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Lucio Anneo Seneca

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Seneca ritratto da Rubens.

Seneca (Antikensammlung di Berlino).

Busto noto come Pseudo Seneca (Museo archeologico di Napoli).

Marmo Busto di Seneca, scultura anonima del 17 secolo, Museo del Prado di Madrid

. Lucio Anneo Seneca, in latino Lucius Annaeus Seneca, anche noto come Seneca o Seneca il giovane(Corduba (Spagna), 4 a.C. Roma, 65), stato un filosofo, poeta, politico e drammaturgo romano.

Indice [nascondi]

1 Biografia 1.1 Le origini 1.2 La figura paterna 1.3 La salute cagionevole 1.4 La formazione presso la scuola del grammaticus 1.5 I maestri di filosofia e l'influenza del pensiero medico 1.6 Il soggiorno in Egitto 1.7 La vita pubblica

1.7.1 La carriera politica, la prima condanna a morte e l'esilio in Corsica 1.7.2 La congiura di Pisone e la seconda condanna a morte 2 Lo stile 3 Opere 3.1 I Dialoghi 3.2 I trattati 3.2.1 Il De beneficiis 3.2.2 Il De clementia 3.3 Le Naturales quaestiones 3.4 Le Epistole a Lucilio: la lettera filosofica come genere letterario 3.5 Le tragedie 3.5.1 Analisi e rappresentazione delle tragedie 3.6 L'Apokolokyntosis 3.7 Gli epigrammi 3.8 Opere perdute 4 Note 5 Bibliografia 6 Studi 7 Voci correlate 8 Altri progetti 9 Collegamenti esterni

Biografia[modifica | modifica sorgente]

Le origini[modifica | modifica sorgente]


Lucio Anno Seneca, figlio di Seneca il Vecchio, nacque a Cordova, capitale della Spagna Betica, una delle pi antiche colonie romane fuori dal territorio italico, in un anno di non certa determinazione; i fratelli erano Novato e Melo, padre del futuro poeta Lucano. Le possibili date attribuite dagli studiosi sono in genere tre: il 3 a.C., il 4 a.C.o l'1 a.C.; sono tutte ipotesi possibili che si fondano su vaghi accenni presenti in alcuni passi delle sue opere, in particolare nel De tranquillitate animi e nelle Epistulae morales ad Lucilium. La famiglia di Seneca, gli Annaei, aveva origini antiche ed era Hispaniensis, cio non originaria della Spagna, ma discendente da immigrati italici, trasferitisi nella Hispania Romana nel II secolo a.C., durante la fase iniziale della colonizzazione della nuova provincia. La citt di Corduba, la pi famosa e grande di tutta la provincia, aveva assimilato fin dalle origini l'liteeconomica e intellettuale della popolazione italica; intensi erano i suoi rapporti con Roma e con la cultura latina.

La figura paterna[modifica | modifica sorgente]

Non si hanno notizie di esponenti della famiglia degli Annaei coinvolti in attivit pubbliche prima di Seneca. Il padre del filosofo, Seneca il Vecchio, era di rango equestre, come attesta Tacito negli Annales, e autore di alcuni libri diControversiae e di Suasoriae; scrisse anche un'opera storica che per andata perduta. A Roma egli trov il luogo ideale per realizzare le proprie ambizioni. Al fine di rendere pi agile l'inserimento dei figli nella vita sociale e politica, negli anni del principato di Augusto si trasfer a Roma, dove si appassion all'insegnamento dei retori e divenne assiduo frequentatore delle sale di declamazione. Spos in et abbastanza giovane una donna di nome Elvia da cui ebbe tre figli: il primogenito Lucio Anneo Novato, che prese il nome di Lucio Giunio Gallio

Anneano dopo l'adozione da parte dell'oratore Giunio Gallio; intraprese la carriera senatoria e divent proconsole sotto Claudio. il secondogenito Lucio Anneo Seneca (precettore di Nerone) il terzogenito Lucio Anneo Mela (padre del poeta Lucano), che si dedic agli affari. Lo stesso Seneca parla dei suoi fratelli: Volgiti ai miei fratelli, vivendo i quali non ti lecito accusare la fortuna. In entrambi hai quanto pu allietarti per qualit opposte: uno, con il suo impegno, ha raggiunto alte cariche, l'altro, con saggezza, non se ne preso cura; trai sollievo dall'alta posizione dell'uno, dalla vita quieta dell'altro, dall'affetto di entrambi. Conosco i sentimenti intimi dei miei fratelli: uno ha cura della sua posizione sociale per esserti di ornamento, l'altro si raccolto in una vita tranquilla e quieta per aver tempo di dedicarsi a te. (Consolatio ad Helviam, 18, 2)

