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La chiesa di SantAlessandro in Zebedia a Mila-

no, progettata alla fine dellanno 1600 dal padre


barnabita Lorenzo Binago, unarchitettura che
segna, e non solo cronologicamente, il passaggio
dal Cinquecento al Seicento
1
. I n essa si manife-
sta un rinnovato interesse per lo spazio come
tema della ricerca architettonica, preannuncian-
do cos importanti linee di sviluppo per il seco-
lo successivo
2
.
Questo studio si pone la questione, se e
come in tale fenomeno si riflettano lo spirito
della Riforma tridentina, le nuove esigenze
pastorali, la precettistica borromaica
3
, e indaga
se si possano identificare dei legami tra la con-
cezione architettonica e luso liturgico della
chiesa
4
. SantAlessandro si presenta come ogget-
to di studio particolarmente interessante ai fini
di tale istanza, visto che committente era uno
degli ordini religiosi promotori della riforma, e
progettista un membro dello stesso ordine.
Questi era quindi non solo architetto, ma anche,
e prima di tutto, chierico regolare e sacerdote.
Committente e progettista
La congregazione dei barnabiti fu fondata a
Milano nei primi anni Trenta del Cinquecento e
215
Jrg Stabenow La chiesa di SantAlessandro a Milano:
riflessione liturgica e ricerca spaziale intorno al 1600
approvata da Paolo I I I con il nome di Chierici
Regolari di San Paolo Decollato nel 1535
5
. I l
soprannome barnabiti deriva dalla chiesa mila-
nese di San Barnaba, concessa alla congregazio-
ne nel 1545. Un protettore energico, i barnabiti
lo trovarono nella persona di Carlo Borromeo,
arcivescovo di Milano dal 1565
6
. Borromeo
seguiva con delega apostolica la redazione delle
nuove costituzioni dellordine, negli anni 1578-
79
7
. Durante il suo episcopato lordine comin-
ciava a espandersi e a fondare nuovi collegi in
altre citt dI talia. Dopo la morte dellarcivesco-
vo, i barnabiti simpegnavano per la sua cano-
nizzazione e nel 1614 lo dichiaravano il loro
secondo santo patrono, dopo San Paolo
8
. Si
identificavano cos con la persona dellarcive-
scovo, e venivano con lui identificati, tanto da
essere chiamati borromeisti
9
.
Fin dallinizio, i barnabiti si mostravano
molto esigenti nelle questioni darchitettura. Per
la ricostruzione della chiesa di San Barnaba, alla
fine degli anni Cinquanta, chiedevano il proget-
to a Galeazzo Alessi, che allora dominava la scena
architettonica milanese
10
. San Barnaba ha un
impianto longitudinale a navata unica, accompa-
gnata da cappelle laterali, un transetto con brac-
ci piuttosto corti che serve da presbiterio, e un
coro a chiusura absidale (ill. 1). Si intravvedono
qui alcuni caratteri, che poi diverranno tipici
della chiesa barnabitica: la stretta divisione tra la
chiesa dei fedeli e lo spazio riservato ai religiosi, i
corridoi che collegano le cappelle laterali, cosic-
ch i religiosi vi possano passare senza contatto
coi fedeli, il transetto che diventa presbiterio,
laltare che separa il presbiterio dal coro. La col-
locazione dellaltare davanti al coro distingue le
chiese dei barnabiti da quelle dei gesuiti e dei
filippini, che entrambi non avevano lobbligo del
canto comune nelle ore canoniche.
Nel 1557 la congregazione fond la sua
prima casa fuori Milano e prese possesso della
chiesa di Santa Maria di Canepanova a Pavia,
una costruzione a impianto centrale, che allepo-
ca fu attribuita a Bramante (ill. 2)
11
. Al vano prin-
cipale della chiesa, un ottagono ampliato in qua-
drato da quattro unit angolari, i barnabiti
aggiungevano una cappella quadrata con cupola
sferica, ricorrendo anche questa volta alla consu-
lenza di Galeazzo Alessi
12
. Lottagono preesisten-
te serviva loro da chiesa per i laici, mentre il qua-
1. San Barnaba a Milano, sezione e pianta
(Milano, Archivio Storico Civico [ASCM],
Raccolta Bianconi, V, f. 21 b).





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drato aggiunto assumeva la funzione di coro. I l
presbiterio, invece, si riduceva allo stretto spazio
che lega i due vani grandi. Con la chiesa pavese,
i barnabiti disponevano cos anche di unalterna-
tiva tipologica alla pianta longitudinale realizzata
a San Barnaba, e fino allinizio del Seicento pre-
feriranno la pianta centrale, quando si tratter di
costruire nuove chiese conventuali.
La prima occasione del genere si presentava
negli anni Settanta con la fondazione di un colle-
gio barnabitico a Casale Monferrato
13
. Questa
volta i barnabiti chiedevano il progetto di una
chiesa a Pellegrino Tibaldi, larchitetto di fiducia
dellarcivescovo Borromeo. Tibaldi proponeva un
perimetro quadrato che conclude un vano cru-
ciforme, succeduto da un presbiterio quadrato e
un coro semicircolare. Al progetto di Pellegrino
Tibaldi, i barnabiti preferiranno per una pianta
pi tradizionale. Dal 1584 in poi, la chiesa viene
realizzata secondo un progetto di padre Lorenzo
Binago, che prevede un impianto a quincunx, con
grande cupola centrale, sorretta da pilastri e cir-
condata da quattro cupolette angolari (ill. 3). La
pianta di Binago segue modelli del primo Cin-
quecento, in particolare il progetto di Donato
Bramante per la chiesa romana dei Santi Giuliano
e Celso, forse anticipata nella chiesa parrocchiale
di Roccaverano in Piemonte, che poteva essere
nota a Lorenzo Binago
14
.
Notiamo qui per la prima volta che, se i bar-
nabiti venivano chiamati borromeisti, il loro
architetto, padre Lorenzo Binago, si dimostrava
bramantista. Per quanto riguarda le sue scelte
tipologiche egli si appoggia allautorit del mae-
stro rinascimentale. Di ispirazione bramantesca
anche una chiesa a pianta centrale, che Binago
disegna nel 1591 come proposta per una nuova
fondazione barnabitica a Genova (ill. 4)
15
. Un
impianto cruciforme inserito in un perimetro
circolare, articolato allesterno da doppie paraste
con nicchie. Per larticolazione esterna, la pian-
ta si pu leggere come variazione sul rifacimen-
to bramantesco della chiesa milanese di San
Satiro. Bramante aveva circondato la piccola
costruzione altomedievale con un involucro
cilindrico, dal quale aveva fatto sorgere il vano
principale della chiesa, in forma di croce. Per la
fusione tra cerchio e croce, Binago poteva
richiamarsi al modello bramantesco.
La pianta di Binago fa parte di un foglio, in cui
larchitetto barnabita sperimenta una pi vasta
gamma tipologica. Delle quattro chiese ivi propo-
ste, le prime tre sono a impianto centrale. Sembra
che, per Binago, la pianta centrale fosse particolar-
mente adatta per le chiese del proprio ordine e che
i suoi superiori condividessero questa sua predile-
zione. Binago cinge tutte le chiese con un corri-
doio che d accesso alle cappelle e le correda di un
presbiterio profondo e di un coro a chiusura absi-
dale, analogamente al modello di San Barnaba.
Al contrario dei gesuiti, i barnabiti, ordine
ben pi esiguo, non conoscevano lufficio del
consiliarius aedilicius
16
. Lorenzo Binago esercit
per, nei fatti, una funzione analoga, come emer-
ge dalle ricerche di Francesco Repishti
17
. Dalla
sua ordinazione, da parte di Carlo Borromeo, nel
1578, Binago veniva assegnato ai collegi nei quali
urgevano questioni architettoniche da risolvere.
Cos, dopo Casale Monferrato, lo si trova prima
a Zagarolo, nel Lazio meridionale, per prosegui-
216
2. Lorenzo Binago, Santa Maria
di Canepanova a Pavia, pianta (Milano,
Archivio Storico dei Barnabiti [ASBM],
Cartella grande I , mazzo 1, fasc. 1, n. 1).
3. Lorenzo Binago, San Paolo a Casale
Monferrato, pianta (ASBM, Cartella
grande I , mazzo 1, fasc. 3, n. 3).
4. Lorenzo Binago, Progetto per una
chiesa, pianta (ASBM, B VII, fasc. 1,
n. 12).





