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R I V I S TA M I L I TA N T E

LA PERSONALITA AUTORITARIA

Anno I Numero 2 Marzo 2006

E Daria Biagi - Mimmo Cangiano - Francesco Capobianco - Lorenzo Casaburi Achille Castaldo - Walter Cavatoi - Andrea Cedrola - Miriam Costa Michele Cotelli - Paolo Cova - Francesco Frisari - Matteo Geron Francesco Ghibaudo - Chiara Giannini - Lorenza Iannacci Marco Madonia - Vittorio Martone - Davide Masoero Carla Montesi - Matilde Montesi - Roberta Micaglio - Eugenio Passarini Marco Persico - Eugenio Santangelo - Federica Santangelo Andrea Severi Con la partecipazione per questo numero di Pier Damiano Ori

Progetto grafico di: Matteo Mattarello Impaginazione e realizzazione grafica di: Massimo Maoret Foto in copertina di: Annalisa Brambilla Rivista a cura dellassociazione Il Pasticciaccio www.rivistatabard.it redazione@rivistatabard.it

Con il contributo dellUniversit di Bologna

Sommario
Editoriale La personalit autoritaria. Quando la societ tende allinvoluzione
di Vittorio Martone

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La violenza domestica: dalletichettamento al conflitto


di Federica Santangelo

Tabard intervista Edoardo Sanguineti La rivoluzione un gioco


di Chiara Giannini

Tra delirio e realt: Primo amore


di Marco Persico

Politiche della scrittura. Scrittura tradimento segreto


di Pier Damiano Ori

Le figure di potere nella fiaba


di Matilde Montesi

Quarantena. Tabard incontra Fuoricasa Mondo del lavoro e leadership autoritaria: problematiche di un controllo sbagliato di Carla Montesi Animaloni. Sui modi doppressione dei leviatani letterari: Melville, Buzzati, DArrigo di Daria Biagi Joshep Beuys: scultura sociale e pensiero plastico
di Paolo Cova

La modernit flessibile
di Marco Madonia

Sorvegliare e punire Nella colonia penale di Kafka


di Michele Cotelli

Riceviamo e pubblichiamo. Tutti nella Casa col fratello Franco.


a cura di Andrea Severi

Movimento per la vita nei consultori: reale problema?


di Roberta Micaglio

Mar 06

Editoriale
Essere relativisti vuol dire cercare di mantenere sempre saldo il contatto con la realt. Vuol dire cio avere la coscienza di essere situati in essa, coscienza di essere storici, temporali, contingenti, proprio come il reale. Ogni volta che noi, per fare un esempio, prendiamo una decisione (ma appunto solo un esempio e pu valere per qualsiasi azione o pensiero), pieghiamo la realt ad un interesse di parte, la modifichiamo, ne tradiamo la natura intrinseca distorcendola sulla base della nostra precomprensione. Attuiamo dunque un processo simbolico atto a darle senso e unit di significato, isoliamo le relazioni nel loro senso astratto, ci poniamo di fatto in una situazione trascendente che ci garantisca limmobilit dei fatti cercando di tirarci dietro il mondo. Essere relativisti non vuol dire porsi fuori da questo procedimento (cosa impossibile proprio a causa del nostro non poterci porre fuori dal mondo), vuol dire avere coscienza di questo procedimento. Ogni individuo forma il mondo sulla base delle proprie interpretazioni sul mondo, ma quello che forma non altro che il suo mondo, giacch a sua volta lui stesso il portato di una serie teoricamente infinita di relazioni che nella successione temporale finiranno per modificarlo attimo dopo attimo e dunque per modificare anche il suo mondo (la gente cambia e cambia la realt in una relazione che doppiamente determinata). Risulta evidente che in questottica la pretesa di una realt oggettiva decade insieme alla possibilit di conoscerla oggettivamente e da ci consegue che il vero assoluto su cui esercitare lepoch non n Dio, n lessere, ma lIO. Tabard invita vivamente alla lettura di un testo uscito nel novembre 2005 per leditore Marsilio dal titolo Il bello del relativismo. Vi sono raccolte posizioni pro e contro questa filosofia, argomentate partendo da una considerazione piuttosto rozza di Julian Baggini, secondo cui dopo l11 settembre impossibile negare lesistenza di una realt oggettiva: decadrebbero di conseguenza visioni post-moderniste e deboliste di interpretazione del mondo. Al di l di considerazioni spicciole dettate da opposte scelte di campo politico emerge un problema reale che pu essere, in modo banale, argomentato cos: preso atto dei nuovi conflitti e delle nuove tensioni che attraversano il mondo, pu essere pi utile al superamento di questi problemi una filosofia di tipo normativo o un approccio scettico? A nostro parere laumento dellincertezza e dellinsicurezza non pu essere combattuto mediante un acritico ritorno al passato1. Eppure i difensori delloggettivit sembrano avere buon gioco nel far presa sulla societ civile, questo per due motivi: da un lato il loro discorso pi semplice, si serve di distinzioni manichee pi o meno mal celate che possono essere comprese da tutti ( il ritornello se ci attaccano rispondiamo), la creazione del nemico e la paura che da ci consegue serve storicamente ad evitare che le popolazioni si chiedano perch ci sia un nemico; dallaltro lato bisogna entrare in un procedimento che la sociologia contemporanea ha indagato a lungo e che serve a ben spiegare questo flusso di ritorno di tradizione e ortodossia, categorie oggi invocate come ancore di salvezza purch riproposte in modo assoluto e integralista. A una lettura pi attenta si comprende che il vero nemico da abbattere per questi sedicenti realisti proprio il potere disgregante della discussione, vale a dire il meccanismo mediante il quale le opposte posizioni entrano in relazione e in questa si stemperano, si relativizzano.

Mar 06
Il discorso, molto complesso, verr aperto dal prossimo numero, ne anticipiamo ora quelli che saranno i due nuclei principali. 1) Come superare il post-moderno? C davvero bisogno di superarlo? E possibile farlo senza soluzioni reattive? Lanalisi, a nostro parere, dovr vertere su un punto centrale costituito dalle differenti reazioni che si sono avute nel corso del secolo alla presa datto della frantumazione dellunit: dolore o gioia. Lassoluta novit del post-moderno non consiste infatti nel rendersi conto della perdita di un centro, consiste nel non avere nostalgia per quel centro perduto. Per tutte le soluzioni volte allindietro valga questa risposta di Alessandro Ferrara: Avete voi modo per affermare, contro Wittgenstein, che possiamo pensare il mondo, con un qualche grado di differenziazione e non solo con reazioni a stimoli elementari, fuori dai quadri semantici di un linguaggio? Avete voi modo di riaffermare, contro Wittgenstein, che stabilire se una regola sia stata seguita indipendente dal rifarsi a una prassi a sua volta inclusa in una forma di vita? Avete voi modo, contro Quine, di rintracciare con precisione la linea che separa ci che vero in virt di uno stato del mondo e ci che vero in virt del significato dei termini? Avete voi modo, contro Weber, di negare che ogni operazione conoscitiva comporti un momento di selezione in cui si isola ci che riteniamo importante conoscere in un oggetto, e che tale attribuzione di importanza conoscitiva dipende da valori spesso rivali non riconducibili a una gerarchia unica e incontestabile? Non avete risposta esauriente e conclusiva a queste domande? E allora lorizzonte postmoderno ancora tutto davanti a voi, insuperato, e lo rimarr finch non rispondete, quali che siano le evoluzioni interne o le difficolt del pensiero di alcuni autori che hanno trasformato questo orizzonte in logo filosofico, e quale che sia il clima attuale del mondo, foriero di speranze o carico di delusioni, pregno di aspri conflitti o promettente paci pi o meno perpetue.2 2) Quale etica nel relativismo? Riteniamo infatti che limpossibilit di unetica razionalmente fondata non escluda lesistenza di questa, ma che anzi sia proprio unetica contingente a non essere ricettacolo di rischi e derive autoritarie. Arriviamo cos al numero presente dove, dopo lesaltazione del molteplice del primo numero, ci siamo voluti occupare di una delle forme dellunit: lautoritarismo, o meglio, il controllo violento che chi detiene il potere esercita, nella societ, nei rapporti lavorativi, in quelli familiari e analizzando come larte abbia messo in evidenza tale questione. Numero pluri-metodologico dunque, campi diversi nel tentativo di arrivare a qualche conoscenza, pur parziale. Del resto, anche in questo, abbiamo un buon maestro:

la classe rivoluzionaria devessere pronta alla sostituzione pi rapida ed inattesa di una forma con laltra. (Lenin)

1 E. Ambrosi, La filosofia dopo l11 settembre, in Il bello del relativismo, Venezia, Marsilio, p. 17. 2 A. Ferrara, Ma dopo Wittgenstein non si torna indietro, in Il bello del relativismo, Venezia, Marsilio, pp. 76-77.

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a Personalit Autoritaria
Quando la societ tende allinvoluzione
di Vittorio Martone

Queste riflessioni muovono da unimprescindibile valutazione di due basilari concetti, interpretati seguendo il modello che Pier Paolo Pasolini ha proposto nello scritto Sviluppo e progresso. Secondo Pasolini la parola sviluppo ha oggi una rete di riferimenti che riguardano un contesto indubbiamente di destra, poich il termine fa riferimento esclusivamente alla produzione di beni, in larga parte superflui, tramite il cui consumo si aspira alla promozione sociale o si rimarca lappartenenza ad un gruppo privilegiato. Al contrario il progresso identifica un percorso di profonda evoluzione individuale e collettiva. Volendo riassumere possibile precisare il significato dei due vocaboli affermando che il progresso dunque una nozione ideale (sociale e politica): l dove lo sviluppo un fatto pragmatico ed economico1. Il lavoro comune deve dunque puntare e da subito in direzione del progresso. Lauspicio quello di non incorrere nello stesso sbaglio che ha compiuto la societ italiana nel corso del secondo dopoguerra, quando ci si illusi che il raggiungimento di uno sviluppo materiale potesse gettare le fondamenta per lavvio del progresso. Quel che derivato da questo errore, infatti, stato un intorpidimento che ha fortemente rallentato la possibilit di unevoluzione nel nostro paese. possibile identificare nelleducazione e nella responsabilit i principi fondanti del percorso sociale evolutivo. Nel parlare deducazione si fa qui riferimento ad un processo dacquisizione di consapevolezza sia individuale sia collettiva che non sia guidato dallalto o eterodiretto. Teorie come quella gobettiana delle lite o quella gramsciana delleducazione dal basso hanno gi dimostrato la loro sterilit nel passato e tanto meno possono risultare valide se applicate alla realt attuale. Con ci si intende evidenziare che se processo educativo ci devessere, esso va pensato come un tipo di intervento basato sulla trasversalit, sulla molteplicit dei punti di vista e di direzione e sulla continua evoluzione. Per quanto riguarda la questione della responsabilizzazione dellindividuo, ritengo che essa derivi soprattutto da unacquisizione di consapevolezza del proprio ruolo nella societ. Questo passaggio direttamente consequenziale alla comprensione dellimportanza del proprio lavoro, sia in termini di utilit sociale che per la soddisfazione personale. In questottica dunque assume grande rilievo il proclama dello psicoanalista austriaco Wilhelm Reich, secondo cui va responsabilizzato il lavoro vitalmente necessario2, ovvero quello che giova alla comunit e che per essa risulta indispensabile. Tramite lintroduzione del concetto di lavoro vitalmente necessario inoltre possibile superare la classica distinzione gerarchizzata tra lavoro manuale e lavoro intellettuale, tipico derivato della teoria delle lite. Dunque: educazione e responsabilit, educazione alla responsabilit come strumenti per opporsi al crescente autoritarismo di alcuni spregiudicati gruppi di potere che si sta diffondendo su base internazionale. Questo impegno dettato dal desiderio di impedire, per quanto possibile, pericolose derive della societ in senso autoritario. Abbiamo sinora accennato alla percezione del rischio di una svolta autoritaria della nostra societ. Ma quali sono gli aspetti, i comportamenti, le molteplici manifestazioni che permettono di pensare a questa realt nei termini descritti?

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possibile riscontrare tendenze verso lautoritarismo nella produzione ideologica di numerosi gruppi legati a contesti politici di destra, i quali hanno fatto del neoliberismo selvaggio e del favoreggiamento delle classi pi abbienti la propria bandiera. Il riferimento non diretto solo alla situazione statunitense, ma anche a quella italiana, che si distinta per il rapidissimo rispecchiamento dei comportamenti e delle ideologie di marca Usa, con tempi prossimi alla simultaneit. Il neoconservatorismo americano ha infatti tracciato una via precisa che in Italia stata sinora seguita pedissequamente. Le riforme dellattuale governo Berlusconi hanno ricalcato fedelmente diversi programmi realizzati dallamministrazione Bush, come accaduto ad esempio per la politica di riduzione della pressione fiscale sulle classi pi ricche secondo la teoria del trickling down. In base a questo modello economico la riduzione delle tasse ai ceti privilegiati viene giustificata affermando che, per sovrabbondanza tra i pi abbienti, possa derivare benessere anche per il resto della societ (come nellesempio della piramide di coppe di champagne in cui, riempiendo la prima fino alleccesso, questa straborda e fa colmare progressivamente anche le sottostanti). Oltre al ricorso ad una politica economica comune, quello che preoccupa nei parallelismi tra Stati Uniti e Italia lo sviluppo di ideologie puramente conservatrici, o meglio reazionarie, o addirittura la loro invenzione quando se ne presenta loccorrenza. il caso del neo-creazionismo che, in un superamento di facciata della verit biblica sulla creazione oppone il concetto di disegno intelligente allevoluzionismo darwiniano, portando avanti unammissione di superficie del relativismo, in realt con lo scopo di difendere il proprio assolutismo. Questo tipo di strategia desta un particolare interesse: una forma di reazione che in qualche modo tende a fagocitare gli assunti o le dinamiche di base dellideologia opposta in funzione della propria affermazione. In ultima analisi, si tratta dello stesso processo che attuava il nazi-fascismo prendendo a prestito dal socialismo formule e organizzazione sino a realizzare il paradosso di raggiungere una maggiore internazionalizzazione della stessa Internazionale comunista. Questa dinamica risulta particolarmente interessante, e tra poco la ritroveremo applicata anche alla sessualit. Ma ad accomunare i due paesi anche il costante processo di invasione dello stato, della chiesa e delle varie formazioni religiose nelle questioni etiche. Negli ultimi anni ad esempio il governo degli Stati Uniti ha ripetutamente finanziato programmi di educazione sessuale finalizzati a terrorizzare i giovani, nel corso dei quali veniva sostenuta la necessit della castit per evitare lAIDS e le gravidanze. In Italia si assiste ormai quotidianamente ad attacchi incrociati su temi come lutilizzo degli anticoncezionali, laborto, il sesso fuori dal matrimonio etc. Ma latteggiamento della chiesa su simili questioni ha una particolarit: listituzione si limita a diffondere proclami senza apparentemente invadere la sfera personale del fedele. La ripetitivit del messaggio ci sembra per intesa a far crescere nellindividuo una sorta di morale spersonalizzata, sconnessa dai reali comportamenti e desideri del soggetto e anzi in contrasto con essi, che funga da freno inibitorio e, con il tempo, finisca con lo spingere verso una condizione di inappagamento frustrante. Proprio questo tipo di comportamento spersonalizzato, in cui lindividuo agisce come se fosse teleguidato da una morale coercitiva estranea allego, sembra essere alla base della partecipazione massiccia ai sempre pi imponenti raduni cattolici di massa. possibile affermare che ladesione a simili eventi sia determinata da costrizioni aliene ai reali desideri dellindividuo. Inoltre non si pu dire che i soggetti che partecipano a simili manifestazioni siano ferventi credenti e rigidi osservanti della dottrina cattolica. Infatti sempre pi spesso lappartenenza ad un credo religioso, in un contesto storico moderno in cui lo spirito a-religioso oramai assodato, vissuta sulla scia di quella che Adorno definisce la neutralizzazione della religione3. Il culto neutralizzato, ovvero mantenuto e consumato in maniera casuale e come merce culturale, viene trasformato, sulla base delladesione convenzionale ad esso, in un fattore di conformit sociale e di adattamento al gruppo interno. Lidentit di gruppo diventa sempre pi importante per i membri di una societ estremamente frammentata. Proprio nellambito delle questioni sulla spersonalizzazione e sullidentit di gruppo ci pare interessan-

