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Nazione

Enciclopedia del Novecento II Supplemento (1998)


di Giuseppe Galasso

Sommario: 1. Stato e nazione. 2. Le realt nazionali nel mondo extraeuropeo: a) le Americhe e gli ex dominions britannici; b) larea asiatica; c) lAfrica subsahariana; d) il mondo islamico. 3. Genesi ed evoluzione dellidea nazionale. 4. I principali sviluppi contemporanei del modulo nazionale in Europa: a) Germania, ex Unione Sovietica e paesi dellEst; b) il problema dellunit nazionale nellEuropa occidentale; c) il caso italiano. 5. Prospettive. Bibliografia. 1. Stato e nazione Lultimo quarto del XX secolo ha confermato un dato, che, tra gli altri, era gi emerso nella vicenda della nazione sia come problema storiografico e teorico, sia come realt ed esperienza della vita politica e civile allindomani della seconda guerra mondiale. Anche, se pur non esclusivamente, a causa dellesito della guerra, lo Stato nazionale e il concetto stesso di nazione apparivano messi in questione proprio nella met occidentale dellEuropa, ossia nella parte del mondo in cui erano nati e avevano conosciuto le prime e maggiori affermazioni. Qui essi erano stati consacrati a lungo in pratica, in tutto il secolo e mezzo precedente quale forma eminente e culminante nello sviluppo dei grandi paesi moderni, dei cui popoli apparivano segnare la maturit etico-politica e, in generale, civile. Nel dopoguerra, la nuova situazione e i nuovi equilibri geopolitici a livello planetario mostrarono subito che il primato mondiale dei paesi europei, avviatosi nel XVI secolo e giunto al suo apogeo agli inizi del XX secolo, era cessato sia dal punto di vista dell economia, sia (anzi, ancor pi) nella scala della potenza politica e militare. Quel che ancora ne sussisteva and rapidamente sfaldandosi nel ventennio postbellico, con la dissoluzione in parte pacifica, pi spesso violenta dei grandi imperi coloniali dInghilterra, Francia, Olanda, Belgio, Italia (pi tardi anche Portogallo), con il primato economico e politico-militare sempre pi evidente degli Stati Uniti dAmerica, con legemonia acquisita in tutta lEuropa orientale dallUnione Sovietica, con lassurgere di questultima a unico paese europeo in grado di porsi in antagonismo con gli Stati Uniti e in alternativa e in competizione con essi nel nuovo equilibrio bipolare da cui era caratterizzato il mondo postbellico, ma sulla base di princip e interessi del tutto divergenti, se non opposti, rispetto alle dottrine e alle tradizioni dello Stato nazionale europeo. Leclisse del primato mondiale, facendo seguito ai problemi connessi alla genesi della guerra e ai suoi esiti, rafforz una serie di opinioni negative sul fondamento nazionale della vita morale e civile dei paesi europei. Unalternativa venne cercata, nella maggior parte dei paesi dellEuropa occidentale, con lavvio di un processo, via via pi consistente e pi deciso, di integrazione economica, e poi anche politica, in vista di ununione europea variamente atteggiata nelle sue prospettive. E, tuttavia, da un lato, la struttura nazionale dello Stato e il connesso pensiero politico apparivano sempre meno in grado di riprendere vigore e aprirsi a nuovi orizzonti e davano, anzi, luogo a fenomeni di indebolimento sempre pi vistosi; dallaltro lato, rivelavano una grande forza

di inerzia e di pi o meno passiva resistenza nel loro perdurare quale forma insurrogabile della geografia e della coscienza politica europea. Nello stesso tempo, inoltre, fuori dell Europa sia i popoli e i paesi sottrattisi in tempi e in modi diversi al dominio coloniale europeo, sia quelli che a tale dominio non erano soggiaciuti si venivano, a loro volta, via via definendo come altre e nuove nazioni, rivendicando unidentit che nella massima parte dei casi poteva essere saldamente ancorata solo a idee e atteggiamenti propri dellesperienza della nazione in Europa. Le eccezioni che si potevano notare (come qualche paese islamico, ma soprattutto la Cina comunista) non erano tali in tutto e per tutto. Donde il paradosso di un valore la nazione che appariva in crisi l dove era nato e si manteneva pi consolidato e vigoreggiava, invece, altrove come grande o, comunque, pressoch inevitabile prospettiva e dimensione politico-civile di vecchi e nuovi paesi, di Stati di recente o meno recente indipendenza. Nella variet delle sue indicazioni questa vicenda incrociata di crisi, persistenza e fortuna del modulo nazionale sembra fornire un elemento orientativo di non piccolo significato, che potrebbe essere, sia pure un po semplicisticamente, cos riassunto: non sono (o non sarebbero) tanto le nazioni a dar luogo allo Stato nazionale quanto gli Stati a forgiare, se non a inventare, le nazioni. Cos, nella met occidentale del continente europeo, la crisi dello Stato nazionale sembra provocare o consentire o irrobustire volont o velleit secessionistiche o di profonda trasformazione della struttura statale in senso federale o confederale o, per lo meno, accentuatamente autonomistico (in Italia per la cosiddetta Padania, in Inghilterra per Scozia e Galles, in Francia se non altro per la Corsica, in Spagna per la Catalogna e i Paesi Baschi, in Belgio per valloni e fiamminghi, in Iugoslavia per la scomposizione drammatica in serbi-croati-sloveni-bosniaci-macedoni, in Cecoslovacchia per la separazione della Slovacchia). Nellinsieme, in questa parte dEuropa il perdurare di fatto del quadro nazionale nella fisionomia assunta in ultimo tra XIX e XX secolo sembra, perci, costituire la pi forte ragione di persistenza di unit nazionali entro cornici statali non pi sentite nella loro precedente, se non originaria, pregnanza (in Italia, ad esempio). Fuori dEuropa gli Stati nuovi sorti nelle ex colonie europee si trovano per lo pi a coprire, a loro volta, spazi geopolitici, il cui unico fondamento storico costituito dai confini assunti da questi spazi quando furono ridotti alla condizione coloniale. A suo tempo ci aveva prodotto i fenomeni pi vari di aggregazione giurisdizionale e amministrativa, unendo o dividendo territori ed etnie (tribali e non tribali) secondo linee di confine tracciate unicamente dalle diplomazie, dalla forza militare e dalle convenienze dei paesi conquistatori. In linea generale i confini coloniali non hanno subito alterazioni col passaggio o il ritorno allindipendenza delle popolazioni interessate. Si visto allora che gli Stati nati dalla colonizzazione e dalla successiva decolonizzazione tendevano immediatamente a porsi non gi come la risultante di fatto del processo test accennato, bens come lespressione di corrispondenti e specifiche realt etico-politiche e culturali, ossia come altrettanti Stati nazionali di nazioni prive di qualsiasi consistente base storica che non fosse quella della loro aggregazione nellambito di una colonia europea e per il periodo di durata della dominazione europea: nazioni immaginarie, come qualcuno le ha definite. In questi casi, numerosi e spesso rilevanti, la paternit della pretesa o asserita o anche, magari, in qualche modo effettiva realt nazionale nata dal passato coloniale e dalla decolonizzazione comprensibilmente apparsa evidente, indisconoscibile. Davvero, dunque, la filiazione Stato-nazione pu essere considerata un elemento comprovato, in Europa e fuori dEuropa, dalle vicende del XX secolo al suo termine?

Il dubbio pi che lecito. E, innanzitutto, in Europa, fucina originaria come si detto della nazione quale valore e quale realt storica, tanto che la teoria della Staat-Nation, che a suo tempo vi fu affacciata, dovette contestualmente ricevere il complemento, sentito indispensabile, della teorizzazione parallela circa la Kultur-Nation. Lesperienza europea era, infatti, che la nazione aveva ovunque rappresentato la fase terminale di processi storici di lunga, addirittura millenaria durata. In qualche modo le grandi nazioni dellEuropa moderna potevano leggere i loro incunaboli gi nella carta dEuropa intorno al Mille, se non addirittura in quella dei regni romano-germanici del VI e VII secolo. In alcuni casi (Francia, Inghilterra, Spagna, Portogallo, Olanda) la formazione dello Stato o di un embrione di Stato nazionale era stata sinergica e parallela rispetto al processo di formazione dellidentit genetica e strutturale dalla quale era definita la personalit (morale, culturale) della nazione. In altri casi (Italia, Germania) la formazione di uno Stato nazionale unitario era sopravvenuta molti secoli dopo lo sbocciare e il fiorire della personalit nazionale dal punto di vista morale e/o culturale. Anche, dunque, in questi casi in nessun modo si poteva dire che la nazione fosse una invenzione politica, un caso fortuito, una costruzione puramente artificiosa e imposta, un prodotto dello Stato, una struttura soltanto e soprattutto politico-istituzionale nata dallazione statale e, quindi, dei gruppi sociali e di potere che avevano realizzato, governato e dominato lo Stato artefice della nazione. Per questa ragione alcuni sono ricorsi alla distinzione fra nazionalit e nazione, indicando, col primo termine, gli elementi della personalit nazionale preesistenti e, col secondo, la realt che la nazione viene a costituire allorch diventa protagonista consapevole e soggetto dello Stato nazionale. La stessa distinzione altri hanno pi o meno fatto valere con l uso di una terminologia diversa, ma equivalente. Il vantaggio che essa presenta evidente. Di italiani e spagnoli, inglesi e francesi, tedeschi e portoghesi si parlava da secoli in Europa, e con dovizia crescente di determinazioni dai secoli XIV-XV in poi, ben prima, cio, che i rispettivi Stati nazionali assumessero la fisionomia a suo tempo consolidatasi; e se ne parlava sapendo bene di che cosa si volesse parlare e di quali distinzioni si trattasse nella variet di quei termini, prima che la nazione sentita si convertisse nella nazione voluta, come stato detto ancora con altre espressioni. Il momento del passaggio dal sentire al volere stato abbastanza concordemente indicato dalla storiografia europea nella congiuntura rivoluzionaria alla fine del XVIII secolo, quando il popolo sovrano si contrappose, come nazione appunto, alle monarchie e agli Stati in cui fino ad allora si era sentito pi o meno convenientemente inquadrato. Di qui si fatto osservare un legame intimo tra lidea di nazione e quelle di libert e di democrazia, oltre che una precocit e un primato della Francia in continuazione della sua precocit e del suo primato per il rapporto da essa realizzato tra nazionalit e Stato moderno. Lesperienza successiva, tuttavia, avrebbe dimostrato che il nesso nazione-libert-democrazia non era lunico e non era definitivo. I movimenti nazionali si svilupparono nellEuropa della prima met del XIX secolo sia per la sollecitazione rivoluzionaria francese, sia in opposizione ad essa. All idea di nazione, in particolare, fu data in epoca romantica, insieme con la pi completa definizione, una fisionomia che la poneva al di fuori e al di sopra del contesto illuministico e rivoluzionario del secolo precedente. Leguaglianza fondamentale della natura umana fu negata a favore della specificit non solo storica, ma essenziale, costitutiva, inconfondibile di ciascuna nazione rispetto a tutte le altre. Allidea della nazione in quanto popolo sovrano subentr quella della nazione in quanto entit di stirpe e di valori, che poteva riconoscere la legittimit e lidentit di qualsiasi altra

nazione, ma non poteva dissolversi con esse nella generalit dei tratti propri e comuni a tutta lumanit. Di qui anche il passaggio per cui si faceva precedere e prevalere la dimensione della nazione come stirpe rispetto a quella della nazione come insieme di valori, connettendo i valori e la stirpe in un rapporto, il cui ultimo sviluppo risolveva gli uni e laltra nella petizione della razza intesa come organismo schiettamente e prioritariamente biologico. Di qui, inoltre, la rivendicazione di primati e missioni nazionali, la trasformazione dellidea nazionale (secondo la terminologia italiana) in nazionalismo e lapprodo a unaperta professione di imperialismo. Lo Stato rappresentava, in questa cangiante prospettiva, uno strumento dellaffermazione nazionale, che, tuttavia, poteva assumere, e assunse nel fatto e nellidea fin troppo spesso, il carattere di un fine tanto autoreferenziato e autogiustificato da costituire esso, in effetti, il soggetto e il sovrano della realt nazionale. 2. Le realt nazionali nel mondo extraeuropeo Quando si parla della filiazione Stato-nazione bisogna, quindi, aver chiari i complessi sviluppi attraverso i quali ciascuno degli Stati nazionali si via via presentato alla ribalta della storia europea. E gi, ad esempio, quanto si detto mal si attaglierebbe allesperienza dello Stato inglese, nel quale il nesso tra nazione e libert si determinato in tempi e in forme diverse da quelli delle esperienze continentali. A sua volta, quella specie di costola separatasi dalla nazione inglese che in origine furono gli Stati Uniti si organizz su basi che in parte sommavano e in parte mediavano lesperienza britannica e quella continentale. Vario, insomma, per il suo atteggiarsi gi nell area nucleare originaria dellEuropa occidentale e per il suo riflettersi e propagarsi nella restante Europa, il rapporto fra Stato e nazione stato ancor pi vario nella sua ulteriore proiezione a livello planetario. La forte sperequazione tra storia dellEuropa e storia del mondo extraeuropeo si esprime, per questa via, non meno se non pi che per tante altre, cos come la diversit tra la storia dellEuropa occidentale e quella dellEuropa orientale o tra storia inglese e storia continentale. Ma la priorit non solo ideale della nazione rispetto allo Stato sembra uscirne confermata appieno, nel caso europeo, senza disdire in nulla lopposta esperienza del ruolo dello Stato nel mondo gi coloniale dellultima parte del XX secolo. a) Le Americhe e gli ex dominions britannici

NellAmerica latina la ripartizione nazionale ebbe luogo in Brasile sulla doppia base di fatto del dominio portoghese e della conforme tradizione linguistico-culturale. Per lamplissimo spazio ispano-americano tale doppia base non valse a evitare una frantumazione, che tuttavia appare fortemente stabile nella fisionomia assunta al pi tardi agli inizi del XX secolo. Il principium individuationis delle nazioni ispano-americane risale anchesso alla formazione di saldi poteri statali in ambiti delineatisi pi nellesperienza delle comuni vicende e del reciproco confronto che in base a elementi di pi antica sedimentazione o a specificit del tutto particolari. Le nazioni vi appaiono figlie, in qualche modo, dellindipendenza conquistata rispetto alla Spagna o rispetto alluna o allaltra di esse nel corso del XIX secolo, e legate al modello insurrezionale nordamericano nei confronti dellInghilterra, soprattutto per lidea dellindipendenza da rivendicare, e al modello nazionale europeo rivoluzionario e romantico dello stesso XIX secolo, per la loro

ispirazione e organizzazione quali Stati indipendenti. I nessi tra la nuova personalit nazionale cos acquisita e la storia precolombiana degli stessi paesi appaiono pi che discutibili, e se ne pone, comunque, il problema solo nel caso del Messico e di alcuni paesi andini e centro-americani, poich in tutto il resto dello spazio latino-americano quel che fino a Colombo si profila una realt di assai minore tradizione. Problematici sono anche i nessi tra la ripartizione nazionale attuale e le delimitazioni istituzionali e amministrative introdotte dalla conquista e dal lungo dominio spagnolo. La vitalit delle fisionomie nazionali che alla fine vi si sono affermate sembra, comunque, fuori discussione e un diverso assetto della carta dellAmerica Latina appare al chiudersi del XX secolo pi che mai improbabile. Si tratta di una vitalit consolidata, inoltre, non solo da una durata ormai rispettabile, bens anche, fra le esperienze a cui essa ha dato luogo, da quella particolare della grande immigrazione affluitavi fin oltre la met del XX secolo. N la rilevanza dei problemi costituiti da percentuali spesso altissime di popolazione di origine africana, n il ritorno alle radici caratteristico della terza o quarta generazione della pi recente immigrazione europea, n i problemi posti a suo tempo dai rapporti fra creoli e altri gruppi bianchi, n i vari e disparati richiami al pi o meno rilevante passato indio dei paesi che potevano vantarlo hanno impedito il formarsi di un forte calco nazionale, in cui i popoli latino-americani si riconoscono e che esibiscono come loro identit e come motivo di loro indiscutibile parit, su questo piano, con le pi illustri nazioni dEuropa, sempre tenute a modello. Lesperienza di una immigrazione torrenziale stata fatta a lungo anche dagli Stati Uniti con caratteristiche, in generale, non dissimili da quelle dei paesi latino-americani, ma con intensit che appare, nel complesso, maggiore, facendo del melting-pot etnico un principio dichiarato della vita del paese nordamericano anche dopo che allindiscriminato afflusso immigratorio si cerc, dallindomani della prima guerra mondiale, di porre un argine ben definito. Nel caso degli Stati Uniti i problemi dellimmigrazione e, pi in generale, i problemi etnici si inscrivevano in un contesto caratterizzato, con tratti molto pi rilevati e determinanti, sia dalla gi accennata fisionomia tanto inglese quanto europeo-continentale del processo e delle idee rivoluzionarie su cui il paese si fondato, sia dalla presenza e dalla lunga persistenza dellegemonia di un nucleo dirigente anglosassone e protestante solo parzialmente scalfita ancora nella seconda met del XX secolo. Da questi tratti derivata agli Stati Uniti la possibilit di esercitare, a loro volta, una suggestione di modello sia, come si accennato, sulle nazioni latino-americane, sia, per la vitalit del loro ordinamento liberal-democratico (con una costituzione scritta ormai pi che bicentenaria, la pi antica e stabile del mondo), sui paesi dellOccidente europeo e di altre parti del mondo. Poco fondate si sono rivelate le previsioni ripetutamente affacciate di scarsa coesione intima di un tale conglomerato etnico-politico e di suoi rischi crescenti di tensioni dissolutrici o, comunque, disgreganti o destinate a sfociare in particolarismi paralizzanti e permanentemente conflittuali, per non parlare di veri e propri razzismi e connesse violenze. Maggiore importanza, comunque, sembra aver acquistato nella seconda met del XX secolo limmigrazione ispano-americana, fino al punto da far prevedere che lo spagnolo possa diventare, a pi o meno lunga scadenza, la seconda lingua del paese, e non solo di fatto, n senza conseguenze ben al di l del piano linguistico. In realt, per, un problema in parte nuovo e imprevisto anche per le dimensioni assunte sembra piuttosto limmigrazione dai paesi asiatici, con la costituzione di minoranze di pi difficile assimilazione. Ma, soprattutto, non pare che siano tanto i problemi etnici a profilarsi sullorizzonte degli Stati Uniti, da questo punto di vista, quale fonte di una serie di interrogativi di non piccolo rilievo, quanto i problemi di ogni ordine connessi alla loro ascesa quale nazione imperiale che ha conseguito una

primazia mondiale e quale nazione che prima e pi di altre andata e va sperimentando i problemi della societ postindustriale. E dallo stesso punto di vista non sembra possibile dubitare che alla fine del XX secolo proprio gli Stati Uniti rappresentino il maggiore laboratorio, la pi importante sperimentazione circa il presente e le prospettive della realt e dellidea nazionale. Ma su questo punto avremo modo di tornare pi avanti. Dallo stesso ambito coloniale inglese, ma in tempi e in modi del tutto diversi, usc pure il vicino Canada, cos come uscirono gli altri ex dominions dAustralia e di Nuova Zelanda, che hanno costituito, nel corso del XX secolo, Stati indipendenti, per quanto pur sempre vincolati allInghilterra dalla persona del sovrano e dalla perdurante appartenenza al Commonwealth britannico. A parte tutte le altre molte e importanti differenze rispetto agli Stati Uniti, si tratta in questi casi di realt etico-politiche per le quali la definizione di britanniche rimane del tutto pertinente. In nessun modo sembra, per, possibile ritenerla esauriente. Una specificit nazionale canadese, australiana, neozelandese sembra, infatti, essersi affermata, nell ambito britannico, non solo al di l di ogni possibile dubbio, ma anche in misura tale da autorizzare a parlare di una dimensione e di una fisionomia nazionale senzaltro cospicua e significativamente diversa dalluno allaltro dei tre paesi. Considereremo pi avanti il problema del Qubec, che costituisce una questione di significato e di interesse non solo canadese. Per il resto la personalit nazionale sicuramente maturata in questi paesi appare confermata, fra laltro, dalla difficolt di parlarne nei puri e semplici termini di altrettante Nuove Inghilterre. Il confronto con la ben pi robusta, originale e netta personalit nazionale assunta dagli Stati Uniti, nel corso, peraltro, di una storia del tutto diversa, non sarebbe pertinente, ma non riduce per nulla la portata della constatazione di cui si detto. Sarebbe, semmai, da discutere se e quanto si sia delineata o vada delineandosi una gravitazione degli stessi paesi precisamente verso gli Stati Uniti, e se e quanto questa nuova gravitazione si affianchi o si sostituisca alloriginaria e tradizionale gravitazione britannica o si fonda con essa: questione che, sia detto per inciso, interferisce con quella, non meno importante, relativa alla possibilit di parlare di un ambito e di una dimensione anglosassoni (un caso analogo si pone solo in misura molto minore, e solo per alcuni aspetti, nel mondo francofono gi coloniale) come ambito e dimensione da considerare a s fra gli altri (quello nazionale in primo luogo) della realt etico-politica, oltre che culturale, del mondo contemporaneo. Ancora nello spazio americano occorre rilevare il caso, sempre pi frequente, di piccole entit, spesso insulari, che non possono vantare la consistenza degli antichi paesi coloniali di cui si finora parlato e che hanno conseguito lindipendenza e, quindi, la figura di Stati sovrani. Si tratta di un caso per il quale ancora pi difficile, di solito, ritrovare precedenti precoloniali giustificativi della loro figura statale postcoloniale, poich prevale di gran lunga il dato di fatto per cui stato appunto il dominio coloniale stesso (come si gi avuto loccasione di notare) a costituirli come entit cos determinate. Si pensi, per le Americhe, allex Guyana olandese, allex Guyana Britannica, ad Antigua e Barbuda, alle Bahamas, a Barbados, alla Giamaica, a Grenada, a Saint Kitts e Nevis, a Santa Lucia, a Trinidad: tutti diventati Stati indipendenti nella seconda met del XX secolo e, a tale titolo, rappresentati (salvo qualche sporadica eccezione) alle Nazioni Unite. Il caso non , peraltro, soltanto americano. Si pensi, nellambito dellOceania, a Kiribati (ex Isole Gilbert e altre), alle Figi, alle Marshall, alla Federazione della Micronesia, a Nauru, a Papua (Nuova Guinea), alle Salomone, a Samoa, a Tonga, a Tuvalu, a Vanuatu (Nuove Ebridi); nellambito dellAfrica alle Isole del Capo Verde, alle Comore, alla Guinea-Bissau, alla Guinea Equatoriale, a Mauritius, a San Tommaso e Principe, alle Seychelles; nellambito asiatico alle Maldive o a Singapore. Lelencazione