La salute cagionevole[modifica | modifica sorgente]

Seneca, fin dalla giovinezza, ebbe alcuni problemi di salute: era soggetto a svenimenti e attacchi d'asma che lo tormentarono per diversi anni e lo portarono a vivere momenti di disperazione, come egli ricorda in una lettera La mia giovinezza sopportava agevolmente e quasi con spavalderia gli accessi della malattia. Ma poi dovetti soccombere e giunsi al punto di ridurmi in un'estrema magrezza. Spesso ebbi l'impulso di togliermi la vita, ma mi trattenne la tarda et del mio ottimo padre. Pensai non come io potessi morire da forte, ma come egli non avrebbe avuto la forza di sopportare la mia morte. Perci mi imposi di vivere; talvolta ci vuole coraggio anche a vivere. (Epistulae ad Lucilium, 78, 1-2) E ancora: L'assalto del male di breve durata; simile ad un temporale, passa, di solito, dopo un'ora. Chi, infatti, potrebbe sopportare a lungo quest'agonia? Ormai ho provato tutti i malanni e tutti i pericoli, ma nessuno per me pi penoso. E perch no? In ogni altro caso si ammalati; in questo ci si sente morire. Perci i medici chiamano questo male "meditazione della morte": talvolta, infatti, tale mancanza di respiro provoca il soffocamento. Pensi che ti scriva queste cose per la gioia di essere sfuggito al pericolo? Se mi rallegrassi di questa cessazione del male, come se avessi riacquistato la perfetta salute, sarei ridicolo come chi credesse di aver vinto la causa solo perch riuscito a rinviare il processo. (Epistulae ad Lucilium, 54, 1-4)

La formazione presso la scuola del grammaticus[modifica | modifica sorgente]

Seneca ricevette a Roma un'accurata istruzione retorica e letteraria, come voleva il padre, bench egli si interessasse pi che altro di filosofia. Segu quindi gli insegnamenti di un grammaticus e in seguito avrebbe ricordato del tempo perduto presso di lui (Epistulae ad Lucilium, 58,5). Egli non mostr dunque interesse per la retorica, anche se questo tipo di formazione gli sarebbe stato utile per la sua esperienza futura di scrittore. Fondamentale per lo sviluppo del suo pensiero fu la frequentazione della scuola cinica dei Sestii: il maestro Quinto Sestio rappresent per Seneca il modello dell'asceta immanente che cerca il continuo miglioramento attraverso la nuova pratica dell'esame di coscienza. Per approfondire, vedi Filosofia latina.

I maestri di filosofia e l'influenza del pensiero medico[modifica | modifica sorgente]

Statua di Seneca a Cordova

Ebbe come maestri di filosofia Sozione di Alessandria, Attalo e Papirio Fabiano, appartenenti rispettivamente alneopitagorismo, allo stoicismo e al cinismo. Sozione era legato alla setta dei Sestii, fondata da Quinto Sestio in et cesariana e diretta poi dal figlio Sestio; essa raccoglieva elementi di varia provenienza, in particolare stoica e pitagorica, e raccomandava ai suoi adepti una vita semplice e morigerata, lontana dalla politica; Attalo fu seguace dello stoicismo con influenze ascetiche; Papirio Fabiano fu un oratore e un filosofo, anch'egli appartenente alla setta dei Sestii, con influenze ciniche. Seneca segu molto intensamente gli insegnamenti dei maestri, che esercitarono su di lui un profondo influsso sia con la parola sia con l'esempio di una vita vissuta in coerenza con gli ideali professati. Da Attalo impar i principi dello stoicismo e l'abitudine alle pratiche ascetiche. Da Sozione, oltre ad apprendere i principi delle dottrine diPitagora, fu avviato per qualche tempo verso la pratica vegetariana; venne distolto per dal padre che non amava la filosofia e dal fatto che l'imperatore Tiberio proibisse di seguire consuetudini di vita non romane: Sozione spiegava perch Pitagora si era astenuto dal mangiare carne di animali e perch in seguito se ne era astenuto Sestio. Le loro motivazioni erano diverse, ma entrambe nobili. [...] Spinto da questi discorsi, cominciai ad astenermi dalle carni, e dopo un anno questa abitudine non solo mi riusciva facile, ma anche piacevole. Mi sentivo l'anima pi agile e oggi non oserei affermare se fosse realt o illusione. Vuoi sapere come vi ho rinunciato? L'epoca della mia giovinezza coincideva con l'inizio del principato di Tiberio: allora i culti stranieri erano condannati e l'astinenza dalle carni di certi animali era considerata come segno di adesione a questi culti. Mio padre, per avversione verso la filosofia pi che per paura di qualche delatore, mi preg di tornare agli antichi usi: e, senza difficolt, ottenne che io ricominciassi a mangiare un po' meglio.

