Sei sulla pagina 1di 65

PERCORSI DEL DISAGIO A cura di Maurizio Focchi Consulenza scientifica del prof.

Gian Paolo Guaraldi Direttore Clinica Psichiatrica dell'Universit di Modena Prima edizione: aprile 1994 Copyright 1994 by Guaraldi/Gu.fo Edizioni S.r.l. Via Covignano 302, 47900 Rimini, ISBN 88-86025-90-4 Laura Bellodi Paolo Ronchi

QUELLE STRANE MANIE Le malattie irriconoscenti: come convivere con le sofferenze di ossessioni e tic

Guaraldi

Indice

Prefazione Rosa In treno Dodo Un dubbio atroce Marina Alessia Fulvio Bene e male Monica Gilles de la Tourette Postfazione

Prefazione di Enrico Smeraldi In questo libro troverete le storie di pazienti ossessivi: logico, allora, chied ersi perch gli Autori ritengono utile che il grande pubblico, quello cio non speci ficamente culturalizzato e professionale, tragga vantaggio dalla conoscenza di a spetti cos psicopatologicamente particolari del vissuto umano. Le risposte sono molteplici ed in ognuna di esse si pu riconoscere il senso della divulgazione psichiatrica purch onesta, cio veritiera, non mistificante n mercanti le, ma scrupolosa e appassionata. Tutto nasce (proprio come deve!) da profonda c onoscenza dei pazienti e dal riconoscimento del loro valore personale e delle lo ro intatte potenzialit al di l, pi oltre di qualsiasi limite vano imposto dall'este rno per preconcetti radicati o per ipotetiche incapacit. La clinica, intesa come disposizione individuale a comprendere od assistere i pazienti, detta i modi e l a necessit che sempre pi diffusa sia la reale comprensione del problema posto dal fenomeno ossessivo. Il vantaggio la ricaduta in termini di non estraneit dal mond o relazionale, dall'ambiente culturale che meglio interagir con la presenza e il comportamento di questi pazienti. sempre molto difficile operare in un ambiente, qualsiasi esso sia, dalla famiglia al posto di lavoro, alla scuola, che deve co nfrontarsi con un soggetto in preda a ossessioni e compulsioni: le reazioni pi di sparate, dal rifiuto assoluto alle accettazioni psicopatologiche, si intrecciano con l'unico risultato finale di creare una atmosfera antiterapeutica assolutame nte tetragona a qualsiasi modulazione e a qualsiasi critica costruttiva. In ques ta situazione, che quotidiana per chi vive accanto a questi pazienti, confluisce soprattutto la mancanza di conoscenza del fenomeno, del suo vero significato e delle sue possibilit terapeutiche. La persuasione ad interagire con il paziente s econdo dettami medici, quindi non improvvisabili n casuali, lo sforzo che continu amente si ripresenta a chi nel farsi carico dei pazienti si confronta con i loro interlocutori diretti, ed il maggior ostacolo proprio la resistenza - in termin i di cultura generale - a catalogare manifestazioni comportamentali bizzarre, ma consapevoli, nei termini di malattia. Tanto pi larga diventer la conoscenza di queste problematiche tanto pi produttivo s ar l'intervento ambientale del clinico e la sua possibilit di contenere l'impreved ibilit delle interazioni personali. Inoltre, questo tipo di patologia decisamente sottostimata per la tendenza dei p azienti a pensare le manifestazioni psicopatologiche come legate ad una ragione privata, che non ha molta importanza condividere con altri che ne risulterebbero estranei e giudici. Numerosi motivi si possono riconoscere a questa privatizzaz ione del problema, ma tra i pi importanti c' l'idea della unicit di questo disagio nella convinzione che solo a loro sia capitata questa ventura. Di qui la tendenz a a non sollecitare aiuto efficace (cio medico), ma ad adattarsi in qualche modo a questi strani, ma... pur tuttavia, doveri in un modo progressivamente meno luc ido e coerente, di sostanziale solitudine, senza complicit e tolleranza. Conoscer e la larga diffusione del fenomeno potr forse indurre qualcuno ad invertire quest a tendenza e a ricorrere a cure mediche prima che il processo, invadendo tutto l o spazio mentale, abbia maturato una dequalificazione della qualit di vita. Queste sono le motivazioni dei racconti, ma agli Autori va riconosciuto ben altr o: dall'esperienza clinica, vasta e molto acuta, all'amore per questi malati cos unici nella loro sofferenza, alla capacit di cogliere nel molteplice della vita l 'essenza qualificante della patologia ed, infine, alla dote di rendere questi co ntenuti una lettura che suscita interesse e partecipazione.

ROSA La conosco da tre anni ormai, eppure ogni volta che la vedo pr ovo la medesima f orte emozione di chi si trova al cospetto di una vita vissuta sempre in bilico t ra salvezza e rovina, tra disperazione e speranza. Con addosso un cappottino che denuncia in modo inequivocabile una condizione di

povert dignitosa, questa signora di sessant'anni consuma il rito che rappresenta il preambolo usuale ai nostri incontri: "Ma guardi un po' se tutte le volte che entro in questo studio mi tocca di controllare le pareti", dice sorridendo senza alcun pudore, abituata com' alle sue stranezze mentre procede nella stanza. In e ffetti, con gesto disinvolto ma attento, cerca con il dito le impurit delle paret i, le esamina, le tocca, le schiaccia sotto il mio sguardo di rassegnata attesa e solo dopo aver spolverato per benino la sedia con la mano finalmente si accomo da e mi concede un po' di attenzione. La storia di Rosa, quella clinica intendo, incomincia in un paesino della Sicili a post-bellica, in una famiglia travagliata dalle violenze di un padre etilista e immiserita da una prole troppo numerosa. Una famiglia segnata dal destino drammatico di una tara psichica, una malasorte che ha condotto in manicomio prima la nonna e poi la mamma; una malasorte subita prima che accettata secondo quella rassegnazione che si tramanda di generazione in generazione e che caratterizza chi si confronta con ci che non si conosce e c he non si pu modificare. Entrambe le donne erano state colpite da 'una sorta di maledizione', per dirla c on le parole di Rosa, che le costringeva a ripetere gli stessi poveri gesti quot idiani un numero estenuante di volte alla ricerca di una perfezione insensata ed incomprensibile che non si realizzava mai. Lasciate a loro stesse, avvilite ed osteggiate, queste donne avevano con il temp o ceduto totalmente alla oscura logica della follia condannando se stesse all'es ilio manicomiale. Il paese additava come pericolosi quelli della famiglia, relegandoli nel ruolo d i posseduti dalla pazzia. Da questo trattamento Rosa non era stata affatto esentata. Avvertiva su di s la d iffidenza dei 'normali', attenti a cogliere in lei i primi segni di uno squilibr io che puntualmente si present, nella sua clamorosa evidenza, all'et di quattordic i anni. Il 16 luglio 1947, nel tardo pomeriggio di una tranquilla e soleggiata d omenica, la vita di Rosa sub una svolta drammatica. Non ricorda pi per quale motiv o si trovasse nella piazza principale del paese, ma lucida nella sua mente l'imm agine di quell'uomo che, come un sacco vuoto, cade fulminato a colpi di lupara a pochi passi da lei. Il ricordo di quel rivolo di sangue che scorre vicino ai piedi di una ragazzina terrorizzata da oltre quarant'anni un compagno scomodo ed angosciante. nella rie vocazione di questo ricordo e nella sua ripercussione emotiva che il percorso me ntale di Rosa segue una via alternativa a quella di tutti noi; non la violenza d ell'episodio che la turba e che l'ha sconvolta, n la logica di morte di un codice d'onore, ma un dettaglio per noi quasi insignificante. S, perch di tutto questo l'unico particolare in grado di suscitarle un brivido rac chiuso nel significato della parola 'vicino'. Quanto vicino? Il sangue le ha toc cato i piedi nudi? Ma come esserne sicuri, come riuscire a rammentare cos fedelme nte, cos lucidamente da non aver pi dubbi? L per l Rosa venne accompagnata a casa da alcune donne del paese, e al di l del pri mo comprensibile shock sembrava che l'episodio non l'avesse turbata pi di tanto. Questa apparente tranquillit dur tre giorni; poi, improvvisa e clamorosa, comparve la malattia. Il bisogno di ricordare, di rievocare, di rivivere quella scena si impossess di R osa, la costrinse a chiudere con il mondo e a dedicarsi totalmente e disperatame nte alla ricerca di un ricordo cos vivo, cos perfetto, cos rassicurante da fornirle in modo certo ed inequivocabile la risposta all'unico dubbio che la assillava e che si era impadronito della sua mente: il sangue le aveva toccato il piede o l e era solo passato vicino? All'angoscioso interrogativo seguiva l'imperativa esigenza di lavarsi i piedi, d i togliere l'immonda lordura che malgrado le continue abluzioni avrebbe potuto p ersistere indelebilmente sui suoi piedi. E a nulla erano servite le rassicurazio ni delle sorelle che assistevano impotenti ai rituali reiterati che, nel giro di qualche settimana, a furia di trattamenti con spazzole da bucato, soda e sapone , ridussero le sue estremit martoriate in modo insano in condizioni pietose. Terr orizzata, avvertiva la presenza di qualcosa che non sapeva spiegarsi e che non d

esiderava e che tuttavia era padrone incontrastato della sua mente. Si sentiva r idotta ad un ossequioso burattino che continuava ad obbedire e a rifotografare s enza posa lo scorrere del rivolo di sangue e la presenza di quel suo piede cos te rribilmente vicino. Allora l'assaliva impetuosa l'esigenza di smacchiare, mondare fino a strappare d alla pelle ogni pi impercettibile traccia di sporco. La 'carriera' clinica di Rosa era cos cominciata, e i fratelli maggiori non tarda rono a riconoscere in lei le stimmate di quella maledizione che gi cos duramente a veva colpito la famiglia. La vita per Rosa divent rapidamente impossibile. Nel giro di breve tempo la malat tia aveva fatto - per cos dire - un balzo qualitativo imponente: le mani che avev ano toccato e lavato i piedi nella sciagurata frenesia dei primi giorni potevano aver disseminato il sangue per tutta la casa; gli oggetti, gli indumenti, tutto doveva essere lavato e rilavato fino all'esaurimento delle forze. Forse solo il totale sfinimento, lo svuotamento di ogni energia consentiva a Rosa un po' di r equie. La giovanissima et della ragazzina le evit l'immediato internamento in manicomio, ma dopo il tentativo di imporre ai fratelli quello stile di vita asettico il pri mo traumatico ricovero divenne obbligatorio. Paradossalmente i primissimi giorni di degenza in una struttura fatiscente pi con cepita con la logica di custodire i malati, che non con l'ambizione di curarli, furono contrassegnati da una attenuazione dei sintomi della malattia. Si tratt di una breve pausa, sufficiente a strutturare altre ossessioni da contam inazione legate al nuovo ambiente, e le esigenze da soddisfare tornarono pi compl esse e diffuse di prima. A Rosa furono riservati i trattamenti terapeutici class ici dell'epoca, dal coma insulinico all'elettroshock terapia, senza che si otten essero peraltro significativi miglioramenti. superfluo sottolineare che quando usc - circa otto anni dopo - dal manicomio, le tracce di quell'esperienza l'accompagnarono oltre la soglia. Ci che determin questa ulteriore svolta nella sua vita furono sostanzialmente due elementi: da un lato l'introduzione dei nuovi farmaci che per la prima volta in quegli anni si imponevano come nuova frontiera della terapia; dall'altro l'inter essamento di un fratello che, essendo stato adottato da una famiglia benestante, aveva avuto la possibilit di studiare e ora si era ricordato di lei. L'evoluzione clinica aveva comportato alcune significative variazioni rispetto a ll'esordio della malattia. Scomparsa la paura della contaminazione (o perlomeno cos visibilmente attenuata da diventare marginale) e la conseguente necessit dei l avaggi, erano insorte - secondo le regole classiche di questo disturbo -nuove os sessioni, questa volta caratterizzate non pi dalla necessit di attuare complesse a bluzioni ma dalla obbligatoriet a compiere pi volte gli stessi gesti. Al fratello sembr che Rosa avesse assunto quei caratteristici comportamenti che e rano stati della madre e prima ancora della nonna. C'era per una differenza sosta nziale: i farmaci che Rosa assumeva la rendevano pi spenta, pi docile; e questo, p ur non modificando le esigenze ossessive, le consentiva di adattarsi maggiorment e al mondo dei 'vivi'. Seguirono alcuni anni sereni in cui Rosa, conducendo una vita ritirata e priva d i stimoli, era riuscita a raggiungere un discreto equilibrio grazie soprattutto al fratello con il quale viveva, che la proteggeva e la rassicurava. Con il temp o era riuscita anche a svolgere le piccole attivit di routine che la vita domesti ca comportava. La cosa stupefacente che, malgrado le esperienze destruenti fin l vissute, Rosa c onservava (e peraltro conserva tuttora) una lucidit e acutezza di pensiero che re ndono - se possibile - ancor pi drammatica e sconcertante la sua storia clinica. "'Rosa, adesso che ti sei rimessa dobbiamo pensare a qualcosa per il tuo futuro' ". "Questo mi disse mio fratello, ma non lo biasimo, aveva fatto tanto per me e adesso voleva vivere la sua vita; aveva la ragazza, si doveva sposare". S, vero, Rosa ha mantenuto con questo fratello recentemente scomparso un buon rap porto. perfettamente consapevole che sia stato l'unico membro della sua famiglia a fare qualcosa per lei e gli - direi - quasi devota, malgrado sia stato propri o lui a causarle un altro capitolo buio della sua tormentata esistenza. Infatti

il periodo di discreto compenso e le potenzialit intellettive di Rosa indussero l entamente nel fratello l'erronea convinzione che potesse affrontare un livello d i vita pi emancipato e organizz un disgraziato matrimonio dall'esito scontato: non solo il soggetto si rivel dedito all'alcool, ma anche afflitto da una patologia venerea. Il prevedibile fallimento di questa esperienza matur dopo un terribile periodo ch e Rosa liquida crudamente cos: "Mio marito in cinque anni mi ha fatto un unico regalo: la sifilide". Questa affermazione carica di odio rivela una serie infinita di incomprensioni t ra due persone che abbisognavano reciprocamente di partners comprensivi e dispon ibili, e che invece si ritrovavano a doversi confrontare l'una con un uomo viole nto, dalla completa incapacit a cogliere le conflittualit che la torturavano nel m omento delle compulsioni, l'altro una donna totalmente priva della possibilit di adattarsi a situazioni nuove che richiedevano di doversi confrontare con imprevi sti di ogni genere. La prevedibile ripresa della sintomatologia ossessiva raggiunse ben presto livel li drammatici, anche - e forse soprattutto - per l'assenza del ruolo di garante che il fratello aveva in modo funzionale rivestito e che il marito non era assol utamente in grado di sostituire. Le ossessioni riguardavano qualsiasi piccola at tivit. Rosa arrivava a leccare il liquido nel quale aveva lavato i piatti per ess ere sicura di 'averci messo il detersivo' piuttosto che spolverare per decine e decine di volte lo stesso mobile sul quale ostinatamente continuava a supporre l a presenza di polvere; o ancora sollevava ed abbassava tutte le tapparelle di ca sa pi volte alla ricerca del gesto perfetto e rassicurante che disperatamente cer cava di attuare, ma che - da sola - non era in grado di ottenere. Facile prevedere la reazione del marito quando Rosa, improvvisamente ma obbligat oriamente, buttava nella pattumiera il cibo appena cotto e pronto per essere ser vito in tavola perch contaminato secondo quei canoni cos particolari e assurdi. Er ano momenti di reazioni violente, verbali e fisiche, ben lontane da ci che avrebb e lenito l'angoscia della donna che, pi intelligente ed acuta del marito, si vede va nel ruolo dell'instabile ammalata psichica. Inevitabilmente, allo sfascio familiare segu l'esperienza di un nuovo ricovero su bito da Rosa come una ineluttabile fatalit. In realt questa esperienza non fu cara tterizzata da quel deprimente internamento che Rosa aveva sperimentato nel passa to. L'introduzione di una terapia farmacologica a base di clomipramina e clopent ixolo, infatti, apport una novit sostanziale nel quadro clinico. Per la prima volta nella sua vita riusciva anche a vivere con maggiore distacco quei contenuti ossessivi di dubbio e quelle compulsioni di controllo che quasi m iracolosamente Rosa aveva continuato a giudicare come alieni e indesiderati. Pro vava finalmente la capacit di sentirsi in sintonia con se stessa, e non era pi un burattino nelle mani di un padrone ammalato. La testa ragionava in accordo con q uel buon senso che non aveva mai potuto utilizzare. Non che fosse guarita, ma sicuramente era una donna diversa, pi libera. Da allora, in questi ultimi vent'anni, la vita di Rosa stata una continua altale na tra alti e bassi, tra ricoveri e periodi di buon compenso, sempre per supporta ta da terapie farmacologiche in grado di contenere tali oscillazioni in un ambit o ristretto. Gli stessi ricoveri, non molti per la verit, sono stati motivati dal la necessit di consentire a Rosa recuperi comportamentali che le permettessero di mantenere, cos com' tuttora, una condizione abitativa autonoma in un appartamento del Comune, con l'ausilio di una pensione di invalidit che rappresenta la sua pr incipale fonte di sostentamento. Il periodo di crisi pi violento Rosa l'ha vissuto circa tre anni fa, alla morte d i quel fratello che fu arbitro nel bene e nel male di un lungo periodo della sua vita. Nel tempo il loro rapporto si era molto modificato, non vi era pi quell'equilibri o artificiale di dipendenza totale sviluppatosi con la malattia; infatti la magg iore conquista di Rosa - grazie anche alla attuazione di un programma comportame ntale - stata il rendersi autonoma nell'esecuzione di quelle compulsioni che, se ppur ridotte, non sono mai scomparse. Questa, in breve, la storia di Rosa. Tranquillamente seduta nello studio, raccon

ta di s, di quelle ossessioni e di quei riti che l'accompagnano nella vita di tut ti i giorni, e lo fa con il distacco di chi tratta cose usuali dalle quali, fors e, pi di tanto, non vuole separarsi. Commento La vita di Rosa, la sua sofferenza, che abbracciano quasi mezzo secolo, ci conse ntono primariamente di apprezzare la drammatica svolta della psichiatria dal per iodo 'pre' a quello 'post' introduzione della farmacoterapia. C' il salto radicale dal baratro dell'inguaribilit al recupero e alla rinascita de lla dignit dell'essere 'uomo'. Rosa vive in una famiglia dove la componente di ereditariet particolarmente pesan te. Dalle informazioni anamnestiche ottenute dalla paziente si riusciti con buon a attendibilit a considerare la mamma e la nonna come afflitte anch'esse da distu rbo ossessivo. Tuttora non sappiamo se queste due sfortunate donne avessero anch e sviluppato episodi depressivi ascrivibili ad una codiagnosi con i Disturbi del l'Umore che avrebbero contribuito a farci comprendere quel sentimento di impoten za e rassegnazione che emerge dal racconto di Rosa. Questa lunga storia di malattia ci consente di apprezzare appieno un altro aspet to: la variabilit, nel tempo, del contenuto delle ossessioni e delle compulsioni. Nei prossimi racconti capiter spesso di imbattersi in ossessioni che spaziano tr a la contaminazione e il dubbio. Tuttavia, nel caso di Rosa, questa variabilit pi lenta e pi radicale, e arriva a caratterizzare decenni fenomenologicamente molto diversi tra loro: dalla primitiva esigenza di ricordare, ricostruire, all'ultimo periodo dei controlli ripetitivi, passando attraverso una fase di contaminazion e e lavaggio. In realt, come gi specificato nella nota introduttiva, la differenza tra queste fasi solo apparente e non sostanziale; ci troviamo sempre di fronte ad un'unica malattia dalle multiformi manifestazioni. Peraltro probabile che Ros a ci racconti solo i contenuti 'leader', tralasciando quelle ossessioni di conto rno che contribuirebbero a far cogliere una sorta di continuum fenomenologico . La storia di Rosa ci consente ancora un'ultima riflessione riguardante l'importa nza del ruolo di chi vive con il paziente ossessivo. Il contrasto tra la figura positiva e rassicurante del fratello e il ruolo negativo svolto dal marito evide nte, cos come sono evidenti le drammatiche ripercussioni sulla malattia della paz iente. Il fratello di Rosa, pi o meno consapevolmente, era riuscito a creare il g iusto amalgama tra la figura del 'garante', di chi cio rassicura e protegge, e il ruolo di chi fornisce continuamente una spinta propulsiva ad una autonomizzazio ne progressiva, perlomeno fino a che il consistente miglioramento della sorella non lo indusse a maturare quella decisione che, come sappiamo, Rosa pag a caro pr ezzo.

IN TRENO Lo sto osservando da quando entrato nello scompartimento del pendolino in parten za da Milano per Roma, ore 6 e 50 di questa grigia mattina festiva primaverile. un uomo di circa 45 anni. Indossa un completo blu scuro che sembra essergli stat o cucito addosso tanto il taglio perfetto; nonostante sia seduto, la camicia mor bida e perfettamente bianca non fa una piega. La cravatta disegnata a piccoli ro mbi rossi su un fondo verde e il nodo sembra scolpito nella pietra per quanto co mpatto e simmetrico. Prima di sedersi si tolto l'impermeabile. Anzi, per essere precisi, cercher di ri ferire esattamente i fatti cos come si sono svolti, quasi al rallentatore. Appena entrato ha girato intorno, molto lentamente, lo sguardo all'interno dello scomp artimento e mi ha salutato con un piccolo cenno molto controllato del capo; ha a ppoggiato la borsa ventiquattr'ore sulla reticella posta sopra il sedile accanto all'ingresso, vi ha appoggiato sopra i quotidiani piegati con cura, quindi ha a perto il portello dello schienale. Si lentamente tolto l'impermeabile, sempre mo

lto lentamente ha estratto la gruccia dalla nicchia, vi ha infilato sopra l'indu mento e con cura meticolosa ha riappeso il tutto, lisciando delicatamente con la mano la stoffa che scompariva nella cavit dell'angusto spazio, richiudendola poi con gesto misurato. A questo punto ha spostato i giornali sul sedile accanto al suo, e dopo essersi sbottonato la giacca si finalmente seduto accavallando la g amba destra sulla sinistra, facendo bene attenzione, pur senza darlo troppo a ve dere, alla piega del pantalone. Il treno ormai partito e io mi domando quale possa essere il motivo di quello st rano atteggiamento che assomiglia alla caricatura del modo di essere di un Lord inglese per il quale tutti i superlativi di aggettivi come compassato, ordinato, flemmatico, pensoso, assorto, sembrano non essere sufficienti e adeguati. Ogni gesto che gli ho visto eseguire, di per s, sarebbe del tutto normale, non fosse c he per la mancanza di quelle caratteristiche dei gesti quotidiani che sono la sp editezza e la disinvoltura. Gesti come il sedersi, il togliersi un capo d'abbigl iamento sono diventati per chiunque automatici e non richiedono alcuna particola re concentrazione nell'esecuzione dell'atto. Il mio compagno di viaggio, al cont rario, ha fatto queste azioni con la stessa circospetta cautela con la quale un artificiere potrebbe maneggiare un ordigno innescato, impiegando un buon quarto d'ora per qualcosa che di solito richiede una manciata di secondi. Potrebbe trat tarsi di un uomo stanco, oppure debole o malato... eppure il colorito apparentem ente sano, non ha quell'aspetto flaccido, privo di tono muscolare, di chi debili tato dalle conseguenze di una lunga malattia che l'ha magari inchiodato in un le tto per parecchi mesi... astenico... psicastenico... Gli osservo le mani cercand o di non dare troppo nell'occhio, certa della improbabilit che possa accorgersi d elle mie occhiatine indiscrete nascosto com' dietro il giornale che ha appena ape rto: belle mani robuste e ben proporzionate, le unghie quadrate tagliate corte e anch'esse perfettamente curate. Non c' assolutamente nulla che tradisca in quell 'uomo tensione o nervosismo. Trasmette invece, nell'ambiente, un senso di distan za quasi siderale, proprio come se fosse realmente di un'altra galassia... Eppur e, da l a pochi minuti, interrompe la sua occupazione e, riposto con grande accur atezza il giornale, si alza, apre lo schienale della poltrona chinandosi al suo interno e senza fretta alcuna vi rovista dentro. Bench dal mio posto accanto al f inestrino, sul lato opposto al suo, io non veda i gesti precisi, ho l'impression e che frughi ripetutamente nelle tasche, prima da una parte e poi dall'altra. Po i, mentre si rimette diritto dopo aver finito, sembra che ci ripensi e, nuovamen te chino, lo osservo compiere la stessa sequenza di movimenti, di qua e di l. Si raddrizza, sta per chiudere, ma quando gi ha la mano sullo schienale per accostar lo, ecco che di nuovo... Esita un attimo, come se stesse riflettendo sul da fars i; poi riapre, e nuovamente piegato verso l'angusto spazio in cui contenuto il s uo impermeabile ci maneggia intorno. Bene, ne ho contati sette di questi maneggi i espletati con una lentezza esasperante, tanto pi irritante quanto silenziosa e appartata. Sto mentalmente lanciando improperi contro la sorte che mi ha messo sulla rotta di questo signor Tartaruga, come mi subito venuto in mente di soprannominarlo. Q uale che sia lo scopo di questo bizzarro comportamento o l'oggetto che sta cerca ndo nelle tasche dell'impermeabile, la compagnia non sar certo delle pi allegre. C i fosse almeno qualcun altro nello scompartimento con il quale scambiare quattro parole, anzich questa specie di misantropo silenzioso, rallentato e forse anche smemorato! In realt il poveretto sembra aver altro da pensare che a far conversaz ione con chiunque, uomo o donna che sia. Appena si seduto, questa volta definiti vamente, almeno in apparenza, preso in mano il quotidiano, ha cominciato ad usar e l'oggetto in questione, il quotidiano appunto, in ben altra maniera rispetto a quello che banalmente ci si immagina esserne lo scopo, ovvero la lettura. Di fa tto ha nuovamente aperto davanti a s questo benedetto giornale, ma anzich concentr arsi sulla lettura oppure sfogliarne rapidamente le pagine per scorrere i titoli dei vari articoli, si ingaggiato in un lavoro assurdo! veramente difficile desc rivere le sequenze di movimenti alle quali il signor Tartaruga sottopone il malc apitato foglio stampato. Dapprima ripiega la prima pagina sull'ultima, controlla ndo che i margini superiore e inferiore corrispondano perfettamente; indi, facen do scorrere tra l'indice e il pollice la linea di piegatura centrale che a quest

o punto risulta rovesciata rispetto a quella iniziale, ripete il gesto dall'alto in basso pi e pi volte, stirando perfettamente la pagina che adesso sembra uscita proprio in quel modo dalla tipografia. Ora la prima pagina scomparsa e l'amico potrebbe dedicarsi alla lettura o della seconda o della terza: troppo semplice! Lo vedo con crescente meraviglia attaccare anche la terza pagina che va a fare l a stessa fine della prima: ripiegata accuratissimamente e in modo inaspettatamen te silenzioso, non fosse per un leggerissimo fruscio quando viene ripassata al c ontrario la linea di piegatura la prima volta e quelle seguenti. chiaro a questo punto che il mio compagno di viaggio non sembra avere alcun inte resse alla lettura, essendo invece maggiormente preso da questo lavoro manuale. A questo punto sottoporr allo stesso trattamento tutte le altre pagine del giorna le, la quarta, la quinta e cos via: potrei mettermi ad osservarlo sfacciatamente, magari per provocare un qualsiasi commento da parte sua, ma non mi sembra il ca so e quindi decido di volgere la mia attenzione altrove. Forse il momento giusto per cominciare a leggere anch'io qualcuna delle cose che ho portato per il viaggio. Ho con me il bestseller del momento, proprio un libr o di argomento psichiatrico che sta avendo grandissimo successo presso il grande pubblico. Del tutto inaspettatamente il mio compagno di viaggio fa sentire la s ua voce, bella voce devo dire, profonda ma chiara, senza inflessioni dialettali nette: "Mi perdoni, signora, se la disturbo. Posso rivolgerle qualche domanda a proposito di quel libro? Mi sembra di aver intuito che anche lei psichiatra come l'autore"dice accennando con un piccolo movimento del capo alla mia ventiquattr 'ore aperta sul sedile e dalla quale straripano alla rinfusa le bozze dell'ultim o articolo da correggere, insieme a fotocopie di lavori da leggere e a contenito ri di plastica di diapositive. "E se non la disturba troppo essere interrotta le vorrei chiedere qualche chiarimento". Il sorriso che gli dedico qualcosa di pi d i quello che avrei riservato ad un estraneo che mi avesse rivolto la parola; che ho anch'io le mie piccole curiosit riguardo al suo strano comportamento di prima , curiosit che ovviamente intendo soddisfare grazie alla sua stessa iniziativa. I l sorriso dunque di incoraggiamento oltre che di sincero interessamento per i qu esiti che il signor Tartaruga ha in mente di pormi con il suo tono ben educato: "S, vero, insegno a Milano" gli dico "e riguardo al libro dica pure, un argomento cos intricato... e fa piacere parlarne con qualcuno che non sia un paziente". Non posso far a meno di notare, intanto, che il famoso quotidiano giace 'stirato alla sua maniera' sul sedile di fianco a lui: finalmente mi si offre la possibi lit di osservarlo per bene senza apparire troppo indiscreta. "Vede"comincia un po' imbarazzato "la verit che anch'io sono un paziente, bench ad esso il peggio sia passato. Ho avuto la fortuna di trovare, a distanza di tanti anni dal primo episodio di depressione, e nella impossibilit di ricorrere allo st esso specialista che mi aveva curato a vent'anni, un ottimo professore, non quel lo del libro, uno che sta a Roma dove attualmente risiedo io per motivi di lavor o, che mi ha curato con questi nuovi farmaci antidepressivi, gli SSRI. Il primo episodio di depressione io l'ho avuto mentre stavo cominciando il secondo anno d el Politecnico. Fino a quel momento i sacri furori del sessantotto non mi avevan o incendiato alla stessa stregua di tanti miei compagni di corso. Studiavo, stud iavo duro, ma mi rendeva bene, cominciavo l'anno in pari con gli esami. Mi accor si lentamente, quasi inavvertitamente, che c'era qualcosa che non andava in me, che stavo scivolando in una condizione che mi faceva sentire estraneo a me stess o, per come mi pareva di conoscermi fino a quel momento, almeno". Si interrompe per chiedermi se mi sta annoiando, non vuole essere frainteso, non sta cercando di avere gratuitamente una consultazione medica. Lo tranquillizzo. Non proprio il caso di farsi degli scrupoli, glielo direi subito se stesse scon finando oltre i limiti della conversazione pura e semplice. Prosegue descrivendomi le vicende di allora: l'emotivit eccessiva di quel periodo , quel sobbalzare ad ogni minimo rumore con i nervi a fior di pelle, le lacrime a stento trattenute di fronte ai notiziari del TG nei quali si commentavano scon tri tra la Polizia e i manifestanti, la svogliatezza nell'applicarsi allo studio , la sensazione di completa e totale inutilit di qualsiasi cosa, il risveglio al mattino sempre pi presto dopo notti sempre pi insonni con un inspiegabile senso di inanit, il rifiuto di assistere alle lezioni che sembravano di giorno in giorno

sempre pi astruse e incomprensibili, la fatica di stare con gli amici sentendosi sempre da un'altra parte, lo sforzo per seguire i loro discorsi diventati improv visamente difficili, la difficolt di trovare le parole anche nelle quattro chiacc here scambiate in casa la sera dopo cena. E la voglia di isolarsi, e il sentirsi scivolare in un gorgo di pensieri uno pi cupo dell'altro che investivano non sol tanto lui e la sua storia personale, ma la storia del mondo, i cambiamenti che g li si stavano parando dinanzi e nei quali si sentiva risucchiato suo malgrado. C he la rivoluzione si stesse impadronendo della sua coscienza a sua insaputa, o p eggio contro la sua volont? Che questo malessere fosse esclusivamente il prodotto del vivere in quel periodo di violenza e ribellione? A lui aveva dunque fatto q uesto strano effetto, di rendergli ogni nuovo giorno sempre pi odioso, di annebbi argli la mente e i sentimenti dato che non sembrava interessargli nulla e nessun o, i genitori, il fratello, la ragazza? E il pensiero della morte, la propria, q uella degli altri sbattuta in prima pagina quasi quotidianamente. Le prime setti mane cercava di combattere questi pensieri che gli si insinuavano subdolamente n ella testa, tra una formula e un teorema, tentando comunque di resistere all'inc alzare degli stati d'animo attraverso l'applicazione allo studio. Purtroppo, per, anche la capacit di concentrazione e di apprendimento sembrava aver raggiunto de i minimi storici. Aveva fatto anche qualche prudente accenno a un paio di amici fidati, chiedendo se per caso non provassero anche loro qualcosa del genere, nel la remota speranza che si trattasse di una specie di virus, di un'epidemia di un nuovo tipo. Poi venne il momento della resa, e davvero non si sentiva pi se stes so ma un essere incapace di fare qualsiasi cosa che avesse sbocchi positivi; al contrario, gli venivano continuamente in mente tutti gli errori veri o presunti commessi fin dalla pi tenera et. Se ne stava in camera sua tutto il giorno facendo sempre pi fatica anche a buttarsi sotto la doccia al mattino, la barba ogni gior no pi lunga. La stranezza del suo comportamento non poteva sfuggire a lungo in ca sa: dapprima sua madre ne parl con il padre e questi ebbe poi l'incarico di sonda re la situazione con molto tatto e con quel rispetto della privacy che caratteri zzavano lo stile della famiglia. Formalismi a parte, non c'era voluto molto perc h venisse a galla anche la storia del nonno morto suicida dopo un periodo di isol amento attribuito allora ad una sbandata sentimentale, e si prendesse la decisio ne di consultare con sollecitudine uno specialista per una terapia adeguata. A distanza di vent'anni, l'autunno precedente, le stesse avvisaglie, subdole per chi non sa di cosa si tratti e vive questa esperienza di per s gi angosciante com e un cambiamento autenticamente genuino del proprio modo di vedere se stessi e l a realt intorno. Certo i contenuti erano cambiati, ad assillarlo non erano pi il s enso della rivoluzione e della dittatura del proletariato, bens la fine del suo m atrimonio, l'assenza dei figli, il senso di colpa per un tradimento pure lungame nte meditato e giustificato. Quell'amore strappato ai doveri della vita quotidia na gli aveva restituito una gioia di vivere e un sentimento di vitalit che sembra vano rivoltarglisi contro, e nello stato d'animo del momento gli sembravano tant o pi grotteschi quanto se ne sentiva ormai estraneo. E nuovamente la perdita di a ppetito con i pantaloni ormai larghi in cinta, le notti insonni, le gambe pesant i come il piombo quando la mattina, faticosamente, si metteva seduto sul letto f acendo ricorso a tutto il proprio senso del dovere per l'azienda che anche quel giorno lo aspettava puntuale con il suo carico di impegni, di problemi e diffico lt alle quali pareva sempre pi oneroso far fronte. Il campanello d'allarme che gli imped di pensare pi oltre che si trattasse di un periodo passeggero di malumore e che gli fece riconoscere lo stesso male oscuro di allora furono quei pensieri o bliqui e taglienti che parevano fargli sanguinare l'anima (coscienza) che fluttu ava in uno stagnante senso di perdita di fiducia nei propri mezzi, nelle proprie capacit. Sembrava che ogni circostanza della vita professionale gli si rivoltass e contro e al posto dell'immagine nota a tutti di abile imprenditore, l'ingegner e che aveva sempre l'idea giusta al momento giusto, la sua coscienza - come uno specchio deformante da circo - gli rimandasse soltanto le sembianze di un ometto insicuro, indeciso, spaventato. Una mattina all'alba, poco prima di Natale, si trov a pensare che probabilmente l'anno nuovo non sarebbe trascorso senza che anc he lui, come tanti altri imprenditori, facesse un'esperienza delle patrie galere , e che questo era giusto, che non sarebbero mai stati puniti abbastanza tutti q

