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filosofuia zen

27/09/2006 07:10 AM

Cenni sulla Filosofia Zen La scuola religiosa Zen si sviluppata in Cina e trae origine dal Buddismo chan (meditazione), dove la meditazione aveva grande importanza. Quando lo zen cinese si era gi frammentato in pi rami venne dal Giappone , per ampliare le sue conoscenze, un monaco Tendai di nome Eisai che si leg ad un maestro zen del ramo Rinzai ; tornato in Giappone, Eisai fond la setta Zen Rinzai (era il 1191 ). Un allievo di Eisai di nome Dogen andato anche lui in Cina per conoscere il Buddismo Zen, conobbe lo Zen del ramo Tsao-Tung ; tornato in Giappone fond la seconda setta Zen detta Soto ( era il 1227 ). La scuola zen ci invita a vedere chiaramente quello che in noi, il che implica che il nostro spirito raggiunga uno stato tale da essere vuotato da ci che normalmente lo occupa: spazio, tempo, affermazione e negazione, bene e male. Tuttavia si tratta di uno stato di lucidit a cui i giapponesi hanno dato il nome di satori che in lingua corrente significa comprensione. Al satori si giunge con la meditazione. La scuola zen soto raccomanda la meditazione seduti (zazen), lo spirito non deve avere preoccupazione alcuna in attesa di giungere al Risveglio, che deve prodursi da solo. Il soto trov maggior sviluppo in provincia e in ambienti popolari, rinnovato in larga misura si costituito in una scuola giapponese sui generis. La scuola zen rinzai raccomanda la riflessione su problemi apparentemente assurdi e che non consentono soluzioni logiche (Koan), si diffuse agli inizi nelle classi pi elevate, soprattutto tra i guerrieri, presso i quali godette di grande favore. I guerrieri furono attratti da una religione che affermava di non aver bisogno di libri, n di cerimonie, n di preghiere e che esigeva , daltra parte, una forte disciplina morale. Nonostante questi principi di essenzialit, i monaci zen e la loro religione coltivarono la letteratura cinese, la poesia, la filosofia, la storia, furono buoni educatori, crearono centri artistici, influenzarono la pittura, larchitettura, il teatro No, furono buoni consiglieri degli shogun Ashikaga. Ebbero il loro massimo fulgore nel XIV secolo. Il XV e XVI secolo furono anni bui per il Giappone per lotte interne e tutte le sette parteciparono con gli uni o gli altri. I monaci zen non seppero gestire il ruolo che avevano avuto. Nel XVII secolo vi f una modesta ripresa di un nuovo ramo zen obaku -, ma non ebbe mai uno spazio paragonabile al Rinzai e al Soto. Nel XVIII sub un relativo abbandono e attualmente il Buddismo Zen , come religione , nella societ giapponese occupa un posto che non paragonabile a quello dei secoli scorsi. Bisogna distinguere per tra religione Buddista nella sua variante Zen e la filosofia di vita che lo Zen riuscita a conquistare diventando un tutt'uno con la tradizione, leducazione e la cultura giapponese. Zen vuol dire semplicit, essenzialit, minimizzazione, discrezione, immediatezza, percezione rapida e istintiva, rispetto della natura e di tutti gli esseri viventi, esaltazione dei segni del tempo in un tentativo di diventare una sola cosa con il mondo che ci circonda. Lo Zen nemico dellanalisi e amico dellintuizione. Il vero seguace zen si attiene ad un vecchio proverbio taoista che dice: Coloro che sanno non parlano, coloro che parlano non sanno. Provate a chiedere ad un giapponese (zen) di spiegare un giardino di pietra, e si verr guardati con occhi vacui, privi di espressione. Lo zen una filosofia di vita , un metodo razionale per aiutarci a diventare migliori. Questa filosofia che tende alla massima semplicit talora quasi essenziale ha ispirato le arti zen orientali, quali le concezioni giapponesi di architettura , la disposizione dei giardini, la sistemazione dei fiori, la poesia haiku ( versi brevi e immediati, incisivi), le ceramiche, le cerimonie del th (celebrazione della bellezza ideale, dellarmonia delle cose, della calma interiore e della percezione dellio), il teatro NO, il tiro con larco, larte della spada. Qualit fondamentale dello zen la capacit di svelare i nostri poteri di percezione diretta. Linfluenza dello zen sul Giappone stata cos profonda da divenire lessenza della sua cultura pi raffinata. In campo militare lo zen si manifestato inizialmente come un particolare approccio allarte del maneggio della spada e al tiro con larco, pervenendo fino a un disciplinato disprezzo della morte ben maggiore di quello ispirato da ogni altra religione. Lantiaccademismo (rifiuto per le formalit), la disciplina fisica dei seguaci dello zen, che conducevano unesistenza assai vicina alla natura erano elementi che esercitavano un forte richiamo sulla casta dei guerrieri. Lo zen contribu in larga misura allo sviluppo di una durezza interiore e di una forza di carattere che erano tipici del guerriero del Giappone feudale. Nel XIII secolo durante la reggenza Hojo ( periodo Kamamura ), per pi di un secolo, lo zen divenne la religione pi influente del paese. I monaci zen , che fungevano da consiglieri degli Hojo, pretesero che laddestramento militare, in particolare larte del tiro con larco e il maneggio della spada, venissero formalizzati servendosi alluopo delle tecniche di discipline zen. Venne cos ben presto in essere un sistema di istruzione militare atto a condizionare sia psicologicamente che fisicamente i samurai alla battaglia, ed esso si rivel cos utile da diventare parte integrante e permanente dello stile marziale giapponese. Successivamente tutte le tecniche di lotta nazionali fecero proprie la preparazione spirituale e fisica della filosofia zen. Gli ideali zen hanno toccato una corda sensibile del carattere giapponese ,
