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INTERVISTA CON GIORGIO CATALDINI: UNA VITA PER IL MARE

(da: Anxa News, Anno XI, Numero 3/4, Marzo/Aprile 2013, Gallipoli)

IL MUSEO DEL MARE DI GALLIPOLI

Il 2012 si e' chiuso consegnando agli annali un lascito estremamente rilevante per il futuro di questa citta': la nascita del Museo del Mare di Gallipoli. La nuova istituzione va ad arricchire il profilo culturale di un territorio che proprio sul tema della conservazione delle risorse ambientali gioca la partita decisiva del proprio avvenire. Frutto di anni di lavoro e di uninesauribile passione per il mondo naturale da parte del suo fondatore, il Prof. Giorgio Cataldini, il museo e stato inaugurato lo scorso 17 novembre alla presenza del Sindaco Dott. Francesco Errico. L'evento clou di una simile giornata e' consistito nel dibattito tenutosi all'interno della biblioteca Sant'Angelo, contraddistinto dagli interventi di studiosi quali la Prof.ssa Flegra Bentivegna della Stazione Zoologica "Anton Dohrn" di Napoli e il Dott. Marco Borri, gia' Direttore del Museo Zoologico La Specola dell Universita' di Firenze, nonche' dalla lettura dell'augurio inviato alla citta' dal Dott. Luigi Cagnolaro, illustre cetologo e direttore del Museo Civico di Storia Naturale di Milano. Quella dellapertura del Museo del Mare a Gallipoli e unottima notizia per chi ha a cuore le sorti di questo angolo dello Ionio. E, innanzitutto, di sicuro rilievo che la politica torni a confrontarsi con progetti culturali di ampio respiro a favore della comunita. In questo senso, liniziativa del museo, istituito dal Commissario Prefettizio Angelo Trovato e fortemente sostenuto dallattuale amministrazione, segna un gesto di discontinuita con un recente passato penalizzato dall'assenza di una politica culturale adeguata. Ed e importante che a Gallipoli si torni a fare cultura sfruttando la vocazione profonda di questa citta, il suo tratto identitario piu spiccato: lamore per il mare. Sotto tale profilo, unoperazione di questo tipo fornisce una maggiore articolazione a questo legame quasi istintuale ancor prima che geografico, storico ed economico con il mare da parte della popolazione locale. Le collezioni, che propongono un vero e proprio viaggio alla scoperta delle meraviglie del Mare Nostrum, sono ubicate nelle sale di Palazzo Rocci in via Sant'Angelo, nel cuore del centro storico di Gallipoli. I locali ospitano una sezione dedicata ai Cetacei, la piu' importante raccolta presente in Puglia, con scheletri completi di Tursiope, Stenella, Grampo e Zifio, questi ultimi di notevole importanza scientifica e di estrema rarita' nel panorama museale italiano. I Rettili sono rappresentati da esemplari di tartarughe, tra cui le specie marine Caretta caretta e Chelonia mydas. Per chiudere, una collezione ornitologica comprendente specie marine e una sezione di invertebrati marini, molluschi, crostacei ed echinodermi. Oltre alla collezione in se,

lallestimento e un altro punto forte di questa sorta di sottomarino giallo gallipolino. Dagli scheletri di cetacei appesi in assetto anatomico sulle volte del salone alla teoria di mappe e cartine multicolori affisse sui pannelli divulgativi, dall'essenzialita' delle luci alla spartanita' dei materiali adoperati per la costruzione degli espositori: tutto cospira per stimolare la partecipazione del visitatore e coinvolgerlo in unesperienza estetica e conoscitiva.