pressoch completa. Pu essere discutibile se alcuni di questi nuovi Stati indipendenti vi debbano essere compresi, cos come vi dovrebbero, invece, probabilmente rientrare alcuni paesi non menzionati. Il problema , comunque, quello al quale si accennato: basta lindipendenza, basta una configurazione geografica spesso nettamente definita, basta una qualche particolarit etnica, bastano altri elementi a cui ci si potrebbe riferire perch si possa parlare di nuove nazioni? E, a voler considerare lesigua dimensione geografica e demografica di tanti territori, possibile parlare di essi come di micro-nazioni nello stesso senso in cui, in qualche modo, possibile farlo per piccolissimi paesi europei come Andorra e il Liechtenstein, Monaco e San Marino? Si ripropone qui il problema pi generale, pregiudiziale, a cui si accennato: se cio il modulo nazionale sia applicabile, riscontrabile, evidente o tendenziale anche nell ambito extraeuropeo. La cosa appare, come si detto, fuori di ogni ragionevole dubbio per la massima parte dell ambito americano di cui si finora parlato, sia pure con le caratteristiche specifiche e problematiche a suo luogo notate. Per i piccoli e nuovi Stati ai quali test ci si riferiva la cosa , invece, largamente incerta. Si tratta, naturalmente, di situazioni molto diverse fra loro, qui accomunate solo in ragione del problema di cui si discute. Appare perci ragionevole rinviare a un esame specifico caso per caso, che riscontri in quale misura si tratti di realt di fatto la cui consistenza civile sia da riportare al dato puro e semplice della loro indipendenza e sovranit, oppure si tratti di realt etico-politiche effettive dal profilo particolare e, eventualmente, nazionale. b) Larea asiatica Nel caso di paesi di grande rilievo come la Cina e il Giappone, la loro realt moderna proceduta da storie antichissime, dense di valori etnici e civili, fra i pi notevoli dellesperienza storica in materia. Nel caso del Giappone ci avvenuto senza passare per periodi di dominazione straniera. Nel caso della Cina si avuto linsediamento di dinastie straniere sul trono imperiale, come in seguito si avuta la riduzione a paese di limitata sovranit rispetto alle grandi potenze occidentali e si subito il tentativo giapponese di conquista, largamente riuscito, fra il 1937 e il 1945. N queste traversie della Cina, n la rapida occidentalizzazione degli ordinamenti e delleconomia giapponese dal 1868 in poi hanno, comunque, turbato la personalit propria dei due paesi, espressa nellorgogliosa coscienza cinese di costituire l impero di mezzo, ossia il centro del mondo, e nel non meno orgoglioso senso giapponese della propria individualit etnica e civile di paese del Sol Levante. La vastissima letteratura sullargomento tuttaltro che concorde nella valutazione. Sembra, tuttavia, potersene dedurre che n in un caso, n nellaltro si possa parlare di un ethos nazionale come per i paesi europei nei tratti sopra illustrati. La coscienza imperiale cinese sembra proporre un pendant orientale di alcuni modelli imperiali antichi, un quid medium, fatte tutte le debite e profonde differenze, fra quello degli imperi mesopotamici e partici e quello della romanitas nel suo momento culminante, oppure qualcosa di vagamente analogo, fatte sempre le differenze dovute, alla proiezione imperiale russa fino ai tempi pi maturi dello zarismo. Per il Giappone si pu pensare, in termini altrettanto elastici e assai generali, a certi tipi di monarchie assolutistico-feudali dellEuropa medievale e moderna. probabile che si debba pure ravvisare in queste dimensioni etico-politiche una delle ragioni principali della scarsa resistenza che alla penetrazione della civilt occidentale poterono opporre, sia pure nelle forme cos diverse a cui si accennato, tanto la Cina quanto il Giappone. Indubbia , comunque, la persistenza in entrambi i paesi di mentalit e atteggiamenti

connessi a tali dimensioni etico-politiche tradizionali nonostante il processo di occidentalizzazione molto avanzato. Solo nel corso del XX secolo, e in particolare nella seconda met, loccidentalizzazione sembra aver fatto effettivamente breccia nellorganismo etico-politico dei due grandi paesi. Particolarmente precoce, nonostante le apparenze, sembra essere stata la Cina, con la formazione di movimenti politici e sociali come il Kuo-Min-Tang e il Partito Comunista Cinese, mentre in Giappone la maturazione, che pure vi fu, di forze politiche liberal-democratiche e socialiste risult assai lenta e non imped che una versione nazionalistica e militaristica delle antiche e assai vive tradizioni etico-politiche del paese ne sorreggesse limperialismo e le fortune fino alla seconda guerra mondiale. Questo raccordo tra modernit occidentale e tradizionalismo nipponico sarebbe, secondo molti, anche alla base dellascesa del Giappone a seconda o terza potenza economica mondiale. Uno stacco nettissimo rispetto alla tradizione intese, invece, segnare in Cina lavvento del regime comunista nel 1949; e lo stacco divenne poi radicale quando, una ventina di anni dopo, si ebbe la rivoluzione culturale. Comunque sia, lideologia comunista mantenne lasse del paese molto legato, da questo punto di vista, alla professione di fede internazionalistica e classistica del marxismo, considerato, pur nel sensibile mutamento della politica economica e sociale nell ultimo ventennio del XX secolo, come una sorta di religione politica ufficiale. Per questa ragione sembrerebbe, quindi, in ultima analisi, che sia il Giappone a far registrare una assimilazione maggiore al modello occidentale dal punto di vista che qui ci interessa. Ma preferibile pensare che entrambi i paesi continuino ancora quellardua simbiosi di tradizione autoctona e di innovazione moderna in cui pare racchiudersi il senso della loro vicenda nel XIX e nel XX secolo. Elementi cospicui del modulo nazionale europeo, pi forti in Giappone, possono essere facilmente riconosciuti nella loro fisionomia contemporanea. Nello stesso tempo appare altrettanto riconoscibile che anche una pi piena o la pi piena realizzazione possibile di quel modulo porter sempre il segno di una sua versione particolare, ben diverso da quella sostanziale omologazione alla sua versione europea nei casi delle Americhe e dellOceania esaminati in precedenza. Ancor pi complesso appare il caso dellaltro grande paese di questa parte del mondo, cio dellIndia. Per esso forse ancor pi che per altri paesi si pu dire che la sua delineazione come Stato indipendente (dal 1947) sia derivata dalla conquista europea. Nessuna delle molte realt imperiali che vi erano fiorite in precedenza ebbe la sua stessa configurazione odierna, che a nessuna di esse pu essere in qualsiasi modo riportata. La singolarit indiana deriva inoltre dal fatto che i confini attuali del paese furono a suo tempo fissati sulla base di un criterio religioso, ossia sulla bipartizione del grande Impero indiano costruito dagli inglesi nel XVIII e nel XIX secolo in un area ind e in unarea musulmana. Anche cos, il nuovo Stato indiano appare lontano dal presentare un alto grado di coesione. La divisione federale in 25 Stati e 7 territori , da questo punto di vista, molto pi di una struttura eminentemente istituzionale, come, ad esempio, nel caso degli Stati Uniti dAmerica. Per di pi, mentre nellIndia musulmana le minoranze ind rimastevi sono di scarsa consistenza, nellIndia ind rimasta una minoranza musulmana cospicua: oltre il 10% della popolazione, per un ammontare, a cinquantanni dallindipendenza, prossimo ai 100 milioni di persone. Il che induce, fra laltro, a sottolineare per lIndia indipendente lampiezza gigantesca della dimensione demografica, ossia un tratto che nel mondo contemporaneo offerto, in misura invero ancora superiore, soltanto dalla Cina. In Cina, per, tra la dimensione demografica e la complessiva fisionomia politica del paese non si pu dire che vi sia una divaricazione apprezzabile. A parte le sue distinzioni interne, letnia cinese vi ha realizzato nel corso del tempo una sinizzazione talmente

ampia e profonda delle popolazioni comprese nellarea della sua espansione da ridurre linsieme delle molte minoranze etniche rimaste a uno scarso 7% della popolazione alla fine del XX secolo, con effetti corrispondenti sulle lingue che vi sono parlate. Altrettanto non pu assolutamente dirsi dellIndia, dove la lingua ufficiale del paese (hindi) parlata da meno del 25% della popolazione e la stessa prevalenza religiosa ind sulla cui base si fondata, come si detto, la configurazione del paese nel momento del passaggio allindipendenza non eccede l80% della sua popolazione. Queste ragioni potevano gi valere a rendere assai problematica la prospettiva del nuovo Stato quando si costitu. I problemi erano resi, per, assai pi complessi da vari altri elementi. Alcuni di essi (una soglia di povert e di sottosviluppo tra le pi basse del mondo, un tasso di crescita demografico tra i pi alti del mondo e tale da vanificare largamente i criteri e gli effetti di qualsiasi politica di sviluppo) erano comuni a molti paesi del cosiddetto Terzo Mondo. Altri, non meno gravi, erano specifici dellIndia: lesiguit della classe dirigente dello Stato indipendente e la disparit delle sue idee di modernizzazione rispetto alla base socio-culturale nel paese; il perdurante regime di una stratificazione sociale in caste dagli effetti assai negativi pressoch da ogni punto di vista; le complicazioni provocate da particolari pregiudizi religiosi (quale quello relativo alla sacralit degli animali, ivi compresi i pi necessari allo sviluppo agrario); la sistemazione da dare ai molti sovrani locali che la politica inglese aveva lasciato sussistere quali vassalli e clienti; la difficolt di conservare e tradurre nei fatti la scelta originaria del regime liberal-democratico in un paese dominato da un pauroso analfabetismo, oltre che da tanti pregiudizi; la parallela difficolt di armonizzare questa scelta con le forti tendenze socialisteggianti della classe di governo insediatasi al potere al momento dellindipendenza in un paese tanto arretrato. In cinquantanni di indipendenza lIndia comunque ha mantenuto, sia pure non senza momenti di crisi e di tensione anche gravi, il suo regime liberal-democratico, con una dimostrazione di coerenza etico-politica della classe dirigente che ha ben pochi riscontri in tutti gli altri paesi del Terzo Mondo e che ha imposto un confronto assai favorevole con laltro e vicino paese di eguali dimensioni, nel quale la scelta di regime stata precisamente opposta. Alla stabilit e all apertura del regime liberal-democratico appare, inoltre, connesso il sempre pi chiaro delinearsi di una certa idea dellIndia, che allo Stato nato nel 1947 ha dato una consistenza di struttura anche morale in tempi, tutto sommato, pi rapidi di quelli allora prevedibili. Il contenzioso col Pakistan per i territori di confine del Kashmir e poi per la separazione del Bengala dallo Stato musulmano pakistano in cui dapprima era stato compreso, un confronto costante (militare in qualche momento) con la Cina, la parte giocata nella politica di non allineamento dei paesi del Terzo Mondo, la liquidazione di qualche residuo coloniale e altri elementi hanno consolidato lautocoscienza politica del paese, il suo senso di s e dei suoi possibili maggiori destini di grande del mondo contemporaneo. , tuttavia, particolarmente arduo giudicare se questa realt della politica mondiale cos cospicua e nuova rispetto al Giappone e alla Cina sia connotabile in termini propriamente nazionali. Alcune delle considerazioni che abbiamo fatto per gli altri due maggiori paesi asiatici valgono, evidentemente, anche per essa. Per altri aspetti, invece, lIndia manifesta particolarit e originalit inconfondibili. Il paese pu essere, in effetti, ritenuto pi di altri protagonista di un evoluzione, il cui senso anche dal punto di vista della nazionalit attende di essere chiarito dal tempo. Ma gi del tutto evidente che una nazione indiana in qualche modo ormai nata e con un suo tratto caratterizzante non inferiore a quelli rilevabili, nei rispettivi modi, per la Cina e per il Giappone.

Non sembra costituire un problema apprezzabile, in questo quadro, la questione di Taiwan, frammento della Cina che si considera, per una petizione ideologica ben comprensibile, se non la sola Cina, certo la Cina pi autentica. Dopo mezzo secolo di esistenza autonoma non si pu dire che vi si sia configurata unaltra e diversa nazione cinese. Pur essendo imprevedibile un suo assorbimento da parte della Cina comunista, e data la sua condizione, appunto, di frammento non riconosciuto come vera Cina nelle relazioni internazionali (Hong Kong stata, ad esempio, restituita dagli inglesi e Macao lo sar dai portoghesi a Pechino e non a essa), Taiwan appare, in effetti, come un caso isolato. Anche, probabilmente, per una incidenza diversa, se non maggiore, che, per tali condizioni, vi ha assunto il processo di occidentalizzazione comune a tanta parte dellAsia, lo sviluppo dellisola dal punto di vista che qui interessa non sembra, quindi, suscettibile di grandi risonanze. Nel caso, invece, degli altri paesi dellarea dalla Mongolia alle due Coree, ai tre paesi (Vietnam, Laos e Cambogia) in cui si divisa lIndocina francese, alle Filippine, alla Thailandia e fino allo spazio, pi o meno indiano, della Birmania, dello Sri Lanka, del Bhutan, del Nepal i processi in corso appaiono molto complessi, molto diversificati e di grande interesse. Le due Coree rappresentano peraltro, a loro volta, unarea in cui la contrapposizione di regime, oltre che politica, fra le due parti di uno stesso paese d luogo a una situazione da riportare, per analogia, piuttosto a quella europea delle due Germanie fino al 1990 che a quella asiatica delle due Cine. Pi difficile dire se, in tale contesto, la Corea del Sud rappresenti o possa rappresentare nei confronti di quella del Nord la parte della Germania Occidentale in Europa. La Corea, nel suo complesso, al pari degli altri paesi sopra menzionati, corrisponde a unarea di antica personalit storica e culturale, non annullata dalla lunga dominazione, anche culturale, giapponese (lo stesso accaduto per il dominio inglese o francese altrove). In forme diverse vi si pu ravvisare, perci, una linea evolutiva generalmente analoga a quella della Cina e del Giappone. Per le Filippine una corrispondente personalit appare determinata dalla molto pi lunga dominazione coloniale spagnola, dal mezzo secolo e pi di dominio americano, dalla grandissima prevalenza della professione religiosa cattolica e da qualche altro importante elemento. Il caso del Vietnam appare legato alla sua lunga lotta per lindipendenza e per lunit, che negli anni cinquanta aveva portato a una situazione analoga a quella delle due Coree e prosegu poi fino agli anni settanta. La parte giocata in essa dal Nord del paese ha dato luogo a una certa prevaricazione sul Sud. Non meno che in Cina appare, inoltre, in evoluzione la fisionomia comunista del regime, ma neppure sembra che ci abbia rilanciato le antiche tradizioni del paese, che appare quindi, sul piano politico, come una realt piuttosto nuova. Il che si pu ripetere, con le variazioni del caso, anche per gli altri paesi del gruppo al quale qui ci riferiamo, tranne qualche caso di antiche monarchie come la Thailandia e il Nepal. Nel complesso, perci, sembra possibile affermare che, nella ripetutamente sottolineata variet delle forme assunte dai singoli processi evolutivi propri di ciascun paese, anche in questi casi non si possa parlare di un vero e proprio modulo nazionale nel senso sopra indicato se non in relazione mediata e simbiotica con le forti tradizioni e la pi o meno pronunciata, ma sempre evidente individualit storica e culturale di paesi di antica civilt; e che, tuttavia, una linea evolutiva in tal senso altrettanto evidente a livello non solo immediato e spontaneo, bens anche, in qualche modo, riflesso e voluto. c) LAfrica sub sahariana

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Quanto allarea africana subsahariana, ridurla a una qualche unit di considerazione davvero pi difficile che altrove. Si dir a parte, come per lAsia, dei paesi islamici almeno in maggioranza. In ogni caso, soprattutto per questarea che vale la considerazione fatta a suo luogo, per cui lassetto geopolitico ha finito col corrispondere allassetto coloniale anteriore alla seconda guerra mondiale ben pi che a sedimentate tradizioni e individualit etnico-culturali. La vita interna agitatissima dei paesi dellarea in gran parte condizionata da tale circostanza, che spiega lirriducibile conflittualit alimentata da convivenze ed equilibri o squilibri tribali ed etnici coattivamente compressi in confini statali il pi delle volte del tutto artificiosi. In alcuni casi (Ruanda, Nigeria, Zanzibar ecc.) si sono avuti, perci, guerre, massacri, genocidi di una violenza molto superiore agli orrori, a suo tempo giustamente denunciati, dellepoca coloniale. Pochi sono stati, tuttavia, i casi di rottura delle unit statali formate al momento della decolonizzazione. Di buon grado o no, fra le pi gravi violenze e traversie, il quadro geopolitico coloniale del 1939 ha sostanzialmente resistito. Anzi, in rapporto con la notata tenuit delle tradizioni precoloniali le ex colonie hanno trovato fin troppo spesso nellinglese e nel francese, ben pi di quanto accaduto in altre parti del mondo, la loro lingua duso non solo nelle relazioni con lesterno. Il passaggio spesso effettuato dalle denominazioni coloniali a denominazioni antiche di territori, di genti, di imperi o di altre realt politiche quasi mai ha potuto coincidere con connotazioni vive e attuali delle popolazioni interessate. Pi spesso questo pur significativo rinnegamento dellidentit assunta con la riduzione a colonia europea apparso riferibile solo a qualcuna o ad alcune delle genti oppure dei territori costituenti i singoli domini coloniali oppure, allinverso, ad ambiti territoriali ed etnici pi ampi: il Mali, il Ghana, lo Zimbawe, il Benin, il Burkina Faso, il Malawi ne forniscono vari esempi. In qualche caso ci ha comportato labbandono di un nome coloniale anchesso antico, come quello di Dahomey per il Benin. Altrettanto era accaduto per il Congo, gi belga, nel 1972, con ladozione del nome Zaire, dal quale, per, nel 1997 si tornati a quello coloniale, a conferma della estrema problematicit di connessioni organiche tra la realt dei nuovi Stati indipendenti postcoloniali e quella del loro passato (e a conferma, si potrebbe aggiungere, che, in assenza di altri elementi dirimenti, lassetto coloniale del territorio aveva comunque determinato, malgrado il suo carattere di imposizione dei conquistatori e di organizzazione quasi solo puramente di fatto di cui si detto, una realt di aggregazioni non pi arbitrarie di altre possibili). Varie situazioni appaiono, comunque, meglio definite. Cos la Liberia, dove la nota genesi dello Stato dalliniziativa umanitaria americana antischiavistica nella prima met del XIX secolo ha dato luogo alla lunga accumulazione di una propria tradizione di indipendenza, anche se alla fine del XX secolo il paese apparso egualmente agitato da una sanguinosa e caotica guerra civile. Cos, ben di pi, lAbissinia o Etiopia, paese di antica tradizione cristiana e, gi prima, di sicuri rapporti col mondo mediterraneo orientale, e in particolare con quello ebraico; e paese, inoltre, di costante indipendenza intorno al nucleo formato in epoca precristiana molto remota dal regno che aveva il suo centro ad Aksum, e tenace nel mantenere la propria indipendenza, malgrado i brevi periodi di dominazione arabo-musulmana nel XVI secolo e italiana nel XX secolo. Il titolo di re dei re (negus neghesti) portato dal sovrano non solo sembra richiamare analoghe denominazioni sovrane del Vicino Oriente arabo-mesopotamico del quale risulta lapporto (anche demografico e linguistico) alla formazione dello Stato e della tradizione etiopica, ma indica, peraltro, che la stessa Etiopia si riconosciuta come aggregazione di varie genti intorno al nucleo amarico e scioano che vi ha costantemente prevalso. A ogni modo, lautonomia ecclesiastica e dottrinaria del cristianesimo abissino e il lungo ordinamento imperiale del paese hanno fatto dellEtiopia quanto di pi simile si

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pu ritrovare in Africa se non a una nazione almeno, nel senso sopra chiarito, a una nazionalit europea. La diversit rimane, come appena necessario notare. Ma gi sembra avere una sua importanza il fatto che il passaggio dallimpero alla repubblica non abbia segnato alcuna attenuazione o radicale modificazione della personalit storica del paese. Lo sforzo di annettere lEritrea fallito, ma i territori somali e musulmani dellOgaden, rivendicati da Mogadiscio con una guerra sanguinosa alla quale sembr da principio che Addis Abeba non potesse resistere, sono stati mantenuti. LEtiopia rimane perci, alla fine del XX secolo, nella sua storica fisionomia di spazio tradizionale e autonomo, caratterizzato dal predominio amarico e dalla forte dialettica che ne scaturisce rispetto alla molteplicit delle genti e delle culture raccolte nel suo ambito. Negli altri grandi paesi africani Nigeria, Kenya, Congo, Tanzania (unione di Tanganica e di Zanzibar), Angola, Mozambico, Zambia, Zimbawe, Madagascar ecc. e in quelli meno estesi e/o meno popolati dellarea subsahariana i problemi di omologazione culturale e di effettiva aggregazione politica, ai quali ci si pi volte richiamati, restano tutti aperti e appaiono a uno stadio evolutivo alquanto vario, ma ovunque ancora troppo fluido per tentare osservazioni e definizioni pi stringenti delle considerazioni che abbiamo finora avanzato. Indubbia per, ovunque, la tendenza allassunzione di una fisionomia propria, specifica, di ordine non soltanto etnico o etno-culturale, ma anche concretamente e robustamente etico-politico, superando stratificazioni e condizionamenti del passato precoloniale e coloniale che appaiono a volte paralizzanti (e complicati, fra laltro, da equilibri molto incerti anche sul piano religioso per il ricorrente incrociarsi di Islam, cristianesimo e animismo in proporzioni rispettivamente molto consistenti). Di nuove nazioni africane per lo pi non sembra possibile parlare, o almeno non ancora. Appare, tuttavia, contemporaneamente difficile, per non dire improbabile, che lo sviluppo etico-politico, per quanto travagliatissimo, dei paesi in questione non porti in una direzione pi o meno nazionale secondo il modello europeo o di equivalente, bench diversa, natura e consistenza. Un posto del tutto a s occupa, nel quadro non soltanto del Continente Nero, lUnione Sudafricana. In Algeria e nella Rhodesia del Sud (poi Zimbawe), dove il problema pi si poneva, una comunit di bianchi e di indigeni si rivelata subito di impossibile realizzazione gi dal momento dellindipendenza. Nel Sudafrica, invece, dopo il lungo periodo dellapartheid razziale e del monopolio del potere da parte dei bianchi appunto alla convivenza istituzionale fra bianchi e neri che si finito col giungere. Sono stati esclusi dallUnione i territori che vi rappresentavano zone distinte di autonomia e che hanno costituito Stati indipendenti (Namibia, Botswana, Lesotho e Swaziland), con caratteri variamente analoghi a quelli degli altri Stati africani di cui si parlato. LUnione Sudafricana, perci, si trovata ad avere, intorno al 1990, una popolazione negra per il 75%, bianca per il 13%, mista per il 9%, asiatica per il 3%. Il problema di fondo rimane sempre quello della posizione dei bianchi e della loro possibilit di convivere durevolmente secondo le loro esigenze e le loro tradizioni, ma anche secondo esigenze e dimensioni altrui in un sinecismo multirazziale, che li vede in netta minoranza numerica e, insieme, in posizione economica, culturale e sociale eminente. Il problema , inoltre, complicato dal fatto che la minoranza bianca comprende due componenti, quella di origine olandese (afrikaans) e quella di origine inglese, la prima delle quali si , per di pi, insediata nel paese molto prima di quasi tutte le altre componenti etniche che vi sono oggi presenti (gli Afrikaners, o boeri, vi arrivarono, infatti, fin dalla met del XVII secolo). Infine, il tasso di accrescimento demografico delle varie componenti differisce non poco ed fortemente favorevole alla popolazione di colore.

