trascurata una sorta di ambivalenza di fondo, che propria - per quel che possono valere generalizzazioni di questo tipo - del meridionale che emigra per lavoro. Da una parte la pazienza atavica di chi abituato alle pi dure esperienze di vita, dall'altra la rabbia e la voglia di ribellarsi, che secoli di soprusi e di sopraffazioni gli hanno accumulate entro. L'errore che il padronato ha commesso stato quello di non tenere conto del fatto che nel convogliare nel triangolo industriale la pazienza del sud finiva per compattare la sua rabbia. Il motore dell'autunno caldo del '69 stata la rabbia meridionale trapiantata al nord. La societ concreta del sud concreta pur nella sua storica miseria - portata di peso al nord, per fare da supporto alla massificazione della giornata lavorativa, finisce per funzionare come polo antagonistico nei confronti della societ astratta del grande capitale industriale. Le determinazioni della vita sociale meridionale pendono come spade di Damocle sulla esigenza di indeterminazione sociale che caratterizza il processo di valorizzazione capitalistica. I bisogni storici del sud, una volta rotto l'argine della subalternit politica, si insediano nei luoghi di produzione e mettono in difficolt il sistema di astrazione, cio l'insieme di regole che presiedono al lavoro in fabbrica e tendono ad evitare che esso funzioni anche come attivit vitale e non soltanto come resa produttiva. Il rifiuto della indeterminazione tecnica e sociale del lavoro il punto da cui parte l'operaio-massa post-sessantotto per andare all'attacco della societ astratta. L'uso rigido della forza-lavoro per un verso mina alla base il processo di produzione di valore astratto, per l'altro crea le premesse per la difesa dei valori reali della vita sociale. Significativa , a tale riguardo, una parola d'ordine che caratterizza I'autunno caldo del '69: aumenti uguali per tutti. Si tratta di una parola d'ordine estremamente significativa, una sorta di sintesi dell'attacco operaio al sistema di astrazione che presiede alla struttura sociale della fabbrica. Chiedere aumenti uguali per tutti significa rapportare il salario non pi alla gerarchia aziendale, ma al quadro esistenziale, comune a tutti i lavoratori e a tutte le lavoratrici. Significa, in altri termini, rapportare la retribuzione non pi alla societ astratta, ma all'universo delle persone concrete. L si fa astrazione dalla vita reale e gli individui vengono parametrati sulla base di astratte valenze economiche. Qui si parte dal principio che - a prescindere dalle astratte valenze economiche di ogni individuo nel processo di valorizzazione - tutte le persone fanno riferimento allo stesso quadro di bisogni. Tutti i valori espressi dall'operaio-massa post-sessantotto sono espressione della estraneit operaia alla societ astratta - estraneit oggettiva, che pu essere mistificata, ma non eliminata - e si definiscono come poli antagonistici alla indeterminazione sociale. La risposta del capitale a questo attacco al sistema di astrazione sociale non - e non pu essere la semplice riaffermazione della societ astratta. La strategia del capitale deve tenere conto della forza ormai acquisita dalla concretezza sociale. La

riaffermazione capitalistica della societ astratta parte quindi dalla disarticolazione della societ concreta. L'essere sociale, che prima stato addensato e massificato, adesso viene rarefatto attraverso la sua dispersione nel territorio. Nel contempo, attraverso l'uso ideologico della crisi economica, il capitale da una parte restringe la base produttiva regolare, dall'altra estende il suo rapporto irregolare con la forza-lavoro. Per questa via, da un lato assedia la cittadella della rigidit operaia, dall'altro recupera, attraverso le mille forme del lavoro non garantito, I'inde-terminazione dell'uso della forzalavoro. Il risultato di tutto ci l'emergere di nuove figure sociali, le quali ridefiniscono ad un nuovo livello il rapporto antagonistico tra societ concreta e societ astratta. Nei meandri della cosiddetta economia sommersa la vecchia rigidit operaia viene letteralmente vanificata. Non solo. Si aprono per il capitale infinite possibilit di uso incontrollato della forza-lavoro. Ma proprio quando acquisita l'indeterminazione tecnica della forza-lavoro in posizione irregolare, ecco insorgere nuove forme di rigidit. E non si tratta pi di rigidit tecnica, ma di rigidit sociale. L'indeterminazione tecnica si rovescia in determinazione sociale. E ci perch la disponibilit tecnica della forza-lavoro non pi - come nell'operaio-massa pre-sessantotto espressione della subalternit operaia al processo di valorizzazione capitalistica, ma della estraneit soggettiva delle nuove figure sociali alla societ astratta.

Materiali di studio LAVORO ASTRATTO E LAVORO OGGETTIVATO NELLA TEORIA DI MARX

I Dal lavoro astratto alla indeterminazione sociale

La maturit della sottomissione reale del lavoro al capitale si definisce, di per s, non come razionalizzazione tecnica dei contenuti del lavoro, ma come liberazione del sistema di valorizzazione da qualsiasi determinazione specifica dell'attivit lavorativa. In tal senso, il lavoro adeguato al capitale non in quanto porta contenuti rispondenti alle esigenze della produzione capitalistica, ma in quanto riesce a dimenticare il peccato originale del suo attaccamento a contenuti particolari. A questo livello vengono dunque a saldarsi due fenomeni che nell'analisi, se non nella teoria, di Marx vivono in relativa separatezza: da una parte l'astrattizzazione del lavoro, dall'altra la sua sottomissione al capitale.

L'astrazione non pi un aspetto della morfologia dell'attivit lavorativa, ma un requisito strutturale del lavoro sottomesso al capitale. Da qui la centralit della nozione di lavoro astratto per l'analisi del modo avanzato di produzione capitalistica. Ma da qui anche i suoi limiti in quanto attributo specifico. Entreremo a parte nel merito della definizione e del significato di tale nozione. Qui ci interessa evidenziarne la grande fertilit, quando si sia disposti a svilupparla in tutte le direzioni, per farne una chiave di interpretazione delle dinamiche sociali che si scatenano l dove il modo capitalistico di produzione, per realizzarsi nella sua pienezza, costretto a dare fondo ai suoi presupposti, aprendo il varco alla esplosione di contraddizioni latenti. Occorre subito raccogliere, in tutta la sua pregnanza, il frutto dell'analisi marxiana del lavoro astratto. Ne ricaviamo un concetto che alla base della nostra indagine. Ed il concetto di astrazione come indifferenza ai contenuti. Occorre individuare la discendenza di questo concetto. E non la discendenza, per cos dire, ideale, cio la sua derivazione da altri concetti, ma la discendenza reale, cio la sua specificazione nella realt del capitalismo. Dobbiamo cercare cio di vedere quale realt del capitalismo esso esprime. Intanto, ci interessa estrapolare dal contesto dell'analisi marxiana del lavoro astratto il concetto di indifferenza ai contenuti, come concetto per s, e rifarne, per nostro conto, la storia dentro la realt sociale del capitale. La questione pu essere posta preliminarmente in termini di domanda: c' nella societ sottomessa al capitale una realt che corrisponde al concetto di indifferenza ai contenuti? E, se c', quali processi sono alla sua base? Il modo capitalistico di produzione si definisce, per quel che qui interessa, come processo di espropriazione. Tutti i contenuti, materiali e immateriali, che la societ capitalistica produce, nascono, gi in partenza, come contenuti espropriati. E tutta la soggettivit che la societ sottomessa al capitale riesce ad esprimere una soggettivit espropriata dei propri contenuti. Da un lato contenuti estraneati rispetto ai soggetti che li hanno prodotti, dall'altro soggetti estraneati rispetto ai loro propri contenuti. E' da una taIe duplice estraneazione che discende da una parte I'indifferenza soggettiva ai contenuti della realt sociale, dall'altra l'indifferenza oggettiva che nella stessa realt sociale. Si tratta di esiti non casuali del processo sociale imposto dal capitale. Processo che si pone, pi o meno esplicitamente, in termini di indeterminazione sociale, cio in termini di emancipazione della societ da ogni vincolo relativo a determinazioni particolari dell'essere sociale.

Il processo di indeterminazione sociale ha la funzione di produrre uno stato di indifferenza sociale, che ha a sua volta la funzione di riprodurre astrazione l dove l'essere sociale preme per affermare i suoi contenuti. Nello stato di indifferenza sociale il capitale ricerca le condizioni per radicare nella societ complessiva il processo di valorizzazione. E si capisce perch. La valorizzazione del capitale un processo astratto e pu operare soltanto in condizioni di astrazione sociale. In tanto in opera in quanto impone la sua astrazione all'essere sociale. Non un caso che se e quando il processo di indeterminazione sociale non risulta del tutto efficace e si incrina lo stato sociale di indifferenza, il sistema di valorizzazione minacciato. Dalla crosta incrinata dell'indifferenza sociale si levano minacciosi i contenuti dell'essere sociale. E' allora che realt determinate dell'essere sociale vanno a scontrarsi con l'astratta indeterminazione del sistema di valorizzazione. La nozione di indeterminazione sociale pu dunque risultare utile per spiegare la dinamica del processo materiale di produzione in rapporto alla valorizzazione del capitale. Noi crediamo che lo stesso processo di socializzazione della produzione, di cui parla Marx, sia da ascrivere non direttamente al progresso tecnico, ma al processo di ulteriore indeterminazione sociale che le innovazioni tecnologiche promuovono. E' infatti sullo svincolo degli operatori da particolari contenuti del loro intervento nel processo produttivo che si basa il carattere sociale della produzione. Questa particolare socialit della produzione appartiene comunque ancora alla sfera della produzione diretta. E nell'ambito di questo universo la nozione di indeterminazione sociale, mentre da un lato richiede specificazioni adeguate alla nuova realt, dall'altro pu essere feconda di indicazioni per la elaborazione di una nuova prospettiva di analisi. Ad una prospettiva di questo tipo sono per di ostacolo residue timidezze legate alla nozione di valorizzazione chiusa entro le sedi classiche della produzione capitalistica. Anche se molti schematismi sono caduti con I'incalzare delle trasformazioni tecnologiche, si continua a distinguere tra sfera produttiva, come sede della produzione di plusvalore, e sfera extraproduttiva, come sede della riproduzione della forza-lavoro e delle condizioni della produzione; tra lavoro produttivo e lavoro improduttivo, tra tempo di lavoro e tempo libero. Ora, la nuova realt del processo sociale di valorizzazione capitalistica non sopporta pi steccati. Tutta la vita sociale coinvolta nel processo di valorizzazione. Tutti i luoghi della societ sono abilitati a fare da teatro alla produzione di plusvalore. E tutto il tempo di vita terreno di conquista per il capitale.

