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DAL

CELODURISMO A YES WE CAN


PASSANDO PER IL VAFFA E LA ROTTAMAZIONE
LE PAROLE DELLA POLITICA E LINTELLIGENZA LINGUISTICA

IRENE PIVETTI ALESSIO ROBERTI

2012 Alessio Roberti Editore Titolo dellopera Dal Celodurismo a Yes we can passando per il Vaffa... e la Rottamazione Sottotitolo Le parole della politica e lintelligenza linguistica Pubblicata da: Alessio Roberti Editore Srl Via Lombardia, 298 Urgnano (BG) Italy Prima edizione: dicembre 2012 Ristampa 2019 2018 2017 2016 2015 2014 2013 ISBN 978-88-6552-051-2 Editor Mattia Bernardini Anna Albano Fotograe in copertina Alessio Roberti: Fabrizio Zambelli per GLAM Entertainment www.glamentertainment.it Irene Pivetti: Iwan Palombi Progetto graco e impaginazione Andrea Mattei | www.zeronovecomunicazione.it Stampa Lineagraca, Citt di Castello (PG) Propriet letteraria riservata. vietata la riproduzione con qualsiasi mezzo.

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INDICE

Prefazione di Clemente Mimun Introduzione 1. Il linguaggio di Obama 2. Il linguaggio di Bossi e della Lega 3. Il linguaggio di Berlusconi e Forza Italia 4. Il linguaggio di Grillo e dei rottamatori 5. Le parole di Bob Kennedy per i tecnici Appendice: Su quanto sta accadendo la classe politica ha di che riettere Conclusione Postfazione di Alessio Vinci Ringraziamenti Bibliograa Linea diretta con lEditore

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PREFAZIONE

di CLEMENTE MIMUN

A 17 anni e mezzo sono entrato per la prima volta alla Camera dei deputati. Avevo soggezione perch cerano gli onorevoli, che allepoca erano considerati quasi irraggiungibili, alla stregua di gure mitologiche, che tutto potevano nel bene e nel male. Mi capitato di vedere negli anni 70 personalit che hanno segnato la nostra storia. Da Luigi Longo circondato dalle attenzioni di Berlinguer, Bufalini, Natta e tanti altri, ai Moro, Fanfani, Andreotti, De Mita, Marcora, Piccoli e Forlani. Tra i socialisti, partito per cui tifavo assieme ai radicali di Marco Pannella, mi impressionavano Nenni, Mancini e Lombardi. Cera con loro, qualche volta, uno spilungone, che poi riconobbi in Craxi. Poi cerano gli eredi del fascismo, che non mi

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piacevano per niente e altre gure simpatiche come il monarchico Alfredo Covelli, che aveva sempre uno schiaffone per tutti. Allora nelle aule, tranne qualche intemperanza di Pajetta o dei missini, si usava un eloquio educato e ridondante, citazioni latine e greche facevano chic, la cravatta era obbligatoria, non un optional. Quel che valeva nei discorsi parlamentari, naturalmente, non era il linguaggio sanguigno dei comizi. In tutti prevaleva lattenzione a quel che si diceva, non a come si comunicava. Il massimo della modernit era rappresentato dalle interviste radiofoniche (in cui era specializzato Lello Bersani), e nellappuntamento con le tribune politiche, allora imperdibili. Seguo la politica per ragioni professionali, ma anche per interesse personale da allora, e devo dire che, pur avendo vissuto i diversi profondi cambiamenti del costume politico, anche documentandomi al meglio, leggendo il libro di quella che fu la pi giovane Presidente della Camera della nostra storia, e Alessio Roberti, ho visto ricollocare al loro posto le mille caselle delle trasformazioni di questi anni. Se era ovvio che, parlando di Bossi, Irene avrebbe mostrato una conoscenza non comune del personaggio e delle sue scelte, per avvicinare ed emozionare il popolo padano, meno

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scontata era la profondit e la completezza, dello studio degli altri fenomeni italiani, ma non solo. La Pivetti e Roberti spiegano con dovizia di elementi cosa hanno portato i protagonisti della politica alla evoluzione del linguaggio e alla costruzione della fabbrica del consenso. Leggendo di Obama si comprende che siamo lontani ancora anni luce dalla modernit, nonostante lutilizzo, secondo me piuttosto ruspante, di facebook o twitter. Anche in questo campo siamo vittime di un gap, troppa retorica e troppo piagnisteo. tornato il tempo dei valori condivisi e anche dellorgoglio nazionale. Bisogna guardare avanti, e noi ancora non ci siamo. Clemente Mimun

INTRODUZIONE

LA POLITICA SI NUTRE DI PAROLE

Dalla torre davorio del politichese allimpatto emotivo del turpiloquio, dalluso sapiente della metafora alla forza trainante dello slogan perfetto, alcuni politici dimostrano di conoscere a fondo il potere del linguaggio, manifestando quella che Alessio Roberti denisce intelligenza linguistica. Fortunatamente anche noi cittadini elettori possiamo acquisire questa abilit, diventando noi per primi linguisticamente intelligenti e imparando cos a distinguere tra i discorsi dei politici e quelli dei politicanti. In questo libro cerchiamo di fornire una prospettiva diversa attraverso cui leggere e ascoltare i messaggi di chi chiede il nostro voto e, in vista di una nuova competizione elettorale, acquisire un nuovo strumento di giudizio. Irene Pivetti e Alessio Roberti

CAPITOLO 1

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Four more years, four more years, four more years. Ancora quattro anni. Cos lurlo scandito dalla platea alla Convention Democratica di Charlotte, North Carolina, del settembre 2012 dove Barack Obama ha accettato formalmente la candidatura alle ultime elezioni presidenziali degli Stati Uniti dAmerica. E, ancora una volta, ce lha fatta. Questa volta con lo slogan Forward. Avanti. Un messaggio che contiene una presupposizione linguistica: abbiamo imboccato la strada giusta, dobbiamo andare avanti. Oltre alla presupposizione, c anche unambiguit positiva: avanti, anche nel senso di progresso e miglioramento! (E poco contenuto specico, per fare in modo che chi ascolta carichi lo slogan dei propri signicati.)

