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LE STORIE

DI

POLIBIO
DA MEGALOPOLI
VOLGARIZZATE
SOL TESTO GRECO DELLO SCHWEIGHAUSER E CORREDATE DI NOTE

DAL DOTTORE I. G. B. KOHEN


DA T R IE S T E

T O MO

OTTJrO

MILANO
COI TIPI DI PAOLO ANDREA MOLINA Contrada dell JgrftUo, N. <)63 ,

1 84 2 .

DELLE STORIE
DI POLIBIO DA MEGALOPOLI

AVANZI DEL LIBRO VIGESIMO NONO

I. (i) I l senato, udito che Antioco era divenuto pa- j drone dell Egitto, (2) e fra poco il sarebbe dAlessan* 586 d ria; stimando spettar alquanto a s 1 aggrand mento Olimp. clii,4 del re anzidetto, cre ambasciadori Cajo Popillio ed al* Am. 90 tri, perch fossero mediatori della pace, ed esaminassero in generale qual fosse la situazione degli affari. Cos e* rano le cose in Italia.

II. (3) Essendo innanzi all'inverno ritornato Ippia Amb. che Perseo mandato avea ambasciadore a (4) Genzio pelialleanza, ed esponendo che il re pronto era ad ad* dossarsi la guerra contro i Romani, ove gli fossero dati trecento talen ti, (5) e le convenienti sicurezze circa la somma degli affari; Perseo, udito ci, e giudicando es sergli necessaria la cooperazione di Genzio, elesse Pan-

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f. di R. tauco, uno de suoi principali amici; e pedillo con que-

sii incarichi: primieramente daccordarsi pe d a n a ri, e di dare e prehdere il giuramento pelialleanza; poscia di procacciare (6) che Genzio mandasse tosto gii statichi che piacerebbe a Pantauco, e da s ricevesse quelli che Genzio nominati avea nella scritta; oltre a ci saccon ciasse con lui pel trasporto detrecento talenti. Pantau co partitosi incontanente, e giunto in (7) Meleone della^ Labeatide e col abboccatosi con Genzio, subito indus* se il giovine ad accomunare con Perseo le sue speran ze. Come prima prestato e scritto fu il giuramento cir ca lalleanza, Genzio mand gli statichi designati da PnntajKro, e seco foro Olimpio ne per prendere da P er seo il giuramento e gli statichi , ed altri che avessero cura del danaro. Senza che persuase Pantauco a GenQ K mandar ad un tempo ambasciamoli, i quali in sieme con quelli eh erano mandati da Persto. andassero a Rodo per trattare la comune alleanza. (8) L o che f a cendos, ed entrnndo iR o d ii pure in questa guerra , i R om ani, asser egli, vn ti sarebbono con gravidefa cilit . Genzio condiscese a tulle queste richieste, exl t k t t i Pai'menione e Morco spedilli con ordine!, che quando avessero presi da Perseo il giuramento e gli statichi, (9) es fossero d accordo pe danari, andassero; in amba sciata a Rodo. III. Tutti costoro adunque recaroni,ii> Macedonia. Ma (,i o) Pantauco, rimaso al fjauco del re, andatalo am monendo e pnntecchiaiido, affinch non .ritardasse gli apparecchi, ma fosse pronto a preoccupar i luoghi , le citt e gli alleati; e sovraUuUo chiedeva da lui che pre-

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parasse l occorrevole ad ( i r ) urta battaglia navali. Im - . F< d i m perciocch essendo i tomani in siffatto particolare al tatto sprovvisti, egli nellEpiro e nellIHiria avrebbe di leggieri mandato ad effetto qualsivoglia proponimento da s, e per mezzo di quelli che avrebbe inviati. G ttitio, sedotto da questi discordi, occupava*! negli apparecchi di terra e di mare. Perse p e r ta n to , come Vennero in Macedonia gli ambasciadori di Gertzlo e gli statichi) par* titosi dal campo circa il fiume Enipeo con tatti i Cavalli, riscontr gli anzidetti (12) presso D io , e coti lro unitosi, dapprima prest il giuramento peli alleanza ( i 3) nel cosptto di tutta la cavalleria; perciocch voleva egli che i Macedoni bene conoscessero hi societ di Gen*io, sperando che per siffatta giunta crescerebbe loro l'animo. Indi ricevette gli statichi, consegn i suoi ad Olimpione, de quali i pi illustri erano Limneo di Po* lemoCrate, e Balauco di Pantauco. Poscia mand clo* ro eh'erano venuti pedanari a Peli, perch cl li pren dessero. Gli ambasciadori destinati1per Rodo fece an dar a TessaloniC (14) da M etrodoro, ordinando loro d ' esser pronti a far vela. (16) Persuase cos ancor a' Rodii di entrar nella guerra. Poich ebbe disposte que ste cose, sped (16) Crifonte ambasciadore ad Eumene, eh era gi stato in addietro a tal uopo m an d ato ; e (17) Telemnasto cretese ad Antioco, (18) esortandolo a non lasciarsi sfuggire I* occasione, e b non credere che la superbia, ed il duro trattamento de* Romani a s solo giognerebbono; ansi avesse per fermo, ohe, (19) se ora noi ajutasse , sovrattutto adoperandosi pella pace ,
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M. i A (2o)'nx)n, riUsecpdoquesta, mandandogli soccorsi, eg lib e b presto sperirae&terabbe la stessafortnna.
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Am. 86 IV . Essendo aijtrtinaifiti icO raitii 'R odo, vinse il prlitO'ct piacque (ai) mandar ambasciadori pella paje. Per tal frodo decise il consiglio le fazioni contrarie de Rodii (conforme esposto (aa) nella raccolta delle aringhe);; pel quale conjigljo appavano mollo pi pp^ teftti cqloro che teneareo.con; P erseo, che non quelli che studiftvansi di salvare la patria e le leggi. (22) I.Pritaui cresrono tosto ambasciadori che ayean a, trattar Sa pa0e,,pef RoUia {24) Agepgli ti iGl^ombroto , al console ed 3 Perseo, Daione, Nicostrato, (a5)Agesiloco e Te* lefoi. Le ( 6 ) cose che .a queste, tennero dietro eseguilQno-nella stessa copformit, ed accumulando gli errori sifolfeero ogni .adito alla scusa Imperciocch subito wfndafoii in Creta aipbasqiadoi'i per, rinnovare coli (27) tutli:i Cretesi l antica amicizia , e per esortarli a ' coosidefar i {empi e ie. circostanze, a consentire col po polo de^flodii, ed.a stringer seco lega d' obesa e difesa,. Foin egualmente mancate persone ^*8) nelle singole ci U a traUW desile tpedesime cose. im i, 87 -V * (*9): Giunti .jRo.do Partnenione e Morco, man dati, da;G e n z io ,e c o n e s s i MetroJoro, e raccolto, ri con siglio; (3jo)i fu,la raguoaitza al tulio tumultuosa , osan d o giD inotieuiam fesU ipenle di (3 t) parla,!-, in favore di Perseo', e, Teeteto col suo partito sbigottiti essendo di quanto accadeva, Imperciocch l arrivo (32) delle barche, la moltitudine <le cavalieri periti e la tramu-

iasione di Gensio gli vvilva. Quindi ebbe la ragwnan- A. di za un termine conforme a ci che dianzi dicemmo ; sendocb parve a Bodii di risponder amichevolmente ad amendue r, e d far loro a sapere, come avean riso luto di (33) procacciar loro la pace; ondeammonivanli vi detsfero opera e$si ancora. Furon eziandio (34) gli ambasciadori di Genzio accolti e pubblicamente spesati con mlta, cortesa. (35) Polibio nel libro vigesimo nono dice, che Gen- Aieneo zio re degl Illirii m en, perciocch molto bevea, nna Ki c' " vita assai facinorosa, essendo sempre notte e giorno avvinazzato: ed ucciso avendo il fratello (36) P leurato, che dovea sposare la figlia di M enunio, spos egli la fanciulla, e crudelmente tratt i sudditi.

VI. I Romani, (3y) per la possanza della rotella, e Su degli scudi ligustici fatti di Quojo, valorosamente resi- al^ ^ stavano. (38) 11 primo fra quelli eh erftno presenti, Nasica p i^ r to cognominato Scipione, genero di Scipione' Africano, il ne^ quale, pi tempi posteriori moltissimo valse nel senato, pauua si assunse di condarre laccerchiamento. Il secondo F a bio Massimo, figlio maggiore d Emilio, ancor giovinetto, rizzQssi, alla stessa fazione dichiarandosi pronto. Di ci rallegratosi Em ilio, diede loro soldati, (3g) non quanti riferisce Polibio, ma quanti lo $tasso Nasica dice daver ricevuti, nella lettera che intorno a questi avvenimenti scrisse ad uno de re . . . A Perseo p erta n to , il quale

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A . d A. vedeva Emilio starsi tranquillo d ia campagna, n avvisavasi di i he accadeva, un disertore cretese fuggi* to dalla strada Vennd significando il giVo che faceva i Romani. Egli turbatosi, non mosse tuttavia l esercito, ma consegnali a Milone diecimila mercenari! e due mi la Macedoni spedili!, ingiugneftdo loro daccelerare i passi e di occupare i boschi. (4o) Su cbstoro dice Po'* libio, che piombaron i Romani, mentre ancor dormiva n o ; ma secondo Nasica avvenne un fiero e pericoloso combattimento circa le vette de monti. Suida a > n Eclissando la luna (4 1) sotto il regno di Perseo il M acedone, invalse nel volgo la fama che ti denotava leliistnehto del re. La qual coS aggiunse animo a Romani, ed avvili i Macedoni. Tanto Vero > 1 prover bio comune: che nella guerra vha molti (4^) spauracchi.

Suida (43) Il cnsole Lucio Einilio, non avendo mai veda* alle voci ta una falange, se non se allora la prima volta sotto

aA?g Perseo; sovente confess di poi ad alcuni in R om a, A\d-etftt- ch egli non avea vedtrto niente di pi (44) formidabile j potente che l falange macedonica: sebbenegli non solo di molt battaglie qundt ogni atti0 fsse stato spet** tatore, ma molte ancora ne avesse dirette. Snida P e rs e o . av e n d o titi solo 1 p ro p o n im e n to , o di vincer nlla voce o d f m o r ir e , n o n gliene b a s t allo ra P a n i m o , m i
(4 ) avvilissi, no n a ltrim e n ti c h e (4 6 ) i cavalieri m a n d ati innanzi p r iip iare.

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Perseo, impiegato avendo tempo e fatica, cadde al A. di R tutto d'anim o, conforme fanno (4?) gli atleti tnaldisposii*, perciocch allorquando (48) avvieinavasi il pericolo, aua O C ( e doveasi venir a battaglia decisiva, non gliene bastava K****TVlltt il cuore. 11 re de' Macedoni, siccome dice Polibio, mcomin- Plutarco ciata essendo la pugna, avvilitosi, se ne cavalc in cit- p " jf0 l; fingendo di sacrificar (4g) ad E rc o le, il quale non Emilio accetta (5o) da vili sacrifici! di vilt, n voti ingiusti adempie. VII. Allorquando Perseo sconfitto se ne fugg, piac- Am qne al Senato di chiamar a s (5 i) gli ambasciadori ve nuti da Rodo per procacciar la pace a Perseo, mentre che la fortuna come a bello studio traeva in iscena (5 ) la stolida superbia de'Rodii, se pur dee dirsi de' Rodii, e non di quegli uomini che allora preponderavano in Rodo. Entrato che fu (53) Agepoli co'suoi colleglli dis se, esser venuto per negoziar la pace ; dappoich il po polo rodio era entrato in questo pensiero, leggendo che la guerra andava in lungo, e che (54) a tutti i Gre ci (55) dannosa riusciva , ed agli stessi Romani pelia grandezza delle spese ; ma ora essendo la guerra finita (56) secondo il desiderio de Rodii, congratularsi seco loro. Agepoli, poichebbe detto ci brevemente, (5^) se ne and co suoi compagni. Il senato, valutosi dell'oc casione, e volendo statuir nn esempio ne Rodii, (58) die de fuori una risposta, gli articoli principali della qua le sono questr: Non aver i Rodii mandata quest' amba-

12 4 . di a. sceria per amore deGreci, n di s, ma di Perseo. lui*

perciocch se 1 avessero fatta in grazia de G reci, ii tempo pi opportuno stato sarebbe allorquando P er seo guastava la campagna e le citt de Greci, osteggian do in Tessaglia pressoch due anni. (59) Ma laver tras curato quel tem p o , ed esser ora venuti studiandosi di conciliar la pace, mentre le nostre legioni aveano invasa la Macedonia, e Perseo rinchiuso avea pochissima spe ranza di salvezza, manifesto rende a chi diritto m ira, come avean mandate le ambascerie, non con animo di trattare la p a c e , ma per disbrigare Perseo e salvarlo, secondo la loro possa. (60). Per le quali cose dissero, non esser al presente obbligati n di beneficarli, n di dar loro benigna.risposta. In siffatto modo il senato trat t cogli, ambasciadori deRodii. V ili. Essendo nel corso dellinverno venuti nel Pe loponneso ambasciadori da (61) amendue i re Tolemei per a)uti, si fecero molte consultazioni, in cui vebbero molte gare. Imperciocch a Callicrate, a (62) Diofane, ed insieme ad (63) Iperbato non piaceva che si dessero soccorsi; ma ad (64) Arcone, a Licorta ed a Polibio pia ceva che a re si dessero secondo la yigente alleanza. Imperciocch allora Tolemeo minore era stato dal voigo dichiaratore, (65) ed il maggiore, per cagione dellim minente pericolo ritornato da Menfi, regnava insieme col fratello. Ed abbisognando essi d ogni maniera dajuti, spedirono ambasciadori Eumene e Dionisodoro agli Achei, chiedendo mille fanti e dugento cavalli, ed a duce di tutte le forze alleate Licorta, e delia cavalleria Poli-

4 mb. 89

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bio. A Teodorida da Sicione mandarono, invitandolo ad A. di R. 586 asspldare mille stranieri. Ed aveano per avventura i re maggiore famigliarit colle persone anzidette (66) plle gesta di cui abbiam parlato. Venuti gli ambasciadori, mentrech il congresso degli Achei era in C o rin to , (67) e rammentati avendo i grandi benefci! della casa regia verso di loro, e posto sottocchio linfelice stalo de re, e richiedendoli d ajuti; era la moltitudine degli Achei prouta a combattere non con una parte delle forze, ma con tutte eziandio, ove fosse stato m estieri, in favore dere: (68) (ch amendue avean il diadema e la potest regia). Ma Callicrate ed il partito di lui vi si opposero dicendo, non dovere generalmente gli Achei (69) mescolarsi negli affari altrui, e sovrattutto ne tempi presenti ; ma tenersi liberi da ogni distrazione, affine di prestar i loro servigi a? Romani. Imperciocch allora principalmente aspettavasi la (70) battaglia decisiva, svernando Quinto Filippo in Macedonia. IX. Esserido pertanto la moltitudine caduta nei dubbio di apparir poco curante de Romani, Licorta e Polibio, ripreso il discorso la istruirono, e molte cose adducendo ramm entarono, come (71) I anno addietro, avendo gli Achei decretato di soccorrere con loro sforzo i Romani, e mandato Polibio atfibasciadore , Q u in to , aggradilo il loro buon anim o, d isse, non aver bisogno d ajuti, dappoich avea superato lingresso in Macedo nia. Donde dimostrarono esser mero pretesto il servigio de Romani, affine di far sospendere gli ajati. 11 perch esortavano gli Achei, dimostrando la grandezza del pe ricolo, in cui allora trovavasr il reame, a non negligere

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A. di A. 1 occasione, (73) ma ricordandosi delle convenzioni e 586 jjc beneficii, e sovraltutto de giuram enti, a serbar i trattali. (7?) Esponendo di bel nuovo la moltitudine u> nanimamente la opinione che si soccorresse, Callicrate (74) sospese la deliberazione, spaventando i magistrati con dire che non aveano facolt secondo le .leggi di consultare ( j 5 ) in popolare ragunanza intorno agli ajuti. Dopo qultbc tempo raccoltosi il senato in Sicione, a cui intervenne non solo il (?&) consiglio, ma tutti da trent anni in su, ed essendosi fatti molti discorsi, e con* fermando singolarmente Polibio, primieramente che i Romani non avean bisogno d ajuti ( lo che egli sembrava non dire gratuitamente, essendo (77) nella passata stagione stato in Macedonia (78) presso Marcia Filippo)} in secondo luogo dicendo, che ove i Romani bisogno aves sero di forze ausiliarie, gli Achei p er cagione di dugento cavalli e mille fanti che manderebbonsi in Alessandria, non sarebbero nellimpossibilit di soccorrer i Romani, dappoich (79) giustamente valutate sommavano le loro forze trenta ed anche quaranta mila combattenti : la moltitudine approvando questi delti inclinava al mandare soccorsi. Il giorno appresso, in cui secondo le leggi (80) i consultori propor doveauo i decreti, Lioorta propo se, che savessero a mandare gli ajuti, e Callicrate che si dovessero spedir ambasciadori per riconciliare.i re con Antioco. E d essendo di bel nuovo recate innanzi queste deliberazioni, nacque una gagliarda contesa; ma il par tito di {Scorta era mollo supcriore* Imperciocch con frontati (81) i due regni, trovossi che grandemente dif ferivano. G&c)fgssech sotto quello d Antioco scarse

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prnove di famigliarit co Greci si riuvenissero ne tera> J . di pi addietro ( ebbene quegli che aitar regnava, era ma^8* nifestamente generoso verso i G r e c i) ; tua dal regno di Tolemoo tali e tante beneficenze ridondarono agli 4 * chei ne tempi passati che (8a) a nessuno pi. Le quali cose Licorta condegnamente sponendo diede lor grande spieco; che dal confronto perfettamente risultava la dif-. ferenza. Imperciocch, siccome faci! non era d annove rare i beaeficii de re 4 Alessandria, cos non pptea tro varsi alcun tratto di benignit nel regno dAntioco, donde agli affari degli Achei derivasse qualche ragione vole1vantaggio. X. Continuarono per qualche tempo (83) Andronida Amb e Callksrate a discorrere sulla mediamone della pace ; ma non dando ad essi uessuno retta, introdussero un astu zia. Veune dalla strada nel teatro un corriere con una lettera da Quinto M acola, per nez*o della quale esor tava gli Achei, che seguivano la volont de Romani, ad ingegnarti, di paoifcar i re. Imperciocch ave* il senato ancora mandati ambasciadori con (84) T. Numisio per conciliare colesta paoe. Ma era ci (85) contro la loro supposizione; dappoich Tito, non avendo potuto rap pattumar i ve, ritorn a Roma seuz aver operato nulla. Polibio p erta n to , non vqlendo per rispetto di Marcio contraddir alla lettera, (86) si ritrasse dagli affari. Co tal esito ebbe la discussione intorno agli ajuti da mandarsi a re. Ma agli Achei piacqpe di mandar ambasciadori per trattare la paoe, e d a q u e s t o effetto elessero Arcone da Egira, Arcesilao ed Alistone da Megalopoli. Gli ambasciadori (87) di Tolemeo, delusi del soccorso, diedero

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. di R. a magistrati tina lettera de re che tenevano p ro n ta , ^86 nella quale chiedevate agli- Achei di mandar loro Licorta e Polibio per la presente guerra. mb. 93 XI. (88) Essendo venuto Antioco a Tolemeo per ottenere Pelusio, PopiUio duce supremo deRomani, al re che il salutava da lontano colla voce ', e stendea versoi di lui la destra , porse la tavoletta eh egli avea nelle mani, nella quaPera (89) scritto ri decreto del sena to, ed ordingli innanzi ogni csa di leggerla, (90) sde gnando, secondoch io credo, (fi dare il segno dam P cizia, avanti di conoscere P intenzione di> colui che gli porgeva la destra, se amico era od inimico. Poich il re, avende letto, disse, che volea consigliarsi cogli amici su cotal novit; PopiUio, ci udito, fece na cosa, che sembrava, a dir vero dura e superbissima. Imperciocch avendo in mano una bacchetta di vite, circoscrisse con quella Antioco, ed in cotesto'circolo'gli comand di dare la risposta intorno allo scritto. Ij re attonito (91) del fatto e della superchiera, stato alcun poco sopra di $, disse, che farebbe tutto ci che fosse comandato da Ro mani. (93) Allora PopiUio ed insiemp colro eh erano seco, presa la sua destra, il ' salutarono amichevolmen~ te. Era il tenore dello scritto , che subito ponesse fiae, alla guerra con Tolemeo. Datogli adutkque il termi ne d alcuni giorni , Antioco condusse il suo eserci to (93) in Siria , dolente e gemebondo s , ma cedendo frattanto alle circostanze. PopiUio, con ebbe riordinate le cose dAlessandria, ed esortati i re alla concordia, cd imposto loro ancora di mandare (94) Poliarato iu ferri a Roma, navig alla vlta di O p ro , volendo quanto

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prima cacciare dellisola le forze dAntioco che vi era no. Giunti col, e trovati i capitani di Tolemeo sconfitti in battaglia, (95) e tutto Cipro a soqquadro, fece subito uscire l esercito da quel luogo, e vi rimase stanziato, finch le forze salparono pella Siria. I Romani per tal mod salvarono il regno di Tolemeo, che per poco non era disfatto; governando cos la fortuna gli affari di Per* seo e de Macedoni, che Alessandria e tutto l Egitto venuti essendo nell estremo pericolo, raddrizzaronsi di bel nuovo perci appunto, che antecedentemente com piuto era il destino di Perseo. (96) Che se ci non fosse accaduto e fattosi nolo, a me non sembra che Antioco ubbidito avrebbe a comandamenti ricevuti.

F I N E D EG LI AVANZI D EL LIBRO VIGES1MO HOMO.

p o lib io ,

Io n i. m i .

SOMMARIO
AGLI AVANZI DEL LIBRO YIGESIMO NONO.

A f f a i il

o'

I talia.

I l senato romano manda C. Popillio ambasciadore in Egitlo ( I).


G bcrba P e rsic a.

Trattato di Perseo con Genzio ( II III). - Ambasceria di Perseo a Rodii ad Eumene - ad Antioco ( III). I Rodii mandano ambasciadori a Roma ed a Perseo Con animo di con ciliare la pace - ed a Cretesi per rinnovare Vamiciiia ( IV). Gli ambasciadori di Perseo e di Genzio arrivano in Rodo (jj V). Scudo ligure. - Scipione Nasica discorde da Polibio secondo Plutarco. - Eclisse lunare. - Emilio attonito della falange ma cedonica, Perseo d le mosse alta fuga ( VI). - Astuta ambasceria de Rodii mandala a vuoto dal senato romano ( VI!).
A ffari
d E g i t t o e di

S iria.

Due fratelli Tolemei regnano contemporaneamente in Egit to. - Chieggon aiuti dagli Achei. - Questi deliberano.- - Callicrate dissuade ( Vili). - Licorta e Polibio persuadono. Gli Achei differiscono di parere circa V aiuto da mandarsi a Tolemei (5 IX). - T. Numisio ambasciadore a Tolemei e ad

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Antioco. - Gli Achei mandati ambasciadori per rappattumare i re. - I Tolemei chieggono Licorta e Polibio a condottieri delP esercito ($ X). - Popillio confina Antioco in un crcolo. Antioc abbandona l Egitto. - Popillio scaccia da Cipro le fo rte dAntioco. - V Egitto conservato a Tolemei da Romani (S XI).

ANNOTAZIONI
AGLI AVANZI DEL U B R O V1GESIMO NONO.

\jo n tin u a in questo libro la narrazione della guerra de Ro mani con Perseo sino alla sua fine. Se non che tranne 1 alleanza che fece questo re con Genzio innanzi d entrare nell ultimo ci mento, tallo il resto pu considerarsi perduto, ben poco essendo ci che'Ateneo e Plutarco nell esporre i fatti a colesta guerra appartenenti attribuiscon a Polibio. Intorno all epoca di questi avvenimenti veggasi l introduzione alle noie del libro xxvin. ''> (i) I l senato ecc. Che Polibio incominciasse la storia di ciascfaeduD anno dagli avvenimenti d Italia, siccome pretende lo Schweigb., non apparir vero a chi si porr ad esaminar i libri che di lui ci sono pervenuti intieri; dappoich negli altri, dequali non abbiamo che frammeuli pi o meno ragguardevoli, manca sovente la relazione delle geste che al principio del libro corri spondono. E male, cred io, si appoggia quel commentatore, per provare la sua asserzione, a quanto scrisse il Nostro verso la fiue del lib xxvin, c. 1 4 . Imperciocch . la sposizione delle dicerie degli ambasciadori e delle risposte eh ebbero avanti d indi* )are la loro elezione e spedizione, conforme col legesi, didoojlra bens che le pratiche del. senato romano, dove quelle di ottrie e quelle risposte si pronunziarono^ si narrassero anterior mente agli affari de1 paesi che ambasciadori a lui mandavano, )paa non ' altrimenti che la storia dell anno sempre incominciasse

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da fatti in Italia accaduti. Alla nominazione di Popillio e degli altri ambasciadori ad Antioco, che furono C. Decimio e C. Osti lio, tengono tosto dietro in T. Livio ( s i , iv, ao) larrivo deIegati dalla Macedonia, annunzianti la cattiva posizione dell esercito romano e la spedizione a quella volta del console L. Emilio con un giusto esercito, e di Cn. Ottavio colle forze navali; poscia seguono, quai fatti contemporanei a quelli d Italia poc anzi rac contati, le cose che nel prossimo capitolo espone il Nostro. Quindi bene fece lo Schweigh. a trasportare qui la presente ecloga dal luogo che assegnato le aveano gli editori che lo precedettero. (a) E f r a pof.o. Vedi xxvni, 1 8 . (3) Essendo ecc. Ci che manca al compimento di questa nar razione puossi ripetere da Livio (x l i v , a3 e seg.) e da Appiano (D t reb. Maced.fragm. xvi), donde vie maggiormente apparisce, aver Perseo per avarizia precipitati i suoi affari ; dappoich coi danari non solo indotto avrebbe Eumene a non prestar in quella guerra soccorsi a Romani, ma avrebb eziandio aggiunto al suo esercito un notabile rinforzo, di Galli abitanti nella Gesta apiede cd a cavallo. Perfino, de trecento talenti) che per patto sommi nistrar dovea a Genzio,. non esbors egli che dieci, trattenendo i rimanenti come vide che quel re incominciata ebbe la guerra-coi Romani, imprigionando gli Ambasciadori che questi avean a lui iiutndatii . (4) Genito. singolare, conforme osserv gi lo Schweigh., che in. Polibio ed in Appiano trovasi questo nome costantemente scritto col S, quando Livio lo scrive dappertutto col r, sebbne il ih eprime sempre nell idioma latino quella greca consonante. .Forse non volle Livio deviare nella scrittura di' questo nome proprio da quella degli altri latini che tanno la medesima desinenza, sic come Mezentius , 1Pradentius. (5) E le convenienti sicurezze. Queste erano gli' slatichi ed il giuramento. La somma poi degli affari comprendeva gli articoli della convenzione, n veggo col Reiske il bisogno di mutare qui r in jtAt", quasich Genzio chiedesse'malleveria pe ri manenti danari he non avea per anche ricevuti. Qui tratta vati

soltanto iella stipulazione dliaccordo, non gi della; consegna de talenti che seguir dovea poscia in Pella. (6 ) Che Genzio mandasse ecc. Livio dice: Vt obsides ni tro citroque darntur (che si dessero statichi dall una parte e dallaltra), omettendo la circostanza notata da Polibio, che darsi dovessero tali che a pleoipotenziarii di Perseo ed a Gezio pia cessero maggiormente, donde procedeva sicurezza pi valida agl interessi d amendue. In generale pi estesa la relazione che d il Nostro di questo trattato che Don quella che ne lasci lo storico romano. (7 ) Meteone delta Labiatide. Era questa provincia illirica, se condo Plinio (tu, a5, 3 7 ), una di quelle ebe aveano citt greche, e tgle sembra essere stata la qui mentovata i cui abitanti altrove (11, 1) il Nostro appella Mediana. Veggasi intorno ad essa col la nota 6 . L Orsini vorrebbe che, seguendo Livio, si leggesse Medeone, e si riferisce alla scrittura eguale di Plinio nel luogo ci* tato, dove pertanto non trovasi rammentata cotesta citt. (8 ) Lo che facea ecc. Hanno pi efficacia presso Livio le pa role di Pantauco, autore dell ambasciata da farsi a Rodii : Po* tersi, gli fa quello storico dire, incitar i Rodii alla guerra in nome de due re uniti. Aggiunta la costoro repubblica, che sola possedeva la gloria delie cose navali, n per terra, n per mare rimarrebbe a' Romani speranza alcuna. (9 ) E fossero d ' accordo pe' danari. Secondo Livio (xuv, a3) non dovean essi andar a Sodo prima d aver ricevuti i danari : et pecunia acepta, tum demum Rhodum projicscerentur. Laacordo pertanto del quale qui ragionasi non saggirava sulla som* ma da pagarsi, eh era gi stabilita in trecento talenti, ma sul modo del pagamento, lufatti giunti gli ambasciadori in Pella , convennero con Perseo di: coniare 1 pr. pattuito, o 1 argento,che fosse., coll impronta illirica, lo che fu loro dal re conceduto ; quantunque poscia gl ingannasse, mandando a Pantauco rimaso presso Genzio $oli dieci talenti, perch glieli consegnasse, e fa cendo portar loro dietro il resto della moneta sino a confini della Macedonia, dove ordin che si fermasse sino a nuova sua

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disposizione, conforme riferisce Livio al cap. xtvii dell indicato libro. (ro) Ma \Pantauto.- AUdrquendo costui insttgav* Genzio ad operare con efficacia contro i Romani,' gli ambasciadori ritornati dalla Macedonia :noh aveaoo per anche consegnata a, quel mini stro di PerSeo la piccola somma della quale di sopra parlammo, ina continu egli le stesse pratiche eziandio dopo la sordida aEione, ed il re d llliria, tion s tosto ebbe commesse le prime ostilit* th defraudato ftt dallavaro Macedone di pressoch tutta la somma pattuita. i' (ii) A d una battagli'* navale. Quantunque gl Illivii non si etibentassero col Romni ad una battaglia di mare, abbiamo ci od pertanto daL ivio (xxiv, 3o), cheiGsniioper suggerimento di PaoUuco mand otlauta navi ,a guastar.'! campi situati sulla co sta .di Dirrachio e d Apollonia, citt alleate de Ronpani. Le quali navi soprapprese dall armata romana a questa si arrendettero. ( ti) Pressa Sio. Il testo ha u t i*i, quasich propriar nenie nella citt di Dio fosse avvenuto.lo scontro. Livio pertanto scnsseadD ium ^ che corrisponde a presso, wrjo.e-loSflhweigh., cita nel dizionario Polibiauo parecchi passi del Nostro ne quali wr-coll accusativo del nome Che' segue' ha il siguificato di Ch& Se dentro a EHo si fossero raggiunti t Macedoni e gl Illirii, conveniva forse porre i* 7* A/ ( lat. in Dio ). Ma dve, sicco m q t e tiei*li altri luoghi rammentati dallo Schwigh., bassi ad efepritriere m o t o , non disdiceji la frase dal Nostro usata. Cosi lggsi in Senofonte (Cyrop. vii, fi, 4*)* i i t l 7 v'efin nllb sfesso luogo.' " (i3) Nel cospetto. Livio amplifica la cosa, facendo ciccondare la comitiva dalla cavalleria che il re ave seco , circumfuso og nune equitum ; e forse la faccenda seri- stata Cosi, dappoich la rftrett&fea' dello spazio, a cui per formare circolo doveasi ridurre qdT! irVrllzia,:era 'pi a proposito perch tutti vedessero bene ed udissroci che operavaste parla vasi, che 'non 1 I* posizione schierata.

(iQ D a Metrodoro.Fa costui e dettaci Livi, pocanzi manda lo in Tessalonica per autorit di Dinone e Poliarato (intorno a quali ragion il Nostro nel c. 6 del lib. xxv,ii), principali della fazione favorevole a Perseo presso i Rodii, affinch annunziasse essere i suoi concittadini apparecchiati alla guerra. Gli ambasciadori illi rici imbarcaronsi seco lui, che fu loro dato a capo, nell anzidetta citt .marittima. (15) Persuase eziandio a Rodii ecc. Dopo ci che Metfodoro ebbe annunziato a Perseo circa la disposizione de suoi concitta dini ad unirsi con lui contro i Romani, non facea mestieri di siffatta persuasione. Io pertanto non credo collo. Scbweigh., che queste parole sieno anticipate da quanto segue, ed un abbrevia zione fatta dal compilatore; sembrami anzi che una menda pi significante vi, sia nascosa. Forse scrisse Polibio, che Perseo avea ordinata la pronta partenza degli ^mbasciadori, posciach ud da Metrodoro che i Rodii persuasi erano alla guerra, ed in tal caso sarebbe da leggersi : 'i m l tt (facilmente scambiato per t r u n ) xa) 1u { 'Veint ttxtvn r v n fifi a jttf (in luogo di rvfifictttHt gi corretto dallo Schweigh.,) tic T*r TttXi/tt (poich ud eh entrerebbono nella guerra). ( 1 6 ) Crifenle. Eroponte (Eropon) il chiama costantemente Li vio (xliy, 2 4 . 2 7 2 8 ), che il Crevier la prima volta, qvendo pre sente la scrittura del Nostro, mut in Crifonte (Cryphon). Il Reiske, non so perch, propose ' Hp 0 p 7a (Erofonte),X a ifttp t* (Cherofaute), ovvero (Crespante). Ad ogni modo, dee tenersi la lezione di Livio, o quella .del Nostro. ( 1 7 ) Tolemnqslo. Se questi fosse il medesimo che trenta e pi unni prima, duce essendo di cinquecento Cretesi, prest agli Achei utili servjgi'nella guerra contro Nabide (xxxin} i5) diffcile a dirsi. ( 1 8 ) Esortandoli. Questa . parola che ho aggiunta al testo, ed a cui corrisponde il monens dello.Scbweigh-, non esprime gi il che lote?so trar vorrebbe dal periodo auteriore, ameno che non visi aggiunga iw th (ordinando che dicessero), od.altro

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verbo tintile. - pi probabile che Polibio crklo abbia *fm* i>ivr. ( 1 9 ) Se ora. Sembr il testo imperfetto al Reiske, il quale a *r ft ku) tur aggiunse 171, che non bassi a rigettare, eoniech non sia necessario. Se ora pure ; se ora finalmente suonerebbe in italiano l frase greca con siffatta giunta. (00 ) E non riuscendo questa. S inganna lo Schweigh., sti mando qui superflua la particella negativa ft, che manca nel cod. Bav. I testi dOmero da lui citati dimostrano bens che all i Si si pu sottintendere /S<vAs7<u ovver mente Si A11 ; ma a que sto luogo non si adatta punto siffatta frase- Perseo avrebbe in tal senso mandato dicendo ad Antioco, eh egli si adoperasse per la pace, e s e v o l e s s e gli spedisse soccorsi. Chi non vede come il buon successo dlia prima di queste proposizioni escluder dovea il bisogno dell' altra ? Piuttosto sembrami che abbiasi a supporre dopo ti 5t ft la mancanza d S iixlttt, se non pu conseguire la pace, se non gli riesce d? ottenerla. (2 1 ) Mandar ambasciadori per la pace, x cio per la pace da stabilirsi tra i Romani e Perseo, la qual cosa tentarono gi di trattare co Romani nell antecedente ambasciata. Schweigh. Confronta su ci il cap. 1 4 del lib. zzvm e col la nostra an notazione 1 0 7 . (2 2 ) Nella raccolta delle arringhe. Siccome per ordine di Costantino Porfirogeneto furon estratte le ambascerie e gli esem pli di virt e di malizia contenuti nelle storie del Nostro e di al* tri, cosi sembra che fossero raccolte le scelte orazioni tenute al popolo, A tift*ytfiat, tra le qu?li, se fossero a noi pervenute, sarebbono ttti i discorsi che in quella occasione si fecero nel con siglio de* Rodii. Bene osserv dunque il Reiske, che le parole qui addotte non sono di Polibio, ma del suo compendiatore, il quale avverte d aver omessa una parte delle parole del Nostro, che (fontenute sono nella suminentovata raccolta. Il Casaub. tra duce questo psso per modo, che credersi dovrebbe avere critici Polibio un trattato sulla maniera d* arringar il popolo. Sieut U

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cium est, tono sue parole, quum de more contio/tes ad po/iulum habendi ageremut. , \i5 ) I Prilaiti. Di . questo maeslrato supremo de Rodii tro vasi fatta menzione in varii luoghi di quelita storta. Sembra che ciascheduo anno due ne fossero nominati, ma ohe ub solo ne fosse in carica ogni semestre (xxvn, 6 ). Negli affari pi importanti da supporsi che auiendue si adoperassero, conforme veggiauio che qui accadde. (a4) Agepoli e Cleombrolo. Lo Scbwigh. trovato avendo nel suo cod. Bav. Jic K Jktiftfiftltiin luogo di k KA. credette che quelle voci insignificanti fossero le tracce del nome d Un terzo anobasciadore die forsera secondo lui A iiy 'tn t (accns. A(<yt>n) dappoich avendone i Rodii mandati quattro al console ed a Perseo, ei si conveniva pnre che ne inviassero tre a Romani, dove gii in ad dietro n ebbero spedito un egual numero. Io non sono di colai avviso; giacch, se quelle due storpiature del cod. Bav. fossero avanzi d un nome, svanirebbe il xi copula premessa sempre a cia scheduno degli ambasciadori. N sarebbe stata tnen onorevole 1 ambasceria destinata per Roma, composta di due soli individui, quando nell altra n erano quattro, che pure come doppia dee considerarsi, incaricata esseudo di trattare col re di Macedonia ed insieme col console romano. Livio che sorpassa questauibascera, o la cui relazione su tal avvenimento and smarrita, siccome pi probabile per le molte lacune che trovansi in .questa parte della.sua. storia, Livio, dissi, non pu recar alcuna luce al presenta luogo. (a5) Agesiloco. Intorno a questo nome veggasi la nota n 3
al lib . x x v iii.

(2 6 ) Le cose ec. Il 1iv i m volgalo certamente uno sbaglio; ma non vha ragione di sostituirvi li v lt ts proposto dal Rciske, anzi ch 7v7*r prescelto dall O rsini, sendoch il Nostro fa regger aU<{< promiscuamente il secondo ed il terzo caso.. Se non che stimando il Reiske e lo Schwigb, che 7 n n ^ t sia una ripetizione inutile dell j i t che il precede, diedero alli ^ r il significato di dein

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'

de ( poscia ) ; ma non parmi che con siffatta mutazione di senso abbiali essi migliorala la condizione del testo , che suonerebbe: Poscia le cote seguenti eseguirono, accumulando ec ; a nulla dire che lo Schweigh. ne devi nella traduzione scrivendo Secundum haec etiam reliqua convenienter istis administrarunt. Il qual convenienter istis, lasciando li> in qualsivoglia de due sensi accennati, non trovasi nel greco.Il perch io vi sostituirei che molto bene terrebbe dietro a rivrm comech diverso dal vocabolo de* libri che in nessun modo pu tollerarsi. (9 7 ) Tutti r Cretesi. Sebbene riscontrasi in pi luoghi del Mostro il K fnletult che qui leggesi in vece di K ftltt da Kf7r;ci non pertanto non mi dispiace il suggerimento del Reiske di.leg gere Il itufnlctf, siccome trovasi Tlm ittus, TlupiS*7, tutti i Ionii, tulli gli Achi, tutti i Beozii eh erano con federazioni da varii stati composte. (4 8 ) Nelle singole citt. Di Creta, secondo il Reiske, essendo lambascera test mentovata diretta a tutti i Cretesi in generale : provvidenza in quellisola necessaria, dappoich, conforme abbiam gi altrove osservato, i singoli stati non erano gran fatto subor* dinati alle decisioni de congressi generali. (2 9 ) Ginti a J to d o e c .b ice Livio ( xuv, 2 9 ) che allarrivo de legati macedoni ed illirii aggiunse autorit presso i Rodii la contemporanea comparsa di quaranta barche macedoniche, vaganti per le Cicladi e per il inar Egeo, e la unione de due re Perseo e Geozio, e la fama d.un grande sforzo di fanteria e di cavalle* ria de Galli che venivano. (5o) ' Fa la ragunama. Brevemente si spaccia Livio dal ri sultato di questa conferenza, tacendo i particolari qui addotti dal Nostro che vi ebbero tanta influenza. (3i) Di parlar in favore di Perseo. A iy u t 7 i 7o n ip n ttt propriamnte esporre cose tali che persuadano al consiglio le ragioni di- Prseo ; nel qual senso di persuasione trovasi in Se* nofonte (Cyrop. II, 4> ' 7 ) KaAAjor ottime cose mi per suadi.

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(Zi) Delle barche di Macedoni* poc anzi rammentate. - De cavalieri periti,' cio deRomani uccisi nella battaglia equestre vinta da Perseo. - La tramutazione di Geniio, il quale dapprin cipio ricusava 1 alleanza di Perseo contro i Romsui. (33) Di procacciar loro la pace. Con .ragione 1 Ernesti ri ferisce V i v i d e ( loro ) a due re ,( 7 * ) ,* per modo che ne risalta il senso che noi abbiamo espresso. Infatti che qui- nel modo attivo, non pu stare senza la persona a cui dirigesi l azione ; laddove qoando assoluto trovasi nel Medio Oltrech in tal ipotesi non necessaria la traspo sizione di parole che piace allo Schweigh. di ricono scer in questo luogo ( iiS tu la t i v l t t S tx X i i o in vece di 9i3. SiuX. i v t l t ) . (34) Gli ambasciadori di Genzio. Vorrebbe il Reiske che a costoro si agg:ugnessero anche quelli di Perseo; ma egli a inio parere s'inganna, giacch dal principio del capitolo scorgesi che gl inviati soli di Genzio erano giunti a Rodo con Metrodoro, venuto a Tessalnica per imbarcarli. Perseo non aveva altrimenti bisogno di mandar ambasciadori a Rodii, poich riseppe da Me* trodoro eh erano disposti ad entrar in guerra co Romani. V. so pra cap. 3, e col la nota i5. (35) Gemio. Ateneo, dond fratto questo frammento, scrive TttB-tMt, Genthiona, accusativo greco di rit$/*>,Genthion, aven dolo altrove ( xiv, p. 44) nominato T ttli t, Genthion, come Livio. Crede pertanto il Casaub. nelle annotazioni ad Ateneo, che roSY sia la vera scrittura, come l ha Polibio. (36) Pleurato. Secondo Livio ( x l i v , 3 o ) chiama vasi il fra tello ucciso da Genzio Plalore, ed Onuno, Honuntts, era il nome del principe de Dardani, la figlia di cui quell infelice dovea im palmare. ^(3j) Per la possanza ec. Dal Nostro tolse Livio ( su v , 35 ), nella descrizione della pugna tra le milizie leggiere de Romani e de Macedoni, le espressioni che qui riscontriamo : Cominus, stabi l i r et tutior , aut p a n n a , aut sculo ligustino, Romanus erat.

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(Dvvicino era pi stabile e pi sicuro il romano, per la rotella e per lo scudo ligustico). Tuttavia crede Lipsio (de MHit. Rotti. H I, a) essere lo storico romano qui mutilato, e da Plutarco, che descrive questa pugna, meglio conoscersi appartener amendue gli scudi alt armadura leggiera ; dappoich i velili romani portavano la parma, ed i Settecento Liguri che, per relazione di lui , insieme con 'essi combattevano e leggermente erano vestiti, lo scudo della loro nazione. - Del resto era la parma propria . de Romann > 1 perch rimase nel greco la sua denominazione -wif/m. Secondo Vafrone ( De Ung. lat. IV, p. 35 ed. G ryph.) fu cosi chiamala per essere dal mezzo eguale in tutte le parti, quod a medio in omnes partes par , rotonda adunque e meritevole, se non vadu errato, del nome italiano che le abbiam attribuito. I^o scudo li gustico poi copriva tutta la persona, conforme riferisce Diod. Sic. ( xxiii, ecl. 4 ), e traeva nella fiivclla greca la denominazione dal cuoio, fiifrx , che nera la principale difesa, la parte interiore es sendo di legno. (38) I l primo ec, Questi] due brani tolse lo Schweigh. da. Plutarco, perciocch contengono due asserzioni di Polibio, che suonano diversamente da quanto su medesimi particolari riferi sce un uomo di. autorit somma eh ebbe parte nella fazione qui descritta. Cotal motivo pertanto non mi sembra abbastanza plau sibile per giustificare l introduzioue d un articolo che tutto ad altro scrittore appartiene. Tuttavia non volli ometterlo, avendomi sino dal principio del presente lavoro proposto di non violare l integrit del testo, quale ne lo diede l ultimo benemerito edi tore di Polibio. * (3g) Non quali riferisce Polibio ec. Sappiamo da Livio ( x l iv , 35), che il numero de soldati spelli che in quella occa sione Emilio Paullo diede a Nasica suo genero ed a Fabio Mas simo suo figlio ascendeva a cinquemila uomini. Se poi lo storica romano siasi attenuto in riferendo quel numero, alla relazione del Nostro od a quella di Nasica, nou possibile a determinarsi. Reca bens maraviglia, come Plu'.arco siasi limitato ad accennare la cuu^

o , ot traddizione tra i due documieiili, aenz addurre ci che nel pro posito 1 uno e 1 Uro contengono. Ho) Sa costoro dice Polibio. perduta la narrazione fatta da Livio fieli silo di questa sorpresa ; quindi noe possiamo sa pere se egli seguito abbia io ci il Nostro, ov veramente, la spoi sizione del duce romano. Tultavolta potrebbero amendue aver avuta ragione, in. quanto che non asserisce Polibio ohe i nemici: sopraggiunti dal sonno fossero sebza resistenza tagliati. . (4 ') Spilo il 'regn di Perseo. Queste parole, nelle , quali ab biala renduto r i v i IJt p n i t del testo , fanno conoscere che il Urano qui citato un .ristretto compendio a cui ridusse Suida la sposizione che Polibio fece del, presente avvenimento, e che pi esteso trovasi in Livio (xliv, 3 7 ) ed in Plutarco (Aemil . p. ?64). (4q) Spauracchi. K nt che leggesi nel tetto significa propriamente cose vane, che non hanno alcuna ragione, alcun fo n d a mento; ma qui deve intendersi nel senso di'vani terrori che una falsa opinione sparge tra la milizia ehe accingesi alla pugna, e. che altrimenti dicesi ancora lerror pnico, sul quale veggasi la nota-347 al l*b. 5. Nelle edizioni di Suida anteriori a quella del Kustero et* nuove, strane , che questi ridusse alla lezione pi probabile, dichiarata gi dal Casaubono m una> uoterella pi' conforme alla mente di Polibio. * (43)7/ console ec. A Polibio, che Suida tion nomin , rifer questo frammento per il primo l Orsini, poscia il Casaub. Con fronta Plutarco nell'Emilio p. 06$. La narrazine di Livio l, dove, trattavasi della Messa csa, lacera al lib. xv, 4o Schweigh. Livio non parla puota di questa confessione *!Emilio nel luogo test citato; sibbene fa egli nel cap. seguente (4 1 ) co noscer brevemente, col fatto di questa battaglia, i vantaggi ed i disavvantaggi della falange, su piali molto si estese il Nostro nel lib. xviii, cap. Il e seguenti. (44) Pormidabil e potente. Per evitare la ripetizione, che. tiu argomento cotanto severo, qual il presente, inale sopporta, ho creduto di dare al Stitih f* il senso di forza1ehe ha questo ag-

3a gettivo, non solo nel fisico, mi) eziandio nel morale, siccome quando lo si applica all eloquenza, dlln perizia in alcun arte. Del resto consisteva la formidabilit e forza di quest ordine di milizia in ci, che di fronte per la sua densit non pqteva attac carsi con successo, ma lo si faceva a fianchi ed alle spalle, ove turbava*! la continuazione dello schieramento per qualche inter stizio che vi nasceva a cagione dellineguaglianza deluogh o dal tri accidenti che sconcertavano la pugna. (45) Jvvilissi. Timori succubuit tradusse lo Scbweigh. ; e Suida defini *<> Atee, iS tS it, temeva. Ma siccome SttXia. b miseria e vilt anzich semplice tim ore , he talvolta pu esser ragionevole, cosi ho scelto il verbo che a quello stato dell'animo corrisponde. (46) I cavalieri mandali innanzi. Lo Sehvreigh. dice che non bene comprendeva il testo x**x%f *< 75* iTTiur. A dir vero, la sua traduzione speculatores equitum affatto oscura; meno lo la correzione ch egli n fece nelle note : Equites speculatimi p ratini ssi, che io ho ritenuta nel volgarizzamento. Tuttavia sembrami che dare si possa a queste parole il seguentesenso. 1 cavalieri, soli rimasi salvi dalla strage di pressoch tutti i fanti, conforme riferisce Livio (xuv, 4)> furono ia parte man dati innanzi da Perseo, affinch esplorassero se V avea pericolo, nella ritirata chegli meditava di fare, e questi stessi cavalieri non nieuo di lui erano avviliti. ( 4 7 ) Gli atleti mal disposti del corpo, grande essendo la in fluenza della-forza fisica in quella dell animo. La incorrotta sa lute ingenera alacrit e coraggio, la inferma abbattimento, dello, spirito e timore. KS7au>7i; , scrive qui Suida xttx.it Stmhv<7> i{ ii, ar&tiauflic, male disposti della costituzione,af fievoliti , con che egli significa lo stato morboso del corpo non meno che dello spirito. . (48) ^Avvicinatasi. Non. a questa battaglia soltanto, che fu l ul tima, arrec Perseo, secondo il Nostro, un animo incostante e pa vido, ma fallo avea ci nelle altre ancora; lo che indicci, siccome,

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bene osserva lo Schweigh., 1 ri allorquando > che precede il verbo. (4g) A d Ercole. Orfeo peU'inno conseeralo a questo nume lo invoca -co chea tutti soccorre; ma Polibio fa una giu sta eccezione a questa sua prerogativa , non comportando la di- gnit di un eroe deificalo eh egli presti a^ulo. a vigliacchi. (50) Da vili ec. A kai tntft U t S n x S t 1$fc male ren duto per meticulosorum sacra , in che volt lo Schweigh. quelle' energiche espressioni, lo non ho neppur qui sostituita paura a vilt, e credo dessermi meglio avvicinalo al testo. (51) Gli ambasciadori ec. Quelli di cui si ragionato nel cap. 4 di questo libro. Livio ( x l v , 3 ) riferisce secondo alcuni, tra li quali si conosce dal contesto che fosse Polibio, come gli amba sciadori, noa per anche stati ammessi, poich erasi annunziata la vittoria, quasi per ischerno della loro stolta superbia furono chia mali in senato, lo pertanto tengo sbagliala nel lesto Liviano la scrittura missos (mandati), quasi che non fossero a quel tempo stati per anche spediti da Rodo, ed i Romani per beffarsi di loro li avessero fatti venire da col. Eran essi bens a Roma , ma avanti la fine della guerra con Perseo non furon ammessi in se nato. Leggasi dunque nondum admissos. ' (5a) La stolida superbia. Ho tolta da Livio questa espres sione, nella quale non dubito ch egli abbia voltata l u y i u * del Nostro, che, siccome avveniamo nella nota 3 al lib. xxvii, prende sovente coteslo vocabolo nel -senso di colpa,^delitto , cui poteva benissimo ascriversi il contegno de R odii, i quali pretendevano di dar legge a Romani nella gravissima contesa che questi aveano con Perseo. (53) Agepoli. Circa questo nome veggasi la noia i 3 al lib.. x x v i i i , dove io amerei di non avere scritto nel testo Agepolide, dappoi chA y i h a il Nostro nell accusativo, e nou altri menti ' AytraAjda. Livio il chiama principe degli ambasciadori e lo scrive costantemente Agesipolis. (54) A tulli i Greci. Lo Schweigh. , fluttuante tra la scritp o l ib io , to h . m i . 3

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tura volgala he arreca *Zrt 7*7t a lutti gli altri che imba razzati erano in quella guerra oltre a Romani, e la correzione che, stando alle parole di Livio, omni Graeciae, fece 1 Orsini in 77f *'E*An. Io confesso che siffatta emendazione non era ne cessaria ; tuttavia lho ricevuta, perciocch rende il testo pj chiaro e meglio conviene^ all indole dell italiana {avella. (55) Dannosa. ' A lvinitxi! che ha qui Polibio non incommodum, siccome lo espressero i traduttori latini, sibbene in" tile f anzi dannevole, precipitoso, per la propriet che il grecoidioma ha comune -Col romano d negar un attributo sottinten dendo 1 opposto, p. e. haud malus per bonu$, iicciKt* (diftto di malizia) per santit di vita, e simili. (56) Secondo il desiderio de Rodii. Crde il Reiske1che asttrda sarebbe stata la congratulazione de Rodii co Rofnani, se la giierra avesse avuto un esito conforme al desiderio de primi, anzich a quello He secondi, e quindi suggerisce di sostituire 'P fc xim a 't iiu i. Lo Sehweigh. pertanto scorge dellastuzia nel discorso dellambascia dor, lo che Apparisce eziandio dalle parole che Livio mette nella costui bocca: Fortundm perbene fecisse, quan do finito aliter bello ( nempe al iter ac ipsi Rodii expectaverant ), gratulandi sibi de victoria egregia Romanis opportunitatetn dedisset. Non dissimulavan essi, n lavrebbono potuto, come il suc cesso della guerra era stato contrario alla loro aspettazione; ma ad tm tempo protestavansi animali sempre dal desiderio di po tersene congratulare co Romani. 1 (57 ) Se ne and. Non avendo gli ambasciadori, per cagionedelia guerra finita, pi motivo d interporsi per la pace, rallegra-' tisi col senato della conseguita vittoria, se ne andarono senz at tendere risposta. Egli perci che io amerei di mutare 3-> del testo, da ritornare, venir un altra volta (V. i grammatici) in -Advi, nel qual senso lho tradotto, e lo Schweigh. ancora non meno che il Casaub. cos il voltarono, comech lasciassero l a scrittura V o l g a t a . Da Livio non si conosce che gli oratori rodii si fossero allontanati, innanzieb il Senato pronunciasse la sua opinioue in colesta emergenza. '

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(58) D ieie fuori 'una risposta. ' Air&xfurtt i{i/S*Xi> , non smplicemente tr>xfiti7 , rispose ; dappoich l assenza de gli ambasciadori non permetteva di dirigerla questi, subito do po il breve discorso che avean. fatto. Quindi da credersi che, dopo avere su tale bisogna maturamente deliberato, avessero estesa una lunga e ben ponderata risposta, della quale Polibio e Livio non ci diedero .th il compendio. - (5g) M a Vaver trascuralo ee. La lacuna che avanti queste parole segnata aveano gli editori di Polibio ingegoaronsi di fare svanire il Reiske e lo Schweigh., il primo cancellando il dopo rtfct7*T>4iwr (osteggiando) e cangiando il 7 5'(ma) in 7 Si, donde ri sulta questo senso: Ma per cagione dell aver trascurato ec.. . rendersi manifesto: laltro (lo Schweigh.) adottando che il wf*~ <pttt\s litu i (esser manifesto ) per la sua grande distanza dal 73 costituisca una sconcordanza i&tt') tollerabile. Ametidue questi ripieghi sembrano accettabili^ e noi ci siamo tenuti di mezzo tra loro. - L altra proposizine del Reiske di lasciar il testo intatto, supplendo ci che manca da Livio, non parmi che possa accettarsi. Le parole dello storico romano ch egli vorrebbe in trodurre; alias (graecas urbes) obsderet, alias denuntialione armorm ferrerei sono gi accennate da queste di Polibio: 7}* 7 EAAifrjy %fitt iripB'ii xa'i 7tu r tA tir (guastava'la campagna e ie citt de*Greci). ( 6 o) 'Per le quali coseec. Quesla chiusa, che pur coovenivasi all acerba risposta data dal senato, Livio' omise del tutto. (B) ta amendue i re Tolemei, he avean per cognome, il maggiore Filmetore, il secondo Fiscone ed Evergete II. Eransi costoro cinti il diadema simultaneamente e faceansi la guerra ; ha assaliti da Antioco Epifane, che profittar volea della loro di scordia per conquistare P Egitto e giunto era gi sotto le mura d Alessandria, rappattumaronsi (Vedi l nota ultima al lib. Xivlii). Nel qual frangente richiesero gli' Achei di soccorso. quinci! Snza fondamento la opinione del Reiske, che , trovandosi nel testo la inetta ripetizione n ltX tfu tim *'< T tltX i/taibv, al primo od al

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secondo debba sostituirsi 'A>7/v. Entrambi i fratelli Tolemei pa cificati domandarono agli Achei ajuii contro Antioco. Vero che male snoda senz alcun carattere di distinzione lo stesso nome ri petuto; ma forse fu ci colpa del compilatore, che omise d ag gi ugner all uno irpirPulipm, ed all altro n7^ou, ovveraraenle (63) Iperbato. Era costui stato pretore degli Achei lanno 5 7 5 di R., undici anni innanzi a questi avvenimenti (xxvi, t ), ed avea gi allora, associatosi con Callicrate, impugnata la sentenza di Licorta in favore de fuorusciti d i, Lacedemone. (64) Areone-Licorla-Polibio. -Capi erano questi tra gli Achei del partito che difendeva la indipendenza-della Grecia dall in fluenza deRomani, i quali cemech dopo aver vinto Filippo pa dre di Perseo, la dichiarassero libera, non pativano che nelle cotitroversie de varii stati, ond era composta, ad altri che a loro si appellasse, e pretendevano che secondo la loro volont si fa cesse la decisione. Cosi la intesero nell affare tra Sparta e Mes sene che citammo nelle note antecedenti, e tal era altres la mente loro nella presente sentenza, che condussero a fine inandando, siccome vedremo, PopiUio ad Antioco. (65) Ed il maggiore. 11 buon senso non pu approvare la scrittura Volgata eh la seguente: T ' o t t a l t p t t T l l t X i f i t t t t i v i 7S t Stic 7> *lpirTXM, Tu di irptrfiilif 1* 7jf Miptt pt vs Ka.lstxticeptut$ui. Tolemeo minore era stato dal volgo dichiarato re per cagione dell im minente pericolo (propler cooditionem rerum et temporum, Sehweigh-) ed il maggiore ritornato da Menfi. Come potea il pericolo sovrastante dal re Antioco, p la condiziope delle cose e de tempi aver indotti gli Alessandrini a'proclamar re il minora Tolemeo anzich il maggiore, del quale non si dice che fosse meno valoroso e meno buono, ed assennato del fratello? Propongo adupqufe di legger il lesto cosi: T . . n7. . 7. }%. P a n c ia , 7 S1 vepiffivlipcr Siklir wtpic-furtt * 7. M, *<(7., e ci espressi nel volgarizzamento. Infatti il pericolo appunto,

h
che per la invasione dellEgitto fatta dal re di Siria minacciava amendue i r e , costrinse gli Alessandrini a richiamare t e spulso , onde colle forze unite d entrambi e eoo quelle che da fuori avrebbon ottenute resister alla tempesta ebe lor veniva ad dosso. - Quanto al vocabolo in f e r r a r ti, io tengo eh esso qui significhi propriamente pericolo,1in cui realmente era allora 1 Egitto, nel qual senso il troviamo spesso usato dal Nostro, e non equivalga a semplice ^onditione de tempi, conforme piacque a traduttori latini. (6 6 ) Pelle gei te di cui abbiam parlato nel ap. <7 del lib. xxv, dove legge! che Tolemeo Epifane, padre de due che insieme re gnavano, affine di rinnovare lalleanza cogli Achei, accordato avea ad essi armi, navi e danari, che Licorta con Polibio ed Arato in caricati furono a farsi consegnare. - Alcuni anni prima erasi lo stesso re stretto in alleanza colla nazione achea per mezzo di Li corta , o del Teodorida da Sicione qui nominato, (xxm, 1 ). (6 7 ) E rammentati avendo. La scrittura volgala *'< 7<t f i xitB -fttrti W f\t 7J fiMrtXtiat itm tm t* .filim i, *7* f t t y i x , racchiude uno sconcio maggiore di quello che sospett il Reiske, il quale giustamente osserva, che alcuni re d Egitto eransi reoduti maravigliosamente benemeriti degli Achei, ,non questi d< quelli. V. la nota antecedente. Quindi cred egli che nel testo fosse irf t t lti ictXiiUii 7jf PuriXtlx i t m i s t t , , cio la benevolenza della casa regia verso la repubblica degli Achei ; ma in tal ipotesi avrebbesi a scrivere 7* QiXcufy+rc 1 7i t fia tiX u a t 7. <rX. - Lo Schweigh:, prende QiX'ttt nel senso di ifiXia , amicizia, non gi di meriti e beneficii, e non vorrebbe che si cangiasse nulla ; oltrech, siccome me pare-, non si trattava qui di rinnovare 1 i benefici gi' conferiti agli Achi da soprani dell Egitto, dequali anzi questi abbisognavano; Ma ad ogni modo sussisteva ancora l alleanza tra i ' due - stati-, conforme leggesi di sopra in questo stesso capitolo: Kalt 7r i*if% *vva * rvftfi*% fui, e perci era superflua la sua rinoovazone. Stinto adunque che per cavare dal presente luogo un

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senso ragionevole abbiati a modificarlo in questa guisa: Ke) lc l i Q iX itb fu 'v * 7jf /3*/3<>n'*f rpte lle 'A%*i'tv( tttafuvtr*f i i m * , etl* f t i y i x , e cos l bo volgarizzato. (6 8 ) Chh amendue, ec. Temo forte non queste parole colle seguenti, che ho'chiuse tra cancelli, sieno aggiunte dal compila tore; dappoich sino dal principio del capitolo li vediamo lutti e due investiti dlia potest regia. (6 9 ) Mescolarsi negli affari altrui. Non voglio lasciar mas-* servata la propriet del verbo x-pay/tctlaxtxtfi che ha qui Po+ libio, che realmente T affaticarsi che fa alcuno negli affari che a 'lu i non appartengono. Ama Polibio la composizione del verbo che'Sgnifica sempre adoperare con energia (quasi x l x l i u , tagliare, in senso fignrato) con alcuni altri nomi, siccfrmfe * 7 {i 1 7. maneggiare con seeretepratiche, i X* j>**<>, sbracciarsi per avere il favore de Greci. La massima qT1 predi cata da Callicrate tendeva a distruggere la libert 1della Grcia , la quale,'composta essendo di siati indipendenti e sol protetti da Romni, dva pur avere l arbitrio di coltivare le antiche amicizie e di stringer alleanze con altri stli, ove a quelli, non n i fosse ridondato alcun danno. Ma dopo la disfatta di Antioco Magno b e n s avvide quel popolo sovrano, come i varii umori ond' erano agitate le democrazie grech produr doveano- contin genze favorevoli n vastMorti disgni di conquista. Ed infatti non indugi- mollo la massa :degli ambiziosi e degli spreatori a tra dire la pubblica causa ed a sagri ficare la patria ai privati loro van taggi , aecussnda i buoni* ed armandosi di falso zelo!per l onore e per la superiorit dei'Romani. La,battaglia decisiva, he fu nella prossima state; data a* Perseo da :Emilio Paullo. Q. Marcio Filippo avVa allor coudptta.a termine U stia campagna, essendosi lasciato sfuggireTesercito nemico, conforme distesamente narra Livio ( x tiv , 1 1 e seg. ). , ( 7 1 ). V anno addietro, cio nella passata campagga ; ch gli anni militari si calcolavano dalle epoche delle fazioni; di .guerra, in cui non era compreso il verno, che allor appunto correva. '

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( 7 3 ) Ma ricordandosi ec. Questa espressione e ci' die segue sono, se non vo errato, un appoggio alla correzione che ho pro posta di sopra alla nota 6 7 . (75) Esponendo ec. Lo Schweigh., da classiche autorit in dotto, d all i - n p i f f t h v t del testo il senso che abbiam- e~ spresso. Tuttavia rieevett egli D e l l a traduzione dal Casaub. acelamasset, quasich, conforme sospettato ebbe dapprincipio, scritto fosse (7 4 ) Sospese la deliberazione. Allo Schweigh. parve laspiegazioue della frase ? ia fliv X ttt addotta dal Reiske prorogava la deliberazione, la rigettava ad altro tempo, e che uoi abbiamo ricevuta, da preferirsi a. quella dell E mesti, il quale a d il significato !annullare. Ed infatti cotesto di lazionare fu messo in pratica, essendosi qualche tempo appresso fatta una ragunanza generale in Sidone. La stessa frase occorre, nel lib. 1, 58, e fu gi dal Reiske nel medesimo modo inlerpre-. tata: IIAiy a s tx/}\X tvrt , piagai rejic'uuit la aliud tempus, e. noi in questo senso appunto col volgarizzammo : Sospendon L colpi. (7 5 ) In popolare ragunanza.'Et y tfft, propiiameqte nel f o ro, o dir. vogliamo, in piazza, dove raccoglievasi indistintamente ciascheduno del .popolo per dare il voto sui pubblici affari, senza esservi chiamato, e che corrispondeva a comizii de' Roniaai.. Da questo genere di congresso differiva quello che c o n v iv a s i, don-, d ebbe il oome di riyn.>.tilcs, che poco appresso riscontrasi , e col quale impropriamente esprimeva*) il senato romano, che se condo la sua etimologa (da senef vecchi) dovrebbesi rendere cou y if* trt* nome usalo dal Nostro per denotare il consiglio devec chi presso i Cartaginesi, distinto dal senato ( 1, a i , 1, 6 8 ), ed eziando talvolta quello degli Achei (xxxvm, 5). V. la nota a3 i al lib. v). (7 6 ) I l consiglio. Ne traduttori latini leggesi qui : Cui non magislralus i o lammodo intererant ; nta, secondoch a m e pare, la jStv/v (il consiglio) non era semplicemente composta di ma-

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gislrati, che il vocabolo up%i"u propriamente esprime, tibbene bassi a credere che convocati vi fossero, oltre a magistrati, i de putati di tutte le citt achee, cui pertanto uuivansi ancora lutti quelli che per la loro et superiore a treni anni avean il di ritto d essere scelti alle cariche dello stato, o convenissero da s, conforme seitibra indicare il epiwtp'uitrSxt del lesto, o vi fos sero invitali, siccome apparirebbe dal cvyiKXfltv che precede. Fatto sta che per tal modo il congresso era poco men che generale, n differiva da quello che Callicrate avea sciolto, se non se nel sito della ragunanza, che in luogo di foro iy*pli era il teatro, sicco me seorgesi dal capitolo che a questo segue. (7 7 ) Nella passala stagione. Fecero bene il Casaub., e lo Schvreigb. a uon accettare 1 assurdo t l x l* (notte) che hanno i libri, u comprendo come l Orsini vi sia passato sopra. Se nu che discorda dal 7A *fiA d iv tx t femminile Vannui l t t , neutro ed \ t i i f l t i masc. che pose il primo nella traduzione e vi sot tintese nel testo; n pu approvarsi il $ 1 f u m aggettivo (aeitiya m ), che in luogo di B i f i , neutro, amerebbe di sostituirvi lo Sehweigh. Io propongo di scriver Zput, che espressi nel volga rizzamento ; sostantivo che nel greco idioma non meno che ncll italiano pu riferirsi alla stiate qui accennata da Polibio, e che fa evitare la sconcordanza grammaticale de generi diversi. (7 8 ) Presso M anto Filippo. LOrsini ed il Casaubono hanno recato qualche confusione a qusto luogo, includendo tra parentesi le parole che seguono r j r meno le ultime (Orsini) sruft (meglio Casaub.) 7 Lo Sehweigh,omise affatto cotesta inclusione; osservando*la inconvenienza nella quale cad de il Casaub. di non comprendervi le ultime parol. lo vi ho comprese queste ancora, imitando 1 Ernesti ; dappoich sembrotnini doversi per tal modo separare il ragionamento che precede dalla riflessione a cui d motivo. (7 9 ) Giustamente valutate. A me pare che nssuuo degl' in terpreti di Polibio abbia ben inteso il k*X s , n

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V i y t i t die qui riscontrasi. Il primo tradusse il Casaub. nullo suo incomodo ( seoz ateuu loro incomodo ), che potrebbe stare ove y i n facesse le veci di r v a y n t (raccogliere, accozzare); quan do, riferito ad un esercito, significa pi presto condurlo contro il nemico. Il Reiske d alla suinmentovata frase il senso di secundae suae fo rtunae benefcio (per beneficio della favorevole loro furtuna), e ad tyiir quello di valere, aeslimariposse ( vale re, potersi stimare ), per modo che avrebbe detto Polibio, ebe gli Achei per loro buona sorte poteano stimare da trenta a qua ranta mila nomini la loro giovent atta al combattimento, s lo Schweigh. acconsente a questa spiegazione. Io pertanto ho cre duto che, siccome a KttXSt conviene un applicazione molto vasta, potendo significare tutto ci che s adatta alla norma del buo no, del retto, del giusto, dellonesto; cosi dove trat tasi di qualificare una stima, una valutazione, abbia a suonar* , quale qui l espressi, regolarsi con precisione, aggiustatela. ( 8 0 ) I consultori. Erano questi Callicrate e Licorta, i quali nel giorno antecedente sostenute aveano contrarie sentenze, le quali allora dovean essere proposte in forma di decreto, affinch il consiglio 1 una o l altra sanzionasse. quindi, a mio parere, da preferirsi la lezione P tv X ivtp 'titvt in che lOrsini mut quella de Codici, ed andarono errati il Reiske e lo Schweigh., richia mando la vulgata con cui rerrebbesi a dire, che il secondo, giorno non coloro soltanto che nel primo di disputato aveano in favore o contro una sentenza, ma chiunque volea re car poteva in mezzo il progetto del decreto da deliberarsi. (8 1 ) 1 due regni di Siria e d Egitto, non dAntioco e di Tolemeo che allora regnavano, quantunque nel testo denominati ven gano da questi sovrani. La distinzione de' tempi addietro da quelli dellallora vivente monarca della Siria, che riscontrasi nel seguente periodo, rende la cosa abbastanza chiara. (8 2 ) Che a nessuno pi. Dispiacque allo Schweigh. il vol galo eh* egli corretto volle in iX id , come quel nu mero che meglio si accorda c o l * c u i si riferisce. Ma
POLIBIO, t o m .