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profonde ai fianchi del presbiterio preparano le-
spansione longitudinale della pianta. I l presbite-
rio, sormontato da unulteriore cupola ribassata,
esce dal perimetro quadrato della chiesa. Vi si
aggiungono due corti bracci trasversali e un
profondo coro a chiusura semicircolare. Nasce
cos una seconda unit cruciforme, che longitudi-
nalizza limpianto centrale e trasforma la chiesa a
quincunx in unaula a tre navate.
I l vano principale della chiesa, costituito da
croce greca pi presbiterio e coro, articolato
tuttintorno da un ordine di paraste corinzie su
alti piedistalli (ill. 7). Larticolazione lega le
diverse unit spaziali fra di loro, ma contempo-
raneamente le conferma, tramite un sistema di
aggetti e rientranze, quali unit tra loro diverse.
Cos lo spazio si restringe al passaggio dai bracci
della croce alle cappelle laterali grandi, ma anche
dalla chiesa per i laici al presbiterio. I l vano cen-
trale della chiesa rimarcato da otto colonne
monolitiche di granito, che sinseriscono nei
quattro piloni su cui poggia la cupola. Le otto
colonne appartengono ai piloni e parimente allo
217
re il cantiere di una chiesa gi iniziata, e poi a
Roma, dove progetta e porta a termine la costru-
zione della piccola chiesa di San Paolo alla
Colonna. E proprio da Roma, alla fine del 1600,
invia a Milano la sua proposta per SantAlessan-
dro. L8 gennaio 1601 il suo progetto ottiene
lapprovazione del generale e degli assistenti
18
e
dal 1602, fino alla sua morte, avvenuta nel 1629,
Binago dirige il cantiere della chiesa milanese.
Pianta e modelli
SantAlessandro ha un impianto centrale a croce
greca inscritta in un perimetro quadrato (ill. 5, 6).
I l quadrato di base ampliato in senso longitudi-
nale da presbiterio, coro e sagrestie, cosicch si
trasforma in un rettangolo. Al centro della croce
troneggia una grande cupola, sorretta da quattro
piloni a pianta triangolare. Grazie alla configura-
zione dei piloni il diametro della cupola supe-
riore alla larghezza dei bracci della croce. Agli
angoli del quadrato sono quattro cupole ribassa-
te. Una corona di cappelle chiude il perimetro
della chiesa verso lesterno, mentre cappelle pi
5. SantAlessandro in Zebedia a Milano,
pianta (ASCM, Raccolta Bianconi, VI I ,
f. 6).
6. Francesco Maria Ricchini, con interventi
grafici di Lorenzo Binago, SantAlessandro
in Zebedia a Milano, pianta (ASCM,
Raccolta Bianconi, VI I , f. 4).





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spazio che circondano. Esse fungono da elemen-
ti articolanti, che mettono in risalto lincontro
dei bracci della croce, e da oggetti preziosi, che
contraddistinguono il vano sotto la cupola.
Non difficile individuare il punto di parten-
za per la configurazione spaziale di SantAlessan-
dro nei progetti a pianta centrale per il San Pie-
tro romano. Anche questa volta, dunque, Binago
si rif a uninvenzione tipologica del primo Cin-
quecento, legata al nome di Bramante. I l suo
modello preciso non per San Pietro, ma la rie-
laborazione della pianta romana nella chiesa
genovese di Santa Maria di Carignano, progetta-
ta a partire dal 1549 da Galeazzo Alessi (ill. 8)
19
.
Con il suo perimetro quadrato, la pianta genove-
218
se era facilmente adattabile per una chiesa che
doveva inserirsi in unisola di strade e affacciarsi
sullesterno con due soli lati. Binago si attiene
cos molto strettamente alla pianta di Alessi,
modificandone pi che altro le proporzioni.
Riduce la larghezza delle navate laterali e lo spes-
sore dei quattro piloni, aumenta invece la lar-
ghezza dei bracci della croce e il diametro della
cupola centrale. Ne risulta unaccentuata domi-
nanza del vano cupolato sul resto della chiesa.
Binago modifica inoltre larticolazione dei
quattro piloni, inserendovi le otto colonne
monolitiche. Con lintroduzione delle colonne
libere, realizza una visione architettonica che
risale al Quattrocento. I l primo a mettere a punto
7. Milano, SantAlessandro in Zebedia,
interno verso laltare maggiore
(Milano, Civico Archivio Fotografico).





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questa visione Francesco di Giorgio Martini,
che illustra il suo trattato darchitettura con pian-
te di chiese a tre navate con transetto e la crocie-
ra a forma di cerchio, circoscritta da pilastri o
colonne
20
. Riallacciandosi alle idee di Francesco
di Giorgio, Bramante, nei suoi disegni per San
Pietro, sperimenta un cerchio di colonne posto
intorno alla crociera (ill. 9)
21
. Delle sedici colon-
ne, otto sono poste davanti ai piloni della cupola,
altre otto nello sbocco dei bracci della croce.
Non certo se i disegni di Francesco di Gior-
gio o di Bramante potessero essere noti a Loren-
zo Binago. Ci che Binago poteva invece cono-
scere un progetto per la chiesa milanese di San
Lorenzo, attribuito a Tolomeo Rinaldi (ill. 10). I l
progetto pu essere datato intorno al 1590 e rap-
presenta una proposta per la ricostruzione della
cupola con un sistema portante che consiste di
coppie di colonne poste davanti a piloni triango-
lari
22
. Binago poteva forse conoscere anche un
progetto dei primi anni Novanta, che attribui-
to a Ottavio Mascarino e probabilmente si riferi-
sce alla chiesa romana di San Luca (ill. 11)
23
. I n
questo schizzo, delle coppie di colonne libere
fanno da mediatrici tra il perimetro quadrato e la
copertura sferica della piccola chiesa. Come poi
anche a SantAlessandro, un sistema di contropa-
raste stabilisce la relazione tra le colonne libere e
larticolazione a zigzag della parete.
Tra i progetti per San Lorenzo e San Luca, e
la chiesa progettata da Lorenzo Binago c per
una differenza significativa nel modo di impie-
gare le colonne libere. Al contrario dei suoi
predecessori, Binago pone le colonne su alti pie-
distalli, seguendo lesempio di Pellegrino Tibal-
di, che in alcune sue chiese provvede di un alto
zoccol o l ordi ne pri nci pal e. La costruzi one
tibaldiana, con la quale Binago compete, San
Fedele, la chiesa dei gesuiti milanesi (ill. 12)
24
.
San Fedele ha un impianto longitudinale a nava-
ta unica. Laula della chiesa consiste di due
moduli quadrati, con sei colonne libere che
scandiscono gli angoli dei quadrati. Ciascuna
delle quattro colonne esteriori accompagnata
da due controparaste, tra le quali un ulteriore
frammento di parasta occupa langolo estremo
dello spazio. Questo sistema, che sembra inte-
grare ciascuna colonna in un gruppo di quattro
sostegni, parzialmente immersi nel muro, ser-
vito da modello per i piloni di SantAlessandro.
219
8. Santa Maria di Carignano a Genova,
pianta (da P.P. Rubens, Palazzi di
Genova, Antwerp 1622, fig. 63).
9. Donato Bramante, Progetto per
San Pietro a Roma, pianta dei piloni della
crociera (Firenze, Galleria degli Uffizi,
Gabinetto Disegni e Stampe, 7945 Ar).





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Seguire il modello di San Fedele, poteva avere
due significati: riverenza verso una costruzione
ritenuta esemplare, e concorrenza con una realiz-
zazione architettonica che si cercava cos di met-
tere in ombra. Pu apparire un tentativo di supe-
ramento della chiesa gesuitica il fatto che i barna-
biti si permettano otto invece di sei colonne ed
escogitino un modo pi efficace di metterle in
rapporto con lo spazio. Questo gesto di riverenza
concorrenziale ha comunque un prezzo: quello
delladozione di un elemento architettonico che
gi allepoca poteva sembrare antiquato, quale era
lalto piedistallo delle colonne
25
. Sembra per che
la ragione principale per lintroduzione del piedi-
stallo fosse una considerazione, per cos dire,
quantitativa. I l piedistallo rendeva le colonne pi
slanciate e quindi permetteva di assottigliare tutto
lapparato portante della chiesa, e tutto questo a
favore dello spazio.
220
Motivi per una scelta tipologica
Tornando al modello di base per la pianta rea-
lizzata a SantAlessandro, ovvero la chiesa geno-
vese di Santa Maria di Carignano, resta da chie-
dersi, quali fattori potessero motivare una tale
scel ta ti pol ogi ca. Un pri mo el emento che
potrebbe aver favorito pi in generale la scelta
di una pianta centrale la configurazione del
sito. Lorenzo Binago, nella sua Formula del offi-
tio del Prefetto delle fabriche, pubblicata e com-
mentata da Francesco Repishti, sottolinea lim-
portanza del sito come criterio per la definizio-
ne della identit tipologica di una chiesa
26
. Per
SantAlessandro, su un terreno di forma rettan-
golare, che in profondit misurava circa due
volte la larghezza, si doveva erigere non solo una
chiesa, ma anche un collegio. I l taglio del terre-
no previsto per ledificazione imponeva di collo-
care il collegio dietro la chiesa. La lunghezza di
questa era, di conseguenza, limitata. I mmagi-
nando un impianto longitudinale, non si poteva
realizzare una chiesa molto pi grande di quan-
to la progett Giovanni Ambrogio Mazenta,
architetto confratello di Binago, in un disegno
databile agli anni Novanta
27
. Volendo ampliare
la capienza della chiesa, bisognava aumentarne
la larghezza, e, cos facendo, era abbastanza
ovvio scegliere un impianto centrale.
Un secondo elemento, che pu aver influito
sulla decisione per la pianta di SantAlessandro,
potrebbe consistere nel significato simbolico
del martyrium, ovvero il tempio di un santo
martire. Unanaloga interpretazione stata
proposta, sia per i due progetti tibaldiani di San
Fedele, da Stefano Della Torre e Richard Scho-
field
28
, sia per le chiese di San Sebastiano e
SantAlessandro, da Alessandro Rovetta
29
. A
SantAlessandro, il testimone principale per
una lettura come martyrium il barnabita
Demetrio Supensi, che nel 1706, pi di cento
anni dopo la posa della prima pietra, pubblica
La penna interprete del pennello, una specie di
guida agli affreschi della chiesa. Supensi scrive:
Molti ed illustri Tempij furono in varie parti
della Christianit consecrati al culto Divino, e
dedicati al glorioso Martire S. Alessandro: Ma
questo di Milano singolarmente pu ben chia-
marsi Memoria, o Martirio
30
. Malgrado la data
tardiva di questa voce, assai plausibile che gi
i barnabiti contemporanei di Lorenzo Binago
concepissero la chiesa come martyrium. E non
a caso, nel 1613 si facevano dare in donazione
il corpo di SantAlessandro martire per custo-
dirlo nel loro tempio
31
. per meno probabile,
per quanto riguarda SantAlessandro, che que-
sta concezione sia strettamente legata a una
figura planimetrica. Troppo diverse sono le
piante degli altri martyria milanesi, per poter
privilegiare, nella pianta di SantAlessandro,
questo preciso significato.
10. Progetto per San Lorenzo a Milano,
sezione (London, Victoria and Albert
Museum, Collection of Prints, Drawings
and Paintings, n. 613).





