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Progressive rock italiano

Introduzione alla 1^ edizione

Questo lavoro vuole essere solo una racolta di materiale dedicato ad un genere musicale considerato ormai del passato ma che coinvolge ancora oggi numerosi fans. Anche se il fenomeno legato ad un preciso periodo che si posiziona soprattutto attorno agli anni '70, non mancano nuovi dischi in linea con il Progressive Rock o "Rock sinfonico" come dovrebbe essere pi correttamente chiamato, in Italia, il genere musicale. La maggior parte dei commenti ai vari album deriva dall'ottimo lavoro pubblicato sul sito "Manlio Progressive Reviews" Altri articoli invece derivano dalla rivista Ciao 2001 con i commenti soprattutto di Enzo Caffarelli. Altri ancora da:"Pagine Settanta" e molte altre. In rari casi ho inserito note personali per quei dischi che non ho trovato recensito da nessuna altra parte.

Sito internet dedicato al progressive rock in genere http://www.split.it/users/aboz/engine/artista.asp Sito internet dedicato al progressive rock soprattutto italiano http://it.geocities.com/manlioprog/index2.html Notevole la quantit di notizie dedicate al Rock Progessive italiano. I commenti in questo caso sono di Sergio Caffarelli http://digilander.libero.it/ciao.2001/

Sito internet dedicato al progressive rock italiano. Peccato che sia in lingua inglese!!! http://www.italianprog.com/

Sommario
Artista ACQUA FRAGILE AKTUALA Alan Sorrenti Alan Sorrenti ALBERTO RADIUS ALBERTO RADIUS ALLUMINOGENI APOSTHOLI APOSTHOLI AREA AREA AREA AREA AREA ARTI+MESTIERI ARTI+MESTIERI ARTI+MESTIERI BALLETTO DI BRONZO BALLETTO DI BRONZO BALLETTO DI BRONZO BANCO DEL MUTUO SOCCORSO BANCO DEL MUTUO SOCCORSO BANCO DEL MUTUO SOCCORSO BANCO DEL MUTUO SOCCORSO BANCO DEL MUTUO SOCCORSO BANCO DEL MUTUO SOCCORSO BANCO DEL MUTUO SOCCORSO BANCO DEL MUTUO SOCCORSO BANCO DEL MUTUO SOCCORSO BANCO DEL MUTUO SOCCORSO BIGLIETTO PER L'INFERNO BIGLIETTO PER L'INFERNO BLUE MORNING Campo di Marte CELESTE CERVELLO Cherry five CITTA' FRONTALE Claudio Lolli Claudio Rocchi Claudio Rocchi CLAUDIO SIMONETTI Corte dei Miracoli Titolo Acqua Fragile AKTUALA Aria Come un Vecchio Incensiere all' Alba di un Villaggio Deserto Carta Straccia America Good-Bye Scolopendra Un'isola senza sole Ho smesso di vivere Arbeit Macht Frei Crac! Maledetti Gli Dei Se Ne Vanno, Gli Arrabbiati Restano! Gioia e Rivoluzione TILT - Immagini per un orecchio Giro di valzer per domani Quinto Stato Trys Sirio 2222 YS Darwin! Banco del Mutuo Soccorso Io sono nato libero Come in un'ultima cena Garofano rosso ...di terra Canto di primavera Da qui messere si domina la valle...B.M.S. (91) Da qui messere si domina la valle...Darwin Nudo Il tempo della semina Biglietto per l'inferno BLUE MORNING Campo di Marte CELESTE Melos Cherry five El Tor Aspettando Godot Volo magico n. 1 La norma del cielo (volo magico n. 2) Profondo rosso - XXV anniversario Corte dei Miracoli 2 anno 1973 1973 1972 1973 1977 1979 1972 1972 1979 1973 1975 1976 1978 1996 1974 1975 1979 1970 1972 1972 19721973 1976 1976 1978 1979 1991 1991 1997 1972 1973 1973 1976 1973 1975 1972 1971 1972 2000 1976

DE DE LIND DEDALUS DELIRIUM DELIRIUM DUELLO MADRE ERRATA CORRIGE FESTA MOBILE FLEA FRANCHI GIORGETTI TALAMO Franco Battiato Franco Battiato Franco Battiato Franco Battiato GARYBALDI GARYBALDI I GIGANTI I TEOREMI IL VOLO IL VOLO JUMBO JUMBO L' UOVO DI COLOMBO LATTE E MIELE LE ORME LE ORME LE ORME LE ORME LE ORME LE ORME LIVING MUSIC LOCANDA DELLE FATE LOCANDA DELLE FATE LOY & ALTOMARE MARIO BARBAJA MARIO LAVEZZI MAURO PELOSI MAXOPHONE METAMORFOSI METAMORFOSI MUSEO ROSENBACH MUSEO ROSENBACH NEW TROLLS NEW TROLLS NEW TROLLS NEW TROLLS NICO, GIANNI, FRANK, MAURIZIO OSAGE TRIBE OSANNA

Io non so da dove vengo e non so dove mai andr. Uomo il nome che mi han dato DEDALUS Dolce acqua Lo scemo e il villaggio DUELLO MADRE Siegfried, il Drago e Altre Storie Diario Di Viaggio Della Festa Mobile Topi o uomini Il vento ha cantato per ore tra i rami dei versi d'amore. Pollution Fetus Sulle Corde Di Aries "Clic" Nuda Astrolabio Terra in bocca I teoremi Il Volo Essere o non essere? Essere, Essere, Essere! DNA Vietato ai minori di 18 anni? l' uOvo di cOlombo Passio Secundum Mattheum Collage Uomo di pezza Felona e Sorona Contrappunti Smogmagica Elementi To Allen Ginsberg Homo homini lupus Forse le lucciole non si amano pi Portobello Megh iaia (76) Al mercato degli uomini piccoli Maxophone ...E fu il sesto giorno - Vedette Inferno Zarathustra Rare and Unreleased Concerto Grosso n1 UT New Trolls Atomic System Concerto grosso n2 Canti d'innocenza, canti d'esperienza Arrow Head L'uomo 3

1973 1973 1971 1972 1973 1976 1973 1972 1973 1972 1972 1973 1974 1972 1973 1971 1972 1974 1975 1972 1973 1973 1972 1971 1972 1973 1974 1975 2001 1972 1977 1973 1972 1976 1973 1975 1972 1972 1973 1992 1971 1972 1973 1976 1973 1972 1971

OSANNA OSANNA PANNA FREDDA PERIGEO PERIGEO PIERROT LUNAIRE PIERROT LUNAIRE Premiata Forneria Marconi Premiata Forneria Marconi Premiata Forneria Marconi Premiata Forneria Marconi Premiata Forneria Marconi Premiata Forneria Marconi Premiata Forneria Marconi QUELLA VECCHIA LOCANDA QUELLA VECCHIA LOCANDA RACCOMANDATA RICEVUTA RITORNO REALE ACCADEMIA DI MUSICA ROCKY'S FILJ ROVESCIO DELLA MEDAGLIA ROVESCIO DELLA MEDAGLIA ROVESCIO DELLA MEDAGLIA SAMADHI SEMIRAMIS SHOWMEN 2 STORMY SIX The TRIP The TRIP The TRIP The TRIP Vince Tempera

Milano Calibro 9 Palepoli Uno Abbiamo Tutti un Blues da Piangere La Valle Dei Tempi Pierrot Lunaire Gudrun Storia di un minuto Per un amico Photos of Ghosts Live in U.S.A. L'isola di niente Chocolate king's Jet Lag Quella Vecchia Locanda Il Tempo Della Gioia Per...un mondo di cristallo Reale accademia di musica Storie di uomini e non La Bibbia Contaminazione Il ritorno Samadhi Dedicato a Frazz Showmen L'unit The Trip Caronte Atlantide Time of change Art

1972 1973 1971 1973 1975 1974 1977 1972 1972 1973 1974 1974 1975 1977 1972 1974 1972 1972 1973 1971 1973 1995 1974 1972 1972 1971 1970 1971 1972 1973 1973

totale album recensiti 122

ACQUA FRAGILE Acqua Fragile 1973

L'errore pi grave che si potrebbe commettere con questo disco, il pensare di prevedere il contenuto e la forma delle composizioni solo al leggere la presenza alla voce di Bernardo Lanzetti, grande cantante, si sa, ma con un taglio nettamente alla Gabriel. In pi, con ulteriore input al fallo, si pu essere perfettamente consci della sua presenza nei lavori della seconda fase (come la chiamo io) della P.F.M., che, francamente, non entusiasmano pi di tanto.
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Si scopre (o almeno io scopro) invece un disco lineare e preciso, acustico ed elettrico, con stralci veramente taglienti e spigolosi ...una meraviglia alle mie orecchie... La voce sempre ben impostata di Lanzetti, con una perfetta pronuncia inglese, amalgamata magistralmente nel contesto musicale del gruppo, porta l'ascoltatore ad affrontarsi con un risultato d'insieme, tralasciando, o meglio, non lasciando il tempo di cercare quelle somiglianze e assonanze Gabrielliane. Netta la divisione del disco: inizio ("Morning Comes" e "Comic Strips") e fine ("Three Hands Man", secondo me il miglior brano) martellanti e potenti, mentre il resto delle composizioni si assestano su toni tranquilli e spesso acustici dove brilla soprattutto ("Going Out"). L'unico neo , secondo me, un richiamo (almeno a me ha fatto questo effetto) non troppo velato in "Morning Comes" ai cori di "Child in Time" dei Deep Purple. Onestamente non ho capito la scelta dei testi tradotti in italiano all'interno. Concludendo, io lo ritengo un disco molto valido...a me piace! Consigliato

AKTUALA AKTUALA 1973

Milanesi di nascita o di adozione, gli aktuala rappresentano una delle pi significative novit della scena italiana. Cultori di musiche popolari d'ogni epoca e di ogni paese, appassionati collezionisti ed etnologi, essi rappresentano una "comune" musicale votata al recupero di una musica popolare universale, totale, che fruisca delle esperienze di popoli vicini e lontani, senza la mediazione della cultura classica. Musica dunque istintiva, primordiale, nella quale i segni stessi della natura, il suono quotidiano diviene musica, come il canto degli uccelli, e nella quale facile cogliere, immediatamente, gli influssi timbrici e le venature melodiche del folklore africano e mediorientale: la base infatti il Mediterraneo, e se vogliamo l'Italia meridionale, che nel corso della storia stata teatro di differenti civilt. Naturalmente rischioso parlare solo di musica popolare. Meglio rinunciare alle etichette, in un momento in cui anche il jazz e lo stesso rock si avvicinano e rielaborano il folklore europeo, quello latino americano, quello indiano, quello africano. IL gruppo rifiuta naturalmente qualsiasi virtuosismo solistico, poich i loro desiderio o "quello di riportare alla strada una musica nata dalla strada". ed in questo senso, coerentemente, essi hanno compiuto una tourne la scorsa estate in Liguria, su spiagge e piazze, senza teatri o impresari. Gli Aktuala sono in cinque, di cui una ragazza, e suonano un miriade di strumenti che non mi attardo ad elencare. Segnalo comunque che parti predominanti hanno la chitarra acustica, vari modelli di bizzarre percussioni, e numerosi strumenti a fiato, dall'oboe arabo al normale sassofono. Le atmosfere vivono su tensioni di vario tipo, ora aggressive e convulse, ora pacifiche e dolcissime; i titoli sono sei, ma esiste una continuit nello spirito musicale della formazione che impedisce quasi di cogliere i caratteri distintivi di ognuno. Una musica che va seguita con particolare attenzione e che non pu esser giudicata con il metro estetico normale, ma relativamente alle sensazioni che in ogni ascoltatore potr suscitare. Enzo Caffarelli

Alan Sorrenti Aria 1972

Tutto si pu dire di questo disco del poi figlio delle stelle Alan Sorrenti (...) ma non che sia un disco dall'ascolto semplice ...e ancor pi difficile il tentare di spiegarlo. Il bell'impatto musicale, ad opera soprattutto del bravo Albert Price, perfettamente azzeccato per la voce e la chitarra acustica di Sorrenti. Impressionante il modo di usare il cantato: Sorrenti usa la voce in un modo rivoluzionario ed imprevedibile (a volte con qualche piccola stonatura pure), con un suono quasi metallico prima e dolce e soave poi. Dei quattro brani che compongono il disco solo "Vorrei incontrarti" quello che rimane su uno stile classico con la chitarra che sottolinea ed accompagna il testo mentre in "Aria","La mia mente" e "Un fiume tranquillo" il gruppo e Sorrenti instaurano quasi un conflitto tra perfezione strumentale e volteggi vocali ma senza sovrastarsi a vicenda. A volte il cantato di Sorrenti mi fa ricordare per un po' Peter Hammill. Concludendo: sicuramente questo disco necessita molti e molti ascolti per essere ben digerito; non niente male anche se a volte riuscire ad ascoltare completamente l'ambiziosa "Aria" un po' difficile... almeno per me. *** Chi lo ha gi ascoltato assolutamente d'accordo sul fatto che Alan Sorrenti rappresenta la figura musicalmente pi originale espressa dal nostro paese da tanti anni a questa parte. E chi non lo ha ascoltato, non so quanto potr ricavare dalle mie parole, data l'estrema difficolt di cogliere perfettamente nel segno e di descrivere dettagliatamente questo strano personaggio spuntato fuori dal golfo di Napoli, e asceso in volo fra le note della sua "Aria". "Aria" p la suite che occupa l'intera prima facciata, ed anche la composizione pi ambiziosa di Sorrenti. L'album stato registrato in parte in Italia, in parte in Francia, con alcuni sessionmen francesi, e con sopite d'eccezione Jean-Luc Ponty, il numero uno del violino jazz. La casa discografica ha visto giusto fin dal principio, ha creduto nel ragazzo e gli ha dato carta bianca, per di pi confezionando una bella copertina con tanto di testi e di note, mentre l'etichetta una delle pi illustri inglesi, la Harvest. Un autentico successo, dunque, su tutti i fronti. Alan suona la chitarra acustica, compone, arrangia. E' un cantautore del tutto particolare: la sua forza sta innanzi tutto nella voce, carezzevole e metallica, aspra e dolcissima a turno, che egli utilizza come un vero e proprio strumento, una voce personalissima e duttile, che si assottiglia e riprende corpo, si plasma secondo la nota, l'allunga e la tiene sospesa salendo le scale pi alte, poi la getta e la raccoglie di nuovo rimodellandola accuratamente. A qualcuno rammenta Peter Hammill dei Van der Graaf Generator, specie nell'uso del semiparlato, ma lo stile di Alan meno aggressivo, ed ancora pi raffinato e dettagliato; e mentre Hammill guida con la voce gli strumenti, Alan li precorre ed in un certo senso ne resta al di fuori. "Aria" appunto un giuoco di voce, con il tema lacerato, ridotto a brandelli, poi ripreso, e solo in rarissimi casi con l'aiuto di distorsioni od effetti elettronici. Dietro suona l'ottimo complesso, con Vittorio Nazzaro al basso e a dare una mano ad Alan con la chitarra classica. Antonio Esposito alla batteria, Albert Prince al piano, all'organo, al sintetizzatore ed al mellotron, le cui aperture dolcissime interrompono e congiungono i vari momenti della composizione. Sullo sfondo i musicisti francesi, due fiati, un
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contrabbasso, e Ponty lucido maestro come di consueto con il violino stregato. Non si pu parlare di disco sperimentale, perch Alan gi in possesso dei mezzi e delle capacit espressive necessarie per un discorso formato e compiuto. I temi confluiscono uno dopo l'altro secondo una concezione modernissima, senza troppi compiacimenti melodici, n con eccessiva insistenza sulle frasi ritmiche, talora semplicemente abbozzando delle idee che viceversa avrebbero potuto essere realizzate su maggiore scala. Eccellenti dialoghi violino-voce, o negli episodi in cui domina la possente costruzione dell'organo, o l'uso raffinato e jazzistico del piano. La seconda facciata contiene tre pezzi: "Vorrei incontrarti" l'unico brano di stampo tradizionale, che si avvicina al modello pi conosciuto di cantautore; "La mia mente" una ricerca cerebrale nei meandri del proprio cervello, con le medesime caratteristiche formali di "Aria", ed anzi con i toni ancora pi esasperati; e "Un fiume tranquillo" ripropone l'accostamento a Peter Hammill, e si presenta come un altro tipico episodio di Sorrenti, con i fiati ed il sintetizzatore in evidenza, e con una linea melodica nel complesso pi facile e comprensibile degli altri. "Aria" un disco che difficilmente piacer al primo ascolto, e che verr tacciato anche di mistificazione. Secondo me sarebbe stato un disco interessantissimo anche se fosse stato soltanto strumentale. In pi c' la voce di Alan, il vero carattere determinante ed originale, e naturalmente non facile accettarla immediatamente. Ma facciamo in modo che il detto "nemo propheta in patria" per una volta non abbia valore. Enzo Caffarelli

Alan Sorrenti Come un Vecchio Incensiere all' Alba di un Villaggio Deserto 1973

Commento di Roberto Il secondo (ed ultimo) lavoro del Sorrenti Prog datato 1973. Come il precedente "Aria" un disco di non facile ascolto, e con la stessa struttura, una facciata occupata dal brano che da' il titolo all'album, con un utilizzo della voce forse un poco eccessivo, una parte centrale dove entra uno stupendo VCS3 assolutamente da brividi ed un finale che lascia intravedere sonorit mediterraneo/partenopee con le percussioni in bella evidenza. Pi tradizionale l'altra facciata dove emerge la stupenda "Serenesse" ma molto belli e particolari anche gli altri pezzi. Con Sorrenti, in questo lavoro collaborano musicisti prestati da Van Der Graaf Generator e Curved Air e , sembra incredibile, solo un anno dopo arrivano "DICINTECELLO VUJE " ed a seguire "I FIGLI DELLE STELLE" ed altre amenit...... Il CD, uscito nel 2000 per EMI, contiene anche il brano "Le tue radici" che ha rappresentato il passaggio di ALAN SORRENTI alla musica commerciale ma, risentito a distanza di anni, lo si ascolta comunque con piacere, e resta la convinzione che anche in quell' ambito, avrebbe potuto "dare di pi". Chiudo con una citazione quanto mai centrata, tratta dal Dizionario del Pop Rock edito da Baldini & Castoldi : Mai in Italia siamo stati cos vicini alla scena musicale internazionale. Il giudizio di ENZO GENTILE. *** Credo che Alan Sorrenti sia uno di quei personaggi su cui ci si trover costantemente in disaccordo, pronti ad esaltarlo da una parte come il personaggio pi nuovo ed importante fuoruscito dalla nostra scena, o come un discreto musicista, dall'altra, ma abile mistificatore prima di ogni altra cosa. Di questo secondo LP del cantautore anglo-napoletano abbiamo gi abbondantemente detto in anteprima. Se il carattere peculiare del personaggio risiede nell'avere ribaltato il concetto tradizionale dell'uso della voce, per primo in Italia, se pure sulla scorta di illustri esempi stranieri (Tim Buckley, Shawn Phillips, lo stesso Peter Hammill), Alan si conferma altres compositore eccellente, al di l dell'uso (e dell'abuso in pi di un'occasione) dei suoi indiscutibili mezzi vocali. Naturalmente non tutto farina del suo sacco: la presenza di gente matura, si solisti capaci di qualsiasi improvvisazione e variazione al suo fianco, gli consentono una coralit espressiva intelligente ed affascinante: nel primo album era il sol Jean-Luc Ponty l'uomo di "punta". Qui sono presenti un Dave Jackson in grande forma, che alle fughe rabbiose del sax preferisce quelle pi dolci ma non meno inquietanti di uno splendido flauto ("Serenesse" ed "Oratore"); Francis Monkman pianista e sintetizzatorista (VCS3) essenziale complemento all'organico; Toni Marcus violinista piena di grazie ed eleganza; Ron Matthewson al contrabbasso in un brano e Victor Bell al violoncello in un altro; infine la coppia italiana (D'Amora - Esposito) certo non disprezzabile. La prima facciata, suddivisa in cinque pezzi, senza dubbio la pi convincente, la meno forzata e la pi varia. Alan sfrutta la voce nei canali della grande arte, e si sforza di autoesaltarsi nel limite del lecito, mediante anche testi significativi e pregni di
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simbolismi. Rispetto al precedente LP "Aria", c' proprio una maggiore maturit espressiva complessiva, una struttura portante melodica e ritmica pi compatta e meno egocentrica, parole meno decadenti e pi realistiche. "Serenesse", "Una luce si accende", "A te che dormi", quest'ultima per sola voce e chitarra acustica, sono degli autentici capolavori. La lunga suite che occupa per oltre ventitr minuti la seconda facciata, "Come un vecchio incensiere all'alba di un villaggio deserto", risente invece del progetto troppo ambizioso e forzato dell'impiego della voce, naturale o filtrata attraverso il sintetizzatore. Anche l'orchestrazione si fa pi povera, e si entra nel delirio, perdendo spesso la lucidit: si tenta di creare una nuova atmosfera, una serie di sensazioni prive di aggancio con la realt, e la musica si disgrega in una serie di suoni e rumori illogici. Solo la strofa cantata (con un testo assai bello) e la parte finale, dove l'abilit vocale si risolve pi che altro in qualche giuoco acrobatico, riscattano l'incensiere. Un disco notevolissimo che imporr definitivamente Sorrenti presso il pubblico italiano. Enzo Caffarelli

ALBERTO RADIUS Carta Straccia 1977

Siamo ormai alla fine degli anni '70 e il vecchio rock progressivo comincia a dare segni di stanchezza e declino. Si comincia a preferire alle complicate e lunghe atmosfere zeppe di tastiere tipiche della tradizione prog, soluzioni pi leggere ed immediate. Anche questo disco conferma questa regola, magari per staccarsi definitivamente dal filone Il Volo, e rimane sempre su canoni molto leggeri, guidati da chitarre acustiche e Fender Rhodes. Il prodotto comunque ben confezionato e spuntano dei bei testi con il pregio dell' originalit. Si veda qui il testo di "Ricette" e "Stai con me sto con te". Buone "Celebrai", "Pensami" e "Nel ghetto". "Carta straccia" ricorda stilisticamente il disco "Io tu noi tutti" di Lucio Battisti, fatto forse dovuto al particolare periodo di transizione anche visto che sono del medesimo anno. L'unico stralcio progressivo, soprattutto nelle parti di tastiere, presente in "Un amore maledetto" anche se siamo ben lontani dai canoni gloriosi. Dal punto di vista progressivo la bocciatura netta...visto come un disco leggero e commerciale, il prodotto buono e risulta orecchiabile e ben costruito soprattutto nel primo lato che passa liscio e gradevole. Penso che la morale del disco la si possa leggere in questo stralcio di testo: bandiere e altari baciai, ma vaffanculo...vai !!! A ciascuno la libera interpretazione! Consigliato a chi non cerca atmosfere complesse.

ALBERTO RADIUS America Good-Bye 1979

Formazione vincente (?!?) non si cambia ed ecco ripresentata la line-up del precedente "Carta Straccia". Anche i contenuti seguono la stessa rotta e ne riesce un disco sempre leggero ma meno emozionante e con qualche eco di gi sentito. Leggermente inferiori anche i testi, completamente concentrati nello smantellare e sminuire il mito americano (...il titolo non messo a caso...) con sfarzi ("Las Vegas"), problemi sociali come polizia corrotta ("Poliziotto") e leggende metropolitane ("Coccodrilli bianchi"). Bello l'omaggio, anche se sempre in tono polemico, a Mohamed Al in "Il buffone". Musicalmente da segnalare "Patricia", forse l'unico momento quasi interessante e l'avvento dei nuovi, per quel tempo, drum-pad elettronici disseminati qua e l. Chi adora "Carta Straccia" non avr problemi ad ascoltare anche questo disco, anche se onestamente io non lo ritengo un granch. Radius non si arrabbi se utilizzo un suo verso: ci perdonerai se da adesso in poi saremo affari sfortunati... Meglio volgere lo sguardo ai primi lavori...

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ALLUMINOGENI Scolopendra 1972

Gli Alluminogeni fanno parte di quel gruppo ci complessi nati tre o quattro anni or sono con la lodevole intenzione di rinnovare il mercato italiano, ma incapaci di costruire in pratica grandi cose. Fra i tanti anzi, il trio piemontese ha sempre mantenuto il ricordo di una melodicit tutta italiana, un po' come pi tardi avrebbe fatto, ma sinceramente ad altro livello, il Banco del mutuo soccorso. In questo senso la musica italiana viene automaticamente a svincolarsi dai modelli stranieri. Ma probabilmente non questa l'intenzione racchiusa nelle ultime righe della presentazione del disco: "Non parole estetizzanti senza significato, ma liberazione dalle caverne dell'inglese da cui prima ci giungevano i suoni". Se si allude alle tematiche musicali, alla ricerca strumentale basata soprattutto sulle tastiere, non mi sembra allora che tale allontanamento sia profondo come si vorrebbe far credere. Patrizio Alluminio, occhialuto leader del gruppo, sciorina con abilit i suoi preferiti, che vanno dal Winwood di "Glad" in apertura, al piano elettrico, all'organistico Jimmy Smith di "Cosmo". Spinti come sono verso l'elettronica e l'uso delle tastiere e degli effetti in generale, gli Alluminogeni si son edificati in album "spaziale" ("La natura e l'universo", "La stella di Atades", "Cosmo", "Pianeta") rivelando purtroppo ancora una volta la grande crisi di testi che esiste in Italia. La musica propone immagini ed invenzioni (- questi suoni che ascolterete - dicono le note - sono gi dentro di voi. Erano chiusi dentro - ). Ma a mio avviso "Scolopendra" un album s piacevole, ma irrimediabilmente appartenente alla generazione precedente e non attuale del pop italiano. Enzo Caffarelli

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APOSTHOLI Un'isola senza sole 33 giri 1972 ? o 1982 ???

Bellissimo album di questo complesso sconosciuto e su cui si sa pochissimo (ved. successivo album "Ho smesso di vivere"). E' un insieme di poesie scritte da Carlo Andolfato tra cui spicca a mio parere "Il cielo piange". Dg. Il cielo piange contornato di questi colori il cielo piange contornato di questi nostri pianti il cielo piange nell'ascoltarmi questa sera in questa sera che mi confesso e vivo nel girarmi attorno tra gli umidi raccolti di una notte di stelle che mi compongono ed io ancora io stento a riempirti e stringerti il cielo piange ma questa notte farfalla non ti vedo.

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APOSTHOLI Ho smesso di vivere CD 1979

da: Il giornale di Vicenza - Sabato 1 Febbraio 2003 Rimasterizzato lelegante long-playing uscito nel 1980 "Ho smesso di vivere" ricompare in versione cd. Sta avendo un inaspettato successo lalbum nel quale Walter Bottazzi e il complesso degli Apostholi misero in musica 11 poesie di Carlo Andolfato di Antonio Stefani Vicenza. Allepoca - stiamo parlando del 1980 - di quellelegante long-playing vennero stampate 500 copie, corrispondenti alla tiratura della litografia firmata da Vico Calabr che, uscita dai torchi della Bottega dei Busato, fungeva da onirica copertina. E adesso, debitamente rimasterizzato a cura delletichetta padovana M.P. Records, ecco apparire in versione compact-disc Ho smesso di vivere , lalbum nel quale Walter Bottazzi e il complesso degli Apostholi, ricompostosi per loccasione dopo lepopea "beat" degli anni Sessanta, misero in musica undici poesie di Carlo Andolfato. Sono gli stessi protagonisti di quel singolare episodio nato allombra dei Berici a ricordare, nel libretto che accompagna il Cd, come scatur e si concretizz il progetto: Lidea di Ho smesso di vivere - spiegano - nasce a tarda ora, in una notte del 1978, tra i discorsi di due vecchi amici che non si rivedevano da almeno dieci anni. Avevano tante cose da raccontarsi. I pensieri erano ancora in sintonia, in sintonia erano le emozioni, i sogni, desideri e delusioni. Tra le tante cose, e tra un bicchiere e laltro, Carlo Andolfato parlava dei suoi versi, ne leggeva qualcuno. Walter Bottazzi ascoltava, ne condivideva lessenza, mentre nasceva la voglia di raccogliere la sfida e di interpretare quelle poesie, farle diventare "canzoni". Walter, storico bassista del gruppo vicentino Gli Apostholi, nati nel 1964, riuniva cos, dopo anni di silenzio, i vecchi amici musicisti e con loro dava inizio a quella che stata una gran bella avventura, fatta di collaborazione, di goliardica allegria, talvolta di stanchezza ma anche di indimenticabili spaghettate a notte fonda e di buon vino bevuto insieme, come accade nei momenti magici della vita. Oggi, dunque, abbiamo la possibilit di riascoltare brani come Il pesce rosso , Ho acceso un fiore , Un altare di farfalle , Profumo sorriso , componimenti che il "geometra" Andolfato affid alle note e alla voce del "ragionier" Bottazzi e che nelle registrazioni effettuate allo Studio Bottene di Schio con Roberto Trentin alle percussioni, Luigi Terzo alle tastiere e Franco Marchiori alle chitarre presero la forma di intimistiche ballate rivestite da arrangiamenti molto vicini al clima del "progressive rock" italiano. Pare, fra laltro, che il compact stia suscitando allestero - dalla Scandinavia al Giappone - la curiosit dei collezionisti di incisioni rare. Morale della favola, comincia a farsi strada la voglia di ristampare anche quello che fu il capitolo successivo delloperazione, vale a dire Unisola senza sole uscito nel 1982.