F ili.

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ci non mi sembra necessario, potendosi dare al irAw* il va* lore d avverbio. Cos non fe sbagliato 1 italiano pi, sebbene non starebbe male 1 aggettivo plurale maggiori. (83) Andronida e Callicrate. a Altre persone troviamo no minate con Callicrate nello stesso affare (vili, a); ma queduc (Diofane ed Iperbato) accennati sono -insieme con Andronida, 'AiSpvn'Sttp x x 7tic X tn rtv t nel lib. xxz, c. ao. Sehweigh. (84) T. Ndmisio. Era costui nel numero dedieci legati che, finita la guerra persica, mandali furono dal senato in Macedonia per dare sesto agli affari di quel regno soggiogato (Liv. xlv, 1 7 ), ed opportunamente riflette lo Sehweigh., che questo medesimo probabil che fosse inviato con un ambascera a re di Siria e d Egitto, affine di pacificarli, innanzi che vi andasse C. Popil lio, il quale condusse la impresa a buon fue, conforme scorgia mo da quanto riferisce il Nostro nel cap. seguente e Livio nel lib. xlv, c. la. Che se circa questa legazione anteriore nulla tro vasi nello storico romano, ci, continua lo Sehweigh., dipende dall esser a noi giunto mutilato il lib. xliv di lui, dove contenevansi gli avvenimenti di que tempi., - 11 leggersi nel testo di Polibio Nemesio per Numisco procede, secondo lo stesso com mentatore, dall uso de Greci di cangiar in 1 *u e 1 1 de* la tini. (85) Contro la loro suppositione, T r a i n e non vale qui argomento , sementa, conforme piacque a traduttori latini, sibbene bassi a prendere nel senso che indica la sua composizione. Supponevano Callicrate e quelli del suo partito di conseguire me diante un ambascera la pacificazione de re, e con ci intende vano di far cosa grata a Romani ; ma non riflettevano che, es sendo andati a vuoto i maneggi di questi, anche da proprii nulla poteano sperare. N forse tanto assurda, siccome parve all Sehweigh., la congettura del Reiske, che in luogo di *7 Tic vjrSwi*r sospett doversi leggere xxV* 7> x i y t t Ine va-, ed iuterpretollo : erat enim id consentaneum consilio et volutitali Romanorum ; giacch era iufatti opinione e volont de Ro* inani, che cotal ambasciala si facesse.

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(8 6 ) Si ritrasse dagli affari. Ho stimalo di preferire la ver sione del Casaub., a quella dello Schweigh. 1* 7mi f* yft lm i ha il testo, che il primo degli anzidetti interpreti tra dusse : publicarum rerum cura et administratione se aldicavit (licenziossi dalla cura e dall amministrazione de pubblici affari), e 1 altro : urgere suam sententiam amplius noluil (non volle pi insistere nella sua opinione). Infatti il plurale 7S i irpxyfittlmt, che lo Schweigh. non calcola per nulla, sta per la traduzione che ho adottato , e se \'it*%mpi7i presso il Nostro senza 1 aggiunta di quel sostantivo (xzz, io) significa ritirarsi dal governo della repubblica , tanto pi debbe aver siffatto verbo questo significato coll aggiunta del medesimo. Qual maraviglia se Polibio e coloro che in fatto d governo della repubblica erano della sua sentenza si riducessero alla vita privata, come vinti si videro in ci che formava il nerbo della loro politica? - Del resto non a du bitarsi che i suoi avversarii ottenuta avessero per secreti maneggi l anzidetta lettera di Q, Marcio, e l ' avessero fatta giugnere a tem po per opprimere la fazione di Licorta. (8 7 ) Di Tolemeo. Propriamente de Tolemei ; ch amendue i fratelli avean chiesti ajuti agli Achei contro Antioco, il quale, sotto specie di ristabilir il maggiore nella patria e nel regno , erasi impossessato dellEgitto. V. la nota ulL al lib. zzvn, e xxvm, 1 9 . Ma bene osserva lo Schweigh., che il fratello maggiore sar (tato nominato per amendue. (8 8 ) Essendo venuto ec. Bene s appose il Reiske attribuendo quest oscuro principio al compilatore. Giunto era Antioco, secondoch leggesi in Livio (xlv, i i) in Rinocolura, prima citt del1 Egitto verso la Celesiria, e col vennero a lui gli ambasciadori di Tolemeo maggiore, che col mezzo suo sperava di andare al pos sesso del regno. Tolemeo pertanto era in Pelusio, che Antioco volea gli fosse ceduto; quindi inesatto quanto qui dicesi della venuta del secondo di questi re al primo. (8 9 ) Era scritto il decreto del senato. T< m yxX nltv Siypitt x a lty iy p ir l . Questo era senza dubbio il senatus eonsultum che,

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a della di Valer. Mass. (L. vi, c. 4, Z) era contenuto nelle ta volette, tabella* senalus consultus continenles tradidit. Il per ch da maravigliarsi che in Livio (xlv , i i) riscontrisi scriptum habentes. L Orsini vorrebbe che nel lesto di Livio fosse incorso un errore col cangiarsi se in scriptum. Lo Sehweigh. propone di rimediarvi, scrivendo l uno e 1 altro : lo che sarebbe una tra duzione dal Nostro, non senza pleonasmo. Le edizioni Liviaue posteriori all Orsini conservarono laulica probabilmente sbagliata lezione. (9 0 ) Sdegnando. Questa giusta riflessione di Polibio fu omessa da Livio. Popillio non potea riconoscer in Antioco un amico del popolo romano, se assuggettato non si fosse al decreto di cui egli era portatore. pertanto da rifiutarsi la lezione v irpftpat i ^ t u n s (non prima stimato) proposta dal Reiske, e che uon dispiacque allo Sehweigh. in confronto del r p ttp ti tur*{< introdotto nel testo del Casaub., che disappro.v il medio dellOrsini,da questo sostituito all che re cava il suo Codice. Oui utratJiti1 7 i p y tt (non islimando indegna cosa) che riscontrasi in Tucidide (1, p. 4) frase che le gittima il senso da noi dato a questo verbo, e che i traduttori Ialini non raggiunsero col noluit. (9 1 ) Del fa tto di circoscriverlo con una verga e della superchieria di arrogarsi tant autorit sopra di lui ch era pur re. Queste sono al certo due cose distinte, n vi veggo 1 endiade (espressione d una cosa con due parole), che secondo lo Sehweigh. indusse il Casaub. ad interpretare l y iy t /t t>> xtt) J r ustiptX> imperiosum factum . (9 2 ) Allora Popillio ec. Ben diversamente narra la faccenda Plinio (H. N. xxxiv, 6 , 1 1 ). A detta di lui pag il duce romano , eh egli denomina Gneo Ottavio, 1 audacia sua colla vita, ed il se nato, siccome far soleva a tulli coloro eh erano stali uccisi in qual che ambasciata, gli rizz la statua ne rostri- in sito molto esposto alla vista, in loco oculatissimo. Ma come avrassi a prestar fede al racconto del naturalista romano appetto alla relazione che ne la

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sciarono Polibio e Livio, istorici veritieri e tanto pi vicini a tempi di quelli avvenimenti, a tacere di Cicerone (Philipp, vm, 8 ) e di altri posteriori, siccome Valer. Mass. (1, c.), Velleio P.itercolo (Hist. Rom. i, io), che s accordano cogli anzidetti scrittori? Se non che confuse Plinio due fatti ben diversi, il presente ed altro raccontato da Cicerone nella nona delle Filippiche, cap. 3 , non ba dando, conforme gi osserv il Lipsio, che l Antioco uccisore di Ottavio era figlio dell Epifane circoscritto da Popillio, e nipote d Antioco Magno , siccome il qualifica Tullio : Nepotem A n tiochi rtgis, ejus, qui cum majoribus nostris bellum gesserai. (g3) In Siria. La Volgata lezione 'A pyixt gi disapprovata dnl1 O rsini, ritenuta dal Casaub. e corretta dal Reiske in S .vfictt potrebbe pur essere stata corruzione di Afxfifcti (Arabiam), con forme nelle note appi di testo sospett lo Schweigh., che s* a vesse a leggere, comech egli non ne additi il motivo. Stando alla relazione di Livio (xtv, io), sebbene tronca a noi perveuuta, Antioco da dintorni di Pelusio incamminavasi alla volta d Alessaudria per 1 Arabia deserta, probabilmente per la stessa strada che fecero gli Ebrei usciti d Egitto innanzi di giugner al mar ros so. (Exod. xni, 3 o; xiv, 4)- Qual maraviglia dunque se per In stessa via egli ricondusse l esercito in Siria ? Siccome pertanto nel testo di Polibio che possediamo non trovasi fatta menzione della calata in Egitto per il deserto dell* Arabia , cosi non volli introdurre novit nel mio volgarizzamento. (9 4 ) Poliarato. Era costui da Rodo ed avea sostenuto tra li suoi il partito di Perseo contro i Romani (xxvti, 6 , n ) . Da Po libio non si conosce ch egli fosse in Alessandria coll ambasceria che vi mandaron i Rodii per conciliare la pace (xxvm, 1 9 ), sibbene sappiamo da una relazione posteriore' (xxx, 9 ) come scon sigliato e vigliacco, forse per timore de Romani dopo la sciagura di Perseo, egli trattenevasi presso Tolemeo. - Ho tradotto Aiafi ir u t mandar in fe rri, perciocch questo il senso del verbo qui usato dal Mostro, quasich scritto avesse i t t S t f t t n t w tfin u t.

Altrove ancora (>> 7 ; xxx, 9 ) il riscontriamo nello stesso signifi cato. (9 5 ) Era tulio Cipro a soqquadro. Il testo ha tfiplpitta. (7e xctlt lv Kvxpsv), che quanto al senso ci eh espressero tutti i traduttori, ma quanto alla propriet della frase [fu sospetto a tutti. Il Casaub. not un segno di lacuna dopo il q>>ppiux. Il Reiske propose varie emendazioni, tra le quali panni doversi pre ferire x x n S t <pipSfitt* (male condotti). Cosi leggesi in Senofonte (Agesil. 1 , 35 ) Kxxwe QtptrS-ittla (xvltu (andar male i suoi affari). Qtptit xx x y m , a dir vero, guastare, mandar in ruina per via di guerra ; ma in si fatto senso Qipiii non si trova mai solo. (9 6 ) Che se ci ec. Sta bene y ittfi'tttv nel passato, sugge rito dal Reiske in luogo del presente y i y tt ftt ttu . In qual modo pertanto un avvenimento tanto clamoroso non si fosse divulgalo, o non venisse creduto, fe diffcile a comprendersi. H v *< utTTttiSf 7f, o se non fosse stato ancor creduto suppone il Rei ske che scritto abbia il Nostro, ma siffatta modificazione nulla to glie alla stranezza del concetto.

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FI NE DEL LE ANNOTAZIONI AGLI AVANZI D E L LIBRO VtGESIMO NONO.

DELLE STORIE
DI POLIBIO DA M EGALOPOLI

'*1

AVANZI DEL LIBRO TRENTESIMO


I. (i) Intorno a quel tempo venne Aitalo da parte A. di R. di suo fratello Eumene : ed aveva egli ben titolo di ve- ^ 7 nir a Roma , quandanche non fosse accaduta la (2) scia- O li in ) gura che il regno sofferse da Galli , per cagione di y3 congratularsi col senato, e di conseguir qualche onori fica distinzione, avendo militato insieme co Romani, e di buon grado partecipato a tutti i loro combattimen ti: sebbene allora recossi a Roma anche di necessit pella sgraziata contingenza de Galli. Avendolo tutti ac colto benignamente, pella famigliarit seco lui contratta nel campo, e perch lo stimavano a s propenso, ed es s e n d o g li fatto un (3) riscontro superiore alla sua aspet tazione, egli mont in grandi speranze, non conoscen do la vera causa di siffatta accoglienza. Il perch per poco non guast i proprii affari, e ruin lutto il reame.

4 8 ; i. < li R. Imperciocch, essendo gli animi della maggior parte du '

51*7

Romani alienati dal re Eumene , e credendo eh egli fosse stato d obbliquo procedere in quella guerra, (^) in trattenendo pratiche con Perseo, e stando all agguato de' tempi ad essi contrarii ; alcuni demaggiorenli, tratto Attalo in disparte, I esortavano a deporre lambasceria per il fratello, ed a parlare per s stesso : (5) volergli il senato procacciare uu proprio impero e dominio , pel* 1 avversione che aveano conira il fratello. A questi di scorsi Aitalo molto insuperb, e nelle private conversa zioni dava retta a coloro che a siffatte cose lo insega vano. Finalmente obbligossi con alcuni de principali che verrebbe in senato a ragionare su questa faccenda. II. Tal essendo la disposizione d Aitalo, il re pre sagendo l avvenire (6) mand inoltre.i! medico Slratio a Roma, nel qual egli riponeva la maggior fiducia, ( 7 ) ed avendogli esposti i suoi pensamenti iucaricollo di adoperarsi con ogn industria , affinch Attalo non se guitasse il consiglio di coloro che voleano (8) guastare la loro casa. Costui venuto a Roma, e preso Attalo in di sparte, fece molli e varii discorsi: ed era Stralio (9) u o mo prudente ed atto a persuadere. Tuttavia con gran pena consegu l intento, e ritrasse Attalo da quel im peto irragionevole , ponendogli solt occhi che al pre sente regnava col fratello, in ci solo da lui differente, ch egli non cigueva il. diadem a, n era chiamato re ; del resto aver egli egual potest, ed in avvenire sarebbe senza contrasto lascialo successore del regno, la quale speranza nou era lontana , dappoich il re pella debo lezza del corpo aspettava sempre il fine della vita, e non

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avendo prole, non potea neppur volendo lasciare altrui A. rii il supremo dominio (perciocch (io) non era per adche ^ manifestato il figlio carnale che poscia gli succedette nel regno). Ma principalmente, disse, maravigliarsi, ( i l ) per ch in cotesti tempi a tant oltraggio trascorresse ',(12) do vendosi anzi grandemente ringraziare gli D e i, se co spirando e ad un solo sentimento appigliandosi potes sero rispignere le ( i 3) minacce de Galli, ed il pericolo che da questi loro sovrastava. Che se egli ora veniya a 11.bellione e discordia col fratello, chiaro era che (i^) scon volgerebbe il re g n o , e priverebbe s cos del pre sente potere, come delle speranze nell avvenire, e pri verebbe ancora i fratelli del dominio e della signoria che vi hanno. Avendo Stratio fatti questi ed altri simili discorsi, persuase ad Attalo di lasciar le cose come stavano. III. Laonde entrato 1 anzidetto nel senato, congratulossi dell ac cad u to , e ragion della benevolenza e della premura da s dimostrate ( i 5) nella guerra con tro Perseo. Fece eziandio istanza con molte parole, che mandassero ambasciadori per reprimere la tracotanza deGalli, e per rimetterli nella situazione di prima. Parl ancora delle citt (16) d Eno e di Maronea, che chie deva per s in dono; ma il discorso contro il re , e circa la divisione del regno pass al tutto sotto silenzio. (17) Il senato, stimando chegli intorno a queste rose entrerebbe unaltra volta a parlare separatamente, promise di mandar ambasciadori, ed onorollo magnificamente codoni con sueti; annunzi ancora che gli darebbe le mentovate citt. Ma poich (18) conseguile avendo tante cortesie egli si

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f. di R. parti ila Roma, senza far nulla di ci che aspeltavasi; il 587 senato deluso nelle sue speranze, (19) non potendo far altro mentre ch'egli era ancora in Italia', dichiar libere Eno e M aronea, annullando la data promessa. (10) A Galli mand unambasceria condotta da Publio Licinio, cui quali iucumbenze desse facil non a dirsi ; ma non difficile a conghietlurarsi da quanto poscia accadde: ed i fatti stessi Io manifestarono. 1Y. Vennero eziandio ambasciadori da Rodo, (21) dap prima Filocrate , poscia Filofrone ed Astimede. Imper ciocch i Rodii, (22) ricevuta la risposta eh ebbe Agepolide subito dopo la battaglia , e scorgendo da quella lira e la minaccia del senato, spedirono tosto le anzidette ambascerie. Astimede pertanto e Filofrone, cono scendo da discorsi della gente, cos in pubblico, come in privato, eh erano a tutti sospetti ed odiosi, caddero al tutto d animo. Ma quando (23) uno de pretori, sa lito su rostri, eccit la moltitudine a dichiarar la guerra a Rodii; fuori di senno pel pericolo della patria, a tale si ridussero , che addossarono vestiti scuri, e (24) nelle raccom andazioni, non come chi si raccomanda agli amici e li prega adoperarono, ma supplicarono con la grime di non risolver il loro eccidio. Dopo alcuni giorni, introdotti da Antonio tribuno della plebe, il quale trasse da rostri il pretore che instigava la plebe alla guerra, parl dapprima Filofrone, poscia (2S) Astimede. Allor avendo secondo il proverbio mandalo fuori (26)1! canto del cigno, ottennero (27) tali risposte, che sembrarono li berati dall estremo pericolo d una guerra; ma il senato con aspre e gravi parole rinfacci loro paratamente le

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colpe di che eran accusali. Era questa la sostanza della A . di risposta, che se non rimaneva per (28) pochi amici di ^7 loro, e massimamente per (29) essi, molto bene sapeva, come andavano trattati. Astimede credette daver egre giamente parlato a pr della patria; ma n a Greci eh1eran venuti da altri paesi, u a quelli che soggiornavan in Roma piacque punto. Scriss egli poscia e pub blic la sua difesa, la quale alla maggior parte di co loro che l ebbero tra le mani parve assurda ed affatto inetta a persuadere. Imperciocch fond egli la sua disputazione non solo (3o) nella giustificazione della p a tria , ma pi ancora nell accusa degli altri: ch con frontando e mettendo al paragone quanto ciaschedun fece di per s e (3 1) cooper a vantaggio deRomani, esal t i meriti deRodii, e quanto era in lui in molti doppii li crebbe; laddove ingegnossi d abbassar e di falsare le azioni degli altri. {32) Degli errori fu il contrario, avendo egli acerbamente e con animosit biasimati gli altrui e tentato di scemare quelli de Rodii, affinch nel con fronto quelli de suoi apparissero piccoli e degni di per dono, e quelli degli altri imperdonabili e grandissimi; a malgrado di che, soggiunse, (33) furon a tutti rimesse le peccata. Il qual genere di difesa non conviensi as solutamente ad uomo che sostiene la dignit di politi co ; dappoich fra coloro che hanno societ di qualche fazione occulta non lodiamo quelli che per paura o per dolore rendonsi delatori de loro compagni, sibbene a p plaudiamo ed uomini dabbene predichiamo quelli che tolleran ogni tormento e supplizio, anzich farsi aloro complici cagione della medesima sciagura. Ma costui

t.

t\
^7

R.

per (3/|) un limore occulto ponendo soli occhi a'dominatoli i falli altrui, e (35) rimestando ci che il tempo avea fatto obbliar a potenti, come dispiacer nou dovea a chi ]' ascoltava? V. Filocrate, avuta questa risposta, se ne and in contanente; ma Astimede col rimase in osservazione affinch nulla gli sfuggisse dulie nuove che giugneano, o di ci che diceasi contro la patria. I Rodii, risaputa eh ebbero cotal risposta, veggeudosi liberati dal mag gior timore della guerra, sopportarono facilmente il re sto, quantunque fosse assai duro. Cos sempre 1 aspet tazione di maggiori mali fa dimenticare le minori scia gure. Il perch decretaron tosto a Roma una corona di (36) diecimila monete d o ro , e creato (3^) Teeteto ambasciador insieme e comandante dell armata, lo spe dirono in sull incominciar della state colla corona , e dopo di lui elessero (38) Rodofonte ingegnandosi per ogni modo di contrarre alleanza co Romani. (3) Ci fecero con animo di rimanerne esclusi senza decreto e senza legazione, se i Romani mutassero parere ; e quindi vollero per mezzo del comandante navale tastare il loro divisamento; avendo quegli in vigor della legge (4o) cotal facolt. Era pertanto la repubblica di Rodo con sif fatta prudenza governata , che avendo prestala 1 opera sua a Romani per cenquarant anni nelle pi nobili ed insigni geste, (4 0 non fece seco loro alleanza. E per qual motivo i Rodii cos si reggessero, non giusto che omet tiamo. Non volendo essi a nessun signor e potentato levare la speranza de loro ajuti e della loro societ) ri cusarono di vincolarsi con alcuno, e di lasciarsi preoc-

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capare (4 2) con giuramenti e convenzioni; ma rima- A. di nendo liberi intendevano di recarsi a profitto le altrui ^7 speranze. Allora pertanto misero ogn industria a con seguire colai onore da Romani, (43) non mossi, a strin gere qualche alleanza, n temendo per allora di chic chessa fuorch de Rom ani; ma volendo (44) col mag gior impegno toglier i sospetti di coloro che pensavau male della loro citt. AppenaTeeteto (45) era approdato, che i (4& ) Caunii ribellaronsi , ed i Milassei ancora oc cuparono la citt d Euromo. Circa (4 ?) quel tempo il senato eman un decreto che dichiarava liberi i Carj ed i Licii, che dopo la guerra d Antioco assegnati aveva a Rodii. Quanto a Caunii ed agli E urom ei, i Rodii presto acconciarono la faccenda. Imperciocch i Caunii, mandatovi Lieo con g en te, ridussero all ubbidienza, quautunque i Cibirati gli ajutassero;e fatta una spedi zione nelle citt d Eurom o, vinsero in battaglia i Mi lassi e gli Alabandesi, i quali amendue venuti erano con un esercito (49) sovra Ortosia. Come giunse a loro il decreto circa i Licii ed i Carj, stnarrironsi nuovamente d an im o , temendo non fosse lor tornato vano il dono della corona, e vane le speranze dell alleanza.

VI. . . . Avendo noi prima rivolta l attenzione de E str leggitori sovra il proponimento (5o) di Dinone e di Poliarato. Imperciocch accaduti essendo grandi casi e sconvolgimenti non solo presso i Rodii, ma quasi in tutti gli stati \ esar utile d esaminar e di conoscere le massime di ciascheduno fra coloro che governavano le repubbliche, per iscor^ere quali ebbero una ragione-

/. di li. vo^e condotta, e quali trasgredirono il dovere ; affinch 58^ i posteri, (5 i) in siffatti esempli specchiandosi, possano quando simili casi avvengono trar dietro a ci che bassi ad abbracciare, e fuggir le cose che s hanno realmente a cansare, n in sul fine della vita chiudendo gli occhi alF onest, (52) nulle rendano le azioni ancora de giorni passali. Eran (53) adunque tre generi di coloro che caddero in colpa nella guerra di Perseo: l 'u n o di quelli che non vedeano di buon grado la decisione degli af fari , e la podest su tutta la terra ridursi nelle mani d un solo governo, ma che n cooperavano co Romani, n li contrariavano in nulla, e lasciavano gli avvenimenti come in bala della fortuna; l altro di quelli che con piacere vedeano decisi gli affari, e volevano che Perseo vincesse, non potendo pertanto trarre i propri! concit tadini e connazionali nella loro sentenza ; il terzo con sisteva iu quelli che trassero seco i loro governi e li gittarono nell alleanza con Perseo. V ii. Come adunque ciascheduno di questi parliti govern i suoi affari, facile a conoscersi. Strascinarono nella ausa di Perseo la nazione de Molossi (54) Antinoo e Teodoto, e con essi Cefalo. (55) riusciti es sendo gli affari al tutto contrarj a loro disegni, e so vrastando il pericolo, ed avvicinandosi l*eccidio , tutti uniti (5.6) mostraron il viso alla fortuna e valorosamente morirono. Il perch sono ben meritevoli d esser lodati, posciach non abbandonarono s stessi, n si ridussero ad una condizione indegna della vita passata. In Achea pertanto e presso i Tessali e Perrebii caddero in colpa maggior numero di persone per esser rimasi cheti, come

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se slessero in osservazione de tem pi, e favoreggiassero A. di Perseo. Sebbene costcrro nessun discorso di tal fatta fuori mettessero, n colti fossero scrivendo o maudando a dire alcuna cosa di ci a Perseo; ma si conservarono irreprensibili. Quindi a buon dritto questi sostennero cd il processo ed il giudizio, (5y) e cimentaronsi ad ogni evento. (58) Imperciocch non minor segno di vigliac cheria torsi la vita senz aver la coscienza di delitti bruttata, quando per ispavenlo delle minacce della fa* zione contraria, quando per paura devincitori, di quello che amar la vita oltre il dovere. In Rodo, ed iu Coo, ed in molte altre citt vebbe alcuni che tenevano con Perseo, i quali osalo avendo di parlar nelle proprie re pubbliche in favore deM acedoni, e d accusar i Ro mani, e perfino di consigliar a stringere societ con Perseo; non poterono strascinar le loro repubbliche a cotal alleanza. I pi cospicui fra costoro erano presso i Coi Ippocrito e Diom edonte, fratelli; presso i Rodii Dinone e Poliarato. V ili. Il costoro divisamento chi non biasimer?! i quali prim ieram ente, avendo i concittadini a testimoni di quanto fu da loro fatto e dello, poscia essendo state intercette e tratte alla luce le lettere, cos quelle che da Perseo a loro furono mandate, come quelle che a Per seo da loro, ed insieme presi gli uomini che da amendue le parti reciproCament spedivansi, non ebbero animo di cedere, n di togliere s stessi di mezzo, ma stettero in dubbio pi che mai. Laonde perseverando essi nell amare la vita, a malgrado delie perdute spe ranze, (5g) rovesciaron eziandio la opinione d arditezza

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t.

d R. e d audacia eh eransi procacciata, per modo che' non SSy rest loro presso i posteri il bench minimo luogo alla misericordia ed al compatimento; ch convinti in sul viso da propri! manoscritti e ministri , apparvero non solo sfortunati, ma pi ancora svergognali. Era certo Toante, di coloro che spesso in Macedonia navigavano, mandato dagli anzidetti. Questi nella (60) mutazione delle cose, conscio a s stesso di ci chebbe operato, per timore se ne scanton in G n id o , ed avendolo i Gnidii posto in prigione, richiesto da Rodii venne a Rodo.-Col essendo ridotto a confessare per mezzo di to r menti, fu nel confronto trovato daccordo eoo tutti i se gni delle scritture prese , ed egualmente colle lettere spedile da Perseo a Dinone e da questo a quello. Dond a maravigliarsi da qual ragione iudolto Dinone tol ler la vita, e sostenne che si facesse di lui (61) esem plare mostra cotale. IX. Ma Poliarato avanzava di gran lunga Dinone in Ssconsigliatezza e vilt. Imperciocch (62) avendo P o - , pillio ordinato al re Tolemeo, di mandar Poliarato a Roma, il-re a Roma non giudic di mandarlo, (63) per rispetto della patria e di Poliarato ; ma decise di spe dirlo aRodii, chiedendolo questi ancora. Allestita dun que una barca, e consegnatolo a Demetrio, uno dcsuoi confidenti, spedillo, e scrisse pur aRodii del suo com miato. Ma Poliarato, (64) approdato nel tragitto a F a-, sclide , e venutogli non so qual pensiero, prese rami d ulivo, e ricovr (65) nel pubblico asilo. Costui, se al cuno l avesse interrogato, che cosa volea, io son persuaso che noi avrebbe potuto dire. Imperciocch se desidera-

vadiandarnellapatria, a che abbisognava egli di (66) rami A. di R d ulivo, quando (69) cotest era lo scopo di chi lo con^87 duceva? Se (68) a Roma aveasi a recare, anche non volendo ci dovea fare di qecessit. Adunque qual altra cosa rimaneva (69) fuorch di navigar a Rodo, non va vendo altro luogo che con sicurezza 1 accogliesse? Del resto siccome i Faseliti mandato ebbero a Rodo esor tando a prendere ed a scortare Poliarato; cos i Rodii con accorto divisamento spediron una nave scoperta che il dovesse accompagnare; ma vietarono al comandante li riceverlo, perciocch a quelli d Alessandria era or dinato di rimetterlo in Rodo. Giunta la nave in Faselide, e non volendo Epicaro che nera il comandante ac cettarlo, e Demetrio, chera stato nominato dal re (70) per {scorta, comandandogli che (71) di l si togliesse e navigasse, instando eziando i Faseliti, perciocch te mevano, non i Romani per tal cagione da loro se la re cassero; sbigottito dell emergenza, rientr nella barca di Demetrio. Ma (72) in mentrech salpavano, valutosi di uu opportuno pretesto , ricover (73) di bel nuovo in Cauno, e col nello stesso modo supplic gli abitanti di soccorrerlo. Questi avendolo pur respinto, percioc ch erano stati (7^) assoggettati a Rodii, mand a Cibirati, pregandoli di riceverlo nella citt e d inviargli una scorta:-ed avea egli (75) un titolo verso la citt, per avere presso di s allevati i figli del tiranno P an crate. Questi gli diedero r e t t a , e soddisfecero alle sue richieste ; ma venuto che fu in Cibira gitt s stesso ed i Cibirati (76) in un imbarazzo maggiore di prima, quando egli fu pressoi Faseliti. Imperciocch n osaroP O L 1 B IO , TOM. m i . S

5?

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4 . di R. no di ritenerlo , pella paura che aveano d e Romani,
' n poterono (77) mandarlo a Roma, pella loro in esp e rienza nelle cose di mare, com e quelli eh eran al tutto mediterranei. Alla perfine furono costretti a mandare unambasceria a Rodo ed al proconsole in M acedonia, chiedendo ch e se lo prendessero. Ma Lucio Etuilio avendo scritto a Cibirati, che gelosam ente custodissero Poliarato ed il recassero a Rodo, ed a Rodii ch e aves sero cura di farlo scortar per mare, affinch con sicurezza fosse trasportato nel territorio de Romani; Po liarato per tal m odo venne a Roma, m ettendo in iscena la sua sconsigliatezza e la sua vilt per quanto fu in lui, ed essendo stato consegnato non solo dal re T o le raeo, ma da Faseliti ancora, e da Cibirati, e da Rodii, per cagiona della propria (78) stoltezza. - Perch ora ho io fatto tante parole circa Poliarato e D in o n e ? N on affinch io prenda ad insultar le loro sciagure; lo che sarebbe cosa en orm e; ma affinch palese rendendo la loro inconsideratezza, io procacci che m eglio si consi glino, e pi senao adoperino quelli che fossero per ca dere in simili disgrazie. X . D o p o l eccidio di Perseo, com e prima fu ogni cosa decisa, da tutte le parli maodaronsi ambascerie, per congratularsi co ' duci dell accaduto. Essen do per tanto gli affari del tutto inclinati a favore de Romani, ed a galla pella condizione de tempi in tutte le repub bliche coloro che de Romani repulavansi a m ic i, erano questi creati pelle ambascerie e pelle altre bisogne. Il perch concorsero nella Macedonia dallA chea (79) Ci*

Amb. g i

Iterate, Aristodamo, Agesia, F ilip p o ; dalla Beozia Mna- A . di l sip po; dall Acarnauia C rem e; dagli Epiroti Carope e Micia ; dagli Etoli Licisco e T isippo. T u tti costoro tro vandosi insieme, e eo o fervore gareggiando intorno allo stesso oggetto, n opponendosi loro alcuno, p erciocch tutti quelli della fazione c o n tra r ia , cedend o alle circo stanze, (80) eransi affatto ritirati ; spuntarono senza fa tica il lor intento. Alle altre citt e corpi nazionali (81) i dieci per m ezzo degli stessi (82) pretori im posero chi dovessero mandar a Roma, ed erano questi i medesimi ch e gli anzidetto arcano indicati e n o t a t i, ciasceduno ( 83 ) secon d o le proprie dissensioni di parte, tranne as sai pochi, eh eransi con qualche fatto manifestati. Alla nazioue degli Achei mandarono ambasciadori i pi il lustri de dieci. Cajo Claudio e G neo D om izio, per due cagioni : primieramente perch tem evano, (84) non solo ch e gli A chei nou eseguissero ci che loro per iscritto era stato ingiunto, ma ancora che venisse in pericolo Callicrate ed i suoi com pagni, i quali erano in co n cetto d'aver operale le accuse contro tutti i Greci, lo che fu realmente*, in secondo luogo perch in nessuuo degli scritti intercetti trovossi nulla di preciso contro nessuno degli Achei. (85) Circa questi adunque il console, dopo qualche tem po, spedi lettere ed ambasciadori, com ech egli, (86) quanto era al proprio suo parere, non approvasse le accuse di Licisco e di Callicrate, siccom e c o fatti poscia si rendette palese. X I. mandarono dapprima ambasciadore a R om a N u m e n io , uno d eloro confidenti, affine di render grazie perbene^87

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I re d Egitto, liberati dalla guerra con A n tio co , Am

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/. d K. fizii ricevuti. Liberaron eziandio il lacedem one Menalcida, il qual erasi con ogu industri abnsato d e difficili tem pi de re per (87) arricchirsi; avendo Cajo Popillio chiesta da principi la grazia della sua dimissione.

tmb. 96

XH* Intorno a quel tempo (88) Goti re degli Odrisi mand ambasciadori a R o m a , chiedendo che gli fosse restituito il figlio, (89) ed iscsandosi della societ avuta con Perseo. I Romani, che stimavano d aver compiuta* m ente ottenuto il lor intento essendo la guerra con P erseo riuscita secon do il lor d esid er io , e che (90) a nulla pi tendeva la loro dissensione con C o t i , accor ti aro n a questo di pigliarsi il figlio, che dato in Macedo* nia per ostaggio, fu preso c o figli di P erseo, volendo di mostrare la loro clem enza e m agnan im it, ed insieme (91) farsi vedere placati con Coti pier mezzo di siffatta grazia.

Ateneo X III. (92) Lucio A n icio , poichebbe debellati gllllix tr,c . 1. rij? e condotti prigioni il loro re G enzio cofigli, negiuochi
trionfali ch egli celebr in Roma, fece cose (98) degne del m aggior riso, conforme narra Polibio nel libro trentesi mo. Im perciocch fatti venir dalla Grecia t pi chiari artefici, ed eretto nel circo un palco vastissimo , v in trodusse prima tutti i sonatori di flauto , i quali erano T eo d oro beozio, le o p o m p o , Ermippo e Lisimaco, i pi illustri di que tempi. Avendo messi questi nel proscenio insieme col c o r o , com and che tutti Uniti sonassero. C ostoro (94) accom pagnando le note col m o lo con veniente , disse Anicio che cotesto suono non era bel lo, ed ordin che (9 5) piuttosto combattessero. Ed es sendo essi im barazzali, alcuno de littori mostr loro

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che voltatisi l un contro l altro si assaltassero, e (96) fa- . < i cessero com e una guerra. I sonatori avendo ci presto c o m p r e s o , e conseguita la facolt conveniente alla loro (97) petulanza, fecero una grande confusione. Im p erciocch (98) voltando i cori di mezzo verso quelli delle estremit, essi (99) soffiando all impazzata ne flauti . e (100) tra loro discordando andavansi addosso reci procam ente. Ad un tem po i cori schiamazzando ed (101) entrando insieme nella scena, precipitavansi sugli avversarii, e (102) giratisi di bel uuovo ritiravansi. Ma allorquando ( i o 3) uno de c o r isti, s u c c in to si, fece una voltata ed alz le mani a m o d o di pugilato verso il so natore ch e a lui avventavasi, nacque un im menso plauso e clamore degli spettatori. Mentre questi ancor (104) bat tagliavano , ecco entrar n ell orchestra ( i o 5) due bal lerini accompagnati da sinfonia, e quattro pugili passeg giare sulla scena con (106) trombe e corna. I quali con tendendo tutti insieme, indicibil ci (107) che ne pro veniva. Che (108) se, dice Polibio, io prendessi a par are d e tragici a t to r i, e sembrerebbe ad alcuni ch e io voglia motteggiare. X IV . (109) Gli E to li erano avvezzi a procacciarsi il Estr.Fa vitto di ladronecci e d altre simili scelleratezze. E finch era loro concesso di ru b are depredare i G reci, di siffatte cose accumulavano le so s ta n z e , ogni terra avendo per nem ica. Ma in appresso, sovrastando i Romani alla Gre cia, impediti di (110) trar giovam ento dalle cose di fuori, voltaronsi contra s stessi. (111) E dapprincipio quanto v ha delle guerre civili di pi terribile praticarono; ma (112) p oco innanzi a questi tem pi, gustato avendo reci-

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1 . di R. procamente il sangue nelle uccisioni (i 13) ad Arsinoe,

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eran atutto apparcchiati, ed inferociti per m odo, che n on davano neppur a capi luogo d id e iib e r a r e .il perch fu l Etolia piena di confusione, di perfidia e di ammaz zamenti , e tutto ci che presso di loro eseguivasi non era operato con ragione e disegno, ma con temerit ed alla m esc o la ta , non altrimenti ch e se ( 114) un grave nem bo fosse lor addosso piombato. In Epiro cose simili si fecero. Im perciocch quanto pi moderati erano qui (i iS ) gli uoihini in generale che non nell Etolia , tanto pi: em pio e scellerato di tutti era il loro capo : ch, a mio parere, non fu e non sar giammai uom o pi bestiale ed atroce di (i 16) Garopo.

S(da X V . Emilio P aulo, ammirata avendo la (i 17) fortezIta voce za Sicioqe, ed il potere della citt degli Argivi, venne
in (118) Epidauro.

Snida D a lungo tempo in (119) aspettazione dello spetlla voce tacolo dO lim p ia , and a quella volta. Suida Lucio Emilio venuto nel tem pio eh in Olimpia, e q l >lt3U * ceduta la statua di G iove, rimase attonito, (120) e disse,
che Fidia solo gli sembrava d aver imitato (121) il Giove. d'O m ero, perciocch grande essendo la sua a s p e t ta t o n e d Olimpia, trov che la verit superava 1 aspettazione. -

\trabone, (122) Polibio racconta che Paulo Em ilio distrusse UfP.'vk settanta c ;t| degli Epiroti dopo l eccidio deMacedoni

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e di Perseo. La maggior parte essere stata de Molossi; A. rfi R cencinquanta mila uomini aver egli ridotti in ischiavit. ^8^ X V I. N ello stesso tem po ( i i 3) ven n e ancra il r e j . di R. Prusia a Roma, per congratnlarsi col senato e ( n 4 ) co duci della vittoria. (12&) C otesto Prusia non era punto ^ mPd egno della maest regia; lo che pu arguirsi da ci che segue. P rim ieram ente, allorquando giunsero a lui gli ambasciadori romani, and egli lor incontro colla testa rasa, (i2 & )in cappello, toga e scarpe; in somma nell ar nese di coloro che sono di (127) recente francati presso i Romani, e che chiamano lib erti. Salutati eh ebbe, gli ambasciadori: V ed e te ,d isse , me vostro liberto, ch e tutto far vuole per vostro am ore, ed imitare i vostri costumi; v oce pi abbietta della quale non facil a pronunciare. Allora entrato nel senato, stando alla porta di rincontro a padri, ed abbassando am endue le m a n i, (128) ador prostrato la soglia e quelli eh erano s e d u ti, gridando : Vi saluto, D ei salvatori; eccesso di (129) vilt; ed insiem e d effeminatezza e d adulazione, a cui non perverr l et futura. Couforme a questo fu il colloquio eh ebbe, p oich entr; intorno alla qual cosa lo scriver eziandio indecente. ( i 3 o) Appalesatosi al tutto spregevole, ot tenne perci appunto una risposta benigna. X V I I . A ppena ebbe questi ricevuta la risposta, che giunse la nuova com e veniva Eum ene. La qual faccenda m olto imbarazzo rec a senatori; perciocch ( i 3 i ) es sendo a lui nemici, e prese avendo immutabili deter minazioni, non voleano in alcun m odo palesarsi. C o u i ciossiach avendo essi a tatti mostrato ( i 3a) essere c o -

t. di fi. stui il primo ed il maggior amico d e Romani ; s e , ve*

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nuto al loro c o s p e tt o , avessero accolta la sua difesa e data la risposta conform em ente alla lor o p in i o n e , sarebbonsi fatti sc o r g e r e , per aver tanto onorato cotal nom o n e'tem p i ad dietro ; e se, ( 133 ) servendo all ap parenza esterna gli avessero am ichevolm ente risposto, avrebbono trascurata la verit e ci che ntil era alla patria. 11 perch dovendo da am endne le sentenze se guir loro (i 34) qualche imbarazzo trovarono cotale sc io glimento del problema. Quasi ch e dispiacessero loro ge neralmente le visite de re, emanarono un d ecreto , che nessun re a loro venisse. Poscia avendo sentito chEum ene, giunto in Italia, approdato era a Brundusio, gli spediron ( i 35) il q u e s to r e , ch e recasse il decreto', e Io invitasse ad e s p o r g li, se per avventura abbisognava di qualche cosa dal senato ; e se di nulla avea m e stieri , gli annunziasse ch e quanto prima uscisse d e l l Italia. Il re, abboccatosi col questore, e conosciuta la volont 'del senato, al tutto si tacque,- dicendo che non avea bisogno di nulla. P e r tal guisa fu interdetta ad E um ene l andata a Roma. S egu ancora per questa ri soluzione un altro ( i 36 ) avvenim ento d importanza. Im perciocch sovrastando al regno un grande percolo da G allogreci, egli era manifesto, che per cagione di questo ( i 3 y) sozzo rifiuto gli alleati del re doveano tutti avvilirsi, ed i Gallogreci doppiam ente incoraggiarsi.alla guerra. Quindi coloro ch e ( i 38 ) per ogni verso voleau umiliarlo, entrarono in questa sentenza. Avvennero queste cose ( i 3g) in sull incom inciar d e l verno. Indi diede il senato udienza a tutte le ambascerie presenti :

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( c h e n o n v avea c i t t , n p o t e n t a t o , n re , che n o n A . rii R avesse a quel te m po spedita u n am basceria p e r congr atu la rs i fieli a c c a d u to ), alle (i/jo) quali tu t te fere co rt e se accoglienza , t r a n n e a quella d e 1 Rodii , clic (141) tr as c u r m os tr a n do le i n c e r to P avvenire. Circa gli Ateniesi a n c o r a ( i 42) tr a t te n n e la sua decisione. ^88

XVIII.

Gli ( i 43) Ateniesi ve nn e ro in am ba sc ia ta , A m i salvezza degli Aliarti. Ma

p r i n c i p a lm e n te ( i 44)

essendosi po co ba da to a q u a n t o r ag io n a v an o su qu es to parti col are , ca n gi a ro no discorso, e p a r la ro n o di Deio e di L e n n o , e della ca m p a g n a degli Aliarti, c h i e d e n d o n e p e r s il possesso ; perc ioc ch av ea no d u e ( i 45) i n c u m benze. Q u a n t o a D eio e d a L e n n o , ne s su n o gliene d a r carico, (146) d a p p o i c h in a d d i e tr o a n c o r a eransi queste isole a p p r o p r i a t e ; ma circa la ( i4 7 ) <campa gtia degli Aliarti al cun o a b uo n d r it to li bia simer. I m p e r ci o cc h n o n aju tar p e r ogni m o d o a ri sorgere la citt (148) quasi pi antica della Beozia, c h era a b b a tt u t a , m a al co n t ra ri o spia nta rla, to gl ien do a miseri perfino la spe ra n za nell avvenire ; egli c hi ar o ch e n o n co nviensi a nes sun G r e c o , e mol to m e n o agli Ateni esi : ch (149) render com une a tutti la propria patria, e di strugger quelle degli altri, n o n sembra consentaneo a costumi di quella citt. Del resto diede ( i 5o) loro il s e nato D eio e L enn o. In questi termini erano gli affari degli Ateniesi.

66
<f di R. X I X . Intorno quel tempo ( i S i ) T eeteto , entrato nel 388 senato,.parl d ell'a lle a n z a ; ma mentre il senato indu-

^ giava a deliberare, quegli mor di morte naturale, avendo gi pi di ottant anni. Venuti poi i fuorusciti da C auno e da Stratonicea a Roma, ed entrati nel senato, fu per decreto, im posto aRodii che conducessero ( i 5a) le guernigioni fuori di C auno e di ( 1 53) Stratonicea. Filofrone ed A stim e d e , ricevuta questa risposta, navigarono in fretta a c a s a , tem endo non i Rodii negligendo di m e nar fuori i presidi!, dessero incom inciam ento ad altre colpe.

Amb. io 3

XX.

(1

54) N el P elo p on n eso , ( 1 55 ) poich vennero

gli ambasciadori, ed esposero le risposte avnte, n o n gi tu m u lto , ma ira ed od io manifesto ne nacque contro Callicrate. ( i 56) Qual fosse lodio contro Callicrate ed ( 15?) An dronida e .gli altri del costoro p a r tito , pu quindi ar guirsi. Celebrandosi in Sicione (1 58) le feste Antigonie, ed avendo tutti i bagni com uni (1S9) tinozze e vasche presso a queste c o l lo c a t e , nelle quali gli uomini pi puliti solevano entrare separatamente ; quando alcuno delta fazione di A ndronida e di Callicrate in quelle (160) calava, n essuno di coloro che sopravvenivano osava di .scendervi, se pria il bagnajuolo non gitlava fuori tutta r acqua che v a v e a , ed altra pura vi versava. Lo che facevano, stimando com e insozzarsi, ove immersi si fossero nella stessa acqua in cui gli anzidetti eransi ba gnati. Le fischiate poi e le beffe che facevansi nelle

pubbliche raguuanze d e Greci, quando alcuno prendeva a preconizzare uno di c o s t o r o , fati] non a narrarsi. I fanciulli stessi pelle strade, ritornando dalle scuole, ardivano di chiamarli in faccia traditori. T a le fu il di spetto e Podio che invalse contro gli anzidetti.

F1RB DEGLI AVANZI DEL L1BHO THENTES1HO.

SOMMARIO
A G L I AVANZI DEL LIBRO TRENTESIMO.

JrrsH iM B irT i d' I t j u j . d - Italo mandato a Roma da Eumene. ~ Gonfiasi di vana speme ( I ). - Eumene manda a lui Stratio, il quale r ammonisce ( II ) . - Orazione <f A lialo a l senato. R i sposta del senato. Eno e Matonea. Ambasceria de' Ro mani a' Gallogreci ( III ). - Ambasceria de' Rodii. I Ro mani adirati contro i Rodii. - Antonio tribuno della plebe. Canto di cigno. Polibio biasima F orazione <Astimede ( S i v ). Nuova ambasceria de' Rodii. Potere del navarco di Rodo. Prudenza de' Rodii nello stringer alleanze. 1 Rodii ambiscono con ogni studio la spciet de' Romani. - I Caunii ribellansi da' Rodii. I Ronfani francano i Carii ed i L icii ( V ). - Incostanza di Dinone e di Poliarato. Farii partiti degli uomini nella guerra persica ( V I). - I l suicidio indizio d'animo imbecille Ippocrito da Coo ( VII). - Dinone e Poliarato rodii sono convinti averfavoreggiato Perseo. Dinone ( V ili) . Poliarato. consegnato a' Romani ( IX ). Ambascerie de' Greci a' Romani in Ma cedonia. Ambascere de' Greci a Roma. Causa degli A chei. Callicrate calunnia gli A chei ( X ). Ambasceria de' Tolemei a Roma. Menalcida lacedemone ( XI ). Ambasceria di Coti (% X I I ) . Genzio menato in trionfo. Giuochi Circensi. - Combattimento de' sonatori di flauto. Ballerini. - Pugili (% X III).

7
A
ffari di

r e c ia.

Uccisioni e tum ulti presso gli Etoli. Carope il pi scel lerato fr a gli uomini ( XIV ). Sicione. A rgo . Giove Olimpio. Paulo Emilio distrugge settanta citt neW Epi ro ( X V ).
A
f f a r i d'

t a l ia

nell' a n n o

D ix x x r m .

Brutta adulazione di Prusia ( % X VI ). - Pietosi ad Eu mene di venir a Roma. Decreto eh' esclude i re dtdV Ita lia. I Romani abbassano Eumene. G li ambasciadori so no ammessi nel senato ( X V II). - G li Ateniesi -chiedono A parto, Deio e Lenno. La pretesa circa la campagna d 'A liarto ingiusta. - Deio e Lenno sonodati agli Ateniesi (XVIII). Teeteto muore a Roma. Fuorusciti di Cauno (X I X ) .
A
f f a r i del

P e l o p o n n e so .

Callicrate traditore degli Achei. - Odiato da tuffi ( X X ).

ANNOTAZIONI
AGLI A VA N ZI D E L LIBRO T R E N T E S IM O .

D e fatti c o n te n u ti n e f r a m m e n ti di questo lib ro rag io n a L i vio nel


x lv

d ella sua storia, e p a r te di quelli leggevasi nel

x lv i

c h t r a i perd u ti. H av v i p e r ta n to tra gli autori, c h e p r e s e r o ad illu strare gli av v e n im e n ti c h e a qu esta epoca a p p a r t e n g o n o , g r a n d e confusione in fatto di cronologia. I m p e r c i o c c h , se co n do il C a saub., l 'a n n o in cui eb b e fine la g u erra m aced o n ica fu il 5 8 6 di R . , al q u al egli assegna i consoli G n . E lio P e to e M. G iu lio P e l i n o ; l a d d o v e , giusta il S ig o n io , il consolato di costo ro e leccidio d i P e rse o d e b b o n o tr a sp o r ta rs i allauiio 58 3 . 11 P . P etavio ( R a tiones te m p o r ., T .
2

, p. 4 5 4 ) sp in g e in nanzi di u n a n n o il ca l

colo d el Casau b ., ed a lui si atten u to ( c o m e c h n o i dica ) lo Scliw tig n . ; b e n r a g i o n e v o l m e n t e , d a p p o ic h nel 5 8 ^ di R . finisc o n a p p u n t o i c in q u a n t a t r a n n i s te rio r e sin o al
608,

su quali disse gi P olib io c h e

s agg ira p r o p r i a m e n t e la sua sto ria, e la p a r te a cotal epoca p o a n n o della d istru zio n e di C o rin to , n o n se n o n se u n a p p e n d ic e di q u e lla . Nel co rso delle no te al presente l i b r o a v r e m o a n c o r occasione di r i to r n a r e su questo arg o m e n to , che ab b is o g n a di m agg io re dilucidazione. ( 1)

Intorno a quel tempo. Q uest am b asceria d i Aitalo d e


19

scritta da T . L ivio n e cap.

20

del lib.

x lv

p e r m o d o , che

s e m b ra un a t r a d u z io n e di ci che d ice qu i il N o stro .

La sciagura ec. Di questo avveniineuto non trovasi fatta che superficiale menzione cosi in Livio, come in Polibio. Il pri mo lo chiama gallicus lumullus, eh quanto invasione repen tina, quale soleva fare quella leggiera ed impetuosa^ nazione ne paesi lei vicini, non seuza strage d uomini e di robe, incutenti agli assaliti maggiore spavento che non sogliono fare le guerre or dinarie e prevedute. Al qual proposito asser Cicerone ( Phi lipp. vili, i ) esser il tumulto pi grave della guerra , e poter avvenire questa senza quello, non gi lopposto. Ed a questa par ticolarit sembrami che volesse accennar il Pjostro usando il vo cabolo truffar!ufi, eh proprio caso, awtnim ento in senso si nistro, stccom erano peliappunto siffatte irruzioni. Poco appresso chiama egli cotesta guerra, wifirrcuru. nello stesso significato, non gi rx X x lu c tt r k ifi t. (3) Riscontro. Il vocabolo greco * > 7 jm , che ho cosi vol tato, equivale qui ad accoglienza fatta per mezzo di persone di stinte mandate incontro al forestiero che s intendea d onorare, nel qual senso trovasi questa voce usata nelle lettere del Caro ; laddove incontro sustantivo per esprimere siffatta accoglienza non si adopera. 1 traduttori latini ne fecero una circoscrizione: Quumque majore quam sperasset ipse comitalu obviam ei esset profectum ( essendoglisi andato incontro con maggior accompa
gnamento di quello eh egli stesso sperava ). (4) Intrattenendo pratiche. Mi sono attenuto alla spiegazione che d il Reiske al AAv>7 del testo: parlando a Perseo segretamente, avendo seco lui pratiche. Propriamente parlare di cose friv o le , ciarlare, lo che pare che a simili ben gerii trattati non convenga. Tuttavia credo che il discorrere con fidenzialmente , e quasi all orecchio, conforme qui fec Eumene con* Perseo, non differisca gran fatto dal ciarlare. (5) V olergli. Stimai opportuna la correzione fatta dall* Orsini e ricevuta dal Casaub. al /SavAfvir&*i del testo in &to*.nr&cu, quan tunque non l approvasse lo Schweigh; dappoich vivi< non k, siocome a qussto pare, cogitare, id agere ( pensare, esser in ci

72(a)

69
occupato), sibbene consultare, deliberare in pieno consiglio, lo che certaineute Don fece allora il senato su cotal argomento. (6) Mand inoltre. E suxi f t r n ha il testo cbe, per mio av viso, i traduttori male rendettero per post (fratrein ) mittit. Non dopo il fratello da credersi eh Eumene mandasse Strallo a Ro ma, ina con lui, siccome scrivesi da Livio : Slratius cum eo fu ti medicus. La preposizione ix innanzi ad un verbo significa non di raro aggiunta all azione che lo stesso verbo esprime. ( 7 ) E d avendogli esposti ec. Secondo Livio due erano le incumbenze che costui ebbe dal re: esplorar i maneggi del f r a tello, ed ammonirlo ove si allontanasse dalla fedelt. Qui pure si distinguono due cose : primieramente quelle eh Eumene fe c e conoscere, mostr a Slratio, cio lambizione d At tillo ed i passi segreti che questa gli suggeriva , e che d uopo areano d esser esplorati; poscia il comandamento ( i / l u X i f i t f t d ammonirlo se lo scoprisse infedele. Quindi n deesi, secondoclife propone il Reiske, leggere 7i ftt> S a x * isr5. , quasi che fosse questa la sentenza del Nostro: Tra le altre cose che gli prescrisse, avendolo ancora incaricato ec. ; n pub accettarsi la versione del Casaub., re comunicata, ch la semplice eoraunicazione del fatto eseguita da Eumene era superflua a significarsi, non cosi la sposizione dell animo d Attalo riconosciuto dal fratello; n tampoco si pu passar allo Sehweigh. cbe vsr3i({f esprima alquanto meno di i f r , non altrimenti che se Eumene raccomandate avesse al medico alcuue cose pi, altre meno cal damente. ( 8 ) Guastare la loro casa. Non mi piace il cangiamento di in ift ttta t (c o n s e n so ), ovverainenle rufttp*ti'ar (accordo) proposto dal Reiske, potendosi, conforme osserva egli stesso, interpretare casa regia, stato del regno. Era slato suggerito ad Attalo di chiedere la divisione del*regno, col darne" a lui una parte ( c. 3 ), lo che sarebbe al certo stato ca gione di perpetua nimist tra i fratelli, cbe con ogni sforzo avrebbono procacciata la reciproca loro ruina. Lo Sehweigh. lascia a
P o lib io , to m . m i . 6

7
fixnXiio. il suo pi comuoe significato di regno, reame , ap
poggiato sopra un passo eh verso la fine di questo capitolo, e che a suo luogo prenderemo a considerare., (9 ) Uomo prudente ed atto a persuadere. Chi s accigne a persuader altrui qualche parlilo meriterassi la lode di prudente, ove con efficaci parole gli rappresenti i vantaggi che a lui ridon deranno dall' esecuzione del procedimento suggerito, e le funeste conseguenze che risulterebbono dall appigliarsi al consiglio op posto. Amendue questi argomenti svolse Stratio eoa ammirabile maestria. ( 1 0 ) Non era per anche manifestato. ' A tuSi8tiyfttt4r , fu dallo Schweigh. nelle note e nel vocabolario male renduto per nato, procreato, nel quale senso non trovasi questo verbo in nes sun altro luogo del Nostro, n presso qualsivoglia autore. Potrebbe muover dubbio sullesistenza di questo figlio, al tejnpo degli, av venimenti che qui si narrano, lavere prima detto Polibio chEumene non avea prole, non altrimenti che. scrisse Livio ( x l v , 1 9 ) di lu i , nullam stirpem libertini habentis { non avendo discen denza di figliuoli ). Ma egli forse impossibile che colesto bam bino, nato nell estrema vecchiezza del padre, non fosse da questo riconosciuto dapprincipio per il sospetto che la moglie da altruomo l avesse concepito,e che in appresso ricredutosi il dichiarasse sua prole legittima? Livio al certo, che avea Polibio soli'occhi, non avrebbe scritto : Nondum enim agnoverat eum ( che noi avea egli per anche riconosciuto) se trattato si fosse di persona non aucora nata. - K72t <pumi abbiamo gi detto altrove ( nota 1 0 8 al lib. x vm ) che non significa il figlio naturale delle nazioni m oderne , ina che sta in opposizione al figlio adottivo eh esprimevasi per m i* S irit. ( 1 1 ) Perch in cotesti tempi ec. 11 testo volgalo non pu stare: n U * JxAirhi l i ut im rrS lu i tuttfvf , verbalmente: Quante cose offenda egli i presenti tempi. Oltre 1 imbarazzo di due so stantivi retti da un solo verbo, da considerarsi che non si of fendono gi i tempi, sibbene le persone o le cose ne tempi. Pro

11
pose gi lo Sehweigh. giudiziosamente di leggere *7 le ut t>rrS la t xKipt/f , ne' tempi presenti ; ma-converrebbe ancora in luogo di srtVis (quante cose) scrivere srSe (come). ( la ) Dovendosi . . . . ringraziare ec. AllOrsini, sembr sba gliato l'iiim congiunto con %*pi* nel senso di dover ringraziare, e vi sostitu (<$<>< (sap ere). Il Gronovio reput eziando tron ca la frase e vi aggiunse S u i ( dovere ) doversi saper grazia agli D ei.lo tengo collo Sehweigh. che niente da cangiarsi, esprimendo la frase, siccom nel testo, in buon greco abbastanza quello che volle significar il Nostro. Tuttavia ni convenuto, per rimaner fedele all indole della nostra favella, avvicinarmi alle einendazioni summentovate. (13) Le minacce de Galli. Tir to 7 S i ipi/tr , propriamente il timore incusso de' Galli, cio dalle loro mi nacce, che qual causa abbiam sostituito all effetto (timore) sottin teso. I traduttori latini non colsero con precisione nel senso dell Autore scrivendo: Praesentem gallicum tumultum. Non scrissi Galatii, sebbene Galazia avesse nome la regione da costoro ahi tata, perciocch (Galazii), non altrimenti che K*7ai (Celti), erano i Galli tutti da'Greci chiamati (V. Strah., IV, p. 1 8 9 ). (14) Sconvolgerebbe il regno ec. A questa espressione si rife risce lei Scbweigh. per dimostrare che fariX ilx al principio di questo capitolo significa reame anzich casa reale, conforme avver timmo alle nota 8 . Noi non ci opporremo al suo p arere, che qui l anzidetto nome greco abbia cotale significato, ma nella poca convenienza che lo abbia al luogo citalo osserveremo, cbe quanto segue tutto relativo alla famiglia regia, parlandovisi de danni che dalla condotta d Attalo deriverebbero non solo ad Attalo medesimo , ma eziandio agli altri suoi fratelli. Il perch non assurdo che qui pure a fianX i/a si attribuisca T altro senso meno usitato. ( 15) Nella guerra contro Perseo. Essendo nel testo **7* Tot m p<n iri\tp itt, l Orsini pose m lat innanzi *7e; ag giunta molto convenieute, precedendo come qui il verbo rapir-

cui il Nostro fa sovente succedere tir , e talvolta vpac collaccusativo della cosa nella quale si adopera la persona. Ma allo Schweifjti. piacque meglio che si omettessero questa p arole, comech egli le abbia ricevute nel testo , e nelle note propone di scrivere semplicemente * r Ter TItfctue, ovveramente IIipn x .it ToXtfttt} anzi d per certissima la lezione **7e 7 irptt III fri* lo amerei che si leggesse: Eit oppure * p tt T u **7 (contro) Htfrims triX t/itt. ( 16 ) Eno. Cinque citt che portavano questo nome annovera Stefano, situate in varie provincie, ed un isola presso 1 Arabia felice. La presente era citt marittima della Tracia alla foce del1 Ebro, la quale non altrimenti che Maronea, sulla stessa costa alla foce dell Ismari, apparteneva dapprima a re d Egitto ( v, 34), e poscia fu usurpata da Filippo padre di Perseo, il quale per tanto dovette sgomberarla per comandamento del senato romano, presso cui eransi di ci lagnati i> fuoruscili di quelle, che aveano parteggiato per Eumene ( xxm, i ). Quindi non a maravi gliarsi se Aitalo le chiedesse ora in premio della sua inconcussa fedelt vrso i Romani. (17) I l senato. Supponeva questo ohe il motivo principale della venuta d Altalo a Roma fosse il chiedere per s una parte del regno di suo fratello, la cui fede erasi rendutsospetta aRomani ; e forse era tale il suo divisamento innanzichb il discorso di Stratio 1 animo suo a contrario pensiero volgesse. Ma pi del1 ambizione pot in quel principe, non gi 1 amor fraterno, sibbene il timore delle conseguenze che risultate sarebbono dalla di visione del regno posseduto da Eumene. Se non che il senato, per quanto desiderasse cotal divisione, e forse amato avesse di tra sferir in Aitalo tutto il dom inio, non volte pubblicamente far gliene la proposta, e come vide eh' egli, non cedendo alle secrete subornazioni, si taceva affatto sullargomento che stava loro tanto a cuore, tenero del proprio decoro se ne ristette, e prefer di fargli conoscer il suo risentimento colla sottrazione del dono promesso. Livio ( xifV, 2 0 ) riferisce, chegli, non solo presente, ma eziau-

72 Seti

7^
dio nella partenza fu come pochi re o privati trattato con tutti gli onori e d o n i, e non fa motto della cessione a lui mancata d Eno e di Maronea. Nella sposizione del qual fatto sembrami che lo storico romano fosse pi guidalo da patrio rispetto che da amore di verit. ( 1 8 ) Conseguite avendo ec. 1 MSS. che recano x*p* 7i r l u t i t i u t qitXxtdpttxiSt sono al certo sbagliati, e l O rsin i, feguitQ da C asaub., ne fece <rp7vF: ragionevolmente, seoondoch a me pare. Il Reiske propose di scrivere xapetvlk (fa migliare al Nostro per *pvrin, tosto, subito) lv%n , e la sentenza verrebbe ad essere : Come prima ebbe ricevute le cor tesie se ne and da Rmaf lo cbe rassomiglierebbe ad una pre cipitosa fuga anzich ad una tranquilla partenza. Oltracci il trfv7 troppo distante dal verbo ip p t w t che di per s esprime celerit, impeto, senzach abbia mestieri d essere da al tro vocabolo rafforzato. Ma forse basterebbe il semplice 7v sene altra precedenza. ( 1 9 ) Non potando f a r altro, a cio noa poteva impedire che ci accadesse, o non potea render nullo ci eh era fatto . Rei ske. Questo non panni il senso del testo. Il senato, dice il No stro, non poteva in altro modo punir Attalo, il quale ingannata avea la sua aspettazione, che non dando a lui le citt che gi gli ebbe promesse colla tacita condizione, eh egli dovesse chiedere per s parte del regno di suo fratello. (2 0 ) A' Galli mand un ambasceria. Di questa, siccome dell antecedente risoluzione del senato, non parla Livio.Era questa, per quanto scorgiamo dal presente luogo, secreta, ma poscia se ne vide il risultamento, che consisteva nell accordar a quella gente di vivere colle proprie leggi, libere dal giogo d Eumene, ma collobbligo di non uscir armati daproprii confini. (V. zxxi, a). (ai) Dapprima Filocrate. Secondo Livio ( x l v , a5 ) i prin cipi dell ambasciata erauo Filocrate ed Aslimede ; di Filofrone non fa egli menzione alcuna. La venuta anteriore di Filocrate avea, secondo lo Sehweigh., per iscopo la consegnazione aRomani

74
di Di'none e Poliarato, capi della fazione a questi avversa, con forme scorgesi da varii luoghi de libri 2 7 , 3 8 , 2 9 del Nostro, e dal lib. xlv , 2 2 di Livio. In tal caso dopo oi trif 7o 7tir converrebbe porre 7tr **< 7 TleXvJiplti rpSi-

Ricevuta la risposta ec. Questo fatto importante, da cui ebbe origine la costernazione de Rodii ed il loro contegno in Roma, sorpassato da Livio. La risposta stessa leggesi nel lib. xxix, 7 , e ne'risulta lo sdegno de Roinani per l audaeia de Rodii che, veggendo Perseo chiuso in Macedonia e ridotto a mal partita, imporre voleano a quelli colla minaccia daccordare a co stui il loro favore, e ad un tempo v isi scorge la volont loro intenta a considerarli come nemici. (q3) Uno de'pretori. Era questi, a detta di Livio (xlv, 2 1 ), M. Giuvenzio Talna, che avea la giurisdizione tra i cittadini ed i forestieri, ed al cui tribunale per conseguente questa facceuda propriamente apparteneva. Con procedimento al tutto arbitrario, senza consultar il senato e senza render avvertiti i consoli, propos egli la guerra da dichiararsi a Rodii. A lui si opposero i tribuni M. Antonia e M. Pomponio ; ma i tribuni ancora non avean diritto di frapporsi ( intercedere ) innanzich fosse lord con ceduta la potest di persuadere o dissuader la legge a particolari, lo che allora non era il caso, non essendo questi stati interro gati. Insurse quindi una fiera gara tra il pretore ed i tribuni, le sito della quale non si conosce da Livio, eh qui mutilato. Tuttava sembra che i tribuni avessero riportata la vittoria, dappoi ch riferisce il Nostro che, Antooio trasse,il pretore da rostri, e veggiamo che i legati rodii ebbero poscia facolt di parlare. (2 4 ) Nelle raccomandazioni. Dispiacque al Reiske ed allo Schweig. quel w * p * * \in ts tosto seguito da e pro posero d i sostituir al primo di questi vocaboli >7it>Ji<r, siccome leggesi in Diod. Sic. ( E clog., P h o t., lib. xxxi, 1 ) , il quale compendiando questo fatto il narra quasi lutto colle stesse pa role di Polibio, ed il Wesselingio ancora vorrebbe mutare 1 e

