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Comando generale Ezln, Municipio autonomo ribelle Ricardo Flores Magón,

Comandante Esther, J. Elorriaga Berdeguè, H. Bellinghausen, P. Gonzàles Casanova,


C. Montemayor, S. Rodríguez Lascano, B. Duterme, Y. Le Bot, J. Podur, J. Cason,
D. Brooks, D. Pignotti

CARACOLES
Dieci anni di comunità zapatiste in lotta

DATANEWS
Indice

Introduzione

DOCUMENTI INTRODUTTIVI
Alcuni estratti

Comando generale Ezln, Oggi diciamo basta!


Municipio autonomo ribelle Ricardo Flores Magón, La negazione e l’oblio
Comandante Esther, Donne zapatiste

PRIMA PARTE
L’adesione indigena

Javier Elorriaga Berdeguè, Dall’adesione alla costruzione


Hermann Bellinghausen, Postazioni contro l’Ezln
Pablo Gonzàles Casanova, Una nuova forma di pensare e fare
Carlos Montemayor, Il sorgere dell’alba…
Adelfo Regino Montes, 20 e 10, il fuoco e la parola

SECONDA PARTE
Oltre la Selva

Sergio Rodríguez Lascano, La “logica paradossale” dello zapatismo


Bernard Duterme, Dieci anni di orgoglio senza volto
Yvon Le Bot, Quale futuro per lo zapatismo?
Justin Podur, Dalle Aguascalientes alle Caracoles
Jim Cason, David Brooks, Quando l’Ezln sfidò l’Impero
Dario Pignotti, A dieci anni dal “levantamiento” zapatista, continua la lotta ma anche la
repressione

CRONOLOGIA
Dieci anni di lotta

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Introduzione
La storia di questo libro inizia con il viaggio in Chiapas di alcuni membri italiani di ZNet, rete web di
controinformazione e attivismo mediale. Attratti soprattutto dal ribaltamento della logica politica operato
dall'Ezln con l’affermazione del principio del comandare obbedendo, del diritto alla revoca immediata
del portavoce e, in generale, delle nuove forme di democrazia sperimentate dagli zapatisti (che tanto
hanno influenzato il movimento “altromondista”), abbiamo sfruttato l’occasione offerta dalle
celebrazioni nel decimo anniversario dell’insurrezione per recarci, dopo essere entrati in contatto con
varie associazioni chiapaneche impegnate nel campo dei diritti indigeni, in una comunità zapatista in
qualità di osservatori internazionali.

Un doppio anniversario, per la verità: dieci anni da quel fatidico primo gennaio 1994 quando lo
sconosciuto Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale occupò in armi sette città del Chiapas, e venti
anni dalla formazione dello stesso esercito, avvenuta il 17 novembre 1983.
Per ricordare i due anniversari, ma anche per evidenziare come alla lotta armata si sia sostituita la lotta
civile sia dell'Ezln sia, soprattutto, delle comunità indigene, le celebrazioni sono state chiamate “20 e 10
il fuoco e la parola”, ad indicare il passaggio dal tempo della guerra al tempo della parola. A
sottolinearlo, nei caracoles stupiva la completa assenza fisica dell’Ezln, che lasciava spazio ai membri
delle comunità, unici protagonisti delle celebrazioni.
Nei giorni trascorsi a "non far nulla" negli spazi a noi destinati, non abbiamo visto in azione l’Ezln né
sperimentato il controllo capillare del territorio che questo mantiene, né ascoltato i racconti onirici,
appassionati e romantici del sup. Abbiamo invece visto donne scalze affaccendarsi intorno al fuoco, con
i figli legati sulle spalle o in stato di gravidanza. Abbiamo viaggiato per ore su mulattiere dissestate, che
di strada hanno solo il nome. Li abbiamo visti ripulire, dalla folta vegetazione della giungla, poche are di
terra da mettere a coltivazione. Ma anche attuare nuove forme democratiche per la realizzazione di
progetti di sviluppo sui temi comuni della sanità, dell’istruzione e della giustizia. Progetti il cui consenso
si va lentamente estendendo, pur tra mille difficoltà, ripensamenti e ostacoli governativi, al di fuori delle
comunità zapatiste stesse.
Tuttavia, il contatto diretto con i membri delle comunità è stato spesso debole. Le poche persone
incontrate sono estremamente riservate, diffidenti, molto reticenti a parlare, soprattutto se l'argomento è
lo zapatismo. Come potrebbe essere altrimenti? Chi gli assicura che la permanenza degli osservatori
abbia il solo scopo di tenere un po’ lontani i militari, da cui anche noi siamo stati fermati e perquisiti?
Sono delle elementari norme di sicurezza che hanno dovuto adottare, come il ritiro dei passaporti
all'ingresso di una comunità. La guerra a bassa intensità ha provocato centinaia di vittime civili.

Rientrati in Italia, ci siamo ritrovati con il desiderio di approfondire la conoscenza di una realtà che
abbiamo conosciuto soltanto sfiorandola in superficie. Tra i tanti progetti di ZNet, da sempre fortemente
impegnata sui temi dei diritti umani e della giustizia sociale, uno è la traduzione di materiali da
importanti fonti di informazione alternativa internazionali. La nostra attenzione si è focalizzata allora
sulla questione indigena e sui diritti rivendicati dai popoli indios, pur mantenendo sullo sfondo il nuovo
processo democratico zapatista. A tale scopo abbiamo recuperato e tradotto articoli di autori e fonti
locali, spesso non conosciuti in Italia. L'adesione a questa iniziativa, che nello spirito di ZNet.it è stata
portata avanti con modalità partecipative estese a tutti i membri, è cresciuta a tal punto da convincerci a
realizzare una sorta di “speciale”, una sezione riservata allo zapatismo, scorporandola dall'osservatorio
latino-americano.

Da quello “speciale” nasce l'idea di questo libro, propostoci dall'editore Datanews, e i cui proventi dei
diritti di traduzione saranno tutti destinati direttamente a una junta del buen gobierno.
La raccolta degli articoli qui presentati si divide in due parti.

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Nella prima abbiamo dato spazio alla voce indigena della lotta civile dei popoli zapatisti. Grazie alla
scelta delle fonti, tutte messicane, viene tracciato un quadro della situazione indigena reale, delle loro
rivendicazioni e necessità, dei progressi fatti in questi anni verso forme istituzionali alternative e
dell'importanza dello zapatismo nell'ambito dei movimenti indigeni latino-americani. Parallelamente,
anche gli autori scelti, nonostante la loro scarsa notorietà, hanno la caratteristica di essere tutti
osservatori ravvicinati dello zapatismo. In tal modo si fornisce una prospettiva che è rimasta decisamente
in ombra rispetto all'impatto mediatico un po’ “glamour” che lo zapatismo ha avuto in Europa.
Nella seconda parte abbiamo raccolto le analisi e le interpretazioni internazionali del movimento
zapatista che, ci è sembrato, cogliessero con lucidità critica vari aspetti dell'ampio dibattito che lo
zapatismo è stato in grado di generare in tutto il mondo, sia intorno alla lotta contro il neoliberismo sia
intorno a una visione più partecipata del processo democratico.
La nostra antologia si chiude con una dettagliata cronologia delle principali lotte sociali che hanno
scosso il Messico dal 1 gennaio del 1994 e che direttamente o indirettamente hanno preso spunto dalle
rivendicazioni degli indigeni chiapanechi, a ulteriore riprova del fatto che lo zapatismo ha avuto e
continua ad avere il potere di ispirare coloro che lottano contro tutte le forme di ingiustizia sociale.

ZNet.it

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DOCUMENTI INTRODUTTIVI
Alcuni estratti

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Comando generale Ezln
Oggi diciamo basta!*
Al popolo del Messico. Prima dichiarazione della Selva Lacandona

Noi siamo il prodotto di 500 anni di lotte: prima contro la schiavitù; poi, durante la Guerra
d’Indipendenza contro la Spagna capeggiata dai ribelli; poi per evitare di essere assorbiti
dall’espansionismo Nord Americano; poi ancora per promulgare la nostra Costituzione ed espellere
l’Impero Francese dalla nostra terra; poi, quando la dittatura di Porfirio Diaz ci negò la giusta
applicazione delle Leggi di Riforma, il popolo si ribellò ed emersero i suoi leader, Villa e Zapata, povera
gente proprio come noi, ai quali, come noi, è stata negata la più elementare preparazione. Loro possono
usarci come carne da cannone e saccheggiare le risorse della nostra patria. A loro non importa se stiamo
morendo di fame e di malattie curabili, né che non abbiamo nulla, assolutamente nulla: né un tetto
degno, né terra, né lavoro, né assistenza sanitaria, né cibo, né istruzione, né il diritto di eleggere
liberamente e democraticamente i nostri rappresentanti politici, né indipendenza dallo straniero, né pace
e né giustizia, per noi e per i nostri figli.
Oggi noi diciamo BASTA!
Noi siamo gli eredi dei veri costruttori della nazione. Noi, gli espropriati, siamo milioni e perciò
chiamiamo a raccolta tutti i nostri fratelli perché si uniscano a questa lotta, che è l’unica strada per non
morire affamati davanti all’insaziabile ambizione di una dittatura di più di 70 anni, guidata da una cricca
di traditori che rappresenta i gruppi più conservatori e venduti. Sono gli stessi che si opposero a Hidalgo
e Morelos, sono gli stessi che tradirono Vicente Guerrero, gli stessi che vendettero più di metà della
nostra terra agli invasori stranieri, gli stessi che importarono un principe europeo per governarci, gli
stessi che diedero vita alla dittatura degli scientifici porfiristi, sono gli stessi che si opposero
all’Espropriazione del petrolio, che massacrarono i ferrovieri nel 1958 e gli studenti nel 1968, sono gli
stessi che oggi ci spogliano di tutto, assolutamente di tutto.
Per fermare tutto ciò, e come nostra ultima speranza dopo aver tentato di utilizzare ogni possibile
mezzo legale basato sulla nostra Magna Carta, torniamo ancora ad essa, alla nostra Costituzione, per
applicare l’articolo 39, che dice:
“La Sovranità Nazionale ha la sua origine ed essenza nel popolo. Tutto il potere politico emana dal
popolo e si costituisce per il beneficio del popolo. Il popolo ha, in ogni momento, l’inalienabile diritto di
cambiare o modificare la forma del suo governo” […].

*
Tratto dal sito italiano di Znet, 1° gennaio 1994. Traduzione del Comitato Chiapas Torino (http://www.zmag.org/Italy).

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Municipio autonomo ribelle Ricardo Flores Magón
La negazione e l’oblio*
Una chiara ricostruzione storica del conflitto nella zona delle riserve

Vogliamo denunciare il nuovo tentativo del malgoverno messicano di scacciare le nostre comunità
indigene dalla Riserva Integrale della Biosfera dei Montes Azules (Rebima) e dalla cosiddetta Zona
Lacandona, vogliamo denunciare l’inganno che il governo sta tessendo per continuare la sua guerra
contro le comunità in resistenza, ora con il pretesto delle zone protette e vogliamo ribadire ai malgoverni
federale e statale che le comunità indigene di Ricardo Flores Magón non permetteranno né lo sgombero
né la ricollocazione delle comunità, ma difenderemo i territori del nostro popolo indigeno.

Capitolo 1La negazione e l’oblio

Diciamo di nuovo “Basta!” al malgoverno che sta studiando piani di sgombero e ricollocazione delle
comunità indigene ribelli. “Basta!” perché nessuno ci ha chiesto nulla quando nel 1972 il presidente
della Repubblica ha consegnato le nostre terre ad un pugno di famiglie del Caribe, creando un latifondo
di 614.321 ettari battezzato Zona o Comunità Lacandona; nessuno ci ha chiesto niente quando nel 1978
sono stati consegnati al Rebima 331.200 ettari per volontà presidenziale che non prese in considerazione
chi viveva su quelle terre e rivendicava da anni il diritto agrario ereditato da Zapata, né prese in
considerazione il diritto collettivo dei popoli indios sui propri territori. Il governo saccheggia queste terre
da molti anni ed ha permesso l’accesso ad industrie del legname e alla Pemex ed oggi dice di occuparsi
dell’ecologia.
I malgoverni non hanno mai pensato a chi appartengono queste terre per diritto storico, per diritto
collettivo, cioè a noi, indigeni tzeltales, choles, tojolabales e tzotziles dello Stato del Chiapas, i primi fra
i primi. Ai malgoverni non importano neppure gli sforzi, le risorse, le speranze ed i sogni delle comunità
indigene gettate nell’oblio con la definizione della Zona Lancandona e la Riserva dei Montes Azules, che
abbiamo lavorato e rivendicato queste terre per anni ed a loro non importa che i nostri popoli le
occupassero fin dal tempo passato e che noi abbiamo bisogno della terra per dar da mangiare alle nostre
famiglie, per vivere da indigeni e campesinos: al governo non importa nulla di tutto ciò.
I malgoverni non ci hanno mai considerato ed oggi ci considerano illegali, invasori di terre, ostacoli da
rimuovere. Il governo non ci ha mai considerato quando ne avevamo il diritto, quando legalmente
rivendicavamo la terra: abbiamo trascorso vari sessenni rivendicando legalmente queste terre e nessuno
ci ha presi in considerazione, nessuno ha firmato le nostre istanze, né ha ricordato il diritto del contadino
alla terra, né il diritto dei popoli indigeni al loro territorio. Poi un presidente, in un paio di giorni, firma
una risoluzione inventata dal nulla e dagli anni ottanta hanno cacciato decine di comunità e minacciato
centinaia di comunità indigene che popolavano queste terre fin dagli anni cinquanta e sessanta.
Poi, ancora una volta nessuno ci ha consultati né presi in considerazione quando si trattò di tradire la
Rivoluzione del 1910 riformando l’articolo 27 della Costituzione, tradendo con questo la lotta zapatista
dei primi fra i primi, ancora una volta siamo stati dimenticati ed esclusi, nessuno ci ha chiesto se
volevamo questa riforma a cui siamo stati sempre contrari. Con questo nuovo tradimento c’è stata la
cancellazione e la negazione illegale del nostro diritto di contadini alla terra, dei nostri sogni e delle
speranze agrarie. Per questo oggi non riconosciamo nessuno di questi decreti e riforme.
Noi continuiamo a vivere qui grazie all’organizzazione delle comunità che si oppongono ai decreti che
ha dato vita all’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN), al coraggio che abbiamo avuto a
sollevarci in armi nel 1994, grazie alla resistenza ed alla lotta giusta oggi noi continuiamo ad esserci, a
resistere e per questo, perché è nostro diritto costituzionale (vecchio articolo 27) storico e collettivo, non

*
Tratto dal sito italiano di Znet, 23 febbraio 2002. Traduzione del Comitato Chiapas Maribel (http://www.zmag.org/Italy).

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baratteremo i nostri territori, né permetteremo lo sgombero dalle nostre terre e dai nostri territori che
oggi lavoriamo e sui quali viviamo e facciamo nascere la nostra cultura.
Oggi il malgoverno ripete la storia di negazioni ed oblio con una guerra silenziosa e di sterminio
contro gli indigeni di queste terre. Di nuovo, nell’anno 2001, ha promosso riforme costituzionali
tradendo gli accordi internazionali su diritto e cultura dei popoli tribali ed indigeni, come il Trattato 169
della OIT, tradendo gli Accordi di San Andrés siglati nel 1996 con l’Ezln ed appoggiati da tutti i popoli
indigeni del paese e da vasti settori della società messicana, come dimostrato negli incontri del
Congresso Nazionale Indigeno (CNI), con la Consulta Nazionale del 1999 e con la Marcia del Colore
della Terra nel 2001. Di nuovo, oggi, ci considerano illegali, invasori, delinquenti e di nuovo ci
minacciano con la violenza, la persecuzione, lo sgombero, il carcere e la morte dolosa. Oggi continuano
a tenere in considerazione solo le loro leggi ed i loro fini, ma non considerano il nostro diritto.
Oggi lo diciamo chiaro, le comunità che si trovano all'interno delle cosiddette Zone Lacandona e
Rebima, si trovavano su queste terre o avevano reclamato i loro diritti su di esse prima di questi decreti e
di queste riforme. Le comunità che negli ultimi anni hanno preso possesso delle loro legittime terre e
territori ed hanno costruito centri abitati, sono state costrette a farlo a causa della crescente
militarizzazione delle loro comunità di origine, per la persecuzione militare, paramilitare, giudiziaria e la
minaccia di togliere loro le terre. In altre parole, sono rifugiati di guerra. È proprio il governo a far sì che
ogni giorno sempre più gente rivendichi il suo diritto alla terra nella Zona Lacandona e nella Riserva
[…].

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Comandante Esther
Donne zapatiste*
Discorso dalla tribuna del Parlamento messicano

Secondo quanto garantisce la Costituzione sul rispetto della donna, vorrei spiegarvi la situazione in
cui viviamo, noi donne indigene, all’interno delle nostre comunità. La situazione è molto dura. Da
moltissimi anni soffriamo il dolore, l’oblio, il disprezzo, l’emarginazione e l’oppressione.
Soffriamo l’oblio perché nessuno si ricorda di noi. Ci hanno mandato a vivere nelle più lontane
montagne del paese affinché nessuno venisse a visitarci o a vedere come viviamo. E lì non abbiamo
acqua potabile, luce elettrica, scuole, case dignitose, strade, cliniche e tanto meno ospedali. Intanto molte
delle nostre sorelle, donne, bambini ed anziani muoiono di malattie curabili, denutrizione e di parto
perché non ci sono né cliniche né ospedali che ci assistano.
Solo in città, dove vivono i ricchi, ci sono ospedali che offrono buona assistenza e servizi. Anche di
quelli presenti in città, noi non ne beneficiamo affatto, perché non abbiamo né denaro né mezzi per
andarci; e se riusciamo a raggiungere la città, la morte ci coglie durante il percorso. In particolare le
donne, che sofferenti per i dolori del parto, si vedono morire i loro figli tra le braccia per mancanza di
assistenza. Vedono i loro figli scalzi, senza vestiti perché non hanno soldi per comprarli. Sono le donne,
che prendendosi cura della casa vedono tutto quello che manca per l’alimentazione. L’acqua la
trasportano con le brocche con 2 o 3 ore di cammino; caricandosi, inoltre, il proprio figlio svolgono tutti
i lavori di cucina. Fin da molto piccole impariamo a lavorare facendo cose semplici. Da grandi andiamo
a lavorare nei campi, a seminare o ripulire, tenendoci caricati sempre i nostri bambini.
Intanto gli uomini vanno a lavorare nelle piantagioni di caffè e di canna da zucchero per guadagnare
un po’ di denaro per poter sopravvivere con la propria famiglia. Spesso ritornano malati, senza denaro, a
volte già morti. Così la donna soffre ancora di più perché resta sola ad accudire i propri figli.
Soffriamo anche il disprezzo e l’emarginazione fin dalla nascita. Siccome siamo bambine, pensano
che non valiamo niente, che non sappiamo pensare, né lavorare, né come vivere la nostra vita. Non
dandoci l’opportunità di frequentare la scuola, molte di noi donne sono analfabete. Quando siamo un
poco più grandi, i nostri padri ci obbligano a sposarci a forza, non importa se noi non vogliamo, non
chiedono il nostro consenso. Non rispettano le nostre decisioni. Perché donne ci picchiano, i nostri mariti
o famigliari ci maltrattano e non possiamo dire nulla perché, ci dicono, non abbiamo nessun diritto di
difenderci.
I meticci ed i ricchi si burlano di noi donne indigene per il nostro modo di vestire, di parlare, per la
nostra lingua, per il nostro modo di pregare e di curare e per il nostro colore, che è il colore della terra
che lavoriamo. Sempre nella terra perché viviamo in lei. Non ci permettono di partecipare ad altri lavori.
Ci dicono che siamo sporche, che non ci laviamo perché siamo indigene. Noi donne indigene non
abbiamo le stesse opportunità degli uomini, che hanno tutto il diritto di decidere su tutto. Solo loro
hanno diritto alla terra mentre la donna non ne ha diritto, come se non potessimo lavorare anche noi la
terra e come se non fossimo essere umani. Soffriamo la disuguaglianza.
Tutta questa situazione è stata introdotta dai cattivi governi. Noi donne indigene non abbiamo una
buona alimentazione, non abbiamo una casa dignitosa, non abbiamo né un centro di salute, né possibilità
di studiare. Non abbiamo un progetto di lavoro e così sopravviviamo nella miseria e questa povertà è
dovuta all’abbandono del governo, che non si è mai curato di noi come indigene e non ci ha mai preso in
considerazione, trattandoci come una cosa qualsiasi. Dice che ci manda aiuti come il Progresa1 ma lo fa
con l’intento di distruggerci e dividerci. Questa è la vita e la morte di noi donne indigene […].

*
Tratto dal sito italiano di Znet, 28 marzo 2001. Traduzione di Comitato Chiapas Maribel (http://www.zmag.org/Italy).
1
Piano di sviluppo governativo di tipo assistenziale rivolto alle popolazioni indigene [N.d.C.].

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PRIMA PARTE
L’adesione indigena

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Javier Elorriaga Berdeguè
Dall’adesione alla costruzione*
Lo zapatismo a partire dalle sue quattro Dichiarazioni della Selva Lacandona

Dalla Prima Dichiarazione della Selva Lacandona, iniziano a profilarsi alcune delle caratteristiche
della forma con cui l’Ezln concepisce la lotta per la transizione democratica in Messico. Sebbene ci sia
alla base di tutto una Dichiarazione di Guerra all’esercito federale, cioè al “massimo supporto”
dell’esecutivo federale, ci sono delle particolarità che la rendono differente da un proclama
rivoluzionario di taglio classico, intendendo come classici i movimenti rivoluzionari del secolo XX
naturalmente.
Per esempio, mentre si dichiara guerra all’esecutivo, si lancia un appello agli altri poteri della nazione,
il legislativo ed il giudiziario, affinché si assumano le loro responsabilità e destituiscano l’esecutivo
“usurpatore”. E il massimo del paradosso è, che quest’azione, chiaramente di sfida al potere dello Stato,
trova il suo fondamento oltretutto nella storia nazionale, richiamandosi all’articolo 39 costituzionale.
Una rivoluzione che trova la sua legittimità in una Costituzione, niente di più e niente di meno.
Non è raro allora che a partire da questa prima dichiarazione salti alla vista una delle particolarità
politiche più importanti dello zapatismo: la sua lotta politico-militare non è per il potere. E senza dubbio
(sempre c’è un senza dubbio in tutto quello che si dice dello zapatismo), questo non vuole assumersi il
ruolo di avanguardia autoeletta alla conquista del potere politico. Ci lascia però qualche dubbio leggere
che le forze insorgenti impianteranno nei territori liberati le leggi rivoluzionarie zapatiste e, al finale
della prima dichiarazione, leggere il classico: “Unisciti alle forze insorgenti”. Come se gli zapatisti non
si aspettassero molto dall’appello ai poteri legislativo e giudiziario e ancora una volta si preparavano per
una lotta in cui cercavano d’imporre la loro volontà per mezzo delle armi.
E ciononostante, quando iniziammo a vedere e ad udire l’attuare degli zapatisti, incominciammo pure
a capire che la Prima Dichiarazione non spiegava nella sua totalità il movimento. I “potranno questionare
i metodi però giammai le cause”, “comandare obbedendo”, “tutto per tutti, niente per noi”, “siamo
soldati perché un giorno non siano più necessari i soldati”, così come il rispetto della tregua a partire dal
giorno 12 gennaio, ci mostravano una guerriglia che usciva fuori da tutti gli stereotipi.
Fu così allora che un esercito popolare, preparato per combattere “fino ad arrivare alla capitale del
paese”, un esercito formato in maggioranza da indigeni, di non visti e non ascoltati per secoli e secoli,
hanno avuto la capacità non solo di vedere e di udire ma soprattutto di ascoltare e, curiosamente per un
esercito, di obbedire [...] ai civili. Il clamore da parte della società era chiaro: comprendiamo le cause e
condividiamo le richieste, però cercate un’altra via per cercare di raggiungerle. E la risposta zapatista fu
ugualmente chiara: che le armi lascino il posto alle parole. Fu a partire da questo momento che si giunse
ad una sfida ancor più grande di quella di affrontare militarmente l’esercito federale: l’entrare in pieno,
di un esercito indigeno, nella lotta politica nazionale.
A partire da questo momento iniziano gli incontri e gli scontri con la società civile e la società
politica. Lo zapatismo incomincia a costruire alleanze, a tessere la sua relazione con la società, a cercare
di mantenere la sua identità senza essere assimilato, o divorato, dai gruppi politici, cioè, a percorrere il
lungo cammino che lo vede diluirsi come esercito ed affermarsi come forza nettamente politica. Questo
cambiamento si nota perfettamente nella Seconda Dichiarazione della Selva Lacandona. In questa, allo
stesso modo che nella Prima Dichiarazione, di nuovo la storia patria gioca un ruolo importante come
elemento identificatore tra l’Ezln e la società, però ora il messaggio principale, che dirige l’azione
zapatista, non lascia spazio a dubbi: l’Ezln, mediante la convocazione alla Convenzione Nazionale
Democratica, lascia la battuta della lotta politica alla società civile. Durante la Convenzione risaltano le
parole zapatiste: “Sconfiggeteci, mai sarà tanto dolce la sconfitta come quella che ci può arrivare da
*
Tratto dal sito italiano di Znet. Traduzione di Comitato Chiapas Torino (http://www.zmag.org/Italy/elorriaga-
adesionecostruzione.htm).

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voi”, vale a dire, quando la vittoria politica della società civile renderà inutili le armi zapatiste.
“Dimostrateci che esiste un altro cammino oltre a quello armato”, dicono gli zapatisti ai convenzionisti
che si sono dati appuntamento nel Aguascalientes selvatico.
Non ci soffermiamo a raccontare ora la storia del perché non riuscì questo tentativo convenzionista,
per far questo avremmo bisogno di una intera giornata. L’importante per questi appunti è che nella
relazione Ezln-Convenzione, hanno continuato a pesare più i vecchi vizi di un vecchio modo di fare
politica che le speranze di fare qualcosa di nuovo. Ciò che è importante far notare è che nonostante che
la Convenzione non riuscisse per intero, lo zapatismo continuava a leggere un messaggio che non
variava: non usate le armi, continuiamo a tentare la transizione democratica per la via pacifica.
È in questo contesto che appare la Terza Dichiarazione della Selva, con un formato simile alle due
anteriori, vale a dire, analisi della congiuntura intercalata con l’esempio della storia nazionale, però con
una nuova presa di posizione da parte dello zapatismo. Se nella Prima il messaggio era di unirsi alle
forze insorgenti e nella Seconda, società civile organizzati e dimostraci che c’è altra via oltre a quella
armata, nella Terza si riconosce che non si è potuto avanzare come si sperava e ora l’Ezln cerca un luogo
per l’organizzazione della lotta politica, insieme a ciò che chiama cardenismo e con la Convenzione.
L’idea era:
Cardenismo + CND + EZLN = Movimento di Liberazione Nazionale.
L’Ezln non rimaneva già più in disparte aspettando che la società civile si organizzasse, ora voleva un
luogo, insieme a quelle che considerava le altre due forze non partitiche importanti, per riuscire ad
avanzare nella costruzione della transizione. Questa presa di posizione era importante, perché marcava la
decisione dello zapatismo di continuare a costruirsi come forza politica, vale a dire, non speculava
sull’idea della lotta armata ma invece avanzava nell’organizzazione della società civile, e di fronte alla
lentezza di questo processo s’integrava in pieno nei compiti politici lasciando totalmente da una parte la
via armata.
Ma nonostante tutto questo neanche questo intento riuscì, soprattutto per l’offensiva militare che il
governo federale lanciò contro l’Ezln nel febbraio del 1995. Con gli zapatisti ripiegati fra le montagne
del sudest, Convenzione e cardenismo si dedicarono a ripassare le fratture del passato politico e non
riuscirono a camminare insieme. Lo zapatismo dovette allora ricominciare quasi da zero, perché per
prima cosa dovette aprire l’accerchiamento politico-militare con cui l’aveva isolato il governo e poi
dovette tornare a filare alleanze, piani, eccetera. Era chiaro che la Convenzione era già affondata, però
era pure vero che la società aveva risposto di fronte all’offensiva governativa di febbraio nello stesso
modo dell’anno prima: ribadendo il suo appoggio allo zapatismo ed imponendo una via d’uscita pacifica,
non armata.
Che fare allora, di fronte alla congiuntura di un governo federale che cerca di distruggerti ed una
società civile che insiste a dirti di continuare a lottare però senza le armi? La via scelta fu molto
zapatista: domandare ed ascoltare. Ed obbedire. Fu allora che gli zapatisti promossero la consulta in cui
chiedevano alla società che cammino dovevano imboccare da lì in avanti. La risposta maggioritaria fu,
continuate a lottare senza le armi e per questo organizzatevi come forza politica nuova, senza fondersi
con nessuna delle forze od organizzazioni già esistenti.
E l’Ezln obbedì, e rispose a questa consulta con la Quarta Dichiarazione della Selva Lacandona, il cui
principale messaggio è chiamare alla costruzione del Fronte Zapatista di Liberazione Nazionale, vale a
dire, ad un’opzione politico-organizzativa nettamente zapatista. Non aspettare più che la società civile si
organizzi e li “sconfigga”, ma invece organizzarsi direttamente con tutti quelli che sono disposti a andare
avanti organicamente con i ribelli del sud. Una forza quindi che incammina i suoi sforzi ad organizzare i
non organizzati e che rispetta la norma zapatista di non lottare per il potere, ma invece, per la
costruzione, insieme con altre forze politiche e sociali, di uno spazio veramente democratico che dia un
forte impulso alla transizione democratica. L’interessante di questo appello è che lo zapatismo mantiene
la sua idea che deve costruire, che deve camminare, insieme con, e non davanti a, la società civile. Così,

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non c’è un appello ad integrarsi ad un Fronte già strutturato, con programma, statuto e/o altre diavolerie
partitarie, ma che costruiscano insieme, civili ed insorgenti, questo spazio organizzativo in cui, in un
futuro prossimo, gli zapatisti possano partecipare senza necessità delle armi. La tradizione storica di
lanciare un Piano, un Manifesto o un Programma in cui inviti gli altri ad aggregarsi ad un progetto
perfettamente delineato e strutturato, rimane ora solo nel passato dopo la Quarta Dichiarazione. Lo
zapatismo insiste così, non solo sul fatto che non ha tutte le risposte alla problematica sociale e politica
che viviamo, ma pure sul fatto che non le vuole, né le può avere. Insiste nel restare un esercito che vuole
smettere d’esserlo e vuole che il suo slogan di comandare obbedendo non sia solamente una meta per il
futuro, ma un principio organizzativo nel presente.
La pratica del “comandare obbedendo” e della “non presa del potere” come fili direttivi del che fare
politico zapatista, uniti all’analisi congiunturale e storica, hanno permesso che dalla richiesta di
“adesione” del gennaio del 1994 (Prima Dichiarazione) si passi al “costruiamo” insieme del gennaio del
1996 (Quarta Dichiarazione), lo zapatismo è già maturato come forza politica e si è già guadagnato un
posto nella lotta per la democrazia in Messico.