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Naturalista ed educatore, Giorgio Cataldini ha sempre abbinato lavoro teorico e lavoro sul campo. Ha al suo attivo pubblicazioni scientifiche e opere divulgative per ragazzi. Nel corso degli anni ha realizzato centinaia di interventi di salvataggio di delfini, di tartarughe marine, di gabbiani, ed ha fondato associazioni per lo studio, la tutela e la promozione dell'ambiente (e' attualmente responsabile dell'Associazione Salento Ambiente e, in passato, ha svolto l'incarico di rappresentante per la Puglia meridionale del Centro Studi Cetacei). I suoi studi hanno contribuito a fornire gli input e le basi scientifiche che hanno permesso di giungere, nel 2006, all'istituzione del Parco Naturale Regionale Isola di Sant'Andrea - Litorale Punta Pizzo. In suo onore, quest'anno, il malacologo Ivan Perugia ha coniato il nome per una conchiglia appena scoperta: si tratta della Tubercliopsis Cataldinii della famiglia Cerythiopsidae. Con Giorgio Cataldini ci incontriamo una mattina di dicembre presso il museo di cui e' ora il responsabile. "I reperti contenuti in questo museo", mi dice, "li ho raccolti in anni e anni di lavoro, di studio e di ricerca. Tutti questi reperti sono stati catalogati, studiati, confrontati con altri". Cataldini, lo deduco da come non si scompone di fronte ad alcuni miei imbarazzanti commenti in materia di zoologia e botanica, e' super paziente con i profani e bravissimo nella divulgazione. Mentre parla srotola con naturalezza una miniera di spunti interessanti: "Ricordo che da bambino, durante le giornaliere escursioni presso lo scoglio del Campo, ho visto dei teschi spuntare fuori dalla creta. Li' il fondale e' tutto di argilla, sai, e noi, divertendoci sotto gli scogli, in mezzo alla creta vedemmo spuntare dei teschi". Altre volte e' scandalizzato dalla mia ignoranza su cose, secondo lui, universalmente conosciute. E' il caso dello Strombus bubonius: "Come non lo sai!? Lo Strombus bubonius e' una conchiglia fossile, un gasteropode che adesso vive nei mari caldi. Abbiamo un giacimento di Strombus bubonius, qui, lungo la costa nord di Gallipoli, che e' uno dei siti piu' importanti al mondo!". La mia incompetenza e' fuori discussione ma, per quanto mi riguarda, e' evidente come lo Strombus graviti piuttosto

nello stesso universo dei pesci banana di Salinger o dello sgambero dal naso lucido di Edward Lear o, ancora, della caccia allo Snark di Lewis Carroll. Poi, quasi per caso, una scoperta che da sola potrebbe valere l'intera visita da queste parti: "Questo esemplare l'ho trovato tra la scujera e il Campo", mormora Cataldini, indicando un qualcosa depositato sul fondo di un piccolo acquario. Appena metto a fuoco, ho quasi una rivelazione, e non c'e' molto altro da aggiungere. Posso solo consigliare fermamente a grandi e piccini di venire a conoscere Benny, il boss del museo, ovvero il paguro Bernardo l'Eremita. Venite pure e, dopo aver visto Benny, gli ippocampi, le stelle marine, la tartaruga verde, il Cymatium corrugatum, non vi sara' difficile ammettere di trovarvi in un universo decisamente psichedelico. Una delle funzioni di un museo come questo e' proprio quella di mostrare che condividiamo la stessa realta' e lo stesso mondo di queste 'strane' creature. Un'ambizione ancora piu' alta sarebbe, credo, quella di suggerire, piu' che l'idea, la percezione diretta di questo fatto: intuire improvvisamente che c'e' un universo vivente o, come dice la canzone, tutto un mondo intorno, di cui noi siamo parte integrante. Quello dell'unita' di mente e natura e', come si sa, un tema molto caro a Gregory Bateson, uno studioso che nel suo lavoro ha posto in luce le relazioni tra i problemi dell'ecologia e quelli della salute mentale, della coscienza, dell'estetica, del sacro: "Che cosa sono le farfalle? Che cosa sono le stelle marine? Che cosa sono la bellezza e la bruttezza... [Qual'e'] la colla che tiene insieme le stelle marine e le anemoni di mare e le foreste di sequoie...Quale struttura connette il granchio all'aragosta e l'orchidea con la primula e tutti e quattro a me? E me con voi?...Qual'e' la struttura che connette tutte le creature viventi?". Da Cartesio in poi l'occidente ha consumato la propria separazione dalla 'sacra unita' della biosfera' e, paradossalmente, proprio su quella rottura si e' anche fondato lo sviluppo della civilta' moderna. La reazione a questo stato di cose, che dall'eta' romantica dura fino ad oggi, ha visto studiosi, artisti, intellettuali, movimenti culturali puntare il dito sulle responsabilita' della scienza e della tecnologia nell'esasperazione di questo tragico dualismo tra uomo e natura. Come spiega Rollo May, lattitudine dellOccidente "nel conquistare e nel guadagnare potere sulla natura, ha avuto come conseguenze lalienazione delluomo dalla natura, ma anche indirettamente delluomo da se stesso". Forse oggi, anche per via dei problemi epocali posti dall'inquinamento, va facendosi largo una crescente consapevolezza della nostra interdipendenza con l'ambiente. Il problema, per dirla con Alan Watts, e' che "abbiamo delle personalita' del sedicesimo secolo nel mondo dei concetti del ventesimo secolo ". In questa chiave, le istituzioni possono svolgere un ruolo decisivo nel sostituire modelli culturali e immagini del mondo ormai inservibili. Nel