S itlit. (11 )

spressione del Nostro io quella di Diodoro. Ma W 7 pro priamente colloquio , congresso , udienza , senso a questo luogo molto meno conveniente cbe non quello che risulta dal w*.px, secondo la ua etimologia invocazione deltaltrui aiuto , lo che, se non minganno, corrisponde alla voce raccomandazione qui da me usala* Cos voltai nel lib. xxm , 7 : (itix ^ tm n tu *< irtvptitv 9 lvt x l y v t ; avendo parlate

come chi supplica e si raccomanda. (25) Astimede. La costui orazione, della quale Polibio, od il
suo .epilotnatore, non rammenta che i sommi c a p i, fu data per esteso da Livio ; se non che il principio, dove senza dubbio leggevasi il nome di chi la pronunci , n and smarrito. Noi ver remo confrontando la opinione del Nostro su questo discorso co passi dello stoiico romano che vi hanno relazione. (2 6 ) Il canto del cigno, del quale si favoleggia che canti una sol volta innanzi alla morte. Cosi gli ambasciadori rodii, esposta ch ebbero la loro difesa, aspettavansi la sentenza dell'estrema sciagura che dovea colpirli. Lo Sehweigh. suppone cheiqueslo proverbio si adatti pure a coloro che sono in qualsivoglia peri colo , ed appoggia la sua asserzione sul presente passo e sopra un altro nel principio del c. 2 0 , lib. xxxi. (2 7 ) Tali risposte. Molto pi si estende in queste il Nostro che non L ivio, il q u a l e ( x l v , 25 ) dice aver il senato risposto a Rodii per modo che non divennero amici, ma rimasero socii. (2 8 ) Pochi amici di loro, {traduttori latini rendettero ivTSi per Rom.morum ( de Romani ), ma a me sembra piuttosto che cotesti fossero amici de R odii, tra i quali fu il principale M. Porcio Catone che li difese con energico discorso, di cui ci serb alcuni brani A. Geli io ( v i i , 1) ; l intiero c h e , a detla di Livio ( l. c. ), leggevasi nel quinto libro delle Origini essendo perduto insieme con questi libri; (ch adulterini debbono reputarsi quelli che sotto cotal nome pubblic Annio da Viterbo ). Da pochi pe riodi che di siffatta orazione rimangono scorgesi, come il Cen sore, verso i suoi concittadini pi severo che verso i miseri Ro-

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dii, quelli rampognava per la superbia in cui erano montati do po la vittoria, questi scusava per non aver essi giammai ostil mente operato, n mosse le armi contro i Romani. Non si com prende pertanto, come Polibio non ebbe fatto motto dell arringa di Catone in favore de Rodii ; chi non supponesse che tanto stomacato fosse dell orazione d Astimede, e latito forse gli dispia cesse il contegno di questa nazione, che non la reputasse degna di colai difensore, ed amasse meglio di non parlarne tampocct. (3 9 ) Per essf. Pegli ambasciadori medesimi ; i quali eransi tanto umiliati, ed ra certo modo confessato avean il torto della loro gente. (3o) Nella giustificazione della patria. T * r j f srtTfiitt cfiVi0 sono qui propriamente le ragioni valide, giusti mo tivi che indussero la patria a comportarsi D e l modo che fece. La traduzione latina di questo passo sembrami deviare da Siffatta idea, anzi al tutto vaga. Suona essa cosi: Na.m ille patriae caus-

sam non magis commemorandis iis rebus est tutatus, quae ad eius excusationem pertinebant, quam alio rum criminationibut.
( Imperciocch egli difese la causa dell patria meno rammentan do le cose che alla scusa di l e i appartenevano, che non collaccusare gli altri ). <3i) Nel principio della guerra. Noi ( diceva Astimede ) nel principio della guerra mandammo a voi ambasciadori, che vi esibissero quanto fosse alla guerra necessario, apparecchiali di chiarandoci a tatto co navigli, colle armi, colla nostra giovent, siccome nelle guerre antecedenti . Ma fatto sta che tutto questo immenso apparato si ridusse a quaranta navi che allestirono per il caso che i Romani li richiedessero < d ajuti ( xxvu, 3 ) Quanto poi alle operazioni degli altri a vantaggio deRomani, non tro vasi , a dir vero , in ci che di quella orazione a noi pervenne che il legalo rodio le confrontasse con quelle della propria na zione, e nel rigor del termine le abbassasse. Tuttavia, dappoich egli fece menzione onorevole cotanto de sacrifcii recati da suoi a Romani nelle guerre contro Filippo , giustizia volea eh egli

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non defraudasse Alialo n gli Achei delle dcfvulc lo d i, diceodo come non meno di questi erano stati i Rodii benemeriti deRoinani, e nella presente guerra non ininori offerte loro facessero che gli Achei. (3a) Degli errori ec. Disse degli Ateniesi eh erano precipitosi e sopra ,le loro forze audaci nelle imprese, de Lacedemoni che ra no temporeggiatori, ed entravan appena negli affari che inspi; ravan loro fiducia. Gli Asiani tutti accusava di votezza dinge gno, ma de suoi asser solo che aveaD il parlare un poco gonfio, perciocch (notate millanteria) sapevansi dappi degli allri stati vicini. E tant oltre giunse nell incolpar altrui a torto, che 1 of fesa recata a Romani nell antecedente ambascera non attribu al governo, dond essa procedeva, sibbene all oratore che, a detta sua, us verso il senato espressioni stolte e superbe. (33) Furori a tutti rimesse ec. Qui accenna egli singolarmente a Macedoni e agl' lllirii, de quali lagnavasi che i Romani li di chiararono liberi, mentrech servito avean avanti di guerreggiare contro di loro. Del resto se la dicera di Astimede fosse intiera a noi pervenuta, maggiormente apparirebbe quanto asserisce il Nostro intorno alla sua assurdit. E gi la prima sentenza, donde incomincia la parte che ne fu serbata, non meno falsa che ar dita: a dubitarsi ancora (essa suona) se abbiam peccato : le pene e le ignominie tutte ( del peccato ) gi sopportiamo. (34) Per un timore occulto , cio eh egli occultava. A g g ra vasi questo timore sulle sciagure che sovrastavano aRodii daRo mani, e eh essi con ogni mezzo eziandio il pi ingiusto volevano da s allontanare, riversandole sopra altri che dimostravano di loro pi colpevoli. (35) Rimestando. E rimestare secondo il Varchi (Ercolano 6 o) ritrattar alcuna cosa a malgrado di colui al quale tocca , e dice pi di rinnovar , non altrimenti che il volgato m i i t n i i i pi esprime dellv* 6/*inr*s od (ramm entando) p ro posti dal Reiske. '(36) Diecimila monete d oro. Secondo. Livio erano queste

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ventimila , la qual ' somma sarebbe veramente enorme per una
corona ; dappoich venti dramme attiche d argento formando una moneta o dramma d org %pvrtvf ( V. Soping. ad Hesych. alla voce %pvrcvs ) , ne segue che ventimila d oro corri spondono a quattrocentomila d argento, o dir vogliamo a sessantasei talenti e due terzi, che a 54oo franchi per talento equival gono a franchi 36o,ooo. Sebbene non era sempre una corona il dono che in tali occasioni porgevasi, segnatamente quando, siccome qui, trattavasi d una ragguardevole somma; ma tal fiata era dessa la valuta effettiva cbe sotto il nome di aurum coronarium offer vasi da popoli vinti, o che, non altrimenti che ora i Rodii, avean olle nulo qualche grazia segnalala da chi avrebbe potuto opprimerli (Vedi Lips. , De magnit. rom. Opp. , t. m, p. 4 2 , 6 ). (3?) Teeleto. Mi sembra ragionevole la restituzione che feee lo Sehweigh. di questo nome recalo dal' cod. dell Orsini e dal bavarese, rifiutando il Teodoto che hanno tutte le edizioni di Po libio, non eccettuata la Orsiniana, e Livio stesso, la cui autorit forse impose agli editori. T re altre volte trovasi rammentato Teetelo tra gli uomini di stato che figuraron in Rodo (xxm, 3; xxvri, l i ; xxvm, a ) ; nessuna Teodoto. Che se da luoghi test citati non iscorgesi chegli fosse comandante dell armata rodia, leggsi qui che quella dignit gli fu conferita nell occasione appunto che lo si cre ambasciadore per portare l oro destinato alla corona. Dalle espressioni di Livio, Theodotum praefectum classis in eam legationem miserarti, dovrebbe concludersi eh egli avesse anche prima il supremo comando della forza navale, e questa ine sattezza possibil che convalidasse 1 errore in cbe incorsero i li bri stampati. ! (38) Rodofonte. Costui pure avea sempre tenuto co Romani, conforme hassi dal lib. xxvn, c. 6 , dov egli nominato con Astitnede, e dal lib. x xvm , c. ?, dove il veggiam unito a Teeteto. (3g) E ci fecero ec. All oscuro testo di Polibio che abbiam fra mano apporta luce la traduzione cbe ne fa Livio: Polendo

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essi (scrivegli) thiedere da Romani la societ per modo, che di quella cosa non si facesse un decreto dal popolo, o si re casse in iscritto ; lo che se non avessero impetralo, la vergo gna dell essere stati rigettati sarebbe maggiore. Con questa
scorta pertanto sembrami che procedano benissimo le parole del Nostro. Tentavan i Rodii ad ogni modo di stringer alleanza

co Romani, ma volevan ad un tempo, se a questi altrimenti piacesse, senza decreto e senta legazione rimanerne privi. La
ragione di cotesta volont aggiunse Livio, ed il Nostro la sot tintese : La vergogna dC un pubblico rifiuto. Quindi io stimo inopportune le correzioni proposte qui dall Orsini, dal Reiske e dallo Schweigh. (4o) Colai facolt , cio, conforme dice Livio, di trattare sif fatta bisogna senza che ne sia fa tta alcuna proposta-, non gi, siccome hanno gl interpreti latini, di stabilire la mentovata so ciet ( sanciendae societalis potestatem ). ( ii) Non fe ce seco loro alleanza. Dione Cassio ( fragin. n. m i ) dice che i Rodii non erano prima di quest epoca le gati da nessun giuramento d amicizia co Romani, e che perci poteansi da loro sciogliere quandoch fosse. Il passo d Appiano addotto dallo Schweigh., per far conoscere in quali porlicolarit i Romani distinguevano gli amici dagli alleati non fa al proposi to, dicendosi in quello, che i Romani permettevano a forestieri d esser amici, ina senza bisogno di soccorrerli, come verso gli amici si usa. (4a) Con giuramenti e convenzioni, che 1 avrebbon obbli gato ad avere per amici e nemici quelli de loro alleali, ed in ci particolarmente iifferiva la societ dall amicizia , conforme veggiam ancora dal luogo di Cassio citato nella nota antece dente. (43) Non mossi a stringer alleanza per essere fatti pi si curi dalle altrui aggressioni ; siccome Livio amplifica il detto d.i Polibio: quae tulio res eos ab aliis faceret. L i n i y i f i n t i del testo poco esattamente renduto da traduttori latini eoa ma-

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gnopere opus habebant ; che iirit'pirS-tc propriamente estere spinto, impulso, incitalo, non gi avere grande bisogno. (44) Col maggior impegno toglier i sospetti. Queslo passo che
il Reiske dichiar oscuro noi certamente, ove col Gronovio e collo Sehweigh-, vir'ipUhru sinterpreti magnitudinem, grandetta, anzi grandezza superlativa,i\ qual senso avrebbesi dovuto esprimere con maximo , non singulari studio. Nulla dir del Casaub., che lesse bene, ma tradusse m ale. Ad tiriitittt pertanto conviene sosti tuire I tr ttt/x f, sospetti, siccome bene sugger lOrsini, dappoich isrl ti pensiero, consiglio, macchinamento, secondoch osserva lo stesso Sehw eigh., il quale Qa.ipi~i<i*i 7tt tradus se : irrita redderent consilia. Ma alla inente di Polibio ed al te sto di Livio meglio confassi suspicione!, che il Casaub. accolse nella sua versione, sebbene lasci' intatto l originale. (45) Era approdato, cio giunto in porto per andare a R o ma; quindi non scrisse male il Casaub. y i x Romani appuleralt comech necessaria non sia l aggiunta di Romam, che io ho omessa seguendo lo Sehweigh. In patria al certo non era egli al lora ritornato, dappoich pi tardi ancora il veggiaino a Roma; dove mor (c. ig ). (46) I Caunii. Era Cauno citt marittima della Caria con darsena ed un porto che potea chiudersi. Fertile al sommo avea la campagna, ma l aria ihalsana ( V. S tra b , lib. xiv, p. 6 5i ). Forse vi corrisponde l odierna Marmarizza, dove non ha guari svernarono i vascelli da guerra britanni ed austriaci, dopo la glo riosa espugnazione di Sayda e di S. Giovanni dAcri (Sidone e Tolemaide). / MUassii. Intorno a Milasso, citt essa pure della C aria, veggansi le note 5 7 e 1 45 al libro xvi. Livio a questo luogo scrive il nome de suoi abitanti con s semplice, M ylasenses, non altrimenti che Plinio. Euromo. Dal presente luogo puossi arguire essere questa citt allora stata una repubblica che soggette aveva altre citt, le quali occupate furono, da que di Mi lasso, probabilmente perch erano fedeli a Rodii, sebbene sein-

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bra che la capitale non avessero invasa. La rammenta Slrabone (xiv, p. G5 7 ),' e Plinio (v, 2 9 , che l appella Eurome. (4 7 ) Circa quel tempo ec. Livio non fa menzione di questo senatusconsulto, ma dice solo che a Rodii fu comandato di ri tirar entro un certo termine i governatori della Licia e della Ca ria , lo che fece loro sospettare che i Romani fossero per to glier loro coleste province. Erra pertanto, a mio parere, 1 Or sini, credendo che qui in Livio abbiasi a sostituire Rkodiis a Rom anis , ed origine del suo errore si fu lo spiegare ademtae a Romanis, tolte a Romani ; mentrech significa in realt da Romani, e vi si sottindende a Rodii. (48) Mandatovi Lieo. Al Reiske dispiacque del testo, cui preferirebbe il semplice tcfig a r i te , ovveramente sri 5ri/i^ 7 if, senza render ragione di siffatto mutamento da lui proposto. Lo Schweigh. difende la seconda di queste le zioni , supponendo omesso * iu lta t: spedendo lor addosso, cantra di toro. Ma il senso pi ricevuto di ix-iTift-rtit man dar dietro, oltre alcuno che si i gi mandalo , e ci non fu in questo caso. Noi abbiamo ritenuta la scrittura volgala, n vi supponemmo nessuna omissione. Quanto al nome di Lieo, non istimiamo collo slesso Reiske che debba cangiarsi in Licofrone, comech questi trovisi in altra occasione (xxvi, 8 ) m an dato da Rodii ambasciadore a Roma. (4g) Sovr Ortosia. Qui appunto, a della di Livio, fu dala la battaglia, nella quale i Rodii rimasero vincitori. (5o) Di Dinone e di Poliarato. Di costoro, eh erano capi del partito favorevole a Perseo, ha il Nostro ragionato in varii luo ghi. lo questo period, tronco a noi pervenuto, e si pare che Polibio espressa abbia siffatta sentenza, od altra simile: Cosi f u

rono da noi esposte le varie opinioni che divisero i Rodii nella guerra di Perseo, avendo prima ec. , e ragion vuole che ante
riormente in occasione dell ambasciata rodia , fatta dopo l esito di quella guerra, egli siasi diffuso nella narrazione delle politiche

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mene in che agitaronsi quegl isolani, poich parlato ebbe de suminentovati uomini avversi alla causa de Romani. (5i) In siffatti esempli specchiandosi. Il testo ha mtrctt lirm r lx.1i Si (tira i, verbalmente, quasi da modelli esposti, parole che voltate furono in latino: tamquam ex proposito exemplo discant (apparino quasi da esempio proposto). A me sembrato affarsi meglio al senso dellAutore la frase italiana che ho usata, i mo delli esposti che qui riscontransi rappresentando proprio le im magini che affisiamo) perch ci rimangano impresse nell animo, e ci siano di guida nella uostra condotta. In questa senteuza scrisse Terenzio (Adelph, Act. 3. Se. 3) :

Inspicere, tanquam in speculam , in vitas omnium Jubetr, atque ex aliis sumere exemplum sibi.
(5a) Nulle rendano le azioni. Il testo ha Tic . . . . xp%its iv r S i r c iir i , dove manifestamente innanzi al verbo manca alcun vocabolo che qualifichi le azioni. I commentatori in varii modi vi suppliscono. Il Gronovio suppose che in luogo di di v i i fosse scritto 7 iuT t, lo stesso , ma ci non d un senso abba stanza chiaro. Al Valerio piacerebbe iS c x /ftc v t {*( {*), azioni disonorate. 'Z r n n S itr tv t, vergognose, sA iic, senta gloria , iftxupts, oscure, totpiXt , inutili propose il Reiske. Allo Schweigh. sommamente probabile che le due voci i v i mi irumti sieno corrotte da un verbo composto, il quale non gli veniva all mente, lo pertanto, senz aver il dotto capo ed il felice ingegno cui Io stesso Schweigh. rimette il ritrovamento di cotal v erb o , stimo che questo potrebbessere 3-i7i, annullare, render vano; nella quale supposizione avrebbe qui a leggersi t d h l i n , e spa rirebbe la lacuna. (53) Erano adunque tre generi. Livio ancora (x l v , 5 i ) stabi lisce tre diverse fazioni tra i Greci per rispetto alla guerra che fin coll eccidio di Perseo ; ma nel determinarle non s accorda col Nostro. Tria genera principum, sono parole del primo , in

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civitatbus eranl : duo quae adulando aut Romanorum impe rituri, aut amicitiam regum , sibi privatim opes oppressis faciebant civitatibus, medium yerum utrque generi aversum, liberta~ tem et leges tur&a/ur. Dividevansi quindi secondo lui i partiti
realmente in due classi. L una mirava al proprio vantaggio e fa voriva quando i Romani, quando i re (notisi che qui non si tratta solo di Perseo, ina degli altri re ancora manifesti o segreti nemici de Romani ), secoudoch a questi od a quelli era propi zia la fortuna. L altra classe, che difendeva la libert e le leggi patrie, sfavasi di mezzo, ed era non meno amata da suoi che in grazia presso gli stranieri. Ma giusta Polibio non v avea alcuno che per procacciarsi ricchezze ed onori parteggiasse pegli uni o pegli altri, e tutti i tre-generi da lui annoverati coutrarii erano a Romani. Il primo non potea tollerare l universal dominio di questa nazione, e coincide col terzo di Livio, dappoich siccome questo nella condotta non si dimostrava parziale. I due ultimi erano amici dichiarati di Perseo, e il sostenevano con tutte le loro forze ; se non che differivano nell essere tornati vani od efficaci i loro maneggi a pr dell'anzidetto re. A Polibio pertanto, greco di que tempi e non poco interessato nelle vicende della sua pa tria, prestar dobbiamo maggior fede. Conosceva egli certamente quali passioni capivano nell animo de suoi connazionali, e tra quelle non diede luogo al turpe amore di s, che forse avr mac chiato l onore di qualche individuo, ma non si estese a tale,che un genere numeroso di colpevoli se ne potesse formare. (54) Antinoo e Teodoto, ec. Intorno ad Antinoo e Cefalo veggasi il lib. x x v h , c. i5. Di Teodoto col non si parla. I Mo lossi, a dir vero, erano nazione epirota ; ma nel luogo test ci tato ragionasi di tutto 1 Epiro. (55) Riusciti essendo gli affari ec. Anicio, poich.ebbe vinto Genzio ed erasi impossessato dell Illiria, penetr nella Molossie. Col gli anzidetti, che per avere sedotte le popolazioni a ril>ellarsi da Romani sperar non poteano da questi perdono, per suadere volendo a loro coinpatriotti di chiuder a Romani le porte

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delle loro citt c non essendo da essi ascoltati, cacciaroasi pelle prime file de nemici ed incontrarono la morte (Liv. x l v , 16 ). Il Reiske e lo Sehweigh., fecero ragionevolmente un aggiunta al lesto, senza la quale mozzo sarebbe il presente perodo. Se non che in vece d incominciarlo: Oi U t * f* y ftil* t, i quali (Antido to, Teodoto e Cefalo) riusciti ec., io preferirei di scrivere : T i di x. 7. A., siccome lho espresso nel volgarizzamento; potendo il x7ir che segue stare benissimo senza l articolo *1 che ne sarebbe troppo lontano. (56) Mostrava il viso alla fortuna. Non piacque al Reiske n allo Sehweigh. il volgalo rrnrxihe, ed il primo ne fece pitytth t, l altro irurrijrii Siti. Io non posso approvare nessuna di queste lezioni; dappoich *< separare, dividere, allonta nare, ed anche assegnar un luogo, i quali sensi non possono qui convenire, dove trattasi di andar incontro, avvicinarsi alle armi. Zvrritut, a dir vero, equivale a congredi, attaccarsi in bat taglia , e rvmUjatl le 7*lt ra f tv fi sarebbe quanto entrar in' lolla colla presente fortuna ; ma ci non fecero certamente que tre che disperavano della loro salvezza e correvano a morte vo lontaria; ch non era lotta il loro combattimento, sibbene abbando no risoluto al ferro nemico; 'Ir< allopposilo, aorito*secondo 'tm ft, donde r ritu tte , significa stabilire, collocare,presentare, e richiede l accusativo di ci che si stabilisce, colloca, il qual accusativo qui manca , ma potrebb essere supplito per ta v ltlt (s stessi, per modo che la sentenza sarebbe : Presentaron s stessi alla fo rtu n a , o come io 1 bo espressa. (5j) E cimenlaronsi ad ogni evento. Kc< x ir x e A<V)c ' lite i x xiSxe-, verbalmente : e tentarono , cimentarono tutte le speranze , lo che non ha senso, jitque in innocentia sua spes positas habuere (e collocarono le loro speranze nella propria in nocenza) proposizione chiara e conveniente al fatto qui espo sto; ma non ci che ha espresso Polibio, che nulla disse della costoro innocenza. O ra considerando come i Xitk ed Airt^ii nou dicesi solo del bene che si aspetta, ma di qualsivoglia esito

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dell avvenire, conforme leggesi nello Scoliaste di Tucidide ( i, pag. i, cd. Erist., Pori.); cos interpretai in questo signi ficalo, e panni 'di non aver errato. (58) Imperciocch ec. F ra i frammenti grammatici di Polibio trovasi questa sentenza stravolta, per modo, che ne risulta quasi il senso contrario, dicendosi coli che desiderare ed amare la vita smpre indizio di vilt e cf animo maligno. Siffatta mas sima al tutto assurda probabilmente fattura di qualche inetto compilatore, contraddetta dall esempio addotto nell antecedente periodo, in occasione del quale il Nostro proffer la massima ino rale che qui leggesi. (5g) Rovesctaron. Con ragione fu al Reiske ed alto Schweigh. sospetto del testo, irxrrptQ H i significando voltare, girare, senso che qui non conviene. Vi Sostituirono da <*7ptu, rovesciare, abbattere, atterrare, donde risulta la sentenza, che abbattuta fu a Dinone cd a Poliarato, dalla vilt che allora dimostravano, la riputazione di forti ed arditi ch eransi acquistata nel resister a Romani. Tuttavia leggesi nella tra duzione latina imminuerunt (diminuirono), che ha valor ben in feriore a quello del Vocabolo greco. (6 0 ) Nella mutazione delle cote, che dapprima erano favo revoli a Perseo, e per il parlilo che avea tra i Greci, e per la battaglia equestre da lui vinta sopra i Romani, della qu ile si parlato ne libri antecedenti. (6 1 ) Esemplare mostra cotale. IlttpxStiyfd hrftVs nel testo, che derivato da Stypi, mostratila in s ia idea di pubblica esposizione. Quindi esprimesi il trionfare col verbo x-ttp*8 u y ftx 7/n; dappoich netrionfi desupremi duci romani faceasi mstra delle citt prese anemici,,delle quali portavansi te immagini delloro e dell argento che avean seco recalo da paesi soggiogati, e degli stessi dominatori delle vinte contrade che strascinavano il carro trionfale. Il ludibrum de traduttori latini non panni che abbia tutta la forza di siffatta pubblicit cui esponevansi i colpevoli, n accenni allo scopo per coi viene istituita, eh lesempio. Nel lib. il, c. 6 0 tradussi x x p S iiy u u lity fiirtt, ad esempio mostrato.
POLIBIO, TOM. F ili. ?

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(6 2 ) Avendo Popillio. Vedi su questo argomento quanto ne scrisse il Nostro nel lib. xxix, c. 1 1 . (65) Per rispetto della patria e di Poliarato. Avean i Ro dii, confortati da Q. Marzio allorquando osteggiava io - Macedo nia, mandata un ambasceria in Alessaodria per far cessare la guerra tra Antioco e Tolemeo (xxvm, i5), e forse fu tra gli am basciadori Poliarato. Quindi era in tale supposizione costui nou meno che la sua patria ben meritevole de riguardi che allora ebbe per esso il re d Egitto. (64) Approdato . . . . a Faseide. A me non sembra lo Schweigh., aver fatto, siccom egli si esprime, quanto dovea can giando il volgalo col a semplice iu xptov%Si col r d o p p io ; giacch derivando questo parlieipio da irpn%tn, eh proprio l appellere de Ialini, anche nell altro senso di appeller animum, Trpctrt%tii Tot io ut, era da preferirsi il rp*<r%Si, o me glio al disarmonico *pirr% i. Faseide, era citt della Panfilia ne confini della Licia, quindi poco lungi da Rodo, fabbricata sopra un monte, celebre pe suoi plrali che servivansi d un genere di naviglio bislungo e veloce dal nome di quella denominato phaselus , <putnXt. Del resto chi navigava da Rodi in Alessandria non passava dinanzi a Faseide, che giaceva di l da quell isola; non altrimenti che se taluno oggid, tragit tar volendo da un porto della Dalmazia a Venezia, inutilmente prolungasse la via recandosi prima a /.Trieste. 11 qual giro vi zioso tanto maggiormente qualifica la dissennatezza di Poliarato. (65) Nel pubblico asilo, secondo il testo al pubblico 'foco lare, 7Ji x t u i t ( i. Ed i particolari ancora avean il sacro focolare, dove presso tutti i popoli greci ricoveravansi i fuggia schi dalla patria che imploravano protezione. Cos narra Tucidide che Temistocle rifugg all ara del re de Molossi , da cui ottenne salvezza contro gli Ateniesi ed i. Lacedemoni che glielo avean chiesto. Ci pertanto non esprime il penetrale urbis, con che rendettero il Valesio e lo Sweigb. le anzidette parole ; ch penetrale propriamente la stanza pi interna della casa, dove

riceveansi gli ospiti che maggiormente 'voleansi onorare, e pene trale urbis, secondoch hassi da Livio (x li, 2 0 ), era ledificio nel quale nutrivansi a pubbliche spese i cittadini benemeriti della pa tria, lo stesso che il Pritaneo in Atene d in altre citt della Grecia. (6 6 ) Rami ulivo. Avvolgevansi questi in fasce eporgevansi da supplicanti per muover a piet. 1 Greci li chiamavan ancora K tlifiit da , supplicare , ed i Romani velamenta da' veli che copri van i rami anzidetti, donde la frase velamenta praetendert che veggo qui usata da traduttori. Tuttavia oltre a rami d ulivo coperti sembra che a tal effetto altri veli si facessero sven tolare. Ramos oleae, dice Livio (xxiv, 3o in fine), ac rr.LAuesT<t jthtd supplicum porrigentes. Portavan eziandio i supplicanti sem plicemente fasce, infulas, siccome hassi da Cesare (Bell, civ., 11, ia),' alle quali forse avr accennato Livio nel luogo test citalo. (6 7 ) Questo era lo scopo. T37 y * f xp ux 1 17a t i < . Net latino fu omessa questa indicazione di proponimento che dovea pur esprimersi per la precisione del discorso. Rodo era il termine cbe i conduttori proposto avean al loro viaggio, cd in patria non eragli mestieri di suppliche per esser ricevuto. Il x< che non si gnifica nulla andrebbe cancellato'; conforme gi osservarono il Reiske e lo Sehweigh. Questi vorrebbe nelle note sostituirvi xt> nel senso di stimo, credo, realmente, senza dubbio. Altrove (in, 1 0 8 ) spiega egli siffatta interjezione in certo modo, in qualche guisa$ significato cbe a questo luogo disdice; ma l altro pure non mi piace, ed io credo superflua affatto la particella iu qual sivoglia modo si legga. (6 8 ) Se a Roma aveasi a recare. Nel testo manca il verbo , e vi semplicemente J d'fir 7i> (non cb la scrit tura volgala giustamente corretta dallo Sehweigh.). Dalla qual mancanza dedursi dovrebbe che se ne abbia ad empier il vuoto col sottintendervi fi a lilt isrid-v/tK, desiderasse d'andare , re lativo alla patria, e cos 1 hanno intesa i traduttori latini scriven do : Sin Romam proficisci malebat. Ma come inai supporre che

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Poliarato avesse scelto di mettersi in mano de' suoi nemici capi tali ? Anche V ix tx a nitrir*!, restituirsi, suggerito dallo Schweigh. nelle n o te , verbo c h e t a l e qui si adatta, dappoich Poliarato veniva da Alessandria, e non era altrimenti stato a Roma giam mai. Clie se dall orazione degli ultimi ainbascia'dori rodii, che vennero in quella capitale per chiedere .grazia e perdono, appari sce aver essi tratti col i partigiani di Perseo, affinch il senato ne facesse il silo piacere,, non sembra che in questo novero fos sero compresi Dinone e Poliarato. Ecco le parole dell oratore :
qbos ut tbjderemus

Nondum segrega civitatis caussam a Polyarato et Dinone, et ut, rotis ADDozwos. Dond chiaro che coloro

che avean ad esser consegnati erano diversi da Dinone e Polia rato. E quand anche vi fossero stati condotti, com i avrebbe Po liarato trovalo mezzo di sottrarsi dalla prigione e di andar in Alessandria? Suppongo adunque che manchi nel lesto w n yfl* od altro verbo di simile valore, ed.in tal senso ho volgarizzato questo passo. (6 9 ) Fuorch di navigar a R 0 J 0 . Qui ni paruto di dover fare un aggiunta al testo, onde cavarne un senso ragionevole. Po liarato non avrebbe dovuto approdar a Faseide, dond egli a Rodo od a Roma aveva ad esser condotto. In Rodo sua patria nou aveva egli bisogno di mettersi ia un attitudine supplicante , siccome scioccamente fece a Faseide. A Roma, se il comandante della nave che il trasportava avea ordine di condurlo, egli ci non potea impedire. Restava che si recasse a Rodo, nel qual luogo solo egli potea sperare d esser salvo. Suppongo quindi che manchino nel codice del Valesio queste parole od altre di lai fatta: *Ai i i c vF ii c r t r A i i . (7 0 ) Per iscorta. Continua lo Schweigh* nell errore che To-, lenieo spedito avesse Poliarato, perch fosse condotto a Roma, e dice di Demetrio che lo scortava: qui ad eum R ouah mittendum vel trantvehendum a rege' constitutus erat. 11 d< 7> ii a r t f t disapprovato dallo stesso commentatore, che propone di sosti7 tuirvi esr, *pet, t u 7. , non sembrami al tutto fuori d> Pro* posilo, preso nel senso di propter, per cagione.

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(}i) Che si togliesse di l e navigasse. Era Poliarato in terra presso i Faseliti, discesovi dalla barca di Demetrio, il quale non si sa perch, trascuralo il comandamento avuto da Tolemeo di scortare in Rodo l uomo affidatogli, tosto usci di via per me narlo altrove. Se non che potrebbe darsi che un vento contrario sopraggiunto gl impedisse di recarsi al luogo destinatogli, e lo facesse entrare nel porlo di Faselide. (72) Mentrech salpavano. Questo , sembrami essere il vero si gnificato di *7 7t t xaxAa, che uon compresero n il Valesio, n Io Sehweigh. Il primo lo interpret in exseensione (nelI uscita della nave), la quale non poteva effettuarsi avanti 1 ar rivo in Rodo. E neppure lo Sehweigh. la intese bene traducen do : in eo cursu (jn quella corsa, quando navigavano). Nelle note si corresse scrivendo .* Dum in eo erant ut solverenl (quando accingevansi a salpare), e questa versione mi sembrata pi giu sta. E altres verisimile, conforme opina il medesimo, che a Po liarato si fosse offerto il destro di entrar furtivamerite in una nave caunia , e di recarsi per tal modo in Cauno, ma in siffatto casp noi avrebbe costretto il vento contrario ad approdarvi, de viando da Rodo. (7 3 ) Di bel nuovo. J liK tt. Non era questa dunque la prima fuga, e s avrebbe a credere che tale fosse ancora landata a F a selide, dove Demetrio, prestando fede ad un qualche pretesto da quello sciagurato addotto, sa ri approdato. In tale supposizione avr egli la seconda volta pure ingannato il suo conduttore, senzach necessario sia di congelturare che fuggito fosse in uua nave caunia, lo che seDzaltro escluderebbe il bisogno di un pre testo. ( 7 4 ) Assoggettati a'Rodii. Queste parole sembrami eh espri mano meglio il 777ir&< i t i U t TiH/at che non la tradu zione latina Rhodiis contributi. Cauno citt della Caria era stata da Romani, insieme col rimanente di questa provincia sino al Meandro e colla Licia, conceduta in dominio a Rodii, qual com penso degli a)uti loro prestati nella guerra d Antioco (Polib., zzii, 7 , 2 7 ). Ma poco dopo 1 avvenimento qui narrato si ribellarono.

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(y5) Un titolo. 'A Q tfftf. Pretesto, colore, motivo nel senso dato a questo vocabolo dalla Crusca al 6 : Pare qnindi che cotesto Pancrate, o comandasse allora tuttavia a Cibirati, o che gli serbassero grata- memoria se allora fosse gi m o rto ; dappoich altrimenti non avrebbero protetto un amico del loro oppressore. Ma era costume de Greci d Europa che reggeansi a governo li bero d appellare tiranni i signorotti di piccole provincie, a bene o male trattassero i loro sudditi. (7 6 ) In un imbarazzo ec. Non sapevano forse i Cibirati, quan do Poliarato li richiese d ospitalit, ch egli dovea esser conse gnato a R tnani; ma, venuti di ci in cognizione per relazione di lui o d altri, procacciarono di levarselo d'into rno . (7 7 ) Mandarlo a Roma, cio, secondoch osserva lo Sehweigh., in qualche porto d Italia ; perciocch le navi che venivano dal lAsia non approdavan altrimenti a Roma, ma quasi sempre a Brindisi, donde per terra gli uomini andavan a Roma. Il perch non disapprova l anzidetto commentatore la lesione V o l g a t a h i (sottintendi / * ) nel territorio di Roma, mutata dal Reiske in tu 7> P c h e a noi sembrato pi conve nevole, Roma essendo stata la meta di quella spedizione. (7 8 ) Stoltezza. Non posso acconsentire allo Sehweigh., che Polibio qui abbia scritto i y t i i a r in luogo di eh proprio difetto di mente, scioccher, quale si fu quella di Poliarato, che gittossi nelle braccia di tanti eh egli pur sapea non poterlo sot trarre da Romani. " A y ttia significa errore ed eziandio colpa per volontaria ignoranta, siccome abbiam dimostrato nella nota i3 al lib. x x v i i , ma il contegno di Poliarato n dall uno, n dal1 altra era derivato, conforme scorgesi ancora dalle espressioni del Nostro alla fine di questo capitolo. (7 g) Callicrate ec. Di alcuni de 1 qui nominati ha gi il No stro altrove parlato come di traditori della Grecia ; di Callicra te xxvi, 1 e seg.; xxxi, 8 ; di Licisco x x v i i , i3; xxvin, 4> 8 ; di Caropo xx, 3; x x v i i , i3. (8 0 ) Eransi affatto ritirati. Circa il significato che qui con

viene al verbo >l veggasi la nota 8 6 al lib. xxix. Io non ho aggiunte nel volgarizzamento le parole esprimenti a guberna culis reipublicae che hanno i traduttori latini, giacch non riscontransi le equivalenti nel testo, ed il verbo solo basta per ren der il senso compiuto. Altrove (xxvm; 3) labbiamo in altro modo Interpretato per le ragioni che adducemmo col nella nota 1 8 . (8 1 ) I iiieci. I decemviri che da Roma furono mandati nella Grecia, per dar sesto alle cose di quel paese. Reiske. (8 2 ) Pretori. Bene osserva il Reiske che questi erano i su premi maestrati della Grecia; non gi i pretori romani. S in ganna pertanto, a mio credere, lo Schweigh. in sostenendo che cotesti pretori erano i duci'rom ani (il proconsole L. Emilio ed il propretore Gn. Ottavio), e che anzi abbiasi a leggere S uro vieti rrp*liiy accennando al duce supremo, secondo Livio ( x l v , 3 i) che dice essere stato dato 1 ordine literis Imperaloris. Fat to sta che i dieci non poteano trovar esecutori pi fedeli degli stessi pretori greci ; dappoich le prime cariche erano tutte oc-' cupate da uomini addetti alla fazione de R om ani, conforme af ferma il Nostro, e Livio ancora colle parole : Romanorum . .

Qr

Jautores soli tum in magistratibus, soli in legalionibUs erant.


Nessuno al certo meglio di costoro potea conoscere quelli tra i Greci che avversi eran a Romani, ed aveano favorita la causa di Perseo. (83) Secondo le proprie dissensioni di parte. Male , a mio credere , spiega lo. Schweigh. questo passo nelle note. Sarebbono, a detta sua, le iSii x-apnytiytc del testo quanto lodio pri vato e le niniicizie che indussero quegli uomini a denuuciar fal samente coloro che i Romani trassero nella capitale per proces sarli ; pochi essendo i veramente colpevoli che con qualche fatto segnalalo dimostrata ebbero la loro propensione per Perseo ed il loro odio verso de Romani. Ma rctpuyuy) non sono semplici ni niicizie per qualsivoglia cagione nate, sibbene, stando al signifi cato della parola che suona opposizione di setta, di fazione (sic come nel senso non figurato le marcie di due eserciti 1 uno al laltro opposti), discordie che han origine da siffatta opposizione,

ed io odio privalo si risolvono, non gi in zelo per la pubblica causa. Laonde non potea considerarsi falsa colai aecusa quanto all opinione degli accusali, ma quanto a falli, co quali ben pochi avean manifestati i loro sentimenti. Che i pretori avessero omessi belle loro denunzie coloro che con qualche distinto bene fzio eransi acquistati de meriti verso i Romani, conforme sup pone il Reiske che volesse esprimer Polibio, sentenza troppo assurda perch faccia mestieri di confutarla. N sembra il Ca saub. , averla intesa diversamente traduceudo: 75 izS n x ii h nmrunKtl >, eximio alquo rilento intignes (eh eransi segnalali con qualche gran inerito) : versioue conservala dallo Sehweigh., a malgrado della opinioue diversa esternata nelle annotazioni. Le parole greche test addotte significano propriamente :, Di coloro che avean fa tta qualche cosa manifesta , la qual cosa nou ne cessario che fosse un allo grandemente meritevole. (84) Non solo. Ho seguito il Reiske, il quale giudiziosamente suppose qui omesso 1' ( t i n i dalla congiunzione AAt za) che segue, e con questa elissi egli difende glindicativi tru& ufxietvri e it8v>'tvrv9t che hauno i codici in luogo del congiuntivo od oltativo che richiederebbe la semplice particella ft. (85) Circa questi adunque ec. La sposizione del tradimento che cost la libert ad ltre mille Achei ne fu serbata da Pausania (vii, io). Callicrate volea che pronunciata fosse anticipatamente la sentenza di morie contro coloro eh egli Avrebbe nomi nati ; ma i Romani, nteno crudeli cbe non era quel mostro verso i proprii concittadini, non glielo accordarono, e dispersero quelli chegli aveva accusati per le citt della Tirrenia (Elruria). Il no stro Slorico ancora fu in quella proscrizione com preso, ma po scia liberato per mezzo di Scipione miliano divenuto suo amico e discepolo che lebbe sempre al fianco ( V. la prima prefazione, t. I, p. 3). Le lettere eraoo, secondo lo Sehweigh., 1 ordine inandato dal capitano per sentenza de dieci, affinch tulli gli uo mini principali degli Achei, che nominati avea il traditore Cali* crate, fossero chiamati a Roma.

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(8 6 ) Quanto era al suo proprio parere. Io mi sono attenuto alla traduzione del Casaub. A d propriam quidem psius volttntalera quod atlinet, anzich adottare la correzione del Reiske, che vltv cangia in /m v ltv , e menar buono allo Schweigh. il senso di. prima persona ch egli attribuisce a questo pronome citando due esempli del Nostro (xvi, io, xvir, 5), dove realmente lo si dee cos intendere, perch chi Io pronuncia parla di s, quando nel presente luogo di terza persona Polibio che favella. Se non che voltai y t i p i i parere, non gi volont , che n ben diffe rente , siccome fece il Casaubono. (8 7 ) Per arricchirsi. Ilptt 7* St'ai m i ' ^ v n i , per il suo proprio awantggiamehto. In varii luoghi del Nostro riscontrasi irtttp&tiins, eh propriamente correttone, raddriizamenlo nel senso di utilit, vantaggio, lucro, quasi corretione della propria .fortuna. (88) Coli. L elogio di questo re d una popolazione tracica , con brevi ma energiche parole espresso, vedi nel lib. xxvir, c. 1 0 . Secondo Livio (xtv, 4 a) aveva egli dato agli ambasciadori da nari* per il riscatto del figlio, giusta la somma che destinerebbe il senato, il quale lo restitu gratilitameute, memore dellamicizia avuta co suoi maggiori. (8 9 ) Ed iscusandosi ec. Avea Coli unite le sue forze a quelle di Perseo, e manifestamente parteggiava per lui, quando Genzio re degl Ilirii non erasi per anche spiegalo. Tuttavia adduceva egli allora in sua difesa d aver ci fatto a suo malgrado costret to a dare statichi (Liv- x l h , 3 9 , 5 i r x lv , 42), tra quali veggiamo .qui esservi stato il suo figlio. (9 0 ) A nulla pi tendeva ec. Ilfcc vdl *7 S ta llim i che il Casqub. e lo Schweigh. tradussero, neque quidquam amplius ipsorum.' (Romanorum) interesset (n recar pi ad essi (a Romani) vantaggio alcuno la nimicizia ec.), sta bene quanto alla sentenza dell Autore, ma non rende il S ta llim i, ch appartenere, spet tare, tendere, e si riferisce al nulla, non altrimenti a Romani. (9 1 ) Farsi veder placati. ' At$l>ftti*t nel senso di onorare qui

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al certo non conviene, la generosit non. meritata avendo forza di umiliare anzich di recar onore ; ma non perci soscrivo alV tS tiftttti del R eiske, quasich i Romani obbligarsi volessero questo .non polente te con siffatto benefizio. Pi mi piace il senso di t o meglio i | i Aar* turai, placarsi, attribuito ad iiSirmrBttt da Esichio, il quale vi aggiugne, me i>Xn<ptl *5,

" tftM fU t, come chi ha gi preso castigo (dalloffensore); lo che


per l'appunto fu il caso de Romani con Coti. Male adunque rifint lo. Sehweigh. siffatta spiegazione : solo parmi che innanzi all a lS tip ttttt possa mancare Qat'itltt, che ho supplito nel volga rizzamento colle parole, fa rs i vedere. (9 2 ) Lucio Ancio. Avea questo trionfato di Genzio lo stesso anno che Emilo Paullo ebbe trionfato di Perseo. La pompa fu eguale in amendue, comech Emilio fosse stato I anno antece dente, 586 di R-, console, ed Anicio solo pretore. (g3)' Degne del maggior riso. n*7t yiXttat (ia , parole che il Dalecamp. traduttore latino d Ateneo nella edizione del Casaub., 1 5 9 8 , molto esattamente rendette per quovis risa digna (degne d ogni riso). Maximum risum concitavit, che ha qui lo Sehweigh-, non nel testo. Io mi son ingegnato d avvicinarmi all originale meglio che il comportava 1 indole della nostra fa vella. (94) Accompagnando ec. Qui pure il traduttore primo dAteneo meglio colse nel segno che non lo Sehweigh. Infatti che cosa significa : Modulato ac numeroso digitorum, motu tibias percurrere? (scorrer i flauti con modulato e misurato moto delle dita). Il moto non si riferisce qui altrimenti alle dita, sibbene a tutto il corpo che passeggiando {tturiptviftuot) per la scena adattavasi alle note (7s Kftbrtit), cio a*suoni musicali Con nolo conveniente (xalt ljt i f f i o t t i m i xinicm t). Se non che lag giunta di lente all incedentium nella versione antica superflua, ed io ho preferito di qualificare quel moto peir accompagnamento che partecipava dell armonia de suoni. (g5) Piuttosto combattessero. Qui la intese meglio lo Sehweigh.,

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che tradusse p tixxa t, ut potius certarenl. Veliementius h? 1 nitro interprete, vocabolo donde s arguirebbe aver essi g ii, ma debolmente combattuto, quando il combattimento esser dovea un esercizio nuovo da introdursi. (9 6 ) Facessero come una guerra. Nella versione del Dalech. k>; Pugnae specie m repraesentnrent, in quella dello Schweigh., edtrent. Io ho espresse le precise parole del testo : fitti x t 7 wr

irm*t\pt*%n>. < 9 7 ) Conveniente alta, loro petulanza. I sonatori di flauto


pro no i voluttuosi Greci rallegravano i banchetti colla musica, e menavano vita lasciva, conforme bassi da Giovenale ( Sat. ili, v .6 3 e je g .) Janspridetn Syrus in Tiberim defldxit Orontes,

E t. tingitana et mores et cum tibicine chordas ObUqoovnee non geutilia tympana secum
V et buona pezza che l O rante Sirio $beoc nel Tebro, e col flautista seco Men lingua e costumi, e corde obblique,

jUgentilizio timpano.
E ehe costoro appartenessero alla vile ciurmaglia che l opera sua prestava a pi sozzi piaceri, il veggiam ancora nella vita d el' l imperadore Lucio Vero scritta da Giulio Capitolino, il quale di lui narra, come ritornato dall Asia condusse seco sonatori di violino e di flauto, e buffoni mimici, e giocolatori, cd ogni ge nere di servacci, della cui volutt la Siria ed Alessandria si pa scevano. Presso i Romani pertanto, nazione pi morigerata della greca, meno spregevoli erano i tibiani : dappoich la principale loro incumbeaza era di assistere sonando a saCrificj. Tuttavia eran essi, secondoch scorgesi da Livio (ix, 3o), molto dediti al vino, ed era loro permesso di girare per la citt ogni anno tre

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giorni consecutivi, mascherati con licenzioso diportanieuto. Cosi tra i Greci, come tra i'R om ani comparivan essi sulla scena , e volgevansi sonando verso i cantanti che dovean accompagnare. Anicio fece venir i suoi dalla Grecia, perch i Romani non erano abbastanza addestrati ne movimenti vivaci eh egli volea far ese guire. Premesse queste notizie, massimamente circa i tibicini greci, apparir l assurdit della traduzione cbe del presente passo fece il Dalechamp con queste parole: Tibias canili injlantes, qui ardori pugnantium miilum conveniret ; ch al certo ir'tXytiM non lardore di soldati che combattono. Del rimanente manca nel testo volgalo il sostantivo da unirsi allaggettivo im ita i, e bene si appose il Valesio suggerendo l aggiunta 'di (cvo-i'xt,

facolt'. . (9 8 )

Voltando ec. Abbiam veduto nella nota antecedente che i sonatori volgevansi verso i cantanti accompagnandoli. Ora costoro girandosi senza ordine, quando verso i cantanti di mezzo, quando verso quelli dellestremil, faceano s che il canto degli uni mescolavasi con quello degli altri, e che ne nascesse lo schiamaz zo indicato nel periodo che tosto segue. (9 9 ) Soffiando alF impattala. Il verbo', ( fv r it cbe qui asa il Mostro non significa suonar il flauto , tibiil canere, siccome lo ha tradotto lo Sehweigh., ma semplicemente soffiare ; e soffiar cote p a n e, Sm ttfl*, insania quaefianf frase ben strana, con-, traria al buon senso, lo leggo quindi avverbio, e ri ferisco il (pvtrihs a 7\s coi forse non male si farebbe andar innanzi le preposizione tic (soffiando ne tubi). Nelle note marginali alla prima traduzione latina si propone Siitieifltit che s interpreta. Qui vix qttaes essati mlelligerenlur. Nella tra duzione stessa pi ragionevolmente scritto : insanis modis ( in modi paz 2 ). ( 1 0 0 ) Fra loro discordando. A ipifv> ht relativo a sona tori e non altrimenti alle cose sonate ; ch in tal caso avrebbe il testo iittipifotl, eppure volt lo Sehweigh., distonanlia. Il Dalech. circoscrivendo pose: Tibiarum concenlu distolulo. lo ere-

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do d essermi meglio avviainalo al testo che non amendue i tra duttori latini. ( 101) Ed entrando insieme nella scena. Era il proscenio, siccome Io indica il nome, un luogo situato davanti alla s e m a , nel quale collocavasi il coro ed i sonatori di flauto che regolavan il suo canto, meotrechfe la scena, posta di dietro,' riservala era agli attori. Nello spettacolo dato da Anicio il coro ed i so natori occupavano dappriucipio, conforme detto di sop ra, il proscnio ; ma nella confusione nata di poi, per cagione della zuffa appiccatasi tra i sonatori, e questi ed il coro trascorsero nella scena dove prima non erano. Ci sembra che non abbiano compreso n il Dalecb. tf lo Schweigh. traducendo il primo rv>ixiirj>7ir 7 n i i ; Scenam quatientes irruebant ( en tra van a precipizio calpestando la scena), ed il secondo: In sce nam procurrqntes (correndo innanzi nella scena). ( 1 0 3 ) Giratisi. Qui troviamo nel testo il vocabolo fttlafioXn usato dal Nostro nel descrivere gli esercizj della cavalleria greca. (to<n. iv, p. 9 0 6 ; lib. x, c. a i), e che col nella Dota 1 0 4 spie gammo, il girar tanto che la faccia venga ad essere dov fr a prima il dorso, e questo dov era la faccia. Terga vertentes , terga dantes de traduttori latini significa la stessa cosa, ma ad uti tempo la fuga accennata gi sufficientemente dall Peggior il significalo mutato consilio dato in una noia m ar ginale dell edizione Casauboniana. (io3) Uno de coristi. Male volt qui il Dalech., saltator qui dam (certo ballerino), meglio lo Schweigh.: Nescio quise choro (non so chi del coro). Xp'*vnt, a dir vero, significa cosi captar 111 coro, come ballare. X ftvu , puh*$t7 . . . Esichio ; ma nel presente luogo tratta vasi al certo d uno de cantanti, es sendo poscia stati introdotti due saltatori p%nrr*) con quattro pugili, per porre come il colmo alla stravaganza dello spettacolo. L aggiunta in 7*3 %p (fuori del coro, dal coro), che sembra superflua, forse destinata a togliec ogni equivoco ebe nascer potrebbe dal doppio, senso di corista e di ballerino che ha il vo cabolo piv7*>.

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(104) Battagliavano. Ho voluto render la immagine che ri sulta dalla frase greca i c wecpecri^tut Ay*ifur$*i, chfe propria mente pugnare schierati in ordine di battaglia. Quanto f abbia espressa lo Schweigh. scrivendo : Illis inter se dimicantibus, ed il Dalech. che usc al tutto fuori del seminato colle parole : Commissis illis duobus . . . decertantibus, ognuno sei vede. (10 5) Orchestra. Luogo della scena destinato a ballerini , e che pare diverso dal proscenio nel quale trattenevasi il coro. E comech il coro stesso al canto sovente unisse il ballo, siccome lo indica l etimologia di ip ^tirb a t che ad amendue si applica; ci non pertanto convien credere c h e , siccome n o i, avessero i Greci il ballo figurato, o dir vogliamo pantomimico, e che lp%nrrcti fossero quelli cos denominati dal Nostro che lo eseguivano in jin sito appartato dalla scena. ( 1 0 6 ) Con trombe e corna. Differivano la tromba ed il corno in cib che la prima era diritta, il secondo curvato in sfe stesso, a guisa del nostro corno di caccia (V edi Vegezio , De re milit., 1. tu, c. 5 ). Quindi non dalla materia, che in amendue era me-tallica, sibbene dalla forma deciva il nome di corno dato a que sto strumento musicale. Vedi Polibio, xiv, 3, dove ho tradotto cornatori (sonatori di corno) i fitv x ittflttt che qui pure riscon tratisi. Erano pertanto presso i Greci ed i Romani le trombe e le corna, siccome lo sono tuttavia, propriamente strumenti belli ci, ed perci che in questa stranissima zuffa, che imitar dovea la guerra, furono introdotti da Anicio. Gli antichi ebrei davan fiato alle trombe non solo negli scontri guerreschi, ma eziandio nelle sacre loro solennit (Num. x, 1 0 ), e chiamavanle con voce espres siva C hanotterrt, che ricorda il Taratantara dEnnio ( V. il Forcellini a questa voce). Le corna p'oi, bttccinas , appellevano Sciofarot, le quali nelle battaglie e negli assalti, affinch col rau co lor suono inoutwsero maggior terrore, non erano altrimenti di metallo , ma corna d arieti, siccome leggesi nella descrizione della presa di Jerico (Jos-, csp. vi, vv. 4* >3). ( 1 0 7 ) Ci che ne proveniva, 7 r v f t f i i i t y , qualejuerit spe-

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claculum che scrisse lo Sehweigh., mi dispiace meno del senso espresso dal Dalech., g ratissimum et laetissimum speclaculum ,
che forse non era quello contemplato dal Nostro. Giudichi il dotto lettore se io pi di questi interpreti mi sia accostato alla menlq dell Autore. (108) Che se, dice Polibio ec. Se il testo dAteneo come il leggiamo, and di gran lunga errato il Dalech. in traduccndolo cos : De illis qui in iisdem ludis tragoedias egerunt, si quae Po-

Ijbius memorai adnitar oratione persegui, me vobis illudere quidam aufumabunt ( Di coloro che rappresentarono le trage
die se io m ingegnassi di raccontare ci ch e'n e rammenta Poli bio, creder taluno cbe ia voglia di voi le beffe). Probabil tanta essere stata l indecenza e la stravaganza di que giuochi, che Po libio stesso per non meritarsi la taccia di beffeggiatore abbia sti mato di passarli sotto silenzio. Il licenzioso Ateneo non li avreb be taciuti, se trovali li avesse descritti dal Nostro. Infatti Polibip che cos parla (<pnr\i i A u/3f),e non altrimenti Ateneo. (log) Gli Etoli ec. L avarizia degli Etoli, le loro rapine eia loro ferocia ba il Nostro in diversi luoghi notate (11, 4 9 ; iv, 3; iz, 35). v Sehweigh. ( 1 1 0 ) -Di trar giovamento ec. La traduzione che d il Valesio di xAi7ir He iriK tvp/at colle parole; Cum alien d iripere haudquaquam sinerentur, con ragione riprovata dallo Sehweigh., il quale ad iwt*vpi* attribuisce qui il senso di fiiA n , vantaggio, utilit, lucro, e non gi il pi comune di ajuto in guerra. In fatti t r i x tu f il, per giovare, esser utile trovasi in Senofonte (C yrop., 1. v i , c. 3o) dove leggesi : ft'tt Tot, 7 irr'it tMp&ttiTtptt WMfturet, x) iy i* n ih **<

p u t i i twiKcvp. 1 vestiti che alcuno ha in gran copia gio vano, sono utili a lui sano ed ammalato. 11 qual giovamento non a dir vero, il guadagno, che ad alcuno ridonda da qualche ope razione ; sibbene il comodo , l'agio cbe gliene deriva, e questo
sarebbe stato ben poco per quella rapace nazione. Se non che i grandi bisogni degli E to li, non meno avidi che scialacquatori

I OO
(Polib. xn, i)faceano si che co rubamenli procacciavansi in cerio modo ajuti per campare. Cos potrebbe qui restituirsi ad * tu fi il suo senso pi usato. ( i n ) E dapprincipio ec. Osserva Io Schweigh., che la m e moria di questa guerra intestina degli Eloli non pi tra le sto rie di Plibio, ma che alcuni cenni se ne trovano in Livio. Mei lib. x l i , a5 dice questi che il furore degli Eloli contro s stessi minacciava d ridurli alla perdizione; e nel lib. x l v , 9 8 leggesi come Licisco e Tisippo uccisi aveano cinquecento cinquanta dei principali loro cittadini, altri cacciati in esilio, e come i beni degli uccisi e degli esiliati posseduti erano dagli accusatori. ( 1 1 9 ) Ma poco innanzi a questi tempi. N la traduzione d e l Valesio: Recenti autem memoria, b quella che suggerisce lo Schweigh. nelle D o t e : Pattilo vero superiori memoria , al pa rer mio da accettarsi. La versione poco meno che letterale da me eseguita parmi la migliore. Mi si opporr che superiori me moria e ottima frase per esprimere 1 et passata (C ic., pr Bal bo, c. i3); ma io rifletter che dall epoca delle uccisioni dArsiD o e al tempo i n cui Polibio descrisse questi a v v e n i m e n t i , n o n e r a trascorsa uu et, sibbene pochi anni, c o n f o r m e scorgesi da testi di Livio addotti nella n o t a antecedente. Laonde quantunque > T iftt verbalmeute significhi superius, non quanto superiori memoria (alla memoria de tempi passati) ; senzach n o n vi si adatterebbe il /3/#>< paullo, quasich un tempo determi nato, qual una et, esser potesse pi o meno breve. Recenti memoria (a memoria de tempi recenti, test passati), se ' fosse modo di dire appoggiato su classica autorit, sarebbe pi con forme alla m e D t e del Nostro. Pullo ante haec tempora avrebbesi secondo me a voltare questo passo, e cos 1 ho volga rizzato. ( 1 1 3) A d Arsinoe. Pretende lo Schweigh., che Polibio fatto abbia menzione di questa strage nel lib. x, 45, dove rammenta 1 anzidetta citt all anno di f. 543, o 544 > ma siffatta Supposizioue al tutto gratuita. V.- col la nostra nota.

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( n 4 ) Un grave nembo. Att/Xcup non procella,-siccome lo interpretano il V'alesio e lo Sehweigh- Cotesto sconvolgimento dell aria non va necessariamente unito ad uno scroscio di piog gia, ed il vocabolo greco cbe qui riscontriamo significa per 1 ap punto, secondo Esichio, i t i f t t v rvrrfttpt f*i7 i i t i tv un turbine di vento con pioggia. E giusto il paragone, dappoich la ca duta impetuosa di vortici acquosi arreca il colmo della confu sione ad una procella. ( 1 1 5) Gli uomini in generale: Non lutti, sibbeoe ti AA T ir atd-p* *, la moltitudine, quasi il volgo degli uomini. Nella traduzione latina omessa questa restrizione. ( 1 1 6 ) Caropo. Di costui veggansi i luoghi del Nostro citati al cap. io di questo libro nella nota 7 9 . ( 1 1 7 ) La fortezza di Sicione ed il potere della citt degli Argivi. Delle due citt qui mentovale lasci scritto Livio in ram mentando eh erano solamente nobili. Di Sieione pertanto rife risce Strabone ( v m , p. 3 8 2 ) eh era fabbricata sopra un colle forte di natura, etri f.ciptt tp v ftin . Argo divenne citt opu lentissima dopo la distruzione di Micene, gi residenza del po tente Agamennone, ma di lei a tempi dell anzidetto geografo (p. 3 7 3 ) non esistevano neppur l e vestigie. Quanto alla voce fiaptf, propriamente peto , pu essa esprimere cosi massa di for ze, come di ricchezze ; il qual doppio senso ha eziandio 1 opes de Latini, e se non vo errato il potete , l polenta degli .Italiani aucora. ( 1 1 8 ) Epidauro, celebre per il magnifico tempio d Esculapio da lei cinque miglia distante, ina meno nobile delle altre due ( Llv., 1. c. ). ( 1 1 9 ) In aspettatione. Mt7itip a che ha qui Po\ibio pro prio sospso, incerto dell avvenire , qual appunto ehi si reca a vedere una cosa della cui eccellenza ha mollo sentilo a ragio nare. Ma il cupidns, in che fu voltato questo aggettivo , non esprime che parte di siffatta idea, e vi manca 1 altra forse pi im portante della scena che si crea la fantasia dell uomo messo iu
PO LIBIO ,

TOM.

mi.

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aspettazione. - De) resto era Einilk) da Epidauro passato nella Lacedemonia, e di qui per Megalopoli salito in Olimpia (Liv., I. c.). (n o ) E disse ec. Questo elogio di Fidia non riscontrasi in Livio, ma< vi si legge comegli, non altrimenti che se avesse ad immolare nel Capitolio, comand che si preparasse un sagri fcio pi a plo del solito. ( 1 2 1 ) II Giove d Omero , la cui maest tutta espressa neversi del poeta sommo, dove ti si presentano le divine chiome scosse in sulia lesta del re immortale, onde trema il grande Olimpo : immagine che non lasciarono d imitare i pi sublimi tra i poeti romani, Virgilio nel cenno che f a tremare COlimpo, Orazio uak sopracciglio che tatto muove. Cotesto immenso risultamento sem br ad Emilio Paullo di scorgere nell insigne lavoro di Fidia qui rammentato , la cui minuta descrizione trovasi in Pausania, (Eliac, prior., c. xi.) > (122) Polibio racconta ec. Lo stesso numero di citt distrutte di prigioni menati via riferito da Livio ( x l v , 54). Immensa fu, secondo lo stesso storico, la quantit dell oro e dellargento ac-t cozzata, e la preda raccolta dalle, citt ch e misero a sacco. Quanto al frammento che lo Schweigh. trar vorrebbe a questo luogo dagli avanzi Polibiani eh egli Colloc alla fine del te s to , a me non pare, siccome a lui, che il confronto con ci che dice Livio circa lo stato di Corinto, al tempo che vi si rec'Emilio, ne au torizzi a credere quelle parole del N ostro; dappoich lo storico romano D o n fa motto delle particolarit toccate iu quel f r a n t i mento, cio a dire, del silo di quella citt e,dell* opportunit del suo castello per rispetto a luoghi che sono dentro e fuori del1 Istmo. - Del resto, osserva bene lo Schweigh. che gli avanzi uuiti in questo capitolo andavano posti innanzi allambascera ri ferita nel cap. 1 0 ; conciossiaoh L. Emilio girasse la Grecia avanti larrivo de dieci legati, conforme Livio insegna.^ chiara mente nel lib. x i v , c. 3 7 . ( 1 23) Venne ancora il re Prusia. Ragionevolmente nota lo Schweigh. che Prusia, il quale subito dopo il suo arrivo fu in trodotto nel senato, conforme dice Livio ( x l v , 44) giunto era

in Roma, ' secondoch bassi dal Nostro net Gap. 1 7 d questo li bro, al principio dell inverno deUanoo antecedente a questo, in cui furono consoli C. Claudio Marcello e C. Sulpicio Gallo ; lad dove agli ambasciadori delle altre nazioni che vennero, pure ono revolmente accolti, si diede senato, poich i nuovi consoli entrati erano in funzione alla met di marzo. Per- tal modo possono combinarsi' i due storici. ( 1 2 4 ) E co' duci. Non sedo, siccom parere dello Schweigh., eon L. Eitiilio e Gn. Ottavio che ottennero l onore del trionfo^ ma eon tutti i duci eh erano stali nella Macedonia, .secondoch opina il Reiske, il quale prova la sua asserzione colle parole di Livio circa Prusia (L c. ): Omnium, qui in- Macedonia fuerunf imperatore*, favore est adjutus. ( n 5 ) Cotesto Prusia ec. Diversamente la raccontavano gli sto rici rom ani, conforme hsssi da Livio (l. c . ), il quale tuttavia accenna quanto riferisce Polibio sa questo particolare, senza e~ sporne la sua opinione, che noi francamente pronunciamo, in fa vore dello Scrittore greco pi vicino a tempi in cui quelle cose avvennero, e non rat tenuto da rispetti che sovente guidarono la penna del Romano. (0 6 ) In cappello, toga e scarpe. Diod. Sic., che nelleglo ga xxii delle ambascerie copi qfi^si le parole del Nostro circa questo avvenimento (t. l i , p. 6a5 ed. Wesseling. ), aggiugne al ir<Air ( pileus) l epiteto di Asv*ot (bianco). Doveva egli piut tosto apporli? alla lifittt* ( toga ), ebe sappiamo essere stata bianca (Tertull., De Resurrect. caro. in Lips. Opp. t. 1, p. a56 ,6 ): del cappello non nolo che il fosse. - KA i/tvs ha Poliiiio esprimendo grecamente il vocabolo latino calreos. Le scar pe deGreci e dejw poli d Oriente erano suole, assicurate al piede ed alla parie inferiore della gamba col mezzo di sottili co regge, dond ebbero il nome di in tS iftttl* . Appiano riferendo questa vilt di Prusia ( Mithrid. 2 ) cansa il latinismo adottato da Polibio, e chiama i calceos l-ttS ifta la <7A suole ita

liane.

