Sei sulla pagina 1di 15

3.

Politiche di uguaglianza di genere e conciliazione in Italia


3.1 Osservazioni generali
In Italia le politiche per la famiglia non hanno una formazione unitaria e di conseguenza difficile stabilirne il grado di attuazione sul territorio nazionale. Nella prima parte di questo lavoro abbiamo visto come in Italia sia dominante un modello di welfare basato su una divisione del lavoro tipicamente male breadwinner. La maggioranza delle azioni rivolte verso la conciliazione stata messa in atto dallo Stato, ma fatica a trovare il consenso dei privati, delle aziende, delle imprese e persino dei sindacati. Per tali ragioni la letteratura scientifica sullargomento concorda nel riconoscere che le politiche di conciliazione nel nostro Paese appaiono ancora piuttosto lacunose e frammentarie, soprattutto a livello aziendale (FineDavis, et al., 2007, 65). In Italia di conseguenza luguaglianza di genere ancora lontana. Spesso le donne devono scegliere tra famiglia e lavoro, come mostra il grafico sotto, basato su dati raccolti dallOCSE, secondo cui le donne italiane che svolgono un lavoro formale ovvero retribuito raggiungono poco pi del 40% , lungi dai picchi svedesi del 70%.

Anche le rilevazioni dellIstat mostrano come la realt del mondo del lavoro italiano veda sostanzialmente le donne in seconda fila:

Gli studi evidenziano come nel sistema assistenziale italiano il lavoro di cura sia delegato quasi del tutto alla famiglia, ovvero alle donne, siano esse lavoratrici o meno. Daltra parte in realt secondo la legge 493/1999, volta a tutelare le casalinghe ed il lavoro domestico, il lavoro di cura pu essere svolto sia da donne che da uomini, e viene riconosciuto a livello sociale che economico quel lavoro che spesso stato sottovalutato. Di fatto questa legge equipara gli incidenti domestici a quelli sul lavoro. Il problema della conciliazione nel nostro Paese stato ampiamente studiato, e sussistono interessanti informazioni circa luso del tempo, la divisione del lavoro domestico, le profonde differenze tra madri e padri nellorganizzazione della giornata. Da gran parte degli studi emerge un quadro abbastanza chiaro del rapporto tra i generi: sussiste un forte squilibrio tra uomini e donne nella divisione del lavoro familiare. Anche quando entrambi i partner sono entrambi lavoratori, il lavoro di cura svolto prevalentemente dalla donna (Fine-Davis, et al., 2007, 72).

Il grafico consente di notare che la donna lavora meno delluomo per quanto riguarda il lavoro retribuito, ma se consideriamo il lavoro non formale, quello di cura destinato alla famiglia e alla casa, allora il totale del tempo destinato dalla donna superiore alluomo. Ci evidenzia il fatto che permane una forte disuguaglianza di genere che addebita alla donna gran parte del carico dovuto al lavoro di cura, anche nel caso in cui la donna abbia unoccupazione retribuita. Per tale ragione il problema della conciliazione sussiste come tale soltanto per la madre, divisa tra casa e lavoro, pi che per il padre. Sebbene una certa consapevolezza della questione aleggi anche nelle menti degli uomini, un certo pregiudizio culturale impedisce luguaglianza dei ruoli. Lasimmetria tra madri e padri rimane dunque piuttosto marcata, e non di rado stata talmente interiorizzata da non essere neppure notata. Tale problema diviene ancora pi evidente se si prende in considerazione la mancanza di tempo libero, pesantemente avvertita dalle donne, e appena notata dagli uomini. Sebbene il tema della conciliazione tra vita lavorativa e vita familiare sia divenuto negli ultimi anni, anche sotto la spinta delle direttive dellUnione europea, uno degli obiettivi centrali delle politiche sociali e familiari in tutti i paesi dellUnione, lItalia si colloca allultimo posto tra i paesi europei per consistenza del pacchetto di aiuti per i figli (Naldini, 2002). Fatta eccezione per le importanti novit introdotte negli ultimi anni in materia di congedi di maternit e paternit, numerosi studi sottolineano la scarsa 3