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AREA Arbeit Macht Frei CD 1973

Grandioso esordio per questa band con grandissime potenzialit tecniche dovute soprattutto, ma non solo, all'inconfondibile e grandiosa voce di Demetrio Stratos. Il sound del gruppo centrato nel free jazz, stile che ricorda lontanamente i Soft Machine e comunque ben contornato di sintetizzatori e pianoforte. I testi sono schiettamente politici, caratteristica presente in tutta la produzione del gruppo. Sicuramente un grande disco da cui spunta: "Luglio, agosto, settembre (nero)", l'improvvisazione di "Arbeit macht frei", "Consapevolezza" e "240 chilometri da Smirne". Il gruppo cela, secondo me, dietro a "L'abbattimento dello Zeppelin" un piccolo attacco al gruppo del dirigibile ovvero i Led Zeppelin, accusati di attirare tutta l'attenzione della scena musicale... contando anche il proponimento del gruppo di espansione oltre i confini con il suffisso international POPular group. Ultima osservazione per la presenza al basso di Patrick Djivas che lascier dal seguente disco il gruppo per inserirsi poi nella P.F.M.. Verr sostituito dal grande Ares Tavolazzi che diventer parte integrante del gruppo soprattutto in fase compositiva, trovando grande coesione con Tofani e Fariselli. Consigliato. *** Sono nati da circa un anno, ma la loro formazione ha gi subto numerosi cambi (vedi anche le mininotizie di questo stesso numero), cosicch due soli dell'originaria formazione sono i superstiti. Gli Area sono comunque il gruppo pi interessante venuto alla ribalta in questo 1973 in Italia, ed il loro difficile album conferma le belle premesse di tanti spettacoli e di tanti inviti (ricordo fra parentesi che hanno suonato in tour con i Gentle Giant, i Soft Machine, gli Atomic Rooster, i Faces, sono stati invitati alla Biennale di Parigi ed alla Triennale di Milano, ecc.). Dall'iniziale free jazz, orientato verso i Nucleus o i Soft Machine, gli Area si sono spostati verso una ricerca pi attenta di contenuti e di effetti sonori, attingendo alla musica popolare, in modo particolare a quella greca ed araba, ed alle esperienze concreto-contemporanee con le quali sono venuti a contatto: Luigi Nono, Luciano Berio, l'ungherese Gyorgy Ligeti, il greco Yannis Xenakis fra i principali. La loro musica vuole essere assolutamente di "rottura", radicale nelle intenzioni dei musicisti e di chi li guida. "Arbeit macht frei" significa in tedesco "il lavoro rende liberi", ed era lo slogan posto all'entrata dei campi di concentramento nazisti. I sei brani che compaiono sull'album sono legati da un filo ideologico simboleggiato appunto dalla consapevolezza del carattere totalitario dell'affermazione. Il contenuto del LP si ispira a riflessioni sulla violenza e sul terrorismo: ma scelte orientative come l'introduzione di una recitazione in lingua araba, i richiami al folklore mediorientali trasfigurati, le citazioni si Smirne o di Settembre nero, sono da una parte la logica conseguenza della provenienza (greca) del leader Demetrio Stratos, dall'altra tendono a sottolineare un percorso storico-geografico della violenza: dai campi nazisti agli ebrei, al mondo arabo, turco, greco, russo. E la musica violenta, aggressiva, specie nella struttura volutamente caotica di certi momenti, nelle sofferte interpretazioni vocali, alcune delle quali recitative, di Demetrio.
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Cos il brano conclusivo, "L'abbattimento dello Zeppelin", dal sapore sinistro e provocatorio, sottolineato da effetti particolari dell'uso della voce, che segue le indicazioni di Berio nell'affiancamento voce-musica elettronica, ha un doppio senso: da un lato l'abbattimento di una realt difesa dai miti; dall'altro un chiaro attacco alla musica pop tradizionale, individuabile in quel momento nei Led Zeppelin. Tutti i brani sono ad alto livello: "Luglio, agosto, settembre (nero)" con la voce araba che introduce una melodia orientaleggiante; "Arbeit macht frei" di sapore pi tipicamente jazzistico, come pure "240 km da Smirne", esclusivamente strumentale, un pezzo fra i migliori anche eseguito secondo schemi piuttosto classici di free, Infine "Le labbra del tempo" si presenta pi varia e contorta, un insieme di sensazioni e di voci che si accavallano e si divaricano con particolare cura degli effetti. Complessivamente la ritmica si rivela particolarmente efficace: Ian Patrick Djivas, neo acquisto della Premiata Forneria Marconi, suon un basso Fender Precision privo di tasti ed il contrabbasso, rivelandosi un solista instancabile e fantastico. Latro musicista di spicco Eddy Busnello, un sassofonista gi con una lunga esperienza alle spalle. Ma anche tutti gli altri si muovono con attenzione giungendo a risultati ricchi di potenza e di fantasia, come Stratos, che opera alle percussioni, suona l'organo con il compito principale di creare un continuum di fasce sonore per gli altri solisti, ed utilizza la voce alla maniera tipica e significativa di uno strumento. Enzo Caffarelli

AREA Crac! 1975

Insieme a "Arbeit..." un MUST degli Area ! Dopo un disco influenzato dall'attivit di ricerca quale il precedente "Caution Radiation Area", il gruppo ritorna leggermente verso gli orizzonti del debutto proponendo un sound decisamente pi stabile. Non che manchino i momenti di improvvisazione sia chiaro (vedi ad esempio "Area 5"), ma maggiormente in luce un proponimento esecutivo di gruppo. Solo la pazzia ne "La mela di Odessa (1920)" merita il prezzo del disco, anche se sono presenti anche altri grandiosi momenti in "L'elefante bianco", con un synth che ricorda vagamente atmosfere orientaleggianti, e "Gioia e rivoluzione" dove il maestro della voce mette in mostra tutto il suo stile e la sua bravura. Grandioso.

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AREA Maledetti 1976

Dei dischi di questo gruppo, questo forse il pi difficile da interpretare e decifrare. "Diforisma urbano" forse l'unica traccia in cui il gruppo ritrova la carica dei primi dischi e propone un free Jazz dal sound tipico e cavalcante. "Gerontocrazia" d inizio all'attivit di ricerca di Stratos accompagnato da percussioni che sembrano timpani tribali. Il brano poi cambia e il gruppo riprende le redini riportando il contesto nei soliti termini con qualche puntatina improvvisativa. "Scum" forse il brano pi forzato: un pianoforte estremamente antisonante per un testo in stile politico tipico della band, anche se con un piccolo taglio pessimista: In questa societ...la vita una noia sconfinata. "Giro, giro, tondo" , secondo me, il pezzo migliore del disco: l'attivit di ricerca non ostacola oltremodo la linerarit compositiva e ne esce un piano elettrico sempre in prima fila che non disdegna un sano ritorno all'improvvisazione nella parte finale. Segue la lunga "Caos": nove minuti di improvvisazione estrema. Un pugno nello stomaco ogni tanto fa bene...ma non uno dei miei preferiti.

AREA Gli Dei Se Ne Vanno, Gli Arrabbiati Restano! 1978

Ultimo disco di questo gruppo che merita attenzione secondo me. Il livello un po' inferiore ai precedenti ma sono presenti dei buoni momenti in "Il bandito del deserto", "Return from Workuta" e "Guardati dal mese vicino all'aprile!".

AREA Gioia e Rivoluzione 1996

Questo stato il primo mio disco di questo gruppo: volevo tastare il terreno con questa raccolta! Sono presenti canzoni anche dischi pi recenti, che per perdono lucidit e smalto

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ARTI+MESTIERI TILT - Immagini per un orecchio 1974

Gran bel disco, molto originale nei contenuti e nella forma; la presenza di un violino suonato in maniera diversa dal solito canone come avviene, per esempio, nella p.f.m. e di un batterista con uno stile tutto suo, sono il segreto di questo disco. Dopo l'influsso positivo dato agli ultimi due lavori dei Trip, Chirico sfodera tutta la sua stoffa in questo e nel successivo disco, donando grinta ed imprevedibilit alle canzoni. Giuoca un ruolo fondamentale anche la presenza di brevi ma intensissimi punti dedicati all'improvvisazione come in "Gravit 9.81" e "Tilt". Bella parte di violino in "Articolazioni". Le parti cantate sono limitate a due canzoni e sono comunque molto convincenti, soprattutto la sublime melodia di "Strips". Veramente bello.

ARTI+MESTIERI Giro di valzer per domani 1975

Questo disco forse tecnicamente migliore del precedente ma sempre suonato con lo stile tipico di questa band. Ci sono tre canzoni cantate in modo sempre molto interessante, fatto dovuto anche all'inserimento di un bravo nuovo cantante, tra le quali spunta "Saper sentire". L'unica pecca che qui viene esasperato lo stile sempre pomposo del batterista Chirico e al lungo ascolto il disco risulta un po' noioso....almeno nelle ultime tracce. Nulla da togliere comunque a quest'ultimo: basta ascoltare canzoni come "Sagra" per convincersi della sua grande tecnica. Non che il disco sia noioso, voglio metterlo bene in chiaro: per me difficile ascoltarlo tutto e forse per questo preferisco leggermente "Tilt". Le migliori: "Valzer per domani", "Mirafiori", "Mescal" e "Consapevolezza" All'interno del libretto viene anche spiegata la teoria del valzer. Comunque consigliato.

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ARTI+MESTIERI Quinto Stato 1979

Dopo due grandi dischi quali "Tilt" e "Giro di Valzer per Domani", il gruppo degli Arti e Mestieri offre questo "Quinto Stato" che non assolutamente paragonabile ai precedenti detti. Il sound perde quasi completamente l'armonia e la forza che caratterizzava lo stile tipico di questo gruppo e i testi sono un misero miscuglio di parole che hanno pure la pretesa (!!!) di essere taglienti. Onestamente sono rimasto molto deluso da questo disco: cerca di raggiungere la sufficienza nei vari momenti strumentali, dove spicca "Vicolo", ma poi cade miseramente nelle canzoni cantate (si salva a malapena la title track). Il nuovo cantante Rudy Passuello lontano anni luce dal bravo Gaza e manca, secondo me, di qualsiasi forma di espressione, dando a tutte le canzoni lo stesso taglio e rendendole quasi noiose. Bisogna ribadire comunque che tra canzoni cantate e strumentali lo stile molto diverso... anche il sempre bravo Chirico perde qui il suo smalto e splendore, offrendo una batteria anonima e raramente ai livelli precedenti. Che dire: ....triste.

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BALLETTO DI BRONZO Trys

1. La discesa nel cervello 2. Tastiere isteriche 3. Marcia in sol minore 4. Donna Vittoria 5. Optical surf beat 6. Introduzione 7. Primo incontro 8. Secondo incontro 9. Terzo incontro ed epilogo 10. Technoage 11. Love in the kitchen Sirio 2222" is the debut album by Balletto di Bronzo from 1970! Their second album "Ys" is an italian progressive masterwork album. Balletto di Bronzo released it in 1972! The remastered edition is now available as a midprice CD. "Trys" is the latest release from Balletto di Bronzo: a superbe live recording from 1998. Balletto di Bronzo has recently reformed with the following line-up: Gianni Leone (keyboards, vocal), Alessandro Corsi (bass) and Riccardo Spilli (drums). The new Balletto di Bronzo performed two concerts in Japan in September 2002: Saturday 14 September, 2002 >> at Kitijyoji Star Pines Cafe, Tokyo Sunday 15 September, 2002 >> at Sakuranomiya Batabata de la Salsa, Osaka More concerts are scheduled for March 2003 in Mexico: March 1-5, 2003 >> Chihuahua and Mexico City

BALLETTO DI BRONZO Sirio 2222 CD 1970

Dal punto di vista del rock progressivo questo disco ha poco da presentare in quanto si possono citare solo due canzoni: "Ma ti aspetter" e "Meditazione". Visto per sotto il profilo di un disco post anni '60, pieno periodo di sbandamento musicale, questo LP a dir poco sensazionale: ...un vero capolavoro basato su ritmi cavalcanti e sempre tiratissimi con testi che non esitano ad essere anche irriverenti. Della formazione di "YS" c' Lino Ajello e Giancarlo Stinga, qui insieme a Marco Cecioni (voce/chitarra) e Michele Cupaiolo (Basso). Le canzoni migliori: tutto il primo lato da cui spunta la grandiosa "EH EH AH AH": ( ...lungo la strada ho visto mille ragazze, e certo una star bene con me...eh eh ah ah... ) "Girotondo" e "Ti risveglierai con me". Procuratevelo se siete amanti delle atmosfere rockettare tipo Biglietto Per L'Inferno.
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BALLETTO DI BRONZO YS CD 1972

Secondo me uno dei migliori dischi progressive italiani di tutti i tempi. Uno stile molto personale e molto spigoloso... penso di poter dire tranquillamente che questo forse il disco pi Hard progressive italiano. Bellissimo inizio con "Introduzione" con la caratteristica voce di Gianni Leone e le sue tante tastiere sempre in primo piano. Alte tensioni musicali nel resto del disco e nella mia favorita "Secondo incontro". Grandi stacchi anche in "Terzo Incontro". In "Introduzione" c' una piccola contraddizione nel testo: La voce narr all'ultimo che, sul mondo rest... e poi comand di andare dai suoi......ma non era l'ultimo ??? Questa comunque una piccola pignoleria... Nella versione CD presente anche la bonus track "La tua casa comoda" , un po' pi soft ma sempre molto bella. Consigliato. *** D un tantino l'idea della Divina commedia la serie di quadri che compongono l'album: "Primo incontro", "secondo incontro", ecc., e l'originale miniaturismo delle pagine interne della confezione, ma Dante Alighieri non stato scomodato, ed il Balletto di bronzo ha creato, al di l dei riferimenti culturali che non ci sono e al di l dei testi, un album musicalmente ottimo, grazie ad un ritmo sorretto da una vitalissima sezione che non cade mai nell'hard rock, e grazie alle numerosissime tastiere di Gianni Leone, che opera al piano, all'organo, al mellotron, alla celeste, alla spinetta ed al Moog. Il Balletto stato uno dei primo gruppi in Italia a portare avanti un discorso nuovo, ma come quasi tutti i gruppi nati intorno al 1968-69, hanno incontrato difficolt insormontabili per sfondare, al contrario dei pi fortunati gruppi del periodo immediatamente successivo. Il gruppo napoletano ha ora le carte in regola per un successo di gran lunga pi ampio, e l'album "YS" un primo esempio di capacit e di idee che sicuramente possono essere potenziate e sviluppate. Da un punto di vista strumentale, il Balletto si presenta omogeneo e tecnicamente dotato, specie quando l'atmosfera si fa lievemente jazzata, ed assai pregevoli sono i passaggi alle tastiere, ad esempio nella seconda parte della lunga "Introduzione", e nella porzione a cavallo fra il "Secondo" ed il "Terzo incontro" e nell'"Epilogo". Anche i testi sono interessanti, ma per il Balletto vale la legge della difficolt di accoppiare la lingua italiana con il ritmo del rock, che sembra nato apposta per le lingue anglosassoni. E' forse l'unico neo del gruppo di "YS" come di tante altre formazioni, in parte sormontabile soprattutto se si pensa che la musica esclusivamente strumentale non pi tab Enzo Caffarelli

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BANCO DEL MUTUO SOCCORSO Darwin! CD 1972 -2

Questo disco sicuramente uno dei miei preferiti!!! Grandiose atmostere nella lunga "L'evoluzione": divisa in pi parti trova l'apice massimo in un pazzo incrocio di moog che ribadisce senza mezzi termini la grande bravura sia come esecutore che come compositore di Vittorio Nocenzi. Incredibile "La conquista della posizione eretta": una prima tiratissima parte strumentale con strani effetti e una seconda tranquilla. Da sottolineare il bel testo perfettamente studiato per la voce di Di Giacomo che affascina nel finale e dove l'aria in fondo tocca il mare lo sguardo dritto pu guardare. Intervallo jazzy nella "Danza dei grandi rettili" seguita da "Cento mani e cento occhi" fino ad arrivare a "750.000 anni fa...l'amore" : un classico del gruppo. Singolare ed originalissimo il testo: parla di un preistorico amante che spia la sua bella che sogna di conquistare non nascondendo per la paura da essere rifiutato. Segue "Miserere alla storia" con un incredibile e potentissimo intermezzo di pianoforte! Chiude "Ed ora io domando tempo al tempo...": stilisticamente diversa dalle altre canzoni del disco ma con una bella parte di clavicembalo ed uno strano effetto scricchiolio della ruota del tempo che passa. un MUST ! Ascoltare per credere! *** Contro tutti coloro che fanno dell'album a concetto unico un paravento per mascherare la propria carenza creativa specie sul piano dei testi, e contro quelli cha pure in buona fede hanno denunciato paurosi limiti in tal senso, in Italia ed all'estero, il Banco al suo secondo album offre un'opera perfettamente compiuta che ad ogni istante sa offrire prospettive convincenti, emozioni nuove, e coinvolge l'ascoltatore ponendolo di fronte ai grandi dubbi della vita con gusto semplice, intima necessit e squisita poesia. La celebrazione di un genio della scienza, l'inglese Charles Darwin, padre dell'evoluzionismo moderno, non che il pretesto per riproporre in un mirabile affresco di colori l'eterno dramma dell'esistenza. I musicisti hanno cercato di immedesimarsi nel sentimento dell'uomo nel corso della sua evoluzione, ed ogni tappa del processo storico trova simbolico riscontro nella vita dell'individuo, idi ogni tempo. Il concetto di evoluzione biologica esprime il fatto che tutti gli esseri viventi discendono, con pi o meno vistose modificazioni dovute all'adattamento all'ambiente, alla lotta per la sopravvivenza ed alla riuscita degli individui pi idonei, da organismi preesistenti. L'uomo in particolare deriverebbe dalla scimmia, ed per questa asserzione che Darwin il pi delle volte ricordato. L'evoluzione non esclude a priori l'opera creatrice di Dio e nei suoi aspetti meno radicali non affatto inconciliabile con la dottrina cattolica. Il pensiero di Darwin fu a lungo avversato e combattuto; in America alcune leggi, poi abrogate, ne proibirono l'insegnamento nelle scuole. Forse per questo, come un po' tutti i precursori della scienza, Darwin viene scoperto ed amato dai giovani. Nel disco musiche e liriche si sviluppano in maniera organica, ma n le une n le altre sono condizionate reciprocamente e fra loro, cosicch ciascuno dei sette brani gode di una propria autonomia, e potrebbe costituire un momento a se stante. Ma soprattutto non ci sono edite enunciazioni della dottrina filosofica e scientifica: non aride descrizioni storiche, non parole pesanti, e forzatamente intellettuali, non citazioni rigorosamente scientifiche. Soltanto un viaggio intimo nel mondo degli uomini primitivi
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sapientemente ricreato con le atmosfere inquiete e pregne della consapevolezza di una lunga ed estenuante guerra, la lotta dell'uomo come di qualsiasi altro organismo per la sopravvivenza, e la vanit di tutte le cose terrene, mirabilmente e drammaticamente sintetizzata dalla profezia di "Miserere alla storia": " Ma quanta vita ha ancora il tuo intelletto se dietro a te scompare la tua razza?". I testi, scorrevoli e mai complicati, sono importanti da una cura che a tratti pu sembrare compiaciuta di una ricercatezza formale, ma che mai scende in fumosi barocchismi. Il gusto per l'immagine ariostesca, cara a Francesco Di Giacomo, gi esemplificata nei testi del primo album, e non soltanto per la riesumazione dell'Ippogrifo, torna puntualmente e possente, specie in alcuni tratti (- Informi essere il mare vomita, sospinti a cumuli su spiagge putride... - o - Alto,arabescando, un alcione stride sulle ginestre e sul mare... - da "Evoluzione"). Ma il punto pi notevole da sottolineare la struttura squisitamente armonica del testo, il rigido e mai forzato rispetto per la metrica, l'inserimento della parola tanto nei riffs serrati quanto nelle strutture melodiche a pi ampio respiro. Senza ombra di dubbio il Banco va considerato il pi italiano ed il pi meridionale dei nostri gruppi d'avanguardia, perch ha saputo anteporre il sentimento alla ragione ed ha rispettato gli altri fondamenti imprescindibili dal gusto e dalla cultura tipicamente latina e mediterranea del nostro paese, rielaborandoli attraverso un linguaggio modernissimo. Cos mentre gli Osanna e la Premiata stanno mostrando come in Italia si possa essere tecnicamente pi preparati dei colleghi inglesi e contemporaneamente gettano le basi di un pop nostro ma internazionale, il Banco si muove su altro versante ed lontano da qualsiasi modello straniero. In altri termini se Premiata ed Osanna vogliono riconquistare il pubblico che sinora ha seguito soltanto i gruppi stranieri. il Banco potrebbe avere la funzione di recuperare coloro rimasti legati ancora alla canzonetta. E questo non va ascritto a demerito del gruppo, perch il prodotto non affatto commerciale nel senso deteriore della parola: semplicemente universale, capace di raggiungere tutti perch massaggio dettato dal cuore, e come tale frutto della pi nobile arte. Confrontato con il primo album, "Darwin!", oltre ad una generale maturazione di idee e di esecuzioni, offre un maggiore impegno a livello di composizione e di arrangiamenti. La liricit e l'organicit sono cresciute, e Francesco "Big" trova la sua pi completa realizzazione vocale. "Evoluzione", il pezzo pi lungo, musicalmente ripropone la struttura dei migliori episodi del primo album: ritmi tipici accompagnati dal testo, e variazioni atipiche e fuggevoli, senza un definito tema conduttore, e proprio per questo ricche di fascino e dense di sorprese ad ogni riascolto. I ragazzi hanno confessato che parte delle musiche sono state improvvisate in sala di registrazione: ebbene nonostante questo mai il disco scade a livello di avventura o di approssimazione, ma rimane saldamente nelle mani di musicisti geniali che fanno di ogni parola, di ogni nota, perfino di ogni pausa dell'arte e particolarmente della poesia. Il testo una presentazione dei concetti darwinisti e la narrazione dell'evoluzione organica dalla materia inorganica, e della conquista da parte della specie viventi dei tre ambienti naturali a disposizione, il mare inizialmente, la terraferma poi, il cielo aperto infine. Non una battaglia contro la religione, ma semplicemente una demitizzazione della creazione biblica in senso letterale. La stessa Chiesa del resto ha rifiutato il creazionismo specifico allineandosi moderatamente con la dottrina evoluzionista. Armonie e melodie si succedono nel pezzo in sviluppi semplici ma imprevedibili, con una ricchezza interiore straordinaria. Sensazioni ed emozioni che non vogliono mai essere sforzi di abilit tecnica: e tutti gli strumenti trovano una propria dimensione giusta, dalla chitarra tipica di Marcello Todaro, all'organo di Vittorio Nocenzi ed al moog, per la prima volta impiegato dal sestetto ma con originalit e funzionalit, al
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piano di Gianni Nocenzi, che negli sviluppi melodici risente delle formazione classicheggiante, complesso ma lineare e mai involuto. "La conquista della posizione eretta" pi cerebrale del precedente. Il desiderio di descrivere esaurientemente il paesaggio desolato delle origini si affianca alla ricerca di una dimensione drammatica che fa da teatro all'affannosa conquista. Il testo breve e pregnante, due versi per inquadrare stupendamente lo scenario, e quanto basta per descriver il tentativo. Nella sua proiezione universale ed individuale la conquista della posizione eretta simboleggia la continua lotta per la gloria e per il potere nella societ. Come altrove, ma di pi in questo caso perch collocato in conclusione, il cantato svolge un ruolo accentratore, cio riassume e d senso al tutto, al contrario di numerosi altri artisti italiani che non riescono ancora a soddisfare diligentemente l'irrinunciabile esigenza di inserire le liriche nelle musiche. Forse per questo motivo la successiva "Danza dei grandi rettili" mi sembra meno significativa. E' un intermezzo jazzato, abilmente ideato ed inserito al punto giusto, ma senza eccessive pretese. "Cento mani e cento occhi" potrebbe essere al contrario l'episodio pi convincente, perch nell'impostazione dialogata, nell'orientamento melodico, nelle interpretazioni vocali di Francesco e di Vittorio, affiora il tentativo di riportare in un linguaggio attuale elementi della tradizione popolare e soprattutto lirica, notoriamente detestata dalla pi giovani generazioni perch priva di aggancio con la realt. E' l'embrione di una rockopera, meglio di quanto gli stranieri abbiano sin ora fatto. La necessit di una dimensione visiva stata comunque avvertita a tal punto dal Banco che, abbandonata l'originaria idea di rielaborare una tragedia greca, i ragazzi sono al lavoro per la sceneggiatura teatrale di "Darwin!". E sarebbe un vero peccato che - come annunciato - questo fosse l'ultimo album a concetto unico del gruppo, perch ci radicato nelle loro possibilit. Il testo introdotto da un sintetizzatore descrive la primigenia organizzazione tribale, la prima offerta di un "ritto" ad un altro che non sia uno scambio di violenze: l'uomo combattuto fra l'unione che gli consente una vita pi sicura e la perdita della liber, amletico dramma che si rinnova nella nostra vita di ogni giorno. "750.000 anni fa... l'Amore?" il gioiello melodico della raccolta. Il piano sottolinea con delicatezza gli accenti tragici del testo, l'impotenza dello "scimmione senza ragione", consapevole della sua bruttezza e della sua incapacit (-la mente vuole, ma il labbro inerte non sa dire niente-), a possedere il "corpo chiaro dai larghi fianchi". Con un sapore vagamente leopardiano, Francesco ci regala una delle sua pi struggenti interpretazioni, soffermandosi, al di l della tipicit della sua figura fisica, il primo grande personaggio vocale che la nostra scena di gruppi d'avanguardia abbia prodotto. "Miserere alla storia", dal clima teso ed inquieto, con poche parole declamate conclude la descrizione e fa da premessa alla riflessione successiva. A cosa serve il progresso se la razza si estingue? E- traslato sul piano individuale - quanto giova lottare e soffrire per beni terreni se dietro ciascuno di noi la morte? "Ed ora io domando tempo al Tempo ed egli mi risponde... non ne ho!" un episodio a parte, sia per la struttura musicale che per il significato conclusivo dell'opera. Un valzerone popolare, una fisarmonica il clavicembalo, il clarino ed il cigolo di una grande ruota che gira: il tempo che inesorabilmente stritola l'essere vivente. L'uomo moderno proprio dal fenomeno dell'evoluzione acquista maggiore coscienza dell'infinta vanit e del trasformarsi di ogni cosa. L'estrema contraddizione la ruota che gira senza perdere un colpo e la musica che la accompagna, una giostra antica ola pedana di un circo felliniano, con qual senso di malinconia infinita e quell'ironia della vita che tutti questi amari simboli rappresentano. La conclusione pi giusta e pi bella per questo capolavoro del Banco: - Ah! ruota gigante, perch dunque mi fai pensare se nel tuo tirare la mente poi mi frenerai -. Enzo Caffarelli
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BANCO DEL MUTUO SOCCORSO Banco del Mutuo Soccorso CD 1972-1