A spiegare la dinamica di questo universo sconfinato, la nozione marxiana di lavoro astratto non basta pi. Finch regge la distinzione fra tempo di lavoro e tempo di non-lavoro, I'indifferenza ai contenuti del lavoro pu stare insieme - se pure in termini conflittuali - alla non-indifferenza alle determinazioni materiali della vita extralavorativa. Ma quando tutto il tempo di vita diventa tempo di lavoro (doppio lavoro, lavoro nero, lavoro precario, ecc.) o tempo di non-lavoro (disoccupazione), la contraddizione fra indeterminazione del lavoro e determinazione della vita sociale esplode. Se tutto ci vero, allora va ridefinita la nozione marxiana di sottomissione reale del lavoro al capitale. Dopo avere definito la sottomissione formale come diretta subordinazione del processo lavorativo, comunque sia esercitato dal punto di vista tecnologico, al capitale, Marx, passando alla sottomissione reale, scrive: [...] su questa base si erge un modo di produzione tecnologicamente (e non solo tecnologica-mente) specifico, che modifica la natura reale del processo lavorativo e le sue reali condizioni - il modo di produzione capitalistico. Solo quando esso appare in scena, ha luogo la sottomissione reale del lavoro al capitale 20. Mentre nella sottomissione formale il capitale si limita a subordinare il processo, senza intervenire sulla sua struttura tecnica, la sottomissione reale si definisce per il sorgere di uno specifico modo tecnico di produrre. Tra la sottomissione formale e la sottomissione reale c'e di mezzo il progresso tecnico. Non a caso Marx conclude la sezione sulla produzione del plusvalore relativo con il capitolo Macchine e grande industria 21. Ora, noi crediamo che la nozione marxiana sia, quanto meno, riduttiva, dal momento che fa derivare la sottomissione reale del lavoro dai connotati tecnici del processo di produzione. Ci poteva anche essere vero ai tempi di Marx, quando i parametri della valorizzazione capitalistica erano nei caratteri tecnici della produzione. Oggi la sottomissione reale del lavoro al capitale si definisce, in s, non come specifico tecnico, come particolare organizzazione dei contenuti del lavoro, ma come liberazione del processo da qualsiasi vincolo tecnico. In tal senso, il lavoro realmente sottomesso al capitale non quando passa per specifiche tecniche di produzione, ma quando, liberato da ogni vincolo tecnico, si connette al capitale come pura potenzialit, come mera disponibilit nei confronti di qualsiasi tecnica e di qualsiasi contenuto.
K. Marx, Il capitale: Libro I, capitolo Vl inedito, trad. it., Firenze, La Nuova Italia, 1969, p. 68 (corsivi nel testo).
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K. Marx, Il capitale, trad. it., Rorna, Editori Riuniti, 1970, I, pp. 413 e segg..

Alla base della sottomissione reale dunque, a nostro avviso, non la nozione di progresso tecnico, ma la nozione di lavoro indeterminato. Sottomesso realmente al capitale , a prescindere dalla base tecnica, il lavoro sociale, in quanto indeterminato e quindi estremamente disponibile ad assumere, volta a volta, la determinazione pi funzionale alla valorizzazione del capitale. Ma poich, come abbiamo visto, il lavoro sociale, non disponendo di un tempo determinato di lavoro, fa riferimento al tempo di vita, la sottomissione reale del lavoro richiede una regolazione della vita sociale. La sottomissione reale del lavoro dunque, sempre pi, regolazione sociale dell'attivit lavorativa. E questa, a sua volta, si traduce continuamente in sottomissione della vita sociale al capitale. In questo quadro, si pu affermare che il processo di indeterminazione sociale fa da supporto al sistema di valorizzazione capitalistica, in quanto predispone le condizioni in cui si realizza la produzione di plusvalore. La condizione fondamentale che il processo di indeterminazione sociale appronta in funzione della valorizzazione del capitale la subordinazione del valore d'uso al valore di scambio. Non pu darsi valorizzazione capitalistica l dove si afferma l'egemonia del valore d'uso. Il valore d'uso infatti espressione di un rapporto di fruizione che, se non regolato dal valore di scambio, fa saltare il sistema di valorizzazione del capitale. Ora, difficile subordinare e regolare il valore d'uso quando l'essere sociale si addensa e preme per affermare i suoi contenuti. Il valore d'uso infatti espressione della concretezza sociale, cos come il valore di scambio espressione dell'astrazione capitalistica. Da qui un'altra condizione cui chiamato a provvedere il processo di indeterminazione: la rarefazione dell'essere sociale. Si tratta di un meccanismo sociale estremamente sottile e raffinato, che va visto da vicino, per poterne cogliere il funzionamento interno. Il processo di espropriazione, tutto interno al modo capitalistico di produzione, crea nella societ stati diffusi di insoddisfazione che, come noto, si esprimono nei modi pi disparati. Tali modi di espressione della insoddisfazione sociale possono essere sopportati finch si mantengono nell'ambito individuale. L'espressione di insoddisfazione diventa invece un rischio per il sistema sociale quando alla sua base c' una condensazione dell'essere sociale. Finch l'insoddisfazione sociale espressione di milioni di individui insoddisfatti ognuno per proprio conto, la struttura sociale complessiva pu essere messa in difficolt, ma non corre nessun pericolo reale. Se invece l'insoddisfazione diffusa comincia a condensare I'essere sociale, comincia cio a compattare la condizione sociale di milioni di donne e di uomini, allora si profila la possibilit di un salto politico che trasformi

l'espressione di insoddisfazione individuale in pratica antagonistica di un corpo sociale. A questo punto, la funzione del processo di indeterminazione sociale dovrebbe risultare chiara: sciogliere all'origine ogni coagulo di vita sociale antagonistica, per evitare che si trasformi in pratica di antagonismo politico.

II L'oggettivazione del lavoro

Un atto fondamentale della valorizzazione capitalistica l'oggettivazione del lavoro. [...] il lavoro - osserva Marx - viene non solo consumato, ma nello stesso tempo fissato, materializzato dalla forma di attivit a quella di stasi, di oggetto; mutandosi in oggetto, esso muta la sua forma caratteristica e da attivit diventa essere 22.

K. Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell'economia politica (Grundrisse der Kritik der politischen Okonomie), trad. it., Firenze, La Nuova Italia, 1968-70, I, p. 285. D'ora in poi, in forma abbreviata, Lineamenti....
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Dal momento che il valore si definisce come lavoro incorporato, se il lavoro rimanesse nella forma di attivit, se non assumesse la forma di oggetto, non potrebbe darsi valorizzazione del capitale. Certo, la trasformazione di lavoro vivo in lavoro oggettivato non , di per s, valorizzazione. Bisogna che una tale trasformazione si qualifichi all'interno del modo capitalistico di produzione. In tal senso, la valorizzazione capitalistica si definisce come oggettivazione finalizzata allo scambio. Ora, proprio la finalizzazione allo scambio che qualifica l'oggettivazione come fase della valorizzazione capitalistica. Non basta cio che il lavoro cambi stato. Di per s, lavoro oggettivato e lavoro vivo sono, come osserva Marx, due diverse determinazioni, due valori d'uso di forma diversa, I'una oggettiva, I'altra soggettiva 23. Perch il passaggio dall'una all'altra determinazione sia un atto fondante della valorizzazione del capitale, bisogna che il lavoro vivo sia valore d'uso del capitale, valore d'uso non per un uso o consumo determinato e particolare, ma valore d'uso per il valore 24. Da un lato dunque la valorizzazione qualifica I'oggetti-vazione, la sua specificazione capitalistica, dall'altro l'oggettivazione rende possibile la valorizzazione, la sua base materiale. Senza oggettivazione non si d valorizzazione, ma senza valorizzazione non si d oggettivazione capitalistica. Dal punto di vista del capitale, I'oggettivazione del lavoro la valorizzazione in potenza, la valorizzazione l'oggettivazione del lavoro in atto. Come valorizzazione in potenza, I'oggettivazione apre la strada al dominio del capitale sul lavoro. Se il lavoro non si oggettivasse, esso rimarrebbe una prerogativa della persona e non potrebbe essere sottomesso al capitale. L'oggettivazione , da questo punto di vista, un presupposto fondamentale della sottomissione del lavoro al capitale. Poich la sottomissione riguarda il lavoro vivo, sembra strano che si possa parlare di una qualsiasi relazione tra oggettivazione e sottomissione del lavoro al capitale. In realt, il lavoro vivo viene sottomesso al capitale non in quanto lavoro soggettivo, in quanto espressione creativa della persona, ma in quanto lavoro vivo da oggettivare, lavoro oggettivato in potenza. E la sottomissione ha proprio la funzione di sottrarre il lavoro al controllo del soggetto che lo esprime, ha cio la funzione di desoggettivare il lavoro. Non si pu pensare ad un lavoro sottomesso al capitale che non sia disponibile alla sua oggettivazione. Da tale punto di vista, la sottomissione del lavoro al capitale si

23 24

Ibidem, II, p. 92. Ibidem, (sottolineatura nel testo).