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Ma c un terzo possibile motivo per la con-
figurazione planimetrica di SantAlessandro.
Come gi si detto, sia ladozione dellimpian-
to centrale, sia il ricorso alleredit di Bramante
facevano parte della memoria architettonica
dellordine barnabitico. La paternit alessiana
della chiesa genovese non poteva che aumenta-
re lautorit del modello adottato, dato che
Galeazzo Alessi era stato anche larchitetto
della prima chiesa dellordine. E un legame
ancora pi forte tra Santa Maria di Carignano e
i barnabiti era costituito dalla famiglia fondatri-
ce della chiesa, i Sauli, annoverati tra i pi
importanti benefattori dellordine, che avevano
inoltre dato alla congregazione uno dei suoi
membri pi eminenti, Alessandro Sauli, padre
generale e poi vescovo di Aleria, morto nel
1591 e ormai in fama di santit. Proprio su ini-
ziativa di Alessandro Sauli, i barnabiti avevano
tentato a varie riprese di farsi assegnare Santa
Maria di Carignano quale chiesa dellordine
32
.
Reinterpretazione funzionale
Considerati tutti questi elementi, si prender ora
in esame laspetto funzionale e liturgico della chie-
sa di SantAlessandro, partendo dal presupposto
che i barnabiti non avrebbero adottato tale pianta
se non lavessero ritenuta assimilabile alle loro esi-
genze duso. Conviene allora approfondire il con-
fronto tra la chiesa milanese e il suo modello
genovese. Si concretizzano in quattro punti le
modifiche alle quali Lorenzo Binago ha sottopo-
sto la tipologia di Santa Maria di Carignano.
I l primo punto riguarda gli accessi alla chie-
sa e la questione dellorientamento. Alla chiesa
genovese si pu accedere da tre lati, cio da tre
bracci della croce greca. I tre ingressi alla chiesa
milanese si trovano invece tutti nella facciata
principale e corrispondono ai tre assi longitudi-
nali della pianta, che si possono leggere come
tre navate
33
. Binago rafforza inoltre questa let-
tura aggiungendo cappelle pi profonde negli
assi laterali e il corpo semi-autonomo di presbi-
terio e coro nellasse principale. Senza intaccare
la struttura a quincunx, Binago crea dunque uno
spazio ambivalente, che pu essere percepito a
modo centrale o longitudinale.
I l secondo punto riguarda le cappelle laterali.
Leliminazione degli ingressi laterali permette a
Binago di collegare tra di loro le cappelle e di
creare cos un circuito che corre quasi tutto intor-
no alla chiesa, come gi esisteva a San Barnaba.
I l terzo punto si riferisce alluso della zona
tra le cappelle laterali e i piloni della cupola. Sui
lati posteriori dei piloni Binago ricava delle nic-
chie per otto confessionali. Ulteriori quattro
confessionali trovano posto di fronte ai piloni,
tra le cappelle laterali. I n questo modo, non solo
si d una collocazione architettonica molto pre-
cisa al confessionale, ma tutta la zona che corre
221
intorno al centro della chiesa viene definita
come spazio per la confessione.
I l quarto punto riguarda il centro stesso della
chiesa. Come esposto sopra, nei lati anteriori dei
grandi piloni Binago inserisce delle colonne
libere. Per mezzo delle colonne accentua lo-
rientamento diagonale dei piloni e fa apparire
pi vasto lo spazio sotto la cupola. Tra due delle
colonne installa il pulpito e cos facendo, oltre
che ai confessionali, assegna un luogo stabile
anche a questo mobile ecclesiastico. Le colonne
conferiscono la pi alta dignit architettonica
allo spazio sotto la cupola e questa parte della
chiesa, grazie allinstallazione del pulpito, viene
caratterizzata come spazio per la predica.
Per riassumere, si pu dire che Binago, in
SantAlessandro, non semplicemente adotta il
modello di Santa Maria di Carignano, ma lo
reinterpreta dal punto di vista delle esigenze del
proprio ordine. La sua reinterpretazione mira
innanzitutto alla separazione di fedeli e sacerdo-
ti, nonch allarticolazione delle unit spaziali
destinate a funzioni diverse: queste erano carat-
teristiche gi presenti nella pianta di San Barna-
ba. Oltre a ci, mette in risalto tre funzioni
essenziali delledificio ecclesiastico e dellattivit
11. Progetto per la chiesa dei Santi Martina
e Luca a Roma, particolare, pianta e sezione
(Wien, Graphische Sammlung Albertina,
AZ I talien, n. 1279r).





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pastorale svolta in esso: eucaristia, confessione e
predica. Questi elementi dellarchitettura di
SantAlessandro e dellattivit pastorale dei bar-
nabiti saranno ora esaminati pi da vicino.
Eucaristia, confessione, predica
I nnestando sulla figura quadrata della chiesa il
corpo semi-autonomo di presbiterio e coro,
Binago longitudinalizza la pianta centrale e crea
una fuga prospettica che converge sullaltar mag-
giore. Questo, tramite il prolungamento pro-
spettico, viene contemporaneamente allontanato
e focalizzato. Laltare il luogo dove si custodisce
il Santissimo Sacramento. La custodia del Santis-
simo sullaltar maggiore forse la pi influente
delle disposizioni di Carlo Borromeo, formulate
nelle Instructiones fabricae et suppellectilis ecclesiasti-
cae
34
. Nel duomo di Milano, la collocazione del
tabernacolo sullaltar maggiore rappresenta il
punto di partenza per la riforma dellarredo litur-
gico. I l tempietto realizzato da Pellegrino Tibal-
di a partire dal 1581 mette il tabernacolo, sorret-
to da quattro angeli portanti, in rapporto con
linterno della chiesa e lo definisce fulcro e cardi-
ne delledificio ecclesiastico (ill. 13)
35
. Non sor-
prende quindi che anche i barnabiti insistano su
unadeguata disposizione del tabernacolo. Per
citare solo un esempio, nel 1585, durante la visi-
ta canonica alla chiesa di San Vincenzo a Cremo-
na, recentemente passata ai barnabiti, si richiede
che I l tabernacolo salzi dallaltare, con due
Angeli da lati , proponendo cos una disposizio-
222
12. Milano, San Fedele, interno verso
laltare maggiore (Roma, Soprintendenza
per i Beni e le Attivit Culturali, Istituto
Centrale per il Catalogo e la Documentazione).





