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Lincontro tra Islam e civilt indiana nella storia

Estratto da Il Sufismo di Seyyed Hossein Nasr.

Seyyed Hossein Nasr, nato a Teheran nel 1933, ha studiato prima in Iran, quindi negli Stati Uniti e in Gran Bretagna. Nel 1964-65 stato il primo titolare della cattedra Aga Khan per gli studi islamici allUniversit di Beirut, diventando poi Rettore dellUniversit di Tecnologia Aryamehr di Teheran.

quando ci volgiamo alle religioni indiane essenzialmente induismo e buddismo che il capirne le forme religiose e il penetrare in esse diviene, dal punto di vista islamico, pi difficile. Questa difficolt dovuta non solamente al linguaggio mitico delle tradizioni indiane, che diverso dal linguaggio astratto dellIslam, ma anche perch, passando dalla tradizione islamica a quelle indiane, ci si sposta dallambito tradizionale abramitico verso un differente clima spirituale. Comunque, lIslam ha avuto profondi rapporti con le religioni dellIndia sia sul piano formale che su quello metafisico. Gi attraverso le scienze indiane, giunte ai musulmani tramite le versioni pahlavi o direttamente dal sanscrito, una parziale conoscenza della cultura indiana era pervenuta allIslam sin dal periodo pi antico. Ma grazie allincomparabile Taqq m lil-Hind (Indagine sullIndia), o India, di al-Birn (m. 1048) opera unica per la precisione con cui stata compilata che i musulmani del medioevo conobbero linduismo e in modo particolare le scuole vishnuite, delle quali alBirn sembra aver avuto la pi approfondita conoscenza. Egli fu anche traduttore in arabo del Patajali-Yoga (Lo yoga classico di Patajali), e in realt inaugur una tradizione di rapporti con linduismo che, pur interrotta parecchie volte nel tempo, continu attraverso Amir Khusraw Dihlw, fino ad Ab-l-Fadl, Dara Shikoh, sfociando nel vasto fervore di traduzioni di opere ind in persiano durante lepoca mongola.

Sul piano religioso, nonostante gli zoroastriani fossero stati definitivamente ammessi fra la gente del libro (ahl-al-kitb) vi fu una controversia fra musulmani sulla collocazione dellinduismo, bench, come gi stato ricordato, molti ulam (teologi) indiani avessero senzaltro ritenuto gli ind gente del libro. Inutile dire che in India i musulmani, contrariamente a quelli che vivevano in Arabia, non ritenevano certamente gli ind pagani o idolatri, bens ne rispettavano la differente religione. Molti sufi in India definivano linduismo religione di Adamo, e un santo ortodosso Naqshbandi come Mirza Mazhar Jan Janan considerava i Veda testi di ispirazione divina. Vi era in realt nellIslam una intuizione del carattere primordiale dellinduismo che spinse molti pensatori musulmani a identificare Brahma con Abraham (Abramo). Questa identificazione pu apparire strana dal punto di vista linguistico, ma contiene un profondo significato metafisico. Abramo , per lIslam, il primo patriarca in assoluto, che si identifica con la religione primordiale (al-dn al-hnif), quella che lIslam venne a riaffermare. La relazione tra il nome dei barhima (ossia gli ind) e quello di Abramo era quindi per i musulmani lesatta affermazione della natura primordiale della tradizione ind.

Il maestro sufi Abd al Karm Jl scrive: La gente del Libro divisa in molti gruppi. Quanto ai barhima (gli ind), essi si proclamano appartenenti alla religione di Abramo e alla sua progenie, e possiedono speciali atti di culto I barhima adorano Dio assolutamente senza (ricorrere allintervento) di profeti o inviati. Infatti dicono che non vi nulla al mondo dellesistenza salvo ci che stato creato da Dio. Essi testimoniano la sua Unicit nellEssere, ma respingono nel modo pi totale profeti e messaggeri. Adorano la verit come i profeti prima della loro missione profetica. Si proclamano figli di Abramo su di lui la pace e dicono di avere un libro scritto per loro da Abramo stesso su di lui la pace-, che per lo ricevette dal Suo Signore. Tale libro, nel quale si tratta della verit delle cose, diviso in cinque parti. Quattro parti essi consentono a chiunque di leggerle. Ma permettono la lettura della quinta solo a pochi fra loro, a causa della sua profondit e insondabilit. Fra loro risaputo che chiunque legga la quinta parte del libro entrer necessariamente nellovile dellIslam e abbraccer la religione di Muhammad su di lui la pace.

Al Jl fa distinzione tra la metafisica e la pratica quotidiana ind e identifica la prima con la dottrina islamica dellunit divina. Il riferimento da lui fatto al quinto Veda indica appunto linteriore identit tra le dottrine esoteriche e metafisiche delle due tradizioni. Egli cerc, come anche altri sufi, di accostarsi allinduismo tramite una penetrazione metafisica della sua struttura mitica, per rivelare la presenza dellUno dietro il velo del molteplice. In questo campo il suo approccio non era fondamentalmente diverso dallatteggiamento di quei sufi che hanno cercato di interpretare la Trinit cristiana come unaffermazione e non gi come una negazione dellunit divina.