te riflettere su un fenomeno come la nascita e lo sviluppo dellassociazione degli asessuali, che dopo essersi affermata negli Stati Uniti ha conosciuto una rapida diffusione anche nel nostro paese attraverso il forum Aven Italia4. Quello dellaffermazione del movimento asessuale un fenomeno di particolare interesse, poich questi soggetti non vivono semplicemente un rifiuto totale della sessualit ma addirittura sostengono di essere privi di qualunque pulsione sessuale. Da quanto abbiamo potuto constatare possibile riconoscere nelle riflessioni diffuse nel forum la tendenza ad un rigido riconoscimento della proprio identit in termini di gruppo interno e gruppo esterno. Questo tipo di visione polarizzata delle relazioni interpersonali alla base di una struttura caratteriale nel complesso estremamente propensa allaccettazione dellautoritarismo. Un soggetto che interpreta la realt nella sua interezza partendo da questa ideologia polarizzata interno/esterno pu facilmente sviluppare, se stimolato in maniera opportuna, una forte tendenza autoritaria. Uno dei pi abusati strumenti di sollecitazione in tal senso il ricorso alla terminologia ideologico-bellicosa. La distorsione del linguaggio tramite luso di formule legata alla guerra ha unorigine antichissima. Ma volendo fare degli esempi, potremmo ricordare le famose battaglie della lira indette dal fascismo, la guerra della razza del nazismo, la guerra fredda, sino alle recenti guerre del gas, o peggio guerre in difesa dellidentit. Con un minimo di attenzione possibile notare facilmente come qualsiasi tipo di discorso sui temi pi importanti della politica nazionale o mondiale venga affrontato facendo ricorso ad una terminologia fondamentalmente bellicosa. Ma tutto questo non basta. fondamentale per la reazione completare il processo di sottomissione dellindividuo allautoritarismo attraverso la repressione sessuale. Potrebbe sembrare anacronistico parlare di repressione del desiderio in una societ apparentemente laicizzata come quella attuale. Eppure quella che potrebbe sembrare una forzatura rivela una realt pi complessa di quella che emerge da unanalisi superficiale. Quando parliamo di repressione sessuale non intendiamo di certo unazione diretta sui comportamenti quale potrebbe essere, ad esempio, il ritorno a un divieto formale dei rapporti prima del matrimonio. Una simile strategia infatti scatenerebbe, in difesa di diritti da tempo acquisiti e ormai ritenuti a livello profondo inviolabili, una contrapposizione frontale tra istituzioni e masse sulla base del risentimento per il tentativo di abolizione delle libert. E allora in che modo i gruppi conservatori e reazionari tentano di realizzare il proprio progetto di repressione? Una metodologia di fondo che comunque mantiene una propria efficacia resta sempre lattacco diretto, sviluppato con la critica, la contestazione e gli altri mezzi di espressione pi o meno ufficiali che rientrano nel novero delle pratiche democratiche. Le osservazioni quasi quotidiane contro la legittimit dellutilizzo di metodi anticoncezionali, dellaborto, del divorzio, i proclami in difesa dellunit della famiglia e delleducazione cattolica e le accuse ai consultori appartengono proprio a questo tipo di strategia. Ma la dinamica in assoluto pi importante nel contesto della repressione della libido la creazione e il successivo sviluppo di una sessualit nevrotica. Nella realt sociale attuale sembrano asso-

Annalisa Brambilla, 2005

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date la libert dei costumi e la possibilit di vivere la sessualit senza restrizioni di alcun tipo, siano esse di casta, censo, et o stato civile. Questo, purtroppo, non sempre vero. Ma questo tipo di riflessione non appartiene allambito di analisi di questo articolo e non potr essere sviluppata in questa sede. Dunque, assumendo che la realt attuale sia quella di una societ pienamente laicizzata, possiamo affermare che una limitazione di queste libert acquisite debba passare per la creazione di blocchi profondi a livello della personalit. Secondo la teoria di Reich possibile considerare la libert sessuale come strumento per evitare i comportamenti e lappestamento ideologico reazionari. Ci vuol dire che la limitazione diretta della sessualit o la sua profonda inibizione possono essere sfruttati dal regime conservatore e autoritario con lintento di produrre negli individui una predisposizione alla sottomissione allautoritarismo. Il potenziale orgastico dellindividuo si caratterizza dunque come elemento centrale negli attacchi della reazione. Poco conta il contesto in cui si vive la propria sessualit. In questa sede di discussione non ci dilungheremo nel tentativo di stabilire quale tipo di struttura della coppia sia pi funzionale al superamento di antiche costrizioni. Quello che invece vogliamo evidenziare che la possibilit di vivere una sessualit completa e consapevole pu esprimere un potenziale evolutivo per lindividuo che in qualche modo atterrisce il reazionario. Dunque poco importa se il contesto quella della coppia aperta al molteplice o di quella pienamente soddisfatta dellesclusivit monogamica. In presenza di un atteggiamento consapevole e soprattutto in assenza di forme patologiche della personalit, la sessualit ricopre sempre una funzione positiva rispetto ai tentativi di repressione. Vale la medesima affermazione anche quando essa vissuta al di fuori di ogni rapporto stabile, sino a quando la ricerca dei rapporti non sia accompagnata ci ripetiamo da atteggiamenti nevrotici o da comportamenti ossessivo-compulsivi. In definitiva, in assenza di comportamenti patologici ogni forma di sessualit da ritenersi positiva. Si apre a questo punto la questione sullidentificazione delleventuale patologia, e di cosa, nella molteplicit delle manifestazioni comportamentali umane, possa essere descritto in tal modo, ma qui corriamo il rischio di estendere questa trattazione che certamente non ha pretese di esaustivit in maniera praticamente infinita. Allora, assumendo che una sessualit sana in grado di esprimere un potenziale evolutivo funzionale al progresso, ne deriva lassoluta necessit per la reazione di bloccare questo percorso. Una delle metodologie principali adottate in questo senso la sovrastimolazione sessuale. Lesasperante martellamento mediatico realizzato con immagini di una sessualit distorta ci sembra connesso al tentativo di inibire nel profondo quei soggetti che invece nel quotidiano hanno accesso a una libera vita sessuale. Sovraccaricare di senso e di interesse morboso un argomento, un soggetto, il modo migliore per farlo assurgere al grado di feticcio. E la feticizzazione inevitabilmente conduce alla distorsione percettiva nei riguardi delloggetto in questione. Aspirando quindi ad un chimerico raggiungimento del nuovo desiderio che si prodotto nellindividuo e data la sua totale estraneit al reale dovuta al suo carattere intrinseco di feticcio ecco che si crea nellindividuo unaspirazione frustrata capace di determinare inibizione anche rispetto a quella realt che invece resta accessibile, ma che risulta insoddisfacente per il fatto stesso di essere reale e non onirica. Dunque con la sovrastimolazione si conduce il soggetto allinteriorizzazione di una feticistica visione da sogno, che per queste sue stesse caratteristiche non esula dal clich. E proprio questa esasperazione del clich conduce il nuovo sogno interiorizzato a tramutarsi progressivamente ma con impressionante rapidit in elemento kitsch, completando in questo modo il percorso spiraliforme dinvoluzione del desiderio. La reazione quindi sfrutta a proprio vantaggio la libido al fine di reprimerla, utilizzando meccanismi di estrema semplicit ma anche di estrema efficacia. Essa crea da s i feticci contro cui combattere e in questa lotta pone le basi caratteriali che le permettono di rinforzare la propria base vitale. Come gi accennato prima, si realizza un tipo di strategia simile a quella del nazismo, che per reprimere linternazionalismo socialista ne prendeva a prestito le forme organizzative. La dinamica uguale a quella che Goebbels stesso defin quando afferm che era necessario rifornirsi nellarsenale della demo-

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crazia delle sue stesse armi al fine di distruggerla dallinterno. Come gi detto la spersonalizzazione dellego consente di creare una scissione nella psiche dellindividuo tale da mettere in contraddizione comportamenti e posizioni morali. Questo processo non potrebbe per risultare completo senza una profonda inibizione anche del comportamento politico di un soggetto civile consapevole. Lalienazione riveste un ruolo centrale nella sottomissione allautoritarismo, ma in questa sede il concetto ripreso dal contesto novecentesco in maniera non proprio ortodossa. Il ricorso a queste tematiche non deve ingannarci riportandoci al dibattito sulla societ moderna dellindustria e delle macchine. La questione invece incentrata sul complesso della personalit dellindividuo. Infatti un soggetto consapevolmente impegnato in una visione critica della societ e desideroso di partecipare attivamente ai processi sociali pu essere fortemente inibito da una realt di cui percepisce la negativit ma nella quale non trova margini dazione per realizzare un cambiamento. Le posizioni assunte dai vertici istituzionali del nostro paese sulle pi varie questioni legalit in testa (leggi ad personam, depenalizzazioni, conflitto dinteresse) mostrano la sicurezza e la sfacciataggine di un gruppo dirigente che intende accumulare ricchezze e potere sfruttando la politica come semplice mezzo per superare gli ostacoli istituzionali alla propria affermazione. Vengono dunque palesati, come se non dovessero essere pi oggetto di imbarazzo, i moventi fondamentali delle principali azioni di governo realizzate tutte a colpi di maggioranza. Ogni progetto di legge si ritrova battezzato con assoluta rapidit con un nome alternativo e pi confidenziale, che ne rivela la motivazione reale (la salvapreviti un ottimo esempio). E la creazione di questi molteplici segreti di Pulcinella accompagnata da unarroganza tanto fastidiosa quanto apparentemente inattaccabile. La situazione politica attuale totalmente diversa da quella della prima Repubblica. In quella realt era possibile parlare di poteri oscuri, di doppio stato, di una certa progettualit finalizzata a spingere il paese nella direzione che dei poteri paralleli avevano scelto. Oggi, invece, non si pu parlare di pianificazione autoritaria. difficile credere che questo governo abbia un progetto dettagliato per spingere il paese verso il regime, anche perch non dispone dellintelligenza per farlo. Eppure esattamente in quella direzione che ci stiamo muovendo. Come spiegabile una simile situazione? Forse semplicemente ricordando che il berlusconismo e tutte le sue pi bieche derive rappresentano il punto di arrivo di un percorso involutivo che ha radici antiche. Cos come Piero Gobetti descrisse il fascismo come il punto di arrivo del fallimento dei moti risorgimentali, cos possibile parlare di questa attualit come del punto darrivo di un cammino iniziato con il fallimento degli ideali della resistenza. E il fastidioso revisionismo sullargomento un chiaro esempio di questo: il governo in carica cerca di distruggere alla base la fonte ideologica che crea la sua opposizione. La struttura caratteriale di chi oggi deputato al governo di questa nazione fa il resto: non c bisogno che loro pensino di trascinarci verso il regime, lo fanno gi e molto bene semplicemente perch agiscono sulla base dellideologia autoritaria che hanno profondamente interiorizzato. La sfacciataggine della dirigenza politica e il generale contesto di assopimento di massa bastano a far sentire isolati quegli individui la cui coscienza politica imporrebbe loro una presa di posizione ed un tentativo di azione diretta. Proprio la mancanza di una struttura organizzativa tale da convogliare queste istanze argomento che ci fa toccare la questione della crisi dei partiti politici e dei sindacati determina una sorta di sottomissione coatta allo status quo che potremmo definire come una specie di imbavagliamento nevrotico. Risulta quindi diffi-