definisce come trasformazione del lavoro da attivit soggettiva ad energia da fissare in un oggetto. E' per questa via che il capitale si appropria del lavoro. Non a caso Marx parla di lavoro oggettivato come dominio, come comando sul Iavoro vivo 25. Il capitale si appropria del lavoro, trasformandosi esso stesso in oggetto, trasfigurandosi nella merce. Nel corpo mistico della merce il capitale si presenta come lavoro oggettivato. La figura del capitale come lavoro oggettivato tende a rappresentare un continuum tra capitale e lavoro, elidendo il potenziale di antagonismo che il processo di oggettivazione comporta. Il lavoro, oggettivandosi, si trasforma in capitale. Produce cio, come dice Marx, il suo contrario 26. L'oggettivazione del lavoro dunque per un verso annientamento della soggettivit umana, per l'altro base materiale dell'antagonismo di classe. I termini dell'antagonismo sono gi tutti presenti nel lavoro. Il lavoro come attivit e il lavoro come essere - per servirci di una distinzione marxiana 27 non sono stadi di uno stesso processo, ma poli di una contrapposizione irriducibile. Il lavoro vivo preme per affermarsi come non-capitale, come soggettivit umana. Il capitale, di contro, vede nel lavoro vivo soltanto lavoro da oggettivare. L'unica cosa differente dal lavoro oggettivato - scrive Marx - il lavoro non oggettivato ma ancora da oggettivare, il lavoro come soggettivit 28. Marx intende sottolineare la presenza della soggettivit nel lavoro. Ma, dal nostro angolo visuale, la soggettivit qui gi condannata al suo annullamento nel lavoro oggettivato. E' una soggettivit gi perduta in partenza, dal momento che s lavoro non oggettivato, ma nel senso che ancora da oggettivare. In tutto ci si esprime niente altro che il punto di vista del capitale. La soggettivit umana da ricercare al di fuori di una tale prospettiva. Non pu pi darsi soggettivit umana autonoma una volta che il soggetto definito in termini di forza-lavoro. La forza-lavoro l'oggettivazione capitalistica della soggettivit umana. Dal punto di vista dello scambio, la forza-lavoro lavoro oggettivato. Il suo valore equivale, come per qualsiasi merce, al lavoro necessario per la sua riproduzione. La forza-lavoro - fa notare Marx - non = al lavoro vivo che essa pu fare, = cio alla quantit di lavoro che essa pu
25 26

lbidem, II, p. 73 . K. Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, trad. it., Torino,

Einaudi, 1968, p. 71. 27 Cfr. il riferimento indicato alla nota 1. 28 K. Marx, Lineamenti..., cit. I, p. 251 (sottolineature nel testo).

eseguire - giacch questo il suo valore d'uso. Essa uguale alla quantit di lavoro mediante la quale deve essere prodotta e pu essere riprodotta 29. La forza-lavoro vale dunque sul mercato non in quanto agente del lavoro vivo, ma in quanto depositaria di lavoro oggettivato. Fin qui la degradazione a merce della stessa soggettivit umana, attraverso la sua fissazione nella forza-lavoro. Ora, poich la forza-lavoro si rivela come merce particolare, come merce che crea plusvalore, il capitale ha interesse a limitarne I'oggettivazione alla sfera dello scambio. Una volta scambiata, la forza-lavoro viene usata dal capitale non pi come depositaria di lavoro oggettivato, ma come agente di lavoro vivo 30. E' in questo scarto fra acquisto di lavoro oggettivato ed uso di lavoro vivo che sta, come sappiamo, la sorgente del plusvalore. In questo scambio [...] osserva Marx - l'operaio d, in cambio dell'equivalente del tempo di lavoro in lui oggettivato, il suo tempo di lavoro vivo che crea e moltiplica il valore. E conclude, con estrema efficacia: Egli [I'operaio] si vende come effetto. Come causa, come attivit, egli viene assorbito dal capitale e incarnato in esso 31. Ma c ' di pi. Lo stesso lavoro non oggettivato si definisce, in rapporto al capitale, come non-capitale. Marx distingue due connotazioni, una positiva ed una negativa, del lavoro non oggettivato in quanto non-capitale. Nella sua connotazione negativa, il lavoro non oggettivato lavoro separato dalla oggettivit degli strumenti di lavoro e della materia prima. In tal senso, il lavoro come miseria assoluta. Nella sua connotazione positiva, il lavoro non oggettivato il lavoro non come oggetto, ma come attivit; non come valore esso stesso, ma come sorgente viva del valore. L miseria assoluta, qui possibilit generale di ricchezza 32. L'intreccio antitetico di queste due valenze del lavoro non oggettivato assume, dal nostro punto di vista, un significato particolare. Significa che nel modo capitalistico di produzione la soggettivit presente nel lavoro vivo pu porsi soltanto come possibilit di ricchezza, come ricchezza in potenza. Per diventare ricchezza in atto, per non trasformarsi in miseria assoluta, deve coniugarsi con l'oggettivit dei mezzi di produzione, deve cio oggettivarsi nel capitale.

Ibidem, Il, p. 229 (sottolineature nel testo). [...] essa [la forza-lavoro] viene comperata come lavoro oggettivato, mentre il suo valore d'uso consiste in lavoro vivo, ossia nel creare valori di scambio (K. Marx, Lineamenti.. ., II, p. 364).
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Ibidem. Ibidem, I, pp. 279-280 (sottolineature nel testo).

L'oggettivazione del lavoro dunque il ricatto storico che il capitale esercita sulla soggettivit umana. Ed su questo ricatto che si fonda il modo capitalistico di produzione. Da una parte l'oggettivit in cui il capitale esiste deve essere elaborata, ossia consumata dal lavoro, dall'altra la mera soggettivit del lavoro in quanto pura forma deve essere negata e oggettivata nella materia del capitale 33. Dalla oggettivazione all'estraneazione il passo breve. Anzi. L'oggettivazione capitalistica del lavoro, in quanto sottrazione del lavoro alla soggettivit umana, gi estraneazione. Il prodotto del lavoro - osserva Marx - il lavoro che si fissato in un oggetto, diventato una cosa, I'oggettivazione del lavoro. La realizzazione del lavoro la sua oggettivazione. Questa realizzazione del lavoro appare nello stadio dell'economia privata come un annullamento dell'operaio, I'oggettivazione appare come perdita e asservimento dell'oggetto, I'appropriazio-ne come estraniazione, come alienazione 34. L'oggettivazione del lavoro per un verso dunque la premessa della estraneazione del prodotto, per l'altro il presupposto della utilizzazione economica del prodotto estraneato. Se il lavoro non si fissasse in un prodotto, esso rimarrebbe una prerogativa del soggetto e non diventerebbe lavoro estraneato, ma nello stesso tempo non si realizzerebbe. [...] un'attivit priva di oggetto non nulla o al massimo attivit ideale, della quale qui non si tratta 35. Nel quadro del modo capitalistico di produzione, dunque, I'oggettivazione insieme la realizzazione del lavoro e la sua estraneazione. L'oggettivazione del lavoro, oltre ad essere presuppo-sto fondamentale della produzione di valore, anche base materiale della sua misurazione. Nell'ambito dell'analisi marxiana della merce, I'oggettivazione del lavoro viene guardata dall'angolo visuale della legge del valore-lavoro. Il lavoro, per essere metro di misura, deve fissarsi in un oggetto, deve oggettivarsi nella merce. Non pu essere lavoro-valore il lavoro vivo, il lavoro assunto nella sua dimensione dinamica, il lavoro come attivit. Lavoro-valore pu essere solo il lavoro come stasi, come oggetto, il lavoro oggettivato36. Non si tratta,
33 34

Ibidem, p. 283. K. Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, cit., p. 71 (corsivi nel

testo). K. Marx, Lineamenti..., cit., I, p. 245. Per le implicazioni di questa precisazione in sede di definizione del Iavoro astratto, si veda, pi avanti, Il lavoro astratto in quanto lavoro oggettivato.
35 36

semplicemen-te, di finzione economica. Economica soltanto la sua faccia rivolta al valore. Anche qui, dietro la faccia economica c' la pesante realt dell'oggettivazione, come espropriazione del soggetto da parte del capitale. Ma il processo di oggettivazione non , di per s, sufficiente a fornire la base materiale della misurazione del valore. A questo scopo, bisogna che l'oggettivazione funzioni come filtro nei confronti di ogni determinazione concreta del lavoro vivo. Il lavoro vivo, nell'oggettivarsi, deve perdere ogni suo connotato particolare, deve cio spogliarsi di ogni specificazione tecnica. In quanto metro di misura del valore, cio di una entit astratta, il lavoro non pu presentarsi nei suoi panni di lavoro tecnicamente dotato. Deve cessare di essere questo o quel lavoro. Deve essere lavoro e basta. Lavoro-valore dunque il lavoro in quanto lavoro, il lavoro astratto. Dopo l'oggettivazione e l'estraneazione, una ulteriore definizione del lavoro nel modo capitalistico di produzione la sua astrattizzazione.

III Il lavoro astratto in quanto lavoro oggettivato

Lavoro astratto e lavoro oggettivato in Marx La nozione marxiana di lavoro astratto emerge e si definisce nell'ambito dell'analisi della merce. Non si tratta di un semplice quadro di riferimento. Si pu dire che l'analisi della merce che "produce" la nozione di lavoro astratto.

Il lavoro astratto dunque, rispetto alla merce, una nozione derivata, una sorta di scoria del processo che produce valore. Questo carattere residuale del lavoro astratto attraversa tutta l'analisi marxiana della merce. Tale analisi finalizzata, pi o meno direttamente, alla formulazione della legge del valore-lavoro, cui la nozione di lavoro astratto chiamata a fare da supporto. Marx prende l'avvio dalla definizione dello scambio delle merci. Nel rapporto di scambio, egli osserva, si fa astrazione dal valore d'uso delle merci. Da questa constatazione fa discendere una conseguenza che segna un passaggio fondamentale ai fini della nostra analisi: [...] se si prescinde dal valore d'uso dei corpi delle merci, rimane loro soltanto una qualit, quella di essere prodotti del lavoro 37. Ora, considerare la merce soltanto in quanto prodotto del lavoro significa per Marx aprire una prospettiva di analisi che porta alla formulazione della legge del valore-lavoro. Infatti, il valore della merce non potr essere basato che sull'unica qualit che le rimasta, una volta che si prescinda dal suo valore d'uso. Ma una volta che si sia ridotto un bene a semplice prodotto del lavoro - elidendo tutte le caratterizzazioni concrete che lo fanno diverso da tutti gli altri beni - una volta cio che si sia ridotto il bene concreto ad entit astratta, non ci si pu aspettare che questa entit astratta sia il prodotto di un lavoro concreto, diversificato, tecnicamente e socialmente determinato. Cos, da una parte un bene diventa una entit astratta in quanto ridotto a semplice prodotto del lavoro, dall'altra il lavoro, in quanto produttore di una entit astratta, non pu essere lavoro concreto. Il lavoro insomma subisce una sorta di feed-back dell'azione di astrattizzazione che esso stesso esercita sul bene che produce. A questo punto, si possono individuare nell'analisi di Marx due percorsi opposti e paralleli. Un percorso porta dal bene alla merce, dal valore d'uso al valore di scambio. E', come si vede, un percorso che va dal concreto all'astratto e viene aperto dalla riduzione del bene a semplice prodotto del lavoro. Un secondo percorso porta dal valore astratto al lavoro che lo produce. Vediamoli questi due percorsi nel discorso di Marx. Il primo si ritrova in tutta l'analisi della merce: [...] il prodotto del lavoro ci si trasforma non appena lo abbiamo in mano. Se noi facciamo astrazione dal suo valore d'uso, facciamo astrazione anche dalle parti costitutive e forme corporee che lo rendono valore d'uso" 38. Il prodotto concreto del lavoro ci si cos trasformato in entit astratta, in valore. Tutte le qualit concrete della merce scompaiono. Ne rimane solo una, che una qualit per modo di dire, una qualit tra virgolette, uno stato d'essere piuttosto: l'essere un prodotto del lavoro.
37 38