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Linguisticamente assai pi debole del leggendario Yes we can, comunque assertivo e positivo, perci funziona. Nel discorso di Charlotte, Obama ha puntato come sempre a coinvolgere direttamente gli elettori. La sua una linguistica di precisione, che mira a rendere protagonista e responsabile del futuro del Paese chi lo ascolta e lo deve votare. Eccone un recentissimo esempio: Possiamo aiutare le grandi aziende e le piccole imprese a raddoppiare le loro esportazioni e, se scegliamo questa strada, possiamo creare un milione di posti di lavoro nel manifatturiero nei prossimi quattro anni. Potete fare in modo che ci accada. Potete scegliere questo futuro. Obama ha fatto della comunicazione il punto forte del suo essere politico. Attraverso il linguaggio lavora incessantemente per costruire unidentit condivisa ed evoca valori e ideali fondamentali per il popolo americano. Il debutto pubblico di Barack Obama stata la Convention dei Democratici tenutasi a Boston il 27 luglio 2004. Lo storico

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discorso, che analizziamo in questo capitolo, segna di fatto il suo ingresso nella scena politica nazionale. Quando sale sul palco un semisconosciuto senatore per lo stato dellIllinois; il giorno successivo i principali giornali degli USA parlano solo di lui. Lapparente semplicit e immediatezza dei suoi discorsi nascondono una rafnata complessit: Obama (e chi scrive i suoi discorsi) dotato di una intelligenza linguistica acuta. Molte e diverse sono le strategie comunicative applicate dal futuro presidente degli Stati Uniti, gi nel corso di quella prima importantissima occasione pubblica.

UNO SCRITTORE DEI DISCORSI GIOVANISSIMO


Barack Obama non lautore materiale dei suoi discorsi. La loro stesura afdata a un team attualmente diretto dal giovane Jon Favreau (classe 1981). I due si incontrano proprio alla Convention dei Democratici tenutasi a Boston il 27 luglio 2004, in occasione della quale Obama pronuncia il discorso che pubblichiamo nelle prossime pagine. Al tempo Favreau scriveva i discorsi per la campagna elettorale presidenziale di John Kerry; aveva 23 anni!

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Nellanalisi che segue abbiamo volutamente mantenuto un livello di dettaglio medio, in modo da agevolare la lettura e creare un equilibrio tra le parole di Obama e i nostri commenti. La consultazione della registrazione video del discorso, disponibile su YouTube, vi render possibile anche soffermarvi su tutti quegli aspetti di comunicazione non verbale difcili da rendere mediante una trascrizione. Discorso di Barack Obama alla Convention dei Democratici tenutasi a Boston il 27 luglio 2004. A nome del grande stato dellIllinois, crocevia di una nazione, terra di Lincoln, lasciatemi esprimere la mia pi profonda gratitudine per il privilegio di poter parlare a questa Convention. Stasera un particolare onore per me, perch, diciamocelo, la mia presenza su questo palco abbastanza improbabile. Mio padre era uno studente straniero, nato e cresciuto in un piccolo villaggio del Kenya. cresciuto portando le capre al pascolo, andato a scuola in una baracca col tetto di lamiera. Suo padre mio nonno era un cuoco, faceva il domestico per gli inglesi.

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Ma mio nonno aveva grandi sogni per suo glio. Attraverso il duro lavoro e la perseveranza, mio padre ha ottenuto una borsa di studio per studiare in un luogo magico, lAmerica, che aveva brillato come un faro di libert e di opportunit per molti prima di lui. Durante i suoi studi in questo paese, mio padre incontr mia madre. Lei era nata in una citt dallaltra parte del mondo, in Kansas. Suo padre aveva lavorato sulle piattaforme petrolifere e nelle aziende agricole per buona parte della Grande Depressione. Il giorno dopo Pearl Harbor mio nonno si arruol e, agli ordini del generale Patton, attravers lEuropa. Nel frattempo, a casa, mia nonna cresceva la loro glia e lavorava in una catena di montaggio per assemblare bombardieri. Dopo il conitto proseguirono gli studi e acquistarono una casa grazie alle agevolazioni per i veterani di guerra. Successivamente si trasferirono a ovest, spingendosi no alle Hawaii, in cerca di opportunit. E anche loro avevano grandi sogni per la glia. Un sogno comune, nato da due continenti. I miei genitori non condividevano solo un amore improbabile, ma anche una fede incrollabile nel-

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le possibilit di questa nazione. Mi hanno dato un nome africano Barack, o beato convinti che in unAmerica tollerante il nome che porti non costituisce un ostacolo al successo. Hanno immaginato Hanno immaginato per me le migliori scuole del paese, anche se non erano ricchi, perch in unAmerica generosa non hai bisogno di essere ricco per raggiungere il tuo potenziale. Oggi non sono pi tra noi. Eppure so che questa sera loro mi stanno guardando da lass con grande orgoglio. Loro sono qui E io sono qui, oggi, grato per leterogeneit delle mie radici, consapevole del fatto che i sogni dei miei genitori continuano a vivere nelle mie due preziose glie. Sto qui davanti a voi, consapevole che la mia storia fa parte di una pi grande storia americana, che ho un debito verso tutti coloro che sono venuti prima di me, e che, in nessun altro paese al mondo, la mia storia sarebbe stata anche soltanto possibile.

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On behalf of the great state of Illinois, crossroads of a nation, Land of Lincoln, let me express my deepest gratitude for the privilege of addressing this convention. Tonight is a particular honor for me because, lets face it, my presence on this stage is pretty unlikely. My father was a foreign student, born and raised in a small village in Kenya. He grew up herding goats, went to school in a tin-roof shack. His father my grandfather was a cook, a domestic servant to the British. But my grandfather had larger dreams for his son. Through hard work and perseverance my father got a scholarship to study in a magical place, America, that shone as a beacon of freedom and opportunity to so many who had come before. While studying here, my father met my mother. She was born in a town on the other side of the world, in Kansas. Her father worked on oil rigs and farms through most of the Depression. The day after Pearl Harbor my grandfather signed up for duty; joined Pattons army, marched across Europe. Back home, my grandmother raised a baby and went to work on a bomber assembly line. After the war, they studied on the G.I. Bill, bought

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a house through F.H.A., and later moved west all the way to Hawaii in search of opportunity. And they, too, had big dreams for their daughter. A common dream, born of two continents. My parents shared not only an improbable love, they shared an abiding faith in the possibilities of this nation. They would give me an African name, Barack, or blessed, believing that in a tolerant America your name is no barrier to success. They imagined They imagined me going to the best schools in the land, even though they werent rich, because in a generous America you dont have to be rich to achieve your potential. Theyre both passed away now. And yet, I know that on this night they look down on me with great pride. They stand here And I stand here today, grateful for the diversity of my heritage, aware that my parents dreams live on in my two precious daughters. I stand here knowing that my story is part of the larger American story, that I owe a debt to all of those who came before me, and that, in no other country on earth, is my story even possible.