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Hermann Bellinghausen
Nuove postazioni contro l’Ezln*
Aumenta la presenza dell’esercito nella zona di conflitto

Usando le loro stesse parole, la guerra degli zapatisti del Chiapas non si è conclusa, però si è orientata
verso il terreno della parola. Su questa contrapposizione l’Ezln ha basato i festeggiamenti del suo doppio
anniversario: il fuoco e la parola. I ribelli indigeni hanno usato la parola e hanno chiesto al governo
messicano la sua. Lo scambio è stato diseguale: mentre gli zapatisti “fanno quello che dicono”, i governi
hanno “usato” la parola per nascondere, fingere dinanzi al pubblico e mentire.
Ufficialmente si è lasciato credere che l’esercito “ha ripiegato” o “abbandonato” la zona di conflitto
del Chiapas nel momento in cui Vicente Fox assunse la presidenza. Di fatto, come documenta una
minuziosa indagine recente (che si pubblicherà nel 2004) il totale degli effettivi dispiegati nella Selva
Lacandona, ne Los Altos, nella zona del Nord ed alla frontiera è attualmente più elevato che durante lo
zedillismo. Si sono create nuove posizioni e si sono rafforzate quelle già esistenti.
La relativa assenza di pattugliamenti, e la riduzione numerica dei posti di controllo nelle basi
operative sparse nella regione, producono una falsa impressione che si dissipa non appena si attraversino
le montagne e la selva, in cui l’esercito mantiene il dispiegamento bellico più imponente dai tempi della
rivoluzione. Il dispositivo degli strateghi militari permetterebbe, eventualmente, di attuare una guerra
lampo in caso si esaurisca la “pazienza infinita” del governo.
Ciononostante, fino ad ora, la guerra del governo ha ottenuto i suoi maggiori dividendi sul terreno
della controinsurrezione civile. Ciò, tra l’altro, perché lo stesso movimento zapatista ha adottato dal
1995 un carattere civile, comunitario, e sono stati i villaggi - con la resistenza e la costruzione di
municipi autonomi - i veri attori della rebeldía indigena.

La maschera della vertigine

Il primo gennaio del 1994 un piccolo esercito indigeno, fino ad allora sconosciuto, prese cinque città
dello Stato messicano del Chiapas lanciando quel grido di “Ora basta!” che risuonò in tutto il mondo. A
volto coperto, poveramente armati di fucili, schioppette e finanche bastoni, i componenti dell’Ezln
bloccarono il polso della nazione e proclamarono: siamo qui, esistiamo.
L’audacia della loro azione e la dirompenza del loro messaggio impedì al governo di avere il tempo
per sterminarli. Gli zapatisti insorsero la stessa notte trionfale in cui entrava in vigore il Trattato del
libero commercio dell’America del Nord, che prometteva di portare il Messico nel primo mondo. Gli
insorti, che appartenevano ai popoli maya della regione (tzeltales, tzotziles, tojolabales y choles),
dimostrarono al mondo che milioni di indigeni messicani vivevano nella miseria, nella dimenticanza e
subivano un genocidio ma che, almeno loro, avevano deciso di non permetterlo.
Il Chiapas passò dall’essere l’ultimo angolo della patria all’occuparne il centro. Quella stessa notte -
pochi lo notarono - cominciava a morire il regime del Partito rivoluzionario istituzionale, che aveva
governato in maniera quasi assoluta il paese per sette decenni. Il Pri, che godeva della maggioranza con
le buone o le cattive, aveva impedito con successo alterno ma sufficiente la democrazia e l’alternativa
politica, in special modo dei popoli indios, “i dimenticati di sempre”, come si denominarono gli zapatisti
sin dagli inizi dell’insurrezione.
Dopo i primi giorni del gennaio 1994, le forze armate del governo lanciarono un’offensiva per
accerchiare i ribelli nei loro territori: Los Altos e la Selva Lacandona. I mezzi di comunicazione del
mondo intero svelarono allora che, alla base di questo piccolo esercito contadino che sfidava il potere,

*
Titolo originale: Nuevas posiciones militare scontra el Ezln. Tratto dal sito italiano di Znet (“La Jornada”), 30 dicembre
2003. Traduzione di Sergio De Simone (http:// www.zmag.org/Italy/ bellinghausen-militariezln.htm).

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s’incontravano centinaia di villaggi e comunità che avevano conservato il segreto per dieci anni, mentre
l’Ezln maturava tra le montagne e cessava di essere una guerriglia più o meno tradizionale per
convertirsi in parte dei villaggi e strumento della loro lotta. Uniti avrebbe compiuto un audace salto
verso la modernità che sorprese e smascherò un paese che si stimava contemporaneo, se non “di tutti gli
uomini”, come sognava Octavio Paz.
Gli zapatisti segnarono definitivamente la fine del secolo. Le loro richieste furono adottate e
legittimate da milioni di indigeni del paese intero, e appoggiate da diversi gruppi sociali, che avrebbero
adottato il ruolo di “società civile” descritto nei libri. Il governo del Pri di Carlos Salinas de Gortari si
vide obbligato a negoziare con gli insorti.
Nel 1995, l’ultimo presidente del Pri, Ernesto Zedillo Ponce de León, disattese la tregua, occupando
militarmente le comunità ribelli e provocando lo spostamento di migliaia di contadini maya e riattivando
la guerra, nella sua modalità a “bassa intensità”. Da allora, una nuova forma di lotta s’impossessò dei
giorni e dei territori di migliaia di uomini, donne, bambini e anziani: la resistenza.
L’esercito zapatista ripiegò verso le montagna, da dove era venuto, e dal gennaio del 1994 non ha
effettuato alcuna azione offensiva. A differenza delle guerriglie latinoamericane tradizionali, l’Ezln offre
la pace mentre chiede la giustizia e la dignità. Centinaia di simpatizzanti e militanti dell’Ezln, senza
dubbio, sono stati assassinati durante la fragile “tregua”, e molti di coloro che hanno conosciuto l’esilio
ancora oggi non hanno fatto ritorno.
Il mostro paramilitare fu impiantato freddamente dal governo di Zedillo e dagli strateghi militari, ciò
che ha danneggiato gravemente la convivenza all’interno dei villaggi. Il mostro non è scomparso, ha
soltanto cambiato aspetto (e anche questo, a malapena).
In un mondo di tradizioni millenarie sempre mutevoli, nel cuore di un movimento sociale
straordinario, i villaggi ballano, i giovani s’innamorano, i bambini e le bambine accedono alla meraviglia
del mondo tra le montagne verdi dove nacquero liberi, ma sotto la minaccia permanente di una guerra di
sterminio.
Il mais nasce nei loro campi. Il Popol Vuh, un libro che raccoglie una parte del pensiero antico dei
maya centroamericani, dice che questi popoli sono creati dal mais. Nei loro campi e nei loro villaggi la
vita quotidiana fiorisce al rischio ed alla resistenza attiva, che sono le forme della conoscenza di cui i
villaggi zapatisti dispongono. Anche in questo modo insegnano al mondo ad essere loro contemporaneo.
L'influenza della ribellione indigena agli albori del secolo XXI dimostra che nessuno in Messico si è
mai diretto con maggior velocità di loro verso il futuro, “i più piccoli, i dimenticati di sempre”. Il loro
tempo procede con tanta rapidità che sembra trattenuto. È la maschera della vertigine.
Nessuna storia del Messico moderno è stata raccontata più costantemente della ribellione nelle
montagne del sud-est messicano. Lo hanno fatto gli stessi insorti, i mezzi di comunicazione di diversi
paesi, pensatori e analisti che simpatizzano o no con la loro causa, storici, cineasti (senza contare un
numero immenso di falsificatori prezzolati).
La maschera che li rese visibili ha protetto gli zapatisti dallo sterminio. Come la loro parola e la
costruzione di alternative comunitarie a livello locale. È frequente l’affermazione che lo zapatismo
“precedette” i nuovi movimenti sociali come l’altromondismo globalizzatore e alcune lotte popolari e di
liberazione che stavano per cominciare nelle diverse regioni del mondo.

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Pablo Gonzàles Casanova
Una nuova forma di pensare e fare*
I Caracoles zapatisti. Reti di resistenza e autonomia

Dei ricchi contributi forniti dal movimento zapatista alla costruzione di un’alternativa, il recente
progetto dei Caracoles dipana molte false discussioni di politici e intellettuali. Il progetto dei Caracoles
“apre nuove possibilità di resistenza e di autonomia dei popoli indigeni del Messico e del mondo, una
resistenza che comprende tutti i settori sociali che lottano per la democrazia, la libertà e la giustizia per
tutti”, secondo le parole del comandante Javier.
In Spagna, qualcuno commenta: “Lo zapatismo è diventato uno strumento che può essere usato da
tutte le ribellioni che solcano il mare della globalizzazione. C’invita a concretizzare la costruzione
comunitaria e autonoma con la pazienza e la tranquillità del caracul”.
L’idea di creare organizzazioni che siano gli strumenti di obiettivi e valori da raggiungere e facciano
in modo che l’autonomia ed il “comandare obbedendo” non rimangano nel mondo dei concetti astratti né
delle parole incoerenti, è uno dei contributi più importanti dei Caracoles. I loro creatori sono coscienti
dei limiti e delle possibilità del progetto.
Il Subcomandante Marcos riconosce con un misto di modestia ed entusiasmo che i Caracoles
costituiscono “una piccola parte di quel mondo cui aspiriamo, fatto di molti mondi. Saranno - afferma -
come porte per entrare nelle comunità e da cui le comunità escano; come finestre per guardarci dentro e
perché guardiamo fuori; come altoparlanti per lanciare lontano la nostra parola e per ascoltare quella che
arriva da lontano. Ma soprattutto per ricordarci che dobbiamo vegliare e stare attenti a ciò che succede
nei mondi che popolano il mondo”. Nelle sue parole ci sono i fatti.
Quando il governo non ha rispettato gli accordi di San Andrés ed ha rifiutato di riconoscere i diritti dei
popoli indios, non rispettando i suoi impegni, gli zapatisti non hanno fatto appello alle armi. Si sono
messi a costruire l’autonomia nei “territori ribelli”, come informa il comunicato del 19 luglio 2003.
Le comunità zapatiste hanno deciso di costruire “municipi autonomi” (un obiettivo, sicuramente, che
avevano “elaborato” fin dal principio della loro insurrezione). Le comunità hanno nominato le loro
autorità locali ed i loro delegati per compiere il mandato ai diversi livelli ben sapendo che se non lo
svolgeranno correttamente saranno revocati. Allo stesso tempo hanno continuato a promuovere modalità
concrete del “comandare obbedendo”. Hanno anche rafforzato i vincoli di solidarietà specialmente tra le
comunità locali di diverse etnie. Inoltre, hanno articolato unità più grandi che comprendevano vari
municipi, note prima come Aguascalientes, sostituiti oggi dai Caracoles.
Il cambiamento ha diversi significati ma, tra gli altri, il più importante sembra essere la trasformazione
di zone di solidarietà tra località e comunità affini in reti di governi municipali autonomi, che a loro
volta si articolano in reti di governo che comprendono zone e regioni più ampie. Tutte le comunità
costruiscono l’organizzazione di reti minime di governo e di reti di alleanze più grandi. In tutti i casi
praticano la conoscenza e la gestione della politica interna ed esterna, di quartiere e di villaggio,
dell’insieme dei villaggi che compongono un municipio, di villaggi ed autorità che si articolano in
diversi municipi [...].
La dimensione e la profondità del nuovo progetto zapatista corrispondono alla capacità che ha
dimostrato questo movimento nella ridefinizione del suo progetto ribelle nei fatti ed anche nei concetti,
mantenendo nello stesso tempo i suoi obiettivi fondamentali di un mondo con democrazia, libertà e
giustizia per tutti.
Inoltre, nelle sue riflessioni ed elaborazioni, l’Esercito zapatista di liberazione nazionale (Ezln)
continua ad usare uno stile originalissimo di pensare ed agire che combina la narrativa del vecchio

*
Tratto dal sito italiano di Znet (“La Jornada”), 26 settembre 2003. Traduzione del Comitato Chiapas Maribel
(http://www.zmag.org/Italy/ gonzalez-caracoles.htm).

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Antonio - che ricorda il passato per costruire il futuro - con le utopie e certezze dialettiche di Durito, lo
scarabeo cavaliere errante moderno e postmoderno, antisistema.
In realtà, gran parte di quanto si propone il progetto dei Caracoles era già stato espresso fin dagli inizi
del movimento zapatista come la lotta per “i municipi autonomi ribelli”. Ma questo ed altri concetti
fondamentali sono stati oggetto di oblio e di incomprensione tra compagni, fratelli, simpatizzanti,
avversari e nemici.
Il nuovo progetto dei Caracoles non solo ridefinisce con chiarezza concetti che si sono prestati alle più
diverse interpretazioni, dibattiti e perfino opposizioni. Articola e propone un progetto alternativo di
organizzazione (intellettuale e sociale insieme) che, partendo dal livello locale e privato, passa al livello
nazionale ed arriva a quello universale. Dalla partenza all’arrivo, lascia ai suoi membri tutta la
responsabilità di come realizzare il percorso: se dal grande al piccolo o dal piccolo al grande, o in tutti e
due i modi, suddividendo il lavoro in una direzione per alcuni ed un’altra o altre per gli altri.
La concretizzazione del progetto si ha nel trasformare le lotte per le autonomie e la creazione di
autonomie in reti di popoli autonomi. Si tratta di un programma di azione, di conoscenza, di
perseveranza e di dignità per costruire un mondo alternativo, organizzato nel rispetto delle autonomie e
delle reti di autonomie. Il suo proposito è di creare con le comunità, dalle comunità e per le comunità,
organizzazioni di resistenza che fin da ora formino maglie articolate, coordinate ed autogovernate che
permettano loro di migliorare la capacità di contribuire a che un altro mondo sia possibile.
Nello stesso tempo, il progetto postula che da adesso, per quanto possibile, le comunità ed i popoli
debbano esercitarsi nell’alternativa che vogliono realizzare per acquisire esperienza. Non aspettare di
avere più potere per ridefinire il nuovo modo di esercitarlo.
Il progetto di potere, insomma, non si costruisce nella logica del “potere dello Stato” che imprigionava
le posizioni rivoluzionarie o riformiste precedenti, lasciando digiuno di autonomia il protagonista
principale, sia che fosse la classe operaia, la nazione o la cittadinanza. Non si costruisce neppure
secondo la logica di creare una società anarchica, logica che prevaleva nelle posizioni anarchiche e
libertarie (e che sussiste in espressioni infelici come quella di “antipotere” che neppure i suoi autori
sanno che cosa voglia dire), ma si rinnova nei concetti di autogoverno della società civile che
“acquisisce il potere” attraverso una democrazia partecipativa, che sa farsi rappresentare e sa controllare
i suoi rappresentanti in ciò che è necessario per il rispetto degli “accordi”.
Quello dei Caracoles è un progetto di popoli-governo che si articolano tra loro e che cercano di
imporre percorsi di pace, in tutto quanto sia possibile, senza scoraggiare moralmente o materialmente i
popoli-governo, ancor meno in situazioni e regioni dove gli organi repressivi dello Stato e le oligarchie
locali, con i loro diversi sistemi di corruzione e repressione, stanno seguendo i modelli sempre più
aggressivi, crudeli e stupidi del neoliberismo di guerra che comprendono la fame, la malattia e
“l’ignoranza imposta” dell’immensa maggioranza dei popoli, sia per indebolirli che per decimarli o
distruggerli, se necessario, quando falliscano i sistemi di intimidazione, cooptazione e corruzione dei
leader e delle masse.
Il nuovo progetto dei Caracoles combina ed integra nella pratica entrambe le logiche, quella della
costruzione del potere attraverso reti di popoli autonomi e quella dell’integrazione di organismi di potere
come autogoverni di coloro che lottano per un’alternativa dentro il sistema. Il progetto fa propri gli
elementi antisistema con i quali la creazione di municipi autonomi ribelli inizia a rafforzare la capacità
di resistenza dei popoli e la sua capacità di creazione di un sistema alternativo. Entrambe le politiche - la
costruzione e l’integrazione del potere - sono indispensabili ad una politica di resistenza e di creazione di
comunità e di reti di comunità che facciano del rafforzamento della democrazia, della dignità e
dell’autonomia, la base di qualsiasi progetto di lotta.
I Caracoles corrispondono ad un nuovo stile di esercizio del potere di comunità intessute nella
resistenza e per la resistenza, nelle quali coloro che comandano si sottomettono alle comunità per
costruire ed applicare le linee di lotta e di organizzazione, senza che per questo smettano di dire “la loro
parola” né gli uni e né gli altri, ma sempre nel rispetto dell’autonomia e della dignità di persone e popoli

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che riconoscono in ogni atteggiamento paternalistico ed in ogni “generosità umanitaria” non solo
qualcosa di simile alle “azioni civiche” dei nemici, ma pure alle azioni sbagliate degli amici, fratelli e
compagni che non hanno ben compreso l'importanza della solidarietà impegnata e rispettosa.
Più che un’ideologia del potere dei popoli-governo, i Caracoles costruiscono ed esprimono una cultura
del potere che nasce da cinquecento anni di resistenza dei popoli indios d’America e che s’inserisce nella
cultura universale per la costruzione di un mondo tanto vario quanto quello che implica qualsiasi
alternativa multinazionale, multiculturale, con diverse civiltà ed anche con caratteristiche e valori
comuni dei costruttori dell’alternativa stessa.
I cambiamenti che portano alla concretizzazione ed alla precisione del pronunciamento zapatista sui
Caracoles, corrispondono ad un metodo molto innovativo che dobbiamo rendere esplicito per noi stessi
senza timore di sbagliarci e di farci correggere da quelli che lo hanno scoperto o gli danno un altro
significato. Dobbiamo anche trasformare questo modo di pensare, oggi identificato con lo zapatismo, in
una specie di sentire comune in cui siano presenti i nostri diversi modi di pensare, di esprimersi, di agire,
sapendo che il necessario dialogo chiarisce affinità e differenze e favorisce linguaggi comuni e consensi
sempre più ampi, capaci di un agire multiculturale per un mondo alternativo.
Chiarito che “il modo di pensare” non è tutto e che a ciò si aggiungono le “verità del cuore”,
fondamentali nella cultura maya, abbiamo bisogno di continuare a precisarlo per noi stessi ed agli altri
con dialoghi e testi che raccolgono il suo uso da quando gli zapatisti hanno iniziato ad impostare un
nuovo progetto universale, nei loro comunicati insurrezionali ed in quelli diffusi durante i dialoghi di
San Andrés e durante la lotta per i diritti dei popoli indios, fino ad ora, nel momento in cui fanno loro
quei diritti che formalmente sono stati loro negati. In questa nuova tappa della loro storia, gli zapatisti
costruiscono un’alternativa pacifica di transizione ad un mondo praticabile, meno autoritario, meno
oppressivo, meno ingiusto, che abbia la capacità concreta di continuare a lottare per la pace con
democrazia, giustizia e libertà.
Il metodo o la maniera più o meno costante di fare e di pensare, pare avere sette caratteristiche
principali.
La prima consiste nell’usare le combinazioni più che le disgiunzioni. Invece di dire e fare “questo o
quello”, si dice e si fa “questo e quello”. L’insieme è molto più della somma delle parti: è l’articolazione
delle parti. Il problema tra fratelli è duplice: non sottrarre né disarticolare. La forza di resistere cresce
quando i popoli indios non solo si articolano tra loro, ma anche con i popoli non indios che lottano per
gli stessi obiettivi, sempre nel rispetto delle differenze personali o religiose o culturali o tattiche.
La seconda caratteristica consiste nel generalizzare i concetti contemporaneamente alla
generalizzazione delle reti di comunità. Quando si generalizza il pensare, tenendo conto dei protagonisti
sociali pensanti che compongono le reti della resistenza e delle alternative, si possono focalizzare con
maggiore facilità i problemi dell’unità nella diversità e la possibilità concreta che diversi protagonisti
partecipino alla stessa lotta in maniera uguale o diversa: così, per esempio, se la generalizzazione
avviene in relazione all’unione di diversi popoli maya e da lì si passa a generalizzare comprendendo
popoli indios nahoas, mixtecos, tarascos (...), le generalizzazioni si arricchiscono delle particolari
esperienze di resistenza e autonomia che gli altri popoli vivono ed esprimono. La forza della
generalizzazione attuale è ancora maggiore quando s’includono come protagonisti i contadini, i
lavoratori, gli studenti che pensano ed agiscono in funzione degli stessi obiettivi etici, culturali e sociali
della resistenza e del mondo alternativo, ma che possono avere strategie e tattiche diverse per
raggiungerli, alcune valide solo nella situazione specifica ed altre che possono essere adattate per
combinare esperienze che rafforzano ed ampliano le reti.
In terzo luogo, il metodo permette l’elaborazione di concetti sempre più profondi, come quando si
percepisce chi sta facendo crescere la resistenza e chi la sta indebolendo, corrompendo o distruggendo,
in maniera deliberata o meno.
Il concetto e la forza delle reti si approfondiscono (e questa è una quarta caratteristica) quando tanto
nell’azione quanto nella riflessione, si passa dalla lotta contro il cacique alla lotta contro il governatore

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che appoggia il cacique e da lì si sale a tutta la “specie” o la “classe” di “ricchi e potenti” che appoggiano
non solo il cacique contro cui si sta lottando, ma pure altri caciques, politici ed impresari che appoggiano
una compagnia multinazionale da cui dominano o cercano di dominare grandi territori con progetti come
il Plan Puebla Panama. Immediatamente diventa chiaro a se stessi, come persona o collettività, che la
lotta contro il cacique non è solo la lotta di un popolo, ma di molti, e che tutti gli “uomini del potere e
del denaro” non solo appoggiano il cacique o i caciques quando si sentono minacciati, ma addirittura
scatenano una guerra nascosta o aperta con forze convenzionali e no, militari e paramilitari, destinata a
difendere i loro interessi e valori o a conquistare nuove ricchezze, territori e popolazioni che
diventeranno futuri “profughi”, “sepolti” o “salariati irregolari”.
Quinto: Per resistere all'attacco della “specie” o “classe” dei ricchi e potenti che si protrae da
cinquecento anni, nel cuore (nel senso maya del termine) e nella coscienza (nella ridefinizione critica
della teoria della prassi) si sente che è necessario allargare le articolazioni delle forze sorelle che
attualmente o potenzialmente lottano per gli stessi obiettivi ne Los Altos e nelle selve del Chiapas, o
dovunque in Messico e nel mondo.
Una sesta caratteristica si presenta come segue: Passare dall’astratto o formale al concreto o attuale,
corrisponde all’espressione “andare al di là di...” che allude alle tappe superate. Ma qui l’espressione
“andare al di là” coglie la necessità di superare ciò che nel passato ha mostrato debolezze e mantenere
nello stesso tempo quello che nel passato ha dato forza alla resistenza ed alla costruzione di
un’alternativa, questo sì, con i dovuti adattamenti e ridefinizioni che l’esperienza esige e che consigliano
i cambiamenti, propri della narrativa del vecchio Antonio.
Una settima e ultima caratteristica di questa lista incompleta, è in relazione con le utopie che si
esprimono e si realizzano pur tra contraddizioni. È la necessità di superare “le idee dei cavalieri erranti”
che cercavano di “riparare i torti” per costruire (“facendo strada camminando” come disse il poeta)
relazioni personali, relazioni sociali, culturali, sistemi sociali che, pur tra gli ostacoli, favoriscano la
pratica e la concretizzazione di determinati obiettivi come “la democrazia, la giustizia, la libertà”. Questa
è la caratteristica dei sogni e delle impertinenze di Durito, di quei sogni ed impertinenze, ben o mal
giudicati, idealisti e picareschi di cui si nutre l’immaginazione del mondo intero, maya o non maya,
occidentale o non occidentale, classico o moderno, o postmoderno.
Sembra qui necessario chiarire che in tutti i casi, i metodi del vecchio Antonio e di Durito si
congiungono. Entrambi prospettano la dignità di persone e collettività come elemento di forza
indistruttibile, non negoziabile, cioè come l’arma più feroce contro la dittatura del mercato e la
colonizzazione mercantile della vita. Per essere effettiva, la dignità si articola nell’autonomia della
persona e delle collettività. Non solo diventa includente, raccogliendo la miglior tradizione liberale del
rispetto di tutte le credenze, religioni, razze, nazionalità, civiltà, ma incoraggia pure tutti quelli che, siano
indios o no, messicani o no, vogliono costruire un altro mondo possibile, e che si organizzino in reti di
autonomia lì dove vivono, includendo i propri vicini prossimi e lontani, conversando con loro,
scambiando sogni infranti e realizzati ed andando molto al di là della solidarietà, di per sé valida, ma
insufficiente, verso la costruzione ed organizzazione di reti di popoli autonomi e di altre forze in lotta
per un mondo in cui tenda a prevalere la democrazia, la giustizia e la libertà.
Il progetto dei Caracoles è la sintesi di molti precedenti progetti degli zapatisti, quelli che il mondo ha
iniziato a conoscere dieci anni fa e che ora si articolano in quelli scoperti durante il cammino verso il
riscatto del mondo per l'umanità di indios e no. Se lottano per la democrazia, la libertà e la giustizia
iniziano a praticarle ed a rafforzarle nella propria terra.
Il nuovo progetto zapatista si lega a tutte le forze che lottano contro il neoliberismo, contro la guerra
economica e militare che fa stragi nei paesi soggetti ai sistemi di indebitamento e di saccheggio imposti
dalla Banca Mondiale, dal Fondo Monetario Internazionale, dall’Organizzazione Mondiale del
Commercio, dalle grandi potenze con a capo il governo degli Stati Uniti ed i suoi alleati e subordinati
locali, come l’attuale governo del Messico, e tutti i partiti che in Senato ed alla Camera dei Deputati del
Messico hanno negato e tolto ai popoli indigeni i diritti che si erano impegnati a riconoscere loro.

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La miopia o la cecità delle forze dominanti è tale, e la loro superbia o capacità di inganno tanto
accecata, da non riuscire a vedere l’immensa opportunità che si presenta con la messa in marcia dei
Caracoles nell’imporre un cambiamento storico pacifico mediante il negoziato, senza cooptazione né
mediatizzazione di leader e tramite forze che lottano per sopravvivere e per un mondo alternativo. Gli
zapatisti offrono al Messico, un’altra volta ancora, un nuovo cammino di pace, con le porte e le finestre
aperte all’umanità.

