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IL RACCONTO
Prisca Agustoni
Patrizia Cavalli
Cui Zien
Jolanda Insana
Lorenzo Pavolini
Karl Barth : Cristianesimo e socialismo
Dalla Turchia allEgitto, un mondo in rivolta
Da Taranto a Porto Torres, da Messina a Bologna
Letteratura e industria ieri e oggi (Benfante, Carnevale,
Ciafaloni, Franzin, Gatto, Raffaeli, Tricomi)
Il Papa a Lampedusa
Ricordo di Margherita Hack,
Anna Maria Levi,
Silvio Lanaro
5 Saluti da Las Palmas
J. G. Ballard
PERSUASIONI
10 Il papa a Lampedusa
Alessandro Leogrande
12 Berlusconi condannato
Oreste Pivetta
17 Il veleno di Porto Torres
Costantino Cossu
19 A Taranto, lIlva commissariata
Salvatore Romeo
24 Rosarno, tre anni dopo
Campagne in lotta
30 Qualcosa di nuovo a Messina
Michele Schinella
33 Cosa ci dice il referendum di Bologna
Mauro Boarelli
36 Chiesa e Stato nella scuola
don Vinicio Albanesi
39 Ribellioni qui e l, e dovunque
Immanuel Wallerstein
40 LEgitto a un punto di svolta
Neliana Tersigni
44 Attenti al modello Algeria
Emanuele Giordana
46 Turchia, un punto di non ritorno
Lea Nocera
54 Le ultime gesta di Putin
Maria Ferretti
158/159
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Mensile anno XVII n. 158/159
agosto/settembre 2013
Redazione via degli Scialoia, 3 00196 Roma
tel: 06-32828231; fax: 06-32828240
e-mail: lo.straniero@contrasto.it;
redazione@lostraniero.net
sito web: www.lostraniero.net
Editore Contrasto s.r.l.
via degli Scialoia, 3 00196 Roma
tel: 06-328281
sito web: www.contrastobooks.com
Stampa Arti Grafiche La Moderna
Promozione Promedi
Piazza Malpighi, 6 40123 Bologna
tel: 051-344375
Distribuzione Messaggerie Libri
via Verdi, 8 20090 Assago (MI)
tel: 02-45774200
Redazione Goffredo Fofi (direttore),
Vittorio Giacopini, Nicola Lagioia, Alessandro
Leogrande (vicedirettore), Emiliano Morreale
Segretaria di redazione Anna Branchi
Grafica Fausta Orecchio
Collaboratori Cecilia Bartoli, Giuliano Battiston,
Ornella Bellucci, Marcello Benfante, Gianfranco
Bettin, Giacomo Borella, Andrea Brazzoduro, Maurizio
Braucci, Marisa Bulgheroni, Franco Carnevale, Marco
Carsetti, Domenico Chirico, Francesco Ciafaloni,
Giorgio De Marchis, Nicola
De Cilia, Carlo Donolo, Enzo Ferrara, Grazia Fresco
Honegger, Giancarlo Gaeta, Piergiorgio Giacch,
Roberto Koch, Stefano Laffi, Luca Lambertini,
Franco Lorenzoni, Marcello Lorrai, Luigi Manconi,
Giulio Marcon, Carlo Mazza Galanti,
Paolo Mereghetti, Giorgio Morbello, Luigi Monti, Maria
Nadotti, Andrea Nanni, Renato Novelli,
Fausta Orecchio, Antonio Pascale, Lorenzo Pavolini,
Luca Rastello, Angela Regio, Alberto Rocchi,
Nicola Ruganti, Rodolfo Sacchettini, Paola Splendore,
Carola Susani, Neliana Tersigni, Alessandro Triulzi,
Emilio Varr, Cristina Ventrucci, Nicola Villa,
Dario Zonta, Giovanni Zoppoli
Direttore responsabile Goffredo Fofi
Si collabora su invito della redazione; i manoscritti
non vengono restituiti. Leditore si dichiara disponibile
a corrispondere il pagamento dei diritti di cui
non stato possibile raggiungere i detentori.
Finito di stampare luglio 2013
Reg. Tribunale di Roma n. 201/99 del 27.04.99
5 Saluti da Las Palmas
J. G. Ballard
PERSUASIONI
10 Il papa a Lampedusa
Alessandro Leogrande
12 Berlusconi condannato
Oreste Pivetta
17 Il veleno di Porto Torres
Costantino Cossu
19 A Taranto, lIlva commissariata
Salvatore Romeo
24 Rosarno, tre anni dopo
Campagne in lotta
30 Qualcosa di nuovo a Messina
Michele Schinella
33 Cosa ci dice il referendum di Bologna
Mauro Boarelli
36 Chiesa e Stato nella scuola
don Vinicio Albanesi
39 Ribellioni qui e l, e dovunque
Immanuel Wallerstein
40 LEgitto a un punto di svolta
Neliana Tersigni
44 Attenti al modello Algeria
Emanuele Giordana
46 Turchia, un punto di non ritorno
Lea Nocera
54 Le ultime gesta di Putin
Maria Ferretti
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Mensile anno XVII n. 158/159
agosto/settembre 2013
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Carsetti, Domenico Chirico, Francesco Ciafaloni,
Giorgio De Marchis, Nicola
De Cilia, Carlo Donolo, Enzo Ferrara, Grazia Fresco
Honegger, Giancarlo Gaeta, Piergiorgio Giacch,
Roberto Koch, Stefano Laffi, Luca Lambertini,
Franco Lorenzoni, Marcello Lorrai, Luigi Manconi,
Giulio Marcon, Carlo Mazza Galanti,
Paolo Mereghetti, Giorgio Morbello, Luigi Monti, Maria
Nadotti, Andrea Nanni, Renato Novelli,
Fausta Orecchio, Antonio Pascale, Lorenzo Pavolini,
Luca Rastello, Angela Regio, Alberto Rocchi,
Nicola Ruganti, Rodolfo Sacchettini, Paola Splendore,
Carola Susani, Neliana Tersigni, Alessandro Triulzi,
Emilio Varr, Cristina Ventrucci, Nicola Villa,
Dario Zonta, Giovanni Zoppoli
Direttore responsabile Goffredo Fofi
Si collabora su invito della redazione; i manoscritti
non vengono restituiti. Leditore si dichiara disponibile
a corrispondere il pagamento dei diritti di cui
non stato possibile raggiungere i detentori.
Finito di stampare luglio 2013
Reg. Tribunale di Roma n. 201/99 del 27.04.99
Saluti da Las Palmas di J. G. Ballard
traduzione di Giuseppe Lippi
3 luglio 1985 Hotel Imperial, Playa Inglaterra, Las Palmas
Siamo arrivati unora fa dopo un volo stupefacente. Per una ragione che soltanto lui sa, il
computer dellaeroporto di Gatwick ci ha assegnato dei posti di prima classe, e lo stesso capi-
tato a una stupidissima dentista di Bristol con marito e tre figli. Richard, come al solito timo-
rosio del volo, ha approfittato pi del lecito dello champagne gratuito: infatti, era gi a die-
cimila metri di quota prima ancora che le ruote del carrello si staccassero dalla pista. Ho
contrassegnato con un cerchietto il nostro balcone, al ventisettesimo piano. un posto fan-
tastico a poco pi di trenta chilometri da Las Palmas, un nuovissimo complesso turistico
con tutti i comfort e tutti i divertimenti. Per goderteli non devi fare altro che premere un bot-
tone. Sto giusto per programmarmi unora di sci dacqua, seguita da massaggio svedese e par-
rucchiere! Diana.
10 luglio Hotel Imperial
Settimana incredibile! Non mi sono mai divertita tanto in cos pochi giorni: tennis, nuoto,
sci dacqua e decine di cocktail party. Ogni sera un gruppo di noi guida gli altri ai cabaret e alle
botes che sorgono sulla spiaggia, per poi concludere in uno o pi dei cinque night-club che
appartengono allalbergo. Richard lho visto appena. Il bel fusto che appare nella fotogra-
fia il cosiddetto Consigliere di Spiaggia, un intelligentissimo ex-funzionario di Pubbliche
Relazioni che due anni fa ha mandato al diavolo tutto e si piazzato qui. Questo pomeriggio
mi dar lezione di volo. Diana.
17 luglio Hotel Imperial
Le sabbie del tempo sono trascorse. Seduta qui sul balcone, mentre Richard fa lo sci acrobatico
nella baia, difficile credere che domani saremo a Exeterdi nuovo. Richard giura che la prima
cosa che far sar prenotare per lanno prossimo. stata una vacanza veramente splendi-
da, e solo Dio sa come facciano a tenere prezzi cos bassi. Pare che il governo spagnolo dia
un sussidio. Lorganizzazione, sofisticata ma non invadente, contribuisce a questo bel risul-
tato: una ditta inglese, ma non ha niente a che fare con quelle tipo Butlin. Anche i clienti pro-
vengono tutti, stranamente, dallIsola Occidentale. Vi rendete conto che Richard e io siamo
stati cos occupati che non abbiamo avuto il tempo di visitare Las Palmas? (Ultimissime:
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Mensile anno III n.17
settembre 2001
Editore: Contrasto 2
Direzione: via della Farnesina 13, 00186 Roma
tel: 06-3336545; fax: 06-3336385
e mail: minimumfax @ flashnet.it
Direttore responsabile
Goffredo Fofi
Redazione
Vittorio Giacopini, Monica Nonno.
Corrispondenti
Torino: Giorgio Morbello, Luca Rastello;
Milano: Stefano Laffi, Luca Mosso;
Veneto: Federica Bellicanta, Nicola De cilia;
Firenze: Carmelo Argentieri, Enrico Nosei;
Roma: Roberto Koch, Michele Colucci,
Giulio Marcon; Perugia: Piergiorgio Giacch;
Napoli: Giuseppe Fonseca, Luca Rossomando;
Bari: Antongiulio Mancino;
Taranto: Alessandro Leogrande;
Palermo: Marcello Benfante, Emiliano Morreale.
Progetto grafico
Fausta Orecchio
llustrazione di copertina
Mimmo Palladino
Illustrazioni
Oreste Zevola
Impaginazione
Monica Nonno
Stampa
Graffiti, Roma
Pubblicit:
Francesca Dolceamore
Hanno collaborato alla realizzazione di questo
numero: Monica Campardo, Marco Cassini,
Marco Carsetti, Davide De Santis,
Daniele Di Gennaro, Elena Fantasia, Alessandra
Francioni, Theo Nelki,
Sabrina Ranucci, Elisa Serra.
Abbonamenti:
a quattro numeri lire 70.000; sostenitore:
da lire 150.000; per lestero: lire 140.000,
da versare sul c.c./p. n 4549000 intestato
a Minimum fax specificando : abbonamento
per Lo Straniero.
Finito di stampare
Maggio 1997
Si collabora su invito della redazione;
i manoscritti non vengono restituiti. Leditore
si dichiara disponibile a corrispondere
il pagamento dei diritti di cui non stato
possibile raggiungere i detentori
N 1 in attesa di registrazione
presso il Tribunale di Roma
ORIZZONTI
60 Due movimenti dal basso
Alberto Gallas
64 Cristianesimo e socialismo
Karl Barth
ARTE E PARTE
Lavoro e letteratura
78 Domande di un lettore operaio
Bertolt Brecht
79 Raccontare il lavoro
Francesco Ciafaloni
83 Da Volponi a Di Ruscio
Massimo Raffaeli
92 La tematica industriale
Italo Calvino
94 Un discorso al Senato
Paolo Volponi
97 Ferracuti e una strage operaia
Marcello Benfante
101 Il vero malato il lavoro
Franco Carnevale
103 Il racconto del presente
Marco Gatto
105 Da Taranto, fumo sullEuropa
Antonio Tricomi
107 Pochi minuti prima dea piet
Fabio Franzin
OPERE/GIORNI
110 Saggi sulla citt
Giacomo Borella
114 Teju Cole, il futuro meticcio
Goffredo Fofi
116 Arno Camenisch racconta linfanzia
Sara Honegger
119 Manuele Fior, utopia e malinconia
Alessio Trabacchini
121 Perch Dan Brown ha vinto
Alessandro Zaccuri
124 Muriel Spark in colonia
Paola Splendore
126 I romanzi della guerra civile
Stefano Guerriero
131 Marsiglia 1940
Luca Lenzini
134 Ricordo di Margherita Hack
Alessandro Rossi
136 Ricordo di Silvio Lanaro
Gianfranco Bettin
138 Ricordo di Anna Maria Levi
Goffredo Fofi
138 Ricordo di Richard Matheson
139 Letto, visto, ascoltato
Marco Corona / Angelika Overath,
Julio Ramn Ribeyro, Maria Attanasio,
Maria Jatosti, John Hersey,
Jin Thompson
144 Premio Lo Straniero 2013
IL RACCONTO
148 Lalluvione
Prisca Agustoni
153 Terremoto
Jolanda Insana
158 Mi chiamo Sento
Lorenzo Pavolini
164 Una barca nei flutti
Cui Zien
a cura di Maria Rita Masci
171 La maest barbarica
Patrizia Cavalli
La copertina di questo numero
di Mariana Chiesa Mateos, le illustrazioni
sono di Liliana Salone (tratte da Il beneficio
dellinventario, Giuda), i disegni in apertura
di sezione sono di Oreste Zevola,
il logo di Mimmo Paladino.
Hanno collaborato a questo numero:
Andrea Brazzoduro, Ludovico Orsini,
Daniele Papalini, Simona Parisi, Mimmo
Perrotta, Stefano Trasatti, Emilio Varr,
le case editrici Einaudi e Ediesse.
Saluti da Las Palmas di J. G. Ballard
traduzione di Giuseppe Lippi
3 luglio 1985 Hotel Imperial, Playa Inglaterra, Las Palmas
Siamo arrivati unora fa dopo un volo stupefacente. Per una ragione che soltanto lui sa, il
computer dellaeroporto di Gatwick ci ha assegnato dei posti di prima classe, e lo stesso capi-
tato a una stupidissima dentista di Bristol con marito e tre figli. Richard, come al solito timo-
rosio del volo, ha approfittato pi del lecito dello champagne gratuito: infatti, era gi a die-
cimila metri di quota prima ancora che le ruote del carrello si staccassero dalla pista. Ho
contrassegnato con un cerchietto il nostro balcone, al ventisettesimo piano. un posto fan-
tastico a poco pi di trenta chilometri da Las Palmas, un nuovissimo complesso turistico
con tutti i comfort e tutti i divertimenti. Per goderteli non devi fare altro che premere un bot-
tone. Sto giusto per programmarmi unora di sci dacqua, seguita da massaggio svedese e par-
rucchiere! Diana.
10 luglio Hotel Imperial
Settimana incredibile! Non mi sono mai divertita tanto in cos pochi giorni: tennis, nuoto,
sci dacqua e decine di cocktail party. Ogni sera un gruppo di noi guida gli altri ai cabaret e alle
botes che sorgono sulla spiaggia, per poi concludere in uno o pi dei cinque night-club che
appartengono allalbergo. Richard lho visto appena. Il bel fusto che appare nella fotogra-
fia il cosiddetto Consigliere di Spiaggia, un intelligentissimo ex-funzionario di Pubbliche
Relazioni che due anni fa ha mandato al diavolo tutto e si piazzato qui. Questo pomeriggio
mi dar lezione di volo. Diana.
17 luglio Hotel Imperial
Le sabbie del tempo sono trascorse. Seduta qui sul balcone, mentre Richard fa lo sci acrobatico
nella baia, difficile credere che domani saremo a Exeterdi nuovo. Richard giura che la prima
cosa che far sar prenotare per lanno prossimo. stata una vacanza veramente splendi-
da, e solo Dio sa come facciano a tenere prezzi cos bassi. Pare che il governo spagnolo dia
un sussidio. Lorganizzazione, sofisticata ma non invadente, contribuisce a questo bel risul-
tato: una ditta inglese, ma non ha niente a che fare con quelle tipo Butlin. Anche i clienti pro-
vengono tutti, stranamente, dallIsola Occidentale. Vi rendete conto che Richard e io siamo
stati cos occupati che non abbiamo avuto il tempo di visitare Las Palmas? (Ultimissime:
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Mensile anno III n.17
settembre 2001
Editore: Contrasto 2
Direzione: via della Farnesina 13, 00186 Roma
tel: 06-3336545; fax: 06-3336385
e mail: minimumfax @ flashnet.it
Direttore responsabile
Goffredo Fofi
Redazione
Vittorio Giacopini, Monica Nonno.
Corrispondenti
Torino: Giorgio Morbello, Luca Rastello;
Milano: Stefano Laffi, Luca Mosso;
Veneto: Federica Bellicanta, Nicola De cilia;
Firenze: Carmelo Argentieri, Enrico Nosei;
Roma: Roberto Koch, Michele Colucci,
Giulio Marcon; Perugia: Piergiorgio Giacch;
Napoli: Giuseppe Fonseca, Luca Rossomando;
Bari: Antongiulio Mancino;
Taranto: Alessandro Leogrande;
Palermo: Marcello Benfante, Emiliano Morreale.
Progetto grafico
Fausta Orecchio
llustrazione di copertina
Mimmo Palladino
Illustrazioni
Oreste Zevola
Impaginazione
Monica Nonno
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Graffiti, Roma
Pubblicit:
Francesca Dolceamore
Hanno collaborato alla realizzazione di questo
numero: Monica Campardo, Marco Cassini,
Marco Carsetti, Davide De Santis,
Daniele Di Gennaro, Elena Fantasia, Alessandra
Francioni, Theo Nelki,
Sabrina Ranucci, Elisa Serra.
Abbonamenti:
a quattro numeri lire 70.000; sostenitore:
da lire 150.000; per lestero: lire 140.000,
da versare sul c.c./p. n 4549000 intestato
a Minimum fax specificando : abbonamento
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Finito di stampare
Maggio 1997
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i manoscritti non vengono restituiti. Leditore
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N 1 in attesa di registrazione
presso il Tribunale di Roma
ORIZZONTI
60 Due movimenti dal basso
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64 Cristianesimo e socialismo
Karl Barth
ARTE E PARTE
Lavoro e letteratura
78 Domande di un lettore operaio
Bertolt Brecht
79 Raccontare il lavoro
Francesco Ciafaloni
83 Da Volponi a Di Ruscio
Massimo Raffaeli
92 La tematica industriale
Italo Calvino
94 Un discorso al Senato
Paolo Volponi
97 Ferracuti e una strage operaia
Marcello Benfante
101 Il vero malato il lavoro
Franco Carnevale
103 Il racconto del presente
Marco Gatto
105 Da Taranto, fumo sullEuropa
Antonio Tricomi
107 Pochi minuti prima dea piet
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OPERE/GIORNI
110 Saggi sulla citt
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114 Teju Cole, il futuro meticcio
Goffredo Fofi
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Sara Honegger
119 Manuele Fior, utopia e malinconia
Alessio Trabacchini
121 Perch Dan Brown ha vinto
Alessandro Zaccuri
124 Muriel Spark in colonia
Paola Splendore
126 I romanzi della guerra civile
Stefano Guerriero
131 Marsiglia 1940
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134 Ricordo di Margherita Hack
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136 Ricordo di Silvio Lanaro
Gianfranco Bettin
138 Ricordo di Anna Maria Levi
Goffredo Fofi
138 Ricordo di Richard Matheson
139 Letto, visto, ascoltato
Marco Corona / Angelika Overath,
Julio Ramn Ribeyro, Maria Attanasio,
Maria Jatosti, John Hersey,
Jin Thompson
144 Premio Lo Straniero 2013
IL RACCONTO
148 Lalluvione
Prisca Agustoni
153 Terremoto
Jolanda Insana
158 Mi chiamo Sento
Lorenzo Pavolini
164 Una barca nei flutti
Cui Zien
a cura di Maria Rita Masci
171 La maest barbarica
Patrizia Cavalli
La copertina di questo numero
di Mariana Chiesa Mateos, le illustrazioni
sono di Liliana Salone (tratte da Il beneficio
dellinventario, Giuda), i disegni in apertura
di sezione sono di Oreste Zevola,
il logo di Mimmo Paladino.
Hanno collaborato a questo numero:
Andrea Brazzoduro, Ludovico Orsini,
Daniele Papalini, Simona Parisi, Mimmo
Perrotta, Stefano Trasatti, Emilio Varr,
le case editrici Einaudi e Ediesse.
fondata. Per occupare il tempo mi sono iscritta a un gruppo teatrale dilettante che pensa di
allestire Limportanza di chiamarsi Ernesto. Richard la prende con filosofia, il che sor-
prendente. Volevo impostare la presente a Las Palmas, ma non ci sono autobus, e quando
abbiamo deciso di andarci a piedi Richard e io ci siamo persi in un labirinto di edifici in costru-
zione. Diana.
5 settembre Hotel Imperial
Ancora nessuna notizia. Il tempo scorre come in un sogno. Ogni mattina una folla stupita
intasa lingresso dellhotel alla ricerca di notizie riguardanti il volo di ritorno. Nel complesso
tutti la prendono bene. uno sfoggio collettivo di spirito britannico. La maggior parte dei
clienti, come Richard, sono impiegati dellindustria, ma grazie al cielo le ditte si sono compor-
tate splendidamente, telegrafandoci di tornare quando potevamo. Richard osserva cinica-
mente che dati gli attuali livelli di recessione, e col Governo che taglia i fondi, i nostri datori
di lavoro sono ben lieti di saperci intrappolati qui. Francamente, sono troppo occupata in
mille attivit per preoccuparmi; qui da noi si sta verificando una specie di mini-Rinascimento
delle arti. Saune promiscue, lezioni di alta cucina, gruppi dincontro, e naturalmente il teatro
e la biologia marina. Fra parentesi, non siamo mai riusciti a raggiungere Las Palmas. Ieri
Richard ha noleggiato un moscone e si spinto al largo. Ha scoperto cos che lisola ormai
un insieme di grandi complessi turistici auto-sufficienti, vere e proprie riserve umane come
le ha definite Richard. Secondo i suoi calcoli si trovano qui almeno un milione di persone,
per lo pi impiegati inglesi del nord e delle Midlands. Alcuni sono bloccati da un anno e sem-
brano felici, anche se non godono di tutte le comodit che abbiamo noi. Stasera abbiamo
le prove in costume. Pensate a me nei panni di lady Bracknell: mortificante che non ci sia
unattrice anziana per sostenerne la parte, ma qui hanno tutti venti e trentanni. Comunque,
il regista, un ex-esperto di statistiche delllci che risponde al nome di Tony Johnson, stato
meraviglioso nellindorarmi la pillola. Diana.
6 ottobre Hotel Imperial
Solo una cartolina. Stamattina c stata una scenata perch Richard, che si incupito da
diverso tempo, ha fatto una sfuriata con la direzione dellalbergo. Quando sono arrivata nel-
latrio dopo la lezione di francese ho visto che si era raccolta una grande folla. Ascoltavano
Richard che urlava imbestialito contro laddetto al banco della reception. Era eccitatissimo,
ma logico nella sua follia. Chiedeva un taxi (qui non ce ne sono, nessuno va mai da nessuna
parte) dicendo di volere andare a Las Palmas. Furioso, pretendeva di telefonare al Governatore
delle Canarie, o al console svizzero. A questo punto sono arrivati Mark e Tony Johnson, con un
dottore. Per un attimo c stata un po di lotta, poi lhanno preso e portato in camera nostra.
Pensavo che ne avesse avuto abbastanza, ma mezzora dopo, quando sono uscita dalla doc-
cia, era scomparso. Spero che sia andato a sbollire da qualche parte. La direzione dellhotel
sempre gentilissima, ma mi sono chiesta come mai nessuno si fosse unito alle proteste di
Richard. Gli altri ospiti hanno assistito alla scena un po stupiti e poi sono tornati in piscina.
A volte, penso proprio che non abbiano nessuna voglia di tornare a casa. Diana.
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Mark Hastings, il Consigliere di Spiaggia, mi ha appena mandato un fascio di orchidee!) Vi
parler di lui domani. Diana.
18 luglio Hotel Imperial
Sorpresa! Ancora il computer. A quanto pare c stata un po di confusione a Gatwick, e lae-
reo non sar qui prima di domani (al pi presto). Richard un po preoccupato perch oggi do-
veva andare in ufficio. Abbiamo staccato anche lultimo travellers cheque, ma per fortuna, gra-
zie a Mark, la direzione dellalbergo si mostrata gentilissima. Non solo non ci verr addebita-
to alcun extra, ma limpiegato ha detto che sar felice di anticiparci tutto il contante neces-
sario. Urr! Comunque sempre una piccola seccatura. Questo pomeriggio abbiamo cam-
minato insieme lungo la spiaggia. Era la prima volta. Non mi ero resa conto di quanto fosse
grande il complesso: si snoda per chilometri lungo la costa e met ancora in costruzione.
Arrivano dappertutto autobus dellaeroporto carichi di turisti provenienti da Sheffield,
Manchester e Birmingham. Mezzora dopo essere scesi dal bus eccoli sguazzare nelle onde,
fare lo sci dacqua e bere Campari esentasse nei bar intorno alle piscine. Osservare questo
spettacolo fa uno strano effetto. Diana.
25 luglio Hotel Imperial
Ancora qui. Il cielo pieno di aerei provenienti da Gatwick e Heathrow, ma a quanto pare
nessuno il nostro. Aspettiamo nellatrio ogni mattina con i bagagli fatti, ma il bus dellaereo-
porto non passa mai. Dopo unora circa limpiegato suona un campanello e avverte che c
stato un rinvio, al che tutti strascichiamo i piedi e ci prepariamo a unaltra giornata di pisci-
na, drink e sci dacqua a spese della casa. I primi giorni stato anche divertente, bench Ri-
chard fosse arrabbiato e depresso; la sua ditta una importante fornitrice della Leyland, e lui
pensa che se lascia dei licenziamenti dovr colpire qualcuno, i primi a esserne colpiti saran-
no i funzionari di medio calibro. Per fortuna in albergo ci fanno credito incondizionato, e
Mark dice che con ogni probabilit, se non superiamo un certo tetto, non si cureranno nem-
meno di chiederci la restituzione. Buone notizie: la ditta di Richard gli ha appena spedito
un telegramma in cui gli si dice di non preoccuparsi. A quanto pare, eserciti di persone sono
rimaste intrappolate nello stesso modo. Sollievo immenso... Ho pensato di telefonarvi, ma da
giorni ormai le linee sono bloccate. Diana.
15 agosto Hotel Imperial
Altre tre settimane! In paradiso se la stanno ridendo... i giornali inglesi che arrivano qui sono
pieni di particolari, e senza dubbio avrete saputo che ci sar uninchiesta governativa. Pare
che, invece di prelevare i turisti dalle Canarie e riportarli a casa, le compagnie aeree abbiano
spedito i loro apparecchi nei Caraibi a sbrigare il traffico quotidiano degli americani. E cos noi,
poveri inglesi, siamo condannati a restare qui in eterno. Siamo a centinaia nella stessa barca,
e il fatto straordinario che ci si abitua. Gli impiegati dellhotel sono la gentilezza fatta per-
sona e hanno organizzato divertimenti extra per intrattenerci. C un cabaret pieno di bat-
tute politiche, e un gruppo di archeologi subacquei andr a ripescare per noi una caravella af-
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fondata. Per occupare il tempo mi sono iscritta a un gruppo teatrale dilettante che pensa di
allestire Limportanza di chiamarsi Ernesto. Richard la prende con filosofia, il che sor-
prendente. Volevo impostare la presente a Las Palmas, ma non ci sono autobus, e quando
abbiamo deciso di andarci a piedi Richard e io ci siamo persi in un labirinto di edifici in costru-
zione. Diana.
5 settembre Hotel Imperial
Ancora nessuna notizia. Il tempo scorre come in un sogno. Ogni mattina una folla stupita
intasa lingresso dellhotel alla ricerca di notizie riguardanti il volo di ritorno. Nel complesso
tutti la prendono bene. uno sfoggio collettivo di spirito britannico. La maggior parte dei
clienti, come Richard, sono impiegati dellindustria, ma grazie al cielo le ditte si sono compor-
tate splendidamente, telegrafandoci di tornare quando potevamo. Richard osserva cinica-
mente che dati gli attuali livelli di recessione, e col Governo che taglia i fondi, i nostri datori
di lavoro sono ben lieti di saperci intrappolati qui. Francamente, sono troppo occupata in
mille attivit per preoccuparmi; qui da noi si sta verificando una specie di mini-Rinascimento
delle arti. Saune promiscue, lezioni di alta cucina, gruppi dincontro, e naturalmente il teatro
e la biologia marina. Fra parentesi, non siamo mai riusciti a raggiungere Las Palmas. Ieri
Richard ha noleggiato un moscone e si spinto al largo. Ha scoperto cos che lisola ormai
un insieme di grandi complessi turistici auto-sufficienti, vere e proprie riserve umane come
le ha definite Richard. Secondo i suoi calcoli si trovano qui almeno un milione di persone,
per lo pi impiegati inglesi del nord e delle Midlands. Alcuni sono bloccati da un anno e sem-
brano felici, anche se non godono di tutte le comodit che abbiamo noi. Stasera abbiamo
le prove in costume. Pensate a me nei panni di lady Bracknell: mortificante che non ci sia
unattrice anziana per sostenerne la parte, ma qui hanno tutti venti e trentanni. Comunque,
il regista, un ex-esperto di statistiche delllci che risponde al nome di Tony Johnson, stato
meraviglioso nellindorarmi la pillola. Diana.
6 ottobre Hotel Imperial
Solo una cartolina. Stamattina c stata una scenata perch Richard, che si incupito da
diverso tempo, ha fatto una sfuriata con la direzione dellalbergo. Quando sono arrivata nel-
latrio dopo la lezione di francese ho visto che si era raccolta una grande folla. Ascoltavano
Richard che urlava imbestialito contro laddetto al banco della reception. Era eccitatissimo,
ma logico nella sua follia. Chiedeva un taxi (qui non ce ne sono, nessuno va mai da nessuna
parte) dicendo di volere andare a Las Palmas. Furioso, pretendeva di telefonare al Governatore
delle Canarie, o al console svizzero. A questo punto sono arrivati Mark e Tony Johnson, con un
dottore. Per un attimo c stata un po di lotta, poi lhanno preso e portato in camera nostra.
Pensavo che ne avesse avuto abbastanza, ma mezzora dopo, quando sono uscita dalla doc-
cia, era scomparso. Spero che sia andato a sbollire da qualche parte. La direzione dellhotel
sempre gentilissima, ma mi sono chiesta come mai nessuno si fosse unito alle proteste di
Richard. Gli altri ospiti hanno assistito alla scena un po stupiti e poi sono tornati in piscina.
A volte, penso proprio che non abbiano nessuna voglia di tornare a casa. Diana.
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Mark Hastings, il Consigliere di Spiaggia, mi ha appena mandato un fascio di orchidee!) Vi
parler di lui domani. Diana.
18 luglio Hotel Imperial
Sorpresa! Ancora il computer. A quanto pare c stata un po di confusione a Gatwick, e lae-
reo non sar qui prima di domani (al pi presto). Richard un po preoccupato perch oggi do-
veva andare in ufficio. Abbiamo staccato anche lultimo travellers cheque, ma per fortuna, gra-
zie a Mark, la direzione dellalbergo si mostrata gentilissima. Non solo non ci verr addebita-
to alcun extra, ma limpiegato ha detto che sar felice di anticiparci tutto il contante neces-
sario. Urr! Comunque sempre una piccola seccatura. Questo pomeriggio abbiamo cam-
minato insieme lungo la spiaggia. Era la prima volta. Non mi ero resa conto di quanto fosse
grande il complesso: si snoda per chilometri lungo la costa e met ancora in costruzione.
Arrivano dappertutto autobus dellaeroporto carichi di turisti provenienti da Sheffield,
Manchester e Birmingham. Mezzora dopo essere scesi dal bus eccoli sguazzare nelle onde,
fare lo sci dacqua e bere Campari esentasse nei bar intorno alle piscine. Osservare questo
spettacolo fa uno strano effetto. Diana.
25 luglio Hotel Imperial
Ancora qui. Il cielo pieno di aerei provenienti da Gatwick e Heathrow, ma a quanto pare
nessuno il nostro. Aspettiamo nellatrio ogni mattina con i bagagli fatti, ma il bus dellaereo-
porto non passa mai. Dopo unora circa limpiegato suona un campanello e avverte che c
stato un rinvio, al che tutti strascichiamo i piedi e ci prepariamo a unaltra giornata di pisci-
na, drink e sci dacqua a spese della casa. I primi giorni stato anche divertente, bench Ri-
chard fosse arrabbiato e depresso; la sua ditta una importante fornitrice della Leyland, e lui
pensa che se lascia dei licenziamenti dovr colpire qualcuno, i primi a esserne colpiti saran-
no i funzionari di medio calibro. Per fortuna in albergo ci fanno credito incondizionato, e
Mark dice che con ogni probabilit, se non superiamo un certo tetto, non si cureranno nem-
meno di chiederci la restituzione. Buone notizie: la ditta di Richard gli ha appena spedito
un telegramma in cui gli si dice di non preoccuparsi. A quanto pare, eserciti di persone sono
rimaste intrappolate nello stesso modo. Sollievo immenso... Ho pensato di telefonarvi, ma da
giorni ormai le linee sono bloccate. Diana.
15 agosto Hotel Imperial
Altre tre settimane! In paradiso se la stanno ridendo... i giornali inglesi che arrivano qui sono
pieni di particolari, e senza dubbio avrete saputo che ci sar uninchiesta governativa. Pare
che, invece di prelevare i turisti dalle Canarie e riportarli a casa, le compagnie aeree abbiano
spedito i loro apparecchi nei Caraibi a sbrigare il traffico quotidiano degli americani. E cos noi,
poveri inglesi, siamo condannati a restare qui in eterno. Siamo a centinaia nella stessa barca,
e il fatto straordinario che ci si abitua. Gli impiegati dellhotel sono la gentilezza fatta per-
sona e hanno organizzato divertimenti extra per intrattenerci. C un cabaret pieno di bat-
tute politiche, e un gruppo di archeologi subacquei andr a ripescare per noi una caravella af-
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12 novembre Hotel Imperial
Oggi successa una cosa straordinaria: ho rivisto Richard per la prima volta da quando se nera
andato. Ero in spiaggia per lo spingi-spingi quotidiano quando lho scorto tutto solo sotto
un ombrellone. abbronzato e sembra in buona salute, per pi magro. Mi ha raccontato
una storia fantastica: le Canarie sarebbero una specie di campo di vacanze forzate per i cas-
sintegrati di tutta lEuropa occidentale. Diversi governi avrebbero realizzato il progetto in
combutta con le autorit spagnole. Quando dico cassintegrati non mi riferisco solo agli
operai, ma anche agli impiegati e ai dirigenti. Secondo Richard c una spiaggia analoga per
i francesi dallaltra parte dellisola, ma ancora in costruzione, e una per i tedeschi. E le
Canarie sono solo uno dei tanti arcipelaghi adibiti a questo scopo nel Mediterraneo e nei
Caraibi. Una volta giunti nel campo-vacanze, i villeggianti non possono pi fare ritorno a
casa. Il provvedimento avrebbe lo scopo di evitare linnesco di pericolose rivoluzioni. Ho
cercato di discutere con lui, ma si alzato senza badarmi e ha detto che andava a costituire
un gruppo di resistenza. Poi si allontanato lungo la spiaggia. Il suo guaio che non si
cercato un hobby per tenere occupata la mente... Vorrei che siscrivesse anche lui al grup-
po teatrale. Da poco stiamo provando la Festa di compleanno di Pinter. Diana.
10 gennaio 1986 Hotel Imperial
Un triste giorno. Volevo mandarvi un telegramma, ma c stato troppo da fare. Richard
stato seppellito stamattina, nel nuovo cimitero internazionale sulle colline che dominano la
baia. Il punto esatto, sulla foto, segnato con una X. Lho visto per lultima volta due mesi fa.
Credo proprio che stesse trafficando per perlustrare lisola, che vivesse negli edifici in co-
struzione, e che stesse cercando di mettere in piedi il suo gruppo di resistenza. A quanto
pare, giorni fa avrebbe rubato un motoscafo guasto con lintenzione di dirigersi verso la
costa africana. Il suo corpo stato trovato ieri su una delle spiagge francesi. Purtroppo non
comunicavamo pi, ma questa terribile esperienza mi ha dato nuova maturit e capacit
dintrospezione. Mi saranno utili quando sosterr la parte di Clitennestra nellElettra alle-
stita da Tony. Sia lui sia Mark sono vere e proprie colonne. Diana.
3 luglio 1986 Hotel Imperial
Davvero trascorso un anno? Comunico cos poco con lInghilterra che non ricordo pi quan-
do vi ho mandato lultima cartolina. stato un anno di meravigliose esperienze teatrali, di ruoli
che non mi sarei mai sognata dinterpretare, di un pubblico cos fedele che non riesco a sop-
portare il pensiero di lasciarlo. Gli alberghi sono pieni, adesso, e noi giochiamo ogni sera
coi nuovi venuti. C un mucchio di cose da fare, siamo tutti cos occupati che quasi non tro-
vo il tempo di pensare a Richard. Vorrei davvero che foste qui, tu, Charles e i bambini: ma
forse ci siete, in una delle migliaia di hotel che sorgono sulla spiaggia. Le poste funzionano
cos male che probabilmente non avete ricevuto nessuna delle mie cartoline. Forse giaccio-
no con milioni di altre nei sotterranei dellufficio postale dietro Ialbergo. Saluti a tutti. Diana.
(titolo originale Having a Wonderful Time, 1978, da Mitologie del futuro prossimo,
Urania 976, Mondadori 1964, ora in Tutti i racconti, Fanucci 2001)
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Cominciamo dallItalia, con i commenti di Leogrande al viaggio del papa a Lampedusa, di Pivetta
alle condanne giudiziarie di Berlusconi, con le notizie da Porto Torres di Cossu, da Taranto
(ancora lIlva) di Romeo, dalle lotte bracciantili nel Sud di Campagne in lotta, da Messina
(un sindaco inaspettato) di Schinella, mentre Boarelli commenta il referendum bolognese sulla
scuola pubblica e Albanesi confronta scuola pubblica e scuola privata (cattolica). Da un mondo
in ebollizione, Wallerstein azzarda uninterpretazione delle rivolte in corso, Tersigni racconta
quella egiziana che Giordana interpreta a partire dallintervento dellesercito, Nocera ci aiuta
a capire la Turchia e Ferretti cosa accade in Russia, le ultime gesta di Putin
contro le associazioni della societ civile.
12 novembre Hotel Imperial
Oggi successa una cosa straordinaria: ho rivisto Richard per la prima volta da quando se nera
andato. Ero in spiaggia per lo spingi-spingi quotidiano quando lho scorto tutto solo sotto
un ombrellone. abbronzato e sembra in buona salute, per pi magro. Mi ha raccontato
una storia fantastica: le Canarie sarebbero una specie di campo di vacanze forzate per i cas-
sintegrati di tutta lEuropa occidentale. Diversi governi avrebbero realizzato il progetto in
combutta con le autorit spagnole. Quando dico cassintegrati non mi riferisco solo agli
operai, ma anche agli impiegati e ai dirigenti. Secondo Richard c una spiaggia analoga per
i francesi dallaltra parte dellisola, ma ancora in costruzione, e una per i tedeschi. E le
Canarie sono solo uno dei tanti arcipelaghi adibiti a questo scopo nel Mediterraneo e nei
Caraibi. Una volta giunti nel campo-vacanze, i villeggianti non possono pi fare ritorno a
casa. Il provvedimento avrebbe lo scopo di evitare linnesco di pericolose rivoluzioni. Ho
cercato di discutere con lui, ma si alzato senza badarmi e ha detto che andava a costituire
un gruppo di resistenza. Poi si allontanato lungo la spiaggia. Il suo guaio che non si
cercato un hobby per tenere occupata la mente... Vorrei che siscrivesse anche lui al grup-
po teatrale. Da poco stiamo provando la Festa di compleanno di Pinter. Diana.
10 gennaio 1986 Hotel Imperial
Un triste giorno. Volevo mandarvi un telegramma, ma c stato troppo da fare. Richard
stato seppellito stamattina, nel nuovo cimitero internazionale sulle colline che dominano la
baia. Il punto esatto, sulla foto, segnato con una X. Lho visto per lultima volta due mesi fa.
Credo proprio che stesse trafficando per perlustrare lisola, che vivesse negli edifici in co-
struzione, e che stesse cercando di mettere in piedi il suo gruppo di resistenza. A quanto
pare, giorni fa avrebbe rubato un motoscafo guasto con lintenzione di dirigersi verso la
costa africana. Il suo corpo stato trovato ieri su una delle spiagge francesi. Purtroppo non
comunicavamo pi, ma questa terribile esperienza mi ha dato nuova maturit e capacit
dintrospezione. Mi saranno utili quando sosterr la parte di Clitennestra nellElettra alle-
stita da Tony. Sia lui sia Mark sono vere e proprie colonne. Diana.
3 luglio 1986 Hotel Imperial
Davvero trascorso un anno? Comunico cos poco con lInghilterra che non ricordo pi quan-
do vi ho mandato lultima cartolina. stato un anno di meravigliose esperienze teatrali, di ruoli
che non mi sarei mai sognata dinterpretare, di un pubblico cos fedele che non riesco a sop-
portare il pensiero di lasciarlo. Gli alberghi sono pieni, adesso, e noi giochiamo ogni sera
coi nuovi venuti. C un mucchio di cose da fare, siamo tutti cos occupati che quasi non tro-
vo il tempo di pensare a Richard. Vorrei davvero che foste qui, tu, Charles e i bambini: ma
forse ci siete, in una delle migliaia di hotel che sorgono sulla spiaggia. Le poste funzionano
cos male che probabilmente non avete ricevuto nessuna delle mie cartoline. Forse giaccio-
no con milioni di altre nei sotterranei dellufficio postale dietro Ialbergo. Saluti a tutti. Diana.
(titolo originale Having a Wonderful Time, 1978, da Mitologie del futuro prossimo,
Urania 976, Mondadori 1964, ora in Tutti i racconti, Fanucci 2001)
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Cominciamo dallItalia, con i commenti di Leogrande al viaggio del papa a Lampedusa, di Pivetta
alle condanne giudiziarie di Berlusconi, con le notizie da Porto Torres di Cossu, da Taranto
(ancora lIlva) di Romeo, dalle lotte bracciantili nel Sud di Campagne in lotta, da Messina
(un sindaco inaspettato) di Schinella, mentre Boarelli commenta il referendum bolognese sulla
scuola pubblica e Albanesi confronta scuola pubblica e scuola privata (cattolica). Da un mondo
in ebollizione, Wallerstein azzarda uninterpretazione delle rivolte in corso, Tersigni racconta
quella egiziana che Giordana interpreta a partire dallintervento dellesercito, Nocera ci aiuta
a capire la Turchia e Ferretti cosa accade in Russia, le ultime gesta di Putin
contro le associazioni della societ civile.
resse a nominare i nomi degli scomparsi, le storie dei morti. Eppure cento, duecento persone
che muoiono in una notte sola sono tantissime: sono una strage incommensurabile.
C unenorme solitudine che avvolge i naufragi. E allo stesso tempo c unenorme solitudine
che pervade ogni sbarco. La solitudine di chi viaggia, la solitudine di chi accoglie, a centi-
naia di chilometri di distanza da una Roma sui cui tavoli limmigrazione solo questione
mediatico-politica. (Anche se non bisogna dimenticare, in questo frangente, che il sindaco di
Lampedusa precedente alla brava Nicolini era pronto ad andare in giro con una mazza dai
baseball per dare la caccia agli immigrati.)
Le parole del papa pronunciate da Lampedusa rompono questa cappa di solitudine, questo
ignobile silenzio. E lo fanno con una radicalit inaudita. Una radicalit teologica, prima anco-
ra che sociale, che invoca e pretende il pianto contro tanta indifferenza. Per questo ci sar la
corsa, nei prossimi mesi, ad annacquare le sue parole.
Quando il papa cita la parabola del buon samaritano a unItalia e a unEuropa che pensano
che non sia compito proprio fermarsi sul ciglio della strada e soccorrere chi sta morendo,
non sta semplicemente invocando un po di carit. Sta esortando a un cambiamento di pen-
siero. Nella tradizione teologica latino-americana c una strettissima relazione tra la povert
e la morte. Il regno dei cieli dei poveri vuol dire innanzitutto che il regno di coloro ai
quali la vita negata, calpestata, spezzata. Il regno innanzitutto di quelli la cui vita finisce
prima del tempo; per converso, la colpa di chi socialmente provoca tutto ci immensa.
Quando il papa ricorre al capitolo 25 del Vangelo di Matteo (Avevo fame e mi avete dato
da mangiare, avevo sete e mi avete dato dellacqua, ero straniero e mi avete ospitato nella
vostra casa...) non lo fa per indicare la necessit di compiere un po di opere buone per
acquietare le coscienze. Dire che accogliere il forestiero la base del cristianesimo (non un
suo corollario secondario), per un paese ancora in larga parte cattolico, quanto meno sul
piano culturale, significa rovesciare come un calzino la societ che si andata edificando
negli ultimi decenni. Non un caso che molti si siano affrettati a dire: Ma se si facesse come
vuole il papa, allora dovremmo accoglierli tutti... Le leggi devono rimanere tali, le parole del
papa sono solo una metafora.
No, la morte di cui parla Bergoglio non una metafora. Creare corridoi umanitari, evitare i
naufragi, piangere gli scomparsi avvolti dalle onde, chiudere i centri di espulsione, gestire in
altro modo gli ingressi vuol dire trasformare radicalmente questa Europa, questa Italia. Per
il papa, tutto ci indicato dal vangelo, e vale per i credenti come per i non-credenti. Ancora
una volta, non sta adottando una metafora quando dice: Domandiamo al Signore la grazia
di piangere sulla nostra indifferenza, sulla crudelt che c nel mondo, in noi, anche in colo-
ro che nellanonimato prendono decisioni socio-economiche che aprono la strada a dram-
mi come questo.
Il modo migliore per anestetizzare tali parole quelle di ridurle a un generico buonismo,
magari interno alle sole faccende ecclesiastiche. Invece lesortazione a ripensare radical-
mente ci che avviene lungo le frontiere riguarda tutti, non solo il popolo della chiesa e
la sua curia, e investe innanzitutto coloro i quali in questi anni hanno preso e ancora prendono
decisioni socio-economiche.
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Il papa a Lampedusa di Alessandro Leogrande
Tanto radicali sono state le parole pronunciate dal papa durante lomelia della messa celebrata a
Lampedusa, quanto solerte e immediato il tentativo di depotenziarle. A essere storicamen-
te importante non solo il fatto che un pontefice abbia deciso di compiere il suo primo viag-
gio apostolico alla periferia della periferia dEuropa, laddove il Sud del mondo bussa alle
nostre porte giorno dopo giorno, sui barconi dei migranti. A essere storicamente importan-
te non solo il fatto che tale visita si pone, culturalmente e oggettivamente, agli antipodi
delle innumerevoli leggi che regolano, in Italia e in Europa, limmigrazione e che hanno innal-
zato, negli ultimi quindici anni, una fortezza dalle alte mura contro i profughi, i migranti,
chiunque fugga dalla fame, dalla guerra, dallassenza di futuro, da societ corrotte e bloccate...
A essere storicamente importante non solo il fatto che tale visita ci ricordi che tra queste alte
mura e la sofferenza dei respingimenti, le morti nei naufragi, c una strettissima correla-
zione. ( vero che molte volte la responsabilit dei naufragi ricade sullorganizzazione di
trafficanti senza scrupoli; ma altrettanto vero che questi prolificano laddove ogni ingresso
regolare bandito.)
A essere decisivo, nella sua radicalit, proprio ci che il papa ha detto, scagliandosi contro
la globalizzazione dellindifferenza che genera apatia contro la mattanza dei migranti.
Bergoglio non ha parlato di flussi migratori e di leggi. In un certo senso, non ha parlato nean-
che degli sbarchi. Ha parlato dei morti. Degli uomini, delle donne, dei bambini morti in mare.
Di quelli che non ce lhanno fatta ad arrivare. Delle decine di migliaia di vite spezzate che
nessuno vuole nominare, ricordare, ricostruire. Dei volti deturpati e cancellati che nessuno
vuole ridisegnare. Dei corpi insepolti che nessuno vuole seppellire.
Durante lomelia il papa ha detto (e sono proprio queste le parole che i pi vorrebbero edul-
corare): Dov tuo fratello?, la voce del suo sangue grida fino a me, dice Dio. Questa non
una domanda rivolta ad altri, una domanda rivolta a me, a te, a ciascuno di noi. Quei nostri
fratelli e sorelle cercavano di uscire da situazioni difficili per trovare un po di serenit e di
pace; cercavano un posto migliore per s e per le loro famiglie, ma hanno trovato la morte.
Quante volte coloro che cercano questo non trovano comprensione, accoglienza, solida-
riet! E le loro voci salgono fino a Dio! Dov tuo fratello? Chi il responsabile di questo
sangue?
Siamo noi, tutti noi, i responsabili di questo sangue, dice Bergoglio. Nessuno si senta assol-
to, nessuno pu sentirsi assolto.
Come alcuni collaboratori di questa rivista, ho potuto conoscere e frequentare dei sopravvissuti
a un naufragio. Se c una cosa che ho imparato nel tempo che chi sopravvive miracolosa-
mente a un naufragio nel quale ha assistito impotente alla morte dei propri cari, dei propri
amici, dei propri compagni, non riesce pi a liberarsi da quellimmenso dolore. Ne rimane
impregnato il suo volto, la sua voce, la sua vita. Quel dolore molto spesso inscalfibile e intra-
ducibile, tanto pi inscalfibile e intraducibile quando non incontra altro che silenzio e indifferenza.
LItalia contemporanea ha saputo anestetizzare la percezione dei viaggi. Ha saputo ridurre
ogni immenso naufragio a una notizia di pochi secondi nel tg della sera, senza il minimo inte-
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resse a nominare i nomi degli scomparsi, le storie dei morti. Eppure cento, duecento persone
che muoiono in una notte sola sono tantissime: sono una strage incommensurabile.
C unenorme solitudine che avvolge i naufragi. E allo stesso tempo c unenorme solitudine
che pervade ogni sbarco. La solitudine di chi viaggia, la solitudine di chi accoglie, a centi-
naia di chilometri di distanza da una Roma sui cui tavoli limmigrazione solo questione
mediatico-politica. (Anche se non bisogna dimenticare, in questo frangente, che il sindaco di
Lampedusa precedente alla brava Nicolini era pronto ad andare in giro con una mazza dai
baseball per dare la caccia agli immigrati.)
Le parole del papa pronunciate da Lampedusa rompono questa cappa di solitudine, questo
ignobile silenzio. E lo fanno con una radicalit inaudita. Una radicalit teologica, prima anco-
ra che sociale, che invoca e pretende il pianto contro tanta indifferenza. Per questo ci sar la
corsa, nei prossimi mesi, ad annacquare le sue parole.
Quando il papa cita la parabola del buon samaritano a unItalia e a unEuropa che pensano
che non sia compito proprio fermarsi sul ciglio della strada e soccorrere chi sta morendo,
non sta semplicemente invocando un po di carit. Sta esortando a un cambiamento di pen-
siero. Nella tradizione teologica latino-americana c una strettissima relazione tra la povert
e la morte. Il regno dei cieli dei poveri vuol dire innanzitutto che il regno di coloro ai
quali la vita negata, calpestata, spezzata. Il regno innanzitutto di quelli la cui vita finisce
prima del tempo; per converso, la colpa di chi socialmente provoca tutto ci immensa.
Quando il papa ricorre al capitolo 25 del Vangelo di Matteo (Avevo fame e mi avete dato
da mangiare, avevo sete e mi avete dato dellacqua, ero straniero e mi avete ospitato nella
vostra casa...) non lo fa per indicare la necessit di compiere un po di opere buone per
acquietare le coscienze. Dire che accogliere il forestiero la base del cristianesimo (non un
suo corollario secondario), per un paese ancora in larga parte cattolico, quanto meno sul
piano culturale, significa rovesciare come un calzino la societ che si andata edificando
negli ultimi decenni. Non un caso che molti si siano affrettati a dire: Ma se si facesse come
vuole il papa, allora dovremmo accoglierli tutti... Le leggi devono rimanere tali, le parole del
papa sono solo una metafora.
No, la morte di cui parla Bergoglio non una metafora. Creare corridoi umanitari, evitare i
naufragi, piangere gli scomparsi avvolti dalle onde, chiudere i centri di espulsione, gestire in
altro modo gli ingressi vuol dire trasformare radicalmente questa Europa, questa Italia. Per
il papa, tutto ci indicato dal vangelo, e vale per i credenti come per i non-credenti. Ancora
una volta, non sta adottando una metafora quando dice: Domandiamo al Signore la grazia
di piangere sulla nostra indifferenza, sulla crudelt che c nel mondo, in noi, anche in colo-
ro che nellanonimato prendono decisioni socio-economiche che aprono la strada a dram-
mi come questo.
Il modo migliore per anestetizzare tali parole quelle di ridurle a un generico buonismo,
magari interno alle sole faccende ecclesiastiche. Invece lesortazione a ripensare radical-
mente ci che avviene lungo le frontiere riguarda tutti, non solo il popolo della chiesa e
la sua curia, e investe innanzitutto coloro i quali in questi anni hanno preso e ancora prendono
decisioni socio-economiche.
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Il papa a Lampedusa di Alessandro Leogrande
Tanto radicali sono state le parole pronunciate dal papa durante lomelia della messa celebrata a
Lampedusa, quanto solerte e immediato il tentativo di depotenziarle. A essere storicamen-
te importante non solo il fatto che un pontefice abbia deciso di compiere il suo primo viag-
gio apostolico alla periferia della periferia dEuropa, laddove il Sud del mondo bussa alle
nostre porte giorno dopo giorno, sui barconi dei migranti. A essere storicamente importan-
te non solo il fatto che tale visita si pone, culturalmente e oggettivamente, agli antipodi
delle innumerevoli leggi che regolano, in Italia e in Europa, limmigrazione e che hanno innal-
zato, negli ultimi quindici anni, una fortezza dalle alte mura contro i profughi, i migranti,
chiunque fugga dalla fame, dalla guerra, dallassenza di futuro, da societ corrotte e bloccate...
A essere storicamente importante non solo il fatto che tale visita ci ricordi che tra queste alte
mura e la sofferenza dei respingimenti, le morti nei naufragi, c una strettissima correla-
zione. ( vero che molte volte la responsabilit dei naufragi ricade sullorganizzazione di
trafficanti senza scrupoli; ma altrettanto vero che questi prolificano laddove ogni ingresso
regolare bandito.)
A essere decisivo, nella sua radicalit, proprio ci che il papa ha detto, scagliandosi contro
la globalizzazione dellindifferenza che genera apatia contro la mattanza dei migranti.
Bergoglio non ha parlato di flussi migratori e di leggi. In un certo senso, non ha parlato nean-
che degli sbarchi. Ha parlato dei morti. Degli uomini, delle donne, dei bambini morti in mare.
Di quelli che non ce lhanno fatta ad arrivare. Delle decine di migliaia di vite spezzate che
nessuno vuole nominare, ricordare, ricostruire. Dei volti deturpati e cancellati che nessuno
vuole ridisegnare. Dei corpi insepolti che nessuno vuole seppellire.
Durante lomelia il papa ha detto (e sono proprio queste le parole che i pi vorrebbero edul-
corare): Dov tuo fratello?, la voce del suo sangue grida fino a me, dice Dio. Questa non
una domanda rivolta ad altri, una domanda rivolta a me, a te, a ciascuno di noi. Quei nostri
fratelli e sorelle cercavano di uscire da situazioni difficili per trovare un po di serenit e di
pace; cercavano un posto migliore per s e per le loro famiglie, ma hanno trovato la morte.
Quante volte coloro che cercano questo non trovano comprensione, accoglienza, solida-
riet! E le loro voci salgono fino a Dio! Dov tuo fratello? Chi il responsabile di questo
sangue?
Siamo noi, tutti noi, i responsabili di questo sangue, dice Bergoglio. Nessuno si senta assol-
to, nessuno pu sentirsi assolto.
Come alcuni collaboratori di questa rivista, ho potuto conoscere e frequentare dei sopravvissuti
a un naufragio. Se c una cosa che ho imparato nel tempo che chi sopravvive miracolosa-
mente a un naufragio nel quale ha assistito impotente alla morte dei propri cari, dei propri
amici, dei propri compagni, non riesce pi a liberarsi da quellimmenso dolore. Ne rimane
impregnato il suo volto, la sua voce, la sua vita. Quel dolore molto spesso inscalfibile e intra-
ducibile, tanto pi inscalfibile e intraducibile quando non incontra altro che silenzio e indifferenza.
LItalia contemporanea ha saputo anestetizzare la percezione dei viaggi. Ha saputo ridurre
ogni immenso naufragio a una notizia di pochi secondi nel tg della sera, senza il minimo inte-
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comunque vada a finire, ricordando sempre che si dovranno attendere le sentenze conclusive
per definire, secondo gli articoli del codice, Berlusconi colpevole. Al punto che possiamo
ancora augurarci che Berlusconi non lo sia, che sia innocente: un avversario politico (capisco
i limiti della definizione che concede anche a Berlusconi come a ogni avversario politico un
filo di nobilt) si preferirebbe tramontasse politicamente, sconfitto dalle nostre idee, non
per mano di alcuni magistrati, dopo una inchiesta giudiziaria, accusato di un reato infame
e poi linnocenza di Berlusconi sarebbe linnocenza di noi che labbiamo scelto o sopporta-
to. Per il quadro disegnato, e da una mano che non si sottratta ai particolari. La storia
scritta ed una storia che anche gente senza memoria non dimentica, magari per compiacersi
di fronte a simili prodezze (vissute, come testimoniavano interviste raccolte nei bar della
zona, con invidia e comunque con il sorriso sulle labbra, con la complicit di chi sa che con i
soldi si pu tutto). La frode fiscale (per milioni e altri milioni, che, appunto, per prescrizio-
ne dovremo scordarci), le feste di Arcore, il palcoscenico, gli strani balletti, i procacciatori,
gli sperimentatori, i costumisti, le infermiere e le poliziotte, i soldi, le residenze, lufficiale
pagatore. Labbiamo letto. Ruby minorenne unaggiunta, la trovata per insaporire il piat-
to. La sceneggiatura sembra quella di un film di serie C, una dolce vita tra Alvaro Vitali ed
Edvige Fenech, senza offesa per gli interpreti.
Riferiscono le cronache come Berlusconi continui a gridare il proprio candore. Berlusconi, a set-
tantasette anni, sembra capace di ritrovare lenergia per reagire, ma la reazione potrebbe
rivelarsi lennesimo errore nella sua incontinenza da protagonista, perch difficile credere che
la sua esibizione non sia finalmente conclusa, anche se una miserabile politica lo tiene in
vita, allestendo la sceneggiata di un Berlusconi statista che per amor di patria difende il gover-
no delle larghe intese (lo conferm con passione appena dopo la sentenza Ruby e dopo la
decisione della Cassazione), ben sapendo che il governo delle larghe intese rappresenta
per ora la condizione essenziale della sua sopravvivenza. la sua ncora di salvataggio.
Nessuno gli pu negare il diritto di insistere sulla propria dedizione patriottica. Ma se voles-
se riflettere, in un momento dabbaglio autocritico, a proposito del proprio tracollo politico
(e morale), Berlusconi dovrebbe per forza tornare, pi che alle eventuali truffe, alle eventua-
li frodi fiscali, soprattutto a quella sera e alla notte tra il 27 e il 28 maggio 2010, quando nac-
que la favola di Ruby nipotina di Mubarak, di Ruby maggiorenne, di Ruby difesa per generosit
dalle sevizie di un orco misterioso, quando salz il sipario sulle amichevoli cene di Arcore.
Una data, un simbolo: quando tutto e il peggio vengono a galla, quando si comincia a rico-
struire il passato, quando sascoltano le parole dei testimoni, quando si analizzano le con-
versazioni telefoniche, quando si ricostruisce il sistema prostitutivo organizzato per il sod-
disfacimento del piacere sessuale di Silvio Berlusconi, che lui paga come paga Ruby la
preferita, la pi gettonata delle ragazze, che frequentava Arcore in tutte le feste coman-
date, quando allestero decisero che non era pi il caso di lasciarsi fotografare accanto a
lui. Per gli altri processi, per gli altri reati si poteva chiudere un occhio in attesa di senten-
ze. Gli spettacoli di Arcore, animati da una moltitudine di escort (linvenzione linguistica che
nobilita un antico mestiere), quelloscena esibizione di carni e di denaro attorno a un uomo
vecchio, trapiantato, tinto e molliccio, lasciavano allibiti. Un uomo malato, questo scris-
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Berlusconi condannato
ovvero la carriera di un libertino di Oreste Pivetta
Comunque questa storia si concluda, sar una triste storia per un uomo che ha costruito case, ha
costruito banche, assicurazioni, televisioni, squadre calcistiche, che ha governato per anni,
che si mostrato in Europa, che si mostrato al mondo, che ha cantato alla maniera di
Aznavour e raccontato una infinit di barzellette, un uomo in sospeso tra una miriade di
imputazioni, di assoluzioni per prescrizione dei reati, grazie ai legittimi impedimenti e ai vari
trucchetti consentiti dalle sue cariche e ai suoi ricchissimi avvocati capaci di trascinare in l
qualsiasi giudizio, un uomo che una sentenza della Cassazione potrebbe mettere al bando (fra
un paio di mesi) come un malvivente qualsiasi e che una coscienza pubblica appena venata
dalla moralit (non parliamo della politica, per vari gradi estranea alla moralit) avrebbe
messo al bando tante volte, come avrebbe potuto anche solo poche settimane fa, dopo la
condanna in prima istanza (sette anni e interdizione perpetua dai pubblici uffici) per il reato
di concussione per costrizione e per il reato di prostituzione minorile, per il celeberrimo,
popolare, illustratissimo caso Ruby.
Sar una triste storia anche per molti di noi e, con ragioni diverse, per vari capintesta improv-
visati o resuscitati, cicchitti, brunette, santanch e accoliti, che rischiano di dover tornare
alle originali professioni, meno retribuite, meno privilegiate, per alcune ragazze, forse anche
per Karima El Marough, considerata da una parte non infima del Parlamento italiano una
parente, chiss, forse una nipotina irrequieta, del presidente egiziano, ex presidente ormai,
Mubarak, forse anche per altri personaggi di contorno, come Emilio Fede, un giornalista
celebre, di lunghissima carriera (non sempre ignobile), come il cosiddetto talent scout Lele
Mora, come la consigliere regionale, Nicole Minetti, prescelta dallallora celeste, ormai
quasi dimenticato per quanto eletto al Senato della Repubblica, Roberto Formigoni, vanto
lombardo. una scena che si consuma in una poltiglia che sembra fango, un basso impero
senza nulla di tragico, un basso impero solo di miserie, una conclusione grottesca che potreb-
be suscitare persino pena (anche di fronte ai clangori di inesausti e insaziabili sostenitori).
Quella scena la descrisse con efficacia proprio la consigliere (in carica, allora) Minetti in una
celeberrima telefonata intercettata, rivolta alla collega Melania: Ti devo briffare. Ne vedrai
di ogni, c la zoccola, la sudamericana, la scappata di casa e poi ci sono io che faccio quel-
lo che faccio la disperazione pi totale. Giudizio autorevole: una storia di disperazione,
I gesti sono altrettanto importanti delle parole. Anzi, le parole assumono una radicalit anco-
ra maggiore quando nascono dal gesto essenziale di recarsi ai margini (proprio a Lampedusa,
cosa mai fatta da un pontefice prima dora). Non solo: la visita del papa fa ancora pi scalpore
davanti a una classe politica che negli ultimi ventanni ha costantemente evitato le coste
siciliane e pugliesi, specie quando avvenivano i naufragi, oppure vi si recata con spirito
clownesco, vestendo maschere di pietra, senza poi mutare di una sola virgola le politiche
di respingimento.
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comunque vada a finire, ricordando sempre che si dovranno attendere le sentenze conclusive
per definire, secondo gli articoli del codice, Berlusconi colpevole. Al punto che possiamo
ancora augurarci che Berlusconi non lo sia, che sia innocente: un avversario politico (capisco
i limiti della definizione che concede anche a Berlusconi come a ogni avversario politico un
filo di nobilt) si preferirebbe tramontasse politicamente, sconfitto dalle nostre idee, non
per mano di alcuni magistrati, dopo una inchiesta giudiziaria, accusato di un reato infame
e poi linnocenza di Berlusconi sarebbe linnocenza di noi che labbiamo scelto o sopporta-
to. Per il quadro disegnato, e da una mano che non si sottratta ai particolari. La storia
scritta ed una storia che anche gente senza memoria non dimentica, magari per compiacersi
di fronte a simili prodezze (vissute, come testimoniavano interviste raccolte nei bar della
zona, con invidia e comunque con il sorriso sulle labbra, con la complicit di chi sa che con i
soldi si pu tutto). La frode fiscale (per milioni e altri milioni, che, appunto, per prescrizio-
ne dovremo scordarci), le feste di Arcore, il palcoscenico, gli strani balletti, i procacciatori,
gli sperimentatori, i costumisti, le infermiere e le poliziotte, i soldi, le residenze, lufficiale
pagatore. Labbiamo letto. Ruby minorenne unaggiunta, la trovata per insaporire il piat-
to. La sceneggiatura sembra quella di un film di serie C, una dolce vita tra Alvaro Vitali ed
Edvige Fenech, senza offesa per gli interpreti.
Riferiscono le cronache come Berlusconi continui a gridare il proprio candore. Berlusconi, a set-
tantasette anni, sembra capace di ritrovare lenergia per reagire, ma la reazione potrebbe
rivelarsi lennesimo errore nella sua incontinenza da protagonista, perch difficile credere che
la sua esibizione non sia finalmente conclusa, anche se una miserabile politica lo tiene in
vita, allestendo la sceneggiata di un Berlusconi statista che per amor di patria difende il gover-
no delle larghe intese (lo conferm con passione appena dopo la sentenza Ruby e dopo la
decisione della Cassazione), ben sapendo che il governo delle larghe intese rappresenta
per ora la condizione essenziale della sua sopravvivenza. la sua ncora di salvataggio.
Nessuno gli pu negare il diritto di insistere sulla propria dedizione patriottica. Ma se voles-
se riflettere, in un momento dabbaglio autocritico, a proposito del proprio tracollo politico
(e morale), Berlusconi dovrebbe per forza tornare, pi che alle eventuali truffe, alle eventua-
li frodi fiscali, soprattutto a quella sera e alla notte tra il 27 e il 28 maggio 2010, quando nac-
que la favola di Ruby nipotina di Mubarak, di Ruby maggiorenne, di Ruby difesa per generosit
dalle sevizie di un orco misterioso, quando salz il sipario sulle amichevoli cene di Arcore.
Una data, un simbolo: quando tutto e il peggio vengono a galla, quando si comincia a rico-
struire il passato, quando sascoltano le parole dei testimoni, quando si analizzano le con-
versazioni telefoniche, quando si ricostruisce il sistema prostitutivo organizzato per il sod-
disfacimento del piacere sessuale di Silvio Berlusconi, che lui paga come paga Ruby la
preferita, la pi gettonata delle ragazze, che frequentava Arcore in tutte le feste coman-
date, quando allestero decisero che non era pi il caso di lasciarsi fotografare accanto a
lui. Per gli altri processi, per gli altri reati si poteva chiudere un occhio in attesa di senten-
ze. Gli spettacoli di Arcore, animati da una moltitudine di escort (linvenzione linguistica che
nobilita un antico mestiere), quelloscena esibizione di carni e di denaro attorno a un uomo
vecchio, trapiantato, tinto e molliccio, lasciavano allibiti. Un uomo malato, questo scris-
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Berlusconi condannato
ovvero la carriera di un libertino di Oreste Pivetta
Comunque questa storia si concluda, sar una triste storia per un uomo che ha costruito case, ha
costruito banche, assicurazioni, televisioni, squadre calcistiche, che ha governato per anni,
che si mostrato in Europa, che si mostrato al mondo, che ha cantato alla maniera di
Aznavour e raccontato una infinit di barzellette, un uomo in sospeso tra una miriade di
imputazioni, di assoluzioni per prescrizione dei reati, grazie ai legittimi impedimenti e ai vari
trucchetti consentiti dalle sue cariche e ai suoi ricchissimi avvocati capaci di trascinare in l
qualsiasi giudizio, un uomo che una sentenza della Cassazione potrebbe mettere al bando (fra
un paio di mesi) come un malvivente qualsiasi e che una coscienza pubblica appena venata
dalla moralit (non parliamo della politica, per vari gradi estranea alla moralit) avrebbe
messo al bando tante volte, come avrebbe potuto anche solo poche settimane fa, dopo la
condanna in prima istanza (sette anni e interdizione perpetua dai pubblici uffici) per il reato
di concussione per costrizione e per il reato di prostituzione minorile, per il celeberrimo,
popolare, illustratissimo caso Ruby.
Sar una triste storia anche per molti di noi e, con ragioni diverse, per vari capintesta improv-
visati o resuscitati, cicchitti, brunette, santanch e accoliti, che rischiano di dover tornare
alle originali professioni, meno retribuite, meno privilegiate, per alcune ragazze, forse anche
per Karima El Marough, considerata da una parte non infima del Parlamento italiano una
parente, chiss, forse una nipotina irrequieta, del presidente egiziano, ex presidente ormai,
Mubarak, forse anche per altri personaggi di contorno, come Emilio Fede, un giornalista
celebre, di lunghissima carriera (non sempre ignobile), come il cosiddetto talent scout Lele
Mora, come la consigliere regionale, Nicole Minetti, prescelta dallallora celeste, ormai
quasi dimenticato per quanto eletto al Senato della Repubblica, Roberto Formigoni, vanto
lombardo. una scena che si consuma in una poltiglia che sembra fango, un basso impero
senza nulla di tragico, un basso impero solo di miserie, una conclusione grottesca che potreb-
be suscitare persino pena (anche di fronte ai clangori di inesausti e insaziabili sostenitori).
Quella scena la descrisse con efficacia proprio la consigliere (in carica, allora) Minetti in una
celeberrima telefonata intercettata, rivolta alla collega Melania: Ti devo briffare. Ne vedrai
di ogni, c la zoccola, la sudamericana, la scappata di casa e poi ci sono io che faccio quel-
lo che faccio la disperazione pi totale. Giudizio autorevole: una storia di disperazione,
I gesti sono altrettanto importanti delle parole. Anzi, le parole assumono una radicalit anco-
ra maggiore quando nascono dal gesto essenziale di recarsi ai margini (proprio a Lampedusa,
cosa mai fatta da un pontefice prima dora). Non solo: la visita del papa fa ancora pi scalpore
davanti a una classe politica che negli ultimi ventanni ha costantemente evitato le coste
siciliane e pugliesi, specie quando avvenivano i naufragi, oppure vi si recata con spirito
clownesco, vestendo maschere di pietra, senza poi mutare di una sola virgola le politiche
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bipolarismo non uninvenzione sua: se mai gli si pu attribuire la colpa di averlo ridotto a
questo stato di infelicit. Le grandi riforme, norme costituzionali, le grandi infrastrutture,
appartengono ad altri ventenni, quando comandavano i democristiani magari in combutta con
gli esecrabili comunisti, nel corso della famigerata Prima Repubblica. Di Berlusconi reste-
ranno, per chi vorr ricordare, Ruby appunto, le escort, i processi, gli assalti alluniversit e
alla scuola tutta dellinascoltabile signora Gelmini, il porcellum, le picconate del ministro
Sacconi ai diritti dei lavoratori, il fantasma del federalismo, la precariet del lavoro, i con-
doni, la politica internazionale con linchino a Gheddafi e le gite nella dacia di Putin, le bar-
zellette, le canzoni di Apicella e le ville (come quella di Arcore, strappata al costo di un appar-
tamento alla sua legittima proprietaria, che aveva scelto come consulente alla vendita Cesare
Previti), i titoli dei giornali di tutto il mondo con linvito ad andarsene (questo s un auten-
tico primato), resteranno forse le televisioni e cio Mediaset o Fininvest (con qualche dubbio:
la crisi ha colpito anche limpero mediatico), rester a lungo, sicuramente, il berlusconismo,
cio quella malattia che ha devastato questo paese, ha tentato di ridurre, a volte riuscen-
doci, la morale a uno straccio consunto, lonest a un orpello del passato, la politica agli
affari di un clan, la cultura a un inutile bagaglio, esaltando il consumismo eletto a valore, la
furbizia malandrina, legosimo, eccetera, come molti ancora, per fortuna, dolorosamente
avvertono e condannano. Questa leredit.
Per raccontare Berlusconi si dovrebbe raccontare dove si cacciata questa Italia, sullonda
craxiana e poi nella palude berlusconiana. Si cita Craxi perch da l cominciarono (a colpi di
decreti legge a sostegno delle sue televisioni) le fortune di Berlusconi, che ebbe il leader
socialista e la signora Anna testimoni alle nozze, le seconde, con Veronica Lario, e del cui
governo in un famoso spot televisivo celebr la credibilit internazionale, che , per chi da
imprenditore opera sui mercati, qualcosa di necessario per poter svolgere unazione posi-
tiva in ambienti anche politici sempre molto difficili per noi italiani, e qualche volta addirittura
ostili. Cancellato Craxi, si diede a Fini e fu quello il pronunciamento che anticip la sua
discesa in campo. Sera a Casalecchio di Reno, nel novembre del 1993, disse che avreb-
be votato il segretario del Msi contro Rutelli alle amministrative romane. Lo disse pensan-
do alla sua politica, perch il partito lo aveva gi in mente, pi per salvare le sue aziende dis-
sestate, indebitate fino al collo (una candela che si sta spegnendo, scrisse Giuseppe
Turani), che per salvare il Paese. Ne parl a lungo, a tavola, a Villa San Martino, offrendo ai suoi
convitati un vinello dei colli piacentini (riservando a s lo champagne) e le prime candida-
ture. Sedeva con lui Marcello dellUtri, poi arriv Dotti, lavvocato fallimentarista di stile libe-
rale, alla fine messo da parte per la sua moderazione. Si present anche Previti. Linfarinatura
politica la forn il professor Giulio Urbani, i nomi dei possibili candidati si leggevano tra gli agen-
ti di Publitalia. Le selezioni si facevano nel teatrino della Villa (forse lo stesso del bunga
bunga) Nacque Forza Italia, ripetendo il grido di incitamento della nazionale di calcio.
Lazzurro perch sembrava unificasse. E naturalmente il suo nome, che le sue televisioni
avrebbero rilanciato nelletere: luomo che aveva dato Drive In e qualche Dynasty agli ita-
liani, per giunta senza pagare labbonamento. E il Milan ai milanisti.
Vinse al primo botto non solo per quei motivi, anche se ci confortava pensarlo. Alle spalle
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se lex moglie Veronica Lario: non le si dette gran peso. Un uomo impresentabile ovunque.
Tranne ovviamente che in unItalia complice.
Alla lunga si dovr discutere per capire se Berlusconi sia caduto per linsipienza delle sue
strategie, per linconsistenza delle sue promesse, per lisolamento internazionale, per aver
guidato un paese verso la sua crisi economica pi grave dopo aver negato per anni lesistenza
stessa della crisi, dopo averla riconosciuta, ma al tempo stesso annunciando il suo supera-
mento, per aver perseguito a proprio vantaggio obiettivi di improbabili e private riforme giu-
diziarie, paralizzando il governo, per la rivolta di quei ceti che avevano sognato con lui feli-
cit e ricchezza, costretti infine a sperimentare il peso della delusione Se sia caduto per la
mediocrit dei molti, non tutti ovviamente, i pi scelti per sostenerlo e compiacerlo. Di sicuro
Berlusconi cadr nel nome di Ruby, delle serate di Arcore, di Fede e di Lele Mora, la bella com-
pagnia. I suoi strepitano e strepiteranno contro le sentenze politiche, manifesteranno, pro-
testeranno contro la magistratura, riesumando lo spettro delle toghe rosse, sperando nella
rinascita, perch grazie a Berlusconi molti mangiano e senza Berlusconi molti resteranno
allasciutto (i previdenti hanno accumulato nel frattempo onori e capitali). Berlusconi ha
rimesso in piedi cadaveri, ha promosso fantasmi, ha oscurato la fama di Caligola. Ovvio che nes-
suno voglia rinunciare, voglia rischiare altre vie, ovvio che nessuno voglia chiudere un capitolo
e provarsi a ricostruire qualcosa di una destra presentabile, ragionevole, democratica, senza
un capo monarca e senza sudditi, come anche in questo paese ci sarebbe bisogno. Ma non
pu essere questo il traguardo per una forza politica, battezzata da Berlusconi e dai suoi ven-
ditori, cresciuta con Berlusconi, giunta al potere con Berlusconi, in un paese che ne ha segui-
to il cammino sperando solo di poterne profittare, perch le mance spesso cadono a pioggia
e qualche spicciolo pu cadere tra le mani di chiunque di noi.
Berlusconi prima o poi cadr, ormai si pu scommettere sul prima, per let sua, per la
stanchezza del paese, per Ruby, per la Cassazione. Ma Berlusconi passer alla storia? Se
era questa la sua ambizione chiaro che pu credere desserci riuscito. A prima vista, chi
potrebbe contraddirlo. Alla sua et Berlusconi potrebbe ritirarsi contento, dopo ventanni
nelle prime file della politica, e si potr ritirare convincendo se stesso daver lasciato il segno.
Potr confidare ai suoi fedeli, che non mancheranno finch non mancheranno le risorse, da-
ver salvato lItalia, dalla finanza assassina, dalle mani rapaci delleurozona, dalle frane e
dalle inondazioni, soprattutto dai comunisti. Racconter daver preso per mano un povero
paese e daverlo condotto sulle soglie della modernit, lui, lottimista, il liberale, larchitet-
to del futuro, lavanguardista, eccetera eccetera. Luomo non privo di immaginazione. Le frot-
tole, che ha raccontato a noi per tanto tempo, sapr raccontarle anche a se stesso. Quante altre
imprese avrebbe potuto realizzare, il ponte sullo stretto un lampo dalla Calabria alla Sicilia,
le centrali nucleari, la giustizia che si sbriga in qualche settimana, altre diaboliche moder-
nizzazioni, se non si fosse dovuto scontrare con le toghe rosse, con il traditore Fini, con quel-
la culona della Merkel, con Napolitano che ebbe la forza di deporlo, con luniverso mondo
che complottava ai suoi danni, naturalmente contro i comunisti.
Per, scorrendo le cronache del suo ventennio, difficile mettere assieme tre cose memorabili:
una grande riforma, una virgola in pi o in meno alla Costituzione, neppure unautostrada. Il
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bipolarismo non uninvenzione sua: se mai gli si pu attribuire la colpa di averlo ridotto a
questo stato di infelicit. Le grandi riforme, norme costituzionali, le grandi infrastrutture,
appartengono ad altri ventenni, quando comandavano i democristiani magari in combutta con
gli esecrabili comunisti, nel corso della famigerata Prima Repubblica. Di Berlusconi reste-
ranno, per chi vorr ricordare, Ruby appunto, le escort, i processi, gli assalti alluniversit e
alla scuola tutta dellinascoltabile signora Gelmini, il porcellum, le picconate del ministro
Sacconi ai diritti dei lavoratori, il fantasma del federalismo, la precariet del lavoro, i con-
doni, la politica internazionale con linchino a Gheddafi e le gite nella dacia di Putin, le bar-
zellette, le canzoni di Apicella e le ville (come quella di Arcore, strappata al costo di un appar-
tamento alla sua legittima proprietaria, che aveva scelto come consulente alla vendita Cesare
Previti), i titoli dei giornali di tutto il mondo con linvito ad andarsene (questo s un auten-
tico primato), resteranno forse le televisioni e cio Mediaset o Fininvest (con qualche dubbio:
la crisi ha colpito anche limpero mediatico), rester a lungo, sicuramente, il berlusconismo,
cio quella malattia che ha devastato questo paese, ha tentato di ridurre, a volte riuscen-
doci, la morale a uno straccio consunto, lonest a un orpello del passato, la politica agli
affari di un clan, la cultura a un inutile bagaglio, esaltando il consumismo eletto a valore, la
furbizia malandrina, legosimo, eccetera, come molti ancora, per fortuna, dolorosamente
avvertono e condannano. Questa leredit.
Per raccontare Berlusconi si dovrebbe raccontare dove si cacciata questa Italia, sullonda
craxiana e poi nella palude berlusconiana. Si cita Craxi perch da l cominciarono (a colpi di
decreti legge a sostegno delle sue televisioni) le fortune di Berlusconi, che ebbe il leader
socialista e la signora Anna testimoni alle nozze, le seconde, con Veronica Lario, e del cui
governo in un famoso spot televisivo celebr la credibilit internazionale, che , per chi da
imprenditore opera sui mercati, qualcosa di necessario per poter svolgere unazione posi-
tiva in ambienti anche politici sempre molto difficili per noi italiani, e qualche volta addirittura
ostili. Cancellato Craxi, si diede a Fini e fu quello il pronunciamento che anticip la sua
discesa in campo. Sera a Casalecchio di Reno, nel novembre del 1993, disse che avreb-
be votato il segretario del Msi contro Rutelli alle amministrative romane. Lo disse pensan-
do alla sua politica, perch il partito lo aveva gi in mente, pi per salvare le sue aziende dis-
sestate, indebitate fino al collo (una candela che si sta spegnendo, scrisse Giuseppe
Turani), che per salvare il Paese. Ne parl a lungo, a tavola, a Villa San Martino, offrendo ai suoi
convitati un vinello dei colli piacentini (riservando a s lo champagne) e le prime candida-
ture. Sedeva con lui Marcello dellUtri, poi arriv Dotti, lavvocato fallimentarista di stile libe-
rale, alla fine messo da parte per la sua moderazione. Si present anche Previti. Linfarinatura
politica la forn il professor Giulio Urbani, i nomi dei possibili candidati si leggevano tra gli agen-
ti di Publitalia. Le selezioni si facevano nel teatrino della Villa (forse lo stesso del bunga
bunga) Nacque Forza Italia, ripetendo il grido di incitamento della nazionale di calcio.
Lazzurro perch sembrava unificasse. E naturalmente il suo nome, che le sue televisioni
avrebbero rilanciato nelletere: luomo che aveva dato Drive In e qualche Dynasty agli ita-
liani, per giunta senza pagare labbonamento. E il Milan ai milanisti.
Vinse al primo botto non solo per quei motivi, anche se ci confortava pensarlo. Alle spalle
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se lex moglie Veronica Lario: non le si dette gran peso. Un uomo impresentabile ovunque.
Tranne ovviamente che in unItalia complice.
Alla lunga si dovr discutere per capire se Berlusconi sia caduto per linsipienza delle sue
strategie, per linconsistenza delle sue promesse, per lisolamento internazionale, per aver
guidato un paese verso la sua crisi economica pi grave dopo aver negato per anni lesistenza
stessa della crisi, dopo averla riconosciuta, ma al tempo stesso annunciando il suo supera-
mento, per aver perseguito a proprio vantaggio obiettivi di improbabili e private riforme giu-
diziarie, paralizzando il governo, per la rivolta di quei ceti che avevano sognato con lui feli-
cit e ricchezza, costretti infine a sperimentare il peso della delusione Se sia caduto per la
mediocrit dei molti, non tutti ovviamente, i pi scelti per sostenerlo e compiacerlo. Di sicuro
Berlusconi cadr nel nome di Ruby, delle serate di Arcore, di Fede e di Lele Mora, la bella com-
pagnia. I suoi strepitano e strepiteranno contro le sentenze politiche, manifesteranno, pro-
testeranno contro la magistratura, riesumando lo spettro delle toghe rosse, sperando nella
rinascita, perch grazie a Berlusconi molti mangiano e senza Berlusconi molti resteranno
allasciutto (i previdenti hanno accumulato nel frattempo onori e capitali). Berlusconi ha
rimesso in piedi cadaveri, ha promosso fantasmi, ha oscurato la fama di Caligola. Ovvio che nes-
suno voglia rinunciare, voglia rischiare altre vie, ovvio che nessuno voglia chiudere un capitolo
e provarsi a ricostruire qualcosa di una destra presentabile, ragionevole, democratica, senza
un capo monarca e senza sudditi, come anche in questo paese ci sarebbe bisogno. Ma non
pu essere questo il traguardo per una forza politica, battezzata da Berlusconi e dai suoi ven-
ditori, cresciuta con Berlusconi, giunta al potere con Berlusconi, in un paese che ne ha segui-
to il cammino sperando solo di poterne profittare, perch le mance spesso cadono a pioggia
e qualche spicciolo pu cadere tra le mani di chiunque di noi.
Berlusconi prima o poi cadr, ormai si pu scommettere sul prima, per let sua, per la
stanchezza del paese, per Ruby, per la Cassazione. Ma Berlusconi passer alla storia? Se
era questa la sua ambizione chiaro che pu credere desserci riuscito. A prima vista, chi
potrebbe contraddirlo. Alla sua et Berlusconi potrebbe ritirarsi contento, dopo ventanni
nelle prime file della politica, e si potr ritirare convincendo se stesso daver lasciato il segno.
Potr confidare ai suoi fedeli, che non mancheranno finch non mancheranno le risorse, da-
ver salvato lItalia, dalla finanza assassina, dalle mani rapaci delleurozona, dalle frane e
dalle inondazioni, soprattutto dai comunisti. Racconter daver preso per mano un povero
paese e daverlo condotto sulle soglie della modernit, lui, lottimista, il liberale, larchitet-
to del futuro, lavanguardista, eccetera eccetera. Luomo non privo di immaginazione. Le frot-
tole, che ha raccontato a noi per tanto tempo, sapr raccontarle anche a se stesso. Quante altre
imprese avrebbe potuto realizzare, il ponte sullo stretto un lampo dalla Calabria alla Sicilia,
le centrali nucleari, la giustizia che si sbriga in qualche settimana, altre diaboliche moder-
nizzazioni, se non si fosse dovuto scontrare con le toghe rosse, con il traditore Fini, con quel-
la culona della Merkel, con Napolitano che ebbe la forza di deporlo, con luniverso mondo
che complottava ai suoi danni, naturalmente contro i comunisti.
Per, scorrendo le cronache del suo ventennio, difficile mettere assieme tre cose memorabili:
una grande riforma, una virgola in pi o in meno alla Costituzione, neppure unautostrada. Il
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ver nel tempo che passa. Gli mancher la presidenza della Repubblica. Ci teneva molto.
Tiriamo un sospiro di sollievo. Ma i danni sono enormi. Ha lasciato fare a un gruppo di incon-
cludenti ultr del liberismo arraffa-chi-pu, guidati dal portafoglio, dalle ambizioni rinate e
smodate, da un certo spirito vendicativo. Ha scassato lo Stato, senza un disegno, senza
costruire niente per il futuro, ha scassato lopposizione, sedotta dal suo modello mentre
sognava di contrastarlo, una sinistra incapace di immaginare, smarrita e affascinata dai suoi
slogan, dalle sue chiacchiere, dalla sua volgarit. Berlusconi se ne andr lasciando in ere-
dit macerie, polvere e altro, da spazzar via con fatica, da chi si vedr.
Il veleno di Porto Torres di Costantino Cossu
Porto Torres, larea del petrolchimico sulle Bocche di Bonifacio, un enorme ammasso di rottami.
Dellinsediamento industriale nato negli anni settanta sono rimaste in piedi le centrali per
la produzione di energia (con olio combustibile e carbone) e gli impianti dellEni. La disoc-
cupazione raggiunge tassi che non serano mai visti e se non ci fosse la Caritas molte fami-
glie stenterebbero a sfamarsi. Il nuovo miraggio quello delle cosiddetta chimica verde: con-
vertire gli impianti Eni per bruciare non pi olio di origine minerale ma i cardi che gli agri-
coltori della campagne della zona dovrebbero coltivare al posto del grano e delle viti. Una
monocoltura folle, e per giunta senza alcuna garanzia che la produzione di cardi sia suffi-
ciente a far funzionare a pieno regime gli impianti, con la possibile conseguenza che ad
andare nei forni alla fine siano sostanze di scarto provenienti da altri siti industriali e dalle
discariche. Altrove gi accaduto.
Ci sono gruppi di base contro la chimica verde che provano a farsi sentire. Ci troviamo,
hanno scritto in uno dei loro documenti, di fronte a unoperazione di marketing. LEni inten-
de distogliere lattenzione dal fatto che gli stabilimenti verdi si stanno realizzando in uno dei
siti pi inquinati dItalia. verissimo. La procura della Repubblica di Sassari ha chiesto il
rinvio a giudizio di alcuni dirigenti Eni per gli effetti nocivi sullambiente e sulla salute delle
persone che abitano a Porto Torres e ha presentato una perizia di cinquecento pagine dalla
quale secondo i magistrati emergono le responsabilit della multinazionale in una delle pi
grandi catastrofi ambientali italiane. La chimica verde, dicono i comitati, un modo per lEni
di non sborsare i soldi necessari alle bonifiche a cui obbligata per legge. Un vero e proprio
ricatto: se volete qualche posto di lavoro non cercateci sul resto. Lalternativa non tra lavo-
ro e salute, perch la sproporzione immensa tra i quattrocento posti di lavoro promessi e
il mantenimento del controllo assoluto dellEni sui ventitr chilometri quadrati che conta la
zona industriale di Porto Torres. Un quarto della superficie del comune che continuerebbe
a insterilirsi, ad avvelenare i terreni e le acque circostanti e a propagare cancri e morte su
chi ci lavora, ci lavorer o ci vive vicino.
E poi ci sono gli effetti sullagricoltura. La chimica verde, spiegano i comitati, dovrebbe
funzionare a partire da biomasse locali, che verrebbero dalla coltivazione del cardo. Secondo
Matrca, la consociata dellEni che conduce il progetto, bisogna ora passare a una produ-
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ci stavamo lasciando Tangentopoli, le malefatte di altri politici, la sfiducia generale, il qua-
lunquismo che quelle pratiche corrotte avevano alimentato. La frase che si poteva ascoltare
pi di frequente era: tutti uguali, tutti ladri. Non era vero, ma la storia si raccontava cos. Si
continuato a raccontarla cos, la favola delluomo nuovo, lontano dalla politica, alla guida
del paese. Dellimprenditore che essendo ricco di suo non aveva bisogno di rubare. Di nuovo
per noi (di vecchio per altri paesi) cera solo la tv commerciale. Il resto di Berlusconi erano clien-
tele e interessi personali. S arricchito soprattutto lui, arricchendo con i soldi nostri una
corte di comparse al suo servizio, i nani e le ballerine di craxiana memoria, per lo pi
fedeli e riconoscenti: come sarebbero saliti tanto in alto senza il deferente vassallaggio?
Berlusconi vinse nel 1994, alleato della Lega e del Msi, persino con laiuto del povero Raimondo
Vianello, di Mike Buongiorno e di Iva Zanicchi, del palcoscenico televisivo nazional popola-
re. Fu costretto alla resa pochi mesi dopo linsediamento, quando Bossi, che allora lo definiva
mafioso, ruppe lalleanza. Lasci il posto a Dini, il suo ministro del tesoro. Lui avrebbe parlato
pochi anni avanti di golpe della magistratura (per lavviso di reato recapitatogli durante il
summit mondiale di Napoli) e del presidente Oscar Luigi Scalfaro.
Nel 1996 il successo and allUlivo di Prodi. DAlema promosse la Bicamerale per avviare
grandi riforme istituzionali e riapr le porte della politica a Berlusconi, seduto controvoglia sui
banchi dellopposizione. Che lasci nel 2001. Prodi ci aveva guidati nelleuro, ma il centro-
sinistra al solito litig, cambi strade. Berlusconi si invent la Casa delle libert, rimise assie-
me destra e Lega Nord, firm il contratto con gli italiani sulla scrivania che Bruno Vespa gli
aveva messo gentilmente a disposizione. Berlusconi conferm il suo stile e la sua sostanza
di venditore-imbonitore (definizioni che risalgono a Montanelli), ma agli italiani piacque e
lui vinse. Nominato per la seconda volta alla presidenza del consiglio a met giugno, esord
a fine luglio sistemando le limonaie in piazza de Ferrari a Genova per il G8 e orchestrando
con valenti collaboratori la macchina repressiva di polizia, carabinieri, guardia di finanza,
forestale Perder tutte le elezioni in mezzo, europee, regionali, amministrative.
Appressandosi quelle politiche, i sondaggi lo daranno in pesante ribasso. E qui fece il suo
capolavoro: cio la rimonta. Memorabile il suo faccia faccia con Prodi, sempre officiante
Bruno Vespa. Allultima battuta, allultimo secondo promise, gi allora, labolizione dellIci,
la tassa sulla casa. Impossibile la replica. Tempo scaduto. Contati i voti, Berlusconi si ferm
appena sotto Prodi, che si ritrov capo del governo, afflitto dalla pi risicata e litigiosa mag-
gioranza della nostra storia (salvo gli ultimi giorni). Fino alla sconfitta, fino alle nuove ele-
zioni. Berlusconi ci prov con un altro partito, il Popolo della libert, promosso dal predelli-
no della sua auto in piazza San Babila a Milano. Trionf, come sappiamo, con numeri a suo
favore schiaccianti. Con le conseguenze che subiamo, dal presunto rilancio di Alitalia al tra-
collo vero dellItalia, tra processi da evitare ed escort da incontrare, tra ricattatori da pagare
e parlamentari da convincere. Neppure alla fine ci ha risparmiato i suoi memorabili detti:
dal partito che avrebbe chiamato Forza gnocca ai ristoranti sempre pieni di facoltosi con-
nazionali in gaia compagnia in barba alla crisi. Un uomo che basta vederlo Ma diventato
sempre pi ricco, gli sono persino ricresciuti i capelli, e diventando pure pi vecchio potreb-
be alla fine infischiarsene dei processi e delle sentenze. Il salvacondotto che cerca lo tro-
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ver nel tempo che passa. Gli mancher la presidenza della Repubblica. Ci teneva molto.
Tiriamo un sospiro di sollievo. Ma i danni sono enormi. Ha lasciato fare a un gruppo di incon-
cludenti ultr del liberismo arraffa-chi-pu, guidati dal portafoglio, dalle ambizioni rinate e
smodate, da un certo spirito vendicativo. Ha scassato lo Stato, senza un disegno, senza
costruire niente per il futuro, ha scassato lopposizione, sedotta dal suo modello mentre
sognava di contrastarlo, una sinistra incapace di immaginare, smarrita e affascinata dai suoi
slogan, dalle sue chiacchiere, dalla sua volgarit. Berlusconi se ne andr lasciando in ere-
dit macerie, polvere e altro, da spazzar via con fatica, da chi si vedr.
Il veleno di Porto Torres di Costantino Cossu
Porto Torres, larea del petrolchimico sulle Bocche di Bonifacio, un enorme ammasso di rottami.
Dellinsediamento industriale nato negli anni settanta sono rimaste in piedi le centrali per
la produzione di energia (con olio combustibile e carbone) e gli impianti dellEni. La disoc-
cupazione raggiunge tassi che non serano mai visti e se non ci fosse la Caritas molte fami-
glie stenterebbero a sfamarsi. Il nuovo miraggio quello delle cosiddetta chimica verde: con-
vertire gli impianti Eni per bruciare non pi olio di origine minerale ma i cardi che gli agri-
coltori della campagne della zona dovrebbero coltivare al posto del grano e delle viti. Una
monocoltura folle, e per giunta senza alcuna garanzia che la produzione di cardi sia suffi-
ciente a far funzionare a pieno regime gli impianti, con la possibile conseguenza che ad
andare nei forni alla fine siano sostanze di scarto provenienti da altri siti industriali e dalle
discariche. Altrove gi accaduto.