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( 1 2 7 ) Di recente francati A della di Lipsio (D e Arapbitheatr. O p p ., t. i h , p. 5 7 9 ) nulla v avea di pi nto e testi ficato quanto cbe i nuovi liberti portassero cappelli, ed intorno 1 alla toga valga il testo dello stesso scrittore citato nella nota che a questa precede. Alle autorit sa cui appoggiasi questo fatto pu esser aggiunta la presente di Polibio. Da Livio pertanto ci non apparisce, dicendo egli solamente che Prusia portava le in segne dell ordine de liberti, insignia ejus ordinis 5 quasich sif fatti distintivi non fossero stati propri! de nuovi liberti. ( i a 8 ) Ador prostrato la soglia. 11 verbo * ftr* v t r cbe qui riscontrasi da Senofonte sempre usato nel neutro per prostrarsi in atto di venerazione (Cyrop., 11, 4> >5; v, 3, 1 8 ; vili, 3, i4 ; Agesil. 34 ) ; e ci doVean fare tatti coloro cbe preseMavansi al re di Persia (V . Corn. Nep. in Canon. 3; Platarch. in Themistocle ). Qui lo trovi am attivo reggente gli oggetti- ado rati , e cos leggiamo ancora in Erodoto ( Polymn. ) w f* fK u ttt, e nel luogo di P lutarco, test citato xp**vtt7t 'unita. n u ; dove pertanto l oggetto dell adorazione la persoua del re o la sua immagine , e non altrimenti la soglia ba ciata , conforme apparisce dalla scrittura che abbiamo per ma ni. Livio fa dire al Mostro : Osculo limen curine contigisse , il qual bacio, stando al testo, non solo dovea essere impresso atla so glia, ma gittato eziando a> senatori dentro atta curia seduti ; lo che non so come Prusia avrebbe potuto eseguire colle mani ab bassate : attitudine descritta da Livio alquanto oscuramente colle pa role submisisse se. Come sarebbe se Polibio avesse scritto : lftrtK vtnrt (neutro), 7* ivStv Q tX iftxt iipx/tite 7tir x a fh fttic tt y ^a /u ita t; ovverameote, dappoich ne icpttmvrtlt compresa la prostrazione ed il bacio, trfortx. tx i ri SvSev, kmi 77f x. 7. A-, prostrassi adorando sulla soglia , e gridando ec.? Sospett gi il Reisk che al volgalo 7t t *xS-ipttttvt sarebbe meglio sostituir il dativo, riferendolo al verbo che segue anzich a quello che precede, e male, per mio avviso, lo Sehweigh. si oppose a siffatta emendazione; ma io non ho vo luto arbitrare nel volgarizzamento.

io5
(m g) Vil-effemnateita. ' A , cui credetti che cor rispondesse la prima di queste Voci, non, sinonimo di yvtttixirf i t f ch espressi per la seconda; perciocch mancanza di virilit, cio della fo rz a morale che qualifica il sesso migliore, non pone la esistenza di mollezza m uliebre, ch sibaritica dissolutela, e pi assai che la semplice negazione di valore e la timidit che all onore fa preferire la vita. Prusia a tanta bassezza discendendo, Greco e re comegli era, davanti a Romani, che colai umiliazione non chiedevano neppure dallo straniero il pi volgare, ben meritavasi la taccia di effeminato. (130) Ottenne per ci appunto. Terribile rimprovero que sto alla superbia de Romani, che compiacevansi dell umiliazione de popoli e di chi li reggeva ; non altrimenti che abbrrivano con severe pene affliggevano chi appetto al loro sovrano potere pretendeva di sostenere la propria dignit, siccome nel libro an tecedente vedemmo che avvenne a Rodii. (131) Essendo a lui nemici. Lo Schweigh. nel dizionario Polibiano asserisce che il participio S ia fii/kipttiu deriva dall in finito passivo , cui egli d il significato di incusari, m ah audire ( esser accusato, in mala voce ). Ma qui era in mala, voce Eumene, non gi il senato, cui si riferisce quel parti cipio. Il passo di Platone, citato da lui nelle note, credo che po tr rettificar le .nostre idee su quel verbo. Nel Fedone (L t , p. 6 7 , ediz. di E nr. Slef. ) leggesi: 'Et yttp SmfitfiXnrltn p**t w*tr*%Z 7 rip u lii (nel dativo), imperciocch se in ogni parte

sono nemici al corpo; donde scorgesi che

suona questo verbo, passivo di forma, attivo di senso, nella prima per sona dell indicativo presente espresso da Piatone. - Del resto in torno all andata di Eumene a Roma e della esclusione di lu i, siccome di tutti gli altri re, non abbiamo da Livio se non se un brevissimo cenno nella epitome del lib. xlvi, ch il primo de perduti. (i3a) Essere costui il primo ec. La benevolenza de Romani verso Eumene, che aveva a questi fruttato il possedimento di tutti

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i paesi di qua dal Tauro, meno la Licia e la Cari { ix tt, 7 ), e gli onori, con cui fu da quelli ricevuto (xxu , 1 ) ebbero origine da meriti d Aitalo suo padre nella guerra contro Filippo e da suoi proprit in quella oontro Antioco, esposti da lui medesimo Bell orazione cbe tenne iti senato ( * 11, 3 - 5 ) ; ma il non retto suo diportamento nella guerra di Perseo alienarono da lui gli animi di quelli. (|53) AlF apparenza esterna. Tri U t i* T tt ver balmente all opinione , lt immaginazione- di gite di fuo ri. 1 traduttori latini hanno : Famae pubblicasa serviendo, eh la me desima sentenza espressa dal Nostro ; ma io ho creduto di non ofTeudere la propriet della nostra favella avvicinandomi maggior mente al testo. ( 1 34) Qualche imbarazzo. Sebbene la >scrittura del cod. Bav. iw i& ittt l pia sia mostruosa, conforme osserva lo Sehweigh.' io non so appagarmi neppure di quella dell Orsini accolta d. lui e dal Casaub. Infatti ove leggiamo i w i S - i i t v h r ' t f i t i tic | *eX*&nVir, dovreriMno etsi voltare questo passo : Seguir loro fnttlehe cosa ( f incredibile, d improbabile ; lo che partili che poeti s accordi col buon senso. Come sarebbe se la vera leaione emergesse dalla viziata del cod. Bav., nella quale si conservas sero le due estremit con piccola modifcazidne facendone i r t p l m t eh appunto V imbaratto (la difficolt, V incohveniente) da noi espresso. (35) I l questore. Fra le attribuzioni de questori era ezian dio tju ettad i procurare gli alloggiamenti e le provvigioni agli ambasoidbrt ed a! r e h e vcnlvan a Rema (V. Kipping., Antiq. rotn-v p. 3 7 9 ); Or, o>n volendo, il senal ricever Eumene, man d a lui lo stesso magistrato'che avrebbe aVuta l incumbenia di prestarsi a suoi bisogni'net caso che fsse stato ammesso. , Avvenimento d imporlama, fu voltalo itt latiuo: Quod adprime ad rem faciebat ( che principalmente alla cosa appar teneva ), lo cbepfrrm i assai oscuro e p e r'n ie n te corrispondere tilt* pressione del lesto, flpypt affare, pratica drquakfce

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importanza, che si trae dietro gravi conseguenze; quindi xp ttypta.hx.it 7< che' qui abbiamo significa un avvenimento im portante, qual era per 1 appunto il pericolo che ad Eumene so* vrastava da Gallogreci. ( 1 3 7 ) Sozzo rtfiuto. Cos m sembralo dover volgarizzare la voce rv/SXirpt'ef derivata da n i f i a X o , eh . propriamente h> sterco renduto duro e secco per la lunga dimora negl intesti li!. Esichio'lo definisce i HQmvXirpt* 1 i t x i p t u , cosa vile, ino norata. Contumeliosam rejectionem ( ingiurioso rifiuto ) ne fe cero gl interpetri latini, lo l ho avvicinato, per quanto il per metteva la deccnsa, alla sua origine che, se non minganno, ade guatamente esprime il sommo disprezzo con che il senato tratt quel sovrano' in altri tempi assai benemerito della repubblica. ( 138) Per ogni verso. Non panni che possa meglio rendersi nell idioma italiano il trititi tritlm t che ha il Nostro nou qui solo, ma in parecchi altri luoghi della sua storia', e che significa dappertuttot in tutta la estensione della cosa cui viene appli cato. Cos nel lib. vt, c- 2 1 trovasi questo modo di dire per si gnificare la misura di dodici dila che una lamina di bronzo positi sul petto ha da tutte le parti, cio in lunghezza ed in larghezza. Cos in parecchi altri luoghi raccolti dallo Schweigh. nel dizio nario Polibiano, anche dove nou trattasi di estensione materiale, bassi ad intendere il complesso di lutti i casi cui soggetto lar gomento del quale si tratta. Tal il passo nel lib. xxiv, 9 , dove io tradussi t*<pvyt x iiln x i i u s , sfuggi al lutto in ogni in contro. LEruesli pretende che la prima di queste voci sia lan tico dativo tritrti ( col soscritto ) , al quale fu poi sostituito w irf ; ina ci non pu essere, dappoich vi si dovrebbe sottin tender un sostantivo femminile, quando la struttura della parola, meno 1 *, quella del dativo mascolino x-itlt, che potrebbe ri ferirsi al 1pi tra eliacam ente ommesso : sebbene * xr7r rpixtii e xlt x itlte Ipiiret sieno le buone frasi corrispondenti all i taliano ad ogni modo. Per mio -avviso cotesta una ripeti zione alquanto modificata dello stesso avverbio, la quale mira ad

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accrescer energia alla sua espressione. 11 medesimo senso emerge dall italiano affatto, affatto, che non disdirebbesi a lutti que* luo ghi dove il Nostro ha il irti fin ir itU tt , se si eccettui quello del lib. vi di sopra citato. ( 3 9 ) In sull incominciar del verno. Vedi la nota *a3 al principio del cap. antecedente. ( 1 4 o) All* guati tutte. Per mio avviso non vha qui mestieri di emendazione, siccome piacque al Reiske, ehe propose di can giare 1 'ttc (a quali) in liti) u t (a quelli), giacch dopo la paren tesi non finisce altrimenti il periodo. N tampoco io veggo nel presente passo un vizio di connessione, , confor me sostiene lo Schweigh. Nel volgarizzamento mi sono esatta mente attenuto al testo , e non panni che da cotesla fedelt sia risultato alcun inceppamento. ( 1 4*) Trascur. non propriamente trattare con qualche dispreizo, siccome parve allo Schweigh. che il tra dusse: Contemtius egit. La preposizione wxpt d talvolta al ver bo cui congiunta il senso di negligeiita , poco riguardo nel consumare l azione. Cos jrcpa*oui nel principio del susse guente capitolo equivale a udire sbadatamente, senzattenzione. Il Casaub. scrisse semplicemente dimisit ( licenzi ), e forse non andrebbero male, unite amendue le versioni Ialine, dimisit contemtius, cum contmtu ( licenzi con /disprezzo ). (4a) Trattenne la sua decisione, siccome avea fatto co Ro dii, a quali n bene u male avea detto iutoruo al trattamento che in appresso doveansi aspettare. Il Casaub. tradusse: Sed et Atheniensibus irati patres erant , la qual traduzione i l Reiske accett e volle che, per trarne il senso in lei espresso, si leggesse IxeTfcj, attivo, e cos piacque pur all Ernesti ; lo Schweigh. bene s appose conservando <rttt7 , ma dandogli il significato di trattenersi. Ecco coni egli su ci ragiona : Ritenendo il volgato tsritgt7 (cio tinTgi t*t/7i) *'< *7 Itu t'A d n ia io v t questa la forza di quelle parole: ma verso degli Ateniesi ancora il senato si trattenne ( contiuuit se), cio non si dimostr gran fa tto

iog
pronto; la premura e la benevolenza,'con cui tratt gli amba sciadori degli altri popoli; trattenne e moder. (i<3) Gli Ateniesi. Lo Sehweigh. ritiene per certo che que stambasceria la continnaziooe dellantecedente, alla quale egli amerebbe di attaccarla cosi incominciando: 'O i ptit y*p *A$t*?< ( Imperciocch gli Ateniesi ). A me non sembra la cosa tanto evidente; dappoich la venuta degli oratori ateniesi, non meno che delle altre nazioni, a Roma avea per solo motivo il congra tularsi col senato delle vittorie ottenute sopra Perseo e Genzio. Non impossibile che gli Ateniesi in qualche altra occasione avessero spedita un ambasciata per chiedere i favori che qui sono riportati. ( 1 44) Pella salvezza degli Aliarti. Allorquando Perseo vin ceva) Romani in una battaglia equestre, il pretore Lucrezio in cominciava il soggiogamento della Beozia dalla espugnazione di Aliarlo, ed impossessatosi di questa citt, la distrusse dalle fon damenta, ne vendette gli abitanti, e rec alle navi le suppellettili preziose, che vi rinvenne ( Liv. xlii, 63 ). Gli Ateniesi domandaron al senato la liberazione di quegl infelici, e forse il ristauramento ancora della citt stessa, ma pi stava loro a cuore la sua campagna, col possesso della quale inutili rendevano le grazie im plorate daRomani in favore degli Aliarti. <i45) Due incumbenze. L una era la riedificazione dAliarto e la liberazione de suoi abitanti ; l altra i possedimenti che chie devano. (46) Dappoich in addietro. Dopo la espulsione di Serse dalla Grecia e sembra che queste isole rimanessero agli Ateniesi. Di Deio sappiamo da Tucidide cbe questi due volte la purifica rono, vi stabilirono il pubblico tesoro della Grecia, vi istituirono feste e giuochi, ne cacciarono i primi abitanti e poscia li rimisero in patria; le quali cose tutte indicano padronanza. 1 Macedoni, osserva lo Sehweigh., pare che le abbian loro tolte. (4 7 ) La campagna degli Aliarti. JEssere questa stata molto pingue lo indica l epiteto di erbosa che le d Omero. ( II. ir, v. 5o3).
P O L IB IO , T Q M.

m i.

I IO (4 8 ) Quasi piti antica. L fabbric,' secondo Stefano Bizan tino, Aliarlo, figlio di Tersandro, nipote dEolo. (1 Ch render comurte ec. Abbiamo da Senofonte { De repub. Atben., c. i, 12 ) che gli Ateniesi accordavano a cittadini forestieri eguali diritti, perciocch abbisognavano di forestieri per cagione delle molte arti che coltivavano e della marineria. > (i5o) Del resto diede for il senat Deio e Lenno ; ma diede ad essi aucora la campagna di Aliarlo, secondch riferi-, sce Strabone ( x, p. 4-11 ), atempi del quale la citt non pi esisteva, donde apparisce che non fu altrimenti rifabbricata. : ( 15 1 ) Teeteto. Della costui ambasciata veggasi il c. 5 di que sto libro. (i5a) Stratonicea, egualmente che Cauno, citt della Caria e, a delta di Strabone ( siv, p. 6 6 0 ), colonia de Macedoni, uscita probabilmente di Slratonica, che Tolemeo ( m i , i 5 ) annovera tra le cilt della Macedonia e pone nel seno Singitico. Stefano le confonde, amendue. (153) Filofrone ed Astimede. Circa costoro, che precedettero nell ambasciala Teeteto, veggasi il cap. 4 di questo libro. (154) N e l Peloponneso ec. Qui si accorse lo Sehweigh. che non tutte le materie nel presente libro trattate appartengono al trentesimo; dappoich al cap. i5 appunto finisce la storia de quasi km ailni che corsero dal principio della seconda guerra punica sino al fine della guerra di Perseo: spazio di tempo che il Nostro erasi proposto a termine della sua storia, conform egli stesso lo dice ne libri 1, 1 , e m, 1 e 4 - Ora avendo egli prese le mosse dall Olimpiade c x l che (posta la edificazione di Roma se condo lui nel secondo anno dell Olimpiade vi ) corrisponde ai1 anno 534 di R<, ne segue che il soggiogamento della Macedo nia, cui teauero dietro i torbidi dell Achea , avvenisse nel 58j di R., nel quale anno trionf Emilio di Perseo. L. Anicio per tanto, che trionf, giusta Livio (xlv, 43), nelle feste quirinali ohe cadevano in febbrajo, e precisamente il dodicesimo giorno avanti le Calende di marzo, ebbe ancor egli quest onore sotto i consoli

Ili
del 5 8 7 , uon gi sotto quelli del588;aohfbrm e'stim alo Schweigh;, giacch i nuovi consoli entraran.in, fanaione negl Idi, cio ai5 di marzo, . .1 . . (155) Poich vennero gli ambasciadori. Parecchie aetbascer rie aveano gli Achei mandate; ,9 ., Roijva.{)er chiedere gratin; ma invano, ch non si ebbe ad esse alc^in rigyardo.V. Pausao., vii, 1 0 . ( 1 56) Qual fo sse lodio. contro Callicrate. Se questo estratto dee collegarsi colla breve ambasceria che il precede ed esserne la continuazione, non pu sta r ai c e rto il testo volgalo: T*3 xtp K*.%A<cp<7t fiU tv t i sibbene converr scrivere cql Reitske: T i () *p tt KAA**f7* , ovveratnente *< 5 li Vo xp. *. f i . , siccome poi 1 abbiam volgarizzato, tapto pi che trip'tTittt non buona frase, qual parve allo Schweigh., quanto lo 7e*/K<fie3a< 7*.. ( 1 5 7 ) Andronida. Di questo, com paguodi Callicrate vegga, si xxix, 1 0 nel principio. , (158) Le fe ste Antigonie. Su queste consultisi la nota i3o al lib. xxix. Antigono sovrannoinato Dosone, tutore di Filippo, che fu poscia padre di Perseo , poi eh ebbe vinto in battaglia Cleomene re di Sparta, e liberali gli Achei dalla costui tirannia, ritornando a casa ottenne, a delta del Nostro ( 11, 7 0 ), cos dal comune di questa naiione , come da ogni citt in particolare quanto conferir puossi a chi si meritato un onore immortale. Fra siffatti onori scorgesi qui che furono le feste Antigonie isti tuite da quelli di Sicione. (5 9 ) Tinozze e vasche. Comech secondo Esichio piaxlp nel senso di vaso da bagno suoni lo stesso che irui Aec, ci non pertanto osserviamo da questo luogo che nelle prim e , siccome comuni, pi dun uomo scendeva, nelle altre un solo. Anche a delta di Polluce ( Onomast. v i i , 1 6 8 ) bagnavasi pi duno D e l l a fiuxlpct, cos denominata per la sua somiglianza alla madia , in cui sintride la farina per ridnrla a pane. Quindi da rifiutarsi l a lezione del Valesio, il quale leggendo pinKptts sullautorit dun codice, mutar vorrebbe x tn lts in rxtitcci , quasi grandi taber-

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macoli, tende, e quella del Gronovio, che propone x x ltu t, *l7u t, letti, giacigli. Pi i appose al vero il Reiske, che non altri menti in x e n ltf, sibbene in putxpat trov il vizio della scrittura vi sostitu pi*x7p*t, ritenuto dallo Sehweigh. ( 1 6 0 ) Calava. al pari dell'italiano calare si usa in senso attivo non meno che passivo, e significa cosi mandar gi, come discendere. - Quanto alla correzione del testo volgato t! trli h r mtbltf, preferisco quella dello Sehweigh. i it l * n * t 7i Ftt x S t/j (quando alcuno in queste calava) all altra del Reiske 1 7o7mis w flt 7it xmSbp ( se in queste talvolta alcuno discendeva), non parendomi il dativo bene retto da cotal verbo. Il * * <* pertanto non era, per mio avviso, da tentarsi, chi non k sbaglio, sibbene particolarit del dialetto ionico, del quale non a maravigliarsi se rimanesse qualche trac cia presso gli Achei discendenti dagli Ionii, e lArcadia, patria di Polibio, era compresa nellAchea.

FINE D IL L E ANNOTAZIONI AL LIBR TRENTESIMO DI POLIBIO.

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Sem- Sonarti

DELLE STORIE
D I P O L IB IO DA M E G A L O P O L I

AVANZI DEL LIBRO TRENTESIMOPR1MO.

I. I o qael tem po i Gnossii ed i G ortinii (i) gnerreg- A. di R. giavano co Raucii, ed obbligaronsi tra di loro con gi* ^ ram enti di non cessar dalla guerra avanti d'aver (2) p re - c u n sa Rauco colla forza. ( 3) I Rodii risaputa la delibera- Am. 100 zione del senato circa i Caunii, e veggendo che non fi* niva l ira de1 R o m a n i, poich ubbidito ebbero in ogni cosa a quanto recava la risposta, crearono tosto un am bascera cui preposero Aristotile, e la m andaron a Roma, incaricandola di far un nuovo tentativo circa l'alleanza. G innti costoro in Rom a nel c u o r della s t a t e , e n traro no nel s e n a to , ed incontanente esposero com e il popolo ubbidito aveva a* suoi com andam enti, e co n molli e varii discorsi esortarono all' alleanza. Il senato diede loro un a risposta, in cui tacque dell amicizia, e circa 1 alleanza d is s e , che non gli conveniva per ora d accordarla ai Rodii.

i*4
4. d R.

11.( 4) Agli am basciadori do Galli dAsia accordarono S89 di governarsi colle proprie leg g i, restando nelle loro 105 magioni, e non com battendo fuori de proprii confini.
III. ( 5) Antioco, udito avendo de giuochi (6) eseguiti

Ateneo

f '

in M acedonia da Emilio Paulo, capitano supremo d e v o niani, volendo in (7) magnificenza e generosit avanzar Paulo, m and pelle citt ambasciadori e (8) legati sacri, per annunziar i giuochi che doveansi da lui celebrare (g) presso Dafne. Incom inci la festivit con una pompa, cos condotta. Precedevano cinquemila uomini di fiorita giovent, arm ati alla rom ana in corazze uncinate. Dopo i quali seguivano subito cinquemila Misii ; Cilici arm ali alla leggiera, con corone d oro, trem ila; appresso a que' sti T ra c i tremila, e Glti cinquemila, ed altri coti scudi d argento, cui tenean dietro dugenquaranta paja d 1 a c coltellanti. A tergo d i questi erano mille (10)' cavalieri Nisei, ed urbani tremila, la maggior parte de quali avan auree b a rd a tu re e corone ; gli altri aveano le bardature d argento. Iridi venivano (11)1 cavalieri cos detti Com pagn i, e h erano da m ille, tutti colle bard ature d oro. Vicini a questi era il corpo degli Amici, eguale ad essi di num ero e dornato - e d appresso seguivano mille scelti, cui andava dietro il cos detto Agem a, reputato il pi forte corpo di cavalieri, ascendente a mille uomini circa. D a sezzo marciava la cavalleria caiafratta, nella quale i (12) cavalli e gli uom ini traggoo egualm ente il nome dalle arm i oude son coperti. Somm avano questi mille einquedento. T u tti gli anzidetti aveano m a n te llid i por* pora, molli eziandio con liste doro e figure d animali.

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Carrozze da sei cavalli erano cento, da quattro ( i 3) q u at r. di r 589 tro c e n to ; (14) poscia un c a rro tirato da quattro elefanti, ed uno da due. Seguivano in fila trentasei elefanti for niti. Il resto della pompa diffidi a descriversi, tuttavia lo faremo sommariamente. Andavan in processione ot tocento giovani di primo pelo, con corone d o r o ; bovi grassi intorno a mille; ( i 5) mense sacre poco m eno di tre c e n to ; denti d'elefante ottocento. Il num ero delle sta tue non possibile di riferire. Im perciocch di tutti co loro che presso gli nomini chiamansi o credonsi Dei o Genii, e degli eroi pure, conducevansi i simulacri, quali d o r a ti , quali vestiti di stole listate d ' oro ; ed a questi tutti apponevansi le respettive favole secondo le tra d i zioni in sontuosi apparati. Li seguitava il simulacro della N otte e del G iorno, della T e rra , del Ciel, dellAurora e del Mezzod. La moltitudine pertanto delle dorere e delle argentere, puossi da ci arguire. U no degli Amici, Diopigi il segretario, avea nella processione mille paggi, che portavano argentere, nessuna delle quali pesava me n o di mille dramme. Appresso erano seicento paggi reali con vasellame d 'o r o ; poscia da dugento donne, che da urne d 'o ro versavan olii odorosi. Dietro a queste andav-an a m ostra ottnnta donne sopra lettighe co piedi d oro, e cinquecento sopra lettighe co piedi d argento, sedute e magnificamente ornate. Q ueste erano le cose pi illustri della pompa. IV. F initi i giuochi ed i duelli e le cacce, p e trenta giorni ne quali celebrava gli spettacoli , i primi cinque giorni venivano tutti nella palestra unti da (16) conche d oro con olio di croco ; i cinque seguenti con olio di

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4. di R. cinnamomo, ed un egual numero con olio di nardo. Si-

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milmente ne successivi apportavansi olii di fieno g re c o , di (17) majorana e (18) d ' ir id e , tu tti squisiti per soa vit d ' odori. Apparecchiavansi per b a n c h e tti, quando mille letti da tre , quando mille cin q u e c e n to , con son tuosissimo fornimento. Del maneggio delle cose occupavasi il re medesimo; perciocch sopra un cattivo ro n zino scorreva la processione, com andando agli uni d 'a n d ar innanzi, agli altri di trattenersi. Ne' conviti stava egli sijgl' ingressi, ed alcuni introduceva, altri (19) collocava alle mense, ed i serventi che portavano le vivande egli menava. G irando intorno alle tavole, dove s 'a ssid e v a , dove si (20) buttava ; e talvolta deponendo nel mezzo il boccone, o il bicchiere, balzava su, e cangiava posto, e girava intorno alle mense ove b eveasi, ricevendo in piedi il beveraggio offertogli dall' uno e dall' a l t r o , ed insieme scherzando con (21) chi cantava o recitava. Ed essendo il banchetto m olto innoltrato, e molti gi par titi, era il re dagli strioni portato dentro tutto coperto, e messo in t e r r a , come se fosse uno di loro. Eccitato dal musicale accordo, saltava su e ballava, e (22) faceva le m aschere co ' buffoni, a tale che tutti vergognatisi fug givano. T u tte queste cose furon eseguite, parte con ci e h ' egli erasi appropriato dall' Egitto , (23) allorquando trad il re Filom etore, eh era ancor fanciullo; parte con q banlo gli amici contribuirono ; ma sovraltutto collo &4) spoglio eh ' egli fece d e ' templi. V. Poich furono compiuti i (2 5) giuochi poc'anzi ce* librati, vennero (26) Tiberio cogli altri ambasciadori, con

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II7

ordine d esplorare lo stato delle cose. I quali con tanta A. di R. 589 destrezza e benignit furono accolti da Antioco, che ben lungi dal sospettare,che questi alcuna(2^) impresa contro di lui mulinasse, o scorger qualche dimostrazione di ra n core (28) pelle cose accadute in Alessandria , condan navano tutti coloro che siffatti discorsi facevano, per ca gione dellestrema cordialit con cui li avea ricevuti, per m odo, che in aggiunta ad altre gentilezze, cedette il suo palazzo agli ambasciadori, e presso che dissi il diadema, in ap p aren za; quan tun q u' egli (ag) nell animo p o n fosse tale, ma al contrario alienissimo d a Romani. V I. V ennero a R om a molte ed altre ambascerie,A.le di R. pi illustri delle quali furono de Rodii Astimede, degli 590 Achei Eurea, Anassidamo e Satiro, di Prusia P itone: cui Olimp. il senato diede udienza. (3 i) Gli ambasciadori di Prusia C L I 1 I , I V A m b. io { accusavano il re Eumene, dicendo che questi avea loro tolte alcune ( 3 a) castella, e (33) non si asteneva punto dalla Galazia, n ubbidiva a decreti del sen ato ; ma im pinguava coloro che p e r lui parteggiavano, laddove quelti che seguivan il partito de Romani, e voleano governarsi in conformit de decreti del senato, p e r ogni m odo ab bassava. V avea pure alcuni ambasciadori dalle citt d Asia, i quali accusavan il r e , facendo fede ( 34) della pratica che teneva con Antioco. Il senato, uditi chebbe gli accusatori, non rigett le incolpazioni, n fece scor gere la sua s e n te n z a , ma in s la t e n n e , diffidando al tutto dr E u m en e e d Antioco. T u ttavia a Galati sempre alcuna cosa aggiugneva, a rinforzo -della loro libert. (35) Tiberio p ertanto ed i suoi compagni, ritornati dal-

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(. d R. lambascera, non poterono niente da vantaggio n essi

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stessi com prendere , n spo rre al senato intorno alle faccende dEuinene e d Antioco, di quello cbe sapeva no quando erano prima in Roma: tanto (36) aveanli i re colla loro benigna accoglienza svolti da ogni investiga zione. V II. (3 7) Poscia chiam il senato i Rodii ed udilli. Astimede, en trato, (38) si diport con maggior m odera zione e meglio che non nell am basciala di prim a; per ciocch lasciando d 'accu sare gli altri, si condusse a chie d er perdono, siccome fanno (39) quelli che vengono fla gellati, dicendo, aver la sua patria sofferti sufficienti ca stighi , e maggiori di suo fallire. In aggiunta percorse som m ariam ente i danni di q u e lla ; in primo luogo che p erd u te avea la. Caria e la L ic ia , per cui ebbe spesa grande qu antit di danaro, essendo stata co stretta a f a r on esse tre (4o) guerrej ed ora trovarsi spogliati di molte e ntrate, che dalle medesime percepiva. Ma forse, disse, non ci senza ragione. Im perciocch le deste al no stro popolo, per (4>) dimostrargli l'a n im o vostro grato e benevolo ; ed ora gli togliete cotesto beneficio, stiman do di far ci a buon diritto, dappoich intervenne qual che sospetto e discordia. Ma Cauno abbiam al certo (4 ) com perata per dugento talenti d a capitani di T p lemeo, e Stratonicea ricevemmo in solenne gratificazione da (43 ). Antioco e da S eleuco; e da am endue queste citt proveniva al popolo ciaschedun anno una rendita di cen toventi talenti. Di tutte queste rendite siamo spogliati, quando volonterosi ubbidiamo a vostri com andam enti. Q uindi maggior tributo imponeste a Rodii per i] loro

delitto d im prudenza , che non a' M acdoni vostri ca- A. di 1 pitali nemici. Ma ha pi grande sciagura della n stra ^ 9 citt si 1 aver perd u ta la rend ita del p o r t o , poich (44) Deio faceste esente da gabelle, e levaste al popolo larbitrio, per mezzo diri quale gli affari.del porto e tutti gli altri della citt erano colla conveniente autorit am ministrati. E che ci sia vero diffidi non a conoscersi; perciocch laddove n e tem pi addietro pe proventi de porti (45) trovatasi un milione d i drapime, ora appena , se ne trovano cencinquanta mila. T alm ente, o Romani, P ira vostra (46 ) ha feriti i luoghi pi vitali della nstra citt. Che se il fallo fosse di tu tti ed il popolo da voi alienato, forse avreste ragione di perseverare nell ira e d essere implacabili. Ma se chiaro conoscet, che pochis simi sono stati gli a u to rid e i peccato, e questi tutti dallo stesso popolo puniti colla m o rt ; perch siete inesora bili verso di coloro che non sono colpevoli, (^y) e ci m ntrech a tutti gli altri vi dim ostrate al sommo dolci e m agnanim i? Il p e rc h , (48 ) o R om ani, il no stro po polo, perdute avendo 1 entrate, la (49) libert, la egua glianza , p e r cui ne tempi addietro sem pre ogni pati m ento ha sosten uto , voi tu tti prega e supplica, che d o p o essere stato sufficientemente b a ttu to , cessiate l i r a , e ( 5o) gli accordiate la pace e fermiate seco lui alleanza; affinch a tutti fia manifesto, che avete deposta la col lera to n tr o i Rodii, e siete ritornali alla volont ed ami cizia di prima. Im perciocch di questo ha ( 5 i) ora bi sogno il nostro popolo, non gi di u n alleanza d armi e di soldati. P oich Astimede queste ed altre simili cose ebbe dette, pl-Ve a tptti il suo discorso conveniente alle

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t. di R. circostanze. Moltissimo pertanto (5 a)' ajat i Rodii a con* 9 seguire l alleanza T ib erio G racco, test giunto. Impera ciocch attest, prim ieramente che i Rodii avean ubbi dito a tutti i decreti del senato ; poscia eh e ran o stati da loro condannati a m orte tutti gli autori dell odio contro i Romani : laonde vinti furono gli o p p o sito ri, e fecesi l alleanza co ' Romani.
4mb. to 5

V i l i . D opo qualche tem po e n traro no gli ambascia* dori degli Achei con incum benze ( 53) conformi alle risposte, ch e aveano prim a ricevute. E (54) queste erapo, che si m aravigliavano, com e gli Achei provocassero la sentenza del senato in to rn o a coloro, eh essi medesimi avean gi sentenziati. Il perch era allor venuta u n am bascera condotta da E u rea, per dichiarare di bel nuovo a p a d r i , che la nazione n aveva udita la difesa degli accusati, n pronunziata sentenza alcuna c o ntro di loro; onde pregava essa il senato di far prov v edim ento , af finch (55) quegli uomini venissero giudicati, e no n perisser senza processo. E sovrattutto lo supplicava di manifestare chi fossero coloro eh erano in colpe avvi lu p p ati; m a se d istratto in altre occupazioni non potesse ci fare, ne lasciasse 1 arbitrio agli Achi, i quali ingegnerebbonsi di ( 56) punire condegnam ente gli autori delle reit. Il s e n a to , poich eb b e u diti i discorsi degli ambasciadori conform i alle incum benze a v u te , uon sapea che si f a r e ; perciocch d a (Sy) qualsivoglia p arte sarebbesi esposto a biasim o: ch lo sentenziare non istimava a p p a rte n e r a s, e lassolverli senza giudizio (58) a* rebbe stata manifesta m in a de proprii partigiani. Il per*

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cfa in d e tto dalla necessit, e volendo levare alla m olti- A . di E tndioe ogni speranza circa la salvezza de prigioni, af 9 finch ad (59) occhi chiusi ubbidisse, scrisse nellAchea a Callicrate, e negli altri stati a chi credeva esser amici d e Romni siffatta risposta : N on (60) crediam utile n a noi n a vostri popoli, che questi uomini ritornino a casa. U scita questa risposta, smarrironsi forte e caddero in grande avv ilim ento , n on solo quelli e h erano stati chiam ati a Rom a, m a fra tutti i Greci ancora era quasi un pubblico lutto, app arendo da cotal risposta tolta ai miseri ogni speranza di salvezza. Essendosi divulgata pella G recia la risposta d ata agli Achei circa gli accu sati, la m oltitudine ne rimase abbattuta , e furono tutti (61) com e d a disperazione assaliti. M a C aropo e Calli crate, e tu tti i capi della stessa setta sollevaronsi a nuove speranze. IX . T iberio ridusse i(6a)C am m ani sotto lubbidienza Jm b. i 06 de Romani, p a rte colla forza, p arte coll , inganno. E ssen d o venuti a Rom a molti am b a sc i d o ri, il se* nato diede udienza ad A ttalo e ad Ateneo. Im percioc ch P r u s i a , n o n solo con ogn industria accusava E u mene ed Attalo, m a instigava an co r i Galati ed i (63) Sei* g e i , e parecchi altri popoli dell Asia a fare lo stesso. P e r la qual cosa il re. E u m en e m and i fratelli, p e r di* fenderlo dalle liti contro di lui mosse. Q uesti entrati nel senato parvero aver fatta conveniente difesa contro tutte le accuse ; e finalm ente n o n solo (64) respinsero le colpe che erano state loro a p p o s te , m a rito rn aro n eziandio

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4 . di R. colmati d 'o n o r i in Asia. Ci non pertanto n on depoSe

5^7

il senato i ( 65) sospetti contra Eum ene e c o n trA n tio co ; ma nomin ambasciadori (66) Cajo Sulpicip e Manio Sergio, e spedilli, cos per invigilare sugli affari d eGfec, (67) come per giudicare fra i Megalopolitani ed i L ace dem oni circa la cam pagna che disputava osi; ma sdvratr tu tto pei) (68) esaminare m inutam ente gli affari d An tioco e d Eum ene , affinch (69) non si riducessero a qualche apparecchio e societ c o n tro i Romani. X. (70) Cajo G allo, oltre alle im prudenze test ri ferite, venuto in Asia, espose pelle citt pi illustri de gli e d itti; com andando a chi voleva accusar E u m e n e , di recarsi da lui in Sardi ad un certo tem po determ i nato. Poscia essendo egli stesso giunto rq Sardi, (71) se dutosi a scranna nel g in n a sio , ascolt p er dieci giorni gli accu sato ri; accogliendo ogni vituperio e villania che dicevansi c o ntro il re, ed in generale inandaindo in lungo tu tte le faccende e tulle I# a c c u s e , come colui eh? era uomo (72) di m ente stravolta, e cercava gloria nella dis sensione con Eum ene. XI- In (73) Siria il re Antioco, volendo procacciarsi danari, s propose di faiNuna spedizione contro il tem pio di D iana (^ 4 ) eli E lim ftide.G iunto in q u e luoghi, e fallitagli la speranza, perciocch ! barbari che intorno a quel sito abitavano non cedettero alla sua scellertezrz a , ritirossi, ed in (76) T a b a eitt della Persia lasci la v ita ; (76) caduto in furore, siccome alcuni dicono, per

t'sir Fai

i 'str. Fai.

12$ certi (77) segni dati dal N um e in disapprovazione del- j#. di l l em piet' contro 1 - anzidetto .tempio, co.oimes&a. . ^ 9

X II. (78) D em etrio figlio di Seleuco, tratten u to gi^^* >'7 lungo tem po in Roma per o sta g g io , lagnava?* buona pezza che lo si tratteneva c a n tra il giusto; perciocch, diceva, averlo d ato il p a d re Seleuco in pegno della.sua f e d e , ed ora che Antioco gli era succeduto nel regno*, n o n dovere s rim anere statico pe figli di lui. T uttavia aveva egli in addietro taciuto, e singolarmente per imr potenza, come quegli eh era anco r fanciullo; ma allora, essendo nel fiore degli anni, venne ne l senato chiedendo con molta instanza d esser ricondotto nel regno.; sendoch (79) pi a lui che affigli d Antioco apparteneva il supremo potere. E d avendo fatte m oke parole nellanzidetto argomento, e massimamente (80)trascorren do in dire che Roma gli era patria e nutrice, che come suoi fratelli considerava tutti i. figli .de senatori,, e-questi co* me padri, dappoich era venuto in (81) et ancor infanr tile, ed alior avea ventitr a n n i: si com m ossero'tutti in ci udendo ; tuttavolta parve al senato di tratten er De metrio. e di procacciar il regno al figlio lasciato da An tioco. La qual cosa essa fece, per quanto io Credo, aven do in sospetto la florida et di Dem etrio, e giudicando convenire meglio a proprii interessi: I infanzia e 1 impotenza del fanciullo successore del regno. E fu ci ma* infesto da quanto accadde in appresso. Im perciocch tosto crearon ambasciadori (82) Gneo O ttavio ; Spurio Lucrezio Lucio A u re lio , e li m andarono ad ammini strar il regno ( 83) secondo il volere del senato : argo-

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d. Ai il. m entendo, che nessuno sarebbe per impedir l'esecuzione ^9 de loro ordini., m entre il re era a n c o r fanciullo , ed i (84) maggiorenti 1 avrebbon avuto a grado che il regno non fosse dato a D em etrio. G neo adunque si part col? 1 in c u m b e n z a , che innanzi ogni cosa (85) bruciasse le navi coperte, poscia (86) tagliasse i garetti agli elefanti, ed in somma fiaccasse la forza regia. L incaricaron ezian dio di visitare la M acedonia \ perciocch i M a c e d o n i, n o n assuefatti al governo popolare ed (87) alle adunanze, fra di loro tum ultuavano. Oovean (88) oltracci gli amba sciadori investigare gli affari de Gala ti e quelli del regno di Ariarate. Dopo qualche tem po fu loro ingiunto per lettera del senato, che facessero il possibile p e r pacifi c are (89) i re d Alessandria. X III. In quel tem po vennero ambasciadori d a Ro ma ; dapprim a (90) M arco Giugno, per com porre le dif ferenze fra i G alati ed il re (91) A riarate. Im perciocch n o n avendo potuto T rocm i (92) di per s staccar al c u n a parte della Cappadocia, (9 3) ma essendo subito stati respinti ogni qual volta prendevano ad atta c c a r i Cappadoci ; rifuggitisi presso i Romani, tentarono d'accusar Ariarate. P e r la qual cosa spedito fu Giugno e gli altri ambasciadori, co quali avendo il re fatto il conveniente discorso, (94) n on che amorevolm ente conversato, licenziolli preconizzanti le sue lodi. Poscia venuti gli altri am basciadori, G n e o Ottavio e Spurio L ucrezio, i quali parlarono nuovam ente col re circa la differenza c h egli ' avea co G alati : quegli intorno a siffatta vertenza spic ciatosi brevem ente, disse che di buon grado si rim ette-

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rebbe alla loro se n ten za; del resto molto ragion sugli J . di R affari della Siria, ove sapea eh era per andare Ottavio, ^90 m ostrando loro lincerto stato di quel regno, e la (95)leg gierezza di coloro che gli soprastavano, e prom ettendo che li seguirebbe con un esercito, e starebbe attento ad ogn iucontro, sino a che essi fossero ritornati salvi dalla Siria. Gneo grato accogliendo in tu tto la benevolenza e p ro n ta volont del re, disse che per ora non avea m e stieri d accompagnam ento. In avvenire, se n occorresse qualche bisogno, glielo farebbe a sapere senza indugio; perciocch il giudicava uno de veri amici de Romani.

X IV . Nello stesso tem po vennero ambasciadori da A . di R (98) Ariarate, test succeduto nel regno della G appado- ^ f. 9 1 eia, per rinnovare 1 antica amicizia ed a lle a n z a , e per ' r CLIVjI pregar il sedato d accettare la benevolenza e la pronta Am. io<; volont che il re cos in pubblico come in privato pro-i fessava a tutti i Romani. Il senato, udito il discorso, rin nov lamicizia e 1 alleanza, ed approvata in ogni cosa la buona intenzione del r e , trattolli benignamente. La qual cosa avvenne principalmente, perch T ib e r io , al lorquando fu spedito per investigare la mente del re, al suo rito rn o disse ogni bene (97} del padre e di tu tto il regao. Il senato, prestandogli fede, accolse cortesem ente gli ambasciadori, e lod 1 animo del re. XV. A riarate re di Cappadocia, poich ricevette gli Amb. n a ambasciadori eh egli avea m andati a Rom a , arguendo dalle loro risposte esserii suo regno in salvo, dappoich avea conseguita la benevolenza d e Romani, sacrific agli
P o lib io ,

tom. m i .

10

126
I. di X. Dei in ringraziamento deir avvenuto, e b anchett i suoi

588 JJu c i. Poscia sped ambasciadori a Lisia in A n tio c h ia , [ingegnandosi di riavere le (98) ossa della sorella e della
madre. Lagnarsi pertanto (99) dell' empiet commessa reputo inconvenienta , non volendo irritar Lisia , affin ch non gli fallisse il d ise g n o , quantunque fosse molto dlente del caso ; ma incaric gli ambasciadori che sped di chieder colle buone. C edette L isia, e le ossa gli fu rono rip ortate, le quali egli ricevette con p o m p a le sep pell a grande onore presso la tom ba del padre.
tmb.
120

X V I. I Rodii, (100) respirato c h 'e b b e ro dalla cala mit sofferta, m andarono C leagora a Roma per ambasciadore, affine di chiedere che fosse loro ceduta la citt di Calinda. Q u a n to alle possessioni che aveano nella Li* eia e nella Caria, pregaron il senato che fosse loro per messo d averle come p er lo passalo. D ecretaron ezian dio di rizzar il colosso del popolo rom ano nel tem pio di Minerva, (101) alto tre n ta cubiti.
'

Imi.

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X V II. (io a ) Essendosi i Calindesi ribellati da C au nii, e poscia*'accingendosi questi ad assediarli; dapprin-t cipio i Calindesi chiam aron i C n id ii, i quali affrettatisi al soccorso resistettero alquanto a nemici. Ma tem endo V avvenire m andaron am basciadori a ' R o d ii, p er arren dere s stessi e la citt. 1 Rodii, spediti ajuti p er te rra e per m are, levarono 1 assedio, ed accettarono la citt. Avvenne poi che il senato ancora conferm loro il pos sesso di Calinda.

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X V III. ( i o 3) Poich i T olem ei partirono il regno , A. di J! venne a Roma Tolem eo m inore, per annullare la divisione fatta tra lui ed il fratello, d ic e n d o , come non di ^ ' m P* . C L IT,3 buon g ra d o , ma stretto dalle circostanze eseguito avea Amb. u : ci che gli era stato imposto. Pregava dunque il senato d assegnargli Cipro : perciocch, q u a n d anche ci a c cadesse, la sua parte sarebbe molto pi scarsa di quella del fratello. Ma avendo ( io 4)C anuleio e Q u in to fatto fede a 'd e t t i d i M enillo, eh era col am basciadore di T o le meo m ag g io re, ( i o 5) come il m inore per beneficio di questi avea e (106) Cirene e la vita, e tal era lalienazione ed il dispetto del volgo verso di lui, e h essendogli con tro speranza ed aspettazione dato il regno di C irene, egli volentieri accetlollo, (107) e ferm i patti con sagrificii e (108) m utui giuram enti: T olem eo a tutto ci co n tra disse, ed il senato veggendo che la divisione era (109) al tu tto in e g u a le , e volendo insieme partir il regn o eoo (110) astuto consiglio, facendo i fratelli stessi autori della d iv isio n e, acconsenti alle richieste del m inore per la pro pria utilit. Im perciocch molto sono in voga siffatte deliberazioni presso i R o m an i, con cui per la stoltezza altrui accrescono e consolidano il lor im pero destram en te, ( i n ) facendo grazia a coloro che han errato e m o strando di beneficarli. 11 perch osservando la grandezza della signora d Egitto , e tem endo non un giorno gli toccasse un principe, che pi del conveniente alzasse il capo : elessero ad am basciadori T ito T o rq u a to e G neo M erula, per con d urre Tolem eo io Cipro, ed insieme per re c a r ad effetto il loro divisam ento e quello del re. E d incontanente gli sp e d iro n o , incaricandoli di ra p p a ttu -

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4. di R. m ar i fra te lli, c di procacciare al minore C ipro senza

guerra.
4mb. 114

X IX . G iunta intorno a quel tem po la nuova del caso di G n eo O ttav io, il quale fu u c c is o , ed essendo venuti gli ambasciadori del re A ntioco, che avea m andati Lisia, e molto ragionando essi circa l innocenza degli amici del re in quel m isfatto; (1 ia ) trascur il senato gli am* basciadori, non volendo d are circa cotesto affare alcu n a risp o sta , n p u n to svelare l'a n im o suo. D e m e trio , ( 1 13) spaventato a questo annunzio, subito chiam a s P o lib io , (11 4 ) e gli espose T incertezza in cui e r a , se doveva u n ' altra 6ata parlare col senato d e ' suoi affari. Q uesti amm onillo (11 5) non urtasse due volte nello stesso scoglio, ma riponesse in s stesso tu tte le sp e ra n z e , e . facesse qualche tentativo che degno fosse di chi aspira ad un r e g n o , dappoich le (116) presenti circostanze gliene offerivano molte occasioni. Dem etrio comprese questi detti, ma allora si tacque. Poco stante comunic la faccenda ad Apollonio uno d e ' suoi famigliar!. Q uesti, c h era senza malizia e m olto giovane, lo (117) consi gli di fare, an co r una prova col se n a to ; perciocch era p e r s u a s o , che avendolo senza ragione spogliato del r e gno, 1 ' assolverebbe dal rim anersi ostaggio. Conciossiach fosse cosa del tu tto assurda, che m entre il fanciulla A ntioco era succeduto nel regno di Siria, (118) Deme trio avesse ad essere statico per lui. In d o tto da questi discorsi e n tr egli nuovam ente nel senato, e fece instanza cbe il francasse dalla necessit d'essere statico, dappoi ch avea giudicato di procacciar il reguo ad Antioco.

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Disse molto pi in questo senso, ma il senato persever A . di 1 nel suo partito, e m eritam ente; giacch in addietro an ^92 co ra avea risoluto di (119) ajutar il fanciullo a conser var il r e g n o , n on perch D em etrio non dicesse il gi* sto, ma perch util era a proprii affari. E> siccome tutto era rimaso nella stessa situazione, cos ragion volea che il senato ancora non mutasse il suo divisamento. XX. Del resto D em etrio (120) m andata fuori invano la ultima voce, e conoscendo ch e Polibio gli avea bene consigliato di non u rla r due volte nello stesso scoglio , pentitosi del passato, ed essendo per n a tu ra dalti sensi, ed avendo sufficiente ardire per eseguir le sue risolu zioni, chiam subito Diodoro, eh era test venuto dalla S i r i a , e deliber seco lui circa il suo affare. E r a stato D iodoro ajo di D e m e trio , ed accorto com egli era , e delle cose della Siria esattam ente in fo rm a lo , gli fece conoscere, che essendo col tu tto in confusione (121) pel1 am m azzam ento di G neo , e diffidando la m oltitudine di Lisia e Lisia della m oltitudine, m entre il senato cre deva che la violazione de suoi am basciadori derivasse dagli amici del re, esser questo il miglior tem po (122) per com parire di sorpresa in mezzo al tram busto. Im percioc ch quelli di l tosto il regno a lui ( i 23) trasferirebben o , qu an d anche con un solo fanciullo arrivasse; (124) n oserebbe il senato di re c a r ajuto a Lisia e di consoli d arlo , poich tanto delitto ebbe commesso. Nulla resta* va, se (126) non che partissero secretam ente da Roma, senza che alcuno avesse sentore del suo disegno. Ap provato cotesto suggerimento, m and per Polibio, e m a nifestatagli la sua d e te rm in a z io n e , pregollo d ajutarlo

i3o
t. di S. nell impresa , e di seco lui c o n s u lta re , come avesse a 592 m aneggiare la fuga. E ra allora per avventura in Roma ' (126) Mentilo dAlabanda ambasciadore del re Tolem eo maggiore, per (127) -venire a confronto e disputare con T olem eo minore. Polibio avea gi prima con Menillo stretta famigliarit e fida amicizia; quindi, stimatolo o p po rtu n o alla presente bisogna, il raccom and a Deme trio colla maggior (128) prem ura ed insistenza. Costui fatto partecipe del disegno, sassunse d apparecchiar la nave, e d allestir il resto che occorreva per la naviga zione ; ed avendo trovato nella foce del T e b ro un va scello cartaginese (129) di quelli che conducon oggetti sacri, il noleggi. Scelgonsi coteste navi con ogni cura a C artagine, e m andano i Cartaginesi su quelle in T iro le patrie primizie agli Dei. Noleggiolla dunque aperta m ente pel proprio ritorno. Il perch preparava senza destare sospetto ( i 3 o) le vettovaglie, e parlava pubblica m ente co' m arinai, ed accordava il tem po della partenza. X X I. Poich il nocchiero ebbe p ron ta ogni cos, e solo mancava che Dem etrio le sue cose allestisse; sped egli innanzi il suo ajo in Siria, affinch colle ( i 3 i) pro prie orecchie e c o proprii occhi esplorasse quanto col fra il volgo accadeva. Apollonio pertanto eh era stato seco lui allevato, dapprincipio partecipe era del suo di segno ; ( i 3 a) ed essendovi due fratelli, M eleagra e Menesteo, Dem etrio com unic loro 1 a ffa re , ma a nessun altro d e c o m p a g n i, q uantunque fossero molti. E rano questi figli d A pollonio, eh era stato in (1 33) grande favore presso Seleuco ; ma poich Antioco avea preso il governo era passato in Milelo. Approssimatosi il giorno

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destinato co navigatori, dovea Demetrio celebrare ia sua A. di R. partenza con un ( i 34) convito presso certo suo am ico; perciocch a casa sua non potea farsi, la c e n a , avendo egli costantem ente per costume d invitar tutti quelli che gli erano dattorno. I conscii dell affare doveano, usciti della c e n a , salir sulla n a v e , con un fanciullo per cia scheduno : ch gli altri spediti aveano in ( i 35) Anagni, ove dicevano di seguirli il d vegnente. Polibio era per avventura in quel tem po infermo e stavasi a le tto , ma sapeva tutto ci che facevasi, riferendogli Menillo di con* tinuo quanto andava accadendo. Il perch tem endo egli non si protraesse il b a n c h e tta r e , ed essendo D em etrio p er n atu ra ( i 36) inclinato alla gozzoviglia e molto gio vine , nascesse peli ubbriachezza qualche impedim ento alla parten za; scrisse un breve ( i 3 ^) viglietto, e sigilla tolo m and un suo ragazzo in ( i 38) sull imbrunire del cielo, ordinandogli di chiam ar fuori il coppiere di D e m etrio, senza dirgli chi fosse n da chi venisse, e di co mandargli che il desse a D e m e trio , affinch subito Io leggesse. F a tto tutto secondoch fu ordinalo, prese De* metrio il viglietto e lesse. Eran in esso contenute le se guenti sentenze : (139) C h i f a s i piglio, il p rem io d i c h i indugia. (1/J0) L a notte egual p erig lio a tu tti reca , M a p i vantaggio a c o lu i che j a rrisch ia . (141) A rd isc i , a tten ta ti , op ra , o ti riesca, O m eno : a n z i che te , tutto a b bandona : ( i 4 a) S ii so b rio , e il d iffid a r ram m enta. Q u esti Sono g li a rtic o li della p ru d en za .

i 32
.A d R. XXII.' Demetrio, com ebbe ci letto, e com prese le ^ 9* sentenze, quali erano, e da chi venivano, infintosi tosto d esser soprappresso da nausea, se ne a n d , uscendo con lui i suoi aulici. G iu n to alla te n d a , i domestici non o pportuni al suo intento m and in Anagni, ordinando loro di prender le reti ed i c a n i, e di venirgli incontro alla volta del ( i / | 3), m onte C irceo; ch col soleva egli con diligenza cacciar ( i 44 ) > 1 cinghiale; donde avvenne che incominci la^famigliarit eh egli ebbe con Polibio. Poscia aperse a ( i 4 ^) N icnore ed a quelli eh erano se* co il suo disegno, ed esortolli ad entrare con lui nelle medesime speranze. Avendo tutti di buon animo accon sentito alle sue richieste, annunzi loro che andassero in fretta alle proprie abitazioni, ed oedinassero a ragaz zi , che verso il m attino proseguissero alla volta d Ana gni , e co cacciatori venissero ed in co n trarlo sul C ir ceo , ma e s s i, presi gli abiti da viaggio , rito r nassero a l u i , e dicessero a dom estici, che Dem etrio sarebbe con loro il d vegnente nell anzidetto luogo. Eseguita che fu ogni cosa conforme avea d e tto , anda ro n o di notte verso Ostia alla foce del T e b ro . Menillo cam m inato innanzi parlava c o 'm a rin a i, dicendo, come ( i 46) gli erano venute nuove dal re , p er cui egli dovea al presente rim aner in R o m a , e uiandar a lui i (147) gio vani pi f id a ti, d a ' quali conoscerebbe quanto risguar* dava ( i 4 ^) il fratello. Il perch disse cbe non sarebbe altrim enti entrato in n a v e ;sib b e n e v e rre b b o n o (14 9 )in to rno alla m ezzanotte i giovani che avean a navigare. Il nocchiero era indifferente, perciocch gli rimaneva il nolo dapprim a sta b ilito , e tutto era gi da molto

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tem po p ro n to a salpare. V enne Demetrio in ( i 5o) sul J . di l finire della terza vigilia, con otto com pagni, cinque ^9a se rv i, tr ragazzi. Menillo, avendo con lorp p a rla to , e m ostrata la provvigione d e ' viveri, e raccom andatili al nocchiero d alla ciurma cald am en te, essi m o n ta ro n .in nave. Il tim oniere ( i 5 i), appena fattosi g io r n o , alz le ncore, e si diede a navigar bonariam eute, n o n sospet tando pu n to <Ji ci eh ' era, m a com e se egli conducesse alcuni soldati da Menillo a Tolemeo. X X III. In Roma il giorno appresso nessuno si cur di cercar D em etrio, n quelli eh ' eransi con lui partiti. Im perciocch coloro eh erano col rimasi il credean andato sul C irceo; e quelli che trovavansi in Anagni gli si fecero in c o n tro 'a lla volta dello stesso luogo, come se ivi fosse p er giugnere. Il perch fu la fuga di lui al tu t to occulta, finch uno de suoi ragazzi, frustato in A n agn i, ( i 5a) corse sul Circeo per riscontrarsi l con De m etrio ; m a n o n veggendolo si volt verso R o m a , sti m ando d ' avvenirsi in lui cammin facendo. Non aven dolo pertanto in nessun luogo trovato , denunzi la co sa agli amici eh e r a n o .in R o m a ,e d a quelli eh egli avea lasciati in custodia della casa, ( i 53) E d essendosi cercato Dem etrio il quarto giorno dacch erasi p ar tito, si ebbe sospetto dell accaduto. Il quinto ragunossi tosto a cotal fine il senato , n e l qual giorno era gi De metrio fuori dello stretto di Sicilia. R inunziaron adu n que al pensiero d inseguirlo, supponendo e h egli aves se fatta molta strada navigando, perciocch avea il vento favorevole , (i 54) donde prevedevano che il volergli im pedire d a n d a r innanzi era impossibile. D opo alcuni

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r.

R. giorni crearon ambasciadori Tiberio G racco, Lucio Len 9 a tulo e Servilio Glaucia, i quali dovean primieramente esa minare gli affari de G reci, ( 155) e quindi passar in Asia per osservare i movimenti di D em etrio, per investigare le intenzioni degli altri r e , e per pronunziar giudizio sul le quistioni che gli anzidetti aveano co G alati ( i 56). No* m inarono adunque Tiberio, perciocch egli nellambasceria di prima esaminata ebbe ogni cosa di presenza. I n questi termini erano le cose d Italia.
di

(157) Dem etrio aspettando l arrivo di colui cbe doveasi a lui m andare. . . .

Ateneo X X IV . (1 58) C atone, conforme n arra Polibio nel lin ,c . ai. |jro trigesimoprimo delle storie, sdegnato gridava, perch alcuni avean in trodotte in Roma le delizie forestiere; comperandosi per trecen to dram m e ( i 5 g) 1 orcio di sala_ _me Ponlico, ed il prezzo di un bel giovanotto superan do quello di una campagna. X X V . Dopo di ci (160) T olom eo m inore, vnuto in G recia cogli ambasciadori romani, vi assold una grossa m ano di gente, fra cui prese anche il m acedone Dam a s ip p o , il quale uccisi avendo in (161) Facio i mem bri del Consiglio, fuggi dalla M acedonia colla moglie e co figli. I l r e , venuto (i6 a ) nella P erea de Rodii, e rice vuto ospitalmente dal popolo, si propose di navigar in Cipro. T o rq u a to veggendo eh ' egli componeva una po derosa massa di milizie stran iere, ricordatosi dell inca rico'ricevuto di dovere senza guerra fa rii ritorno, l in

tmb u 5

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dusse finalmente a licenziare la soldatesca, con cui A. di 1 (163 ) egli era m arciato innanzi sino a (if>4 ) Side, a de^9a sistere dall impresa di C i p r o , ed a venir seco a colloquio ne confini della Cirenaica. Essi ambasciadori, disse, sarebbono frattanto andati in Alessandria, ed avrebbono disposto il re alle sue richieste; poscia sarebbonsi.re* cati a confini, conducendo lui pure seco. Persuaso adun que Tolem eo minore da questo ragionam ento, rinunzia to all affare di Cipro , licenzi la gente da s assolda t a , e navig dapprim a in C r e ta , avendo seco Damasippo ed uno degli ambasciadori G n e o Merula. In d i as sold iu C reta da mille jiom ini, e fatto il tragitto nella L ib ia , afferr in ( 165) Api. X X V I. (166) T o rq u a to trasferitosi in Alessandria ingegnossi di persuadere a Tolem eo maggiore di pacificarsi col fratello e di cedergli Cipro. Ma siccome Tolem eo (167) alcune cose p ro m e tte v a , ad altre dava poco ascol to, e per tal modo mandava l affare in lungo; cos il minore accampatosi co ' Cretesi nella Libia intoruo ad Api se condo il c o n c e rta to , ed altam ente sdegnatosi perch (168) nulla gli si fcea sapere , dapprincipio sped G nco in Alessandria, affinch per mezzo di lui (169) T o rq u a to s inducesse a venire. Ma (170) conformatosi quegli ancora al volere di coloro che prima vi erano g iu n ti, e protraendosi il te m p o , e passati essendo q u a ra n ta gior ni senza he venisse alcuna n u o v a , incominci egli a dubitare dell esito. Im perciocch il re pi vecchio con (171) ogni genere di com piacenza erasi re n d a ti suoi gli a m basciad ori, ed aveali trattenuti a loro malgra do anzich volentieri. F ra tta n to riseppe il giovine T o -

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di R. lemeo che i C irenei eransi ribellati, e le (172) citt con 9a essi accordavansi (1 ^ 3 ), partecipando della ribellione ( 1^ 4) Tolem eo Simpetesi, egizio di nazione, cui era stata affidata dal re la cura di ta tti gli affari (175), allorquan d o egli navig a Roma. Com e giunse al re questa nuova , e poco stante che i Cirenei eransi acaampali all a perto, tem endo n o n , m entre e h ' egli volea aggiugnere Cipro a suoi stati, fosse per perdere C ire n e ; posta ogni altra cosa in non c a l e , mosse verso Cirene. V enato al luogo chiam ato il (176) grande C a ta b a tm o , trov (177) i Libii che co Cirenei occupavano le strette. T o le m e o , imbarazzato in tal fra n g e n te , im barc la m et de s o ld a ti, ed ordin loro di girare le stre tte , (178) e di com parire da tergo a bem ici; egli stesso col l altra m et attaccolli di fronte (1 7 9 ), avviandosi, alla salita. I Libii sbigottiti del doppio a ss a lto , lasciarono q ue luoghi, ed egli impadronissi della salita, ed (180) insieme del forte delle qu attro torri che sotto a quella g ia c e , dov' era grande abbondanza d acqua. Q uindi partitosi, viaggi sette giorni per il deserto (181). Aven dolo pure raggiunto le navi di M ochirino, trovaronsi i Ci renei accam pati con ottomila fanti e cinquecento ca valli. Im perciocch i Cirenei, sperim entato avendo 1 anim o di Tolem eo da (182) ci ch egli ebbe fatto in Alessandria, veggendo che il suo governo e tu tta la sua condotta non erano da r e , m a d a tir a n n o ; no n poter vano assoggettarsi a lui di buon g r a d o , m a osarono di tollerar ogni cosa fermi nella speranza di salvare la li bert. Il perch allora, cme^ prim a s avvicin, si mise ro in ordinanza, ed alla fine fa sconfitto.

i37

. di h X X V II. Circa quel tem po venne Gneo M enila da AA* 5ga lessandria per informare il re, come il fratello non avea Amb. n i condisceso a nulla di quanto egli avea chiesto, ma di ceva doversi stare agli acccordi di prima. Il re udito ci elesse tosto i fratelli ( i 83) Cornano e T o le m e o , e gli sped am basciadori a Roma con G n eo p er significare al senato F avarizia e 1 orgoglio del fratello. Nello stesso tem po (184) Tolem eo maggiore licenzi T ito T o rq u a to infruttuosam ente. In tale situazione erano gli affari d Alessandria e di Cirene.

FINE DEGLI AVAHZI DEL LIBRO TRENTESIMO PRIMO.

SOMMARIO
AGLI AVANZI DEL LIBRO TRENTESIMOPRIMO.

A V V E N I M E N T I DELL 1 A U SO DI ROMA 5 8 9.

G u e r r e intestine de'C retesi.- 1 Rodii chieggono di bel nuo vo la societ de' Romani. Ma indarno ( I). E accordata la libert a' Galati (S II). - Antioco Epifane mena una pom pa magnifica. - Celebra giuochi. - Riceve T ambasciadore Tib. Gracco ( III, IV, V). A
v v n i m n t i dell' a n n o

di

rom a

590.

Ambasceria de' Rodii e degli Achei. - Ambasceria di Prtisia contro Eumene. I Romani favoreggiano i Galati ( VI). - I Rodii dimandano perdono. Fassi la societ co' Rodii ( VII). - G li Achei chieggono merc pegli esuli chiamati a Roma. Risposta sconfortante del senato. - G li esuli non sono rimessi. - Insolenza di Caropo e d i Callicrate. ( VIII). Gracco assoggetta i Cammani. - C. Sulpicio , Mania Ser gio , ambasciadori in Grecia e in A sia ( IX). - Sulpicio Gallo tratta Eumene con asprezza ( X). Antioco Epifa ne tenta di spogliare il tempio d i Diana in Elimaute. Muo re in Taba citt della Persia ( XI). Demetrio chiede (Tes ser restituito in Siria. I l senato glielo niega. Gneo Ot tavio ambasoadore in A sia , in Macedonia, e presso Ariarate ( XII). M. Giugno ambasciadore. Trocmi. - Gn. Ot tavio ambasciadore ( XIII).

i3p
A V V E N I M E N T I DELL' ANNO DI ROMA 5 9 K

Ariarate succede al padre Rinnova t amicizia co' Ro mani ( XIV). Nef a fe sta . Ripete da Lisia le ossa della madre e della sorella ( XV). - Ambascera de' Rodii a Roma ( XVI). - Calinda s'arrende a' Rodii ( XVII).
A v v e n i m e n t i d e ll' a n n o d i boua 56i .

Il regno < T Egitto diviso fr a due fra te lli. Canulejo e Quinto, ambasciadori. - Consigli astuti del senato. T . Tor quato e Gn. Merula , ambasciadori ( XVIII). - Uccisione d i Gn. Ottavio. Demetrio delibera con Polibio. Non se gue il consiglio di Polibio ( XIX). D iodoro , ajo d i De metrio. - Menillo, ambasciadore di Tolemeo maggiore, ajuta Demetrio ( XX)* *- Apollonio. - Demetrio prepara la f u ga. Polibio ammalato. Demetrio bevitore. Ammonizio ni di Polibio ( XXI). Demetrio s' infinge cT andar alla caccia. - S imbarca in Ostia ( XXII). - T a rd isi conosce la sua fuga. I l senato destina ambasciadori in A sia ( XXIII). Catone si lagna del lusso de' Romani ( XXIV). - Tole meo Fiscone va in Cipro. Torquato lo induce a licenziar i soldati mercenari!. Gn. Merula, ambasciadore ( XXV). Tolemeo Filometore non vuol cedere Cipro. Fiscone pres so A p i in Libia. I Cirenei da lui si ribellano. Grande Catbatmo. Forte di quattro torri. Tolemeo sconfitto da' Cirenei ( XXVI). G li ambasciadori ritornano da Alessandria infruttuosamente. Commano e Tolemeo fra te lli ( XXVII).

ANNOTAZIONI
A G LI AVANZI D E L LIBRO T R E N T E S IM O P R IM O .

C irca lepoca degli avvenimenti che trattansi in questo libro e generalmente in quella parte di tutta lopera alla quale ora ci accostiamo, veggasi la nota i54 al lib. XXX. (i) Guerreggiavano, lo non tenterei la scrittura volgala *a malgrado dell che recano il cod. del1 Orsini ed il Bav., e dellosservazione dello Schweighaeuser che u i n X i ^ m x f t t h i * quanto bellum suscipere, gerere cam aliquo , imprendere, far guerra con alcuno. Nell esempio eh egli adduce dal lib. x v , 6 manca il wf*t innanzi all accusativo AAAvt, ed il vero significato di quel testo A A. : Ci siam ostinatamente fa tta la guerra col divisamente d i de bellarci ; la qual modificazione adeguatamente esprime la particella ix premessa al verbo. Qui pertanto la consumazione della guerra coll ultimo eccidio non era determinala nel principio di quella, sibbene lo fu in progresso di tempo. Sfugg allo Schweigh. che K*-*At/i7r xp'ot 7m e, conforme qui il riscontriamo, 1 ado* per il Nostro nel lib. xx, c. 4 per eccitare alla guerra; senso ben diverso da quello eh egli nel presente luogo amerebbe d at tribuire a cotesta frase. (a) Presa Rauco colla f o n a . Cosi volgarizzando mi sem brato d* avvicinarmi meglio al 7t xptIcs Ai7 che non fecero i traduttori latini con vi expugnassent ; dappoich espugnare con tiene gi in s l idea di f o n a , e r^nde il vi pleonastico. Che Po libio possa aver scritto lA tim nell ottativo, siccome parve allo

i4i
Sehweigh. per non rigettare al tutto la viziosa scrittura Xnt del cod. Bav., io noi credo, perciocch farebbe una brutta sconcor danza coll infinito A v i r i t i che precede. (3) t Rodii. Era stato imposto a costoro dal senato romano di levare le guernigioni da Cauno e da Stratonicea , citt della Caria (xxx, 1 9 ) , la prima delle quali comperata aveano da ge nerali di Tolemeo, 1 altra avuta in dono da Seleuco ed Antioco (xxxi, 7 ), e furon essi assoggettati a questa perdita in punizione della temerit eh ebbero d intromettersi nella quistione tra i Ro mni e Perseo. Ma nulla giov ad essi la ubbidienza in questo particolare ; ch fu loro negata l alleanza, cio a dire la comu nit d amici e di nemici (lega offensiva e difensiva), chiesta gi per mezzo dell anteriore ambasciata ; e dell amicizia stessa, che il solo stato di pace tra due nazioni importava, non si fece motto. (4) Agli ambasciadori de' Galli < 4 *Asia. Minacciavan costoro d invader il regno d Eumene che i Romani avean umiliato esclu dendolo dall Italia, perciocch sapevano eh egli avea tenute se grete pratiche con Perseo. 'Non amavano pertanto che que bar bari si diffondessero nell Asia, memori delle stragi che ne secoli addietro menate aveano, non solo nella Grecia, ma eziandio in Italia ed in .Roma stessa. Il perch concedettero loro bens di viver indipendenti, ma li confinarono entro il proprio territorio. Confr. H cap. 1 7 del lib. xxx. (5) Antioco. Che la narrazione contenuta in questo articolo e nel seguente fosse tolta da Polibio il dice apertamente Ateneo nel 1%. x, c. 1 0 , p. 43q, dove con poche parole ripete ci ch egli avea pi diffusamente esposto nel lib. v, e. 1 , p. 1 9 4 . Sehweigh. (6 ) Eseguiti in Macedonia da Emilio Paulo. Sono questi som mariamente descritti da T . Livio ( x l v , 3 2 ), le cui parole non sar grave al lettore se io qui volgarizzate riferisco, potendosi da esse giudicare il grado di magnificenza che vi spicc, in con fronto di quella con cui Antioco produsse i suoi giuochi. Pas sando dalle cose serie fece egli in Anfipoli con grande apparec chio i giuochi che avea molto prima preparati, mandando nelle
r O L IB IO , TOM.

m i.