suo piccolo, il museo, abbandonate le vecchie utopie positiviste del trionfo sulla natura, si pone sempre piu' come propulsore di questa saggezza dell'interdipendenza o, se si vuole, come avamposto per la promozione di una nuova visione del mondo, meno antropocentrica e piu' ecocentrica. Seguiamo ancora Cataldini: "Parlando dell'isola [di Sant'Andrea n.d.r.]: la cosa principale, o il pregio, e' tutta l'isola nel suo complesso, il sistema isola. E' il sistema naturale che va preservato. Cosi', qui dentro [nel museo n.d.r.], l'importanza e' nella complessita' di quello che c'e' allinterno". D. Quando e' cominciata la tua passione per il mare e per l'ambiente marino? R. Ho cominciato a raccogliere conchiglie a 15 anni, credo come tanti ragazzini che devono soddisfare le loro curiosita'. Mi ricordo era il '65, un anno particolare per me, per via di mio padre che non stava tanto bene. Faceva caldo ed era una domenica di maggio. Con mio fratello andammo a fare unimmersione alla Vecchia Torre. Mentre ero sott'acqua vidi una conchiglia ricoperta da una cosa nera, come un velo di catrame, e la toccai. Subito dopo, quella sostanza fluida, in realta' il mantello del mollusco, si ritiro' completamente nella conchiglia. E mentre si ritraeva comparve lei con tutti i colori dell'arcobaleno. Una cyprea, avevo trovato una cyprea. La raccolsi e quello e' stato l'inizio di tante mie scoperte. D. Un colpo di fulmine, un'esperienza estetica all'origine di tutto. R. Si', tu hai la meraviglia come primo gradino per la conoscenza. A dire il vero, fu con la pesca subacquea che inizio' il mio interesse per l'ambiente marino. Nel '60 avevo dieci anni e, spesso, prendevo il fucile di mio fratello Sergio. Per cacciare i pesci, istintivamente dovevo innanzitutto cercare di capire il loro comportamento, conoscere il loro ambiente. Per questo, dovevo seguire gli indizi che mi forniva il fondale, cercare le conchiglie, i crostacei, le alghe che caratterizzavano quell'ambiente. Cosi' se identificavo l'habitat trovavo anche i pesci. E da li' cominciato tutto. D. Quante di queste conchiglie sono state raccolte da te? R. Le conchiglie del museo sono state raccolte interamente da me e sono al 95% salentine. Qualcuna lho trovata a Trieste, a Chioggia, a Ravenna, e sono quelle che non vivono qui da noi. D. Quello del raccogliere le conchiglie e' il gesto archetipo per