uanti per le loro infinite nefandezze. Fu allora che riconobbe quel sentirsi sch iacciato di allora, con l'angoscia panica di chi si sente privato di ogni via di scampo, in bilico tra la voglia di scappare che l'istinto di conservazione recl ama e lo sfinimento abbandonico della disperazione pi nera. Questa volta la terap ia farmacologica scelta dallo specialista che aveva consultato non gli aveva cre ato gli stessi effetti collaterali della volta precedente, quella sensazione di bocca secca e amara e quelle sudorazioni profuse e continue, anche se non si era rivelata del tutto esente da fastidi, soprattutto quei bruciori di stomaco che avevano riattivato la sua vecchia gastrite. Nel giro di un mese aveva ricomincia to a sentirsi tornare se stesso. A questo punto il signor Tartaruga, o meglio l'ingegner R., come si molto discre tamente presentato, si interrompe, evidentemente per darmi il tempo di fare even tuali domande o commenti su quanto mi ha fin qui narrato. "Mi sembra un caso piuttosto tipico di Depressione Maggiore Ricorrente"gli dico. "Quali sono le delucidazioni di cui mi parlava all'inizio?" "Vede" risponde lui "quel che le ho raccontato, e mi perdoni se mi sono dilungat o, il disturbo mentale che gli psichiatri che mi hanno visitato nel tempo mi han no riconosciuto uno dopo l'altro. Ma c' qualcosa che mi sta assillando ancor pi de lla depressione e che forse fa parte dello stesso problema, almeno da quel che h o capito io dalla lettura del libro di cui stiamo parlando". "Fa riferimento a qualcosa in particolare?"chiedo io. "S. Se io ho compreso corre ttamente le affermazioni del professore, esistono dei sintomi che si accompagnan o alla depressione e che sono di natura differente - anche se per alcuni aspetti simili - ad un certo modo caratteristico del pensiero depressivo. Io credo di a ver avuto quel tipo di modi e contenuti di pensiero ben prima della depressione. Sto parlando di quelle che il professore descrive come ossessioni. Per quanto i o possa andare indietro con la memoria, fin dalle elementari dovevo fare le cose in un certo modo, e se non ne ho mai fatto parola con nessuno era perch credevo che fosse una cosa assolutamente comune a chiunque, o per lo meno a tutti quelli che volevano fare le cose per bene. Io dovevo per esempio rifare la mia cartell a almeno tre volte, assillato dal pensiero di non aver messo ogni cosa al suo po sto, e che tutti i quaderni e le matite non fossero esattamente in ordine, cos co me la sera avevo la necessit di rifare mentalmente, prima di addormentarmi, un ri epilogo della giornata, compresi i colloqui avuti con le persone che avevo incon trato. Potrei farle una nota dettagliata di pensieri assillanti che mi occupavan o la mente mio malgrado: c' stato anche il periodo delle parole o delle immagini blasfeme, e si figuri con quale animo andai a fare la confessione per la prima c omunione. Alla fine dei conti, dato che sono consapevole che per il mio lavoro, oltre che nella vita quotidiana, questo modo di fare rappresenta un handicap, mo desto ma presente, mi ci sono rassegnato come ci si rassegna all'incipiente calv izie. Negli anni ci sono stati periodi migliori e periodi peggiori. Nell'anno de lla laurea, per esempio, ero quasi arrivato al punto di chiedere l'intervento di qualcuno perch mi rendevo conto che nella preparazione della tesi stavo usando i l tempo in modo del tutto disfunzionale e andavo per le lunghe per motivi che nu lla avevano a che fare con le difficolt intrinseche a quell'impegno intellettuale ; si figuri che ho dovuto controllare centinaia e centinaia di volte ogni voce b ibliografica... Comunque quel che mi incuriosisce da un lato il motivo per il qu ale se si tratta di sintomi della depressione io ce li ho avuti prima del primo episodio dei vent'anni, e secondariamente come mai nessuno degli specialisti ne ha fatto menzione ogniqualvolta sono stato visitato per la depressione. Oppure i l fatto che fin da piccolo io abbia avuto questi modi di pensare e di fare - che adesso dovrei chiamare sintomi di malattia - significa che fin da quando ho com inciato ad andare a scuola io ero depresso anche se non mi sentivo n triste n abba ttuto o disperato come durante i miei episodi di depressione?" Mi vien da sorridere mentre sto riflettendo su quale sia il modo migliore per es sere esauriente senza tuttavia dover passare il resto del tempo del viaggio in q uesta specie di lezione improvvisata. Come si fa a dire ad un personaggio che se mbra aver fatto della perfezione la condizione minima sufficiente per aver dirit to di esistere, che non ha capito? La mia espressione perplessa non deve averlo rassicurato, perch mi chiede contrit

o: "Ho detto delle cose completamente destituite di fondamento, cos sciocche che lei non pu far a meno di compatirmi?" Dovevo immaginarlo che in questo momento lui si sarebbe sentito come se gli aves si detto che aveva delle macchie di unto sulla camicia... risentito, umiliato, v ergognoso e... bisognoso di gratificazione. "Per carit, cosa dice!" esordisco con tono deciso. "Mi spiace che l'aver lasciato trasparire un moto intimo l'abbia f atta star male: non mi ha certo fatto una cattiva impressione. Al contrario, ved e, questa per me una splendida occasione. Ci troviamo al di fuori di una situazi one terapeutica dove io sono il medico e chi mi sta di fronte il paziente. La no stra una chiacchierata priva dei caratteri della consultazione specialistica, e noi siamo soltanto due persone con competenze diverse che scambiano impressioni su alcuni fatti della vita che hanno avuto la ventura di conoscere da punti di v ista ed ottiche differenti. Per noi sempre molto interessante poter discutere co n persone che, pur avendo altre competenze specifiche, abbiano pari cultura, in modo tale che, abolite le difficolt di linguaggio, possiamo avere un riscontro di retto di quanto i concetti che noi utilizziamo in senso clinico abbiano delle ri spondenze immediate di comprensione nelle realt che ci troviamo ad indagare. Ed i mportante che lo scambio dialettico non risenta dell'asimmetria del rapporto med ico-paziente, per la quale il presupposto che il medico sia l'esperto e il pazie nte un incompetente che non sa capire nulla!" "Per esempio?"chiede realmente incuriosito, anche se siamo gi fuori dal seminato delle sue domande di partenza. "Vede, provi a pensare"continuo io "al fatto della segretezza, dell'occultamento dei sintomi. una constatazione che noi medici abbiamo sempre fatto. Le persone con sintomi ossessivi tendono a non manifestarli all'esterno, e quando questi so no troppo dilaganti nel vivere quotidiano per poter essere negati, attribuiamo a d un senso di vergogna quell'atteggiamento di minimizzazione dell'entit del disag io che c' da parte dei pazienti. Eppure, a volte, ho avuto la netta sensazione ch e nel loro intimo la percezione dei limiti che impone un certo modo di essere ne lla realt non si accompagni immediatamente alla consapevolezza che si tratta di u na situazione patologica. Le faccio l'esempio di una casalinga trentenne che spi egava con assoluta ingenuit, sorpresa che questi comportamenti rientrassero nella sfera della nostra competenza, il proprio modo di stendere il bucato, che le ri chiedeva sicuramente un terzo di tempo in pi del necessario. Non soltanto tutti i capi di biancheria dello stesso tipo dovevano essere allineati sullo stesso fil o dello stenditoio, e disposti in modo perfettamente simmetrico (cos che se un ca lzino pendeva per un tot anche il suo doppio doveva pendere altrettanto e non un centimetro di pi), ma la cosa fondamentale, quella che se non era fatta in modo giusto le provocava un tal senso di disagio da dover provvedere immediatamente, era mettere mollette dello stesso colore per capi dello stesso tipo: mollette ro sse per le lenzuola, mollette verdi per gli asciugamani, mollette gialle per le camicie ecc. La signora ammetteva candidamente di non provare alcun gusto partic olare nello stendere il bucato in quella maniera e constatava che non c'era alcu n vantaggio nel fatto che le cose fossero disposte cos; eppure era tale il fastid io che provava se non si atteneva a quella regola scritta solo nella sua testa, che non poteva far altro che sottomettercisi! Non le passava per la mente l'idea che le sue amiche potessero stendere il bucato diversamente o che ad altri non capitasse di tornare a controllare le cose per placare un senso di disagio... " la questione di avere dei sintomi senza rendersi ben conto che si tratta appunt o di sintomi" mi interrompe lui, improvvisamente vivacizzato da quel discorso ch e evidentemente deve aver rappresentato un motivo di riflessione personale. "In fondo questo il problema che intendevo sottoporle anch'io. Di fatto io non parla vo agli psichiatri di certe mie angustie, 'insicurezze' o 'paure' come le pensav o per conto mio, e loro si accontentavano di curare ci che io mostravo loro come parte 'malata' da curare. Per quanto io - allora e successivamente - mi sentissi travolto dalla depressione che mi portava ad essere apatico, disperato, trasand ato e cos via, tuttavia queste convinzioni mi parevano 'meno mie' di quanto mi pa reva mia - dall'et di dodici anni - l'idea che se avessi ben controllato la posiz ione del lume sul comodino la sera prima di coricarmi, la giornata seguente mi s arebbe andato tutto bene! Eppure sapevo che non poteva essere vero!"

"O come quando adesso" azzardo io "pur essendo consapevole a livello razionale c he tutto in ordine nel suo impermeabile, ha dovuto controllare pi e pi volte?" "Dovevo immaginarmelo che a uno del mestiere la cosa non sarebbe sfuggita. Sono cattive abitudini, lo so, ma non ne posso fare a meno se voglio star tranquillo. ..". Decido di insistere: "Cattive abitudini che servono sempre meno a star tranquill o, no? Sono le famose compulsioni di cui si parlava prima a proposito delle osse ssioni: servono a neutralizzare il pensiero ossessivo, e sono i sintomi di una m alattia vera e propria che sarebbe molto opportuno curare". "Esiste una circostanza che mi ha fatto pensare parecchio in questi ultimi tempi . Anche dopo essere uscito dalla depressione, il medico mi ha consigliato di non interrompere l'assunzione dell'antidepressivo. Ebbene, capita che io mi senta a nche meno condizionato in quelle che ho sempre chiamato le mie 'manie', e mi ven uto naturale pensare che ci fosse tra i due fatti una connessione, che la cosa n on fosse casuale". "Per spiegare la questione, che realmente complessa anche per gli specialisti, b isogna chiarire un concetto, e cio quel che si intende per malattia. In psichiatr ia noi parliamo impropriamente di malattie: infatti, per dire che una determinat a condizione morbosa rappresenta un'entit di malattia, bisogna conoscerne la caus a, l'etiologia, e questo livello di conoscenza proprio ci che ci manca. Pu sembrar e paradossale essere in grado di curare in modo soddisfacente dei disturbi e non sapere in realt quale ne la causa, eppure il nostro caso! Stando cos le cose sempre pi frequente e determinante constatare che le persone ch e hanno un certo tipo di sintomi psichici, possono presentarne altri, completame nte diversi, che altri pazienti presenteranno come unici della loro storia. Ques to fenomeno, che noi denominiamo di 'comorbidit', intendendo dire che certi pazie nti sono affetti da pi di un disturbo nel corso della loro vita, in verit ancora t utto da capire: a sintomi di qualit diversa corrispondono veramente entit diverse di malattia? Oppure la diversit di natura dei sintomi, non rilevante nell'individ uare specifiche cause di malattia? Il problema che prima lei poneva va affrontat o all'interno di questo spazio concettuale di riferimento: i sintomi depressivi che si presentano periodicamente secondo un certa ciclicit in una persona che pre cedentemente presentava sintomi ossessivi esprimono una sorta di complicazione d el quadro preesistente? Esprimono l'evenienza che un'altra malattia possa manife starsi nella stessa persona in un modo del tutto indipendente? Possiamo, e di fa tto scuole differenti si fronteggiano in questa 'querelle', assumere gli element i pi svariati a suffragare una posizione piuttosto che l'altra, ma la verit chiara mente accertata ancora ci sfugge. A complicare la comprensione del fenomeno sta quell'osservazione che lei ha fatto su se stesso, e cio che, assunta una certa me dicina contro la depressione, questa ha avuto apparentemente effetti positivi an che sulle sue 'manie', come lei le chiama, arrivando quindi ad ipotizzare che de pressione e manie avessero a che fare con un'unica entit... ovvero fossero facce diverse della stessa cosa. Non cos semplice invece, perch ad esempio non tutti i f armaci dotati di effetto antidepressivo sono in grado di ridurre le ossessioni i n modo significativo...". "Quindi possibile che in realt io abbia due malattie, o meglio disturbi, come li chiamate voi: uno, il disturbo ossessivo che si manifestato fin dall'adolescenza e che ha avuto un decorso tutto sommato benigno, al punto tale che non ho mai a vvertito la necessit di ricorrere ad interventi di aiuto esterni. stato una speci e di corrente sotterranea nella quale, ad un certo livello, mi sono anche identi ficato come persona. L'altro, la depressione, ha avuto un andamento differente, con dei periodi di remissione fortunatamente molto lunghi tra una crisi e l'altr a. Mi sembra di capire a questo punto che se io insistessi per un tempo sufficie nte con quel farmaco antidepressivo, anche le mie manie, alle quali sono cos affe zionato, svanirebbero come neve al sole". Il tono interlocutorio, ma abbastanza evidente che una risposta gli interessereb be molto, nella misura in cui anche la cosiddetta affezione alle sue manie rappr esenta un eufemismo. "Questo il limite della nostra chiacchierata" gli rispondo cercando di sottolineare l'elemento di complicit e confidenza che si creato tra n oi "e credo che la cosa migliore sia che avendo noi qui messo a fuoco un problem

a, lei ne parli con il medico che l'ha curata per la depressione; forse sar sorpr eso di essere messo a parte di quanto emerso...". "Mi sembra giusto" conviene lui compito, "ma non si irriter con me perch gli ho na scoste queste cose, anche se, ripeto, l'ho fatto del tutto inconsapevolmente?" "Stia tranquillo, per definizione gli psichiatri non devono irritarsi neppure qu ando vengono aggrediti fisicamente, figuriamoci per quello che il suo caso! Piut tosto, posso farle io una domanda alla quale, sia ben chiaro, lei pu tranquillame nte rifiutarsi di rispondere se la reputa indiscreta?" " stata cos gentile che troverei molto difficile essere scortese con lei qualsiasi cosa mi chiedesse". "Dunque, non sono riuscita a farmi un'idea del pensiero ossessivo che sta dietro quel suo modo di piegare il giornale di prima secondo delle modalit chiaramente coattive. Le spiacerebbe dirmelo? un pensiero di simmetria? Un pensiero magico?" "Se ho compreso correttamente il senso della sua domanda, lei vuol sapere quali sono i pensieri che mi disturbano e per tacitare i quali io tratto il giornale in quel modo anzich leggerlo tranqu illamente?" -"S, proprio cos". "Nessun problema a risponderle, se lei non si meraviglia di quanto la cosa sia s ciocca e non pertinente nel suo scopo di neutralizzazione. Deve sapere che una d elle mie tante manie il bisogno di contare le lettere di cui sono composte le pa role che leggo. In questo modo a volte per leggere il giornale mi occorrono dell e ore perch perdo il conto, devo ripartire da capo eccetera. Allora ho scoperto c he se prima di accingermi alla lettura io 'sfoglio' tutto interamente il giornal e in modo tale che non risulti pi nuovo, quel bisogno di contare le lettere si ac quieta, ed tanto pi garantito che sar libero nella lettura quanto pi accuratamente avr ripiegato i bordi. Lo trova molto 'pazzesco'?" "Ovviamente non pi di tante alt re compulsioni che ho avuto la ventura di sentirmi raccontare a tutt'oggi". Viene annunciato il prossimo arrivo nella stazione di mia destinazione, ho appen a il tempo di raccogliere le mie scartoffie e di congedarmi dal mio compagno di viaggio chiedendogli prima: "Posso darle la mano?" Non posso certo dire che sia meno compassato nel modo con il quale si alza e mi porge la destra, di quanto avevo osservato all'inizio del nostro viaggio, ma il sorriso s, quello un poco pi mobile mentre mi dice: "Certamente. Non correr alla to ilette a lavarmi per liberarmi del pensiero assillante dello sporco. Quel period o, fortunatamente, passato da svariati anni...". Commento Che lo psichiatra che ha in terapia il nostro viaggiatore non sapesse nulla dell a storia di ossessivo a esordio precoce del suo paziente pu anche essere vero. Tu ttavia, nell'occasione dell'episodio depressivo, ha sicuramente colto la necessi t di intervenire anche sulla sintomatologia ossessiva concomitante, visto che ha consigliato il proseguimento della cura con SSRI, malgrado la normalizzazione de l tono dell'umore. Come stato pi volte sottolineato nel racconto, il motivo di maggiore interesse la comorbidit con la depressione, evento piuttosto frequente. Di questo, tuttavia, si gi parlato abbastanza e non ci soffermiamo oltre, se non per ricordare la fami liarit anche in questo caso positiva (nonno suicida). Il signore del treno ci dice per altre cose interessanti sulle quali vale la pena di spendere un commento. Non ha mai ritenuto degni di essere riportati al suo psichiatra quelli che sono importanti sintomi ossessivi che lo accompagnano sin dalla pi tenera infanzia, di co 'importanti' perch ,in conclusione di racconto, fa esplicito riferimento ad un periodo caratterizzato da ossessioni di contaminazione e compulsioni di lavaggi o che solo raramente non giungono a condizionare e penalizzare sensibilmente la qualit di vita di chi ne angustiato. Tuttora, malgrado il chiarimento del medico, le descrive come 'cattive abitudini ', e questo purtroppo la dice lunga sul rapporto che frequentemente intercorre t

ra il paziente e la patologia. Tra le varie motivazioni che giustificano questo atteggiamento un ruolo di primo piano legato al disagio - se non proprio vergogn a - nel raccontare quelle che sembrano essere debolezze da 'povero matto'; il ri sultato che lo specialista si trova di fronte a situazioni cronicizzate - ahim molto pi ostiche da trattare. Interessanti ci sembrano essere anche i contenuti d elle attuali ossessioni del nostro personaggio: la precisione, la lentezza ed il controllo. La lentezza, in particolare, si diversifica dalle altre espressioni sintomatolog iche, perch chi ne esclusivamente afflitto, e il nostro peraltro non lo , fatica a riconoscere l'anomalia della gestualit a volte esasperatamente lenta e non ne ri leva la componente aliena o patologica condannando se stesso a rimanerne irrimed iabilmente soggiogato.

DODO Studio, 1 febbraio 1993. La coppia distinta, entrambi sui quarant'anni circa. Al primo colpo d'occhio lei sembra essere la figura pi autorevole, quella 'sana', con il ruolo di accompagna trice, mentre lui (Alfio F.), per quanto cerchi di ostentare una certa sicurezza , appare visibilmente in ansia e forse, senza accorgersene, si siede un po' pi in disparte, con lo sguardo rivolto verso di lei, come a comunicare che sar la mogl ie il mio interlocutore principale. Di fatto la signora ad esordire: "Abbiamo maturato la decisione di rivolgerci al lo specialista solo ora perch, data la posizione di mio marito, finch stato possib ile abbiamo cercato di gestire la cosa autonomamente; ora per ci siamo resi conto che la situazione degenerata a tal punto da rendere improrogabile l'intervento medico qualificato". Prima di proseguire con una raccomandazione che evidentemente le sta molto a cuo re, la signora esita un attimo, forse rendendosi conto che ad un orecchio poco d isponibile a capire il loro stato d'animo potrebbe risultare piuttosto sgradevol e e superflua, se non offensiva: "Ci affidiamo alla sua professionalit per ottene re la massima discrezione". Fatta questa premessa, che evidentemente doveva sembrarle indispensabile, tace i n atteggiamento di ascolto. Pur essendo totalmente all'oscuro del problema specifico mi sento autorizzato ad esporre preliminarmente alcuni concetti che dovrebbero facilitare la raccolta d elle informazioni successive: "Posso capire le vostre preoccupazioni che immagin o anche lei condivida", dico guardando il mio silenzioso paziente. "Va chiarito per che l'esservi rivolti ad uno psichiatra non vuol dire aver dato corpo ad un f antasma o peggio aver aggravato un problema che prima non c'era: piuttosto, se n ecessario, questo pu rappresentare il primo passo che ci consente di curare un qu alcosa che col tempo sembra essere peggiorato. logico, quindi, che mi raccontiat e la storia senza alcuna omissione perch questo incontro non si riduca ad una per dita di tempo". "Lei ha ragione, ma ci sentiamo cos usurati da questa situazione e soprattutto co s preoccupati, lui per le ragioni che adesso le spiegher, io perch non lo reggo pi! Lasci che le racconti tutto dall'inizio". Con un attimo di silenzio sembra cercare il punto di partenza, o forse si aspett a che io solleciti il marito a far sentire la sua voce, perch con gentilezza si r ivolge a lui dicendogli: " Ma Alfio, perch non parli tu con il dottore, che forse ti spieghi meglio?" come se, all'improvviso, Alfio fosse percorso in tutto il c orpo da una scarica di corrente elettrica. Devono aver discusso quanto bastava t ra di loro perch fosse lei - e non lui - a introdurre un problema che sembra susc itargli una sorta di intollerabile imbarazzo: "Preferirei che parlasse mia mogli e che conosce tutta la mia storia, perch io ormai non sono pi nemmeno sicuro delle mie parole... e pensare che una volta non era certo cos". "S, vero, mio marito er a un uomo sicuro di s, fin troppo direi. Se ha avuto successo lo deve proprio al

suo carattere forte e deciso, preciso, puntuale. sempre stato un rigido programm atore: meticoloso all'eccesso, pretendeva dai suoi collaboratori prodotti che ri specchiassero scrupolosamente le sue aspettative ovvero che tutti si comportasse ro ovunque e in qualsiasi circostanza con la stessa rigorosit, e che trovassero n aturale fare le cose esattamente come le avrebbe fatte lui in prima persona. Va da s che incutesse pi timore che simpatia, e di questo si lamentava, perch anche in fondo a lui ci deve essere un po' di narcisismo e di piacere a che gli venga no riconosciute le sue qualit; ma il gusto del potere da un lato e il senso del d overe dall'altro sono per lui altrettanto forti, probabilmente cos strettamente i ntrecciati l'uno con l'altro da risultare un unico impasto, e questo giustifica ampiamente l'atteggiamento che ha sempre avuto con i suoi dipendenti. Le sto raccontando tutto questo per giustificare la richiesta iniziale di discre zionalit. evidente che se si venissero a sapere i suoi problemi psichici, lui pre vede che sarebbe un disastro dalle conseguenze catastrofiche, del quale molti gi oirebbero. E anche oggettivamente, al di l delle sue previsioni pessimistiche, ne lla nostra cittadina dove la sua azienda d lavoro a pi di trecento famiglie, sareb be per lo meno imbarazzante far fronte al pettegolezzo che rimane tuttora uno sp ort in voga in tutti i salotti che contano e che dobbiamo comunque frequentare.. . Fuori dall'ambiente lavorativo mio marito si trasforma, ama circondarsi di ami ci che lo adorano, organizza - o meglio organizzava - ritrovi e cene dove dava s foggio di s e del suo dinamismo. Insomma, era un punto di riferimento per la comp agnia, tutti ne apprezzavano lo spirito, l'iniziativa, era un compagno veramente unico. Purtroppo da cinque anni la nostra vita cambiata radicalmente, almeno nella sost anza, anche se per le apparenze alcune abitudini cerchiamo di mantenerle a costo di enormi sacrifici. Posso datarle esattamente il quando di questo cambiamento. Premetto che noi non abbiamo figli e questo ci consentiva di disporre come pi ci piaceva del tempo libero. Mio marito ha sempre amato molto viaggiare in macchin a. Questo ci permetteva la maggior libert. Tuttora abbiamo un piccolo parco macch ine di vetture sportive che per stazionano inutilizzate in garage. Dunque, in uno dei nostri spostamenti per il fine settimana, improvvisamente in autostrada, er avamo all'altezza di Bologna, senza alcun apparente motivo, Alfio ha iniziato a tremare, aveva il respiro corto, affannoso, la fronte gli si imperlata di gocce di sudore. Diceva: 'Sto male, muoio, mi sta scoppiando il cuore'. Si era portato una mano al petto e cercava di fare profondi respiri, o meglio cercava di inspi rare sempre pi aria, con sempre maggior sforzo, mentre non riusciva ad espellerne , e mi pregava di aprire tutti i finestrini perch gli mancava l'aria e si sentiva soffocare. Mi creda, sono stati momenti terribili, eravamo convinti che fosse un infarto. H o dovuto supplicarlo che si fermasse e mi facesse guidare. In quelle condizioni voleva andare ancora pi veloce, e Dio sa che la sua andatura di crociera in gener e ben al di l dei limiti consentiti. Nel giro di pochi minuti sopravvenuto il pan ico vero e proprio. Ha temuto di perdere il controllo della vettura per il senso di svenimento che sopraggiunto, ma fortunatamente non ha perso conoscenza neppu re per un attimo, anche se quando si fermato nella corsia di emergenza, per pass are dall'altra parte ha fatto il giro della macchina riverso sulla carrozzeria. Il tempo di mettermi alla guida, arrivare all'autogrill e chiamare l'ambulanza e il pi era passato. In ospedale esclusero problemi cardiaci e parlarono di attacc o d'ansia acuta, cogliendoci impreparati e lasciandoci stupefatti dato che, come le ripeto, non ci sembrava ci fossero elementi di particolare tensione. Tornati a casa, mio marito si sottopose ovviamente ad un check up approfondito c he diede esito completamente negativo, e forse stato peggio cos, perch da allora A lfio non stato pi lo stesso. Lentamente, ma inesorabilmente, il timore che si potesse ripresentare quell'even to che la medicina non era stata in grado di spiegare secondo i canoni consueti di comprensibilit dei fatti morbosi, ha modificato radicalmente lo stile di vita di mio marito. Ha cominciato a vivere nel terrore che la cosa si ripresentasse. Si tratta di uno stato di apprensione persistente che, quello s, gli fa venire la tachicardia, i sudori freddi, le vertigini: lui, temendo che stia di nuovo per capitargli quell'attacco, si riorganizzato l'esistenza in modo da non rimanere m

ai solo e nell'impossibilit di essere soccorso. Innanzitutto non guida pi la macchina, ma a questo proposito la situazione pi comp lessa e gliene parler dopo. In ufficio non rimane mai da solo. Trattiene con una scusa o l'altra almeno un c ollaboratore fino ad ora tarda, e da questo si fa accompagnare a casa; quando de ve lavorare fuori sede organizza le cose in modo tale da essere sempre in compag nia, e se non pu evitare trasferte che comportino la permanenza fuori casa per pi di una giornata, il che lo costringerebbe a dormire in albergo, mi alletta con u n programma 'turistico' in modo che, considerandola una vacanza, io lo accompagn i. Per la prima volta in vita sua, l'anno scorso, ha rinunciato ad un affare coloss ale che, con lo sdoppiamento della sede e l'apertura di una filiale nei pressi d i Roma, avrebbe comportato per lui due anni di viaggi avanti e indietro da Milan o a Roma almeno due volte alla settimana. A denti stretti si arreso, non avrebbe potuto farcela. Parimenti la nostra vita di relazione ha subito un analogo sconvolgimento: dappr ima sono state diradate le occasioni mondane che comportavano maggiore impegno f ormale, come le lunghe cene di rappresentanza o gli spettacoli teatrali. Gli ami ci non si sanno spiegare perch sia diventato progressivamente sempre pi ritirato; sembra che soltanto quando gli ospiti vengono in casa nostra lui si senta un poc o pi protetto: lo manda fuori squadra l'idea che - se gli torna una di quelle cri si - la gente lo possa vedere in quelle condizioni. Dice che in quegli attimi te me di perdere completamente il controllo di s. Ma non si pu andare avanti cos, tra poco saremo completamente isolati. Tuttavia, dottore, io non intendo rinunciare completamente alla mia esistenza per murarmi viva in casa, e cos come lui ha le s ue esigenze di lavoro, anch'io nella mia professione di architetto devo poter di sporre di una certa libert, non fosse altro che per fare dei sopralluoghi durante le ristrutturazioni degli ambienti da me curati. Non un problemino da poco. Invece, secondo mio marito, io dovrei essere reperibile e disponibile in qualsia si momento, cosa che oggettivamente impossibile". Improvvisamente Alfio, che era stato zitto zitto ad ascoltare, si agita sulla se dia e sbotta: "Ma se ti ho regalato apposta il telefonino e il cellulare sulla m acchina!" "Guarda che il problema non tanto quello della reperibilit ma piuttosto della dis ponibilit: secondo te io dovrei in qualsiasi momento interrompere quello che sto facendo - compreso un colloquio con dei clienti - per rassicurare te sulle tue p aturnie a proposito dell'AIDS. Questo non francamente possibile" prosegue questa volta rivolta a me. "Pensi che sono stata costretta a porgli un limite massimo di telefonate al giorno perch eravamo arrivati a dei livelli impossibili in cui v enivo interrotta ogni momento; adesso, dopo le prime cinque telefonate spengo il cellulare, cos fino al giorno dopo la smette. All'inizio non avevo capito quali fossero i motivi per i quali mi cercava ad ogn i momento chiedendomi delle sciocchezze, avevo perfino pensato che fosse diventa to improvvisamente geloso. Di novit in questi ultimi anni ne ho viste talmente ta nte da non stupirmi pi di nulla; certo questa sarebbe stata veramente il massimo, dato che Alfio sempre stato cos occupato dalla carriera e dalle relazioni social i da lasciare veramente poco spazio a sentimenti come la gelosia. Prima di proseguire il racconto sulla mania dell'AIDS vorrei concludere il capit olo macchina, cos come le avevo premesso, altrimenti me ne dimentico. Prima - a onor del vero - le ho detto un'inesattezza quando ho affermato che dal l'episodio della crisi d'ansia mio marito non ha pi guidato. Dopo quella crisi ce ne sono state un paio analoghe, sempre mentre stava andando in macchina: propri o lo stesso copione, con senso di morte imminente, soffocamento, corsa al pronto soccorso, diagnosi di attacchi di panico. In quel periodo si limitava ad evitar e, con una scusa o con l'altra, i percorsi in autostrada, in tangenziale; poi co minci a non voler percorrere strade nelle quali si potessero formare code o intas amenti. Come facile capire, nel giro di sei mesi era ridotto allo stato di pedon e. Non le posso descrivere i numeri da avanspettacolo che faceva quando l'uso de lla vettura era richiesto per motivi di lavoro, quando per esempio si doveva and are a ricevere qualche cliente all'aeroporto; sarebbe troppo imbarazzante enumer

are le scuse, gli impedimenti addotti per evitare una serie di circostanze norma lissime (anche per lui fino a prima dell'incidente) divenute, dopo, oggetto di u n sacro terrore. Comunque, tanta la passione di Dodo per la guida sportiva -Dodo il soprannome co n il quale mio marito viene chiamato dagli amici - che recentemente aveva ricomi nciato, seppur per brevissimi tragitti, a guidare. La mia presenza accanto al po sto di guida era di rigore, ma tant', poteva anche essere l'inizio della ripresa o come si dice un segnale di inversione di tendenza! E invece... Ci che lo ha definitivamente costretto ad abbandonare la guida stato un qualcosa che francamente mi ha preoccupato. Un giorno, cinquecento metri dopo essere pass ati davanti ad una scuola all'ora dell'uscita dei bambini, ad Alfio venuto il so spetto assillante di aver investito un bambino senza essersene accorto. Come gli sia venuta quest'idea in testa non so proprio: una follia! E il bello che anche a lui sembrava tale! Aveva degli sprazzi di lucidit durante i quali conveniva co n ci che di volta in volta gli dicevo per rassicurarlo. Si immagini se potevamo a ver investito un ragazzino andando a passo d'uomo e senza accorgercene entrambi. Non solo siamo tornati indietro per verificare l'inconsistenza del sospetto; no n solo sono stata costretta a comprare i quotidiani del pomeriggio per vedere se riportavano il racconto di un pazzo che in quella via, a quell'ora, aveva travo lto un bambino per poi fuggire alla velocit di una lumaca, ma il giorno dopo, mi vergogno ancora se ci penso, sono stata costretta - in preda a vivo imbarazzo a parlare addirittura con la preside della scuola per avere la conferma che ness un genitore avesse riferito un episodio di tal genere. Fu solo allora che Alfio si tranquillizz. Sono questi i problemi che ci hanno messo definitivamente in ginocchio, perch, in fondo, il fatto che la nostra vita si fosse incanalata verso una sorta di ritir o sociale pesante lo si poteva al limite sopportare, ma da quando si sovrapposta questa delirante insicurezza o mancanza di fiducia nelle cose pi ovvie la situaz ione diventata insostenibile. proprio questa assoluta mancanza di buon senso che non riesco pi a tollerare. Ora la sua asfissiante richiesta di rassicurazioni si riferisce prevalentemente all a paura di essere sieropositivo e, mi scusi se mi dilungo ancora un attimo, occo rre che le racconti perch nel giro di otto mesi mio marito ha fatto per ben cinqu e volte il test per l'AIDS. Mi sembra opportuno premettere che Alfio, e credo non ci siano problemi da parte sua nel confermarlo, non proprio quello che potrebbe essere definito uno stinco di santo, nel senso che nella vita non si fatto fuggire molte occasioni, al pun to che il nostro matrimonio stato in bilico pi di una volta. Verrebbe logico pens are che siano state le scappatelle il motivo di questo angosciante chiodo fisso sull'AIDS, e invece no! Otto mesi fa mio marito ebbe la malaugurata idea di anda re come suo solito dal barbiere e come sempre sottoporsi al trattamento della ma nicure che, per, era una ragazzina nuova, assunta da poco. Fin l niente di partico lare, cos come non ci furono particolari reazioni quando la ragazzina, forse per imperizia, gli procur un piccolissimo taglietto al mignolo della mano sinistra. I l dramma si present quando, tornato dal barbiere la settimana successiva, questi gli raccont di come avesse colto sul fatto la ragazzina mentre rubava parte dell' incasso e di come si fosse limitato a licenziarla senza denunciare il fatto alla polizia perch colpito dal racconto della poveretta che rubava per fornire soldi al fidanzato tossicodipendente. Da quel momento Alfio stato letteralmente ossessionato dal problema dell'AIDS. A nulla sono servite le rassicurazioni degli amici medici ai quali faceva credere di essersi tranquillizzato, sempre per quel problema di facciata. Il dubbio si presentava ogni volta pi atroce , fino alla decisione di fare il primo test. Risu ltato negativo. Semb che il problema si fosse risolto. In realt si trattava di una piccola tregua, perch da l a poco si present il secondo episodio, a mio avviso pi a ssurdo del primo. Una sera alla settimana, come suo solito, Alfio frequentava un centro di 'fitness' dotato di sauna, palestra e piscina. Durante l'uso di un at trezzo ginnico che viene utilizzato appoggiandolo ai piedi, si procur un'insignif icante escoriazione, probabilmente causata dalla pressione della scarpa sull'att rezzo stesso; in altri termini un'autentica fesseria, sufficiente per a farlo cad