Primo disco di una (lo dico senza problemi) delle mie BANDS preferite di tutti i tempi!!! Grandiose melodie e ritmi sfrenati che vedono trainanti le grandiose mani dei due fratelli Gianni e Vittorio Nocenzi e la caratteristica voce di Francesco Di Giacomo. Il disco delinea subito lo spirito stilistico della band rendendolo inconfondibile anche nei dischi successivi (o almeno in parte di essi). Pianoforti, clavicembali e organi Hammond sono sempre in primo piano ma con un grande feeling con gli altri strumenti. Purtroppo la qualit di registrazione del suono (anche su CD) non delle migliori! "R.I.P.","Metamorfosi", "Passaggio" e "Traccia" sono brani che il banco esegue tutt'ora nei concerti . Commento finale: un MUST ! *** Nome, copertina ed etichetta originalissimi per una formazione romana sicuramente fra le pi personali tra tutte quelle emerse alla ribalta nazionale nell'ultimo anno. Il loro organico presenta chitarra, basso, batteria, piano, organo (sono molto rari i gruppi con piano ed organo insieme, ricordi i Procol Harum che sono stati i migliori con le due tastiere), pi un cantante eccellente, il panciuto Francesco Di Giacomo, dai toni vocali molto originali. L'album del Banco del Mutuo Soccorso personale ed originale non solamente nel panorama italiano (sono compagni di management della Premiata Forneria Marconi, ma non le somigliano affatto). Ma non offre neppure facili agganci con gruppi stranieri, e questo per ovvie ragioni un immenso bene. In fondo il sestetto ha superato a pieni voti il consueto "salto" che ogni gruppo italiano deve affrontare quando abbandona il repertorio inizialmente, di solito, preso in prestito dagli americani o dagli inglesi, ed entra in una fase assolutamente creativa e propria. Il Banco torna sul tema dell'uomo angosciato ed alienato di fronte alla realt circostante, il tema che gli italiani hanno maggiormente affrontato negli ultimi tempi. Lo fanno con liriche simboliche molto belle, favolistiche, ariostesche forrei dire tenuto conto dell'accenno iniziale ad Astolfo e all'ippogrifo, sognanti, accoppiate con atmosfere melodiche e intimiste, con il piano sempre in bella evidenza, e con un organico complessivamente capace e creativo. "R.I.P." (Requescant in pace) e "Il giardino del mago" i pezzi migliori. Enzo Caffarelli

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BANCO DEL MUTUO SOCCORSO Io sono nato libero CD 1973

Questo disco parte un "Canto nomade" da 15 minuti : grandi momenti ma a volte l'atmosfera risulta troppo pesante! Segue "Non mi rompete": un altro classico del gruppo che a onor del vero non mi entusiasma pi di tanto in quanto non molto in linea con il resto delle canzoni. "La citt sottile" evidenzia la grande tecnica di Gianni al pianoforte mentre "Dopo...niente pi lo stesso" un qualcosa di incredibile: un inizio mozzafiato con grinta da vendere! Durante un'assolo di piano/moog viene anche ripreso un tema che era apparso nel "canto nomade". Chiude la bellissima "Traccia II". *** Non facile trovare le parole giuste per questo nuovo capolavoro del Banco. L'album venuto fuori dopo un lungo lavoro di selezione tra il materiale che Vittorio Nocenzi e compagni avevano in mente; e questo comporta un maggiore equilibrio rispetto ai precedenti dischi, cio uno svisceramento di ciascuna idea, superando la struttura collagistica apparsa di tanto in tanto nel primo LP ed in "Darwin!". Dunque i sei ragazzi (sette con l'aggiunta del chitarrista Rodolfo Maltese che ha affiancato con l'acustica Marcello Todaro) lavorano con lucida inventiva su parte delle loro numerose idee, senza per questo restare ancorati a schemi prestabiliti. L'album un superamento soprattutto negli arrangiamenti, nelle trovate ritmiche e nell'uso dei sintetizzatore, al quale Vittorio ha dato una fisionomia precisa ed inconfondibile. Inoltre tutti gli strumentisti sono cresciuti, come la recente tourne ha confermato indiscutibilmente: e un cenno particolare merita il pi giovane dei fratelli Nocenzi, il pianista Gianni, che esordisce anche nelle vesti di compositore. Un capitolo a parte anche per Francesco: "Big", al di l del personaggio, un interprete raffinatissimo, capace di comunicare straordinariamente anche dai microfoni di una sala di registrazione. la sua recitazione possiede una spontaneit inimitabile, e la particolare impostazione contribuisce a far venire in mente certi elementi della musica lirica che il Banco fra i pochi per non dire l'unica formazione italiana e non ad avere recuperato e riattualizzato alla luce de un linguaggio del tutto nuovo. I testi sono autentiche poesie, la lingua ricca e se vogliamo ricercata, quindi non sempre di immediata presa, ma nello stesso tempo talmente pregnante di significati che con un minimo di attenzione facile apprezzarla ed innamorarsene. I brani di "Io sono nato libero" non costituiscono un disco a concetto unico, come per "Darwin!", tuttavia si articolano intorno ad un comune denominatore che la ricerca della libert: libert che manca ai prigionieri politici ("Almeno tu che puoi fuggi via canto nomade, questa cella piena della mia disperazione, tu che puoi non farti prendere. Voi condannate per comodit, ma la mia idea gi vi assalta. Voi martoriate le mie sole carni, ma il mio cervello vive ancora... ancora"); che manca a chi costretto a combattere ("Lingue gonfie, pance piene, non parlatemi di libert, voi che io stramaledico"); che manca a chi vive nelle grandi metropoli disumanizzanti ("Qui il vento non soffia - rivive un'immagine di Cento mani, cento occhi - i rumori, ma c' il silenzio che s scrivere nell'aria ferma. Sottile non citt, fra i tuoi perenni grigi, sola"). Inoltre le parole sono inserite nelle musiche pienamente, senza setti divisori. Insomma una grande opera: e se l'immagine del grasso Francesco e la sua umanit poetica
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sono la prima cosa a balzare agli occhi ed a toccare il cuore, il gruppo dietro non resta in secondo piano. Sul piano ritmico non ha pi nulla da invidiare a nessuno, sul piano delle invenzioni solistiche organo, piano e sintetizzatore, creano suggestioni ed emozioni continue, fuggendo complesse elaborazioni polifoniche, e senza concedersi momenti di pausa. Un breve cenno sui cinque brani che compongono il microsolco. "Canto nomade per un prigioniero politico" una stupenda canzone "autunnale", per il clima crepuscolare e nostalgico che la pervade ("In questi giorni certo autunno gi da noi, dolce Marta, Marta mia", come se per il protagonista, "prigioniero per l'idea", lo scorrere delle stagioni non avesse pi senso). La seconda parte del brano strumentale e sviluppa in particolare idee ritmiche, con l'aggiunta alle percussioni di Silvana Aliotta dei Circus 2000. "Non mi rompete" una breve ballata con la chitarra acustica in evidenza. Francesco si riscopre immaginifico discepolo ariostesco, mentre il suo impegno recitativo maggiore ne "La citt sottile", inserito in una dimensione trasognata, da incubo felliniano, con il pianoforte protagonista assoluto. "La citt sottile", composto da Gianni Nocenzi, il brano musicalmente pi difficile del LP. "Dopo... niente lo stesso" ripercorre tutta una serie di situazioni attraverso una curatissima strumentazione: l'impostazione lirica, la suggestione del dialogo, i personaggi diversi o dovuti alle diverse situazioni psicologiche che si accavallano e si confondono nel finale vortice di tristezza, ne fanno probabilmente il pezzo pi significativo del LP. Come pure altrove, i ritmi anglosassoni sono calati in una sensibilit ed in una forma di tradizione tipicamente mediterranee, operazione comune anche a gruppi inglesi, vedi i Gentle Giant ad esempio. Infine "Traccia II" si ispira al tema che chiudeva il primo album del Banco: uno strumentale che nasce in sordina e poi esplode in un prezioso crescendo. Un disto che va ascoltato con molta attenzione, ma che consacra definitivamente - se ce ne fosse ancora bisogno - questo grandissimo gruppo. Enzo Caffarelli

BANCO DEL MUTUO SOCCORSO Come in un'ultima cena 1976

Questo disco segna un piccolo cambiamento nello stile del gruppo: risulta un disco di minor impatto sonoro ma comunque molto gradevole. Spiccano "Il ragno" (tutt'ora in scaletta), l'inizio travolgente di "Voila' Mida" e la ballata acustica "La notte piena". Chiude "Fino alla mia porta" che sar estesa e rinominata nel successivo disco live "CAPOLINEA" (non recensito). Un gran bel disco ma con sonorit pi soft.

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BANCO DEL MUTUO SOCCORSO Garofano rosso 1976

Disco colonna sonora del film "Garofano rosso" completamente strumentale trova secondo me i picchi pi elevati nella grintosissima "Garofano rosso" (soprattutto nella seconda parte), nella "Passeggiata in bicicletta", nella bellissima "Tema di Giovanna" e nel "Notturno breve". Niente male ma lo consiglio ai fans scatenati.

BANCO DEL MUTUO SOCCORSO ...di terra 1978

Altro disco strumentale dove la band viene affiancata dall "Orchestra dell'Unione Musicisti di Roma" diretta da Vittorio Nocenzi. I titoli/versi delle varie parti sono di Di Giacomo: Nel cielo e nelle altre cose mute terramadre, non senza dolore io vivo n pi di un albero non meno di una stella nei suoni e nei silenzi di terra. Bellissimo il tema ma a volte l'orchestrazione risulta un po' forzata! Comunque onestamente come disco strumentale lo preferisco a "Garofano rosso" soprattutto per l'entusiasmante finale di pianoforte di "Di terra".

BANCO DEL MUTUO SOCCORSO Canto di primavera 1979

Qui la storia cambia...! Le sonorit cominciano a spostarsi sempre di pi verso il pop e si salvano "Canto di primavera" , la bella "E mi viene da pensare" e "Lungo il margine". Il gruppo ha definitivamente abbandonato quello stile che lo ha reso noto nei primi dischi.

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BANCO DEL MUTUO SOCCORSO Da qui messere si domina la valle...B.M.S. (91) 1991 -1

In questi due "Da qui messere si domina la valle" vengono riproposti i primi due dischi completamente riregistrati con suoni moderni e batteria elettronica inserendo anche variazioni o ampliazioni ai vari momenti di assolo. Bella l'orchestrazione in "Passaggio" e in "750.000 anni fa...l'amore". Io preferisco gli originali...ma non sono male per un ascolto occasionale

BANCO DEL MUTUO SOCCORSO Da qui messere si domina la valle...Darwin 1991 -2

vedi sopra

BANCO DEL MUTUO SOCCORSO Nudo 1997

Questo doppio "Nudo" diviso in tre parti: una nuova canzone da 15 minuti initolata "Nudo" , una parte 'unplugged' e una parte 'live'. Non male la nuova traccia "Nudo" anche se improntata in maniera leggermente pi moderna e quindi diversa dalle migliori canzoni del gruppo. Nella parte 'unplugged' vengono riinterpretati i vecchi cavalli di battaglia con 2 chitarre acustiche e un pianoforte. Grandioso il risultato!!!! La parte 'live' occupa completamente il secondo CD. Impressionante la sonorit, la precisione e la grinta con cui vengono eseguiti i pezzi , contando anche l'assenza di Gianni Nocenzi! "La conquista della posizione eretta" e "Metamorfosi" incoronano indubbiamente Vittorio Nocenzi come uno dei pi grandi musicisti italiani presenti sulla scena. Alta tensione anche in "Roma/Tokyo" e "Traccia". SUPER CONSIGLIATO.

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BIGLIETTO PER L'INFERNO Il tempo della semina

Onestamente sono rimasto un po' deluso da questo seguito!!! Ci sono ancora dei bei momenti, soprattutto nella title track, ma spesso il gruppo si rifugia in passaggi pop. Bella "Vivi lotta pensa" e "L'arte sublime di un giusto regnare"

BIGLIETTO PER L'INFERNO Biglietto per l'inferno 1972

Altro bel disco italiano anche se magari un po' pi orientato verso l'hard rock che al progressive. Belle "Confessione" un lungo dialogo tra una specie di Robin Hood odierno che ruba ai ricchi per dare ai poveri e un prete con un bel intervento di pianoforte e coro finale, "Una strana regina" con Hammond e moog sempre in evidenza, "Il nevare" che alterna parti soft e tirate sfilate di moog e chitarra distorta, e la lunga "L'amico suicida". Un gran bel disco: sicuramente consigliato agli amanti delle sonorit leggermente pi spostate verso l'hard rock.

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BLUE MORNING BLUE MORNING 1973

i Blue Morning sono un gruppo romano avviato al jazz d'avanguardia, da parecchio tempo in anticamera: finalmente esce il loro primo album, che coincide per con uno sfaldamento parziale della formazione. Resta il documento, il "risultato di una ricerca musicale condotta per molto tempo in modo del tutto autonomo e non senza sacrifici vari", come gli stessi ragazzi del gruppo scrivono nelle note di copertina. Una ricerca che pone i Blue Morning - quattro elementi pi uno, Alvise Sacchi, addetto ad "aggeggi vari" e disegnatore della copertina - all'avanguardia in Italia. Maurizio Giammarco, sassofonista flautista e pianista, ha suonato con noti jazzisti. Roberto Ciotti, musicista preparatissimo, il chitarrista che Alan Sorrenti avrebbe voluto con s nell'ultimo gruppo la scorsa estate. Tutti insieme hanno partecipato alla realizzazione in sala di dischi di colleghi, come "Alice non lo sa" per Francesco De Gregori. Il loro un jazz personale, lontano dai modelli inglesi pi imitati: un jazz ricco di spunti creativi e sufficientemente comunicativo, senza sbavature, con spazio per tutti gli strumenti e nel medesimo tempo senza noiosi assoli. L'album strumentale, e cinque sono i brani dai titoli molto originali: "Danza del palombari lottatori", "Panini volanti", "Farfalle nella pancia", "Belmont Plaza" e "Una sera di luglio, in citt, dopo una cena col morto": per i quali non sempre facile trovare il nesso logico con la musica, ma comunque piacevole la distinzione dai soliti incubi, risveglio, sogno, realt, visione, illusione... che rappresentano la trovata a senso unico per molti gruppi italiani minori. Un'ennesima prova, quella dei Blue Morning, che la musica in Italia ha uomini validi, e che sono soprattutto le strutture, e semmai l'educazione artistica del pubblico a mancare. Enzo Caffarelli

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Campo di Marte Campo di Marte 1973

Negli anni '70, tanti furono i temi di discussione che sfociarono magari in motivo di protesta o che presi come puri ideali, suscitarono emozioni tali da formare veri e propri movimenti di gruppo. Alcuni di questi si sono persi lungo il cammino del tempo mentre altri sono rimasti vivi e sono arrivati fino ad oggi. Uno di questi, che maggiormente ha meritato attenzione, era (ed ) il tema della pace. Non so se il nome del gruppo includa il mitologico dio della guerra proprio come manifesto di offesa e lotta, ma i testi e le atmosfere trasudano di questi ideali. Strana la scelta dei titoli: una numerazione in tempi (dal primo al settimo), quasi a richiamo classico. E' lampante la voglia del gruppo di proporre un lavoro variegato ed originale: molte composizioni (come ad esempio "Primo tempo") si snodano su pi temi, leggeri e pesanti, acustici ed elettrici, lenti e sfrenati; ci si scontra con atmosfere estremamente tirate (...quasi da campo di battaglia...) con chitarre distorte in primissimo piano accompagnate da lunghe cavalcate di basso e batteria intrise di ottime tastiere, e magari di l a poco i flauti intrecciano con i corni un sottile mosaico di note quasi da "Quiete dopo la tempesta" (si vedano anche "Secondo tempo" e "Quinto tempo"). Bene in vista anche alcuni accenti al di fuori del progressive: "Quarto tempo" ha un'impronta nettamente classica mentre "Settimo tempo" quasi jazz, almeno in alcune parti. Anche alcuni interventi di chitarra non si possono, secondo me, catalogare propriamente rock e si nota gi dal primo ascolto una marcata differenza tra la chitarra acustica, sempre lineare, precisa e pulita, e la chitarra elettrica, dirompente, potente e, in alcune parti, fin quasi maltrattata. Basta sentire l'inizio di "Terzo tempo" (la traccia migliore insieme a "Settimo tempo"): un indiavolato assolo iniziale, caotico e perfezionista allo stesso tempo, che introduce al bellissimo cantato con ottima parte di pianoforte. Da segnalare inoltre il grandioso assolo centrale che richiama l'energica grinta iniziale. Ricordo quel prato coperto di fiori ... ...e vedo quel luogo, migliaia di croci ... Un disco valido, che deve molto alla grande tecnica dei componenti! Consigliato.

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CELESTE CELESTE 1976

Le sonorit di questo disco sono sempre molto soft ma sprigionano in vari momenti delle sensazioni uniche. Oltre ai classici strumenti, vengono usati xilofoni e flauti. Bellissime "Principe di un giorno" e "Favole antiche". Forse il fatto che l'atmosfera rimane sempre su certi canoni rende difficile l'intero ascolto. Comunque consigliato

CERVELLO Melos 1973

Melos il personaggio della mitologia greca che rappresenta il canto, ed il protagonista di questa ricostruzione del clima della tragedia e del mito che il Cervello ha voluto offrire al suo esordio. Il quintetto napoletano usa un linguaggio volutamente ricercato, arcaicizzante fino all'esasperazione, ma immediato, senza rifiniture barocche, costituito di immagini rapide e folgoranti, una descrizione verbale tesa a provocare, secondo il programma dei musicisti, visioni altrettanto immediate nell'ascoltatore. Le parti cantate sono porzioni di un tutto musicale, senza interrompere lo svolgimento armonico del brano: c' una sapore dodecafonico e di antichi canti che si mescolano e rendo l'operazione difficile e particolarmente interessante, anche se dura al primo ascolto. Musicalmente il Cervello presenta una certa autonomia dai modelli stranieri: forse un momento di sintesi delle cose migliori offerte dal panorama italiano, dalla PFM al Banco, agli Area; soprattutto agli Osanna, cui il Cervello doppiamente legato: in quanto Corrado Rustici, chitarrista, il fratello minore di Danilo, e perch lo stesso Danilo insieme ad Elio D'Anna sono stati i produttori dell'album e le attente guide del gruppo costituito da giovanissimi (et media diciannove anni). Il recupero della tradizione mediterranea, e greca in particolare, vuol essere un fatto ispirativo, non di ricostruzione neoclassica: anzi le figure di Euterpe, la musa del canto, o del Satiro, dello stesso Melos, ambiguo, portavoce delle contraddizioni della realt di ogni tempo, sono osservate attraverso un diaframma critico. Del rito dionisiaco viene esaltata la potenza energetica, ma condannata la forma. Gianluigi di Franco (flauto e voce) e Corrado Rustici hanno composto i brani, anche se sul disco figurano due prestanome. Ci sono degli episodi acustici, tipicamente pastorali, come scenografia richiede, ma c' soprattutto un rock-jazz libero, fluido, con atmosfere galattiche. L'uso del mandolino, del vibrafono e di vari tipi di flauto danno particolare ricchezza e corposit al suono. In alcuni brani si osserva proprio una crescita da momenti tradizionali verso la conquista progressiva di un linguaggio concettualmente pi moderno. Enzo Caffarelli
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Cherry five Cherry five 1975

Primo e unico disco di quelli che saranno i futuri Goblin: evidenzia le grandissime capacit tecniche dei componenti. Le sonorit ricordano a volte gli Yes dei dischi migliori ma con il grande pregio di non imitare mai , e ripeto mai, lo stile di Jon Anderson. Difficile dire cosa spicca...il livello sempre alto...le canzoni sono sempre lunghe ed interessanti dall'inizio alla fine: Simonetti abbonda con Hammond, Mellotron e Rhodes, strumenti che non user pi di tanto nei seguenti dischi coi Goblin. Atmosfere sempre tirate in "Country Grave-yard"; bello l'inizio acustico in "The picture of Dorian Gray" con uno strano intreccio vocale all'interno; grandioso l'inizio di "The swan is murdered part 1" con un clavicembalo intrecciato ad un pianoforte che creano un sostegno incredibile per la voce di Tartarini; "Oliver" la traccia pi lunga del disco sempre spigolosa e comandata dall'Hammond di Simonetti. Chiude "My little cloud land": dall'assolo finale di moog (?) vibrato si pu avere un assaggio del seguente stile Goblin. Un grande disco!!! CONSIGLIATO

CITTA' FRONTALE El Tor

Onestamente non comprendo come due personaggi di spicco come Vairetti e Guarino che hanno creato parte della storia della musica italiana con gli Osanna siano riusciti a confezionare un disco del genere. Le melodie sono quasi da Santa Messa della domenica. Onestamente salvo solo "Duro lavoro".

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Claudio Lolli Aspettando Godot 1972 - Ciao 2001

E' piuttosto strano come con un vasto patrimonio tradizionale e con tentativi cos numerosi, l'Italia abbia partorito negli ultimi dieci anni tanti cantautori sufficientemente apprezzabili, ma un solo indiscutibile genio e poeta, Francesco Guccini. Ed a Guccini che Claudio Lolli si avvicina per formule musicali, per gli arrangiamenti scarni e semplici (che qui divengono comunque semplicistici) e per l'impegno ricercato dei testi. Con la differenza che quanto in Francesco riflesso, implicito e pregnante di un provincialismo culturale che in fondo proprio e tipico di quasi tutti i grandi artisti del nostro paese, in Claudio denuncia esplicita e forzata, costantemente sull'orlo del luogo comune e di quella protesta politica che fa di tanti talenti degli uomini "impegnati" ma non degli artisti. E quanto in Guccini spontanea descrizione di moti del cuore e di paesaggi naturali, in Lolli frutto di esperienze personali nelle quali la costante ricerca di un'assoluta sincerit merita sicuramente una lode, ma risente qua e l di un notevole sforzo espressivo. Ci non significa affatto che il discorso artistico di questo giovane cantautore sia sbagliato o, quel che peggio, sia assente. Tutt'altro. Solo che non c' bisogno di scomodare Guccini, come taluni hanno fatto, per paragoni dai quali nessuno dei due pu trarre giovamento alcuno. In fondo Lolli un personaggio estremamente sincero, e come tale non va considerato secondo a nessuno: per forse non basta essere se stessi per essere dei grandi artisti. Claudio deve amare profondamente Samuel Beckett se ha intitolato il primo brano e l'intero album "Aspettando Godot". Oppure ha trovato estremamente giusto, per ci che complessivamente vuol dire con questa sue esperienza discografica, la satira del commediagrafo irlandese, per entrare nei panni un po' scomodi di Vladimiro e di Estragone a confessare l'inutilit della propria esistenza nell'attesa di qualche cosa di superiore. "Aspettando Godot" il brano pi complesso e pi valido dell'album, seguito a ruota da "Borghesia", musicalmente un buono folk italiano, con un quadro davvero tragico dei certa borghesia. poi "L'isola verde" e "Angoscia metropolitana". Le altre sembrano le poesie d'amore scritte nella prima giovinezza e musicate con l'ombra di Luigi Tenco in mente. Il tema fondamentale resta l'inutilit della vita: il risultato cui, sfruttando i suoi principi marxisti, Lolli giunge conseguentemente attraverso un'amara ironia della vita con una continua, elementare ma significativa, confessione. Ci che resta di questo disco l'analisi psicologica del personaggio, la vicenda dell'"uomo" non in termini astratti e generali come hanno fatto sinora troppi gruppi italiani con testi talora infelici, ma composta con un mosaico di ricordi, impressioni e sentimenti personali; e restano in mente i brani pi belli, da canticchiare scoprendovi magari, inaspettatamente, la problematica che qualcuno di essi pone. La strada quella giusta: ricordiamoci per che ci sono altri talenti da scoprire, senza accontentarci di figure mediocri o di doppioni. Lolli non fortunatamente n l'uno n l'altro, ma non possiede neppure l'altezza lirica e la maturit dei migliori. Un esordio in ogni caso degno di menzione. Enzo Caffarelli

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Claudio Rocchi Volo magico n. 1 1971 - Ciao 2001

Claudio Rocchi il cantautore pi nuovo ed interessante che la scena italiana abbia espresso da un anno a questa parte. Claudio partito contemplando ancora modelli nazionali e stranieri, come in pratica inevitabile oggi per un cantautore, ma ormai riuscito ad esprimere pienamente se stesso, a trovare un equilibrio eccellente fra musiche e testi: le musiche molto scarne, incisive, un piano leggiadro e creativo, una ritmica in sottofondo, due o pi chitarre a dialogare in primo piano; i testi chiari e sintetici, provocanti, spesso sognanti, che comunque sanno darci l'esatta immagine del Rocchi-uomo, stravagante pacifista genuinamente ispirato ma utopista come tanti altri. "Volo magico N. 1" il secondo album di Rocchi, dopo "Viaggio", e doveva originariamente essere doppio. Vi figurano parecchi nomi dell'ambiente milanese che cominciano a farsi notare, come i ragazzi del Pacco. Cito fra gli altri il piano di Eugenio Pezza, e le chitarre di Alberto Camerini e Riki Belloni. Claudio dolce ed intimista in brani come "La realt non esiste" e "Tutto quello che ho da dire"; il suo linguaggio si fa pi urlato ed esasperato nella lunga "Giusto amore". La seconda facciata occupata interamente dal pezzo che porta il titolo dell'album, composizione eccezionale dall'atmosfera a tratti pseudo-orientale, ma a base di semplici percussioni di chitarre acustiche, e di cori sino all'entrata del mellotron e della chitarra elettrica nella parte finale. Molto belle le parole, non riportate nella copertina, ma facilissimamente comprensibili dalla limpida collocazione della voce nel sound del disco. Ecco alcuni stralci: "...c' sempre tempo per cantare... poi puoi andare dove vuoi, poi puoi esser come vuoi, poi puoi stare con chi vuoi poi puoi prendere o lasciare, poi puoi scegliere di dare... ". Mi piace soprattutto "La realt non esiste": "Quando stai mangiando una mela, tu e la mela siete parte di Dio; quando pensi a Dio sei una parte, di ogni parte niente fuori da tutto; quando vivi tu sei un centro di ruota, e i tuoi raggi sono raggi di vita; puoi girare solo intorno al tuo perno o puoi scegliere di correre e andare; quando dormi tu sei come una stella e il respiro come fuori dal tempo; quando ridi come il sole sull'acqua, sai che farne della vita che hai; quando ami tu ridono al tuo corpo quel che manca per riempire un abbraccio; quando corri sai esser lepre e lumaca, se hai deciso di arrivare o restare; quando pensi stai creando qualcosa, l'illusione di chiamarla illusione; quando chiedi tu hai bisogno di dare, quando hai dato hai realizzato l'amore...". Enzo Caffarelli

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Claudio Rocchi La norma del cielo (volo magico n. 2) 1972

Due mesi fa Claudio Rocchi tornava in Italia dalla sua esperienza indiana, giunta puntuale dati gli interessi artistici ed umani del cantautore milanese. Tornava anche con l'epatite virale, dalla quale fortunatamente si rimesso. Questo album esattamente la prosecuzione del precedente, "Volo magico n. 1", considerato anche il fatto che quel primo doveva essere doppio, mutilato poi per ovvie controversie discografiche. Dunque buona parte del materiale qui raccolto era pronto da un anno almeno. Simile l'impostazione dei brani, i brevi tratti cantati che focalizzano il pezzo, ed i lunghi episodi strumentali, gli stessi sono i musicisti partecipanti alle registrazioni, fra i quali Eugenio Pezza, Eno Bruce, Lorenzo Vassallo, Alberto Camerini. L'album di Claudio contiene melodie fresche e dolcissime, anche se qua e l i periodi meditativi vengono un po' sacrificati alla creazione di una particolare concentrazion3e e di una particolare atmosfera; buoni i testi: il loro messaggio semplice come il personaggio che gli sta dietro. Frasi come "vivi la vita vivendo la vita" hanno un significato profondissimo, ma che purtroppo pu sfuggire ad una ascoltatore distratto. Claudio gi molto conosciuto anche grazie alla rubrica radiofonica "Per voi giovani", e dunque quasi tutti lo apprezzano: pensiamo che questo LP piacer a chi gi lo stima, e riuscir a convincere anche il resto del pubblico. La cosa pi interessante, al di l delle influenze orientaleggianti, ci sembra la vena genuina del cantautore, che sa fare del folk con semplicit e poesia sulla base di un discorso prettamente italiano. Cos in "La norma del cielo", "Storia di tutti", "L'arancia un frutto d'acqua". S. R.

CLAUDIO SIMONETTI Profondo rosso - XXV anniversario 2000

Raccolta di canzoni dei Goblin ed altri autori completamente risuonati e talvolta riarrangiati da Simonetti. Segnalo "Profondo rosso" con un ottimo scambio di assoli finale, "Tenebre", "X-files" e "Opera". Le canzoni sono comunque tratte da due compilation: X-Terror Files e Transilvania. ...molto spesso si sente la mano di un grande musicista...