(Epistulae ad Lucilium, 108, 17-22) Se nota la salute cagionevole di Seneca, ed stato dimostrato che la cultura del filosofo comprendeva anche un vasto orizzonte di conoscenze mediche, [1] solo recentemente si sono approfonditi i rapporti tra il pensiero filosofico senecano e le dottrine di una scuola medica di ispirazione stoica denominata dalle fonti Scuola Pneumatica.[2] Tale scuola, fondata presumibilmente nel I sec. a.C. da Ateneo di Attalia, un allievo del filosofo stoico Posidonio di Apamea, basava le proprie teorie sull'azione all'interno del nostro corpo del pneuma, che Seneca traduce con spiritus. In sostanza, la nostra salute deriva dall'equilibrio delle quattro qualit elementari (caldo, freddo, secco, umido) da cui siamo costituiti e tale equilibrio deriva a sua volta dall'azione dello spiritus coibente che scorre ovunque nel nostro corpo. Se per qualche alterazione esterna (es. un colpo di caldo) o interna (es. l'infiammazione di un organo) lo spiritus si altera, viene messo in pericolo l'equilibrio delle qualit elementari e noi ci ammaliamo. Si veda ad esempio questo passo delle Naturales Quaestiones (6, 18, 6-7): Anche il nostro corpo non trema di per s, a meno che una qualche causa non faccia tremare l'aria (spiritus) che vi circola. Quest'aria, la paura la contrae; la vecchiaia l'illanguidisce; le vene, irrigidendosi, la indeboliscono; il freddo la paralizza, oppure un accesso di febbre le fa perdere la regolarit del suo corso. Infatti, fintanto che l'aria scorre senza ostacoli e normalmente, il corpo non presenta tremore. Ma qualora si presenti qualcosa che impedisce la sua funzione,allora, incapace di mantenere ci che con la sua energia teneva teso, scuote, indebolendosi, tutto quello che aveva potuto sostenere quando era integra. Dal testo emerge che lo spiritus deve mantenere una certa temperatura ed una certa tensione per funzionare correttamente: si tratta di concetti direttamente derivati dalla filosofia stoica ed applicati alla fisiologia medica[3]. C' per un'altra conseguenza derivante da una tale impostazione: dato che per la filosofia stoica il corpo e l'anima non sono sostanzialmente differenti, poich entrambi sono costituiti dalla materia di cui fatto l'universo intero (il fuoco - pneuma), facile per un medico stoico postulare che i mali dell'anima si trasmettano immediatamente al corpo e viceversa; non c' quindi alcuna difficolt nel giustificare i disturbi somato-psichici e quelli psico-somatici. Cos pure Seneca pu affermare quanto segue: Non vedi? Se lo spirito langue, si trascinano le membra e si cammina a fatica. Se effeminato, la sua rilassatezza si vede gi nell'incedere. Se fiero e animoso, il passo concitato. Se pazzo o preda all'ira, passione simile alla pazzia, i movimenti del corpo sono alterati: non avanza, ma come trascinato (Epistulae ad Lucilium, 114, 3) o ancora Ma come la natura certuni fa proclivi all'ira, cos molte cause capitano che hanno la stessa facolt della natura: alcuni la malattia o l'ingiuria fatta ai loro corpi li ha portati a ci, altri la fatica e la continua veglia e le notti affannose e i rimpianti e gli amori; tutto quanto d'altro ha nuociuto al corpo o all'animo dispone la malata volont alle lamentele (De ira, 2, 20, 1)

Il soggiorno in Egitto[modifica | modifica sorgente]

Attorno al 20 Seneca si rec in Egitto, dove stette per diverso tempo, anche se non possibile stabilire esattamente quanto a lungo. Vi and per curare le crisi di asma e la bronchite ormai cronica da cui era afflitto. Fu ospite del procuratore Gaio Galerio, marito della sorella di sua madre Elvia.