ere nello sconforto pi profondo. Quella sera sembrava un animale in gabbia, mi di ceva che quel pensiero gli martellava la testa, e pi cercava di convincersi che s i trattava di una sciocchezza, pi l'idea si faceva invadente impedendogli di fare o pensare qualsiasi altra cosa. Giunse al punto di telefonare al proprietario d el centro - che per fortuna un amico - perch, con la scusa di aver perso un qualc osa di estremamente importante, gli aprisse la palestra ormai chiusa per andare a controllare. In realt Alfio era talmente terrorizzato all'idea che era arrivato a pensare che qualcuno - per fare un demenziale scherzo - avesse nascosto una s iringa proprio nel manicotto di gomma di quell'attrezzo. Tornato a casa, la tranquillit dur pochissimo. Era assillato e mentalmente paraliz zato da quella fissazione - di aver contratto l'AIDS - e gli si insinu in testa i l sospetto che non si era trovato nulla di strano alla palestra solo perch la sir inga era stata rimossa. Mi diceva di rendersi perfettamente conto anche lui che quel che paventava era - se non impossibile al cento per cento -almeno cos improb abile da rendere quella eventualit un rischio del tutto trascurabile. Questo per n on serviva a nulla, e cos scatt il seconto test. Se il primo controllo, in fondo, dal mio punto di vista, aveva avuto lo scopo di tranquillizzarmi sulla vita sessualmente disordinata che mio marito aveva condo tto in passato, il secondo test mi sembrato totalmente privo di senso. Per fargl iela breve gli ulteriori tre test sono stati indotti da episodi altrettanto stup idi. Per dirle ilpi recente, che risale a un mese fa circa: all'uscita del ristor ante, Alfio si accorto che il cameriere che aveva servito al nostro tavolo aveva un cerotto al dito dove - secondo mio marito - si intravvedeva una macchiolina di sangue. Sia chiaro che Dodo il primo a riconoscere la scempiaggine delle sue angosce, e sa che il sottoporsi a test cos frequenti e cos a ridosso degli avvenimenti incrim inati tecnicamente scorretto; tuttavia l'unica cosa che, in un modo miracoloso, quasi fosse una magia, in grado di tranquillizzarlo, almeno fino alla volta succ essiva. D'altra parte, le occasioni in grado di preoccuparlo si sono amplificate a dismi sura, e ad oggi la situazione si cos deteriorata che il pensare che Alfio possa c ontinuare a lavorare una mera utopia. Da circa un mese a casa, ma ormai dovrebbe tornare al lavoro e assolutamente non ce la fa; si immagini che oggi ha fatto f atica a radersi e che continua a procrastinare il taglio dei capelli che cominci a a diventare urgente. Il mio ruolo in tutto questo di essere una specie di garante dell'infondatezza d ei suoi dubbi, e lo strano che non serve tanto che io mi dilunghi in argomentazi oni sempre pi sottili con sfoggio di logica stringente. No, quello che almeno tem poraneamente sembra calmarlo, allontanandogli quell'ossessione dalla mente, la p ura e semplice asserzione: 'Ti assicuro che non hai l'AIDS.' Mi pare di averle r accontato pi o meno tutto, anche se probabilmente ci sarebbero altri elementi che in questo momento non mi sovvengono. Fatto sta che io personalmente sono al lim ite della mia capacit di sopportazione, e credo soprattutto che mio marito si sia reso conto chiaramente di avere qualcosa di serio che assolutamente dobbiamo cu rare e che non possiamo pi nascondere. Vorrei per sapere se possibile ricoverarlo in un ambiente tranquillo e discreto per le cure che riterr pi opportune". Commento La storia di Dodo ambientata nello studio dello psichiatra, nell'ambito di una p rima visita. Ci condiziona non poco il racconto stesso: emerge l'esigenza del paz iente (in questo caso della moglie del paziente) di vincere l'iniziale imbarazzo di osservare e di farsi osservare e poi di essere capito, di raccontare tutto, l'aspettativa del responso. Il tutto complicato dalla tensione che traspare nel rapporto di coppia, il loro aver esaurito le risorse di disponibilit e di adattabilit reciproche; ritroveremo spesso nelle famiglie degli ossessivi situazioni di logoramento ai limiti della rottura. Di per s la storia di Dodo presenta due periodi psicopatologici ben distinguibili tra loro: una prima parte legata al disturbo di attacchi di panico, e una secon

da pi squisitamente condizionata dal disturbo ossessivo; si tratta pertanto di un ulteriore caso di comorbidit, questa volta tra due patologie d'ansia che frequen temente si presentano nello stesso individuo e che altrettanto frequentemente po rtano il soggetto ad attuare la medesima strategia comportamentale e cio l''evita mento'. In realt in Dodo questo non succede, se vero che l'evitamento caratterizza la pri ma parte della storia clinica, quella cio inerente all'ansia anticipatoria dell'a ttacco di panico, nel momento in cui si presentano prepotentemente i sintomi oss essivi la strategia del paziente diventa quella del controllo senza porvi alcuna resistenza. Il 'controllare' che stupisce e preoccupa la moglie di Dodo in occasione del pre sunto incidente vicino alla scuola, diventa poco a poco il motivo di vita del pa ziente, una sorta di puntello indispensabile che crea una vera e propria dipende nza. a questo punto che si evidenzia in modo drammatico un dato eclatante, e cio che s u questo paziente il 'controllare' non paga, o meglio, funziona a breve termine, ma lo rende pi sensibile o se vogliamo vulnerabile a nuove richieste di controll o. Questo non un dato infrequente, anzi quasi la norma, ed facilmente intuibile com e sia uno degli elementi che maggiormente concorre a creare attriti insostenibil i nelle famiglie dei pazienti. Inoltre costituisce uno dei grossi ostacoli alla adesione dell'ossessivo ad un programma comportamentale che prevede nella preven zione della risposta compulsiva l'esatto contrario.

UN DUBBIO ATROCE Quando la segretaria introduce la nuova paziente, non riesco ad esimermi dal far e una considerazione che sicuramente non avr nulla di professionale ma che credo inevitabilmente accomuni tutti gli uomini che per la prima volta si siano trovat i a contatto con Renata B., degna rappresentante di quella categoria di splendid e ragazze che raramente si ha la fortuna di incontrare. Superato il primo impatto la osservo da un'ottica diversa, ma il risultato non c ambia, rimango nuovamente colpito e perplesso nel vedere accomunati nella stessa persona un fisico cos splendido e un'espressione cos stanca, dalla quale traspare una pena cupa, profonda e, devo ammettere, molto coinvolgente. Renata, sicurame nte abituata a suscitare reazioni maschili simili, non pare curarsene e, con ins ospettabile determinazione, si siede e incomincia a raccontare la sua storia. ta le la innaturale risolutezza con la quale affronta questo colloquio da indurmi a formulare l'ipotesi che la decisione di rivolgersi al sottoscritto sia il prodo tto di un conflitto interiore durato parecchio. "Ho ventiquattro anni, lavoro pe r una agenzia di pubblicit e da circa tre anni sono in cura da un medico amico di famiglia per un Disturbo Ossessivo-Compulsivo; per non ho mai seguito le cure ch e mi ha dato per la paura di ingrassare. Capir, con il mio lavoro non posso certo permettermelo, e comunque sono convinta che non si possono risolvere i miei pro blemi con i farmaci." "Si tranquillizzi e mi racconti con calma tutto dall'inizio. Abbiamo tutto il te mpo necessario, cerchi di descrivermi i fatti, solo ci che la fa stare male, senz a pensare alle interpretazioni o alla diagnosi. Di questo, eventualmente, ci occ uperemo in seguito." La paziente sembra rilassarsi un po': "Credo di essere una ossessiva sin dalla p i tenera et, anche se i primi veri problemi sono insorti durante il biennio del cl assico, quando mi sono accorta di studiare con maggiori difficolt degli altri. Pe r me era assolutamente necessario utilizzare uno schema che io stessa avevo inve ntato per essere sicura di non aver tralasciato nulla nella preparazione. Questo schemino, che peraltro oggi mi sembra una gran scemata, era composto da una ser ie di frecce rivolte verso i quattro punti cardinali che ovviamente avevano un s ignificato diverso a seconda della direzione della freccia, da un massimo di con

oscenza (freccia verso l'alto)... insomma, per farla breve, con il tempo questo schema si complicato sempre pi al punto da utilizzare una decina di colori divers i per classificare ogni concetto, ogni nozione, con il risultato che passavo la mia giornata non a studiare ma a raffinare la tecnica della quale ero diventata mio malgrado schiava. Va da s che sono stata costretta a rinunciare alla carriera scolastica. Non che a vessi grandi rimpianti; un po' perch lo studio era diventato una tortura, e un po ' perch da tempo sognavo di entrare nel mondo dell'immagine. In virt di un paio di concorsi di bellezza ai quali avevo partecipato con un certo successo avevo avu to un paio di offerte di lavoro. Fatto sta che mi bastato portare un 'book' di fotografie ad una agenzia di model le e il gioco stato fatto. Per inciso, da quando mi stato diagnosticato il Disturbo Ossessivo, ho letto alc une cose sull'argomento e devo dire che per certi versi non mi ritrovo nei panni della paziente ossessiva. Io sono da sempre una testa un po' matta e le mie dec isioni le ho prese sempre da sola, senza coinvolgere nessun altro: anche nei con trolli non ho mai cercato, almeno fino ad ora, la collaborazione di alcuno e for se questo il motivo per il quale nessuno, tranne il mio vecchio medico di famigl ia, sa del mio problema. Poi, per quanto riguarda le ossessioni da contaminazion e, credo che si chiamino cos, io non ne ho mai avute, anche se mi risultano esser e tra le pi comuni. Non che io sia una ragazza trasandata o peggio ancora sporca, ma voglio dire che riesco a viaggiare molto per lavoro dormendo negli alberghi senza alcuna difficolt di lenzuola, asciugamani, bicchieri o altro. Un altro elemento che forse pu esserle di una qualche utilit il fatto che dall'et d i diciotto anni vivo da sola e non ho mai avuto dei problemi particolari nella c onduzione della casa. Quando penso a queste cose mi deprimo ancora di pi, insomma dovrei essere la ragazza pi felice della terra, faccio un lavoro interessante ch e mi consente di guadagnare molto divertendomi, e mi sono ficcata in un pasticci o tremendo dal quale non riesco pi ad uscire. opportuno che prima di raccontarle il problema che mi ha logorata le premetta che contrariamente a ci che forse si p otrebbe pensare io ho ricevuto una educazione particolarmente rigida, soprattutt o riguardo alla morale e alla sessualit in generale, e che la mia vita, per quant o libera da qualsiasi controllo, stata fino a tre anni fa in linea con l'educazi one ricevuta. Purtroppo, tre anni fa circa, mi sono imbarcata in una storia sent imentale con un uomo sposato. stato un incontro casuale nel corso di una sfilata , e prima che mi rendessi conto di quel che stava capitando, mi sono trovata coi nvolta in un rapporto fulminante, intenso e bellissimo. Vuoi perch non avevo esperienza o per chiss quale altra ragione, fatto sta che viv evo come in trance: non esisteva pi alcuna remora morale e tutto mi pareva lecito , accettabile e pulito. stato proprio un fuoco di paglia. vero che lui aveva las ciato la moglie dopo due mesi perch ci pareva impossibile non farlo, ma a tre mes i di distanza, da quando lui era venuto a vivere con me, il nostro rapporto si s gretolato. Sono rimaste solo incomprensioni, reciproche accuse: un finale molto triste per una storia che doveva esser eterna. Di lui non ne so pi nulla, nemmeno se tornato o meno con quella poveretta di sua moglie. a questo punto che sono iniziati i miei attuali problemi. stato come se improvvi samente io fossi rinsavita, mi fossi svegliata provando disgusto e orrore di me stessa. Il rigore dell'educazione non mi ha lasciato scampo, non ho trovato scus anti, e soprattutto ho cominciato a pensare e a ripensare al fatto, immaginavo u na famiglia distrutta per colpa mia. Paradossalmente pi passava il tempo e pi mi accorgevo che della sorte reale di que lla famiglia non mi importava un granch ma che, viceversa, quella vicenda era lo spunto per l'esigenza senza alcun dubbio ossessiva di tutelare magicamente me st essa dal formulare pensieri che potessero essere in qualche modo giudicati catti vi. Cerco di spiegarmi meglio: era come se mi fossi ritrovata nel giro di pochi gior ni in una sorta di empasse, qualsiasi decisione - anche la pi banale e di routine - poteva nascondere l'insidia del male, della cosa sbagliata, cattiva. Non mi c i voluto molto per riconoscere in quel modo di pensare le stesse caratteristiche

del mio vecchio modo di intendere lo studio: non solo lo trovavo esagerato ma a nche insensato. Avrei un'infinit di esempi da farle, uno pi assurdo dell'altro... che so... normal e che nel nostro mondo si facciano confronti, e nel vedere una collega su di una copertina di un giornale importante piuttosto che in una sfilata che conta, log ico un senso di invidia che altro non che un indice di sana competitivit. Come ve de, razionalmente ho le idee chiare, o perlomeno le avevo. Ma questi pensieri pe r me erano un dramma; si scatenava l'ossessione di essere cattiva, malvagia e qu esto pensiero mi tormentava per ore e ore. Di fronte a questa tortura l'unica arma in grado di placare se non altro momenta neamente l'incessante ripresentarsi di questi pensieri era la recita di una fila strocca: 'Renata brava, si sa che cattiva non ', una sorta di frase magica dal co ntenuto palesemente stupido ma in grado - perlomeno all'inizio - di placare il m io star male. Avr sicuramente notato come ho particolarmente scandito le parole d ella filastrocca, e questo non casuale. La frasetta ben presto si rivelata un magro affare, direi anzi una vera trappola , perch adesso, cos come era capitato per quel controllo delle frecce su e gi di cu i parlavamo prima, la cosa mi ha preso la mano. Prima ho cominciato a ripeterla un numero sempre maggiore di volte, perfino pi di cento, poi ho cominciato ad ave re la sgradevolissima sensazione di non averla pronunciata bene. Per esempio mi veniva il dubbio di aver detto 'non ' anzich ''. Risultato: dovevo cominciare dacca po altrimenti non potevo essere sicura. Va bene che tutto questo era solo un lavoro mentale o quasi, perch qualche volta dovevo ripeterla tra me e me a bassa voce, ma comunque sia lei capir che lavorare in queste condizioni, con il rischio di essere distratta continuamente, era div entato veramente difficile se non proprio impossibile. In pratica da circa un anno che non lavoro pi, e questo nel mio ambiente non ce l o si pu permettere. Si rimane tagliati fuori dal giro giusto. Anche se - per come sto - si tratta di un particolare veramente trascurabile, questa malattia mi st a costando un sacco di soldi in guadagni mancati. Fatta questa premessa vengo al motivo vero per il quale mi sono decisa a contatt arla. Negli ultimi mesi la situazione si evoluta: la filastrocca di prima, pur n on essendo del tutto scomparsa, mi d oggettivamente meno fastidio, come se avesse perso di importanza. In realt so fin troppo bene che questo potuto accadere solo in virt del fatto che le mie ossessioni si sono semplicemente ripresentate in un 'altra veste, sempre comunque con il comune denominatore del rapporto bene-male. In sostanza io sono qui non tanto per farmi curare dalle ossessioni che come le ripeto sono un problema personale e comunque non voglio farmaci, ma perch ho un d ubbio atroce che vorrei lei mi chiarisse... penso che solo uno psichiatra sia in grado di fornire una risposta attendibile al mio dubbio... una questione per me molto delicata... ma lei una persona che mi direbbe la verit?... Forse ho fatto un errore nel pensare che un'altra persona potesse risolvere il mio problema... lei crede di potermi aiutare?..." come se Renata si fosse inceppata, visibilmente angosciata, si agita sulla sedia , insomma una vera anima in pena, poi - come se avesse preso la rincorsa - mi ch iede tutto in un fiato: " possibile che io in passato abbia commesso un peccato m olto grave e che adesso non riesca pi a ricordarmelo? possibile che abbia cercato di uccidere qualcuno e che ora non riesca pi a ricordarlo?" Per un momento di interminabile silenzio Renata mi fissa interrogativa, poi dice : "Questa la domanda che da mesi non mi d tregua e per la quale sono qui. Cerchi di seguire il mio ragionamento e mi dica se plausibile o no: se fino a tr e anni fa potevo pensare che la mia educazione mi avesse preservato dal compiere gesti malvagi, da quando ho rovinato quella famiglia questa certezza crollata. Anche il mio passato tutto da rivedere, da rivalutare; potrebbe nascondere gesti o pensieri malvagi che per la mia superficialit non avevo pesato abbastanza... Sono mesi ormai che passo le mie giornate pensando e ripensando a tutto questo, non riesco a fare pi nulla se non questa forsennata immersione nell'archivio dei miei ricordi alla ricerca di situazioni o episodi in grado di facilitarmi il ric ordo di come ero, di quali erano i miei sentimenti, che sensazioni provavo e sop

rattutto se provavo sentimenti come l'odio, l'invidia e cos via. Le faccio un ese mpio perch mi rendo conto che ci che le dico potrebbe risultare incomprensibile me ntre io ho assoluto bisogno che lei capisca molto chiaramente. Quello che sto pe r dirle - pi che un esempio - in realt il motivo dell'ultimo e ulteriore aggravame nto della mia situazione, quello che ha reso drammatica e intollerabile la mia a ngoscia, al punto tale che o io ne esco rapidamente o l'unica soluzione che mi r imane farla finita, veramente. Tre giorni fa, durante le mie solite estenuanti rimuginazioni, improvviso mi ven uto in mente il ricordo di quella volta che, diciassettenne, durante una confess ione mentii al prete che mi chiedeva quali fossero i miei rapporti con i genitor i: gli dissi che erano buoni mentre invece erano piuttosto burrascosi. Il rendermi conto di aver potuto mentire durante la confessione ha avuto per me un effetto tremendo. Se sono stata in grado di profanare un sacramento, questo v uol dire che posso benissimo aver ordito qualsiasi bassezza, fosse anche un omic idio con una naturalezza tale da non ricordarmelo persino pi. Mi rendo conto che tutto questo sembra essere completamente assurdo, ma un tarlo che mi rode in continuazione, non vivo pi! Mi fa impazzire il dubbio di aver com messo qualche delitto. Al limite sono arrivata a pensare che sarebbe meglio pote r sapere che vero piuttosto che continuare a chiedermelo. Davvero non vivo pi: qu elle rare volte in cui esco di casa queste paure mi condizionano, non mi fido pi di me stessa. Per venire qua da lei ho dovuto per forza di cose prendere un taxi perch di utili zzare la metropolitana non se ne parla nemmeno, la paura quella di spingere qual cuno sotto la vettura in virt di un impulso omicida, sono ridotta al dubbio atroc e di non essere padrona di me stessa. A nulla serve il sapere di essere una persona ossessiva, mi sento una maledizion e addosso che con le mie forze non riesco a scrollare di dosso. Da lei voglio sa pere una sola cosa: possibile che una persona commetta un gesto malvagio, anche un omicidio, senza rendersene conto?" Commento Il caso di Renata ci appare emblematico nell'evidenziare una clamorosa contraddi zione cognitiva. La paziente sa di avere una malattia, consapevole dell'evoluzione stessa della m alattia e delle sue implicazioni - non ultima la penalizzazione della qualit di v ita - e pur tuttavia da tre anni rifiuta la terapia farmacologica, non solo perc h ingrassa, ma soprattutto perch si dichiara convinta che tutto questo si risolve con la volont e che pertanto i farmaci non servono a nulla. Il problema di non poco conto visto che questa convinzione pone dei limiti ben p recisi alla possibilit di intervento del medico; la paziente non richiede una cur a ma vuole solo la risposta alla domanda che la assilla, in altri termini vuole un 'garante' e nulla pi. Con questa premessa l'intervento clinico trova un moment o imprescindibile nell'approccio cognitivo atto a modificare la convinzione dell a paziente, quale premessa a qualsiasi forma di terapia. Questo stato l'ostacolo principale nella gestione della paziente. Ci sono voluti molti incontri per con vincere Renata che la risposta alla sua domanda, in quanto compulsione, passava attraverso la cura del disturbo ossessivo e che qualsiasi altra soluzione sarebb e durata lo spazio di un momento. Superato questo iniziale e fondamentale ostacolo, il rapporto si stabilizzato su di un binario di reciproca collaborazione. La paziente ha consentito dapprima c on riluttanza e poi con maggiore convinzione ad assumere farmaci, conscia del fa tto che comunque, perdurando il disturbo, non sarebbe pi stata in grado di lavora re. Questo ha comportato una progressiva attenuazione della sintomatologia osses siva, consentendo alla paziente di tornare gradualmente alla attivit lavorativa c he aveva abbandonato.

MARINA Era pomeriggio alle Zattere: uno di quegli incredibili pomeriggi di limpide gior nate invernali a Venezia. La corrente increspava le onde del canale cangianti da l blu al verde. Le prime luci ammiccanti in lontananza dalle finestre punteggiav ano la sagoma delle case della Giudecca, dove il profilo di tetti e comignoli si stagliava ormai netto con le sue linee contro un cielo che trascolorava: dal gi allo al rosa, al celeste al viola, su, su fino alla prima stellina, a quello spi cchio luminoso di luna crescente. Dietro alla mole bruna, imponente e anacronist ica del Mulino Stucky, il sole al tramonto era un incendio di rossi e di porpora . Sulle Fondamenta alcuni passanti si affrettavano per l'aria che cominciava a far si pungente, altri passeggiavano, altri ancora indugiavano seduti ai piccoli tav oli da caff. Ne erano rimasti pochi l all'aperto, a sfidare il freddo; vi si attar davano alcune persone prese come me dalla magia dei colori, dall'incanto di quel l'atmosfera di limpido cristallo. Anch'io non mi ero ancora decisa ad allontanarmi dalla piazzetta per rientrare a casa, ma non era soltanto la nostalgia del luogo, la sua armonia a trattenermi l, ben protetta dalla pelliccia e cullata dallo sciacquio delle onde. No, c'era u n motivo ben preciso di curiosit progressivamente crescente: stavo cercando di ca pire cosa stava capitando ad una giovane che avevo notato circa mezz'ora prima m entre percorreva le Fondamenta. Era una bella ragazza dai lunghi capelli colore del grano maturo e dalla carnagione abbronzata, elegante nel suo cappotto di cam mello col bavero rialzato e nelle cui tasche affondava entrambe le mani. Aveva u n incedere leggero, quasi volesse calcare il selciato il meno possibile, ma nel contempo appariva ben consapevole di dove stava mettendo i piedi, considerato ch e teneva lo sguardo attentamente rivolto verso terra, regolando l'andatura secon do una sorta di ritmo interno che ne faceva stranamente somigliare il passo ad u na cadenza di danza. Per la verit l'avevo notata proprio perch questo procedere a piccoli passi, non in linea retta ma secondo piccoli scarti ora a destra ora a sinistra, mi aveva ric hiamato alla memoria quel gioco che si faceva da piccoli, segnando dei riquadri per terra col gesso secondo un disegno di griglia all'interno del quale si salta va badando a non calpestare le righe. Ecco a cosa era dovuto quel lieve ondeggia mento con il quale procedeva... lo vidi meglio quando fu pi vicina e potevo disti nguere le connessioni di cemento tra un lastrone e l'altro del selciato che dise gnavano appunto una trama ordinata: i suoi passi erano tali da non farle mai cal pestare nessuna riga pur se questo ne condizionava l'automatismo di marcia. Aver evocato quelle immagini di giochi dell'infanzia mi fece pensare ad un gioco appunto, una passeggiata trasformata in divertissement. Poteva rimanere un'osse rvazione fugace, subito dimenticata mentre la giovane si allontanava con la sua strana andatura, se non fosse stato che di l a pochi minuti me la vidi ricomparir e dalla stessa direzione. Stava tornando sui suoi passi, ripercorrendo lo stesso tragitto di prima ma pi lentamente, lo sguardo ora intento ad esplorare il lastr icato con una maggior accuratezza Si ferm pochi passi oltre il mio tavolino dove poco prima un bambino stava facendo correre la sua automobilina; ora, chiarament e china con lo sguardo, scrutava il suolo: prima a destra, poi a sinistra e poi di nuovo a destra e di nuovo a sinistra. Quel che era strano era l'espressione d el viso, non era una espressione corrucciata di disappunto, di dispiacere. Chi p erde qualcosa come un portafoglio, un mazzo di chiavi, tornato sui propri passi nel posto dove crede di aver potuto lasciar cadere l'oggetto inavvertitamente, s e non lo trova, ha un'espressione di disappunto e sconforto all'idea che non pos sa essere stato altrove. Invece, niente di tutto questo: la ragazza si girava or a a destra ora a sinistra, ma con aria sempre pi sorridente e soddisfatta, finch t orn sui suoi passi allontanandosi da dove era venuta. Non dovetti aspettare molto ; di l a poco eccola rispuntare non molto lontano dal sottoportego; questa volta affrettandosi, corrucciata in volto, arriva fino allo stesso punto di prima; si ferma, guarda per terra volgendo lo sguardo prima a destra poi a sinistra, sembr a scrutare ogni millimetro quadrato. Ovviamente non c' nulla l che non ci fosse an che prima: polvere, qualche sassolino, e qualche carta di caramella gettata dal

bambino. Passandosi una mano tra i capelli che le sono scivolati sulle guance, e buttandoli indietro di nuovo, se ne va soddisfatta, lesta, lesta. Stavolta, per, con sempre maggior stupore mio e di chi sta seduto vicino, non riesce neppure a d allontanarsi di cento metri: dapprima rallenta il passo, si ferma, sembra indu giare indecisa tra il proseguire e fare dietro front; infine, nuovamente indietr o, quasi di corsa: ha l'aria cos preoccupata e deve essere cos realmente in uno st ato di apprensione che ora non bada neppure pi a non calpestare le righe, anche s e si trattiene dal correre. Arriva al solito posto, si ferma a fissare il solito metro quadrato di terreno ma stavolta a bassa voce, parlando tra s e s, la sento dire seccamente: "Non c' nulla. Non ci pu essere nulla." A quel punto, mentre radd rizza il capo, il suo sguardo incrocia il mio e si accorge con imbarazzo di aver inevitabilmente attirato l'attenzione degli astanti: sembra rendersi conto solo in quel momento della particolarit della situazione e cerca di farsi venire alle labbra un sorriso che chiede comprensione. "Ha perso qualcosa, signorina?" sento chiedere da voce maschile alla mia destra. un bell'uomo, robusto, il volto parzialmente coperto dalla tesa larga del cappe llo che se ne sta seduto a bere il suo caff. "Posso aiutarla?" prosegue " Cosa bisogna cercare? Si sieda un attimo qui e mi s pieghi." Seguendo la scena con ancora maggiore interesse, io intanto penso: "Guarda cosa non sono capaci di fare gli uomini per procurarsi occasioni." Lei a questo punto imbarazzatissima, guarda l'orologio che segna ormai le quattr o e un quarto, la penombra sta avanzando e il freddo si fa sentire. Rabbrividisc e mentre ringrazia. "Posso sedermi un attimo, sono estenuata, queste cose mi las ciano stremata, perdo completamente la nozione del tempo e sono in ritardo, ma s e non mi fermo un attimo credo che ricomincer a controllare che non ci sia quella maledetta spilla." "Non vorrei essere indiscreto, ma non capisco" replica lui. "Se di valore e l'ha persa, perch dice maledetta... forse perch non si fa trovare?" "No, no, difficile capire, dovrei spiegarle dall'inizio, ma mi vergogno un po'. Eppure, vede che figura da pazza sono costretta a fare per queste manie, e in me zzo alla gente. Molte cose riesco a nasconderle, a gestirmele da sola, ma qualch e volta non riesco a controllarmi e devo... controllare." Non posso vedere l'espressione di lui ma, a questo punto, mentre io sto comincia ndo a mettere in ordine i tasselli di questo puzzle, ne immagino l'aria perpless a all'idea di aver attaccato discorso con una squinternata. Lei sembra gi un po' rinfrancata, anche se a brevi intervalli - con la coda dell' occhio - guarda ancora nel punto in cui prima stava cercando; forse anche grata per quell'occazione imprevista di uno sfogo troppo a lungo represso. "Non pensi che sono pazza, qualche volta me lo sono augurato: se almeno lo fossi , non avrei questo tormento di sentirmi stupida e non padrona di me stessa." L'u omo, ormai coinvolto, la interrompe: "Le va di raccontarmi tutto da principio? C os forse potrei aiutarla. Le ordino un caff intanto?" "La ringrazio, mi ha gi aiutato distraendomi un poco. Sarebbe troppo lunga da rac contare: una storia che va avanti da tre anni, io adesso ne ho ventuno, ma mi se mbra passata un'eternit da quando potevo andare a passeggio, vivere, studiare, fr equentare gli amici, avere il ragazzo in modo normale, come tutti i miei coetane i. Tra alti e bassi, periodi in cui sembra che tutto stia tornando alla normalit e periodi in cui mi sembra di stare completamente perdendo la ragione, sto andan do avanti cercando di dissimulare alla meglio, di nascondere, di sviare l'attenz ione delle persone che mi stanno intorno. Preferisco - in casi come quello di og gi - quando mi ritrovo in ritardo di una, due ore ad un appuntamento perch ho dov uto rifare la stessa strada decine e decine di volte, dire in casa che ho incont rato un'amica, che mi sono ricordata dopo essere uscita che dovevo fare altre co mmissioni. Sono diventata bravissima ad inventare storie. Per fortuna questi pro blemi mi capitano di pi quando sono fuori di casa; del resto io mi sforzo di mini mizzare con i miei e poi guarda che figura da pazza vado a fare per la strada in mezzo alla gente." Lui la interrompe: "Qui a Venezia si sa, tutti parlano di tutti, e in un modo ch e - a chi di fuori - sembra impietosamente ricco di particolari e aggiornamenti.

il vostro passatempo preferito; credo che i tempi della giornata di un venezian o, che sono gi molto diversi da quelli delle persone che vivono in altre citt, sia no scanditi ovunque soprattutto dalle cadenze del 'ciacolare' nei salotti, come nelle botteghe o agli angoli dei campi." "Beh s, credo di essermela fatta la fama della persona un po' originale, eccentrica. Ma guardi che per quanto concerne i l pettegolezzo, le chiacchiere come dice lei, non c' nessuna cattiveria, nessuna malignit vera, anzi. un modo, una tradizione che affonda le sue radici negli usi della Serenissima, di partecipare ciascuno alla sua maniera alle vicissitudini d egli altri. un modo di non essere soli: qui a Venezia, quando nessuna parla di t e e dei fatti che settimana dopo settimana ti capitano, vuol dire che sei morto, e malamente, cio senza aver partecipato alla vita della citt. Di certi che sono m orti bene, e guardi che non sto parlando di giudizio sociale e morale, sento par lare a distanza di anni: dalle avventure di letto di una certa contessa che di n ome conoscer anche lei, alle vicende giudiziarie di certi emeriti scienziati." "Quindi non l'essere giudicata una persona eccentrica che la infastidisce e la p reoccupa?" "No, certamente, una certa fama di originalit potrebbe giovare al mio lavoro un d omani, quando, se Dio vorr, mi sar laureata in architettura." Ormai si fatto scuro intorno, la luce dei fanalini che oscillano alla brezza del la sera illumina la piazzetta. L davanti a noi, alla Giudecca, decine e decine di luci si sono accese, mentre qui davanti, ad intervalli regolari, i vaporetti sc aricano gruppi di persone che si allontanano rabbrividendo verso casa. Anch'io v orrei andarmene, ma rimango per verificare di aver compreso la natura del proble ma della ragazza. Sento nel tono della voce dell'uomo una persistente nota di perplessit mentre rep lica, cercando una spiegazione: "Ma allora, di cosa si tratta? Confesso, se prom ette di non offendersi, che vedendola prima agire in quel modo senza un senso lo gico apparente, di aver veramente pensato che fosse un po'... pi che originale. M a parlando con lei, qui, francamente mi sembra anzi una ragazza molto intelligen te e acuta, oltre che molto carina ed attraente. E mi domando, cosa non va? Perc h continuava ad andare e venire come se cercasse qualcosa e per di pi con l'aria o gni volta pi soddisfatta di non trovare nulla?" Lei indugia un attimo, quasi a voler raccogliere le idee. "Bene, cercher di esser e breve. Di fatto tutto si pu raccontare abbastanza rapidamente. Partiamo da ques to episodio che in s abbastanza esemplare per esporre il tipo di difficolt che io ho. Quel che mi capita che, mentre sto facendo delle cose, qui in particolare ca pitato mentre ero per strada, mi vengono in mente dei pensieri, qualche volta so no anche pi che pensieri, sono addirittura immagini mentali, come un lampo improv viso, repentino. Per fare una similitudine con quel che pu capitare nella vita no rmale, come quando all'improvviso ci si ricorda che si doveva acquistare un cert o oggetto, oppure una scadenza di un pagamento da effettuare. Di diverso per, c' che non finisce l; il pensiero non passa oltre, o meglio, non si riesce a riprendere il corso di idee che era stato interrotto. Quell'idea, quel l'immagine si insedia l e continua ad assillarti, a roderti e pi fai per allontana rla dalla mente con tutto il carico di esagerazione o addirittura di insensatezz a che comporta, pi diventa corrosiva, mette le radici. "Ma il contenuto di queste idee? Di queste immagini?" "Pu essere diverso, ma il t ema sempre lo stesso: aver fatto qualcosa che pu provocare danni ad altre persone ." "Ma in che modo?" "Beh, come prima, mentre camminavo qui sulle fondamenta. Gi, anche quello un prob lema, perch per essere sicura devo evitare di calpestare le righe che trovo sul p ercorso (tombini, giunzioni del lastricato). Soltanto in questo modo ho una spec ie di garanzia che non mi possono capitare cose brutte. Mi venuto in mente che s e mi fosse caduta dal bavero la spilla col fermaglio aperto, il bambino, quello che giocava qui prima, avrebbe potuto raccoglierla pungendosi." Lui interloquisce: "Ma non mi sembra proprio cos insensato, anzi denota una certa gentilezza d'animo." "Gi" dice lei amareggiata "peccato che io sappia che quella spilla oggi non la po rtavo, sul bavero di un tailleur che sta a casa nell'armadio."