Ci sono gruppi di base contro la chimica verde che provano a farsi sentire. Ci troviamo,
hanno scritto in uno dei loro documenti, di fronte a unoperazione di marketing. LEni inten-
de distogliere lattenzione dal fatto che gli stabilimenti verdi si stanno realizzando in uno dei
siti pi inquinati dItalia. verissimo. La procura della Repubblica di Sassari ha chiesto il
rinvio a giudizio di alcuni dirigenti Eni per gli effetti nocivi sullambiente e sulla salute delle
persone che abitano a Porto Torres e ha presentato una perizia di cinquecento pagine dalla
quale secondo i magistrati emergono le responsabilit della multinazionale in una delle pi
grandi catastrofi ambientali italiane. La chimica verde, dicono i comitati, un modo per lEni
di non sborsare i soldi necessari alle bonifiche a cui obbligata per legge. Un vero e proprio
ricatto: se volete qualche posto di lavoro non cercateci sul resto. Lalternativa non tra lavo-
ro e salute, perch la sproporzione immensa tra i quattrocento posti di lavoro promessi e
il mantenimento del controllo assoluto dellEni sui ventitr chilometri quadrati che conta la
zona industriale di Porto Torres. Un quarto della superficie del comune che continuerebbe
a insterilirsi, ad avvelenare i terreni e le acque circostanti e a propagare cancri e morte su
chi ci lavora, ci lavorer o ci vive vicino.
E poi ci sono gli effetti sullagricoltura. La chimica verde, spiegano i comitati, dovrebbe
funzionare a partire da biomasse locali, che verrebbero dalla coltivazione del cardo. Secondo
Matrca, la consociata dellEni che conduce il progetto, bisogna ora passare a una produ-
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ci stavamo lasciando Tangentopoli, le malefatte di altri politici, la sfiducia generale, il qua-
lunquismo che quelle pratiche corrotte avevano alimentato. La frase che si poteva ascoltare
pi di frequente era: tutti uguali, tutti ladri. Non era vero, ma la storia si raccontava cos. Si
continuato a raccontarla cos, la favola delluomo nuovo, lontano dalla politica, alla guida
del paese. Dellimprenditore che essendo ricco di suo non aveva bisogno di rubare. Di nuovo
per noi (di vecchio per altri paesi) cera solo la tv commerciale. Il resto di Berlusconi erano clien-
tele e interessi personali. S arricchito soprattutto lui, arricchendo con i soldi nostri una
corte di comparse al suo servizio, i nani e le ballerine di craxiana memoria, per lo pi
fedeli e riconoscenti: come sarebbero saliti tanto in alto senza il deferente vassallaggio?
Berlusconi vinse nel 1994, alleato della Lega e del Msi, persino con laiuto del povero Raimondo
Vianello, di Mike Buongiorno e di Iva Zanicchi, del palcoscenico televisivo nazional popola-
re. Fu costretto alla resa pochi mesi dopo linsediamento, quando Bossi, che allora lo definiva
mafioso, ruppe lalleanza. Lasci il posto a Dini, il suo ministro del tesoro. Lui avrebbe parlato
pochi anni avanti di golpe della magistratura (per lavviso di reato recapitatogli durante il
summit mondiale di Napoli) e del presidente Oscar Luigi Scalfaro.
Nel 1996 il successo and allUlivo di Prodi. DAlema promosse la Bicamerale per avviare
grandi riforme istituzionali e riapr le porte della politica a Berlusconi, seduto controvoglia sui
banchi dellopposizione. Che lasci nel 2001. Prodi ci aveva guidati nelleuro, ma il centro-
sinistra al solito litig, cambi strade. Berlusconi si invent la Casa delle libert, rimise assie-
me destra e Lega Nord, firm il contratto con gli italiani sulla scrivania che Bruno Vespa gli
aveva messo gentilmente a disposizione. Berlusconi conferm il suo stile e la sua sostanza
di venditore-imbonitore (definizioni che risalgono a Montanelli), ma agli italiani piacque e
lui vinse. Nominato per la seconda volta alla presidenza del consiglio a met giugno, esord
a fine luglio sistemando le limonaie in piazza de Ferrari a Genova per il G8 e orchestrando
con valenti collaboratori la macchina repressiva di polizia, carabinieri, guardia di finanza,
forestale Perder tutte le elezioni in mezzo, europee, regionali, amministrative.
Appressandosi quelle politiche, i sondaggi lo daranno in pesante ribasso. E qui fece il suo
capolavoro: cio la rimonta. Memorabile il suo faccia faccia con Prodi, sempre officiante
Bruno Vespa. Allultima battuta, allultimo secondo promise, gi allora, labolizione dellIci,
la tassa sulla casa. Impossibile la replica. Tempo scaduto. Contati i voti, Berlusconi si ferm
appena sotto Prodi, che si ritrov capo del governo, afflitto dalla pi risicata e litigiosa mag-
gioranza della nostra storia (salvo gli ultimi giorni). Fino alla sconfitta, fino alle nuove ele-
zioni. Berlusconi ci prov con un altro partito, il Popolo della libert, promosso dal predelli-
no della sua auto in piazza San Babila a Milano. Trionf, come sappiamo, con numeri a suo
favore schiaccianti. Con le conseguenze che subiamo, dal presunto rilancio di Alitalia al tra-
collo vero dellItalia, tra processi da evitare ed escort da incontrare, tra ricattatori da pagare
e parlamentari da convincere. Neppure alla fine ci ha risparmiato i suoi memorabili detti:
dal partito che avrebbe chiamato Forza gnocca ai ristoranti sempre pieni di facoltosi con-
nazionali in gaia compagnia in barba alla crisi. Un uomo che basta vederlo Ma diventato
sempre pi ricco, gli sono persino ricresciuti i capelli, e diventando pure pi vecchio potreb-
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accettato la proposta di Progres (una formazione indipendentista alla quale lautrice da
sempre vicina) di verificare se esistono le condizioni per raccogliere intorno al suo nome
una coalizione che tenga insieme i movimenti autonomisti, indipendentisti, ambientalisti e
antimilitaristi che in questi ultimi anni sono cresciuti di numero e di peso politico in tutta la
regione. Murgia ha accettato, scrivendo sul suo blog che soltanto agli inizi di agosto far
sapere se la cosa si potr fare. Circolano sondaggi che la danno intorno all8-10 per cento
del voto dei sardi. Se cos, e se davvero Murgia correr da sola, abbastanza facile pre-
vedere cosa potrebbe accadere alle prossime regionali: il bacino elettorale di un centrosi-
nistra diviso e in stato di confusione politica sar prosciugato da grillini e da Murgia e il cen-
trodestra potrebbe vincere ancora una volta. Con grande soddisfazione del cavalier Silvio
Berlusconi e di Sua Altezza lemiro del Qatar, Sheik Tamin, trentatreenne di grandi speranze
e di infinita ricchezza, al quale il padre, il vecchio Hamad bin Kalifa al Thani, pochi giorni fa ha
ceduto, insieme allo scettro, il Paris Saint Germain e la Costa Smeralda.
A Taranto, lIlva commissariata di Salvatore Romeo
Quanto successo nelle ultime settimane a proposito della crisi Ilva rappresenta una novit non solo
per lazienda siderurgica e, in particolare, per lo stabilimento tarantino ma anche (poten-
zialmente) per lintera industria nazionale. Il contenuto del decreto di commissariamento
dellimpresa, le reazioni che questo ha suscitato e i problemi che esso prospetta hanno aper-
to una dialettica su di un piano, quello dei rapporti fra industria e politica, che negli ultimi
ventanni era stato saldamente ancorato a unimpostazione liberista.
Il nuovo decreto
Prima di affrontare lanalisi del provvedimento in questione occorre chiarirne i presupposti.
Con la legge 231 approvata lo scorso dicembre, il Parlamento ratificava il decreto che un
mese prima aveva ordinato il dissequestro degli impianti e dei prodotti del siderurgico joni-
co, intervenendo sullazione intrapresa dal Tribunale di Taranto dallestate precedente.
Contestualmente, lazienda veniva vincolata allattuazione dellAutorizzazione integrata
ambientale (Aia, la certificazione di sostenibilit che lUnione europea impone ai siti a elevato
impatto ambientale) promulgata in ottobre, pena una serie di sanzioni: dal versamento di
margini di fatturato (fino al 10%) al commissariamento, per arrivare in extrema ratio allap-
plicazione dellart. 43 della Costituzione, cio lesproprio per fini di pubblica utilit. Il rispet-
to delle prescrizioni nei tempi previsti dallAia veniva sottoposto al controllo di un garan-
te in seguito identificato nellex procuratore generale della Cassazione, Vitaliano Esposito
coadiuvato dallIstituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra, il massimo
organo pubblico in materia di controllo della condizione dellambiente naturale). Nei mesi
successivi gli organi di controllo hanno riscontrato linfrazione da parte di Ilva degli obiet-
tivi di risanamento. La coincidenza con un nuovo colossale sequestro questa volta di natu-
ra patrimoniale: 8,1 miliardi, cifra stimata dai custodi del Tribunale per la messa a norma gli
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zione agricola del cardo su scala industriale poich il fabbisogno in biomassa pari a 250
mila tonnellate lanno. E ci richiederebbe una superficie di coltivazioni che va, secondo le
stime, da 70 a 120mila ettari. La quasi totalit delle terre coltivabili del nord-ovest della
Sardegna verrebbero coinvolte e sconvolte. Oppure si user, grazie alla normativa italiana che
la assimila alle biomasse, la parte non biodegradabile dei rifiuti solidi extra-urbani? Le nostre
ragioni sono semplici e tengono al fatto che la monocultura del cardo sterilizzerebbe le terre,
distruggerebbe il biotopo e farebbe scomparire la biodiversit.
Ora, la domanda : se a Porto Torres lEni sul banco degli imputati per gli effetti di un inqui-
namento ambientale gravissimo di cui responsabile insieme con altre aziende anchesse
sotto processo perch la cosa resta chiusa dentro il recinto sardo? Su questo caso niente
di paragonabile stato dato vedere allattenzione mediatica riservata allIlva di Taranto.
Eppure il petrochimico sardo sta a Porto Torres esattamente come lIlva sta a Taranto, con
gli stessi effetti devastanti sulla salute delle persone. E allora perch il silenzio? Fatta ecce-
zione per il manifesto e per il Fatto quotidiano, linformazione nazionale ha ignorato del
tutto una vicenda che invece clamorosa. E del resto lindifferenza si estende a tutto il disa-
stro in cui precipitata una regione intera. Laltro grande polo industriale sardo, quello del
Sulcis, di fatto al collasso. Migliaia di operai hanno perso il lavoro. E anche l esistono pro-
blemi ambientali serissimi, causati da decenni di attivit produttive altamente inquinanti.
In Barbagia il polo petrolchimico di Ottana non esiste pi. Al suo posto stabilimenti chiusi
o imprese che per sopravvivere cercano capitali russi o asiatici.
Ma neppure saiuta da s, la Sardegna. Lisola non ha pi alcuna idea del proprio futuro.
Sembra come paralizzata di fronte al baratro. Servirebbero idee e programmi, servirebbe
puntare su agricoltura di qualit e sul turismo compatibile. E invece si seguono strade vec-
chie. La chimica, ma non solo. Lemirato del Qatar s comprato la Costa Smeralda e chiede
alla giunta di centrodestra, guidata dallex commercialista di Berlusconi, Ugo Cappellacci,
di derogare al Piano del paesaggio regionale per poter cementificare ulteriormente una zona
che ha gi superato i limiti dellimpatto turistico sostenibile. E Cappellacci sta lavorando a
modifiche del Piano che renderebbero possibili sfondamenti come quello chiesto dalle-
miro praticamente su tutte le coste dellisola. Non solo: Cappellacci propone che lisola inte-
ra diventi ununica zona franca, con sgravi fiscali consistenti per tutte le imprese che gi ci sono
e per quelle che vorranno insediarsi, senza uno straccio di idea su che cosa produrre, per-
ch e per chi sfornare merci. Una ricetta semplice semplice: cemento e riduzione delle tasse.
Cos il centrodestra ha gi cominciato la lunga campagna elettorale che porter la Sardegna
alle regionali previste per la primavera del prossimo anno.
Come risponde il Pd e il centrosinistra? Anche in Sardegna il partito di Epifani dilaniato da
una lotta interna in cui i programmi contano zero ed invece tutto la guerra tra le fazioni
per piazzare il proprio candidato alle primarie attraverso le quali sar scelto chi correr nel 2014
contro il centrodestra per la carica di governatore. Stesso discorso vale per i possibili allea-
ti del Pd, da Sel allIdv. I grillini sono unincognita. In alcune zone dellisola (tra le quali Porto
Torres e il Sulcis) alle politiche sono arrivati al trenta per cento. Ma per il momento sono
fermi. Spunta invece la candidatura a governatore di una scrittrice: Michela Murgia. Che ha
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accettato la proposta di Progres (una formazione indipendentista alla quale lautrice da
sempre vicina) di verificare se esistono le condizioni per raccogliere intorno al suo nome
una coalizione che tenga insieme i movimenti autonomisti, indipendentisti, ambientalisti e
antimilitaristi che in questi ultimi anni sono cresciuti di numero e di peso politico in tutta la
regione. Murgia ha accettato, scrivendo sul suo blog che soltanto agli inizi di agosto far
sapere se la cosa si potr fare. Circolano sondaggi che la danno intorno all8-10 per cento
del voto dei sardi. Se cos, e se davvero Murgia correr da sola, abbastanza facile pre-
vedere cosa potrebbe accadere alle prossime regionali: il bacino elettorale di un centrosi-
nistra diviso e in stato di confusione politica sar prosciugato da grillini e da Murgia e il cen-
trodestra potrebbe vincere ancora una volta. Con grande soddisfazione del cavalier Silvio
Berlusconi e di Sua Altezza lemiro del Qatar, Sheik Tamin, trentatreenne di grandi speranze
e di infinita ricchezza, al quale il padre, il vecchio Hamad bin Kalifa al Thani, pochi giorni fa ha
ceduto, insieme allo scettro, il Paris Saint Germain e la Costa Smeralda.
A Taranto, lIlva commissariata di Salvatore Romeo
Quanto successo nelle ultime settimane a proposito della crisi Ilva rappresenta una novit non solo
per lazienda siderurgica e, in particolare, per lo stabilimento tarantino ma anche (poten-
zialmente) per lintera industria nazionale. Il contenuto del decreto di commissariamento
dellimpresa, le reazioni che questo ha suscitato e i problemi che esso prospetta hanno aper-
to una dialettica su di un piano, quello dei rapporti fra industria e politica, che negli ultimi
ventanni era stato saldamente ancorato a unimpostazione liberista.
Il nuovo decreto
Prima di affrontare lanalisi del provvedimento in questione occorre chiarirne i presupposti.
Con la legge 231 approvata lo scorso dicembre, il Parlamento ratificava il decreto che un
mese prima aveva ordinato il dissequestro degli impianti e dei prodotti del siderurgico joni-
co, intervenendo sullazione intrapresa dal Tribunale di Taranto dallestate precedente.
Contestualmente, lazienda veniva vincolata allattuazione dellAutorizzazione integrata
ambientale (Aia, la certificazione di sostenibilit che lUnione europea impone ai siti a elevato
impatto ambientale) promulgata in ottobre, pena una serie di sanzioni: dal versamento di
margini di fatturato (fino al 10%) al commissariamento, per arrivare in extrema ratio allap-
plicazione dellart. 43 della Costituzione, cio lesproprio per fini di pubblica utilit. Il rispet-
to delle prescrizioni nei tempi previsti dallAia veniva sottoposto al controllo di un garan-
te in seguito identificato nellex procuratore generale della Cassazione, Vitaliano Esposito
coadiuvato dallIstituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra, il massimo
organo pubblico in materia di controllo della condizione dellambiente naturale). Nei mesi
successivi gli organi di controllo hanno riscontrato linfrazione da parte di Ilva degli obiet-
tivi di risanamento. La coincidenza con un nuovo colossale sequestro questa volta di natu-
ra patrimoniale: 8,1 miliardi, cifra stimata dai custodi del Tribunale per la messa a norma gli
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zione agricola del cardo su scala industriale poich il fabbisogno in biomassa pari a 250
mila tonnellate lanno. E ci richiederebbe una superficie di coltivazioni che va, secondo le
stime, da 70 a 120mila ettari. La quasi totalit delle terre coltivabili del nord-ovest della
Sardegna verrebbero coinvolte e sconvolte. Oppure si user, grazie alla normativa italiana che
la assimila alle biomasse, la parte non biodegradabile dei rifiuti solidi extra-urbani? Le nostre
ragioni sono semplici e tengono al fatto che la monocultura del cardo sterilizzerebbe le terre,
distruggerebbe il biotopo e farebbe scomparire la biodiversit.
Ora, la domanda : se a Porto Torres lEni sul banco degli imputati per gli effetti di un inqui-
namento ambientale gravissimo di cui responsabile insieme con altre aziende anchesse
sotto processo perch la cosa resta chiusa dentro il recinto sardo? Su questo caso niente
di paragonabile stato dato vedere allattenzione mediatica riservata allIlva di Taranto.
Eppure il petrochimico sardo sta a Porto Torres esattamente come lIlva sta a Taranto, con
gli stessi effetti devastanti sulla salute delle persone. E allora perch il silenzio? Fatta ecce-
zione per il manifesto e per il Fatto quotidiano, linformazione nazionale ha ignorato del
tutto una vicenda che invece clamorosa. E del resto lindifferenza si estende a tutto il disa-
stro in cui precipitata una regione intera. Laltro grande polo industriale sardo, quello del
Sulcis, di fatto al collasso. Migliaia di operai hanno perso il lavoro. E anche l esistono pro-
blemi ambientali serissimi, causati da decenni di attivit produttive altamente inquinanti.
In Barbagia il polo petrolchimico di Ottana non esiste pi. Al suo posto stabilimenti chiusi
o imprese che per sopravvivere cercano capitali russi o asiatici.
Ma neppure saiuta da s, la Sardegna. Lisola non ha pi alcuna idea del proprio futuro.
Sembra come paralizzata di fronte al baratro. Servirebbero idee e programmi, servirebbe
puntare su agricoltura di qualit e sul turismo compatibile. E invece si seguono strade vec-
chie. La chimica, ma non solo. Lemirato del Qatar s comprato la Costa Smeralda e chiede
alla giunta di centrodestra, guidata dallex commercialista di Berlusconi, Ugo Cappellacci,
di derogare al Piano del paesaggio regionale per poter cementificare ulteriormente una zona
che ha gi superato i limiti dellimpatto turistico sostenibile. E Cappellacci sta lavorando a
modifiche del Piano che renderebbero possibili sfondamenti come quello chiesto dalle-
miro praticamente su tutte le coste dellisola. Non solo: Cappellacci propone che lisola inte-
ra diventi ununica zona franca, con sgravi fiscali consistenti per tutte le imprese che gi ci sono
e per quelle che vorranno insediarsi, senza uno straccio di idea su che cosa produrre, per-
ch e per chi sfornare merci. Una ricetta semplice semplice: cemento e riduzione delle tasse.
Cos il centrodestra ha gi cominciato la lunga campagna elettorale che porter la Sardegna
alle regionali previste per la primavera del prossimo anno.
Come risponde il Pd e il centrosinistra? Anche in Sardegna il partito di Epifani dilaniato da
una lotta interna in cui i programmi contano zero ed invece tutto la guerra tra le fazioni
per piazzare il proprio candidato alle primarie attraverso le quali sar scelto chi correr nel 2014
contro il centrodestra per la carica di governatore. Stesso discorso vale per i possibili allea-
ti del Pd, da Sel allIdv. I grillini sono unincognita. In alcune zone dellisola (tra le quali Porto
Torres e il Sulcis) alle politiche sono arrivati al trenta per cento. Ma per il momento sono
fermi. Spunta invece la candidatura a governatore di una scrittrice: Michela Murgia. Che ha
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Federacciai, Antonio Gozzi, che quello di Confindustria, Giorgio Squinzi, hanno fatto capire
esplicitamente che quel tipo di intervento deve restare circoscritto alla peculiare situazio-
ne di Ilva.
Nellaudizione in Commissione ambiente della Camera, la stessa associazione dei siderurgici
stata ancora pi chiara. Per Federacciai non si pu ricorrere al commissariamento con
misure unilaterali, sulla base di valutazioni che non tengano conto del punto di vista (e degli
interessi) dellimpresa. Tantomeno si pu permettere alla gestione commissariale di perse-
guire obiettivi di pubblica utilit, mettendo in pericolo la stabilit economica aziendale.
Nondimeno, va scongiurato il rischio di vincoli ambientali ancora pi restrittivi attraverso
una revisione dellAia.
Le istanze degli industriali hanno trovato eco negli ambienti della stessa maggioranza.
Brunetta e Sacconi hanno gridato allarmati allesproprio, prospettando la modifica del
provvedimento in sede di conversione in legge. Daltra parte, gli stessi esponenti del Pd al
governo il ministro dellambiente, Andrea Orlando, e quello allo sviluppo economico, Flavio
Zanonato hanno precisato che lintervento ha carattere eccezionale, data la gravit della crisi
Ilva, e irripetibile in altri contesti. Daltra parte, il principale gruppo di opposizione, il
Movimento 5 Stelle, ha basato la sua linea sulla richiesta di chiusura dellarea a caldo (che tec-
nicamente implicherebbe il fermo dellintero stabilimento), astraendosi di fatto dalla parti-
ta in corso.
Questa congiuntura si riflessa nelle modifiche apportate a tuttoggi dalla Commissione
ambiente al testo originario. Sono stati resi pi restrittivi i criteri per laccesso al commis-
sariamento: non pi duecento, ma mille dipendenti (parliamo dunque di una realt molto
circoscritta per il nostro paese); inoltre, esso potr riguardare anche un solo ramo dazienda
o stabilimento. stata modificata sostanzialmente anche la procedura: il commissariamento
potr essere deciso dal governo dopo un voto delle commissioni parlamentari competenti, che
potranno a loro volta esprimersi solo dopo reiterate violazioni dellAia segnalate da Ispra e
Arpa. Tale accertamento dovr nondimeno essere condotto in contraddittorio con lazien-
da. Viene dunque soppresso il garante, figura istituita dalla legge 231 come raccordo fra
governo e organi di controllo, a cui spettavano specifici poteri di indirizzo (in sostanza, le
proposte di sanzioni in caso di inadempienza dellAia). In definitiva, si sono allungati e resi pi
complessi i passaggi del processo decisionale, indebolendo di fatto gli organi di controllo
e rimandando la parola ultima alla mediazione parlamentare. Infine, in merito alleventuale
modifica dellAia si specificato che la commissione degli esperti dovr attenersi esclusi-
vamente allindicazione dei tempi di attuazione delle prescrizioni (dunque nessun possibile
irrigidimento e/o specificazione delle misure di risanamento gi previste dallAia).
I nodi irrisolti
Questi peggioramenti, se confermati, andrebbero ad acuire contraddizioni piuttosto stri-
denti presenti nel decreto.
Quella fondamentale riguarda i capitali. Gli 8 miliardi di cui si ordinato il sequestro sono
al momento virtuali. Lo stesso sequestro ha carattere cautelativo: il denaro e i beni even-
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impianti di Taranto e il successivo autoscioglimento del CdA dellazienda, ha reso necessario
un nuovo e pi drastico intervento da parte del governo.
Il provvedimento approvato lo scorso 4 giugno dal Consiglio dei ministri dispone che un
organo commissariale composto da un commissario e da un subcommissario individuati
nelle persone rispettivamente di Enrico Bondi, gi amministratore delegato dellazienda fino
allo scioglimento del CdA, ed Edo Ronchi assuma tutti i poteri relativi alla gestione di Ilva spa
per un periodo variabile da un minimo di dodici mesi a un massimo di tre anni.
Contestualmente, vengono a decadere gli organi di amministrazione aziendale (a partire dal
CdA), mentre lassemblea dei soci potr riaggiornarsi solo alla scadenza del commissaria-
mento. La propriet si relazioner con la nuova gestione attraverso un suo rappresentante
recentemente identificato con Mario Tagarelli, gi componente del pool di custodi nominati
la scorsa estate dal gip Todisco. Entro quattro mesi si avr una road map per il risanamento:
il subcommissario, coadiuvato da tre esperti, elaborer un insieme di interventi in campo
ambientale e sanitario che costituiranno una modifica dellAia. Queste misure saranno poste
alla base del Piano industriale col quale il commissario programmer il risanamento del sito.
Lo stesso decreto prevede che lintera opera sia finanziata attraverso i fondi di cui recentemente
il Tribunale di Taranto ha ordinato il sequestro (8,1 miliardi di euro). Questi potranno essere
reperiti non solo allinterno di Ilva, ma anche della madre Riva Fire e delle controllate. Inoltre
il commissario potr operare in autonomia sui rapporti di credito dellazienda. Lintera gestio-
ne del processo di risanamento considerata di pubblico interesse, per cui il commissa-
rio sollevato dalla responsabilit di eventuali diseconomie che dovessero derivare dal-
lapplicazione delle soluzioni individuate per abbattere limpatto ambientale degli impianti.
Lo stesso tipo di intervento pensato per il siderurgico jonico potr essere messo in campo
anche per tutti gli altri sito di interesse strategico, cio stabilimenti che occupino pi di
duecento addetti.
Gli elementi richiamati segnalano lavanzamento compiuto dallazione politica in relazione alla
crisi Ilva. Di fatto, i Riva perdono il controllo della loro principale societ; al contempo, la
stessa attivit finanziaria della capogruppo Riva Fire viene condizionata alla realizzazione
del risanamento del siderurgico jonico. Oltre tutto, con laffermazione della pubblica uti-
lit della gestione, tale obiettivo viene ritenuto prioritario rispetto al perseguimento del
profitto. Infine, non escluso che la commissione dei tre esperti possa concepire modifiche
dellAia in senso restrittivo rispetto alle prescrizioni vigenti, recependo le condizioni indivi-
duate dai custodi giudiziari. In generale, se seguito da una volont politica ferma, il decreto
potrebbe rappresentare la prima pietra di una politica di conversione in senso ambientale
del nostro sistema produttivo. Un indirizzo di politica industriale che andrebbe finalmente
a colmare una lacuna pi che ventennale.
Le reazioni e le modifiche al decreto
Ad aver colto questi elementi di novit, pi che il mondo ambientalista o la sinistra politica
e sindacale, stato il fronte padronale. I commenti pubblicati su il Sole 24 Ore nelle ore
successive allapprovazione del decreto sono stati quanto mai espliciti. Sia il presidente di
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Federacciai, Antonio Gozzi, che quello di Confindustria, Giorgio Squinzi, hanno fatto capire
esplicitamente che quel tipo di intervento deve restare circoscritto alla peculiare situazio-
ne di Ilva.
Nellaudizione in Commissione ambiente della Camera, la stessa associazione dei siderurgici
stata ancora pi chiara. Per Federacciai non si pu ricorrere al commissariamento con
misure unilaterali, sulla base di valutazioni che non tengano conto del punto di vista (e degli
interessi) dellimpresa. Tantomeno si pu permettere alla gestione commissariale di perse-
guire obiettivi di pubblica utilit, mettendo in pericolo la stabilit economica aziendale.
Nondimeno, va scongiurato il rischio di vincoli ambientali ancora pi restrittivi attraverso
una revisione dellAia.
Le istanze degli industriali hanno trovato eco negli ambienti della stessa maggioranza.
Brunetta e Sacconi hanno gridato allarmati allesproprio, prospettando la modifica del
provvedimento in sede di conversione in legge. Daltra parte, gli stessi esponenti del Pd al
governo il ministro dellambiente, Andrea Orlando, e quello allo sviluppo economico, Flavio
Zanonato hanno precisato che lintervento ha carattere eccezionale, data la gravit della crisi
Ilva, e irripetibile in altri contesti. Daltra parte, il principale gruppo di opposizione, il
Movimento 5 Stelle, ha basato la sua linea sulla richiesta di chiusura dellarea a caldo (che tec-
nicamente implicherebbe il fermo dellintero stabilimento), astraendosi di fatto dalla parti-
ta in corso.
Questa congiuntura si riflessa nelle modifiche apportate a tuttoggi dalla Commissione
ambiente al testo originario. Sono stati resi pi restrittivi i criteri per laccesso al commis-
sariamento: non pi duecento, ma mille dipendenti (parliamo dunque di una realt molto
circoscritta per il nostro paese); inoltre, esso potr riguardare anche un solo ramo dazienda
o stabilimento. stata modificata sostanzialmente anche la procedura: il commissariamento
potr essere deciso dal governo dopo un voto delle commissioni parlamentari competenti, che
potranno a loro volta esprimersi solo dopo reiterate violazioni dellAia segnalate da Ispra e
Arpa. Tale accertamento dovr nondimeno essere condotto in contraddittorio con lazien-
da. Viene dunque soppresso il garante, figura istituita dalla legge 231 come raccordo fra
governo e organi di controllo, a cui spettavano specifici poteri di indirizzo (in sostanza, le
proposte di sanzioni in caso di inadempienza dellAia). In definitiva, si sono allungati e resi pi
complessi i passaggi del processo decisionale, indebolendo di fatto gli organi di controllo
e rimandando la parola ultima alla mediazione parlamentare. Infine, in merito alleventuale
modifica dellAia si specificato che la commissione degli esperti dovr attenersi esclusi-
vamente allindicazione dei tempi di attuazione delle prescrizioni (dunque nessun possibile
irrigidimento e/o specificazione delle misure di risanamento gi previste dallAia).
I nodi irrisolti
Questi peggioramenti, se confermati, andrebbero ad acuire contraddizioni piuttosto stri-
denti presenti nel decreto.
Quella fondamentale riguarda i capitali. Gli 8 miliardi di cui si ordinato il sequestro sono
al momento virtuali. Lo stesso sequestro ha carattere cautelativo: il denaro e i beni even-
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impianti di Taranto e il successivo autoscioglimento del CdA dellazienda, ha reso necessario
un nuovo e pi drastico intervento da parte del governo.
Il provvedimento approvato lo scorso 4 giugno dal Consiglio dei ministri dispone che un
organo commissariale composto da un commissario e da un subcommissario individuati
nelle persone rispettivamente di Enrico Bondi, gi amministratore delegato dellazienda fino
allo scioglimento del CdA, ed Edo Ronchi assuma tutti i poteri relativi alla gestione di Ilva spa
per un periodo variabile da un minimo di dodici mesi a un massimo di tre anni.
Contestualmente, vengono a decadere gli organi di amministrazione aziendale (a partire dal
CdA), mentre lassemblea dei soci potr riaggiornarsi solo alla scadenza del commissaria-
mento. La propriet si relazioner con la nuova gestione attraverso un suo rappresentante
recentemente identificato con Mario Tagarelli, gi componente del pool di custodi nominati
la scorsa estate dal gip Todisco. Entro quattro mesi si avr una road map per il risanamento:
il subcommissario, coadiuvato da tre esperti, elaborer un insieme di interventi in campo
ambientale e sanitario che costituiranno una modifica dellAia. Queste misure saranno poste
alla base del Piano industriale col quale il commissario programmer il risanamento del sito.
Lo stesso decreto prevede che lintera opera sia finanziata attraverso i fondi di cui recentemente
il Tribunale di Taranto ha ordinato il sequestro (8,1 miliardi di euro). Questi potranno essere
reperiti non solo allinterno di Ilva, ma anche della madre Riva Fire e delle controllate. Inoltre
il commissario potr operare in autonomia sui rapporti di credito dellazienda. Lintera gestio-
ne del processo di risanamento considerata di pubblico interesse, per cui il commissa-
rio sollevato dalla responsabilit di eventuali diseconomie che dovessero derivare dal-
lapplicazione delle soluzioni individuate per abbattere limpatto ambientale degli impianti.
Lo stesso tipo di intervento pensato per il siderurgico jonico potr essere messo in campo
anche per tutti gli altri sito di interesse strategico, cio stabilimenti che occupino pi di
duecento addetti.
Gli elementi richiamati segnalano lavanzamento compiuto dallazione politica in relazione alla
crisi Ilva. Di fatto, i Riva perdono il controllo della loro principale societ; al contempo, la
stessa attivit finanziaria della capogruppo Riva Fire viene condizionata alla realizzazione
del risanamento del siderurgico jonico. Oltre tutto, con laffermazione della pubblica uti-
lit della gestione, tale obiettivo viene ritenuto prioritario rispetto al perseguimento del
profitto. Infine, non escluso che la commissione dei tre esperti possa concepire modifiche
dellAia in senso restrittivo rispetto alle prescrizioni vigenti, recependo le condizioni indivi-
duate dai custodi giudiziari. In generale, se seguito da una volont politica ferma, il decreto
potrebbe rappresentare la prima pietra di una politica di conversione in senso ambientale
del nostro sistema produttivo. Un indirizzo di politica industriale che andrebbe finalmente
a colmare una lacuna pi che ventennale.
Le reazioni e le modifiche al decreto
Ad aver colto questi elementi di novit, pi che il mondo ambientalista o la sinistra politica
e sindacale, stato il fronte padronale. I commenti pubblicati su il Sole 24 Ore nelle ore
successive allapprovazione del decreto sono stati quanto mai espliciti. Sia il presidente di
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tivamente facili da acquisire per i nostri capitani coraggiosi (prima che i Riva acquistassero
Ilva, Lucchini aveva gi messo le mani su Acciaierie di Piombino), ma deboli sul piano industriale
ed economico. Il risultato che oggi, dopo la fine della parabola di Lucchini, lunico cam-
pione nazionale del settore, Riva appunto, riveste in realt una posizione marginale nel mer-
cato europeo, che rischia di diventare ancora pi ristretta se si completer la scissione fra
Ilva e il resto del gruppo, come il decreto sembra adombrare. dunque quanto mai urgente dare
una riorganizzazione allintero settore attraverso una regia pubblica.
Conclusioni
La partita ancora in corso sul decreto Ilva ha reso evidenti alcune questioni che fino a oggi sono
state ignorate o sottovalutate dal dibattito politico.
In primo luogo, emerge chiaramente il tema posto da Marcello De Cecco in un intervento di
qualche settimana fa (Crack Ilva, unaltra Montedison, in Affari e Finanza, 3 giugno 2013).
A causa di mancate scelte di politica industriale e della tendenza spontaneamente matura-
ta dagli operatori privati, il nostro sistema produttivo ha seguito negli ultimi venti anni la
via bassa alla competitivit (abbattimento dei costi, piuttosto che innalzamento della qua-
lit dei processi e dei prodotti). Il caso Ilva esemplare da questo punto di vista. Il dilem-
ma non dunque fra salute e lavoro, come artificiosamente si fatto credere, ma fra ristrut-
turazione e rilancio del sistema produttivo nazionale e conservazione degli assetti di potere
esistenti. Se dovesse prevalere questultima opzione, il paese rischierebbe di subire una
degradazione non solo sul piano industriale, ma anche su quello politico: inevitabilmente
proseguire sulla strada della compressione dei costi implica lo smantellamento delle tutele
residue per il lavoro e per lambiente.
In secondo luogo, si fa strada lurgenza di un nuovo intervento pubblico. Questa prospettiva
tuttavia quanto mai problematica. Da una parte, come abbiamo visto, vi si frappongono
gli interessi dei gruppi privati, dallaltra ostacoli di notevole portata provengono dagli indi-
rizzi politici prevalenti allinterno dellUnione Europea. Si pensi alla riluttanza dei paesi ege-
moni nellescludere gli investimenti dal calcolo del deficit pubblico o, in ambito settoriale,
al recente Piano dazione per la siderurgia approvato dalla Commissione Ue, che di fatto
accoglie la linea dei competitor pi forti, ostili a qualsiasi gestione concordata dei ridimen-
sionamenti di capacit produttiva quindi di fatto pronti a scatenare anche in ambito side-
rurgico la lotta darwiniana gi aperta in campo bancario e men che meno ad aiuti di Stato.
Non si pu per neanche sottacere la scarsa considerazione che, non del tutto a torto, oggi
circonda le classi dirigenti pubbliche del nostro paese.
La sfida posta dalla questione Ilva, di cui il decreto rappresenta un passaggio dialettico
importante, quindi cruciale per il destino del paese. Lintervento pubblico necessario,
ma affinch diventi realistico sono indispensabili due precondizioni. Anzitutto, esso deve
inserirsi in una proposta organica di alternativa che poggi su due assi: una politica eco-
nomica che, superando lausterit, riavvii un processo di sviluppo e una riorganizzazione
dei rapporti fra partner comunitari che ponga fine agli squilibri esistenti. La crescita che
in Europa tutti auspicano deve risolvere la tara strutturale che sta corrodendo le fonda-
tualmente rintracciati dalle forze dellordine sono posti a garanzia degli investimenti che la-
zienda tenuta a realizzare per il risanamento. Il punto reale : Ilva e Riva Fire hanno la pos-
sibilit finanziaria di realizzare quegli investimenti? Analisi sui bilanci della capogruppo
condotte da punti di osservazione diversi (Siderweb, il portale degli operatori siderurgici, e
uno studio commissionato dalla Fiom a Riccardo Colombo e Vincenzo Comito, LIlva di Taranto
e cosa farne, Edizioni dellasino 2013) sono arrivate alla stessa conclusione. Data la con-
giuntura corrente e la situazione patrimoniale del gruppo, la realizzazione di investimenti
dellordine di 3,5/4 miliardi (una cifra comunque inferiore agli 8 miliardi stimati dai custo-
di) per i prossimi cinque/sei anni determinerebbe unesplosione dellindebitamento tale da
minare alle fondamenta la stabilit economica dellimpresa. Occorrerebbe pertanto una rica-
pitalizzazione dellazienda, a opera degli attuali proprietari o di nuovi soci.
I Riva tuttavia, dal momento dellacquisizione di Ilva, non hanno mai messo mano al capi-
tale del gruppo, cresciuto/diminuito nel tempo solo per effetto dellandamento degli esercizi
delle controllate (non sono mai stati distribuiti dividendi). Non ci sono ragioni per sperare
che tale atteggiamento cambi proprio in una fase cos delicata. Non resta che un intervento
di terzi che, allo stato attuale, possono essere soltanto concorrenti stranieri o lo Stato ita-
liano. Nel primo caso ci si esporrebbe per al rischio di unacquisizione aggressiva, realiz-
zata per eliminare dal mercato un avversario in un momento di drammatica sovracapacit
(solo per il mercato europeo questa stata stimata in circa 80 milioni di tonnellate, pi di
un terzo della capacit produttiva installata). Ecco allora che la nazionalizzazione si presenta
come la sola soluzione razionale.
Lintervento pubblico diretto permetterebbe inoltre di realizzare una completa ristruttura-
zione dellazienda per adeguarne lorganizzazione a una cultura dimpresa radicalmente
diversa da quella impostata dai Riva. Lo stesso Bondi nei primi giorni da commissario dovu-
to intervenire per sanare diverse piaghe su questo piano. Ma senza una certezza di lungo
periodo sugli assetti proprietari la riorganizzazione rischia di risultare fragile. Il commissario,
per quanto straordinari siano i suoi poteri, pur sempre una figura di transizione, al di l
della quale non ancora possibile intravedere cosa verr. Data questa incertezza, anche gli
interventi pi ambiziosi assunti al momento possono essere ribaltati in futuro. Certezza
degli assetti proprietari vuol dire infatti anche definizione di una strategia industriale di
lungo periodo, attraverso la selezione di un management adeguato a realizzarla.
Il provvedimento del governo, infine, non inquadra la vicenda di Ilva nella pi generale crisi
che sta attraversando la siderurgia italiana. Lerrore che il sistema produttivo del paese non pu
permettersi lo spacchettamento delle situazioni di Taranto, Piombino e Terni: un atteggiamento
di questo tipo porterebbe a un ridimensionamento secco della base industriale nazionale.
Piuttosto, le difficolt che gi da qualche anno stanno riguardando quei siti parlano del falli-
mento delle politiche di privatizzazione attuate nel settore nella prima met degli anni novan-
ta. La dinamica chiara: mentre altri grandi produttori siderurgici hanno realizzato concen-
trazioni di amplissima scala si pensi a Thyssen Krupp, sorta dalla fusione fra le tre pi gran-
di imprese siderurgiche tedesche: Thyssen, Krupp e Hoesch in Italia la privatizzazione
stata preceduta da una frammentazione della siderurgia pubblica. Ne sono emerse imprese rela-
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tivamente facili da acquisire per i nostri capitani coraggiosi (prima che i Riva acquistassero
Ilva, Lucchini aveva gi messo le mani su Acciaierie di Piombino), ma deboli sul piano industriale
ed economico. Il risultato che oggi, dopo la fine della parabola di Lucchini, lunico cam-
pione nazionale del settore, Riva appunto, riveste in realt una posizione marginale nel mer-
cato europeo, che rischia di diventare ancora pi ristretta se si completer la scissione fra
Ilva e il resto del gruppo, come il decreto sembra adombrare. dunque quanto mai urgente dare
una riorganizzazione allintero settore attraverso una regia pubblica.
Conclusioni
La partita ancora in corso sul decreto Ilva ha reso evidenti alcune questioni che fino a oggi sono
state ignorate o sottovalutate dal dibattito politico.
In primo luogo, emerge chiaramente il tema posto da Marcello De Cecco in un intervento di
qualche settimana fa (Crack Ilva, unaltra Montedison, in Affari e Finanza, 3 giugno 2013).
A causa di mancate scelte di politica industriale e della tendenza spontaneamente matura-
ta dagli operatori privati, il nostro sistema produttivo ha seguito negli ultimi venti anni la
via bassa alla competitivit (abbattimento dei costi, piuttosto che innalzamento della qua-
lit dei processi e dei prodotti). Il caso Ilva esemplare da questo punto di vista. Il dilem-
ma non dunque fra salute e lavoro, come artificiosamente si fatto credere, ma fra ristrut-
turazione e rilancio del sistema produttivo nazionale e conservazione degli assetti di potere
esistenti. Se dovesse prevalere questultima opzione, il paese rischierebbe di subire una
degradazione non solo sul piano industriale, ma anche su quello politico: inevitabilmente
proseguire sulla strada della compressione dei costi implica lo smantellamento delle tutele
residue per il lavoro e per lambiente.
In secondo luogo, si fa strada lurgenza di un nuovo intervento pubblico. Questa prospettiva
tuttavia quanto mai problematica. Da una parte, come abbiamo visto, vi si frappongono
gli interessi dei gruppi privati, dallaltra ostacoli di notevole portata provengono dagli indi-
rizzi politici prevalenti allinterno dellUnione Europea. Si pensi alla riluttanza dei paesi ege-
moni nellescludere gli investimenti dal calcolo del deficit pubblico o, in ambito settoriale,
al recente Piano dazione per la siderurgia approvato dalla Commissione Ue, che di fatto
accoglie la linea dei competitor pi forti, ostili a qualsiasi gestione concordata dei ridimen-
sionamenti di capacit produttiva quindi di fatto pronti a scatenare anche in ambito side-
rurgico la lotta darwiniana gi aperta in campo bancario e men che meno ad aiuti di Stato.
Non si pu per neanche sottacere la scarsa considerazione che, non del tutto a torto, oggi
circonda le classi dirigenti pubbliche del nostro paese.
La sfida posta dalla questione Ilva, di cui il decreto rappresenta un passaggio dialettico
importante, quindi cruciale per il destino del paese. Lintervento pubblico necessario,
ma affinch diventi realistico sono indispensabili due precondizioni. Anzitutto, esso deve
inserirsi in una proposta organica di alternativa che poggi su due assi: una politica eco-
nomica che, superando lausterit, riavvii un processo di sviluppo e una riorganizzazione
dei rapporti fra partner comunitari che ponga fine agli squilibri esistenti. La crescita che
in Europa tutti auspicano deve risolvere la tara strutturale che sta corrodendo le fonda-
tualmente rintracciati dalle forze dellordine sono posti a garanzia degli investimenti che la-
zienda tenuta a realizzare per il risanamento. Il punto reale : Ilva e Riva Fire hanno la pos-
sibilit finanziaria di realizzare quegli investimenti? Analisi sui bilanci della capogruppo
condotte da punti di osservazione diversi (Siderweb, il portale degli operatori siderurgici, e
uno studio commissionato dalla Fiom a Riccardo Colombo e Vincenzo Comito, LIlva di Taranto
e cosa farne, Edizioni dellasino 2013) sono arrivate alla stessa conclusione. Data la con-
giuntura corrente e la situazione patrimoniale del gruppo, la realizzazione di investimenti
dellordine di 3,5/4 miliardi (una cifra comunque inferiore agli 8 miliardi stimati dai custo-
di) per i prossimi cinque/sei anni determinerebbe unesplosione dellindebitamento tale da
minare alle fondamenta la stabilit economica dellimpresa. Occorrerebbe pertanto una rica-
pitalizzazione dellazienda, a opera degli attuali proprietari o di nuovi soci.
I Riva tuttavia, dal momento dellacquisizione di Ilva, non hanno mai messo mano al capi-
tale del gruppo, cresciuto/diminuito nel tempo solo per effetto dellandamento degli esercizi
delle controllate (non sono mai stati distribuiti dividendi). Non ci sono ragioni per sperare
che tale atteggiamento cambi proprio in una fase cos delicata. Non resta che un intervento
di terzi che, allo stato attuale, possono essere soltanto concorrenti stranieri o lo Stato ita-
liano. Nel primo caso ci si esporrebbe per al rischio di unacquisizione aggressiva, realiz-
zata per eliminare dal mercato un avversario in un momento di drammatica sovracapacit
(solo per il mercato europeo questa stata stimata in circa 80 milioni di tonnellate, pi di
un terzo della capacit produttiva installata). Ecco allora che la nazionalizzazione si presenta
come la sola soluzione razionale.
Lintervento pubblico diretto permetterebbe inoltre di realizzare una completa ristruttura-
zione dellazienda per adeguarne lorganizzazione a una cultura dimpresa radicalmente
diversa da quella impostata dai Riva. Lo stesso Bondi nei primi giorni da commissario dovu-
to intervenire per sanare diverse piaghe su questo piano. Ma senza una certezza di lungo
periodo sugli assetti proprietari la riorganizzazione rischia di risultare fragile. Il commissario,
per quanto straordinari siano i suoi poteri, pur sempre una figura di transizione, al di l
della quale non ancora possibile intravedere cosa verr. Data questa incertezza, anche gli
interventi pi ambiziosi assunti al momento possono essere ribaltati in futuro. Certezza
degli assetti proprietari vuol dire infatti anche definizione di una strategia industriale di
lungo periodo, attraverso la selezione di un management adeguato a realizzarla.
Il provvedimento del governo, infine, non inquadra la vicenda di Ilva nella pi generale crisi
che sta attraversando la siderurgia italiana. Lerrore che il sistema produttivo del paese non pu
permettersi lo spacchettamento delle situazioni di Taranto, Piombino e Terni: un atteggiamento
di questo tipo porterebbe a un ridimensionamento secco della base industriale nazionale.
Piuttosto, le difficolt che gi da qualche anno stanno riguardando quei siti parlano del falli-
mento delle politiche di privatizzazione attuate nel settore nella prima met degli anni novan-
ta. La dinamica chiara: mentre altri grandi produttori siderurgici hanno realizzato concen-
trazioni di amplissima scala si pensi a Thyssen Krupp, sorta dalla fusione fra le tre pi gran-
di imprese siderurgiche tedesche: Thyssen, Krupp e Hoesch in Italia la privatizzazione
stata preceduta da una frammentazione della siderurgia pubblica. Ne sono emerse imprese rela-
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Rosarno, tre anni dopo di Campagne in Lotta
Tende blu, bagni chimici, perimetro delimitato da una rete di recinzione, un piccolo spaccio ali-
mentare: la tendopoli di San Ferdinando (inaugurata nel febbraio 2012) e il campo contai-
ner di Rosarno (attivo dal gennaio 2011) sono la tardiva e inefficace risposta a quella che
viene trattata dalle istituzioni come unemergenza o uninvasione. Ma nei primi mesi del
2013 la stessa tendopoli stata anche teatro di percorsi, in parte inediti, di auto-organizza-
zione dei lavoratori che la abitavano. Percorsi cresciuti anche a partire da due tende, attraverso
le quali attivisti di varie nazionalit hanno dato vita a uno spazio liberato di cui vogliamo rac-
contare, supportando i lavoratori nellesprimere le loro rivendicazioni.
Nonostante i discorsi e i dispositivi emergenziali adottati dalle istituzioni, le condizioni di
emarginazione vissute dai braccianti africani presenti nel territorio calabrese sono la nor-
malit e sono funzionali a un sistema di sfruttamento del lavoro che rimasto sostanzial-
mente invariato. Da almeno due decenni, gli africani (insieme a lavoratori dellEst Europa)
arrivano ogni inverno nella Piana di Gioia Tauro, in numero tendenzialmente crescente, per
la raccolta degli agrumi. E si vedono negato laffitto di una casa o una stanza per il razzismo
e le speculazioni dei proprietari. Anche quando sono disposti ad affittare a un nero, pre-
tendono canoni altissimi. Dopo lo smantellamento delle fabbriche abbandonate nelle quali
trovavano un precario riparo negli anni passati, gli africani alloggiano per lo pi in abitazio-
ni abbandonate nelle campagne, prive di acqua e luce, fino a stagione conclusa, per poi
spesso spostarsi altrove. Aggressioni a sfondo razzista erano molto frequenti soprattutto
prima della rivolta del gennaio 2010 (la seconda dopo quella del dicembre 2008), che acce-
se i riflettori sulle condizioni dei lavoratori africani. Alla rivolta seguirono la deportazione di
massa, la normalizzazione forzata del territorio e un impiego pi massiccio nelle campagne
di cittadini comunitari, bulgari e rumeni, i quali vivono condizioni in parte differenti da quel-
le dei colleghi africani.
Tuttavia, gi nel 2011 la tendenza cambiata. Secondo un dossier della rete Radici in colla-
borazione con la Fondazione Integra/Azione (2012), nella stagione 2011/2012 pi di 2.000
africani hanno trascorso sulla Piana almeno parte della stagione agrumicola, a fronte di circa
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menta delledificio unitario. Contestualmente, ineludibile una riflessione approfondita
sulle forme dellintervento pubblico. Le Partecipazioni statali sono state soppresse con
lapprovazione esplicita del popolo italiano (attraverso un referendum), mossa dal degra-
do che ormai le caratterizzava. Anche in quel caso, come spesso accade nel nostro paese,
fu gettato il bambino con tutta lacqua sporca. Le ragioni per cui quel sistema nacque (li-
nadeguatezza dellimprenditoria nazionale, la necessit di modernizzare il sistema pro-
duttivo del paese per permettergli di confrontarsi con le economie maggiori eccetera) sono
per oggi quanto mai attuali. quindi indispensabile rileggere quella pagina di Storia e, al
contempo, pensare nuovi approcci allintervento pubblico che puntino a superare i limiti di
quellesperienza.
Rosarno, tre anni dopo di Campagne in Lotta
Tende blu, bagni chimici, perimetro delimitato da una rete di recinzione, un piccolo spaccio ali-
mentare: la tendopoli di San Ferdinando (inaugurata nel febbraio 2012) e il campo contai-
ner di Rosarno (attivo dal gennaio 2011) sono la tardiva e inefficace risposta a quella che
viene trattata dalle istituzioni come unemergenza o uninvasione. Ma nei primi mesi del
2013 la stessa tendopoli stata anche teatro di percorsi, in parte inediti, di auto-organizza-
zione dei lavoratori che la abitavano. Percorsi cresciuti anche a partire da due tende, attraverso
le quali attivisti di varie nazionalit hanno dato vita a uno spazio liberato di cui vogliamo rac-
contare, supportando i lavoratori nellesprimere le loro rivendicazioni.
Nonostante i discorsi e i dispositivi emergenziali adottati dalle istituzioni, le condizioni di
emarginazione vissute dai braccianti africani presenti nel territorio calabrese sono la nor-
malit e sono funzionali a un sistema di sfruttamento del lavoro che rimasto sostanzial-
mente invariato. Da almeno due decenni, gli africani (insieme a lavoratori dellEst Europa)
arrivano ogni inverno nella Piana di Gioia Tauro, in numero tendenzialmente crescente, per
la raccolta degli agrumi. E si vedono negato laffitto di una casa o una stanza per il razzismo
e le speculazioni dei proprietari. Anche quando sono disposti ad affittare a un nero, pre-
tendono canoni altissimi. Dopo lo smantellamento delle fabbriche abbandonate nelle quali
trovavano un precario riparo negli anni passati, gli africani alloggiano per lo pi in abitazio-
ni abbandonate nelle campagne, prive di acqua e luce, fino a stagione conclusa, per poi
spesso spostarsi altrove. Aggressioni a sfondo razzista erano molto frequenti soprattutto
prima della rivolta del gennaio 2010 (la seconda dopo quella del dicembre 2008), che acce-
se i riflettori sulle condizioni dei lavoratori africani. Alla rivolta seguirono la deportazione di
massa, la normalizzazione forzata del territorio e un impiego pi massiccio nelle campagne
di cittadini comunitari, bulgari e rumeni, i quali vivono condizioni in parte differenti da quel-
le dei colleghi africani.
Tuttavia, gi nel 2011 la tendenza cambiata. Secondo un dossier della rete Radici in colla-
borazione con la Fondazione Integra/Azione (2012), nella stagione 2011/2012 pi di 2.000
africani hanno trascorso sulla Piana almeno parte della stagione agrumicola, a fronte di circa
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menta delledificio unitario. Contestualmente, ineludibile una riflessione approfondita
sulle forme dellintervento pubblico. Le Partecipazioni statali sono state soppresse con
lapprovazione esplicita del popolo italiano (attraverso un referendum), mossa dal degra-
do che ormai le caratterizzava. Anche in quel caso, come spesso accade nel nostro paese,
fu gettato il bambino con tutta lacqua sporca. Le ragioni per cui quel sistema nacque (li-
nadeguatezza dellimprenditoria nazionale, la necessit di modernizzare il sistema pro-
duttivo del paese per permettergli di confrontarsi con le economie maggiori eccetera) sono
per oggi quanto mai attuali. quindi indispensabile rileggere quella pagina di Storia e, al
contempo, pensare nuovi approcci allintervento pubblico che puntino a superare i limiti di
quellesperienza.
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di sopra della soglia di sopravvivenza. Lesclusione e lisolamento sono dunque lennesima
testimonianza di come la normalizzazione dellanomalia sia un fenomeno endemico e strut-
turato, agevolato da un sistema normativo sullimmigrazione perfettamente funzionale alla
gestione della manodopera migrante.
In questo senso il settore agricolo, soprattutto nel Mezzogiorno, diventato un laboratorio
politico e sociale in cui si dipanano le peggiori forme di sfruttamento e frammentazione: da un
lato, a causa delle pressioni sugli agricoltori dovute alle liberalizzazioni dei mercati internazionali
dei prodotti agroalimentari; dallaltro lato, grazie a leggi sullimmigrazione che hanno crea-
to sacche sempre pi ampie di clandestinit e di esclusione e un numero altissimo di lavora-
tori vulnerabili e ricattabili. Lesclusione formale e geografica maschera quindi uninte-
grazione perfetta dei migranti allinterno di un mercato del lavoro sempre pi sfruttato e senza
regole. Sebbene i caporali italiani, africani o est-europei vengano spesso additati come i
maggiori responsabili di questa situazione, magari perch legati alle organizzazioni mafio-
se, chiaro, a Rosarno pi che altrove, che questa spiegazione semplicistica. Qui linter-
mediazione della manodopera per gli africani subsahariani meno strutturata e pervasiva
che altrove (ad esempio nel foggiano) ed pi evidente che lo sfruttamento dovuto a un
sistema economico perverso di cui il caporalato solo un aspetto, seppur importante.
Il settore agrumicolo della Piana in profonda crisi, aggravando il surplus di manodopera e il
suo conseguente deprezzamento. Se le clementine riescono ancora a essere vendute a un
prezzo che supera i costi di produzione, le arance restano spesso a marcire a causa della con-
correnza internazionale, del monopolio della grande distribuzione organizzata, e dei prezzi
imposti dai commercianti. Molti piccoli agrumeti vengono venduti a pochissimi grandi pro-
prietari, che riescono a essere competitivi gestendo lintera filiera, dalla raccolta al trasporto
su gomma. La polemica che a febbraio 2012 ha coinvolto la Coca Cola significativa: addita-
ta dalla rivista britannica Ecologist come complice dello sfruttamento dei braccianti africa-
ni, a causa del ridicolo prezzo a cui acquistava da alcune aziende della Piana il succo con-
centrato di arancia per la produzione della Fanta, la multinazionale ha annunciato di voler
disdire i contratti e acquistare altrove (facendo cos preoccupare il sindaco di Rosarno).
E i problemi di questo territorio non si esauriscono nella crisi degli agrumi: infiltrazioni della
criminalit organizzata nel sistema economico e politico, disoccupazione e lavoro nero, un
profondo disagio sociale. Lo scenario quello di un territorio violentemente sfruttato di
questi mesi la lotta dei cittadini della Piana contro il progetto di costruire un rigassificato-
re a ridosso del porto di Gioia Tauro, a poche centinaia di metri dalla tendopoli di San
Ferdinando e dagli agrumeti in cui convivono povert e abbandono. Le divisioni, la con-
correnza e il razzismo tra italiani, africani ed est-europei trovano qui un terreno fertile, ali-
mentando la frammentazione e rendendo difficile costruire rivendicazioni condivise. Mentre
lo spettro della rivolta di Rosarno viene usato da media e politici per alzare la tensione e gri-
dare allo stato demergenza.
Passa inosservato invece quello che, dalla rivolta del 2010, nato sul territorio: in primis
lassociazione Africalabria, in cui italiani e africani hanno costruito uno spazio di confronto pari-
tario e trasversale, sviluppando pratiche quotidiane che contrastano il razzismo diffuso. Al lavo-
3.500 nel periodo precedente la rivolta. Per la stagione appena conclusa, possiamo stimare
una presenza di circa 2.500 braccianti africani.
Negli ultimi anni, la crisi economica si aggiunta ai fattori che spingono molti lavoratori
stranieri, espulsi dalle fabbriche del nord, nelle campagne della Piana di Gioia Tauro. Qui,
come altrove, possibile sopravvivere con poco e senza controlli troppo stringenti dei docu-
menti, lavorando saltuariamente e in nero per paghe infime. Per molti immigrati, Rosarno
una delle mete del circuito stagionale di lavoro bracciantile nelle campagne italiane una
zona grigia e immobile in cui si cerca di sopravvivere, in una cesura escludente che va ben oltre
lavere o meno un permesso di soggiorno.
Con un totale di circa 400 posti letto a disposizione, la tendopoli e il campo container non
hanno certo potuto ospitare tutti i potenziali braccianti che sono giunti nella Piana in cerca
di lavoro a partire da ottobre 2012. Cos, in breve tempo, accanto alla tendopoli ufficiale da
260 posti (che gi di per s presentava una serie di problemi strutturali dovuti al suo alle-
stimento su un sito non idoneo) si creata una sorta di baraccopoli spontanea costruita con
materiali di fortuna, il ghetto nel ghetto, il ghetto obbligato. Uninterrogazione parlamenta-
re del 6 dicembre 2012 fa presente come il campo di accoglienza di San Ferdinando gestito
dal Ministero dellInterno e approntato dalla protezione civile regionale per la preventiva
durata di tre mesi ancora esistente con la presenza di circa 650 lavoratori a fronte di una
capacit di circa 260 posti; solo nella zona di Rosarno le organizzazioni sindacali stimano
larrivo di circa 1.000 lavoratori stranieri presso la struttura gestita dal Ministero dellInterno.
Si parla di rischio igienico-sanitario, di invasione, di emergenza. Le amministrazioni si agi-
tano invocando aiuti nazionali. Gli africani (spesso identificati in base a unappartenenza
etnica e non in quanto lavoratori o disoccupati) vengono ancora una volta additati come il
problema da gestire, a fronte di una possibilit occupazionale molto ridotta.
La gestione del campo, affidata allassociazione evangelica Il mio amico Jonathan, un
esempio emblematico di un sistema di sub-appalto dellemergenza a privati e associazioni che
sulla pelle degli ultimi spesso speculano, costruendo piccole fortune. Nella Piana di Gioia
Tauro la gestione emergenziale del lavoro migrante si ripete e si modifica: dopo la deporta-
zione degli africani rivoltosi si approntano tende del Ministero dellInterno. Altrove desti-
nate ai terremotati, qui sono la rappresentazione concreta di una politica di abbandono e
isolamento di migliaia di lavoratori stagionali, dentro e fuori le strutture ufficiali. Situati lon-
tano dai centri abitati e distanti tra loro, la tendopoli e il campo container incarnano une-
sclusione simbolica e materiale, il mantenimento di barriere su base razziale, etnica, nazio-
nale, la negazione di diritti ritenuti fondamentali.
Problemi che riguardano il lavoro, la casa, linserimento sociale vengono ridotti a una gene-
rica emergenza gestita al di fuori di qualsiasi logica giuridica: lo stato di eccezione qui
assume caratteri peculiari, regolati da corruzione e arbitrariet.
Ormai lemergenza permanente, ed anche una fonte di profitti. Non solo per chi ha in
appalto la gestione delle strutture cosiddette di accoglienza, ma in generale per uneconomia
che scarica i costi di produzione e riproduzione sullultimo anello della catena. I lavoratori,
soprattutto se stranieri, sono indotti ad accettare magri salari e condizioni di vita appena al
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testimonianza di come la normalizzazione dellanomalia sia un fenomeno endemico e strut-
turato, agevolato da un sistema normativo sullimmigrazione perfettamente funzionale alla
gestione della manodopera migrante.
In questo senso il settore agricolo, soprattutto nel Mezzogiorno, diventato un laboratorio
politico e sociale in cui si dipanano le peggiori forme di sfruttamento e frammentazione: da un
lato, a causa delle pressioni sugli agricoltori dovute alle liberalizzazioni dei mercati internazionali
dei prodotti agroalimentari; dallaltro lato, grazie a leggi sullimmigrazione che hanno crea-
to sacche sempre pi ampie di clandestinit e di esclusione e un numero altissimo di lavora-
tori vulnerabili e ricattabili. Lesclusione formale e geografica maschera quindi uninte-
grazione perfetta dei migranti allinterno di un mercato del lavoro sempre pi sfruttato e senza
regole. Sebbene i caporali italiani, africani o est-europei vengano spesso additati come i
maggiori responsabili di questa situazione, magari perch legati alle organizzazioni mafio-
se, chiaro, a Rosarno pi che altrove, che questa spiegazione semplicistica. Qui linter-
mediazione della manodopera per gli africani subsahariani meno strutturata e pervasiva
che altrove (ad esempio nel foggiano) ed pi evidente che lo sfruttamento dovuto a un
sistema economico perverso di cui il caporalato solo un aspetto, seppur importante.
Il settore agrumicolo della Piana in profonda crisi, aggravando il surplus di manodopera e il
suo conseguente deprezzamento. Se le clementine riescono ancora a essere vendute a un
prezzo che supera i costi di produzione, le arance restano spesso a marcire a causa della con-
correnza internazionale, del monopolio della grande distribuzione organizzata, e dei prezzi
imposti dai commercianti. Molti piccoli agrumeti vengono venduti a pochissimi grandi pro-
prietari, che riescono a essere competitivi gestendo lintera filiera, dalla raccolta al trasporto
su gomma. La polemica che a febbraio 2012 ha coinvolto la Coca Cola significativa: addita-
ta dalla rivista britannica Ecologist come complice dello sfruttamento dei braccianti africa-
ni, a causa del ridicolo prezzo a cui acquistava da alcune aziende della Piana il succo con-
centrato di arancia per la produzione della Fanta, la multinazionale ha annunciato di voler
disdire i contratti e acquistare altrove (facendo cos preoccupare il sindaco di Rosarno).
E i problemi di questo territorio non si esauriscono nella crisi degli agrumi: infiltrazioni della
criminalit organizzata nel sistema economico e politico, disoccupazione e lavoro nero, un
profondo disagio sociale. Lo scenario quello di un territorio violentemente sfruttato di
questi mesi la lotta dei cittadini della Piana contro il progetto di costruire un rigassificato-
re a ridosso del porto di Gioia Tauro, a poche centinaia di metri dalla tendopoli di San
Ferdinando e dagli agrumeti in cui convivono povert e abbandono. Le divisioni, la con-
correnza e il razzismo tra italiani, africani ed est-europei trovano qui un terreno fertile, ali-
mentando la frammentazione e rendendo difficile costruire rivendicazioni condivise. Mentre
lo spettro della rivolta di Rosarno viene usato da media e politici per alzare la tensione e gri-
dare allo stato demergenza.
Passa inosservato invece quello che, dalla rivolta del 2010, nato sul territorio: in primis
lassociazione Africalabria, in cui italiani e africani hanno costruito uno spazio di confronto pari-
tario e trasversale, sviluppando pratiche quotidiane che contrastano il razzismo diffuso. Al lavo-
3.500 nel periodo precedente la rivolta. Per la stagione appena conclusa, possiamo stimare
una presenza di circa 2.500 braccianti africani.
Negli ultimi anni, la crisi economica si aggiunta ai fattori che spingono molti lavoratori
stranieri, espulsi dalle fabbriche del nord, nelle campagne della Piana di Gioia Tauro. Qui,
come altrove, possibile sopravvivere con poco e senza controlli troppo stringenti dei docu-
menti, lavorando saltuariamente e in nero per paghe infime. Per molti immigrati, Rosarno
una delle mete del circuito stagionale di lavoro bracciantile nelle campagne italiane una
zona grigia e immobile in cui si cerca di sopravvivere, in una cesura escludente che va ben oltre
lavere o meno un permesso di soggiorno.
Con un totale di circa 400 posti letto a disposizione, la tendopoli e il campo container non
hanno certo potuto ospitare tutti i potenziali braccianti che sono giunti nella Piana in cerca
di lavoro a partire da ottobre 2012. Cos, in breve tempo, accanto alla tendopoli ufficiale da
260 posti (che gi di per s presentava una serie di problemi strutturali dovuti al suo alle-
stimento su un sito non idoneo) si creata una sorta di baraccopoli spontanea costruita con
materiali di fortuna, il ghetto nel ghetto, il ghetto obbligato. Uninterrogazione parlamenta-
re del 6 dicembre 2012 fa presente come il campo di accoglienza di San Ferdinando gestito
dal Ministero dellInterno e approntato dalla protezione civile regionale per la preventiva
durata di tre mesi ancora esistente con la presenza di circa 650 lavoratori a fronte di una
capacit di circa 260 posti; solo nella zona di Rosarno le organizzazioni sindacali stimano
larrivo di circa 1.000 lavoratori stranieri presso la struttura gestita dal Ministero dellInterno.
Si parla di rischio igienico-sanitario, di invasione, di emergenza. Le amministrazioni si agi-
tano invocando aiuti nazionali. Gli africani (spesso identificati in base a unappartenenza
etnica e non in quanto lavoratori o disoccupati) vengono ancora una volta additati come il
problema da gestire, a fronte di una possibilit occupazionale molto ridotta.
La gestione del campo, affidata allassociazione evangelica Il mio amico Jonathan, un
esempio emblematico di un sistema di sub-appalto dellemergenza a privati e associazioni che
sulla pelle degli ultimi spesso speculano, costruendo piccole fortune. Nella Piana di Gioia
Tauro la gestione emergenziale del lavoro migrante si ripete e si modifica: dopo la deporta-
zione degli africani rivoltosi si approntano tende del Ministero dellInterno. Altrove desti-
nate ai terremotati, qui sono la rappresentazione concreta di una politica di abbandono e
isolamento di migliaia di lavoratori stagionali, dentro e fuori le strutture ufficiali. Situati lon-
tano dai centri abitati e distanti tra loro, la tendopoli e il campo container incarnano une-
sclusione simbolica e materiale, il mantenimento di barriere su base razziale, etnica, nazio-
nale, la negazione di diritti ritenuti fondamentali.
Problemi che riguardano il lavoro, la casa, linserimento sociale vengono ridotti a una gene-
rica emergenza gestita al di fuori di qualsiasi logica giuridica: lo stato di eccezione qui
assume caratteri peculiari, regolati da corruzione e arbitrariet.
Ormai lemergenza permanente, ed anche una fonte di profitti. Non solo per chi ha in
appalto la gestione delle strutture cosiddette di accoglienza, ma in generale per uneconomia
che scarica i costi di produzione e riproduzione sullultimo anello della catena. I lavoratori,
soprattutto se stranieri, sono indotti ad accettare magri salari e condizioni di vita appena al
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stessa. Nei primi giorni di febbraio, quando la stagione di raccolta degli agrumi volgeva al
termine, i lavoratori sono stati invitati a lasciare la tendopoli e la vicina baraccopoli per
questioni di ordine igienico-sanitario, e a trasferirsi entro 72 ore in una nuova tendopoli
distante poche centinaia di metri. Tutto questo a fronte del pagamento anticipato di 30 euro
al mese per poter vivere nella nuova tendopoli e allo stesso tempo per far fronte ai costi di
manutenzione che lassociazione di volontariato Il mio amico Jonathan doveva sostene-
re. La rabbia, lincredulit e lassoluta certezza di non voler pagare per dover vivere come
terremotati hanno portato molti lavoratori a organizzare il loro dissenso: si sono riuniti in
assemblea e hanno individuato dei delegati (uno per ogni nazionalit presente) per portare
alle istituzioni responsabili il loro rifiuto di pagare i 30 euro. Si sono quindi succeduti diver-
si momenti assembleari, sia tra i lavoratori sia in un confronto con i militanti-volontari di
Campagne in Lotta, e alcuni incontri con il sindaco di San Ferdinando, diverse realt asso-
ciative (come la Caritas e Libera) e il commissariato di polizia. La volont dei lavoratori di
non pagare di tasca propria lemergenza istituzionalizzata alla fine ha avuto la meglio: il tra-
sferimento alla nuova tendopoli non solo avvenuto gratuitamente, ma stato anche orga-
nizzato autonomamente dai lavoratori stessi, secondo criteri da loro decisi e coinvolgendo effi-
cacemente la maggior parte degli interessati.
Laltro momento in cui i lavoratori africani hanno dimostrato una grande capacit di auto-
organizzazione e mobilitazione stata la manifestazione per la sicurezza nelle strade, che
si svolta a Rosarno il 17 marzo e ha segnato anche la conclusione delle attivit della Rete.
In diversi momenti assembleari era emersa da parte dei lavoratori la volont di manifestare
e raccontare alla citt la propria rabbia per i numerosi incidenti sulle strade di cui sono vittime:
non avendo altri mezzi a disposizione e non esistendo una rete di trasporto pubblico, essi
si spostano spesso in bicicletta, anche su strade trafficate e a scorrimento veloce, oppure
prive di illuminazione. Lincidente pi grave era avvenuto il 13 dicembre, con la morte di
Dyaby, originario della Guinea Conakry, investito da unauto mentre, in bicicletta, tornava a
casa dopo la spesa. Nonostante lo spettro della rivolta fosse ancora forte e presente nelle
riflessioni dei lavoratori, anche di chi in quei giorni non era a Rosarno, ha prevalso la volont
di scendere in strada, per cercare un dialogo e per la necessit di essere percepiti in modo
diverso dalla popolazione locale: non come bisognosi di carit o oggetto di controllo, ma in
quanto abitanti e lavoratori.
La manifestazione stata senza dubbio un passaggio importante per la consapevolezza
politica dei lavoratori. Questi, infatti, con il sostegno di alcune associazioni della Piana,
hanno svolto un capillare lavoro informativo nei diversi insediamenti degli stagionali (ten-
dopoli, campo container e i numerosi casolari abbandonati che circondano la citt), nelle
case degli stanziali e nei luoghi di ritrovo dei lavoratori (internet point, supermercati, eccetera).
Lorganizzazione si dimostrata efficace e il giorno della manifestazione la presenza dei
lavoratori stata molto significativa, sia in termini numerici sia per le modalit della parte-
cipazione, attraverso gli interventi a microfono aperto, il coinvolgimento dei passanti a piedi
e in auto, la distribuzione dei volantini e le discussioni per spiegare i motivi della manife-
stazione. Il volantino, tradotto in pi lingue, recitava:
ro di Africalabria si affianca quello di SOS Rosarno, associazione di piccoli produttori che si
sono sottratti alla grande distribuzione organizzata e vendono agrumi e ortaggi biologici ai
gruppi di acquisto solidale di tutta Italia, pagando ai raccoglitori, africani e italiani, il sala-
rio previsto dal contratto provinciale.
Queste due realt sono la componente calabrese della Rete Campagne in Lotta (campa-
gneinlotta.org): un coordinamento nazionale composto da associazioni, collettivi, ricerca-
trici e ricercatori, lavoratori africani e italiani, Gas, organizzazioni contadine e centri sociali,
nato nel 2011 e che a partire dallagosto del 2012 si sperimenta in pratiche condivise di inter-
vento diretto nei ghetti delle campagne del Sud, ma non solo. Valorizzando i percorsi indi-
viduali e collettivi di militanza e ricerca delle sue componenti, la Rete cerca di rompere li-
solamento dei lavoratori, rifiutando una logica assistenzialista e al contrario stimolando
processi di emancipazione e di auto-organizzazione. Dopo il primo intervento al Grand Ghetto,
nella Capitanata, di cui abbiamo raccontato a caldo nel numero 11 di Gli asini, tra gennaio
e marzo 2013 la Rete ha allestito il suo secondo intervento nella Piana di Gioia Tauro tra i
braccianti impegnati nella raccolta degli agrumi, molti dei quali in estate raccolgono i pomo-
dori nel foggiano.
Nella Piana sono state in parte riprodotte le pratiche utilizzate al Grand Ghetto, rimodulan-
dole in un territorio diverso e altrettanto complesso, anche qui con lobiettivo di diventare un
vero e proprio strumento di rottura e di supporto concreto ai lavoratori africani. La scuola
di italiano, la ciclofficina itinerante, i momenti informativi sulla sicurezza stradale, gli spazi
orientativi per lassistenza legale sui permessi di soggiorno e le condizioni contrattuali sono
state alcune delle attivit della Rete. Per tre mesi, le due tende poste ai margini della barac-
copoli prima, e la tenda allinterno della nuova tendopoli poi, hanno rappresentato uno spa-
zio fisico protetto, distinto dai luoghi dove si mangia e si dorme, dove stato possibile discu-
tere liberamente, confrontarsi e attivare processi di auto-organizzazione.
Il lavoro che da tempo svolge Africalabria sul territorio ha facilitato la partecipazione diretta
dei lavoratori stessi allintervento della Rete: molti degli attivisti di Africalabria vivevano
proprio nella tendopoli o nella baraccopoli adiacente e sono diventati mediatori naturali tra
i lavoratori e le decine di militanti-volontari, provenienti da tutta Italia, che si sono alternati
nel corso dellintervento. In questo modo stata favorita, pi rapidamente che altrove, la
creazione di spazi di confronto e di pratiche di autogestione in comune, tra i lavoratori e i
militanti-volontari e tra i lavoratori dentro e fuori la tendopoli.
Partendo dal superamento della logica assistenzialista e di quella, ancor pi sottile, dellanti-
razzismo etico, si cercato di creare uno spazio in cui le diverse dimensioni dello sfrutta-
mento lavoro, condizioni abitative, accesso ai servizi potessero essere discusse, anche
per capire come affrontarle concretamente. Grazie, da una parte, al forte spirito organiz-
zativo e critico dei lavoratori africani, e dallaltra allaver creato uno spazio libero di auto-orga-
nizzazione, attraverso e al di l delle pratiche proposte dalla Rete, i rapporti di forza tra le isti-
tuzioni coinvolte e gli abitanti della tendopoli/baraccopoli si sono almeno momentanea-
mente modificati.
Due sono stati gli episodi pi significativi in questo senso. Il primo ha riguardato la tendopoli
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stessa. Nei primi giorni di febbraio, quando la stagione di raccolta degli agrumi volgeva al
termine, i lavoratori sono stati invitati a lasciare la tendopoli e la vicina baraccopoli per
questioni di ordine igienico-sanitario, e a trasferirsi entro 72 ore in una nuova tendopoli
distante poche centinaia di metri. Tutto questo a fronte del pagamento anticipato di 30 euro
al mese per poter vivere nella nuova tendopoli e allo stesso tempo per far fronte ai costi di
manutenzione che lassociazione di volontariato Il mio amico Jonathan doveva sostene-
re. La rabbia, lincredulit e lassoluta certezza di non voler pagare per dover vivere come
terremotati hanno portato molti lavoratori a organizzare il loro dissenso: si sono riuniti in
assemblea e hanno individuato dei delegati (uno per ogni nazionalit presente) per portare
alle istituzioni responsabili il loro rifiuto di pagare i 30 euro. Si sono quindi succeduti diver-
si momenti assembleari, sia tra i lavoratori sia in un confronto con i militanti-volontari di
Campagne in Lotta, e alcuni incontri con il sindaco di San Ferdinando, diverse realt asso-
ciative (come la Caritas e Libera) e il commissariato di polizia. La volont dei lavoratori di
non pagare di tasca propria lemergenza istituzionalizzata alla fine ha avuto la meglio: il tra-
sferimento alla nuova tendopoli non solo avvenuto gratuitamente, ma stato anche orga-
nizzato autonomamente dai lavoratori stessi, secondo criteri da loro decisi e coinvolgendo effi-
cacemente la maggior parte degli interessati.
Laltro momento in cui i lavoratori africani hanno dimostrato una grande capacit di auto-
organizzazione e mobilitazione stata la manifestazione per la sicurezza nelle strade, che
si svolta a Rosarno il 17 marzo e ha segnato anche la conclusione delle attivit della Rete.
In diversi momenti assembleari era emersa da parte dei lavoratori la volont di manifestare
e raccontare alla citt la propria rabbia per i numerosi incidenti sulle strade di cui sono vittime:
non avendo altri mezzi a disposizione e non esistendo una rete di trasporto pubblico, essi
si spostano spesso in bicicletta, anche su strade trafficate e a scorrimento veloce, oppure
prive di illuminazione. Lincidente pi grave era avvenuto il 13 dicembre, con la morte di
Dyaby, originario della Guinea Conakry, investito da unauto mentre, in bicicletta, tornava a
casa dopo la spesa. Nonostante lo spettro della rivolta fosse ancora forte e presente nelle
riflessioni dei lavoratori, anche di chi in quei giorni non era a Rosarno, ha prevalso la volont
di scendere in strada, per cercare un dialogo e per la necessit di essere percepiti in modo
diverso dalla popolazione locale: non come bisognosi di carit o oggetto di controllo, ma in
quanto abitanti e lavoratori.
La manifestazione stata senza dubbio un passaggio importante per la consapevolezza
politica dei lavoratori. Questi, infatti, con il sostegno di alcune associazioni della Piana,
hanno svolto un capillare lavoro informativo nei diversi insediamenti degli stagionali (ten-
dopoli, campo container e i numerosi casolari abbandonati che circondano la citt), nelle
case degli stanziali e nei luoghi di ritrovo dei lavoratori (internet point, supermercati, eccetera).
Lorganizzazione si dimostrata efficace e il giorno della manifestazione la presenza dei
lavoratori stata molto significativa, sia in termini numerici sia per le modalit della parte-
cipazione, attraverso gli interventi a microfono aperto, il coinvolgimento dei passanti a piedi
e in auto, la distribuzione dei volantini e le discussioni per spiegare i motivi della manife-
stazione. Il volantino, tradotto in pi lingue, recitava:
ro di Africalabria si affianca quello di SOS Rosarno, associazione di piccoli produttori che si
sono sottratti alla grande distribuzione organizzata e vendono agrumi e ortaggi biologici ai
gruppi di acquisto solidale di tutta Italia, pagando ai raccoglitori, africani e italiani, il sala-
rio previsto dal contratto provinciale.
Queste due realt sono la componente calabrese della Rete Campagne in Lotta (campa-
gneinlotta.org): un coordinamento nazionale composto da associazioni, collettivi, ricerca-
trici e ricercatori, lavoratori africani e italiani, Gas, organizzazioni contadine e centri sociali,
nato nel 2011 e che a partire dallagosto del 2012 si sperimenta in pratiche condivise di inter-
vento diretto nei ghetti delle campagne del Sud, ma non solo. Valorizzando i percorsi indi-
viduali e collettivi di militanza e ricerca delle sue componenti, la Rete cerca di rompere li-
solamento dei lavoratori, rifiutando una logica assistenzialista e al contrario stimolando
processi di emancipazione e di auto-organizzazione. Dopo il primo intervento al Grand Ghetto,
nella Capitanata, di cui abbiamo raccontato a caldo nel numero 11 di Gli asini, tra gennaio
e marzo 2013 la Rete ha allestito il suo secondo intervento nella Piana di Gioia Tauro tra i
braccianti impegnati nella raccolta degli agrumi, molti dei quali in estate raccolgono i pomo-
dori nel foggiano.
Nella Piana sono state in parte riprodotte le pratiche utilizzate al Grand Ghetto, rimodulan-
dole in un territorio diverso e altrettanto complesso, anche qui con lobiettivo di diventare un
vero e proprio strumento di rottura e di supporto concreto ai lavoratori africani. La scuola
di italiano, la ciclofficina itinerante, i momenti informativi sulla sicurezza stradale, gli spazi
orientativi per lassistenza legale sui permessi di soggiorno e le condizioni contrattuali sono
state alcune delle attivit della Rete. Per tre mesi, le due tende poste ai margini della barac-
copoli prima, e la tenda allinterno della nuova tendopoli poi, hanno rappresentato uno spa-
zio fisico protetto, distinto dai luoghi dove si mangia e si dorme, dove stato possibile discu-
tere liberamente, confrontarsi e attivare processi di auto-organizzazione.
Il lavoro che da tempo svolge Africalabria sul territorio ha facilitato la partecipazione diretta
dei lavoratori stessi allintervento della Rete: molti degli attivisti di Africalabria vivevano
proprio nella tendopoli o nella baraccopoli adiacente e sono diventati mediatori naturali tra
i lavoratori e le decine di militanti-volontari, provenienti da tutta Italia, che si sono alternati
nel corso dellintervento. In questo modo stata favorita, pi rapidamente che altrove, la
creazione di spazi di confronto e di pratiche di autogestione in comune, tra i lavoratori e i
militanti-volontari e tra i lavoratori dentro e fuori la tendopoli.
Partendo dal superamento della logica assistenzialista e di quella, ancor pi sottile, dellanti-
razzismo etico, si cercato di creare uno spazio in cui le diverse dimensioni dello sfrutta-
mento lavoro, condizioni abitative, accesso ai servizi potessero essere discusse, anche
per capire come affrontarle concretamente. Grazie, da una parte, al forte spirito organiz-
zativo e critico dei lavoratori africani, e dallaltra allaver creato uno spazio libero di auto-orga-
nizzazione, attraverso e al di l delle pratiche proposte dalla Rete, i rapporti di forza tra le isti-
tuzioni coinvolte e gli abitanti della tendopoli/baraccopoli si sono almeno momentanea-
mente modificati.
Due sono stati gli episodi pi significativi in questo senso. Il primo ha riguardato la tendopoli
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ti del locale carcere di Gazzi, che in Italia uno di quelli in cui le condizioni di vita sono pi disu-
mane a causa della fatiscenza della struttura e del sovraffollamento.
I primi passi di Renato Accorinti, 59 anni, da sindaco di Messina rappresentano ci che .
Educatore a scuola ma anche per strada e di strada, pacifista da sempre vicino alla causa
tibetana, animatore del movimento No ponte che si batte da anni contro la costruzione
del ponte sullo Stretto, ambientalista, anarchico noto per decine di battaglie civili, Accorinti
diventato primo cittadino di Messina senza lappoggio di alcun partito, fuori dai partiti,
sostenuto da un movimento Cambiamo Messina dal basso, fatto di giovani, di docenti uni-
versitari, di esponenti del cattolicesimo impegnato nel sociale, del volontariato e di orfani
del partito comunista.
Lo slogan del movimento rappresenta quella che la sua sfida ora che diventato sindaco:
governare Messina con il sostegno e la partecipazione di tutti; cambiare il modo clientelare
in cui la citt era stata governata dai potentati politici di destra e, soprattutto, di centro (la sini-
stra, quella figlia del Partito comunista, in riva allo Stretto non ha storia) e che ha progres-
sivamente lasciato nel bisogno e fuori dalle istituzioni le periferie e le decine di villaggi che
compongono una citt di 240mila abitanti che si estende in lunghezza per 40 chilometri; i
disoccupati (secondo i dati elaborati dai sindacati, la disoccupazione giovanile raggiunge,
a Messina, la percentuale del 41,6% contro il 37% nazionale); le classi meno abbienti che
ancora oggi vivono in quartieri fatti di baracche: intere categorie di cittadini marginalizzati e,
dietro le promesse di case e posti di lavoro, bacino di voti decisivi per stabilire chi debba
comandare (non governare) a Messina.
La sfida culturale prima ancora che politica lanciata da Renato Accorinti di includere nel
governo della citt chi ne ai margini. Una sfida ancora pi ambiziosa se si considera che
dai beneficiari di questa battaglia non abbia avuto neppure un minimo di sostegno nelle
urne: lanalisi del voto, seggio per seggio, infatti, ha mostrato che gli ultimi e gli esclusi
invece di ribellarsi e affidarsi a chi era portatore di valori altri rispetto alla classe politica che
li aveva governati ha confermato una volta di pi che lasciare nel bisogno i cittadini rimane il
modo migliore per ottenerne il consenso. Renato Accorinti diventato sindaco della citt di
Messina battendo il candidato del centrosinistra, luomo di Francantonio Genovese, depu-
tato nazionale, nipote di Ninno Gullotti, notabile della Democrazia cristiana per otto volte
ministro, imprenditore con interessi nel campo delledilizia, nel settore immobiliare, alber-
ghiero, della formazione professionale, e soprattutto della navigazione: socio, infatti, del-
limpresa che cura in regime di monopolio il traghettamento nello Stretto da cinquantanni.
Accorinti ha assunto questa responsabilit in uno dei periodi pi drammatici della storia
della citt che, priva di un tessuto imprenditoriale vero, vive di terziario e di assistenziali-
smo (basti pensare che gli enti pubblici contano il doppio del personale necessario e si regi-
stra un numero di pensioni di invalidit da record nazionale): il Comune infatti, gravato di
debiti che si fatica financo a quantificare (le cifre vanno dai 300 ai 500 milioni di euro) sul-
lorlo del default. Ha intercettato il malcontento della media e alta borghesia di una citt
depressa, in grave crisi economica e culturale, una citt senza la speranza di un futuro per i
propri figli, una citt che in coda a tutte le graduatorie per qualit della vita: traffico e inqui-
A tutti i cittadini e a tutti gli automobilisti. Vorremmo avere la vostra attenzione su un problema che
riguarda non solo Rosarno, ma tutta la Calabria e anche lItalia. Come gi saprete, le strade di Rosarno
non sono in buone condizioni: sono dissestate, non illuminate, e mancano completamente di marciapiedi
e piste ciclabili. Queste condizioni stradali NON rappresentano la norma e favoriscono, insieme a un
comportamento sbagliato da parte degli automobilisti, situazioni di pericolo e incidenti anche morta-
li: a maggior ragione, chiediamo che si presti pi attenzione, da parte di voi automobilisti tanto quan-
to di noi pedoni e ciclisti, perch tutti siamo esseri umani, cittadini ed utenti della strada, e perch
LA STRADA DI TUTTI.
CI PIACEREBBE CHE ROSARNO DIVENTASSE UNA CITT DOVE POTERSI MUOVERE SENZA PAURA.
Nonostante la questione della sicurezza stradale possa apparire marginale rispetto ai molti
problemi affrontati quotidianamente dai lavoratori africani nella Piana, la manifestazione
ha rappresentato un momento importante di aggregazione e rivendicazione collettiva, al di
l delle barriere nazionali, etniche o razziali che troppo spesso separano italiani e migran-
ti, e viste le difficolt strutturali del territorio. Una mobilitazione sul piano del lavoro e del-
laccoglienza sarebbe necessaria, ma per ottenerla occorre un lavoro capillare e a lungo ter-
mine di cui questa prima esperienza, ci auguriamo, non rappresenta che linizio.
A nostro parere, lintervento nella Piana di Gioia Tauro pu essere un esempio di come, pur
in condizioni di estremo sfruttamento e ghettizzazione, non sia impossibile modificare i rap-
porti di forza allinterno di un territorio. I percorsi di rivendicazione descritti vanno oltre il
lavoro di Campagne in Lotta. Tuttavia, pensiamo che la creazione di rapporti di fiducia, li-
stituzione di un luogo protetto e in cui potersi esprimere liberamente, la discussione sui
diritti e i servizi di cui si pu beneficiare, il costante confronto paritario tra italiani e migran-
ti, abbiano contribuito alla auto-organizzazione dei lavoratori, i quali sono riusciti a incide-
re, almeno in parte, su processi decisionali di cui spesso sono solo spettatori muti.
Da agosto si ricomincia, di nuovo dal foggiano. E questo anche un appello per chi ci legge.
Qualcosa di nuovo a Messina di Michele Schinella
Non appena ha saputo di aver vinto al ballottaggio e di essere diventato sindaco andato di corsa,
come un atleta, lui professore di educazione fisica che si muove da sempre in bicicletta, a
Palazzo Zanca, sede del Comune di Messina. Ha varcato il portone di ingresso e si tolto le
scarpe per stare con in piedi per terra. La fascia tricolore, simbolo di primo cittadino, lha
fatta indossare a un bambino perch, ha detto, voglio essere il sindaco di tutti i bambini e
lavorare per dare un futuro e una speranza di una citt migliore ai pi giovani. Al termine
della proclamazione, come primo atto concreto di amministrazione, ha fatto rimuovere una
barriera che impediva ai cittadini di entrare liberamente a Palazzo Zanca perch gli ammi-
nistratori se si isolano e senza la partecipazione di tutti non potranno mai risolvere alcun
problema e nulla potr mai cambiare. Qualche giorno dopo andato a far visita ai detenu-
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ti del locale carcere di Gazzi, che in Italia uno di quelli in cui le condizioni di vita sono pi disu-
mane a causa della fatiscenza della struttura e del sovraffollamento.
I primi passi di Renato Accorinti, 59 anni, da sindaco di Messina rappresentano ci che .
Educatore a scuola ma anche per strada e di strada, pacifista da sempre vicino alla causa
tibetana, animatore del movimento No ponte che si batte da anni contro la costruzione
del ponte sullo Stretto, ambientalista, anarchico noto per decine di battaglie civili, Accorinti
diventato primo cittadino di Messina senza lappoggio di alcun partito, fuori dai partiti,
sostenuto da un movimento Cambiamo Messina dal basso, fatto di giovani, di docenti uni-
versitari, di esponenti del cattolicesimo impegnato nel sociale, del volontariato e di orfani
del partito comunista.
Lo slogan del movimento rappresenta quella che la sua sfida ora che diventato sindaco:
governare Messina con il sostegno e la partecipazione di tutti; cambiare il modo clientelare
in cui la citt era stata governata dai potentati politici di destra e, soprattutto, di centro (la sini-
stra, quella figlia del Partito comunista, in riva allo Stretto non ha storia) e che ha progres-
sivamente lasciato nel bisogno e fuori dalle istituzioni le periferie e le decine di villaggi che
compongono una citt di 240mila abitanti che si estende in lunghezza per 40 chilometri; i
disoccupati (secondo i dati elaborati dai sindacati, la disoccupazione giovanile raggiunge,
a Messina, la percentuale del 41,6% contro il 37% nazionale); le classi meno abbienti che
ancora oggi vivono in quartieri fatti di baracche: intere categorie di cittadini marginalizzati e,
dietro le promesse di case e posti di lavoro, bacino di voti decisivi per stabilire chi debba
comandare (non governare) a Messina.
La sfida culturale prima ancora che politica lanciata da Renato Accorinti di includere nel
governo della citt chi ne ai margini. Una sfida ancora pi ambiziosa se si considera che
dai beneficiari di questa battaglia non abbia avuto neppure un minimo di sostegno nelle
urne: lanalisi del voto, seggio per seggio, infatti, ha mostrato che gli ultimi e gli esclusi
invece di ribellarsi e affidarsi a chi era portatore di valori altri rispetto alla classe politica che
li aveva governati ha confermato una volta di pi che lasciare nel bisogno i cittadini rimane il
modo migliore per ottenerne il consenso. Renato Accorinti diventato sindaco della citt di
Messina battendo il candidato del centrosinistra, luomo di Francantonio Genovese, depu-
tato nazionale, nipote di Ninno Gullotti, notabile della Democrazia cristiana per otto volte
ministro, imprenditore con interessi nel campo delledilizia, nel settore immobiliare, alber-
ghiero, della formazione professionale, e soprattutto della navigazione: socio, infatti, del-
limpresa che cura in regime di monopolio il traghettamento nello Stretto da cinquantanni.
Accorinti ha assunto questa responsabilit in uno dei periodi pi drammatici della storia
della citt che, priva di un tessuto imprenditoriale vero, vive di terziario e di assistenziali-
smo (basti pensare che gli enti pubblici contano il doppio del personale necessario e si regi-
stra un numero di pensioni di invalidit da record nazionale): il Comune infatti, gravato di
debiti che si fatica financo a quantificare (le cifre vanno dai 300 ai 500 milioni di euro) sul-
lorlo del default. Ha intercettato il malcontento della media e alta borghesia di una citt
depressa, in grave crisi economica e culturale, una citt senza la speranza di un futuro per i
propri figli, una citt che in coda a tutte le graduatorie per qualit della vita: traffico e inqui-
A tutti i cittadini e a tutti gli automobilisti. Vorremmo avere la vostra attenzione su un problema che
riguarda non solo Rosarno, ma tutta la Calabria e anche lItalia. Come gi saprete, le strade di Rosarno
non sono in buone condizioni: sono dissestate, non illuminate, e mancano completamente di marciapiedi
e piste ciclabili. Queste condizioni stradali NON rappresentano la norma e favoriscono, insieme a un
comportamento sbagliato da parte degli automobilisti, situazioni di pericolo e incidenti anche morta-
li: a maggior ragione, chiediamo che si presti pi attenzione, da parte di voi automobilisti tanto quan-
to di noi pedoni e ciclisti, perch tutti siamo esseri umani, cittadini ed utenti della strada, e perch
LA STRADA DI TUTTI.
CI PIACEREBBE CHE ROSARNO DIVENTASSE UNA CITT DOVE POTERSI MUOVERE SENZA PAURA.
Nonostante la questione della sicurezza stradale possa apparire marginale rispetto ai molti
problemi affrontati quotidianamente dai lavoratori africani nella Piana, la manifestazione
ha rappresentato un momento importante di aggregazione e rivendicazione collettiva, al di
l delle barriere nazionali, etniche o razziali che troppo spesso separano italiani e migran-
ti, e viste le difficolt strutturali del territorio. Una mobilitazione sul piano del lavoro e del-
laccoglienza sarebbe necessaria, ma per ottenerla occorre un lavoro capillare e a lungo ter-
mine di cui questa prima esperienza, ci auguriamo, non rappresenta che linizio.
A nostro parere, lintervento nella Piana di Gioia Tauro pu essere un esempio di come, pur
in condizioni di estremo sfruttamento e ghettizzazione, non sia impossibile modificare i rap-
porti di forza allinterno di un territorio. I percorsi di rivendicazione descritti vanno oltre il
lavoro di Campagne in Lotta. Tuttavia, pensiamo che la creazione di rapporti di fiducia, li-
stituzione di un luogo protetto e in cui potersi esprimere liberamente, la discussione sui
diritti e i servizi di cui si pu beneficiare, il costante confronto paritario tra italiani e migran-
ti, abbiano contribuito alla auto-organizzazione dei lavoratori, i quali sono riusciti a incide-
re, almeno in parte, su processi decisionali di cui spesso sono solo spettatori muti.