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ne simile a quella attuata nel duomo di Milano
36
.
Per quanto riguarda SantAlessandro, abbiamo
poche informazioni a questo proposito. C la
notizia di un tabernacolo argenteo donato nel
1603 da una contessa Trivulzio, probabilmente
posto sullaltar maggiore della chiesa vecchia
37
.
Nel 1658, poco prima del completamento di pre-
sbiterio e coro, c il progetto di un tabernacolo
e di una prospettiva di pietre dure da erigere
sopra laltar maggiore
38
. Nel 1662 lintagliatore
Carlo Garavaglia riceve la commissione per un
modello del tabernacolo
39
. Rettore dellopera
il barnabita Paolo Francesco Modrone, finanzia-
tore suo fratello, il marchese Antonio Modrone
40
.
Laltare che si trova attualmente nella chiesa
invece posteriore
41
.
SantAlessandro quindi uno spazio orienta-
to, che trova il suo punto di fuga nellenfatizza-
zione del Santissimo Sacramento. Ma in ugual
modo, SantAlessandro uno spazio centraliz-
zato con un vano cupolato dominante e una
zona secondaria che gira intorno ad esso. Que-
stultima dedicata soprattutto alla confessione
e d luogo a dodici confessionali, collocati in
profonde nicchie, sia sul retro dei grandi piloni,
che di fronte a questi, tra le cappelle laterali.
Non certo per se queste nicchie fossero con-
template fin dallinizio. I n due disegni, che sem-
brano essere i pi vicini al progetto originale, le
nicchie non appaiono (ill. 5)
42
. I n un altro dise-
gno, le nicchie sono acquerellate e si capisce che
vera incertezza su quanto si potesse ridurre il
diametro dei piloni
43
. Se le nicchie sono state
i ntrodotte nel progetto successi vamente,
devessere comunque avvenuto poco dopo la-
pertura del cantiere.
I barnabi ti attri bui vano una parti col are
importanza allistituto della confessione, tanto da
includere un capitolo De confessionibus extra-
neorum audiendis nelle loro costituzioni
44
e da
ricorrere al tema della confessione quasi regolar-
mente durante le visite canoniche a ciascun col-
legio
45
. I l confessionale era per loro molto pi di
un semplice mobile ecclesiastico; era piuttosto
un oggetto simbolo della loro vocazione di servi-
re alla salute spirituale dei fedeli.
Laccento posto sulla confessione mostra i
barnabiti in pieno accordo con linsegnamento
borromaico
46
. Era stato Carlo Borromeo che, nel
1565, al primo concilio provinciale milanese,
aveva ordinato di adoperare per la confessione
delle strutture fisse che separassero il confessore
dal penitente
47
. Nelle Instructiones fabricae et sup-
pellectilis aveva fissato la forma di tali confessiona-
li come divisi in due camere, col penitente ingi-
nocchiato verso il confessore e sempre rivolto
verso laltar maggiore
48
. Ancora prima della pub-
blicazione delle Instructiones, Pellegrino Tibaldi
aveva integrato dei confessionali nellarticolazio-
ne parietale di San Fedele
49
. I suoi confessionali
erano divisi non in due, ma in tre parti, con la
cella del confessore fiancheggiata da due celle per
i penitenti, i quali per, durante la confessione,
non erano rivolti verso di lui, bens verso il fondo
del confessionale, e proprio per questo motivo
Carlo Borromeo, nel 1580, aveva severamente
criticato la forma dei confessionali di San Fede-
le
50
. Ci nonostante, i barnabiti, quando negli
anni Trenta cominciavano a installare dei confes-
sionali nelle nicchie predisposte a SantAlessan-
dro, si attenevano al modello di San Fedele
51
.
Anche a SantAlessandro, dunque, i confessionali
sono tripartiti, e la posizione dei penitenti rivol-
ta verso il fondo del confessionale.
I l momento di gloria rappresentato da uno
degli ultimi confessionali installati nella chiesa
barnabitica, databile al 1661 e finanziato dallo
stesso padre Modrone gi menzionato (ill. 14)
52
.
Rivestito di pietre preziose, porta sul fondo
unimmagine in rilievo di Cristo e le impronte
dei suoi piedi. Qui, per eccezione, i penitenti
singinocchiano guardando il confessore. I n
genere per, come a San Fedele, cos anche a
SantAlessandro, per quanto riguarda la forma
dei confessionali, non si mira a unassoluta orto-
dossia borromaica.
Mentre la zona periferica dedicata principal-
mente alla confessione, lo spazio centrale della
chiesa in funzione della predica. Lo spazio sotto
la cupola rappresenta il centro di massima dignit
dellarchitettura di SantAlessandro. Le modifi-
che pi importanti al modello di Santa Maria di
Carignano ovvero lespansione del vano centra-
le e lintroduzione delle colonne libere puntano
sulla rivalutazione del centro. E questo centro
qualificato dalla presenza del pulpito, che si trova
sul pilone posteriore di sinistra.
I l rapporto tra chiesa e pulpito si pu discu-
tere sotto tre punti di vista: strutturale, architet-
tonico, spaziale. Dal punto di vista strutturale
da chiedersi se e come il pulpito sia legato alla
struttura materiale delledificio. Nella norma, il
pulpito per la predica, dal medioevo in poi, era
un oggetto mobile introdotto successivamente
in un edificio gi esistente. A SantAlessandro
invece, laccesso al pulpito passa attraverso uno
dei piloni portanti la cupola. Lidea di un pulpi-
to in quella posizione quindi contemporanea
alla costruzione della chiesa e doveva essere con-
templata gi in fase di progettazione. Gi le
pri me pi ante di SantAl essandro prevedono
infatti la scaletta che conduce al pulpito (ill. 5)
53
.
Dal punto di vista architettonico ci si pu
domandare in qual modo il pulpito sia integra-
to nellarticolazione architettonica della chiesa.
A San Fedele, per esempio, la collocazione del
pulpito definita dalla prima parasta della
seconda campata. I n questa posizione, il pulpito
nasconde la base della parasta e viene nascosto,
almeno in parte, dalla colonna che divide le due
223





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tre preziose, databile allanno 1667
59
. Pochi
anni dopo, Carlo Torre, nella sua guida di Mila-
no, parla del pulpito che rassembra in mezzo al
seno di cos plausibile Chiesa Pomposo Gioiel-
lo
60
. A finanziare tale gioiello fu lo stesso padre
Paolo Francesco Modrone, che aveva gi contri-
buito allarredo della chiesa con il tabernacolo e
un confessionale. Non pare casuale che questo
padre, con la sua donazione, ribadisca le tre fun-
zioni principali dellarchitettura di SantAlessan-
dro eucaristia, confessione, predica
61
.
Lo spazio come tema
Come accennato in apertura, la chiesa di SantA-
lessandro si presenta quale risultato di una ricer-
ca architettonica che mira a rivalorizzare lo spa-
zio ecclesiale. Si cercher ora di illustrare meglio
questo pensiero, riassumendo gli elementi fin
qui raccolti e integrandoli con altre osservazioni.
Va inanzitutto notato come a SantAlessandro,
tanto dal punto di vista dellarchitetto, quanto da
quello del committente, lo spazio interno della
chiesa goda di una precedenza assoluta nei con-
fronti degli altri aspetti della macchina architet-
tonica. la parte della chiesa destinata ai fedeli
che viene completata prima di presbiterio e coro,
ed linterno della chiesa a essere completato
prima della facciata
62
. E ci che vale per lesecu-
zione, valeva gi per la progettazione. La pianta
del corpo centrale della chiesa definita fin dal-
linizio, mentre sulla forma di presbiterio e coro
e sulla facciata si continuer a discutere per molti
anni
63
. I n generale va osservato che nella prassi
progettuale di Lorenzo Binago c unassoluta
dominanza della rappresentazione planimetrica.
Egli disegna invece raramente alzati e facciate e
preferisce farli disegnare da altri, fra i quali
eccelle Francesco Maria Ricchini. Laspetto che
Binago ritiene pi importante la configurazio-
ne spaziale della costruzione, che meglio si espri-
me nella pianta.
La questione dello spazio si pone prima di
tutto in termini quantitativi. Ci che interessa
maggiormente allarchitetto la capienza della
pianta che egli propone. Cos, sulla pianta della
chiesa circolare per Genova, appone lannota-
zione capisce 615 persone
64
. Pi tardi, su una
pianta di SantAlessandro disegnata da Ricchini
(ill. 6), scrive: Capisce il quadro del corpo della
chiesa detratto li piloni quadretti 2701 senza le
capele minori [...] S. Sebastiano [...] quadretti
337 1/2 [...] S. Fedele quadretti 1768; la Madon-
na di Mondov [...] quadretti 840...
65
. I l criterio
di confronto fra SantAlessandro e le altre chie-
se la superficie interna e quindi la capienza. Le
modifiche della pianta di SantAlessandro nei
confronti di quella di Santa Maria di Carignano
miravano alla riduzione proporzionale degli ele-
menti portanti e, di conseguenza, allespansione
della superficie praticabile della chiesa.
224
campate della navata. A SantAlessandro il pul-
pito affiancato da due delle otto colonne libe-
re della crociera. Sinserisce cos nellintervallo
tra gli elementi articolanti ed da questi messo
in evidenza.
Dal punto di vista spaziale, ci si pu interro-
gare circa la posizione del pulpito in rapporto
allo spazio della chiesa. Nella maggior parte dei
casi, prima e dopo il concilio di Trento, il pulpi-
to si trova circa a met della lunghezza della
navata, a destra o a sinistra cos come succede
anche a San Fedele. I dealmente i fedeli, per
ascoltare la predica, si volgono di 90 gradi
rispetto allasse longitudinale della chiesa. I n
questo orientamento si manifesta il carattere
extraliturgico della predica, che normalmente
era staccata dalla celebrazione della messa
54
.
Anche in SantAlessandro, il pulpito collocato
circa a met della navata, ma questa met
costituita dalla crociera di un impianto centrale.
I n altre parole, il luogo della predica coincide
con il centro della chiesa. I noltre si nota che,
rispetto allasse longitudinale della chiesa, il pul-
pito girato non di 90, ma solo di 45 gradi. Di
conseguenza, lo sguardo verso il pulpito si con-
giunge pi facilmente con lo sguardo verso lal-
tar maggiore.
Carlo Borromeo nelle sue Instructiones fabri-
cae et suppellectilis dice: caveatur, ut cum ambo-
nes, tum suggestus in gremio ecclesiae [...] apte
collocati...
55
. Larcivescovo di Milano vuole il
pulpito nel grembo della chiesa , e con questa
metafora caratterizza non solo limportanza
centrale della predica nel quadro della Riforma
tridentina, ma anche la posizione centrale del
pulpito nelledificio ecclesiastico. La pianta di
SantAlessandro pu essere letta come interpre-
tazione spaziale di tale metafora. Nel duomo di
Milano lo stesso Borromeo aveva cercato di
concretizzare limmagine del gremium eccle-
siae. Dal 1580, infatti, su disegno di Pellegrino
Tibaldi, si erano installati due pulpiti sui piloni
posteriori della crociera della cattedrale gotica
(ill. 13)
56
. Con essi si era fissato il luogo della
predica sopra il parapetto che segna il limite del
presbi teri o. Nel l i ntenzi one del l arci vescovo
questa disposizione doveva permettere al sacer-
dote celebrante di predicare durante la messa
57
.
La pianta di SantAlessandro riprende per solo
in parte la disposizione realizzata nel duomo di
Milano. Come nella metropolitana, anche a
SantAlessandro il luogo della predica nella
crociera. A differenza della metropolitana, per,
qui il pulpito rimane distante dal presbiterio.
Come notato sopra, la collocazione del pulpi-
to nella crociera di SantAlessandro gi parte
integrante del primo progetto architettonico.
molto probabile che i barnabiti vi installassero un
pulpito provvisorio subito dopo lapertura della
chiesa nel 1630
58
. Quello attuale, intessuto di pie-