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In conseguenza di questa serie di elementi, anche a prescindere da altri di non trascurabile importanza, lUnione si presenta come un laboratorio storico di straordinario interesse dal punto di vista qui trattato. Neppure ai tempi della sua appartenenza alla Corona britannica (in qualit, peraltro, di paese indipendente fin dal 1910) essa presentava una struttura davvero unitaria, poich tra la componente inglese e quella afrikaans della popolazione bianca (il solo soggetto politico, allora, del paese) permanevano tensioni e risentimenti irrisolti. Successivamente una divisione altrettanto importante si avuta tra avversari (per lo pi oriundi britannici) e fautori dell apartheid, che vide prevalere questi ultimi e port gi nel 1961 alla secessione dal Commonwealth britannico e alla proclamazione della repubblica. Superato alla fine del 1993 il regime dell apartheid ed entrata in vigore nellaprile 1994 una costituzione fondata sulla completa parit dei diritti politici dellintera popolazione senza discriminazioni etniche, si avviata cos la fase di sperimentazione di quel sinecismo arduo e senza veri e propri equivalenti nel mondo contemporaneo di cui si detto. Va aggiunto, inoltre, che alle divisioni e tensioni politiche e culturali (nonch religiose, per la diversit, e in parte la competizione, tra protestanti, largamente prevalenti, e cattolici, con forti ripercussioni anche sul piano politico) si accompagnano divisioni e tensioni per nulla minori tra la popolazione negra, sfociate gi prima della fine dellapartheid in gravi e sanguinosi conflitti sia di ordine tribale ed etnico che di altra natura. Si riflette in ci la storia del paese, singolare per la popolazione di colore forse ancor pi che per quella bianca. Il gruppo degli Zulu, che ha finito col prevalere, rappresenta, infatti, un elemento conquistatore e dominatore penetrato nel paese nel corso del XIX secolo e impostosi ai locali Boscimani e Ottentotti, etnie indigene originarie, oggi praticamente scomparse. Gli Zulu sono, peraltro, letnia dominante anche fra le altre del loro stesso gruppo linguistico bantu, con le quali tensioni e contrasti non sono minori. La violenza manifestata in questi conflitti (e tra gli Zulu non meno che tra essi e le altre genti negre) assimila i problemi di queste genti a quelli degli altri paesi africani, della cui spesso lacerante conflittualit etnica si detto. Conflittualit etnica qui accresciuta dal fatto che per nulla trascurabili sono pure le altre componenti della popolazione sudafricana, quella mista e, ancor pi, quella asiatica (indiani e cinesi, numerosi specialmente i primi, molto attivi in alcuni settori, come ad esempio il commercio, e molto consapevoli: fra gli indiani sudafricani, richiamati col dalla forte valorizzazione economica del paese dopo la conquista britannica ai primi del secolo XX, inizi la sua carriera politica e il ricordo ha perci un suo valore simbolico il futuro mahtm Gandhi). Il Sudafrica ha per tesoreggiato certamente anche lesperienza di oltre mezzo secolo di intensi rapporti con Londra, che sembrano avervi lasciato leredit di una educazione politica i cui frutti, come nel caso dellIndia, non dovrebbero andare del tutto dispersi ai fini di un disciplinamento istituzionale delle tensioni politiche e sociali. Si avr modo, comunque, di vederlo meglio da quando nel 1999 cesser di valere la Costituzione in vigore dal 1994. Potr nascere una effettiva comunit etico-politica multietnica, e in particolare di bianchi e di neri? Potr questa comunit assumere tratti nazionali, sia pure con tutte le peculiarit e differenziazioni proprie del modulo nazionale fuori dellOccidente europeo e americano? Potr larduo sinecismo in corso di sperimentazione superare non solo i contrasti e la conflittualit allinterno di ciascuna delle sue componenti, e in particolare di quella negra, ma anche eventuali tentazioni reazionarie o, almeno, particolaristiche fra i bianchi ed eventuali radicalizzazioni in vista di comprensibili aspirazioni alla promozione e al progresso economico e sociale fra i neri, che rappresentano la parte pi povera da ogni punto di vista e, come si detto, demograficamente pi dinamica? Potr riprendere attualit il

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disegno, brevemente affacciato per un certo tempo, e di discutibile fondamento, di una separazione territoriale fra bianchi e neri, se non di una separazione statale piena fra le due componenti? Sono appunto questi gli interrogativi di una storia dalle prospettive inedite e problematiche, che danno al caso del Sudafrica il sopra accennato e straordinario interesse di grande laboratorio del mondo contemporaneo. d) Il mondo islamico Una individualit assai netta presenta, e non solo al confronto con la realt africana, il mondo islamico. La sua individualit deriva, infatti, dalla interferenza profonda che, diversamente da ogni ambito del mondo contemporaneo, vi permane, con tendenza anzi a crescere, fra identit etnopolitica e identit religiosa. Per questa interferenza lIslam si posto nella seconda met del XX secolo come il problema di maggiore spessore, specialmente dopo la grande eclisse del marxismo e dei tanti regimi che a esso si riferivano nellEuropa orientale e altrove, dal punto di vista degli equilibri e della loro garanzia in gran parte del mondo e, per certi aspetti, addirittura a livello planetario. La questione israelo-palestinese e la decolonizzazione, accompagnate dalla contemporanea radicalizzazione della lotta politica e sociale nei paesi islamici, avevano gi fatto emergere ci in notevole misura, al pi tardi negli anni sessanta. In seguito il diffondersi di un fondamentalismo di imprevista virulenza lo ha fortemente accentuato e ha dato luogo a momenti ed episodi tra i pi laceranti e crudi dellultimo quarto del XX secolo. Anche per lIslam, tuttavia, converr tener conto della grande diversit dei modi della sua vicenda nel mondo contemporaneo. Se infatti impossibile ignorare la sua dimensione unitaria, ancora pi impossibile ridurre a essa la sua storica, antica, radicatissima articolazione in una estrema, differenziata e assai spesso contrapposta variet di paesi e di genti, di tradizioni e di culture, di risorse e di interessi profondamente diversi tra loro. NellAsia meridionale, dallAfghanistan alla Malaysia e allIndonesia, lIslam ha operato vistosamente. Prima la divisione tra India e Pakistan e poi quella tra Pakistan e Bangla Desh, leliminazione del movimeno comunista dallIndonesia, la fiera resistenza dellAfghanistan allinvasione sovietica hanno rappresentato fatti tra i pi importanti della storia contemporanea. Il fattore religioso rappresentato dallidentit islamica di questi paesi ha manifestato in essi una forza di ispirazione e un riferimento tale da agire per alcuni aspetti o in alcuni momenti come elemento determinante. La prevalenza delle ragioni politiche legate alla pi generale identit storica, etnica, culturale su quelle religiose non pu, tuttavia, non essere riconosciuta come norma tendenziale. La rivolta afghana si produsse in un paese in cui lislamismo non aveva impedito una larga penetrazione comunista e di idee rivoluzionarie per nulla o ben poco legate alla religione. Lo stesso si dica per lIndonesia, dove leliminazione di uno dei maggiori partiti comunisti dAsia ebbe ragioni (anche internazionali) sicuramente pi complesse dellispirazione e del riferimento islamici che pur vi furono sicuramente presenti. La divisione fra Pakistan e Bangla Desh si produsse addirittura a prescindere dallIslam, fra due paesi egualmente islamici che, come tali, erano stati insieme distinti e separati dallIndia e costituiti in un unico Stato a base musulmana. Sulla pratica inevitabilit della rottura dellunit indiana nel 1947 si era infranto il sogno di Gandhi di unIndia indipendente, esempio di armoniosa convivenza tra fedi diverse in nome di alti ideali umani, in nome di una storia comune malgrado le antiche radicate divisioni che (come si detto) non avevano mai dato allIndia la fisionomia unitaria assunta col dominio britannico, in nome

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della comune esperienza di questo dominio e della lotta contro di esso, e anche (in Gandhi la nota pratica non mancava mai) in nome del comune interesse a costituire un pi grande spazio politico ed economico che sarebbe stato ragione di forza e di prosperit maggiori nel quadro dell economia e delle potenze mondiali. LIslam oper allora come unidea-forza nella quale era difficile stabilire quanto agisse da fattore scatenante della divisione e quanto da ideologia di gruppi dirigenti che gi nel movimento indipendentista intorno a Gandhi avevano fatto valere la loro volont di non soggiacere alla fatale e larga maggioranza ind e ai suoi esponenti in unIndia che fosse rimasta unita. La rottura dellunit pakistana e lindipendenza del Bengala nacquero, a loro volta, sicuramente sulla base di unanaloga volont di gruppi di potere e di interesse di quella che era considerata la regione orientale del Pakistan sorto nel 1947. La situazione geopolitica e altri elementi lo consentivano. Le due parti del paese si trovavano a una distanza di quasi 2.000 km l una dallaltra. I loro interessi, specialmente commerciali, non erano facilmente armonizzabili. Bench pi popolato, il Bengala era e si sentiva meno rappresentato nella direzione del nuovo Stato, che aveva la capitale e gli interessi economici pi forti nella parte occidentale. N la storia passata aveva unito in misura rilevante le due sezioni dellIslam indiano. AllIndia, poi, non poteva che sorridere la prospettiva di una bipartizione dello Stato pakistano, fra le cui due parti essa si trovava e con cui era dallinizio in conflitto per la regione del Kashmir (e lappoggio indiano allindipendenza bengalese fu, infatti, forte). Lunit pakistana del 1947 dimostr cos di non potere resistere, in quanto unit musulmana, alla forza di spinte politiche e di interessi che sul piano religioso non avevano potuto trovare mediazioni e confluenze sufficienti. E una conferma della forza di tali spinte e interessi pu essere pure vista nei motivi che portarono Singapore a staccarsi precocemente nel 1966 dalla Malaysia, con la quale si era federata nel 1961. Non fu, infatti, la diversit di religione (Malesi musulmani per il 53%, Singapore taoista e buddista per il 56%) a spingere Singapore alla secessione, bens la incomparabile convenienza economica della propria autonomia, che si era creduto di rafforzare o, almeno, di garantire politicamente con lingresso nella federazione malese, ma che lesperienza dimostr rapidamente autosufficiente e non conciliabile con altri interessi. Singapore assumeva cos una fisionomia in qualche modo analoga a quella delle citt carovaniere dellantico mondo mediterraneo ellenistico e non ignota alla storia di altri contesti, e a quello islamico fra gli altri (e sarebbe stata questa sia detto per inciso la vocazione anche di Hong Kong se non avesse avuto alle spalle la pressione irresistibile del gigante cinese): fisionomia e vocazione che forniscono pur esse uno dei moduli di identit politica, per quanto sporadico, nel mondo contemporaneo. LIslam del subcontinente indiano e dei paesi vicini si presenta, quindi, come un elemento indubbio, bench non esauriente, di identificazione etico-politica. In qualche caso (Afghanistan, ad esempio) questo elemento rafforzato da una specifica tradizione statale precoloniale; in altri casi (lo stesso Afghanistan e il Pakistan) messo in evidenza dalla denominazione ufficiale dello Stato come Jumhuriya, comunit politica fondata sulla professione religiosa (esplicitamente enunciata come islamica nel caso del Pakistan): espressioni delluso arabo-musulmano. Pi difficile come in tante occasioni abbiamo avuto e avremo modo di dire giudicare se questa identit politicoreligiosa si possa configurare in termini in qualche modo nazionali. Il problema non riguarda qui solo i singoli paesi nella loro individualit, per cui si pu dire che, sempre a titolo di esempio, gli afghani si presentano come una realt etno-culturale dai tratti pi definiti e consapevoli, pur nellindomabile permanenza di spinte tribali e regionali e nella molteplicit etnica, linguistica e confessionale del loro paese. Il problema riguarda, evidentemente, il ruolo generale dell Islam sul

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piano dei problemi di nazionalit, e si avr quindi modo di tornarvi su. Qui basti dire che alla fine del XX secolo i paesi islamici dei quali abbiamo parlato appaiono sufficientemente consolidati nella loro fisionomia da autorizzare a ritenere che il loro quadro statale sia una incubatrice efficace di pi mature e determinate realt etico-politiche, la cui definibilt in termini nazionali si presta alle stesse considerazioni, grosso modo, che abbiamo fatto presenti per altri paesi asiatici. Un rilievo inedito sul piano geopolitico ha assunto lIslam dei paesi indipendenti dellarea gi sovietica. Turkmenistan, Usbechistan, Chirghisistan, Tagichistan, Azerbaigian formano unarea ormai compatta di professione islamica in quadri statali che, anche se conservano forti rapporti con la nuova Russia postcomunista, specialmente in ragione di una dipendenza economica solo in parte attenuata, appaiono, tuttavia, destinati a una collocazione tendenzialmente crescente nellarea musulmana. Paradossalmente, la politica sovietica delle nazionalit incoraggi la cultura e l uso delle lingue locali e diede luogo a una formale autonomia federale di questi paesi nel quadro dellURSS, al fine di esorcizzare eventuali loro movimenti di emancipazione dal regime di dipendenza imposto dalla conquista e dal colonialismo zarista, una volta dissoltosi l antico impero russo. Nello stesso tempo, per, la politica sovietica aveva pure alimentato grandi campagne antireligiose di secolarizzazione, che nel caso dellIslam a giudicare dagli effetti a pi lungo termine non scossero nel profondo laccumulazione fideistica ultramillenaria con la quale ci si scontrava (lo stesso si pu dire, peraltro, del cristianesimo ortodosso). Anche per questa via si pot quindi determinare, al momento del crollo comunista, per reazione, un imprevisto richiamo allo stesso Islam. Se ne ebbero, del resto, i segni al momento dellazione sovietica contro lAfghanistan. Si consideri, inoltre, che a questo Islam gi sovietico e ora indipendente (con una sessantina di milioni di fedeli) fa corona una serie di altre regioni della stessa fede che continuano a far parte della Russia quale uscita dalla dissoluzione dellUnione Sovietica. Delle 21 repubbliche a base etnica comprese nellodierno territorio russo, almeno due (Daghestan e Cecenia, con oltre tre milioni di abitanti) sono in grandissima parte musulmane, mentre in altre sette (Adighezia, Baschiri, Ciuvasci, Cabardini, Karacajevi, Tatari e Inguscezia) i musulmani o sono in pi lieve maggioranza o costituiscono minoranze assai consistenti. Che anche questo estremo alone musulmano nello spazio gi sovietico possa subire una pari attrazione nellorbita geopolitica dellIslam contemporaneo appare, per forza di cose, meno prevedibile che per i paesi gi sovietici e ora indipendenti di cui si parlato. La loro inclusione nello spazio russo li fa apparire, infatti, come coinvolti in unarea di modernizzazione a ritmi crescenti, a cui prevedibile che si accompagni un processo di secolarizzazione ben pi spontaneo di quello voluto dal regime sovietico e, quindi, presumibilmente pi efficace. E ci anche senza tener conto del fatto che la nuova Russia ruota di per s intorno a centri politici di forza molto superiore che non quella degli altri nuovi Stati indipendenti gi sovietici e, quindi, in grado di opporre allattrazione islamica tuttaltra capacit di resistenza. Non , anzi, neppure da escludere che questa tanto maggiore forza possa farsi sentire su tutti i territori della ex Unione Sovietica, e quindi anche su quelli degli Stati di cui abbiamo parlato e limitare o, almeno, bilanciare se non addirittura annullare lattrazione islamica. Il che si dice qui non per invertire losservazione precedente circa questa attrazione, bens per sottolineare lo stato di grande fluidit che appare ancora caratteristico dellIslam nellarea gi sovietica. Tanto pi, poi, in quanto pressoch nessuno dei sei nuovi Stati indipendenti e delle repubbliche autonome facenti parte della Federazione Russa presenta una connotazione etnica unitaria o quasi unitaria, con intuibili implicazioni e ripercussioni per quanto riguarda i possibili processi di definizione eticopolitica in senso nazionale.

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Un luogo del tutto a s, proseguendo verso occidente, nel quadro dellIslam contemporaneo quello da riconoscere allIran. Paese di antichissime e ricorrenti tradizioni imperiali e di potenza politica, caratterizzato dal nucleo etnico persiano e da una lingua indoeuropea che ne rappresentano un elemento specifico, esso racchiude anche la maggioranza della confessione islamica sciita e trova in ci unulteriore ragione di forte specificit. Caduto tra la fine del XVIII secolo e gli inizi del XX secolo in una condizione di minorit tra le spinte imperiali russa e inglese, lIran aveva gi conosciuto sotto la dinastia Pahlav, giunta al potere nel 1921 e al trono nel 1925, un periodo di progressivo rilancio politico e, con lindirizzo nazionalistico di Muammad Muaddiq tra il 1949 e il 1953, una fase di grande rilievo internazionale. La rivoluzione dello sci e del popolo promossa poi dal sovrano Ria Pahlav negli anni sessanta, dopo alcuni iniziali e vistosi successi, port infine al crollo della dinastia e allinstaurazione nel 1979 di una repubblica di rigida osservanza musulmano-sciita, sotto la guida di una personalit singolare, quale si rivel layatollah Khumain. Da allora il fondamentalismo religioso apparso fare tuttuno con lidentit iraniana, sorreggendo unazione politica interna e internazionale di un rilievo nettamente superiore a quella che il paese era stato in grado di alimentare dalla met, se non dagli inizi, del XVIII secolo. A prescindere, per, dalle vicende e dai risultati di tale azione, che gi dopo circa un ventennio sembrano porre molti pi problemi di quanto fosse stato previsto, resta comunque il fatto che lidentit nazionale iraniana sia grazie a quella stessa azione, sia grazie alle opposizioni da essa sollevate e a una diaspora di esuli di altri orientamenti appare sullo scorcio del XX secolo in una nuova fase di grandissimo rilancio. Il fondamentalismo sembra segnarne solo unaccentuazione. Il clero sciita, fortemente organizzato in solide strutture gerarchiche, ha sempre costituito un elemento portante di tale identit, e anche dopo la rivoluzione del 1979 non stato inficiato in questa sua storica funzione dalla politica confessionale della repubblica islamica, alla quale ha, peraltro, largamente contribuito. LIran continua, cio, a formare una realt etico-politica particolare dal punto di vista che qui interessa, per quanto di difficile definizione e per quanto la componente religiosa sia giunta a costituirne una parte inattesamente protagonistica dopo gli sviluppi della sua storia nei decenni centrali del XX secolo. N la presenza di cospicue minoranze etniche e la permanente incidenza di antiche tradizioni tribali e gentilizie ne hanno leso la particolarit. LIslam arabo, egiziano, maghrebino, come quello orientale, quasi per intero di confessione sunnita, ma non , solo per questo, pi compatto. Da area ad area e da paese a paese le differenze e i problemi sono numerosi, determinando una sperimentata irriducibilit, superiore a ogni attesa, della divisione geopolitica di questo mondo quale si era delineata gi alla vigilia della seconda guerra mondiale e ancora una volta in corrispondenza con i confini delle colonie europee o, comunque, imposti dalle potenze europee. La pi volte proclamata o rivendicata sussistenza di una nazione araba comprendente pi o meno tutta questa parte dellIslam si rivelata del tutto infondata e, comunque, assolutamente inefficace. N sono pi riusciti i tentativi di federare o fondere anche solo due o tre dei paesi della stessa area, come, ad esempio, Egitto e Siria, o Transgiordania e Cisgiordania. Perfino dove uno stesso partito si affermato e ha preso il potere, come il Baath in Iraq e in Siria, una spinta unitaria non si pot determinare. N valse in questo senso la grande diffusione delle idee comuniste o socialiste, che tra gli anni sessanta e gli anni settanta coniugarono strettamente i motivi della rivoluzione interna con quelli della lotta allOccidente, pur formando, questa doppia serie di motivi, un robusto intreccio a base del risorgimento arabo annunciatosi gi alla fine del XIX secolo e manifestatosi dopo la seconda guerra mondiale con unaccentuazione pi forte del previsto. Il socialismo arabo non valse,

