Sei sulla pagina 1di 76

LALFABETO ITALIANO

http://grammatica-italiana.dossier.net/index.html

I nomi di tutte le lettere dell'alfabeto italiano sono di genere femminile poich si sottintende che dinanzi ad esse venga posto il termine lettera. Nell'elenco sono state incluse tra parentesi 5 lettere non appartenenti al nostro alfabeto, che tuttavia vengono usate nello scrivere nomi e vocaboli stranieri. L'ordine alfabetico seguito spesso per disporre le parole secondo le loro lettere iniziali, specialmente negli elenchi dei nomi propri e nei vocabolari. Quando, nell'ordinare alfabeticamente pi parole, alcune di esse hanno la stessa iniziale, si tiene conto della seconda lettera; per quelle che abbiano uguali la lettera iniziale e la seconda, si tiene conto della terza, e cos di seguito. Le lettere si scrivono in carattere minuscolo e maiuscolo; nell'insieme delle lettere, per, il carattere prevalente o normale il minuscolo. La maiuscola si adopera come lettera iniziale nei casi seguenti.

All'inizio di ogni periodo, dopo il punto fermo (?). Si usa di solito anche dopo il punto interrogativo ed il punto esclamativo, quando questi chiudono un periodo; si pu usare invece la lettera minuscola, dopo l'interrogativo e l'esclamativo, quando il periodo continua: ad esempio, Dio mio! chi l'avrebbe detto? chi l'avrebbe immaginato?. All'inizio di un discorso diretto, dopo i due punti e le virgolette: ad esempio, Il mio amico aveva detto: "Ascoltami, moglie." (Pascoli). Nei nomi propri, nei cognomi, soprannomi che indicano persona, animali, cose personificate: ad esempio, Marco, Giovanni, Maria; Alighieri, Garibaldi, Marconi; Giovanni Evangelista, Lorenzo il Magnifico, il Nibbio, lo Sfregiato; Fido, Bob; la Giustizia. Nei nomi geografici di nazioni, regioni ed isole: ad esempio, l'Italia, la Francia, la Russia; l'Abruzzo, la Liguria, il Lazio; Capri, Malta, Lampedusa .

Con i nomi propri di citt, mari, monti, fiumi, laghi: ad esempio, Roma, Parigi, Londra; il Tirreno, l'Adriatico, il Mediterraneo; il Gran Sasso, il Cervino, le Dolomiti; il Po, il Tevere, l'Arno; il lago di Garda, il lago Maggiore, il lago di Como. Con i nomi di solennit civili e religiose: ad esempio, il Natale, la Pasqua, il Risorgimento, la Resistenza. Con i nomi di stelle, pianeti, costellazioni: ad esempio, Sirio, Venere, Orsa Maggiore, Via Lattea. Riguardo a Sole, Terra, Luna, essi vanno scritti con la maiuscola quando preminente il riferimento astronomico; con la minuscola in tutti gli altri casi: ad esempio, la Terra gira intorno al Sole e intorno al proprio asse; eclissi di Luna; ma: una festa al chiaro di luna; stare al sole; sentirsi mancare la terra sotto ai piedi. Con i nomi di enti, istituzioni, associazioni: ad esempio, il Senato, la Camera dei deputati, lo Stato, la Chiesa, la Croce Rossa, la Banca d'Italia. Nei titoli di libri e giornali, di opere delle arti figurative e della musica: ad esempio, la Divina Commedia, i Canti; la Repubblica, il Corriere della Sera; la Gioconda di Leonardo, il Gallo morente, la Primavera del Botticelli; l'Aida di Verdi, la Lucia di Donizetti, la Tosca di Puccini. Con i nomi di vie e di piazze (scrivendo per con la minuscola via, piazza): ad esempio, via Mazzini, via Pascoli, piazza Roma, piazza Cavour. Con i nomi dei segni zodiacali: ad esempio, Ariete, Bilancia, Vergine, ecc. Con i nomi attinenti alla sfera religiosa: ad esempio, Dio, il Signore, il Creatore, la Vergine, l'Assunta, l'Addolorata. Con i nomi di imprese, di societ e di marchi commerciali: ad esempio, la casa editrice Mondadori, la Fanta, la pasta Barilla, l'anisetta Meletti. Nelle sigle: ad esempio, O.N.U., F.I.A.T., M.E.C., che si possono pure scrivere ONU, FIAT, MEC ed anche - pi modernamente - Onu, Fiat, Mec. Con i nomi di parchi, ville: ad esempio, Villa Borghese, il Pincio, Villa d'Este, il giardino di Boboli.

L'uso delle maiuscole va oggi scomparendo nei seguenti casi.

Con i nomi di nazionalit e di popoli: ad esempio, gli italiani, i francesi; i napoletani, i siciliani (meno comune gli Italiani, i Francesi; i Napoletani, i Siciliani; mentre si conserva con i nomi dei popoli antichi: i Babilonesi, i Greci, i Galli, gli Etruschi, ecc.). Con i nomi reverenziali di titoli, di cariche, ecc.: papa, vescovo, re, imperatore, ministro, deputato, senatore, presidente, dottore, ragioniere, ecc. Con i pronomi (?) e gli aggettivi (?) che si riferiscono a Dio, alla Madonna ed a personalit: ad esempio, Dio col suo aiuto ci salva da ogni pericolo. Le chiedo gentilmente di voler esaminare la mia domanda, per avere un Suo parere favorevole. Con i nomi delle stagioni, dei mesi e dei giorni della settimana, che un tempo si scrivevano con la maiuscola: ad esempio, estate, primavera; gennaio, marzo, aprile; luned, sabato, domenica.

I VOCALI
Sono cinque: a, e, i, o, u e corrispondono ai suoni formati con la pi semplice emissione della voce. Di queste, la vocale a ha sempre suono largo o aperto; i e u hanno sempre suono stretto o chiuso. Le altre due vocali, e ed o hanno un duplice suono: largo e stretto. In alcuni vocabolari il suono stretto viene segnato con l'accento acuto e quello largo con l'accento grave: ad esempio, strumnto, pste; dolre, crso. Bench non si possa dare una regola sicura, indichiamo alcuni casi in cui la e e la o hanno suono largo o stretto. La e e la o hanno sempre suono stretto quando su di esse non cade l'accento. Solitamente la e ha suono largo:

al termine di un nome proprio o comune di origine straniera: ad esempio, Mos, caff, canap; nei diminutivi (?) in -ello. -ella: ad esempio, donzlla, monllo; nei participi e negli aggettivi in -ente: ad esempio, presnte, fulgnte, valnte; nei vocaboli che terminano in -endo, -enda: orrndo, vicnda, faccnda; nei vocaboli che terminano in -ense: castnse, fornse; nei nomi che terminano in -enza: partnza, assnza, sapinza; nei vocaboli terminanti in -estra, -estre: finstra, ginstra, terrstre, campstre; nei numerali: si, stte, dici, trzo, ssto, ventsimo, bimstre, binnio; fanno eccezione i numerali tr, trdici, sdici, vnti, trnta, nei quali la e ha suono stretto; quasi sempre nel dittongo ie: chisa, barbire, pasticcire, salumire, pide.

La e ha suono stretto:

al termine dei nomi comuni tronchi di una sola sillaba: ad esempio, f, r, m, t, s; ma si deve dire t intesa come la nota bevanda (la forma th viene definita errata nel vocabolario del Palazzi), perch nome di origine straniera; nei diminutivi in -tto, -tta: omtto, castta, fanciulltto, fanciulltta; nei vocaboli terminanti in -nto: ornamnto, tormnto; nei nomi che terminano in -fice: orfice, pontfice, carnfice; nei nomi e negli aggettivi che terminano in -se: marchse, pase, maggse, cortse; nei vocaboli in ssa: ostssa, mssa; nei nomi terminanti in -to, -ta, -zza: fruttto, monta, pinta, carzza, bellzza; negli avverbi (?) in -mnte: altamnte, socialmnte, teneramnte; negli aggettivi in -vole: scorrvole, caritatvole, piacvole; negli infiniti dei verbi in -re appartenenti alla seconda coniugazione: tenre, temre; nelle voci composte con che: perch, poich, sicch, affinch, giacch, ecc.

La o ha suono largo:

nei nomi propri o comuni tronchi d'origine italiana: ad esempio, Bernab, Angi, rococ, fal; nei vocaboli terminanti in -lo, -la: giaggilo, parla; nelle terminazioni in -rio: ostensrio, oratrio, dormitrio; nelle terminazioni in -tto, -tta: giovantto, grasstto, ragazztta;

nelle terminazioni in -ulo e in genere nel dittongo u: figliulo, fagiulo, nuvo, ruta; nei numerali: tto, nve, nno, anche in composizione: ad esempio, trentanve, ventesimonno, trenttto; nelle terminazioni in -occio, -occhio: bambccio, malcchio.

La o ha suono stretto:

nei pronomi (?): ni, vi, lro, colro, costro; nei vocaboli in -io: ad esempio, frantio, corridio; nei vocaboli in -ne, sine, zine: corne, visine, azine, commozine, ecc. nei vocaboli in -re, -ra, -sre, -tre: signre, signra, vigre, confessre, osservatre, traditre; nei vocaboli in -so: animso, pensso; nella terminazione in -ndo. tremebndo, cogitabndo; nella terminazione in -ce: ferce, atrce.

Pronunciare esattamente la e e la o, larghe o strette a seconda dei casi, importante perch nella lingua italiana alcuni vocaboli, composti dalle stesse lettere e detti omonimi, cambiano significato in base al suono largo o stretto di queste vocali.

Nella sottostante tabella offriamo alcuni esempi di corretta pronuncia.

( / ) suono stretto acctta afftto corrsse sca lgge msse psca pste tma vnti scure taglio da correre nutrimento norma, prescrizione sacrifici religiosi atto del pescare tracce paura numerale
4

( \ ) suono largo acctta afftto corrsse sca lgge msse psca pste tma vnti da accettare amore da correggere da uscire da leggere biade frutto morbo componimento soffi d'aria

btte clto fro fsse mzzo psta rcca tcco srta trta vlto vlgo

recipiente per il vino coltivato, istruito buco dal verbo essere servo di stalla da porre arnese per la filatura da toccare da sorgere dolce viso plebe

btte clto fro fsse mzzo psta rcca tcco srta trta vlto vlgo

percosse da cogliere piazza scavi della ruota luogo fisso fortezza pezzo specie da torcere da volgere da volgere

Dittonghi e trittonghi L'incontro di due vocali che vengono pronunciate con una sola emissione di voce, ossia contando per una sola sillaba, si chiama dittongo. Il dittongo costituito sempre dall'incontro di una delle due vocali deboli i e u (non accentata) con una delle vocali forti a, e, o, che si fondono in un'unica emissione di voce: ad esempio, Eu-ropa, uo-mo, piovere, pian-to, mai. Nel dittongo la voce insiste pi a lungo sulla vocale forte, sfuggendo quasi dalla vocale debole. Per questo motivo la i e la u sono dette semivocali. La vocale forte pu precedere la debole, come in au-la, Eu-ro-pa, ohi-b; e allora il dittongo si chiama dittongo discendente (o disteso). Oppure pu seguire la vocale debole, come in fia-to, vie-ni, chio-do; e allora il dittongo si dice dittongo ascendente (o raccolto). Pu nascere dittongo anche tra due vocali deboli, e in questo caso la voce posa ora pi sull' u, ora pi sull'i: ad esempio, fui, colui, gi, guisa. I dittonghi possibili sono:

Dittongo i, i, i, i u, u, u, u i, u i, u i

esempio piatto, fieno, fiore, fiume puntuale, duello, suino, fuori dirai, causa farei, neutro voi

L'unione di due vocali deboli con una vocale forte nella stessa sillaba (che si esprime con una sola emissione di voce) forma un trittongo: ad esempio, miei, tuoi, guai, aiuole. Oggi si preferisce accorciare il trittongo iuo nel dittongo io: ad esempio, figlilo invece di figliulo; fagilo invece di fagiulo.

Dittongo mobile I dittonghi uo e ie si chiamano dittonghi mobili perch, quando su di essi non cade l'accento, si riducono alle vocali semplici o ed e: ad esempio, giuco, giocva; scuola, scolaro; vieni, venite; pide, pedstre; side, sedva. Fanno eccezione i verbi vuotare e nuotare che conservano il dittongo anche nelle voci in cui cade l'accento, per distinguerle dalle voci dei verbi votare (dare il voto) enotare (prendere nota); nonch i verbi mietere e presiedere: ad esempio, mieteva, presiedeva. Va fatta attenzione a questa importantissima regola che in genere poco rispettata. E' infatti errore frequente scrivere giuocava, suonare, invece di giocava, sonare. Nota: I gruppi vocalici ea, eo, ae, oe non costituiscono dittonghi: ad esempio, corteo, poeta, paese, teatro. Anche nelle seguenti parole le vocali, pur essendo vicine tra loro, appartengono a sillabe diverse: ad esempio, ba-u-le, gra-tu-i-to, pa-u-ra, ri-a-ve-re, tri-an-go-lo, vi-a-le, ecc. In simili casi si parla di iato (o dittongo apparente).

Iato L' incontro di due vocali che si pronunciano separatamente, con due diverse emissioni di voce, forma uno iato. Lo iato si verifica:

quando si incontrano due vocali forti (a, e, o): ad esempio, bo-a-to, le-a-le, po.e.ta, a-e-re-o, e-roe, pa-e-se; quando le vocali deboli (i, u) hanno l'accento tonico: m-o, v-a, z-o, pa--ra; quando la parola deriva da un'altra che aveva l'accento sulla i o sulla u: vi--le (da v-a), spi-re (da sp-a); nei composti con i prefissi ri, re: ri-a-ve-re, ri-a-pri-re, re-a-le, re-di-ge-re; quando la i preceduta da r o da un gruppo consonantico: a-tri-o, pa-tri-a, ri-o-ne, tri-on-fo, tribu-no.

LE CONSONANTI
Le consonanti sono suoni che si pronunciano col canale orale chiuso o semichiuso. Gli organi che servono alla loro pronuncia sono la lingua, le labbra, i denti, il palato, il velo del palato. Secondo l'organo che serve ad articolare il suono, le consonanti si distinguono in:

Tipo labiali dentali palatali gutturali o velari

Consonanti b, f, m, p, v d, l, n, r, s, t, z c, g (dolci) c, g (dure), q

Secondo la vibrazione o meno delle corde vocali, le consonanti si distinguono in: a) sorde: b, c, d, g, p, q, t; b) sonore: m, n, l, r, f, s, v, z. Le sorde vengono prodotte senza vibrazione delle corde vocali, le sonore sono accompagnate da vibrazioni. Secondo la qualit del suono, le consonanti sonore si possono suddividere in: - nasali: m, n; - liquide: l, r; - spiranti: f, v, s, z.

Particolarit

c e g possono avere due suoni diversi: gutturale (o velare) dinanzi alle vocali a, o, u e davanti a consonante: ad esempio, gara, daga, poco, gusto; palatale dinanzi alle vocali i ed e: ad esempio, ciliegia, giro, cera, gelato. Quando debbono avere suono gutturale davanti alle vocali e ed i, si frappone tra la consonante e la vocale un'h : ad esempio, Chitarra, ghiro, schema, droghe. Se invece debbono avere suono palatale pur davanti alle vocali a, o, u, si pone, tra la consonante e la vocale, una i : torcia, giada, ciotola, giocattolo, ciurma, giuria. la q ha suono gutturale ed seguita sempre da u e da una vocale: quadro, quota, quello, squisito; l'h un puro segno grafico poich non ha un suono proprio e serve: a) a identificare (come abbiamo visto) i suoni gutturali di c e g davanti a e e i; b) nelle quattro persone del verbo avere: ho, hai, ha, hanno, per evitare che si generi un equivoco con parole di suono eguale; c) nelle esclamazioni: ad esempio, ah, ahi, ahim, eh, ih, oh, ohi, ohim! Davanti alle consonanti p, b, m, l, r la consonante n sostituita da m, l o r: impossibile, combattere, commilitone, collaboratore, irregolare ; le consonanti s, z possono essere sonore o sorde. Alcuni dizionari indicano i due suoni con un segno speciale.

Di regola la s sorda: a) all'inizio della parola, o quando preceduta da un'altra consonante, oppure quando doppia : ad esempio, sacco, severo, console, borsa, cassa, grasso; b) davanti alle consonanti sorde p, t, f, c, qu: ad esempio, spesso, stamane, sfilata, scarpa, squadra; c) nelle terminazioni -so,-a,-e,-i, e -so,-a,-e,-i : reso, spesa, mese, scesi; noioso, golosa, gelose, curiosi, ecc. Invece la s sonora: a) tra due vocali: caso, misura, esilio, poesia, paese; b) davanti alle consonanti sonore b, d, g, m, n, l, r, v : sbagliare, sdentato, sgelo, smagliante, Bosnia, slavo, sregolato, ecc. Nota: La s seguita da altra consonante si chiama esse impura: ad esempio scuola, strada. La z sonora : a) all'inizio della parola: ad esempio, zaino, zeta, zolla, zanzara, zefiro (vi sono per alcune eccezioni, come zampa, zappa, zolfo, zoppo, ecc.); b) quando doppia nelle terminazioni in -izzare e nelle forme derivate in -izzatore, -izzazione: ad esempio, armonizzare, armonizzazione, organizzare, organizzazione .

Si pronuncia invece sorda nei suffissi -anza, -enza, -ezza, -izia, -nzolo, -zzo, -zine, -ziare: ad esempio, danza, influenza, bellezza, giustizia, mediconzolo, predicozzo, nazione, giustiziare.

Le doppie Tutte le consonanti, eccetto l'h, possono trovarsi doppie nel mezzo di una parola. Il raddoppiamento, per, possibile nei seguenti casi

soltanto fra due vocali, o fra una vocale e le consonanti l o r: ad esempio, babbo, reddito, pallido, correre; accludere, agglomerato, rabbrividire, spettro, dottrina; Il rafforzamento di q cq: acqua, acquisto. Unica eccezione soqquadro. Per rafforzare i digrammi ch, ci si raddoppia solo la c: sacchi, acciaio, occhiali, cuccia. I digrammi gh, gi si rafforzano col raddoppio della sola g: agghiacciare, raggiro. I digrammi gn, sc e i trigrammi gli, sci non si possono raddoppiare, ma esprimono gi di per s una pronuncia rafforzata. Le consonanti g, z non si raddoppiano mai davanti alla terminazione -ione (stagione, azione). La consonante b non si raddoppia nelle terminazioni -bile (automobile, contabile). Raddoppiano di regola la consonante iniziale (ad eccezione dell' s impura) le parole che si compongono coi prefissi a, da, fra, ra, so, su, sopra, sovra, contra: ad esempio, accanto, davvero, frapporre, raccogliere, sommesso, sussulto, sopraggiungere, sovrapporre, contraffare. Mai invece raddoppiacontro (controsenso). Consonanti doppie appaiono anche in composizioni del tipo: ebbene (e bene), oppure (o pure), suvvia (su via), diciannove, fabbisogno, fallo (fa lo)

Diamo qui di seguito un elenco di parole che acquistano significato diverso, secondo che hanno consonante semplice o doppia:

consonante semplice asilo bara bruto camino capello casa cola convito copia dona ricovero sarcofago bestia focolare pelo del capo abitazione da colare banchetto riproduzione da donare

consonante doppia assillo barra brutto cammino cappello cassa colla convitto coppia donna insetto pungente asta di legno contrario di bello viaggio copricapo recipiente sostanza adesiva istituto paio signora

eco fumo mola moto nono note pala pena seta sete sono speso vile

risonanza prodotto del fuoco macina abbrev. di motocicletta Numerale brevi appunti Attrezzo Castigo Tessuto bisogno di bere da essere da spendere pavido, codardo

ecco fummo molla motto nonno notte palla penna setta sette sonno spesso ville

avverbio da essere lamina elastica detto, battuta avo oscurit sfera piuma fazione numerale riposo denso plurale di villa

In italiano si tende ad attenuare l'incontro di consonanti diverse. Si preferisce assimilare una delle due consonanti diverse in modo da farne una doppia: ad esempio, da enigma, enimma; da dogma, domma. Ma l'uso moderno ha ormai introdotto gruppi nuovi di consonanti quali ps, cn, tm, tn, bc, bn, bs: ad esempio, psicologia, tecnica, aritmetica, etnologia, subconscio, abnegazione, abside , ecc.

Digrammi e trigrammi Alcune di queste unioni di consonanti diverse sono tali solo apparentemente: in realt rappresentano un suono unico, e allora si chiamano digrammi e trigrammi. I digrammi (gruppo di due lettere avente un unico suono) dell'italiano sono 7 e precisamente:

gl, che dinanzi alle vocali a, e, o, u ha sempre un suono unico gutturale: ad esempio, glabro, gleba, globo, glutine;

mentre dinanzi alla vocale i ha in genere un suono unico palatale, come in moglie, figlio, ripostiglio, famiglia, giglio, salvo in alcune eccezioni in cui ha suono gutturale, come in glicine, negligente, glicerina, anglicano, ganglio.

gn, che ha sempre un suono unico palatale: ad esempio, vergogna, guadagno, vignetta, bagnino, regno, pegno, ognuno. Ha eccezionalmente due suoni, cio si pronuncia staccando le due lettere g, n che lo compongono, nei nomi di origine straniera, come wagneriano da Wagner.

sc, che ha suono gutturale dinanzi alle vocali a, o, u, come in scatola, scolaro, scuola; e palatale dinanzi alle vocali e, i, come in scena, ascensore, scemare, scintilla, sciroppo, scimmia. Quando invece si vuole conservare il suono gutturale anche dinanzi ad e, i, si pone nel mezzo un'h: ad esempio,scheda, scheggia, schiena, schiaccianoci.

Per ottenere un suono palatale anche davanti ad a, o, u, si inserisce una i che scompare nelle parole derivate, qualora non sia pi necessaria: ad esempio, lasciare, fascio, pasciuto, ma : lascerai, fasceremo, pascerete. Cos anche le parole che terminano in -scia hanno il plurale in sce, non essendo pi necessaria la i: ad esempio, ascia, asce; biscia, bisce; coscia, cosce; fascia, fasce.

ch davanti a e, i ha suono gutturale: cheto, cherubino, che, perch, chi, chitarra, chiasso, chioma, chiave. gh davanti a e, i ha suono gutturale: ghetto, ghermire, gheriglio, ghiro, ghigno, luoghi, ghibellino. ci seguito da a, o, u ha suono palatale: bruciato, cialda, ciabatta, micia, ciambella, braciola, cioccolata, bacio, ciondolo, ciuffo, ciurma, ciuco, panciuto . gi davanti ad a, o, u ha suono palatale: giacca, giara, bugia, giardino, rugiada, giocattolo, giorno, ragione, angioma, giungla, ingiuria, congiura, giud.

Va notato che nei digrammi ci, gi e nei gruppi gli, chi, ghi, sci contenuti negli esempi sopra riportati la i serve solo da segno grafico e quindi non funge da vocale, n da semivocale. I trigrammi sono due:

gli : ad esempio, figlia, moglie, miglio, maniglia; sci : ad esempio, fascia, sciogliere, lasciare, sciupare, scimmia, scindere.

Consonanti straniere Diamo un rapido cenno alle 5 consonanti straniere ospitate nell'alfabeto italiano: - j si adoperava una volta come vocale invece dei due i. Ora si trova ancora nei nomi stranieri, in alcuni cognomi (Ojetti, Rejna), in alcuni nomi propri (Jolanda, Jacopo, Jago, Jole), in alcune parole (juta, jella, jettatore, jodio) che per si scrivono anche con la i semplice. Con la j si scrivono Jugoslavia, jugoslavo, Jonio, jonico. Si noti che le parole che hanno per iniziale la j vogliono le forme dell'articolo uno e lo e non un e il: ad esempio, lo jodio, uno jugoslavo. - k, all'infuori dei nomi stranieri o di derivazione straniera entrate nell'uso, si usa solo come abbreviazione di chilo: ad esempio km. (chilometro); kg. (chilogrammo); kl.(chilolitro); kw. (chilowatt). - w usata solo in parole straniere, pronunciata come nella lingua d'origine: ad

10

esempio, walzer (pronuncia: valzer); clown (pronuncia: claun). In alcune parole stata ormai sostituita dalla lettera italiana v. In chimica la W il simbolo del volfranio; come abbreviazione, W significa: evviva. Ad esempio: W l'Italia! Capovolta vale invece come abbasso. - x si usa, oltre che nei nomi stranieri o d'origine straniera (ad esempio, Bixio), nella parola ex per indicare un titolo che una persona non possiede pi: ad esempio, ex-deputato; nonch nel linguaggio matematico per indicare una quantit ignota. Quando iniziale di parola, la x vuole l'articolo nella forma lo, gli, uni (lo Xanto, gli xilografi, uno xilografo). Oggi c' per la tendenza a sostituirla con la s. Maiuscola, la x indica persona che non si vuole nominare: ad esempio, Il teste X ha rilasciato dichiarazioni false. - y si usa solo in parole straniere, dove a volte viene sostituita con la i ( da yle, ile; da yprite, iprite). In matematica indica, dopo la x, la seconda quantit incognita nei calcolo algebrici.

LE SILLABE
La sillaba la minima unit fonetica che possa essere articolata e percepita acusticamente, in cui ogni parola pu essere divisa. Una sillaba pu essere formata da una vocale (a-mo-re), da un dittongo (uo-mo) o trittongo (a-iuo-la); oppure da vocale, dittongo, trittongo seguiti o preceduti da una consonante ( sa-pe-re, pie-de, fi-gliuo-lo). A seconda del numero delle sillabe che la compongono, una parola pu essere:

Tipo monosillaba bisillaba trisillaba quadrisillaba polisillaba

Definizione se ha una sola sillaba (re, tu, mai, gas) se ne ha due (ca-ne, ma-re, spo-sa) se ne ha tre (bal-sa-mo, a-mo-re, do-lo-re) se ne ha quattro (dot-to-res-sa, gat-to-par-do) se ha un maggior numero di sillabe (pre-ci-pi-to-so)

La divisione in sillabe ha assunto una particolare importanza per la divisione della parola nella scrittura e nella stampa in fine di rigo. Per la divisione in sillabe di una parola necessario conoscere le seguenti regole:

una consonante forma sillaba con la vocale seguente: ma-re, fe-de-le, di-so-no-re-vo-le; la combinazione consonante + l, r fa sillaba con la vocale seguente: a-cre, so-pra, sem-pli-ce, negli-gen-te (ma tim-bro, perch il gruppo mbr non pu stare in principio di parola); le consonanti l, m, n, r seguite da altre fanno sillaba con la vocale precedente: al-be-ro, sem-plice, pen-sie-ro, tor-ta; la s impura fa sillaba con le consonanti seguenti: pi-sta, fe-sta, na-stro, e-sclu-so, tra-spor-to; le consonanti doppie si dividono: tet-to, bal-la-re, bi-stec-ca, car-ro, sof-fit-to. Rientra in questo gruppo anche la consonante doppia cqu: ac-qua, ac-qui-sto, an-nac-qua-re; i digrammi, trigrammi, dittonghi e trittonghi restano indivisibili: so-gna-re, pa-sce-re, mo-glie, fascia-re, lo-zio-ne, fri-zio-ne, scien-za, sco-no-sciu-to, co-sciot-to; le vocali che formano iato si dividono: ma-e-stro, a-e-re-o, vio-li-no, ri-e-sa-me, e-te-re-o; l'apostrofo non pu stare alla fine di una riga: que-st'al-be-ro, l'an-no scor-so, quel-l'uo-mo, tutt'al-tro.

11

In simili casi va evitato, come certe grammatiche consigliano, di scrivere in fin di riga: questo / albero, lo / anno scorso, quello / uomo, tutto / altro, ignorando la lingua italiana, che predilige la dolcezza e la fluidit della pronuncia. Piuttosto si deve cercare (cosa molto semplice) di rispettare la divisione in sillabe e la normale pronuncia delle parole, e quindi scrivere : quest'al / bero, l'an / no scorso, quell'uo / mo, tutt'al / tro. Del resto, gli scrittori e la stampa si comportano in questo modo.

Al termine della riga, la sillaba deve essere conservata intera, o tutta da una parte o tutta dall'altra. Alcuni, tuttavia, fanno eccezione per le parole composte con prefissi, dividendole secondo i loro componenti: ad esempio, dis-pari, dis-piacere. Ma questa divisione richiede una profonda conoscenza dell'etimologia delle parole e quindi non consigliabile a tutti. Si preferisce allora fare la normale divisione in sillabe: ad esempio, di-spa-ri, di-spia-ce-re.

Talvolta avviene (di solito per licenze poetiche) che da una parola venga a cadere una sillaba. - La caduta o soppressione di una sillaba o di una lettera in principio di parola si chiama aferesi: ad esempio, inverno --> verno; elemosina --> limosina; oscuro --> scuro; estremo --> stremo. - La caduta di una sillaba nel mezzo della parola si chiama sincope: ad esempio, spirito --> spirto; opere -> opre; togliere --> torre; morir --> morr. - La caduta della sillaba finale di una parola si chiama apocope, ed contrassegnata con l'apostrofo: ad esempio, fede --> fe'; bene --> be'; prode --> pro'; diede --> die'; caritade --> carit.