generosit del nostro Paese in tema di trasferimenti monetari alle famiglie e servizi per linfanzia. La scarsa condivisione del lavoro familiare allinterno delle mura domestiche, il non riconoscimento politico del valore economico del lavoro domestico e di cura trovano terreno fertile e si alimentano grazie ad un sistema di valori di tipo male breadwinner ancora fortemente radicato nel nostro Paese e che identifica nella figura femminile il soggetto deputato a svolgere lavoro domestico e di cura. La mancanza di un contesto familiare e culturale favorevole alla conciliazione si traduce nel nostro Paese in una bassa partecipazione femminile al mercato del lavoro e, al contempo, in una persistente bassa fecondit (da trentanni sotto la soglia dei due figli per donna), creando non pochi problemi sia per la crescita economica del paese, sia per i rapporti tra le generazioni. La rilevanza politica e sociale del tema della conciliazione stata colta anche dalla statistica ufficiale che ha prestato negli ultimi anni unattenzione crescente alla rilevazione del fenomeno nelle sue varie sfaccettature: ricorso a forme flessibili di organizzazione del lavoro retribuito, fruizione delle misure a sostegno di paternit e maternit, strategie individuali e familiari per conciliare ruoli diversi, efficacia degli strumenti adottati. Il problema di una buona conciliazione in Italia stato analizzato con attenzione da Chiara Saraceno. La studiosa mostra come la questione abbia, dal punto di vista dei lavoratori, un duplice aspetto: quello della convenienza economica e quello della fattibilit pratica (Saraceno, 2003, 199). Le politiche sociali italiane regolano la convenienza economica nella misura in cui disciplinano incentivi e disincentivi impliciti nell'organizzazione di imposte e detrazioni fiscali per le famiglie, mentre la fattibilit pratica quella che riguarda orari di lavoro,congedi, servizi di cura, tutti ambiti estremamente rilevanti anche dal punto di vista dei datori di lavoro. In Italia dal punto di vista normativo sono state introdotte molte novit a partire dagli anni Novanta. Saraceno individua nella normativa italiana due tipi di logiche presenti in modo implicito che si escludono reciprocamente: una di esse disincentiva il lavoro forale femminile, soprattutto nei casi di famiglie con reddito basso ed alto carico di lavoro di cura, mentre l'altra non solo promuove la conciliazione lavoro-famiglia per le donne, ma sostiene una ridefinizione della divisione dei ruoli di genere per quanto riguarda il lavoro di cura. Per comprendere meglio in che modo tali orientamenti conformano le politiche sociali italiane, occorre soffermarsi con pi attenzione sul sistema di imposte e trasferimenti presenti in Italia. Sin dal 1977 l'unit impositiva ai fini fiscali l'individuo, non la famiglia. In poche parole il sistema fiscale neutro rispetto al matrimonio,o al fatto che la dona lavori o meno. Tuttavia sono presenti delle differenze nelle detrazioni fiscali per le famiglie reddito analogo ma numero diverso di percettori di reddito. Dalla met degli anni Novanta in poi le detrazioni maggiori tuttavia hanno riguardato i figli. Come fa notare Saraceno, la detrazione fiscale per il coniuge a 4