Una nuova strutturazione del potere

La fondazione dei Caracoles negli antichi Aguascalientes fornisce vari contributi alla ristrutturazione
del potere in modo pacifico e dentro il quadro della Costituzione. Nello stesso tempo, mentre conserva la
sua convinzione ribelle, genera una nuova logica legislativa che viene dalla società civile ed il cui
carattere innovatore molto probabilmente s’estende come la “spirale dal tratto deciso” che il vecchio
Antonio ha tracciato nella corteccia di un albero.
Dalla spiegazione concisa del comandante Brus Li (9 agosto 2003) e da altri testi che sintetizzano
quello che sono i Caracoles, si comprendono alcune priorità nell'azione politica per la ristrutturazione
del potere e per la creazione di percorsi verso un mondo alternativo. Queste priorità si diffonderanno
sicuramente tra molti movimenti alternativi dentro al sistema e antisistema, in un dialogo universale,
reale e non solo virtuale, a distanza ed in diretta, che si realizza già attraverso i “siti” e i periodici via
internet e incontri e manifestazioni che vanno dalla Lacandona stessa e dall’ “Altro Davos” fino a Seattle
e Cancún.
Precisare quali sono le priorità dei Caracoles nella concretizzazione o attualizzazione della
ristrutturazione del potere dal basso e da quelli che stanno in basso, in diverse parti del paese e del
mondo, presenta difficoltà e traduzioni da una lingua all’altra, da un linguaggio metaforico ad un altro
più o meno diretto, e da una realtà storico-sociale e culturale specifica ad una diversa. Prevede anche la
scoperta di simpatie e differenze concrete che i protagonisti collettivi, rurali e urbani, asiatici, africani o
americani del nord e del sud, europei ed australiani, rivelano nelle diverse realtà. Le generalizzazioni
appaiono dal vivo, le spiegazioni universali pure e questo permette di distinguere meglio le differenze
che si devono rispettare e conservare e quelle che portano al necessario dialogo dell’universo dei
protagonisti. Le buone traduzioni concettuali, razionali ed emozionali, facilitano la conoscenza di quanto
gli zapatisti si propongono con la fondazione ed organizzazione dei Caracoles, questa strana metafora
che ha qualcosa della cultura mesoamericana e qualcosa del pensiero critico più profondo ed attuale.
“Molti” dovranno fare analisi, rinnovare (o concretizzare) concetti comuni applicabili e variazioni
universali. Dovranno dar priorità, come generi, al dialogo ed al dibattito, all’argomentazione esatta che
avvicina agli obiettivi più cari fino a quando uno deve retrocedere per farsi precedere da quel desiderio
di capire qualcuno mediante l’osservazione, la riflessione e l’espressione chiara, le “parole
fondamentali” che raccolgono consensi ed effetti nella resistenza e nell’autonomia articolate.
Dalle parole del Subcomandante Marcos sull’organizzazione dei Caracoles, si evince che questi
corrispondono alla conoscenza dell’interiore e dell’esteriore, della visione di chi non solo si guarda, ma
guarda gli altri; di chi s’incoraggia ed incoraggia gli altri - per quanto lontano siano e per quanto
addormentati giacciano nelle loro fughe e nei loro sogni - a partecipare con azioni sempre più efficaci
per raggiungere gli obiettivi proposti. I Caracoles si organizzano per non perdersi a pezzi, per vedere
l’insieme e per agire nell’insieme articolato dei popoli della propria “terra” e del mondo.
Saper ascoltare e parlare per pensare ed agire, corrisponde ad un insieme di azioni organizzate il cui
punto di partenza sta nell’evocazione degli dei mesoamericani che incaricarono qualcuno di sostenere il
cielo. Per svolgere il suo compito, “il sostenitore del cielo” si mise “appeso sul petto un caracol con cui
ascolta i rumori e i silenzi del mondo per vedere se tutto è a posto e con il caracol chiama gli altri
sostenitori perché non si addormentino o perché si sveglino” (4 agosto 2003).

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A quest’evocazione mesoamericana se ne aggiunge un’altra che collega gli “antichi maestri” dei maya
al cuore di Pascal e ad una nuova filosofia dei “ragazzi delle bande”, emotiva e tecnologica nello stesso
tempo, che appare nella cosiddetta “Era della Comunicazione” e che prospetta il sapere come potere
alternativo.
A detta degli “antichi maestri”, “finché la parola cammina il mondo è possibile che il male si calmi e
il mondo sia a posto…”. “Così dicono” - commenta il Subcomandante - ed aggiunge: “Per questo la
parola di chi non dorme, di chi vigila sul male e sulle sue malvagità, non cammina in linea retta da un
lato all’altro, ma cammina verso se stessa seguendo le linee del cuore, e verso l’esterno seguendo le linee
della ragione...”. (Un commento: Durito ha fatto notare al Sub che sarebbe stato meglio che “avesse
messo”: “che cammina verso se stessa e verso l’esterno seguendo le linee del cuore e della ragione...”.
Senza la disgiunzione che nel passato ha negato l’autocritica del cuore... e perfino della ragione…!
Ancora non si sa perché il Subcomandante abbia preferito questa versione...).
Una lettura corretta dei principi del pensare-fare delle nuove organizzazioni zapatiste, obbliga non
solo ad includere la vasta gamma che va dalla conoscenza di se stessi fino ai processi storici che, tra le
svolte, riescono a raggiungere punti sempre più alti. Un’attenta lettura dei testi metaforici, narrativi,
riflessivi, ammonenti e convincenti dell’Ezln, porta ad una maggiore comprensione solo se ognuna delle
loro espressioni ed immagini si lega all’enorme capacità di resistenza che hanno dimostrato gli zapatisti
in tutti questi anni di assedio e dolore, di povertà ed inganni, senza che abbiano distrutto in loro né la
speranza, né la decisione di continuare a lottare, né l’immensa capacità di cercare nuove forme di
costruire un altro mondo che sia possibile nelle parole e nei fatti.
Con questo stesso spirito bisogna abbozzare alcune priorità dei Caracoles e relativizzare quello che a
volte si dice di loro, chiarendo ovviamente che questa è solo una lettura e che ce ne possono essere altre,
anche degli stessi autori:

1. Nell’ambito legale e nazionale, creare l’autonomia esercitata e non dipendere dal fatto che lo Stato
la riconosca per organizzarla, che significa assumersi in prima persona il compito e l’esercizio di
costruire e praticare l’autonomia e l’autogoverno. L’autogoverno è responsabile di mettere in pratica i
principi di democrazia, giustizia e libertà e di renderli espliciti alla comunità o alle comunità che
costituiscono l’autogoverno e alle persone che lo compongono, la cui autonomia di pensiero e critica
dovrà pure essere rispettata.
2. Combinare la democrazia partecipativa con la democrazia elettorale sempre che alla democrazia
venga dato il suo significato reale di governo del popolo, per il popolo e con il popolo, ed a questo
significato si aggiungano gli annessi essenziali della lucida proposta che gli autogoverni siano
multietnici e rispettosi delle diverse credenze e filosofie, così come dello spirito laico nell’istruzione,
della ricerca e della diffusione della cultura.
3. Passare dagli “spazi di incontro” critico e contestatario, generatori di speranze e piani di azione, alle
giunte di Buon Governo che ascoltano, fanno, decidono e comandano, obbedendo alle comunità ed
alle loro organizzazioni territoriali.
4. Assumere il ruolo e “la logica del legislatore dell’alternativa” per rendere effettivi i diritti dei popoli
indios nell’organizzazione della loro autonomia. Il Buon Governo dei Caracoles deve essere il primo a
riconoscere ed esercitare i diritti per non agire con arbitrarietà come fa il malgoverno. Nel caso che
alcune regole risultino essere poco convenienti nella pratica, il Buon Governo le modificherà previa
consultazione con le comunità. Nel caso che il Buon Governo diventi malgoverno, sarà destituito dalle
comunità. (Usanza d’altro canto molto sperimentata nelle culture mesoamericane e che oggi si
arricchisce con le esperienze di altre culture ed organizzazioni politiche che si erano proposte
l’autogoverno e non ce l’hanno fatta per errori o populismo o caudillismi non superati, non controllati
ed i cui effetti autodistruttivi non erano nella coscienza concreta di chi voleva costruire autentici
autogoverni).

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5. Impedire in tempo qualsiasi spaccatura nell’autonomia e nell’unità perché entrambe sono la forza
delle comunità e possono essere preservate solo se il Buon Governo impedisce, con il quotidiano
esercizio della democrazia, la formazione di mafie e clientele che si stacchino dalle proprie comunità e
facciano del separatismo di comunità e di popoli un modo per soddisfare ambizioni meramente
personali o di gruppo, come è accaduto in molti paesi della nostra America, le cui oligarchie del XIX
secolo hanno infranto l’ideale bolivarista, o nella Yugoslavia che mise in primo piano il suo fallito
progetto di autogoverno, origine delle mafie che dopo la sconfitta hanno mostrato ed accresciuto le
loro fortune illegali ed i loro autoritarismi contumaci. Se quelle lezioni di morale sono ben lungi
dall’essere “pure illusioni” per qualsiasi progetto di interesse generale, è suicida dimenticare le lezioni
storiche dell’immoralità passata e presente. Quelle lezioni sono chiare nello zapatismo quando
dichiara indegni coloro che abusano del potere o si piegano davanti al potere, coloro che danno regalie
e fanno concessioni personali e paternaliste dall’alto del potere, e coloro che le accettano sottomessi.
6. Avere la capacità di cambiar se stesso ribelle senza smettere di esserlo. Avere l’interezza di passare
da progetti insurrezionali armati a progetti di negoziato senza tentennamenti - come a San Andrés - o a
posizioni di arroccamento nella resistenza - come dopo che il Congresso ha negato i diritti ai popoli
indios - o alla ristrutturazione del potere locale con le reti dei Caracoles, dopo un lungo periodo di
silenzio espressivo e riflessivo durante il quale le esperienze dell’organizzazione preliminare e locale
del Buon Governo nell’autonomia hanno permesso di proporre un progetto forte di reti con prospettive
nazionali ed internazionali.
7. Abbandonando la presa del potere con la forza, costruire il potere delle comunità come progetto che
combina il micro ed il macro nel processo di costruzione delle basi organizzate, con le variazioni
necessarie in alcune regioni o paesi rispetto ad altri, ed in diverse situazioni all’interno dello stesso
paese o della stessa regione. Forse per questo punto è necessario chiarire un poco di più che il progetto
degli zapatisti non corrisponde alla logica anarchica o libertaria, per aggiornate che siano, né alla
logica statalista di presa del potere dello Stato o di riforma dello Stato, per decaduti o disprezzati che
siano. Bisogna chiarire che il progetto cerca di costruire il potere a partire dalla società civile,
cosciente che quella costruzione in molte parti del mondo, con l’esaurimento delle lotte politiche e
continuando a subire persecuzioni armate convenzionali o no, obbliga gli abitanti ad esercitare il
diritto all’autodifesa dei propri villaggi e delle proprie case, e che se ad un certo momento propongono
azioni armate per una ribellione contro l’ordine ingiusto ed oppressivo, predatore, sfruttatore ed
escludente, ora ancora una volta confermano la loro vocazione pacifica con un nuovo cammino che,
per quanto possibile, sarà ribelle ed agirà nell’ambito legale e che farà tutto quanto è necessario nelle
sue strutture politiche e sociali per impedire negoziati con cooptazioni che incrinino l’autonomia delle
persone e delle comunità. La politica della dignità inizia dal rispetto di se stessi che esige ed organizza
il rispetto degli altri.
La lotta per la costruzione del potere a partire dalle più piccole comunità e municipi fino alle zone e
alle regioni articolate, è la lotta concreta degli zapatisti. Costituisce un contributo molto importante
alla crescita della forza necessaria nella transizione ad un mondo nuovo senza sostenere una “teoria
generale” per cui ovunque, tutti, in qualsiasi momento dovrebbero costruire la transizione allo stesso
modo, il che sarebbe assurdo ed errore in cui cadono coloro che dimenticano l’enormità e la varietà
del mondo.
Nello stesso tempo, questa posizione degli zapatisti non è né “antipartito” né cerca di fondare un
partito. Gli zapatisti non si propongono di fondare un partito che sia alla testa di un blocco per la presa
di potere dello Stato, né vuole competere nelle elezioni come un nuovo partito dello Stato. Tentano di
percorrere il nuovo cammino di costruzione di comunità e reti di comunità autonome. Se queste ultime
ottengono per caso una “ricollocazione distrettuale” ed una “rimunicipalizzazione” riconosciuta dal
governo, questo fatto, come gli Accordi di San Andrés, sicuramente non implicherà nessuna
concessione di principio e permetterà solo che i popoli lottino per i propri valori ed interessi entro una
legalità formalmente riconosciuta.

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In ogni caso, la politica di “ricollocazione distrettuale” e “rimunicipalizzazione” presuppone, come
requisito minimo e prova di buona volontà del governo, l’abbandono della pressione militare e
paramilitare che i popoli indios hanno subito e subiscono. La sua necessaria cessazione è ineluttabile
per la costruzione del nuovo cammino. Se questo non avviene, è perché nel governo continuano a
dominare la cecità e la miseria con cui il Congresso ha respinto i diritti dei popoli indios, contro la
volontà dei popoli del Messico e della nazione messicana. La mancanza di riconoscimento legale
dell’autonomia renderà difficile ma non fermerà la marcia dei Caracoles ed il loro vigoroso progetto di
costruire ed articolare le autonomie dei popoli indios e non indios. Il progetto rientra nella
Costituzione e nel diritto di associazione dei popoli e dei cittadini.
8. Chiarire che sebbene la nuova politica non sia insurrezionale né riformista né libertaria o anarchica,
riconosce la validità di molte categorie scoperte da quei movimenti e perfino da altri precedenti, come
i liberali e patriottici della nostra America, ma che risiede invece nel pensare e nell’agire collettivo dei
popoli indios scoprire le definizioni attuali ed i linguaggi comunicativi del pensiero critico e
alternativo, di sistema e antisistema, nelle sue diverse versioni ed esperienze riformiste e
rivoluzionarie o nazionaliste o libertarie. Inoltre, è necessario chiarire con reiterate espressioni verbali,
mimiche, intertestuali, che ci sono elementi del postmodernismo europeo e statunitense nelle sue
manifestazioni più creative e radicali, che sono e saranno incluse nei testi e contesti del Buon Governo
con i loro limiti attuali e con quelli che appariranno dalle porte e dalle finestre della “più piccola delle
alternative” o da quelle che si articolano da qualsiasi punto cardinale. Non c’è alcun dubbio che questo
non sia un progetto solo zapatista o indigeno o chiapaneco o messicano, ma che invece vada incontro
nel dialogo a livello mondiale a progetti simili, così com’è giustificatamene orgoglioso del mandato
lasciatogli dai “primi abitanti di queste terre”.
9. Precisare che il progetto dei Caracoles passa dalla mera protesta, o manifestazione o mobilitazione,
alla resistenza ed all’organizzazione del pensiero, della volontà e dell’azione. Assume come prioritarie
le politiche dell’educazione e della salute e cerca di risolvere per quanto può, i problemi
dell’alimentazione, del vestiario e della casa, del lavoro e della retribuzione giusta delle comunità e
dei lavoratori. Nello stesso tempo incoraggia reti di commercio di base tra comunità, piccoli produttori
e commercianti della “economia informale”, segnalando preferenze ai mercati locali e nazionali. I
limiti e le contraddizioni su questo terreno sono ben noti agli zapatisti. Prospettano una maggiore
capacità di resistenza di fronte al “commercio iniquo” ed ai “rapporti disuguali di scambio” a cui
cercano di contrapporre quello che si può, con l’articolazione dei mercati e dei produttori locali per
una politica di sopravvivenza. La capacità di ottenere migliori “condizioni di scambio” con i “centri
dirigenti” o sfruttatori che vendono caro e comprano a basso prezzo, dipenderà dall’insieme di reti che
si forgeranno e dal loro comportamento nella ristrutturazione del potere delle comunità rispetto ai
mercati colonizzati. Non c’è dubbio che questo è uno dei punti più difficili da risolvere ed è proprio
quello che affrontano i più poveri tra i poveri: lo sfruttamento in tutti i modi dei lavoratori delle etnie
ed il commercio particolarmente iniquo con le etnie.
10. Cambiare parte dei costumi più retrogradi della vita quotidiana relativi al rispetto delle donne, dei
bambini, degli anziani.
11. Appoggiare ed appoggiarsi ad organizzazioni ed ai movimenti autentici di operai e contadini, di
studenti, di “abitanti emarginati delle città”, di “profughi”, di immigrati nazionali e stranieri, di
ecologisti, ai movimenti di genere, di età, di preferenza sessuale, che difendono terre e territori, diritti
umani sociali e individuali.
12. Assumere ed articolare la lotta crescente in America Latina e nel mondo intero contro le politiche
neoliberiste di saccheggio, depredazione e conquista, tra cui sono particolarmente minacciose quelle
dell’Area di Libero Commercio delle Americhe (Alca), quelle del Plan Puebla Panama ed in generale
della Banca Mondiale, del Fondo Monetario Internazionale, dell’Organizzazione Mondiale del
Commercio, della triade Stati Uniti-Giappone-Europa con tutte le loro reti di governi collaborazionisti
e sottomessi.

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13. Opporsi radicalmente a qualsiasi azione di terrorismo, sia di Stato che della società civile, ed a
qualsiasi tipo di avvicinamento o rapporto con il narcotraffico.
14. Stabilire reti di informazione e cultura, con spazi di riflessione e dialogo locale, regionale,
nazionale ed internazionale, promovendo con queste non solo l’informazione autentica ed il dialogo
politico-sociale, ma pure il dialogo “delle scienze e delle arti universali”.

Fino ad ora il progetto dei Caracoles pare confermare la decisione degli zapatisti e dei popoli indios
di lottare in modo pacifico per i diritti dei loro popoli, per la democrazia con autonomia e
l’autogoverno all’interno degli stessi. Cerca inoltre di articolare le sue lotte per la democrazia, la
giustizia e la libertà con gli altri popoli del Messico e del mondo. In termini pratici e politici, si tratta
di un progetto che tenta di imporre la transizione negoziata per ottenere i diritti dei popoli indios e no.
Il progetto dei Caracoles si propone di aumentare la forza dei popoli e delle loro reti per ottenere
soluzioni negoziate sulla base di principi non negoziabili. Cosciente di essere solo “una parte molto
piccola” del movimento mondiale, lo zapatismo affronta ed esige la cessazione della guerra
d’impoverimento, della minaccia militare e paramilitare, della discriminazione culturale e sociale,
delle politiche di mal sanità, ignoranza e fame che tante vittime hanno mietuto in Messico e nel
mondo. Va aldilà delle mere contestazioni all’imperialismo ed ai governi collaborazionisti, ai loro
capi ed alle mafie. Di fatto, prospetta un’alternativa mondiale non solo all’oppressione ed alla
dominazione dittatoriale dei popoli, ma anche all’offensiva colonialista dell’imperialismo neoliberista
ed al sistema capitalista mondiale. Ai precedenti progetti rivoluzionari e riformisti o libertari, ne
aggiunge uno che tenta di superare le brutte esperienze dei governi rivoluzionari, riformisti o
autocratici nella lotta per la democrazia, la liberazione ed il socialismo. Il nuovo progetto universale,
nato nei villaggi poveri, tende ad unire tutte le lotte e ad arricchirle con quelle in atto per la morale
politica, per l’autonomia e la dignità delle persone e delle comunità e per cominciare a fare da se stessi
quello che si vuole che facciano pure gli altri.

Fonti originali

• Comandante Brus Li. Ejército Zapatista de Liberación Nacional, Plan La Realidad-Tijuana, El


nacimiento de los caracoles, 9 agosto 2003.
• Comandante David. Ejército Zapatista de Liberación Nacional, Palabras de Bienvenida, El nacimiento
de los caracoles, 9 agosto, 2003.
• Ejército Zapatista de Liberación Nacional, Palabras para los hermanos indígenas que no son zapatistas,
El nacimiento de los caracoles, 9 agosto 2003.
• Ejército Zapatista de Liberación Nacional, Palabras de clausura, El nacimiento de los caracoles, 9
agosto 2003.
• Comandanta Esther. Ejército Zapatista de Liberación Nacional, Para los pueblos indios de México, El
nacimiento de los caracoles, 9 agosto 2003.
• Comandanta Fidelia. Ejército Zapatista de Liberación Nacional, A las mujeres, El nacimiento de los
caracoles, 9 agost, 2003.
• Subcomandante Insurgente Marcos. Ejército Zapatista de Liberación Nacional, Chiapas, la treceava
estela (primera parte): un caracul, in “La Jornada”, 24 luglio 2003; (seconda parte): una muerte, in “La
Jornada”, 25 luglio 2003; (terza parte): un ombre, in “La Jornada”, 26 luglio 2003; (cuarta parte): un
plan, in “La Jornada”, 27 luglio 2003; (quinta parte): una historia, in “La Jornada”, 28 luglio 2003;
(sesta parte): un buen gobierno, in “La Jornada”, 29 luglio 2003.
• Falso, el reporte sobre encuentro con la Cocopa: Marcos, in “La Jornada”, 7 agosto 2003.
• Fragmento de la presentación de Radio Insurgente, El nacimiento de los caracoles, 9 agosto 2003.

24
• Ejército Zapatista de Liberación Nacional, A las juntas de buen gobierno zapatista. A los municipios
autónomos rebeldes zapatistas. A la sociedad civil nacional e internacional, El nacimiento de los
caracoles, 9 agosto 2003.
• Comandante Omar. Ejército Zapatista de Liberación Nacional, A los jóvenes, El nacimiento de los
caracoles, 9 agosto 2003.
• Comandanta Rosalinda. Ejército Zapatista de Liberación Nacional, Resistencia y autonomía, El
nacimiento de los caracoles, 9 agosto 2003.
• Comandante Tacho. Ejército Zapatista de Liberación Nacional, Para los campesinos de México, El
nacimiento de los caracoles, 9 agosto 2003.
• Comandante Zebedeo. Ejército Zapatista de Liberación Nacional, Para los pueblos del mundo, El
nacimiento de los caracoles, 9 agosto 2003.

25
Carlos Montemayor
Il sorgere dell’alba…*

Il 21 ottobre scorso, in Bolivia, un anziano dirigente Aymara mandò dei saluti ai “fratelli indigeni del
Messico”. Era un mallku di circa 70 anni. I mallku sono gli uomini “di grande saggezza” ed incarnano il
concetto tradizionale di anziano. “Il mio nome è Crispin Maria Ma mani”, ha detto al corrispondente del
quotidiano messicano “La Jornada”. “Ho una carica esecutiva nella provincia di Pacajes. Noi, etnia
Aymara, siamo la maggioranza assoluta. E voglio mandare un saluto ai fratelli indigeni della provincia
messicana, ai fratelli zapatisti, che hanno lottato anche loro come noi”.
Perché a quest’anziano la lotta guerrigliera zapatista è sembrata equivalente alla lotta civile degli
aymara boliviani? E’ sorprendente che, ai suoi occhi, l’Esercito zapatista di liberazione nazionale,
organizzazione armata, appaia come una lotta civile simile a quella delle genti che in Bolivia hanno
abbattuto il presidente della Repubblica. Forse si deve al fatto che l’apporto fondamentale dell’Ezln
continua ad essere la rivalorizzazione dei diritti dei popoli indigeni, qualcosa d’importante non solo per
il Messico, ma per l’intero continente. Forse anche al fatto che l’Ezln organizzò i primi incontri
internazionali - li chiamarono “intergalattici” - contro la globalizzazione irrazionale, che i boliviani
hanno affrontato con coraggio nel caso dell’esportazione del gas.
A dieci anni di distanza, dobbiamo valutare il movimento dell’Ezln come una delle molte facce dello
sviluppo indigeno nei campi educativo, letterario, politico, economico, e di protezione dei diritti e del
territorio in diverse regioni del Messico. Ma dobbiamo anche vederlo come una parte o come la faccia di
un diamante più complesso a livello continentale; in questo momento i movimenti in Bolivia, in
Equador, in Guatemala, in Cile o in Colombia sono indicatori del fatto che siamo di fronte ad un
processo molto vasto.
Sappiamo bene che la riforma costituzionale in materia di diritti indigeni approvata dal Congresso
dell’Unione ha voltato la schiena ai punti chiave degli Accordi di San Andres e della proposta di legge
della Cocopa 2. La riforma ha definito le popolazioni indigene come entità di interesse pubblico e non
come soggetti di diritto pubblico; cioè, li ha considerati come soggetti passivi dei programmi
assistenziali del governo e non come detentori di diritti politici nei diversi ambiti e livelli in cui
potessero far valere la loro autonomia. Gli si è negato l’uso collettivo del loro territorio, già approvato
nell’Accordo 169 dell’OIT (Organizzazione Internazionale del Lavoro), ratificato dal Senato della
*
Titolo originale: El despuntar del alba. Tratto dal sito italiano di Znet (“Proceso”, Edicion Especial 13), gennaio 2004.
Traduzione di Barbara Cerboni (http:// www.zmag.org/Italy/ montemayor-sorgerealba.htm).
2
Cocopa: Commissione Interparlamentare di Concordia e Pacificazione, formata nel marzo 1995; stipula gli Accordi di San
Andreas sui diritti indigeni nel febbraio 1996, accettati dall’Ezln [NdT.].

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Repubblica nel 1990, per cui su questo punto il Congresso dell’Unione ha fatto marcia indietro di più di
dieci anni. La riforma prosegue subordinando le popolazioni indigene, e disconoscendo loro la titolarità
di diritti politici, territoriali ed economici come popoli aventi una diversa cultura.
La legislazione messicana, in realtà, è una delle più arretrate in materia di diritti dei popoli indigeni.
Da ormai dodici anni il Nicaragua ha riconosciuto territori autonomi indigeni nei villaggi della Costa
Atlantica. Le costituzioni di Colombia e Brasile riconoscono i territori autonomi delle popolazioni
indigene, e insieme ad Equador e Paraguay, riconoscono anche che i diritti collettivi di queste
popolazioni, come i diritti umani, sono antecedenti alla formazione degli Stati. Nell’aprile 1999, il
Canada ha riconosciuto il territorio autonomo delle popolazioni Inuit. Si tratta di un territorio con
un’estensione di 1.900.000 kmq, quasi quella della repubblica messicana, che è 1.956.000 kmq. Questo
territorio autonomo, chiamato Nunavut Kamavat, governo di Nunavut, non ha provocato nessun danno
in Canada, e neppure tra i ghiacci dell’Artico canadese. La Costituzione messicana, in questa materia dei
diritti indigeni - insisto - è rimasta indietro.
D’altra parte, dobbiamo ricordare che queste riforme costituzionali hanno rappresentato per l’Ezln un
rifiuto categorico da parte del potere esecutivo, del potere legislativo e del potere giudiziario. Fu un
rifiuto di Stato, non di un gruppo o di un partito. Pertanto, chi pose fine ad una possibile ripresa di un
dialogo, chi cancellò l’opportunità di un possibile accordo, fu lo Stato messicano stesso, non l’Ezln.

Le giunte del Buon Governo

Siamo spesso incuriositi dal silenzio dell’Ezln, in particolare dopo le riforme costituzionali. Per il
mondo occidentale quello che non appare nei media non esiste, e per le culture indigene quello che
appare nei media molto probabilmente non è certo. Abbiamo una concezione di realtà diversa. Non
credo che loro siano sempre obbligati a dire qualcosa a proposito, in un dialogo immaginario senza
significato. Quando hanno parlato il paese non ha sentito.
Con le giunte del Buon Governo dell’Ezln abbiamo oggi l’opportunità di capire che sono le riforme
costituzionali ciò di cui il Messico ha bisogno. Gran parte della vita delle comunità indigene trascorre in
processi decisionali autonomi; le comunità indigene vivono così da secoli. Gli ambiti di queste decisioni
autonome sono molto vasti. Un punto basilare è l’ordinamento lavorativo solidale non remunerato,
conosciuto come “fajina”, “tequio” o “lavoro comunitario”. I membri della comunità sono obbligati a
cooperare con il proprio lavoro alla costruzione di edifici, ponti, strade, dighe, o di altre infrastrutture di
cui la comunità beneficia direttamente. In epoca di semina o di raccolto, il lavoro comunitario assume
modalità diverse a seconda del luogo, della zona o della famiglia, ma parte sempre dalla reciprocità.
Un’istituzione sociale come questa è stata essenziale per la sussistenza di numerose comunità, che non
sarebbero state in grado di assumere mano d’opera. In questa stessa dinamica comunitaria s’inseriscono
altri elementi che regolano il prestito di grano, cibo, bestiame, attrezzi, in un ordine di reciprocità e di
restituzione del prestito, senza usura.
Le autorità comunitarie costituiscono un esempio rilevante delle istituzioni politiche autonome di
molte popolazioni indigene. Le autorità assumono diversi livelli di responsabilità sociale in festività
religiose, nell’organizzazione dei servizi, dei pasti, degli inviti alla divisione territoriale, di musica,
processioni, danze, e del servizio d’ordine. Le funzioni civili e religiose dimostrano la capacità di
ognuno dei membri della comunità, e permettono l’assegnazione delle cariche in funzione della capacità
dimostrata. Gli incarichi non sono remunerati, né portano benefici economici. L’assemblea comunitaria
o i consigli di anziani determinano i procedimenti ed i regolamenti che assicurano la continuità e la
sicurezza della comunità.
Giorno dopo giorno, i villaggi prendono decisioni in modo autonomo. E’ una vita politica naturale alla
loro cultura, e senza la quale non avrebbero potuto sopravvivere in un paese come il nostro. La
Costituzione messicana accetta la composizione multietnica del paese, ma non riconosce le istituzioni
normative tradizionali delle popolazioni indigene. Questa realtà politica e sociale esiste di fatto, ma

27
senza riconoscimento costituzionale. Non vogliamo vedere o non desideriamo capire questa realtà, ma è
più attiva e vitale di quanto lo siamo noi stessi. Quasi sempre preferiamo ignorarla. Ora, le giunte del
Buon Governo sono un’utile dimostrazione di quello che esiste e di quello che loro difendono. E’ una
realtà de facto, sì, solamente di fatto. In futuro tornerà ad essere de jure, di diritto.
Gli Stati liberi e sovrani non mettono a rischio la Federazione, non sono separatisti, sebbene abbiano
le proprie leggi, i propri tribunali, e la propria amministrazione delle risorse. I municipi liberi non
costituiscono uno Stato dentro lo Stato, sebbene abbiano le proprie autorità e la propria amministrazione
delle risorse. Perché non riconoscere nei territori indigeni il diritto ad avere una propria cultura,
amministrazione ed autorità? Le giunte del Buon Governo dell’Ezln potranno aiutarci a capire meglio
questa realtà del Messico che ci rifiutiamo di accettare.
L’Ezln è molto di più di un movimento armato, quindi, perché anche le guerriglie si evolvono. La
guerriglia messicana, che ha avuto inizio nel 1965 nelle montagne di Chihuahua, si è andata evolvendo
in forme diverse di organizzazioni politiche, di organizzazioni intellettuali, di organizzazioni di base.
L’Ezln ha sviluppato un linguaggio politico totalmente innovativo che proviene dalle stesse strutture
formali del tojolabal.
Non si dimentichi che il XIX secolo ha avuto molte guerre indigene. Una delle più significative,
chiamata del Yaqui, iniziò nel 1825 e finì nel 1908. Inoltre, la cosiddetta Guerra de Castas dei popoli
maya dello Yucatan, andò dal 1840 al 1909. Di fronte a questi movimenti, dobbiamo riconoscere che i
primi dieci anni dell’Ezln sono appena un inizio, il sorgere dell’alba. L’Ezln è un processo. Non è un
ciclo compiuto. E’ un processo vigente, attuale. I contingenti dell’Ezln oggi parlano con i fatti e non con
le parole, ma a noi, a quanto pare, non basta sentire le parole quando loro parlano, né vedere i fatti
quando li mettono in pratica. Dunque, l’Ezln è più di un esercito, più di un gruppo di uomini armati. E’
una coscienza che si propone di rinnovare il pensiero politico dell’intero paese.