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Corte dei Miracoli Corte dei Miracoli 1976

Disco di tardo progressive (76) per questo gruppo che presenta alla chitarra in "...e verr l'uomo" e al banco di missaggio Vittorio De Scalzi dei New Trolls . De Scalzi dar a tutto il disco un taglio riconoscibile e molto simile ad Atomic System. Da segnalare il bell'inizio in "..e verr l'uomo" e una sempre attiva presenza di pianoforte e batteria. Una pecca del disco che a volte il gruppo si rifugia in passaggi magari gi consolidati e non proprio originali. Il risultato comunque tutt'altro che malvagio...anzi! Ne "Una storia fiabesca" l'apporto vocale ricorda vagamente Tagliapietra. ...un bel disco.

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DE DE LIND Io non so da dove vengo e non so dove mai andr. Uomo il nome che mi han dato 1973

Corro il rischio di non trovare pi che cosa scrivere intorno ai gruppi italiani, i quali nonostante il momento buono pi volte sottolineato, si ripetono in una maniera incredibile. Dopo il successo clamoroso e, per la maggior parte dei casi, meritato, di alcuni gruppi nostrani, le case discografiche ed i managers, fino a quel momento drasticamente chiusi ad ogni tentativo di novit, ad ogni esperimento che portasse una ventata di freschezza all'asfittico panorama italiano, hanno creduto di scoprire l'oro e si sono buttati a testa bassa sul materiale giovane, spendendo tempo e danaro sull'etichetta "underground italiano" (ammesso e non concesso che buona parte delle persone che in Italia tengono in mano il mercato discografico, siano in grado di selezionare il buono dal cattivo, e di distinguere ci che non capiscono da quello che definiscono underground. Purtroppo la nuova generazione di tecnici e discografici giovani si sta imponendo solo lentamente). E' un breve monito questo che vorrebbe richiamare ad una certa prudenza, a contenere un fenomeno che rischia la pi ridicola delle inflazioni. Non un discorso che serve ad introdurre specificatamente i De De Lind, gruppo nuovo che tutto sommato conosce il fatto suo e si esprime in termini accettabili, facendosi apprezzare moderatamente per questo suo esordio, senza raggiungere tuttavia traguardi troppo ambiziosi e lodevoli. I De De Lind sono in cinque, con la tipica strumentazione ricchissima del nuovo prototipo di gruppo italiano: un cantante che scrive i testi e suona la chitarra acustica, due ritmi, due solisti che si alternano al flauto, al sax, al pino, all'organo, alla chitarra elettrica. Niente di nuovo sotto il sole: le solite melodie acustiche alternate a ritmi incalzanti e a brevi episodi di rock pi duro, con testi difficilmente imponibili alle esigenze metriche delle melodie, e strutturati al solito modo ed introno agli stessi argomenti di introspezione personale che finiscono per essere fatalmente i pi banali (benedetti ragazzi, sarete i duecentocinquantesimi ad usare titoli come "Fuga e morte", "Smarrimento", "Voglia di vivere", "E poi...", e meno male che non c' accenno a "Sogno e risveglio", "Incubo" e "Illusione!"). Qualche influenza classicheggiante, e tante idee appena abbozzate ed ancora da sviluppare compiutamente. E' un album dal titolo chilometrico che ha la funzione principale di creare una base, sia pure con qualche trave traballante, per un edificio futuro forse ricco di buoni risultati. Tra le due facciate, migliore la prima. Enzo Caffarelli

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DEDALUS DEDALUS 1973

Per la neonata Tridenti esordiscono i Dedalus, Gia segnalatisi come una delle promesse pi benne della scena italiana. Come altri nomi nuovi, il gruppo si muove nell'aera del jazz pi vicino al rock, quello che in Inghilterra ha nome Soft Machine o Nucleus, in America Miles Davis, Weather Report, Mahavishnu Orchestra, Herbie Hancock. Il linguaggio dei Dedalus a met strada fra le due esperienze, ricco di immagini, ricercato nelle sonorit, e con risultati estremamente soddisfacenti fin dalla prima incisione. Sui quattro giuoca un ruolo notevole l'esperienza, essendo stati tutti pi o meno, nonostante l'et (dai ventitr ai diciotto anni), impegnati in ambienti qualificati, come quello dell'elettronica, del jazz o del blues, al contrario di altri musicisti pur volenterosi, che giungono ad esperienze avanzate dopo anni di balera. Agli strumenti base, che sono batteria, basso, sax o chitarra e tastiere, si aggiungono il sint, varie percussioni, il contrabbasso e, la nota pi curiosa, il violoncello - che il pianista Fiorenzo Bonansone inserisce spesso e volentieri tra lucidi assoli di sax sonorit liquide di piano elettrico, voci elettroniche mescolate con gusto ed efficacia, e ritmi tribali realizzati grazie alla collaborazione di Ren Mantegna degli Aktuala. Musica cerebrale e difficile, ma variando timbri e strumenti conduttori, i Dedalus vogliono intenzionalmente prevenire questo pericolo. D'altra parte la musica si evolve, il rock e con esso il pubblico del rock tendono parallelamente a qualcosa di pi significativo, a costo di qualche sacrificio di impegno nell'ascolto: i Dedalus lo hanno capito e non si preoccupano di venire incontro alla massa con facili concessioni. Ecco perch questo LP non destinato al grande successo, anche se rappresenta un convincente esempio di come anche in Italia si possa suonare bene. Cinque i titoli: "Santiago", "Leda", "Conn", "CT 6" e "Brilla". Enzo Caffarelli

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DELIRIUM Dolce acqua 1971

Per chi rimasto al "Canto di Osanna", devo immediatamente precisare che i cinque Delirium valgono assai di pi, e che anzi sono sicuramente fra i nomi che danno maggiore fiducia e maggiore speranza per il futuro della musica italiana. Dopo gli Osanna, anche i compagni di scuderia Delirium hanno costruito quello che in Inghilterra chiamano un "album concept", in altri termini una raccolta di brani legati da un tema conduttore: tema conduttore che ancora una volta l'uomo, compresso dal particolarismo e minacciato dall'alienazione, in un viaggio di sensazioni che lo conducono dalla paura alla speranza, attraverso l'egoismo, il dubbio, il dolore, l'ipocrisia, la verit, il perdono e la libert. Musicalmente il gruppo preferisce una strumentazione acustica, basata sull'ottimo flauto di Ivano Fossati, l'autore pi prolifico del quintetto, e sul piano di Ettore Vigo. Possiede inoltre pi di una bella voce, elemento purtroppo assai raro fra i nuovi gruppi italiani, ed un'impostazione di base che consente loro di affrontare con felice risultato il jazz, con accenni alla musica sudamericana, e senza dimenticare nel frattempo un tipo di canzone che ricorda molto da vicino i migliori cantautori italiani. Dopo il Preludio ed i primi due Movimenti, l'album offre un piacevolissimo intermezzo jazzistico. Il brano dedicato a "Satchmo", "Bird, ed un altro indimenticabile amico", ma, come specificano le note dell'album, vuol essere puramente ispirato al mondo musicale del jazz, senza accenni espliciti allo stile di Louis Armstrong o di Charlie Parker. la seconda facciata offre una prima parte volutamente semplicistica, quasi in corrispondenza con un sentimento quale la sincerit, mentre la musica si fa pi complessa e violenta con "Johnnie Sayre", personaggio tratto dall'antologia di Edgar Lee Masters, la stessa che ha dato lo spunto a De Andr per il suo ultimo LP. La "Favola o storia del lago di Kriss" un dialto immaginario fra la luna, il vento ed un lago che vorrebbe uscire dai propri argini per conoscere. La conclusiva "Dolce acqua" il ritrovamento della speranza alla fine del viaggio musicale, e gli autori puntualizzano che potrebbe essere intesa nella sua dimensione ecologica come riscoperta dei valori pi puri della natura. L'album mi sembra uni dei migliori italiani da un anno a questa parte. Anche i testi sono poetici ed incisivi. Non c' proprio nulla in comune con i Chicago, i Blood Sweat & Tears ed i Colosseum, come un po' superficialmente scrive Lilian Terry per le note di copertina di "Dolce Acqua". Ma forse proprio qui il bello; non c' la solita imitazione del gruppo straniero, di fronte al quale si finisce fatalmente per fare una magra figura, ma c' un discorso molto personale, forse ancora troppo poco elaborato e maturo, che porter per sicuramente il gruppo a vertici altissimi. Enzo Caffarelli
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DELIRIUM Lo scemo e il villaggio 1972

A cavallo tra l'impegno della ricerca e il motivo orecchiabile, un occhio all'album "concept" ed uno alla sigla televisiva, ora privati di Ivano Fossati, i Delirium propongono questo secondo album a quasi un anno di distanza dal primo. Nella loro musica c' sempre un non so che di indefinito: spunti jazzati, qualche passaggio ricco di gusto e raffinato, senza effettismi di sorte, e qualche rispolveratura delle cadenze e dei colori che hanno fatto, con "Jesahel" e compagnia bella, la fortuna del complesso genovese. Da quanto si capisce, il gruppo cerca di non deludere le sue schiere di fans. Tra un mellotron ed un piano jazzistico, tra un flauto dolce ed una chitarra acustica, la voce di Mimmo Di Martino, canta i testi brevi ma pieni di significato. Lo scemo del villaggio rappresenta il disadattato, l'escluso dal gruppo, dalla societ, e secondo le note di copertina "il vero uomo, l'interprete autentico della saggezza naturale, nonostante le beffe di cui lo fa oggetto un villaggio i cui sapienti somigliano pericolosamente ad un branco di scimmie". Il personaggio non subisce passivamente, ma denuncia la falsit e la vanit del mondo che lo circonda, da cui la luce eroica che lo illumina e la necessit del conflitto sociale come insostituibile momento dialettico. Confrontando questo album con il precedente "Dolce acqua", si nota subito una differente distribuzione degli strumenti (in evidenza i sax, ad esempio), mentre la musica a tratti si rif al precedente lavoro. Il gruppo riesce in definitiva ad essere originale, senza cio ispirarsi a nessuno in particolare, ma si sente che andato alla ricerca di un terreno personale, al di fuori di alcuni canoni tradizionali. Enzo Caffarelli

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DUELLO MADRE DUELLO MADRE 1973

Si tratta di un quartetto composto dal chitarrista Marco Zoccheddu e dal bassista Bob Callero, che precedentemente avevano fatto parte degli Osage Tribe, pi il sassofonista flautista Pippo Trentin ed il batterista Dede Lo Previte. Per la produzione di Gian Piero Reverberi, il Duello Madre ha composto ed arrangiato i cinque brani in cui si nota una particolare attenzione per i gruppi jazz d'oltre Manica, e un allineamento con numerose altre formazioni italiane d'avanguardia. La nascita di numerosi nomi sulla scia di un fenomeno generalmente di importazione, come molti sostengono , uno degli aspetti pi sintomatici e nello stesso tempo inquietanti del mercato italiano. Lasciamo gli artisti liberi di suonare ci che vogliono, per troppi fra di essi sono sfruttati dalle case discografiche, montati, abilmente manipolati e poi abbandonati. Finch mancheranno le strutture adeguate, in Italia c' posto soltanto per pochi nomi: ed oltre ad una maturit a livello dirigenziale ed alla preparazione dei gruppi stessi, alludo ad altri problemi allarmanti, come la mancanza di locali adeguati ad ospitare concerti pop in Italia, e la mancanza di fiducia negli spettacoli dei nostri complessi da parte dei gestori e da parte del pubblico stesso. Invece i gruppi nascono come funghi: per il Duello Madre vale il diritto d'anzianit, trattandosi di musicisti da tempo sulla scena, anche se battezzati con un nuovo nome. E la loro musica, un jazz ben costruito e non astruso, cio comunicativo, degna di lode. I brani migliori: "Aquile blu", l'unica con un testo, "Otto" e "Duello". Enzo Caffarelli

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ERRATA CORRIGE Siegfried, il Drago e Altre Storie 1976

Tante cose si possono dire degli italiani ma non che siano delle persone prive di fantasie in quanto solo nell'ambito discografico sono state messe in musica le pi disparate storie, in bilico anche tra sacro e profano. Tra i pi singolari lavori va sicuramente ricordato anche questo disco che parla di draghi, mostri e cavalieri. Dal punto di vista musicale, i toni rimangono sempre sul piano acustico (tanto che le apparizioni della chitarra elettrica si possono contare sulle dita di una mano) ma con idee di base molto buone ed originali. Il tutto inoltre condito con ottimi interventi di flauti, moog, pianoforte e strings di vario tipo. L'unica pecca sta in alcuni passaggi, rari per la verit, un po' prevedibili, gi dal primo ascolto. Grandiosa la lunga "Del cavaliere Citadel e del drago della foresta di Lucanor", il pezzo migliore, e "Siegfried (Leggenda) e (Mito)". E' difficile proporre un paragone con altri gruppi e/o dischi acustici tipo Celeste o il primo Pierrot Lunaire; questo sicuramente un disco molto gustoso e godibile, consigliato, per, a chi non cerca atmosfere elettriche e con distorsioni in primo piano. Nella versione cd stata inserita anche la bonus track "Saturday il Cavaliere" cantata in inglese che mescola lo stile acustico di "Siegfried..." ad un ritornello orecchiabile quasi stile anni '80, con una buona ripresa dopo un autentico carosello strumentale. Secondo me un disco valido

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FESTA MOBILE Diario Di Viaggio Della Festa Mobile 1973

Unico disco per questo gruppo che propone un buon rock progressivo anche se leggermente pi duro e spigoloso rispetto ai dischi sacri di questo genere. Il vero protagonista del disco il pianoforte, sempre in primo piano, anche se non mancano comunque buoni inserimenti di clavicembali ed organi. Si inizia con "La corte di Hon", il pezzo pi complesso del disco, poi "Canto" con una bella melodia cantata e un buon solo di Fender Rhodes. Segue "Aristea" che dopo un breve inizio fa spuntare una bella parte cantata, intervallata da bei clavicembali e string. "Ljalja" uno dei punti migliori del disco: pianoforte sempre padrone della scena sia nel tirato inizio sia nella strofa che nella contorta parte centrale. Chiude la lunga "Ritorno", superiore nella prima parte e con finale ipnotico. Sicuramente consigliato agli amanti delle sonorit complesse alla Ys de Il Balletto di Bronzo anche se non siamo proprio a quei livelli. Devo dire comunque che alcune scelte di complessit, pur non essendo a livello esasperato, a volte risultano leggermente pesanti. Cito per questo la seconda parte di "La Corte di Hon". Devo dire che sono rimasto colpito in positivo da questo disco: sono presenti piccole pecche, forse dovute al fatto dell'esordio, ma tutto sommato il risultato molto buono. Una parola anche sui testi che felicemente trovo adatti, mai banali e amalgamati perfettamente nel contesto musicale. Forse non una delle pietre miliari ma comunque un buon disco...almeno secondo me.

FLEA Topi o uomini 1972

Gruppo formato dai fratelli Marangolo, che faranno parte dei Goblin, Volpini, poi ne L'Uovo di Colombo, e Pennisi (anch'egli futuro Goblin dopo la partenza di Morante) per questo unico disco sotto il nome di Flea. Il sound vario anche se si sconfina spesso nel rock, quasi hard, e certi passaggi mi ricordano chiaramente i primi dischi dei Black Sabbath con la mitica formazione Osbourne/Iommi/Butler/Ward. I punti deboli sono sostanzialmente due: i testi (anche se questo il problema di molti gruppi italiani) e alcuni passaggi un po' ripetitivi. La canzone pi originale sicuramente "Sono un pesce" in cui la voce ha uno stranissimo effetto chiuso che sembra far uscire il cantato da una vasca d'acqua ... Bella anche la chitarra con effetto Octave in "L'angelo Timido" e le varie sfumature di piatti da parte di Agostino. Non male anche se magari pi spostato verso il rock che al progressive. Dopo questo disco il gruppo cambi il nome in Etna e spost il genere un po' verso il jazz pubblicando l'album Etna nel '75. Nel '71 era stato pubblicato un disco dal gruppo "Flea on the honey" (titolo identico) e nella formazione c'erano sempre i fratelli Marangolo e Pennisi (l'ho letto in un libretto dei dischi dei Goblin). Se qualcuno ne sa qualcosa mi scriva
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FRANCHI GIORGETTI TALAMO Il vento ha cantato per ore tra i rami dei versi d'amore. 1973

Il disco di un esordiente trio di chitarristi italiani si presenta in maniera curiosa e provocante , con la copertina che contiene viti, bulloni, puntine, molle, una manciata di terra e perfino un peperoncino verde, tutto vero, e con il discorso principale che concerne la situazione e le possibilit della musica italiana in questo momento. Scrive nella presentazione del disco Roberto Dan, che anche il produttore delle incisioni: "La difficolt sta nel non rifare un qualsiasi disco americano o inglese, ma nel tenerne ben conto, perch, tramontati Puccini o Leoncavallo, la musica viene di l, come son venuti i jeans, i capelli lunghi, le chitarre, le bombe, il pacifismo, la droga, gli hot pants di cagionevole ma contagioso gusto e tutte le altre porcherie-bellezze che ci manda zietta anglosassone tutte le mattine. Se poi la musica pop italiana di derivazione angloamericana, chi se ne frega, l'ispirazione non paga diritto d'autore, ancora. Se poi si pu stravolgere la fanfara dei bersaglieri o un vecchio canto alpino o l'inno americano per fare un giro di musica pop, ben venga, un'operazione bieca e divertente e di tutto riposo per la coscienza". Tale introduzione, che prosegue sottolineando la difficolt dei testi in lingua italiana, serve tutto sommato a creare un alibi convincente per una eventuale imitazione dei modelli stranieri, che comunque in Franchi-Giorgetti-Talamo non evidente e certamente non intenzionale. Danilo Franchi di Fiume, Vittorio Giorgetti di Varese e Oliviero Talamo di Napoli, tutti e tre studenti universitari e studiosi di musica folk e classica. L'album, registrato con l'aiuto di una sezione ritmica e dell'orchestra pittorescamente intitolata "Unione fraterna e artigiana", affronta un discorso esistenziale basato su quattro tempi: l'oppressione, la liberazione mancata, l'intolleranza e l'amore, ciascuno svolto in due o pi episodi. I testi rivelano un notevole impegno poetico ed anche la musica riflette la necessit di recuperare con un linguaggio nuovo qualcosa della tradizione italiana, come hanno fatto, in un differente contesto, le Orme tanto per fare un esempio. Non musica progressiva e non c' nulla di trascendentale, per un disco degno di menzione nell'attuale panorama italiano. Enzo Caffarelli

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Franco Battiato Pollution CD 1972

Anche questo secondo "Pollution" come il precedente un incrocio di synth, chitarre acustiche , batterie e VCS 3 ma stavolta dedicato al Centro Internazionale Studi Magnetici. Spuntano la bellissima acustica "Plancton" e la 'pazza' "Pollution" con il suo tormentone: 'Atomi dell'idrogeno, campi elettrici, ioni isofoto, bario, litio atomico, gas magnetico' e il 'principio di continuit' di Leonardo. Pazzescamente consigliato. *** Dopo "Fetus", "Pollution" porta il nome dell'operazione ecologica alternativa condotta da Franco Battiato e dai suoi "cervelli manipolatori" lo scorso anno; riprende e racchiude in s motivi biologici e scientifici e per intenzioni va sicuramente al di l del precedente, e pure nella sua struttura collagistica offre un prodotto piacevolissimo e provocante. L'impostazione del disco, tutti gli elementi di contorno, la stessa campagna promozionale impostata in termini negativi (la gente non ne pu pi e fa fermare l'artista pi brutto, pi buffone, pi di cattivo gusto di tutta Italia, ecc.) sono decisamente "di rottura". La copertina rappresenta una delle mattonelle che servirono alla pavimentazione della piazza S. Stefano in Bologna, con un mezzo limone nel quale stato conficcato un bullone, e l'album sottointitolato "gesto sonoro in sette anni dedicato al Centro internazionale studi magnetici", partendo dallo spunto di un pazzesco "avviso" reperito ad Imola e riportato integralmente all'interno della copertina. "Pollution" viene definito la trascrizione di un percorso musicale autolesionista, il gesto finale di un artista ingrato, il crimine lucido di un genio malato. Gli intenti dissacratori sono evidenti sin dalle prime battute, con la "fucilazione" delle "Leggende del bosco viennese" di Strauss e l'uso costante del sintetizzatore e dell'elettronica, con maniera molto pi particolareggiata, descrittiva e funzionale di quanto Battiato non faccia nei suoi shows dal vivo. La musica elettronica d'altra parte il giusto mezzo per accompagnare testi a sfondo biologico e talora fantascientifico; qui con un tocco in pi di ecologia pura, come quando in "Plancton" si profetizza la progressiva trasformazione dell'uomo in pesce per sopravvivere all'estinzione delle risorse sulla terraferma. L'elemento portante del messaggio di Battiato una denuncia molto cruda e senza frange retoriche, che invita l'uomo ad una maggiore responsabilizzazione e da una riscoperta di se stesso. "Ti sei mai chiesto quale funzione hai?" l'enigma che egli si pone pi volte nel corso del disco, tanto che poteva esserne il legittimo titolo. In pi, come gi nel primo album, affiora una vena melodica accattivante, che va dai tocchi brevi e significativi di "31 dicembre 1999: ore 9", forse una profezia della catastrofe universale, alla filastrocca araba di "Areknamess" (il cui testo per buona parte italiano letto alla rovescia), alle voci filtrate delle allucinate composizioni spaziali di "Beta" o di "Ti sei mai chiesti quale funzione hai?" con un pianto continuo e dirotto. Anche gli strumenti, dal basso alla chitarra e al piano sono spesso filtrati e restituiti attraverso un VCS3. tutto sommato la ricerca elettronica che il compositore siciliano opera originale per il nostro panorama, e sembra vicina a certe esperienze tedesche che prendono spunto dalla musica contemporanea e dai Pink Floyd ad esempio. N le
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costruzioni armoniche sono povere od effettistiche. In pi, volente o nolente, Battiato ha dato un volto al suo personaggio, fattore importante nel momento dei David Bowie e degli Alice Cooper. Un solo pericolo: che dietro la maschera di Battiato, la maschera bianca (il "bianco come unica antitesi allo sporco chimico"), ci sia qualcosa di pi della sua faccia. Enzo Caffarelli

Franco Battiato Fetus 1972

Come si legge sul CD: 'Battiato sperimentale'... basta ascoltare questi primi dischi per convincersi della pazzia di certi individui italiani!!!! Se qualcuno non ancora convinto consiglio l'ascolto di "Clic" (74) dello stesso Battiato....: pazzesco. Venendo a questo primo "Fetus", il risultato un gradevole incrocio di synth, chitarre acustiche , batterie e VCS 3 per un disco che parla di formazione di cellule e feti. Spiccano "La cellula", "Fenomenologia" e "Mutazione". Questi primi dischi di Battiato sono stati completamenti rimasterizzati e sono disponibili anche ad un prezzo molto interessante : poco pi di 5!! Consigliato. *** E' un disco davvero sorprendente questo "Fetus", considerato che il suo creatore ed interprete proviene dai canali tradizionali del discoestate e delle altre porcherie nostrane. Invece Franco Battiato, ventisette anni, siciliano di nascita ma trapiantato a Milano, proveniente dal cabaret e dal teatro, ora alla ribalta anche per avere posato per una pubblicit che ha suscitato un piccolo scandalo presso la redazione di un settimanale milanese, ha cercato di maturare nuove esigenze espressive in ambienti assai pi stimolanti; ed giunto in compagnia di un fantomatico supergruppo denominato Frankenstein, autore di tutti i testi qui contenuti all'etichetta (sic) Bla-bla. "Fetus" (con feto di due mesi sulla copertina molto bella, dovuta allo studio al.sa.) utilizza essenzialmente musica elettronica, cogliendo l'idea dell'uomo quasi in uno stato di sospensione nella poesia dell'avventura esistenziale e del dramma futuro, fornendo sensazioni - precisano le note accluse all'album - sino ad ora sconosciute nell'orizzonte emozionale della musica. Tutti i titoli, "Una cellula", "Cariocinesi", "Anafase", "Mutazione", ecc. sono presi in prestito dal linguaggio biologico, e non certamente un caso che proprio la biologia, scienza fondamentale dei giorni nostri e ricca di meravigliose e tremende prospettive per il domani si accoppi con l'elettronica, altrettanto capace per la propria strada di portare a nuovi e impensati vertici l'arte del suono,e nello stesso tempo capace di ucciderla. In questo disco l'elettronica (soprattutto dovuta ad un sintetizzatore ARP) si accoppia con melodie di stampo tradizionalmente italiano e ne escono momenti piacevoli e davvero originali per la scena musica italiana. Enzo Caffarelli

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Franco Battiato Sulle Corde Di Aries 1973

Terzo disco di Battiato e forse il pi normale dei tre. Certo che parlando del suddetto autore il concetto di normale ha un suo chiaro significato. Comunque, il disco si apre con la lunga "Sequenze e frequenze" che occupa tutta la prima facciata dell' LP. Bella la parte cantata, sia nella melodia che nel testo, anche se poi i dieci minuti seguenti di improvvisazioni di xilofoni (o cosa diavolo sono ???) e chitarre con riverberi ed echi a manetta sono un po' ripetitivi. Segue "Aries" con un lungo intermezzo di sax quasi pazzo... Chiudono il disco "Aria di rivoluzione" e "Da Oriente a Occidente" su toni un po' pi standard rispetto alle due precedenti...ripeto che lo standard relativo, comunque. Onestamente sono rimasto un po' colpito da questo lavoro di Battiato: il livello , secondo me, diverso dai lavori precedenti ed presente un impegno nel creare musica, che sostituisce agglomerati di strumenti dove erano prevedibili (conoscendo il personaggio) rumori o synth sparati. Non so se sono riuscito a spiegarmi, ... mi stupirei nell' averlo fatto, visto di chi stiamo parlando. Consigliato. *** Terzo album di Franco Battiato, e di sicuro il pi interessante e maturo. Se con i precedenti, appigliandosi ad elementi ecologici e scientifici in genere, Franco aveva soprattutto curato propositi di distruggere, demistificare, con la muova opera - ed era ora -, la sua preoccupazione quella di creare: creare una musica libera, "totale" per usare un termine caro a certi osservatori, che trova nell'elettronica la sua ragione d'essere. Musica biologica: Battiato non rinuncia a questa definizione, anche se si staccato dalle tematiche precise di "Fetus" e di "Pollution". E stavolta la giustifica come "musica viva, tonificante, da respirare piuttosto che da digerire, specie di flusso capace di dare inedite, pi vigorose pulsazioni all'organismo". Rispetto alle esibizioni dal vivo di quest'anno, direi che Battiato pi composto e maturo, e la sua ricerca pi costruttiva, anche perch la sala di registrazione offre diverse garanzie da un qualsiasi palcoscenico. In ogni modo il repertorio simile; specie la lunga "Sequenze e frequenze", che occupa la prima facciata, era stata pi volte sperimentata in concerto. "Sulle corde di Aries" (l'ariete il primo segno dello zodiaco, quello che introduce la primavera) vuol essere un rito di purificazione e di liberazione, tramite il recupero del caprone divino. Qualcosa del genere aveva ispirato anche il Cervello nel PL "Melos". E il tentativo riesce, perch la musica costantemente vibrante, di emozioni, come nei liquidi giuochi di tastiere nella parte finale della prima facciata, nella pi policroma "Aries", con il tenore di Gianni Bedori in evidenza, o nella pi melodica e tradizionaleggiante "Da Oriente a Occidente", con la chitarra di Gianni Mocchetti e l'oboe di Gaetano Galli. I pochi e brevi testi, compresi una poesia in tedesco, risaltano come antiche iscrizioni su lapide, circondati da echi soffusi e strane vibrazioni, ma tutta la musica ha un suo sapore ancestrale, ora pi inquieto ora pi sereno. Battiato ancora del parere: "la musica ai non musicisti, la musica di tutti". Non il primo ad affermare una simile cosa senza passare per pazzo, n stato il primo ad
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ipotizzarre quelle forme di happening in cui viene richiesta la diretta partecipazione del pubblico nel processo sonoro, che diviene perci aperto, casuale, informe, facendo cadere qualsiasi barriera tra musicisti e non, tra esecutori ed ascoltatori. Il critico di musica elettronica Armando Gentilucci ha definito questa visione mistica della musica "mimesi terapeutica, compensazione psichica liberatoria, accettazione passiva del mondo, valvola di sfogo che dovrebbe essere morale, intellettuale e politica non meno che artistica, e che si scarica invece in uno choc dell'assurdo". In parole povere, chi d alla non-musica un significato politico, sbaglia clamorosamente. I risultati ottenuti da Battiato sono stati sotto questo profilo disastrosi. Coloro che ebbero il coraggio di salire sul palco su invito dell'artista si saranno forse divertiti, non certo quelli rimasti ad ascoltare. In un disco come questo, viceversa, non c' frantumazione del tessuto e voglia di distruggere, non c' misticismo equivoco, culto della casualit ed esasperazione tecnocratica. C' una costruzione metodica, centellinata, una operazione condotta con equilibrio: un po' come hanno fatto il maestro Riley e, sulla sua scorta, gente come Mike Oldfield, Bo Hansson ed altri, con maggiore fantasia di Battiato, ma anche con maggiore platealit. Battiato, che in fondo una persona conscia dei propri limiti, entusiasta ma non ambiziosa, non vuol essere il Terry Riley di casa nostra. Piuttosto intende aprire gli orecchi degli italiani a un discorso pi vasto, pi o meno piacevole, pi o meno fruibile, ma troppo importante per essere accantonato ancor prima di essere proposto. Enzo Caffarelli

Franco Battiato "Clic" 1974

L'improvvisazione sicuramente l'ingrediente principale di questo album di Battiato. Basato al 90% su strumenti suonati dallo stesso autore questo disco offre i momenti migliori nelle varie parti di pianoforte, sia acustico che elettrico. Rare le parti cantate ("No U Turn"), scelta che non condivido visto la grande prestanza ed originalit vocale dell'artista. Penso comunque in una scelta dettata dallo stile un po' insolito del disco. Pazzia allo stato brado in "Rien ne va plus: andante" e nella radio-zapping "Ethika fon Ethica". Buoni momenti in "No U Turn" e nella quasi TangerineDreammiana "Propiedad Prohibida". Nella seconda parte di "Nel cantiere di un'infanzia" Battiato stupisce con una buona parte eseguita alla mandola. Sicuramente il disco pi strano di questo autore. Non male ma lo consiglio ai fan, a chi gi possiede i precedenti tre o a chi vuole comprare della pazzia a pochi euro!