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lamore per la natura, laccettazione delle avversit viste quali fonte di elevazione dello spirito e il dominio delle pi ferree forme di autodisciplina, istituendo unarmonia dove un tempo vi erano state solo note isolate.I giapponesi si sono deliberatamente serviti dello Zen e delle sue arti al fine di neutralizzare la tensione della vita moderna. Il mondo delle lotte e delle tentazioni pu turbare coloro che lo scambiano per qualcosa di rele, ma i seguaci dello zen fanno proprie le parole di Amleto : -Noi, che abbiamo spiriti liberi, non ne siamo toccati -. Tale dottrina ha dato vita a fenomeni tipicamente giapponesi, come i samurai e i piloti kamikaze, i quali secondo lespressione nipponica, vivono come se fossero gi morti. A un livello pi quotidiano, esso permette ai moderni giapponesi di essere spiritualmente soddisfatti e di godersi la serenit dello spirito in una sovraffollata ferrovia metropolitana, o di trovare lisolamento in una casa dalle pareti di carta circondata da rumorosi vicini. Certo questa calma interiore la si pu trovare anche senza ricorrere allo Zen, ma solo in una cultura zen essa poteva diventare un carattere nazionale. I guerrieri samurai indossavano armature realizzate con materiali leggeri ed erano forniti di due spade: una lunga, detta katana o dait, l'altra corta, detta wakizashi o sht. Zen e arti marziali, scuole per dirigere lo spirito. Le arti marziali non sono teatro, n sport, n spettacolo. oro segreto e che in esse non esiste n vittoria n sconfitta Kodo Sawaki, uno dei grandi maestri zen dei tempi moderni, ripeteva spesso che zen e arti marziali costituiscono un'unit. Nel budo come nello zen la prima tappa, detta shojn, pu durare dai tre ai cinque anni, anche se anticamente poteva arrivare a dieci. Durante questo periodo il discepolo cerca la propria strada e con la guida del maestro conosce e tempra il suo spirito con sempre maggiore determinazione e coscienza. Un percorso che si conclude quando il Maestro accorda al suo discepolo lo shiho, la trasmissione. Nella seconda tappa il discepolo diviene un vero assistente del Maestro, e pratica con uno spirito capace di percepire sensazioni sottili, profonde, frutto d una capacit di concentrazione senza coscienza. La terza tappa vede il discepolo accedere allo status di autentico maestro: lo spirito attinge alla vera libert, quella interiore. Elementi decisivi sia nella meditazione che nel combattimento, sono la determinazione, intesa come costanza e presenza, e la capacit di creare e concentrare una propria energia. Una presenza "totale" deve caratterizzare ogni azione, istante dopo istante. Nella pratica dello zen come in quella delle arti marziali non permesso pensare, riflettere. L'intuizione e l'azione devono scaturire nello stesso istante. Il segreto di questo tipo di movimenta la sua naturalezza, il suo nascere da inconscia capacit d sentire e pensare col corpo. E' lo stato d conoscenza pi profondo, e viene chiamato hshryo, il pensiero che non pensa. Una sorta di vigile e totale rilassatezza del corpo che garantisce una percezione allargata del contesto in cui ci si trova e dai cui nascono movimenti in cui intuizione, e azione convivono. In za-zen si deve tendere a una perfetta immobilit, concentrati solo sulla respirazione e sulla corretta postura, senza soffermarsi mentalmente su alcun pensiero, lasciando semplicemente che le immagini mentali passino come delle nuvole nel cielo. E' un'immobilit totalmente priva di tensioni, in costante equilibrio sul fluire delle proprie sensazioni. Allo stesso modo durante un combattimento lo spirito non deve lasciarsi influenzare da nessun movimento dell'avversario, da nessuna azione del suo corpo e delta sua mente. Bisogna mantenere una totale concentrazione e, allo stesso tempo, lasciare che lo spirito si muova liberamente, istante per istante. Solo l'azione che scaturisce da questo stato d'animo da forma allo spirito, incarnandone la sua sostanza profonda, che nasce dallinconscio. Anche per questo meditazione e combattimento sono considerate delle scuole per dirigere lo spirito. Taisen Deshimaru, maestro di spada e meditazione, discepolo di Kodo Savvaki e grande ambasciatore dello zen in Occidente, scriveva: "Non dovete distrarvi durante za zen n durante l'allenamento delle arti marziali. Bisogna praticarli a fondo, concentrandosi, impegnandosi totalmente. Non bisogna serbare parte di energia come riserva. Concentrasi significa esprimerla, scaricarla totalmente. Se durante un combattimenti ci si risparmia non si pu vincere. E' il segreto delle arti marziali, dello zen, e di ogni azione della nostra vita. Zen e Spirito delle Arti Marziali Lo Zen amplia il campo delle percezioni sia su valori comunemente noti come tempo, velocit e spazio sia su ci che esula dalla comune percezione che si ha del mondo che ci circonda, esseri umani compresi. Il tempo Il tempo viene dilatato e se ne pu osservare il trascorrere come se tutto avvenisse al rallentatore. La calma di cui si dispone permette al nostro essere di valutare intuitivamente con tutta tranquillit ci che meglio fare per preservare la nostra incolumit.