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Adelfo Regino Montes
20 e 10 il fuoco e la parola*
Nell’interpretazione del tempo e dello spazio, noi mixe usiamo la parola ipx per il numero 20. Di fatto,
come per molti popoli indigeni dell’America centrale, il numero 20 ha un posto centrale nella
cosmogonia mixe, custodito gelosamente dai nostri saggi ed anziani. Secondo questa logica, il
Zempoaltepeti (i venti colli) rappresenta il massimo simbolismo della spiritualità mixe. Allo stesso
modo, è il numero venti che costituisce la base della nostra numerazione; e 20 sono anche i giorni che
formano un mese nel calendario ereditato dai nostri antenati.
Il numero 20 rappresenta il momento in cui si chiude un ciclo, vale a dire, la fine ed il principio
dell’esistenza, che in lingua mixe chiamiamo tääy jëëkëëny, un concetto duale in cui entrambe le parole
coesistono. Come altri hanno detto, è il momento in cui il serpente si morde la coda, alludendo alla fine
di un ciclo ed all’inizio di un altro. Di modo che la fine di un ciclo implica, al tempo stesso, il suo
principio, in una sorta di spirale.
Questa concezione ancestrale acquisisce un significato speciale nell’ambito delle celebrazioni
convocate dall’Esercito zapatista di liberazione nazionale (Ezln) per i suoi 20 anni di esistenza. Un ciclo
che, per come ci è apparso, può essere descritto come il trascorrere della notte fino alla mattina. La notte,
come quella fase relativa ai primi 10 anni di gestazione nelle montagne e nelle comunità indigene del
sudest messicano, che sotto il manto dell’oscurità sparse i semi che avrebbero germogliato all’arrivo
della luce del sole. Il giorno, come quell’alba che, simile al dolore di un parto, portò il 1° gennaio 1994,
per fare spazio, nella coscienza e nel cuore dell’umanità, ad una realtà dolorosa ed alle giuste aspirazioni
dei 62 gruppi etnici indigeni del Messico.
Per l’Ezln sono trascorsi 20 lunghi anni in cui un ciclo di vita si è sviluppato in mezzo al dolore ed
alla speranza. Allo stesso modo, sono passati 10 anni da quando l’Ezln ha visto la luce del giorno, per
rendere visibile e denunciare una realtà ingiusta, facendo appello al Messico ed al mondo per costruire
una vita più degna e più giusta. 20 e 10, il fuoco e la parola, come loro chiamano la festa per
commemorare questi cicli, offre un’opportunità per riflettere sulla trascendenza del movimento zapatista
nei diversi ambiti della vita nazionale, in modo particolare nella lotta per i diritti indigeni.

Visione di una realtà negata

Anche se noi popoli indigeni siamo gli abitanti originari di queste terre, e abbiamo dato una radice ed
un volto diverso al Messico, è certo che abbiamo patito una storia di negazione permanente. Con
l’insurrezione armata dell’Ezln, tuttavia, ci siamo resi visibili e le nostre realtà sono diventate oggetto di
riflessione a tutti i livelli della vita nazionale ed internazionale, a partire dalla nostra stessa voce e dal
nostro stesso pensiero.
Fino ad allora, gli “indigeni” erano visti con disprezzo, con umiliazione, con razzismo, con
discriminazione. Questo doloroso fenomeno, a volte chiamato etnocidio, non ha costituito una pratica
solo da parte del governo, ma anche di ampi settori della società nazionale; si è trattato di un fenomeno
generalizzato. A livello governativo, la politica di assimilazione e di integrazione si erano radicate, e si
arrivò a ritenere che l’indigeno fosse povero per la sua cultura e, quindi, si doveva combattere la sua
cultura per ottenere la sua emancipazione ed il suo sviluppo.
Con lo “Ya Basta!” zapatista, quest’assurdo storico è venuto allo scoperto, e da allora noi popolazioni
indigene siamo viste con maggior rispetto e con vera solidarietà. Questo nuovo atteggiamento permette
di vedere in tutta la loro crudezza i problemi di emarginazione, povertà ed esclusione in cui vivono

*
Tratto dal sito italiano di Znet (“Proceso”, Edicion Especial 13), gennaio 2004. Traduzione di Barbara Cerboni
(http://www.zmag.org/Italy/ adelfo-fuocoparola.htm).

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quotidianamente i nostri popoli, ma permette anche di scorgere la nostra grande ricchezza umana,
culturale e naturale, che ha alimentato la diversità e la pluralità messicane. Grazie all’insurrezione
zapatista, oggi viene dato valore al contributo umano e culturale dei popoli indigeni alla nazione nel suo
insieme.
Se prima nello spettro nazionale eravamo attori eludibili che potevano rimanere al margine delle
questioni che ci riguardavano direttamente, oggi siamo soggetti attivi nella difesa delle nostre
rivendicazioni collettive e nella costruzione di una nuova relazione con lo Stato e con la società in
generale. Ma non solo questo: abbiamo anche una voce legittima nella difesa della sovranità nazionale,
delle risorse strategiche che appartengono a tutti noi messicani, del sistema d’istruzione pubblica, delle
garanzie e dei diritti fondamentali, così come della costruzione di un Messico più democratico, più
degno e più giusto.
E’ frutto del movimento zapatista il fatto che ampi settori della società messicana abbiano scoperto i
popoli indigeni come soggetti storici capaci di intraprendere un loro proprio sviluppo e dotati di dignità
sufficiente per costruire un paese nuovo, basato sul rispetto e sulla dignità. Senza il sangue ed il dolore
degli uomini e delle donne zapatisti, sarebbe stato molto difficile cominciare a cambiare l’annosa cultura
di discriminazione che pesa su di noi. Così, oggi siamo soggetti visibili, e proprio questo è un punto di
partenza necessario per risolvere i grandi problemi che affliggono i nostri popoli.

Gli accordi e il dialogo interculturale

Per il fatto che non veniva riconosciuta socialmente e politicamente l’esistenza del soggetto indigeno,
non c’era dialogo. Nella fase postrivoluzionaria, la politica era servita a fomentare i cacicazgos
(caciccati) regionali ed a sottomettere, mediante la forza pubblica ed il corporativismo dei partiti, i
villaggi e le comunità indigene. La relazione asimmetrica di subordinazione conduceva alla non
necessità di un dialogo tra loro e le autorità.
Quando occasionalmente le genti indigene arrivavano ad ottenere qualche risposta dallo Stato per
risolvere le loro questioni più pressanti, questo dipendeva da una concessione di volontà del governo,
basata sulla carità o sull’animo generoso del governante di turno. Nel caso migliore, e davanti ad una
pressione dei propri popoli, come successe nel 1992 in occasione dei cinquecento anni dalla conquista
spagnola di queste terre, il governo si è limitato ad aprire alcuni forum, che si sono trasformati in
monologhi per il prestigio di alcuni esperti nel tema. La partecipazione indigena è stata molto limitata.
In queste condizioni, nell’interesse di mantenere una certa immagine esteriore, il governo messicano
fece una riforma dell’articolo 4 della Costituzione, mediante la quale erano riconosciuti alcuni diritti
culturali dei popoli indigeni. Tuttavia, in questo modo lo Stato manteneva la porta chiusa verso la
possibilità di un dialogo veritiero.
Con la sollevazione zapatista e la pressione della società civile affinché il conflitto fosse condotto
verso una soluzione pacifica, il governo messicano si è visto obbligato ad un dialogo con le genti
indigene ribelli. Questo avvenimento, che da allora ha avuto diversi momenti, ha presentato una fase di
grande speranza con i dialoghi di San Andres Larrainzar sui diritti e sulla cultura indigena, nel 1996. Ben
presto, gli zapatisti trasformarono questo sforzo in un vero dialogo interculturale che ha coinvolto non
solo le genti indigene, ma anche ampi settori della società civile che tradizionalmente lavoravano con
queste comunità.
I diritti indigeni, intesi come “l’insieme delle rivendicazioni e delle aspirazioni che noi popoli indigeni
abbiamo esposto allo stato messicano per risolvere gli annosi problemi di emarginazione, esclusione,
povertà, discriminazione e colonialismo interno”, si sono costituiti come punto di partenza nella
complessa agenda dei dialoghi di San Andres, come questione che doveva essere discussa con i
rappresentanti del governo messicano in condizioni di uguaglianza ed in un’ottica interculturale.
Il dialogo iniziò con la presenza e la partecipazione attiva di uomini e donne indigene del Messico,
che si recarono a San Andres, come consiglieri o invitati dell’Ezln. Si trattava di un fatto inedito nella

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storia del Messico, perché mai prima noi rappresentanti indigeni avevamo avuto l’opportunità di
dialogare in condizioni di parità con i rappresentanti del governo messicano. Ma, soprattutto
rappresentava una magnifica opportunità per aprire un dialogo tra noi stessi, e per costruire una nuova
relazione con la nazione basata sul rispetto e sulla solidarietà, per ottenere obiettivi comuni.
Quest’ultimo sforzo ha avuto un momento speciale con la celebrazione del Forum nazionale indigeno,
che ha dato origine in seguito a quello che oggi è il Congresso Nazionale Indigeno (CNI).
Frutto di questo dialogo interculturale sono stati i cosiddetti Accordi di San Andres sui diritti e sulla
cultura indigena, che hanno rappresentato un punto di accordo tra il governo federale ed l’Ezln. La loro
importanza e la loro trascendenza consistono nel fatto che, per la prima volta, il governo messicano ha
cominciato a riconoscere, nella forma, la natura storica e collettiva dei diritti fondamentali dei nostri
popoli. Per la loro importanza, sono:

• Il riconoscimento costituzionale dei popoli indigeni, che discendono da popolazioni che


abitavano il paese all’epoca della conquista, o colonizzazione, e dell’instaurazione delle attuali
frontiere statali, e che, indipendentemente dalla loro situazione giuridica, conservano le proprie
istituzioni sociali, economiche, culturali e politiche, o parte di esse. Per la definizione dei popoli
indigeni si è stabilito come principio fondante il criterio della coscienza della propria identità
indigena.
• Il riconoscimento, come garanzia costituzionale, del diritto alla libera determinazione, da
esercitarsi in un ambito d’autonomia, assicurando l’unità nazionale. Con ciò si sarebbe potuto, di
conseguenza, decidere la propria forma di governo interna e le proprie modalità di
organizzazione politica, sociale, economica e culturale. Questo avrebbe permesso il
raggiungimento dell’effettività dei diritti sociali, economici, culturali e politici nel rispetto
dell’identità.
• Il riconoscimento dei sistemi normativi interni dei popoli indigeni, con la garanzia del pieno
rispetto dei diritti umani. In questo senso, si stabilì l’obbligo dello Stato messicano di riconoscere
le autorità, le norme, e le procedure di risoluzione dei conflitti interni dei villaggi e delle
comunità indigene.
• Il riconoscimento ed il rispetto delle specificità culturali dei popoli indigeni, tramite concrete
attività di produzione, ricreazione, diffusione e promozione. Si stabilì, nello stesso modo,
l’obbligo dello Stato ad elaborare piani e programmi educativi in accordo con la realtà e con la
cultura dei popoli indigeni, e l’incorporazione dei saperi indigeni nei piani e nei programmi
d’istruzione nazionali, allo scopo di ottenere un’istruzione veramente interculturale.
• Il riconoscimento alla partecipazione ed alla rappresentanza politica nell’ambito statale e
nazionale, nel rispetto delle diverse situazioni e tradizioni, e rafforzando un nuovo federalismo.
Questo comporterebbe ridisegnare le attuali forme di rappresentanza nelle istanze del dibattito e
delle decisioni nazionali, tenendo conto di nuovi criteri che siano in accordo con la diversità
culturale e con la distribuzione geografica dei popoli indigeni.
• Il riconoscimento ad uno sviluppo armonico e sostenibile che rispetti la cultura dei popoli e la
madre natura. Questo sviluppo dovrebbe essere definito a partire da criteri culturali propri dei
popoli e dovrebbe avere sostegno nell’utilizzo delle potenzialità umane e naturali, per coprire le
proprie necessità, e produrre in eccedenza per mercati che contribuiscano a generare impiego
tramite processi produttivi che incrementino il valore aggregato delle risorse, e migliorino la
dotazione di servizi di base delle comunità e delle regioni circostanti.
• Il riconoscimento ad avere una vita degna a livello individuale e collettivo, mediante lo sviluppo
di politiche, programmi ed azioni che permettano livelli base di alimentazione, salute, abitazioni,
tra le altre cose, con un’attenzione prioritaria alle donne ed alla popolazione infantile. Allo stesso
modo, si stabilì come garanzia fondamentale la promozione di politiche sociali specifiche volte a
proteggere gli indigeni migranti.

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Tutti questi diritti sono stati consacrati negli Accordi di San Andres. La discussione sulle terre, i
territori e le risorse naturali delle genti indigene è rimasta una questione irrisolta per il fatto di essere
stata trattata alla Tavola 3, relativa allo sviluppo.
Dalla sottoscrizione degli Accordi, noi genti indigene insieme ad ampi settori della società nazionale
abbiamo richiesto la loro giusta applicazione. Davanti a quest’esigenza, la Commissione di Concordia e
Pacificazione (Cocopa) elaborò un’iniziativa di riforme per trasformarla in norma costituzionale.
Nonostante i grandi sforzi dell’Ezln, delle genti indigene e della società civile, tra cui la marcia per la
dignità indigena effettuata nel 2001, la proposta della Cocopa è stata ignorata dallo Stato messicano, ed
entrò invece in vigore la riforma costituzionale che, in quello stesso anno, non solo rinnegava il
contenuto di base degli Accordi, ma violava i procedimenti che la Costituzione e la legge stabiliscono
per realizzare una riforma costituzionale.
Venne il silenzio degli zapatisti, indignati per questa situazione. Allo stesso tempo, circa 330 municipi
indigeni del paese presentarono cause costituzionali alla Corte Suprema di Giustizia Nazionale (SCJN)
per mettere in discussione la legalità della riforma costituzionale in oggetto. Tuttavia non abbiamo
trovato eco in questo tribunale, come neppure abbiamo ricevuto giustizia dalla Costituzione stessa dello
Stato messicano. La SCJN si dichiarò non competente, dicendo di non avere la facoltà di sottoporre a
revisione gli atti dell’organo riformatore, vale a dire, il Congresso dell’Unione e la Legislazione degli
Stati. Quindi, le porte della giustizia sono rimaste chiuse per noi.
Questa chiusura non è stato un fatto nuovo, visto che l’abbiamo subita nel corso dei secoli. Ma non
abbassiamo la guardia. Una volta esaurite le istanze nazionali, in alcune comunità e villaggi indigeni ci
siamo rivolti a istanze internazionali per denunciare l’inadempienza dello Stato messicano sia nel
Convegno 169 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIT), sia nei trattati internazionali che
proteggono i nostri diritti.
Presentammo un reclamo all’ufficio dell’OIT in cui dicevamo che al momento dell’emanazione della
suddetta riforma costituzionale, si era violato il diritto alla consultazione che abbiamo noi genti indigene,
stabilito nel sesto articolo del Convegno 169. Allo stesso modo, ricorremmo alla Commissione
Interamericana dei Diritti Umani (CIDH), allo scopo di denunciare la violazione delle nostre garanzie
fondamentali, tra cui, in modo particolare, il diritto all’udienza, e richiedendo che fossero risarcite dallo
Stato messicano.
La risposta a queste istanze internazionali è ancora in sospeso, ma abbiamo coscienza del fatto che
stiamo lasciando testimonianza storica delle ingiustizie che stiamo continuando a subire collettivamente
e individualmente. Non rimanere in silenzio è un'altra delle lezioni che abbiamo imparato dai nostri
fratelli zapatisti.

Il cammino d’autonomia

Di fronte alla chiusura dello Stato, si è aperto un nuovo cammino: quello dell’autonomia. Di fatto,
questo cammino non è nuovo, visto che in numerosi villaggi indigeni del Messico e del mondo
l’autonomia costituisce una pratica ed un’esperienza ancestrale, grazie alla quale molte delle nostre
istituzioni politiche, giuridiche, economiche, sociali e culturali sono riuscite a sopravvivere. In questa
prospettiva, l’autonomia è un cammino che è stato prima percorso dai nostri antenati. Forse la differenza
sta nel fatto che ora ci tocca esercitarla in circostanze nuove.
Secondo questo punto di vista, negli ultimi mesi l’Ezln ha reso completamente esplicita, nelle idee e
nei fatti, la necessità di approfondire e consolidare i suoi rispettivi processi d’autonomia attraverso i
municipi autonomi e le giunte del Buon Governo raggruppate nelle cinque caracol che sono state
istituite. Quest’iniziativa zapatista rappresenta la miglior risposta allo scetticismo ed al rifiuto dello Stato
messicano, così come di alcuni soggetti politici e sociali che non hanno accettato l’esistenza ed il
riconoscimento dell’autonomia indigena, così come era stato convenuto a San Andres.

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Forse, costruendo concretamente, si potrà capire meglio che noi genti indigene concepiamo
l’autonomia come un meccanismo giuridico e politico che ci permette di avere più ampi spazi di libertà,
per possedere, controllare e gestire i nostri territori; per regolare la nostra vita politica, giuridica,
economica, sociale e culturale, così come per intervenire, in condizioni di dignità e di equità, nelle
decisioni statali e nazionali che ci riguardano.
Non si tratta di separarci dallo Stato messicano, come dicono quelli che hanno tradizionalmente
vissuto a nostre spese; desideriamo solo rafforzare la nostra capacità di decidere in tutti gli ambiti della
vita quotidiana, come l’economia, la politica, la dispensazione e l’amministrazione della giustizia, le
questioni territoriali, la cultura e l’educazione, e in generale tutti gli aspetti sociali, con un’identità ed
una coscienza propria, con l’apertura sufficiente per comunicare con gli altri cittadini del paese e del
mondo. Questo è ciò che è risultato difficile da accettare a chi governa questo paese.
In un tale lavoro di costruzione, l’autonomia indigena deve essere vista come un processo politico e
sociale di ricostruzione del soggetto delle regioni autonome, in questo caso le popolazioni indigene.
Questo acquisisce rilevanza in virtù del fatto che durante i secoli abbiamo subito azioni di distruzione ed
etnocidio. Il colonialismo aberrante ha diviso, atomizzato e debilitato molte delle nostre istituzioni
politiche, giuridiche, economiche, culturali e sociali.
Questa ricostruzione deve partire dal locale, in questo caso dalle comunità e dai municipi indigeni, per
propagarsi a livello regionale. Non è compito facile, ma una delle questioni centrali nella consolidazione
dei diversi processi delle regioni autonome è precisamente la costruzione del soggetto in questi diversi
livelli. E anche se sul piano comunitario e municipale abbiamo avuto uno sviluppo importante, è certo
che a livello regionale stiamo appena iniziando. E qui sta la sfida più importante.
Per affrontare questa sfida, le genti indigene hanno una grande esperienza a cui oggi si somma la luce
zapatista, che comincia ad alluminarci nelle nascenti Caracoles. Questa luce sicuramente c’indicherà
nuovi orizzonti, con la coscienza del fatto che non otterremo un solo risultato, ma molti, secondo la
diversità e la pluralità delle nostre genti.
Allo stesso modo, dobbiamo continuare ad insistere sull’urgente necessità di una profonda
trasformazione dello Stato messicano, perché riconosca le giuste rivendicazioni delle nostre genti. Come
abbiamo fatto osservare in altri tempi, l’autonomia indigena sarà possibile solo in una nuova concezione
dello Stato e del diritto. Perciò, è necessario abbandonare la concezione monista dello Stato, e
incamminarci verso una visione plurale e aperta. In questa ottica avremo, di conseguenza, uno stato
multietnico e pluriculturale nell’ambito di un pluralismo giuridico.
Si tratta di una responsabilità collettiva, nella coscienza del fatto che questo paese non potrà
raggiungere la democrazia e la pace se i diritti dei popoli indigeni, in particolare quello relativo alla
libera determinazione ed all’autonomia, continuano ad essere esclusi dall’ordine giuridico nazionale e
dai valori fondamentali che sono alla base del Messico. E’ ora di assumere la nostra responsabilità in
omaggio a quegli uomini e donne che dieci anni fa ci hanno restituito la speranza.

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SECONDA PARTE
Oltre la Selva

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Sergio Rodríguez Lascano
La “logica paradossale” dello zapatismo*
“Logica: 1. Disciplina che studia la struttura, il fondamento e l’uso delle espressioni della conoscenza umana. 2.
Serie coerente di idee e ragionamenti”.
“Paradosso: 1. Idea strana opposta a ciò che si considera vero o all’opinione generale. 2. Espressione logica nella
quale si trova un’evidente incompatibilità. 3. Coesistenza antilogica di cose”.
(Il piccolo Larousse illustrato)

“Tutto ciò lascia intendere che il discorso geopolitico si paralizza in una sorta di impasse o aporia generalizzata:
nulla funziona e tutto può accadere. Questo si regge nel ritenere giustificato il collasso panoramico e mondiale da
qualcosa come un parapetto, però sul bordo dell’abisso, del deserto o del caos. Questo reggersi del collasso può
apparire sonnambolico, poiché è un procedimento, per l’esattezza, uno spostamento, un passaggio, un movimento
o un’azione, un ‘fare’ guidato da questa strana attenzione vigile che i sonnambuli mantengono nel momento del
rischio maggiore. Alcuni sonnambuli camminano al limite del caos abissale, e nel momento in cui sanno e
dichiarano che ormai basta, che tutto è confuso, disarticolato, che non funziona niente, che tutto finisce nel non-
cammino, nell’impasse, nell’aporia, nel momento in cui sono persuasi che proprio questo discorso panoramico è
antiquato, si fanno avanti, se non come pazzi, visionari, profeti o poeti, allucinati, almeno come sognatori che
vogliono tenere gli occhi aperti [...]. Se all’improvviso do un nome al sogno, senza dissociarlo dal
sonnambulismo, è per prenderli, come si dice, con le buone. Non per disdegnare il rischio assoluto che corre il
sonnambulo, al contrario, per approssimare, oltre il sapere e la filosofia, politica o no, al di là di tutti i modelli e
di tutte le norme prescrittive di cui viviamo l’esaurimento, il pensiero di ciò che viene e che non può non essere
alleato di ciò che contrae una parentela con il sogno e con il poetico, sempre che, evidentemente, si pensi al
sogno in maniera diversa dal solito. Voglio ricordare che, alla domanda ‘Che fare?’, che costituisce allo stesso
tempo, simultaneamente, direi, una domanda molto vecchia, senza dubbio, neppure troppo a dire il vero, però
anche una domanda piuttosto nuova, una domanda ancora non ascoltata, tra le altre cose Lenin risponde, e con
interessanti precauzioni: ‘è necessario sognare’ ”.
(Jacques Derrida, Che fare della domanda che fare?)

Dall’insurrezione zapatista del primo gennaio 1994 si è venuto costituendo, con grandi difficoltà ma
in maniera ferma, un modo di agire, pensare, elaborare e spiegare una politica che agli occhi di buona
parte dei pensatori di sinistra appare eretica, antiscientifica, precapitalistica, adatta alla selva ma non alla
polis, moralista, antistorica o antiteorica, per menzionare soltanto alcune qualificazioni. Senza dubbio,
poche volte nella storia della lotta per l’emancipazione di un movimento, apparentemente tanto locale, di
gente tanto povera, di cui la maggioranza parla una lingua autoctona, ha ottenuto un’eco tanto profonda,
tanto radicata nei diversi soggetti sociali che oggi si esprimono nel mondo e nel nostro paese.
Ciò ha permesso a vari teorici della vecchia sinistra, e ad alcuni vecchi della nuova, di lambiccarsi il
cervello, spaventati ed infastiditi da questa eco. Costoro, che pure hanno la capacità di parlare di
qualunque paese e suggerire una linea politica al popolo argentino, o iracheno o italiano o cubano (che
nessuno di questi, poi, per il suo bene, segue), non mostrano la capacità di comprendere nella sua
globalità il fenomeno zapatista.
Lo zapatismo rappresenta allo stesso tempo due cose apparentemente contraddittorie: da un lato è un
movimento di rottura con la forma tradizionale della teoria e della pratica della sinistra, e dall’altro
rappresenta la continuità più profonda delle lotte emancipatrici dei lavoratori nei campi e nelle città.
Rottura e continuità. Questo, che per alcuni è un’aporia, è in realtà il brodo primordiale di un nuovo
pensiero. Effettivamente, come dice Francoise Proust: “Ogni presente è critico. Ogni presente è una
battaglia. La storia è la storia del presente [...]. Soltanto un principio di verità può ascoltare altri principi

*
Titolo originale: La “lógica paradójica” del zapatismo. Tratto dal sito italiano di Znet (“Rebeldía”, n. 11), settembre
2003. Traduzione di Sergio De Simone (http://www.zmag.org/Italy/rodriguez-logicazapatismo.htm).

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del passato”. Noi aggiungiamo che un presente di verità dovrebbe prendere le distanze da altri principi
passati. Rottura e continuità.
Per cercare di avvicinarci a quella che è una possibile comprensione del pensiero zapatista, prendiamo
spunto da una formulazione elaborata da Jacques Derrida: la “logica paradossale”. Questa formula mi
sembra del tutto adeguata, in contrapposizione alla segnalazione semplicistica dell’esistenza di
ipotetiche contraddizione nel pensiero zapatista, che nella pratica renderebbero il pensiero zapatista un
sistema contraddittorio.
Se prendiamo sul serio l’approccio sviluppato dal Subcomandante Insurgente Marcos, secondo il
quale la cosa fondamentale nella teoria zapatista si deve ricercare nella sua prassi e non nel suo discorso,
allora dovremmo partire dal fatto che è complicato incontrare un sistema teorico finalizzato. Le
contraddizioni apparenti non hanno a che vedere con la differenza che esiste tra il discorso e la pratica, o
tra la vita quotidiana e la prassi quotidiana. Nel caso dato dovremmo intendere che questi grandi
paradossi che lo zapatismo presenta hanno come elemento logico fondante il fatto di essere prodotto
della sua prassi.
Segnaliamone alcuni:

• un’organizzazione politico-militare che non vuole prendere il potere per poi cambiare la società
da lì;
• un’organizzazione politico-militare che non si pone la lotta armata quale unica alternativa;
• un’organizzazione politico-militare che teorizza con chiarezza solare il carattere antidemocratico
delle organizzazioni politico-militari;
• un’organizzazione di sinistra che parla ad una società civile diffusa, contraddittoria ed a volte
disperante, invece che ad una classe sociale ipoteticamente omogenea;
• un’organizzazione di sinistra che non ricerca la presa sicura di questa o quella corrente del
pensiero socialista, ma che fa dell’incertezza il brodo di coltura di una pratica ribelle e di una
teoria ribelle, senza cadere nell’eclettismo;
• un’organizzazione ribelle con grandi radici locali che le permettono di partire da lì per avanzare
una proposta mondiale o intergalattica;
• un’organizzazione ribelle che, senza basare la propria politica sul marketing o sui sondaggi, è
riuscita a costruire un sistema di comunicazione con il paese “di sotto” o con il mondo “di sotto”
che provoca solo invidia nei pubblicitari;
• un’organizzazione che si situa con gran modestia ed allo stesso tempo rivendica la dignità come
essenza fondamentale del suo “che fare” politico;
• un’organizzazione che è convinta, per quanto contraddittorio possa sembrare agli occhi della
classe politica, che deve esistere una corrispondenza tra quello che si dice e quello che si fa;
• un’organizzazione che decostruisce una buona parte del discorso tradizionale della sinistra di
tutte le varianti, però allo stesso tempo crea i ponti per la ricostruzione non di un pensiero ribelle
ma di molti e diversi;
• un’organizzazione che si muove nel quadro dell’esistente però non rimanda ad un futuro
luminoso la trasformazione delle relazioni sociali;
• un’organizzazione che comprende l’importanza della lotta affinché la società controlli dal di
fuori lo Stato, per obbligarlo ad obbedire (“non si tratta di prendere il potere ma di rivoluzionare
la relazione tra coloro che lo esercitano e coloro che lo subiscono”), ma che la intende come
l’inizio del cammino verso la costruzione di meccanismi di auto-organizzazione per edificare
nuove forme di governo (le Case del Buon Governo);


Proust, François, L’Histoire a contretemps.