carico nelle famiglie con reddito basso, se apparentemente si pone come un aiuto per le famiglie meno abbienti, ad uno sguardo attento rivela i suoi limiti, in quanto pu scoraggiare l'ingresso delle donne nel mondo del lavoro, in quanto lavorando non risulterebbe pi come coniuge a carico e la famiglia perderebbe la detrazione fiscale. Viene dunque a crearsi una contraddizione tra l'obiettivo di sostenere il reddito delle famiglie e quello di incentivare l'autonomia economica degli individui, in particolar modo delle donne. Ci emerge in Italia pi che in altri paesi anche perch non esiste un assegno universale per i figli a le agevolazioni fiscali consistono in detrazioni legate al reddito. Laddove aumenta il reddito, diminuiscono le detrazioni, e diviene evidente che se l'aumento del reddito mediante il lavoro della donna non sostanziale, l'effetto quello di scoraggiarne l'attivit, oltre ad innescare un meccanismo socialmente contro-distributivo. Risulta dunque che nelle famiglie numerose a basso reddito la donna preferisce non lavorare, in quanto paradossalmente i costi per la famiglia aumenterebbero, mentre il lavoro per la donna aumenterebbe: accanto al lavoro di cura, quello formale. Se nel breve periodo tale scelta appare razionale, a lungo termine ci significa che la donna si espone al rischio di non riuscire pi a rientrare nel mondo del lavoro, e di conseguenza di non riuscire a maturare sufficienti contributi per la pensione. Tali famiglie rischiano dunque di diventare povere nel momento in cui sono pi vulnerabili, ovvero nella vecchiaia (Saraceno, 2003, 203). Le famiglie monoreddito sono dunque maggiormente esposte ai rischi sociali. Questo effetto disincentivante delle detrazioni aumenta tanto pi basso il reddito e maggiore il numero dei figli, ovvero il carico di lavoro di cura per la donna. Tali dinamiche invece non si verificano nei casi in cui il reddito sia medio o medio-alto ed entrambi i partner siano gi lavoratori, in quanto le detrazioni non influiscono in maniera notevole come per le famiglie a basso reddito. Abbiamo visto che l'Italia, nonostante il recente aumento dell'occupazione femminile, uno dei paesi con il pi basso tasso di accesso delle donne al mondo del lavoro. Per la comprensione di tale situazione sono utili alcuni dati, quali le percentuali di donne che continuano a lasciare il lavoro dopo la nascita del primo figlio,e a volte persino per il matrimonio. Inoltre il tasso di disoccupazione delle donne con figli pi alto non solo di quello degli uomini, ma anche di quello di donne senza figli, il che la dice lunga sulla situazione italiana: evidentemente le responsabilit familiari si pongono in antitesi al mantenimento del lavoro, a dispetto dei discorsi teorici sulla conciliazione. Le statistiche mostrano che ci avviene maggiormente al Sud che al Nord, ed alle donne con bassa istruzione piuttosto che a quelle pi istruite. Dati dell'Istat mostrano che il 20% delle donne occupate prima della nascita di un figlio dopo non lo pi, mentre il 10% costretta a cambiare lavoro e il 7% a passare al part-time. Sicuramente tali risultati sono da imputare oltre che ad un perdurante atteggiamento culturale legato al modello forte male breadwinner, anche alla 5

mancanza di flessibilit sul lavoro, ad orari poco amichevoli, alla scarsit di servizi adeguati,e probabilmente anche tali fattori sono legati ad una questione culturale. gli studi condotti sull'uso del tempo evidenziano il gap di genere anche in tale ambito: le donne lavorano sempre pi degli uomini, in media almeno il doppio, tra lavoro pagato e non pagato. Occorre dunque riconoscere il carico di lavoro di cura e redistribuirlo, ripensando le divisioni del lavoro ancora oggi in Italia legate in modo forte al genere. Tale riconoscimento va ovviamente affiancato da politiche adeguate, volte ad incentivare la sostenibilit economica del lavoro femminile e della conciliazione, oltre ad un irrobustimento dei servizi. In generale sarebbe inoltre auspicabile un coordinamento tra le politiche del lavoro e quelle dell'istruzione, in modo da favorire la conciliazione tra responsabilit occupazionali e familiari. Un tema molto interessante a questo proposito quello del rapporto tra povert o esclusione sociale e disoccupazione. Sebbene le stime della povert siano alquanto dibattute, dati OCSE ed Eurostat mostrano che in Italia il tasso di povert aumenta in riferimento a famiglie con figli, in modo proporzionale al numero dei figli. Per quanto concerne la presente ricerca da rilevare che il concetto di esclusione sociale s'intreccia profondamente con i vari modelli di welfare precedentemente esaminati e con le tradizioni culturali di ogni singola nazione. L'indebolimento della figura del maschio procacciatore di cibo e capofamiglia ha infatti reso la povert una questione sociale. La povert che deriva dalla disoccupazione maschile infatti ritenuta dagli stati molto pi rischiosa per la societ da quella di donne e bambini, tradizionalmente soggetti a rischio, che hanno visto l'erosione progressiva dei servizi a loro sostegno (Saraceno e Negri, 2000). Inoltre le ricerche hanno messo in luce il fatto che i paesi nordici riescono a contrastare maggiormente la povert grazie alle politiche di pieno impiego che coinvolge le donne, a differenza di paesi quali la Germania e altri basati sul modello male breadwinner, in cui i disoccupati sono pi vulnerabili, in quanto l'occupazione femminile secondaria rispetto a quella del capofamiglia, per cui se viene a mancare l'introito del maschio, la famiglia rischia di trovarsi in condizione molto precarie. Per quanto riguarda i rapporti tra povert e assistenzialismo nelle politiche sociali da sfatare il mito secondo cui il sostegno al reddito della famiglia indebolisce la solidariet familiare (Gallie, 1999). Le reti familiari dipendono infatti dalle culture nazionali e dai modelli di vita di un paese e al massimo sono un effetto, pi che una causa, dell'azione sostegno pubblico alla famiglia, nel senso che laddove esso assente la famiglia cerca di aiutare i suoi membri, appoggio che non viene meno se subentra l'assistenza statale. Le politiche sociali mostrano dunque la predominanza del modello male breadwinner: molte donne e bambini infatti divengono poveri a seguito dell'assenza di un uomo, proprio perch il modello di assistenza fondato sull'idea dell'uomo come capofamiglia e