Da agosto si ricomincia, di nuovo dal foggiano. E questo anche un appello per chi ci legge.
Qualcosa di nuovo a Messina di Michele Schinella
Non appena ha saputo di aver vinto al ballottaggio e di essere diventato sindaco andato di corsa,
come un atleta, lui professore di educazione fisica che si muove da sempre in bicicletta, a
Palazzo Zanca, sede del Comune di Messina. Ha varcato il portone di ingresso e si tolto le
scarpe per stare con in piedi per terra. La fascia tricolore, simbolo di primo cittadino, lha
fatta indossare a un bambino perch, ha detto, voglio essere il sindaco di tutti i bambini e
lavorare per dare un futuro e una speranza di una citt migliore ai pi giovani. Al termine
della proclamazione, come primo atto concreto di amministrazione, ha fatto rimuovere una
barriera che impediva ai cittadini di entrare liberamente a Palazzo Zanca perch gli ammi-
nistratori se si isolano e senza la partecipazione di tutti non potranno mai risolvere alcun
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Cosa ci dice il referendum di Bologna di Mauro Boarelli
A Bologna, alla fine di maggio, si svolto un referendum consultivo sul finanziamento pubblico alle
scuole private paritarie. Il 60% dei votanti si espresso per labolizione del contributo di
oltre un milione di euro che ogni anno il Comune eroga a queste scuole, quasi esclusiva-
mente cattoliche. Linteresse per il referendum non solo locale, perch ci che accaduto
a Bologna aiuta a comprendere alcuni aspetti della situazione politica del nostro paese e
lascia intravedere prospettive inedite che potrebbero rivelarsi di grande interesse per la sini-
stra dispersa in mille rivoli e priva di rappresentanza.
Cominciamo dagli schieramenti. Il fronte a difesa dei finanziamenti stato molto ampio e
forza dallintervento della celere su ordine della locale Procura che ha contestato loro anche
lorganizzazione di spettacoli in luogo pubblico, un reato retaggio del regime fascista.
Le denunce non li hanno fermati. Hanno scoperto, occupato e animato altri luoghi di propriet
pubblica (beni comuni) e tuttavia preclusi da decenni ai cittadini. Accorinti stato sin dal-
linizio al loro fianco e la sua vittoria nata anche nel laboratorio che stato ed la bat-
taglia per i beni comuni.
Vincere le elezioni altro dal governare la citt. Il pacifista Accoranti inizia la sua avventu-
ra con punti di forza e con degli handicap. Non ha mai fatto parte di apparati di partito, non
ha chiesto niente a nessuno, per vincere non ha promesso nulla, non dovuto scendere a
compromessi n per carattere e storia portato a farne. libero, come lo sono tendenzial-
mente i membri della sua Giunta. Pu avere come stella polare solo i valori di cui portato-
re. Passeremo paro, ha promesso con unespressione siciliana che tradotta significa: Per
il bene della citt non guarderemo in faccia nessuno. Il nuovo sindaco ha un altro vantaggio:
peggio di chi lha preceduto non pu fare. Questo vantaggio per unarma a doppio taglio.
Da lui la gente si aspetta ci che dalla vecchia classe politica non si aspettava. Tuttavia il
punto di maggiore debolezza che Accorinti non ha avuto il sostegno delle classi che pi
soffrono per la crisi economica. Non ha niente di concreto e clientelare da promettere loro; non
ha i partiti alle spalle e dunque quella rete di mediatori sociali che possono permettergli di
fronteggiare e mitigare il dissenso; minoranza al Consiglio comunale (ha 4 consiglieri su
40), dal momento che la coalizione avversaria ha ottenuto la maggioranza assoluta al primo
turno, e dovr cercare la maggioranza provvedimento per provvedimento.
Il banco di prova saranno le prime vertenze sociali, ora assopite dallattesa che la nuova
amministrazione muova i primi passi, ma che scoppieranno quando i dipendenti della societ
che effettua il servizio di nettezza urbana o quelli delle cooperative che lavorano per il
Comune non prenderanno gli stipendi con regolarit o quanto terminer la cassa integra-
zione per migliaia di persone espulse dal mondo del lavoro negli ultimi due anni o, ancora,
quando chi non ha casa verr sfrattato e si presenter, com accaduto in passato, bagagli in
mano davanti alla porta del sindaco. Saranno le prossime settimane, i prossimi mesi, a dire
se Cambiano Messina dal basso una rivoluzione possibile.
namento da grande metropoli, servizi pubblici scadenti, pubblica amministrazione lenta e
incapace, ospedali da cui fuggire.
Il movimento Cambiamo Messina dal basso ha fatto breccia allUniversit (tra i duemila
docenti non se n trovato uno che alla vigilia del ballottaggio dichiarasse di votare per lav-
versario), tra gli operatori della sanit, tra i liberi professionisti (avvocati ce ne sono in citt
circa tremila commercialisti, ingegneri, architetti), ha coinvolto lassociazionismo, ha atti-
rato tutti coloro che sono stati esclusi dal centrosinistra senza democrazia monopolizzato dal
padre padrone Francantonio Genovese. Quel malcontento che alcuni mesi prima in occasio-
ne delle elezioni politiche di febbraio aveva intercettato in tutta Italia (e anche a Messina)
Beppe Grillo, lha raccolto tre mesi dopo, a cavallo tra maggio e giugno, il pacifista messinese.
Accorinti, per, non ha nulla in comune con Grillo. Il comico ha costruito il suo consenso sof-
fiando, senza troppa fatica, sul fuoco dellantipolitica, pi predicata che praticata: ha spa-
rato a zero, e non era neanche cos difficile, contro la vecchia classe politica ma non ha pro-
posto un modo di governare diverso n hai mai avuto intenzione di dare risposte serie ai
problemi della collettivit. Daltronde Grillo non si era mai sporcato le mani, nel senso
nobile dellespressione, sintende.
Il docente, invece, il consenso lha costruito sulla sua storia personale: stato sempre un
politico, nel senso nobile del termine, ha sempre vissuto dentro la polis e per la polis, tra
i cittadini (a contatto fisico diretto con loro, visto che nellepoca della comunicazione tec-
nologica non ha mai avuto un cellulare n tantomeno un profilo facebook) e dalla loro parte.
Si sempre sporcato le mani e ci ha sempre messo la faccia con laccortezza di un vero paci-
fista di non puntare lindice contro le persone ma contro i fatti. Differenze, queste, che lhan-
no indotto a rifiutare la candidatura sotto le insegne del movimento di Grillo quando, visti i
successi del Movimento 5 Stelle, poteva essere una scelta di opportunismo. Accorinti rima-
sto fedele alla sua storia e ha avuto ragione.
A Messina dopo la sua elezione si respira unaria nuova, unaria di primavera, si vive in
unatmosfera di speranza e di attesa. Il segnale che la gente vuole partecipare alla vita
della comunit lo si avuto da subito, con il primo problema su cui si dovuta misurare
la nuova amministrazione alle prese con le ristrettezze economiche: la pulizia delle spiag-
ge del litorale di Messina, affacciato sulla Calabria e lungo cinquanta chilometri, che fareb-
be la fortuna turistica di qualsiasi altro posto. Non sar loccasione come nel passato per
foraggiare le clientele affidando il servizio alle cooperative sociali, la pulizia la far un nutri-
to gruppo di volontari che si sono mobilitati spontaneamente: un fatto senza precedenti
a queste latitudini, dove il senso di appartenenza pari a zero. Che nelle viscere della
societ ci fossero dei fermenti di cambiamento, dei sussulti di ribellione lo si era capito tra
la fine del 2012 e linizio del 2013, quando un gruppo di giovani hanno deciso di ribellarsi alla
mancanza di spazi pubblici per svolgere attivit culturale e sociale, riappropriandosi di luo-
ghi chiusi e in abbandono da anni nellindifferenza generale. Hanno cos occupato un tea-
tro lasciato in abbandono da trentanni, lo hanno ribattezzato Pinelli, e gli hanno ridato vita
organizzando spettacoli, concerti e dibattiti. Hanno attratto il consenso e la simpatia di lar-
ghe fasce della popolazione che si svegliata dal torpore solito. Sono stati cacciati con la
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Cosa ci dice il referendum di Bologna di Mauro Boarelli
A Bologna, alla fine di maggio, si svolto un referendum consultivo sul finanziamento pubblico alle
scuole private paritarie. Il 60% dei votanti si espresso per labolizione del contributo di
oltre un milione di euro che ogni anno il Comune eroga a queste scuole, quasi esclusiva-
mente cattoliche. Linteresse per il referendum non solo locale, perch ci che accaduto
a Bologna aiuta a comprendere alcuni aspetti della situazione politica del nostro paese e
lascia intravedere prospettive inedite che potrebbero rivelarsi di grande interesse per la sini-
stra dispersa in mille rivoli e priva di rappresentanza.
Cominciamo dagli schieramenti. Il fronte a difesa dei finanziamenti stato molto ampio e
forza dallintervento della celere su ordine della locale Procura che ha contestato loro anche
lorganizzazione di spettacoli in luogo pubblico, un reato retaggio del regime fascista.
Le denunce non li hanno fermati. Hanno scoperto, occupato e animato altri luoghi di propriet
pubblica (beni comuni) e tuttavia preclusi da decenni ai cittadini. Accorinti stato sin dal-
linizio al loro fianco e la sua vittoria nata anche nel laboratorio che stato ed la bat-
taglia per i beni comuni.
Vincere le elezioni altro dal governare la citt. Il pacifista Accoranti inizia la sua avventu-
ra con punti di forza e con degli handicap. Non ha mai fatto parte di apparati di partito, non
ha chiesto niente a nessuno, per vincere non ha promesso nulla, non dovuto scendere a
compromessi n per carattere e storia portato a farne. libero, come lo sono tendenzial-
mente i membri della sua Giunta. Pu avere come stella polare solo i valori di cui portato-
re. Passeremo paro, ha promesso con unespressione siciliana che tradotta significa: Per
il bene della citt non guarderemo in faccia nessuno. Il nuovo sindaco ha un altro vantaggio:
peggio di chi lha preceduto non pu fare. Questo vantaggio per unarma a doppio taglio.
Da lui la gente si aspetta ci che dalla vecchia classe politica non si aspettava. Tuttavia il
punto di maggiore debolezza che Accorinti non ha avuto il sostegno delle classi che pi
soffrono per la crisi economica. Non ha niente di concreto e clientelare da promettere loro; non
ha i partiti alle spalle e dunque quella rete di mediatori sociali che possono permettergli di
fronteggiare e mitigare il dissenso; minoranza al Consiglio comunale (ha 4 consiglieri su
40), dal momento che la coalizione avversaria ha ottenuto la maggioranza assoluta al primo
turno, e dovr cercare la maggioranza provvedimento per provvedimento.
Il banco di prova saranno le prime vertenze sociali, ora assopite dallattesa che la nuova
amministrazione muova i primi passi, ma che scoppieranno quando i dipendenti della societ
che effettua il servizio di nettezza urbana o quelli delle cooperative che lavorano per il
Comune non prenderanno gli stipendi con regolarit o quanto terminer la cassa integra-
zione per migliaia di persone espulse dal mondo del lavoro negli ultimi due anni o, ancora,
quando chi non ha casa verr sfrattato e si presenter, com accaduto in passato, bagagli in
mano davanti alla porta del sindaco. Saranno le prossime settimane, i prossimi mesi, a dire
se Cambiano Messina dal basso una rivoluzione possibile.
namento da grande metropoli, servizi pubblici scadenti, pubblica amministrazione lenta e
incapace, ospedali da cui fuggire.
Il movimento Cambiamo Messina dal basso ha fatto breccia allUniversit (tra i duemila
docenti non se n trovato uno che alla vigilia del ballottaggio dichiarasse di votare per lav-
versario), tra gli operatori della sanit, tra i liberi professionisti (avvocati ce ne sono in citt
circa tremila commercialisti, ingegneri, architetti), ha coinvolto lassociazionismo, ha atti-
rato tutti coloro che sono stati esclusi dal centrosinistra senza democrazia monopolizzato dal
padre padrone Francantonio Genovese. Quel malcontento che alcuni mesi prima in occasio-
ne delle elezioni politiche di febbraio aveva intercettato in tutta Italia (e anche a Messina)
Beppe Grillo, lha raccolto tre mesi dopo, a cavallo tra maggio e giugno, il pacifista messinese.
Accorinti, per, non ha nulla in comune con Grillo. Il comico ha costruito il suo consenso sof-
fiando, senza troppa fatica, sul fuoco dellantipolitica, pi predicata che praticata: ha spa-
rato a zero, e non era neanche cos difficile, contro la vecchia classe politica ma non ha pro-
posto un modo di governare diverso n hai mai avuto intenzione di dare risposte serie ai
problemi della collettivit. Daltronde Grillo non si era mai sporcato le mani, nel senso
nobile dellespressione, sintende.
Il docente, invece, il consenso lha costruito sulla sua storia personale: stato sempre un
politico, nel senso nobile del termine, ha sempre vissuto dentro la polis e per la polis, tra
i cittadini (a contatto fisico diretto con loro, visto che nellepoca della comunicazione tec-
nologica non ha mai avuto un cellulare n tantomeno un profilo facebook) e dalla loro parte.
Si sempre sporcato le mani e ci ha sempre messo la faccia con laccortezza di un vero paci-
fista di non puntare lindice contro le persone ma contro i fatti. Differenze, queste, che lhan-
no indotto a rifiutare la candidatura sotto le insegne del movimento di Grillo quando, visti i
successi del Movimento 5 Stelle, poteva essere una scelta di opportunismo. Accorinti rima-
sto fedele alla sua storia e ha avuto ragione.
A Messina dopo la sua elezione si respira unaria nuova, unaria di primavera, si vive in
unatmosfera di speranza e di attesa. Il segnale che la gente vuole partecipare alla vita
della comunit lo si avuto da subito, con il primo problema su cui si dovuta misurare
la nuova amministrazione alle prese con le ristrettezze economiche: la pulizia delle spiag-
ge del litorale di Messina, affacciato sulla Calabria e lungo cinquanta chilometri, che fareb-
be la fortuna turistica di qualsiasi altro posto. Non sar loccasione come nel passato per
foraggiare le clientele affidando il servizio alle cooperative sociali, la pulizia la far un nutri-
to gruppo di volontari che si sono mobilitati spontaneamente: un fatto senza precedenti
a queste latitudini, dove il senso di appartenenza pari a zero. Che nelle viscere della
societ ci fossero dei fermenti di cambiamento, dei sussulti di ribellione lo si era capito tra
la fine del 2012 e linizio del 2013, quando un gruppo di giovani hanno deciso di ribellarsi alla
mancanza di spazi pubblici per svolgere attivit culturale e sociale, riappropriandosi di luo-
ghi chiusi e in abbandono da anni nellindifferenza generale. Hanno cos occupato un tea-
tro lasciato in abbandono da trentanni, lo hanno ribattezzato Pinelli, e gli hanno ridato vita
organizzando spettacoli, concerti e dibattiti. Hanno attratto il consenso e la simpatia di lar-
ghe fasce della popolazione che si svegliata dal torpore solito. Sono stati cacciati con la
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voti, alle recenti elezioni politiche di febbraio il Pd controllava ancora oltre il 40% dellelet-
torato. Eppure non riuscito a convincere la propria base. Lo dimostra anche il fatto che i
voti per labolizione del finanziamento sono stati pi alti (con una punta del 68%) nei quar-
tieri tradizionalmente rossi, mentre lopzione opposta ha prevalso solo nei quartieri da
sempre orientati a destra. Di fatto, la mobilitazione a difesa dei finanziamenti lhanno garan-
tita solo le parrocchie, con i loro parroci in prima linea fino allultima predica domenicale.
Gli elettori del Pd, invece, si sono macchiati di un duplice tradimento: sono restati a casa
determinando quella bassa affluenza che ora i detrattori del referendum sbandierano come
insuccesso dei promotori senza rendersi conto che si tratta di un loro fallimento oppure
hanno votato contro lindicazione del proprio partito. Poche decine di persone indipenden-
ti, auto-organizzate e prive di mezzi finanziari sono riuscite a portare alle urne pi di 50 mila
cittadini, mentre i grandi apparati politico-sindacali supportati dai potentati economici e dal
sistema di informazione al gran completo sono andati a rimorchio della Chiesa, apportan-
do ben poco al risultato finale.
Quanto avvenuto conferma ci che gli ultimi avvenimenti politici ed elettorali avevano mostra-
to con chiarezza: il Pd si separato dalla sua base e dal suo elettorato, non li rappresenta e
non in grado di coglierne tensioni e malumori. per interessante verificare gli esiti di
questo divorzio nella citt-simbolo del partito, anche perch la sconfitta avvenuta su un
terreno dove si incrociano motivazioni di natura diversa. La strada del finanziamento alle
scuole private venne aperta proprio a Bologna, prima ancora del varo della legge sulla parit
scolastica voluta dal ministro Luigi Berlinguer. Fu un pegno pagato ai cattolici per dare vita
allUlivo, e quindi rappresenta un elemento fondativo per il Pd, che non potrebbe rinunciar-
vi senza provocare un terremoto interno. Ma intorno alle scuole private ruotano anche forti
interessi economici. Le cooperative sono gi presenti sul mercato degli asili nido e si stan-
no affacciando a quello delle scuole dellinfanzia. Sono interessi trasversali, visto che
Legacoop, Confcooperative e Compagnia delle opere braccio operativo di Comunione e
Liberazione sono in affari da tempo (basti pensare che insieme fondarono gi nel 1997 la-
genzia di lavoro interinale Obiettivo Lavoro). Infine, il tema della scuola misura anche lo
slittamento del principale partito della sinistra verso il neoliberismo, il suo cedimento alle
logiche della privatizzazione e della competizione anche nella gestione dei beni pubblici,
che dovrebbero rimanere estranei alle logiche di mercato.
Questo grande e inestricabile intreccio tra politica e affari irrobustito da una crescente subal-
ternit culturale della sinistra il brodo di coltura nel quale si consolidata unintesa tra-
sversale che ha anticipato ci che sarebbe avvenuto di l a poco a livello nazionale. Le larghe
intese non sono nate a freddo nei palazzi della politica romana. La crisi istituzionale cau-
sata dallinsipienza del ceto politico solo lelemento contingente che ha fatto precipitare una
situazione maturata nel tempo e che non pu essere spiegata senza fare riferimento a un
mutamento culturale che ha scavato a lungo e in profondit.
Il referendum di Bologna ci racconta come una minoranza sia stata in grado di porre al cen-
tro del dibattito locale e nazionale un tema fino a ora sottratto al discorso pubblico, sepolto
sotto la coltre della consuetudine che tutto cancella e uniforma, e di ottenere un risultato
variegato. Il Pd, innanzitutto. Partito rissoso e diviso su tutto, paralizzato dalla competizio-
ne fra mille fazioni luna contro laltra armate, in questa occasione ha miracolosamente ritro-
vato la sua unit, granitica e impenetrabile. E poi lamministrazione comunale, naturalmen-
te: il sindaco Virginio Merola ha condotto in prima persona una campagna dai toni aggressivi
e sprezzanti. A seguire i partiti di opposizione (Pdl e Lega), la Curia bolognese e la Conferenza
episcopale italiana, scesa in campo con il cardinale Bagnasco, Comunione e Liberazione,
Legacoop e Confcooperative (le centrali cooperative ex rosse e bianche, ora felicemen-
te abbracciate in un processo di unificazione che procede speditamente), Unindustria, la
Cisl e una parte della Cgil (il potente sindacato pensionati, ma anche i vertici della Camera del
lavoro, che attraverso contorsionismi linguistici elaborati per mascherare forti divisioni inter-
ne hanno lasciato trasparire fastidio per liniziativa referendaria e condivisione per la posizione
dellamministrazione comunale). E ancora, quasi tutti gli organi di informazione locale. Infine
il Governo, con il ministro dellistruzione e alcuni sottosegretari.
Sul fronte opposto il comitato promotore: insegnanti e genitori da anni attivi per la difesa
della scuola pubblica. Al loro fianco il Movimento 5 Stelle (che non ha mosso un dito nella cam-
pagna), Sel (troppo destrutturata per garantire un appoggio concreto e alle prese con le pro-
prie contraddizioni interne: i suoi due assessori, infatti, si sono schierati con il sindaco a
difesa dei finanziamenti), due categorie della Cgil (la Fiom e la Federazione lavoratori della
conoscenza) e il sindacato di base Usb.
Una battaglia impari, sulla carta, che ha dato luogo a un risultato sorprendente.
Certo, si pu rimanere perplessi di fronte allaffluenza, pari al 28,75%. Questo dato, per,
va contestualizzato. Sappiamo bene che da molto tempo le scadenze elettorali sono carat-
terizzate da una diminuzione dei votanti che sta assumendo dimensioni impressionanti
(nello stesso giorno del referendum bolognese solo il 53% dei cittadini romani andato alle
urne per eleggere il sindaco, con un calo di poco inferiore al 21% rispetto alle elezioni ammi-
nistrative precedenti). E bisogna mettere in conto anche gli effetti del vero e proprio boi-
cottaggio messo in campo da chi avrebbe dovuto garantire lo svolgimento del referendum:
il sindaco ha pi volte ribadito pubblicamente che il risultato sarebbe stato ininfluente sulle
sue decisioni, decretando di fatto linutilit di uno strumento partecipativo previsto dallo
Statuto comunale; le operazioni di voto si sono svolte in una sola giornata, i seggi sono stati
dimezzati rispetto alle normali scadenze elettorali e in alcuni casi sono stati dislocati in luo-
ghi difficilmente raggiungibili; linformazione ai cittadini stata estremamente carente. Ma
il dato pi importante di carattere politico. Infatti, mentre la macchina amministrativa pra-
ticava il boicottaggio, quella politica si dedicava alla mobilitazione. Il segretario del Pd e il sin-
daco protagonisti di un lungo tour nei quartieri, coppia fissa di una rappresentazione in
cui il Partito e il Comune si sono identificati e confusi come ai vecchi tempi hanno chiesto
a gran voce ai cittadini di andare alle urne e di esprimersi a favore dei finanziamenti pubbli-
ci. Al referendum stato dato un valore esplicitamente politico, al punto che il sindaco
arrivato a definirlo come strategico per il rinnovamento del suo partito. Pensava a un suc-
cesso, naturalmente, e dal suo punto di vista (un punto di vista molto limitato, si intende)
aveva alcune ragioni per esserne certo. Nonostante la grave e inarrestabile emorragia di
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voti, alle recenti elezioni politiche di febbraio il Pd controllava ancora oltre il 40% dellelet-
torato. Eppure non riuscito a convincere la propria base. Lo dimostra anche il fatto che i
voti per labolizione del finanziamento sono stati pi alti (con una punta del 68%) nei quar-
tieri tradizionalmente rossi, mentre lopzione opposta ha prevalso solo nei quartieri da
sempre orientati a destra. Di fatto, la mobilitazione a difesa dei finanziamenti lhanno garan-
tita solo le parrocchie, con i loro parroci in prima linea fino allultima predica domenicale.
Gli elettori del Pd, invece, si sono macchiati di un duplice tradimento: sono restati a casa
determinando quella bassa affluenza che ora i detrattori del referendum sbandierano come
insuccesso dei promotori senza rendersi conto che si tratta di un loro fallimento oppure
hanno votato contro lindicazione del proprio partito. Poche decine di persone indipenden-
ti, auto-organizzate e prive di mezzi finanziari sono riuscite a portare alle urne pi di 50 mila
cittadini, mentre i grandi apparati politico-sindacali supportati dai potentati economici e dal
sistema di informazione al gran completo sono andati a rimorchio della Chiesa, apportan-
do ben poco al risultato finale.
Quanto avvenuto conferma ci che gli ultimi avvenimenti politici ed elettorali avevano mostra-
to con chiarezza: il Pd si separato dalla sua base e dal suo elettorato, non li rappresenta e
non in grado di coglierne tensioni e malumori. per interessante verificare gli esiti di
questo divorzio nella citt-simbolo del partito, anche perch la sconfitta avvenuta su un
terreno dove si incrociano motivazioni di natura diversa. La strada del finanziamento alle
scuole private venne aperta proprio a Bologna, prima ancora del varo della legge sulla parit
scolastica voluta dal ministro Luigi Berlinguer. Fu un pegno pagato ai cattolici per dare vita
allUlivo, e quindi rappresenta un elemento fondativo per il Pd, che non potrebbe rinunciar-
vi senza provocare un terremoto interno. Ma intorno alle scuole private ruotano anche forti
interessi economici. Le cooperative sono gi presenti sul mercato degli asili nido e si stan-
no affacciando a quello delle scuole dellinfanzia. Sono interessi trasversali, visto che
Legacoop, Confcooperative e Compagnia delle opere braccio operativo di Comunione e
Liberazione sono in affari da tempo (basti pensare che insieme fondarono gi nel 1997 la-
genzia di lavoro interinale Obiettivo Lavoro). Infine, il tema della scuola misura anche lo
slittamento del principale partito della sinistra verso il neoliberismo, il suo cedimento alle
logiche della privatizzazione e della competizione anche nella gestione dei beni pubblici,
che dovrebbero rimanere estranei alle logiche di mercato.
Questo grande e inestricabile intreccio tra politica e affari irrobustito da una crescente subal-
ternit culturale della sinistra il brodo di coltura nel quale si consolidata unintesa tra-
sversale che ha anticipato ci che sarebbe avvenuto di l a poco a livello nazionale. Le larghe
intese non sono nate a freddo nei palazzi della politica romana. La crisi istituzionale cau-
sata dallinsipienza del ceto politico solo lelemento contingente che ha fatto precipitare una
situazione maturata nel tempo e che non pu essere spiegata senza fare riferimento a un
mutamento culturale che ha scavato a lungo e in profondit.
Il referendum di Bologna ci racconta come una minoranza sia stata in grado di porre al cen-
tro del dibattito locale e nazionale un tema fino a ora sottratto al discorso pubblico, sepolto
sotto la coltre della consuetudine che tutto cancella e uniforma, e di ottenere un risultato
variegato. Il Pd, innanzitutto. Partito rissoso e diviso su tutto, paralizzato dalla competizio-
ne fra mille fazioni luna contro laltra armate, in questa occasione ha miracolosamente ritro-
vato la sua unit, granitica e impenetrabile. E poi lamministrazione comunale, naturalmen-
te: il sindaco Virginio Merola ha condotto in prima persona una campagna dai toni aggressivi
e sprezzanti. A seguire i partiti di opposizione (Pdl e Lega), la Curia bolognese e la Conferenza
episcopale italiana, scesa in campo con il cardinale Bagnasco, Comunione e Liberazione,
Legacoop e Confcooperative (le centrali cooperative ex rosse e bianche, ora felicemen-
te abbracciate in un processo di unificazione che procede speditamente), Unindustria, la
Cisl e una parte della Cgil (il potente sindacato pensionati, ma anche i vertici della Camera del
lavoro, che attraverso contorsionismi linguistici elaborati per mascherare forti divisioni inter-
ne hanno lasciato trasparire fastidio per liniziativa referendaria e condivisione per la posizione
dellamministrazione comunale). E ancora, quasi tutti gli organi di informazione locale. Infine
il Governo, con il ministro dellistruzione e alcuni sottosegretari.
Sul fronte opposto il comitato promotore: insegnanti e genitori da anni attivi per la difesa
della scuola pubblica. Al loro fianco il Movimento 5 Stelle (che non ha mosso un dito nella cam-
pagna), Sel (troppo destrutturata per garantire un appoggio concreto e alle prese con le pro-
prie contraddizioni interne: i suoi due assessori, infatti, si sono schierati con il sindaco a
difesa dei finanziamenti), due categorie della Cgil (la Fiom e la Federazione lavoratori della
conoscenza) e il sindacato di base Usb.
Una battaglia impari, sulla carta, che ha dato luogo a un risultato sorprendente.
Certo, si pu rimanere perplessi di fronte allaffluenza, pari al 28,75%. Questo dato, per,
va contestualizzato. Sappiamo bene che da molto tempo le scadenze elettorali sono carat-
terizzate da una diminuzione dei votanti che sta assumendo dimensioni impressionanti
(nello stesso giorno del referendum bolognese solo il 53% dei cittadini romani andato alle
urne per eleggere il sindaco, con un calo di poco inferiore al 21% rispetto alle elezioni ammi-
nistrative precedenti). E bisogna mettere in conto anche gli effetti del vero e proprio boi-
cottaggio messo in campo da chi avrebbe dovuto garantire lo svolgimento del referendum:
il sindaco ha pi volte ribadito pubblicamente che il risultato sarebbe stato ininfluente sulle
sue decisioni, decretando di fatto linutilit di uno strumento partecipativo previsto dallo
Statuto comunale; le operazioni di voto si sono svolte in una sola giornata, i seggi sono stati
dimezzati rispetto alle normali scadenze elettorali e in alcuni casi sono stati dislocati in luo-
ghi difficilmente raggiungibili; linformazione ai cittadini stata estremamente carente. Ma
il dato pi importante di carattere politico. Infatti, mentre la macchina amministrativa pra-
ticava il boicottaggio, quella politica si dedicava alla mobilitazione. Il segretario del Pd e il sin-
daco protagonisti di un lungo tour nei quartieri, coppia fissa di una rappresentazione in
cui il Partito e il Comune si sono identificati e confusi come ai vecchi tempi hanno chiesto
a gran voce ai cittadini di andare alle urne e di esprimersi a favore dei finanziamenti pubbli-
ci. Al referendum stato dato un valore esplicitamente politico, al punto che il sindaco
arrivato a definirlo come strategico per il rinnovamento del suo partito. Pensava a un suc-
cesso, naturalmente, e dal suo punto di vista (un punto di vista molto limitato, si intende)
aveva alcune ragioni per esserne certo. Nonostante la grave e inarrestabile emorragia di
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va di diritto naturale) su cui una popolazione deve concordare per poter convivere, ha il
dovere di garantire libert a ogni cittadino perch possa realizzare i suoi progetti e la sua
visione della vita. Quindi nessuna imposizione preconcetta, ma anche nessun impedimento
per ogni cultura che rispetti le leggi dello Stato: tradotto significa uguale rispetto e libert di
coscienza, con separazione tra Stato e Chiesa.
Spesso ed il caso di Bologna si confonde la laicizzazione con la secolarizzazione. Essere
laici significa avere libert di esprimere la propria opinione, rispettando tutti; secolarizza-
zione significa combattere ogni forma di fideismo: nel caso italiano contro il cattolicesimo
romano.
In Italia la cultura laica spesso lotta alla clericalizzazione. Ogni ideologia ha i suoi pre-
supposti e con la libert di pensiero garantita pu benissimo combattere il male clerica-
le: ci non significa per imporre una nuova ideologia che percorrerebbe la stessa strada del-
lideologia che si vuol combattere, partendo dal presupposto di una presunta superiorit
su altre ideologie.
tangibile e di grande impatto politico. Se si ha lintelligenza di leggere i numeri nella loro
dimensione sociale, senza spirito ragionieristico, bisogna riconoscere che in quella domeni-
ca di maggio una minoranza politica ha provocato lo sfaldamento della maggioranza, mostran-
do al tempo stesso la fragilit dei meccanismi consolidati della rappresentanza.
Lo spazio che si apre molto ampio, i rischi che venga rapidamente occupato dalle astuzie
della politica istituzionale sono concreti. Ma il risultato che arriva da Bologna rappresenta
un segnale e unopportunit su cui riflettere.
Chiesa e Stato nella scuola di don Vinicio Albanesi
Molto rumore si fatto, con il referendum di Bologna sul finanziamento delle scuole private (cat-
toliche), alimentando una vecchia e logora polemica: dai tempi della scrittura della nostra
Costituzione a oggi (1947-2013). Sono oltre sessantanni che si discute se e come le scuo-
le private debbano o possano essere finanziate dallo Stato.
Una particolarissima domanda che non si pone sui contributi pubblici per i film, i teatri, i cir-
coli di tennis, le manifestazioni canore, le gare di bocce, le sagre della porchetta. Fino a ieri
(prima della crisi) le amministrazioni centrali e locali finanziavano ogni ben di dio. I contri-
buti erano ad libitum di ogni amministratore, senza badare troppo al senso e allefficacia.
La domanda allora perch questa attenzione proponendo addirittura un referendum?
Sono riuscito a individuare quattro motivi di fondo. Senza scomodare la teoria gramsciana
dellegemonia culturale, esiste il potere della cultura, nel bene e nel male: dalla rivoluzio-
ne francese ai talk show il pensiero proposto diventa cultura se diventa dominante. La
scuola cattolica impedirebbe il dominio laico, emblema di parit e di uguaglianza. Inoltre
la societ cambierebbe in proporzione di come cambiano i pensieri. Un cittadino moder-
no non pu permettere che alcuna fede venga alimentata dallo Stato. Inoltre oggi pi
radical schic dichiararsi agnostico, perch la fede (soprattutto cattolica) sinonimo di
oscurantismo e di repressione. Infine la sistemazione dellimmensit di precari in attesa
di una cattedra non pu permettere che nemmeno una briciola dei finanziamenti pubbli-
ci siano attribuiti a terzi.
Le scuole private rappresentano in Italia (i dati ufficiali non sono aggiornatissimi) circa il
10% della popolazione scolastica; tra questi il 41% delle scuole paritarie si riferiscono alla scuo-
la dinfanzia.
Nel 2009 le risorse destinate alla scuola pubblica ammontavano a circa 54 miliardi di euro;
per le scuole paritarie era destinato non il 10% delle risorse, proporzionato al numero degli
alunni, ma l1% delle risorse complessive. La grande canizza dunque non per motivi eco-
nomici, ma evidentemente per motivi ideologici.
E veniamo alla grande idea dello Stato laico. In un recente saggio sulla laicit dello Stato
pubblicato da Laterza (J. Maclure, C. Taylor, La scommessa del laico) i due autori canadesi
fanno notare che lo Stato laico, oltre a presupporre una serie di principi base (un tempo si dice-
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dovere di garantire libert a ogni cittadino perch possa realizzare i suoi progetti e la sua
visione della vita. Quindi nessuna imposizione preconcetta, ma anche nessun impedimento
per ogni cultura che rispetti le leggi dello Stato: tradotto significa uguale rispetto e libert di
coscienza, con separazione tra Stato e Chiesa.
Spesso ed il caso di Bologna si confonde la laicizzazione con la secolarizzazione. Essere
laici significa avere libert di esprimere la propria opinione, rispettando tutti; secolarizza-
zione significa combattere ogni forma di fideismo: nel caso italiano contro il cattolicesimo
romano.
In Italia la cultura laica spesso lotta alla clericalizzazione. Ogni ideologia ha i suoi pre-
supposti e con la libert di pensiero garantita pu benissimo combattere il male clerica-
le: ci non significa per imporre una nuova ideologia che percorrerebbe la stessa strada del-
lideologia che si vuol combattere, partendo dal presupposto di una presunta superiorit
su altre ideologie.
tangibile e di grande impatto politico. Se si ha lintelligenza di leggere i numeri nella loro
dimensione sociale, senza spirito ragionieristico, bisogna riconoscere che in quella domeni-
ca di maggio una minoranza politica ha provocato lo sfaldamento della maggioranza, mostran-
do al tempo stesso la fragilit dei meccanismi consolidati della rappresentanza.
Lo spazio che si apre molto ampio, i rischi che venga rapidamente occupato dalle astuzie
della politica istituzionale sono concreti. Ma il risultato che arriva da Bologna rappresenta
un segnale e unopportunit su cui riflettere.
Chiesa e Stato nella scuola di don Vinicio Albanesi
Molto rumore si fatto, con il referendum di Bologna sul finanziamento delle scuole private (cat-
toliche), alimentando una vecchia e logora polemica: dai tempi della scrittura della nostra
Costituzione a oggi (1947-2013). Sono oltre sessantanni che si discute se e come le scuo-
le private debbano o possano essere finanziate dallo Stato.
Una particolarissima domanda che non si pone sui contributi pubblici per i film, i teatri, i cir-
coli di tennis, le manifestazioni canore, le gare di bocce, le sagre della porchetta. Fino a ieri
(prima della crisi) le amministrazioni centrali e locali finanziavano ogni ben di dio. I contri-
buti erano ad libitum di ogni amministratore, senza badare troppo al senso e allefficacia.
La domanda allora perch questa attenzione proponendo addirittura un referendum?
Sono riuscito a individuare quattro motivi di fondo. Senza scomodare la teoria gramsciana
dellegemonia culturale, esiste il potere della cultura, nel bene e nel male: dalla rivoluzio-
ne francese ai talk show il pensiero proposto diventa cultura se diventa dominante. La
scuola cattolica impedirebbe il dominio laico, emblema di parit e di uguaglianza. Inoltre
la societ cambierebbe in proporzione di come cambiano i pensieri. Un cittadino moder-
no non pu permettere che alcuna fede venga alimentata dallo Stato. Inoltre oggi pi
radical schic dichiararsi agnostico, perch la fede (soprattutto cattolica) sinonimo di
oscurantismo e di repressione. Infine la sistemazione dellimmensit di precari in attesa
di una cattedra non pu permettere che nemmeno una briciola dei finanziamenti pubbli-
ci siano attribuiti a terzi.
Le scuole private rappresentano in Italia (i dati ufficiali non sono aggiornatissimi) circa il
10% della popolazione scolastica; tra questi il 41% delle scuole paritarie si riferiscono alla scuo-
la dinfanzia.
Nel 2009 le risorse destinate alla scuola pubblica ammontavano a circa 54 miliardi di euro;
per le scuole paritarie era destinato non il 10% delle risorse, proporzionato al numero degli
alunni, ma l1% delle risorse complessive. La grande canizza dunque non per motivi eco-
nomici, ma evidentemente per motivi ideologici.
E veniamo alla grande idea dello Stato laico. In un recente saggio sulla laicit dello Stato
pubblicato da Laterza (J. Maclure, C. Taylor, La scommessa del laico) i due autori canadesi
fanno notare che lo Stato laico, oltre a presupporre una serie di principi base (un tempo si dice-
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Ribellioni qui e l, e dovunque di Immanuel Wallerstein
Alla persistente nuova rivolta in Turchia ne seguita una ancora pi grande in Brasile, che a sua
volta stata seguita da unaltra meno pubblicizzata, ma non meno reale, in Bulgaria. Certo,
non sono state le prime, ma solo le pi recenti di una serie in verit mondiale di ribellioni di
questo tipo negli ultimi anni. Ci sono molti modi per analizzare questo fenomeno. Io vedo
le rivolte come la continuazione del processo iniziato come la rivoluzione-mondo del 1968.
Con ogni sicurezza, ogni insurrezione unica nei suoi dettagli e nella compenetrazione inter-
na delle forze allinterno di ogni paese. Ma ci sono certe somiglianze che si devono notare, se
vogliamo dare un senso a ci che sta accadendo e decidere ci che dovremmo fare tutti noi,
come individui e come gruppi.
La prima caratteristica comune che tutte le ribellioni tendono a iniziare con molto poco una
manciata di persone coraggiose che manifesta intorno a qualcosa. E poi, se si sviluppano, il
che in gran parte imprevedibile, diventano di massa.
Improvvisamente non solo il governo a essere sotto assedio, ma, in una certa misura, lo
Stato in quanto Stato. Queste insurrezioni sono una combinazione di quelli che chiedono
di sostituire il governo con uno migliore e coloro che mettono in dubbio la legittimit stessa
dello Stato. Entrambi i gruppi invocano la democrazia e i diritti umani, anche se le defini-
zioni che forniscono di questi due termini sono abbastanza varie. In generale, queste rivol-
te iniziano sul lato sinistro della scena politica.
Naturalmente, i governi al potere reagiscono. Ciascuno cerca di reprimere la rivolta o prova
a placarla con qualche concessione, o tenta entrambe le risposte. La repressione spesso
funziona, ma a volte controproducente per il governo al potere, e attira pi persone in piaz-
za. Le concessioni funzionano spesso, ma a volte sono controproducenti per il governo, e
spingono la gente in strada ad aumentare le proprie richieste. Parlando in generale, i gover-
ni provano con la repressione piuttosto che con le concessioni. E, in generale, la repressione
tende a funzionare in un tempo relativamente breve.
La seconda caratteristica comune a queste rivolte che nessuna continua ad alta velocit
per troppo tempo. Coloro che protestano si arrendono davanti alle misure repressive. Oppure
vengono cooptati, fino a un certo punto, da parte del governo. O si stancano dellenorme
sforzo richiesto dalle manifestazioni continue. Questa dissolvenza delle proteste aperte
assolutamente normale. Ci non indica il fallimento delle rivolte.
Questa la terza caratteristica comune delle rivolte. In qualunque modo arrivino al termi-
ne, ci lasciano una eredit. Qualcosa cambiato nella politica del paese, e quasi sempre
per il meglio. Hanno collocato nellagenda pubblica un tema importante, come ad esempio
le disuguaglianze. O hanno aumentato il senso di dignit degli strati pi bassi della popo-
lazione. O hanno incrementato lo scetticismo circa la verbosit con cui i governi tendono a
mascherare le loro politiche.
La quarta caratteristica comune che, in tutte le ribellioni, molti di coloro che si uniscono,
soprattutto se si sono aggiunti in ritardo, non lo fanno per approfondire gli obiettivi iniziali,
ma per sovvertirli o per spingere gruppi di destra verso il potere politico, diversi da quelli
Viviamo in una societ pluriculturale. In nome di nessun dogma o valore pu essere impo-
sta la propria visione; vale per il cattolicesimo, per il liberismo, per il musulmanesimo e per
ogni forma di pensiero globale, compresa la laicit.
Ma gli autori canadesi aggiungono una seconda nota. Nella odierna discussione sulla lai-
cit dello Stato stanno emergendo due modelli di laicit: una cosiddetta repubblicana,
una seconda liberal-pluralista. La prima tende a creare una identit civile comune che
richiede di prendere le distanze dalle appartenenze religiose e di relegarle nella sfera pri-
vata. La seconda considera la laicit come una modalit di governance, la cui funzione
trovare lequilibrio ottimale tra il rispetto della parit morale e quello della libert di
coscienza.
Per tornare alle scuole cattoliche non c alcuno scandalo che esistano e che siano finan-
ziate dallo Stato (le discussioni sullinterpretazione del comma 3 dellart. 33 della Costituzione
italiana sono infinite).
Il problema vero la concezione dello Stato nel rapporto con i propri cittadini. Una conce-
zione che cambia a seconda dei componenti della societ e delle culture emergenti.
Le scuole cattoliche oggi sono molto attente allequilibrio pedagogico e di idee che pro-
pongono. I genitori degli alunni delle scuole cattoliche appartengono allo stesso mondo di chi
invoca laicit: immaginare che siano tutti vetero-cattolici, papalini e baciapile, uno spau-
racchio suggerito per rafforzare contrariet, senza conoscere la realt.
I genitori tutti, di qualsiasi scuola, chiedono seriet, equilibrio, apprendimento, formazio-
ne, apertura molto pi di quanto si immagini. Spesso genitori agnostici addirittura preferiscono
una scuola cattolica che ha almeno il pregio di offrire una formazione organica, a differen-
za di quella pubblica che affidata al caso dellinsegnante di turno.
Unulteriore osservazione: fa specie che nulla si dica delle scuole private non cattoliche, per
ricchi. In quel caso prevale lo schema del rispetto di chi ha denaro e di chi se ne avvantaggia:
la libert non viene invocata, perch il ricco sarebbe libero per definizione!!!
Che cosa debba fare la cosiddetta sinistra sinceramente non sappiamo, anche perch, al di
l delle provvidenze governative di legislatura in legislatura, non si intravvede n un pen-
siero unico laico, n tanto meno di sinistra.
Per quanto riguarda il mondo cattolico il rischio pi evidente il trascinamento delle scuole
cattoliche verso le famiglie abbienti.
Resistere a tenere aperte le scuole, significa mettersi a disposizione, in mancanza di aiuti
pubblici e di proprio personale, di quanti hanno risorse. Molte scuole cattoliche sono nate dalla
vocazione di educare ragazzi, soprattutto poveri. Le scuole cattoliche di oggi sono costret-
te a stare sul mercato con tutte le conseguenze che ne derivano: a che servono se tradita
la mission propria religiosa?
La riflessione al di l del problema dei finanziamenti molto ampia. Lobiettivo trovare
un equilibrio che permetta la convivenza di orientamenti diversi.
A proposito della libert religiosa il Concilio cinquantanni fa dichiarava che la fede non dove-
va essere imposta, n impedita. Una strada per come ragionare per il futuro.
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Alla persistente nuova rivolta in Turchia ne seguita una ancora pi grande in Brasile, che a sua
volta stata seguita da unaltra meno pubblicizzata, ma non meno reale, in Bulgaria. Certo,
non sono state le prime, ma solo le pi recenti di una serie in verit mondiale di ribellioni di
questo tipo negli ultimi anni. Ci sono molti modi per analizzare questo fenomeno. Io vedo
le rivolte come la continuazione del processo iniziato come la rivoluzione-mondo del 1968.
Con ogni sicurezza, ogni insurrezione unica nei suoi dettagli e nella compenetrazione inter-
na delle forze allinterno di ogni paese. Ma ci sono certe somiglianze che si devono notare, se
vogliamo dare un senso a ci che sta accadendo e decidere ci che dovremmo fare tutti noi,
come individui e come gruppi.
La prima caratteristica comune che tutte le ribellioni tendono a iniziare con molto poco una
manciata di persone coraggiose che manifesta intorno a qualcosa. E poi, se si sviluppano, il
che in gran parte imprevedibile, diventano di massa.
Improvvisamente non solo il governo a essere sotto assedio, ma, in una certa misura, lo
Stato in quanto Stato. Queste insurrezioni sono una combinazione di quelli che chiedono
di sostituire il governo con uno migliore e coloro che mettono in dubbio la legittimit stessa
dello Stato. Entrambi i gruppi invocano la democrazia e i diritti umani, anche se le defini-
zioni che forniscono di questi due termini sono abbastanza varie. In generale, queste rivol-
te iniziano sul lato sinistro della scena politica.
Naturalmente, i governi al potere reagiscono. Ciascuno cerca di reprimere la rivolta o prova
a placarla con qualche concessione, o tenta entrambe le risposte. La repressione spesso
funziona, ma a volte controproducente per il governo al potere, e attira pi persone in piaz-
za. Le concessioni funzionano spesso, ma a volte sono controproducenti per il governo, e
spingono la gente in strada ad aumentare le proprie richieste. Parlando in generale, i gover-
ni provano con la repressione piuttosto che con le concessioni. E, in generale, la repressione
tende a funzionare in un tempo relativamente breve.
La seconda caratteristica comune a queste rivolte che nessuna continua ad alta velocit
per troppo tempo. Coloro che protestano si arrendono davanti alle misure repressive. Oppure
vengono cooptati, fino a un certo punto, da parte del governo. O si stancano dellenorme
sforzo richiesto dalle manifestazioni continue. Questa dissolvenza delle proteste aperte
assolutamente normale. Ci non indica il fallimento delle rivolte.
Questa la terza caratteristica comune delle rivolte. In qualunque modo arrivino al termi-
ne, ci lasciano una eredit. Qualcosa cambiato nella politica del paese, e quasi sempre
per il meglio. Hanno collocato nellagenda pubblica un tema importante, come ad esempio
le disuguaglianze. O hanno aumentato il senso di dignit degli strati pi bassi della popo-
lazione. O hanno incrementato lo scetticismo circa la verbosit con cui i governi tendono a
mascherare le loro politiche.
La quarta caratteristica comune che, in tutte le ribellioni, molti di coloro che si uniscono,
soprattutto se si sono aggiunti in ritardo, non lo fanno per approfondire gli obiettivi iniziali,
ma per sovvertirli o per spingere gruppi di destra verso il potere politico, diversi da quelli
Viviamo in una societ pluriculturale. In nome di nessun dogma o valore pu essere impo-
sta la propria visione; vale per il cattolicesimo, per il liberismo, per il musulmanesimo e per
ogni forma di pensiero globale, compresa la laicit.
Ma gli autori canadesi aggiungono una seconda nota. Nella odierna discussione sulla lai-
cit dello Stato stanno emergendo due modelli di laicit: una cosiddetta repubblicana,
una seconda liberal-pluralista. La prima tende a creare una identit civile comune che
richiede di prendere le distanze dalle appartenenze religiose e di relegarle nella sfera pri-
vata. La seconda considera la laicit come una modalit di governance, la cui funzione
trovare lequilibrio ottimale tra il rispetto della parit morale e quello della libert di
coscienza.
Per tornare alle scuole cattoliche non c alcuno scandalo che esistano e che siano finan-
ziate dallo Stato (le discussioni sullinterpretazione del comma 3 dellart. 33 della Costituzione
italiana sono infinite).
Il problema vero la concezione dello Stato nel rapporto con i propri cittadini. Una conce-
zione che cambia a seconda dei componenti della societ e delle culture emergenti.
Le scuole cattoliche oggi sono molto attente allequilibrio pedagogico e di idee che pro-
pongono. I genitori degli alunni delle scuole cattoliche appartengono allo stesso mondo di chi
invoca laicit: immaginare che siano tutti vetero-cattolici, papalini e baciapile, uno spau-
racchio suggerito per rafforzare contrariet, senza conoscere la realt.
I genitori tutti, di qualsiasi scuola, chiedono seriet, equilibrio, apprendimento, formazio-
ne, apertura molto pi di quanto si immagini. Spesso genitori agnostici addirittura preferiscono
una scuola cattolica che ha almeno il pregio di offrire una formazione organica, a differen-
za di quella pubblica che affidata al caso dellinsegnante di turno.
Unulteriore osservazione: fa specie che nulla si dica delle scuole private non cattoliche, per
ricchi. In quel caso prevale lo schema del rispetto di chi ha denaro e di chi se ne avvantaggia:
la libert non viene invocata, perch il ricco sarebbe libero per definizione!!!
Che cosa debba fare la cosiddetta sinistra sinceramente non sappiamo, anche perch, al di
l delle provvidenze governative di legislatura in legislatura, non si intravvede n un pen-
siero unico laico, n tanto meno di sinistra.
Per quanto riguarda il mondo cattolico il rischio pi evidente il trascinamento delle scuole
cattoliche verso le famiglie abbienti.
Resistere a tenere aperte le scuole, significa mettersi a disposizione, in mancanza di aiuti
pubblici e di proprio personale, di quanti hanno risorse. Molte scuole cattoliche sono nate dalla
vocazione di educare ragazzi, soprattutto poveri. Le scuole cattoliche di oggi sono costret-
te a stare sul mercato con tutte le conseguenze che ne derivano: a che servono se tradita
la mission propria religiosa?
La riflessione al di l del problema dei finanziamenti molto ampia. Lobiettivo trovare
un equilibrio che permetta la convivenza di orientamenti diversi.
A proposito della libert religiosa il Concilio cinquantanni fa dichiarava che la fede non dove-
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ti come era accaduto, per esempio, nei confronti del corpo di ballo nazionale, colpevole a
detta dei Salafiti di mettere in scena nudit. Ma si rimproverava soprattutto a Morsi il decre-
to dellautunno 2012 con cui la presidenza accentrava su di s il potere, abolendo di fatto
la divisione fra quelli dello Stato. La magistratura, istituzione da sempre potente e presti-
giosa in Egitto, era stata ridimensionata e intimorita. E anche la minoranza cristiana si sen-
tiva sempre meno tutelata dal momento che la sharia, la legge islamica, sembrava essere
diventata di fatto lunica legge.
Da parte loro, i partiti islamisti dei Fratelli musulmani e dei Salafiti, forti anche del tacito
consenso di Washington e delle democrazie occidentali preoccupate della stabilit di una
nazione chiave come lEgitto, rispondevano di star contrastando gli attacchi dei nostalgici
di Mubarak, che la crisi economica si sarebbe risolta con il tempo e che le misure denun-
ciate come illiberali rispondevano ai dettami della religione di stato.
Insomma, lEgitto si stava drammaticamente dividendo.
Nei giorni precedenti a quel fatidico 30 giugno, primo anniversario della presidenza Morsi, ce-
rano gi manifestazioni quotidiane e scontri nel Nord, il Delta, dove gli animi sembravano pi
accesi. E comunque sia nelle grandi citt sia nei villaggi la gente faceva scorte di viveri, quasi
preparandosi a una guerra. Un paese, insomma, con il fiato sospeso. Fino a circa le tre del
pomeriggio del 30 giugno, quando una massa di gente cominci a riempire le strade, diret-
ta verso i luoghi deputati delle manifestazioni convocate dagli oppositori di Morsi.
Che i manifestanti sarebbero stati numerosi era prevedibile, ma nessuno si sarebbe aspettato
quella marea umana che cresceva di minuto in minuto: n i giovani del movimento spontaneo
Tamarod, i ribelli che negli ultimi mesi avevano raccolto nelle citt e nelle campagne le firme
per chiedere la rimozione di Morsi, n i partiti politici di opposizione che avevano appog-
giato liniziativa e che avevano chiesto al popolo una partecipazione attiva. Il 29 giugno il
leader improvvisato di Tamarod, Mohamed Badr, aveva annunciato che le firme raccolte
erano 22 milioni, circa nove milioni in pi di quelle che, esattamente il 30 giugno 2012, ave-
vano portato Morsi alla carica di presidente. Intenzione di Tamarod era consegnare le firme
alla Corte Costituzionale, ma anche i risultati legali di questa mossa erano ritenuti incerti
dagli esperti di diritto.
Ora per le tv nazionali, e poi quelle di tutto il mondo, mostravano immagini sbalorditive.
Cortei senza fine, al Cairo, ad Alessandria, nelle citt e nei villaggi, continuavano a muover-
si verso piazze gi stracolme di uomini, di donne velate e non, spesso con bambini sulle
spalle, di anziani, di gente in jeans o con le galabiye tradizionali, dallaspetto benestante
dei quartieri alti o da quello dimesso dei sobborghi pi poveri. E tutti portando le bandiere
nazionali, un mare di bandiere. Sulla piazza Tahrir del Cairo, noi osservatori ci rendevamo
conto che la massa era di gran lunga superiore a quella che, nel gennaio-febbraio 2011, era
scesa in piazza contro il regime di Mubarak.
Alla fine le cifre oscillavano fra quelle ufficiali di 17-18 milioni a quelle non ufficiali di 30 milio-
ni di manifestanti, in tutto il paese. Cera stata anche violenza e aveva riguardato soprat-
tutto le sedi del partito politico dei Fratelli musulmani, prese dassalto in molte citt. E cerano
state le prime vittime.
LEgitto a un punto di svolta di Neliana Tersigni
La mattina di domenica 30 giugno nessun egiziano sapeva per certo se quella sarebbe stata una
data cruciale per le sorti del paese. Molti se lo auguravano. Il potere in carica lo temeva. Gi
nei giorni precedenti latmosfera era tesissima. N aveva alleggerito la tensione un discorso
televisivo di tre ore del presidente, in cui Morsi appartenente alla Fratellanza musulmana
accusava facinorosi e avanzi del vecchio regime di instigare alla controrivoluzione come
laveva chiamata e di speculare sulle difficolt economiche del paese.
In realt, da un anno in Egitto si viveva una situazione di scontento generale e crescente.
Tranne i fedelissimi dei Fratelli musulmani e dei Salafiti, anche molti di quelli che avevano
votato per gli islamisti ora sembravano convinti che non si era cercata nessuna soluzione
per alleviare la povert, dovuta alla mancanza di lavoro e del solo turismo come fonte di
valuta. Era cominciato anche a scarseggiare il carburante, nelle campagne i contadini non
ne trovavano pi per le macchine da irrigazione e temevano per il raccolto.
Dalla parte dei diritti civili poi, in tanti, intellettuali e non, rimproveravano al nuovo potere
di essersi impadronito della rivoluzione di due anni e mezzo prima per imporre regole teo-
cratiche in un paese che aveva finora visto sia pure sulla carta la separazione fra religio-
ne e stato; di cercare di frenare la libert despressione e di avere varato una costituzione
che non riconosceva propriamente la libert religiosa (definirsi ateo o buddista poteva com-
portare una denuncia); di trascurare infine i diritti delle donne e dei minori. La stampa di
opposizione stigmatizzava poi gli attacchi alla cultura portati cambiando i vertici dei gior-
nali, sostituendo responsabili artistici troppo liberali o lanciando anatemi nei loro confron-
che sono al potere ma in nessun modo gente pi democratica o che tuteli i diritti umani.
La quinta caratteristica comune che tutti vengono impantanati nel groviglio geopolitico. I
governi potenti al di fuori del paese in cui si verifica il disordine lavorano duro, anche se non
sempre con successo, per aiutare i gruppi favorevoli ai loro interessi a diventare il potere.
Questo accade cos spesso che, per ora, una delle domande immediate su una particolare
ribellione sempre, o dovrebbe essere sempre, quali ne saranno le conseguenze per il siste-
ma-mondo nel suo complesso. La risposta molto difficile, dato che le conseguenze geo-
politiche potenziali possono spingere qualcuno ad andare nella direzione opposta alla dire-
zione antiautoritaria iniziale.
Infine, ricordiamo che in questo, come in tutto ci che accade ora, siamo nel bel mezzo di
una transizione strutturale da una economia-mondo capitalista che svanisce a un nuovo
tipo di sistema. Ma questo nuovo tipo di sistema pu risultare migliore o peggiore. Questa
la battaglia reale dei prossimi venti o quarantanni, e il come ci comportiamo qui, l o da
tutte le parti dovr essere deciso in funzione di questa importante battaglia politica fonda-
mentale a livello mondiale.
(da La Jornada, Citt del Messico, traduzione dallo spagnolo a cura di Democrazia Km Zero)
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ti come era accaduto, per esempio, nei confronti del corpo di ballo nazionale, colpevole a
detta dei Salafiti di mettere in scena nudit. Ma si rimproverava soprattutto a Morsi il decre-
to dellautunno 2012 con cui la presidenza accentrava su di s il potere, abolendo di fatto
la divisione fra quelli dello Stato. La magistratura, istituzione da sempre potente e presti-
giosa in Egitto, era stata ridimensionata e intimorita. E anche la minoranza cristiana si sen-
tiva sempre meno tutelata dal momento che la sharia, la legge islamica, sembrava essere
diventata di fatto lunica legge.
Da parte loro, i partiti islamisti dei Fratelli musulmani e dei Salafiti, forti anche del tacito
consenso di Washington e delle democrazie occidentali preoccupate della stabilit di una
nazione chiave come lEgitto, rispondevano di star contrastando gli attacchi dei nostalgici
di Mubarak, che la crisi economica si sarebbe risolta con il tempo e che le misure denun-
ciate come illiberali rispondevano ai dettami della religione di stato.
Insomma, lEgitto si stava drammaticamente dividendo.
Nei giorni precedenti a quel fatidico 30 giugno, primo anniversario della presidenza Morsi, ce-
rano gi manifestazioni quotidiane e scontri nel Nord, il Delta, dove gli animi sembravano pi
accesi. E comunque sia nelle grandi citt sia nei villaggi la gente faceva scorte di viveri, quasi
preparandosi a una guerra. Un paese, insomma, con il fiato sospeso. Fino a circa le tre del
pomeriggio del 30 giugno, quando una massa di gente cominci a riempire le strade, diret-
ta verso i luoghi deputati delle manifestazioni convocate dagli oppositori di Morsi.
Che i manifestanti sarebbero stati numerosi era prevedibile, ma nessuno si sarebbe aspettato
quella marea umana che cresceva di minuto in minuto: n i giovani del movimento spontaneo
Tamarod, i ribelli che negli ultimi mesi avevano raccolto nelle citt e nelle campagne le firme
per chiedere la rimozione di Morsi, n i partiti politici di opposizione che avevano appog-
giato liniziativa e che avevano chiesto al popolo una partecipazione attiva. Il 29 giugno il
leader improvvisato di Tamarod, Mohamed Badr, aveva annunciato che le firme raccolte
erano 22 milioni, circa nove milioni in pi di quelle che, esattamente il 30 giugno 2012, ave-
vano portato Morsi alla carica di presidente. Intenzione di Tamarod era consegnare le firme
alla Corte Costituzionale, ma anche i risultati legali di questa mossa erano ritenuti incerti
dagli esperti di diritto.
Ora per le tv nazionali, e poi quelle di tutto il mondo, mostravano immagini sbalorditive.
Cortei senza fine, al Cairo, ad Alessandria, nelle citt e nei villaggi, continuavano a muover-
si verso piazze gi stracolme di uomini, di donne velate e non, spesso con bambini sulle
spalle, di anziani, di gente in jeans o con le galabiye tradizionali, dallaspetto benestante
dei quartieri alti o da quello dimesso dei sobborghi pi poveri. E tutti portando le bandiere
nazionali, un mare di bandiere. Sulla piazza Tahrir del Cairo, noi osservatori ci rendevamo
conto che la massa era di gran lunga superiore a quella che, nel gennaio-febbraio 2011, era
scesa in piazza contro il regime di Mubarak.
Alla fine le cifre oscillavano fra quelle ufficiali di 17-18 milioni a quelle non ufficiali di 30 milio-
ni di manifestanti, in tutto il paese. Cera stata anche violenza e aveva riguardato soprat-
tutto le sedi del partito politico dei Fratelli musulmani, prese dassalto in molte citt. E cerano
state le prime vittime.
LEgitto a un punto di svolta di Neliana Tersigni
La mattina di domenica 30 giugno nessun egiziano sapeva per certo se quella sarebbe stata una
data cruciale per le sorti del paese. Molti se lo auguravano. Il potere in carica lo temeva. Gi
nei giorni precedenti latmosfera era tesissima. N aveva alleggerito la tensione un discorso
televisivo di tre ore del presidente, in cui Morsi appartenente alla Fratellanza musulmana
accusava facinorosi e avanzi del vecchio regime di instigare alla controrivoluzione come
laveva chiamata e di speculare sulle difficolt economiche del paese.
In realt, da un anno in Egitto si viveva una situazione di scontento generale e crescente.
Tranne i fedelissimi dei Fratelli musulmani e dei Salafiti, anche molti di quelli che avevano
votato per gli islamisti ora sembravano convinti che non si era cercata nessuna soluzione
per alleviare la povert, dovuta alla mancanza di lavoro e del solo turismo come fonte di
valuta. Era cominciato anche a scarseggiare il carburante, nelle campagne i contadini non
ne trovavano pi per le macchine da irrigazione e temevano per il raccolto.
Dalla parte dei diritti civili poi, in tanti, intellettuali e non, rimproveravano al nuovo potere
di essersi impadronito della rivoluzione di due anni e mezzo prima per imporre regole teo-
cratiche in un paese che aveva finora visto sia pure sulla carta la separazione fra religio-
ne e stato; di cercare di frenare la libert despressione e di avere varato una costituzione
che non riconosceva propriamente la libert religiosa (definirsi ateo o buddista poteva com-
portare una denuncia); di trascurare infine i diritti delle donne e dei minori. La stampa di
opposizione stigmatizzava poi gli attacchi alla cultura portati cambiando i vertici dei gior-
nali, sostituendo responsabili artistici troppo liberali o lanciando anatemi nei loro confron-
che sono al potere ma in nessun modo gente pi democratica o che tuteli i diritti umani.
La quinta caratteristica comune che tutti vengono impantanati nel groviglio geopolitico. I
governi potenti al di fuori del paese in cui si verifica il disordine lavorano duro, anche se non
sempre con successo, per aiutare i gruppi favorevoli ai loro interessi a diventare il potere.
Questo accade cos spesso che, per ora, una delle domande immediate su una particolare
ribellione sempre, o dovrebbe essere sempre, quali ne saranno le conseguenze per il siste-
ma-mondo nel suo complesso. La risposta molto difficile, dato che le conseguenze geo-
politiche potenziali possono spingere qualcuno ad andare nella direzione opposta alla dire-
zione antiautoritaria iniziale.
Infine, ricordiamo che in questo, come in tutto ci che accade ora, siamo nel bel mezzo di
una transizione strutturale da una economia-mondo capitalista che svanisce a un nuovo
tipo di sistema. Ma questo nuovo tipo di sistema pu risultare migliore o peggiore. Questa
la battaglia reale dei prossimi venti o quarantanni, e il come ci comportiamo qui, l o da
tutte le parti dovr essere deciso in funzione di questa importante battaglia politica fonda-
mentale a livello mondiale.
(da La Jornada, Citt del Messico, traduzione dallo spagnolo a cura di Democrazia Km Zero)
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Cos, mentre i media americani ed europei usano la definizione di colpo di stato per quel-
lo che sta avvenendo, in Egitto quanti (ma sono decine e decine di milioni) si sentono liberati,
festeggiano le Forze armate (i cui aerei disegnano nellaria cuori o lasciano scie con i colori
nazionali), rifiutando lo stesso concetto di golpe, per affermare che lesercito ha solo segui-
to la volont popolare e che iniziata la seconda rivoluzione.
Nessuno pu ancora prevedere cosa porter questa fase transizionale in Egitto. Finora i mili-
tari sono stati accorti a non coinvolgersi direttamente nel processo politico e la loro road
map prevede linclusione degli islamisti in qualsiasi accordo per governare il paese. E men-
tre i Fratelli musulmani rifiutano il coinvolgimento in quello che ritengono un percorso poli-
tico illegittimo e continuano a chiamare attraverso i loro predicatori alla resistenza e al mar-
tirio, i Salafiti si sono seduti immediatamente al tavolo delle trattative, respingendo con suc-
cesso, per esempio, i primi nomi fatti (come lex premio Nobel El Baradei) per la carica di
primo ministro di un governo provvisorio.
Lesercito ha arrestato per incitamento alla violenza alcuni dei leader della Fratellanza, ma
stato anche accorto finora a non attuare arresti di massa e a non impedire le manifestazioni
dei fedeli di Morsi. E ha anche controbattuto con conferenze stampa e filmati allaccusa di aver
fatto sparare i suoi e avere provocato decine di vittime fra i manifestanti in sit in di fronte al
palazzo presidenziale, dove sarebbe stato confinato Morsi.
Ma, se da una parte rimane altissima la tensione e la paura che la destabilizzazione possa por-
tare migliaia di jihadisti pronti a fare dellEgitto la nuova Siria, dallaltra sono enormi le difficolt
obiettive e i rischi che lo stato del paese comporta.
La situazione economica la prima di queste difficolt. Le riserve monetarie, al momento
della deposizione di Morsi, erano al minimo della sopravvivenza dello Stato. E gli americani
hanno subito ventilato la minaccia di non mandare visto lintervento militare nella vita poli-
tica gli aiuti che, dopo il trattato di Camp David di pace con Israele, vengono erogati annual-
mente allEgitto. Ma, e questo sembra un altro paradosso, sono stati i paesi arabi del Golfo
ad arrivare immediatamente in soccorso: otto miliardi di dollari da Arabia Saudita ed Emirati,
quattro miliardi dal Kuwait. Parte di questi miliardi sono in petrolio, un fatto che ha per-
messo di rifornire di nuovo le pompe di benzina e di riprendere i lavori dei campi.
Laiuto degli arabi non disinteressato. Il possibile disegno politico della creazione di una
Umma, una nazione islamista che coinvolga tutta la regione e che parte dellideologia della
Fratellanza, visto, soprattutto dagli Emirati, come una possibile destabilizzazione dei loro
stati. Quanto al Kuwait, aveva denunciato nei mesi scorsi lo smantellamento nel paese di
varie cellule di Fratelli egiziani che avrebbero complottato proprio in questo senso. Ma al di
l degli aiuti dallestero, bisogna anche sottolineare come si siano mosse immediatamen-
te le masse degli egiziani anti-Morsi: anche i meno abbienti hanno mandato quello che pote-
vano a un conto che lo Stato ha aperto perch i cittadini aiutassero il loro paese. C anche
da dire che sono pochi qui quelli che pagano le imposte e che si quindi trattato di una
sorta di autotassazione.
Se lEgitto uscir indenne da questo tumultuoso periodo, dovr comunque affrontare sfide
Le due parti in cui era diviso il paese si chiedevano da tempo che posizione avrebbe assun-
to lesercito, listituzione che di fatto aveva governato dietro le quinte dal 1952, e poi allo
scoperto nel periodo del dopo rivoluzione con il Consiglio supremo delle forze armate (Scaf ).
Un periodo, quello dello Scaf, che aveva creato malumori e scontento, sia nelle ali liberali
sia negli islamisti, e che era culminato con la vittoria di Morsi e lascesa al potere dei Fratelli
musulmani grazie alla sua presidenza.
Adesso molti intellettuali si chiedevano, anche se con molti dubbi, se lunica soluzione non
fosse proprio lintervento delle Forze armate. Il vecchio feldmaresciallo Tantawi, a capo dello
Scaf, era stato sostituito da Morsi con il generale Abdul Fatah Al-Sisi, relativamente giovane.
Certo, lesercito nellultimo anno, aveva fatto di tutto per ripulire la sua immagine, dopo le cri-
tiche anche violente al comportamento dello Scaf. Ma la lealt che dava senza dubbio al
potere politico dello Stato, aveva subito qualche inclinatura di fronte ad alcune posizioni
degli islamisti. Come, per esempio, il divieto di agire in un Sinai ormai teatro di attacchi
armati continui alle forze di sicurezza e questo anche quando, recentemente, sette soldati
erano stati sequestrati da miliziani jihadisti. La presidenza li aveva fatti liberare con laiuto
sembra di Hamas, lorganizzazione islamista che governa nella Striscia di Gaza. Allora lo
stato maggiore non reag. La reazione era per venuta allinizio di giugno, quando lo stes-
so Morsi in un discorso televisivo dichiar che avrebbe mandato lesercito a combattere in Siria
a fianco dei sunniti. Allora, con un comunicato, le Forze armate ricordarono che il loro com-
pito era istituzionalmente quello di difendere il popolo egiziano e i confini della nazione.
Come dire: non seguiremo nessuno nella lotta regionale fra musulmani, nella lotta dei sun-
niti con gli sciiti. Pochi giorni dopo, infiammati da un predicatore, in un villaggio a poche
decine di chilometri dal Cairo una gruppo di uomini assalt la casa di una famiglia sciita lin-
ciando quattro persone.
E cos lesercito, che forse aspettava solo loccasione, dopo un primo avvertimento una set-
timana prima delle manifestazioni, emise il giorno dopo un ultimatum: Morsi avrebbe dovu-
to trovare un accordo con lopposizione per una sorta di piano di riconciliazione nazionale o
sarebbero stati gli stessi militari a intervenire, proponendo una road map per riportare calma
e unit. Perch, se la maggioranza degli egiziani sembra volere la fine dellera dei Fratelli
musulmani, centinaia di migliaia di fedeli del presidente sono accampati in una piazza poco
lontana dal palazzo presidenziale. E scontri continuano ad avvenire ovunque.
Il discorso di Morsi al paese la notte prima della scadenza dellultimatum non lasciava per
nessuna speranza di apertura verso il richiamo dei militari: il presidente si dichiarava pron-
to al martirio per difendere la legittimit del suo mandato e chiamava i suoi alla resistenza.
Allo scadere dellultimatum, lesercito depone Morsi e lo mette agli arresti domiciliari. Le
conseguenze sono immediate: prima unesplosione di gioia collettiva, una festa di bandiere
e fuochi di artificio che sembra ancora pi popolare di quella che avvenne per la deposizio-
ne di Mubarak. Poi poche ore dopo scontri violenti fra oppositori e sostenitori di Morsi
nelle varie citt, con una vera e propria battaglia nel centro del Cairo in cui lesercito interviene
solo allultimo momento. Come a dimostrare a tutti di essere lunica possibilit di sicurez-
za del paese.
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lo che sta avvenendo, in Egitto quanti (ma sono decine e decine di milioni) si sentono liberati,
festeggiano le Forze armate (i cui aerei disegnano nellaria cuori o lasciano scie con i colori
nazionali), rifiutando lo stesso concetto di golpe, per affermare che lesercito ha solo segui-
to la volont popolare e che iniziata la seconda rivoluzione.
Nessuno pu ancora prevedere cosa porter questa fase transizionale in Egitto. Finora i mili-
tari sono stati accorti a non coinvolgersi direttamente nel processo politico e la loro road
map prevede linclusione degli islamisti in qualsiasi accordo per governare il paese. E men-
tre i Fratelli musulmani rifiutano il coinvolgimento in quello che ritengono un percorso poli-
tico illegittimo e continuano a chiamare attraverso i loro predicatori alla resistenza e al mar-
tirio, i Salafiti si sono seduti immediatamente al tavolo delle trattative, respingendo con suc-
cesso, per esempio, i primi nomi fatti (come lex premio Nobel El Baradei) per la carica di
primo ministro di un governo provvisorio.
Lesercito ha arrestato per incitamento alla violenza alcuni dei leader della Fratellanza, ma
stato anche accorto finora a non attuare arresti di massa e a non impedire le manifestazioni
dei fedeli di Morsi. E ha anche controbattuto con conferenze stampa e filmati allaccusa di aver
fatto sparare i suoi e avere provocato decine di vittime fra i manifestanti in sit in di fronte al
palazzo presidenziale, dove sarebbe stato confinato Morsi.
Ma, se da una parte rimane altissima la tensione e la paura che la destabilizzazione possa por-
tare migliaia di jihadisti pronti a fare dellEgitto la nuova Siria, dallaltra sono enormi le difficolt
obiettive e i rischi che lo stato del paese comporta.
La situazione economica la prima di queste difficolt. Le riserve monetarie, al momento
della deposizione di Morsi, erano al minimo della sopravvivenza dello Stato. E gli americani
hanno subito ventilato la minaccia di non mandare visto lintervento militare nella vita poli-
tica gli aiuti che, dopo il trattato di Camp David di pace con Israele, vengono erogati annual-
mente allEgitto. Ma, e questo sembra un altro paradosso, sono stati i paesi arabi del Golfo
ad arrivare immediatamente in soccorso: otto miliardi di dollari da Arabia Saudita ed Emirati,
quattro miliardi dal Kuwait. Parte di questi miliardi sono in petrolio, un fatto che ha per-
messo di rifornire di nuovo le pompe di benzina e di riprendere i lavori dei campi.
Laiuto degli arabi non disinteressato. Il possibile disegno politico della creazione di una
Umma, una nazione islamista che coinvolga tutta la regione e che parte dellideologia della
Fratellanza, visto, soprattutto dagli Emirati, come una possibile destabilizzazione dei loro
stati. Quanto al Kuwait, aveva denunciato nei mesi scorsi lo smantellamento nel paese di
varie cellule di Fratelli egiziani che avrebbero complottato proprio in questo senso. Ma al di
l degli aiuti dallestero, bisogna anche sottolineare come si siano mosse immediatamen-
te le masse degli egiziani anti-Morsi: anche i meno abbienti hanno mandato quello che pote-
vano a un conto che lo Stato ha aperto perch i cittadini aiutassero il loro paese. C anche
da dire che sono pochi qui quelli che pagano le imposte e che si quindi trattato di una
sorta di autotassazione.
Se lEgitto uscir indenne da questo tumultuoso periodo, dovr comunque affrontare sfide
Le due parti in cui era diviso il paese si chiedevano da tempo che posizione avrebbe assun-
to lesercito, listituzione che di fatto aveva governato dietro le quinte dal 1952, e poi allo
scoperto nel periodo del dopo rivoluzione con il Consiglio supremo delle forze armate (Scaf ).
Un periodo, quello dello Scaf, che aveva creato malumori e scontento, sia nelle ali liberali
sia negli islamisti, e che era culminato con la vittoria di Morsi e lascesa al potere dei Fratelli
musulmani grazie alla sua presidenza.
Adesso molti intellettuali si chiedevano, anche se con molti dubbi, se lunica soluzione non
fosse proprio lintervento delle Forze armate. Il vecchio feldmaresciallo Tantawi, a capo dello
Scaf, era stato sostituito da Morsi con il generale Abdul Fatah Al-Sisi, relativamente giovane.
Certo, lesercito nellultimo anno, aveva fatto di tutto per ripulire la sua immagine, dopo le cri-
tiche anche violente al comportamento dello Scaf. Ma la lealt che dava senza dubbio al
potere politico dello Stato, aveva subito qualche inclinatura di fronte ad alcune posizioni
degli islamisti. Come, per esempio, il divieto di agire in un Sinai ormai teatro di attacchi
armati continui alle forze di sicurezza e questo anche quando, recentemente, sette soldati
erano stati sequestrati da miliziani jihadisti. La presidenza li aveva fatti liberare con laiuto
sembra di Hamas, lorganizzazione islamista che governa nella Striscia di Gaza. Allora lo
stato maggiore non reag. La reazione era per venuta allinizio di giugno, quando lo stes-
so Morsi in un discorso televisivo dichiar che avrebbe mandato lesercito a combattere in Siria
a fianco dei sunniti. Allora, con un comunicato, le Forze armate ricordarono che il loro com-
pito era istituzionalmente quello di difendere il popolo egiziano e i confini della nazione.
Come dire: non seguiremo nessuno nella lotta regionale fra musulmani, nella lotta dei sun-
niti con gli sciiti. Pochi giorni dopo, infiammati da un predicatore, in un villaggio a poche
decine di chilometri dal Cairo una gruppo di uomini assalt la casa di una famiglia sciita lin-
ciando quattro persone.
E cos lesercito, che forse aspettava solo loccasione, dopo un primo avvertimento una set-
timana prima delle manifestazioni, emise il giorno dopo un ultimatum: Morsi avrebbe dovu-
to trovare un accordo con lopposizione per una sorta di piano di riconciliazione nazionale o
sarebbero stati gli stessi militari a intervenire, proponendo una road map per riportare calma
e unit. Perch, se la maggioranza degli egiziani sembra volere la fine dellera dei Fratelli
musulmani, centinaia di migliaia di fedeli del presidente sono accampati in una piazza poco
lontana dal palazzo presidenziale. E scontri continuano ad avvenire ovunque.
Il discorso di Morsi al paese la notte prima della scadenza dellultimatum non lasciava per
nessuna speranza di apertura verso il richiamo dei militari: il presidente si dichiarava pron-
to al martirio per difendere la legittimit del suo mandato e chiamava i suoi alla resistenza.
Allo scadere dellultimatum, lesercito depone Morsi e lo mette agli arresti domiciliari. Le
conseguenze sono immediate: prima unesplosione di gioia collettiva, una festa di bandiere
e fuochi di artificio che sembra ancora pi popolare di quella che avvenne per la deposizio-
ne di Mubarak. Poi poche ore dopo scontri violenti fra oppositori e sostenitori di Morsi
nelle varie citt, con una vera e propria battaglia nel centro del Cairo in cui lesercito interviene
solo allultimo momento. Come a dimostrare a tutti di essere lunica possibilit di sicurez-
za del paese.
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Pochi, quasi nessuno per la verit, hanno ricordato quel maledetto 11 gennaio che diede
una svolta alla storia algerina e a quella pi antica del rito democratico del voto mac-
chiandola del sangue di migliaia di morti: sgozzati dalla prima vera lotta armata islamista
organizzata, uccisi senza troppi complimenti dagli uomini del Dpartement du reinsegne-
ment e de la scurit (un nome rassicurante per dire servizi) o da militari inferociti che
usavano la stessa passione stragista dei loro avversari. La vera lezione di giornalismo, allo-
ra incarnata dal vecchio corrispondete da Mosca del giornale Libero Lizzadri , arriv col
tempo e con le sue spiegazioni sulle veline che raccontavano le stragi degli islamisti. Cento
morti in un villaggio, ottanta sgozzati come vitelli, strage tra le dune, massacro nel deser-
to... Provate a immaginare, diceva osservando uno dei tanti dispacci, quanto tempo ci
vuole per uccidere una persona... la vittima mica sta ferma: si agita, corre, resiste, grida
come un maiale al macello, si dimena... In unora, diceva accartocciando lagenzia, non si
uccidono ottanta uomini a fucilate. Fa pi di uno a minuto. una balla. Lagenzia finiva nel
cestino. Con quella le nostre certezze.
Una stagione di bufale egiziane si avvicina alle nostre fonti primarie, come le venti milioni
di firme per sfiduciare Morsi che nessuno ha potuto contare. E la lezione algerina torna alla
memoria con quel copione perfetto. Il colpo di mano avviene nella notte. Allalba i carri arma-
ti sono gi in strada. Se va bene la situazione si congela per un po. Ci sono trattative, nego-
ziati e il lavoro sporco dietro le quinte. Qualcuno sparisce. Altri son messi a tacere. La piaz-
za conta solo quando serve. E fa impressione la timidezza che la Gran Bretagna ha utilizza-
to nel riconoscere, con qualche distinguo, il bel lavoro fatto dai soldati. Condannati, ovvia-
mente, ma senza usare mai la parola golpe. Nemmeno altri ne han fatto uso. Tutti stanno
a guardare. Del resto se le cose scappano di mano anche la democrazia ha le sue deroghe. La
stessa cosa che pensavano al Fis a proposito delle elezioni: una volta dicevano che democrazia
e Islam non vanno daccordo, il giorno dopo che avrebbero rispettato le minoranze uscite
dal voto fosse anche per un solo eletto.
I colpi di Stato si assomigliano un po tutti nelle modalit: copioni che hanno sempre una
regia molto tradizionale anche perch gli attori principali, che sono quasi sempre militari,
hanno pi o meno tutti la stessa formazione scolastica. Di solito una formazione fatta in
casa nostra. Come fu per Siad Barre, che era stato un sottufficiale della polizia coloniale ita-
liana e poi era passato sotto quella dellamministrazione britannica. Jorge Videla studi alla
nota Escuela de las Americas di Panama, istituzione militare finanziata da Washington. Idi
Amin dUganda fece pratica nei britannici Kings African Rifles e Amadou Tour, generale
maliano plurigolpista e plurigolpizzato, le scuole militari le ha fatte in Francia (e in Urss).
Ma se il copione lo stesso allora le cose van chiamate col proprio nome, senza esitazioni.
Esitazioni che invece dovrebbero apparire quando si riconosce, de facto o de jure, un nuovo
corso, benedicendone la svolta.
Incapaci ormai di capire come gira il mondo, quale perversa alleanza abbiano prima avalla-
to e poi gettato alle ortiche le gerarchie saudite e le potenti monarchie petrolifere del Golfo,
quale Primavera si debba davvero sostenere (quella della piazza o quella dei militari?), il
colpo di stato egiziano sembra averci colto nel limbo di una politica estera che non sa pi
che riguardano tutti gli attori della transizione: i militari non dovranno avere tentazioni di
ingerenze totalitarie; lopposizione sia dei partiti, sia dei movimenti spontanei si dovr assu-
mere la responsabilit di trovare unit e di non indulgere a vendette, e di riconoscere invece
la parte islamista della societ. Quanto agli islamisti, essi dovranno deporre anatemi e pro-
clami di guerra e accettare la partecipazione alla ricostruzione della vita democratica.
Ma la sfida pi grande, che riguarda tutti, quella delleducazione. Il crimine forse maggio-
re del regime Mubarak stato quello di lasciare il 40 per cento della popolazione analfabe-
ta, di avere trascurato come cittadini di serie B i milioni e milioni di diseredati, ai quali i
Fratelli musulmani avevano guardato da sempre pi quali oggetto di carit che non come sog-
getti di giustizia sociale. Solo cos, senza vendette e con la consapevolezza degli errori del pas-
sato, lEgitto, unito nelle sue varie componenti politiche, religiose e sociali, pu diventare
un esempio per tutta la regione mediorientale.
Attenti al modello Algeria di Emanuele Giordana
Ventanni fa i militari di Algeri costrinsero il presidente alle dimissioni, annullarono il voto che avreb-
be dato il potere agli islamisti, mandarono i carri armati nelle strade. Un copione fedele alla
tradizione che si ripetuto anche in Egitto. Con lo stesso nome: colpo di Stato. Lesatto con-
trario della parola democrazia.
Ogni colpo di Stato ha il suo rituale e i tempi cadenzati che ciascun Paese e situazione richie-
dono. Ma come se ci fosse un manuale gi testato che detta le mosse. Ventanni fa, quando
ancora associavamo quel sostantivo cupo alle tragedie sudamericane e non eravamo avvez-
zi a una stagione di golpe alle porte di casa, quel vento gelido arriv dallAlgeria. Eravamo
un gruppo di giovani cronisti in un quotidiano che chiudeva presto e che quasi ogni mattina si
prendeva gli schiaffi delle ribattute dei grandi giornali che la notizia non lavevano bucata.
Ma stavamo allerta. E in due occasioni fu il caso dellAlgeria. La prima fu la notte del 26 dicem-
bre 1991, quando divenne voce corrente che il Fronte di salvezza nazionale, con lacronimo
sibilante di Fis, aveva guadagnato il 48% dei suffragi al primo turno e che dunque i barbuti
avrebbero avuto in mano 188 dei 231 seggi del parlamento. Allepoca, mentre infuriava la
guerra nei Balcani dove non sapevamo per chi tenere se non per le vittime, tifavamo per la
minuta speranza socialista incarnata da Hocine Ait Ahmed. I barbuti non ci piacevano. Facemmo
notte, eccitati, con la benedizione del direttore. Poi fu la volta del secondo turno che non
venne mai. Fino all11 gennaio del 1992 quando, dopo le dimissioni forzate del presidente
Chadli Bendjedid, i militari occuparono le piazze, arrestarono i leader islamisti e molti altri nel
mucchio cancellando la volont popolare e lesito del voto. Facemmo ancora notte dopo un
convulso tardo pomeriggio di conferenze stampe seguite con le agenzie, mettendo assieme le
conoscenze, telefonando in giro e parlando tra di noi, riscrivendo il pezzo sette volte nellec-
citazione febbrile dei grandi avvenimenti. E percepimmo il dramma. Lo sentimmo correre
come un brivido sulle nostre schiene inesperte chine su un marchingegno che non era anco-
ra internet e non pi la telescrivente. E che stampava notizie come una mitragliatrice.
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Pochi, quasi nessuno per la verit, hanno ricordato quel maledetto 11 gennaio che diede
una svolta alla storia algerina e a quella pi antica del rito democratico del voto mac-
chiandola del sangue di migliaia di morti: sgozzati dalla prima vera lotta armata islamista
organizzata, uccisi senza troppi complimenti dagli uomini del Dpartement du reinsegne-
ment e de la scurit (un nome rassicurante per dire servizi) o da militari inferociti che
usavano la stessa passione stragista dei loro avversari. La vera lezione di giornalismo, allo-
ra incarnata dal vecchio corrispondete da Mosca del giornale Libero Lizzadri , arriv col
tempo e con le sue spiegazioni sulle veline che raccontavano le stragi degli islamisti. Cento
morti in un villaggio, ottanta sgozzati come vitelli, strage tra le dune, massacro nel deser-
to... Provate a immaginare, diceva osservando uno dei tanti dispacci, quanto tempo ci
vuole per uccidere una persona... la vittima mica sta ferma: si agita, corre, resiste, grida
come un maiale al macello, si dimena... In unora, diceva accartocciando lagenzia, non si
uccidono ottanta uomini a fucilate. Fa pi di uno a minuto. una balla. Lagenzia finiva nel
cestino. Con quella le nostre certezze.
Una stagione di bufale egiziane si avvicina alle nostre fonti primarie, come le venti milioni
di firme per sfiduciare Morsi che nessuno ha potuto contare. E la lezione algerina torna alla
memoria con quel copione perfetto. Il colpo di mano avviene nella notte. Allalba i carri arma-
ti sono gi in strada. Se va bene la situazione si congela per un po. Ci sono trattative, nego-
ziati e il lavoro sporco dietro le quinte. Qualcuno sparisce. Altri son messi a tacere. La piaz-
za conta solo quando serve. E fa impressione la timidezza che la Gran Bretagna ha utilizza-
to nel riconoscere, con qualche distinguo, il bel lavoro fatto dai soldati. Condannati, ovvia-
mente, ma senza usare mai la parola golpe. Nemmeno altri ne han fatto uso. Tutti stanno
a guardare. Del resto se le cose scappano di mano anche la democrazia ha le sue deroghe. La
stessa cosa che pensavano al Fis a proposito delle elezioni: una volta dicevano che democrazia
e Islam non vanno daccordo, il giorno dopo che avrebbero rispettato le minoranze uscite
dal voto fosse anche per un solo eletto.
I colpi di Stato si assomigliano un po tutti nelle modalit: copioni che hanno sempre una
regia molto tradizionale anche perch gli attori principali, che sono quasi sempre militari,
hanno pi o meno tutti la stessa formazione scolastica. Di solito una formazione fatta in
casa nostra. Come fu per Siad Barre, che era stato un sottufficiale della polizia coloniale ita-
liana e poi era passato sotto quella dellamministrazione britannica. Jorge Videla studi alla
nota Escuela de las Americas di Panama, istituzione militare finanziata da Washington. Idi
Amin dUganda fece pratica nei britannici Kings African Rifles e Amadou Tour, generale
maliano plurigolpista e plurigolpizzato, le scuole militari le ha fatte in Francia (e in Urss).
Ma se il copione lo stesso allora le cose van chiamate col proprio nome, senza esitazioni.
Esitazioni che invece dovrebbero apparire quando si riconosce, de facto o de jure, un nuovo
corso, benedicendone la svolta.
Incapaci ormai di capire come gira il mondo, quale perversa alleanza abbiano prima avalla-
to e poi gettato alle ortiche le gerarchie saudite e le potenti monarchie petrolifere del Golfo,
quale Primavera si debba davvero sostenere (quella della piazza o quella dei militari?), il
colpo di stato egiziano sembra averci colto nel limbo di una politica estera che non sa pi
che riguardano tutti gli attori della transizione: i militari non dovranno avere tentazioni di
ingerenze totalitarie; lopposizione sia dei partiti, sia dei movimenti spontanei si dovr assu-
mere la responsabilit di trovare unit e di non indulgere a vendette, e di riconoscere invece
la parte islamista della societ. Quanto agli islamisti, essi dovranno deporre anatemi e pro-
clami di guerra e accettare la partecipazione alla ricostruzione della vita democratica.
Ma la sfida pi grande, che riguarda tutti, quella delleducazione. Il crimine forse maggio-
re del regime Mubarak stato quello di lasciare il 40 per cento della popolazione analfabe-
ta, di avere trascurato come cittadini di serie B i milioni e milioni di diseredati, ai quali i
Fratelli musulmani avevano guardato da sempre pi quali oggetto di carit che non come sog-
getti di giustizia sociale. Solo cos, senza vendette e con la consapevolezza degli errori del pas-
sato, lEgitto, unito nelle sue varie componenti politiche, religiose e sociali, pu diventare
un esempio per tutta la regione mediorientale.
Attenti al modello Algeria di Emanuele Giordana
Ventanni fa i militari di Algeri costrinsero il presidente alle dimissioni, annullarono il voto che avreb-
be dato il potere agli islamisti, mandarono i carri armati nelle strade. Un copione fedele alla
tradizione che si ripetuto anche in Egitto. Con lo stesso nome: colpo di Stato. Lesatto con-
trario della parola democrazia.
Ogni colpo di Stato ha il suo rituale e i tempi cadenzati che ciascun Paese e situazione richie-
dono. Ma come se ci fosse un manuale gi testato che detta le mosse. Ventanni fa, quando
ancora associavamo quel sostantivo cupo alle tragedie sudamericane e non eravamo avvez-
zi a una stagione di golpe alle porte di casa, quel vento gelido arriv dallAlgeria. Eravamo
un gruppo di giovani cronisti in un quotidiano che chiudeva presto e che quasi ogni mattina si
prendeva gli schiaffi delle ribattute dei grandi giornali che la notizia non lavevano bucata.
Ma stavamo allerta. E in due occasioni fu il caso dellAlgeria. La prima fu la notte del 26 dicem-
bre 1991, quando divenne voce corrente che il Fronte di salvezza nazionale, con lacronimo
sibilante di Fis, aveva guadagnato il 48% dei suffragi al primo turno e che dunque i barbuti
avrebbero avuto in mano 188 dei 231 seggi del parlamento. Allepoca, mentre infuriava la
guerra nei Balcani dove non sapevamo per chi tenere se non per le vittime, tifavamo per la
minuta speranza socialista incarnata da Hocine Ait Ahmed. I barbuti non ci piacevano. Facemmo
notte, eccitati, con la benedizione del direttore. Poi fu la volta del secondo turno che non
venne mai. Fino all11 gennaio del 1992 quando, dopo le dimissioni forzate del presidente
Chadli Bendjedid, i militari occuparono le piazze, arrestarono i leader islamisti e molti altri nel
mucchio cancellando la volont popolare e lesito del voto. Facemmo ancora notte dopo un
convulso tardo pomeriggio di conferenze stampe seguite con le agenzie, mettendo assieme le
conoscenze, telefonando in giro e parlando tra di noi, riscrivendo il pezzo sette volte nellec-
citazione febbrile dei grandi avvenimenti. E percepimmo il dramma. Lo sentimmo correre
come un brivido sulle nostre schiene inesperte chine su un marchingegno che non era anco-
ra internet e non pi la telescrivente. E che stampava notizie come una mitragliatrice.
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Coloro che militavano nelle organizzazioni di sinistra negli anni sessanta e settanta, e che
hanno attraversato la violenza di quegli anni e la repressione dello Stato, non hanno il pi
delle volte rinunciato allimpegno politico, declinandolo spesso allinterno di una ricca pro-
duzione culturale e intellettuale. Nel corso degli anni novanta, di fronte a un sistema politi-
co oramai al collasso, divorato dalla corruzione e dagli scandali, uneconomia in caduta libe-
ra, tenuta in piedi a forza di privatizzazioni e iniezioni del Fondo monetario internazionale, e ai
violenti attacchi contro le minoranze, in particolare curdi e aleviti, comincia ad affermarsi una
societ civile che faticosamente cerca di ritagliarsi spazi e di elaborare pratiche.
Allora si trasforma anche lordine del discorso che passa a misurarsi con le battaglie civili,
le rivendicazioni identitarie, la difesa dei diritti umani e della democrazia. Lapertura alla
globalizzazione porta anche qui a una brama di consumi e allesaltazione dellindividuali-
smo, ma per altri versi contribuisce a una scomposizione della societ, e cos viene seria-
mente intaccata limmagine monolitica della nazione. Nella confusione della modernit libe-
rista ognuno cerca la propria specificit e i mezzi per esternarla, che di fatto sono principal-
mente beni e consumi culturali. Si parlato di mercato delle identit, per come la pluralit
etnica, religiosa, linguistica, fino agli anni ottanta del tutto negata, sia stata sussunta dalle
logiche del commercio. forse anche effetto della riscoperta del locale, in modo analogo a
quanto avvenuto altrove, dove per in Turchia significa anche infilare il dito nella piaga. E
sollevare le critiche a uno Stato opprimente, censore e disciplinante. Cos cominciano a
smuoversi seriamente le acque. E anche la terra trema e ci mette il suo.
Il terremoto di Marmara del 1999 chiude il decennio facendo uscire dalle crepe del suolo
tutte le storture del sistema politico, linadeguatezza e lincapacit del sistema statale. Si
attiva per una straordinaria mobilitazione della societ civile, una solidariet che unisce
associazioni, ong che collaborano fianco a fianco nellemergenza ma anche nellidea di get-
tare le basi per un futuro pi solido. Molte cose di quei giorni mi hanno ricordato la situa-
zione del Gezipark delle prime settimane: leterogeneit dei gruppi, le associazioni islamiche
accanto alle laiche, la costruzione di reti di informazione autonome, per comunicare e docu-
mentare, anche se i social network non ci sono ancora. Unintensa collaborazione, pronta a
superare le differenze e profondamente scettica nei confronti delle autorit, che si ritrova
anche nella spontaneit, che pure ha caratterizzato in parte le proteste di giugno.
Aikradyo, una radio indipendente di Istanbul, in quei giorni riveste un ruolo fondamenta-
le nel collegare le diverse zone e nel fornire informazioni precise, accumula una grossa espe-
rienza (e riconoscimento). In modo molto simile, nei momenti pi duri delle manifestazio-
ni, lunica che riesce a fare una cronaca in diretta degli attacchi della polizia.