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ll\1
repubbliche dell Asia ed a re persone che li annunciassero , e girando egli medesimo per gli stali della Grecia, con farne parte agli uomini di maggior conto. Imperciocch vi concorse ogni ge nere d artisti, eh esercitavano l arte de' pubblici giaochi in co pia da tutto 1 orbe della terra , e di atleti, e di nobili cavalli, ed ambascerie con vitiime, ed ogni altra cosa che suolsi fare in Grecia ne grandi giuochi per cagione degl Iddii e degli uomini. Cosi avvenne che si ammirasse non solo la magnificenza, ma la prudenza ancora ne) dare gli spettacoli, pe quali i Romani al lora erano rozzi. Furono pure allestiti i banchetti alle ambasciate colla medesima opulenza e cura. Dalla qual descrizione scorgesi che alla festa d Emilio non manc gi la dovuta magnifi cenza, sibbene la necessaria moderazione a quella dAntioco, dove tutto era strabocchevole sfarzo e lusso insultante. 1 giuochi buffon escili ed indecenti che Anicio celebr Roma nel circo, poich ehbe trionfato di Genzio e degl IUirii, sono rammentati nel lib. x x x , c. i3 , tratti egualmente da Ateneo. Mettendoli a pa rallelo con quelli d Emilio e d Antioco diremo che i primi convengonsi ad una nazione non. aucor bene uscita dalla barbarie, quale appunto a que tempi, siccome Livio stesso osserva nel luogo qui sopra citato, erano i Romani ; i secondi accomodati sono al gusto d un popolo che ha tocco l apice della civilt; gli ultimi s affanno alla mollezza ed alla raffinata lascivia d un secolo che ne suoi piaceri ha gi varcati i limiti della sobriet, e tali erano allora i Greci, segnatamente quelli dell Asia. (7 ) In magnificenza e generosit. La lezione Volgata pity*X n fy itt Sufici non pu al certo stare, perch priva di senso, ed ic ho adottata la correzione dell Orsini x 7y dupla. In fatti due erano le parti di quelle feste, la magnifieema delle opere, pityttXeipyt'*, e la splendidezza de d o n i, ed in amendae super Antioco il duce romano ; ch maggiore di gran lunga era stata la spesa del re di Siria nelle armature, ne vasellami, nelle vetture, ne simulacri ed in tutte le altre cose che formavano la pompa, e la generosit sua pi grandemente spiccava nella pr-

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fusione degli olii odorosi e nell adoperarsi personalmente io ser vigio de baochettaDli. La emendazione pttyaXtSmp'uti (grandezza de doni), Casaub. nelle note ad Ateneo (lib. v, c. 5, p. 3 1 6 ), e quella proposta dal Reiske (tty tX tv fy ia l i t 3*pt*t ( magnifi cenza della donazione), sono affatto da rigettarsi. Peggio fece lo Schweigh. omettendo al tutto siccome oziosa la parola S*ptu. (8 ) Legati saeri. Circa la voce $t*f{ che ho cosi voltala veggasi la nota i3a al lib. xxvm. (9 ) Presso Dafne. Mediocre borgo era questo luogo distante soli quaranta sladii da Antiochia, capitale della Siria. Vi appar teneva un bosco grande e denso, irrigato da acque sorgenti, con in mezzo un tempio sacro ad Apollo e Diana, ed un asilo. Col gli Antiochei e gli abitanti de paesi vicini avean per costume di ragunarsi a celebrar feste (S lrab ., x v i, p. j S o ). - Osserva lo Schweigh. che iirl A i f t n t significa ad Daphnen, presso Dafne. Ed infatti essendo il bosco di una estensione ragguardevole , lo che non era il borgo, dovea quello trovarsi fuori di questo. ( 1 0 ) Cavalli Nisei. Vero , conforme osserva il Reiske, che celebri erano i cavalli Nisei, e non altrimenti i cavalieri di quella nazione ; ma qui volle significar il Nostro che costoro erano uo mini montati sopra cavalli Nisei, i quali, a delta di Strabone (xi, p. 5a5-3o), nascevano nella Media e nellArmenia, e vi si tro vavano in tanta copia , che ciaschedun anno se ne mandavano ventimila al re di Persia. Nel testo del Dalechamp leggesi iftu tit Hiru7t, cavalieri Pisani, lezione che il Casaub. disapprova ne commeDtarj, sostituendovi Nysaei. Non pertanto affatto impro babile che costoro fossero di quelli che corso avean a gara ne giuochi olimpici che celebravansi ogni quattro anni in Pisa citt dell Elide nel Peloponneso, ovveramente secondo alcuni in Olim pia, citt del distretto di Pisa nell Elide (Y. Slrab., vm, p. 353). ( 1 1 ) / cavalieri cos detti compagni. Vedi la nota 1 4 7 al lib. v, e la nota n 3 al lib. xvi. ( 1 2 ) / cavalli e gli uomini. Aveano questi la testa ed il petto coperti e quasi muniti ( f f i * 7, di ferro. Siffatta

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armatura usavano singolarmente i cavalieri Parti, non per assal ta r il nemico, ma per combattere fuggendo con tutta sicurezza. Se ne riscontra in Suida la esatta descrizione con queste parole : L ' usbergo del cavaliere Parto tale. La parte anteriore na sconde il petto, le cosce, la estremit delle mani e le gambe; la posteriore la s c h i e n a i l collo e la testa tutta. V ha delle fibbie colle quali allacciano amendue le p a r li, e cos fanno comparir di fe r r o tutto il cavaliere. N impedisce punto il fe r r tf il distendimento e la contrazione delle membra ; tanto accuratamente fa tto secondo la natura delle membra. Arman essi il cavallo ancora tutto di ferro sino alle unghie. La pie ghevolezza pertanto di quella copertura dipendeva dallesser com posta di lamine congegnate insieme a guisa di squamine (V. Lips., De militia romana, p. 85). (i3) Quattrocento. Tengo col Reiske cbe sospett doterei qui leggere Itlp a x iri in luogo di * , non essendo pro babile che in quella pompa v avesse quattro volte pi carrozze a sei cavalli cbe non a quattro. ( 1 4) Poscia un carro. Male volt il Dalechamp questo ; Currus unus, bigaque una, elephantis copulatis. Il testo ha iAl<p*r1** ip fta xct't trvttip'if. Secondo il Moscopio cilatp nelle note ad Esichio, ediz. dellAlberti, equivale appta nel singolare a 7Spfaxot, carro da quattro cavalli, e rvtupir, a detta dello stesso Esichio e di Suida, quanto appi* * Si tr i r*, i evvyf*, carro d a due cavalli, o coppia aggiogata ; sicch la traduzione verbale suonerebbe : una quadriga ed una biga <f elefanti , siccome la intesero il Reiske e lo Sehweigh. (i5> Mense sacre. La scrittura volgala 3-mp/m, legazioni sacre, e crede il Reiske che fossero queste mandate da trecento citt per onorare que giuochi colla loro presenza ; ma dal 1. xxvm, 1 6 e dalla nota i3a allo stesso libro scorgesi che le ambascerie sacre spedivansi a re ed alle repubbliche per invitarli agli spet tacoli, n abbiamo notizia alcuna che glinvitati vi corrispondes sero con legazioni, sibbene da supporsi eh essi medesimi in

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folla vi concrressero. Egli perci che ho preferito il Svmpt't del Casaub., difeso dallo Spanemio nell inno di Callimaco a Diana, v. i!U ; voce che secondo Esichio significa le mense in cui custodivansi i sacri suffumigi e che nello stesso senso riscon trasi presso Giul. Polluce, Diogene Laerzio, e Tzetze. Per tal modo svanirebbe pure la indecenza di collocare siffatte onorevoli am basciate tra i bovi grassi ed i denti i elefante : indecenza gi no tata dallo Schweigh., il quale tuttavia conserv la lezione dei libri. ( 1 6 ) Da conche. Il testo ha ite che secondo Esichio sono grandi coppe , recipienti da bagno. E ragion vuole che ampii fossero cotesti vasi, onde contenessero la quantit d olio necessaria per ungere numero cosi grande di convitati. La qual cosa indica, se non m inganno, il nome greco, la cui etimolo gia Xks, peso, forza. Ho preferito la denominazione conca a quella di qualsivoglia altro vaso, attenendomi al II di questa voce nel Vocabolario : Ogni vaso grande di larga bocca ed apertura. Anche i Romani pare che serbassero i loro unguenti in vasi cos appellati : Funde capacibus unguenta de conchis leggesi in Orazio (1. n, Od. 7 , v. 3 3 ) , dove notisi il capacibus relativo alla grandezza del vaso. - La definizione che ne d Pol luce (z, 1 7 6 ), i y y t l c t b y p S t 7 f a p i , vaso di cose umide e secche, non ne accenna la forma, n 1 ampiezza. ( 1 7 ) Di majorana. Ap**pi*nr, iimaracinum.il Mattioli in Dioscoride, lib. m , c. i o , ha provato che i amaracus de Greci e de Latini l ' erba odorosa conosciuta tra noi per il nome di majorana, ed in Toscana chiamata ancora Persa. Sampsuchum lappella Dioscoride, e distingue tuttavia 1 unguento sampsuchino dall atnaracino ; ma con ragione avverte il Mattioli, lib. 1, c. 4 7 . come dalla composizione diversa che d amendue questi olj de scrive 1 autore greco apparisce essere stato lamaracino pi per fetto. Quindi io suppongo che nella presente occasione sia stato questo all altro preferito. - Secondo Pliuio (xxi , 3) 6 ono sam psuchum ed amaracum la stessa erba.

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(18) E d iride. Nel lib. v del testo Casauboniano d Ateneo l ultimo olio i !, carato dalla radice d iride, cui nel lib. x sostituito di giglio, da xp l i t i , nome greco di questo fiore. Lo Sehweigh. ponendo nel suo testo pi'ot sen?a t in prin cipio, il traduce liliaceum, con manifesto errore. Dioscoride (Matbiol., lib. i, c. 43 e seg.), cbe insegna la preparazione di parec chi olj odorosi i pi squisiti, arreca bens quello d iride, ma non altrimenti quello di giglio, il cui fiore ben lungi dallo spirare 1 olezzo che manda la radice d iride. Plinio ( x m , 1 ) molto si estende sulla descrizione di cotesti unguenti , e ne riferisce un novero ben maggiore di quello che trovasi in Dioscoride. (ig) Collocava alle mense. Con una parola, i mxAoi, espri me Polibio questo senso. 1 latini che non hanno 1 equivalente di i t a * A/m non possono descrivere quest atto se non se con una circoscrizione. Quindi leggesi ne traduttori : loca in lectulis adsignal. lo ho sostituito mense a letti per non rendermi oscuro. (3 0 ) Si buttava. Cosi mi sembrato di dover voltare il -xpcche in latino si renduto per adcumbebal. Quando, volle dir il Nostro, Antioco sedeva semplicemente a mensa (con forme di nostri s usa), quando si sdrajava su letticciuoli, ma il facea con impeto , vi si lasciava cadere sopra , lo che non esprime abbastanza V adeumbebat. (2 1 ) Con chi cantava o recitava. Sf cantano versi e si reci tano prose, ed amendue sono comprese nella voce 7# che qui riscontrasi. Vero 'cbe presso il Nostro questa prendesi sempre nel senso di canto, ed una 'volta eziandio le diede egli il significato di cantore (ivi, a 1) ; tuttavia non improbabile, che qui valga tutte e due le maniere d esporre composizioni, non essendovi aggiunta la particolarit del canto. In Senofonte (Sympos., 11, 3 ) certo che lo stesso vocabolo valga I una e l altra cosa. ti[i* la , sono sue parole, xct'i i x f t i f t a l a iStrra, cose piacevolissime a vedersi 6 ad udirsi. (aa) E faceva le maschere co' buffoni. Kai o x tk fittl* fitl* 7S> y i X v l t z c i S t , verbalmente: e s infingeva con coloro che

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fa n n o riderei dove l infingersi quanto rappresentar una per sona diversa dalla propria, lo che gli antichi strioni eseguivano principalmente travisandosi con maschere. (2 3) Allorquando trad il re Filometore. Era Antioco en trato col suo esercito in Egitto, apparentemente per difendere i difilli di questo re giovinetto contro le pretensioni del fratello, ma in sostanza per impadronirsi del suo reame (V. Polib. xxvii, 1 7 ; xxvm,' 1 , e Livio x l i v , i g ; x l v , 1 1 , la). (a4) Colle spoglie . . . de templi. Lo spogliamento del tem pio di Gerusalemme, ricco di preziosissimi arredi e di tesori distesamente narrato da Giuseppe Flavio (De bell. Judaic. xu, 7 ). Tent egli pure di rapir le dovizie che racchiudeva il tempio di Diana in Elimaide , ma ne fu dagli abitanti rispinto ; sul qual avvenimento ritorperemo al capitolo 11 di questo libro, dove il Nostro Io racconta. Osserva opportunamente il Visconti (Iconograf. grec., toni. 11, pag. 4 <4 ) come questo re cercava di ri parar agli enormi dispendj eh ei faceva per sostenere il culto dei Greci collo spogliamento e la distruzione de templi dedicati agli Dei stranieri. (i5) Igiuochi pocanzi celebrati. Se,come sostiene lo Schweigh. contro il Reiske, questi giuochi furono i medesimi che riferisce Ateneo tratti dal libro xxxi di Polibio, potrebbe la presente am basceria stare in continuazione del racconto antecedente. Ma in tal caso basterebbe che fosse nel testo lo vitti l S i i y i t t r , di questi giuochi , ovveramente omettendo 1ultim seguirebbe ade guatamente pi) y ty ti ltt* , senza frapporvi lo stesso pronome, conforme Io si legge nel testo, che io credo viziato. M ox a confe ctis istis ludis tradussero il Casaub. e lo Schweigh. troppo brevemente.-Stando letteralqiente al greco, avrei potuto scrivere : Dopo il compimento de giuochi, essendo questi stati poc anzi celebrati ; ma siffatta aggiunta al certo strana e superflua. Del resto ove dubbio alcuno rimanesse di qua giuochi si tratti, il toglierebbe, dice lo Schweigh., la serie ed il seguitamento degli estratti de vizj e delle virt levati da Diod. Sic., t. 11, ed. Vesseling., p. 583.

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(3 6 ) Tiberio Sempronio Gracco. Lo stesso che lanno di R. fu la seconda volta console con M. Juvenzio Talna , padre de fratelli Gracchi eh ebbero la conosciuta misera fine. Molte cote oper egli in quell ambasceria ; perciocch procacci a Ro dii l'alleanza co Romani, ridusse i Cummani all ubbidenza, rin nov 1 amicizia con Ariarate re della Gappadoeia. Ma Antioco ed Eumene seppero deluderlo usandogli eccessive' cortesie (V. in questo stesso libro i cc. 6 , 7 , 9 e i 4 ). . (3 7 ) Alcuna impresa contro di lui mulinasse. Il Cassubono seguito dallo Schweigh. volt li xfmyptttltx'tt molili eum res novat (eh egli mulinasse novit); ma ci non mappaga. Ttfy( ta h x tt y'nf trovasi sovente presso il Nostro per uomo versoio n pubblici affari, atto a grandi imprese politiche e militari, e qui ancora mi sembrato eh entrar dovesse l idea di qualche astuto concepimento diretto contro Tiberio, laddove la traduzione latina accenna a qualche novit che avesse in mira i Romani : cosa che non espressa nel testo. (3 8 ) Pelle cose accadute in Alessandria. Vedi la ultima nota al lib. xxvm. (3 9 ) Nell animo. T? tttoaiftirtf, cio a dire quanto alla pr pensione, al sentimento (V. il Dizionario della Crusca al 4 di questa voce. (30) Ma al contrario. Nel Casaub. leggesi soltanto 7at>n<x>7/; il resto vi aggiunse lo Schweigh., togliendolo da Diod. Sic. (1. c., alla nota 3 5 ): parole che si possono sottintendere, senza che per compiere il senso v abbia necessit di apporle. Tuttavia non volli ometterle, perciocch danno al periodo un non so che di roton dit e di perfezione. (31) Gli ambasciadori di Prusia. Nell epitome del lib. x l i v di T. Livio indicata questa ambasceria colle seguenti parole : Gli ambasciadori del re Prusia lagnaronsi di Eumene, che gua stava i suoi confini, e dissero eh egli avea cospirato on Antioco contro il popolo romano. Ma secondo il Nostro, conforme to sto vedremo , la societ di questo re con Antioco non era stata
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denunziata dagli ambasciadori di Prusia, sibbene da quelli delle repubbliche dell Asia. () Castella. I traduttori latini hanno semplicemente loca ma io credo che z f( * stia qui in vece di tPfiptx, siccome il troviam altrove presso Polibio (iv, 6 1 , 7 5 ). Ed infatti dall epi tome succitata di Livio scorgiamo, eh Eumene avea recate danni 9 confini del regno di Prusia, dove peliappunto ergousi le for tezze a difesa dell ingresso nel paese. (33) E non si asteneva punto ec. Vale a dire eh Eumene senza riguardo s immischiava negli affari de Galazj, contrastando loro la libert che il senato aveva ad essi accordata, siccome ve dremo qui appresso. Confrontisi ancora su questo particolare il c. 1 7 del lib. xxx. (34) Della pratica che teneva. tir fu y /* non propria mente societ , siccome fu latinamente voltata ; ch societ sup pone Un intominciamento d operazioni, le quali non erano per anche State eseguite, sibbene v avea trattati di societ tra amendue i re, e ci significa il vocabolo greco cui ho voluto avvici narmi. (35) Tiberio pertanto. Tutto questo periodo era stato dal Ca saub. inserito nellambasceria susseguente (ia5), donde lo Sehweigh. con ragione staccollo per metterlo qui ; dappoich ben naturale che il senato , dopo aver sentite le accuse de Greci contro Eu mene ed Antioco, interrogasse gli ambasciadori da s mandati in Asia per esaminare i procedimenti di quel re. () Aveanlo . . . svolto. Il Casaub. cbe avea sotto gli occhi il cod. Bav., conforme accennammo nella seconda prefazione a questo lavoro (t, 1, p. aa-a3), rifiut la scrittura da quello recata, ed accett 1 altra migliore di |i71^>7 suggerita a lui probabilmente dal Cod. Urbinate. pertanto ix 'tftitn , tagliar fu o r i, escludere, ed in questo senso converrebbe spiegar il lesto cos : Colla loro amichevol accoglienza esclusero gli am basciadori da Ogn indagine su loro affari e sulle loro inten zioni. Il qual senso lo stesso Casaub. immaginossi d esprimere

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Colle parole, eum sibi adjunxerant (a s lo aggiunsero) ; lo che Certamente, quanto al fatto, se non quanto all animo, esser dovea la conseguenza dell averli esclusi dall eseguir il loro divisamento. All Ernesli piacque la lezione del Casaub., ma tradusse deceperunl (ingannarono), eh conseguenza dell escludere, ma pi di retta. - Secondo il Reiske il valore di tx liftttit sarebbe qui stac care con beneficii alcuno dal partito con cui prima era con giunto,; ma in tal caso avrebbono gli ambasciadori tradita la causa della patria , la qual cosa non da supporsi. Senza che questo verbo non trovasi in siffatto senso in nessun altro luogo n presso il Nostro, n presso qualsivoglia altro autore. - Fejellerunt ha lo Schweigh. nello stesso significato che gli attribuisce l E mesti , ma nelle note appi di pagina propone i'tTptirt da M ftw ttr svolgere , che mi sembrata la lezione pi vera. ' (37 ) Poscia chiam il senato ec. Questo uno de molti luo ghi ne quali il Casaub. s approfitt della correzione fatta dall Or sini , eh egli non nomin tampoco nella prefazione tra gli edi tori ch egli avea consultati. TIftrita.XxrifUiti avean i MS., ed il mmentatore italiano ne fece xftrxttX ttM ftiin riferendolo a r iy xXtttt, senato, che a maggior chiarezza io ho creduto di ripetere. ' (38) Si diport. Qui pure si attenne il Casaub. alla emenda zione dell Orsini che l JVr* de libri cangi in tQi1. Il Reiske difese la scrittura volgala, ma diede a m liti (stare) il senso di es ser ascoltato con applauso, opposto a quello di irtiri i n (cadere), non esser applaudito. Io ho ricevuto il significato in cui il prese lo Schweigh., che ho pur altrove accollo (xvn, 3; xvm, 1 6 ). (3g| Quelli che vengono flagellati. Le molte sciagure e danni che aveano sofferti i Rodii , e che 1 oratore annovera nel suo discorso , li fanno adeguatamente paragonare a rei flagellati, i quali in mezzo alle battiture che ricevono cbieggon perdono, af finch loro sieno rimesse quelle che ancor hanno a toccare. Per tal guisa fta r T iy iftttti non equivale a tali che sono per essere flagellati, siccome vorrebbe il Reiske, e bene tradusse lo Schweigh. qui flagellantur.

i5r
(4o) Tre guerre. I Lieii eransi due volte da Rodii liberati, siccome* osservasi dal lib. xzv), c. 8 , nella ferma opinione che i Romani li avessero aggiudicati aRodii, non come saddili, ina come alleati. N queste guerre sono quelle in cui i Rodii alleati dei Romani combatterono con Filippo, Antioco e Perseo, secondoch opina il Reiske, riferendo i v l t t a Romani anzich a Rodii. (40 Per dimostrargli. Il testo qui indubitatamente corrotto. Manca il verbo cbe regger deve i sostantivi (llt x< <v>atc, e ragionevolmente vi suppl il Reiske con Bene osserva lo Sehweigh. non esservi senso nelle parole x ig tiltf iv i che nel 'testo seguono l asterisco, e vi sostitu iv i* (e togliendole). Io ho adottate amendue le correzioni. Il Casaub. sembra che co punti apposti indicar vo* lesse una maggior lacuna che non supposero gli editori a lui suc ceduti, sebbne la sua 'traduzione eguale a quella dello Sehweigh. noi manifesti. Circa 1 affare vedi xxu, 7 ; xxm, 3; e xxx, 4> 5* ( il) Comperata Secondo i traduttori sarebbe redimere ( ri cuperare), il valore del verbo i che qui usa Polibio; lo che farebbe supporre che i Rodii avessero un altra volta poi* seduta Cauno, e poscia perduta; ma questa opinione gratuita, ed il Nostro adoper gi altrve ( x ii, 4 ) lo stesso verbo per comperare. - 1 Rodii aveano per ordine del senato ritirate le guar nigioni da quelle citt (xxx, 1 9 ). (43) Da Antioco e da Seleuco. Sono questi Antioco Ma gno e Seleuco figlio di lui, padre di Demetrio. Reiske. Il me rito pi antico che i Rodii eransi acquistato verso Antioco con sisteva nell avere, prestata 1 opera loro per via d ambasciate, af finch si differisse la guerra tra lui e Tolemeo Filopatore (v, 63), donde nacque occasione ad Antioco di ritornar in campagna con accresciute forze (v, 6 8 , 7 1 ). In appresso adoperaronsi efficace mente nella pace che i Romani accordarono ad Antioco M. scon fitto da questi per mare e per terra (xxi, r4; xxii, 5, 7 ). Seleuco era gi, vivente il padre, associato agli affari del governo e della guerra (xvm, 34; xxi, 4, 6 , 8 ).

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(44) Deio. Era questa isola, a detta di Strabone (xiv, p. 668), un grande e ricco emporio che avea fatto nascer il proverbio : Mercatante, approda (a Deio), esponi le tue merci, e tutto ven derai. Quindi ben da credersi che i R odii, imponendo dazii sulle mercatanzie che vi arrivavano, fossersi procacciati una pin gue rendita. Dovettero essi (xx x, 1 8 ), cosi avendo loro coman dato i Romani, restituirla agli Ateniesi insieme coll isola di Lenno. - La preponderanza delle loro forze navali aveali resi padroni di non poche utili stazioni di mare ; ma in qual occasione avessero acquistato Deio io noi trovo. - Del resto hassi a credere che da Cauno ancora, citt di grande traffico, non meno che dalle altre citt marittime della Caria e della Licia, e dall' isola di Lenno traessero i Rodii ragguardevoli entrate, tassandovi la introduzione e la estrazione delle merci; dappoich per la cessione di questi paesi essi percepivano appena la settima parte del dazio de porti che in addietro incassavano. - Non poteano i Romani trovar mezzo pi sicuro di abbassare quella potente nazione, ond erano stati offesi, che. fiaccando il nerbo delle sue finanze. (45) Trovavasi un milione di dramme. T tv ytf tX X tftititv . . . \v fin a ilts , verbalmente: Imperciocch il provento dei porti . . . trovando, valendo ecc. Dove osserva il Reiske, che le rendite de porti vendeansi ciascbedun anno ( cio affittavansi per una certa somma ) , e che il prezzo dell affitto chiatnavasi 7* vpirxtt. Io ho creduto di conservar il senso primitivo del verbo greco, che non disdice alla nostra favella, pei; esprimere ci cbe Polibio o 1 oratore rodio qui volle significare. (46) Ha fe riti i luoghi piti vitali. Ai** . . . nQ&ti U t xvfl u t liirttt, che alla lettera suonerebbe: Ha gravemente toccali i luoghi principali. Gl interpreti latini ne han fatto : In potis sima loca maxime incubuit. lo stimai desprimere la stessa cosa, anzi di renderla pi evidente e pi adattata allo spirito della fa vella italiana cangiando in ferita il grave toccamente,, ed i luo ghi principali in vitali. Avrei anche potuto scrivere, senz allon tanarmi dal senso dell originale : Ha pesato su luoghi, sulle parti pi sensibili.

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(4 7 ) E ci. Queste parole corrispondenti a *) Tuoi* non andavan omsse, siccome lo furono nella traduzione latina , de rivandone al discorso maggior energia. Sibbene non accadeva che vi si aggiugnesse (benignitale et magnanimilate) caeteros populos onge antecellitis : pensiero che nel testo non trovasi espresso. (48) O Romani. ' Q ZiSpic, o nomini, leggesi nel Nostro, cui 1 Orsini aggiunse (Romani). Ed infatti q u e ll'a r s i; cos schietto suona male. Demostene aringando gli Ateniesi diceva sempre: a atptc < /Adnio<. (49) La libert , la eguaglianza. Dal lamentarsi che facean i Rodii di questa perdita apparisce che i Romani spogliati li eb bero non solo di molte terre e della maggior parte delle loro ' entrate, ma che di ci non contenti volean abolire il loro go verno, siccome avean fatto di quello di Perseo di Genzio, con siderandoli avvolti nella stessa congiura contro di loro. (50) E gli accordiate pace. Questo , per quanto a me pare, il senso del verbo qui usato da Polibio. Am Xitr& xiTet irixtp u t significa sciogliere la guerra, fa re la pace , pacificarsi , e SittAvfrd-ai solo ancora vale lo stesso. Redire in gratiam cumaliquo, (ritornar in grazia eoa alcuno, concedergli il perdono) di cesi di due potenze, 1 una delle quali di gran lunga superiore all altra eh essa tratta'come nemica, e che pu di leggieri sog giogare senza che gli sia opposta efficace resistenza, conformera il caso de Romani e de Rodii. Ma che Bmxifr&ai renda questo senso semplice opinione de grammatici e lessicografi. "Zvyyif l i t <<>, Sttitat propriamente accordar grazia. II Nostro si vale spesso di questa frase, e qui pure l avremmo riscontrata. (51) fia ora bisogno. Nel lib. xxx , 5 abbiam veduto che i Rodii in addietro non vollero stipular alleanza co Rom ani, comecb per cenquarant anni avessero seco loro associate le pro prie arm i, e ci facevano , siccom detto col, per non levar a nessun potentato e signore la speranza de' loro ajuli e della loro societ. Ma allora il fatto era ben diverso. I sospetti nati presso i Romani contro di loro nella guerra di Perseo li aveano

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ridotti Ila necessiti di stringersi a quelli con vincoli vie pi saldi, ond essere da essi protetti e salvare la loro repubblica ; ch ora mai que sovrani dell orbe non aveano mestieri delle loro arme e de loro soldati. (5i) Tiberio Gracco. Confronta i cc. 5 e 6 di questo libro. (53) Conformi alle risposte. V. al principio del cap. io lib. xxx la nota 55. Le risposte aveano le ambascerie di prima avute dal senato, e le incumbenze procedevano dagli Achei. (54) E queste erano ecc. Fatto sta che costoro condannati aveva e citati a Roma sotto specie di aver tenuto con Perseo , il traditre Callicrate ed i suoi partigiani, non gii la nazione de gli Achei. Il senato pertanto, conforme osserva lo Sehweigh., iofingevasi di creder essere stata quella condanna eseguita per de creto pubblico degli Achei. 11 Reiske ha stravolto il senso di questo periodo, attribuendo a Romani ci che conveniva agli Achei, e viceversa. (55) Quegli uomini, eh erano stati mandati a Roma come se fossero stati giudicati nelle dovute forme e trovati colpevoli. (56) Di punire condegnamente ecc. Difficile a rendersi in volgare mi sembrato l avverbio fttr ir tiip it cb quanto, nel modo che si odiano gli scellerati; ma trattar i rei,%pHr*r$xf 7<<r i t i t t i t , in siffatto modo, cosa che non abbastanza si com prende. 1 traduttori latini omisero il e voltarono o, a dir meglio, parafrasarono questo luogo cos : Qui odium suam erga improbos in sceerum auctoribus sint palartifa c tu ri (i quali negli autori delle scelleratezze sono per fare palese il lor odio contro gl improbi). Io ho creduto d esprimere p tittx n ifm t con maggiore propriet traducendolo condegnamente. (57 ) Da qualsivoglia parte sarebbnsi esposti a biasimo. Ci parmi che significhino le parole : A1* 71 |iA i^ trd -a t, non quidquid slatuerent, prodebanlur eorutn animi, siccome ha il Casaub., o consiia, secondochfe scrisse lo Schweigh., il quale pertanto rieli e note corresse la propria traduzione sosti tuendovi : Quidquid statuerent, in reprehensionem erant incun-

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suri. Io bo creduto che ci non basti, ma che fosse duopo an cora di approssimarmi meglio al testo, rendendo nel modo che il feci. (58) Sarebbe stata manifesta mina. Temeva il senato non questo atto d ingiustizia provocasse l ira della moltitudine contro Callicrate e quelli della sua setta, e li facesse capitar male. (5g) A d occhi chiusi. Stando alla lettura del Casaub., n / t ftt-xt'lif, ne risulterebbe assurdo senso; eh temevan i Romani, non gli Achei, cio il loro volgo, abboccandosi ubbidissero. Tut tavia tradusse lo stesso 'e lo Schweigh. il copi, labia compescerent (frenassero le labbra), che starebbe bene se tv f t f i v n t t h t , supposta dal Casaub. la vera scrittura, ci significasse ; ma il va lore di questo verbo stringere gli occhi , e non altrimenti le labbra, come fa chi veder non vuole un oggetto donde gli deriva dolore, e ci era peli appunto il caso degli Achei, che a malin cuore recarsi doveano ad accettare la cruda sentenza del senato, che vietava il ritorno in patria a tanti uomini benemeriti e cari a loro concittadini. Qui sogna il Reiske non so qual capo aperto con occhi e labbri chiusi, che osservansi in coloro i quali, af fin ch non commuovansi troppo in veggendo t acerbit del fa tto a cui contro la loro volont si prestano, ammiccano cogli oc chi e le labbra si mordono , onde non se ne sprigioni la pi piccola voce, e nessun grido che indichi il loro dolore ! ! ! (6 o) Non crediam utile ecc. Cosi operando, usciva il senato d ogni imbarazzo, per lo che riteneva gl individui al suo partito pericolosi e schivava la taccia d ingiusto, ponendosi in grado di giudicarli, e ad un tempo li allontanava dalla patria, dove poteau ammutinar i popoli e compromettere la salvezza degli amici dei Romani. - Nel testo del Casaub. leggesi cosi la risposta del se nato : "Ot i f i t lx X fifiite fiit rvftQ tptn, 'ivi* Tilt VfttT tftit Siifitte *. 7. A. (che n a voi n a vostri popoli crediam esser utile), con manifesta assurdit, non essendo voi ed i vostri popoli cose diverse. La vera lezione cavata dal cod. dell Or* sini che reca i f t i t (a noi) in luogo di iftit (a voi).

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(6 1 ) Come da disperazione assalili. Il verbo ix iS p /ti, da vxolp't%tit, qui usato da Polibio, riscontrasi ancora nel lib. x , c. io. Leggesi col : "Api *<* h t Ix tc t i v lS t v*clpi%tt 75* t f ip%nt i irefin ii il u t, che noi volgarizzammo: E d insieme Io assale piet d i coloro che V han dapprincipio perduta (la roba), dove ho voltato avi S i\ come se fosse scritto i v i ai. Ed in fatti l accusativo lovt u,ipi*cvs eh qui retto da ixtipapti mi con ferma nella mia opinione, ed il sospetto esternato dallo Sehweigh. nelle note appi di pagina, che nel passo del lib. x test citato iv i sia miglior lezione, qnasicb quel verbo reggesse il dativo, al tutto irragionevole. (6 ?) I Commani. La pi probabil opinione circa questo fatto , secondo lo Sehweigh., che una delle dieci prefetture della Cappadocia, cos denominata da Strabone , Tolemeo e Plinio, fosse tolta da Tiberio (Sempronio Gracco) nella sua ambasciata in Asia a Galati che ne aveano spogliati i Cappadoci, parte, per quanto a me sembra, colle armi di questi, parte con qualche stratagemma, che il legato romano avr concertato co medesimi abitanti di quella prefettura. (63) I Selgei. Non comprendo come 1 Orsini abbia potuto prender 1 abbaglio di qualificare scritto male il SiXyt~s del suo c o d ., e di pretendere che vE>iyr fosse il nome della citt i cui abitanti sono qui rammentati; mentrech da Stefano bizantino si scorge che il gentilizio di questa piccola citt della Licia suona V EAy t t t ed EAy*7et, e non termina[altriraenti in ttir, desinenza colla quale secondo lo stesso geografo denotasi l abitante di S t ^ y n , grande e popolosa citt della Pisidia, di cui altrove ancora parla Polibio (v, 7 3 , nota 3 1 0 ). Questo brano pertanto sta molto male appiccato allambasceria che segue, per colpa verisimilmenle d e ir l inetto compilatore. (64) Respinsero le colpe. V. la nota 6 8 al lib. x, c. i4> dove collo stesso verbo tradussi l airolilplpipittot da ix lp ifitn che col pure riscontrasi. Qui il troviam voltato dal Casaub. e dallo

Schweigh. crimna dilurunt, con im e a dir vero elegantemente latina, ma meno esprimente la forza del greco, al quale ri siamo studiati di maggiormente avvicinarci. (65) I sospetti. L Orsini, falsamente citando Livio peli epi tome del lib. xtvi, asserisce eh Eumene apre cospirato con An tioco contra il popolo romano. Ma secondo questo storico ebbela soltanto Prusia di ci accusato. (6 6 ) Cujo Sulpicio. Di cognome Gallo , lo stesso del quale trattasi nell estratto seguente. Fu egli console l anno di R. 588. Schiveigh. 11 suo collega dambasciata non trovasi che fosse giam mai console. (6 7 ) Come per giudicare eec. Altra falsa citazione fa qui lO rsiui di Livio al lib. x l v , senza indizio di capitolo. Vuol egli: che lo storico romano abbia cos voliate le parole di Polibio : Qui de Jinibus cognoscerent, staltwrentque ( che prendessero cogni zione de confini, e stabilissero). Queste parole, che non sarebr bono traduzione di quelle del Nostro relative alla campagna con-; traversa tra i Megulopolitani ed i Lacedemoni, al libro indicato non esistono, e sarebbe stato anacronismo 1 avervele poste rife rendole a Sulpicio Gallo; dappoich quanto abbiamo,dal succi-, tato libro finisce nel consolato di C. Sulpicio mentrech ) am-, basceria di lui qui descritta avvenne due anni appresso nel 5go di R. (6 8 ) Esaminare minutamente. Intorno al sostantivo ireAvW fttyfiari mclie veggiamo qui ridotto io verbo consultisi la nota 9 1 7 al lib. v. (6 9 ) Non si riducessero. M i h e f A vlSt . . . y tttflft. Let teralmente: affinch da loro non nascesse qualche ecc. Pretende lo Schweigh. che la ragione grammaticale richiedeva di porre in vece del volgalo yu%tn il modo congiuntivo ed il tempo inde finito. Quanto al primo, sembrami che non manchi; ma il se-' condo converrebbe solo se *i*ox-p*yptctiir*il*e si riferisse a fin he i v l i t , laddove esso regge 7< c **7 7o x.7. a. (le faccende di Antioco ecc.). Che se relativo fosse ancora allullOLiBto,

toni, r i i

12

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lima parte del periodo, preceder dovrebbe a ft la congiunziooc jt. Per esaminare gli affari ecc., e che non fossero, per na scere ecc. Sebbene in lai caso converrebbe meglio davere scritto i *) exnrnrt*lr, ed invigilassero ecc. (7 0 ) Cajo Gallo. Valoroso era costui, avendo nel consolato soggiogati i Liguri., tante altre volte inutilmente vinti ( Liv. , Epit. lib. x l v i ) , e godea eziandio fama di specchiata pro b it , per ctii gli Spagntioli, oppressi dall avarizia de maestrali rom ani, eletto 1 aveano a patrono insieme con M. Catone, P. Scipione ed Emilio Paulo, principali tra i senatori di qbel tem po (Liv. X L iu , 2 ). Aggiugnevasi a ci la sapienza di l u i , e so* vrattulto il suo addottrinamento nell astronomia cbe, essendo egli tribuno militare sotto Emilio Paulo nella guerra macedonica, gli fece predire all esrcito il giorno innanzi alla battaglia decisiva, come ad un ora determinata della notte susseguente vi sarebbeeclisse -della luna) la quale puntualmente avvennta gli procacci la pi alta stima presso i soldati romani (Liv., iliv , 37). E tant uo mo mancava di accortezza ne politici maneggi non solo, ma ezindio nella sorveglianza necessaria a chi governa uu esercito ac campato } a tale che avendogli Emilio, dopo la disfatta e la presa di Perseo, affidalo il comando del campo , innanzi d accingersi ad un viaggio di diporto per le principali citt della Grecia, egli cos sbadatamente avea custodito il re prigione , che il supremo duce al suo ritorno ebbe a rimproveramelo aspramente (Liv. x l v , 3 8 ). Altri saggi della -sua imprudenza diede lo stesso nell amba" sciala che qui accennasi, ed in Asia' contro il re Eumene, e nella Grecia d Europa, siccome riferisce Pausania (vii, 1 1 ) ; ch avendo egli l iucumbenza di giudicare tra i - Lacedemoni e gli Argivi (anzi Arcadi, quali erano i Megalopolitani nominati da Polibio in questa disputa), trattolli con superbia e li derise, lasciando (inai* mente la decisione all arbitrio dello scellerato Callicrate. E se min egli zizzania tra le citt dell Achea, per modo che parec chie d esse staccaronsi dalla lega cbe le stringeva. - Della qual mostruosa uuione di. ottime e di pessime qualit la storia ci offre

iri uomini celebri parecclij esempli memorandi. Cos in Giulio Cesare non sai se pi ti convenga ammirare il bllico valore, la: clemenza, la dottrina, o biasimare la smisurata ambizine che lo indusse a soggiogare la patria, l a t i t a macchiata di libidini , lo. scialacquo delle private e pubbliche fortune, senza risparmiarla a. templi ed a citt che aperte gli .ebbero le porte (Sueton. J n l., Caes. 5o-54). - Cos pronunoi Nepote dAlcibiade, che non vavea chi di lui fosse pi eccellente ne vizj e nelle virt. - E nel Magno Alessandro non fu minore il coraggio nelle battaglie, e 1 astinenza e la generosit verso de vinti, che la vanit spiuta all eceesso da spacciarsi per un Nume, e la iracondia funesta perfi no agli'amici. (7 1 ) Stdulosi a scranna. 'A w t**SU *t nel tetto, che il. Reiske'cangiar Volle in verbo che mglio dell al tro si addice a giudice eh esercita il suo ministero. Non mi va pertanto a versi la spiegazione ch egli fa di asse rendo che ** in tale composizione significhi a t t j t t o , a i rrro se dendo dieci giorni continui sino alla fine. Questa preposizione ' sovente pleonastica, e tal fiata denota 1 azione di levarsi da ogni altra occupazione per attendere di proposito a quella etti la men te rivolta, come in ix tflX tx tfr , affisare, Ax*8i%tr&*i , ac cogliere. ( 7 2 ) Di mente stravolta , cio Ai poco retto giudizio, non be ne presente a s i stesso, quasi forsennato ; cli tal il snso di trapirrti*.*! "y S u in i* , non gi vano ingenio, come fu latina mente voltato. Erasi quest uomo stravagante fatto un trastullo di quelle accuse, e stimava di fare spiccar il suo ingegno procac ciando ad Eumene i maggiori travagli, senza recar nulla a fine. Per quanto a Polibio, siccome a Greco, siffatto contegno riuscis se doloroso e procederne da furore, non si conosce che i Roma ni il biasimassero, forse perch nou dispiaceva loro che si aizzas sero i partili contrarii, e da colai aizzamento nscesse la occasio ne di rovesciare tutto il sistema politico della Grecia d Europa e d Asiu, come infatti non mollo appresso avvenne.

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i6o
' (y3) In Siria ec. V, la fine del cap. ^ di questo libro, e la noi* 3 4 a qnel luogo relativa. (7 5) Elimaide. Provincia della Media i cui abitanli, gente bel licosa, esercitavano, a detta di Strabone ( z t, p. y3a ), il ladro neccio. (J5) Tabtt. Secondo Curzio, che solo tra gli antichine fa men zione { v, 34 ), citt dellestrema Paratacene confinante coll Elitnside, e da lei, conforme riferisce Tolemeo ( vi, 4 ) , separata per ' via del ntonte Parcoatra, che Antioco per consegunte varcar do vette nella sua ritirala. ( 7 6 ) Caduto in Jurore. La stessa cosa narra Si Gerolamo al cap. xi di Daniele, citando il Nostro e Diodoro; n come Giusep pe Flavio ( Antiq. Jud., xu, i3 ) nega egli che Antioco meritas se la-morte per lattentalo da lui commesso condro il tempio di Diana in Elimaide , per non avere recato ad effetto il sacri legio e che pi.verisirt>ilniente perisse a cagione dello spoglio eseguilo nel. tempio di Gerusalemme. Secondo 1 antidelto dottore della Chiesa mor egli copsupt, da tristeita per lo smacco sof ferto. Tuttavia rende Giosefo ( 1. c. ^giustizia alla probit di Po libio, e finisce dicendo, eh egli non disputerebbe eoo chi stimas se la cagione'riferita da lui pi vera di quella miracolosa ch e gli adduce. - Non pertanto da tacersi, come Polibio stesso, mol lo cauto nell asserire fatti sovrannaturali, non prestasse intiera fe de alla causa di cotanto avvenimento, conforme lo dimostrano le sue parole, i s 'iftti ri 9 detta di alcuni. - Giustino (xxxn, 1) confonde in questo fatto Antioco Epifaue con Antioco Magno suo padre, il quale, secondo lu i, per bisogno di danari o per avari zia, sotto il pretesto della necessit di pagare grandi somme a Ro mani che l aveano vinto, and allo spoglio del tempio di Giove Djdimeo (!), e fu dalla gente concorsa ucciso con tutti i suoi sol dati. E forte mi maraviglio come Is. Casaub., lo stesso che pub blic Polibio , in commentando questo luogo pieno d errori- ( v. l ediz. patav. del Manfr, 1 7 3 3 ), si content di cangiar Didimeo in Elimeo, citando il Nostro. - Al dire d Appiano (Syriac., 66) era quel tempio sacro a V enere, ed Antioco Epif. lo spogli

i6i
realmente*-e (noti consunto. La qual inesatta relazione appetto a quella che abbiamo da Polibio non inerita al certo nessuna- cre denza. ( 7 7 ) Segni . . . . in disapprovazione. E x m ftim ti che qui ha il Nostro, pu prendersi in buona e cattiva significazione, sic come apparisce da varii luoghidel medesimo. Signaatqte ostenta del Valesio e dello Schweigh., mi i sembrata una tautologia che non esprime la niente dellAutore, la qual io credo d aver renduta con maggior esattezza. (7 8 ) Demetrio figlio d i Seleuco. Filopatore, nipote d An tioco Magno, fratello d Antioco Epifane , colui che poscia oc cup il regno di Siria ed ebbe il cognome di "Zttnf, Salvatore. Schweigh. Antioco Magno, facendo pace co Romani, avea man dato suo figlio secondogenito Antioco , poscia Epifane, in ostag gio a' Roma, e Seleuco suo fratello, pervenuto al regno, vea a questo sostituito il proprio unico figlio Demetrio, del quale qui rar gionasu e forse il fece richiesto dagli stessi Romani, che voleano possedere del suo un pi sicuro pegno pe gravi tributi che gli eb bero imposti. (7 9 ) Pi a lui che ai figli tC Antioco. Epifane eh era test morto. A'Demetrio certamente pi che a costoro .competevasi la successione,,siccome a colui ch era (jisceso da Seleuco, il quale fu primpgenito di Antioco Magno. ('8 0 ) Trascorrendo. Le affettuose- espressioni che qui Deme trio indirizzava a Roma ed a senatori erano estranee al suo diritto sul Irono della Siria, ed in certo modo la parte del suo di scordo, che oltrepassava quanto gli conveniva di esporre. Ci sem brami ch| esprima propriamente il .verbo x f t r f i ^ n t in questo luogo, .al qual senso accostassi il Reiske in dicendo esser quanto n ft e r tr itlt t, trattosi fu o ri nel,dire., Lo Schweigh, psrmi che non cogliesse nel segno interpretandolo nelle note : imprimis urgere, saepe memorare (soprattutto inculcare, rammentar sovente), e nel testo , copiando ; il Casaub. , subinde repetiisset (spesso ripetesse ) ; chi non la ripetizione, ma la vce-

i6-i
menta delle parole con quel'verlfosi accenna. Vedi la noia 78 al lib. xxvn, dove: *fierl f i g h i applicato a fatti, e ia nota 55 al lib. xxviii, dove rendetti lo stesso verbo per andare grandemente a versi : (rase che ri ferendosi ad un discorso esprime, Come dissi l, il mota deir oratore verso la moltitudine cui parla. (81) In et ancor infantile , cio di cinque anni. Impercioc ch Seleuco morii per tradimento del suo tesoriere Eliodoro, nel1 anno sesto del suo regno, ed Antioco Epilane regn dodici anni. Sbagli dunque il Visconti ( Iconogr. grec., t. 11, p. 4?5 ), in asserendo, che Demetrio avea dieci anni, e sbagli altres Ap piano ( 1. c. ) facendo regnare Seleuco dodici anni. (8a) Gneo Ottavio. Che Gneo e non Tiberio, siccome hanno i codici MSS., fosse il prenome di questo ambasciadore il confer mano i fasti che pongono il suo consolato nell anno 58 g di' R-, e da Cicerone ancora ( Philipp., xi, a ) il raccogliamo , il quale parlando di questa ambasceria riferisce, eh -egli vi fu ucciso, e che il primo della famiglia Ottavia fu console. - Il Cnsab. si valse nel suo testo della correzione dell Orsini, non altrimenti ch egli se ne giov poco sopra nell accettare ) che uoi tradu cemmo florida et, in veee dell if% r recalo dal suo codice. (83 ) Secondo il volere d el senato. Ho ritenuta la :lezion del Casaub. i t v7 xfottftTIt) riferendolo a clyx X il f, senato. N mi muove la riflessione del Reiske, approvata dallo Sehweigh., che quel sostantivo trovasi troppo distante dal verbo per esser ne retto, e che perci abbiasi a leggere ; i v i t 't 1 * fon fe vil 0 , che verrebbe a riferirsi agli ambasciadori, senza che poi si dica cosa significhi ; perciocch la traduzione dello Sehweigh. non diver sa da quella del Casaub. ; E x voluntate sen'atus. In fatti non probbile che il senato mandato avesse gli ambasciadori in Siria, lenza dar loro istruzioni. Il senso pertanto di x f t t f i t dire in

nanzi, indicare, per modo che pdteansi voltare anche cosi le pa role di questo passo: Conforme vea it senato prima detto, in dicato. E forse sdrisse Polibio: i t i v l i 7t ( 7#7e w firfiivlait x - f tifiti ( x 7jr m y n x ftv ) siccome a d is s i ( agli ambasciadori ) f u indicato ( dal senato ),

i63
(8^) / maggiorenti, i <$pi che presiedono agli affari, < < xpm-

r f l t t , principes aulae secondo i traduttori latini. Lusingavano


eostoro d jvere maggior influenza sotto un re fanciullo ( di soli nove anni secondo Appiano) ( Siriac. 4 6 ), comechgovernato da Romani, eh essi avrebbero favoriti, per conseguirne in guiderdo ne onori e ricchezze. Da un re vigoroso e dispotico nulla poteao sperare. , (85 ) Bruciasse le navi coperte. Quando i Romani conchiu sero la pace con Antioco Magno, ebbero egualmente cura di bruciare le navi di questo re stanziate nel porto di Patera ( xxu, 46 in fine ), nella qual occasione Polibio usa come qui il verbo imx'ptirat, che propriamente significa consumare eoi fuoco, ar

der intieramente. Appiano ( 1. c. ) non distingue le coperte dalle altre. Tuttavia erano le coperte di maggior importanza, percioc ch servivano al trasporto delle truppe; quindi tanto interessava a Romani la loro distruzione. (86) Tagliasse i garetti agli elefanti. Appiano (I. c. ) narra, che gli elefanti furono tutti ammazzati. Forse fu data la morte a quelle belve, poich si ebbero loro recisi i garetti, onde non fug gissero. (87) Ed alle adunante. Queste aveano nelle provincie conqui state da Romani per iscopo 1 amministrazione della giustizia , e (enevansi in qualche citt opportunamente situata, perch vi con corressero i deputati delle altre citt, che insieme formavano le cosi dette diocesi (da 9 ti*nrn, amministrazione), nelle quali divise erano le stesse provincie. Continuarono siffatti congressi sotto gl' im* pefadori, siccome veggiam da Plinio il vecchio che li chiama eonventns. (88) Oltracci. ragionevole la opinione dello Schweigh. che abbiasi a ritenere il Vor dopo in Si recato del cod. Bav., e
fbt-s anche da quello dell Orsini, ma tacitamente da questo can cellato, non essendo necessario di porre dopo colai preposizione il pronome lelp per farla significare in aggiunta a ci, sicco me lo stesso .Schweigh. dimostra, citando tre altri luoghi dove il irptt solo ha questo senso.

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(89) I r t (T Alessandria ; cio i fratelli Tolemei, a* quali ri torna Polibio nel cap. 19 di questo libro. (90) Marco Giugno. Forse M. Giugno Penna che fu con* sole l anno di R. 5 8 j. * Sehweigh. Ne fasti consolari ed intuiti gli autori che a questi si attennero il trovo nominato Pennus . ( Penno ). (91) Ed il re Ariarate. Il testo non ha che jix r t\ , ma gi il Casaub. vi aggiunse il nome che apparisce da quanto segue. (ga)JJi p erse. Nelle traduzioni latine stato omesso iv lZ t che io ho voluto conservare, non credendolo superfluo. I Trocmi, popolo della Galazia, che secondo Livio ( xxxviit, |6 ) erasi stabilito sulla costa dell Ellesponto, colle sole sue forze non potea im possessarsi della parie della Cappadocia, che con esso confinava ; quindi ebbe ricorso a Romani che nelle ultime guerre dell Asja era stalo a Galati favorevole ( V. sopra c. 6 ), avvalorando le sue richieste colle accuse che dava ad Ariarale. Dee pertaoto la na zione gallo-greca qui nominata essersi dopo il suo prinao stabili mento trasportata nell interno delle contrade che fiancheggian il Ponto Eussino ; altrimenti non avrebbe potuto aver i Cappadoci per vicini. (g3) Ma essendo subito ec. Un enorme guasto presentano qui i libri sino al Reiske, il quale con felice ardimento cav un lo devole senso dalla scrittura che non ne porgeva alcuno, ed io l ho seguito. L Orsini riceve la lezione non punto intelligibile f> m i flir titi Int S i* ir , ma cangia Sixnt in Doci* mio, citt della Frigia rammentata da Strabone, Tolemeo e Stefa no, cbe i Cappadoci avrebbon allora afforzata per difendersi con tro i Galati ; ma non avevan essi allora dominio nella Frgia, n quand anche 1 avessero avuto, i Trocmi limitrofi erano a que sta provincia. (94) Non che amorevolmente ec. Esitai non poco su) modo nel quale io dovea render italiano il <* V che nel testo precede al Considerando finalmente che Ariarate, uqn con tento di difendere la sua causa presso gli ambasciadori romani,

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li aveva $iandio con abbondevole corlesta trattali', m immaginai che, per esprimere la differenza dal pi al meno nella . condotta del re verso gli anzidetti, convenisse di mettere non che innanzi al pi, eh qui 1 amorevole conversare, non altrimenti che fu fatto nel greco. Cos leggesi in Senofonte ( Cyrop., v i i , 4,' i ). a S ti t i 3 , IctSf* ITtfini,xtt'i T i x x iti* Hi in tX tp tti,
km' i x>v Sii tv%*pt> xtp txti. Manda Adusto, uomo Persiano, non che n sem a senno, n imperito di guerra, a l fatta affa* bile. Trattava?! di rappattumare le popolazioni della Caria, ve*

nutetra di loro alle mani; il perch era 1 affabilit del media tore la qualit pi necessaria a tal effetto, nella quale realmente Adusio primeggiava, non essendo egli pertanto spoglio delle al tre virt ebe, non riuscendo le pratiche di pace, avrebbon do vuto render efficace.la forza. Ma nel luogo teste citato sta xV TmXX* accanto al meno, e nella lingua italiana ancora pub, se condo le osservazioni del Cinonio (cap. 188, i-8), e affermando e ,nefando accompagnar il pi ed il meno. - Vero che Polibio adoper nel senso di non che negativo f t 7i in ( xn, 9 in (ine ), e nell affermativo fini' Sii ( xiv, 5 ), ma ci non impedisce che il modo di dire usato nel presente luogo abbia lo stesso signifi cato che gli altri due, e vi si potrebbero aggiugnerel v% i t , iv% * addotti dalla Crusca, comech non piacciano al Lamberti nelle illustrazioni al Cinonio. I traduttori latini ne fecero caeterum ( del resto ), pi badando alla lettera, secondo la quale suo nerebbe: E quanto alle altre cose, che non allo spirito espri mente la diversa intensit di due atti ad un oggetto relativi, il maggiore de quali atti o la loro moltiplicit lignificata dalle altre cose l'XX* che in cotesta frase si accennano. Senza che il caeterum dapprincipio, siccome nel passo di Senofonte surrife rito, sarebbe affatto assurdo. (g5 ) La leggierezza di coloro che gli soprastavano. Ilo rice vuta la lezione proposta dal Reiske \ix*ichfl* vanit, leggierezza, in vece del volgalo iutttenl*,famigliarit, dim estichezza, per le seguenti ragioni ; In primo luogo 7 tix titln l* 7is irpti-

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rrmlmi i u l ii b quanto ; la famigliarit de'capi di quello (del
regno ) : proposizione tronca, perciocch non v espresso che la famigliarit di costoro era con Ariarate (*p tf v le i). Poscia non fe ero, conforme sostiene lo Sehweigh., che quanto leggesi nel cap. i 5 di questo libro dimostri siffatta famigliarit. Aveva il r di Cappadocia, secondoch Col narrasi, mandata una'ambasceria a Lisia amministratore della Siria, per le dssa della madre e della so rella, le quali gli furono da Ini concedute, n a tal effetto ra d uopo che fossero amici. Ch se tali fossero stati, conveniva me glio nella prsente occasione di farli accompagnare da un amba sciata che non seguire da un esercito(6) A riara It sesto di questo nome, cognominato Flopalore, succedette al padre Ariarate V, sovrannomato // Pio, eh ebbe un luogo regno, e slito era sul trono 1 anno di R. 5 3 3 ( V. L. v, c. a, e la nota 26 al lib. n ) , Livio nell epitome del lib. SctVf, Cos -tocc^ 1 argomento di questo estratto : Essendo Ariarate redelia Cappadocia morto, suo figli Ariarate assunse il regno, e rinnov per ambasciadori /, amichia col popola romano. (97) Del padre. Questi, a dir vero, sposata avendo. Antiochide figlia d Antioco Magno, fu dal. suocero 'strascinato in un allean za contro i Romani, che minacciava di riuscirgli funesta ; ma iti ap<presso avendone loro chiesto perdono per via di ripetute, ambasciale, gli fu accordata la pace mediante l esborso di seicnto talenti

( xjcii, a4)(98) Le ossa della sorella e della madre. Per qual, avveni mento queste donne regali morissero nella Siria, anzich presso il marito ed il fratello, la storia a noi pervenuta non ne fa motto. Forse le avea mandate Ariarate V test defunto in Antiochia, cre dendole col pi sicure che nel proprio regno durante la guerra co Romani, e cessata qusta non pot riprenderle, essendo gi morte. Lisia pare che governasse la Siria Della fanciullezza del re. (99) Dell empiet commessa. Della uccisione di Gn. Otta vio. V. il cap 19 di questo libro. (100) Respiralo eh' ebbero dalla calamit sofferta, .t Rodii e-

raho stati spogliati da' Romani delle possidenze che nvcauo nella terra ferma dell' Asia loro vicina, e dell isoladi Deio, per cui pa tirono gran danno nelle loro entrate. Riconciliatisi pertanto co Romani, ed ottenuta' la loro alleanza ( V. sopra il eap. 7 ), prese ro animo e domandarono in sostituzione della importante stazio ne di Cauno, il porto di Calinda a quella vicino,-e di rincontro a Rodo situato. Circa la quale citt recan notizie Erodoto ( viti, 87 ), Plinio ( v. 29 ), Tofcmeo ( v, 8 ) che la pone nella Licia, e Stef. Bizant. (101) Allo trenta cubili, corrispondenti a quindici delle no* sire braccia. Grande fu De Rodii la smania di rizzare statue co lossali, eziandio, siccome da questo luogo si vede, dopo la caduta dell immenso colosso di bronzo dedicato al sole, alto, secondo Plinio, settanta cubiti, per cui e per altri danni, sofferti dal tre muoio che i r rovesci, misero a contribuzione i pi ricchi stati della Grecia ( v, 88 e 90 ). (102) Essendosi i Caindesi. Da questo avvenimento si co nosce che Cauno era a que tempi la citt principale e pi potente della Caria, che ad altre citt ancora di quella provincia esten deva il suo dominio. Que di Calinda comprendendo, che a lun go andare, anche cogli ajuti procacciatisi non avrebbon resistito .U forze de Caunii,'ebbero per ventura di darsi a Rodii loro vi cini,' e che meglio d ogni altro stato di que paraggi poteano pro teggerli. (i 3) Poich i Tolemei ec. Pacificatisi questi fratelli acconciarono ai a far guerra al loro comune nemico Antioco Epifane, che sotto specie, di favorir il maggiore, ma in realt per impadronirai del1 Egitto, era entrato pel regno, donde i Romani, ad istanza de Tolemei, il fecero juscire ( xxix, 8, 11, xxx; s i ). Nacque allora la divisione della quale ragiona qui il Nostro. (104) CanuUjo e Quinto. 11 primo fu probabilmente L . Canulejo Divile, che l anno antecedente ( 590 di R. ) era stato crealo pretore ( Lir., xi.ii, 38 ). Quinto potrebbe darsi che fosse Quinto Opunio, console nel medesimo anno in cui questi fatti avvennero ( Liv., epit. 1. xLvn ).

i68
(105 ) Come il minore ee. Polibio facendo V logio di Tole meo maggiore, dove narra la sua morte ( xt, l a ) , ne fa a sape re che due vlte don al fratello minore, da lui vinto in guerra, e ita e regno e la seconda volta gli allog eziandio la propria figlia. (106) Cirene, Ira T Egitto e la Sirli maggiore, Oireneu giu sta Strabone ( x, p. 47 $ )>secondo Plinio ( V , 5 ) e Tolemeo ( iv, 4 ) regione e provincia Cirenaica, chiamata ancora Penlapoli, dalle cinque citt, tutte ragguardevoli, che conteneva, cio Bere nice, Arsinoe, Tolemaide, Apollonia e Cirene capitale, un di po tentissima ed emuli di Cartagine. Nel deserto che la fiancheggia a mezzod, oggi denominato Barca, era la citt d Ammone, ce lebre per il tempio e l oracolo di Giova Amrtione. A nostri gior ni appartiene quella regione .allo slato di Tripoli, e nulla- conser va dell* antico sito splendore. Greci colonizzati eran i suoi abita tori, e la sua civilt non la cedeva a- quella de Greci d Asia e d Europa. . . 1 (107) E ferm i patti ec. Cos Livio nell epitome del libi xlvii: x: Tra i fratelli Tolemei che erano in discordia fermotsi un patto, che I uno regnerebbe in Egitto, l altro in Cirene. Per assicurare la inviolabilit de patti era costume tra i popoli an tichi ( e ne abbiamo esempli ira i Greci, tra -gli Ebrei e lini i Cartaginesi 111, 1 1 ) , di giurate sopra le vittime toccandole ( Polib., v, .17, nota 73 ). (108) E . mutui giuramenti. Nel testo leggesi eoo lunga ampli ficazione : K * Itit f**vt raftT a StX ipt'i *\ ti% trtf Itile , prendeste, i giuramenti del fratello e dss* intoniti a ci, il qual senso' nw sembralo di esprimer abbastanza con le tre parole che qui' cito.-Del- resto osserva on rigione ilo Sehweigh; che non pu tollerarti la sconcordanza dell1 iafmtodf'tr&< (acetiare^ cdgli ottativi Xtifiti e ititi, e propone di mutarli primo nell'ottatiVD dr<7 ,oVve'amente gli 'altri negIitifiniti j3i<F 'e fiu ta i. Io propendo al second cangiamento, sebhene'lo Stfh\veigh. nelle note preferisca il primo1; dappoich l ottativo ha sempre seco

I%
f qualche incertezza, che cader don pu in un fatto preciso come
il presente. Tuttavia parmi cbe meglio converrebbe il'discorso S cosi si leggesse: Km) C f.vt
t.

T S. u StSiiTtt W 7. ; chi per tal nodo nonriuscireb-

be superfluo il secondo <*<j potrebbonsi ancora scrivere e S tScfitnv in conformit di (log) A l tutto ineguale. Le parole che recano i codici suo nano volgarizzate : La divisioni fa tta a l tutto, cui fe ben chiaro che qualche cosa debbasi aggiugnere per trarne un senso. L' O r sini pose dopo fttpirpi*t ( divisione ) la particella negativa j , che non basta al certo, seguendo 7>t*f al tu tto , affatto. Il Casaub. adotta l aggiunta dell Orsini e traduce * . divisinem non' piene peraciam , enunciando una falsit, perciocch la partizione era in realt perfettamente eseguita. Pi si appose al vero fa i Schweigh., congetturando che qualche predicato manchi a ptipirpir, il quale, secondo il Reiske, sarebbe I fltT tt, assurdo, o a X n yn , irragionevole, o ingiusto, meglio ini piace & n v , ine guale, che lo stesso Schweigh. propone. (n o ) Coii astuto'consiglio. T fa yftetlm S t, con {scaltrezza

politica, da uomini versati ne pubblici affari, conforme in altri


luoghi del Nostro veggiam adoperato questo vocabolo ed i suol affini. Lo Sflhweigh. con inopportuna circoscrizione il volt: Cupieni vere et ad suos usus adcomoJate (desiderando realmente e con convenienza a suoi vantaggi). Io credo che il Casaub., m traducendolo calo consilio, meglio si approssimasse alla mente di Pojibio, ed a lui mi sono attenuto. ( n i ) Facendo grazia ecc. Ho seguita la molto giudiziosa cor rezione che lo Schweigh. qui fece al testo, dopo che avea rice vuta la traduzione del Casaub., donde risulta questo senso : Di portandosi con tanta destrezza , che sembrano beneficare chi ha mancato , mtnlrech per la costoro mancanza accrescon il proprio impero, sentenza, a dir vero, eia non rigettarsi, ma che esclude il con desinenza passiva, quando %iipinp

1^0
si trova sempre attivo, e regger come qui laccusativo (Ut li m i

ip z t) . Lo Schweigh., di ci accortosi, bene propose di scrivere %*piiptitti, e lo rifer ad ptmplivtlat. (ria) Trascur ii senato gli ambaseadori, cio, non bad
alla loro diceria e li rimand senza risposta, ch questo il senso di ru fix tfiv t, conforme ho gi espsto nella nota i4 o al lib .x tx , dove riscontrasi lo stesso verbo. . (m 3) Spaventato a questo annunzio. Temeva egli non la grave offesa recata al popolo romano coll uccisione del suo am basciadore fosse cagione al reame dell ultimo eccidio, e che la Siria si riducesse a provincia, siccome test lo erano state la Ma cedonia e l Illi ria. (i 14 ) E gli espose V incertezza. Et cum eo deliberai (e seco lui delibera) non parmi la giusta versione di trprtQiftt

Jt*p2 r, che io mi sono ingegnato di rendere pi esattamente


nell idioma nostro. ( u 5 ) Non urtasse due volle ecc. La prima conferenza col senato gli avea fallo conoscere che i Romani amavano meglio di lasciar il governo della Siria al fanciullo Antioco : una secopda noa polea riuscirgli pi felice, probabil essendo che il senato, meditando di vendicare 1 orribil attentalo commesso couiro il suo ambasciadore, si determinasse a non volere pi re nella Siria. Ma l ioesperto Demetrio nutrito aveva , innanzi di parlare con Po libio , la speranza di procacciarsi la grazia de' Padri, che non erano stali da lui offesi, e di conseguirne il patrio regno, qua lora deciso avessero di conservarlo. > (116) Le presenti circostanze, cio la confusione h> cui a l lora si trovava il regno per il caso d Ottavio , e qusta gli fu poco appresso confermata da Diodoro, ch era test giunto dalla' Siria (c. 3o). (117) Lo consigli. Veggeudo costui che il Senato riconosceva per re Autioco fanciullo, e che per consegunza Demetrio rinunziar doveva alla pretesa di salire sul trono col consenso de Pa dri, altro stratagemma rec io mezzo affine di procacciar all a*

La libert, della quale, come prima farebbe in p a iria , gio varsi potrebbe per isbalzar il cugino, (118) Demetrio avesse ad essere statico per lui. Antioco Epifane, mandato dal padre qual figlio minore iu ostaggio a Roma, era quando mori Seleuco, per la fanciullezza di Demetrio, legit timo successore del fratello. Ma morto 1 Epifane, ritorn il di ritto di reguare a Demetrio fattosi adulto, ed al figlio fanciullo del re defunto conveoivasi di andare statico in luogo; di Deme trio, siccome questi fanciulletto eravi andato in luogo dello zio. Ma i Romani, volendo per il proprio vantaggio lasciare la corona al re di tenera et, afe rimanere senz aver nelle mani un prin cipe della casa regnante, non poteano licenziare Demetrio ; quindi falso era il ragiouamento di Apollonio. (iig) Di ajular il fanciullo ecc. lo non credo che n t i t x QvX&Tt,, qui significhi semplicemente conservare, siccome sti
uicd

I?l

marono gl interpreti latini ; ch QvXuTltti avrebbe ci abbastanza espresso. Nel libro vii , c. 2 , ha questo verbo senza dubbio il senso che gli abbiamo qui dato. Trattasi col ancora dun re gio vine al quale i Romani, per ristabilirlo sul trono de suoi mag giori, prestarono 1 opera loro. (120) Mandata fu o ri la ultima voce. T * 6xtn r, il canto

del cigno , che gli antichi credevano fosse la espressione dellq


sua. tristezza per la morie che tra poco il dovea cogliere ( Piai., Phaed., c. 35 ). Cos Demetrio piangeva la disperata sua situazio ne, poich gli and a vuoto il secondo tentativo. - Troviam que sto proverbio ancora al lib. xxx, c. 4> dove leggasi la nota 26. La scrittura volgala i egregiamente mut lo Sehweigh. in da mandar fu o r i col canto , che ha pure Pla tone al luogo citalo, rifiutando 1 dell Orsini, che vai emissione di suono e non di canto, e troppo si allontana dal te sto viziato. (121) Peli ammazzamento di Gneo. Qui hanno tutti i MSS. e le edizioni dell Orsini e del Casaub. (paura) in vece di f n p , in che caogiollo il Gronovio, seguilo dallo Sehweigh. 11

Casaub. pertanto tradusse caedem (uccisione), tuttava potrebbe lasciarsi 0/S che ha l autorit de codici, ove gli si facesse pre cedere sr 7 S, ne sarebbe il senso: Per il timore proceduto

dalla uccisine di Gneo. Plibio sa di frequente cotesta frase per indicare il'timore che sovrasta ad alcuno da qualche minac cia e pericolo (Vedi n, a 3 , 3 i, 5 q ; ilr, 16 ; ix, aa ; xxx, 17). (taa) Per comprire di sorpresa ecc. Il tesato ha srip*?*!
1 lt

letteralmente: Comparire addosso agli affari.