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Dalla ottimizzazione quantitativa si giunge
allelaborazione qualitativa dello spazio ecclesia-
le. I l primo passo la connotazione funzionale
per mezzo degli oggetti darredo liturgico
altari, confessionali, pulpito. Alle varie funzioni
duso sono assegnate delle apposite unit spazia-
li. La funzione caratterizza lo spazio; lo spazio
stabilisce il rapporto delle funzioni tra di loro.
Nasce cos uno spazio differenziato. Larticola-
zione architettonica collega e separa, distingue e
mette in relazione le unit spaziali e funzionali.
225
Tale articolazione definisce dei rapporti
gerarchici. Lo spazio di SantAlessandro orga-
nizzato secondo una doppia gerarchia, prospetti-
ca e centrale. Converge sul punto di fuga rappre-
sentato dallaltar maggiore e sul vano centrale.
La dominanza del centro si afferma per mezzo
di un elemento di architettura monumentale,
costituito dalle colonne libere che formano un
cerchio intorno al vano sotto la cupola. Le colon-
ne plasmano lo spazio della chiesa, lo enfatizzano,
lo fanno diventare uno spazio monumentale.
13. Milano, duomo, pulpiti e altare
maggiore (da Le Dme de Milan,
Milano 1881).





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La colonna anche lo strumento mediante il
quale si produce un effetto di dinamizzazione
dello spazio. Le due colonne scanalate, che fian-
cheggiano il portale principale e accompagnano
lingresso nella chiesa, poggiano, come tutto
lordine esteriore, direttamente sul suolo (ill.
15). Le otto colonne della crociera invece si reg-
gono, come tutti i membri dellordine interiore,
su alti piedistalli (ill. 7). Le colonne libere dei
due altari laterali, che fanno da fondale ai bracci
trasversali della croce greca, si ergono su un
doppio basamento e quindi si levano ancora pi
in alto (ill. 16)
66
. Dalle colonne della facciata ai
due ordini di colonne dellinterno, si crea allora
una sequenza prospettica che guida lo sguardo e
226
il movimento del visitatore e favorisce la perce-
zione dinamica dello spazio di SantAlessandro.
Una particolare attenzione verso il visitatore
risulta anche dai non pochi disegni planimetri-
ci nei quali si studia la visibilit dei punti pro-
minenti nella chiesa. I n un disegno per San
Paolo a Casale eseguito da Binago delle linee
visuali indicano la visibilit degli altari e del
pulpito (ill. 3)
67
. Allo stesso modo, nella pianta
di SantAlessandro disegnata da Ricchini risulta
evidenziata la visibilit degli altari, principale e
laterali (ill. 6)
68
. I n unaltra pianta della chiesa
milanese, autografa di Binago, le linee visuali
mirano invece al pulpito
69
. Qui si capisce quan-
to linteresse per la configurazione spaziale
equivalga a un interesse per lo spettatore, per la
persona che entra nella chiesa per ascoltare la
predica, per confessarsi e per partecipare alla
comunione, e, si pu aggiungere, per chi dal-
larchitettura si lascia impressionare fino al
punto da decidersi a contribuire economica-
mente al suo completamento.
Larchitettura di SantAlessandro favorisce
inoltre una teatralizzazione dello spazio ecclesia-
le tramite installazioni effimere. Tali apparati si
allestivano ogni anno per gli esercizi spirituali
dellultima settimana di carnevale
70
, ma anche in
occasioni particolari, come linaugurazione della
chiesa nel 1630, la visita del cardinale Trivulzio
nel 1631, o lingresso a Milano del nuovo arcive-
scovo Cesare Monti nel 1635
71
. Per quanto si pu
capire dalle descrizioni contemporanee, gli idea-
tori di questi apparati sapevano abilmente trarre
profitto dalle caratteristiche architettoniche della
chiesa. Per citare solo un esempio, nellapparato
del 1635, il numero dei piloni della crociera dava
occasione a un programma iconografico che
metteva in risalto le quattro dignit ecclesiastiche
del festeggiato, Cesare Monti: nunziatura,
patriarcato, cardinalato ed episcopato.
Molti degli elementi sin qui rilevati non si
notano a SantAlessandro per la prima volta. Gi
a San Fedele lattenzione dellarchitetto si con-
centrava sulla chiesa per i laici, che era la prima
parte costruita; gi a San Fedele troviamo sia
larticolazione monumentale dellinterno della
chiesa per mezzo di colonne libere, sia la con-
notazione funzionale tramite confessionali e
pulpito. Questi due ultimi elementi sono inte-
grati nello spessore del muro, che comprende
inoltre le cappelle, i corridoi che le collegano e
delle loggette per i padri o per musicisti. Al con-
trario di San Fedele, a SantAlessandro gli ele-
menti duso si dispiegano in uno spazio diffe-
renziato e articolato. I n altre parole, ci che a
San Fedele contenuto nel muro, a SantAles-
sandro si traduce nella terza dimensione. Dal-
linterpretazione tridimensionale delle esigenze
liturgiche e pastorali dei barnabiti nasce allora lo
spazio monumentale di SantAlessandro.
14. Milano, SantAlessandro in Zebedia,
confessionale intarsiato di pietre preziose
(Milano, Civico Archivio Fotografico).
15. Milano, SantAlessandro in Zebedia,
facciata, particolare.





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zione del sito? Oppure semplicemente riteneva-
no meno vincolanti le osservazioni borromaiche
sulla pianta della chiesa?
Per quanto riguarda la forma del confessio-
nale, i verbali delle visite canoniche non lascia-
no dubbio sul rispetto delle I nstructiones. A
Cremona nel 1591 si richiede: Si faccia fare
un altro confessionale, il quale sia secondo che
si prescrive nella fabrica ecclesiastica
76
. Anco-
ra nel 1611, a San Paolo di Bologna si ordina:
Li confessionali si facciano senza intagli o
altre manifature [...] et per confessar da una
parte sola
77
. A SantAlessandro, invece, le nic-
chie sono predisposte per confessionali tripar-
titi e la loro distribuzione nella chiesa esclude
che tutti i penitenti si confessino rivolti verso
l al tare. Sembra qui che l osservazi one del
modello tibaldiano in San Fedele prevalga sul-
l osservazi one del l e I nstructiones. I l ri spetto
della simmetria guida non solo larchitetto
laico Pellegrino Tibaldi, ma anche larchitetto
sacerdote Lorenzo Binago.
Quanto alla collocazione del pulpito nella
crociera di SantAlessandro, difficile non pen-
sare che sia ispirata allimmagine del gremium
ecclesiae. Ma la traduzione, peraltro congenia-
le, della metafora borromaica si isola, almeno in
parte, dalle sue implicazioni liturgiche. Manca
in SantAlessandro la vicinanza del pulpito allal-
tare, richiesta da Carlo Borromeo per favorire
lintegrazione della predica nella messa.
Pare evidente che non tutte le disposizioni
borromaiche venivano applicate con lo stesso
rigore. Dove le regole non erano ritenute
importanti come la posizione del penitente
rispetto allaltar maggiore , o dove non corri-
spondevano alle abitudini come la predica
durante la messa , venivano abbandonate senza
troppi scrupoli. Sembra inoltre che la forza per-
suasiva di modelli gi eseguiti abbia prevalso su
quanto richiedevano le norme fissate per iscrit-
to , come nel caso dei confessionali tibaldiani.
E dove erano messe in questione le regole della
simmetria, anche larchitetto barnabita Lorenzo
Binago si comport pi da bramantista che
non da borromeista.
Nonostante queste riserve, larchitettura di
Lorenzo Binago in genere e quella di SantA-
l essandro i n parti col are devono mol to al l e
Instructiones, non tanto come raccolta di norme,
quanto come fonte dispirazione per uninte-
grazione di esigenze liturgiche nel lavoro pro-
gettuale. Viceversa le Instructiones, in quanto
stimolo per una rielaborazione delledificio
ecclesiastico secondo aspetti duso, raggiungo-
no nella chiesa di SantAlessandro uno dei loro
pi originali esiti creativi. I n questa chiesa, la
riflessione liturgica si traduce in una ricerca
spaziale che prepara il transito verso una nuova
stagione architettonica.
227
Regola e arte
Restano da considerare ancora due aspetti, il
ruolo delle Instructiones e il ruolo dellarchitetto.
Come si gi detto, i barnabiti erano stretta-
mente legati alla figura di Carlo Borromeo. Da
loro ci si pu aspettare che seguissero scrupolo-
samente linsegnamento borromaico e anche le
Instructiones fabricae. Ed infatti, gi nelle costitu-
zioni barnabitiche, nel capitolo De ecclesiis et
ecclesiastica suppellectili, si trova un riferimen-
to alquanto preciso alle Instructiones
72
. Anche
negli ordini impartiti ai vari collegi in occasione
delle visite canoniche si ricorreva spesso ai pre-
cetti di Carlo Borromeo. I n una visita alla vec-
chia chiesa di SantAlessandro, per esempio, nel
1592 si consiglia: I l battisterio tutto si raccom-
modi secondo listruttione della fabrica ecclesia-
stica
73
. A Cremona nel 1594 si ribadisce: Nel
accommodare la chiesa shabbia locchio di non
far cosa alcuna, che sia contra le regole della
fabrica ecclesiastica
74
.
Nel contesto di una cos assidua osservanza
sorprende il fatto che, apparentemente, in molte
scelte non solo architettoniche, ma anche di
arredo liturgico i barnabiti non si sentissero vin-
colati dalle regole borromaiche. La predilezione
per la pianta centrale non facilmente concilia-
bile con la preferenza di Carlo Borromeo per la
crux oblonga
75
. Equivaleva, ai loro occhi, la
pianta di SantAlessandro a una crux oblonga,
visto che aveva lasse longitudinale dominante?
O giustificavano la scelta di tale pianta come
eccezione alla regola, motivata dalla configura-
16. Milano, SantAlessandro in Zebedia,
altare di San Giuseppe (Milano, Civico
Archivio Fotografico).