Cos, piccole tracce del passato ritornano nel presente. Come quando negli appartamenti
di interi quartieri di Istanbul alle nove di sera prendono ad accendersi e spegnersi le luci in una
forma di protesta insolita ma molto di impatto, non pu non venire in mente quel minuto
di buio per una trasparenza duratura con il quale migliaia di persone manifestarono con-
tro il grave scandalo di Susurluk che scoperchi la corruzione e i traffici illeciti del governo.
Per un mese intero, nel febbraio 1997, in tutta la Turchia prima si spengono le luci per un
minuto e poi si fanno lampeggiare.
Turchia, un punto di non ritorno di Lea Nocera
Un punto di non ritorno. Un momento storico. Siamo nel 2013. La primavera agli sgoccioli e Istanbul
comincia a riscaldarsi. La citt che nel 2005 il settimanale statunitense Newsweek ha defi-
nito la Cool Istanbul. La citt pi felice dEuropa ora brucia e sta rapidamente cambiando
volto. E questa volta non solo a causa dei cantieri aperti a destra e manca, e a furia di demo-
lizioni, di piccoli e grandi eventi. O meglio, forse proprio anche a causa di tutto ci, ma visto
da unaltra prospettiva. Le proteste scoppiate a fine maggio per la difesa del parco Gezi nei
pressi della centrale piazza di Taksim hanno significato un importante momento di svolta.
Dal punto di vista politico, sociale, culturale, ma anche economico, e del resto non potrebbe
essere altrimenti: le cose vanno insieme. La Turchia non nuova a momenti radicali di cesu-
ra. La storia repubblicana costellata di eventi traumatici che hanno profondamente segna-
to i processi di cambiamento e trasformazione. Veri e propri spartiacque che spesso hanno
reso difficile a chi guarda da fuori, e non solo una visione dinsieme che tenga conto delle
profonde complessit, e dei pi sottili mutamenti che sono avvenuti sottopelle nella societ
e nel fare politica. Cos si legge la storia come finestre di tempo e lattualit solo con leb-
brezza e la fibrillazione degli eventi.
Le tracce del passato
Le proteste del Gezipark, cos definite seppure si estendano ben oltre i confini del parco,
pur avendo sorpreso tutti per la rapidit e lintensit, si inscrivono nel processo di continua
evoluzione della Turchia contemporanea. Nellinsofferenza e nel desiderio di cambiamento
di chi partecipa alla protesta si trovano le tracce di una resistenza, attiva e passiva, a decen-
ni di autoritarismo, militarismo, egemonia da parte di una cultura nazionale rigida e soffocante,
oppressione quotidiana. Una resistenza che dal colpo di Stato militare del 12 settembre 1980
ha dovuto misurarsi regolarmente con nuove strategie, che fuoriuscissero dai classici sche-
mi politici e permettessero di divincolarsi tra norme, divieti e stigmatizzazioni.
La depoliticizzazione della societ, tanto voluta da un governo che si impegnato ad aprire la
Turchia al mercato, e ai consumi globali, ha significato la ricerca di altri spazi e altri linguaggi.
dove andare a parare, che non sa pi chiamare le cose col loro nome, che stenta ad ammet-
tere che proprio la democrazia in coma profondo. Che faremo adesso della Fratellanza
musulmana? E che diremo del perfido Assad che balla sul cadavere dellIslam politico agi-
tando lo spettro di come potrebbe andare a finire nel suo Paese? Sono spiazzati gli ameri-
cani, figurarsi noi. Non che condannare risolutamente il golpe militare egiziano chiaman-
dolo colpo di Stato risolva di per s i problemi. Anzi. Ma una questione di coerenza.
Quando i militari algerini cacciarono i barbuti dagli scranni che non avevano ancora calca-
to, la condanna fu mite e imbarazzata. Nascosta sotto un largo sorriso perch il disco rosso
fermava gli islamisti. Un sorriso ebete sullabisso che si stava lentamente tessendo e di cui
quel brivido lungo la nostra inesperta schiena fu la lugubre premonizione.
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Coloro che militavano nelle organizzazioni di sinistra negli anni sessanta e settanta, e che
hanno attraversato la violenza di quegli anni e la repressione dello Stato, non hanno il pi
delle volte rinunciato allimpegno politico, declinandolo spesso allinterno di una ricca pro-
duzione culturale e intellettuale. Nel corso degli anni novanta, di fronte a un sistema politi-
co oramai al collasso, divorato dalla corruzione e dagli scandali, uneconomia in caduta libe-
ra, tenuta in piedi a forza di privatizzazioni e iniezioni del Fondo monetario internazionale, e ai
violenti attacchi contro le minoranze, in particolare curdi e aleviti, comincia ad affermarsi una
societ civile che faticosamente cerca di ritagliarsi spazi e di elaborare pratiche.
Allora si trasforma anche lordine del discorso che passa a misurarsi con le battaglie civili,
le rivendicazioni identitarie, la difesa dei diritti umani e della democrazia. Lapertura alla
globalizzazione porta anche qui a una brama di consumi e allesaltazione dellindividuali-
smo, ma per altri versi contribuisce a una scomposizione della societ, e cos viene seria-
mente intaccata limmagine monolitica della nazione. Nella confusione della modernit libe-
rista ognuno cerca la propria specificit e i mezzi per esternarla, che di fatto sono principal-
mente beni e consumi culturali. Si parlato di mercato delle identit, per come la pluralit
etnica, religiosa, linguistica, fino agli anni ottanta del tutto negata, sia stata sussunta dalle
logiche del commercio. forse anche effetto della riscoperta del locale, in modo analogo a
quanto avvenuto altrove, dove per in Turchia significa anche infilare il dito nella piaga. E
sollevare le critiche a uno Stato opprimente, censore e disciplinante. Cos cominciano a
smuoversi seriamente le acque. E anche la terra trema e ci mette il suo.
Il terremoto di Marmara del 1999 chiude il decennio facendo uscire dalle crepe del suolo
tutte le storture del sistema politico, linadeguatezza e lincapacit del sistema statale. Si
attiva per una straordinaria mobilitazione della societ civile, una solidariet che unisce
associazioni, ong che collaborano fianco a fianco nellemergenza ma anche nellidea di get-
tare le basi per un futuro pi solido. Molte cose di quei giorni mi hanno ricordato la situa-
zione del Gezipark delle prime settimane: leterogeneit dei gruppi, le associazioni islamiche
accanto alle laiche, la costruzione di reti di informazione autonome, per comunicare e docu-
mentare, anche se i social network non ci sono ancora. Unintensa collaborazione, pronta a
superare le differenze e profondamente scettica nei confronti delle autorit, che si ritrova
anche nella spontaneit, che pure ha caratterizzato in parte le proteste di giugno.
Aikradyo, una radio indipendente di Istanbul, in quei giorni riveste un ruolo fondamenta-
le nel collegare le diverse zone e nel fornire informazioni precise, accumula una grossa espe-
rienza (e riconoscimento). In modo molto simile, nei momenti pi duri delle manifestazio-
ni, lunica che riesce a fare una cronaca in diretta degli attacchi della polizia.
Cos, piccole tracce del passato ritornano nel presente. Come quando negli appartamenti
di interi quartieri di Istanbul alle nove di sera prendono ad accendersi e spegnersi le luci in una
forma di protesta insolita ma molto di impatto, non pu non venire in mente quel minuto
di buio per una trasparenza duratura con il quale migliaia di persone manifestarono con-
tro il grave scandalo di Susurluk che scoperchi la corruzione e i traffici illeciti del governo.
Per un mese intero, nel febbraio 1997, in tutta la Turchia prima si spengono le luci per un
minuto e poi si fanno lampeggiare.
Turchia, un punto di non ritorno di Lea Nocera
Un punto di non ritorno. Un momento storico. Siamo nel 2013. La primavera agli sgoccioli e Istanbul
comincia a riscaldarsi. La citt che nel 2005 il settimanale statunitense Newsweek ha defi-
nito la Cool Istanbul. La citt pi felice dEuropa ora brucia e sta rapidamente cambiando
volto. E questa volta non solo a causa dei cantieri aperti a destra e manca, e a furia di demo-
lizioni, di piccoli e grandi eventi. O meglio, forse proprio anche a causa di tutto ci, ma visto
da unaltra prospettiva. Le proteste scoppiate a fine maggio per la difesa del parco Gezi nei
pressi della centrale piazza di Taksim hanno significato un importante momento di svolta.
Dal punto di vista politico, sociale, culturale, ma anche economico, e del resto non potrebbe
essere altrimenti: le cose vanno insieme. La Turchia non nuova a momenti radicali di cesu-
ra. La storia repubblicana costellata di eventi traumatici che hanno profondamente segna-
to i processi di cambiamento e trasformazione. Veri e propri spartiacque che spesso hanno
reso difficile a chi guarda da fuori, e non solo una visione dinsieme che tenga conto delle
profonde complessit, e dei pi sottili mutamenti che sono avvenuti sottopelle nella societ
e nel fare politica. Cos si legge la storia come finestre di tempo e lattualit solo con leb-
brezza e la fibrillazione degli eventi.
Le tracce del passato
Le proteste del Gezipark, cos definite seppure si estendano ben oltre i confini del parco,
pur avendo sorpreso tutti per la rapidit e lintensit, si inscrivono nel processo di continua
evoluzione della Turchia contemporanea. Nellinsofferenza e nel desiderio di cambiamento
di chi partecipa alla protesta si trovano le tracce di una resistenza, attiva e passiva, a decen-
ni di autoritarismo, militarismo, egemonia da parte di una cultura nazionale rigida e soffocante,
oppressione quotidiana. Una resistenza che dal colpo di Stato militare del 12 settembre 1980
ha dovuto misurarsi regolarmente con nuove strategie, che fuoriuscissero dai classici sche-
mi politici e permettessero di divincolarsi tra norme, divieti e stigmatizzazioni.
La depoliticizzazione della societ, tanto voluta da un governo che si impegnato ad aprire la
Turchia al mercato, e ai consumi globali, ha significato la ricerca di altri spazi e altri linguaggi.
dove andare a parare, che non sa pi chiamare le cose col loro nome, che stenta ad ammet-
tere che proprio la democrazia in coma profondo. Che faremo adesso della Fratellanza
musulmana? E che diremo del perfido Assad che balla sul cadavere dellIslam politico agi-
tando lo spettro di come potrebbe andare a finire nel suo Paese? Sono spiazzati gli ameri-
cani, figurarsi noi. Non che condannare risolutamente il golpe militare egiziano chiaman-
dolo colpo di Stato risolva di per s i problemi. Anzi. Ma una questione di coerenza.
Quando i militari algerini cacciarono i barbuti dagli scranni che non avevano ancora calca-
to, la condanna fu mite e imbarazzata. Nascosta sotto un largo sorriso perch il disco rosso
fermava gli islamisti. Un sorriso ebete sullabisso che si stava lentamente tessendo e di cui
quel brivido lungo la nostra inesperta schiena fu la lugubre premonizione.
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Si tratta di esperienze rimaste in qualche modo latenti in un bagaglio condiviso di cui non
chiara quanto sia davvero la consapevolezza, ma che evidentemente ritornano e servono al
momento opportuno. Oltre a ci le proteste del Gezipark rivelano una carica di creativit, inven-
tiva e dissacrazione del potere che sono il segnale di una interessante svolta generazionale.
Generazioni
Avere ventanni, ma anche trenta, in Turchia nel 2013 non una cosa da poco. Significa aver
vissuto la propria adolescenza e/o la propria formazione universitaria nel corso degli anni
2000, nellentusiasmo della ripresa economica e nel pieno di un processo di riforme in tutti
i campi. Se poi si vive a Istanbul o negli altri grandi centri urbani, latmosfera di sicuro pi
effervescente.
Negli ultimi dieci anni molte cose sono cambiate nel paese. Intanto, si sono allentate le fron-
tiere, per chi vuole studiare o farsi un viaggio allestero, sintende. Il programma Erasmus
permette a migliaia di ragazze e ragazzi di abitare nelle citt di tuttEuropa e, intanto, porta
gli studenti europei in Turchia, quando prima ci capitava solo qualche raro studente di cose
orientali. Non deve apparire eccessiva lattenzione al programma Erasmus: indirettamente
tornato utile ai giornalisti italiani che negli studenti che studiano a Istanbul trovano testi-
moni diretti, contatti e qualche notizia sparsa. Allo stesso tempo ha fornito elementi al pre-
sidente del consiglio, Recep Tayyip Erdogan, per costruire quello spauracchio oramai un po
spelacchiato dei pericolosi agenti stranieri, pronti a screditare il buon nome della Turchia in
accordo con unaltrettanto fantomatica lobby finanziaria, cos come ripete continuamente
nel commentare le proteste.
Le reti di relazioni con lestero sinfittiscono, la curiosit aumenta, le pratiche, i linguaggi si
contaminano. Alcuni cartelli appesi agli alberi del parco rimandano immagini-logo gi viste
a Madrid, Berlino, Copenhagen, Roma. Poco pi di dieci anni fa era difficile per degli stu-
denti della classe media farsi anche un giro nella vicina Grecia e, spesso, quando incontravano
qualcuno che arrivava dallEuropa, non terminavano di porre questioni, persino le pi bana-
li, sulla vita qui. Per non parlare di abitudini serali, dove a bere si andava pure ma pi che
birra, raki e due marche di vino non cera molto, mentre ora hai limbarazzo della scelta tra
vodke di tutti i tipi, tequila e shot vari. Certo, non proprio a prezzi stracciati. Ma a racconta-
re ora comera agli inizi degli anni duemila pare proprio strano.
Istanbul si conquistata un posto doro nelle capitali europee di tendenza dove andare a
trascorrere almeno qualche giorno. E questo lo sanno anche i ragazzi turchi, consapevoli
oramai di vivere una grande metropoli, che tiene il ritmo frenetico del divertimento e dei
consumi senza perdere il fascino del sud, delle cozze ripiene per strada e quel tanto di oleo-
grafico che si critica sempre ma poi seduce. La scena culturale, artistica, musicale vivace e
a tutti i livelli, dal marketing di lite delle gallerie darte alla produzione underground e indi-
pendente. Negli ultimi anni i dipartimenti di cinema e visual art, comunicazione e grafica
sono aumentati, e di sicuro conta anche linteresse pi recente per il cinema turco ma forse
ancor di pi il grande mercato delle serie televisive made in Turkey che hanno invaso i Balcani,
il Nord Africa e il Medio Oriente e non solo. Di fatto, tutto ci unito alla disponibilit diffusa
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Si tratta di esperienze rimaste in qualche modo latenti in un bagaglio condiviso di cui non
chiara quanto sia davvero la consapevolezza, ma che evidentemente ritornano e servono al
momento opportuno. Oltre a ci le proteste del Gezipark rivelano una carica di creativit, inven-
tiva e dissacrazione del potere che sono il segnale di una interessante svolta generazionale.
Generazioni
Avere ventanni, ma anche trenta, in Turchia nel 2013 non una cosa da poco. Significa aver
vissuto la propria adolescenza e/o la propria formazione universitaria nel corso degli anni
2000, nellentusiasmo della ripresa economica e nel pieno di un processo di riforme in tutti
i campi. Se poi si vive a Istanbul o negli altri grandi centri urbani, latmosfera di sicuro pi
effervescente.
Negli ultimi dieci anni molte cose sono cambiate nel paese. Intanto, si sono allentate le fron-
tiere, per chi vuole studiare o farsi un viaggio allestero, sintende. Il programma Erasmus
permette a migliaia di ragazze e ragazzi di abitare nelle citt di tuttEuropa e, intanto, porta
gli studenti europei in Turchia, quando prima ci capitava solo qualche raro studente di cose
orientali. Non deve apparire eccessiva lattenzione al programma Erasmus: indirettamente
tornato utile ai giornalisti italiani che negli studenti che studiano a Istanbul trovano testi-
moni diretti, contatti e qualche notizia sparsa. Allo stesso tempo ha fornito elementi al pre-
sidente del consiglio, Recep Tayyip Erdogan, per costruire quello spauracchio oramai un po
spelacchiato dei pericolosi agenti stranieri, pronti a screditare il buon nome della Turchia in
accordo con unaltrettanto fantomatica lobby finanziaria, cos come ripete continuamente
nel commentare le proteste.
Le reti di relazioni con lestero sinfittiscono, la curiosit aumenta, le pratiche, i linguaggi si
contaminano. Alcuni cartelli appesi agli alberi del parco rimandano immagini-logo gi viste
a Madrid, Berlino, Copenhagen, Roma. Poco pi di dieci anni fa era difficile per degli stu-
denti della classe media farsi anche un giro nella vicina Grecia e, spesso, quando incontravano
qualcuno che arrivava dallEuropa, non terminavano di porre questioni, persino le pi bana-
li, sulla vita qui. Per non parlare di abitudini serali, dove a bere si andava pure ma pi che
birra, raki e due marche di vino non cera molto, mentre ora hai limbarazzo della scelta tra
vodke di tutti i tipi, tequila e shot vari. Certo, non proprio a prezzi stracciati. Ma a racconta-
re ora comera agli inizi degli anni duemila pare proprio strano.
Istanbul si conquistata un posto doro nelle capitali europee di tendenza dove andare a
trascorrere almeno qualche giorno. E questo lo sanno anche i ragazzi turchi, consapevoli
oramai di vivere una grande metropoli, che tiene il ritmo frenetico del divertimento e dei
consumi senza perdere il fascino del sud, delle cozze ripiene per strada e quel tanto di oleo-
grafico che si critica sempre ma poi seduce. La scena culturale, artistica, musicale vivace e
a tutti i livelli, dal marketing di lite delle gallerie darte alla produzione underground e indi-
pendente. Negli ultimi anni i dipartimenti di cinema e visual art, comunicazione e grafica
sono aumentati, e di sicuro conta anche linteresse pi recente per il cinema turco ma forse
ancor di pi il grande mercato delle serie televisive made in Turkey che hanno invaso i Balcani,
il Nord Africa e il Medio Oriente e non solo. Di fatto, tutto ci unito alla disponibilit diffusa
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LAkp la creatura politica di Erdogan e Abdullah Gl, oggi rispettivamente capo del gover-
no e presidente della repubblica, gli innovatori di una vecchia guardia dellislam politico
turco, che per quasi venti anni, dal 1983 al 2001, ha dovuto scontrarsi con lesercito e la dife-
sa della laicit, pagando con crisi di governo, la chiusura di due partiti e, infine, il colpo di
stato postmoderno del 1998. Linsieme di questi ostacoli incontrati lungo il percorso influi-
sce sicuramente sulla scelta di proporsi, sin dallinizio, non pi come un partito islamico ma
piuttosto come un partito conservatore-democratico, di ispirazione religiosa. Inoltre, le vicis-
situdini trascorse vengono riprese per mostrare quanto poco libero sia un sistema in cui lai-
cit e i valori democratici siano difesi dai militari, un argomento che nei primi anni 2000
suscita largo consenso. La prima legislatura dellAkp si incrocia fortunatamente con una
ripresa economica e con la procedura di riforme richiesta dallUe per ladesione, iniziate gi
qualche mese prima del suo governo. Nel giro di pochi anni, la Turchia cresce sul piano eco-
nomico e nelle relazioni con lestero. La strategia zero problemi con i vicini in unarea fram-
mentata dai conflitti stimola la curiosit di think tank internazionali e legittima il paese in
un nuovo scenario geopolitico dove tende a conquistarsi una posizione di leadership.
Sul piano sociale la situazione pi complicata e oscilla di continuo tra dichiarazioni e buone
intenzioni da un lato, e politiche che vanno in senso opposto. Come la legge antiterrorismo
del 2006 che diventa strumento per arrestare curdi e militanti di sinistra. LAkp continua
comunque a ottenere consensi, perch non ha unopposizione forte e innovativa e perch
per primo mette in discussione il ruolo dellesercito e promuove una revisione della Costituzione
del 1982, condannando i responsabili del colpo di stato del 1980. Se tanto il ridimensiona-
mento dei militari quanto la necessit di riforme costituzionali sono motivati da una politica atta
a ridefinire il potere in Turchia, le due mosse vengono salutate con generale approvazione.
Ci che spesso caratterizza questi anni , infatti, quasi una consapevolezza che per fare passi
verso uneffettiva democrazia occorra pure assumersi qualche rischio: se nel cambiamento
lAkp tira acqua al suo mulino, di benefici ce ne saranno per molti.
Cos il partito si riconferma, elezione dopo elezione. Eppure, gi alla fine del 2010 gi evi-
dente come le istanze nazionalistiche, liberali e conservatrici in realt frenino quel processo
di trasformazione radicale che lAkp intenderebbe promuovere. La cosiddetta apertura
democratica nei confronti dei curdi prima, e poi degli aleviti, non si traduce in un cambiamento
di attitudine, e le questioni restano ancora oggi gravemente irrisolte. Intanto se allestero
si rimanda limmagine di una Turchia stabile, in costante sviluppo, sul piano sociale si comin-
ciano a pagare le spese di una politica di sfrenato liberismo: le privatizzazioni di imprese
come la Tekel, il monopolio di Stato, o del sistema sanitario, o la ridefinizione delle condi-
zioni salariali di centinaia di migliaia di lavoratori hanno scatenato un dissenso diffuso in
tutto il paese. E questo spiega perch al Gezipark cerano anche molti operai e le hostess
della Turkish Airlines.
per soprattutto dopo le elezioni del 2011 che pare emergere una piega pi dichiarata-
mente conservatrice del governo. Oramai forte delle vittorie elettorali infilate una dopo lal-
tra, Erdogan guarda lontano e presenta un programma dellAkp intitolato Obiettivo 2023:
mira a celebrare il centenario della nascita della repubblica kemalista, unoccasione che si tra-
di aggeggi tecnologici vari, accessibili a tutti perch tanto tutto si compra a rate, persino i
jeans, ha permesso che nel giro di qualche giorno dalle proteste cerano gi video montati e
sonorizzati, locandine professionali, fotostorie, siti web belli e organizzati. Lenergia e len-
tusiasmo che poi scaturisce in queste situazioni ha sfrenato il talento e le doti di ciascuno, la
playlist dei brani musicali originali composti e musicati comprende decine e decine di titoli.
Pi di tutto per il senso spregiudicato dellironia che ha mosso la creativit. Battute spar-
se nei graffiti che coprono interi muri nei pressi di Taksim non riescono a trattenere le risate
nemmeno nei fumi del gas. Le frasi del premier sono riprese e rovesciate. Il ruolo di Erdogan,
di padre-padrone infuriato che non fa altro che minacciare i figli e menarli per farli stare
buoni, come spesso si ripete in Turchia a molte sue dichiarazioni, non pu che meritarsi
anche le beffe di scugnizzi irriverenti. Si mette in crisi lautorit, e in un paese che ha lo sche-
letro irrigidito dalla disciplina militare non poco. Non un caso che parta dai pi giovani. Non
sono certo soli in queste proteste, mischiati nella folla a vecchi sessantottini che forse ave-
vano perso ogni speranza e che invece di bacchettare aiutano come possono; ai militanti di
organizzazioni radicali e partiti veterocomunisti; a quella generazione di dieci anni pi gran-
de che ha vissuto gli anni novanta e ricorda ancora la repressione. E qui il punto. Che que-
sta generazione pi giovane ha vissuto in una condizione in cui, seppure talvolta solo nel-
laria delle parole, si parla di questione curda e di rispetto per le minoranze, di genocidio
armeno e memoria scomoda, di omicidi di Stato e crimini del passato. Saranno pure opera-
zioni di facciata ma ora in Turchia esiste un canale della televisione di Stato in curdo (Trt6) e
anche le universit offrono corsi di lingua curda, per non parlare di case editrici e riviste.
Una decina di anni fa per parlare di questione curda bisognava sussurrare e fidarsi dellin-
terlocutore, e comunque si stava sempre con il sospetto e lansia a divorarti lo stomaco. Un
vocabolario discriminatorio era imposto ai giornalisti che si trovavano a scriverne.
Se questi cambiamenti ci sono stati senza dubbio per diversi motivi ma molto ha contribui-
to il ruolo che si ritagliato lAkp di partito promotore di un concreto processo di democratiz-
zazione. Una strategia politica che, di fatto, servita a distaccarsi dal mondo politico turco
degli anni precedenti e a conquistarsi, almeno allinizio, una legittimit anche negli ambienti
meno propensi a formazioni di ispirazione religiosa. Una strategia che per sempre pi negli ulti-
mi anni si rivela fallace e parziale, e senza nemmeno tanti scrupoli per non darlo a vedere.
Il decennio Akp
Le proteste del Gezipark si sono abbattute sullAkp come un rovescio di fine estate che coglie
allimprovviso e impreparati. Le reazioni immediate e latteggiamento sostenuto nel corso
del primo mese hanno mostrato lincapacit di immaginare una reazione di cos grandi dimen-
sioni e portata allennesimo intervento di polizia pronto a reprimere una manifestazione di dis-
senso sociale. Prese allinizio quasi come una mosca che infastidisce il naso, le proteste
per spingono, qui come in Turchia, a un serio bilancio di oltre dieci anni di governo di un
partito, giunto alla terza legislatura, che allinizio ha stupito (e spaventato) lEuropa e poi
diventato il simbolo fino a un paio di mesi fa, per lo meno di un successo economico e
democratico nel Medio Oriente.
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LAkp la creatura politica di Erdogan e Abdullah Gl, oggi rispettivamente capo del gover-
no e presidente della repubblica, gli innovatori di una vecchia guardia dellislam politico
turco, che per quasi venti anni, dal 1983 al 2001, ha dovuto scontrarsi con lesercito e la dife-
sa della laicit, pagando con crisi di governo, la chiusura di due partiti e, infine, il colpo di
stato postmoderno del 1998. Linsieme di questi ostacoli incontrati lungo il percorso influi-
sce sicuramente sulla scelta di proporsi, sin dallinizio, non pi come un partito islamico ma
piuttosto come un partito conservatore-democratico, di ispirazione religiosa. Inoltre, le vicis-
situdini trascorse vengono riprese per mostrare quanto poco libero sia un sistema in cui lai-
cit e i valori democratici siano difesi dai militari, un argomento che nei primi anni 2000
suscita largo consenso. La prima legislatura dellAkp si incrocia fortunatamente con una
ripresa economica e con la procedura di riforme richiesta dallUe per ladesione, iniziate gi
qualche mese prima del suo governo. Nel giro di pochi anni, la Turchia cresce sul piano eco-
nomico e nelle relazioni con lestero. La strategia zero problemi con i vicini in unarea fram-
mentata dai conflitti stimola la curiosit di think tank internazionali e legittima il paese in
un nuovo scenario geopolitico dove tende a conquistarsi una posizione di leadership.
Sul piano sociale la situazione pi complicata e oscilla di continuo tra dichiarazioni e buone
intenzioni da un lato, e politiche che vanno in senso opposto. Come la legge antiterrorismo
del 2006 che diventa strumento per arrestare curdi e militanti di sinistra. LAkp continua
comunque a ottenere consensi, perch non ha unopposizione forte e innovativa e perch
per primo mette in discussione il ruolo dellesercito e promuove una revisione della Costituzione
del 1982, condannando i responsabili del colpo di stato del 1980. Se tanto il ridimensiona-
mento dei militari quanto la necessit di riforme costituzionali sono motivati da una politica atta
a ridefinire il potere in Turchia, le due mosse vengono salutate con generale approvazione.
Ci che spesso caratterizza questi anni , infatti, quasi una consapevolezza che per fare passi
verso uneffettiva democrazia occorra pure assumersi qualche rischio: se nel cambiamento
lAkp tira acqua al suo mulino, di benefici ce ne saranno per molti.
Cos il partito si riconferma, elezione dopo elezione. Eppure, gi alla fine del 2010 gi evi-
dente come le istanze nazionalistiche, liberali e conservatrici in realt frenino quel processo
di trasformazione radicale che lAkp intenderebbe promuovere. La cosiddetta apertura
democratica nei confronti dei curdi prima, e poi degli aleviti, non si traduce in un cambiamento
di attitudine, e le questioni restano ancora oggi gravemente irrisolte. Intanto se allestero
si rimanda limmagine di una Turchia stabile, in costante sviluppo, sul piano sociale si comin-
ciano a pagare le spese di una politica di sfrenato liberismo: le privatizzazioni di imprese
come la Tekel, il monopolio di Stato, o del sistema sanitario, o la ridefinizione delle condi-
zioni salariali di centinaia di migliaia di lavoratori hanno scatenato un dissenso diffuso in
tutto il paese. E questo spiega perch al Gezipark cerano anche molti operai e le hostess
della Turkish Airlines.
per soprattutto dopo le elezioni del 2011 che pare emergere una piega pi dichiarata-
mente conservatrice del governo. Oramai forte delle vittorie elettorali infilate una dopo lal-
tra, Erdogan guarda lontano e presenta un programma dellAkp intitolato Obiettivo 2023:
mira a celebrare il centenario della nascita della repubblica kemalista, unoccasione che si tra-
di aggeggi tecnologici vari, accessibili a tutti perch tanto tutto si compra a rate, persino i
jeans, ha permesso che nel giro di qualche giorno dalle proteste cerano gi video montati e
sonorizzati, locandine professionali, fotostorie, siti web belli e organizzati. Lenergia e len-
tusiasmo che poi scaturisce in queste situazioni ha sfrenato il talento e le doti di ciascuno, la
playlist dei brani musicali originali composti e musicati comprende decine e decine di titoli.
Pi di tutto per il senso spregiudicato dellironia che ha mosso la creativit. Battute spar-
se nei graffiti che coprono interi muri nei pressi di Taksim non riescono a trattenere le risate
nemmeno nei fumi del gas. Le frasi del premier sono riprese e rovesciate. Il ruolo di Erdogan,
di padre-padrone infuriato che non fa altro che minacciare i figli e menarli per farli stare
buoni, come spesso si ripete in Turchia a molte sue dichiarazioni, non pu che meritarsi
anche le beffe di scugnizzi irriverenti. Si mette in crisi lautorit, e in un paese che ha lo sche-
letro irrigidito dalla disciplina militare non poco. Non un caso che parta dai pi giovani. Non
sono certo soli in queste proteste, mischiati nella folla a vecchi sessantottini che forse ave-
vano perso ogni speranza e che invece di bacchettare aiutano come possono; ai militanti di
organizzazioni radicali e partiti veterocomunisti; a quella generazione di dieci anni pi gran-
de che ha vissuto gli anni novanta e ricorda ancora la repressione. E qui il punto. Che que-
sta generazione pi giovane ha vissuto in una condizione in cui, seppure talvolta solo nel-
laria delle parole, si parla di questione curda e di rispetto per le minoranze, di genocidio
armeno e memoria scomoda, di omicidi di Stato e crimini del passato. Saranno pure opera-
zioni di facciata ma ora in Turchia esiste un canale della televisione di Stato in curdo (Trt6) e
anche le universit offrono corsi di lingua curda, per non parlare di case editrici e riviste.
Una decina di anni fa per parlare di questione curda bisognava sussurrare e fidarsi dellin-
terlocutore, e comunque si stava sempre con il sospetto e lansia a divorarti lo stomaco. Un
vocabolario discriminatorio era imposto ai giornalisti che si trovavano a scriverne.
Se questi cambiamenti ci sono stati senza dubbio per diversi motivi ma molto ha contribui-
to il ruolo che si ritagliato lAkp di partito promotore di un concreto processo di democratiz-
zazione. Una strategia politica che, di fatto, servita a distaccarsi dal mondo politico turco
degli anni precedenti e a conquistarsi, almeno allinizio, una legittimit anche negli ambienti
meno propensi a formazioni di ispirazione religiosa. Una strategia che per sempre pi negli ulti-
mi anni si rivela fallace e parziale, e senza nemmeno tanti scrupoli per non darlo a vedere.
Il decennio Akp
Le proteste del Gezipark si sono abbattute sullAkp come un rovescio di fine estate che coglie
allimprovviso e impreparati. Le reazioni immediate e latteggiamento sostenuto nel corso
del primo mese hanno mostrato lincapacit di immaginare una reazione di cos grandi dimen-
sioni e portata allennesimo intervento di polizia pronto a reprimere una manifestazione di dis-
senso sociale. Prese allinizio quasi come una mosca che infastidisce il naso, le proteste
per spingono, qui come in Turchia, a un serio bilancio di oltre dieci anni di governo di un
partito, giunto alla terza legislatura, che allinizio ha stupito (e spaventato) lEuropa e poi
diventato il simbolo fino a un paio di mesi fa, per lo meno di un successo economico e
democratico nel Medio Oriente.
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e il settore delle costruzioni considerato uno dei principali motori delleconomia turca.
Lunione di interessi privati e di una politica statale orientata verso la privatizzazione e la
commercializzazione dei terreni e degli spazi sta causando la trasformazione di interi quartieri
e la riaffermazione di unidea di citt globale al servizio del business e del turismo. Gli inter-
venti oramai oltrepassano anche i confini urbani e invadono le zone rurali, dove si prevedono
la costruzione di dighe e centrali elettriche e la privatizzazione di fiumi. Dentro e fuori la citt
ci sono movimenti di contestazione che con tenacia si battono contro questi progetti.
Le lotte urbane sono da anni uno straordinario laboratorio politico. Comitati di quartiere con
lappoggio di professionisti architetti, ingegneri, avvocati hanno elaborato strategie di
resistenza, proponendo piani alternativi di riqualificazione urbana, denunciando e portando
in tribunale le magagne degli speculatori. Una virtuosa commistione tra professionalit e
conoscenza tecnica, impegno, attivismo politico e spontaneismo locale spingono a una con-
tinua riformulazione delle pratiche di partecipazione, a una ridefinizione della cittadinanza
e del significato della democrazia.
Ci sono quartieri che non esistono pi a Istanbul, come Sulukule o Ayazma. Al loro posto la
nuova edilizia cerca di attrarre una classe media agiata mentre i vecchi abitanti sono costret-
ti a vivere in zone marginali della citt. Non cambia solo il paesaggio urbano, si trasformano
completamente le relazioni socio-spaziali. Si spezzano reti di solidariet e mutuo soccorso con-
solidatesi in anni e anni, si discrimina la povert che viene respinta lontano, dove resta silen-
te e invisibile.
Il cambiamento evidente anche solo camminando lungo lIstiklal Caddesi, un viale pedonale
di due km che porta nella piazza Taksim. Nel giro di pochissimi anni tutti i negozi storici,
residuo della vecchia Beyoglu, quartiere storicamente abitato dalle comunit non musul-
mane di levantini, greci, armeni, sono scomparsi. Al loro posto centri commerciali e negozi di
grandi marche. I cinema storici hanno chiuso uno dopo laltro, nonostante le manifesta-
zioni e le occupazioni abbiano tentato di impedirne la demolizione. La risposta alla resi-
stenza cittadina contro la speculazione sempre uguale: una cieca ostinazione nel porta-
re avanti i progetti, senza nessun compromesso con chi abita e vive questi luoghi. Il pro-
getto di Taksim quindi solo lultimo in ordine di tempo ma assume unimportanza particolare
per il significato politico che questa piazza ha da sempre nella storia repubblicana. Luogo
di manifestazioni politiche, teatro di un sanguinoso primo maggio nel 1977 in cui perdo-
no la vita 34 persone, dopo il quale laccesso alla piazza impedito a ogni corteo. Taksim ria-
pre alle proteste nel 2010 ma evidentemente manifestare il dissenso sociale e politico nel
cuore della citt non piace, e questanno, per la festa dei lavoratori, viene nuovamente
chiusa, protetta da unenorme zona rossa. La decisione accolta come unulteriore usur-
pazione di territorio da parte del potere.
Quando interviene la polizia la prima volta nel parco contro un gruppo di manifestanti che si
oppongono alle ruspe, laria quindi gi calda e un prurito sottopelle inquieta molte per-
sone prima ancora delleffetto urticante dei gas. Lattacco al parco rappresenta tutte le tra-
sformazioni urbane, la negazione del diritto alla citt, limposizione forzata di un modello
di societ completamente subordinato alle logiche del capitale. Per questo motivo le pro-
muta, nelle intenzioni, in un culmine trionfante della politica del partito, che riporterebbe
la Turchia ai vecchi fasti dellimpero ottomano. Il trionfalismo, che inevitabilmente sfocia
nellarroganza, non convince in molti.
Il premier, dopo dieci anni, ritiene invece di aver conquistato oramai tale consenso da poter
finalmente forgiare la societ turca secondo i propri parametri. Negli ultimissimi anni pre-
cipita la situazione della libert di stampa e di espressione, il numero dei giornalisti in carcere
aumenta di anno in anno, mentre nel corso del 2012 si costituisce una rete di solidariet tra
accademici per denunciare gli arresti illegittimi di docenti, ricercatori e studenti in diverse
universit turche. Se i militari hanno un peso ridimensionato, la polizia rafforzata e incre-
mentata. La condizione femminile invece che migliorare conosce nuove discriminazioni, a
partire dal cambio di nome del ministero intitolato non pi alle donne ma alla famiglia. Per non
parlare degli attacchi contro laborto e gli anticoncezionali. Erdogan pronuncia gravi dichia-
razioni contro luguaglianza dei generi mentre la prassi della giustizia tende a sminuire gli
omicidi e i reati contro le donne. Una serie di indicazioni vengono fornite in ogni occasione uffi-
ciale su come condurre unesistenza morigerata e rispettabile.
E, infine, ci sono eventi tragici che fanno ripiombare la Turchia nei suoi momenti bui, e che
sconfessano ogni tentativo di reale cambiamento. Basta ricordare gli ultimi due, pi recen-
ti. Il primo la strage di Uludere/Roboski: in unoperazione militare nei pressi del confine
turco-iracheno, il 28 dicembre 2011, vengono uccise 34 persone, in gran parte minorenni,
accusate di essere terroristi del Pkk, mentre si rivelano piccoli contrabbandieri di sigarette.
Il secondo accade l11 maggio di questanno quando due autobombe esplodono a Reyhanli,
una cittadina al confine con la Siria e muoiono 51 persone ma sono oltre 140 i feriti. Il gover-
no impone il divieto di analizzare e commentare i fatti nei media. I nomi delle vittime dei due
tragici eventi sono adottati per gli alberi nel Gezipark. In entrambi i casi, molto diversi, il
governo rivela una profonda ambiguit e i processi e le sentenze si mostrano confusi, con-
fermando, unidea della giustizia piuttosto debole e iniqua. Censura, repressione e ancora
attacchi contro le minoranze, curdi in particolare, alimentano il clima di protesta che si uni-
sce e d forza alla battaglia per il parco.
Istanbul e le trasformazioni urbane
Non un caso che le proteste partano da Istanbul e che la molla sia un progetto di riqualifi-
cazione urbana. A Istanbul, centro metropolitano della produzione culturale e intellettuale del
paese, dellassociazionismo, e da sempre anche vetrina della Turchia, il peso della politica
dellAkp e della grandeur di Erdogan stato ancora pi evidente e opprimente. Il programma
Obiettivo 2023 contiene un capitolo a parte interamente dedicato a Istanbul. Qui si annun-
ciano i cosiddetti progetti matti: una serie di interventi urbani colossali che promettono
di stravolgere la citt. Tra questi la costruzione del terzo ponte sul Bosforo, inaugurato in
coincidenza con linizio delle proteste, lapertura di un nuovo canale che collega il Mar Nero
al Mar di Marmara, e il rifacimento di piazza Taksim.
La progettazione urbana negli ultimi anni il terreno su cui si misura in modo pi diretto e
preciso la totale assenza di democrazia e il crescente autoritarismo. Le gru sovrastano la citt
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e il settore delle costruzioni considerato uno dei principali motori delleconomia turca.
Lunione di interessi privati e di una politica statale orientata verso la privatizzazione e la
commercializzazione dei terreni e degli spazi sta causando la trasformazione di interi quartieri
e la riaffermazione di unidea di citt globale al servizio del business e del turismo. Gli inter-
venti oramai oltrepassano anche i confini urbani e invadono le zone rurali, dove si prevedono
la costruzione di dighe e centrali elettriche e la privatizzazione di fiumi. Dentro e fuori la citt
ci sono movimenti di contestazione che con tenacia si battono contro questi progetti.
Le lotte urbane sono da anni uno straordinario laboratorio politico. Comitati di quartiere con
lappoggio di professionisti architetti, ingegneri, avvocati hanno elaborato strategie di
resistenza, proponendo piani alternativi di riqualificazione urbana, denunciando e portando
in tribunale le magagne degli speculatori. Una virtuosa commistione tra professionalit e
conoscenza tecnica, impegno, attivismo politico e spontaneismo locale spingono a una con-
tinua riformulazione delle pratiche di partecipazione, a una ridefinizione della cittadinanza
e del significato della democrazia.
Ci sono quartieri che non esistono pi a Istanbul, come Sulukule o Ayazma. Al loro posto la
nuova edilizia cerca di attrarre una classe media agiata mentre i vecchi abitanti sono costret-
ti a vivere in zone marginali della citt. Non cambia solo il paesaggio urbano, si trasformano
completamente le relazioni socio-spaziali. Si spezzano reti di solidariet e mutuo soccorso con-
solidatesi in anni e anni, si discrimina la povert che viene respinta lontano, dove resta silen-
te e invisibile.
Il cambiamento evidente anche solo camminando lungo lIstiklal Caddesi, un viale pedonale
di due km che porta nella piazza Taksim. Nel giro di pochissimi anni tutti i negozi storici,
residuo della vecchia Beyoglu, quartiere storicamente abitato dalle comunit non musul-
mane di levantini, greci, armeni, sono scomparsi. Al loro posto centri commerciali e negozi di
grandi marche. I cinema storici hanno chiuso uno dopo laltro, nonostante le manifesta-
zioni e le occupazioni abbiano tentato di impedirne la demolizione. La risposta alla resi-
stenza cittadina contro la speculazione sempre uguale: una cieca ostinazione nel porta-
re avanti i progetti, senza nessun compromesso con chi abita e vive questi luoghi. Il pro-
getto di Taksim quindi solo lultimo in ordine di tempo ma assume unimportanza particolare
per il significato politico che questa piazza ha da sempre nella storia repubblicana. Luogo
di manifestazioni politiche, teatro di un sanguinoso primo maggio nel 1977 in cui perdo-
no la vita 34 persone, dopo il quale laccesso alla piazza impedito a ogni corteo. Taksim ria-
pre alle proteste nel 2010 ma evidentemente manifestare il dissenso sociale e politico nel
cuore della citt non piace, e questanno, per la festa dei lavoratori, viene nuovamente
chiusa, protetta da unenorme zona rossa. La decisione accolta come unulteriore usur-
pazione di territorio da parte del potere.
Quando interviene la polizia la prima volta nel parco contro un gruppo di manifestanti che si
oppongono alle ruspe, laria quindi gi calda e un prurito sottopelle inquieta molte per-
sone prima ancora delleffetto urticante dei gas. Lattacco al parco rappresenta tutte le tra-
sformazioni urbane, la negazione del diritto alla citt, limposizione forzata di un modello
di societ completamente subordinato alle logiche del capitale. Per questo motivo le pro-
muta, nelle intenzioni, in un culmine trionfante della politica del partito, che riporterebbe
la Turchia ai vecchi fasti dellimpero ottomano. Il trionfalismo, che inevitabilmente sfocia
nellarroganza, non convince in molti.
Il premier, dopo dieci anni, ritiene invece di aver conquistato oramai tale consenso da poter
finalmente forgiare la societ turca secondo i propri parametri. Negli ultimissimi anni pre-
cipita la situazione della libert di stampa e di espressione, il numero dei giornalisti in carcere
aumenta di anno in anno, mentre nel corso del 2012 si costituisce una rete di solidariet tra
accademici per denunciare gli arresti illegittimi di docenti, ricercatori e studenti in diverse
universit turche. Se i militari hanno un peso ridimensionato, la polizia rafforzata e incre-
mentata. La condizione femminile invece che migliorare conosce nuove discriminazioni, a
partire dal cambio di nome del ministero intitolato non pi alle donne ma alla famiglia. Per non
parlare degli attacchi contro laborto e gli anticoncezionali. Erdogan pronuncia gravi dichia-
razioni contro luguaglianza dei generi mentre la prassi della giustizia tende a sminuire gli
omicidi e i reati contro le donne. Una serie di indicazioni vengono fornite in ogni occasione uffi-
ciale su come condurre unesistenza morigerata e rispettabile.
E, infine, ci sono eventi tragici che fanno ripiombare la Turchia nei suoi momenti bui, e che
sconfessano ogni tentativo di reale cambiamento. Basta ricordare gli ultimi due, pi recen-
ti. Il primo la strage di Uludere/Roboski: in unoperazione militare nei pressi del confine
turco-iracheno, il 28 dicembre 2011, vengono uccise 34 persone, in gran parte minorenni,
accusate di essere terroristi del Pkk, mentre si rivelano piccoli contrabbandieri di sigarette.
Il secondo accade l11 maggio di questanno quando due autobombe esplodono a Reyhanli,
una cittadina al confine con la Siria e muoiono 51 persone ma sono oltre 140 i feriti. Il gover-
no impone il divieto di analizzare e commentare i fatti nei media. I nomi delle vittime dei due
tragici eventi sono adottati per gli alberi nel Gezipark. In entrambi i casi, molto diversi, il
governo rivela una profonda ambiguit e i processi e le sentenze si mostrano confusi, con-
fermando, unidea della giustizia piuttosto debole e iniqua. Censura, repressione e ancora
attacchi contro le minoranze, curdi in particolare, alimentano il clima di protesta che si uni-
sce e d forza alla battaglia per il parco.
Istanbul e le trasformazioni urbane
Non un caso che le proteste partano da Istanbul e che la molla sia un progetto di riqualifi-
cazione urbana. A Istanbul, centro metropolitano della produzione culturale e intellettuale del
paese, dellassociazionismo, e da sempre anche vetrina della Turchia, il peso della politica
dellAkp e della grandeur di Erdogan stato ancora pi evidente e opprimente. Il programma
Obiettivo 2023 contiene un capitolo a parte interamente dedicato a Istanbul. Qui si annun-
ciano i cosiddetti progetti matti: una serie di interventi urbani colossali che promettono
di stravolgere la citt. Tra questi la costruzione del terzo ponte sul Bosforo, inaugurato in
coincidenza con linizio delle proteste, lapertura di un nuovo canale che collega il Mar Nero
al Mar di Marmara, e il rifacimento di piazza Taksim.
La progettazione urbana negli ultimi anni il terreno su cui si misura in modo pi diretto e
preciso la totale assenza di democrazia e il crescente autoritarismo. Le gru sovrastano la citt
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per essere bollati come agenti stranieri, longa manus di un Occidente tornato a esser di
nuovo nemico, sospettato di voler destabilizzare la Russia post-comunista.
Lo strumento inventato per imporre questa normalizzazione, che ben si conf alla visione
di Putin di una democrazia guidata, cio con un tessuto associativo sotto il controllo gover-
nativo di sapore tutto sovietico ( stato istituito recentemente anche un fondo speciale per
sovvenzionarlo) per lappunto la nuova legge sulle ong che svolgono la funzione di agen-
ti stranieri adottata lestate scorsa dalla Duma allunanimit su proposta del partito presi-
denziale Russia unita. Secondo il provvedimento, tutte le associazioni finanziate, sia pur
parzialmente, dallestero e attive in campo politico una nozione dai tratti quanto mai
vaghi, che lascia alle autorit ampi margini di discrezionalit (pure influenzare lopinione
pubblica ne fa parte) devono registrarsi su una lista speciale, il registro degli agenti stra-
nieri, e sottoporsi a una sorveglianza speciale: tutte le loro iniziative, che si tratti di seminari,
pubblicazioni, siti internet, incontri o altri interventi, devono portarne il marchio, invito com-
preso, di modo che il buon cittadino russo sappia di essere in contatto con potenziali tradi-
tori, pronti a sovvertire lordine per fare gli altrui interessi. Quando a novembre il provvedi-
mento entrato in vigore, la stragrande maggioranza delle ong ha rifiutato di ottemperare
allingiunzione legislativa, che Memorial, la pi importante e la pi nota delle associazioni indi-
pendenti, impegnata sia nel campo della difesa della memoria storica che nel settore dei
diritti umani, ha qualificato di amorale e contrario al diritto, perch, come spiega la
Dichiarazione, attribuisce al potere esecutivo le competenze di un tribunale e presup-
pone a priori che le organizzazioni che ricevono mezzi dallestero agiscano secondo gli ordi-
ni dei loro sponsor, il che significa proclamare saggezza suprema dello Stato laforisma da
quattro soldi della malavita: Chi ti offre la cena poi balla con te. Accettare di registrarsi
sulla lista degli agenti stranieri implicava quindi autodenunciarsi come traditori in pecto-
re, riconoscere volontariamente di essere mercenari al soldo di misteriose potenze stra-
niere. E questo, tiene a ricordare Memorial, in un paese in cui laccusa di agente stranie-
ro servita durante il Terrore (e non solo) a massacrare centinaia di migliaia di innocenti
ed stata usata, nei tempi vegetariani, per dirla con la Achmatova, che seguirono la morte
di Stalin, per perseguitare i dissidenti.
Per completare larmamentario repressivo, alla fine dello scorso anno la Duma ha adottato
una nuova legge sul tradimento di Stato, che dilata la definizione del reato in modo tale da
potervi includere di tutto, compresa la partecipazione ad attivit internazionali per la difesa
dei diritti, lasciando un totale arbitrio alle autorit. A febbraio, irritato dal gran rifiuto delle ong
(la lista degli agenti stranieri era rimasta inesorabilmente vuota), che avevano per giun-
ta osato rivolgersi alla Corte europea denunciando la legge per violazione dei diritti sanciti dalla
Costituzione, Putin passato allazione, incaricando i servizi di sicurezza il Fsb, erede del
Kgb di intervenire per far rispettare il provvedimento. Col sostegno sia pur reticente degli
organi giudiziari, consapevoli della scarsa legalit della procedura, a marzo scattata una vasta
operazione di verifica in tutto il paese delle ong impegnate in tutti i settori, dai diritti umani
allecologia, dalla cultura alle attivit divulgative, dagli istituti di formazione ai centri di ricer-
ca indipendenti. Diverse centinaia di associazioni si son viste sbarcare allimprovviso nelle loro
Le ultime gesta di Putin di Maria Ferretti
Il presidente russo Putin ha scatenato in questi mesi il pi grave attacco alla societ civile dai tempi
del regime sovietico, quando, prima della liberalizzazione promossa da Gorbacev, il dissen-
so veniva perseguitato: sono a rischio di chiusura tutte le ong che ricevono finanziamenti
dallestero e operano nella sfera pubblica, il che per il Cremlino equivale tout court a fare
politica. Il fatto stesso di ricevere fondi o donazioni dallestero, vitali per qualunque asso-
ciazione voglia salvaguardare la propria indipendenza nella Russia post-comunista il caso
dellex magnate del petrolio Chodarchovskij, in galera ormai da ben otto anni, con altri tre
da scontare, stato un buon avvertimento per eventuali mecenati locali infatti sufficiente
teste vanno oltre i confini del parco e coinvolgono centinaia di migliaia di persone, si diffon-
dono nelle altre citt, ottengono lappoggio di comunit rurali. La riappropriazione dello
spazio diventa la rivendicazione senza compromessi di una societ democratica in cui non ci
siano pi realmente discriminazioni sociali, etniche, di genere, in cui la libert di pensiero
e di espressione non siano n mortificate n costantemente minacciate.
Passaggi
Se intanto certo che le proteste siano da annoverare tra gli eventi che segnano la storia
sociale del paese, nel frattempo tutto talmente in evoluzione che si riescono a immagina-
re con difficolt le effettive conseguenze. Nellimmediato, calata lattenzione internazionale,
rivolta al Brasile e poi allEgitto, continuano segnali di repressione non rassicuranti: non si fer-
mano gli arresti, n i licenziamenti di artisti e giornalisti che hanno preso posizione a favore
della protesta, alcuni giornali hanno cambiato direttore, una rivista di storia stata chiusa per-
ch dedicava la copertina al Gezipark. Nel frattempo, dopo lo sgombero a Taksim il presidio
si spostato in decine di parchi disseminati nella citt, dove si svolgono ogni sera forum
pubblici. Si tratta di occasioni eccezionali di dibattito e confronto su temi disparati, dalla
politica interna alle questioni internazionali, dove leterogeneit del movimento porta a
misurarsi con le inevitabili differenze. Per molti sono unopportunit nuova per discutere e
ascoltare di politica, per altri un modo per non perdere lentusiasmo e lenergia accumulata
nel primo mese di proteste. La curiosit molta.
Uno dei primi risultati delle manifestazioni del Gezipark senza dubbio che si acuita una
sensibilit per questioni delicate. La repressione conosciuta nelle grandi citt, prima di tutte
Istanbul, ha fatto testare a molti ci che succede in modo pi regolare nel sudest dellAnatolia.
In generale, le singole battaglie si uniscono in un coro unificato che chiede libert, pace e
diritti per tutti, senza distinzioni. C di sicuro ancora molto da fare: molti sono i pregiudizi
incancreniti nelle corde invisibili della societ, anche a causa di uneducazione distorta dal
nazionalismo. Un buon passo in avanti per il desiderio di scrollarsi di dosso la diffidenza e
la critica dellaltro. E la convinzione di non voler tornare indietro e aggiungere nuovi tasselli alla
storia del paese, facendo i conti in modo serio e profondo con tutte le ombre del passato.
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per essere bollati come agenti stranieri, longa manus di un Occidente tornato a esser di
nuovo nemico, sospettato di voler destabilizzare la Russia post-comunista.
Lo strumento inventato per imporre questa normalizzazione, che ben si conf alla visione
di Putin di una democrazia guidata, cio con un tessuto associativo sotto il controllo gover-
nativo di sapore tutto sovietico ( stato istituito recentemente anche un fondo speciale per
sovvenzionarlo) per lappunto la nuova legge sulle ong che svolgono la funzione di agen-
ti stranieri adottata lestate scorsa dalla Duma allunanimit su proposta del partito presi-
denziale Russia unita. Secondo il provvedimento, tutte le associazioni finanziate, sia pur
parzialmente, dallestero e attive in campo politico una nozione dai tratti quanto mai
vaghi, che lascia alle autorit ampi margini di discrezionalit (pure influenzare lopinione
pubblica ne fa parte) devono registrarsi su una lista speciale, il registro degli agenti stra-
nieri, e sottoporsi a una sorveglianza speciale: tutte le loro iniziative, che si tratti di seminari,
pubblicazioni, siti internet, incontri o altri interventi, devono portarne il marchio, invito com-
preso, di modo che il buon cittadino russo sappia di essere in contatto con potenziali tradi-
tori, pronti a sovvertire lordine per fare gli altrui interessi. Quando a novembre il provvedi-
mento entrato in vigore, la stragrande maggioranza delle ong ha rifiutato di ottemperare
allingiunzione legislativa, che Memorial, la pi importante e la pi nota delle associazioni indi-
pendenti, impegnata sia nel campo della difesa della memoria storica che nel settore dei
diritti umani, ha qualificato di amorale e contrario al diritto, perch, come spiega la
Dichiarazione, attribuisce al potere esecutivo le competenze di un tribunale e presup-
pone a priori che le organizzazioni che ricevono mezzi dallestero agiscano secondo gli ordi-
ni dei loro sponsor, il che significa proclamare saggezza suprema dello Stato laforisma da
quattro soldi della malavita: Chi ti offre la cena poi balla con te. Accettare di registrarsi
sulla lista degli agenti stranieri implicava quindi autodenunciarsi come traditori in pecto-
re, riconoscere volontariamente di essere mercenari al soldo di misteriose potenze stra-
niere. E questo, tiene a ricordare Memorial, in un paese in cui laccusa di agente stranie-
ro servita durante il Terrore (e non solo) a massacrare centinaia di migliaia di innocenti
ed stata usata, nei tempi vegetariani, per dirla con la Achmatova, che seguirono la morte
di Stalin, per perseguitare i dissidenti.
Per completare larmamentario repressivo, alla fine dello scorso anno la Duma ha adottato
una nuova legge sul tradimento di Stato, che dilata la definizione del reato in modo tale da
potervi includere di tutto, compresa la partecipazione ad attivit internazionali per la difesa
dei diritti, lasciando un totale arbitrio alle autorit. A febbraio, irritato dal gran rifiuto delle ong
(la lista degli agenti stranieri era rimasta inesorabilmente vuota), che avevano per giun-
ta osato rivolgersi alla Corte europea denunciando la legge per violazione dei diritti sanciti dalla
Costituzione, Putin passato allazione, incaricando i servizi di sicurezza il Fsb, erede del
Kgb di intervenire per far rispettare il provvedimento. Col sostegno sia pur reticente degli
organi giudiziari, consapevoli della scarsa legalit della procedura, a marzo scattata una vasta
operazione di verifica in tutto il paese delle ong impegnate in tutti i settori, dai diritti umani
allecologia, dalla cultura alle attivit divulgative, dagli istituti di formazione ai centri di ricer-
ca indipendenti. Diverse centinaia di associazioni si son viste sbarcare allimprovviso nelle loro
Le ultime gesta di Putin di Maria Ferretti
Il presidente russo Putin ha scatenato in questi mesi il pi grave attacco alla societ civile dai tempi
del regime sovietico, quando, prima della liberalizzazione promossa da Gorbacev, il dissen-
so veniva perseguitato: sono a rischio di chiusura tutte le ong che ricevono finanziamenti
dallestero e operano nella sfera pubblica, il che per il Cremlino equivale tout court a fare
politica. Il fatto stesso di ricevere fondi o donazioni dallestero, vitali per qualunque asso-
ciazione voglia salvaguardare la propria indipendenza nella Russia post-comunista il caso
dellex magnate del petrolio Chodarchovskij, in galera ormai da ben otto anni, con altri tre
da scontare, stato un buon avvertimento per eventuali mecenati locali infatti sufficiente
teste vanno oltre i confini del parco e coinvolgono centinaia di migliaia di persone, si diffon-
dono nelle altre citt, ottengono lappoggio di comunit rurali. La riappropriazione dello
spazio diventa la rivendicazione senza compromessi di una societ democratica in cui non ci
siano pi realmente discriminazioni sociali, etniche, di genere, in cui la libert di pensiero
e di espressione non siano n mortificate n costantemente minacciate.
Passaggi
Se intanto certo che le proteste siano da annoverare tra gli eventi che segnano la storia
sociale del paese, nel frattempo tutto talmente in evoluzione che si riescono a immagina-
re con difficolt le effettive conseguenze. Nellimmediato, calata lattenzione internazionale,
rivolta al Brasile e poi allEgitto, continuano segnali di repressione non rassicuranti: non si fer-
mano gli arresti, n i licenziamenti di artisti e giornalisti che hanno preso posizione a favore
della protesta, alcuni giornali hanno cambiato direttore, una rivista di storia stata chiusa per-
ch dedicava la copertina al Gezipark. Nel frattempo, dopo lo sgombero a Taksim il presidio
si spostato in decine di parchi disseminati nella citt, dove si svolgono ogni sera forum
pubblici. Si tratta di occasioni eccezionali di dibattito e confronto su temi disparati, dalla
politica interna alle questioni internazionali, dove leterogeneit del movimento porta a
misurarsi con le inevitabili differenze. Per molti sono unopportunit nuova per discutere e
ascoltare di politica, per altri un modo per non perdere lentusiasmo e lenergia accumulata
nel primo mese di proteste. La curiosit molta.
Uno dei primi risultati delle manifestazioni del Gezipark senza dubbio che si acuita una
sensibilit per questioni delicate. La repressione conosciuta nelle grandi citt, prima di tutte
Istanbul, ha fatto testare a molti ci che succede in modo pi regolare nel sudest dellAnatolia.
In generale, le singole battaglie si uniscono in un coro unificato che chiede libert, pace e
diritti per tutti, senza distinzioni. C di sicuro ancora molto da fare: molti sono i pregiudizi
incancreniti nelle corde invisibili della societ, anche a causa di uneducazione distorta dal
nazionalismo. Un buon passo in avanti per il desiderio di scrollarsi di dosso la diffidenza e
la critica dellaltro. E la convinzione di non voler tornare indietro e aggiungere nuovi tasselli alla
storia del paese, facendo i conti in modo serio e profondo con tutte le ombre del passato.
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capillare opera di divulgazione anche nelle scuole, a rischio, visto che i fondi per fare ricer-
ca provengono da fondazioni occidentali. E che la Russia di Putin si sta apprestando a rein-
trodurre una sorta di storia ufficiale, che punta a rivalutare Stalin e la modernizzazione
forzata che impose al paese, considerata requisito essenziale per la vittoria sul nazismo,
minimizzando, pur senza negarle, le tragedie che laccompagnarono, dalla collettivizzazione
al Terrore.
Lattacco alle ong stato accompagnato, sempre secondo le migliori tradizioni sovietiche, da
una violenta campagna propagandistica diffamatoria, tale da far accapponare la pelle. La
rete televisiva Ntv, propriet del Gazprom e principale macchina del fango russa, ha cercato
di intrufolarsi al seguito degli ispettori nelle associazioni indagate, per mostrare al pubblico
la caccia di materiali compromettenti messa in atto dai solerti difensori della patria e inca-
strare gli agenti stranieri con domande ossessive: prendete soldi dallestero, eh? Ditelo, dite-
lo Per chi lavorate? Ntv, ripresa da televisioni locali, ha mandato in onda quotidianamente
martellanti reportage imbevuti di nazionalismo sugli agenti stranieri che, al soldo di poten-
ze ostili, minano la sovranit della Russia e danneggiano gli interessi nazionali. E la cam-
pagna ha avuto i suoi effetti, come mostrano i dati di uninchiesta del Centro Levada, secon-
do cui la maggioranza degli intervistati favorevole a chiudere le ong finanziate dalleste-
ro che fanno politica senza registrarsi come agenti stranieri. Questo tipo di propaganda, che
permette di dare in pasto allopinione pubblica capri espiatori su cui scaricare le profonde ten-
sioni sociali che lacerano il paese, penetra infatti tanto pi facilmente anche fra strati della
popolazione apparentemente insospettabili perch rianima, sia pur in un contesto diverso,
sedi brigate di ispettori composte in modo creativo: al rappresentante della procura (a volte
di altra giurisdizione) e agli uomini delle forze dellordine e dei servizi, qui e l si sono aggiun-
ti pompieri, ispettori sanitari e fiscali e via dicendo. Le ong, gi costrette da anni a rendi-
contare al centesimo i fondi ricevuti dallestero con una normativa cavillosissima, sono state
obbligate a fornire agli organi giudiziari nel giro di pochissimi giorni una minuziosissima
documentazione, che va, tanto per dare unidea, dai protocolli delle riunioni della direzio-
ne ai resoconti dei congressi, dalla ricevuta dello stipendio del portinaio ai certificati di vac-
cinazione del personale: il solo Memorial ha dovuto consegnare diverse migliaia di pagine di
varie scartoffie. Fra le organizzazioni colpite pi note anche allestero, ci sono Amnesty
International, la Lega per i diritti delluomo e il Gruppo moscovita di Helsinki. Privi di istruzioni
precise, ma con lordine di agire, in provincia gli zelanti ispettori improvvisati hanno fatto
anche qualche guaio, costringendo il governo russo a fronteggiare la protesta della diplo-
mazia degli stati occidentali interessati: a Pietroburgo sono stati sequestrati i computer
della fondazione Adenauer, nella lontana Samara stata addirittura inquisita lAlliance
franaise, storica istituzione per la diffusione della lingua e della cultura doltralpe, diven-
tata dun tratto sospetta di propaganda. Insomma, una vera e propria caccia alle stre-
ghe, come hanno affermato Francia, Germania e Stati Uniti, con cui le relazioni sono ormai
sempre pi tese.
Adesso la documentazione al vaglio della Procura, che ha gi cominciato a emettere i primi
verdetti. Alcune associazioni si sono viste appioppare multe salatissime, dellordine di diver-
se migliaia di euro il che per il volontariato russo assolutamente insostenibile, quindi
non resta che chiudere. Altre associazioni si sono viste recapitare un avvertimento: o vi
registrate come agenti, oppure cessate ogni attivit. il caso, per esempio, dellautore-
vole Centro studi sociologici fondato da Jurij Levada, il padre della sociologia sovietica scom-
parso pochi anni orsono, colpevole, con i suoi sondaggi che rivelano linesorabile declino
della popolarit di Putin e con le sue ricerche, che mostrano la complicata alchimia del con-
senso e il malessere della Russia post-comunista, di influenzare negativamente lopinione pub-
blica: se la legge non cambia, il Centro, che gode di una solida reputazione internazionale
e ha una fitta rete di collaborazioni, sar probabilmente costretto a interrompere lattivit
di ricerca. Del resto, allinizio del suo primo mandato Putin aveva gi tentato, con un colpo di
mano estivo, di chiudere la bocca ai sociologi del Centro Levada, che gli rinviavano unim-
magine sgradita e poco gratificante; allora per il Centro era riuscito a salvarsi ma erano
anche altri tempi, quando le speranze nella democrazia, sia pur affievolite, non erano del
tutto spente. Altre associazioni, infine, sono state sospese il caso, per esempio, di Golos
(voce), che difende i diritti degli elettori e ha denunciato i brogli delle ultime consultazioni;
altre sono invece in attesa di giudizio, come il Centro di difesa dei diritti delluomo di Memorial,
che ha denunciato tutte le violazioni commesse dalle forze dellordine e dallesercito, a
cominciare dalla Cecenia, dove stato presente fin dallinizio della sporca guerra, nel 1994,
per fornire assistenza alle vittime e fare controinformazione. E non che linizio: anche
Memorial internazionale, col suo prestigioso centro studi che ha contribuito in modo deter-
minante a ricostruire la storia delle repressioni staliniana e del Gulag, nonch a fare una
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capillare opera di divulgazione anche nelle scuole, a rischio, visto che i fondi per fare ricer-
ca provengono da fondazioni occidentali. E che la Russia di Putin si sta apprestando a rein-
trodurre una sorta di storia ufficiale, che punta a rivalutare Stalin e la modernizzazione
forzata che impose al paese, considerata requisito essenziale per la vittoria sul nazismo,
minimizzando, pur senza negarle, le tragedie che laccompagnarono, dalla collettivizzazione
al Terrore.
Lattacco alle ong stato accompagnato, sempre secondo le migliori tradizioni sovietiche, da
una violenta campagna propagandistica diffamatoria, tale da far accapponare la pelle. La
rete televisiva Ntv, propriet del Gazprom e principale macchina del fango russa, ha cercato
di intrufolarsi al seguito degli ispettori nelle associazioni indagate, per mostrare al pubblico
la caccia di materiali compromettenti messa in atto dai solerti difensori della patria e inca-
strare gli agenti stranieri con domande ossessive: prendete soldi dallestero, eh? Ditelo, dite-
lo Per chi lavorate? Ntv, ripresa da televisioni locali, ha mandato in onda quotidianamente
martellanti reportage imbevuti di nazionalismo sugli agenti stranieri che, al soldo di poten-
ze ostili, minano la sovranit della Russia e danneggiano gli interessi nazionali. E la cam-
pagna ha avuto i suoi effetti, come mostrano i dati di uninchiesta del Centro Levada, secon-
do cui la maggioranza degli intervistati favorevole a chiudere le ong finanziate dalleste-
ro che fanno politica senza registrarsi come agenti stranieri. Questo tipo di propaganda, che
permette di dare in pasto allopinione pubblica capri espiatori su cui scaricare le profonde ten-
sioni sociali che lacerano il paese, penetra infatti tanto pi facilmente anche fra strati della
popolazione apparentemente insospettabili perch rianima, sia pur in un contesto diverso,
sedi brigate di ispettori composte in modo creativo: al rappresentante della procura (a volte
di altra giurisdizione) e agli uomini delle forze dellordine e dei servizi, qui e l si sono aggiun-
ti pompieri, ispettori sanitari e fiscali e via dicendo. Le ong, gi costrette da anni a rendi-
contare al centesimo i fondi ricevuti dallestero con una normativa cavillosissima, sono state
obbligate a fornire agli organi giudiziari nel giro di pochissimi giorni una minuziosissima
documentazione, che va, tanto per dare unidea, dai protocolli delle riunioni della direzio-
ne ai resoconti dei congressi, dalla ricevuta dello stipendio del portinaio ai certificati di vac-
cinazione del personale: il solo Memorial ha dovuto consegnare diverse migliaia di pagine di
varie scartoffie. Fra le organizzazioni colpite pi note anche allestero, ci sono Amnesty
International, la Lega per i diritti delluomo e il Gruppo moscovita di Helsinki. Privi di istruzioni
precise, ma con lordine di agire, in provincia gli zelanti ispettori improvvisati hanno fatto
anche qualche guaio, costringendo il governo russo a fronteggiare la protesta della diplo-
mazia degli stati occidentali interessati: a Pietroburgo sono stati sequestrati i computer
della fondazione Adenauer, nella lontana Samara stata addirittura inquisita lAlliance
franaise, storica istituzione per la diffusione della lingua e della cultura doltralpe, diven-
tata dun tratto sospetta di propaganda. Insomma, una vera e propria caccia alle stre-
ghe, come hanno affermato Francia, Germania e Stati Uniti, con cui le relazioni sono ormai
sempre pi tese.
Adesso la documentazione al vaglio della Procura, che ha gi cominciato a emettere i primi
verdetti. Alcune associazioni si sono viste appioppare multe salatissime, dellordine di diver-
se migliaia di euro il che per il volontariato russo assolutamente insostenibile, quindi
non resta che chiudere. Altre associazioni si sono viste recapitare un avvertimento: o vi
registrate come agenti, oppure cessate ogni attivit. il caso, per esempio, dellautore-
vole Centro studi sociologici fondato da Jurij Levada, il padre della sociologia sovietica scom-
parso pochi anni orsono, colpevole, con i suoi sondaggi che rivelano linesorabile declino
della popolarit di Putin e con le sue ricerche, che mostrano la complicata alchimia del con-
senso e il malessere della Russia post-comunista, di influenzare negativamente lopinione pub-
blica: se la legge non cambia, il Centro, che gode di una solida reputazione internazionale
e ha una fitta rete di collaborazioni, sar probabilmente costretto a interrompere lattivit
di ricerca. Del resto, allinizio del suo primo mandato Putin aveva gi tentato, con un colpo di
mano estivo, di chiudere la bocca ai sociologi del Centro Levada, che gli rinviavano unim-
magine sgradita e poco gratificante; allora per il Centro era riuscito a salvarsi ma erano
anche altri tempi, quando le speranze nella democrazia, sia pur affievolite, non erano del
tutto spente. Altre associazioni, infine, sono state sospese il caso, per esempio, di Golos
(voce), che difende i diritti degli elettori e ha denunciato i brogli delle ultime consultazioni;
altre sono invece in attesa di giudizio, come il Centro di difesa dei diritti delluomo di Memorial,
che ha denunciato tutte le violazioni commesse dalle forze dellordine e dallesercito, a
cominciare dalla Cecenia, dove stato presente fin dallinizio della sporca guerra, nel 1994,
per fornire assistenza alle vittime e fare controinformazione. E non che linizio: anche
Memorial internazionale, col suo prestigioso centro studi che ha contribuito in modo deter-
minante a ricostruire la storia delle repressioni staliniana e del Gulag, nonch a fare una
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vecchi stereotipi sovietici e ancor prima russi ancora ben radicati negli immaginari col-
lettivi. Non bisogna dimenticare che fin dai tempi dellantica Moscovia, eccezion fatta per
la parentesi settecentesca di Pietro il Grande e Caterina II, lo straniero stato sempre guar-
dato in Russia con sospetto, pericoloso foriero del contagio della modernit.
Le associazioni si preparano a resistere, opponendo allarbitrio del potere il rispetto della
legge. Memorial, erede della tradizione del movimento dei diritti delluomo e candidato que-
stanno al Nobel per la pace da un gruppo di eurodeputati e intellettuali polacchi (fra cui il regi-
sta Andrzej Wajda e Adam Michnik, leader del dissenso e attualmente direttore del presti-
gioso quotidiano di opposizione Gazeta Wyborcza) pronto, con i suoi ben agguerriti
avvocati, a difendersi in tribunale, e lesempio seguito da molte altre associazioni. E, se
vero che in Russia la magistratura passabilmente asservita al Palazzo, anche vero che
ci sono giudici che cominciano a prender sul serio il loro mestiere. A Pietroburgo, dove
Memorial non aveva nemmeno fatto entrare gli ispettori perch non muniti di mandato ade-
guato, il giudice per esempio ha rispedito al mittente il dossier della Procura, perch inser-
vibile per imbastire un procedimento giudiziario. E, fatto ancora pi importante, a Niznij
Novgorod il tribunale ha respinto laccusa di istigare allodio razziale mossa al libro bianco di
Memorial sui crimini di guerra e contro lumanit compiuti dai russi in Cecenia.
Ma la lotta sar dura. Loperazione lanciata dal Cremlino contro le ong si iscrive infatti nel
pi generale inasprimento del regime russo seguito al ritorno di Putin alla carica presidenziale,
che era stata preceduto da unondata di manifestazioni di protesta, in particolare contro
brogli e manipolazioni elettorali. Per quanto lentit della protesta fosse assai limitata (a
Mosca sono scese in piazza non pi di qualche decina di migliaia di manifestanti), perch
la Russia disincantata, perse le speranza di democrazia sorte con la perestrojka, si ripiegata
su se stessa, chiudendosi nellapatia, bastata a suscitare, anche qui secondo le migliori
tradizioni, la paura del gruppo dirigente russo, alimentata dal fantasma delle rivoluzioni
arancioni di qualche anno fa in Ucraina e in Georgia, in cui Mosca ha sempre visto lo zam-
pino degli Stati Uniti. Da qui lasprezza della reazione, che ha trovato espressione in una
serie di misure restrittive delle libert e dei margini di autonomia della societ civile. Il dirit-
to di manifestazione stato drasticamente limitato, con forti pene pecuniarie per gli orga-
nizzatori, persino se il numero dei partecipanti supera le previsioni. Sono state inasprite le
sanzioni per diffamazione, considerata di nuovo un reato punito dal codice penale. Col
facile pretesto di proteggere i minori, sono stati adottati una serie di dispositivi volti a limi-
tare internet, che lasciano anche qui ampio spazio alla discrezionalit. Il risultato che nel tre-
dicesimo anno di regime di Putin sono ricomparsi i prigionieri politici, mascherati, ancora
una volta secondo le migliori tradizioni sovietiche, da criminali comuni. sotto processo,
lontano da Mosca, il pi celebre blogger russo, Aleksej Navalnyj, implacabile nel denun-
ciare la corruzione del Cremlino, accusato ora di una qualche oscura malversazione finan-
ziaria. E sono sotto processo alcuni manifestanti della piazza Bolotnaja, imputati di aver
provocato tafferugli urbani e di aver opposto resistenza alle forze dellordine. Ma essi sono,
come ha dichiarato Memorial, prigionieri politici della Russia post-comunista.
59
Siamo lieti di riproporre, a distanza di 23 anni dalla prima traduzione italiana
curata da Alberto Gallas per Linea dombra un testo che consideriamo pi attuale
che mai, la conferenza sulle affinit che intercorrono tra Cristianesimo
e socialismo di uno dei massimi teologi della modernit, Karl Barth. Egli la lesse
nel 1911 nel Circolo Operaio di Safenwil, il paesino svizzero dove era pastore,
nel vivo di una trasformazione delleconomia locale da agricola a industriale.
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vecchi stereotipi sovietici e ancor prima russi ancora ben radicati negli immaginari col-
lettivi. Non bisogna dimenticare che fin dai tempi dellantica Moscovia, eccezion fatta per
la parentesi settecentesca di Pietro il Grande e Caterina II, lo straniero stato sempre guar-
dato in Russia con sospetto, pericoloso foriero del contagio della modernit.
Le associazioni si preparano a resistere, opponendo allarbitrio del potere il rispetto della
legge. Memorial, erede della tradizione del movimento dei diritti delluomo e candidato que-
stanno al Nobel per la pace da un gruppo di eurodeputati e intellettuali polacchi (fra cui il regi-
sta Andrzej Wajda e Adam Michnik, leader del dissenso e attualmente direttore del presti-
gioso quotidiano di opposizione Gazeta Wyborcza) pronto, con i suoi ben agguerriti
avvocati, a difendersi in tribunale, e lesempio seguito da molte altre associazioni. E, se
vero che in Russia la magistratura passabilmente asservita al Palazzo, anche vero che
ci sono giudici che cominciano a prender sul serio il loro mestiere. A Pietroburgo, dove
Memorial non aveva nemmeno fatto entrare gli ispettori perch non muniti di mandato ade-
guato, il giudice per esempio ha rispedito al mittente il dossier della Procura, perch inser-
vibile per imbastire un procedimento giudiziario. E, fatto ancora pi importante, a Niznij
Novgorod il tribunale ha respinto laccusa di istigare allodio razziale mossa al libro bianco di
Memorial sui crimini di guerra e contro lumanit compiuti dai russi in Cecenia.
Ma la lotta sar dura. Loperazione lanciata dal Cremlino contro le ong si iscrive infatti nel
pi generale inasprimento del regime russo seguito al ritorno di Putin alla carica presidenziale,
che era stata preceduto da unondata di manifestazioni di protesta, in particolare contro
brogli e manipolazioni elettorali. Per quanto lentit della protesta fosse assai limitata (a
Mosca sono scese in piazza non pi di qualche decina di migliaia di manifestanti), perch
la Russia disincantata, perse le speranza di democrazia sorte con la perestrojka, si ripiegata
su se stessa, chiudendosi nellapatia, bastata a suscitare, anche qui secondo le migliori
tradizioni, la paura del gruppo dirigente russo, alimentata dal fantasma delle rivoluzioni
arancioni di qualche anno fa in Ucraina e in Georgia, in cui Mosca ha sempre visto lo zam-
pino degli Stati Uniti. Da qui lasprezza della reazione, che ha trovato espressione in una
serie di misure restrittive delle libert e dei margini di autonomia della societ civile. Il dirit-
to di manifestazione stato drasticamente limitato, con forti pene pecuniarie per gli orga-
nizzatori, persino se il numero dei partecipanti supera le previsioni. Sono state inasprite le
sanzioni per diffamazione, considerata di nuovo un reato punito dal codice penale. Col
facile pretesto di proteggere i minori, sono stati adottati una serie di dispositivi volti a limi-
tare internet, che lasciano anche qui ampio spazio alla discrezionalit. Il risultato che nel tre-
dicesimo anno di regime di Putin sono ricomparsi i prigionieri politici, mascherati, ancora
una volta secondo le migliori tradizioni sovietiche, da criminali comuni. sotto processo,
lontano da Mosca, il pi celebre blogger russo, Aleksej Navalnyj, implacabile nel denun-
ciare la corruzione del Cremlino, accusato ora di una qualche oscura malversazione finan-
ziaria. E sono sotto processo alcuni manifestanti della piazza Bolotnaja, imputati di aver
provocato tafferugli urbani e di aver opposto resistenza alle forze dellordine. Ma essi sono,
come ha dichiarato Memorial, prigionieri politici della Russia post-comunista.
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Siamo lieti di riproporre, a distanza di 23 anni dalla prima traduzione italiana
curata da Alberto Gallas per Linea dombra un testo che consideriamo pi attuale
che mai, la conferenza sulle affinit che intercorrono tra Cristianesimo
e socialismo di uno dei massimi teologi della modernit, Karl Barth. Egli la lesse
nel 1911 nel Circolo Operaio di Safenwil, il paesino svizzero dove era pastore,
nel vivo di una trasformazione delleconomia locale da agricola a industriale.
61
A Ginevra Barth aveva fatto esperienza delle condizioni di povert in cui versavano i ceti pro-
letari urbani, ma questo gli era sembrato un fatto inevitabile e naturale
1
. La sua adesione
al socialismo che come si vedr ha per oggetto ci che di eterno c in esso, ma che
comunque nel 1915 sfoci nelliscrizione al Partito socialdemocratico svizzero, che allora si
trovava su posizioni radicalmente di sinistra deve farsi risalire al momento in cui (a
Safenwil, come tutto lascia supporre) mut questo convincimento, interpretando la condizione
proletaria non pi come un dato naturale, ma come un fatto storico e pertanto modificabile:
esattamente ci che Marx considera
2
la condizione discriminante per una valutazione scien-
tifica e critica della realt sociale.
Poich la fama di Barth legata soprattutto alle grandi opere specificamente teologiche,
molto si discusso sul rapporto che intercorre tra il suo impegno politico, di grande rilievo
soprattutto nel periodo di Safenwil, e il suo impegno professionale negli anni successivi.
Il problema reso di pi difficile soluzione per il fatto che Barth si impegn in prima linea
nel Kirchenkampf, cio nella lotta che si svolse allinterno delle chiese nate dalla Riforma
tra quanti erano fautori di un allineamento alla politica del regime nazista e quanti vi si oppo-
nevano; fu anche tra i pochissimi professori universitari in Germania a rifiutare il giuramen-
to di fedelt a Hitler (per cui nel 1935 perse la cattedra e ritorn in Svizzera); ma contempo-
raneamente sostenne, proprio in quegli anni incandescenti, la necessit che i teologi si con-
centrassero nel modo pi rigoroso sul loro specifico lavoro, tenendolo distinto dalla politica.
3
Chi volesse formarsi unidea pi precisa della questione e delle diverse interpretazioni al
riguardo potr vedere, sul fronte di chi sostiene lesistenza di uno stretto legame tra teologia
e politica valido per lintera opera di Barth, a fianco degli scritti del gi citato Marquardt,
4
il
breve saggio di Helmut Gollwitzer, Regno di Dio e socialismo: la critica di Karl Barth;
5
sul-
laltro fronte lautore da prendere per primo in considerazione invece Eberhard Jngel,
forse il pi acuto interprete vivente di Barth.
6
Noi qui, e non solo per questioni di spazio, vorremmo affrontare la questione non dal punto
di vista dei contenuti, confrontando analiticamente i testi dei diversi periodi, ma dal punto di
vista della Denkform, chiedendoci cio se esista una continuit nel modo di pensare barthia-
no, o almeno in qualche elemento essenziale di esso, attraverso le diverse fasi della sua vita.
La parte introduttiva della conferenza guidata dalla preoccupazione di smantellare una
serie di fraintendimenti che potrebbero rendere difficile il dialogo con i compagni sociali-
sti. Il pi serio quello di pensare che il cristianesimo sia una ideologia, una Weltanschauung,
che la depositaria di questa ideologia sia la chiesa, e di vedere conseguentemente Ges, la
sua predicazione originaria, la sua vita, la sua morte (mentre alla resurrezione non si fa in
questa conferenza esplicito riferimento), solo attraverso il filtro di questa ideologia. Il para-
dosso della conferenza che Barth giudica molto meno pericolosa lidentificazione tra Ges
e il socialismo di quanto non lo sia lidentificazione tra Ges e la chiesa. Anzi, egli ritiene
che la identificazione tra Ges e socialismo sia corretta a condizione che si distingua tra ci
che il socialismo vuole e ci che il socialismo fa. Nonostante le generiche simpatie platoni-
che che Barth nutriva in quel periodo, questa non una riserva che nasca da una visione
idealizzante della storia (abbiamo ricordato sopra la sua iscrizione alla socialdemocrazia
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Due movimenti dal basso di Alberto Gallas
Quando tenne la conferenza che pubblichiamo, il 7 dicembre 1911, Barth era pastore da meno di
un anno a Safenwil, un paese dellArgovia (Svizzera) di duemila abitanti circa, che si trovava
allora nella fase di passaggio da uneconomia di tipo agricolo a una di tipo industriale. Dopo
gli anni universitari di Marburgo era questa la sua seconda esperienza sul campo; faceva
seguito a un periodo di vicariato trascorso a Ginevra, e si sarebbe conclusa nel 1921, anno in
cui gli fu offerta una cattedra alluniversit di Gottingen. Da allora in poi Barth avrebbe lavo-
rato come teologo accademico fino alla morte avvenuta nel 1968, dando prova di una
fecondit letteraria straordinaria, concretizzatasi nella famosa e vasta (monumentale,
viene solitamente definita) Kirchliche Dogmatik e in decine di altri volumi, saggi, conferenze.
I problemi che gli parvero pi urgenti a Safenwil sono due: riuscire a predicare, ogni dome-
nica, in modo sensato, e migliorare lorganizzazione degli operai per contribuire al muta-
mento delle loro condizioni di lavoro e di vita. Per Barth erano due problemi intimamente
collegati tra di loro, perch nel messaggio cristiano egli vedeva lannuncio di una trasfor-
mazione, anzi, di una rivoluzione, gi iniziata anche se non ancora compiuta, nella storia del
mondo. Collabor da subito con il Circolo operaio, tenendovi numerose conferenze, in gran
parte non pubblicate, che costituiscono il nerbo dei suoi discorsi socialisti, alla cui edi-
zione sta lavorando da anni, tra molte difficolt, Friedrich-Wilhelm Marquardt.
IL VANGELO E IL SOCIALISMO
Ci sembrato opportuno riprendere da un vecchio numero di Linea dombra (n. 47 del marzo
1990) questo saggio di Karl Barth che ci sembra tuttora importante e attuale. Ne dovemmo la
scoperta a un giovane studioso, Alberto Gallas, noto soprattutto per i suoi studi su Bonhoeffer,
assiduo collaboratore della rivista precocemente scomparso. Questa riproposta per noi anche
un modo di ricordarlo.
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A Ginevra Barth aveva fatto esperienza delle condizioni di povert in cui versavano i ceti pro-
letari urbani, ma questo gli era sembrato un fatto inevitabile e naturale
1
. La sua adesione
al socialismo che come si vedr ha per oggetto ci che di eterno c in esso, ma che
comunque nel 1915 sfoci nelliscrizione al Partito socialdemocratico svizzero, che allora si
trovava su posizioni radicalmente di sinistra deve farsi risalire al momento in cui (a
Safenwil, come tutto lascia supporre) mut questo convincimento, interpretando la condizione
proletaria non pi come un dato naturale, ma come un fatto storico e pertanto modificabile:
esattamente ci che Marx considera
2
la condizione discriminante per una valutazione scien-
tifica e critica della realt sociale.
Poich la fama di Barth legata soprattutto alle grandi opere specificamente teologiche,
molto si discusso sul rapporto che intercorre tra il suo impegno politico, di grande rilievo
soprattutto nel periodo di Safenwil, e il suo impegno professionale negli anni successivi.
Il problema reso di pi difficile soluzione per il fatto che Barth si impegn in prima linea
nel Kirchenkampf, cio nella lotta che si svolse allinterno delle chiese nate dalla Riforma
tra quanti erano fautori di un allineamento alla politica del regime nazista e quanti vi si oppo-
nevano; fu anche tra i pochissimi professori universitari in Germania a rifiutare il giuramen-
to di fedelt a Hitler (per cui nel 1935 perse la cattedra e ritorn in Svizzera); ma contempo-
raneamente sostenne, proprio in quegli anni incandescenti, la necessit che i teologi si con-
centrassero nel modo pi rigoroso sul loro specifico lavoro, tenendolo distinto dalla politica.
3
Chi volesse formarsi unidea pi precisa della questione e delle diverse interpretazioni al
riguardo potr vedere, sul fronte di chi sostiene lesistenza di uno stretto legame tra teologia
e politica valido per lintera opera di Barth, a fianco degli scritti del gi citato Marquardt,
4
il
breve saggio di Helmut Gollwitzer, Regno di Dio e socialismo: la critica di Karl Barth;
5
sul-
laltro fronte lautore da prendere per primo in considerazione invece Eberhard Jngel,
forse il pi acuto interprete vivente di Barth.
6
Noi qui, e non solo per questioni di spazio, vorremmo affrontare la questione non dal punto
di vista dei contenuti, confrontando analiticamente i testi dei diversi periodi, ma dal punto di
vista della Denkform, chiedendoci cio se esista una continuit nel modo di pensare barthia-
no, o almeno in qualche elemento essenziale di esso, attraverso le diverse fasi della sua vita.
La parte introduttiva della conferenza guidata dalla preoccupazione di smantellare una
serie di fraintendimenti che potrebbero rendere difficile il dialogo con i compagni sociali-
sti. Il pi serio quello di pensare che il cristianesimo sia una ideologia, una Weltanschauung,
che la depositaria di questa ideologia sia la chiesa, e di vedere conseguentemente Ges, la
sua predicazione originaria, la sua vita, la sua morte (mentre alla resurrezione non si fa in
questa conferenza esplicito riferimento), solo attraverso il filtro di questa ideologia. Il para-
dosso della conferenza che Barth giudica molto meno pericolosa lidentificazione tra Ges
e il socialismo di quanto non lo sia lidentificazione tra Ges e la chiesa. Anzi, egli ritiene
che la identificazione tra Ges e socialismo sia corretta a condizione che si distingua tra ci
che il socialismo vuole e ci che il socialismo fa. Nonostante le generiche simpatie platoni-
che che Barth nutriva in quel periodo, questa non una riserva che nasca da una visione
idealizzante della storia (abbiamo ricordato sopra la sua iscrizione alla socialdemocrazia
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Due movimenti dal basso di Alberto Gallas
Quando tenne la conferenza che pubblichiamo, il 7 dicembre 1911, Barth era pastore da meno di
un anno a Safenwil, un paese dellArgovia (Svizzera) di duemila abitanti circa, che si trovava
allora nella fase di passaggio da uneconomia di tipo agricolo a una di tipo industriale. Dopo
gli anni universitari di Marburgo era questa la sua seconda esperienza sul campo; faceva
seguito a un periodo di vicariato trascorso a Ginevra, e si sarebbe conclusa nel 1921, anno in
cui gli fu offerta una cattedra alluniversit di Gottingen. Da allora in poi Barth avrebbe lavo-
rato come teologo accademico fino alla morte avvenuta nel 1968, dando prova di una
fecondit letteraria straordinaria, concretizzatasi nella famosa e vasta (monumentale,
viene solitamente definita) Kirchliche Dogmatik e in decine di altri volumi, saggi, conferenze.
I problemi che gli parvero pi urgenti a Safenwil sono due: riuscire a predicare, ogni dome-
nica, in modo sensato, e migliorare lorganizzazione degli operai per contribuire al muta-
mento delle loro condizioni di lavoro e di vita. Per Barth erano due problemi intimamente
collegati tra di loro, perch nel messaggio cristiano egli vedeva lannuncio di una trasfor-
mazione, anzi, di una rivoluzione, gi iniziata anche se non ancora compiuta, nella storia del
mondo. Collabor da subito con il Circolo operaio, tenendovi numerose conferenze, in gran
parte non pubblicate, che costituiscono il nerbo dei suoi discorsi socialisti, alla cui edi-
zione sta lavorando da anni, tra molte difficolt, Friedrich-Wilhelm Marquardt.
IL VANGELO E IL SOCIALISMO
Ci sembrato opportuno riprendere da un vecchio numero di Linea dombra (n. 47 del marzo
1990) questo saggio di Karl Barth che ci sembra tuttora importante e attuale. Ne dovemmo la
scoperta a un giovane studioso, Alberto Gallas, noto soprattutto per i suoi studi su Bonhoeffer,
assiduo collaboratore della rivista precocemente scomparso. Questa riproposta per noi anche
un modo di ricordarlo.
risalente al 1959: la comunit cristiana, si chiede qui Barth, non si trova spesso di fronte al
fatto che il mondo, magari un mondo che si dichiara apertamente pagano, rende testimo-
nianza ad alcuni aspetti della verit del vangelo almeno altrettanto chiaramente di quan-
to non faccia essa stessa?
7
Abbiamo trovato cos lelemento di continuit sulla cui esistenza
ci interrogavamo. Questa continuit non esclude la presenza di rilevanti cambiamenti sul
piano dei contenuti: basti pensare al fatto che il socialismo viene nominato pochissime volte
nellintera Dogmatik, e che Barth non ha mai riproposto, dopo Safenwil, una identificazione
audace come il movimento per il socialismo Ges. Ma si tratta di un elemento essen-
ziale, che rappresenta la peculiare forma etica del suo pensiero. I tratti teorici che svolgo-
no una funzione genetica primaria nella teologia barthiana non sono rappresentati dalla
specifica interpretazione che essa sviluppa del dogma cristiano, ma dalla concentrazione
sul nocciolo della fede creduta, Ges Cristo; dalla distinzione del vangelo dallideologia;
dalla eliminazione del pathos che accompagna le divisioni confessionali e di schiera-
mento; dalla critica alla identificazione tradizionale del nemico (lopposto di Dio non
la materia, ma il male). Questi tratti sono immediatamente etici: essi cio non solo si tra-
ducono in, ma non sarebbero possibili senza la riduzione allassurdo dellapologetica, del pro-
selitismo e del trionfalismo; senza la disponibilit non tatticistica alla critica ad intra, cio nei
confronti di s e della propria chiesa di appartenenza; senza uno sguardo serenamente
aperto al riconoscimento di ogni compagno di strada. Appunto questa forma etica, che
rappresenta la componente pi vitale di unopera che non manca di tratti scolastici, di siste-
ma, e naturalmente anche ideologici, colloca Barth nel ristretto numero di autori che richie-
dono veri lettori, quei lettori capaci di accorgersi quando il pensiero anche esistenza:
nel suo caso, esistenza teologica.
Note
1
Cfr la conferenza Evangelium und Sozialismus (1 febbraio 1914), cit. in F.-W. Marquardt, Verwegenheiten.
Theologische Stcke aus Berlin, Kaiser, 1981, p. 473.
2
Argomentando la cosa in una forma matura e, probabilmente, tra le pi efficaci, nella Introduzione
(1857) a Per la critica delleconomia politica (1859) (trad. it, in Appendice a K. Marx, Per la critica del-
leco-nomia politica, Ed. Riuniti, 1969, pp. 171-199).
3
Cf in particolare lo scritto Theologische Existenz heute! Kaiser, 1933.
4
Cf, oltre al volume ricordato sopra, Teologia e socialismo. Lesempio di Karl Barth, tr. it., Jaca Book, 1974.
5
Tr. it.: Claudiana, 1975.
6
Di cui si pu vedere: Lessere di Dio nel divenire, tr. it., Marietti, 1985. Utile anche, per il periodo che
va fino a Rmerbrief (commento alla lettera di Paolo ai Romani) anche il saggiodi M. C. Laurenzi,
Esperienza e rivelazione. La ricerca del giovane Barth (1909-1921), Marietti, 1983.
7
KD IV, 3,1, 140. Tra questi aspetti Barth nomina la reazione contro i grandi disordini presenti nello
stato e nella societ, e la disponibilit alla solidariet con laltro, chiunque esso sia. Sia pure impli-
citamente, si fa dunque anche qui riferimento al socialismo.
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svizzera; aggiungiamo che nel 1931 si iscrisse al Partito socialista tedesco), ma dalla volont
di contrastare luso propagandistico dei fatti reali: sia in risposta alla polemica cristiana
borghese contro il socialismo reale, sia per ricordare ai compagni socialisti la distanza che
intercorre tra ci cui essi mirano e ci che essi realizzano. Se il socialismo va criticato non
perch reale, ma perch non si realizzato abbastanza; e se esso deve imparare da Ges
la coerenza, non perch Ges rappresenti unalternativa al socialismo, ma perch pi
che socialista.
Ma questo ancora non basterebbe, se non si aggiungesse che Barth addossa la responsa-
bilit principale del fraintendimento ideologico della figura di Ges non ai compagni
socialisti, bens alla chiesa stessa, al cristianesimo nella sua forma storica. Barth presenta
i propri colleghi, cio i pastori e i teologi, come i propugnatori di una ideologia caratteriz-
zata da tre elementi di fondo: visione spiritualizzata del destino e della salvezza delluomo
(dicotomia cielo-terra, spirito-materia); difesa del possesso e della propriet privata; con-
cezione individualistica, non comunitaria, non solidale, dellesistenza.