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Il sogno americano. Prima di questo momento la maggior parte degli americani non ha mai visto Barack Obama. La prima cosa che fa il senatore, perci, costruire la propria credibilit. E lo fa volgendo a proprio favore un vissuto che rende la sua presenza su quel palco improbabile. La storia dei suoi genitori la quintessenza del sogno americano: una storia di povert e immigrazione, ma anche di perseveranza e di duro lavoro; una storia personale che tuttavia abbraccia pi di un secolo di storia americana (con il riferimento, tuttaltro che casuale, al presidente Lincoln): una storia che parla di sogni, di opportunit e di libert. Ancoraggio. Nella parte iniziale del discorso Obama riesce a creare una forte connessione un ancoraggio tra se stesso e il sogno americano. Parole evocative. Senza parlare direttamente di religione, attraverso luso attento di alcune parole chiave quali fede incrollabile, beato, tollerante, Obama introduce anche uno dei temi chiave per lelettorato americano. Chi cura la parte di comunicazione nel suo staff conosce bene il potere delle parole, cos come la loro capacit di evocare immagini e sentimenti che vanno al di l di ci che viene esplicitamente detto.

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Uso del tempo. Il futuro presidente si muove uidamente tra passato, presente e futuro. Il passato che evoca il proprio e, al tempo stesso, quello di unintera nazione. Vi sono i nonni e i genitori, ma anche tutti coloro che sono venuti prima di noi. Poi Obama porta lattenzione al qui e ora, non senza evocare la continuit temporale che culmina nel futuro, qui rappresentato dal riferimento alle glie. Questa sera siamo riuniti per affermare la grandezza della nostra Nazione e non per laltezza dei nostri grattacieli, o il potere del nostro esercito, o la dimensione della nostra economia. Il nostro orgoglio si fonda su una premessa molto semplice, riassunta in una dichiarazione che risale a pi di duecento anni fa: Noi riteniamo queste verit di per se stesse evidenti, che tutti gli uomini sono creati uguali, che essi sono dotati dal loro Creatore di alcuni diritti inalienabili, che fra questi diritti vi sono la Vita, la Libert e la ricerca della Felicit. questo il vero genio dellAmerica, una fede una fede nei sogni semplici, la persistente ducia nei pic-

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coli miracoli; poter rimboccare le coperte ai nostri gli la sera sapendo che hanno di che mangiare, di che vestire e che sono al sicuro; poter dire ci che pensiamo, scrivere ci che pensiamo, senza il timore di sentir bussare improvvisamente alla porta; poter avere unidea e iniziare unattivit in proprio senza dover pagare una tangente; poter partecipare al processo politico senza paura di ritorsioni, e sapere che i nostri voti verranno contati almeno nella maggior parte dei casi. Tonight, we gather to afrm the greatness of our Nation not because of the height of our skyscrapers, or the power of our military, or the size of our economy. Our pride is based on a very simple premise, summed up in a declaration made over two hundred years ago: We hold these truths to be self-evident, that all men are created equal, that they are endowed by their Creator with certain inalienable rights, that among these are Life, Liberty and the pursuit of Happiness. That is the true genius of America, a faith a faith in simple dreams, an insistence on small miracles; that we can tuck in our children at night and know

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that they are fed and clothed and safe from harm; that we can say what we think, write what we think, without hearing a sudden knock on the door; that we can have an idea and start our own business without paying a bribe; that we can participate in the political process without fear of retribution, and that our votes will be counted at least most of the time. Il passato come elemento unicante. Ancora una volta troviamo un riferimento al passato come tema trasversale per lintero elettorato, che si pu riconoscere nei valori della dichiarazione dindipendenza: il diritto alla vita, alla libert e alla ricerca della felicit. E ancora una volta Obama utilizza parole chiave intrise di religiosit: fede e miracoli. Linguaggio dei sensi. Obama non si limita a menzionare concetti astratti. Il passaggio successivo del suo discorso fondamentale per creare un collegamento diretto tra i valori menzionati e le esperienze concrete di vita vissuta, in cui chiunque si possa riconoscere. Per conferire vividezza alla sua rappresentazione, Obama fa appello ai sensi: crea immagini facilmente rappresentabili (rimboccare le coperte ai

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propri gli, avviare unattivit in proprio), parla di esperienze auditive (dire ci che si pensa, sentir bussare alla porta) ed evoca sensazioni (sentirsi al sicuro, avere paura). Questanno, in queste elezioni siamo chiamati a riaffermare i nostri valori e i nostri impegni, a confrontarli con una dura realt per vedere come ci stiamo rapportando alleredit dei nostri padri e alla promessa delle generazioni future. E amici americani, democratici, repubblicani, indipendenti, vi dico stasera: abbiamo altro lavoro da fare altro lavoro da fare per gli operai che ho incontrato a Galesburg, Illinois, che stanno perdendo il posto di lavoro nello stabilimento di Maytag che si trasferisce in Messico, e ora si trovano a dover competere con i propri gli per posti dove pagano sette dollari lora; altro lavoro da fare per il padre che ho incontrato che stava perdendo il lavoro e soffocando le lacrime, mentre si domandava dove avrebbe trovato i 4500 dollari al mese per i farmaci di cui ha bisogno il glio, ora che stava per perdere lassicurazione sanitaria pagata dallazienda; altro lavoro da fare per la

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giovane donna di East St. Louis, e altre migliaia come lei, che ha i voti, la determinazione, la volont, ma non il denaro per andare al college. Ora, non fraintendetemi. Le persone che incontro nei piccoli centri e nelle grandi citt, nelle trattorie e negli ufci non si aspettano che il governo risolva tutti i loro problemi. Sanno che devono lavorare duro per andare avanti, e vogliono farlo. Andate nelle contee intorno a Chicago, e la gente vi dir che non vogliono che le loro tasse siano sprecate da un ente per il welfare o dal Pentagono. Andate Andate in qualsiasi quartiere povero della citt e la gente vi dir che il governo da solo non pu insegnare ai nostri gli a imparare, sanno che spetta ai genitori insegnare, che i bambini non possono ottenere buoni risultati a meno che non facciamo crescere le loro aspettative, che non spegniamo la televisione e sradichiamo il pregiudizio secondo il quale un ragazzino di colore con un libro in mano si sta comportando da bianco. Loro sanno queste cose. La gente non si aspetta La gente non si aspetta che il governo risolva tutti i problemi. Ma sente, nel pi profondo di s, che sufciente un piccolo cambia-