K. Marx, Il capitale, trad. it., Roma, Editori Riuniti, 1970, I, p. 70. Ibidem.

C' una necessit alla base di questo percorso. E' la necessit di ridurre la qualit del bene in quantit della merce, la qualit fruibile in quantit da scambiare: Come valori d'uso le merci sono soprattutto di qualit differente, come valori di scambio possono essere soltanto di quantit differente, cio non contengono nemmeno un atomo di valore d'uso 39. L'astrattizzazione del bene dunque una necessit dello scambio, un imperativo della circolazione. E', questo, un aspetto che va tenuto nel massimo conto. Perch da qui parte, si pu dire, lo specifico sociale del capitalismo. Produrre per scambiare, al posto di produrre per consumare. Ma per scambiare bisogna potere stabilire equivalenze fra prodotti diversi. E le equivalenze si possono stabilire non sulla base dei caratteri per i quali un prodotto si differenzia dall'altro, ma sulla base di caratteri comuni, cio non sulla base della loro concretezza, ma anzi proprio facendo astrazione dal loro essere beni concreti. Ora, il carattere comune a tutti i beni quello di essere prodotti, cio di essere esiti di processi lavorativi, di essere stati creati dal lavoro. Il lavoro viene cos individuato, in prima istanza, come denominatore comune a tutti i beni. Il lavoro che qui interessa non quello che semplicemente produce, ma quello che si incorpora nel prodotto. E' da qui che discende quella categoria del lavoro, estremamente preziosa per lo scambio, che il lavoro oggettivato. E' un tratto importante di questo percorso, che porta alla formulazione della legge del valore-lavoro. Un tratto che si definisce come passaggio dal lavoro-forza al lavoro-contenuto. Muta radicalmente, come si vede, lo stato d'essere del lavoro: da lavoro che fa l'oggetto a lavoro che nell'oggetto. Lavoro, direbbe Marx, non in forma di processo, ma di risultato 40. Questo primo cambiamento di pelle del lavoro - da forza attiva a stato d'essere passivo - indispensabile alla legge del valore-lavoro. Ma non sufficiente. Non basta che il lavoro sia contenuto nella merce perch possa essere riconosciuto come base di misurazione del valore. N basta che sia comune a tutte le merci perch sia assunto come termine di riferimento per lo scambio. Il lavoro contenuto nella merce pu essere riferito al valore d'uso o al valore di scambio. Nel primo caso conta la qualit del lavoro, che si concretizza in prodotti diversi l'uno dall'altro. Nel secondo caso conta invece la quantit. L si tratta del come e del cosa del lavoro, qui del quanto di esso, della sua durata temporale 41.
39

Ibidem, I, pp. 69-70.


40

K. Marx, Linearnenti fondamentali della critica dell'economia politica (Grundrisse der Kritik der politischen Okonomie), trad. it., Firenze, La Nuova ltalia, 1968-1970,I, p. 79.
41

K. Marx, Il capitale, cit., I, p. 77 (corsivi nel testo).

Poich devono essere stabilite delle equivalenze, dei confronti quantitativi, bisogna che il lavoro contenuto nella merce sia misurabile 42. Da qui un altro passo importante in direzione della legge del valore-lavoro: la quantificazione del lavoro oggettivato attraverso la sua riduzione a tempo di lavoro. Allo stesso modo che il tempo l'esistenza quantitativa del movimento, il tempo di lavoro l'esistenza quantitativa del lavoro 43. Il lavoro oggettivato vive cos, attraverso il tempo di lavoro, una sua esistenza quantitativa. Ma non una esistenza fine a se stessa. Ricordiamoci che il fine ultimo di questa analisi l'individuazione del criterio di misurazione del valore. E la riduzione del lavoro a tempo di lavoro si rivela come la via maestra per raggiungere tale scopo: Il tempo di lavoro [...] ne [del lavoro] l'esistenza vivente come esistenza quantitativa, e insieme la misura immanente di questa esistenza 44. Per questa via, il lavoro oggettivato funziona come lavoro- misura. Tutto dunque sembra pronto per la formulazione della legge del valore-lavoro. Senonch, la riduzione del lavoro a tempo di lavoro si porta dietro una conseguenza che cruciale ai fini del nostro discorso: Il tempo di lavoro l'esistenza vivente del lavoro, indipendentemente dalla sua forma, dal suo contenuto, dalla sua individualit; [...]" 45. La riduzione a tempo di lavoro ha dunque sul lavoro una sorta di effetto secondario, che fa di esso un lavoro indifferenziato, astratto. Nell'analisi di Marx il lavoro astratto quindi, come si detto in apertura, una nozione derivata, un effetto secondario della formulazione della legge del valore-lavoro. Non un caso che Marx vede in esso niente altro che uno dei caratteri della legge: Per comprendere la determinazione del valore di scambio in base al tempo di lavoro occorrer tener fermi i seguenti punti di partenza principali: la riduzione del lavoro a lavoro semplice, per cos dire privo di qualit; [...] 46. E pi oltre precisa meglio questo punto: Per misurare i valori di scambio delle merci in base al tempo di lavoro in esse contenuto, i differenti lavori dovranno essi stessi essere ridotti a lavoro

[...] un valore d'uso o bene ha valore soltanto perch in esso viene oggettivato, o materializzato, lavoro astrattamente umano. E come misurare ora Ia grandezza del suo valore? Mediante la quantit della 'sostanza valorificante', cio del lavoro, in esso contenuta (K. Marx, II capitale, cit., I, pp. 70-71, corsivi nel testo).
42

K. Marx, Per la critica dell'economia politica, trad. it., Roma, Editori Riuniti, 1971, p. 12 (corsivo nel testo). 44 Ibidem. 45 Ibidem (corsivo nostro). 46 Ibidem.
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semplice, indifferenziato e uniforme, in breve al lavoro che qualitativamente sempre uguale e si differenzia solo quantitativamente 47. Qui si vede chiaramente che la categoria di lavoro astratto , nell'analisi di Marx, subordinata alla misurazione del valore di scambio. E' per un verso una condizione perch tale misurazione sia realizzata e per l'altro una sua conseguenza. La misurazione del valore da una parte presuppone e dall'altra produce la riduzione del bene a merce e la riduzione del lavoro concreto a lavoro astratto. Le due riduzioni sono parallele e seguono processi analoghi. Come la merce il bene spogliato delle sue concrete determinazioni, cos il lavoro astratto il lavoro privato delle sue concrete specificazioni qualitative. Si pu dire che, mentre il lavoro concreto la forma di lavoro vivo adeguata alla produzione di beni, il lavoro astratto la forma di lavoro oggettivato adeguata allo scambio delle merci. Nel primo caso si tratta di lavoro creativo, individualmente e socialmente differenziato, specificato nelle sue espressioni inventive ed operative. E' quella attivit creativa attraverso la quale la persona realizza se stessa ed i beni di cui ha bisogno. Nel secondo caso si tratta di lavoro astratto, indifferenziato, fluido. E' quello che Marx chiama lavoro generalmente umano 48, lavoro ridotto a puro dispendio di energia. Chiariti i presupposti, vale la pena, a questo punto, vedere direttamente come la nozione di lavoro astratto emerge dall'analisi marxiana ed in che termini viene via via definendosi. Il lavoro che in essi [prodotti] uniformemente si oggettiva - osserva Marx dev'essere esso stesso lavoro semplice, uniforme, indifferenziato, per il quale sia indifferente apparire nell'oro, nel ferro, nel grano, nella seta, allo stesso modo che indifferente per l'ossigeno trovarsi nella ruggine del ferro, nell'atmosfera, nel succo dell'uva o nel sangue dell'uomo 49. C' una prima considerazione da fare. Qui astratto il lavoro in quanto si oggettiva nei prodotti, non in quanto li realizza. Dunque, l'astrattizzazione del lavoro connessa alla sua oggettivazione. Vogliamo dire che, in quanto attivit di produzione, il lavoro pu pure essere estremamente vario e creativo. Questo stesso lavoro per, per oggettivarsi nei prodotti, deve spogliarsi delle sue determinazioni concrete e ridursi a indifferenziato dispendio di energia. Questa precisazione si rende opportuna per evitare che - come spesso succede - quando si parla di lavoro astratto si pensi subito al lavoro ripetitivo, uniforme, monotono. Per sgombrare il campo da un tale persistente e diffuso equivoco, baster dire, a mo' di esempio, che lo stesso lavoro artigianale, portato spesso a modello di creativit, deve ridursi a lavoro astratto per oggettivarsi in prodotti destinati non al consumo personale, bens allo
47 48 49

Ibidem. Ibidem, p.13. Ibidem, p. 11.