della dona come caregiver. Anche lo scoraggiamento del lavoro femminile nelle famiglie con livelli bassi di reddito (Saraceno 2003) a lungo termine produce povert.

3.2 Il lavoro part-time


Il lavoro part-time uno strumento che spesso viene utilizzato per favorire la conciliazione. Abbiamo visto per che la politica di conciliazione non dovrebbe essere rivolta alla donna, ma allinstaurazione di unuguaglianza di genere, per cui andrebbe incentivato non solo il part-time femminile ma anche quello maschile. Il modello svedese mostra che laddove c un forte sostegno alla conciliazione ed alluguaglianza di genere, il part-time tra le donne si riduce. Inoltre luso del part-time devessere oculato in quanto esso pu rappresentare sia un ponte che una trappola per un successivo impiego a tempo pieno. Se consideriamo il panorama italiano, notiamo che il part-time utilizzato soprattutto dalle donne:

Probabilmente ci dovuto alla temperie culturale del Belpaese, secondo cui loccupazione femminile secondaria e di supporto rispetto a quella maschile. Come mostra il seguente grafico, linfluenza del contesto familiare sulla partecipazione femminile al mercato del lavoro evidente in tutte le aree geografiche del nostro Paese.

La seguente tabella permette invece di confrontare la situazione italiana con quella europea, ove le donne senzaltro utilizzano maggiormente il part-time, ma anche gli uomini, e di conseguenza il divario tra i due generi risulta meno marcato che in Italia.

La divisione del lavoro in Italia presenta una connotazione di genere pi spiccata che negli altri paesi. Il lavoro familiare resta una responsabilit quasi esclusiva delle donne in tutte le fasi della vita. Il ruolo degli uomini ancora marginale anche nelle fasi pi critiche del ciclo di vita familiare. L'indagine dellIstat Multiscopo sulle famiglie "Uso del tempo" fornisce informazioni sulle attivit di vita quotidiana e sul modo in cui i cittadini organizzano la propria giornata. Se si considera il numero di persone che in un giorno medio dedica almeno dieci minuti ad unattivit di lavoro familiare: le differenze tra uomini e donne sono evidenti in qualsiasi condizione familiare, che si viva ancora a casa dei genitori, che si faccia parte di una coppia e, addirittura, anche quando si vive da soli. Senza alcun dubbio il gap tra i generi per quanto riguarda la divisione del lavoro in Italia piuttosto marcato.

