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Pi massicciamente modifichiamo la realt, meno siamo in grado di comprendere il suo comportamento rispetto alle leggi che la governano; tuttalpi

comprenderemo come essa si comporta rispetto alla nostra manipolazione. E' una sorta di legge di Heisenberg riguardo il nostro rapporto con la Terra: questa considerazione rende conto della profonda differenza di ruolo che aveva il sub-jectum del mondo antico rispetto all'individuo contemporaneo, in virt del potenziamento dei nostri strumenti di misurazione e manipolazione della realt. Un tempo il carattere qualitativo della conoscenza del mondo implicava un approccio ad esso sintetico e contemplativo. Di questo carattere era impregnata la parola stessa che designava la legge: nomos significava per i greci (parole di C. Schmitt1) tanto dividere quanto pascolare; per Kant la legge era ci che ripartisce il mio e il tuo sul territorio, dunque anche edifici, muri, recinzioni, percorsi, alberi. Il diritto si rendeva presente spazialmente e temporalmente, misurandosi con la natura e con i luoghi, lasciandosi abbracciare dalle loro stesse leggi: per capire quanto concreta fosse l'idea di diritto nell'antichit basti rileggere la definizione di jus (gentium) secondo Isidoro di Siviglia: sedium occupatio, aedificatio, munitio, bella, captivitates, servitutes, postliminia, foedera pacis, indutiae, legatorum non violandorum religio, conubia inter alienigenas prohibita 2. Oggi l'approccio alla conoscenza analitico e rivolto all'azione: la parola legge fa riferimento ad una serie di norme scritte che riguardano i rapporti tra gli individui. Gli oggetti stessi, invece, sembra non debbano obbedire ad alcuna legge, se non l'arbitrio di chi ne ha la disponibilit legale e fattuale, dato che la conoscenza tecnico-scientifica dominante si limita a descrivere le probabilit dell'avvento dei soli fenomeni che ci dato misurare. Lo jus oggi un complesso agglomerato di norme costruito sull'intrecciarsi degli arbitrii individuali, che credono di poter ignorare le leggi interne delle cose; fideisticamente giungiamo a negare che gli oggetti possano possedere una loro interiorit. Lo Jus oggi viene affermato prima di aver veramente veduto e compreso l'oggetto stesso, rispetto alle sue stesse leggi; analogamente l'edificio viene fabbricato prima della fondazione stessa: pregiudicati ed infondati. In questo caso la fondazione mancata quella teorica: qual' il senso - qui e ora - di fabbricare questo edificio; qual' la visione (per i greci theoria) che lo governa? Tale mancanza si riflette nei caratteri estetici degli edifici, in questo caso, ad esempio, la mancanza sempre pi frequente di uno studio formale dell'attacco a terra. Questo sradicamento della techn dall'arch (i principi primi) un processo in corso ormai da millenni: viene da chiedersi come possa esistere ancora, oggi, la parola Architettura. In un mondo in cui il diritto viene sempre pi ostentatamente arrangiato facendo affidamento sulla mera normativa scritta, fino a riconoscerne l'inconsistenza (si veda qui il pensiero prodotto della corrente giuridica dei critical legal studies, pensiero che tende sempre pi ad appiattire lo studio del diritto comparato sulla pratica sommamente problematica della traduzione), nulla pi naturale di questo processo disgregativo: in questo ambito teorico la traduzione diviene mera negoziazione verbale 3, ed il diritto sempre pi si slega dalla natura fisica della citt dell'uomo (che dovrebbe esserne governata) per lasciarne la disponibilit libera al processo di produzione consumazione dettata dai mercati. Difficile stupirsi di come gli stessi processi politici fondativi del diritto siano sempre pi spesso presi in ostaggio da poteri economici virtualizzati da meccanismi di finanziarizzazione esasperata: la loro volubilit ce li fa somigliare a mari terribili affollati di mostri, o - ancor meglio - di leviatani.
1 C.Schmitt, Il Nomos della terra, Adelphi, Milano 1991 (trad. it. di Emanuele Castrucci), p. 19 2 C.Schmitt, Il Nomos della terra, p. 22 3 Si veda a tal proposito Giovanni Dotoli, Mario Selvaggio, I linguaggi del Sessantotto. Atti del convegno multidisciplinari

libera universit degli studi San Pio V (Roma, 15-17 maggio 2008)