scambio. E' questo, infatti, il punto. Il lavoro che produce beni per il consumo personale non ha bisogno di oggettivarsi nei suoi prodotti, perch gli oggetti prodotti, non essendo destinati allo scambio, non hanno bisogno di essere valutati, cio di essere tradotti in valore di scambio. E ci a prescindere dalla qualit del lavoro che li produce. Nel senso che un lavoro pu pure essere tutt'altro che creativo e soddisfacente, ma, se crea prodotti destinati al consumo personale, non sar mai astratto, perch non ha bisogno di oggettivarsi nei prodotti. Viceversa, un lavoro pu essere estremamente creativo e soddisfacente, ma, se crea prodotti destinati allo scambio, si deve oggettivare in essi e quindi ridursi a lavoro indifferenziato, generalmente umano, astratto. Alla base di questa analisi c', come si vede, una distinzione di fondo tra lavoro vivo e lavoro oggettivato. Tutto il lavoro oggettivato deve essere stato lavoro vivo. Ma non tutto il lavoro vivo diventa lavoro oggettivato. Solo nella produzione di merci, cio di prodotti destinati allo scambio, il lavoro vivo si traduce in lavoro oggettivato. Per la verit, la distinzione tra lavoro vivo e lavoro oggettivato - che secondo noi, chiarisce sino in fondo i termini di lavoro astratto - in Marx tutt'altro che netta. Ad un certo punto, dopo avere descritto il lavoro oggettivato come lavoro indifferenziato, egli tenta di dargli un corrispettivo in sede di lavoro vivo. Ci deriva dal fatto che Marx, dovendo arrivare alla formulazione della legge del valore-lavoro, costretto a trattare il lavoro oggettivato in termini quantitativi, a ridurlo cio a tempo di lavoro. Ora, il tempo di lavoro una categoria del lavoro concreto. Da qui la necessit di specificare la nozione di lavoro astratto attraverso riferimenti alla struttura del lavoro concreto. Dovendo fare da supporto alla legge del valore-lavoro, la nozione marxiana di lavoro astratto costretta a sopportare vincoli empirici che ne offuscano i connotati teorici. [...] il lavoro, come si rappresenta in valori di scambio, potrebbe essere espresso come lavoro generalmente umano 50. E fin qui siamo nella definizione teorica del lavoro astratto come misura di valore. Ma subito I'analisi costretta a ingolfarsi in riferimenti empirici al lavoro vivo, difficilmente riconducibili alla nozione teorica di lavoro astratto. Questa astrazione del lavoro general-mente umano - prosegue Marx - esiste nel lavoro medio che ogni individuo medio pu compiere in una data societ, un determinato dispendio produttivo di muscoli, nervi, cervello, ecc. umani. E' lavoro semplice [e in nota precisa: 'Unskilled labour' (lavoro non qualificato) lo chiamano gli economisti inglesi] al quale ogni individuo medio per essere addestrato e che esso deve compiere in una forma o nell'altra 51.

50 51

Ibidem, p. 13 (corsivo nel testo). Ibidem (corsivi nel testo).

E' chiaro che Marx va qui alla ricerca di connotati propri del lavoro oggettivato nell'ambito del lavoro vivo. La difficolt di tale ricerca sta nel fatto che il lavoro oggettivato una categoria economica, mentre il lavoro vivo una categoria tecnica. Ed una forzatura attribuire connotati tecnici ad una categoria economica. Di questa forzatura risente l'analisi, che costretta a identificare lavoro astratto con lavoro semplice o addirittura con unskilled labour, che una nozione attinente alla professionalit. Non un caso che, dopo avere operato l'ibrida identificazione fra lavoro astratto e lavoro semplice, Marx costretto a identificare il lavoro semplice con il lavoro medio della societ. Il lavoro astratto, da categoria puramente economica del lavoro oggettivato, si trova cos ad essere stravolto in categoria non solo tecnica, ma addirittura statistica (la media attiene alla statistica) del lavoro vivo sociale. L'intreccio di differenti livelli di realt evidente. La difficolt che ne deriva emerge di fronte al problema di fare quadrare la complessit tecnica del lavoro vivo dentro la linearit economica del lavoro astratto: Il lavoro semplice costituisce la massa di gran lunga maggiore di tutto il lavoro delle societ borghesi, come ci si potr evincere da tutte le statistiche. [...]. Ma come si fa per il lavoro complesso che si eleva al di sopra del livello medio in quanto lavoro di pi alta intensit, di maggiore peso specifico? 52. La soluzione adottata da Marx - ridurre il lavoro complesso a lavoro semplice a pi elevata potenza - lascia nell'ombra, sul piano pratico, tutta una serie di aspetti. La complessit una categoria teorica che attiene ad un insieme. Ed contraddittorio sul piano teorico e impossibile sul piano pratico pretendere di scomporla in parti semplici. Ma, a parte ci, quel che interessa mettere in evidenza che in queste operazioni pratiche sul lavoro andata completamente perduta la grande portata teorica della nozione originaria di lavoro astratto. E' questa nozione originaria che occorrer riprendere e sviluppare sino alle estreme conseguenze teoriche, dopo averla liberata da tutti i vincoli empirici. Quanto poi alla causa dei guasti subiti dalla originaria nozione marxiana, noi pensiamo che essa sia da individuare soprattutto in una mancata precisazione da parte di Marx. Incoerenze a parte, la nozione marxiana di lavoro astratto centrata sulla distinzione tra lavoro che crea valore d'uso e lavoro che crea valore di scambio: Mentre il lavoro che crea valore di scambio lavoro astrattamente generale e uguale, il lavoro che crea valore d'uso lavoro concreto e particolare che si scinde in modi di lavoro infinitamente vari a seconda della forma e della materia 53.

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Ibidem. Ibidem, p. 18 (corsivi nel testo).

Ci che Marx non precisa - aprendo cos il varco all'ambiguit di fondo prima rilevata - che il lavoro astrattamente generale non in quanto produttore di valore di scambio, ma in quanto sua potenziale misura, in qualit di lavoro da oggettivare, di lavoro potenzialmente oggettivato 54. Nel capitolo sulla merce, ad apertura de II capitale, Marx insiste molto sul rapporto fra lavoro concreto e lavoro astratto. Il lavoro concreto lavoro utile ed connaturato alla condizione umana: [...] il lavoro, come formatore di valori d'uso, come lavoro utile, una condizione d'esistenza dell'uomo, indipendente da tutte le forme della societ, una necessit eterna della natura che ha la funzione di mediare il ricambio organico fra uomo e natura, cio la vita degli uomini 55. Questo lavoro concreto e utile si presenta nella societ sotto diverse forme, che cambiano continuamente. Ora, tutte le forme di lavoro, dice Marx, rappresentano solo forme diverse di dispendio di forza lavorativa umana 56. Marx ha, fin qui, ragione. Il presupposto reale dell'oggettivazione del lavoro nella merce in forma di lavoro astratto nel fatto che il lavoro concreto, pur nelle sue diverse forme, comunque dispendio di energia umana. Questa osservazione importante, perch ci dice che il lavoro astratto, mentre da un lato una nozione economica e non tecnica, dall'altro discende da uno status reale del lavoro. Il lavoro astratto non cio una pura invenzione economica. E' una nozione di teoria economica, che attiene strettamente al lavoro oggettivato, ma ha un prius nella realt tecnica del lavoro vivo. Oltre un tale riconoscimento per non si pu andare, senza snaturare, come abbiamo visto, la stessa nozione marxiana di lavoro astratto, almeno quella che noi riteniamo la pi coerente all'interno dell'analisi marxiana. Marx, invece, si spinge oltre. Egli tenta di individuare un fattore comune al lavoro vivo ed al lavoro oggettivato nel lavoro medio, che consiste nel dispendio di quella semplice forza-lavoro che ogni uomo comune possiede in media nel suo organismo fisico, senza particolare sviluppo 57. Al di l delle intenzioni di Marx - che, fra l'altro, non si pone questo tipo di problema - il lavoro medio semplice viene in sostanza a configurarsi come lavoro concreto che, per avere caratteristiche tecniche largamente diffuse, realizza, nella sostanza, il modello del lavoro umano in generale, del lavoro astratto. Non sappiamo

Che il lavoro possa essere misura del valore solo nella qualit di lavoro oggettivato in Marx un punto fermo: Per esprimere il valore della tela come coagulo di lavoro umano, esso deve essere soppresso come una 'oggettivit' la quale, come cosa, sia differente dalla tela e, simultaneamente, le sia comune con altra merce (K. Marx, Il capitale, cit., I, p. 83).
54 55 56 57

K. Marx, Il capitale, cit., I, p. 75. Ibidem, I, p. 76. Ibidem (corsivo nel testo).

vedere altrimenti questo lavoro medio semplice che come versione tecnica della nozione di lavoro astratto. Da quanto si detto dovrebbe risultare chiaro che noi giudichiamo teoricamente illegittima e praticamente ibrida una siffatta operazione. E perseguiamo il fine di recuperare - in sede teorica e in sede pratica - la distinzione tra nozione tecnica e nozione economica del lavoro. La prima si riferisce al lavoro concreto, determinato e differenziato, che si avvale di particolari tecniche ed ha particolari esiti produttivi. La seconda si riferisce al lavoro astratto, indeterminato e indifferenziato, al lavoro umano in generale. Lavoro concreto quello che, in sede tecnica, produce il bene. Lavoro astratto quello che, in sede economica, si oggettiva nella merce. Ora, il lavoro medio semplice lavoro concreto. E tale rimane anche se medio e semplice. La mediet e la semplicit - essendo la prima una caratteristica statistica e la seconda una caratteristica tecnica - non possono essere riferite al lavoro astratto, che Marx stesso definisce come lavoro umano senza ulteriore qualificazione 58. Che il processo di astrattizzazione riguardi solo il lavoro in quanto lavoro oggettivato nella merce risulta chiaro dall'analisi che Marx fa di tale processo, l dove lo fa discendere dal rapporto di valore tra le merci: Solo l'espressione di equivalenza fra merci di genere differente mette in luce il carattere specifico del lavoro creatore di valore, in quanto riduce effettivamente i lavori di genere differente inerenti alle merci di genere differente, a ci che loro comune, a lavoro umano in genere 59. In altri termini, il processo di astrattizzazione del lavoro oggettivato nella merce ha origine sociale, in quanto riguarda non la merce in s, ma il suo scambio e quindi il suo rapporto con le altre merci, il suo rapporto con il mondo delle merci. L'astrattizzazione del lavoro dunque una categoria dello scambio, non della produzione. Quando la merce entra nel rapporto di scambio, il processo produttivo gi compiuto ed gi compiuto quindi il processo lavorativo. Il processo lavorativo opera sempre nella concretezza delle sue specificazioni tecniche. E solo dopo che si incorporato nella merce come referente di valore perde la sua qualit, per tradursi in quantit. Solo dopo che si oggettivato, da lavoro concreto, qual era in fase di produzione, diventa lavoro astratto, lavoro senza altra qualificazione. Bisogna stare attenti. Quando Marx segue il processo di astrattizzazione del lavoro, fa in effetti un cammino a ritroso. Parte dallo scambio delle merci, per risalire alla loro produzione. Parte dal lavoro astratto, per risalire al lavoro concreto e vedere per quale via il lavoro concreto si astrattizzato: E' vero che l'arte della sartoria che fa l'abito un lavoro concreto di genere differente
58 59