LACCENTO
Ogni parola ha una sillaba che pronunciata con maggiore intensit di voce rispetto alle altre. Questo modo particolare di pronunciare tale sillaba si chiama accento tonico o pi semplicemente accento. La sillaba su cui cade l'accento si chiama sillaba tonica, mentre le altre si chiamano sillabe atone. In base all'accento le parole si dividono in:

Tipo tronche piane sdrucciole bisdrucciole

Definizione se l'accento cade sull'ultima sillaba (virt, onest) se l'accento cade sulla penultima sillaba (bellz-za, am-re) se l'accento cade sulla terzultima sillaba (t-vola, bells-simo se l'accento cade sulla quartultima sillaba (s-perano, r-citano

L'accento di tre specie: 1) accento grave, che va da sinistra a destra, e si usa per i suoni aperti, e cio sulle vocali a, e, o aperte: ad esempio, piet, canap, fal. 2) accento acuto, che va da destra a sinistra, e si usa per i suoni chiusi, e cio sulle vocali i, u, e, o chiusi: mor, Corf, saldamnte, tcco. 3) accento circonflesso, che si usa assai raramente, per indicare una sillaba contratta (trre per togliere; crre per cogliere), oppure su certe i finali per indicare che una i caduta: stud, oz, spaz. Alcune parole monosillabe non hanno accento proprio e si uniscono, nella pronuncia, alle parole che le precedono e sono perci dette enclitiche (dimmi, sentilo, vacci), oppure che le seguono, e si chiamano proclitiche (un uomo, mi pare, ma bene, gli dico). Le enclitiche sono le particelle pronominali (?) mi, ti, si, ci, vi, ne, ecc., quando, posposte alla parola dal cui accento dipendono, si uniscono a essa: ad esempio,prtami, mngialo, godrsi. Le proclitiche sono gli articoli il, lo, la, gli, le; le particelle pronominali mi, ti, si, ci, vi, ne, ecc. e la preposizione di: ad esempio, il cane, le anitre, mi dai, ti dico, vi chiedo, di certo.

12

L'accento tonico di solito non si segna; quando viene segnato prende il nome di accento grafico, che dovr essere scritto cos:

sulle parole tronche che non siano monosillabe: ad esempio, virt, bont, sbocci, finch; sui monosillabi con due vocali, di cui la seconda sia tonica: gi, pu, pi (ma: qui, qua non si accentano mai); su alcuni polisillabi omografi (cio di eguale scrittura) che cambiano di significato col cambiare della sillaba tonica: ad esempio, ncora, ancra; capitno, cpitano; blia, bala, ecc.; nelle voci dnno e dtti del verbo dare, per distinguerle dai sostantivi danno e detti; su alcuni monosillabi per distinguerli da altri omografi.

Monosillabo se si ne da di la li e te che

Tipologia congiunzione pronome pronome atono preposizione preposizione articolo o pronome pronome personale congiunzione pronome pronome e congiunzione

Monsollabo s s n d d l l t ch

Tipologia pronome avverbio affermativo congiunzione verbo dare giorno avverbio di luogo avverbio di luogo verbo bevanda congiunzione = perch

IL TRONCAMENTO
Il troncamento (chiamato anche apocope) consiste nella eliminazione di una vocale (?) o di una sillaba (?) finale di una parola dinanzi ad altra parola che cominci per vocale o per consonante. Il troncamento possibile: a) con parole di pi sillabe; b) quando la parola da troncare di numero singolare; non si troncano pertanto popoli, signori, quelli, che sono plurali; c) quando dinanzi alla vocale finale ci sia una delle seguenti consonanti (?) : l, n, r e raramente m. Ad esempio, bel bambino, buon mattino, signor presidente; d) quando la parola seguente non cominci con s impura, z, x, gn, ps. Quindi, vanno evitate forme come un psicologo, bel gnocco, quel zio, gran schiaffo; e) quando la vocale finale solitamente una e o una o; se una a, la parola si tronca solo in ora (or ora), suora (suor Anna) e nei composti di allra e ancra. Il troncamento obbligatorio:

13

con uno e composti (alcuno, nessuno, ciascuno, ecc.) davanti a parole maschili inizianti per vocale o consonante (eccetto s impura, z, gn, ps). Ad esempio, un uomo, alcun pensiero, nessun dubbio, ciascun anno (ma uno scolaro, alcuno gnomo, nessuno zingaro vanno scritti in questa forma). Con i nomi femminili avremo elisione (?): un'anima, alcun'azione, nessun'invidia; con buono davanti a vocale o consonante: ad esempio, un buon amico, un buon cavallo; con bello e quello solo davanti a consonante (eccetto s impura, z, gn, ps): bel giovane, quel signore (ma bello spettacolo va scritto in questa forma).

Si ha ancora il troncamento:

con tale e quale davanti a vocale e consonante: qual governo, qual potere, tal attesa, tal cosa ; con l'aggettivo grande innanzi a nomi maschili e femminili al singolare e al plurale, e a verbi con funzione di nomi: gran fardello, gran sorpresa, gran cose, gran discutere. Davanti ad una parola che comincia per vocale va invece eliso. Dunque non gran affare, gran usuraio, gran onore, ecc., magrand'affare, grand'usuraio, grand'onore o - meglio - grande affare, grande usuraio, grande onore; con santo davanti a nome proprio cominciante con consonante: san Carlo, san Giovanni (ma santo Stefano, ad esempio, la forma da utilizzare); con frate davanti a nome proprio cominciante con consonante: fra Cristoforo; con suora davanti a nome proprio: suor Angela, suor Teresa.

Di regola il troncamento non richiede l'apostrofo che, invece, nell'elisione (?) viene messo al posto della vocale elisa; ma non mancano troncamenti che comunque richiedono l'apostrofo. Si veda la sottostante tabella. Imperativi tronchi da' (= dai) di' (= dici) fa' (= fai) sta' (= stai) va' (= vai) .... .... ... Altri troncamenti be' (= bene) be', andiamo ca' (= casa) Ca' Foscari fe' (= fece) fe' cenno col capo mo' (= modo) a mo' di esempio po' (= poco) un po' di zucchero te' (= tieni) te'questi soldi to' (= togli) to', prendi ve' (= vedi) ve', chi arriva!

Talvolta nelle preposizioni articolate (?) ai, dei, dai si sostituisce la i finale con un apostrofo: a' sordi, de' figli, da' monti, sebbene queste forme tendano a scomparire. Resta comunque il troncamento dell'infinito: volger lo sguardo, cambiar parere, parlar chiaro, non dir sciocchezze, ecc. Resistono troncamenti di parole che fanno corpo con la parola che segue, anche quando sono scritte separatamente: buon gusto (buongusto), belvedere, malessere, bel canto (belcanto), malumore, buon costume (buoncostume), ecc. Si hanno inoltre troncamenti in certe espressioni mediche, geografiche, tecniche e nel cerimoniale di certi

14

titoli e riti: mal di denti, dolor di schiena, Mar Caspio, Mar Tirreno, l'imposizion delle mani, l'onor delle armi, l'ingegner Guidotti. La lingua italiana d'oggi non abbonda, comunque, di troncamenti.

LELISIONE
L' elisione la caduta della vocale finale di una parola dinanzi alla vocale iniziale di un'altra: tale caduta indicata dal segno dell'apostrofo: brav'uomo, quell'albero. Per l'elisione necessario: 1) che la parola da elidere non termini con vocale accentata: ad esempi, tutt'altro, quell'uomo ("fu ultimo" va invece scritto cos); 2) che l'elisione non determini confusione: ad esempio, le et e non l'et che si potrebbe confondere con il singolare. L'elisione obbligatoria con gli articoli lo, la, una (l'ostaggio, l'aquila, un'anfora) e con le preposizioni articolate composte da lo, la (dell'ovile, all'aria, nell'isola, dall'Africa, sull'insalata). Si ha inoltre l'elisione nei seguenti casi:

con questo-a, quello-a, bello-a, grande, buona, santo-a davanti a nomi inizianti con vocale: un'oca, quest'uomo, quell'arma, bell'asino, grand'olmo, buon'anima, sant'Orsola; con le particelle mi, ti, si, vi, ne, lo, la: m'accompagna, t'aspetto, s'allontana, v'esalta, m'ama, l'intende (ma si scrive anche: mi accompagna, ti aspetto, si allontana, ecc.); con la preposizione di: d'aria, d'estro, d'orzo (ma si scrive anche: di aria, di estro, di orzo); la particella pronominale (?) ci si elide solamente davanti a e ed i: c'esprime, c'indic (sebbene vada precisato che in questi casi preferibile non elidereci); gli (pronome e articolo) (?) si elide soltanto davanti a parola cominciante per i: gl'indicai, gl'inglesi (ma anche: gli indicai, gli inglesi). Non si pu dunque scrivere, anche perch impronunciabile: gl'amici, gl'uomini, gl'esperti; la preposizione (?) da si elide solo in poche locuzioni avverbiali: d'altronde, d'altra parte, d'ora in poi. Sono senz'altro sgrammaticate le seguenti forme:casa d'affittare, merce d'asportare che vanno corrette cos: da affittare, da asportare; questo, cotesto, quello davanti a sostantivo che comincia per vocale fanno elisione: quest'ombrello, cotest'albero, quell'imbroglione; sebbene sia parola accentata, si pu elidere anche ch con i suoi composti perch, bench: ad esempio, perch'io, bench'io.

Si ricordi che uno e buono davanti a parola maschile non si elidono ma si troncano: un uomo, buon uomo. L'articolo femminile plurale le non si elide se non talvolta dinanzi a parola cominciante per e, ma non a parola che abbia uguale il plurale al singolare: perci, si pu scrivere l'eliche come pure le eliche, ma non l'ingenuit che si confonderebbe con il plurale le ingenuit.

PUNTEGGIATURE
La punteggiatura o interpunzione indica le pause del discorso mediante segni grafici (la virgola, il punto, il punto e virgola, i due punti, il punto interrogativo, il punto esclamativo, i puntini di sospensione, le lineette, le parentesi, le virgolette), la cui collocazione risponde ad una esigenza pratica di chiarezza logica e, al tempo stesso, ha valore espressivo (ad esempio, quando si desidera porre in evidenza una parte della frase, oppure quando si vuole creare un senso di attesa).

15

La punteggiatura regola l'articolazione del pensiero; essa sottolinea in modo visibile le relazioni sintattiche (cio il loro corretto rapporto) tra le componenti del discorso, organizzando quest'ultimo in una gerarchia di unit logiche di maggiore o di minore importanza; traduce nella lingua scritta la dinamica del discorso parlato (come, ad esempio, avviene per gli scrittori che tentano di conferire maggiore verosimiglianza ai dialoghi). La punteggiatura pu variare nelle sue forme in base all'autore del testo e rappresentare un elemento stilistico; tuttavia, in base all'uso ed alle convenzioni che ne sono seguite, se ne possono fissare le norme e le costanti. Quindi, l'uniformit nell'impiego dei segni d'interpunzione ha reso possibile l'individuazione di una punteggiatura "logica", la cui funzione non va sottovalutata, poich rappresenta il collante che garantisce la coerenza e la fruibilit della comunicazione. Le discussioni che si sono fatte sulla punteggiatura, dalla fine del secolo XIX ai giorni nostri, vertono sull'opportunit di rendere parsimonioso e regolato l'impiego dei segni. L'uso stilistico di essi sembrato a numerosi trattatisti una minaccia alla stabilit delle regole di punteggiatura, mentre la concezione di una punteggiatura rigorosamente logica incontrava ostacoli a volte insormontabili. Contro la tendenza ad un contemperamento tra punteggiatura logica e punteggiatura stilistica, D'Ovidio obiettava che ne sarebbero conseguite incertezze e perplessit per scrittori e lettori. Come esempio di perfetta interpunzione, alcuni trattatisti propongono ancora oggi passi di Carducci che propendeva, non senza oscillazioni, per una punteggiatura misurata. L'odierna tendenza alla semplificazione della punteggiatura corrisponde allo svincolarsi dell'espressione dalle strutture logiche e sintattiche e dal ritmo della prosa ottocentesca. Francesco Flora annota che "i moderni tendono con ragione a diradare i troppi segni di interpunzione. Ma sono anche capaci di abolirli affatto, talvolta per eccesso di raffinatezza, talvolta per manifesta ignoranza." Tentando una sintesi, si pu suggerire di adottare una punteggiatura con funzione logico/sintattica quando si desidera ottenere la maggiore chiarezza possibile in un testo, oppure quando uno scritto diretto ad una moltitudine di lettori, non tutti pronti (o capaci) nel coglierne le sfumature. Una punteggiatura finalizzata ad un effetto espressivo, invece, pi adatta a chi - conoscendone le regole alla perfezione voglia adattarla ai propri intenti artistici, come nel caso degli scrittori o di chi si propone un uso creativo. Qui sotto possibile leggere una analisi dettagliata dei segni d'interpunzione, per studiare gli errori commessi pi comunemente. I segni d'interpunzione si adoperano per indicare le varie pause del discorso e per renderlo pi chiaro e colorito. Essi sono: la virgola, il punto e virgola, i due punti, il punto (o "punto fermo"), il punto interrogativo, il punto esclamativo, i puntini sospensivi (o "punti sospensivi"), le virgolette, la lineetta, la parentesi, il tratto d'unione. La virgola (,) indica la pausa pi breve fra due parole o fra due proposizioni. Allo scopo di evitare un suo uso troppo parsimonioso o eccessivamente abbondante, si tengano presenti alcune regole. La virgola si adopera:

per separare un vocativo (?): ragazzi, siate buoni; nelle enumerazioni, dinanzi a ogni termine che non sia unito agli altri con una congiunzione (?), oppure quando le congiunzioni sono ripetute a ogni termine : ad esempio, Il panorama era bello, suggestivo, nuovo; Ieri in piazza vidi te, tuo padre, tua madre e tuo fratello; e corre, e si precipita, e vola; nelle apposizioni (?), negli incisi, nelle interiezioni (?): ad esempio, Roma, capitale d'Italia, citt antichissima; Il sole splende, nel vespero, con minor fiamma; Oh, potessi scrivere cos bene! ; dopo alcuni avverbi (?), quando hanno valore di un'intera proposizione (?): S, ho una buona speranza; No, non posso venire; Bene, verr presto a trovarti; nelle proposizioni in cui non si ripeta il verbo gi espresso in una frase precedente: le fortezze furono smantellate; le citt, distrutte; le campagne, devastate; davanti a sebbene, affinch, che consecutivo, se condizionale, ma, per, anzi e nelle proposizioni correlative: bravo, ma poco socievole; grid tanto, che perse la voce; per dividere le proposizioni coordinate per asindeto (?): ad esempio, Venne, vide, vinse; Espose le sue idee, critic i nostri progetti e se ne and; per distinguere le varie proposizioni che compongono il periodo ( ?): Ho visto, mentre partivo, che arrivava tuo padre, ma non gli ho detto nulla, perch avevo fretta .

16

La virgola si omette: a) quando sono usate le congiunzioni (?) e, o, ovvero, n, tranne quando si vogliono ottenere effetti speciali con pi frequenti pause nel discorso: ad esempio N il denaro n la promessa di una brillante carriera possono corrompermi. Qui a Milano, o nel suo scellerato palazzo, o in capo al mondo, o a casa del diavolo, lo trover(Manzoni); b) quando la proposizione subordinata svolge la funzione di soggetto o di complemento oggetto, salvo che sia invertito l'ordine naturale: ad esempio, Era chiaro che volevano il mio voto; Che volevano il mio voto, era chiaro. Il punto e virgola (;) indica una pausa pi lunga della virgola e serve a separare due parti di uno stesso periodo o per segnare che tra due ordini di circostanze c' una differenza o addirittura un'opposizione: ad esempio, Quando vidi che tutti mi fissavano, mi colse l'imbarazzo; tuttavia non mi persi di coraggio e risposi. I due punti (:) si adoperano: a) per introdurre una frase esplicativa: L'anima dell'astuto come la serpe: liscia, lucente, lubrica e fredda (Tommaseo); b) quando si riportano parole o discorsi altrui. In questo caso, i due punti sono seguiti da una lineetta o da virgolette e dall'iniziale maiuscola: ad esempio, Il sapiente Socrate ebbe a dire: "Questo solamente io so, di non saper nulla". c) quando segue un elenco, una enumerazione: ad esempio, Le proposizioni subordinate possono essere di vario tipo: interrogative, oggettive, finali, ecc. Il punto fermo (.) segna la pausa pi lunga e si adopera alla fine di un periodo: E' mia vecchia abitudine dare udienza, ogni domenica mattina, ai personaggi delle mie future novelle (Pirandello). Il punto si pone anche al termine delle abbreviazioni ( ecc., part., sm., avv.) o tra le lettere di una sigla (O.N.U., C.G.I.L.) e - in questo caso - l'ultimo punto non seguito da lettera maiuscola. Il punto interrogativo (?) segna una frase interrogativa diretta (?). Se l'interrogazione indiretta (?) non si pone il punto interrogativo: ad esempio, Cosa dice?; Dimmi cosa dice; Dimmi: Cosa dice?. Il terzo esempio indica una interrogazione diretta, dipendente da un verbo asseverativo (?). Se il punto interrogativo chiude un periodo, la parola seguente si scrive con la maiuscola; se invece si succedono pi interrogazioni, dopo ogni punto interrogativo potr seguire la lettera minuscola: ad esempio, Dove sei stato? Ti ho cercato tutto il giorno; Chi stato? chi ha rotto il vetro? . Il punto interrogativo si scrive dopo gli incisi racchiusi entro parentesi, mentre si omette talora dopo gli incisi racchiusi tra due virgole: ad esempio, Il capo non sapeva (e chi avrebbe dovuto dirglielo?) che alcuni avevano tradito; Un giorno, chi sa, potremo incontrarci ancora . Il punto interrogativo si pone anche tra parentesi dopo una frase o una parola, specie di altro autore, per indicare ironia o incredulit: ad esempio, Il professor (?) Alessi sostiene il contrario. Il punto esclamativo (!) si pone alla fine di una frase per esprimere stupore, meraviglia, dolore ovvero uno stato d'animo eccitato: Com'era bello!; Chi l'avrebbe sperato! Si pone anche nel mezzo della frase creando una pausa qualitativa: Quando ti vidi, ahime!, mi sentii mancare. Il punto esclamativo si pone anche tra parentesi dopo una frase o una parola riferite da altro autore, quasi come lapidario commento: La nostra proposta fu giudicata "paradossale" (!). Il punto misto (!?), formato dal segno esclamativo e da quello interrogativo, esprime sorpresa, meraviglia, incredulit: ad esempio, Ha mentito. Possibile!? La parola seguente si scrive con la maiuscola. I puntini sospensivi (...) indicano una interruzione del discorso, una pausa eloquente, una reticenza: Cominci: se io... ma non fin; Non vorrei che...; Se posso... Se non le dispiace... (Pirandello); A buon intenditor... I puntini di sospensione si usano: 1) per preparare il lettore a una metafora ardita: ad esempio, Direi quasi che cantava... in punta di piedi; 2) per invitare il lettore a trarre le sue conclusioni al termine di un racconto o di un articolo; 3) all'inizio e alla fine di una citazione, al posto di quanto precede o di quanto segue: "...mi ritrovai per una selva oscura..." 4) alla fine di una serie per indicare che la serie stessa continua: Primo, secondo, terzo... Dopo i puntini si usa la maiuscola solo se essi indicano la fine di un periodo.

17

Le virgolette (<<...>> oppure "...") servono a racchiudere un discorso diretto, a mettere in rilievo una parola o un elemento della frase, oppure a introdurre una citazione: "In che posso ubbidirla?" disse don Rodrigo, piantandosi in piedi in mezzo alla sala (Manzoni). Considera che la parola "piano" pu avere pi significati.Cesare disse: "Il dado tratto". La lineetta (-) sostituisce spesso le virgolette, specialmente nei dialoghi: Carlo disse: - Dove vai? - E Giorgio rispose: - Vado a trovare un amico. La parentesi tonda ( ) serve a racchiudere parole o proposizioni che non hanno una relazione necessaria con il resto del discorso. La parentesi duplice: una di apertura e una di chiusura: ad esempio, Luigi (chi lo direbbe?) stato promosso senza esame. Il trattino o tratto d'unione (-) serve a indicare al termine di una riga che la parola spezzata e che continua nella riga seguente. Viene anche usato per congiungere i termini di parole composte: ad esempio l'accademia scientifico-letteraria, il confine italo-austriaco. L'asterisco (*) pu servire come richiamo per le annotazioni a pi di pagina. Se l'asterisco viene ripetuto per tre volte, sostituisce un nome proprio di luogo o di persona che non si sa o che si vuole tacere : Il padre Cristoforo da *** era un uomo pi vicino ai sessanta che ai cinquant'anni (Manzoni). La partentesi quadra ([ ]) chiude parole estranee al testo, aggiunte per chiarimento : Quel grande [Petrarca] alla cui fama angusto il mondo, per cui Laura ebbe in terra onor celesti (Alfieri). Oggi si tende a diradare i segni d'interpunzione e anche ad abolirli del tutto, talvolta per eccesso di raffinatezza, ma spesso per ignoranza. La punteggiatura (e ogni altro segno grafico di pausa) comunque un elemento soggettivo, il cui uso dipende dall'intuizione, dalla carica emotiva, dalle predilezioni stilistiche dipendenti non solo dal mondo interiore dell'autore, ma anche dalle condizioni storiche del fatto espressivo. Ecco alcuni esempi di scrittori, cominciando dal Manzoni. "Il cielo era tutto sereno: di mano in mano che il sole s'alzava dietro il monte, si vedeva la sua luce, dalle sommit de' monti opposti, scendere, come spiegandosi rapidamente, gi per i pendii e nella valle. Un venticello d'autunno, staccando da' rami le foglie appassite del gelso, le portava a cadere, qualche passo distante dall'albero. A destra e a sinistra, nelle vigne, sui tralci ancor tesi, brillavan le foglie rosseggianti a varie tinte; e la terra, lavorata di fresco, spiccava bruna e distinta ne' campi di stoppie biancastre e luccicanti dalla guazza." (da "I Promessi Sposi", cap. IV). Come si pu notare, Manzoni sfrutta tutti i segni di pausa (dal punto alla virgola, al punto e virgola, ai due punti), avendo cura di sottolineare fin nelle sfumature i vari aspetti del paesaggio autunnale e di rilevare i vari piani logici ed espressivi del discorso. Anche gli scrittori veristi tendono ad un uso espressivo dei segni d'interpunzione. Si veda il seguente passo di Verga: "Come Dio volle finalmente, dopo un digiuno di ventiquattr'ore, don Gesualdo pot mettersi a tavola, seduto di faccia all'uscio, in maniche di camicia, le maniche rimboccate al disopra dei gomiti, coi piedi indolenziti nelle vecchie ciabatte ch'erano anch' esse una grazia di Dio. La ragazza gli aveva apparecchiata una minestra di fave novelle, con una cipolla in mezzo, quattr'ova fresche, e due pomodori ch'era andata a cogliere tastoni dietro la casa. Le ova friggevano nel tegame, il fiasco pieno davanti; dall'uscio entrava un venticello fresco ch'era un piacere, insieme al trillare dei grilli, e all'odore dei covoni nell'aia : - il suo raccolto l, sotto gli occhi la mula che abboccava anch'essa avidamentge nella bica dell'orzo, povera bestia - un manipolo ogni strappata! Gi per la china, di tanto in tanto, si udiva nel chiuso il campanaccio della mandra; e i buoi accovacciati attorno all'aia, legati ai cestoni colmi di fieno, sollevavano allora il capo pigro, soffiando, e si vedeva correre nel buio il luccicho dei loro occhi sonnolenti, come una processione di lucciole che dileguava." (da "Mastro-don Gesualdo", cap. IV). Appartiene all'area semantica della punteggiatura espressivo-musicale del Novecento anche D'Annunzio, di cui si pu citare il seguente passo tratto da "Il Piacere": "L'orologio della Trinit de' Monti suon le tre e mezzo. Mancava mezz'ora. Andrea Sperelli si lev dal divano dov'era disteso e and ad aprire una delle finestre; poi diede alcuni passi nell'appartamento; poi

18

apr un libro, ne lesse qualche riga, lo richiuse; poi cerc intorno qualche cosa, con lo sguardo dubitante. L'ansia dell'aspettazione lo pungeva cos acutamente ch'egli aveva bisogno di muoversi, di operare, di distrarre la pena interiore con un atto materiale. Si chin verso il caminetto, prese le molle per ravvivare il fuoco, mise sul mucchio ardente un nuovo pezzo di ginepro. Il mucchio croll; i carboni sfavillando rotolarono fin su la lamina di metallo che proteggeva il tappeto ; la fiamma si divise in tante piccole lingue azzurrognole che sparivano e riapparivano; i tizzi fumigarono." Qui l'ansia dell'aspettazione scandita e articolata nei singoli atti materiali, onde distrarre la pena interiore, con eccesso piuttosto che con difetto di punteggiatura. Specchio della struttura razionalistica della sintassi la punteggiatura di Alberto Moravia, che vediamo in questo brano de "Gli indifferenti": "La fanciulla alz gli occhi: questo spirito gioviale e falsamente bonario inaspriva la sua impazienza: ecco, ella sedeva alla tavola familiare, come tante altre sere; c'erano i soliti discorsi, le solite cose, pi forti del tempo, e soprattutto la solita luce senza illusioni e senza speranze, particolarmente abitudinaria, consumata dall'uso come la stoffa di un vestito e tanto inseparabile dalle loro facce, che qualche volta accendendola bruscamente sulla tavola vuota ella aveva avuto la netta impressione di vedere i loro quattro volti, della madre, del fratello, di Leo e di se stessa, l, sospesi in quel meschino alone; c'erano dunque tutti gli oggetti della sua noia, e cionostante Leo veniva a pungerla proprio dove tutta l'anima le doleva; ma si trattenne: "Infatti potrebbe andare meglio!, ammise; e riabbass la testa."

LA PREPOSIZIONE E I SUOI ELEMENTI


La proposizione (o frase) l'espressione di una unit di senso compiuto, determinata sia rispetto alla modalit che rispetto al tempo. Gli elementi essenziali di ogni proposizione sono: 1) il soggetto, cio la persona o la cosa (concreta o astratta) di cui si parla; 2) il predicato, che esprime l'azione, lo stato, la qualit o l'esistenza del soggetto e che costituito da un verbo (?). Nella proposizione il bimbo piange il soggetto il bimbo, mentre il predicato piange. Il soggetto - Il soggetto di una proposizione pu essere rappresentato da un nome o da una qualunque parte del discorso usata come nome, o anche da un'intera proposizione: ad esempio, Il cane abbaia. Egli studia. Il bello piace. Lavorare stanca. Il troppo stroppia. Ahim esprime dolore. Dire la verit giova a tutti. Nella prima proposizione, il soggetto un nome; nella seconda, un pronome; nella terza, un aggettivo sostantivato; nella quarta, un verbo sostantivato; nella quinta, un avverbio sostantivato; nella sesta, un'interiezione sostantivata; nella settima, un'intera proposizione. Il soggetto pu essere unico (Giuseppe lavora), oppure multiplo (Mario e Ada si sposano). Pu inoltre essere espresso, come negli esempi sopra riportati; o invece sottinteso: arriver (sottinteso io) domani. In questo caso la proposizione si dice ellittica del soggetto (?). Di solito il soggetto non si esprime nell'imperativo (state zitti), con i verbi impersonali (piove) ed in certe locuzioni (e cos sia). Infine, nel caso del partitivo, il soggetto introdotto dai partitivi (?) di, dei, dello, ecc., ma non va confuso con il complemento di specificazione (?) o altri complementi (?): ad esempio, Degli (cio "alcuni") amici ci vennero incontro; C' del (cio, "un po'di") vino nel bicchiere. Di regola il soggetto precede sempre il predicato. Tuttavia si pospone al predicato e talora, nei tempoi composti, si pone tra l'ausiliare (?) e il participio (?) quando ricorra uno dei seguenti casi:

all'inizio di una narrazione, specie quando il predicato sia il verbo essere, ma anche con altri verbi: ad esempio, Visse in quel tempo un principe, ecc. Fu in Orlans una fanciulla... ; nelle proposizioni incidentali (?), quando il predicato espresso da un verbo che significhi dire, parlare, esclamare e simili: ad esempio, Figliuol mio, disse il maestro cortese, quando si voglia dare maggior risalto al soggetto. Ad esempio, Mi paiono tutti matti costoro; nelle interrogazioni dirette (?): ad esempio, Hai tu capito? Che pretendete voi?;

19

quando il predicato sia rappresentato da un infinito ( ?), o da un participio assoluto (?), o da un gerundio assoluto (?): ad esempio, non credevo esser io da tanto; sbagliando noi, imperante Augusto, partiti voi; nelle esclamazioni: Bel destino il mio!

Il predicato - Il predicato pu essere di due specie: a) predicato verbale, quello costituito da un verbo: Io lavoro; Tu giochi; I soldati marciano; Le rose sono sbocciate. I predicati di queste quattro proposizioni sono i verbi lavoro, giochi, marciano, sono sbocciate. b) predicato nominale, formato da una voce del verbo "essere" detta copula (?), o di un altro verbo copulativo e da un nome o aggettivo: ad esempio, Gli amici sono fedeli; Il leone un animale. Nel primo esempio il predicato formato dal verbo "essere" e da un aggettivo, fedeli; nel secondo, dal verbo "essere" e da un nome, un animale. Attenzione a non confondere i due predicati (?). Perch il verbo essere non sempre copula, potendo anche: a) costituire l'ausiliare di un verbo, in un tempo composto (?); per cui esso non forma un predicato nominale, ma bens verbale: ad esempio, il treno partito; la casa fu demolita; b) avere il significato di esistere, stare, appartenere e simili; anche in questo caso si tratta di predicato verbale: ad esempio, io sono (= esisto); egli (= sta) in casa; l'auto (= appartiene a) di mio padre. Inoltre vi sono altri verbi che possono svolgere la funzione di copula che e si dividono in tre gruppi: 1) essere, parere, sembrare; stare, restare, rimanere; 2) divenire, diventare, riuscire, risultare, tornare, apparire, trasparire, andare e simili; 3) verbi effettivi (esser fatto, esser ridotto, esser reso); elettivi (essere eletto, proclamato, dichiarato); estimativi (essere stimato, giudicato, creduto); appellativi(essere chiamato, nominato, detto, appellato) al passivo. Il predicato nominale, quando la copula costituita - invece che dal verbo essere - da un verbo copulativo, prende il nome di complemento predicativo del soggetto: ad esempio, Egli fu proclamato campione; Voi siete eletti consiglieri. Anche il predicato pu essere unico: ad esempio, Carlo bravo; oppure multiplo: ad esempio, Carlo bravo e studioso; espresso o sottinteso: ad esempio, Chi il primo della classe? Paolo (viene sottinteso il primo della classe). Una proposizione in cui sottinteso il predicato si chiama proposizione ellittica nel predicato.