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Annalisa Brambilla, 2005

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cile manifestare attivamente il proprio rifiuto di questa situazione. Le manifestazioni di dissenso ormai sempre pi frequenti e riguardanti ogni settore della vita politica (lavoro, ambiente, welfare, giustizia, informazione etc.) vengono semplicemente bollate con unetichetta qualsiasi per poi essere ignorate e dimenticate. Esse, purtroppo, non riescono a sortire un effetto diretto sulla realt. E lo scontro diretto cui pure si ambisce nei momenti di disperazione sottolineiamo lutilizzo letterale di questo termine risulta impossibile a realizzarsi fino a quando lautoritarismo non si sia manifestato nella sua assolutezza. Il risultato resta per lo stesso: la societ si tramuta in unorganizzazione autoritaria in mano ad unoligarchia squisitamente economica, che nel perseguimento del proprio interesse traduce in forza materiale unideologia reazionaria. E laspetto pi grave di questa situazione non solo lagevolazione di una classe a discapito delle altre, ma anche e soprattutto la modificazione della struttura caratteriale delle masse, che vengono predisposte a una progressiva radicalizzazione dellestremismo autoritario. Quali possono essere le vie da percorrere per evitare questo slittamento progressivo nellautoritarismo, tenendo presente che simili processi hanno unevoluzione rapida e dalla lunga permanenza a livello profondo? Noi riteniamo che lamplificazione del dibattito su temi politici, sociali e culturali nel senso pi vasto che questi termini possono assumere sia di fondamentale importanza. Inoltre bisogna sottolineare la necessit di affrontare ogni problematica attraverso la moltiplicazione dei punti di vista, rifiutando soluzioni semplicistiche. fondamentale non accettare lidentificazione di una soluzione unica o definitiva, concetti che spaventano solo per il loro carattere evocativo. Bisogna ribadire quanto gi sostenuto in apertura: se una forma di azione si pu ipotizzare questa deve necessariamente avere come caratteristiche la trasversalit, la molteplicit dei punti di vista e di direzione e la continua evoluzione. E quindi diventa assolutamente necessario il rifiuto di ogni impostazione di pensiero in qualche modo viziata dal totalitarismo. Questo perch, ovviamente, il percorso involutivo si completa nel momento in cui le istanze sociali critiche e consapevoli vengono assoggettate ad una forma ideologica totalitaria e cercano di sovvertire lo status quo per riutilizzarne le metodologie in un contesto diverso. Quindi non solo rifiuto, ma anche attenzione al rischio di assolutizzazione del relativo. Non casuale che i processi ideologici cui fa ricorso il panorama politico che si sta contestando in questa sede sfruttino in maniera ripetuta laccettazione di facciata del relativismo al fine di consolidare il proprio assolutismo. E quindi diventa necessaria uneducazione comune, basata sul confronto continuo e reciproco, finalizzata al superamento anche delle insicurezze individuali. dunque necessario porre in risalto limportanza dellautonomia di pensiero dellindividuo e della sua rete di relazioni sociali, convinti che non ci possa essere individualit completa senza socialit e viceversa. Risulta poi fondamentale limpegno, come forma di lavoro, di training, nellanalisi di ogni molteplice fenomeno della realt condotta con un atteggiamento comprensivo, non onnicomprensivo e privo di pretese di esaustivit. Importante sar anche la capacit di sbilanciarsi nelle esposizioni, tentando sempre di far nascere un dibattito proficuo, avendo in seguito lapertura necessaria al confronto e senza il timore di critiche o smentite, senza difendere aprioristicamente le proprie posizioni, avendo la fondamentale capacit di sviluppare, laddove occorra, una progressista asistematicit di pensiero. Di rilievo poi il lavoro sul linguaggio, che deve tendere non ad una banale semplificazione, che significherebbe assumere il presupposto che le masse non siano capaci di intendere un linguaggio tecnico o specialistico. Lintento deve essere quello di puntare con decisione in direzione della comunicativit, per evitare sterili arroccamenti in un mondo solipsistico.
1 P. P. Pasolini, Sviluppo e progresso, in Scritti corsari, Milano, Mondadori, 1999. 2 Cfr. W. Reich, Psicologia di massa del fascismo, Torino, Einaudi, 2002. 3 Cfr. Theodor W. Adorno, Else Frenkel-Brunswik, Robert N. Sanford, Daniel J. Levinson, La personalit autoritaria, vol. 3, Milano, Edizioni di Comunit, 1997. 4 Cfr. il forum di Aven Italia allindirizzo < http://www.asexuality.org/it/ >.

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a Violenza Domestica
Dalletichettamento al conflitto
di Federica Santangelo
Non bisogna dire che un atto urta la coscienza comune perch criminale, ma che criminale perch urta la coscienza comune. Non lo biasimiamo perch un reato, ma un reato perch lo biasimiamo1.

Nel presente articolo, si intende affrontare il concetto di devianza, esaminando in particolare il problema della violenza perpetrata sulle donne allinterno di relazioni di coppia, utilizzando due degli approcci sociologici ritenuti pi rilevanti: le teorie delletichettamento e del conflitto. Da Durkheim si derivato il relativismo del concetto di devianza, valido in una determinata societ, secondo il suo particolare sviluppo storico, e sempre suscettibile di mutamento. Egli osserva che nella storia non sono mai esistite societ senza reati, e per questo afferma che essi, seppur odiosi2, sono sociologicamente normali. Al conteggio finale, tuttavia, mancano due elementi: esistono crimini che sono sempre stati repressi (incesto, omicidio di un membro del gruppo, furto, stupro di una donna sposata); e, in secondo luogo, Durkheim, come molti altri sociologi, non si occup mai di politica, pur fondando molte delle sue ricerche sul diritto, prodotto stabile delle societ in mutamento (senza contare la sacralit attribuita alla societ stessa, senza cura alcuna per il potere). Se devianti sono gli atti che vengono repressi, formalmente o informalmente, un loro sottoinsieme costituito dai reati, repressi sempre formalmente. Chi stabilisce cosa sia deviante, dunque, e chi fissa il diritto? pi semplice rispondere alla seconda parte della domanda: i gruppi che sono al potere, la classe dominante. Accettando che la societ si fondi sul conflitto, tale affermazione non distingue, quindi, tra potere dispotico e democrazia; la libert diventa un fatto sociologico, ed inevitabilmente un esercizio di potere: Il senso della libert limitato al soggetto in s e per s cos solamente lo spartiacque tra questi due suoi significati sociali. Che il soggetto vincolato dagli altri e vincola altri.3
Il fatto che si faccia una somma tonda di personalit e si operi con questa senza alcun riguardo per le particolarit degli individui che vi sono compresi; che si contino e non si pesino i voti; che istituzioni, comandi e divieti, prestazioni e concessioni siano stabiliti a priori sulla base di un determinato numero di persone tutto ci non dispotico o democratico, ma in ogni caso comporta un abbassamento del vero e proprio contenuto della singola personalit al fatto formale che essa appunto una.4

Il punto non di mettere in discussione il procedimento democratico, ma di domandarsi quanto sia ancora valida la legge ferrea delloligarchia di Michels5. Infatti egli osserva i meccanismi di attribuzione di potere allinterno dei sindacati e riscontra una totale assenza di alternanza. Chi ha il potere, chi cambia status, cerca di mantenerlo, non aspira certo a tornare in una catena di montaggio. La medesima struttura riscontrabile allinterno dei partiti politici: dallaristocrazia democratica alla democrazia aristocratica. Assume, cos, enorme rilevanza la definizione data da Becker nel 1963 di imprenditori morali6, ovvero coloro che hanno linteresse e la forza politica di fissare i propri valori, in maniera tale che alcune categorie di devianza siano ufficialmente istituite. Chi un tossico? Chi uno stupratore? Ne La divisione del lavoro sociale (1893), Durkheim definisce le donne inferiori, perch hanno un cranio pi piccolo di quello degli uomini; sembra, inoltre, che le donne

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parigine lo abbiano mediamente pi piccolo di tutte le altre; e tuttavia, nonostante queste affermazioni, non esita a sottolineare che lo stupro un delitto violento contro la persona, non un delitto da inserire nei fattori criminologici contro la morale. In Italia si deve attendere il 1996, cento anni dopo, per arrivare alle stesse conclusioni (sullo stupro, ovviamente, non sulle dimensioni craniche). Ora, come mai salvare le donne musulmane dal burka compito morale del mondo unito, e a nessuno viene in mente di andare a salvare le donne nei 33 stati USA in cui lo stupro del marito depenalizzato, o nei cinque in cui lo anche quello dei conviventi, o nel Delaware, dove la depenalizzazione estesa a chiunque abbia avuto almeno un rapporto sessuale consenziente con la donna nellanno precedente il reato? Che la devianza sia una costruzione sociale della classe dominante, sembra unaffermazione non lontana dalla realt. Il finanziamento della ricerca pur sempre un meccanismo di controllo. In Italia, infatti, il tema della violenza domestica non solo resta appannaggio esclusivo delle associazioni femministe, ma si evitano accuratamente indagini di vittimizzazione. Lanalisi delle denunce ovviamente sottostima lincidenza della violenza. Ci si chiede, dunque, se il fenomeno sia davvero diffuso quanto le femministe vogliono far apparire. Gi nel 1903 Simmel notava che in organizzazioni in cui il bisogno di unalta coesione sociale richiedeva ferrei vincoli alla vita autonoma del singolo, questi finisse per rivalersi con lesercizio di un potere dispotico allinterno della propria casa7. Ma oggi, si dice, il fenomeno limitato e marginale, tipico di famiglie di basso stato socioeconomico. Gli uomini che perpetrano violenza sono gi stati etichettati come outsiders, e quindi vi il nulla osta nel punirli, anche per violenza contro le donne. Ma che ne degli insospettabili, gli uomini violenti classici, la maggioranza, che ad unimmagine sociale irreprensibile associano la violenza allinterno delle mura di casa? Il medesimo percorso di marginalizzazione viene seguito anche per le vittime: sono economicamente dipendenti, si dice, e con basso livello di istruzione. Chi si prende la briga di leggere le ricerche anglosassoni e nord-americane che parlano invece di differenziale economico e culturale quale fattore di rischio di violenza? Una donna pi istruita o che guadagni pi del partner corre un rischio maggiore di subire violenza. Il potere domestico maschile minacciato, infatti, in entrambi i casi. Procedendo per stereotipi: un tema sociologicamente di moda oggi la questione dellimmigrazione. Si dice, allora, le donne immigrate, provenienti da una cultura diversa, in cui la donna ha meno diritti, sono pi esposte alla violenza. Senza voler precisare che egualmente immigrata una donna nord-americana, cui difficilmente tale etichetta applicabile anche in questo caso solo la solitudine sociale potenzialmente maggiore a rendere le immigrate pi a rischio. Tant che nel 2003 in Emilia Romagna il 74,45% delle donne extracomunitarie che si sono rivolte a centri antiviolenza sono state maltrattate da partner italiani. Nel Sud, si dice ancora, ci sono pi casi di violenza di quanti non ve ne siano nel Nord, dove la donna ha meno remore nel lasciare il partner. Deve essere la ragione per cui nel Nord gli omicidi familiari sono pi numerosi, e pi numerose le vittime donne di mariti, ex mariti, partner, conviventi, ex partner, ex conviventi. A parte la frustrazione derivante dalla povert, ogni teoria che punti a spiegare la violenza attraverso disparit economiche, culturali od occupazionali nella coppia si riduce ad inquadrare il fenomeno allinterno del pi ampio schema della gestione del potere. Violenza e potere, sono, in effetti, un binomio che ha radici antiche. Violenza deriva dal termine latino vis, che significa forza, vigore, potenza, ma anche forza rivolta ostilmente verso qualcuno o qualcosa, violenza, prepotenza, oltraggio alla castit. Vires, il termine al plurale, pu identificare sia il valore generativo sia le forze militari. Dal termine, infatti, deriva vir, uomo, e litaliano virile. La radice etimologica non di poca importanza: si consideri che lorigine sanscrita vaiah da cui lantico termine greco tendine, forza muscolare la cui evoluzione

iv, ivnov, muscolo,

biva, biva vigore fisico, violenza. I greci parla13

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vano di forza, di vigore fisico, e, come degenerazione di queste accezioni, di violenza, non di potenza. In sostanza nel passaggio dalla cultura greca a quella latina si passati dallidentificazione della pura forza fisica al pi ampio significato di potenza, forza, violenza esercitata non pi solo con la prestanza fisica, ma anche mediante lesercizio del potere. Ancora oggi la parola tedesca Gewalt, evidentemente connessa al sanscrito, significa, a seconda del contesto, violenza, potenza o forza. Tre concetti di forte interconnessione. Se il legame tra forza e violenza chiaro, pi ambiguo resta quello tra violenza e potenza. Weber, ad esempio, distingue tra potere e potenza, non riconoscendo valore sociologico allobbedienza determinata dalla potenza, perch priva di intenzionalit. Si potrebbe, per, obiettare che non v nulla di pi intenzionale di unazione orientata alla salvezza della propria esistenza fisica. Nel caso della violenza domestica, una disparit di risorse, che pu far sentire luomo in pericolo (ma un concetto ampliabile a molte altre situazioni da cui possa derivare insicurezza), causa la violenza come forma di potere, non solo come strumento di potere (si consideri che Gewalt violenza, forza, potest o potere, autorit e dominio, Gewalt akt un atto di violenza, ehemnnliche Gewalt la potest maritale). Una parentesi a parte merita a questo punto lesame dellinfluenza sul tema della violenza contro le donne da parte della Chiesa cattolica, in quanto gruppo di potere in grado di indirizzare le politiche statali cos come le abitudini di voto degli italiani. Basti pensare che nellEsodo 22 scritto: Se uno seduce una vergine che non sia fidanzata e dorme con lei, verser il prezzo perch diventi sua moglie. Se il padre di lei rifiuta di dargliela, egli pagher in denaro secondo il prezzo nuziale delle vergini. Riflettendo sul fatto che la medesima pratica, sancita per legge, stata conservata in Italia fino al 1981, appare chiara la grande influenza del Vaticano. Limportanza che viene attribuita dalla religione cattolica alla famiglia, al perdono e alla sopportazione parte della nostra cultura. Non si pu dimenticare quanto essa abbia contribuito alla supremazia di genere. Che la Chiesa Cattolica abbia una visione androcentrica non una novit e sebbene il nostro paese si definisca laico, si ritiene condivisibile laffermazione di Ida Magli: Nessuna societ laica perch il Potere, qualsiasi tipo di potere, si fonda sul controllo della morte8. Si osservi quanto una tale concezione abbia influenza anche solo nel tema specifico della violenza sulle donne: se il potere si fonda sul controllo della morte, oggi che le donne hanno, almeno potenzialmente, tutte le risorse per rendersi autonome, la violenza su di loro, allinterno del nucleo familiare, pu apparire a molti il canale privilegiato del controllo. Anche per questo, sostiene la Magli, il Papa, in linea con la tradizione cristiana del sacrificio, non sempre simbolico, ha chiesto alle donne bosniache stuprate in guerra di non ricorrere allaborto, di per s eversivo, poich attribuisce alla donna un potere di vita e di morte che non pu esserle proprio. Wojtyla riesce a stravolgere la massima conquista delluomo moderno, la coscienza di essere valore per s, dichiarando che luomo per s in quanto per laltro9. Alle donne, nella Mulieris dignitatem, Giovanni Paolo II affida- di nuovo- il ruolo di madri o vergini, riducendole alla loro funzione sessuale e biologica; le chiama Donna, termine simbolico: le donne viste nella loro essenza perdono lindividualit di persone. La Magli sostiene inoltre che, allo scopo, sia stata costruita una figura ideale di donna, Maria, che racchiude in s miracolosamente entrambe le opposizioni, essendo madre e vergine.
La Mulieris dignitatem, dunque, una costruzione nel vuoto, un vuoto che costituisce il massimo dellingiustizia per le donne, che sono esseri storici, non sono la Donna. La violenza terrificante che si sprigiona da questo vuoto storico la prova pi evidente che il Cristianesimo una religione costruita dai maschi, e da maschi che si sono sempre ritenuti unici soggetti, attori e interpreti della vita.10

Il 31 maggio 2004, il Cardinale Ratzinger scriveva la Lettera ai vescovi della Chiesa Cattolica sulla collaborazione delluomo e della donna nella chiesa e nel mondo. Analizzando il testo di Ratzinger, si concorda con Ida Dominijanni: il cardinale critica il femminismo emancipazionista che in nome della parit infuoca una guerra tra i sessi per lottenimento del potere, critica la