Ibidem, I, p.77. Ibidem, I, p. 83.

da quella della tessitura che fa la tela. Ma l'equiparazione alla tessitura riduce effettivamente la sartoria a quello che realmente eguale nei due lavori: al loro carattere comune di lavoro umano 60. Mi sembra chiaro. Il lavoro, in quanto produce, lavoro concreto, differenziato. In quanto incorporato nelle merci, diventa oggetto di equiparazione, non pu non essere lavoro indifferenziato, astratto. E' passando attraverso l'oggettivazione che il lavoro concreto perde le sue determinazioni tecniche e qualitative acquisite nel processo di produzione. Schematizzando, I'itinerario dunque il seguente: dal lavoro concreto della sfera della produzione al lavoro astratto della sfera dello scambio, attraverso l'oggettiva-zione nella merce come referente di vaIore. Il percorso reale del processo di astrattizzazione - che qui abbiamo cercato di portare alla luce - si presenta nello scambio come invertito. Il lavoro astratto lavoro concreto filtrato dal processo di oggettivazione. E invece, in sede di equivalenza, lavoro concreto diventa forma fenomenica del suo opposto, di lavoro astrattamente umano 61. Marx chiarisce i termini di questa inversione. In sostanza, il lavoro astratto da strumento, in quanto referente di valore finalizzato allo scambio di prodotti, diventa fine. E il lavoro concreto, che ha prodotto il bene di consumo, diventa strumento per l'oggettivazione del lavoro astratto e la realizzazione del valore. Come dire: il lavoro concreto viene messo in atto per essere oggettivato nelle merci. E' da qui che discende la socialit del lavoro. Dal momento, dice Marx, che il lavoro concreto conta in quanto espressione di lavoro astratto, esso pu essere messo in rapporto - attraverso il comune referente - con gli altri lavori concreti ed quindi, bench lavoro privato, lavoro in forma immediatamente sociale come ogni lavoro che produce merci 62. Lo stesso vale per le merci. Ogni merce, attraverso la sua forma di valore, entra in rapporto sociale con tutte le altre merci. Nel valore di una merce si rispecchia, in forma di equivalente, il valore di ogni altra merce. Unico referente il lavoro astratto. I lavori concreti, da produttori del corpo fisico delle merci, si presentano come forme particolari in cui si realizza o si manifesta il lavoro astratto. E la forma corporea di una merce data si presenta non come esito di un particolare lavoro concreto, ma come I'incarnazione visibiie, la crisalide sociale generale di ogni lavoro umano 63.

60 61 62 63

Ibidem. Ibidem, I, p. 91 (corsivo nel testo). Ibidem. Ibidem, I, p. 99.

Cos ogni lavoro viene ad avere una duplice forma: una particolare e concreta, che lo rende diverso dagli altri lavori, ed una sociale e generale, in cui tutti i lavori appaiono uguali. Attraverso l'analisi di questi passaggi, Marx cerca, anche qui, di tessere un rapporto reale fra lavoro concreto e lavoro astratto. Cerca cio il substrato reale del lavoro astratto. E ci nel tentativo di evitare che la nozione di lavoro astratto sia relegata nella sfera economica. Il suo intento chiaro: vedere nella riduzione dei particolari lavori a lavoro senza altra qualificazione non soltanto una operazione economica, attinente al lavoro oggettivato nella merce, ma anche una operazione sociale, con un fondamento reale nel lavoro produttore di merci. La forma generale in cui si presenta ogni lavoro particolare diventa cos, in un certo senso, il corrispettivo reale - in sede di lavoro vivo - del lavoro astratto. Nella forma generale del lavoro concreto il lavoro oggettivato nel valore delle merci non rappresentato solo negativamente, come lavoro nel quale si astrae da tutte le forme concrete e da tutte le qualit utili dei lavori effettivi. La natura positiva del lavoro oggettivato qui spicca espressamente: la riduzione di tutti i lavori effettivi al carattere a tutti comune di lavoro umano, a dispendio di forza-lavoro umana 64. Pur apprezzando l'intento che sta dietro a questa opera di concretizzazione del lavoro oggettivato, dobbiamo dire che essa risulta infruttuosa e finisce per portare l'analisi su un terreno ambiguo, in cui la ricerca di referenti empirici fa ombra alla chiarezza della definizione teorica della nozione di lavoro astratto 65.
Ibidem. Nei Grundrisse ci si imbatte in un passo in cui la nozione di lavoro astratto ha una angolatura del tutto diversa rispetto a quella da noi analizzata. Il contesto l'analisi della contrapposizione del lavoro al capitale. [...] il lavoro - osserva Marx - come quel valore d'uso che si contrappone al denaro posto come capitale, non questo o quel lavoro, ma lavoro puro e semplice, lavoro astratto, assolutamente indifferente ad una particolare determina-tezza, ma capace di ogni determinatezza (K. Marx, Lineamenti..., cit., 1, p. 280, corsivi nel testo). L'astrazione del lavoro qui un portato della sua necessit di contrapporsi al capitale. Questa contrapposizione richiede che il lavoro si porti, in un certo modo, allo stesso livello di generalizzazione del capitale. In tal senso, il processo di astrattizzazione del lavoro parallelo al processo di astrattizzazione del capitale. Ad un capitale determinato, osserva Marx, corrisponde un lavoro particolare, ma poich il capitale in quanto tale indifferente ad ogni particolarit della sua sostanza, ed tanto la totalit di ogni particolarit della sua sostanza quanto l'astrazione da tutte le sue particolarit, il lavoro che gli si contrappone ha in s soggettivamente la medesima totalit e la medesima astrazione (K. Marx, Lineamenti..., cit., 1, p. 280, corsivo nel testo). Si potrebbe dire che qui il lavoro mutua l'astrazione dal suo antagonista, dal capitale.
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Critica di alcune interpretazioni della nozione marxiana di lavoro astratto Indispensabile ad una definizione puntuale della nozione di lavoro astratto , per noi, la distinzione tra lavoro vivo e lavoro oggettivato. Non si tratta ovviamente di due entit distinte, ma di due modi di essere della stessa entit. Vivo il lavoro in quanto azione esercitata sulla materia per trasformarla in un prodotto. Nella definizione di lavoro vivo si prescinde - per opportunit di analisi - dalla destinazione del prodotto, ben sapendo per che in realt tale destinazione determina le condizioni in cui si svolge la produzione. E tuttavia isolare teoricamente lo specifico produttivo del lavoro ci serve per arrivare a circoscrivere l'ambito in cui si definisce la nozione di lavoro astratto. Tale nozione, se ben compresa, esclude da s qualsiasi attinenza agli aspetti produttivi - e quindi tecnici ed organizzativi - del processo lavorativo. Non pu mai essere astratto il lavoro in quanto si incarna in specifiche tecniche di produzione. La nostra intenzione di tagliare nettamente qualsiasi attinenza del lavoro astratto alla sfera del processo produttivo in senso stretto - l dove nell'analisi di Marx si va spesso a ricercare nel lavoro produttore di merci un corrispettivo reale dell'astrazione propria del lavoro oggettivato nelle merci non deriva da una preoccupazione di tipo filologico. Essa intende evitare che si dia corso, magari inconsapevolmente, all'equivoco - che certi tratti del discorso di Marx non aiutano certo a contrastare - per cui, quando si parla di lavoro astratto, il pensiero corre subito agli aspetti di ripetitivit e di monotonia del lavoro. Non si tratta di un equivoco diffuso soltanto a livello di senso comune. Per fare un esempio significativo, tutto il discorso di Lucio Colletti sul lavoro astratto 66 - corretto per molti aspetti - tende a dare fondamento di realt alla nozione marxiana. D'altra parte, il versante teorico con cui polemizza Colletti ben lontano dalla nostra prospettiva di analisi. La nozione che Colletti giustamente non accetta quella che fa del lavoro astratto una astrazione nel senso che una generalizzazione mentale dei molteplici lavori utili o concreti; l'elemento generale e comune a tutti questi lavori'' 67. Il pericolo che Colletti vede in questa interpretazione della nozione marxiana sta nel fatto che se il lavoro astratto una generalizzazione mentale, tale sar anche ci che esso produce, il valore, che cos viene ad essere ridotto ad una idea. Le osservazioni di Colletti colgono, a nostro avviso, nel segno. Infatti, il lavoro astratto non , per Marx, una entit irreale, una generalizzazione del lavoro concreto. La questione che noi poniamo per di tipo diverso. Noi
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L. Colletti, Ideologia e societ, Bari, Laterza, 1969, pp. 103-124. Ibidem, p. 107 (corsivi nel testo).

