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20/10/13

Alcibiade primo - Wikipedia

Alcibiade primo
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LAlcibiade primo (o Alcibiade I, in greco: A) un dialogo di Platone, nel quale Alcibiade ha una conversazione con Socrate. La sua attribuzione a Platone controversa tra gli studiosi. La datazione del testo anch'essa variabile, ma viene collocato con buona probabilit nella prima met del IV secolo a.C.[1]
Indice 1 Problemi di autenticit e datazione relativa del dialogo 2 Contenuto 2.1 La vera sapienza 2.2 Lutile e il giusto 2.3 Il buon governo 2.4 I timori di Socrate 3 Note 4 Edizioni 5 Voci correlate 6 Altri progetti

Alcibiade primo
Titolo originale A Altri titoli Sulla natura dell'uomo

Frammento papiraceo dellAlcibiade

Problemi di autenticit e datazione relativa del dialogo

Autore 1 ed. originale Genere Sottogenere Lingua originale Ambientazione

Lattribuzione del dialogo a Platone non unanimemente accettata dagli studiosi. Sebbene non ci sia totale accordo sulla sua inautenticit, come invece accade per lAlcibiade secondo, esso presenta vari elementi che stonano: ad esempio linusitata arrendevolezza di Alcibiade (che, seppure giustificabile con la giovane et, non ha nulla a che vedere con la sicurezza e l'irrazionalit dell'Alcibiade del Simposio) e il personaggio di Socrate, che appare sin troppo fedele a s stesso.[2] C' una notevole somiglianza, infatti, tra il Socrate quasi stereotipato dellAlcibiade e quello di Senofonte, che certo non era n si definiva un filosofo.[3] Il dialogo ambientato presumibilmente nel 430 a.C., poich Alcibiade nato nel 450 a.C. e qui lo si presenta come un giovane appena arrivato alla maggiore et, alla vigilia del suo esordio nella vita politica di Atene.[4] Personalit controversa, Alcibiade fu la rovina di Socrate con le sue follie, a causa di gesti come la mutilazione delle Erme, e il tradimento nei confronti della citt, quando si rifugi a Sparta per evitare il processo conseguente allo scandalo, e da dove poi prepar la rivoluzione oligarchica per rovesciare la democrazia nel frattempo instauratasi. Egli fu stratega in varie battaglie, e mor nel 404 a.C. per opera di un satrapo.

Platone IV secolo a.C. dialogo filosofico greco antico Atene, intorno al 430 a.C. Personaggi Socrate e Alcibiade Serie Dialoghi platonici, IV tetralogia

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Il dialogo si apre con le parole di Socrate: egli innamorato di Alcibiade, giovane bello, ricco e di nobile famiglia, ma il suo daimonion (dmone interiore) gli ha sempre impedito di rivolgergli la parola; nel frattempo, tutti gli altri pretendenti si sono fatti avanti, ottenendo per solo lo scherno del giovane. In vista del prossimo ingresso di Alcibiade nell'assemblea del popolo, tuttavia, il dmone gli toglie la sua proibizione.[5]

La vera sapienza
Alcibiade determinato a essere coperto di onori come nessuno prima (nemmeno il suo protettore, Pericle) e conquistare il mondo: non accetterebbe di Platone vivere se sapesse che qualcosa gli precluso. Al suo ingresso nella politica, pertanto, consiglier subito gli Ateniesi sulle questioni pi importanti, come la guerra: quando farla e quando non farla. Socrate gli fa ammettere che il solo campo su cui si possa dare consiglio quello in cui si sapienti; ma Alcibiade non ha mai imparato altro che suonare il flauto, scrivere e fare la lotta.[6] Come potr consigliare gli ateniesi sulla guerra se non conosce nozioni come il giusto o il meglio, fondamento della vita politica? Non pu averle imparate da s come afferma, dato che il motivo che spinge qualcuno a cercare la verit la cognizione di non sapere: Alcibiade invece non ricorda neanche un minuto della sua vita in cui non sia stato convinto di sapere, neppure da bambino.[7] Messo alle strette dal ragionamento socratico, Alcibiade ritratta: non ha imparato da s, e certo non ha avuto un maestro; ha imparato dalla maggioranza delle persone, come tutti.[8] Come in tutta la produzione platonica, Socrate contesta il criterio della maggioranza: la vera sapienza non pu essere messa in discussione, perch indubbia. Eppure su nozioni come il giusto, la massa si trova sempre divisa: pertanto, nessuno di loro pu essere davvero cosciente di cosa esso sia, altrimenti saprebbe dirlo in maniera che tutti lo riconoscano e ci si attengano.[9]