"Ma allora, se lo sa, perch tornava a controllare?" "Ecco, adesso vede che ha capito dove sta la follia? Pur sapendo come stanno rea lmente le cose, che cio non c' da preoccuparsi, devo, per calmare una tensione che altrimenti diventerebbe progressivamente pi intollerabile, tornare a controllare ." "Veramente quel che capisco che la matassa pi ingarbugliata di quel che pensav o! Ma come succede?" "Se lo sapessi, in qualche modo potrei provvedere, invece quel che posso fare di venta a sua volta una causa di scombussolamento, una limitazione di vita. Se ave ssi potuto ragionare come chiunque, se mi fosse venuta in mente quell'idea, avre i potuto mentalmente controllare il ricordo della spilla che era a casa, quindi passare oltre. Invece, per riuscire a tranquillizzarmi, io devo tornare sui miei passi, controllare il luogo dove con la ragione so che non trover nulla perch so che non ho perso nulla, perch in questo modo l'immagine del bambino ferito a poco a poco si dileguer. Se avr controllato abbastanza, potr continuare a fare quel che stavo facendo. Ma di queste occasioni piena la giornata. A volte mi viene in me nte tornando dall'aver fatto la spesa che una confezione di detersivo non sia be n sigillata e che avendo perso della polvere un cane possa leccarla e morire avv elenato; oppure a casa, dopo aver bevuto un bicchiere d'acqua, posso pensare che ho urtato il bicchiere su una superficie e che i frammenti finiranno nei cibi e procureranno delle lesioni a mia madre o a mio padre. Eppure so benissimo che q uand'anche la polvere di detersivo sia caduta non sarebbe nociva per alcuno, che comunque tornare a controllare non servirebbe a niente; cos come altamente impro babile, se non proprio impossibile, che si rompa un vetro senza accorgersene, ch e queste schegge finiscano in una pentola che in quel momento sta chiusa in un a rmadio e che per finire, quand'anche questo frammento fantasma sia arrivato nel piatto, finisca senza che il malcapitato se ne accorga, nel suo stomaco! Parland one a tavolino, sembra tutto molto semplice, banale: ci che irrazionale non dovre bbe creare motivo di apprensione, eppure in quel momento tutto diverso. La realt vera, quella dei ragionamenti, l, ma presente come una serie di regole e di evide nze che sono a portata di mano solo apparentemente. Di fatto, per, sono inaccessi bili ed inutilizzabili. Come se ci che serve fossero altri canoni, altri modi di procedere appunto." "Deve essere davvero terribile... ma da quanto tempo cominciata questa storia?" " cominciata circa tre anni fa, anche se in un modo abbastanza diverso: allora av evo cominciato a pensare ai germi, ai virus, allo sporco in senso lato. Ne ero a ssillata, credo che se fosse andata avanti ancora per un po', sarei impazzita da vvero: respirare era diventata una tortura, avevo la paura, si figuri, che ogni respiro portasse nel mio corpo milioni di potenziali agenti patogeni, ma cosa di co, miliardi... La polvere, mio Dio: lei ha presente quando in una stanza una la ma di luce illumina l'aria con una certa inclinazione e si vedono sospesi nell'a ria quei corpuscoli? Ecco, io vivevo in quell'incubo con quell'idea fissa nel ce rvello che stavo respirando roba nociva, che tutti quei miliardi di piccoli micr obi mi stavano infettando; e toccare gli oggetti di casa, le superfici piane con le mani sapendo, anzi temendo, che avrei potuto inavvertitamente portarle alla bocca? Sa che ormai aprivo le maniglie con i gomiti, scostavo le seggiole con la punta del piede, passavo attraverso le porte di striscio? E poi c'erano le ore e le ore passate a pulire (pi o meno di nascosto) la mia camera, che era il posto in cui mi rifugiavo. Con la scusa di studiare mi ci chiudevo dentro e lustravo, pulivo, strofinavo... vuol ridere davvero? Sa in quel periodo chi era il mio ne mico principale? Ha presente i battiscopa che ci sono lungo i perimetri delle pa reti delle camere? Bene, non le posso descrivere la sofferenza interiore quando mi resi conto che tutto il mio pulire negli angoli, lungo le fessure, non arriva va neppure a sfiorare la polvere, lo sporco che stava nell'interstizio tra il mu ro e la superficie coperta del famoso battiscopa. Non riesco a spiegarle a parole l'angoscia che provai in quei giorni: dovevo sfo rzarmi di rimanere alla scrivania a studiare, per addormentarmi la sera dovevo r ipetermi almeno venti volte: 'Non arriver fino a qui. Non arriver fino a qui.' L'idea era che in quegli anfratti nascosti si annidasse tutto il male del mondo, tutti i pericoli pi terrificanti. Non mi chieda se non mi rendevo conto che eran o tutte sciocchezze. Lo sapevo bene, ma sapevo altrettanto bene l'angoscia che q

uell'idea assurda era capace di provocarmi." L'uomo tace di fianco a me mentre la ragazza fa una pausa, come se stesse rievoc ando anche in quel momento quel malessere; si portata una mano sul petto, rabbri vidisce. "Si fatto tardi, devo andare, e non voglio importunarla oltre." Ma, scusi la curiosit, come finita? perch lei ha detto, se non sbaglio, che era fi nita..." "Gi, con quella cosa specifica in agguato s, ma cambiano... Per quella in particol are..." il tono della voce si fa ancora pi sussurrato, cerca di nasconderlo ma ev idente che si vergogna profondamente "ho dovuto ricorrere ad uno stratagemma. Ho cominciato a lamentarmi con mia madre che il colore delle pareti non mi piaceva pi, che comunque la camera aveva bisogno di una rinfrescata e tanto ho fatto e d etto che ho ottenuto che arrivasse il pittore, che tutto fosse ridipinto, smonta ti i famosi zoccolini di legno. Pi o meno lentamente, imprevedibilmente, questa i dea si alterna, si fa naturalmente meno presente nella mente, salvo che poi nasc ono altri spunti, altre idee diventano a loro volta prevalenti a dominare il pen siero. E cos via, senza sosta e senza tregua. E sapesse come mi vergogno, e come sono de moralizzata; i tentativi fatti finora di venire a capo di questo problema, come pu ben constatare, sono serviti a poco se mi ritrovo a fare certe cose per la str ada e poi a parlarne con una persona che, mi perdoni, pur sempre uno sconosciuto !" "Davvero io non so cosa dirle, non ho nessuna dimestichezza con questa faccenda. Secondo me sono cose da psicologi, io sono soltanto un ingegnere. Certo posso d irle una cosa, e questa con molta sicurezza: non mi sembra proprio che lei sia m atta, al contrario, mi sembra estremamente consapevole della realt." "Eh, bastass e la consapevolezza... adesso, per esempio, che sto per andarmene, mi tornato in mente che dovrei controllare per l'ultima volta se davvero non c' quella spilla. " Anche l'uomo si alzato, dopo aver pagato il conto, e rimane un attimo perplesso l in piedi esclamando: "Ma ormai non ci si vede pi!" Poi riflette un attimo, e pri ma che lei replichi prosegue: "Gi, ma se ho capito giusto, questo lo sa anche lei ed abbastanza, anzi del tutto, irrilevante... " Commento Marina non presenta nessuna forma di comorbidit; un'ossessiva a esordio precoce e la cosa che pi colpisce in lei la grande consapevolezza di malattia. in grado di raccontare se stessa ed il rapporto con la malattia con grande lucid it, fornendo all'interlocutore, digiuno del problema, la possibilit di comprendere alcuni elementi chiave del disturbo ossessivo, e cio l'intrusivit ed estraneit del contenuto ossessivo e la obbligatoriet del gesto compulsivo. In altri termini Ma rina pone l'accento sul sentirsi una marionetta in balia di una volont irrazional e e malevola che la costringe a mimetizzare fin che pu i propri gesti anche se gl i sforzi si rivelano spesso vani. Emerge in questo racconto, pi che nei precedent i, il legame di casualit nell'insorgenza dello stimolo ossessivo: pur mantenendo il comune denominatore della "paura di poter essere responsabile di qualche acca dimento negativo" l'ossessione insorge improvvisa e casuale, pu essere una spilla , un vetro o un detersivo, per citare gli esempi fatti da Marina. Di comune riscontro, invece, - negli anni - la fluttuazione fenomenologica delle ossessioni dai contenuti adolescenziali di contaminazione agli attuali a connot azione squisitamente aggressiva. Un'altra osservazione ci sembra meriti il racco nto di Marina, ed legata alla modalit di attuazione delle compulsioni. Anche in questo caso i controlli spesso non tranquillizzano, anzi stimolano a su ccessive verifiche, e questo fatto in questo caso cos eclatante che la paziente p oi necessita di una sorta di artificio in grado di interrompere la spirale negat iva instauratasi; in particolare Marina deve pronunciare una frase, ad esempio " Non c' nulla. Non ci pu essere nulla" piuttosto che "Non arriver fino a qui".

ALESSIA Il peso della ragazzina non lascia certo alcun dubbio diagnostico: anoressia. Alessia, diciannove anni, si trova ricoverata da circa quindici giorni su indica zione del medico di famiglia in questa discreta e tranquilla clinica immersa nel verde della Brianza. La mia una visita di cortesia, visto che Alessia una lontana parente, e ne hanno approfittato i genitori chiedendomi di rintracciare il medico di turno per aver e informazioni pi dettagliate sull'iter clinico e sui loro programmi terapeutici. Loro, i genitori intendo, li conosco piuttosto bene perch le nostre famiglie avev ano trascorso insieme alcune vacanze estive molti anni fa. Ripensandoci adesso s econdo un'ottica professionale, devo dire che mi sembra impersonino perfettament e la tipologia dei genitori di una anoressica. La mamma, Angela, una donna di poco sotto i quaranta, dal fisico robusto e proro mpente, dotata di un carattere gioviale ed espansivo; manifesta una naturale inc linazione ad essere protettiva. Me la ricordo particolarmente sollecita ad esaud ire i nostri desideri gastronomici, supportata da una felice vena culinaria cos c onnaturata nella gente emiliana. Molto attenta alle esigenze dei figli - allora bambini - svolgeva un ruolo, se c os si pu dire, di mediazione e di protezione rispetto alla posizione di rigore edu cativo del coniuge. In realt questo rigore di Franco nei confronti dei figli, mi pare di poter dire f osse pi formale che altro, visto che poi le decisioni operative sul da farsi eran o sostanzialmente demandate alla moglie. l'uomo che in perfetta buona fede considera il proprio ruolo nell'economia famil iare pressoch limitato allo stereotipo del procacciatore di cibo attraverso il la voro. Mi immagino quale inquietudine possano aver provato questi poveretti di fronte a ll'inesorabile sviluppo della malattia della figlia, soprattutto di quella figli a che tra le due spiccava per ubbedienza e profitto scolastico. Non avendo incon trato Alessia da diversi anni, il mio ricordo rimane sostanzialmente limitato a quel periodo; la rammento sin da allora come una ragazzina un po' smorfiosetta, sempre composta, precisina e un po' introversa. Di tutt'altra pasta era (e mi di cono sia tuttora) la sorella, che assomiglia pi alla madre, allegra e compagnona. Certo che l'impatto con la Alessia che occupa questa camera notevole. Dovrei ess ere abituato a certe patologie che tuttavia ti colpiscono sempre, e forse in que sto caso particolare la visione di questa ragazzina emaciata mi coglie maggiorme nte impreparato. Quasi non si vede sotto il lenzuolo il profilo del suo corpicin o, e il capo scompare quasi sul cuscino; l'unica cosa che si nota sono i capelli : lunghi e biondi, incorniciano un visino dalle guance incavate, gli occhi sporg enti, l'espressione vecchieggiante e malsana. Se ho stentato a riconoscere Alessia, non mi stupisce invece il rigore con il qu ale Alessia ha disposto le sue cose nella stanza: c' un che di familiare in quest a sorta di precisione simmetrica con la quale tutto l'arredo disposto. forse dif ficile da tradurre in parole questa sensazione, ma la stanza, che in teoria dovr ebbe essere uguale a tante altre, stata trasformata in un qualcosa di estremamen te personale che colpisce immediatamente. Mi ci voluto un po' per tradurre quest a sensazione in un qualcosa di pi definito e oggettivabile, ma uno alla volta son o emersi i particolari: le due poltroncine disposte con la stessa precisa angola zione ai piedi del letto, i libri di scuola sistemati in bell'ordine su due pile sul lato destro e su quello sinistro del tavolo, con la seggiola il cui schiena le, discosto pochi centimetri dal bordo del tavolo perfettamente allineato a que st'ultimo. La sovracoperta pende in ugual misura al bordo destro e al sinistro d el letto, ed ovunque una pulizia ed asetticit assoluta, quasi a sottolineare una stanza non vissuta, cristallizzata in un ordine innaturale quale neppure il pers onale di una clinica elvetica sarebbe in grado di mantenere routinariamente. Unica eccezione di questa asetticit, una schiera di animaletti di pelouche all'ap

parenza abbandonati qua e l, disordinatamente, sul divanetto. L'incontro un po' carico di imbarazzo, per me, per i genitori di Alessia, ma, e questo mi stupisce molto, non per lei. No, non affatto imbarazzata; concentrata, nervosa, direi allertata. Ho la sensazione che ci che la preoccupa sia la presen za di tutta questa gente le cui mosse non riesce a controllare. Improvviso, acut o e supplichevole l'urlo di Alessia ci paralizza: "Non toccate." Il messaggio cos aspecifico che ognuno di noi si sente chiamato in causa. "Ma Alessia, non vedi chi venuto a trovarti?" A questo tentativo della madre di spezzare la tensione fa eco una secca risposta: "Certo che lo vedo, non sono mic a cieca. Se poi la smettete di entrare e uscire dalla camera mi fate un grosso f avore." Il tono brusco, per lo meno, appare un po' meno incomprensibile. Se la m adre ha cercato di salvare l'apparenza, il padre di sicuro deve aver smesso da t empo di esercitare quella parvenza di severo rigore che lo caratterizzava; credo che sia il pi provato, e la conferma me la fornisce lui stesso: "Forse meglio se usciamo e poi semmai entri solo tu. Alessia si comporta sempre cos: sfrontata, m aleducata, spesso anche aggressiva e non solo a parole." Nel frattempo dalla sta nza siamo usciti solo noi due, perch Alessia ha chiesto alla mamma di trattenersi . "Sai cosa stanno facendo adesso in camera?" mi chiede Franco con fare interlocut orio, e poi riprende: "Beh, mia moglie sar obbligata da Alessia a controllare che la disposizione delle cose in camera non sia stata alterata dalla confusione de lla nostra 'irruzione'. Nota bene: anche se lei sa - in questa come in altre cir costanze analoghe - che non possiamo aver toccato o spostato nulla avendo soltan to varcato la soglia per un minuto, dice che non ne pu fare a meno, che il dubbio che qualcosa inavvertitamente sia stato spostato le rode il cervello, che se no n si controlla lei sta malissimo, che le viene un'ansia insopportabile e via di questo passo. Tutto ha un suo ordine preciso, persino i pelouches devono essere disposti secondo uno schema prefissato. E non faccio commenti su come mi appaian o stridenti questi giocattoli con l'et di mia figlia... questo che mi logora la mente, perch che Alessia sia anoressica l'ho capito perfi no io, non riesco a darmi pace, ma l'ho capito chiaramente. Ci che mi angustia so no questi comportamenti strani, per usare un eufemismo, perch da un anno si compo rta proprio da matta, prima con la faccenda delle mani e dello sporco, e adesso con tutti questi obblighi nei quali coinvolge tutta la famiglia e che non ci fan no pi vivere. I medici hanno parlato di un disturbo ossessivo, e con questo pensano di aver de tto tutto; ma cosa esattamente sia, da cosa dipenda e soprattutto come dobbiamo comportarci noi non affatto chiaro. Se penso che su di lei avevamo fatto tanti progetti, ci dicevano che era cos inte lligente, dotata, e guarda adesso come si ridotta, sembra una larva umana! Non ci siamo fatti illusioni quando anche questa volta - come in altre circostan ze analoghe, in passato - nei primi giorni di ricovero Alessia sembrava non fare particolare attenzione alla disposizione degli oggetti. Ormai abbiamo constatat o pi volte che quando nostra figlia cambia ambiente si verifica una sorta di treg ua di qualche giorno; dopo di che, pi o meno gradualmente, si insinuano le prime esigenze e... ormai non mi illudo pi! Nella nostra famiglia il fantasma della malattia mentale si gi presentato: la sor ella di mio nonno aveva avuto problemi psichici, non so dirti quali, ma so che a llora era stata ricoverata pi volte in manicomio e mio padre la descriveva sempre come una donna eccentrica e piena di bizzarrie; poi c' mio cugino, sempre da par te di padre, che soffre di crisi depressive, e in una di queste crisi l'hanno sa lvato per miracolo che gi aveva la corda al collo... E con ci Angela mi ha anche incolpato dei problemi di nostra figlia: prima perch l e hanno detto che un padre autoritario nocivo sulle condotte anoressiche; poi, q uando venuta fuori la storia dell'ordine, della simmetria e dello sporco, apriti cielo! Secondo lei Alessia ha preso da me, che sarei un maledetto pignolo, semp re pronto a perdermi nei meandri dei dettagli, a voler spaccare il capello in qu indici, fanatico delle regole e preferibilmente le mie, come uniche valide per t utti.

Sar stata sconvolta per fare di me questo ritratto che pi che un ritratto mi sembr a una caricatura. Sta di fatto che per lei tutto esagerato, mentre a me sembra f unzionale, e i fatti mi danno ragione perch nel lavoro, per esempio, un certo mod o quadrato di pensare ed agire d sempre buoni frutti. Come questo comunque stia c on le follie di Alessia, me lo devono ancora spiegare, per. Scusa questo sfogo, ma a furia di colpevolizzarmi mi hanno messo un tarlo in tes ta che mi fa proprio stare male. Tornando alla storia di Alessia, come ti stavo dicendo, ci siamo accorti da circ a un anno che la malattia si complicata. Era tempo che la lotta sul cibo si svolgeva sul fronte di contrattazioni quotidi ane tra madre e figlia sul mangia una forchettata in pi, aggiungi dieci grammi su lla bilancia e cos via, con la madre che non era in grado di esimersi dal dire la sua e con la figlia che non perdeva occasione per maltrattarla e mangiare ancor a meno. Tuttavia, grazie anche all'aiuto di una psichiatra che la seguiva, la si tuazione si manteneva abbastanza stabile, nel senso che il peso non scendeva sot to i trentanove chili. Un giorno Alessia ha incominciato a fare un discorso strano che l per l abbiamo in terpretato come una nuova scusa per non mangiare, e cio che i grissini, che come al solito erano stati comprati dal panettiere apposta per lei, non li avrebbe ma ngiati perch erano stati tolti dal sacchetto con le mani, e che da ora in poi avr ebbero dovuto essere lasciati intatti nella loro confezione. Mi ricordo bene que ll'episodio perch a tavola io feci una sfuriata rimanendo stupefatto dalla assolu ta inefficacia della medesima: Alessia, con glaciale indifferenza, non tocc nessu n grissino; certo se avessi saputo che quello era solo l'inizio di un qualcosa d i molto serio non avrei di sicuro reagito cos e mi sarei maggiormente preoccupato . S, perch dal grissino il problema si allargato a macchia d'olio, coinvolgendo le p osate, i piatti, i bicchieri. In breve tutto ci che riguardava l'alimentazione do veva sottostare a regole di asetticit sempre pi articolate e, aggiungo, indisponen ti. S, perch sembrava che solo lei avesse capito cos' la vera igiene, che tutto il resto della famiglia avesse vissuto fino a quel momento nella sporcizia! Seguendo una logica per noi incomprensibile Alessia ha iniziato a lavarsi le man i in ogni momento, sempre trincerandosi dietro una supposta esigenza di igiene, ma - ti assicuro - in modo assolutamente sproporzionato e, come se non bastasse, ha gradualmente coinvolto Angela che stata costretta a controllare la corretta attuazione di questi lavaggi. Si faceva accompagnare in bagno dalla madre che, c ome un carabiniere, doveva controllare le cose pi disparate: che il risciaquo del le mani non avesse lasciato residui di sapone, o che con le mani pulite non aves se inavvertitamente toccato il lavandino e altre fesserie di questo genere. Nel giro di un paio di mesi dall'episodio del grissino ci siamo trovati nell'imp ossibilit di usare il bagno perch costantemente c'era Alessia, e se calcoli che in casa siamo in quattro capirai che la situazione era diventata insostenibile anc he sotto l' aspetto meramente logistico; ti dico 'era' perch per fortuna, ultimam ente almeno, questo aspetto del problema si un poco ridimensionato." Veniamo interrotti da Angela che, uscita dalla stanza, mi dice che adesso la fig lia pi tranquilla e che vorrebbe parlare da sola con me. Appena apro la porta del la camera riprovo la stessa sensazione di poco prima, solo che - adesso - ho le idee molto pi chiare e so che tutto questo potrebbe essere giustificato dalla pat ologia. Alessia a letto con il volto scavato e teso, gli occhi per sono carichi di energi a, controllano ogni mio movimento. facile intuire che angosciata dall'idea che i o possa toccare qua e l, e la conferma di ci giunge puntuale. "Siediti su quella sedia" dice Alessia, e il tono della voce sta tra il perentor io e il supplice, e poi prosegue: "Lo so che mi sto comportando da matta, come d ice in modo sprezzante mio padre; lo so benissimo, ma non possibile fare altrime nti. Se ti interessa posso raccontarti tutto da principio." "D'accordo" rispondo io "anche perch penso che possa andar bene anche per te parl are con qualcuno che non si ponga immediatamente nei confronti del tuo disturbo in una posizione di giudizio." " da anni che ho un pessimo rapporto con il cibo, per - grazie all'aiuto della mia

psicologa - riesco ad alimentarmi un po' di pi. Non posso dire che sia un proble ma risolto, perch mangio solo se controllo attentamente l'apporto calorico, e le discussioni in casa sono pressoch quotidiane; ma l' altro il problema del quale v oglio parlarti." Che Alessia liquidi il problema alimentare con inaccettabile ottimismo risultere bbe palese a chiunque la veda; tuttavia non obbietto nulla, per almeno due motiv i: il primo che un aspetto tipico del modo di pensare dell'anoressica costituito da una naturale tendenza a minimizzare l'entit della malattia, e il secondo che ci di cui Alessia mi vuole parlare deve essere ben importante per lei visto quale disagio le procura la presenza di un estraneo in camera. " da circa due anni che mi sono accorta di cose strane che mi succedono e che non so razionalmente spiegarmi. Il punto di partenza stato il cibo, oggetto della m ia 'attenzione particolare'. Ecco, il punto che l'attenzione si progressivamente allargata dalla pura valutazione delle calorie al livello di igiene del prodott o, in un crescendo che non sono riuscita a controllare. Quello che stupisce anch e me l'accanimento di questa attenzione: diventato il classico chiodo fisso, un pensiero assillante, continuo che si fa strada nella mente e fa passare in secon do piano qualsiasi altra cosa tu stia pensando e facendo, e pi cerchi di scacciar lo o - come diceva mia mamma quando cercavo di spiegarle cosa provavo - quando c erchi di pensare ad altro, ecco che questo stesso sforzo di concentrarti su altr o si concretizza di fatto paradossalmente in maggior forza, maggior presenza di questo. Io non mi capisco. Non che io per quella che credo di essere, nel modo d i pensare nel quale mi riconosco, trovi giustificate quelle paure riguardo lo sp orco, il contagio: paure che rappresentano la molla per questa esigenza di attua re condotte di pulizia sempre pi radicali ed assolutamente sproporzionate. Per com e se soltanto quelle ridicole abluzioni fossero state in grado di placare quell' ansia, un fuoco interno che mi torturava. Quello che ho capito, invece, che ero diventata schiava di un male oscuro, assoluto padrone dei miei gesti: dapprima l 'eccessiva attenzione a chi toccava il cibo, a come lo si manipolava e cucinava, poi, poco per volta, il bisogno di lavarsi le mani con sempre maggiore frequenz a, con un senso di sporco che non se ne andava via e che mi costringeva a interr ompere anche le pi banali ed innocue attivit per correre in bagno a placare una an goscia che non potevo tollerare. Per farti capire con un esempio: ogni qual volta mi capitava di aprire un sacche tto di patatine era un vero dramma perch se con l'unica mano adibita a prendere l e patatine dal sacchetto toccavo inavvertitamente il bordo esterno dello stesso dovevo andare a lavarmi le mani: e per qualsiasi azione era la stessa spola da e verso il lavandino. Puoi immaginare come andavano le cose in casa. Non che questo rappresenti il mas simo dei miei pensieri, per da quando sto facendo questa terapia se non altro alm eno il bagno di casa un po' meno monopolizzato e non si forma la fila alla porta ..." "Ti spiace spiegarmi questo astio nei confronti dei tuoi genitori?" Non credo che Alessia abbia gradito la mia domanda, per si dimostra disponibile e risponde: "Non mi pare che questo c'entri molto con quanto ti stavo raccontando . Comunque il fatto che mi danno fastidio epidermicamente. Mia madre la tipica p ersona che vive per poter dire - e la mia figlia qui... e la mia figlia l - e ved i, il fatto che la sua bambina si stufata di lei, delle sue ovviet e del voler se mpre dire la sua su ogni cosa." "Anche se questo non mi pare ti impedisca di uti lizzarla come garante per i tuoi controlli", dico io in termini provocatori per sottolineare la palese incongruit delle sue affermazioni. Alessia sorpresa da que sta affermazione, evidentemente non si aspettava che qualcuno potesse intuire il vero ruolo della madre nei suoi obblighi di simmetria, e anzich darmi una rispos taccia per il fatto di essere stata colta in flagrante contraddizione lascia cad ere il tono aggressivo. Non c' da meravigliarsi, capita spesso che questi pazienti che pure avvertendo pe r primi la illogicit, l'incomprensibilit o quanto meno l'esagerazione del loro mod o di fare, e dovendo contemporaneamente soggiacere alle regole di comportamento che la malattia impone, tentino di difendere con aggressivit il proprio diritto d i fare stramberie.

In realt il cosiddetto diritto dovrebbe in modo pi appropriato essere qualificato come obbligo ad agire secondo le rigide imposizioni della malattia. Il punto che questa sensazione di drammatico isolamento viene quasi sempre confe rmata dall'atteggiamento di chi li circonda; nel caso specifico i genitori di Al essia si sono ritrovati a confrontarsi con una figlia che gi in passato aveva inn escato e subito le tensioni tipiche delle famiglie che si confrontano con il pro blema della anoressia. I precedenti non li hanno messi certo in una posizione di serenit per affrontare questo nuovo problema. Ovviamente i loro rapporti sempre pi tesi e deteriorati hanno comportato l'irrigi dimento di Alessia su una posizione che ritualizza il vecchio adagio per il qual e la miglior difesa l'attacco. E ovviamente quel che lei deve difendere l'assolu ta necessit di raggiungere gli obiettivi prefissi malgrado la crescente ostilit de i suoi. Il nostro colloquio durer per pi di un'ora, con Alessia che - abbandonata ogni res istenza - racconta con dovizia di particolari una giornata passata a controllare le cose pi disparate. Un dettaglio mi pare illuminante su tutto il quadro: le os sessioni di simmetria che avevano costretto la mamma di Alessia a fermarsi in ca mera per controllare la disposizione degli oggetti e che avevano in quel momento un ruolo prioritario tra le manifestazioni cliniche della ragazza erano in real t sottese dal pensiero magico che se non avesse fatto cos sarebbe successo qualcos a di brutto proprio ai suoi genitori... uno dei tanti paradossi che caratterizzano i contenuti di questa patologia, e ci o la forte penalizzazione della qualit di vita delle persone che circondano questi pazienti, che nasce dall'esigenza ossessiva di questi ultimi di tutelare il ben essere e la sopravvivenza proprio di coloro che in realt di questi obblighi subis cono le maggiori conseguenze. Alessia stata fortunata nella sua disgrazia di avere due ordini di problemi psic hici differenti ma stettamente intrecciati: i medici che l'hanno avuta in cura h anno affrontato l'uno e l'altro versante della sua patologia in modo appropriato ; il che, grazie ad un corretto intervento farmacologico, le ha consentito una m aggior libert nei confronti anche dei rituali compulsivi, oltre che nei confronti della bilancia. Franco, che pochi giorni fa mi ha telefonato raccontandomi l'evoluzione clinica della figlia (che peraltro dopo quell'incontro non avevo pi rivisto), ha condensa to in poche ma incisive parole il suo stato d'animo verso questa esperienza dell a malattia della figlia: "Non so se dopo quanto successo riuscir mai a recuperare un rapporto bello con Alessia. Il rammarico peggiore quello di non aver capito tempestivamente la chiave di lettura della sua malattia e aver preteso, negandol a, che lei la vincesse da sola. Non riesco proprio a perdonarmi." Commento Il caso descritto quello di una ragazza affetta sia da disturbo ossessivo-compul sivo che da anoressia; il rapporto che lega queste due patologie per certi versi controverso, ma di sicuro non infrequente. Di fronte ai due disturbi l'atteggiamento di Alessia e dei suoi genitori apparen temente piuttosto singolare, nel senso che ci si aspetterebbe una maggiore preoc cupazione nei confronti della patologia alimentare in grado di compromettere l'e sistenza stessa della paziente. E invece no, ci che li angoscia maggiormente quel l'aspetto del comportamento di Alessia meno comprensibile, pi intollerabile in qu anto pi simile alla 'follia', che noi per sappiamo essere dettato dal disturbo oss essivo. Dal punto di vista degli specifici contenuti ossessivi non ci sono elementi part icolarmente interessanti da evidenziare, in quanto Alessia presenta la solita va riazione nel tempo di contenuti anche molto diversi tra loro. Viceversa un aspet to della condotta compulsiva piuttosto interessante. Il padre di Alessia ne fa u n breve accenno quando afferma di non nutrire particolari aspettative a partire dal miglioramento palesato dalla figlia, che si verificato nel momento in cui st ata inserita nel nuovo contesto ambientale ,in quanto evento gi sperimentato come

transitorio. Questo fatto usuale; infatti molti ossessivi sradicati dall'ambiente di routine vivono una sorta di tregua patologica legata alla necessit di codificare nuovi ri tuali in risposta ai nuovi stimoli ambientali. Un esempio classico quello del ra gazzino che, allontanatosi da casa fosse anche per andare solo qualche giorno da i nonni, scopre che nella nuova abitazione non ha bisogno di fare controlli. Ci m ette in moto decisioni familiari a volte anche molto onerose come il cambiare ca sa, destinate purtroppo a diventare cocenti delusioni data la assoluta transitor iet di questi miglioramenti. Un ultimo commento lo merita la personalit del padre di Alessia: una personalit co n molti tratti ossessivi, e le differenze tra la personalit e il disturbo ossessi vo appaiono chiaramente. A lui - se si pu dire - 'i conti tornano', le sue strategie operative rigide ed i ntransigenti vengono vissute con piena sintonia e sono funzionali. Non lamenta l a presenza di ossessioni e di compulsioni contrariamente alla figlia che, come s appiamo, ha sviluppato il disturbo vero e proprio.