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gender theory, che non riconosce differenze tra uomo e donna, se non dovute a condizionamenti culturali, dimenticando la differenza sessuale. Il punto che Ratzinger compie un salto che riduce la differenza di nuovo a pura biologia, come prima di lui Papa Giovanni Paolo II nella Mulieris dignitatem. Dio lo sposo, Israele la sposa, una supremazia fra i sessi appare evidente. Non solo, il peccato compiuto nellEden a rompere la biunivocit complementare della relazione uomodonna, per cui la donna pagher nei secoli con la dominazione, afferma Ratzinger. Nel capitolo 13 della lettera ricompare il binomio maternit-verginit entro cui risiede la pi alta realizzazione della donna, per indole portata a tutto quanto sia disposto per gli altri e nellaccudimento degli altri. Ci si chiede cosa resti della donna che non proiettata verso laltro come si aspetta la cultura cattolica, che pure le riconosce il genio femminile, il solo che pu condurre lumanit fuori dallautosufficienza e dalla violenza. Qui non si intende negare la differenza esistente tra gli uomini e le donne, ma si contesta il fatto che la si utilizzi per attribuire ruoli stereotipati agli uni e alle altre, al di fuori di una libert del s, scevra soprattutto di violenza; dallaltro lato essenziale la modalit con la quale si giunge ad identificare la differenza. La scelta dellunit di misura di per s costitutiva della volont di sopraffazione, nel caso in cui non si riconosca reciprocit, ma laltro possa essere disumanizzato e perci oggetto di pericolose aggressioni: La donna si determina e si differenzia in relazione alluomo, non luomo in relazione a lei; linessenziale di fronte allessenziale. Egli il Soggetto, lAssoluto, lei lAltro.11 Concludendo, quindi, si visto che senza ricorrere alla categoria del potere, non si pu spiegare la violenza domestica, e senza ricorrere alla categoria del potere non si pu spiegare lenorme diffusione di miti e stereotipi sul tema. Gestisce maggiori risorse e protegge interessi pi diffusi lAssociazione dei padri separati o la costellazione, peraltro non sempre unita, di associazioni femminili che si occupano di violenza? La legge Tarditi sullaffidamento condiviso un esempio lampante della disparit delle forze in gioco. Porter alla paralisi della normale gestione quotidiana nella famiglia e aggraver le situazioni in cui la violenza presente. pi facile che un fumatore abituale di marijuana sia etichettato come criminale, che un uomo ricco e socialmente affermato come maltrattatore. In questo paese la famiglia un terreno ancora molto farraginoso e troppo intoccabile. Gli strumenti legislativi a tutela delle donne sono ancora inadeguati, di difficile utilizzo, inutili nelle emergenze e soprattutto inefficaci nel lungo periodo. Se le parlamentari donne (ma si auspica che il tema diventi prima o poi cos generale da interessare anche gli uomini) non si uniscono per combattere la violenza solo perch la questione nasconde interessi trasversali e per questo non consente una presa di posizione netta e semplice. Per essere comune a molti, una mobilitazione di massa deve implicare impulsi relativamente semplici, universalmente umani12, ma la violenza di cui sono vittime le donne italiane non ancora dotata, senza poterne comprendere le ragioni, di queste due essenziali caratteristiche. Si potrebbe dire che, se il potere un sostantivo maschile, evidentemente il suo esercizio non ha genere.
1 . Durkheim, La divisione del lavoro sociale, Edizioni di Comunit, Milano 1992, p. 103. 2 . Durkheim, Le regole del metodo sociologico, Edizioni di Comunit, Milano 2001. 3 G. Simmel, Sociologia, Edizioni di Comunit, Torino 1998, p. 70. 4 Ibidem, p. 60. 5 R. Michels, La sociologia del partito politico nella democrazia moderna, Il Mulino, Bologna 1966. 6 H. S. Becker, Outsiders. Saggi di sociologia della devianza, Ega, Torino 1987. 7 G. Simmel, Le metropoli e la vita dello spirito, Armando Editore, Roma 2005, p. 48. 8 I. Magli Sulla dignit della donna, Guanda, Parma 1993. 9 Ibidem, p. 35. 10 Ibidem, p. 35. 11 S. de Beauvoir, Il secondo sesso, Il Saggiatore, Milano 2002, p. 16. 12 G. Simmel, Sociologia, op. cit., p.254

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ntervista a Edoardo Sanguineti


a cura di Mimmo Cangiano e Andrea Severi

Vorremmo partire dallanalisi condotta da Luperini, e ribadita nel suo ultimo libro La fine del postmoderno, riguardo alla diminuzione della capacit dellintellettuale di intervenire sul reale. Secondo lei questo problema pu esser messo in relazione con la parallela perdita della capacit critica della generazione di coloro che scrivono a partire dalla fine degli anni 70, cio con il fatto che gli scrittori, i poeti, gli artisti tendono da quel momento in poi a smarrire la necessit dellesercizio critico del proprio lavoro e sul proprio lavoro, e nellanalisi del reale? Il poeta, insomma, che non mantiene pi il ruolo di intellettuale che prima gli era proprio e tende a farsi solo poeta, anche nellaccezione pi negativa. Recentemente mi capitato, in unintervista a Liberazione, di polemizzare con Luperini, pressappoco su questo tema, ma con un elemento di concordia. Lelemento di concordia lodierna carenza di unattivit critica da parte del mondo intellettuale, tranne rarissime eccezioni. Devo dire che in questo io sono molto tendenzioso, cio non credo che al di fuori di posizioni di materialismo storico sia possibile condurre nessuna critica allesistente; le altre non sono posizioni alternative ed efficacemente critiche. Ma questo pu anche essere un eccesso di rigorismo. In passato, cio in una societ meno catastroficamente organizzata, credo che le posizioni fossero anche pi articolabili. Non invece nella societ odierna a globalizzazione compiuta, in cui non c pi spazio per mediazioni tra i conflitti che si istituiscono oggettivamente tra dominio capitalistico sterminato e iper-elitario, grande capitale finanziario che gioca su tutti i tavoli, e un proletariato che grosso modo costituisce il 98 % della popolazione mondiale e che non sa di essere proletariato o sottoproletariato in quanto la coscienza di classe praticamente distrutta. Dunque su questa diagnosi negativa intorno alla carenza odierna di intellettuali concordo. Non sono daccordo, invece, di fronte alla nostalgia che Luperini mostra verso certe figure di intellettuali. Non sono daccordo che si possano trovare interessanti, da un punto di vista critico, i tre intellettuali a cui lui faceva riferimento: Pasolini, Fortini, Volponi. Secondo me questi non rappresentavano assolutamente una posizione critica accettabile. Credo di aver usato una definizione felice una volta...dissi che erano, nella migliore delle ipotesi, degli utopisti sbandati. A mio parere, un grande errore della posizione delle sinistre - usando per capirci un termine molto largo - quella di pensare che il proletariato privo di coscienza abbia bisogno di sogno, di utopia, di prospettive. In questo io sono un benjaminiano assoluto. Il problema, come diceva Benjamin, vendicare i padri che hanno sofferto, e non pensare assolutamente alla felicit dei figli. Questo tradimento dei padri il tradimento di tutte le social-democrazie e Benjamin su questo stato di una chiarezza esemplare: il futuro non ci riguarda, quello che ci riguarda soltanto la distruzione del presente e la vendetta del passato. Una posizione materialistica si occupa di vendetta. Dunque bisogna riabilitare prima di tutto la coscienza di classe, ovviamente. Il compito dellintellettuale, da questo punto di vista, sempre lo stesso: portare, per quanto possibile (ognuno fa quello che pu) la coscienza di classe in un proletariato che lha sostanzialmente perduta. Secondo: bisogna riabilitare lodio di classe. Perch di fronte a tutta questa conciliazione, per cui siamo cittadini della democrazia ecc., persa la coscienza di classe, si perde lodio di classe, assolutamente essenziale per recuperare la coscienza dei conflitti di classe. Recentemente ho detto che oggi il grande capitale finanziario odia i proletari. Sarebbe strano

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se i proletari non ricambiassero la cosa. Questo il punto, non c niente di particolarmente eversivo, leversione nasce dallodio che il capitalismo ha nei confronti dei proletari. Per usare unespressione gramsciana, leversione dallalto, non c oggi eversione dal basso, leversione propria dei poteri, il maggiore eversore che oggi ci sia al mondo, il maggiore responsabile, Bush. Quando uno elabora la teoria per cui lecita la guerra preventiva, qualunque sia largomentazione falsa con cui essa mossa, per cui legittimato luso dellatomica, per cui non bisogna sottoscrivere nessun trattato internazionale che danneggi il capitale americano, significa che la fase imperialistica esplosa. Ora, da questo punto di vista, le fanfaluche teoriche di Pasolini, di Fortini e di Volponi non servivano a niente. Per intenderci, erano soltanto gente di tipo olivettiano, cio di quelli che ammorbidivano il conflitto del capitale facendo gli agenti pubblicitari al servizio di un capitalismo dal volto umano ma dalla sostanza assolutamente sfruttatrice, cos sentendosi nobilitati in questa sorta di equilibrio morale. Su questo torneremo dopo. Continuando ad analizzare il problema della critica, ci si rende conto dellimpossibilit, negli ultimi trentanni della poesia, di unoperazione di canonizzazione del contemporaneo. Partendo dallesempio della proliferazione di antologie uscite negli ultimi anni, possiamo riscontrare questa situazione: dopo le due antologie ormai storiche, cio quella da Lei curata e quella di Mengaldo, assistiamo alluscita di una marea di tentativi, anche terribili, come quella di Rondoni-Loi e tante altre, nessuno dei quali riesce realmente ad incidere in ambito critico, ognuna di queste antologie scatena una marea di dubbi, critiche. La soluzione pi estrema, una sorta di resa coerente al postmoderno, quella di Alberto Bertoni che in Trentanni di novecento arrivato ad antologizzare pi di 200 voci affermando che se le grandi strade sono interrotte restano da tracciare i sentieri e che dunque, non escludendo niente, o quasi, di quanto il panorama offre, si deve lavorare costantemente sul campo senza indicare vie maestre. Qual il problema? Quale deve essere, secondo Lei, il ruolo del critico di fronte a tale situazione? Si potrebbe rispondere che non si riesce a fare un canone perch non ci sono i canonizzabili. E come in unepoca di corruzione molto grave, in cui si dice ma chi facciamo santo?. Ora, mentre a livello ecclesiastico, il pontefice recentemente scomparso ha santificato pressoch luniverso mondo, giusti e ingiusti, di destra e di sinistra, mistici e affaristi; sul terreno culturale le cose si complicano molto e capita il contrario: non si sa pi chi santificare. Allora, la risposta : non si fanno canoni perch mancano i canonizzabili, il livello estremamente basso, la produzione in crisi di sovrapproduzione, ci sono pochi eroi che riescono a leggere tutto, e questo umanamente comprensibile. Il capolavoro in questo senso toccato dallultima antologia di Cortellessa e altri, in cui si sono messi insieme ben otto critici, cosa mai capitata, hanno scovato 64 poeti (non so se una cabala), 8 ciascuno, facendo un volumone utilissimo, ma a livello di informazione, come elenco telefonico, pressappoco. Perch, oltre tutto, lapparato critico sovrabbondante rispetto a poeti, per esempio, che non hanno nemmeno pubblicato ancora un libro di versi. Allora, c una sorta di caccia alluomo disperata per raccogliere quelle che sarebbero le voci nuove. Sennonch la constatazione che siamo proprio di fronte a una poesia plurale. Cosa vuol dire? Vuol dire che c un numero sterminato di poeti dentro al quale ci pu anche essere un gigante, ma difficile a vedersi. Ci pu essere un Dino Campana perso in mezzo a questa gente che si scoprir fra cinquantanni magari. Per quello che noto, francamente, non mi sentirei oggi di dire finalmente habemus poetam, mi pare un annuncio impossibile. Posso notare che alcuni poeti sono interessanti, che si leggono anche con un certo interesse, ma non voglio far nomi, perch non mi sento di canonizzare nessuno. Mentre ho limpressione che sul terreno della narrativa Scarpa, Nove, Caliceti, Ottonieri, anche diseguali per et, e che erano stati raccolti sotto letichetta di Cannibali, hanno dato, almeno nelle prime cose scritte, dei risultati notevoli. Si possono fare altri nomi di qualche interesse, ma il migliore a mio parere rimane Scarpa, e se dovessi canonizzare qualcuno canonizzerei lui, bench, in quanto a poetica, non condividerei i suoi gusti. Ma Occhi sulla graticola veramente un libro eccellente e il

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Kamikaze doccidente, che il suo secondo libro, nonostante sia caduto quasi nel disdegno generale, a mio parere invece un libro ugualmente di qualit, ha una tenuta oltretutto che negli altri mi pare meno compatta. Per un certo numero di nomi si possono fare, anche certe cose di Culicchia, della Campo, della Santacroce, per esempio. Sul terreno della poesia il ritorno allordine ha funzionato invece in maniera assolutamente schiacciante, tutti Poeti puri ed esclusivi. Fine dei modelli di Savinio anche per noi testo di riferimento, insieme ad altri e ai libri di Anceschi in particolare. Il problema della fine delle parole che cominciano con la maiuscola ci che riteniamo assolutamente centrale, la necessit di riportare ogni cosa sulla terra dove pu essere messa in relazione con gli strumenti del riso, dellironia. Savinio conclude con: Amici, coraggio!. Ora, come dobbiamo leggere questa esortazione-incitazione? Forse la soluzione rispetto al crollo dei modelli, dunque rispetto allangoscia delluomo moderno che da questo deriva, il pensiero debole? No, io personalmente non sono assolutamente daccordo e non credo che Savinio avesse in mente una cosa del genere. Quello che aveva in mente, mi pare, era prender coscienza dellassoluta necessit di essere copernicani e non tolemaici. In fondo per lui il grosso deficit era culturale. Ma questo vuol dire che alle nostre spalle sta una posizione di disillusione nei confronti della condizione umana di cui siamo grati a Copernico, a Darwin, a Marx, a Freud, a Groddeck, e se non si tiene conto di queste cose impossibile fare opera critica. Potrei metter laccento sulla posizione politica, dato che per me la cosa pi rilevante, e in fondo della letteratura non me ne importa nulla: considero la poesia uno dei tanti modi di comunicazione di messaggi ideologici e dunque, in ultima istanza, politici. Posso anche rinunciare, per non essere eccessivamente tendenzioso, a puntare su questo; ma tutto ci che favorisce qualsiasi tipo di ottimismo modellizzato, cio che richiami nostalgie rispetto a una pienezza umana che sarebbe stata perduta, vuol dire resistere, attraverso i fumi del sogno e delloppio, a uno sguardo il pi possibile franco nei confronti della realt. Questo quello che oggi effettivamente manca. Allora, altro che pensiero debole, penso che occorra un pensiero fortissimo in cui davvero ci si responsabilizza di fronte alla realt e si prende posizione. Nel momento in cui nel mondo esse-