I traduttori latini cosi circoscrissero questa sentenza : ut in ipso regno repente hominibus sese ostenderent (che nello stesso re gno subitamente agli uomini si mostrassero). Ma le parole in ipso regno sono senza bisogno introdotte, e hominibus non equivale a * f& yf* xnt,uk sese. ostendere a >>. Io ho voluto nel volgarizzamento rendere la comparsa subitanea ed il turbamento degli affari, in mezzo a quali essa avrebbe ad accadere. (ia 3 ) Trarrebbono. II verbo fttlxpfi'tiltit qui usato pi del transferre in che latinamente fu voltato. F ai esso trasportare gittando, e parmi che il trarre nostro, se noi raggiugne, mollo gli si accosta. Vorrei cosi averlo tradotto nel lib. xvn, c. i 5 ; che bene avrebbe suonato : Se . . . . Aristeno t r a t t i ( invece di trasferiti) non avesse gli Achei daW alleanza di Filippo a quella de Romani. Nel cap. 6 del lib. xxx ho potuto meglio avvicinarmi all originale scrivendo: E gittarono ( fttl x ff id iti ) ) i loro go

verni nelF alleanza con Perseo. (ia i) N oserebbe il sentito ecc. Corrotto qui il testo, e
non pu accettarsi u la lezione che presenta 1 Orsini, n quella che ha lo Sehweigh., il quale se ne peut nelle note, e ritorn 0 quella dell editore italiano. Eccole di confronto. Testo : Ou 7-

Xftittnit tls ivSt Orsini : vSt r u ifr ir%vrtu. Lo Sehweigh. Vacilla tra la scrittura del testo e quella
dell Orsini. A uessuno d essi pertanto diedero impaccio que fu turi , che stanno male cos accozzali. Leggasi adunque per mio consiglio : Ov TtX/tUntt |7< vS'i r u tfru rlim i. - Del resto giustific l evento il ragionare di Diodoro ; dappoich il se>

17^
nato pe motivi appunto da lui addotti, approdato che fu in Siria, il proclam re (xxxn, 4, 6). ( i 25) Se non che partissero. plurale essendo nel testo, avea sospettato Io Schweigh.;, che la vera scrittura' foss ixtxS-ctlm in singolare, riferendolo a Demetrio ; ma nelle note difese la prima scrittura, riflettendo che Demetrio non aveva al trimnti a partirsi solo, sihbene con Diodoro ed altri compagni. (iafi) Menillo. E qui e poco appresso in questo capitolo i libri hanno Menitillo , M i n ' S u A A o f j ma di sopra al cap, 18 e pi sotto parecchie volte ai c. ai e aa riscontrasi ne MS. Me nillo, quindi giudic bene lo Schweigh. di accettare il secondo di questi nomi, ed io I ho seguilo , quantunque sem brimi che il primo abbia suono pi greco. 11 Casaub. scrisse in tulli i citali luoghi Mtt/BoXXoe. Non v avea poi ragione di scri vere M i Arsrec , Menippo , siccome piacque al Reiske, il quale osserva che inudili erano gli altri nomi tra i Greci ; giudizio temerario in tanta distanza di tempi. (127) Per venir a confronto e disputare. Z vyx.ttS-itrtxi propriamente presentarsi per affrontare con armi o con ragioni un avversario, e $m xtt\ay<r$xi significa ragionare su proprii diritti, trattare la propria causa. Quindi bo stimalo di rendere x x r x r r iix i xx i 8ixaio?iyi)$tixt xpc 7. >9*7. Xil. colle poche parole che feci, anzich circoscriverle largamente, siccome fecero i traduttori latini colle seguenti : Ut patrocinium caussae ipsius

ageret apud patres, et adversus minorem Ptoemaeum certamen pr ilio susciperet (affinch patrocinasse la sua causa presso i pa
dri, e contro Tolemeo minore assumesse per lui la contesa). (128) Premura ed insistenza. Scorgo una certa gradazione in questi due atti di chi si mette con ostinazione ad una impresa nella quale necessaria lassistenza di una persona importante. Al primo vocabolo sembrami che .corrisponda lo del testo , che reca l idea di attivit e diligenza instancabile, il secondo cre do rappresentato da p<A7ift/x , che consiste uegli uffici! e nelle
POLIBIO, TOM. F i l i . l

174
dimostrazioni d onore, con cui si assedia, quasi che colla sua opera ed influenza ci pu esser giovevole nella esecuzione del nostro divisamente. Quam maximo poterai studio de traduttori ladini non rende il complesso di queste fatiche. (lag) Oggetti sacri. Narra Q. Curzio (iv, 8) che, allorquando Alessandro Maglio si accingeva all espugnazione di T iro , erano col venuti ambasciadori cartaginesi per celebrarvi , secondo il Costume patrio , 1 annuo sacrificio. Qui si rammenta una spedi tione sacrai ma che recava soltanto primizie, n si fa mottorlambasciadori. Il perch da credersi che Cartagine all et del No stro non inviasse pi siffatto periodico tributo con tanta pompa, come far soleva ne tempi antichi di maggiore prosperit ; altri menti non sarebbesi potuta noleggiare ?a stessa nave per Deme trio e per la sua comitiva. Circa gli onori che le colonie rendevano alle loro Metropoli veggasi la nota 5 a al lib. xu. ( i 3o) Le vettovaglie. T i iiri/nitt* che cosi ho volgarizzato, seguendo il Casaub. e lo Schweigh-, sebbene per avviso de* gram matici significa i sacrificii che si fa n n o nel corso del mese, o una volta sola al mese nelle Neomenie, ha, se non vo errato, Un senso pi esteso , e pu eziandio applicarsi alle provvigioni che di mese in mese si rinnovano , o si forniscono ancora pel 1 uso di parecchi mesi, siccome per l appunto si pratica ne viaggi di mare. Nel cap. l i di questo libro verso la fine troviamo lo stesso vocabolo nel senso che qui gli abbiam attribuito. f 13 1) Colle proprie orecchie e co' proprii occhi. Ho voluto colla maggior possibile precisione rendere i due verbi greci i l * -

K tv m lt (ascoltare con orecchie attente), e (esaminare cogli occhi), che gl interpreti latini conlentaronsi di compren dere nella frase poco felice omnes rumusculos colligerel (raccogliesserie tutti i piccioli rumori), quando nulla di rumprucci o di bisbigli nel testo si trova, e rumusculos aucupari, non gi colligere hanno i buoni scrittori. V. Forcellirn, Lexi., a questa voce. (i 3 m ) Ed essendovi due fratelli. Cos il Casaub. come lo Schweigh. credettero che i due qui nominati fossero fratelli dA-

pollono. Il prim o scrisse : Quod etiam duobus ejus fra trib u s . . . communicaverant (la qual cosa comunicata ebbero eziandio a* fralelli di lui). L altro tradusse : Cui quum duo esserti fratres (il quale avendo due fratelli). Ma io ho re n d u te le precise parole del te s to , dalle quali cotesti' tre fratelli n on risultano. N lo stesso nom e d Apollonio nel padre di que due fratelli e nel giovine al levato con Dem etrio provano che questi fosse figlio del vecchio. (133) In grande favore , ovveram ente fortuna, ricchezia, po

tere, ch tutto ci significa. vcm^/W ; ma favore, trattandosi della


benevolenza di un sovrano , il complesso di tulli questi van taggi. Plrimum gratta apud Seleucum valuit p a n n i che non dica tapto. ( 1 34) Convito. Ecco un banchetto im bandito tra amici con tutta famigliarit, e senza certa accoglienza ospitale, che il Nostro denomina non altrim enti eh egli qualific tale il laulo banchetto dato da Antioco Epifane agli ambasciadori d Alessan dria ; lo che sem pre meglio dimostra, come questo vocabolo non ha il solo senso generale di ricetto , che taluno vo rrebb e a ttri buirgli. v. la nota i3 8 al lib. x x vm . ( 1 35) jinagni. Polibio qui e due volle nel cap. a a , secondo codici e le edizioni, scrive in plurale il n o m e d i questa citt

y ilx t, A m yi/tu s) ragguardevole degli Ernici nel Lazio, a detta


di Strabone (v, p. a38), che la scrive iu singolare, 'A ta yti*. Si tuata a levante di R om a e da lei distante circa cinquanta miglia, era essa del tutto opposta ad Ostia presso la foce del Tevere, che giace da quindici miglia distante dalla Capitale. (136) Inclinalo alla gozzoviglia. S v/tirtltxt t t l t t > e po trebbe anche stare rvft*n*v da tv ftx n * t , conforme hanno i MS., e che all'O rsini piacque di m utare nella lezione che reca il testo. La qual viziosa incliuaziune lauto crebbe in Dem etrio, poich divenne re, che in un fram m ento del lib. x xx m citalo da Ateneo lib. x, e che a suo luogo p rodu rrem o, dello di lui eh egli era grau bevitore e la maggior parte del giorno ubbriaco. Donde avvenne e h egli diede in ogui maniera d eccessi e, reu-

176
dulosi esoso a s u o i, e d 'a v e n d o contro di s irritati e provocati colle arm i i re di Cappadocia, di Pergam o e d Egitto, fu vinto ed ucciso dopo dodici anni di regno. V. Polib. m , 5; x x x m ,
16;

Justin., xxxv. ( 137) Viglietto. 1 MS. hanno lla n i t, e h un pezzetto di carta in forma di lettera, sulla quale con pochi d e ttisi manifesta ad alcuno la p ro pria sentenza circa qualche oggetto, e tale deve aver mandato Polibio a Demetrio, non gi un r t t i x t t t , secondo che lesse il Reiske, dim inutivo di *<<*, tavola, che non sa rd ibesi potuta sigillare, siccome vergiam o che fu fatto. (i5 8 ) In Sull imbrunire del cielo. 11 testo, ha tur% tl*^nles

lev 3-ie ii, oscurandosi il Dio; dove lo Schweigh. fe in forse se


quel Dio interp retar dehbasi il sole, siccome 1 appellarono E ro doto, Eschilo e d E uripide, ovveram ente il cielo, secondoch pi piace all Ernesti. Io inclino al significato posteriore ; dappoich nellannottare del prim o non trovasi ne testi d Appiano citati dallo Schw eigh. (Proem ., c. g; De bel. civ. R om an. , iv, 85) il tev accom pagnato con e v m

o l sibbenecon 8ve fi i i t v e x X ittiltt,

i quali v erb i che valgono discendere , andar sotto , abbassarsi p onno esser applicati al tram ontare del sole; quando Voscurarsi non a questo astro, ma al cielo si riferisce nell atto del tram onto. Poliziano nelle stanze ( 1 , 5) cant del m ar di Ponente che nostro

cielo imbruna. (i3 g ) Chi f a ec. Suppone lo Schweigh. che questa sia una
sentenza di M enandro o di E u rip id e , nella qual da osservarsi la forza del SpSi da Spi, opero con vigore ed assiduit, che mi duole di non aver saputo adeguatam ente rendere nella nostra favella. ( 4 o ) La notte egual periglio. Per esser chiaro mi fu d u o po risolvere in d ue versi l unico che qui cita Polibio dalle Phenissae d E uripide verso 7 3 3 , attenendom i alla giusta spiegazione che ne d lo Schw eigh. Suona esso cos nelloriginale -."irti tftpn > |, I t t i <5| In Apiri z1 Aie : Egual cosa reca la notte , pi a chi ardisce. - Questo verso pertanto notalo d oscurit da tulli

.........................................

*77

gl interpreti. Negli scolii antichi d E uripide raccolti dall Arcive scovo Arsenio trovo, che ad i< rot si sottintende ifcxiSit, impe

dimento recato nelle no tturne imprese di guerra a chi assale ed


a chi assalito, m entrech la vittoria rim ane a chi pi ardisce. ( 4 0 Ardisci ecc. Bella lezione a chi ha per le m ani una grande impresa, che il pi delle volte riesce p e r la inspirazione del coraggio e p e r la instancabilit nell operare, e, quand anche non riesca , onora chi vi soccombe. ignoto 1 autore di questi' versi. ( 1 4 3 ) Sii sobrio ecc. Sopra questa celebre sentenza di E p icarm o veggansi le note i5 8 e i3 g al lib. xvm . Nel trad u rre que sto li/ogo mi sono pi strettam ente tenuto al testo che non feci la prim a volta, anche p e r fare spiccare subito dapprincipio la rac com andazione della sobriet, di cui Demetrio avea tanto bisogno.

*A p$p* voltai articoli nel $enso di giunture , cui corrisponde il vocabolo greco, ma' nella prim a versione scrissi nervi, conciossiach giunture e nervi esprim ono forza nel corpo umano, quelle nel sorreggerlo , questi-nell im p erargli il vigore necessario per esercitare tutte le sue funzioni ; onde nervo talvolta ha il valore di forza.. V . il Dizionario della Crusca a questa voce, 3. (4 3 ) Mnte Circeo, oggid prom ontorio di Circllo. Di que sto dice Strabono ( v , p. a 3 i) ch era ridotto ad isola dal m are e dalle paludi, cio P o n tin e , attraverso delle quali passava, esten dendosi da Rom a a Capua , la nobilissima via Appia fabbricata da Appio Claudio il cieco nel censorato, lanno di R . 44a (Liv., x , 2 9 ). Convien credere che a tem pi di Polibio coleste paludi non fossero inaccessibili, prescindendo anche dalla strada' che vi menava ; ma quando scrisse 1 anzidetto geografo'sem bra che fos sero al tutto in o n d a te , e fu in quell et appunto che Augusto trovossi nella necessit di farle asciugare, affine di provvedere alla salubrit dell aria di Rom a. . ' (i4 4 ) I l cinghiale. Qui hanno i MS. 7 iic t (il figlio), vi ziosissima scrittura che 1 O rsini cangi in 7 npr, in addietro, antea Casaub. : superflua aggiunta, esclusa dall che p re

17 $
cede. Il Reisk vi scorge, non so c o m e , le tracce di piti* I S t

tp iX u t, cogli amici. Pi ragionevolmente propose Io Sehweigh.


di leggere 7 , osservando che i cinghiai! abbondano nelle pa ludi. F atto sta p ertanto che queste fierjs secondo Senofonte ( De venat., p. 7 8 2 , edit. Leuticlav.) stannosi quasi sem pre accovac ciate ne luoghi selvosi, perciocch pi caldi sono D el verno, pi freschi nella state. Yisitan esse tuttavia le paludi ancora, segna tam ente nella stagione calda p e r rinfrescarsi (Nouv. Diclion. d hist. natur., t. z x , art. Sanglier). Quindi molto probabile che i bo schi del Circeo attorniati dalle paludi Pontine in buon dato u albergassero. Ma conveniva c h e il testo recasse Tot > iyptor (il porco selvatico), com e, per distinguerlo dal dom estico, il nom i na Senofonte (1. c .\ e forse nasconde h o t gli avanzi di ypitt. ( 1 45) Nicnore. Questi dev essere stato il suo amico pi fi dato , e forse colui che gli era stato com pagno sino dal tem po in cui'fanciulletto dalla Siria and in ostaggio. da sorprendersi che Polibio non ci faccia conoscere nessun particolare intorno a quest uom o p e r Dem etrio assai importante. (4 6 ) Conu gli erano venute nuove. Al verbo npoTTttrloiititxi il G rooo vio aggiunse 7 p e r cagione del Sit che segue. Ma r i flette bene lo Sehw eigh. nelle- note appi di pagina che quel 7< pu o m e tte rs i, ove itoli leggasi in luogo di i t o , conforme ne abbiam un esempio nel lib.
11,

53. Allora cosi dovrebbonsi recare

in volgare le parole del testo : Com e gli era stato annunziato dal re e h egli dovea ecc. ( 1 4 7 ) I giovani pi fid ali tra quelli d el suo seguito. I codici recano trvcwiioljtlovt (i pi mal fidati ), il contrario di ci che avea ad essere; quindi lo Sehw eigh. sospetta che debbasi leggere Ho 7 o h wirrolilovc, i due pi fidali ; m a questo ancora non p u a c c ettarsi, e perch erano pi di due coloro che s imbar carono , e perch, poco m ontava a m arinai quanti fossero. Yale meglio, secondo m e, la correzione dell* O rsini in ivwioriltuc. E non vero quanto osserva il Reiske che 'tvnittot e iitx tr r o f non

*79
si dice, ma solo v i n t i ed * * irrn ; il p erch egli lesse m r t t l i l t v s . ( i j 8 ) I l fratello. T olem eo m inore eh era a R o m a , siccome vedem m o, per accusare suo fratello maggiore. (4 9 ) Intorno alla m etta notte. Da notarsi l accusativo plurale f i n i s i v 1 k con cui Polibio e qui ed in parecchi altri luoghi significala mezza n o t t e . Er (t'iif (nel mezzo delle notti) trovasi in Senofonte (Cyrop., v, m , 5a). Itp) p it ie toniti, in singolare, che ha il cod. Bav-, sem bra quindi sbagliato, anche per il genitivo dopo trtp'i applicato al tempo. ( i5 o ) In sul finire della le n a vigilia, cio tre ore innanzi giorno , quattro estendo le no tturne vigilie m ilitari de R o m a n i , ciascheduna di tre o r e , pi o meno brevi secondo la lunghezza delle notti. ( t 5 i ) Appena fa tto si giorno. V uole il Reiske che a

r u tt itt si sottintenda 7 S u l , che nel cap. antecedente ag giunto a rvrxtlJi^t t l t t ma io non veggo siffatto b isogn o, po
tendo quel verbo stare anche solo in senso neutro , non altri menti che 1 illucere de Latini. Ubi illu x it , scrisse Livio , Ro

man us productus in aciem (come si fece giorno, il R om ano uscito in ischiera). (i5 o ) Corse sul Circeo. Avanti queste parole nel testo I S t ari Ttt v ltt l i t r t t , andandogli incontro verso lo stesso luogo , proposito affatto superfluo che imbarazza il discorso , e che sem bra quasi ripetuto da quanto leggesi poco sopra : gli si fecero incontro alla volta dello stesso luogo. P arv e esso gii so spetto al Reike che cosi lo modific. M tp tu m y tp tittt v v t Ito 7 i ti I x u A t* y tt/x is &xtl*tltt tiri 7c> v ltt l i u t i , Jta-> gellato d alcuno di coloro che al luogo concertalo in Anagni eransi trovati. Io h o creduto far meglio omettendofo affatto. Avea quello ragazzo prevenuti gir a ltr i, ed era Avariti di lor giunto sul Circeo. (i5 3 ) Ed essendosi cercato. 1 com m entatori sono alquanto imbarazzati nel calcolo delle giornale che il senato assegna al1 assenza ed al viaggio di Dem etrio sin allo stretto di Sicilia. Nega

i8o
lo Sehw eigh. che costui, partito essendo, da R om a cinque giorni innanzi, potesse nel sesto essere pervenuto allo stretto ed averlo gi passato. Ma poco appresso leggesi eh egli aveva il vento fa vorevole , col quale navigando sole cinque miglia all ora potea varcar uno spazio di ben seicento miglia, cio il doppio almeno di quella distanza ; end ben facile che nel quiuto giorno a p punto si trovasse gi innoltrato nel m are I o d o al di l dello stret to. Il perch io stimai giusta la lezione del cod. Bav. *7dj 7S

fuori dello stretto) e la ritenni. E*7*Jr cbe ha 1 O r

sini e da lui il Casaub. ho p er a rbitrario non meno che assur do, dappoich quando deliberava il senato e calcolavasi dov es ser potea Dem etrio era non il sesto , sibbene il quinto giorno dalla sua fuga. I I Reiske pertan to non and lungi dal vero, sup ponendo che Polibio scritto avesse: vhi) r t( tu leu xcpSfiev ,

gi di l dallo stretto ; ch r dovuto all O r s in i, nel cui cod. non si trova , ed x col genitivo 1Z repSftcv non a b
bastanza greco. ( 5 4 ) Onde prevedeano. A volgarizzare letteralm ente il testo conveniva scrivere : E perch supponevano ec. (t t f t t t t

vwtX x ftfiiio th f), il qual m odo d esprimersi significherebbe che il

supp orre d aver fatta molta strada navigando ed il prevedere di nop raggiungerlo fossero due cose al tutto d iv e r s e , qu and o la seconda era piuttosto conseguenza della prim a , lo che mi sono ingegnato di ren dere colla congiunzione onde. F o rse fu questa negligenza di stile , del quale difetto il Nostro non pu al tutto scolparsi. ( 1 55) E quindi. Non p a n n i cbe fosse da tentarsi 1 in che 1 'O rsini m ut 1 iiS i del suo codice, dallo Sehweigh. can gialo in S u , ina conservato nelle edizioni alla sua anteriori. D ov.aano gli ambasciadori, dice Polibio , esaminare p rim a gli, affari de Greci d E u ro p a , e quindi i r i , passar in As8, dove tr e in cum benze gli aspettavano, indicata ciascheduna d al rispettivo ver bo in futuro (xttfttStKirtt, ta llirti* , Sitvitfitiirtn). Solo couve-

i8i
niva a maggiore chiarezza aggiungervi un kx ' i , siccome feci nel volgarizzamento. (5 6 ) Nominaron adunque Tiberio. Qui m i souo allontanato dal Lesto , a ci indotto dal ragionam ento dello Schweigh. , che n on posso a meno di qui addu rre p er intiero: N om inaron ad u n que T iberio. E perch T iberio? E qual la causa a cui si rife risce quel adunque ? Non n e apparisce nessuna. Crediam o che Polibio avesse aggiunta cotesta causa, ma che 1 epitom atore la negligesse, o la oscurassero i copiatori ; cio che T ib. Gracco fosse gi prim a stato eletto ambasciadore per visitare le contrade di cui trattasi ( V . il cap. 5 ). E lo stsso verbo y ty a ttta t nel preterito perfetto sem bra indicar abbastanza,, che Polibio avea gi espressa la stessa seutenza ; perciocch altrim enti doveva esservi

yiyrtrUui ovveram ente ytttrB xi. Ma lo stesso verbo y ty tt'u a i ci


fa sospettare che lAutore in tal m odo scritto avesse: Aie Tet T j-

fitpict nalttrrnratl irptrptvlt Sia Tt xaltt lti irptTipxt iSti Trpt<rf}ti*r r a ti n i vlittlni y ty tttr a i.n L e quali parole ho fe
delm ente trasportate nella mia versione. ( i 5 j Demetrio aspettando. Da Z onara ( ix , a5 ) sappiam o , che Dem etrio non pass subito in Asia , ma che ferlnossi nella Licia , donde spedi le prim e lettere al senato. dunque p ro b a bile che col egli aspettasse un messo con nuove della patria , dov egli avea gi m andato innanzi Diodoro p e r informarsi dello stato delle cose e p er investigare 1 anim o del popolo. (i5 8 ) Catone ec. Nel lib. xxxir, c. n Polibio rito rn a su que sto argom ento, ed attribuisce la causa di colale lussuria a tesori recati a R om a dopo 1 esterm inio del regno Macedonico. Diede essa m otivo alle legge F a n n ia suntuaria prom ulgata l anno di R . 5g3, essendo consoli M. F a n n io Strabone e C. Valerio Messala, secondoch M acrobio (Saturo., in, 1 7 ) riferisce da Sereno Sam orico ed A. G ellio ( 11, a 4 ) , per la qual legge le spese ne giorni festivi sono lim itate a cento e venti assi, e negli altri giorni da dieci a trenta. In ragione di due soldi veneti p er asse, giusta la stim a che ne fa il Forcellini, sarebbe siffatta spesa al certo molto

i8 a
fru g a le , ove applicarla si dovesse alle singole famiglie , ed attealerebbe quanto fosse a que tem pi in Rom a la modicit de mezzi pecuaiarj. (i5 g ) V orcio di salame politico. orcio un vaso di terra colta, nel quale vidi io T oscana tenersi l olio. H o preferita que sta denom inazione a quella di qualsivoglia a ltro vaso che serve all uso d i riporvi e conservarvi siffatti generi, per la,m ateria di cui quel recipiente form ato, e eh esprim e il vocabolo * t f i f u t i . - Le cose salate fl ift^ tt 'j del Pon to sono ram m entate dal No stro nel lib. v , c. 38, dov egli parla de prodotti che quelle con trad e forniscono agli stranieri. ( 1 6 0 ) Tolemeo minore. Vedi sopra il cap. 1 8 , dov detto cbe il senato elesse ambasciadori T . T o rq u ato e G n. M enila p e r accom pagnare quel re iti G reci e consegnargli C ipro. ( 1 6 1 ) Facio. Piccola citt .della Tessaglia ram m entata da T u cidide (iv, p. 3o5, ediz. Pori.), da Livio (x x x v i, i 3 ) e d a Slef. BizanL L O rsini v orrebb e sostituirvi parte interna del tem pio , rendend o oscuro un passo che di p e r s chiaro, lm per* ciocch form ando la Tessaglia parte del regno di Macedonia, n on assurdo d i e Dam asippo fosse dal N ostro qualificato macedone, e Facio posto nella Macedonia. L o Sehw eigh. seguendo il Ca saub. tradusse : Phaci (quod Macedomae est oppidum). ( 1 6 2 ) Nella Perea de R odii, cio nel continente che questi possedevano dirim p e tto alla loro isola , m a che dopo la guerra fu loro tolto da R om ani, cb e dichiararono liberi i L k ii ed i C a n i. fY - la nota i 5 al lib. x v u ; lib. i l i , c. 5 , e xxxi, 7 ), (63) Egli era marciato innanzi. 1 MS. h a nno *ftr*tyyit7r c h e 1 O rsini bene m ut in xftrm ym yitl* singolare, riferen dolo come si deve a T o le m eo , e cosi scrissero gli editori dopo di lui. M i m araviglio pertanto che Io Sehw eigh. abbia conservalo il p lu ra le de* codici. Meglio sappose l o stesso a cangiare in / ? . il volgalo w ftm y'. dappoich cam m inando dalla Lieia atta to lta della Panfilia, T olem eo andava innanzi e si avvicinava a Cipro.

(164) Side. Citt marittima della Panfilia , di ricontro alla

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punta nord-ovest di Cipro, dove Tolem o sbarcato sarebbe dopo un breve tragitto. (6 5 ) Api. Borgo dell Egitto secondo Strabone (xvn, p. 7 9 9 ), alla sua estrem it occidentale verso la Cirenaica. Tolem eo (iv, 5) 10 pone tra i luoghi m arittim i che sono nella prefettura della L i bia, dove si vede che Polibio ancora lo colloca. E forse era que-> sta prefettura chiam ata Libina, come danno i MS. e le edizioni ; n dovea lo Schweigh. di suo arbitrio farne Libia, senz apporvi la qualificazione di prefettura. ( 1 6 6 ) Torquato. Qui ho cancellato, siccome fece lo Schweigh., le parole * *) T t tT flc t. bonariam ente interpretate dal C a sa u b .,

Torquatus interim et Titus, quasich o ltre a T orquato vi fossa


u n a ltro T ito ; n tenni, ad imitazione dello stesso com m entato re , alcun conto della correzione del Reiske 7'* x< T/7 , il quale

chiamati da noi ancora Tito, comech frase di b u o n conio, quando


con ssa vuoisi indicare una persona che p e r due nom i si cono sce, non essendo questo costume di Polibio, *.*)

XatrabXif io lessi gi in un sarcofago di sicomoro de tempi d An


tonino Pio , tratto da nna delle m inori piram idi sepolcrali delr Egitto.
(1 > ]) Alcune

cost prometteva ec.La versione che fa lo Schw eigh.

di questo luogo non m i sem br abbastanza esatta, ed ho preferita quella del Casaub. Il p rim o scrisse : pahtiu pollice* te , pjbtim

audire nolente, il secondo quaedam, che ripetuto esprim e p ro prio il rt feit . . . 7t St, quando partim po treb be riferirsi allo
stesse cose, che T olem eo pa rte avesse p r o m e s s e , pa rte no n vo lute ascoltare ; lo che sarebbe assurdo. Molisi ancora che trapu

n ti ti) non equivale altrim enti a non ^scollare, sibbene ad ascol


tare con negligenza, poco b adando a ci ch e viene detto (V. la nota 1 4 1 al lib. xxx. E cosi la intese il C asaub., voltandolo ne

glige ter andiente. ( 1 6 8 ) Nulla gli faceva sapere. L o Schw eigh. p e r conservare 11 volgato Si*r*QHtur$*i p ropone di aggiugnere al pttiStt del testo ftnSu, p e r m odo che avrebbe detto il Mostro ; Perch nessuna

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alcuna cosa gli avea riferita. Ma in tal ipotesi conveniva scri vere jiell attivo Sixt*<pi<rxt, oppure S iteranti tircu. Meglio , p er quanto io stimo, ssrebbe di conservare il semplice fttiStt col pas sivo StatrctQti&Ztxi. II secondo futuro passivo fii{t<rx(pJcstS'c c I, che
alla scrittura V o l g a t a si avvicina, qui certam ente non conviene. ( 1 6 9 ) Torquato s'inducesse a venire. Questi lusingavasi T o lemeo che gli riferirebbe le determ inazioni del fratello. Non so pertanto a che cosa pensasse il Casaub., quando cos tradusse que sto luogo : Tanquam per hunc et Torqualum quod cupiebat esse

effecturum (quasich per mezzo di costui e di T orquato egli fosse p e r conseguire ci che desiderava ). Nfe punto s accost al vero il Reiske affermando la necessit di dare qui al verbo
il senso di approssimarsi al partito d alcuno. Riesce tuttavia du ro il < 75 jp 7. T ., non altrim enti che se con T orquato qualchedun altro dovesse venire. ( 1 7 0 ) Ma conformatosi quegli ec. P er ben com prendere le p rim e parole di questo periodo convien riflettere a quanto con tenuto nel seguente, dal quale scorgesi che Tolem eo maggiore avea con abb ond are di cortesa tratti dalla sua gli ambasciadori rom ani. Q uin di da riferirsi 77<v a Merula , sopraggiunto dopo T o r quato e gli altri e h erano seco, e 1 ho indicato cod quegli a scanso di equivoco chc potrebbe far nascere il pronom e usato dal N o stro. Non trovo pertan to necessario di aggiugner a 7 cu xpflip'et Un participio che denoti la venuta e la spedizione de prim i am basciadori in A lessandria, siccome lo Sehweigh. am erebbe che si faccia. Anche nel volgarizzamento sarebbe bastato di coloro di

prima.
( 1 7 1 ) Con ogni genere di compiacenia. Il Reiske seguito dallo Sehw eigh. corresse il volgalo e ne fece *<? y t n t . I l re certam ente non avea bisogno di giugnere siccome gli am basciadori, n altro senso pu darsi a quel verbo. Advenert enim

major fratrum , tradusse assurdam ente il Casaub. Tacio del mal


suono che ren derebbero que due participi! loro v ic in i, il quale si cangerebbe, a d ir vero, leggendo, c o nform e'propo ne lo stesse R eiske, irupaytuptitttt.

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( 1 7 3 ) Le eiu. Le altre quattro cbe con Cirene formavano la Pentapoli, cio Berenice, Arsinoe, Tolemade, Apollonia. V. la nota 106 di questo libro. ( 173) Partecipando. Male tradussero il Casaub. e lo Sehweigh. contcium fuisse (fosse consapevole). da m i iti, comune, vale comunicare, prender parte a qualche cosa, d pi assai d esser conscio. (174) Tolemeo Simpetsi. Il secondo di questi pomi di co* nio egizio,, alla qual nazione veggiam tosto che costui apparte neva (V . la nota > 5 g al lib. v). 1 commentatori, ci non con siderando, ne dissero e ne fecero di belle. L Orsini propose di cangiarlo in cvfiviriti , compotatorem (compagno nel bere). Il

Casaub. lasci il noine intatto, e vi premise un asterisco, ina nella versione pose soltanto Ptolemaeum con cinque punti appresso. Lo Sehweigh. pretese di grecizzarlo, dubitando che finisse in a n o e non altrimenti iu Vir. (175) Allorquando egli navig a Roma . Vedi il cap. 18 in tal principio e la nota io 5 corrispondente. (176) Il grande Catabatmo. Questa citt marittima era , se condo Strabone (xvn, p, 798), 1 ultima dell Egitto, e dopo d essa cominciava la Cirenaica. Tolemeo la pone in distanza di due gradi circa da Api- Suona cotesto nome discesa , calata , che deriva forse dalle erte strette che varcare si dovea per passare da un paese all altro. Strabone non le aggiugne il qualificativo di grande, cbe parrebbe accennare ad uua picciola, ma che non si trova nc geografi, fuorch in Tolemeo. (177) / Libii. S intende sempre degli abitanti della prefettura libica che comodamente possono chiamarsi Lihini, conforme hanno i MS. e le edizioni, traune quella dello Sehweigh., il quale con fonde qui i Marinaridi co Libini, di cui Tolemeo fa due distinte prefetture, dando agli ultimi per confine la Cirenaica , non gi a primi. Strabone (1. c.) dice che Marmaridi sono i barbari che abitan intorno alla Cirenaica, ma non li chiama Libii. (178) E di comparire da tergo a. nemici. Felicissima corre

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zione fece qui Io Schweigh. al lesto, che reca queste parole senza senso: xctt K a lx tt t I t !!( *Ai p itie \ntpxi> nr$xi.l\ Ca sali!). tuttavia conservolle traducendo: Darentque turarti ut hostes nee opinantes ex improviso invaderent (e s ingegnasse dat taccare i nemici, che noti se lo aspettavano, improvvisamente). Al* 1 Orsini non piacque la scrittura Volgata , ma egli non la cor resse. Il Reiske sugger x a l x t t t r t i 7 . sr. i r . , ovverainente xxmt. 1 *61 v v 7. . Ir . , divisar un luogo donde compa

rir a' nemici. Ma lo Schweigh. lesse xml a t \ t 7 .

Ix-iip., frase

in varii altri luoghi usata dal Mostro per esprimere la posizione presa al dorso del nemico, e che beoe opponesi al di fro n te (x7

elifta) che tosto segue. (179) Avviandosi alla salita. La discesa dunque, donde Catahalmo trasse il nome, conduceva da confini Cirenaici in questa citt (V. sopra la noia 176). (180) Del forte con quattro torri. Cos tradussi T7pmievfylu, che non p<irmi essere stata una citt , alla quale andrebbe an nessa la solita (chiamata), sibbene un grande serbalojo fortificato d acqua potabile , mollo prezioso in una contra da doveva detta di Strabone (1. c ), difettavasi di questo cosi ne cessario liquore. La T t fatta f y i * , ovvero T ifx x h fy tx (plurale neutro) dell anzidetto Geografo sembra diversa da quella che ab biamo per mano, non essendo situala sollo il monte dov erano le strette, sibbene dopo Phjrcus, Ira cui e Catabalmo compari scono diverse citt. (181) Avendolo pure raggiunto. TmfmxXt che qui riscon trasi propriamente navigar appresso, al fianco , lo che non improbabile che facessero le navi di Mochirino nell atto che Toleineo, non lungi dalla costa, varcava il deserto. Ma chi era co testo Mochirino in addietro non punto nomi nato? Sarebb egli stalo inandato per mare da Tolemeo minore con parte delle sue forze, onde scemare all esercito i disagi della marcia per una contrada deserta ? A me sembra quesla cougetlura la pi probabile, ma , ove la si adottasse, non converrebbe u il volgato *

187
*, che indicherebbe luogo anzich persona, siccome la intese il Casaub., n 7 ? xip M*%vfhtr, secondoch piacque al Reiske ed allo Sehweigh., dappoich in questa supposizione non si trat terebbe, giusta l uso della lingua greca, che di Mochirino e de) suo seguito. Io propongo adunque di scrivere r l t , ovvero in-a, con, o sotto Mochirino, oppure piti* con Mochirino. Polrebb eziandio darsi che s'avesse a leggere x 7 t A i vr 7 # * ,

approdando, giugnendo per mar* a lui-; ch -rp*-Ae-

r<t7f in siffatto senso non pu riceversi. In tale perplessit io

ho volgarizzalo questo luogo per modo che ne emergesse un si gnificato coerente alla circostanza, in cui quel re allora trovavasi. - Quanto alla citt supposta di Mochirino, che lo Sehweigh. trova nella Cappadocia , citando Tolemeo , invano la si cerche rebbe presso questo Geografo ; sibbene pone egli in quel regno una Telrapirgia mollo dentro terra nella prefettura de Daucreti. (182) Da ci ch egli ebbe fa tto in Alessandria. Era costui uno de pi orribili mostri che occupato avessero un trono, e vi corrispondeva la sua figura, il brutto cefTo, la statura picciola, il ventre smodatamente grosso, per il quale Fiscone (ventraccio) fu sovrannomato. I suoi laidi costumi e le crudelt da lui com messe descritte sono da Diod. Sic. (Excerpt. de virt. et vit., edit. Wesseling. (t. 11, p. >97), e da Giustino (cap, 38 , p. 33 g e seg.). La' uccisione pi atroce ond egli si bruttato quella del pro prio figlio, eh egli ebbe da Cleopatra sua moglie ed insieme so rella (Vedi Valer. Massimo, lib. x, extr. cap. 11, 5 ). Giovine bello e d ottime speranze era questo infelice, e perciocch Fiscone so spettava aver la moglie suscitato il popolo a rovesciare le sue sta tue ed a distruggere le sue immagini, il fece alla sua presenza tru cidare , e mand il capo, le mani ed i piedi troncali dal corpo e coperti d un pannolino in una cesta per regalo alla misera ma dre nel suo giorno natalizio. ( 183 ) Cornano. Mei lib. xxvm, 16 riscontriamo uno di questo nome che sedeva a consiglio col re Tolemeo minore, allorquan do Antioco Epifane occupalo avea T Egitto, tranne la capitale^

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(184) Tolemeo maggiore licemi ee. Al Reiske h doruta la vera lezione di questo luogo che storpiato avea parte la viziosa scrittura del tsto, parte 1 arbitrio dell Orsini, affine di adattare alla sua supposizione, ci che ne MS. rimaneva di sano. Ne ri sult viAura> io vece del non isbagliato stAvri che recavan i codici , ed it xpiff r t f i , gli ambasciadori che

viaggiavano, cio Tib. Gracco, L. Lentolo e Servilio Glaucia , mandati, secoudoch leggesi nel c. a 3, in Siria, i quali si pretese che passassero. per Alessandria e licenziassero Torquato e gli am basciadori che seco lui erano; quasich avessero avuta l'autorit di mandare a cjsa i loro colleghi. Ma fatto sta ebe xtX vn molto bene s aecorda cpn r f t r f i i l t f t t ed amendue que ste lezioni danno un senso ragionevole. Le edizioni anteriori al Reiske si attennero all Orsini, e lo Schweigh. accett la emen dazione del commentatore alemanno.

F l t f B D E L L E A N N O T A Z IO N I A G L I AVANZI D E L L I B R O T R I G E S I M O P R I M O .

DELLE STORIE
DI POLIBIO DA M EGALOPOLI

1 1

AVANZI DEL LIBRO TRENTESIMOSECONDO.

I. Venne intorno a que tempi da parte di Tolemeo ^ f minore per ambasciadore (1) Cornano , e dal. maggiore similmente (a) Menillo d Aiabanda. I quali poich en* ^ 1T Jj' trarononel senato, ed ebbero fatte.molte p aro le, e svii- A m b \ 17 laneggiatisi reciprocamente, sostenendo (3) T ito Torqua to e Gneo Menila colla loro testimonianza .molto ardentejaenlela causa del m inore; (4) piacqueal senato di (5).far uscire Menillo da Roma entro cinque giorni, d i. toglie re lalleanza con Tolemeo maggiore, e di mandare ambasciadori al minore per significargli ci cbe area decreta to. Nominaron adunque Publio (6) Apustio e Cajo Len tulo , i quali partitisi incontanente per Cirene annunzia* ron (7) a Tolemeo con ogni diligenza le prese risoluzio ni. Questi rinfrancatosi, assold subito g e n te , ed era con tutto l animo rivolto all impresa di Cipro. Cos era- , no le cose in Italia. P o l i b i o , lo m . m i. t i 4

*9

II. In Africa, (8) Masinissa veggendo la moltitudine i. di R. 5g3 delle citt fabbricate intorno alla (9) Sirte minore, e la imb. 118 bellezza della contrada che chiamano E m porii, e da lungo tempo adocchiando con avidit i ricchi proventi di que luoghi, si accinse a (10) stuzzicare i Cartaginesi, non molto prima de tempi test mentovati. Della cam pagna presto si fece signore, possedendo egli i siti aperti: eh i Cartaginesi erano sempre poco atti alla guerra terrestre, ed allora al tutto effeminati per (11) ca gione della lunga pace. Ma delle citt non pot impadro nirsi, perciocch i Cartaginesi con ogni cura le custodi vano. Avendo amendue rimesse al senato leMoro con* tese, ed essendo a questo effetto venuti sovente amba* sciadori da entrambi ; i Cartaginesi erano sempre al di sotto presso i R om ani, (13) non per giustizia, ma per ch i giudici credevano che siffatta sentenza fosse ad essi stile. Imperciocch ^13) avea non molto tempo addietro Io stesso M asinissa, inseguendo con un esercito il ri belle (14) A ttirato, chiesto a Cartaginesi il passaggio pella medesima cam pagna, ed i Cartaginesi glielo ne garono, ( i 5) siccome per quella che a lui non appar teneva. Tuttavia alla fine i Cartaginesi a tale si ridussero per le risposte de' Romani , per cagione delle qui ri ferite circostanze, che non solo perdettero le citt e la campagna 4 ma vi aggiunsero ancora cinquecento talen ti, sotto titolo del frutto di que luoghi (16) dal tempo clue incominci la contesa. III. Per ci che risguarda I Asia, Prusia sped a Roma ambasciadori insieme co G a la ti, per recare la*

Amb. 119

*9*
gnanze contro E um ene; (i j ) e questi vicendevolmente . di it. il fratello A ttalo , per difendersi dalle accuse. Ariarate spedito avendo a Roma una corona di diecimila mone* le d 'o r o , mand eziandio ambasciadori per significare al senato laccoglienza ch'ebbe da lui (18) Tiberio, (19) e eh egli era pronto a Care quanto gli comanderebbero i Romani.

IV. Giunto che fu (ao) Menocari in Antiochia pres* Ami, iao so Demetrio, ed esposto eh egli ebbe al re il colloquio avuto con Tiberio nella Cappadocia; stimando il re es ser al presente la cosa pi necessaria il trarre al suo partito , per quanto era in lu i, le persone anzidette ; posta da canto ogni altra faccenda-, mand ad essi d a p prima in Panfilia, poscia nuovamente in Rodo, (21) as sumendo d i far ogni cosa pe Romani ; -ed alla perfi ne (32) gli riusc di farsi da loro chiamare re : ch Tibe r io , il quale gli era (a3) molto affezionato, grandemen te contribu a (a4) farlo pervenire al possesso della p* lesta suprema. D em etrio, conseguita l occasione anzid e tta , mand tosto ambasciadori a Roma per recarvi una c o ro n a , e collii che colle sue mani ucciso avea Ottavio, e con questi (a 5) il critico Isocrate. V. (16) Intorno a quel tempo vennero da Ariarate j j . A gli am basciadori, cbe portavano la corona di diecimi* 5g^ la monete d oro, e dichiaravano la buona volont del Olimp. re negl interessi de Rom ani, a testimoni della quale (17) citavano Tiberio ed i suoi compagni. Questi avendo ci confermato, il senato accett la corona (38) con

A. di tu grande favore, ed in compenso gli mand i regali ebe


594 presso i Romani sono riputati i maggiori, (29) il basto* n e e la seggiola d avorio. Cotesti oratori il senato li cenzi incontanenteavabti l inverno. Dopo di questi venne Attalo , (3o) quando i -consoli erano gi entrati nel m agistrato, (3 i) accusandolo ed i Gelati che avea mandati P ru sia, e molti altri giunti dall Asia. Il sena to , poich ebbe tutti u d iti, non solo assolvette Attalo dalle accuse , ma Iicenziollo colmato di cortese. Inperciocch quanto era alienato dal re E u m en e, e l odia va , altrettanto (3a) accarezzava Attalo lo esaltava.
V

*9*

Amb. i l a

VI. Tennero eziandio dal re Demetrio ambasciado ri , (33) Menocari ed a ltri, recando a Roma ima coro na di diecimila monete d* o r o , ed insieme conducendo seco colui che avea messe le mani addosso a Gneo Ot tavio. Il senato era lungo tempo in forse circa il modo di trattare gli affari. Ci non pertanto accett gli am basciadori e ia corona ; (34) nia gli uomini eh erano stati condotti -non ricevette: quantunque Dmetrio spe dito avesse non solo Leptine l uccisore di G n e o , ma Isocrate ancora. E ra costui grammatico, di coloro (35) che danno pubbliche lezioni; ciarliere per natura , millan tatore e (36) sazievole, ed a-Greci stessi in o d io , co m e quello che (37) Alceo ancora, quando sco lui (38) di scendeva al paragone, (39) argutamente motteggiava e derideva. Venuto in S iria, (4o) disprezzava la gente , e non contntavasi d attendere a proprj studii, ma pro nunziava sentenze su pubblici affari, dicendo, che Gneo avea sofferto la meritata penq, e doveansi far perire gli

193

altri legati ancora, affinch non.rimanesse nissuno che A. di R. annunziasse a Romani 1 accaduto. Cos cesserebbono **94 da loro superbi com andam enti, e dalla loro (41) sfre nata prepotenza. Siffatti discorsi'spacciando cadde nell anzidetta disgrazia. VII. Ci che avvenne a summentovati degno di memoria. L e p tin e ,. poich ebbe poste le mani addos so a Gneo , gir tosto per (4a) Laodicea, dicendo pub blicamente , (43) aver s. data (44) a Gneo la meritata pena , e fatto ci per inspirazione degli -Dei. Ed: aeur do Demetrio prete le redini del governo, fu a lui esor tandolo, non paventasse la uccisipne di Gneo , n faces se qualche severa.risoluzione contro i (45) Laodicei; perocch egli andrebbe a R om a, d informerebbe il se n a to , come per volont degli Dei ci avesse fatto. Ed alla fine, per cagione della sua alacrit ed intrepidezza, fu costui menato a Roma senza ceppi e senza guardia. (46) Ma Iso c rate, come fu denunziato, usc al tutto di senno ; ed .essendogli state messe (47) le bove intorno i collo, ed attaccate le catene, di rado pigliava nutri m ento, ed intieramente negligeva la > cura del corpo. Il perch giunse a Roma spettacolo maraviglioso, guar dando il quale era forza confessare, che nel corpo e nell anima non v ha nulla di pi formidabile dell uo mo , quando una fiata inferocito. Imperciocch laspet to di lui era oltremodo terribile e fiero , come d uomo che da pi di un anno non erasi levata la lo rd u ra , n (48) tagliate leu g n e , n i capelli; e (4g) la disposizione dell animo (So) che spirava dagli occhi e da*movimenti facea tal vista, che chi l osservava a qualunque bestia

A. d i

*94 ff. sarebbesi 594 .esso. Ma

(5 i) pi. francamente appressalo, che non ad Leptine perseverando nella mente di prima, era pronto ad entrare nel sen a to , ed a tutti quelli che con lui parlavano confessava il fa tto , e sosteneva, che nessun male gliene sarebbe per derivare da Romani. La quale speranza non gli and fallita. (5a) Impercioc ch il senato, secondpch a me sembra, stimando che alla raollitodine parrebbe .vendicata 1' uccisione, ove gli autori di quella prendesse e punisse, non accett co storo ; (53) ma serbossi la causa in ta tta , affinch aves* se la facolt di giudicare le accuse, quando gli sarebbe piaciuto. Il perch rispose a D em etrio, eh' egli conse guirebbe la benevolenza de'R om ani, se soddisfacesse al senato (54) giusta la promessa di prima, (55) Vennero eziandio ambasciadori dagli Achei Se* none e T elecle, per purgarsi delle accuse ^ e singoiar* mente per impetrare grazia a Potibio ed a Stralio : ch gli altri quasi tutti e ragguardevoli (56) il tempo (5?) avea gi consumati. Erano pertanto gli ambasciadori incari cati di semplicemente supplicare, affiti clin o n paresse che si opponessero minimamente al senato* Ma poich entrarono e fecero i convenienti discorsi , non ottenne ro nulla ; anzi decise il senato di perseverare nel suo divisamento. V ili. La (58) m aggiore pi bella prova dell'animo di Lucio Emilio si rendette lutti manifesta, poich pas* s di questa vita. Imperciocch quale fu la opinione cir ca (5g) la condotta di lui mentre vivea^ tale fu t r o v a i

E$tr.PaL

*95 dopo la morte : lo che ciascheduno dir esser (60) rnag* i . di tt giore indisio di virt. Conciossiach avendo egli fra ^94 suoi contemporanei (61) recata di Spagna in Roma la pi grande quantit _d oro , ed essendo in Macedonia divenuto arbitr de maggiori tesori, possedendo* ampie facolt in amendue i paesi, (6a) tanto poche sostanze lasci, (63) che non si pot pagar tutta la dote alla moglie dalle suppellettili di c a sa , se di soprappi non si vendeano alcuni fondi ; di che abbiamo paratam ente ra gionato n e1 libri antecedenti. Laonde -dir taluno sva nire la gloria degli uomini che presso i Greci amtniransi in siffatto particolare. Imperciocch se degno d ammirazione l astenersi dadanari che offronsi ad al cuno peli utilit di chi li porge, lo che dicesi esser ac caduto (64) all ateniese Aristide ed -al lebano Epam i nonda; quanto pi da ammirarsi colui che fatto ar bitro di un reame intiero, ed ottenuta avendo la facolt di usarne come a lui piace, non desidera nulla ? (65) Che se quanto abbiam detto sembra esser a taluno incredibile, dee questi recarsi alla m ente, come lo scrittore sa bene, che i Romni massimamente sono per prendere in mano i presenti lib r i, perciocch in essi contengonsi il mag gior numero e le pi illustri delle loro geste ; le quali possibil non che ignorino , .n tampoco verisimile che perdonino (66) a chi falsamente le riferisce. Q uin di non vorr alcuno esporsi ad esser convinto di mani festa bugia e disprezzato. ci valga per tutta la no stra storia, allora quando ei si parr che diciamo qualche cps di straordinario intorno a Romani. IX. Siccome il progresso della narrazione e de lem-

iq

t. A R. pi (67) ne ha condotti a ragionar ili questa ca sa, cosi vogliamo (68) ci che n ellib ro antecedente rimase in prom issione, supplire in grazia di c h ia m a d1instruirsi. ConcTossiach io promettessi di narrare per qnal cagione e come cotanto crebbe in Roma la gloria di Sci pio ne, e risplendette pi tost che (69) non conveniva*!^ d oltre a ci in qual guisa 1 amicizia e famigliarit d Polibio coll anzidetto tanto, progred, che non solo pel1*Italia e plla Grecia se ne estese la fama, ma a pi lontani ancora si rendette nota la loro (70) affezione ed intrinsichezza. Che il principio adunqae^deHa loro con giunzine nascesse dal prestito di certi libri e da discorsi ehe sopra d essi fecero, ' abbiamo gi manifestato. Ma procedendo la famigliarit, ed esseud quelli che dalla Grecia erano stati chiamati (71) distribuiti pelle c itt , Fabio e Scipione, figli di Lucio Emilio, (72) impetraro no dal pretore che Polibio rimanesse in Roma. Poscia, essendo la loro intrinsichezza cresciuta di molto, accad de la seguente avventura. Usciti un giorno tutti (73) in sieme df casa F ab io , questi avviossi al fo ro , 6 Polfcio eoa Scipione torsero dall altra parte. Essendosi inaolt r a t i , Publio sommessamente e con modestia facendo udir la Voce, e divenendo rosso in faccia : Perch, dis se, (74) essendo noi due fratelli, in discorrendo tu conti* nuamente tutte le domande e le risposte a Fabio rivol g i, e me preterisci ? Aff, che tu bai di m ela stessa opinione che sento aver gli altri cittadini. ImpercioCch io sembro a tutti cheto e pigro, conforme o d o , e ml to dilungarmi dalle massime e (76) dalla pratica de Ro mani ', giacch i'(76) non prendo a difender cas. Ma

f97
la casa dia cui discendo, dicono j non richieder un tal A. di K capo , sibbene tra affatto diverso: lo che sovra ogni co* ^94 sa m affligge. X. Polibio, cui recava stupore (77) lingresso del di scorso in bocca ad un giovinetto (78) che allora non avea pi di diciotto anni: n o , pegli D ei, o Scipione , ripigli, non dir questo, n siffatte cose ti passino per la mente. Imperciocch noi faccio io gi perch (79) ti re puti da nulla o ti negliga ; ben lungi ne sono; ma perch tuo fratello maggiore, necolloquii da lui incomincio, ed in lui finisco, -nelle risposte en elle consulte a lui m at tengo , stimando che tu partecipi la sua opinione. E d' ora mi compiaccio' in sentendo da t e , (80) che ti sem bri esser pi dolce di quello che convengasi a chi di stende da cotal famiglia; perciocch.manifesto ne fia che grande - l animo tuo. Io, pertanto con piacere a 1 te mi d a re i, e ti presterei 1 ajuto mio per farti dir ed operare cose degne de'tuoi maggiori. Conciossiach (81) per ci che spelta aglinsegnamenti, cui ora vi veggo dirizzar ogni vostro studio, n tu, n il fratello difette rete di chi volonteroso vi poiger l opera s u a ; giac ch' molti di siffatti uomini veggo al presente affluir dal la-G recia. Ma per le cose c h e ,' siccome tu di, ora-taffliggono, io credo che non potresti trovare coadjtore e cooperatore pi opportuno di.noi. Mentrech Poli bio ci diceva , egli prendendo la destra di lui fra le sue mani e stringendola con molto fletto : Se i o , d isse, vedessi >quet giorno, in cui posponendo ogni altra, co s a , a me 1 animo rivolgessi, e -convivessi :meco , io da quel tempo tosto mi stimerei pi degno della mia casa

198

. di R, e de'm ii maggiori, Polibio parte rallegratasi ia osser^94 vando l impeto del giovinetto, e l accoglienza ch egli a Ini facea, parie era confuso considerando la poten za della casa e l opulenza della famiglia. P el resto do po questa (82) mutua dichiarazione il giovane, non se* parossi da Polibio, ed a tulio prefer la sua conversa zione. XI. Da qusto tempo in poi sperimentandosi di con tinuo reciprocamente negli stessi a ffa rig iu n se ro ad amarsi l un 1 altro con amore paterno e di consangui nei. La prima inclinazione e gara dell' onesto che in lo ro destossi, fu il procacciarsi lode di continenza, e avanzar in colai parte quelli ch erauo della loro et. La qual corona tanto insigne e diffidi a conseguirsi, (83) ottenevasi allora in Roma agevolmente pelle male pro pensioni della maggior parte degli uomini. Imperai00ch quali ad amare fanciulli, quali a praticar meretrici (84) tutti si abbandonavano, molti (85) a canii osceni ed a gozzoviglie ed a siffatte lussurie, (86) avendo ben presto dato di piglio nella guerra Persica alla leggierezza de Greci in cotesto particolare. tal fu l intempe ranza in cui circa queste faccende cadde la giovent, che molti comperaronsi il mignone per un talento. .Il qual tenore di vita , (87) quasi che dissi, risplendeva a' tempi ora .m entovati, primieramente p e rc h ,, disfatto essendo il regn Macedonico, 1 arbitrio d ogni cosa sembrava non poter essere loro disputato j poscia per ch grandemente cresciuta era la prosperit.cos nelle private sostanze come nelle cose pubbliche, quando recate furono a Roma (83) le ricchezze della Macedonia.

*99

Ma Scipione, trattosi all1opposta ragione di v ita ,e p u - X. di R gnando contro tntte le libidini, e rendendosi p er ogni ^94 mdo consentaneo ed unisono a s medesimo , fece al* T incirca (89) ne primi cinque anni universale la fama della sua (90) compostezza e continenza. Indi applicossi immantinente a superare gli alti'i in magnanimit e ca stit nel maneggio de danari. Alla qual virt egli ebbe un (91) bell ammaestramento nella convivenza col suo (92) padre carnale , comech sortito gi avesse dalla na tura a ci una grande inclinazione. Molto cooper'ancor (93) la fortuna a siffatto divisamento. X II. Dapprima gli mor la madre del suo padre d adozione, eh era sorella di suo padre carnale Lu cio E m ilio, e moglie di Scipione suo avo di adozione, cognominalo (94) il maggiore. Costei lasciata avendo una grossa facolt, ne fu egli l erede, e con essa era per dare il primo saggio del suo animo. Soleva Emilia, (9$) ch questo era il nome dell anzidetta donna), (96) sfoggia re con magni6cenza nelle (97) pompe m atronali, come quella che in florida fortuna vissuta era con Scipione. Imperciocch, oltre all ornamento del corpo e del coc chio , (98) la seguitavano canestri e tazze e le altre cose tutte necessarie a sacrificii, quando d argento, quando d o ro , nelle pi solenni pom pe, ed a questi teneva dietro la folla delle fantesche e degarzoni. T u t to cotesto apparecchio (99) don Scipione subito do po la sepoltura d -Emilia alla m ad re, fa quale molto tempo addietro (100) eraji separata da Lucio E m ilio, e menava vita pi ristretta di quello che si conveniva alla nobilt de suoi natali. Il perch essendo essa stala

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t. di B m prima lontana dalle solenni1ptape, celebrandosi allora
per avventura un insigne e popolare sacrificio, quando lisci coll apparato e colla suppellettile di E^nilia, ed inoltre:co'm ulattieri e colla biga e (101) col cocchio* pensile che a quella avean appartenuti ; le matrone cbe vedeano la faccenda, stupefatte erano della bont e ma gnanimit ; di Scipione, e tutte,stndendo le mani gli auguravaa ogni maggior bene. Ci dappertutto sembra to sarebbe un atto o n esto , ma in Roma eziandio am mirabile; (102) perciocch nessuno vi d .volentieri alP altro alcuna parte delle sue sostanze. Cos incomin ci a divulgarsi la fama della sua ( 1o3) o n est, e creb be grandem ente, merc dellesser le femmine ciarliere e (io4) sazievoli in tutte le cose a cui si gettano. X III. Poscia doveva egli alle figlie di Scipione mag gio re, sorelle (iofc) del padre adottivo, pagare la taet della dote. Imperciocch il padre (106) pattuito avea di dar a ciascheduna delle figlie (107) cinquanta talen ti ; e di.questi la. madre subito diede, ammariti la met, dell altra met morendo rimase debitrice. Onde Scipio ne dovette pagar questo debito alle sorelle del padre. M a siccome giusta le leggi deRomani hanOsi a sbor sare i danari dovuti per dote aUe donne in tre anni, poich secondo il loro costume sortosi prima dati gli ad dobbi avanti il decimo m ese, cos ordin tosto al ban chiere, di fare ad amndue il pagamento de venticinque talenti entro dieci mesi. E d essendosi (108) Tiberio Grac co e Scipione Nasica (ch questi erano i mariti delle 'anzidette d o n n e ), come prima decorsi furono i dieci mesi, recati dal banchiere, ed avendogli chiesto, se Sci-

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pione gli avesse qualche cosa ordinato circa i d a n a ri, A. di A e dicendo costui che sei prendessero, s (log) contando ad entram bii venticinque talenti: essi dissero ch e gli errava, perciocch al presente non tutta la somma, ma la terza parte secorfdo la legge ricever doveano. E replicando quegli che Scipione gli avea cos ordinato; non s fidando di Ini andarono dal-giovine, stimando eh egli avesse sbagliato : (1 io) n a ci s'indussero sen za ragione. Imperciocch in Roma non he cinquanta talenti avanti tre anni, non ne danno neppur uno innanzi al giorno stabilito : tale e tanta la diligenza che tutti pongono nel d a n a ro , ed il-frutto che traggono dal tem po. Recatisi pertanto da Scipione, ed interrogatolo qual ordine avesse dato al banchiere; e dicendo eg li, di sborsar tutti i danari alle sorelle; gli risposero, m o strandosi di lui solleciti, th andava errato; dappoich a tenor delle leggi permesso gli era di valersi dedanari (i 11) per buona pezga. Ma Scipione sosteneva d i non errare, e che cogli,estranei egli esattamente osservava le leggi, ma co 'p aren ti ed amici trattav a, per quanto era in lui, se;mpliceniente e con generosit. Quindi.gli eccitava a prender tntto il danaro dal banchiere. Ti berio e N asica, ci u d ito , zitti se ne andarono, atto niti della magnanimit di Scipione, e condannando la propria ( l i a ) scrupolosit, quantunque a nessuno de Romani fossero inferiori. XIV. Dopo due anni morto essendo il suo padre carnale Lucio E m ilio , e lasciando eredi della sua fa colt lui ed il fratello F a b io , fec egli un'azione bella t degna di memoria. Imperciocch Lucio essendo sen-

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A. di R. za figliuoli, per avere gli uni trasferiti ia altre case, e

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gli altri ch educati aveva ( n 3) a saccessori della sua famiglia essendo tutti m orti, a questo lasci le soe so* stanze. Scipione, veggendo che il fratello avea una .for tuna pi scarsa della sua, rinunzi a tu tta la facolt, ( i4) stimata meglio di sessanta talen ti, affinch per tal modo lavere suo eguale fosse a .quello di Fabio. Divulgatosi questo fatto , vi aggiunse un altro aggio pi. co spicuo del suo animo. Imperciocch volendo il fratello dare nefunerali del padre spettacolo d accoltellanti, n i poteadoue sopportar la spesa pella quantit de da* nari (115) che in quello si consumavano , Scipione vi contribu la met dalle proprie sostanze. E d ascende siffatta spesa tu tta, chi voglia far la c o s a eo a magnifi cenza, a nientem eno c b e ( n 6 ) trenta talenti. (117) S p a r sa che fu la fama di questa cosa, mor la, madre di Scipione ; ed egli fu tanto lungi dal riprendersi ci che ip addietro le avea donato, (118) intprno alla qual co sa noi abbiamo testi p arlato , che qusti effetti, non me no che tutto il resto della facolt diede alle sorelle, seb bene niente di quella loro appartenesse (119) secondo le leggi. Il perch avendo le sorelle di lui nelle pubbli che pompe preso lornamento e tutto L apparato d i.E m ilia, rinovossi la fama della sua magnificnza e della benevolenza verso i suoi. Essendosi adunque Publio Scipione sino dalla prima giovent siffattamente prepa rato , giunse ad acquistarsi gloria di continenza e di pro bit. E spendendo forse sessanta talenti ( ch tanto dia de fuori del suo) ebb egli da tutti lode di (tao) onesta b o n t, ci procacciandosi non Unto polla quantit de

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danari, che peli1 opportunit nel darli, e pel contegno A. di A nel conferire la grazia. Di continenza venne in grido( ^94 Senza spender nulla ; ma dilungando da s molli va* rii diletti , guadagn inoltre la sanit e la buona com plessione del corpo; la quale accompagnato avendolo per tutta la vita mlti piaceri e belli compensi gli diede ( la i ) delle facili volutt ond egli prima erasi astenuto. XV. Resta la parte spettante alla fortezza , che in ogni repubblica, ma singolarmente in Roma la prin* cipale; e nella quale era mestieri di fare grandissimo e* sercizio. Ma a cotesta sua impresa egregiamente coope r la fortuna. Imperciocch siccome,' (122) i re di Mace donia applicavansi con moltissima cura alla caecia, ed i Macedoni (12?) liberi lasciavano pella raccolta delle fiere i luoghi pi opportuni ; cos erano cotesti siti col la medesima diligenza di prima custoditi, duraute tutta la g u erra, ma per quattro anni punto non vi si caccia va , essendo il re da altri affari distratto ^laonde eran pieni d ogni maniera di Selvaggine. Finita pertanto la guerra , Lucio Emilio stimando che la caccia ed ottimo esercizio e (ia^) sollazzo recherebbe alla giovent, pre sent i cacciatori regii a Scipione, ed a lui diede tutta la licenza della caccia. La quale avendo lanzidetto ri cevuta e credendosi quasi r e , vi si occup tutto il tm po che dopo P ultima battaglia rimase lesercito in Ma cedonia. E d avendo egli in questo particolare amplissi ma facolt, ( i a 5) per modo che, essendo nel fiore dej* l e t , e per natura a ci disposto, non altrimenti che un giovin cane animoso con perseveranza traeva dietro alla caccia. Il perch ritornato in Roma, ed aggiuntosi

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4. d R. al suo il fervore di Polibio questa parte, quanto gli
^94 altri giovani negudizii e nelle (126) salutazioni s* affan navano, trattenendosi nel foro, ed ingegnandosi .di racco mandare s stessi con ci alla m oltitudine, tanto Sci pione aggiratosi nelle cacce, e facendo sem pre1qual che cosa d illustre e degno di memoria, ne ripprt pi bella gloria degli altri. Imperciocch questi non conse guivano lode, se non offendevano qualche cittadino; ci solendo portar seco la ragione de giudizii; ma egli sen za far male a nessuno, conciliava*! presso tutto il po polo fama di valore gareggiando in lui i fatti (127) colla pub blica voce. Perci in breve tempo tanto avanz i cuoi eguali, quanto nessuno.giammai, rammentaci tra iR o : m a n i, sebben egli (>28)-nell amor della gloria cammi nasse per una via affatto contraria a costumi ed agli statati de Romani. XVI. lo mi sono molto disteso nell' esposizione del tenor di vita che segu Scipione (129) dalia prima gio vinezza , stimando che siffatto .racconto dilettevole sa,r a1 vecchi ed utile a giovani ; ma sovrattutto .per procac ciar fede a quanto ( i 3o) sar per dir,e intorno a lu in e libri appresso, affinch i leggitori, cui poscia strani sem breranno gli avvenimenti a lui occorsi, al merito di tan t umo non detraggano le felici geste con. consiglio o p erate, ed alla fortuna le attrib u iscalo , ignorando le cause, donde ciascun fatto procedette, da pochissimi in fuori, che ascriversi debbono alla fortuna ed al caso. Avendo noi sin qui scorse queste .cose per digressione, ritorniam al punto della nostra narrazione, donde ci ae ravamo dipartiti.

205

XVII. ( i 3 i) Dagli Atenisi e dagli Achi vennero am- . d basciadori Tearida e Stefano, pell rappresaglie chieste ^5 da Dlii. Imperciocch ( i 3a) essendo stato a questi risposto da Romani dopo avr ceduta l isola agli A te- A m birt niesi, eh essi ne sgombrassero , e seco rcassero le loro sostanze; traspiantatisi in chea e fattisi inscrivere cit tadini , (J 33) voleanb Col ' farsi render ragton dagli Aten iesi, ( i 34) giusta il trattato ch questi aveano cogli Achei. Ma dicendo gli Atenisi, che siffatto ( i 35) rendi mento di ragione non apparteneva a Dlii, chiesero questi dagli Achi che fossero loro concedute- rappre saglie contra gli Ateniesi. Sulfci qual cosa mandata avendo allora1un ambasceria, ebbero in risposta, che san zionava il senato le disposizioni fatte dagli. Achei'secon do le leggi intorno a Dlii.

X"VIII. Poich ( i 36) glIssii (ed ( i 37) i Daorsi) ebbe- A. di R. ro sovente mandali ambasciadori a Rma, per significare, 9 come i'.Dlmati violavan il loro territorio, e le citt a P* . clv, a loro soggette , e queste erano (138) Epezio e Tragurio, Amb. 194 e fcendo i Daorsi le stesse accuse ; sped il senato per ambasciadore ( l 3g) Gajtt F annio, affine desatniniare gli affari (1/^0) J dell llliria , e massimmente- de Dalmati. Questi ubbidiroh a ( 14 1) P leurato, fintantoch visse; ma morto-lui e succedutogli Genzio nel regno, ribellaronsi da esso, fecero guerra a popoli confinanti, e sog giogarono i vicini, de- quali alcuni eziandio pagavan lo ro tribu to , ed era il tributo bestiame e frumento. Per queste cagioni si part Fannio.
POLIBIO,

toni. v ili.

20 6
4 . di R.