Concordanze Il predicato verbale concorda nel numero e nella persona con il soggetto: ad esempio, Io leggo; Noi leggiamo; Tu lavori; Voi lavorate; Egli gioca; Essi giocano. Se i soggetti sono pi di uno e tutti di numero singolare, il predicato si mette al plurale: ad esempio, il pane e la pasta primeggiano tra gli alimenti. Tuttavia, il predicato pu stare anche al singolare: a) se i soggetti sono cose e vengono considerate come sinonimi e come un tutt'uno, e specialmente se i vari soggetti possono essere riassunti dal pronome tutto: ad esempio, Il rumore e il tumulto era grande. Il giardino, l'orto, il prato, tutto era fiorito; b) se i soggetti sono considerati separati per effetto della congiunzione disgiuntiva (?) o, n: ad esempio, Quale orgoglio o pregiudizio pu fermarti? N il lavoro n il digiuno pot fiaccare la sua tempra ; c) se i due soggetti sono uniti dalla preposizione con: ad esempio, Il professore con i suoi allievi and in gita premio. Se in una proposizione vi sono pi soggetti, alcuni dei quali espressi dai pronomi personali (?), il predicato verbale deve avere la prima persona plurale se c' un soggetto di prima persona, la seconda plurale se c' un soggetto di seconda persona: ad esempio, Tu ed io frequentiamo la stessa scuola; Io e lui lavoriamo in fabbrica; Tu e lui verrete a cena con me. Se il predicato verbale rappresentato da un tempo composto dei verbi riflessivi (?), pronominali o intransitivi che hanno l'ausiliare essere, o da un qualunque tempo di un verbo passivo, il participio di questi verbi concorda col soggetto anche nel genere: ad esempio, Giulio si svegliato, Carla si svegliata; i fiori erano appassiti, le dalie erano appassite.

20

Invece, nei tempi composti con l'ausiliare avere, il participio non concorda n nel genere n nel numero: ad esempio, Giulio ha studiato, Carla ha studiato; gli operai hanno scioperato, le operaie hanno scioperato.

Nel predicato nominale, la copula, come tutti gli altri verbi, concorda col soggetto nel numero e nella persona, e nei tempi composti anche nel genere: ad esempio, io sono ubbidiente, loro sono ubbidienti; Lucia stata brava; Lucia e Carla sono state brave. Concorda con il soggetto nel genere e nel numero, se si tratta di un aggettivo ( ?): ad esempio, La mamma buona; I miei figli sono affettuosi; Le donne sono vanitose . Nel caso di pi soggetti di genere diverso, ha la prevalenza il maschile: Carlo e Lucia sono amici; Il tulipano e la rosa sono profumati. Il predicato nominale costituito da un sostantivo concorda col soggetto nel genere e nel numero; ma se il sostantivo ha un solo genere, concorda con il soggetto solo nel numero, anche questo quando possibile: ad esempio, Carla una studentessa; Giuseppe uno studente; Firenze il capoluogo della Toscana; La peste e il colera sono un flagello. Con i nomi collettivi (?) quali flotta, esercito, scolaresca, gregge, clientela, folla, ecc. il predicato, invece di concordare con essi al singolare, puo accordarsi anche al plurale con le persone, gli animali o le cose che quelli designano. Questo tipo di accordo si chiama costruzione a senso o sillessi: ad esempio, La gente non sapevano(ma si scrive anche, pi correttamente: non sapeva) dove andare; Una folla di operai si avvicinarono ai cancelli della fabbrica. La proposizione formata da un solo soggetto e da un solo predicato si dice semplice; quella formata da pi soggetti o da pi predicati si suole chiamare composta. Se - oltre al soggetto e al predicato - la proposizione ha anche altri elementi, si chiama complessa. Gli elementi che possono essere presenti in una proposizione, oltre al soggetto e al predicato, sono: 1) l'attributo o complemento attributivo; 2) l'apposizione o complemento appositivo; 3) i complementi (clicca qui per andare alla relativa pagina).

L'attributo un aggettivo che si unisce ad un sostantivo per determinarlo meglio o per qualificarlo. Pu riferirsi al soggetto, al predicato o ad un complemento. Secondo i casi, avremo quindi l'attributo del soggetto, l'attributo del predicato nominale, l'attributo di un complemento. Per la sua funzione, l'attributo pu essere: a) accessorio, quando la sua mancanza non modifica il significato fondamentale della frase: ad esempio, Ho mangiato una bella pera; b) necessario e limitativo, quando indispensabile perch restringe e precisa il significato esteso del sostantivo: Gli alunni studiosi saranno promossi, cio non tutti gli alunni saranno promossi, ma solo quelli studiosi. L'attributo concorda col sostantivo a cui si riferisce nel genere e nel numero: la rosa gialla; il pane fresco; occhi e capelli castani. Quando i sostantivi sono pi d'uno, di genere uguale e tutti singolari, l'attributo pu essere singolare o plurale: poesia e arte graca (o greche). Se i sostantivi sono di genere diverso e tutti singolari, l'attributo va al maschile plurale o concorda col sostantivo pi vicino: il pane e la bistecca saporosi (o saporosa). Prevale il plurale quando i sostantivi sono di numero diverso e il genere quello del sostantivo pi vicino; ma sempre maschile plurale se riferito a persone: impiegati e impiegate fannulloni. Se il sostantivo plurale e gli attributi sono pi d'uno, essi si mettono al plurale quando si riferiscono all'intera idea espressa dal sostantivo: ad esempio, le abitazioni vecchie e nuove. Gli attributi vanno invece al singolare quando ciascuno di essi si riferisce a una specie distinta contenuta in quel sostantivo: ad esempio, I vocabolari italiano, francese, tedesco. I colori dela bandiera italiana, rosso, bianco e verde. Quando l'attributo precede i sostantivi, concorda col nome pi vicino: le pi belle riviste e giornali. Per quanto attiene alla collocazione, l'attributo pu precedere oppure seguire il sostantivo. Di solito lo

21

precede quando esprime una qualit connaturata e costante (per esempio: l'azzurro mare, il biondo Tevere), o ha valore rafforzativo (fu un vero amico, un grande fannullone); l'attributo segue quando limita il significato del sostantivo ed perci indispensabile ( il popolo francese, le case popolari, un vaso cinese). In alcuni casi, esso pu avere anche un posizione incidentale: gli sposi, felici e contenti, partirono; oppure pu trovarsi a qualche distanza dal sostantivo: il libro che il ragazzo aveva letto, utile e dilettevole, era nella biblioteca di casa. All'infuori di questi casi, la collocazione dell'attributo libera e determinata da ragioni stilistiche. Talora, la differente posizione pu variare il significato della frase: direun buon uomo diverso dal dire un uomo buono. Se gli attributi sono pi d'uno, possono essere disgiunti: Il ragazzo aveva una folta capigliatura nera.

L'apposizione un sostantivo che si aggiunge ad un altro per determinarlo e per attribuirgli una propriet particolare. A differenza dell'attributo, che pu essere necessario o accessorio, l'apposizione ha sempre una funzione accessoria. Pu riferirsi al soggetto (La regina Elisabetta regn virilmente) o ad un complemento (?) (Boccaccio scrisse il Decamerone, un libro di racconti). L'apposizione pu precedere il termine a cui si riferisce (per esempio: Il poeta Virgilio scrisse l'Eneide) oppure seguirlo (per esempio: Virgilio, il poeta, scrisse l'Eneide), ed spesso capace di ulteriori determinazioni, ponendosi tra due virgole, quasi in posizione incidentale (per esempio: Garibaldi, il condottiero dei Mille, liber la Sicilia). L'apposizione pu anche essere rappresentata da un aggettivo sostantivato (?) che indica un soprannome (Scipione l'Africano; Ivan il terribile), un patronimico (il Pelide Achille; l'Alcide Ercole), o il luogo di origine (il pesarese Rossini; il fiorentino Donatello). Vi sono casi in cui l'apposizione pu dar luogo ad equivoco: a) quando preceduta dalla preposizione (?) da o dalla congiunzione come: ad esempio, Caligola, da imperatore, o come imperatore, ecc. b) quando formata dalle parole citt, isola, lago, mese, nome, titolo e seguita dalla preposizione di, che puramente pleonastica: ad esempio, la citt di Firenze, l'isola di Capri, il lago di Como, il mese di marzo, il nome di Maria, il titolo di conte, di dottore, ecc., dove citt, isola, lago, mese, nome, titolo sono vere e proprieapposizioni; infatti, si possono ridurre alla forma pi semplice e chiara: Firenze, la citt; Capri, l'isola; Como, il lago; marzo, il mese; il nome Maria; il titolo conte, il titolo dottore; c) quando l'apposizione preceduta da quel, quello, quella, questo, questa e seguita dalla preposizione di, anch'essa pleonastica: ad esempio quel monello di Pierino; quel birbante di mio figlio; quel seccatore di Giulio, e simili; tutte determinazioni appositive che si possono ridurre alla maniera pi semplice: Pierino, un monello; mio figlio, una birbante; Giulio, un seccatore. L'apposizione concorda nel genere e nel numero col nome che determina, se essa un nome che abbia i due generi, maschile e femminile: ad esempio, (la regina Elisabetta, il re Baldovino); altrimenti, pu anche non esservi alcuna concordanza (l'esercito, difesa della patria; la rosa simbolo di bellezza ). Quando l'apposizione un aggettivo sostantivato (?), concorda con il nome come l'attributo: ad esempio, Lorenzo il Magnifico, Venezia la Serenissima. L'apposizione si dice: a) semplice, se formata da una sola parola (Tarquinio il Superbo; Santo Stefano martire); b) composta, se formata da due o pi parole (Gabriele D'Annunzio, poeta e soldato); c) complessa, se formata da un'espressione comprendente pi elementi (Bologna, la citt madre del diritto; Il Boccaccio, antico e famoso narratore).

COMPLEMENTI DIRETTI E INDIRETTI


Si chiamano complementi quei nomi (o altre parti del discorso che svolgano la funzione di nome) che servono a compiere il senso di una frase, cio a darle un senso compiuto. Essi possono completare il senso del soggetto, del predicato ( ?), dell'attributo (?), dell'apposizione (?) e di un altro complemento. I complementi sono di tre specie: a) il complemento diretto o complemento oggetto che completa direttamente il senso espresso dal

22

predicato, cio ne definisce il senso senza alcuna preposizione che l'unisca allo stesso predicato: ad esempio, Dante am Beatrice. Luigi lavora i campi; b) i complementi indiretti, che completano indirettamente il senso espresso dal predicato, cio ne definiscono il senso tramite una preposizione: ad esempio, Carlo d lavoro agli operai. Io lavoro in fabbrica; c) i complementi circostanziali (o di circostanza), che completano il senso espresso dal soggetto, dal predicato, dall'attributo, dall'apposizione o da altro complemento, per mezzo di idee accessorie di luogo, di tempo, di causa, di materia o di altre circostanze non strettamente necessarie per il senso della frase, ma che tuttavia le danno una maggiore precisione: ad esempio, Il padre lo faceva venire ogni gioved, pomeriggio, su nella grande clinica (B.Tecchi); dove i complementi ogni gioved pomeriggio e su nella grande clinica precisano il tempo e il luogo in cui il padre faceva andare il figlio. Il complemento oggetto (o diretto) determina il verbo transitivo attivo. Esso risponde alla domanda: chi? che cosa? e si riconosce generalmente dal fatto che non preceduto da preposizioni. Il complemento oggetto pu essere rappresentato da un sostantivo e da qualsiasi parte del discorso che svolge la funzione del nome, e anche da un'interaproposizione (?) che si dice proposizione oggettiva: ad esempio, egli ama la musica; Gino legge un libro; tu mi vedi; amo il s e il no; voi sapete il come e il quando; noi apprezziamo il sapere; egli diceva che ormai era tardi. Il complemento oggetto non ha alcun rapporto di concordanza col soggetto, n per il numero n per il genere: ad esempio, Pietro e Paolo fondarono la chiesa di Roma; il rumore assordava i timpani. Quando il soggetto posposto al complemento oggetto, una virgola ed il tono della voce servono ad impedire gli equivoci ed a rilevare la diversa funzione dei due elementi: ad esempio, Lucia ama, lui che, variando la costruzione della frase in forma diretta, diventa pi comprensibile: lui ama Lucia. Il complemento oggetto interno retto eccezionalmente da verbi intransitivi (?) ed costituito da un sostantivo che ha la stessa radice del verbo o lo stesso significato: ad esempio, io vivo una vita serena, tu dormivi un sonno placido, ha pianto lacrime amare, abbiamo sofferto atroci dolori. Come si vede, questo tipo di complemento oggetto sempre accompagnato da un attributo. Quando il complemento oggetto rappresentato da un verbo all'infinito (?), spesso si usa premettergli le preposizioni (?) di, a, da, le quali sono pleonastiche e quindi potrebbero essere facilmente tolte: ad esempio, prefer di morire, prefer morire; chiese da bere, chiese il bere; domamd da mangiare, domand il mangiare. Il complemento oggetto, quando indica non il tutto ma una parte, si costruisce facendolo precedere dai partitivi (?) di, dei, dello, ecc.: ad esempio, Ho mangiato del (= un po' di) riso; Ho bevuto del (= un po' di) vino. Al plurale la preposizione sostituisce l'articolo (?) o l'aggettivo indefinito: ad esempio, Ho colto dei (= alcuni) fiori; Hanno visto delle barche; Ha ascoltato delle romanze. In questo caso si dice complemento oggetto partitivo.

VOCATIVO
I grammatici indicano un complemento particolare che chiamano vocativo, il quale viene usato per invocare, per chiamare, per rivolgere la parola. Il complemento vocativo non ha legami di dipendenza con altri elementi della frase. E' spesso preceduto da o (oppure da "oh") ed considerato come un inciso: seguito da una virgola, se posto all'inizio della frase; tra due virgole, se collocato nel mezzo della proposizione. Pu essere rafforzato con il punto esclamativo: ad esempio, O patria mia, mai pi ti rivedr; Amico mio, non dimenticarti di me!; Siete voi, politici, i responsabili; Signore e Signori (iniziando un discorso), Egregio Signore(intestando una lettera), Tesoro caro, Amore mio. Al complemento vocativo, gli studiosi aggiungono il complemento esclamativo, seguito dal punto esclamativo (!) e indicante un sentimento in forma sintetica e rilevata: ad esempio, gran bella cosa, questa, in una donna!; il lupo, oh angoscia!, si avvicinava sempre pi a noi; ah, come bello!, riposare su un'amaca e godere la brezza marina.

Fra i complementi indiretti ricordiamo i pi comuni: 1) Il complemento di specificazione, che serve a specificare il significato di un dato termine esprimendo

23

rapporti diversi. E' introdotto sempre dalla preposizione disemplice o articolata e risponde alle domande: di chi? di che cosa?: ad esempio, Alessandro Magno era re (di chi? di che cosa?) di Macedonia. Si suole distinguere una specificazione soggettiva da una specificazione oggettiva. Ad esempio, se diciamo: L'amore della madre (= che la madre ha) verso i figli, avremo una specificazione soggettiva. Invece, se diciamo: L'amore dei figli (= amare i figli) da parte della madre, una specificazione oggettiva. Esempi di specificazione soggettiva: l'odio dei nemici, il rumore del mare, il canto degli uccelli, la luce del sole. Esempi di specificazione oggettiva: la paura della morte, il desiderio di ricchezze, la speranza della pace, il venditore di giocattoli. Il complemento di specificazione pu esprimere varie relazioni: a) di appartenenza o di possesso: ad esempio, il profumo della rosa, il cane di Marco; b) di materia: la statua di bronzo, l'anello d'oro, il vaso di ceramica, il cancello di ferro ; c) di qualit: uomo di grande ingegno, giovane di poche pretese, ragazza di sani principi; d) di abbondanza e di privazione: Giovane ricco d'ingegno, pieno di ricchezze, povert di risorse economiche; e) di origine: Corradino di Svevia, il Re del Belgio. E' importante non confondere il complemento di specificazione con altri complementi retti dalla preposizione di, come il complemento oggetto (ho visto dei quadri, desidero di mangiare, prefer di morire), o con il complemento di causa (muoio di sete), o con certi casi di apposizione (la citt di Roma; quel saccentone di tuo figlio).

2) Il complemento di termine indica il termine su cui va a cadere l'azione espressa da un verbo transitivo. E' retto dalla preposizione a semplice o articolata e risponde alla domanda: a chi? o a che cosa?: ad esempio, Pensa a te stesso. Lasci la casa alla moglie. Dar da mangiare agli affamati. Togli quell'oggetto pericoloso a tuo figlio. Il complemento di termine pu anche essere retto da alcuni aggettivi ( ?): ad esempio, caro agli amici, idoneo allo studio, adatto alle circostanze, abituato alle fatiche. Si badi a non confondere: a) le particelle pronominali (?) mi, ti, ci, ecc. con il complemento oggetto e complemento di termine: ad esempio, Questo libro non ti (= a te, complemento di termine)piace. Carlo ci (= noi, complemento oggetto) ha invitati a cena. b) il complemento di termine con altri complementi anch'essi retti dalla preposizione a: ad esempio, Vado a Milano (complemento di moto a luogo). Quell'uomo ha giovato molto alla patria (complemento di comodo o di vantaggio). Sollevai quel mobile a fatica (complemento di modo). Gli operai cominciarono a lavorare: qui la preposizione a usata pleonasticamente e il verbo infinito fa da complemento oggetto.

3) Il complemento di agente indica l'essere animato da cui compiuta un'azione espressa da un verbo transitivo passivo e che il soggetto subisce. E' retto dalla preposizione da o dalla locuzione da parte di e risponde alla domanda: da chi?: ad esempio, Romolo e Remo furono adottati da una lupa. I genitori sono amati dai figli. La deliberazione fu approvata da parte di tutti i consiglieri. Se l'azione causata non da una persona o da un animale ma da un essere inanimato, si ha il cosiddetto complemento di causa efficiente: ad esempio, Il toro fu ucciso da un fulmine. Firenze fu allagata dall'Arno. I complementi di agente e di causa efficiente rappresentano dunque il soggetto logico (che fa l'azione) di una frase, in cui il soggetto grammaticale subisce l'azione espressa dal verbo. Con la trasformazione dalla forma passiva a quella attiva (?), esso diviene il soggetto anche grammaticale della proposizione ( ?): ad esempio, gli scolari sono lodati dal maestro; il toro fu ucciso da un fulmine (forma passiva). Il maestro loda gli scolari; un fulmine uccise il toro (forma attiva). Dai due precedenti esempi, appare chiaro che i soggetti delle proposizioni passive (gli scolari, il toro) diventano complementi oggetto della proposizione attiva; i complementi di agente e di causa efficiente ( dal maestro, da un fulmine) diventano i soggetti con cui concordano i verbi rivolti in attivo.

24

Attenzione a non confondere il complemento di agente con altri complementi retti dalla preposizione da: ad esempio, Viene da nobile famiglia (complemento di provenienza); Arrivo da Milano (complemento di moto da luogo); Vado dalla mamma (complemento di moto a luogo); Cadeva dal sonno (complemento di causa).

4) Il complemento di origine o provenienza indica l'origine reale o figurata, la discendenza, la provenienza di una persona o di una cosa. E' introdotto da verbi, sostantivi o aggettivi che indicano origine o provenienza (e non moto), ed retto dalla preposizione da: ad esempio, Egli nato da nobile famiglia; Proviene da una famiglia povera del Sud; La famiglia Giulia si diceva discendente da Iulo; L'Arno nasce dal monte Falterona; Ho appreso la notizia da mio zio; Ho ricevuto lettere dalla mia fidanzata; La vilt deriva spesso dalla paura.

5) Il complemento partitivo uno speciale complemento di specificazione, in quanto specifica la parte di un tutto. E' retto dalla preposizione di: ad esempio, due di noi; parecchi di voi; una parte della pubblico cominci a borbottare; qualcuno degli allievi deve essere interrogato. Quando introdotto da un pronome indefinito risponde alla domanda: fra chi, fra che cosa? ed introdotto anche dalla preposizione fra o tra: ad esempio, Qualcuno tra noi ha tradito; Pochi, fra gli allievi del corso, hanno superato l'esame.

6) Il complemento di qualit indica le qualit di una persona, di un animale o le propriet di una cosa. E' formato solitamente da un sostantivo accompagnato da un attributo (?) ed retto dalle preposizioni di e da. La preposizione di viene pi usata per le qualit morali, mentre la preposizione da per quelle fisiche, anche se poi la distinzione non rigida: un uomo di carattere forte; donna di un'astuzia incredibile; ragazza dagli occhi azzurri; una cosa di scarsa importanza; un vestito di qualit pregiata. Talvolta si usano anche le preposizioni a e con: ad esempio, Ho acquistato una gonna a pantaloni; E' un giovane pistard con garretti d'acciaio.

7) il complemento di materia indica la materia di cui fatta una cosa; risponde alla domanda: di che cosa? ed retto dalla preposizione di (pi corretta di in): ad esempio, statua di bronzo; anello d'oro; scarpe di cuoio; vaso di cristallo; veste di seta. Nei primi due esempi il complemento corrisponde ad una funzione attributiva, potendosi dire semplicemente: statua bronzea, anello aureo.

8) Il complemento di argomento indica l'essere o la cosa di cui si parla; risponde alle domande: di chi? di che cosa? intorno a chi? o a che cosa?. E' retto dalle preposizioini di, su, circa, riguardo a, intorno a: ad esempio, parliamo di sport; un libro sulla storia antica; conferenza sulla crisi economica; le mie osservazioni circa il progetto di nuove costruzioni; discutere intorno all'arte moderna.

9) Il complemento di vantaggio e svantaggio indica per chi o per che cosa avviene un'azione. E' retto dalla preposizione per, o dalle locuzioni: in favore di, a sfavore di, nell'interesse di, a danno di, a profitto di, a svantaggio di e simili: ad esempio, mi sacrifico per la famiglia; lavoriamo nell'interesse dell'azienda; preghiamo per i defunti; hai parlato a danno di me; quel trattamento dannoso per le colture; un pericolo per l'incolumit personale; ho perorato la causa a favore di tuo zio; il fumo nocivo per i polmoni.

10) Il complemento di abbondanza e privazione indica ci di cui si ricchi o si privi. E' introdotto da verbi o aggettivi indicanti abbondanza o difetto (abbondare, eccedere, fornire, ricco, provvisto, colmo, ecc.; abbisognare, mancare, difettare, vuoto, privo, sprovvisto, ecc.). E' retto dalla preposizione di: ad esempio, sala piena di anziani, vite carica di grappoli, giovane ricco d'ingegno, la terra abbonda di acqua, nave carica di merci, botte piena di vino, uomo ricoperto di lodi; c' povert di risorse finanziarie, vi sono famiglie prive anche del necessario, i deboli sono bisognosi di conforto, fu spogliato dei suoi averi, rimasto sprovvisto di denaro, parole vuote di senso.

25

11) Il complemento di limitazione delimita il campo entro il quale valido un giudizio o va inteso un predicato. E' retto dalle preposizioni a, da, di, in, per e dalle locuzioni in fatto di, a giudizio di, rispetto a, a parere di, riguardo a, e simili: ad esempio, bravo in matematica, generoso a parole, cieco di un occhio, stare male a quattrini, sordo da un orecchio, indegno di perdono, degno di considerazione, lodevole per il suo impegno, a mio parere sei forbito nel linguaggio, riguardo alla forma il componimento buono, quel giocatore abile nel dribbling.

12) Il complemento di paragone indica il secondo termine di un confronto, nel quale il primo termine rappresentato dalla persona o dalla cosa paragonata. Nell' esempio: Il diamante pi duro del vetro, il diamante costituisce il primo termine di paragone; mentre del vetro rappresenta il secondo termine. Il complemento di paragone pu essere di tre specie: a) di maggioranza, in cui il complemento di comparazione espresso da un aggettivo preceduto dall'avverbio pi, e il secondo termine di paragone da un nome o da un aggettivo preceduto dalla preposizione di o dalla congiunzione che: ad esempio, Egli pi bravo di te; il libro che mi hai regalato pi bello che divertente. b) di minoranza, in cui il complemento di comparazione espresso da un aggettivo ( ?) preceduto dall'avverbio (?) meno; e il secondo termine di paragone da un nome o da un aggettivo preceduto dalla preposizione di o dalla congiunzione (?) che: ad esempio, Il mio libro meno bello del tuo. c) di uguaglianza, in cui il complemento di comparazione espresso da un aggettivo preceduto da tanto, cos, non meno e simili; e il secondo termine di paragone da un nome o da un aggettivo preceduto dalla preposizione di o dalla congiunzione che o dagli avverbi come, quanto: ad esempio, Tu sei tanto studioso quanto intelligente. Tu sei non meno studioso di Carlo. Si noti che, in linea di massima, la preposizione di si usa davanti a nomi (?) ("Egli pi bravo di suo fratello"), mentre la congiunzione che davanti ad aggettivi ("Egli meno buono che forte").

13) Il complemento di et specifica l'et di un essere, di una cosa. E' costituito dal nome anno (e, nelle determinazioni pi particolareggiate, anche dai nomi giorni, mesi, settimane), preceduto dal numerale e introdotto dalle preposizioni a e di: ad esempio, Dante mor a cinquantasei anni; Fausto si spos a ventinove anni; Scrisse il primo libro a trent'anni; Gli elefanti raggiungono spesso l'et di centottant'anni; E' un bimbo di nove mesi e dieci giorni. Si usano pure le locuzioni all'et di, in et di: ad esempio, Carlo inizi a suonare il pianoforte all'et di quattro anni; E' una ragazza in et di ventidue anni. Quando l'et solo approssimativa si usano le preposizioni (?) su oppure circa, all'incirca o verso, talora anche posposti: ad esempio, Una signora sulla quarantina; Avr avuto circa novant'anni; Un giovane diventa maturo verso i trent'anni.

14) Il complemento di allontanamento o separazione indica la separazione oppure la lontananza da una determinata persona o cosa (anche moralmente). Dipende da verbi, avverbi o aggettivi indicanti separazione, allontanamento, divisione e simili; retto dalla preposizione da: ad esempio, Mi allontanai dalla famiglia; Ti separasti dai tuoi cari; Fu distolto dal suo lavoro; Furono liberati dalla prigionia; Le mie opinioni sono discordanti dalle tue; Aristide fu bandito dalla patria.

15) Il complemento di unione indica una cosa a cui unita un'altra. Si differenzia dal complemento di compagnia per il fatto che il nome che costituisce il complemento indica una cosa e non una persona. E' retto dalla preposizione con; risponde alla domanda: con che cosa? insieme con quale cosa?: ad esempio, Ho mangiato il pane con la marmellata; Ha mischiato il vino con l'acqua; Oggi si mangia la minestra con i fagioli; Sono uscito con pochi soldi. Attenzione a non confonderlo con il complemento di mezzo: ad esempio, Sono uscito con pochi soldi (complemento di unione); L'ho comprato con pochi soldi(complemento di mezzo).

I complementi circostanziali indicano una circostanza, un particolare dell'azione espressa dal verbo e, come tali, sono un ampliamento del contenuto globale della frase. I pi comuni complementi circostanziali sono quelli che indicano il luogo, il tempo, la compagnia, la causa,

26

il fine, il mezzo, il modo, la quantit.

1) Il complemento di luogo indica in che circostanza di luogo avviene un'azione. Distinguiamo quattro tipi fondamentali di complementi di luogo:

Il complemento di stato in luogo indica ove si trovi il soggetto e si compia l'azione. Dipende normalmente da verbi o sostantivi di quiete come vivere, stare, abitare, trovarsi, dimorare, rimanere; sede, domicilio, dimora, soggiorno, sosta , ecc. E' retto dalla preposizione in, e anche dalla preposizione acon i nomi di citt e di piccola isola: ad esempio, Vivo a Roma; Noi abitiamo in citt; Ha sede in Toscana; La Francia in Europa; Ci fermiamo ad Ischia; La mamma a letto; Ti ho visto a teatro. Pure usate sono le preposizioni su, sopra, sotto, dentro, davanti, presso: ad esempio, C' un libro sul tavolo; E' seduto davanti a me; Si era nascosto sotto il letto; Il gatto riposava sotto l'albero; Enzo stava dentro casa. Abbiamo anche complementi di stato in luogo in senso figurato: ad esempio, Ho una pena nel cuore; Mi frullano strane idee nel cervello; Vive nella fiducia del prossimo. Il cosiddetto complemento di moto circoscritto si considera affine allo stato in luogo, in quanto l'azione si svolge nel luogo in cui si trova il soggetto: ad esempio, Fido si muove nel canile; I ragazzi nuotano nella piscina. Il complemento di moto a luogo dipende da un verbo di movimento e indica ove sia diretto il soggetto o il luogo cui tenda un'azione. E' retto dalle preposizioni a, da, su, per, sotto, verso e simili: ad esempio, Vado a Parigi; La nave giunse in porto; Verr da te; Torno in paese; Sal sul tetto; L'attaccante si diresse veloce verso la porta; Part per l'America; And a ripararsi sotto il balcone. In certi casi il complemento di moto a luogo espresso da un sostantivo indicante persona o da un pronome personale (?). In tal caso, spesso retto dalla preposizione da: ad esempio, Vado dalla mamma; Gli alunni andarono dal maestro; Domani verr da te. Vi sono anche forme figurate di complemento di moto a luogo: ad esempio, E' andato a finire nelle mani di un imbroglione; La maledizione caduta sulla nostra casa; E' precipitato nella pi nera disperazione; L'ha mandato a quel paese. Il complemento di moto da luogo indica il luogo da cui si proviene. E' introdotto da verbi che esprimono l'idea di moto da luogo o da sostantivi comefuga, ritorno, esilio, arrivo, e simili. E' retto dalle preposizioni di, da: ad esempio, Esco di casa; Vengo dalla scuola; Torno da Londra; Ritornavano dalla campagna; Dante fu esiliato da Firenze. Molto comune l'uso figurato del moto da luogo: ad esempio, Mi uscito dalla memoria; Se ne andato dalla famiglia; Si separato dalla moglie; E' uscito dal partito; Carlo si allontanato dalla religione; Finalmente mi sono liberato di un peso. Quando chiara l'idea dell'allontanarsi o del separarsi da una persona o da una cosa, si pu parlare anche di complemento di allontanamento o separazione . Affine al moto da luogo anche il complemento di origine o provenienza, come si pu ben osservare nei seguenti esempi: Quell'immigrato proviene dalla Tunisia; Luigi di Bari; Quei vetri vengono da Murano; Ti arrivato un regalo da tuo figlio. Il complemento di moto per luogo indica il luogo attraverso il quale si passa. E' introdotto dai verbi che esprimono moto, passaggio o da sostantivi come venuta, passaggio, fuga, transito. E' retto dalle preposizioni per, attraverso, e simili: ad esempio, Fugg attraverso i campi; Passarono per una stretta via; Il ladro sgattaiol in mezzo alla folla; Transitava per la via maestra; Annibal attravers le Alpi col suo esercito. Anche per questo complemento si hanno usi figurati: ad esempio, Attraverso lo studio si arriva alla scienza; Mi passata un'idea per la mente; Nella vita ho attraversato un mare di guai.