Secondo i dati Istat, le differenze di genere sono presenti, ma minime, per quanti vivono ancora a casa dei genitori o da soli, mentre si amplificano al crescere delle responsabilit familiari. Le donne in coppia senza figli dedicano complessivamente al lavoro (retribuito e familiare) 1h14 in pi degli uomini, questo divario raggiunge 1h36 in presenza di figli: visto che le madri dedicano complessivamente 9h22 al lavoro e i padri 7h46. Gli altri tempi di vita non possono che esserne fortemente condizionati, le donne sono costrette a comprimere il tempo dedicato alle attivit fisiologiche e alle attivit di svago. Vivere in una coppia con o senza figli per gli uomini invece non comporta un forte aggravio di lavoro familiare: lo stesso si pu dire in termini di numero di figli. Non si pu dire lo stesso per la donna, la quale vede aumentare notevolmente il carico di lavoro per la donna aumenta, in relazione al numero e allet dei figli: si passa dalle 5h06 di lavoro familiare per le donne con un solo figlio, alle 5h19 delle madri di due figli, alle 5h43 delle madri con tre o pi figli. La legislazione sul part-time risale al 1984, ed stata aggiornata nel 1997 mediante incentivi per le imprese che assumono con contratti part-time, consistenti sostanzialmente in sgravi contributivi. Altri incentivi sono stati introdotti con la Finanziaria del 2000, che ha previsto 9

particolari facilitazioni per promuovere il cosiddetto part-time lungo, ritenuto quello pi vantaggioso da vari punti di vista. I punti principali della nuova normativa sul part-time, che riprendono le direttive europee in merito, sostanzialmente riguardano la possibilit di mettere in atto diverse tipologie contrattuali di part-time, oltre alla reversibilit della scelta ed all'uguaglianza di trattamento per quanto riguarda i compensi orari e le ferie, rispetto ai colleghi full-time. Dati Istat mostrano che il lavoro part-time si diffonde sempre pi tra donne con figli, ed in proporzione maggiore tanto pi aumenta il numero dei figli. Da un certo punto di vista ci segnala il fatto che le politiche di conciliazione tendenzialmente non realizzano l'uguaglianza di genere, ma si rivolgono esclusivamente alle donne. Recenti studi europei mostrano inoltre che le aziende italiane sono tra quelle meno evolute per quanto riguarda i provvedimenti family-friendly (Den Dulk, 2001). Tuttavia negli ultimi anni qualcosa sta cambiando, e si registra uninversione, seppur graduale, delle tendenze. Sono stati rintracciati altri metodi per favorire la conciliazione (Saraceno, 2003): la flessibilit degli orari in entrata e in uscita, la possibilit di cumulare giorni festivi per allungare le ferie, i congedi non pagati e la possibilit di richiedere anticipi sul trattamento di fine rapporto. In seguito a questo tipo di analisi importante sottolineare che l'enfasi posta a livello politico e sociale sulle politiche del lavoro va contemperata mediante uno sguardo attento sui suoi risvolti nei confronti della conciliazione. La cosiddetta flessibilit di molti contratti atipici infatti non gode dell'accesso a molte forme di protezione sociale e dell'elasticit che sarebbe necessaria per una conciliazione efficace, cos come la retorica sulla famiglia e sulla solidariet familiare non deve servire da ventaglio per la scarsit di politiche ed interventi efficaci nel campo della conciliazione.

3.3 Il sistema dei congedi


Dato che, come vedremo, lItalia presenta notevoli carenze sul piano dei servizi per linfanzia, soprattutto per la prima infanzia, di fatto i congedi sono estremamente importanti, in quanto rappresentano il supporto pi valido a oggi disponibile per i genitori che tentano di conciliare efficacemente famiglia e lavoro. La legislazione italiana a tal proposito si colloca in una buona posizione anche rispetto agli standard europei, in quanto negli ultimi anni si tentato di estendere il congedo di maternit anche alle lavoratrici autonome, oltre che alle dipendenti. Alcune leggi della seconda met degli anni Novanta sono andate nella direzione della modifica della tradizionale divisione del lavoro. Ci avvenuto grazie alla sollecitazione di alcune direttive 10