Come membro della chiesa Barth si sente corresponsabile di questa grande defezione da
Cristo e soffre in prima persona per la discrepanza tra il modo di vivere originario propo-
sto da Ges e la figura che il cristianesimo ha assunto attraverso 1800 anni di storia. la
stessa posizione critica di Kierkegaard, anche se Barth non fa sua esplicitamente la tesi sto-
rico-filosofica del danese, per cui loriginario, entrando nel processo evolutivo della storia, ine-
vitabilmente degenera. La percezione di questa discrepanza dar luogo, negli anni seguen-
ti, allidea di irruzione del regno di Dio nel mondo, e poi, nella fase cosiddetta dialetti-
ca del suo pensiero, alla categoria del totalmente altro: Dio totalmente altro dalluo-
mo, e solo come tale entra in rapporto (ma ci entra realmente ed efficacemente, un punto
che molte letture correnti non mettono sufficientemente a fuoco) con luomo e il mondo. La
tesi che la chiesa non Ges e Ges non la chiesa non svolge una funzione tattica, ma si
pone alle radici della teologia barthiana; anche quando in seguito Barth accentuer la vici-
nanza di Cristo alla chiesa, non penser mai a una vicinanza biunivoca (che valga cio reci-
procamente per la chiesa nei confronti di Cristo).
In questa conferenza la conseguenza pi importante che ne deriva la possibilit di un rap-
porto con Ges al di fuori di ogni rapporto con la chiesa e con il cristianesimo. E poich affa-
re del pastore e del teologo Ges, e solo indirettamente la chiesa e il cristianesimo, ecco che
per lui possibile riconoscere, non con gelosia ma, al contrario, con gioia, ogni realt che, pur
fuori delle mura, si presenti di fatto come realt conforme al modo di vivere proposto
da Ges. Il socialismo una di queste realt, perch un movimento dal basso allalto
che parte dalle periferie sociali, perch non riconosce la sacralit della propriet privata,
perch propugna la solidariet e lorganizzazione tra i proletari, e li vuole liberare dalla
condizione di dipendenza (che pi grave della povert come tale) nei confronti dei padro-
ni. Il socialismo non lunica di queste realt, giacch una simile traccia della potenza di
Dio si trova anche in altri luoghi: ma qui, dice Barth, la si trova pi chiara che altrove.
Questa posizione la ritroviamo, fin nelluso del medesimo concetto di chiarezza (deutlich,
Deutlichkeit) a quasi cinquantanni di distanza, in un volume della Kirchliche Dogmatik
risalente al 1959: la comunit cristiana, si chiede qui Barth, non si trova spesso di fronte al
fatto che il mondo, magari un mondo che si dichiara apertamente pagano, rende testimo-
nianza ad alcuni aspetti della verit del vangelo almeno altrettanto chiaramente di quan-
to non faccia essa stessa?
7
Abbiamo trovato cos lelemento di continuit sulla cui esistenza
ci interrogavamo. Questa continuit non esclude la presenza di rilevanti cambiamenti sul
piano dei contenuti: basti pensare al fatto che il socialismo viene nominato pochissime volte
nellintera Dogmatik, e che Barth non ha mai riproposto, dopo Safenwil, una identificazione
audace come il movimento per il socialismo Ges. Ma si tratta di un elemento essen-
ziale, che rappresenta la peculiare forma etica del suo pensiero. I tratti teorici che svolgo-
no una funzione genetica primaria nella teologia barthiana non sono rappresentati dalla
specifica interpretazione che essa sviluppa del dogma cristiano, ma dalla concentrazione
sul nocciolo della fede creduta, Ges Cristo; dalla distinzione del vangelo dallideologia;
dalla eliminazione del pathos che accompagna le divisioni confessionali e di schiera-
mento; dalla critica alla identificazione tradizionale del nemico (lopposto di Dio non
la materia, ma il male). Questi tratti sono immediatamente etici: essi cio non solo si tra-
ducono in, ma non sarebbero possibili senza la riduzione allassurdo dellapologetica, del pro-
selitismo e del trionfalismo; senza la disponibilit non tatticistica alla critica ad intra, cio nei
confronti di s e della propria chiesa di appartenenza; senza uno sguardo serenamente
aperto al riconoscimento di ogni compagno di strada. Appunto questa forma etica, che
rappresenta la componente pi vitale di unopera che non manca di tratti scolastici, di siste-
ma, e naturalmente anche ideologici, colloca Barth nel ristretto numero di autori che richie-
dono veri lettori, quei lettori capaci di accorgersi quando il pensiero anche esistenza:
nel suo caso, esistenza teologica.
Note
1
Cfr la conferenza Evangelium und Sozialismus (1 febbraio 1914), cit. in F.-W. Marquardt, Verwegenheiten.
Theologische Stcke aus Berlin, Kaiser, 1981, p. 473.
2
Argomentando la cosa in una forma matura e, probabilmente, tra le pi efficaci, nella Introduzione
(1857) a Per la critica delleconomia politica (1859) (trad. it, in Appendice a K. Marx, Per la critica del-
leco-nomia politica, Ed. Riuniti, 1969, pp. 171-199).
3
Cf in particolare lo scritto Theologische Existenz heute! Kaiser, 1933.
4
Cf, oltre al volume ricordato sopra, Teologia e socialismo. Lesempio di Karl Barth, tr. it., Jaca Book, 1974.
5
Tr. it.: Claudiana, 1975.
6
Di cui si pu vedere: Lessere di Dio nel divenire, tr. it., Marietti, 1985. Utile anche, per il periodo che
va fino a Rmerbrief (commento alla lettera di Paolo ai Romani) anche il saggiodi M. C. Laurenzi,
Esperienza e rivelazione. La ricerca del giovane Barth (1909-1921), Marietti, 1983.
7
KD IV, 3,1, 140. Tra questi aspetti Barth nomina la reazione contro i grandi disordini presenti nello
stato e nella societ, e la disponibilit alla solidariet con laltro, chiunque esso sia. Sia pure impli-
citamente, si fa dunque anche qui riferimento al socialismo.
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svizzera; aggiungiamo che nel 1931 si iscrisse al Partito socialista tedesco), ma dalla volont
di contrastare luso propagandistico dei fatti reali: sia in risposta alla polemica cristiana
borghese contro il socialismo reale, sia per ricordare ai compagni socialisti la distanza che
intercorre tra ci cui essi mirano e ci che essi realizzano. Se il socialismo va criticato non
perch reale, ma perch non si realizzato abbastanza; e se esso deve imparare da Ges
la coerenza, non perch Ges rappresenti unalternativa al socialismo, ma perch pi
che socialista.
Ma questo ancora non basterebbe, se non si aggiungesse che Barth addossa la responsa-
bilit principale del fraintendimento ideologico della figura di Ges non ai compagni
socialisti, bens alla chiesa stessa, al cristianesimo nella sua forma storica. Barth presenta
i propri colleghi, cio i pastori e i teologi, come i propugnatori di una ideologia caratteriz-
zata da tre elementi di fondo: visione spiritualizzata del destino e della salvezza delluomo
(dicotomia cielo-terra, spirito-materia); difesa del possesso e della propriet privata; con-
cezione individualistica, non comunitaria, non solidale, dellesistenza.
Come membro della chiesa Barth si sente corresponsabile di questa grande defezione da
Cristo e soffre in prima persona per la discrepanza tra il modo di vivere originario propo-
sto da Ges e la figura che il cristianesimo ha assunto attraverso 1800 anni di storia. la
stessa posizione critica di Kierkegaard, anche se Barth non fa sua esplicitamente la tesi sto-
rico-filosofica del danese, per cui loriginario, entrando nel processo evolutivo della storia, ine-
vitabilmente degenera. La percezione di questa discrepanza dar luogo, negli anni seguen-
ti, allidea di irruzione del regno di Dio nel mondo, e poi, nella fase cosiddetta dialetti-
ca del suo pensiero, alla categoria del totalmente altro: Dio totalmente altro dalluo-
mo, e solo come tale entra in rapporto (ma ci entra realmente ed efficacemente, un punto
che molte letture correnti non mettono sufficientemente a fuoco) con luomo e il mondo. La
tesi che la chiesa non Ges e Ges non la chiesa non svolge una funzione tattica, ma si
pone alle radici della teologia barthiana; anche quando in seguito Barth accentuer la vici-
nanza di Cristo alla chiesa, non penser mai a una vicinanza biunivoca (che valga cio reci-
procamente per la chiesa nei confronti di Cristo).
In questa conferenza la conseguenza pi importante che ne deriva la possibilit di un rap-
porto con Ges al di fuori di ogni rapporto con la chiesa e con il cristianesimo. E poich affa-
re del pastore e del teologo Ges, e solo indirettamente la chiesa e il cristianesimo, ecco che
per lui possibile riconoscere, non con gelosia ma, al contrario, con gioia, ogni realt che, pur
fuori delle mura, si presenti di fatto come realt conforme al modo di vivere proposto
da Ges. Il socialismo una di queste realt, perch un movimento dal basso allalto
che parte dalle periferie sociali, perch non riconosce la sacralit della propriet privata,
perch propugna la solidariet e lorganizzazione tra i proletari, e li vuole liberare dalla
condizione di dipendenza (che pi grave della povert come tale) nei confronti dei padro-
ni. Il socialismo non lunica di queste realt, giacch una simile traccia della potenza di
Dio si trova anche in altri luoghi: ma qui, dice Barth, la si trova pi chiara che altrove.
Questa posizione la ritroviamo, fin nelluso del medesimo concetto di chiarezza (deutlich,
Deutlichkeit) a quasi cinquantanni di distanza, in un volume della Kirchliche Dogmatik
Cristianesimo e socialismo di Karl Barth
traduzione di Alberto Gallas
Il testo originale tedesco si trova in Der Freie Argauer. Offizielles Organ der Arbeiterpartei des Kantons
Aargau, 6Jg., 1911, n. 153, 154, 155, 156, del 23, 26, 28, 30, dicembre 1911. Ne dobbiamo il repe-
rimento alla cortesia di Markus Wildi, della Aargauische Kantons bibliotek di Aarau, Svizzera.
Sono lieto di poter parlare di Ges in questa sede, soprattutto perch lidea di scegliere que-
sto tema stata vostra. Come pastore, la realt pi bella e pi grande di cui posso farvi da
tramite, offrendovi per cos dire un assaggio di quelle forze che con la sua persona hanno
fatto il loro ingresso nella storia e nella vita, Ges Cristo. Il fatto che vi siate rivolti a me
chiedendomi proprio di parlarvi di questa realt, che la pi bella e pi grande di tutte, mi sem-
bra dunque un indizio della reciproca comprensione che esiste tra noi. Devo subito aggiungere
per, che la seconda parte del nostro tema mi sta altrettanto a cuore: il movimento per il
socialismo. Un teologo e scrittore dei nostri giorni, molto famoso, ha affermato che non si
dovrebbero porre queste due realt luna di fianco allaltra come nel nostro titolo: Ges Cristo
e il movimento socialista, quasi che si trattasse di due entit diverse, collegabili tra di loro
solo in modo pi o meno artificioso; al contrario, si tratta di una sola e medesima realt:
Ges il movimento per il socialismo, e il movimento per il socialismo Ges. Posso tran-
quillamente condividere questo punto di vista, anche se mi riservo di mostrare meglio in che
misura. Il contenuto autentico della persona di Ges si pu infatti riassumere in queste quat-
tro parole: movimento per il socialismo, e daltra parte io credo veramente che il movimento
per il socialismo del XIX e XX secolo sia non soltanto la pi grande e urgente parola che Dio
rivolge al nostro tempo, ma pi precisamente si trovi in diretta continuit con quella forza
spirituale che, come ho detto, ha fatto il suo ingresso assieme a Ges nella storia e nella vita.
Queste idee vengono per combattute da due diversi punti divista, ciascuno dei quali ha,
credo, dei sostenitori anche tra noi. Il primo fronte costituito dai cosidetti circoli cristiani in
senso stretto, cui in questo caso si unisce anche la maggioranza dei credenti praticanti di
estrazione borghese. Quando leggono o sentono mettere insieme queste due cose, Ges e
il movimento per il socialismo, costoro protestano, pi o meno vivacemente, perch, dico-
no, cos si fa di Cristo un socialdemocratico. Ma, vero, voi non dipingerete il Salvatore trop-
po di rosso!, mi ha risposto un valente collega, quando gli ho detto del tema che avrei trat-
tato oggi. Costoro sono poi soliti argomentare, quasi con fervore, che assolutamente impos-
sibile mettere Ges sullo stesso piano di un partito politico. Secondo loro egli si trovereb-
be, apartiticamente, anzi, nellindifferenza, al di sopra delle lotte sociali. Il suo valore sareb-
be eterno, non legato al tempo n limitato, come invece quello del partito socialdemocrati-
co. Se dunque lo si coinvolge nei conflitti dei nostri giorni, come fa il titolo che abbiamo scel-
to, si sostiene una tesi falsa e si compie una profanazione. Ma, sul fronte cristiano, c chi
semplifica ancor di pi le cose; anzi, proprio cos che si comporta la maggioranza, e pur-
troppo questo vale anche per molti miei colleghi. Si punta il dito su qualche errore o sba-
glio grossolano, commesso dal fronte socialdemocratico: un gruppo di operai ha picchiato un
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crumiro, qualcuno ha scritto sul giornale un articolo velenoso e pieno di odio, il signor con-
sigliere Naine si reso un po ridicolo, con le sue tirate antimilitariste. Che ha a che fare
tutto questo, e tutte le altre azioni anche peggiori che compiono i socialisti, con Ges Cristo?,
ci chiedono con tono indignato. La mia risposta : tutto questo non ha ovviamente nulla a
che fare con Ges Cristo come nulla a che fare con lui hanno le manifestazioni di meschinit
piccolo borghese, di brutale egoismo, di dispotica prepotenza che possiamo riscontrare sul
fronte liberale o conservatore. Sbagli ed errori di singoli ce ne sono da una parte e dallal-
tra: io non voglio cavarmela a buon mercato. Qui per non sono in questione i singoli, ma
la cosa stessa. troppo facile e ingiusto ripetere continuamente: guarda come si compor-
tano i socialisti! Proprio noi cristiani dovremmo sapere che quando si guarda ai comportamenti
nessuno se la cava troppo brillantemente. Quando parlo del movimento per il socialismo,
non mi riferisco a quello che pu fare questo o quel socialista, o magari tutti i socialisti, ma
a ci che essi vogliono. Proprio noi cristiani siamo i primi a desiderare che Dio e gli uomini ci
giudichino sulla base di ci che vogliamo e non di ci che facciamo. Non dobbiamo occu-
parci perci di quello che possono dire o fare Bebel o Jaures, Greulich o Pflger o Naine, e
nemmeno di quello che possono dire o fare i socialisti dellArgovia o di Safenwil, ma di ci che
tutti questi uomini hanno in comune; di quello che resta quando dal conto viene defalcato ogni
elemento contingente, buono o cattivo che sia; di quello che, con le parole e le azioni, essi
vogliono. Si tratter allora di alcune idee e di alcuni motivi molto semplici, che riuniti insie-
me danno vita a un fenomeno storico in s compiuto, non condizionato dalla condotta dei
militanti n dalla tattica dei partiti socialisti, qualcosa che sta assolutamente al di sopra dei
conflitti allordine del giorno. Questo il movimento per il socialismo. Non vedo allora come
mettere questo movimento in relazione con Ges Cristo possa rappresentare una profanazione
delleterno. Abbiamo detto appunto che non ci riferiamo agli aspetti condizionati dal tempo
e contingenti di questo movimento. Noi diciamo: Ges e il movimento per il socialismo, nello
stesso modo in cui siamo abituati a mettere in relazione Ges e la Riforma, o Ges e la
missionariet. Non vogliamo fare di Ges un socialdemocratico tedesco, francese o argoviese
si tratterebbe naturalmente di un assurdo ma vogliamo mettere in rilievo il legame intrin-
seco che sussiste tra ci che di eterno, di permanente, di generale c nella moderna social-
democrazia, e leterna parola di Dio, che in Ges divenuta carne.
Mi resta ancora per da parlare dellopposizione che viene dallaltro fronte. Qualcuno di voi,
stimati amici del circolo operaio, o almeno qualcuno dei vostri compagni del cantone, sentendo
questo tema avr pensato, magari tra s e s: Ah, Ges Cristo e il movimento per il socialismo!
Qui cercano di farci regredire, noi che siamo socialisti, a una visione del mondo antidiluvia-
na, o almeno di farci tornare nella chiesa. Un autore socialdemocratico, Joseph Dietzgen, ha
messo in guardia contro laccostamento di cristianesimo e socialismo: per lui si tratta di una
manovra di stampo conservatore. In effetti, un certo avvicinamento cristiano nei confron-
ti del socialismo ha laria di una manovra, finalizzata a convincere la gente, a farne di nuovo
un gregge devoto. Il socialismo sarebbe il mezzo, la chiesa e lideologia il vero fine per cui
si lavora. Non mi meraviglierei se voi dimostraste anche verso di me una qualche diffiden-
za di questo genere. A questo punto non posso limitarmi ad assicurarvi che in realt non
Cristianesimo e socialismo di Karl Barth
traduzione di Alberto Gallas
Il testo originale tedesco si trova in Der Freie Argauer. Offizielles Organ der Arbeiterpartei des Kantons
Aargau, 6Jg., 1911, n. 153, 154, 155, 156, del 23, 26, 28, 30, dicembre 1911. Ne dobbiamo il repe-
rimento alla cortesia di Markus Wildi, della Aargauische Kantons bibliotek di Aarau, Svizzera.
Sono lieto di poter parlare di Ges in questa sede, soprattutto perch lidea di scegliere que-
sto tema stata vostra. Come pastore, la realt pi bella e pi grande di cui posso farvi da
tramite, offrendovi per cos dire un assaggio di quelle forze che con la sua persona hanno
fatto il loro ingresso nella storia e nella vita, Ges Cristo. Il fatto che vi siate rivolti a me
chiedendomi proprio di parlarvi di questa realt, che la pi bella e pi grande di tutte, mi sem-
bra dunque un indizio della reciproca comprensione che esiste tra noi. Devo subito aggiungere
per, che la seconda parte del nostro tema mi sta altrettanto a cuore: il movimento per il
socialismo. Un teologo e scrittore dei nostri giorni, molto famoso, ha affermato che non si
dovrebbero porre queste due realt luna di fianco allaltra come nel nostro titolo: Ges Cristo
e il movimento socialista, quasi che si trattasse di due entit diverse, collegabili tra di loro
solo in modo pi o meno artificioso; al contrario, si tratta di una sola e medesima realt:
Ges il movimento per il socialismo, e il movimento per il socialismo Ges. Posso tran-
quillamente condividere questo punto di vista, anche se mi riservo di mostrare meglio in che
misura. Il contenuto autentico della persona di Ges si pu infatti riassumere in queste quat-
tro parole: movimento per il socialismo, e daltra parte io credo veramente che il movimento
per il socialismo del XIX e XX secolo sia non soltanto la pi grande e urgente parola che Dio
rivolge al nostro tempo, ma pi precisamente si trovi in diretta continuit con quella forza
spirituale che, come ho detto, ha fatto il suo ingresso assieme a Ges nella storia e nella vita.
Queste idee vengono per combattute da due diversi punti divista, ciascuno dei quali ha,
credo, dei sostenitori anche tra noi. Il primo fronte costituito dai cosidetti circoli cristiani in
senso stretto, cui in questo caso si unisce anche la maggioranza dei credenti praticanti di
estrazione borghese. Quando leggono o sentono mettere insieme queste due cose, Ges e
il movimento per il socialismo, costoro protestano, pi o meno vivacemente, perch, dico-
no, cos si fa di Cristo un socialdemocratico. Ma, vero, voi non dipingerete il Salvatore trop-
po di rosso!, mi ha risposto un valente collega, quando gli ho detto del tema che avrei trat-
tato oggi. Costoro sono poi soliti argomentare, quasi con fervore, che assolutamente impos-
sibile mettere Ges sullo stesso piano di un partito politico. Secondo loro egli si trovereb-
be, apartiticamente, anzi, nellindifferenza, al di sopra delle lotte sociali. Il suo valore sareb-
be eterno, non legato al tempo n limitato, come invece quello del partito socialdemocrati-
co. Se dunque lo si coinvolge nei conflitti dei nostri giorni, come fa il titolo che abbiamo scel-
to, si sostiene una tesi falsa e si compie una profanazione. Ma, sul fronte cristiano, c chi
semplifica ancor di pi le cose; anzi, proprio cos che si comporta la maggioranza, e pur-
troppo questo vale anche per molti miei colleghi. Si punta il dito su qualche errore o sba-
glio grossolano, commesso dal fronte socialdemocratico: un gruppo di operai ha picchiato un
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crumiro, qualcuno ha scritto sul giornale un articolo velenoso e pieno di odio, il signor con-
sigliere Naine si reso un po ridicolo, con le sue tirate antimilitariste. Che ha a che fare
tutto questo, e tutte le altre azioni anche peggiori che compiono i socialisti, con Ges Cristo?,
ci chiedono con tono indignato. La mia risposta : tutto questo non ha ovviamente nulla a
che fare con Ges Cristo come nulla a che fare con lui hanno le manifestazioni di meschinit
piccolo borghese, di brutale egoismo, di dispotica prepotenza che possiamo riscontrare sul
fronte liberale o conservatore. Sbagli ed errori di singoli ce ne sono da una parte e dallal-
tra: io non voglio cavarmela a buon mercato. Qui per non sono in questione i singoli, ma
la cosa stessa. troppo facile e ingiusto ripetere continuamente: guarda come si compor-
tano i socialisti! Proprio noi cristiani dovremmo sapere che quando si guarda ai comportamenti
nessuno se la cava troppo brillantemente. Quando parlo del movimento per il socialismo,
non mi riferisco a quello che pu fare questo o quel socialista, o magari tutti i socialisti, ma
a ci che essi vogliono. Proprio noi cristiani siamo i primi a desiderare che Dio e gli uomini ci
giudichino sulla base di ci che vogliamo e non di ci che facciamo. Non dobbiamo occu-
parci perci di quello che possono dire o fare Bebel o Jaures, Greulich o Pflger o Naine, e
nemmeno di quello che possono dire o fare i socialisti dellArgovia o di Safenwil, ma di ci che
tutti questi uomini hanno in comune; di quello che resta quando dal conto viene defalcato ogni
elemento contingente, buono o cattivo che sia; di quello che, con le parole e le azioni, essi
vogliono. Si tratter allora di alcune idee e di alcuni motivi molto semplici, che riuniti insie-
me danno vita a un fenomeno storico in s compiuto, non condizionato dalla condotta dei
militanti n dalla tattica dei partiti socialisti, qualcosa che sta assolutamente al di sopra dei
conflitti allordine del giorno. Questo il movimento per il socialismo. Non vedo allora come
mettere questo movimento in relazione con Ges Cristo possa rappresentare una profanazione
delleterno. Abbiamo detto appunto che non ci riferiamo agli aspetti condizionati dal tempo
e contingenti di questo movimento. Noi diciamo: Ges e il movimento per il socialismo, nello
stesso modo in cui siamo abituati a mettere in relazione Ges e la Riforma, o Ges e la
missionariet. Non vogliamo fare di Ges un socialdemocratico tedesco, francese o argoviese
si tratterebbe naturalmente di un assurdo ma vogliamo mettere in rilievo il legame intrin-
seco che sussiste tra ci che di eterno, di permanente, di generale c nella moderna social-
democrazia, e leterna parola di Dio, che in Ges divenuta carne.
Mi resta ancora per da parlare dellopposizione che viene dallaltro fronte. Qualcuno di voi,
stimati amici del circolo operaio, o almeno qualcuno dei vostri compagni del cantone, sentendo
questo tema avr pensato, magari tra s e s: Ah, Ges Cristo e il movimento per il socialismo!
Qui cercano di farci regredire, noi che siamo socialisti, a una visione del mondo antidiluvia-
na, o almeno di farci tornare nella chiesa. Un autore socialdemocratico, Joseph Dietzgen, ha
messo in guardia contro laccostamento di cristianesimo e socialismo: per lui si tratta di una
manovra di stampo conservatore. In effetti, un certo avvicinamento cristiano nei confron-
ti del socialismo ha laria di una manovra, finalizzata a convincere la gente, a farne di nuovo
un gregge devoto. Il socialismo sarebbe il mezzo, la chiesa e lideologia il vero fine per cui
si lavora. Non mi meraviglierei se voi dimostraste anche verso di me una qualche diffiden-
za di questo genere. A questo punto non posso limitarmi ad assicurarvi che in realt non
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ne, non essendovi ancora le fabbriche. Tuttavia, chiunque legga senza pregiudizi il Nuovo
Testamento, dovrebbe restare colpito dal fatto che ci che Ges stato, ha voluto, e ha otte-
nuto, considerato da un punto di vista umano, era esattamente un movimento dal basso.
Egli stesso proveniva da uno dei ceti pi umili del popolo ebraico di quel tempo. Vi ricorde-
rete certamente del racconto di Natale e della mangiatoia di Betlemme. Suo padre faceva il
carpentiere in un angolo sperduto della Galilea, e lo stesso mestiere ha fatto anche Ges
stesso, tranne che nei suoi ultimi anni di vita. Ges non era un pastore, non era un parroco,
era un operaio. Giunto al trentesimo anno di et, ha appeso al chiodo i suoi arnesi, e ha
cominciato a girovagare da una localit allaltra, perch aveva qualcosa da dire agli uomi-
ni. Ma anche allora la sua posizione stata completamente diversa da quella di un pastore
dei nostri giorni. Noi pastori dobbiamo essere a disposizione di tutti, di chi sta in alto e di
chi sta in basso, dei ricchi e dei poveri, e la nostra personalit spesso soffre di questa dupli-
ce faccia della nostra professione. Ges si sentiva inviato ai poveri, agli umili: questo uno
dei dati pi indiscutibili che ricaviamo dalla storia del vangelo. Il senso della sua attivit si rias-
sume in una frase, nella quale sentiamo ancora oggi ardere il fuoco di una autentica sensibilit
sociale: Vedendo il popolo, si commosse, perch erano come pecore senza pastore (Mc
6,34). Talvolta leggiamo anche che gli si sono accompagnati dei ricchi, ma se pure non si
sono tirati indietro, dopo un breve momento di entusiasmo, come il giovane ricco (Mt 19,16-
22) e aveva le sue buone ragioni per farlo costoro facevano parte della sua cerchia come
ospiti, piuttosto che essere veramente legati a lui. Un esempio tipico in questo senso offer-
to da quel Nicodemo (Gv 3,1-2), un capo dei Giudei, che si rec da lui nottetempo. Certo,
nelle ultime settimane di vita egli si rivolto con il suo messaggio anche ai ricchi, alle persone
colte: si spostato dalla Galilea a Gerusalemme ma sapete bene che questo tentativo s
concluso con la croce, sul Golgota. Quello di cui era portatore era un lieto annuncio ai pove-
ri, al popolo dei dipendenti e degli incolti: Beati voi, poveri, perch vostro il regno dei cieli
(Lc 6,21). Il pi piccolo tra tutti voi diventer il pi grande (Lc 9,48). Guardatevi dal disprez-
zare uno solo di questi piccoli, perch vi dico che i loro angeli nel cielo vedono sempre la
faccia del Padre mio che nei cieli (Mt 18,10). Queste affermazioni non possono essere inter-
pretate come parole consolatorie pronunciate da un filantropo con tono di condiscenden-
za. Ges ha affermato: Vostro il regno dei cieli, e con questo ha inteso dire: rallegratevi di
rientrare nel novero della gente minuta: voi siete pi vicini alla salvezza degli altolocati e
dei ricchi. Ti ringrazio, padre del cielo e della terra, perch hai tenuto nascoste queste cose
ai sapienti e agli intelligenti, e le hai rivelate ai piccoli (Mt 11,25). Ges stesso si comportato
in questo modo: egli ha scelto i suoi amici tra i pescatori del lago di Galilea, tra i pubblicani
al servizio dei Romani, sospettati da tutti, addirittura tra le prostitute delle citt di mare.
Nella scelta dei propri compagni non si pu scendere verso il fondo della scala sociale pi
di quanto abbia fatto Ges. Per lui, nessuno si trovava troppo in basso o contava troppo
poco. Lo ripeto: non si trattava di una sussiegosa compassione dallalto al basso, ma
dellespIosione di un vulcano dal basso verso lalto. Non sono i poveri ad aver bisogno di
compassione, ma i ricchi, non i cosidetti senza Dio, ma gli uomini pii. Queste inaudite paro-
le: I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio (Mt 21,31), e: Guai a voi, o ric-
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voglio convincere nessuno, ma devo anche spiegarvene il motivo: il motivo cio per cui
vorrei parlare del legame intrinseco tra Ges e il socialismo e per cui, pur avendo la mia con-
ferenza lo scopo di rendervi pienamente consapevoli di tale legame, ci non ha nulla a che fare
con la posizione che voi avete nei confronti della chiesa. Pu darsi che vi siate gi resi conto
del legame tra Ges e il socialismo, di cui voglio parlare. Pu darsi e anzi ve lo auguro
che siate entrati in un rapporto personale, interiore, con questuomo, e che tuttavia conti-
nuiate a girare al largo dalla chiesa, anche da quella di Safenwil. La chiesa pu assistervi,
pu aiutarvi nel vostro rapporto con Ges, ma niente di pi. Sono sempre esistiti uomini
che se la sono cavata anche senza questo aiuto. Forse rientrate nel loro numero. Spesso la
chiesa ha assolto male al proprio compito, e ci vale senza dubbio anche per la nostra chie-
sa e per me. Per quel che concerne la chiesa, posso dunque dirvi soltanto questo: essa
qua, per porsi a vostro servizio; fate ci che vi sembra giusto fare. La chiesa non Ges e
Ges non la chiesa. Lo stesso vale per la cosidetta ideologia cristiana. Se voi vi rendete
conto del legame tra le vostre convinzioni socialiste e la persona di Ges, e se volete impo-
stare la vostra vita in armonia con questo legame, ci non vuol dire affatto che dobbiate
credere, cio accettare questa, quella e questaltra cosa ancora. Quello che Ges ha da
offrirci non sono idee, ma un modo di vivere. Si pu avere unidea cristiana di Dio, del mondo,
degli uomini e della loro redenzione, e con tutto ci essere dei perfetti pagani. possibile
essere degli autentici seguaci e discepoli di Ges essendo atei, materialisti, darwinisti. Ges
non lideologia cristiana, e lideologia cristiana non Ges. Posso dirvi tranquillamente
che se io oggi cerco di suscitare il vostro interesse per Ges, non penso con questo di acca-
lappiarvi e di convincervi alle idee cristiane. Anzi, vi invito a lasciarle per una volta com-
pletamente da parte, e a concentrarvi sul solo argomento di cui vogliamo parlare: cio su
quel ponte che unisce Ges e il socialismo. Lobiettivo che vorrei raggiungere con la mia
conferenza, stimati uditori, semplicemente questo: che voi tutti possiate vedere questo
ponte e cerchiate di attraversarlo, chi verso luna, chi verso laltra sponda.
Ma entriamo nel vivo della questione. Il socialismo un movimento dal basso verso lalto.
Durante la discussione che seguita alla mia ultima conferenza, qualcuno ha detto: Noi
siamo il partito dei poveri diavoli! Se guardo a voi qui davanti a me, questa affermazione
mi sembra un tantino esagerata; voi stessi non la prenderete troppo alla lettera. Ma sia io
che voi ne comprendiamo il senso. Il socialismo il movimento di coloro che non sono indi-
pendenti sul piano economico, di coloro che in cambio di un salario lavorano per un altro,
un estraneo; il movimento del proletariato, come lo si chiama sui libri. Il proletario non
necessariamente povero, ma nella sua esistenza necessariamente dipendente dalle pos-
sibilit economiche e dalla buona volont di colui che gli d il pane, il padrone della fabbri-
ca. E qui che interviene il socialismo: esso e vuole essere un movimento proletario. Esso
vuole rendere indipendenti coloro che non lo sono, con tutte le conseguenze che ci pu
comportare per la loro esistenza materiale, morale e spirituale. Non possiamo sostenere
che anche Ges si sia impegnato precisamente su questo punto, gi semplicemente per il
fatto che duemila anni fa non esisteva ancora un proletariato nel senso moderno del termi-
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ne, non essendovi ancora le fabbriche. Tuttavia, chiunque legga senza pregiudizi il Nuovo
Testamento, dovrebbe restare colpito dal fatto che ci che Ges stato, ha voluto, e ha otte-
nuto, considerato da un punto di vista umano, era esattamente un movimento dal basso.
Egli stesso proveniva da uno dei ceti pi umili del popolo ebraico di quel tempo. Vi ricorde-
rete certamente del racconto di Natale e della mangiatoia di Betlemme. Suo padre faceva il
carpentiere in un angolo sperduto della Galilea, e lo stesso mestiere ha fatto anche Ges
stesso, tranne che nei suoi ultimi anni di vita. Ges non era un pastore, non era un parroco,
era un operaio. Giunto al trentesimo anno di et, ha appeso al chiodo i suoi arnesi, e ha
cominciato a girovagare da una localit allaltra, perch aveva qualcosa da dire agli uomi-
ni. Ma anche allora la sua posizione stata completamente diversa da quella di un pastore
dei nostri giorni. Noi pastori dobbiamo essere a disposizione di tutti, di chi sta in alto e di
chi sta in basso, dei ricchi e dei poveri, e la nostra personalit spesso soffre di questa dupli-
ce faccia della nostra professione. Ges si sentiva inviato ai poveri, agli umili: questo uno
dei dati pi indiscutibili che ricaviamo dalla storia del vangelo. Il senso della sua attivit si rias-
sume in una frase, nella quale sentiamo ancora oggi ardere il fuoco di una autentica sensibilit
sociale: Vedendo il popolo, si commosse, perch erano come pecore senza pastore (Mc
6,34). Talvolta leggiamo anche che gli si sono accompagnati dei ricchi, ma se pure non si
sono tirati indietro, dopo un breve momento di entusiasmo, come il giovane ricco (Mt 19,16-
22) e aveva le sue buone ragioni per farlo costoro facevano parte della sua cerchia come
ospiti, piuttosto che essere veramente legati a lui. Un esempio tipico in questo senso offer-
to da quel Nicodemo (Gv 3,1-2), un capo dei Giudei, che si rec da lui nottetempo. Certo,
nelle ultime settimane di vita egli si rivolto con il suo messaggio anche ai ricchi, alle persone
colte: si spostato dalla Galilea a Gerusalemme ma sapete bene che questo tentativo s
concluso con la croce, sul Golgota. Quello di cui era portatore era un lieto annuncio ai pove-
ri, al popolo dei dipendenti e degli incolti: Beati voi, poveri, perch vostro il regno dei cieli
(Lc 6,21). Il pi piccolo tra tutti voi diventer il pi grande (Lc 9,48). Guardatevi dal disprez-
zare uno solo di questi piccoli, perch vi dico che i loro angeli nel cielo vedono sempre la
faccia del Padre mio che nei cieli (Mt 18,10). Queste affermazioni non possono essere inter-
pretate come parole consolatorie pronunciate da un filantropo con tono di condiscenden-
za. Ges ha affermato: Vostro il regno dei cieli, e con questo ha inteso dire: rallegratevi di
rientrare nel novero della gente minuta: voi siete pi vicini alla salvezza degli altolocati e
dei ricchi. Ti ringrazio, padre del cielo e della terra, perch hai tenuto nascoste queste cose
ai sapienti e agli intelligenti, e le hai rivelate ai piccoli (Mt 11,25). Ges stesso si comportato
in questo modo: egli ha scelto i suoi amici tra i pescatori del lago di Galilea, tra i pubblicani
al servizio dei Romani, sospettati da tutti, addirittura tra le prostitute delle citt di mare.
Nella scelta dei propri compagni non si pu scendere verso il fondo della scala sociale pi
di quanto abbia fatto Ges. Per lui, nessuno si trovava troppo in basso o contava troppo
poco. Lo ripeto: non si trattava di una sussiegosa compassione dallalto al basso, ma
dellespIosione di un vulcano dal basso verso lalto. Non sono i poveri ad aver bisogno di
compassione, ma i ricchi, non i cosidetti senza Dio, ma gli uomini pii. Queste inaudite paro-
le: I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio (Mt 21,31), e: Guai a voi, o ric-
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vorrei parlare del legame intrinseco tra Ges e il socialismo e per cui, pur avendo la mia con-
ferenza lo scopo di rendervi pienamente consapevoli di tale legame, ci non ha nulla a che fare
con la posizione che voi avete nei confronti della chiesa. Pu darsi che vi siate gi resi conto
del legame tra Ges e il socialismo, di cui voglio parlare. Pu darsi e anzi ve lo auguro
che siate entrati in un rapporto personale, interiore, con questuomo, e che tuttavia conti-
nuiate a girare al largo dalla chiesa, anche da quella di Safenwil. La chiesa pu assistervi,
pu aiutarvi nel vostro rapporto con Ges, ma niente di pi. Sono sempre esistiti uomini
che se la sono cavata anche senza questo aiuto. Forse rientrate nel loro numero. Spesso la
chiesa ha assolto male al proprio compito, e ci vale senza dubbio anche per la nostra chie-
sa e per me. Per quel che concerne la chiesa, posso dunque dirvi soltanto questo: essa
qua, per porsi a vostro servizio; fate ci che vi sembra giusto fare. La chiesa non Ges e
Ges non la chiesa. Lo stesso vale per la cosidetta ideologia cristiana. Se voi vi rendete
conto del legame tra le vostre convinzioni socialiste e la persona di Ges, e se volete impo-
stare la vostra vita in armonia con questo legame, ci non vuol dire affatto che dobbiate
credere, cio accettare questa, quella e questaltra cosa ancora. Quello che Ges ha da
offrirci non sono idee, ma un modo di vivere. Si pu avere unidea cristiana di Dio, del mondo,
degli uomini e della loro redenzione, e con tutto ci essere dei perfetti pagani. possibile
essere degli autentici seguaci e discepoli di Ges essendo atei, materialisti, darwinisti. Ges
non lideologia cristiana, e lideologia cristiana non Ges. Posso dirvi tranquillamente
che se io oggi cerco di suscitare il vostro interesse per Ges, non penso con questo di acca-
lappiarvi e di convincervi alle idee cristiane. Anzi, vi invito a lasciarle per una volta com-
pletamente da parte, e a concentrarvi sul solo argomento di cui vogliamo parlare: cio su
quel ponte che unisce Ges e il socialismo. Lobiettivo che vorrei raggiungere con la mia
conferenza, stimati uditori, semplicemente questo: che voi tutti possiate vedere questo
ponte e cerchiate di attraversarlo, chi verso luna, chi verso laltra sponda.
Ma entriamo nel vivo della questione. Il socialismo un movimento dal basso verso lalto.
Durante la discussione che seguita alla mia ultima conferenza, qualcuno ha detto: Noi
siamo il partito dei poveri diavoli! Se guardo a voi qui davanti a me, questa affermazione
mi sembra un tantino esagerata; voi stessi non la prenderete troppo alla lettera. Ma sia io
che voi ne comprendiamo il senso. Il socialismo il movimento di coloro che non sono indi-
pendenti sul piano economico, di coloro che in cambio di un salario lavorano per un altro,
un estraneo; il movimento del proletariato, come lo si chiama sui libri. Il proletario non
necessariamente povero, ma nella sua esistenza necessariamente dipendente dalle pos-
sibilit economiche e dalla buona volont di colui che gli d il pane, il padrone della fabbri-
ca. E qui che interviene il socialismo: esso e vuole essere un movimento proletario. Esso
vuole rendere indipendenti coloro che non lo sono, con tutte le conseguenze che ci pu
comportare per la loro esistenza materiale, morale e spirituale. Non possiamo sostenere
che anche Ges si sia impegnato precisamente su questo punto, gi semplicemente per il
fatto che duemila anni fa non esisteva ancora un proletariato nel senso moderno del termi-
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della socialdemocrazia verso la giustizia sociale la risposta con cui Ges rifiuta il suo inter-
vento: O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi? (Lc 12,14), e proviamo
a dire ancora una volta: Ges e il socialismo, come se luno non fosse lesatto opposto del-
laltro!
A questo punto tutto sembra chiaro come il sole; eppure il cristianesimo forse in nessun suo
aspetto si allontanato tanto dallo spirito del suo signore e maestro come appunto in questa
valutazione del rapporto tra spirito e materia, tra interiorit ed esteriorit, tra cielo e terra. Si
pu certo dire a buon diritto: per 1800 anni, di fronte alla miseria sociale, la chiesa ha costan-
temente rinviato allo spirito, alla vita interiore, al cielo. Essa ha predicato, convertito, conso-
lato, ma non stata daiuto. In ogni tempo di fronte alla miseria sociale essa ha raccoman-
dato laiuto, quale opera buona dellamore cristiano, ma non ha osato dire che questo aiuto
la buona opera, non ha detto che la miseria sociale non deve esistere, n ha conseguente-
mente impegnato tutta la sua forza su questo non deve esistere; essa si trincerata dietro a
una parola di Ges male interpretata ed estrapolata dal suo contesto: I poveri li avrete sempre
con voi (Gv 12,8), ha accettato la miseria sociale come un semplice dato di fatto, parlando in
compenso dello spirito, coltivando la vita interiore e preparando candidati per il regno dei
cieli. Questa la grande, grave defezione della chiesa cristiana, la defezione da Cristo. Quando
poi arrivata la socialdemocrazia col suo vangelo del paradiso in terra, questa chiesa ha
osato ergersene a giudice, accusandola di disprezzare lo spirito. Con affettato raccapriccio
ha messo il dito sul versetto degli angeli e dei passeri e su altre espressioni del genere, ha
accusato la socialdemocrazia di meschino materialismo e, piena di prosopopea, ha escla-
mato: Signore, ti ringraziamo, perch noi siamo diversi, siamo ancora idealisti, siamo con-
vinti che lo spirito sia la realt pi alta e crediamo ancora nel paradiso in cielo. Cos hanno
detto e scritto i signori pastori sedendosi poi alle loro tavole imbandite.
Ma se ci avviciniamo a Ges, lintero quadro dei rapporti tra spirito e materia, tra cielo e
terra, muta completamente. Per lui non esistono questi due mondi, ma solo una unica realt,
quella del regno di Dio. Lopposto di Dio non la terra, non la materia, non lesteriorit,
ma il male o, come egli diceva usando le forti espressioni del suo tempo, sono i dmoni, il
diavolo, che abitano dentro agli uomini. Pertanto, la redenzione non consiste nel fatto che lo
spirito si svincoli dalla materia e che luomo vada in cielo, ma nel fatto che il regno di Dio
arrivi fino a noi nella materia, su questa terra. La parola divenuta carne (Gv 1,14), non il
contrario! Lamore e la giustizia del Padre che nei cieli acquisiscono la signoria sulla realt
esterna, sulla realt terrena. Sia fatta la tua volont, come in cielo cos in terra (Mt 6,10).
Tutte quelle parole sulleminente valore dello spirito e dellinteriorit, spesso usate contro il
socialismo, sono perfettamente valide: Ges conosce e riconosce solo quel regno di Dio che
dentro di noi. Ma esso deve acquisire la signoria su ci che esterno, sulla vita reale, altri-
menti non degno del suo nome. Essendo regno di Dio, esso non regno di questo mondo;
esso per in questo mondo, perch in questo mondo deve essere fatta la volont di Dio. Ho
detto prima che, dal punto di vista umano, levangelo un movimento dal basso allalto;
dal punto di vista di Dio esso nella sua interezza un movimento dallalto al basso. Non
siamo noi che dobbiamo salire al cielo, ma il cielo che deve venire a noi.
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chi, perch avete gi la vostra consolazione (Lc 6,24), Ges le ha pronunciate rivolgendosi
verso lalto, mentre rivolgendosi verso il basso ha detto: Venite a me, voi tutti, che siete affa-
ticati e oppressi, e io vi ristorer (Mt 11,28).
Il regno di Dio venuto per i poveri. Ma che cos il regno di Dio? Gi mi sembra di sentire
lobiezione: la socialdemocrazia si prefigge solo il miglioramento esteriore, materiale, degli
uomini, mentre il regno di Dio che Ges ha annunciato spirito e interiorit. La socialde-
mocrazia predica la rivoluzione, levangelo predica la conversione, il regno di Dio della social-
democrazia si trova nellaldiqu, sulla terra, il regno di Dio di Ges nellaldil: non per nien-
te si chiama regno dei cieli. Ges e il socialismo sono perci diversi come il giorno e la notte.
In effetti, sembra ci sia del vero in tutto questo. Un autorevole e imparziale conoscitore del
socialismo, Werner Sombart, ha detto che la quintessenza della dottrina socialista della
salvezza si trova in questa poesia di Heinrich Heine:
Una nuova, pi bella canzone
per voi voglio comporre, amici:
gi qui sulla terra noi vogliamo
instaurare il regno dei cieli.
Qui, sulla terra, noi vogliamo essere felici;
non vogliamo pi languire,
lo stomaco fannullone non deve pi dissipare
ci che attive mani acquistano.
Quaggi di grano ne cresce abbastanza
per tutti i figli degli uomini,
e rose e mirti, bellezza e gioia,
e crescono, non ultimo, dolci piselli.
S, dolci piselli per tutti,
dai baccelli appena schiusi.
Il cielo, agli angeli e ai passeri
noi lo lasciamo.
Proviamo adesso ad affiancare a questa poesia qualche parola di Ges, come queste: Non di
solo pane vivr luomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio (Mt 4,4), oppure: Non
affannatevi dunque dicendo: che mangeremo? che cosa berremo? che cosa indosseremo?
Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete
bisogno. Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date
in aggiunta (Mt 6,31-34), oppure: Quale vantaggio infatti avr luomo se guadagner il mondo
intero, e poi perder lanima? (Mt 16,26). Mettiamo poi a confronto con linstancabile sforzo
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della socialdemocrazia verso la giustizia sociale la risposta con cui Ges rifiuta il suo inter-
vento: O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi? (Lc 12,14), e proviamo
a dire ancora una volta: Ges e il socialismo, come se luno non fosse lesatto opposto del-
laltro!
A questo punto tutto sembra chiaro come il sole; eppure il cristianesimo forse in nessun suo
aspetto si allontanato tanto dallo spirito del suo signore e maestro come appunto in questa
valutazione del rapporto tra spirito e materia, tra interiorit ed esteriorit, tra cielo e terra. Si
pu certo dire a buon diritto: per 1800 anni, di fronte alla miseria sociale, la chiesa ha costan-
temente rinviato allo spirito, alla vita interiore, al cielo. Essa ha predicato, convertito, conso-
lato, ma non stata daiuto. In ogni tempo di fronte alla miseria sociale essa ha raccoman-
dato laiuto, quale opera buona dellamore cristiano, ma non ha osato dire che questo aiuto
la buona opera, non ha detto che la miseria sociale non deve esistere, n ha conseguente-
mente impegnato tutta la sua forza su questo non deve esistere; essa si trincerata dietro a
una parola di Ges male interpretata ed estrapolata dal suo contesto: I poveri li avrete sempre
con voi (Gv 12,8), ha accettato la miseria sociale come un semplice dato di fatto, parlando in
compenso dello spirito, coltivando la vita interiore e preparando candidati per il regno dei
cieli. Questa la grande, grave defezione della chiesa cristiana, la defezione da Cristo. Quando
poi arrivata la socialdemocrazia col suo vangelo del paradiso in terra, questa chiesa ha
osato ergersene a giudice, accusandola di disprezzare lo spirito. Con affettato raccapriccio
ha messo il dito sul versetto degli angeli e dei passeri e su altre espressioni del genere, ha
accusato la socialdemocrazia di meschino materialismo e, piena di prosopopea, ha escla-
mato: Signore, ti ringraziamo, perch noi siamo diversi, siamo ancora idealisti, siamo con-
vinti che lo spirito sia la realt pi alta e crediamo ancora nel paradiso in cielo. Cos hanno
detto e scritto i signori pastori sedendosi poi alle loro tavole imbandite.
Ma se ci avviciniamo a Ges, lintero quadro dei rapporti tra spirito e materia, tra cielo e
terra, muta completamente. Per lui non esistono questi due mondi, ma solo una unica realt,
quella del regno di Dio. Lopposto di Dio non la terra, non la materia, non lesteriorit,
ma il male o, come egli diceva usando le forti espressioni del suo tempo, sono i dmoni, il
diavolo, che abitano dentro agli uomini. Pertanto, la redenzione non consiste nel fatto che lo
spirito si svincoli dalla materia e che luomo vada in cielo, ma nel fatto che il regno di Dio
arrivi fino a noi nella materia, su questa terra. La parola divenuta carne (Gv 1,14), non il
contrario! Lamore e la giustizia del Padre che nei cieli acquisiscono la signoria sulla realt
esterna, sulla realt terrena. Sia fatta la tua volont, come in cielo cos in terra (Mt 6,10).
Tutte quelle parole sulleminente valore dello spirito e dellinteriorit, spesso usate contro il
socialismo, sono perfettamente valide: Ges conosce e riconosce solo quel regno di Dio che
dentro di noi. Ma esso deve acquisire la signoria su ci che esterno, sulla vita reale, altri-
menti non degno del suo nome. Essendo regno di Dio, esso non regno di questo mondo;
esso per in questo mondo, perch in questo mondo deve essere fatta la volont di Dio. Ho
detto prima che, dal punto di vista umano, levangelo un movimento dal basso allalto;
dal punto di vista di Dio esso nella sua interezza un movimento dallalto al basso. Non
siamo noi che dobbiamo salire al cielo, ma il cielo che deve venire a noi.
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chi, perch avete gi la vostra consolazione (Lc 6,24), Ges le ha pronunciate rivolgendosi
verso lalto, mentre rivolgendosi verso il basso ha detto: Venite a me, voi tutti, che siete affa-
ticati e oppressi, e io vi ristorer (Mt 11,28).
Il regno di Dio venuto per i poveri. Ma che cos il regno di Dio? Gi mi sembra di sentire
lobiezione: la socialdemocrazia si prefigge solo il miglioramento esteriore, materiale, degli
uomini, mentre il regno di Dio che Ges ha annunciato spirito e interiorit. La socialde-
mocrazia predica la rivoluzione, levangelo predica la conversione, il regno di Dio della social-
democrazia si trova nellaldiqu, sulla terra, il regno di Dio di Ges nellaldil: non per nien-
te si chiama regno dei cieli. Ges e il socialismo sono perci diversi come il giorno e la notte.
In effetti, sembra ci sia del vero in tutto questo. Un autorevole e imparziale conoscitore del
socialismo, Werner Sombart, ha detto che la quintessenza della dottrina socialista della
salvezza si trova in questa poesia di Heinrich Heine:
Una nuova, pi bella canzone
per voi voglio comporre, amici:
gi qui sulla terra noi vogliamo
instaurare il regno dei cieli.
Qui, sulla terra, noi vogliamo essere felici;
non vogliamo pi languire,
lo stomaco fannullone non deve pi dissipare
ci che attive mani acquistano.
Quaggi di grano ne cresce abbastanza
per tutti i figli degli uomini,
e rose e mirti, bellezza e gioia,
e crescono, non ultimo, dolci piselli.
S, dolci piselli per tutti,
dai baccelli appena schiusi.
Il cielo, agli angeli e ai passeri
noi lo lasciamo.
Proviamo adesso ad affiancare a questa poesia qualche parola di Ges, come queste: Non di
solo pane vivr luomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio (Mt 4,4), oppure: Non
affannatevi dunque dicendo: che mangeremo? che cosa berremo? che cosa indosseremo?
Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete
bisogno. Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date
in aggiunta (Mt 6,31-34), oppure: Quale vantaggio infatti avr luomo se guadagner il mondo
intero, e poi perder lanima? (Mt 16,26). Mettiamo poi a confronto con linstancabile sforzo
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non stata detta direttamente da Ges e che per deriva dal suo spirito, la parola che dice:
le strade di Dio finiscono nella corporeit.
Allavvento del regno di Dio sulla terra si contrappone per un ostacolo, dice Ges. E la
socialdemocrazia risponde: certamente, e questo ostacolo il capitalismo. Il capitalismo
infatti quel sistema economico che rende il proletario proletario, cio un salariato dipen-
dente, mai sicuro della propria sorte. I mezzi necessari allattivit dellimpresa (capitale,
fabbriche, macchine, materie prime) sono propriet privata di un solo lavoratore, cio del
padrone o imprenditore. Gli altri lavoratori (gli operai), non possiedono altro che la pro-
pria forza lavoro, che essi cedono allimprenditore in cambio di un certo compenso, mentre
la rendita netta del lavoro comune viene sommata al capitale, cio alla propriet privata del-
limprenditore. Il socialismo argomenta: uningiustizia che un lavoratore venga compen-
sato per le sue prestazioni in questo modo, mentre laltro intasca lintero vero guadagno del
lavoro comune. uningiustizia che uno possa diventare un distinto signore, aggiunga capi-
tale al capitale, abiti in una bella casa e possa permettersi tutti i piaceri della vita, mentre
laltro deve vivere alla giornata, mettendo da parte, nel migliore dei casi, qualche risparmio
o restando, se ci per qualche motivo non gli riesce, un povero diavolo, che deve alla fine
ricorrere alla beneficenza. Questa palese contraddizione, afferma il socialismo, costituisce il
crimine perpetrato quotidianamente dal capitalismo. Pertanto, questo sistema economico deve
essere rifiutato, deve essere rifiutata soprattutto la sua colonna portante, la propriet pri-
vata, non la propriet privata in generale, ma la propriet privata dei mezzi di produzione.
Il lavoro collettivo, comune, e allo stesso modo deve diventare comune anche la rendita
che ne deriva. Inoltre, deve venir eliminata la concorrenza incontrollata tra i singoli produt-
tori; lo stato, la collettivit, devono diventare essi stessi produttori e perci proprietari dei
mezzi di produzione. Questo , in poche parole, il contenuto della teoria anticapitalistica
della socialdemocrazia. Dovremmo naturalmente cercare a lungo, prima di trovare una simi-
le teoria, o anche semplicemente qualche cenno di essa, nei vangeli. Ma non questo che
vogliamo fare. Il sistema economico capitalista un fenomeno moderno, e lo stesso vale
per la teoria del socialismo che a esso si contrappone. Ma questi fenomeni moderni ci pon-
gono di fronte a un problema che antico quanto lumanit, cio quello della propriet pri-
vata. Che posizione assume Ges di fronte a essa? Questa una domanda che possiamo
porci a buon diritto, ed da qui che possiamo dedurre anche la sua posizione nei confronti
del capitalismo e del socialismo moderni.
Anzitutto chiediamoci di nuovo: che cosa dice la chiesa in proposito? E che cosa dice lo stato
che, attraverso il sostegno offerto alle chiese nazionali, si spaccia in certo senso per stato
cristiano? In proposito possiamo notare che luna e laltro hanno posto a salvaguardia della
propriet privata ogni possibile difesa, presentandola come inviolabile e intangibile. A noi tutti
entrato pi o meno nel sangue che ci che mio tale deve restare. Il nostro diritto penale
accorda alla propriet privata una protezione di gran lunga superiore che non, ad esempio,
al buon nome o alla moralit. Ci che mio mio, e nessuno pu contestarlo! I cristiani non
si sono semplicemente assuefatti a questa tesi, nella convinzione che per ora le cose forse non
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Questo regno dei cieli, che scende sulla terra, non affatto semplicemente spirituale,
come qualche volta si sostiene. Ci vien detto a chiare lettere che nel regno di Dio noi siede-
remo a mensa (Lc 6,21). Beati voi, che ora siete affamati, perch sarete saziati (Mt 5,5).
Coloro che hanno abbandonato ogni cosa per amore dellevangelo ricevono la promessa di
ottenere cento volte tanto in case e campi su questa terra (Mt 19,29). La strada che porta al
regno di Dio non consiste nella invocazione spiritual-interiore: Signore, Signore! Al contrario:
dai loro frutti li riconoscerete (Mt 7,16-21). E questi frutti sono semplicemente ancora una
volta laiuto sociale prestato nei rapporti materiali. Questa convinzione di Ges emerge chia-
ramente dalla grande parabola del giudizio universale. Gli uomini vengono divisi tra destra
e sinistra non in base alla natura del loro spirito, ma: Io ho avuto fame e mi avete dato da
magiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e
mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. Infatti, ogni
volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli pi piccoli, lavete fatto a
me, e ci che non avete fatto a loro, non lavete fatto a me (Mt 25, 32-46). Lo spirito che ha
valore agli occhi di Dio lo spirito sociale. E laiuto prestato sul piano sociale la strada che
conduce alla vita eterna. Ges non ha soltanto parlato, ma ha anche agito in questo modo.
Se si legge il vangelo con attenzione, non si pu non restare stupefatti di come sia stato
possibile fare di Ges un pastore o un maestro, il cui scopo sarebbe stato quello di inse-
gnare agli uomini una fede e una vita corrette. Da lui usciva una forza che sanava tutti (Lc
6,19). Questa era la sua attivit essenziale. Sia che si interpretino queste guarigioni come
eventi soprannaturali o naturali resta il fatto che egli ha operato delle guarigioni e che que-
sta sua capacit sta al centro della sua vita molto pi di quanto abitualmente si pensi. Egli
pass beneficiando e risanando (Atti 10,38). Attorno a lui si radun molta folla, recando con
s ciechi, muti, storpi e altri infelici; li deposero ai suoi piedi ed egli li guar (Mt 15,30).
Troviamo molti altri episodi del genere.
Guardando a questi dati noti a chiunque abbia letto la Bibbia, credo che nessuno abbia il
diritto di dire che la socialdemocrazia non cristiana e materialista per il fatto dessersi
posta come obiettivo lintroduzione di un ordinamento sociale pi favorevole agli interessi
materiali del proletariato. Ges si opposto alla miseria sociale affermando, con le parole e
con i fatti, che essa non deve esistere. Certamente, egli ha fatto ci infondendo negli uomi-
ni lo spirito, che trasforma la materia. Al paralitico di Cafarnao ha detto per prima cosa: ti
sono rimessi i tuoi peccati; e, dopo, alzati, prendi il tuo letto e cammina. Egli ha operato dal-
linterno verso lesterno. Ha creato uomini nuovi, per creare un mondo nuovo. Da questo
punto di vista, la socialdemocrazia dei nostri giorni ha ancora moltissimo da imparare da
Ges. Deve arrivare a capire che abbiamo bisogno di uomini del futuro, per arrivare a uno
stato del futuro, e non viceversa. Ma essa ha in comune con Ges lobiettivo. La socialde-
mocrazia ha fatto sua lidea che la miseria sociale non deve esistere con una energia che
non si era pi vista dai tempi di Ges. Essa ci stimola ad abbandonare ladorazione ipocrita
e inerte dello spirito e quellinutile cristianesimo che si prefigge solo di guadagnare il para-
diso. Essa ci dice che dobbiamo credere sul serio in ci che diciamo ogni giorno, quando
preghiamo: venga il tuo regno! Con il suo materialismo essa ci annuncia una parola che
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non stata detta direttamente da Ges e che per deriva dal suo spirito, la parola che dice:
le strade di Dio finiscono nella corporeit.
Allavvento del regno di Dio sulla terra si contrappone per un ostacolo, dice Ges. E la
socialdemocrazia risponde: certamente, e questo ostacolo il capitalismo. Il capitalismo
infatti quel sistema economico che rende il proletario proletario, cio un salariato dipen-
dente, mai sicuro della propria sorte. I mezzi necessari allattivit dellimpresa (capitale,
fabbriche, macchine, materie prime) sono propriet privata di un solo lavoratore, cio del
padrone o imprenditore. Gli altri lavoratori (gli operai), non possiedono altro che la pro-
pria forza lavoro, che essi cedono allimprenditore in cambio di un certo compenso, mentre
la rendita netta del lavoro comune viene sommata al capitale, cio alla propriet privata del-
limprenditore. Il socialismo argomenta: uningiustizia che un lavoratore venga compen-
sato per le sue prestazioni in questo modo, mentre laltro intasca lintero vero guadagno del
lavoro comune. uningiustizia che uno possa diventare un distinto signore, aggiunga capi-
tale al capitale, abiti in una bella casa e possa permettersi tutti i piaceri della vita, mentre
laltro deve vivere alla giornata, mettendo da parte, nel migliore dei casi, qualche risparmio
o restando, se ci per qualche motivo non gli riesce, un povero diavolo, che deve alla fine
ricorrere alla beneficenza. Questa palese contraddizione, afferma il socialismo, costituisce il
crimine perpetrato quotidianamente dal capitalismo. Pertanto, questo sistema economico deve
essere rifiutato, deve essere rifiutata soprattutto la sua colonna portante, la propriet pri-
vata, non la propriet privata in generale, ma la propriet privata dei mezzi di produzione.
Il lavoro collettivo, comune, e allo stesso modo deve diventare comune anche la rendita
che ne deriva. Inoltre, deve venir eliminata la concorrenza incontrollata tra i singoli produt-
tori; lo stato, la collettivit, devono diventare essi stessi produttori e perci proprietari dei
mezzi di produzione. Questo , in poche parole, il contenuto della teoria anticapitalistica
della socialdemocrazia. Dovremmo naturalmente cercare a lungo, prima di trovare una simi-
le teoria, o anche semplicemente qualche cenno di essa, nei vangeli. Ma non questo che
vogliamo fare. Il sistema economico capitalista un fenomeno moderno, e lo stesso vale
per la teoria del socialismo che a esso si contrappone. Ma questi fenomeni moderni ci pon-
gono di fronte a un problema che antico quanto lumanit, cio quello della propriet pri-
vata. Che posizione assume Ges di fronte a essa? Questa una domanda che possiamo
porci a buon diritto, ed da qui che possiamo dedurre anche la sua posizione nei confronti
del capitalismo e del socialismo moderni.
Anzitutto chiediamoci di nuovo: che cosa dice la chiesa in proposito? E che cosa dice lo stato
che, attraverso il sostegno offerto alle chiese nazionali, si spaccia in certo senso per stato
cristiano? In proposito possiamo notare che luna e laltro hanno posto a salvaguardia della
propriet privata ogni possibile difesa, presentandola come inviolabile e intangibile. A noi tutti
entrato pi o meno nel sangue che ci che mio tale deve restare. Il nostro diritto penale
accorda alla propriet privata una protezione di gran lunga superiore che non, ad esempio,
al buon nome o alla moralit. Ci che mio mio, e nessuno pu contestarlo! I cristiani non
si sono semplicemente assuefatti a questa tesi, nella convinzione che per ora le cose forse non
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Questo regno dei cieli, che scende sulla terra, non affatto semplicemente spirituale,
come qualche volta si sostiene. Ci vien detto a chiare lettere che nel regno di Dio noi siede-
remo a mensa (Lc 6,21). Beati voi, che ora siete affamati, perch sarete saziati (Mt 5,5).
Coloro che hanno abbandonato ogni cosa per amore dellevangelo ricevono la promessa di
ottenere cento volte tanto in case e campi su questa terra (Mt 19,29). La strada che porta al
regno di Dio non consiste nella invocazione spiritual-interiore: Signore, Signore! Al contrario:
dai loro frutti li riconoscerete (Mt 7,16-21). E questi frutti sono semplicemente ancora una
volta laiuto sociale prestato nei rapporti materiali. Questa convinzione di Ges emerge chia-
ramente dalla grande parabola del giudizio universale. Gli uomini vengono divisi tra destra
e sinistra non in base alla natura del loro spirito, ma: Io ho avuto fame e mi avete dato da
magiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e
mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. Infatti, ogni
volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli pi piccoli, lavete fatto a
me, e ci che non avete fatto a loro, non lavete fatto a me (Mt 25, 32-46). Lo spirito che ha
valore agli occhi di Dio lo spirito sociale. E laiuto prestato sul piano sociale la strada che
conduce alla vita eterna. Ges non ha soltanto parlato, ma ha anche agito in questo modo.
Se si legge il vangelo con attenzione, non si pu non restare stupefatti di come sia stato
possibile fare di Ges un pastore o un maestro, il cui scopo sarebbe stato quello di inse-
gnare agli uomini una fede e una vita corrette. Da lui usciva una forza che sanava tutti (Lc
6,19). Questa era la sua attivit essenziale. Sia che si interpretino queste guarigioni come
eventi soprannaturali o naturali resta il fatto che egli ha operato delle guarigioni e che que-
sta sua capacit sta al centro della sua vita molto pi di quanto abitualmente si pensi. Egli
pass beneficiando e risanando (Atti 10,38). Attorno a lui si radun molta folla, recando con
s ciechi, muti, storpi e altri infelici; li deposero ai suoi piedi ed egli li guar (Mt 15,30).
Troviamo molti altri episodi del genere.
Guardando a questi dati noti a chiunque abbia letto la Bibbia, credo che nessuno abbia il
diritto di dire che la socialdemocrazia non cristiana e materialista per il fatto dessersi
posta come obiettivo lintroduzione di un ordinamento sociale pi favorevole agli interessi
materiali del proletariato. Ges si opposto alla miseria sociale affermando, con le parole e
con i fatti, che essa non deve esistere. Certamente, egli ha fatto ci infondendo negli uomi-
ni lo spirito, che trasforma la materia. Al paralitico di Cafarnao ha detto per prima cosa: ti
sono rimessi i tuoi peccati; e, dopo, alzati, prendi il tuo letto e cammina. Egli ha operato dal-
linterno verso lesterno. Ha creato uomini nuovi, per creare un mondo nuovo. Da questo
punto di vista, la socialdemocrazia dei nostri giorni ha ancora moltissimo da imparare da
Ges. Deve arrivare a capire che abbiamo bisogno di uomini del futuro, per arrivare a uno
stato del futuro, e non viceversa. Ma essa ha in comune con Ges lobiettivo. La socialde-
mocrazia ha fatto sua lidea che la miseria sociale non deve esistere con una energia che
non si era pi vista dai tempi di Ges. Essa ci stimola ad abbandonare ladorazione ipocrita
e inerte dello spirito e quellinutile cristianesimo che si prefigge solo di guadagnare il para-
diso. Essa ci dice che dobbiamo credere sul serio in ci che diciamo ogni giorno, quando
preghiamo: venga il tuo regno! Con il suo materialismo essa ci annuncia una parola che
dobbiamo possedere e tenere per noi la ricchezza, ma dobbiamo servircene per essere
fedeli. Nella parabola citata, essere fedeli significa con tutta evidenza: dobbiamo ren-
derne comproprietari gli altri. Come propriet privata essa resta appunto disonesta ric-
chezza. Che questa fosse lopinione di Ges, risulta con la massima evidenza dalla posizio-
ne che egli stesso ha assunto praticamente e che ha comandato di assumere anche ai suoi
discepoli. Ci fu uno, che si dichiar pienamente disposto a seguirlo, dovunque egli andas-
se. E Ges gli rispose: Le volpi hanno le loro tane, e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio
delluomo non ha dove posare il capo (Lc 9,57-58). Anzi, la rinuncia a ogni propriet privata
va ancora oltre. Sua madre e i suoi fratelli lo fecero chiamare, mentre egli sedeva tra la folla.
Ma egli non riconosceva pi alcun vincolo familiare che abbia in s qualcosa di personale,
di privato: chi mia madre, e chi sono i miei fratelli? E guardando a quelli che sedevano
intorno a lui, disse: Ecco mia madre ed ecco i miei fratelli. La stessa cosa deve valere per i
discepoli: Non procuratevi oro, n argento, n moneta di rame nelle vostre cinture, n bisac-
cia da viaggio, n due tuniche, n sandali, n bastone (Mt 10,9-10). Addurremo ancora a
scusa che simili parole erano valide solo per coloro che dovettero annunciare il vangelo
come missionari della prima ora, o non sentiamo battere piuttosto in esse il cuore di que-
sto stesso vangelo? Il vangelo ci dice: dovete liberarvi di tutto ci che inizia con io e mio,
dovete liberarvene totalmente per essere liberi per limpegno sociale. Potranno allora anda-
re insieme Ges e il capitalismo, cio il sistema della propriet privata che cresce smisura-
tamente? Joseph Dietzgen, che abbiamo gi citato e che secondo le sue stesse parole un riso-
luto spregiatore di Ges e del cristianesimo, ha detto: Il vero peccato originale che affligge
ancora oggi lumanit legoismo. Mos e i profeti, i legislatori e i predicatori, nessuno
riuscito a liberarcene. Nessun bel discorso, nessuna teoria, nessuna legge ha potuto estirparlo,
perch la costituzione della societ nel suo complesso dipende da esso. La societ borghe-
se si basa sullegoistica distinzione di Mio e Tuo, sulla guerra sociale, sulla concorrenza, sul-
linganno e sullo sfruttamento degli altri. Questo spregiatore di Ges ha capito Ges per-
fettamente. Il giudizio di Ges sulla propriet questo: la propriet peccato, perch la
propriet egoismo. Quello che mio non affatto mio!
La socialdemocrazia per non si limita a sostenere che la situazione materiale del proletariato
deve migliorare, n che a questo scopo il lavoro umano deve cessare di rappresentare un
mero incremento del capitale; essa piuttosto, in vista del raggiungimento di questi fini, ha in
mano e utilizza uno strumento: lo strumento della organizzazione. Il programma storico del
socialismo, il manifesto del comunismo del 1848, si chiude con le famose parole: proletari di
tutto il mondo unitevi! Punto di partenza del socialismo la solidariet che di fatto impo-
sta al proletariato dal capitalismo stesso. Il lavoro moderno nelle fabbriche, a differenza del
lavoro artigianale delle antiche corporazioni, un lavoro collettivo, solidale. Alla nascita di una
sola scarpa partecipano venti e pi paia di braccia. Il socialismo punta a far s che di que-
sta necessaria solidariet loperaio prenda coscienza come di qualcosa di bello e di cui esse-
re orgoglioso, come la fonte della sua forza e della sua possibilit di progredire. Loperaio
deve imparare a pensare in termini collettivi, solidali, sociali, di comunanza, cos come di
fatto gi da tempo svolge il suo lavoro in modo sociale. Deve diventare un operaio con
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possono ancora andare diversamente, ma si comportano come se si trattasse di una legge divi-
na, e sono rimasti sconcertati davanti alla prospettiva avanzata della socialdemocrazia di
eliminare in larga misura la propriet e di trasformare il capitalismo privato in capitalismo
sociale.
Lo stupore potrebbe essere per di casa sullaltro fronte. Se lasciamo che le parole di Ges
dicano quello che veramente dicono, senza annacquarle o attenuarle, vedremo che questo
concetto: ci che mio mio, esse lo condannano con una durezza che non ha leguale forse
in tutta la letteratura socialista. Ges pi socialista dei socialisti. Conoscete la frase: pi
facile che un cammello passi attraverso la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli
(Mt 19,24). Qualche acuto teologo ha scoperto che la cruna dago sarebbe in realt non
una cruna dago, ma il nome palestinese di una piccola porta delle mura di Gerusalemme.
Attraverso questa porticina un cammello poteva passare a mala pena, e cos un ricco potreb-
be entrare a fatica nel regno dei cieli se, per il resto, si comporta bene. Ecco come si annac-
qua la Bibbia! No: la cruna dago resta cruna dago, e Ges voleva dire veramente questa
spiacevole cosa: un ricco, un possidente, non entrano nel regno dei cieli. Conoscete la storia
del ricco e del povero Lazzaro. L non si fa il minimo cenno al fatto che il ricco abbia com-
piuto qualche particolare malvagit e che per questo motivo sia stato destinato allinferno e
alla sofferenza. No, questa sua sorte conseguenza del contrasto, della palese contraddizione
che aveva segnato la sua vita, cio del fatto che egli era ricco e fortunato, mentre Lazzaro
era povero. E adesso lui viene consolato, mentre tu sei in mezzo ai tormenti (Lc 16,19-31). E
non ci fa forse pensare al capitalismo moderno quello che ci viene raccontato del ricco (Lc
12,16-21) le cui tenute avevano dato un tale raccolto che non aveva pi posto dove riporlo,
tanto che decise di demolire i propri magazzini per costruirne di pi grandi? Daltra parte,
perch non avrebbe dovuto farlo? Ci che aveva guadagnato era pur sempre sua propriet,
n ci viene detto nulla di negativo sul suo conto, se non che era soddisfatto di ci che pos-
sedeva! Ciononostante la parabola prosegue cos: stolto, questa notte stessa ti sar richie-
sta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sar? C poi quel giovane ricco (Mt 19,16-
22) che aveva ubbidito ai comandamenti fin dalla pi tenere et. A lui Ges dice: una sola
cosa ti manca: vendi quello che possiedi e dallo ai poveri. Alludire questo, egli se ne and tri-
ste, perch era molto ricco. C, ancora, quella sezione del discorso della montagna che ini-
zia con le parole: non accumulate tesori sulla terra! (Mt 6,19), dove ci viene detto che accu-
mulare tesori muta in tenebra la luce interiore delluomo, e ci viene posto laut-aut: nessuno
pu servire a due padroni, o odier luno e amer laltro, o preferir luno e disprezzer lal-
tro. Non potete servire a Dio e a mammona (Mt 6,23-24). E impossibile non meravigliarsi
considerando come il cristianesimo di ogni confessione e di ogni tendenza abbia preso alla
leggera queste parole, mentre ha affrontato spesso con grande zelo, rigore e precisione que-
stioni dogmatiche che non hanno avuto alcun significato per la vita di Ges. A me pare che-
non possa esserci alcun dubbio sul fatto che Ges pone sotto sanzione il concetto di pro-
priet. Egli pone sotto sanzione precisamente la proposizione fondamentale: quel che mio
mio! Il nostro atteggiamento nei confronti dei beni materiali devessere quello del famo-
so amministratore della parabola (Lc 16,1-12): fatevi amici colla disonesta ricchezza. Non
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dobbiamo possedere e tenere per noi la ricchezza, ma dobbiamo servircene per essere
fedeli. Nella parabola citata, essere fedeli significa con tutta evidenza: dobbiamo ren-
derne comproprietari gli altri. Come propriet privata essa resta appunto disonesta ric-
chezza. Che questa fosse lopinione di Ges, risulta con la massima evidenza dalla posizio-
ne che egli stesso ha assunto praticamente e che ha comandato di assumere anche ai suoi
discepoli. Ci fu uno, che si dichiar pienamente disposto a seguirlo, dovunque egli andas-
se. E Ges gli rispose: Le volpi hanno le loro tane, e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio
delluomo non ha dove posare il capo (Lc 9,57-58). Anzi, la rinuncia a ogni propriet privata
va ancora oltre. Sua madre e i suoi fratelli lo fecero chiamare, mentre egli sedeva tra la folla.
Ma egli non riconosceva pi alcun vincolo familiare che abbia in s qualcosa di personale,
di privato: chi mia madre, e chi sono i miei fratelli? E guardando a quelli che sedevano
intorno a lui, disse: Ecco mia madre ed ecco i miei fratelli. La stessa cosa deve valere per i
discepoli: Non procuratevi oro, n argento, n moneta di rame nelle vostre cinture, n bisac-
cia da viaggio, n due tuniche, n sandali, n bastone (Mt 10,9-10). Addurremo ancora a
scusa che simili parole erano valide solo per coloro che dovettero annunciare il vangelo
come missionari della prima ora, o non sentiamo battere piuttosto in esse il cuore di que-
sto stesso vangelo? Il vangelo ci dice: dovete liberarvi di tutto ci che inizia con io e mio,
dovete liberarvene totalmente per essere liberi per limpegno sociale. Potranno allora anda-
re insieme Ges e il capitalismo, cio il sistema della propriet privata che cresce smisura-
tamente? Joseph Dietzgen, che abbiamo gi citato e che secondo le sue stesse parole un riso-
luto spregiatore di Ges e del cristianesimo, ha detto: Il vero peccato originale che affligge
ancora oggi lumanit legoismo. Mos e i profeti, i legislatori e i predicatori, nessuno
riuscito a liberarcene. Nessun bel discorso, nessuna teoria, nessuna legge ha potuto estirparlo,
perch la costituzione della societ nel suo complesso dipende da esso. La societ borghe-
se si basa sullegoistica distinzione di Mio e Tuo, sulla guerra sociale, sulla concorrenza, sul-
linganno e sullo sfruttamento degli altri. Questo spregiatore di Ges ha capito Ges per-
fettamente. Il giudizio di Ges sulla propriet questo: la propriet peccato, perch la
propriet egoismo. Quello che mio non affatto mio!
La socialdemocrazia per non si limita a sostenere che la situazione materiale del proletariato
deve migliorare, n che a questo scopo il lavoro umano deve cessare di rappresentare un
mero incremento del capitale; essa piuttosto, in vista del raggiungimento di questi fini, ha in
mano e utilizza uno strumento: lo strumento della organizzazione. Il programma storico del
socialismo, il manifesto del comunismo del 1848, si chiude con le famose parole: proletari di
tutto il mondo unitevi! Punto di partenza del socialismo la solidariet che di fatto impo-
sta al proletariato dal capitalismo stesso. Il lavoro moderno nelle fabbriche, a differenza del
lavoro artigianale delle antiche corporazioni, un lavoro collettivo, solidale. Alla nascita di una
sola scarpa partecipano venti e pi paia di braccia. Il socialismo punta a far s che di que-
sta necessaria solidariet loperaio prenda coscienza come di qualcosa di bello e di cui esse-
re orgoglioso, come la fonte della sua forza e della sua possibilit di progredire. Loperaio
deve imparare a pensare in termini collettivi, solidali, sociali, di comunanza, cos come di
fatto gi da tempo svolge il suo lavoro in modo sociale. Deve diventare un operaio con
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possono ancora andare diversamente, ma si comportano come se si trattasse di una legge divi-
na, e sono rimasti sconcertati davanti alla prospettiva avanzata della socialdemocrazia di
eliminare in larga misura la propriet e di trasformare il capitalismo privato in capitalismo
sociale.
Lo stupore potrebbe essere per di casa sullaltro fronte. Se lasciamo che le parole di Ges
dicano quello che veramente dicono, senza annacquarle o attenuarle, vedremo che questo
concetto: ci che mio mio, esse lo condannano con una durezza che non ha leguale forse
in tutta la letteratura socialista. Ges pi socialista dei socialisti. Conoscete la frase: pi
facile che un cammello passi attraverso la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli
(Mt 19,24). Qualche acuto teologo ha scoperto che la cruna dago sarebbe in realt non
una cruna dago, ma il nome palestinese di una piccola porta delle mura di Gerusalemme.
Attraverso questa porticina un cammello poteva passare a mala pena, e cos un ricco potreb-
be entrare a fatica nel regno dei cieli se, per il resto, si comporta bene. Ecco come si annac-
qua la Bibbia! No: la cruna dago resta cruna dago, e Ges voleva dire veramente questa
spiacevole cosa: un ricco, un possidente, non entrano nel regno dei cieli. Conoscete la storia
del ricco e del povero Lazzaro. L non si fa il minimo cenno al fatto che il ricco abbia com-
piuto qualche particolare malvagit e che per questo motivo sia stato destinato allinferno e
alla sofferenza. No, questa sua sorte conseguenza del contrasto, della palese contraddizione
che aveva segnato la sua vita, cio del fatto che egli era ricco e fortunato, mentre Lazzaro
era povero. E adesso lui viene consolato, mentre tu sei in mezzo ai tormenti (Lc 16,19-31). E
non ci fa forse pensare al capitalismo moderno quello che ci viene raccontato del ricco (Lc
12,16-21) le cui tenute avevano dato un tale raccolto che non aveva pi posto dove riporlo,
tanto che decise di demolire i propri magazzini per costruirne di pi grandi? Daltra parte,
perch non avrebbe dovuto farlo? Ci che aveva guadagnato era pur sempre sua propriet,
n ci viene detto nulla di negativo sul suo conto, se non che era soddisfatto di ci che pos-
sedeva! Ciononostante la parabola prosegue cos: stolto, questa notte stessa ti sar richie-
sta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sar? C poi quel giovane ricco (Mt 19,16-
22) che aveva ubbidito ai comandamenti fin dalla pi tenere et. A lui Ges dice: una sola
cosa ti manca: vendi quello che possiedi e dallo ai poveri. Alludire questo, egli se ne and tri-
ste, perch era molto ricco. C, ancora, quella sezione del discorso della montagna che ini-
zia con le parole: non accumulate tesori sulla terra! (Mt 6,19), dove ci viene detto che accu-
mulare tesori muta in tenebra la luce interiore delluomo, e ci viene posto laut-aut: nessuno
pu servire a due padroni, o odier luno e amer laltro, o preferir luno e disprezzer lal-
tro. Non potete servire a Dio e a mammona (Mt 6,23-24). E impossibile non meravigliarsi
considerando come il cristianesimo di ogni confessione e di ogni tendenza abbia preso alla
leggera queste parole, mentre ha affrontato spesso con grande zelo, rigore e precisione que-
stioni dogmatiche che non hanno avuto alcun significato per la vita di Ges. A me pare che-
non possa esserci alcun dubbio sul fatto che Ges pone sotto sanzione il concetto di pro-
priet. Egli pone sotto sanzione precisamente la proposizione fondamentale: quel che mio
mio! Il nostro atteggiamento nei confronti dei beni materiali devessere quello del famo-
so amministratore della parabola (Lc 16,1-12): fatevi amici colla disonesta ricchezza. Non
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tenza, convertirsi e credere in Dio per egoistico interesse nei confronti della propria anima.
Infatti: Seguitemi, vi far diventare pescatori di uomini (Mc 1,17). Voi siete la luce del mondo,
voi siete la luce della terra (Mt 5,13-16). Ai farisei, cui davvero non faceva difetto lo zelo reli-
gioso, Ges oppone la parola del profeta: Misericordia io voglio e non sacrificio (Mt 9,13).
La legge di Dio viene disattesa da chi zelante nella devozione religiosa, ma non pratica la-
more (Mt 15,3-6). Guai a voi, scribi e farisei, che pagate la decima del cumino, e trasgredi-
te le prescrizioni pi gravi della legge: la giustizia, la misericordia e la fedelt (Mt 23,23).
Nulla grande davanti a Dio se non il servizio: colui che vorr diventare grande tra voi, si
faccia vostro servo (Mt 20,20). Tutto questo non si affianca alla fede nel Padre che nei cieli
come qualcosa di aggiuntivo, ma invece indissolubilmente intrecciato con essa. Quando
gli chiesero quale fosse il primo tra tutti i comandamenti, Ges ne indic due: amerai il
Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore e amerai il prossimo tuo come te stesso (Mc 12,29-31).
Dalla consapevolezza che Dio collettivo, solidale, comunitario, sociale, nasce del tutto
spontaneamente il criterio per un comportamento conforme a questa realt: ci che volete
che gli altri facciano a voi, voi fatelo a loro (Mt 6,12). Ges poi conclude: questo sono la
legge e i profeti. Lamore di Dio deve entrare in noi, per farci rivolgere nuovamente agli uomi-
ni, trasformati nellamore. Osserviamo ancora, basandoci sulla sua parola, la vita di Ges.
Apriremo ora il capitolo pi sacro della nostra fede. La nostra religione sta sotto il segno
della croce. Questo segno si staglia anzitutto sulla vita di Ges: il figlio delluomo non
venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti (Mc 10,45).
Morendo, egli ha dato la propria vita non per s, per santificare se stesso, ma per essere
daiuto a molti. Conoscete il racconto della lavanda dei piedi: Vi ho dato lesempio, perch
come ho fatto io, facciate anche voi (Gv 13,4-19). Conoscete le parole dellUltima Cena:
Prendete, questo il mio corpo, e questo il mio sangue, sangue dellalleanza, versato per
molti (Mc 14,22-24). Questo stato il momento pi alto, il momento finale della sua vita:
un atto di fedelt nei confronti dei suoi fratelli. Se pensiamo che nella vita ci sia qualcosa
di pi importante che impegnare la vita stessa per gli altri, che possedere questa coscienza
solidale, per cui gli altri sono importanti quanto noi stessi, che cosa possiamo aver capito
della parola della croce? Certo, questa parola della croce e rimane uno scandalo e una
pazzia, come gi lo stata ai tempi di Paolo (I Cor 1,18). Chi pu intendere, intenda: dob-
biamo perdere la vita, per ritrovarla, dobbiamo smetterla di vivere per noi stessi, dobbiamo
diventare uomini comunitari, dobbiamo diventare compagni, se vogliamo semplicemente
diventare uomini. Ma per coloro che si salvano, la parola della croce potenza di Dio(I Cor
1,18). Nellidea di organizzazione della socialdemocrazia io trovo una traccia di questa poten-
za di Dio. Ne trovo traccia anche altrove; ma qui la trovo pi chiara e pi limpida, nella forma
che pu essere efficace ai giorni nostri.
E ora permettetemi, per concludere, qualche parola pi personale, che posso permettermi di
dirvi come pastore di questa comunit.
Mi rivolgo anzitutto a quanti, tra gli amici qui presenti, hanno finora avuto un atteggiamen-
to di indifferenza, dattesa, o di rifiuto nei confronti del socialismo. Voi sarete ora probabil-
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coscienza di classe. Ne nata unespressione tipica: battaglioni di operai. Il singolo ope-
raio non pu nulla, ma i battaglioni di operai riusciranno, con i loro incessanti attacchi, a
distruggere le fortezze del capitalismo. Essere socialista significa essere un compagno:
nelle cooperative di consumatori, nel sindacato, nellorganizzazione politica del partito. II
socialista cessa di essere un singolo, qualcosa per se stesso, e prende sul serio il simpatico
detto svizzero: uno per tutti, tutti per uno. Se un vero socialista, non pensa, non sente,
non agisce pi come un privato cittadino, ma come membro della collettivit che si impe-
gna per progredire e che lotta. Solidariet: ecco la legge e il vangelo del socialismo. Ovvero,
per usare ancora una volta le parole di Joseph Dietzgen: La salvezza agognata dei tempi
nuovi si chiama: organizzazione consapevole e pianificata del lavoro.
Come cristiani, saremmo tentati di replicare immediatamente: levangelo e la salvezza del
Nuovo Testamento sono qualcosa di completamente diverso. Qui non si tratta delle masse,
ma della singola anima. Non abbiamo forse ascoltato da Ges in persona il racconto del pasto-
re, che lascia nel deserto le 99 pecore, per cercare quella perduta, finch non labbia ritrova-
ta? (Lc 15,3-7). La dottrina socialista della solidariet, e lappello di Ges: fate penitenza e
credete al vangelo!, sono totalmente estranei tra di loro. E purtroppo lo sono davvero, ma non
per Cristo, quanto piuttosto per coloro che prendono nome da lui. un fraintendimento comu-
ne, quello di credere che la religione sia lo strumento per dare pace e serenit alluomo in
mezzo alle difficolt della vita, e possibilmente renderlo beato nellaldil. Siccome Ges ha
detto: Quando preghi, entra nella tua camera (Mt 6,6), noi ci comportiamo come se il cri-
stianesimo fosse una questione da camera, e precisamente della nostra cameretta persona-
le. Con gli altri ci si incontra in chiesa, per assicurarsi insieme della consolazione e della gioia
dellevangelo, ma la comunit non va oltre; prima e dopo, la religione resta un affare tra Dio e
lanima, tra lanima e Dio, e niente pi. Questa tendenza e questa concezione la troviamo dif-
fusa ancor oggi, in particolare tra i cristiani tedeschi, soprattutto tra quelli che risentono del-
linflusso di Lutero. Li contraddistingue una assoluta incomprensione nei confronti della social-
democrazia. Noi svizzeri, anche se non ce ne rendiamo conto, abbiamo in proposito unedu-
cazione diversa, che ci deriva da Zwingli e Calvino. Per questi due riformatori, la religione era,
a priori, qualcosa di comunitario, di sociale, non solo esteriormente, ma anche intimamente.
Perci non un caso che da noi non si sia mai arrivati a una frattura tra cristianesimo e socia-
lismo come in Germania. Allopposto, su ambedue i fronti comincia a farsi strada sempre pi
chiaramente la consapevolezza della reciproca affinit, anzi, della reciproca unit.
Questa unit presente gi in Ges. Perci, senza voler far torto ad altri, crediamo di capir-
lo meglio dei nostri fratelli cristiani che vivono in Germania. vero, Ges ha voluto avvici-
nare il Padre che nei cieli fino allanima, e lanima al Padre. Ma quando preghiamo diciamo
Padre mio, o Padre nostro? E questo non dice gi tutto, come per Ges esista solo un Dio
solidale e sociale, e dunque anche solo una religione solidale e sociale? Ges pensa che la vita
eterna abbia luogo in un eremo o nel regno di Dio? Levangelo consiste veramente nel fatto
che io mi acquisti la vita eterna, la salvezza dellanima? Che cosa dice Ges? Chi vorr salvare
la propria vita, la perder; ma chi perder la propria vita per causa mia e del vangelo, la sal-
ver (Mc 8,35). Noi non siamo stati chiamati per amore di noi stessi, luomo non deve fare peni-
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tenza, convertirsi e credere in Dio per egoistico interesse nei confronti della propria anima.
Infatti: Seguitemi, vi far diventare pescatori di uomini (Mc 1,17). Voi siete la luce del mondo,
voi siete la luce della terra (Mt 5,13-16). Ai farisei, cui davvero non faceva difetto lo zelo reli-
gioso, Ges oppone la parola del profeta: Misericordia io voglio e non sacrificio (Mt 9,13).
La legge di Dio viene disattesa da chi zelante nella devozione religiosa, ma non pratica la-
more (Mt 15,3-6). Guai a voi, scribi e farisei, che pagate la decima del cumino, e trasgredi-
te le prescrizioni pi gravi della legge: la giustizia, la misericordia e la fedelt (Mt 23,23).
Nulla grande davanti a Dio se non il servizio: colui che vorr diventare grande tra voi, si
faccia vostro servo (Mt 20,20). Tutto questo non si affianca alla fede nel Padre che nei cieli
come qualcosa di aggiuntivo, ma invece indissolubilmente intrecciato con essa. Quando
gli chiesero quale fosse il primo tra tutti i comandamenti, Ges ne indic due: amerai il
Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore e amerai il prossimo tuo come te stesso (Mc 12,29-31).
Dalla consapevolezza che Dio collettivo, solidale, comunitario, sociale, nasce del tutto
spontaneamente il criterio per un comportamento conforme a questa realt: ci che volete
che gli altri facciano a voi, voi fatelo a loro (Mt 6,12). Ges poi conclude: questo sono la
legge e i profeti. Lamore di Dio deve entrare in noi, per farci rivolgere nuovamente agli uomi-
ni, trasformati nellamore. Osserviamo ancora, basandoci sulla sua parola, la vita di Ges.
Apriremo ora il capitolo pi sacro della nostra fede. La nostra religione sta sotto il segno
della croce. Questo segno si staglia anzitutto sulla vita di Ges: il figlio delluomo non
venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti (Mc 10,45).
Morendo, egli ha dato la propria vita non per s, per santificare se stesso, ma per essere
daiuto a molti. Conoscete il racconto della lavanda dei piedi: Vi ho dato lesempio, perch
come ho fatto io, facciate anche voi (Gv 13,4-19). Conoscete le parole dellUltima Cena:
Prendete, questo il mio corpo, e questo il mio sangue, sangue dellalleanza, versato per
molti (Mc 14,22-24). Questo stato il momento pi alto, il momento finale della sua vita:
un atto di fedelt nei confronti dei suoi fratelli. Se pensiamo che nella vita ci sia qualcosa
di pi importante che impegnare la vita stessa per gli altri, che possedere questa coscienza
solidale, per cui gli altri sono importanti quanto noi stessi, che cosa possiamo aver capito
della parola della croce? Certo, questa parola della croce e rimane uno scandalo e una
pazzia, come gi lo stata ai tempi di Paolo (I Cor 1,18). Chi pu intendere, intenda: dob-
biamo perdere la vita, per ritrovarla, dobbiamo smetterla di vivere per noi stessi, dobbiamo
diventare uomini comunitari, dobbiamo diventare compagni, se vogliamo semplicemente
diventare uomini. Ma per coloro che si salvano, la parola della croce potenza di Dio(I Cor
1,18). Nellidea di organizzazione della socialdemocrazia io trovo una traccia di questa poten-
za di Dio. Ne trovo traccia anche altrove; ma qui la trovo pi chiara e pi limpida, nella forma
che pu essere efficace ai giorni nostri.
E ora permettetemi, per concludere, qualche parola pi personale, che posso permettermi di
dirvi come pastore di questa comunit.
Mi rivolgo anzitutto a quanti, tra gli amici qui presenti, hanno finora avuto un atteggiamen-
to di indifferenza, dattesa, o di rifiuto nei confronti del socialismo. Voi sarete ora probabil-
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coscienza di classe. Ne nata unespressione tipica: battaglioni di operai. Il singolo ope-
raio non pu nulla, ma i battaglioni di operai riusciranno, con i loro incessanti attacchi, a
distruggere le fortezze del capitalismo. Essere socialista significa essere un compagno:
nelle cooperative di consumatori, nel sindacato, nellorganizzazione politica del partito. II
socialista cessa di essere un singolo, qualcosa per se stesso, e prende sul serio il simpatico
detto svizzero: uno per tutti, tutti per uno. Se un vero socialista, non pensa, non sente,
non agisce pi come un privato cittadino, ma come membro della collettivit che si impe-
gna per progredire e che lotta. Solidariet: ecco la legge e il vangelo del socialismo. Ovvero,
per usare ancora una volta le parole di Joseph Dietzgen: La salvezza agognata dei tempi
nuovi si chiama: organizzazione consapevole e pianificata del lavoro.
Come cristiani, saremmo tentati di replicare immediatamente: levangelo e la salvezza del
Nuovo Testamento sono qualcosa di completamente diverso. Qui non si tratta delle masse,
ma della singola anima. Non abbiamo forse ascoltato da Ges in persona il racconto del pasto-
re, che lascia nel deserto le 99 pecore, per cercare quella perduta, finch non labbia ritrova-
ta? (Lc 15,3-7). La dottrina socialista della solidariet, e lappello di Ges: fate penitenza e
credete al vangelo!, sono totalmente estranei tra di loro. E purtroppo lo sono davvero, ma non
per Cristo, quanto piuttosto per coloro che prendono nome da lui. un fraintendimento comu-
ne, quello di credere che la religione sia lo strumento per dare pace e serenit alluomo in
mezzo alle difficolt della vita, e possibilmente renderlo beato nellaldil. Siccome Ges ha
detto: Quando preghi, entra nella tua camera (Mt 6,6), noi ci comportiamo come se il cri-
stianesimo fosse una questione da camera, e precisamente della nostra cameretta persona-
le. Con gli altri ci si incontra in chiesa, per assicurarsi insieme della consolazione e della gioia
dellevangelo, ma la comunit non va oltre; prima e dopo, la religione resta un affare tra Dio e
lanima, tra lanima e Dio, e niente pi. Questa tendenza e questa concezione la troviamo dif-
fusa ancor oggi, in particolare tra i cristiani tedeschi, soprattutto tra quelli che risentono del-
linflusso di Lutero. Li contraddistingue una assoluta incomprensione nei confronti della social-
democrazia. Noi svizzeri, anche se non ce ne rendiamo conto, abbiamo in proposito unedu-
cazione diversa, che ci deriva da Zwingli e Calvino. Per questi due riformatori, la religione era,
a priori, qualcosa di comunitario, di sociale, non solo esteriormente, ma anche intimamente.
Perci non un caso che da noi non si sia mai arrivati a una frattura tra cristianesimo e socia-
lismo come in Germania. Allopposto, su ambedue i fronti comincia a farsi strada sempre pi
chiaramente la consapevolezza della reciproca affinit, anzi, della reciproca unit.