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in foto, Edoardo Sanguineti

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re darwinisti o non darwinisti una questione assolutamente capitale, non una cosa marginale - perch decide di cosa io penso della condizione umana, della storia umana; e di fronte ai teocon che oggi imperano nel mondo, di fronte a una politica della Chiesa che torna assolutamente egemone, agli integralismi e a questa specie di Santa Alleanza che si cerca di stabilire tra le religioni, con tutte le difficolt del caso, oscillando tra un embressons-nous generale (religioni, intendiamoci bene, delloccidente, delle culture del libro, che si sbranano e nello stesso tempo cercano di rialzare comunque una prospettiva religiosa): di fronte a tutto ci assolutamente capitale prendere posizione, consciamente e inconsciamente. Fra laltro, se si insegnasse cosa ha veramente detto Darwin, si scoprirebbe che non ha niente a che fare con i diecimila evoluzionismi concorrenziali che si sono stabiliti nel tempo, e che hanno risantificato di nuovo una modellizzazione che ha una sua teleologia da cui facilmente si scivola in una teologia. Se penso che nelle universit americane in molti stati proibito insegnare la dottrina darwiniana, che il nostro governo ha tentato di eliminare levoluzionismo dallinsegnamento, che si discute della possibilit di libera opzione tra darwinismo o creazionismo, vuol dire che siamo veramente in una situazione di barbarie. Mancano tra laltro dei gruppi che davvero siano decisi a discutere, il ruolo dellintellettuale prendere posizione per questo asse. Il pensiero debole invece la rinuncia a delle prospettive che siano sanamente tendenziose. Ognuno, torno a dire, deve prendersi le proprie responsabilit, e lo stesso avviene per i gruppi letterari, non solo intellettuali: bisogna militare per una problematica di poesia. Anche il gruppo pi aperto, se diventa un terreno di incontro e scontro dove per si colgono alcuni problemi essenziali che siano comuni, pu funzionare e diventare significativo. Partendo dalla neo-fenomenologia e dal relazionismo anceschiano letto da noi in senso relativista, secondo lei possibile conciliare marxismo e fenomenologia come rispettivamente strategia e tattica, elementi di uno stesso progetto per intervenire sul reale? Non si combinano. Bisogna stare molto attenti a non muoversi su zone che poi risultino incompatibili fra di loro. Quando ero giovane ho avuto molto interesse per la fenomenologia, perch rappresentava nella cultura italiana, di fronte alle posizioni dellidealismo tradizionale, qualcosa di molto notevole. Mi sentivo in una posizione non troppo lontana da quella di Lukacs quando dice il pi grande pensatore moderno Wittgenstein, che non voleva dire assolutamente che ci fosse qualcosa in comune tra le posizioni delluno e dellaltro. Notavo una qualit di pensiero, come si guarda a un degno avversario. Lukacs non avrebbe scritto tutto quello che ha scritto da un certo momento in poi se non avesse avuto in odio Heidegger. Aveva scelto lobiettivo giusto, dato che Heidegger era il maggiore teorico del nazismo, teorico proprio organico al nazismo, non per un accidente biografico o cose del genere. Bene, scegliere lavversario giusto una cosa molto importante, e ricavare da questo avversario tutto quello che c di positivo da un punto di vista di problemi e di diagnosi. Quando ero giovane lessi con grande interesse Heidegger. Nella mia formazione, per esempio, un libro come Sein und Zeit stato fondamentale, perch le critiche che lui fa ad esempio alleconomia della morte, oppure allanonimato della chiacchiera e del discorso, le potrebbe scrivere un rivoluzionario di sinistra, mettendo in luce la forza di questo problema. Credo che la fenomenologia abbia collaborato a liquidare forme pi arcaiche di pensiero conservatore, non che di per s abbia per collaborato ad illuminare in modo fecondo e accoglibile da un punto di vista interpretativo. Il ruolo che ebbe Anceschi, lo considero positivo perch rappresent una grossa apertura sul terreno estetico di fronte a una cultura idealistico-crociana. Quando scrissi il mio primo libro significativo, che poi era la mia tesi di laurea, nel 56 - il libro uscir nel 61 [Interpretazione di Malebolge]- parlavo di una lettura fenomenologica di Dante. Voleva dire in quel caso soltanto che io mi aprivo alla Commedia, attento a verificarla nelle sue dimensioni concrete, senza nessun pre-giudizio di fronte a quella che era leredit culturale. Quindi, poesia/non poesia era un problema assolutamente incompatibile con una lettura corretta. Elaborai lidea di una lettura narrativa di Dante.

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Non era mica la soluzione, cio forse lo era per tanti riguardi, perch oggi parlare di Dante come narratore ovvio, ma nel 56 non lo faceva nessuno. La fenomenologia aiutava nel far emergere alcuni problemi, come, per esempio, quelli portati dalla poetica americana, da figure come quelle di Eliot e Pound, su cui Anceschi pose laccento. Mi ricordo che conobbi Anceschi perch recensii il suo Lirica del Novecento. Ero in disaccordo essenziale di fronte alla diagnosi anceschiana che metteva al centro della problematica la poetica ermetica. Daltra parte lui stato un teorico dellermetismo, era luomo di Quasimodo. Lui teneva molto conto di una elaborazione che stava deviando rispetto a quelle che erano le prospettive di partenza. Collabor a individuare una serie di problemi, ma la soluzione non era certamente per lui quella dellavanguardia. Quello che ai miei occhi emergeva dalla lunga recensione era questa idea: con questo volume la poetica ermetica trova il suo compimento anche analitico e storico. Questo volume ne sar il monumento funerario. Luzi chiude in qualche modo questo tipo di esperienza o almeno si poteva legittimamente pensare negli anni Cinquanta che chiudesse; invece lermetismo come poetica, in realt, non morto nemmeno oggi, anzi c un rigurgito di una poesia nobile, alta, in poetese, come piace dire a me. Linterpretazione di Anceschi era di ordine eminentemente psicologico e se cos possiamo dire cosistico, pi che di poetica, ma era aperta la strada a vedere in Gozzano un liquidatore del dannunzianesimo e del pascolismo non diverso da Marinetti, due che erano partiti dannunziani e\o pascoliani e che poi vergognandosi come cani di essere passati attraverso quella fase avevano aperto alla modernit, Le argomentazioni potevano essere molto diverse, tanto che ad Anceschi sfugg Lucini. La mia preoccupazione, quando feci lantologia, era di dire invece che Lucini, anche lui dannunziano pentito, anche lui simpatizzante per Marinetti da giovane, colui che veramente pone i termini dellallegorismo moderno. Anche se lo chiama simbolismo, ma sono equivoci lessicali, gi molto indicativo che per simbolismo e allegorismo non ci fosse distinzione, voleva gi dire liquidare quella poetica simbolista per cui lui lavorava. A tutto questo sgombero di falsi problemi Anceschi avrebbe dato un contributo essenziale. Daniela Bacchetta, 2005

Realizzata a Genova il 12/01/2006 con la collaborazione dell associazione La Bottega dell Elefante

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a Rivoluzione un Gioco
di Chiara Giannini

Cera un grande cartellone del nuovo detergente Johnson. - Quello in cui c la ragazza immersa nel proprio sangue, in mezzo al tappeto di un salotto moderno, tutto di nailon bianco? - Si, quello. [...] - La scritta dice: Ieri, era un dramma...Oggi, un pizzico di detersivo Johnson e la moquete come nuova. Sotto, non so chi aveva aggiunto con un timbro a feltro: e domani, la rivoluzione.

Il brano tratto da un romanzo di Alain Robbe-Grillet, Progetto per una rivoluzione a New York1, e mi pare rappresenti bene la situazione dalla quale si vuole partire: viviamo in una societ dominata da unossessione per il progresso, che tendenza al consumo e semplificazione di ogni forma di comunicazione, da cui non pu che scaturire una dittatura delle immagini e un assopimento delle coscienze, che porta necessariamente allinevitabile e grottesca autodistruzione. A questo punto la domanda : ma quale tipo di rivoluzione ancora possibile? La risposta non certo semplice, ma comunque diventato un obbligo cercare di trovarla e, per quel che mi riguarda, le uniche armi con cui possa pensare di combattere sono quelle della letteratura. Bachtin ci ha insegnato che il romanzo come genere letterario nasce in quanto espressione della nuova classe borghese che nellOttocento trova la sua massima affermazione e che, nel romanzo, si autorappresentata. Partendo da questo presupposto e proseguendo oltre, Robbe-Grillet scrive:
Ogni societ, ogni epoca ha veduto sbocciare una forma di romanzo che, in realt, definiva un ordine, cio un modo particolare di pensare il mondo e di viverci. Ma, stranamente, il solo discorso narrativo ufficialmente riconosciuto oggi dalla gran massa dei lettori un discorso fossile.[...] Continuo, unilaterale, oggettivo, questo discorso generato da una forza organizzatrice: la cronologia. garantito da un valore: la verit. Sotto il suo impero, il racconto definitivo come una sentenza. Assai presto i sociologi hanno identificato tale ordine narrativo con lordine politico e morale della societ che lo ha portato al suo apogeo, cio quello di una borghesia che, sicura dei propri poteri, li credeva in buona fede naturali, eterni e giusti. Sappiamo quel che ne resta oggi.

Come dire, posti di fronte alla fine di ogni certezza, crollate le solide fondamenta delle scienze esatte, assaporata la dittatura della tecnica, e misurati i fallimenti delle rivoluzioni della storia, ci si accorge che il filo che doveva farci uscire dal labirinto / si avvolto intorno a noi ed allora diventa necessario trovare qualcosa che sostituisca quei valori borghesi che si vanno estinguendo e che, nella loro morte, vanno ad irrigidirsi cos come fa un cadavere che si ormai raffreddato. Lunica risposta che ci viene dalla classe intellettuale o presunta tale, un tempo garante dellidentit collettiva che si ormai sfaldata, un messaggio a senso unico, svuotato di ogni intento conoscitivo e ripetuto ossessivamente fino a diventare sistema autoreferenziale.

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Eppure Robbe-Grillet propone una soluzione a questa urgenza di trovare una nuova strada, una nuova forza organizzatrice possibile per il romanzo, perch si sa, senza arte non pu esistere umanit. Ed ecco che le ricerche del Nouveau Roman pongono alla ribalta la teoria dei temi generatori, ovvero lidea secondo la quale sono i temi stessi del romanzo a diventare gli elementi di base capaci di generare tutta larchitettura del racconto. Ma come sceglierli? Vediamo come risponde Robbe-Grillet:
Quanto a me, li prendo volentieri dal materiale mitologico che mi circonda nella vita quotidiana. Quando leggo fatti di cronaca scandalosi o criminali, quando guardo le vetrine e i manifesti che compongono la facciata di ogni grande citt, quando compio un percorso nei corridoi del metr, mi vedo assalito da una moltitudine di segni il cui insieme costituisce la mitologia del mondo in cui vivo, qualcosa come linconscio collettivo della societ, cio limmagine che vuole dare a s di se stessa e, nello stesso tempo, il riflesso delle ansiet che la turbano.

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Insomma, Robbe-Grillet decide di fare come colui che, per non perdersi in un bicchiere dacqua, decide di berselo; e prosegue:
Di fronte a questi miti moderni, sono possibili due comportamenti: o condannarli in nome dei valori ammessi (condannare liconografia erotica in nome del vero amore[...]) - e mi pare sia proprio questa la strada che si stia imponendo - oppure assumerli e, pur lasciandoli alla loro banale funzione di immagini di moda, riconoscere che queste immagini sono intorno a me, e che, invece di tapparmi gli occhi velandomi la faccia, mi resta la possibilit di giocare con loro2. Designate in piena luce come stereotipe, queste immagini non funzioneranno pi come trappole, dal momento che verranno riprese da un discorso vivo il solo spazio rimasto alla mia libert.3

Assaliti e nauseati dalla volgarit e dallarroganza del senso comune, ci che ci resta da fare invertire le prospettive, cambiarsi i ruoli e, solo allora, ci che ci doveva manipolare diventer inerte materiale combinatorio di cui noi saremo i veri artefici, gli autori. Insomma quel che si deve fare sovvertire lautorit con lautorialit. Tornando allora a Robbe-Grillet possiamo con lui dire che:
Per noi non sono pi che piatte figure di un mazzo di carte, sprovviste in s di significato e di valore, ma a cui ogni giocatore dar un senso, il suo, disponendosele in mano e poi deponendole sul tavolo secondo il proprio ordine, il proprio modo di inventare la partita che sta giocando. Ma il bridge e gli scacchi hanno regole immutabili. Il gioco, ancora pi libero, di cui si tratta per noi, inventa e distrugge le proprie regole durante ogni partita []. Dopo il fallimento dellordine divino (della societ borghese) e, dopo di esso, dellordine razionalista (del socialismo burocratico), bisogna infine capire che solo le organizzazioni ludiche rimangono ormai possibili. Lamore un gioco, la poesia un gioco, la vita deve diventare un gioco ( la sola speranza delle nostre lotte politiche) e la stessa rivoluzione un gioco, come dicevano i pi coscienti tra i rivoluzionari di maggio. Il rapido recupero del loro gesto da parte dei valori morali, umanistici, e in definitiva cristiani, ha mostrato che, ancora una volta, la nostra societ non era del tutto pronta a udire una tale parola.

1 A. Robbe-Grillet, Progetto per una rivoluzione a New York, Edizioni Testo&Immagine, Torino 2000. 2 Il corsivo mio. 3 Il corsivo mio.