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GARYBALDI Nuda 1972

Commento di Nicola Wiri Grande disco per un simpatico gruppo molto poco considerato ma con elementi validissimi come Bambi Fossati alle chitarre e Lio Marchi alle tastiere. "Maya desnuda" credo sia il pezzo pi accattivante ma meno interessante, con il riff di chitarra pescato da "Nothing at all" dei Gentle Giant. Si rifanno di gi con gli effetti con l'elettrica alla Frank Zappa nella breve seconda traccia per poi collegarsi alla stupenda e forse migliore di tutte "26 febbraio 1700". "L'ultima graziosa" corre sullo stile lirico e strumentale dei Led Zeppelin. Il secondo lato del disco interamente dedicato alla suite "Moretto da Brescia" diviso in tre tracce di alto livello e cantate dal batterista; sono brani molto godibili su cui spunta il grande pezzo "Goffredo". La copertina ed i fumetti all'interno del libretto sono disegnati da Guido Crepax autore di Valentina. Disco molto importante e da non perdere.

GARYBALDI Astrolabio 1973

Due canzoni da oltre venti minuti in questo disco fortemente influenzato dalla chitarra di Jimi Hendrix. Bello il risultato, grazie soprattutto al grandioso chitarrista Bambi Fossati. La seconda traccia "Sette?" stata registrata dal vivo. Raccomandato a chi vuole fondere Hendrix in un contesto progressivo.

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I GIGANTI Terra in bocca 1971

Toccata progressiva per il gruppo dei Giganti con questa Poesia di un delitto che seppur disco di passaggio in questo genere, merita di essere citato. Da segnalare la grande formazione con presenze di illustri ospiti, tra i quali Vince Tempera, che dar un ottimo apporto anche a livello di arrangiamenti, e Ares Tavolazzi. Il bello del disco la variegata proposta musicale e la notevole grinta con cui vengono eseguiti certi brani, soprattutto negli stralci strumentali. Altro fattore da segnalare sono i testi: non a livelli eccelsi ma comunque validi. Il brutto, o meglio ci che non mi entusiasma, che certe narrazioni in dialetto siciliano appesantiscono non poco l'atmosfera. Bello l'inizio della seconda parte e l'acustica 'Tu pieno di sole, Lei bianca di sale...', anche se pi cantabile e commerciale. Per come impostato non si pu dire che sia un disco dall'ascolto semplice in quanto la storia si snoda in un concept che necessita, se non altro, molta attenzione da parte dell'ascoltatore. La proposta comunque buona e anche se non uno dei miei preferiti, lo ritengo un lavoro valido. Se possibile consiglierei un ascolto prima del grande passo...

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I TEOREMI I teoremi 1972

I complessi italiano ancora non esistono per taluni, indaffarati nello scovare ed esaltare i pi strani e sconosciuto gruppi stranieri, e propensi a snobbare e declassare qualsiasi cosa venga prodotta qui da noi. E' un discorso che poteva essere considerato valido fino ad uno, due anni fa. E' bene quindi presentare un po' tutti i nuovi gruppi italiani, che vogliono dire qualcosa di interessante. I Teoremi si presentano con un quartetto tradizionale, ma non suonano il solito hard caotico: sperimentano atmosfere pi impegnative, presentano una tecnica individuale e di gruppo non comuni, e offrono complessivamente un album intelligente ed accettabile. Le parti cantate - questa osservazione ha un carattere generale - appaiono nei gruppi italiani sempre meno piacevoli dei corrispettivi inglesi, Il fatto che la lingua italiana non mai riuscita ad adattarsi, proprio per la sua struttura, al linguaggio del rock; da cui uno dei problemi fondamentali per la musica progressiva italiana, specie in un momento in cui tutti si stanno orientando verso testi significativi. I Teoremi si avvicinano ad un certo gruppo di giovani artisti italiani, quello che fa capo ai Trip, al Rovescio della Medaglia, ai Garybaldi. Manca ancora loro un pizzico di originalit, che potr essere acquisita con una ricerca protratta nel tempo. Enzo Caffarelli

IL VOLO Il Volo 1974

Primo disco di questo grande gruppo ne mette subito in risalto lo stile singolare, pregevole e godibilissimo. "Come una zanzara" e "La canzone del nostro tempo" sono le canzoni pi tirate ed offrono, per cos dire, un piccolo assaggio dello stile che sar alla base del grande lavoro successivo. Bellissime "La mia rivoluzione", "I primi respiri" e "Sonno": pi melodiche e cantabili ma mai banali! I bei testi (ad opera di Mogol) e le belle melodie fanno s che gi dopo pochi ascolti si riesca a canticchiare quasi completamente molte canzoni del disco....!!! Ritengo giusto sottolineare che in tutto questo lavoro c' un taglio leggermente cantautoriale (per usare un termine suggerito dal caro amico Max, (ndM)), anche se onestamente la cosa assolutamente a livelli accettabili, anzi interessanti. Non c' niente da dire: il disco merita veramente anche se il mio consiglio di procurarsi prima "Essere o non essere?..."
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IL VOLO Essere o non essere? Essere, Essere, Essere! 1975

Secondo disco di questo gruppo, ufficiale esecutore delle musiche del disco "Anima Latina" di Lucio Battisti (non a caso stampato dalla NumeroUno e il testo di "Essere" firmato da Mogol). Il sound un incredibile incrocio tra progressive, jazz e fusion con sonorit raramente complesse ma mai banali. Onestamente sono rimasto molto colpito: il suono sempre ricco e bello pieno: l'imponente uso di Fender Rhodes, Synth/Strings e chitarre filtrate con effetti strani (contando la presenza di Alberto Radius e Vince Tempera...) ne rendono piacevolissimo l'ascolto. Unica canzone cantata , come detto sopra, "Essere" con la caratteristica di una voce filtrata e piena di effetti, a volte per sovrastata dal resto degli strumenti con conseguente difficolt nella comprensione delle parole. Anche in "Gente in amore" e in "Canto di lavoro" presente una sospirata vocalit che accentua il contesto musicale. Bella la batteria (sicuramente una delle cose pi interessanti del disco) che a volte ricorda il furioso Chirico anche se molto meno assillante sul rullante e molto pi enfatizzata sui piatti. Solo la grandissima "Gente in amore" e "Svegliandomi con te alle 6 del mattino" meritano l'acquisto del disco. Purtroppo la durata breve: 30 minuti. Uno dei migliori dischi della scuola italiana.

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JUMBO DNA 1972

La biologia di moda, e i Jumbo hanno intitolato il loro nuovo album con la sigla dell'acido desossiribonucleico che alla base della moderna genetica. Il primo album, registrato un anno fa e messo in circolazione soltanto la scorsa primavera, me era parso mediocre. Il secondo invece giunge al momento giusto, e pone i suoi autori nella rosa dei pi interessanti gruppi italiani. Si tratta di un sestetto di musicisti piuttosto personali, anche se concentrati sul filone inglese, specie nell'uso della chitarra solista, tipicamente hard, e nella struttura dei brani che vivono pi sulle prodezze dei singoli che sul risultato comune. Le parti vocali meritano due lodi: una prima riguarda la ricerca e lo sforzo di trovare una sufficiente corrispondenza tra rock e lingua italiana, superando la nota incompatibilt, ed i risultati sono soddisfacenti; la seconda concerne la validit dei testi. Le esecuzioni sono buone, e probabilmente il gruppo esprime meglio dal vivo tutte le sue possibilit. La prima facciata si articola su episodi di rock aggressivo, sui vellutati interventi flautistici di Dario Guidotti, che suona che l'armonica, e sulla voce grintosa, indubbiamente forzata, ma originale e mai sgradevole di Alvaro Fella, che anche autore di quasi tutti i pezzi. I primi tre brani sono raccolti sotto il comune titolo di "Suite per il sig. K", dove K sta per arrivismo, perbenismo interessato, ipocrisia, corsa verso falsi ideali di vita. La seconda facciata, musicalmente pi varia, offre ancora testi sullo stesso argomento, il sentirsi vecchi precocemente per non essere all'altezza di rendersi utili a se stessi ed agli altri, per esempio. "Miss Rand" ha qualche lontana influenza di country americano, con un pianino western sullo sfondo. In "Hai visto" l'organo in primo piano, mentre in "E' brutto sentirsi vecchi" sono la chitarra acustica e la voce di Alvaro a dominare. Enzo Caffarelli

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JUMBO Vietato ai minori di 18 anni? 1973

Jumbo al terzo disco, una prova importante e forse decisiva per il sestetto dopo il convincente "DNA", uscito pi di un anno fa. Punto primo, i testi. Logica reazione all'intellettualismo pedante, ai discorsi filosofici e cattedratici sull'uomo e sulla vita di troppi gruppi italiani, con i nuovi dischi si sta cercando di accoppiare alle musiche d'avanguardia testi altrettanto impegnati, ricorrendo per a situazioni ed immagini pi concrete e vere, se vogliamo pi autobiografiche, lasciando ai margini del proprio discorso il linguaggio aulico e poetico, per esprimersi in maniera pi comunicativa e diretta. Per i Jumbo il problema assume il valore tutto particolare, perch questo album, come il titolo indica assai bene, affronta tutti temi scottanti della via, estremamente comuni e nascosti d certo perbenismo farisaico, dall'ipocrisia e dal bigottismo di certi strati sociali: prostituzione, alcoolismo, droga, frustrazioni psichiche e sessuali, repressione infantile: sono gli argomenti intorno ai quali Alvaro Fella e compagni hanno articolato la loro opera. fondamentalmente occorreva affrontare le diverse tematiche in modo significativo e pregnante, rifuggendo frasi fate o ingenue denunce superficiali, ma evitando nello stesso tempo prese di posizione categoriche o di soffermarsi in maniera compiaciuta in certe situazioni. La via di mezzo stata raggiunta: Alvaro canta ed urla (il suo un autentico grido di disperazione) spesso in prima persona, soffrendo e vivendo intensamente ogni brano, e racchiudendo nelle ultime frasi il succo del disco: "Diciamo no, a ipocriti e borghesi, a chi in malafede, a chi non sogna che ricchezza, ai falsi venditori di parole... ". Punto secondo, la musica. I Jumbo tentano vie pi difficili di quelle delle precedenti incisioni, impiegano in misura minore il flauto, che specie dal vivo costituiva l'elemento conduttore, e si sforzano di superare una costruzione armonica e timbrica semplicistica, o quanto meno prevedibile, proprio per accoppiare alle parole un clima di continua tensione, di inquietudine, di allarme. Non a caso uno degli episodi migliori del LP, "Gil", il brano contro la droga, viene fuori da una session che ha raccolto accanto ai sei Jumbo altri musicisti, i sintetizzatori E.M.S./A.K.S. di Franco Battiato e di Angelo Vaggi, e le percussioni di Lino Vaccina degli Aktuala. La musica dunque frastagliata, tortuosa, sofferta. Le tastiere di Sergio Conte svolgono sempre un ruolo di primo piano, e dal punto di vista strumentale i vertici della raccolta sono toccati nella seconda parte di "Specchio", in "Come vorrei essere uguale a te", nella simpatica "Il ritorno del signor K" dagli accenti grotteschi (esplicito il riferimento al precedente LP) e nella gi citata "Gil", che costituisce soltanto una porzione della lunga jam registrata. Enzo Caffarelli
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L' UOVO DI COLOMBO l' uOvo di cOlombo 1973

Altro disco molto interessante con massiccio uso dell'organo Hammond. Lo stile di questo gruppo un incrocio tra progressive e rock con qualche sfumatura jazz. Le sonorit sono le classiche degli anni '70 con abbondante uso di sintetizzatori e pianoforti, mentre mancano quasi totalmente (tranne, ad esempio, in "Visione della morte") le parti di chitarra. L'unica pecca del disco sta nella leggerezza dei testi, cosa che per viene nascosta o, meglio, parzialmente corretta, dalla forza trascinante delle atmosfere e delle melodie. Le parti migliori: la grintosa "L'indecisione", una bellissima "Io" con sfumature jazz, "Anja", "Vox Dei" e "Consiglio". Consigliato a tutti gli amanti del filone Testiere/Basso/Batteria.

LATTE E MIELE Passio Secundum Mattheum 1972

Primo disco per questo gruppo che propone l'originale idea di mettere in musica la passione di Ges Cristo secondo l'evangelista Matteo. Il gruppo alterna parti narrate tratte proprio dal "Vangelo secondo Matteo" e parti cantate leggermente riadattate. Gli interventi musicali sono sempre a sostegno del narratore e del cantante e vengono proposte atmosfere sempre tranquille e molto melodiose basate su chitarre acustiche, clavicembali, pianoforti e strings con l'unica pecca della breve durata. Il gruppo, per non proporre un disco da venti minuti, ha quindi inserito dei momenti strumentali che brutto dirlo ma odorano da riempitivi e nulla pi. Si veda in questo senso "I Testimoni". Ottime invece "Introduzione", "Il giorno degli azzimi", "Getzemani", "Il pianto" e "Il calvario". Strana scelta stilistica per "Giuda" che presenta una strana contrapposizione di strumentali Heavy Metal e cantati Jazzati. Se il gruppo fosse riuscito a far convivere maggiormente parti cantate e momenti strumentali, come perfettamente riuscito in "Getzemani" e "Il re dei giudei", ne sarebbe uscito un grande disco. Onestamente non male comunque... contando anche la bella idea di base. Io lo ascolto sempre volentieri! Nella versione cd stata inserita anche la bonus track "Mese di maggio" che per suona in maniera molto pi leggera.

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LE ORME Collage CD 1971

Primo disco progressive per questa band veneziana che entra con prepotenza in questo ambito con uno stile tutto suo basato su piano/organo/basso/batteria con qualche spruzzo di chitarra acustica e la voce molto strana di Aldo Tagliapietra. Spiccano "Era inverno", "Sguardo verso il cielo" , la pazza "Evasione totale" e "Immagini". Bello ma il meglio deve ancora arrivare. Era molto tempo che in Italia si attendeva un disco veramente interessante. Fra i cantautori avevamo avuto solamente un superlativo Francesco Guccini ("L'isola non trovata"), mentre lo stesso Battisti ha per buona parte deluso con il suo "Amore e non amore". Fra i gruppi, dopo i tentativi degli esordient, fra i quali segnalai i Trip ed i Gleemen, ed i "ringiovanimenti" della vecchia guardia ("Id" della Nuova Equipe 84 contiene qualche spunto interessante), sono usciti i New Trolls con il loro "Concerto grosso", un medley gruppo-orchestra ad imitazione dei Deep Purple, ed i Formula Tre con il loro secondo LP. Ma questo album delle Orme mi sembra fra tutti decisamente il migliore. "Collage" premia gli sforzi di uno di quei gruppi nostri che fin dall'inizio hanno cercato strade nuove, handicappati tuttavia dalla necessit dei 45 giri commerciali, e dall'imitazione straniera fin troppo evidente. Ache qui i modelli stranieri sono facilmente lievabili: i Traffic in alcune linee melodiche di vago sapore folk (Stevie Winwood ha influenzato sempre da vicino la produzione dei Toni Pagliuca); e Keith Emerson, la cui recente esplosione ha incoraggiato l'organista italiano in quel discorso di riaggancio al classico gi suo da tempo. Certe affinit espressive, la formazione triangolare (organo e piano, basso e chitarra acustica e canto, batteria e percussioni), l'uso temperato dell'elettronica, senza esagerato effettismo o sapore scenico, avvicinano le Orme a quello che viene oggi definito il pi preparato gruppo inglese, gli ELP: C' per nello stesso tempo un lavoro di assimilazione personale da parte del trio italiano, per cui Pagliuca, Aldo Tagliapietra e Micki De' Rossi approdano ad un sound assai originale nell'attuale panorama nazionale. Nel barocchismo formale della bellissima prima facciata, come nella moderata sperimentalit della seconda, nei cantati che non tradiscono una certa impostazione prettamente italiana (ogni tano fa capolino Battisti), come nelle porzioni esclusivamente strumentali, che prevalgono, sempre presente una linea comune, che supera l'apparente frammentariet dell'album, e ne costituisce la spina dorsale al di l di ogni definizione stilistica. "Collage", che apre l'album e gli d il titolo, un pezzo di chiara fattura classicheggiante, nelle forme ora trionfali dell'organo, ora quasi minuettistiche del clavine. "Evasione totale", quasi sette minuti, cerca un nuovo linguaggio espressivo mescolando il classico all'elettronico. Gli altri brani hanno sapore realistico nei testi, e musicalmente evidenziano temi ed arpeggi delle tastiere sorretti da un background
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ritmico eccellente. Notevolissima "Cemento armato", che supera gli otto minuti. I titoli sono tutti firmati Pagliuca-Tagliapietra, anche se al primo vanno i meriti maggiori. E' presente a tratti l'orchestra diretta da Giampiero Reverberi. Un album "Collage" che dovrebbe occupare le primissime posizioni della classifica italiana, in attesa di altre due speranze, i Panna Fredda e la Premiata Fonderia (sic) Marconi. Maurizio Baiata

LE ORME Uomo di pezza 1972

Altro disco di successo trainato forse dalla bella "Gioco di bimba". Non deve il suo successo solo a quest'ultima in quanto tutte le canzoni sono di altissimo livello. Grandiose "Una dolcezza nuova" con un bel distacco tra introduzione e tema stupendo basato sul pianoforte, "Breve immagine" e l'acustica "Figure di cartone". Interessante la parte di batteria veramente imprevedibile in "La porta chiusa". Ai tempi ebbe un grande successo tanto da far discutere se un gruppo poteva essere ai vertici delle classifiche e considerarsi contemporaneamente alternativo. CONSIGLIATO

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LE ORME Felona e Sorona CD 1973

Sicuramente il disco che preferisco di questa band... un concept album che parla di due pianeti destinati a non incontrarsi mai. Bellissimo inizio con "Sospesi nell'incredibile" e grandissimi momenti ne "L'equilibrio"....Hammond e pianoforti ad altissimo livello. Grandiosa anche la finale "Ritorno al nulla": un intreccio di synth per una chiusura potentissima. Ne uscita anche una versione inglese con i testi trattati da Peter Hammill dei VDGG. SUPER CONSIGLIATO. *** Il terzo album del nuovo corso delle Orme, quello iniziatosi con il sorprendente "Collage", ripropone lo stesso dilemma del precedente "Uomo di pezza". Le Orme sono capaci di una musica piacevole, raffinata e tecnicamente ineccepibile, ma non riescono pi a sviscerare una vena originale. Il gruppo sfrutta sapientemente gli insegnamenti dei migliori complessi inglesi basati sulle tastiere, e li rielaborano con una formula personale. Sottolineo in particolare l'analogia con i Genesis specie nell'uso del mellotron. "Felona e Sorona", sono i pianeti del sogno e della speranza, simboleggiati sulla bellissima copertina di Lanfranco. Per la prima volta le Orme hanno sviluppato un'interessante trama, i testi sono semplici ma significativi. Felone e Sorona sono due piante fratelli, l'uno luminoso, regno di pace e di serenit, l'altro piccolo e tenebroso, con la flora e la fauna quasi atrofizzati. L'Essere supremo, irritato perch l'astro felice lo ha dimenticato, dirotta verso l'altro la luce, e solo per un momento brevissimo si stabilisce l'equilibrio fra i due pianeti, che si trovano colpiti entrambi dalla luce del Supremo. Poi essi ribaltano completamente la propria condizione. La musica gustosa, i passaggi cantati sono orecchiabili, l'album sar probabilmente un altro successo. Ma il gruppo ha perduto qualcosa del brio e della vivacit degli inizi, e non riesce a liberarsi dagli schemi gi utilizzati in passato. Un periodo di stasi creativa con parecchi punti interrogativi per il futuro. Enzo Caffarelli

LE ORME Contrappunti 1974

Forse il momento pi duro della band proprio in questa title track. Bella la ballata "Frutto acerbo" e "India": un messaggio di sconforto dopo che la patria della pace ammise il possesso di una bomba atomica. Da ricordare anche "Maggio", altro cavallo di battaglia del gruppo. Consigliato

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LE ORME Smogmagica CD 1975

Il suond si sposta inesorabilmente verso il pop ma sono comunque presenti le belle "Los Angeles", "Immensa distesa" e "Amico di ieri". In questo disco presente alla chitarra Tolo Marton

LE ORME Elementi CD 2001

Bellissimo questo nuovo album di un gruppo che ha scritto la storia della musca italiana! In alcuni brani si sente come un "sapore orientale" molto piacevole da ascoltare. Dg

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LIVING MUSIC To Allen Ginsberg 1972

Formatosi lo scorso anno a Roma, e messosi in evidenza al 2 Festival di Avanguardia e nuove tendenze, il Living Music non vuol e definirsi un gruppo rock n un complesso nel senso classico e stereotipato della definizione. Roberto Marsala, che ha collaborato alla realizzazione del disco, scrive: "In concerto senso il Living Music una scuola di musica, perch lavorando insieme i pi giovani imparano dai pi maturi. C' la combinazione di generazioni diverse, culture diverse, musicisti e non musicisti". In questa ultima frase raccolto tutto il senso, i pregi ed i limiti di un gruppo di questo genere, dall'organico non fisso, guidato comunque da Umberto Santucci e dalla moglie Gianfranca Montedoro, entrambi da tempo attivi nel mondo del jazz, il primo come giornalista, fotografo ed organizzatore di concerti, la seconda come cantante in compagnia di Gato Barbieri, Franco D'Andrea, i primi Brainticket ed altri illustri musicisti. Con un linguaggio semplice e comunicativo, che tenta un riaggancio alla cultura delle origini, e si ispira ad elementi occidentali come orientali, americani, africani, asiatici, europei, il gruppo ha musicato alcune poesie di Allen Ginsberg, uno dei padri della beat generation e della controcultura americana. Si tratta di "Howl" (Urlo), di "Song", di "Lysergic acid" e di "Mandala", lasciate in lingua inglese. Gli altri testi sono stati tratti da poeti giapponesi ed indiani, o sono originali del Living Music. L'approccio spontaneo e immediato, anche se rozzo se vogliamo, ma mai indisponente. Convince la voce di Gianfranca che intona su di un ritmo ipnotico il celebre inno che comincia "Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte dalla pazzia, affamate nude isteriche, trascinarsi per strade di negri all'alba in cerca di droga rabbiosa, ecc.". O Andrea Carpi, che attendiamo al suo primo "solo" dopo avere abbandonato questo gruppo, cantare su una propria melodia alla Neil Young, "il peso del mondo amore, sotto il fardello della solitudine, sotto il fardello dell'insoddisfazione, il peso, il peso che trasportiamo amore... ". Un disco complessivamente interessante, corredato da un albumetto interno che descrive brano per brano la raccolta, raccoglie saggi e definizioni, esemplifica gli intenti ed i metodi che hanno guidato il gruppo in questa operazione dedicata ad Allen Ginsberg. Enzo Caffarelli

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LOCANDA DELLE FATE Homo homini lupus

Locanda delle Fate: "Homo homini lupus" CD: VM 066 Price (world): 13 USA $ Price (europe): 13 Euro Track list: 1. Homo homini lupus 2. Il lato sporco di noi 3. Giro tondo 4. Bandando 5. Plovi Barko 6. Stanotte Dio che cosa fa? 7. La fine 8. Certe cose 9. Ojkitawe 10. I giardini di Hiroshima 11. Fumo Homo homini lupus" is the comeback work by Locanda delle Fate some 22 years after their debut album "Forse le lucciole..."! The booklet includes all lyrics, in both italian and english. The title track is in latin, and there's even a jugoslavian traditional rearranged by Locanda Delle Fate, as well as a jazz band instrumental! "Homo homini lupus" is Locanda's second CD, available on our own VM 2000 label. The band's line-up: Alberto Gaviglio on vocals, acoustic guitars and flute; Oscar Mazzoglio on keyboards, accordion, mellotron and Hammond B3; Ezio Vevey on guitars and vocals.

LOCANDA DELLE FATE Forse le lucciole non si amano pi 1977

Disco di tardo progressive ma comunque ben suonato soprattutto nelle parti di pianoforte e clavicembalo. Belle "A volte un istante di quiete" con una buona alternanza di pianoforte e chitarra, "Forse le lucciole non si amano pi" con la melodia sublimemente sottolineata dal pianoforte, il tirato inizio di "Sogno di estunno" e "Non chiudere a chiave le stelle." Onestamente non uno dei miei dischi preferiti, forse per lo stile proprio del gruppo o quel taglio leggermente cantautoriale che sento tra le note... sempre per mirabilmente scandite da ottime parti di pianoforte. Questo per non vuol dire che il disco sia da scartare... Consigliato.
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LOY & ALTOMARE Portobello 1973

Il motivo che mi ha spinto ad inserire questo disco in questa piccola lista progressiva stato non tanto l'appartenenza di questo lavoro al genere, ma l'amarezza e la delusione nel non vedere mai citato, in altri siti e riviste, questo gruppo, che ritengo la migliore risposta italiana a Simon and Garfunkel. Va da se quindi che le atmosfere si assestino sempre su toni leggeri, predominati dalle voci e dalle chitarre acustiche dei due componenti, anche se non mancano vari inserimenti di altri strumenti tra cui spiccano le apparizioni delle varie strings, sempre pacate e mai sopra le righe. Ottime "Un ubriaco", "Il matto" e l'originale inizio di "Checco e Massimo". Un disco leggero ma valido... ottimo per un ascolto occasionale... che non merita di finire nel dimenticatoio collettivo.