Nella distinzione dei vari complementi di luogo, occorre sempre badare al senso pi che alla struttura sintattica, la quale spesso pu trarre in inganno. Ad esempio, nella frase Lo incontrai per la strada (cio, nella strada), indica una circostanza di stato in luogo e non di moto per luogo, come potrebbe far credere la preposizioneper.

2) Il complemento di tempo indica in quali circostanze temporali avviene l'azione espressa dal verbo. Si distinguono due tipi fondamentali di complemento di tempo:

27

Il complemento di tempo determinato che indica il tempo preciso in cui avvenuta, avviene o avverr un'azione; esso risponde alla domanda:Quando? E' costituito da un sostantivo preceduto dalle preposizioni o locuzioni a, in, di, su, verso, circa, durante, intorno a: ad esempio, Andr a casa a mezzogiorno; Verranno alle sei di pomeriggio; Lavoro di notte; Ci rivedremo in estate; Andremo a cena verso le otto; Durante la guerra molte citt vennero bombardate; Erano circa le sette quando lo salutai; In primavera la natura rinasce; Ci incontrammo sul far dell'alba. Il complemento di tempo continuato indica "quanto" tempo dura l'azione espressa dal predicato; risponde alle domande: da quanto tempo? per quanto tempo? Pu essere costituito da un avverbio o da un nome preceduto dalla preposizione per o da durante, circa, su, intorno, verso: ad esempio, Lo ascoltai a lungo; Ti ringrazier eternamente; Visse lo spazio di un mattino; Pregammo per venti minuti; Ci aspett per tutta la mattinata; La nonna visse novant'anni; Staremo qui fino a marted; Mio padre lavor in fabbrica per cinquant'anni; Resistemmo per circa un mese.

Altre circostanze temporali per quando? fra quanto tempo? fino a quando? entro quanto tempo? ogni quanto tempo? Prese l'appuntamento per il giorno dieci Ne riparleremo fra un paio di giorni Mi tratterr fino a domenica prossima Lascer l'incarico entro sei mesi Il presidente della Repubblica si elegge ogni sette anni And in America trent'anni fa Sono sposato da quattro mesi Si present alla visita due ore prima Rispose alla chiamata due giorni dopo

quanto tempo fa? da quanto tempo? quanto tempo prima? quanto tempo dopo?

I complementi di tempo possono essere espressi anche da un avverbio (?) o da una locuzione avverbiale, e si dicono avverbiali. Gli avverbi usati per il complemento di tempo determinato sono: ora, allora, spesso, subito, ieri, oggi, domani, mai, sempre, ecc.: Ieri ho visto Paolo (ieri = complemento avverbiale di tempo determinato). Per il complemento di tempo continuato sono invece usati gli aggettivi ( ?) quantitativi uniti alla parola tempo (che viene di solito sottintesa): ad esempio, Lo spettacolo si protatto per molto (tempo). Se la circostanza di tempo espressa da una proposizione (?), questa si chiama proposizione temporale: ad esempio, L'ho visto quando usciva dall'ufficio.

3) Il complemento di compagnia o unione indica l'essere animato con il quale ci si accompagna; retto dalla preposizione con o dalle locuzioni insieme con, assieme con, in compagnia di: ad esempio, Vivo con mio padre; Verr a trovarti insieme con mia moglie; E' uscito in compagnia del suo cane.

28

Se invece di un essere animato si tratta di una cosa, il complemento si dice di unione: ad esempio, Va a scuola con la cartella sulle spalle; Mio nonno uscito col cappello. Affine al complemento di compagnia il cosiddetto complemento di relazione, che indica rapporti fra le persone: ad esempio, Giuseppe ha buoni rapporti con gli amici; Sono molto amico con Luca; L'Italia era in guerra con l'Austria. Anche con i complementi di mezzo e di modo la differenza minima. Ad esempio, nella frase L'allenatore entr nel campo di gioco con la sua squadra, con la sua squadra pu indicare mezzo e compagnia; cos nella frase E' arrivato con una borsa tutta rovinata, quel con una borsa tutta rovinata pu essere complemento di modo (= in che modo?) o di unione (= con che cosa?). L' interpretazione comunque soggettiva e va affidata alla comprensione del contesto in cui si trovano tali frasi. Opposti al complemento di compagnia sono i complementi di esclusione e di sostituzione: ad esempio, C'erano tutti tranne Fulvio; Compr una rivista al posto di un giornale; Si salvarono tutti, eccetto Marco.

4) Il complemento di causa indica il motivo, la causa per cui si fa o avviene un'azione; risponde alla domanda: perch? per qual motivo? E' retto dalle preposizioni a, da, di, per o dalle locuzioni a causa di, a modo di, per motivi di, e simili: ad esempio, Si tremava dal freddo o a motivo del freddo; Si soffre per il troppo caldo; Non sono uscito per la pioggia; Non sono andato a scuola per motivi di salute; Impallid a quella vista; Ha dato le dimissioni per motivi personali. Se la causa espressa da una proposizione, questa si chiama proposizione causale: ad esempio, Non parto perch piove; Non vengo perch sono stanco.

5) Il complemento di fine o scopo indica il fine per cui si compie l'azione, oppure la destinazione di un oggetto; risponde alle domande: a qual fine? per quale scopo?E' retto dalle preposizioni a, da, per, in, che precedono il sostantivo indicante lo scopo, oppure dalle locuzioni a fine di, essere di, dare in, lasciare in, riuscire di: ad esempio, Fu alzato un muro a difesa della citt; I genitori lavorano per l'avvenire dei figli; Mi lasci una foto per ricordo; E' entrato nella sala da pranzo; Sul tavolo c' un vino da pasto. Per non confondere il complemento di fine con quello di causa, basta osservare che la causa l'origine di un fatto, il punto di partenza; mentre il fine la meta, lo scopo, il punto di arrivo. Se dico: Mi sono rovinato per i cattivi affari, i cattivi affari sono all'origine della mia rovina e ne sono stati la causa. Ma se dico: Dovetti partire per affari, per affari costituisce lo scopo, il fine per cui dovetti partire. Una forma speciale del complemento di fine quella di un sostantivo preceduto dalla preposizione da e unito ad altro nome per indicare a quale uso destinata una cosa: ad esempio, sala da ballo, camera da letto, carta da lettere. Se il fine o lo scopo espresso da una proposizione, questa si chiama proposizione finale: ad esempio, Sono venuto per trattare un affare; Noi lavoriamo per vivere. .

6) Il complemento di mezzo o strumento indica il mezzo o lo strumento con cui si compie l'azione espressa dal predicato; risponde alla domanda: per mezzo di chi odi che cosa? E' retto dalle preposizioni con, per, di, a, in, mediante o dalle locuzioni per mezzo di, per opera di: ad esempio, Il cane fu colpito con un bastone; Ci parlammo per telefono; Sollevarono mediante la gru il pesante carico; Si mise in contatto con noi tramite un amico; Per opera di tuo fratello ho salvato la barca; Partimmo tutti in macchina. Si ha specificatamente il complemento di mezzo quando la parola esprime persona o cosa, per opera della quale si compie l'azione; quando invece la parola indica un oggetto o uno strumento, si ha il complemento di strumento: ad esempio, Ha scritto con la penna; Ho demolito il muretto col piccone; S' fatto la barba col rasoio; Sta lavorando con la vanga. Si noti inoltre che le espressioni a mano, a vela, a benzina, a vento, a motore e simili, bench abbiano assunto un valore avverbiale, indicano propriamente complementi di mezzo. Se il mezzo o lo strumento indicato da una proposizione, questa si chiama proposizione strumentale (?): ad esempio, dormendo le forze si ritemprano; Con il viaggiare si accresce la cultura.

7) Il complemento di modo o maniera indica il modo in cui si realizza una circostana; risponde alle domande: come? in che modo? in che maniera? E' retto dalle preposizioni con, a, di, da, in, per: ad esempio, Giulio mangia con appetito; Me lo disse in segreto; La mamma rimase di stucco; Gino andava di corsa; Puoi presentarti a fronte alta; Mio cugino fa una vita da principe. Questo complemento pu essere espresso anche: a) da un avverbio o locuzione avverbiale di maniera: ad esempio, Rispose molto cordialmente; Se ne andava lemme lemme; Sergio correva velocemente; b) da un nome preceduto da come, a modo di, a guisa di, alla maniera di: ad esempio, Correva come

29

una lepre; Vestiva alla maniera di un inglese; Procedeva a modo di tartaruga; Loris portava un cappello a guisa di bombetta; c) da un gerundio: ad esempio, Camminava saltellando; Raccont l'accaduto balbettando. Molto spesso il complementio di modo costituito da un'espressione complessa: ad esempio, Passeggiava con le mani in tasca; Rispose con un gesto di stizza. La differenza tra questo complemento e quello di mezzo spesso minima, tanto che espressioni come a piedi, in treno, con la violenza valgono per entrambi; pertanto, solo esaminando il contesto si potr capire la vera natura di tali complementi. Cos, per capire la differenza tra il complemento di modo e quello di qualit, basta notare che il primo esprime una funzione verbale, perch si appoggia al predicato(?); mentre il secondo invece una funzione nominale, in quanto arricchisce un nome: ad esempio, Un uomo, con lo sguardo benevolo, si present al curato; Un uomo, con lo sguardo benevolo, si avvicin al curato. Nel primo esempio la punteggiatura accentua il distacco tra il soggetto e il complemento, che si riferisce al predicato, determinandolo (complemento di modo); nel secondo esempio, invece, la specificazione con lo sguardo benevolo in funzione del nome, che ne risulta determinato (complemento di qualit).

8) Il complemento di quantit indica, in senso generale, una quantit: ad esempio, Mio figlio cresciuto troppo; Queste scarpe costano molto; Quella buca assai profonda; Si allontan di qualche passo; Somministrare il medicinale a piccole dosi.

Se la quantit indica pi esattamente una misura, allora si ha il complemento di misura, che i grammatici sogliono suddividere in:

complemento di peso che indica il peso di un essere o di una cosa: ad esempio, Giorgio pesava cinquanta chilogrammi; Il carico pesa due tonnellate. Il complemento di peso pu essere espresso anche: a) da un aggettivo di quantit, invece che dal numero: ad esempio, pesava molti chili. b) da un solo avverbio di quantit: ad esempio, pesava poco (molto), non pesava niente.; complemento di prezzo o stima che indica il prezzo o il valore di un essere o di una cosa: ad esempio, Ho comperato una penna per mille euro; La casa stata venduta per trecentomila euro; Il podere fu stimato centocinquantamila euro; Il cavallo fu acquistato per ventimila euro. Se il valore indeterminato, il complemento pu essere espresso: a) da un aggettivo di quantit, invece che dal numero: ad esempio, costa molti euro; vale pochi soldi; b) da un avverbio di quantit, come poco, tanto, molto, pi, meno, ecc., invece che dal nome e dal numero: ad esempio, costa molto, non vale niente. La stima pu essere tanto materiale quanto morale: ad esempio, Il tuo romanzo stimato molto; La diligenza molto apprezzata; Gli uomini tengono in gran conto la sincerit; La libert costa sangue e fatica. Il complemento di stima affine a un complemento di quantit figurato, come: Non m'importa nulla di lei; Alle mie parole si arrabbi tanto; Se la prese un po'. Non si confonda poi il complemento di stima col complemento predicativo del soggetto e dell'oggetto: ad esempio, Tuo padre stimato molto(complemento di stima); Tuo padre stimato come un vero galantuomo (predicato del soggetto) (?); Molti stimano tuo padre un vero galantuomo(predicato dell'oggetto). complemento di estensione che determina quantitativamente un oggetto secondo la misura della lunghezza, della larghezza, dell'altezza o della profondit. E' introdotto dai verbi (?) misurare, estendersi, elevarsi, innalzarsi e dagli aggettivi (?) lungo, largo, alto, profondo, ecc. Non retto da alcunapreposizione; con i verbi si usa talvolta per: ad esempio, La pianura si estende per cinquanta chilometri; Quel campanile alto trenta metri; Il grattacielo si innalza per venti piani; Il Po lungo 652 chilometri; La voragine profonda quaranta metri; la stanza larga quattro metri. Si pu anche dire: La torre di venti metri (sottinteso d'altezza), oppure: La torre ha venti metri d'altezza. complemento di distanza che indica la distanza da un luogo; risponde alle domande: quanto? a che distanza? E' introdotto dalle espressioni: essere lontano, distare. Si costruisce senza

30

preposizione; ma in posizione assoluta retto dalla preposizione a: ad esempio, La spiaggia dista due chilometri dal paese; L'auto si fermata a cinque metri dalla casa; Il cinema dista a cinquanta metri dalla piazza; Ostia a pochi chilometri da Roma; Mi trovavo a poche centinaia di metri dal luogo dell'incidente.

Particolari complementi indiretti non circostanziali sono i cosiddetti complementi giudicativi. Essi sono:

il complemento di colpa che indica la colpa o il delitto di cui uno accusato; risponde alle domande: di che cosa? per che cosa? E' introdotto da verbi, nomi o aggettivi che indicano accusa o colpa. E' costituito da un sostantivo preceduto dalle preposizioni per o di: ad esempio, Fu accusato di furto; I militari saranno processati per tradimento; I nazisti si macchiarono di orrendi crimini; Socrate fu processato per corruzione; Fu dichiarato colpevole di omicidio volontario; Egli fu tacciato di menzogna; il complemento di pena che indica un giudizio di condanna; risponde alle domande: a che cosa? con che cosa? E' formato da un sostantivo retto dalle preposizioni a, in, per ed introdotto da verbi che contengono l'idea di condanna, punizione e simili: ad esempio, Socrate fu condannato a morte; L'omicida fu condannato all'ergastolo; Durante il fascismo molti oppositori vennero condannati al confino; Fu multato di cinquecento euro.

LARTICOLO
L'articolo la particella grammaticale che si premette al nome o a parti del discorso sostantivate, precisando se si tratta di un essere o di un oggetto individuato ( articolo determinativo) o di un essere o di un oggetto non individuato (articolo indeterminativo). L'articolo determinativo ha due forme per il singolare maschile (il, lo) e due per il plurale maschile (i, gli); una forma per il femminile singolare (la) e una per il femminile plurale (le). L'articolo determinativo, dunque, si declina secondo il genere (?) e secondo il numero (?). Nell'uso dell'articolo determinativo si osservano di norma le seguenti regole:

il (plurale i) si premette ai nomi che cominciano per consonante (?), salvo s impura, z, x, ps, pn, gn e i semiconsonante (i + vocale): ad esempio, il libro, i libri; lo (plurale gli) si pone davanti ai nomi maschili che cominciano con s impura, z, x, ps, pn, gn e i semiconsonante (i + vocale): ad esempio, lo studio, gli studi, lo zoccolo, gli zoccoli, lo xilografo, gli xilografi, lo psicologo, gli psicologi, lo pneumatico, gli pneumatici (scrivere "i pneumatici" un errore commesso molto frequentemente), lo gnomo, gli gnomi, lo Iugoslavo, gli Iugoslavi. Lo si usa anche dinanzi a vocale, ma si elide (l'inno, l'odio); il pluralegli si apostrofa soltanto, e non necessariamente, davanti ad i (gli uomini, gl'intellettuali); il femminile singolare la si apostrofa davanti a vocale (la casa, l'opera) (?), mentre il plurale le non si apostrofa, specialmente se il nome non cambia al plurale (la et, le et e non l'et, altrimenti si confonde con il singolare).

Sull'uso dell'articolo, inoltre, osserviano che si omette: 1) davanti ai nomi di citt e di piccole isole (Roma antichissima; Montecristo un'isoletta del mar Tirreno), salvo alcuni casi in cui l'articolo fa parte del nome proprio (L'Aquila, La spezia, Il Cairo, La Valletta). Si mette invece l'articolo (sempre femminile) quando il nome di citt seguito da un attributo e da un complemento di specificazione: La Napoli degli Angioini; La Firenze del Rinascimento; La Venezia

31

romantica; 2) davanti ai nomi propri di persona (Carlo bravissimo); tuttavia, nel linguaggio popolare e familiare, i nomi femminili si fanno precedere, di solito, dall'articolo ( E' venuta la Titti). Questa eccezione non vale per i nomi storici e mitologici: Lucrezia, Saffo, Cleopatra, Diana; 3) coi nomi in funzione predicativa (L'ozio padre di tutti i vizi; Carlo tuo compagno di scuola), a meno che il nome non sia accompagnato da un aggettivo (Il leone un animale feroce; Giorgio un bravo dottore); 4) con i verbi copulativi seguiti da un complemento predicativo del soggetto ( Stefano fu eletto deputato) o dell'oggetto (Lo proclamarono presidente dell'assemblea); 5) coi nomi usati in funzione appositiva (Giulio Cesare, condottiero romano; Ho rivisto Angela, mia amica d'infanzia); 6) con i vocativi (Caro dottore, mi faccia una buona visita); 7) nei proverbi e sentenze (Rosso di sera, bel tempo si spera; Dove manca natura, arte procura ); 8) in numerosi gruppi nominali (uomo d'ingegno; andare in bicicletta; aspettare in sala d'attesa; nutrirsi di pane e acqua); 9) generalmente nei titoli dei libri o capitoli e nelle scritte murali ( Vocabolario della lingua italiana, Compendio di storia moderna, Prefazione; Ingresso; Redazione; Piazza Cavour ); 1O) con i nomi di parentela preceduti da un aggettivo possessivo che non sia loro (mio padre, mia madre), a meno che il nome non sia plurale (i miei fratelli, le mie sorelle) o preceduto da un aggettivo qualificativo (la mia vecchia madre), o che il possessivo segua il nome (il padre mio). Si deve per usare sempre l'articolo coi nomibabbo e mamma, anche se accompagnati da possessivo (il mio babbo, la mia mamma); 11) i pronomi possessivi (?) femminili sua, vostra omettono l'articolo (?) quando precedono immediatamente i nomi di Maest, Altezza, Eccellenza, Signoria, Santit, Eminenza: Sua Maest il Re, Vostra Altezza, Vostra Signoria, Sua Eccellenza il Ministro, Sua Eminenza il cardinale Ruini, Sua Santit. L'articolo si usa: 1) coi nomi di regioni, stati e continenti (La Sicilia, La Francia, L'Asia); ma se vengono usati come complementi di specificazione o di luogo, si pu talvolta omettere l'articolo (i vini di Sicilia, vivere in Africa, andare in Belgio; i re di Spagna); 2) con i nomi di fiumi, laghi, mari e monti (il Po, il Garda, il Mar Nero, il Gran Sasso); 3) con i cognomi di personaggi celebri del passato non preceduti dal nome (il Petrarca, il Manzoni (ma Luigi Pirandello, Giovanni Pascoli vanno scritti in questa forma); oggi, per, si tende ad omettere l'articolo con i cognomi illustri che hanno acquistato forza di nome ( Garibaldi, Cavour, Colombo). I cognomi di donna richiedono invecesempre l'articolo, per evitare ambiguit (la Serao, la Deledda, la Eliot, la Sand, ecc.); 4) con i soprannomi (il Botticelli, il Veronese, il Parmigianino); 5) con i nomi astratti (la bont, la virt, l'odio ecc.); 6) con i nomi di materia (l'oro, l'argento, il ferro ecc.); 7) con i nomi concreti usati in senso generale: l'uomo (per: gli uomini), il poeta (per: i poeti in genere), l'operaio, il giovane, ecc.; 8) con i nomi indicanti cose uniche in natura, quali: il sole, la luna, la terra, il mondo, l'universo; 9) a volte, nell'uso popolare, l'articolo determinativo usato senza necessit logica, in senso pleonastico: ad esempio, Passeremo la Pasqua a Parigi. Siate i benvenuti. Ho fatto le mie scuse. Sono le dieci precise.

L'articolo indeterminativo, usato solo al singolare, ha le forme un, uno per il maschile, una per il femminile; al plurale si usano le forme del partitivo: dei, degli, delle. La forma un (troncamento di uno) si premette ai nomi maschili che cominciano per consonante e per vocale; in quest'ultimo caso non va mai apostrofato (un cane, un gatto, un uomo, un arabo). Uno si premette ai nomi comincianti per s impura, z, x, ps, pn, gn: ad esempio, uno scalpello, uno zaino, uno xilofono, uno psicologo, uno pneumatico, uno gnomo . La forma una si premette a tutti i nomi femminili che cominciano per consonante ( una casa, una sedia, una donna). Dinanzi alla vocale si usa la forma apostrofata un':un'anima, un'elica, un'ombra. A differenza dell'articolo determinativo, quello indeterminativo si pu usare senza sostantivo, ma in tal caso ha funzione di pronome: Ne abbiamo visto uno. Anche nelle combinazioni gli uni e gli altri, le une e le altre, uni e une sono pronomi.

PREPOSIZIONE ARTICOLATE
L'articolo determinativo, quando preceduto dalle preposizioni di, a, da, su, in, si fonde con esse, formando le preposizioni articolate (?), dette anche articoli composti.

32

Ecco il prospetto delle forme:

Maschile davanti a consonante singolare di plurale singolare a plurale singolare da plurale singolare in plurale singolare su plurale singolare con plurale singolare per plurale (pei) coi (pel) (cogli sui col (coll' sugli collo colla nei sul sull' negli sullo sulla dai nel nell' dagli nello nella ai dal dall' agli dallo dalla dei al all' degli allo alla del davanti vocale dell' davanti s impura o z dello

Femminile davanti a consonante della delle all' alle dall' dalle nell' nelle sull' sulle coll' ) colle) davanti vocale dell'

fra tra (separate dall'articolo)

Sono da evitare le forme collo, colla, cogli, colle; pello, pella, pegli, pelle, perch si confondono con altre parole (la colla, la pelle). Al posto di esse si adoperano le forme separate: con lo, con la; per il, per la, ecc. Le preposizioni articolate composte dalla preposizione di, oltre che indicare i relativi complementi (?), possono avere talora significato partitivo. Le forme plurali valgono poi come plurale dell'articolo indeterminativo (?).

L'articolo partitivo formato dalle preposizioni articolate del, dello (dell'), della, dei, degli, delle con valore di un po', alquanto, una parte, alcuni: ad esempio, Datemi del pane (= un po' di pane); Mangiammo delle mele (= alcune mele). La preposizione articolata quando usata con valore partitivo, introduce il complemento oggetto ( Bisogna fare del bene; Ho bevuto del vino; Per far bene le cose ci vuole del tempo ) o anche il soggetto (E' caduta della neve; Sono nati dei pulcini; Nel laghetto del parco c'erano dei cigni . Per buona regola, si evita il partitivo qualora dovesse essere retto da altra preposizione: ad esempio, Fu trovato con armi in pugno (e non: con delle armi in pugno). Si omette il partitivo: a) in frasi negative: Non ho amici. Non c' pi tempo; b) se il nome preceduto da un aggettivo quantitativo o da un attributo di materia: Egli mangia poca carne. Ho avuto troppi guai. Ho acquistato un chilo di pane e due etti di prosciutto; c) nelle enumerazioni: Comprammo mele, pere e pesche. Al corteo c'erano operai, studenti e professionisti;

33

d) nelle espressioni a formula fissa: avere fame, sete, sonno; provare compassione; prendere fiato, ecc.

L'articolo, sia determinativo che indeterminativo, precede sempre immediatamente il nome al quale si riferisce e concorda con esso in genere (?) e numero (?). Tuttavia, fra l'articolo e il nome possono stare gli aggettivi di qualunque specie che al nome si attribuiscono, e anche gli avverbi di grado e di qualit che eventualmente siano destinati a modificarne il senso: ad esempio, il buon maestro; il mio affezionato cagnolino; il mio molto caro amico; gli undici valorosi campioni della nazionale di calcio. Al posto degli aggettivi possessivi suo, sua, suoi, sue, si possono porre tra l'articolo e il nome le voci di lui, di lei, di loro; e anche di cui, che per va abbreviato incui: ad esempio, il di lui padre, la di lei sorella, il di loro amico, il cui fratello. In caso di un'enumerazione, quando il primo nome ha l'articolo, tutti gli altri vogliono l'articolo se sono considerati indipendenti l'uno dall'altro: ad esempio, L'Inferno, il Purgatorio e il Paradiso di Dante. Ma se i vari nomi della serie sono sinonimi o formano un concetto unico, allora l'articolo non si ripete, purch tutti i nomi siano dello stesso genere e numero: ad esempio, Fu ammirato per la sapienza, acutezza e virt dell'animo. Se i sostantivi accompagnati dallo stesso attributo variano di genere e di numero, bisogna ripetere l'articolo e l'attributo: ad esempio, La grande dottrina e il grande eloquio dell'avvocato difensore sorprese tutti: giudici e giuria popolare. Se gli aggettivi distinguono varie specie o qualit del sostantivo, hanno ciascuno l'articolo: gli alunni bravi e i lenti (o:quelli lenti); lo stato etico e il laico (o: quello laico).

L'articolo si omette:

nel caso in cui il primo nome preceduto da un aggettivo ( ?) che possa riferirsi anche al nome seguente: ad esempio, il vicendevole aiuto e affetto(oppure: l'affetto e aiuto vicendevoli); quando due e pi aggettivi accompagnano un nome con l'articolo: ad esempio, Fugge tra le spaventose e scure selve, i solitari ed ermi poggi; ogni volta che si vuol lasciare indeterminato il nome: ad esempio, un venditore di giornali, profumo di rose; con i nomi don, donna, frate (o fra): la casa di don Antonio, donna Carmela, frate Girolamo, fra Galdino. Anche Papa dinanzi al nome proprio omette l'articolo. Papa Benedetto XVI; con l'aggettivo Santo: ad esempio, Santo Stefano, San Pancrazio, Sant'Ilario; quando insieme col nome ci siano parole che bastano gi a determinarlo, quali ad esempio : a) i pronomi personali (?) io, tu, egli, ella, noi, voi, essi, ecc.; tuttavia si dice il tu, il voi, il lei, per indicare il modo di rivolgere la parola alle persone: ad esempio, Tu hai un buon appetito. Noi siamo dei bravi ragazzi. Voi vi date del tu; b) gli aggettivi e i pronomi dimostrativi (?) questo, questa, quello, quella, costui, colui, ecc.: Compri questo giornale. Leggi piuttosto quel libro ; c) gli aggettivi e i pronomi indefiniti (?), come molto, poco, parecchio, tutto, uno, nessuno, ecc.: Molti affermano. Parecchi mancano all'appello. Ho avuto parecchi guai. C'era poca gente al cinema. Ho saputo tutto da un mio amico. Comunque il pronome tutto vuole l'articolo quando in correlazione, espressa o sottintesa, con parte: ad esempio, il tutto e la parte. I pronomi molto e poco vogliono l'articolo (?) quando sono usati al singolare in senso neutro, nel significato di molte cose, poche cose; o quando sono in correlazione espressa o sottintesa tra loro: ad esempio, Il molto e il poco. I molti e i pochi. Vuole eugualmente l'articolo il pronome uno quando in correlazione con l'altro: ad esempio, Gli uni e gli altri; sebbene si possa anche dire: tra una faccenda e l'altra. Gli aggettivi tutto, entrambi, ambedue e mezzo nel senso di met, pur rifiutando l'articolo, lo vogliono sempre dinanzi al nome che con essi si accompagna: ad esempio, tutti gli uomini, entrabe le ragazze, ambedue i fratelli, a mezzo il viaggio, a mezzo il pranzo . Se per mezzo usato nel significato di "dimezzato", vuole l'articolo : ad esempio, ho mangiato una mezza mela, le mezze parole, le mezze figure, le mezze cartucce ; con i numerali (?): ad esempio, Ho invitato a cena tre amici. Ma se il numerale si riferisce a nome gi prima determinato, esso vuole l'articolo : ad esempio, Ecco i quattro giovani di cui ti ho parlato giorni fa. Vuole inoltre l'articolo quando il numerale sia sostantivato: ad esempio, Il diciassette porta sfortuna; o quando indica le ore: sono le quattro del pomeriggio; o in certe frasi, quali ad

34

esempio: era le mille miglia lontano dall'immaginarlo; una bella ragazza tra i diciotto e i vent'anni; con il pronome relativo che: ad esempio, le ragazze che noi salutammo. Quando invece il pronome si riferisce a tutto un concetto o ad un'intera proposizione nel significato di la qual cosa, vuole l'articolo: ad esempio, Ti sei messo a lavorare: il che giusto; Hai vinto il concorso: del che mi rallegro. Con il che si formano anche alcune frasi o locuzioni di uso comune: ad esempio, ha un so che di falso; mi suggerisce un certo che; un non so che, un che, un gran che.