XIX.Ritornato Cajo FanniodallIlliria, ( ^ a f signific che tanto cran lungi i Dalmati dal soddisfare a quelli che asserivano esser da loro continuamente offesi, che non voleau neppur udire farne parola, dicendo, che non a* vcan nulla di comune coRomani. Oltracci espose, cor me ad essi non erasi dato 0 4 ^) alloggio n provvedimen to delle cose necessarie; ma che i Dalmati avean lo ro perfino tolti colla forza i cavalli che presi avean da (i44) un altra citt , ed erano p a r pronti a metter loro le mani addosso., se cedendo alle circostante non se n fossero andati in tutto silenzio. Le quali cose ascoltate avendo il senato con attenzione, pigli sdegno della ca parbiet e d el mal talento de Dalmati ; ma sovcattutto stim esser quello il tempo opportuno di far guerra gli anzidetti per molte cagioui. Im perciocch ia parte deir l Iltiria volta all Adriatico.JUtn era punto stata da loro visitata, ( i 4 i) dacch avea espulso Demetrio Fario. N volean essi in alcun modo che gl.ltaliani si (>46) ef feminassero per lunga pace; dappoich correva allora il duodecimo anno dalla guerra di Perseo , dallo iaiio* ni in Macedonia. Il perch deliberarono di romper la guerra a summentovali, cosi p er rinnovare quasi nella propria igeate 1 .impeto e la buona disposiziooe , come per costringere gl Illirii, spaventandoli, ad ubhidir a loro comandamenti. (147) Qnoate pertanto furonole cau s e , per cui i Romani guerreggiarono co Dalm ati, mentrecli agli estranei mostravano come .peli ingiuria fat ta a loro ambasciadori decisa avessero Ja guerra. XX. 1 1 re (148) Ariarate venne a Roma, 0 4 9 ) -

Ami. iib

307

Bendo ancora stale. Allora poich assunto ebbe il m a- J . di R gistrato Sesto G iu lio , fu egli a lui ( i 5o) nell arnese e 5ga nellaspetto che convenivasi(i5 i)a lla sua presente scia gura. E rano pure da Demetrio venuti ambasciadori con dotti da M ihiadc, acconciandosi ad amendue i partiti; perciocch erano preparati a difendersi da Ariarate e ad accasarlo ostilmente. Sped Oroferne ancor ambasciad o r i , T im o te o e D io g en e , ch e r e c av a n o ( i 52) u n a co*
ro n a a R o m a , e rin n o v a r do v ea n o l'a m ic iz ia e l 'a l le a n za * , ma sin g o larm en te p e r sta re a c o m p e te n z a co n Ar ia r a te , e difendersi da lui in alcu u e c o s e , in altre a c cusarlo. ( i 53) N e 'p r i v a ti a b b o c c a m e n ti p e r ta n to D ioge ne e Milziade la ( i 54) sfoggiavano m a g g io rm en te, com e quelli cbe in molti venivan a p a ra g o n e con un solo , e vedevansi in florida se m bianza c o n tro u n o eli' era a b b a ttu to , ed eran eziandio assai superiori nella sposizio ne delle cose ; p erc io cc h fra n c a m e n te ( i 55) tu tto d i cevano ed a tu tto risp ondevano , senza r ig u ard o alla ve rit ; e ci che d i c e v a n o , ( i 56) non era soggetto a p r o va n o n avendovi chi si difendesse. V in c e n d o c onda sse la loro volont. C h e O ro fe rn e , avendo poco te m p o re g n a to in C app adocia , e disp rez za te le discipline p a t r i e , in tro d u sse la lascivia ( i 58 ) b a c ch ica e delle arti t e a t r a l i , dice P o libio nel libro trigesim o secondo. adunque di leggieri la m en zo g n a , ( i 5^) parve ch e il successo se

J ieneo
n

XXI.

(159) Gli affari dell'E tolia era n o in b u o n o sta- Estr

t o , spento essendo fra di loro (160) 1 am m u tin a m e n to

ao8
A . di R. civile ,dopo la morte di Licisco. E passato di questa vi*

ta (161) Mnasippo da C o ro n ea ,fu migliore la situazio* ne della Beozia ; ed egualmente quella dell Acarnaniaj tolto di mezzo Creme. Imperciocch succedette quasi una purificazione della Grecia, levati che furono da vivi-cotesti uomini pestiferi: ch Pepi rota Carope ancora mor peravventura lo (162) stesso anno in Brindisi. Ma gli affa ri. dell'E piro erano nello stesso scpnvolgimento e disor J dine che furono ne tempi addietro per la crudelt e scelleratezza di Carope , dacch ebbe fine la guerra con Perseo. Imperciocch separati eh ebbe ( i 63) L u cio A nicio gli uomini pi illu stri, licenziando gli uni, e con ducendo gli altri a. R o m a, per poco che fossero sospet t i ; (164) Carope avuta, la facolt di far ci che volea, commise ogni genere,d iniquit, parte da s, parte per mezzo degli am ici, come colui eh era .assaigio.vine, ed a cui erano concorsi, gli uomini pi malvagi e leggieri, affine d! appropriarsi laltrui bene.. Aggiugnevagli, come ( i 65) presidio e peso alla fede d operar secondo una certa ragione , eccoli, approvazione de Rom ani, P ami* cizia .ch egli (166) con q u esti. avea avuta , ed inoltre con Mirtone e suo figlio N icnore; i quali del resto es sendo uomini dabbene e reputati daR om ani, e netem pi addietro molto alieni da' ogni ingiustizia, non so co. n e ^Ilora si. diedero a coadjuvar Carope ed a farsi so* cii delle sue scelleratezze. Ma poich il medesimo chi in piazza pubblicamente uccise, chi nelle proprie case , chi assassinar fece nelle cam pagne, e pelle strade , e (167) le sostante de morti r a p , introdusse ancor un al tra macchipa. Imperciocch cacci in bando i p i o p n -

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le n ti, non solo- nom ini, ma dnne ancora. E questo A. di R. terrore incutendo, gli uomini spogliava da s, le don* ne per mezzo d sua m adre Filotide. Era costei del tt* to acconcia a (168) siffatta figura , e pi che a femmi na non s appartiene possente di cooperar ad atti di violenza. XXII. Poich da tu t ti , per quanto era in loro, mun sero i danari, niente di meno trassero innanzi al popo lo tutti i proscritti. La moltitudine nella citt di(i6g)Fe* n ic e , parte per p a u ra , parte adescata dalla fazione di C a ro p , condann tutti coloro che furono 'denun ziati come aventi l7 animo alino*da Romani n o n a l l esilio, ma alla morte. Costoro adunque undaron lot ti1in bando, (170) allorquando Carope recossi in fretta a Roma co1(171) danari in cmpagni d iM ilio n e , d i visando di far porre il suggello alla sua scelleratezza dal senato. Nel qual tempo apparve un bellissimo esmpio delle massime de R om ani, ed un dolcissimo spettaco lo a Greci che col soggiornavano , massimamente a quelli che vi erno stati chiamati. "Imperciocch Marco Emilio L ep id o , eh era pontefice massimo e (172) prncipe del senato, e Lucio E m i l i o c o l u i che vinse Perseo , ed ave la maggior autorit e potenza , sentendo le cose operate da Carope in E p iro , noi la- . sciarono entrar nelle loro. case. La qual cosa essendosi divulgata , tutti i Greci che in Romar trovavansi n eran oltremodo lieti, lodando a cielo 1* odio de1 Romani ver so i malvagi. Entrato poscia Carope nel sen a to , que sto (173) non acconsnti alle sue richiste , n volle dar nna espressi risposta; m adipse che incaricherebbe gli

aio

4 . di & ambasciadori che avrebbe mandati, d esaminare quan9 lo era accadalo. Carope ritiratosi, tacque cotesta ri sp o sta, ma Descrisse una adattata (174) *1 su0 propon im eoto, aonuneiando cbe i Romani approvavano le cose da lui fatte. X X III. (176) Il re Eumene avea il corpo imbecille, (176) ma col vigore dell anima vi resisteva; come que gli che nella maggior parte delle cose non era inferio re a qualsivoglia re de noi tempi , ma nellepi impor tanti ed egregie pi grande e pi splendido. Costui pri* m ieram ente, (177) ricevuto avendo dal padre il regno a ppobe e meschine cittadelle ris tre tta , fece il suo go verno pari alle maggiori signorie della' sua et ; non giovandosi gran fatto della fo rtu n a, n per caso, ma per via della sua sagacit ed industria, e delle cose da lu operate. In secondo luogo fu amantissimo di gloria, e molte citt greche benefic, e molti uomini in parti colare {178) impingu cbe non alcun re de suoi tempi. P er ultimo (179) avendo tre fratelli e per anni e p e r a bilit idonei agli affari ; li contenne tutti in ubbidienza e rassegnazione, e gli ebbe a sostegni della dignit-reale. Lo che ben di rado trovasi ha sia accaduto. Attalo, fratello dEum ene , avuto il saprem o pote re , diede il primo saggio del suo animo e della sua in dustria (180) restituendo Ariarate nel regno. XXIV. (181) Intorno a quel tempo venuti essendo ambasciadori dall Epiro , da parte di quelli che tene

Estr.Fal.

A. di it.

* 9

i l i Vano Fenice, e de7fuoruscili, ed avendo recitali i loro A. di A .

discorsi (182) in presenza ;il senato rispose loro, che da* ^9^ rebbe su ci incombenza agli ambasciadori mandati net- ^ * D 1PPIllirra con Cajo Marcio. A m b ili ]

XXY. ( i 83) Prusia poich vinse A ttalo, ed acco- Estr.Val. stossi a Pergamo , apparecchiato u n suntuoso sacrifizio avviossi al tempio d 'E sc u a p io , ed avendo immolati bo vi, e conseguito un prospero augurio , se n ritorn nel campo ; ma i! giorno appresso condotto il suo esercito al (184) Niceforio, guast tutti i tem pli, ed i sacrari! degli D ei, e spogliolli detle immagini ancora e delle sta tue di pietra. Finalmente lev e port seco la statua d Esculapio lavorata egregiamente (185) da Filomaco, cui il giorno antecedente immol vittime ed offer voti, pregan dolo, confortaera ragionevole, d essergli propizio e bene* volo (186) per tutti ! versi. Io pertanto siffatte disposizioni ho gi in addietro ( 187) altrove, quando parlai di Filippo, cbiamatefnribonde.Imperciocch sacrificare alNnme e per tal via propiziarlo, prostrandosi ed orando eon fervore innanzi alle (188) saere mense ed agli a lta ri, conforme PrUsia avea costume di fare, ginocchioni e donnesca mente , ed insieme (189) guastar queste cose, e col loro corrompimento insultar agl Iddii; come non dirassi es sere opere coteste danimo rabbioso, e di mente affat to perduta di senno? E ci allora fece Prusia. Concio* siach,non avendo egli (190) niente che degno fosse duo mo valoroso eseguito nell*assalto di Pergam o, condu cesse lesercito in (191) Elea, vilmente e con animo fem minile trattando lexose nmane e divine. Ed avendo ten-

212
A. di R. tata E le a , e fatti alcuni a s s a l t i , n, p o le n d o conseguir nulla perciocch S o s a n d r o c o m p ag n o di e d u c az io n e del re entratovi co n g en te r e s p i n t i a v e a i s u o i , attac ch i, (192) mosse p e r alla volta di T ia tir a . Mei r ito r n o sp o gli a viva forza il tem pio di D ia n a in (193) G era c o m a ; cos p u re quell (194) d A pollo C inio presso (195) T e nino, n spogliollo so ltan to , m a lo guast col fuQco.Ed avendo, q u este cose p r a tic a te si ridusse a c a s a , poic h ebbe fatta g u e r r a n on solo agli u o m i n i, m a agli P e i a n c o r a . P a t l 'e s e r c i t o te r r e s tr e di P ru s ia . pel r ito rn o fame e d is s e n te ria , a tale, c h ei. s e m b ra v a , c h e .p e r coteste cagioni incopjU nente (196) colpito lo avesse l ira di q u a lc h e N um e. X X V I . A tta lo sconfitto, da, P ru sia elesse il fratello A ten e o , e spedillo co n (197) P ublio L ^ n tu lo , p e r es p o r r e al senato l' ac ca d u to : ch i R o m an i, v enu to (198) A d ro n ico colla n u o v a ,d e lla p rim a invasione de n e m i c i , n o n vi b a d a r o n o , m a sospettavano ch e A tta lo , volendo a tta c c a r e P r u s i a , acconciasse p r e t e s t i , ed il prevenisse co n a c c u s e .,E d avendo ad u u te m p o (199) N ico m ed e e gli am basc ia dori di P r u s i a venuti c o n Antifilo {issiftur a to nessu n a di q u este cose e s s c r v e r e ; tanto: m e n o c r e deva il, senato a q u a n to rifeci v a s i , circ a P ru sia. J)op.o q u alch e tem po essendosi la faccenda vie m eglio chiarita, v e n n e ro i padri in d u bbio circ a le n u o v e ch e giugner v a n o , (2.00) e m a n d a ro n o am basciadori L u cio A pulejo e Cajo P e tro n io p e r e sam in are c o m e r a n o ,gli, a f f a r i ,d e re anzidetti.
FI IVE DEGLI AVANZI DEL LJBHO THIGESIHOSECONDO.

SOMMARIO
AGLI AVANZI DEL LIBRO TRENTESIMOSECONDO.

AVVENIMENTl DEL? ANNO DI Roiif/t. DXCHI. d. b a sciadori de' Tolomei a Roma, -Decreto delsenato P. Jpustio e C.Lenlulo ambasciadori ( I). Lite di Ma sinissa co' Cartaginesi kirca g li emporii della Sirte, minore. Sentenza ingiusta de' Romani. Afterato. 1 Cartaginesi perdono gli Emporii ( II). Prusia ed Eumene. - Ariarate ( III). Demetrio salutatore da' Romani. Tiberio Grac co gli favorevole. - Isocrate critico ( IV). A vvenimenti
dell'

A.

di

R. DXCIV.

Ambasciadori (Tdriatte'. - Attalo ' viene a Roma ( V). I l senato accetta la corona mandala da Demetrio, ma non gli uomini condotti. I(ocrate grammatico, Y l). - Lettine fa natico. - Isocrate fa j di s a Roma orrido spettacolo. Let tine non s'ingiytna nella suaspranza. - Risposta del senato. Ambascera degli Achei per chiedere la libert de bandi ti (VFI).Astinenza di Emilio Paulo (%Vili). - Gloria anticipata di Scipione Emiliano. - Amicizia stretta eon Polibio.' . Discor so .di Scipione a Polibio ( IX). - Risposta di .'questo. - , Re plica di Scipione - di Polibio ( X). - Pregi delgiovane Scipone. Lussuria, de' giovani, romani dopo la guerra di JPerr

al4
tco. Modestia e continenti di Scipiorie. Sita liberalit ed astinenza ( XI). - Morte di Emilia. Pompe matronali. Madre di Scipione. - Le matrone ldano Scipione ( XII). Generosit di Scipione verso le zie. Legge de Romani cir ca la dote. - Tiberio Gracco e Scipione Nasica generi di Sci pione maggiore. Ammirano la liberalit di Scipione mino re ( XIII). - Morte di Lucio Emilio. - Liberalit di Sci pione verso il fratello Fabio. Spesa del giuoco de' gladia tori. Liberalit verso le sorelle. Continenza di Scipione causa della sua robustezza ( XIV). - Esercizio di lui nel va lore. - Polibio compagno di Scipione nella caccia ( XV). Motivi che indussero Polibio a questa digressione (J XVI). A rrsifiitB ST i
d e ll '

A.

d i.

R. DXCV.

I Delti trasmigrano neW A chea. Chieggono rappresaglie contro gli Ateniesi (j XVII. A vvenimeuti
d e ll'

A.

di

R. DXCVI. .

G r Issu ed i Daorsi lagnanti de' Dalmati. C. Fannio ambasciadore. - I Dalmati ( XVIII). ArVENtlBNTI OKU.'A,
dt.

R. DXCVII.

Fannio t nude ricevalo da' Dalmati. - I Rottami dichiara no a Dal/nati la guerra ( XIX). - Ariarate, - Sesto Giulio console. Ambasciadori di Deipetrio. - Oroferne re della Cnppdocia. introduce una licenza bacchica ($( XX). Mitoj ano retalo Licisco - il beoo Miuuippo - F acarnane Creme f epirota Carope. - Malvagit di Carope. Mirtone e tfictinor soeii di Carope. - La maire ajutatrice della sua crudelt ($ XXI). - Fenice citt delf Epiro. - Cln-

ai5
rape va a Roma. - F i svergognato. <- Falsa un decreto del senato (%XXII). - Elogio del re Eumene. - Attalo rimette Ariarate (X X I1I) A V V E tU M E H T l
DELI? A . D I

R. DXCVIII.

Ambasciadori da Fenice deir Epiro. C. Marcio console (XXIV. Attalo vinto da Prusia. Prusia infuria contro i templi. - Elea. Tiatira. Geracome. Apollo Cimo in Tenuto ( XXV). - Ateneo, fratello di Attalo, Ambasciadore a Roma. Ambasciadori romani in Asia (J XXVI).

ANNOTAZIONI
AGLI AVANZI D EL LIBRO TRENTESIM OSECONDO.

O r ti avvenimenti narrati da Polibio nel presente libro erano stati trattati da Livio ne libri x l v i e x l v i i , conforme scorgesi dalle epitomi che ne rimangono. Il tempo chesso abbraccia dall anno 5 g 3 di Roma sino al 598, accennato nel secondo degli anzidetti compendj, dappoich in esso fa console C. Marcio Figulo che vi si riscontra , nominalo alla fine del cap. 24. Ci si accorda con quanto lo Schweigh. trov notato nel margine del cod. Urbinate e del Bav. all ambasceria 129, colla quale incomin cia il lib. xxziii. (1) Cornano. V . xxxi, 27. (2) Menillo. Ricorda 1 Orsini, come l ambasciadore di To lemeo % qui nominalo Menillo, mentrech negli altri luoghi bas si , secondo il suo parere , a leggere Menitillo, quasich in que sto frammento egli non disapprovasse l altra lezione. Circa cotesto nome consultisi la nota 126 al libro antecedente. (3) Tito Torquato . e Gneo Merula. Nel testo non leggonsi che i pronomi Tito e Gneo , ma dal principio de capitoli 26 e 27 del lib. xxxi, rilevansi i loro cognomi, che io ho aggiunti seguen do lo Schweigh. (4) Piacque al senato ec. Dal lib. xxxi, cc. 18 e 26, osservasi che i Romani imposto aveano a due fratelli di fare tra loro la pace, concedendo al maggiore l Egitto, ed al minore Cipro ol tre alla Cirenea ; ma che il maggiore ricus di consegnare Cipro all altro e lo cacci eziandio da Cirene, mandando soccorsi a

2*7
suoi abitanti'eh'eransi da lui .ribellati. Quindi il senato { che come arbitra giudicata avea questa controversia, a bun diritta sosteneva la causa del minore ; coniech il maggiore amato da udditi, e cui per prerogativa di successine spettava il possesso di . tutti, i paesi lasciati dal padre, preponderasse nella bilancia del giusto. E not gi il Nostro nel primo de luoghi test cita ti, come i- Romani in questa divisine gratificarono il minore To lemeo , non per .meriti'eh egli avesse, sibbene per il loro- pr prio vantaggio, non volendo > che al maggiore toccasse tanta par te del regno che reiiduto l avrebbe di soverchio potente. (5 ) D i f a r uscire. 'Nel greco andarsene (che se ne andasse, ) correndo, espressione zotica, anzich no, alla quale io sostituirei w tlfk k ttr ovveramente 'itr r r ftQ tit nel senso di m andar via, discacciare. (6) A pustio. Correzione dell Orsini che trovato avea nel suo cod. 'A tr c if ii tr ('Astuhio). Il Casaub. ne profitt, siccome d molte altre emendazioni del commentatore italiano, cui non'ren dette il dovuto merito. Parecchj individui della famiglia Apustia sono rammentati nella storia di Livio. (7) A Tolemeo. Era il minore, del quale qui trattasi, stato vinto in battaglia da Cirenei ( xxxi, 26 alla fine); il perch non probabile eh egli ancora col stanziasse, ma doveva esser rien trato in Egitto arrestandosi a confini. Non dunque da prendersi in senso rigoroso Pii rit Kv f ritti t nella (provincia d i) Ci rene. (8) M asinissa. E Polibio e Appiano ( Punic. 6 7 ) scrivono M x n * tim n s ( Massanasse ) ; ma io mi sono attenuto alla scrit tura latina, che dovrebbe pi avvicinarsi alla originale , come quella che i Romani al certo meglio de Greci conoscevano. (9) S irli minore. Per ben comprendere la situazione di que-> sta Sirti e degli Emporii egli necessario consultar e paragonare tra di loro le relazioni che ne danno i geografi e gli storici an tichi. - Di volo toccheremo la etimologa della voce Sirti che derivala da r i f u , trarre , strascinare , significa i banchi che

2l8
col* formami dall arena e da sassi che vi sono tratti dati* onde sollevate da venti, per coi la navigazione rendeel iti qua golfi som reamente pericolosa. - La deaeratone pertanto che ne porger* il Nostro dehb essere stata precisa, ma disgraziata meste perduta tranne le poche trace* che ne abbiamo qui e nel Uh. i l i , s S , e di quanto ce ne ha conservato Plinio ( v, 3* 4 ) circa la distai sa della Sirie m in o re da Cartagine e le m e dimeooni. Sallustio ( bell lugurt. 1 9 , 7 8 ) , Strabone ( xvu, p. 835 ) e PUuie ( 1. c. ) notano lo spazio tra le du* Sirti > e vi colloca) la e itti deno minata Lepri maggiore ( ch i le minore era tra la SUte picoola e Cartagine)} ma secondo Polibio in questo luogo, Livia (xxxiv, 6 , ) e Tolemeo ( 1v, 3 ) cotesto pesio appartiene alla Sirte mi nore. La citt pai di Lepri , giusto Livio, m io* u quella spia$gi, e al dire di Tolemeo e di Strabone chiama vasi aocora N$apati, laddove Plinio e fa due citt. - Che direm d i Solioo il quale (Polybist, c. 3 o) pone tra le due Sirti la regim e Crencae? - Quanto agli Emporii, dovean essi, stando a Livio, estender si nell interna del paese tra le due Sirti intorno a Lepri, eh era il deposito sul mare de toro ricchi prodotti. Empatia, so no le sue parole, vocunt am repomun: or est miooris Syrtis et agri uberi : uoa civitas ejitt Leplis. M a, al dire di Polibio, molte erano le citt col fabbricale, 1 che indi cherebbe ch egli non accennasse Ila costa tra le Sirti situata, dove queste scarseggiavano, e forse una sola ve n era, sibbene al seno medesimo di questa Sirte, d in tale ipotesi converrebbe assegnare agli Emporii una contrada a questo seno pi vicina, la quale altro non potrebb* essere che Hitacio, la Bitwsitide di Tolemeo, secondo Plinio (L c. ) di una esimia fertilit %a tale che rendeva il cento per uno. I primi di questi Emporii, prpb*bil cbe corrispondano al Fezzan d oggid, paese tributario del la reggenza di Tunisi, e molto fertile di datteri di grani e di bestiami ; ed i secondi alla parte occidentale della stessa reggen za , egualmente assai feconda. Per avviso di Renell e di Lafcber (V. Pinkerton gorg. .tradui te par Walckenaer. T. vi, p . 346) sap rebbe il Fezzan l dov erano gli antichi Garamanti, ma la terra di costoro e r a , a detta di Strabone ( xvu, p. 83g ) , arida.

ai 9
(10) SUniicare. Questo vorbo ho creduto corrispondere al M M t ii/*< del testo, che i traduttori latini voltarono io pa~ tientiam tentare, e che propriamente offender alcuno legger

mente con animo di provocarle, , e trarre dal tuo risentimento diritto di offenderlo maggiormente. Questo 4 ci che allora Ma
sinissa praticava verso i Cartaginesi. ( 11 ) Per cagione delia lunga pane. Fin la seconda guerra punica 1 anno di Roma 553 sotto i consoli Gn. Cornelio Lenr tulo e P. Elio Peto dellera Varrniaaa, cio l anno 54g del l'e ra di Polibio ( V. L iv., u i , 44 5 Polib., v i, noia i35 ). Correndo pertanto al tempo degli avvenimenti pii esposti l'a . di R. 5 9 3 Varrooiano, 5 8 9 Polibiano, ne segue che i Cartaginesi vivean allora da quarantan n i ia paee. ( 12 ) Non per giuitia ep. E ra certamente cosa utile Ro mani il gratificarsi un emulo de Cartaginesi qual era Masinissa onde averla alleato nel caso che si fosse riaccesa la guerra tra lo ro o questo popolo, siccome infatti avvenne nella tersa guerra pu nica, dove trassero gran partito dall amicizia di questo re. E qui notisi con quanta franchezza Polibio cepsuri la condotta deRo mani verso le nazioni straniere, le cui contese decidevano non sulla norma del giusto, ma mirando apropri! vantaggi. Cosi ve* demmo nel libro antecedente (c. 12 ) come erano cantrarii al lequa richiesta che Demetrio lro feceva di essere collocato sul trono paterno , col divisamente di disporre a loro talento d d r r g p o di Siri> signoreggiato da un fanciullo. - La Storta di lutti i tempi e* insegna che presso i popoli conquistatori la politica va di rado unita alla morale, e che onesti riputati sono i partiti che presentano la maggior utilit. (13) Imperciocch avea ec. Qui additata 1 origine della contesa tra Masinissa ed i Cariagli)ssi, che proruppe poscia in apprta guerre, lo d ie iodica abbastanza la congiuoinofle **), equi valente a dappoich, giacchi. Non capisco pertanto coAe lo Schweigh. abbia potuto disapprovare larticolo r*7t ( ) siccome incomodo , sostituendovi '<, ancora ; quasich in tem pi da quelli rem oti, per altro motivo quedue potentati fossero

220
tfa tro venuti in discordia la qual cosa .non apparisce ch foio se accaduta. ( 4) Afl'italo. Non piacque cotesto nome all1 Orsini, che a-* vrebbe potuto cangiare in A ffire ( Aphiris ) come: lo scrive Li vio ( XXXIV, 6 ? ) , o in A n h iris recato secondo lo Schweigb. dai solo codice di Magoiiza. Impossibile sembrami a decidersi sif fatta d altronde inutile questione , trattandosi di un nome - uumida. > ' ^ 5 ) Siccoike per quella che fi lu i non apparteneva. Da Li. vio (1. e.) sappiamo che Scipione vincitore avea in questa stessa campagna determinati i confini d aurudue ; quindi- chiaro che Masinissa inseguendo, ilduce ribelle passar dovea per il territorio Cartaginese, ch'egli dapprincipio per tale conosceva,, avendo do mandato al governo di Cartagine il.permesso'di varcarlp. Ma fatto sta che, conforme osserva lo stesso, Livio,. lafTaresarebbsi ben prsto spacciato col l'intervento del solo Scipione, per la cognizione eh egli avea della cosa e per la sua autorit. Il senalo pertanlov a delta dello storico romano,, lasci l'affare sospeso, dopo .aver mandata un ambasceria per esaminarlo, lo che non s accorda con quanto dice il Nostro che la lite fu terminata eoa danno de Cartaginesi. Forse fu fatta 1 ultima decisione poich venne da Roma un) seconda ambasciata che trovasi toccata qeUat epitome del libro X L Y 1I con queste.parole -..Missi a se n a tu q u i inter M asinissam et Carthaginentes de a g ro .judicrent. , . (16) D al tempo ec Secondo Livio ( 1. c.) i Crtaginesi percepivano dagli Emporii un talento al giorno.; quindi durava quella con tesa, sino al di in cui la decisero i Rompni, cinquecento giorni, o dir vogliamo 16 mesi e 2o giorni. La scrittura volgala 7*r pi n **TS , d e l J ru tto de' te m p i , difesa dallo Sehweigh. mut il Reiske in 7m> %p*r o (de luoghi ) e con ra-> gione , perciocch il frutto non cavasi gii d tempi ma da luo ghi che il producono, e le . che segue iodica abbastanza che questo frutto dovea calcolarsi da una certa epoca. (i ]) E questi vicendevolmente il fra te llo . Senza vrun bisogno ha qui lo Sehweigh. fatte delle trasposizioni e delle. allerazioqi

221
dei vocaboli, donde risulta questo volgarizzamento : E questi vi cendevolmente m a n d ( iiriJ-fuXaf ) il fratello Attalo , per difnderti dalle accuse. 'Ariaratt^UNob ( ) a Roma una corona di diecimila monete d oro ed ambasciadori ec. Gli suo* avano male tanto vicini in un periodo due verbi {l>r* ), che significano la stessa cosa ; ma Polibio non avea questi scrupoli, ad a mesembra che nell* italiano ancora non rechi fastidio questa maniera di ripetizione. ( 16 ) Tiberio. Circa l ambasciata di Tiberio Gracco in Asia vedi xsxi, a3. ( 19 ) E ch'egli era pronto ec. Quanto a me avrei omesse le parole cc$Au Si kit pi 7 (e in somma per eccitarlo a fargli sapere ), che non ha l edizione dell* Orsi n i; ma avrei ancora cancellate le altre itrif Z 1 ir Starr! che seguono, sebbene dall Orsini conservate. Ed infatti lo stesso Casaubonoche ha forse introdottele prime da qualche codice eh egli avea soU occhi , non le tradusse, e noi fece neppure lo Schweigh. Sono esse al tutto assurde, giacch non da supporsi che Ariarate chiesto avesse al senato di manifestargli ci di cui esso senato da lui abbisognava, e , quand* anche ci fosse stato, non ne derivava la conseguenza { iiflt ) chegli era disposto a (are i loro comandamenti, i quali non erano certamente dettati da nes sun bisogno che avessero i Romani. Cos ho dato al Sifli il sem plice senso di che ( quod ), da Polibio spesso attribuito a questa congiunzione. ( 2 0 } Menocari. Amico di Demetrio il quale, fuggito da Ro ma , erasi appropriato il regno di Siria, e mandato l avea a Grac co ed agli altri ambasciadori romani eherano in Asia per esplo rare la volont di questi. Nel cap. 6 il veggiamo nuovamente in viato a Rma dallo stesso Demetrio. Schweigh. (ai) Assumendo. V che ha qui il Nostro e cui precisamente corrisponde il verbo col quale labbiam espresso i pi che il pronttens de traduttori latini, ed equivale proprio
P o lib io , to m . m i .

16

222
a suscipiens, in se recipiens, eh. quanto pigliando t incarico

con obbligare l'onore, la fede. (aay Gli riusc. Bene si appose lo Sehweigh. a ristabilire
1 {nfyaraJ* che qui reca il cod. dell Orsini, e ch e, questi inet tamente mut nel congiuntivo donde il Casaub. a sproposito fatto avea. H iifyAratl in. plurale. (a3) Molto affezionato. Tiberio era stato capa dellambascia la che i Romani mandata aveano in Asia per far eia minare gli altari di que potentati, ed essere testimone oculare delle mene di Demetrio. Ora essendosi egli convinto del mal governo della Si ria sotto il re fnciullq e gl infedeli amministratori, e conosciu ta laffezione del popolo verso Demetrio che se ne mostrava de gno, il prese a proteggere, e fa cagione principale del suo penrenimeuto al tropo ( zxzi a3 verso la fise ). ,(a{) A farlo pervenire al possesso. Hp*t 7 *) *7ntr&<. . . b7, scrisse il Notlro, cbe letteralmente suone rebbe: A conseguir ed acquistare a lui, senao che mi sono in gegnato di esprimere con qualche propriet di termini. Lunga e poco conveniente sembrami la parafrasi de traduttori latini : Plu

rimi! m illm adfuvil ad impelranduqi q w d cupiebat, et ad jus regni ei concilandum (molto lo aiut ad impetrare ci che bra mava, ed a procacciargli il diritto del regno). A f# } veramente potest suprema qnal io 1 ' ho rendala. (i5) Il critico Isocrate. Nel cap. 6 di questo libro, dove lo troviamo chiamalo grammatico, spiegata la sua professione ed
esposto il delitto per cui fu mandato a Roma coll uccisole di Ot tavio. Critici ( dice a questo luogo il Reiske ) appellavano gli antichi gl interpreti di t^tti gli autori desecoli remoti, singlsrr mente di Omero ed i maestri di scuola. Filologi diconsi oggidi , in senso diverso da quelle che loro attribuivano i G reci, presso cui significava questa vocabolo natone degli studii, delle

dispulaiioni scientifiche , cultore della filosofia e delie lettere. (a6 ) Intorno a quel tempo ec. Nel eap. 3 accennata b spe
dizione che di questi ambasciadori fece riarate, e ci sembra

223
Che avvenisse nella primavera o nel principio della stale dell' a. di R. 5 g3, dappoich to*lo leggiamo eh essi licenziati furono nel' .1 autunno della stesso anno,

(3 7 ) CifavMo ce. La lezione Volgata i*j/t*-i7 (mandavano) affatto assurda era gii sospetta al Casaub. che vi pose innanzi un asterisco e tradusse eifabaat. Il Gropqvio qe fece giudiziosa mente \w*t*tl*, ed ebbe a sqgpace il Reiske. Lo Schweigh. ri conobbe il SW > torto di ne *ver accolto nel testo siffatta emen dazione. Potevasi forse sostituire con maggior propriet Xtra SI*,, irritati* ; ma non da disapprovarsi la scelta di un vocabolo che pi si avvicina al viziato, sieoome trv>7* ad iw iftm rlt, coraech sia in colai senso meno usitato. (a 8 ) Con grand favore, M(1t ftty ix m %Af il t f , della differenea che da passa a % aftlti nella medesima frase ab biamo ragionato nella nota 1 1 6 al lib. xxn. Qui al cello non converrebbe %*f*t che ha il ced. Bav., trattandosi .di tu a grazia che accord il senato ad Ariarate in aooettaado il dono manda* logli. (1 9 ) Il battone. Male spiega lo Schweigh. nelle note 7 ** wimt* teeptrum eburnewn, regie intigne B*7>if/, f i p t t lo interpreta Esichio, f i * A Suida; espressioni che valgono batto ne, bacchetta, verga, non altrimenti lo scettro, distintivo in ma no aregnanti, e come tale daRomani non tenuto in gran con to. L eburneo bastone pertanto impugna vasi da'duci romani nel le pompe trionfali, e sopra una seggiola della stessa materia adagiavansi i primi maestrali, che perci ehiamavansi curulet. Quindi il senato Con siffatti doni intendeva di conferire a* re cui li mandava le pi sublimi dignit, e di onorarli al maggior segno/ (3o) Quando ( consoli ec. Cio del mese di Marzo, passato l inverno , adunque nell* anno nuovo posteriore a quello in cui erano stati ricevuti gli ambasciadori di Ariarate. La osservazione dello Schweigh.. che le geste dell inverno sono sempre da Poli bio Derrate tra le cose dell anno ohe segue i qui fuor di luogo.

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Che se vera , come sembra, la lezione volgala it i 7S %ttftS ttt (quando non era ancor incominciato l in v ern o ), non vebbe in questa stagione ricevimento dambasciate. Ma se, confor me senza motivo suppone lo Sehweigh. nelle note appi di pa gina, bassi a legger r 7t j^i t/tS tt (n el corso dell inverno) convien crdere che la legazione di Attalo tenesse sbito dietro quella del re di ' Cappadocia, ed il Nostro non avrebbe lascia to d indicarlo , siccOin egli indic -il subitaneo licenziamento del1*altra. (3i) Accusandolo. .Trovasi gii fatta menzione di questa accu sa qui sopra al cap. 3. (3a) Accarezzava. Bene cangi 1 Orsini il corrotto ifiX s* ><7( lavorava , affaticavasi con am ore) in (gli dimostr amorevolezza ) ; ma lo Sehweigh. credette di far meglio acrivendaip iXtwmT, recato dal cod. Bav., ch verbo gi usato da Polibio. E pertanto I n * ren d erti alcuno am ico, ed in tal senso manifestamente lo adoper il Nostro nel lib. in, 4a, dov egli riferisce come Annibaie con ogni mezzo tl rendette amici ( 9 iX *r m rxf ni t ) coloro che abitavano intorno al Rodano. I Romani al certo non avean bisogno di procacciarsi 1 amiczia di Attalo da loro piotetto, sibbene della propria ver so di lui gli davano segni accarezzandolo. Quindi stimo cbe sia da preferirsi la correzione dell Orsini. (33) M enocari ed altri. V. sopra la nota 2 0 tratta ' dallo Sehweigh. Appiano ( Syriac. 4 7 ), narra queste cose in compen dio, e non rammenta Isocrate condotto 'a Roma con ' Leptine uc cisore di Ottavio. (34) M a gli uomini. Dice Appiano ( L c. ) cbe i Romani non accettarono 1 uccisore, perciocch assegnarne voleano il processo a Sirii. Da quanto asserisce il Nostro nel cap. 7 , appare che que sta non fosse la intenzione del senato, il quale volea lasciarli nel le mani di Pem etrio, per punirli a tempo pi opportuno. (35) Che danno pubbliche le zio n i Nel lib. xxxi, c. 3. riscon trammo la yoce , ed osservammo nella correspettira

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nota a i cbe cos esprimevano i Greci il recitare meno che il cantar versi. Ma 1 che qui pre relativa al recitar della prosa, anzi di quella che tratta di qualche scienza che il lettore insegna. in prosa non leggesi sem esclusivamente Quindi

I n f i t t il luogo dove si eseguiscono coleste letture, ed rarS-a i, i * f t i t a n i lassistere che vi fanno gli uditori, conforme hassi da Esichio. , (36 ) Sazievole. Io avrei potuto rendere il k7 per

rincrescevate, fa stid io so , ma la voce che ho preferita, di otti mo conio italiano , la precisa traduzione della greca. (37) A lceo. Sembra costui essere stato il filosofo epicureo che insieme con altri della sua setta fu cacciato da Roma 1 anno 5 8 1, secondo che riferisce Ateneo ( zi, p. 547 ), ed Eliano ( Var. Hist., ix, 11). * Reiske. Coloro che secondo il testo circondavan Alceo ( 7 ripi 7 AAx 7> ) erano verisimilmente i suoi di scepoli, che accompagnavan il maestro per fargli onore. (38 ) Discendeva a l paragone. propriamente il confronto che si fa di due cose le quali si avvicinano, o di due proposizioni, o sentenze che mettonsi a parallelo, onde conosce re le loro similitudini e discrepanze. Ci accade nelle disputazioni filosofiche, ed a credersi che per tale motivo si cimentas sero Isocrate ed Alceo. 11 Casaub. adunque c h e i t re 7t n y * i t t f i t tradusse in commissionibus, cio nelle discussioni, d is p u te , non si appose male; ma la congettura del Reiske che n y f i r t r it, ne gl1incontri abbia scritto Polibio, quasich Alceo, abbttutosi per accidente in qualsivoglia luogo ad Isocrate, l avesse motteggiato e deriso, diportandosi da buffone inurbano , anzich da piace vole ragionatore, siffatta congettura non punto da adottarsi. N mi va a sangue la ipotesi dello Schweigh. nel dizionario polibian o , che Alceo pubblicato avesse un opuscolo intitolato <rvy<cpim t , confronti, nel quale levava i pezzi del ridevole grammati co; ch una composizione tauto leggiera non- meritava nn titolo cosi grave. (3g) Argutamente. E *i 3i f t 0 r> proprio destramente, a pr-

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posilo, cio con quella finissima arguzia eh' era necessaria, affin ch il gonzo non si accorgesse di essere burlato. Urbanitte d iciorum che hanno i traduttori latini non esprime questo senso.' La ironia eh il biasimo sotto specie di lode e l assurdo in for ma di verit, tanto felicemente usali da Socrate contro i sefiati, e da Alceo ancora contro Socrate ; la ironia , dissi, non parali consistere nella sola urbanit de detti. , (4 ) D ispreizava la gente. Reputandola troppo semplice e grossolana per aspettarsene danno, sibbene stimando dovergli riusci re sicuro ed impunito tutto ci che tra d essa facesse o dicesse; perciocch pareagli esser quella tarda a segno che non si avvedreb be de discorsi suoi sediziosi ed inimici contro i Romani, e tropp onesta e dabbene per riferire a questi > fatti ed i detti suoi in giuriosi contro di loro. Ma in amendue le cose egli s ingannava. Se v ha tra i mortali degli astuti, scellerati, falsatori ed improbi, perfidi e spergiuri, i Siri al certo il furono pi di ogni altra na zione, ed in ci si accorda la testimonianza di tutta l antichit. Reiske. (4 i) Sfrenata prepolenta. Acconsento allo Sehweigh. che in vece di t a i i t v t sostituito dall Ordini allo sbagliato >lS%t del suo MS. abbiasi a porre A riii* , Conforme gi il fece nel lib. x, a 6 , al c[ual luogo consultisi la nstra nota 1 43 . Qui sovrattutto dove si tratta di abuso di dominio lo scioglimento da ogni fre-. no bene adattasi all {/, e meglio che nel passo test citar to , nel quale la svergognatezza fa degna compagnia alla licenza de costumi. - Parr a taluno inconveniente la qualificazione di un sostantivo fatta daavverbio cbe il precede, ma questa pr-; priet della lingua greca di cui molti esempli potrebbonsi citare, ina per non istaccarpi da questo medesipno vocabolo presentere mo al leggitore in Diodoro ( T, n , p. 586 ec. W estel. ) a! it'tSnt n it ia t (le volutt sfrenate). forse elitlica cotesta frase e vi si sottintende licenza sfbbnatambntb arrogatasi, volutt sfrenitam bnts godute, o altri verbi simili.

(4 a) Laodcea. la questa citt sappiamo da Appiano ( Syriac. 46 ) che Leptine ucciso area Ottatio, menlrech ungevasi nel gin-: nasio. IjO Stesso riferisce Cicerone (Philipp., ix, ). (43 ) A ver s data ec. Qui hassi a leggere con forme osserva lo Schweigh., dappoich parla di s Leptine, ch e ra la parte attiva , laddove nel cap. antecedente la parte passiva, cio Ottavio, recata in mezzo da Isocrate, e dovea quindi esser significata per x t w t & t i * t , che l Orsini male qui riprodusse, traendo in errore gli editori che vennero dopo di lui, non escluso il Casaubono. IIr<i7r I n u l t i Sfotti dice il Reiske che quanto f i t I n * accoglier alcuno condegnamente a suoi m e riti ; ma questa supposizione non necessaria. Sta in colai frase l accusativo per il dativo, non altrimenti che in quelle di Senofonte ( Cjrrop. in , 3, i 5 ) i f t i t iri*>7t e( ivi vi, 1, 7) tutu* Itit x t A t ft tl v f x t i t v f t t t per i f t t 7c e 771 tr tX tftftts ; laddove nel medesimo ( Cjrrop., r, 4, 33 ), trovasi l accusativo del la cosa col dativo della persona, f u y t l 7t te tX iftttn n e t fn . (44) A Gneo. Il cod Bav. non ha 7 r u t i t t , siccome ci avverte lo Schweigh., il quale amerebbe che fosse omesso. Non bene al cerio nona la ripetizione di questo nome nel medesimo periodo, ma Polibio non badava troppo a queste delicatezze di stile, e senza quell aggiunta tronca sarebbe riuscita la frase, che non delle meno eleganti. (45 ) LaodiceL II gentilizio di Lodicea A a tS /n ti* non trovasi in Stef. Bizant. dopo una lunga diceria eh egli fa sopra questa citt; ma desso A a tS m tv e , siccome M itilm u t l abitante di M u t im i* , Man linea, A v fii f quello di Air/ti<, Apamea , riferiti dallo stesso Geografo, e il loro nominativo plurale A t S t x t l t , M7 <n7r, A x a f t t , quindi il genitivo dello stesso numero A c n S t* ttit, conforme scrisse bene il Casaub. in luogo del A a*St**t't*r de MSS. (46 ) M a Isocrate. Leptine era un pazzo fanatico che di tutta buona fede aveva ucciso l ambasciadore romano. All opposito in Isocrate era profonda malizia, che sfogavasi con imprecazioni

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e minacce, ma per vilt non sarebbe mai trascorsa ad un fatto atroce. Perci appunto veggiam il primo, pieno di fiducia in s stesso, presentarsi volonteroso dinanzi al sapremo tribunale di un popolo qual era il romano, eh egli avea tanto gravemente offe so , e 1 altro conscio della sua dappocaggine darsi all estrema disperazione per le imprudenti parole da lui proferite* (4 7 ) L e bove . Voce derivata dal latino bojae, e che appunto perci anche in italiano non trovasi che nel plorale. Significa.. F anello che a rei di gravi delitti mettesi intorno al collo, com posto di due pezzi aperti in sul davanti e di dietro congegnati per modo che girano intorno ad un perno, dalla quale struttura deriva forse la pluralit di questo nome. precisamente il gre co xAair che qui leggesi da Aita chiudere, che praticasi nella sua parte anteriore. (48) Tagliate ec. Questo verbo ho io aggiunto nella tradu zione in grazia della propriet di nostra favella che non avreb be tollerata la frase levare ( afaiptirB-m i ) , le ugne ed i ca pelli. (4 9 ) E la disposizione delV anim o. Ti7i **77 letteralmente le cose appartenenti a l pensiero , cio a dire : i
pensieri eh, egli volgea p e r la mente, gli a lti eh egli m acchi nava , i progetti che nelPanim o covava. A<<* proprio ci& che passa p er la mente i t i 1 7S n i , che contiene tutte le fa

colt dell anima e la volont ancora mossa dagli affetti, in che veramente consiste la disposizione dell animo. - Sembrava co stui un anim ale, che stretto da ferri vie pi arrabbia e mette spavento a chi gli sta dappresso.
(50) Che spirava dagli occhi ec. Ek 1 i t l S i Ip iftilm tp ip i~ r tu t sa i , dalla dichiarazione , m a n ifesta to n e degli occhi e d el movimento. La qual dichiarazione la favella muta

ma energica di queste parti che come spirito ne esala. (51) Pi francam ente. Avrebbe qui scritto il Nostro iv&eft f l t p t t , d i miglior grado, con m inore r ise rv a te m i che non i7 <p i t t f t , piti prontam ente , ch esprime la maggiore celerit, ma

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non 1* anim pi sicuro nell appressarsi ? Oltrech 1i l n / t t t che segue tosto diviene, lasciando la scrittura Volgata, una ripetizione disaggradevole. - 'Ev&iftut nel senso di animo ben disposto ad alcuna cosa trovasi nel lib. ni, c. 34 verso la fine, che noi vol tammo di buon grado. (52) Imperciocch il senato ec. I l 'supplizio di costoro non era creduto sufficiente per punire 1 atroce delitto della uccisio ne di Ottavio. Sospettava il senato che avessero crtiplici ne grandi stessi del regno, e ne volea venir in chiaro, serbando a prigioni la vita. A tal uopo collocava esso tutta la sua fiducia in Demetrio che (c. 4), avea promesso di far tutto pe Rom ani, e glielo ricord nella presente occasione, siccome tosto leggesi. (53) Ma strbossi la causa intatta, cio non la tratt allora, restituendo i colpevoli a Demetrio, che far dovea le opportune investigazioni ed i necessari! confronti, onde porre il senato nel la possibilit di giudicare sopra quella faccenda secondo tutta la sua estensione. - Le parole fm tfti i t h , innanzi alle quali il Casab. pose un asterisco, ma che omise nella traduzione, qui non convengono, siccome nota lo Schweigh. 11 Reiske inutil mente si affatic di dar loro un senso. Propos egli di spiegarle in questo modo : Poco, manc che non li ricevesse neppur en tro le mura della citt. (54) Giusta la promessa di prima. K72> ? i{ *!<'#/<*. Il Reiske nota di sospetto 1 }{?/>, e meritamente ; ch Demetrio non avea nella presente vertenza ottenuta - nessuna fa colt dal senato. Quindi giusta la sua supposizione che. b*ipromessa, o <rvrSilx*r, patto, o tlr r in t, principio stabili to ( V. ix, 2 2 ) sia la vera lezione. Male tradusse il Casaub. co piato dallo Schweigh. : Si idonea ratione caverii. Se in ipsius ( senatus ) poteslate esse fa tu ru m , sicut esset olim ( se egli in modo idoneo assicurasse che sarebbe in potere del senato, sicco me lo era in addietro ). Io ho seguito il Reiske anche nella ver sione della forinola xm itt x iti. (55) Vennero etiandio ec. Trattavasi degl infelici che accu-

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da Callicrale erano tali mancati a Roma, e senza processo distribuiti in esilio per molte citt d Italia, dove il maggior nu mero di loro peri di afflizione e di stento. - Non si comprenda perch tra questi Stratio fosse condannato e Seoone rimanesse in patria , trovandosi pur amendue nel novero di quelli che consul-' tarono ed esposero le loro opinioni sul partito che gli Achei avevan a pigliare nella guerra tra Perseo ed i Romani (z z v m , 6 ), Se non che furono forse risparmiati coloro che consigliaro no di temporeggiare e non dar -a nemici occasione, d accusa, alla qual setta apparteneva Senone. (56) Ragguardevoli. Il testa ha H U vt, degni di me moria , di mtmione. I traduttori latini scrissero et praecipuos quosqne ( e quanti v avea de principali ) che troppo. ( 5 7 ) Avea gi consumali. Il volgato *nli*Kmxn al cer to un errore, notato bens dallo Sehweigh.,. ma da lui non ri* cevuto bel testo. Bene ha il codi Bav. ii7|iX #m i. (58)' La maggior c pi iella prova ec. Cb Emilio PauHo morisse 1 *anno di R o m a 5 g 4 ,o in sulla fine dell anno antecdente^ chiaro dimostra 3 titolo degli Adelfi di Terenzio , dove leggesi che questa comedia venne ( la prima vlta ) recitata ne giuochi funebri di quel grandumo sotto il consolato di L. Anieio e M. Qprnelio ( Getego ), che fu appunto in qudl anuo. Se ne avvide lo Sehweigh^ ma il lUriske and qui in ciampaoeile. (5$) La condotta. Male, Scoodoefa io credo, Ai renduto io a b e t i n a il IpirH che qui usa il Nostro.- Il senso primitivo di questo vacatalo modo , generi> *1 quale nel presente passo si sottintende d i condurti nella vita. E siffatta qualificazione ha certamente un senso pi largo che non quella dellastinenza,'seb bene questa virt sopra le altre in Emilio dpicoaSse. / (6 0 ) Il Maggiore indizio di virtk. Io vita pu 1 adulazione far apparire virtuose qualit in un umo potente e temuto, ed un astuto contegno coprirne i difetti, ma oltre la tomba ammu tolisce ladulazione de cattivi npn meno che l invidia de buoni, ed una critica spassionata -squarcia il velo sotto al quale nascondevansi i vizii de primi e le virt degli altri.
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(6 1 ) Recala di Spagna in Roma <?c. Molto sarebbe da ma ravigliarsi se Emilio non avesse trionfalo degli Spagnuoli e de Macedoni, siccom egli, a delta di Livio ( x l , 2 8 ) , fece, essen do proconsole, de Liguri Inganni, eherano assai meno potenti, e donde, al dire dello stesso Livio, pochissimo oro e niente d ar gento port in patria. Ma non ist cosi la faccenda. Una lapida trovata a Roma e riferita da Giusto Lipsio (Animadver. in C Ftl~ leii. Patere. S iti., p. 6 , Opp. tom. v , ediz. Plantin.) ha la se guente iscrizione : L . AEMILIVS . L F . PAVLLVS GOS . II . CENSOR . AVGVR TRiVMPHAVIT . TER . Doud manifesto eh egli e delle vittorie riportale in Ispagna co me pretore con potest consolare ., siccome' bassi da Plutarco , e del soggiogato regno di Macedonia menwse trionfi tanto pi splen didi , quanto in questi 1 effigie di maggior numero di citt quantit pi grande assai d o ro .e d argento poteva condurre ia mostra che non nel trionfo de Liguri. Quindi non doveano i) Sigonio ed il Manuzio tacciar di errore VeUejo Patercolo, il quale ( i, ig ) scrisse, che avanti la guerra macedonica Emilio trionfato avea due volte, essendo pretore in ltpagua e consola ( in Liguria ) , cui aggiunse il terzo nel secondo coasolato, nel quale ( sono parole di Vellejo ) maximum nobUissimu/nqut regem ii1 triumpha duxit. Ma la. descrizione di questi due maggior ri trionfi perduta cos in Polibio come in Livio. (6 2 ) Tanto poche sostante lasci. T*rS7 u A i t i 7<i tS h i Verbalmente.; tanto lasci propria sostatita, facolt, dov da notarsi che7*re7f esprime e molto e poco, nel qual ultimo significalo riscontrasi ancora in Senofonte (Cyrop. v i , 3 , 3^ ). Polea dunque il Yallesio tradurlo con maggior precisione tam paitcas in vece di eas facilitate*. - Del resto B itr che si gnifica tanto vita che i mezzi per sostenerla nell ultimo di

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questi sensi pi famigliare al Nostro nel plurale, sebbene qui 1 *ab* bia posto nel singolare. (63) Che non si p oti pagare ec. T. Livio ( E p itlib . x lv i) dice che dalla pubblica vendita delle sue sostanze (ex auclione ejus) appena pot cavarsi tanto da poter pagare la dote alla mo glie. Ma da quanto qui narra il Nostro pare che.la vendita del-, le masserizie e di, alcuni fondi bastasse a pagarla tutta. - Dispiac ciono al Reiske i due infiniti attivi Sumr&xi, e ixAr*i,e vorrebb egli che un sostantivo in questo caso li unisse ; quindi pro pone d introdure 7* fitti, non poteva la sua facolt pagare ec., ovveramente 7tir vaSai, non potevano i figli ec. Non disdirebbesi pertanto di mutare , senza siffatta aggiunta il S i \ 6 ri attivo in S u passivo, e 7 ft f m t accusai, in i Qiff* nominai, per modo che corrisponderebbe al latino non potuisse solvi dot. Ma non crede che faccia d uopo cangiarmela , dap poich lo Schweigh. in nna dottissima nota al C. 4 del lib. i ha con molti esempi dimostrato che Polibio sovente osa l infinito attivo in luogo del passivo e dell impersonale. Tuttavia siccome col, per avviso di lui sempre si sottintende un qualche accusa tivo che compie il senso, cosi qui pure non sarebbe fuori di pro posito se si sottintendesse uno degli accusativi indicati dal Reiske; (64) A ll' ateniese Aristide ed al tebuno Epaminonda. Il pri mo, secondoeh riferiscono Nepote e Plutarco , quantunque ma neggiato avesse molto pubblico danaro, mori poverissimo. Il per ch la sua astinenza potrebb essere paragonata a quella di Emi lio , il quale essendo arbitro, siccome vedemmo di sopra , de te sori ingenti che raccolse in lspagna ed in Macedonia, di leggieri se ne sarebbe potuto appropriare una parte, senza necessit di ren derne conto ; laddove ad Aristide, per le dui mani passavano le rendite dello stato ateniese, delle quali egli era risponsabile,' ci non poteva facilmente riuscire. - L eroe di Tebe qui rammen tato narra Nepote che non accett il danaro offertogli dal re .d Persia col mezzo di un fanciullo da lui amato teneramente, e da Plutarco sappiamo ch egli rifiut due mila monete d oro esib-

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tegli da Giasone tiranno de Tessali, sebbene in grande ristret tezza si trovasse. (65) Che se quanto abbiamo detto ec. La frase qui usata dal Nostro ha dello strano anzich no. Scriv egli *B< S 'ixirr 1* X iy iftin t <5J 11 7ri se all? incredibile il detto sem brer assomigliare ad alcuni, dove all* stinto? volgato il Gronovio seguito dal Reiske e dallo Schweigh. sostitu ix ln m . Io preferirei l altra lezione proposta dal Gronovio, e,lasciando in tatto. il volgato itu rn i, scriverei iTitti per eh modo di esprimere pi naturale. Diodoro ( 1. c. ), in copiando il Nostro quasi colle stesse sue parole, ha pi schiettamente ancora : Ki S$

iw tr r ith ti Q*i>ili le X ty ifttttt, se incredibile ad alcuno pa re ci eh detto. (6 6 ) A chi falsamente le riferisce. In questa mancanza non incorse certamente Polibio, n qui , n in nessuna parte della
sua storia. Ci non pertanto poteva egli, mentrech con tutta gi-' stizia e verit esaltava la mirabile astinenza di Emilio Paullo, es ser meno ingiusto verso i suoi compatrioti, n dire, sebbene con mitigata espressione ( dir taluno ) , che appetto alla gloria del Romano in siffatto particolare svanita fosse e disciolta ( *!AiArd< ), quella d capitani greci da lui ricordati. (6 7 ) Ne ha condotti. T .p tm itc lm r, propriamente ci ha posti, collocati. Non so a cosa pensasse lo Schweigh. passivo dichia rando questo passato , e qui ed in altri luoghi del Nostro ( ni , 1 1 8 ; x, 3 0 , a 4 ) , dov usalo in senso attivo contro il costume degli altri scrittori. Fatto sta che il passivo di cotesto participio suona ipttruSiic , e qui leggerebbesi i$irr*$itl*r nell ipotesi di quel commentatore. (6 8 ) Ci che nel libro antecedente ec. Perduta la part del lib. xxxi in cui contenevasi questa promessa. (6 9 ) Che non convenivasi. Il testo ha solo xBHxn, che convenivasi, ma, parendo questa espressione quasi oltraggiosa al merito di Scipione, il traduttore cos la modific : Quam consentaneum videri poterai, ed io ho creduto.ragionerle di acco starmi a questa modificazione.

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(jd) Affezione ed intrinsichena. ^Aiptrit **< tv(t*tftQ*p'k j il primo de quali vocaboli, trattandosi di amicizia, denota la scelta cbe si fa per inclinazione, il secondo la famigliarit che si stabilisce tra persone che stannosi 1 un all altro dattorno e tono unite, conforme lo indica 1 etimologia d ameodue. Distribuiti pelle citt , tT Elruria secondo Pausania ( vii , io ) ; quindi male tradusse il Vallesio per municipia Italiae. lo ho renduto il semplice wtp't Tms n ix u t del testo. (7 9 ) Impetrarono. N il volgato da S a u rixltn , sfug gir, aberrare, ah J i i r t i t n i ! da Sm nrtvStn, spicciare, affret tare cbe copgettur il Yalesio ed approv lo Sehweigh. qui con vengono. Meglio la intese il Reiske che propose fe cero s che ottennero, ed io l ho adottato. (j3) Insieme. Simul fu tradotto il *7fc7Jv7* del testo e che interpretar dovrebbesi nella stessa direttone, a quella stessa volta 1 che poscia abbandonarono! dirigendosi Fabio da una par te , Scipione e Polibio dall a ltra , lo che esprime 1 x) B-uTip* che segue, chfe la scrittura V olgata, e cui si sottintende xXmpS banda, fianco) 0 i r i B i h f a , naininat. plur. di S - u h f t , con forme piacque meglio al. Gronovio ed al Reiske. Certo ,, che per volgersi amendue da un lato doveano trovarsi insieme, ma se il Nostro non avesse voluto indicar che la loro unione ti sarebbe contentato di scrivere *f*, ovveramente ip t . (7 4 ) Essendo noi due fratelli. Il testo ha qui certamente bi sogno di correzione, e ben se ne avvide il Reiske, al quale non andando a versi quel 7fm y p tn , eh una brutta foggia di man giare, cio m cehiw e, volle che si sbandisse al tutto cotesta idea materiale e si scrivesse r ip m lifttt , esternilo noi 4 . fr . t ttfiproghmm/o. ho Sehweigh., il quale taccia questa iwterprelazio ne di freddezza , crede che la lozione volgala sia un modo pro verbiale e eh significhi n. d. f* . giamo insieme allevati ( una afiimr fratres) ; um questo senso sarebbe molto meglio renduto de n tlftip ifttS a . Io, a dir, vero, mi senio pi inclinalo a rice vere la emendazione del Reiskft dappoich friso che i due figli di

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L. Emilio, passali per adozione nelle famiglie Fabio e Scipio ne , si allevassero insieme, essendo ciascheduno di loro stalo al loggiato in casa del nuovo padre, siccome qui appunto veggiamo Scipione uscito dall abitazione di Fabio dove fu eoa Polibio a visitarlo e cosi da intendersi che Fabio talvolta si recasse in casa dellaltro fratello. Forse scrisse il Nostro semplicemente *</*, o con pi regolarit Svm iftm t >7i StXQitt, come l ho supposto nella traduzione. (7 5 ) Bellla pratica. Seconde il Reiske significa qui industria, attivit, dUigema, assiduit. Instituta tradusse lo Schweigh. Io credo che corrisponda a uso , consuetudine, e che nella nostra favella gii si confaeoia il vocabolo d ie ho scelto, per avventura dal greco derivato. (7 6 ) No prendo a difender cause. Tutti i Romani apparte nenti a distinte famiglie che dedicavanai gli affari di stato inco* minciavano la loro carriera nel foro, onde dar saggia della loro abilit, e procacciarsi ad un tempo clientele ed amici. Era pertanto Scipione troppo giovane per siffatta occupazione, alla quale sappiamo che Cicerone si diede in et appena di venzei anni. da notarsi la frase greca bhe qui riscontrasi, xpfrtu parla

re , discutere giuditii, sentente. (7 7 ) V ingresso del discorso. Nella traduzione latina fi) sorpas sato il *7pi), principio, introduzione , con cui Scipione faceasi
strada a chiedere l assistenza di Polibio ed a manifestargli il suo desiderio, eh egli a tal uopo seco lui vivesse. (7 8 ) Che allora non avea pi di diciolto anni, a Non do* po la morte di L. Emilio avea Scipione diciotto anni, siccome pare che da' questo luogo del Nostro cavasse Diod. Sic., ma era la sua et allora di venticinque anni. Parla pertanto qui Polibio di una cosa avvenuta in addietro , non molto dopo che Perseo fu vinto da Emilio. Schweigh. (7 9 ) Ti reputi da nulla, rati che qui riscontrasi i , secondoch osserva lo Schweigh. nel dizionario polibiano, pi che Ed infatti il primo di questi verbi esprime il

dispreizare che-si fa alcuno perch lo si conosce di ci merita* yole ; 1 altro significa disprezzo per allertila animo , orgo glio , da che sovente prendesi nel senso di .alias spiri ta* gerere, aver grande opinione di si. In Polibio capir non dovea il secondo di questi sentimenti ; sibbene egli si protesta che Scipione non meritava l altro. Io mi sono ingegnato di pa rafrasare adeguatamente il verbo eh nel tetto. ( 8 0 ) Che ti sembri esser pi dolce. II. 7* premesso al. I t f t fece credere al Yalesio che avanti quella particella fosse omessa qualche parola, eh egli suppose i3 f t , vergogna. Al lo Schweigh. parve doversi al 7, far precedere y viri7r, op pure f f v r* (Imi, per modo che il senso sarebbe ; Che sembri affliggerti per essere tu pi dolce. JM a cancellando il 7 < la piaga & sanata, e non b mestieri di alcun# aggiunta^ lo che io ho eseguito, cangiando solo, secondo lo Schweigh., la de sinenza *t in tt. (8 1 ) Per ci che spetta agt insegnamenti. Innanzi la con quista della Grecia rozzi erano i Romani nelle scienze e nelle arti che inciviliscono le nazioni Ma come prima da quelle sog giogate contrade aflUd in Italia ogni manira di dotti, le famiglie pi cospicue di Roma affrettaronsi di far tesoro delle loro co gnizioni; non altrimenti che in et molto posteriore l impero greco dagli Ottomani distrutto diede occasione a grande'numero di quegli scienziati di migrare in Italia e di recarvi il loro sape r e , a sommo vantaggio della col rinata civilt. - Polibio offe r vasi a Scipione ed al fratello per lammaestramento nella scien za politica ed in quella della guerra, nella quale gii grandeggia vano i Romani. Queste erano appunto le cose degne de maggiori di Scipione, in cui egli rattristavasi di non avere per anche nul la operato. (8 a) Mutua dichiaraiione. quanto confessione nella quale si dichiara il propria animo; quindi a t tfttX tyi non altrimenti stipulatio, contrattazione^ stabilimento di p a tti , con forme tradusse lo Schweigh., sibbene reciproca confessione.