Lutile e il giusto
Alcibiade, acconsente a tutte le domande di Socrate; ma alla fine del ragionamento nega le sue affermazioni, e sostiene che sia solo Socrate a concludere che la massa non sa.[10] Questi lo incalza: Alcibiade era d'accordo in ogni punto del ragionamento, pertanto rifiutandolo smentisce s stesso. Il giovane tenta una scappatoia: gli Ateniesi, quando deliberano dei massimi affari, non s'interrogano mai sul giusto e sull'ingiusto, ma sull'utile e sul dannoso. Socrate gli fa notare che giusto e utile coincidono, e se c' differenza la si deve spiegare. Ma come, se non conosce il giusto? E anche l'utile non una nozione che deve aver imparato da Johann Friedrich Greuter, Socrate e qualcuno o scoperto da s? Eppure Alcibiade non la considera i suoi studenti (XVII secolo) un'argomentazione valida; capriccioso, infantile ed estremamente sicuro di s stesso, quando gli viene fatto notare un errore in un ragionamento, non accetta che lo si applichi anche ad altro. Socrate, per evitare che egli fugga il discorso, accantona questo passo: non gli importa sapere se egli conosca l'utile; esorta invece Alcibiade a spiegargli la differenza tra utile e giusto. Se pu riconoscere questa differenza nell'assemblea, deve essere capace di spiegarlo, come all'assemblea cos a Socrate; il giovane ovviamente non riesce a spiegarsi, e deve essere Socrate a guidarlo.[11] Il giusto e l'utile secondo Alcibiade non coincidono. Se soccorresse un compagno e morisse, farebbe un'azione giusta ma non utile (cio gli apporterebbe dei mali, in questo caso la morte); d'altra parte egli ritiene la codardia un male supremo, e non accetterebbe di vivere se dovesse farlo con vilt. Anche se morisse, quindi, sarebbe un'azione utile, cio che apporta dei beni all'anima. Alcibiade conviene che la cosa pi importante nella vita sia il
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vivere bene, e che ci sia possibile solo essendo giusto: pertanto, il giusto anche l'utile. La rivelazione, giunta dopo un lungo dialogo, lo sconvolge. Egli non pi certo di nulla di quanto affermasse in precedenza. Socrate lo porta gradualmente a fargli comprendere che il motivo dei suoi sbagli la presunzione di sapere: su cose che sa di non sapere, come l'arte del navigare, egli non s'intromette, e non rischia di sbagliare. Ma se sbaglia su qualcosa, perch non sa e credendo di sapere s'intromette: ad Alcibiade non resta che ammettere la propria ignoranza e presunzione.[12]

Il buon governo
Ma questo non basta a farlo desistere dalle sue idee. Seppur riconosca i suoi difetti, sa che gli altri cittadini e uomini politici sono ignoranti almeno quanto lui, e pertanto le sue doti naturali gli possono bastare per prevaricarli. Socrate contesta: sin dall'inizio del dialogo, Alcibiade ha chiarito che non accetterebbe di vivere sapendo che qualcosa gli sarebbe precluso. E se anche da ignorante potesse contare sulle sue doti naturali per prevaricare gli altri Ateniesi, come potrebbe fare affidamento su di queste per imporsi ai re di Sparta e di Persia? Essi hanno infatti tutte le doti su cui punta Alcibiade: ricchezza, bellezza, discendenza divina in misura molto maggiore del ragazzo, e sin dalla nascita godono di un'educazione sopraffina, che egli non ha avuto. Pertanto non potr avere la minima speranza di prevaricare su di loro se non educandosi nelle cose in cui gli Ateniesi sono rinomati: sollecitudine e abilit. Socrate gli offre il suo aiuto: egli s ignorante, ma guidato dal dmone pu aiutarlo a migliorarsi.[13] Come di consueto nel dialogo socratico, appena stabilito un punto si procede all'esame dello stesso: Alcibiade vuole migliorarsi per essere in grado di governare bene lo Stato, pertanto dovr sapere cosa rende lo Stato ben governato, in modo da migliorare il lato di s stesso che gli permetter di farlo. Dapprima definisce il buon governo come quello in cui non ci siano fazioni e tutti abbiano un rapporto di amicizia. Alla richiesta di precisazioni, Alcibiade definisce l'amicizia come concordia (arithmetik). Spesso per gli uomini non sono concordi su cose che non gli competono, ad esempio sulla lavorazione della lana che un'arte delle donne. Perci se per Alcibiade l'amicizia concordia, dobbiamo dedurre che gli uomini non provino affetto per le mogli, nel momento in cui queste tessono la lana. Oltre a suonare assurda, questa idea implica un altro problema: se non c' concordia quando ognuno fa le cose di sua competenza, ne risulta che uno stato retto dalla concordia uno stato in cui nessuno pu fare quel che gli compete. Alcibiade ritratta confusamente la sua definizione di amicizia, ma incapace di darne una nuova e lascia anche cadere l'idea che lo stato sia governato dalla stessa.
[14]