europee (Saraceno, 2003, 215). La legge sui congedi va nella direzione di un riequilibrio delle responsabilit tra uomo e donna, oltre che di una maggiore conciliazione. Sin dagli anni Settanta la legislazione italiana ha introdotto il congedo di maternit, sia nel settore pubblico che in quello privato, prevedendo un periodo di congedo obbligatorio, retribuito all80%, e uno opzionale di sei mesi, retribuito al 30%. Negli stessi anni venne regolamentato il congedo di paternit, che per quanto previsto rimase facoltativo, rimanendo di fatto uno strumento inutilizzato. Nel 2000 il legislatore ha lasciato alla madre la scelta di quale periodo utilizzare per il congedo obbligatorio, a patto che non vengano superati i cinque mesi, mentre venne prevista la possibilit per il padre di assentarsi dal lavoro durante i primi tre mesi di vita del figlio, sebbene solo con specifiche condizioni ed in assenza della madre. Inoltre venne prevista una retribuzione del 100% per alcune tipologie di contratti di lavoro. La questione dei congedi stata recentemente sistematizzata dal decreto legislativo 151/2001, anche noto come testo unico Maternit e paternit, volto a rinnovare e integrare la legislazione precedente (Fine-Davis M., et al., 2007, 57). Le novit pi sostanziali riguardano i provvedimenti a favore della paternit. In particolare, il padre ha diritto al congedo facoltativo anche se la madre non ne ha diritto, come nel caso che questa sia una casalinga, e viene data una mensilit extra ai padri che abbiano gi usufruito di almeno tre mesi di congedo obbligatorio. La legge ha inoltre introdotto la possibilit anche per il padre di usufruire di permessi giornalieri e di congedi per malattia del figlio, congedi che nei primi tre anni di vita del bambino non hanno limitazioni temporali, mentre dai tre agli otto anni di vita del bambino sono limitati a cinque giorni lanno per ciascun genitore. La legge in pratica afferma la parit di diritti e doveri tra padri e madri lavoratrici: anche il padre ha diritto al congedo facoltativo, e non soltanto nel caso in cui la madre vi rinuncia. Tali garanzie inoltre non spettano pi soltanto ai lavoratori dipendenti, ma anche a quelli autonomi. Il trend delle politiche sociali inoltre quello di una socializzazione dei costi, pensato per non pesare troppo sui datori di lavoro ma per basarsi piuttosto su una tassazione pubblica. Ci evidenzia un avvicinamento, seppur timido e graduale, al modello svedese, secondo il quale si passa dalla tutela della famiglia a quella dei diritti dei singoli individui. da segnalare una maggiore flessibilit nella distribuzione temporale dei cinque mesi di congedo di maternit, che sono obbligatori. In modo specifico risalta la possibilit di riservare pi tempo al congedo post-partum. Inoltre la legge dispone che il congedo opzionale, ovvero quello gestibile secondo gli accordi tra i partner diviene maggiormente flessibile e viene esteso fino all'ottavo anno di et del bambino. La legge elimina inoltre il limite delle assenze dovute a malattie dei figli entro i tre anni di et, anche se ovviamente perdura il limite per le assenze pagate. Vengono introdotti dei nuovi tipi di congedo, per malattia o morte di un familiare, e incentivate le imprese 11

che mettono in atto politiche family-friendly.Viene infine riconosciuta la responsabilit degli enti locali nella gestione dei servizi pubblici e la loro importanza per una conciliazione efficace dal punto di vista degli orari. La densit tematica della legge comporta notevoli difficolt di attuazione, anche perch essa ha incontrato la resistenza delle associazioni dei datori di lavoro. Mettere in atto la legge ovviamente un passo successivo. Il fatto stesso che non esistano statistiche sulla sua applicazione la dice lunga sulla sensibilit alla tematica di cui ci stiamo occupando. Secondo dati di tipo locale, i padri che usufruiscono del congedo sono ancora pochi, perlopi nel pubblico: nel settore privato infatti la normativa incontra parecchi ostacoli. Tra questi il fatto di retribuire o meno il congedo, poich evidente che ci sar minore uso del congedo laddove si deve rinunciare ad un sostanziale introito economico. Occorre inoltre sottolineare che la legge disciplina sostanzialmente il lavoro dipendente; sebbene esistano delle norme risalenti al 1971, per i lavoratori autonomi la questione diversa, e lo ancor di pi per i tipi di contratto di lavoro non standard cos diffusi presso le fasce di uomini e donne in et riproduttiva. Per tali ragioni Saraceno sottolinea che nella discussione sulle politiche del lavoro, sulle riforme del lavoro si dovrebbe tenere conto della questione della conciliazione, in quanto spesso politiche del lavoro e politiche di conciliazione si muovono in direzioni opposte.