Il nome, detto anche sostantivo, la parte del discorso che serve a indicare (nominare) gli essere animati, le cose inanimate, le idee, i fatti, i sentimenti. Esso , insieme col verbo (?), l'elemento fondamentale del linguaggio. Oltre ai nomi veri e propri, anche altre parti del discorso possono essere adoperate come nomi e, in questo caso, si dicono sostantivate. I nomi possono essere distinti secondo vari criteri. Una prima distinzione quella dei nomi concreti e astratti. Si dicono concreti i nomi che indicano esseri, cose e fatti che cadono sotto i nostri sensi (fanciullo, cane, sedia, odore, salto). Astratti quelli che designano una qualit, un sentimento, un'idea, un concetto, che soltanto la nostra mente pu concepire (bont, amore, virt, ambizione). Una seconda distinzione quella dei nomi in propri, comuni, collettivi. Il nome proprio designa un solo un individuo della specie (Carlo, Fido, Arno, Gran Sasso, Roma); il nome comune indica gli esseri in senso generico (uomo, cane, pietra, fiume, monte, citt); il nome collettivo indica un insieme di esseri o cose della stessa specie (popolo, gregge, esercito, vasellame). I nomi propri hanno sempre l'iniziale maiuscola. Il genere dei nomi Secondo il genere, il nome pu essere maschile o femminile, se designa esseri animati di tale sesso (padre, leone, madre, leonessa). In quanto ai nomi di esseri inanimati, la classificazione da considerarsi convenzionale, non essendo possibile giustificarla logicamente. Sono generalmente maschili i nomi terminanti in o (appartengono alla seconda declinazione); femminili i nomi che hanno la desinenza in a (appartengono alla prima declinazione): uomo, cavallo, fuoco, tramonto, pensiero; casa, sedia, luna, stella, alba. Non mancano per le eccezioni: nomi femminili in o (mano, radio, moto, auto, dinamo, Saffo, Ino, Ero) e nomi maschili in a (poeta, profeta, patriarca, papa, duca). Secondo il significato sono di genere maschile:

i nomi degli alberi terminanti in o od in e: il melo, il pero, il pino, il noce, il salice, il rovere; ma la vite, la quercia, la palma, l'elce fanno eccezione; i nomi dei metalli: l'oro, l'argento, il piombo, il ferro, il rame,ecc.; i nomi dei punti cardinali: il nord (settentrione), l'est (levante, oriente), il sud (mezzogiorno, meridione), l'ovest (ponente, occidente); i nomi dei mesi e dei giorni della settimana (tranne la domenica); i nomi dei monti, fiumi e laghi: il Monte Rosa, il Gran Sasso, i Pirenei, gli Appennini (fanno eccezione: le Alpi, le Ardenne, la Maiella, la cordigliera delle Ande); il Piave, il Tevere, il Reno, il Danubio (fanno eccezione: la Senna, la Loira, la Dora, la Sprea, la Garonna, la Sava, la Drava ); il Garda, il Trasimeno.

Sono di genere femminile:

35

i nomi dei frutti: la mela, la pera, la castagna, l'uva (fanno eccezione: il fico, il limone, il cedro, il lampone, l'ananas, il mirtillo, il ribes che sono maschili e denotano tanto l'albero quanto il frutto); i nomi delle scienze e di tutte le nozioni astratte: la chimica, la matematica, la storia, ecc.; la bont, la virt, la fede, ecc.: i nomi delle feste religiose: la Pasqua, la Pentecoste (fanno eccezione: il Natale, Ognissanti; i nomi di continenti, stati e province, citt e isole: Europa, Africa, Asia, Oceania; Francia, Italia, Austria; Lombardia, Toscana, Puglia; Roma, Milano, Napoli; Sicilia, Sardegna, Rodi . Fanno eccezione: il Belgio, il Brasile, il Cile, il Canad, il Per, l'Uruguay, il Venezuela, il Giappone, l'Egitto; il Molise, il Piemonte, il Veneto; il Cairo.

A parte queste indicazioni, la determinazione del genere dei nomi non segue regole fisse e quindi occorre affidarsi all'uso e consultare il vocabolario. I nomi si dicono mobili quando hanno una forma per il maschile e una per il femminile: bambino-bambina, maestro-maestra, attore-attrice, principe-principessa, poeta-poetessa. Si dicono invece di genere comune i nomi che hanno una sola forma per entrambi i generi, distinguibili dall'articolo o dall'aggettivo concordanti: il nipote-la nipote, il cantante-la cantante; bravo pianista-brava pianista. Di genere promiscuo sono detti i nomi per i quali la specificazione data dall'aggiunta dei determinanti maschio e femmina: la rondine maschio, la rondine femmina; il topo maschio, il topo femmina.

Il numero dei nomi Altra classificazione dei nomi riguarda il loro numero, per cui si distinguono in singolari e plurali. Il numero singolare indica una sola persona, un solo animale, una sola cosa: uomo, bue, tavolo. Il numero plurale indica pi persone, pi animali, pi cose: uomini, buoi, tavoli. Il plurale si forma cambiando la desinenza del singolare secondo le seguenti regole:

I nomi maschili che al singolare escono in a, e, o formano il plurale cambiando la desinenza in i: ad esempio, poeta-poeti, cane-cani, libro-libri. Restano eccezionalmente invariati al plurale vaglia, boia, barabba. I nomi femminili che al singolare escono in a formano il plurale in e: rosa-rose, casa-case. Fanno eccezione ala che al plurale fa ali e frutta che al plurale resta invariato: le frutta. I nomi femminili che al singolare escono in o e in e formano il plurale in i: mano-mani, rete-reti. Fa eccezione dinamo che al plurale resta invariato. I nomi, maschili o femminili, che escono al singolare in i, o in vocale accentata, o in consonante, hanno il plurale uguale al singolare: ad esempio, l'analisi, le analisi; il brindisi, i brindisi; la virt, le virt; il caff, i caff; lo sport, gli sport.

Nel quadro di questa regola generale occorre tuttavia tener presenti le seguenti particolarit:

I nomi in io hanno il plurale in i: studio, studi (ma tempio-templi). I nomi in o hanno il plurale in ii: zio-zii (fa eccezione dio-dei). I nomi in ie non variano al plurale: la barbarie, le barbarie; la specie, le specie. Fanno eccezione: moglie che fa al plurale mogli e superficie che fa tantosuperficie quanto superfici. I nomi in ca e ga conservono al plurale il suono gutturale (?): barca-barche; collega-colleghi. Fa eccezione Belga che al plurale maschile fa Belgi, mentre il plurale femminile regolarmente Belghe.

36

I nomi che al singolare escono in co e go, preceduti da consonante, conservono il suono gutturale: palco-palchi; gorgo-gorghi (fanno eccezione: porco-porci e chirurgo che pu fare tanto chirurghi quanto chirurgi ). I nomi in co, preceduto da vocale, hanno il plurale sia in ci (greco-greci, amico-amici), sia in chi (fuoco-fuochi, cieco-ciechi). I nomi terminanti in go, preceduto da vocale, fanno il plurale quasi sempre in ghi: mago-maghi, drago-draghi, profugo-profughi (ma fa eccezioneasparago-asparagi. I nomi di origine greca che terminano in ologo e ofago ammettono entrambe le forme o preferiscono quella con suono palatale (?) ologi, ofagi:astrologo-astrologi, teologo-teologi; filologo-filologi-filologhi; antropofago-antropofagi-antropofaghi (ma prologo-prologhi vanno scritti in questa forma). I nomi terminanti in ca, ga (con l'accento sulla ) fanno il plurale in ce, ge: farmaca-farmace, buga-buge. I nomi in cie, gie (senza l'accento sulla i) hanno il plurale in cie, gie, se davanti a tale desinenza c' una vocale; invece in ce, ge, se davanti alla desinenza c' una consonante: camicia-camicie, valigia-valigie; mancia-mance, scheggia-schegge.

Accanto alla normale pluralizzazione, vi sono nomi che hanno il singolare uguale al plurale e che sono detti invariabili. Altri nomi invece mancano del singolare o del plurale e si chiamano difettivi. I nomi con doppia forma al singolare o al plurale si dicono sovrabbondanti.

Nomi invariabili Restano invariabili al plurale: a) i nomi monosillabici, come re, gru, t; b) i nomi terminanti in i, come tesi, brindisi, analisi, crisi; c) i nomi uscenti in vocale accentata, come citt, virt, caff; d) i nomi in ie, come specie, serie (eccetto moglie, superficie, effigie); e) alcuni nomi maschili terminanti in a, come boia, vaglia, gorilla, paria, sosia, procaccia; f) i cognomi; g) certi nomi di altra lingua terminanti in consonante, come bar, gas, sport, film, lapis, fez, album; h) i nomi abbreviati, come foto, cinema, auto, radio, dinamo.

Nomi difettivi Sono difettivi del plurale: a) numerosi nomi astratti, come musica, giustizia, bont, superbia, schiavit, medicina, pittura (ma le pitture di Raffaello; le medicine contro la tosse vanno scritti in questa forma); b) i nomi di elementi chimici o di metalli: bario, cromo, alluminio, ferro (salvo che non assumano significati speciali: i bronzi di Riace, i ferri del mestiere); c) i nomi che designano tutto un genere di cose, come grano, pepe, miele, fame, sete, brio, senape; d) certi nomi collettivi, come copia, prole, plebe, roba, ciarpame; e) certi nomi di festa, come Natale, Pasqua, Pentecoste; f) i nomi propri maschili (tranne alcuni casi; per esempio, quando stanno ad indicare le opere di un autore, purch i nomi non terminino in a: i Tiziani, i Raffaelli, anche se fanno eccezione gli Andrea, i Luca). I nomi propri femminili possono assumere il plurale anche se finiscono in a: le Marie, le Claudie. Sono difettivi del singolare: a) i nomi che indicano oggetti composti di varie parti, come brache, mutande, calzoni, cesoie, forbici, tenaglie, occhiali, stoviglie, molle, srtie; b) i nomi di cose che si possono considerare soltanto al plurale, come adiacenze, vicinanze, dintorni, spiccioli, spezie, viveri; c) i nomi derivati da un plurale latino, come nozze, annali, calende, ferie, posteri, penati, esequie, tenebre.

37

NOMI SOVRABBONDANTI Hanno un doppio plurale: braccio bracci (di un fiume, di una croce) braccia (del corpo umano) calcagni (uso normale) calcagna (in senso figurato, come avere uno alle calcagna) cervelli (intelligenze) cervella (dell'uomo, degli animali) cigli (del fosso, delle strade) ciglia (degli occhi) corni (della luna, strumenti musicali) corna (degli animali) diti (es. i diti mignolo e anulare) dita (le cinque dita della mano) fili (dell'erba, del telefono,ecc.) fila (di una tela, del discorso, di una congiura) fondamenti (di una scienza) fondamenta (di un edificio) ginocchi (forma meno comune) ginocchia (di una persona) gomiti (anfratti, incurvature) gomita (dell'uomo) gridi (di una persona) grida (di tante persone) labbri (di un vaso, di una ferita) labbra (dell'uomo) lenzuoli (presi separatamente) lenzuola (il paio che si mette nel letto) membri (della famiglia, di una societ) membra (del corpo umano) muri (di una casa) mura (di una citt, oppure le mura domestiche)

calcagno

cervello

ciglio corno

dito filo

fondamento ginocchio gomito

grido labbro

lenzuolo membro

muro

38

osso

ossi (di un animale spolpato) ossa (di un animale vivo) risi (la pianta) risa (il ridere) urli (di una persona) urla (di tante persone)

riso urlo

Hanno un doppio singolare: arma, arme cavaliero, cavaliere destriero, destriere forestiero, forestiere mestiero, mestiere nocchiero, nocchiere scudiero, scudiere sparviero, sparviere armi cavalieri destrieri forestieri mestieri nocchieri scudieri sparvieri

Hanno una doppia forma, sia al singolare sia al plurale: frutto, frutta legno, legna frutti (di una pianta o del lavoro) frutta, frutte (che si servono a tavola) legni (quelli adoperati per lavorare) legna (quelle da ardere) orecchi (organo dell'udito) orecchie (in senso figurato: ad esempio, le orecchie del vaso) querci, querce

orecchio, orecchia quercia, querce

39

sorta, sorte strofa, strofe vesta, veste

sorti, sorte strofe, strofi veste, vesti

I nomi composti I nomi composti sono formati dall'unione di due parole: ad esempio, portalettere, capostazione. Essi, di regola, formano il plurale come se fossero semplici: ad esempio, pomodoro-pomodori, guardarobaguardarobe. Questa regola generale comporta parecchie eccezioni: a) i nomi composti da due sostantivi mettono di regola al plurale solo il secondo elemento:

Nomi composti singolare l'arcobaleno il cavolfiore il melograno la banconota la cartapecora il manoscritto la madreperla il terrapieno la ferrovia il tassametro plurale gli arcobaleni i cavolfiori i melograni le banconote le cartapecore i manoscritti le madreperle i terrapieni le ferrovie i tassametri

b) i nomi composti da capo e da un nome, quando il secondo elemento complemento (?) del primo, mettono di solito al plurale la voce capo: capoclasse-capiclasse, capostazione-capistazione, caposquadra-capisquadra (ma capocomico, capogiro, capoverso, capolavoro, capoluogo rientrano nella regola generale e fannocapocomici, capogiri, capoversi, capolavori, capoluoghi ); c) i nomi composti da un sostantivo e da un aggettivo (?) mettono al plurale entrambi gli elementi: cassaforte-casseforti, terraferma-terreferme, cartastraccia-cartestracce (fanno eccezione palcoscenico-palcoscenici, pianoforte-pianoforti); d) quando l'aggettivo precede il sostantivo, si mette al plurale il secondo termine: francobollo-francobolli, bassorilievo-bassorilievi, mezzogiorno-mezzogiorni (fanno eccezione mezzaluna-mezzelune, mezzanottemezzenotti, mezzatinta-mezzetinte; il purosangue, i purosangue restano invariati); e) i nomi composti da un verbo (?) e da un sostantivo al plurale restano naturalmente invariati: il lustrascarpe, i lustrascarpe; il paracadute, i paracadute; il cavatappi, i cavatappi; il portaombrelli, i portaombrelli; f) se il sostantivo al singolare, talvolta il nome composto resta invariato: il posacenere, i posacenere; il cacciavite, i cacciavite; il battistrada, i battistrada; il bucaneve, i bucaneve; il gabbamondo, i gabbamondo ; alle volte invece viene declinato: rompicollo-rompicolli, parasole-parasoli, parafango-parafanghi, battibecco-battibecchi; g) i nomi composti da due verbi o da un verbo e un avverbio (?) restano invariati al plurale: il parapiglia, i

40

parapiglia; il dormiveglia, i dormiveglia; il saliscendi, i saliscendi; il posapiano, i posapiano; h) i nomi composti da una parte invariabile del discorso (preposizione, avverbio) e da un sostantivo restano di solito invariati, ma non esiste una regola precisa: il doposcuola, i doposcuola; il dopolavoro, i dopolavoro; il senzatetto, i senzatetto. Ma il dopopranzo, i dopopranzi; la retrobottega, le retrobotteghe,ecc.

Nomi alterati Un nome si dice alterato quando vi si aggiunge un suffisso che ne modifica in parte il significato. I nomi alterati si distinguono in accrescitivi, diminutivi, vezzeggiativi, peggiorativi o dispregiativi. L'accrescitivo serve per indicare che una persona, animale o cosa pi grande del comune; e si forma aggiungendo alla radice del nome il suffisso -one per il maschile, e -ona per il femminile: omone, ragazzone, ombrellone, librone; fanciullona, casona. Il diminutivo d il senso di piccolezza della persona o cosa, e si forma con i suffissi -ino, -ello, -etto, per il maschile, e -ina, -ella, -etta, per il femminile: pensierino, gattina; pastorello, bambinella; uccelletto, fanciulletta. Talvolta, i suffissi del diminutivo possono dar luogo a un cambiamento di genere o di significato del nome alterato: scarpino da scarpa, tavolino da tavola; stanzino da stanza, bocchino da bocca, codino da coda; oppure a diminutivi spregiativi: poetino, pittorello, ometto. Altri suffissi, come -olino, -icello, -icciuolo, danno al nome un valore di diminutivo e di vezzeggiativo: pesciolino, venticello, festicciuola; mentre con i suffissi -icino, -ettino, -ottino si forma un diminutivo doppio: lume, lumino, lumicino; omo, ometto, omettino; giovane, giovanotto, giovanottino. Si pu fare il diminutivo anche, ma pi raramente, con suffissi come -otto, -otta, -uzzo, -uzza: leprotto, ragazzotta; labbruzzo, pietruzza. Il vezzeggiativo si forma con i suffissi -uccio, -uccia e serve per indicare simpatia, affetto: ad esempio, reuccio, fratelluccio; boccuccia, sorelluccia. Ma si possono usare anche i suffissi propri del diminutivo, poich le forme del diminutivo hanno talora un significato vezzeggiativo: ad esempio, mammina, nonnino, pesciolino, gattino. Il peggiorativo o dispregiativo serve per indicare che una cosa o persona pessima, o per esprimere verso la stessa un sentimento di disprezzo. I pi comuni suffissi per il peggiorativo dei nomi sono -ccio, stro, -nzolo, -icittolo, -colo: ragazzaccio, libraccio, febbraccia, donnaccia, poetastro, giovinastro, mediconzolo, mostriciattolo, maestrucola. E' bene tener presente che le varie alterazioni acquistano il loro significato nel vivo del discorso. Cos il diminutivo e il vezzeggiativo possono assumere significato peggiorativo: ad esempio, vestitino, vestituccio che indicano un vestito di poco prezzo, misero; poetuccio, un poeta da poco. In altri casi un accrescitivo pu avere il valore di un vezzeggiativo: ad esempio, bambinona, fanciullone, come pure un peggiorativo detto scherzosamente: ad esempio, maschiaccio riferito anche a una ragazza. Bisogna inoltre fare attenzione alle false alterazioni, cio a quei nomi che, pur avendo la stessa terminazione dei nomi alterati, non vanno confusi con essi. Cos, ad esempio: burrone non accrescitivo di burro, n montone di monte, n agone di ago; mattino non il diminutivo di matto, n mulino di mulo o lupino di lupo; merluzzonon il vezzeggiativo di merlo, e focaccia il peggiorativo di foca. Si notano con frequenza i nomi propri di persona alterati che talvolta, nell'alterazione, vengono abbreviati o modificati a tal punto da essere irriconoscibili. Esempi: Maria, Mariuccia, Marina, Marietta, Mariettina; Giorgio, Giorgino, Giorgetto, Giorgione; Giuseppe, Beppe, Beppino, Peppino; Carla, Carolina, Carletta, Carluccia, Carlotta, Carlottina; Elena, Lena, Lenuccia, Elenina; Francesco, Franceschino, Cesco, Cecchino, Cecco, Checco, Checchino , ecc.

Alcuni grammatici sogliono raggruppare i nomi in 4 declinazioni, secondo le loro varie desinenze:

la prima declinazione comprende tutti i nomi che nel singolare hanno la desinenza in a, e fanno il plurale in e se sono femminili, e in i se sono maschili: ad esempio, rosa, rose; profeta, profeti;

41

la seconda declinazione ha la desinenza in o per il singolare maschile o femminile, e i per il plurale maschile o femminile: ad esempio, prato, prati; mano, mani; alla terza declinazione appartengono i nomi che nel singolare hanno la desinenza in e, e nel plurale in i: ad esempio, fiore, fiori; pesce,pesci; ragione,ragioni; rete,reti; la quarta declinazione comprende i nomi che hanno uguale desinenza nel singolare e nel plurale, e sono: - i nomi maschili e femminili che terminano in vocale accentata (il caff, i caff; la trib, le trib); - i nomi maschili che terminano in consonante (il gas, i gas; lo sport, gli sport; il bar, i bar); - i nomi femminili che terminano in i (la crisi, le crisi; la tesi, le tesi); - i nomi femminili che terminano in o (la radio, le radio; la dinamo, le dinamo). I nomi che restano invariati al plurale si dicono indeclinabili.

LAGGETTIVO
L'aggettivo quella parte variabile del discorso che si aggiunge al nome per qualificarlo o per determinarlo meglio. A seconda della loro funzione, gli aggettivi si distinguono in qualificativi e determinativi. Aggettivo qualificativo L'aggettivo qualificativo esprime una qualit del nome al quale si aggiunge: ad esempio, casa grande, mare calmo, fiore profumato, bella ragazza, ecc. Esso concorda col nome nel genere e nel numero, e quindi ha una sua declinazione. Per la declinazione (?), l'aggettivo qualificativo si distingue in due classi: a) la prima classe comprende quegli aggettivi che hanno la desinenza o (singolare) ed i (plurale) per il maschile (buono, buoni; bello, belli), la terminazione a(singolare) ed e (plurale) per il femminile (buona, buone; bella, belle); b) la seconda classe formata dagli aggettivi qualificativi con la desinenza e (singolare) ed i (plurale) per tutti e due i generi (prato verde, collina verde; prati verdi, colline verdi ). Solo l'aggettivo pari fa classe a s ed invariabile come i suoi derivati ( dispari, impari). Nella formazione del plurale, gli aggettivi seguono generalmente le stesse regole dei sostantivi. I gradi dell'aggettivo qualificativo I gradi dell'aggettivo qualificativo sono tre: a) grado positivo quando l'aggettivo esprime una semplice qualit (bello); b) grado comparativo quando esprime un confronto tra due termini (pi bello, meno bello, tanto bello quanto...); c) grado superlativo quando esprime il grado massimo di una qualit (bellissimo, il pi bello). Il comparativo indica un confronto di uguaglianza, di superiorit o di inferiorit fra due termini. Si hanno dunque 3 specie diverse di comparativo:

comparativo di uguaglianza, quando la qualit espressa dall'aggettivo uguale nei due termini messi a confronto, e si forma con le particellecos...come, tanto...quanto o altre simili. Ad esempio: Sonia cos buona come Giovanna; Luglio tanto caldo quanto Agosto . Naturalmente, si possono mettere a confronto due qualit della stessa persona o cosa ( Stefano tanto forte quanto gentile; il diamante cos prezioso come raro ); come pure si pu omettere la prima particella correlativa, facile a sottindendersi: ad esempio, Stefano forte quanto gentile; il diamante prezioso come raro.

42

comparativo di maggioranza, quando la qualit espressa dall'aggettivo posseduta in grado maggiore dal primo termine di paragone, e si forma con le particelle pi...di, pi...che: ad esempio, Paolo pi buono di Sandro; Egli era pi astuto che intelligente ; comparativo di minoranza, quando la qualit espressa dall'aggettivo posseduta dal primo termine di paragone in grado minore, e si forma con le particelle meno...di, meno...che: ad esempio, Egli meno bravo di te; il tentativo meno utile che rischioso.

Nei comparativi di maggioranza o di minoranza, il secondo termine di paragone pu essere retto dalla preposizione (?) di o dalla congiunzione che; si adopera diquando segue un nome e che in tutti gli altri casi: ad esempio, la primavera pi bella dell'estate; Egli pi solito tacere che parlare . Il superlativo esprime il grado massimo di una qualit, e si distingue in 2 tipi:

il superlativo assoluto, quando il massimo grado della qualit espresso senza alcun paragone. Esso si forma aggiungendo al tema dell'aggettivo il suffisso -issimo: bellissimo, carissima, velocissimi, graziosissime; il superlativo relativo (di maggioranza e di minoranza), quando il massimo grado espresso con un paragone. Esso si forma premettendo l'articolo ( ?) al comparativo di maggioranza o di minoranza: ad esempio, Carlo il pi bravo della classe; Elisa la meno dotata tra le compagne .

I comparativi di maggioranza e di minoranza possono essere rafforzati da avverbi come molto, assai, troppo o attenuati da un po', alquanto: ad esempio, Luigi molto pi intelligente della sorella; Umberto un po' meno bravo del fratello. Il superlativo assoluto pu essere formato anche: a) premettendo alla parola avverbi quali molto, assai, oltremodo, sommamente, enormemente, estremamente, infinitivamente e simili: ad esempio, molto idoneo, assai vasto, oltremodo utile, sommamente valido, enormemente rischioso, ecc. b) per mezzo dei prefissi arci, stra, ultra, super, extra: arcinoto, straricco, ultrarapido, supersonico, extrapotente; c) ripetendo l'aggettivo: bello bello, bagnato bagnato, scuro scuro, ecc.: se ne andava bello bello; Carlo era bagnato bagnato; il padre torn a casa scuro scuro in volto; d) rafforzando l'aggettivo con un altro aggettivo che dia rilievo alla qualit: bagnato zeppo, ubriaco fradicio, stanco morto, ricco sfondato, ecc. Vi sono aggettivi con significato troppo preciso o specifico, per cui essi non possono avere n il grado comparativo n quello superlativo. Essi sono: a) quelli che indicano figure geometriche: quadrato, rotondo, rettangolare, triangolare; b) quelli che indicano la materia di cui una cosa formata: ligneo, bronzeo, aureo, argenteo, marmoreo; c) quelli che indicano nazionalit o cittadinanza: italiano, tedesco, romano, napoletano, asiatico, africano . Tuttavia, nel linguaggio parlato, accade talvolta di dire: mi sento pi italiano di te; uso sempre prodotti italianissimi; d) quelli che, per loro natura, hanno un significato superlativo e quindi non possono avere gradazione: eterno, enorme, immenso, infinito, colossale, gigantesco, immortale, sublime, eccezionale, unico, straordinario. I seguenti aggettivi formano il superlativo assoluto alla maniera latina:

a)

b)

43

acre celebre integro misero salubre

acerrimo celeberrimo integerrimo miserrimo saluberrimo

benefico benevolo maledico malevolo munifico

beneficentissimo benevolentissimo maledicentissimo malevolentissimo munificentissimo

Nel linguaggio comune per, al posto delle predette forme, si usa la circonlocuzione con un avverbio (?): ad esempio, molto celebre, molto benefico, ecc.

Per alcuni aggettivi la forma del comparativo e del superlativo si ricava da una analoga forma del latino. Essi sono:

buono - migliore - ottimo cattivo - peggiore - pessimo grande - maggiore - massimo piccolo - minore - minimo alto - superiore - sommo basso - inferiore - infimo
I primi quattro aggettivi hanno anche le forme regolari del comparativo e del superlativo: pi buono buonissimo, pi cattivo - cattivissimo, pi grande - grandissimo, pi piccolo - piccolissimo. La scelta tra le forme organiche e quelle regolari spesso dipende da ragioni stilistiche.

I seguenti comparativi e superlativi, di derivazione latina, mancano del grado positivo:

superiore - supremo (o sommo) inferiore - infimo (raro imo) esteriore - estremo interiore - intimo

44

anteriore citeriore posteriore - postremo (postumo) ulteriore - ultimo

Le prime quattro coppie sono talvolta usate come comparativo e come superlativo di basso, alto, esterno, interno. Gli altri aggettivi vengono adoperati con significati speciali: la Gallia citeriore (di qua dalle Alpi), la Gallia ulteriore (al di l dalle Alpi), opera postuma (pubblicata dopo la morte dell'autore). Oggi assai diffuso l'uso di superlativi di sostantivi, e perfino di nomi propri: campionissimo, finalissima, veglionissimo, Fernandissima, Vandissima, ecc. Si raccomanda per di non farne abuso e di lasciarne l'uso al linguaggio giornalistico o familiare. Alterazioni dell'aggettivo qualificativo Anche l'aggettivo qualificativo pu, al pari del nome, avere forme alterate mediante suffissi: piccolino, piccoletto, pigrone, pigraccio, biancastro, nerastro , ecc.

Aggettivo determinativo Gli aggettivi che, nei riguardi del nome, precisano il possesso, la posizione, la quantit o il numero si distinguono in: possessivi, dimostrativi, numerali, indefiniti. Aggettivi possessivi Gli aggettivi possessivi indicano l'appartenenza di un oggetto (o di un essere) e contemporaneamente il possessore; essi sono:

mio - mia - miei - mie tuo - tua - tuoi - tue suo - sua - suoi - sue nostro - nostra - nostri - nostre vostro - vostra - vostri - vostre loro altrui

I due ultimi aggettivi restano invariabili in tutti i generi e numeri. Gli aggettivi mio e nostro si riferiscono alla persona o alle persone che parlano; tuo e vostro alla persona o alle persone che ascoltano; suo e loro alla persona di cui si parla (terza persona). Altrui significa che la cosa espressa dal nome appartiene ad altri. Tra gli aggettivi possessivi si colloca proprio (propria, propri, proprie) che usato da solo sempre di terza persona: Egli ha scontato la propria colpa. Sono tornati alla propria casa . Talvolta, per, "proprio" pu unirsi a possessivi di tutte le persone per rafforzarli: L'ho udito con le mie proprie orecchie. Si rovinato con le sue proprie mani.

