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RICORDO DEL FERRETTI Ossimori n5/1994

Tra quelli che hanno conosciuto ed avuto familiarit con Roberto Ferretti alcuni lo ricordano semplicemente come Roberto. Per altri, come allora, rimasto, pi formalmente, il Ferretti: una designazione sgraziata, ma a suo modo espressiva di un certo grado di estraneit e distanza. Dir subito che anchio faccio parte di questa seconda categoria: quella di chi, pur avendo avuto rapporti ed esperienze in comune, non mai andato oltre il limite di una dimestichezza convenzionale. Per questo linvito che mi ha rivolto Pietro Clemente a tracciarne un breve ricordo per Ossimori mi ha lasciato con un po di imbarazzo, non trovandomi certo nelle condizioni di produrre quel ritratto simpatetico ed affettuoso che in genere richiesto in queste occasioni e che altri potrebbero comporre pi motivatamente. Pensandoci meglio, tuttavia, mi sembrato che avesse comunque un senso, ed una sua utilit, proporre una ricostruzione dallesterno - e certo molto parziale e lacunosa - della figura e dellopera di Ferretti, senza lingombrante frammettersi del sentimento, e senza simpatie preconcette, n tenerezze agiografiche. Da questo punto di vista credo si possano meglio mettere in evidenza la qualit ed i meriti singolari del suo lavoro, e le conseguenze durature dellimpresa che ha avviata. Diventa inoltre - per usare un linguaggio al tempo stesso moderno e stravecchio - loccasione per un interessante case study sulla funzione della personalit nella storia (la piccola storia, per intenderci, della rozza provincia maremmana). Se non posso dire, allora, come era veramente Ferretti, darne un ritratto attendibile, posso per cercare di ricostruire limmagine - fedele o meno che sia stata - che di lui si era fatta la piccola comunit intellettuale di cui tutti e due facevamo parte. Per fare questo, dovr sovrapporre la mia lunga ed inutile familiarit con la vita politica e culturale grossetana ad una conoscenza frammentaria, episodica ed assolutamente unilaterale delle vicende biografiche di Ferretti.

Che gli piacesse o meno, lui era a tutti gli effetti - uno di noi: era, cio, un rappresentante tipico della sinistra giovanile grossetana, di quella sua parte, almeno, pi intellettualizzata e attiva culturalmente. Con essa aveva da spartire la stessa vocazione ad una blanda ribellione, leducazione liceale ed una formazione borghese (che a Grosseto era disponibile in quasi tutte le sue gradazioni: da piccola a media, grande esclusa), il gusto per la provocazione intellettuale e per un certo oltranzismo politico e verbale, lorientalismo, un interesse per gli aspetti difformi e misteriosi della realt, letture e gusti letterari decisamente selettivi, ma in fondo molto prevedibili: Pavese (un po meno Fenoglio), Eliot, Beckett, Jonesco, Baudelaire, Lautreamont, dadaismo e surrealismo, Artaud, un po tutti gli americani di Vittorini. Filosofia poca o niente: come dice Saul Bellow, quando uno ha letto Psicopatologia della vita quotidiana, sa che la vita quotidiana psicopatologica. Noi avevamo letto Miseria della filosofia (o almeno ne conoscevamo il titolo, il che non faceva molta differenza, a quei tempi), e sapevamo per certo che la filosofia miserabile (un convincimento peraltro decisamente utile, in quanto ci risparmiava una gran quantit di penose e difficili letture). Daltra parte anche i bambini, ormai, erano al corrente del fatto che il mondo va cambiato e non pi interpretato. Non che fossimo tutti uguali, ed in questo panorama cera spazio per gli estremi e le eccezioni, per le pecore nere e, nonostante la decisa tendenza alluniformit, anche per lesercizio di personalit forti e intelligenze brillanti. Alcuni di noi scelsero la politica come impegno pi sostanziale, altri vi parteciparono attivamente, ma senza farsene una ragione di vita. Tutti, pi o meno, lhanno poi abbandonata, in tempi e con modalit diverse, ma, a conti fatti, sulla base delle stesse motivazioni (tranne, forse, quelli che si sono fatti socialisti). Ferretti rinunci molto presto, per quello che ne so, alla politica attiva. Suppongo che le ragioni che lo avevano avvicinato alla politica avessero trovato in lui una via di sbocco pi congeniale in una dimensione di interessi umani pi privata e, insieme, di pi largo raggio intellettuale. Credo che per lui, forse un poco pi di quanto sia accaduto per molti di noi, la iniziale scelta politica non possa essere separata da una pi generale curiosit e passione umana, dalla sua attitudine verso un certo tipo di valori e di interessi che non necessariamente si esauriscono nellimpegno politico, nel quale trovano spesso, semmai, un ostacolo. Per questo sono convinto che sia difficile separare il Ferretti politico dal Ferretti demologo; persino, forse, dal Ferretti disegnatore.