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MARIO BARBAJA Megh 1972

Barbaja (vero nome Barbaglia) un cantautore milanese di ventidue anni, chitarrista e sitarista, innamorato delle filosofie e della musica indiana, con "Megh" al secondo album, dopo un primo intitolato "Argento" non molto interessante ed anzi passato del tutto inosservato. Semplice, poetico, toccante Barbaja trae ispirazione soprattutto da Donovan, che egli ha imitato fin troppo fedelmente nella prima esperienza, ma del quale neppure con "Megh" riesce a disfarsi, specie nel timbro della voce e nell'andamento cantilenante delle melodie cos tipico del menestrello scozzese, soprattutto in brani come "Sono stato" e "Una promessa". Altrove l'amore per l'oriente e le atmosfere eteree e rarefatte fanno pensare al compagno di etichetta Claudio Rocchi, complice il fatto che buona parte degli accompagnatori sono gli stessi che comparivano in "Volo magico n. 1": cos "In quella citt " e "Non dire mai", dove Barbaja ricorda Rocchi anche per l'impostazione delle liriche. "Megh" una parola indiana che significa pressappoco "Raga dell'autunno, del vespero, delle cose semplici". I nove brani complessivamente raccolti sono introdotti e conclusi dal suono d'un carillon napoleonico, che vuole probabilmente significare come tutta la musica sia nell'attimo di una nota di un organino meccanico, fuori dal tempo, senza dimensione. Nei brani, registrati con la produzione di Massimo Villa ex Stormy Six e sapientemente arrangiati, abbondano i riferimenti orientali, sia per la strumentazione che per i testi (le note che accompagnano il disco parlano di sistemi dialettici nella filosofia zen). "In quella citt (la leggenda)" si distingue da tutte le altre perch una libera jam, rielaborata con particolari effetti elettronici e sovraincisioni (voci al contrario, piatti della batteria a velocit rallentata, ecc.). Accanto all'album di Franchi Giorgetti e Talamo, di cui si parlava sopra, anche Barbaja va tenuto in considerazione come esempio di folk italiano credibile e ricco di spunti interessanti. Enzo Caffarelli

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MARIO LAVEZZI iaia (76) 1976

Quando ho preso questo disco, chiss perch speravo o forse anche pretendevo un seguito di "Essere o non essere?..." de Il Volo, in quanto se ne ripresenta qui la formazione completa a meno di Radius e Lorenzi con l'aggiunta per di un percussionista. Non sono rimasto deluso dal punto di vista strumentale grazie soprattutto ai vari Fender Rhodes di Vince Tempera e la sempre bella batteria di Gianni Dall'Aglio mentre dal punto di vista musicale le atmosfere sono leggermente pi soft. Non manca comunque una canzone strumentale in perfetto stile Il Volo intitolata "Nirvana". Come detto le atmosfere sono orientate pi verso la musica leggera ma sempre in maniera interessante e quasi mai banali. Le migliori sono "Le tue ali", "Un discorso", la grande "Nirvana", "Serenade" e l'ipnotica "Nell'aria". Onestamente lo ritengo un buon disco, forse non troppo interessante dal punto di vista progressivo ma sicuramente apprezzato dagli amanti del primo disco de Il Volo.

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MAURO PELOSI Al mercato degli uomini piccoli 1973

Questo il secondo LP di uno dei cantautori dell'ultima generazione che di pi promettono in un panorama per altro piuttosto povero. Personaggio schietto e semplice, timido ed imbarazzato in arte come nella vita, Mauro canta l'amore attraverso l'ottica dell'incomprensione, dell'impossibilit cio di essere capito, dell'incapacit di trovare affetti anche senza grosse ambizione ("Come tanti io volevo una donna che si accontentasse di me", canta nel brano di apertura). Anche Mauro un poeta triste, canta e rimpiange il passato, ma in una dimensione pi serena ("Mi piacerebbe diventar vecchio insieme a te") e pi frammentaria, meno programmatica di quanto non avvenga, ad esempio, con Guccini. I testi sono elementari, senza metafore di difficile soluzione, senza giuochi di parole, espliciti. Credo che tutti noi, ad una certa et, ci siamo dilettati a scrivere poesie in momenti di tristezza, per poi rileggerle a distanza di anni e capire magari che non ci appartengono pi. Bene, Pelosi un po' l'emblema di questo fatto culturale, proprio dell'adolescenza, nella sua semplicit e in certa sua giustificata retorica. Con l'esperienza per di chi ha superato i vent'anni e pu includere tante sensazioni gi nel passato e non pi nel futuro. A modo suo, come Battisti, come De Andr, come Guccini, egli una figura simbolica, la voce di tanti ragazzi normali del nostro tempo, dei poeti mancati (mi perdoni Mauro, ma proprio qui la sua forza), insomma degli "uomini piccoli". Ma come negli uomini piccoli, anche qui c' una psicologia tortuosa, contraddizioni, illusioni e disillusioni, il credersi o meglio il volersi sentire anormali ("Tu e le mie idee contorte che non hai capito mai perch sono forse un po' matto"), la mancanza di reale coraggio, perch l'eroismo appartiene solo ai sogni ("Non puoi dormire e ti perdi nei sogni dietro alle ombre di strane avventure, come un drogato che scappa dal mondo per non portare la realt sulle spalle"). Ed ecco allora i momenti antitetici, le sfumature psicologiche di "Ehi! signore" o di "No, io scherzo", le cose migliori di questo LP. Musicalmente Pelosi si avvale di arrangiamenti scarni, che contribuiscono a suggellare atmosfere inquiete, con ampi spazi strumentali dalla precisa funzione descrittiva. I modelli persistono: Battisti ("Ti porter via", "Al mercato degli uomini piccoli"), il Paoli pi francese ("Mi piacerebbe diventar vecchio insieme a te", "Non tornano pi", "Un mattino"); ma Mauro ha raggiunto ormai una sua autonomia ed una sua personalit. Enzo Caffarelli

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MAXOPHONE Maxophone 1975

Un altro bel disco di quest'altro gruppo mordi e fuggi. Si comincia con un bel pianoforte in "C' un paese al mondo", poi la strumentale "Fase", momento trainante del disco con sorprendenti cambi di tempo e stile. Segue la stupefacente melodia di "Al mancato compleanno di una farfalla" con all'interno un grande assolo di organo Hammond in pieno stile 'Tarkussiano'. Belle anche "Elzeviro", "Mercanti di pazzie" e "Il fischio del vapore", meno tirate ma molto melodiose. E' presente sul mercato anche la versione con i testi in inglese. Consigliato.

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METAMORFOSI ...E fu il sesto giorno - Vedette 1972

Da qualche tempo a questa parte i gruppi italiani hanno capito soprattutto una cosa: l'importanza di svolgere un discorso musicale il pi possibile personale, lasciando da una parte le imitazioni da modelli stranieri, anche se la tecnica e la padronanza degli strumenti non ha ancora raggiunto la perfezione. Su questa linea la formazione che con i risultati pi positivi ha saputo accoppiare allo stile modernissimo e all'avanguardia un gusto ed una sensibilit tutta italiana stato il Bando del Mutuo Soccorso, l'autentica rivelazione dell'ultimo anno, premiati al 2 festival di avanguardia e nuove tendenze. Allo stesso festival si sono segnalati, e sulla medesima strada paiono operare con successo, i Metamorfosi. A mio parere questi sono i gruppi che in ultima analisi stanno raccogliendo l'eredit delle prime formazioni italiane del periodo beat e folk-protesta, cio i musicisti che per primi seppero allinearsi con le esigenze rinnovatrici dei mercati di oltremanica e di oltreoceano, pur mantenendo un proprio volto italiano. Con la differenza che allora il proprio mezzo espressivo era limitato al 45 giri e troppo spesso le canzoni venivano tradotte direttamente dall'inglese; ed ora viceversa si ha il 33 giri, e si ha soprattutto l'esperienza di tanti altri anni, che si traduce in una strumentazione pi ricca e pi impegnata, in un discorso artistico pi ampio e non militato alla semplice musica, e soprattutto in un esigenza di riscatto dopo le scure stagioni del pop nel nostro paese. Tutto questo per dire che il quintetto delle Metamorfosi non si ispira affatto a gruppi stranieri, e a costo di cadere di tanto in tanto in qualche episodio semplicistico, voluto restare fedele ad un'impostazione italiana, senza tuttavia risultare banale o scontato. Il significato dell'album ancora una volta l'uomo, le sue paure, le sue ansie, il suo riscatto finale attraverso le immagini evangeliche del Cristo salvatore. I Metamorfosi hanno per altro vasti interessi letterari (pare abbiano gi pronto materiale per un doppio album intorno alla Divina Commedia), e sono riusciti con abilit a risolvere il consueto dramma per motivi di metrica e diciamolo pure per ragioni di interpretazione (sono pochi in Italia i cantanti capaci di guidare un gruppo) al ritmo del rock. L'album "...E fu il sesto giorno" contiene sette brani, fra i quali segnalo "il sesto giorno", "...E lui amava i fiori", "Nuova luce" e "Sogno e realt". Un plauso alla Vedette che ha creduto in questi cinque ragazzi, ed un invito a continuare su questa strada. Enzo Caffarelli

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METAMORFOSI Inferno 1972

Con questo disco potrete fare una bella passeggiata nei vari gironi dell'inferno. Vengono alternati testi della omonima parte della Divina Commedia di Dante e parti riassestate dal gruppo. Grandiose "Porta dell'inferno", "Caronte" e "Spacciatore di droga". Il pregio di questo lavoro sta anche nell'aver cercato di associare e conglobare mali della societ non presenti ai tempi della stesura del testo di Dante nei suoi stessi gironi. Cito "Razzisti" ed ancora "Spaciatore di droga". Questo disco sicuramente consigliato agli amanti delle atmosfere con tastiere sempre in primo piano tipo Elp e Orme. Bello veramente...poi non potrete pi fare a meno di canticchiare "CARONTE DEMONIO...OCCHI DI FUOCO NEL BUIO" ad un vostro collega o "SIAMO DANNATI INSIEME...AMANTI FUMMO IN VITA..." alla vostra 'Francesca'. VIVAMENTE CONSIGLIATO

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MUSEO ROSENBACH Zarathustra 1973

Il segreto di questo grande disco sta, secondo me, nel perfetto equilibrio presente sia tra le parti cantate e strumentali, sia tra gli strumenti stessi. Tranne in qualche caso, la chitarra ha vissuto il rock progressivo come strumento secondario e spesso utilizzato per qualche apparizione, magari acustica. Qui la si sente al pari anzi quasi in competizione con le varie tastiere ed il risultato incredibile. Merogno infatti, con estrema maestria, riesce ad essere sempre presente sulla scena, sia come pignolo rifinitore sia come estremo distruttore con pennate che hanno l'effetto di colpi di martello sulla testa dell'ascoltatore. Anche il resto del gruppo comunque di primo ordine a partire da Lupo Galifi e Pit Corradi. Circa le canzoni, se del secondo lato, leggermente inferiore, cito "Della natura", del primo non posso che osannare la grandiosa "Zarathustra": divisa in pi parti presenta la potentissima "L'ultimo uomo", l'ipnotica "Il re di ieri" , la tirata "Al di l del bene e del male" con l'Hammond sempre padrone della scena, "Superuomo" con una prima parte cantata e un lungo seguito strumentale che a volte ricorda lontanamente lo stile Metamorfosi e l'ultima "Il tempo delle clessidre" con la ripresa del bellissimo tema de "L'ultimo uomo". Ai tempi sub una censura dai vari organi di diffusione che ingiustamente accusarono il gruppo di fare propaganda fascista in quanto sul collage della copertina compare un busto di Mussolini su sfondo completamente nero... E' uscita da poco una ristampa della BMG che ripropone in CD il formato identico a quello del vinile anche se per non permette di leggere in maniera agevole i testi ed il contenuto interno. Ecco nasce in me vivo il superuomo !!!!!!!!!! Uno dei migliori dischi del rock progressivo italiano !!! CONSIGLIATO. *** Almeno sotto il profilo statistico, un buon momento per i complessi italiani: ne nascono a decine e registrano dischi con relativa facilit; inoltre il pubblico ha modo di conoscerli direttamente grazie ai festival ed alle manifestazioni varie che soprattutto il mese di giugno ha visto nascere. Naturalmente l'inflazione fa capolino, e chi ne risente, oltre al pubblico che resta confuso, sono gli stessi musicisti: costretti ad accettare compromessi di vario tipo per giungere all'incisione, a rincorrere il miraggio della superstrumentazione e della superamplificazione che poi non sono in grado di mantenere, delusi dopo i primi inevitabili insuccessi e magari troppo presto abbandonati da chi inizialmente ha creduto - o finto di credere - in loro; o, nella migliore delle ipotesi, stretti nella morsa degli impegni - che ne logorano il fisico ed il morale ripercuotendosi sulla bont della loro produzione artistica. Capita cos un po' dappertutto, ma in Italia le cose che non funzionano in questo campo sono particolarmente numerose. E allora, fra un nome nuovo ed un altro, occorre scegliere con estrema attenzione: per conto mio ben pochi dischi italiani sono passati per le colonne di questa rubrica. Dei due gruppi di cui mi occupo questa settimana, uno all'esordio, l'altro il risultato della scissione dei New Trolls. Il Museo Rosenbach, un quintetto genovese, dedica il suo album a Zarathustra, la cui disperata ricerca del superuomo - si dice nelle note di
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copertina - non vuole realizzarsi nell'immagine del violento condottiero di razza pura, come stato erroneamente e tristemente interpretata, bens nella serena figura dell'uomo che, vivendo in comunione con la natura, tende a purificare da ogni ipocrisia i valori umani. Ed infatti "l'uomo-museo", scelto dal gruppo quale proprio segno distintivo, "lavaggio del cervello, utopia e falsit". La musica del Museo il rock melodico tipico dei gruppi italiani, del Banco soprattutto, con le tastiere in primo piano, e con gli eccellenti contributi di mellotron e moog che, se usati con parsimonia e con la dovuta funzionalit, posseggono sempre un fascino tutto loro. Ci sono gli inevitabili agganci alla musica classica; ma come regola per i gruppi italiani, si tratta di semplici spunti ispirativi, o meglio di reminiscenze degli studi intrapresi dai musicisti; oltre che del bisogno di ricongiungersi ad una tradizione musicale che pi vicina alla nostra cultura ed alla nostra sensibilit di quanto non lo sia il rock o il jazz. Lo schema quello frastagliato, con passaggi di tempo e di ritmo, stacchetti e marcette, episodi melodici ad ampio respiro, immagini in serie; una tecnica impressionistica che con il Banco e la Premiata ha dato i suoi risultati pi efficaci. Le musiche sono di Alberto Moreno, bassista (e secondo pianista) del gruppo. E' un fatto rilevante perch poche formazioni in Italia hanno nel bassista il proprio punto di forza. Tra le due facciate del LP, lievemente superiore la prima. Enzo Caffarelli

MUSEO ROSENBACH Rare and Unreleased 1992

Disco che raccoglie vario materiale. Si comincia con il provino che il gruppo sostenne presso gli studi della Ricordi prima del contratto discografico. Sostanzialmente sono le canzoni del disco "Zarathustra" anche se leggermente variate nei testi e in qualche passaggio e arrangiamento. Una delle cose pi interessanti l'inizio di pianoforte de "L'ultimo uomo". Si continua poi con materiale inedito: "Look to yourself" e "Shadows of grief" degli Uriah Heep, uno stralcio di "Valentyne Suite" dei Colosseum e "With a little help from my friends" dei Beatles in versione Joe Cocker (chiss perch spesso preferita da molti artisti (vedi,ad esempio, anche i Toto) alla stupenda versione originale...). La pecca di questa seconda parte, che contiene anche "Dopo" e "Dell'eterno ritorno", sta nella qualit di registrazione abbastanza scarsa. Sono presenti anche Walter Franco alla voce e Leonardo Lagorio dei Celeste al Flauto e Sax. Lo consiglio ai fanatici di "Zarathustra".

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NEW TROLLS Concerto Grosso n1 1971

Incrocio di gruppo rock e orchestra per musiche scritte da Enriquez Bacalov. Il risultato molto bello nei 4 tempi del primo lato. Nel secondo lato improvvisazioni dei New Trolls. Ebbe un grandissimo successo e un seguito che non ne biss ne il successo ne la bellezza.

NEW TROLLS UT 1972

In questo disco sono presenti moltissimi generi musicali: - classica: "Studio" - progressivo :"XXII strada" - rock: "I cavalieri dell'Ontario" - Heavy Metal: "C' troppa guerra" - pop anni '80 (siamo nel 72....):"Paolo e Francesca" Non male ma un po' troppo vario per 40 minuti di musica.

NEW TROLLS New Trolls Atomic System 1973

Questo disco presenta la sezione staccata dei New Trolls con Vittorio De Scalzi. L'inizio stupefaciente con la bella "La nuova predica di padre O'Brein", un intreccio di arp synth, mentre il resto del disco si assesta su canoni un po' pi tranquilli. "Una notte sul monte calvo" un riadattamento di un brano di Mussorgski, forse sull'onda del successo di Emerson, Lake & Palmer.

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NEW TROLLS Concerto grosso n2 1976

Le atmosfere di questo disco tentano di ripetere quelle del primo concerto grosso. Il risultato per molto diverso. Si salvano il bel tema del Secondo tempo e la grandiosa "Le Roi Soleil".

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NICO, GIANNI, FRANK, MAURIZIO Canti d'innocenza, canti d'esperienza 1973

Nico Di Palo e compagni sono gi al lavoro per il nuovo LP ed il nuovo spettacolo, insieme all'ex Atomic Rooster Rick Parnell, cha ha sostituito il batterista Gianni Belleno. Abbandonato per motivi legali il nome di New Trolls, rimasto al troncone di De Scalzi e D'Adamo, adottato momentaneamente un punto interrogativo a segno del periodo di grande confusione attraversato, scelto per la Hit Parade lo pseudonimo di Tritons, ed infine per il futuro quello di Ibis, i quattro hanno realizzato un disco onesto e4 non dissimile dai precedenti. Non so se questo "Canti d'innocenza canti d'esperienza" dar soddisfazioni commerciali al gruppo, che si comunque abbondantemente rifatto con la gustosissima rielaborazione della rollingstoniana "Satisfaction", con un'imitazione piena di humour di Bob Dylan (ma perch nascondersi, se la canzone cos caruccia, ed invece incollare sulla copertina del LP un'etichetta non proprio qualificante come quella "da Supersonic"?). L'album con i suoi testi finalmente immediati e senza intellettualismi e retorica, vuole rappresentare la drammatica competizione fra l'innocenza e l'esperienza: la prima raffigurata da personaggi come Simona, la figlia di Nico (...anche questo ti dir, bambina mia t'insegner, ma adesso ancora presto, puoi dormire ancora un po'...); la seconda esemplificata sempre in prima persona (..."con le mie stanche ali di angelo invecchiato, io vado in giro a cercare sul viso del mio errore lacrime morte"...). Certe cose richiamano l'iniziale "Senza orario senza bandiera"; la stessa cosa avvenuta, paradossalmente, per l'album degli Atomic System. Musicalmente Di Palo e gli altri si muovono sul terreno di un rock epidermico, creato con tutti i presupposti che comportano la definizione di hard. In effetti la formazione attuale - e l'entrata di Parnell ne una netta conferma - pu considerarsi il corrispondente italiano dei Deep Purple o dei Black Sabbath. Accanto alle durezze sonore, anche qualche sprazzo acustico, naturalmente: e non spregevole, come nella prima parte di "Signora Carolina" o in "Simona". Enzo Caffarelli

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OSAGE TRIBE Arrow Head 1972

Gli Osage Tribe hanno scelto una denominazione presa in prestito dalla storia degli indiani (si tratta di una trib), ed il loto singolo grafico stato sin dal primo disco una testa mozza di una bambola indiana, che vuol rammentare la dispersa civilt, di quel popolo in chiave sociale e politica. Anche a livello di testi, essi si ispirano alle storie nate nel popolo Osage, ricche di esperienza popolare e ataviche tradizioni, storie che parlano di "presa di coscienza", di "armonia con l'universo", di "un mondo fatto a pagamento, dove le mani sono piene di soldi e gli stomaci di whisky", del "dio della vita che d luce alle menti", di "cerbiatti d'argento che saltano fra nuvole di giada". E' un linguaggio antico, ma il linguaggio di pace nella battaglia esistenziale di tutti i giorni, e dunque un messaggio sempre valido. "Arrow head", vale a dire "punta di freccia" il primo LP del gruppo, per il momento ancora un trio, con Marco Zoccheddu, ex chitarrista della Nuova Idea ed autore della maggior parte dei pezzi, "Cucciolo" alla batteria, e "Callero" al basso. la musica degli Osage parte da una base di rock tradizionale, sul quale per i musicisti si sforzano di inserire, con successo, le loro vibranti emozioni jazzistiche: li ascoltiamo ad esempio in "Cerchi di luce", dove riescono a fare del buon jazz con la semplice formula chitarrabasso-batteria. Le cose pi notevoli sono accompagnate da musiche pi commericali, ma ormai non pi tempo di compromessi di questo genere neppure in Italia, e gli Osage, che sono musicisti molto intelligenti, stanno tentando (aggiungendo una tastiera ed un fiato) di spostarsi verso un modo pi libero e pi jazzistico. La sezione ritmica gi quella giusta per questo programma. E l'etichetta Bla... bla, la stessa di Franco Battiato (con il quale gli Osage Tribe hanno suonato per qualche tempo), e dei Capsicum Red, fra le pi attente e all'avanguardia nel nostro paese. Sei sono i pezzi complessivamente, tre per facciata. Molto bella la confezione dovuta allo studio al.sa. La copertina esterna dedicata agli indiani, quella interna rappresenta un originale flipper trasformato per l'occasione. Enzo Caffarelli

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OSANNA L'uomo 1971

Bel disco d'esordio per questa band partenopea. Il sound di questo disco un qualcosa di molto originale condito da strumenti tipicamente mediterranei e vari intrecci di flauti e sax. Il cantato parte in italiano e parte in inglese. Belle "Introduzione", "L'uomo" e "L'amore vincer di nuovo". Consigliato. *** Vorrei spendere anch'io qualche parola sugli Osanna, che molti hanno indicato come l'autentica rivelazione dell'anno nel campo della musica italiana. Cinque ragazzi italiani, con esperienze ricche alle spalle per qualcuno (il flautista Elio D'Anna suonava con gli Showmen), rivelatisi al festival di Viareggio, cinque solisti con li idee chiare, soprattutto con un discorso unitario da svolgere in maniera personale, se si eccettua l'uso del flauto che nella sua dimensione "drammatica". cio inquietante, singhiozzata, non pu non ricordare il maestro di tutti i flautisti degli ultimi due anni, Ian Anderson. Cinque ragazzi che hanno voluto, un po' per sapore scenico e coreografico, un po' per inserirsi in quel clima di "totalit" che l'arte oggi impone, cercare un'ampiezza teatrale, cio visiva oltre che sonora nelle loro esibizioni, escogitando una specie di mascherata in antichi costumi napoletani. Dal punto di vista musicale, l' "Uomo", primo LP degli Osanna, mostra le idee buone degli autori (tutti e cinque gli Osanna) e degli esecutori: piace soprattutto il flauto e la chitarra acustica, mentre anche l'elettrica usata con parsimonia e gusto, e piacciono i pochi spunti jazzistici del sax. Si nota una certa frammentariet non superata, e stacchi e passaggi mediocri. Per i testi, brevi ma significativi, il tema fondamentale l'uomo, nel suo viaggio terreno combattuto fra l'odio e l'amore. Angoscia esistenziale (E evado verso una meta / che pi distante di me / E' sempre un passo pi avanti / la vedo e so che non c') e intuizione della morte ("Non sei vissuto mai", "Mirror train"), si alternano alla coscienza dei problemi sociali ("In un vecchio cieco"), e alla denuncia della pesante condizione dell'uomo oggi (Si vive, si muore nel fango e l'orrore / si cercano invano momenti d'amore). Ma in ogni brano oltre all'angoscia si avverte il bisogno di riscatto e di speranza, che porta, infine, alla scoperta di una certezza, dell'unica forza dell'uomo, che "da secoli si chiama amore". Fondamentale sar vedere gli Osanna al loro secondo appuntamento. Questo primo album, certo il migliore italiano dell'anno dopo l' "Isola non trovata" di Guccini e "Collage" delle Orme, ha tutto sommato un valore sperimentale. Enzo Caffarelli

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OSANNA Milano Calibro 9 1972

Colonna sonora dell'omonimo film. Bella "Preludio" anche se a volte richiama nello stile il primo Concerto Grosso. Le altre "Tema", "Variazione" e "Canzona" solo dei bei brani in perfetto stile Osanna. Niente male *** Luis Enriquez Bacalov lo stesso maestro che ha diretto e composto il "Concerto grosso" dei New Trolls. Ma lo spunto e l'idea dei questi "Preludio tema variazioni canzona" non sono gli stessi. Intanto si tratta di una colonna sonora, dalla pellicola "Milano calibro 9" di Fernando Di Leo con Gastone Moschin e Barbara Bouchet. E poi gli Osanna hanno fatto dell'album qualcosa di molto pi proprio e personale, componendo buona parte delle musiche, ed improntandole secondo le proprie possibilit ed il proprio gusto, squisito e modernissimo, senza troppe compiacente orchestrali, e senza risentire del suo originario carattere di "colonna sonora". Il discorso artistico del gruppo napoletano ha sempre sentito la necessit, e recentemente ancor pi che agli inizi, di una corrispondenza scenica, teatrale della propria musica. La ricerca di una comunione artistica basata sul rapporto immaginesuono si risolve per il momento nella realizzazione di questa colonna sonora, lavoro in un certo senso anche di valore pionieristico, tenendo conto che lavori del genere in Italia, al contrario di quanto accade negli Stati Uniti ed in Inghilterra, non sono stati mai affidati a formazioni di avanguardia. Una nuova conquista, un nuovo passo avanti dunque. Gli Osanna non vogliono considerare questo album come il secondo atto "ufficiale" della loro musica, ma piuttosto come un'esperienza a parte, del tutto particolare. Viceversa "Preludio tema variazioni canzona" si inserisce senza difficolt nel discorso artistico dei napoletani, lasciando loro aperta ogni possibilit: il rock, le inflessioni e la ricerca jazzistica soprattutto concentrata nei fiati di Elio D'Anna, il recupero ancora piuttosto vago della poesia e della melodia folklorica tradizionale specie napoletane, sono qui ancora integri, anche se talora avvolti dalla potenza sinfonica dell'orchestra di Bacalov. Alcuni dei brani sono cantati, in inglese. Gli Osanna dimostrano di essere anche pi maturati, e promettono veramente cose eccellenti per il futuro. Intanto quest'album sicuramente fra le pi notevoli colonne sonore composte in Italia. Enzo Caffarelli

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OSANNA Palepoli 1973

Sicuramente il mio disco preferito di questo gruppo!!! Il motivo di questa mia affermazione sicuramente la lunga traccia "Animale senza respiro": un qualcosa di incredibile: intrecci di flauti, sax, mellotron e ritmi spesso Crimsoniani. CONSIGLIATO. *** Palepoli la Napoli primigenia, allegoricamente la terra promessa per una riscoperta dei valori umani e per la liberazione dal tiranneggiamento delle macchine e dell'evoluzione tecnocratica. Gli Osanna hanno fondato su questo presupposto la loro opera teatrale e musicale che sta girando l'Italia. A noi spetta parlare in questa sede essenzialmente della musica. Ma non possiamo non lodare il gruppo per il coraggio con il quale ha portato avanti e realizzato un lavoro, cui da tempo attendeva con ostinazione e, dire, con un orgoglio tutto napoletano; e per avere aperto la strada, in Italia, ad un discorso artistico pi vasto e coinvolgente, come pu esser la fusione fra musica, parola, gesto e immagine, secondo una formula che anche altre formazioni italiane - sappiamo di sicuro - hanno in programma per un prossimo futuro. L'opera si svolge come un'odissea attraverso i secoli, e si articola intorno ad un teatro sperimentale, piuttosto primitivo, che trova il suo riscontro musicale in certe volute imperfezioni tecniche, in una immediatezza che non mai per rozzezza, nella sfasatura dei cori e nel missaggio che non quello perfettissimo di altre occasioni. Sul piano della musica non vi una vera e propria corrispondenza con i tempi, n un forzato compiacimento nel folklore napoletano. Forse una ricerca de un recupero pi approfondito non avrebbero guastato. Solamente nello stupendo inizio ci si trova in un'antica Napoli popolare, tra il vociare di un mercato, un flauto di ispirazione orientaleggiante ed i richiami dei venditori ambulanti, che si risolvono successivamente in un tempo di tarantella, cantata in dialetto (- Fuje 'a chistu paese, fuje 'a chistu paese. Parole, penziere, perzone nun vanno ddaccordo nemmanco nu mese. Fuje 'a chistu paese, fuje 'a chistu paese. L'ammore, 'na casa, nu munno, so 'ccose luntane a 'sta ggente ddjuna - ). Questa l'introduzione, mentre per il resto gli accenni sono molto vaghi, in pratica brevi spunti flautistici di Elio D'Anna, che ricordano danze popolari. Non ci sono davvero critiche autentiche da muovere a "Palepoli", specie dopo avere ascoltato con concentrazione e pi volte l'album: in particolare la prima facciata ci sembra quanto di meglio un gruppo italiano ha saputo realizzare negli ultimi tempi. La strumentazione quella solita del quintetto, con ampio uso di fiati e di tastiere; c' una normale frammentariet di immagini, ma spesso gli Osanna impiegano tutti gli strumenti insieme, palesando l'affiatamento e la coesione dei quali sono maestri dal vivo, ed il discorso pi unitario e completo, rispetto ad esempio al primo album, "L'uomo". Il gruppo ha saputo conciliare la musica con l'immagine, senza per condizionare l'una forma d'arte in funzione dell'altra: questo non esclude comunque che si possa avere la comprensione autentica dell'opera solo dal vivo, a teatro. L'uso del mellotron e del sintetizzatore, le chitarre e specialmente quella elettrica di Danilo Rustici che, pur essendo un discepolo di John McLaughlin, uno dei pi originali strumentisti italiani, i fiati insuperabili di Elio distribuiti con precisione e parsimonia, i testi intelligenti e
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provocanti, beni inseriti negli spazi musicali senza rappresentare un momento staccato nello svolgimento della musica: tutti questi elementi fanno di "Palepoli" un'opera interessante ed importante. Enzo Caffarelli

PANNA FREDDA Uno 1971

Altro bel disco consigliato agli amanti del primo progressive italiano! Quando dico primo intendo proprio le prime esperienze ed apparizioni in questo genere! Tenendo conto l'anno del disco (71) si pu dire che, insieme a Caronte dei Trip e a Collage delle Orme, sicuramente uno dei precursori della grande espansione del genere, cosa che ha fatto guardare al nostro paese con invidia anche gli stati musicalmente da sempre pi affermati come, ad esempio, l'Inghilterra. Detto questo bisogna quindi giustificare certe imprecisioni e pesantezze all'interno del disco che comunque non ne pregiudicano il valore! Belle "Un re senza reame", "Un uomo" e "Scacco al re Lot" con un accenno anche all'inno nazionale di Mameli. Assolutamente da sentire "Il vento, la luna e pulcini blu". Consigliato

PERIGEO Abbiamo Tutti un Blues da Piangere 1973

Molte sono le cose che colpiscono di questo disco ma due sono lampanti gi ad un primo ascolto: la preparazione tecnica dei componenti, mai sopra le righe e sempre ben amalgamati, ed i molti spazi, sparsi tra le varie composizioni, dedicati all'improvvisazione. Il disco ha un'impronta nettamente rock anche se non mancano alcuni accenti jazzati con apice massimo in "Vento, pioggia e sole". Unica canzone cantata la prima "Non c' tempo da perdere" con prima parte che mette in contrapposizione una batteria assillante ad un pianoforte ben improntato mentre nella seconda un lungo lavoro di chitarra e Fender Rhodes, strumento ampiamente e magistralmente usato in tutto il disco. Pazzoide incrocio di pianoforte e violino in ingresso a "Dja Vu" a cui fa seguito una bella melodia di sax sottolineata da un esile ma valido arpeggio di chitarra acustica. A "Rituale", buon tema e momento di assolo, segue "Abbiamo tutti un blues da piangere" con un inizio acustico che porta la mente ad atmosfere del Morricone della cosiddetta trilogia del dollaro, con interventi di Rhodes e batteria in stile "Echoes" dei Pink Floyd. Buone anche "Country" e "Nadir" sempre condite da Rhodes e ottimi interventi di sax e chitarra elettrica. Senza dubbio un disco valido anche se magari consigliato agli amanti di atmosfere tipicamente strumentali, di assolo ed improvvisazione. Chi cerca ritornelli orecchiabili e cantabili ha sbagliato indirizzo.