FULVIO "Tutto per una lettera, ma le pare possibile?" Chi parla la Sig.ra A., madre del giovane Fulvio, che prosegue: "La nostra vita cambiata da quel giorno li! Sono cose da ragazzi, dottore, capitata a tutti una delusione d'amore e a mio figlio, che non pi bello degli altri, successa la stessa cosa. Solo che quella benedetta ragazza glielo ha scritto nero su bianco che si era innamorata di un suo amico, e Fulvio ne ha fatta una tragedia." Posto di fronte al dilemma se contenere con prevedibile fatica l'irruenza di que sta giunonica mamma o se lasciarla andare a ruota libera, opto per la soluzione per lei meno frustrante, anche se per me meno economica, e mi preparo di buon gr ado ad un racconto fiume abbozzando un invitante: "In che senso?" "Vede" prosegu e la mamma "il ragazzo da principio ha preteso che quella lettera venisse brucia ta e poi, come se questo non bastasse, che lo scrittoio sul quale l'avevo appogg iata venisse pulito, ma non con la solita passata dello straccio della polvere, no, ha preteso che fosse disinfettato letteralmente con l'alcool. L per l anche se quella faccenda della disinfezione mi aveva preoccupato non poco, volli interpr etarlo come un capriccio, una specie di rito emancipatorio di liberazione. Mi re ndo conto per che a farmi decidere di accontentarlo fu l'angoscia autentica che a veva dipinta in volto. Mi chiedeva di fare per lui quella cosa perch lui, certo, non poteva toccarla. Non l'avrei certo fatto se avessi immaginato che questo sar ebbe stato solo l'inizio di un vero e proprio calvario." A questo punto la Sig.ra A. rivolge al figlio uno sguardo carico di significato ed improvvisamente esplode in un pianto irrefrenabile a testimonianza di una ten sione e di un logoramento che non avevo affatto previsto e che peraltro non era minimamente trapelato prima. Il fatto mi induce ad osservare con maggiore attenzione il paziente, cosa che soverchiato dall'irruente presenza materna - non avevo avuto ancora il tempo di fare. Il ragazzo dimostra meno di sedici anni, di costituzione delicata, magroli no e pallido. Con una espressione torva in viso ha ascoltato in un silenzio che ora capisco quanto sia carico di ostilit nei confronti della madre, di quel che l ei ha detto. Deve essere molto teso, e se ne sta rigido e immobile sulla poltron cina quasi senza muovere un muscolo, neppure minimamente a suo agio. Al contrari o, che ci sia qualcosa che non va lo denuncia l'osservazione attenta della posiz ione delle mani. Da quando si seduto non le ha mai mosse, ma non giacciono inert i in grembo, appoggiate o al corpo o ai braccioli. No, le sta tenendo lievemente staccate dal contatto con qualsiasi altra superficie, appoggiando solo gli avam bracci e tenendole in modo che non si sfiorino neppure l'una con l'altra. Ma a p arte la postura, tenuta in modo solo apparentemente casuale, quello che davvero fa impressione lo stato di quelle mani gi magre e diafane. L'epidermide secca, sc

repolata e arrossata, da far pensare che il ragazzo passi le sue giornate con le mani nell'acqua, come le lavandaie di una volta! Nel frattempo la mamma, esaurito lo sfogo che le aveva fatto perdere il controll o emotivo, riprende il suo discorso con quel cipiglio che ora pi correttamente in terpreto come il segno della sua convinzione di quanto sia assoluta la necessit d i andare a fondo del problema. "L'episodio della lettera capitato circa un anno fa e da allora la situazione dr ammaticamente peggiorata. Nei giorni successivi l'unica cosa che mio marito ed i o avevamo notato era la determinazione con la quale il ragazzo ci imponeva di no n toccare, e nemmeno sfiorare il famigerato scrittoio. Sembrava non avesse occhi se non per quel dannato mobile e curava ogni nostro mi nimo movimento intorno ad esso. Vede dottore, mio marito un brav'uomo, un uomo tutto casa e lavoro, ma non tanto il tipo che possa essere comandato. Per qualche giorno ha tollerato questa fiss azione, ma poi non ce l'ha fatta pi e ha pensato di risolvere il problema a modo suo, strillando come un disperato all'ennesima richiesta di Fulvio se per caso a vesse appena sfiorato il mobile passandoci accanto. Lui ci si avvicinato e ha co minciato a battere il pugno sopra una, due, tre volte e sottolineava ogni suo: ' piantala con questa sciocchezza' con un fragoroso colpo sul piano del mobile. De tto per inciso, a quel mobile io sono affezionata. Oltre ad essere un pezzo d'an tiquariato, un mobile di casa, appartiene da almeno quattro generazioni alla fam iglia di mia madre e quindi ogni colpo che gli sentivo assestare mi faceva temer e di vederlo aprirsi in quattro... Come Dio ha voluto mio marito ha finito di sfogarsi, e per lui penso che quella doveva essere la fine di tutta la storia. Il risultato per stato che mio figlio n on gli rivolge pi la parola e in tutta onest mio marito non sa neppure che sono ve nuta da lei; ma io ho bisogno di essere aiutata da qualcuno perch cos impossibile andare avanti." Approfitto del momento di commozione che assale nuovamente la povera donna per t entare di coinvolgere direttamente il paziente, ma la mia non sembra certo esser e un'idea felicissima visto che Fulvio mantiene un atteggiamento di reticenza ai limiti della ostilit, rispondendo a monosillabi alle mie domande. Sondata questa quantomeno iniziale assenza di collaborazione del paziente non mi resta che con sentire alla madre di tornare ad essere l'unica protagonista di questo incontro e il mio solo interlocutore nella conversazione. "Dopo il periodo dello scrittoio, o meglio, dopo il periodo del solo scrittoio, Fulvio ha cominciato a costringermi a pulire e a disinfettare mezza casa con la motivazione che tutto quello che per un verso o per l'altro era entrato in conta tto con quella ragazza era... non so come dire 'sporco' o 'pericoloso'. Lei si i mmagini che quella ragazzina frequentava regolarmente casa nostra e capir che ogn i giorno le cose da pulire si allargavano a macchia d'olio. Sia chiaro per che quando dico pulire non intendo una passatina con lo straccio e via. Quello che mi stupisce di pi la maniacale pignoleria con la quale obbligato riamente devo seguire le sue indicazioni sul come pulire mentre lui segue rigoro samente tutti i lavori. Alla sera sono stravolta dalla stanchezza, ma soprattutto sono angosciata perch c apisco che ogni giorno che passa la situazione peggiora, mio figlio diventa semp re pi aggressivo e pretenzioso malgrado gli sforzi che faccio per accontentarlo. Mi creda, Fulvio prima di questa storia non era cos, era un ragazo disponibile ch e accettava tutto, si adattava volentieri, e per quanto riguardava la pulizia e l'ordine era un ragazzo come tutti, disordinato pi s che no, ma soprattutto - e mi vergogno persino a dirlo - non avrebbe mai alzato le mani contro sua madre, cos a che purtroppo negli ultimi tempi capitata pi di una volta." "Se lo ritiene oppo rtuno, dottore" prosegue forse per timore che del suo figliolo mi rimanga impres sa come ultima cosa questa faccenda della violenza fisica - posso parlarle anche della scuola e di come questa malattia, perch non posso pensare che di altro si tratti, ha condizionato negativamente anche gli studi. E l'anno prossimo ci sar a nche la maturit..." Osservo Fulvio per cogliere la presenza di una qualsiasi forma di emozione: al s entir parlare delle sue bravate nei confronti della madre ha avuto un ulteriore

irrigidimento. Poich questa mi pare che sia pur sempre una reazione, decido di gi ocare la carta del faccia a faccia con lui. Nel frattempo basta un cenno e la si gnora prosegue: "Ho tentato pi di una volta di stimolarlo ad uscire, a telefonare agli amici, ai compagni di studi, ma questa malattia dell'evitare ogni cosa che ricorda la ragazza ha nel giro di pochi mesi completamente intaccato anche il s uo mondo esterno; nulla stato risparmiato, tutti gli amici, i luoghi abituali, p erfino la linea dell'autobus che prendevano abitualmente insieme sono diventati per Fulvio elementi da evitare ad ogni costo. L'uscire si limita a delle piccole passeggiate da animale braccato, sempre all'e rta a cogliere il minimo segnale di pericolo che per lui si traduce nel dover va gliare con attenzione che quel marciapiede, quel negozio o quelle persone non ab biano avuto nulla a che fare con quella benedetta ragazza che, poverina, viene c onsiderata come se fosse stata una appestata contagiosissima. Insomma, uscire gli fa pi male che bene; quando rientra pieno di dubbi e mi tortu ra per ore con le stesse domande. 'Sar passata da l?' 'Avr toccato quell'edicola?' 'Dimmi che non possibile che sia entrata in quella gelateria', e via dicendo. So no domande talmente assurde, cosa ne posso sapere io se una persona sia o meno e ntrata in una certa gelateria, tuttavia non posso certo permettermi questo gener e di obiezioni altrimenti esplode in un'aggressivit che francamente mi spaventa, sembra un matto, devo per forza cedere e dire ci che vuole sentirsi dire." Torno ad osservare il ragazzo che mi pare ascolti piuttosto distrattamente il racconto materno. Credo sia maggiormente preoccupato di controllare di non toccare alcun ch; le mani sono sempre sospese a mezz'aria in una postura innaturale e sicuramen te scomoda, seduto com' rigidamente sul bordo della poltroncina quasi a non voler la consumare. Non d cenno di voler intervenire n di voler fare obbiezioni a ci che la madre sta r accontando; sembra indifferente o forse rassegnato. "Le vede le mani che ha?" prosegue la madre "le laver - non esagero - cinquanta v olte al giorno, le ha praticamente sempre sotto il rubinetto e per fortuna che a bbiamo i doppi servizi, altrimenti non so come potremmo fare visto che un bagno praticamente sempre occupato da lui." Invito la signora a spiegarmi meglio questa faccenda del lavaggio delle mani. "Questa la novit degli ultimi due mesi che ha dato - se si pu dire - una svolta an cora pi incomprensibile e inaccettabile alla situazione. Vede, in realt devo preme tterle che forse in questo ultimissimo periodo, ma ho persino paura a dirlo, la faccenda della ragazza si un filino ridotta d'intensit, perch mi pare che me ne pa rli un po' meno. Il fatto che ha cominciato a vedere sporco e polvere ovunque. B adi bene che definirlo esagerato sarebbe troppo riduttivo, un vero e proprio amm alato dello sporco, un vero chiodo fisso che costringe lui e noi ad una vita anc ora pi problematica che in passato. Se non ci fosse da piangere sarebbe fin quasi comico che proprio a me che - le c onfesser - sono sempre stata un po' maniaca della casa e dello sporco, mio figlio venga a dire che c' polvere ovunque. Il lavarsi le mani in continuazione perch se le sente costantemente impolverate.. . guardi non so nemmeno spiegarglielo bene, bisognerebbe chiederlo a lui che cos a sente; io le posso dire ci che vedo e che a me sembra un atteggiamento da matto . Ad esempio non possibile per lui mangiare dei biscotti e contemporaneamente us are il telecomando della televisione, perch il telecomando - a suo dire - pieno d i polvere ed allora occorre andare a lavarsi le mani, e anche l, sul come se le l ava, ci sarebbe da fare un lungo discorso perch il rubinetto occorre aprirlo con il gomito se no lo si impolvera e allora pu darsi che la polvere del lavandino gl i sporchi le mani una volta che le ha lavate. La cosa talmente complessa che ha sviluppato un vero e proprio rituale secondo il quale il famigerato lavaggio del le mani deve avvenire rigorosamente secondo una certa procedura fissa che non st o a spiegarle, sempre identica a se stessa, e se per caso viene distratto da un intervento esterno oppure pensa di non aver fatto sufficiente attenzione, deve r ipartire daccapo e ripeterlo integralmente. Non le dico a tavola. Mio marito mangia prima perch non lo sopporta pi e si rifugi a nella convinzione consolatoria che siano tutte sciocchezze da adolescente. Io sono costretta a fornirgli delle posate personali che nessun altro deve toccare;

il pane lo taglia con le posate dopo che io l'ho tolto dal sacchetto senza tocc arlo con le dita e se c' qualcosa nella preparazione del cibo che non gli garbata disposto a saltare il pasto vanificando tutto il mio lavoro." Temevo che la Sig.ra A. non prendesse pi fiato, tanto rapidamente ha raccontato t utto questo con la evidente concitazione dello sfogo da lungo atteso. giunto il momento di interromperla: "Capisco la sua esigenza di raccontarmi tutt o, ma le assicuro che posso gi immaginare come la sua esistenza attuale sia coste llata da una serie pressoch infinita di situazioni che con una specie di termine tecnico potremmo denominare 'di contaminazione', e come tutto ci comporti un vive re fortemente condizionato da assurde precauzioni che suo figlio le impone. Ades so per lasci che provi a parlare a quattr'occhi con Fulvio per sentire anche il s uo punto di vista." Per nulla sorpresa la mamma si alza e giunta alla porta, prima di uscire, si gir a, e guardandomi pronuncia un accorato: "Mi raccomando, dottore, siamo nelle sue mani." Rimasti soli l'atmosfera si fa improvvisamente glaciale. Fulvio guarda avanti a s come se fosse da solo, rapito dai propri pensieri, mentre io rifletto sulla ind ispensabilit di agganciare il paziente in un rapporto empatico. "Ora ti faccio vedere una cosa" gli dico prendendo uno stampato che contiene una scala di valutazione dei sintomi ossessivi e compulsivi. "Tu in questo momento stai pensando che nessuno possa essere in grado di comprendere il tuo disagio, q uanto queste stravaganze siano per te obbligatorie anche se tu stesso le conside ri assurde o quantomeno esagerate. Bene, ti sbagli, perch ci che hai e che per te cos unico ed incomunicabile in realt gi scritto qui nero su bianco, fa parte di un modo di espressione di una malattia che ci ben nota." Colpito! Fulvio sembra animarsi, si perfino concesso un impercettibile aggiustam ento della posizione sulla poltroncina e pare che si accinga ad ascoltarmi con u n poco pi di interesse. Rinfrancato, proseguo: "Vedi" e gli mostro l'elenco conte mplato dal modulo delle ossessioni e compulsioni da contaminazione "la ragione p er la quale tu ritrovi codificati i tuoi personalissimi comportamenti e pensieri consiste unicamente nel fatto che come te ci sono molte altre persone che hanno gli stessi problemi e che il tuo ed il loro caso sono riconducibili ad una mala ttia ben precisa che il Disturbo Ossessivo-Compulsivo. Va da s che non comunque p iacevole sapere e ammettere di avere una malattia, ma bisogna considerare almeno due lati positivi della faccenda: il primo che ci che provi comunicabile e compr ensibile da altri, ed il secondo che trattandosi di una malattia pu essere curata ." "E come la si cura?" finalmente Fulvio accetta di discutere del suo problema, no n fosse altro che per la naturale curiosit degli adolescenti. "Ci che il paziente ossessivo spontaneamente fa quello di aderire a due strategie personali: la prima quella di evitare tutte le situazioni a rischio, e la secon da quella di cedere alle richieste ossessive - nel nostro caso alla paura della contaminazione - e mettere in atto condotte compulsive che sempre nel nostro cas o sono le estenuanti pulizie degli oggetti e delle mani. Ora evidente che tutto ci ti ha portato in un vicolo cieco; infatti la terapia consiste esattamente nell a condotta opposta, attuata con l'ausilio di una terapia farmacologica specifica ." "Non ce la faccio proprio" si accalora Fulvio "perch crede che sia conciato cos! L o so anch'io che quello che faccio assurdo, ma la buona volont l'ho finita da un pezzo. Ci che conta che gli altri facciano quello che dico io, non importa se ass urdo o no, perch l'unico modo che mi aiuta a stare un po' meglio. Riconosco che a ll'inizio queste idee erano un po' pi blande e con il tempo sono aumentate sia di frequenza che di intensit, ma la mia vita ormai questa e non posso farci niente, magari prima o poi mi tiro un colpo e cos non soffro pi." A mia volta controbatto: "Non ho mai parlato di buona volont, questa non c'entra niente. Si tratta di una malattia seria che necessita di un intervento clinico s trutturato e tu stesso lo confermi con le tue parole." "E va bene, mi dia la terapia farmacologica, ma per il momento non pretenda di p i." Non molto, ma francamente da questo primo incontro non penso di ottenere altro.

Non mi resta che richiamare la madre e comunicarle la decisione di Fulvio di ini ziare almeno la terapia farmacologica nella speranza che questa consenta al raga zzo di allentare la morsa della malattia e lo induca ad una prosecuzione del nos tro rapporto. Commento Questo racconto nuovamente descrittivo di un primo approccio ambulatoriale con u n paziente ossessivo, e vi ritroviamo elementi di dinamica relazionale gi osserva ti o che osserveremo in altri pazienti descritti: la presenza di un portavoce, l 'aggressivit e la negazione di malattia. In Fulvio viene anche rispettato appieno l'iter della malattia che esordisce in concomitanza con un evento emotivamente significativo e casuale per poi seguire un suo apparente filo logico che la rende progressivamente ingravescente. Da sottolineare l'importanza della osservazione del paziente come strumento di v alutazione psicopatologica; Fulvio ha una postura molto esplicativa e ancor pi es plicativa la condizione delle sue mani. Ma sono molte le cose che si possono e s i devono osservare: frequente il riscontro di pazienti che entrano ed escono pi v olte dalla porta o che controllano prima di uscire dallo studio di non aver pers o nulla rientrando subito dopo, magari accampando una scusa qualsiasi, per poter dare un'ultima 'tranquillizzante occhiata', piuttosto che quelli che mettono in ordine la scrivania o che faticano a scegliere su quale sedia sedersi, che la d evono 'spolverare' prima di usarla o che, come Fulvio, stanno bene attenti a non toccare nulla. Ora Fulvio sta decisamente meglio. Non che siano scomparse del tutto le ritualit, ma di certo si sono visibilmente ridotte rendendo di gran lunga pi sereno il cli ma familiare. La chiave di volta stato l'effetto 'informativo' che quella scala di valutazione ha prodotto nel paziente. Gli ha fornito una prospettiva di cambi amento alla quale con forte perplessit ha aderito e ci stato sufficiente. La terapia farmacologica ha ridotto il disturbo consentendo a Fulvio di cimentar si in un programma comportamentale che a sua volta ha contribuito a determinare l'evoluzione positiva della malattia.

BENE E MALE Quando Padre Roberto mi aveva telefonato per avere un appuntamento, ero rimasta abbastanza sorpresa: da pi di tre anni non lo vedevo e avevo di lui solo notizie indirette. Era rimasto piuttosto vago sui motivi della sua visita, anche se era abbastanza chiaro che c'erano ragioni di una certa urgenza. Pur riflettendo su quali fosser o state le circostanze di vita che in quegli anni ci avevano tenuti lontani, per me Roberto era dall'adolescenza l'amico del cuore, allora come adesso quello ch e anche dopo un lunghissimo periodo di assenza, pu riallacciare subito il filo di un discorso come se fosse stato interrotto il giorno prima. Ero piuttosto ansiosa, e la mia curiosit fu soddisfatta l'indomani quando ci trov ammo nel mio studio. Non era cambiato di molto, quarantadue anni lui e quaranta io. Ci scrutavamo con benevolenza per osservare sul viso dell'altro i segni del tempo che ciascuno te meva di avere su di s. "Sembri affaticata, piccola" mi disse "e vengo anch'io a portarti un problema. N on so pi letteralmente a che santo votarmi!" Gli ero sempre grata della sua franc hezza, amo molto le persone dirette, esplicite. Ti risparmiano un sacco di fatic a nella fatica di vivere. "Bene, bene. Quindi si tratta di lavoro, di una consulenza che mi chiedi. Allora sbrighiamo prima questa faccenda e poi parliamo un po' di noi." "Non purtroppo una questione che si possa sbrigare in mezz'ora temo; mi sta affl iggendo da mesi ormai e mi rivolgo a te perch sono arrivato allo stremo, non ce l

a faccio pi... temo di poter perdere il controllo e di fare dei disastri." "Deve trattarsi di un problema serio se proprio tu arrivi a dire cose del genere !... Raccontami di cosa di tratta." "Non so da che parte cominciare, se da quando ho avuto il primo contatto con Mar cello oppure dalle vicende degli ultimi giorni, che sono state la goccia che ha fatto traboccare il vaso." "Vogliamo andare in ordine cronologico?" gli chiedo i o "forse la cosa pi semplice." "Bene. La storia cominciata agli inizi dello scorso anno scolastico. Marcello er a uno degli studenti di prima liceo, apparteneva ad una famiglia benestante: il padre avvocato, la madre una donna brillante che, lasciato l'insegnamento alla n ascita del figlio, si era dedicata completamente alla famiglia, poi la sorellina di tre anni pi giovane di Marcello. Era un ragazzo alto e asciutto, gli piaceva fare attivit fisica ed era l'idolo de lle sue coetanee quando stava tra i pali a difendere la porta della squadra di c lasse nel torneo della scuola: anche in campo era unico. Vestiva da sempre in un modo che lo distingueva a colpo d'occhio dalla massa dei suoi coetanei. Fin da piccolo l'influenza materna gli aveva trasmesso qualcosa della sua grazia, quell'eleganza naturale di chi anche con un abitino semplice s a essere perfetto. Ecco, perfetto era la parola giusta per Marcello. Ma non imma ginarti la stucchevolezza ampollosa del completino blu con giacchino dai bottoni dorati, pantaloncini corti al ginocchio e lunghi calzettoni bianchi... tipo pic colo Lord Fauntleroy per intenderci... Niente di tutto questo. No, lui portava i jeans, la maglietta colorata, i giubbotti o i maglioni come gli altri, eppure c 'era qualcosa che lo distingueva. Forse questo qualche cosa si poteva ricondurre al fatto che in lui non c'era nul la di quella sciatteria, disordine, se non mancanza di pulizia, che troppo spess o caratterizzava i suoi coetanei. Non era mai spettinato, accaldato o spiegazzat o, si muoveva con sicurezza e agilit. Insomma era il figlio che tutte le mamme av rebbero voluto avere, bello e intelligente. S, perch pure nel rendimento scolastic o era perfetto, sia in termini formali che di contenuto. Dicevo prima dell'abbigliamento ma, ad esempio, anche lo zainetto in cui teneva i libri lo riconoscevi tra mille. Oltre al fatto di essere pulito, all'interno i libri e altri oggetti erano disposti con ordine e cura. I suoi testi poi non er ano mai stropicciati, bens lindi e come nuovi, se non fossero stati i colori degl i evidenziatori, qualche volta anche cinque o sei, a tradirne l'uso assiduo. Pot eva dunque essere una sine cura educare e istruire un ragazzo cos, ma poi cominci arono le prime avvisaglie che qualcosa non funzionava. Dapprima e abbastanza ins piegabilmente furono i lievi ritardi all'inizio delle lezioni, giustificati da c ose tipo ingorghi nel traffico, guasto all'autobus, caduta accidentale, fermo in atteso del metr. Era come se ad un tratto si fossero concentrate accanendosi cont ro di lui, tutte le piccole disavventure della vita quotidiana. Poi apparve chia ro che c'era qualcosa di peggio: appariva stanco fin dalla prima mattina, da qua ndo cio riusciva a metter piede in aula, gli erano comparse delle occhiaie blu e lo sguardo sembrava spento, privo di ogni segno di vitalit. In quelle settimane i professori avevano notato il cambiamento, non tanto nel profitto, perch quello e ra ineccepibile, ma nell'atteggiamento: era come se, cercando di non farlo trasp arire troppo, si occupasse anche della scuola, ma con ben altre preoccupazioni n ella mente. Ma anche i compagni e le compagne commentavano tra di loro il cambia mento di Marcello; qualcuno, piuttosto malignamente, lo attribuiva ad un amore i nfelice e non corrisposto per una sconosciuta. Constatavamo come partecipasse ag li incontri sportivi in modo automatico, qualche volta addirittura dovendo riman ere in panchina perch arrivato in ritardo al fischietto di avvio; lui, sempre pun tuale agli allenamenti, si giustificava con guasti al motorino, furto della bici cletta e via di seguito. Non aveva mai opposto rifiuti netti ad occasioni di inc ontro con gli amici, ma ci stava con malcelato disinteresse, forse annoiato, dic eva qualcuno, per cui a volte addirittura non lo chiamavano neppure pi. Lo stato di isolamento in cui passava anche gli intervalli tra una lezione e l'altra a sc uola, non solo non lo imbarazzava, ma sembrava ricercarlo, apparentemente per co ncentrarsi sui suoi pensieri oppure, come non era sfuggito a qualcuno, per fare delle brevi visite in cappella. Questa era appunto l'altra versione delle maleli

ngue sul cambiamento di Marcello, che cio stesse attraversando una crisi mistica. In casi di questo genere noi all'Istituto siamo abbastanza attenti, per cui la p rima cosa che abbiamo fatto stata di chiedere un appuntamento alla mamma di Marc ello. Quando la signora venne a parlare con me capii subito che se non l'avessim o sollecitata noi sarebbe presto venuta di sua iniziativa a parlare della situaz ione del figliolo. Fin dalle prime battute del colloquio ci rendemmo conto entra mbi che mentre ciascuno di noi due si aspettava dall'altro dei chiarimenti, entr ambi avevamo solo domande e nessuna risposta. La signora rimase interdetta nello scoprire le motivazioni che Marcello veniva fornendo giorno dopo giorno per i s uoi ritardi a scuola. La verit era completamente diversa: semplicemente il figlio usciva tardi di casa, sembrava proprio che non riuscisse pi ad essere puntuale p ur apparendo assillato dal tempo, dalle scadenze, dagli orari. Era inspiegabile e lei era l proprio per saperne di pi da noi, per sapere cosa fac esse la mattina presto, alle sei o addirittura alle cinque nelle ultime settiman e, quando la sveglia era per le sette; e l'unica volta che la mamma si era azzar data a bussare alla sua porta e poi ad entrare, l'aveva trovato in piedi in pigi ama a capo del letto che stava spingendo contro il muro la testata. Stupita, gli aveva chiesto cosa stesse facendo, ma si era sentita rispondere laconicamente c he stava ripassando una lezione. Dalla porta chiusa filtravano la luce e rumori sordi, come di spostamenti di mobili o aperture di ante e cassetti ripetute pi e pi volte. Dalla sua camera usciva sempre pi tardi per la toilette in bagno, e poi via di co rsa, ormai in ritardo per la scuola. La cosa pi strana, per, diceva la signora A., erano le domande che da qualche tempo aveva cominciato a fare a lei, strane sia nel modo che nel contenuto. Nel modo perch sembrava che la prima risposta non lo soddisfacesse e rifaceva la stessa domanda una, tre, pi volte anche nel giro di mezz'ora. E strane anche nel contenuto, perch la signora pensava che, se aveva de i dubbi, certe questioni sarebbe stato pi logico che Marcello, le risolvesse a sc uola, considerato che lo avevano iscritto dalle elementari in un Istituto di Pad ri Gesuiti proprio perch avesse anche nella scuola una solida educazione morale. Di fatto ci che Marcello aveva cominciato a chiedere alla madre riguardava questi oni relative al bene e al male, giusto o sbagliato, peccato o no." "Ti aveva fatto qualche esempio?" "S, e si trattava di domande una pi 'stupida' dell'altra, del tipo: se in un disco rso pronuncio la parola 'male' devo confessarmi perch ho fatto del male? Se mi sp oglio davanti ad una finestra e mi vede qualcuno che si eccita sessualmente un p eccato? giusto continuare ad andare a scuola quando ci sono tanti ragazzi che no n possono farlo?" Le prime volte aveva creduto che scherzasse ma poi aveva capito che per lui era una cosa maledettamente seria. La cosa che pi lasciava perplessa la signora A. era la constatazione che Marcello , che sembrava assillato da questi quesiti, non sembrava tranquillizzarsi tanto dall'avere risposte articolate, argomenti logici che smontassero le sciocchezze che andava via via tirando fuori. Questo modo di rispondergli argomentando, face ndo deduzioni, sortiva solo l'effetto di irritarlo e di fargli ripetere: ma cos o no? Quello che invece stranamente sembrava pacificarlo, almeno fino all'occasio ne successiva, era una risposta secca: 'Ti assicuro di no... ti garantisco di no ...'" "Quindi ha cominciato a utilizzare la mamma come garante" lo interrompo io , quasi pensando ad alta voce. "Come dici?" chiede lui. "Mi sembra di capire che il tuo ragazzo abbia cominciato ad aver necessit di un ' garante', cio di qualcuno che decidesse per lui, ovvero qualcuno che con la sua s ola presenza lo liberasse dal circolo vizioso del dubbio patologico. Comunque, p rosegui." "Quel colloquio fu l'occasione per riflettere sulla stranezza e la con tradditoriet di tutto questo. Da una parte la mamma di Marcello constatava la pre senza di preoccupazioni esagerate per quisquilie cui applicare l'attributo 'etic he' era quasi grottesco; dall'altra veniva a sapere che da alcune settimane Marc ello faceva un uso pressoch sistematico della menzogna, notoriamente atteggiament o poco etico, per giustificare il proprio comportamento.

Per completezza, le chiesi se aveva notato altre stranezze oltre l'alzarsi all'a lba, l'essere perennemente in ritardo e il fare reiteratamente domande bizzarre e, un poco reticente, la signora mi disse che forse qualcosa d'altro c'era, ma e ra talmente fuori dal mondo che si vergognava persino a farne menzione. In poche parole le sembrava di aver notato in svariate circostanze che da quando erano c ominciati i problemi, in casa fosse sottilmente cambiato il rapporto tra i due f ratelli. Considerata la differenza di et e di sesso non avevano molte occasioni di stare i nsieme, e l'et delle liti furibonde di quando entrambi erano molto piccoli era st ata superata. Il rapporto non era idilliaco, ma se Chiara chiedeva in prestito i l motorino a Marcello di solito l'otteneva; si scambiavano le cassette e qualche volta anche pullover o altro, pur con le solite recriminazioni: 'Non trovo pi la mia sciarpa' si urlavano da un capo all'altro della casa 'Ridammela!' Chiara un a ragazzina allegra, ha tante amiche che pi o meno segretamente erano innamorate del fratello e di questo lei andava fiera e orgogliosa. stata lei la prima a lam entarsi con la mamma con dispiacere che il fratello aveva inspiegabilmente cambi ato atteggiamento. Non soltanto qualsiasi scambio o prestito di oggetti veniva r ifiutato (in una circostanza Chiara aveva preso dalla scrivania del fratello una penna senza chiedergliela prima, e quando lui se ne era accorto aveva fatto un pandemonio) ma, e questo aveva colpito la signora A., si sarebbe potuto dire che Marcello evitava ogni contatto fisico con la sorella. Una volta Chiara per attirare la sua attenzione lo aveva chiamato toccandolo sul la spalla e lui si era voltato di scatto strillando: 'Lasciami stare, non mi toc care.' A tavola di solito siedevano accanto, ma ultimamente Marcello aveva volut o cambiare posto, e tra le domande 'strane' che faceva alla mamma c'erano richie ste di rassicurazione che Chiara non fosse entrata nella sua camera, che Chiara non lo avesse toccato mentre guardavano la televisione, che Chiara non avesse us ato i suoi asciugamani ecc. Molto perplesso e sconcertato per tutto quello che v ia via avevo saputo - dice Roberto alla fine del suo resoconto - posi fine a que l colloquio cercando di tranquillizzare la mamma di Marcello, riservandomi, come le promisi al termine del nostro incontro, di trovare un modo per saperne di pi e di riferirle il risultato delle mie ricerche." "Come ci sei riuscito?" "Veramente non ho dovuto faticare molto perch nei giorni seguenti, mentre mi stav o lambiccando il cervello per capire come avrei potuto intervenire, venuto da me Padre Antonioni. Mi ha chiesto di potermi parlare di Marcello e delle confessio ni che sempre con maggiore frequenza faceva da lui. All'inizio non si era accort o di nulla; era rimasto, s, un poco sorpreso di tanto fervore in un ragazzo che f ino al precedente anno scolastico non aveva dimostrato grandi turbolenze nel com portamento ma neppure grandi entusiasmi mistici. Aveva attribuito ad una sorta d i candore da neofita, certe ingenuit, nel suo chiedere conferma che certe azioni o pensieri non fossero peccati. Ma con il passare dei giorni le visite di Marcel lo si erano fatte sempre pi pressanti e meno comprensibili, poteva andare a confe ssarsi - ovvero a chiedere risposte al dubbio del momento che lo faceva sentire in colpa - anche tre, quattro, dieci volte nell'arco di una stessa giornata. Pad re Antonioni si era reso conto a quel punto che si trattava di un tipico caso di 'scrupolosit. Mi sento in dovere di interromperlo per chiedere una delucidazione: "Ma cosa intendete voi per tipico caso di scrupolosit?" "Vuoi una spiegazione dot ta" chiede lui con aria sorniona "o qualcosa di abbastanza semplice?" "Stiamo sul semplice, per favore." "Dunque, forse saprai che il fondatore della Compagnia di Ges, Ignazio di Loyola, tra gli altri suoi scritti elabor gli 'Esercizi spirituali'. Bene, ad un certo p unto egli descrive e definisce attraverso i suoi comportamenti, la scrupolosit. E dice: 'Accadendomi di calpestare due cannucce di paglia che sul terreno giacci ono sovrapposte a forma di croce ad esempio oppure dopo aver pensato, o fatto qu alche altra cosa, mi viene il pensiero con ci - estraneo a me stesso - di aver pe ccato e pur tuttavia non mi sembra di aver peccato; eppure avverto un disagio al riguardo dato che dubito e non dubito. Si tratta propriamente di uno scrupolo e

d in esso celata una tentazione suggerita dal Nemico'". "In altre parole" dice Roberto interrompendo la citazione a memoria "queste piet ruzze acuminate che pesano sulla coscienza come se questa fosse una bilancia ult ra sensibile, relativamente a contenuti di colpa, esprimerebbero idee errate gen eratrici del timore di aver peccato, un errore della coscienza pratica come succ essivamente sono state definite." "Sostanzialmente, quindi, avevo compreso giusto" proseguo io. "Si tratterebbe di un caso particolare di idee ossessive. Ci sono tutte le carat teristiche che ne definiscono la forma: la preoccupazione esagerata che questi p ensieri, impulsi, immagini, scatenano il disagio con il senso di essere costrett i, assediati... c' il fatto che si tratta di idee che si presentano in persone le cui capacit di giudizio sono per altro ben integre e funzionanti. impressionante, comunque! Sembra che chi ha redatto i criteri di definizione del Disturbo Ossessivo Compulsivo nella psichiatria moderna avesse in mente anche i l fondatore della Compagnia di Ges!" "Solo dopo il Concilio Vaticano II venne consigliato ai sacerdoti di indirizzare i parrocchiani scrupolosi agli psichiatri, ma fino ad allora, per i teologi ,la scrupolosit era una espressione di competenza religiosa, bench si fosse consapevo li delle conseguenze dannose per l'individuo. Si dissertava sulle cause che la d eterminavano: la natura umana, Dio e il demonio. Per la natura umana ci si rifac eva alla presenza di un temperamento particolarmente predisposto alla paura, piu ttosto che alla presenza della melanconia..." "Ma c' da non crederci " lo interrompo io "di fatto ancora oggi si discute se cer te ossessioni non siano sintomi dei disturbi dell'umore! Dio cosa c'entra?" "Non veniva messo in dubbio il fatto che Dio non pu essere la causa della soffere nza interiore, dell'ansia o del giudizio erroneo delle persone, ma nell'oscurars i della chiarezza critica su ci che giusto e ci che sbagliato, si ipotizzava l'int ervento divino come forma di espiazione, come mezzo di promozione dell'arricchim ento spirituale delle vittime, fornendo loro occasione di esercitare la pazienza , l'umilt e la fede in Dio." "Ma, e il demonio?" chiedo sempre pi incuriosita. "C' sempre lo zampino del demoni o: i suoi obiettivi sono quelli di impedire o distruggere lo stato di integrit sp irituale della vittima: questo che produce il comportamento pieno di scrupoli." "Dunque se la Chiesa aveva individuato il malanno, se aveva formulato giudizi su lle possibili cause, l'intervento di Padre Antonioni sar stato in linea con i sug gerimenti terapeutici della Chiesa per arrivare alla risoluzione del problema" d ico io "prima che si decidesse di affidare il malato agli strizzacervelli." "Cer tamente, per di fatto la situazione completamente sfuggita di mano al povero Padr e Antonioni, il quale, purtroppo, si rivolto a me..." "E tu stai interpellando me... Ma per quale motivo sei rimasto coinvolto?" "Mi rendo conto di aver sbagliato: avrei dovuto essere drastico e deciso nel sos tenere la linea originaria di Padre Antonioni nei confronti del ragazzo; per quan do lui aveva proposto a Marcello di parlare con uno specialista di questi proble mi, la cui natura era di sintomi di un disturbo psichico, l'aveva visto scoppiar e in lacrime, angosciato da questa idea, l'aveva sentito singhiozzare mentre dic eva: 'Ma allora vero che sto diventando matto... la prego, la scongiuro, non lo dica a nessuno, non lo dica a mio padre, mi vergogno troppo, non ho pi il control lo di me, che fine farei se andassi da uno psichiatra? Mi chiuderebbero in una c linica e butterebbero via la chiave...' Quel che gli aveva strappato il consenso alla richiesta di Marcello di poter par lare con un altro Padre, per essere sicuro che non ci fosse altra alternativa al lo psichiatra, era stato soprattutto il riferimento esplicito fatto dal ragazzo al vincolo della confessione." "E cos sei entrato in scena tu..." "S, e Dio sa quanto vorrei averlo potuto evitare, perch sta diventando un'esperien za devastante sul piano umano. Devi sapere che avendo acconsentito ad un incontr o con Marcello, ho subito escluso con lui che i nostri colloqui avessero la natu ra di confessioni nel senso vero della parola. In questo senso te ne posso tranq uillamente parlare, anche in termini di contenuti emersi, e ne sono emersi davve ro tanti: ho avuto l'impressione che tutto quello che avevo saputo fino a quel m