Questa unit presente gi in Ges. Perci, senza voler far torto ad altri, crediamo di capir-
lo meglio dei nostri fratelli cristiani che vivono in Germania. vero, Ges ha voluto avvici-
nare il Padre che nei cieli fino allanima, e lanima al Padre. Ma quando preghiamo diciamo
Padre mio, o Padre nostro? E questo non dice gi tutto, come per Ges esista solo un Dio
solidale e sociale, e dunque anche solo una religione solidale e sociale? Ges pensa che la vita
eterna abbia luogo in un eremo o nel regno di Dio? Levangelo consiste veramente nel fatto
che io mi acquisti la vita eterna, la salvezza dellanima? Che cosa dice Ges? Chi vorr salvare
la propria vita, la perder; ma chi perder la propria vita per causa mia e del vangelo, la sal-
ver (Mc 8,35). Noi non siamo stati chiamati per amore di noi stessi, luomo non deve fare peni-
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mente pi o meno fortemente delusi e preoccupati, e non escluso che qualcuno esca di
qui dicendo: il pastore ha dato ragione ai socialisti. Mi dispiacerebbe che si dicesse questo.
Lo ripeto ancora una volta: io ho parlato di quello che i socialisti vogliono, e non del modo in
cui lo realizzano. Io affermo che ci che essi vogliono, lo ha voluto anche Ges Cristo. Del
modo in cui lo realizzano non potrei invece dire lo stesso. Sarebbe per me anche troppo faci-
le svolgere una dura critica di questo modo, ma non vedo a che cosa ci possa servire.
Dunque, io non ho dato ragione ai socialisti! Ma con questo non intendo dire che voi non-
socialisti dobbiate tornarvene a casa tranquilli e confortati. un fatto positivo, se siete stati
presi dallinquietudine. Se ora provate la sensazione che il cristianesimo, quando lo si affron-
ta alle radici, un affare serio e rischioso, allora mi avete inteso bene anzi, avete inteso
bene non me, ma Ges. Io non ho mirato a esporvi le mie opinioni, ma quelle di Ges, cos
come le ho trovate nel vangelo. Perci, in qualit di discepoli di Ges, chiedetevi se non dob-
biate avere dora in avanti maggior comprensione, pi buona volont, maggiore partecipazione
nei confronti del movimento per il socialismo contemporaneo.
E ora mi rivolgo agli amici socialisti qui presenti. Ho detto pocanzi: Ges ha voluto ci che voi
volete. Ha voluto soccorrere i piccoli, instaurare il Regno di Dio su questa terra, eliminare
legoismo della propriet privata, rendere gli uomini dei compagni. La vostra causa in armo-
nia con la causa di Ges. Il vero socialismo il vero cristianesimo dei nostri giorni. Tutto
questo deve riempirvi dorgoglio e di soddisfazione per la causa che avete abbracciato. Ma
spero abbiate percepito anche il rimprovero che nasce dalla distinzione che ho fatto tra Ges
e voi. Ges ha voluto quello che volete anche voi, come lo volete voi. Ecco per la differenza:
egli ha voluto quello che volete anche voi, ma, come avete sentito, lo ha anche fatto. La dif-
ferenza tra Ges e qualsiasi altro che noi abbiamo a che fare prevalentemente con pro-
grammi, mentre per Ges programma e attuazione del programma erano una cosa sola.
Perci Ges vi dice molto semplicemente che dovete attuare il vostro programma, che dove-
te realizzare le cose che volete. In questo modo diventerete cristiani e veri uomini. Liberatevi
della superficialit, dellodio, dellavidit di denaro e dellegoismo che sono presenti anche
tra le vostre file: tutto questo non appartiene alla vostra causa. Lasciate che abbiano spa-
zio veramente in voi e nella vostra vita la fedelt, lenergia, lo spirito comunitario, la dispo-
nibilit al sacrificio di Ges; e allora sarete veri socialisti.
Ma linquietudine e il risveglio della coscienza che Ges ha provocato in noi, speriamo, nel
corso di questo incontro, non devono restare la nostra ultima parola. Ci troviamo in un perio-
do dellanno molto bello, siamo vicini a Natale. Tutti abbiamo limpressione, credo, che Ges
sia stato qualcosa di totalmente diverso da noi. La sua figura si staglia, straordinariamen-
te grande e alta, davanti a tutti noi, socialisti e non-socialisti. proprio per questo che ha
qualche cosa da dirci. proprio per questo che egli pu rappresentare qualche cosa per noi.
per questo che, se tocchiamo lorlo della sua veste, entriamo in contatto con Dio stesso. E
se ora posiamo il nostro sguardo su di lui, guardando a come, di secolo in secolo, egli riveli
in modo sempre nuovo la sua gloria, allora si compie per noi in qualche modo lantica pro-
messa, che vale anche nei confronti del movimento per il socialismo dei nostri giorni: il popo-
lo che cammina nelle tenebre ha scorto una grande luce.
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Dedichiamo questa sezione a una vecchia questione che suscita finalmente
un nuovo interesse, pur nella diversit dei tempi. Parlano di letteratura
e mondo del lavoro, in una chiave storica ma che arriva a oggi, Ciafaloni e Raffaeli
(con due testi significativi di Calvino e Volponi, che avevano diversamente a cuore
il destino dei lavoratori), mentre Benfante e Carnevale riferiscono,
da competenze diverse, dellinchiesta su una strage di ieri di Angelo Ferracuti,
Gatto sullinteresse dei giovani scrittori per questi argomenti,
Tricomi del libro di Leogrande su Taranto. Un poeta di ieri, Bertolt Brecht,
apre questo dossier, e uno di oggi lo chiude, Fabio Franzin. Non siamo riusciti
a parlare del bel romanzo di Valenti La fabbrica del panico. Rimedieremo.
mente pi o meno fortemente delusi e preoccupati, e non escluso che qualcuno esca di
qui dicendo: il pastore ha dato ragione ai socialisti. Mi dispiacerebbe che si dicesse questo.
Lo ripeto ancora una volta: io ho parlato di quello che i socialisti vogliono, e non del modo in
cui lo realizzano. Io affermo che ci che essi vogliono, lo ha voluto anche Ges Cristo. Del
modo in cui lo realizzano non potrei invece dire lo stesso. Sarebbe per me anche troppo faci-
le svolgere una dura critica di questo modo, ma non vedo a che cosa ci possa servire.
Dunque, io non ho dato ragione ai socialisti! Ma con questo non intendo dire che voi non-
socialisti dobbiate tornarvene a casa tranquilli e confortati. un fatto positivo, se siete stati
presi dallinquietudine. Se ora provate la sensazione che il cristianesimo, quando lo si affron-
ta alle radici, un affare serio e rischioso, allora mi avete inteso bene anzi, avete inteso
bene non me, ma Ges. Io non ho mirato a esporvi le mie opinioni, ma quelle di Ges, cos
come le ho trovate nel vangelo. Perci, in qualit di discepoli di Ges, chiedetevi se non dob-
biate avere dora in avanti maggior comprensione, pi buona volont, maggiore partecipazione
nei confronti del movimento per il socialismo contemporaneo.
E ora mi rivolgo agli amici socialisti qui presenti. Ho detto pocanzi: Ges ha voluto ci che voi
volete. Ha voluto soccorrere i piccoli, instaurare il Regno di Dio su questa terra, eliminare
legoismo della propriet privata, rendere gli uomini dei compagni. La vostra causa in armo-
nia con la causa di Ges. Il vero socialismo il vero cristianesimo dei nostri giorni. Tutto
questo deve riempirvi dorgoglio e di soddisfazione per la causa che avete abbracciato. Ma
spero abbiate percepito anche il rimprovero che nasce dalla distinzione che ho fatto tra Ges
e voi. Ges ha voluto quello che volete anche voi, come lo volete voi. Ecco per la differenza:
egli ha voluto quello che volete anche voi, ma, come avete sentito, lo ha anche fatto. La dif-
ferenza tra Ges e qualsiasi altro che noi abbiamo a che fare prevalentemente con pro-
grammi, mentre per Ges programma e attuazione del programma erano una cosa sola.
Perci Ges vi dice molto semplicemente che dovete attuare il vostro programma, che dove-
te realizzare le cose che volete. In questo modo diventerete cristiani e veri uomini. Liberatevi
della superficialit, dellodio, dellavidit di denaro e dellegoismo che sono presenti anche
tra le vostre file: tutto questo non appartiene alla vostra causa. Lasciate che abbiano spa-
zio veramente in voi e nella vostra vita la fedelt, lenergia, lo spirito comunitario, la dispo-
nibilit al sacrificio di Ges; e allora sarete veri socialisti.
Ma linquietudine e il risveglio della coscienza che Ges ha provocato in noi, speriamo, nel
corso di questo incontro, non devono restare la nostra ultima parola. Ci troviamo in un perio-
do dellanno molto bello, siamo vicini a Natale. Tutti abbiamo limpressione, credo, che Ges
sia stato qualcosa di totalmente diverso da noi. La sua figura si staglia, straordinariamen-
te grande e alta, davanti a tutti noi, socialisti e non-socialisti. proprio per questo che ha
qualche cosa da dirci. proprio per questo che egli pu rappresentare qualche cosa per noi.
per questo che, se tocchiamo lorlo della sua veste, entriamo in contatto con Dio stesso. E
se ora posiamo il nostro sguardo su di lui, guardando a come, di secolo in secolo, egli riveli
in modo sempre nuovo la sua gloria, allora si compie per noi in qualche modo lantica pro-
messa, che vale anche nei confronti del movimento per il socialismo dei nostri giorni: il popo-
lo che cammina nelle tenebre ha scorto una grande luce.
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Dedichiamo questa sezione a una vecchia questione che suscita finalmente
un nuovo interesse, pur nella diversit dei tempi. Parlano di letteratura
e mondo del lavoro, in una chiave storica ma che arriva a oggi, Ciafaloni e Raffaeli
(con due testi significativi di Calvino e Volponi, che avevano diversamente a cuore
il destino dei lavoratori), mentre Benfante e Carnevale riferiscono,
da competenze diverse, dellinchiesta su una strage di ieri di Angelo Ferracuti,
Gatto sullinteresse dei giovani scrittori per questi argomenti,
Tricomi del libro di Leogrande su Taranto. Un poeta di ieri, Bertolt Brecht,
apre questo dossier, e uno di oggi lo chiude, Fabio Franzin. Non siamo riusciti
a parlare del bel romanzo di Valenti La fabbrica del panico. Rimedieremo.
Raccontare il lavoro. Rappresentare la realt
di Francesco Ciafaloni
Non facile raccontare il mondo senza parlare del lavoro; i giorni senza le opere. Per secoli il lavo-
ro di schiavi e di servi ha fatto da sfondo, nei volumi e sulle pareti dei palazzi che i potenti face-
vano costruire per schifare la noia. Ma, poco meno di nove secoli fa, uno dei primi docu-
menti in volgare italiano che ci facevano leggere a scuola la orgogliosa rivendicazione di
un artigiano artista: E mea fu lopra. Nicolao scolptore. E la cronaca di Cellini della colata
del Perseo un classico; e racconta un lavoro, fatto con le mani, oltre che con la testa: il
metallo fuso che troppo viscoso, e bisogna buttarci dentro i piatti di stagno su cui si man-
gia per fluidificarlo. Cellini lavorava su commessa, come artista-artigiano autonomo. Quelli
della bottega lavoravano alle dipendenze. Avevano problemi non troppo diversi, salvo la
scala, da quelli che, oggi, devono controllare le colate dellacciaio a Taranto, decidendo
quando ora di smettere con lossigeno e schivando i getti di gas, di loppa, di metallo. Cera
il calore, il fumo, il gas, lo scorrere del metallo e della cera persa. Chiss se Dante, che scri-
veva lacqua era scura assai pi che persa, aveva visto i fonditori al lavoro o se ripeteva
un paragone corrente. Certo gli artigiani li guardava: ed ei ver lui aguzzavan le ciglia / come
vecchio sartor fa nella cruna. E guardava volare i gru che van traendo lor lai / faccendo
in aere di s lunga riga o gli storni che volano a schiera larga e piena, come ci racconter
poi anche Italo Calvino.
Anche un non letterato come me, guardando al passato, non riesce a separare il lavoro dalla
sua rappresentazione, anche letteraria. Alberto Asor Rosa, giustamente, ci ha ricordato che
esistono due letterature italiane: quella di Dante e quella di Petrarca; quella che parla del
mondo e quella che parla solo di s. Potrei rispondere, come il Robinson Crusoe ebreo che,
nellisola in cui vive solo, ha costruito due sinagoghe, a chi gliene chiede il perch: Nellaltra
non metto mai piede. E non sarebbe neppure vero. Ma non questo che importa. In que-
sto secolo, nel corso della mia vita lavorativa, gli scrittori hanno parlato di lavoro e di lavoratori;
hanno incluso il lavoro e i lavoratori nella rappresentazione della realt; hanno contribuito al
modo in cui si percepisce il lavoro e i lavoratori pensano se stessi. Certo hanno contribuito al
modo in cui, fin dalladolescenza ho visto il lavoro della terra; e come ho immaginato e poi visto
il lavoro mio.
A scuola, o in et scolare, tutti abbiamo letto Collodi, e la storia del figlio di legno del falegname
Geppetto, che crede ai soldi che si moltiplicano da s e al paese dei balocchi, fino alle estre-
me conseguenze e alla redenzione. Abbiamo letto anche De Amicis. Lo so che Collodi per-
fetto mentre De Amicis qualche volta deamicisiano. Per, per me, che lo leggevo dalla cam-
pagna dellAppennino meridionale, fu una finestra sul mondo moderno; un ponte tra il mondo
del Risogimento, che si studiava a scuola, e quello dellemigrazione, delle costruzioni, che si
viveva nei paesi; e dellindustria, che per noi era uno, sperato, futuro. La Torino che lavora ci
si identific abbastanza da intitolargli la prima Societ operaia di mutuo soccorso aperta
ad ambo i sessi, nel 1908, lanno della morte dellautore eponimo. Funziona anche adesso,
a due passi da dove abitava Salgari.
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LAVORO E LETTERATURA
Domande di un lettore operaio di Bertolt Brecht
traduzione di Franco Fortini
Tebe dalle Sette Porte, chi la costru?
Ci sono i nomi dei re, dentro i libri.
Sono stati i re a strascicarli, quei blocchi di pietra?
Babilonia, distrutta tante volte,
chi altrettante la riedific? In quali case,
di Lima lucente doro abitavano i costruttori?
Dove andarono, la sera che fu terminata la Grande Muraglia,
i muratori? Roma la grande
piena darchi di trionfo. Su chi
trionfarono i Cesari? La celebrata Bisanzio
aveva solo palazzi per i suoi abitanti? Anche nella favolosa Atlantide
la notte che il mare li inghiott, affogavano urlando
aiuto ai loro schiavi.
Il giovane Alessandro conquist lIndia.
Da solo?
Cesare sconfisse i Galli.
Non aveva con s nemmeno un cuoco?
Filippo di Spagna pianse, quando la flotta
gli fu affondata. Nessun altro pianse?
Federico II vinse la guerra dei Sette Anni. Chi,
oltre a lui, lha vinta?
Una vittoria ogni pagina. Chi cucin la cena della vittoria?
Ogni dieci anni un granduomo.
Chi ne pag le spese?
Quante vicende,
tante domande.
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Raccontare il lavoro. Rappresentare la realt
di Francesco Ciafaloni
Non facile raccontare il mondo senza parlare del lavoro; i giorni senza le opere. Per secoli il lavo-
ro di schiavi e di servi ha fatto da sfondo, nei volumi e sulle pareti dei palazzi che i potenti face-
vano costruire per schifare la noia. Ma, poco meno di nove secoli fa, uno dei primi docu-
menti in volgare italiano che ci facevano leggere a scuola la orgogliosa rivendicazione di
un artigiano artista: E mea fu lopra. Nicolao scolptore. E la cronaca di Cellini della colata
del Perseo un classico; e racconta un lavoro, fatto con le mani, oltre che con la testa: il
metallo fuso che troppo viscoso, e bisogna buttarci dentro i piatti di stagno su cui si man-
gia per fluidificarlo. Cellini lavorava su commessa, come artista-artigiano autonomo. Quelli
della bottega lavoravano alle dipendenze. Avevano problemi non troppo diversi, salvo la
scala, da quelli che, oggi, devono controllare le colate dellacciaio a Taranto, decidendo
quando ora di smettere con lossigeno e schivando i getti di gas, di loppa, di metallo. Cera
il calore, il fumo, il gas, lo scorrere del metallo e della cera persa. Chiss se Dante, che scri-
veva lacqua era scura assai pi che persa, aveva visto i fonditori al lavoro o se ripeteva
un paragone corrente. Certo gli artigiani li guardava: ed ei ver lui aguzzavan le ciglia / come
vecchio sartor fa nella cruna. E guardava volare i gru che van traendo lor lai / faccendo
in aere di s lunga riga o gli storni che volano a schiera larga e piena, come ci racconter
poi anche Italo Calvino.
Anche un non letterato come me, guardando al passato, non riesce a separare il lavoro dalla
sua rappresentazione, anche letteraria. Alberto Asor Rosa, giustamente, ci ha ricordato che
esistono due letterature italiane: quella di Dante e quella di Petrarca; quella che parla del
mondo e quella che parla solo di s. Potrei rispondere, come il Robinson Crusoe ebreo che,
nellisola in cui vive solo, ha costruito due sinagoghe, a chi gliene chiede il perch: Nellaltra
non metto mai piede. E non sarebbe neppure vero. Ma non questo che importa. In que-
sto secolo, nel corso della mia vita lavorativa, gli scrittori hanno parlato di lavoro e di lavoratori;
hanno incluso il lavoro e i lavoratori nella rappresentazione della realt; hanno contribuito al
modo in cui si percepisce il lavoro e i lavoratori pensano se stessi. Certo hanno contribuito al
modo in cui, fin dalladolescenza ho visto il lavoro della terra; e come ho immaginato e poi visto
il lavoro mio.
A scuola, o in et scolare, tutti abbiamo letto Collodi, e la storia del figlio di legno del falegname
Geppetto, che crede ai soldi che si moltiplicano da s e al paese dei balocchi, fino alle estre-
me conseguenze e alla redenzione. Abbiamo letto anche De Amicis. Lo so che Collodi per-
fetto mentre De Amicis qualche volta deamicisiano. Per, per me, che lo leggevo dalla cam-
pagna dellAppennino meridionale, fu una finestra sul mondo moderno; un ponte tra il mondo
del Risogimento, che si studiava a scuola, e quello dellemigrazione, delle costruzioni, che si
viveva nei paesi; e dellindustria, che per noi era uno, sperato, futuro. La Torino che lavora ci
si identific abbastanza da intitolargli la prima Societ operaia di mutuo soccorso aperta
ad ambo i sessi, nel 1908, lanno della morte dellautore eponimo. Funziona anche adesso,
a due passi da dove abitava Salgari.
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LAVORO E LETTERATURA
Domande di un lettore operaio di Bertolt Brecht
traduzione di Franco Fortini
Tebe dalle Sette Porte, chi la costru?
Ci sono i nomi dei re, dentro i libri.
Sono stati i re a strascicarli, quei blocchi di pietra?
Babilonia, distrutta tante volte,
chi altrettante la riedific? In quali case,
di Lima lucente doro abitavano i costruttori?
Dove andarono, la sera che fu terminata la Grande Muraglia,
i muratori? Roma la grande
piena darchi di trionfo. Su chi
trionfarono i Cesari? La celebrata Bisanzio
aveva solo palazzi per i suoi abitanti? Anche nella favolosa Atlantide
la notte che il mare li inghiott, affogavano urlando
aiuto ai loro schiavi.
Il giovane Alessandro conquist lIndia.
Da solo?
Cesare sconfisse i Galli.
Non aveva con s nemmeno un cuoco?
Filippo di Spagna pianse, quando la flotta
gli fu affondata. Nessun altro pianse?
Federico II vinse la guerra dei Sette Anni. Chi,
oltre a lui, lha vinta?
Una vittoria ogni pagina. Chi cucin la cena della vittoria?
Ogni dieci anni un granduomo.
Chi ne pag le spese?
Quante vicende,
tante domande.
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gru semovente, simbolo dellirrompere della modernit) della poesia di un giovane collega di
Gela; non i versi, che mi sembrarono francamente orribili. Per il lavoro, oltre che per le con-
versazioni, in Sicilia era meglio rivolgersi ad altre ditte. Invece per il lavoro a Ivrea la Olivetti
ha funzionato meglio, non solo per merito di Volponi, ma per il gran lavoro dei sociologi
non solo Gallino ma anche il primo Ferrarotti, e tutta la scuola che ne seguita degli psi-
cologi, del lavoro e non solo.
Anzi direi che Gallino, Novara, Rozzi sono andati molto pi vicino di Volponi a rappresentare
e criticare il lavoro e lorganizzazione del lavoro senza essere n apologetici n succubi.
Dopo di loro la psicologia del lavoro non stata pi la stessa. Gli psicologi del lavoro sono vera-
mente diventati vaselina, con una sola l, come si diceva a Torino, dove la pianta della psico-
logia del lavoro per i lavoratori, oltre che per lazienda, non mai nata; n nascer nel pre-
vedibile futuro.
Confesso di preferire il Volponi di Sipario ducale a quello di Corporale o di Le mosche del
capitale; ma non una opinione da critico. solo una reazione personale, da lettore, a un
libro che mi risulta pi coinvolgente per ragioni sociali che per ragioni letterarie. Credo senza
fatica che Agnelli fosse insopportabile in un rapporto personale, soprattutto se asimmetrico.
La mia domanda : Volponi perch gli chiedeva, o perch accettava, i passaggi sullaereo
privato? non poteva prendere il treno come tutti?
Ho frequentato Italo Calvino a lungo, perch lavoravamo, con ben diverse funzioni, per la
stessa casa editrice. Parlavamo anche, o soprattutto, di lavoro, di condizioni dei lavoratori a
Torino; di movimento operaio, oltre che di editoria. Che gli interessasse parlare di Marcovaldo
e dei sui pari non una scoperta. Ho incontrato Volponi solo un paio di volte. Una volta mi ha
chiesto: Ma tu lo vedi Italo Calvino? Beh, s; pi o meno una volta al mese, quando viene
a Torino. Sai, la sua fortuna lomonimia con quello di Ginevra. Pensa se si chiamasse
Pelatino.
Forse non si amavano.
La rappresentazione del lavoro proprio
Quando lessi per la prima volta La vita agra avevo un lavoro pi stabile di quello di Luciano
Bianciardi ma trovavo la vita a Milano agra lo stesso. Non occorreva essere nato vicino a
Ribolla, dove 43 minatori erano morti per una violazione delle norme di sicurezza, per con-
dividere lo sdegno, il bisogno di giustizia, di vendetta. Il mondo pieno di Ribolla. Sono pas-
sati quasi sessantanni e il numero dei morti non fa che crescere da un incidente allaltro,
forse perch ci sono pi umani al lavoro, perch i luoghi di lavoro diventano pi affollati,
persino pi insicuri e costretti. Succede in India, nel Bangladesh; ma succede anche a Torino,
alla Thyssen-Krupp, a Casale per lamianto della Eternit. Lunico vero miglioramento, frutto
di un lungo processo istituzionale e sociale, che a Torino c stato un giudice che i colpevoli
li ha processati e condannati. Meglio che provare a far saltare in aria la sede centrale delle
aziende responsabili, chi c c. Qualche volta, con i tempi che corrono, si ha la sensazio-
ne che si tratti pi del residuo di una passata virt, di un passato lavoro, che di un solido
inizio. Ma non detto che la illegalit che domina tanti settori della societ, che la caduta
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Gli autori italiani e la rappresentazione del lavoro nellindustria
Penso che il tema cui questa rivista realmente interessata sia la funzione della letteratura
nella rivoluzione industriale italiana, nella fine del mondo contadino, nella formazione della
classe operaia, nella percezione delle lotte di liberazione del lavoro. Gli accenni ai secoli
precedenti, casuali e personali che ho fatto, vogliono ricordare che la fabbrica fordista, ora
frantumata nei paesi occidentali, non la forma generale, necessaria, del lavoro. Il lavoro, su
cui la Repubblica fondata, cera prima, c adesso, e ci sar dopo di noi: lavoro autonomo
e dipendente; produttivo e nei servizi; ben retribuito o povero, come spesso ora. Quando
Karl Marx scriveva, quando il movimento operaio nato, Henry Ford doveva ancora nascere,
le catene di montaggio non esistevano, le macchine erano importanti, ma altrettanto o pi lo
erano gli artigiani. Per usare i concetti di lavoro astratto, e di valore lavoro ci voleva una
notevole forza dingegno. Lautomazione ha ridotto molto il lavoro manuale necessario per
produrre in grandi serie; e, con un passo successivo, anche pezzi unici (con le stampanti tri-
dimensionali). Ma ci vuole molta imprevidenza per prendere il trasferimento delle produ-
zioni nei paesi dove vengono usate, o dove il lavoro non si ancora organizzato, per scom-
parsa del lavoro necessario, come abbiamo fatto.
Per me, forse per molti della mia generazione, sono state importanti iniziative culturali e
autori che conservavano memoria del mondo contadino, della durezza del lavoro braccian-
tile, difendevano la solidariet, lumanit dei paesi, ma proponeva un futuro affrancato alme-
no dalle sudditanze dirette e dalla fame. Francesco Jovine, Danilo Dolci; ma anche Sinisgalli
e Civilt delle macchine. Non ho bisogno di andare in biblioteca per ricordare che, alla fine
di Le terre del Sacramento, le donne piansero Luca Marano per tutta la notte o che Al
falco, che rompe il filo dellorizzonte con un rettile negli artigli, al pastore, al mezzadro, al
mercante, la Lucania apre le sue lande, le sue valli dove i fiumi scorrono lenti come fiumi di
polvere. Dovrei invece andare in biblioteca per controllare se quando ha pubblicato la pian-
ta della Martella e dei nuovi quartieri di Matera e dei Sassi, Civilt delle macchine era
ancora diretta da Sinisgalli. Per noi, studenti di origine contadina, soprattutto se tecnici, era
fondamentale sperare che ci fosse unuscita dalla miseria e dalla soggezione delle montagne,
delle campagne, che luscita fosse anche attraverso il lavoro, listruzione e le macchine, non
solo attraverso le lotte sociali e il cambiamento dei rapporti di potere. Non si pu distribui-
re ci che non stato prodotto. Che lindustria non fosse rose e fiori lo sapevamo, e non
solo dai racconti dei migranti. La sociologia e la letteratura americana arrivavano persino
nelle biblioteche di provincia attraverso lUsis (United states information service, pagato
certo dallAmerica, forse dalla Cia) che distribuiva in tutta lItalia degli anni cinquanta tutta
la biblioteca di Comunit, di Adriano Olivetti.
Con la rappresentazione del lavoro nellindustria si pu dire che siamo cresciuti insieme.
Solo per caso non sono andato a tenere compagnia a Donnarumma allassalto, a farmi sele-
zionare da Ottiero Ottieri, prima dellepigramma di Franco Fortini: Meglio non esser noto
/ meglio comeri ieri / nuovo devoto al vuoto / Ottieri. Dallinizio degli anni sessanta ho
lavorato allEni, che aveva una sua rivista, Perro Negro, che non aveva il livello, forse nep-
pure lambizione, di Civilt delle macchine. Ricordo il titolo (Bay City, che era la marca di una
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gru semovente, simbolo dellirrompere della modernit) della poesia di un giovane collega di
Gela; non i versi, che mi sembrarono francamente orribili. Per il lavoro, oltre che per le con-
versazioni, in Sicilia era meglio rivolgersi ad altre ditte. Invece per il lavoro a Ivrea la Olivetti
ha funzionato meglio, non solo per merito di Volponi, ma per il gran lavoro dei sociologi
non solo Gallino ma anche il primo Ferrarotti, e tutta la scuola che ne seguita degli psi-
cologi, del lavoro e non solo.
Anzi direi che Gallino, Novara, Rozzi sono andati molto pi vicino di Volponi a rappresentare
e criticare il lavoro e lorganizzazione del lavoro senza essere n apologetici n succubi.
Dopo di loro la psicologia del lavoro non stata pi la stessa. Gli psicologi del lavoro sono vera-
mente diventati vaselina, con una sola l, come si diceva a Torino, dove la pianta della psico-
logia del lavoro per i lavoratori, oltre che per lazienda, non mai nata; n nascer nel pre-
vedibile futuro.
Confesso di preferire il Volponi di Sipario ducale a quello di Corporale o di Le mosche del
capitale; ma non una opinione da critico. solo una reazione personale, da lettore, a un
libro che mi risulta pi coinvolgente per ragioni sociali che per ragioni letterarie. Credo senza
fatica che Agnelli fosse insopportabile in un rapporto personale, soprattutto se asimmetrico.
La mia domanda : Volponi perch gli chiedeva, o perch accettava, i passaggi sullaereo
privato? non poteva prendere il treno come tutti?
Ho frequentato Italo Calvino a lungo, perch lavoravamo, con ben diverse funzioni, per la
stessa casa editrice. Parlavamo anche, o soprattutto, di lavoro, di condizioni dei lavoratori a
Torino; di movimento operaio, oltre che di editoria. Che gli interessasse parlare di Marcovaldo
e dei sui pari non una scoperta. Ho incontrato Volponi solo un paio di volte. Una volta mi ha
chiesto: Ma tu lo vedi Italo Calvino? Beh, s; pi o meno una volta al mese, quando viene
a Torino. Sai, la sua fortuna lomonimia con quello di Ginevra. Pensa se si chiamasse
Pelatino.
Forse non si amavano.
La rappresentazione del lavoro proprio
Quando lessi per la prima volta La vita agra avevo un lavoro pi stabile di quello di Luciano
Bianciardi ma trovavo la vita a Milano agra lo stesso. Non occorreva essere nato vicino a
Ribolla, dove 43 minatori erano morti per una violazione delle norme di sicurezza, per con-
dividere lo sdegno, il bisogno di giustizia, di vendetta. Il mondo pieno di Ribolla. Sono pas-
sati quasi sessantanni e il numero dei morti non fa che crescere da un incidente allaltro,
forse perch ci sono pi umani al lavoro, perch i luoghi di lavoro diventano pi affollati,
persino pi insicuri e costretti. Succede in India, nel Bangladesh; ma succede anche a Torino,
alla Thyssen-Krupp, a Casale per lamianto della Eternit. Lunico vero miglioramento, frutto
di un lungo processo istituzionale e sociale, che a Torino c stato un giudice che i colpevoli
li ha processati e condannati. Meglio che provare a far saltare in aria la sede centrale delle
aziende responsabili, chi c c. Qualche volta, con i tempi che corrono, si ha la sensazio-
ne che si tratti pi del residuo di una passata virt, di un passato lavoro, che di un solido
inizio. Ma non detto che la illegalit che domina tanti settori della societ, che la caduta
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Gli autori italiani e la rappresentazione del lavoro nellindustria
Penso che il tema cui questa rivista realmente interessata sia la funzione della letteratura
nella rivoluzione industriale italiana, nella fine del mondo contadino, nella formazione della
classe operaia, nella percezione delle lotte di liberazione del lavoro. Gli accenni ai secoli
precedenti, casuali e personali che ho fatto, vogliono ricordare che la fabbrica fordista, ora
frantumata nei paesi occidentali, non la forma generale, necessaria, del lavoro. Il lavoro, su
cui la Repubblica fondata, cera prima, c adesso, e ci sar dopo di noi: lavoro autonomo
e dipendente; produttivo e nei servizi; ben retribuito o povero, come spesso ora. Quando
Karl Marx scriveva, quando il movimento operaio nato, Henry Ford doveva ancora nascere,
le catene di montaggio non esistevano, le macchine erano importanti, ma altrettanto o pi lo
erano gli artigiani. Per usare i concetti di lavoro astratto, e di valore lavoro ci voleva una
notevole forza dingegno. Lautomazione ha ridotto molto il lavoro manuale necessario per
produrre in grandi serie; e, con un passo successivo, anche pezzi unici (con le stampanti tri-
dimensionali). Ma ci vuole molta imprevidenza per prendere il trasferimento delle produ-
zioni nei paesi dove vengono usate, o dove il lavoro non si ancora organizzato, per scom-
parsa del lavoro necessario, come abbiamo fatto.
Per me, forse per molti della mia generazione, sono state importanti iniziative culturali e
autori che conservavano memoria del mondo contadino, della durezza del lavoro braccian-
tile, difendevano la solidariet, lumanit dei paesi, ma proponeva un futuro affrancato alme-
no dalle sudditanze dirette e dalla fame. Francesco Jovine, Danilo Dolci; ma anche Sinisgalli
e Civilt delle macchine. Non ho bisogno di andare in biblioteca per ricordare che, alla fine
di Le terre del Sacramento, le donne piansero Luca Marano per tutta la notte o che Al
falco, che rompe il filo dellorizzonte con un rettile negli artigli, al pastore, al mezzadro, al
mercante, la Lucania apre le sue lande, le sue valli dove i fiumi scorrono lenti come fiumi di
polvere. Dovrei invece andare in biblioteca per controllare se quando ha pubblicato la pian-
ta della Martella e dei nuovi quartieri di Matera e dei Sassi, Civilt delle macchine era
ancora diretta da Sinisgalli. Per noi, studenti di origine contadina, soprattutto se tecnici, era
fondamentale sperare che ci fosse unuscita dalla miseria e dalla soggezione delle montagne,
delle campagne, che luscita fosse anche attraverso il lavoro, listruzione e le macchine, non
solo attraverso le lotte sociali e il cambiamento dei rapporti di potere. Non si pu distribui-
re ci che non stato prodotto. Che lindustria non fosse rose e fiori lo sapevamo, e non
solo dai racconti dei migranti. La sociologia e la letteratura americana arrivavano persino
nelle biblioteche di provincia attraverso lUsis (United states information service, pagato
certo dallAmerica, forse dalla Cia) che distribuiva in tutta lItalia degli anni cinquanta tutta
la biblioteca di Comunit, di Adriano Olivetti.
Con la rappresentazione del lavoro nellindustria si pu dire che siamo cresciuti insieme.
Solo per caso non sono andato a tenere compagnia a Donnarumma allassalto, a farmi sele-
zionare da Ottiero Ottieri, prima dellepigramma di Franco Fortini: Meglio non esser noto
/ meglio comeri ieri / nuovo devoto al vuoto / Ottieri. Dallinizio degli anni sessanta ho
lavorato allEni, che aveva una sua rivista, Perro Negro, che non aveva il livello, forse nep-
pure lambizione, di Civilt delle macchine. Ricordo il titolo (Bay City, che era la marca di una
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di Massimo Raffaeli
Esiste in Italia una letteratura che ha trattato del lavoro nel lungo periodo, come dicono gli storici.
Ma che tipo di lavoro? Abbiamo, per esempio, una delle opere di sistemazione della produ-
zione secolare, la Letteratura italiana di Einaudi risalente a una trentina di anni fa, divisa per volu-
mi monografici, diretta da Alberto Asor Rosa e pensata con il criterio storico-geografico, poli-
centrico, la cui formulazione si deve a Carlo Dionisotti. Limmagine di copertina del primo volu-
me ritrae un uomo al lavoro, un chierico, non un ecclesiastico in senso stretto ma proprio un chie-
rico nel senso etimologico, ed infatti limmagine di un intellettuale che sta lavorando allo
scrittoio. Di costui in realt sappiamo molto perch sappiamo addirittura quanto durava la
seduta di copia in uno degli scriptoria tardomedievali che hanno garantito alla tradizione
manoscritta di arrivare fino a noi: sappiamo che lavorava un tot di ore al giorno ed stata rico-
struita persino la frequenza dei suoi errori, perch risulta dagli studi di ecdotica che a fine
seduta (dopo sei ore di lavoro, fino al tramonto) il numero di errori di un buon copista si calcolava
a circa uno a pagina. Dunque limmagine che Einaudi ha usato anni fa per la sua copertina si
riferisce a un lavoro che non esiste pi da secoli o cui al massimo, oggi, si pu fare allusione per
metafora.
Qui va fatta una premessa e, anzi, una distinzione: se per lavoro intendiamo la fatica
(job/work, in inglese la differenza chiara) allora va detto che la fatica secolarmente
esclusa o persino vietata alla nostra letteratura i cui canonici punti di riferimento, i luoghi
topici, sono la Chiesa e la Corte (o Palazzo, su tutti quello fatto costruire a Urbino da Federico
da Montefeltro che per primo trasforma un castello recluso in una vera e propria polis). Tanto
vero che ancora mezzo secolo fa il romanziere Vasco Pratolini, uno dei primi ad affrontare il
lavoro come fatica, scrive Metello (1955) e per costretto, per motivi di verosimiglianza,
ad adottare non il novel, cio unopera che parli al presente, ma un romanzo in costume, il
romance: infatti Pratolini tratta di un muratore, non di un operaio della fabbrica moderna
bens di un edile toscano di inizio Novecento, come fosse costretto a retrocedere di un buon
mezzo secolo il proprio set. Ora, sospendendo il giudizio su unopera tanto datata, nel com-
plesso modesta come Metello, resta che la fatica, quel tipo di fatica, la fatica nera e pre-
moderna, era gi da molto tempo iscritta nel repertorio della letteratura italiana e il verismo
ne era stata la declinazione pi compiuta. Basti pensare a uno dei capolavori del Verga, Rosso
Malpelo (1878): se si raffronta la novella allOliver Twist (1838) di Charles Dickens, da un lato
si al cospetto di un mondo bloccato, fatalmente bloccato (ed il mondo che centanni dopo
sar ancora racchiuso nel celebre aforisma di Tomasi di Lampedusa, secondo cui tutto deve
cambiare perch davvero nulla cambi), dallaltro c luniverso industriale descritto ai suoi
albori, un mondo altrettanto terribile ma che evolve tumultuosamente. Nemmeno un caso
che la matrice verista sar ripresa poco meno di un secolo dopo nella tendenza di quellau-
tentico neo-verismo che infatti il neorealismo, sia letterario sia cinematografico, il quale si
confronta con lo stesso mondo inerte, atavico, insomma con leterna civilt agricolo-pastorale.
Roma citt aperta (1945) di Roberto Rossellini fa relativa eccezione ma gli altri capolavori
dei diritti del lavoro, alla fine trionfi. Un secolo fa stavano peggio. Il mondo cambia e ti
ammazza, diceva Fortini. Ma non c motivo di pensare che quelli che verranno dopo non
abbiano la forza di reagire. nei paesi del lavoro a costo zero, a sicurezza zero, che molti si
ribellano.
Con il progetto di far saltare il torracchione della Montecatini Bianciardi ha un rapporto non
diverso da quello col lavoro culturale a Grosseto. C larrabbiatura vera, ma c anche liro-
nia, il distacco. Quando parla del lavoro suo, vero, di redattore e traduttore non c distacco
possibile.
Anchio ho tradotto vari libri, di saggistica, di sociologia, scientifici, accanto o dentro il lavo-
ro di redattore. Un quarto di secolo fa ho corso un rischio serio di dover vivere di sole tra-
duzioni, a cottimo, come Bianciardi, e mi son reso conto della perfezione della sua descri-
zione. Quando il lavoro fatto al meglio entra nelluniverso delle valutazioni aziendali, forse vere,
forse di comodo; quando la necessit di disporre di soldi mese per mese cozza con le rego-
le di pagamento e le scelte dei tempi di pubblicazione delle aziende la vita pu essere molto
agra, anche fuori Milano.
Il rapporto di Primo Levi col suo lavoro di chimico e anche con laltrui mestiere, quello di scri-
vere, era molto serio, ma molto pi sereno. Forse perch difficile trovare drammatici i pro-
blemi del lavoro quando si sa di vivere in una tregua; sempre in bilico tra lessere sommersi
o lessere salvati. Del proprio lavoro, dei problemi, anche logici o scientifici del lavoro, Primo
parlava volentieri, perch gli piaceva raccontare e qualche volta provava con gli amici le sto-
rie che avrebbe scritto nel Sistema periodico o in La chiave a stella.
Il lavoro, anche dipendente, anche precario, ha sempre una parte di impegno, di invenzione,
di capacit personale di risolvere problemi e far fronte agli imprevisti. Se un intero carico di pal-
line di plastica rifiuta di scendere come dovrebbe dal carro merci nei contenitori perch la
statica lo tiene insieme, bisogna trovare il modo di venirne a capo. Basta qualche litro dacqua
per vagone per far scorrere tutto. Se la guaina di un cavo si divide e in lunghe spirali regolari
bisogna trovare una spiegazione. Problemi analoghi si trova davanti Faussone, loperaio spe-
cializzato che gira il mondo con la sua chiave a stella a far funzionare ci che non funziona.
Nei decenni che ci separano da Bianciardi e da Levi il pi importante settore industriale ita-
liano, quello dellauto, entrato in crisi, insieme con ledilizia, anche perch non si possono
costruire pi macchine di quante ce ne stiano per le strade, n pi case di quelle che i cit-
tadini sono in grado di comprare e la campagna in grado di contenere. La chimica era anda-
ta in crisi anche prima. Ma di attivit necessarie alla vita civile ce ne sono fin troppe. I lavo-
ri che i giovani si troveranno a fare, se riusciranno a fare scelte politiche appena decenti,
rassomiglieranno in parte a quelli raccontati da Levi, in parte, purtroppo, a quelli racconta-
ti da Bianciardi. I padroni, in qualche caso saranno lontani e invisibili, come la Montecatini per
i minatori di Ribolla. In qualche caso, forse pi che ora, il lavoro potr essere cooperativo.
In ogni caso richieder intelligenza e creativit. Non sulla Fiat che dobbiamo piangere, per-
ch era un inferno; sulla nostra debolezza, sulla nostra mancanza di iniziativa politica e
pratica. Su una cosa possiamo essere tranquilli: il problema non lalto costo del lavoro.
Ma questa unaltra storia.
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Scritture del lavoro da Volponi a Di Ruscio
di Massimo Raffaeli
Esiste in Italia una letteratura che ha trattato del lavoro nel lungo periodo, come dicono gli storici.
Ma che tipo di lavoro? Abbiamo, per esempio, una delle opere di sistemazione della produ-
zione secolare, la Letteratura italiana di Einaudi risalente a una trentina di anni fa, divisa per volu-
mi monografici, diretta da Alberto Asor Rosa e pensata con il criterio storico-geografico, poli-
centrico, la cui formulazione si deve a Carlo Dionisotti. Limmagine di copertina del primo volu-
me ritrae un uomo al lavoro, un chierico, non un ecclesiastico in senso stretto ma proprio un chie-
rico nel senso etimologico, ed infatti limmagine di un intellettuale che sta lavorando allo
scrittoio. Di costui in realt sappiamo molto perch sappiamo addirittura quanto durava la
seduta di copia in uno degli scriptoria tardomedievali che hanno garantito alla tradizione
manoscritta di arrivare fino a noi: sappiamo che lavorava un tot di ore al giorno ed stata rico-
struita persino la frequenza dei suoi errori, perch risulta dagli studi di ecdotica che a fine
seduta (dopo sei ore di lavoro, fino al tramonto) il numero di errori di un buon copista si calcolava
a circa uno a pagina. Dunque limmagine che Einaudi ha usato anni fa per la sua copertina si
riferisce a un lavoro che non esiste pi da secoli o cui al massimo, oggi, si pu fare allusione per
metafora.
Qui va fatta una premessa e, anzi, una distinzione: se per lavoro intendiamo la fatica
(job/work, in inglese la differenza chiara) allora va detto che la fatica secolarmente
esclusa o persino vietata alla nostra letteratura i cui canonici punti di riferimento, i luoghi
topici, sono la Chiesa e la Corte (o Palazzo, su tutti quello fatto costruire a Urbino da Federico
da Montefeltro che per primo trasforma un castello recluso in una vera e propria polis). Tanto
vero che ancora mezzo secolo fa il romanziere Vasco Pratolini, uno dei primi ad affrontare il
lavoro come fatica, scrive Metello (1955) e per costretto, per motivi di verosimiglianza,
ad adottare non il novel, cio unopera che parli al presente, ma un romanzo in costume, il
romance: infatti Pratolini tratta di un muratore, non di un operaio della fabbrica moderna
bens di un edile toscano di inizio Novecento, come fosse costretto a retrocedere di un buon
mezzo secolo il proprio set. Ora, sospendendo il giudizio su unopera tanto datata, nel com-
plesso modesta come Metello, resta che la fatica, quel tipo di fatica, la fatica nera e pre-
moderna, era gi da molto tempo iscritta nel repertorio della letteratura italiana e il verismo
ne era stata la declinazione pi compiuta. Basti pensare a uno dei capolavori del Verga, Rosso
Malpelo (1878): se si raffronta la novella allOliver Twist (1838) di Charles Dickens, da un lato
si al cospetto di un mondo bloccato, fatalmente bloccato (ed il mondo che centanni dopo
sar ancora racchiuso nel celebre aforisma di Tomasi di Lampedusa, secondo cui tutto deve
cambiare perch davvero nulla cambi), dallaltro c luniverso industriale descritto ai suoi
albori, un mondo altrettanto terribile ma che evolve tumultuosamente. Nemmeno un caso
che la matrice verista sar ripresa poco meno di un secolo dopo nella tendenza di quellau-
tentico neo-verismo che infatti il neorealismo, sia letterario sia cinematografico, il quale si
confronta con lo stesso mondo inerte, atavico, insomma con leterna civilt agricolo-pastorale.
Roma citt aperta (1945) di Roberto Rossellini fa relativa eccezione ma gli altri capolavori
dei diritti del lavoro, alla fine trionfi. Un secolo fa stavano peggio. Il mondo cambia e ti
ammazza, diceva Fortini. Ma non c motivo di pensare che quelli che verranno dopo non
abbiano la forza di reagire. nei paesi del lavoro a costo zero, a sicurezza zero, che molti si
ribellano.
Con il progetto di far saltare il torracchione della Montecatini Bianciardi ha un rapporto non
diverso da quello col lavoro culturale a Grosseto. C larrabbiatura vera, ma c anche liro-
nia, il distacco. Quando parla del lavoro suo, vero, di redattore e traduttore non c distacco
possibile.
Anchio ho tradotto vari libri, di saggistica, di sociologia, scientifici, accanto o dentro il lavo-
ro di redattore. Un quarto di secolo fa ho corso un rischio serio di dover vivere di sole tra-
duzioni, a cottimo, come Bianciardi, e mi son reso conto della perfezione della sua descri-
zione. Quando il lavoro fatto al meglio entra nelluniverso delle valutazioni aziendali, forse vere,
forse di comodo; quando la necessit di disporre di soldi mese per mese cozza con le rego-
le di pagamento e le scelte dei tempi di pubblicazione delle aziende la vita pu essere molto
agra, anche fuori Milano.
Il rapporto di Primo Levi col suo lavoro di chimico e anche con laltrui mestiere, quello di scri-
vere, era molto serio, ma molto pi sereno. Forse perch difficile trovare drammatici i pro-
blemi del lavoro quando si sa di vivere in una tregua; sempre in bilico tra lessere sommersi
o lessere salvati. Del proprio lavoro, dei problemi, anche logici o scientifici del lavoro, Primo
parlava volentieri, perch gli piaceva raccontare e qualche volta provava con gli amici le sto-
rie che avrebbe scritto nel Sistema periodico o in La chiave a stella.
Il lavoro, anche dipendente, anche precario, ha sempre una parte di impegno, di invenzione,
di capacit personale di risolvere problemi e far fronte agli imprevisti. Se un intero carico di pal-
line di plastica rifiuta di scendere come dovrebbe dal carro merci nei contenitori perch la
statica lo tiene insieme, bisogna trovare il modo di venirne a capo. Basta qualche litro dacqua
per vagone per far scorrere tutto. Se la guaina di un cavo si divide e in lunghe spirali regolari
bisogna trovare una spiegazione. Problemi analoghi si trova davanti Faussone, loperaio spe-
cializzato che gira il mondo con la sua chiave a stella a far funzionare ci che non funziona.
Nei decenni che ci separano da Bianciardi e da Levi il pi importante settore industriale ita-
liano, quello dellauto, entrato in crisi, insieme con ledilizia, anche perch non si possono
costruire pi macchine di quante ce ne stiano per le strade, n pi case di quelle che i cit-
tadini sono in grado di comprare e la campagna in grado di contenere. La chimica era anda-
ta in crisi anche prima. Ma di attivit necessarie alla vita civile ce ne sono fin troppe. I lavo-
ri che i giovani si troveranno a fare, se riusciranno a fare scelte politiche appena decenti,
rassomiglieranno in parte a quelli raccontati da Levi, in parte, purtroppo, a quelli racconta-
ti da Bianciardi. I padroni, in qualche caso saranno lontani e invisibili, come la Montecatini per
i minatori di Ribolla. In qualche caso, forse pi che ora, il lavoro potr essere cooperativo.
In ogni caso richieder intelligenza e creativit. Non sulla Fiat che dobbiamo piangere, per-
ch era un inferno; sulla nostra debolezza, sulla nostra mancanza di iniziativa politica e
pratica. Su una cosa possiamo essere tranquilli: il problema non lalto costo del lavoro.
Ma questa unaltra storia.
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Ma al Nord, intanto, che cosa sta accadendo? Esplode il paradosso di un paese che diviene
neocapitalista senza essere stato capitalista, oggi diremmo postmoderno senza essere passato
per la modernit. LItalia non lInghilterra, tanto meno la Francia e meno che mai la Germania,
unificatasi un decennio dopo rispetto allItalia ma gi unita linguisticamente da secoli grazie a
Lutero che fra il 1522 e il 1534 traduce la Bibbia in un idioma accessibile oralmente ai contadini
analfabeti (mentre nel 1525 Pietro Bembo scrive le Prose della volgar lingua, la prima gram-
matica dellitaliano letterario, una lingua che si rivolge a una esigua minoranza di alfabetiz-
zati). Per riconoscere la presenza ufficiale del neocapitalismo, a Milano o Torino, bisogna aspet-
tare il 1961, quando due tra i nostri scrittori di punta, Elio Vittorini e Italo Calvino, redigono il
numero speciale su Industria e letteratura per Il Menab, una rivista edita da Einaudi: nel
fascicolo, fra laltro, compare un Diario di fabbrica di Ottiero Ottieri (gi autore del primo fra
i romanzi ritenuti industriali, Donnarumma allassalto, 1959) e Una visita in fabbrica, poe-
metto di Vittorio Sereni che conosce lindustria dallinterno, avendo lavorato alla Pirelli e poi da
dirigente in Mondadori. Anche Ottieri un dirigente ma della Olivetti di Ivrea, unindustria
allora davanguardia a ogni livello, grazie al patriarca Adriano che ha insegnato a produrre
macchine da scrivere e calcolatori e per stato interdetto dalla sua famiglia e isolato dalla
Confindustria come pernicioso utopista e scialacquatore. Quella di Ivrea, negli anni cinquan-
ta-sessanta, una fabbrica che non sembra italiana e non sembra nemmeno una fabbrica per-
ch vi esistono una biblioteca, un centro di assistenza per i lavoratori: l, insomma, la qualit
delle relazioni umane conta pi dellestorsione di un profitto o del calcolo di plusvalore.
Con Donnarumma allassalto Ottieri non scrive un romanzo ma pi che altro un reportage
romanzato, comunque un testo pionieristico che annuncia il fallimento di Adriano Olivetti nel
momento in cui si illude di aprire e di far funzionare una sua fabbrica in Campania. Se lopera
di Ottieri esce nel 1959, meno di tre anni dopo, cio quando la fabbrica fordista in Italia dive-
nuta di senso comune, escono contemporaneamente Memoriale, il primo romanzo di Paolo
Volponi e Una nuvola dira di Giovanni Arpino. Questultimo si concentra su una storia bova-
ristica, un triangolo amoroso di operai consumato in un quartiere popolare di Torino zeppo di
meridionali di recente immigrazione: si tratta di un romanzo notevole, datato ma tuttora capa-
ce di trasmettere quello che i tedeschi chiamano Zeitgeist, lo spirito del tempo. Soltanto qual-
che mese pi tardi, ancora nel 1962, esce La vita agra di Luciano Bianciardi, non un libro sul-
lindustria ma il diagramma di un provinciale scappato a Milano dopo che vicino a casa sua
ha visto esplodere la vecchia miniera di Ribolla e morirne le maestranze inermi: perci il pro-
tagonista autobiografico ha deciso di salire a Milano per far saltare il grattacielo della
Montecatini, simbolo della modernizzazione allitaliana. Un altro autore da segnalare (e chi
fa scuola dovrebbe conoscerlo per Il maestro di Vigevano) Lucio Mastronardi, la cui trilogia
(1962-64) si completa con Il calzolaio di Vigevano e Il meridionale di Vigevano: la sua citt
dorigine, tradotta e deformata con furia espressionista, quasi una Marca allucinata, una
citt di scarpari ed ex operai divenuti padroncini dove Mastronardi coglie lincubo sotteso al
sogno neocapitalista: infatti, quando Giorgio Bocca visita Vigevano d alla sua inchiesta sul
Miracolo economico un titolo che non potrebbe essere pi sinistro, ed emblematico: Mille
fabbriche nessuna libreria (Il Giorno, 14 gennaio 1962).
cinematografici del neorealismo sono girati in luoghi senza tempo apparente (come la Napoli
di Pais, 1946) o addirittura, come nel caso del Visconti di La terra trema (1948), si retrocede
a un Verga pre-verghiano, vale a dire a un Verga dialettofono e ancora ignaro del discorso
indiretto libero. La letteratura neorealista non ha invece eccezioni e si vedano almeno due casi
precedenti Metello: il primo Paesi tuoi (1941) di Cesare Pavese, una regressione uterina,
psicoanaliticamente implicata, al mondo delle Langhe, la storia di un fait divers, un omici-
dio, in un ambiente chiuso da viscere arcaiche; il secondo, Conversazione in Sicilia (1941)
di Elio Vittorini, una discesa agli inferi, un caso, come disse Giacomo Debenedetti, di nkuia,
addirittura un viaggio a ritroso verso il mitico mondo delle Madri.
Perch si possa finalmente parlare di lavoro in termini contemporanei e in un senso funzio-
nale al nostro discorso, bisogna attendere lultimo e pi grande paradosso della storia ita-
liana. Ce ne offre lo spunto un libro di storia scritto da Guido Crainz, Il paese mancato. Dal
miracolo economico agli anni ottanta (Donzelli 2005), che mette inaspettatamente in coper-
tina una foto di Pier Paolo Pasolini alla macchina da scrivere: un libro di storia del presente
che sceglie di partire dagli anni del boom economico. Cosa cambia in quegli anni? Tutto e
nulla. C una emigrazione biblica dal Sud al Nord per cui i Rosso Malpelo o i Malavoglia diven-
gono operai-massa, entrano nella fabbrica moderna vivendo tutto ci che ne consegue, a
cominciare dai problemi tipici dellurbanizzazione. Quella che nei manuali scolastici verr
presto chiamata letteratura industriale nasce in effetti come testimonianza sociologica e
qui vanno intanto menzionate due opere che guardano al Nord mentre viene inglobando, let-
teralmente ghettizzando, il Sud: la prima di Danilo Montaldi e Franco Alasia, Milano, Corea
(Feltrinelli 1960, poi Donzelli 2010) una ricerca sul campo e appunto sulle Coree, le enormi
periferie milanesi dove gli ex braccianti ed ex disoccupati meridionali divenuti operai, per lo pi
manovali, provano a integrarsi in un ambiente ostile; laltro, che ebbe allora leffetto di una
bomba a mano, ancora attualissimo, Limmigrazione meridionale a Torino (Feltrinelli 1964,
poi Aragno 2009) di Goffredo Fofi, scritto recependo la lezione di un grande analista sociale,
Raniero Panzieri, il primo a cogliere lelemento di assoluta novit costituito dalloperaio-
massa in termini socio-economici e politici. Ma si parlava di paradossi e perci mentre al Nord
tutto cambia o sembra cambiare, viceversa al Sud la realt pare pietrificarsi, come fosse refrat-
taria alla modernit o si avviasse a esserne la discarica: per questo il verismo ne tuttora il
modello letterario elettivo, non escluso da ultimo Gomorra (Mondadori 2006) di Roberto
Saviano, unopera letterariamente imperfetta eppure importante, nata come reportage sulle
attuali periferie napoletane dove prosperano con la malavita un modello sociale e una eco-
nomia che sono postmoderni e insieme brutalmente primitivi (lo testimonia de visu lomoni-
mo film girato da Matteo Garrone nel 2008, unopera darte pi coesa e decisamente supe-
riore al corrispettivo letterario). Saviano solo lultimo, in ordine cronologico, degli autori di
matrice verista perch alle sue spalle c ancora e sempre Verga o Federico De Roberto o il
Pirandello di I vecchi e i giovani (1913), ci sono Francesco Jovine, Corrado Alvaro, Giuseppe
Tomasi di Lampedusa come Leonardo Sciascia. C insomma e purtroppo leternit incancre-
nita, putrescente, della questione meridionale.
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Ma al Nord, intanto, che cosa sta accadendo? Esplode il paradosso di un paese che diviene
neocapitalista senza essere stato capitalista, oggi diremmo postmoderno senza essere passato
per la modernit. LItalia non lInghilterra, tanto meno la Francia e meno che mai la Germania,
unificatasi un decennio dopo rispetto allItalia ma gi unita linguisticamente da secoli grazie a
Lutero che fra il 1522 e il 1534 traduce la Bibbia in un idioma accessibile oralmente ai contadini
analfabeti (mentre nel 1525 Pietro Bembo scrive le Prose della volgar lingua, la prima gram-
matica dellitaliano letterario, una lingua che si rivolge a una esigua minoranza di alfabetiz-
zati). Per riconoscere la presenza ufficiale del neocapitalismo, a Milano o Torino, bisogna aspet-
tare il 1961, quando due tra i nostri scrittori di punta, Elio Vittorini e Italo Calvino, redigono il
numero speciale su Industria e letteratura per Il Menab, una rivista edita da Einaudi: nel
fascicolo, fra laltro, compare un Diario di fabbrica di Ottiero Ottieri (gi autore del primo fra
i romanzi ritenuti industriali, Donnarumma allassalto, 1959) e Una visita in fabbrica, poe-
metto di Vittorio Sereni che conosce lindustria dallinterno, avendo lavorato alla Pirelli e poi da
dirigente in Mondadori. Anche Ottieri un dirigente ma della Olivetti di Ivrea, unindustria
allora davanguardia a ogni livello, grazie al patriarca Adriano che ha insegnato a produrre
macchine da scrivere e calcolatori e per stato interdetto dalla sua famiglia e isolato dalla
Confindustria come pernicioso utopista e scialacquatore. Quella di Ivrea, negli anni cinquan-
ta-sessanta, una fabbrica che non sembra italiana e non sembra nemmeno una fabbrica per-
ch vi esistono una biblioteca, un centro di assistenza per i lavoratori: l, insomma, la qualit
delle relazioni umane conta pi dellestorsione di un profitto o del calcolo di plusvalore.
Con Donnarumma allassalto Ottieri non scrive un romanzo ma pi che altro un reportage
romanzato, comunque un testo pionieristico che annuncia il fallimento di Adriano Olivetti nel
momento in cui si illude di aprire e di far funzionare una sua fabbrica in Campania. Se lopera
di Ottieri esce nel 1959, meno di tre anni dopo, cio quando la fabbrica fordista in Italia dive-
nuta di senso comune, escono contemporaneamente Memoriale, il primo romanzo di Paolo
Volponi e Una nuvola dira di Giovanni Arpino. Questultimo si concentra su una storia bova-
ristica, un triangolo amoroso di operai consumato in un quartiere popolare di Torino zeppo di
meridionali di recente immigrazione: si tratta di un romanzo notevole, datato ma tuttora capa-
ce di trasmettere quello che i tedeschi chiamano Zeitgeist, lo spirito del tempo. Soltanto qual-
che mese pi tardi, ancora nel 1962, esce La vita agra di Luciano Bianciardi, non un libro sul-
lindustria ma il diagramma di un provinciale scappato a Milano dopo che vicino a casa sua
ha visto esplodere la vecchia miniera di Ribolla e morirne le maestranze inermi: perci il pro-
tagonista autobiografico ha deciso di salire a Milano per far saltare il grattacielo della
Montecatini, simbolo della modernizzazione allitaliana. Un altro autore da segnalare (e chi
fa scuola dovrebbe conoscerlo per Il maestro di Vigevano) Lucio Mastronardi, la cui trilogia
(1962-64) si completa con Il calzolaio di Vigevano e Il meridionale di Vigevano: la sua citt
dorigine, tradotta e deformata con furia espressionista, quasi una Marca allucinata, una
citt di scarpari ed ex operai divenuti padroncini dove Mastronardi coglie lincubo sotteso al
sogno neocapitalista: infatti, quando Giorgio Bocca visita Vigevano d alla sua inchiesta sul
Miracolo economico un titolo che non potrebbe essere pi sinistro, ed emblematico: Mille
fabbriche nessuna libreria (Il Giorno, 14 gennaio 1962).
cinematografici del neorealismo sono girati in luoghi senza tempo apparente (come la Napoli
di Pais, 1946) o addirittura, come nel caso del Visconti di La terra trema (1948), si retrocede
a un Verga pre-verghiano, vale a dire a un Verga dialettofono e ancora ignaro del discorso
indiretto libero. La letteratura neorealista non ha invece eccezioni e si vedano almeno due casi
precedenti Metello: il primo Paesi tuoi (1941) di Cesare Pavese, una regressione uterina,
psicoanaliticamente implicata, al mondo delle Langhe, la storia di un fait divers, un omici-
dio, in un ambiente chiuso da viscere arcaiche; il secondo, Conversazione in Sicilia (1941)
di Elio Vittorini, una discesa agli inferi, un caso, come disse Giacomo Debenedetti, di nkuia,
addirittura un viaggio a ritroso verso il mitico mondo delle Madri.
Perch si possa finalmente parlare di lavoro in termini contemporanei e in un senso funzio-
nale al nostro discorso, bisogna attendere lultimo e pi grande paradosso della storia ita-
liana. Ce ne offre lo spunto un libro di storia scritto da Guido Crainz, Il paese mancato. Dal
miracolo economico agli anni ottanta (Donzelli 2005), che mette inaspettatamente in coper-
tina una foto di Pier Paolo Pasolini alla macchina da scrivere: un libro di storia del presente
che sceglie di partire dagli anni del boom economico. Cosa cambia in quegli anni? Tutto e
nulla. C una emigrazione biblica dal Sud al Nord per cui i Rosso Malpelo o i Malavoglia diven-
gono operai-massa, entrano nella fabbrica moderna vivendo tutto ci che ne consegue, a
cominciare dai problemi tipici dellurbanizzazione. Quella che nei manuali scolastici verr
presto chiamata letteratura industriale nasce in effetti come testimonianza sociologica e
qui vanno intanto menzionate due opere che guardano al Nord mentre viene inglobando, let-
teralmente ghettizzando, il Sud: la prima di Danilo Montaldi e Franco Alasia, Milano, Corea
(Feltrinelli 1960, poi Donzelli 2010) una ricerca sul campo e appunto sulle Coree, le enormi
periferie milanesi dove gli ex braccianti ed ex disoccupati meridionali divenuti operai, per lo pi
manovali, provano a integrarsi in un ambiente ostile; laltro, che ebbe allora leffetto di una
bomba a mano, ancora attualissimo, Limmigrazione meridionale a Torino (Feltrinelli 1964,
poi Aragno 2009) di Goffredo Fofi, scritto recependo la lezione di un grande analista sociale,
Raniero Panzieri, il primo a cogliere lelemento di assoluta novit costituito dalloperaio-
massa in termini socio-economici e politici. Ma si parlava di paradossi e perci mentre al Nord
tutto cambia o sembra cambiare, viceversa al Sud la realt pare pietrificarsi, come fosse refrat-
taria alla modernit o si avviasse a esserne la discarica: per questo il verismo ne tuttora il
modello letterario elettivo, non escluso da ultimo Gomorra (Mondadori 2006) di Roberto
Saviano, unopera letterariamente imperfetta eppure importante, nata come reportage sulle
attuali periferie napoletane dove prosperano con la malavita un modello sociale e una eco-
nomia che sono postmoderni e insieme brutalmente primitivi (lo testimonia de visu lomoni-
mo film girato da Matteo Garrone nel 2008, unopera darte pi coesa e decisamente supe-
riore al corrispettivo letterario). Saviano solo lultimo, in ordine cronologico, degli autori di
matrice verista perch alle sue spalle c ancora e sempre Verga o Federico De Roberto o il
Pirandello di I vecchi e i giovani (1913), ci sono Francesco Jovine, Corrado Alvaro, Giuseppe
Tomasi di Lampedusa come Leonardo Sciascia. C insomma e purtroppo leternit incancre-
nita, putrescente, della questione meridionale.
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Il primo romanzo di Paolo Volponi, Memoriale, esce dunque nel 1962. Volponi nato a Urbino
nel 1924 e l rimasto fino alla fine degli anni quaranta; viene da una famiglia di artigiani
fornaciai (e chi va a Urbino pu ancora ammirare, sotto le mura, lantica fornace oggi ridot-
ta a sito di archeologia industriale); ha fatto studi svogliati e si laureato in tempo di guer-
ra conoscendo tuttavia un professore che sar importante per la sua carriera di manager, il
futuro ministro, nonch presidente della Olivetti post-Adriano, Bruno Visentini (agli occhi
dello scrittore un demiurgo mutatosi presto in carnefice). Volponi assunto da Adriano nel
1956 e rimane a Ivrea fino alla fine del 1971 con incarichi di vertice nelle relazioni esterne e nella
gestione del personale. Quando lascia lazienda, lOlivetti da anni non pi quella di Adriano,
nella cui utopia la fabbrica doveva essere un luogo di civilt, di pedagogia addirittura, il
luogo in cui il lavoro umano non viene sfruttato ma valorizzato e redistribuito non soltanto in
termini di reddito ma anche e soprattutto di cultura e progettualit politica. Volponi non
un intellettuale astratto, per lui la cultura lavoro e humanitas, anzi la sua stessa scrittura
argillosa, tridimensionale, di spessori psicofisici, come fosse ereditaria degli avi fornaciai.
la scrittura, innanzitutto, di un autore che (oltre ad alcune plaquette giovanili e testi pub-
blicati alla met degli anni cinquanta su Officina, la rivista di Roberto Roversi, Francesco
Leonetti e Pier Paolo Pasolini) nel 1960, ancora grazie a Pasolini, ha firmato il volume rias-
suntivo del proprio percorso poetico, Le porte dellAppennino. Insieme con Olivetti proprio
Pasolini il secondo suo maestro e per di segno opposto: con lui condivide lamore per la
nuda realt, per le piccole patrie, per il mondo del fare e per i corpi delle persone semplici ma
non ne accetta lo sguardo retroverso n la nostalgia per il mondo premoderno. Volponi rima-
ne un illuminista, un giacobino, per la costante tensione politico-intellettuale che negli ulti-
mi anni si acuisce fino a condurlo a un impegno parlamentare diretto, sia pure da indipendente,
prima nel Pci poi in Rifondazione comunista. Il romanzo desordio, Memoriale, non ambien-
tato in Urbino ma nel Canavese ed la storia di un ex contadino che, reduce dalla guerra
mondiale, entra in fabbrica: tale fabbrica in tutto e per tutto una fabbrica olivettiana ma
lex contadino impazzisce perch la sua vita cambia totalmente e presto lo conduce in uno
stato di totale alienazione psicofisica. Costui, Albino Saluggia, un Don Chisciotte proteso
lancia in resta contro macchine che gli sembrano dei moderni mulini a vento. Ora, tutti i
romanzi di Volponi riprendono lo schema del Don Chisciotte nella figura del protagonista
che gli antichi greci chiamavano pharmacs, il capro espiatorio o la vittima designata, colui
che si illude di addomesticare il mondo e ne viene schiantato, che parte in guerra contro la
realt ma, inesorabilmente, ne sconfitto.
Quali forze si scontrano, sempre, nei romanzi di Volponi? Sono quelle della grande con-
traddizione italiana: da un lato c Ivrea, la modernit pi spinta, dallaltro c Urbino senza
tempo, chiusa nella sua bellezza; da una parte c il mondo agricolo-pastorale, dallaltra
quello industriale. Il secondo romanzo volponiano del 1965 (qualcuno dice il suo pi bello)
ed La macchina mondiale, dove un contadino di Pergola si illude, nel pieno del boom eco-
nomico, di aver trovato la formula del mondo armonioso, di avere cio scoperto nellindu-
stria e nella tecnologia qualcosa che non serva a produrre cose brutte, inquinanti, omicide,
ma a ridare finalmente felicit al mondo stesso: ebbene, verr processato, sbugiardato, offe-
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Il primo romanzo di Paolo Volponi, Memoriale, esce dunque nel 1962. Volponi nato a Urbino
nel 1924 e l rimasto fino alla fine degli anni quaranta; viene da una famiglia di artigiani
fornaciai (e chi va a Urbino pu ancora ammirare, sotto le mura, lantica fornace oggi ridot-
ta a sito di archeologia industriale); ha fatto studi svogliati e si laureato in tempo di guer-
ra conoscendo tuttavia un professore che sar importante per la sua carriera di manager, il
futuro ministro, nonch presidente della Olivetti post-Adriano, Bruno Visentini (agli occhi
dello scrittore un demiurgo mutatosi presto in carnefice). Volponi assunto da Adriano nel
1956 e rimane a Ivrea fino alla fine del 1971 con incarichi di vertice nelle relazioni esterne e nella
gestione del personale. Quando lascia lazienda, lOlivetti da anni non pi quella di Adriano,
nella cui utopia la fabbrica doveva essere un luogo di civilt, di pedagogia addirittura, il
luogo in cui il lavoro umano non viene sfruttato ma valorizzato e redistribuito non soltanto in
termini di reddito ma anche e soprattutto di cultura e progettualit politica. Volponi non
un intellettuale astratto, per lui la cultura lavoro e humanitas, anzi la sua stessa scrittura
argillosa, tridimensionale, di spessori psicofisici, come fosse ereditaria degli avi fornaciai.
la scrittura, innanzitutto, di un autore che (oltre ad alcune plaquette giovanili e testi pub-
blicati alla met degli anni cinquanta su Officina, la rivista di Roberto Roversi, Francesco
Leonetti e Pier Paolo Pasolini) nel 1960, ancora grazie a Pasolini, ha firmato il volume rias-
suntivo del proprio percorso poetico, Le porte dellAppennino. Insieme con Olivetti proprio
Pasolini il secondo suo maestro e per di segno opposto: con lui condivide lamore per la
nuda realt, per le piccole patrie, per il mondo del fare e per i corpi delle persone semplici ma
non ne accetta lo sguardo retroverso n la nostalgia per il mondo premoderno. Volponi rima-
ne un illuminista, un giacobino, per la costante tensione politico-intellettuale che negli ulti-
mi anni si acuisce fino a condurlo a un impegno parlamentare diretto, sia pure da indipendente,
prima nel Pci poi in Rifondazione comunista. Il romanzo desordio, Memoriale, non ambien-
tato in Urbino ma nel Canavese ed la storia di un ex contadino che, reduce dalla guerra
mondiale, entra in fabbrica: tale fabbrica in tutto e per tutto una fabbrica olivettiana ma
lex contadino impazzisce perch la sua vita cambia totalmente e presto lo conduce in uno
stato di totale alienazione psicofisica. Costui, Albino Saluggia, un Don Chisciotte proteso
lancia in resta contro macchine che gli sembrano dei moderni mulini a vento. Ora, tutti i
romanzi di Volponi riprendono lo schema del Don Chisciotte nella figura del protagonista
che gli antichi greci chiamavano pharmacs, il capro espiatorio o la vittima designata, colui
che si illude di addomesticare il mondo e ne viene schiantato, che parte in guerra contro la
realt ma, inesorabilmente, ne sconfitto.
Quali forze si scontrano, sempre, nei romanzi di Volponi? Sono quelle della grande con-
traddizione italiana: da un lato c Ivrea, la modernit pi spinta, dallaltro c Urbino senza
tempo, chiusa nella sua bellezza; da una parte c il mondo agricolo-pastorale, dallaltra
quello industriale. Il secondo romanzo volponiano del 1965 (qualcuno dice il suo pi bello)
ed La macchina mondiale, dove un contadino di Pergola si illude, nel pieno del boom eco-
nomico, di aver trovato la formula del mondo armonioso, di avere cio scoperto nellindu-
stria e nella tecnologia qualcosa che non serva a produrre cose brutte, inquinanti, omicide,
ma a ridare finalmente felicit al mondo stesso: ebbene, verr processato, sbugiardato, offe-
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lista: anzi, la fortuna di Volponi stata contrastata o impedita dal fiorire nellultimo tren-
tennio del minimalismo, quando il gusto e il senso comune dei lettori si sono assoggettati ai
media, cinema e televisione, con il ritorno in pompa magna della bella trama, della bella
storia e, naturalmente, della fiction. In un simile contesto Volponi pare un meteorite, con la
sua scrittura fisica, vocale, e baritonale quanto la sua voce. Qui va ancora e sempre ram-
mentato che Volponi uno scrittore politico non perch parla di politica ma perch si rivolge
alla polis, se nel suo ultimo romanzo immagina i manager globalizzati come vampiri che suc-
chiano il sangue delleconomia reale per trasformarlo in plasma finanziario, cos come imma-
gina i nuovi dirigenti alla stregua di mosche che vadano ronzando intorno al denaro (le feci,
per traslato freudiano) prodotto di continuo dal capitale stesso:
Un giorno dir tutto, scriver un memoriale, un libro bianco sui grandi dirigenti, sulle grandi politiche
aziendali, la verit sulla ricerca e sullo sviluppo, sulle qualit produttive, sugli investimenti, sulle gran-
di novit tecnologiche, sui grandi, questi s, altro che grandi, prelievi personali e soprusi, sulle mosche,
s, le mosche del capitale.
Si ferm su questimmagine, che gli pareva cogliesse esattamente la banda dei suoi nemici, tutti gli
amministratori e i manager industriali di successo, fatti di voli e voletti, di ali e alette azzurre come
cravatte tutti a modo con gesti e accenti, aggiornamenti e riverenze, relazioni e riferimenti, le sapien-
ti colorate voraci mosche del capitale, s, le mosche per di pi svolazzano e ronzano dappertutto, in bel-
linglese, per andare a succhiare e a sporcare (). Anche i razziatori di schiavi doro e di pietre preziose
nei pi selvaggi e sperduti villaggi indios del Mato Grosso, anche i cacciatori meticci di animali e di
insetti rari, di donne e di bambini, anche i capisquadra pi ignoranti dei campi del lavoro, dei fazen-
dieri tedeschi o olandesi sono migliori, pi intelligenti e capaci di questi neri sopravvissuti, fantasmi
dellindustria fascista, dispensiera di tasse e di imposizioni, di ordini come di cattivi prodotti, complice
di tutti i poteri pi arretrati, negatrice di qualsiasi autentica cultura italiana, demolitrice di centri stori-
ci e di monumenti, sventratrice di vecchie civilt e di meravigliosi equilibrati territori.
Opposto e complementare a quello di Volponi il profilo, molto meno noto, di Luigi Di Ruscio
(1930-2011): se luno ha guardato al lavoro da manager illuminato, laltro ne ha scritto dal
basso della sua condizione di operaio. Nato a Fermo, nel ghetto di vicolo Borgia in una
sinfonia di gatti e in una famiglia poverissima, Di Ruscio un ragazzino sveglio ma ripete tre
anni delle elementari soprattutto perch inviso al maestro in camicia nera, come ricorda nel
suo romanzo di formazione, Palmiro (1986): pare che fin dalla guerra dAfrica il maestro con
la camicia nera tenesse in aula una grande cartina per segnare i trionfi fascisti ma pare anche
che, dopo la vittoria dellArmata Rossa a Stalingrado, fosse solito brandire il fascistissimo
Corriere della Sera per arrotolarlo e darlo sulla testa del bambino Di Ruscio il quale, per,
se lera gi inondata di inchiostro allo scopo di imbrattare il nemico giurato. Cos avrebbe
sempre agito Di Ruscio, un poeta capace di trasformare i suoi lapsus, gli stessi errori di orto-
grafia, in meravigliose invenzioni linguistiche: tuttora non chiaro, per esempio, se quando sulla
pagina si legge inscrivere vada inteso semplicemente per scrivere ovvero per scrivere
lapidariamente e a futura memoria. In realt Di Ruscio ha unidea altissima, suprema, della
so, finch si far saltare in aria insieme con la casa e tutto. Il terzo romanzo, Corporale (1974)
viene pubblicato quando Volponi fuori dalla Olivetti, quando il ciclo del boom finito e
cominciano le crisi petrolifere (vedi quella, gravissima, del 1973), quando Bruno Visentini
gi ai vertici di Ivrea. Corporale un libro complesso e viscerale, la storia chiaramente auto-
biografica di un manager persuaso del fatto che lindustria esige fatica ma non vuole il lavo-
ro, che essa non intende promuovere/inventare/redistribuire alcunch ma solo sfruttare/spre-
mere/monetizzare tutto e tutti: il protagonista fugge a Urbino (perch un altro Don Chisciotte,
ovviamente) spaventato dalla sopraggiunta consapevolezza che la perfezione dellindustria
nella bomba H e perci si scava una tana sui monti delle Cesane aspettando la grande esplo-
sione. Va detto che lo stesso protagonista di Corporale si chiama Gerolamo Aspri come un
antico pittore urbinate, a riprova del fatto che la grande qualit visiva dei libri di Volponi si
deduce dal Seicento caravaggesco per il contrasto violentissimo delle luci e delle ombre, lo stes-
so che si coglie nelle tele dei maestri da lui prediletti quali Mattia Preti, Jusepe Ribera e
Battistello Caracciolo (autori prediletti ma anche collezionati, come testimonia il lascito della
famiglia Volponi che oggi si pu visitare a Urbino in una galleria di Palazzo Ducale).
Pubblicato Corporale, Volponi accetta un incarico della Fiat-Fondazione Agnelli allo scopo
di studiare la risistemazione e la bonifica degli assetti urbanistici e culturali di una citt,
Torino, sporcata e vulnerata a morte negli anni del miracolo economico. Lesperienza bre-
vissima perch Volponi viene licenziato in tronco nel giugno del 1975 quando dichiara uffi-
cialmente di voler votare per il Pci di Enrico Berlinguer. Si annuncia il tempo che abita il suo
ultimo e forse pi grande romanzo, Le mosche del capitale (1989), il libro in cui Volponi pre-
sagisce un passaggio di fase epocale, quando ancora la parola globalizzazione non esi-
ste, intuendo che il capitalismo finanziario (mentre sta spacchettando lOlivetti e mettendo
enormi foglie alle vergogne della Fiat) lo stesso che non vuole pi investire nel lavoro vivo
ma soltanto nel lavoro morto, essendo passato dalla produzione di merci a mezzo di merci alla
produzione di denaro a mezzo di denaro. Le mosche del capitale un romanzo costruito
come Corporale e insegue la crisi di un manager che si chiama Bruto e vive in un citt che
si chiama Bovino, dove gli uomini sono ammutoliti perch la fabbrica li ha spenti nella-
nima e nel corpo, un momento prima di disfarsene. Qui Volponi recupera la tradizione alle-
gorica degli animali parlanti e infatti fa parlare la poltrona dellamministratore delegato, la sua
borsa, la pianta di ficus del suo ufficio: si assiste addirittura a un dialogo, meraviglioso, tra
la luna leopardiana e un computer. Volponi vuole dirci che le cose inanimate, le merci, sono
le uniche presenze vive quando gli uomini non parlano e non pensano pi. Luniverso di Le
mosche del capitale corrisponde insomma al deserto di una completa reificazione e lim-
magine che apre il romanzo simile alla scena di Pap Goriot (1835) di Balzac quando il gio-
vane protagonista, Eugne de Rastignac, si annuncia a Parigi con il gesto di sfida, A nous deux
mantenaint!, che tipico degli eroi proto-borghesi e dei vecchi capitani dindustria; ecco
invece lincipit delle Mosche: Saraccini guarda dallalto della collina la grande citt indu-
striale che si estende nella pianura. Bruto Saraccini non Rastignac e cos Bovino (Torino)
non nientaltro se non una necropoli industriale. Si tratta di un romanzo che purtroppo
non ha ancora i suoi lettori n lo aiuta la scrittura piena, debordante e si direbbe massima-
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lista: anzi, la fortuna di Volponi stata contrastata o impedita dal fiorire nellultimo tren-
tennio del minimalismo, quando il gusto e il senso comune dei lettori si sono assoggettati ai
media, cinema e televisione, con il ritorno in pompa magna della bella trama, della bella
storia e, naturalmente, della fiction. In un simile contesto Volponi pare un meteorite, con la
sua scrittura fisica, vocale, e baritonale quanto la sua voce. Qui va ancora e sempre ram-
mentato che Volponi uno scrittore politico non perch parla di politica ma perch si rivolge
alla polis, se nel suo ultimo romanzo immagina i manager globalizzati come vampiri che suc-
chiano il sangue delleconomia reale per trasformarlo in plasma finanziario, cos come imma-
gina i nuovi dirigenti alla stregua di mosche che vadano ronzando intorno al denaro (le feci,
per traslato freudiano) prodotto di continuo dal capitale stesso:
Un giorno dir tutto, scriver un memoriale, un libro bianco sui grandi dirigenti, sulle grandi politiche
aziendali, la verit sulla ricerca e sullo sviluppo, sulle qualit produttive, sugli investimenti, sulle gran-
di novit tecnologiche, sui grandi, questi s, altro che grandi, prelievi personali e soprusi, sulle mosche,
s, le mosche del capitale.
Si ferm su questimmagine, che gli pareva cogliesse esattamente la banda dei suoi nemici, tutti gli
amministratori e i manager industriali di successo, fatti di voli e voletti, di ali e alette azzurre come
cravatte tutti a modo con gesti e accenti, aggiornamenti e riverenze, relazioni e riferimenti, le sapien-
ti colorate voraci mosche del capitale, s, le mosche per di pi svolazzano e ronzano dappertutto, in bel-
linglese, per andare a succhiare e a sporcare (). Anche i razziatori di schiavi doro e di pietre preziose
nei pi selvaggi e sperduti villaggi indios del Mato Grosso, anche i cacciatori meticci di animali e di
insetti rari, di donne e di bambini, anche i capisquadra pi ignoranti dei campi del lavoro, dei fazen-
dieri tedeschi o olandesi sono migliori, pi intelligenti e capaci di questi neri sopravvissuti, fantasmi
dellindustria fascista, dispensiera di tasse e di imposizioni, di ordini come di cattivi prodotti, complice
di tutti i poteri pi arretrati, negatrice di qualsiasi autentica cultura italiana, demolitrice di centri stori-
ci e di monumenti, sventratrice di vecchie civilt e di meravigliosi equilibrati territori.
Opposto e complementare a quello di Volponi il profilo, molto meno noto, di Luigi Di Ruscio
(1930-2011): se luno ha guardato al lavoro da manager illuminato, laltro ne ha scritto dal
basso della sua condizione di operaio. Nato a Fermo, nel ghetto di vicolo Borgia in una
sinfonia di gatti e in una famiglia poverissima, Di Ruscio un ragazzino sveglio ma ripete tre
anni delle elementari soprattutto perch inviso al maestro in camicia nera, come ricorda nel
suo romanzo di formazione, Palmiro (1986): pare che fin dalla guerra dAfrica il maestro con
la camicia nera tenesse in aula una grande cartina per segnare i trionfi fascisti ma pare anche
che, dopo la vittoria dellArmata Rossa a Stalingrado, fosse solito brandire il fascistissimo
Corriere della Sera per arrotolarlo e darlo sulla testa del bambino Di Ruscio il quale, per,
se lera gi inondata di inchiostro allo scopo di imbrattare il nemico giurato. Cos avrebbe
sempre agito Di Ruscio, un poeta capace di trasformare i suoi lapsus, gli stessi errori di orto-
grafia, in meravigliose invenzioni linguistiche: tuttora non chiaro, per esempio, se quando sulla
pagina si legge inscrivere vada inteso semplicemente per scrivere ovvero per scrivere
lapidariamente e a futura memoria. In realt Di Ruscio ha unidea altissima, suprema, della
so, finch si far saltare in aria insieme con la casa e tutto. Il terzo romanzo, Corporale (1974)
viene pubblicato quando Volponi fuori dalla Olivetti, quando il ciclo del boom finito e
cominciano le crisi petrolifere (vedi quella, gravissima, del 1973), quando Bruno Visentini
gi ai vertici di Ivrea. Corporale un libro complesso e viscerale, la storia chiaramente auto-
biografica di un manager persuaso del fatto che lindustria esige fatica ma non vuole il lavo-
ro, che essa non intende promuovere/inventare/redistribuire alcunch ma solo sfruttare/spre-
mere/monetizzare tutto e tutti: il protagonista fugge a Urbino (perch un altro Don Chisciotte,
ovviamente) spaventato dalla sopraggiunta consapevolezza che la perfezione dellindustria
nella bomba H e perci si scava una tana sui monti delle Cesane aspettando la grande esplo-
sione. Va detto che lo stesso protagonista di Corporale si chiama Gerolamo Aspri come un
antico pittore urbinate, a riprova del fatto che la grande qualit visiva dei libri di Volponi si
deduce dal Seicento caravaggesco per il contrasto violentissimo delle luci e delle ombre, lo stes-
so che si coglie nelle tele dei maestri da lui prediletti quali Mattia Preti, Jusepe Ribera e
Battistello Caracciolo (autori prediletti ma anche collezionati, come testimonia il lascito della
famiglia Volponi che oggi si pu visitare a Urbino in una galleria di Palazzo Ducale).
Pubblicato Corporale, Volponi accetta un incarico della Fiat-Fondazione Agnelli allo scopo
di studiare la risistemazione e la bonifica degli assetti urbanistici e culturali di una citt,
Torino, sporcata e vulnerata a morte negli anni del miracolo economico. Lesperienza bre-
vissima perch Volponi viene licenziato in tronco nel giugno del 1975 quando dichiara uffi-
cialmente di voler votare per il Pci di Enrico Berlinguer. Si annuncia il tempo che abita il suo
ultimo e forse pi grande romanzo, Le mosche del capitale (1989), il libro in cui Volponi pre-
sagisce un passaggio di fase epocale, quando ancora la parola globalizzazione non esi-
ste, intuendo che il capitalismo finanziario (mentre sta spacchettando lOlivetti e mettendo
enormi foglie alle vergogne della Fiat) lo stesso che non vuole pi investire nel lavoro vivo
ma soltanto nel lavoro morto, essendo passato dalla produzione di merci a mezzo di merci alla
produzione di denaro a mezzo di denaro. Le mosche del capitale un romanzo costruito
come Corporale e insegue la crisi di un manager che si chiama Bruto e vive in un citt che
si chiama Bovino, dove gli uomini sono ammutoliti perch la fabbrica li ha spenti nella-
nima e nel corpo, un momento prima di disfarsene. Qui Volponi recupera la tradizione alle-
gorica degli animali parlanti e infatti fa parlare la poltrona dellamministratore delegato, la sua
borsa, la pianta di ficus del suo ufficio: si assiste addirittura a un dialogo, meraviglioso, tra
la luna leopardiana e un computer. Volponi vuole dirci che le cose inanimate, le merci, sono
le uniche presenze vive quando gli uomini non parlano e non pensano pi. Luniverso di Le
mosche del capitale corrisponde insomma al deserto di una completa reificazione e lim-
magine che apre il romanzo simile alla scena di Pap Goriot (1835) di Balzac quando il gio-
vane protagonista, Eugne de Rastignac, si annuncia a Parigi con il gesto di sfida, A nous deux
mantenaint!, che tipico degli eroi proto-borghesi e dei vecchi capitani dindustria; ecco
invece lincipit delle Mosche: Saraccini guarda dallalto della collina la grande citt indu-
striale che si estende nella pianura. Bruto Saraccini non Rastignac e cos Bovino (Torino)
non nientaltro se non una necropoli industriale. Si tratta di un romanzo che purtroppo
non ha ancora i suoi lettori n lo aiuta la scrittura piena, debordante e si direbbe massima-
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chiuderlo nel reparto per otto ore
vediamo come reagisce lassociazione protezione animali
vediamo come reagisce a questa estrema crudelt il maiale
schianta strozza impazzisce si indemonia
vediamo se ancora commestibile
vediamo se il sistema nervoso non gli si spezzato
vediamo se diventato impotente
con il sesso aguzzato e torto come un cavatappi
se sopravvissuto allo schianto liberiamo il maiale
portiamolo nelle tante terre abbandonate
e che pascoli e scovi radici e preziosissimi tartufi
sopravvissuto ad uno schianto atroce ora godi
sgambetta liberato respira arie pure saziati
per la proposta dimostrativa non pu essere accettata
il maiale stato selezionato
perch ingrassi tenere bistecche di maiale
sottilissime fette di prosciutto
e ingrassi un grassissimo cervello
per la schifosa coppa di maiale saziati ingrassa riposa
ti aspetta un lungo coltello
chi lavora in un reparto
stato selezionato per tutta una cosa diversa
resisti allo schianto per tutta una stagione
sei un animale diverso farti a pezzi non serve a niente
devi resistere intero
sarai selezionato sempre meglio sino a che non scoppi
metti un uomo nel reparto
chiudilo dentro per otto ore consecutive
vedi come reagisce
prendi un uomo dellumanesimo staccalo
dai quadri affreschi dei grandi umanisti
prendi questo uomo umanizzatissimo vedi come reagisce
fare moltissime prove vediamo cosa succede
vedi se diventa pericoloso
(pu diventare pericoloso
chi lavora in una fabbrica per infinite ore consecutive
pu diventare molto pericoloso
controllate tutti i telefoni
apri il suo cervello vedi cosa medita
misura la sua rabbia
aspetta che scoppi)
poesia anche se il suo apprendistato selvaggio fa pensare allHuckleberry Finn (1884) di Mark
Twain: quando Fermo viene liberata, nellestate del 1944, Di Ruscio ha concluso le elemen-
tari, va in giro e perde tempo, non fa niente se non incrementare quella che rimarr la sua
attitudine specifica e cio lironia: beninteso non il sarcasmo, ma proprio lironia che in greco
equivale al tenere a distanza e per Bertolt Brecht corrisponde allestraniarsi dalle cose per
vederle meglio. Intanto Di Ruscio viene imparando e alternando mille mestieri: fa il bracciante
a giornata, si fa assumere nei cantieri-fantasma inventati da Amintore Fanfani, fa il fotografo
ambulante e finalmente pubblica un libretto di poesie che crede neorealiste, una plaquette
di qualit straordinaria che esce nel 1953 a Milano, da Arturo Schwarz, ed introdotta nien-
temeno che da Franco Fortini, Non possiamo abituarci a morire. (In vita sua pubblicher una
dozzina di raccolte in tutto, come in un ciclo poematico, da Le streghe sarrotano le dentie-
re, 1966, a Apprendistati, 1978, da Istruzioni per luso della repressione, 1980, a LIddio riden-
te, 2008; vedi in particolare la scelta antologica Poesie operaie, Ediesse 2007).
Di Ruscio rigetta sia leredit simbolista sia il credo avanguardista perch ha unidea perfet-
tamente altra della poesia, fondata sulla sintassi e non sulla parola, sulla pregnanza del
pensiero e non sulleleganza dellespressione: il suo verso frontale, dinamico, utilizza pochis-
simi aggettivi, insiste sui verbi e sui sostantivi, predilige figure elementari, non metaforiche
bens metonimiche quali lanafora e cio la ripetizione incessante, martellata, di una sua verit.
Altro che neorealismo. Tuttavia linsuccesso editoriale e la costante disoccupazione induco-
no Di Ruscio a emigrare nel 1957 a Oslo, dove rimarr per tutta la vita lavorando da comune
operaio in una fabbrica metallurgica. L si sposa, ha quattro figli e non smette di scrivere, in
poesia e in prosa, utilizzando una lingua che nessuno intorno a lui comprende. Ripete che per
lui non c differenza fra poesia e prosa e che, semmai, una va per le lunghe una per le corte.
In realt il suo nucleo di ispirazione unitario ma la poesia va verso il tragico mentre la prosa
verso il comico (proprio a cominciare da Palmiro, che il tentativo di far diventare dirusciano
lo stalinismo del 1945 a Fermo e insieme realizza unimpresa picaresca, veramente degna di Huck
Finn). Resta comunque una involontaria intersezione fra Di Ruscio e Volponi, quasi una con-
vergenza preterintenzionale. Perch se Volponi ha sempre rievocato Don Chisciotte, viceversa
Di Ruscio sembra avere mantenuto la postura celebrata in un titolo di George Orwell, Down
and out (1933): rispetto a Volponi, Di Ruscio sta sotto in quanto operaio ma si trova anche
fuori in quanto vive e scrive in italiano a migliaia di chilometri dallItalia. Sono parzialit
costitutive che la scrittura si prefigge di tradurre e ricomporre nella totalit di un senso: il che,
nel suo caso, vuol dire trasformare un operaio (un subalterno, uno sfruttato) in un essere
umano tout court. Se lidea di Volponi lutopia olivettiana, classicamente progressista, di
civilizzare il capitalismo, il fine cui tende Di Ruscio, umanizzare loperaio (ma si potrebbe dire
umanizzare luomo), ha un senso invece rivoluzionario. Come nella seguente poesia che, in
tempi di risorse umane, pu assumere per noi la funzione di un necessario viatico:
chiudere un porco vero nel reparto
non un porco normale
un porco insomma un maiale insomma
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chiuderlo nel reparto per otto ore
vediamo come reagisce lassociazione protezione animali
vediamo come reagisce a questa estrema crudelt il maiale
schianta strozza impazzisce si indemonia
vediamo se ancora commestibile
vediamo se il sistema nervoso non gli si spezzato
vediamo se diventato impotente
con il sesso aguzzato e torto come un cavatappi
se sopravvissuto allo schianto liberiamo il maiale
portiamolo nelle tante terre abbandonate
e che pascoli e scovi radici e preziosissimi tartufi
sopravvissuto ad uno schianto atroce ora godi
sgambetta liberato respira arie pure saziati
per la proposta dimostrativa non pu essere accettata
il maiale stato selezionato
perch ingrassi tenere bistecche di maiale
sottilissime fette di prosciutto
e ingrassi un grassissimo cervello
per la schifosa coppa di maiale saziati ingrassa riposa
ti aspetta un lungo coltello
chi lavora in un reparto
stato selezionato per tutta una cosa diversa
resisti allo schianto per tutta una stagione
sei un animale diverso farti a pezzi non serve a niente
devi resistere intero
sarai selezionato sempre meglio sino a che non scoppi
metti un uomo nel reparto
chiudilo dentro per otto ore consecutive
vedi come reagisce
prendi un uomo dellumanesimo staccalo
dai quadri affreschi dei grandi umanisti
prendi questo uomo umanizzatissimo vedi come reagisce
fare moltissime prove vediamo cosa succede
vedi se diventa pericoloso
(pu diventare pericoloso
chi lavora in una fabbrica per infinite ore consecutive
pu diventare molto pericoloso
controllate tutti i telefoni
apri il suo cervello vedi cosa medita
misura la sua rabbia
aspetta che scoppi)
poesia anche se il suo apprendistato selvaggio fa pensare allHuckleberry Finn (1884) di Mark
Twain: quando Fermo viene liberata, nellestate del 1944, Di Ruscio ha concluso le elemen-
tari, va in giro e perde tempo, non fa niente se non incrementare quella che rimarr la sua
attitudine specifica e cio lironia: beninteso non il sarcasmo, ma proprio lironia che in greco
equivale al tenere a distanza e per Bertolt Brecht corrisponde allestraniarsi dalle cose per
vederle meglio. Intanto Di Ruscio viene imparando e alternando mille mestieri: fa il bracciante
a giornata, si fa assumere nei cantieri-fantasma inventati da Amintore Fanfani, fa il fotografo
ambulante e finalmente pubblica un libretto di poesie che crede neorealiste, una plaquette
di qualit straordinaria che esce nel 1953 a Milano, da Arturo Schwarz, ed introdotta nien-
temeno che da Franco Fortini, Non possiamo abituarci a morire. (In vita sua pubblicher una
dozzina di raccolte in tutto, come in un ciclo poematico, da Le streghe sarrotano le dentie-
re, 1966, a Apprendistati, 1978, da Istruzioni per luso della repressione, 1980, a LIddio riden-
te, 2008; vedi in particolare la scelta antologica Poesie operaie, Ediesse 2007).