Subcomandante Insurgente Marcos, Il mondo: 7 pensieri a maggio del 2003.

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• un’organizzazione che, a prescindere dal fatto di comprendere l’importanza della costruzione di
governi dal basso, in cui si alteri in maniera permanente la relazione comando-obbedienza che
sintetizza l’essenza della democrazia rappresentativa, decide che in quanto tale si mantiene al
margine di questo tipo di governi che contribuisce a costruire (“L’Esercito zapatista di
liberazione nazionale non può essere la voce di chi comanda, cioè del governo, anche se chi
comanda, lo faccia obbedendo e costituisca un buon governo. L’Ezln parla in nome di coloro che
stanno in basso, dei governati, dei villaggi zapatisti che sono il suo cuore ed il suo sangue, il suo
pensiero ed il suo cammino”).
• un’organizzazione che passa sopra la vecchia dicotomia riforma-rivoluzione. Non sulla base
della presa di posizione per l’una o per l’altra, ma a partire dal riconoscimento che nella nuova
situazione vissuta dal mondo la resistenza e la rebeldía assumono forme e caratteristiche nuove,
nella misura in cui l’offensiva è globale. E queste resistenze e ribellioni fanno del localismo, del
piccolismo, della marginalità eccetera, la loro forza e la loro invincibilità. Gilles Deleuze lo
chiarì così: “La vita si converte in resistenza al potere quando il potere ha per oggetto la vita”. Di
fronte a questa nuova logica del potere la vita in resistenza è l’alternativa alla riforma o alla
rivoluzione.

Soffermiamoci un poco su questi ultimi due punti. Per come stanno le cose, la resistenza è creazione.
Quell’ “Ora basta!” delle comunità indigene zapatiste. Quel “non in mio nome!” degli intellettuali
israeliani contro l’intervento militare sionista contro i palestinesi. Quel “se ne vadano tutti!” dei
lavoratori argentini. Quel “No” alla guerra contro il popolo iracheno, tra le altre cose, rappresentano
momenti di creazione che muovono a migliaia e decine di migliaia di esseri umani, che si riappropriano
delle strade (gli ampi viali di cui ci parlava Salvador Allende). Queste azioni di resistenza creano grandi
orme che permettono di riorientare coloro che Eduardo Galeano battezzò come “i fanciulli persi
nell’intemperie” immediatamente dopo la caduta del muro di Berlino. Però soprattutto rappresentano i
nuovi segni d’identità di coloro che non vissero la caduta del muro di Berlino, né il crollo del
“socialismo reale” e che ora hanno circa quattordici anni (come mia figlia).
Bene, dunque, nel caso dell’Ezln questa resistenza creativa ha permesso di scavalcare la muraglia che
separava la riforma dalla rivoluzione. Rifiutando due visioni ed al tempo stesso creandone una terza. Né
il processo è completo eliminando l’obiettivo finale, né l’obiettivo è la sola cosa che conta. Né il
processo rappresenta un lungo processo storico e l’obiettivo un momento di irruzione violenta. Lo
zapatismo rompe con questa visione, non perché rinunci all’idea dell’alterazione radicale delle relazioni
sociali o perché pensi che la lotta per cambiare, anche solo parzialmente le condizioni di vita della gente,
non sia valida, ma per un’altra ragione. Siccome riunisce il processo con l’obiettivo, l’obiettivo si
converte in processo ed il processo in obiettivo. Avvicina il futuro e proietta il presente. Rappresenta il
miglior esempio di ciò che significhi rompere con il tempo lineare e con il continuum della storia di cui
ci parlava Walter Benjamin. Scaricano i loro fucili contro il tempo, contro il tempo lineare (il tempo
vuoto) e costruiscono il tempo pieno (pieno di lotte), il tempo ora, allo stesso modo in cui lo fecero i
comunardi della grande rivoluzione francese che usarono una parte delle loro pallottole per sparare
contro gli orologi dei palazzi e delle cattedrali di Parigi, azione che si ripeté nella rivoluzione del 1830
nella stessa città e nel 1871, nella Comune di Parigi, contro l’orologio dell’Hotel de Ville.
Daniel Bensaid, in un libro che ritengo fondamentale (Marx l’'intempestivo), dice che questo
pensatore è un “meteco del concetto” (straniero o forestiero del concetto). Lo zapatismo è un “meteco”
della sinistra, una cosa strana; non solo per il suo mettere in discussione una serie di paradigmi


Subcomandante Insurgente Marcos, Alle giunte del buon governo zapatista.

Walter Benjamín, Tesi sul concetto di storia.

“Meteco”, nome che si attribuiva, nella Grecia antica, ai forestieri liberi che risiedessero stabilmente in una città.

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fondamentali del pensiero marxista, ma anche e soprattutto perché si situa al di fuori della pratica delle
organizzazioni della sinistra tradizionale. Il Subcomandante Marcos lo spiega così:
“Su, sediamoci un momento e lascia che ti racconti. Siamo in terre ribelli. Qui vivono e lottano quelli
che si chiamano ‘zapatisti’. E questi zapatisti sono molto diversi [...] e sono una disperazione per più di
una persona. Invece di intessere la loro storia con esecuzioni, morte e distruzione, s’impegnano a vivere.
E le avanguardie del mondo si strappano i capelli perché nel ‘vincere o morire’ questi zapatisti né
vincono né muoiono, però neppure si arrendono ed aborrono il martirio tanto quanto lo zoppicamento.
Molto diversi, è sicuro [...]”.
Sono indigeni ribelli. Rompono in questo modo con lo schema tradizionale che, prima dall’Europa e
poi da tutti coloro che vestano il colore del denaro, fu loro imposto per guardare ed essere guardati. Di
modo che non si confanno loro né l'immagine “diabolica” di coloro che compiano sacrifici umani per
accontentare gli dei, né quella dell’indigeno bisognoso con la mano tesa in attesa dell’elemosina o della
carità di chi ha tutto, né quella del buon selvaggio corrotto dalla modernità, né quella dell’infante che
diverte gli adulti con la sua balbuzie, né quella del peone sottomesso di tutte le tenute che feriscono la
storia del Messico, né quella dell’abile artigiano il cui prodotto adornerà le pareti di chi lo disprezza, né
quella dell’ignorante che non deve esprimere la propria opinione su quello che va al di là dell’orizzonte
ristretto della sua geografia, né quella del timoroso degli dei celesti o terreni. Perché devi sapere, riposo
azzurro, che questi indigeni fanno arrabbiare finanche coloro che simpatizzano con la loro causa. E non
obbediscono. Quando ci si aspetta che parlino, stanno zitti. Quando ci si aspetta il silenzio, parlano.
Quando ci si aspetta che facciano strada, si mettono dietro. Quando ci si aspetta che seguano, prendono
un’altra direzione. Quando ci si aspetta che parlino solo loro, si appartano parlando d’altro. Quando ci si
aspetta che si accontentino della loro geografia, camminano per il mondo e le sue lotte.
Questi “meteci” della sinistra la misero in crisi o, piuttosto, ne svelarono l’ologramma. Una sinistra
abituata a generare mobilitazioni sociali con l’obiettivo di guadagnare un certo numero di punti
percentuali alle elezioni, per avere qualche deputato in più; una sinistra abituata a condurre negoziati alle
spalle dei suoi rappresentati, nei quali si cominciava domandando case e si finiva accettando carretti di
hot dog. O, nello spettro invertito: una sinistra abituata a rispondere alla violenza poliziesca e militare
dello Stato generando organizzazioni con un discorso ed una pratica violenta che, poco a poco, andò
facendo più paura alla società che al Potere. La lotta zapatista rappresenta un’alterazione di questi piani.
Alcuni indigeni osservarono attentamente le dispute di questi giocatori con un potere che cercava di
utilizzarli (questi giocatori) in quanto funzionali alla sua dominazione, e misero una botte piena di fango,
dei “camminanti” della selva, sopra il primo tavolo e sandali puliti, dei camminanti de Los Altos, sopra
il secondo e dissero all’unisono “capito?”.
In qualche modo (credo io) la formazione delle giunte del Buon Governo rappresenta la chiusura di un
ciclo e l’inizio di un nuovo nella lotta dell’Ezln. Il tipo di autonomia e la decisione dell’Ezln di “non
essere la voce di chi comanda” riflettono una pratica politica che dà sostegno alla conclusione di questa
fase. Non si tratta più di parlare di qualcosa che significhi un’aspirazione, ma di qualcosa di conquistato.
Ora, innumerevoli professori rossi diranno che questo non può essere. Come si dimostrò nel 1871,
nella Comune di Parigi (quelli che andarono all’assalto del cielo), questo tipo di governo autonomo non
può durare molto. Il problema è che il tempo zapatista non è uguale al tempo della politica tradizionale.
Gli zapatisti l’hanno già fatto e stanno dimostrando che è meglio vivere in autonomia. L’estensione di
quest’esperienza, naturalmente con le dovute variazioni, è responsabilità di tutti.
Con la creazione delle giunte del Buon Governo si dimostra che non è indispensabile la presa del
potere centrale dello Stato per modificare le relazioni di dominio ed in generale le relazioni sociali nel
loro insieme. Alcuni diranno che questo processo non ha un gran significato perché si localizza in
un’estensione di territorio molto ridotta e comprende un numero di persone limitato. Però questa è
piuttosto una confessione d’incapacità che una descrizione o spiegazione.


Subcomandante Insurgente Marcos, La tredicesima stela. Prima parte: Un Caracul.

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Ancora, secondo il Subcomandante Marcos, il criterio di funzionamento nelle comunità zapatiste si
basa sul principio del “a ciascuno secondo le sue necessità”, che secondo Marx rappresentava una rottura
con lo “stretto orizzonte del diritto borghese”. Una volta di più, qualcuno sosterrà che ciò non è
possibile finché non esisterà “un incremento qualitativo nello sviluppo delle forze produttive”, però non
c’è modo, gli zapatisti hanno dimostrato che è possibile alterare in maniera durevole le relazioni di
dominio basate sul denaro e sul mercato. Che altri si preoccupino dei paradossi zapatisti, che altri li
convertano in contraddizioni, che altri annunzino il loro fallimento! Gli zapatisti si accontentano di
mettere d’accordo il loro pensiero con la loro azione.
Se la risposta corretta alla domanda “che fare?” è sognare, inevitabilmente bisognerebbe aggiungere
che affinché questo sogno serva, bisognerà sognarlo ad occhi aperti. Effettivamente l’ultima sentinella
deve risvegliare gli altri, però non per dir loro cosa fare ma affinché tutti sognino da svegli, per fare del
sogno (...) la vita.
Per molte ore questi esseri con il cuore di colore hanno tracciato, con le loro idee, una grande
chiocciola [caracol in spagnolo, ndt.]. Partendo dal livello internazionale, il loro sguardo ed il loro
pensiero sono andati addentrandosi, passando in successione per il livello nazionale, quello regionale e
quello locale, fino a giungere a quello che chiamano “El Votán. Il guardiano ed il cuore del villaggio”, i
villaggi zapatisti. Così dalla voluta più esterna della lumaca, si pensano parole come “globalizzazione”,
“guerra di dominazione”, “resistenza”, “economia”, “città”, “campagna”, “situazione politica” ed altre
che si cancellano una ad una dopo la domanda di rigore: “E’ chiaro o ci sono domande?”. Alla fine del
cammino dal fuori verso il dentro, nel centro della chiocciola, restano solo delle sigle: “Ezln”. Poi ci
sono proposte e si disegnano, nel pensiero e nel cuore, finestre e porte che vedono solo loro (tra le altre
cose, perché ancora non esistono). La parola dispari e dispersa comincia a creare un cammino comune e
collettivo. Qualcuno domanda: “C’è accordo?”. “C'è”, risponde affermativa la voce già collettiva.
Ancora una volta si ridisegna la chiocciola, però stavolta seguendo il cammino inverso, da dentro verso
fuori.


Karl Marx, La critica al Programma di Gotha.

Daniel Bensaid, Walter Benjamín, sentinelle messianique.

Subcomandante Insurgente Marcos, La tredicesima stele. Prima parte: Un Caracul.

39
Bernard Duterme
Dieci anni di orgoglio senza volto*
Sono già dieci anni che gli iconoclasti ribelli del Chiapas ed il loro emblematico Subcomandante
Marcos, sono diventati eccezionalmente notizia in Messico ed a livello internazionale.
Che bilancio si può fare oggi della loro esplosiva ribellione? Quali contributi hanno portato alla
“grande” storia delle lotte, ed alla “piccola” vita quotidiana degli indigeni maya che vivono in questa
regione sperduta del Messico?
Né euforico, né definitivo, il quadro è sfumato.
Per un lato, risulta impossibile sostenere che la ribellione degli indigeni zapatisti del sudest messicano
abbia fatto solamente buchi nell’acqua. Catalizzatori del processo di democratizzazione del Chiapas e
del Messico, artefici della caduta del partito che monopolizzava il potere dagli anni venti, impulso per la
formazione di un movimento indigeno nazionale - per non dire latinoamericano -, affermativo, massiccio
e democratico, pionieri di una nuova internazionale plurale, chiamata oggi “altromondista”, gli
insurgentes incappucciati possono sentirsi orgogliosi del loro bilancio.
Dieci anni dopo la spettacolare insurrezione del 1° gennaio 1994 contro l’ingiustizia e la povertà, il
riconoscimento mondiale dei loro meriti alimenta la loro dignità riconquistata e si nutre di essa.
D’altra parte, già l’ottimismo smette di essere appropriato. I risultati di un decennio di conflitti più o
meno aperti, e di negoziati tra i ribelli ed il governo, rallegrano soltanto i detrattori dell’Ezln. Oltre la
debolezza militare, il legame sociale dell’Ezln in Chiapas, che sia stato scalzato o che sia in crisi, appare,
per lo meno, minacciato. Il suo atterraggio nello scenario politico messicano, regolarmente rinviato, è
finito rovinosamente. In quanto alla sua articolazione “intergalattica” con i contatti altromondisti,
ambivalente ieri, evanescente oggi, non ha compiuto le sue promesse.

Una mobilitazione originale e irreversibile

I due bilanci non si contraddicono. A seconda se si considera il movimento zapatista dall’alto o dal
basso, il ritratto dei senza volto mostra caratteristiche diverse.
Gli amici dei ribelli insistono sul lungo periodo, sul carattere irreversibile della mobilitazione
chiapaneca, sul suo sviluppo all’interno di un movimento sociale, campesino ed indigeno, forte ed
autonomo. Dallo zapatismo militare, che esaurì le sue possibilità nei primi giorni dell’insurrezione,
emerge in modo ineluttabile uno zapatismo sociale, civile, promettente e dinamico. Gli atti realizzati
dagli zapatisti sono irreversibili. Traggono forza e legittimità da una storia di resistenza che ha più di
500 anni, e la coscienza indigena, forgiatasi con il passare del tempo, appare indistruttibile.
Nel futuro non si potrà continuare ad agire come se non si avesse sentito nulla. Simbolicamente, è
cambiata la relazione tra gli indigeni ed i gruppi dominanti; fisicamente, il peso degli zapatisti continua
ad influire sulla correlazione di forze.
Sono gli aspetti innovatori della ribellione quelli che si celebrano instancabilmente, il loro apporto alla
storia delle lotte, la loro originalità.
Una guerriglia che insorge, combatte alcune ore, fugge e negozia per anni. Guerriglieri che godono di
una risonanza inversamente proporzionale alle loro imprese armate. Contestatori che non rinnegano le
proprie affiliazioni storiche senza ridursi ad esse. Un movimento armato latinoamericano che non mira
alla presa del potere, e che aspira a scomparire il prima possibile, per considerarsi un “assurdo”.
Un’insurrezione indigena che lotta a colpi di comunicati stampa, dichiarazioni solenni, azioni
simboliche e happenings pacifici. Un esercito di indigeni maya che rivendica diritti legittimi, che invita
ad una democratizzazione del Messico, ed a combattere il neoliberismo. Una rivolta campesina della
*
Tratto dal sito italiano di Znet (“Proceso”, Edicion Especial, 13), gennaio 2004. Traduzione di Barbara Cerboni
(http://www.zmag.org/Italy/duterme-rostro.htm).

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fase post Guerra Fredda, sufficientemente centrata nella problematica dell’identità da non dissolversi, e
sufficientemente universale da non ripiegarsi sopra se stessa.
Un movimento sociale regionale che moltiplica i legami - indigeno, messicano ed umanista - senza
metterli in opposizione, che modera il suo cosmopolitismo mettendo radici e che tempera il suo
attaccamento al territorio con l’autodeterminazione. Rivoluzionari democratici che riflettono
sull’identità e sollecitano la società civile affinché acquisisca rilievo. Una rivolta che parla di
“indefinizione”, quando si vuole inscriverla in una definizione, che ostenta i suoi dubbi come fossero
verità. Mai si era visto prima qualcosa di simile.
Senza alcun dubbio, il principale successo dell’Ezln, in quella fase, sarebbe stata la sua capacità di
incidere sull’agenda nazionale, ed anche in quella internazionale. Non si può negare il merito di aver
imposto il tema del riconoscimento delle diversità etniche all’interno degli Stati-Nazione destabilizzati
dalla globalizzazione.
Se per gli zapatisti e per la maggioranza dei movimenti indigeni latinoamericani la giustizia sociale
continua ad essere la stella guida, la loro ricerca si fonda ora sulla responsabilità del potere, sulla
rivalorizzazione della democrazia e sulla costruzione di spazi autonomi multiculturali in Stati
plurinazionali e sovrani.
Questo apporto principale, sebbene distanzi chiaramente questi attori indigeni dai rivoluzionari
latinoamericani che li hanno preceduti - e che si ostinavano nella conquista del potere centrale con tutti i
mezzi - li differenzia anche da altri movimenti contemporanei che affermano la propria identità, ripiegati
sopra se stessi, attaccati - spesso in forma violenta - a leggendarie identità omogenee.
Ovviamente, questo profilo attraente non viene fuori dal nulla, ed invece di concentrarsi solamente
sulle novità, converrebbe analizzare le condizioni in cui è emerso.

Ostacoli sociali e politici

Risulterebbe, tuttavia, troppo superficiale fermarsi lì. Un’analisi più profonda indica che il triplice
legame del movimento zapatista - chiapaneco, messicano ed internazionale - corrisponde anche ad un
triplice vicolo cieco.
In Chiapas le condizioni di vita della maggioranza degli indigeni oggi sono peggiori di quelle del
1994. La strategia nascosta - di “bassa intensità” - delle autorità, che puntano sullo stillicidio della
popolazione e sul deterioramento della situazione - mediante l’esacerbarsi dei conflitti tra le comunità ed
al loro interno - sta riuscendo nel suo compito.
La relativa impunità dei gruppi paramilitari antizapatisti, ma anche l’intransigenza purista dei leader
zapatisti verso altre organizzazioni indigene, contribuiscono a questo detestabile clima di delazione,
intimidazione e repressione che prevale nella zona.
Dal lato dei ribelli, il leitmotiv della “consolidazione, di fatto” dei circa 30 “municipi autonomi”, non
inganna ormai quasi nessuno. Dal lato del potere, il fatto che dal 2000 l’opposizione governava nello
Stato del Chiapas, sostanzialmente non ha cambiato le carte in tavola.
Su scala nazionale, nonostante i compromessi del presidente Vicente Fox e la marcia degli zapatisti su
Città del Messico nel marzo 2001, e nonostante gli accordi tra il governo ed i ribelli, nel febbraio 1996 -
che trattavano del riconoscimento dei diritti autoctoni - [gli zapatisti] non hanno ottenuto gli effetti
sperati per l’insieme dei movimenti indigeni e per i loro potenziali dieci milioni di membri.
I negoziati per la pace sono sospesi dal 1996! E più di quaranta milioni di poveri, circa la metà della
popolazione nazionale, continuano ad essere esclusi dal “miracolo messicano” e dall’accordo di libero
commercio firmato con gli Stati Uniti ed il Canada. Tuttavia, nonostante i molteplici propositi,
l’articolazione politica dell’Ezln con il resto della sinistra non è avvenuta. La diffidenza tra cappelle
ideologiche e lo scaltro sdegno ostentato di tanto in tanto dal Subcomandante Marcos, non hanno
facilitato le cose.

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Sul piano internazionale lo zapatismo ha anche perso parte del suo smalto. Precursore della dinamica
altromondista, da allora è stato raggiunto ed oltrepassato nell’agenda dei “cittadini del mondo” dai forum
sociali realizzati a Porto Alegre e da altre parti.
Sebbene gli zapatisti continuino a partecipare all’eco vitale della ribellione oltre le frontiere
messicane, il talento di Marcos sorprende di meno, la sua “superbia” infastidisce una parte dei
simpatizzanti zapatisti e la sua radicalità democratica ha generato emuli in altri terreni.
Ciò nonostante, questo bilancio è solo provvisorio. La ribellione zapatista ha dato la prova della sua
capacità di esistere fuori dagli schemi con i quali gli scettici hanno voluto guardarla. Coscienti dei
pericoli interni (regressione autoritaria, divisione, dispersione delle capacità di azione), e di quelli esterni
(repressione, neutralizzazione, recupero), che stanno in agguato, i loro leader ripetono che la pazienza
non è l’ultima delle virtù maya.

42
Yvon Le Bot
Quale futuro per lo zapatismo?*
Perché l’insurrezione zapatista ha avuto tale ripercussione? Nella distanza appare come uno degli
episodi più significativi del periodo che va dalla caduta del muro di Berlino a quella delle torri gemelle
di New York. Non perché segni la Storia con la ‘S’ maiuscola, bensì perché la sostituisce con storie
particolari, le oppone la diversità delle esperienze, delle identità e dei progetti. Qui si radica il risultato
storico del movimento. Al di là delle categorie astratte o anchilosate (rivoluzione, classe, potere,
cittadini, diritti umani), lascia emergere soggetti individuali e collettivi che si mescolano l’uno con
l’altro, entrano in risonanza e costruiscono reti, dando un contenuto concreto alla comunità umana.
Negli anni novanta, le ideologie della direzione della storia erano svanite, dando luogo alla grande
illusione di una globalizzazione felice, di un regno definitivo del mercato e della democrazia. In questo
contesto, la gran parte degli osservatori vedeva nella rivolta zapatista contro il neoliberismo una
manifestazione residuale di antiche guerriglie e vecchie ideologie. Al contrario, la rivolta cercò di
svincolarsene e di lasciar ascoltare la voce di quegli indigeni che la storia e coloro che si presentano
come suoi agenti - gli Stati, la chiesa, i partiti, i movimenti rivoluzionari - hanno schiacciato, emarginato
o strumentalizzato. “Di cosa vogliono perdonarci?”. Le vittime negano la vittimizzazione e la
colpevolezza, capovolgono le stigmate e trasformano la differenza culturale in un principio di stima e di
affermazione di sé. Uguali e diversi, uguali perché diversi, dicono gli zapatisti.
L’invenzione di un linguaggio nuovo, spesso intessuto di umorismo, a volte poetico; la valorizzazione
della cultura e della sua autonomia, un senso acuto della messa in scena, l’accento sulla scoperta
dell’altro e sulla produzione dell’uno stesso, la riflessività (...). Tutti questi tratti, che fanno dello
zapatismo un movimento culturale tanto quanto o ancor più che un movimento sociale o politico, gli
hanno assicurato un’ampia risonanza tra i settori refrattari alle categorie ed ai quadri classici dell’azione
politica o sindacale, tra quelli preoccupati per l’affermazione della propria soggettività, nei mezzi della
cultura, tra le donne, i giovani. In Messico però anche nel “primo mondo”, soprattutto in Europa.
In un mondo dominato dalla legge del mercato, però in cui esistono altre forze, basate sull’identità ed
antidemocratiche, e che erano in movimento per preparare il ritorno del tragico, il movimento zapatista
si presentò come un tentativo - né l'unico né il primo, però sì uno dei più brillanti - di opporsi
all’onnipotente forza del liberismo e di omologare identità culturali e democrazia.
Dove sta questo movimento oggigiorno? La marcia su Ciudad de México del 2001 segnò il suo
apogeo. La legge indigena paternalista, adottata dalle autorità e rifiutata dai diretti interessati, paralizzò
la dinamica esistente e gli zapatisti si ritrovarono di nuovo confinati nel Chiapas. Passando alla scena
internazionale, gli attentati dell’11 settembre completarono il processo che conduceva a metterli fuori
gioco. Sei anni prima, con il Trattato del libero commercio del Nord America, il Messico aveva cercato
di entrare nel cortile del primo mondo; il sollevamento zapatista contro questo accordo e contro la
globalizzazione liberale aveva posto il Chiapas al centro del piano messicano. Il paese, ed in particolare
il Chiapas, che si erano proiettati così sulla scena mondiale, furono respinti nel cortile interno ed ai
margini.
Una classe politica ripiegata sulle proprie dispute interne, una società civile frammentata ed
un’opinione internazionale occupata in altre cose. Per uscire da quest’impasse, Marcos si propose, alla
fine del 2002, quale mediatore nel conflitto basco; ciò provocò le risposte d’inabituale eccesso verbale
delle autorità spagnole e del giudice Baltasar Garzón. Però fu dall’Eta che provenne la reazione più
tagliente e che portò Marcos a condannare nettamente questa organizzazione: “Cosa vogliono

*
Titolo originale: Tiene futuro el zapatismo? Tratto dal sito italiano di Znet (“La Jornada”), 30 dicembre 2003. Traduzione di
Sergio De Simone (http://www.zmag.org/Italy/lebot-futurozapatismo.htm).

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insegnarci? A uccidere giornalisti perché parlano male della lotta? A giustificare la morte dei bambini in
nome della causa? Non abbiamo bisogno né vogliamo il loro appoggio o la loro solidarietà”.
L’iniziativa basca intorbidì, senza dubbio, il messaggio zapatista e lasciò un gusto amaro in bocca a
molti simpatizzanti, tanto in Europa come in Messico. Se l’obiettivo era, come disse il portavoce
dell’Ezln, fare incursione sulla scena europea, perché non approfittare del Forum sociale europeo di
Firenze, che si sviluppava in quel momento o di qualunque altra manifestazione del movimento
altroglobalista in seno al quale gli zapatisti godono di un prestigio immenso? In dichiarazioni recenti
Marcos si è attribuito, in chiave esclusiva, la responsabilità di questo “errore” e di altri ancora.
Nel gennaio del 2001, alla vigilia della marcia verso Ciudad de México, metteva in guardia dal
pericolo delle resistenze fondamentaliste contro la globalizzazione, fossero esse di natura religiosa,
etnica o nazionalista. Il cambio di direzione mondiale che si accelerò spettacolarmente l’11 settembre
dello stesso anno confermò i suoi timori. Le posizioni e gli assi dei conflitti si spostarono. La “quarta
guerra mondiale” che oppone l’iperpotenza statunitense al terrorismo islamico non si confonde con la
guerra del neoliberismo contro l’umanità, di cui Marcos parlava anni prima.
Il terrorismo, come la guerra, schiaccia la società civile, distrugge i soggetti, li converte in vittime o
carnefici, o entrambe le cose. Il ritorno della Storia si accompagna al ritorno di schemi antichi
(imperialismo ed antimperialismo), però soprattutto all’ascesa di fondamentalismi che quasi non
lasciano spazio, neppure loro, alla diversità ed alla Costituzione di soggetti. In quest’atmosfera ostile alla
sua ispirazione, il movimento zapatista ha subito danni, frustrazioni e vacillamenti. Però, lungi dal
lasciarsi guidare dalla logica della guerra, ha riaffermato il suo carattere di “ribellione civile e pacifica”.
Negli ultimi mesi ha manifestato la sua volontà di non limitarsi soltanto alla resistenza e di consolidare
ed estendere il suo progetto di democrazia locale.
Ricomporre un tessuto locale, iscrivendosi in una dimensione di lungo termine. Lo zapatismo, che è
stato dato per morto molto spesso, dà prova di una sorprendente capacità di permanenza. In questi tempi
segnati dalle polarizzazioni, dalle regressioni e dalle increspature, saprà riannodare la marcia con
l’immaginazione e la creatività che ne hanno fatto un riferimento?


Seconda lettera all’ETA, in “La Jornada”, 15 gennaio 2003.

Gloria Muñoz Ramírez, 20 y 10, el fuego y la palabra, México, in “Rebeldía”, La Jornada Ediciones, 2003, p. 290.

Conversaciones con Ignacio Ramonet, Marcos, la dignité rebelle, París, Galilée, 2001.