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insomma, a unire le spinte risorgimentali del grande arco musulmano dallo Stretto di Gibilterra allo Sha al-Arab pi di quanto fossero valsi altri motivi. Semmai, esso retrospettivamente mette in maggiore evidenza come e quanto queste referenze terminologiche (nazione, risorgimento, socialismo) vadano prese con la massima discrezione allorch si tratta di inserirle nel contesto storico dellIslam in generale e del mondo arabo in particolare. E in ogni caso, quando non si usasse al riguardo tutta la dovuta discrezione, occorrerebbe pur sempre ricordare che la divisione, spesso estremamente conflittuale, dello spazio islamico di cui parliamo antica e risale addirittura ai primi secoli dellIslam. Il che dovrebbe servire a sottolineare una diversit di fondamenti, di tradizioni, di interessi di talmente lunga sedimentazione da dover essere considerata prioritariamente tra gli elementi caratteristici fondamentali di questarea culturale e geopolitica. E ci tanto pi in quanto essa quasi per intero, sia pure in forme e con cronologie in parte differenti, soggiacque a lungo al dominio turco, ossia al dominio di unaltra entit islamica, e nella sua fisionomia attuale si definita in rivolta contro questo dominio non meno che in opposizione al colonialismo delle potenze europee, dalle quali fu, anzi, sollecitata e aiutata, bench ai loro fini, nel suo sforzo antiturco. Si tratta, invero, di paesi che in alcuni casi (Marocco, Tunisia, Egitto) presentano una particolare pregnanza della loro personalit storica pressoch da ogni punto di vista. In altri casi (Algeria, Libia, Siria, Iraq, Giordania e, soprattutto, Palestina) la sono venuti acquistando (la vanno tuttora acquistando) nel corso del XIX e del XX secolo. In altri casi ancora (Stati della penisola arabica) conservano nella loro struttura istituzionale e politico-sociale tratti tradizionali di grande rilievo e tali da configurare la loro zona (con leccezione parziale dello Yemen) come un ambito quasi a s nel contesto arabo-islamico. Si tratta spesso di paesi che anche nel loro interno presentano questioni di minoranze o contrapposizioni etniche e culturali o, addirittura, confessionali assai forti: come la questione curda, ad esempio, e quella della minoranza sciita in Iraq o quella delle antiche popolazioni berbere della Cabilia e dellAurs in Algeria. Ovunque, tuttavia, arabismo e arabizzazione si sono fatti pi forti nella seconda met del XX secolo. Laffermazione progressiva del fondamentalismo ha incrementato questa spinta e ha posto, anche per questo verso, un problema assai serio in rapporto al tema di cui trattiamo. Senzaltro da escludere appare la possibilit che dal fondamentalismo possa trarre origine una unificazione, sia pure tendenziale, che riesca pi e meglio dei tentativi e degli episodi del passato. , anzi, opportuno aggiungere a quanto gi si osservato al riguardo che una unificazione effettiva non vi fu neppure quando ancora nel XVIII secolo gli ottomani riuscivano a tenere nelle loro mani quasi tutti i territori in questione. Il fatto, poi, che il fondamentalismo abbia trovato con Khumain la sua roccaforte nellIran sciita sminuisce ancor pi la prospettiva unitaria, gi di per s cos improbabile. La previsione pi ragionevole appare quindi che i paesi di questo Islam continuino a maturare, nella diversit dei loro tratti specifici, la propria personalit etico-politica, culturale, socio-istituzionale, ecc. dubbio che, anche cos, non potendosi in alcun modo parlare di nazione araba, si possa parlare almeno di nazioni arabe, e se ne sono accennati o se ne accenneranno i motivi. Sarebbe, per, altrettanto impossibile non scorgere che malgrado le pi violente contrapposizioni a tutti i livelli del confronto politico, fino a quello armato e del terrorismo, e malgrado lancor pi netta contrapposizione ideologica e confessionale il mondo islamico non affatto del tutto chiuso ai processi di globalizzazione/occidentalizzazione propri del tempo; e che in pi casi (come in Egitto o in Algeria) non manca una controspinta laica allestremismo religioso. E gli effetti di tutto ci, a loro volta, non dovrebbero mancare sul piano della realt e della configurazione etico-politica dei paesi interessati.

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LIslam africano che contorna quello nordafricano presente nei vari paesi di questa fascia del continente (Burkina, Camerun, Ciad, Comore, Costa dAvorio, Eritrea, Etiopia, Gambia, Guinea, Mali, Mauritana, Niger, Nigeria, Senegal, Sierra Leone, Somalia, Sudan, Tanganica, Zanzibar, Togo, pi minoranze altrove) in varia misura: dal 15 o 20% alla quasi totalit della popolazione. Esso ripete, per lo pi, atteggiamenti (nazionalismo, socialismo, ecc.) dell Islam soprattutto nordafricano. Quando Nasser, nel momento culminante delle sue fortune, postulava, dal grande centro islamico egiziano, una sfera africana della sua politica, aveva, per qualche verso, pi ragione di quanto in generale potrebbe apparire non tanto in relazione allAfrica in generale nella sua lotta con lOccidente, come egli intendeva, quanto in relazione a questampia presenza dellIslam in tutta la sfera centrale del continente. Lesperienza di Nasser concorre, peraltro, a comprovare quanto esigue si siano dimostrate le possibilit di dare unespressione, o anche solo una convergenza, unitaria allIslam subsahariano. I problemi africani relativi alla difficolt di costruire forti aggregazioni politiche o robuste realt statali si manifestano, infatti, nella sfera di questo Islam non meno che in tutta la restante Africa equatoriale e australe, e da questo punto di vista il carattere africano dei paesi interessati prevale sul loro carattere islamico e vi fa emergere le stesse gravissime difficolt etniche e culturali degli altri paesi dellAfrica Nera nella costituzione di realt eticopolitiche chiaramente individuate e vitali, nonch di vere e proprie nazioni. Ben pi complessi sono i problemi dellarea islamica siro-palestinese, che in parte una sub-area del corpo centrale dellIslam del quale gi si parlato, in parte unarea fortemente caratterizzata dalla questione israeliana e dalla questione libanese. Qui baster ricordare, per il momento, la gi accennata formazione di una nazione palestinese che, come tale, ha acquisito piena definizione solo dopo la seconda guerra mondiale e proprio in relazione alle vicende che hanno portato al sorgere di uno Stato di Israele e agli eventi successivi. Si tratta di fatti nuovi, il cui rilievo storico fin troppo evidente. Si pu, peraltro, dire che la Palestina e il suo popolo offrano in pratica il solo caso in cui il conflitto arabo-israeliano abbia dato luogo a un effetto caratterizzante in senso nazionale per una popolazione musulmana. Altrettanto, certamente, non si pu dire per la Siria, gi caratterizzata in tal senso, se non altro, per i suoi gi richiamati precedenti storico-coloniali, e meno ancora per lEgitto, uno dei paesi islamici di pi riconoscibile e consolidata individualit. Non lo si pu dire neppure per la Giordania, dove lo stesso effetto sarebbe, semmai, da riconoscere al contrasto tra monarchia giordana e palestinesi, che ebbe nel settembre nero del 1970 una molto drammatica manifestazione, che dissolse ogni prospettiva di unit giordano-palestinese sotto la monarchia hascemita e che , peraltro, continuato anche per effetto di eventi posteriori, dato il permanere di una minoranza palestinese in Giordania, nellordine di oltre il 20% della popolazione. Si pu affermare, perci, che il conflitto arabo-israeliano in corso dal 1948 non solo non un conflitto tra due nazioni (se non per il caso specifico israeliano-palestinese), ma anche distorce, in qualche modo, le prospettive nazionali proprie dei singoli paesi musulmani interessati e, in varia misura, la stessa dialettica della vita politico-sociale al loro interno, oltre che le loro relazioni, proponendo un obiettivo alla loro azione interna ed esterna non solo discutibile, ma anchesso senza sostanziale ed effettiva forza unificante. Quanto al Libano, la realizzazione di una grande esperienza di convivenza e di unit politica fra cristiani e musulmani a cui esso avrebbe potuto dar luogo stata radicalmente messa in causa dalle ripetute e insanabili guerre civili (fra cristiani e musulmani e al loro interno) che vi si sono accese dal 1958 in poi, portando in ultimo, di fatto, a un protettorato siriano sul paese, a uningombrante presenza militare israeliana ai suoi margini meridionali e a unancor pi ingombrante presenza e attivit della minoranza musulmana sciita e di forti gruppi

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estremisti, palestinesi in massima parte, soprattutto nelle stesse zone meridionali. Per questi motivi lidentit libanese risulta, a cinquantanni dallindipendenza conseguita nel 1946, ancor pi problematica di quanto non apparisse allora. La Turchia, infine, , dallepilogo della prima guerra mondiale, appena una parte del grande impero islamico che gli ottomani conservarono per quasi cinque secoli, costituendo a pi riprese una formidabile minaccia per lOccidente cristiano nel Mediterraneo e nel cuore stesso dellEuropa. Per essa, tuttavia, lopera modernizzatrice di grande profilo politico e storico svoltavi da Mustafa Kemal negli anni venti e trenta ha avuto effetti di straordinaria e, a quanto appare, durevole efficacia. nata, infatti, cos unidentit etico-politica che non rimessa alla dominante confessione religiosa musulmana, bens alla specificit etnica, linguistica, culturale, politica del popolo turco. Un popolo, si aggiunga, esso stesso frutto della turchizzazione promossa dallo stesso Kemal con lespulsione dei greci nel 1920-1922, con la rigorosa compressione della folta componente curda nellAnatolia orientale e con laccoglimento dei turchi delle perdute province balcaniche dellimpero crollato nel 1918, mentre gi nel 1915-1917 erano stati massacrati e totalmente eliminati dal territorio anatolico gli armeni che vi erano insediati fin da prima della conquista turca fra il XII e il XV secolo. Una turchizzazione recente, dunque, ma, come si detto, profonda e tale da meritare sicuramente a Kemal lappellativo di Atatrk, padre dei Turchi, che egli assunse nel 1944, quattro anni prima della morte. Grazie a essa la Turchia ha finito col costituire pi di ogni altro popolo islamico anche pi dellEgitto, del Marocco e dello stesso Iran quel che, nel senso europeo, si pu definire una nazione; e questa sua qualit non appare inficiabile neppure dalla diffusione, nello scorcio del XX secolo, di forti fermenti fondamentalisti. La laicizzazione della vita civile, limposizione di un ordinamento statale di tipo occidentale, una conforme politica culturale hanno dato luogo, in effetti, a una vera e propria rivoluzione nella individuazione e nella prospettazione della nuova e moderna identit turca. Il trasferimento della capitale da Costantinopoli ad Ankara lha efficacemente simboleggiata, mentre la politica filo-occidentale, assai poco sensibile ai richiami islamici, e in ultimo la richiesta di associazione alla Comunit Europea lhanno progressivamente rafforzata. Il costituirsi in Stati indipendenti dei popoli islamici dello spazio gi sovietico ha dato poi anchesso (specie in qualche caso, come quello del Turkmenistan) un senso pi vivo a tutto questo processo. Assai scarso stato, invece, il richiamo alla Turchia dei paesi islamici dEuropa (Albania per oltre il 70%, Bosnia-Erzegovina per oltre il 40%, Macedonia per il 30%, minoranze importanti in Serbia, Kosovo e Montenegro), dove la forza delle motivazioni politiche nettamente prevalsa su quella delle motivazioni confessionali e ha reso marginali le tendenze fondamentalistiche. In Turchia pi che altrove, ma non solo in Turchia, lo spazio islamico caratterizzato, peraltro, da uno dei maggiori problemi di identit e autonomia etno-culturale profilatisi nello scorcio del XX secolo. Si tratta del problema dei curdi, che fra Turchia (dove si trovano per circa il 50%), Siria, Iraq, Iran e Armenia superano i 20 milioni e che si vedono concordemente negare ogni diritto allautodeterminazione e allindipendenza e, per lo pi, allautonomia da Stati tanto diversi e per pi aspetti ostili fra loro come quelli fra i quali sono ripartiti. I curdi sono andati rispondendo a una tale compressione con pari violenza e con un terrorismo attivo anche in Europa. La loro identit non solo etnica, ma anche culturale e, in particolare, linguistica (parlano una lingua indoeuropea) fuori discussione, pur nella loro quasi completa confessione religiosa islamica, ma gli equilibri politici complessivi dellarea in cui sono insediati non lasciano prevedere n prossimo, n facile il costituirsi di uno Stato nazionale curdo quale nelle loro aspirazioni.

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3. Genesi ed evoluzione dellidea nazionale Lesame delle molteplici realt extraeuropee cos diversificate, sia quando sono pi robuste, sia quando lo sono assai di meno nella loro personalit storica e politica, conferma, dunque, le considerazioni che abbiamo fatto allinizio, e che qui riprendiamo e sviluppiamo, circa la vitalit del principio nazionale. Per quanto, infatti, lapplicabilit di tale principio appaia sottoposta, fuori dellEuropa, ai pi vari condizionamenti storici; per quanto sia, anzi, da vedere essenzialmente nellEuropa occidentale la prima fucina dellidea e dei valori nazionali (come appare pure dalla difficolt di ritrovare in tedesco e nelle lingue slave un termine indigeno perfettamente equivalente a nazione, quali non sono n il tedesco Volk, n lo slavo narod, per cui il termine nazione vi rappresenta un prestito linguistico-semantico); per quanto tradizioni etniche e culturali di ogni tipo e di ogni spessore sembrino fare del modulo nazionale solo una fra le molte possibilit di configurazione della personalit etico-politica di popoli e di paesi di cui si fatto e si fa esperienza; per quanto equilibri e stratificazioni sociali di non minore variet concorrano in misura decisiva, anche quando la loro incidenza appare pi dissimulata o meno esplicita, a determinare tale personalit; per quanto, soprattutto, lEuropa in particolare e lOccidente in generale possano costituire loggetto delle ripulse pi decise e delle avversioni pi vistose negli atteggiamenti e nei comportamenti politici e culturali dei popoli e dei paesi di altre parti del mondo, indubbio resta, tuttavia, il dato gi da noi pi volte posto in evidenza: una complessiva affermazione, cio, del modello etico-politico europeo costituito dal modulo nazionale, quale dimensione e contesto fondante della vita civile. Abbiamo pure notato che qui da ravvisare un aspetto di quella egualmente generale e complessiva omologazione allEuropa e allOccidente che costituisce, per ammissione universale, un aspetto eminente della storia dellumanit nel XX secolo e che si prospetta ancor pi larga sullorizzonte del seguente XXI secolo. opportuno aggiungere che laspetto etico-politico di tale omologazione, cui si riporta la fortuna del modulo nazionale, , del resto, un aspetto complementare della egualmente generale adozione dei regimi liberal-democratici a base rappresentativa quale struttura istituzionale anche in paesi e presso popoli che, talora fino a pochissimo tempo prima o al momento stesso delladozione, non ne avevano alcuna pratica e/o non mostravano alcuna propensione verso di essi e che, anche dopo ladozione di tali regimi, continuano di fatto in una prassi politica dominata dagli elementi pi consueti alle loro tradizioni di vita civile. Con ci entriamo, peraltro, in una problematica di grande momento proprio per quanto riguarda la gestazione e la vicenda del modulo nazionale e delle connesse ideologie nellEuropa stessa. Si gi accennato alla relazione intrinseca che al riguardo si determin tra lidea nazionale e le idee di libert e di democrazia nella grande congiuntura europea della fine del XVIII secolo, quando l idea di Stato fu fatta pienamente coincidere con quella di nazione, e di nazione innanzitutto come popolo sovrano. Perci il buon patriota era allora il rivoluzionario che rappresentava il popolo-nazione nei suoi diritti sovrani e nelle sue istanze di libert e di democrazia, e la patria non era tanto la terra dei padri quanto il paese in cui ciascuno si riconosceva e sentiva la paternit universale dei diritti imprescrittibili delluomo come individuo e come corpo sociale. La Francia fu, in particolare, la grande nazione da cui gli altri popoli europei potevano derivare, e di fatto largamente derivarono, il modello e lo stimolo per affiancarsi a essa e ripeterne la gloriosa vicenda di emancipazione e di promozione umana e civile. Con questo fin troppo evidente ed esibito schema ideologico contrast largamente, nei fatti, la politica espansionistica e, a suo modo, imperialistica della grande

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nazione, alla quale altri popoli, o quegli stessi popoli che in un primo momento ne avevano subito il fascino e seguito le orme, reagirono con una contrapposizione e affermazione puntigliosa e orgogliosa della propria identit rispetto a quella francese-rivoluzionaria: dialettica che si intensific e raggiunse il culmine quando, con Napoleone, il volto imperialistico e la sollecitazione liberatrice della rivoluzione apparvero da un lato potenziati e dallaltro meno facilmente accettabili nella loro congiunzione. La successiva fase romantica di elaborazione e di formulazione dellidea nazionale diede a questultima come pure si accennato la sua massima e pi alta consistenza. Fu allora che la nazione divenne il principio generalmente convenuto della filosofia politica europea non solo in materia di fondamenti e strutture della vita civile, di identit storica e culturale dei popoli e dei paesi, di diritti e vocazioni etico-politiche, bens anche in materia di diritto pubblico internazionale, di criterio dellassetto geopolitico del continente, di giustificazione delle iniziative (di pace o di guerra) da assumere al riguardo, di garanzia di stabilit e di legittimit dell ordine internazionale e delle relazioni in cui esso si esplicava. La lotta fra i vecchi princip dellequilibrio di potenza e dei diritti tradizionali (quelli dinastici in primo luogo) dellEuropa moderna e i nuovi princip dei diritti dei popoli allautodeterminazione e allautogoverno nazionale domin, cos, il panorama del dibattito politico-ideologico nellEuropa del XIX secolo e vide la progressiva affermazione dei princip nuovi, sanciti alla fine come criterio ispiratore nei trattati di pace che chiusero la prima guerra mondiale, anche se di fatto le offese al principio nazionale risultarono in quei trattati ben pi numerose e pi gravi di quanto il principio avrebbe comportato. Nellidea romantica la nazione assunse tutta la sua potenziale densit e profondit di significati etici e politici, culturali e civili, etnici e storici. A ben vedere, era poi soprattutto lidentit linguistica a fornire la base dellidentit nazionale, e lidentit linguistica in quanto ravvisata e costituita nella tradizione letteraria e nella lingua ufficiale del paese: donde una serie di implicazioni relative alle realt regionali e dialettali (la distinzione tra lingua e dialetto si fece allora rigida) che si sarebbero poi rivelate gravide di conseguenze. Su questa base, comunque, la nazione si prospettava come unentit primigenia abbracciante lintero orizzonte della vita dei popoli nei loro paesi. Una darme, di lingua, di altari, di memorie, di sangue, di cor (secondo la definizione del Manzoni, una delle pi efficaci e complete espressioni del punto di vista romantico), la nazione era tutto: un destino e una vocazione, un diritto e un dovere, una missione e una scelta, un idea e una realt, un dato di natura e un frutto della storia. Bastava, quindi, a determinare tutta una religione civile ed esigeva una vera e propria professione di fede e un impegno tanto incondizionabile quanto irrinunciabile (right or wrong, my country). Se, e nella misura in cui, questa religione civile coincideva con la confessione religiosa praticata o dominante nella sua area (gli altari, cio, paralleli agli altri elementi della definizione manzoniana), il nesso nazionale diventava ancora pi forte, e per alcuni popoli europei (i polacchi cattolici rispetto ai russi ortodossi o gli irlandesi cattolici rispetto allInghilterra protestante o i popoli cristiani dei Balcani rispetto ai turchi musulmani, ad esempio) ci determinava una carica emotiva e ideale della rivendicazione nazionale di ancora maggiore potenza. Proprio su questo punto, tuttavia, lidea nazionale trovava uno dei suoi caratteri distintivi pi forti rispetto agli altri grandi modelli etico-politici della tradizione europea e non europea: dalle monarchie orientali antiche alla polis ellenica, dalla sovranit imperiale di tradizione romanobizantina alla monarchia assoluta moderna di diritto divino, dalla indistinta comunit confessionalecivile di stampo islamico alla struttura magico-sacrale delle monarchie estremo-orientali. Nella