diciamo che il lavoro astratto una realt, ma non una realt tecnica. Non riguarda cio le procedure interne al processo lavorativo e, di conseguenza, non riguarda l'azione di trasformazione della materia in prodotto. Questa discriminante non la si trova in Marx. Anzi, come abbiamo visto, c' nell'analisi marxiana lo sforzo continuo di cogliere tracce di astrazione nel lavoro produttore di merci. Il lavoro astratto una realt non della fattura della merce, ma del suo scambio. Del resto, per lo stesso Colletti la tesi essenziale di Marx [da cui discende la nozione di lavoro astratto] che, per scambiare i loro prodotti, gli uomini debbono eguagliarli, cio astrarre dall'aspetto fisico-naturale o di valore d'uso per cui un prodotto differisce dall'altro (il grano dal ferro, il ferro dal vetro, ecc.); e che, per, astraendo dagli oggetti o materie concrete del loro lavoro, essi astraggono ipso facto anche da ci in funzione di cui si diversificano i loro lavori 68. Colletti ne deduce che il lavoro astratto un'astrazione che si compie ogni giorno nella realt stessa dello scambio 69. Questa interpretazione va esattamente in direzione della nostra prospettiva di analisi. Colletti per non trae dalla sua affermazione tutte le conseguenze. Non si preoccupa, per esempio, di chiarire che, se il lavoro astratto una realt dello scambio - di una fase cio successiva alla produzione diretta -, tale nozione non pu riguardare il lavoro vivo. Anzi, nel prosieguo del suo discorso, d I'impressione di volere dare rilievo agli aspetti di astrazione del processo di produzione. Aspetti senz'altro reali e desumibili dalla analisi di Marx, ma che nulla hanno, secondo noi, a che vedere con la nozione originaria di lavoro astratto. [Il 'lavoro astratto'] - osserva Colletti - [] un'attivit che, a differenza delle altre, non rappresenta un'appro-priazione del mondo naturale oggettivo, quanto, al contrario, una espropriazione della soggettivit umana, cio una separazione della 'capacit' o 'forza' di lavoro, intesa come I'insieme delle attitudini fisiche e intellettuali umane, dall'uomo stesso 70. Non mi pare dubbio che qui si parli del lavoro astratto non come realt dello scambio, ma come realt del processo produttivo. All'interno dell'approccio adottato, il discorso di Colletti indubbiamente interessante. Ma proprio questo approccio che noi intendiamo abbandonare, perch inevitabilmente porta ad un inquinamento "tecnico" della nozione originaria di lavoro astratto. Altro intervento significativo, dal nostro punto di vista, quello di Mario Tronti 71. Tronti interpreta esattamente il discorso di Marx e ne mutua, a nostro avviso, la contraddizione di fondo. Da una parte sottolinea la
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Ibidem, p. 112 (corsivi nel testo). Ibidem, p. 113 (corsivi nel testo). Ibidem, p. 117 (corsivi nel testo). M. Tronti, Operai e capitale, Torino, Einaudi, 1966, pp. 123 e segg..

distinzione marxiana tra lavoro vivo e lavoro oggettivato, dall'altra fa propria la commistione fra concretezza del lavoro vivo e astrazione del lavoro oggettivato. Che la merce fosse qualcosa di duplice - osserva Tronti -, insieme valore d'uso e valore di scambio, era cosa ovvia ai tempi di Marx. Ma che il lavoro espresso nel valore avesse caratteristiche diverse dal lavoro produttore di valori d'uso, era ignoto al pensiero del tempo. [...]. In Per la critica dell'economia politica (1859) [Marx] aveva tentato [...] un'analisi della merce 'come lavoro in duplice forma': analisi del valore d'uso come lavoro reale o attivit produttiva conforme allo scopo e analisi del valore di scambio come tempo di lavoro o lavoro sociale uguale; [...] 72. Ecco, l'originalit di Marx sta nell'avere rilevato che il lavoro oggettivato ha caratteristiche diverse rispetto al lavoro vivo. E', come si vede, il punto da cui parte il nostro discorso, che vuole rimanere coerente a questa fondamentale scoperta di Marx. Invece Tronti, dopo avere messo giustamente in evidenza la distinzione marxiana, non ne tiene conto nel prosieguo del discorso. E, seguendo le orme di Marx, illustra come caratteristiche del lavoro oggettivato connotazioni che sono proprie del lavoro vivo. Crediamo che l'equivoco di fondo - che in Marx e viene assunto in proprio da Tronti - sta nel pensare che i connotati del lavoro oggettivato possano essere desunti, per riduzione, dalle caratteristiche del lavoro vivo. Scrive Tronti: [...] il lavoro di pi alta intensit, di maggiore peso specifico, sempre riducibile, cio deve sempre essere ridotto a unskilled labour, a lavoro non qualificato, lavoro privo di qualit 73. Fin qui ci muoviamo nella sfera del lavoro vivo. Il lavoro senza qualit un lavoro vivo con particolari caratteristiche tecniche (ripetitivit, semplicit, ecc.). Senonch Tronti a questo punto opera, sulla scia di Marx, un salto, che annulla la distinzione tra lavoro vivo e lavoro oggettivato: Ma - aggiunge - lavoro senza qualit e lavoro 'generalmente umano' la stessa cosa: [...] 74. In sostanza, ridotto all'osso, il discorso di Marx - fatto proprio da Tronti - questo: il lavoro vivo, se ha caratteristiche tecniche di semplicit, di ripetitivit, ecc., lavoro generalmente umano, lavoro astratto, cio la stessa cosa del lavoro oggettivato. Ora, se cos, cade la fondamentale scoperta di Marx, in quanto il lavoro oggettivato finisce di avere caratteristiche diverse rispetto al lavoro vivo. Non un caso che Tronti citi, a sostegno del suo discorso, il passo di Marx da noi gi citato - in cui, a nostro avviso, pi evidente la commistione tra lavoro vivo e lavoro oggettivato: Questa astrazione del lavoro generalmente umano esiste nel lavoro medio che ogni individuo medio pu compiere in una
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Ibidem, p. 123. Ibidem, p. 123-124 (corsivo nel testo). Ibidem, p. 124.

data societ, un determinato dispendio produttivo di muscoli, nervi, cervello, ecc. umani 75. Tronti, insomma, esalta la versione che Marx, ad un certo punto, tradendo la sua scoperta originaria, ci d della nozione di lavoro astratto, come esito di una operazione di semplificazione del lavoro vivo. Il commento di Tronti al passo citato di Marx , sotto questo aspetto, esemplare: La forma specifica in cui il lavoro acquista carattere semplice quella dunque del lavoro umano in generale. La riduzione a lavoro semplice riduzione a lavoro astrattamente umano 76. Tronti, senza volerlo, rende ancora pi evidente la forma empirica a cui Marx stesso finisce per ridurre la sua originaria nozione di lavoro astratto 77. Ridefinizione della nozione di lavoro astratto A questo punto, occorre ripartire dagli elementi che ci fornisce la nozione marxiana, prescindendo dal tentativo di Marx di ricercare nel lavoro vivo riscontri relativi al lavoro oggettivato. E' tempo di affrontare direttamente il lavoro astratto in quanto lavoro oggettivato. Attraverso l'oggettivazione, il lavoro si definisce come lavoro semplice, uniforme, indifferenziato 78. L'attribuzione usata da Marx pu indurre in errore. Si pu pensare ad un lavoro che abbia come caratteristiche tecniche
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Ibidem (corsivo nel testo). Ibidem (corsivi nel testo).

I guasti teorici prodotti dalla commistione tra lavoro vivo e lavoro astratto sono enormi. Al punto che in un intervento di Lapo Berti sulla astrattizzazione del lavoro pu essere illustrata - senza che ci comporti implicazioni teoriche rispetto alla nozione originaria di lavoro astratto - la tendenza del capitale verso l'astrattizzazione del lavoro applicato al processo produttivo (L. Berti, L'astrattizzazione del lavoro, in AA. VV., La trib delle talpe, a cura di S. Bologna, Milano, Feltrinelli, 1978, pp. 125 e segg., citazione a p. 129, corsivo nel testo). Nell'intervento di Berti (che, contrariamente a quanto potrebbe far pensare il titolo, soltanto in minima parte si occupa del problema che qui specificamente interessa) ha rilievo la contraddizione di fondo del lavoro. Per rendere la forza-lavoro sempre pi astrattamente disponibile, il capitale costretto sempre pi a porla come autonoma (p. 129). La forza-lavoro viene espropriata della possibilit di incidere - attraverso il lavoro concreto sul processo produttivo. Ora, questa espropriazione si traduce per l'operaio da una parte in perdita di potere di contrattazione, dall'altra in estraneit nei confronti del processo produttivo. E questa estraneit il pesupposto di un processo di autonomizzazione politica soggettiva. L'astrattizzazione del lavoro vivo come fattore di autonomizzazione della soggettivit operaia pi che come canale di espropriazione una tesi che, per un certo tempo, ha trovato credito in alcuni settori della sinistra. 78 K. Marx, Per la critica dell'economia politica, cit., p. 11.

la semplicit, I'uniformit, I'indifferenziazione. Evidentemente, la terminologia non ancora adeguata alla qualit della nozione cui si riferisce. E' ancora troppo legata ai modi di esprimere i connotati del lavoro vivo. Poco pi in l per Marx compie, secondo noi, un passo importante nella resa della nozione di lavoro astratto: Il lavoro che crea valore di scambio - osserva - [...] lavoro astrattamente generale 79. C' qui un salto qualitativo nella connotazione del lavoro astratto. Salto che Marx, per la verit, non sempre tiene presente. Il lavoro produttore di valore di scambio - che, badiamo bene, differisce dal lavoro produttore di valore d'uso, in quanto manca di qualsiasi connotato tecnico - ha due caratteristiche: I'astrazione e la generalit. Occorre chiarire bene questi due caratteri, perch hanno grande peso nella definizione della nozione di lavoro astratto. L'astrazione qui un dato di realt. Di una realt per non tecnica, ma economica. Si riferisce al lavoro non in quanto complesso di procedure tecniche - che possono essere semplici ed uniformi, mai astratte - ma in quanto sostanza economica della merce. In questo senso, il lavoro astratto - e non pu non essere - lavoro oggettivato. La generalit si riferisce al fatto che il lavoro oggettivato non ha niente della particolarit propria della merce in cui oggettivato. Tronti, commentando Marx, vede in ognuna delle caratteristiche del lavoro che crea valore di scambio un processo. E si capisce perch. Dal momento che il lavoro produttore di valore di scambio discende dal lavoro produttore di valore d'uso, necessaria una evoluzione che trasformi il secondo nel primo. Questa trasformazione viene poi assunta come passaggio dalle forme precapitalistiche alle forme capitalistiche del lavoro 80. L'esito del processo dunque, per Tronti, la forma capitalistica del lavoro, che si caratterizza per essere una forma tecnica estremamente semplice, priva di qualit. Questa particolare forma tecnica fa del lavoro vivo un lavoro astratto. Unskilled labour e lavoro generalmente umano sono la stessa cosa. Occorre partire dalla conclusione di questo discorso, rovesciarla e farne un presupposto. Lavoro senza qualit e lavoro astratto sono due cose completamente diverse. Si deve parlare di lavoro senza qualit quando le procedure vengono standardizzate al punto di non richiedere da parte del soggetto operatore alcuna particolare capacit professionale. Per quanto semplice, uniforme e ripetitivo, il lavoro senza qualit rimane una procedura finalizzata, direttamente o indirettamente, alla creazione di beni. Si deve invece parlare di lavoro astratto l dove il lavoro perde qualsiasi connotazione tecnica di produzione e diventa misura di valore. In tal senso, non si pu parlare di lavoro astratto in termini di semplicit tecnica, cos come non si pu parlare di lavoro senza qualit tecnica in
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Ibidem (corsivo nel testo). M. Tronti, Operai e capitale, cit., p. 123.