Michele de Napoli, Morte di Alcibiade, 1839, Museo Archeologico Nazionale (Napoli)

Qui Socrate gli viene in soccorso: egli deve migliorare, quindi prendersi cura di s stesso. Per fare questo, deve determinare di cosa si debba prendere cura, cio conoscere se stesso il famoso motto socratico ripreso dalla massima scritta sul tempio di Delfi.[15] Il passo successivo quindi l'ovvia definizione di cosa sia l'uomo: attraverso domande e risposte si arriva all'idea che l'uomo sia colui che si serve del proprio corpo, come il calzolaio si serve delle forbici. Non potendo per essere l'uomo una fusione di anima e corpo, giacch impossibile che il corpo comandi su s stesso, l'uomo dovr forzatamente essere sola anima, e se Alcibiade vuole migliorare deve occuparsi solo della cura di quest'ultima.[16] Per logica, una volta stabilito che Alcibiade deve migliorare la propria anima per ben governare, ne risulta che il buon governo si realizzi quando formato da uomini virtuosi, giacch indubbio che un'anima ben curata sia piena di virt. Socrate dichiara il proprio amore nei confronti dell'animo del giovane, e lo persuade che il solo modo per cui un uomo possa guardare (e conoscere, di rimando) la propria anima sia osservandone un'altra, e precisamente la parte in cui dimora la virt, cio la conoscenza. Alcibiade capisce perci che solo stando con Socrate ed osservandone
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l'anima potr conoscere la propria e migliorarla.

I timori di Socrate
Il dialogo si chiude con i timori di Socrate: in maniera profetica, egli teme che Alcibiade non riesca ad arrivare alla virt, non per proprie mancanze, quanto per la forza dello Stato.[17] Qui Platone vuole fare un'evidente apologia di Socrate, condannato proprio dallo Stato, e dei suoi insegnamenti. Il tradimento di Atene da parte di Alcibiade, infatti, fu la causa scatenante del processo: poich Alcibiade (come Crizia) stato allievo di Socrate, a questi viene imputato di corrompere i giovani. Platone rimarca tuttavia che Alcibiade sia diventato un traditore non perch abbia seguito gli insegnamenti di Socrate, quanto perch attratto dalla potenza che gli garantiva lo Stato (e mal sopportando di dover ammettere la propria ignoranza, come gli capitava insieme a Socrate si veda a proposito il Simposio) abbia lasciato questi ultimi.[18]

Note
1. ^ G. Arrighetti, Introduzione a Platone, Alcibiade primo. Alcibiade secondo, a cura di D. Puliga, p. 24. 2. ^ G. Arrighetti, Introduzione a Platone, Alcibiade primo. Alcibiade secondo, a cura di D. Puliga, pp. 21-22. 3. ^ G. Arrighetti, Introduzione a Platone, Alcibiade primo. Alcibiade secondo, a cura di D. Puliga, p. 22. 4. ^ G. Arrighetti, Introduzione a Platone, Alcibiade primo. Alcibiade secondo, a cura di D. Puliga, p. 12-13. 5. ^ Alcibiade I 103a-104c. 6. ^ Alcibiade I 106e-107a. 7. ^ Alcibiade I 110a. 8. ^ Alcibiade I 110d-3. 9. ^ Alcibiade I 111d. 10. ^ Alcibiade I 112d. 11. ^ Alcibiade I 114c. 12. ^ Alcibiade I 114d-117e. 13. ^ Alcibiade I 121a-124c. 14. ^ Alcibiade I 124d-127d. 15. ^ Alcibiade I 128d. 16. ^ Alcibiade I 130a. 17. ^ Alcibiade I 135e. 18. ^ Platone, Tutte le opere, a cura di E.V. Maltese, Newton Compton, Roma 2009, pp. 994-995. Milano 1995, Milano 1995, Milano 1995, Milano 1995,

Edizioni
Platone, Alcibiade primo. Alcibiade secondo, trad. D.Puliga, Rizzoli, 1995, p. 218. ISBN 88-1717034-8.

Voci correlate
Socrate Alcibiade Dialoghi (Platone) Simposio (dialogo)
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Sessualit nell'antica Grecia

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Categorie: Opere letterarie in greco antico Dialoghi platonici Opere letterarie del IV secolo a.C. Questa pagina stata modificata per l'ultima volta il 17 set 2013 alle 14:54. Il testo disponibile secondo la licenza Creative Commons Attribuzione-Condividi allo stesso modo; possono applicarsi condizioni ulteriori. Vedi le Condizioni d'uso per i dettagli. Wikipedia un marchio registrato della Wikimedia Foundation, Inc.

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