Particolarit a) L'articolo (?) si omette: - davanti all'aggettivo possessivo singolare che accompagna un nome di parentela pure al singolare, non alterato e non accompagnato da altro aggettivo: ad esempio, mio nonno, nostra sorella (ma i suoi fratelli, il mio nonnino, la sua cara sorella vanno scritti in questa forma). Mamma, pap e babbo vogliono sempre

45

l'articolo: il mio babbo, la mia mamma; - davanti ad un sostantivo in funzione appositiva (?): Luigi, mio amico, stato promosso; - in diverse locuzioni preposizionali (?): a nostro favore, a suo piacimento, a nostra discrezione, a vostra insaputa, per nostra fortuna, di sua spontanea volont, per colpa sua, ecc. b) L'aggettivo possessivo si omette: - con i nomi che indicano parti del corpo, che si riferiscono al soggetto: Mi cadono le braccia (e non le mie braccia); - quando vi un pronome che indica gi il possessore: Gli hanno rubato la patente. Mi fa male la testa. Le hanno rubato la borsetta.. c) Spesso si adopera nostro per indicare una persona cara, oppure la persona o la cosa di cui ci stiamo occupando, per non ripeterne ogni volta il nome: ad esempio, ecco il nostro padre Cristoforo; oppure in un'opera dedicata al Manzoni, si dir: come dice il nostro nei suoi Promessi Sposi. d) L'aggettivo possessivo, invece che possesso, pu indicare pertinenza, confronto, somiglianza: ad esempio, fallo per amor mio (cio per amore tuo verso di me); ci puoi andare tu in vece mia (o in mia vece); da un par suo (cio simile a lui) c' da aspettarsi di tutto. e) I possessivi di terza persona suo, sua, suoi, sue si riferiscono di regola soltanto al soggetto della proposizione; quando si debbono riferire ad altra persona con funzione diversa dal soggetto, si sostituiscono con di lui, di lei, di loro: ad esempio, Si trasse l'anello dal suo dito e lo mise sul dito di lei. Quando non vi pu essere equivoco sulla persona a cui il possesso si riferisce, si possono usare le forme suo, sua, suoi, sue: ad esempio, Sono andato dal mio amico Giulio per complimentarmi della sua promozione.

L'aggettivo dimostrativo Indica un essere o una cosa nel suo rapporto di vicinanza o di lontananza nello spazio e nel tempo. I pi comuni sono:

questo - questa - questi - queste codesto - codesta - codesti - codeste quello (quel) - quella - quelli (quegli, quei) - quelle stesso - stessa - stessi - stesse medesimo - medesima - medesimi - medesime Questo indica un essere o una cosa vicina a chi parla; codesto indica, invece, un essere vicino a chi ascolta e lontano da chi parla; quello indica un essere lontano da chi parla e da chi ascolta. Esempi: Ti regalo questo libro; Dammi codesta rivista; Guarda l quel palazzo . Stesso e medesimo indicano identit, somiglianza oppure servono a rafforzare un sostantivo: Marco ha la mia stessa et; Sono arrivati con lo stesso treno; Ho avuto la medesima idea. Altri aggettivi dimostrativi, con valore propriamente di qualit, sono: tale, quale, cotale, siffatto, cosiffatto : Tali cose non si fanno; Non si dimenticano tali torti; Quale regalo sceglie?; Con gente siffatta inutile discutere.

Particolarit Anche gli aggettivi dimostrativi possono lasciare sottintendere un nome determinato, e specialmente il nome (?) generico cosa, come nelle frasi : questa grossa, sentite questa, questa non te la perdono; oppure lasciano sottintendere i nomi ora, volta, come nella frase : non ancora quella buona; oppure il nome territorio, come nella frase : vive in quel di Napoli, si aggira in quel di Milano. L'aggettivo quello si adopera in senso diverso dal solito nei casi seguenti: a) chiamando una persona con un nome generico anzich col nome proprio: ad esempio, Quel signore, per favore, potreste dirmi dov' il municipio? b) dopo essere e parere nel senso di non essere pi lo stesso: ad esempio, Da quando caduto non stato pi quello;

46

c) per dare maggior risalto alla cosa o alla persona da determinare: ad esempio, L'ho cercato per tutto quel giorno. Che tipo strano, quel tuo amico!

Aggettivi numerali Gli aggettivi numerali determinano la serie naturale dei numeri ( cardinali) o l'ordine di successione (ordinali). I numeri cardinali sono costituiti dalla serie compiuta dei numeri interi: uno, due, tre, ecc. Si dividono a loro volta in unit (dall'uno al nove), decine (dal dieci alnovanta) e migliaia (dal mille in su). Mille migliaia formano un milione, mille milioni un miliardo, mille miliardi un bilione. I numeri cardinali sono scritti secondo i 9 segni delle cifre arabe, cos chiamate perch introdotte in occidente dagli Arabi durante il Medioevo. Gli Arabi a loro volta avevano appreso questi segni in India. Prima delle cifre arabe erano usati i numeri romani (I, II, III, ecc.) che ora servono per i numerali ordinali.

Particolarit

I numeri cardinali sono tutti invariabili, tranne uno che fa al femminile una, e mille che ha il plurale mila (duemila, diecimila, centomila). Uno preposto ai nomi viene troncato ed eliso secondo le regole dell'articolo indeterminativo (?): un cavallo, un ettaro, uno scudo, una scuola, un'automobile. I composti con uno (ventuno, trentuno, ecc.) seguiti da un sostantivo ammettono il singolare: ventun cavallo (o cavalli), trentuna banana (o trentun banane). Il sostantivo va al plurale quando accompagnato da un articolo o da un aggettivo: i ventun cavalli, trentun soldati coraggiosi, le ventun(o) allieve. Le decine da venti in poi unite a uno ed a otto troncano la vocale finale: ventuno, ventotto, cinquantuno, centotrentotto. Questo troncamento si pu usare anche con cento: centuno, centotto (o centouno, centootto), ma non con mille: milleuno, milleotto. I numeri complessi si scrivono solitamente uniti: centosettantatr, millecinquecentonovanta. Questa regola non vale per i multipli del milione e delmiliardo: cinque milioni, quattro miliardi, due bilioni. Un milione, un miliardo, un bilione, ecc. sono sostantivi. Quindi si dir: un milione di euro, due miliardi di dollari. Se questi numerali-sostantivi sono seguiti da altri numeri (aggettivi), si omette la preposizione: un milione trecentomila euro.

Uso dei numerali cardinali 1) I numeri cardinali di solito precedono il sostantivo: sette giorni, un libro di trecento pagine, sono stati ristrutturati dieci appartamenti. Si pospongono nel linguaggio burocratico, commerciale ed in altri casi: Vi abbiamo spedito lattine venti di olio e bottiglie cinquanta di vino. Il giorno cinque di aprile verr a trovarti. 2) Talvolta i numerali acquistano valore indefinito: ad esempio, due passi (cio pochi passi); mille parole (tante parole); cento volte (spesso); quattro gatti (poche persone). 3) Il numerale cardinale, se preceduto dall'articolo indeterminativo, acquista valore approssimativo: Alla manifestazione hanno partecipato un trecento operai. Mio zio avr ora un cinquant'anni. Il tuo anello potr valere un cinquemila euro. 4) I numerali cardinali servono anche a indicare: a) le ore e le date: Sono le undici passate. Verr fra venti minuti. L'Epifania cade il sei gennaio . Se sono accompagnati dai nomi anno, giorno o d, ora, questi vanno sempre posti innanzi al numerale: ad esempio, alle ore venti; il giorno cinque di marzo; l'anno duemila . Anno e giorno si mettono per lo pi al singolare; se si tratta invece di anni di et, il nome anni si mette dopo il numero e sempre al plurale se il numero superiore a uno: ad esempio, ha quindici anni, ventisei anni. Il nome ora va sempre al plurale: le

47

ore sei, e persino le ore una. b) le pagine di un libro: Apri a pagina 120; c) i numeri delle case, delle camere di un albergo, delle cabine di una nave: Abito al numero 12 di via Abruzzo. Ho prenotato la camera 203 dell'albergo Bellavista. Ho disdetto la cabina 12 per prendere la numero 20; d) il secolo: ad esempio, il secolo decimoquarto; e anche quando si tratti di indicare i secoli seguenti: il Duecento (secolo XIII); il Trecento (sec. XIV); il Quattrocento(sec. XV); il Cinquecento (sec. XVI); il Seicento (sec. XVII); il Settecento (sec. XVIII), ecc. In questi casi i numeri cardinali sono sostantivati e vogliono sempre l'iniziale maiuscola. 5) I numeri cardinali vengono spesso sostantivati: ad esempio, una vecchietta sui novanta; ha passato i quaranta; uno sconto del venti per cento; uscito finalmente ilnove. 6) I numeri cardinali si fanno collettivi, premettendo loro l'espressione tutti: ad esempio, tutti e sei, tutti e dieci; e anche distributivi, raddoppiandoli e premettendo a ognuno dei termini la preposizione a, o frammettendo tra il primo e il secondo termine la preposizione per: ad esempio, a uno a uno, a due a due, a tre a tre; oppure due per due, tre per tre

I numeri ordinali Indicano l'ordine di successione di una serie e sono aggettivi variabili come i qualificativi della prima classe. I primi dieci numeri ordinali hanno ciascuno una forma particolare derivata dal latino, e sono: primo, secondo, terzo, ecc. Gli ordinali che corrispondono ai cardinali undici e dodici hanno tre forme diverse: undicesimo, undecimo, decimoprimo; dodicesimo, duodecimo, decimosecondo . Quelli che corrispondono ai cardinali daltredici al diciannove hanno due forme: tredicesimo, decimoterzo; quattordicesimo, decimoquarto, ecc. Le decine venti, trenta, quaranta, ecc. hanno pure due forme:ventesimo, vigesimo; trentesimo, trigesimo; quarantesimo, quadrigesimo ; ecc. Per indicare in cifre gli ordinali, si usano i numeri romani, ma si pu anche far uso delle cifre arabe con la desinenza del genere come esponente (1, 2...10 rispettivamente 1^, 2^...10^): 2 battaglione o II battaglione, 3^ lezione (o II lezione o lezione II). Gli ordinali si usano per indicare le divisioni di un'opera o il numero di una serie, di una fila, ecc.: capitolo secondo, atto terzo, canto quinto, classe quinta, fila seconda(o seconda fila). Il numero ordinale generalmente precede il sostantivo: il primo arrivato; la quinta sinfonia; abitiamo al terzo piano; stavano in quinta fila. Ma si trova posposto nelle successioni di regnanti e di papi: Federico II, Luigi XVI; Giovanni XXIII, Benedetto XVI. In questo caso si adoperano unicamente le cifre romane. Gli ordinali vengono spesso sostantivati: frequenta la quinta (classe), aspetta un secondo (un minuto secondo), ha ingranato la prima (marcia), ho bevuto un quarto (di litro) di vino. Vengono inoltre usati nelle frazioni (due terzi, sette noni, cinque decimi, venti centesimi).

Altri numerali 1) I moltiplicativi sono quelli che moltiplicano una quantit: doppio, triplo, quadruplo, quintuplo, sestuplo , e anche: duplice, triplice, quadruplice, quintuplice, sestuplice ), ecc. Doppio, triplo, ecc. indicano una quantit due, tre o pi volte maggiore di un'altra; duplice, triplice, ecc. indicano che una cosa costituita di tante parti uguali a un'altra. Spesso, per, fra le due forme non vi differenza di significato: Ho avuto un doppio incarico oppure un duplice incarico; documenti in doppia copia o in duplice copia. 2) I numerali frazionari indicano le frazioni di un numero e sono formati da un ordinale che indica in quante parti stato diviso l'intero, e da un numero cardinale che indica quante di queste parti debbono essere prese in considerazione; il numero cardinale precede sempre l'ordinale: ad esempio, un quarto, due quinti, tre ottavi, ecc. Una met o un mezzo sono invariabili quando seguono il nome: un'ora e mezzo, due sterline e mezzo, alle sei e mezzo. Ma una mezza sterlina; due mezze giornate di lavoro vanno scritti in questa forma.

48

3) I collettivi indicano un insieme numerico di persone o di cose. Sono ambo, entrambi, ambedue, che significano tutti e due. Ambo e ambedue sono invariabili. Entrambi fa al femminile entrambe: ad esempio, ambo le braccia, ambedue le ragazze; entrambi i fratelli, entrambe le sorelle. Sono letterarie le forme ambi e ambe: d'ambi i lati c'erano due file di banchi; si fer ambe le mani . Alcuni grammatici mettono in questa categoria anche paio, coppia, decina, dozzina, ventina, trentina, novantina, centinaio (plurale le centinaia), migliaio (plurale le migliaia), ma questi sono sostantivi e non aggettivi.

4) I distributivi sono locuzioni formate dall'unione dei numeri cardinali con le preposizioni a e per: ad uno ad uno, uno per uno, a due a due, due per due, ecc. Oppure:uno per volta, uno alla volta, due alla volta, ecc.: ad esempio, Marciavano in fila per tre. Uscire a due a due. Distribuire tre cioccolatini per uno . Numerosi sono, infine, i derivati dai numerali: decametro, chilometro, miriametro; decagrammo, ettogrammo, chilogrammo; decalitro, ettolitro; millimetro, centimetro, decimetro; biennale, triennale; dodicenne, ventenne, novantenne; settuagenario, ottuagenario, centenario ecc.

Aggettivi indefiniti Indicano la qualit e la quantit in modo indeterminato. Ecco le principali forme:

qualit

qualunque qualsiasi qualsivoglia altro qualche ogni alcuno ciascuno taluno nessuno altro poco, troppo, molto alquanto, parecchio, tutto

quantit

Ogni, qualche, qualunque sono invariabili, con una forma unica per i due generi. Molto e poco hanno il superlativo assoluto moltissimo, pochissimo, ma non il comparativo: dire pi molto, pi poco sarebbe un grave errore. Molto, poco, parecchio, troppo, alquanto, tanto possono essere usati come avverbi: E' una persona tanto bella quanto buona; Sono libri molto istruttivi; Stefano studia poco; Si fa troppo tardi .

Particolarit nell'uso dell'aggettivo In linea generale l'aggettivo, sia predicativo che attributivo, concorda nel genere e nel numero con il nome (?) a cui si riferisce. Quando lo stesso aggettivo si riferisce a pi sostantivi, l'accordo si fa nei seguenti modi:

se i sostantivi sono dello stesso genere e di numero plurale, l'aggettivo si accorda nel genere ( ?) e si mette al plurale;

49

se i sostantivi sono dello stesso genere e di numero singolare, l'aggettivo concorda nel genere, mentre il numero pu essere singolare o plurale: possiedo una casa e una villa moderna (o moderne); ho comprato un cappotto e un abito nuovo (o nuovi); se i due o pi sostantivi sono di genere diverso, distinguiamo due casi a seconda che l'aggettivo funga da predicato (?) o da attributo (?): a) se l'aggettivo predicativo, si mette al plurale maschile: la rosa e il garofano erano profumati; gli anelli e le collane sono molto belli ; b) quando l'aggettivo fa da attributo (?), si accorda generalmente col sostantivo pi vicino oppure si mette al plurale maschile: abbiamo acquistato libri e riviste interessantissime (o interessantissimi); abbiamo trovato tavoli e sedie rotte (o rotti). Quando l'aggettivo precede, la concordanza si fa sempre con il sostantivo pi vicino: bellissime case e palazzi; immensi boschi e foreste. Se ad un sostantivo plurale si riferiscono pi aggettivi, essi si mettono al plurale quando tutti si riferiscono a tutta intera l'idea espressa dal sostantivo: ad esempio, le cose terrene e caduche; ma vanno invece messi al singolare quando ciascuno di essi indica una parte distinta del sostantivo: ad esempio, I popoli, cinese, giapponese, indiano e coreano; i dizionari italiano, francese, inglese. Se i due sostantivi sono congiunti da o, l'aggettivo pu concordare con il nome pi vicino: un figlio o una figlia affettuosa (o affettuosi). Riguardo alla collocazione dell'aggettivo, la regola generale che l'aggettivo si pospone al nome quando ha molta importanza e deve essere notato da chi legge; esso si antepone, invece, quando l'attenzione deve essere posta pi sul nome che sull'aggettivo. Quindi si antepone ogni volta che ha senso generico oppure quando esprime una qualit essenziale del nome: ad esempio, il caro amico, la lunga attesa, il buon pastore, il biondo Tevere. Infatti, invertendo i termini, si avverte subito un valore pi intenso dell'aggettivo: l'amico caro, l'attesa lunga, il pastore buono, il Tevere biondo . L'aggettivo si pospone invece: a) con i nomi propri, quando un appellativo d'onore o quando serve a distinguere un personaggio da altri con lo stesso nome: Filippo il Bello, Ludovico il Moro, Alessandro il Grande, Carlo il Temerario; b) quando indica una qualit di forma, colore e simili che serve a distinguere specie dello stesso genere: i capelli biondi, i capelli neri, l'aceto balsamico, il vino spumante, la tavola rotonda o la tavola quadrata; c) quando deriva da nomi propri di paesi e di citt: lingua italiana, grammatica francese, marinai liguri; d) quando accompagnato da complementi: giardino ricco di fontane, atleta famoso per le tante vittorie.

Taluni aggettivi assumono un significato diverso se sono collocati prima o dopo il sostantivo: es. buon uomo - uomo buono; libero docente - docente libero; numerose famiglie - famiglie numerose; certa notizia - notizia certa; buona societ - societ buona; puro latte - latte puro. L'aggettivo, inoltre, pu essere sostantivato, sia che si usi come nome astratto (il vero, il bello), sia che si sottintenda semplicemente il nome a cui esso si riferisce: ad esempio, il direttissimo (treno); la scorciatoia (via); il bianco, il rosso, il verde (colore); il tedesco, il francese, l'italiano (idioma). Gli aggettivi che indicano una qualit del carattere di una persona, di una categoria di persone o gli abitanti di un paese sono usati spesso come nomi: il giusto, l'onesto, il vile, il prode; i dotti, i sapienti, i buoni, i giusti, i malvagi; un Tedesco, un Francese .

50

Gli aggettivi sostantivati che indicano patria o nazione, citt o regione vogliono sempre l'iniziale maiuscola; la vogliono minuscola se restano semplici aggettivi: il popolo napoletano, un Napoletano; le ragazze spagnole, le Spagnole. L'aggettivo sostantivato pu essere determinato a sua volta da un altro aggettivo: la povera inferma, il malato immaginario, la bisbetica domata, i soliti ignoti, il burbero benefico.

IL PRONOME PERSONALE
Il pronome parte variabile del discorso che fa le veci del nome ( ?). Esso si distingue in personale, possessivo, dimostrativo, relativo, indefinito. Il pronome personale indica la persona che parla (1a persona), quella a cui si parla (2a persona) e quella di cui si parla (3a persona). Ha, inoltre, forme di due specie: - forme soggettive che servono per il soggetto (io, tu, egli, ecc.); - forme oblique che servono per i complementi diretti e di termine (me, te; mi, ci, ecc.). Tra le forme oblique o complementari si distinguono poi le voci toniche che di solito seguono un verbo (ha chiamato me), da quelle atone che di solito lo precedono (miha chiamato). Ecco uno specchietto dei vari pronomi personali: Soggetto forma tonica Complementi (?) forma atona

maschile
I pers. II pers.

femminile maschile
io tu

femminile maschile
me te

femminile
mi ti

egli
III pers.

ella lui essa esso

lei lo essa gli ne

la le ne
ci vi

esso

I pers. II pers.

noi voi

noi voi

essi
III pers.

esse loro essi

loro li esse ne

le ne

Uso dei pronomi personali Egli serve come pronome di persona, esso sostituisce un nome di animale o cosa; invece fra ella ed essa non si osserva pi la stessa netta differenza. La formaessa viene sempre pi adoperata per accennare a persone: ad esempio, Ho parlato con la segretaria; essa (o ella) mi ha assicurato che la mia domanda stata accolta. Lui, lei, loro si possono usare nei seguenti casi.

51

a) Quando si vuol dare uno speciale rilievo al soggetto ( ?); in questo caso il pronome collocato abitualmente dopo il verbo (?) (l'ha detto lui; ho chiamato proprio lei; sono state loro a chiamarmi). Quando svolgono una funzione soggettiva; in questo caso, i pronomi personali si preferiscono dopo anche, neanche, nemmeno, pure, neppure (anche loro, neppure lui, nemmeno lei). Inoltre, sempre in funzione soggettiva, ai pronomi personali si ricorre spesso nell'uso quotidiano e familiare (lui mi ha detto che verr, leinon ha parlato, loro sostengono di non sapere nulla). b) Quando svolgono la funzione di predicato (?), dopo i verbi essere, sembrare, parere e simili: non sembra pi lui. c) Quando vi sia opposizione tra due soggetti: lui dice di s, e lei di no; loro studiano, e lui si diverte. d) Dopo come, quanto (a cui segue un secondo termine di paragone): siete distratti come lui; sono soddisfatta quanto lei. e) Quando il pronome sta da solo: Chi stato? - Lui. f) Nelle esclamazioni: beato lui! felice lei! fortunati loro! Il pronome personale soggetto pu essere rafforzato al singolare ed al plurale da stesso, stessi: io stesso, tu stesso, egli stesso, ella stessa, noi stessi, ecc.; solo al plurale da altri, in unione con noi, voi (noi altri, voi altri). Le forme oblique accentate me, te, s, noi, voi, lui, lei, loro servono per il complemento oggetto e, precedute da preposizioni (?), per gli altri complementi (?): ad esempio, loda proprio me, ama lei, biasima lui, parla di te, giocavano con noi, preoccupato per voi, vado con loro . Le forme noi e voi sono comuni al soggetto ed ai complementi: noi non abbiamo nulla da aggiungere; hanno parlato di noi e di voi. La forma s si usa in funzione di complemento diretto (?) o indiretto (?) solo se riferita al soggetto della proposizione; altrimenti, si usano le forme lui, lei, loro, specie quando si vuole indicare azione reciproca: egli non pensa che a s; vidi che parlavano fra loro (azione reciproca). Le forme complementari toniche (come gi quelle soggettive) si possono rafforzare con l'aggettivo stesso: parlavo con me stesso; lo ama come s stesso (anche senza l'accento: se stesso che la forma pi corretta perch l'accento superfluo, data l'impossibilit di fraintenderne il significato); loro stessi me l'hanno detto. Le forme me, te, s possono unirsi con la preposizione con, formando le parole composte meco, teco, seco, il cui uso va tuttavia per scomparendo: vieni meco; il Signore teco; volevano portarmi seco. Le forme non accentate mi, ti, si, ci, vi, si si usano senza preposizione e servono per il complemento oggetto e per quello di termine; le forme lo, la, li, le si usano soltanto come complemento oggetto, e gli, le soltanto come complemento di termine. Esempi: a) complementi oggetto (?): mi aspetta, ti ha sentito, ci hanno visto, si lodano, lo (la, li, le) vedo stasera; b) complementi di termine (?): mi ha telefonato, ti ha scritto una lettera, vi hanno risposto, le ha promesso un regalo, gli ha chiesto un passaggio. Le forme atone del pronome personale, ad eccezione di loro, precedono il verbo finito (come si pu vedere negli esempi sopra riportati), e sono dette proclitiche. Unite invece all'infinito (?), al participio (?), al gerundio (?), all'imperativo affermativo (?) e all'avverbio (?) ecco, le particelle pronominali seguono il verbo, e diventanoenclitiche: ad esempio, desidero vederti, sono sceso a salutarvi, per fartelo sapere, dateci del tempo, gioii vedendoli, dagli da mangiare, dimmi cosa vuoi, perdonami, eccoci arrivati, eccomi pronto a partire . Dopo gli imperativi tronchi di', da', fa', sta', va' (che significano "dici", "dai", "fai", "stai", "vai") i pronomi raddoppiano la consonante iniziale (?), ad eccezione di gli:dimmi, dalle, fatti, vacci, ecc. Ma dagli, digli, fagli vanno usati in questa forma. Le particelle pronominali mi ti, si,ci, vi,si - quando si accompagnano a verbi la cui azione si riflette sullo stesso soggetto, si chiamano pronomi riflessivi: ad esempio,io mi lodo, tu ti lodi, egli si loda ecc.

Raggruppamenti di particelle pronominali Le particelle pronominali mi, ti, si, ci, vi, seguite dalle forme atone lo, la, li, le, ne, cambiano la i finale in e; gli cambia in glie (maschile e femminile) e si unisce al pronome seguente: me lo raccomand, te lo prometto, me ne disse di tutti i colori, ce lo siamo dimenticati, se ne sono scordati, gliele ho cantate chiare, gliene disse tante e poi tante; diglielo, dacceli subito, eccotele, non posso dirvelo, dagliene tante, desideriamo informarcene, possiamo dircelo francamente . Con i verbi servili potere, dovere, volere, sapere che precedono un infinito, permessa la costruzione

52

enclitica o proclitica: Non voglio dirtelo - non te lo voglio dire Posso dirtela - Te la posso dire Devo farcela - Ce la devo fare Anche per le forme atone semplici vale la stessa regola: Voglio farti un favore - Ti voglio fare un favore Presto sapr informarvi - Presto vi sapr informare Domani andr a trovarle - Domani le andr a trovare

Usi particolari di alcuni pronomi personali Le forme soggettive del pronome personale io, tu, egli, ella, noi, voi, essi, esse si omettono quando possono essere sottintese senza creare confusione: ad esempio, studio, mangiamo, lavorate. Tuttavia devono essere espresse: a) per dare maggiore rilievo alla persona: ad esempio, Ah, Piero, tu mi rovini tutto il ben fatto! Ve lo dico io, e basta! E siete voi che dite queste cose, proprio voi? b) quando sottinteso il verbo (?): ad esempio, io ricco, io sano; c) se la voce del verbo tale da poter creare equivoco sulla persona: ad esempio, che io sia, che tu sia, che egli sia; che io fossi, che tu fossi. Nelle comparazioni, al posto delle forme soggettive io, tu, egli, essi, si adoperano le forme oggettive me, te, lui, loro dopo gli avverbi come, quanto: ad esempio, Egli bravo quanto te; Franco alto come me. Per rafforzare il pronome io, si aggiunge ad esso l'espressione per me: ad esempio, Io, per me, sono contrario a certe manifestazioni. A noi ed a voi si aggiunge l'aggettivo altri o altre, per separare una classe di persone da altre: ad esempio, Noi altri abruzzesi siamo forti e gentili. Voi toscani avete un dolce parlare. Il pronome riflessivo s si usa in funzione di complemento diretto (?) o indiretto (?) soltanto se riferito al soggetto della proposizione (?); altrimenti, si usano le formelui, lei, loro (quest'ultima preferita per indicare azione reciproca): ad esempio, La mamma lo volle con s; Sembravano usciti fuor di s; Piero parlava tra s e s; invece: La mamma volle che il bambino andasse con lei; Se lo incontro mi confider con lui; Vidi che gli amici parlavano tra loro. Nel parlare o scrivere a persona di riguardo o con la quale non si in confidenza, si usano il Lei (forma pi nobile Ella) ed il Voi. Al plurale si adoperano voi e pi raramente loro. Il discorso si accorda nel genere e nel numero alla persona o alle persone con cui si parla: ad esempio, Lei, signor professore, molto benevolo verso di me. Mi avevano detto, signorina, che lei era partita . Nel caso si usino Eccellenza, Altezza, Maest, Santit e termini simili, la concordanza va fatta con il titolo e non con la persona reale: Vostra Maest molto cara al suo popolo. Vostra Santit generosa e magnanima. Quando si tratta una persona con il voi, tutti i verbi vanno naturalmente al plurale; ma il participio e gli attributi restano al singolare maschile se si parla ad un uomo ed al singolare femminile se si parla ad una donna: Voi, Stefano, non vi sentite appagato. Voi, Alberta, siete troppo generosa con gli altri. Rivolgendosi a familiari ed a persone intime, si user sempre il tu per il singolare e il voi per il plurale. Nota: nella preghiera, rivolgendosi a Dio, alla Vergine e ai Santi, si usa il tu. Un sovrano o altro potente, parlando di se stesso, usa il plurale Noi (Plurale maiestatis, cio Plurale di maest): Noi, Re d'Italia, decretiamo... ; Noi, Benedetto XVI, eleviamo a Dio il pensiero. Il plurale usato a volte da oratori, scrittori, scienziati, ecc. pu assumere valore di modestia (Plurale di modestia): Noi avvertiamo i lettori... Il plurale pu essere usato anche con riferimento ad una sola persona, con ironia (Plurale di ironia): Come siamo eleganti! Sempre riferito a una persona sola, esso pu essere utilizzato con un diverso intento, cio con benevolenza (Plurale di benevolenza): L'abbiamo fatta franca!

53

I pronomi possessivi indicano l'appartenenza di un oggetto (o essere) e contemporaneamente il possessore. Hanno le stesse forme degli aggettivi (?) mio, tuo, suo, nostro, vostro, loro, altrui, proprio che, invece di essere accompagnati da un nome, ne fanno le veci. Essi si declinano come gli aggettivi possessivi corrispondenti: i nostri libri e i vostri; distinguere il mio dal tuo. Va notato che, mentre l'aggettivo possessivo in alcuni casi pu fare a meno dell'articolo, il pronome possessivo richiede sempre l'articolo (?), soprattutto quando si vuol far rilevare un contrasto e quando il pronome, usato in forma assoluta, ha valore di sostantivo: tu ami tua madre ed io la mia, tuo padre si incontrato col mio; il mio(ci che posseggo) a tua disposizione, non desidero il tuo danaro perch mi basta il mio. I pronomi possessivi possono riferirsi a persone oppure a cose sottintese generalmente note: in risposta alla tua (lettera), essere dalla mia (parte), uno dei nostri(compagni, amici), vive del suo (avere), salutami i miei (familiari).

