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Bosniaci in Siria, eredit del passato

Lex generale statunitense Wesley Clark riflette sulle ripercussioni attuali degli strettissimi rapporti tra il regime di Izetbegovic e i mullah iraniani Mentre lIslam radicale affonda sempre pi gli artigli in tutto il territorio della Bosnia-Erzegovina, la classe politica sembra incapace di arginare linquietante fenomeno che negli ultimi mesi sta ponendo una serissima questione di sicurezza interna e internazionale, ormai in cima alle agende Ue e Onu. Lintegralismo islamico non fa che espandersi nel Paese e migliaia di musulmani bosniaci addestrati in patria alla jihad armata rischiano di morire ogni giorno in Siria e in altri Stati del Medio oriente. Con lo scoppio del conflitto siriano, lemergenza diventata impellente e finora oltre 700 miliziani salafiti allevati nelle cellule estremiste bosniache hanno lasciato il loro Paese per combattere al fianco dei fratelli musulmani. Dalle ultime stime, abbastanza incerte, risulta che 62 salafiti bosniaci siano morti nel corso del conflitto con lesercito siriano ma centinaia combattono anche in Iraq, Afghanistan, Egitto e altri Stati mediorientali. Per tentare almeno di contenere il dramma attuale che sta rendendo la Bosnia una vera fucina di truppe jihadiste pronte allassalto, spiega lex generale statunitense e Supreme Allied Commander della Nato Wesley Clark in una lunga intervista concessa al quotidiano Dnevni Avaz, bisogna rivolgere lo sguardo alla storia recente, per capire le ragioni alla base della vertiginosa diffusione del germe integralista. Fra il 1992 ed il 1995, migliaia di mujaheddin provenienti da Iran, Afghanistan, Giordania e altri Paesi arabi si spostarono in Bosnia per combattere con le truppe di Alija Izetbegovic. A quanto racconta Clark, attualmente presidente di Growth Energy (una lobby sulletanolo) e anche conduttore televisivo di un reality show sulladdestramento militare, la disgregazione della Jugoslavia nel 1991-92 e lo scoppio della guerra in Bosnia, dunque, contribuirono a intensificare i legami, gi stretti, tra le autorit bosniache e i mullah iraniani. Del resto l'Iran stato uno dei primi Paesi islamici a fornire un appoggio concreto al regime di Izetbegovic, anche se le mosse di Teheran furono immediatamente ostacolate da un embargo del Consiglio di sicurezza dell'ONU imposto alle fazioni

belligeranti in Bosnia, e la Croazia, condotto principale per i trasferimenti di armi diretti alle truppe musulmano bosniache, non vedeva certo di buon occhio una rapida crescita dellesercito di Izetbegovic. Nonostante l'embargo sulle armi, e con la tacita approvazione da parte dell'amministrazione Clinton, gli iraniani fornirono un notevole supporto militare e logistico al comparto bellico di Izetbegovic. Durante questo periodo, gli iraniani svilupparono una fitta rete di intelligence estesa in tutto il territorio e nelle varie istituzioni controllate dalle forze di Izetbegovic. Come garantisce lex generale, al termine del conflitto avvenuto con gli Accordi di Dayton del 1995, l'Iran ha continuato a inviare drappelli di estremisti islamici nellintero territorio controllato dalle forze di Izetbegovic, in citt come Sarajevo, Mostar, Zenica, Bihac, e Visoko. Secondo lo studioso Cees Wiebes, durante la guerra Turchia e Arabia Saudita volevano trascinare Izetbegovic lontano dall'Iran, ma il governo bosniaco era totalmente legato allinfluenza iraniana. Il governo bosniaco musulmano non era un alleato degli iraniani, bens un cliente, assicura lagente della Cia Robert Baer, di stanza a Sarajevo durante la guerra. Clark ricorda anche che in base ai sondaggi d'opinione diffusi al termine della guerra, l86% della popolazione bosniaca musulmana manteneva un atteggiamento positivo verso l'Iran. Ma Washington temeva fortemente il legame tra il regime di Izetbegovic e lIran e dopo gli Accordi di Dayton, uno dei principali obiettivi della politica statunitense riguardo alla situazione bosniaca fu quello di abbattere l'influenza iraniana. Un compito che si rivel ben presto molto difficile perch in Bosnia la penetrazione dei movimenti filo-iraniani si era spinta gi fino alle sfere pi alte. Secondo un rapporto della CIA diffuso dal giornalista americano James Risen, Izetbegovic stesso risultava letteralmente a libro paga degli iraniani e del resto l'ambasciatore iraniano in Bosnia stato l'unico diplomatico straniero ad accompagnarlo durante la campagna elettorale del 1996. Gli Stati Uniti passarono quindi allazione provocando la rimozione dei principali funzionari filo-iraniani dislocati in Bosnia a partire da Hasan Cengic, uno dei pi stretti collaboratori di Izetbegovic, che perso il posto di viceministro alla Difesa insieme a Bakir Alispahic, allora titolare del dicastero agli Interni. Tuttavia, nonostante le obiezioni americane, sia Cengic e Alispahic hanno continuato a svolgere un ruolo chiava all'interno della SDA, il partito

dellormai defunto Izetbegovic. Cengic stesso era reputato una delle persone pi ricche in Bosnia, e il leader dell'ala filo-iraniana della SDA. Alispahic, invece, secondo lex generale ha usato i suoi legami con l'Iran e le sue connessioni all'interno della comunit bosniaca musulmana per accumulare una piccola fortuna: merit quasi esclusivo del traffico di droga.

Serbia, corruzione endemica


In base allultimo sondaggio il 72% degli interpellati ritiene che il problema si manifesta principalmente allinterno dei partiti politici In base allultimo sondaggio sulla percezione della corruzione tra i cittadini serbi, commissionato dalla Tanjug ed eseguito dallIstituto Cesid, risulta che il 72% degli interpellati ritiene il fenomeno endemico soprattutto allinterno dei partiti politici, ma anche nel settore sanitario e nella sistema giudiziario; lindagine stata effettuata su un campione di 610 persone intervistate. Inoltre il 47% risconta un elevata corruzione soprattutto allinterno della compagine governativa serba, mentre il 48% dellopinione contraria e ritiene che il fenomeno sia diffuso soprattutto tra le fila dei parlamentari. Il 65% degli interpellati, invece, crede che la corruzione sia annidata soprattutto nelle forze di polizia, mentre il 60% vede un accentuarsi del problema specialmente nel settore giudiziario. La qualit della vita percepita dalle persone consultate? il 52% pensa di vivere in modo pessimo e vuole fuggire al pi presto: un dato in aumento di ben otto punti rispetto ai sondaggi di dicembre scorso. Il risultato della rilevazione di certo scoraggiante e si accosta, come aggiunge la stessa Tanjug, al grido di allarme degli investitori stranieri lanciato venerd scorso per combattere linsopprimibile economia grigia che fa perdere milioni di euro alle principali aziende dislocate sul territorio serbo. I rappresentanti di Nis, Fiat, Philip Morris e Coca Cola hanno chiesto un intervento rapido e concreto da parte dellesecutivo di Belgrado per arginare la devastante corruzione sempre presente tra le pieghe delle procedure burocratiche. Un fenomeno che brucia almeno 150% nel settore petrolifero, come garantito dallamministratore delegato della compagnia petrolifera Nis Kirill Kravcenko. Secondo il

delegato di Coca-Cola a Belgrado, Ramon Weidenger, i numerosissimi inciampi burocratici rischiano di far sfumare investimenti per decine di milioni di euro con la conseguente perdita di migliaia di posti di lavoro.