Di Ruscio rigetta sia leredit simbolista sia il credo avanguardista perch ha unidea perfet-
tamente altra della poesia, fondata sulla sintassi e non sulla parola, sulla pregnanza del
pensiero e non sulleleganza dellespressione: il suo verso frontale, dinamico, utilizza pochis-
simi aggettivi, insiste sui verbi e sui sostantivi, predilige figure elementari, non metaforiche
bens metonimiche quali lanafora e cio la ripetizione incessante, martellata, di una sua verit.
Altro che neorealismo. Tuttavia linsuccesso editoriale e la costante disoccupazione induco-
no Di Ruscio a emigrare nel 1957 a Oslo, dove rimarr per tutta la vita lavorando da comune
operaio in una fabbrica metallurgica. L si sposa, ha quattro figli e non smette di scrivere, in
poesia e in prosa, utilizzando una lingua che nessuno intorno a lui comprende. Ripete che per
lui non c differenza fra poesia e prosa e che, semmai, una va per le lunghe una per le corte.
In realt il suo nucleo di ispirazione unitario ma la poesia va verso il tragico mentre la prosa
verso il comico (proprio a cominciare da Palmiro, che il tentativo di far diventare dirusciano
lo stalinismo del 1945 a Fermo e insieme realizza unimpresa picaresca, veramente degna di Huck
Finn). Resta comunque una involontaria intersezione fra Di Ruscio e Volponi, quasi una con-
vergenza preterintenzionale. Perch se Volponi ha sempre rievocato Don Chisciotte, viceversa
Di Ruscio sembra avere mantenuto la postura celebrata in un titolo di George Orwell, Down
and out (1933): rispetto a Volponi, Di Ruscio sta sotto in quanto operaio ma si trova anche
fuori in quanto vive e scrive in italiano a migliaia di chilometri dallItalia. Sono parzialit
costitutive che la scrittura si prefigge di tradurre e ricomporre nella totalit di un senso: il che,
nel suo caso, vuol dire trasformare un operaio (un subalterno, uno sfruttato) in un essere
umano tout court. Se lidea di Volponi lutopia olivettiana, classicamente progressista, di
civilizzare il capitalismo, il fine cui tende Di Ruscio, umanizzare loperaio (ma si potrebbe dire
umanizzare luomo), ha un senso invece rivoluzionario. Come nella seguente poesia che, in
tempi di risorse umane, pu assumere per noi la funzione di un necessario viatico:
chiudere un porco vero nel reparto
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stra di poter servire a rappresentare ed esprimere un quadro e un giudizio della realt indu-
striale pi complesso (si vedano le pagine sul disastro in miniera, dove laccumulazione
duna terminologia tecnica chimica e mineraria sbocca in unevocazione nuda e semplice
della morte), anche se qui non si esce dai limiti di una protesta anarchico-privata.
Limpostazione linguistica di Volponi la pi inattesa, data la tematica industriale, eppu-
re quella che d il risultato poetico pi alto. Partendo dalla mimesi duna scrittura rozza
e un po esaltata (quella del memoriale di un contadino-operaio maniaco), Volponi arriva a una
prosa dinvenzione tutta intessuta di immagini e modi lirici, che tende allassimilazione del
mondo meccanico nel mondo naturale. Dobbiamo considerarla una soluzione, oppure un
espediente ritardatore? A conti fatti, la tensione lirico-trasfigurativa che Volponi raggiunge risul-
ta essere la pi adatta a esprimere la contraddittoria e provvisoria realt attuale: tra tecniche
produttive avanzate e situazione social-antropologica arretrata, tra fabbriche tutte vetri
acciaio human relations e unItalia oscuramente biologica.
Certo, non basta la scelta dunimpostazione di linguaggio; o meglio il concetto di lin-
guaggio va considerato nella sua accezione letteraria pi estensiva, come metodo di rap-
presentazione della propria visione del mondo.
Vittorini (Menab 4, pp. 19-20) ha definito benissimo come il problema deve essere posto
sul piano dellesperienza storica globale messa in moto dallindustria, (su questo punto
chiaramente collima anche lintervento polemico di Fortini in questo Menab 5), e non si
risolve se ci si limita alla tematica. Da qualsiasi parte vengano marxista o neocapitali-
sta, avanguardistica o tradizionalista le esortazioni e i volontarismi a rappresentare
determinati contenuti (la fabbrica, gli operai, il lavoro sfruttato o soddisfatto) o a impiegare
determinate forme (ispirate alla razionalit o allirrazionalit della vita industriale, alla sua fati-
ca o alla sua velocit) contano sempre meno di ci che la letteratura elabora fuori da quelle
esortazioni e da quei volontarismi, per poi finire, come sempre succede, per instaurare con
quei contenuti e quelle forme un rapporto che non era previsto.
Su un piano rigorosamente pertinente invece lintervento del sindacalista Bragantin in
questo Menab 5. Il suo richiamo allideologia vale in quanto non lappello a una let-
teratura confermatoria e pleonastica, ma richiede un contributo letterario allinsieme duna
nuova immagine del mondo, quale lideologia socialista deve crearsi di fronte alla seconda
rivoluzione industriale. Giustamente Bragantin sottolinea che la questione del potere pre-
cede le altre; crediamo che prima ci si liberi dallalienazione al profitto privato, prima si potr
porre il problema dellalienazione alloggetto (un punto cui vorremmo pi esplicita la defi-
nizione del problema che d Eco nel suo saggio). Ma basterebbe una lieve accentuazione
di questa richiesta dun contributo ideologico per cadere nella pretesa daccollare alla let-
teratura una parte dei compiti che lideologia, in questo momento ancora vacante e deficitaria,
deve portare avanti in sede essenzialmente scientifica. Anche lesempio che Bragantin addu-
ce, quello di Majakovskij, devessere inteso nel senso duna sua progettazione poetica
che egli cerc daprire nel cuore della progettazione politico-economica dellepoca lenini-
sta, una nuova area letteraria che entrasse in dialettica con le altre dimensioni della societ
sovietica in formazione. Oggi, per noi, si tratta di unarea letteraria che entri in dialettica con
ANTOLOGIA
La tematica industriale di Italo Calvino
Se fabbriche e operai occupano poco posto come paesaggio e personaggi nella storia letteraria,
non si pu dimenticare quale posto imponente hanno come paesaggio e personaggi della
storia delle idee degli ultimi cento anni. Loperaio entrato nella storia della cultura come pro-
tagonista storico-filosofico, mentre prima succedeva il contrario: il cacciatore, il pastore, il re,
il guerriero, lagricoltore, il mercante, il cavaliere feudale, lartigiano astuto, il cortigiano
amoroso, il borghese avventuroso, sono entrati nella storia della cultura come protagonisti
poetici, in fiabe, epopee, tragedie, egloghe, commedie, cantari, sonetti, novelle (e i primi
tra loro prima ancora erano stati personaggi ritual-religiosi o narrativo-religiosi, pagani o
biblici, e su questa linea il cristianesimo ha fatto entrare nella storia della cultura anche lo
schiavo, il povero, il reietto).
Questa assoluta priorit della definizione dordine storico-filosofico ha finora pesato su ogni
tentativo di definizione di ordine poetico della vita operaia. Soprattutto la narrativa non
intervenuta che a confermare ed esemplificare quel che gli ideologi e i politici sapevano gi.
Non c citt industriale e operaia rappresentata da un romanziere che sia pi completa,
come immagine anche lirico-evocativa di uno stile morale, della Torino degli scritti di Gobetti.
Si ha limpressione che lo scrittore entri meglio nel merito quanto pi inclina verso il discor-
so saggistico, in prima persona dellintellettuale che commenta, e si stacca da una rappre-
sentazione mimetico-oggettiva. (La poesia di Sereni e il diario di Ottieri in Menab 4 entra-
no in questo tipo dapproccio).
Appena la voce saggistica dello scrittore-commentatore si interrompe, comincia il pro-
blema della scelta degli strumenti linguistici. Gli esempi di tre libri italiani di argomento
industriale che ho letto da poco (due pubblicati e il terzo che sta per uscire) ci servono a
esemplificare la questione: Una nuvola dira di Giovanni Arpino, Memoriale di Paolo Volponi,
La vita agra di Luciano Bianciardi.
Arpino (come molti altri prima di lui) ha voluto far parlare (e pensare) i suoi operai con un
linguaggio unitario che insieme fosse parlato-popolare ed esprimesse una coscienza etico-
politico-culturale. Gi la letteratura impegnata del dopoguerra (Vittorini, Pavese, e tutti noi
venuti dopo) aveva cercato dintrodurre nei romanzi questo parlar di politica in termini popo-
lar-colloquiali e poetico-allusivi, quasi cercando di saltare a pi pari il fosso che separa lin-
guaggio ideologico, linguaggio quotidiano, linguaggio letterario. Questa sintesi non avve-
nuta; e ora Arpino inciampa nello stesso fosso. Il supporre gi raggiunta unarmonia culturale
e morale che ancora ben lontana, appunto il vero tema della storia che Arpino racconta
nella Nuvola dira, uno dei temi pi seri che un romanzo possa affrontare oggi; solo che oggi
vediamo chiaramente che non si pu affrontarlo con limpostazione di linguaggio che cor-
risponde ancora a quella semplificazione del problema.
Viviamo in un ambito culturale dove molti linguaggi e piani di coscienza si intersecano.
Lassunto linguistico di Bianciardi nel suo nuovo libro, che parte dalla parodia (a Kerouac,
Gadda, Henry Miller) e dalla esibizione scherzosa delle pi varie competenze lessicali, dimo-
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stra di poter servire a rappresentare ed esprimere un quadro e un giudizio della realt indu-
striale pi complesso (si vedano le pagine sul disastro in miniera, dove laccumulazione
duna terminologia tecnica chimica e mineraria sbocca in unevocazione nuda e semplice
della morte), anche se qui non si esce dai limiti di una protesta anarchico-privata.
Limpostazione linguistica di Volponi la pi inattesa, data la tematica industriale, eppu-
re quella che d il risultato poetico pi alto. Partendo dalla mimesi duna scrittura rozza
e un po esaltata (quella del memoriale di un contadino-operaio maniaco), Volponi arriva a una
prosa dinvenzione tutta intessuta di immagini e modi lirici, che tende allassimilazione del
mondo meccanico nel mondo naturale. Dobbiamo considerarla una soluzione, oppure un
espediente ritardatore? A conti fatti, la tensione lirico-trasfigurativa che Volponi raggiunge risul-
ta essere la pi adatta a esprimere la contraddittoria e provvisoria realt attuale: tra tecniche
produttive avanzate e situazione social-antropologica arretrata, tra fabbriche tutte vetri
acciaio human relations e unItalia oscuramente biologica.
Certo, non basta la scelta dunimpostazione di linguaggio; o meglio il concetto di lin-
guaggio va considerato nella sua accezione letteraria pi estensiva, come metodo di rap-
presentazione della propria visione del mondo.
Vittorini (Menab 4, pp. 19-20) ha definito benissimo come il problema deve essere posto
sul piano dellesperienza storica globale messa in moto dallindustria, (su questo punto
chiaramente collima anche lintervento polemico di Fortini in questo Menab 5), e non si
risolve se ci si limita alla tematica. Da qualsiasi parte vengano marxista o neocapitali-
sta, avanguardistica o tradizionalista le esortazioni e i volontarismi a rappresentare
determinati contenuti (la fabbrica, gli operai, il lavoro sfruttato o soddisfatto) o a impiegare
determinate forme (ispirate alla razionalit o allirrazionalit della vita industriale, alla sua fati-
ca o alla sua velocit) contano sempre meno di ci che la letteratura elabora fuori da quelle
esortazioni e da quei volontarismi, per poi finire, come sempre succede, per instaurare con
quei contenuti e quelle forme un rapporto che non era previsto.
Su un piano rigorosamente pertinente invece lintervento del sindacalista Bragantin in
questo Menab 5. Il suo richiamo allideologia vale in quanto non lappello a una let-
teratura confermatoria e pleonastica, ma richiede un contributo letterario allinsieme duna
nuova immagine del mondo, quale lideologia socialista deve crearsi di fronte alla seconda
rivoluzione industriale. Giustamente Bragantin sottolinea che la questione del potere pre-
cede le altre; crediamo che prima ci si liberi dallalienazione al profitto privato, prima si potr
porre il problema dellalienazione alloggetto (un punto cui vorremmo pi esplicita la defi-
nizione del problema che d Eco nel suo saggio). Ma basterebbe una lieve accentuazione
di questa richiesta dun contributo ideologico per cadere nella pretesa daccollare alla let-
teratura una parte dei compiti che lideologia, in questo momento ancora vacante e deficitaria,
deve portare avanti in sede essenzialmente scientifica. Anche lesempio che Bragantin addu-
ce, quello di Majakovskij, devessere inteso nel senso duna sua progettazione poetica
che egli cerc daprire nel cuore della progettazione politico-economica dellepoca lenini-
sta, una nuova area letteraria che entrasse in dialettica con le altre dimensioni della societ
sovietica in formazione. Oggi, per noi, si tratta di unarea letteraria che entri in dialettica con
ANTOLOGIA
La tematica industriale di Italo Calvino
Se fabbriche e operai occupano poco posto come paesaggio e personaggi nella storia letteraria,
non si pu dimenticare quale posto imponente hanno come paesaggio e personaggi della
storia delle idee degli ultimi cento anni. Loperaio entrato nella storia della cultura come pro-
tagonista storico-filosofico, mentre prima succedeva il contrario: il cacciatore, il pastore, il re,
il guerriero, lagricoltore, il mercante, il cavaliere feudale, lartigiano astuto, il cortigiano
amoroso, il borghese avventuroso, sono entrati nella storia della cultura come protagonisti
poetici, in fiabe, epopee, tragedie, egloghe, commedie, cantari, sonetti, novelle (e i primi
tra loro prima ancora erano stati personaggi ritual-religiosi o narrativo-religiosi, pagani o
biblici, e su questa linea il cristianesimo ha fatto entrare nella storia della cultura anche lo
schiavo, il povero, il reietto).
Questa assoluta priorit della definizione dordine storico-filosofico ha finora pesato su ogni
tentativo di definizione di ordine poetico della vita operaia. Soprattutto la narrativa non
intervenuta che a confermare ed esemplificare quel che gli ideologi e i politici sapevano gi.
Non c citt industriale e operaia rappresentata da un romanziere che sia pi completa,
come immagine anche lirico-evocativa di uno stile morale, della Torino degli scritti di Gobetti.
Si ha limpressione che lo scrittore entri meglio nel merito quanto pi inclina verso il discor-
so saggistico, in prima persona dellintellettuale che commenta, e si stacca da una rappre-
sentazione mimetico-oggettiva. (La poesia di Sereni e il diario di Ottieri in Menab 4 entra-
no in questo tipo dapproccio).
Appena la voce saggistica dello scrittore-commentatore si interrompe, comincia il pro-
blema della scelta degli strumenti linguistici. Gli esempi di tre libri italiani di argomento
industriale che ho letto da poco (due pubblicati e il terzo che sta per uscire) ci servono a
esemplificare la questione: Una nuvola dira di Giovanni Arpino, Memoriale di Paolo Volponi,
La vita agra di Luciano Bianciardi.
Arpino (come molti altri prima di lui) ha voluto far parlare (e pensare) i suoi operai con un
linguaggio unitario che insieme fosse parlato-popolare ed esprimesse una coscienza etico-
politico-culturale. Gi la letteratura impegnata del dopoguerra (Vittorini, Pavese, e tutti noi
venuti dopo) aveva cercato dintrodurre nei romanzi questo parlar di politica in termini popo-
lar-colloquiali e poetico-allusivi, quasi cercando di saltare a pi pari il fosso che separa lin-
guaggio ideologico, linguaggio quotidiano, linguaggio letterario. Questa sintesi non avve-
nuta; e ora Arpino inciampa nello stesso fosso. Il supporre gi raggiunta unarmonia culturale
e morale che ancora ben lontana, appunto il vero tema della storia che Arpino racconta
nella Nuvola dira, uno dei temi pi seri che un romanzo possa affrontare oggi; solo che oggi
vediamo chiaramente che non si pu affrontarlo con limpostazione di linguaggio che cor-
risponde ancora a quella semplificazione del problema.
Viviamo in un ambito culturale dove molti linguaggi e piani di coscienza si intersecano.
Lassunto linguistico di Bianciardi nel suo nuovo libro, che parte dalla parodia (a Kerouac,
Gadda, Henry Miller) e dalla esibizione scherzosa delle pi varie competenze lessicali, dimo-
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come effettivo moltiplicatore di beni, di occasioni, di partecipazione e di sviluppo civile della
societ. Lindustria, la fabbrica e il sindacato, che ha rapporti con lindustria e con la fab-
brica, sono dei centri di istruzione. Questo decreto dimentica questa grande, democratica
realt culturale riportandola indietro di quaranta anni, riportandola alla negazione e allo
scontro, alle schedature in fabbrica, riportandola alla vecchia norma del superiore diritto
padronale fatto di prepotenza e sostenuto poi in sede politica e in sede di ordine pubblico,
pi o meno economico, dalle forze di polizia, dallo Stato.
Questo decreto ci riporta alla cultura degli anni della guerra fredda e dello scontro di piazza,
perch come stato detto in realt un decreto autoritario. E la sua ampiezza, che si dice
minima, non misura la sua autorit; lautorit non una quantit ma una qualit e quando viene
messa in atto non si sa pi quanto pesa, dove finisce e dove pu essere arrestata e tolta.
Queste considerazioni dobbiamo tenerle presenti, ricordando anche che oggi, proprio dalle
forze pi autentiche del movimento popolare e da ogni settore della societ civile, esse ven-
gono riproposte democraticamente nei dibattiti che si svolgono nei consigli di fabbrica,
nelle scuole, nelle citt allattenzione del Parlamento e del Governo.
Il Parlamento, attraverso le discussioni che abbiamo avuto, ha cercato di farsene interpre-
te; il Governo, invece, sembra respingere questa richiesta di cultura e di partecipazione.
Ancora una volta, con questo decreto, la massa dei dipendenti considerata una scorta a
magazzino del prepotere dellindustria, del suo predominio e della sua discrezione. Tutto que-
sto dobbiamo tenerlo presente e valutare quello che da pi parti stato detto in questa
sede e che potr essere detto in altre sedi contro questo decreto, per la ripresa, lo sviluppo
di una cultura industriale pi aperta e attiva. La cultura industriale infatti non la tran-
quillit della Confindustria o il peso della Confindustria sul paese, o la somma delle tec-
nologie di cui dispongono le industrie italiane, o la somma dei profitti che riescono a con-
seguire nel corso degli anni. La cultura industriale invece la capacit di inventare una
grande ricerca scientifica alla portata del paese, della scuola, delle organizzazioni pubbli-
che, delle amministrazioni e di tutte le forze del lavoro. La cultura industriale quella della
partecipazione di ciascuno a un progetto di trasformazione del paese secondo la propria
coscienza e secondo la propria cultura e le proprie qualit morali, prima ancora che pro-
fessionali. questo il grande spirito di impresa degli innovatori, di coloro che hanno costrui-
to parametri nuovi della scienza come un grande servizio dello sviluppo dellumanit; non
della scienza come astrazione, esclusione, dominio, mezzo di sfruttamento e organizza-
zione di una umanit a essa sottoposta.
Dobbiamo ricordarci che la maggiore o minore apertura dei sistemi di rappresentanza e di
Governo dipende proprio dalla qualit della cultura che pu circolare, dipende dalla forza
di innovazione e di partecipazione che pu essere espressa da tutte le componenti del paese,
anche da quelle che continuano a essere chiamate lavoratori dipendenti, operai, mano do-
pera e che sono sempre continuamente tassati e presi di mira da ogni percentuale e da ogni
prelievo, come si trovassero in una condizione diversa da quella degli altri che abitano nello
stesso paese. Il fatto che il sistema di rappresentanza e di Governo consenta la partecipa-
zione e dia ampie garanzie costituisce insieme la qualit, la quantit, la forza, lessenza reale
ANTOLOGIA
Un discorso al Senato di Paolo Volponi
Con il decreto di San Valentino del 1984 il governo Craxi elimin la scala mobile, cio ladeguamento dei
salari allinflazione, segnando di fatto linarrestabile processo di riduzione del costo del lavoro in favo-
re del profitto. Come osservato da Volponi, senatore indipendente del Pci dal 1983 al 1992, anche que-
sto avrebbe contribuito al ridimensionamento della centralit operaia nellItalia degli anni ottanta.
Che i nostri Governi siano abituati a tener presente nelle loro azioni unItalia immaginaria
stato gi dimostrato da molta della nostra cultura pi attenta, di ogni tipo e di ogni parte.
Allora, servendoci di questa cultura, aprendo un dibattito e cercando di portarlo quanto pi
possibile qui dentro, a contatto con il Governo e con la sua ossessione, dobbiamo non tanto
ostacolare questo decreto, o farlo cadere, ma spiegarne al Governo la cattiveria, i passag-
gi, linsufficienza, linutilit, la vanit e anche linsanit. Dobbiamo aiutare il Governo a
toglierselo dalla mente, proprio come si deve fare con quelli che soffrono appunto di allu-
cinazioni o di fissazioni, come pi volgarmente si dice. Dobbiamo risolverglielo, smontar-
glielo, liberare esso stesso Governo da questo suo fallace sogno di onnipotenza e dobbiamo
riportarlo a contatto con la realt: ossia con una cultura che il Governo sembra aver smar-
rito, almeno per questa circostanza, dimostrando la propria ossessione, cio la lontananza
da un rapporto preciso con la realt del Paese e della stessa posizione e possibilit.
La cultura non necessariamente deve essere quella delleconomia governata in termini col-
lettivistici; ma una qualunque cultura industriale, non tanto dei modelli europei in atto oggi,
che gi stanno perdendo le vere prospettive della cultura industriale dellimpresa, dello slan-
cio, della ricerca scientifica, della qualit della vita, dellinnovazione, della crescita di lavoro
e della crescita di benessere e che stanno agendo in termini piuttosto pesanti e restrittivi,
come dimostrano le condizioni sociali, economiche e politiche di tanti paesi dellEuropa.
Una cultura che sia proprio quella dellindustria intesa come grande patrimonio comune,
la cultura socialista da una parte e con quella neocapitalistica dallaltra (quel complesso di
filosofie operative e metodologiche e semantiche americano-viennesi che non detto si
debbano regalare tout-court al capitalismo), e non rimanga prigioniera delle remore dellu-
na e dellaltra, il che per me equivale a dire che si situi gi in quel punto di convergenza di varie
rette da cui partir la futura visione prospettica del socialismo.
Ma come variamente questarea della letteratura possa situarsi in rapporto alla struttura e alli-
deologia, possiamo vederlo solo seguendo la storia della letteratura dalla prima rivoluzione
industriale in poi e analizzando la situazione in cui essa si trova oggi: un esame che ho ten-
tato di fare nel saggio La sfida al labirinto, in questo Menab 5.
(da Il menab di letteratura, n. 5, 1962, pp. 18-21; poi in Saggi 1945-1985, a cura di Mario Barenghi,
Meridiani Mondadori, Milano 1995, pp. 1765-69)
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come effettivo moltiplicatore di beni, di occasioni, di partecipazione e di sviluppo civile della
societ. Lindustria, la fabbrica e il sindacato, che ha rapporti con lindustria e con la fab-
brica, sono dei centri di istruzione. Questo decreto dimentica questa grande, democratica
realt culturale riportandola indietro di quaranta anni, riportandola alla negazione e allo
scontro, alle schedature in fabbrica, riportandola alla vecchia norma del superiore diritto
padronale fatto di prepotenza e sostenuto poi in sede politica e in sede di ordine pubblico,
pi o meno economico, dalle forze di polizia, dallo Stato.
Questo decreto ci riporta alla cultura degli anni della guerra fredda e dello scontro di piazza,
perch come stato detto in realt un decreto autoritario. E la sua ampiezza, che si dice
minima, non misura la sua autorit; lautorit non una quantit ma una qualit e quando viene
messa in atto non si sa pi quanto pesa, dove finisce e dove pu essere arrestata e tolta.
Queste considerazioni dobbiamo tenerle presenti, ricordando anche che oggi, proprio dalle
forze pi autentiche del movimento popolare e da ogni settore della societ civile, esse ven-
gono riproposte democraticamente nei dibattiti che si svolgono nei consigli di fabbrica,
nelle scuole, nelle citt allattenzione del Parlamento e del Governo.
Il Parlamento, attraverso le discussioni che abbiamo avuto, ha cercato di farsene interpre-
te; il Governo, invece, sembra respingere questa richiesta di cultura e di partecipazione.
Ancora una volta, con questo decreto, la massa dei dipendenti considerata una scorta a
magazzino del prepotere dellindustria, del suo predominio e della sua discrezione. Tutto que-
sto dobbiamo tenerlo presente e valutare quello che da pi parti stato detto in questa
sede e che potr essere detto in altre sedi contro questo decreto, per la ripresa, lo sviluppo
di una cultura industriale pi aperta e attiva. La cultura industriale infatti non la tran-
quillit della Confindustria o il peso della Confindustria sul paese, o la somma delle tec-
nologie di cui dispongono le industrie italiane, o la somma dei profitti che riescono a con-
seguire nel corso degli anni. La cultura industriale invece la capacit di inventare una
grande ricerca scientifica alla portata del paese, della scuola, delle organizzazioni pubbli-
che, delle amministrazioni e di tutte le forze del lavoro. La cultura industriale quella della
partecipazione di ciascuno a un progetto di trasformazione del paese secondo la propria
coscienza e secondo la propria cultura e le proprie qualit morali, prima ancora che pro-
fessionali. questo il grande spirito di impresa degli innovatori, di coloro che hanno costrui-
to parametri nuovi della scienza come un grande servizio dello sviluppo dellumanit; non
della scienza come astrazione, esclusione, dominio, mezzo di sfruttamento e organizza-
zione di una umanit a essa sottoposta.
Dobbiamo ricordarci che la maggiore o minore apertura dei sistemi di rappresentanza e di
Governo dipende proprio dalla qualit della cultura che pu circolare, dipende dalla forza
di innovazione e di partecipazione che pu essere espressa da tutte le componenti del paese,
anche da quelle che continuano a essere chiamate lavoratori dipendenti, operai, mano do-
pera e che sono sempre continuamente tassati e presi di mira da ogni percentuale e da ogni
prelievo, come si trovassero in una condizione diversa da quella degli altri che abitano nello
stesso paese. Il fatto che il sistema di rappresentanza e di Governo consenta la partecipa-
zione e dia ampie garanzie costituisce insieme la qualit, la quantit, la forza, lessenza reale
ANTOLOGIA
Un discorso al Senato di Paolo Volponi
Con il decreto di San Valentino del 1984 il governo Craxi elimin la scala mobile, cio ladeguamento dei
salari allinflazione, segnando di fatto linarrestabile processo di riduzione del costo del lavoro in favo-
re del profitto. Come osservato da Volponi, senatore indipendente del Pci dal 1983 al 1992, anche que-
sto avrebbe contribuito al ridimensionamento della centralit operaia nellItalia degli anni ottanta.
Che i nostri Governi siano abituati a tener presente nelle loro azioni unItalia immaginaria
stato gi dimostrato da molta della nostra cultura pi attenta, di ogni tipo e di ogni parte.
Allora, servendoci di questa cultura, aprendo un dibattito e cercando di portarlo quanto pi
possibile qui dentro, a contatto con il Governo e con la sua ossessione, dobbiamo non tanto
ostacolare questo decreto, o farlo cadere, ma spiegarne al Governo la cattiveria, i passag-
gi, linsufficienza, linutilit, la vanit e anche linsanit. Dobbiamo aiutare il Governo a
toglierselo dalla mente, proprio come si deve fare con quelli che soffrono appunto di allu-
cinazioni o di fissazioni, come pi volgarmente si dice. Dobbiamo risolverglielo, smontar-
glielo, liberare esso stesso Governo da questo suo fallace sogno di onnipotenza e dobbiamo
riportarlo a contatto con la realt: ossia con una cultura che il Governo sembra aver smar-
rito, almeno per questa circostanza, dimostrando la propria ossessione, cio la lontananza
da un rapporto preciso con la realt del Paese e della stessa posizione e possibilit.
La cultura non necessariamente deve essere quella delleconomia governata in termini col-
lettivistici; ma una qualunque cultura industriale, non tanto dei modelli europei in atto oggi,
che gi stanno perdendo le vere prospettive della cultura industriale dellimpresa, dello slan-
cio, della ricerca scientifica, della qualit della vita, dellinnovazione, della crescita di lavoro
e della crescita di benessere e che stanno agendo in termini piuttosto pesanti e restrittivi,
come dimostrano le condizioni sociali, economiche e politiche di tanti paesi dellEuropa.
Una cultura che sia proprio quella dellindustria intesa come grande patrimonio comune,
la cultura socialista da una parte e con quella neocapitalistica dallaltra (quel complesso di
filosofie operative e metodologiche e semantiche americano-viennesi che non detto si
debbano regalare tout-court al capitalismo), e non rimanga prigioniera delle remore dellu-
na e dellaltra, il che per me equivale a dire che si situi gi in quel punto di convergenza di varie
rette da cui partir la futura visione prospettica del socialismo.
Ma come variamente questarea della letteratura possa situarsi in rapporto alla struttura e alli-
deologia, possiamo vederlo solo seguendo la storia della letteratura dalla prima rivoluzione
industriale in poi e analizzando la situazione in cui essa si trova oggi: un esame che ho ten-
tato di fare nel saggio La sfida al labirinto, in questo Menab 5.
(da Il menab di letteratura, n. 5, 1962, pp. 18-21; poi in Saggi 1945-1985, a cura di Mario Barenghi,
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Cronaca di una strage annunciata di Marcello Benfante
Il costo della vita (Einaudi) di Angelo Ferracuti un di quei libri necessari che ti costringono a riflet-
tere sulle aporie dellinsostituibile futilit della scrittura. Di fronte alla storia di una tragedia
operaia, come lapidariamente annuncia il sottotitolo, ha un senso limpaginazione del dolo-
re? Verrebbe di dire no, istintivamente. E che ancor meno senso ha lapplicazione seconda-
ria della recensione. Le parole in generale. Il racconto del male di vivere. Della morte scontata
per poter sopravvivere. Eppure, parafrasando Sciascia, solo nella scrittura che gli atti rela-
tivi della vita diventano assoluti. Le cifre sono quelle di una vera e propria guerra. Ferracuti
le elenca con terribile oggettivit. Dal 1946 al 1966 una sconcertante carneficina: 82.557
morti sul lavoro. A cui vanno aggiunti 966.880 invalidi (il doppio di quelli causati dai due
conflitti mondiali). In un totale di 22.860.964 casi di infortunio e di malattia professionale. Si
potrebbe pensare che questo sia il costo umano pagato dalla prima industrializzazione sel-
vaggia. Il sangue e le lacrime versati per modernizzare il paese. Ma le cose stanno diversa-
mente: dal 1996 al 2005 abbiamo avuto una media di pi di quattro morti al giorno. Ovvero
circa quindicimila caduti sul lavoro. Un primato in Europa. Una strage infinita, commenta
Ferracuti, che vorrebbe dar voce a ciascuna di queste vittime in una sorta di sterminata
Spoon River.
Le proporzioni del fenomeno sono enormi. E paradossalmente proprio lesuberanza del-
linformazione a occultarne le dimensioni. Nella societ dello spettacolo ciascuno ha dirit-
to a quindici minuti (e anche meno) di condoglianze. la legge feroce dellintrattenimento:
La faccia di un conduttore mostra unespressione commossa, linvitato piange, lo share si
alza, si impenna, va su. Come nella Lettera rubata di Poe, leccesso di esposizione occul-
ta. Lo sproloquio tacita. Linsistenza retorica sul dovere della memoria si traduce nellur-
genza di dimenticare. E ogni nuovo lutto sotterra il precedente. Lo relega in una specie di
subconscio collettivo.
do i grandi monopoli si sono messi daccordo tra loro e hanno stabilito di spartirsi determi-
nati profitti in un modo o nellaltro. In realt i prezzi sono decisi dalla cupidigia, dalla cinica
avidit di profitto del capitalismo che ha ridotto il mondo come lo ha ridotto. E sono con-
vinto che voi del Governo conosciate bene quanto noi queste regole e i loro effetti.
Occorre mettere in atto condizioni istituzionali ben diverse da quelle del decreto, di concre-
ta apertura dei sistemi civili, politici e culturali del paese, per rendere attivo un dibattito
vero oltre le rappresentanze e gli schematismi e, aggiungerei, anche oltre molte delle dele-
ghe che vengono date da altri.
Non dobbiamo bloccare in una morsa ferrea, sia pure circolare, come questo decreto vor-
rebbe, democrazia governante e potere economico e tecnocratico. Dio ce ne guardi!
(Da Sulla conversione in legge del decreto di San Valentino, Senato, 17 marzo 1984,
ora in: Paolo Volponi, Parlamenti, a cura di Emanuele Zinato, Ediesse 2011)
di una democrazia. Dallaltra parte c la democrazia simulata, il vuoto, lorganizzazione for-
male; c la democrazia e la libert strumentale al profitto del capitale. Cos la ingovernabilit
dei sistemi democratici dellEuropa e anche di altri Stati? il conflitto ancora presente allin-
terno dei sistemi di questi paesi fra capitalismo e socialismo. Ora questo conflitto lo si risol-
ve soltanto portando lo Stato a dominare lespansione, lo sviluppo capitalistico, a organizzarlo
allinterno di un prioritario sistema politico (sempre che non si voglia costruire il socialismo
come invece noi vogliamo).
Se invece, come nel caso di questo decreto, si prende la prima parte, si sceglie la parte del
capitalismo e si allontana ogni prospettiva non solo di socialismo ma anche di Stato sociale,
di Stato di sicurezza sociale, evidentemente si provocano quei regressi che portano la demo-
crazia a essere soltanto uno strumento del capitalismo.
Questo stato teorizzato da tanti, ma pare veramente che la cultura non arrivi mai al momen-
to della decisione, al momento del Governo; pare che debba sempre rimanere fuori, nelle
riviste, nelle tavole rotonde, nei dibattiti, senza poter mai impregnare di s, delle sue verit
e delle sue forze le decisioni di Governo. A questa mancanza, lampante anche nel caso del
decreto n. 10, si risponde parlando di necessit, di urgenza, di inflazione. Ma questi sono
termini che la scienza pu controllare. inutile, senatore Giugni, dire, come lei ha fatto in
uno dei primi discorsi, che questo decreto brutto ma che per stato di necessit bisogna-
va farlo; no: per stato di necessit uno soccombe a un peso fisico, a una disgrazia, a un acci-
dente, ma non a un fatto politico o di cultura o a un problema tecnico, a una situazione che
si presenta in termini socio-economici. In questi casi si interviene e si affrontano i problemi
attraverso lo studio, attraverso lorganizzazione della scienza, andando alla ricerca di solu-
zioni che siano quelle della cultura, quelle di tante menti messe insieme a discutere della
reale possibilit di risolvere il problema non solo dal punto di vista dellautorit, ma anche dal
punto di vista dellanalisi di quanto concorre a formare lo stato di necessit e della scienza
che pu risolverlo.
Da quanti anni sentiamo parlare di inflazione! Il problema si sempre posto e non voglio
esprimermi sulla dinamica del fenomeno, perch non sono un economista, per mi sembra
che stia andando comunque male: dal 1973 a oggi il prezzo del petrolio aumentato venti-
due volte e quello del gas naturale ventitr volte.
A cosa dovuta linflazione? Mi dispiace ripetere la banalit che la scala mobile e il costo
del lavoro siano delle componenti attive dellinflazione: al limite, come piccole ripercussio-
ni, proprio complementi marginali. Linflazione dovuta ai prezzi. La teoria dei prezzi la
base di descrizione sistematica delleconomia e della societ capitalistica. E questo decreto
tutto allinterno della teoria dei prezzi, anche se non se ne accorge, anche se non lo sa,
perch ossessivo, privo di luce, di destinazione e di aria; ma tutto allinterno della teoria
dei prezzi, cio a quella del capitale. Si dice che essa sia corretta dal mercato: tutti, da un
buon sindacalista di tipo partecipativo a un capitano dindustria, affermano che il prezzo
non frutto soltanto della volont di profitto ma determinato dal mercato. Non vero, non
assolutamente vero. La storia economica dimostra che il mercato concorrenziale non c
mai stato o, se c stato, solo in pochi tratti e solo marginalmente ed esclusivamente quan-
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Cronaca di una strage annunciata di Marcello Benfante
Il costo della vita (Einaudi) di Angelo Ferracuti un di quei libri necessari che ti costringono a riflet-
tere sulle aporie dellinsostituibile futilit della scrittura. Di fronte alla storia di una tragedia
operaia, come lapidariamente annuncia il sottotitolo, ha un senso limpaginazione del dolo-
re? Verrebbe di dire no, istintivamente. E che ancor meno senso ha lapplicazione seconda-
ria della recensione. Le parole in generale. Il racconto del male di vivere. Della morte scontata
per poter sopravvivere. Eppure, parafrasando Sciascia, solo nella scrittura che gli atti rela-
tivi della vita diventano assoluti. Le cifre sono quelle di una vera e propria guerra. Ferracuti
le elenca con terribile oggettivit. Dal 1946 al 1966 una sconcertante carneficina: 82.557
morti sul lavoro. A cui vanno aggiunti 966.880 invalidi (il doppio di quelli causati dai due
conflitti mondiali). In un totale di 22.860.964 casi di infortunio e di malattia professionale. Si
potrebbe pensare che questo sia il costo umano pagato dalla prima industrializzazione sel-
vaggia. Il sangue e le lacrime versati per modernizzare il paese. Ma le cose stanno diversa-
mente: dal 1996 al 2005 abbiamo avuto una media di pi di quattro morti al giorno. Ovvero
circa quindicimila caduti sul lavoro. Un primato in Europa. Una strage infinita, commenta
Ferracuti, che vorrebbe dar voce a ciascuna di queste vittime in una sorta di sterminata
Spoon River.
Le proporzioni del fenomeno sono enormi. E paradossalmente proprio lesuberanza del-
linformazione a occultarne le dimensioni. Nella societ dello spettacolo ciascuno ha dirit-
to a quindici minuti (e anche meno) di condoglianze. la legge feroce dellintrattenimento:
La faccia di un conduttore mostra unespressione commossa, linvitato piange, lo share si
alza, si impenna, va su. Come nella Lettera rubata di Poe, leccesso di esposizione occul-
ta. Lo sproloquio tacita. Linsistenza retorica sul dovere della memoria si traduce nellur-
genza di dimenticare. E ogni nuovo lutto sotterra il precedente. Lo relega in una specie di
subconscio collettivo.
do i grandi monopoli si sono messi daccordo tra loro e hanno stabilito di spartirsi determi-
nati profitti in un modo o nellaltro. In realt i prezzi sono decisi dalla cupidigia, dalla cinica
avidit di profitto del capitalismo che ha ridotto il mondo come lo ha ridotto. E sono con-
vinto che voi del Governo conosciate bene quanto noi queste regole e i loro effetti.
Occorre mettere in atto condizioni istituzionali ben diverse da quelle del decreto, di concre-
ta apertura dei sistemi civili, politici e culturali del paese, per rendere attivo un dibattito
vero oltre le rappresentanze e gli schematismi e, aggiungerei, anche oltre molte delle dele-
ghe che vengono date da altri.
Non dobbiamo bloccare in una morsa ferrea, sia pure circolare, come questo decreto vor-
rebbe, democrazia governante e potere economico e tecnocratico. Dio ce ne guardi!
(Da Sulla conversione in legge del decreto di San Valentino, Senato, 17 marzo 1984,
ora in: Paolo Volponi, Parlamenti, a cura di Emanuele Zinato, Ediesse 2011)
di una democrazia. Dallaltra parte c la democrazia simulata, il vuoto, lorganizzazione for-
male; c la democrazia e la libert strumentale al profitto del capitale. Cos la ingovernabilit
dei sistemi democratici dellEuropa e anche di altri Stati? il conflitto ancora presente allin-
terno dei sistemi di questi paesi fra capitalismo e socialismo. Ora questo conflitto lo si risol-
ve soltanto portando lo Stato a dominare lespansione, lo sviluppo capitalistico, a organizzarlo
allinterno di un prioritario sistema politico (sempre che non si voglia costruire il socialismo
come invece noi vogliamo).
Se invece, come nel caso di questo decreto, si prende la prima parte, si sceglie la parte del
capitalismo e si allontana ogni prospettiva non solo di socialismo ma anche di Stato sociale,
di Stato di sicurezza sociale, evidentemente si provocano quei regressi che portano la demo-
crazia a essere soltanto uno strumento del capitalismo.
Questo stato teorizzato da tanti, ma pare veramente che la cultura non arrivi mai al momen-
to della decisione, al momento del Governo; pare che debba sempre rimanere fuori, nelle
riviste, nelle tavole rotonde, nei dibattiti, senza poter mai impregnare di s, delle sue verit
e delle sue forze le decisioni di Governo. A questa mancanza, lampante anche nel caso del
decreto n. 10, si risponde parlando di necessit, di urgenza, di inflazione. Ma questi sono
termini che la scienza pu controllare. inutile, senatore Giugni, dire, come lei ha fatto in
uno dei primi discorsi, che questo decreto brutto ma che per stato di necessit bisogna-
va farlo; no: per stato di necessit uno soccombe a un peso fisico, a una disgrazia, a un acci-
dente, ma non a un fatto politico o di cultura o a un problema tecnico, a una situazione che
si presenta in termini socio-economici. In questi casi si interviene e si affrontano i problemi
attraverso lo studio, attraverso lorganizzazione della scienza, andando alla ricerca di solu-
zioni che siano quelle della cultura, quelle di tante menti messe insieme a discutere della
reale possibilit di risolvere il problema non solo dal punto di vista dellautorit, ma anche dal
punto di vista dellanalisi di quanto concorre a formare lo stato di necessit e della scienza
che pu risolverlo.
Da quanti anni sentiamo parlare di inflazione! Il problema si sempre posto e non voglio
esprimermi sulla dinamica del fenomeno, perch non sono un economista, per mi sembra
che stia andando comunque male: dal 1973 a oggi il prezzo del petrolio aumentato venti-
due volte e quello del gas naturale ventitr volte.
A cosa dovuta linflazione? Mi dispiace ripetere la banalit che la scala mobile e il costo
del lavoro siano delle componenti attive dellinflazione: al limite, come piccole ripercussio-
ni, proprio complementi marginali. Linflazione dovuta ai prezzi. La teoria dei prezzi la
base di descrizione sistematica delleconomia e della societ capitalistica. E questo decreto
tutto allinterno della teoria dei prezzi, anche se non se ne accorge, anche se non lo sa,
perch ossessivo, privo di luce, di destinazione e di aria; ma tutto allinterno della teoria
dei prezzi, cio a quella del capitale. Si dice che essa sia corretta dal mercato: tutti, da un
buon sindacalista di tipo partecipativo a un capitano dindustria, affermano che il prezzo
non frutto soltanto della volont di profitto ma determinato dal mercato. Non vero, non
assolutamente vero. La storia economica dimostra che il mercato concorrenziale non c
mai stato o, se c stato, solo in pochi tratti e solo marginalmente ed esclusivamente quan-
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Immagini e parole sono diventate inutili e vuote. Anche la parola scritta, la pi obsoleta,
forse la meno cancellabile. Ecco perch Ferracuti per prima cosa, prima ancora della morte,
intende mostrare al lettore la rimozione del lavoro invisibile. Quello che si svolge nel sot-
tosuolo o nelle fonderie, nei pozzi, nei cunicoli, nelle fognature, nelle caldaie, nei serba-
toi, nelle stive, nei fondali. Il lavoro escluso allo sguardo, relegato nei bassifondi, nel ven-
tre oscuro del sistema produttivo. Il primo passo proprio lesternazione di questa condi-
zione infernale, lemersione alla coscienza di un lavoro infame senza tempo n luogo.
Eterno. solo a questo punto che possibile sbarazzarsi di una cronaca intesa come custo-
dia della menzogna pubblica. La scrittura allora recupera la sua funzione indispensabile di
verit. Pu finalmente dare forma allinenarrabile, senza estetismi e senza anestesie. Il
dramma dei tredici operai morti per asfissia il 13 marzo del 1987 mentre ripulivano le sen-
tine della nave Elisabetta Montanari nel porto di Ravenna pu essere rievocato nella sua
esemplarit e nella sua unicit, al di fuori della logica quantitativa delle statistiche e delle
ipocrisie del cordoglio mediatico.
Possono riaffiorare i nomi, i singoli casi. E le condizioni generali: il lavoro nero, il caporalato,
lomert del porto, la violenza intimidatoria e mafiosa, lo sfruttamento, la fatica brutale. E
il pericolo, soprattutto per i lavoratori pi indifesi e disperati, direttamente proporzionale
alle pretese di un capitalismo amorale e sregolato. La trappola per topi, insomma, in cui il
massacro si spiega nella sua rigorosa meccanica e si oppone allo sterile piagnisteo sulla
fatalit. Il caso non centra. la logica ferrea della riduzione dei tempi e dei costi a determi-
nare la catastrofe. La compresenza, ad alto rischio di incendio e vari incidenti, di saldatori
e di operai addetti alla detersione di sostanze altamente infiammabili. E le fiamme ovvia-
mente non tardano a manifestarsi e a sviluppare gas tossici.
I soccorsi saranno frenetici nella totale disorganizzazione del cantiere, dove non esiste un
piano di emergenza, mancano informazioni sulle vie di fuga e sono carenti perfino i pi
scontati mezzi di prevenzione e di intervento. La strage degli innocenti la conseguen-
za immancabile della colpa di qualcuno. Come in un cesareo della morte, fatto un taglio
sulla pancia della nave, vengono faticosamente estratti tredici cadaveri che vengono alli-
neati sulla banchina, in un surreale turno, neri di fumo. Ma prima delleccidio la condi-
zione disumana del lavoro che esige di essere illustrata. Quella dei cosiddetti picchettini:
proni o supini in un freddo budello di appena 60-70 centimetri a pulire a mano per lunghe
ore con stracci e diluenti le pareti di un mefitico serbatoio (il cardinale Tonini nella sua
omelia funebre si chieder come sia possibile, in unepoca di onnipotenti tecnologie, con-
cepire una mansione cos umiliante e degradante e progettare ancora navi con cos letali
deficienze strutturali). Lassurdit di questo naufragio in terra ferma corrisponde esat-
tamente a una ratio del profitto. Cos come il sottosviluppo di un impiego bestiale della
manodopera corrisponde allo sviluppo distorto di unimprenditoria rapace e rampante.
Un misto di arcaico e moderno in cui la storia sempre uguale dellalienazione proletaria si
declina in inedite variazioni.
Un nuovo tipo di padrone si affaccia alla vigilia degli anni ottanta, nella preistoria semi-som-
mersa dellera berlusconiana.
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Immagini e parole sono diventate inutili e vuote. Anche la parola scritta, la pi obsoleta,
forse la meno cancellabile. Ecco perch Ferracuti per prima cosa, prima ancora della morte,
intende mostrare al lettore la rimozione del lavoro invisibile. Quello che si svolge nel sot-
tosuolo o nelle fonderie, nei pozzi, nei cunicoli, nelle fognature, nelle caldaie, nei serba-
toi, nelle stive, nei fondali. Il lavoro escluso allo sguardo, relegato nei bassifondi, nel ven-
tre oscuro del sistema produttivo. Il primo passo proprio lesternazione di questa condi-
zione infernale, lemersione alla coscienza di un lavoro infame senza tempo n luogo.
Eterno. solo a questo punto che possibile sbarazzarsi di una cronaca intesa come custo-
dia della menzogna pubblica. La scrittura allora recupera la sua funzione indispensabile di
verit. Pu finalmente dare forma allinenarrabile, senza estetismi e senza anestesie. Il
dramma dei tredici operai morti per asfissia il 13 marzo del 1987 mentre ripulivano le sen-
tine della nave Elisabetta Montanari nel porto di Ravenna pu essere rievocato nella sua
esemplarit e nella sua unicit, al di fuori della logica quantitativa delle statistiche e delle
ipocrisie del cordoglio mediatico.
Possono riaffiorare i nomi, i singoli casi. E le condizioni generali: il lavoro nero, il caporalato,
lomert del porto, la violenza intimidatoria e mafiosa, lo sfruttamento, la fatica brutale. E
il pericolo, soprattutto per i lavoratori pi indifesi e disperati, direttamente proporzionale
alle pretese di un capitalismo amorale e sregolato. La trappola per topi, insomma, in cui il
massacro si spiega nella sua rigorosa meccanica e si oppone allo sterile piagnisteo sulla
fatalit. Il caso non centra. la logica ferrea della riduzione dei tempi e dei costi a determi-
nare la catastrofe. La compresenza, ad alto rischio di incendio e vari incidenti, di saldatori
e di operai addetti alla detersione di sostanze altamente infiammabili. E le fiamme ovvia-
mente non tardano a manifestarsi e a sviluppare gas tossici.
I soccorsi saranno frenetici nella totale disorganizzazione del cantiere, dove non esiste un
piano di emergenza, mancano informazioni sulle vie di fuga e sono carenti perfino i pi
scontati mezzi di prevenzione e di intervento. La strage degli innocenti la conseguen-
za immancabile della colpa di qualcuno. Come in un cesareo della morte, fatto un taglio
sulla pancia della nave, vengono faticosamente estratti tredici cadaveri che vengono alli-
neati sulla banchina, in un surreale turno, neri di fumo. Ma prima delleccidio la condi-
zione disumana del lavoro che esige di essere illustrata. Quella dei cosiddetti picchettini:
proni o supini in un freddo budello di appena 60-70 centimetri a pulire a mano per lunghe
ore con stracci e diluenti le pareti di un mefitico serbatoio (il cardinale Tonini nella sua
omelia funebre si chieder come sia possibile, in unepoca di onnipotenti tecnologie, con-
cepire una mansione cos umiliante e degradante e progettare ancora navi con cos letali
deficienze strutturali). Lassurdit di questo naufragio in terra ferma corrisponde esat-
tamente a una ratio del profitto. Cos come il sottosviluppo di un impiego bestiale della
manodopera corrisponde allo sviluppo distorto di unimprenditoria rapace e rampante.
Un misto di arcaico e moderno in cui la storia sempre uguale dellalienazione proletaria si
declina in inedite variazioni.
Un nuovo tipo di padrone si affaccia alla vigilia degli anni ottanta, nella preistoria semi-som-
mersa dellera berlusconiana.
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Il vero malato il lavoro di Franco Carnevale
Che il vero malato, bisognoso di cure, sia il lavoro o meglio i lavori, oggi come per altri versi
nel Novecento, lo dimostra la catena degli eventi, leziologia e la patogenesi delle epidemie
correnti (cio le causa e lo svolgimento del processo epidemico) che colpiscono chi i lavori in
qualche modo li pratica e anche chi li cerca e non li trova. Prima o oltre che essere scientifi-
ca, a opera di medici e di quella speciale categoria di essi che sono i medici del lavoro, spes-
so troppo occupati a gestire e conservare il sistema e la propria posizione, la constatazio-
ne e la descrizione di tipo letterario. La letteratura industriale italiana, come anche il
cinema, degli anni cinquanta e sessanta, nonostante limpegno sincero di uomini e di mezzi,
per alcuni aspetti importante, ha generalmente fallito nel connotare realisticamente fabbri-
che e lavoratori; i luoghi di lavoro sono rimasti imperscrutabili e gli operai inespressivi, alie-
nati nel poter raccontare la propria soggettivit, di pi in relazione al lavoro veramente
svolto che allesterno, nella famiglia e nella societ in cui si muovevano; al proposito si pu
consultare la recente ampia antologia laterziana, Fabbrica di carta, curata da Giorgio Bigatti
e Giuseppe Lupo e sponsorizzata dalla Assolombarda.
Negli ultimi anni, anche o forse di pi in Italia, la narrativa, spesso di esordienti, con al cen-
tro tutti i lavori possibili, e quindi i precari, ha avuto una vera fioritura; divenuta un gene-
re letterario condito in tutte le salse, dal noir allumoristico, dallespressionistico al verista.
Queste opere sono state analizzate da Paolo Chirumbolo nel volume Letteratura e lavoro
anche con una serie di interviste con gli autori pubblicate dalla casa editrice Rubbettino
estrapolandone interpretazioni molto opportune. Chirumbolo dice che questa letteratura
ha fondamenti strutturali e va vista come direttamente legata alla precarizzazione generale
del lavoro e quindi anche del lavoro intellettuale la quale comporta una conoscenza oriz-
zontale di diverse realt di lavoro consentendo agli interessati di accumulare conoscenze,
tecniche, disposizione e tempo per scrivere bene del fenomeno.
Ferracuti si colloca bene in questo movimento letterario anche se la sua storia personale e
di scrittore peculiare, pi lunga e articolata. In sostanza per ha fornito contributi impor-
tanti sui lavori precari di ultima generazione in alcuni capitoli della sua precedente opera, Le
risorse umane. Con Il costo della vita lautore costretto a tornare indietro, a occuparsi di una
tragedia operaia acuta che se pur aggiornati mantiene i connotati antichi di episodi che
hanno scandito inesorabilmente, e solo con quelli pi noti, il tempo dallunit dItalia a
oggi: il traforo del Freyus (1857-1871) con oltre 200 morti, il traforo del Sempione (1898-
1906) con almeno 106 morti, Monongah (6 dicembre 1907) con 425 morti ufficiali dei quali
171 italiani, Dawson (22 ottobre 1913) con 123 morti dei quali italiani 20 italiani, Colleferro
(29 gennaio 1938) almeno 60 morti, Ribolla (4 maggio 1954) con 43 morti, Marcinelle (8
agosto 1956) con 262 morti dei quali 136 italiani, lautostrada del sole (1956-1964) con oltre
150 morti e poi gli altri degli anni novanta e del 2000 sino al pi recente del porto di Genova.
Il nostro autore parla del porto di Ravenna, quando nei cantieri navali Mecnavi di propriet
dei fratelli Arienti, il 13 marzo 1987, tredici lavoratori sono morti asfissiati per le esalazio-
ni di acido cianidrico provocate da un incendio nelle stive della Elisabetta Montanari, una
Enzo Arienti, proprietario della Mecnavi, uno di quei self made men venuti dal basso, dalla
fucina del lavoro manuale per venti ore al giorno, insofferente ai controlli, a ogni tipo di
autorit, a ogni genere di regolamentazione. Nel 1980 viene condannato per truffa aggra-
vata e continuata. Come sempre, dietro un improvviso patrimonio si cela un imbroglio.
La parola dordine in questi tempi di apparente prosperit flessibilit. Che a conti fatti
vuol dire meno sicurezza, meno sindacati, meno normative. Ed in questo momento che il lin-
guaggio politico ed economico accelera i processi di eufemizzazione. Il lessico tende a depu-
rarsi da ogni forma perturbante. Tutta una serie di parole cariche di una lunga storia sociale
diventano inutilizzabili, rimosse dal discorso collettivo, frantumate e massacrate dal lin-
guaggio tecnologico o della televisione. Si afferma allora quellidioma asettico che diverr
la base della comunicazione postmoderna. Ferracuti riparte da questa mutazione linguisti-
ca. Ridare un senso autentico alle parole tuttuno col ridare un senso alla morte, un volto
alla tragedia. Il suo anche un lavoro di rifondazione espressiva in cui un reportage proble-
matico oltre a fare da medium a un mondo di fantasmi dimenticati (talora perfino per un volon-
tario oblio dellinaccettabile) si presta pure alla narrazione dellautore stesso, del suo meto-
do, dei suoi dubbi, del suo stile e del suo approccio.
Se tutto nasce, walserianamente, da una certa propensione dello scrittore scrupoloso a
ficcare il naso e ad affinare le proprie capacit intuitive, nellattenzione al genius loci, non
meno determinante il corpo a corpo con la memoria dispersa in cui il dato, la notizia,
sono solo il mezzo e il collante di una rete di relazioni umane, vero fine della ricerca. Ne
scaturisce un libro corale, in cui lapporto dei testimoni cos molteplice e intrecciato che
talvolta non si sa pi chi stia parlando. il taglio plurale di Kapuscinski: il reportage sem-
pre un lavoro collettaneo che si configura in itinere e che solo per convenzione firmato
da un autore.
Tuttavia non si tratta mai di una partitura fredda, bens di narrazioni provviste di un tasso ele-
vatissimo di soggettivit in cui lo stato emozionale di chi scrive incide molto. A contare in
questo processo di scrittura contaminata sono sempre le celebri quattro ragioni di Orwell: il
semplice egoismo, lentusiasmo estetico, limpulso storico e lo scopo politico. Unetica
della scrittura (e del realismo) che non millanta funzioni obiettive e neutrali, n unimper-
sonale comunicazione. In cui il percorso di ricerca si rivela, in progress, pi importante dei risul-
tati conseguiti (una delle parti pi suggestive del libro il viaggio in Egitto allinseguimento
delle radici di una vittima quasi senza storia, con la pietas del narratore che si arresta sulla
soglia ineffabile del dolore familiare).
stato detto che il termine umanesimo viene da inumare. Ma scrivere anche un modo di rie-
sumare ci a cui troppo frettolosamente si dato esequie: Ch alle volte certi appunti o
materiali ai quali si dar vita nella scrittura restano sepolti, anestetizzati per mesi e mesi.
Anche questo un lavoro invisibile, da minatori o da speleologi. Riportare in superficie un trau-
ma non rielaborato il compito che assolve con devozione e professionalit Ferracuti. Il
quale ci offre anche, alla maniera di un Sebald, con gli scatti di Mario Dondero, un piccolo
portfolio fotografico di visi, luoghi, documenti, oggetti. Reliquie di un passato che torna a
spiegarci lItalia comera e com.
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Il vero malato il lavoro di Franco Carnevale
Che il vero malato, bisognoso di cure, sia il lavoro o meglio i lavori, oggi come per altri versi
nel Novecento, lo dimostra la catena degli eventi, leziologia e la patogenesi delle epidemie
correnti (cio le causa e lo svolgimento del processo epidemico) che colpiscono chi i lavori in
qualche modo li pratica e anche chi li cerca e non li trova. Prima o oltre che essere scientifi-
ca, a opera di medici e di quella speciale categoria di essi che sono i medici del lavoro, spes-
so troppo occupati a gestire e conservare il sistema e la propria posizione, la constatazio-
ne e la descrizione di tipo letterario. La letteratura industriale italiana, come anche il
cinema, degli anni cinquanta e sessanta, nonostante limpegno sincero di uomini e di mezzi,
per alcuni aspetti importante, ha generalmente fallito nel connotare realisticamente fabbri-
che e lavoratori; i luoghi di lavoro sono rimasti imperscrutabili e gli operai inespressivi, alie-
nati nel poter raccontare la propria soggettivit, di pi in relazione al lavoro veramente
svolto che allesterno, nella famiglia e nella societ in cui si muovevano; al proposito si pu
consultare la recente ampia antologia laterziana, Fabbrica di carta, curata da Giorgio Bigatti
e Giuseppe Lupo e sponsorizzata dalla Assolombarda.
Negli ultimi anni, anche o forse di pi in Italia, la narrativa, spesso di esordienti, con al cen-
tro tutti i lavori possibili, e quindi i precari, ha avuto una vera fioritura; divenuta un gene-
re letterario condito in tutte le salse, dal noir allumoristico, dallespressionistico al verista.
Queste opere sono state analizzate da Paolo Chirumbolo nel volume Letteratura e lavoro
anche con una serie di interviste con gli autori pubblicate dalla casa editrice Rubbettino
estrapolandone interpretazioni molto opportune. Chirumbolo dice che questa letteratura
ha fondamenti strutturali e va vista come direttamente legata alla precarizzazione generale
del lavoro e quindi anche del lavoro intellettuale la quale comporta una conoscenza oriz-
zontale di diverse realt di lavoro consentendo agli interessati di accumulare conoscenze,
tecniche, disposizione e tempo per scrivere bene del fenomeno.
Ferracuti si colloca bene in questo movimento letterario anche se la sua storia personale e
di scrittore peculiare, pi lunga e articolata. In sostanza per ha fornito contributi impor-
tanti sui lavori precari di ultima generazione in alcuni capitoli della sua precedente opera, Le
risorse umane. Con Il costo della vita lautore costretto a tornare indietro, a occuparsi di una
tragedia operaia acuta che se pur aggiornati mantiene i connotati antichi di episodi che
hanno scandito inesorabilmente, e solo con quelli pi noti, il tempo dallunit dItalia a
oggi: il traforo del Freyus (1857-1871) con oltre 200 morti, il traforo del Sempione (1898-
1906) con almeno 106 morti, Monongah (6 dicembre 1907) con 425 morti ufficiali dei quali
171 italiani, Dawson (22 ottobre 1913) con 123 morti dei quali italiani 20 italiani, Colleferro
(29 gennaio 1938) almeno 60 morti, Ribolla (4 maggio 1954) con 43 morti, Marcinelle (8
agosto 1956) con 262 morti dei quali 136 italiani, lautostrada del sole (1956-1964) con oltre
150 morti e poi gli altri degli anni novanta e del 2000 sino al pi recente del porto di Genova.
Il nostro autore parla del porto di Ravenna, quando nei cantieri navali Mecnavi di propriet
dei fratelli Arienti, il 13 marzo 1987, tredici lavoratori sono morti asfissiati per le esalazio-
ni di acido cianidrico provocate da un incendio nelle stive della Elisabetta Montanari, una
Enzo Arienti, proprietario della Mecnavi, uno di quei self made men venuti dal basso, dalla
fucina del lavoro manuale per venti ore al giorno, insofferente ai controlli, a ogni tipo di
autorit, a ogni genere di regolamentazione. Nel 1980 viene condannato per truffa aggra-
vata e continuata. Come sempre, dietro un improvviso patrimonio si cela un imbroglio.
La parola dordine in questi tempi di apparente prosperit flessibilit. Che a conti fatti
vuol dire meno sicurezza, meno sindacati, meno normative. Ed in questo momento che il lin-
guaggio politico ed economico accelera i processi di eufemizzazione. Il lessico tende a depu-
rarsi da ogni forma perturbante. Tutta una serie di parole cariche di una lunga storia sociale
diventano inutilizzabili, rimosse dal discorso collettivo, frantumate e massacrate dal lin-
guaggio tecnologico o della televisione. Si afferma allora quellidioma asettico che diverr
la base della comunicazione postmoderna. Ferracuti riparte da questa mutazione linguisti-
ca. Ridare un senso autentico alle parole tuttuno col ridare un senso alla morte, un volto
alla tragedia. Il suo anche un lavoro di rifondazione espressiva in cui un reportage proble-
matico oltre a fare da medium a un mondo di fantasmi dimenticati (talora perfino per un volon-
tario oblio dellinaccettabile) si presta pure alla narrazione dellautore stesso, del suo meto-
do, dei suoi dubbi, del suo stile e del suo approccio.
Se tutto nasce, walserianamente, da una certa propensione dello scrittore scrupoloso a
ficcare il naso e ad affinare le proprie capacit intuitive, nellattenzione al genius loci, non
meno determinante il corpo a corpo con la memoria dispersa in cui il dato, la notizia,
sono solo il mezzo e il collante di una rete di relazioni umane, vero fine della ricerca. Ne
scaturisce un libro corale, in cui lapporto dei testimoni cos molteplice e intrecciato che
talvolta non si sa pi chi stia parlando. il taglio plurale di Kapuscinski: il reportage sem-
pre un lavoro collettaneo che si configura in itinere e che solo per convenzione firmato
da un autore.
Tuttavia non si tratta mai di una partitura fredda, bens di narrazioni provviste di un tasso ele-
vatissimo di soggettivit in cui lo stato emozionale di chi scrive incide molto. A contare in
questo processo di scrittura contaminata sono sempre le celebri quattro ragioni di Orwell: il
semplice egoismo, lentusiasmo estetico, limpulso storico e lo scopo politico. Unetica
della scrittura (e del realismo) che non millanta funzioni obiettive e neutrali, n unimper-
sonale comunicazione. In cui il percorso di ricerca si rivela, in progress, pi importante dei risul-
tati conseguiti (una delle parti pi suggestive del libro il viaggio in Egitto allinseguimento
delle radici di una vittima quasi senza storia, con la pietas del narratore che si arresta sulla
soglia ineffabile del dolore familiare).
stato detto che il termine umanesimo viene da inumare. Ma scrivere anche un modo di rie-
sumare ci a cui troppo frettolosamente si dato esequie: Ch alle volte certi appunti o
materiali ai quali si dar vita nella scrittura restano sepolti, anestetizzati per mesi e mesi.
Anche questo un lavoro invisibile, da minatori o da speleologi. Riportare in superficie un trau-
ma non rielaborato il compito che assolve con devozione e professionalit Ferracuti. Il
quale ci offre anche, alla maniera di un Sebald, con gli scatti di Mario Dondero, un piccolo
portfolio fotografico di visi, luoghi, documenti, oggetti. Reliquie di un passato che torna a
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che ridotti di numero accontentando chi vuole rassicurare e chi invece pensa di denunciare
con pi forza il problema. Indubbiamente gli infortuni superiori a uno sono e saranno sempre
troppi, specie per chi ne interessato e per la sua famiglia. Nel voler dare un giudizio in que-
sto campo occorre essere molto attrezzati e avere informazioni che spesso sono carenti
anche perch somministrate con molta cautela da chi le possiede, in Italia lente assicura-
tore; occorre sommarli in forma omogenea, occorre considerare il numero degli addetti, cio
un giusto denominatore con il quale cimentare il numero assoluto. Alla fine, adottando una
serie di accorgimenti, si pu stimare che complessivamente negli ultimi decenni, specie gli
infortuni di media gravit, si sono ridotti in alcuni settori e ultimamente anche in conside-
razione del fatto che ridotto il numero complessivo dei lavoratori. Molti di quelli che si
preoccupano di estrapolare dai dati disponibili delle indicazioni per la prevenzione degli
infortuni arrivano a dire che permanendo o anche incrementadosi la qualit e la quantit
dei fattori di rischi specifici e generali il fenomeno degli infortuni dovrebbe o potrebbe inver-
tire di tendenza, cio aumentare. Tra i fattori di rischio generale particolarmente attivi sono
da considerare proprio la precariet, la perdita di potere contrattuale del lavoratore come
tale e come appartenente a un gruppo, la flessibilit della produzione e lo stato di crisi di
essa nel contesto globale. pensabile invece che i fattori di rischio specifici, tecnici, come le
impalcature in edilizia e la protezione delle macchine verso i quali c un interesse di mer-
cato e una specie di garanzia verso la concorrenza sleale tra i produttori regga, sia pi efficace
ed efficiente di quanto alle volte non sembra e temperi il peggioramento dei fattori di rischio
generali a carattere organizzativo.
Il racconto del presente di Marco Gatto
Letteratura e lavoro. Conversazioni critiche (Rubbettino, 2013) il titolo di una recente indagine di
Paolo Chirumbolo, che, oltre a presentare un tentativo storiografico di ricostruzione della
recente narrativa sul mondo del lavoro, consegna al lettore lesito di quattordici domande
rivolte a diciotto scrittori italiani, rappresentanti a parere del critico intervistatore di una
letteratura post-industriale. Le finalit del libro sono presto dette: dimostrare che in Italia, da
almeno una ventina di anni e in coincidenza con le modificazioni intervenute nel mondo del-
loccupazione, esiste una produzione letteraria che cerca di interpretare e simbolizzare i
disagi sociali causati dalla flessibilit e dal precariato. Per Chirumbolo, tale letteratura, di
cui sarebbero interpreti anzitutto i giovani scrittori di successo (tra gli altri, Silvia Avallone,
Mario Desiati e Michela Murgia), possiede unurgenza civile e testimonia una vitalit intel-
lettuale spesso non riconosciuta dalla critica ufficiale (ammesso ne esista ancora una) che
affolla le terze pagine dei quotidiani o i blog letterari. A questa convinzione, diremmo, socio-
logica, si affianca, nel pensiero dellautore, anche un entusiasmo estetico: la quasi totalit dei
testi narrativi presi in esame da Acciaio a Il mondo deve sapere, da Vita precaria e amore eter-
no a Un anno di corsa possiede per Chirumbolo unevidente qualit letteraria, in alcuni
casi addirittura fuori dalla norma. Il metro di giudizio, tuttavia, non esplicita le ragioni per
nave cisterna in secca adibita al trasporto di gas propano: Filippo Argnani, quarantanni,
Marcello Cacciatori, ventitr, Alessandro Centioni, ventuno, Gianni Cortini, diciannove,
Massimo Foschi, ventisei, Marco Gaudenzi, diciotto, Domenico Lapolla, venticinque, Mosad
Mohamed, trentasei, Vincenzo Padua, sessanta, stava per andare in pensione, chiamato
allultimo momento, lunico assunto e veramente in regola, Onofrio Piegari, ventinove,
Massimo Romeo, ventiquattro, Antonio Sansovini, ventinove e Paolo Seconi, ventiquattro.
Per loro lautore propone una targa commemorativa pi veritiera rispetto a quella voluta
dalle autorit: Pulivano le navi dei petrolieri miliardari, li uccisero i tempi di consegna, li
trad il profitto che richiama in termini di verit quella effettivamente collocata a Monfalcone,
per le morti causate dallamianto, allentrata dei cantieri navali: Costruirono le stelle del
mare, li uccise la polvere, li trad il profitto.
Angelo Ferracuti prima di ogni altra cosa un abile reporter, uno che fa inchieste acquisen-
do tutte le informazioni, le voci, i sentimenti necessari per poi sistemarli ed elaborarli in
maniera creativa e per questo inesorabile, dando un volto e una mente credibile alle vitti-
me, agli spettatori pi o meno interessati, ai responsabili di vario ordine senza trascurare
anzi sottolineando la multifattorialit e quindi la complessit che ogni infortunio sul lavoro
comporta. Ma ritorna sempre alluomo infortunato, alla sua vita, alla sua famiglia, al suo
ambiente. Principalmente lautore ha capito che ogni infortunio e ogni infortunato racchiu-
de una storia e un vissuto a se stante e opera di conseguenza, disaggregando lindagine e per-
sonalizzandola. Da un punto di vista sociale e psicologico, oltre che letterario, ottimo il
capitolo settimo Lontano nel mondo, dedicato a Mosad Mohamed, una ricerca che lo porta
in Egitto a contatto con persone per noi inimmaginabili ma vere e di rara sensibilit. Viene
spontaneo il confronto con i modi, i tempi e le risultanze delle indagini e quindi del proce-
dimento giudiziario dello stesso caso. Si potrebbe arrivare a pensare che queste ultime
esprimono un rito troppo forviante rispetto alle questioni in discussione, troppo condizio-
nato da un astratto diritto alla difesa. La lettura di questo libro richiama alla memoria,
tenendo conto delle dovute differenze di contesto, quellinchiesta scritta nel 1956 da Luciano
Bianciardi e Carlo Cassola su I minatori della Maremma, a due anni dalla strage di Ribolla
(ristampata nel 2004 da Ex Cogita). Si legge la stessa tensione politico-culturale, la stessa indi-
gnazione sulla realt descritta, la voglia di cambiare tutto.
Solo in una pagina del suo libro Ferracuti prova a trattare del fenomeno infortuni nel suo
complesso. Lo fa affidandosi oltre che a George Orwell, a una voce italiana autorevole,
Giovanni Berlinguer, che ne ha discusso in pi occasioni con competenza e correttezza ma
anche in uno strano convegno del 1972, quello citato dal nostro autore, una specie di confronto
Italia-Urss sullambiente di lavoro dove i relatori sovietici si preoccupavano di rendere illeg-
gibili i dati degli infortuni in un paese comunista e dove gli italiani ci tenevano a far rileva-
re le colpe e le responsabilit verso i lavoratori di un paese capitalista. Ci per dire che quan-
do gli infortuni tutti indistintamente vengono cumulati (quelli con esiti con quelli senza esiti
invalidanti, quelli in itinere con quelli con una prognosi inferiore a tre giorni, eccetera),
spesso senza definire i criteri utilizzati, si rischia di essere frantesi potendosi sostenere con-
temporaneamente, come spesso succede, che negli anni gli infortuni sono sia aumentati
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che ridotti di numero accontentando chi vuole rassicurare e chi invece pensa di denunciare
con pi forza il problema. Indubbiamente gli infortuni superiori a uno sono e saranno sempre
troppi, specie per chi ne interessato e per la sua famiglia. Nel voler dare un giudizio in que-
sto campo occorre essere molto attrezzati e avere informazioni che spesso sono carenti
anche perch somministrate con molta cautela da chi le possiede, in Italia lente assicura-
tore; occorre sommarli in forma omogenea, occorre considerare il numero degli addetti, cio
un giusto denominatore con il quale cimentare il numero assoluto. Alla fine, adottando una
serie di accorgimenti, si pu stimare che complessivamente negli ultimi decenni, specie gli
infortuni di media gravit, si sono ridotti in alcuni settori e ultimamente anche in conside-
razione del fatto che ridotto il numero complessivo dei lavoratori. Molti di quelli che si
preoccupano di estrapolare dai dati disponibili delle indicazioni per la prevenzione degli
infortuni arrivano a dire che permanendo o anche incrementadosi la qualit e la quantit
dei fattori di rischi specifici e generali il fenomeno degli infortuni dovrebbe o potrebbe inver-
tire di tendenza, cio aumentare. Tra i fattori di rischio generale particolarmente attivi sono
da considerare proprio la precariet, la perdita di potere contrattuale del lavoratore come
tale e come appartenente a un gruppo, la flessibilit della produzione e lo stato di crisi di
essa nel contesto globale. pensabile invece che i fattori di rischio specifici, tecnici, come le
impalcature in edilizia e la protezione delle macchine verso i quali c un interesse di mer-
cato e una specie di garanzia verso la concorrenza sleale tra i produttori regga, sia pi efficace
ed efficiente di quanto alle volte non sembra e temperi il peggioramento dei fattori di rischio
generali a carattere organizzativo.
Il racconto del presente di Marco Gatto
Letteratura e lavoro. Conversazioni critiche (Rubbettino, 2013) il titolo di una recente indagine di
Paolo Chirumbolo, che, oltre a presentare un tentativo storiografico di ricostruzione della
recente narrativa sul mondo del lavoro, consegna al lettore lesito di quattordici domande
rivolte a diciotto scrittori italiani, rappresentanti a parere del critico intervistatore di una
letteratura post-industriale. Le finalit del libro sono presto dette: dimostrare che in Italia, da
almeno una ventina di anni e in coincidenza con le modificazioni intervenute nel mondo del-
loccupazione, esiste una produzione letteraria che cerca di interpretare e simbolizzare i
disagi sociali causati dalla flessibilit e dal precariato. Per Chirumbolo, tale letteratura, di
cui sarebbero interpreti anzitutto i giovani scrittori di successo (tra gli altri, Silvia Avallone,
Mario Desiati e Michela Murgia), possiede unurgenza civile e testimonia una vitalit intel-
lettuale spesso non riconosciuta dalla critica ufficiale (ammesso ne esista ancora una) che
affolla le terze pagine dei quotidiani o i blog letterari. A questa convinzione, diremmo, socio-
logica, si affianca, nel pensiero dellautore, anche un entusiasmo estetico: la quasi totalit dei
testi narrativi presi in esame da Acciaio a Il mondo deve sapere, da Vita precaria e amore eter-
no a Un anno di corsa possiede per Chirumbolo unevidente qualit letteraria, in alcuni
casi addirittura fuori dalla norma. Il metro di giudizio, tuttavia, non esplicita le ragioni per
nave cisterna in secca adibita al trasporto di gas propano: Filippo Argnani, quarantanni,
Marcello Cacciatori, ventitr, Alessandro Centioni, ventuno, Gianni Cortini, diciannove,
Massimo Foschi, ventisei, Marco Gaudenzi, diciotto, Domenico Lapolla, venticinque, Mosad
Mohamed, trentasei, Vincenzo Padua, sessanta, stava per andare in pensione, chiamato
allultimo momento, lunico assunto e veramente in regola, Onofrio Piegari, ventinove,
Massimo Romeo, ventiquattro, Antonio Sansovini, ventinove e Paolo Seconi, ventiquattro.
Per loro lautore propone una targa commemorativa pi veritiera rispetto a quella voluta
dalle autorit: Pulivano le navi dei petrolieri miliardari, li uccisero i tempi di consegna, li
trad il profitto che richiama in termini di verit quella effettivamente collocata a Monfalcone,
per le morti causate dallamianto, allentrata dei cantieri navali: Costruirono le stelle del
mare, li uccise la polvere, li trad il profitto.
Angelo Ferracuti prima di ogni altra cosa un abile reporter, uno che fa inchieste acquisen-
do tutte le informazioni, le voci, i sentimenti necessari per poi sistemarli ed elaborarli in
maniera creativa e per questo inesorabile, dando un volto e una mente credibile alle vitti-
me, agli spettatori pi o meno interessati, ai responsabili di vario ordine senza trascurare
anzi sottolineando la multifattorialit e quindi la complessit che ogni infortunio sul lavoro
comporta. Ma ritorna sempre alluomo infortunato, alla sua vita, alla sua famiglia, al suo
ambiente. Principalmente lautore ha capito che ogni infortunio e ogni infortunato racchiu-
de una storia e un vissuto a se stante e opera di conseguenza, disaggregando lindagine e per-
sonalizzandola. Da un punto di vista sociale e psicologico, oltre che letterario, ottimo il
capitolo settimo Lontano nel mondo, dedicato a Mosad Mohamed, una ricerca che lo porta
in Egitto a contatto con persone per noi inimmaginabili ma vere e di rara sensibilit. Viene
spontaneo il confronto con i modi, i tempi e le risultanze delle indagini e quindi del proce-
dimento giudiziario dello stesso caso. Si potrebbe arrivare a pensare che queste ultime
esprimono un rito troppo forviante rispetto alle questioni in discussione, troppo condizio-
nato da un astratto diritto alla difesa. La lettura di questo libro richiama alla memoria,
tenendo conto delle dovute differenze di contesto, quellinchiesta scritta nel 1956 da Luciano
Bianciardi e Carlo Cassola su I minatori della Maremma, a due anni dalla strage di Ribolla
(ristampata nel 2004 da Ex Cogita). Si legge la stessa tensione politico-culturale, la stessa indi-
gnazione sulla realt descritta, la voglia di cambiare tutto.
Solo in una pagina del suo libro Ferracuti prova a trattare del fenomeno infortuni nel suo
complesso. Lo fa affidandosi oltre che a George Orwell, a una voce italiana autorevole,
Giovanni Berlinguer, che ne ha discusso in pi occasioni con competenza e correttezza ma
anche in uno strano convegno del 1972, quello citato dal nostro autore, una specie di confronto
Italia-Urss sullambiente di lavoro dove i relatori sovietici si preoccupavano di rendere illeg-
gibili i dati degli infortuni in un paese comunista e dove gli italiani ci tenevano a far rileva-
re le colpe e le responsabilit verso i lavoratori di un paese capitalista. Ci per dire che quan-
do gli infortuni tutti indistintamente vengono cumulati (quelli con esiti con quelli senza esiti
invalidanti, quelli in itinere con quelli con una prognosi inferiore a tre giorni, eccetera),
spesso senza definire i criteri utilizzati, si rischia di essere frantesi potendosi sostenere con-
temporaneamente, come spesso succede, che negli anni gli infortuni sono sia aumentati
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Da Taranto, fumo sullEuropa di Antonio Tricomi
Con il titolo Un illuminismo autocritico. La trib occidentale e il caos planetario (Rosenberg & Sellier),
Rino Genovese ha appena pubblicato la seconda edizione, riveduta e aggiornata, di un lavo-
ro, La trib occidentale. Per una nuova teoria critica, dato alle stampe da Bollati Boringhieri
nel 1995. Nellintroduzione al testo, si ricorda che, negli ultimi trenta o quarantanni, il
Mezzogiorno dItalia ha conosciuto uno sviluppo nel sottosviluppo: definizione in cui il
secondo termine assunto in maniera polemica come sinonimo di predominio delle mafie
sul territorio, di dissipazione dellambiente, di degrado diffuso nellincrinarsi di equilibri tra-
dizionali senza un loro superamento in positivo, nel senso di un miglioramento della vita
civile. infatti accaduto spiega il filosofo che lattrito con le forze del passato [abbia]
affondato il presente in una specie di eterna melma su cui oscillano indefinitamente le pos-
sibilit del futuro. Si deve allora a una modernit che non sa essere moderna fino in fondo,
che non riesce a modificare in profondit lo stato delle cose, se la vecchia questione meri-
dionale si incancrenita e oggi priva di soluzione (p. 11).
risposte di Silvia Avallone, Michela Murgia o Simona Baldanzi (questultima, tra un A me
piacciono molto i fumetti e altro, sfoggia un italiano impeccabile: Non del tutto il mio
mestiere perch di scrittura totalmente non vivo economicamente) per avere contezza di
come ci sia uno scarto effettivo tra la presa di coscienza di uno stato di cose e le risposte
culturali da offrire, che virano quasi sempre verso lauto-assoluzione generazionale, il pia-
gnisteo borghese finalizzato a manovre di estetizzazione del S, la magra consolazione di
essere dalla parte dei giusti e dei buoni. Questi scrittori, quando narrano, sembrano sedere
sul divano della Dandini o sulle poltrone di Fazio.
Quando si parla del rapporto tra letteratura e lavoro e si leggono romanzi come Acciaio,
viene in mente, con immensa nostalgia, la stagione di Volponi, Mastronardi, Bianciardi,
Vittorini, Ottieri: allepoca, una letteratura civile, in Italia, poteva dirsi viva; gli intellettua-
li non erano diventati figurine dellindustria culturale, i libri nascevano da reali posizioni
politiche, spesso segnalavano in anticipo le questioni, i critici non dialogavano con gli uffi-
ci-stampa delle case editrici. Dopo la grande trasformazione e il crollo della prospettiva
umanistica sotto i colpi del tardo capitalismo, unautentica civilt letteraria, almeno nel
nostro paese (ma viene la tentazione di tirare in ballo lintero Occidente), sembra essersi
estinta o ha assunto forme che aderiscono allimbarbarimento generale della nazione.
Restano pochi scrittori capaci di interrogare il tempo, fuori dalle mode del mercato: quan-
do parlano di lavoro, lo fanno sulla base di un progetto politico, e in modalit spesso non rico-
nosciute e dunque periferiche. Lidea di Chirumbolo a cui si deve il merito di aver offer-
to una base per la discussione e uno strumento che segnala un contenitore di testi su cui
ragionare non trova per conferme convincenti: una letteratura capace di rappresentare
il mondo del lavoro con adeguati mezzi espressivi sembra collocarsi, almeno in Italia e per
motivi anche extraletterari, in un altrove sconosciuto.
cui questi romanzi debbano essere considerati di alto livello o persino, come si legge, nelle
pagine finali dellintroduzione, disturbanti: lautore sembra limitarsi a constatare che la
scelta di strategie stilistiche di ascendenza postmodernista (uno stile franto, frammentisti-
co, la miscela espressiva, lutilizzo di un autobiografismo stucchevole) e un comune imma-
ginario mortifero e luttuoso, si spieghi con una piena (ma, aggiungiamo, non analitica e cri-
tica) aderenza allo spirito dei tempi, che verrebbe cos magistralmente interpretato.
Rappresentare il proprio tempo attraverso gli strumenti che lepoca ci riconsegna: ammesso
che gli scrittori italiani siano riusciti in questo intento (comunque poco soddisfacente), tutto
ci basta a riconoscere lesistenza di una civilt letteraria che ha eletto il tema del lavoro,
nellItalietta contemporanea, a urgenza civile?
Chi scrive daccordo con chi ha espresso riserve sulla qualit letteraria della recente pro-
duzione sul lavoro. Il sospetto, presto confermato da una minima considerazione sullo stato
dellindustria culturale italiana, che il lavoro sia diventato un tema comodo per veicola-
re limmagine dello scrittore impegnato, al passo con i tempi e capace di restituire una lezio-
ne etica al lettore. Esistono certamente casi che esulano da queste logiche in un libro come
Le risorse umane di Angelo Ferracuti lurgenza civile della narrazione si percepisce a ogni
pagina, assieme a un lavoro sul mezzo espressivo che ne conferma lautenticit ma di fron-
te a certi libri prendiamo Acciaio o Ternitti ogni possibile ragionamento sul legame tra
passione sociale e qualit estetica viene meno. Come ha notato Andrea Cortellessa in una con-
versazione con Aldo Nove, il risultato di gran parte di questi romanzi quasi sempre con-
solatorio: esiste il precariato, esiste la flessibilit, esistono le morti bianche, ma alla fine
restano i buoni sentimenti (lamicizia, lamore, i legami familiari), riportati alla luce attra-
verso registri stilistici degni di Liala. Diciamolo pure chiaramente: a mancare non solo una
capacit politica e analitica, unimmaginazione sociologica che restituisca, grazie allinven-
zione narrativa, un significato alternativo della realt; a mancare, piuttosto, lambizione
a fuoriuscire dallidea quietistica di una letteratura ripiegata sulla semplice estroflessione
individuale di storie buone e confortanti, incapaci di attingere a un immaginario che si sfor-
zi di essere sociale e condiviso, che offra gli strumenti per comprendere il presente senza
facilitazioni e banalizzazioni stilistiche, ovvero cedimenti alla pianificazione della lettura
imposta dalla mediet dellindustria culturale (con cui gran parte dei narratori italiani degli
ultimi anni, in ragione dello sconfortante livello stilistico, va a nozze).
Una nuova letteratura post-industriale forse non esiste semplicemente per questo motivo: non
esiste, nellItalia di oggi, una comunit di scrittori capace di elaborare forme condivise di
rappresentazione, di parlarci della condizione umana e dei rapporti sociali, di come questi ulti-
mi si siano modificati in senso deteriore nellepoca in un cui viviamo (come sostiene uno
degli scrittori intervistati, Nicola Lagioia, che sin da subito mostra una certa insofferenza
per la categoria letteratura e lavoro, quasi a dire che, se esiste un rispecchiamento socia-
le di ci che si narra, non pu essere semplicemente tematico). Ha ragione Andrea Kerbaker,
un altro degli autori a cui Chirumbolo ha rivolto le sue domande: non si pu parlare di urgen-
ze civili, quanto piuttosto di autobiografismo, di uno sguardo fin troppo sbilanciato sul S. E
non si spinge forse a chiamare il problema col giusto nome: narcisismo. Basti leggere le
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Con il titolo Un illuminismo autocritico. La trib occidentale e il caos planetario (Rosenberg & Sellier),
Rino Genovese ha appena pubblicato la seconda edizione, riveduta e aggiornata, di un lavo-
ro, La trib occidentale. Per una nuova teoria critica, dato alle stampe da Bollati Boringhieri
nel 1995. Nellintroduzione al testo, si ricorda che, negli ultimi trenta o quarantanni, il
Mezzogiorno dItalia ha conosciuto uno sviluppo nel sottosviluppo: definizione in cui il
secondo termine assunto in maniera polemica come sinonimo di predominio delle mafie
sul territorio, di dissipazione dellambiente, di degrado diffuso nellincrinarsi di equilibri tra-
dizionali senza un loro superamento in positivo, nel senso di un miglioramento della vita
civile. infatti accaduto spiega il filosofo che lattrito con le forze del passato [abbia]
affondato il presente in una specie di eterna melma su cui oscillano indefinitamente le pos-
sibilit del futuro. Si deve allora a una modernit che non sa essere moderna fino in fondo,
che non riesce a modificare in profondit lo stato delle cose, se la vecchia questione meri-
dionale si incancrenita e oggi priva di soluzione (p. 11).
risposte di Silvia Avallone, Michela Murgia o Simona Baldanzi (questultima, tra un A me
piacciono molto i fumetti e altro, sfoggia un italiano impeccabile: Non del tutto il mio
mestiere perch di scrittura totalmente non vivo economicamente) per avere contezza di
come ci sia uno scarto effettivo tra la presa di coscienza di uno stato di cose e le risposte
culturali da offrire, che virano quasi sempre verso lauto-assoluzione generazionale, il pia-
gnisteo borghese finalizzato a manovre di estetizzazione del S, la magra consolazione di
essere dalla parte dei giusti e dei buoni. Questi scrittori, quando narrano, sembrano sedere
sul divano della Dandini o sulle poltrone di Fazio.
Quando si parla del rapporto tra letteratura e lavoro e si leggono romanzi come Acciaio,
viene in mente, con immensa nostalgia, la stagione di Volponi, Mastronardi, Bianciardi,
Vittorini, Ottieri: allepoca, una letteratura civile, in Italia, poteva dirsi viva; gli intellettua-
li non erano diventati figurine dellindustria culturale, i libri nascevano da reali posizioni
politiche, spesso segnalavano in anticipo le questioni, i critici non dialogavano con gli uffi-
ci-stampa delle case editrici. Dopo la grande trasformazione e il crollo della prospettiva
umanistica sotto i colpi del tardo capitalismo, unautentica civilt letteraria, almeno nel
nostro paese (ma viene la tentazione di tirare in ballo lintero Occidente), sembra essersi
estinta o ha assunto forme che aderiscono allimbarbarimento generale della nazione.
Restano pochi scrittori capaci di interrogare il tempo, fuori dalle mode del mercato: quan-
do parlano di lavoro, lo fanno sulla base di un progetto politico, e in modalit spesso non rico-
nosciute e dunque periferiche. Lidea di Chirumbolo a cui si deve il merito di aver offer-
to una base per la discussione e uno strumento che segnala un contenitore di testi su cui
ragionare non trova per conferme convincenti: una letteratura capace di rappresentare
il mondo del lavoro con adeguati mezzi espressivi sembra collocarsi, almeno in Italia e per
motivi anche extraletterari, in un altrove sconosciuto.
cui questi romanzi debbano essere considerati di alto livello o persino, come si legge, nelle
pagine finali dellintroduzione, disturbanti: lautore sembra limitarsi a constatare che la
scelta di strategie stilistiche di ascendenza postmodernista (uno stile franto, frammentisti-
co, la miscela espressiva, lutilizzo di un autobiografismo stucchevole) e un comune imma-
ginario mortifero e luttuoso, si spieghi con una piena (ma, aggiungiamo, non analitica e cri-
tica) aderenza allo spirito dei tempi, che verrebbe cos magistralmente interpretato.
Rappresentare il proprio tempo attraverso gli strumenti che lepoca ci riconsegna: ammesso
che gli scrittori italiani siano riusciti in questo intento (comunque poco soddisfacente), tutto
ci basta a riconoscere lesistenza di una civilt letteraria che ha eletto il tema del lavoro,
nellItalietta contemporanea, a urgenza civile?
Chi scrive daccordo con chi ha espresso riserve sulla qualit letteraria della recente pro-
duzione sul lavoro. Il sospetto, presto confermato da una minima considerazione sullo stato
dellindustria culturale italiana, che il lavoro sia diventato un tema comodo per veicola-
re limmagine dello scrittore impegnato, al passo con i tempi e capace di restituire una lezio-
ne etica al lettore. Esistono certamente casi che esulano da queste logiche in un libro come
Le risorse umane di Angelo Ferracuti lurgenza civile della narrazione si percepisce a ogni
pagina, assieme a un lavoro sul mezzo espressivo che ne conferma lautenticit ma di fron-
te a certi libri prendiamo Acciaio o Ternitti ogni possibile ragionamento sul legame tra
passione sociale e qualit estetica viene meno. Come ha notato Andrea Cortellessa in una con-
versazione con Aldo Nove, il risultato di gran parte di questi romanzi quasi sempre con-
solatorio: esiste il precariato, esiste la flessibilit, esistono le morti bianche, ma alla fine
restano i buoni sentimenti (lamicizia, lamore, i legami familiari), riportati alla luce attra-
verso registri stilistici degni di Liala. Diciamolo pure chiaramente: a mancare non solo una
capacit politica e analitica, unimmaginazione sociologica che restituisca, grazie allinven-
zione narrativa, un significato alternativo della realt; a mancare, piuttosto, lambizione
a fuoriuscire dallidea quietistica di una letteratura ripiegata sulla semplice estroflessione
individuale di storie buone e confortanti, incapaci di attingere a un immaginario che si sfor-
zi di essere sociale e condiviso, che offra gli strumenti per comprendere il presente senza
facilitazioni e banalizzazioni stilistiche, ovvero cedimenti alla pianificazione della lettura
imposta dalla mediet dellindustria culturale (con cui gran parte dei narratori italiani degli
ultimi anni, in ragione dello sconfortante livello stilistico, va a nozze).
Una nuova letteratura post-industriale forse non esiste semplicemente per questo motivo: non
esiste, nellItalia di oggi, una comunit di scrittori capace di elaborare forme condivise di
rappresentazione, di parlarci della condizione umana e dei rapporti sociali, di come questi ulti-
mi si siano modificati in senso deteriore nellepoca in un cui viviamo (come sostiene uno
degli scrittori intervistati, Nicola Lagioia, che sin da subito mostra una certa insofferenza
per la categoria letteratura e lavoro, quasi a dire che, se esiste un rispecchiamento socia-
le di ci che si narra, non pu essere semplicemente tematico). Ha ragione Andrea Kerbaker,
un altro degli autori a cui Chirumbolo ha rivolto le sue domande: non si pu parlare di urgen-
ze civili, quanto piuttosto di autobiografismo, di uno sguardo fin troppo sbilanciato sul S. E
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Come ha potuto, lintero Occidente, ridursi cos? Da Genovese siamo partiti, a Genovese
vale forse la pena tornare. Magari perch lodierno liberalismo, nelle differenti versioni,
preferisce non ricordare le sue origini poco nobili, nientaffatto liberali, strettamente con-
nesse a una scoperta delle virt del mercato autoregolato, della sua specifica moralit, di
fatto coeva alla messa in campo di una serie di dispositivi che vanno dalla formazione degli
individui attraverso il dressage delle pulsioni, cio mediante la disciplina, allinvenzione
della polizia per il controllo degli stessi. Di conseguenza, la corta ondata delle attuali
dottrine liberali semplicemente la reviviscenza prodotta da una tarda modernit che, avvi-
tandosi su se stessa, pu solo ripetere le sue epoche precedenti, creare con esse un com-
promesso, appigliandosi alla propria tradizione cui ritornare e tener fermo con ansia quasi
fosse una cultura locale in lotta per la sopravvivenza. Cos, mentre schiere di chierici con-
tinuano a ripetere che, fissate le regole, il mercato si rivela lunica possibilit concessa
agli umani per vivere in pace e progredire, lOccidente finge di non sapere che il suo libe-
ralismo era un terreno di scontro tra poteri, sia piccoli sia grandi, e, ritornando a se stesso,
riesuma il passato per smania di radici, ripetendolo come unica possibilit, firmando lar-
mistizio tra la tradizione e uno spirito moderno ormai stanco. Lo stesso spirito che in prin-
cipio implic la rivolta contro ogni tradizione, compresa la propria, ma che oggi informa
di s una disperata societ neopagana dagli inquietanti risvolti qua schiavistici, l tribali
(cfr. Un illuminismo autocritico, cit., pp. 171-172).