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PERIGEO La Valle Dei Tempi 1975

Dei dischi che possiedo di questo gruppo questo quello che ritengo maggiormente spostato verso jazz e fusion. Disco molto buono, presenta un suono sempre bello pieno grazie ai vari contorni di sax e chitarre mentre le atmosfere sono sempre molto dinamiche e nello stesso tempo anche tirate. Una piccola curiosit: il pianoforte de "La Valle dei templi" in perfetto stile Simonetti. Dato l'anno di uscita di questo disco non mi sento in grado di commentare questo fatto se non come una possibile influenza (per entrambi) da Mike Olfield, visto anche il ritorno alla ribalta di Tubular Bells come colonna sonora del film "L'esorcista". Nella seconda parte della canzone ritrovo con piacere lo strumentino strano presente anche in Easy Money dei King Crimson di cui ignoro il nome (... sparso qua e l anche nel resto del disco comunque). Da sentire: "Tamale", "La Valle dei templi", "Cantilena" e "Un cerchio giallo". Sicuramente uno dei dischi migliori di questo gruppo che testimonia la grande abilit dei componenti anche in generi che per tradizione non sono propriamente tra i pi trattati e sviluppati nel nostro paese, o almeno da parte dei nostri musicisti.

PIERROT LUNAIRE Pierrot Lunaire 1974

Altro grande disco del panorama progressivo italiano. Singolare scelta stilistica/strumentale di questo gruppo che punta sul massiccio uso di chitarre, soprattutto acustiche, e tastiere varie, riducendo al minimo le parti di batteria (presente in "Invasore" e "Sotto i ponti"). Il disco godibilissimo e le varie atmosfere non ne fanno mai rimpiangere la mancanza , tanto pi che questa risulta quasi stonata nelle due precemente dette apparizioni: forse per quelle belle melodie sempre trainanti e mai noiose che accompagnano tutti i 43 minuti del disco... Fatto sta che i tre componenti del gruppo offrono un lavoro fortemente basato sulla chitarra acustica con qualche spruzzata di pianoforte, organo, sitar, flauto e mandolino, ed il risultato un pregevole incrocio di vari generi musicali: progressive, classica e, perch no, folk, anche se non mancano comunque momenti elettrici, con chitarre distorte e moog, vedi ad esempio in "Mandragola". Spuntano "Overture XV", "Raipure", "Il re di Raipure" e "La saga della primavera". Belli anche i testi: ...il coraggio senza una spada non servir... Consigliato.

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PIERROT LUNAIRE Gudrun 1977

Chi cerca un seguito all'acustico esordio rimarr fortemente deluso in quanto questo secondo Gudrun si basa fondamentalmente sulla ricerca e sulla sperimentazione, lasciando forse un piccolo rimembro e richiamo al precedente stile nel clavicembalo d'apertura. Moog, pianoforti ed effetti vari solo sostanzialmente gli ingredienti fondamentali, conditi con la grandiosa voce del soprano Jacqueline Darby, nuovo acquisto del gruppo, mentre della formazione del precedente disco manca Vincenzo Caporaletti. Musicalmente da segnalare la lunga "Gudrun", "Giovane madre" e "Sonde in profondit", e le ottime presenze di pianoforte in "Dietro il silenzio" e "Morella". L'inizio di "Plasir d'amour" ricorda lo stile Clickkiano di Battiato con una doppia voce recitante parole acquose e la tabellina dell'uno. Originale lo scatto fotografico tra le varie canzoni a segnalare il distacco tra le varie diapositive musicali. Onestamente lo ritengo un bel disco anche se necessita del tempo per essere ben digerito. Di certo non si pu etichettare Progressive se non nell'intento, per altro perfettamente riuscito, di una ricerca progressiva e per il progresso (in senso stretto) delle atmosfere create, forse pi ostiche rispetto al precedente lavoro ma molto pi mature e compatte. Copiando pari pari le parole di Arturo Stalteri: "Gudrun" un album dalle tinte forti ... se "Pierrot Lunaire" rappresenta il SOGNO, "Gudrun" la REALTA'! Per chi ama schemi liberi e atmosfere sperimentali.

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Premiata Forneria Marconi Storia di un minuto 1972

Bel disco d'esordio per una delle poche formazioni italiane che hanno trovato il successo anche all'estero. Ha sicuramente influito il fatto che tutti i componenti del gruppo sono dei validissimi musicisti primo fra tutti il bravo Mauro Pagani che con i suoi violini e flauti riempie in maniera pregevole e mai banale il suono. Tra le canzoni segnalo: "Impressioni di settembre", forse il brano di maggior successo del gruppo, almeno in territorio nazionale, la tirata "E' festa", la sublime prima parte di "Dove...quando" e "La carrozza di Hans". Devo dire per, che, secondo me, qualche passaggio in "E' festa" e "La carrozza di Hans" ricorda non tanto vagamente il primo disco dei King Crimson (non a caso in una raccolta di 4 cd del gruppo uscita qualche anno fa, la prima canzone era proprio "21st century schizoid man"). Certo non si pu bocciare un disco come questo per qualche passaggio che magari deriva dal background prediscografico del gruppo, viste soprattutto le varie atmosfere tipicamente mediterranee nelle parti cantate e nelle belle chitarre acustiche di Mussida. Consigliato. *** Devo dire subito che questo il disco che attendevamo con fiducia da parecchi mesi, da quando cio si era capito che i Quelli, tornati alla ribalta con una nuova originalissima denominazione, e con un quinto elemento, il cantante e polistrumentista Mauro Pagani, avevano le idee molto chiare sua quale tipo di musica suonare, e verso quali modelli stranieri orientarsi, o comunque da essi prendere lo spunto. Cos, mentre la Premiata Forenria Marconi continua a sviluppare una personalit sempre pi propria, cercando di evitare ogni palese imitazione, esce questa "Storia di un minuto", il primo episodio di un cammino probabilmente molto lungo. Franco Mussida, chitarrista e cantante della formazione, e Mauro Pagani, che si alterna al flauto all'ottavino ed al violino, sono gli autori di tutte le musiche e di quasi tutti i testi (c' lo zampino del solito Mogol). Parte dell'album era gi nota per l'edizione su 45 giri de "La carrozza di Hans" e di "Impressioni di settembre". Parlavo prima di ispirazioni: ebbene la principale viene dai King Crimson, dei quali il gruppo amava interpretare in concerto pi di una pice. La "introduzione" tipicamente crimsoniana, mentre la successiva "Impressioni di settembre", dolce e stupenda per la musica e per il testo, ricostruisce la struttura caratteristica della "Lucky man" di Greg Lake, con le aperture a largo respiro di organo e di moog. Intimista allo stesso modo, ma pi acustica e stilisticamente pi personale la prima parte di "Dove... quando". Due le cose principali da osservare: una prima la levatura tecnica degli strumentisti, la loro poliedricit, fruttata pienamente nell'impiego di flauto, violino, clavicembalo, mellotron, sintetizzatore, pianoforte, chitarra a dodici corde, percussioni. Sicuramente un album come questo potrebbe avere un certo successo anche all'estero, forse nella stessa Inghilterra. L'altra considerazione la ricerca del gruppo all'interno di certe matrici classicheggianti tipicamente italiane: Vivaldi, Rossini, Verdi: l'amore adombrato per la musica operistica, e soprattutto il desiderio, comune un po' a tutti i nuovi gruppi nostri, di riscoprire contenuti da rivestire e da reinterpretare nel patrimonio musicale italiano, colloca la PFM in una posizione del tutto particolare nel panorama di coloro che cercano un
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aggancio al classico. I sintomi emergono in E' festa" e nella seconda parte di "Dove... quando", carosello di suoni, di pause, di dialoghi ricchi di fantasia e di una strumentazione varia e costantemente indovinata. L'album molto frammentario: ma frammentario non un aggettivo negativo, vuole solamente significare la tessitura sfaccettata, intrecciata, elaboratissima, dei colori che compongono il mosaico dei suoni, su cui veleggiando testi semplici ma significativi, anch'essi frammentari, ricchi di silenzi, editi alla descrizione di piccole cose, di immagini tradizionali ma rivissute con ingenuo incanto, simili alla poesia di stampo crepuscolare. Il flauto ed il violino, rispetto alle esibizioni dal vivo, sono molto impiegati, mentre impiegati sovente il mellotron ed il moog, e la chitarra acustica l'autentica dominatrice. Buona la registrazione, anche se la voce troppo in sottofondo. E bello il disegno di copertina, opera di Caesar Monti, Wanda Spinello e Marco Damiani. Enzo Caffarelli

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Premiata Forneria Marconi Per un amico 1972

Alto grande disco e questa volta completamente depurato da qualsiasi influsso musicale (vedi quanto detto alla fine del commento del disco precedente)! Si comincia con "Appena un po'" con un bel intreccio di chitarra acustica, flauto e clavicembalo. Bella la parte cantata sottolineata in maniera pregevole da un bel mellotron. "Generale" forse la canzone pi tirata del gruppo: un pazzo incrocio di pianoforte contrastato dal resto del gruppo per un mosaico a dir poco mozzafiato. Non ho apprezzato l'inserimento del testo per la seguente trasformazione per il mercato straniero e rinominazione in "Mr. 9 till 5". Questo ultimo commento esula da questo disco comunque. Da segnalare inoltre la bella parte di pianoforte all'interno de "Il banchetto" e l'ultima "Geranio". Consigliato. *** Se una conferma era necessaria da parte della Premiata, il secondo album esattamente ci che ci si poteva attendere: pi curato del precedente, meno immediato ed appariscente, sicuramente avr una funzione importantissima nell'abituare l'orecchio del consumatore medio italiano a discorsi pi impegnati. Per la sua raffinatissima costituzione, l'album avrebbe bisogno di un buon impianto stereofonico per essere pienamente gustato; perfette sono le registrazioni, cui ha collaborato Claudio Fabi. La musica a tinte tenui, pallide, sempre rigorosamente calibrata ed intimista, stilisticamente eclettica al massimo, e proprio per questo tipicamente indicata ad esprimere compiutamente le esigenze artistiche di questo periodo di transizione. Le due facciate sono divise complessivamente in cinque titoli. "Appena un po'" parte come collage di frammenti di musica classica, posti in un mosaico policromo, a somiglianza dei Gentle Giant, il gruppo che pare avere sostituito King Crimson nella funzione di ispirazione del quintetto. La tradizione italiana, quegli accenni di tarantella e di canto popolare che nle primo album venivano calati nel linguaggio meravigliosamente moderno del gruppo, in un magma sonoro che cresce e scompare, si dilata e di restringe, qui ancora presente, sotto forma prevalentemente di tradizione classica (Sei e Settecento), varie citazioni sottilmente legate fra loro da episodi di mellotron o di sintetizzatore. Con questo brano la Premiata ripropone l'atmosfera fiabesca dei migliori gruppi inglesi e del primo LP "Storia di un minuto". "Generale" imprime alla raccolta una maggiore vitalit, e si rilevano gli interessi per il jazz, che viene tuttavia a combinarsi con altre forme espressive; l'impasto fra piano, violino e chitarra, interrotto da una marcetta militare in sintonia con il titolo, rappresenta la parte migliore del brano. "Per una amico" somiglia forse troppo ai Gentle Giant, sia nella strumentazione che si basa sostanzialmente sul pianoforte, sia nella melodia che nell'uso delle voci, ma vorrei precisare che il confronto con il gruppo fedele discepolo di Francois Rabelais e dei menestrelli medievali non li fa affatto sfigurare. Il brano indirizzato a tutti i sedicenti pacifisti, a coloro che avvertono l'urgenza dei problemi e ne denunciano la gravit in una sorta di mistica estasi, senza diretto intervento, caso frequente anche fra i musicisti. Il brano che d il titolo all'intero album (forse il destinatario Claudio Rocchi) dice fra l'altro: "Non domandarmi se un giorno cambier, comincia a fare qualcosa... tu
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scappi e ti nascondi e non si pu, tu vivi i tuoi compromessi e non si pu... non pi tempo di sogni ma di realt... ". "Il banchetto" presenta una prima parte cantata, con un breve e pregnante testo contro l'asservimento allo stato costituito ("Sire, maest, riverenti come sempre siamo tutti qua; sire, siamo no, il poeta, l'assassino e sua santit, tutti fedeli amici tuoi, o maest" e poi ancora: "Tutti sorridono, solo il popolo non ride ma lo si sa, sempre piagnucola, non gi va mai bene niente, chiss perch , chiss perch... "). La seconda parte strumentale, con il moog che introduce e coordina vari strumenti classicheggianti (fra l'altro la PFM utilizza il clavicembalo, la spinetta, vari flauti, il mandoloncello). Infine "Geranio" la pi intima e cerebrale fra le cinque composizioni, quasi impercettibile nelle sue sottili evoluzioni, nei suoi contrasti chiaroscurali e nella sua fine struttura, con un maestoso finale dove il moog, come altrove, riesce a dare l'idea della grande orchestra. Enzo Caffarelli

Premiata Forneria Marconi Photos of Ghosts 1973

Commento di Nicola Wiri Questo disco rappresenta la versione inglese del precedente album "Per un amico". I brani sono un po' mischiati e in pi ci sono "Celebration" ( festa) ed un inedito, "Old rain", da cui si fa bene a non aspettarsi molto. Ogni traccia stata risuonata alla perfezione con solo qualche leggera variazione qua e l e ogni tanto l'inserimento del moog nelle canzoni. I testi sono tradotti da Pete Sinfield, paroliere dei King Crimson, ad eccezione de "Il banchetto" rimasta in italiano e probabilmente neanche risuonata; quindi Mr 9 till 5 (Generale) ha avuto bisogno di un testo, probabilmente per aggiungere ancora qualcosa di nuovo, invece stato storpiato uno dei pezzi a me pi cari. In conclusione questo album non assolutamente niente di eccezionale, o meglio: niente di nuovo. Mi sono accorto di una cosa ascoltando "Il banchetto": il testo pare una risposta a coloro che credevano la Premiata una copia dei King Crimson. Sembra un discorso fra loro e il gruppo inglese: "sire, maest..."; come per dire che presente una certa ammirazione ma credendo comunque in un proprio stile. Poi inizia la parte alle tastiere e al piano di Premoli come dimostrazione della loro personalit. Sar una stupidaggine, ma potrebbe essere...

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Premiata Forneria Marconi Live in U.S.A. 1974

Disco live con esecuzioni dominate dalle canzoni di "Photos of Ghost" anche se non manca un assaggio del materiale in italiano. La qualit con cui vengono riproposti i pezzi molto alta e alla fine viene proposto un riarrangiamento dell' overture del Gugliemo Tell di Rossini. Consigliato a chi cerca una visione live.

Premiata Forneria Marconi L'isola di niente 1974

Dopo i due ottimi dischi d'inizio e lo sbarco internazionale con "Photos of Ghosts", il gruppo propone questo "L'isola di niente" leggermente inferiore ma comunque buono. "L'isola di niente" una lunga traccia con un tentativo alquanto inutile di inserire delle parti di corale. Il risultato finale ugualmente positivo grazie a dei validi cambi di tempo ed atmosfera. "Is my face on straight" il punto debole del disco. Il testo opera di Peter Sinfield, visionario paroliere dei primi King Crimson, ed sostanzialmente divisa in due parti: una prima buona parte in tipico stile della band mentre la seconda un leggero pasticcio in stile Yes Album. Seguono due cavalli di battaglia del gruppo: "La luna nuova" e l'acustica "Dolcissima Maria". Chiude la strumentale "Via lumire": una versione live in qualche disco seguente sarebbe stata curiosa da ascoltare visto che all'interno sono presenti alcuni passaggi che necessitano attenzione e puntigliosit! Leggermente inferiore ai primi due ma comunque un buon disco! Consigliato.

Premiata Forneria Marconi Chocolate king's 1975

Lo stile di questo disco tutto particolare... Grandioso inizio in "From under" e bella "Out of the roundabout", ancora nella scaletta della band. La voce del cantante ricorda in maniera molto chiara quella di Peter Gabriel. Prima dell'acquisto consiglio un ascolto.

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Premiata Forneria Marconi Jet Lag 1977

Commento di Nicola Wiri Ancora un buon disco sfornato dalla PFM in un periodo, per, in cui il rock progressivo andava di gi consumandosi. Qui la formazione storica muta leggermente: entra Bernardo Lanzetti al canto uscito da Acqua Fragile ed il preciso Gregory Bloch ai violini mentre esce il grande Pagani. Quasi tutti i pezzi offrono musica di ottimo gusto a volte un po' priva di idee e appena ripetitiva; in effetti molto amplio l'uso del micro moog soprattutto in "Storia in "la"". Comunque i motivi creati con questo solo strumento non faranno mai stancare. Ci che non soddisfa, invece, la voce solista di Lanzetti che non lascia spazio neanche a quella melodica di Premoli. Tutte le canzoni cantate sono in inglese e perdono un po' di vero stile PFM, difatti la probabile migliore dell'album "Cerco la lingua" l'unica in italiano con una gustosissima introduzione di violino. La durata dei brani supera in tutti i 4 minuti tranne che in "Peninsula" brano per sola chitarra con Mussida capace ancora di arpeggiare da vero maestro. Il pezzo viene poi inserito in "Traveler", l'ultimo favoloso brano che chiude un disco forse pi che discreto, anche se un po' lontano dal primo stile classico, e che non credo avr pi seguiti.

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QUELLA VECCHIA LOCANDA Quella Vecchia Locanda 1972

Primo disco di questa grande band che paga in qualche attimo l'immaturit artistica dei componenti. Questo non significa che il disco non sia interessante...anzi. Grandissima la prima parte cantata in "Prologo": potente e trascinante; altrettanto buone "Un villaggio, un'illusione" e "Realt". Devastante la chiusura del disco: "Dialogo": un piccolo atto d'accusa con un bel incrocio di synth iniziale; "Verso la locanda": bella parte cantata con finale tiratissimo; "Sogno,risveglio e ...": una bellissima parte di pianoforte esaltata e sospesa da intermezzi di flauto e violino in cui viene anche ripreso lo stacco iniziale di "Prologo". Per essere un disco d'esordio il risultato molto buono anche se io onestamente preferisco leggermente il seguente "Il tempo della gioia". Comunque consigliato. *** "Quella vecchia locanda" un sestetto romano che ha certamente realizzato uno dei migliori dischi italiani dell'anno, inserendosi di prepotenza nel novero dell'ultima generazione nostrana di gruppi all'avanguardia. Il gruppo esegue una musica tipicamente inglese nel linguaggio del rock, nella strumentazione ricchissima, nei continui frazionamenti di ritmo e nell'incalzare di fasi solistiche, affidate ora al violino elettrificato e non, ora al flauto o all'ottavino, ora alla spinetta, al mellotron o al moog. La formazione pressappoco quella dei Gentle Giant, e la musica molto vicina ai Jethro Tull, specie nell'uso del flauto, nel background batteristico ed in certe frasi vocali: a proposito della voce, mi sembra che ancora una volta il problema dell'applicazione della lingua italiana al rock, trovi scogli insormontabili, tranne forse in uno o due punti del microsolco. Con uno stile frammentario, ricco di belle immagini, qualche volta un tantino scolastiche, la Vecchia locanda cerca l'equilibrio giusto tra il rock tipicamente britannico, come si diceva, con qualche vago spunto jazzato, e soprattutto con una base classicheggiante, impregnata sul violino che caratterizza tutta la prima parte dell'album e la fase conclusiva; ma non si comprende bene, dato che i riferimenti classici rimangono fini a se stessi, se il gruppo sta cercando un'autentica comunione di momenti musicali, oppure se sta tentando progressivamente di liberarsi del retaggio classico che appartiene indiscutibilmente alla formazione culturale di almeno qualcuno di loro. Certo che Massimo Roselli, che opera alle testiere, e Donald Lax che suona il violino, mostrano di avere ascoltato Vivaldi e specialmente Bach forse pi attentamente di quanto non abbia fatto il flautista e cantante Giorgio Giorgi nei confronti di Ian Anderson. Ripeto ancora una volta che l'album fra i migliori italiani in circolazione e lascia intravvedere ottime prospettive. Ma poich in sede di recensione sono solito indicare di un disco pi i difetti che i pregi, voglio aggiungere due parole (non si tratta di snobbismo, penso piuttosto che lo stesso fatto di presentare un LP in questa rubrica dove passano venti dischi al mese su centinaia che vengono immessi sul mercato - sia gi un coefficiente di positivit). Desidero solamente sottolineare che il gruppo ha ancora bisogno di trovare rimedio ad una certa freddezza formale, che forse proviene dalla forzata imitazione di modelli stranieri. Se sapr rimpiazzarli con la tradizione italiana, secondo il tentativo di altri gruppi, probabilmente i risultati saranno ancora
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migliori. Ottima la registrazione per l'etichetta Help, distribuita dalla RCA italiana. Enzo Caffarelli

QUELLA VECCHIA LOCANDA Il Tempo Della Gioia 1974

Bellissimo secondo disco di questo gruppo romano fortemente influenzato dalla musica classica: grandi parti quindi di violini, flauti, pianoforti e clavicembali! Formato da cinque canzoni stilisticamente mai ripetitive, il disco di piacevolissimo ascolto tanto pi che un giorno sono riuscito ad ascoltarlo sei volte di fila !!! Gradevolissima la voce del cantante, a volte leggermente aspra ma mai ai livelli dei Semiramis, sempre sostenuta ed esaltata da un gran lavoro musicale ad opera del resto del gruppo. Spuntano (anche se non c' niente da buttare qui...) "Villa Doria Pamphili", "A forma di.." e "Un giorno, un amico", forse il brano pi interessante del disco, con una breve ma intensissima parte cantata. Consigliato.

RACCOMANDATA RICEVUTA RITORNO Per...un mondo di cristallo 1972

Concept album racconta il ritorno di un'astronauta sulla Terra e lo sconforto nel trovarla distrutta! Lo stile simile a quello dei Semiramis sia nell' uso della chitarra acustica che nel canto. Il gruppo comunque non indugia nel mescolare anche diversi generi musicali: si veda "Su una rupe" con inizio acustico con chitarra 12 corde e flauto, stacco indiavolato con intervalli di pianoforte e seguente strofa con Hammond, flauto e chitarra. Belle "Il mondo cade su di me", la quasi jazz "Nel mio quartiere" e la lunga "Un palco di marionette", sicuramente la traccia migliore. Onestamente non uno dei miei dischi preferiti anche se sono fermamente convinto del fatto che sia un validissimo prodotto.

