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"FILOSOFIA IN ITALIA"
By Davide Fasolo
http://philo.cnm.unive.it/filosofia/italia.html
presenta
Heidegger, Jung e la questione del simbolo
di Gianluca Giacherv
( whogiactin.it )
Esiste una segretezza nel nome, un farsi voce del fonema. E`, tuttavia, sulla trasformazione di
questo fonema in semen che si sofferma la scrittura. Segno, simbolo. In esso e da esso prende forma
il farsi della scrittura. Perche affascina (fascinare, incantare) l`estremita ammaliante della scrittura
(posso dire poesia, prosa ....tutte metafore del medesimo lavorio)? Essa contiene il segreto. Cio che
posso portare -a un ipotetico destinatario, anch`esso silenziosa fantasia, forse, proiezione- quando
parlo e un fonema che si trasferisce, una nuda, pesante sorta di caotica sillabazione; oppure il
richiamo fedele della p-a-r-o-l-a. Cio che evoca la scrittura e l`incantesimo (fascinum!) della
molteplicita del simbolico, dell`inconscio, dell`anafora onirica che mima al contempo il silenzio di
un segreto mormorato all`orecchio di un amico fidato, del proprio/della propria amante.
C`e un segreto, dunque, del nome. Il nomos, in Platone, e la Legge che trasfigura il dio
differenziandolo dalla figura umana. Esso rimane nell`ambiguita che gli e propria. Eppure tale
nomos e stato trasformato dalla riducibilita aristotelica (poi, ahime, cristiana) in logos. Platone
distingue, differenzia. Noi non recepiamo questa differenza, confondiamo il nomos con la
figurazione di immagini comuni ma che potrebbero essere altre. Quando pronunciamo un nome non
e quel nome, perche potrebbe essere altro. Il nome, dunque, e divenuto parola.
Ho atteso. Il sottile insinuarsi di un frammento che potesse adombrare l`effigie. Essa e ora simbolo.
Simbolo e ou|oe, metto insieme. Parole possono dire l`estrema parafrasi della simultaneita,
seppure parola esprime l`infinita paura che genera il proporsi. Il distillato e una goccia che si
ramifica nel supposto suo altro e che si scopre nell`alterita del proprio misurarsi. Si puo dire,
dunque, che questa e antinomica incomprensibilita. Essa e la scrittura: anti-nomos, qualcosa che e
opposta a se stessa, ma al contempo vicina. Ritrovo, sbadatamente - io, piccolo uomo, segno
comprensibile di questo universo di spazialita inusitate - le credenziali del mio nome segreto. Esso
vaga nell`allibita metamorfosi della scrittura che diviene mimesi, ricomprensione (prendere insieme
nuovamente) di se stessa. A volte, il segreto dell`attimo che stravolge si identifica con la certezza di
un`esistenza, la stessa che ammaliando i cardini estremi dell`essere riconduce al simulacro del
simbolo.
E. Jabes dice: 'Affinche il Tu sia veramente il Tu bisognerebbe, innanzi tutto, che l`Io fosse
realmente Io. Al Chi sono?` fa eco il Chi sei?` - ma questa domanda e destinata a dissolversi nella
domanda. Questo ne Il libro della condivisione. Mentre la domanda e chiara (Chi sono/chi sei) il
soggetto si propone come alterita indifferenziata. Ma non e proprio cosi. Il testo - nella molteplicita
del suo essere poetico- modifica la parola, insinuandosi nella struttura concettuale (unica ragione
della ragione occidentale, che si fonda sul concetto) della discorsivita dialettica. Essa e dialogica.
Abbiamo imparato (nessuno ce lo ha, di fatto, insegnato; fa parte della costituzione del nostro
inconscio collettivo, materiale che e parte integrante di un noi che si tramuta in Io) a distinguere la
forma dal diletto. Il paradosso estremo del testo si trova in quel segreto che tanto gelosamente si
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nasconde nel nome dell`inconscio. 'Il segreto - dice Derrida - coinvolge non solo il nome, ma colui
che nomina, il segreto coinvolge il soggetto del nominare.
Ancora il poeta. 'La dove il dolore e solo e l`amore non e che le sue stesse ali bruciate. Dicendo
l`attesa senza memoria; invano perpetuandola dove non sono che grida interiori. Ora il passo e lo
stesso. I due estremi, attesa e memoria, sono uniti indissolubilmente dal testo, che puo essere dolore,
ali bruciate, grida interiori. Tutto cio che si muove trasforma come un fiume in piena la coscienza
(questo, in realta, e il fine dell`inconscio.... la grande invenzione di Ereud, di Jung).