omento fosse quasi nulla, solo la punta di un iceberg, rispetto al resto. Quel p overo ragazzo stava davvero passando le pene dell'inferno ed era encomiabile che riuscisse ancora a mascherarlo e a non risentirne in termini di rendimento scol astico . Mi resi subito conto di quale fosse il senso, sia pure patologico, di c erte stranezze viste dall'interno, e quanto la sua mente fosse messa veramente a dura prova; mi sono ritrovato spesso a pregare per lui perch la sua anima tormen tata avesse un po' di pace... ma evidentemente ha bisogno anche di altro!" "Dunque, cosa stava dietro a quelle levatacce mattutine?" "Innanzitutto non era solo un problema del mattino, ma anche della sera. Marcello riconosceva di esser e sempre stato, come la madre gli aveva insegnato ad essere, fin troppo preciso, ordinato in tutte le sue cose: se tutto non era bene a posto nella sua camera s tentava a concentrarsi nello studio, per esempio. Quando era iniziato il nuovo a nno scolastico, per, un giorno gli era venuto casualmente in mente che l'ordine e ra doveroso sia per finire bene una giornata che per cominciare bene quella segu ente. Nel parlarmene calc il tono di voce sulle parole 'bene', come se attribuiss e loro un significato speciale, come se dovessero suggellare ogni sua affermazio ne. Quell'idea non gli usciva dalla testa, come diceva lui era diventata una fis sazione: si rendeva conto di quanto esagerato fosse quel suo rimuginare mentalme nte, cercando di ripassare ogni parola, ogni gesto della giornata per verificare che fosse ben detto e ben fatto, ma lo prendeva un senso di angoscia per tampon are il quale aveva cominciato a metter ordine nella sua stanza. In realt, visto che non lasciava mai oggetti fuori posto sulla seggiola, sul lett o, sulla scrivania o altrove, aveva cominciato a mettere ordine nei cassetti, ma si era accorto di essere stato risucchiato in un meccanismo infernale (infernal e lo dico io, perch nel suo parlare lui diceva di dover scegliere bene le parole perch alcune, cui faceva riferimento con strani giri di parole, le doveva evitare accuratamente, pena il dover iniziare dei rituali mentali di espiazione del mal e commesso). Mi descriveva con meticolosit quel che succedeva. Dapprima ci impiegava pochi min uti, poi, progressivamente, sempre pi tempo, con sempre maggiore disagio: se le c ose non venivano fatte bene si doveva ripartire daccapo e rifare di nuovo tutta la trafila di gesti che l'avrebbero portato a poter concludere che tutto era fat to bene e quindi poteva o mettersi a dormire oppure cominciare la giornata e and are a scuola. Dunque, mi raccontava come il giro dovesse rigorosamente iniziare dalla parte si nistra rispetto alla porta di ingresso della camera. Su questa parete, che compr endeva una finestra e un lungo ripiano con cassettiera che fungeva da scrivania, la sequenza implicava il controllo - da effettuare tre volte - che la maniglia fosse ben chiusa e quindi che sul ripiano ci fossero oggetti i cui lati non foss ero perfettamente allineati con la parete (e anche questo controllo doveva esser e svolto da sinistra verso destra tre volte; quindi era la volta dei cassetti ch e venivano aperti e richiusi dall'alto verso il basso e controllati ciascuno con un giro dello sguardo dal fondo verso davanti per controllare che ogni cosa fos se simmetricamente appoggiata alle pareti. Superato questo lato della stanza si passava all'armadio a muro che occupava l'i ntera parete di fronte al letto: ciascuna delle sei ante doveva essere controlla ta per la chiusura con un giro di chiave e questa doveva rimanere ben verticale. Il controllo si doveva effettuare dall'alto verso il basso e da sinistra verso destra. Esaurita questa fase rimanevano il letto e il comodino per entrambi i qu ali si trattava di controllare che il lato verso il muro fosse ben allineato, ov vero non appoggiato contro il muro stesso ma solo vicino e discosto pochi millim etri. Era intento ad uno di questi controlli quando l'aveva sorpreso quella mattina la madre. Capitava infatti che essendo quella la manovra pi impegnativa, fossero ne cessari i soliti tre controlli e che per alla fine egli dovesse spostare nuovamen te il letto per rifare tutto da capo. Solo a quel punto poteva raccogliere gli a biti e uscire, ovviamente sempre pi in ritardo perch se le prime volte questa cosa lo occupava per circa un quarto d'ora, si era arrivati a pi di un'ora dal moment o che certe mattine l'ansia che lo prendeva quando stava per lasciare la stanza era tale che l'intero giro doveva essere rifatto, se andava bene una volta, se a

ndava male pi di una. Il rituale della sera era opposto, si partiva da destra e s i arrivava a sinistra, alla parete della finestra. Marcello mi aveva confidato i pensieri pi intimi, quelli che veramente rappresentano il cuore del problema che gli stava rovinando i giorni e le notti. Era capitato la prima volta una mattina mentre stava eseguendo il suo 'rituale' in camera. Era piuttosto teso perch quella mattina a scuola aveva un compito in c lasse e si rendeva conto che sarebbe stato pi logico utilizzare quell'ora in un r ipasso generale anzich essere costretto a portare a termine quello stupido atto p ropiziatorio. Era cos teso che aveva dovuto ripartire daccapo gi tre volte, quando un pensiero fulmineo gli aveva attraversato la mente: il ricordo di quando due giorni prima, entrando in casa mentre Chiara gli apriva la porta, era inciampato nello zerbino e aveva lanciato un'imprecazione 'vaffn...'. Era stata una reazion e automatica, non certamente diretta contro Chiara, e non ci aveva fatto caso. I n quel momento, invece, mentre stava controllando i suoi cassetti, gli si presen t alla mente l'immagine nitida, netta e precisa di una scena che l'aveva riempito di orrore e angoscia: vedeva se stesso mentre sodomizzava la sorellina. Provava a ritrarsi da quella immagine che lo faceva sentire come sull'orlo di un burron e, di un precipizio senza fondo, ma c'era qualcosa che non dipendeva da lui, una specie di forza oscura che gli impediva di cancellare quella figura dalla mente . Era rimasto un attimo immobile, come paralizzato nello sforzo di pensare ad al tro, di annullare quella cosa; ma era l, l davanti ai suoi occhi, anzi dentro al s uo cervello. Era intollerabile, aveva provato a chiudere gli occhi, a scuotere l a testa, ma era peggio, molto peggio, se ne era sentito ancor pi risucchiato: si sentiva come inchiodato ad assistere ad una scena di tortura nella quale si sent iva contemporaneamemte spettatore e stupratore. 'Intanto' diceva Marcello - e mentre me lo raccontava si vedeva che stava facend o violenza a se stesso per trattenere le lacrime di vergogna che aveva in gola, combattuto tra il senso di colpa e la percezione netta di essere vittima di qual cosa che trascendava le proprie facolt - 'intanto la parte della mia mente che co ntinuava a funzionare diceva: - Piantala di fare lo stupido, non uno scherzo. Ch iara una bambina, tua sorella, tu non faresti mai quelle cose neppure con una pr ostituta - A quel punto dovette interrompersi: travolto da singhiozzi irrefrenab ili lo sentivo proferire sottovoce frasi smozzicate: 'Non vero, non una puttana, mia sorella non una puttana, Signore ti prego, mi aiuti padre... aiutatemi...' Cercavo di calmarlo, ma solo dopo qualche minuto fu in grado di completare il ra cconto. L'aver mentalmente fatto riferimento alle prostitute aveva fatto s che in quella camera, quella mattina, si fosse scatenato un inferno dentro di lui: non era pi soltanto la scena in cui violentava la sorella a martellargli la mente ma anche la frase ' una puttana.' Non sapeva neppure lui come ne era uscito: nel mezzo del parossismo, quando orma i si sentiva madido di sudore, tremante da non reggersi in piedi, aveva comincia to a ripetersi come una litania: 'Anima mia, anima mia, tutto bene, tutto bene.' E poi di nuovo: 'Anima mia, tutto bene, tutto bene, tutto bene.' Gli sembr di sa pere con certezza che l'immagine si sarebbe dileguata dalla sua mente se avesse recitato quella specie di preghiera sette volte o multipli di sette. Di fatto recit la frase completa tre volte sette volte e si calm; come d'incanto f in il suo giro solito accorgendosi con orrore che il tempo era volato, che era an cora pi in ritardo del solito per la scuola ed era l in piedi, in pigiama, nella s ua stanza, dalle cinque del mattino." "E purtroppo quella volta non stata un'occasione isolata, vero?" chiedo io a Rob erto. "Immagino che sia stata solo la prima di una lunga serie." " vero" risponde lui "ed stato proprio questo che ha dato il via a questa specie di supplizio." "Spiegami." "Bene, chiaramente mi ero reso conto che la natura del problema di Marcello, al di l dei contenuti che solo in apparenza ne facevano una questione religiosa, era di disturbo psichico. Proprio per questo cercai di convincerlo che la strada mi gliore sarebbe stata quella di consultare uno specialista. Purtroppo, per, Marcel lo era terrorizzato al pensiero di cosa si sarebbe pensato di lui, non credeva d i poter sopravvivere alla vergogna che i suoi genitori venissero a conoscenza de

lla natura dei suoi pensieri. Di fatto, da quella prima volta, era capitato anco ra e ancora, e non solo a casa. Se era a scuola correva in cappella o a cercare padre Antonioni o me. Qualche volta devo confessare che mi sono un poco spaventa to. Arrivava pallido, con i lineamenti del viso tirati per lo sforzo di controll arsi, ma appena eravamo soli si lasciava andare: sembrava proprio un invasato. P iangeva, si batteva il pugno sulla fronte, mi supplicava di aiutarlo a strappare quelle immagini dalla sua mente, e se gli parlavo con dolcezza, se non menziona vo in alcuno modo lo specialista, piano piano si calmava fino al momento in cui potevo congedarlo rispondendo alla sua domanda: 'Posso stare tranquillo?' 'Tranq uillo.' Se invece mi arrendevo a riproporgli la questione sotto il profilo della necessi t delle cure mediche, non soltanto la perdita di controllo emotivo peggiorava (ho provato a vedermelo rotolare per terra come un animale ferito e questo - ti ass icuro - stata un'esperienza orribile ripensando a quanto Marcello fino a pochi m esi fa fosse un ragazzo 'a posto'), ma per di pi cominciava a minacciare che piut tosto che confidare a qualcuno queste cose si sarebbe ucciso, e quel lampo che g li vedevo negli occhi mi diceva che se era riuscito a fare quelle affermazioni d oveva aver progettato o meditato qualcosa che sicuramente l'avrebbe portato alla morte. per questo che siamo arrivati a tal punto. Con la mamma di Marcello non ho potut o far menzione di quello che so, ma neppure generalmente del fatto che il ragazz o secondo noi in una condizione che richiede l'intervento di uno specialista. In fatti, sono sicuro che basterebbe che i suoi familiari gli proponessero di farsi vedere da uno psichiatra perch lui si sentisse tradito e scoperto, con le conseg uenze estreme che ho appena finito di esporti. Con i familiari, anche il padre era stato convocato per il colloquio successivo, avevo temporeggiato, invitandoli ad essergli vicini senza per opprimerlo in alcu n modo con alcunch, e soprattutto che non gli facessero nessuna domanda su nessun o dei suoi comportamenti anche se fossero apparsi strani, cos come avevo raccoman dato alla mamma, che continuava ad essere oggetto di domande 'particolari', di r ispondere sempre senza fare obiezioni. Davo loro queste indicazioni con l'impegno che mi sarei adeguato, con il massimo impegno, a trovare uno spiraglio nella barriera di riservo e di reticenza in cu i era chiuso il loro figliolo. Chiedevo a loro tempo e pazienza perch le cose mig liorassero." "E invece, se ho ben capito, le cose sono peggiorate e tu sei alle corde" mi trovo a interloquire io, e forse nel tono c' qualcosa che implicitament e suona come un richiamo a che ciascuno faccia il suo mestiere. Di fatto Roberto un po' imbarazzato adesso che il quadro della situazione abbasta nza chiaro: sono passati sei mesi dall'inizio di questa storia, e mi sembra di c apire, se devo ricollegarmi all'inizio del suo discorso, che il ragazzo e lui st esso sono completamente presi in una dimensione patologica di rapporto. "Alle co rde proprio la parola giusta, come nell'angolo di un ring. Se lo lascio sfogarsi e gli d quello che chiede, sostanzialmente una garanzia contro le sue ossessioni (possiamo chiamarle cos, vero?) sembra che a corto circuito questo serva, ma mi accorgo che come una droga: il contenuto delle immagini diventa sempre pi sconcio e violento, non ho risorse per contrastarle pi di quante non ne abbia lui che si aggrappa a me come ad una specie di ancora di salvezza. Mi meraviglio come ancora riesca a recitare una normalit agli occhi della gente c on quelle idee nella testa. Se provo ad insistere che tutto questo deve aver fine, che deve convincersi che ha un disturbo psichico e deve farsi curare, mi sembra di fargli fare un passo a ncora verso il burrone, come minacciare con un'arma uno che sta sull'orlo del pr ecipizio. Ma adesso, in qualsiasi momento ormai, temo quel che pu accadere, perch sento che anche lui si sente in un vicolo cieco, oppresso da un sentimento schia cciante di essere affetto da una immonda forma di follia e perversione che non s embra lasciargli altra libert che quella di uccidersi per farla finita con tutto questo." "E adesso, quindi, mi stai chiedendo come si pu fare per evitare questo epilogo e se sia possibile recuperare Marcello ad una vita normale, non solo in apparenza , come una facciata da puntellare giorno dopo giorno..."

"Beh, pi o meno cos e per di pi con un forte sentimento personale che voi psichiatr i non..." Roberto non finisce la frase, anche se il modo con cui scuote la testa abbastanza eloquente. "Uomo di poca fede!" esclamo io. "Credo di avere qualcosa per te e penso che se farai questo regalo al tuo giovane allievo, dicendogliene la provenienza, avremo fatto il primo passo, il pi significativo, in fondo, e il pi risolutivo per convi ncere questo ragazzo che non solo, che non un reprobo, che da questo tunnel si p u uscire! come un giro di boa, si inverte la direzione: non pi segretezza e vergog na ma solidariet e fiducia." Mentre parlavo ho estratto una videocassetta e ho avviato il videoregistratore. Quando compaiono le prime immagini rimaniamo entrambi in ascolto. Marco, 19 anni , sta raccontando, seduto di tre quarti (l'unica richiesta di privacy che ha fat to prima di mettere a disposizione dei medici per altri pazienti la propria stor ia) le varie fasi del suo percorso terapeutico: la stessa paura di stare per imp azzire, i controlli delle serrature, il timore di fare del male a qualcuno, i pr imi mesi di terapia farmacologica, con qualche effetto collaterale ma anche con quella meravigliosa, inebriante sensazione di libert e di poter scacciare dalla m ente i pensieri pi fastidiosi. Commento La storia psicopatologica di Marcello esordisce nel contesto di un collegio a fo rte connotazione religiosa, e in un qualche modo ci pu aver 'suggerito' al pazient e lo sviluppo di quella che all'apparenza era sembrata essere una crisi mistica ma che in realt un'esperienza fenomenologica della patologia ossessiva. Non infatti difficile riconoscere in questa 'crisi' alcuni elementi che rilevano inequivocabilmente la presenza di una malattia: innanzitutto il contenuto degli scrupoli - incomprensibilmente superficiale e puerile - e poi l'esigenza di ras sicurazioni non incentrate su dissertazioni pi o meno dotte, ma legate a rigide r isposte magiche e ritualizzate. Con il passare del tempo il disturbo ossessivo assume una connotazione pi articol ata con lo sviluppo di contenuti diversificati che, nel breve, rendono impossibi le a Marcello una vita normale. In fondo per, a ben guardare, alcune avvisaglie in quel ragazzo cos perfetto in og ni occasione, che emanava ordine e pulizia e che usava per sottolineare i testi sei evidenziatori di diverso colore, beh... alcune avvisaglie c'erano. Tuttavia l'esplosione della malattia violenta e traumatica non solo - e forse no n tanto - per il paziente, ma soprattutto per coloro che gli sono pi vicini; essi vengono colti di sorpresa e cercano soluzioni razionali ad un qualcosa che nece ssita solo di un intervento clinico il pi tempestivo possibile. Indugiano eccessi vamente assistendo passivi alle ritualit che, ricordiamolo per come sempre accade , diventano via via pi complesse fino a farsi insostenibili e solo allora si deci dono a richiedere assistenza. In questo caso si coglie evidente il conflitto, non certo del paziente che, pove retto, non ha alternative se non soccombere al disturbo, ma di chi preposto alla sua tutela e non sa decidersi sul da farsi. Da ultimo merita un commento a parte quella che, tra i vari contenuti ossessivi che affliggono il ragazzo, riguarda la necessit di controllare le proprie parole, perch frequente e poi soprattutto perch condiziona sensibilmente la comunicazione tra il paziente e il mondo esterno. In altri termini, ci si trova di fronte a soggetti che 'pesano' eccessivamente l e parole, le vagliano con attenzione prima di pronunciarle e questo comporta un marcato rallentamento dell'eloquio che appare particolarmente povero e talvolta poco comunicativo, con la ovvia conseguenza di rendere ancora pi complesso il lav oro del medico.

MONICA

3.9.1992 Primo incontro con Monica, ventiquattro anni, piccola, bionda, grandi occhi azzu rri che nel corso del colloquio tender ad usare - cos come tutta la mimica e la ge stualit del corpo - pi e meglio, forse, delle parole che dice, dando chiaramente a vedere che il suo stile nel rapportarsi con chiunque, anche con il medico quind i - soprattutto se si tratta di un uomo - quello di cercare di catturare l'atten zione dell'interlocutore come gli attori sul palcoscenico per essere applauditi meglio se a scena aperta. Anche l'abbigliamento tale da non lasciare dubbi sul f atto che le piace lasciare dietro di s una scia di sguardi e di apprezzamenti. L' abitino rosso fiamma che indossa ne fascia le forme del corpo quasi fosse una se conda pelle, la generosa scollatura mette in risalto il seno piccolo, e la lungh ezza a met coscia scopre l'abbronzatura uniforme delle gambe. Non c' bisogno di guidarla nella raccolta delle informazioni di routine che mi co nsentono di farmi una rappresentazione mentale del suo contesto di vita quotidia na: ha frequentato il liceo linguistico ottenendo il diploma e ora lavora saltua riamente come segretaria nell'azienda del padre; vive ancora in casa con i genit ori con i quali ha un rapporto un po' conflittuale e questo uno dei motivi per i l quale vorrebbe sposarsi presto con il fidanzato che ha ormai da tre anni. Si tratta di una storia tutto sommato comune, ma lei ha un modo tutto suo di vol erla far apparire speciale e drammatica: anche una sciocchezza come un'unghia ro tta pu essere l'occasione per usare toni melodrammatici. Monica si atteggia a pri madonna, mi fa capire che si piace molto e che, quale che sia la sua patologia, essa non ha minimamente scalfito una stima di s che appare quantomeno esagerata. Considerata la cornice all'interno della quale Monica mi presenter il problema ch e l'ha spinta a questa consultazione mi metto di impegno e cerco di entrare pi di rettamente nel merito della questione: mi trovo con il racconto gi dettagliatamen te preconfezionato di un Disturbo Ossessivo-Compulsivo esordito piuttosto precoc emente intorno ai sedici anni. La paziente anticipa le mie domande come chi se l e gi sentite rivolgere tante volte, e cogliendo con mal celato orgoglio la mia ri flessione mi comunica che di specialisti ne ha gi visti tanti che le hanno prescr itto farmaci un po' di tutti i generi e che - per dir la verit - lei si rivolta a me pi per insistenza dei genitori che per sua scelta, dato che - personalmente lei reputa che non si possa fare nulla di pi per il suo disturbo. Come piattaforma di partenza non un granch, tuttavia non resta che farla prosegui re nel racconto. La storia psicopatologica di Monica di quelle classicamente caratterizzate da os sessioni sia di contaminazione che di controllo che nel corso degli anni hanno m odificato il loro rapporto con periodi in cui erano pi presenti le une o le altre , sempre per consentendole di condurre una vita tutto sommato accettabile e non e ccessivamente penalizzata. Solo negli ultimi due anni si era determinata una bru sca impennata della sintomatologia apparentemente senza la concomitante presenza di eventi scatenanti, il contenuto delle ossessioni si era sempre pi polarizzato su tematiche di sporco e contaminazione e, bench si presentassero quasi eslusiva mente nell'ambiente domestico, globalmente la qualit di vita era scaduta in modo determinante da spingere la famiglia a sollecitarla a varie consulenze specialis tiche. Piuttosto perplesso per quest'ultima affermazione di una radicale differenza tra casa e ambiente esterno ho chiesto ulteriori chiarimenti, e la paziente ha riba dito che era proprio cos, e la riprova era che poteva senza problemi svolgere il suo lavoro e avere occasioni di svago, compresi alcuni recenti viaggi che avevan o comportato un soggiorno prolungato lontano da casa. Questo primo colloquio si concluso con una duplice prescrizione: da una parte l'incremento del dosaggio de l farmaco che la paziente stava assumendo da circa due mesi ma in quantit insuffi ciente, e dall'altra la richiesta alla paziente di osservare con attenzione e qu indi registrare le situazioni domestiche in cui si presentavano i pensieri osses sivi, le compulsioni adottate per far fronte agli stimoli ossessivi nonch le even tuali condotte di evitamento, specificando che il materiale raccolto sarebbe ser vito ad organizzare un programma comportamentale strutturato e finalizzato a rid urre gradualmente il suo problema attraverso una tecnica di esposizione e conseg

uente desensibilizzazione. 10.9.1992 Bench io non fossi affatto sicuro dell'intenzione di Monica di proseguire il nost ro tentativo terapeutico, invece eccola puntuale e carina come una liceale. Le impressioni del primo incontro non mutano affatto, anzi ne escono rafforzate; Monica appare spavalda con quella nota di superficialit un po' civettuola di chi si sente bella e pensa che questo in fondo sia ci che conta. "Ho preso i farmaci secondo le sue indicazioni e devo dire che effetti collatera li negativi non he ho sentiti, se non forse un fastidioso vuoto allo stomaco pi s imile alla nausea che avevo avuto inizialmente e un po' pi di stanchezza" dice co me se stesse facendo l'elenco degli esercizi di matematica che riuscita a comple tare." "Per quanto riguarda il resto invece, lei mi deve scusare, ma non ho avuto molto tempo per raccogliere quelle informazioni di cui si era parlato la settimana sc orsa." Sembra contrita e sinceramente dispiaciuta di questa mancanza, ma chiss perch non posso fare a meno di pensare che in realt non ha fatto nulla per il semplice moti vo che la cosa le sembrava una inutile perdita di tempo. Decido che vale la pena di usare il tempo della seduta per spiegarle che necessa rio integrare la terapia farmacologica con un programma comportamentale, e che, forse, i parziali insuccessi registrati sino ad ora sono proprio dovuti al non u tilizzo del potenziale miglioramento dato dai farmaci, come se non ci fosse stat a la possibilit di riconoscere, sperimentare e solidificare la propria capacit di combattere i sintomi della malattia attraverso quell'esercizio costante che sono le occasioni di esposizione. Ad ogni buon conto mi pare che la paziente debba e ssere presa per mano e aiutata con continuit. Anche per valutare il livello di gr avit della patologia concordiamo che per la prossima volta oltre al lavoro di oss ervazione e raccolta di dati di cui sopra, si impegner ad esporsi e a resistere d all'andare a lavarsi le mani in tre semplici situazioni che lei stessa ritiene a bbordabili: aprire la dispensa, il frigorifero e i barattoli delle spezie senza usare nemmeno i fazzolettini. Sembra sincera e piena di voglia di collaborare anche se continuo ad avere l'imp ressione che viva tutto questo come un nuovo gioco. Ci salutiamo con questo accordo. 17.9.1992 "Cos come prevedevo la volta scorsa, non ho avuto particolari problemi ad eseguir e i compitini che mi aveva assegnato; in particolare l'apertura del barattolo de lle spezie mi riuscita - se si pu dire - particolarmente bene; per quanto concern e poi la registrazione delle situazioni che mi inducono a lavare le mani un po' un problema, perch quasi tutto ci che tocco mi comporta questa compulsione e quind i per fare quello che lei mi ha chiesto dovrei trascrivere su un foglio tutta la mia giornata in casa! Le faccio un esempio: se devo bere una Coca Cola, per prima cosa lavo le mani, p oi apro lo sportello del frigorifero, prendo la lattina e la appoggio sul tavolo ; poi, prima di aprire l'armadietto dove stanno i bicchieri, devo nuovamente lav armi le mani e, appena preso il bicchiere, mi tocca lavarmi le mani prima di sta ppare la Coca e poterla bere. In questo modo mi pare di compiere l'operazione sc omponendola in parti separate, un po' come dei compartimenti stagni di asetticit, per intenderci. Non devo starle a ripetere quanto io mi senta sciocca nel ricor rere a questi stupidi trucchetti! Ci pensa gi il mio fidanzato e quanti hanno la ventura di osservarmi mentre faccio queste cose da pazzi. Vorrei soltanto che la provassero loro per un attimo quella tensione che capita a me, e che aumenta in arrestabile come la marea se provo a far a meno anche di una soltanto di queste misure di sicurezza, o il terrore che se non faccio cos chiss quale malattia mi pu contagiare. E invece mia madre si meraviglia che io chieda a lui e alla camerier a di fare per me anche queste piccole cose! logico che in casa io cerchi di evitare qualsiasi attivit non strettamente obblig atoria; vero che uso sia la mamma che la domestica perch mi facciano trovare ci ch

e mi serve a tempo debito secondo quei canoni che mi lasciano tranquilla, e fors e in questo un po' di sfruttamento della situazione c', devo ammetterlo." Accolgo con un sospettoso scetticismo quanto riferitomi dalla paziente perch mi p are evidente una contraddizione nel suo resoconto sulla quale cerco di focalizza re anche la sua attenzione. "C' un qualcosa che non riesco a capire e che forse l ei potrebbe chiarirmi. Vede, io mi ritrovo con una paziente che da una parte mi dice che fuori casa si muove liberamente senza ossessioni e poi mi riferisce una situazione abitativa estremamente compromessa, al punto da delegare agli altri la maggior parte delle azioni che spetterebbero a lei. Posso capire che sia prop rio la casa l'oasi di perfetta igiene da difendere dai rischi di un mondo estern o considerato sporco e contaminato; tutto questo capita alla maggior parte delle persone che avendo ossessioni da contaminazione sviluppano la loro sintomatolog ia prevalentemente tra le mura domestiche. Tuttavia una differenza cos radicale m i sembra un po' troppo! Per di pi lei mi riferisce di aver eseguito il programma di esposizione prestabilito senza alcun disagio. Ammesso che lei mi abbia detto le cose come realmente stanno, come spieghiamo il fatto che sotto specifica sollecitazione lei sia stata in grado di eseguire del le azioni che spontaneamente di solito fa eseguire ad altri adducendo le ragioni della sua malattia? Una spiegazione non potrebbe essere legata a quello che lei prima definiva come un atteggiamento di comodo da parte sua? Se cos fosse sarebb e abbastanza singolare avere una malattia che penalizza la sua qualit di vita e c ontemporaneamente avere dei comportamenti di comodo che la mantengono." "Certo, visto dall'esterno posso capire la sua perplessit, ma lei dovrebbe conosc ere la mia famiglia. A casa mia se tu concedi la mano loro si prendono il bracci o. Voglio dire che i miei sforzi non bastano mai dopo anni e anni che mi arrabat to con questo disturbo. Francamente l'idea di affrontare la questione cercando d i ridurre in parte i miei rituali mi sta bene, ma stravolgere completamente lo s tile di vita ed eliminare tutte le accortezze, le precauzioni che loro mi garant iscono, questo proprio no! Per chi, poi? Per darla vinta a mia madre che si semp re lamentata che il lavoro della casalinga una schiavit perch per lei l'unica cosa che conta infischiarsene della casa e fare la bella vita? Capisce che pi di tant o non riesco e non voglio fare?" "Lo capisco, s, e capisco anche che con questi presupposti perfettamente inutile perdere il nostro tempo a strutturare un programma che nasce fallimentare in par tenza. Credo invece, a questo punto - sempre se lei d'accordo - che sarebbe oppo rtuno che le prossime volte lei venisse con sua madre per darmi la possibilit di valutare correttamente questa situazione." Monica non entusiasta, ma non potendo motivare in modo accettabile un eventuale rifiuto, conviene sull'opportunit di questa richiesta. Il tono con il quale mi di ce: "Va bene" stranamente simile a quello di certi studenti avviliti - ma non re almente pentiti - ai quali si chiede di presentarsi accompagnati dai genitori a scuola dopo una malefatta... 24.9.1992 Eccola la Sig.ra S.: raffinata ed elegante non ha un gioiello di troppo, ma nemm eno uno in meno. Belle mani, trucco discreto ma efficace. chiaro che la signora si muove con maggior disinvoltura ai tavoli del bridge piuttosto che al lavandin o. Questa figlia che la vorrebbe inchiodata almeno a controllare i suoi lavaggi deve essere per lei proprio una condanna. L'incontro non fa altro che confermare una profonda e sostanziale divergenza tra madre e figlia su tutto, compreso il modo di comprendere ed interagire con la malattia. Mi pare tuttavia di poter tra nquillamente affermare che tra le due la madre la vera vittima, in quel ruolo di 'garante' che spesso i pazienti attribuiscono ad una persona del loro entourage . "Sono contenta che lei abbia deciso di vedermi anche se, per la verit, se non mi avesse chiamato lei mi sarei fatta sentire io, perch mia figlia non va bene affat to. Non va proprio bene, non ci mette il minimo impegno e pretende che tutti si sia a sua disposizione come degli schiavi. Io non voglio fare il suo mestiere, p er carit, ma a mio avviso ci che manca a mia figlia soprattutto un po' di buona vo lont. Ma lei ha idea di quanti asciugamani e fazzoletti di carta consuma mia figl

ia? Va in giro per casa con un pacchetto di tovagliolini sempre pronto, e se dev e toccare qualsiasi superficie, dalle porte, ai cassetti, alle maniglie e quant' altro ancora, scatta il tovagliolino che tocca rigorosamente solo da una parte e che poi fa cadere per terra. Non pretendo che non li usi, ma almeno gettarli ne lla pattumiera mi sembrerebbe il minimo, altrimenti occorre che ci sia sempre qu alcuno dietro a lei pronto a raccoglierli. Non siamo mica schiavi! Provi a pensa re: se anche suo fratello si mettesse a fare cos ci sarebbe da impazzire, mentre per fortuna devo dire che almeno quello problemi non ne crea, anzi, fin troppo p aziente e..." "Sempre con questa storia di mio fratello! Vedrai che non te lo ro vino il tuo bambino, che poi uno che ha diciott'anni e che fa sempre quello che vuole compreso il farsi bocciare senza che nessuno gli dica assolutamente niente . Mia madre mica ha capito che sono ammalata" replica Monica, e adesso pi che imb ronciata, sembra francamente risentita di questa persistente incomprensione perp etrata a suo danno. Non mi sorprenderei se scattasse qualche lacrimuccia a testi monianza della sua sensibilit offesa. "Secondo lei io faccio apposta come se mi d ivertissi. Glielo avr detto un miliardo di volte che se dovessi andare a buttare i tovagliolini nella pattumiera sarei costretta a lavarmi le mani e allora tanto varrebbe non usarli affatto, ma non c' verso che capisca." "La sente come mi tratta? sempre cos, aggressiva come se le avessi fatto un grave torto. Al mattino, per, quando esce di fretta, sono io che devo farle trovare pr onta la colazione cos come dice lei: la merendina ancora nell'involucro che per de ve essere gi aperto; il succo di frutta va versato con lei presente che deve cont rollare che le dita che toccano il cartoccio siano ben lontane dal beccuccio da cui esce il liquido, e se non convinta occorre buttare via tutto in fretta e sen za discutere; e sono sempre io quella che deve passare col panno umido sia il pa cchetto di sigarette che l'accendino prima che lei esca, e cos via. Quello che mi fa rabbia che mia figlia sostiene di sapersela cavare perfettamente quando fuor i. Peccato che quando rientra in casa tutto deve essere messo a lavare, e se res ta fuori a dormire c' il rischio che si compri degli asciugamani per poi lasciarl i puntualmente negli alberghi perch non possono essere toccati due volte. Vorrei proprio vederla da sposata, lei che continua a dirmi che se ne va, se suo marito fosse disposto ad assecondarla cos come faccio io! Tuttavia vero che esiste una notevole differenza tra quando in casa e quando fuori. proprio per questo che pa rlo di mancanza di buona volont, e non perch sono una povera stupida che non capis ce che mia figlia ha dei problemi. Sono stata io a faticare per convincerla a fa rsi curare, compreso il venire qui da lei." "Ma per amor del cielo, dottore" sbotta nuovamente Monica "lo dica lei a mia mad re che non dipende da me il dove e il quando mi viene il pensiero ossessivo. Se quando sono fuori di casa anch'io ho dei momenti di libert in cui non sono assali ta dall'idea dello sporco mi pare che proprio mia madre dovrebbe rallegrarsene e non provare rabbia come dice!" La seduta proseguita con scaramucce di questo tipo che nulla hanno aggiunto a qu anto gi emerso e che in sintesi mi pare il quadro relazionale di una madre chiara mente schiavizzata dalle importanti ossessioni di Monica senza tuttavia essere i n grado, se non a parole, di cogliere la reale dimensione della patologia della figlia, la quale a sua volta - in base al mancato riconoscimento dei propri sfor zi - cede oltremodo alle compulsioni e alle condotte di evitamento illudendosi c he se solo volesse sarebbe in grado di ottenere ottimi risultati. Cerco di comunicare alle due donne queste mie impressioni ribadendo l'indispensa bilit di recuperare un rapporto pi collaborativo come 'conditio sine qua non ' per proseguire il programma comportamentale. Apparentemente le argomentazioni introdotte risultano convincenti per entrambe c he si dichiarano oltremodo disponibili a dimenticare - o perlomeno a modificare - i vecchi atteggiamenti improduttivi. Con loro stabilisco alcune performance ap parentemente non particolarmente impegnative, utili tuttavia a sondare la reale gravit della condizione di Monica, affidando alla madre il compito di osservare s enza intervenire. Concordiamo inoltre sulla opportunit che, ancora per qualche ap puntamento almeno, la madre sia presente agli incontri. 1.10.1992

Contrariamente al primo resoconto un po' trionfalistico di Monica, questa volta le cose non sono andate granch bene: la paziente ha avuto notevoli difficolt ad es eguire le esposizioni concordate senza ricorrere ai lavaggi. Il motivo principale che il coinvolgimento della madre ha garantito la corretta attuazione delle esposizioni e contemporaneamente, grazie alle informazioni rice vute, non si fatta coinvolgere nelle esposizioni dalla figlia, non ha rivestito cio quel ruolo di garante che avrebbe falsato completamente le performances compo rtamentali. Questo ha consentito a Monica di acquisire una maggior consapevolezz a delle reali condizioni della malattia, facilitando una pi concreta adesione al programma terapeutico che conseguentemente stato possibile rimodulare in relazio ne alla realt attuale. Dall'ultima seduta come se si fosse superato il giro di boa pi importante. La paz iente sembra essersi finalmente resa conto delle proprie difficolt e dell'opportu nit di recuperare un rapporto pi funzionale con la madre; il che ha reso possibile l'impegnarsi realmente nel programma comportamentale che via via ha affrontato situazioni sempre pi complesse, mentre la terapia farmacologica concomitante ha c onsentito alla paziente di confrontarsi con una patologia meno aggressiva e vinc olante. Commento In questo caso, contrariamente ai racconti precedenti, abbiamo voluto presentare l'evoluzione nel tempo di un rapporto terapeutico attraverso una serie di collo qui.In questi incontri sono state affrontate alcune situazioni piuttosto frequen ti quando si ha a che fare con pazienti ossessivi. In particolare la paziente presenta un quadro sintopatologico non del tutto cred ibile, e questo le viene fatto notare: mi riferisco alla radicale diversit tra l' ambiente domestico e l'esterno. vero, cos come viene ribadito nel racconto, che di comune riscontro la differenza sintomatologica tra casa e ambiente esterno specie per quanto riguarda la conta minazione, ma si intuisce che questo eccessivo divario in questo caso sostenuto da qualcosa d'altro. Cosa sia questo 'qualcosa d'altro' diventa chiaro nei successivi incontri: l'uti lizzare la malattia come veicolo di scontro tra madre e figlia. Queste subiscono il disturbo da angolature assai diverse, come logico aspettarsi da chi vive la malattia su di s e da chi invece costretto a convivere con le pes anti limitazioni imposte dal parente ammalato. Inoltre esistono difficolt tempera mentali che comunque renderebbero problematico il rapporto tra le due donne. Tut to ci comporta nella paziente due esigenze tra loro contrapposte: la prima cercar e di ridurre l'entit della malattia e l'altra quella di gratificare le richieste della madre di un maggior impegno. Cos si spiega l'anomala differenza tra il livello di libert esterno e quello che i nvece Monica vive a casa. Nel corso degli incontri si potuto apprezzare l'evoluzione positiva che si verif icata dopo il superamento dello scoglio relazionale tra Monica e la madre. Final mente libera di aderire al programma comportamentale, la paziente ha registrato progressivi e concreti miglioramenti senza pi ricorrere all'utilizzo della madre come garante, cosa che solo apparentemente le consentiva di mantenere una fittiz ia parvenza di normalit.