I pronomi dimostrativi si possono raggruppare in due categorie: 1) Quelli che hanno forme eguali agli aggettivi dimostrativi (?), dai quali si distinguono per il fatto di non essere accompagnati dai nomi. Le forme uguali a quelle dei corrispondenti aggettivi sono: questo, codesto, quello, stesso, medesimo, tale, quale, cotale, siffatto . Questi pronomi si declinano come i corrispondenti aggettivi e, per quanto attiene alla differenza tra questo, codesto e quello, vale ci che stato detto a proposito degli aggettivi di uguale forma; cio che questo indica persona o cosa vicina a chi parla, codesto indica persona o cosa vicina a chi ascolta, e quello indica persona o cosa lontana da chi parla e da chi ascolta. Bisogna soltanto aggiungere che, quando questo e quello sostituiscono nomi gi indicati nel discorso, questo si riferisce al nome indicato per ultimo e quello si riferisce al nome indicato per primo: ad esempio, ho in casa un cane e un gatto: questo di razza siamese, quello un alano. 2) Quelli non comuni agli aggettivi, che si usano soltanto nelle veci di nomi di persona. Essi sono: questi, quegli, costui, costei, costoro, colui, colei, coloro, ci. Questi e quegli si adoperano soltanto in funzione di soggetto; in tutti gli altri casi si useranno le forme questo, quello: ad esempio, Carlo e Giuseppe sono dei bravi ragazzi: questi pi estroso, quegli pi studioso; a questo piace la scienza, a quello l'arte. Costui, costei, costoro si riferiscono a persona vicina a chi parla o a chi ascolta; colui, colei, coloro a persona lontana da chi parla o ascolta. Costui e colui talvolta assumono significato dispregiativo, oppure di lode e di soggezione: ad esempio, Non voglio avere niente a che fare con costui. Solo Colui che ci guarda dall'alto potr salvarci (cio Dio). Il pronome ci invariabile, ha valore neutro e significa "questa cosa", "queste cose"; "quella cosa", "quelle cose". Esso si usa tanto come soggetto, quanto come complemento: Ci mi piace; Ho sentito ci che hai detto. Quando non usato come soggetto, il pronome pu essere sostituito dalle forme atone lo, ci, ne, che in questo caso significano questa o quella cosa, queste o quelle cose: ad esempio, Lo dissi a lui; Gliene parlai; Io non ci ho creduto.

Usi particolari di alcuni pronomi dimostrativi I pronomi dimostrativi questo, quello, stesso, medesimo, tale, altro si adoperano spesso in senso neutro, cio sottintendendo cosa: ad esempio, Questo volevo dirti e non altro. Non pensi che a quello! Anche se non vieni fa lo stesso. Tal sia di te! (= ti sta bene, peggio per te). Si noti l'uso di questo e quello per indicare persone indeterminate: ad esempio, questo e quello per me pari sono; perch ti vai sfogando con questo e con quello? La particella pronominale (?) dimostrativa la si usa in senso indeterminato nelle frasi: a) capirla, intenderla; farla (= ingannare, truffare), chi la fa l'aspetti; spuntarla, vincerla, chi la dura la vince; darla a bere (cio "ad intendere") a qualcuno; tenerla bene a mente; avercela con uno; finirla con qualcuno; b) farla brutta (= fare un cattivo scherzo); passarla liscia; scamparla bella; mandarla buona, menarla buona; farla finita, corta; farla grossa; cantarla, sonarla chiara; dirle grosse, spararle; sonarle chiare e tonde a qualcuno; c) prendersela con qualcuno, intendersela con qualcuno; prendersela, aversela a male; legarsela al dito; sbrogliarsela da s; battersela, darsela a gambe (levate), svignarsela; godersela, spassarsela.

54

Il pronome relativo mette in rapporto due proposizioni. Le sue forme sono di due specie: invariabili (che, cui) e variabili (quale). Singolare che, il quale, la quale di cui, del quale, della quale (a) cui, al quale, alla quale Plurale che, i quali, le quali di cui, dei quali, delle quali (a) cui, ai quali, alle quali

Soggetto e complemento oggetto (?)

da
Complementi indiretti (?)

da con per in su cui, i quali, le quali

con cui, il quale, la per quale in su

Chi si riferisce soltanto a persona, significa colui il quale o colei la quale e pu essere usato sia come soggetto, sia come complemento (?): ad esempio, chi rompe paga; ammiriamo chi aiuta; va pure con chi vuoi; sii riconoscente a chi ti ha salvato; dimmi con chi vai e ti dir chi sei. Pu anche significare: a) uno che: non c' chi mi ascolti; b) se uno: chi mi vuol bene mi segua; c) l'uno...l'altro: chi va e chi viene; chi suona e chi balla; chi piange echi ride. Che si pu riferire indifferentemente a persona o a cosa, di qualunque genere ( ?) e di qualunque numero, significando il quale, la quale, i quali, le quali; e pu essere usato solo come soggetto o complemento oggetto: il ragazzo che gioca; il giocatore che ha segnato pi reti; le donne che hai offeso; i prigionieri che sono stati liberati.Per gli altri complementi si devono usare le forme del pronome relativo il quale, la quale, cui, i quali, le quali. Tuttavia, si pu usare ancora che per indicare una circostanza temporale: Nell'anno che (= in cui) sei nato; Nel tempo che (= in cui) voi eravate all'estero; Era il giorno che (= in cui) si festeggiava il tuo compleanno. Il che poi ammesso in talune locuzioni proverbiali: Paese che (= in cui) vai, usanze che trovi; forma anche varie locuzioni: Non c' di che; Che , che non ; Sento un certo non so che; A mio avviso non un gran che. Un uso particolare del pronome che quello in cui, preceduto dall'articolo (?) o da preposizioni semplici (?) o articolate (?), adoperato in senso neutro, con il significato di ci, la qual cosa: Ti sei messo a lavorare: il che giusto, del che mi rallegro, al che dovrai abituarti, con che migliorerai la tua posizione. L'uso del che pu talvolta generare confusione o ambiguit; bene, quindi, sostituirlo con le forme il quale, la quale, ecc.: La moglie del dottore che mi hai presentato(la moglie o il dottore?). Non vi sar pi ambiguit se si dir: La moglie del dottore, alla quale mi hai presentato . Talvolta occorrer cambiare la costruzione della frase allo scopo di evitare ambiguit: ad esempio, Il figlio che pi stima la mia famiglia Giuseppe ( la famiglia che stima Giuseppe o viceversa?). Pi esattamente si dovr dire: Il figlio che la mia famiglia stima di pi Giuseppe. Cui pronome relativo, invariabile nel genere e nel numero; si usa soltanto come complemento diverso dal complemento oggetto e significa: al quale, del quale, dal quale, col quale, ecc. secondo la preposizione dalla quale preceduto: ad esempio, Ecco la persona di cui (= della quale) ti ho parlato. Sono cose a cui (= alle quali)non penso. E' un uomo con cui (= col quale) puoi parlare liberamente. La casa in cui (= nella quale) abito si trova in via Carducci. Ti dico il motivo per cui (per il quale)son venuto. Quando il pronome cui dovrebbe essere preceduto dalla preposizione a, questa si pu tralasciare: ad esempio, Questo il libro cui accennavo. Se invece cui preceduto dalla preposizione di, questa non pu mai essere tralasciata, eccetto quando cui, con valore di specificazione, usato prima del nome ed preceduto dall'articolo determinativo: ad esempio, Ecco il pittore i cui quadri (oppure: i quadri del quale) sono ora esposti in una galleria d'arte. E' un progetto la cui esecuzione (l'esecuzione del quale) richiede molto tempo.

55

Il quale declinabile (il quale, la quale, al quale, del quale, i quali, le quali, ecc.) pu riferirsi indifferentemente a persona o a cosa, fungere da soggetto o da complemento ( ?) oggetto oppure da complemento indiretto (?). Esso occupa il primo posto nella proposizione (?) di cui fa parte, talora anche nel periodo: ad esempio,Le automobili, delle quali mi hai parlato, sono molto belle. Angela, alla quale mi avevi presentato, una signora molto elegante. Il compagno, col quale vai di solito a passeggio, amico di mio fratello. L'appartamento, nel quale abitiamo, stato ristrutturato di recente.

Pronomi interrogativi Alcuni pronomi relativi possono essere usati per rivolgere una domanda diretta o indiretta. Essi sono chi, che, che cosa, quale e l' indefinito quanto. Chi? si usa per le persone, sia come soggetto che come complemento, sempre singolare e valevole per entrambi i generi; Che? Che cosa? si usano per indicare cose, oggetti, idee. Per la qualit si usa Quale?, per la quantit Quanto? Esempi: Chi ? A che pensi? Che cosa vuole? Quale abito preferisci? Quanto costa la tua auto? Queste sono tutte interrogazioni dirette, mentre le interrogazioni indirette sono quelle in cui riferiamo le domande indirettamente, cio usando parole nostre: ad esempio, gli domand chi fosse; gli chiese che cosa volesse; le chiese quale libro preferisse. Nella lingua parlata si usa semplicemente cosa?: Cosa volete? Le chiese cosa avesse comprato. Ma un uso da eviare, specie negli scritti. I pronomi chi, che o che cosa possono essere usati anche con un'esclamazione: ad esempio, Senti chi parla! Che dici mai! Che cosa mi tocca sentire! A questo proposito va notato l'uso erroneo del che esclamativo dinanzi ad un solo aggettivo non accompagnato da alcun nome: ad esempio, Che bello! Che strano! Che bravo! Invece, si dovrebbe dire: Che bella cosa! Che fatto strano! Che bravo figlio!

I pronomi indefiniti possono essere distinti in due categorie: 1) La maggior parte degli aggettivi indefiniti diventano pronomi quando fanno le veci del nome; essi sono: alcuno, ciascuno, altro, alquanto, altrettanto, molto, parecchio, poco, troppo, tanto, quanto, tutto, certo, nessuno, veruno. Ad esempio, vedemmo alcuni piangere, ciascuno faccia il suo dovere, altri la pensano diversamente da te, molti passeggiano lungo la riva del mare, pochi sanno tacere, troppi sono i sofferenti, certi pensano che tu menta, nessuno conosce il futuro, tutto perduto fuorch l'onore. Non possono essere pronomi indefiniti gli aggettivi ogni, qualche, qualsivoglia, qualsiasi, qualunque , perch non si possono usare senza un nome che li accompagni. I pronomi indefiniti che indicano quantit, come poco, molto, parecchio, troppo, tutto, tanto, quanto, nel singolare acquistano un senso neutro con il significato di poche cose, molte cose, troppe cose, tante cose, quante cose: ad esempio, mi contento del poco, mi basta poco, ho ricevuto troppo, ho dato molto, diteci tutto. 2) Alcuni pronomi indefiniti non hanno alcun corrispondente tra gli aggettivi della stessa specie; essi sono: Uno, qualcuno o qualcheduno, ognuno, che non hanno plurale e che si usano come soggetto e come complemento: ad esempio, venuto a casa con uno; qualcuno mi dar l'informazione giusta; ognuno per s; qualcheduno m'ha indicato la via. Certuni si usa esclusivamente al plurale, si riferisce per lo pi a persona e si adopera tanto come soggetto quanto come complemento: ad esempio, certuni sanno queste cose; non come pensano certuni. Chiunque indeclinabile e comune ai due generi, si riferisce soltanto a persona ed contemporaneamente pronome indefinito e relativo, significando qualunque persona la quale; di conseguenza, pu essere usato soltanto come congiunzione tra due proposizioni: ad esempio, chiunque di noi disposto a rinunciare alla sua parte; a chiunque di voi spetta la ricompensa . In funzione di pronome relativo, chiunque si costruisce con il congiuntivo: ad esempio, chiunque voglia, pu richiedere le fatture; accoglieremo chiunque si offra di aiutarci; chiunque venga, sar ben accolto . Chicchessia (forma pedantesca) si riferisce soltanto a persona, vale tanto per il maschile quanto per il femminile, pu essere usato come soggetto e come complemento, e significa qualunque persona. Essendo pronome puramente indefinito e non anche relativo, si pu usare al posto di chiunque quando non si debbano congiungere due proposizioni (?): ad esempio, non m'importa di chicchessia; non lo dir a chicchessia.

56

Checch indeclinabile, si riferisce solamente a cosa e significa qualunque cosa: ad esempio, checch ne dicano gli altri, io la penso cos; checch tu dica, ormai la decisione stata presa. Altri si riferisce solo a persona, indeclinabile (perci non va confuso con il declinabile altro) e significa un'altra persona: ad esempio, Altri dir che tu hai torto. Viene pure adoperato in correlazione con "taluno", "alcuno": ad esempio, Taluno sostiene questa tesi, altri di diverso avviso. L'espressione non altri che significa: nessuno fuor che. Ad esempio: Non c' altri che lui che possa aver detto queste cose. Niente, nulla sono indeclinabili e significano nessuna cosa. Se precedono il verbo (?), conferiscono un significato negativo alla proposizione (?): ad esempio, niente pu farlo recedere dalla sua posizione; nulla stato deciso sulle cose da fare. Se invece sono posposti al verbo, richiedono avanti allo stesso verbo la negazione non: ad esempio, non ha voluto niente; non devono sapere nulla. Nelle proposizioni interrogative o condizionali, niente e nulla hanno il significato di qualcosa: ad esempio, Ti serve niente? Sai nulla?; Se niente ti occorre, io son disposto ad aiutarti.

LAVVERBIO
L'avverbio (dal latino ad verbum, al verbo) quella parte invariabile del discorso che determina, modifica e specifica il significato del verbo (?), dell'aggettivo (?) o di un altro avverbio ai quali riferito. Esso pu indicare la qualit di un'azione o le sue circostanze di luogo, di tempo, di misura o anche l'affermazione, la negazione o il dubbio nei riguardi dell'azione stessa. Pertanto, secondo le particolari determinazioni che esprimono, gli avverbi si dividono in:

avverbi di luogo: qui, qua, cost, col, vicino, lontano, ecc.; avverbi di tempo: ora, adesso, ancora, ieri, oggi, domani, prima, poi, presto, subito, tardi, sempre, mai, ecc. avverbi di modo o maniera: bene, male, meglio, peggio, volentieri, ecc.; avverbi di quantit: molto, poco, meno, troppo, pi, tanto, assai, niente, nulla , ecc.; avverbi di modalit, quelli che indicano un'affermazione, una negazione, un dubbio e un giudizio: s, certo, sicuro, no, non, neanche, neppure, nemmeno, forse, probabilmente, quasi , ecc.

Per quanto riguarda la formazione, gli avverbi si dividono in:

avverbi primitivi: bene, male, forse, pure, sempre; ieri, oggi, poi, tardi, mai, magari, volentieri; molto, tanto, poco, meno, spesso, meglio, peggio, presto, subito , ecc.; avverbi composti; adagio, almeno, dappertutto, domani, infatti, inoltre, insieme, persino , ecc.; avverbi derivati: onesta-mente, lenta-mente, rapida-mente; bocc-oni, carp-oni, tast-oni, tent-oni, ecc.

Avverbi di luogo Gli avverbi di luogo sono corrispondenti agli aggettivi dimostrativi (?) e si distinguono a seconda che il luogo sia vicino alla persona che parla, o a quella che ascolta, o lontano dall'una e dall'altra. Come l'aggettivo dimostrativo questo, indicano vicinanza alla persona che che parla: qui, qua, quass, quaggi, quindi (nel significato di qui). Indicano vicinanza alla persona che ascolta (come l'aggettivo dimostrativo codesto): cost, cost, costass, costaggi.

57

Come l'aggettivo dimostrativo quello, indicano lontananza da chi parla e da chi ascolta: l, l, col, lass, laggi, ivi, indi, quivi. L'avverbio quivi ha il significato di l, il quel luogo; ed pertanto un errore usarlo nel senso di qui. Si veda la seguente tabella delle principali forme di avverbi locativi:

Avverbi di luogo Aggettivi dimostrativi questo Stato in luogo qui, qua cost, cost, ci, vi l, l Moto a luogo Moto da luogo Moto per luogo per di qui, per di qua di cost, di cost, ci, vi per di l, per di l

qui, qua cost, cost, ci, vi l, l

di qui, di qua di cost, di cost, ne di l, di l

codesto quello

Altri avverbi di luogo sono: su, gi, lass, laggi, ivi, ove, dove, dove, donde, dovunque; vicino, lontano, davanti, dietro, altrove, fuori, dentro, presso, oltre, dappertutto , ecc. Gli avverbi dove, dovunque, ove, onde e donde sono avverbi relativi e, pertanto, si possono usare solo quando mettono in relazione e congiungono una proposizione ( ?) con un'altra. I puristi ritengono sia un grave errore usare l'avverbio dovunque (che significa in qualunque luogo in cui) con senso assoluto, cio senza unire due proposizioni: ad esempio, mi trovi dovunque (correttamente si dovrebbe dire: mi trovi dappertutto). L'uso di questo avverbio invece corretto nelle frasi Ti seguir dovunque tu vada. Dovunque va, trova amici. Va' dovunque ti pare e piace. Gli avverbi ove, dove, donde spesso sono usati nelle interrogazioni: ove sei? dove ti sei cacciato? donde vieni?, ecc. Le forme atone ci, vi, ne, col significato di in questo luogo, in quel luogo, da quel luogo, si usano solo con i verbi e possono essere proclitiche o enclitiche; si pospongono con il verbo all'imperativo (?) o all'infinito (?): ad esempio, non ci vengo, non veniteci, vi torno spesso, venirne via. Alcuni avverbi locali ammettono il comparativo (?), il superlativo (?), e persino l'alterazione (?): ad esempio, pi lontano, pi su, pi gi, lontanissimo, vicinissimo; lontanuccio . Sono locuzioni avverbiali di luogo: di qui, di qua, di l, di l. di su, di gi, di sopra, di sotto, in qua, in l , ecc.

Avverbi di tempo I principali avverbi di tempo sono: ora, adesso, subito, tosto, test, allora, prima, dapprima, poi, dopo, poscia, oggi, ieri, domani (posdomani, dopodomani, avantieri, ecc.), spesso, sovente, sempre, mai, presto, tardi, poi, gi, ancora, talora, finora, ecc. Inoltre sono avverbi temporali e anche relativi (quindi, vanno usati sempre per congiungere una proposizione all'altra): quando, allorquando, allorch, qualora: ad esempio, Verr a trovarti quando tu vorrai. L'avverbio quando si usa anche in proposizioni interrogative (?): Quando verrai a trovarmi? Alcuni avverbi temporali ammettono la forma comparativa, il superlativo e l'alterazione: ad esempio, pi presto, prestissimo, pi tardi, tardissimo, pi spesso, spessissimo; prestino, tarduccio

58

Avverbi di modo o di qualit Sono gli avverbi che indicano la qualit, il modo di una azione; si riferiscono principalmente ad un verbo, oltre che ad un aggettivo o ad un altro avverbio. Derivano dagli aggettivi qualificativi ( ?) per cui sono anche detti avverbi qualificativi. Sono assai numerosi, giacch da quasi tutti gli aggettivi si pu ricavare l'avverbio corrispondente. Si formano in vari modi, ma il gruppo pi importante costituito dai derivati caratterizzati dal suffisso mente, che si aggiunge alla forma femminile dell'aggettivo:caramente, raramente, amaramente, magnificamente, ecc. Gli aggettivi terminanti in -are, -ere, -ale, -ile, -ole, -ore (purch la l o la r non siano precedute da consonanti) elidono la vocale finale davanti al suffisso: singolarmente, celermente, platealmente, civilmente, piacevolmente, inferiormente, ecc. Talvolta il suffisso -mente si aggiunge al participio: correntemente, perdutamente, ecc. Un altro gruppo formato dai derivati in -oni (-one): bocconi, ginocchioni, ciondoloni, tastoni, carpone , ecc. Un terzo gruppo costituito da modali del tipo: bene, male, peggio, meglio, volentieri, cos, ecc. Gli avverbi qualificativi hanno i gradi di comparazione come i rispettivi aggettivi (?). Il comparativo dell'avverbio si forma facendo precedere la forma positiva dall'avverbio di quantit pi o meno. Il superlativo si ottiene invece aggiungendo il suffisso -mente al superlativo sintetico dell'aggettivo o ripetendo il grado positivo: ad esempio, pi velocemente, meno velocemente, velocissimamente, veloce veloce, assai o molto velocemente, il pi velocemente .

caramente facilmente adagio

pi caramente meno caramente pi (meno) facilmente pi (meno) adagio

carissimamente facilissimamente adagissimo

Come i corrispondenti aggettivi, anche alcuni avverbi modali hanno forme particolari di comparativo ( ?) e di superlativo (?):

Aggettivo buono

Avverbio positivo bene

Comparativo meglio

Superlativo ottimamente (benissimo) molto bene, assai bene pessimamente (malissimo) molto male, assai male massimamente (sommamente) minimamente (pochissimo) molto poco, assai poco moltissimo (assai)

cattivo grande piccolo molto

male grandemente poco molto

peggio maggiormente meno pi

59

Alcuni avverbi ammettono anche l'alterazione (?): bene, benino, benone; male, maluccio, malaccio; poco, pochino, pochetto; presto, prestino, ecc. Infine, tra le molte locuzioni avverbiali di modo ricordiamo le pi frequenti: in fretta, in fretta e furia, a poco a poco, per l'appunto, man mano, pian piano, di tanto in tanto, bel bello, niente affatto, in mezzo, poco fa, fino ad ora, d'ora in poi, terra terra, di corsa, di sbieco, alla carlona, a bizzeffe , ecc.

Avverbi di quantit Esprimono la misura di un'azione, di un aggettivo o di un altro avverbio. Sono costituiti in gran parte dagli aggettivi o dai pronomi indefiniti (?) usati in maniera avverbiale. I principali avverbi di quantit sono: nulla, niente, poco, alquanto, parecchio, abbastanza, molto, assai, troppo, tanto, quanto, appena, pi, meno, affatto (= del tutto), ecc. A questi si possono aggiungere: anche, almeno, altres, pure, inoltre, ancora, neanche, neppure, perfino, circa, quasi, ecc. che sono detti anche avverbi aggiuntivi, perch servono ad aggiungere qualcosa al verbo o all'intera frase: ad esempio, Al cinema c'era il tuo amico Carlo? No. E Franco? Neppure. E' da notare l'uso erroneo che molti fanno dell'avverbio affatto in senso negativo quando non accompagnato da negazione: ad esempio, Sei contento di ci? Affatto. L'avverbio affatto significa del tutto, interamente; perci dire: io sono affatto contento equivale a dire: sono interamente contento, sono contentissimo. In caso di negazione, bisogna quindi dire correttamente: non sono affatto contento. Tuttavia questa forma erronea oggi risulta molto frequente nell'uso quotidiano, nelle risposte con valore negativo; solo in questo caso si pu accettare l'avverbio "affatto" non accompagnato dalla negazione ("niente" oppure "non"). Le pi comuni locuzioni avverbiali di quantit sono: di pi, di meno, a un di presso, all'incirca, press'a poco o presso a poco, n pi n meno, per nulla, ecc.

Avverbi di modalit Gli avverbi di modalit o modificanti si dividono in:

avverbi di affermazione: s, appunto, sicuro, sicuramente, certo, certamente, gi, proprio, proprio cos, giusto, precisamente, naturalmente, senza dubbio, spesso usati come rafforzativi del s: ad esempio, L'hai visto? S, certo. Mi credi? S, proprio. avverbi di negazione: no, non, neanche, neppure, nemmeno, n (che significa e non ), ecc. avverbi di dubbio: forse, ma, probabilmente, quasi, ecc.

Per rafforzare il s sono comunemente usati proprio, precisamente, per l'appunto; per rafforzare il no sono invece adoperati punto, mica, niente affatto, non mai.

L'avverbio si pone dopo il verbo o prima, in base al valore che gli si vuole dare nel contesto della frase.

Si colloca prima del verbo quando gli si vuole conferire risalto ed efficacia espressiva: Amaramente mi pento del torto che ho fatto a mio figlio. Riferito ad un aggettivo o ad un altro avverbio, si pone davanti: Sono felicemente sorpreso del tuo arrivo. Mi hai capito molto bene:

60

Nei casi in cui il verbo composto, l'avverbio si colloca tra l'ausiliare ed il participio, o prima dell'ausiliare, oppure dopo il participio: ad esempio, Io ho subito chiamato il dottore. Il dottore immediatamente ha risposto. Il dottore ha risposto gentilmente. La prima forma d maggior risalto al valore dell'avverbio. Ad ogni modo occorre evitare che la collocazione dell'avverbio generi equivoco o sia un errore:sarete ascoltati molto presto chiaro che non pu essere cambiato in sarete molto ascoltati presto. Gli avverbi di nagazione non, n di regola precedono immediatamente il verbo; ma le particelle atone non possono essere separate da quest'ultimo e quindi si inseriscono fra la negazione ed il verbo: ad esempio, non ci vengo invece di non vengoci. Solo quando si tratta di infiniti, le due costruzioni sono in condizioni di parit: non ci venire ma anche non venirci.

L'avverbio pu essere usato anche in funzione di preposizione (?) o di congiunzione (?): a) quando funge da preposizione, nella maggior parte dei casi regge il sostantivo direttamente, anche se molte volte si usano due preposizioni: ad esempio, Si nascosedietro un muretto. Ripose la veste dentro al baule; b) esempi di avverbi in funzione di congiunzioni: Ti seguir dovunque tu vada. Ho chiesto al concessionario quanto costa la nuova Punto. Ha voluto sapere da dovevenivo.

Alcuni avverbi possono essere usati in funzione di aggettivi (?): si tratta degli avverbi quantitativi pi, meno, assai, abbastanza, e di quelli modali o localicos, dietro, avanti, dopo, meglio, peggio: ad esempio, E' la peggio decisione che tu possa prendere; i pi allegri sono i bambini; Carlo il meglio sarto della citt; Mi piacerebbe un vestito cos; la strada davanti piena di buche; ci siamo incontrati il giorno dopo. Questi stessi avverbi possono essere anche sostantivati: Mio zio, purtroppo passato nel numero dei pi; il meglio il nemico del bene; chiacchierammo del pi e del meno; in ogni risoluzione va considerato il prima e il dopo; non c' limite al peggio. Talvolta gli avverbi, specialmente quelli temporali e locali, lasciano facilmente sottintendere il verbo cui si riferiscono: ad esempio, E tutti e quattro gli scalatori su per la vetta (salirono). Alla prima scossa, fuori di corsa (uscirono). Gli avverbi qui, qua, l, l spesso rafforzano i corrispondenti pronomi dimostrativi: ad esempio, questo qui, quello l, ecc. Le particelle avverbiali ci, vi si usano talvolta in senso neutro col significato di a questa cosa qui, a quella cosa l: ad esempio, pensaci prima per non pentirti dopo; riflettici bene prima di decidere. Le espressioni vederci, sentirci significano avere la vista, l'udito: ad esempio, non ci vede bene, non ci sente abbastanza. Quasi tutti gli avverbi si possono rafforzare raddoppiandoli: or ora, adesso adesso, gi gi, su su, l l, quasi quasi, ecc.

LA PREPOSIZIONE
La preposizione (dal latino prae, avanti; e positionem, posizione) quella particella invariabile del discorso che si prepone a nomi (?), aggettivi (?), pronomi (?), avverbi (?) e infiniti (?) per formare i complementi (?), cio per stabilire un rapporto tra le parole. La preposizione pu essere formata da una sola parola, oppure da pi parole; in quest'ultimo caso si chiama locuzione prepositiva. Le preposizioni si possono distinguere in tre tipi:

61

preposizioni proprie: quelle che nel discorso hanno solo valore di preposizione. Esse sono: di, a, da, in, con, su, per, tra, fra. Queste preposizionisemplici si uniscono spesso con l'articolo, formando le preposizioni articolate; preposizioni improprie o avverbiali: quelle costituite da altre parti del discorso (avverbi, aggettivi, participi (?) e anche nomi o forme verbali) che possono acquistare valore di preposizione; locuzioni prepositive: sono nessi formati da avverbi e preposizioni, da sostantivi e preposizioni o da gruppi preposizionali.

Preposizioni proprie Alcune preposizioni proprie si uniscono spesso con l'articolo ( ?) in una sola voce, formando le preposizioni articolate:

Preposizioni articolate
il di a da in su del al dal nel sul lo dello allo dallo nello sullo l' dell' all' dall' nell' sull' la della alla dalla nella sulla i dei ai dai nei sui gli degli agli dagli negli sugli le delle alle dalle nelle sulle

Anche le preposizioni con e per si fondono incontrandosi con gli articoli (?) il e i, formando le preposizioni articolate col, coi, pei. Non si fondono bene, invece, con gli articoli lo, la, gli, le, e pertanto da evitare di scrivere collo, colla, cogli, colle; pello, pella, pegli, pelle. Le preposizioni tra e fra si usano indifferentemente, badando per a non collocare l'una o l'altra forma dove possa generare cacofonia: ad esempio, fra tre persone, tra fratelli. Queste preposizioni indicano separazione nello spazio o nel tempo, una posizione di mezzo e vari tipi di relazione tra due termini. Introducono quindi i seguenti complementi: a) - luogo: vive fra (tra) quattro muri; b) - tempo: partir fra cinque giorni; tra poco sorger il sole; c) - relazione: ci accordammo tra noi soci; fra amici si va d'accordo; d) - partizione: tra loro due non so chi scegliere; era il migliore tra tutti noi . Le due forme, quando reggono un pronome personale ( ?), si uniscono alla preposizione (?) di, ma non obbligatoriamente: tra di noi, fra di loro (ma anche: tra noi, fra loro). Si ricorda che le preposizioni articolate (?) seguono le norme dell'elisione (?) e del troncamento (?) degli articoli.

62

Preposizioni improprie

Preposizioni improprie o avverbiali


locative sopra, sotto, dentro, fuori, vicino, lontano, davanti,dietro, presso, verso, oltre, attraverso, lungo prima, dopo, durante, entro, avanti, oltre senza, eccetto, tranne, fuorch, salvo contro, incontro, insieme, malgrado, nonostante, secondo, circa

temporali esclusive altri valori

Non tutte le preposizioni improprie o avverbiali reggono il termine direttamente; molte hanno bisogno della cooperazione delle preposizioni proprie. Le preposizioni sopra, sotto, dentro, dietro, presso, dopo, avanti, contro, senza, quando reggono un pronome personale o dimostrativo, vanno di regola unite alla preposizione di: sopra di noi, dentro di me, dietro di voi, ecc. Alcune preposizioni avverbiali si possono unire alla preposizione a, qualunque sia la parola che reggono: dentro al cestello, avanti al negozio, rasente al recinto . Si vedano nella sottostante tabella alcuni usi pi frequenti.