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mento nelle priorit per garantire che ogni bambino in America sia messo nelle condizioni di giocarsi le proprie carte nella vita, e che le porte delle opportunit rimangano aperte a tutti. Sanno che possiamo fare di meglio. E vogliono questa scelta. In queste elezioni, noi offriamo questa scelta. Il nostro partito ha scelto come nostro leader un uomo che incarna il meglio che questo paese ha da offrire. E quelluomo John Kerry. This year, in this election we are called to reafrm our values and our commitments, to hold them against a hard reality and see how were measuring up to the legacy of our forbearers and the promise of future generations. And fellow Americans, Democrats, Republicans, Independents, I say to you tonight: We have more work to do more work to do for the workers I met in Galesburg, Illinois, who are losing their union jobs at the Maytag plant thats moving to Mexico, and now are having to compete with their own children for jobs that pay

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seven bucks an hour; more to do for the father that I met who was losing his job and choking back the tears, wondering how he would pay 4500 dollars a month for the drugs his son needs without the health benets that he counted on; more to do for the young woman in East St. Louis, and thousands more like her, who has the grades, has the drive, has the will, but doesnt have the money to go to college. Now, dont get me wrong. The people I meet in small towns and big cities, in diners and ofce parks they dont expect government to solve all their problems. They know they have to work hard to get ahead, and they want to. Go into the collar counties around Chicago, and people will tell you they dont want their tax money wasted, by a welfare agency or by the Pentagon. Go in Go into any inner city neighborhood, and folks will tell you that government alone cant teach our kids to learn; they know that parents have to teach, that children cant achieve unless we raise their expectations and turn off the television sets and eradicate the slander that says a black youth with a book is acting white. They know those things.

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People dont expect People dont expect government to solve all their problems. But they sense, deep in their bones, that with just a slight change in priorities, we can make sure that every child in America has a decent shot at life, and that the doors of opportunity remain open to all. They know we can do better. And they want that choice. In this election, we offer that choice. Our Party has chosen a man to lead us who embodies the best this country has to offer. And that man is John Kerry. Messaggio universale. Obama non parla a una platea di democratici, ma allintera nazione. Democratici, repubblicani e indipendenti fanno tutti parte del noi mediante il quale Obama costruisce luniversalit del suo messaggio. Esempi concreti. Obama non parla dei problemi di un Paese, ma dei problemi delle persone. Non parla di disoccupazione, ma delle persone che alla Maytag perderanno il lavoro. Non parla di welfare, ma della tragedia di un padre che non sa come pagare le medicine di cui ha bisogno suo glio.

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Obama prosegue con un tema caldo della sua intelligenza linguistica. John Kerry crede nellAmerica. E sa che non sufciente che ci sia ricchezza solo per alcuni di noi perch, a anco del nostro famoso individualismo, c un altro ingrediente della saga americana, la convinzione che siamo tutti connessi come un solo popolo. Se c un bambino a sud di Chicago che non sa leggere, per me importante, anche se non mio glio. Se da qualche parte c un anziano che non riesce a pagarsi le medicine, e che deve scegliere tra quelle e laftto, questo rende la mia vita pi povera, anche se non mio nonno. Se c una famiglia araba americana che viene rastrellata senza aver diritto a un avvocato o a un processo, questo minaccia le mie libert civili. quella convinzione fondamentale quella convinzione fondamentale io sono il custode di mio fratello, io sono il custode di mio sorella che fa funzionare questo Paese. ci che ci permette di perseguire i nostri sogni individuali e di essere comunque

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uniti in ununica famiglia americana. E pluribus unum: Da molti, uno solo. John Kerry believes in America. And he knows that its not enough for just some of us to prosper for alongside our famous individualism, theres another ingredient in the American saga, a belief that were all connected as one people. If there is a child on the south side of Chicago who cant read, that matters to me, even if its not my child. If there is a senior citizen somewhere who cant pay for their prescription drugs, and having to choose between medicine and the rent, that makes my life poorer, even if its not my grandparent. If theres an Arab American family being rounded up without benet of an attorney or due process, that threatens my civil liberties. It is that fundamental belief It is that fundamental belief: I am my brothers keeper. I am my sisters keeper that makes this country work. Its what allows us to pursue our individual dreams and yet still come together as one American family. E pluribus unum: Out of many, one.

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Unire. Obama mira a unire lelettorato sotto ununica bandiera e a questo scopo utilizza diverse strategie linguistiche. In questo caso, in particolare, fa leva sul senso di appartenenza a ununica nazione. Parla di America e di saga americana, di individualismo e di connessione. Senza volerci soffermare sullevidente richiamo a John Donne (Nessun uomo unisola / completo in s stesso; / ogni uomo un pezzo del continente, / una parte del tutto. John Donne, Meditation XVII), che la maggior parte degli americani saprebbe cogliere senza bisogno di alcuna spiegazione, ci baster notare come Obama elabori il concetto di (cristiana e civile) fratellanza per trasformarlo in quello di famiglia, con tutti i potenti risvolti affettivi che esso implica. Adesso, anche mentre stiamo parlando, ci sono coloro che si preparano a dividerci imbonitori, seminatori di zizzania che abbracciano la politica del tutto va bene. Ebbene, questa sera io dico loro, non c unAmerica liberale e unAmerica conservatrice ci sono gli Stati Uniti dAmerica. Non c unAmerica nera e unAmerica bianca e unAmerica latina e unAmerica asiatica ci sono gli Stati Uniti dAmerica.