Alla stessa maniera in architettura vediamo proliferare l'informe e lo sradicato, il non-luogo e la non-identit. La citt oggi ormai libera da ogni freno a questo processo di liquidazione del suo valore processo che configura un vero e proprio diluvio perch ha perso i luoghi dell'autorappresentazione della propria identit e della contemplazione. Non vi pi un templum che possa designarne un centro: la citt non pi citt, bens agglomerato di masse negoziabili: questo processo l'abbiamo visto palesarsi a Wall Street, centro della talassocrazia occidentale, ma anche a Gezi Park a Istanbul, dove l'uomo comincia a far emergere con chiarezza il rifiuto per i non-luoghi della contemporaneit, seppur spesso privo della consapevolezza teorica che potrebbe guidarlo tra le onde sempre pi alte della crisi attuale. Peccato che - mancando la stima nel diritto e nella parola retta - gli Efori di questo sistema di dominio abbiano condotto la loro guerra contro gli Iloti del giorno d'oggi senza esplicitamente dichiarar loro guerra (come accadeva invece a Sparta una volta l'anno, ce lo ricorda Carl Schmitt nelle sue pagine 4) Nella cecit delle profondit marine in cui ci sta conducendo il diluvio odierno dovremo imparare ad aprire nuovamente occhi e orecchie, fino a vedere ed udire ancora i segni delle leggi della natura che ne governano le forme, plasmandole secondo i criteri di armonia ed efficacia di cui ci parlano autori come Vitruvio, Leon Battista Alberti o Giambattista Vico. Il tesoro di bellezza custodito dalle nostre citt 5, la vera ricchezza del nostro Paese, fondato su questa concezione del mondo, sulla fiducia che aveva l'uomo antico nell'ordine che governa il cosmo: il nostro mondo veniva esperito quasi come impronta di una matrice pi alta, concepita con perfezione dall'intelletto divino. Uno degli uomini di lettere che meglio sono stati in grado di descrivere la nostra terra all'interno di questa visione armonica Francesco Zorzi, padre nell'ordine dei frati minori, architetto del rinascimento veneziano, agente segreto della Serenissima, esegeta della bibbia e studioso della lingua e della tradizione ebraica. Nella sua opera maggiore, De harmonia mundi totius cantica tria6 passa in rassegna dal suo coltissimo punto di vista, esplicitamente neoplatonico, le conoscenze teologiche e filosofiche del tempo; ne cerca le tracce armoniche nelle forme costruite dalla natura e dall'uomo; riconosce nei continui e coerenti richiami simbolici della terra verso le realt celesti la struttura di una vera e propria impronta celeste7 sulla terra. Tale impronta dovr ancor oggi essere indagata e riconosciuta dall'architetto, per poter mettere in atto quella mimesi cosmica che sola pu donare all'oggetto prodotto dall'uomo la qualit pi difficile, la vitruviana venustas.

4 C.Schmitt, Il Nomos della terra, p.37.

5 Diceva delle nostre citt Giorgio La Pira, nel Discorso tenuto al Convegno dei sindaci di tutto il mondo in Firenze il 2 ottobre 1955: Permettete che io dia un ammirato sguardo d'insieme alle citt millenarie, che come gemme preziose ornano di splendore e bellezza la terra dell'Europa e dell'Asia. Signori, ci vorrebbe qui, per parlare di esse, il linguaggio ispirato dei profeti: [...] citt arroccate attorno al tempio; irradiate dalla luce celeste che da esso deriva: citt nelle quali la bellezza ha preso dimora, s' trascritta nelle pietre. 6 F. Zorzi, L'armonia del mondo, Bompiani, Milano 2010 (trad. it. e cura di Saverio Campanini) 7 A tal riguardo afferma Zorzi: I tre mondi, la cui concordia ci proponiamo di evidenziare, procedendo secondo modi distinti, danno origine a un solo accordo. Sono presenti nell'Artefice, come in una statua, tutte le cose che sono oggetto di contemplazione tra queste realt inferiori come un'immagine o un'orma. L'immagine, per, e assai di pi l'orma, sono ben lontane da ci cui rinviano. A partire da queste, tuttavia, possiamo giungere alla conoscenza dell'Artefice in virt dell'analogia e di un rapporto simbolico. La corrispondenza che unisce le realt non improntata a una diversit radicale come nella relazione equivoca, e neppure a una totale coincidenza, come nella relazione univoca; la corrispondenza si fonda su una rappresentazione, per via di similitudine, della condizione assolutamente perfetta delle realt superiori da parte di ciascuna cosa, secondo il proprio grado di imperfezione e di opacit. (da L'armonia del mondo, p.113)