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La velocit Una volta imparato a non pensare, ma ad agire intuitivamente la velocit aumenter notevolmente. Una mente rilassata ed un corpo rilassato possono muoversi ad una velocit di molto superiore rispetto a coloro che uniscono al loro modo di combattere ansia e rabbia che altro non fanno che provocare delle contratture muscolari al di fuori di qualunque insegnamento atto a far divenire una tecnica efficiente. Spazio Lo spazio un elemento della massima importanza nel combattimento. Conoscere le tecniche, ma non intuire la distanza esatta che ci permette di poterle eseguire equivale a vanificare qualunque sforzo. Aumentando le proprie percezioni dello spazio che ci circonda sar possibile non commettere errori di valutazione. La persona Se ci si trova a combattere con una persona e si sar liberi da pensieri perturbanti, desiderio di vincere o paura per la propria incolumit, il nostro essere liberamente si unir con la persona che ci sta attaccando, ne sentir i ritmi e le intenzioni, percepir i momenti di vulnerabilit, le paure, le ansie ed i momenti in cui si manifester il desiderio di aggressione. Si avr la sensazione di conoscere nel pi profondo la persona che ci attacca e, come ben noto, comprendere la virt dei pi forti comunque decidano di usare la propria forza. La Via Apparir ora chiaro come la pratica delle Arti Marziali sia una Via che ben esprime tutte le componenti dello Zen. Chi combatte sa che il pensare ritarda lazione. I dubbi e le paure possono essere solo dei freni, ma anche larroganza e la presunzione si tramutano spesso in punti deboli. Ci si deve abbandonare, lasciare scorrere tutto, come in zazen. La spontaneit e lintuizione ci guideranno oltre limmaginabile. Chi ha studiato per anni non deve temere di non saper scegliere o portare bene una tecnica. Il timore solamente potr fermarlo. Durante il combattimento (ma anche durante lesecuzione di una Forma ad esempio) si deve avere un unico scopo: nessuno scopo! Solo cos il nostro essere potr esprimersi al meglio, libero da tutto ci che lo pu frenare ed ostacolare. In un combattimento, ma anche in ogni altro momento della nostra esistenza, l'importante non vincere, ma dare il meglio di s stessi lasciando fluire nel modo pi naturale questa nostra Vita. Ed uno dei modi migliori per farlo non aver paura di perderla. ZEN E KARATE Il profondo legame tra le Arti Marziali e la filosofia Zen si instaurato nel periodo feudale giapponese. Influenze filosofiche e religiose hanno da sempre permeato le Arti Marziali orientali ed occidentali. Il continuo confronto con la morte sempre stato per il guerriero stimolo ad una profonda introspezione che lo ha portato ad elaborare proprie convinzioni religiose e filosofiche. Non di rado al termine di una carriera guerresca, era possibile vedere il Samurai ritirarsi a vita monastica, quasi fosse una naturale conseguenza della propria tendenza all'introspezione. Lo zen stata la concezione filosofico-religiosa che pi si adattava alla mentalit pratica e stoica dei guerrieri i quali ne sono stati forse i pi degni rappresentanti. Alla base del pensiero Zen vi l'impermanenza di tutte le cose, il continuo mutare della realt al quale l'uomo deve armoniosamente adattarsi. Il vivere pienamente ogni istante della vita, l'immersione totale nel Qui e Ora (l'hic et nunc dei latini), porta ad una profonda libert interiore, completamente svincolata dalla suggestione del passato e del futuro, in realt poco pi che sogni. Ogni gesto della vita quotidiana, anche quello che pu sembrare il pi insignificante, assume per il pensiero Zen un'importanza estrema, come manifestazione della vita e strumento per la realizzazione del s. Lontano anni luce dalle concezioni religiose che prevedono gesti clamorosi e folgoranti illuminazioni per chi vuole innalzare la propria anima, lo Zen mostra come si possa raggiungere l'illuminazione attraverso la consapevolezza del momento presente. Concentrandosi nel " Qui ed Ora " anche l'atto di pulire un pavimento o di lucidare uno specchio divengono strumenti per "lucidare" la propria anima, eliminando tutte le ombre ed impurit create dalle paure ed illusioni, per riflettere chiaramente la realt e viverla finalmente in maniera piena e matura. Ed eccoci al contatto con il Karate. Quest'Arte Marziale, nella sua pratica autentica e completa ha ereditato la spiritualit di Arti Marziali di pi remota origine e la gestualit guerriera tipica della cultura dei Samurai. Quando si vuole esaminare il Karate come strumento di evoluzione spirituale si deve necessariamente operare la distinzione tra Karate Jitsu (tecnica) e Karate Do (Via). Il Karate inteso come Jitsu pur contenendo in s importanti implicazioni psicologiche e spirituali riflette puramente l'aspetto pragmatico, pratico dell'Arte Marziale. Le tecniche vengono allenate al fine della loro immediata efficacia pratica, e basta. Ci non toglie che la pluridimensionalit del combattimento comprenda in s elementi psicologici determinanti tanto da influenzarne sensibilmente l'esito finale. Il Karate Do, oltre a comprendere in s il Karate Jitsu ha come ulteriore e primario obiettivo il perfezionamento spirituale del praticante, collegandosi a tutte quelle Arti tradizionali giapponesi che vedono