Qui approfond la conoscenza del luogo sia nelle sue componenti geografiche sia in quelle religiose, come racconta nelle Naturales quaestiones (IV, 2, 1-8). Il contatto con la cultura egizia gli permise di confrontarsi con una diversa concezione della realt politica (in Egitto il principe era ritenuto un dio) e gli offr una pi ampia e complessa visione religiosa. Probabilmente il suo allontanamento da Roma fu dovuto anche a ragioni di prudenza politica, conseguente allo scioglimento da parte di Tiberio della setta deiSestii di cui facevano parte due dei maestri di Seneca.

La vita pubblica[modifica | modifica sorgente]

La carriera politica, la prima condanna a morte e l'esilio in Corsica[modifica | modifica sorgente]

Per approfondire, vedi Posizione politica di Seneca. Dopo essere tornato da un viaggio in Egitto nel 31 inizi l'attivit forense e la carriera politica (divenne dapprima questore ed entr a far parte del Senato) godendo di una notevole fama come oratore, al punto di far ingelosire l'imperatore Caligola, che nel 39 lo voleva eliminare, soprattutto per la sua concezione politica rispettosa delle libert civili. Si salv grazie ai buoni uffici di una amante del princeps, la quale affermava che comunque sarebbe morto presto a causa della sua salute. Due anni dopo, nel 41, il successore di Caligola, Claudio, lo condann all'esilio in Corsica con l'accusa di adulterio con la giovane Giulia Livilla (figlia di Germanico), sorella di Caligola. In Corsica Seneca rest fino al 49, quando Agrippina minore riusc ad ottenere il suo ritorno dall'esilio e lo scelse come tutore del figlio Nerone. SecondoTacito sarebbero tre i motivi che spinsero Agrippina a questo: l'educazione di suo figlio, attirarsi le simpatie dell'opinione pubblica (Seneca era considerato uomo di grande cultura) e avere stretti rapporti con lui per riuscire ad impadronirsi del potere. Seneca accompagn l'ascesa al trono del giovane Nerone (54 - 68) e lo guid durante il suo cosiddetto "periodo del buon governo", il primo quinquennio del principato. Assunse un grande potere politico, che gli consent di divenire estremamente ricco. Si narra che avesse una collezione di cento tavoli di cedro. Progressivamente, a causa delle intemperanze del giovane imperatore, tale rapporto si deterior. Giustific come il "male minore" l'esecuzione della madre di Nerone, Agrippina, nel 59, e se ne assunse tutto il peso morale. In seguito, il rapporto con l'imperatore peggior e temendo quindi per la propria vita Seneca si ritir a vita privata, donando a Nerone tutti i suoi averi e dedicandosi interamente ai suoi studi e insegnamenti. Famoso il suo epistolario con Lucilio, al tempo Governatore della Sicilia, di origine pompeiana. Finalmente adott quello stile di vita che andava insegnando, dimostrando di essere un amministratore dei suoi beni e non un amministrato.

La congiura di Pisone e la seconda condanna a morte[modifica | modifica sorgente]

La morte di Seneca, olio su tela di Nol Sylvestre,Bziers, Muse des beaux-Arts.

La morte di Seneca, 1684, olio su tela di Luca Giordano, 155x188, Parigi, Museo del Louvre

Per approfondire, vedi Congiura di Pisone. (LA) (IT) Post quae eodem ictu brachia ferro Dopo queste parole, tagliano le vene del braccio in exsolvunt. Seneca, quoniam senile corpus un solo colpo. Seneca, poich il suo corpo vecchio ed et parco victu tenuatum lenta effugia indebolito dal vitto frugale procurava una lenta sanguini praebebat, crurum quoque et fuoriuscita al sangue, si recise anche le vene delle poplitum venas abrumpi. gambe e delle ginocchia. (Publio Cornelio Tacito, Annales, XV, 63) Nerone, tuttavia, continuava a nutrire una crescente insofferenza verso Seneca e Sesto Afranio Burro, Prefetto del Pretorio, morto nel 62. Egli non aspettava che un pretesto per eliminarlo. L'occasione venne col fallimento della congiura dei Pisoni (aprile 65) contro la sua persona, della quale Seneca forse era solamente informato, ma di cui non si sa se sia stato partecipe. Ricevette quindi l'ordine di togliersi la vita. Si tagli le vene, ma poich il sangue, lento per la vecchiaia e la denutrizione, non defluiva, dovette ricorrere alla cicuta,