Pochi minuti prima dea piet di Fabio Franzin
per Denis Silvestrin
Ancora pochi minuti, forse te iera
drio netr e piastre de chea pressa
medeta, forse de pressa, paassr
tut a posto prima che sonesse a sirena,
farlo fin in fondo el t dovr, chiss
che i te tornesse ciamr, p vanti,
a setenbre Ancora pochi minuti
e dopo te sare ndat al bar a bverte
un spriz, na bireta che e presse va
a zhento e passa gradi, lo so, se suda,
in ist, a s vien da sea, a gea arsa
O forse te iera drio pensar aa t vita
da precario, un mese qua, d de ,
coa va ben, col tefono sona, a come
che sie possbie farse su un futuro,
Ricalchiamo una a una le parole di Genovese. Aggiungiamo che la questione meridionale
sembra oramai coincidere con la questione nazionale, in un paese, il nostro, che nellultimo
quarantennio si preoccupato di avallare la diagnosi pronunciata negli anni sessanta da
Pasolini, lucido nel riconoscere in uno sviluppo senza progresso lautentico motore della
societ italiana. Precisiamo che lo Stivale, nel Novecento, si puntualmente confermato ci che
sotto molti, troppi aspetti pare ancora essere: un laboratorio politico per buona parte
delle nazioni europee, se non la prefigurazione del destino riservato allintero Occidente.
Sforziamoci di compiere diligentemente tutte queste operazioni, e otterremo forse la sinos-
si pi convincente del nuovo lavoro di Alessandro Leogrande: Fumo sulla citt (Fandango).
In quello che non pu tuttavia essere ritenuto il suo reportage migliore forse perch scatu-
rito dalla giustapposizione di due lacerti testuali gi pubblicati in altre occasioni e di una terza
prosa scritta invece appositamente per questo volume il tarantino Leogrande ha individua-
to nella propria citt natale da svariati decenni la pi operaia del Mezzogiorno, ma da sem-
pre frantumata in strati, con piani storici, temporali, sociologici che per si accavallano,
spesso nascondendosi a vicenda tanto uno specchio dellItalia, quanto lemblema dello
sviluppo novecentesco e del suo rifluire verso una crisi profonda (pp. 7-8). Nella parabola di
Giancarlo Cito ex picchiatore fascista, telepredicatore forcaiolo condannato per concorso
esterno in associazione mafiosa e per una miriade di altri scandali, divenuto a furor di popolo
sindaco dopo il crollo della Prima Repubblica (p. 10) egli ha potuto infatti rintracciare una stra-
paesana anticipazione di quel berlusconismo, oggi compiutamente bipartisan, con il quale
siamo costretti da un ventennio a misurarci appunto perch lItalia, proprio come successo
a Taranto, tende fisiologicamente a produrre diktat sedicenti modernizzatori originati, in verit,
dal catastrofico abbraccio a suo tempo studiato da Gramsci tra un sovversivismo dallal-
to e un sovversivismo dal basso soltanto capaci, saldandosi e ibridandosi, di partorire spin-
te nella migliore delle ipotesi reazionarie. Mentre nellodierno culmine la pi grave crisi
ambientale e industriale che lItalia ricordi raggiunto dalla traiettoria seguita, a partire dalla
met del secolo scorso, dallex Italsider e attuale Ilva, Leogrande non ha rinvenuto semplice-
mente il fallimento di una dirigistica politica nazionale per lo sviluppo del Mezzogiorno e la
modernizzazione del paese tutto che ha infine degradato la classe operaia a un ceto com-
posito, un arcipelago di individui spesso refrattari, recalcitranti, al contempo trasformando lin-
tera penisola, non solo n principalmente il Meridione, in un ammasso di monadi guidate da
uno spirito piccolo borghese che le rende schiave di una societ dei consumi ammini-
strata da poche elevate corporazioni e nella quale, quanto pi si assottiglia per effetto della
recessione economica, tanto pi il ceto medio, nel Sud come altrove, sceglie la moderazione,
la voglia di stare in mezzo, senza mai sottrarsi allimperativo della conservazione, senza
mai ritirare il proprio consenso verso lo status quo (pp. 9, 113, 116). Invece, nel complessivo
disastro dellIlva, Leogrande ha scorto anche se non soprattutto lo specchio della crisi
europea, giacch il nostro gli appare un continente che si spegne lentamente, nella misu-
ra in cui non sa pi elaborare un nuovo nesso tra ambiente e citt, interpretare la nuova que-
stione operaia, disegnare un nuovo piano del lavoro, ridurre le disuguaglianze sociali, ridi-
mensionare il deficit di democrazia, parlare di ecologia su scala globale (p. 221).
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Come ha potuto, lintero Occidente, ridursi cos? Da Genovese siamo partiti, a Genovese
vale forse la pena tornare. Magari perch lodierno liberalismo, nelle differenti versioni,
preferisce non ricordare le sue origini poco nobili, nientaffatto liberali, strettamente con-
nesse a una scoperta delle virt del mercato autoregolato, della sua specifica moralit, di
fatto coeva alla messa in campo di una serie di dispositivi che vanno dalla formazione degli
individui attraverso il dressage delle pulsioni, cio mediante la disciplina, allinvenzione
della polizia per il controllo degli stessi. Di conseguenza, la corta ondata delle attuali
dottrine liberali semplicemente la reviviscenza prodotta da una tarda modernit che, avvi-
tandosi su se stessa, pu solo ripetere le sue epoche precedenti, creare con esse un com-
promesso, appigliandosi alla propria tradizione cui ritornare e tener fermo con ansia quasi
fosse una cultura locale in lotta per la sopravvivenza. Cos, mentre schiere di chierici con-
tinuano a ripetere che, fissate le regole, il mercato si rivela lunica possibilit concessa
agli umani per vivere in pace e progredire, lOccidente finge di non sapere che il suo libe-
ralismo era un terreno di scontro tra poteri, sia piccoli sia grandi, e, ritornando a se stesso,
riesuma il passato per smania di radici, ripetendolo come unica possibilit, firmando lar-
mistizio tra la tradizione e uno spirito moderno ormai stanco. Lo stesso spirito che in prin-
cipio implic la rivolta contro ogni tradizione, compresa la propria, ma che oggi informa
di s una disperata societ neopagana dagli inquietanti risvolti qua schiavistici, l tribali
(cfr. Un illuminismo autocritico, cit., pp. 171-172).
Pochi minuti prima dea piet di Fabio Franzin
per Denis Silvestrin
Ancora pochi minuti, forse te iera
drio netr e piastre de chea pressa
medeta, forse de pressa, paassr
tut a posto prima che sonesse a sirena,
farlo fin in fondo el t dovr, chiss
che i te tornesse ciamr, p vanti,
a setenbre Ancora pochi minuti
e dopo te sare ndat al bar a bverte
un spriz, na bireta che e presse va
a zhento e passa gradi, lo so, se suda,
in ist, a s vien da sea, a gea arsa
O forse te iera drio pensar aa t vita
da precario, un mese qua, d de ,
coa va ben, col tefono sona, a come
che sie possbie farse su un futuro,
Ricalchiamo una a una le parole di Genovese. Aggiungiamo che la questione meridionale
sembra oramai coincidere con la questione nazionale, in un paese, il nostro, che nellultimo
quarantennio si preoccupato di avallare la diagnosi pronunciata negli anni sessanta da
Pasolini, lucido nel riconoscere in uno sviluppo senza progresso lautentico motore della
societ italiana. Precisiamo che lo Stivale, nel Novecento, si puntualmente confermato ci che
sotto molti, troppi aspetti pare ancora essere: un laboratorio politico per buona parte
delle nazioni europee, se non la prefigurazione del destino riservato allintero Occidente.
Sforziamoci di compiere diligentemente tutte queste operazioni, e otterremo forse la sinos-
si pi convincente del nuovo lavoro di Alessandro Leogrande: Fumo sulla citt (Fandango).
In quello che non pu tuttavia essere ritenuto il suo reportage migliore forse perch scatu-
rito dalla giustapposizione di due lacerti testuali gi pubblicati in altre occasioni e di una terza
prosa scritta invece appositamente per questo volume il tarantino Leogrande ha individua-
to nella propria citt natale da svariati decenni la pi operaia del Mezzogiorno, ma da sem-
pre frantumata in strati, con piani storici, temporali, sociologici che per si accavallano,
spesso nascondendosi a vicenda tanto uno specchio dellItalia, quanto lemblema dello
sviluppo novecentesco e del suo rifluire verso una crisi profonda (pp. 7-8). Nella parabola di
Giancarlo Cito ex picchiatore fascista, telepredicatore forcaiolo condannato per concorso
esterno in associazione mafiosa e per una miriade di altri scandali, divenuto a furor di popolo
sindaco dopo il crollo della Prima Repubblica (p. 10) egli ha potuto infatti rintracciare una stra-
paesana anticipazione di quel berlusconismo, oggi compiutamente bipartisan, con il quale
siamo costretti da un ventennio a misurarci appunto perch lItalia, proprio come successo
a Taranto, tende fisiologicamente a produrre diktat sedicenti modernizzatori originati, in verit,
dal catastrofico abbraccio a suo tempo studiato da Gramsci tra un sovversivismo dallal-
to e un sovversivismo dal basso soltanto capaci, saldandosi e ibridandosi, di partorire spin-
te nella migliore delle ipotesi reazionarie. Mentre nellodierno culmine la pi grave crisi
ambientale e industriale che lItalia ricordi raggiunto dalla traiettoria seguita, a partire dalla
met del secolo scorso, dallex Italsider e attuale Ilva, Leogrande non ha rinvenuto semplice-
mente il fallimento di una dirigistica politica nazionale per lo sviluppo del Mezzogiorno e la
modernizzazione del paese tutto che ha infine degradato la classe operaia a un ceto com-
posito, un arcipelago di individui spesso refrattari, recalcitranti, al contempo trasformando lin-
tera penisola, non solo n principalmente il Meridione, in un ammasso di monadi guidate da
uno spirito piccolo borghese che le rende schiave di una societ dei consumi ammini-
strata da poche elevate corporazioni e nella quale, quanto pi si assottiglia per effetto della
recessione economica, tanto pi il ceto medio, nel Sud come altrove, sceglie la moderazione,
la voglia di stare in mezzo, senza mai sottrarsi allimperativo della conservazione, senza
mai ritirare il proprio consenso verso lo status quo (pp. 9, 113, 116). Invece, nel complessivo
disastro dellIlva, Leogrande ha scorto anche se non soprattutto lo specchio della crisi
europea, giacch il nostro gli appare un continente che si spegne lentamente, nella misu-
ra in cui non sa pi elaborare un nuovo nesso tra ambiente e citt, interpretare la nuova que-
stione operaia, disegnare un nuovo piano del lavoro, ridurre le disuguaglianze sociali, ridi-
mensionare il deficit di democrazia, parlare di ecologia su scala globale (p. 221).
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cussta che te stea ncora co i t
vci, un banbocin che no assa l nido,
che l sta ben l, sote e dea mare.
Poe piastre li schinzhdhi, chii
pensieri, insieme a tute e boidhe
dite da ministri, parni, sindacaisti.
Resta l t corpo soto un nizhil, fra
i meti e e rulire. Resta chea carne
zvana al mazho de un lavoro can,
bsteme missidhe ai segni dea crose
de man cavdhe via dal domn. Resta
chea mancidha de minuti prima che
el contrto finisse, che a piet rinasse.
Pochi minuti prima della piet
Ancora pochi minuti, forse stavi / pulendo i piani di quella pressa / maledetta, forse di fretta, per lascia-
re / tutto a posto prima che la sirena suonasse, / farlo fino in fondo il tuo dovere, chiss / che ti richia-
massero, pi avanti, / a settembre Ancora pochi minuti / e dopo saresti andato al bar a berti / uno
spritz, una birretta che le presse vanno / a cento e passa gradi, lo so, si suda, / in estate, la sete viene
da s, la gola arsa // O forse stavi pensando alla tua vita / da precario, un mese qua, due l, / quan-
do va bene, quando il telefono squilla, a come / sia possibile costruirsi un futuro, / cos che stavi anco-
ra con i tuoi / genitori, un bamboccione che non lascia il nido, / che sta bene l, sotto le ali della madre.
// Poi le piastre li hanno schiacciati, quei / pensieri, insieme a tutte le cazzate / dette da ministri, padro-
ni, sindacalisti. // Resta il tuo corpo sotto a un lenzuolo, fra / muletti e rulliere. Resta quella carne / gio-
vane al macello di un lavoro cane, / bestemmie mischiate ai segni di croce / di mani estirpate al doma-
ni. Resta / quella manciata di minuti prima che / il contratto finisca, che la piet rinasca.
Nota. Denis Silvestrin un operaio di 34 anni morto il 28 giugno 2013, nellazienda Sarom di Orsago, con
la testa schiacciata sotto a una pressa, a pochi minuti dalla fine del turno di lavoro nellultimo giorno del
suo breve contratto da precario.
109
Se ci sono discipline in crisi, sono larchitettura e lurbanistica. Borella ne discute
a partire dai saggi di De Lucia, Consonni e Secchi. Fofi elogia il romanzo-saggio
di Teju Cole, esemplare di una nuova storia, Honegger legge Camenisch
e il suo piccolo grande libro sullinfanzia, Trabacchini un gioiello del fumetto
di Manuele Fior, Zaccuri lultimo Dan Brown chiedendosi perch piace,
Splendore i racconti coloniali di Muriel Spark,
Guerriero i giovani eroi
negativi o positivi
dei romanzi sul 1943-45,
Lenzini la memoria
di Fry sugli intellettuali
in fuga dal nazismo
nella Marsiglia del 1940.
Con il ricordo di tre degne figure,
Margherita Hack (Rossi),
Silvio Lanaro, (Bettin)
e Anna Maria Levi (Fofi)
e, per finire, le motivazioni
del premio dello Straniero 2013.
Con 7 schede su romanzi e fumetti
e un ricordo
di Richard Matheson.
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che l sta ben l, sote e dea mare.
Poe piastre li schinzhdhi, chii
pensieri, insieme a tute e boidhe
dite da ministri, parni, sindacaisti.
Resta l t corpo soto un nizhil, fra
i meti e e rulire. Resta chea carne
zvana al mazho de un lavoro can,
bsteme missidhe ai segni dea crose
de man cavdhe via dal domn. Resta
chea mancidha de minuti prima che
el contrto finisse, che a piet rinasse.
Pochi minuti prima della piet
Ancora pochi minuti, forse stavi / pulendo i piani di quella pressa / maledetta, forse di fretta, per lascia-
re / tutto a posto prima che la sirena suonasse, / farlo fino in fondo il tuo dovere, chiss / che ti richia-
massero, pi avanti, / a settembre Ancora pochi minuti / e dopo saresti andato al bar a berti / uno
spritz, una birretta che le presse vanno / a cento e passa gradi, lo so, si suda, / in estate, la sete viene
da s, la gola arsa // O forse stavi pensando alla tua vita / da precario, un mese qua, due l, / quan-
do va bene, quando il telefono squilla, a come / sia possibile costruirsi un futuro, / cos che stavi anco-
ra con i tuoi / genitori, un bamboccione che non lascia il nido, / che sta bene l, sotto le ali della madre.
// Poi le piastre li hanno schiacciati, quei / pensieri, insieme a tutte le cazzate / dette da ministri, padro-
ni, sindacalisti. // Resta il tuo corpo sotto a un lenzuolo, fra / muletti e rulliere. Resta quella carne / gio-
vane al macello di un lavoro cane, / bestemmie mischiate ai segni di croce / di mani estirpate al doma-
ni. Resta / quella manciata di minuti prima che / il contratto finisca, che la piet rinasca.
Nota. Denis Silvestrin un operaio di 34 anni morto il 28 giugno 2013, nellazienda Sarom di Orsago, con
la testa schiacciata sotto a una pressa, a pochi minuti dalla fine del turno di lavoro nellultimo giorno del
suo breve contratto da precario.
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Se ci sono discipline in crisi, sono larchitettura e lurbanistica. Borella ne discute
a partire dai saggi di De Lucia, Consonni e Secchi. Fofi elogia il romanzo-saggio
di Teju Cole, esemplare di una nuova storia, Honegger legge Camenisch
e il suo piccolo grande libro sullinfanzia, Trabacchini un gioiello del fumetto
di Manuele Fior, Zaccuri lultimo Dan Brown chiedendosi perch piace,
Splendore i racconti coloniali di Muriel Spark,
Guerriero i giovani eroi
negativi o positivi
dei romanzi sul 1943-45,
Lenzini la memoria
di Fry sugli intellettuali
in fuga dal nazismo
nella Marsiglia del 1940.
Con il ricordo di tre degne figure,
Margherita Hack (Rossi),
Silvio Lanaro, (Bettin)
e Anna Maria Levi (Fofi)
e, per finire, le motivazioni
del premio dello Straniero 2013.
Con 7 schede su romanzi e fumetti
e un ricordo
di Richard Matheson.
tutte la pi volte tentata e sempre fallita riforma urbanistica, tanto da lasciare ancora oggi
a disciplinare principalmente il territorio una legge fascista del 1942 e alcune fasi cruciali
della storia politica e sociale italiana: e si ritorna a pensare alla coraggiosa riforma tentata
dal ministro democristiano Sullo, alle reazioni del blocco di interessi legato alla rendita fondiaria
e al suo stesso partito che la stroncarono sul nascere nel 1964, ai tentativi di golpe e alla
nascita della strategia della tensione; o ai legami tra le trasformazioni urbane negli anni ses-
santa e settanta, i temi del diritto alla casa, le lotte operaie e studentesche, eccetera. Fino ad
arrivare allascesa di Berlusconi da MilanoDue ai condoni edilizi e passando per molte
vicende locali le vicende urbanistiche di Roma, Milano, Bologna, Napoli, il terremoto in
Abruzzo, la Tav, lIlva di Taranto seppure spesso trattate in modo necessariamente veloce.
Il libro si conclude con un breve paragrafo finale non storico ma propositivo, per salvare il sal-
vabile: vi si propone listituzione di un nuovo strumento urbanistico formato semplice-
mente da una mappa con uninsormontabile linea rossa che segna il confine tra lo spazio
edificato e quello rurale e aperto. Una linea che rappresenta nuove e invalicabili mura urba-
ne, fuori dalle quali sia vietato realizzare nuove edificazioni. Una proposta schematica e,
in linea di massima, sacrosanta, in linea con quello stop al consumo di suolo che, alme-
no a parole, oggi tutti condividono. Che, scendendo in una dimensione un poco pi concre-
ta, lascia aperti almeno due problemi non da poco: siamo sicuri che sarebbe cos automati-
co e risolutivo tracciare la linea rossa nei molti contesti in cui lespansione della citt dif-
fusa ha saldato quasi in un unico continuum edificato, o semi-edificato, brani di territorio di
scala sovra-regionale? La strategia della linea rossa (secondo problema), una volta tracciata,
ci dice ben poco sul che fare al suo interno, mentre proprio sul tema di come riconver-
tire, riutilizzare e curare le citt energivore e sgretolate che abbiamo costruito che si gioca una
enorme parte della questione urbanistica nel nostro tempo.
Il libro di De Lucia, ponendosi nel solco della nobile tradizione di denuncia di cui si detto,
ne condivide il retroterra di una preoccupazione prevalentemente paesaggistica ed esteti-
ca, o normativa, oltre che il lessico fondato su termini come scempio, cementificazione,
scandalo, sacco. Limpressione per che la crisi del modello fondato sulla crescita e lo
sviluppo, il tracollo ambientale, energetico e climatico si siano oggi manifestati a un livello
cos profondo da rendere entrambe queste attitudini non pi sufficienti. Il lessico della
cementificazione si usurato, diventato ormai il linguaggio abituale dei media sui temi
urbanistici, troppo generico e sfuocato, pi scandalistico che scandalizzato. Ancor di pi,
lattitudine estetico-normativa sembra non riuscire a mettere in discussione a sufficienza i para-
digmi politici, sociali ed economici stabiliti, non pone la questione nei termini della radicale
trasformazione del modello di sviluppo che il nostro tempo impone, della conversione eco-
logica che Alex Langer invocava gi trentanni fa. Ecco, nel libro di De Lucia si avverte forse
troppo poco la coscienza della necessit di questo profondo salto di qualit, vi sono docu-
mentati pi i comitati per la tutela e la salvaguardia dei monumenti o dei paesaggi (cos
spesso valorosi e sacrosanti) che le voci e le azioni (certo molto minoritarie) di chi pone in ter-
mini di trasformazione territoriale la questione di una radicale conversione ecologica.
Nella ricostruzione di De Lucia c anche forse una eccessiva identificazione dei valori posi-
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La citt e la sua crisi
secondo De Lucia, Consonni, Secchi di Giacomo Borella
Alla crisi epocale che la citt e il territorio attraversano nel nostro tempo, si accompagna la crisi
profonda delle stesse discipline che ne studiano e governano le trasformazioni. La crisi del-
lurbanistica si svolge su molti livelli: la frattura verticale tra essa e architettura, tra la scala
maggiore e quella concreta; la sostanziale eclissi, negli ultimi decenni italiani, dei temi urba-
nistici, abitativi e territoriali dallagenda politica della sinistra e viceversa il loro impiego
populista, dai condoni edilizi al Ponte sullo Stretto, da parte della destra, a volte con non
pochi tentennamenti dello stesso centrosinistra a differenza dei primi tre decenni del dopo-
guerra, nei quali i temi della casa e delle leggi urbanistiche erano presenti sulla scena poli-
tica. E ancora: se la riflessione urbanistica, anche in proporzione alla crescente complessit
dei fenomeni territoriali da affrontare, si fatta sempre pi ostica e meno intelligibile, lur-
banistica reale di gran lunga ancora meno decifrabile: lesponenziale moltiplicarsi e stra-
tificarsi di piani, strumenti, leggi, regolamenti, circolari, enti, autorit, commissioni, arri-
vato al punto di una quasi totale incomprensibilit per una buona parte degli stessi addetti
ai lavori (compreso il sottoscritto). A fronte di tutto ci, c la sempre maggiore evidenza
dellinefficacia di buona parte delle strategie urbanistiche in rapporto alle dinamiche reali
delle trasformazioni territoriali. Ma soprattutto, la coscienza emersa nel nostro tempo del
disastro ambientale, e della dismisura delle sue conseguenze, ha svelato la radicale inso-
stenibilit del modello di sviluppo su cui la modernit si fondata, modello che era alla base
della cultura urbanistica stessa, anche della pi avanzata. Si tratta non di una semplice
novit, ma di una vera e propria rottura epistemologica, alla luce della quale gli oggetti
che continuiamo a identificare con lo stesso nome citt, territorio sono divenuti unaltra
cosa. Ci oggi rende poco credibile ogni riflessione urbanistica che non parta dal riconosci-
mento di questa rottura e dalla necessit di operare nel segno di una discontinuit radicale.
Con questo scenario si confrontano, da posizioni molto diverse e con intenti differenti, i libri
recenti di Vezio De Lucia, Giancarlo Consonni e Bernardo Secchi, tra le figure pi autorevoli
dellurbanistica italiana della generazione nata tra gli anni trenta e quaranta.
Il libro di De Lucia, Nella citt dolente. Mezzo secolo di scempi, condoni e signori del cemen-
to, dalla sconfitta di Fiorentino Sullo a Silvio Berlusconi (Castelvecchi Rx), principalmente
una ricostruzione storica delle vicende urbanistiche del nostro paese e, come mostra gi il
lungo sottotitolo, si colloca in pieno nella tradizione consolidata della denuncia delle specu-
lazioni e degli scempi che va dagli storici pamphlet di Antonio Cederna agli interventi odierni
di Salvatore Settis. Di questo genere letterario, al quale lo stesso De Lucia ha gi contribui-
to sovente in passato, il libro condivide le molte virt e anche alcuni limiti. La maggior parte dei
fatti, soprattutto di quelli pi antichi, stranota e gli studenti di architettura li studiano
(almeno in teoria) nei manuali di storia dellurbanistica da pi di una generazione. Le vicende
principali vengono, come sempre in questo autore, ricostruite in modo molto efficace, met-
tendone in rilievo le connessioni strette tra le fondamentali questioni territoriali prima fra
tutte la pi volte tentata e sempre fallita riforma urbanistica, tanto da lasciare ancora oggi
a disciplinare principalmente il territorio una legge fascista del 1942 e alcune fasi cruciali
della storia politica e sociale italiana: e si ritorna a pensare alla coraggiosa riforma tentata
dal ministro democristiano Sullo, alle reazioni del blocco di interessi legato alla rendita fondiaria
e al suo stesso partito che la stroncarono sul nascere nel 1964, ai tentativi di golpe e alla
nascita della strategia della tensione; o ai legami tra le trasformazioni urbane negli anni ses-
santa e settanta, i temi del diritto alla casa, le lotte operaie e studentesche, eccetera. Fino ad
arrivare allascesa di Berlusconi da MilanoDue ai condoni edilizi e passando per molte
vicende locali le vicende urbanistiche di Roma, Milano, Bologna, Napoli, il terremoto in
Abruzzo, la Tav, lIlva di Taranto seppure spesso trattate in modo necessariamente veloce.
Il libro si conclude con un breve paragrafo finale non storico ma propositivo, per salvare il sal-
vabile: vi si propone listituzione di un nuovo strumento urbanistico formato semplice-
mente da una mappa con uninsormontabile linea rossa che segna il confine tra lo spazio
edificato e quello rurale e aperto. Una linea che rappresenta nuove e invalicabili mura urba-
ne, fuori dalle quali sia vietato realizzare nuove edificazioni. Una proposta schematica e,
in linea di massima, sacrosanta, in linea con quello stop al consumo di suolo che, alme-
no a parole, oggi tutti condividono. Che, scendendo in una dimensione un poco pi concre-
ta, lascia aperti almeno due problemi non da poco: siamo sicuri che sarebbe cos automati-
co e risolutivo tracciare la linea rossa nei molti contesti in cui lespansione della citt dif-
fusa ha saldato quasi in un unico continuum edificato, o semi-edificato, brani di territorio di
scala sovra-regionale? La strategia della linea rossa (secondo problema), una volta tracciata,
ci dice ben poco sul che fare al suo interno, mentre proprio sul tema di come riconver-
tire, riutilizzare e curare le citt energivore e sgretolate che abbiamo costruito che si gioca una
enorme parte della questione urbanistica nel nostro tempo.
Il libro di De Lucia, ponendosi nel solco della nobile tradizione di denuncia di cui si detto,
ne condivide il retroterra di una preoccupazione prevalentemente paesaggistica ed esteti-
ca, o normativa, oltre che il lessico fondato su termini come scempio, cementificazione,
scandalo, sacco. Limpressione per che la crisi del modello fondato sulla crescita e lo
sviluppo, il tracollo ambientale, energetico e climatico si siano oggi manifestati a un livello
cos profondo da rendere entrambe queste attitudini non pi sufficienti. Il lessico della
cementificazione si usurato, diventato ormai il linguaggio abituale dei media sui temi
urbanistici, troppo generico e sfuocato, pi scandalistico che scandalizzato. Ancor di pi,
lattitudine estetico-normativa sembra non riuscire a mettere in discussione a sufficienza i para-
digmi politici, sociali ed economici stabiliti, non pone la questione nei termini della radicale
trasformazione del modello di sviluppo che il nostro tempo impone, della conversione eco-
logica che Alex Langer invocava gi trentanni fa. Ecco, nel libro di De Lucia si avverte forse
troppo poco la coscienza della necessit di questo profondo salto di qualit, vi sono docu-
mentati pi i comitati per la tutela e la salvaguardia dei monumenti o dei paesaggi (cos
spesso valorosi e sacrosanti) che le voci e le azioni (certo molto minoritarie) di chi pone in ter-
mini di trasformazione territoriale la questione di una radicale conversione ecologica.
Nella ricostruzione di De Lucia c anche forse una eccessiva identificazione dei valori posi-
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La citt e la sua crisi
secondo De Lucia, Consonni, Secchi di Giacomo Borella
Alla crisi epocale che la citt e il territorio attraversano nel nostro tempo, si accompagna la crisi
profonda delle stesse discipline che ne studiano e governano le trasformazioni. La crisi del-
lurbanistica si svolge su molti livelli: la frattura verticale tra essa e architettura, tra la scala
maggiore e quella concreta; la sostanziale eclissi, negli ultimi decenni italiani, dei temi urba-
nistici, abitativi e territoriali dallagenda politica della sinistra e viceversa il loro impiego
populista, dai condoni edilizi al Ponte sullo Stretto, da parte della destra, a volte con non
pochi tentennamenti dello stesso centrosinistra a differenza dei primi tre decenni del dopo-
guerra, nei quali i temi della casa e delle leggi urbanistiche erano presenti sulla scena poli-
tica. E ancora: se la riflessione urbanistica, anche in proporzione alla crescente complessit
dei fenomeni territoriali da affrontare, si fatta sempre pi ostica e meno intelligibile, lur-
banistica reale di gran lunga ancora meno decifrabile: lesponenziale moltiplicarsi e stra-
tificarsi di piani, strumenti, leggi, regolamenti, circolari, enti, autorit, commissioni, arri-
vato al punto di una quasi totale incomprensibilit per una buona parte degli stessi addetti
ai lavori (compreso il sottoscritto). A fronte di tutto ci, c la sempre maggiore evidenza
dellinefficacia di buona parte delle strategie urbanistiche in rapporto alle dinamiche reali
delle trasformazioni territoriali. Ma soprattutto, la coscienza emersa nel nostro tempo del
disastro ambientale, e della dismisura delle sue conseguenze, ha svelato la radicale inso-
stenibilit del modello di sviluppo su cui la modernit si fondata, modello che era alla base
della cultura urbanistica stessa, anche della pi avanzata. Si tratta non di una semplice
novit, ma di una vera e propria rottura epistemologica, alla luce della quale gli oggetti
che continuiamo a identificare con lo stesso nome citt, territorio sono divenuti unaltra
cosa. Ci oggi rende poco credibile ogni riflessione urbanistica che non parta dal riconosci-
mento di questa rottura e dalla necessit di operare nel segno di una discontinuit radicale.
Con questo scenario si confrontano, da posizioni molto diverse e con intenti differenti, i libri
recenti di Vezio De Lucia, Giancarlo Consonni e Bernardo Secchi, tra le figure pi autorevoli
dellurbanistica italiana della generazione nata tra gli anni trenta e quaranta.
Il libro di De Lucia, Nella citt dolente. Mezzo secolo di scempi, condoni e signori del cemen-
to, dalla sconfitta di Fiorentino Sullo a Silvio Berlusconi (Castelvecchi Rx), principalmente
una ricostruzione storica delle vicende urbanistiche del nostro paese e, come mostra gi il
lungo sottotitolo, si colloca in pieno nella tradizione consolidata della denuncia delle specu-
lazioni e degli scempi che va dagli storici pamphlet di Antonio Cederna agli interventi odierni
di Salvatore Settis. Di questo genere letterario, al quale lo stesso De Lucia ha gi contribui-
to sovente in passato, il libro condivide le molte virt e anche alcuni limiti. La maggior parte dei
fatti, soprattutto di quelli pi antichi, stranota e gli studenti di architettura li studiano
(almeno in teoria) nei manuali di storia dellurbanistica da pi di una generazione. Le vicende
principali vengono, come sempre in questo autore, ricostruite in modo molto efficace, met-
tendone in rilievo le connessioni strette tra le fondamentali questioni territoriali prima fra
tivi nelle parti esercitate da urbanistica, e interesse pubblico: lurbanistica e ci che
pubblico, nelle battaglie incarnano sempre la parte positiva. Ci molto ottimistico e un po
consolatorio: vero, una grossa parte dei disastri urbani e territoriali sono stati lesito di
processi in cui lurbanistica e le istituzioni sono uscite sconfitte, in cui sono stati disattesi i piani
e violate o impedite le leggi; ma quante altre volte lurbanistica e le istituzioni hanno invece
perseguito e realizzato i propri piani, e gli esiti reali sono stati s diversi, ma non meno disa-
strosi? Corviale e Scampia sono progetti urbanistici, architettonici, istituzionali, pubblici e
realizzati, e non sono meno disumani, e catastrofici da un punto di vista ambientale, della
citt diffusa lombardo-veneta, dove ha trionfato il micro-interesse privato, o del litorale
Domizio, dove ha vinto labusivismo camorrista.
Una minore, o pi problematica, inclinazione a identificare la cultura urbanistica moderna
con un ruolo univocamente positivo, affiora dalle pagine del libro La bellezza civile. Splendore
e crisi della citt (Maggioli) di Giancarlo Consonni: valga ad esempio il saggio su Le Corbusier,
La rivoluzione urbanistica contro la citt, in cui Consonni rilegge criticamente la visione urba-
nistica del controverso genio svizzero, il suo assolutismo cartesiano figlio di una spropo-
sitata volont di potenza che fa tabula rasa della complessit e fragilit delle citt e dei
paesaggi stratificati nei secoli. Proprio nella riflessione su Le Corbusier si legge unannota-
zione illuminante, che riappare poi in alcuni degli altri saggi raccolti nel volume, e sembra
diventare una sorta di effigie della moderna e contemporanea perdita della capacit di
costruire spazi dialoganti: in Le Corbusier e nella citt moderna le relazioni tra le parti urba-
ne, i legami tra gli edifici, tendono a dissolversi, esaurendosi nel sistema delle reti tecnolo-
giche, in una sorta di sublimazione tecnica.
Questa perdita della capacit di dialogo tra le parti, per Consonni perdita della citt stes-
sa: lidea di urbano come convivenza tra diversit uno dei perni attorno a cui si svolge
questa raccolta di testi, gi elaborata in altre riflessioni precedenti. Nel libro emergono e si
intrecciano in modo interessante le diverse facce del singolare retroterra da cui muove la
ricerca dellautore. C lo sguardo del flaneur, un flaneur particolare, per, che attraversa s
la metropoli contemporanea, ma poi si sospinge nelle campagne, incontra la citt diffusa,
percorre le strade dei borghi e dei centri minori. Uno sguardo che spesso predilige termini
estranei al lessico urbanistico, interrogandosi sulla personalit, lanima, lindole delle
citt e delle case, quasi fossero persone, con pi di unassonanza con le appassionanti rifles-
sioni sui comportamenti delle architetture fatte negli ultimi anni dai giapponesi Atelier
Bow-Wow. C poi limpiego della letteratura come strumento per lo studio e la compren-
sione della citt (Consonni anche poeta, sue raccolte sono pubblicate da Einaudi e
Scheiwiller): qui egli si fa guidare dal Vittorini di Le citt del mondo, dal Piovene del Viaggio
in Italia, da Gadda e tanti altri. Ma c anche la radice illuminista, da cui proviene la stessa
nozione di bellezza civile: quel filone che da Carlo Cattaneo alla cui idea di citt qui
dedicato un saggio si potrebbe estendere fino a Piero Bottoni (del quale Consonni forse
mitizza un po la figura, essendone stato allievo). C infine lattitudine impressionista, quasi
fenomenologica, che di questa raccolta produce forse il testo pi bello: una scorribanda tra
i materiali e i colori delle citt italiane, in cui si delineano inattese associazioni di luoghi,
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famiglie di citt, si elencano materiali, marmi, intonaci, tinte, classificati per tonalit, osser-
vati nel loro interagire con le luci e le ombre, i tramonti e le albe, le piazze e le vie. Ma questa
sensibilit tutta visiva, costituisce anche un limite del libro di Consonni: anche qui la rot-
tura imposta dalla presa di coscienza del disastro ambientale stenta a essere riconosciuta.
Ne un esempio la sua critica delle facciate continue in vetro e alluminio delledilizia ter-
ziaria e commerciale che hanno costruito gran parte dellarchitettura urbana dellultimo
mezzo secolo: la critica viene condotta tutta entro una dimensione visiva, metaforica, com-
positiva, rilevando la perdita di caratteri come la profondit, la penombra, la diafanit, la
dissolvenza; ma non viene notato che quegli edifici completamente vetrati sono una pura e
semplice follia in termini ambientali ed energetici, un segno del delirio di onnipotenza moder-
no, mantenuto artificialmente in vita con spropositati consumi di energia, pagato a carissi-
mo prezzo in termini di esaurimento delle risorse e alterazione del clima.
Ancora diversa langolatura con cui Bernardo Secchi guarda alla questione urbana nel suo
libro La citt dei ricchi e la citt dei poveri (Laterza). Se, come stato sostenuto, lurbanistica
italiana articolata in diverse famiglie, Secchi ne di certo uno dei capostipite. In rapporto alla
rilevanza del suo lavoro, i libri che ha scritto non sono molti: suscita quindi interesse luscita
di questo nuovo asciutto, conciso volumetto. Il suo titolo pu stupire, soprattutto chi negli
ultimi anni aveva perso un po di vista il lavoro sia progettuale che teorico di Secchi (incen-
trato da tempo principalmente allestero, dove gode di una risonanza maggiore che in Italia):
egli stato artefice, a partire soprattutto dagli anni ottanta, di un tentativo di riavvicinamen-
to tra lurbanistica e larchitettura, e parallelamente di una osservazione della disciplina urba-
nistica come descrizione, racconto, metafora. Limpressione, per dirla molto grossolanamente,
era a volte che Secchi fosse impegnato a spaccare in quattro il capello della sintassi e della
semantica urbanistica, proprio nel periodo in cui le trasformazioni del territorio stavano avve-
nendo nel modo pi distruttivo e massiccio. Cos ora la comparsa di questo titolo drastico,
poco metaforico, pu meravigliare. Ma la tesi che apre questo testo, linsorgere di una nuova
questione urbana, incardinata su tre temi che oggi si pongono in modo nuovo lapprofon-
dirsi delle diseguaglianze, la mobilit e accessibilit della citt come fattore di democrazia,
il cambiamento climatico unidea sulla quale Secchi lavora gi da qualche tempo. Dei tre
libri di cui ci stiamo occupando, questo forse quello che nellimpostazione sembra pi fare
i conti con la rottura radicale posta dal disastro ambientale e dalla crisi del modello di svi-
luppo moderno: lo dimostrano la stessa messa in stretta connessione dei temi di disugua-
glianza urbana, cambiamento climatico, trasporti, e quindi consumi e energia, lo stesso rico-
noscimento del fatto di trovarci di fronte a una nuova questione urbana. Ma questa imposta-
zione non ha poi spazio per svilupparsi in modo adeguato e si vorrebbe che il libro fosse meno
stringato (anche perch la prima parte se ne va nella definizione di alcuni postulati un po
tanto astratti e ovvi, per esempio: seconda tesi: ogniqualvolta la struttura delleconomia e della
societ cambia, la questione urbana torna in primo piano).
Tanti spunti di estremo interesse, anche molto diversi tra loro, balenano in modo troppo
rapido e sbrigativo: le potenzialit offerte dalla crisi economica e urbana; la necessit di
politiche urbanistiche che non si affidino a opere grandi e spettacolari, ma che interven-
tivi nelle parti esercitate da urbanistica, e interesse pubblico: lurbanistica e ci che
pubblico, nelle battaglie incarnano sempre la parte positiva. Ci molto ottimistico e un po
consolatorio: vero, una grossa parte dei disastri urbani e territoriali sono stati lesito di
processi in cui lurbanistica e le istituzioni sono uscite sconfitte, in cui sono stati disattesi i piani
e violate o impedite le leggi; ma quante altre volte lurbanistica e le istituzioni hanno invece
perseguito e realizzato i propri piani, e gli esiti reali sono stati s diversi, ma non meno disa-
strosi? Corviale e Scampia sono progetti urbanistici, architettonici, istituzionali, pubblici e
realizzati, e non sono meno disumani, e catastrofici da un punto di vista ambientale, della
citt diffusa lombardo-veneta, dove ha trionfato il micro-interesse privato, o del litorale
Domizio, dove ha vinto labusivismo camorrista.
Una minore, o pi problematica, inclinazione a identificare la cultura urbanistica moderna
con un ruolo univocamente positivo, affiora dalle pagine del libro La bellezza civile. Splendore
e crisi della citt (Maggioli) di Giancarlo Consonni: valga ad esempio il saggio su Le Corbusier,
La rivoluzione urbanistica contro la citt, in cui Consonni rilegge criticamente la visione urba-
nistica del controverso genio svizzero, il suo assolutismo cartesiano figlio di una spropo-
sitata volont di potenza che fa tabula rasa della complessit e fragilit delle citt e dei
paesaggi stratificati nei secoli. Proprio nella riflessione su Le Corbusier si legge unannota-
zione illuminante, che riappare poi in alcuni degli altri saggi raccolti nel volume, e sembra
diventare una sorta di effigie della moderna e contemporanea perdita della capacit di
costruire spazi dialoganti: in Le Corbusier e nella citt moderna le relazioni tra le parti urba-
ne, i legami tra gli edifici, tendono a dissolversi, esaurendosi nel sistema delle reti tecnolo-
giche, in una sorta di sublimazione tecnica.
Questa perdita della capacit di dialogo tra le parti, per Consonni perdita della citt stes-
sa: lidea di urbano come convivenza tra diversit uno dei perni attorno a cui si svolge
questa raccolta di testi, gi elaborata in altre riflessioni precedenti. Nel libro emergono e si
intrecciano in modo interessante le diverse facce del singolare retroterra da cui muove la
ricerca dellautore. C lo sguardo del flaneur, un flaneur particolare, per, che attraversa s
la metropoli contemporanea, ma poi si sospinge nelle campagne, incontra la citt diffusa,
percorre le strade dei borghi e dei centri minori. Uno sguardo che spesso predilige termini
estranei al lessico urbanistico, interrogandosi sulla personalit, lanima, lindole delle
citt e delle case, quasi fossero persone, con pi di unassonanza con le appassionanti rifles-
sioni sui comportamenti delle architetture fatte negli ultimi anni dai giapponesi Atelier
Bow-Wow. C poi limpiego della letteratura come strumento per lo studio e la compren-
sione della citt (Consonni anche poeta, sue raccolte sono pubblicate da Einaudi e
Scheiwiller): qui egli si fa guidare dal Vittorini di Le citt del mondo, dal Piovene del Viaggio
in Italia, da Gadda e tanti altri. Ma c anche la radice illuminista, da cui proviene la stessa
nozione di bellezza civile: quel filone che da Carlo Cattaneo alla cui idea di citt qui
dedicato un saggio si potrebbe estendere fino a Piero Bottoni (del quale Consonni forse
mitizza un po la figura, essendone stato allievo). C infine lattitudine impressionista, quasi
fenomenologica, che di questa raccolta produce forse il testo pi bello: una scorribanda tra
i materiali e i colori delle citt italiane, in cui si delineano inattese associazioni di luoghi,
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famiglie di citt, si elencano materiali, marmi, intonaci, tinte, classificati per tonalit, osser-
vati nel loro interagire con le luci e le ombre, i tramonti e le albe, le piazze e le vie. Ma questa
sensibilit tutta visiva, costituisce anche un limite del libro di Consonni: anche qui la rot-
tura imposta dalla presa di coscienza del disastro ambientale stenta a essere riconosciuta.
Ne un esempio la sua critica delle facciate continue in vetro e alluminio delledilizia ter-
ziaria e commerciale che hanno costruito gran parte dellarchitettura urbana dellultimo
mezzo secolo: la critica viene condotta tutta entro una dimensione visiva, metaforica, com-
positiva, rilevando la perdita di caratteri come la profondit, la penombra, la diafanit, la
dissolvenza; ma non viene notato che quegli edifici completamente vetrati sono una pura e
semplice follia in termini ambientali ed energetici, un segno del delirio di onnipotenza moder-
no, mantenuto artificialmente in vita con spropositati consumi di energia, pagato a carissi-
mo prezzo in termini di esaurimento delle risorse e alterazione del clima.
Ancora diversa langolatura con cui Bernardo Secchi guarda alla questione urbana nel suo
libro La citt dei ricchi e la citt dei poveri (Laterza). Se, come stato sostenuto, lurbanistica
italiana articolata in diverse famiglie, Secchi ne di certo uno dei capostipite. In rapporto alla
rilevanza del suo lavoro, i libri che ha scritto non sono molti: suscita quindi interesse luscita
di questo nuovo asciutto, conciso volumetto. Il suo titolo pu stupire, soprattutto chi negli
ultimi anni aveva perso un po di vista il lavoro sia progettuale che teorico di Secchi (incen-
trato da tempo principalmente allestero, dove gode di una risonanza maggiore che in Italia):
egli stato artefice, a partire soprattutto dagli anni ottanta, di un tentativo di riavvicinamen-
to tra lurbanistica e larchitettura, e parallelamente di una osservazione della disciplina urba-
nistica come descrizione, racconto, metafora. Limpressione, per dirla molto grossolanamente,
era a volte che Secchi fosse impegnato a spaccare in quattro il capello della sintassi e della
semantica urbanistica, proprio nel periodo in cui le trasformazioni del territorio stavano avve-
nendo nel modo pi distruttivo e massiccio. Cos ora la comparsa di questo titolo drastico,
poco metaforico, pu meravigliare. Ma la tesi che apre questo testo, linsorgere di una nuova
questione urbana, incardinata su tre temi che oggi si pongono in modo nuovo lapprofon-
dirsi delle diseguaglianze, la mobilit e accessibilit della citt come fattore di democrazia,
il cambiamento climatico unidea sulla quale Secchi lavora gi da qualche tempo. Dei tre
libri di cui ci stiamo occupando, questo forse quello che nellimpostazione sembra pi fare
i conti con la rottura radicale posta dal disastro ambientale e dalla crisi del modello di svi-
luppo moderno: lo dimostrano la stessa messa in stretta connessione dei temi di disugua-
glianza urbana, cambiamento climatico, trasporti, e quindi consumi e energia, lo stesso rico-
noscimento del fatto di trovarci di fronte a una nuova questione urbana. Ma questa imposta-
zione non ha poi spazio per svilupparsi in modo adeguato e si vorrebbe che il libro fosse meno
stringato (anche perch la prima parte se ne va nella definizione di alcuni postulati un po
tanto astratti e ovvi, per esempio: seconda tesi: ogniqualvolta la struttura delleconomia e della
societ cambia, la questione urbana torna in primo piano).
Tanti spunti di estremo interesse, anche molto diversi tra loro, balenano in modo troppo
rapido e sbrigativo: le potenzialit offerte dalla crisi economica e urbana; la necessit di
politiche urbanistiche che non si affidino a opere grandi e spettacolari, ma che interven-
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per gran parte lautore medesimo, sballottato nella storia da uninfanzia e adolescenza nige-
riane e da una formazione militare che non si riconosce nella figura del padre e ancora
meno in quella della madre, egocentrici inadeguati, e va cercando le tracce della nonna
materna, non amata dalla madre, che sa esser vissuta nelle rovine della Berlino del 1945 la
madre nata proprio allora, probabile figlia di uno stupro dei sovietici, come era in quei
giorni tragicamente frequente. Finito negli Usa, e istruito, e con una posizione di giovane
intellettuale inter-etnico riconosciuta e apprezzata, perfetto cittadino odierno di quella
metropoli che accoglie e che mescola, egli cerca le tracce della nonna a Bruxelles, e anche l,
in unEuropa di nuovi europei, si confronta e discute con persone di altri paesi, obbligati a un
meticciato culturale dalle manifestazioni contorte e dagli esiti delicati. I dialoghi pi intensi
sono forse questi, con personaggi che vengono come lui da un altrove bens antiamerica-
no, che non vede gli Usa come lobiettivo di una felice integrazione.
un girovagare, quello di Julius, che interroga questo confuso e nuovo presente e lo esplo-
ra investiga ragiona per capire anzitutto se stesso, per trovare anzitutto una sua definizione
e una sua collocazione. Parla con chi incontra e con chi gli somiglia ma anche con persone
incontrate del tutto casualmente di libri di quadri di dischi di film, che sono a volte opere che
aderiscono nel meglio o nel superficiale alle sue domande, ma a volte li ricorda e li cita per
associazioni voraci, unacquisizione di voci che non appartengono alle sue immediate neces-
sit ma che, dal mondo dellarte, gli aprono altre prospettive e gli circoscrivono il gusto, gli
stimolano esplorazioni in territori pi alti, lontani dal contingente. Ma soprattutto parla senza
farne dottrina della sua condizione di uomo del nuovo secolo, di un secolo che si annun-
ciato col massacro delle Due Torri e che si impone con tutte le astuzie dei media e del mer-
cato, con una nuova economia e con nuovi poteri spesso speculari, i nuovi e nuovissimi, ai
vecchi e vecchissimi, perch il potere si somiglia ovunque, e il sistema statunitense, per esem-
pio, non infine diverso da quello dei fondamentalisti, dice a Julius un arabo di Bruxelles
del nuovo sincretismo culturale che ci travolge ed dei nuovi poteri che ci si impongono pi
o meno subdolamente, che parla Citt aperta, con un controllo invero straordinario di questo
modo di raccontare e di far romanzo, che subisce certamente linfluenza pi che dei grandi nar-
ratori americani ma allora, pi che ai De Lillo, Pynchon o Foster Wallace e lontanissimo in ogni
caso dalle piccole chiacchiere snob degli scrittori newyorkesi di oggi, a un modello nero
che Cole sembra forse rivolgersi, quello di Uomo invisibile di Ellison, come se al nero degli anni
cinquanta si sostituisca il meticcio di un nuovo secolo, insieme visibile e invisibile e ai
grandi scrittori che pensano e ragionano, come lamato Coetzee, spesso citato, o lamato
Said. Tra sociologia e romanzo, ma con unansia di capire e di sciogliere e di legare che non
esita a sporcarsi nel ragionamento sulle tragedie della storia contemporanea mettendosi
direttamente in gioco, quando, nel penultimo capitolo, Julius scopre un episodio censura-
to e dimenticato della sua giovinezza africana, e viene accusato, dalla ragazza di un amico,
nigeriana come lui e che ha conosciuto in quegli anni, di esserne stato lo stupratore Ed
forse, questo ambiguo racconto pre-finale, la constatazione, il monito che nella storia di
oggi i totalmente innocenti sono invero rari, e tutti abbiamo qualcosa da rimproverarci e su
cui dovremmo far luce, per affrontare le complessit del nuovo tempo.
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gano in modo diffuso per garantire porosit, permeabilit e accessibilit; lattenzione per alcu-
ni fattori che hanno messo in questione lurbanistica moderna e le sue promesse: limmi-
grazione che ha incrinato lomogeneit etnica e demografica europea, il filone della criti-
ca della vita quotidiana (Lefebvre, Heller, de Certeau) e i suoi attriti con la pianificazione e
il welfare, la rivolta delle banlieue, la retorica securitaria, eccetera. Sul tema delle disugua-
glianze nella citt, Secchi sembra limitarsi a prendere in considerazione, pi che la citt dei
poveri, le strategie che le politiche urbanistiche adottano per i poveri. La citt dei ricchi e
la citt dei poveri era esattamente il titolo italiano di un volume che raccoglieva le lezioni di
Colin Ward alla London School of Economics (1998, edizioni e/o), e viene voglia di compa-
rare i due testi, che per un certo verso sono complementari. strano che Secchi ignori del
tutto quel libro omonimo e con esso anche lapproccio dellirregolare urbanista libertario
inglese, che di questo tema indagava esattamente il lato opposto: la citt costruita dai
poveri per se stessi, non nelle favelas sudamericane, ma nelle citt e nelle campagne ingle-
si del XIX e XX secolo, tratteggiando una sorta di storia sociale nascosta dellurbanistica.
Teju Cole, il futuro meticcio di Goffredo Fofi
Teju Cole, lautore con Citt aperta (traduzione di Gioia Guerzoni, Einaudi), di uno dei libri pi intriganti
e utili che pu capitare di leggere oggi, e proprio oggi, un newyorkese di 38 anni, di padre nige-
riano e di madre tedesca, critico darte, intellettuale a tutto tondo perfettamente cosciente
dello stato della cultura nel nuovo secolo e, si direbbe, perfettamente inserito nelle linee e
nelle curve della storia contemporanea nonostante i tanti trabocchetti. Diciamo pi concisa-
mente, nella cosiddetta globalizzazione. Lo per motivi biografici, lo per sete di capire e
prima ancora, credo, di capirsi, di collocarsi, di vedersi da dentro e da fuori come abitante
tipico di questa novit. Si vive come cittadino del mondo, dunque, prima che africano o ame-
ricano o europeo, anche se deve pur pagare lo scotto di troppe vecchie radici, o di troppo
deboli nuove radici. La sua condizione , in definitiva, in nulla diversa da quella di milioni e
milioni di persone che vivono in un nuovo secolo, e dunque, sapendolo o meno, sentendolo o
ostinandoci nel rifiuto di sentirlo, anche di noi che, destinati a essere presto minoranza, siamo
tuttora abbarbicati a radici sempre pi fragili, e gi strappate del tutto o in parte nei nostri
figli e nipoti. Insomma: la globalizzazione una realt, ci dice Teju Cole, e il mondo pi che
mai uno nonostante le sue contorsioni, e il rifiuto di una parte degli abitanti del pianeta di
ammetterlo, causate dalle odiose imposizioni del potere a farcelo accettare. Una nuova era
si aperta gi da qualche decennio, detta post-moderno: e non una fantasia dei letterati o
dei filosofi, , ci piaccia o meno, una realt. Che produce un nuovo tipo di umanit e per fortuna,
ai margini dei flussi dellindustria culturale, un nuovo tipo di intellettuali.
Se i pi si lasciano trascinare dal nuovo, foglie al vento della storia che cambia, ci sono per
tra costoro anche quelli che le nuove contraddizioni le sperimentano sulla propria pelle,
costretti a farlo, e ci ragionano sopra, come fa appunto Cole in questo romanzo e/o saggio che
ci sembra una delle letture pi istruttive di questi tempi. Julius, il protagonista e narratore,
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per gran parte lautore medesimo, sballottato nella storia da uninfanzia e adolescenza nige-
riane e da una formazione militare che non si riconosce nella figura del padre e ancora
meno in quella della madre, egocentrici inadeguati, e va cercando le tracce della nonna
materna, non amata dalla madre, che sa esser vissuta nelle rovine della Berlino del 1945 la
madre nata proprio allora, probabile figlia di uno stupro dei sovietici, come era in quei
giorni tragicamente frequente. Finito negli Usa, e istruito, e con una posizione di giovane
intellettuale inter-etnico riconosciuta e apprezzata, perfetto cittadino odierno di quella
metropoli che accoglie e che mescola, egli cerca le tracce della nonna a Bruxelles, e anche l,
in unEuropa di nuovi europei, si confronta e discute con persone di altri paesi, obbligati a un
meticciato culturale dalle manifestazioni contorte e dagli esiti delicati. I dialoghi pi intensi
sono forse questi, con personaggi che vengono come lui da un altrove bens antiamerica-
no, che non vede gli Usa come lobiettivo di una felice integrazione.
un girovagare, quello di Julius, che interroga questo confuso e nuovo presente e lo esplo-
ra investiga ragiona per capire anzitutto se stesso, per trovare anzitutto una sua definizione
e una sua collocazione. Parla con chi incontra e con chi gli somiglia ma anche con persone
incontrate del tutto casualmente di libri di quadri di dischi di film, che sono a volte opere che
aderiscono nel meglio o nel superficiale alle sue domande, ma a volte li ricorda e li cita per
associazioni voraci, unacquisizione di voci che non appartengono alle sue immediate neces-
sit ma che, dal mondo dellarte, gli aprono altre prospettive e gli circoscrivono il gusto, gli
stimolano esplorazioni in territori pi alti, lontani dal contingente. Ma soprattutto parla senza
farne dottrina della sua condizione di uomo del nuovo secolo, di un secolo che si annun-
ciato col massacro delle Due Torri e che si impone con tutte le astuzie dei media e del mer-
cato, con una nuova economia e con nuovi poteri spesso speculari, i nuovi e nuovissimi, ai
vecchi e vecchissimi, perch il potere si somiglia ovunque, e il sistema statunitense, per esem-
pio, non infine diverso da quello dei fondamentalisti, dice a Julius un arabo di Bruxelles
del nuovo sincretismo culturale che ci travolge ed dei nuovi poteri che ci si impongono pi
o meno subdolamente, che parla Citt aperta, con un controllo invero straordinario di questo
modo di raccontare e di far romanzo, che subisce certamente linfluenza pi che dei grandi nar-
ratori americani ma allora, pi che ai De Lillo, Pynchon o Foster Wallace e lontanissimo in ogni
caso dalle piccole chiacchiere snob degli scrittori newyorkesi di oggi, a un modello nero
che Cole sembra forse rivolgersi, quello di Uomo invisibile di Ellison, come se al nero degli anni
cinquanta si sostituisca il meticcio di un nuovo secolo, insieme visibile e invisibile e ai
grandi scrittori che pensano e ragionano, come lamato Coetzee, spesso citato, o lamato
Said. Tra sociologia e romanzo, ma con unansia di capire e di sciogliere e di legare che non
esita a sporcarsi nel ragionamento sulle tragedie della storia contemporanea mettendosi
direttamente in gioco, quando, nel penultimo capitolo, Julius scopre un episodio censura-
to e dimenticato della sua giovinezza africana, e viene accusato, dalla ragazza di un amico,
nigeriana come lui e che ha conosciuto in quegli anni, di esserne stato lo stupratore Ed
forse, questo ambiguo racconto pre-finale, la constatazione, il monito che nella storia di
oggi i totalmente innocenti sono invero rari, e tutti abbiamo qualcosa da rimproverarci e su
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ni fattori che hanno messo in questione lurbanistica moderna e le sue promesse: limmi-
grazione che ha incrinato lomogeneit etnica e demografica europea, il filone della criti-
ca della vita quotidiana (Lefebvre, Heller, de Certeau) e i suoi attriti con la pianificazione e
il welfare, la rivolta delle banlieue, la retorica securitaria, eccetera. Sul tema delle disugua-
glianze nella citt, Secchi sembra limitarsi a prendere in considerazione, pi che la citt dei
poveri, le strategie che le politiche urbanistiche adottano per i poveri. La citt dei ricchi e
la citt dei poveri era esattamente il titolo italiano di un volume che raccoglieva le lezioni di
Colin Ward alla London School of Economics (1998, edizioni e/o), e viene voglia di compa-
rare i due testi, che per un certo verso sono complementari. strano che Secchi ignori del
tutto quel libro omonimo e con esso anche lapproccio dellirregolare urbanista libertario
inglese, che di questo tema indagava esattamente il lato opposto: la citt costruita dai
poveri per se stessi, non nelle favelas sudamericane, ma nelle citt e nelle campagne ingle-
si del XIX e XX secolo, tratteggiando una sorta di storia sociale nascosta dellurbanistica.
Teju Cole, il futuro meticcio di Goffredo Fofi
Teju Cole, lautore con Citt aperta (traduzione di Gioia Guerzoni, Einaudi), di uno dei libri pi intriganti
e utili che pu capitare di leggere oggi, e proprio oggi, un newyorkese di 38 anni, di padre nige-
riano e di madre tedesca, critico darte, intellettuale a tutto tondo perfettamente cosciente
dello stato della cultura nel nuovo secolo e, si direbbe, perfettamente inserito nelle linee e
nelle curve della storia contemporanea nonostante i tanti trabocchetti. Diciamo pi concisa-
mente, nella cosiddetta globalizzazione. Lo per motivi biografici, lo per sete di capire e
prima ancora, credo, di capirsi, di collocarsi, di vedersi da dentro e da fuori come abitante
tipico di questa novit. Si vive come cittadino del mondo, dunque, prima che africano o ame-
ricano o europeo, anche se deve pur pagare lo scotto di troppe vecchie radici, o di troppo
deboli nuove radici. La sua condizione , in definitiva, in nulla diversa da quella di milioni e
milioni di persone che vivono in un nuovo secolo, e dunque, sapendolo o meno, sentendolo o
ostinandoci nel rifiuto di sentirlo, anche di noi che, destinati a essere presto minoranza, siamo
tuttora abbarbicati a radici sempre pi fragili, e gi strappate del tutto o in parte nei nostri
figli e nipoti. Insomma: la globalizzazione una realt, ci dice Teju Cole, e il mondo pi che
mai uno nonostante le sue contorsioni, e il rifiuto di una parte degli abitanti del pianeta di
ammetterlo, causate dalle odiose imposizioni del potere a farcelo accettare. Una nuova era
si aperta gi da qualche decennio, detta post-moderno: e non una fantasia dei letterati o
dei filosofi, , ci piaccia o meno, una realt. Che produce un nuovo tipo di umanit e per fortuna,
ai margini dei flussi dellindustria culturale, un nuovo tipo di intellettuali.
Se i pi si lasciano trascinare dal nuovo, foglie al vento della storia che cambia, ci sono per
tra costoro anche quelli che le nuove contraddizioni le sperimentano sulla propria pelle,
costretti a farlo, e ci ragionano sopra, come fa appunto Cole in questo romanzo e/o saggio che
ci sembra una delle letture pi istruttive di questi tempi. Julius, il protagonista e narratore,
Arno Camenisch racconta linfanzia di Sara Honegger
Raccontare linfanzia una delle grandi sfide della letteratura, della parola umana. Difficile vin-
cerla. E tuttavia, per approssimazione, per controfigura, taluni riescono ad avvicinarvisi, a
coglierne lindicibilit. C chi lha raccontata soprattutto come tempo: un tempo aureo,
sorgivo, una sorta di mondo intatto, dove il dolore si incunea talvolta come un ago. Cos
era Let delloro di Grahama Kenneth Grahame (Adelphi) che, si dice, fosse sul comodino
di ogni signore inglese. Cos stato il Peter Pan nei giardini di Kensington di J. M. Barrie,
pubblicato una prima volta in Italia allinizio del secolo scorso. Ma per altri linfanzia
soprattutto un luogo. Un luogo da scoprire spostando pietre e talvolta macerie; un luogo dove
sedersi e ascoltare; cos reale, cos duro, da risultare a tratti accecante. linfanzia dei
gemelli di Agota Kristof (in Il grande Quaderno, primo volume della Trilogia di K, Einaudi);
ed linfanzia della voce narrante di Dietro la stazione di Arno Camenisch (Keller), secondo
approdo di una trilogia che il giovane scrittore svizzero dedica al mondo chiuso fra le mon-
tagne dei Grigioni. Un romanzo di formazione, ma anche un taccuino, una collezione di
frammenti che nel loro susseguirsi raccontano la naturalezza e la complessit di un picco-
lo villaggio svizzero caratterizzato da impasti storici e linguistici che Camenisch restituisce
forgiando una lingua sua propria, unica e al contempo universale, dove modernit e arcai-
cit si fondono e si scontrano continuamente. Merito di Roberta Gado, la traduttrice, aver-
la resa senza che ne venissero perdute precisione e plasmaticit: larticolo davanti ai nomi
propri, il romancio e il tedesco imbastardito, le parole scritte secondo fonetica (ochei sul
ghiaccio, fular, restorant...). Tutto ha un nome, nel luogo dinfanzia raccontato da Camenisch:
e sono i nomi a contare, a dar senso alle cose. I nomi destinati a restare quando tutto,
anche il paese, scompare.
Analoghe erano la struttura e la materia nel suo primo libro, Sez Ner (Casagrande 2010). Ma
se qui sono come istantanee poste una accanto allaltra a raccontare un mondo, in Dietro
la stazione si aggiunge un punto di vista forte, uno sguardo che seleziona pi arditamente e
con convinzione: lo sguardo di un bambino. Alle sue spalle il narratore non esiste pi.
Camenisch si annullato, svuotato, ha fatto posto al suo personaggio in modo cos totale
fino a escludersi dal testo, riuscendo cos a restituire un luogo e un tempo scomparso e al con-
tempo realissimo e concreto: linfanzia, appunto, vissuta in un paesino di poco pi di quaranta
anime (di pi, se contiamo gatti, cani e cervi), eppure di tutti. Sostiene la sensazione di uni-
versalit luso (in entrambi i libri) del tempo presente. Del resto, se non ci fossero indicato-
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Romanzo e saggio, e pi saggio che romanzo in una commistione mai gratuita ed esibita,
con una misura e una scrittura elaborata e controllata, frutto di una fatica che d per un
risultato davvero importante e delimita uno stile, Citt aperta di Teju Cole dovrebbe essere
anche da questo punto di vista un modello per chi voglia, in Italia, rifuggire dalla facilone-
ria e superficialit che opprime 90 romanzi su 100, 90 saggi accademici su 100 e la quasi
totalit dei libri dei giornalisti.
Arno Camenisch racconta linfanzia di Sara Honegger
Raccontare linfanzia una delle grandi sfide della letteratura, della parola umana. Difficile vin-
cerla. E tuttavia, per approssimazione, per controfigura, taluni riescono ad avvicinarvisi, a
coglierne lindicibilit. C chi lha raccontata soprattutto come tempo: un tempo aureo,
sorgivo, una sorta di mondo intatto, dove il dolore si incunea talvolta come un ago. Cos
era Let delloro di Grahama Kenneth Grahame (Adelphi) che, si dice, fosse sul comodino
di ogni signore inglese. Cos stato il Peter Pan nei giardini di Kensington di J. M. Barrie,
pubblicato una prima volta in Italia allinizio del secolo scorso. Ma per altri linfanzia
soprattutto un luogo. Un luogo da scoprire spostando pietre e talvolta macerie; un luogo dove
sedersi e ascoltare; cos reale, cos duro, da risultare a tratti accecante. linfanzia dei
gemelli di Agota Kristof (in Il grande Quaderno, primo volume della Trilogia di K, Einaudi);
ed linfanzia della voce narrante di Dietro la stazione di Arno Camenisch (Keller), secondo
approdo di una trilogia che il giovane scrittore svizzero dedica al mondo chiuso fra le mon-
tagne dei Grigioni. Un romanzo di formazione, ma anche un taccuino, una collezione di
frammenti che nel loro susseguirsi raccontano la naturalezza e la complessit di un picco-
lo villaggio svizzero caratterizzato da impasti storici e linguistici che Camenisch restituisce
forgiando una lingua sua propria, unica e al contempo universale, dove modernit e arcai-
cit si fondono e si scontrano continuamente. Merito di Roberta Gado, la traduttrice, aver-
la resa senza che ne venissero perdute precisione e plasmaticit: larticolo davanti ai nomi
propri, il romancio e il tedesco imbastardito, le parole scritte secondo fonetica (ochei sul
ghiaccio, fular, restorant...). Tutto ha un nome, nel luogo dinfanzia raccontato da Camenisch:
e sono i nomi a contare, a dar senso alle cose. I nomi destinati a restare quando tutto,
anche il paese, scompare.
Analoghe erano la struttura e la materia nel suo primo libro, Sez Ner (Casagrande 2010). Ma
se qui sono come istantanee poste una accanto allaltra a raccontare un mondo, in Dietro
la stazione si aggiunge un punto di vista forte, uno sguardo che seleziona pi arditamente e
con convinzione: lo sguardo di un bambino. Alle sue spalle il narratore non esiste pi.
Camenisch si annullato, svuotato, ha fatto posto al suo personaggio in modo cos totale
fino a escludersi dal testo, riuscendo cos a restituire un luogo e un tempo scomparso e al con-
tempo realissimo e concreto: linfanzia, appunto, vissuta in un paesino di poco pi di quaranta
anime (di pi, se contiamo gatti, cani e cervi), eppure di tutti. Sostiene la sensazione di uni-
versalit luso (in entrambi i libri) del tempo presente. Del resto, se non ci fossero indicato-
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Romanzo e saggio, e pi saggio che romanzo in una commistione mai gratuita ed esibita,
con una misura e una scrittura elaborata e controllata, frutto di una fatica che d per un
risultato davvero importante e delimita uno stile, Citt aperta di Teju Cole dovrebbe essere
anche da questo punto di vista un modello per chi voglia, in Italia, rifuggire dalla facilone-
ria e superficialit che opprime 90 romanzi su 100, 90 saggi accademici su 100 e la quasi
totalit dei libri dei giornalisti.
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Manuele Fior, utopia e malinconia di Alessio Trabacchini
A pensare il futuro, e a disegnarlo, ci vuole sempre coraggio. Nel nostro tempo, poi, bisogna anche
essere pronti a fare fronte a diverse tentazioni, trappole e almeno un paradosso. Se il pre-
cedente e premiato libro di Manuele Fior, 5000 chilometri al secondo, raccontava lo stal-
lo, frustrante, dei sentimenti, allora Lintervista (Coconino Press Fandango, 2013) potreb-
be esserne lo sviluppo e la reazione: uno slancio in avanti, un piccolo volo e limmagine di
un avvenire possibile. un racconto di fantascienza intima e sociale, di utopia e telepatia,
situato in una zona ambigua tra lironia e la commozione che non facile delimitare. E dove
5000 chilometri affidava la sua immediata seduzione alluso lirico ed emotivo del colore,
stavolta Fior crea un bianco e nero contorni sottili e carboncino a riempire nuovo e din-
credibile ricchezza espressiva. un disegno efficace per la sensualit della pelle come per
la consistenza degli abiti e degli oggetti, che tuttavia avvolge tutto di una patina di malin-
conia, una distanza. Come negli Untitled film stills di Cindy Sherman (influenza citata), la
vita viene lasciata filtrare attraverso limmagine artefatta e stratificata, nelle espressioni, nei
gesti, nella fisicit del segno. Sintesi grafica ed effetto fotorealistico sono perfettamente
armonizzati, ma la qualit principale della gamma di grigi, che si modula tra il nero e il bian-
co assoluti, la sensibilit alla luce: unatmosfera di quasi-notte e di quasi-giorno, la luce
incerta del cambiamento graduale. Perch in Lintervista si racconta di esseri umani e di
una societ che stanno cambiando.
C il Friuli del 2048, una realt simile alla nostra, anche se le macchine solo teleguidate e
non esistono pi le matite. Dettaglio ironico, considerato come stato realizzato questo
libro, oppure sintomo di uninquietudine pi ambigua. Il 2048 non troppo bello n troppo
brutto, c stanchezza, disillusione. Raniero uno psichiatra cinquantenne, il suo matri-
monio in crisi, Dora la sua paziente ventunenne, internata dai genitori, esile e carisma-
tica con i grandi occhi aperti sul futuro. Fa parte di un movimento chiamato Nuova
Convenzione che predica e pratica il superamento del principio di esclusivit emotiva e
sessuale, unarticolazione strutturata dellamore libero. Ed ecco che Lintervista incontra
il principale paradosso della narrativa di anticipazione contemporanea: immaginare il futu-
ro diventa inesorabilmente immaginare le epoche in cui simmaginava il futuro. Lutopia
della Convenzione, in questo caso, assume le forme di un mito del passato, che Fior richia-
ma nei gesti dei personaggi e nelle situazioni, nei geometrismi anni sessanta dei vestiti,
ro. Lalbero non ha foglie. un albero grande, come il ciliegio del nostro giardino. Ai rami
dellalbero pendono strisce di carta stagnola. Sono attaccate a un filo. Sono otto, le strisce
appese allalbero. Si muovono al vento e fanno un leggero rumore metallico. Abbagliano,
quando uno le guarda e il sole le colpisce. In quel momento la striscia non si vede pi, si
vede solo la luce. Ecco, questa la luce dellinfanzia che Camenisch riuscito a restituire.
E a questo punto, di come fossero veramente quelle stagnole ci importa anche poco. Abbiamo
tutto quel che ci serve.
ri come la televisione, la seggiovia, lospedale con la flebo, potremmo essere negli anni cin-
quanta, forse ancora prima. La modernit arriva a gocce, nel mondo romancio dei Grigioni, e
la comunit pare essere in grado di piegarla al proprio volere, forse anche facendosene beffa.
Leducazione semplice: pochi principi, due sberle quando serve, libert quasi infinita per
tutto il resto. Atemporali sono le relazioni: fra genitori e figli, fra nonni e nipoti, fra i ragazzini
e gli adulti del villaggio, indifferenti allomologazione dei corpi, delle parole, dei mestieri,
qui ancora concretissimi, ancorati alle loro abitudini, ai loro attrezzi, a quel modo brusco di
parlarsi che sottende il rispetto e la prudenza, sempre necessaria: il Giacasep con il suo
negozio di ferramenta; la Fraurorer che mette i cerotti; il chiosco della Mena, Alexi il cuafer,
il restorant Helvezia della zia, Pieder il capobanda, la cui tromba accompagna linterramen-
to dei morti, il Tini Biott che mostra il pisello ai bambini... Nessuno invisibile; nessuno
uguale. Perfino i difetti fisici le sette dita e mezzo del tat, il nonno sono essenziali alla
sopravvivenza di un mondo.
Una foto su Internet mostra Camenisch seduto sul ramo di un albero: spettinato, lo sguardo
fra il sorpreso e il corrucciato rivolto alla macchina fotografica, un libro in mano. la foto di
un ragazzo di questi tempi (ci piace immaginarlo su uno snowboard, a rotta di collo verso
la valle), che ha il mondo per orizzonte; ma anche la foto di un ragazzo che si cercato un
luogo fuori dal tempo, solitario e anche un po impervio. E l, penna e carta alla mano, scrive.
Forse non andata cos. Probabilmente anche Camenisch usa tastiere silenziose, come pres-
soch tutti oggi. Ma nella sua scrittura ci sono un villaggio e la lentezza della mano, della
parola scovata, pulita dallinutile. Pochissimi aggettivi, pressoch inesistenti gli avverbi,
scabra e lineare la sintassi. cos che pensa un bambino? Impossibile saperlo. Eppure, leg-
gendo, si ha la sensazione che s, possa essere davvero cos.
Scrive il maestro elementare Franco Lorenzoni (Una verit non sicura, per, Cenci Casa-
laboratorio e Serigrafia Else, 2013) a proposito della cultura infantile: Tra le sue caratte-
ristiche c lo scambiare il dettaglio per il tutto, il credere allincredibile, il non soggiacere
al principio di non contraddizione e, soprattutto, il sentirsi sconfinati... e sconfinanti, per-
ch bambini e bambine hanno un modo di rapportarsi ai confini molto diverso dal nostro.
I confini tra interno ed esterno, tra ci che vivo e ci che non vivo, tra il percepire e
limmaginare non conoscono frontiere armate e passaporti, come per noi adulti. questo
il bambino che ritroviamo nel romanzo di Camenisch, dove un nitore quasi duro di sguar-
do si coniuga brillantemente con la sbalordita tenerezza di chi incontra per la prima volta
la nudit di una nonna, lincomprensibilit muta della morte, lattrazione nascente per il
sesso opposto, ma anche lo scanzonato girovagare per il paese a graffiare le portiere delle
automobili della polizia o a gettarsi da una pista di sci mentre il padre ti urla di far almeno
qualche curva. Infanzie incredibili, nel mondo che conosciamo noi, di cui si diventa quasi
invidiosi.
Amore e morte sono ci che ci scaraventa fuori dallinfanzia. Di quel luogo e di quel tempo i
pi trattengono solo una forte nostalgia. Ma alcuni, pi fortunati, la concentrazione del pre-
sente, la capacit di essere dentro le cose, di non lasciarsi distrarre dallattesa del futuro e dal
rimpianto del passato. Racconta verso la fine Camenisch: Davanti alla finestra c un albe-
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Manuele Fior, utopia e malinconia di Alessio Trabacchini
A pensare il futuro, e a disegnarlo, ci vuole sempre coraggio. Nel nostro tempo, poi, bisogna anche
essere pronti a fare fronte a diverse tentazioni, trappole e almeno un paradosso. Se il pre-
cedente e premiato libro di Manuele Fior, 5000 chilometri al secondo, raccontava lo stal-
lo, frustrante, dei sentimenti, allora Lintervista (Coconino Press Fandango, 2013) potreb-
be esserne lo sviluppo e la reazione: uno slancio in avanti, un piccolo volo e limmagine di
un avvenire possibile. un racconto di fantascienza intima e sociale, di utopia e telepatia,
situato in una zona ambigua tra lironia e la commozione che non facile delimitare. E dove
5000 chilometri affidava la sua immediata seduzione alluso lirico ed emotivo del colore,
stavolta Fior crea un bianco e nero contorni sottili e carboncino a riempire nuovo e din-
credibile ricchezza espressiva. un disegno efficace per la sensualit della pelle come per
la consistenza degli abiti e degli oggetti, che tuttavia avvolge tutto di una patina di malin-
conia, una distanza. Come negli Untitled film stills di Cindy Sherman (influenza citata), la
vita viene lasciata filtrare attraverso limmagine artefatta e stratificata, nelle espressioni, nei
gesti, nella fisicit del segno. Sintesi grafica ed effetto fotorealistico sono perfettamente
armonizzati, ma la qualit principale della gamma di grigi, che si modula tra il nero e il bian-
co assoluti, la sensibilit alla luce: unatmosfera di quasi-notte e di quasi-giorno, la luce
incerta del cambiamento graduale. Perch in Lintervista si racconta di esseri umani e di
una societ che stanno cambiando.
C il Friuli del 2048, una realt simile alla nostra, anche se le macchine solo teleguidate e
non esistono pi le matite. Dettaglio ironico, considerato come stato realizzato questo
libro, oppure sintomo di uninquietudine pi ambigua. Il 2048 non troppo bello n troppo
brutto, c stanchezza, disillusione. Raniero uno psichiatra cinquantenne, il suo matri-
monio in crisi, Dora la sua paziente ventunenne, internata dai genitori, esile e carisma-
tica con i grandi occhi aperti sul futuro. Fa parte di un movimento chiamato Nuova
Convenzione che predica e pratica il superamento del principio di esclusivit emotiva e
sessuale, unarticolazione strutturata dellamore libero. Ed ecco che Lintervista incontra
il principale paradosso della narrativa di anticipazione contemporanea: immaginare il futu-
ro diventa inesorabilmente immaginare le epoche in cui simmaginava il futuro. Lutopia
della Convenzione, in questo caso, assume le forme di un mito del passato, che Fior richia-
ma nei gesti dei personaggi e nelle situazioni, nei geometrismi anni sessanta dei vestiti,
ro. Lalbero non ha foglie. un albero grande, come il ciliegio del nostro giardino. Ai rami
dellalbero pendono strisce di carta stagnola. Sono attaccate a un filo. Sono otto, le strisce
appese allalbero. Si muovono al vento e fanno un leggero rumore metallico. Abbagliano,
quando uno le guarda e il sole le colpisce. In quel momento la striscia non si vede pi, si
vede solo la luce. Ecco, questa la luce dellinfanzia che Camenisch riuscito a restituire.
E a questo punto, di come fossero veramente quelle stagnole ci importa anche poco. Abbiamo
tutto quel che ci serve.
ri come la televisione, la seggiovia, lospedale con la flebo, potremmo essere negli anni cin-
quanta, forse ancora prima. La modernit arriva a gocce, nel mondo romancio dei Grigioni, e
la comunit pare essere in grado di piegarla al proprio volere, forse anche facendosene beffa.
Leducazione semplice: pochi principi, due sberle quando serve, libert quasi infinita per
tutto il resto. Atemporali sono le relazioni: fra genitori e figli, fra nonni e nipoti, fra i ragazzini
e gli adulti del villaggio, indifferenti allomologazione dei corpi, delle parole, dei mestieri,
qui ancora concretissimi, ancorati alle loro abitudini, ai loro attrezzi, a quel modo brusco di
parlarsi che sottende il rispetto e la prudenza, sempre necessaria: il Giacasep con il suo
negozio di ferramenta; la Fraurorer che mette i cerotti; il chiosco della Mena, Alexi il cuafer,
il restorant Helvezia della zia, Pieder il capobanda, la cui tromba accompagna linterramen-
to dei morti, il Tini Biott che mostra il pisello ai bambini... Nessuno invisibile; nessuno
uguale. Perfino i difetti fisici le sette dita e mezzo del tat, il nonno sono essenziali alla
sopravvivenza di un mondo.
Una foto su Internet mostra Camenisch seduto sul ramo di un albero: spettinato, lo sguardo
fra il sorpreso e il corrucciato rivolto alla macchina fotografica, un libro in mano. la foto di
un ragazzo di questi tempi (ci piace immaginarlo su uno snowboard, a rotta di collo verso
la valle), che ha il mondo per orizzonte; ma anche la foto di un ragazzo che si cercato un
luogo fuori dal tempo, solitario e anche un po impervio. E l, penna e carta alla mano, scrive.
Forse non andata cos. Probabilmente anche Camenisch usa tastiere silenziose, come pres-
soch tutti oggi. Ma nella sua scrittura ci sono un villaggio e la lentezza della mano, della
parola scovata, pulita dallinutile. Pochissimi aggettivi, pressoch inesistenti gli avverbi,
scabra e lineare la sintassi. cos che pensa un bambino? Impossibile saperlo. Eppure, leg-
gendo, si ha la sensazione che s, possa essere davvero cos.
Scrive il maestro elementare Franco Lorenzoni (Una verit non sicura, per, Cenci Casa-
laboratorio e Serigrafia Else, 2013) a proposito della cultura infantile: Tra le sue caratte-
ristiche c lo scambiare il dettaglio per il tutto, il credere allincredibile, il non soggiacere
al principio di non contraddizione e, soprattutto, il sentirsi sconfinati... e sconfinanti, per-
ch bambini e bambine hanno un modo di rapportarsi ai confini molto diverso dal nostro.
I confini tra interno ed esterno, tra ci che vivo e ci che non vivo, tra il percepire e
limmaginare non conoscono frontiere armate e passaporti, come per noi adulti. questo
il bambino che ritroviamo nel romanzo di Camenisch, dove un nitore quasi duro di sguar-
do si coniuga brillantemente con la sbalordita tenerezza di chi incontra per la prima volta
la nudit di una nonna, lincomprensibilit muta della morte, lattrazione nascente per il
sesso opposto, ma anche lo scanzonato girovagare per il paese a graffiare le portiere delle
automobili della polizia o a gettarsi da una pista di sci mentre il padre ti urla di far almeno
qualche curva. Infanzie incredibili, nel mondo che conosciamo noi, di cui si diventa quasi
invidiosi.
Amore e morte sono ci che ci scaraventa fuori dallinfanzia. Di quel luogo e di quel tempo i
pi trattengono solo una forte nostalgia. Ma alcuni, pi fortunati, la concentrazione del pre-
sente, la capacit di essere dentro le cose, di non lasciarsi distrarre dallattesa del futuro e dal
rimpianto del passato. Racconta verso la fine Camenisch: Davanti alla finestra c un albe-
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Perch Dan Brown finora ha vinto di Alessandro Zaccuri
Ha vinto lui, almeno per il momento. Non per i milioni di copie vendute, non perch Inferno banalizzi
lopera di Dante Alighieri come se non pi di quanto Angeli e Demoni e Il Codice Da Vinci
abbiano messo in parodia la storia della Chiesa. Il successo di Dan Brown non un problema
del Vaticano, n di Firenze. un problema dei lettori, ed un problema della letteratura. Per
rendersene conto basta osservare le foto con cui Dan Brown pubblicizza il proprio status di
scrittore. Queste immagini hanno due caratteristiche degne di nota: idealizzano, traducen-
dola in brand, lidea stessa di romanziere e nel contempo sono indistinguibili dallorigina-
le. Dal vivo Dan Brown veste esattamente come nelle fotografie diffuse dallufficio stampa.
come se avesse paura di non essere altrimenti riconosciuto. In questione non la sua per-
sona, ma lidea di scrittore che si trova a manifestare. Labbigliamento ispirato allinse-
gnante che Dan Brown sostiene di essere stato e, coerentemente, alleroe dei suoi romanzi,
il professor Robert Langdon, al quale attribuita lintimidatoria qualifica di iconografo (sii
clemente, spirito augusto di Aby Warburg). La divisa prevede una giacca di tweed, una maglia
dolcevita o, in alternativa, una camicia sbottonata sul collo. In materia di pantaloni c mag-
gior elasticit, considerato che restano spesso fuori dallinquadratura. Anche il tweed trat-
tabile, la camicia eventuale, il dolcevita quasi di rigore. Dan Brown lo porta in ogni stagio-
ne, a qualsiasi latitudine. Il dolcevita , con ogni evidenza, un capo da scrittore. Prima di
entrare nel guardaroba di Dan Brown stato uno degli indumenti prediletti di Samuel Beckett,
che per il marketing non avr avuto questo gran fiuto, per di letteratura se ne intendeva.
Anche Dan Brown convinto di intendersene e questo , per lappunto, un problema per la
letteratura cos come oggi viene considerata e consumata. Che un romanzo sia anzitutto un
prodotto di consumo , per il lettore di Dan Brown, un assioma indiscutibile, generosamen-
te avallato dallautore. Il meccanismo irrinunciabile quello del page turning: non importa
quale sia la mole del libro, limportante che fra tante centinaia di pagine neppure una lasci
spazio alla noia. Limportante che ci sia sempre un colpo di scena. Ora, in altre circostanze
sarebbe abbastanza chiaro che invocare un simile stato di eccitazione permanente equiva-
le a impedire il prodursi di uneccitazione autentica. Affermare, come Dan Brown afferma,
che un buon romanzo la vita, ma senza le parti noiose, significa disprezzare in un colpo
solo i romanzi, la vita e la noia stessa. Questultima , a ben vedere, la vittima pi conside-
revole della strage intellettuale perpetrata da Dan Brown. Con la loro patina di erudizione
posticcia, i suoi libri vorrebbero alludere a una frequentazione assidua di archivi e bibliote-
che, luoghi abitati dalla noia come da un rumore di fondo, impercettibile quanto insoppri-
mibile. Nessun ricercatore se la spassa mentre collaziona un manoscritto. Ma proprio la
lotta costante contro la distrazione a mantenere desta la capacit critica. Senza noia non
esiste conoscenza: quello che il Serpente sapeva e che Eva ignorava (questa in effetti
una tautologia e la tautologia , a sua volta, una sapienza travestita da ovviet; le pseudo-
rivelazioni di cui i romanzi di Dan Brown abbondano sono ovviet travestite da sapienza).
In termini generali, leliminazione di quella che viene rubricata come noia lelemento cen-
trale di ogni rappresentazione pornografica. Limitare il concetto di pornografia alla sola sfera
nei riferimenti architettonici nelle fonti dispirazione: Ballard e Antonioni, per esempio,
questultimo non soltanto per ragioni di composizione visiva. Ma Dora non crede soltanto
nella Convenzione, ha visto i triangoli nel cielo notturno, gli extraterrestri che, afferma, la stan-
no dotando di poteri telepatici. E quei triangoli luminosi, alieni kandinskiani e muti, li ha
visti anche il riluttante Raniero. Da questo punto in poi i due sono legati, e Lintervista
diventa una storia damore, un confronto generazionale e un dibattito etico, mentre gli
avvistamenti sintensificano fino al giorno in cui tutti potranno vedere. Levidenza, un fattore
esterno, allora simpone e impone il cambiamento.
Ma qual il messaggio degli extraterrestri? Un messaggio vuoto, tautologico, un puro
significante: quello di esistere. O forse un messaggio non decifrato, che rimane oscuro e
nondimeno attiva un processo di cambiamento. Oppure un messaggio non decifrabile
vale a dire non suscettibile a tradursi in linguaggio che nondimeno raggiunge il suo obiet-
tivo, provoca reazioni emotive inaspettate, cambia chi lo riceve. E questa pu essere la
descrizione tanto di un fenomeno cosmico quanto dellamore, nella sua accezione ristretta
come in quella generale. Al suo primo avvistamento, ferito tra le lamiere della sua vecchia
auto, Raniero ride.
Scoppi di risa e di pianto saranno reazioni comuni di fronte agli agenti della trasformazione.
E sebbene il binomio malinconia/euforia possa sembrare una coppia antinomica ancora
postmoderna, qui c in gioco qualcosa di diverso e di urgente. Di incerto, anche, e la nar-
razione, pi vulnerabile del disegno, procede avvolgendosi su questa incertezza.
Lutopia della Convenzione si realizza grazie alla diffusione dei poteri telepatici seguita agli
avvistamenti: errori di giovent che non avrebbero avuto alcun seguito, se non fosse suc-
cesso quello che successo. Lo slancio ottimistico fino al volo, la leggerezza dei corpi
si ferma sullorlo di unironia amara che potrebbe riportare su tutto il peso esistenziale
del quotidiano. La telepatia che potrebbe salvare il mondo anche, in sostanza, una dichia-
razione di sfiducia nelle parole, che producono incomprensione, e lelevazione di un mito di
trasparenza. La comunicazione mentale opera lo scambio di visione e di esperienza che
dovrebbe portare a una comprensione reciproca compiuta.
Nellintervista che sigilla il libro, collocata anni dopo gli eventi del 2048, una Dora vec-
chissima e serena trasmette telepaticamente alcune immagini della sua vita e le com-
menta di fronte a un platea di giovani. Vediamo che le immagini non sono solo della sua
vita, ma anche di quella di Raniero, cose che lei non ha potuto vedere e che solo con il
tempo ha accettato. Lultimo oggetto che vediamo, prima che lintervista a Dora sinter-
rompa per una pausa e il libro finisca, il compasso di Raniero che la protagonista tiene
tra le mani.
Uno strumento desueto, ormai inutile, con il quale per di pi ci si pu far male, e che non-
dimeno in grado di tracciare forme perfette. Unultima ambiguit che chiude unopera
complessa, la soglia di qualcosa che rimane vago utopia ironica o utopia malinconica,
critica e consolazione la manifestazione di una bellezza plateale che tuttavia continua sot-
tilmente a interrogarsi su se stessa.
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Perch Dan Brown finora ha vinto di Alessandro Zaccuri
Ha vinto lui, almeno per il momento. Non per i milioni di copie vendute, non perch Inferno banalizzi
lopera di Dante Alighieri come se non pi di quanto Angeli e Demoni e Il Codice Da Vinci
abbiano messo in parodia la storia della Chiesa. Il successo di Dan Brown non un problema
del Vaticano, n di Firenze. un problema dei lettori, ed un problema della letteratura. Per
rendersene conto basta osservare le foto con cui Dan Brown pubblicizza il proprio status di
scrittore. Queste immagini hanno due caratteristiche degne di nota: idealizzano, traducen-
dola in brand, lidea stessa di romanziere e nel contempo sono indistinguibili dallorigina-
le. Dal vivo Dan Brown veste esattamente come nelle fotografie diffuse dallufficio stampa.
come se avesse paura di non essere altrimenti riconosciuto. In questione non la sua per-
sona, ma lidea di scrittore che si trova a manifestare. Labbigliamento ispirato allinse-
gnante che Dan Brown sostiene di essere stato e, coerentemente, alleroe dei suoi romanzi,
il professor Robert Langdon, al quale attribuita lintimidatoria qualifica di iconografo (sii
clemente, spirito augusto di Aby Warburg). La divisa prevede una giacca di tweed, una maglia
dolcevita o, in alternativa, una camicia sbottonata sul collo. In materia di pantaloni c mag-
gior elasticit, considerato che restano spesso fuori dallinquadratura. Anche il tweed trat-
tabile, la camicia eventuale, il dolcevita quasi di rigore. Dan Brown lo porta in ogni stagio-
ne, a qualsiasi latitudine. Il dolcevita , con ogni evidenza, un capo da scrittore. Prima di
entrare nel guardaroba di Dan Brown stato uno degli indumenti prediletti di Samuel Beckett,
che per il marketing non avr avuto questo gran fiuto, per di letteratura se ne intendeva.
Anche Dan Brown convinto di intendersene e questo , per lappunto, un problema per la
letteratura cos come oggi viene considerata e consumata. Che un romanzo sia anzitutto un
prodotto di consumo , per il lettore di Dan Brown, un assioma indiscutibile, generosamen-
te avallato dallautore. Il meccanismo irrinunciabile quello del page turning: non importa
quale sia la mole del libro, limportante che fra tante centinaia di pagine neppure una lasci
spazio alla noia. Limportante che ci sia sempre un colpo di scena. Ora, in altre circostanze
sarebbe abbastanza chiaro che invocare un simile stato di eccitazione permanente equiva-
le a impedire il prodursi di uneccitazione autentica. Affermare, come Dan Brown afferma,
che un buon romanzo la vita, ma senza le parti noiose, significa disprezzare in un colpo
solo i romanzi, la vita e la noia stessa. Questultima , a ben vedere, la vittima pi conside-
revole della strage intellettuale perpetrata da Dan Brown. Con la loro patina di erudizione
posticcia, i suoi libri vorrebbero alludere a una frequentazione assidua di archivi e bibliote-
che, luoghi abitati dalla noia come da un rumore di fondo, impercettibile quanto insoppri-
mibile. Nessun ricercatore se la spassa mentre collaziona un manoscritto. Ma proprio la
lotta costante contro la distrazione a mantenere desta la capacit critica. Senza noia non
esiste conoscenza: quello che il Serpente sapeva e che Eva ignorava (questa in effetti
una tautologia e la tautologia , a sua volta, una sapienza travestita da ovviet; le pseudo-
rivelazioni di cui i romanzi di Dan Brown abbondano sono ovviet travestite da sapienza).
In termini generali, leliminazione di quella che viene rubricata come noia lelemento cen-
trale di ogni rappresentazione pornografica. Limitare il concetto di pornografia alla sola sfera
nei riferimenti architettonici nelle fonti dispirazione: Ballard e Antonioni, per esempio,
questultimo non soltanto per ragioni di composizione visiva. Ma Dora non crede soltanto
nella Convenzione, ha visto i triangoli nel cielo notturno, gli extraterrestri che, afferma, la stan-
no dotando di poteri telepatici. E quei triangoli luminosi, alieni kandinskiani e muti, li ha
visti anche il riluttante Raniero. Da questo punto in poi i due sono legati, e Lintervista
diventa una storia damore, un confronto generazionale e un dibattito etico, mentre gli
avvistamenti sintensificano fino al giorno in cui tutti potranno vedere. Levidenza, un fattore
esterno, allora simpone e impone il cambiamento.
Ma qual il messaggio degli extraterrestri? Un messaggio vuoto, tautologico, un puro
significante: quello di esistere. O forse un messaggio non decifrato, che rimane oscuro e
nondimeno attiva un processo di cambiamento. Oppure un messaggio non decifrabile
vale a dire non suscettibile a tradursi in linguaggio che nondimeno raggiunge il suo obiet-
tivo, provoca reazioni emotive inaspettate, cambia chi lo riceve. E questa pu essere la
descrizione tanto di un fenomeno cosmico quanto dellamore, nella sua accezione ristretta
come in quella generale. Al suo primo avvistamento, ferito tra le lamiere della sua vecchia
auto, Raniero ride.
Scoppi di risa e di pianto saranno reazioni comuni di fronte agli agenti della trasformazione.
E sebbene il binomio malinconia/euforia possa sembrare una coppia antinomica ancora
postmoderna, qui c in gioco qualcosa di diverso e di urgente. Di incerto, anche, e la nar-
razione, pi vulnerabile del disegno, procede avvolgendosi su questa incertezza.
Lutopia della Convenzione si realizza grazie alla diffusione dei poteri telepatici seguita agli
avvistamenti: errori di giovent che non avrebbero avuto alcun seguito, se non fosse suc-
cesso quello che successo. Lo slancio ottimistico fino al volo, la leggerezza dei corpi
si ferma sullorlo di unironia amara che potrebbe riportare su tutto il peso esistenziale
del quotidiano. La telepatia che potrebbe salvare il mondo anche, in sostanza, una dichia-
razione di sfiducia nelle parole, che producono incomprensione, e lelevazione di un mito di
trasparenza. La comunicazione mentale opera lo scambio di visione e di esperienza che
dovrebbe portare a una comprensione reciproca compiuta.
Nellintervista che sigilla il libro, collocata anni dopo gli eventi del 2048, una Dora vec-
chissima e serena trasmette telepaticamente alcune immagini della sua vita e le com-
menta di fronte a un platea di giovani. Vediamo che le immagini non sono solo della sua
vita, ma anche di quella di Raniero, cose che lei non ha potuto vedere e che solo con il
tempo ha accettato. Lultimo oggetto che vediamo, prima che lintervista a Dora sinter-
rompa per una pausa e il libro finisca, il compasso di Raniero che la protagonista tiene
tra le mani.
Uno strumento desueto, ormai inutile, con il quale per di pi ci si pu far male, e che non-
dimeno in grado di tracciare forme perfette. Unultima ambiguit