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nel perfezionamento della gestualit tecnica e nella ripetizione del gesto un mezzo per scavare profondamente nella propria anima al fine di trovarne la pi pura essenza. Durante la pratica del Karate l'attenzione viene posta sulla ripetizione, come mezzo di interiorizzazione del gesto sino a renderlo parte del patrimonio senso motorio del praticante. La cura di ogni particolare di ogni esecuzione tecnica, deriva dalla consapevolezza che in un confronto reale il minimo errore pu significare la morte. La ritualizzazione di alcuni gesti durante le lezioni nel Dojo, quali ad esempio il saluto iniziale e finale Za-rei (nella tipica postura Zen), la cura dell'abbigliamento, l'attenzione ed il rispetto richieste durante la pratica, tutte queste manifestazioni hanno lo scopo di portare il praticante ad essere completamente immerso nella pratica attraverso la consapevolezza (altro importantissimo aspetto Zen) dei propri gesti. Il prestare attenzione alla propria gestualit e alle norme di comportamento nel Dojo, lungi dall'essere un freno alla libera manifestazione di ognuno, ha come scopo ultimo il liberare la mente del Karateka dalle influenze dell'ambiente esterno e addestrarlo ad essere presente con tutto se stesso ad ogni gesto e in ogni momento. L'indivisibilit tra mente e corpo comporta, come molte moderne teorie scientifiche confermano, che importanti trasformazioni si possono determinare nella psiche dell'individuo agendo su atteggiamenti corporei e viceversa. Se si deve compiere una cosa, esiste certo un modo che risulta essere migliore di ogni altro per compierla, e il modo migliore evidentemente il pi semplice e il pi ricco di grazia. In altre parole, attraverso l'esercizio assiduo alle maniere corrette, ciascuno deve introdurre in tutte le parti e in tutte le funzioni del proprio corpo un ordine perfetto, e raggiungere tale armonia con se stessi e con l'ambiente esterno da esprimere in modo evidente la signoria dello spirito sul corpo. Se vero che grazia ed armonia nei gesti vuol dire economia di forza, ne deriva la logica conseguenza che una pratica assidua di comportamento ispirato a grazia ed armonia determina una riserva ed un accumularsi di forza: per questo l'atteggiamento corretto vale quanto forza nella sua fase statica. Attraverso l'etichetta come autodisciplina possibile elevare il proprio animo. Anche l'attivit pi semplice pu venir compiuta con stile, andando quindi a comporre la cultura dell'anima. E' questo che insegna l'etichetta del Dojo. Nell'addestramento al Karate, acquisendo padronanza del proprio corpo, della propria gestualit, si acquisiscono un equilibrio ed una sicurezza interiori che sono misura della qualit tecnica raggiunta. Numerose paure ed insicurezze vengono affrontate durante l'addestramento tecnico. L'esecuzione corretta di un kata presuppone uno svuotameno emozionale che porti il karateka ad una completa immersione nell'azione senza scollamenti spazio-temporali tra pensiero ed azione. A questo si arriva attraverso il perfezionamento derivante dalla ripetizione. Quando il gesto acquisito, attraverso la ripetizione, la mente lavora all'unisono con il corpo senza esitazioni ed incertezze che sarebbero fatali in un combattimento reale. Lo spirito e l'energia del Karateka sono entrati in s, nel tanden (centro dell'energia), indirizzati potentemente nell'azione senza che i movimenti degli arti e del corpo permettano distrazioni e tutto avviene in un armonico susseguirsi di azione e rialssamento. Nel combattimento il confronto con l'altro , come abbiamo sottolineato precedentemente, un confronto con s stessi, con la prorpia abilit ma prima ancora con la propria energia. Si affrontano le proprie paure ed incertezze, che irrigidiscono lo spirito creando divario tra l'azione del corpo e determinazione della mente. Affrontata la propria limitazione si scoprono nuovi orizzonti precedentemente nascosti dalla nebbia dell'insicurezza e della paura. " Sotto la spada levata alta c' l'inferno che ti fa tremare. Ma vai avanti e troverai la terra della beatitudine." Con questi versi il grande guerriero Miyamoto Musashi ha espresso questo