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228
Le considerazioni qui pubblicate sono
state presentate nelle giornate di studio
dedicate a Larchitettura dopo il concilio
di Trento presso lI stituto Universitario
di Architettura di Venezia, 14-15 dicem-
bre 2000, su invito di Richard Schofield.
Ringrazio padre Giuseppe M. Cagni,
padre Stefano Gorla e Eugenio Merza-
gora che mi hanno gentilmente messo a
disposizione gli archivi storici dei barna-
biti. Per la redazione del testo in italiano
mi stato prezioso laiuto di Maura
Rosati.
1. Per la storia architettonica di SantA-
lessandro si vedano sopratutto C. Baroni,
Documenti per la storia dellarchitettura a
Milano nel rinascimento e nel barocco, I ,
Milano 1940, pp. 3-34; R. Wittkower,
Arte e architettura in I talia 1600-1750
[Harmondsworth 1958], Torino 1993,
pp. 98-99; G. Mezzanotte, Il collegio e la
chiesa di S. Alessandro, in Archivio stori-
co lombardo , LXXXI I I , 1960, pp. 496-
534; I d., Gli architetti Lorenzo Binago e
Giovanni Ambrogio Mazenta, in Larte ,
LX, 1961, pp. 231-294, in particolare pp.
239 ss. e 253 ss.; S. Kummer, Mailnder
Kirchenbauten des Francesco Maria Ricchi-
ni, Diss., Wrzburg 1974, I , pp. 14 e
230-234, I I , K 29-K 38; N. Gauk-Roger,
The Architecture of the Barnabite Order
1545-1659 with Special Reference to Loren-
zo Binago and Giovanni Mazenta, Ph.D.
Di ss., Cambri dge Uni versi ty, s. d.
[1977], pp. 47-50; C. Gromo Crespi,
Chiesa di S. Alessandro, in Milano ritrova-
ta. Lasse di Via Torino, catalogo della
mostra, a cura di M.L. Gatti Perer, Mila-
no 1986, pp. 286-292; F. Repishti, La
chiesa di SantAlessandro a Milano, in Il
giovane Borromini. Dagli esordi a San
Carlo alle Quattro Fontane, catalogo della
mostra (Lugano, Museo cantonale dAr-
te, settembre-novembre 1999), a cura di
M. Kahn-Rossi, M. Franciolli, Milano
1999, pp. 135-137; A. Spiriti, SantAles-
sandro in Zebedia a Milano, Milano 1999,
18-29; J. Stabenow, SantAlessandro in
Zebedia: la chiesa e i disegni, in Arte lom-
barda , 134, 2002, pp. 26-36.
2. La posizione della chiesa rispetto
allarchitettura ecclesiale del primo Sei-
cento messa a fuoco da S. Kummer,
Mailnder Vorstufen von Borrominis S.
Carlo alle Quattro Fontane in Rom, in
Mnchner Jahrbuch der bi l denden
Kunst , XXVI I I , 1977, pp. 153-190, in
particolare pp. 162-166.
3. Per linfluenza dellattivit borromaica
sullarchitettura il contributo fondativo
A. Scotti, Architettura e riforma cattolica
nella Milano di Carlo Borromeo, in Lar-
te , n.s., V, 1972, pp. 54-90. Una precisa
messa a punto dello stato attuale della
ricerca offre S. Della Torre, Riferimenti
classicisti nellarchitettura sacra post-triden-
tina, in I tempi del concilio. Religione, cultu-
ra e societ nellEuropa tridentina, atti del
convegno (Trento, 1994), a cura di C.
Mozzarelli, D. Zardin, Roma 1997, pp.
409-423.
4. Un interesse analogo perseguono C.-
A. I sermeyer, Le chiese del Palladio in rap-
porto al culto, in Bollettino del Centro
I nternazionale di Studi di Architettura
Andrea Palladio , X, 1968, pp. 42-58;
J.S. Ackerman, Il contributo dellAlessi alla
tipologia della chiesa longitudinale, i n
Galeazzo Alessi e larchitettura del cinque-
cento, atti del convegno internazionale di
studi (Genova, 16-20 aprile 1974), a cura
di W. Lotz, Genova 1975, pp. 461-466; J.
S. Ackerman, Observations on Renaissance
Church Planning in Venice and Florence,
1470-1570, in Florence and Venice. Compa-
risons and Relations, atti di due convegni
(Firenze, 1976 e 1977), I I , Firenze 1980,
pp. 287-307. Per unanalisi dei rapporti
tra questioni duso e tipologia in un edi-
ficio specifico cfr. D. Moore, Pellegrino
Tibaldis Church of S. Fedele in Milan: The
Jesuits, Carlo Borromeo and religious archi-
tecture in the late sixteenth century, Ph. D.
Diss., Ann Arbor 1989, pp. 296-330; S.
Del l a Torre, R. Schofi el d, Pellegrino
Tibaldi architetto e il S. Fedele di Milano.
Invenzione e costruzione di una chiesa esem-
plare, Como 1994, pp. 303-320.
5. Sullordine barnabitico si vedano O.
M. Premoli, Storia dei Barnabiti nel Cin-
quecento, Roma 1913; I d., Storia dei Bar-
nabiti nel Seicento, Roma 1920; A.M.
Erba, Chierici Regolari di S. Paolo, in
Dizionario degli Istituti di Perfezione, I I ,
Roma 1975, coll. 945-974; R.L. De
Molen, The First Centenary of the Barna-
bites (1533-1633), in Religious Orders of
the Catholic Reformation. Essays in Honour
of John C. Olin on his 75th Birthday, a cura
di R.L. De Molen, New York 1994, pp.
59-96.
6. Per i rapporti tra lordine e larcive-
scovo, oltre agli autori citati alla nota 4,
cfr. G.M. Bassotti, San Carlo e i Barnabi-
ti. Lettera ai confratelli, Roma 1984.
7. Sulla partecipazione dellarcivescovo
alla redazione delle costituzioni cfr. G.
M. Cagni, I ntroduzione a Le costituzioni
dei Barnabiti, Firenze 1976, pp. (5)-(50),
in particolare pp. (41)-(49).
8. Premoli, Storia dei Barnabiti nel Seicen-
to, cit. [cfr. nota 5], p. 55.
9. ... Romae etiam hodie dicamur Borro-
maeisti . Fundatorum ac benefactorum
Collegii SS. Pauli et Barnabae Mediolani
series ad an. 1636, in Roma, Archivio
Storico dei Barnabiti (dora in poi ASBR),
Acta triennalia collegiorum, 1, pp. 81r-89v,
in particolare p. 86v; indicato sommaria-
mente in Gauk-Roger, The architecture...,
cit. [cfr. nota 1], p. 20. Per un altro
soprannome, quello di preti di S. Carlo,
si vedano invece Erba, Chierici Regolari di
S. Paolo, cit. [cfr. nota 5], col. 951; Cagni,
Introduzione, cit. [cfr. nota 7], p. 41.
10. Su San Barnaba cfr. in particolare N.
A. Houghton Brown, The Milanese
Architecture of Galeazzo Alessi, New
York-London 1982, I , pp. 101-119, 127-
144 e 260-311.
11. Sulla chiesa pavese cfr. F. Fagnani, S.
Maria di Canepanova. Guida e profilo stori-
co, Pavia 1961. Lattribuzione a Braman-
te mantenuta da B. Adorni, Alessio Tra-
mello, Milano 1998, pp. 10, 12, 20, n. 4, e
133. Per unattribuzione ad Amadeo
invece propende L. Patetta in Bramante e
la sua cerchia a Milano e in Lombardia