Eraclito suppone (ma e 'osservazione, come dice) che gli opposti s`incontrino. E` reale. La
scrittura rende nitida - o ulteriormente confusa - l`immagine che sottende ad ogni parola.... 'l`attesa
senza memoria. Dunque, cio che e sotteso attende. Ma il mio desiderio, ora, e rendere palese lo
stupore (choc, direbbe Baudelaire) che si prova a leggere, esecrando il gesto che vorrebbe imitare -
quanto goffamente!- l`istrionica figura del verseggiatore, l`umile burlone che ha la sola arma delle
sue mani.
Heidegger si e soffermato sulla verita (Der Wahrheit) dell`Opera. Egli ha definito l`opera come
'l`apertura dell`ente nel suo essere, il farsi evento della verita. Ma se questa oqucio, che
affascina e maliziosamente crea i presupposti di una corrispondenza sottesa, mai esplicita, si
manifesta nel suo essere-atto, nel suo riproporsi cioe come forma, qual e il luogo nel quale si riduce
l`esser-gia-detto dell`opera e che reitera questa verita? Aristotele dice (Metafisica II, 1, 5): 'Senza la
causa non conosciamo il vero. Eppure noi abbiamo due eventi che non scaturiscono l`uno
dall`altro, ne sono complici, quindi, di diretta causa ed effetto.
Olimpiodoro (VI sec. d.C.), commentando il concetto platonico di mito (o uuo), ci riporta
indirettamente sul livello simbolico del mito stesso: 'Il mito e un falso discorso raffigurante la
verita (Muuo coti oo tocuoq cikovi,ev oquciov). Dunque, se e possibile l`assunto
aristotelico per cui 'come ogni cosa sta all`essere, cosi anche sta alla verita (Metafisica, II, 1, 6) e
possibile, altresi, pensare il mvtos come l`alterita di quel soggetto 'che nomina, che crea il legame
stesso tra mvtos e logos, tra realta simbolica ed essere.
Cio che non viene nascosto e manifesto. I Greci usavano questo termine oquqio, verita, per
indicare il movimento del non-essere-nascosto. Heidegger ha riproposto con vigore
quest`interpretazione. Il percorso individuale che conduce all`esperire dell`essere in quanto esser-ci,
pone la qualita dell`oquqio in modo unico, inequivocabile, come esperienza che dipana da se il
motivo ultimo dell`essere-che-diviene. Ma Heidegger sostiene anche che il non-essere-nascosto
dell`ente e possibile solo attraverso il diniego, la simulazione di questa stessa verita. 'E` all`essenza
stessa della verita come non-esser-nascosto che questo diniego appartiene nella forma del duplice
nascondimento. La verita, nella sua essenza stessa, e non-verita. (Heidegger, Sentieri interrotti,
Eirenze, 1968, p. 39). Incomprensibile sarebbe l`affermazione di Heidegger se non si tenesse conto
di cio che sosteneva Aristotele: '...una cosa non e considerata per se stessa in due casi: o per via di
apposizione, o al contrario (Met., VII, 4, 8).
Il Logos e fermento incline alla creazione (toicoi), perche continuo ciclo vitale.
Ammiro il leggero declinare dello sguardo sul foglio che ansima e brucia di energia, fuoco che
ravviva la flebile fiamma di una candela. Bachelard ha intuito la forza di questo fuoco che si
mescola al flusso di energia che percorre una vita, si trasferisce nell`opera, mutando carattere,
aspetto. Nella solitudine dell`Anima che cerca i propri simboli, la psvche riporta all`origine di uno
spazio intimo, privato, l`immagine del mito che unisce in se gli aspetti della trasformazione
autopoietica. Essa e una sorta di ubris che comprende in se la lotta degli opposti per riconoscere la
propria unione. Dice Epicuro (Arist., Etic. Nicom.): 'L`opposto concorde e dai discordi bellissima
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armonia. Da qui ha origine quel polemos che permette l`insinuarsi del concetto in quella sorta di
intenso scambio che non redime, tuttavia, dal peccato di aver ricercato, cosi appassionatamente
agognato la sacralita della parola che diviene testo. Il fuoco che a cio sottende e la sentenza che
dilania gli estremi di uno stesso discorso rendendoli essi stessi elementi. Perche esiste un aspetto
magico della scrittura che si confonde ed e esso stesso specchio dell`individuo-che-crea.
Questo estremo fascino evoca sommessamente - con estrema delicatezza e sensibilita- quel ooiev
(spirito) segreto che nasconde il nome. I greci non nominavano mai una persona, un oggetto, un dio
senza che avessero la presenza di quella persona, di quell`oggetto, di quel dio. 'L`attribuzione del
nome trasforma la cosa, ci ricorda J. Hillman. Nel momento stesso in cui questa 'proprieta del
nome svanisce, vien meno anche la rappresentazione dell`altro come diverso da se, che e poi quella
ricchezza incommensurabile che ci fa dire essere l`altro amante, amico, estraneo. Ecco, l`estraneita
della parola rimanda ad una scrittura senza proprieta. Ho rammentato Heidegger: egli, in effetti, e
stato l`ultimo filosofo che si sia realmente misurato con l`'autenticita dell`Opera. Ma
quest`autenticita cade nel momento stesso in cui l`opera si confonde, diviene simulacro, ambito
della retrospettiva umana. Heidegger pensa la parola oqucio 'nel non-esser-nascosto dell`ente.