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ra Delirio e Realt: Primo Amore


di Marco Persico

Vorremmo qui tracciare un percorso di lettura dellultimo film di Matteo Garrone, Primo amore (2001). La storia di Vittorio, il protagonista, la storia di un uomo in cerca di un dominio assoluto sulla realt che lo circonda; questa ricerca ossessiva, votata per il suo stesso porsi in essere al fallimento, si dispiega nel film attraverso la delirante relazione damore che il protagonista intende instaurare con Sonia, una giovane venticinquenne conosciuta attraverso un annuncio per cuori solitari. Per la prima volta Vittorio trova in lei la mente che da tempo cercava nelle donne; non riesce invece ad accettare il suo corpo, che vorrebbe decisamente pi magro. Entrambi i protagonisti conducono unesistenza piuttosto ordinaria, fatta di abitudini, di pratiche e rapporti consolidati da tempo; ma bisogna subito rilevare una differenza: mentre Sonia pare piuttosto inserita nel proprio contesto sociale, Vittorio si presenta fin dallinizio come un inetto, un escluso dalla societ. Il loro incontro determiner una rottura nella quotidianit delle vite di entrambi; ma prima di analizzare il complesso rapporto tra i due protagonisti importante fare alcune osservazioni sulla narrazione in Primo amore, che solo in apparenza di tipo lineare: infatti, soprattutto nella prima parte, attraverso il montaggio delle varie sequenze il film procede in realt attraverso una serie di microellissi che nascondono alcuni importanti snodi narrativi; il risultato che al posto dei punti di svolta nel rapporto tra Vittorio e Sonia ci vengono mostrati gli effetti di quei momenti. Allo spettatore viene dunque presentato un racconto di fatto frammentato, che rifugge in questo modo ogni possibile spiegazione didascalica: in un film come questo, invece di arricchire la comprensione dellopera essa circoscriverebbe la sua interpretazione, risolvendola a priori, con il conseguente rischio di cadere in un semplicismo fuorviante se non addirittura mendace nel descrivere una situazione cos delicatamente complessa; ma su questo punto torneremo in seguito. Eloquente, anche per quel che riguarda gli sviluppi nel rapporto tra i due, la sequenza delle terme, dove Sonia manifesta per la prima volta un disagio nel rapporto con il proprio corpo. Dopo la scena in piscina, nella quale la protagonista confronta con una certa invidia il proprio fisico con quello di unaltra ragazza, uno stacco ci porta in una stanza semibuia del centro termale, dove la ritroviamo mentre viene fasciata da capo a piedi da una donna. Sono i primi segni delle conseguenze di un amore patologico radicato in un rapporto di potere che si dispiega nel film attraverso i continui ed univoci sacrifici messi in pratica da Sonia per compiacere Vittorio; bisogna per evidenziare come fino a questo punto il ruolo di lui nel determinare nella ragazza il desiderio di dimagrire pare praticamente nullo. Il montaggio ci porta poi senza soluzione di continuit nella casa dei protagonisti; l, accanto alla protagonista che si pesa e si specchia, notiamo linquietante presenza di lui, in fuori fuoco al limite dellinquadratura che ci parla cos di un potere silenzioso ma terribilmente incisivo. Ma la ripresa dura un istante: subito dopo ritroviamo Sonia alle prese con la preparazione della cena mentre pesa uno ad uno gli ortaggi, mentre nella scena immediatamente successiva vediamo i due amanti mangiare guardandosi soddisfatti negli occhi; la macchina da presa muove dallo sguardo di Vittorio a quello di Sonia passando per i rispettivi piatti (quello di lei semi-vuoto): capiamo cos che tra i due personaggi il rapporto consolidato, ed ormai normalissimo per Sonia non mangiare praticamente nulla.

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Marco Spoletini, montatore del film, ha legato attraverso luso della colonna sonora le sequenze che abbiamo appena preso in considerazione (a partire da quella della fasciatura, alle terme), fondendole di fatto in ununica macro-sequenza: il risultato che in pochi minuti lo spettatore percepisce un cambiamento drastico nei rapporti tra i due, che pare generato dallincontro-scontro con la ragazza in piscina. In realt, come lascer supporre una discussione tra il protagonista ed il suo psichiatra, stato probabilmente Vittorio ad aver innestato in Sonia il desiderio di dimagrire. Ci riesce dunque difficile attribuire alla sola Sonia la scelta di mettersi a dieta, anche perch nella scena immediatamente successiva si manifestano appieno il potere ed il controllo sullamata esercitato da Vittorio; questi, verificando il peso di Sonia, si congratula con lei per i chili persi in un dialogo che per il divario tra la felicit gioiosa mostrata dai protagonisti ed i contenuti estremamente seri rasenta lumorismo grottesco. La supposizione pi ragionevole che il vero punto di svolta nella relazione (ad esempio una possibile discussione sul peso tra Vittorio e Sonia) venga nascosto agli occhi dello spettatore. Dunque in questo film ci che non ci viene mostrato conta molto, talvolta anche pi di quello che ci viene fatto vedere. A riprova di ci notiamo come nella narrazione degli eventi non viene riprodotto nemmeno il momento in cui Sonia, pur consapevole di alcune delle stranezze di Vittorio, decide di vivere con lui: ci riesce piuttosto difficile credere che alla fine della sequenza dellacquisto della casa lei abbia accettato senza discutere minimamente limprobabile offerta dellamante, sebbene sotto la sua pressione. Ad ogni modo anche questa sequenza ci conferma come il rapporto tra i due quindi sempre pi un rapporto precluso allo spettatore, al quale non resta che spiare alcuni frammenti del loro sprofondare in un mondo sempre pi lontano da quello reale. Lo sfaldarsi dei legami con la realt sociale (di per s alienante) che circonda i protagonisti diventa cos indice del progredire (o del degenerare) del loro rapporto. Prima della met del film Vittorio inizia ad avere contrasti con i propri operai a causa dellidea di produrre una nuova serie di gioielli. Questi, simboleggiando il concetto di bellezza per il protagonista (scarna, striminzita ed effimera), si rendono ai nostri occhi metafora di ci che egli cerca in Sonia. La stravaganza dei preziosi di Vittorio non viene accettata dai due dipendenti, i quali preferirebbero uniformarsi a quanto richiede la societ producendo gioielli normali, piuttosto che seguire il protagonista nel suo viaggio verso lauto-annientamento. Da questo punto di vista Vittorio appare quasi come un eroe romantico, poich ripudia una situazione sociale che pur producendo sviluppo economico e benessere fisico si dimentica della salute psichica dei suoi attori tendendo ad alienarli ed ingabbiarli (la casa-carcere del protagonista un simbolo eloquente di questo processo). Nel suo rifiuto Vittorio defice per della capacit di formulare una risposta teorica abbastanza forte e costruttiva: egli abbraccia cos posizioni sempre pi estreme. Consapevole delle conseguenze a cui porta tale ricerca si trova, attraverso un meccanismo proiettivo, ad esigere da qualcun altro quella stessa purezza che non potrebbe mai trovare in se stesso; forse si innamora di Sonia proprio perch lei, con il suo lavoro alternativo e la sua solarit, pare rappresentare lesatto contrario del mondo che li circonda. I due protagonisti si allontanano cos dalla societ delle gabbie, per fondarne una nuova ed esclusiva. Ma le nuove regole del microcosmo della coppia, fondandosi sul razionalismo estremo e delirante di Vittorio, determinano una segregazione ancor pi pericolosa di quella determinata dalla societ capitalistica: il protagonista, pur senza ammetterlo, vuole spingere Sonia alla morte, lunico mezzo in grado di sottrarla ad ogni compromesso con la realt. Vittorio in fondo non si rende conto che lo stesso realizzarsi di questa sua societ utopica coincide di fatto con il suo annientamento: egli per sopravvivere ha bisogno di una vittima su cui proiettare le proprie inquietudini; ma questa, proprio in quanto vittima, destinata a scomparire. La villetta pacifica ed isolata dove si rinchiudono i due protagonisti non in fondo molto diversa da un piccolo stato a regime totalitario, con le sue regole sragionate e le sue punizioni sproporzionate, con le sue vittime ed i suoi carnefici. Sarebbe per erroneo ridurre Sonia al mero ruolo di vittima perch, per le ragioni che abbiamo esposto analizzando la sequenza delle terme, non siamo nelle condizioni di stabilire fino a che punto la protagonista abbia assecondato coscientemente il delirio di Vittorio. Quindi ci

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pare corretto segnalare in Sonia sia i caratteri della vittima che quelli del complice; questi due aspetti si alternano e confondono nello svolgersi degli eventi, generando nella ragazza un rapporto di tipo sadomasochista con il proprio carnefice. Come abbiamo appena rilevato lanalisi portata avanti fino a questo punto evidenzia come la storia di Primo amore sia un esempio sintomatico e paradigmatico di come possa svilupparsi e scemare un regime di tipo totalitario. Ma per ora meglio non spingerci oltre con paragoni che potrebbero allontanarci dal nostro oggetto di indagine; torniamo dunque ad occuparci del film, per vedere in che modo si trasforma il rapporto tra i due amanti. Sonia, per amore di Vittorio, continua con il proprio assurdo sacrificio quotidiano, pur concedendosi di nascosto qualche strappo alla regola; cercando uno specchio di s nei nuovi ritratti degli studenti dellAccademia dArte scopre che dove prima venivano rappresentate curve sode e vitali, ora restano solo ossa, corpi smagriti in penombra e volti severi. Contemporaneamente notiamo un aggravamento delle condizioni di Vittorio, arrivato ormai a dubitare anche della propria amata; di questo peggioramento abbiamo pi segni: ogni volta che costretto a lasciarla in casa da sola pesa gli alimenti presenti prima di ogni uscita, per poi ripesarli una volta tornato, cos da scoprire se Sonia ha mangiato qualcosa; un segno per certi versi ancor pi rilevante del suo delirio che egli inizia a pensare che Sonia non stia effettivamente dimagrendo come indica la bilancia: come abbiamo scritto, ammettere che lei abbia raggiunto un peso accettabile significherebbe il collasso del proprio microimpero. In questo modo Vittorio arriva a negare levidenza del fatto scientifico: ecco dunque unaltra interessante analogia con unideologia totalitaria come quella nazista. Durante un litigio per un biscotto di troppo Sonia lascia trasparire una certa consapevolezza della situazione; quando Vittorio le chiede se lei si preferisce comera prima della dieta o come ora ella risponde sinceramente: Mi piaccio perch piaccio a te. Ma di fronte allincalzare delle domande di lui, che vorrebbe vederla felice non per compiacerlo, ma perch condivide il suo ragionamento di fondo, Sonia cede e lascia cadere largomento. Ma il calvario continua: mentre a Vittorio gli affari vanno sempre peggio, Sonia inizia a fare i conti con gli effetti delle pressioni inaudite alle quali viene sottoposta dal convivente, che influenzano non solo il suo stato fisico ma anche quello psichico. Inevitabile a questo punto il peggiorare dei rapporti con i colleghi di lavoro, che sono i primi ad accusare in lei un comportamento isterico ed antisociale: in una scena Sonia rifiuta di ammettere un proprio errore e cerca di scaricare istericamente la colpa su di una collega. A questo punto evidente che la giovane sta assumendo in s tratti e comportamenti del proprio carnefice: come se Sonia e Vittorio iniziassero a parlare una lingua condivisa solamente da loro due e non fossero pi in grado di relazionarsi con il resto del mondo. Il disegno esclusivo del protagonista si sta dunque avvicinando al proprio apice, che si raggiunger nella scena della gita in barca, della quale scriveremo pi avanti.

Daniela Bacchetta, 2005

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Lunico che ancora riesce ad instaurare una debole forma di comunicazione con Sonia Roberto, suo fratello, che in una scena che chiude la parte centrale della film coglie senza bisogno di spiegazioni lo stato di disagio e fragilit in cui si ritrova Sonia. Ad una resa realistica viene qui associato un elemento fortemente simbolico: infatti Roberto, essendo lunico ad aver sentito il dolore della sorella -ormai distante da tutto e da tutti-, indossa due grosse orecchie da alieno. Questa scena ci spinge ad una considerazione generale sullo stile dellultimo Garrone: spesso al realismo della messa in scena (ottenuto qui soprattutto attraverso il ricorso a numerosi long takes e la ricerca di una recitazione trasparente, se non invisibile) si sovrappone il forte valore simbolico della storia e delle singole sequenze. Tutto ci tende ad amplificare ulteriormente il gioco delle significazioni, soprattutto in momenti particolarmente rilevanti della trama. Consideriamo ad esempio la sequenza in cui Vittorio, dopo aver deciso di chiudere la propria bottega, raschia i muri dellofficina per fondere gli scarti e recuperare cos loro rimasto intrappolato nelle pareti. Tutta la prima parte accompagnata dalla voce fuori campo di Vittorio che, immaginando di spiegare a Sonia quello che sta facendo, afferma che anche una volta bruciato tutto restano le ceneri e che queste devono a loro volta esser fuse affinch resti solo la materia pura, ovvero quello che conta davvero. Non difficile leggere in questa operazione una metafora del tentativo di depurazione dellamata: non a caso la stessa metafora verr ripresa anche a fine film, per riassumere lintero modus vivendi di Vittorio. Subito dopo lex-orefice torna a casa per mostrare a Sonia i lingotti doro ottenuti con la pulizia della bottega, ma non trovandola perde il controllo della situazione: inizia a vagare per i sentieri che si perdono nel boschetto attorno alla casa senza imboccarne veramente nessuno e gridando in continuazione il nome dellamata. Vittorio visibilmente sconvolto: non riesce a trovar pace finch lei, che era andata a fare una passeggiata, non giunge camminando lungo la mulattiera principale. Prima di proseguire con lanalisi dellintreccio narrativo, si rende necessario introdurre un nuovo elemento di riflessione, che si riallaccia a molti dei temi gi affrontati: contemporaneamente al progressivo allontanamento dalla realt dei protagonisti assistiamo ad una saltuaria scomparsa degli stessi dalluniverso diegetico. Secondo questa visione la storia di Primo amore la storia di un film che perde progressivamente di vista i propri personaggi. A dire il vero locchio della macchina da presa mantiene il protagonista maschile in una posizione segregata rispetto al mondo che lo circonda fin dallinizio della storia: per avere un riscontro di ci si presti attenzione a come durante le sedute psichiatriche linquadratura tenda a cancellare, nascondere o almeno isolare Vittorio dal suo analista (ad esempio, durante la seconda seduta, linterposizione di una porta con una finestrella tra lattore principale e la macchina da presa crea una sorta di split screen naturale che ci consente solo di intravedere Vittorio dietro la finestrella, lasciando invece completamente visibile lo psichiatra); un altro espediente che il regista utilizza per sottolineare lestraneit di Vittorio dalla realt la sua voce naturale che, specie allinizio, risulta confusa, a tratti incomprensibile, quasi provenisse da un altro mondo. Ecco quindi che lo stile del regista e degli attori si mette al servizio della storia per intensificarne ed amplificarne i contenuti. Con il passare del tempo queste sparizioni, pur rimanendo episodi isolati, oltre ad accentuarsi per intensit espressiva inglobano anche la co-protagonista, contestualmente alla sua progressiva adesione al piano di Vittorio. Si prenda ad esempio la scena dello svenimento in discoteca, nella quale gli amanti sembrano ormai diventati due facce della stessa, delirante, medaglia: quando Sonia rinviene rifiuta tutti gli aiuti offerti, invocando ed accettando solo quello di Vittorio, e cercando contemporaneamente di sottrarre il proprio uomo ai rimproveri del gestore del locale. Mentre i due disperati protagonisti si allontanano lentamente dal centro della scena, il gestore si volta verso la macchina da presa e, fissandola, fa segno con la mano di allontanarsi. Ci troviamo in questo caso di fronte ad una ripresa soggettiva, in cui quello che viene fatto vedere allo spettatore corrisponde in realt a quello che vede uno dei presenti, del quale non conosciamo lidentit. Il segno del gestore (che pu esser volgarmente tradotto con la formula retorica Circolare! Non c pi nulla da vedere, qui...) pu ragionevolmente essere letto come un invito, rivolto allo spettatore, ad allontanarsi dai protagonisti, a lasciarli perdere. Del resto