eccellenza. R. Raccogliere conchiglie e' un gesto molto semplice e magico. E' un gesto che si ripete di generazione in generazione. I bambini adorano farlo. Puoi raccogliere quelle spiaggiate o andare sott'acqua a cercarle. Ci colpiscono per i loro colori e le forme. Inoltre, una conchiglia e' facilmente conservabile, la puoi mettere in tasca e portartela via. E da quel momento rappresenta anche un ricordo del luogo che hai visitato. D'altronde, costituisce anche il riscontro dello stato di salute dell'ambiente in cui vive, del mare. La sabbia, la riva del mare e' come un libro. Leggendo quello che c'e' sulla riva riesci a capire gli animali che vivono in quello specchio di mare, ti racconta molte cose di quel particolare habitat. D. Nel tuo lavoro di ricerca hai dovuto contare molto sull'apporto di chi sul mare ci passa la vita. So che a Gallipoli la collaborazione e' continua e che tu sei molto popolare tra i pescatori. Sei sempre riuscito a creare questo rapporto di collaborazione? R. Si', quasi sempre. Molto dipende da come ti poni con le persone. Se rimani distante, sul tuo piedistallo, o se ti affianchi e lavori insieme a loro. Negli anni settanta lavoravo presso il Laboratorio di Biologia Marina di Bari. Mi occupavo di un progetto di prelievo e monitoraggio della pesca su tutta la costa adriatica che andava dal fiume Morello fino alla zona di Punta Penne a Brindisi. In quegli anni avevano in animo la costruzione di una centrale nucleare ad Avetrana. Quindi, era importante reperire dati che negli anni successivi ci sarebbero potuti servire per svolgere eventuali comparazioni sullo stato di salute del mare nelle nostre zone, prima e dopo quell'evento. Incontravo i pescatori, andavo a vedere le cassette con il loro pescato e ne segnavo il peso oltre che le specie. Loro, dapprima erano diffidenti perche' pensavano che fossi un finanziere. Poi, appena compresero che cio' che si faceva lo si faceva anche nei loro interessi, cominciarono a preoccuparsi se non mi vedevano arrivare. Cosi' se non mi vedevano mi telefonavano: "Siamo preoccupati!". Poi mi conservavano il pesce, gli animali. Subentro' un rapporto bellissimo. Come quello avuto con i pescatori gallipolini, e voglio ricordare un mio caro amico, il compianto Giovanni Bianco. D. Da dove viene l'idea del museo? R. L'idea di fare un museo e' nata nel 1980, quando dopo quindici anni di studi e di ricerche realizzai, insieme a Edoardo Perna, la I^ Mostra Nazionale di Conchiglie Mediterranee. La mostra si svolse nella sala