Il testo, dunque, e anche estraniamento. Ho scritto parole (se e vero che parole possono essere
miniate entro codici preziosi) di dolore, efferate, in quella ricerca del delirio che caratterizza il
moribondo e porta a quella che Bataille ha definito 'esperienza limite. La scrittura, allora,
racchiude quel nome segreto che ha in se il suo proprio ooiev: e questo il desiderio (ambivalenza
incauta e pericolosa dei sentimenti) che puo contenere il semen, il germoglio che si radica
saldamente nel e col testo. Ha scritto Bachelard: 'Nascere nella scrittura, attraverso la scrittura,
grande ideale delle grandi veglie solitarie! Ma per scrivere nella solitudine del proprio essere, come
se si avesse la rivelazione di una pagina bianca della vita, sarebbero necessarie avventure di
coscien:a, avventure di solitudine. Ma la coscienza, da sola, puo far variare la propria solitudine?
Esiste una nascita della scrittura e una nascita nella scrittura. La Necessita (che in Grecia era la dea
Ananche) e cio che rende possibile l`evolversi dell`esistenza nella scrittura. Tutto rimane
segretamente contenuto nello spazio e nel luogo che al simbolo si richiama.
C`e un senso remoto, un dischiudersi al pensiero di una lettera che apre e chiude il cerchio
dell`espressione, una tra le tante e che puo essere il Genesi, il Libro del cominciamento, unica
parola, tuttavia, in grado di destare ancora quella sacralita che unisce la metafora al senso del
divenire.
Gia Eraclito mina alle fondamenta lo spirito della conoscenza antica, se e vero che afferma: 'Cio
che si concatena, invero, e principio e fine nel cerchio (o_q koi tco cti kukov) (22 B103
DK). Questo principio non e cio che riproduce una similarita ma e cio che crea continuita nella
forma del pensiero, quel fuoco sacro che ravviva la scrittura rendendola dissimile da se stessa, cio
che le assicura di permanere, incunearsi in quell`anfratto che permette al simbolo di essere
metafora-che-diviene.
Il testo qui non e cio che sembra, bensi cio che si lascia trasformare nel proprio altro, una tensione
interpretativa (cqvcue) che trova la sua forma piu alta nell`esegesi di un mondo originario
rappresentato, una sorta di vaso che contiene tutti i simboli di un movimento energetico
autopoietico.
Tutti i miti e le scritture di tutte le origini pongono in un sottile ma immediatamente avvertibile
incastro di segni la propria natura unificatrice, un continuo interrogarsi sul valore ultimo del testo
che rimanda a sua volta a quella conoscenza (vcoi) che e la sottile trama del sapere.
I Jeda (che hanno una comune radice -rizoma- nel verbo ooe, vedere) non dissimulano questa
forma della conoscenza oscurandola: essi possono essere ermetici` ma non mettono mai in dubbio
quel fuoco (athar) originario che scatena la 'sapienza primordiale.
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E` quella che Jung chiamava il 'fare anima che permette la comprensione del logos simbolico che
si sofferma sui differenti percorsi che puo intraprendere il testo, sempre nella prospettiva di un dono
che viene portato (ce) ma che non ha un referente particolare. E` qui che la scrittura perde la
propria oggettualita (cosalita, direbbe Heidegger) per assumere la valenza del soggetto: non piu
messaggio ma messaggero, apollinea figura che reca in se il segno della u|i contrastante e
unificante.
Ancora Eraclito: 'Non comprendono come, distinguendosi (oiococvov, portando al di la) con
se stesso si accordi: una trama di rovesciamenti, come quella appunto dellarco e della lira (22
B51 DK).
Il simbolo e, dunque, nel testo che sopravvive e che lascia di se il segno chiaro della propria alterita.
Noi abbiamo appreso a vezzeggiare questo testo, a lambirlo sensualmente, come contenesse un
qualche simulacro da scoprire, ma non ce ne siamo mai - per fortuna?- appropriati. Quest`origine
(o_q) del testo che si manifesta nella scrittura e assume il suo carattere attraverso di essa,
s`impadronisce del simbolo ricucendo (anche solo per pochi istanti) quella frattura, quella
millenaria cesura che sempre s`interpone tra lo scorrere della scrittura e il suo poter-essere-
interpretato.
200J Cop-|,|/ | G|an/u.a G|a.|e- e Dac|de Faso/o