Cera in lui una ispirazione anarchica evidente e dichiarata, ma di un anarchismo inteso soprattutto come passione romantica e vocazione antiregolistica. La rivoluzione, che per alcuni era una palingenesi, per altri la ben ordinata dittatura del proletariato, diventava per lui - e, certo, non solo per lui - la tranquilla liberazione da pregiudizi ed imposizioni, laffermarsi di uno stato naturale di libert e giustizia. Una dimensione prima di tutto umana e personale. Non credo proprio che fosse, come erano molti di noi allora, un grande appassionato di Lenin. Lo vedo semmai un poco pi gramsciano della media del tempo. E ancora, non un gramsciano del libro ma dotato di una naturale simpatia e corrispondenza per quegli aspetti del pensiero di Gramsci meno immediatamente politici: i consigli operai, certo, ma soprattutto il Risorgimento, le poche note sul Lazzaretti, gli intellettuali. Niente poteva essere pi distante da lui che una pratica della politica fatta a sua volta di regole, di direttive, di ordinate manifestazioni, di retto progresso verso il fine stabilito, di disciplina. Ricordo un suo disegno del tempo, che a me, giovane commissario del popolo, sembr una romanticheria di pessimo gusto, e che invece riassume con gentilezza e candore lattitudine politica che gli era pi propria: un menestrello finito in un pantano, tra le risate delle rane, con sotto la scritta: socialismo ai bambini. E, a pensarci bene, la summa del pensiero politico di Ferretti la si trova tutta in quel librino di disegni intitolato Signorn che, insieme a molte banalit e dichiarazioni di principio abbastanza corrive - come usava in quei tempi sbrigativi - allinea sprazzi di una cordiale compassione umana, una partecipazione divertita alle cose del mondo. Ricordo un altro aneddoto illuminante, quando lo incontrai sul corso con in mano una copia dei Canti di Castelvecchio (una lettura che trovavo, ovviamente, inconcepibile e compromettente), e la discussione che ne segu tra noi, con lui che mi invitava a leggerli con spirito diverso, a coglierne senza pregiudizi i valori e le suggestioni. Ecco, nel paragone con Pascoli mi possibile ritrovare un esempio calzante per latteggiamento umano di Ferretti: in quella sensibilit spiccata per la natura e per il naturale intreccio umano di cui intessuta, nella aspirazione a sentire la sofferenza, ma anche la ricchezza danimo degli umili, nella sensibilit per gli aspetti effusivi e ricchi di pathos dellesperienza umana, in quello stupore genuino, languido senza essere decadente, di fronte al meraviglioso, a quel mistero del mondo che superiore a tutti i misteri fittizi e orrorosi.

E anche, naturalmente, come in Pascoli, una politica intesa come socialismo viscerale, senza intellettualismi, ma anche senza definitivi orizzonti. Un anarchismo spontaneo che alla base del modo di avvicinare il mondo della gente povera ed umile, e il suo ricco patrimonio di storie e di immagini. E tuttavia Pascoli non fino in fondo il modello da ricercare. Non era certo fatto per Ferretti il tremore crepuscolare di animucce infantili, n la vocazione pascoliana per gli elementari affetti domestici, in una dimensione di rinuncia e di repressione. Cera, al contrario, in lui, un vitalismo ragionevole e baldanzoso, senza risvolti tenebrosi e con rari ed in fondo sorvegliati eccessi. Una vitalit ovvia e goduta, che ci ricorda semmai un altro poeta della natura e della gente umile, come Pascoli attento alle radici popolari ed alle tradizioni della sua gente: Robert Burns, con il quale laccostamento riesce altrettanto felice nel bene e nel male (anche, per intendersi, in quelle occasionali cadute di stile, in cui la sua vena cede al manierismo e alla pastorelleria). Con queste premesse si capisce lovvia insofferenza di Ferretti per una politica che concepiva il rapporto con le classi subalterne nei termini di una didattica illuministica ed al fondo colonizzatrice, ed il suo desiderio di avvicinarsi direttamente e senza mediazioni ad un mondo da cui si doveva, prima di tutto, imparare. Non dubito che alla base dellinteresse di Ferretti per la demologia, come uno dei suoi componenti ideali, ci sia stata anche una visione politica, o meglio, in termini pi generali, ideologica. Il fine e i moventi del ricercatore, come sempre accade, non stanno nel puro e semplice desiderio di conoscere, nella ovvia ricerca della spiegazione: piuttosto unadesione, una tensione verso il proprio oggetto che si sostanzia di innumerevoli motivazioni. Una di queste non poteva non essere una certa visione ideologica delle classi subalterne come portatrici di valori non corrotti e genuini, di una umanit spontanea e naturale, capace di vivere con sicurezza e senza sofisticazioni una vita dura ma resa sacra da una naturale e originaria consustanzialit con la natura ed i suoi tempi e prodotti. E pure questo atteggiamento era vissuto senza intellettualismi, e contemporaneamente senza lillusione di una mistica partecipazione a quel mondo. Se lecito cercare di individuare i moventi e le fonti dellinteresse di Ferretti per la sua materia di lavoro, sarebbe tuttavia pretestuoso