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Ai saccenti, ai saccenti piace spezzettare il nostro paese in stati rossi e stati blu; rosso per gli stati repubblicani, blu per gli stati democratici. Ma ho una novit anche per loro. Noi adoriamo un Dio maestoso negli stati blu, e non ci piace che degli agenti federali mettano il naso nelle nostre biblioteche negli stati rossi. Abbiamo allenatori di softball negli stati blu e s, abbiamo alcuni amici gay negli stati rossi. Ci sono patrioti che si sono opposti alla guerra in Iraq e patrioti che hanno sostenuto la guerra in Iraq. Noi siamo un solo popolo, giuriamo tutti fedelt alle stelle e strisce, e tutti difendiamo gli Stati Uniti dAmerica. Alla ne Alla ne Alla ne, questo il senso di queste elezioni. Partecipiamo a una politica di cinismo o partecipiamo a una politica di speranza? John Kerry ci invita alla speranza. John Edwards ci invita alla speranza. Non parlo qui di un cieco ottimismo lignoranza quasi intenzionale convinta che la disoccupazione scomparir, se solo non ci pensiamo, o che la crisi del sistema sanitario si risolver da s, se solo la ignoriamo. Non di questo che parlo. Sto parlando

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di qualcosa di pi sostanziale. la speranza degli schiavi che, seduti attorno al fuoco, cantano canzoni di libert; la speranza degli immigrati che partono per lidi lontani; la speranza di un giovane tenente della marina che coraggiosamente pattuglia il delta del Mekong; la speranza del glio di un operaio che osa sdare il destino; la speranza di un ragazzo magrolino, con un nome buffo, che crede che lAmerica abbia un posto anche per lui. La speranza - La speranza di fronte alle difcolt. La speranza di fronte alle incertezze. Laudacia della speranza! Now even as we speak, there are those who are preparing to divide us the spin masters, the negative ad peddlers who embrace the politics of anything goes. Well, I say to them tonight, there is not a liberal America and a conservative America there is the United States of America. There is not a Black America and a White America and Latino America and Asian America theres the United States of America.

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The pundits, the pundits like to slice-and-dice our country into red states and blue states; red states for Republicans, blue states for Democrats. But Ive got news for them, too. We worship an awesome God in the blue states, and we dont like federal agents poking around in our libraries in the red states. We coach Little League in the blue states and yes, weve got some gay friends in the red states. There are patriots who opposed the war in Iraq and there are patriots who supported the war in Iraq. We are one people, all of us pledging allegiance to the stars and stripes, all of us defending the United States of America. In the end In the end In the end, thats what this election is about. Do we participate in a politics of cynicism or do we participate in a politics of hope? John Kerry calls on us to hope. John Edwards calls on us to hope. Im not talking about blind optimism here the almost willful ignorance that thinks unemployment will go away if we just dont think about it, or the health care crisis will solve itself if we just ignore it. Thats not what Im talking about. Im talking about something

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more substantial. Its the hope of slaves sitting around a re singing freedom songs; the hope of immigrants setting out for distant shores; the hope of a young naval lieutenant bravely patrolling the Mekong Delta; the hope of a millworkers son who dares to defy the odds; the hope of a skinny kid with a funny name who believes that America has a place for him, too. Hope Hope in the face of difculty. Hope in the face of uncertainty. The audacity of hope! Contrapposizione. Obama conosce bene la forza coesiva generata dallavere un nemico in comune. Per quanto la contrapposizione noi-loro non sia al centro del suo discorso politico, in alcune occasioni egli non manca di toccare anche questo tasto. In questo caso, loro non sono i repubblicani (ai quali, ricorderete, Obama tende fraternamente la mano), ma dei non meglio specicati saccenti, imbonitori e seminatori di zizzania. Il loro peccato non quello di avere una diversa opinione, bens quello ben pi grave allinterno della cornice di fratellanza creata da Obama di voler dividere lAmerica.

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Ancoraggio negativo. Dopo aver costruito questa immagine negativa fatta di cattive intenzioni e resa mediante scelte lessicali adatte a descrivere un avversario vile e meschino, Obama crea unassociazione tra i non meglio identicati loro e un certo modo di fare politica: quello dei suoi avversari. Vaccino. Dopo aver parlato di speranza, Obama provvede a vaccinare i suoi ascoltatori contro una possibile lettura negativa il cieco ottimismo , in modo da affrontare e fugare ogni dubbio. In contrapposizione al cieco ottimismo, Obama parla di schiavi e immigrati, facendo appello alle radici della stragrande maggioranza degli attuali cittadini americani. Le altre tre persone che nutrono questa speranza sono, nellordine, il candidato presidente Kerry, il candidato vicepresidente Edwards e lo stesso Obama. Densit semantica. Dopo aver tracciato un percorso di unione e di speranza, Obama sa che il modo migliore per capitalizzare le impressioni positive delluditorio quello di condensare lintero messaggio in una singola frase a effetto: laudacia della speranza. il principio dello slogan, sommato allavervi associato (o, meglio, ancorato) uno stato emozionale positivo.

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Alla ne, questo il dono pi grande che Dio ci ha fatto, questo il fondamento della nazione. Credere nelle cose che non si vedono. Credere che ci aspettino giorni migliori. Io credo che possiamo dare respiro alla nostra classe media e che possiamo dare alle famiglie che lavorano una strada che porta alle opportunit. Io credo che siamo in grado di offrire posti di lavoro ai disoccupati, case ai senzatetto, e che sapremo salvare i giovani nelle citt di tutta lAmerica dalla violenza e dalla disperazione. Io credo che alle nostre spalle sof un vento giusto e che, trovandoci al crocevia della storia, possiamo fare le scelte giuste, e affrontare le sde che abbiamo di fronte. America! Questa sera, se anche tu senti la stessa energia che sento io, se anche tu senti la stessa urgenza che sento io, se anche tu senti la stessa passione che sento io, se anche tu senti la stessa speranza che sento io se facciamo quello che dobbiamo fare, allora non ho dubbi sul fatto che in tutto il paese, dalla Florida allOregon, da Washington al Maine, nel

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mese di novembre la gente si sollever, e John Kerry sar nominato presidente, e John Edwards sar nominato vicepresidente, e questo paese rivendicher la sua promessa, e da questa lunga oscurit politica sorger un giorno pi luminoso. Molte grazie a tutti. Dio vi benedica. Grazie. In the end, that is Gods greatest gift to us, the bedrock of this nation. A belief in things not seen. A belief that there are better days ahead. I believe that we can give our middle class relief and provide working families with a road to opportunity. I believe we can provide jobs to the jobless, homes to the homeless, and reclaim young people in cities across America from violence and despair. I believe that we have a righteous wind at our backs and that as we stand on the crossroads of history, we can make the right choices, and meet the challenges that face us. America! Tonight, if you feel the same energy that I do, if you feel the same urgency that I do, if you feel the same passion that I do, if you feel the same hopefulness that