GILLES DE LA TOURETTE Per il Signor C. e sua moglie avere un bar rappresentava, oltre che la realizzaz ione del sogno di un lavoro in proprio, la base per una vita economicamente vant aggiosa seppure molto pesante. Il locale che al momento dell'acquisto da parte d el signor C. era poco pi che l'osteria del paese, era diventato grazie ai loro sf

orzi un elegante bar in buona posizione centrale nella cittadina dell'hinterland milanese. Erano i primi anni '70 quando lui si era deciso a seguire il proprio spirito imp renditoriale, lasciando il posto sicuro, ma poco remunerativo, all'Innocenti. Ro sella aveva dovuto lasciare il servizio a ore con il quale aveva fino a quel mom ento contribuito ad arrotondare la busta paga del marito. Non aveva avuto troppe difficolt, estroversa e impulsiva com'era, a dividere con lui le ansie per l'imm ediato futuro che si prospettava carico di debiti e di dura fatica. D'altro cant o l'unica possibilit alternativa che Rosella si era data, un riscatto sociale nel le sue pi rosee fantasie, sarebbe dovuto culminare nel conseguimento del diploma di infermiera professionale. Con la prospettiva del bar rinunci quindi al corso a l quale stava per iscriversi quando il marito cominci a parlare concretamente del suo progetto. Era stato facile convincerla: non soltanto l'attirava l'idea di poter stare vici na al marito per molte ore al giorno, ma anche la possibilit di vedere e conoscer e gente sempre diversa e, diciamolo pure, anche di potersi mostrare, consapevole com'era della propria prorompente avvenenza di ragazza del sud. Molto presi uno dell'altra, il bar offriva anche ottime occasioni: a volte basta va un'occhiata tra un cappuccino e le tazze da lavare per leggere nello sguardo dell'altro la stessa voglia. Capitava che non resistessero, se non il tempo che il cliente se ne fosse andato, ad appartarsi nel retro, magari quando l'afa del pomeriggio di una giornata estiva acuiva il desiderio e l'abito di cotone legger o, con il corpino attillato, invogliava lei a stuzzicarlo facendosi aria con l'o rlo svolazzante dell'ampia gonna, e lui a cercare con uno sguardo furtivo il col ore delle mutandine che lei indossava. Forse Antonio era stato concepito proprio in una di quelle occasioni. Nacque dop o una gravidanza resa burrascosa dalle intemperanze di Rosella, che mal si adatt ava all'inattivit forzata degli ultimi mesi, durante un violento temporale, tra l ampi e tuoni che facevano sobbalzare la partoriente pi delle doglie stesse: sembr ava che qualcosa stesse gi scritto nel suo destino. Fin dai primi mesi di vita fu chiaro che il piccolo Antonio non sarebbe passato inosservato nel mondo. Quando cominci a potersi muovere sulle proprie gambe non poteva essere lasciato solo ne ppure un minuto, tantomeno nella sua cameretta dove, nel breve volgere di pochi minuti, era capace di ridurre qualsiasi oggetto - giocattoli compresi - alla dim ensione di frammento da mettere in bocca, con momenti di panico per la madre ogn iqualvolta lo vedeva deglutire. N serrature, n chiavi, n ripiani alti lo fermavano: dapprima gattonando, pi avanti a ttraverso la costruzione di piramidi sulle quali arrancava faticosamente ammonti cchiando seggiole, scatole e quant'altro riusciva a spostare con le sue non poch e risorse, Antonio e la madre divennero ben presto frequentatori del Pronto Socc orso dell'Ospedale del paese. Al momento di iniziare la scuola dell'obbligo fu p resentato alla maestra, incaricata di prendersi cura di lui, con lo stesso atteg giamento di trepido terrore con il quale si potrebbe consegnare ad un artificere un pacco contenente una bomba innescata. Antonio aveva avuto il suo battesimo di sangue a tre anni, con un taglio all'arc ata sopracigliare destra che aveva richiesto sette punti di sutura dopo un 'volo ' effettuato dal divano alla poltrona, con atterraggio non previsto sullo spigol o del tavolo di cristallo antistante. Senza un grido, senza un gemito, si era pr esentato in cucina alla madre con una maschera di sangue che gli colava sul viso chiedendo la merendina. Rosella quasi svenne prima di caricarlo in macchina all a volta del PS: lui cominci a strillare perch voleva la sua merendina. Numerose e varie erano a sei anni le sue 'imprese'. Come quella volta che si era dovuto chiamare d'urgenza un idraulico a bloccare l'allagamento del bagno. Gioc ando con la schiuma da bagno, aperti a tutto volume e messi fuori uso i rubinett i della vasca, osservava divertito e incurante la quantit indescrivibile di schiu ma che cominciava a tracimare dal bordo, lentamente espandendosi sul pavimento. Attirata dal rumore la madre lo aveva colto intento ad assaggiare il liquido che sgocciolava dal flacone, attratto dal colore verde mela del liquido che gli ric ordava - forse - le caramelle di menta con le quali mamma pretendeva a volte, co n una buona dose di ingenuit, di 'tenerlo buono'. Fu cos che Antonio fece la conos

cenza del centro antiveleni, evitando per un soffio la lavanda gastrica. La cronaca delle disavventure domestiche potrebbe essere lunga, ma il meglio di s lo diede nel corso della carriera scolastica. Gi Antonio si era meritato l'appel lativo di ragazzino con 'l'argento vivo addosso', che tutto toccava e tutto pote va rompere (uno dei primi luoghi off limits per lui fu proprio il bar con le sue cristallerie...). Antonio riusciva a reggere la tortura dell'immobilit nel banco per poche decine d i minuti di seguito, dopodich doveva alzarsi, vuoi per fare dispetti ai compagni, vuoi per prendere oggetti che a lui mancavano sempre, vuoi semplicemente spinto da questa urgenza al movimento fine a se stesso. Il rendimento non poteva non r isentirne. Se inizialmente la vivacit e la prontezza che lo distinguevano potevan o supplire alla mancanza di continuit di concentrazione sia in ci che veniva inseg nato a scuola, sia nello studio a casa. Successivamente, fu un vivacchiare senza onore e senza ignominia fino alla fine della scuola dell'obbligo, con grande tr epidazione dei genitori che stavano lavorando anche per garantire al figlio un b uon futuro. Oltre al profitto, poi, si manifestavano problemi non indifferenti n ella sfera delle relazioni con gli altri, adulti o coetanei. Per i primi il bamb ino fu una palestra dove la capacit di ciascuno di suscitare obbedienza con i met odi pi disparati veniva comunque frustrata e umiliata. Le forze alle quali Antoni o sembrava obbedire erano pi forti e aliene rispetto ai messaggi che gli potevano venire dall'ambiente circostante, erano una specie di fuoco interno che sembrav a mantenerlo nella stessa condizione dell'acqua in ebollizione: sempre in movime nto, irrequieto, agitato, instabile, volubile, disattento, incapace di concentra rsi, disobbediente ecc. Non era certo la consolazione di mamma e pap. Con i coetanei Antonio non aveva vita pi facile: pochi tolleravano i suoi modi. I n qualsiasi cosa e con chiunque Antonio era subito coinvolto, ma altrettanto rap idamente dimentico, sia del gioco sia del compagno di gioco, scarsissimamente co nsapevole dei diritti degli altri, del senso di propriet, pronto al contrario a d ifendere con lo scontro fisico il proprio spazio vitale e con la menzogna sistem atica le proprie necessit. La sua capacit di consumare oggetti e persone divenne nel giro di pochi anni impo ssibile da ignorare, cos come intorno agli otto anni fu impossibile continuare ad ignorare quei tics che erano comparsi pochi mesi dopo l'inizio della prima elem entare. Anche nei rari momenti durante i quali Antonio non era in movimento, com inci un impercettibile strizzare le palpebre corrugando la fronte. Scambiato dapp rima per un movimento voluto nello sforzo di focalizzare un'attenzione sempre fu gace, e riconosciuto solo dopo parecchio tempo nella sua dimensione di movimento che sfuggiva al controllo volontario del bambino, questo tic gli procur altri ri mproveri, altre strillate. E pi lo sgridavano, pi questo ed altri movimenti involo ntari che comparvero negli anni successivi sembravano infittirsi e diventare anc ora pi vistosi, fino a far pensare ai genitori che lo facesse apposta per stornar e la loro attenzione dalle altre marachelle. Oltre allo strizzare le palpebre co mparve un movimento di arricciamento del naso, di piegamento della testa e di so llevamento della spalla destra: si trattava di movimenti brevi, convulsi, a scat to, come se delle scariche di corrente elettrica attraversassero quelle parti de l corpo. Potevano scomparire per pochi minuti o intere ore, ma solo nel sonno sc omparivano del tutto. La pediatra aveva dato il suo parere suggerendo di minimizzare quelle manifestaz ioni - a suo dire di natura benigna e transitoria - che al pi tardi sarebbero sco mparse con l'et dello sviluppo. Non scomparvero affatto invece, e mentre in terza media Antonio stava faticosamente tentando di essere congedato dalla scuola del l'obligo gli comparve un nuovo sintomo. Fu proprio quello strano fenomeno che pe r diversi anni, in modo drammatico, lo releg in una condizione di isolamento ed e marginazione. Quando una mattina, nel bel mezzo di una scarica di tics alla spal la, gli usc quella specie di singhiozzo rumoroso la cui sonorit richiamava il latr ato di un cucciolo, Antonio pens appunto che si trattasse di un singhiozzo mal ri uscito, involontario ed isolato. Dovette accorgersi ben presto, tuttavia, che la natura di questi 'versi' (come poi li avrebbero chiamati tutti), che cominciaro no a presentarsi a grappolo nelle pi svariate circostanze, era molto pi simile ai tics che gli venivano alle palpebre, al naso e alle spalle, anche se i muscoli c

he evidentemente dovevano essere coinvolti con i relativi spasmi, sfuggivano all 'osservazione e - come successivamente avrebbe saputo - erano i muscoli fonatori laringei. Sapeva prevedere quando stavano per venirgli, quando non sarebbe pi stato in grad o di contenerne l'urgenza fisica, anche se si trattava di una sensazione diffici lmente comunicabile. Per cercare di farsi capire Antonio ne parlava paragonandol a a quella che precede il pizzicore al naso prima dello starnuto! I primi tempi cerc di nasconderli, pi a se stesso che agli altri, tanto se ne verg ognava. Sapeva, o meglio gli pareva, che avrebbe potuto resistere, anche se poi la pagava cara. Era come se si accumulassero, questi ignobili versacci, in una d imensione nascosta del suo essere, per poi uscirsene fuori a far sobbalzare gli astanti che, immediatamente dopo, lo guardavano perplessi nel constatare come un ragazzino emettesse suoni a imitazione di un cane. Lo faceva apposta? Ma perch l o faceva? E se invece si trattava di qualcosa che sfuggiva alla sua volont, quale ne era la natura? Nel volgere di quell'estate non si pot pi ignorare la cosa dice ndo -passer- e Rosella decise di far visitare il figlio da uno specialista neurop sichiatra infantile. Non stiamo a raccontare delle umiliazioni e della vergogna con la quale Antonio dovette affrontare l'ambiente scolastico in quegli ultimi mesi di scuola: per tu tto vale l'appellativo con il quale in modo crudele alcuni lo apostrofavano, qua ndo al suo passare, sogghignando, sussurravano: "Eccolo, arriva 'Fido'." E non stiamo neppure a riferire delle valutazioni plurime cui fu sottoposto in a mbienti specialistici. Le modalit di approccio al problema che dovette subire non fecero altro che rinforzarlo nella convinzione, che gi cominciava ad avere, da r agazzo intelligente quale di fatto era, di essere una specie di fenomeno da bara ccone, un ridicolo mostro da additare alla pubblica curiosit. Incontr sul suo camm ino diversi luminari della medicina. Al primo colloquio ne seguiva un secondo e poi ancora e ancora, con la madre sempre pi angosciata dal tipo di diagnosi e sop rattutto di prognosi che veniva additata per il ragazzo. A sentire alcuni di lor o che espressero il loro elevato giudizio clinico soltanto dopo aver sottoposto il ragazzo ai pi svariati tests psicodiagnostici, la sintomatologia rappresentava l'espressione ancora iniziale, ma sicuramente evolutiva, di gravi nuclei psicot ici, vale a dire, per quel che ne poteva capire Rosella, l'anticamera della pazz ia. Altri non furono cos drastici e risoluti; al contrario, si trincerarono dietr o mezze frasi, mezzi silenzi, il tutto condito o con espressioni che facevano pe nsare a quella della Sfinge, oppure bonariamente indifferenti consigliavano di l asciar passare il tempo: solo questo avrebbe permesso di capire. Venne l'estate. Antonio era stato promosso pi per il desiderio dei professori di cavarsi dall'im barazzo di continuare ad interrogare un discente che li faceva sobbalzare per gl i urli a tipo latrato che gli uscivano nel bel mezzo di una risposta, che per re ale preparazione dello studente. Ma chi sinceramente avrebbe avuto in animo di r improverarlo per la scarsa applicazione allo studio? Non fu comunque una bella e state. Non se la sentiva Antonio di andare in vacanza, e non se la sentivano nep pure i suoi genitori il cui stato d'animo oscillava tra la pena che provavano pe r la evidente sofferenza del loro figliolo e la vergogna nello stare in mezzo al la gente. Chi dapprima sussultava ai versi e ai tics di Antonio poi volgeva disc retamente lo sguardo altrove; i pi maligni si lasciavano andare a commenti e sorr isi di compatimento. E non c'era solo la vergogna. Si erano verificate almeno un paio di circostanze nel corso delle quali Antonio - una volta con un negoziante e una volta in Metr - aveva rischiato di essere picchiato da costoro che credeva no di essere oggetto di scherzi di pessimo gusto. Cos la vergogna si tinse di pau ra e la sua vivacit, la sua curiosit per le cose e le persone nuove dovettero fare i conti con la constatazione che stare appartati era forse il minore dei mali. Anche i progetti che erano stati fatti per la prosecuzione degli studi dovettero bene o male essere rivisti. Antonio aveva coltivato la segreta ambizione di far e il pilota, anche se questo era poco meno di un sogno ad occhi aperti che rende va bene il suo desiderio di avere un lavoro che gli consentisse di muoversi e di sentirsi libero. Era dunque gi orientato a cercare nell'ambito di un corso senza particolari sbocc hi universitari e forse avrebbe scelto una scuola di turismo se non fosse soprav

venuta la faccenda dei versi. Visto che nessuno dei luminari che l'avevano visit ato aveva suggerito terapie risolutive - chi trincerandosi dietro la necessit di iniziare un lungo, costoso quanto incerto nei risultati trattamento psicoterapic o; chi prescrivendo ansiolitici e tranquillanti - Antonio e la sua famiglia ragi onevolmente arrivarono alla conclusione che con quella malattia alla quale non s i riusciva neppure a dare un nome avrebbero dovuto fare i conti per il futuro, e la logica conclusione fu che comunque un titolo di studio superiore sarebbe sta to opportuno. Se fosse riuscito a superare comunque le difficolt che l'essere in un ambiente scolastico avrebbe comportato, valeva la pena di scegliere una scuol a alberghiera. Cos, male che fosse andata, avrebbe potuto raccogliere l'attivit co mmerciale del padre e, se fosse andata meglio, quella sarebbe stato il trampolin o di lancio per qualcosa nel settore. Certo non si trovava nelle condizioni di spirito per pensare serenamente al futu ro, quando si accorse che, per la verit, c'erano giorni, addirittura settimane, d urante i quali a ricordargli il suo problema rimaneva solo qualche strizzatina d i palpebre. Per c'erano giorni nel corso dei quali gli sembrava di essere un bura ttino i cui fili venivano mossi da altri e per di pi in questo modo spasmodico: p oteva capitare mentre se ne stava seduto che una gamba gli saltasse avanti tre, quattro volte di seguito e contemporaneamente avvertisse la contrazione ripetuta dei muscoli dell'addome, insieme con uno dei due tipi di versi che gli uscivano di bocca. Quello 'nuovo' assomigliava vagamente a uno sbuffo, o forse al movime nto dello sputo, del quale aveva anche qualche sgradevole conseguenza che consis teva nel disperdere schizzi di saliva intorno a s. La mamma quando se ne era acco rta gli aveva raccomandato di non rimanere mai senza un fazzoletto in tasca e di usarlo tenendolo davanti alla bocca qualora gli fosse capitata una scarica di q uelle 'sbuffate'. Presa la decisione riguardante la scuola, quella lunga estate Antonio la spese c ome poteva, cercando di familiarizzarsi con il lavoro nel bar dal quale fino ad allora, per un motivo o per l'altro, era stato tenuto lontano. Cercava di rimane re alla macchina del caff, lasciando il servizio al banco alla madre o alla ragaz za che dall'anno precedente era stata assunta. Antonio era svelto e per di pi pot presto constatare che se era impegnato manualmente sia i tics motori che quelli vocali gli davano tregua per qualche ora. Certamente capitava che gli sfuggisse qualche urlo, e bench fosse girato di spall e al bancone, poteva vedere guardando nella parete a specchio che gli stava di f ronte gli sguardi incuriositi e perplessi che i clienti presenti volgevano verso la sorgente di quello strano verso apparentemente non umano. Era una consolazio ne il fatto che in netta prevalenza i frequentatori del bar erano clienti abitua li e di conseguenza, nel giro di poche settimane, pi o meno tutti ebbero occasion e di parlare col padre di Antonio che cerc di spiegare alla bell'e meglio quale f osse la natura del problema e della strana malattia del figlio, in modo tale che questi si sent meno osservato e al centro di attenzioni malevole. Il peggio per sarebbe arrivato di l a pochi mesi, all'inizio del nuovo anno scolas tico, pure se non connesso a questo. Poteva essere una sciocchezza, e sulle prim e Antonio non ci fece caso pi di tanto, ma presto non fu cosa da poter essere ign orata. In breve, la concomitanza che riusc a ricostruire gli fece osservare come durante le scariche di tics motori addominali, gli venissero in mente oscenit e b estemmie. Non dipendeva affatto da quel che stava facendo o cosa stava pensando in quel momento n tantomeno dal suo stato emotivo; non segno di rabbia n di irrita zione, era una specie di litania mentale priva di qualsiasi connotazione emotiva iniziale. Non cos il rendersi conto che a momenti questo pensiero giungeva ad essere parola udibile e non sempre solo sussurrata e mimetizzata come cerc di fare con svariat i accorgimenti e stratagemmi. La famiglia del Signor C. non era particolarmente religiosa n devota, ma sentire il figlio profferire quelle oscenit a mezza voce li sconvolse. Ancor pi sconvolti li lasci la spiegazione del figlio quando un giorno , a tavola, all'ennesimo rimprovero, tent di comunicare loro ci che gli stava capi tando: "Non sono io a volerlo. Non avrei alcun motivo di dire quelle parole. Io cerco di frenarmi, di pensare ad altro, di scacciare queste frasi dalla mente, m a come se ci fosse una vocina dentro la mia testa che me le ripete ancora e anco

ra senza tregua" disse Antonio tra il demoralizzato e l'arrabbiato. Al sentir parlare di vocina Rosella aveva avuto un flash sui pronostici dei vari professori che avevano visitato Antonio. Quel che stava capitando al suo figlio lo era dunque il primo segno vero della pazzia che gli avevano preannunciato? Ma come poteva essere cos, la pazzia, se lui sembrava tanto consapevole, tanto crit ico per la sua et e tanto sofferente per l'assurdit che guidava il suo cervello? Sollevato il velo di quel che stava dietro la sua espressione ancora scanzonata, la sera dello stesso giorno Antonio prese da parte la mamma e 'vuot il sacco': " Sai mamma" disse quasi controvoglia "non solo quello che ho detto oggi a pranzo che mi tormenta. Non vi siete accorti che ovunque sto devo passare la mano sulle superfici degli oggetti che ho intorno?" Sempre pi spaventata per quelle che avrebbero potuto essere le rivelazioni delle quali stava per essere messa a parte, Rosella rimaneva zitta, scuotendo solo il capo in senso di diniego. No, loro non si erano accorti di nulla. Antonio prosegu: " cominciato quando sono cominciati gli sputi. Qualche volta comi nciano proprio come una cosa involontaria, un tic, e finisce l; ma qualche volta mi sono accorto che sono io ad andare avanti a fare e rifare lo stesso verso, e ogni volta devo passare la mano per vedere se le gocce di saliva si sono sparse bene. " La madre lo interruppe, e prima di essersi resa conto di quel che le era scappat o di bocca gli disse: "Antonio, ma sei matto?! Ma perch sputare?" Le vennero le l acrime agli occhi mentre se lo prendeva vicino stretto stretto. Antonio, con la voce soffocata e il viso affondato sul petto della mamma, diceva: "Non so cosa m i succede, per quel che so che devo sentire se le gocce di saliva fanno il rumore giusto, devo toccarle per vedere se si sono disperse bene e ricominciare finch n on sento che tutto stato fatto bene. Non ci posso fare nulla, sono obbligato a f arlo!" "Non capisco, Antonio, cosa vuoi dire?" gli chiese staccandolo con dolcez za da s, prendendolo per le spalle. "Spiegami, cosa vuoi dire?" "Non ci riesco mamma. assurdo, lo so, ma quando mi vengono questi 'sputi' io dev o rifare il verso finch non ho sentito che le gocce di saliva hanno fatto il rumo re giusto, e intanto devo pulire il piano su cui sono cadute quelle della volta prima." Lo spirito materno prevalse e Rosella cerc di calmarsi. Carezzava il ragazzo che aveva cominciato convulsamente a strizzare gli occhi, ad arricciare il naso: "Ve drai che passer. Vedrai, non preoccuparti, torneremo dal dottore e ci faremo dare delle medicine." Era una fiducia apparente quella che cercava di infondergli. In realt, dentro, er a un terremoto di emozioni. Non ebbe il coraggio di parlare al marito di questa nuova cosa. Non ne parl al marito, ma disse a se stessa che bisognava fare qualcosa, non si p oteva pi aspettare oltre. Il giorno successivo si mise in contatto con il suo med ico per sapere quale delle svariate prescrizioni farmacologiche che erano state suggerite ad Antonio era a suo giudizio, se non la pi efficace, almeno quella che presentasse gli effetti collaterali meno dannosi per il futuro. L'indicazione c he emerse fu di lasciar gestire ad Antonio, secondo i giorni, dalle 40 alle 60 g occe di Valium. L'effetto che ne sortiva, come poterono constatare madre e figli o nelle settimane successive, era duplice: da un lato sembrava che i tics - sia quelli motori che quelli orali -gli lasciassero un po' pi di tregua, dall'altro p er qualsiasi lavoro che richiedesse concentrazione - lo studio, ad esempio - ne r isultava penalizzato perch Antonio si sentiva sempre sull'orlo di un pericoloso s tato di sonnolenza o quanto meno di una sensazione soggettiva di intorpidimento mentale. Cos, a periodi faceva uso della medicina, a periodi la lasciava da parte . Quel che invece rimaneva certamente escluso da influenze farmacologiche reali o presunte era la presenza di quei pensieri blasfemi che gli turbavano la mente. Questi andavano e venivano a loro piacimento, e alla loro comparsa Antonio assi steva succube e impotente. Per fortuna aveva scoperto un trucchetto efficace per il quale, quando quelle parole stavano per scappargli di bocca, riusciva a tram utarle in altre pi neutre, non offensive; in questo modo - male che andasse - lo si poteva sentir dire: "No. No. Basta. No" apparentemente senza motivo o ragione . Difficile da spiegare la condizione, l'atmosfera che si era creata nella nuova

scuola sia con i professori che con i compagni, maschi e femmine. Era come un equilibrio precario, la risultante di opposte tendenze perennemente in bilico tra di loro, nell'animo di ciascuno. Come ebbe a dire una ragazzina, c onfidandosi con la madre, ciascuno di fronte ad Antonio provava orrore all'idea di potersi trovare al suo posto, e questo orrore veniva esorcizzato con l'acquis izione di sordit e cecit selettive a contatto con le sue strane bizzarrie vocali e di movimento. Nel giro di pochi giorni dall'averlo conosciuto nessuno faceva pi caso al fazzoletto che teneva sempre in mano, o al movimento furtivo e ripetuto del passare con il polpastrello delle dita le superfici piani intorno a s, o agli strani movimenti che lo scuotevano quando era in tensione. Questo stato di cose evidentemente aveva un riflesso positivo su di lui, in modo tale che per quel p rimo anno scolastico tutto and in modo quasi accettabile: fu promosso, fece qualc he amicizia, compreso un breve flirt con una compagna di classe. Antonio e i suo i genitori si sentivano abbastanza ottimisti e passarono una bella vacanza facen do un lungo giro nell'Europa del Nord. Era stata una decisione ardua da prendere quella di chiudere il bar nel mese di luglio, quando c'era ancora molta gente i n giro. D'altra parte erano anni che si sacrificavano, e volevano fare un po' di festa anche per Antonio. Lui aveva accolto la proposta con entusiasmo: "Fantast ico, far echeggiare i miei 'versi' tra i fiordi. Scherzi a parte, sar bellissimo!" Il viaggio fu veramente una esperienza entusiasmante, sia per le cose che videro , le atmosfere in cui si trovarono immersi, le persone che conobbero, ma sopratt utto perch, passando molto tempo insieme, ebbero modo di scoprirsi l'un l'altro, una vera famiglia. Il Signor C. pot constatare che il suo ragazzo stava venendo s u proprio bene, 'ci stava con la testa' come si esprimeva lui, volendo dire che aveva valori sani in mente, non era uno scapestrato incosciente come certi coeta nei i cui discorsi gli capitava di sentire tutti i giorni quando si riunivano al bar. Rosella era felice di vedere i suoi due uomini, come li chiamava lei, parl are fitto fitto e Antonio... attraverso la parete della camera d'albergo constat che i suoi genitori facevano l'amore ancora con molta passione. La mattina dopo, a colazione, notando lo sguardo speciale di sua madre mentre versava il caff al marito, cominci a capire cosa ci poteva essere di bello nel matrimonio! Quando to rnarono Antonio conobbe una ragazzina frequentando l'idroscalo. Era la sua prima esperienza 'sentimentale' e fu con molta titubanza ed apprensione che la invit l a prima volta per andare insieme in discoteca. Era un posto, quello, dove lui si trovava bene perch, vuoi la penombra o le luci artificiali e lampeggianti, vuoi la confusione e il movimento convulso di tutti indiscriminatamente, pareva mimet izzare i suoi tic e i suoi urli. Luisella, questo era il nome della ragazzina, l 'aveva notato proprio per i suoi strizzamenti di palpebre, e in modo molto diret to, facendo di questa sua curiosit il pretesto per rivolgergli la parola mentre s i trovavano entrambi a prendere il sole, gli aveva chiesto: "Ma non ti sono anco ra passati questi 'ticchi'? Io ce li ho avuti per un anno o due quando ero picco la, alle elementari. Mi tiravano i muscoli del collo, sembravo una giraffa che t enta di allungarsi, ridevano tutti. Poi, per fortuna, poco per volta sono scompa rsi. Te lo immagini se ci fossimo conosciuti allora?!" Cos dicendo aveva riso di cuore, e c'era tanta simpatia, tanta complicit in quella risata ingenua che Anton io si sent di toccare il cielo con un dito per quella conoscenza. Purtroppo ogni medaglia ha il suo rovescio, e il rovescio si present puntuale con un fenomeno nuovo e diverso che and a sommarsi ai tic, ai versi, al toccare gli oggetti, agli sputi. Tutte cose delle quali in anticipo aveva cercato di parlare a Luisella che lo stava ad ascoltare con gli occhi sgranati dalla sorpresa. For se perch misurava la fortuna che aveva avuto per il pericolo scampato, forse perc h ammirava la forza d'animo che Antonio dimostrava, era avida della sue spiegazio ni del come gli nascessero dentro quelle urgenze, quella incoercibile necessit di sputare a ripetizione. Era sorpresa soprattutto che quelle cose da pazzi potess ero essere fatte da un ragazzo che era tanto intelligente e sensibile, che facev a cio ragionamenti da persona pi adulta della sua et e quindi faceva apparire pi str idente il contrasto con quei comportamenti furtivi e tentativamente celati che f ossero nel loro essere stereotipati, ridotti alla minima espressione. Per tutti questi motivi quando Luisella lo sent dire un giorno, mentre stavano fa

cendo una passeggiata al parco in bicicletta, in una giornata di caldo sole sett embrino: "Ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo" non rimase sorpresa pi di tanto, n dispiaciuta. Le era gi capitato che qualche compagno di scuola le dich iarasse sentimenti eterni che... erano durati lo spazio di qualche settimana, e pens che Antonio volesse, in questo modo, farle comprendere che provava per lei q ualcosa di pi che una semplice simpatia. Si stava gi preparando ad una risposta quando, guardandolo, si accorse che c'era qualcosa che non andava. Avevano smesso tutti e due di pedalare ed erano l, fermi , affianciati sul ciglio del viottolo. Antonio era rosso in viso, e non certo pe r la fatica; stava strizzando gli occhi, faceva smorfie con il viso e le stava d icendo con imbarazzo, rincrescimento e stupore: "Non vero. Non lo penso, cio, scu sami, non che non sia vero... cio, vero che mi sei simpatica, mi piaci... per non vero che volevo dirti che ti amo. Mi uscita questa frase in modo automatico, inv olontariamente." "Vuoi dire che lo pensavi ma non avresti voluto dirmelo adesso, con queste parol e?" "Magari fosse cos semplice" disse Antonio con aria profondamente afflitta e ferit a. "Magari! Purtroppo, tanto per dirti cosa mi capita da qualche giorno, ieri l' ho detto al giornalaio andando a prendere il Corriere per mio padre!" "Cosa?" replic Luisella. "Ho capito giusto? Tu hai detto ti amo al giornalaio?!" La sua espressione era stupefatta, non sapeva se ridere o piangere. "Ti prego, non ti arrabbiare" disse Antonio, quasi glielo leggesse in viso. "Non ci posso fare niente. Figurati che ieri stavo scappando senza pagare, poi ho bi ascicato qualche brandello di spiegazione a proposito del ritornello di una cert a canzone, ma la sua faccia non era certo di uno convinto. Sono terrorizzato all 'idea che mi capitino cose di questo genere da un momento all'altro nei posti pi impensati e con le persone pi diverse. Ci deve essere un rimedio, una cura per il mio problema. Bisogna che lo dica a mia madre perch mi porti da uno specialista. " Questa volta l'indicazione del medico venne quasi casualmente da una conversaz ione tra la mamma di Antonio e una cliente del bar. Questa signora disse di aver letto un articoletto su un quotidiano a proposito di una strana malattia chiama ta Sindrome di Gilles de la Tourette i cui sintomi sembravano proprio la descriz ione di alcune stranezze di Antonio. Per caso il ragazzo era stato visitato pres so quel centro cui si accennava nel giornale? Una nuova fase della vita di Anton io cominciata da quell'appuntamento. Non certo la storia di un miracolo e di una guarigione miracolosa. Purtroppo di questa malattia relativamente rara non si c onosce del tutto l'etiologia, e i trattamenti farmacologici sperimentati a tutt' oggi appaiono - pur nella capacit di ridurre alcuni sintomi - interventi sintomat ici appunto, che non vanno alla radice del problema. Quello che per ha rappresent ato una reale svolta nell'esistenza di questa famiglia che ha dovuto confrontars i con una malattia cos sconcertante, stato un radicale cambiamento ottenuto nel m odo di viverla, giorno per giorno. Antonio ha scoperto per esempio che in vari p aesi del mondo i pazienti che hanno il suo stesso disturbo si sono riuniti in as sociazioni che oltre che favorire attivit di scambio e sostegno tra i soci suppor tano le attivit di studio di centri avanzati di ricerca mantenendo con essi conta tti assidui, vuoi con la partecipazione a protocolli di terapia sperimentale, vu oi con la organizzazione di convegni e congressi di aggiornamento. Essendo stato messo in contatto con una di queste associazioni, Antonio ha avuto modo di appr ofondire la conoscenza della propria malattia, sia attraverso la lettura di test i specifici, che di autobiografie pubblicate da malati come lui, divenuti - nono stante la loro patologia - stimati professionisti in svariati campi di attivit, c ome quel chirurgo che, solo dopo aver brillantemente concluso una seduta in sala operatoria, si sfogava con una scarica impressionante di tics motori e verbali. E la conoscenza d la forza per accettarsi e farsi accettare, e con la forza arri va la grinta per conseguire traguardi che potevano sembrare preclusi, come per A ntonio la patente di guida, prima, e il viaggiare in aereo dopo. Con una certa fierezza mi ha raccontato appunto il suo primo viaggio in aereo al la volta di New York per far visita ad un socio dell'Associazione, e di come riu scito a superare l'imbarazzo di trovarsi per tante ore esposto con i suoi sintom i al giudizio dei compagni di viaggio.