termini di astrazione. Semplicit tecnica e astrazione sono attributi che attengono a due distinti universi. Il primo all'universo della tecnica di produzione, il secondo all'universo della misurazione di valore. Bisogna dunque abituarsi a parlare del lavoro astratto abbandonando l'idea che ci siamo fatti del lavoro come tecnica di produzione. Il lavoro astratto non una particolare tecnica produttiva. Il connotato di astrazione fa del lavoro oggettivato qualcosa di qualitativamente diverso dal lavoro vivo. Il fatto che il lavoro vivo, nell'oggettivarsi, astrae da tutto ci che fa di esso un lavoro particolare. E, poich un lavoro sempre un lavoro particolare, astraendo dalla sua particolarit, il lavoro diventa altro da s. Il lavoro astratto dunque altro dal "lavoro", nell'accezione comune del termine. L'attributo qui I'elemento centrale e caratterizzante rispetto al sostantivo. E ci pu avvenire perch il lavoro oggettivato una sostanza, una concrezione, come dice Marx 81. Il lavoro oggettivato pu essere astratto perch non tecnica operante, ma l'esito di una tecnica. Nel lavoro oggettivato la tecnica il passato, nel lavoro vivo il presente. E questo spiega perch il lavoro oggettivato pu essere astratto e il lavoro vivo no. Si pu astrarre dalla particolarit tecnica del lavoro quando essa abbia gi compiuto la sua opera, non mentre la sta compiendo. Questo punto va tenuto ben fermo. Il lavoro vivo non pu mai essere una sostanza, una concrezione. Ci ci aiuta a capire i termini della sottomissione del lavoro operata dal capitale. E' interesse del capitale vanificare il lavoro in quanto tecnica produttiva e assumere il lavoro in quanto sostanza di valore. L'interesse del capitale tende a fare del lavoro vivo un semplice tramite del lavoro oggettivato. Una tale prospettiva impone al lavoro vivo sottomesso al capitale tutta una serie di trasfigurazioni, che sono state ampiamente analizzate, ma che non possono essere viste - come quasi sempre accade - in termini di astrazione. Il problema dunque oggi di definire la struttura del lavoro vivo mantenendo la sua distinzione dal lavoro oggettivato. Il lavoro vivo tende certo a configurarsi come f!usso lavorativo, come puro dispendio di energia. E ci induce a parlare di "astrazione" in relazione al lavoro vivo. "Astrazione" che per , pur sempre, ben altra cosa da quella derivante dalla oggettivazione del lavoro nella merce. Conviene dunque evidenziarne la diversit adottando una diversa terminologia. Perci si pu parlare di lavoro astratto solo quando si tratta di lavoro oggettivato. Mentre, per riferirsi al lavoro vivo senza qualit - qual il moderno lavoro meccanizzato ed automatizzato - proponiamo di parlare di lavoro tecnicamente e socialmente indeterminato. Non si tratta di una pignoleria terminologica. L'indeterminazione tecnica e sociale una connotazione moderna del lavoro vivo sottomesso al capitale.
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K. Marx, Il capitale, cit., p. 70.

Ed connotazione ben diversa da un lato dall'astrazione economica, che propria del lavoro oggettivato, e dall'altro dalla indifferenza soggettiva della persona nei confronti del contenuto del suo lavoro. Sulla base di questi chiarimenti, cerchiamo adesso di ridefinire la nozione di lavoro astratto. Si tratta di una ridefinizione che intende assumere quella che noi pensiamo sia l'originaria nozione marxiana, liberata dalle contaminazioni che vi ha apportate lo stesso Marx. Per lavoro astratto intendiamo il lavoro che oggettivato nella merce ed la base di misurazione del suo valore. Il lavoro, incorporandosi nella merce, perde ogni connotato tecnico e si definisce come puro dispendio di energia: lavoro senza altra qualificazione, dice Marx. Astratto dunque il lavoro oggettivato, nel senso che privo di qualsiasi determinazione concreta. Ci non significa che si tratti dell'esito di una operazione mentale. Bisogna sottrarsi a questa sorta di ricatto teorico, per cui il lavoro astratto o non ha realt o ha la realt tecnica del lavoro vivo. Il lavoro astratto ha una realt propria, non tecnica, che va individuata e definita. Va combattuta la pretesa di parlare del lavoro astratto come di un concetto o, viceversa, come di una particolare procedura produttiva. Si badi bene. Quanto detto fin qui non significa affatto che, per noi, il processo di astrattizzazione non interessa il lavoro vivo. Anzi. Ci siamo assunti il compito di ricostruire il processo complessivo di astrattizzazione, ai suoi diversi livelli. Del resto, che un processo di astrattizzazione investa il lavoro vivo pacifico. L'importante tenere teoricamente distinta la nozione tecnica e sociale di lavoro astratto, che attiene al lavoro vivo, dalla nozione economica, che attiene al lavoro oggettivato. Una tale distinzione teorica non solo non esclude, ma anzi rende pi evidente la connessione reale che esiste tra il processo economico ed il processo tecnico e sociale di astrattizzazione. Sulla base di tale distinzioneconnes-sione, la direzione della nostra ricerca va dal lavoro oggettivato verso il lavoro vivo. Il lavoro vivo infatti la sede in cui opera il soggetto umano. Ed in quella sede che si ritrova, ad altro livello, il processo di astrattizzazione, in quanto espropriazione della realt socialmente determinata, in quanto processo di indeterminazione sociale.

L'ASTRAZIONE COME METODO

LASTRAZIONE COME PROCEDIMENTO DI SEMPLIFICAZIONE DEL REALE STORICO

Nella metodologia sociologica lastrazione un procedimento che serve alla semplificazione del reale storico. Procedimenti di semplificazione sono stati adottati in contesti nettamente diversi: per esempio, da una parte da Marx, dall'altra da Weber. Marx usa .spesso semplificare per astrazione il processo reale, al fine di penetrare meglio nel suo funzionamento interno. Egli dimostra di sapere bene (Il capitale offre molte testimonianze) che Ia complessit propria del reale storico oscura spesso i nessi cruciali del processo; nessi che possono essere colti soltanto se si riesce ad isolarli facendo astrazione da tutti gli altri elementi concomitanti. Mi sia consentita una sola citazione, fra le tante possibili: Per comprendere esattamente queste forme [di cui si riveste il capitale nei suoi diversi stadi] occorre innanzitutto fare astrazione [abstrahieren] da tutti quei momenti che nulla hanno a che tare con iI mutamento di forma e la costituzione della forma come tali. Per questo si presuppone [wird angenommen] qui non solo che le merci vengano vendute al loro valore, ma anche che ci avvenga in condizioni immutate. Si prescinder [Es wird abgesehen], dunque, anche dalle di valore che possono intervenire nel corso del processo ciclico (K. Marx, Il capitale, trad. it., Libro II a cura di R. Pansieri, Roma, Edtori Riuniti, 1970, p. 30. Corsivi nostri. Ho tenuto presente ledzione tedesca Das Kapital, Berlin, Dietz Verlag, [194749]. Il passo citato alle pp. 23-24 del Libro II). .Quanto a Weber, va richiamato in particolare il procedimento della possibilit oggettiva (objektive Mglichkeit), che si riferisce - dice Weber

allatto di astrarre da uno o pi elementi del processo storico, nell'intento di pervenire allimputazione causale. La possibilit oggettiva infatti, si riferisce al giudizio secondo il quale, supponendo assente o mutato un particolare fatto storico in un complesso di condizioni storiche [wenn eine einzelne historische Tatsache in einem Komplex von historischen Bedingungen fehlend oder abgendert gedacht wird), ci avrebbe condotto ad un corso degli avvenimenti storici mutato in determinate relazioni storicamente importanti [...]. Si tratta quindi di un processo di astrazione, come del resto lo stesso Weber ribadisce esplicitamente in altro punto: [...] L imputazione causale si compie nella forma di un processo concettuale, che implica una serie di astrazioni [in Gestalt eines Gedankenprozesses, welche eine Serie von Abstraktionnen enthlt]. La prima e decisiva appunto quella che compiamo pensando [denken] una o alcune delle componenti causali oggettive del processo mutate in una determinata direzione, e chiedendoci se, nelle condizioni cos mutate dell'evento, sarebbe stata a aspettarsi la medesima conseguenza (nei punti essenziali), oppure quale altra (M. Weber Kritische Studien auf dem Gebiet der kulturwissenschaftlichen Logik, (1905), parte II Objektive Mglichkeit und adquate Verursachung in der historischen Kausalbetrachtung [Studi critici intorno alla logica delle scienze della cultura, parte II Possibitit oggettiva e causazione adeguata nella considerazione causale della storia], in Gesammelte Aufstze zur Wissenscbaftslehre, cit., pp. 215-290, parte II pp. 266-290; i passi citati sono alle pp. 268 e 273; trad. it. cit., pp. 143-237, parte II pp. 207-237; passi citati alle pp. 210 e 214 (sottolineature nel testo).

FILIPPO VIOLA, nato in Sicilia, a Pietraperzia (Enna), docente di Sociologia (ora in pensione) all'Universit di Roma La Sapienza. Da anni porta avanti esperienze di lavoro sociale nei quartieri popolari di Roma, in collaborazione con associazioni, centri sociali ed altre strutture di base. Come studioso, ha pubblicato lavori di ricerca teorica ed empirica, nel quadro di un progetto di sociologia esistenziale, cio di analisi del sistema sociale dal punto di vista della condizione esistenziale degli uomini e delle donne, con particolare attenzione ai processi immateriali della vita sociale.