La traduzione di opere ind in persiano durante il periodo Moghul un fatto di enorme significato spirituale, la cui vera portata non stata ancora valutata, specialmente dai musulmani che non sono n persiani n indiani. Figura centrale di questo movimento fu il principe Dara Shikoh, al quale si deve la traduzione della Bhagavad Gita (Il canto del Beato), dello Yoga Vasishtha (Sintesi dello yoga) e, soprattutto, delle Upanishad. della sua versione persiana che Anquetil-Duperron fece la traduzione latina, la quale ha avuto grande influsso su molti filosofi europei del secolo XIX, per esempio Schelling, e di cui il poeta mistico William Blake possedeva una copia.

Importantissima per il fiorire degli studi sullinduismo in Occidente, tale traduzione riveste un significato ancor maggiore per lodierno incontro religioso tra induismo e Islam. Nello stesso modo in cui le crociate quasi distrussero ogni relazione amichevole tra Islam e Cristianesimo in Medio Oriente, le vicende del secolo scorso hanno reso difficili i contatti tra linduismo e lIslam nel subcontinente indiano. Forse solo un paese come la Persia, dove vi stato contatto storico con linduismo e dove sono mancati duri scontri politici in tempi recenti, potrebbe essere il luogo pi adatto per svolgere uno studio basilare e di alto livello sui rapporti tra induismo e Islam.

Comunque sia, le traduzioni di Dara Shikoh sono tuttaltro che indici di sincretismo o di eclettismo, quali si possono riscontrare in certi altri movimenti misti indiani. Dara era un sufi dellordine della Qdiriyya e un pio musulmano. Credeva che le Upanishad fossero il libro

segreto del quale fa cenno il Corano (56:77-80), e di esse scrisse che contengono lessenza dellunit e sono segreti che devono essere tenuti nascosti. Il suo Majma al-barayn (Riunione dei due mari) un tentativo di dimostrare lidentit delle dottrine musulmane e delle dottrine ind sullUnit. Basta leggere una delle Upanishad tradotte da Dara Shikoh per accorgersi che egli non si limitava a tradurre i termini in persiano, ma tentava anche di trasporre i concetti nel sufismo. Le sue traduzioni contengono una concezione sufi delle Upanishad, e, ben lungi dallessere un tentativo di sincretizzazione, rappresentano un ragguardevole sforzo per gettare un ponte tra la metafisica ind e quella islamica. Le sue traduzioni, oltre alle molte altre di classici ind, come il Ramayana, il Mahabharata e lo Yoga Vasishtha, di cui il saggio persiano Mir Abu-l-Qasim Findiriski scrisse un commento, sono un autentico tesoro che dovrebbe essere pi largamente conosciuto nel mondo musulmano e non restare confinato nellambito persiano e musulmano del subcontinente indo-pakistano. Queste opere, come del resto quelle di altri maestri sufi dellIndia musulmana quali Ghawth Ali Shal, la divulgazione sufi del tantrismo, e molte altre che spesso hanno fornito le pi acute spiegazioni della metafisica e della mitologia ind, possono servire di base per uno studio approfondito della tradizione dellinduismo alla luce della situazione attuale.

Sorprende constatare come, bench lIslam avesse numerosi rapporti col buddismo, le fonti musulmane parlino assai meno di questa tradizione che non di quella ind. Naturalmente, tramite la traduzione dei Panchatantra in arabo dal pahlavi e tramite altre fonti letterarie e tradizioni orali, si era venuti a conoscere qualcosa sul Buddha come figura di un sapiente, tanto che egli veniva spesso identificato con Hermes, origine della sapienza.

Molte fonti comuni delle sette e delle scuole religiose considerano il buddismo una ramificazione dellinduismo, e persino al-Birn, nel suo India, gli dedic ben poca attenzione.

Non considerando i testi scritti pi recentemente da musulmani indiani, il pi serio e ragguardevole studio sul buddismo degli annali islamici di epoca piuttosto tarda, dellVIII (XIV) secolo, e si trova nella storia universale di Rashd al-Dn Fadlallah. Il capitolo dedicato

al buddismo, religione che doveva aver suscitato un nuovo interesse con la venuta dei mongoli, basato soprattutto sullinsieme delle tradizioni e si avvale della diretta collaborazione di un lama kashmiri, Kamalashri Bakhshi. Il capitolo comprende un racconto di mitologia indiana tratto principalmente dai Purana e la migliore descrizione, da parte musulmana, degli yuga (cicli), ma sempre dal punto di vista buddista piuttosto che ind. Tuttavia la parte pi notevole dellopera la narrazione della vita del Buddha, che lunica negli scritti islamici. Egli viene considerato come un profeta, il cui libro, chiamato Abhidharma, contiene la quintessenza della verit. Ovviamente, i musulmani vedono in tutte le incarnazioni divine (avatara) altrettanti profeti in senso islamico, sicch linterpretazione della persona del Buddha come profeta non dovrebbe sorprendere. Leccellente narrazione della vita di Shakyamuni (asceta della Shakya, appellativo del Buddha), divenne notissima e fu inclusa in molte opere persiane posteriori di storia universale. Ma su questo argomento non vi fu altra opera di rilievo, come invece sullinduismo, soprattutto perch pi tardi manc proprio la possibilit di un contatto diretto col buddismo, salvo che nella Cina occidentale, dove per le comunit musulmane continuavano a vivere relativamente isolate dalle principali correnti di pensiero della vita islamica.