importante percorso interiore che ogni guerriero deve ad ogni costo affrontare per essere degno di tale nome. Nella cerimonia del T (Cha no Ju o Cha Do), molto diffusa tra i Samurai ed eseguita prima di avventurarsi in battaglia, si ricerca attraverso la ripetizione ed il perfezionameno degli stessi gesti una perfetta interiorizzazione e ritmo. La mente, svuotata dai condizionamenti esterni, centrata nel s, nel momento irripetibile che si sta vivendo e che non torner mai pi, ed ogni oggetto utilizzato, ogni gesto, diviene una manifestazione dell'unione tra il S e l'Universo. Prima di entrare tra le calme pareti della stanza del T, i Samurai depositavano, cosa assai speciale e rara, le loro inseparabili spade all'ingresso. Coloro che si erano riuniti per la cerimonia abbandonavano cos assieme alle loro spade anche la ferocia del campo di battaglia. Lo Zen e cos il Karate pongono il praticante inesorabilmente di fronte ai propri limiti e alle proprie paure. Se la pratica corretta, l'addestramento tecnico si congiunge spontaneamente ad una trasformazione interiore. La violenza intrinseca alla tecnica marziale, esercitata al fine di annientare l'avversario, sublimata dal profondo rispetto e dal sentimento di umilt che presiedono alla pratica del Dojo. La concezione giapponese dell'ideale guerriero vede nel Samurai un fiero combattente, ma nel contempo un uomo di grande sensibilit affinata dal continuo confronto con la morte. Non per niente il giovane Samurai era educato ad una grande cultura letteraria e religiosa affinch oltre a divenire un valente uomo d'armi, non dimenticasse mai di dover essere un uomo completo. I principi del Bushido (Codice cavalleresco non scritto) dei Samurai si devono ancora oggi rispecchiare nella pratica e nella
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vita dell'autentico praticante delle Arti Marziali. Chi pratica le arti Marziali deve rendersi conto che l'incontro con l'avversario un incontro con s stessi. Le paure, le incertezze, le debolezze sono le proprie e non vanno proiettate sull'avversario. Aggressivit ed arroganza vanno riconosciute per quello che sono. Colui che ha raggiunto un certo livello nelle Arti Marziali sente dentro di s la legge ferrea della propria volont che gli detta di non utilizzare le proprie abilit marziali se non in caso di assoluta necessit. Questo concetto ben espresso dal grande Maestro Sokon Matsumura uno dei primi grandi Maestri di Okinawa-te. Egli nelle istruzioni lasciate ad un allievo scrive tra l'altro:
" Le tre specie nella via dell'arte marziale sono : l'arte marziale dell'intellettuale, l'arte marziale del pretenzioso e l'arte marziale del Budo. Nell'arte marziale dell'intellettuale, si pensa ai vari modi di allenamento e li si cambia spesso senza approfondire. Si conoscono numerose tecniche, ma la pratica come una danza e si incapaci di applicarle in combattimento. Non si migliori di una donna." ( non si offendano le signore, si deve pensare alla posizione sociale che a quel tempo avevano le donne). "Nell'arte marziale del pretenzioso, ci si agita molto senza allenarsi realmente, tuttavia si parla spesso delle proprie imprese "gloriose". Si provocano delle zuffe e si offendono gli altri. Secondo le circostanze si rischia di distruggersi o di disonorare la propria famiglia." (Chi riconoscete in questa figura?) "Nell'arte marziale del Budo, le cose vanno a buon fine con un'elaborazione permanente, si resta calmi anche quando gli altri sono agitati e si vince dominando il proprio spirito e quello del proprio avversario. maturando la propria arte, si arriva a manifestare le proprie capacit superiori e sottili, a restare senza turbamento in ogni situazione, a non essere al di fuori di s. E se si tratta di lealt e di fedelt verso il proprio signore e i propri genitori, si diventa una tigre feroce, un'aquila piena di dignit; avendo la rapidit di visione di un uccello, si pu vincere qualunque nemico. L'obiettivo dell'arte marziale consiste nel dominare la violenza, nel rendere inutili i soldati, nel proteggere il popolo, nello sviluppare le qualit della persona, nell'assicurare al popolo la tranquillit, nel creare un armonia tra i gruppi e poi nell'accrescere i beni della societ. Sono le sette virt dell'arte marziale di cui il sacro Maestro (Confucio) fa l'elogio. Sicch il principio unico per lo studio e per l'arte marziale. Inutili sono le arti marziali dell'intellettuale e del pretenzioso. Io desidero che lei prosegua nel senso dell'arte marziale del Budo e che sia capace di reagire opportunamente secondo le mutevoli situazioni, dominandole. Ho scritto quanto sopra senza alcuna reticenza, poich con questo spirito che deve continuare ad approfondire il suo allenamento."