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I do if we do what we must do, then I have no doubt that all across the country, from Florida to Oregon, from Washington to Maine, the people will rise up in November, and John Kerry will be sworn in as President, and John Edwards will be sworn in as Vice President, and this country will reclaim its promise, and out of this long political darkness a brighter day will come. Thank you very much everybody. God bless you. Thank you. Il re dellanafora. Lanafora una gura retorica che consiste nelliniziare pi frasi successive (o pi porzioni della stessa frase) con le stesse parole. Questa reiterazione conferisce al discorso ritmo e coesione, focalizza lattenzione e crea un irresistibile crescendo emozionale. Si pensi ad esempio al celebre discorso di Martin Luther King, da molti ricordato proprio per i passaggi che iniziano con I have a dream(Ho un sogno), oppure allappello pronunciato da Churchill al parlamento britannico dopo la disfatta di Dunkerque: Noi combatteremo in Francia, noi combatteremo sui mari e sugli oceani, noi combatteremo con crescente ducia e crescente forza nellaria

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Dopo il discorso del 2004, il secondo e ancora pi travolgente passaggio mediatico di Barack Obama fa il giro del pianeta nel 2007, quando il senatore si presenta come candidato alle primarie del proprio partito, che vincer nel giugno dellanno successivo, quando Hillary Clinton ammette la scontta e Obama diventa il candidato per il partito democratico alla Casa Bianca. I due slogan della sua campagna elettorale sono Change we can believe in e Yes We Can (rispettivamente Un cambiamento in cui possiamo credere e S, noi possiamo). Obama continua a presentarsi come luomo nuovo, portatore di cambiamento allinterno della societ americana. Il suo paradigma comunicativo continua a ricercare un elemento unicante, di appartenenza e comunanza, che entrambi i suoi slogan dichiarano apertamente mediante il we (noi). Il breve estratto che segue, tratto da uno dei discorsi tenuti durante le primarie del 2007, restituisce intensamente lintelligenza linguistica del politico Obama e del suo Yes we can (S, noi possiamo).

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Ma in quella storia improbabile che lAmerica, non c mai stato nulla di falso nella speranza. Infatti, quando abbiamo affrontato ostacoli impossibili, quando ci stato detto che non eravamo pronti, o che non avremmo dovuto provare, o che non potevamo, generazioni di americani hanno risposto con un credo semplice che riassume lo spirito di un popolo. S, noi possiamo. stato un credo scritto nei documenti su cui si fonda questo Paese, documenti che dichiararono il destino di una nazione. S, noi possiamo. stato sussurrato dagli schiavi e dagli abolizionisti che nelle notti pi buie hanno illuminato il cammino verso la libert. S, noi possiamo. stato cantato dagli immigrati che salpavano da lidi lontani e dai pionieri che si sono spinti a ovest affrontando una natura selvaggia e spietata. S, noi possiamo. stato il richiamo per i lavoratori che si sono organizzati, per le donne che hanno ottenuto il voto, per un

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presidente che ha scelto la luna come nuova frontiera, e per un re che ci ha portato in cima alla montagna e ci ha indicato la strada per la Terra Promessa. Diciamo S, noi possiamo alla giustizia e alluguaglianza. Diciamo S, noi possiamo alle opportunit e alla prosperit. S, noi possiamo guarire questa nazione. S, noi possiamo riparare questo mondo. S, noi possiamo. But in the unlikely story that is America, there has never been anything false about hope. For when we have faced down impossible odds; when weve been told that were not ready, or that we shouldnt try, or that we cant, generations of Americans have responded with a simple creed that sums up the spirit of a people. Yes we can. It was a creed written into the founding documents that declared the destiny of a nation. Yes we can. It was whispered by slaves and abolitionists as they blazed a trail toward freedom through the darkest of nights.

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Yes we can. It was sung by immigrants as they struck out from distant shores and pioneers who pushed westward against an unforgiving wilderness. Yes we can. It was the call of workers who organized; women who reached for the ballot; a President who chose the moon as our new frontier; and a King who took us to the mountaintop and pointed the way to the Promised Land. Yes we can to justice and equality. Yes we can to opportunity and prosperity. Yes we can heal this nation. Yes we can repair this world. Yes we can.

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PICCOLA DIGRESSIONE NOSTRANA


Poco dopo, uno degli uomini politici italiani di punta di allora, present come slogan Si pu fare che sembrava ispirarsi proprio allo Yes We Can del candidato alla presidenza statunitense. Purtroppo per il politico nostrano, probabilmente non ben consigliato, questa traduzione snatura completamente il messaggio originario, privandolo di tutta la sua efcacia. S unaffermazione e trasmette determinazione, apertura, possibilit. S. Si, per contro, una particella pronominale che in italiano si usa nelle forme impersonali. Non solo manca dellassertivit del s, ma crea un secondo e pi grave problema, legato a ci che rimane di questo breve slogan. Lintento unicatore del noi nel discorso politico di Obama viene del tutto vanicato dalla presenza, in italiano, del si impersonale. Un conto dire S, noi possiamo. Noi. Voi e io, insieme. una presa di responsabilit, oltre che una forte esortazione ad agire. Tuttaltra cosa dire Si pu fare. La forma impersonale equivale a un passivo: pu essere fatto. Da chi? Non so, per si pu fare. Dal punto di vista della comunicazione efcace, Si pu fare una catastrofe assoluta.

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LARMA LETALE DI BARACK OBAMA NELLE ELEZIONI DEL 2012: LA RETORICA ROSA
Vestita di rosa, il suo brand sico (le braccia scoperte) in bella evidenza e un accenno di lucidalabbra, Michelle Obama ha pronunciato il suo intervento alla Convention Democratica del settembre 2012 dimostrando uneccellente preparazione in comunicazione verbale (parole), paraverbale (tono, volume, pause) e non verbale (postura, gesti). Ha utilizzato le variazioni di tono per porre laccento sulle parole chiave, ha osservato le pause di rito e non ha mai mostrato compiacimento per gli applausi. Insomma, brava. Durante il suo intervento ha richiamato gli assi portanti della cultura americana: il duro lavoro, il merito, i valori della famiglia. Nella costruzione retorica del suo scenario, lei e Barack sono i protagonisti del sogno americano. Provengono da due famiglie modeste ma di solidi principi; hanno conseguito i loro obiettivi pi ambiziosi, ma il successo non li ha cambiati, cos almeno ce la racconta:

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... per me Barack sempre il ragazzo che mi veniva a prendere con unautomobile cos malandata che io vedevo letteralmente il marciapiede che ci slava a anco attraverso un buco nella portiera. to me, he was still the guy whod picked me up for our dates in a car that was so rusted out, I could actually see the pavement going by through a hole in the passenger side door. La vita che racconta Michelle Obama fatta di povert, malattie, sacrici, debiti. Eppure la storia che racconta non affatto triste, in quanto Michelle sa porre abilmente laccento sulle lezioni che lei e Barack hanno imparato dalle rispettive famiglie. Abbiamo imparato cosa fossero la dignit e il decoro che lavorare sodo conta pi di quanto guadagni; che aiutare gli altri non serve soltanto a farsi una posizione. Abbiamo imparato cosa fossero lonest e lintegrit che la verit conta; che non devi prendere scorciatoie o giocare seguendo le tue regole, e che il successo non conta se non lo conquisti one-

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stamente. Abbiamo imparato cosa fossero la gratitudine e lumilt che moltissime persone avevano contribuito al nostro successo, dagli insegnanti che ci hanno ispirato ai bidelli che tenevano pulita la scuola. Ci hanno insegnato ad apprezzare il contributo di tutti e a trattare chiunque con rispetto: questi sono i valori che Barack e io come la maggior parte di voi stiamo cercando di trasmettere alle nostre glie. Questo ci che siamo. E quando mi sono trovata davanti a voi quattro anni fa, sapevo che per me era importante che nulla di tutto questo cambiasse, se Barack fosse diventato presidente. Bene, oggi, dopo tutte le sde e i trion e i momenti che hanno messo alla prova mio marito in modi che mai avrei saputo immaginare, ho potuto vedere con i miei occhi che essere presidente non cambia chi sei lo rivela. We learned about dignity and decency that how hard you work matters more than how much you make... that helping others means more than just getting ahead yourself. We learned about honesty and integrity that the truth matters... that you dont take shortcuts or play

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by your own set of rules... and success doesnt count unless you earn it fair and square. We learned about gratitude and humility that so many people had a hand in our success, from the teachers who inspired us to the janitors who kept our school clean... and we were taught to value everyones contribution and treat everyone with respect. Those are the values Barack and I and so many of you are trying to pass on to our own children. Thats who we are. And standing before you four years ago, I knew that I didnt want any of that to change if Barack became President. Well, today, after so many struggles and triumphs and moments that have tested my husband in ways I never could have imagined, I have seen rsthand that being president doesnt change who you are it reveals who you are. In poche frasi Michelle Obama ci parla dei valori che condivide con suo marito, della loro volont di trasmettere questi valori alle glie e della loro identit familiare (Questo ci che siamo).

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Lo dichiara apertamente, Michelle: Barack conosce il sogno americano perch lo ha vissuto. Barack knows the American Dream because hes lived it. Poi parla dellimportanza della cena come momento chiave della giornata che vede la famiglia riunita intorno al tavolo. Parla di un uomo che ascolta pazientemente le glie, risponde alle loro domande su questioni di attualit e le aiuta a escogitare la giusta strategia per gestire le amicizie a scuola. (Da far impallidire un democristiano consumato!) Michelle non dimentica certo i punti caldi del programma elettorale. Della riforma alla previdenza sociale ci dice: A proposito della salute delle nostre famiglie, Barack si riutato di dare ascolto a tutti quelli che gli dicevano di rimandare la riforma, di lasciare che fosse un altro presidente a occuparsene. A lui non importava se fosse o meno la cosa pi facile da fare da un punto di vista politico non cos che stato cresciuto a lui importava che fosse la cosa giusta da fare.

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When it comes to the health of our families, Barack refused to listen to all those folks who told him to leave health reform for another day, another president. He didnt care whether it was the easy thing to do politically thats not how he was raised he cared that it was the right thing to do. Michelle Obama riserva unaltra parte del suo discorso ai diritti delle donne, al diritto allistruzione, al coraggio degli americani, che nei momenti pi difcili si sanno rimboccare le maniche. Un discorso denso e coinvolgente che pone in risalto i suoi lati migliori. Ancora una volta, complimenti a Jon Favreau e al suo team (altri due ragazzi pi o meno della sua stessa et: in tre non arrivano a centanni!) che hanno scritto il discorso. Il culmine dellefcacia, che sfocia in un grande coinvolgimento emotivo da parte delluditorio, arriva verso la ne: Dico tutto questo, stasera, non solo come First Lady, e non solo come moglie. Vedete, alla ne dei conti il mio titolo pi importante ancora quello di mom-inchief [mamma in capo].

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And I say all of this tonight not just as First Lady... and not just as a wife. You see, at the end of the day, my most important title is still mom-in-chief. Romney voleva puntare la sua campagna sulla famiglia. arrivato secondo, grazie anche allintelligenza linguistica di Michelle e Barack Obama.

POSTFAZIONE

di ALESSIO VINCI

A volte le parole mancano, a volte basta una parola o anche un gesto. Lho capito nel deserto del Kuwait, quando insieme ai Marines mi stavo preparando per linvasione dellIraq nel 2003. I generali americani erano preoccupati che i loro soldati non riuscissero a comunicare con la popolazione civile e avevano quindi organizzato dei corsi di lingua araba per insegnare alle truppe alcune parole chiave, di solito necessarie ad un posto di blocco: stop, avanti, scendi, apri il cofano ecc. Durante una di queste lezioni mi avvicinai ad un sergente che mi pareva distratto e distaccato. Gli chiesi perch non fosse interessato alla lezione, e lui mi rispose con un mezzo sorriso accarezzando larma che portava a tracolla: I speak M-16. Parlo M-16 mi ha risposto, facendo riferimento al fucile mitragliatore in dotazione ai Marines.