forzare in un banale schema epistemologico il suo approccio originale, che era dettato invece soprattutto da una spontanea ed intensa pulsione umana, una naturale simpatia che attingeva ad una vasta gamma di emozioni e ad una singolare ricchezza di vita interiore. Se se ne vuole una dimostrazione indiretta, basta far riferimento alla sua attivit di disegnatore. Il tratto di quelle opere, le soluzioni grafiche, linventiva e la resa sono spesso geniali. E tuttavia anche qui interessante segnalare un dato di fondo. A parte la rilevabile maturazione del tratto, una maggiore precisione ed incisivit che si osserva crescere da un disegno ad un altro, da un anno ad un altro, stupisce la sostanziale fissit degli schemi espressivi, la mancanza di una qualsiasi evoluzione e differenziazione stilistica. Lo stile di base dei disegni quello che con un termine attuale si potrebbe definire della linea chiara, quella che il grande Jean Giroud riferendosi al suo maestro Herg - ha paragonato ad una moderna forma di arte sacra. E nessuna definizione mi pare pi calzante di questa paradossale etichetta anche per i disegni di Ferretti, la cui costanza e fissit riproduce indirettamente una visione del mondo semplice, ma completa e precisa, che tuttavia non ne nasconde il fondo inquietante e misterioso, e ne risolve in pochi tratti gnomici la profonda suggestione. E questo, credo, un modo per capire anche il rapporto di Ferretti con la materia pi significativa del suo lavoro, con la ricerca demologica. Al di l delle incrostazioni ideologiche ed intellettuali, delle modeste velleit politiche, si rileva sempre una genuina vocazione alla scoperta dellaltro, o meglio, come in ogni impresa antropologica che si rispetti, alla scoperta delle pi misteriose profondit di s che il contatto con laltro dischiude, ad una visione del mondo che comprenda s e quellaltro e che apra la mente. Soltanto se queste premesse sono solide e chiare ha senso (e possibilit di scoprire e insegnare qualcosa) il lavoro dellantropologo, ch altrimenti solo lattivit di un archivista sui generis, di un gelido entomologo. E proprio da questa iniziale vocazione umana, da questo felice impasto di interessi conoscitivi, disposizione caratteriale, acume intellettuale e passione di esploratore, personale visione del mondo ed esperienza politica, che si origina la ricchezza del lavoro di Ferretti demologo, la quantit, il raggio e la profondit delle sue ricerche.

La sua morte la possiamo rappresentare con due differenti e alternativi cartigli: lantropologo caduto sul campo, al suo posto di lavoro, con la fine che arriva a suggellare nella continuit la passione di tutta unesistenza. Oppure, pi esotericamente, la finale rivalsa dei demoni della sua vita, sprigionatisi in un luogo carico di energia e di aura. Ognuno scelga il finale che gli pi congeniale. E destino comunque della sua esperienza singolare che anche quellappuntamento terminale debba in qualche modo accomodarsi in una dimensione epica e favolosa. Certo, se gli fosse stato concesso di scegliere, Ferretti avrebbe optato per una fine pi ordinaria, purch tardiva. Ma certe scelte non sono ammesse, per quel che ne sappiamo. Resta a noi di contemplare con meraviglia e stupore la temibile simmetria che il destino ha imposto alla sua personale parabola.