ottagonale del Castello angioino. Ci furono gli interventi di studiosi come il Prof. Pietro Parenzan ed il Prof. Livio Ruggiero dell Universita' di Lecce. Parenzan mi diede da esporre i suoi disegni, bellissimi, di Tricolia pullus. In quell'occasione proposi al sindaco Mario Foscarini di istituire un museo e un acquario a Gallipoli. Avevo fondato il Gruppo Malacologico Gallipolitano ed avevamo un patrimonio di conchiglie, un piccolo gioiello. D. Comunque tutto parte dai tuoi studi degli anni settanta. R. Dopo il Liceo maturai lidea di studiare Biologia. Avevo trovato il mio habitat a Bari presso lAcquario, e li' ho conosciuto ricercatori, studiosi che mi hanno insegnato a lavorare e stimolato continuamente. Hanno assecondato la mia naturale passione e son diventato uno di loro (con il Dott. Gianni Bello conservo ancora un'autentica amicizia). Ho imparato a indagare la natura, a cogliere differenze e analogie con occhio diverso, a vedere cio che prima non vedevo. Era del tutto naturale, quindi, che in seguito rivolgessi le mie attenzioni alla terra e al mare che mi avevano visto nascere: la mia culla era stata la Puritate, lu core te lu malone, il Campo e Risula dove ci portava in barca mio padre. Da ragazzino, come tanti miei coetanei, mi alzavo la mattina molto presto per sollevare pietre e catturare i vermi per andare a pesca: rituale che occupava gran parte delle mie giornate estive. Da adulto, da studente, attraverso innumerevoli immersioni e osservazioni dirette ho cominciato a studiare sistematicamente e consapevolmente le peculiari biocenosi del nostro mare. La Mostra estiva del 1980 aveva lo scopo di far conoscere, attraverso il mondo dei Molluschi con la loro grande varieta di specie, la straordinaria ricchezza biologica del nostro mare. Ma lidea era ancora piu profonda. Come scrisse Dario A. Franchini nella prefazione del Catalogo della Mostra, interpretando correttamente il mio pensiero, << quale miglior modo per iniziare a riscoprire le proprie radici se non cominciando da quelle produzioni naturali che dal mare provengono! Riscoprire, o meglio scoprire, le loro forme, i loro nomi, la loro storia (che sono i piu antichi esseri viventi che abbiano popolato il nostro pianeta) serve come via maestra per scoprire altre forme di vita " minori , per giungere successivamente ad una migliore conoscenza di noi esseri umani >>. D. Tornando al museo, la prima idea, quindi, nasce nel 1980. Ne e' passato di tempo da allora. Comunque le conchiglie troveranno, nel corso degli anni, una loro sistemazione. R. Si', certo. Nei primi anni ottanta fui tra i promotori del Centro Studi

di Biologia Marina con sede nella Torre San Giovanni, grazie alla fiducia accordataci dal Commissario Prefettizio dell'epoca. Portai al Centro Studi gran parte delle mie collezioni. Purtroppo, qualche anno dopo, alcuni vandali ruppero praticamente tutti gli acquari, e riuscii a salvare alcuni reperti scientifici che non erano stati considerati degni della loro attenzione. Tutte le mie foto sparirono ma ci non mi imped di proseguire per la mia strada. D. I tuoi studi hanno fornito basi ed evidenza scientifica per arrivare all'istituzione di aree protette nel territorio gallipolino. Prima mi accennavi ad un tuo saggio del 1988, "Ambienti e specie marine della costa ionica pugliese", e ad uno successivo presentato in un convegno a Mantova nel 1990, dove, dopo una disamina del litorale a sud di Gallipoli (Baia Verde, Li Foggi, Torre del Pizzo), sottolineavi la necessita' dell'inserimento di tutte quelle zone in un progetto di salvaguardia. Sbaglio o questo e' il primo studio scientifico che adombra quest'ipotesi? R. Penso proprio di si'. Quei lavori sono stati poi inseriti in un libro, scritto con il contributo anche di Franchini e Scarpina, e pubblicato nel '92 in occasione della Mostra "L'Isola Sant'Andrea tra Mare e Terra Materiali per una Riserva Naturale". Leditore del libro fu la Regione Puglia che patrocino anche la Mostra. D. Avresti mai potuto immaginare che i tuoi studi naturalistici iniziati negli anni settanta avrebbero un giorno condotto, grazie al ruolo chiave di alcuni esponenti politici locali, all'istituzione nel 2006 del Parco Naturale Regionale Isola di Sant'Andrea - Litorale Punta Pizzo? R. Nella mia attivita ho cercato di mettere in luce limportanza naturalistica del nostro territorio, la sua unicita' e la biodiversita che lo caratterizza. La Regione Puglia, a sua volta, tramite lo stesso assessore allEcologia che ebbi il piacere di accompagnare in visita sullIsola e nella zona costiera del Pizzo, volle un lavoro molto piu' corposo e si arrivo' cosi' ad una proposta di legge di istituzione del Parco dell'Isola Sant'Andrea e del Pizzo. Successivamente ci fu la Legge Regionale del 24 luglio 1997 che inseriva Isola di Sant'Andrea Litorale di Punta Pizzo tra le aree naturali protette della nostra Regione. A quel punto, il piu' era fatto. Si', mi rendo conto che quella fu di certo anche una conseguenza del mio lavoro. D. A Gallipoli sei conosciuto anche per l'avvistamento del Gabbiano Corso sull'isola di Sant'Andrea.