veleno usato anche da Socrate. Tuttavia la lenta emorragia non gli permise di deglutire; cos, secondo la testimonianza di Tacito, si immerse in una vasca di acqua calda per favorire la perdita di sangue e raggiungere una morte lenta e straziante, che arriv per soffocamento. Il togliersi la vita, d'altronde, fu in perfetta armonia con i principi professati dallo stoicismo di et imperiale, di cui Seneca fu uno dei maggiori esponenti: il saggio deve giovare allo stato, res publica minor, ma, piuttosto che compromettere la propria integrit morale, deve essere pronto all'extrema ratiodel suicidio. La vita non , infatti, uno di quei beni di cui nessuno ci pu privare, rientrando quindi nella categoria degli indifferenti, quelli sono solo la saggezza e la virt; la vita piuttosto come la ricchezza, gli onori, gli affetti: uno di quei beni, dunque, che il saggio deve essere pronto a restituire quando la sorte li chiede indietro. Seneca, perci, affront lora fatale con la serena consapevolezza del filosofo: egli, come racconta Tacito (Annales, LXII), non potendo fare testamento, lasci in eredit ai discepoli limmagine della sua vita, richiamandoli alla fermezza per le loro lacrime, dato che esse erano in contrasto con gli insegnamenti che lui aveva sempre dato loro. Il vero saggio deve raggiungere infatti lapatheia, apatia, ovvero l'imperturbabilit che lo rende impassibile di fronte ai casi della sorte. La morte di Seneca, per di pi, cos eccelsa nella sua esemplarit, accomuna Seneca ad altri filosofi che hanno segnato la classicit. La morte di Socrate, ad esempio, narrata nel Fedone di Platone. Ma anche quella di Trasea Peto, morto proprio per il taglio delle vene.

Lo stile[modifica | modifica sorgente]


Lo stile di Seneca fu definito, dal malevolo Caligola, "arena sine calce" (sabbia senza calce). Il filosofo deve badare alla sostanza, non alle parole ricercate ed elaborate, che sono giustificate solo se, in virt della loro efficacia espressiva, contribuiscono a fissare nella memoria e nello spirito un precetto o una norma morale. La prosa filosofica di Seneca elaborata e complessa ma in particolare nei dialoghi l'autore si serve di un linguaggio colloquiale, caratterizzato dalla ricerca dell'effetto e dell'espressione concisamente epigrammatica. Seneca rifiuta la compatta architettura classica del periodo ciceroniano, che, nella sua disposizione ipotattica, organizza anche la gerarchia logica interna, e sviluppa uno stile eminentemente paratattico, che, nell'intento di riprodurre la lingua parlata, frantuma l'impianto del pensiero in un susseguirsi di frasi penetranti e sentenziose, il cui collegamento affidato soprattutto all'antitesi e allaripetizione. Tale prosa antitetica all'armonioso periodare ciceroniano, rivoluzionaria sul piano del gusto e destinata ad esercitare grande influsso sulla prosa d'arte europea, affonda le sue radici nella retorica asiana procedendo con un ricercato gioco di parallelismi, opposizioni, ripetizioni, in un succedersi di brevi frasi nervose e staccate, realizzando uno stile penetrante, drammatico, ma che non sa evitare una certa teatralit. Egli prende molti spunti dalla corrente filosofica dell'epicureismo (non estremo) e da quella dello stoicismo.

Opere[modifica | modifica sorgente]


Per approfondire, vedi Dialoghi (Seneca).

I Dialoghi[modifica | modifica sorgente]

I Dialogi di Seneca sono dieci, distribuiti in dodici libri: 1. Ad Lucilium de providentia; 2. Ad Serenum de constantia sapientis; 3. Ad Novatum De ira in tre libri; 4. Ad Marciam de consolatione; 5. Ad Gallionem de vita beata; 6. Ad Serenum de otio; 7. Ad Serenum de tranquillitate animi; 8. Ad Paulinum de brevitate vitae; 9. Ad Polybium de consolatione; 10.Ad Helviam matrem de consolatione.