Sokon Matsumura ZEN e MORTE L'aspetto dello Zen che forse ha influenzato maggiormente la cultura guerriera stato il suo approccio con l'idea della morte. Le esigenze del combattimento chiedono molto alle capacit del guerriero. Queste richieste possono funzionare da occasioni di apprendimento molto stimolanti per la scoperta e il confronto di s stessi, e possono essere usate per ulteriori prove spirituali. Forse la pi importante di queste situazioni il confronto con la morte. Tutti noi ci troviamo di fronte alla morte in ogni perdita o cambiamento nella nostra vita, ma tali confronti possono essere facilmente elusi da noi, che abbiamo a che fare magari con un cambiamento specifico senza affrontare il principio del cambiamento in s che implica la nostra morte personale. Noi tutti un giorno saremo di fronte alla nostra propria morte, nel modo pi diretto e potente, ma questo sar un evento per lo pi improvviso, irrevocabile e inopportuno, di scarsa utilit (dal punto di vista di questa vita) in un programma di apprendimento. Ogni sistema spirituale ha un suo modo di confrontarsi con la morte; le pratiche basilari preparatorie del Buddismo, prevedono il rammentarsi che la propria vita breve e di durata incerta, che si pu morire domani. In Occidente la morte uno dei grandi tab; la continua violenza nei film e in televisione nega la realt della morte con la costante ripetizione di scene di morte stereotipate, e i mezzi di comunicazione paralizzano la nostra fantasia con racconti di morte su vasta scala e in circostanze orribili. Paradossalmente, questo intorpidimento nella valutazione della morte, intorpidisce anche la vivida valutazione della vita. Quelli che si dedicano a sport e attivit pericolose spesso affermano di recuperare una coscienza acuta, nuova, della vita e delle sue bellezze, come risultato della loro lotta con la morte. Nella Arti Marziali, naturalmente, la morte una presenza costante. L'intera attivit gira intorno ad essa. Attacco, difesa e contrattacco dovrebbero essere eseguiti tutti come se si trattasse veramente di una questione di vita o di morte. Insieme all'abilit cresce l'impeto delle azioni. Il confronto con la morte forse, il pi importante elemento della spiritualit. Innanzitutto la morte mette allo scoperto l'Io. La parte di noi che afferra e tiene, che tenta di cristallizzare il flusso della vita e di incasellarlo in entit separate presa dal panico totale di fronte alla morte. La paura la base di questo tenere e contrarre, e la morte porta alla luce questa paura. Di fatto la paura che proviamo al pensiero della morte non creata dalla situazione, ma solo portata allo scoperto; se ne stava nascosta per tutta la nostra vita, sotto tutte le rigidit, le meschinit e le piccole nevrosi ( come pure le grandi nevrosi che ci fanno pensare di essere fondamentalmente separati dal nostro ambiente e dall'altra gente). Quella paura, che il fondamento che tiene in piedi l'intera rigida struttura, si rivela in presenza della morte, ed possibile allora guardarla in faccia ed affrontarla. La paura della morte l'ostacolo pi grande per chi pratica le Arti Marziali. Questa paura ha un carattere di rigidezza o di paralisi o di perdita di controllo; si pu essere gelati dal terrore, o si pu venire presi dal panico e reagire
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ciecamente e irrazionalmente. Una qualunque di queste reazioni, che si insinui nel combattimento al momento cruciale, significher morte, anche per il lottatore tecnicamente pi preparato. Ma la libert da questa paura che immobilizza, concede grandi poteri. Esiste una storia che parla di un Maestro della cerimonia giapponese del T, della provincia di Tasa, un uomo privo di abilit marziali ma di grande ricchezza spirituale e meditativa. Egli senza volere fece offesa ad un Samurai di alto rango, e fu sfidato a duello. And dal locale Maestro Zen per trovare consiglio. Il Maestro Zen gli disse francamente che aveva poche probabilit di sopravvivere all'incontro, ma che poteva assicurarsi una morte onorevole affrontando il combattimento come se fosse stato il rito formale della cerimonia del T. Doveva raccogliere la propria mente, senza degnare di attenzione le chiacchiere insignificanti sui pensieri di vita e di morte. Doveva afferrare la spada diritto davanti a s, come avrebbe fatto col cucchiaio della cerimonia del T; e con la stessa precisione e concentrazione mentale con cui avrebbe versato l'acqua bollente sul T, doveva avanzare, senza pensare alle conseguenze, e abbattere il suo avversario in un solo colpo. Il Maestro del T si prepar secondo le istruzioni, liberandosi da ogni paura di morte. Quando la mattina del duello giunse, il Samurai, trovandosi di fronte l'assoluta calma e mancanza di paura dell'avversario, fu cos colpito che abbandon il combattimento. Nella tradizione Buddista le pratiche preparatorie all'idea della morte sono viste come fortemente motivanti lungo il cammino; per questo sono essenziali. La coscienza della realt e dell'inevitabilit della propria morte personale pu essere un incredibile erogatore di energia, offrendo livelli insospettati di motivazioni per cambiamenti radicali. Don Juan, il Maestro indio Yaqui dei libri di Castaneda, stabilisce lo stesso punto fermo con grande chiarezza e potenza. Don Juan stava cercando di dire a Castaneda che ricordarsi della propria morte della pi grande importanza per una