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REALE ACCADEMIA DI MUSICA Reale accademia di musica 1972

E' finita l'epoca dell'hard rock e della musica caotica ed ipnotica fine a se stessa. I gruppi italiani hanno imparato la lezione, e dopo qualche flirt passeggero con i gruppi inglesi di maggiore successo (vedi l'esplosione del flauto alla Ian Anderson, presto ridimensionata), eccoli a scoprire una dimensione acustica, melodica, a mettere in prima fila le tastiere, il piano, il mellotron, il sintetizzatore, ed a creare testi intimisti, favolistici, poetici. Non che in questa operazione gli italiani si siano dimostrati molto originali, perch non sono stati certamente gli iniziatori. Tutt'altro, l'imitazione forse ancora pi palese. Con la differenza tuttavia, che se nel rock duro esse si erano sforzati di immedesimarsi in un linguaggio che non era n pu essere il loro, collezionando magre figure e mai superando un livello poco pi che accettabile, ora si trovano viceversa a proprio completo agio, con l'arioso respiro delle melodie, le strofe ampia che consentono l'inserimento della troppo armoniosa e barocca lingua italiana (nei confronti di quella laconica ed essenziale degli inglesi), e la strumentazione ricercata e raffinata, dove sufficiente possedere qualche idea ed un pizzico di buon gusto - anche se non si veloci, sicuri, tecnicamente preparatissimi - per fare bella figura. In una parola, gli inglesi ci sono venuti incontro, hanno fatto di tutto - istintivamente ed inconsapevolmente - per portare la musica verso una linea pi meridionale, pi latina e pi classica. Sta a noi raccogliere l'invito. Come altri, la Reale Accademia di Musica ha registrato un album molto buono che trova immediata collocazione nel discorso sopra svolto. Si tratta di un gruppo romano di musicisti conosciuti nell'ambiente per avere militato in altre formazioni (il nucleo originario del Banco del Mutuo Soccorso, i Fholks), con una cantante di origine spagnola. Prodotti ed assistiti da Maurizio Vandelli, i ragazzi della Reale sfruttano il momento con un sapiente sound basato principalmente sul piano e sul mellotron, con strutture molto melodiche, sulle quali le parti pi mosse si inseriscono per progressiva accelerazione dei tempi, senza tuttavia elevarsi con spunti particolarmente originali. E' la nuova generazione dei gruppi italiani, fra i quali voglio inserire i Jumbo, Quella Vecchia Locanda e il Banco del Mutuo Soccorso. Una generazione che in possesso delle idee e dell'entusiasmo necessario, ma il cui lavoro si svolge ancora ad uno stadio embrionale. Se uscir completamente dal guscio, avremo anche noi finalmente una musica bella e sufficientemente autonoma. Ci prova intanto la Reale Accademia di Musica, con un primo album di sei brani complessivi, tra i quali ricordo "Il mattino", "Padre" e "Vertigine". Enzo Caffarelli

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ROCKY'S FILJ Storie di uomini e non 1973

I Rocky's Filj sono uno di quei tipici gruppi alla cui base non c' tanto spirito di emulazione, quanto una genuina necessit di esprimersi attraverso la musica: un gruppo di amici che si radunano in cantina per dar sfogo a questa passione, senza porsi, almeno in principio, obiettivi concreti n ambizioni stilistiche ben precise. Una musica viscerale e libera, il cui unico appiglio culturale che si faccia sentire il richiamo verso il jazz, inteso anch'esso nella sua massima libert e visceralit. Tale era all'inizio, oltre due anni fa, la musica dei Rocky's Filj: ma le doti naturali e la freschezza dell'espressione hanno presto inserito il gruppo in un discorso che forse poteva sembrare lontano ed illusorio agli stessi musicisti. Dopo la proficua apparizione al festival d'avanguardia e nuove tendenze di Roma, nel '72, i quattro ragazzi tornavano in cantina, ma questa volta sotto la direzione notoriamente magica del produttore Sandro Colombini. Tutto tempo che, alla luce di questo "Storie di uomini e non", appare decisamente ben speso: il gruppo ha infatti intrapreso una strada originale non solo per il panorama italiano ma anche per quello straniero. La formazione decisamente inusuale, chitarra, ance, basso, sax, clarino e batteria non compaiono le tastiere, considerate oggi indispensabili - e la capacit di inserirsi autonomamente in un discorso decisamente vivo e moderno, le parti fiatistiche ricollegabili a certi King Crimson e un vago sapore di McLaughlin, fanno di questi Rocky's Filj una piacevole realt, infrangendo i timori di chi credeva che dietro a Banco, PFM e Osanna non vi fosse pi spazio per la musica rock italiana. L'album, cinque brani piuttosto omogenei fra i quali si distinguono "L'ultima spiaggia" e "Martino", rivela una natura essenzialmente ritmica, stringata, priva di pesantezza; ma altrettanto presenti sono episodi ricchi di respiri ampi, pi pittorici, piccole isole di quiete in mezzo ad un rincorrersi di temi ritmici, in cui la voce di Rocky un metallo che canta, cesella frasi di grande effetto. Per il resto l'animosit e la freschezza della musica assorbe e miscela benissimo tutte le matrici, poggiando su doti non comuni: una sezione ritmica impegnatissima e varia, i sax ed il flauto perfettamente inseriti nella linea melodica, una sorprendente chitarra capace di eccitanti assoli e di disegnare sfondi ricchissimi di contrasti. Il disco stato registrato in studio, ma senza sovrincisioni, curando in particolare la produzione e la gamma dei suoi e dei timbri: il risultato quanto di meglio si possa oggi realizzare suonando una musica viva e moderna. Enzo Caffarelli

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ROVESCIO DELLA MEDAGLIA La Bibbia 1971

Disco hard rock!!! Parti dell' antico testamento: La creazione, L'ammonimento, Sodoma e Gomorra, Il diluvio... La scritta dal vivo indica che stato registrato in diretta, ovvero in una sola passata, senza sovraincisioni e trucchi da studio, e non in concerto. Non male ... forse un po' grezzo !!! Comunque non progressive *** Ancora una volta qualcosa di "nostro" merita posto in questa rubrica. Il Rovescio della Medaglia un gruppo romano di quattro elementi, il chitarrista Enzo Vita, il bassista Stefano Urso, il batterista Gino Campori ed il cantante Pino Bannarini. L'album stato registrato negli studi della RCA direttamente dal vivo, cio con due microfoni davanti al gruppo, senza nessuna operazione di filtraggio e di sovrapposizione di nastri. Solamente gli effetti elettronici che aprono la suite e compaiono poi di tanto in tanto sono preregistrati, e vengono utilizzati dal quartetto anche negli spettacoli. Il Rovescio della Medaglia mi sembra diverso da un po' tutti gli altri gruppi italiani, sia quelli da tempo affermati, che quelli usciti di prepotenza nell'ultimo anno. Le loro intenzioni sono quelle di creare un tipo di musica tutta propria, una specie di rock sinfonico, e questo album, concepito da parecchi mesi, e finalmente inciso dopo il reperimento del fatidico "contratto", il primo passo verso una simile realizzazione, pur restando in alcune parti vicino ad un hard rock di stampo tradizionale. L'album ha pure il pregio di rappresentare un concetto unico, una specie di biblica rievocazione suddivisa in sei parti: "Il nulla", "La creazione", "L'ammonimento", "Sodoma e Gomorra", "Il giudizio" e "Il diluvio". Oltre ai testi, anche gli strumenti cercano a turno di significare i personaggi e gli ambienti della Bibbia. Enzo un solista misurato, molto espressivo, mentre la sezione ritmica, specie per merito di Stefano , senza dubbio una delle migliori fra i gruppi italiani. Infine anche Pino possiede una bellissima voce, elemento questo che manca a buona parte delle nuove formazioni nostrane. Enzo Caffarelli

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ROVESCIO DELLA MEDAGLIA Contaminazione 1973

Bellissimo inserimento di parti rock a parti tratte dal clavicembalo ben temperato di J.S. Bach. Originale il tema trattato: parla di uno smemorato che ridestatosi pensa di essere Bach... Grandi "Ora non ricordo pi", "Mi son svegliato e ho chiuso gli occhi" con una bella alternanza di organo e violini e "La grande fuga" con grandi interventi di moog, clavicembalo, organo e violini. "La mia musica" suona in maniera molto pi leggera ma presente all'interno uno stupendo stacco di violini. L'arrivo nel gruppo di Di Sabbatino giova sia alla produzione che al gruppo stesso e se ne pu apprezzare appieno qui la grande abilit di musicista in quanto l'esecuzione di alcune parti davvero notevole. Ottimo l'inserimento di parti di chitarra spesso distorta, di cui segnalo "Alzo un muro elettrico". Consigliato. *** Come ispirarsi ai classici, come rinnovarne il fasto e la forza creativa capovolgendo certi presupposti ed utilizzando un linguaggio diverso, originale, comunicativo? E' un problema che buona parte dei musicisti pop si sono posti da tempo, dandovi ciascuno una differente risposta. Il Rovescio della Medaglia, dopo i dischi di hard rock intellettuale, sperimenta ora una nuova strada, in collaborazione do Luis Bacalov, gi autore di "Concerto grosso" dei New Trolls e di "Preludio, tema, variazioni, canzona" degli Osanna. IL classico che funge da modello Giovanni Sebastiano Bach: un Bach naturalmente trasfigurato, come indica chiaramente il titolo completo dell'opera, "Contaminazione di alcune idee di certi preludi e fughe del Clavicembalo ben temperato di J. S. Bach". I ragazzi del Rovescio si sono dunque avvicinati al classico, al quale almeno in teoria sono sempre stati interessati: in particolare all'affetto per Beethoven hanno affiancato autori pi moderni, come Bartok: il chitarrista Enzo Vita, che ha collaborato in sede compositiva con Bacalov, cerca di riprodurre con il suo strumento certi archi tipici del musicista ungherese. Inoltre il nuovo elemento, Franco Di Sebatino, ha introdotto le tastiere nel gruppo e proviene direttamente dal classico. C' dunque una continua opera di osmosi, che alterna momenti estremamente convincenti come altri forse pi ingenui e scontati, ma con gli strumenti disposti in maniera originale, senza inutili ripetizioni, soprattutto senza barocchismi superflui. Cosa resti di Bach difficile dirlo. Sottolineo le note di copertina, in cui si accenna ad un immaginario Isaia Somerset, musicista scozzese del '700, uno psicopatico che si sarebbe considerato figlio naturale di Bach, e ad un altrettanto immaginario chitarrista pop Jim McCluskin, che del Somerset si riterrebbe la reincarnazione vivente. In termini meno ermetici, anche il Rovescio vuole ergersi ad utopistico modello di reincarnazione bachiana, ma con una certa utoironia, senza presunzione, una volta tanto per questo gruppo. La mano del maestro Bacalov ha saputo guidare e plasmare il quintetto romano, ponendone in risalto le qualit tecniche, che sono indiscutibili, e smussandone gli angoli pi spigolosi e narcisisti. La "Contaminazione" una lunga suite divisa in tredici porzioni, differente decisamente dalla precedente produzione del Rovescio della Medaglia.
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Enzo Caffarelli

ROVESCIO DELLA MEDAGLIA Il ritorno 1995

Un miscuglio di musica leggera...ed io che pensavo in un grande ritorno...

SAMADHI Samadhi 1974

Gruppo formato da elementi provenienti da RRR, L'uovo di Colombo e Teoremi per un disco che francamente non entusiasma ma neanche dispiace. Buone le parti di tastiere con il pianoforte sempre in evidenza, di basso e batteria. Una delle pecche un uso praticamente sporadico della chitarra che avrebbe sicuramente giovato e riempito certe atmosfere leggermente spoglie. Il disco comunque non male e spuntano "Un milione d'anni fa", "L'angelo" e "Silenzio". Da segnalare inoltre "Passaggio di via arpino" con un respiro di improvvisazione e "L'ultima spiaggia", sicuramente il miglior brano del disco. Il gruppo infatti trova qui una splendida grinta e coesione proponendo il pezzo pi ambizioso con un ipnotico finale in crescendo di corale. Onestamente, se tutte le composizioni fossero state sul livello de "L'ultima spiaggia", questo disco si posizionerebbe in maniera ben diversa nella mia classifica personale...Comunque non male.

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SEMIRAMIS Dedicato a Frazz 1972

Altro gruppo mordi e fuggi...! e comunque altro glorioso disco italiano...! Lo stile classicamente prog nel canto mentre nelle varie parti strumentali l'atmosfera diventa magicamente magnetica, quasi hard, ma mai ai livelli de Il Balletto di Bronzo!!! Belle "La bottega del rigattiere", "Uno zoo di vetro" e "Frazz" . La voce del cantante acida e stridula... ma precisa per questo tipo di sound. Il suo nome Michele Zarrillo... e non un caso di omonimia... ##%@@%!!!! Consigliato *** A dispetto dell'unica esibizione dal vivo cui mi stato possibile assistere, i Semiramis si presentano con un disco, che dovrebbe facilmente imporli all'attenzione del nostro pubblico. Il quintetto, guidato dai fratelli Michele (chitarre e canto) e Maurizio Zarrillo (tastiere) si porta dietro ancora il retaggio tipico dei gruppi italiani, specie il difficile inserimento della voce e dei testi nelle musiche (ma perch cantano ancora tutti come Nico Di Palo?), uniti alla fatale immaturit degli esordi. Ma la musica dei Semiramis vivace e per certi versi originale: i testi sono buoni, le carenze di ritmica e di fusione quasi assenti, e semmai mascherate dalla ricchezza di corde e tastiere, legate e sovrapposte con molto gusto e padronanza di mezzi. Una ricchezza espressiva, che a parte il sint e l'Eminent facente veci del mellotron, sottolineata dal vibrafono, affidato al batterista Paolo Faenza, ed alle campane, la famigerate "tubular bells" del bassista Marcello Reddavide, e dalla presenza di un altro ragazzo, Giampiero Artegiani, che affiancano ora l'uno ora l'altro leader alla chitarra acustica, alle dodici corde o al sint. Le chitarre amplificate, tranne qualche scoria di hard rock, non sono fuori posto nel clima generale delle composizioni e della esecuzioni, piuttosto eterogenee, I brani migliori: "La bottega del rigattiere", "Uno zoo di vetro" (con un esplicito richiamo a Mike Oldfield), e "Per una strada affollata", dai delicati intermezzi acustici (anche i Genesis hanno insegnato parecchio). Bello il disegno interno della copertina di Gordon Faggetter, l'ex batterista di Patty Pravo, oggi designer di successo: Gordon la sa lunga sulla pittura metafisica e sul surrealismo, ed il suo quadro ricorda "In the wake of Poseidon" dei King Crimson. Enzo Caffarelli

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SHOWMEN 2 Showmen 1972

Gli Showmen tornano sulla scena contrassegnati dal numero due, dopo un lungo periodo di stasi successivo alla dipartita di Elio D'Anna, ora con gli Osanna, e con parecchie idee nuove e interessanti. Sono ancora in sei, ma pi della met degli elementi non sono pi quelli che alternavano R&B commercialoidi a ripescaggi degli anni Quaranta. L'album inciso per l'esordiente etichetta B.B.B. (Beautiful black butterfly), e si presenta con una confezione elegantissima, e completa di note, testi, adesivo e manifesto. Ma quello che conta maggiormente la musica, un tipico pop-jazz che gli Showmen hanno sicuramente imparato dai Chicago (l'ultima volta che apparvero alla televisione, se non vado errato due anni or sono, suonarono proprio la "Introduction" da "Transit authority"). Il sestetto ricorda i Chicago per l'impostazione degli ottoni, la cui sezione guidata dall'ottimo italo-americano James Senes, rimasto portabandiera della vecchia guardia. Ma per buona parte il disco si muove su orientamenti personali, e sicuramente lascia intravvedere un futuro ancora migliore. Come tutti i gruppi interessanti usciti negli ultimi tempi in Italia, due sono le preoccupazioni di base del gruppo: scartare a priori una supina imitazione dei modelli stranieri riagganciandosi alla tradizione italiana; e creare dei testi originali e validi, cercando di adattarli nel migliore dei modi al linguaggio del rock. I problemi sono stati risolti abbastanza bene, anche se forse troppa importanza stata fatta per tempo e per spazio alla parti cantate, tuttavia giustificate da una serie di testi molto buoni ("Epitaffio", "E la vita continua", "Lo zio Tom"). Un album dunque con un certo coraggio e degno di essere ascoltato. Un'altra prova inoltre dell'importanza di Napoli (Osanna, Balletto di Bronzo, ecc.) nel discorso pop italiano, con un invito per gli organizzatori di concerti a tenere maggiormente in considerazione la candidatura della citt partenopea. Enzo Caffarelli

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STORMY SIX L'unit 1971

Fra i complessi italiani della "nuova generazione" penso si possano includere i milanesi Stormy Six, anche se per loro il discorso piuttosto diverso. "L'unit" il secondo album del quartetto, dopo un primo risalente al 1968 e rimasto piuttosto in ombra; esce quasi un anno dopo la partecipazione degli Stormy Six al Festival di Viareggio del '71. Il gruppo ha dedicato questo disco alla storia e alla cronaca italiana: la prima ambientata negli anni a cavallo fra il 1860 ed il 1863, e intende rivedere l'interpretazione eroica del Risorgimento. Secondo la visione degli Stormy Six, in particolare di Franco Fabbri che ha guidato l'operazione storica, visione discutibilissima, Garibaldi non fu un liberatore, ma fece soltanto mutare padrone al popolo meridionale; il brigantaggio non fu una forma di delinquenza, ma un modo di ribellarsi all'autorit nuova, pi esigente di quella borbonica; la repressione del brigantaggio fu una delle pagine pi nere della nostra storia patria; il popolo non accettava la nuova realt sociale e lottava per cambiarla subendo sanguinose repressioni. Sono quattro storie, due rigorosamente vere, due liberamente inventate ma vicine allo spirito dell'epoca: un quadro preciso di una storia non colta sui libri scolastici, ma vissuta con gli occhi di quello che era il popolo: le musiche sono piuttosto semplici, senza nessun effetto, ma con un legame preciso con la pi semplice e nuda tradizione italiana. La seconda facciata viceversa ambientata ai giorni nostri, con una musica pi viva e ispirata in maniera pedissequa ai coretti di Crosby/Stills & Nash, con argomento principale la presa di coscienza politica degli studenti, coscienza che conduce ad un impegno rischioso e difficile. La "Manifestazione" canta infatti la morte di un ragazzo durante un corteo. L'ultimo brano "Fratello", dedicato all'ex cantante del gruppo Claudio Rocchi, vuole colpire quanti credono di risolvere i problemi del nostro mondo con la filosofia hippie, proponendo un impegno individuale di amore e di pace, dimenticando certe componenti sociali ed umane che modellano e influenzano il comportamento individuale. Un album piacevolissimo al di l di quelle che sono le interpretazioni storiche e le imitazioni stilistiche: e soprattutto una strada originale nel cammino della musica italiana per l'impegno e per la fresca vena folklorica. Da citare alcuni componenti del complesso Il Pacco che hanno aiutato nella registrazione i quattro Stormy Six, Franco Fabbri, Massimo Villa, Luca Piscicelli e Antonio Zanuso. Enzo Caffarelli

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The TRIP The Trip 1970

Primo disco di questa band formata da due componenti italiani (Vescovi e Sinnone) e due, penso, inglesi (Gray e Andersen). Come esordio non male contando la precocit dell'anno (1970), periodo di piena gestazione del rock progressivo italiano. Sono comunque chiaramente presenti degli agganci stilistici al rock anni '60 (ad esempio i vari cori) ed alcuni passaggi di organo di matrice blues. Non comprendo la scelta dei titoli in italiano ed i testi in inglese, tranne in "Una pietra colorata", caratteristica presente anche nei successivi dischi; magari per un possibile seguente lancio internazionale... Forse solo un' impressione o una predilezione dettata dalle mie radici, ma il cantato in italiano risalta molto di pi lo stile della band. Spunta quindi la suddetta "Una pietra colorata" ma anche "Incubi" e "Visioni dell'aldil". Non male come disco d'esordio ma sicuramente inferiore ai successivi.

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The TRIP Caronte 1971

Secondo disco di questo gruppo (in cui rimane inalterata la formazione rispetto al precedente) e un bel passo avanti come qualit. Il sound, infatti, perde, anche se non totalmente, gli influssi degli anni '60 e si delineano i "tratti somatici" tipici del gruppo. Buono l'inizio con "Caronte I", soprattutto nella seconda parte. Segue poi il giro tiratissimo di "Two brothers" e la bellissima "Little Janie": la parte pi soft del disco in cui la voce del cantante ricorda vagamente John Lennon. Segue "L'ultima ora": un'atmosfera quasi riflessiva con ritornelli esplosivi. Bella la parte centrale con stacchi di Hammond e solo di chitarra. Stacco di organo a canne e parte la chiusura di "Ode a J.Hendrix": un omaggio al genio, anche se forse un po' troppo assillante sui timpani . Chiude "Caronte II" che riprende il tema della prima parte. Un Joe Vescovi sempre in prima fila per questo grande disco: il mio preferito del gruppo insieme ad "Atlantide". Consigliato. ** * I complessi italiani continuano a darsi da fare per creare anche presso di noi una musica interessante: il 1971 ha segnato alcuni risultati estremamente positivi, come la piena conferma delle Orme, il primo album degli Osanna, quello non ancora edito dei Panna Fredda, la nascita della Premiata Forneria Marconi. I Trip, due ragazzi inglesi, un piemontese ed un ligure, tutti residenti in Italia ed operanti per una casa discografica italiana, sono al loro secondo LP. Il primo, chiamato semplicemente "The Trip", denunciava un'accurata ricerca soprattutto di effetti sonori, affidata al leader musicale del quartetto, l'organista e pianista Joe Vescovi. Anche in "Caronte" c' una palese volont di rinnovamento, e solo raramente i musicisti si limitano a mettere insieme espressioni ed influenze dei gruppi stranieri, dei modelli inglesi in particolare modo, com' d'obbligo in questo momento. Quello che interessa con immediatezza il fatto che l'album raccoglie cinque brani mantenendo un tema unitario, pi che altro da un punto di vista psicologico, perch i testi sono pochi: il tema di un viaggio immaginario, di tipo dantesco. La copertina riporta disegni infernali, e gli stessi musicisti sono fotografati in costumi antichi nelle acque di un stagno. Caronte, il mitologico traghettatore delle anime perdute, qui l'allegoria dell'ipocrisia di coloro che, secondo gli stessi autori, condannano i loro "fratelli" morti, come Jimi Hendrix, il pi di moda nelle celebrazioni. A livello espressivo non c' per dark sound, ma un rock meno effettistico, ricco di spunti pregevoli, specialmente negli impasti fra l'organo di Vescovi e la solista di William Grey, che costituiscono senza dubbio la nota pi tipica del sound del quartetto. "Caronte I", che apre la raccolta, un episodio esclusivamente strumentale di fattura violenta, mentre "Two brothers", con il testo completamente in lingua inglese, dopo un inizio di strani rumori si snoda in un crescendo di organo e chitarra fino alla porzione vocale, a met strada fra i Led Zeppelin delle ultime esperienze ed i King Crimson di "21th century schizoid man", sicuramente uno dei pezzi che ha pi influenzato la scena musicale degli ultimi due anni. Ci sono rapidi cambiamenti di tempo, come caratteristica di tutto l'album, e si segnala il basso creativo di Arvid "Wegg" Andersen. La facciata B comprende la melodica "Little Janie", poi l'"Ode a Jimi Hendrix", un
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susseguirsi di ritmi violenti e di episodi pacati, avvincenti nella seconda parte che si apre con un organo da chiesa e poi si continua con la solista distorta celebrante una specie dei marcia funebre su di un background percussionistico particolarmente "heavy". Enzo Caffarelli

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The TRIP Atlantide 1972

Terzo disco e cambio di formazione: fuori Gray e Sinnone e dentro il bravo Furio Chirico, astro della batteria con tecnica originale e pregevole (avr modo di darne prova anche nei successivi lavori con gli Arti e Mestieri). Il suond cambia leggermente rispetto ai precedenti dischi grazie soprattutto al nuovo elemento che dona tecnica e precisione alle canzoni. Le canzoni migliori sono sicuramente: "Atlantide" con un bel intervento corale quasi ipnotico, "Evoluzione" con una batteria molto sostenuta ed enfatizzata, "Energia" con il lungo solo di Hammond e un finale di piano effettato che da una sensazione orientaleggiante e la bella melodia orecchiabile di "Ora X". Originale anche "Analisi" con alternanze di piano (effettato od elettrico ?) ed organo a canne. Segue il lungo assolo di batteria di "Distruzione", dove il nuovo entrato ha un'ulteriore occasione per mettere in mostra le ottime capacit. Un grande disco. *** Tempi buoni per la musica italiana. Dopo un primo LP passato alquanto inosservato, risalente al periodo in cui ancora si diffidava molto dei gruppi italiani, e pi ancora di quello anglo-italiani, e dopo un secondo che serito soprattutto a rilanciarli senza per altro ottenere consensi pieni da parte di tutti, ecco i Trip alla loro terza fatica discografica che li conferma fra i migliori del nostro panorama. "Atlantide" l'immagine del mitico continente scomparso riflessa nella nostra civilt, come monito e speranza a un tempo, contro il tecnicismo esasperato e la corsa al progresso della societ del duemila. Il gruppo si presenta senza il chitarrista, e con un nuovo batterista, il ventenne piemontese Furio Chirico, mentre "Wegg" Andersen e Joe Vescovi sono al solito gli autori dei brani ed i protagonisti delle esecuzioni. Guardano indietro, a "Caronte", i nuovi Trip presentano soprattutto una maggiore mobilit che li affranca dalla schematicit troppo rigorosa del rock, e spaziano verso lidi pseudo-jazzistici, specie con la freschezza di idee e la nuova libert che sembra caratterizzare l'indiscutibile tecnica di Joe. Le novit possono essere colte a livello di inventiva e a livello di sonorit; un piano elettrico ed un organo, modificati opportunamente ma senza troppi artifici, un generatore elettronico trovato quasi per caso in uno studio di registrazione, utilizzati per creare espressioni interessantissime e senza vuoti formalismi (come ad esempio si era verificato nel primo LP, in cui i Trip rifacevano palesemente il verso ai Vanilla Fudge, e come oggi avviene per alcuni colleghi, anche stranieri s'intende). Tempi buoni per la nostra musica dunque. Ed davvero incredibile osservare come i Trip riescono con una strumentazione tanto esile a creare atmosfere piene, cercar quasi di dare vita a suoni che rievochino profondit marine, o avvicinarsi ai toni incantati del mellotron con un semplice piano elettrico. L'album contiene un'unica suite suddivisa in otto sezioni. Le migliori: "Atlantide", "Energia", "Analisi" e i pochi attimi conclusivi di "Il vuoto". Enzo Caffarelli

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The TRIP Time of change 1973

Da molti anni i Trip sono considerati una delle migliori formazioni italiane, anche se non sono riusciti mai a sfondare completamente. Questo il loro quarto disco, il primo per l'etichetta Trident, e rispecchia il passato del gruppo, superandolo per per la nitidezza delle esecuzioni e per la freschezza di idee, che confermano dei due veterani del gruppo, il genovese Joe Vescovi e l'inglese Wegg Andersen, e nel nuovo elemento, il batterista Furio Chirico, tre musicisti preparatissimi. La formula triangolare, basata sulle tastiere e il desiderio di spaziare in ampie suites, collocano i Trip all'ombra di EL&P, anche se in maniera diversa dalle Orme. Ma ad altri modelli, soprattutto agli Yes, che il trio sembra ora avvicinarsi. La prima facciata, "Rhapsodia", sono venti minuti di musica godibile, dove accanto all'indubbia tecnica (che non va confusa con il tecnicismo, fine a se stesso, distinzione che i lettori dell'Angolo del pop dovrebbero tenere costantemente presente), si rileva una musica varia e gioiosa, senza pause o tentennamenti: una miscela delle solite componenti rock, jazz e classiche, elaborate con gusto, sia da parte di Vescovi, che si sbizzarisce sui tempi e sui timbri, sia da parte dei due ritmi, che sorprendono per continuit e presenza, e costituiscono una delle migliori coppie in Italia. La seconda facciata non dissimile, anche se frazionata in quattro episodi distinti. Le cose migliori: "Formula nuova" e "Corale". I Trip non possono considerarsi sul piano stilistico un gruppo italiano, come accade viceversa per BMS o PFM. E in fondo la presenza di un inglese autentico pu essere una giustificazione. Ma se i tre imitano bene gli Yes, ad esempio, possiamo stare tranquilli: perch questo potrebbe essere il punto di partenza ottimale per sviluppare un discorso pi autentico e pi nostro. Enzo Caffarelli

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Vince Tempera Art 1973

Vincenzo Tempera, milanese, ha fatto un po' di tutto prima di registrare questo disco che potrebbe essere il passo pi importante della sua gi lunga carriera artistica: ha diretto l'orchestra al festival di Sanremo, ha curato gli arrangiamenti per Nomadi, Giganti, Guccini e tanti altri, ha inciso "Love story" e "Anonimo veneziano", si dato da fare come sessionman, specie nell'ultimo anno. Pianista di razza, diplomato in conservatorio, Vince ama il jazz ed il classico, il soft rock californiano e la ballata tradizionale, un po' come uno dei suoi idoli, Keith Jarrett, ed offre in questo album un volto eterogeneo che risponde perfettamente al personaggio. "Art" stato registrato met in studio e met dal vivo al Number One di Sanremo. La cosa pi importante che Tempera si presenta ad un pubblico difficile come il nostro con il solo pianoforte, senza accompagnatori. La sua inventiva, il vigore che costantemente sorregge l'opera, la tecnica eccellente che egli ha saputo sviluppare con entrambe le mani, gli consentono giuochi armoni e ritmici godibilissimi, per cui la musica non viene a soffrire della presenza di un unico strumento. Per Vince il pino uno strumento da trattare con forza e vigore, strumento melodico e ritmico a un tempo. La sua tecnica precisa, asciutta, con una chiara predilezione per il tocco breve, misurato, senza barocchismi di sorta. Nei pezzi pi vicini al rock, egli sembra aver tratto la stessa lezione di Elton John e di Leon Russell, che discendono in fondo dai rockmen della prima ora: cos ne "Il mio cane si chiama Zenone", gi registrata nel "solo" di Alberto Radius ed in "Space captain", un brano reso celebre da Joe Cocker in "Mad dogs". "Here comes the sun" un omaggio ai Beatles, ampliato da qualche fugace citazione di "Eleanor rigvy" e di altri pazzi celebri. "Cerveza" prende le mosse da un jazz di vecchio stampo, e si sviluppa sino a far individuare le influenze di Jarrett, mentre "Goin' on" e "Gabbia di citt" si rifanno pi da vicino ad Herbie Hancock, l'Hancock di "Maiden voyage". "Gabbia di citt" in particolare, la composizione pi ambiziosa del LP, riassume il carattere complessivo di Tempera: un saggio a met strada fra il colore debussyano e la costruzione armonica gershwiniana: descrizione breve di frasi, poi rimescolate come in un caleidoscopio, armonie sviscerate e dissolte, poi ricostruite dall'interno, sfruttando piccoli frammenti tematici. Una della migliori improvvisazioni del pianista. Enzo Caffarelli

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