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nazione, infatti, gli elementi sacrali, magici, rituali, teocratici o cesaro-papistici o di altro ed equivalente ordine non figuravano affatto; erano, anzi, respinti non solo nella originaria configurazione illuministico-rivoluzionaria della fine del XVIII secolo (come per gli Stati Uniti e per la Francia del 1789), bens anche nella formulazione romantica, nella quale la componente religiosa entrava, quando e in quanto entrava, come dato storico, come segno di riconoscimento costituito da un dato di fatto. La religione in senso confessionale era, in altri termini, una componente che, per quanto importante e distintiva potesse essere ritenuta, veniva completamente sussunta e risolta nel profilo di religione civile proprio della professione di fede nazionale: era sussunta e risolta nel suo profilo di tradizione storico-culturale e di specifico destino e vocazione, scelta e missione. Perci lItalia poteva, ad esempio, prospettarsi nella visione di Mazzini successivamente come prima Roma imperiale e pagana, come seconda Roma papale e cattolica e come terza Roma della sua nuova storia e missione nazionale. La nazione coincideva ora davvero con la patria, poich la patria era ora intesa in senso assai pi specifico, era cio intesa davvero come terra dei padri, come distinta determinazione geopolitica. Coerentemente, il nuovo diritto pubblico ravvisava il fondamento dello Stato nel triplice nesso del territorio, del popolo e della sovranit. Donde anche il diritto di ogni nazione a un suo Stato, linevitabilit dello Stato nazionale in quanto unico modello legittimo di Stato, la piena coincidenza di fede nazionale e patriottismo. E donde anche linsuperabile difficolt di ritenere lidea nazionale come unidea assolutamente laica e frutto della secolarizzazione connessa allavvento e allo sviluppo della civilt industriale. La laicizzazione entra indubbiamente nel processo genetico dellidea di nazione, come si pu dedurre anche solo dai pochi o indiretti accenni fatti fin qui alla storia di tale idea. E, tuttavia, lidea laica o laicizzata di nazione non cessa per questo di configurarsi con tratti etico-politici ricorrentemente e strutturalmente cos forti da obbligare a parlare, come abbiamo fatto, di religione civile: una religione certamente non sacrale e non confessionale, certamente distinta da ogni precedente di tale ordine, certamente razionale e insieme storica (ossia densa di emotivit, passioni, condizionamenti, ecc.), ma altrettanto certamente obbligante come una fede religiosa, intimamente e inseparabilmente legata alla eticit determinata e assolutamente singolare del principio ideale e della inconfondibile individualit di ciascuna nazione. Quanto, poi, alla civilt industriale o ad altri aspetti di ordine socio-economico, la loro incidenza sulla genesi e sugli sviluppi dellidea nazionale sicura, ma non sembra n originaria, n determinante fra le sollecitazioni che al riguardo possono essere contemplate. N leconomia, n la lotta di classe risultano mai davvero tra i centri dinamici o i poli di gravitazione dei movimenti nazionali, se non per alcuni aspetti o in alcuni momenti. Il terreno di coltura della nazione e il campo di esplicazione dei valori e dei processi storici che vi si connettono appaiono chiaramente altrove. Parole dordine nazionale hanno servito fin troppo spesso, e non di rado rumorosamente, da motivo strumentale e pretestuoso di interessi economici e di classe. Ma non un caso che gi dalla met del XIX secolo le ideologie classiste andassero opponendo sempre pi drasticamente alle spinte nazionali un internazionalismo estremamente polemico. Internazionale si sarebbe, appunto, definito linno del movimento socialista europeo e Internazionale, fin dal 1864, lassociazione pi ampia degli aderenti a quel movimento. Pi ambiguo latteggiamento dei ceti economici borghesi e capitalistici, in linea con gli indirizzi nazionali per tutto quanto servisse ai loro interessi di mercato e di espansione, ma attenti a non lasciarsene mai coinvolgere al di l di quanto consentissero questi stessi interessi e le loro necessit di operare sulla scala delle imprese: scala e interessi che gli sviluppi della tecnica e del capitalismo richiamavano, ab origine, e poi sempre pi, ad amplissime

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dimensioni sovranazionali, come infatti, al chiudersi del XX secolo, si sarebbe visto con la massima chiarezza nella problematica e nellesperienza della globalizzazione. Atteggiamento che, in qualche modo, e fatte tutte le dovute e, del resto, fin troppo visibili differenze, stato pure di molte sfere religiose, e in particolare della Chiesa cattolica, alternamente vicina o ostile ai movimenti nazionali sulla base di considerazioni che li trascendevano e, in generale, attestata, nel corso del XIX secolo, su posizioni di rigida difesa dellordine internazionale sortito dal Congresso viennese del 1815 e solo nel XX secolo passata a un diverso orientamento di massima, sempre, peraltro, nei limiti sopra indicati. In realt, il terreno originario della nazione e il campo di esplicazione di quanto vi si connette furono quelli della cultura, delle passioni, dei sentimenti, delle tradizioni e, insomma, di tutta la vita etico-politica e, in particolare, e in senso pi stretto, di tutta la vita politica. , dunque, la politica in tutto lo spessore delle sue componenti morali e materiali, individuali e di classe, private e pubbliche, di mediazione e di conflitto, tradizionali e innovative, con le logiche rispettive di tali componenti, ma anche con la logica del contesto in cui le varie componenti, i loro incontri e i loro scontri sono compresi, e, quindi, con la logica dellidentit e della dialettica che la formazione della realt e dei valori nazionali ha proposto e imposto nella sezione pi avanzata del mondo e dellumanit e ha poi diffuso, come si visto, in altre parti del mondo. E diciamo formazione intendendo che si tratta, pi precisamente, di una innovazione, non arbitraria e non casuale, in cui si espressa, nella vita civile, la creativit dei popoli europei nel momento pi alto della loro storia e delle loro fortune nel mondo. Chi perde di vista questa realt si lascia, in effetti, sfuggire sia quanto vi di pi proprio nellidea nazionale, sia la logica di fondo che ha presieduto costantemente alla sua dinamica, al di l (bench senza esclusione) di ogni sollecitazione di ordine materiale o di altro ordine. questo primato sostanziale del motivo politico ed etico-politico a spiegare, del resto, la profonda connessione e le non meno profonde ripercussioni del fenomeno nazionale nella realt socio-culturale e nella stessa vita quotidiana di tutti i popoli e i paesi interessati e a ogni livello della scala sociale. E, soprattutto, esso a rendere davvero comprensibili, come si accennato, gli sviluppi che in progresso di tempo se ne colgono. Tra lepoca rivoluzionaria e napoleonica e quella romantica si delinea infatti, nella serie delle gi accennate molteplici e differenziate formulazioni che lidea di nazione riceve nei vari spazi nazionali in cui si manifesta, una bipartizione fondamentale. Da un lato, viene consolidato e sviluppato il nesso originario con i princip liberali e democratici. Pur nel persistere o nel profilarsi di idee di primato, iniziativa o missione di questa o quella nazione, la visione dominante quella di un ordine internazionale fondato sulla libera esplicazione di tutte le nazioni presenti e attive sulla scena storica: un ordine come si am dire di nazioni sorelle, affratellate da una comunanza di valori che determina il loro reciproco rispetto e una solidariet di fondo e porta le une a battersi per l indipendenza delle altre. Unit della patria e libert dei cittadini sono strettamente legate come si legge sul monumento a Vittorio Emanuele II in Roma, a epigrafe del Risorgimento italiano nella professione di fede nazionale. Per questa via si giunger alla pi alta e pi aperta definizione data della nazione nellambito liberale e democratico: quella, cio, di Renan, che definisce la nazione come il plebiscito di ogni giorno, ossia come lindispensabile e continuo rinnovo di una scelta e come una costante riaffermazione e riappropriazione volontaria e soggettiva dei fondamenti storici e strutturali sui quali si regge la nazionalit.

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Da un altro lato, invece, si percorre la via di una fondazione pi definitamente etnica e materiale, la via del Blut und Boden, del sangue e del suolo come elementi costitutivi originari della nazione. Per questa via non difficile, e in pratica si dimostra quasi inevitabile, il pervenire a una concezione razziale e geopolitica delle nazioni. Queste appaiono, perci, invece che sorelle, piuttosto concorrenti e rivali in una gara intesa pi alla loro potenza che a una loro, per quanto possibile, armoniosa convivenza. Nostalgie di antichi passati dissolti dallo sviluppo del mondo moderno, lo Stato etico hegeliano, la filosofia darwiniana della strugglefor life, le ideologie dellimperialismo e dellautoritarismo, lidea della potenza come potenza innanzitutto e soprattutto materiale (armi, economia, posizioni strategiche, consistenza demografica e territoriale, ecc.), concezioni sociali gerarchiche parallele alla concezione di una gerarchia delle nazioni, e vari altri elementi pi o meno affini entrano per questa via nella definizione e nella valutazione della realt nazionale. E questa realt non solo, e non neppure necessario che sia, lesito di specifici processi di scelta della vita culturale e morale di un popolo o di un paese, come si visto accadere per laltra via; anche lesito di processi obbligati, da sostenere col ferro e col fuoco e da imporre a chi e a chi non partecipe dei relativi valori con politiche decise e interagenti di nazionalizzazione e di snazionalizzazione. Le due vie non costituiscono percorsi assolutamente distinti e separati fra loro. Le reciproche contaminazioni sono frequenti e spesso cospicue. La distinzione non viene, tuttavia, mai superata. , in particolare, il secondo percorso a incidere di pi sul primo anzich il contrario. Nel corso del XIX secolo lo si vide sempre meglio, finch agli inizi del XX secolo divent anche troppo evidente. La guerra mondiale del 1914-1918 e i trattati di pace che la chiusero resero, infatti, manifesta una forza del secondo percorso superiore a qualsiasi previsione. Linternazionalismo socialista e il pacifismo cattolico furono battuti in breccia da questo imprevisto dilagare del nazionalismo. Le riaffermazioni ufficiali e ripetute delle altre concezioni nazionali valsero a dare la dimostrazione impressionante di un principio pur sempre largamente professato e diffuso, ma praticamente, e in ben pi larga misura, disatteso. Il totalitarismo fascista e, ancor pi, quello nazista, portarono poi, come noto, al suo massimo la prevalenza del secondo percorso. La risposta sul versante del primo percorso fu, tutto sommato, debole. Laltro, per nulla minore, totalitarismo dellEuropa della prima met del XX secolo, ossia quello comunista, si muoveva sulla falsariga della gi accennata ideologia internazionalista socialista, e pi precisamente marxista, anche se gruppi e correnti socialisti e marxisti erano stati tuttaltro che assenti nello sviluppo dei movimenti nazionali. Nella instaurazione del comunismo in un paese quale la Russia zarista, ossia in un grande impero che aveva imposto il dominio russo su pi di un terzo dellAsia e su molti popoli e paesi dellEuropa orientale, il problema nazionale non poteva non porsi con grande evidenza a un regime che si professava di liberazione e che aveva adottato aspre posizioni anticapitalistiche, antimperialistiche e anticoloniali. Della politica svolta al riguardo dal regime si gi accennato a proposito di popoli e paesi islamici, e le stesse cose possono essere, pi o meno, ripetute per le altre zone di un impero la cui dimensione coloniale era stata attutita in larga parte dalla contiguit territoriale fra il paese conquistatore e i paesi conquistati. Le formulazioni date al problema (se ne occup personalmente anche Stalin) apparvero gi allora piuttosto inani. In ogni caso, esse furono ulteriormente disdette dalla spregiudicata e dura politica staliniana che annesse allUnione Sovietica fra il 1939 e il 1945 i paesi baltici, una fetta di Finlandia, la met orientale della Polonia di allora, la Rutenia subcarpatica, la Bucovina e la Bessarabia.

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Non sorprende, perci, che le paci del 1945 fossero dominate dallo spettro dei problemi posti dai totalitarismi europei fioriti tra le due guerre mondiali e dalla prospettiva di una fatale e prossima contrapposizione tra le potenze occidentali coi loro princip liberal-democratici e il superstite e pi potente totalitarismo sovietico; e che, quindi, il principio nazionale, pur sempre professato, non fosse la maggiore ispirazione di quei trattati di pace. N pu sorprendere che, una volta entrati in crisi e crollati questo e gli altri totalitarismi, siano state le idee liberal-democratiche, ormai trionfanti, a connotare di nuovo lidea nazionale, e anche in misura maggiore di quanto fosse accaduto nello stesso XIX secolo. La gi accennata versione liberal-democratica dellidea nazionale via via affermatasi presso popoli e paesi extraeuropei in una significativa connessione etico-politica e politico-istituzionale per quanto parziale e diversificata o solo potenziale possa apparire ed essere questa versione, e per quanto non si possano davvero ritenere del tutto superate e dissolte le spinte nazional-autoritarie, socialiste, confessionali, ecc. che hanno animato il Terzo Mondo dalla fine della guerra nel 1945 trova, dunque, una sua spiegazione, oltre che nei motivi a suo luogo segnalati, anche nel decorso delle idee e delle vicende europee nello stesso periodo dal punto di vista degli equilibri complessivi della societ e del confronto politico e ideologico. Un decorso che come si avuto modo di osservare allinizio di queste pagine sembrato mettere in forte discussione lo Stato nazionale pressoch su ogni piano, da quello della potenza a quello dei valori. In realt, in poco meno di mezzo secolo la storia europea ha poi fatto segnare proprio dal punto di vista della sua articolazione nazionale eventi della massima importanza, bench in gran parte imprevisti ancora ad assai breve distanza dal loro verificarsi. Conviene notare, per rendersene conto, che le paci del 1945 avevano avuto effetti sensibili sulla geografia nazionale solo nellEuropa orientale e centrale. A parte lespansione sovietica di cui si vista lampiezza e che aveva posto fine, fra laltro, allindipendenza dei tre Stati baltici costituiti nel 1919, e a parte il drastico slittamento verso ovest delle frontiere polacche con la Germania e con lUnione Sovietica, nonch qualche altro importante mutamento, come lampliamento della Iugoslavia in Istria ai danni dellItalia, quelle paci avevano sostanzialmente confermato la carta europea quale era emersa dalla prima guerra. Insieme con lampia espansione sovietica, che raggiungeva e superava i confini pi occidentali attinti a suo tempo dalla vecchia Russia zarista (ne rimaneva fuori solo la Finlandia), e con lo spostamento territoriale della Polonia, il dato che da ogni punto di vista risaltava era quello della divisione della Germania, presto consolidatasi con la formazione di due Stati a opposto regime e tendenze politiche e ideologiche, schierati negli opposti campi della guerra fredda, in sostanziale e poco dissimulata gara fra loro e ritenuti gi negli anni sessanta espressione, ormai, di due distinte nazioni tedesche. Questa vera e propria parvenza di dissoluzione nazionale germanica si affiancava, per la sua rilevanza, alla precedente eclisse della nazione russa nellordinamento sovietico a seguito della rivoluzione del 1917. Si gi detto che nellambito sovietico le nazionalit avevano ricevuto, quale che fosse, una esplicita considerazione formale e istituzionale. Per le altre ci aveva potuto costituire una qualche forma di discutibile, ma non trascurabile promozione; per quella russa, invece, si era trattato, almeno allapparenza, di una vera e propria retrocessione. Una nazione sovietica in senso proprio non nacque n prima n dopo la seconda guerra mondiale. Non se lo proponeva, in principio e nei fatti, il regime al potere, fondato sullideologia internazionalista e classista di cui si detto, che poteva postulare un popolo o un proletariato, ma non sempre in senso

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proprio, una nazione. N lo consentivano la larghissima prevalenza economica, culturale e politica che i russi conservavano nellUnione Sovietica; la linea di russificazione che il regime, anche in relazione a questo dato di fatto, segu in molte delle pi delicate questioni di politica delle nazionalit che dovette affrontare (cos, ad esempio, nei paesi baltici); la grande diversit delle condizioni di sviluppo e del retroterra storico di ciascuna delle nazionalit presenti nel paese; la stessa natura totalitaria del regime, per la coazione alla quale sottoponeva tutti gli elementi della vita sociale, che perci scarsamente potevano riconoscere in esso una propria espressione autentica, anche se lappoggio e il consenso a quel regime per varie ragioni non mancarono. un fatto che, allo scoppio della guerra con la Germania, nel 1941, ci si premur subito di qualificarla come una grande guerra patriottica, con un significativo spostamento di accento dai valori internazionalisti e classisti a quelli tradizionali della patria. Non era, invero, del tutto chiaro se si trattasse della patria sovietica o non, piuttosto, della patria russa, ma sembr implicito anche per la serie di motivi sopra accennata che fosse soprattutto la tradizione russa a essere richiamata, in forza, tra laltro, dei suggestivi precedenti storici per cui la vecchia Russia aveva reagito, debellandoli, ai grandi invasori che erano penetrati profondamente nel suo corpo, come Carlo XII di Svezia e, in particolare, Napoleone. Dopo la guerra, inoltre, si ebbe limpressione che la presenza russa nelloligarchia di partito che dominava il paese si fosse rafforzata rispetto alla sua precedente, pi aperta composizione per nazionalit determinata dalla rivoluzione del 1917 (Stalin stesso era georgiano) e che altrettanto accadesse nella politica sovietica delle nazionalit. La riunificazione germanica e il riaffiorare della nazione russa come corpo politico a s e come Stato indipendente sono, appunto, i due fenomeni che, nello scorcio finale del XX secolo, si sono imposti tra i massimi eventi della storia europea e mondiale contemporanea. Figlie entrambe del crollo comunista verificatosi alla fine degli anni ottanta, non sembra per che si possa in alcun modo pensare al fattore nazionale come a un fattore determinante di quel crollo, le cui cause appaiono ben pi generali e strettamente connesse, innanzitutto e soprattutto, alla vicenda del comunismo idea e fatto nel mondo contemporaneo. A questa vicenda appaiono, inoltre, da riportare pi che a una specifica lotta nazionale, per quanto una tale lotta non sia mancata cos la piena riaffermazione dellautonomia e della specificit nazionale dei paesi gi satelliti dellUnione Sovietica, come la secessione nazionale di popoli e paesi gi facenti parte dell Unione Sovietica (oltre quelli asiatici e islamici gi menzionati, lUcraina, la Russia Bianca, i paesi baltici, la Moldavia, la Georgia, lAzerbaigian, lArmenia). Ma evidente come e perch il fatto che il crollo del comunismo abbia avuto tanti e tali effetti proprio e specificamente dal punto di vista della realt nazionale europea costituisca gi di per s un dato storico estremamente significativo e importante. 4. I principali sviluppi contemporanei del modulo nazionale in Europa a) Germania, ex Unione Sovietica e paesi dellEst Linsperata e repentina riunificazione germanica non sembrata porre problemi particolari dal punto di vista della storia nazionale del paese. Il diverso regime e il diverso livello di sviluppo delle due Germanie sussistite dal 1949 al 1990 hanno posto e pongono problemi non indifferenti sul piano della loro integrazione economica e sociale, bench la Germania Orientale figurasse come il paese economicamente pi sviluppato del campo comunista dopo lUnione Sovietica. Si tratta, per,

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di problemi che appaiono gi avviati a soluzione negli anni novanta e, comunque, non tali da avere una qualsiasi apprezzabile ripercussione sul realizzato processo di riunificazione. Dal punto di vista culturale ed etico-politico le difficolt, che pure non sono mancate, appaiono, invece, nettamente meno consistenti. Nel corso di un decennio se ne sono avvertiti echi via via minori. Lidea, molto esaltata negli anni sessanta e settanta, dellavvenuta formazione di due nazioni tedesche su quello che restava del territorio del Secondo e Terzo Reich bipartizione analoga a quella a suo tempo prodottasi e dimostratasi duratura fra Germania e Austria e da ritenere, su questa base, verosimile si rivelata del tutto infondata. La facile riarticolazione della struttura politico-territoriale della Germania Orientale e il suo riassorbimento in quella della Germania Occidentale, con la formazione di cinque Lnder a est affiancati agli undici gi sussistenti a ovest, hanno omogeneizzato lordinamento del paese secondo i moduli pi consoni alla tradizione germanica. Ma un ampliamento cos importante e rilevante ha determinato pure una modificazione della coscienza nazionale germanica quale si manifestava nella Germania Occidentale prima della riunificazione? La risposta negativa sembra essere la pi fondata, oltre che la pi prudente. Con la riunificazione la Germania ha assunto una dimensione materiale (a cominciare dalla demografia, dalleconomia e dallestensione) molto maggiore della precedente, dovuta alla bipartizione seguita alla sconfitta del 1945; e se si considera che gi la Germania Occidentale da sola figurava prima del 1990 quale maggiore potenza economica europea e seconda o terza a livello mondiale, la cosa assume unimportanza rilevante. Ma si tratta pur sempre di un paese che non solo molto minore di quello del 1914 e del 1945, ma che soprattutto non sfugge alle misure della potenza mondiale invalse dopo il 1945 e cos crudeli, come si detto, per lEuropa. Il suo profilo pi generale non richiama affatto la Germania frustrata e revanchiste uscita dalla sconfitta del 1918 e facile incubatrice del processo che la port a scatenare, con il nazismo, la seconda guerra mondiale. Se un paragone storico dovesse assolutamente essere fatto, il richiamo sarebbe piuttosto alla Cartagine cos ridotta di potenza e cos rifiorita economicamente dopo la seconda guerra punica, senza peraltro che vi sia allorizzonte una Roma tanto preoccupata e gelosa del suo rifiorire da proporsene la distruzione. N la Ostpolitik, n il pensiero sempre vivo della riunificazione si ispirarono a propositi o a tendenze implicanti un ritorno alla tradizione nazionale in quanto tradizione di potenza. Le considerazioni circa lanimus tedesco dal punto di vista dellidea e del sentimento nazionale intorno al 1970 avanzate da Rosario Romeo nel volume IV di questa stessa opera alla voce nazione, alla quale la presente si connette appaiono, perci, sempre valide. Si deve, semmai, osservare che, se il distacco dal precedente spirito nazionalistico germanico era gi evidente a quella data, nei decenni successivi quella che si potrebbe definire loccidentalizzazione dello spirito etico-politico del paese appare ancora pi accentuata. I problemi della nuova Germania unita sono, in sostanza, ancora quelli della Germania Occidentale degli anni settanta e ottanta, evoluti nel senso di una maggiore complessit per il ritmo preso dallintegrazione nella Comunit Europea, dalle grandi ondate immigratorie extracomunitarie, dai rapporti coi paesi extraeuropei, dalla globalizzazione, ecc.: i problemi, cio, che riguardano pi o meno tutti i paesi della stessa area europea. Per la Russia il discorso pi complesso. Il periodo sovietico aveva segnato, come si detto, una certa eclisse della estrinsecazione se non altro della sua personalit nazionale. Ma gi sotto lantico impero zarista questa personalit, cos vistosa e corposa, non aveva trovato modo di esprimersi nelle forme e nei modi della grande stagione nazionale europea, costretta, come fu, fino al 1917 nei quadri dellautocrazia imperiale e nel suo contesto ideologico politico-religioso e cesaro-papistico, intimamente diverso da quello liberal-democratico, come si gi avuto modo di