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Justin Podur
Dalle Aguascalientes alle Caracoles*
Per circa dieci anni gli zapatisti hanno stimolato persone di tutto il mondo. I “municipi autonomi”
zapatisti, in particolare, sono stati dei modelli organizzativi per le comunità, e modelli di autogoverno
democratico. Questi municipi sono riusciti a fornire non solo migliori servizi di base (per salute,
istruzione, cultura, infrastrutture) di quanto non abbia mai fatto lo Stato messicano, ma l’hanno fatto
nonostante la violenta opposizione dello Stato (sostenuto dagli Usa), e delle truppe ausiliarie paramilitari
impiegate.
I processi decisionali democratici all’interno dei municipi, così come la pratica di invitare ed accettare
l’aiuto di estranei desiderosi di condividere genuina solidarietà, sono stati esempi da cui i movimenti in
tutto il mondo hanno cercato di imparare.
E’ stata quindi una sorpresa per molti quando gli zapatisti hanno annunciato il “decesso” dei
“municipi autonomi”, programmato per l’8 agosto 2003, e la conseguente “nascita” di qualcosa di nuovo
il 9 agosto - e tutto questo avrebbe coinciso con una grande festa. Sostenitori da tutto il Messico e da
tutto il mondo sono giunti al municipio ribelle zapatista di Oventic, nelle montagne del Chiapas, per
essere testimoni della rinascita delle comunità autonome, dall’8 al 10 agosto 2003.
Il Subcomandante Marcos ha esteso l’invito a tutti coloro “che negli ultimi 10 anni hanno sostenuto le
comunità ribelli, con progetti, con campeggi per la pace, con carovane, con orecchio attento, o con una
parola compañera, in qualunque modo, purché non con la pietà e la carità”.

Pietà e carità

La frustrazione per “la pietà e la carità” da parte dei gruppi di solidarietà ha motivato alcuni dei
cambiamenti che gli zapatisti hanno annunciato il mese scorso. In un comunicato su questi cambiamenti,
Marcos ha descritto alcuni degli episodi frustranti verificatisi negli anni con il movimento di solidarietà
zapatista:
“Abbiamo cercato di imparare dai nostri encuentros con la società civile nazionale ed internazionale.
Ma ci aspettavamo che anche loro imparassero. Il movimento zapatista è insorto, tra le altre cose, per
chiedere rispetto. Ed è successo che non abbiamo sempre ricevuto rispetto. Non che ci hanno insultati. O
almeno non intenzionalmente. Ma per noi la pietà è un affronto, e la carità uno schiaffo morale”.
L’esempio più oltraggioso di schiaffi morali di questo tipo è stato descritto in dettaglio da Marcos, e
vale la pena riportarlo:
“Ho conservato un esempio di ‘aiuto umanitario’ agli indigeni chiapanechi, di quelli che sono arrivati
poche settimane fa: una scarpa rosa con tacco a spillo, d’importazione, misura 6 e ½ (...) spaiata! La
porto sempre nel mio zaino per ricordarmi, nel mezzo di un’intervista, di un servizio fotografico, o di
un’allettante proposta erotica, cosa siamo per il paese dopo il primo gennaio [1994]: una Cenerentola
[...].
Queste brave persone che, in buona fede, ci hanno mandato una scarpa rosa con il tacco a spillo,
misura 6 e 1/2, d’importazione, spaiata (...) pensano che, poveri come siamo, accettiamo qualunque cosa,
carità ed elemosina. Come possiamo dire a tutta questa brava gente che, no, non vogliamo più continuare
a vivere la vergogna del Messico. In quella parte che deve essere abbellita per non rendere brutto anche
il resto. No, non vogliamo continuare a vivere in questo modo”.
La seconda scarpa con il tacco a spillo non è mai arrivata. Marcos ha inoltre condannato “una carità di
tipo più sofisticato. E’ quella che viene praticata da qualche Ong ed agenzia internazionale. Consiste,

*
Titolo originale: From Aguascalientes to Caracoles. Tratto dal sito italiano di Znet, 12 settembre 2003. Traduzione di
Barbara Cerboni (http://www.zmag.org/Italy/podur-caracoles.htm).

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grosso modo, nel fatto che sono loro a decidere di cosa hanno bisogno le comunità, e, senza neppure
consultarle, impongono non solo progetti specifici, ma anche i tempi ed i mezzi per la loro
implementazione. Immaginate la disperazione di una comunità che ha bisogno di acqua potabile, e le
viene appioppata una biblioteca. Un’altra chiede una scuola per i bambini, e loro le danno corsi di
erboristeria”.
Oltre allo sviluppo sbilanciato dovuto alle relazioni non proprio soddisfacenti con gli aiuti
internazionali e con i movimenti di solidarietà, ci sono ragioni interne per cui gli zapatisti stanno
cercando di realizzare il cambiamento.

Governare obbedendo

La pratica del “Governare obbedendo”, che precede la presenza zapatista in Chiapas, è quella per cui
le autorità sono attentamente monitorate dalla comunità, e richiamate e sostituite quando necessario.
L’Ezln ha cercato di usare queste pratiche, affinate a livello locale, nel sistema di governo regionale:
“Funzionando con responsabili locali (cioè persone incaricate dell’organizzazione in ciascuna comunità),
regionali (gruppi di comunità), e di area (gruppi di regioni), l’Ezln ha visto che quelli che non
adempivano ai loro doveri, sono stati, in modo naturale, sostituiti da altri. Anche se poi, dato che si tratta
di un’organizzazione politico-militare, la decisione finale tocca al comando”.
Il risultato è stato che i dettami dell’organizzazione militare hanno interferito con la democrazia e con
l’autogoverno dei municipi. Quando le organizzazioni per i diritti umani hanno cercato di presentare
delle rimostranze agli zapatisti, non è stato chiaro chi avessero intenzione di ritenere responsabile: l’Ezln
stesso o i municipi autonomi?

Giunte del Buon Governo

Per provare ad affrontare questi problemi, i municipi autonomi sono stati riorganizzati in “Giunte del
Buon Governo” (così distinte dal “Mal Governo”, che è come gli zapatisti chiamano il governo).
Le giunte del Buon Governo “avranno sede nelle caracoles, con una giunta per ciascuna regione
ribelle, e saranno formate da 1 o 2 delegati di ciascuno dei consigli autonomi di quella regione. Le
seguenti continueranno ad essere le funzioni di governo esclusive dei Municipi Autonomi Ribelli
Zapatisti:
“l’amministrazione della giustizia; la salute della comunità; l’educazione; gli alloggi; la terra; il
lavoro; il cibo; il commercio; l’informazione e la cultura e il transito locale. Il comitato clandestino
rivoluzionario indigeno in ciascuna regione monitorerà le operazioni delle giunte del Buon Governo, per
prevenire atti di corruzione, intolleranza, ingiustizia e deviazione dal principio zapatista del governare
obbedendo”.
Alcune nuove norme per le giunte del Buon Governo:
1. Non sarà più permesso che le donazioni da parte di estranei siano destinate a qualcuno in particolare,
ad una comunità specifica o ad un particolare municipio. Questo aiuterà ad equilibrare lo sviluppo
sbilanciato che si è avuto finora.
2. Solo persone e organizzazioni iscritte ad una giunta di Buon Governo saranno riconosciute come
zapatiste, per impedire che si verifichino truffe dove i non zapatisti fingono di essere zapatisti,
riscuotendo denaro e persino offrendo ‘esercitazioni militari’ - cosa che i veri zapatisti non fanno e non
hanno mai fatto.
L’Ezln spera che tutto ciò avrà il seguente risultato:
“E così, la società civile ora saprà con chi accordarsi per i progetti, per i campeggi per la pace, le
visite, le donazioni, e così via. I difensori dei diritti umani ora sapranno a chi devono inoltrare le
denunce che ricevono, e da chi devono aspettarsi una risposta. L’esercito e la polizia ora sapranno chi
attaccare (basterà solo ricordarsi che siamo già coinvolti, sia noi che l’Ezln)”.

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“I media che dicono quello che sono pagati per dire, ora sanno chi diffamare o chi ignorare. I media
onesti ora sanno dove possono andare a chiedere interviste e storie delle comunità. Il governo federale e i
suoi ‘delegati’ ora sanno che devono fare come se non esistessero. E il Potere del Denaro ora sa di chi
altro deve aver paura”.

Continuità

Se gli zapatisti stanno operando dei cambiamenti, quelli che li osteggiano stanno agendo con
prevedibile continuità. Ancor prima della festa, un senatore del Partito di Azione Nazionale (PAN), il
partito attualmente al potere in Messico, ha detto che il PAN si oppone al tentativo zapatista di “creare
uno Stato all’interno di uno Stato”, una distorsione intenzionale della posizione zapatista, confutata anni
addietro. Da allora, l’attività paramilitare attorno ad almeno una delle Caracoles, la “Caracol Que Habla
Para Todos” (Municipio Autonomo di Roberto Barrios), è aumentata. I capi paramilitari in quella
comunità hanno sparato come avvertimento, e minacciato ed insultato i sostenitori zapatisti.
Malgrado i cambiamenti, molte cose rimangono le stesse. Le autorità ancora non lasciano in pace gli
zapatisti. E gli zapatisti continuano a costruire le loro comunità autonome, e ad insegnare al mondo cosa
significa davvero solidarietà.

47
Jim Cason, David Brooks
Quando l’Ezln sfidò l’Impero*
L’influenza della rivolta in Chiapas sul movimento antiglobalizzazione

L’insurrezione di quasi dieci anni fa dell’Esercito zapatista di liberazione nazionale (Ezln) riecheggiò
dalle fattorie del Nebraska alle strade di Seattle, dal Pentagono alle schiere di rockettari statunitensi, fu la
prima risposta dall’ombelico dell’Impero alla prima ribellione armata del “dopo Guerra Fredda” contro il
neoliberismo (il cosiddetto “Consenso di Washington”).
Tuttavia, quella che fu una risposta senza precedenti, tanto da parte della gente quanto da parte della
cupola del potere statunitense, negli ultimi anni si è andata indebolendo ed ormai è difficile poter
valutare la presenza dell’Ezln nella nostra vita politica. Ciononostante, l’Ezln ha indotto straordinari
cambiamenti negli Stati Uniti e questi vanno dall’elaborazione di una nuova dottrina della guerra da
parte del Pentagono al suo influsso sul movimento “altromondista” che sarebbe poi esploso a Seattle.
Vale la pena ricordare che, all’inizio del gennaio 1994, la prima presa di posizione nei confronti della
guerra contro l’Ezln non venne da un’associazione per la solidarietà o i diritti umani, né da
un’organizzazione specializzata in relazioni con il Messico e l’America Latina, bensì dall’Unione degli
Imprenditori Agricoli del Nebraska. In una dichiarazione ed in un appello inviati al governo messicano,
l’associazione delle imprese agricole a conduzione familiare segnalò di aver appreso che questo governo
stava uccidendo e perseguitando i contadini in Chiapas e chiedeva la fine delle ostilità contro i loro
colleghi d’oltrefrontiera. Gli imprenditori agricoli del Nebraska si attivarono perché avevano conosciuto
i coltivatori di caffè del Chiapas in occasione di una riunione bilaterale delle associazioni di categoria
messicane e statunitensi, preoccupate delle conseguenze dell’integrazione economica che si delineava
con il Nafta, il trattato che istituiva l’area di libero scambio dell’America del Nord.
Tuttavia, già in quelle prime giornate, ai difensori dell’Ezln si andarono ad aggiungere anche un
mosaico di organizzazioni di solidarietà, la chiesa cattolica statunitense ed altre associazioni, regionali e
nazionali, per la tutela dei diritti umani. Una rivolta armata in un angolo sconosciuto e remoto del
mondo innescò negli Stati Uniti una risposta che si allargava ogni giorno di più. Una delle molle che
fece scattare questa reazione quasi istantanea fu internet.
Quando l’Ezln irrompe sulla scena mondiale, gli strateghi statunitensi sono costretti ad elaborare una
nuova dottrina militare e la valutazione di questo fenomeno sfocia, in misura considerevole, nel nuovo
concetto di “guerra di reti”. Così, quando un think-thank privato è chiamato dal Pentagono ad analizzare
il fenomeno, David Cason ed il suo collega John Internes studiano come un gruppo sparuto fosse riuscito
ad ottenere una visibilità globale. Per loro ciò rappresentava una sfida alla dottrina convenzionale della
“sicurezza nazionale”, in quanto si trattava di un fenomeno in grado di superare, o trascendere, i confini
nazionali e che, quindi, non poteva essere contenuto, né tanto meno controllato, all’interno del territorio
governato da uno Stato nazionale.
Si accorgono che il Chiapas e Timor Est, tra gli altri esempi, pur essendo conflitti strettamente locali e
distanti dal centro del potere, si trasformano quasi istantaneamente in questioni d’interesse mondiale. Si
tratta, pertanto, di una novità che implica, a sua volta, l’impossibilità di controllare e gestire avvenimenti
di questo tipo all’interno degli schemi tradizionali di sicurezza nazionale. Secondo gli analisti la parola
chiave è “rete di reti”, organismi ed istanze decentralizzati che non possono essere recintati dentro
un’unica frontiera o località e che, pertanto, riescono ad eludere gli strumenti di controllo nazionali.
Veicolo fondamentale di questo nuovo fenomeno, sempre secondo gli analisti, è internet.
Gli analisti militari statunitensi furono anch’essi tra i primi ad esaminare e valutare il conflitto in
Chiapas. La prima analisi generale della tappa iniziale del conflitto fu elaborata da esperti del Consiglio
di guerra dell’esercito degli Stati Uniti. Da questa risultò che il conflitto era radicato in una serie di
*
Tratto dal sito italiano di Znet (“Pagina 12”), 4 gennaio 2004. Traduzione di Giampiero Budetta
(http://www.zmag.org/Italy/cason-chiapas-noglobal.htm).

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problemi socioeconomici rimasti inevasi per decenni e che, quindi, non poteva essere risolto
militarmente. La sua soluzione doveva essere cercata in ambito politico. Nello stesso tempo, la rivolta
cattura l’attenzione del pubblico statunitense in generale, non solo quello di sinistra. A distanza di
qualche mese il notiziario televisivo settimanale più seguito degli Stati Uniti, in onda per ben sessanta
minuti sulla catena CBS, riesce ad intervistare il Subcomandante Marcos e trasmette, probabilmente,
l’immagine di guerrigliero più positiva della storia dei mass media statunitensi: ad un uomo in
passamontagna, armato e con una pipa tra le labbra, il corrispondente Ed Bradley domanda se la sua
battaglia fosse paragonabile alla lotta degli statunitensi per i diritti fondamentali di libertà e rispetto della
dignità umana condotta durante la loro rivoluzione e Marcos gli risponde di sì, in perfetto inglese. Così
un rivoluzionario armato dell’America Latina viene presentato a milioni di telespettatori come un eroe
che lotta in nome degli stessi principi sanciti dalla dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti
d’America.
Anche altri mass media cercano d’intervistare gli zapatisti. Vanity Fair, una delle riviste a più larga
diffusione, offre un’altra intervista a Marcos, e diverse altre seguono il suo esempio. Improvvisamente,
un’insurrezione armata non viene più collocata sotto il prisma dei “marxisti” o “comunisti” contro i
difensori di “libertà” e “democrazia”. Nasce la prima rivolta del dopo Guerra Fredda e né i mass media,
né la cupola del potere statunitense sanno che etichetta applicarle.
Nelle sue prime dichiarazioni ufficiali sul conflitto, il governo statunitense ripete innocue frasi di
circostanza: “Speriamo che il conflitto si risolva pacificamente e nel rispetto dei diritti umani”. Il
governo di Carlos Salinas de Gortari non deve aver gradito molto quest’atteggiamento perché ciò
implicava una limitazione del suo spazio di manovra nelle gestione della crisi. I suoi alleati di
Washington si erano sentiti obbligati a parlare di quello che stava accadendo nelle montagne del sudest
messicano perché il conflitto aveva ormai già oltrepassato le frontiere nazionali.
Nei primi mesi ed anni, varie associazioni formarono quello che sarebbe diventato un nuovo
movimento di solidarietà con il Chiapas e l’Ezln. Diversi membri di questo nuovo “movimento” erano
veterani delle organizzazioni che avevano solidarizzato con le insurrezioni dell’America Centrale e
tentarono di applicare lo stesso modello al Messico, sebbene molti di loro non conoscessero la storia e le
dinamiche politiche del paese limitrofo ed altri riducessero il Messico alle dimensioni di un piccolo
paese centroamericano. Prima cercarono disperatamente le prove e gli indizi della partecipazione, o
dell’intervento, degli Stati Uniti e, in seguito, tentarono di promuovere la stessa ottica in merito
all’appoggio da fornire alle “vittime” della repressione.
La ricercatrice Lynn Stephen, che ha studiato questi sviluppi, ha affermato che, nei primi anni
successivi all’insurrezione, si costituirono almeno cinque organizzazioni, o reti di solidarietà. Tra queste,
la cosiddetta Commissione Nazionale per la Democrazia in Messico divenne rappresentante dell’Ezln
negli Stati Uniti, in quanto, nel luglio del 1994, il Subcomandante Marcos aveva assegnato a Cecilia
Rodríguez, leader di quest’organizzazione, il compito di rappresentarlo in questo paese. Altri
raggruppamenti con reti nazionali inclusero i Pastori per la Pace della Fondazione Interreligiosa per
l’Organizzazione Comunitaria (IFCO), il Servicio para la Paz (Sipaz), il Global Exchange e, nel 1998, fu
organizzata la Rete di Solidarietà con il Messico, formata da decine di gruppi preoccupati della
repressione e della difesa dell’Ezln e delle sue basi, così come anche di influire sulla politica statunitense
verso il Messico. Una delle fonti di diffusione cibernetica della parola zapatista fu l’organizzazione
Chiapas 95 di Austin, Texas, cruciale per la traduzione e l’accesso diretto ai comunicati ed ai resoconti
dell’Ezln nelle reti Usa.
Secondo la ricercatrice, “la rivolta zapatista del 1994 creò, negli Stati Uniti, un’apertura politica senza
precedenti per l’opera di solidarietà e sostegno focalizzata sulla democratizzazione, i diritti umani ed i
diritti degli indigeni in Messico”. Nel corso di questi dieci anni, centinaia, forse migliaia di cittadini Usa
hanno visitato il Chiapas, hanno lavorato alla costruzione di scuole, alla divulgazione nel mondo delle
notizie sul Chiapas, hanno fatto da scudi umani, monitorato il rispetto dei diritti umani e, ovviamente,

49
partecipato a decine di forum e riunioni. In decine di città di tutto il paese fecero la loro apparizione
anche comitati di sostegno.
Però non fu prima del 1999 che l’impatto dell’Ezln venne percepito in una luce differente, vale a dire
non solo come veicolo di sostegno e solidarietà al Messico, bensì anche come rivolta che, nella sua
essenza, era anche di segno opposto: una testimonianza di solidarietà con il movimento di resistenza
negli Stati Uniti ed in altre parti del mondo “sviluppato”.
John Sellers, dirigente della Ruckus Society, ed anche uno degli strateghi e protagonisti del grande
“carnevale della resistenza” di Seattle (momento topico nell’evoluzione di quello che oggi è conosciuto
come movimento globale per la giustizia o “altromodista”), ha affermato che senza l’insurrezione
dell’Ezln del 1994 forse Seattle non sarebbe mai stata possibile. Patrick Reinsborough, ecologista
radicale ed anche esponente chiave di Seattle e delle repliche successive, specialmente quelle di
Washington e, più recentemente, di Miami, sostiene che l’Ezln è stato fondamentale per lo sviluppo del
movimento “altromondista” negli Stati Uniti. Parte dell’evoluzione ideologica di quasi tutti gli attivisti
chiave di questo movimento comincia a delinearsi, tra gli altri attori dello scenario politico mondiale,
proprio a partire dall’Ezln.
I cartelloni, le t-shirt e gli striscioni con le effigi dello zapatismo impongono la loro presenza nelle
grandi mobilitazioni di protesta sociale degli ultimi dieci anni negli Stati Uniti, unitamente alle citazioni
di espressioni tratte dai comunicati ufficiali ed agli slogan come “todo para todos, nada para nosotros”.
“Finalmente abbiamo ricevuto il messaggio dal Sud”, esclamò un’attivista durante un meeting contro il
Fondo Monetario Internazionale, “e vogliamo dirvi che lo abbiamo compreso e ci stiamo attivando”.
La presenza zapatista si è fatta sentire anche nei circuiti culturali. Personaggi del cinema, come Oliver
Stone ed Edward James Olmos, hanno visitato il Chiapas e, una volta tornati, sono andati ad ingrossare
le fila di chi, negli Usa, sosteneva questa causa ed era solidale. Musicisti, come Rage Against the
Machine e Indigo Girls, insieme a scrittori, scultori e tanti altri, si unirono a questo movimento. La
libreria cibernetica più importante del paese (amazon.com) elenca 819 testi connessi, in qualche modo,
allo zapatismo, oltre ad altri 207 volumi alla voce “Ezln”. Da un’edizione bilingue della Historia de los
colores del Subcomandante Marcos, al volume di scritti zapatisti Nuestra arma es nuestra palabra
(pubblicato da Seven Stories Press con la collaborazione dell'autorevole quotidiano messicano “La
Jornada”), ai libri di John Womack, John Ross e Zapatista Reader, l’antologia di vari, affermati scrittori
a cura di Tom Hayden, il famoso veterano del movimento contro la guerra in Vietnam.
In un’intervista a “La Jornada”, Hayden ha dichiarato: “Gli zapatisti hanno avuto un peso enorme nel
lanciare o, sicuramente, ampliare il movimento statunitense contro il Nafta prima, e l’Omc poi. Ricordo
molti cartelloni e t-shirt a Seattle nel 1999. Hanno anche influito sullo stile orizzontale, non gerarchico
dei movimenti di protesta qui negli Stati Uniti”.
Tuttavia, oggi la presenza dello zapatismo in questo paese è svanita. Nei forum dei think-thank di
Washington e tra i rappresentanti del governo statunitense non ci si pone più domande sul Chiapas, i
mass media non vi prestano più attenzione e sono diminuite anche le tesi di laurea dedicate a questo
tema. Infatti, già dopo i primi giorni di vita del governo di Vicente Fox, quest’argomento non era più tra
le priorità degli incontri bilaterali. “Se la loro forza d’urto è svanita”, ha dichiarato Tom Hayden a questo
giornale, “è perché gli zapatisti, per adesso, sembrano aver focalizzato la loro attenzione sul fronte del
Messico meridionale, più che sul fronte nazionale ed internazionale. Certo, questa situazione potrebbe
cambiare. In ogni caso, però, gli zapatisti hanno svolto una funzione di portata storica: hanno catalizzato
un movimento globale di giustizia nelle strade e nei forum sociali e contribuito, per molti versi, ad
incoraggiare la resistenza degli indigeni di tutto il continente latinoamericano”.

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Dario Pignotti
A dieci anni dal “levantamiento” zapatista, continua la lotta ma anche la repressione*
La lotta in Chiapas non è finita

“In Chiapas la guerra continua”. A dieci anni dall’insurrezione zapatista, il Centro di Diritti Umani
Fray Bartolomeo de las Casas traccia un quadro allarmante: “Circa 60.000 militari” occupano la
provincia, mentre sono apparsi nuovi focolai di “paramilitari, ben armati e, temo, assetati di sangue”,
dice un rappresentante della Ong.
A San Cristobal de las Casas, la maggiore delle sette città occupate dall’Esercito zapatista di
liberazione nazionale all’alba del 1° gennaio del 1994, gli ultimi giorni di dicembre trascorrono dominati
da una “calma nervosa, non sappiamo cosa può accadere, gli zapatisti vorranno festeggiare ed i
paramilitari hanno già dimostrato di non gradire festeggiamenti”, commenta Eduardo Serrano, dal
Centro di Diritti Umani Fray Bartolomeo de las Casas. “Nessuno sa bene cosa, ma forse qualcosa
accadrà”, avverte il portavoce dell’organizzazione creata dal popolare vescovo di San Cristóbal, Samuel
Ruiz Garcia, letteralmente venerato dalle comunità indigene zapatiste dove lo chiamano “tatik”, che in
lingua maya vuol dire “padre”.
Mandato in pensione dal Vaticano, che minacciò di citarlo davanti ad un tribunale canonico per le sue
“deviazioni” filo-indigene (secondo documenti interni), l’ex vescovo fu costretto ad abbandonare il
Chiapas e fu sostituito da Felipe Arizmendi, un religioso obbediente a Giovanni Paolo II. Con
quest’avvicendamento, Roma finì per indebolire la rete di diaconi e catechisti che avevano predicato per
decenni la teologia della liberazione tra totziles, tzetzales e choles sotto la leadership di Ruiz.
Quest’operazione fu anche un duro colpo inferto allo zapatismo ed alle Ong impegnate nella difesa dei
diritti umani e molto legate all’ex vescovo.
Com’è consuetudine, tra i militanti delle organizzazioni di matrice cattolica, ed in Chiapas se ne
contano a decine, Eduardo Serrano preferisce essere cauto quando fa riferimento al nuovo quadro del
potere ecclesiastico, sebbene non manchi di prendere posizione nei confronti di Felipe Arizmendi,
quando afferma: “Rispettiamo il vescovo, ma non rispondiamo alla curia, siamo un’organizzazione
indipendente”.

Un’altra Acteal

Il 22 dicembre del 1997, 45 indigeni, tra cui 21 donne, 4 di loro incinte, e 15 bambini furono
assassinati da una cellula paramilitare davanti alla totale indifferenza della polizia, stazionata a soli 200
metri da Acteal, un villaggio incassato nella regione montuosa di Los Altos de Chiapas.

“Dopo Acteal non ci sono state altre stragi. Significa che la situazione è migliorata?”
La guerra di bassa intensità in Chiapas e la cooperazione tra esercito e gruppi paramilitari sono rimaste
praticamente com’erano sei anni fa, all’epoca della strage di Acteal. Ciò che è cambiato è che adesso la
guerra è quasi scomparsa dai mass media. Si tratta di una conseguenza della controinsurrezione.

“Perché?”
Perché, sin dall’insurrezione del 1994, la guerra psicologica ha sempre funzionato così: prima hanno
detto che si trattava di una “guerra di carta”; dopo i 45 morti di Acteal, però, non potevano più insistere
su questa teoria, quindi si sono inventati che non c’è nessuna guerra, bensì che in Chiapas ci sono faide
tra le famiglie, odio religioso. Sono tutte tattiche delle guerra di controinsurrezione.

“Esistono le condizioni per un’altra Acteal?”


*
Tratto dal sito italiano di Znet (“Pagina 12”), 31 dicembre 2003. Traduzione di Giampiero Budetta
(http://www.zmag.org/Italy/pignotti-repressione.htm).

51
Crediamo di sì, per questo abbiamo inviato un appello alle autorità perché prendano le dovute
precauzioni per evitare il ripetersi di avvenimenti del genere. Un’altra Acteal è possibile perché lo Stato
ha lasciato impuniti i suoi responsabili intellettuali e politici. Non ci sono gerarchi nel carcere
provinciale di Cerro Hueco, hanno catturato soltanto alcuni esecutori materiali. Il pericolo maggiore è
che nell’ultimo mese le intimidazioni dei paramilitari si sono intensificate. Qualcosa di molto simile
accadde alla vigilia di Acteal.

“Si tratta di una sensazione o esistono prove al riguardo?”


Quando lavori da così tanto tempo nella zona, impari a capire che aria tira e noi vediamo che i
paramilitari sono baldanzosi, come a voler dire: “Siamo tornati”. Però abbiamo ricevuto anche denunce
circostanziate inviateci dai cittadini, denunce che dimostrano un aumento della violenza e delle
provocazioni in tutto lo Stato del Chiapas. Nella zona di Los Altos, gli abitanti di Cotsilnam e Aldama
affermano che di notte i paramilitari ne approfittano per addestrarsi e che sui muri sono apparse scritte
minacciose nei confronti di alcuni diaconi accusati di simpatie per lo zapatismo. A Chulúm Juárez e
Nueva Revolución, il gruppo militare Paz y Justicia ha avvertito la comunità che sarà sfollata a fine
dicembre. In alcuni villaggi della foresta si sono avuti episodi analoghi.

L’ora dei “caracoles”

Dal dialogo con l’attivista Eduardo Serrano, così come da altre interviste effettuate con altre fonti in
Chiapas e nella capitale, emerge quest’impressione: tanto lo zapatismo, quanto le forze affini sono in
fase di ripiego.

“Dopo la marcia del 2001, che portò l’Ezln e lo stesso Subcomandante Marcos nella capitale,
l’iniziativa politica dello zapatismo si è indebolita?”
Non siamo in condizione di poter rispondere a questa domanda. In base al nostro lavoro sul campo
possiamo testimoniare che adesso le comunità stanno dando priorità ad una nuova forma di potere locale
tramite i cosiddetti “caracoles”.

“Di che si tratta?”


In agosto, gli zapatisti hanno deciso di creare cinque centri di potere locale governati dagli usi e
costumi indigeni considerati come legge suprema. Ogni “Giunta del Buon Governo” amministra la
giustizia, gestisce la salute pubblica, l’istruzione, il commercio, crea il proprio registro dei matrimoni e
di mortalità, raccoglie i contributi volontari della comunità, una forma d’imposta.

“Ciò implica la disobbedienza civile verso lo Stato?”


Dicono che le “Giunte del Buon Governo” sono una risposta al “malgoverno” perché sono stati traditi
gli accordi di San Andrés Larráinzar del 1996 sui diritti e la cultura indigeni. Ciò implica non pagare le
imposte, né riconoscere l’autorità della polizia o della giustizia ufficiale.

“Attraverso Radio Insurgente, l’Ezln esorta a mantenere l’unità. Allora la divisione è cresciuta?”
Non possiamo fare un’affermazione del genere. È che lo zapatismo, nel difendere l’autonomia rispetto
allo Stato, finisce anche per rifiutare i programmi assistenziali, come quello chiamato Progresa e
Procampo, e ci sono contadini che hanno preferito accettare questi aiuti. Gli zapatisti sostengono che è
un’arma a doppio taglio perché in questo modo restano obbligati a pagare le imposte al governo, o al
“malgoverno”, come lo chiamano loro. Ma il pericolo maggiore è contenuto in alcune denunce che
abbiamo ricevuto, in cui si afferma che gruppi paramilitari costringono ad accettare questi programmi di
aiuto e chi si rifiuta viene espulso.