R. Lo avvistai la prima volta con Aurelio Raheli, se ricordo bene a marzo del 1990. Successivamente, nel 92, registrammo la nidificazione di otto coppie. E dopo 20 anni lisola e divenuto uno dei siti di riproduzione piu importanti per le coste italiane. Nel museo ci sono esemplari di Gabbiano Corso che mostrano le varie fasi di crescita dell'animale nei primi due anni di vita. D. Quel libro del '92 sugli aspetti naturalistici di Sant'Andrea ha davvero contato nella storia dell'isola. Mi riferisco, in questo caso, alla seconda meta' degli anni novanta quando, genialmente, si penso' di vendere alcuni beni demaniali dello Stato. R. Il libro ha rappresentato un valore aggiunto nello sforzo di salvare l'isola. Quando usci' fuori questa proposta di vendita, creai un comitato a Gallipoli di opposizione a questo atto. Il comitato coinvolgeva tutte le scuole di Gallipoli, le varie associazioni di commercianti e ambientaliste. Fu spedito un appello alle Societa scientifiche nazionali ed ebbi un riscontro da tutti. In seguito, grazie allimpegno congiunto del Comune di Gallipoli e della Provincia di Lecce e al sostegno della societa civile, quella malsana idea fu completamente sconfitta. Non potro mai dimenticare la commossa telefonata dellassessore provinciale Prof. Morelli, con cui mi comunicava che il TAR aveva accolto il ricorso cui anchio avevo contribuito. D. E' da piu' di trent'anni che ti occupi anche degli interventi di salvataggio dei cetacei. R. Nell '82 un grampo era stato preso allamo di un palangrese. In un primo momento i pescatori avevano pensato di venderne la carne, ma poi prevalse la ragione: avvertito da loro stessi lo portammo a largo. In seguito ci sono stati altri interventi sia su delfini vivi sia su esemplari morti come nell88 quando spiaggiarono ben sei grampi. Poi nel 1996 divenni responsabile del Centro Studi Cetacei per la Puglia meridionale. Nel maggio di quell'anno altri due grampi si spiaggiarono vivi nella spiaggia della Purita': la madre mori' poco dopo, il piccolo sopravvisse nel Delfinario di Riccione per ben ventiquattro giorni. Fu un avvenimento ancora vivo nel ricordo di tutti, un esemplare applicazione del protocollo dintervento che il caso richiedeva. Ci fu una sinergia tra Marco Borri, il coordinatore nazionale del Centro Studi Cetacei, l'Acquario di Genova, la Fondazione Cetacea di Riccione. Ci fu il coinvolgimento del Ministero della Difesa tramite la Capitaneria di Porto di Gallipoli. Con la Guardia Costiera ce sempre stato un rapporto di stretta collaborazione, continua e proficua che in quasi ventanni ha permesso di salvare centinaia di animali, soprattutto