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accennare, del modulo nazionale nellEuropa occidentale. Il passaggio, cio per usare la terminologia che abbiamo sopra proposto dalla nazionalit alla nazione e allo Stato nazionale la Russia non lo aveva ancora realizzato. Ed proprio per questo che si pu parlare di un configurarsi della Russia come vero e proprio Stato nazionale in seguito al crollo del regime sovietico e si pu vedere in ci un grande fatto nuovo, oltre che un grande fatto in s e per s, della storia europea e mondiale. La Federazione Russa cos nata ha un territorio inferiore di un buon quarto a quello dell Unione Sovietica e dellimpero zarista nella loro massima espansione. La sua popolazione (meno di 150 milioni nel 1995) poco pi della met di quella sovietica del 1987 (281 milioni). Con tutto ci essa riproduce largamente al suo interno, su questa scala ridotta, i problemi etnici e culturali di ordine sostanzialmente nazionale gi propri del regime sovietico e del regime zarista, anche se i russi sono pi dell80% della popolazione. Nel caso della Cecenia se ne avuta una dimostrazione drammatica. Nello stesso tempo la nuova fioritura nazionale russa fortemente caratterizzata da elementi tradizionalistici, a cominciare da quelli legati allantica confessione religiosa cristianoortodossa del paese, che si giudicavano poco meno che irriducibili fino al 1917, ma che nel corso del lungo periodo sovietico erano apparsi sostanzialmente divelti dallo spirito del paese. Tradizionalismo (a forte base religiosa) e nazionalismo (nel senso di accentuata esaltazione dellidea nazionale) appaiono, perci, tratti eminenti della Russia postcomunista. Piuttosto in ombra appaiono, invece, gli stimoli imperialistici e in direzione di una politica di potenza, cos forti sotto i Soviet e sotto gli zar. Dal grande fenomeno del dissenso antisovietico, in cui la nuova Russia ha molte delle sue radici, non uscita fuori una fortuna particolare di forze liberali e democratiche, laiche nel senso italiano di questo termine, anche se il modello liberal-democratico stato assunto come professione politica ufficiale del paese. Per questo verso lo storico problema delloccidentalizzazione, perseguita, in termini vari secondo le varie epoche fin dai tempi di Pietro I, appare ancora sul tappeto della storia russa. Ma il forte respiro che si avverte nella nuova fase, nazionale, di questa storia, nonch il ben diverso contesto della storia mondiale, fanno pensare che mai come alla fine del XX secolo la prospettiva occidentale sia stata in Russia concreta, aperta, dinamica e destinata al successo. Il tradizionalismo, il nazionalismo, i molti problemi posti dai popoli eterogenei compresi nei confini del nuovo Stato e gli stessi fenomeni di reviviscenza di uomini e gruppi del vecchio regime sovietico non sembrano in grado di appannare quella prospettiva al di l di determinati limiti. Degli altri Stati europei usciti dalla dissoluzione dellUnione Sovietica solo qualcuno come la Bielorussia mostra una pi debole consistenza, tanto da non lasciar escludere leventualit di un suo riassorbimento nella Federazione Russa. Qualche altro, come la Moldavia, appariva allinizio votato a ricongiungersi alla Romania, della cui area culturale fa parte e a cui appartenne dal 1918 al 1940, ma in seguito sembrato incline a mantenere la sua qualifica di Stato indipendente. Tutti gli altri appaiono gi dai loro primi passi come entit molto ben definite sia dalla loro storia passata, compressa e oppressa dai russi e ora liberata dalle relative ipoteche, sia dalla struttura postcomunista da essi assunta. Nel caso dellUcraina si tratta pure di uno Stato di ragguardevoli dimensioni e consistenza (superficie doppia e popolazione di poco inferiore a quelle italiane), suscettibile di assumere un suo ruolo non secondario tra le potenze europee. I tre Stati baltici (Lituania, Estonia e Lettonia) e i tre Stati caucasici (Georgia, Armenia e Azerbaigian) hanno dimensioni pi modeste, ma un fondamento e ragioni di identit non minori. Ovunque la definizione dello Stato in senso nazionale si affermata, per quanto particolare possa esserne, come ci si pu e

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ci si deve aspettare, la versione di fatto realizzatane. Ovunque, inoltre, la composizione etnica stata, o pu essere fonte di gravi complicazioni e agitazioni. Ovunque risalta, in particolare, la presenza di una forte minoranza russa, dovuta generalmente alle vicende storiche del passato lontano e recente e alla politica di russificazione svolta pi o meno a lungo dagli zar e dall URSS. In Estonia si trattava, nel 1989, del 30% della popolazione. In vari casi (e in particolare nel Caucaso) le questioni delle minoranze hanno portato a conflitti sanguinosi. Ma, cos come per la Russia, da ripetere che questi e altri elementi non appaiono tali da fermare il processo di strutturazione nazionale in corso in quei paesi. La grandiosit dei processi che cos si sono avuti per la Germania e nellambito gi sovietico non toglie che di primaria importanza appaiano anche gli sviluppi del modulo nazionale che contemporaneamente si sono avuti o sono in corso nella restante Europa. Spicca, innanzitutto, il caso della Iugoslavia, che anche per ci si dimostrata, alla lunga, una delle meno felici novit emerse dallesito della prima guerra mondiale. Regno serbo-croato-sloveno dapprima, di Iugoslavia poi (ossia degli slavi del sud), lo Stato formato dalla Serbia e dal Montenegro con laggiunta di estesi territori gi austro-ungarici e turchi non ebbe mai, neppure prima della seconda guerra mondiale, unesistenza tranquilla dal punto di vista delle molte componenti etniche (sloveni, croati, bosniaci, serbi, macedoni, montenegrini, albanesi e altri), separate, per giunta, da diversit religiose molto sentite (cattolici gli sloveni e i croati, musulmani i bosniaci e gli albanesi, ortodossi gli altri: tutti con minoranze pi o meno cospicue di diversa confessione al loro interno). N valsero a delineare un pi solido organismo nazionale iugoslavo le vicende della seconda guerra mondiale e la resistenza sia monarchica che comunista contro loccupazione italo-tedesca. Parve, tuttavia, che dopo il 1945, stabilitosi con Tito un forte regime comunista, il problema nazionale potesse ricevere una pi promettente soluzione. Non si tard, per, a capire che ci non avveniva per la struttura federale (in sei repubbliche: Serbia, Croazia, Slovenia, Bosnia-Erzegovina, Macedonia e Montenegro) data da Tito al paese, bens, piuttosto, per la indiscussa autorevolezza e per la forza della leadership dello stesso Tito, ulteriormente rinvigorita dalla sua politica di autonomia dal centro comunista moscovita e dal ruolo che a lungo egli seppe giocare nella scena internazionale del suo tempo. Dopo la scomparsa di Tito, nel 1980, alla progressiva crisi del regime sul piano della politica economica e sociale cominci, infatti, ad accompagnarsi una sempre pi forte irrequietezza nei rapporti fra le varie etnie, come, per esempio, tra i serbi e gli albanesi che nel Kosovo costituivano la grande maggioranza della popolazione e non si sentivano appagati dall autonomia regionale di cui godevano. La difficolt maggiore era costituita dal fatto che nellequilibrio titino e costituzionale i serbi si sentivano oggettivamente sacrificati, malgrado costituissero il ceppo pi numeroso e si ritenessero lelemento politico pi robusto della Federazione. N si pu dire che questi motivi fossero del tutto infondati. Tito, bosniaco, aveva avuto la preoccupazione contraria, e cio di fare in modo che soprattutto i croati non dovessero pi guardare con insofferenza e avversione alla prevalenza e al centralismo serbo, di cui avevano fatto esperienza prima della guerra e di cui rimanevano sempre in sospetto. La reazione serba post-titina fu, comunque, tanto forte da far ben presto pensare a un nazionalismo che avrebbe visto volentieri trasformarsi la Federazione iugoslava in una Grande Serbia, fosse pure con la perdita di una parte dei territori federati. Slovenia e Croazia si misero, cos, altrettanto presto sul terreno della secessione, che rispondeva non solo alle loro consolidate opinioni antiserbe, bens anche a un loro gioco di interessi che, comunque, male avrebbe potuto conciliarsi con il perdurare di un unico Stato iugoslavo, in cui

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rischiavano, per di pi, di perdere i vantaggi relativamente assicurati a esse dalla linea di Tito. La secessione ebbe luogo e fu sancita fra il 1991 e il 1992 prima da parte slovena, poi in maniera drammatica e sanguinosa da parte croata. Fu, quindi, la volta della Bosnia nel 1992 e della Macedonia nel 1993. Come gli sloveni, anche i macedoni non si scontrarono con una troppo dura reazione serba. Per la Bosnia le cose andarono, invece, ben diversamente. Si trattava della zona in cui i vari popoli iugoslavi erano pi frammisti. Con la componente bosniaca musulmana maggioritaria convivevano forti minoranze serbe (31%) e croate (17%). In un gioco molto complesso, dalla prospettiva di unannessione dei territori a maggioranza serba e croata ai due Stati ora divisi di Serbia e di Croazia si pass, attraverso orrori fra i pi sanguinosi di una vicenda tutta sanguinosa e crudele, alla prospettiva di una Bosnia dal singolare profilo costituzionale. La Bosnia ha finito, infatti, con lessere composta di una federazione croato-musulmana e di una repubblica serba (la prima col 49 e la seconda col 51% del territorio bosniaco), unite fra loro in un piuttosto limitato vincolo confederale, senza che la scia dei cruenti conflitti degli anni precedenti sia svanita o che si sia attutita la presa dei gruppi dirigenti oltranzisti sulle rispettive popolazioni. La Bosnia si rivel cos un tragico microcosmo dellintricata trama etnica a cui la costituzione di uno spazio iugoslavo nel 1919 avrebbe dovuto offrire la possibilit di essere sistemata nel contesto di una inedita, ma vitale nazionalit degli slavi meridionali. Vitali si dimostrarono, invece, le minori e storicamente ben pi sedimentate nazionalit che la nuova nazione iugoslava avrebbe dovuto riunire e risolvere in s. La terribilit dei conflitti che da ci hanno tratto origine e che hanno toccato lacme gi negli anni della seconda guerra mondiale e poi negli anni novanta hanno, peraltro, manifestato un carattere pi di lotta etnica che di guerra nazionale. E questo sfondo etnico sembra restare sullorizzonte non solo della neonata Bosnia, bens anche della Iugoslavia ora superstite. Questultima , infatti, ora formata da una federazione delle repubbliche di Serbia (coi suoi territori autonomi della Voivodina e del Kosovo) e del Montenegro, in cui i serbi superano di poco il 60% della popolazione, gli albanesi sono stimati al 16%, i montenegrini al 5%, gli ungheresi al 3% e i musulmani pure al 3% ; il resto suddiviso in numerose altre nazionalit ed etnie e molti si dichiarano iugoslavi senza altra specificazione etnica o nazionale. Indubbiamente, per, la nuova articolazione geopolitica della scomparsa Iugoslavia di Versailles appare pi vitale della grande nazione slava del sud in cui si era pensato di ritrovarne un solido fondamento. A meno di novit che a ottantanni da Versailles sembrano imprevedibili, la prospettiva di un progressivo e duraturo consolidamento in senso nazionale dei cinque nuovi Stati nati dalle secessioni del 1991-1994 appare realistica, oltre che probabile. Le incognite maggiori restano quelle della Bosnia e del Kosovo. Peraltro, i rapporti che ciascuno dei cinque cerca di stringere con la Comunit Europea dovrebbero contribuire a rasserenare in qualche modo, e sempre di pi, le loro relazioni. Dovrebbero, inoltre, dimostrare che la dissoluzione della grande Iugoslavia, superati i drammatici frangenti del conflitto armato, non stata un episodio di balcanizzazione accentuata o ritornante, bens e sarebbe laspetto positivo non trascurabile di una vicenda terribile il tormentato avvio a un valido assetto nazionale dellarea di un mosaico etnico dei pi complessi fra quelli costruiti dalla storia europea. E dovrebbero, infine, dimostrare che le interferenze esterne nel processo finale della dissoluzione iugoslava (soprattutto Germania e Vaticano furono sospettati di aver fortemente promosso e gradito le secessioni slovena e croata), se vi sono state, hanno rappresentato un momento contingente di complicazione politico-diplomatica,

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legato, pi che altro, alle circostanze, e non il sintomo di un ritorno a tentazioni e politiche di potenza, evocate da unarea che ne stata a lungo suscettibile, come nel XIX e nel XX secolo si pi volte constatato. Altra e diversa questione, che tuttavia incide direttamente e fortemente non solo nel problema iugoslavo, bens anche in quelli di altre zone dei Balcani, se l Islam ivi presente possa essere sensibile ai richiami fondamentalistici cos forti nel mondo musulmano. Imprevedibile sarebbe limpatto di una tale eventualit nel contesto balcanico e al di fuori di esso. Si pu, tuttavia, affermare che ancora a pi di un anno dalla conclusione della pace in Bosnia non se ne vedevano segni apprezzabili. Un decorso incomparabilmente pi semplice e del tutto inconsueto ha avuto la divisione, dal 1 gennaio 1993, della Cecoslovacchia in due Stati, quello ceco e quello slovacco. Come la dissoluzione della Iugoslavia era stata anticipata dalla politica italo-tedesca nella seconda guerra mondiale, cos la costituzione della Slovacchia in Stato indipendente fu gi anticipata della politica di Hitler nel 1939. Anche in questo caso la divisione sembra aver dato luogo a una condizione nazionale meglio fondata e pi garantita. Lespulsione, dopo il 1945, dei circa 3 milioni di tedeschi del Sudetenland ha dato, inoltre, alla Repubblica Ceca una quasi totale omogeneit etnica. Che la separazione del 1993 abbia avuto un carattere tanto pacifico non appare, peraltro, solo un effetto del differente passato storico-politico dei due popoli (i cechi parte dellAustria e gli slovacchi parte dellUngheria asburgica) e della loro diversa fisonomia economica e sociale (pi robusta e moderna nei cechi). probabilmente da considerare pure una prova di maturit della classe dirigente ceca, ben pi accorta di quelle iugoslave e da pi tempo inserita nella circolazione culturale europea e anche in rapporto al maggiore grado di sviluppo del paese pi provata dalla doppia esperienza del totalitarismo nazista prima e comunista poi, per cui il suo atteggiamento rispetto alle rivendicazioni secessionistiche slovacche ha potuto essere di intelligente apertura. Il che dovrebbe egualmente far pensare a una sostanziosa stabilit del nuovo assetto. Stabile, col definitivo riconoscimento tedesco della frontiera dellOder-Neisse, appare pure la situazione della Polonia con il gi ricordato slittamento del suo territorio da est a ovest dopo il 1945 e con lomogeneizzazione della popolazione (polacca ormai al 98%) ottenuta per le terribili stragi della guerra o con lespulsione delle grandi minoranze (circa 1/3) della popolazione del 1939 (soprattutto ebrei e tedeschi), o con la perdita dei territori orientali abitati largamente da russi bianchi e ucraini. Lidentit nazionale si consolidata, poi, in maniera ancor pi decisa se mai ve ne fosse stato bisogno sui suoi tradizionali fondamenti cattolici e culturali nel lungo periodo del regime comunista. significativo che la polacca Solidarno abbia rappresentato il primo caso di assunzione del potere da parte di una forza non comunista prima ancora del crollo del comunismo sovietico e della sua egemonia nellEuropa orientale. E da questo punto di vista pu ben dirsi che n la crisi di Solidarno, n il pi o meno temporaneo ritorno al potere di un partito legato al passato comunista, n gli altri sviluppi della vita pubblica polacca negli anni novanta abbiano minimamente inficiato il dato nazionale di fondo di cui si detto. Uno sviluppo nello stesso senso pu essere definito quello dellUngheria e della Romania negli anni ottanta e novanta, pi sofferto in Ungheria, dove il travaglio del contrasto con il regime comunista imposto dai sovietici stato ben altrimenti profondo che nellaltro paese danubiano. La situazione ungherese ha continuato, inoltre, a soffrire della infelicit delle frontiere fissate a Versailles, che lasciarono fuori dei confini nazionali allincirca un quarto dei magiari. Fallita e del tutto scomparsa dallorizzonte delle cose probabili la revisione di quelle frontiere ottenuta con

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lappoggio italo-tedesco fra il 1939 e il 1941, anche lirredentismo degli ungheresi fuori dei confini nazionali si fortemente attenuato. La sola reviviscenza di rilievo si avuta per la forte minoranza ungherese in Romania (oltre 1.600.000 persone, raggruppate nella Transilvania), quando negli ultimi tempi della sua dittatura Ceauescu promosse una violenta campagna di denazionalizzazione della regione. Il crollo di Ceauescu fece superare questo grave momento di tensione. Ma, da un lato, il fatto che la Romania postcomunista appaia pi legata di altri paesi dell area gi di egemonia sovietica a vecchie dirigenze comuniste e, dallaltro lato, e soprattutto, il fatto che la cos cospicua minoranza ungherese in Transilvania non abbia mai smesso di fare riferimento alla madrepatria inducono a credere che il problema transilvano continui a covare sotto le ceneri. E, del resto, a esso corrispondono altri, bench meno cospicui, problemi romeni di minoranza etnica, e in particolare quello degli zingari, che concerne circa 400.000 persone (il 2% della popolazione del paese). Ma, come nel loro millenario passato, i romeni continuano ad apparire il popolo di forte coscienza e identit etnico-culturale, che nel mare magnum delle popolazioni balcaniche e danubiane conserv la struttura e la tradizione della sua lingua latina. b) Il problema dellunit nazionale nellEuropa occidentale Problemi della loro vita interna, non problemi di identit e coscienza nazionale sembrano porsi per gran parte dei paesi europei: per Bulgaria, Grecia e Albania nei Balcani; per Austria, Olanda e Danimarca intorno alla Germania; per i Paesi Scandinavi e la Finlandia; per il Portogallo nella penisola iberica; per lIrlanda nellarcipelago britannico; per lIslanda nellAtlantico settentrionale. E ci anche se qualche problema di rivendicazione irredentista non manca nel caso della Grecia (per il conflitto con la Turchia in merito a Cipro e per la neonata Macedonia indipendente) e nel caso dellIrlanda. Problemi, invece, direttamente attinenti alla consistenza e alla struttura dello Stato nazionale si sono posti nei restanti paesi dEuropa. Si sono posti, invero, anche in paesi del cui fondamento statale nazionale si sempre dubitato tanto poco da vedere nelle monarchie moderne di antico regime fiorite in essi i casi pi precoci di Stato nazionale: Francia innanzitutto, Inghilterra, Spagna. Per la Francia lunico problema che al riguardo sembra aver assunto e mantenere un suo rilievo quello della Corsica. Accenni che si sono avuti per la Bretagna e per lOccitania non paiono meritevoli di particolare nota. Per la Corsica si passati addirittura a unattivit terroristica che, dopo alcuni anni, non si riusciti a chiudere. Ma si tratta pur sempre di fenomeni marginali. La Francia continua a essere considerata non a torto, bench non del tutto a ragione, un modello esemplare di Stato nazionale: per la sua fortissima identit culturale francofona, per la persistente saldezza della sua amministrazione, per la forte integrazione della classe dirigente nel sistema politico, per il ruolo particolare che vi esercita da secoli Parigi, per lampia omologazione sociale della sua cultura, per il senso prevalente di perdurante continuit della sua antica tradizione storica di grande paese e per vari altri elementi. In Spagna gli autonomismi precorritori innanzitutto della Catalogna e poi dei Paesi Baschi hanno trovato numerose repliche e imitazioni nelle altre regioni del paese, ma sono anche rimasti i soli nei quali listanza autonomistica si sia trasformata in forti movimenti indipendentistici o semiindipendentistici. Per la Catalogna ci risponde alla presenza di spinte che sono andate sedimentandosi fin dall unificazione dinastica delle Corone di Castiglia e dAragona tra il XV e il XVI secolo e che hanno

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trovato ripetute espressioni dallepoca della guerra dei Trentanni nel XVII secolo a quella della guerra di successione spagnola agli inizi del XVIII secolo e fino alla guerra civile del 1936-1939. Linteresse degli sviluppi avutisi negli ultimi decenni del XX secolo sta, da un lato, nella dimostrazione che, anche in conseguenza della storia economica e sociale del paese nel XIX e XX secolo, lautonomia catalana era diventata unistanza troppo corposa per essere riassorbita o controllata con unordinaria politica di previdente e saggia ristrutturazione amministrativa dello Stato spagnolo; e, dallaltro lato, nel fatto che un atteggiamento di grande apertura, spinto fino allaccettazione di elementi (se non di veri e propri moduli) federalistici, poteva mantenerla nel quadro di una struttura statale nazionale spagnola ed evitarne un esito apertamente e pienamente secessionistico e indipendentistico. Per i Paesi Baschi il problema si posto, in effetti, in tutto il suo rilievo solo nella seconda met del XX secolo. Per quanto, infatti, sia fin troppo facile ravvisarne precedenti per nulla trascurabili, era stato spesso proprio dai Paesi Baschi che avevano tratto origine movimenti e atteggiamenti di forte nazionalismo spagnolo. Come per la Catalogna, si trattava di una regione di grande dinamismo economico, antesignana dellindustrializzazione e della modernizzazione del paese. A differenza della Catalogna, la pur indubbia personalit culturale basca e la sua ancor pi forte e singolare peculiarit linguistica (il basco, come si sa, non n latino, n addirittura indoeuropeo) non avevano dato luogo a una tradizione cos risentitamente particolaristica come quella catalana e cos esplicitamente professata per un lungo corso di tempo. Linsorgere di un movimento separatista sanguinoso e violento rimane, in effetti, un problema sul quale deve ancora essere fatta molta luce perch se ne possano intendere tutti i risvolti. Nelle elezioni tenute con regolarit dopo il passaggio della Spagna dal franchismo a un regime liberal-democratico i fautori della secessione non hanno, peraltro, mostrato di raccogliere nella loro regione neppure il 20% dei voti, laddove il consenso elettorale allautonomismo catalano stato di gran lunga superiore. Ci autorizza a pensare che, col tempo, possa contare anche il fatto, in via di progressivo chiarimento, che il terrorismo separatista incontra non solo adesioni sempre limitate, ma soprattutto una disapprovazione crescente negli stessi Paesi Baschi. Se ci possa portare a una prospettiva di soluzione del problema analoga e parallela a quella delineatasi per la Catalogna , appunto, la grande questione che sembra porsi sull orizzonte nazionale spagnolo alla fine del XX secolo. Gi intanto si pu dire, per, che laccennato passaggio alla liberal-democrazia con un consolidamento del nuovo regime imprevistamente largo e rapido e favorito in misura rilevantissima dal prestigio universalmente guadagnato dalla restaurata monarchia borbonica col re Juan Carlos sembra aver dato allo Stato nazionale spagnolo una nuova e maggiore possibilit di superamento delle spinte particolaristiche contemporaneamente manifestatevisi con tanta forza, e anzi di una loro conversione in una sua nuova e vitale stagione istituzionale ed etico-politica. Quanto allInghilterra, parlare di crisi dello Stato nazionale altamente improprio. La crisi, nella misura in cui la si pu riconoscere, riguarda, in effetti, il Regno Unito di Gran Bretagna (comprendente Inghilterra e Scozia) e Irlanda, che, definito istituzionalmente nel 1707 (per l unione fra Inghilterra e Scozia) e nel 1800 (per lunione con lIrlanda), non aveva di fatto annullato la distinta personalit delle sue tre componenti, n aveva alcun bisogno o stimolo di farlo, data lenorme sproporzione di forze tra lInghilterra e gli altri due membri del Regno. Il problema irlandese, gi ridottosi a quello dellUlster col passaggio dellIrlanda centro-meridionale a dominion nel 1922 e a Stato indipendente nel 1937, ha conservato unasprezza eguagliata nellEuropa