“Perché i commando paramilitari agiscono così?”


Perché in realtà il loro obiettivo è attaccare l’autonomia dei “caracoles”.

52
CRONOLOGIA
Dieci anni di lotta

53
Claudio Albertani
Messico Rebelde*
Cronologia di una guerra sociale

1994
1° gennaio. Entra in vigore il Trattato di libero commercio dell’America del Nord (Tlcan) tra Stati Uniti,
Canada e Messico. Sollevazione indigena nello Stato del Chiapas. Il fino allora sconosciuto l’Esercito
zapatista di liberazione nazionale (Ezln) occupa in poche ore San Cristobal de Las Casas, Las
Margaritas, Altamirano, Oxchuc, Huixtán, Chanal ed Ocosingo.
2 - 12 gennaio. Controffensiva dell’esercito messicano. Saldo: 400 morti.
10 gennaio. Il presidente Salinas nomina Manuel Camacho Solís, ex segretario delle Relazioni esteriori
ed ex sindaco di Città del Messico, commissario per la pace e la riconciliazione in Chiapas.
10 - 12 gennaio. Manifestazioni moltitudinarie in differenti città del paese per esigere la fine della
guerra.
12 gennaio. Il governo decreta unilateralmente il cessate il fuoco ed annuncia l’intenzione di cercare una
soluzione negoziata al conflitto.
Fine gennaio. 17 mila rifugiati interni originari dei municipi di Comitán, Las Margaritas, Ocosingo ed
Altamirano. La maggioranza sarebbe tornata lentamente a casa a marzo, aprile e maggio.
21 febbraio - 2 marzo. Dialogo di pace nella Cattedrale di San Cristóbal de las Casas tra i dirigenti
dell’Ezln (il Subcomandante Marcos e venti comandanti e membri del Comitato clandestino
rivoluzionario indigeno, Ccri), il commissario per la pace Manuel Camacho Solís ed il mediatore Samuel
Ruiz, vescovo di San Cristóbal.
23 marzo. Viene assassinato Luis Donalo Colosio, candidato ufficiale alla presidenza della Repubblica.
L’Ezln dichiara lo stato di allerta generale.
18 maggio. Si forma l’Esercito Popolare Rivoluzionario (secondo il suo organo di diffusione, “El
Insorgente”).
12 giugno. Dopo essersi consultato con la sua base, l’Ezln rifiuta il piano di pace del governo.
Luglio. Si consolida El Barzón, movimento fondato nel 1993 da piccoli agricoltori debitori. Giunge
presto a tenere un milione di partecipanti, estendendosi ai debitori urbani.
6 - 9 agosto, Guadalupe Tepeyac, Selva Lacandona. Convocati dall’Ezln, 6 mila rappresentanti di
organizzazioni popolari accorrono alla Convenzione nazionale democratica.
21 agosto. Ernesto Zedillo Ponce de León, candidato del Pri, vince le elezioni alla presidenza della
Repubblica. Frode in Chiapas contro Armando Avendaño, candidato a governatore della Società Civile.
28 settembre. Viene assassinato José Francisco Ruis Massieu, segretario generale del Pri, a Città del
Messico.
1° dicembre. Inizia il mandato del nuovo presidente Ernesto Zedillo.
19 dicembre, Chiapas. Gli zapatisti rompono l’assedio militare occupando temporaneamente trentotto
comuni negli Altos de Chiapas.
19 - 20 dicembre. Crisi finanziaria: svalutazione del peso (40 per cento), seguita da una recessione
economica caratterizzata dalla scomparsa di migliaia di imprese e di un milione di posti di lavoro.
24 dicembre. L’Ezln ed il governo federale riconoscono la Commissione nazionale di intermediazione
(Conai) presieduta dal vescovo Samuel Ruiz e costituita da prestigiose personalità del mondo
accademico e della società civile.
Dicembre, Chiapas. A La Frailesca ed in altre regioni dello Stato s’intensificano le occupazioni di terre
da parte di organizzazioni contadine affini all’Ezln.
1995
*
Tratto dal sito italiano di Znet (parte di questa cronologia è apparsa su “il Manifesto”, 2 gennaio 2004). Fonti: bollettini
(Ciepac, Limededich, Sipaz, La Foja Coleta); quotidiani (“La Jornada”, “Milenio”); settimanali (“Proceso”, “Milenio”).
Traduzione di Melippa (http://www.zmag.org/italy/albertani-cronologiachiapas.htm).

54
Gennaio. Il Fmi e le banche nordamericane concedono un prestito di 50 miliardi di dollari al governo
messicano. Clausola segreta: cacciare l’Ezln dalla Selva Lacandona.
9 febbraio, Chiapas. Zedillo ordina un’offensiva dell’Esercito federale contro i territori zapatisti della
Selva Lacandona. L’Ezln si ritira senza novità. Manifestazioni di ripudio nel paese e nel mondo.
11 febbraio, Città del Messico. 100 mila persone manifestano contro la nuova offensiva antizapatista.
Detenzioni in tutto il paese.
Marzo, Chiapas. Seconda ondata di rifugiati interni. Approssimativamente 12 mila persone, in gran parte
originarie dei municipi zapatisti della Selva.
11 marzo. Creazione della Commissione di concordia e pacificazione (Cocopa) costituita da deputati e
senatori dei partiti politici.
Aprile, Chiapas. Nell’ejido di San Miguel (Ocosingo) viene riannodato il dialogo tra gli zapatisti e la
delegazione governativa. Le negoziazione si protrarrà per mesi in un villaggio degli Altos de Chiapas,
San Andrés Larráinzar, che gli indigeni chiamano San Andrés Sakam'chen de los pobres. Assistono la
Conai e la Cocopa.
28 giugno, Guerrero. 17 membri dell’Organizzazione contadina della Sierra del sud (Ocss), vengono
assassinati ad Aguas Blancas, municipio di Coyuca de Benítez.
24 agosto, Tepotztlán, Morelos. 4 mila persone occupano il palazzo municipale per impedire la
costruzione di un campo da golf su terre comunali. E’ un mega progetto da 700 milioni di dollari che
include la costruzione di un hotel a 5 stelle, un eliporto ed un lago artificiale, promosso dalla
multinazionale KS.
27 agosto - 3 settembre. L’Ezln lancia una consulta nazionale ed internazionale per definire il destino
della sua lotta. Più di un milione di persone rispondono a favore di una lotta politica, non militare.
4 settembre, Tepotztlán. Assemblea di villaggio caccia il sindaco. Barricate. Nei successivi due anni e
mezzo, il villaggio vivrà senza polizia, senza pagare imposte e governandosi con un sistema di
autogestione.
10 settembre. Messaggio di solidarietà dell’Ezln agli abitanti di Tepotztlán: “La vostra lotta è la nostra
lotta”. Lázaro Rodríguez Castañeda viene eletto sindaco del “municipio libero e costituzionale di
Tepotztlán”.
Settembre, Chiapas. Nuova sessione di negoziazioni tra il governo e l’Ezln in quattro tavoli di lavoro:
Tavolo 1. Diritti e cultura indigeni; Tavolo 2. Democrazia e giustizia; Tavolo 3. Benessere e sviluppo;
Tavolo 4. Diritti della donna.
Fine anno. Nella zona nord del Chiapas si consolidano gruppi paramilitari che lanciano un’offensiva
sanguinosa contro le basi di appoggio dell’Ezln. Nato da un gruppo priista di Tila, il principale è
Desarrollo, Paz y Justicia, diretto dal deputato locale del Pri, Samuel Sánchez Sánchez.

1996
1° gennaio. L’Ezln annuncia la creazione del Fronte zapatista di liberazione nazionale (Fzln).
29 gennaio, Tabasco. Indigeni chontales occupano diciotto pozzi di petrolio per protestare contro
Pemex. Chiedono un indennizzo per lo scarico di rifiuti tossici e le piogge acide che danneggiano le
coltivazioni e la pesca.
16 febbraio. Dopo cinque mesi di negoziazioni, il governo e l’Ezln firmano a San Andrés il primo
accordo su Diritti e cultura indigeni.
10 aprile, Tlaltizapán. Tepoztechi vengono aggrediti da granatieri mentre andavano in autobus alla
commemorazione del settantasettesimo anniversario della morte di Emiliano Zapata. Saldo: 1 morto e 6
feriti. Un video amatoriale smentisce la versione ufficiale secondo cui i manifestanti erano gli aggressori.
Indignazione nazionale.
13 aprile. Annullamento del progetto del campo da golf a Tepotztlán.
1° maggio. Nasce il Partito democratico popolare rivoluzionario (Pdpr), che riunisce 14 gruppi
guerriglieri.
28 giugno, Guerrero. Una colonna di uomini armati appartenenti all’Esercito popolare rivoluzionario
(Epr) irrompe nella commemorazione del primo anniversario del massacro di Aguas Blancas.

55
16 luglio, Guerrero. Scontro tra l’Epr e l’esercito sulla strada tra Tla e Chilpancingo. Muore il civile
Gonzalo Pineda Morales.
27 luglio - 3 agosto, La Realidad, Chiapas. Convocato dall’Ezln, si celebra il primo Incontro
intercontinentale per l’umanità e contro il neoliberismo.
1° agosto, Guerrero. Attacco dell’Epr contro un veicolo della XVIII zona navale militare a El Guayabo,
municipio di Tecpán. Ferito un ufficiale.
8 agosto. Conferenza stampa dell’Epr. Dalla clandestinità quattro comandanti rendono pubblico il
Manifesto della Sierra Madre Orientale.
10 agosto, Guerrero. Comando dell’Epr tende un’imboscata ad un convoglio militare a Zumpango del
Río. Due soldati risultano feriti.
28 agosto, Oaxaca. Comando dell’Epr attacca la caserma dei marines della VI regione navale militare a
La Crucecita, Huatulco. Saldo 12 morti: 4 marines, 3 poliziotti e 5 guerriglieri.
29 agosto. Il Subcomandante Marcos scrive al Epr: “Non vogliamo il vostro appoggio. Non ne abbiamo
bisogno, non lo cerchiamo (…)”.
30 agosto, Oaxaca. Detenuti a Potchula, otto indigeni zapotechi della regione Loxicha sono accusati di
essere membri dell’Epr.
2 settembre. L’Ezln decide di ritirarsi dalle negoziazioni fino al complimento di quanto stipulato con il
governo.
25 settembre, Oaxaca. Forze militari e della polizia detengono tutte le autorità di San Agustín e San
Francisco Loxicha.
Ottobre. Con la partecipazione della comandante Ramona, si celebra a Città del Messico il Congresso
nazionale indigeno.
Novembre. S’installa la Commissione di osservazione e verifica (Cosever), il cui compito è vigilare
l’implementazione degli accordi di San Andrés. Non terrà mai l’opportunità di operare.
29 novembre. La Cocopa redige un progetto di riforma costituzionale sui diritti indigeni (ley Cocopa).
Accettato dall’Ezln, rifiutato dal governo.
Dicembre. Secondo una relazione dei servizi segreti militari, l’Epr opera già in 17 Stati ed ha causato 26
vittime tra soldati e polizia.

1997
27 gennaio, D.F.. Benigno Guzmán García, leader dell’Organizzazione contadina della Sierra del sud
(Ocss) viene detenuto e torturato.
14 marzo, Chiapas. La polizia irrompe a San Pedro Nixtalucum, municipio di El Bosque. Saldo: 4 morti,
molti feriti, 27 detenuti e 300 sfollati, tutti simpatizzanti dell’Ezln.
27 aprile, Loxicha, Oaxaca. Esecuzione extragiudiziale dell’indigeno Celerino Jiménez Almaraz. Nel
corso dell’anno si moltiplicano i sequestri e gli assassinii di indigeni loxisti.
28 aprile. L’Epr afferma che l’uso delle armi non è centrale, perché “c’è ancora spazio per la lotta
politica”.
24 maggio, Guerrero. Scontro tra l’esercito e l’Epr a Chilapa. Perdono la vita 2 militari e 2 guerriglieri;
20 soldati feriti.
10 giugno, Oaxaca. Un’ottantina tra mogli, figlie, madri e sorelle dei prigionieri e dei desaparecidos
loxichas montano un piantone davanti al palazzo del governo di Oaxaca.
13 - 16 settembre. Marcia di 1.111 zapatisti a Città del Messico.
29 novembre, San Cristóbal de Las Casas. 10 mila indigeni esigono che si compiano gli accordi di San
Andrés.
Fine novembre. Sono già 4.500 gli indigeni tzotziles evacuati dal municipio di Chenalhó.
11 dicembre, Chenalhó. Paramilitari ed autorità del municipio autonomo di Polhó decidono di porre fine
al conflitto.
19 dicembre. Fallisce l’iniziativa di pace tra Chenalhó e Polhó.
22 dicembre. Paramilitari affiliati al Pri uccidono 45 persone (21 donne, 15 bambini e 9 uomini) ad
Acteal, municipio di Chenalhó.

56
24 dicembre. La Conai, il Congresso nazionale indigeno ed i partiti di opposizione chiedono a Zedillo la
scomparsa dei poteri in Chiapas e la punizione dei colpevoli.
26 dicembre. Comunicato dell’Ezln in relazione al massacro di Acteal: “Sono molto in alto, non in
basso, i responsabili”.
Fine dicembre, Chiapas. Decine di persone vengono detenute con l’accusa di partecipare alla mattanza
di Acteal. Tra loro spiccano un comandante della Sicurezza pubblica ed il presidente priista del
municipio di Chenalhó. L’esercito entra nelle comunità zapatiste della Selva, cercando armi. Nella
regione de Los Altos ci sono 10 mila sfollati.
Dicembre, Oaxaca. Sommano a 300 gli operativi nella regione di Loxichas. Circa 250 contadini
vengono incarcerati con l’accusa di omicidio e altri gravi delitti, mentre altri 250 vivono nella
clandestinità perché colpiti da ordini di cattura. Gli arresti vengono effettuati da membri della polizia
giudiziale, aiutati da Los Entregradores, gruppo semiclandestino costituito da vecchi pistoleri, ora
addestrati dalle autorità militari e giudiziali dello Stato.

1998
6 gennaio, Chiapas. Il deputato priista Samuel Sánchez Sánchez, leader di Desarrollo, Paz y Justicia,
ammette che la sua organizzazione ha armi e che sarebbe disposta a deporle se anche l’Ezln lo facesse.
8 gennaio. Da una scissione con l’Epr, nasce l’Esercito rivoluzionario del popolo insorgente (Epri).
22 gennaio. La Procura generale della Repubblica ammette l’esistenza di 12 gruppi paramilitari in
Chiapas.
Fine gennaio - primi febbraio. Basi di appoggio zapatiste e membri di “Las Abejas” fuggono da
Chenalhó perseguitati da nuove minacce di paramilitari.
16 - 28 febbraio. Una Commissione civile internazionale per l’osservazione dei diritti umani, costituita
da 210 persone di 11 paesi, visita il Chiapas. Tra le sue conclusioni spiccano: 1) l’intensa
militarizzazione della regione; 2) l’impunità con cui lo Stato viola i diritti umani; 3) la miseria strutturale
degli abitanti indigeni; 4) l’assenza di volontà politica del governo di pervenire ad un accordo di pace.
26 febbraio, Chiapas. Espulsione del parroco di Chenalhó, Miguel Chanteau. Di origine francese, aveva
vissuto in Messico per trentadue anni. Il suo crimine: ritenere il governo federale responsabile del
massacro di Acteal.
Febbraio, Chiapas. S’intensifica la campagna contro la presenza straniera in Chiapas. Prime espulsioni.
Febbraio, Guerrero. Contadini ecologisti creano l’Organizzazione di ecologisti della Sierra di Petatlán e
di Coyuca de Catalán, Ac (Ocep) contro il taglio dei boschi da parte dei caciques locali.
Aprile, Chiapas. Comincia la prima offensiva governativa contro i municipi autonomi zapatisti.
11 aprile. Operazione congiunta per smantellare il municipio autonomo Ricardo Flores Magón
(Taniperlas, municipio di Ocosingo). 9 messicani detenuti e 12 stranieri espulsi dal paese.
15 aprile, Chiapas. Il governatore dichiara che non permetterà più municipi autonomi né gruppi armati.
1° maggio, Chiapas. Operazione contro il municipio autonomo Terra y Libertad. Detenute 53 persone e
distrutto l’ufficio municipale.
2 - 11 maggio. Visita in Chiapas di un gruppo di 120 osservatori italiani. 43 sono espulsi.
29 maggio, Chiapas. Il governatore Albores pubblica un piano di rimunicipalizzazione per creare 33
nuovi municipi. La maggior parte dei nuovi capoluoghi ha una forte presenza militare.
3 giugno, Chiapas. Operazione contro il municipio autonomo Nicolás Ruiz. Saccheggio di case e chiese.
Detenzione di un centinaio di persone.
7 giugno. Di fronte alla perseveranza degli attacchi governativi contro la mediazione, il vescovo Samuel
Ruíz annuncia la dissoluzione della Conai.
7 giugno, Guerrero. Truppe dell’esercito si scontrano con i guerriglieri dell’Erpi a El Charco, municipio
di Ayutla. Saldo: 11 guerriglieri morti, 5 feriti e 21 detenuti, tra loro la studentessa Erika Zamorda
Pardo.
20 luglio. L’Ezln annuncia una consulta nazionale sull’iniziativa di legge Cocopa.
3 agosto, Chiapas. Secondo il Centro per i diritti umani Fray Bartolomé de las Casas, negli ultimi 6 mesi
si sono registrate 57 esecuzioni sommarie, 6 omicidi politici e 185 espulsioni di stranieri.

57
7 agosto. La presidente del Gruppo di lavoro per i popoli indigeni dell’Onu, Erica Irene A. Daes,
dichiara che il Messico è il paese che maggiormente viola i diritti umani dei popoli indigeni.
30 ottobre. Benigno Guzmán Martínez, dell’Organizzazione contadina della Sierra del sud (Ocss) viene
condannato a 13 anni di prigione.
30 ottobre. Sommano a 30 mila i rifugiati interni, ubicati principalmente nelle regioni Altos e Norte.
Fine dicembre, Oaxaca. Il nuovo governatore - sempre priista - José Murat, offre un “dialogo per porre
fine a odi e rancori”. Annuncia di essere disposto a promuovere una legge d’amnistia “a condizione che
l’Epr deponga le armi e rinunci alla violenza”.

1999
6 gennaio, Chiapas. Caso Acteal: 6 ex poliziotti della sicurezza pubblica implicati nel massacro sono
condannati per il crimine di trasporto di armi da fuoco di grosso calibro.
11 febbraio, D.F.. Il rettore della Unam Francisco Barnés de Castro propone un regolamento generale
dei pagamenti per aumentare le quote di iscrizione e di frequenza.
24 febbraio, D.F.. In assemblea, gli studenti della Unam rifiutano l’aumento delle quote. Sotto la
direzione del Consiglio generale dello sciopero (Cgh) iniziano una lunga lotta per l’istruzione pubblica e
gratuita.
25 febbraio. 18 mila studenti marciano contro l’aumento delle quote.
8 marzo. La relazione di Amnesty International, All’ombra dell’impunità, denuncia la situazione dei
diritti umani in Messico. Violazioni particolarmente gravi in Chiapas, Oaxaca, Veracruz e Guerrero, gli
stati con maggiori percentuali di popolazione indigena.
12 - 14 marzo, Chiapas. 5 mila delegati zapatisti viaggiano ai 32 Stati del Messico per promuovere la
consulta nazionale zapatista.
18 marzo, D.F.. Marcia moltitudinaria di elettricisti e studenti in difesa dell’industria elettrica e
dell’istruzione gratuita.
21 marzo. 2,8 milioni di cittadini messicani partecipano alla Consulta nazionale per il riconoscimento
dei popoli indigeni e per la fine della guerra di sterminio.
19 aprile, D.F.. “Ya basta!” del Messico urbano. 27 su 36 gruppi della Unam si dichiarano in sciopero
contro l’aumento delle quote alla Unam.
2 maggio, Pizotla, Guerrero. Militari assassinano a Salomé Sánchez Ortiz e torturano Rodolfo Montiel e
Teodoro Cabrera, fondatori dell’Organizzazione di ecologisti della Sierra de Petatlán e di Coyuca de
Catalán, Ac (Ocep).
11 maggio, D.F.. Barnés annuncia la creazione della Commissione di incontro (Ce), senza carattere
risolutivo, costituita da 10 direttori e ricercatori della Unam.
12 maggio. Il Cgh esige: 1) l’abrogazione del Regolamento dei pagamenti; 2) la deroga delle norme che
impediscono il passaggio automatico dal bachillerato alla laurea; 3) lo smantellamento dell’apparato
poliziesco; 4) l’apertura di uno spazio democratico nell’università; 5) l’annullamento dei vincoli con
organismi esterni di controllo (Ceneval); 6) rivedere il calendario scolastico per recuperare i corsi
perduti.
2 giugno. Primo contatto tra gli scioperanti e la Ce. Il Cgh consegna un documento con l’agenda ed il
formato del dialogo, che viene rifiutato dai rappresentanti del rettore.
3 giugno, D.F.. Barnes annuncia che “le quote semestrali avranno la natura di contributi volontari”.
26 - 27 giugno, Chiapas. Convenzione del sudest a Tuxtla Gutiérrez. Comunicato dell’Ezln: “Noi
zapatisti appoggiamo il Cgh se decide di proseguire lo sciopero e lo appoggiamo se decide di
sospenderlo”.
28 giugno. Sorgono due nuovi gruppi armati: l’Esercito villista rivoluzionario popolare (Evrp) ed il
Comando giustiziere 28 giugno.
9 luglio, Messico, D.F.. 130 mila studenti, sindacati, coloni ed organizzazioni popolari marciano in
appoggio al Cgh.
12 luglio. Arriva in Messico la Relatrice speciale delle Nazioni Unite per le esecuzioni extragiudiziali,
Asma Jahangir.

58
20 luglio. Un giudice condanna a 35 anni di prigione 20 presunti componenti del gruppo che nel
dicembre 1997 aveva assassinato 45 indigeni di Acteal.
26 luglio, D.F.. 90 mila persone marciano dal Museo di antropologia allo Zocalo, in appoggio al Cgh.
Agosto, D.F.. Digna Ochoa (avvocato del Centro per i diritti umani Miguel Agustín Pro, che seguiva il
caso di Rodolfo Montiel e Teodoro Cabrera) viene sequestrata per varie ore.
4 agosto. La polizia del Distretto federale reprime il movimento studentesco.
Agosto. Con il pretesto della riforestazione della biosfera de Montes Azules, il Chiapas diviene oggetto
di una nuova escalation militare contro le comunità indigene.
2 ottobre, D.F.. 300 mila persone nella Marcia di resistenza convocata dal Cgh.
24 ottobre, D.F.. La Pgr presenta 4 persone accusate di appartenere al Erpi, Gloria Arenas Agis, Felicitas
Padilla Nava, Jacobo Silva Nogales e Fernando Gatica Chino, catturati i giorni 12 e 22 dello stesso
mese.
29 ottobre, D.F.. Sconosciuti irrompono nel dipartimento di Digna Ochoa. La interrogano e la lasciano
legata. Successivamente, Digna va in esilio negli Usa.
11 novembre, D.F.. Marcia del Cgh da Televisa, San Angel a Los Pinos. Repressione.
12 novembre, D.F.. Rinuncia del rettore della Unam, Barnés de Castro.
16 novembre. La Commissione civile internazionale di osservazione dei diritti umani visita il Messico
per la seconda volta. Conclusione: “Non ci sono progressi significativi”.
17 novembre. Juan Ramón de la Fuente viene nominato rettore della Unam.
Novembre. Dal 1996, le autorità locali e federali hanno detenuto un totale di 120 persone relazionate con
l’Epr e l’Erpi. Esistono inoltre 60 ordini di cattura pendenti e 24 iscritti nel registro degli indagati.
6 dicembre. Altri due ex funzionar pubblici sono condannati a 6 anni nel caso di Acteal.
11 dicembre, Messico, D.F.. Marcia del Cgh all’ambasciata nordamericana. Il governo della città la
reprime.

2000
1° gennaio, Chiapas. Circa 5 mila indigeni degli Altos del Chiapas si riuniscono negli Aguascalientes di
Oventic per celebrare il sesto anniversario della sollevazione armata zapatista.
5 gennaio. Militanti priisti fermano 29 simpatizzanti dell’Ezln a Tzanembolom, municipio di Chenalhó.
6 gennaio, D.F.. Il nuovo rettore, Ramón de la Fuente, presenta una proposta per riaprire la Unam. De la
Fuente considera risolti i 6 punti della petizione. il Cgh non accetta e de la Fuente convoca un plebiscito
per il 20 gennaio.
20 gennaio, D.F.. Plebiscito alla Unam. Dei 180 mila voti (su una popolazione totale di 300 mila
universitari), l’80 per cento si esprime a favore della proposta del rettore. Il Cgh denuncia una frode.
20 gennaio, Puebla. Un nuovo gruppo guerrigliero, le Forze armate rivoluzionarie del popolo (Farp), si
attribuisce la collocazione di due petardi in una zona residenziale di questa città
26 gennaio, Oaxaca. A San Agustín Loxicha vengono catturati altri tre indigeni zapotechi per i loro
presunti vincoli con l’Epr. In totale 101 indigeni sono ancora in prigione per la stessa ragione.
30 gennaio, Hidalgo. La Polizia federale preventiva detiene 64 scioperanti della scuola Luis Villareal, a
El Mexe. Di seguito, i padri degli studenti prendono alcuni poliziotti in ostaggio per ottenere la
liberazione dei propri figli.
2 febbraio. Altro comunicato di solidarietà dell’Ezln con il Cgh.
4 febbraio, Messico D.F.. Incontro tra il Cgh e de la Fuentel. Non c’è accordo.
6 febbraio, Messico D.F.. Assalto della polizia alla Unam occupata. 732 detenuti, tra i quali i principali
dirigenti del Cgh.
8 febbraio. Asma Jahangir afferma al cospetto delle Nazioni Unite che i governi federale e locale,
l’esercito, i paramilitari ed i gruppi armati di opposizione commettono esecuzioni di innocenti in tutto il
paese, specialmente in Chiapas e nello Stato di Guerrero.
9 febbraio, D.F.. La polizia esce dalla Unam. 85 membri del Cgh restano in carcere. Marcia di 100 mila
persone che chiedono la loro liberazione.
12 febbraio. Incarcerati altri 50 membri del Cgh.
Marzo. Torna dall’esilio l’avvocato Digna Ochoa.

59
8 marzo. Il giudice supremo del distretto di Oaxaca condanna a 50 anni di prigione Floriberto Marciano
Mendoza Hernández, per i suoi vincoli con l’Epr e l’attacco a Santa Cruz Huatulco del 28 agosto 1996.
22 marzo, Chiapas. Migliaia di indigeni e contadini pro-zapatisti bloccano tratti di strada in sei municipi
del Chiapas, chiedendo la demilitarizzazione ed il compimento degli accordi di San Andrés.
3 aprile, Chiapas. 137 comunità di 5 municipi appartenenti al presunto gruppo paramilitare “Desarrollo,
paz y justicia” decidono di separarsi e formare una nuova organizzazione.
8 aprile, Xochimilco, D.F.. Azione di propaganda armata delle Farp.
5 - 7 maggio, Oaxaca. Autobus con osservatori e camion carichi di alimenti vengono intercettati nelle
vicinanze di San Agustín Loxichas da 200 uomini armati. Dopo lunghe negoziazioni con la polizia dello
Stato, la carovana riesce a passare.
8 giugno, D.F.. Vengono liberati gli ultimi componenti del Cgh.
12 giugno, Oaxaca. A tre anni dall’inizio del piantone nel corridoio del Palazzo del governo dello Stato,
le donne loxichas esigono giustizia e libertà per i propri familiari. 40 sono stati assassinati ed altri 86, su
un totale di 137, sono ancora in carcere.
13 giugno, Chiapas. Nel corso di un’imboscata vengono assassinati 7 poliziotti nel municipio di El
Bosque.
16 giugno. L’Ezln prende le distanze dai fatti.
2 luglio. Vicente Fox, appoggiato dal Partito d’azione nazionale (Pan) e dal Partito verde ecologista
messicano (Pvem), vince le elezioni presidenziali con il 43,43 per cento dei voti.
20 agosto, Chiapas. Pablo Salazar, dell’Alleanza per il Chiapas (alleanza elettorale senza base politica),
vince le elezioni con 535.860 voti (51,50 per cento).
28 agosto, Guerrero. Teodoro Cabrera García è condannato a 10 anni di prigione, per detenzione di armi
di uso esclusivo dell’esercito, e Rodolfo Montiel Flores a 6 anni ed 8 mesi, per coltivazione di marijuana
e detenzione di arma di uso esclusivo dell’esercito.
18 ottobre. Il presidente Zedillo decreta l’esproprio di 3,5 ettari dell’ejido Armador Hernández, comunità
zapatista nel municipio di Ocosingo, per costruire installazioni militari.
26 ottobre, Guerrero. Primo incontro per la Difesa dei boschi di Guerrero, convocato
dall’Organizzazione dei contadini ecologisti della Sierra di Petatlán e Coyuca de Catalán.
28 ottobre. La Pgr detiene 11 membri di Paz y Justicia e dell’Unione indigena agropecuaria e forestale,
accusati di terrorismo, associazione a delinquere, rivolta e delinquenza organizzata. Cadono i dirigenti
Samuel Sánchez Sánchez e Marcos Albino Torres.
11 - 12 novembre, Oaxaca. A Tierra Blanca Loxicha si tiene il Foro per l’autonomia, il lavoro e la
speranza. Le comunità indigene esigono la demilitarizzazione della regione.
13 novembre, Chiapas. Il priista Miguel Utrilla articola un operativo di 150 poliziotti giudiziali federali
e 20 agenti del pubblico ministero che cercano armi e paramilitari.
1° dicembre. Inizia il mandato di Vicente Fox. S’impegna a risolvere il conflitto chiapaneco ed ordina il
ritiro di 53 posti di blocco militari dalle tre zone del conflitto, così come la sospensione dei
pattugliamenti e dei sorvoli dell’esercito.
2 dicembre, Chiapas. L’Ezln annuncia una marcia al D.F. per esigere il riconoscimento dei diritti
indigeni e chiede tre segnali all’esecutivo per riallacciare il dialogo: 1) compimento degli accordi di San
Andrés; 2) libertà per tutti i prigionieri politici zapatisti; 3) ritiro e chiusura di sette posizioni strategiche
dell’esercito “delle 259 che mantiene attualmente nella zona del conflitto”.
7 dicembre, prigione di La Palma, Almoloya de Juárex, Messico. 6 indigeni zapotechi della regione
Loxicha vengono liberati.
8 dicembre, Oaxaca. Amnistia per 61 indigeni zapotechi prigionieri e per altri 250 con ordine di cattura.
20 dicembre, Chiapas. Pablo Salazar deroga il decreto di rimunicipalizzazione di Albores Guillén.
22 dicembre. L’esercito libera la base militare di Amador Hernández. Il governo federale restituisce alla
comunità il terreno espropriato dall’ex presidente Zedillo nell’ottobre 2000.
23 dicembre. Il presidente Fox elimina il requisito di permesso previo per essere osservatori dei diritti
umani in Messico.
30 dicembre, Chiapas. Liberati 16 prigionieri politici zapatisti.
31 dicembre. Sotto la pressione delle donne zapatiste, l’esercito evacua la base militare di Jonalchoj,
municipio di San Andrés Larráinzar.