1480-1500, catalogo della mostra, a cura
di L. Patetta, Milano 2001, p. 188.
12. Premoli, Storia dei Barnabiti nel Cin-
quecento, cit. [cfr. nota 5], pp. 191-192.
13. Sulla chiesa barnabitica di San Paolo
in Casale cfr. Mezzanotte, Gli architetti...,
cit. [cfr. nota 1], pp. 237-238 e 251-252;
L. Cogliati Arano, Un disegno del Pellegri-
no. Primo studio per la chiesa di San Paolo in
Casale realizzata dal Binago, in Quarto
congresso di antichit e darte (Casale Mon-
ferrato, 20-24 aprile 1969), Casale Mon-
ferrato 1974, pp. 359-371; Gauk-Roger,
The architecture..., cit. [cfr. nota 1], pp.
39-40.
14. Sulla chiesa piemontese cfr. M. Mor-
resi, Bramante, Enrico Bruni e la parroc-
chiale di Roccaverano, in M. Tafuri (a cura
di), La piazza, la chiesa, il parco. Saggi di
storia dellarchitettura (XV-XIX secolo),
Milano 1991, pp. 96-165; sul rapporto
con la chiesa dei Santi Giuliano e Celso,
ivi, pp. 117-126.
15. Milano, Archivio Storico dei Barna-
biti (dora in poi ASBM), B VI I , fasc. 1,
n. 12. Chi scrive ha in preparazione uno
studio sul gruppo di disegni a cui appar-
tiene questo foglio.
16. Sulla funzione del consiliarius aedili-
cius nellordine gesuitico si vedano S.
Benedetti, Tipologia ragionevolezza e pau-
perismo nel modo nostro dellarchitettura
gesuitica, in I d., Fuori dal Classicismo. Sin-
tetismo, Tipologia, Ragione nellarchitettura
del Cinquecento, Roma 1984, pp. 67-107,
in particolare p. 77; I . Balestreri, Larchi-
tettura negli scritti della Compagnia di
Ges, in Larchitettura della Compagnia di
Ges in Italia. XVI-XVIII sec., catalogo
della mostra (Milano, Centro Culturale
San Fedele), Brescia 1990, pp. 19-26, in
particolare p. 22.
17. Cfr. F. Repishti, Lorenzo Binago archi-
tetto e la Formula del offitio del Prefetto
delle fabriche apresso delli Chierici Regolari
della congregatione di S. Paolo, in Barna-
biti studi , 11, 1994, pp. 75-118, in par-
ticolare p. 90; I d., Note dArchivio su padre
Lorenzo Binago prefetto alle fabbriche
(1554-1629), in Arte Lombarda , 113-
115, 1995, pp. 163-169.
18. ASBR, G 3, p. 382.
19. Sulla chiesa genovese cfr. in partico-
lare C. Thoenes, S. Maria di Carignano e
la tradizione della chiesa centrale a cinque
cupole, in Galeazzo Alessi..., cit. [cfr. nota
4], pp. 319-325; nello stesso volume vedi
anche E. De Negri, Considerazioni sullA-
lessi a Genova, pp. 289-297.
20. Tori no, Bi bl i oteca Real e, Codice
Saluzziano 148, ff. 12r e 12v. Cfr. France-
sco di Giorgio Martini, Trattati di archi-
tettura, ingegneria e arte militare, a cura di
C. Maltese, Milano 1967, tavv. 19 e 20.
21. Firenze, Galleria degli Uffizi, Gabi-
netto Disegni e Stampe, 20 A e 7495 A.
Cfr. le schede di Ch.L. Frommel, in
Rinascimento da Brunelleschi a Michelange-
lo. La rappresentazione dellarchitettura,
catalogo della mostra (Venezia, 1994), a
cura di H.A. Millon e V. M. Lampugna-
ni, Milano 1994, cat. nn. 283 e 288, pp.
603-606.
22. London, Vi ctori a and Al bert
Museum, Collection of Prints, Drawings
and Paintings, nn. 613 e 614; Milano,
Bibliotheca Ambrosiana, Cod. F 251 I nf.,
nn. 56, 57 e 58. Cfr. C. Loi, Disegni per
Milano al Victoria & Albert Museum di
Londra, in I l disegno di architettura ,
13, aprile 1996, pp. 31-38. Per attribu-
zione e datazione si veda il recente con-
tributo di A. Scotti, La chiesa di San
Lorenzo a Milano, in Il giovane Borromi-
ni..., cit. [cfr. nota 1], pp.129-135, in par-
ticolare cat. nn. 76 e 77, pp. 133-134.
23. Wien, Graphische Sammlung Alberti-
na, AZ I talien, n. 1279r e v. Attribuzione
e identificazione sono di K. Noehles, La
chiesa dei SS. Luca e Martina nellopera di
Pietro da Cortona, Roma 1969, pp. 43-45 e
ill. 37 e 38; vedi anche Kummer, Mailn-
der Vorstufen..., cit. [cfr. nota 2], p. 165.
24. Su San Fedele cfr. Moore, Pellegrino
Tibaldis Church..., cit. [cfr. nota 4]; Della
Torre, Schofield, Pellegrino Tibaldi archi-
tetto..., cit. [cfr. nota 4].
25. Luso dei piedistalli in SantAlessan-
dro va visto sullo sfondo della discussione
intorno alla facciata del duomo di Mila-
no, dove nel 1609 furono scelte colonne
senza piedistalli. Cfr. R. Schofield, Il
dibattito sulla facciata, in Il giovane Borro-
mini..., cit. [cfr. nota 1], pp. 107-110.
26. ASBM, A V, fasc. 5, n. 7, ff. 6, 10-14 e
48; Repishti, Lorenzo Binago..., cit. [cfr.
nota 17], pp. 75-118, in particolare pp. 98,
99-100 e 116. Cfr. anche ivi, pp. 93 e 95.
27. Mi l ano, Archi vi o Stori co Ci vi co
(dora in poi ASCM), Raccolta Bianconi,
VI I , f. 2.
28. Della Torre, Schofield, Pellegrino
Tibaldi architetto..., cit. [cfr. nota 4], pp.
129-135 e 294-298.
29. A. Rovetta, Due chiese a pianta centra-
le nella Milano borromaica: S. Sebastiano e
S. Alessandro, in Larchitettura a Roma e in
I talia (1580-1621), atti del XXI I I con-
gresso di Storia dellArchitettura (Roma,
24-26 marzo 1988), a cura di G. Spagne-
si, Roma 1989, I I , pp. 217-221.
30. D. Supensi, La penna interprete del
pennello, Milano 1706, p. 2.
31. A 7 8bre [1613] questo giorno in
Roma fu donato al P[ad]re Don Tobia
Corona allhora Vicario di San Paolo in
Piaza Colonna quasi tutto il Corpo di S.
Alessandro Martire [...] ad effetto di tra-
smetterlo a questa Chiesa di SantAles-
sandro come segui... . Luigi M. Cernu-
schi, Cronaca di S. Alessandro, 1584-
1632, ASBM, E I , fasc. 2, n. 2, p. 39.
Cfr. anche Milano, Archivio di SantA-
lessandro (dora in poi ASAM), Acta
Collegii S. Alexandri Mediolani, 1595-
1629, p. 150.
32. Premoli, Storia dei Barnabiti nel Cin-
quecento, cit. [cfr. nota 5], p. 385.
33. Per una lettura contemporanea come
chiesa di tre Navi , cfr. C. Torre, Il
ritratto di Milano, Milano 1674, p. 176.
34. Carlo Borromeo, Instructiones fabricae
et supellectilis ecclesiasticae, in P. Barocchi
(a cura di), Trattati dArte del Cinquecento
fra Manierismo e Controriforma, I I I , Bari
1962, pp. 1-113, in particolare p. 22. Cfr.
anche S. Mayer-Himmelheber, Bischfli-
che Kunstpolitik nach dem Tridentinum.
Der Secunda-Roma-Anspruch Carlo Borro-
meos und die mailndischen Verordnungen