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se il valore del cinema risiede nella sua capacit di rivelazione della realt1 come potrebbe mostrare con efficacia qualcosa di estraneo ad essa? Sia chiaro, il confronto con Bazin qui puramente strumentale: rispetto alle tesi del critico francese il regista romano ha infatti una concezione completamente diversa di ci che il cinema pu mostrare, poich il film di Garrone vede proprio nel celare determinati elementi agli occhi dello spettatore un possibile strumento di amplificazione del significati profondi dellopera. La sequenza pi vistosamente eloquente per ci che riguarda la sparizione dei personaggi dallo schermo certamente quella della gita al lago. Gi per la rappresentazione del viaggio in moto si ricorre ad una sorta di solarizzazione della pellicola che lascia soltanto intravedere i profili effimeri dei protagonisti; ma presto la luce del sole pervade lo schermo, arrivando a cancellare anche quei profili; una dissolvenza ci porta poi sulla barca dove stanno Sonia ed il suo amante: entrambi sono totalmente fuori fuoco, mentre lambiente circostante perfettamente a fuoco. In questo modo la macchina da presa prende definitivamente le distanze dai suoi protagonisti, relegandoli a puro suppellettile del film; lunico elemento che ci lega ancora ai due la voce di Vittorio che, cercando di convincere Sonia a seguirlo nella ricerca di un fantomatico rapporto perfetto, si ostina a ribadire le proprie tesi: ma un monologo oramai autoreferenziale, che mette in risalto il livello estremo e paradossale che ha raggiunto la sua pazzia. La sera, in una sequenza grottescamente parodica de La febbre delloro, Sonia scende in cucina per mangiare qualcosa di nascosto e, scambiando una cipolla per una coscia di pollo, la addenta con voracit. Il vaso colmo, alla ragazza non restano ormai che due possibilit: concedersi definitivamente alla pazzia di Vittorio e dunque alla morte, o sottrarvisi rifiutando una volta per tutte il suo gioco perverso. Il primo segno di netto rifiuto delle leggi impostegli viene manifestato da Sonia durante la scena al ristorante, quando, approfittando della temporanea assenza del convivente, prende una grossa forchettata di pasta dal suo piatto lasciandosi andare ad un sorriso di compiacimento quasi animale; quel semplice gesto deve aver fatto riscoprire il piacere di vivere a Sonia, che sembra aver dimenticato le proprie ascetiche promesse. Da lontano Vittorio si accorge per della cosa e si affretta a raggiungere la traditrice. A costo di umiliarsi agli occhi dei presenti, Sonia, in preda ad un frenetico quanto salutare desiderio di cibo, fugge in cucina per poter mangiare qualcosaltro. Ma gi troppo. Vittorio non accetta questo oltraggio, la riporta a casa e si prepara ad una punizione esemplare. Dopo aver spogliato Sonia ne getta i vestiti in un forno a legna; poi, scostando una trave del soffitto, scopre unintercapedine nella quale aveva nascosto tutto il cibo per timore che Sonia lo mangiasse di nascosto; allora inizia a lanciare il cibo addosso alla ragazza che, nuda e tremante, staziona sotto la trave. Il cibo ora sparso per tutta la stanza; Vittorio continua ad inveire in un monologo delirante, che vorrebbe farsi dialogo ma di fatto non accetta altro che conferme nellinterlocutrice. Sonia inizialmente sembra piegarsi alla sua pazzia, ma pian piano si chiude in un mutismo sempre pi ostile. A sottolineare un mutamento nei rapporti tra i due la scelta registica di mettere a fuoco la protagonista femminile, lasciando ancora una volta fuori fuoco Vittorio, che viene ormai abbandonato al suo destino. Sonia, approfittando di una distrazione delluomo, afferra un attizzatoio e lo scaraventa sulla sua testa: egli non ancora morto, ma per lei si apre la possibilit di un ritorno alla vita. Arrivati a questo punto riteniamo opportuno fare unultima considerazione, che ribalta in parte quanto scritto a proposito del rapporto distorto di Vittorio con la realt. Forse la pazzia del protagonista non ci scandalizza perch estranea al nostro sentire, al contrario: essa pare rivelare, attraverso un effetto perturbante, una predisposizione che in fondo ogni persona cova in segreto, e che quasi impossibile da estirpare. Ci riferiamo alla tendenza a rifiutare una realt che non ci soddisfa sostituendola con una fittizia, ideale: a questa noi chiediamo, se non di appagarci per leternit, almeno di farci sognare un po.
1 Ci riferiamo qui alla nota tesi di A. Bazin, esposta nel suo saggio Levoluzione del linguaggio cinematografico, presente in A. Bazin, Che cos il cinema?, Milano 2000 (data dellultima ristampa).

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olitiche della Scrittura


Scrittura - Tradimento - Segreto

di Pier Damiano Ori

Uno E se volessi tradire? Non il segreto della scrittura, che non conosco, ma il mio stesso testo prima di scriverlo, tradirlo e non pensarlo. Tradito e scritto, non pensato e scritto. Se mi interessasse il tradimento, non lenunciato? Se avessi rinunciato allinganno (delle trame, dei personaggi, delle caratterizzazioni) per non dovere occuparmi, nemmeno inizialmente, della materia, del contenuto dellinganno, se mi interessasse solo il tradimento, quindi solo il segno, mezzo, tecnica, indispensabile per tradire. Cio: non mi interessa tradire nel contenuto (o un contenuto), minteressa latto di tradire, non tradire cosa o chi, ma lazione di tradire allora, allora mi rifugerei nel segno definitivo, che tutto afferma e spiega, che non il pittorico o il musicale, ma la scrittura che rende esplicito, che comunica, intero, il fatto, la volont, o se nel caso la sua impossibilit; insomma il pensiero e la sua regolazione. E chiederei alla scrittura, io traditore, io corsaro, io cos esposto, di avere, di indicarmi, di donarmi un riparo, un luogo dove vedo ma non sono visto, cio un segreto, poich qui trattiamo, siamo nel mondo delle idee. Un segreto come casa, un segreto come giustificazione, un segreto come porto: poich io scrivente non sono interessato al contenuto della scrittura (non ora, non nel momento aurorale della scrittura) e nemmeno alla comunicazione (non ora, che sto scrivendo come in un rito che non comprendo) e nemmeno allemozione (che mi sembra una riduzione del mio progetto di scrivente), ma sono interessato alla traccia. La traccia che lascia la scrittura. La traccia che lascia la mia volont di scrivente: la traccia come volere, la traccia come potenza. Quella traccia che come una miccia pronta a esplodere al momento, quando, toccata dalla lettura autentica oppure pronta a gonfiarsi, a diventare altra cosa, ma non altro da s, ma cosa che era nella cosa, come un liofilizzato fecondato dallacqua, qui dallo sguardo di un lettore sapiente. E soprattutto autonomo. Sapiente in quanto autore della volont, di me scrivente, ma anche aperto alla realt del risultato della mia volont di scrivente; le molteplici scritture, che sono una e si moltiplicano nella lettura, poi nelle letture. Senza fine, quindi. Abolendo il confine. In un eterno possibile, lunico eterno davvero pensabile che rende lo scrivente, colui che ha generato questa catena di molteplicit e di eterno, magari al di l del suo confine (coscienza, capacit, volont) bisognoso di un luogo dove riparare, dove aspettare, dove tornare a immaginare ci che non finisce; bisognoso insomma di un rifugio, che non pu essere che il segreto. Il segreto della scrittura. Due Il segreto sta al di sopra e al di sotto del nostro piacere: del piacere dello scrivente e di quello del lettore. Il segreto ci a cui tendiamo; ma non perseguendo il suo svelamento, ma perseguendo il suo riconoscimento. Questo dunque il segreto, la passione di poter affermare di questo che si tratta quando c un segreto, non il segreto secreta questo, non il segreto contiene questo, non il segreto occulta questo; ma, cos fatto un segreto. Ad interessarci, a

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muoverci, il segreto, non ci che il segreto nasconde, ma la natura del segreto. Nel segreto c la verit, non perch la verit sia incistata nel segreto, ma perch il segreto la possibilit che da qualche parte ci sia una verit. E questa possibilit che rende il segreto, il motore della scrittura, non la verit. La verit, sono le verit. Il segreto non sono i segreti, il segreto un uno, la pluralit dei segreti non farebbe che sconfiggere in partenza la verit della verit, la possibilit di una verit, possibile se si esclude la molteplicit, non la molteplicit dei richiedenti, dei leggenti, ma dei segreti, in ultima analisi degli scriventi: un segreto, uno scrivente; il segreto,lo scrivente. Il segreto uno, lo scrivente uno; lopera una, i lettori sono molteplici, le interpretazioni plurali. Tre Ma, infine bisogna chiedersi in questa discesa nei recessi della scrittura attraverso il tradimento, cosa dice il segreto di cos prezioso da dover essere tenuto segreto? Il segreto della scrittura risiede nella negazione, nel territorio del no, ed la volont di impiantarvi, impiantare nel deserto del no, il seme del s. Ci che il segreto secreta questo: noi scriviamo a causa della nostra insufficienza. Magari leggiamo per amore della molteplicit, ma scriviamo per necessit di domanda. Scrivere diventa cos un assalto a ci che non abbiamo, a ci che ci sfugge. Scrivere assalire per riconciliarci con noi, e con lesterno da noi, attraverso il segreto. C allora un altro, un ulteriore livello del segreto: il segreto come senso del senso, questo senso che concede il significato. Questo segreto che d senso al senso e rende lo scrivente possibile e plausibile, qual ? Questo segreto di secondo livello non un contenuto, un paradosso; questo: il significato (del testo, o anche prima del testo, del solo pensiero che desidera un testo) si rivela allo scrivente mentre compie la scrittura. E lo scrivente che scrive che capisce e capisce mentre compie latto della scrittura e solo durante la scrittura comprende appieno, assale il proprio pensiero e lo possiede. N prima n dopo: durante. Poi, in seguito, quel significato si disperde nella stessa coscienza dello scrivente, dove rimarr come un fantasma, unombra di un pensiero spesso estraneo alla stessa esperienza dello scrivente nel momento che non pi scrivente quella cosa. Sar unicamente la lettura che potr fare lievitare, nella coscienza del lettore, la traccia della scrittura (unico lascito certo dello scrivente), il testo e il suo significato. La lettura lultimo assalto al segreto ed lunico vincente. La lettura, la vittoria della lettura, prevede, prima, la sconfitta della scrittura. E cos la lettura lultimo di questa catena di livelli segreti che costruiscono la scrittura: la scrittura stata inventata per riparare, riparare luomo dallurto insostenibile del suono che dice la verit. La scrittura serve a dire ci che la voce non pu dire perch troppo vero. La scrittura ci che pi si avvicina al silenzio.

Jacques Derrida, La scrittura e la differenza, Einaudi, Torino 1997. Jacques Derrida, Aporie, Bompiani, Milano 1999. Jacque Derrida, Donare la morte, Jaca Book, Milano 2002. Maurisce Blanchot Lo spazio letteraro, Einuadi, Torino 1995. Maria Zambrano, Verso un sapere dellanima, Cortina, Milano 1996. PIER DAMIANO ORI nato a Modena nel 1949. Lavora in RAI come giornalista. Nellestate 1997, su Radio Due, allinterno del programma Macaroni Radio Container ha condotto la rubrica Viaggi impossibili. Ha pubblicato le biografie: Talleirand (1978) e Matilde di Canossa (1980) per Rusconi; Maria Luigia di Parma (Camunia 1984), tutti in collaborazione con Giovanni Perich. Nel campo della narrativa La carrozza di San Pietro (De Agostini 1983), Lo scherzo di Rossini (Camunia 1991). Nellambito della narrativa per ragazzi: Nato per la musica (1992) e Il viaggio di Matilde (1994) entrambi per Signorelli

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e Figure di Potere nella Fiaba

di Matilde Montesi

La narrazione fiabesca prevede laffermazione sociale ed economica di un soggetto inizialmente debole; prende sempre le mosse da una situazione di mancanza e dal conseguente allontanamento delleroe da casa. Non raro, infatti, che la fiaba inizi descrivendo una condizione di miseria e indigenza, tipizzata ma non estranea al mondo contadino che ha informato e tramandato la tradizione fiabesca. Leroe parte sempre dalla condizione socialmente pi sfortunata: di umile ceto, invariabilmente il minore tra i fratelli o le sorelle, spesso viene maltrattato e poco considerato anche allinterno della sua stessa famiglia, come dimostrano le fiabe del tipo Cenerentola o Pollicino. La fiaba descrive dunque laffermazione e lascesa sociale di questo soggetto, osteggiata o favorita dalle figure del potere familiare, sociale, magico. Leroe si scontra con lautorit paterna e regale, e per riuscire deve sapersi giovare dellaiuto degli esseri sovrannaturali, minacciosi o benigni, senza il quale non possibile trionfare. Tale contrapposizione rispecchia i due grandi ambiti in cui la fiaba si svolge: la famiglia, con i suoi difficili rapporti di forza, e il viaggio, regno del meraviglioso e dellincontro con la magia. Il potere regale nella fiaba sempre assoluto e prevaricante: la capricciosa volont di un Re pu mettere in palio la propria figlia come sposa per il solutore di un indovinello (La pelle di pidocchio di Calvino1) o forzarla a un matrimonio incestuoso (Pelle dasino di Perrault2) , o ancora cacciarla di casa avventatamente (Bene come il sale di Calvino) . Il Re poi pronto a mantenere la parola data di fronte allantagonista, molto meno di fronte alleroe, cos come sempre disposto a credere alle calunnie che su di lui riversano i malvagi consiglieri o figli maggiori. La famiglia fiabesca si basa su tipi fissi: il padre crudele o viceversa incapace di difendere i propri figli, la madre-matrigna malvagia, ostile ai figliastri e alle nuore, i fratelli o le sorelle invidiosi del figlio minore del loro stesso sesso. La famiglia il luogo del conflitto da cui prende avvio la narrazione, della riappacificazione e della punizione che coronano la vicenda. Leroe favorito nel suo scontro con lautorit unicamente dallintervento della magia: viene aiutato da una creatura ferica che pu assumere le pi svariate incarnazioni, riconducibili al tipo della fata, del folletto (omino, vecchietto) o anche dellOrco. Il potere magico presenta molti tratti in comune con quello regale, in quanto capriccioso ed imprevedibile. Tuttavia si tratta dellunica forza capace di costringere la societ dei ranghi (la definizione di Michele Rak), ad elevare un reietto al suo vertice. In ogni caso, non si d mai condivisione del potere, ma solo sostituzione: il Re lascia il trono alleroe. Il favore delle fate rappresenta la forza del caso, imprevedibile nella scelta del privilegiato e soprattutto irripetibile: colui che prova ad imitare leroe viene sempre punito.
Orchi e fate sono la personificazione di unazione possibile che ha i contrassegni del dominio: arbitraria, capricciosa, efficace, immediata, senza ritorno. Dopo la loro apparizione le linee di tutti i destini sono irrimediabilmente alterate e lintreccio effettua una svolta decisiva. [] In ogni caso il destino dei viaggiatori che tornano alterato. Essi sono, senza alternative, avviati alla felicit della bellezza, del dominio, della ricchezza o allinfelicit della bruttezza, dellesilio, della morte3.