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Mi sono bastate quelle poche parole per capire che lesercito e i Marines non erano assolutamente pronti allinvasione. E non mi riferisco ai piani di battaglia o alla presa di Baghdad che poi avvenne poche settimane dopo. Ma a quello che sarebbe successo dopo, allincapacit dellamministrazione americana in Iraq di capire come gestire un popolo dopo decenni di dittatura, lincapacit di prevedere una rivolta popolare sfociata poi in anni di guerriglia. Certo non sarebbe bastato insegnare ai soldati larabo, ma era chiaro sin dallinizio che latteggiamento era quello di spara prima e poi chiedi il chi va l. In guerra spesso ti manca la parola. Per quello che vedi, per quello che vorresti raccontare e non puoi dire. Ci sono regole ferree anche se non scritte. Durante i bombardamenti della NATO in Serbia nel 1999 ho ricevuto decine di telefonate da colleghi e amici negli Stati Uniti che mi chiedevano di non entrare nei dettagli di come centinaia e forse migliaia di civili rimanevano uccisi dalle bombe intelligenti, che colpivano s lobiettivo strategico ma se l vicino cerano delle famiglie, dei bambini, o se passava per caso un pullman carico di operai la parola per descrivere la loro morte era stata ben presto coniata dalle autorit militari: collateral damage, danni collaterali. Nessuno ha mai pensato che le 3.000 vittime (tutti civili) dellattacco alle Torri Gemelle l11 settembre 2001 fossero

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un danno collaterale. Eppure nelle prime ore i media nemici delloccidente che si opponevano a quello che descrivevano come legemonia mondiale del grande satana raccontavano che per la prima volta dopo Pearl Harbor gli americani avrebbero nalmente capito cosa signicasse sentirsi sotto attacco, cosa si provasse a perdere amici, parenti e cari in una guerra non dichiarata. Le Torri Gemelle un obiettivo legittimo dicevano. Chi ci lavorava dentro e ci abitava vicino erano danni collaterali. Parole che pesavano come macigni allindomani di quellattacco che scosse il mondo, cambi la storia, e con il quale ancora oggi si fanno i conti. Le parole Ground Zero o 11 settembre e Torri gemelle sono diventate immediatamente sinonimo di tragedia, di guerra portata in casa, di terrorismo inteso come siete tutti obiettivi legittimi, nessuno salvo. Non a caso quando poi Al Qaeda colp successivamente Madrid (l11 marzo 2004) e Londra (il 7 luglio 2005) la stazione di Atocha divenne il ground zero spagnolo e lattacco alla metropolitana di Londra l11 settembre inglese. Dopo gli attacchi di New York, Madrid e Londra si sono fatti vivi con me alcuni nazionalisti serbi con i quali mi ero confrontato tra il 1999 e il 2000, dopo che le bombe NATO erano riuscite a cacciare le milizie serbe dal Kosovo. Mi dissero che gli americani, gli spagnoli e gli inglesi (tutti paesi NATO) avevano

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ricevuto la giusta punizione. Parole che pesavano come macigni. Ma con il loro linguaggio diretto e con parole semplici esprimevano un concetto assurdo: i bombardamenti NATO e gli attacchi dell11 settembre sono stati entrambi parte della stessa strategia del terrore mondiale, del tentativo del pi forte di imporre la propria volont sul pi debole. La macchina folle della propaganda serba messa in piedi da Slobodan Milosevic (ormai in cella e poi deceduto prima della ne del suo processo allAia) era sopravvissuta al suo leader. Il suo potere oratorio era riuscito a convincere i serbi che nessuno li avrebbe mai pi cacciati dalla loro terra. Milosevic fu bravissimo dopo i bombardamenti NATO a raccogliere consensi in patria con parole chiave come reagire, ricostruire, e resistere. Resistere allopposizione in casa che faticava a raccogliere consensi, reagire allaggressione della comunit internazionale ricostruendo il Paese. Ci hanno creduto in molti no al suo arresto. Quando il giudice della Corte Internazionale di Giustizia dellAia gli chiese cosa rispondeva allaccusa di crimini contro lumanit, Milosevic rispose this is your problem. Il problema suo disse. I consider this tribunal false tribunal, the accusations false accusations, considero questo tribunale un tribunale falso, le accuse false accuse. Milosevic sapeva usare le parole e sapeva che non sarebbe mai stato condannato. Non perch

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innocente, ma perch sia lui che il giudice morirono (di cause naturali) prima di arrivare ad una sentenza. Slobodan Milosevic non fu il primo leader a scommettere sulla parola ricostruzione per salvare il proprio destino politico. Fu cos anche per Michail Gorbaciov la cui perestrojka per non era propaganda, ma il tentativo (riuscito) di cambiare un modello politico-economico-sociale che ormai aveva perso il passo nei confronti delloccidente ed in particolare degli USA. Non tutti ricordano per che perestrojka (che signica appunto ricostruzione) fu la terza parola chiave della ne dellURSS. La prima infatti era stata uskorenije che signica accelerazione. Gorbaciov aveva capito che per poter competere con gli Stati Uniti bisognava appunto accelerare il progresso tecnico-scentico del Paese. Reagan aveva gi iniziato la sua guerra stellare (lo scudo militare che avrebbe difeso gli USA da un attacco missilistico dellURSS). Gorbaciov si rese subito conto che lURSS non avrebbe mai tenuto il passo, e che una gara agli armamenti avrebbe messo in ginocchio il suo paese gi economicamente provato. Fu in quel momento che il tentativo di accelerare il progresso scientico (leggi militare) lasci spazio alla pi conveniente glasnost, cio trasparenza, la seconda parola chiave legata alla ne dellURSS.

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In realt la parola viene dal russo golos che signica voce. A Gorbaciov interessava dare voce ad un popolo che no a quel momento non solo non laveva, ma viveva sulla propria pelle il fallimento del sistema comunista. Fu proprio la voce del popolo a scardinare un sistema basato sul silenzio inteso come repressione e segreto di stato. Limmagine di Boris Eltsin sul carro armato dopo il tentato colpo di stato nel 1991 divenne il simbolo della piazza che prendeva la parola e Eltsin ne era il portavoce. Non uno che veniva dalla piazza, ma uno che la capiva. Lerrore che fece Gorbaciov fu proprio di non avere il linguaggio adatto per la piazza. Per Eltsin fu un gioco da ragazzi prendere il sopravvento. Da quel momento tutto cambi. Eltsin rimase al potere no al 2000, ma gi alle elezioni del 1996 dava segni di cedimento. Pochi sanno o ricordano che fu un gruppo di esperti della comunicazione (americani ma non solo) che riuscirono a fargli vincere quelle ultime elezioni contro il potente candidato comunista Gennady Zhuganov, che raccoglieva consensi raccontando la storia pi vecchia dellanti-politica: chi sta al potere un corrotto, un bugiardo e un incapace. Alessio Vinci