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occidentale solo da quella del problema basco. Quale che ne possa essere la soluzione, di cui alla fine del XX secolo sembra intravvedersi una possibilit, non pare che, anche se ne derivasse una modificazione sostanziale della situazione in essere, ne risulterebbe un attentato di rilievo alla consistenza e alla qualit dello Stato britannico. Per la Scozia e poi anche per il Galles si sempre parlato soltanto di unautonomia, della quale un referendum del 1997 ha gi indicato la via, decidendo listituzione di un parlamento e di un governo locali. Se questo fosse lavvio a un passaggio dalla monarchia unitaria del Regno Unito a una monarchia federale, alla data del referendum non era possibile dire. I relativi traumi si prospetterebbero, comunque, di gran lunga minori che in altri casi analoghi. Sempre rimasta viva nella tradizione del paese la distinzione fra British e English, e cos pure la percezione di ci che la denominazione di Regno Unito implicava. La lunghissima e solidissima tradizione liberale del paese, che ha consentito una liquidazione certo non indolore, ma neppure lacerante delle sue amplissime posizioni imperiali, lo ha anche assuefatto a mutamenti geopolitici e politico-istituzionali del massimo rilievo. Nella circolazione della cultura mondiale la parte della Gran Bretagna, fra le maggiori almeno dal XVII secolo in poi, si svolta allinsegna di una sua fisionomia unitaria, per la quale si sempre fatta poca attenzione (al di fuori del mondo accademico, e neppure sempre) alle sue inflessioni, ad esempio, scozzesi. La tradizione linguistica celtica, pur presente in zone come il Galles, pu essere considerata marginale dal punto di vista dellidentit britannica generalmente riconosciuta come propria nel paese. Difficile, dunque, parlare in senso specifico di una crisi nazionale in Gran Bretagna. Se di elementi di questordine si pu e si deve parlare, i relativi riferimenti vanno visti altrove: nella liquidazione dellImpero, nella special partnership sentita nei confronti degli Stati Uniti e degli antichi dominions della Corona, nel senso concreto che ancora pu essere ravvisato nel Commonwealth, nella travagliata vicenda dei rapporti da istituire con la Comunit Europea, in un certo declino della monarchia durante la seconda met del regno di Elisabetta II, nella perdita delle posizioni ancora di primissimo rango tenute nelleconomia e nella finanza mondiali fino al 1945. Un insieme, certo, cospicuo di problemi dai motivi e dagli echi profondi. A suo modo, la Gran Bretagna appare per tutto ci pi vicina alla Spagna che alla Francia, nel senso che vi si avverte in pieno corso una fase di ampia e intima ristrutturazione della sua fisionomia e identit innanzitutto istituzionale. Non vi sono, per, in Inghilterra n Paesi Baschi, n Catalogna (dell Ulster si detto) e il processo appare pi orientato a un approfondimento che a una diversificazione della sua personalit storica. Del resto, un tale giudizio appare ancor pi persuasivo se si pensa che lo Stato nazionale quale sorse nel XIX secolo sopravvive senza consistenti alternative non solo negli altri paesi europei di cui si parlato, ma anche nel piccolo Belgio. Qui il contrasto tra la componente fiamminga e quella vallona passato dalliniziale rivendicazione del bilinguismo a una conflittualit molto pi aspra, particolarmente nel corso degli anni sessanta, fino a delineare una tendenza separatistica dei fiamminghi e a investire problemi politici e sociali del massimo rilievo, come le sorti della grande industria estrattiva e metallurgica dellarea vallona (la pi sviluppata del paese) e lassistenza finanziaria statale alle meno floride province fiamminghe. Alla fine, per, il Belgio ha mantenuto la sua unit trasformandosi dal 1993, con provvedimenti adottati tra il 1989 e il 1992, in uno Stato federale, in cui, oltre quelle vallona e fiamminga, stata riconosciuta l autonomia di una piccola minoranza (allincirca l1% della popolazione) che parla il tedesco. Nella fisionomia pluralistica per lingua, cultura e nazionalit assunta a met del XIX secolo si conserva pure la Svizzera, fornendo un modello di Stato federale pluriconfessionale e

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multiculturale, la cui suggestione stata e rimane viva non solo in Europa per quanto riguarda una soluzione dei problemi di nazionalit. E anche in Svizzera le difficolt di questo Stato e della nazione elvetica che vi vive non nascono da ci, bens piuttosto dalla singolarit della sua collocazione internazionale (alla neutralit istituzionale si affiancato dopo il 1945 il rifiuto di far parte delle Nazioni Unite), dai problemi della vita economica e sociale, dal suo ruolo di grande centro bancario e finanziario, e in ultimo, e soprattutto, dallesigenza di definire una propria posizione rispetto al processo di integrazione europea, che, quando dovesse portare a una vera e propria unione politica, prospetterebbe la Svizzera come una enclave di particolare rilievo e di non facile sopravvivenza nel corpo massiccio di unEuropa unita, con la quale da sempre i rapporti economici e culturali sono strettissimi e vitali. c) Il caso italiano Unampia ristrutturazione della fisionomia nazionale e relativa identit soprattutto nazionale appare in corso alla fine degli anni ottanta anche in Italia. Dopo lunificazione nel 1861 superati i contrasti dei primi anni tra federalisti e unitari, che avevano diviso tra loro sia la maggioranza al governo del paese (Ricasoli e Minghetti), sia lopposizione repubblicana (Mazzini e Cattaneo), e represse le agitazioni legittimistiche nel Mezzogiorno non vi erano stati nel paese movimenti separatisti e autonomisti degni di nota. Fino allavvento del fascismo lunit nazionale apparve, anzi, in progressivo consolidamento. Col fascismo, poi, anche i fermenti semplicemente autonomisti, che non erano mancati fin dalla costituzione dello Stato unitario, furono compressi e repressi nella logica di un regime che accoppiava strettamente totalitarismo e nazionalismo. Fu dopo la seconda guerra mondiale e il crollo del fascismo che autonomia e secessione apparvero in misura rilevante quali temi della vita politica in Italia. Tuttavia, non fu troppo difficile contenere e piegare sia lindipendentismo siciliano (dagli equivoci legami con ambienti della malavita nellisola), sia gli accenni separatistici in Valle dAosta (per ununione alla Francia sobillata anche dallestero), sia le rivendicazioni della popolazione sudtirolese nella provincia di Bolzano. Per questultima Italia fascista e Germania nazista avevano trovato un accordo che ne fece optare la maggior parte per il trasferimento nel Reich di allora, comprendente anche lAustria. Ma gli optanti ritornarono poi in Alto Adige dopo la sconfitta tedesca, e furono appoggiati da Vienna, tornata a sua volta allindipendenza. Vienna promosse allora un tentativo di internazionalizzazione del problema nel momento sfavorevole per lItalia segnato dalla conclusione del trattato di pace dopo la guerra perduta. Nella Costituzione repubblicana entrata in vigore dal 1 gennaio 1948 erano previste larghe forme di autonomia regionale. Cinque regioni (Sicilia, Sardegna, Trentino-Alto Adige, Valle dAosta e Friuli-Venezia Giulia) finirono con lavere uno statuto speciale, che riservava a esse una potest legislativa e una competenza amministrativa alquanto larghe. Per il Trentino-Alto Adige, in particolare, si previde larticolazione in due province autonome (quella, a nettissima maggioranza italiana, di Trento e quella, a maggioranza meno largamente tirolese, di Bolzano), che assunsero in pratica ciascuna i poteri dellautonomia regionale, mentre lorganismo regionale che riuniva le due province rimaneva come un quadro pi che altro formale della convivenza delle due comunit. Per la provincia di Bolzano questa sistemazione fu pure garantita mediante un accordo fra Roma e Vienna, sicch la internazionalizzazione del problema in qualche modo vi fu. Per le altre sedici regioni, tutte a statuto ordinario, il regime di autonomia non fu avviato che nel 1970.

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A parte i casi delle regioni ad autonomia speciale (quelle di frontiera, in cui si erano posti problemi particolari, e le isole), lautonomia regionale entr nella Costituzione del 1948 non tanto sulla falsariga di istanze e rivendicazioni di articolazione politico-istituzionale del territorio nazionale di carattere etnico o nazionale o subnazionale, quanto in relazione con unesigenza generalmente accolta di decentramento amministrativo dello Stato unitario, nel cui centralismo si ravvisavano troppe e troppo gravi remore funzionali e organiche allo sviluppo civile del paese. E ci cos vero che a determinare lindirizzo autonomistico della Costituzione concorsero spinte politico-culturali assai varie: vecchie tradizioni del liberalismo e della democrazia risorgimentali cos come istanze di varie parti del meridionalismo laico e cattolico (da Sturzo a Dorso). Significativo poi il fatto che le impostazioni autonomistiche della Costituzione incontrassero perplessit, se non resistenze, nella sinistra forse pi che nella destra di allora. E ci in ragione (secondo quanto apparve a molti) di una prevalenza elettorale ritenuta ancora possibile della stessa sinistra, la quale, pervenendo cos al governo, non avrebbe gradito di trovarsi di fronte a governi regionali di altro indirizzo e dotati di non trascurabili poteri. Ma non meno significativo il fatto che, svanita leventualit di una prevalenza della sinistra, fosse poi la maggioranza al governo a ritardare fino al 1970 lattuazione del dettato costituzionale riguardante listituto regionale e fosse, invece, la sinistra a sollecitarne e a sottolinearne la realizzazione. Il meccanismo istituzionale cos posto in essere non diede luogo a inconvenienti particolari dal punto di vista trattato qui, malgrado lovvia tendenza delle singole regioni ad accentuare la loro individualit storica e civile sia nel quadro nazionale che le une rispetto alle altre. Del resto, la prova dellistituto regionale riusc, nel complesso, inferiore alle previsioni e alle attese, anche se in alcune regioni i risultati furono senzaltro migliori. Anche la possibilit di ricorrere alla Corte costituzionale contro provvedimenti e interventi del governo centrale assicur una valvola di sfogo di grande importanza a tensioni e contrasti altrimenti pi difficili a controllarsi. Solo nella provincia di Bolzano si ebbe una prosecuzione effettiva delle spinte separatiste, che venivano giustificate, tra laltro, con unasserita inadempienza italiana degli accennati accordi con lAustria; e questa agitazione raggiunse pi volte punte di asprezza spinte fino alla pratica di una vera e propria azione terroristica. Tuttavia, nuovi accordi con lAustria nel 1966 e nel 1988 diedero modo al governo italiano di tenere in pugno la situazione. Il problema etnico lunico vero problema etnico del paese rimase vivo, naturalmente, consolidato, per di pi, dal notevole ampliamento dellautonomia bolzanese, ormai tale da configurare una certa posizione di molteplice svantaggio per la minoranza italiana di quella provincia. Non si pu affatto dire, tuttavia, che la coscienza nazionale e il senso dello Stato mostrassero in Italia dopo il 1945 un ulteriore consolidamento. Nella gi citata precedente voce nazione di questa Enciclopedia erano gi notati intorno al 1970 i fattori che a ci concorrevano. Pochi, tuttavia, avrebbero potuto prevedere anche nella seconda met degli anni ottanta la svolta decisiva che sarebbe stata segnata dalle fortune, allora iniziate, della Lega Nord. stato solo allora che si potuto percepire appieno fino a qual punto identit e valori nazionali fossero stati sottovalutati e trascurati negli anni precedenti. Si percepiva, ora, la loro stanca e, pi che altro, rituale amministrazione da parte dei gruppi prevalenti nella classe politica della maggioranza (fatta eccezione per le frazioni autenticamente legate alla cultura e alle tradizioni risorgimentali e per pochi altri gruppi maggiormente sensibili al problema etico-politico dello Stato). Si percepiva, altres, la loro, in sostanza, pregiudiziale subordinazione (nel migliore dei casi) ad altri valori e la loro riduzione a oggetto di una molto discutibile demistificazione da parte della opposizione e

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della cultura di sinistra (basti pensare alle innumerevoli produzioni cinematografiche e televisive al riguardo). Si percepiva, infine, la loro connessione col passato fascista e monarchico del paese (inaccettabile nellItalia repubblicana e postfascista) operate dallopposizione di destra. Gi questa sommaria e schematica descrizione, riferita allo schieramento politico, pu valere a spiegare come identit e valori nazionali fossero visti nei loro aspetti negativi. Non mancarono, peraltro, nel corso degli stessi anni ottanta, atteggiamenti nuovi e imprevisti di esaltazione del sentimento nazionale. Ma che questo potesse significare una vera e propria rinascita di tale sentimento apparve subito pi difficile da sostenere. particolarmente significativo che le circostanze accendessero una fittissima discussione sulla tradizione e sulla consistenza della nazione italiana molto pi ricca di dubbi e di negazioni che di certezze e di affermazioni. Altrettanto significativo che tra le parti pi impegnate a favore dellunit nazionale fossero, in seguito, i sindacati, sempre tiepidi al riguardo fino ad allora, ma ispirati nelle loro esplicite motivazioni molto pi dal senso della solidariet sociale che da una specifica rivendicazione di italianit: come del resto accadeva, contemporaneamente, per le organizzazioni economiche del padronato sulla base di sentimenti e atteggiamenti speculari a quelli sindacali. Il fatto che questa riviviscenza si oggettivamente presentata come una reazione a iniziative politiche giudicate condannabili in considerazione degli interessi generali e pi durevoli del paese e del popolo italiano piuttosto che come un rilancio autonomo e spontaneo dei valori nazionali. Non che delleclisse di questi valori non si avesse certezza gi prima. Negli anni ottanta alcuni affermavano addirittura che potesse essere lo sport il campo in cui essi trovavano e vieppi avrebbero potuto trovare rappresentazione e recuperi. Solo, per, con le fortune della Lega si ebbe, come si detto, laccennata ripresa dei valori nazionali. La rivendicazione della Lega era fondata inizialmente sulla richiesta di una trasformazione dellItalia in Stato federale. Si ipotizzavano tre repubbliche (il Nord, il Centro con la Sardegna e il Mezzogiorno) da federare in un nesso istituzionale sostanzialmente indefinito. Successivamente, a met degli anni novanta, questa richiesta fu mutata in una rivendicazione secessionistica del Nord, battezzato come Padania, dallo Stato italiano. La Padania non poteva non apparire come un riferimento senza alcuna radice effettiva nella tradizione e nella realt italiana. Non era mai esistito un quadro statale italiano padano da Torino a Trieste e dalle Alpi allAppennino emiliano. Ancor pi imprevedibile era che le regioni dellItalia settentrionale accettassero di dipendere da qualcuno dei loro centri invece che da Roma. Lidea di fare di Mantova la capitale del progettato Stato padano volle, probabilmente, attenuare o dissolvere le implicazioni di questo dato di fatto evidente, cos come la successiva prospettazione della futura Padania quale repubblica federale, senza, peraltro, che il problema fosse superato: tanto che, quando in ultimo si decise di istituire un sedicente governo padano, se ne indic come sede Venezia. In realt, le rivendicazioni della Lega non trovavano eco in una effettiva percezione di identit padana e in un relativo irredentismo. Rivelatrice al riguardo linsistenza sul motivo di unacre polemica contro il Mezzogiorno e i meridionali. Questi venivano imputati di uno spregiudicato sfruttamento dello Stato e delle sue risorse a tutto danno del Nord e dei settentrionali; di appartenere a una civilt, a una cultura e a modelli di comportamento opposti a quelli moderni e avanzati dei settentrionali; di vivere di unindebita e parassitaria rendita di posizione politica rispetto al Nord, sola area attiva e solo produttore del reddito e della ricchezza del paese. Ci mostrava come e quando si dovesse invocare il motivo di un contro per definire unistanza a favore della quale non militavano effettive ragioni di identit storico-culturali e sociali. Quando si volle additare una ragione al riguardo al di l di avventurose improvvisazioni sulle differenze antropologico-culturali

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(e perfino razziali) tra il Nord e il Sud dItalia, si ventil una presunta radice celtica dellItalia del Nord, senza considerare che una tale radice non era mai stata una idea-forza determinante neppure nel paese celtico pi di ogni altro nel suo passato storico, ossia in Francia; e senza prestare attenzione non diciamo alla profonda latinizzazione di quella parte dItalia cos come di ogni altra parte dellEuropa romana, bens anche solo alla germanizzazione operata dai Longobardi, che diedero al paese padano il suo nome storico pi diffuso e pi noto. In effetti, la Lega trovava la sua eco maggiore nella crisi profonda del sistema politico-economicosociale, che nellItalia tra la fine degli anni ottanta e i primi anni novanta port al tramonto, come si disse, della prima Repubblica e allavvio della cosiddetta seconda Repubblica. Fu questa crisi (e anche molte imprevidenti strumentalizzazioni al riguardo) a dare alla Lega Nord e al suo leader Umberto Bossi il rilievo che ne ha fatto a met degli anni novanta un grande problema nazionale. In realt, le pur molto cospicue affermazioni elettorali dimostrano che la Lega rappresenta una netta minoranza nello stesso elettorato del Nord, dove, tranne alcune zone, lenorme maggioranza dei consensi continua ad andare ai partiti nazionali. Quando il movimento leghista raggiunse la sua maggiore diffusione, si manifest pure, nelle Venezie, un movimento analogo che faceva riferimento allantica repubblica veneziana e che, se non si contrapponeva a esso, certo si distingueva volutamente da quello essenzialmente lombardo della Lega. Anche in questo caso il riferimento storico era pi che discutibile. Tra Venezia e il suo dominio di terraferma non cera mai stata una completa identificazione; e nel Veneto, come in altre parti dItalia, il passaggio allordinamento regionale nel 1970 aveva visto non per caso le altre province contrapporsi pi o meno esplicitamente e fortemente al capoluogo regionale. Anche in questo caso, per, il fondamento di rivendicazioni insospettate fino allultimo si ritrovava nella crisi del sistema nazionale anzich nel passato e in sue consistenti proiezioni nel presente. Nel presente, appunto, era possibile ravvisare le ragioni, in parte tanto innegabili quanto evidenti e cospicue, di un malessere e di una insoddisfazione alquanto al di l delle pi o meno improvvisate rivendicazioni separatistiche. Nel caso veneto, anzi, ci metteva in mostra una ripercussione di queste rivendicazioni negli intellettuali di quelle regioni pi forte di quanto si sarebbe potuto pensare e di cui nel caso lombardo non si ritrovava lanalogo. Le basi sociali della Lega, quali sempre pi chiaramente si sono definite, confermano questa analisi: basi radicate soprattutto in una piccola e media borghesia e in ceti popolari senza particolari esperienze di cultura moderna; inclini, secondo una dinamica molto nota e spesso sperimentata in Europa e fuori dEuropa nel XX secolo, a ideologie e identificazioni connesse a frustrazioni, velleit e incertezze del proprio ruolo e della propria personalit specifica e collettiva; sensibili innanzitutto e soprattutto ai loro interessi economici pi immediati e pi ristrettamente intesi, nella scia di recenti successi e fortune esibiti con semplicistico trionfalismo e in una logica di spontaneismo e liberismo intimamente riluttante a princip di disciplina e solidariet sociale. Motivo, questultimo, che apparso in maggiore luce nel caso del Veneto, in corrispondenza con la rapidissima intensificazione dello sviluppo economico che sotto questo aspetto ha fatto del NordEst italiano un polo nazionale pi cospicuo di quanto fosse mai stato. N un caso, sempre in questordine di considerazioni, che la materia fiscale sia apparsa fin da principio il punto focale della propaganda della Lega. Le reazioni a questultima e alle sue istanze da parte delle forze politiche e del governo nazionale non sono apparse adeguate alla crescente gravit del problema, che sembra, anzi, essere stata favorita dalle loro inadeguatezze. Ben presto stata adottata, quando la Lega passata alla