Commento Che la storia di Antonio sia peculiarmente diversa dalle precedenti banalmente i ntuibile, e non pare nemmeno che emergano elementi chiaramente significativi per poter parlare di una comorbidit con il disturbo ossessivo che, comunque, non ris ulterebbe certo essere la patologia principale. Si tratta di una storia di disturbo di Gilles de la Tourette, ne segue l'evoluzi one tipica dall'iniziale presenza di tics piuttosto aspecifici al progressivo in staurarsi di tics complessi associati a vocalizzi e a coprolalia. La patologia singolare e altamente drammatica; singolare per la sintomatologia c os 'pittoresca' che non pu passare inosservata, e drammatica esattamente per lo st esso motivo. Trovarsi di fronte per la prima volta ad un paziente come Antonio un'esperienza che difficilmente un clinico dimentica. Sono pazienti che proporzionalmente alla gravit sintomatologica sono in grado di trasmettere una forte tensione emotiva, sia per la bizzarria che per la repentinit imprevedibile del gesto ticcoso. Anton io e i suoi familiari seguono il calvario di specialisti pi o meno possibilisti c he frequentemente affronta chi affetto da una rara e misconosciuta patologia .Ap prodano poi, finalmente ,ad una associazione come quelle cos in voga negli Stati Uniti che fa dell'incontro tra soggetti che vivono lo stesso disagio un primo e fondamentale momento di terapia, tanto pi importante quanto pi grave e solo parzia lmente curabile con farmaci la malattia. Abbiamo voluto concludere con questo pa ziente la serie dei nostri casi clinici perch il disturbo di Gilles de la Tourett e, sia per la importante comorbidit con il disturbo ossessivo, sia per la peculia re sintomatologia cos ricca di gesti obbligatori e egodistonici, si colloca a pie no titolo nello spettro dei disturbi ossessivi e con questi condivide la necessi t di una divulgazione informativa. Postfazione Se le persone le cui storie abbiamo raccontato vi hanno ricordato personaggi di teatro, perennemente in bilico tra commedia e tragedia, piuttosto che individui le cui umanissime vicende hanno spesso dell'incredibile, ci vuol dire che almeno in parte abbiamo realizzato uno degli obiettivi di questa pubblicazione. Si tratta di uomini e donne che vivono, dal momento in cui la malattia comincia a manifestarsi, una condizione di alienazione. Diversamente da altri malati psic hici, prima di essere alienati dal resto del mondo come infelici "pazzi" che viv ono nella dimensione di credenze assurde, questi malati sono principalmente alie nati a se stessi, alla propria personalit, ai propri schemi e valori di riferimen to, alle proprie convinzioni. L'azione di questo dramma si svolge nella mente di ognuno di loro. Ciascuno si t rova ad essere contemporaneamente spettatore sano e attore malato rispetto alla propria malattia, nella consapevolezza impotente delle "pazzie" che scandiscono i giorni e gli anni. Il timore della follia, forse pi che il timore della morte a ncestrale ed immanente in ciascuno di noi: ebbene, ciascuno di questi pazienti v ive tangibilmente giorno dopo giorno sulla propria pelle, nello spazio intimo de lla propria coscienza la constatazione di una mancanza di dominio del proprio pe nsiero, oltre che delle proprie azioni. Forse il grado di sofferenza che questa non-folle follia comporta non dicibile a parole e sicuramente merita il rispetto del silenzio pi che il pettegolezzo indi screto di un'indagine psicologica semplicistica a scopo divulgativo. Di consegue nza nel raccontare le storie inventate dall'oscuro burattinaio che muove i fili della volont di questi pazienti, ci siamo coerentemente tenuti fuori, il pi fuori possibile, nella dimensione della cronaca, lasciando alla sensibilit di ciascuno le riflessioni su cosa pu significare vivere come queste persone si trovano a viv ere. Se questi "personaggi" non fossero stati uomini e donne del nostro tempo, anche le loro storie sarebbero state diverse e diverso senza dubbio anche il loro dest ino.

La storia passata e quella a noi pi prossima ci dicono che questi malati sono esi stiti da sempre, che questo un male che affonda le sue radici nella natura dell' uomo, male giudicato raro, quasi una maledizione appunto a giudicare dalla sua p ressoch totale inattaccabilit fino a tempi molto recenti. Perch allora questi racconti, perch queste storie di uomini e donne del nostro tem po? Perch il cambiamento della cultura psichiatrica, l'avvicinamento sempre pi deciso e senza tentennamenti della ricerca psichiatrica ad un modello medico per questa disciplina ci hanno fornito indicazioni chiare che tra noi le persone che soffr ono per questo male sono ben pi numerose di quanto credessimo. Ma questo non sare bbe di per s sufficiente ad un intervento di divulgazione come vuole essere quest a nostra operazione editoriale; il messaggio rivolto ai molti che soffrono, anco ra troppo spesso credendo di essere portatori unici di questo affliggente modo d i essere, vorrebbe essere forte e chiaro: oggi si pu fare molto, molto di pi di qu anto fino a dieci anni fa fosse pensabile, per migliorare la qualit della vita di queste persone, quella delle persone che vivono accanto a loro, radicalmente co involte loro malgrado nella gestione degli intricati meccanismi della malattia. Si tratta di favorire l'incontro tra questi malati che stanno in mezzo a noi, sc onosciuti e misconosciuti nella loro sofferenza e mostrare loro le infinite sfac cettature di contenuto che il disturbo pu assumere pur nella identit di forma del meccanismo che a tutti comune. Si diceva come il Disturbo Ossessivo-Compulsivo nella sua denominazione di nevro si fobico-ossessiva fosse considerato fino a pochi anni orsono una patologia rar a e sostanzialmente incurabile, in realt si visto essere molto pi frequente del pr evisto. Le motivazioni per l'aumento delle diagnosi poste possono essere diverse, ma val e la pena di citarne almeno due: la prima una diversa modalit di far diagnosi sec ondo nuovi criteri classificativi meno restrittivi e la seconda la migliore disp onibilit dei malati al contatto medico. L'introduzione recente di farmaci partico larmente incisivi e maneggevoli ha poi contribuito a sensibilizzare maggiormente la classe medica alla possibilit di ottenere risultati terapeutici straordinari. Lo sviluppo di queste nuove molecole rappresenta la concretizzazione sul piano d ell'intervento farmacologico di importanti sviluppi nei settori della biochimica e della neuroanatomia. Fino alla prima met dell'800 l'unica chiave di lettura di questa, lo ripetiamo, t utt'altro che rara patologia si fondava su di una concezione magico-religiosa ch e trovava nell'essere posseduti dal demonio il razionale del sentirsi soggiogati da pensieri riconosciuti come scaturiti da se e pur tuttavia considerati alieni alla propria logica e razionalit. Da allora in poi, passando attraverso le teori e psicogenetiche e successivamente psicoanalitiche, si giunti alle pi recenti ipo tesi neuroanatomiche che accanto ai dati di farmacologia clinica hanno permesso di evidenziare nella disfunzione serotoninergica il principale fattore nel siste ma nervoso centrale responsabile delle manifestazioni ossessive. Di per s, le caratteristiche strutturali del disturbo sono a grandi linee piuttos to semplici: da una parte ci sono le ossessioni ovvero pensieri, immagini o impu lsi vissuti come illogici o fastidiosi che, per quanto si cerchi di scacciarli s i presentano per l'appunto "ossessivamente" cio in maniera ripetitiva, intrusiva a parassitare la mente del malato; dall'altro troviamo le compulsioni che rappre sentano quei gesti o pensieri messi in atto con il preciso scopo di allontanare, neutralizzare, se non altro momentaneamente, gli stimoli ossessivi e lo stato d i disagio che questi comportano. Non sar stato difficile riconoscere questo semplice schema calato nello specifico dei contenuti dei nostri racconti dai quali, peraltro frequentemente, emerge un altro aspetto saliente di questa patologia e cio "l'evitamento". Infatti la qualit di vita del paziente ossessivo fortemente penalizzata non solo dalla presenza del binomio ossessione-compulsione, ma anche dalla "possibilit" pe r non dire dalla "obbligatoriet" di evitare tutte quelle situazioni connesse con lo scatenarsi delle ossessioni; il guaio che pi la patologia peggiora e pi la quan tit di situazioni, oggetti, persone da evitare aumenta, con il risultato di releg

are il soggetto in spazi di vita sempre pi angusti. Per esemplificare, una persona con l'ossessione dello sporco: a poco a poco si r itrover suo malgrado ad evitare un numero crescente di situazioni sociali, lavora tive e perfino affettive in quanto momenti scatenanti di pensieri ossessivi di c ontaminazione. Di fronte a quella specie di fuga preventiva che l'evitamento nasce spontanea un a domanda: perch alcuni pazienti sviluppano massimamente questa personale strateg ia in confronto ad altri pi inclini alla messa in atto di risposte puramente comp ulsive? Ci sembra che una possibile risposta sia da ricercare nella concomitante presenz a nel paziente ossessivo di una duplice natura del fenomeno "evitamento" inteso da una parte come risposta comportamentale patologica ad un "pericolo" fobico e dall'altra come criterio di opportunit squisitamente economico per non ingaggiars i in pi dispendiose compulsioni. In altri termini come se nel caso del paziente a condotta prevalentemente fobica l'evitamento si focalizzasse sostanzialmente nei confronti della componente di pensiero mentre in altri fossero gli agiti compulsivi il principale bersaglio de lla condotta evitante. L'eterogeneit fenomenologica sottende l'apparente omogenei t clinica lungo una dimensione che si caratterizza ad un estremo per contenuti pr evalentemente fobici quali la paura della contaminazione vissuta con prevalente egodistonia, mentre dall'altro trova le lentezze ossessive sostanzialmente egosi ntoniche e anemotive. Nelle storie dei nostri pazienti si colgono queste diversi t che determinano strategie comportamentali variabili e che, in alcuni casi, si p ossono presentare anche nello stesso soggetto in tempi diversi del suo iter clin ico in virt del fatto che un ulteriore elemento distintivo della fenomenologia os sessiva consiste nella variabilit dei contenuti nel tempo. Ossessioni e compulsioni che per un periodo di tempo hanno torturato il paziente e stravolto la vita sua e di coloro che lo circondano, perdono pi o meno improvv isamente di importanza, in un certo senso si esauriscono, si riducono o si disso lvono: ci pu essere fonte di ottimismi pi o meno fugaci, alimentando la convinzione che la terapia in atto sia quella giusta. La realt che spesso tutto si risolve in una cocente delusione perch a quel contenu to se ne sostituisce un altro che nella migliore delle ipotesi di uguale entit, i n altri frangenti rispuntano delle ossessioni che il paziente riteneva erroneame nte di aver superato. E' un po' come se le ossessioni e le rispettive compulsion i colmassero una sorta di contenitore che si svuota solo per potersi riempire co n qualcos'altro. Certo, alcuni contenuti ossessivi sembrano essere meno ostici d i altri al trattamento soprattutto in un'ottica di trattamento comportamentale, per in sostanza non tanto importante quale sia l'ossessione principale in un dato momento storico quanto il livello della qualit di vita di quel periodo, che in f ondo rappresenta il vero indice di gravit della malattia. Quando si parla di cambiamento in peggio della qualit della vita di questi pazien ti ci si riferisce a tutte quelle modificazioni dello stile nell'affrontare le s ituazioni del quotidiano cos come nel gestire i rapporti con gli altri. Se il denominatore comune di questo malfunzionamento rappresentato da perdite di tempo anche enormi (tempo necessario per ripetere gli atti compulsivi) i modi s aranno i pi diversi: le ore passate in bagno piuttosto che nella propria stanza a riordinare i cassetti, oppure bloccati nella immobilit pi concentrata a fare elen chi o riepiloghi delle cose o delle situazioni vissute. Con un'altra caratterist ica aggiuntiva altrettanto distintiva: il tentativo di tenere celato tutto ci nel la sua dimensione pi autentica, proponendo al contrario delle motivazioni generic he o aspecifiche anche per i comportamenti pi esteriormente bizzarri, all'infuori della logica ossessiva. Quando si accenna alla qualit di vita pi che mai opportuno all'intero nucleo famil iare in virt del fatto che l'ossessivo ha la tendenza a stravolgere le relazioni familiari piegandole alle proprie necessit e imponendo regole di vita ferree alle quali tassativo attenersi. E' spesso proprio la famiglia la principale responsabile del primo drammatico er rore di gestione di questi pazienti. Dobbiamo considerare che la malattia insorg e molto spesso nell'adolescenza se non addirittura nell'infanzia e che frequente

mente l'esordio insidioso con una evoluzione subdola e progressivamente ingraves cente: questo comporta che la perdita di tempo che i rituali comportano pu dappri ma passare inosservata, oppure pu inizialmente essere censurato anche in malo mod o come cosa che non si deve fare. Non sorprende il fatto che le famiglie rimanga no ingaggiate loro malgrado in un tentativo di gestione "familiare" del problema a causa del mancato riconoscimento iniziale o quantomeno per la sottovalutazion e di una patologia che richiede tempestivamente attenzione e il ricorso ad inter venti strutturati e specialistici. I ritardi prima nel riconoscimento e poi della terapia comportano una serie di d ifficolt nel trattamento del paziente non solo per la possibilit che i sintomi si allarghino a macchia d'olio in termini quantitativi ma anche perch essi possono c ol tempo modificarsi in alcune caratteristiche qualitative. A questo proposito opportuno soffermarmi su due aspetti evolutivi del disturbo. Se all'inizio il paziente prova nei confronti dei contenuti mentali ossessivi un sentimento di totale estraneit ed illogicit o quanto meno ne riconosce il senso d i esagerazione, ponendosi cio in posizione critica nei confronti di certi "prodot ti della propria mente" pur con grave disagio e sofferenza, pu capitare che con i l passare del tempo tenda progressivamente a perdere questa chiara connotazione di insensatezza. Per intenderci un po' come se il paziente posto di fronte all' evidenza di contenuti intrusivi che si presentano insistentemente suo malgrado, non essendo in grado di gestirli e di allontanarli decidesse di cambiare radical mente strategia e cercasse al contrario di razionalizzarli e di accettarli come del tutto sensati. Un'altra evenienza non rara dopo anni di malattia la variazione nella tipologia delle compulsioni che si spostano quantitativamente da compulsioni prevalentemen te motorie a controlli sostanzialmente ideativi. In altri termini il paziente ce rca una scappatoia, una specie di "scorciatoia" rispetto agli estenuanti rituali agiti e se a volte si limita ad eseguirli pi velocemente o con maggiore schemati cit, viene il momento in cui reputa di poterli trasferire, trasformati in rituali psichici, dal piano dell'agito al piano del mentale. Cos il lavaggio delle mani per ore e ore pu essere sostituito da frasi utili "magi camente" a neutralizzare l'idea dello sporco, cos come il riepilogo mentale dell' elenco degli oggetti contenuti in un certo armadio pu soddisfare temporaneamente l'ossessione di dubbio. Questa evoluzione che rappresenta sotto certi aspetti pe r il paziente una certa possibilit di recupero sul piano funzionale comporta tutt avia delle notevoli difficolt nell' attuazione di un programma di terapia comport amentale che inevitabilmente perde di efficacia terapeutica. A proposito dei contenuti ossessivo-compulsivi e fermo restando la possibilit tut t'altro che infrequente di cambiamenti radicali degli stessi contenuti nella sto ria clinica del singolo paziente, ci preme sottolineare che la grande maggioranz a dei pazienti rientra nelle due tipologie fenomenologiche di contaminazione-lav aggio e dubbio-controllo. Nei pazienti affetti da ossessioni da contaminazione e conseguenti compulsioni d i lavaggio spesso si assiste ad un progressivo aumento della condotta di evitame nto che porta pi o meno rapidamente ad un ritiro sociale pervasivo con compulsion i che diventano nel tempo sempre pi lunghe ed elaborate anche per occasioni minim e di esposizione. Invece in coloro che presentano prevalenti contenuti di dubbio assume un ruolo p articolarmente significativo la figura del "garante" quale elemento di compenso in grado cio di consentire un certo margine di qualit di vita. Egli la persona di fiducia, quella che deve vicariare con i propri occhi gli occhi e le orecchie de l paziente di cui egli non si fida pi, che non gli danno pi certezze pur essendo c onsapevole della integrit sia della propria vista che del proprio udito; la perso na, madre, moglie o marito cui rivolgere le domande cruciali o ritenute tali per avere un po' di pace, almeno temporaneamente ed proprio la persona che vittima in prima persona delle conseguenze nefaste della malattia, si fa prima o poi par te attiva per la richiesta di intervento specialistico. Le compulsioni di contro llo si caratterizzano pi che per la loro complessit, per la ripetitivit: in altri t ermini il paziente lamenta che dopo aver ceduto alla esigenza del controllare qu esto avvia un processo di automantenimento che egli non riesce pi ad arrestare fi

no a che subentra un vero e proprio sfinimento fisico. Descritto per sommi capi il disturbo non resta che affrontare il quesito pi importante: qual' il destino di questi pazienti, che possibilit di guarigione presentano? Ovviamente come gi accennato, l'efficacia dell'intervento farmacologico enormemen te superiore rispetto al passato tuttavia esiste una sorta di zoccolo duro oltre il quale il soggetto non riesce a migliorare; permane cio in coloro che hanno pu r registrato un sensibile miglioramento nella qualit della loro vita la tendenza a mantenere una sorta di stile da ossessivo con la naturale propensione a polari zzare l'attenzione sui contenuti caratteristici delle loro ossessioni. Esistono inoltre una serie di variabili in grado di influenzare in maniera molto significativa l'iter clinico e conseguentemente la prognosi; le pi importanti so no la concomitanza di altri disturbi psichici, la presenza di strutture di perso nalit patologiche, la presenza di traumi perinatali e il riscontro di di piu' sog getti ossessivi nella stessa famiglia. L'evenienza della concomitante presenza di altre malattie psichiatriche (comorbi dit) cosa tutt'altro che rara in questi pazienti e i casi descritti sottolineano le comorbidit pi frequenti con i disturbi dell'umore, dell'alimentazione, gli atta cchi di panico e i tics. Il problema della comorbidit riveste un ruolo di particolare rilevanza considerat o che esso condiziona le scelte terapeutiche sia di tipo farmacologico che compo rtamentale. Valga per tutti l'esempio di un paziente soggetto ad episodi di depr essione periodica. Nel corso di tali episodi il suo disturbo ossessivo assumer de lle caratteristiche peculiari come conseguenza del cambiamento indotto in lui da lla depressione. Contemporaneamente quindi sia nella scelta dell'antidepressivo che nella valutazione della adesione al programma di attivazione comportamentale si dovr tener conto di una perdita di fiducia legata alla componente di disistim a e di pessimismo che caratterizzano il vissuto del depresso. Non meno influente la presenza di strutture patologiche di personalit. Esse condi zionano in modi diversi a seconda delle singole caratteristiche i sintomi ossess ivi e comunque comportano inevitabilmente una rigidit e difetto di adattabilit nel tollerare le sollecitazioni dell'intervento terapeutico nelle sue componenti si a farmacologiche che comportamentali. Chi giunto alla fine di questo percorso ideale attraverso le storie di alcuni de i nostri pazienti si sar fatta, ce lo auguriamo, un'idea meno approssimativa del disturbo ossessivo-compulsivo, e tuttavia non potr fare a meno di domandarsi qual i siano le possibilit di cura, di guarigione da questa forma di malattia mentale, per non parlare delle legittime curiosit a proposito delle cause prime dalle qua li origina la sintomatologia che rappresenta l'espressione clinica del problema. Qualche accenno stato gi fatto all'interno di alcuni racconti, riguardo ai farmac i antiossessivi, cos come alle terapie non farmacologiche, ma vorremmo qui esporr e in modo pi sistematico alcune nozioni d'interesse rilevante. Si stima che nei paesi occidentali, all'interno dei quali sono stati condotti ri lievi epidemiologici attendibili secondo criteri diagnostici aggiornati, la prev alenza del disturbo ossessivo-compulsivo oscilli tra l'uno e il quattro per cent o della popolazione generale, essendo peraltro escluse da questo computo quelle manifestazioni patologiche che presentano alcuni caratteri in comune, se non una esatta sovrapponibilit con ossessioni e compulsioni e condividono con questo dis turbo la risposta terapeutica alla medesima classe di farmaci (esempi di questa classe di disturbi che da taluno sono stati definiti come appartenenti ad un ipo tetico spettro ossessivo sono la tricotillomania, l'onicofagia, l'impulso patolo gico al gioco d'azzardo, i disturbi dell'alimentazione). Per i casi pi gravi di disturbo ossessivo-compulsivo, quelli nei quali ad esempio la malattia riduceva il malato ad uno stato di totale perdita di autosufficienz a (come quel paziente ultracinquantenne ridotto ad essere allettato, alimentato e accudito come un paralitico, schiavo di un'ossessione pervasiva dello sporco d elle feci e delle urine, che si alimentava il minimo indispensabile per sopravvi vere, inibendo gli stimoli all'evacuazione e alla minzione in quanto stimoli ad inevitabili ed estenuanti sedute di pulizia in bagno) per questi casi, in passat o si era tentata anche la strada neurochirurgica, con interventi mirati alla dis

connessione di alcune aree funzionali del sistema nervoso centrale. In tali situ azioni particolari a fronte della totale inefficacia dei farmaci, questi interve nti ottenevano almeno di ridurre la incoercibilit delle compulsioni, rendendo men o disturbanti e intrusive le ossessioni. Fortunatamente non certo la maggioranza dei casi che richiede interventi eroici di tale portata, almeno dalla fine degli anni sessanta abbiamo a disposizione fa rmaci efficaci, almeno in una certa percentuale che stata valutata tra il 30 e i l 65%. Il primo di questi farmaci cui stata riconosciuta una efficacia antiosses siva specifica la clomipramina, gi in commercio come antidepressivo appartenente alla categoria dei farmaci triciclici. Ad esso si sono recentemente aggiunti alt ri farmaci, che sono accomunati alla clomipramina per l'azione a livello del sis tema nervoso centrale per la quale sono anche noti come SSRI (dalla sigla ingles e Selective Serotonin Reuptake Inhibitors) ovvero molecole che inibiscono in mod o selettivo la ricaptazione della serotonina, neuromodulatore primariamente impl icato nella malattia. Il trattamento farmacologico del disturbo ossessivo-compulsivo richiede parecchi e settimane di assunzione del farmaco prima che si possano constatare i primi ef fetti positivi di riduzione dei sintomi e deve essere continuato per lunghi peri odi, con la possibile complicazione che alla sospensione il paziente vada nuovam ente incontro alla riacutizzazione dei sintomi. Uno dei vantaggi di questo tipo di trattamento consiste nel fatto che modifica i n senso positivo anche i sintomi di depressione che tanto spesso complicano il c orso del disturbo ossessivo, al punto che si calcolato che i pazienti ossessivi hanno un rischio almeno dieci volte superiore al resto della popolazione di svil uppare questa "complicanza". E tuttavia quest'ultima attivit farmacologica indipe ndente dall'effetto antiossessivo; in altri termini non solo gli ossessivi depre ssi ne possono trarre vantaggi, ma anche gli ossessivi non significativamente de pressi. Il riscontro che questi farmaci sono in grado di modificare la gravit della sinto matologia ha suffragato in termini di eziopatogenesi del disturbo ossessivo l'ip otesi "serotoninergica" intorno alla quale si stanno svolgendo le ricerche pi app rofondite. Bench ad oggi non sia possibile definire in modo univoco la catena di eventi che a livello cerebrale produce come effetto la comparsa dei sintomi, tuttavia un da to assodato e fa riferimento alla base biologica del disturbo; l'utilizzo di sof isticatissime tecniche di visualizzazione cerebrale (Risonanza Magnetica Nuclear e, Spettroscopia etc. etc.) ha pure consentito la localizzazione di alcuni circu iti cerebrali malfunzionanti. La serotonina, tra i numerosissimi neuromodulatori che nel cervello presiedono il funzionamento armonico delle funzioni psichiche sarebbe quella la cui sregolazione innescherebbe i processi ossessivi e compulsi vi. Questa base biologica che ad oggi non viene confutata da alcuno, avrebbe una sua ragion d'essere in una predisposizione familiare di natura genetica della q uale si stanno ancora studiando gli aspetti pi strettamente epidemiologici: da qu esti dati emerge non soltanto un rischio di ammalare, per i parenti di un sogget to con il disturbo ossessivo circa 10 volte superiore all'incidenza del disturbo nella popolazione generale, ma una intricata relazione di familiarit con i distu rbi dell'umore, altrettanto presenti nelle famiglie di questi malati quanto in q uelle dei pazienti affettivi. La familiarit riscontrata per quel disturbo che la Sindrome di Tourette, cos raro nella popolazione generale, ha guidato le prime ri cerche di biologia molecolare orientandole allo studio dei recettori dopaminergi ci con esiti sostanzialmente negativi. La presenza di una certa percentuale di casi che non rispondono positivamente al le terapie farmacologiche ripropone il problema dell'esistenza di un campo di ap plicabilit di trattamenti non farmacologici anche nel disturbo ossessivo-compulsi vo. Quando si parla di trattamenti non farmacologici si fa ovviamente riferiment o alle psicoterapie. Il plurale d'obbligo dal momento che esistono molteplici fo rme di psicoterapia, anche molto differenti le une dalle altre, il che richiede ulteriori precisazioni a proposito di quali di queste si sia rivelata efficace n el trattamento dei pazienti ossessivi-compulsivi. Per la precisione almeno tre tipi di psicoterapie sono state studiate nel tratta

mento del disturbo ossessivo-compulsivo: le terapie comportamentali, le terapie cognitive e quella psicoanalitica. Vale la pena cercare di farsi un'idea di ciascuna di esse in modo tale da compre ndere meglio il ruolo che ciascuna pu avere nell'incidere a vario livello sul dis agio del paziente. Sicuramente la forma pi studiata stata la terapia comportamentale. Il modello teo rico che la sostiene ritiene il sintomo "compulsione" un fenomeno appreso, innes cato da stimoli particolari, rinforzato e mantenuto nel tempo. La risposta compu lsiva sarebbe evocata e non propriamente automatica, con lo scopo di ridurre l'a nsia generata dal contenuto ossessivo. L'obiettivo della terapia comportamentale dunque quello di privare il rituale compulsivo del suo significato "ansiolitico " fino a renderlo inutile e quindi non pi agito. Tra le varie tecniche comportamentali, quella che in maniera pi documentata e con trollata sembra aver buone possibilit di successo, con circa il 60% di risultati in termini di significativa riduzione della sintomatologia, la tecnica di esposi zione e prevenzione della risposta. In particolare si tratta come dice la parola stessa di far esporre il paziente, cio farlo confrontare in modo controllato con le situazioni che agiscono da stimolo per l'innescarsi dell'ideazione ossessiva , impedendogli parimenti la risposta compulsiva che immediatamente egli mettereb be in atto spontaneamente per ridurre i livelli d'ansia evocati dalla esposizion e allo stimolo. Per quanto riguarda le terapie cognitive il modello teorico fa riferimento all'a ssunto che per ciascuno il tipo di risposte emotivo-affettive e di comportamento in ogni situazione determinato dal significato che il soggetto attribuisce a ta li situazioni, o come si suol dire determinato dalla "valutazione cognitiva" del la situazione da parte del soggetto. Soggetti diversi possono avere di fronte alla stessa situazione-stimolo valutazi oni cognitive profondamente differenti, indotte in ciascuno da esperienze preced enti vissute nel contesto di regole e convinzioni tra di loro le pi disparate e d isomogenee. In particolare i soggetti con disturbo ossessivo-compulsivo presentano modalit co gnitive di confronto con la realt basate prevalentemente sulla percezione esagera ta del pericolo, sulla sovrastima delle conseguenze negative di azioni e comport amenti, sulla necessit di svolgere alla perfezione ogni cosa, le quali stanno all a base della risposta di incremento dell'ansia ogniqualvolta essi si trovino dav anti a stimoli che sfuggano al loro totale controllo, con la conseguente messa i n atto della strategia di neutralizzazione compulsiva. Va detto che, se da un lato facile riconoscere nei pazienti ossessivi la presenz a delle alterazioni cognitive ipotizzate teoricamente, dall'altro le applicazion i in senso clinico e terapeutico e le relative risultanze sono scarse e praticam ente aneddotiche e necessitano quindi di ulteriori verifiche prima di poter esse re proposte come realmente vantaggiose. Infine la psicoanalisi, la forma di trattamento psicologico per antonomasia, sic uramente la pi nota al grande pubblico, ha rappresentato in epoca prefarmacologic a l'indirizzo terapeutico principe. Nello schema concettuale di riferimento psic oanalitico il sintomo ossessione va inquadrato come espressione di conflitti psi chici inconsci risalenti all'infanzia e quindi deve essere interpretato nel cont esto della struttura psicologica dell'individuo. Per tali motivi maggiore sar nel contesto psicoanalitico l'interesse per la struttura, per la modalit di funziona mento, ovvero per i meccanismi ossessivi piuttosto che per i sintomi in s e per s. Il trattamento procede, per tempi anche molto lunghi, attraverso la progressiva messa in evidenza dei meccanismi cio che in modo rigido e scarsamente adattivo de ttano il modo di pensarsi del paziente, di pensare agli altri e alla propria rel azione con il mondo esterno, vuoi in senso emotivo vuoi in termini di risvolti c omportamentali. Ciascuna delle modalit di trattamento fin qui brevemente indicate ha evidentement e campi d'impiego specifici e i principi che dettano il ragionamento di scelta s ono di volta in volta individualizzati. Sicuramente il Disturbo Ossessivo-Compulsivo un problema clinico che propone com

e forma ottimale di intervento l'integrazione dell'approccio psicofarmacologico con quello psicoterapico: non certo un'assunzione di farmaci puramente contempor anea allo svolgimento di una terapia psicologica, ma l'applicazione di un progra mma di terapia non farmacologica che si fonda anche sulle modificazioni indotte dal farmaco, soprattutto nella dimensione dell'aumento di mobilit psico-fisica, s fruttandole in senso sinergico per amplificare la risposta comportamentale. Questo per concludere sul trattamento. Moltissimo si potrebbe ancora dire nell'e splorazione di questo universo che la patologia ossessiva, cos come moltissime so no le cose che ancora ci rimangono da conoscere e che stimolano la curiosit intel lettuale di tutti coloro che, come scelta professionale o come interesse persona le si dedicano all'approfondimento delle conoscenze del funzionamento della ment e umana. Dicevamo inizialmente che ci siamo prefissi un obiettivo limitato: rendere pi fam iliari ai non addetti ai lavori certe condizioni patologiche psichiatriche, in m odo tale da ridurre la distanza tra coloro che vivono nel proprio ambito la pres enza di questo problema e coloro che ne sentono solo parlare. Siamo infatti conv inti che l'ignoranza la base della discriminazione e questa a sua volta condizio ne di stabilit nel tempo della mancanza di conoscenza. Oltre a ci, per coloro che soffrono di questo disturbo questo libro vuole rendere note sia le condizioni di trattamento e le possibilit di successo Concludendo su tutto il lavoro svolto fi n qui, saremmo soddisfatti del nostro contributo se qualcuno, chiuse le pagine d el libro, ne traesse lo spunto per avviare iniziative terapeutiche magari pensat e e rinviate o addirittura non immaginate prima. Ci auguriamo di aver centrato l'obiettivo. Laura Bellodi Paolo Ronchi