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L’Espresso 17 luglio 2009

Elite e democrazia
di Eugenio Scalfari
Il potere politico è sempre stato concentrato nelle élite. Ma la loro circolazione insieme alla divisione
dei poteri è lo schema tuttora valido anche se permanentemente insidiato

Ho letto con attenzione e interesse il libro di Massimo Salvadori ('Democrazia senza democrazia' editore
Laterza) e, con pari attenzione e interesse, la recensione che gli ha dedicato Luciano Canfora sul
'Corriere della Sera' del 29 giugno scorso.
Il tema è di stringente attualità politica e i due autori, del libro e della recensione, procedono direi mano
nella mano nella critica anti-elitista che ha come bersagli sia la democrazia liberale ottocentesca sia
quella di massa instaurata nel secondo Novecento per iniziativa della socialdemocrazia e del movimento
socialista in Europa.
Si tratta da parte dei due autori di una critica senza appello che mette sotto schiaffo la democrazia
parlamentare e partitocratica, appoggiandosi alle motivazioni formulate da Gaetano Mosca, Robert
Michels, Gramsci (ai quali aggiungerei Pareto e Salvemini e, perché no, in epoche diverse anche
Tocqueville, Benjamin Constant, Georges Sorel e Schumpeter) convergenti nel dimostrare la falsità
dell'auto-rappresentazione d'una democrazia formalmente esistente, ma in realtà totalmente asservita ai
poteri economici e/o all'interesse dell'oligarchia dominante di mantenere il potere, estenderlo, bloccare
le possibilità di controllo e di rinnovamento delle classi dirigenti.
Marx ed Engels sono assai meno presenti in questa analisi critica. Essi infatti davano una lettura
sovrastrutturale della politica e fissavano il loro sguardo soprattutto sull'evoluzione delle forze
economiche che rappresentavano la struttura della società. Nacque da questa loro lettura la distinzione
tra le cosiddette libertà borghesi e la libertà sostanziale che si sarebbe attuata soltanto con l'abolizione
della proprietà privata prima e dello Stato poi.
Ho detto che l'analisi marxista ha lavorato su un altro piano, ma è pur vero che la critica delle libertà
borghesi ha finito con l'incontrarsi con quella anti-elitaria realizzando uno dei molti casi del 'marciare
separati per colpire uniti'.
Non mi nascondo affatto i problemi edilizi che la democrazia parlamentare porta con sé sin dalla sua
nascita, sia nella fase liberale che operava su un ceto molto ristretto in base al genere (soltanto maschile)
e al censo (soltanto gli abbienti) e sia nella fase del suffragio universale, dei partiti di massa e delle
organizzazioni sindacali.
La dinamica tra il potere politico e il potere economico e il frequente asservimento del primo rispetto al
secondo è stata una costante della storia, non soltanto moderna, ma anche antica. Quindi non soltanto
della democrazia. Non ho bisogno di ricordare a Salvadori (e tantomeno a Canfora) il peso che
esercitarono i ricchi nella Roma senatoriale e perfino in quella pre-imperiale del primo e del secondo
triumvirato.
Il dominio del 'business' sulla politica è, lo ripeto, una costante storica che si impose sia quando la politica
era debole sia quando era forte; perfino Napoleone (e non parliamo del secondo impero di suo nipote)
soggiacque in molte occasioni al potere economico, così come vi soggiacquero molti presidenti degli Stati
Uniti e molti premier britannici. Tutti i paesi in tutte le latitudini hanno vissuto le fasi alterne di questa
dinamica che è ineliminabile nella storia del mondo.
Mi preme però di discutere il tema delle 'élite' e delle oligarchie. Rimarco intanto una sostanziale
differenza tra questi due temi che sintetizzo così: le oligarchie sono delle 'élite' che hanno bloccato
l'accesso al potere di nuove forze sociali. Ma non tutte le 'élite' si rattrappiscono in oligarchie, così come
non tutte soggiacciono al potere del 'business'. Roosevelt fu un caso importante di questa dinamica.
Barack Obama ne è un altro, operante sotto i nostri occhi.
Personalmente ritengo che il potere politico sia sempre stato concentrato nelle 'élite'. La critica anti-
elitaria ha quasi sempre avuto come sbocco politico l'insediamento di regimi autoritari o dittatoriali o
addirittura totalitari. Da questo punto di vista la Rivoluzione francese rappresenta un esempio mirabile
per la rapidità con la quale è passata da uno stadio all'altro: dalla democrazia costituzionale dell'89
all'oligarchia dell'asse Danton-Robespierre, alla dittatura del Terrore, all'oligarchia del Direttorio, al
potere assoluto dell'Impero.
Le élite non bloccate, quelle che un radicale come de Viti de Marco chiamava 'la circolazione delle élite' e
insieme la divisione dei poteri teorizzata da Montesquieu, cioè lo Stato di diritto che assicura il controllo
attraverso appunto la divisione dei poteri: questo è lo schema di una democrazia funzionante, tuttora
valido anche se permanentemente insidiato. A mantenerlo sono utilissime le analisi critiche del tipo di
quella dell'amico Salvadori che tengono vivo il dibattito e segnalano le crepe e le falle di un sistema
fragile che sopravvive perché "non se ne è ancora inventato un altro migliore".