I trattati[modifica | modifica sorgente]

Il De beneficiis e il De clementia sono due trattati di carattere etico-politico e si riferiscono al momento dell'impegno di Seneca a fianco di Nerone.
Il De beneficiis[modifica | modifica sorgente]

Il De beneficiis risale al periodo 62-64 ed scandito in sette libri, sviluppa il concetto di "beneficenza" come principio coesivo di una societ fondata su una monarchia illuminata. Sembra che sia stato composto quando Seneca si era reso conto del fallimento dell'educazione morale di Nerone. Concetto fondamentale dell'opera che il beneficium un atto di generosit consapevole. Il "De beneficiis" rivolto ad Ebuzio Liberale, un amico che Seneca frequent soprattutto durante gli anni successivi al ritiro a vita privata. Seneca analizza il dare ed il ricevere, la gratitudine e l'ingratitudine; mette in luce i forti limiti connessi all'istituto tipicamente romano dei favori reciproci, determinati dai diffusi rapporti clientelari tra i cittadini, ed elabora una nuova concezione di beneficium - favore disinteressato, che possa basarsi su un sentimento di giustizia e non sulla speranza di essere ricambiati. Egli ricorda inoltre come il desiderio di vendetta debba essere estirpato dal proprio animo, poich il vero sapiens consapevole del fatto che sia bene restituire al prossimo ci che da lui riceviamo tranne quando egli ci fa un torto. In tal caso, lapatientia, sopportazione stoica derivante dalla propria superiorit alle questioni terrene, la virt da coltivare. In un passo di quest'opera egli paragona gli uomini ad un popolo di mattoni, che messi in coesione l'uno sull'altro si sostengono a vicenda e reggono la volta dell'edificio della societ.
Il De clementia[modifica | modifica sorgente]

Il De clementia ("La clemenza") fu composto tra il 55 e il 56 e ci giunto incompleto (non chiaro se incompiuto o mutilo). L'opera indirizzata a Nerone, da poco divenuto imperatore, di cui Seneca elogia la moderazione e la clemenza, definita come la "moderazione d'animo di chi pu vendicarsi" o l'"indulgenza", e che invita a comportarsi con i suoi sudditi come un padre con i figli. Seneca non mette in discussione il potere assoluto dell'imperatore, ed anzi lo legittima come un potere di origine divino. A Nerone il destino ha assegnato il dominio sui suoi sudditi, ed egli deve svolgere questo compito senza far sentire su di loro il peso del potere. Questa tesi trova il supporto filosofico nella dottrina politica stoica, secondo cui la monarchia la forma di governo migliore, all'unica condizione che il sovrano sia sapiente, e trattenendo i suoi sentimenti pi violenti, sappia esercitare con temperanza il suo potere.

Le Naturales quaestiones[modifica | modifica sorgente]

Sviluppate in sette libri, le Naturales quaestiones furono composte nell'ultima parte della vita di Seneca. L'edizione a noi giunta non integrale e differisce quasi sicuramente dall'edizione originale per ordine e composizione. Interessante il fatto che, per molti versi, Seneca appare ben poco stoico e pi vicino a considerazioni di tipo platonico, anche se egli non rinnegher il suo stoicismo. Principi "platonici" possono essere ritrovati soprattutto nella prefazione al primo libro, nella quale si avverte un forte contrasto tra anima e corpo (visto come prigione dell'anima) e dalla caratterizzazione trascendentale di Dio privo di corporeit e non immanente. Questi, principalmente, sono gli argomenti su cui Seneca si sofferma: 1. libro: I fuochi - Gli specchi 2. libro: Lampi e folgori 3. libro: Le acque terrestri (completo) 4. libro: il Nilo - Neve, pioggia, grandine 5. libro: I venti 6. libro: I terremoti 7. libro: Le comete Innanzitutto per comprendere appieno il testo necessario capire che lo scopo che Seneca si prefigge, non quello di raccogliere ordinatamente ogni conoscenza dell'epoca (cosa che invece possiamo intendere almeno in parte nel Naturalis historia di Plinio il vecchio) bens quello di liberare l'uomo dalla paura e dalla superstizione intorno ai fenomeni naturali, compiendo cos una operazione simile a quella di Lucrezio nel suo De rerum natura (seppur con le dovute differenze ed eccezioni). Affrontando il testo, troviamo fin dal primo libro una chiara presa di posizione di Seneca nella quale si scopre l'intento primo dell'opera: permettere all'uomo, una volta scevro dalle false credenze che avvolgono la natura, di ascendere ad una dimensione pi divina. Di particolare importanza sono il paragrafo 8-9: Hoc est illud punctum quod tot gentes ferro et igne dividitur? O quam ridiculi sunt mortalium termini! (" tutto qui quel punto [la Terra, ndt] che viene diviso col ferro e col fuoco fra tante popolazioni? Oh quanto ridicoli sono i confini posti dagli uomini!"), nel quale l'anima libera oramai dalla sua fisicit, comprende l'inutilit degli affanni, dell'avidit e delle guerre. Spesso quest'opera viene tacciata di poca scientificit, tuttavia viene da domandarsi se di scientificit si possa propriamente parlare: anche se per certi versi Seneca mostra alcuni atteggiamenti "scientifici", quali l'osservazione diretta, la riflessione razionale posteriore ad essa e la discussione di eventuali altre teorie, per Seneca la conoscenza solo un mezzo per elevarsi sino a Dio; molto spesso, inoltre, l'autore divaga in argomentazioni e questioni di tipo morale o religioso e non sono rare le parti propriamente "filosofiche".