60
2001
9 gennaio, Chiapas. L’esercito abbandona l’accampamento militare di Cuxuljá, municipio di Ocosingo.
17 gennaio. L’esercito abbandona l’accampamento militare di Roberto Barrios, municipio di Palenque.
22 gennaio. Il presidente Fox dice che non ci saranno ulteriori ritiri di truppe fino a quando l’Ezln non
darà segnali che desidera dialogare.
28 gennaio, carcere di La Palma, Almoloya de Juárez, Messico. Liberati altri 6 prigionieri loxicha.
24 febbraio, Chiapas. Comincia la marcia zapatista. 20 mila persone si danno appuntamento per ricevere
la carovana a San Cristóbal.
5 marzo, Michoacán. 5 mila delegati partecipanti al Congresso nazionale indigeno decidono di realizzare
una sollevazione indigena pacifica a livello nazionale per chiedere l’approvazione della legge Cocopa.
6 marzo. Il Subcomandante Marcos riconosce l’appoggio dell’Erpi, dell’Erp e delle Farp perché la
delegazione zapatista possa percorrere territori nelle loro aree di influenza.
7 marzo, carcere di Puente Grande, Jalisco. Viene liberato Benigno Guzmán Martínez, direttore
dell’Organizzazione contadina della Sierra del sud (Ocss).
11 marzo, D.F.. Più di 200 mila persone ricevono la delegazione zapatista nello Zócalo di Città del
Messico.
28 marzo. Storica presenza di 23 comandanti dell’Ezln al Congresso dell’Unione per perorare la causa
indigena. Il Subcomandante Marcos non partecipa.
1° aprile. La delegazione dell’Ezln torna in Chiapas.
19 aprile, Venustiano Carranza, Chiapas. 8 contadini vengono assassinati in un’imboscata perpetrata da
un gruppo di incappucciati.
25 - 27 aprile. Il Congresso della Repubblica approva una riforma costituzionale in materia indigena che
tradisce il programma originale. Il Congresso nazionale indigeno disconosce la legge indigena approvata.
21 luglio. La Croce rossa internazionale segnala che in Chiapas ci sono ancora 7.000 rifugiati interni.
Luglio. Appare una nuova coalizione di gruppi armati: la Coordinazione guerrigliera nazionale José
Maria Morelos, costituita dalle Farp, dall’Ervp e dal Comitato clandestino rivoluzionario dei poveri -
Comando giustiziere 28 di giugno (Ccrp-Cj).
8 agosto, D.F.. Scoppiano tre bombe in diversi banche della città. Gli attentati sono rivendicati dalle
Farp.
12 agosto, Messico, D.F.. La Pgr e l’esercito detengono cinque presunti responsabili: Sergio Galicia
Max, Pablo Flores Alvarado ed i fratelli Antonio, Héctor e Alejandro Cerezo Contreras. Sono tutti
accusati di essere parte dell’Erp, non delle Farp.
Settembre. Cuernavaca, Morelos: nasce il Fronte civico per la difesa del Casino de la Selva, che lotta
contro la conversione di questo spazio ecologico, dimora di alberi centenari, in un supermercato della
catena Costco.
19 ottobre, D.F.. L’avvocato Digna Ochoa y Plácido viene assassinata nella sua abitazione della calle
Zacatecas 31-A, la colonia Roma.
22 ottobre. La segreteria delle comunicazioni e dei trasporti annuncia la costruzione di un nuovo
aeroporto di Città del Messico sulle terre comunali appartenenti alla comunità di San Salvador Atenco.
Fine ottobre. 13 nuclei ejidali di Texcoco e San Salvador Atenco presentano domanda di riparazione
contro l’espropriazione delle proprie terre che, nel caso della seconda comunità, arrivano al 73 per cento
del totale.
8 novembre, Iguala, Guerrero. Liberato per “ragioni umanitarie” Teodoro Cabrera Flores e Rodolfo
Montiel García, contadini ecologisti prigionieri dal 2 maggio 1999.
14 novembre, D.F.. Manifestazione degli abitanti dell’ejido di San Salvador Atenco contro la
costruzione del nuovo aeroporto.
23 dicembre, Oaxaca. Le donne loxinchas rimuovono il piantone nello zócalo della capitale. La loro
lotta continua, dal momento che 29 dei loro parenti rimangono nelle prigioni statali accusate di
appartenere all’Epr.
25 dicembre, San Salvador Atenco, Messico. Gli abitanti alzano le barricate.
29 dicembre, Atenco. Gli abitanti impediscono il passaggio di una scavatrice della Commissione delle
acque dello Stato del Messico (Caem).

61
30 dicembre, Atenco. Gli abitanti si dichiarano municipio ribelle. I loro machete sono già un simbolo di
resistenza.
31 dicembre, Oventic, Chiapas. “Il sollevamento armato è stato l’unico cammino che ci è rimasto per
non essere sterminati”, hanno affermato gli indigeni ribelli nel celebrare gli otto anni della sollevazione
zapatista.

2002
4 gennaio, Chiapas. L’Istituto nazionale di migrazione (Inm) espelle otto indigeni chiapanechi in
Guatemala. “Per errore”, spiegano i funzionari.
18 - 25 gennaio. Incursione dell’Epr a Tecpan ed Atoyac.
20 gennaio. I paramilitari detengono e torturano 5 zapatisti del municipio autonomo Ricardo Flores
Magón.
2 febbraio, Chiapas (zona Norte). Paramilitari di Paz y Justicia cercano di sloggiare gli indigeni della
comunità Progreso Agrario.
2 febbraio, D.F.. Il centro per i diritti umani Miguel Agustín Pro Juarez segnala la continua presenza di
gruppi paramilitari in Chiapas.
12 febbraio, Chiapas. Tornano a Guadalupe Tepeyac gli indigeni che il 9 febbraio 1995 si erano rifugiati
sulle montagne per l’offensiva dell'esercito messicano.
16 febbraio - 3 marzo. Terza visita della Commissione civile internazionale di osservazione dei diritti
umani (Cciodh).
26 febbraio, Chiapas. Le autorità del municipio autonomo Ricardo Flores Magón denunciano tentativi
d’evacuazione contro 49 comunità dei Montes Azules.
5 marzo, D.F.. Mobilitazione degli abitanti di Atenco chiudono per 26 ore la carreggiata Chivatito e
bloccano diversi punti della strada federale Texcoco-Lechería.
17 marzo, Monterrey. 15 mila manifestanti marciano contro il vertice dei capi di Stato che si realizza in
questa città.
24 marzo. Dopo essere rimasti per quattro anni rifugiati nella comunità di Xo’yep, 37 indigeni de Las
Abejas ritornano a Los Chorros, feudo dei paramilitari a Chenalhó.
1° aprile, Oaxaca. Inizia una marcia al D.F. per esigere la liberazione dei prigionieri politici loxichas.
20 aprile. In diverse carceri, 87 prigionieri politici iniziano uno sciopero della fame che durerà tra 34 e
61 giorni. Chiedono una legge d’amnistia. Tra loro si trovano: gli indigeni dei Loxichas; Erika Zamora
Pardo e Efrén Cortés Chávez, sopravvissuti del massacro de El Charco; Jacobo Silva Nogales e Gloria
Arenas, dirigenti del Erpi.
22 aprile. Organizzazioni sociali chiedono di fronte al Palazzo nazionale la libertà dei “più di 300”
prigionieri politici e di coscienza.
Aprile, Chiapas. Nel corso del mese cresce la repressione contro le popolazioni dei Montes Azules e si
registra una nuova scalata della militarizzazione nella zona Norte.
14 maggio, Strasburgo, Francia. La Cciodh presenta una relazione sulla situazione in Chiapas al
Parlamento europeo. Diagnosi: 1) persiste la militarizzazione; 2) il problema degli sfollati non ha ancora
trovato soluzione; 3) non si è frenata la presenza dei paramilitari, i cui leader sono stati liberati; 4) la
riforma costituzionale approvata non considera i popoli indigeni come soggetti di diritto, né conferisce
loro autonomia politica; 5) i programmi di lotta alla povertà sono discriminatori e controinsurgenti; 6) il
piano Puebla-Panamá minaccia l’integrità delle comunità indigene; 7) ci sono ancora 9 zapatisti in
prigione (3 in Chiapas, 6 nel Tabasco e nel Queretaro).
17 maggio, Chiapas. Il centro Fray Bartolomé de las Casas presenta la relazione Caminando hacia el
amanecer (Camminando verso l’alba). Conclusioni: 1) la paramilitarizzazione cominciata nel 1995 ha
lasciato almeno 122 persone assassinate e 28 desaparecidos; 2) “in azione congiunta con i corpi militari
e della polizia”, i paramilitari sono entrati nelle zone della Selva e degli Altos, prendendo controllo del
territorio ed ubicandosi all’entrata ed all’uscita dei villaggi; 3) più di 12 mila indigeni chiapanechi sono
rifugiati fuori dalle proprie terre.
31 maggio. Liberazione di Ericka Zamora e Efrén Cortés.

62
31 maggio, Atenco. I contadini detengono sei “presunti topografi” che, senza identificarsi, realizzano
lavori notturni di misurazione del terreno espropriato per la costruzione del nuovo aeroporto.
1° - 3 giugno. Negoziazioni per liberare gli ostaggi.
1° giugno, Oaxaca. Ai contadini di Santiago Xochiltepec viene tesa un’imboscata, presumibilmente dai
loro vicini di Santo Domingo Teojomulco. Saldo: 26 morti e 2 feriti. Spiegazione ufficiale: conflitto
intercomunitario.
3 giugno, Atenco. I contadini consegnano i detenuti. Con un’avvertenza: “Atenco è una polveriera. O il
governo si occupa del tema dell’espropriazione, o dovrà affrontare la rabbia messicana”.
7 giugno, Michoacán. Scontro tra soldati e comuneros di Huecato (Cañada de los Once Pueblos). Saldo:
3 comuneros e 2 militari morti.
19 giugno. Quasi in punto di morte, Jacobo Silva Nogales interrompe lo sciopero della fame.
12 luglio. In totale sono 16 i funzionari ed i poliziotti detenuti dagli abitanti di Atenco. L’esercito e la
polizia circondano la comunità.
14 luglio. Liberazione dei prigionieri di Atenco. Il governo annuncia un aumento dell’offerta economica
agli espropriati.
15 luglio. I contadini di Atenco aprono la strada Texcoco-Lechería e consegnano gli ostaggi. La Pfp si
ritira.
16 luglio, D.F.. Marcia moltitudinaria in appoggio ai contadini di Atenco.
27 luglio. La Banca Mondiale informa che 46,08 per cento dei messicani delle zone rurali (circa 12
milioni) sopravvivono con entrate diarie inferiori ad un dollaro.
1° agosto. Vittoria degli abitanti di Atenco. Il presidente Fox rinuncia a costruire il nuovo aeroporto a
Texcoco.
18 agosto, Oaxaca. Migliaia di locali manifestando contro l’apertura di una succursale di McDonald’s
nello zócalo di questa città coloniale.
21 agosto, Cuernavaca. La polizia reprime una manifestazione pacifica del “Frente civico per la difesa
del Casino de la Selva”. Saldo: 32 detenuti liberati nei giorni successivi grazie alla pressione popolare.
27 agosto, Cuernavaca. Manifestazione moltitudinaria in solidarietà con i detenuti il giorno 21.
19 settembre. Il governo federale libera tre indigeni loxichas. In totale ci sono ancora 15 prigionieri.
25 novembre. Il Subcomandante Marcos invia a Madrid alcuni comunicati dove critica duramente il
giudice Baltasar Garzón, il presidente spagnolo José Maria Aznar, il re Juan Carlos e l’ex mandatario
Felipe González.
6 dicembre. Garzón sfida il Subcomandante Marcos a sostenere un dibattito “faccia a faccia”. Se perde
dovrà togliersi la maschera, aggiunge.
9 dicembre. Il Subcomandante Marcos accetta la sfida e propone l’isola di Lanzarote come sede
dell’incontro. Al tempo stesso chiede una tregua all’Eta e lancia l’idea di un dibattito plurale sulla
questione basca.
9 dicembre, Oaxaca. Vittoria. Il consiglio comunale nega l’autorizzazione per l'apertura del McDonald’s
nello Zocalo.
10 dicembre. Al grido “La campagna non resiste più!” migliaia di contadini convocati da El Barzón, la
Unta e la Coalizione delle organizzazioni democratiche urbane e contadine (Coduc) occupano il Palazzo
legislativo di San Lázaro. Esigono che si riveda il capitolo del Trattato di libero commercio dell’America
del Nord (Tlcan) che si occupa di agricoltura.
12 dicembre. Il partito politico indipendentista Harri Batasuna accetta la proposta di dialogo dell’Ezln.
19 dicembre. Membri del Gruppo delle operazioni speciali (Gopes) della Polizia federale preventiva
(Pfp) sloggiano i choles dalla comunità Lucio Cabañas, nei Montes Azules.
30 dicembre, Chiapas. Il Subcomandante Marcos annuncia che l’Ezln non permetterà più espulsioni nei
Montes Azules.

2003
1° gennaio, San Cristóbal de las Casas. Concentrazione di 20 mila indigeni presieduta dai comandanti
dell’Ezln Esther, David, Tacho, Fidelia, Omar, Míster e Brus Li.

63
1° gennaio, Euskal Herria, Spagna. L’organizzazione separatista basca Eta invia un duro comunicato
all’Ezln, dove critica “la maniera pubblica e senza consultazione previa” con cui il Subcomandante
Marcos ha formulato la sua proposta d’incontro, così come la “mancanza di rispetto al popolo basco”. E
aggiunge: “Nutriamo seri dubbi circa la serietà della proposta di dialogo sull’isola canaria di Lanzarote
(...). Ci sembra inoltre che si tratta di un tentativo disperato di attirare l’attenzione internazionale
strumentalizzando l’eco di tutto quello che ha a che vedere con il conflitto basco (...). Non fa parte dei
nostri obiettivi prendere parte ad una pantomima per poter ottenere il favore delle prime pagine dei
giornali internazionali”. Il comunicato termina con le parole: “Viva il Chiapas libero!”.
2 gennaio. Il Servizio internazionale per la pace (Sipaz) afferma che in Chiapas continuano gli scontri
religioni, le minacce di sgombero nella regione dei Montes Azules e l’impunità degli autori intellettuali
del massacro di Acteal.
8 gennaio, Comitán, Chiapas. Dal mese di novembre 2002, 34 neonati sono morti nell’ospedale di
Comitán per contagio batteriologico.
12 gennaio. Risposta del Subcomandante Marcos all’Eta: “Non pretendiamo di dire a nessuno quello che
deve fare, chiediamo solo un’opportunità di parola. Se non ce la vogliono dare, ni modos”. Con rispetto
alla parte finale del comunicato dell’Eta (“Viva il Chiapas libero!”), il Subcomandante Marcos
puntualizza: non vogliamo essere indipendenti dal Messico. Vogliamo esserne parte, però senza cessare
di essere quello che siamo: indios.
24 gennaio, D.F.. Dopo un processo giudizio, i fratelli Héctor, Antonio e Alejandro Cerezo Contreras,
così come Pablo Alvarado Flores, ricevono una sentenza di 13 anni di prigione per l’esplosione di
bombe rudimentali nelle succursali di Banamex l’8 agosto del 2001.
25 gennaio. “La tortura è pratica comune nel governo Fox”, segnala alla Ong l’Azione cristiana per
l’abolizione della tortura (Acat).
27 gennaio, Cuernavaca, Morelos. Membri del Fronte civico per la difesa del Casino de la Selva
iniziano il digiuno alle porte del palazzo del governo contro l’installazione del supermercato Costco.
30 gennaio, Seattle Wash. Insieme ad organizzazioni locali, membri del Fronte civico protestano
all’assemblea annuale degli azionisti di Costco.
30 gennaio, Chiapas. Serie di 12 comunicati (chiamati 12 stele) del Subcomandante Marcos per
denunciare la situazione di ingiustizia prevalente in Messico.
31 gennaio, D.F.. 100 mila persone chiedono la revisione del capitolo agricolo del Trattato di libero
commercio con gli Usa.
2 febbraio. La Commissione nazionale per i diritti umani (Cndh) pubblica una relazione speciale sul
caso della regione Loxicha, nel quale si nota che a causa dell’apparizione dell’Epr nella zona si sono
realizzate detenzioni illegali, arbitrarie, maltrattamenti, colpi, incursioni delle autorità poliziesche e
militari, accuse false ed una ricorrente e irregolare emissione di ordini di custodia cautelare contro
indigeni zapotechi.
3 febbraio, Tlaxiaco, Oaxaca. Indigeni sgomberati da gruppi armati chiedono la restituzione delle loro
terre.
3 - 6 febbraio. Marcia dalla Sierra Mixteca alla capitale di Oaxaca per esigere che cessino le aggressioni
contro le comunità della Sierra.
12 febbraio. Di fronte alla Commissione permanente del Congresso dell’Unione, il presidente della
Cndh, José Luis Soberanes, documenta 18 casi di tortura nell’anno 2002, un aumento del 100 per cento
rispetto all’anno anteriore.
13 febbraio, Oaxaca. Disconoscendo il presidente municipale, gli abitanti di Unión Hildalgo prendono
collettivamente il palazzo municipale. Inizia un lungo conflitto.
16 febbraio. “No alla guerra!”. Lettera all’Italia rebelde del Subcomandante Marcos.
Febbraio. S’intensificano le minacce contro gli insediamenti indigeni nella regione di Montes Azules.
7 marzo, regione Loxicha, Oaxaca. Comunicato dell’Organizzazione dei popoli indigeni zapotechi
(Opiz), che denuncia: la guerra sporca continua.
11 marzo, Zacatecas. Esplode un conflitto tra gli abitanti mestizos di Bernalejo ed i comuneros
tepehuanos di Santa Maria Ocotán, Durango.
16 marzo, Jalisco. Huicholes chiedono la restituzione de terre disputate con gli abitanti di Zacatecas.

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4 aprile, Chiapas. Comunicato dell’Ezln che condanna l’invasione dell’Iraq ed invita ad una riflessione
seria a livello intercontinentale contro il neoliberismo e gli effetti distruttivi della globalizzazione.
10 aprile, Oventic, Chiapas. Nel luttuoso anniversario dell’assassinio di Emiliano Zapata, quasi 2 mila
indigeni assistono all’opera Zorró el Zapato, presentata da un gruppo di teatro giovanile parigino.
11 aprile, Ginevra. Organizzazioni indigene denunciano di fronte la plenaria della Commissione per i
diritti umani delle Nazioni Unite che in Messico continuano “gravi, sistematiche e reiterate violazioni
delle libertà e dei diritti dei popoli indigeni”.
12 aprile, Chiapas. Comunicato dell’Ezln che saluta le mobilitazioni per ripudiare la guerra degli Stati
Uniti e della Gran Bretagna contro il popolo iracheno.
23 aprile, Montes Azules. Indigeni lacandoni affini al governo attaccano la comunità El Paraíso e
distruggono cento case.
4 maggio, municipio autonomo Olga Isabel. Il consiglio autonomo denuncia la costruzione di una strada
di carattere controinsugente che taglia terre “appartenenti al municipio autonomo”.
6 maggio, municipio autonomo Primero de Enero. Basi di appoggio dell’Ezln denunciano aggressioni
contro la scuola autonoma ed un terreno agricolo di proprietà comunale da parte dei membri
dell’Associazione rurale di interesse collettivo.
7 maggio, municipio autonomo Miguel Hidalgo, Chiapas. Le autorità autonome denunciano la nascita di
un nuovo gruppo paramilitare denominato Los Cholos.
14 maggio, Cuernavaca. Agenti della polizia metropolitana detengono 7 membri del Fronte civico per la
difesa del Casino de la Selva.
14 - 15 maggio, Unión Hidalgo, Oaxaca. Carica governativa contro il consiglio cittadino unihidalguense
(Ccu). Detenuti: Carlos Manzo, Francisco de la Rosa Gómez e Luis Alberto Marín López.
20 maggio, D.F.. Fox formalizza la creazione della Commissione nazionale per i popoli indigeni che
sostituirà il controverso Istituto nazionale indigenista (Ini).
21 maggio, Tehuantepec, Oaxaca. Recrudescenza dei conflitti agrari in vari municipi della regione.
22 maggio, municipio autonomo Miguel Hidalgo. S’intensifica il conflitto tra le basi zapatiste ed un
gruppo di 72 ejidatarios ex membri dell’organizzazione contadina Ocez-Cnpa.
1° - 3 giugno, Evian, Francia. Cinque rappresentanti di comunità indigene messicane offrono la
testimonianza della propria lotta nel corso delle manifestazioni contro il vertice degli otto paesi più
potenti del mondo (G8).
11 giugno, Durango. Le autorità tradizionali ed agricole di tutte le comunità huicholas di Jalisco e
Durano si uniscono per difendersi contro i boscaioli che saccheggiano i loro boschi.
11 luglio, Unión Hidalgo, Oaxaca. Liberato Francisco de la Rosa, prigioniero politico del consiglio
cittadino unihidalguense.
19 luglio. Serie di comunicati dell’Ezln, che annunciano cambiamenti interni e nelle relazioni nazionali
ed internazionali. Si sospendono i contatti con il governo ed i partiti politici.
25 giugno. La tortura in Messico continua come “una pratica generalizzata”, tornano a ripetere le Ong
per i diritti umani.
26 luglio. Comunicato dell’Eznl che annuncia la morte degli Aguascalientes e la nascita dei Caracoles,
nuove strutture di potere regionale per rafforzare l’autonomia indigena.
7 agosto, Huehuetla, Sierra norte de Puebla. Assassinata il difensore dei diritti umani e fondatrice
dell’Organizzazione indipendente totonaca (Oit), Griselda Tirado Evangelio.
8 - 10 agosto, Oventic. Grande festa per la nascita dei Caracoles. Simultaneamente a Larzac, Francia, si
celebra la riunione finale delle organizzazioni europee prima del vertice dell’Organizzazione mondiale
del commercio a Cancún.
11 agosto. Il segretario generale di Amnesty International, Irene Khan, presenta la relazione Morti
intollerabili: Messico, 10 anni di sparizioni e assassinii di donne a Città Juarez e Chihuahua, il cui
obiettivo è dimostrare “l’inefficacia, la negligenza e l’incapacità delle autorità messicane”
nell’investigare le sparizioni e gli omicidi di circa 350 donne e bambine nell’arco di dieci anni.
12 agosto, Ginevra. Il Consiglio internazionale dei trattati indigeni (Citi) denuncia la discriminazione di
cui sono vittime gli indigeni da parte della giustizia messicana.
15 - 17 agosto, Zapotillo, municipio Ahome, Sinaloa. Si costituisce l’Alleanza dei popoli indigeni del
nord e del nordest - popolazioni maya, rarámuri e odami. Richieste: compimento degli accordi di San

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Andrés; restituzione delle terre ai popoli indigeni; rifiuto dell’imposizione di prodotti transgenici e
dell’Area di libero commercio delle Americhe (Alca); appoggio alla produzione ed alla costruzione di
artigianato e libertà dei prigionieri politici.
17 agosto, Juchitán, Oaxaca. Assassinato Carlos Sanchez López, avvocato dei prigionieri politici della
Unión Hidalgo.
2 settembre. Si compiono i sette anni della sospensione del dialogo tra l’Ezln ed il governo federale. Non
ci sono ancora le condizioni per riannodarlo.
10 settembre. Comunicato dell’Ezln per salutare la mobilitazione contro la riunione dell’Omc che si
celebrerà a Cancún, Messico, dal 8 al 14 settembre.
11 settembre. Il contadino coreano Lee Kyung Hae si suicida in protesta contro l’Omc.
13 settembre, Cancún. Marcia “altermondialista” contro l’Omc.
28 settembre. La rivista “Rebeldía” convoca la celebrazione del ventennale della fondazione dell’Ezln.
8 ottobre, Oaxaca. Assassinato Estela Ambrosio Luna, membro del Coordinamento statale di produttori
di caffè di Oaxaca (Cepco).
11 - 12 ottobre, Huehuetla, Sierra norte di Puebla. L’incontro delle nazioni indigene di Messico si
conclude con un richiamo ai governi federale e statali per fermare la repressione e la violenza nelle
comunità indigene.
Ottobre, Cuernavaca. Il Costco apre le porte al pubblico. Sconfitta del Fronte civico.
16 ottobre, Oaxaca. Aggressione paramilitare alla comunità indigena di Tanetze di Zaragoza. Saldo: 1
morto e 9 feriti.
17 novembre. Ventesimo anniversario della fondazione dell’Ezln. Messaggi della Comandancia, diretti a
donne, giovani, indigeni ed alla società mondiale, chiamano a resistere contro il progetto di
globalizzazione della morte.
26 novembre, Unión Hidalgo, Oaxaca. Esce dal carcere Luis Alberto Marin López, del consiglio
cittadino unihidalguense.
27 novembre, San Agustín Loxicha, Oaxaca. Andrés Enríquez Hernández, ex membro dell’Epr, viene
ucciso da sconosciuti.
28 novembre, D.F.. 200 mila persone manifestano nello zócalo della capitale contro la privatizzazione
del settore elettrico.
4 dicembre, Atoyac di Álvarez, Guerrero. Viene torturato ed assassinato Horacio Zacarías Peralta,
testimone chiave della guerra sporca di Guerrero degli anni settanta ed ottanta.
6 dicembre. Un reportage del “New York Times” informa che Wal-Mart, la più grande impresa del
mondo, sta costruendo in Messico una nuova cultura del consumo, simile a quella degli Stati Uniti.
19 dicembre, Unión Hidalgo, Oaxaca. Esce dal carcere Carlos Manzo, l’ultimo militante del consiglio
cittadino unihidalguense ancora prigioniero.
25 dicembre, Queretaro. Jerónimo Sánchez Sáenz, dirigente del Fronte indipendente di organizzazioni
zapatiste (Fioz), prigioniero dal 5 febbraio 1998 con l’accusa di aver preso a sassate il convoglio
presidenziale, viene liberato dal carcere.
31 dicembre, Chiapas. I Caracoles celebrano il decimo anniversario della sollevazione zapatista.

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Epilogo

In 10 anni il “Ya basta!” dell’Ezln ha contagiato una parte del Messico urbano e molte regioni indigene e
contadine. I comandanti del Comitato clandestino rivoluzionario indigeno hanno diffuso centinaia di
comunicati, percorrendo per tre volte il paese. Così pure la Selva Lacandona, conosciuta in precedenza
come il deserto della solitudine, si è convertita in un luogo d’incontro ed in un gran laboratorio dove si
pensano, si dicono e si fanno cose rilevanti per il futuro dell’umanità. All’inizio del nuovo anno, in
Chiapas permangono la decomposizione sociale e la militarizzazione, mentre il governo federale
continua a non rispettare i tre segnali richiesti dall’Ezln per riannodare il dialogo. Da parte loro, i ribelli
zapatisti resistono nella Selva Lacandona ed in una quarantina di municipi autonomi, dove, al margine
degli alti e bassi di governi e partiti, mettono in atto una rivoluzione sociale non violenta e dalle
caratteristiche nuove. Con la loro intelligenza, tenacità e moderazione sono stati fonte d’ispirazione per
milioni di persone in tutto il pianeta.

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