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(83) Ottenevasi allora in Roma agevolmente. Anzi la corruzio ne generale render dovea col mal esempio tanto esteso ben perico losa la seduzione, e difficultare al giovine pi costumato per na tura i] tenersi ne limiti della virt. - Se non che siccome, se condo il proverbio , in terra d i ciechi un losco re, ia siffat ta contingenza poco merito bastava per conseguire lode. - Il Valesio tradusse lvn'f*7r, cui 1 Ernesto e Io Sehweigh. diedero un snso metaforico , nel suo significato primitivo , fa c ile a ra p irsi per in sid ia , come si fa nella caccia, , d ond deri* vato quell aggettivo. Non err egli pertanto si grossolanamante come lo Sehweigh. ebbe asserito. (84) T utti si abbandonavano. Ho voluto in qualche modo rendere nel nostro volgare 1 energico f ixs;gv>7a che ha qui il Nostro da tKr< , spa n d ersi, trarsi fu o r i , effundi. (85) A canti osceni. Nella pota a i al lib. xxxi ho gi os servato cbe Polibio piglia quasi sempre la voce i* p iu * lx nel senso di canto, comech significar possa e versi e prosa, ne quali alcun componimento si canta o si recita. Qui al certo trat tasi de canti che, modulati sopra temi osceni, escono dalle boc che di gente avvinazzata. (86) Avendo ben presto dato d i piglio ec. Sorprende, a dir vero, la celerit somma con cui questo contagio morale si diffu se tra la giovent di Roma. Terribil esempio del potere depra vatore' eh esercitano su costumi i piaceri sensuali raffinati dal gu sto eh pur figlio della civilt. Ma aveano i Romani a cotali disordini il gran rimedio della censura e delle leggi suntuarie, e bastaron allora la legge Fannia e le severe discipline inculcate e messe in pratica da Catone per ricondurre la temperanza in quella ptria d eroi. V. lib. xxxi , c. a4 , e col la nota i58. N poco da credersi che vi contribuisse la vita moderata e da ogni lussuria aliena che menava Scipione. (87) Q uasich dissi risplendeva. Io volli ritenere li , metafora invero alquanto ardita, ma rattemprata dall i i t t che la precede, anzich tradurre i fiacchi viguit ac flo ru it de
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traduttori latini, cui potevasi con maggiore propriet sostituire quasi em inuit, emicavit. Tutto ci di cui si fa pompa, che si inette in mostra, siccome quel licenzioso tenore di vita, in qualche mdo risplende. {88) Le ricchezze. Non men i x*p n yt* ohe 7 % *piiyittt e %6ptyt/> significano le cose necessarie alla vita e le spese che s! fanno onde procacciarsele, ma qui prendesi questa espressione in un senso pi largo, non solo di cose necessarie, ma eziandio di quell che al viver agiato e magnifico appartengono. (89) Pie p rim i cinque anni, a II Quinquennio intendi eh dall addossata toga virile allanno ventesimo ; perciocch in que sto spazio di tempo i giovani abbisognano della maggior custodia. A Roma certamente dalla fama di quella et faceasi giudizio di tutto il resto della vita, conforme insegna Cicerone nella orazio ne per M. Celio c. 5 , con queste parole: N ella qual eia se al cuna non erasi da s difeso colla sua gravit e castigatezza e colla disciplina dom estica / in qualsivoglia m odo fo s se stato da su o i custodito , < 1on potea tuttavia fu g g ire la vera infamia. M a chi que prim i incominciamenli d ell et preslava incorrotti ed inviolati , della costui fa m a e pudicizia, quando gi era p e r venuto agli anni del vigore , ed uomo era tra uomini , nessuno parlava. Falesia. Da questi detti dell oratore romano scorgesi c h e, per mettere in salvo il buon nome di un giovine, suffi ciente non era la rigorosa custodia io che lo tenevano i genito ri o altri di ci incaricati, ma eh egli stesso dovea armarsi del le virt necessarie a conservare la purezza de suoi costumi, sic come veggiamo che oper Scipione. (90) C ompostezza., Cos mi sembrato doversi tradurre 7{( , cui corrisponde l definizione che di quel vocabolo d la Crusca: Aggiustatezza o m odestia d abito e d i costumi. Cice rone ( De offic. - 40 ) la spiega con1 queste parole: In qua inteUigitur ordinis conservatio, e la vuole diversa dalla modestia, quo ia verbo , die egli, m odus in s t, come chi l appellasse li mitazione de desiderii e delle azioni. Ma dagli Stoici, continua

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lo stesso, si definisce modestia la scienza di quelle cose che fan* nosi o diconsi, e hanno ad essere collocate al loro luogo. Non ho pertanto voluto usare qui semplicemente il vocabolo modestia , siccome fece lo Schweigh., ma appigliato mi sono a voee tale eh esprime posizione ordinata e secondo leggi stabilite, qual 7|r, donde formasi i /7*{/*. (91) Amm aestramento. Il volgato con ragione fu disapprovato dal Reiske, il quale propone di sostituirvi S iS a ^ r, istruzione , ovvero (xaA ) v ir l u y tix , (bello) esempio. AllErnesti piacque di non cangiare nulla, spiegando xtSe%>ir, aj u t o , quasi rifugio, onde Scipione prender poteva am monizioni p recetti, esempli , consigli. Io ho preferito SiSa%ir, consideran do che la convivenza col padre dal qual era nato, cio con L. Em ilio, porgergli potea efficace istruzione perla condotta da te* uersi, alla qual istruzione riducevasi lo stesso esempio. II rifugio poi presuppone necessit o pericolo , ne quali frangenti non tro va vasi al certo di continuo il buon Scipione. (91) Padre carnale. Nl testo iteti Q vru, secondo natu ra, intorno alla qual frase cos nell idioma greca come nel No stro veggasi la nota 108 al lib. xvm. (g3 ) L a fo rtu n a . Questa , siccome vedremo ne seguenti capi toli, gli offer parecchie splendide occasioni di dimostrare la gran dezza del suo animo. (g4) I l Maggiore. Intorno a questa qualificazione di nome veg gasi la nota 111 al lib. xvm. (q5 ) Che questo era il nom e ec. Cotale spiegazione sembra superflua, conservando presso i Romani le fanciulle che anda vano a marito il nome gentile della famiglia dond* traevan i na tali , la moglie di Scipiobe discendeva dalla famiglia Emilia, so rella essendo, conforme qui dicesi, di L. Emilio. Se Uon che Po libio scriveva pe Greci a quali alieno era siffatto costume. (96) Sfoggiare. Qui prendo questo verbo in un senso pi lar go dell usato , riferendolo non solo a testiti, ma agli altri oggetti ancora che a quelle pompe appartengono. M tynK eftip Tir tr iti-

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rrmcif . scrisse Polibio: A ver magnific condizione. Circa il significato del vocabolo r t f t n u r i c v. la nota 55 g al lib. iii, Iltp ixtirn che leggesi poco appresso suo sinonimo. (97) Pompe m atronali. Celebravansi in Roma queste feste che appellavate! M atronalia il primo di marzo, sulle quali da ve dersi Ovidio, Fast. lib. in, vv. 339 e seg., dove esposti sono i mo tivi e le varie commemorazioni per cui furono istituite, tra le quali era la principale che in quel giorno le Romane rapite da Sabini si frapposero alle armi de mariti e de parenti, e colle lo ro lagrime cessar li fecero dal pugnare. - Ma a Diana ancora sacrificavano le vergini romane con pompa il d i 3 d agosto ( Oraz., lib. 11, Ode 13. Properz., lib. n> eleg. , ed a Venere le donne il primo ed il a 3 d aprile (Ovid., Fast. v. Plutarco, Quist. rom ., num. 45 . (98) L a seguitavano. Non comprendo come i traduttori latini facessero praeferebantur dal AvSn i u 7 j che lignifica ci in che labbiamo voltato. Il singolare nel quale 'posto questo ver- i bo atticismo, e si riferisce agli oggetti che seguivano, conforme ne fa fede 1 i v l j che gli tiene dietro. (99) Don ec. a Circa questa liberalit di Scipione leggesi nel Lelio di Cicerone ( c. 3 ) : Che dir io de suoi costumi dolcis simi ( facillimis ), della piet verso la madre, della bont ver so i suoi ? V alesio. (100) B ra si separata. Questo mi sembrato il valore di *t che male si renduto in latino per repudiata e s t , cui corrisponde nel greco i x t x ' t f i n t i . Differiva presso i Romani il ripudio dal divorzio. Il primo facevasi per qualche cagione diso norevole, ob rem p udend a m , al dire di Festo. L altro era una semplice separazione per cause di minor conto , od anche senza causa , e facevasi talvolta dalla moglie, siccome fu il caso di quel la Valeria di cui scrive Lelio a Cicerone ( Famil . vi, ep. 7 ), che fece divorzio dal marito senza causa lo stesso giorno eh' egli do vea venire dalla provincia. In amendue i casi pertanto si rima ritavano, e cos fece appunto la stessa Valeria che poscia si spo-

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s a D. Bruto. La separazione dlia quale qui fassi menzione pare che fosse divorzio e non ripudio, ma non si conosce che la moglie di Emilio da lui separata pigliasse altro marito. (toi) Col cocchio pensile. Convien credere che 1 kxiiin del testo corrisponda a quel genere di vetture a due ruote cbe i Ro mani chiamavano pilentum , nel quale, a detta di T. Livio ( v, 35 ), permesso fu alle Matrone di andare a sacrifici'! ed a giuochi in benemerenza d essersi a tempi di Camillo per un pubblico bi sogno spogliate de loro ornamenti doro. Il carpentum, del quale venne loro concesso 1 uso nella stessa occasione (Liv., 1. c.), era una carrozza in cui giravano per la citt ne giorni festivi e di lavoro, quindi diverso dal pilentum . lo ho aggiunta al cocchio la qualificazione di p n sile , perciocch librato era sopra le due ruote per modo, che chi vi sedeva sembrava agitarsi sospeso in aria ( V. Forcellini alla' voce pilentum ). (ioa) Perciocch nessuno vi d ec. Notisi la franchezza colla quale Polibio qui rinfaccia a Romani la tenace avarizia , donde tutti li pronunci macchiati ; agli stessi Romani che , poco pri ma ( c. 8. ) egli disse, piglieranno al certo nelle mani i suoi li bri, dove descritte sono le loro geste. (io 3) Onest. Male fu voltato in virtus il del testo, il cui valore abbiam altrove apprezzato. V irtu s , secon do Varrone (De ling. lat. v ) , viri vis, a virilitate , e nella one st risplende bens il sentimento di ci eh buono e convenien te , ma 1 f o n a dell animo trionfatrice delle passioni non ne for ma 1 essenza. Anche nella lingua del Lazio differiva molto pro bit* da virtus nello stesso senso che abbiamo test addotto (V. Forcellini al vocab. virtus ). (toi) Saxievoli. Non mi piace lrA>>'<rrv con che Suida, ci tando questo luogo di Polibio, interpreta il che qui abbiamo dinanzi ; aggettivo col quale propriamente si esprime ci che reca saziet, fa stid io , non gi chi inesplebile, non pub saliarsi. Peggio definisce Esichio *al*.**pns; fo t, turbolen to , molesto. - Circa la poca favorevol opinione che il Nostro

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avea del bel sesso ,in generale veggasi il lib. n, c. 4> dov egli con uh breve ma robusto tratto dipinge la furibonda tracotanza della regina Teula. (io 5 ) Del padre adottivo. Dopo le parole greche a queste corrispondenti trovandosi k a f i i i l t s , che isolato non ha nessun senso, lo Schweigh. vi premise un asterisco, in segno di lacuna, che il Reiske aveva empiuta scrivendo 7 \n p t tt ft l* i vr*ptc*<tf i i i l * i v i i i ; piuttosto f i t t i t i i v i tu che meglio convie* ne al senso ed al caso in cui quel participio, e tradurrebbesi : A vendo egli ricevuta P eredit. Lo Schweigh. non accolse nella versione siffatta aggiunta , ed in vero dessa ardita non meno che superflua, ed io pure ho creduto di ometterla adatto. Forse era nel testo I tX iv l ir a i lt t Ti fi /, riferito a *^7 f t che immediatamente precede ( del padre adottivo eh era morto) nella quale supposizione converrebbe cancellare V iv i ti che segue senza nulla sostituirvi. - Del resto era cotesto padre adottivo figlio di Scipioe Africano il Maggiore che mor nel 571 di R. ( V . x n v , 9, nota 7 4 ) , cio oltre vent anni innanzi all avvenimento qui narrato, e quindi avanti la nascita dell Emiliano. Non era egli conosciuto per gesle gloriose, comech guerreggiasse sotto il pa dre. Sappiamo , dal Nostro ( x x i , 11 , a. 5 5 ) che fu fatto pri gione nel principio della guerra d Antioco. (106) Pattuito ave ec. Quando presso i Romani la dote non davasi subito, la si d iceva , o si prometteva. Dicevasi con sem plici parla , prmettevasi per via di stipulazione e contratto, ed in questo modo avea Scipione dotate le figlie. Ma mor egli frat* tanto , e secondo Plutarco non avea n maritata n fidanzata la figlia t che da parenti fu poscia data a Tib. Gracco. L erede r padre adottivo dell Africano Minore , dovea secondo ta legge ro mana pagar la dote in tre anni, n si comprende per qual ca gione la madre se ne assumesse .il pagamento, che oltracci fu fatto irregolarmente , non essendo prescritto il pronto sborso del la met. Emiliano altres non pare che dovesse godere 1 agevo lezza di pagare io rate la met residua che da tanto tempo aveva

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ad esser consegnata alle zie. Se non che il contratto nuziale ed il testamento dell Africano Maggiore, del quale non sono a noi per venute le particolarit , avranno stabilita ogni cosa ed assogget tato lla legge il pagamento dell altra met ; a malgrado della ritardata sua esecuzione. . (107) Cinquanta talenti. Secondo Bartblray ( Voyage du jeune Anachars., t. t u ) il talento d Alene equivaleva a 54 oo lire di Francia, quindi, cinquanta erano pari a 270,000 di quel le lire. Questa valutazione fece Polibio in grazia de Greci che leggere doveano la sua storia, prendendo, credo, per norma il ta lento di AteQe eh era il pi comune. In moneta romana ascen deva cotesta somma ad un milione e d i i g e D t o mila sesterzi!, duodecieies sestcrtiu m , HS. M C C , lo che si deduce da quanto riferisce A. Gellio ( v , 2 ) del prezzo a cui Alessandro Magno comper il suo Bucefalo, e che sommava tredici talenti, eguali a HS. C CCX 1I, trecento dodicimila sesterzii. (108) Tiberio Gracco, a Questi, allorquando L. Scipione ( l Asiatico, fratello deir Africano Maggiore) conducevasi in car cere, s interpose a suo favore coll ajuto dell autorit tribunizia, comechfe inimico fosse degli ScipionL Per il qual benefizio P. Sci pione Africano , per richiesta del senato gli promise la propria figlia, conforme narra. Livio ( xxxvni, ). La impalm egli per tanto dopo la morte dell Africano. Valesio. Che se Plutar co (in Tib. Gracc.) asserisce esser quella fanciulla stata promes sa dopo la morte del padre, eia contradice manifestamente a quanto lasciarono scritto su questo particolare gli storici sommi di Grecia e di Roma, n accadeva che il Valesio per non dare una mentila al filosofo di Cheronea si affaticasse di conciliare le due opinioni Riverse col recare in mezzo la strana supposizione che, morto l Africano, la figlia minore di lui fosse un altra fiata e come definitivamente promessa allo stesso Gracco, circa il qua le consultisi la nota 26 al lib. xxxi. - Scipione Nasica detto Corculum , figlio di quel Nasica , che uomo ottimo fu giudicato dal senato. Quest ottimo pertanto era consanguineo dell Africano, siccome insegna Livio ( xxxvm, 58 ) figlio di Gn. Scipione, che

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fu ucciso in Ispagna insieme col fratello. V ale sio. Un figlio

del Nasica qui rammentato, giovine, valoroso, milit sotto Emilio Paullo neH ultima guerra macedonica, nella quale pugD ancora . Scipione Emiliano essendo in et di diciassett anni ( Liv. xliv , 3 6 , 4 4 )> un anno adunque innanzi alla famigliarit eh egli avea cominciato a contrarre col Nostro ( x x x ii, 10). (109) E coniando a d entrambi venticinque talenti. Il testo ir<v7* f 7y> SiuypaQ it i x a l i f f l t i x t n <ri7la X a tlm i, suona letteralmente : E fa c en d o la cancellatura a d entram bi de' venticinque ta le n ti , eh equivale a quanto abbiam espresso nella traduzione, ed necessaria conseguenza dell eseguito pagamento. Volendo pertanto meglio approssimarci alla .frase greca, potevamo, senza offendere la propriet della favella italiana, cos voltare questo passo: E dipennando ad entram bi la partila de venticinque ta lenti . Il Reiske in una nota eruditissima determina il valore di in questo senso coi) eseropj tolti da classici scrittori, ed avverte che i latini lo esprimevano con resexibete opposto a perscribere, che, conforme insegna il Yalesio a questo luogo, si gnificava presso i Romani registrare n e libri quel denaro eh' i dovuto e. non p e r anche pagato. ' (110) N a ci $ 'indussero senza ragione. Ka'i Itv T 1snerbo , iv * i x l y t t f , secondo le parole : E ci patiron non irragionevol mente. L Ernesti nel dizionario polibiano d al ravvio in que sta frase il senso di fa r e , e cita a questo proposito il verso a 34 delle Nubi d Aristofane, dove incerti 7t> 7* 7 7 sta per <Axi strascina , s i trae dietro. Giusta questa, spiegazione il presente passo andrebbe cos tradotto : N ci fe cero se m a ragione. Se non che sembra assurdo che f a r e patire, diametralmente tra di loro opposti, abbian ad esprimersi colla stessa voce. Il perch io credo che l' azione in siffatto modo di dire avvenga in conse guenza di qualche passione od influsso, e qui li zii di Scipione s'indussero ad interrogare lui stesso per cagione della diffidenza, o dir vogliamo passione diffidente, conceputa verso del banchie re. E nell esempio ancora tratto da Aristofane il pensiero che

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strascina P umote nel nasturzio produce in quest erba una su scettivit ( eh stalo passivo ) di riceverlo. / ( m ) Pei* buona pezza. Non faceva d uopo che il Gronovio tentasse la scrittura Volgata, cangiando iv i in t l i Pa recchie volte trovasi nel Nostro iw S i , I f t i t iftip c tt , tiri * A z p c te f ( v, 63 , 73; vm, i 5 ; i, ii, 19 ). (112) Scrupolosit. Nel testo molto evidente l opposizione della (magnanimit) di Scipione alla { tix p tX ty itt ( soverchia occupazione'nelle cose piccole ) di Tiberio e di Na sica. Non ci fu possibile di renderla nel nostro idioma, e la vo ce da noi prescelta per denotare 1 ultimo di questi sentimenti ci sembrata la pi espressiva. ( n 3 ) A successori della sua fam ig lia . A l a S i ^ t v t < 7*3 y itto g h al certo testo viziato ; ma non era necessario che il Yalesio ponesse i v i tv innanzi a k x 't , donde risulterebbe la su* perflua indicazione che i successori di lui eran ancora quelli del la sua famiglia. Meglio si farebbe a cancellare il xtt\ seni aggiun ta , siccome io feci. H aeredes fa m ilia e sacrorum et nominis sui, che hanno i traduttori latini non nel greco. <114) Stimata meglio d i sessanta talenti. Malesi comprende come alla vedova di. L. Emilio non si fosse potuta restituire la dote di venticinque talenti (xvm, 18), sommando la facolt la sciata dal marito sessanta talenti. Ma conviene credere che cotesta restituzione, conform detto al luogo citato, non pptesse ese guirsi pienamente senza la vendita di alcuni effetti e possessioni, perciocch tra le sostanze di Emilio trovaronsi pochi contanti, e ci che ne ereditarono Scipione e Fabio consisteva perla mag gior parte in beni' fondi. Che se l aggiunta di sessanta talenti al la facolt di Fabio rendeva eguale la sua facolt a quella di Sci pione , ne segue che quanto eredit Scipione dal padre adottivo ascendesse ad una somma maggiore , non potendosi supporre che Fabio nulla del suo avesse redato. ( u 5) Che in quello s i consumavano. Nel testo U t i> x X iirxtfcim t x f n f t i l u t , de' denari consumati : espressione oscu

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ra che ho slimato di rei>dere pi intelligibile col supporre smar rite le parole l i i v l a l s ( pttt* fta % n tn ). (116) T renta talenti. La met di qaesti avea dita Scipione al fratello dopo la cessione che gli fece di tutta la eredit di sessanta talenti.'Donde si conosce molto^ ragguardevole essere sta ta la sostanza che a Scipione derivata era dal- padre adottivo, appello a cui povera dovea reputarsi quella di Emilio che non trasse profitto da tesori somministratigli dalla Spagna e dalla sog giogata Macedonia, ma tutti recolli nell erario di Roma. , (117) Sparsa che fu la fa m a . Essendo nel testo pn/tne * tpi i n i tv S iS t ft tm t, non sembrami, siccome parve al Reiske, che abbia a premettersi al sostantivo uno degli aggettivi da lui pro posti, ftty ix % s , grande , **ftx-ptis , splendida , Itia ln t, tale, dappoich in altri luoghi ancora del Nostro trovasi <p*fti> senza siffatta precedenza ( vr, a 5 a ). Sibbene da approvarsi il A che 10 stesso commentatore vi pospone ed il S ia S iS t/tttm che sostitu al volgato S ia S tp tttis. - Altra correzione ancora io sti mo qui necessaria. Male suona v i pi i v i tv ( intorno a lui ) re lativo a Scipione ; ch la fama si divulga propriamente intorno ad un fatto, siccome qui divulgossi intorno alla nuova generosi t del giovine celebrato. Sentendo ci i traduttori latini scrisse ro: hujus rei fa m a , ma non si avvidero della sconcordanza di siffatta traduzione col testo , che io propongo di mutare in vtp) 1Svi t v , inforno a ci , genitivo del neutro tc v o . (1 j 8) Intorno alla qu a l cosa. ( V. sopra al cap. 8 ). (119) Secondo le leggi. Sappiamo da Livio ( Epit., lib. xli ) che C. Voconio tribuno della ptebe avea per insinuazione di Ca tone censore emanata la legge che nessuno potesse costituir eredi le donne, e Cicerone (in Verrem, r , 4 2 ) riferisce che secondo questa legge non poteano ereditare n vergini , n donne dopo 11 censo allora istituito ; ma che vi erano soggette le sole classi censite, donde i contribuenti, al dire di A. Gelilo ( vii, i 3 ), chiamavansi classici. Incominciava pertanto il censo secondo Ascon. Pedian. ( In Verrem., 111, p. 4 o , a , edit. Aid. ) dalla facolt di

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centomila sesterzi, centiim milia sesterlium. Ora siccome la fa colt lasciata da Emilio sommava sessanta talenti, ed il talento ( Y. A. Geli., in, 1 7 ) equivaleva a ventiqaattromila sesterzj, cos quella facolt ascendeva a t, 4 4 ,0 0 0 sesterzj ; somma per cui es so dovea essere collocato in una delle classi superiori del censo. (tao) Onesta bont. cbe male, secondo me, fu latinamente voltato in elegantia , vocabolo eh pi relativo alla convenevolezza e decenza delle esterne maniere cbe non al1 intrinseco merito del carattere e delle azioni che ne derivano. Ma qui spiccavano am'endue queste egregie qualit ; la bont del1 animo, che a tempo opportuno e quando il bisogno maggior mente lo richiede conferiva la grazia , ed insieme la delicatezza nel porgerla senza che il graziato ne arrossisse. (la i) D elle facili. che sono alla m ano, pronte , e quindi dal pi degli uomini godute e difficilmente lasciate. Epi teto di questo pi espressivo non potea darsi a cotesti piaceri in gannevoli, che insidiano alla sanit del corpo ed alla vita, e sof focano nell animo ogni gerrue di generoso sentimento. (aa) / re. B x n X ii * t (assoluto), regii la lezione Volgata, alla quale il Reiske, non disapprovandola , amato avrebbe di so stituire ptfiitriXivxilut , che ebbero regnato, lo mi sono atenuto alla scrittura di Diodoro siccome alla pi semplice ed esatta. (ia5) Liberi^ lasciavano. Non fu bene intesa dagli interpre ti del Nostro la forza dell ni** 7*, da rilasciare, met tere in libert , eh & ben diverso da dicare (dedicare, destinare), ^i E mesti con qualche stiracchiatura dice : in 7 i* i propriamen te fa r libero e rilanciare, affinch possa destinarsi e consecrarsi ad alcuna cosa. Ma i luoghi non si possono altrimenti man dar liberi e svincolare come si farebbe di qualche oggetto mobi le ; sibbene non. s impiegano in nessuna cosa, ed in tal senso lasciansi in libert per dare loro una particolare destinazione. (ia4 ) Sollazzo. Questa voce ho credulo meglio di qualsivo glia altra corrispondere a -fyvxityotyi* , eh propriamente ri

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creazione dell animo e quellonesto piacere che si prende di al cuna occupazione dopo le fatiche imposte dal dovere. Poluplas de traduttori latini termine troppo, generale, e che il pi delle volte si applica a piaceri desensi. (ia5) Per modo che ec. Non mi parve d accettare la muta zione di) ir li in 7 proposta dallo Sehweigh., per cui verrebbesi a dire, come quello eh' era nel fiore ec. ; dappoich adot tando, siccome feci, la lezione volgala, non necessario, confor me crede l ' anzidetto, di considerar il Si xxt x x p x y itifttttt ( il perch venuto ) a come secondo membro ( apodosi ) del pe riodo, la qual seconda parte incomincia da xx&xxip ( nno altrimenti ) , ed retta dal verbo mrtfin ( ymir9w< ) 7m tp/tm nel nostro volgarizzamento traeva dietro. Cpsl col Si x x \ in comincia un nuovo periodo. (ia 6 ) Salutazioni. Era costume presso i Romani, che coloro i quali a qualche dignit aspiravano, riscontrandosi in tale che nelle ragnnanze popolari votava per le nomine, il salutavano cor tesemente e la mano gli stringevano, per averlo a s favorevole, e ci chiamavano prehensare ; al qual uopo bazzicavano nel' fo ro , o dir vogliamo nella piazza principale j eh era il luogo pi frequentato della citt.. 1 Greci esprimevano quest atto per %xt(h tfic t che qui leggiamo da %xipt, loro forinola di saluto cor rispondente al vale de latini. (137) Colla pubblica voce. Nel testo *p\t \ S y t t , propria mente verso il, col discorso, cio della g ente, del popolo. E potrebbe darsi che Polibio scritto avesse *<> X c y tt, sebbene questo sostantivo trovisi solo presso altri scrittori ancora pler vo ce sparsa fra il volgo (V . Xenoph. Cyrop., iv , a , 1 0 ; v , 2 , 3o ). (ia 8 ) NelP amor della gloria. Mi sorprende come lo Schweigh. ritenuto abbia nel testo lo spropositato ir (nell amor delle cose straniere) ch era nel manoscritto del Valesio,ma da questo gi sospettato dversi cangiare in q>iXcSi'x, amore di gloria ) , e cosi interpretato. Se non che cursus ad laudem

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el gloriam nella versione latina non rende perfettamente il senso
del vocabolo greco. ( 129 ) Della prim a giovinezza. 7nt *fulns ij*<x/rnon in adolescenza, conforme fu tradotta. Imperciocch sebbene i* prendasi talvolta nel senso di in ; dove, siccome q u i, trattasi di tempo, equival esso all a , ab de latini , e pi adeguatamente sa* rebbesi reso per a prim a ab ineunte aetate. Oltracci X ik semplicemente -et , che va determinata con qualche aggettivo, siccome nel nostro caso con T f ln , prima ; dalla qual regola pertanto hassi da eccettuare quando significa eia m ilitare nella formola in (130) Sar per dire intorno a lui. E da dolersi, che pochis simi brevi cenni di Polibio intorno alle geste di questo sommo romano sono a noi pervenuti. Smarrito eziandio quanto di lui scrisse L ivio, tranne quel poco che se ne conserva nelle epito mi-de* lib. XLV111 a l i , e iv i a l i x ; tuttavia pi da questi si rac coglie che non da frammenti del Nostro. La maggior contezza che abbiamo de fatti che la vita di lui onorano, ne porge Appia no alessandrino nelle cose puniche c. i m v e seguenti. (j3 t) Degli Ateniesi. Ho seguita la cronologia congetturata dallo Schweigh. per questa ambasciata , sebbene non parmi che v abbia dati probabili per adottarla ; ma il feci non sapendo a qual altra epoca appigliarmi. La cessione fatta agli Ateniesi del le isole di Deio e di Lenno, che i Romani tolte aveano a Rodii, per punirli del loro contegno ambiguo nella guerra di P erseo, avvenne l anno di R. 588 (lib. xxxi, c. 1 8 ) , cio sette an-' ni innanzi a questo fatto : spazio di tempo che sembrami troppo lungo tra 1 * anzidetta. cessione ed i reclami de Delii. (i3a) Essendo stalo a questi risposto da'Romani. Convien adunque credere che avanti l presente ambasceria un altra ne avessero mandata i Delii a Roma sobito dopo la loro cessione per raccomandare s e le loro sostanze. (i$3) Voleano col ec. E si pare che gli Ateniesi, disub bidienti a Rom ani, avessero messe le mani addosso alle facolt

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de Delii emigrati, per cui questi chiamavansi in diritto di chie der rappresaglie ; ovveramente da supporsi che alcuni tra gli antichi cittadini di Deio andassero dagli Ateniesi creditori di 6omme che questi non voleano pagare. (134) Giusta il trattato c. Dovea questo contenere un arti colo su crediti reciproci di quelle nazioni, i quali in caso d in solvenza diritto Avessero di farsi pagare collappropriazione median te sequestro e confiscainento de crediti che per avventura avea il debitore nel paese seco legato per siffatta convenzione. Laonde i Delii, divenuti cittadini achei, intendevano di partecipare a cotesto diritto che gli Ateniesi loro negarono, probabilmente perch quelli non aveano peranche la cittadinanza achea quando fu stret to quel trattato. Ma i Romani non fecero buona agli Ateniesi que sta ragione , e vollero compresi i Delii nelle leggi con ciji gli Achei si governavano. (135) Rendimento di ragione. AixttoStria che ho cosi rendula,ha diversi sensi da me spiegati nella nota a al lib. xxiv, in ri ferendo i principali luoghi del Nostro dove questa voce riscon trasi. Resta che il presente ancora , del quale non feci col men zione, io prenda ad esaminare. Qui si tratta manifestamente di amministrazione di giustizia nelle pretese de Delii contro gli Ateniesi ; quindi cade 1 anzidetto vocabolo nel senso del quale ab biamo un esempio nel lib. xx, c. 6 , dove consultisi la nota aa. (136) GC Issii , abitanti dell isola issa, oggid Lista, che appartiene alla Dalmazia. Sporgente com ella del mare Adria tico e pressoch nel suo centro situata, ha grande importanza per la navigazione, e perci fu ne moderni tempi fortificala e ridot ta a stazione navale. L Orsini che trov nel suo, codice N ir#-lai male il cangi in Atrri* * ( Lissiorum) da Lisso odierna Alessio nell Albania, citt ultima dell llliria'a confini della Ma cedonia, che troppo era lungi dalla Dalmazia. Strabone ( v ii, p. 3 15 ) vanta Issa nobilissima tra le isole liburniche. Ribellatasi da Teuta regina dell llliria , erasi data a Romani ( u , 8 , 4) ( 3 7 ) Daorsi. In vario modo trovasi scritto pressoi geografi

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e storici il nome di questa nazione. Daossi recano i MSS. di Po libio, donde il Casaub. fece Daorsi. Daorisi sono essi chiamati da Strabone ( 1. c. ), che li pone intorno al fiume Narone ( Narenta odierna) e da Plinio (n i, 1 6 ); Tolemeo ( 11, 1 7 ) Daursii li appella e li colloca nell interno della Dalmazia. Daorisii di Vellejo Patercolo (1 1 , n 5 ) mera congettura dell editore Batavo (Aut. Thysius , 1 6 6 8 ) guasta essendo la lezione volgala. Darsi li vuole Appiano ( lllyric. a ); ma coloro che cosi deno mina Stefano Biz. non mi pajono la stessa nazione, dappoich a detta sua nella Tracia li mette Ecateo , e pessima la ragione che adduce il suo commentatore Pinedo per farli credere ta li, cio 1 essere 1 Uliria e la Tracia paesi confutanti; Daorsei sono essi presso Livio ( x l v , 1 6 ). L Olstenio (Notae et castigat. in Steph. Dict. ) pretende che Daorisi li scriva Strabone, e stabilisce in Daorsi la vera scrittura. La etimologia di questo nome se condo lo slesso A*tp3-i, una delle figlie assegnate da Appiano (1. c. ) ad lllirio figlio di Polifemo, primo re di quella contrada. Laonde non improbabile che Daorsi scrivesse questo storico , tanto pi se, siccome suppone 1 Olstenio, A*op<r ( Daors ) abbiasi a leggere nel suo testo. - Am-pi7f (de Dassarili), po polo illirico da tutti i Geografi denominato , sembra che recas se il cod. dell O rsini, posciach cos scriss gli nel suo testo. N io sono lungi dal credere che questa sia la vera lezione, ch in tal ipotesi non sari quanto riscontrasi appresso delle accuse de1 Daorsi una vana ripetizione , per cui lo Sehweigh. stimava do versi cancellare la prima menzione di loro fatta. (138) Epezio e Tragurio. La prima era secondo Tolemeo (I. c.) citt marittima nel sito dov oggid Almissa,ma Plinio (1. c.) ne fa un isola." La seconda , al dire dello stesso geografo, isola eoa una citt del medesimo nome , e corrisponde all' odierna isola di Brazza. Strabone non parla di Epezio. ( 1 3 9 ) Cajo Fannio di cognome Strabone. Con esatto calco lo dimostra lo Sehweigh. che il presente estratto appartiene al1 anno 5 9 6 di R. La guerra dichiarata a Dalmati dopo il rito-

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no di Fannia riportarsi dee senza dubbio all anno seguente, e qnesto avvenimento fu secondo il Nostro nel duodecimo anno do po la ultima disfatta di Perseo lanno di R. 586, quindi nel 5gy. Fu questi console l atiuo di R. 5g3, secondoch hassi da fasti, e di verso dal C. Fannio Strabone che sostenne questa dignit 1 an no 63a , per quanto pu congetturarsi dalla distanza de tempi. (i4o) Dell llliria. Questo paese, conforme gi osservammo nella nota 5 al lib. n, estendevasi dall A rsia, confine dellIstria sino al Drilone, confine della Macedonia, e la Dalmazia ne facea parte , finattantocb era soggetta a re illirici. Gente bellicosis sima avean essi il loro domicilio dentro terra , ina fattisi libe ri ruppero guerra a vicini ed invasero la costa marittima e le isole adiacenti, che dopo la caduta del regno illirico vennero 'sotto la protezione.de Romani ( Vedi le ricerche sulla origine di Trieste, cap. v , ne miei opuscoli di vario argomento. Venezia, i,833 ). . (>40 Pleurato, figlio di Scerdilaide,o Scerdiledo (Scerdiloedus), conforme il chiama Livio, e padre di Genzio. V. la nota i5 al lib. li. (i4a) Signific. Ho schivato il participio S<antpvi7> che lascia il perodo sospeso. Il Casaub. si attenne nella traduzione alla irregolarit del testo; non cos Io Schweigh., il quale accor tosi di questa sconcordanza volt rp tf S liv tit S itr x fttt, come se ripetuto fosse Sntntpi0 t, ostendistetque praeterea. 0 43) Alloggio-provvedimento. Due vocaboli usa qui il No stro , , che non si sogliono applicare se non se agli ambasciadori e pubblici dignitari che viaggiano. Quanto al primo il troviamo nella traduzione biblica dei settanta (Exod\ xv, i3) per onorevole, decorosa abitazione, quale suona l ebrai co testo. Presso Tucidide (i, p. 9 9 , edit. Port.) leggesi xmlmiriu per recarsi ad alloggiare , dove osserva lo Scoliaste che qnesto verbo adattasi principalmente a chi viaggia in carrozza iffu tlti), siccome fanno appunto i gran personaggi, qual era Temistocle di' cui col parlasi, e che condannato assente ricover' da Admeto

a 53
re dei Molossi. - L altro vocabolo riscontrasi ancora nel Nostro (xxii, i)-coll aggiunta di 7Si {><!, cio de doni cbe si- fanno a cotali soggetti (V. al libro test citato la nota 4 ', e lib. xxv, 6 , nota 35 ). Laonde coloro che aveano la incumbenza di fare co tale provvista dicevansi paro chi, da fornire,

porgere.
(144) Da un altra citt, che non era sotto la giurisdizione de Dalmati. Gi noto che wtXtt non prendesi sempre per citt nel rigore del termine, ma sovente per una citt col suo circon dario che reggesi colle proprie leggi. (145) Dacch avean espulso Demetrio Fario. Avvenne ci l anno di Roma 5 3 5 , per opera del console L. Emilio Paullo, padre del Macedonico, siccome scorgesi da quanto riferisce il No stro nel lib. ni, c. 18 e seg. (146) Si effeminassero. Ricevo la emendazione fatta dal Reiske al volgato iwlW vaSmt, che non significa gi semplicemente cor rompersi, languire, siccome vorrebbe lo Sehweigh., sibbene pe rire , distruggersi, lo'che evidentemente qui troppo. Meglio adunque leggerassisrt&vAvrir&ati, non altrimenti che iac7i3^ xit&at Siit 7> i ifim t (effeminati per cagione della lunga pace) scrisse gi il Nostro nel cap. a di questo libro. ( 1 4 7 ) Queste pertanto furono le cause. Due. ne indica il No stro, la umiliazione de Dalmati ed il desider'16 di non lasciare il languidire nell ozio i proprj soldati. Lultima non palesarono alla genti esterne, che sospettare non doveano avere il valore romano bisogno d essere spronato, oltriech avea dessa il colore di pre testo anzich di legittima causa ; 1 altra bens rendettero mani festa , amando essi che tutti sapessero non lasciarsi da loro in* vendicate le offese fatte a proprj ambasciadori. Il perch io tengo col Reiske che 77t *7c significhi agli altri popolifuorch ai Dalmati, non gi, siccome piacque allo Sehweigh., a quelli che

sono fuori, cio non intervengono al congresso, al volgo non partecipe del consiglio. Non pu pertanto negarsi che corrotto
il testo nel presente luogo, dove leggesi : 7*7 } i /} i*7 7i
P o lib io ,

tom . m i .

17*

258
rib tp t* mraSvKtitit. Il Casaub. indic eoo quattro punti dopo
U7' la mancanza di parecchie parole; lo Schweigh. pose nello stesso sito un solo asterisco, e sospett quindi una lacuna mino re, riempiendola secondo la spiegazione eh' egli fa di 7+7t txVn. siccome la riempi il Reike a tenore della sua. lo tengo che qui, non vi sia omissione alcuna, e dipenno Ttt n iM ftti, introdottosi {orse per la balordaggine o saccentera di qualche copista, e cosi scrivo: 77r v* f i t*7 ittM x to tv ti mt Sit . 7. A., e per tal modo la. tradussi, siccome parmi, con sufficiente chiarezza. Del resto avrebbe mai Polibio, in distinguendo le riferite canse, 1 una occulta l altra palese, indirettamente accusati d ingiustizia i Romani in certe loro guerre imprese solo per mantenere la gio vent nell esercizio delle armi ? ( 148) Ariarate. Questo re della Cappadocia, sesto di cotal nome, ra succeduto al padre sovrannomato il Pio lanno di Ro ma 5 9 ( Y. lib. xxxi, c. 14 , e col la nota 9 6 ). Nelle medaglie ha egli il titolo di Filopatore (amico del padre) ed insieme quellodi Eusebe (il Pio). V. Visconti, Iconogr. grec., t. 11, p. 2 9 5 . ( 4 9 ) Essendo ancora state, c Avanti la fine detl anno 5 9 6 era Arisrate venuto a Roma; ma siccome sugli affari appartenenti a nazioni estrne, se non v avea urgenza, non si riferiva al se nato che sotto i onov consoli, quando davast pure-udienza agli ambasciadori, cosi aspettar dovette Ariarate sinch nnovi,con soli Sesto Giulio Cesare e L. Aurelio entrassero in funzione. Al qual tempo si riferisce il 77 Si. Schweigh. Infetti come sarebbono i nuovi consoli entrati nelle loro funzioni mentr era per anche state, conforme intender si dovrebbe riferendo il 77 al tempo della venuta di quel're? Se noti che ove si consideri che i MS. davano Iti* in lm t 7. da sospettarsi che il testo non Sia sano, e che per renderlo tale non bastasse 1 aver cancellato il 7*7>, siccome feee 1 Orsini. Per la qual cosa parmi che Polibio scritto abbia: T7< Si ivSirtt rttftiX., non avendo peh a h c b z assunto ec. , e ci rende ragione de privati colioquj (xaT }Sl&i i t i ch ebbe seco lui Ariarale, sicco- 1 me tosto leggesi. *

25p
( i 5 o) A rnese. Questo vocbolo si adatta secondo la Crusca ad ogni maniera di masserizie , abiti, fornim enti, ec., e nel senso di vestiti appunto trasandati e dimessi, quali Ariarate addossava ana loghi alla sua sventura, da prendersi il rtpix. tir i del testo, in* torno alla qaal voce usata per foggia di vestili veggasi la nota 946, al lib. v. (<5 i) A lla sua presente sciagura. Narra Giustino (xxxv , 1) che Demetrio Solere re di Siria, sdegnato contro Ariarate per avere questi ripudiata sua sorella, accolse supplichevole Oroferne fratello di lai, il quale ingiustamente era stato cacciato dal regno, e stabil di riineltervelo colla forca. Secondo Appiano {Syriac., 47) che Oloferne chiama il fratello di Ariarate, Demetrio per mille talenti l avea a questo sostituito, ed i Romani decretarono che amendue, siccome fratelli, insieme regnassero ; ma Polibio, al c. q3 di questo libro e nel lib. v , c. 5 , riferisce che Aitalo secondo rimise Ariarate sul trono, lo che egli non^avrebbe fatto senta la volont de Romani, a quali veggiamo che quell infelice ebbe ri corso. ( i 5 a) Recavan una c ro n , cio loro per fare una corona, che i Romani chiamavan aurum coronarium, e che, conforme abbiam altrove osservato, davasi dalle nazioni e da re al popolo dominatore in attestato d ossequio per procacciarsi la sua bene volenza. ( i 53 ) N ei privati abboccamenti. Innanzi che data fosse in se nato pubblica udienza agli ambasciadori, recavansi questi priva tamente da consoli e da senatori che alla loro causa speravano favorevoli, ond esporre loro minutamente le proprie ragioni , e prepararli per tal guisa a dar loro, il voto che desideravano. ( 54 ) La sfoggiavano maggiormente. M(< f a /la ti *1 ti X x ti , letteralmente ,, maggior aspetto dietro s traevano , eh frase energica, denotante la vista magnifica e pomposa che risultava dallo splendore dei vestiti e dalla gaiezza del portamento ; idee che panni d aver adeguatamente espresse col verbo che ho scelto. ( 55 ) Tutto dicevano, contro Ariarate, e d a tatto risponde-

a6 o
vano in difesa delle accuse contro di loro portate. La lezione vo gata della seconda sentenza srpte sra>77, a d ogni maniera di cose, cio d i accuse, e non doveva tentarsi, siccome fece il Reiske, proponendo di cangiarla in w&tlet. () 56 ) N o n era soggetto a prova. Questo il vero senso di J tr s x - 'i v & v f e t , non gi ea nec confutata' m anebant (quelle cose D o n rimanean confutate ). Producevan costoro le accuse con ar ditezza, perciocch nessuno li costringeva a renderne ragione, a provarle. Anche i o * t% tt 7> ix tX a yti< rip m n mal renduto per quia aderat nemo, qui veritalem uerelur (perch non v avea nessuno che difendesse la verit ). La difesa ( it r t X t y i* ) relativa alla persoDa, non alla cosa. (i 5 j) Parve che il successo ec. Cbe il' contrario di ci av venisse veduto abbiamo di sopra alla nota i 5o. ( 58 ) Bacchica. b il testo, che io credo sbagliato, e doversi cangiare in m da l Jacco uno de cogno mi di Bacco. - Delle a r ti teatrali. Cosi tengo che abbiasi ad in terpretare I i^ u I ik ii , da artefice, ma singolarmente tea trale , o , come diciam n o i, attore , senso in cui riscontrasi nel lib. xvi, 3i. - Eliano presso il quale (Far. h is t., n, 4 0 leggesi il nome di quel principe con doppio p, Oppetplpins (Orroferne), 1 annovera tra i pi celebri bevitori, e Diod. Sic. ( E xc. de vii. et viri. ) nota la sua avarizia e crudelt. ( i 5 g) Gli a ffa ri dell Etolia. Per ben giudicare dell epoca nella quale quietaronsi i varii stati della Grecia qui nominati per la morte degli uomini turbolenti e scellerati che tiraron loro ad dosso tante sciagure, fngendosi partigiani di Roma, affine di sa ziare la propria ambizione ed avarizia ; d uopo considerare co me, vivendo costoro ed essendo in credito presso i Romani, probabil non che gli avanzi de Greci allontanati dalla patria dopo la disfatta di Perseo, pel quale accusati erano di aver parteggiato, vi fossero ristabiliti. Quindi essendo questo ritorno accaduto lanno di Roma 6 i> 4 , conforme scorgesi da quanto ne riferisce il Nostro nel lib. xxxv, c. 6, non andremo, credo, errali se a quel rior-

?6 i
dinamento delle cose della Grecia assegneremo un tempo non molto anteriore all anno test indicato. Per tal guisa avrebbono dorato i disordini in quel paese dalla fine della guerra Macedo nica sino al ripatriare degli esuli, cio dal 586 sino al 6o4 , nel qual intervallo morirono i perturbatori di cui nel presente luogo fatta menzione. In tale supposizione converrebbe trasportare questo estratto molto pi otto, alla fine de frammenti del lib. zzzv. Che. se, come riflette lo Schweigh., Diod. Sic., il quale segui esat tamente le pedate di Polibio, tratta delle scelleratezze di Carope innanzi all espulsione di Ariarate, ci non prova che Carope m o r risse avanti cotesto avvenimento. (160) L'am m utinam ento civile. Questa guerra intestina, tra gli Etoli rammenta Livio nel libro 'x l v , c. 28, dov egli dice^che 55 o uomini principali dell Etolia uccisi furono da Licisco e T isippo coll ajuto de soldati romani. Valesio. (161) M nasippo.D costui ch era beozio, posciach cittadella Beozia era Coronea , e di Creme acarnane , siccome degli altri tutti che, per essere fautori de Romani ne vari! stati della Gre cia furono ad essi mandati ambasciadori, parla il Nostro nel li bro xxx , c. 10. Intorno alla pi probabile scrittura del nome Creme, che qui . nel genitivo leggesi Cremata (X pt/txl*), consultisi la noi? 32 al lib. xxvm. (162) Lo stesso anno in Brindisi. Ci significherebbe che tutti costoro morissero in un anno ; sebbene 1 espressione che qui usa il Nostro potrebb esser relativa a qualche altro avvenimento del medesimo anno narrato avanti quello di cui ragionavasi nel pre sente estratto. - Brindisi essendo il porto nel quale imbarcavansi a que tempi per fare il tragitto in Grecia, ei sembra che Carope clto fosse dalla morte nell atto eh egli ritornava a Roma dopo essersi ritirato in patria, siccome leggesi alla fine del cap. 22. La confusione poi nell Epiro* sar stala dopo il suo trapassare ancora fomentata da molti iniqui compagni eh egli avea. Yeggasi ci che di costui scrisse Polibio nei libri xxx, c.' 10, 1 4, e xxxi, c. 8. (1 63 ) Lucio Anicio. A detta di Livio (x l v , 3 4 ) e di Plutar co (in A e m il., p. 271) e del Nostro ancora citato da Strabone

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(vii, p. 5 aa) ehe gli altri posteriori copiarono, fu L. Emilio che in un giorno saccheggiar fece'dal suo esercito settanta citt del1 Epiro eh erasi ribellato, trasse da ciasceduna dieci uomini dei principali, e men in ischiavit cencinquanta mila del popolo; ma ad Anicio consegnate furono quelle persone di maggior conto , eh egli non altrimenti condann, siccome suona il volgato * * )* x p ltx i, dappoich non egli, sibbene il senato ne avea l autorit, e perci li condusse a Roma. N vi andarono tutti , ma quelli soltanto, secondo Livio, quorum cognitionem causae reservarat (le same della cui causa egli avea riservalo), e secondo il Nostro co loro su' quali cadeva il p i piccolo sospetto. Separ adunque l anzidetto capitano gli uomini sospetti da quelli che noi erano, e ci ne induce a supporre che /ttlt ytp Tt 3 nt*.ptiai ( dopo aver separati) dettato qui abbia Polibio in luogo di x a lx K fitx i (aver condannati), e che la lacuna segnata avanti 7S ix itp tttS i a t i f a t , sia da riempirsi con cAs v& ipSrtu, i x t r f f t ^ x i (aver liberati, rimandati) non gi con Ai<>, Sv**7 n i (aver uccisi, fatti morire), siccome propose il Reiske ed accett lo Schweigh., della qual esecuzione non fanno motto, n L ivio, n Plutarco ( 11. ec.). Per tal modo la sentenza espressa dal Nostro sarebbe: D opo aver A nicio fa tta la separazione, e quali tra gli uomini illustri licenziati, quali su cui cadeva il bench minimo sospetto condotti a Roma. - Sebbene cosi ancora questo luogo non re stituito alla sua genuina lezione. N x tttx p fiu i, n Stam pim i stan bene cos isolati senza l accusativo ch soggetto detrazio ne, e questo non pu essere se non se gli uomini illustri da con dannarsi o separarsi. Leggasi adunque per mio avviso: M. y . 7. SiXKp/tcti A tt x . I t v t itr u p x ttv f u tS fX f, xo) 7t v t fttr i n t n i f i I tili 3i uyxytr& iti i t t 7h> V u /tit. (i 64 ) Carope avuta la fa c o lt ec. Tolti dalla patria tutti co loro che parteggiato aveano contro i Romani, nessuno pi a co stui si opponeva, e poteva egli dar libero sfogo al suo mal talento ed alla sua cupidigia, cui serviva di pretesto lo zelo per la causa de conquistatori, siccome tosto vedremo.

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(1 65 ) Presidio. 'E ^iS pttttt ha il testo, che nel senso proprio guernigione, piesidio , e qui metaforicamente significa a ju to , suffragio. Io non ebbi riguardo di trasportare cotesta figura nel volgarizzamento, comech secondo In Crusca a* medici soli vai esSo per ajuto, rimedio potente. Non vi corrisponde 1 autorit, in che fu latinamente voltata , e male vi si applica l aggettivo m axim a , eh molto pi dell i (come) che modifica siffatto presidio od autorit. (166) Con questi. TIpti T e li n p ttip v p ttttv t, verso gli anzid e tti , cio verso i Romani, le quali parole furono troppo am pliate da traduttori latini in etm plerisque primariis viris ro manis (colla maggior parte degli uomini primarii di Roma). La vicinanza del nome a cui la espressione greca si riferisce mi fece preferire il pronome relativo che ho usato. (167) E le sostanze de m orti rap. Polibio ha qui verbo tale .che con ragione dispiacque a commenlalori. Infatti t%nrSpatr<>tU *l I t l t fih v s (riduceva in ischiavit le sostanze) frase af fatto impropria e da non tollerarsi. 11 Reiske not la incongruenza, ma non propose nessuna emendazione. Lo Sehweigh. voleva a fitevt sostituire vfavr, fig li , a quali si acconcerebbe la schiavit; ma siccome lo scopo principale di quello scellerato era la rapina, cosi sospetta lo stesso che Polibio , scritto abbia 1fm S p tc xtS /n to le v i xa /S itt, xcit 11o rbitalo Ititi filiv i (fece schiavi i figli ed appropriossi le sostanze), e ci concilierebbe tutto. Ma io mi contentai di rilevare la cosa di maggior momnto. (168) A siffatta fig u ra . TIpira ire r che ha qui Polibio sta per fisionom ia cio pel complesso de lineamenti che formano il carattere del viso, e vuoisi esser indizio della natura dell animo. Secondo il Reiske equivale cotal voce al carattere morale della persona espresso negli atti, e cos la intendiamo noi pure. Il perch leggiamo con lui ivQvtit e Svmtftirv in femmi nile. Diod. Sic. scrive neutri questi aggettivi e con lui si accorda lo Sehweigh. che muta in il volgalo x* 7i . Le quali lezioni adottando cosi avrassi a volgarizzare il presente passo : Era que

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sta fa c cia (persona) ancor atta a cooperare. Ci non pertanto il latino dello Schweigh. rende I altro significato. (169) Fenice. Citt ragguardevole dell Epiro nella Caonia, parte pi settentrionale di quel paese. Di lei fece gi menzione Polibio net lib. 11, c. 5 . Quelle che da L. Emilio mandate furon sacco erano pressoch tutte de Molossi, secondoch Straboqe (vii., p. 3 aa) riferisce dietro il Nostro. (170) A llorquando Carope recossi a Roma. Non sarebbesi costui arrischiato di ordinare l'esecuzione della condanna di morte pronunciata dal popolo senza l approvazione del senato, ed a tal effetto balz egli ( Z fftn n * ) col con denari per corrompere i suoi protettori ed ottenere, col mezzo di loro, la conferma della sentenza test mentovata. Il perch non da maravigliarsi se,co loro eh erano gi dannati all estremo supplizio fuggirono dalla patria, siccome osserva Io Schweigh., il quale pretende che que gl infelici, non aspettarono per andarsene la partenza di Carope. ma il fecero appena che furono d en u n ziatio quando sapevansi prossimi ad esserlo. Da tale supposizione movendo mut lo stesso commentatore l 7 del testo in S (questi fuggirono, ed egli ec.); ma io non cangiai nulla , considerando che non la sentenza del popolo, di per s inconcludente, sibbene la partenza di Carope per Roma, onde ottenere a quella lassenso, esser dvea1la grave circostanza che determin costoro alla fuga. (171) Co' danari. Fa maraviglia ccune a que tempi, illustrati dalle virt di un Emilio Paullo, tanta corruzione fosse gi intro dotta nell ordine senatorio, che questo ribaldo sperar potesse di conseguire coll oro da quel supremo maestrato la facolt di tru cidare i concittadini alle cui ricchezze agognava. E coinech a detta di Livio (nella prefazione) in nessuna repubblica tanto tardi entr avarizia e lussuria quanto nella romana ; tuttavia fece il primo di questi vizii cos rapidi progressi dopo lassoggettamento di Cartagine e della Grecia d Europa e d Asia, che non molli anni appresso gli avvenimenti qui narrati, per quanto riferisce lo stesso storico ( E p il., lib. lx iv ), Jugurta sottrattosi clandestina

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mente da Roma, dovera stato chiamato per rendere conto dei danari da lui sparsi nel senato, partendosi sciam : O citt ve-naie, e che presto perirebbe se trovasse un compratore! (172) Principe del senato. Secondo Dione Cassio era il pri mo eletto tra i senatori, ed a detta di Plutarco (in Tib. Gracco) colui che primo era scritto nel ruolo di questi. Il qual onore con feriva bens maggiore dignit a quella degli altri, ma non mag gior potere. Secondo Livio ( Epit., lib. xlviii ) fu M. Lepido sei volte eletto da censori a questa carica temporari* e non a vita. (173) N on acconsent. Il Gronovio cita parecchj luoghi di Polibio ne quali n y x x l i t l fo t tS x t preso nel senso di accon sentire, e questo senso appunto richiede il contesto delle cose qui esposte. Carope era venuto a Roma per domandare al senato la sua adesione alle stragi da lui stabilite nella citt di Fenice) $d il senato non gliela diede. Quindi da rigettarsi il del Yalesto da r v y x i$ tr S * i seder insieme, la qual lezione adot tando egli tradusse io m i x i M c I t t i ir t u haudquaquam inter honoratos (altro significato di x ^ n i f t t t t t da degno) jussus est sedere. 11 n t i M del Reiske da ro ii!h v $ u i signi fica p attu con assenso d ambe le parti, anzich accord con volont della pi autorevole , e r v t tx x d t u dello stesso da rv y xxB -h txi vale cedette, rilasci quanto avea pattuito ; quindi nep pure queste scritture sono da accettarsi. (174) A l suo proponimento di far eseguire l atroce giudizio estorto al popolo di Fenice. E x anim i sententia (secondo la sen tenza, 1 opinione dell animo suo) voltarono i traduttori latini le parole srpts 7J i i i t i v i Stiri >; ma non colsero, per quanto a me pare, la mente dell autore. 'h r U h n t nel senso che le ho qui d-ito trovasi in pi luoghi del Nostro ( in , 94 ; v, 5 ; x x i i , 6 ) e di altri scrittori. (175) I l re Eumene. Regn questi, secondo Strabone ( i n i , p. 6?4 ) 1 quaranta nove anni. Che se egli sali sul trono 1 anno di Roma 55 1 ] , quando mori suo padre Attalo I (Polib., xvm , 34 ; Liv., xxxui, a i) sarebbe la morte di lui avvenuta l anno 606,

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ben pi tardi di quanto la troviamo qui indicata. Lo Sehweigh., attenendosi al calcolo del Simson, vuole cjie trenta sei anni ab biasi a leggere nel luogo di Strabone test citato, ma in tale caso sarebb egli morto nel 5g 3, non gi nel 5 g6 , siccome da lui so stiensi. E certo pertanto che Attalo l i , successore di lu i, con forme scorgesi dal piccolo brano alla fine di questo capitolo, ap pena prese le redini del governo restitu Ariarate nel regno di Cappadocia, e ci avvenne, giusta il Nostro (xxxu, 20), quandera console Sesto Giulio Cesare, l anno di Roma597. Converr dun que estender a quarant anni il regno di Eumene, quale additollo il Petavio (Rationar. temp., t. 11, p. 5 14 )> ( 76) M a col vigore d e lt anima vi resisteva. Lo Sehweigh. nel dizionario polibiano con molti esempli tratti dal Nostro di mostra cbe X ttffrp fltis, Xttpiirp)11 da lui spesso Usato per ala crit , v i g o r e , f o n a , cos nelle operazioni dell anima-, come ne movimenti della materia ; e al presente luogo certamente non si adatterebbe il senso pi comune di sp len d o re, ch ia rella cbe ba questo vocabolo. Maestrevole , a dir vero, colai tratto cbe dipinge un corpo debole e malaticcio sorretto dagli sforzi effica ci d uno spirilo intrepido. (177) Ricevuto avendo ec. Pergamo era dapprincipio un ca stello fortissimo situato sopra un alto monte, dove cuslodivasi per Lisimaco re di Tracia , uno de successori di Alessandro Ma gno, il tesoro da questo lasciato. Pervenuto questo incarico a certo Filetero, che da fanciullo per disgraziato accidente era unneo, e disfatto il regno di Lisimaco, colui se ne impossess, e morto lasci la signoria ad Eumene figlio di suo fratello del lo stesso nome, il quale la trasmise ad Alialo figlio d Alialo fra tello minore di Filetero, e questi primo assunse il titolo di re. Fu egli socio del popolo romano nella guerra contro Filippo, ed il figlio Eumene nella guerra Antiochica , pe quali meriti eb be alla pace tutto il paese di qua dal Tauro, tranne la Licia e la Caria, ed oltre a ci la Chersonoeso tracica, Lisimachia, ed altri luoghi della Tracia ( V . Polib., x x i i , 7 ,2 7 ; Slrab., xm, p. 624 ). - Qui non dispiacciati al leggitore alcune riflessioni sull e

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logio cbe Abbiamo dinanzi, il quale a tre capi, relativi a (re ge neri di virt, si reduce. Nel primo si esaltano le virt politiche di Eumeue tendenti all accrescimento dello stato , e spno l avve dutezza usata nel profittare de favorevoli incontri e l attivit con cui insisteva nelle imprese. Nel secondo lodansi le sue virt so c ia li, cio il generoso animo di lui verso le nazioni non meno che Verso i particolari, onde acquistarsi fama di sovrano bene fico , e meritarsi l amor e la stima universale. 11 terzo si aggira sulle virt domestiche di questo gran r e , e principalmente sul contegno suo modesto e sull energia del suo carattere, cbe ub bidienti e rispettosi gli rendettero i fratelli al pari di lui atti al maneggio de pubblici affari. (178) Impingu. Il verbo , letteralmente fe c e corpo , cbe sovente trovasi presso il Nostro nel senso di accre scer f o n a , ingrossare, arricchire, ho creduto che qui non ma le renderebbesi per un verbo italiano esprimente la materialit del greco, non rifiutandosi a ci la indole della nostra favella. ( 179) A vendo tre fr a te lli ec. Erano questi A ttalo sovrannomato F ila d elfo , che dopo la morte di Eumeue amministr il regno nella fanciullezza di Attalo suo figlio , Filetero ed A teneo ( Strab., L e .) . - Nel testo manca assolutamente una paro la qualificante ci eh erano cotesti fratelli per et e per opero sit, je7 7r iX iK tit x7 ir fify t. Il Valesio propose > 7 r , fiorenti , vigorosi, ed al medesimo testo riportato da Suida ]o aggiunse il Kustero, bench tra cancelli. Noi lo am mettiamo senza difficolt. (180) Restituendo A riarate nel regno. Da Strabone ( 1. c. ) si conosce che Ariarate era fratello della moglie di Attalo , mi' nor fratello di Eumene. V . sopra le note i 5 o e i 56 . (181) Intorno a quel tempo. Quest ambasceria vorrebbe il Valesio trasportare col dov riferita la comparsa di Carope nel senato (xxxii , a l ), non riflettendo , siccome a quel luogo giustamente osserva lo Sehweigh., che allora vivea L. Emilio , morto nel 5g 4 , quando 1 ambasciata qui riferita avvenne nel 5 g 8 , essendo console C. Marcio Figulo il quale, secondoch nar

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ra Livio (E pit., lib. x lv ii) , mandato fu a combattere i Dalma ti per le violenze' da loro usate contro gl Ulirii ( V. sopra cc. 1 8 , 19). Se non che C. Marcio non esegui siffatta legazione nel suo consolato; anzi, siccome C. Fannio, che fece in Dalmazia la prima ambasciata nell anno di Roma 597, era stato console nel 5 g 3 , e P. Lentulo console nel 5 g i riscontriamo ambasciadore nel 598 ( V. sotto il cap. xxvi e xxxm, 1 ) ; cosi probabile che pi tardi del 598 vi andasse C. Marcio, destinandosi a cotesto ufficio non gi consoli in funzione cui affidavasi il supremo co mando nelle guerre , sibbene uomini consolari, cio tali cn era no stati rivestiti della prima dignit nella repubblica. Per tal guisa potrebbe questo frammento'appartenere ad un epoca posteriore alla stessa che le assegna lo Schweigh., e forse a quella in cui secondo noi ( V. sopra nota i 58 ) morto era Carope e gli al tri uomini violenti che tiranneggiavano le loro patrie. (182) In p re s e n ta , cio a faccia a faccia, trovandosi amendue simultaneamente davanti al senato , e parlando per modo che si udivano reciprocamente. Quindi male la intese il Reiske, che *7 i xpirm w tt del lesto defin: Dicendo essi medesimi p e r s , e non p e r mezto di ambasciadori ( i quali sarebbono stali ambasciadori di ambasciadori). E neppure Io Schweigh. penetr nel vero senso di questa frase, riferendola non a colui che par lava , ma al senato in faccia al quale parlava; lo che era super fluo d indicare , quando innanzi al senato appunto recitavansi 1 discorsi. ( 83 ) Prusia poich vinse A italo ec. Di queste* guerra par lano Diod., 1. c., Tom. 11, p. 588 e Appiano Aless. nella guer ra mitridatica c. 3 . Erasi Attalo ricoverato in Pergamo, dove il re di Bitinia lo assedi; ma questi spaventato dalle minacce de* Romani ritirossi, e fu da loro condannato a consegnare ad Alia lo venti navi coperte che diede subito , e cinquanta talenti che .pag in rate. Che questo avvenimento sia da riferirsi all anno 5 g 8 non animelle dubbio, dappoich nel lib. x x xm , 1 , dice il Mostro che mandati furon ambasciadori in Asia dal senato per

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comandar a Prusia di cessare la guerra con Attalo, quando era pretore Aulo Postumio , il quale, osserva lo Sehweigh., secondo Cicerone ( Accad., 11, c. 4 5 ) ebbe cotal dignit nel consolato di P. Scipione Nasica e M. Marcello , cio per appunto 1 anno 598. (184) N ieeforio. Avea gi Filippo re di Macedonia, devastato questo luogo nel 553 di Roma, quando mosse guerra al primo Attalo, padre di questo e di Eumene ( z v i , 1 ). Sembra pertan to che nel secondo guasto fossero risparmiati gli alberi , i quali forse dopo il primo taglio non erano ricresciuti abbastanza rigo gliosi. ( 185 ) Filomaco. Secondo Plinio ( xxxiv , 8 , 19 ) Piromaco (Pyrom achus) .chiamasi questo scultore che insieme con altri ar tefici rappresent le battaglie di Aitalo e di Eumene contro i Galli (probabilmente in rilievo). Egualmente vizioso il Pkjrrom achus proposto dal Valesio in luogo del volgato. - Non com prendo pertanto come Plinio e dietro di lui il Valesio asserir po tessero aver cotesto scultore fiorito nell Olimp. CXX , quando Eumene sdccesse al padre l anno di Roma 557 corrispondente al1 anno terzo dell Olimp. C X L V , ed Attalo I che regn 44 an* ni ( xviii , 24 ) salito era per conseguente sul soglio 1 anno ' di Roma 5 13, cio l anno terzo dell Olimp. CXXX 1V . Convien adunque credere che Plinio abbia sbagliato, ovveramente che pi romaco il quale fece le battaglie di Attalo e d fcumene contro i Galli fosse diverso da quello che fiori nell Olimp. C X X , dap poich nominati sono in luoghi tra di loro distanti, sebbene nel lo stesso capitolo. (186) P er talli i versi. I traduttori latini omisero le parole del testo *7 Tot tr i il 1f i n t i , credendole forse superflue. Io non le ho stimate ta li, sembrandomi eh esse aggiungano ridi colezza alle stravaganze di Prusia. (187) A ltrove. V . lib. v, c. n , e x vi, 1. (188) Sacre mense. E da questo luogo e da un altro del No stro (*iv, 35 ) chiaro che coleste mense non hanno a confon dersi cogli altari. Probabilmente servivan esse, secondoch sup pone il Forcellini, (alla voce m en sa ) a riporvi sopra 1 vasi che

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usavansi pe sacrifici!. Forte mi maravigli come il Valesio e lo Schweigh. traducessero omnem aram atque lapidem ( Ogni al tare e pietra ). (189) G uastar queste cose, cio le mense e gli altari. Eadem f o na diripere ( spogliare gli stessi templi ) hanno i traduttori latini ; ma ci non scrisse Polibio , le cui parole ho con fedelt espresse. (190) N iente che degno fo s s e ec. A tS p tt pcu ytp wStr es sendo nel testo, il Valesio vi aggiunse t p y t r , o p e ra , che lo Schweigh. amerebbe di omettere, lo ho creduto che riscontrandosi poco prima t p y x , meglio sarebbe {<, e lo introdussi nel vol garizzamento. OiSi isolato non conveniva.. (91) E le a , citt dell Eolide sul mare e arsenale del regno di Pergamo, distante centoventi stadj ( i 5 miglia ) dalla capita le ( Strab., x n i, p. 6 i 5 ). (191) Mosse, non gi navibus contendit (salp) conforme il Va lesio male tradusse trfpir. Tardi se ne accorse lo Schweigh. che copi questa versione, ma vi rimedi nelle note. Era Tiatira, se condo Strabone ( i n i , p. 6 i 5 ), citt della Lidia tra Pergamo e Sardi ( V. la nota 6 al lib. xvi ) , quindi mediterranea , n vi si poteva andare per mare ; oltracb i* * f p t t t secondo Esichio semplicemente idititir, trcS u ftit, Aiet% *pt, viaggiare, uscir d el p a e s e , ritira rsi , e non racchiude 1 idea di salpare, stac carsi dal lido. (ig 3) Geracoma. Questo luogo ancora era nella Lidia poco distante da Tiatira, ed apparteneva al regno di Pergamo. V* la nota 8 al lib. xvi. (194) A pollo Cinio. Fu cos sovrannomato dall essere sta to rapito da can i, allorquando Lalona lo adagi appena nato in terra. Altri altre cause rammentano che vedi presso Suida in Ke, tolte da Socrate argivo e Cratere grammatico. Sotto que sto nome fu adorato in Atene, e gli era dedicata la trib de Cinidi , dallaquale facevansi i sacerdoti di Apolto Cinio, sic come attesta Esichio alla voce Kc/<. Valesio. (tg 5) Temno. Citt eolica secondo Strabone ( z u i , p. 621 ),

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situata verso i monti sopra Smirua, Cuma e Focea , sulle spon de dell Ermo. Tem nios la chiama Tacito nel secndo degli Aa nali , e Cicerone Tem nitas i suoi abitanti (pr L. Fiacco, 18 J. Dovea essa pure essere soggetta a Pergamo, dappoich Prusia vi spogli e distrusse quel famoso tempio. V. la carta dell Asia mi nore nel tomo in , al lib. v. (196) Colpito lo avesse ec. La viziosa' scrittura l* S t i r l t p ( $ t i t l n s chi vede Dio, e qui starebbe a sproposito) occup, molto i commentatori. 'Ex $isr>/<;r7u ( per missione degli Dei ) ne fece lo Sehweigh. dietro il Tupio , citando Dionigi d Alicarnasso che ha questo aggettivo, ed osservando che i* B itirtfin ltv pu dirsi non altrimenti che i{ ia y x x i v ( per necessit) t x tv r ltv (per libera volont) ed altri simili. Il Reiske lesse tu Ito ( da qualch uno degli Dei ) e con lui si accorda 1 Ernesti, ed a me ancora pare che questa lezione abbia a pre ferirsi all altra, la quale costringe a dar a fttitn il significato di punizione , pena che questo vocabolo non ha , esprimen do esso ira , rabbia. Che se assurdo il dire , esser a Prusia avvenuta ( itruiU r^at ) l'ir a mandala da un Dio , tale non t ira d i un qualche Dio incontrata da Prusia , onde f u Pru sia colpito. (197) Con Publio Lenitilo. I codici recan Publio soltanto, ma gi 1 Orsini vi appose Lentulo, il quale finiva in quest an no la sua legazione asiatica ; quindi nel principio dell anno ap presso 599 il veggiamo a Roma insieme con Ateneo fratello d At talo riferire la sciagura a questo accaduta. ( 98) A ndronico. Nell ambasciata che mand Attalo per an nunziare al senato la prima invasione di Prusia non trovasi in Appiano nominato Andronico, n che il senato non vi badasse ( M ithrid. 3 ). Ritorn Andronico dopo alcuni anni a Roma in viato da Aitalo per opporsi agli ambasciadori di Prusia circa la multa che questi era stato condannalo di pagar al re di Perga*ino, e dalla quale supplicava egli il senato d esser assolto ( ivi,

c.

).

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(gg) Nicomede , figlio di Prusia che il padre , a detta di Appiano ( 1. c. ) mandato aveva a Roma, perch col vivesse lontano dalla patria , dov era mollo amato, mentrech egli odia to era dal popolo per la sua crudelt. Per la qual cosa , osser va lo Schweigh., il troviamo qui nominato separatamente dagli altri ambascidori. (200) E mandaron ambasciadori. Questi dovean solo verifi care lo stato delle cose, lo che come ebbero eseguito, spedili fu rono altri ambasciadori, nominati nel principio del seguente li bro, per imporre a Prusia di non far guerra ad Attalo.

fin e

d e l ie

a n n o t a z io n i

AGLI AVANZI DEL LIBRO TR1GBSIMOSBCONDO B DEL VOLUMI OTTAVO.

INDICE
DELLE COSE CONTENUTE IN QUESTO O T T A V O TOMO.

Sommario degli a va n ti d e l libro vigesimonono A nnotazioni agli avanzi d e l libro vigesimonono A vanzi d el libro tr e n t e s i m o .................................... Sommario degli avanzi d el libro trentesimo A nnotazioni agli avanzi del libro trentesimo . . . .

Pag

5 '9 31 4 69 7 1 13 i 58 189 2l3 216

Sommario degli avanzi d e l libro trentesimoprimo . A nnotazioni agli avanzi del libro trentesimoprimo A va n zi del libro tr e n te s im o s e c o n d o .................... Sommario degli avanzi del libro trentesimosecondo

A nnotazioni agli avanzi del libro trentesimosecondo.

INDICE DELLE TAVOLE-

Medaglie.
J. Genzio ultimo, re d ell Illiria. - A ntioco I V E pifane. - A riarale V I Filopatore. - Demetrio I So lere ..................................................................Pag. II. Tolomeo V I Filometore. - Tolomeo V I I Fiscone. Cleopatra sua seconda m o g lie .......................... ivi
ii3

Carte geografiche.
III. Isola di C r e ta ........................................................ IV. E g itto , M armarica , e C i r e n a i c a ..................... V* Caria, L icia , Pamjilia, e d isola d i Rodi . . * ivi V I. Isola d i C ip r o .............................. ......................... 188 ivi ivi