giusta condotta di vita, quando Castaneda protest che insensato preoccuparsi della propria morte. Don Juan rispose: " Non ho detto che devi preoccuparti." " Cosa dovrei fare allora?" " Usala. Metti a fuoco la tua attenzione sul legame tra te e la morte, senza rimorsi o tristezze o inquietudine. Metti a fuoco la tua attenzione sul fatto che non hai tempo e lascia che le tue azioni fluiscano di conseguenza. Fai che ognuna delle tue azioni sia la tua ultima battaglia sulla terra. Solo a queste condizioni le tue azioni avranno il loro potere legittimo. Altrimenti, per quanto tu possa vivere, saranno le azioni di un uomo timido." " E' tanto terribile essere un uomo timido?" " No. Non lo se sei immortale, ma se devi morire, non c' tempo per la timidezza, semplicemente purch la timidezza ti fa attaccare a qualcosa che esiste solo nei tuoi pensieri. Ti sostiene finch c' bonaccia, ma poi il mondo terribile e misterioso aprir la bocca per te, come l'aprir per ciascuno di noi, e allora tu ti renderai conto che i tuoi modi sicuri non erano sicuri per niente. Essere timidi ci impedisce di esaminare e di approfittare del nostro destino di uomini." La consapevolezza che si deve morire, e che quindi si ha un tempo limitato, pu tagliar via un'enorme quantit di meschinit e di autoindulgenza dalla propria vita. tutti quei pensieri che la gente ha in punto di morte, rimpianti per il tempo sprecato e le opportunit perdute, per i rischi non corsi e i cedimenti all'inerzia, tutti quei pensieri del genere: " se potessi rifarlo", tutto questo pu essere portato al presente, prima che le opportunit siano passate, finch le porte sono ancora aperte, e una persona possa essere galvanizzata e spinta a cominciare ad assumersi consapevolmente delle responsabilit per vivere una vita piena. La morte un grande modificatore, l'unico che assicura che le cose non rimarranno statiche, stagnanti, fisse. Nell'evoluzione della vita sulla terra, la riproduzione sessuale fa la sua comparsa contemporaneamente alla morte. La continua immodificabile autoriproduzione (come nell'ameba, che si divide per produrre copie identiche di se stessa) una morte vivente; la freschezza e la novit di ogni individuo - unico - nato, che muore per far posto ad un altro essere unico, mutano eternamente la vita mediante la morte. Come disse Cristo, colui che cerca di salvare la propria vita la perder. La persona che si aggrappa alla forma, al pensiero, al sentimento passati, perde la sempre nuova, primaverile qualit della libera corrente della vita. Massima zen In un sutra, Buddha raccont una parabola: Un uomo che camminava per un campo si imbatt in una tigre. Si mise a correre, tallonato dalla tigre. Giunto a un precipizio, si afferr alla radice di una vite selvatica e si lasci penzolare oltre lorlo. La tigre lo fiutava dallalto. Tremando, luomo guard gi, dove, in fondo allabisso, unaltra tigre lo aspettava per divorarlo. Soltanto la vite lo reggeva. Due topi, uno bianco e uno nero, cominciarono a rosicchiare pian piano la vite. Luomo scorse accanto a s una bellissima fragola. Afferrandosi alla vite con una mano sola, con laltra spicc la fragola. Comera dolce! ZEN e KARATE TRADIZIONALE Per parlare di karat tradizionale occorre prima una importante premessa. Nello sport c il TEMPO, nelle Arti Marziali c l ISTANTE (Maestro zen Deshimaru in Zen e Arti Marziali). Listante determina la vita e la
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morte, il tempo permette di recuperare e ripetere le azioni. E da questo chiaro principio che occorre partire per ragionare sulle Arti Marziali. E opinione diffusa che le Arti Marziali sono discipline psico-fisiche che portano allautocontrollo attraverso lautomiglioramento fisico e mentale e come tali vengono proposte al pubblico. Per le Arti Marziali non sono nate a questo scopo bens per essere utilizzate per difendersi da pi avversari e da avversari armati. Solamente in un secondo tempo, osservando la maturazione ed i cambiamenti che avvenivano negli esperti di Arti Marziali, sottoposti quotidianamente ad allenamenti durissimi ed ogni giorno pronti a mettere in gioco la vita, propria ed altrui, i Maestri hanno pensato di proporre i METODI con mezzi per lo sviluppo della persona umana. Cos stato il termine JITSU o JUTSU o JITZU, che veniva collegato alle varie discipline (JU, AIKI, KEN, KARATE ecc), stato sostituito dal termine DO ad indicare una VIA attraverso la quale conoscere se stessi per migliorare costantemente e non un semplice mezzo per lauto difesa. In tempi pi recenti sono stati codificati regolamenti per le competizioni e molti principi delle Arti Marziali sono stati snaturati e molte pratiche non hanno pi nulla a che vedere con le Arti Marziali, di conseguenza gli aspetti psicofisici che ne erano propri sono del tutto assenti. Il karate tradizionale, che rigorosamente basato sul concetto di tecnica definitiva ovvero una singola tecnica, con luso del corpo, e senza uso di armi od attrezzi, deve essere in grado di distruggere la capacit offensiva dellavversario. Le azioni tecniche del karate tradizionale vengono rigorosamente generate dal completo contatto della pianta del piede col suolo. Attraverso luso di una forte e rapida azione delle anche si produce lenergia di base necessaria (external power) per creare il colpo definitivo o finishing blow. Lenergia cos prodotta viene liberata grazie ad una serie di movimenti