Le Epistole a Lucilio: la lettera filosofica come genere letterario[modifica | modifica sorgente]


Per approfondire, vedi Epistulae morales ad Lucilium. Seneca, nella produzione successiva al ritiro dalla scena politica (62), volse la sua attenzione alla coscienza individuale. L'opera principale della sua produzione pi tarda, e la pi celebre in assoluto, sono le Epistulae morales ad Lucilium, una raccolta di 124 lettere divise in 20 libri di differente estensione (fino alle dimensioni di un trattato) e di vario argomento indirizzate all'amico

Lucilio (personaggio di origini modeste, proveniente dalla Campania, assurto al rango equestre e a varie cariche politico-amministrative, di buona cultura, poeta e scrittore). un'opera sulla quale v' una discussione se siano vere e proprie lettere inviate da Seneca a Lucilio o una finzione letteraria. Verosimilmente si tratta di un epistolario reale (varie lettere richiamano quelle di Lucilio in risposta), integrato da lettere fittizie (quelle pi ampie e sistematiche), inserite nella raccolta al momento della pubblicazione. L'opera, che giunta incompleta e risale al periodo del disimpegno politico (62-65), sebbene l'idea di comporre lettere di carattere filosofico indirizzate ad amici venga da Platone e da Epicuro, costituisce sostanzialmente un unicum nel panorama letterario e filosofico antico, e Seneca perfettamente consapevole di introdurre un nuovo genere nella cultura letteraria latina. Il filosofo distingue le lettere filosofiche dalla comune pratica epistolare, anche da quella di tradizione pi illustre, rappresentata da Cicerone. Seneca prende come esempio Epicuro, il quale, nelle lettere agli amici, ha saputo realizzare quel rapporto di formazione e di educazione spirituale che Seneca istituisce con Lucilio. Le lettere di Seneca vogliono essere uno strumento di crescita morale. Riprendendo un topos dell'epistolografia antica, Seneca sostiene che lo scambio epistolare permette di istituire un colloquium con l'amico, fornendo un esempio di vita che, sul piano pedagogico, pi efficace dell'insegnamento dottrinale. Seneca, proponendo ogni volta un nuovo tema, semplice e di apprendimento immediato, alla meditazione dell'amico discepolo, lo guida al perfezionamento interiore; per lo stesso motivo, nei primi tre libri, Seneca conclude ogni lettera con una sentenza che offre uno spunto di meditazione. Le sentenze sono tratte da Epicuro, anche se Seneca non si dichiara suo seguace. Egli sostiene, infatti, che ogni massima moralmente valida utile, da qualsiasi fonte provenga. Lo scrittore ritiene l'epistola lo strumento pi adatto per la prima fase dell'educazione spirituale, fondata sull'acquisizione di alcuni principi basilari; pi tardi, con l'accrescimento delle capacit analitiche del discente e del suo patrimonio dottrinale, sono necessari strumenti di conoscenza pi impegnativi e complessi. La forma letteraria si adegua, quindi, ai diversi momenti del processo di formazione e le singole lettere, col procedere dell'epistolario, divengono sempre pi simili al trattato filosofico. A tal proposito all'interno delle lettere a Lucilio si pu ricavare una vera e propria istruzione sulla lettura. Seneca insegna al suo corrispondente una modalit di lettura attenta (lectio certa, Ad Luc., 45,1), che non bada al numero delle pagine lette, che approfondisce i contenuti interrompendosi spesso. Egli non vuole un lettore di molti libri, non ama le biblioteche immense, come quella di Alessandria. In conformit con la sua morale, la lettura in Seneca diventa un esercizio di virt, da fare senza fretta (cfr Ad Luc., 2,2) e non per alimentare la curiosit (Ad Luc., 2,4), evitando di disperdersi nella moltitudine dei libri ma piuttosto cercando di cogliere la verit di s (cfr Ad Luc. 45,4) nel controluce della verit di chi scrive.[4] Non meno importante dell'aspetto teorico l'intento esortativo: Seneca vuole non solo dimostrare una verit, ma anche invitare al bene. Il genere epistolare si rivela appropriato ad accogliere un tipo di filosofia priva di sistematicit e incline alla trattazione di aspetti parziali o singoli temi etici. Gli argomenti delle