Preposizioni improprie
contro tutti corrente la legge alla legge (raro) di te casa il cassetto al cassetto nel cassetto (raro) di me pranzo le vacanze di voi davanti o innanzi all'edicola l'edicola (raro) a noi

dentro

dietro

la casa alla casa di te

dopo

fuori

porta le mura dalle mura dai piedi di qui di me il fiume confine a ci a noi vino il cappello di te a Roma Roma (raro)

insieme o assieme

a te con te (nell'uso parlato)

oltre

presso

la stazione al ruscello (raro) di te il tavolo al tavolo (pi raro)

senza

sopra o sotto

vicino

63

di noi

a te

Locuzioni prepositive Le locuzioni prepositive sono nessi formati dall'unione di avverbi ( ?) e preposizioni, di sostantivi e preposizioni o di gruppi preposizionali. Si veda la seguente tabella.

Locuzioni prepositive avverbi con preposizioni accanto a, vicino a, davanti a, innanzi a, lontano da, invece di, insieme con, assieme a, prima di, di qua da, di l da, al di l di, ecc. Ci siamo visti vicino a Pasqua. Era davanti a me. Verr io invece di mio fratello. E' venuto assieme alla moglie. Tu venivi a scuola insieme con i tuoi compagni. Non ti aspetto prima di domani. Egli sedeva a fianco del presidente. Cenammo all'insegna del leone. Ardevano le cime verdi in faccia al palazzo. Nel mezzo della piazza sorge la stele dei caduti. A causa del maltempo stata rimandata la partenza. Lo trattavano al pari di uno scolaretto. Faccio volentieri a meno di te. E' indetta una lotteria a favore dei non vedenti. Fu scarcerato in considerazione della sua buona condotta. Invece di studiare si diverte. Di tra i rami si scorgeva la vetta innevata. Salimmo su per la china del monte. Ti accompagno sino a casa. E' ricoverato fin da ieri.

sostantivi con preposizionii

a fianco di, al cospetto di, all'insegna di, in faccia di, in cima a, nel mezzo di, in capo a, fino da, a causa di, per motivo di, in conseguenza di, a forza di, per mezzo di, per opera di, a meno di, al pari di, in mezzo a, a dispetto di, a favore di, in base a, in considerazione di, per conto di, in quanto a, in confronto a, in cambio di, invece di, ecc.

gruppi preposizionali

di tra, su per, fino a, sino a, fin da, sin da

Usi particolari delle preposizioni Le preposizioni improprie che reggono il loro termine direttamente sono eccetto, fuorch, durante, tranne, secondo, lungo, mediante, salvo: ad esempio, Erano presenti tutti, eccetto i tuoi amici. Ci accadde durante la guerra. Secondo me, Luigi ha commesso un grande errore. Camminavano lungo il fiume. Sollevarono mediante la gru il pesante carico. Non gli piace nessun t, fuorch il cinese. Le preposizioni accanto, addosso, avanti, in mezzo, sino, allato si costruiscono con la preposizione a: ad esempio, Si sedette accanto al marito. Il campanile situato addosso alla chiesa. Volle passare avanti a tutti. I papaveri rosseggiavano in mezzo ai campi di grano. Lo accompagn sino alla soglia di casa. Era allato alla camera nella quale giaceva la donna. Le preposizioni prima, invece, in luogo si costruiscono con la preposizione di: ad esempio, E' venuto Piero invece di sua sorella. Informati bene prima di prendere qualsiasi decisione. In luogo di rispondere prese il cappello e usc.

64

Le locuzioni prepositive di qua, di l si costruiscono con la preposizione da: ad esempio, La cattedrale sorge di qua dal fiume. I ragazzi si sono radunati di l dal torrente. La stessa costruzione ha anche lontano: ad esempio, Lontano dagli occhi, lontano dal cuore. Quando c' una serie di complementi (?) della stessa specie, la preposizione che li regge si esprime una volta sola dinanzi al primo complemento: ad esempio,L'armadio pieno di giacche, pantaloni, vestiti, soprabiti. Ma quando la chiarezza lo richieda, si pu anche ripetere: ad esempio, Fu un uomo di profondo ingegno, di grande virt, di singolare piet verso i sofferenti, di vivo attaccamento alla famiglia. La preposizione tra non si ripete quando in correlazione con e (?): ad esempio, tra noi e voi c' poca differenza. Altri esempi: Qui ci troviamo tra cani, tra gatti, tra bestie di tutte le specie , sebbene si potrebbe anche dire Qui ci troviamo tra cani, gatti, bestie di tutte le specie.

Nota: Bisogna riconoscere che l'uso delle preposizioni e delle locuzioni prepositive costituisce una delle maggiori difficolt della lingua italiana, poich non esistono in proposito regole precise. Pertanto, in caso di dubbio, non resta che consultare un buon vocabolario.

La congiunzione quella parte invariabile del discorso che serve ad unire due o pi elementi simili di una proposizione (?) o pi proposizioni in un periodo. Le congiunzioni si distinguono secondo la forma e secondo la loro funzione. 1) Secondo la forma sono: a) semplici, quando sono costituite da una sola parola semplice: e, o, ma, n, anzi, ecc. se, come, che, quando; b) composte, se sono formate da una parola composta: oppure (o-pure), perch (per-che), poich (poiche), purch (pur-che), affinch (al-fine-che), siccome (s-come), ecc. c) locuzioni congiuntive, quando sono espresse con pi parole distinte: dopo che, sino a che, per il fatto che, non ostante che, ecc. 2) Secondo la funzione si dividono in coordinative e subordinative.

LE CONGIUNZIONI (COORDINATIVE E SUBORDINATIVE)


Le congiunzioni coordinative Le congiunzioni coordinative uniscono due o pi parole o proposizioni. Si distinguono in:

copulative (?), che si limitano ad una semplice unione di termini; esse sono: e, ed nelle proposizioni affermative, n, neppure, nemmeno, neanchenelle proposizioni negative; ad esempio, padre e figlio; io parto e tu resti; non ha mangiato n ha bevuto; non venne e nemmeno si scus. disgiuntive, che disgiungono gli elementi della proposizione o pongono un'alternativa; esse sono: o, ovvero, oppure, ossia; ad esempio, o la borsa o la vita; vieni oppure telefonami. avversative, che contrappongono due termini o proposizioni; esse sono: ma, anzi, per, tuttavia, peraltro, pure, sennonch, nondimeno, eppure, piuttosto ; ad esempio, sembra, ma non ; voleva partire, eppure rimase; mi sento affaticato, tuttavia continuo a lavorare; sar vero, per non ci credo; sebbene non lo meriti, nondimeno l'aiuter.

65

dichiarative, che dichiarano e spiegano un'idea; esse sono: cio, vale a dire, infatti, invero, ossia; ad esempio, non ho potuto far nulla, cio non sono riuscito; non pot trattenersi, invero era troppo tardi; non posso replicare nulla, infatti hai ragione. aggiuntive, che aggiungono un concetto al precedente; esse sono: anche, altres (nel senso di parimenti), inoltre, per di pi, ancora, pure; ad esempio, gli dissi altres che lo avevo cercato; lavoravano, pure cantavano; pioveva e per di pi soffiava un forte vento. conclusive (o illative), che servono a concludere ci che si detto; esse sono: dunque, quindi, perci, pertanto, ebbene; ad esempio, penso, dunque sono; avete fatto tutti i compiti, quindi potete andare a giocare; hai mancato alla promessa, pertanto sarai punito. correlative, che servono a congiungere oppure a staccare due proposizioni in correlazione fra di loro; esse sono: e...e, n...n, cos...come, tanto...quanto, o...o, sia...sia, non solo...ma anche; ad esempio, o si vince o si muore; parl a tutti, sia ai sani, sia ai malati; non mi ha detto n s n no.

Le congiunzioni coordinative Specie Aggiuntive Semplici pure Composte inoltre (eziandio), ancora, altres Locuzioni congiuntive oltre a ci, oltre che non di meno, pur tuttavia, ci nonostante, non pertanto, del resto, per altro, ecc. per il che, per la qual cosa

Avversative

ma, per, pure, mentre, anzi

invece, tuttavia

Conclusive

dunque, per, quindi, onde

perci, pertanto, ebbene, laonde inoltre, ancora, neppure, neanche, nemmeno

Copulative

e, pure, n,

Correlative

e... e..., n... n..., o... o..., come... cos, sia... sia..., sia... che, quanto... tanto..., quale... tale infatti, difatti, cio, invero, ossia o ossia, ovvero, oppure

non solo... ma anche, non solo, non... ma neppure, tanto pi... quanto pi, ecc.

Dichiarative Disgiuntive

vale a dire, voglio dire, cio a dire, ecc.

Le congiunzioni subordinative Le congiunzioni subordinative mettono in relazione di dipendenza le proposizioni subordinate rispetto alle reggenti (?). Si distinguono in:

66

dichiarative, che introducono una proposizione oggettiva o dichiarativa (?); esse sono: che, come; ad esempio, crediamo che tu sia buono; ti dico che sarai premiato; gli avevano detto come avrebbe dovuto comportarsi con i superiori. temporali, che servono a introdurre una proposizione temporale ( ?); esse sono: quando, allorch, allorquando, tostoch, subito che, appena che, dopo che, mentre, dal tempo che, sino a che, finch, ogni volta che; ad esempio, vieni pure quando vorrai; ti prometto di aiutarti finch vivr. causali, che introducono una proposizione causale ( ?); esse sono: perch, giacch, siccome, dacch, che, per il fatto che, visto che, ritenuto che, considerato che, atteso che ; ad esempio, non vengo perch sono stanco; poich so che ti far piacere, ti mando questo mio libro. finali, che introducono una proposizione finale (?); esse sono: affinch, perch, che, acciocch; ad esempio, ti ammonisco affinch tu possa migliorare; te lo spedisco perch tu lo possa esaminare attentamente. concessive, che introducono una proposizione concessiva (?); esse sono: bench, ancorch, sebbene, seppure, quantunque, per quanto, malgrado che, nonostante che, tanto pi che ; ad esempio, bench tu sia stanco, ora devi partire; nonostante fosse malato, termin egualmente il lavoro. avversative, che introducono una proposizione avversativa (?); esse sono: mentre, laddove; ad esempio, stava zitto mentre avrebbe dovuto parlare; parl molto laddove avrebbe dovuto tacere. dubitative, che esprimono dubbio; esse sono: se, che; ad esempio, Non so se verr; temo che sopraggiunga qualche complicazione; dubito che non arrivi in tempo. modali, che introducono una proposizione di modo (?); esse sono: come, come se, quasi che, senza che, come quando, comunque, nel senso che ; ad esempio, ho fatto come tu volevi; l'amavo quasi fosse mio fratello; comunque faccia, far bene; cammina piano, senza che si senta. comparative, che servono ad introdurre una proposizione comparativa (?); esse sono: pi...che, meno...che, meglio...che, peggio...che, pi...che non, pi di quello che, tanto pi...quanto pi; ad esempio, quell'uomo pi buono che non sembri; la spesa pi alta di quello che si pensava; io lavoro tanto quanto tu studi. consecutive, che introducono una proposizione consecutiva (?); esse sono: s...che, cos...che, talmente...che, tanto...che, al punto...che, tanto da, in modo da ; ad esempio, ero cos stanco che mi addormentai subito; l'idea era talmente sbagliata che non ritenni necessario replicare; sono arrivato tardi, di modo che non l'ho potuto salutare. condizionali, che introducono una proposizione condizionale ( ?); esse sono: se, purch, qualora, a condizione che, caso mai, sempre che, posto che, premesso che, dato (posto) il caso che, nel caso che, a meno che; ad esempio, se obbedirai, sar meglio per te; purch sia lecito, fa come ti pare; qualora non mi rispondesse, non gli scriver pi. eccettuative, che servono ad introdurre fra due concetti un rapporto di esclusione ( ?); esse sono: fuorch, tranne, eccetto che, salvo che, altro che; ad esempio, non so altro che questo; tutti lo sapevano eccetto che noi; capisce bene tutto fuorch la matematica. interrogative, che introducono una proposizione interrogativa ( ?); esse sono: se, come, perch, quando (e gli avverbi dove e quanto); ad esempio,dimmi perch non hai risposto; voglio sapere quanto hai speso; ti chiedo quando verrai a trovarci; Diteci dove pensate di andare.

Attenzione a non confondere il che congiunzione (?) con il pronome relativo di eguale forma (?). Per distinguerli, basta sostituire la parola che con il quale, la quale, i quali, le quali. Se la sostituzione non possibile, vuol dire che si tratta di una congiunzione: ad esempio, Stai attento che non ti faccia male; qui si tratta della congiunzione, poich non avrebbe senso la frase stai attento il quale non ti faccia male. Quando si debbano congiungere due termini di una proposizione negativa, o due proposizioni negative tra loro, invece della congiunzione e si deve adoperare la congiunzione n: ad esempio, non la prima n la seconda volta; ha raccomandato di non fiatare n muoversi per nessuna ragione; il mio debole parere sarebbe che non vi fossero n sfide, n portatori, n bastonate (Manzoni). La congiunzione che pu essere sottintesa nelle proposizioni soggettive (?) od oggettive (?): ad esempio, Mi dicono tu sia laborioso ed onesto; il tuo lavoro pare sia stato apprezzato; credo non ci sia pi nulla da fare; credevo si fosse ravveduto. La maggior parte delle congiunzioni deve stare sempre all'inizio della proposizione che servono ad introdurre. Le congiunzioni anzi, per, ancora, bens, dunque, infatti, al contrario, almeno, non di

67

meno, tuttavia si possono mettere anche dopo le prime parole di tali proposizioni: ad esempio, dicevamo dunque... ; sarebbe bene tuttavia... ; potremo dire almeno... ; le passioni al contrario..., ecc.

Le congiunzioni subordinative Specie Semplici Composte perch, giacch, poich, siccome, perocch, ecc. Locuzioni congiuntive per il fatto che, dato che, visto che, dal momento che, ecc. cos come, pi che, meno che, altrettanto che, ecc. bench, sebbene, quantunque, ecc. purch, qualora, seppure cosicch, sicch, talch quand'anche, per quanto, anche se, malgrado che, ecc. in caso che, a meno che, a condizione che, ecc. cos che, tale che, tanto che, di modo che, ecc.

Causali

ch

Comparative

che

Concessive

Condizionali

se, ove, quando

Consecutive Dichiarative Dubitative Eccettuative

che che, come se, che

fuorch, senonch, nonch, tranne che, onde se, come come, quale, cos perch siccome, comunque allorch, finch, dacch, appena, allorquando, ecc.

eccetto che, salvo che, senza che, solo che, ecc. perch, affinch, acciocch, ecc. se non secondo che, altrimenti che, senza che, ecc. appena che, tosto che, prima che, dopo che, fino a che, subito che, ecc.

Finali Interrogative Modali

Temporali

mentre, che, come, quando

L'interiezione o esclamazione non propriamente una parte del discorso, ma una sua parte invariabile che serve ad esprimere sentimenti e sensazioni improvvisi di meraviglia, di allegria, di dolore, di sdegno, di ironia, di desiderio, di preghiera e simili. Il suo valore si comprende dal contenuto, dal tono della voce, dalla mimica di chi parla. Le interiezioni (o esclamazioni) possono essere: a) semplici, e sono quelle formate da vocale seguita dalla lettera h o da due vocali (?) con in mezzo la h. Sono pure interiezioni semplici quelle costituite da vocali e consonanti ( ?) o da parole semplici: ad esempio, ah! h! h! ih! oh! uh!; ahi! hi! ohi uhi!; ol! de mah! ehm! auff! urr! puah!; magari! capperi! caspita! peccato! bene! bravo! viva!, ecc.

68

b) composte, e sono quelle formate da una parola composta: ad esempio, ahim! ohim! ors! suvvia! addio! perdinci! perbacco! eccome!, ecc. c) locuzioni esclamative, e sono quelle formate da pi parole: ad esempio, Povero me! Beato te! Alto l! Al ladro! All'armi! Che guaio! Dio mio! Corpo di bacco!, ecc. Di solito, l'interiezione seguita dal punto esclamativo, che pu anche essere collocato alla fine della frase: Cattivo!, non hai piet neppure di tua madre. Ahim, in che stato sono ormai ridotto! (forma preferibile). Va tenuto presente che, se l'interiezione o esclamazione formata da una sola vocale oppure da una consonante, la lettera h va posta dopo la vocale o la consonante (ad esempio, oh!). Se essa formata da due vocali, la lettera h va collocata in mezzo (ad esempio, ahi!). Inoltre, se l'interiezione o l'esclamazione seguita da un punto esclamativo ( ?), non sempre necessario far seguire la lettera maiuscola, soprattutto quando il discorso continua e l'esclamazione ne parte integrata organicamente (ad esempio, Perbacco! non ci avevo pensato., frase che pu essere scritta anche sostituendo il punto esclamativo con la virgola). Per una corretta ortografia e pronuncia, non va dimenticato che - come si nota negli esempi sopra citati le interiezioni ahim, ohib, ohim richiedono l'accento grave (cio quello che scende dall'alto verso il basso). La funzione di interiezione o di esclamazione viene svolta anche dai nomi (?), dagli aggettivi (?), dai verbi (?), dagli avverbi (?): - i nomi: ad esempio, coraggio! animo! accidenti! silenzio! diavolo! guai! peccato! - gli aggettivi: ad esempio, bravo! zitto! - gli avverbi: ad esempio, bene!, ecco! abbasso! presto! via! - i verbi: ad esempio, viva! evviva! Un tipo particolare di interiezioni costituito dalle forme onomatopeiche, che imitano i versi degli animali o i suoni: miau, miao, gnao, bau bau, gre gre, chicchirich, piopio; patatrac!, tic-tac, bum-bum, panpan, din don, din din, tuf-tuf.

Per quanto il valore delle esclamazioni non possa essere fissato convenzionalmente, nella tabella seguente sono riportate alcune interiezioni assai diffuse, con i significati pi frequenti:

Interiezioni proprie ah!, ahi!, ahim!, hi!, ih! ah!, oh! esprimono dolore, dispiacere ah!, oh! esprimono gioia, piacere

esprimono sorpresa, meraviglia esprime freddo o paura

af!, aff!, affa!, uff!, uffa! deh!, oh!

esprimono noia, insofferenza esprimono desiderio, preghiera esprime imbarazzo, larvata minaccia esprime dubbio, incertezza

brr!

ehi!, ohi!, ol!, oh!

esprimono richiamo, attenzione

ehm!

ih!

esprime raccapriccio, ribrezzo

mah!

69

ohib!

esprime sdegno, disapprovazione

puh!, puah!

esprimono disgusto, negligenza esprimono rumori vari

sst!, pss!

indicano silenzio

paf!, pif!, clic!, clac!, cric!, crac!, cic!, ciac!, ciuf!, bang!, patatrac!

Le preposizioni servono a indicare i pi vari rapporti e a formare i complementi indiretti ( ?). Nella prima colonna sono indicati i vari complementi retti dalla preposizione in argomento; nella seconda colonna figurano esempi di frasi corrispondenti all'indicazione delle singole funzioni della preposizione ( ?), semplice o articolata (?).

Preposizione di Soggetto Nome del predicato Complemento predicativo del soggetto Complemento predicativo dell'oggetto Complemento oggetto Complemento di specificazione Complemento di argomento Complemento di materia Complemento di qualit Complemento di abbondanza Complemento di origine Complemento partitivo Complemento di paragone Complemento di et Complemento di limitazione Complemento di tempo Complemento di luogo Complemento di causa

frasi corrispondenti Furono narrate delle storie Gli chef sono dei bravi cuochi Carlo e Giorgio sono considerati dei valenti professori Gli allievi considerano Carlo e Giorgio dei bravi professori Ho letto dei libri Dario era re dei Persiani Parliamo un po' di noi E' una statua di bronzo E' un mosaico di bella fattura L'albero carico di limoni Giorgio nativo di Venezia Una decina di soldati sono rimasti feriti La voce di Emma pi acuta della tua Alberta una donna di quarant'anni Il tuo amico duro di comprendonio I miei operai lavorano soltanto di giorno Usc di casa La far morire di doglia

70

Complemento di modo Complemento di mezzo Complemento di quantit Complemento di stima Complemento di colpa

Il nemico prese d'assalto il castello Quel vecchio vive della pubblica carit Ho acquistato un chilo di mele Il podere stimato di meno Egli si macchiato di un grave delitto

Preposizione a Complemento predicativo del soggetto Complemento predicativo dell'oggetto

frasi corrispondenti Le truppe furono disposte a difesa del ponte Il comandante dispose le truppe a difesa del ponte Date a Cesare quel che di Cesare Dante mor a cinquantasei anni Lavoreremo fino a marzo Vivo solitamente a Napoli Enzo generoso solo a parole Daniele superiore al fratello All'annunzio ebbe un malore Ti riconosceremmo a prima vista A difesa della citt furono innalzate alte mura Hai parlato a mio danno

Complemento di termine Complemento d'et Complemento di tempo Complemento di luogo Complemento di limitazione Complemento di paragone Complemento di causa Complemento di modo Complemento di fine Complemento di vantaggio o svantaggio Complemento di mezzo Complemento di quantit Complemento giudicativo

Il discorso fu diffuso a stampa Ho comperato il vino a sette euro al fiasco Socrate fu condannato a morte

Preposizione da Complemento predicativo del soggetto

frasi corrispondenti Io vi parlo da padre

71

Complemento di qualit Complemento di paragone Complemento di limitazione Complemento di luogo Complemento di origine Complemento di tempo Complemento d'agente Complemento di causa efficiente Complemento di causa Complemento di fine Complemento di separazione Complemento di quantit Complemento di mezzo

E' una donna dalla lingua lunga Giulio conduce una vita da nababbo E' sordo dalle orecchie I passeggeri sbarcarono dalla nave La lingua italiana proviene dalla latina Da molti anni aspettavo la promozione Abele fu ucciso da Caino Il relitto fu trascinato dalle onde Gli operai erano sfiniti dalla fatica Gli sposi entrarono in camera da letto Il fiume divide un paese dall'altro E' un giocattolo da pochi soldi La donna fu riconosciuta dal passo

Preposizione in Complemento predicativo del soggetto Complemento predicativo dell'oggetto Complemento di unione Complemento di limitazione Complemento di luogo Complemento di tempo Complemento di mezzo Complemento di modo Complemento di fine Complemento di misura Complemento di stima

frasi corrispondenti L'uomo fu ridotto in fin di vita da un rapinatore Un rapinatore ridusse l'uomo in fin di vita Ho mangiato la lepre in salm Sergio un campione nel lancio del disco I miei genitori dimorano in campagna E' guarito in soli tre mesi And a trovare gli amici in bicicletta La mamma si muoveva in punta di piedi Livio parl in favore dell'amico Ebbe di resto due euro in pi Maurizio tiene in poco conto gli altri

72

Preposizione con Complemento qualit Complemento di compagnia Complemento di unione Complemento di relazione Complemento di sostituzione Complemento concessivo Complemento di modo Complemento di causa Complemento di mezzo Complemento di pena

frasi corrispondenti Enzo guardava con occhi penetranti Andammo in gita con i parenti Quel signore uscito con l'ombrello Luigi era in causa con i suoi inquilini Pierino scambi le figurine con i francobolli Con tutta la sua bravura stato sconfitto Camminava con fatica e con sudore Con la crisi attuale il commercio in ribasso Mia nonna legge con gli occhiali L'omicida stato punito con l'ergastolo

Preposizione su Complemento di argomento Complemento di et Complemento di tempo Complemento di luogo Complemento di mezzo Complemento di quantit Complemento di modo

frasi corrispondenti Ha scritto un saggio sulla societ moderna Lucia una giovane sui vent'anni Sul far della sera venne a trovarci Gli scalatori si arrampicavano sulla cresta Il ladro fugg su un treno Si salvarono cinque naufraghi su venti Ho deciso la cosa su due piedi

Preposizione per Complemento predicativo del soggetto Complemento predicativo dell'oggetto

frasi corrispondenti Enzo fu scelto per confidente

Lo ritengo per una brava persona

73

Complemento di vantaggio Complemento di limitazione Complemento di modo Complemento di mezzo Complemento di causa Complemento di tempo Complemento di luogo Complemento di quantit Complemento di colpa Complemento di sostituzione Complemento di scopo Complemento di prezzo

I genitori si sacrificano per i figli Carlo, per astuzia, ha pochi rivali Io lo dicevo per scherzo La fortuna non si afferra per i capelli I campi languiscono per la siccit Lavoro instancabilmente per mesi e mesi La corriera parte per Frascati La strada era dissestata per parecchi chilometri Fu arrestato per furto aggravato Rispondo io per te Lavoro per l'avvenire dei miei figli Una volta acquistavi per cento lire quello che oggi costa mille

Preposizioni tra fra Complemento partitivo Complemento di relazione Complemento di compagnia Complemento di luogo Complemento di tempo

frasi corrispondenti Uno tra voi ha tradito Tra l'uomo e l'animale la sola differenza la parola Rimanete tra noi Busto Arsizio si trova tra Gallarate e Legnano Ci rivedremo tra due mesi

74

FIGURE GRAMMATICALI O SINTATTICHE


Le figure grammaticali (o sintattiche) sono dei modi di dire che si discostano dai costrutti regolari e che gli scrittori usano per dare vivacit e colorito alla loro prosa. Mentre le figure retoriche riguardano in modo particolare lo stile o, come si dice, la retorica del discorso, le figure grammaticali riguardano pi semplicemente la grammatica e la sintassi; sono dunque delle irregolarit volute di proposito dagli scrittori. Le principali figure grammaticali sono:

L'anacoluto una vera e propria sgrammaticatura che consiste nel cominciare un periodo in un modo e finirlo diversamente, cambiando soggetto o introducendo un soggetto che resta poi senza verbo. Un caso insigne il verso del Leopardi: "Nostra vita a che val? solo a spregiarla". Qui il soggetto e l'oggetto formano un tutt'uno: La nostra vita vale solo a spregiare la nostra vita. Altri esempi illustri li troviamo nel Manzoni: "Quelli che muoiono, bisogna pregare Iddio per loro"; e ancora: "Lei sa che noi altre monache, ci piace di sentir le storie per minuto". L'asindeto consiste nel coordinare vari elementi di una proposizione ( ?) o varie proposizioni tra loro senza alcuna congiunzione (?), ma per mezzo di virgole (?), e ci per conferire maggiore speditezza all'enumerazione : ad esempio, Vidi carri, cannoni, cavalli, soldati, armi, tutto in scompiglio. Oggi frequente anche il caso di una enumerazione senza neppure la virgola: ad esempio, Sul campo di battaglia si vedevano cadaveri rottami automezzi fuochi fumo . L'ellissi consiste nell'omettere qualche parte del discorso, che si pu facilmente sottintendere: ad esempio, Lo dissi alla moglie (manca il soggetto: io);Ed io a lui (manca il predicato: dissi); Gliene diedi tante (manca un nome: btte). La proposizione mancante del soggetto si dice ellittica del soggettto, quella senza predicato ellittica del predicato. L'enallage consiste nell'usare una parte del discorso diversa da quella che si dovrebbe regolarmente adoperare: ad esempio, Ogni colpo morte (si usa un nome per significare l'aggettivo "mortale"); Ammiriamo il bello (si usa un aggettivo per significare il nome

75

"bellezza"); Parla chiaro (si usa l'aggettivo per signifcare l'avverbio "chiaramente"); Poco manc che non rimasi ferito (si usa il verbo al modo indicativo per esprimere il congiuntivo " rimanessi"). L'iperbato consiste nell'invertire esageratamente la costruzione, per dare maggiore evidenza ad una parte del discorso rispetto all'altra. Per certi aspetti, l'iperbato pu assumere la forma dell'anacoluto, dell'ipallage, o dell'anastrofe: ad esempio, "O belle agli occhi miei tende latine" (Tasso); "Tu dell'inutil vita,/ estremo unico fior" (Carducci); "mille di fiori al ciel mandano incensi" (Foscolo). L'iperbato usato soprattutto in poesia. Il pleonasmo consiste nell'usare una o pi parole, non necessarie dal punto di vista grammaticale o concettuale, per dare maggior colore e risalto all'espressione. E' molto frequente nell'uso familiare e parlato; esso si pu trovare anche nella lingua letteraria e non implica di per s una violazione di regole grammaticali: ad esempio, A me mi piace; E che m'importa, a me? Scendi gi o sali su. Il polisindeto consiste nell'adoperare la congiunzione dinanzi ad ogni elemento, frase o semplice parola che si vuole coordinare. Si usa per dare meglio l'impressione della gran quantit di cose enumerate o del loro immediato susseguirsi: ad esempio, "E mangia e beve e dorme e veste panni" (Dante); "si spandea lungo ne' campi di falangi un tumulto e un suon di tube, e un incalzar di cavalli accorrenti scalpitanti su gli elmi a' moribondi, e pianto, ed inni, e delle Parche, il canto." (Foscolo). La sillssi o sillpsi (detta anche costruzione a senso) consiste nel non accordare nel numero il verbo (?) con il suo soggetto (?): ad esempio, La gente dicevano; "gente di molto valore conobbi che in quel limbo eran sospesi" (Dante). Antiquata la sillessi di relazione, in cui si accorda un verbo o un pronome con una parola non compresa nel discorso, ma facilmente deducibile: ad esempio, Non giocate, nel quale l'animo conviene che si turbi (nel quale si riferisce a gioco che indicato solo con il verbo: giocate). Lo zeugma consiste nel far dipendere da un unico predicato ( ?) due complementi (?) o due costrutti diversi, uno solo dei quali si adatta a quel predicato, come nel noto verso dantesco: "Parlare e lagrimar vedraimi insieme" (Inf. XXXIII, 9), dove vedrai si adatta solo a lagrimar, e non a parlare.

76