3.4 I servizi per linfanzia


Come abbiamo visto allinizio, le politiche di conciliazione sono perlopi uniniziativa statale. A livello aziendale e delle organizzazioni dunque il childcare ancora un fenomeno sporadico. Per tali ragioni, non esistono praticamente studi sui servizi di cura sul posto di lavoro. La seguente tabella mostra i dati raccolti sui servizi per la prima infanzia, ed in particolare i tassi di iscrizione alleducazione formale per i bambini di et inferiore ai tre anni:

12

Poich i servizi per i bambini da 0 a 3 anni in Italia sono scarsi e piuttosto cari, per cui in Italia si preferisce delegare i nonni, dei parenti o degli amici alla cura del figlio, quando non possibile per la madre occuparsene di persona. Come stato notato, la percentuale di bambini che frequentano gli asili nido non raggiunge il 6% degli aventi diritto. Questa la conseguenza diretta del modello italiano di welfare, che si appoggia in modo sostanziale sulla famiglia e sulle reti informali per la soddisfazione dei bisogni inerenti la cura familiare (Fine-Davis, et al., 2007, 75). Per tutte queste ragioni, spesso la maggioranza dei genitori ritiene che la soluzione ottimale per la famiglia sia la riduzione dellorario lavorativo delle donne.

LItalia invece ben fornita di istituzioni e finanziamenti pubblici per la cura dei bambini dai 3 anni in poi, in quanto la Scuola dellinfanzia presente in tutte le regioni e universalmente utilizzata, ed di ottima qualit, anche secondo studi internazionali. Quel che andrebbe eliminata dunque la grande discrepanza tra la carenza di asili nido e lottima assistenza successiva, rinforzando i servizi per bambini nella fascia di et 0-3 anni. Come si evince dal grafico seguente, la differenza tra i servizi det in Italia infatti molto pi vistosa che altrove:

13

Rispetto alla Svezia, lItalia riesce a garantire il 100% della copertura per la fascia 3-5 anni, ma in quella 0-2 i servizi sono scarsi, con i tassi di copertura tra i pi bassi tra quelli registrati dallOCSE. Il seguente grafico invece mette in luce linvestimento di diversi paesi nei servizi di cura per linfanzia, ed evidenzia la distanza tra Italia e Svezia: questultima infatti spende per il childcare della prima infanzia quasi il doppio del nostro Paese.

14

Infine, per analogia con lanaloga indagine svolta sulla Svezia, sotto riportiamo una tabella OCSE da cui si evince il tasso di fertilit delle donne italiane; tasso che crollato vertiginosamente dagli anni Settanta ad oggi.

La seguente tabella Eurostat mostra che lItalia ha un tasso di fertilit delle donne pari all1,4%, mentre la Svezia tocca quasi il 2%:
Tasso fecondit Italia Svezia di 2008 1,4 1,9

Questi dati sono spiegabili in questo modo: se prima il basso tasso di occupazione femminile era legato ad alti tassi di fertilit e ora la situazione si invertita, ci dovuto al rimodellamento della figura della donna, non pi connessa in modo esclusivo con i ruoli di madre e moglie. Per bilanciare questa situazione dunque necessario lintervento di valide politiche conciliative, che consentano non solo alle donne di essere madri e lavoratrici allo stesso tempo, ma anche agli uomini di riscoprire il proprio ruolo nel lavoro di cura dei figli e della famiglia.

15