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professione secessionistica, una linea federalistica nella discussione contemporaneamente in corso per la riforma della Costituzione del 1948, sicch risultato repentino il passaggio dalla linea di una repubblica delle regioni o delle autonomie a quella di una repubblica federale (da parte di alcuni si parl pure di un ordinamento da basare, piuttosto, sulle citt, secondo una tradizione certo pi autenticamente italiana). Della reazione delle forze economiche e sociali si detto. Notevole stato, a sua volta, latteggiamento di decisa difesa dellunit italiana adottato dalla gerarchia ecclesiastica dopo varie compromissioni leghiste del clero e dellepiscopato. La Chiesa rivelava con ci una percezione dei termini oggettivi del problema (pericolosit ideologica del movimento leghista e oscurit dei suoi possibili sviluppi in caso di successo, forza sostanziale del vincolo italiano al di l delle apparenze, dannosit per tutti di una rottura dellormai consolidato sistema economico italiano, imprevedibilit delle eventuali reazioni di altre parti dItalia, rischio di una balcanizzazione del paese con relativi conflitti armati) pi viva di quella dello stesso mondo politico italiano, dimostrando cos di avere realmente superato il condizionamento dello scontro con lo Stato nazionale ai suoi esordi nel XIX secolo. E in questa pi viva percezione pu essere certamente rientrata la larga possibilit di contatto con la realt concreta della vita italiana che ci si pu attendere da un grande organismo come la Chiesa, per cui si capisce pure che contro la Chiesa si siano dirette alcune delle punte polemiche pi aspre della Lega, non senza note di grossolanit e di velleit inconsuete anche per i suoi leaders. Nella concreta realt della vita italiana lintegrazione delle componenti regionali stata, infatti, assai forte: pi forte di quanto non appaia. In quasi un secolo e mezzo di unit viaggi e affari, impieghi e servizi, migrazioni e permanenze, amicizie e matrimoni, studi e politica, lavoro e spettacolo, prassi linguistica e vita sociale, collaborazioni e compartecipazioni in ogni campo della vita civile hanno annodato relazioni strettissime, che sono molto pi difficili a sciogliersi dei soli legami politico-istituzionali. stato notato che tra i fautori stessi della Lega, e spesso tra i pi decisi, sono numerosi gli immigrati meridionali nel Nord di seconda o terza generazione (il che conferma, tra laltro, qualche aspetto della base sociale della Lega a cui si accennato). Indubbiamente, il dualismo di fondo emblematizzato nella questione meridionale non venuto meno. Le differenze regionali conservano, inoltre, tutto il rilievo che per l Italia da sempre consuetudine notare, e il paese sempre tra i pi policentrici e articolati, nella sua umanit e nelle sue realt civili, di unEuropa in cui policentrismo e articolazioni sono ovunque un tratto profondamente caratterizzante anche rispetto ad altre parti del mondo. E, tuttavia, un italiano medio pu dirsi presente e vitale alla fine del XX secolo, come tipo umano e come figura sociale, in misura di gran lunga superiore che nel 1861. in questi termini che nello scorcio del XX secolo il problema dellunit nazionale sembra configurarsi in Italia, a parte altri aspetti di ordine socio-culturale e antropologico-culturale, oltre che di ordine politico, determinati da fattori (a cominciare dallimmigrazione da paesi extraeuropei ed europei) comuni anche ad altre parti dEuropa. Anche in Italia, come altrove, il problema di fondo , in altre parole, pi la tenuta delledificio statale, dellorganismo economico-sociale, della personalit etico-politica e culturale del paese che un problema specifico di tenuta della nazione, anche se in Italia, per molte note caratteristiche della sua storia, il problema dello Stato, del dualismo economico-sociale e di altre sue particolarit assume dimensioni pi corpose. 5. Prospettive

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Il sia pur molto sommario quadro della realt nazionale a livello planetario che abbiamo cercato di delineare sembra confermare in pieno il giudizio sulla tanto discussa vitalit del modulo nazionale dopo i suoi fastigi nel XIX secolo e nella prima met del XX secolo e dopo la decisa riduzione di potenza e di capacit di azione internazionale autonoma degli Stati europei susseguita alla seconda guerra mondiale (esclusa, naturalmente, lURSS). Lopinione molto diffusa dopo il 1945, secondo la quale lo Stato nazionale ha fatto il suo tempo ed inadeguato alle esigenze dei tempi nuovi non faceva, in effetti, che trasferire indebitamente il giusto rilievo della diminuita potenza degli Stati europei sul piano politico-istituzionale ed etico-politico, sul quale il metro da adottare non pu essere quello della potenza. Daltra parte, si pure dimostrato che non basta la potenza a dar luogo a una nazione: malgrado il cos alto livello di potenza raggiunto dallURSS, una nazione sovietica lo abbiamo notato non si mai formata. E questo riferimento importante anche perch fornisce la possibilit di considerare, con il ruolo della potenza, quello dellideologia. Lideologia del comunismo, pur sostenuta con forze non inferiori a quelle con cui fu costruita la potenza dell URSS, e pur muovendosi su un piano ben pi attinente alla vita morale e culturale, stata egualmente inabile a forgiare una nazione sovietica. Si pu estendere questa considerazione anche ad altri casi. La forte individualit cubana, che fa dellisola caraibica una delle pi nettamente ravvisabili fra le nazioni latino-americane di cui si detto, non debitrice di questa individualit al regime comunista instauratovi da Fidel Castro, se non nella misura in cui lesasperato contrasto con gli Stati Uniti pu aver conferito a essa qualcosa di ci che una lunga contrapposizione internazionale conferisce sempre al sentimento dei paesi in contrasto. E, ciononostante, si sono avuti via via indizi crescenti di una larga riluttanza cubana a esaurire nella connotazione ideologica comunista tutto il senso della propria specificit nazionale, e non solo nel campo dei dissidenti dal regime castrista. Ancora meno si potrebbe pensare che lideologia comunista abbia potuto o possa essere vista come il cemento del senso nazionale di quel grande paese che la Cina, che ha, come si detto, ben altro retroterra storico. Non diversa era stata, del resto, la lezione delle esperienze compiute nell Europa del XVIII e XIX secolo, dove appartenenze dinastiche multisecolari non si mostrarono in grado di determinare realt nazionali corrispondenti e in grado di resistere alla forza delle nuove spinte nazionali: una nazione asburgica, per citare il caso pi rilevante, non nacque mai, malgrado il mito asburgico costruito a posteriori da letterati, storici e politici. Lesperienza del periodo successivo al 1945 ha, dunque, sostanzialmente confermato la forza dellelemento nazionale nella vita dei popoli e dei paesi europei. Il processo di unione europea che essi hanno avviato gi dallinizio degli anni cinquanta non contraddice a questa osservazione. Lipotesi di una Europa delle patrie, formulata a suo tempo da De Gaulle per sottolineare la validit a suo avviso irrinunciabile degli Stati nazionali e la sua preferenza per un Europa, tuttal pi, blandamente confederale, non ha avuto fortuna (n poteva averla, stante, fra laltro, il disegno di comprendere in essa lEuropa dallAltantico agli Urali, e quindi anche lUnione Sovietica, ossia una componente che allora, anche a prescindere dal contrasto ideologico fra Oriente e Occidente, avrebbe sbilanciato qualsiasi costruzione europea). UnEuropa delle nazioni , tuttavia, quella che si andata costruendo, sulla base appunto degli Stati nazionali del continente, il cui profilo certamente e incomparabilmente pi forte, nella rispettiva specificit, degli Stati membri degli Stati Uniti o dei cantoni elvetici. N mancato chi si chiesto se l Unione Europea non postuli una nazione europea come realt gi in atto o da promuovere e realizzare, facendo

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sorgere, con ci, sia una questione del tutto conforme alla migliore tradizione del pensiero nazionale europeo, sia la temuta eventualit che la nazione Europa possa arieggiare e richiamare alle dottrine etno-imperialistiche del nazionalismo europeo nei suoi svolgimenti di pi disastrosa conclusione. Il problema, tuttavia, sussiste e dimostra precisamente che nel suo luogo di origine lo Stato nazionale non ha fatto ancora il suo tempo e che, anzi, la stessa costruzione europea non ne pu superare e assorbire la sovranit, se non compenetrandosi in qualche modo dei caratteri fondanti del suo profilo etico-politico. Anche fuori, per, del suo luogo di origine il modello nazionale appare, come pi volte si avuto occasione di notare, vitale e in espansione. Il colonialismo e limperialismo europei hanno dimostrato di aver svolto, da questo punto di vista, un ruolo notevole di acceleratori della storia, non diversamente da come nella stessa Europa accadde con la rivoluzione francese e con Napoleone. Il calco nazionale si sviluppato negli ambiti disegnati sia dallespansione coloniale europea, sia dalle reazioni a tali configurazioni. In alcuni casi esso sembra aver raggiunto una maturit non inferiore, se non addirittura superiore, al modello europeo. Gli Stati Uniti sono, da questo punto di vista, unindicazione illuminante, corroborata com dalle ragioni della potenza e dellideologia. Grande nazione, nazione imperiale sono qualificazioni attribuite non a caso, anche se in via talora polemica, alla nazione americana nel suo grado di massima potenza dopo la seconda guerra mondiale; e sono qualificazioni pertinenti per il ruolo che essa svolge ormai riconosciutamente sul piano internazionale. Ma le ragioni della sua fortissima proiezione esterna non debbono inficiare il senso della sua maturazione interna, che ne ha fatto alla fine del XX secolo, malgrado i non trascurabili contrasti e problemi della sua vita civile, una delle pi solide realt etico-politiche del mondo contemporaneo, al di l anche di una certa disparit di tono e di una certa diversit semantica tra luso europeo del termine nazione e il senso in cui negli Stati Uniti si parla correntemente di una nazione americana. In varie parti del mondo extraeuropeo certamente da chiedersi se lo Stato nazionale che vi appare in pi o meno avanzata formazione sia opera e realt di lites ristrette o penetri pi a fondo nella esperienza e nella coscienza sociale. La questione ben posta, ma non riguarda solo la dimensione nazionale, bens ogni altro aspetto o momento dello Stato moderno, e in generale della stessa modernit, rispetto agli elementi pi tradizionali, pi specifici, pi autoctoni delle singole realt statali e politiche a cui ci si riferisce. E lesperienza induce a sua volta a ritenere, in tali casi, che, in generale, siano solitamente le ragioni della modernit, bench, magari, alla lunga e con vari compromessi, a prevalere. Fuori dEuropa, il modulo nazionale come pure abbiamo osservato ha trovato in effetti i suoi antagonisti non in alternative politico-istituzionali e ideologiche, bens in dati di ordine culturale e religioso. La refrattariet maggiore pu sempre essere ravvisata nell Islam, il cui senso della comunit fondato su elementi assai difformi da quelli caratterizzanti dell esperienza europea nel XIX e nel XX secolo. Universalismo etico-religioso, tribalismo, fondamentalismo e altri fattori concorrono tuttora a fare dellIslam il punto di maggiore resistenza, come a tanti altri aspetti della civilt europea, cos, in particolare, a quello del modello nazionale. E, tuttavia, abbiamo pure notato che nel vastissimo ambito islamico larticolazione in popoli e paesi non solo diversi, ma spesso irriducibili nemici fra loro, procede da sempre sulla base di elementi che non cedono alla pur profonda e forte interferenza del fattore religioso: esperienza che non differisce, peraltro, da quella del mondo cristiano. Sono gli elementi attinenti, appunto, alla tradizione storica, alla specificit culturale, alla individualit civile in generale dei singoli popoli e paesi, alle quali l idea europea e

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moderna di nazione ha dato il fondamento teorico di cui parliamo. Un paese cos rappresentativo dellIslam qual lEgitto ne fornisce un caso esemplare, con la millenaria singolarit della sua fisionomia e delle sue esperienze nel pi vasto ambito islamico. Ecco perch, nonostante il fondamentalismo e ogni altro elemento in contrario, appare difficile credere a un alternativa islamica al modello europeo dello Stato nazionale. Sarebbe, del resto, incongruo che liberalismo e democrazia, tecnologia e capitalismo, socialismo e dialettica sociale, istituzioni e prassi europee penetrassero inarrestabilmente nel mondo islamico, e solo lelemento nazionale restasse escluso da una tale penetrazione. vero, piuttosto, che non solo anchesso penetrato in quel mondo, ma vi ha dato luogo a rapide, nonch diffuse, forme di nazionalismo oltranzistico e ha trovato, in fondo, le resistenze maggiori nei paesi a regime tradizionalistico pi antiquato e nelle forti persistenze tribalistiche. Sfide pi consistenti sembrano, invero, portare al modulo nazionale la serie di elementi che caratterizza la congiuntura degli anni novanta del XX secolo: la globalizzazione dei mercati e delle relative attivit economiche e finanziarie; il disegno di potenziare le Nazioni Unite come governo mondiale; la potenza imperiale americana, per cui si parlato di fine della storia; la prevalente adozione di regimi politici su base pluralistica e rappresentativa; lomologazione culturale del villaggio globale attraverso i grandi mezzi di comunicazione di massa con le connesse trasmissioni in tempo reale e reti informatiche; la mondializzazione dei comportamenti e dei consumi, e quindi anche delle mentalit, che deriva da alcuni di questi elementi, se non da tutti; la fioritura o rifioritura di universalismi religiosi come quelli islamico, cattolico, buddistico di cui si hanno vari indizi; linternazionalizzazione inarrestabile della ricerca e della vita scientifica in generale; la progressiva affermazione dellinglese come lingua franca dellera della mondialit, e cos via. Il complesso di questi scenari grandiosi, eppure gi presenti e variamente e parzialmente sperimentati alla fine del XX secolo, sembrerebbe effettivamente delineare una prospettiva di superamento del quadro nazionale e di formazione di un universo umano i cui poli di aggregazione e di gravitazione possono essere di ordine del tutto diverso da quello dei valori nazionali, se non addirittura opposto. Una sfida parallela appare nello stesso tempo provenire dai grandi movimenti di popolazione dai paesi meno sviluppati a quelli pi sviluppati. In particolare nei paesi dellEuropa occidentale e negli Stati Uniti essi delineano la formazione (ne abbiamo accennato) di realt civili multietniche e multiculturali alquanto diverse da quelle che maturarono nel corso del tempo lidea e la coscienza di nazione e la propagarono nel mondo. Il calo demografico di molti paesi avanzati induce a ritenere questa prospettiva tanto pi probabile in quanto lesigenza di una manodopera numerosa e il rifiuto di determinati lavori e occupazioni da parte degli strati sociali inferiori degli stessi paesi fanno prevedere una non trascurabile intensificazione dei flussi migratori verso di essi dalle parti pi povere del mondo. La stessa indicazione, inoltre, sembrano dare le difficolt di sviluppo dei paesi pi arretrati, che, insieme con la loro sempre alta vitalit demografica, costituiscono un incentivo allemigrazione forse ancor pi forte del richiamo dei paesi avanzati. Innegabile , per, il fatto che nello stesso tempo le ragioni della diversit non solo hanno continuato a farsi sentire, ma hanno spesso assunto maggiore rilievo nell esperienza politica e sociale del mondo contemporaneo. Le ragioni della nazionalit si sono imposte, come si visto, nellEuropa della fine del XX secolo con forza maggiore che rispetto agli inizi dello stesso secolo. Se lordinamento europeo su base nazionale stabilito a Versailles dopo la prima guerra mondiale stato alterato, lo stato nel senso di dare al principio nazionale una maggiore, non una minore

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attuazione, sciogliendo anche nazioni che Versailles a suo tempo si fece merito di aver riconosciuto, come Cecoslovacchia e Iugoslavia. Lo Stato europeo apparso sempre come il pi alieno dalle esasperazioni o anche solo da una indiscreta sottolineatura del nazionalismo, ossia l Inghilterra, si rivelato il pi tenace nel resistere agli inviti e ai richiami europeistici. Sulla prospettiva dell Unione Europea stato agitato fin dagli inizi lo spettro di un direttorio delle potenze maggiori (Germania e Francia), che ha sollevato sempre comprensibili resistenze nazionali da parte degli altri paesi. Dissoltasi lURSS, potuto sembrare che la nuova Russia possa essere uno stabile partner di questo direttorio in un quadro internazionale che trascenderebbe, quindi, quello dellUnione Europea. Gli interessi dei popoli e dei paesi europei non cessano, inoltre, malgrado lintegrazione in corso, di mantenersi distinti e diversi, se non (come non di rado accade) opposti, sia sul piano delle loro economie che sul pi specifico piano politico. Abbiamo accennato come in questioni quale quella della Iugoslavia e dellAlbania questa distinzione o diversit di interessi e, quindi, anche di comportamento diplomatico e di azione politica abbia potuto essere facilmente osservata. E, daltra parte, il fatto che la Comunit Europea, malgrado il suo avanzato stato di integrazione (soprattutto, ma non solo economica) non sia stata in grado di agire da efficace soggetto politico internazionale unitario neppure in questioni dello stretto spazio europeo conferma la permanenza delle distinzioni o diversit di cui si parlato. E, quanto allEuropa non comunitaria, di gran lunga pi indefinita e inconsistente nel suo concreto significato operativo appare la Comunit di Stati Indipendenti in cui formalmente si risolta lURSS e che non si rivelata in grado di fermare alcuno dei conflitti insorti fra gli Stati ex sovietici. A sua volta assai pi significativo , poi, il fatto che alcune delle spinte maggiori o delle pretese pi appariscenti di rifiuto del quadro nazionale vigente nell Europa della fine del XX secolo abbiano fatto perno sulla rivendicazione di interessi economici offesi pi che su quella di elementi culturali o propriamente nazionali. Cos accaduto in Italia, con la campagna contro i pi o meno presunti storni del prelievo fiscale a danno delle regioni che sono le maggiori produttrici del reddito nazionale (e sulla stessa base sostanzialmente proceduta sia detto per inciso la rivendicazione separatistica del Qubec nel Canada). Se si esce fuori del quadro europeo e ci si ferma in particolare negli ambiti del cosiddetto Terzo Mondo, le indicazioni in tal senso sono ancora pi stringenti. A misura che ci si allontana dal passato coloniale o semi-coloniale, la fisionomia politica di popoli e di paesi si delinea sempre meglio, sia quando d luogo a individualit ben definite, sia quando d luogo a squilibri e tensioni laceranti. Le stesse opzioni linguistiche (anglofoni, francofoni, iberofoni) non hanno costituito alcun motivo di superamento effettivo dellindividualit culturale dei paesi extraeuropei che a tali opzioni sono pervenuti. Il Commonwealth britannico non ha rivelato consistenza maggiore della Comunit di Stati indipendenti nella ex URSS. Irriducibile a qualsiasi schema transnazionale si rivelato Israele, le cui esigue dimensioni demografiche sono esattamente inverse, su scala proporzionale, al significato dellistanza storica e dellidea morale che esso rappresenta in connessione con lebraismo mondiale. Persino nello scenario da pretesa fine della storia ipotizzato per il panorama mondiale della fine del XX secolo, vari paesi appaiono per dimensioni o per potenzialit destinati a una parte di primo piano accanto agli Stati Uniti: Cina e India, Giappone e Brasile, Russia ed Europa unita..., con implicazioni culturali ed etico-politiche che non vanno nel senso di un livellamento indifferenziato. Una conclusione provvisoria anzi, piuttosto, unipotesi di lavoro nella scia di tutto ci pu, quindi, essere fornita dalla considerazione che nessuno certamente pu pensare a nazione e a valori nazionali come strutture definitive, insuperabili dellesperienza umana in fatto di

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aggregazione e di vita etico-politica. Una chiusura della storia non ipotizzabile neppure per questo verso. Come, per, le idee di libert e di democrazia si sono profondamente radicate nell esperienza del mondo occidentale dalla fine del XVIII secolo in poi e da esso si sono largamente estese, almeno nel loro disegno istituzionale formale, a tutto il resto del mondo e appaiono, alla fine del XX secolo, vincenti su un orizzonte temporale indefinito e indefinibile, altrettanto pu dirsi dellidea nazionale. Anche una tale ipotesi vale, peraltro, in una prospettiva sempre potenzialmente molto dinamica, nel senso che nessuna delle nazioni storicamente presenti sulla scena del mondo alla fine del XX secolo pu ritenere di avere per s un futuro illimitato. Articolazioni e riarticolazioni, definizioni e ridefinizioni, declini e rinascite, ampliamenti e secessioni, moltiplicazioni e riduzioni dei singoli quadri nazionali sono sempre una potenzialit effettiva; nuove nazioni si possono formare o riformare per distacchi o aggregazioni totali o parziali degli Stati nazionali esistenti; identit nuove possono essere riconosciute o costruite e identit precedenti riprese e rilanciate. presumibile che nel caso delle realt nazionali di pi antica tradizione e di pi solido organismo (come sono, per lo pi, le nazioni europee) queste potenzialit siano pi esigue, mentre siano molto pi consistenti per i popoli e i paesi di pi recente tradizione e di meno robusto organismo politico. Ci significa che pi che mai attendibile si configura lidea della nazione come volont nazionale, plebiscito secondo la gi citata definizione di Renan di ogni giorno. Ma significa pure che, al pari di ogni altra realt storica, idea e volont nazionale non sono atti, proiezioni e sviluppi arbitrari e incondizionati. Significa anzi ed qui la forza vera e sostanziale della dimensione nazionale nelle sue pi alte manifestazioni che esse sono condizionate e relative a realt effettive e non facilmente comprimibili o disconoscibili, maturate nella storia e forti del suo spessore, solide sedimentazioni di valori culturali e di interessi vari della vita civile. A questa realt la presa di coscienza in termini di identit e di opzione nazionale d la legittimit e la forza di una delle massime espressioni di civilt politica sperimentate nella storia, non meno della polis ellenica in altra epoca e in altro contesto. Pi di altre espressioni di civilt politica, il modello nazionale si dimostrato e si dimostra, inoltre, plasmabile e flessibile agli sviluppi del movimento storico. I quadri nazionali possono, come si detto, variamente comporsi e ricomporsi. Listanza nazionale mostra di poter essere soddisfatta sia nella forma dello Stato unitario, accentrato o autonomista, che in quella dello Stato federale o confederale. Sullo scorcio del XX secolo la congiunzione nazionefederazione sembra pi in vista di altre. Ma questo appare pi legato alla vicenda fenomenica contingente che alla logica e alla vitalit intrinseca del modulo nazionale (idea e fatto): vitalit e logica sulle quali, come si detto, il sipario non appare n calato, n prossimo a calare. BIBLIOGRAFIA
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