tartarughe marine, ma non solo. Il Centro Studi Cetacei ha funzionato davvero bene. Devo dire che quello che abbiamo fatto qui in Puglia e' stato veramente utile, ed e' stato preso come esempio in altre realta'. D. A Gallipoli sei molto popolare, specie tra gli studenti, per il tuo lavoro con le tartarughe. Mi riferisco alle giornate di "Appuntamento con il Mare" che periodicamente organizzate per il rilascio in mare degli esemplari da voi salvati e, quindi, curati e riabilitati presso l Acquario di Napoli. R. Ho molto a cuore quella manifestazione. Sono proprio i ragazzi a connotare l'aria di festa e di entusiasmo che la caratterizza. E' ormai quasi un rito ma l'emozione che accomuna tutti, giovani e adulti, si rinnova puntualmente. Vedere animali cosi antichi e straordinari avanzare con la loro pesantezza e goffezza, lentamente ma inesorabilmente verso il mare, e' proprio un momento magico. D. Con tutti gli anni di esperienza accumulati, con le competenze scientifiche presenti sul territorio, sarebbe auspicabile che una citta' come Gallipoli si dotasse di un centro di primo soccorso per le tartarughe marine. R. Concordo. I nostri interventi di salvataggio delle tartarughe ammontano ormai a varie centinaia. Il lavoro di recupero, monitoraggio e la salvaguardia delle tartarughe marine avviene concordemente con il team diretto dalla Prof.ssa Flegra Bentivegna del Rescue Center della Stazione Zoologica A. Dohrn di Napoli, che e un punto di riferimento internazionale per lelevato grado di competenze scientifiche raggiunto. In ragione di cio siamo giunti alla definizione di un protocollo di collaborazione tra il Comune di Gallipoli e la Stazione Dohrn di Napoli per attivit di ricerca e collaborazione scientifica. D. Tre cose da fare per non far morire Gallipoli, inteso come sistema naturale. R. La cosa pi importante e raggiungere la consapevolezza che il proprio comportamento puo condizionare pesantemente le scelte collettive future. La prima emergenza perci creare una mentalit nuova che non sia utilitaristica, finalizzata ai propri interessi, ma agli interessi della comunita'. Occorre agire in termini di contesto, di cultura e ripensare completamente le nostre strategie educative in modo tale che ci permettano di incidere profondamente a livello comportamentale, di coscienza. Bisogno sconfiggere la superficialita ,

lindifferenza e favorire la partecipazione. Infine credo sia estremamente importante aprirsi all'esterno. Non ci si deve chiudere in se stessi ma, al contrario, Gallipoli deve guardarsi intorno. Cercare collaborazioni in ogni campo con enti di ricerca, enti educativi, istituzioni nazionali e internazionali. Solo cos si pu effettuare un salto di qualit. D. Stai lanciando degli appelli personali? R. Per niente, la mia idea quella di voler valorizzare l'ambiente per la cittadinanza. Il museo, nel suo piccolo, intende promuovere cultura. L'ambiente un gigantesco sistema di relazioni e di scambi di energia che il museo vuol fare emergere; esso deve interpretare la complessit della natura e il suo divenire a partire proprio dai reperti scientifici esposti. Sarebbe bello che i ragazzi, i giovani, gli adulti diventassero protagonisti delle attivit del museo. So che a Gallipoli una sfida difficile, ma non impossibile ed io che rivendico la mia appartenenza a questa terra, voglio essere fiducioso. D. Ti ho visto lavorare per anni alla realizzazione di questo Museo. Come si realizza unopera del genere in tempi di ristrettezza economica? R. Abbiamo realizzato questa struttura con pochissimi mezzi economici, cercando di razionalizzarli al massimo ma con tanti, tanti sacrifici, con la voglia di mettersi in gioco e la consapevolezza di fare qualcosa di utile per la cittadinanza. Ecco, l'idea e' sempre stata quella: con pochissimi mezzi, cercando di utilizzarli al meglio, e con sacrifici personali. Ma questo e' stato anche l'insegnamento che ho cercato di passare ai giovani e agli altri in generale.Un ringraziamento profondamente sentito va a Luigi Cagnolaro, Flegra Bentivegna e Marco Borri a cui mi lega profonda stima e antica amicizia: ci che stato realizzato anche merito loro. D. Chiudendo il cerchio con il Museo, quali sono i pezzi di maggior pregio delle varie collezioni? R. Come dicevo prima, l'importanza e' racchiusa nella complessita' di cio' che sta qui dentro. Poi, in quanto alle preferenze, lascerei al visitatore la scelta del proprio pezzo forte. Giovanni Manfreda