lettere, suggeriti per lo pi dall'esperienza quotidiana, sono svariati, e nella variet, nell'occasionalit e nel collegamento fra vita vissuta e riflessione morale, sono evidenti le affinit con la satira, soprattutto oraziana. Seneca parla delle norme cui il saggio si deve attenere, della sua indipendenza e autosufficienza, della sua indifferenza alle seduzioni mondane e del suo disprezzo per le opinioni correnti e propone l'ideale di una vita indirizzata al raccoglimento e alla meditazione, al perfezionamento interiore mediante un'attenta riflessione sulle debolezze e i vizi propri e altrui. La considerazione della condizione umana che accomuna tutti i viventi lo porta ad esprimere una condanna del trattamento comunemente riservato agli schiavi, con accenti di intensa piet che hanno fatto pensare al sentimento della carit cristiana: in realt l'etica senecana resta profondamente aristocratica, e lo stoico che esprime piet per gli schiavi maltrattati manifesta anche il suo irrevocabile disprezzo per le masse popolari abbrutite dagli spettacoli del circo. Nelle Epistole, l'otium costante ricerca del bene, nella convinzione che le conquiste dello spirito possano giovare non solo agli amici impegnati nella ricerca della sapienza, ma anche agli altri, e che le Epistole possano esercitare il loro benefico influsso sulla posterit. L'opera senecana, e soprattutto le Epistulae ad Lucillium, si inserisce in quel momento storico durante il quale il principato con gli ultimi esponenti dellafamiglia Giulia stava soffocando le libert civili e riducendo il senato, un tempo garante del diritto, a semplice strumento sottoposto alla volont del princeps. Si capisce perci il desiderio di Seneca di scrutare entro la propria coscienza e in essa ricercare i motivi fondamentali delle virt, e quindi della libert interiore, attingendo al pensiero di Platone e di Aristotele, ma soprattutto di Epicuro e della scuola stoica. Un Seneca alla ricerca del superamento delle remore negative del suo tempo per proiettarsi in un'area universale, ridiventando cos padrone di s stesso. Forse un pessimismo celato e rivolto all'inerzia? I critici, almeno in un primo momento, se lo sono chiesto; tuttavia non si pu escludere che egli abbia operato negli anni della sua maturit per evitare gli equivoci, le contraddizioni e ogni forma di egoismo, proiettando nel contempo la persona, data la ricchezza dello spirito, oltre il tempo. Quasi un porsi nella dimensione divina, per cui i beni terreni, fonte di egoismi e di ingiustizie, vengono annullati. E al loro posto ecco la persona conscia della sua dignit. Di qui le tante lettere al suo discepolo e amico, Lucilio, quasi proiezione di se stesso, o almeno di come avrebbe voluto essere. A sostegno di tutto ci la filosofia, vista come regola di vita. Molti i critici e gli studiosi che vedono negli ultimi scritti di Seneca un allineamento, inconsapevole, alle tesi fondamentali della dottrina paolina; e pi tardi quasi ispiratori delle Confessioni di Sant'Agostino. Ed significativo che il pensiero di Seneca nel tempo attuale attragga molte persone e non pochi studiosi alla ricerca di pi vasti valori inerenti all'esistenza umana, cos da sfuggire alle molteplici sollecitazioni che, tramite i media, cercano di spingere verso un superficiale edonismo.