14|2002 Annali di architettura
Rivista del Centro internazionale di Studi di Architettura Andrea Palladio di Vicenza www.cisapalladio.org
229
zu Bau und Ausstattung von Kirchen, Diss.,
Mnchen 1984, pp. 111-119.
35. Cfr. Annali della fabbrica del Duomo di
Milano, I V [1551-1600], Milano 1881,
pp. 178-179 e 309. Per la riorganizzazio-
ne della zona presbiteriale si vedano
inoltre A. Scotti, Larchitettura religiosa di
Pellegrino Tibaldi, in Bollettino del Cen-
tro I nternazionale di Storia dellArchi-
tettura Andrea Palladio , XI X, 1977, pp.
221-250, in particolare pp. 223-229, e la
recente precisazione interpretativa in A.
Scotti, Un disegno di architettura militare
di Pellegrino Pellegrini e qualche riflessione
a margine di alcuni fogli, in Studia Bor-
romaica , XI , 1997, pp. 109-130, in par-
ticolare pp. 119-126.
36. ASBM, G I I , fasc. 1, n. 48, 23 set-
tembre 1585.
37. 26 Marzo [1603] LI ll.ma Sig.ra
Donna Margarita Contessa Triulza don
alla nostra chiesa di S. Alessandro un
tabernacolo dargento, indorato in alcuni
luoghi, e nel quale sono molte belle figu-
re di rilevo, et anco molte gioie... .
ASAM, Acta Collegii S. Alexandri Medio-
lani, 1595-1629, p. 66. Cfr. anche Acta
Capituli et De Benefactoribus Collegii S.
Alexandri M., 1588-1659, pp. 18-19.
38. I n un documento del 7 gennaio 1659
si prevede la variazione di un accordo,
riguardo alla donazione di un tabernaco-
lo, concluso il 30 maggio dellanno prece-
dente. ASBM, B I I , fasc. 1, n. 2. Cfr. anche
ASAM, Acta capitulorum Collegii S. Alexan-
dri Mediolani, 1590-1673, 7 gennaio 1659.
39. ASAM, Acta Capitulorum Collegii S.
Alexandri Mediolani, 1590-1673, 28
novembre 1662. Deliberazione capitola-
re pubblicata in Baroni, Documenti..., cit.
[cfr. nota 1], p. 32.
40. ASBM, B I I , fasc. 1, n. 2, documento
del 25 maggio 1660.
41. Cfr. Mezzanotte, Il collegio..., cit. [cfr.
nota 1], p. 504; Spiriti, SantAlessandro in
Zebedia..., cit. [cfr. nota 1], p. 57.
42. ASCM, Raccolta Bianconi, VI I , f. 6 e 7.
43. ASCM, Raccolta Bianconi, VI I , f. 5.
44. Le costituzioni dei Barnabiti, cit. [cfr.
nota 7], p. 119-120.
45. Si vedano per esempio ASBM, G I I I ,
fasc. 2, n. 24, San Paolo a Casale, 19
novembre 1601, e n. 25, SantAlessandro
a Milano, 22 dicembre 1601.
46. Su quanto segue, cfr. W. De Boer,
Ad audendi non videndi commoditatem.
Note sullintroduzione del confessionale
soprattutto in Italia, in Quaderni storici ,
XXVI , 1991, pp. 543-572.
47. Acta Ecclesiae Mediolanensis, Milano
1599, p. 11. Cfr. De Boer, p. 547.
48. Borromeo, Instructiones..., cit. [cfr.
nota 34], pp. 63-68. Cfr. anche Mayer-
Himmelheber, Bischfliche Kunstpolitik...,
cit. [cfr. nota 34], pp. 152-154; De Boer,
Ad audiendi non videndi commoditatem ...,
cit. [cfr. nota 46], pp. 545-546.
49. Della Torre, Schofield, Pellegrino
Tibaldi architetto..., cit. [cfr. nota 4], pp.
234-235.
50. F. Rurale, I Gesuiti a Milano. Religione
e politica nel secondo Cinquecento, Roma
1992, p. 275, n. 152; Della Torre, Scho-
field, Pellegrino Tibaldi architetto..., cit.
[cfr. nota 4], p. 235.
51. Gli atti triennali di SantAlessandro
documentano la graduale esecuzione dei
confessionali. ASBM, E I , fasc. 2, n.1,
1635-1638, 1638-1641, 1644-1647 e
1647-1650.
52. ASAM, Acta Capitulorum Collegii S.
Alexandri Mediolani, 1590-1673, 18
marzo 1661; ASBM, E I , fasc. 2, n. 1,
1659-1662.
53. Ad eccezione di ASCM, Raccolta
Bianconi, VI I , f. 4 (ill. 6).
54. J.A. Jungmann, Missarum Sollemnia.
Eine genetische Erklrung der rmischen
Messe, I I I ed., I , Wien 1952, pp. 196 e
588. Per la predicazione extra missam
degli ordini mendicanti cfr. E. Cattaneo,
Arte e liturgia dalle origini al Vaticano II,
Milano 1982, p. 132. Si vedano inoltre le
voci di I .W. Frank, Predigt VI. Mittelalter,
in Theologische Realenzyklopdie, XXVI I ,
Berlin 1997, pp. 248-262, in particolare
pp. 250-251, e di G. Bitter, Predigt VII.
Katholische Predigt der Neuzeit, ivi, pp.
262-296, in particolare p. 271.
55. I l l ud deni que caveatur, ut cum
ambones, tum suggestus in gremio eccle-
siae, loco conspicuo, unde vel conciona-
tor vel lector ab omnibus et conspici et
audiri possit, apte collocati, ab altari
maiori, ut pro ecclesiae ratione fieri
decore potest, non longe admodum sint:
quo sacerdoti, ut decretum est, intra
Missarum solemnia concionanti, com-
modiori usui esse queant . Borromeo,
Instructiones..., cit. [cfr. nota 34], p. 63.
Cfr. anche Mayer-Himmelheber, Bisch-
fliche Kunstpolitik..., cit. [cfr. nota 34], pp.
144-146.
56. Sui pulpiti nel duomo di Milano si
veda la scheda di A.P. Valerio in Il Seicen-
to lombardo. Dipinti e sculture, Milano
1973, cat. nn. 5 e 6, pp. 16-17.
57. Vedi sopra alla nota 55.
58. Prima della festa dinaugurazione il
capitolo delibera di aprire la scala, finora
bloccata, che d accesso al pulpito:
ASAM, Acta Capitulorum S. Alexandri
Mediolani, 1590-1673, 8 febbraio 1630.
Una cronica del tardo Seicento nomina
un pulpito in SantAlessandro in occasio-
ne della festa dinaugurazione: Luigi M.
Cernuschi, Cronaca di S. Alessandro in
Milano, 1584-1632, ASBM, E I , fasc. 2, n.
2, p. 65. Anche il verbale della visita cano-
nica del 18 marzo 1631 parla di un pulpi-
to in chiesa: ASBM, G VI I , fasc. 2, n. 10.
59. ASAM, Acta Capituli et De Benefacto-
ribus Collegii S. Alexandri M., 1588-1659,
p. 562. Cfr. anche ASBM, E I , fasc. 2, n.
1, 1665-1667.
60. Torre, I l ritratto..., cit. [cfr. nota 33],
p. 146.
61. Alla morte di padre Modrone, nel
1693, gli atti della casa commemorano il
suo triplice contributo allarredo della
chiesa. ASAM, Acta Collegii S. Alexandri
Mediolani, 1666-1715, p. 283.
62. Nel 1653 si comincia la costruzione di
presbiterio e coro, nel 1709 del piano
superiore della facciata. Cfr. Mezzanotte,
Il collegio..., cit. [cfr. nota 1], pp. 502 e 504.
63. Cfr. Stabenow, SantAlessandro in
Zebedia..., cit. [cfr. nota 1] pp. 34-35.
64. Vedi sopra alla nota 15.
65. ASCM, Raccolta Bianconi, VI I , f. 4.
Cfr. Repishti, La chiesa..., cit. [cfr. nota
1], cat. n. 83, p. 137.
66. I l disegno per i due altari fu stabili-
to nel 1613, lautore Lorenzo Binago.
ASAM, Acta Capitulorum S. Alexandri
Mediolani, 1590-1673, 8 novembre
1613. Deliberazione capitolare pubbli-
cata in Baroni, Documenti..., cit. [cfr.
nota 1], p. 15.
67. ASBM, Cartella grande I , mazzo 1,
fasc. 3, n. 3.
68. Vedi sopra alla nota 65.
69. ASBM, Cartella grande I , mazzo 1,
fasc. 3, n. 1. Cfr. Repishti, La chiesa..., cit.
[cfr. nota 1], pp. 136-137, cat. n. 80.
70. Sul carneval e sacral i zzato di
SantAlessandro si veda A. Cascetta, La
spiritual tragedia e l azione devota . Gli
ambienti e le forme, in A. Cascetta, R.
Carpani (a cura di), La scena della gloria.
Drammaturgia e spettacolo a Milano in et
spagnola, Milano 1995, pp. 115-218, in
particolare pp. 160-169. Nello stesso
volume cfr. anche C. Bernardi, Il tempo
profano: l Annual Ricreatione . Il carneva-
le ambrosiano nel Seicento, pp. 545-583, in
particolare pp. 552-556.
71. Per le installazioni del 1630 e del 1631
cfr. ASBM, B I I , fasc. 2, n. 2, pp. 62 ss. e
76. Per lapparato del 1635 si veda C.
Cavalca, Festeggiamenti per larcivescovo. Il
Theatrum temporaneum aeternitati di
SantAlessandro per Cesare Monti, in
Cascetta, Carpani (a cura di), La scena della
gloria..., cit. [cfr. nota 70], pp. 717-729.
72. Et serventur praeterea regulae et
instructiones quae in hoc genere ad
fabri cae et supel l ecti l i s eccl esi asti cae
usum probatae habentur . Le costituzioni
dei Barnabiti, cit. [cfr. nota 7], p. 108.
73. ASBM, G I I , fasc. 3, n. 49, 28 luglio
1592.
74. I vi, fasc. 4, n. 3, 18 febbraio 1594.
75. Ea i gi tur, quae cruci s obl ongae
si mi l i tudi nem prae se fert, aedi fi cati o,
ubi potest, i n omni eccl esi a, vel cathe-
dral i , vel col l egi ata, vel parochi al i ,
quae extruenda est, servetur . Borro-
meo, I nstructiones..., ci t. [cfr. nota 34],
p. 10. Cfr. Mayer-Hi mmel heber,
Bischfliche Kunstpolitik, ci t. [cfr. nota
34], p. 95-96.
76. ASBM, G I I , fasc. 3, n. 41, 2 novem-
bre 1591.
77. ASBM, G I I I , fasc. 3, n. 110, 2 otto-
bre 1611.





14|2002 Annali di architettura
Rivista del Centro internazionale di Studi di Architettura Andrea Palladio di Vicenza www.cisapalladio.org





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