coordinati e connessi (tecnica) che creano la forza dimpatto necessaria e richiesta. Lenergia per esempio di una tecnica di pugno, in sostanza viene rilasciata, in primo luogo partendo dalla pianta del piede, completamente appoggiata a terra, poi incrementata dalluso delle anche, poi dallazione delle braccia, gomiti, polsi e pugno, nel momento in cui raggiunge il bersaglio. Per raggiungere gli obiettivi sopraindicati il praticante stimolato a seguire un metodo di allenamento che molto vicino a quello originale delle Arti Marziali. Nulla lasciato al caso: dal saluto iniziale al saluto finale tutto finalizzato al principio ZEN dell ISTANTE che determina la vita e la morte. Anche se nellera moderna il pericolo vitale non pi una costante, il Maestro giusto e la pratica giusta possono fare vivere i principi delle Arti Marziali e, in ultima analisi, dello ZEN. Zen: la parabola dell'acqua e della luna Una delle pi popolari parabole che appaiono frequentemente nello Zen e nelle tradizionali Arti Marziali giapponesi, la lezione sull'acqua e la luna. Nello Zen esiste un Koan cio un insegnamento chiamato "Due lune". Un giovane aspirante sacerdote fece delle domande al suo maestro a proposito dell'essenza dello Zen e questi gli indic l'acqua domandandogli, a sua volta, quale fosse la luna "reale". Quella riflessa nell'acqua o quella che appare di notte nel cielo? Essenzialmente, entrambe le lune sono riflessi dell'attivit delle nostre menti che percepiscono costantemente "due" realt: il mondo come si presenta attorno a noi e il mondo che creiamo nelle nostre menti. Grandi spadaccini dei passato spesso si riferivano a questo insegnamento. Nelle Arti Marziali, di solito, impariamo e ci concentriamo su ci che sembra essere la luna (quella riflessa sull'acqua) ed in quella che in alto nel cielo. Come facciamo a sapere qual quella reale se non possiamo toccarla? Nello Zen la mente di un individuo deve essere vuota per vedere tutto quello che c' attorno a noi. Nelle Arti Marziali questo significa vedere l'avversario e l'attacco, quello vero, non quello che percepiamo, poich in questo caso dove si pu perdere la concentrazione e la percezione. Yagyu Renyasai, uno dei pi grandi spadaccini dei Giappone feudale, fu un maestro, creando la scuola di spada 'Tagyu Shinkage Ryu". Yagyu fu il fondatore di questa scuola e l'istruttore personale dei primo Shogun, Tokugawa leyasu. Renyasai divenne l'erede di Owari, un ramo dello Shinkage Ryu. Non si spos mai e consacr tutta la sua vita alle Arti Marziali. Fu anche un esperto nella "cerimonia dei T" ed un poeta. Ci sono molte storie e leggende su di lui e sulla sua reputazione, che spesso vengono anche riprese nei film dei Samurai. Ygyu Renyasai era fortemente concentrato sullo studio della costruzione della spada perfetta per il combattimento. Peregrin per fabbri ferrai e forgiatori di spade, portando loro i suoi disegni. Una delle sue spade pi famose quella che attualmente conosciuta come Yagyu koshirae, oltre alla famosa Yagyu, che la sua tsuba. Solo poche spade furono fabbricate interamente da lui; la maggior parte le regal ai suoi pi affezionati allievi. Sono estremamente rare al giorno d'oggi. I collezionisti di spade giapponesi ne cercano disperatamente alcuni esemplari, pagando dei prezzi elevatissimi. E raro il fatto che uno spadaccino potesse disegnare e creare le sue tsuba, ma di tali creazioni se ne conservano molti esempi. Altro personaggio famoso in questo campo fu Miyamoto Musashi, che ne cre diverse per suo uso personale, assieme a Togo Jui, il fondatore di un altra famosa scuola di spada: la Jingen Ryu. Le guardie di Ygyu sono poco usuali ed ogni una di esse esprime un insegnamento segreto della sua scuola. Renyasai rimase particolarmente colpito dalle illustrazioni della parabola dell'acqua e della luna, tanto da prenderne spunto per il disegno delle guardie delle sue spade. Tra le onde si pu intravedere il tenue disegno dello scorcio di luna crescente specchiata
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sull'acqua. Si crede che in questo modo egli abbia tentato di trasmettere un certo tipo di insegnamento ai suoi allievi, per quanto riguarda il pi puro stile della scuola di spada di Yagyu. Vi offriamo inoltre un altro esempio: Maru Nami, cio il "L'infrangersi delle onde" (fotografia nO 2, in questo caso la luna non compare). Sebbene queste guardie non siano troppo sofisticate, come lo sono invece altre lavorate in oro e con eleganti ornamenti artigianali, hanno dei disegni molto belli e curati ed grazie a questo che una persona pu immaginare lo spirito e l'energia di Ygyu Renyasai. In una famosa leggenda si narra che Renyasai non trovando una guardia sufficientemente resistente per essere degna di lui in battaglia, decise di fabbricarla lui stesso. Dopo averle forgiate, le metteva in una macina e le frantumava con un martello e finiva per utilizzare solo quelle che risultavano abbastanza resistenti da superare questa prova. E se gli si faceva notare che le guardie delle sue spade erano troppo sottili e fragili, lui replicava: "Ho raggiunto una fase nel mio allenamento di spada in cui non ho bisogno di confidare nella guardia della spada per proteggermi". Forse, con quanto appena detto, potrete arrivare a capire ci che Yagyu Renyasai stava tentando d'insegnare ai suoi allievi gi pi di 350 anni fa. Esci

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