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Le fate sono fondamentalmente indifferenti ai destini umani: interessante, ad esempio, la tradizione popolare irlandese che qualifica le creature fatate come angeli non abbastanza buoni da essere salvati ma neanche tanto cattivi da essere dannati4. Le creature fatate possono alternativamente manifestarsi come benigne o maligne: solo una tradizione relativamente tarda tende a dividere nettamente la magia positiva da quella negativa, caratterizzando pi nettamente fate e streghe. In effetti si tratta di una codificazione del meccanismo di polarizzazione che informa la mente infantile, come notato da Bettelheim 5: il bambino percepisce la madre come buona, ma a volte cattiva, e la fiaba risolve per lui lambiguit sdoppiandola in due figure: la madre morta (o la madrina) e la perfida matrigna. Le versioni pi arcaiche della fiaba presentano invece ununica figura di madre-matrigna: per il tipo Biancaneve si pu fare un confronto con la fiaba La Bella Venezia proposta da Calvino 6. Spesso anche il donatore magico potrebbe rivelarsi aggressivo, e va propiziato con unofferta anche simbolica7. Quando gli esseri magici accordano il loro aiuto, ci pu avvenire del tutto arbitrariamente, oppure perch leroe si comporta in maniera a loro gradita, e a questo proposito va esaminata la funzione del riso. Il riso ricopre una funzione importante nella fiaba, connessa originariamente alla fecondit e alla generazione: la principessa che non ride mai viene promessa in sposa alluomo magicamente forte che sar stato in grado di farla ridere. Rak, a proposito del Pentamerone di Giambattista Basile 8, individua la centralit del rapporto fra riso e potere. Provocare il riso delle fate significa indurle a stabilire un contatto con la vicenda, a dare un assenso, ma anche e soprattutto a riaffermare il loro dominio assoluto. Emblematico il racconto La vecchia scorticata: alcune fate che non hanno mai parlato n riso, si divertono a vedere una vecchia che, avendo ingannato il Re, stata gettata dalla finestra rimanendo appesa per i capelli ad un albero, e, come ricompensa, la trasformano in una bellissima ragazza. Daltronde, nella storia-cornice del Pentamerone, anche la principessa Zoza ride alle spalle di una vecchia, e questo suo riso costituisce il motore fondamentale di tutta lopera. Nota Rak che il riso proprio soltanto dei potenti, fossero figlie di re, orchi e fate, e poteva essere provocato solo dalla goffaggine o dalle disavventure degli impotenti 9. Si tratta cio di un riso connotato in senso sociale, cortigiano. qui opportuno esaminare la figura dellOrco che, generalmente negativa nella tradizione, viene proposta da Basile in una diversa luce: lOrco fortemente comico, la sua bruttezza laspetto bestiale (che ne sottolinea la natura marginale, di contatto con la natura e la terra), tuttavia non escluso da una fondamentale prerogativa del potere, la ricchezza che gli deriva dalle profondit della terra (lOrco nel mito lAde, e Ade anche Pluto, il ricco). Pur essendo un soggetto comico, deride il villano, e anche il suo riso seguito da un dono: lOrco prende a benvolere lo sciocco Antonio (I, 1 Il racconto dellorco) e la bella Viola (II, 3 Viola). La casa dellOrco si presenta come analoga alla corte: un luogo di potere assoluto, governato da leggi occulte, in mano a un padrone a volte generoso, a volte crudele. Il Pentamerone, pubblicato fra il 1634 e il

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Annalisa Brambilla, 2005

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1636, unopera concepita per lintrattenimento della Corte: il riso dei potenti risulta fondamentale anche per la fortuna del letterato cortigiano, e quello delle fate ne una facile metafora. interessante considerare anche la dedica che Basile fa della sua opera allintrattenimento dei bambini: secondo Rak, oltre ad essere una misura prudenziale che consente di trattare temi al limite del lecito, anche, allusivamente, la valutazione del mondo della Corte come un luogo immaturo, imprevedibile, pericoloso [...] un luogo di bambini, in quanto lesercizio del potere prevede forme di regressione dalle regole e dalle convenzioni10. Daltra parte Basile, oltre a costruire il testo secondo raffinati schemi speculari, sfrutta il racconto per fanciulli per elaborare lambiccate metafore e ironici accostamenti di sublime e scurrile, con costante riferimento a temi e modelli letterari innanzitutto mitologici, ma anche teatrali e novellistici: lambiguit di fruizione del testo viene ribadita anche a questo livello. Nel Pentamerone linnalzamento sociale prende la forma di un moto immobile: un giovane o una fanciulla possono aspirare al potere, peraltro in termini di sostituzione e non di condivisione, solo se ne possiedono o acquistano i requisiti (bellezza e ricchezza), dunque solo se sono predestinati o favoriti casualmente dalle fate; il passaggio di rango implica anche una metamorfosi corporea, e rimane un fatto individuale: la famiglia di origine rimane confinata nel proprio rango senza poter condividere lo status raggiunto dalleroe, a differenza di quanto pu accadere nella tradizione popolare. Insomma in Basile il racconto fiabesco ha a che fare con il cambiamento sociale: uno degli strumenti con cui dargli una forma, regolarlo, controllarlo, manipolarlo e accettarlo. Queste considerazioni possono venire applicate anche a unaltra opera cortigiana: i Contes di Perrault, pubblicati nel 1697. Anche in questo caso si possono individuare due livelli dellopera: il materiale tradizionale rielaborato in termini di etica ed etichetta cortigiana, di cui un buon esempio Il Gatto con gli stivali. Bettelheim si mostra critico nei confronti di Perrault, rimproverandogli di edulcorare alcuni aspetti del fiabesco che risultano utili alla psiche infantile, anche in termini di punizione dellantagonista. Ad esempio, la Cendrillon di Perrault appare una figura notevolmente pi sbiadita e passiva che non la Gatta Cenerentola di Basile (che uccide con indifferenza la propria matrigna), o la Aschenputtel dei fratelli Grimm. Anche Cappuccetto Rosso, terminando con la vittoria del lupo, non garantisce il superamento della paura. Un esempio calzante il diverso trattamento, in Basile e in Perrault, del motivo della bella addormentata. Sole, Luna e Talia presenta un Re seduttore che, gi sposato, violenta la fanciulla addormentata per poi abbandonarla con due figli, e in seguito uccide la moglie gelosa, seguendo letica disinvolta e violenta propria della corte; invece La Belle au Bois dormant presenta linsidia come proveniente da una suocera-orchessa. Tuttavia, a proposito delletica cortigiana veicolata da queste fiabe (ad esempio Il Gatto con gli stivali potrebbe apparire come un modello di frode e adulazione) bisogna ricordare che non il contenuto ma il movimento era lessenziale della fiaba. Il contenuto poteva anche essere conformista, reazionario; ma il movimento era ben diverso11.

1 I. Calvino, Fiabe italiane, Torino 1956. 2 Ch. Perrault, I racconti di Mamma lOca, in I racconti delle fate, Roma 2003. 3 M. Rak, Logica della fiaba, Milano 2005, p. 141. 4 W. B. Yeats, Fiabe irlandesi, Roma 2005, p. 29. 5 Cfr B. Bettelheim, Il mondo incantato, Milano 2005. 6 I. Calvino, op. cit., n. 109. 7 Cfr. V. Ja. Propp, Le radici storiche dei racconti di fate, Torino 1985. 8 G. Basile, Lo cunto de li cunti, Milano 2003. 9 M. Rak, introduzione a Lo cunto de li cunti, op. cit., p. XXXV. 10 M. Rak, op.cit., p. 61. 11 L. Conti, Difesa del Gatto con gli stivali, Giornale dei Genitori n. 3-4, 1972.

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uarantena

Tabard incontra i poeti di Fuoricasa: Alberto Bertoni, Stefano Massari, Giancarlo Sissa a cura di Mimmo Cangiano

Se dovessimo scegliere un minimo comune denominatore per i tre poeti qui antologizzati, cosa non facile dato le profonde differenze che animano i loro versi, sceglieremmo il loro riferirsi alle zone basse dellesistenza e della realt. Ci che lega le tre anime di Fuoricasa lattenzione ai territori pi prosastici del nostro vivere, pi caotici. Ma attenzione, ci non porta mai a concezioni semplicistiche dellesistenza e ci si guarda bene dallutilizzare il termine vita con noncuranza, la riformulazione della mappa dellesistere non si limita ad attraversare i territori del dolore ma frequenta anche quelli dellironia (spingendosi soprattutto in Bertoni fino allautoparodia, mentre in Sissa e Massari a prevalere in questi casi un sentimento di impotenza, potremmo quasi dire di titanismo mancato). Le rispettive scelte stilistiche sono ovviamente gi specchio delle reciproche differenze, Sissa davvero un melodista come ha scritto Roberto Galaverni, un narratore in versi che privilegia laspetto drammatico del reale (nei suoi testi i personaggi prendono spesso la parola) coerentemente con una funzione di tipo mimetico. La sua poesia vive in un costante corpo a corpo con la realt, spesso si tratta di un vero e proprio inabissarsi nella realt, la concezione del poeta lirico viene qui depauperata di senso, colui che dice io avverte di trovarsi nella condizione di giornalista (io semplice reporter del suo male) inserendosi cos in quella linea tortuosa del Novecentismo nostrano con un certo Montale, Sereni e ovviamente Giudici, ma il paragone non va portato alleccesso, bisognerebbe parlare piuttosto di un Giudici ascoltato a velocit doppia, come se la lettura fosse fatta da un bambino che fa risaltare le rime e le cadenze pi spiccatamente musicali. Sbaglieremmo dunque a volerne fare un discendente per vie dirette, in Sissa prevale la rabbia etica, lastio, la ribellione rispetto al ripiegamento, la ricerca di un alto livello formale della scrittura non funge da schermo con il reale, ma si qualifica come un andamento di pensiero, una forma adatta allo svolgimento di una poesia narrativa e argomentativa. In queste poesie di Massari, il meno prosastico dei tre, la parola si configura come un elemento di resistenza, e la resistenza parte integrante della vita stessa se questa vuole davvero essere chiamata vita. Anche qui come in Sissa la moralit gioca un ruolo determinante legandosi agli aspetti pi primordiali dellesistenza e, in questo senso, pi veri. E lo stesso bisogno di scrivere che diventa funzione del nostro prendere possesso del reale. Lio rivendica un proprio spazio dazione proprio in quanto inserito nella vita e cos facendo d forma alla propria personalissima verit, interviene, dice la sua, non accetta nulla supinamente. La parole hanno un ritmo spezzato, istintuale, terroso. La caccia processo naturale, la volpe si trova nella condizione (come tutti) di cacciato e cacciatore. Ha scritto Heidegger:
La trasposizione della parola vivente, vibrante, nella rigidit di una sequenza di segni fissata in modo univoco, meccanico, sarebbe la morte della lingua, il congelamento e la desolazione dellesistenza.

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Bertoni lavora su una scrittura poetica di tipo diaristico il cui riferimento pi evidente il Montale degli anni 70, ma non mancano altri maestri: lultimo Raboni, Sereni, il Sanguineti di Postkarten, Caproni e pi indietro fino a Gozzano. Poesia diaristica si diceva, forse come unico modo, nelloggi, di scrivere in versi, mettere in scena il piccolo fatto privato/ o il buffo semitragico del nostro quotidiano. Poesia del corpo? Anche, ma in un accezione eminentemente maschile e che cerca di mantenere sempre il tragico a debita distanza, anche se il registro comico, pur costantemente utilizzato, non si scioglie in risata, ma in stanchezza. Poesia verso la prosa? Anche, ma la forma si mantiene sempre alta (per quanto pu essere alto uno stile senza scadere nel ridicolo). A livello sintattico Bertoni non abbandona mai un certo livello di decoro, lascia al contrasto fra ci e i temi trattati il compito di produrre lo scarto ironico. A met strada fra il dolore e il riso le sue pagine sono segnate da un sentimento di noia costante, unoscura consapevolezza ha la meglio su speranza e disperazione, una spaventosa consapevolezza dellindistinto materiale in cui tutti ci troviamo.
I testi che seguono sono tutti inediti. Ringraziamo gli autori per la loro disponibilit e per lopportunit offertaci.

Parla la madre del bambino


testi di Giancarlo Sissa
NELLE VOCI DI UNA STANZA Cos e qui e via facendo batte il cuore linsonne carezza che felici siamo stati un mattino improvviso di primo novecento e poi pi tardi senza saperlo specchiati nella fretta lungomare di un bambino in nebbie e sguardi sfiniti o ingenuamente rapiti in noi cercando o nella fuga in bicicletta quasi di scavarlo un poco di futuro in tanta guerra e facendo nostalgia di ogni panchina con poco dopo ma ogni prima e un regno di pioggia o un ritorno da Parigi lidea pi intera della terra a occhi bassi senza prodigi ma nel varco aperto dal cenno con la mano di una bambina noi muti e ligi nella luce sommessa di una scommessa col senno di poi sempre la stessa vale a dire bendata e spalle al muro a un rullo di tamburo infernale nellinverno di un treno scortato quando alta si solleva unonda di prato oltre lo stridore del freno oltre la trafittura di ci che stato o il respiro di unalba senza offesa dove sbatte un oceano di parole alla bocca spalancata nellincanto dellinganno senza difesa piegati nel silenzio dellinsulto senza pianto senza canto quasi senza direzione nel buio immacolato della deportazione e acuta pi acuta di ogni possibile resa la vita non stivata a vagone o scafo nella miserabile transumanza ma la nostra sola rassegnata invenzione la nostra sola e acerba mite costanza che di tutto il resto ha fatto attesa e solitudine dalbergo nelle voci vuote di una vuota stanza qui a riscrivere la storia nella ruota della dimenticanza - . AUTOPSIA DELLA FAME Cos qui ci cresce fra il costato un prato che a notte bagna gli occhi a un sogno di bambino che si medica i ginocchi e linsetto in volo pietrificato nella foto in bianco e nero del permesso di soggiorno o della morte senza certificato se poi davvero nessuno amava o almeno cos sembrava che lautopsia non ha verificato. E appesa al frenulo del cuore la domanda che impazziva in un lancio di coltelli o la voce senza riva del come ci conterete ora? senza numero non c prigione - e quale lo scandaglio che fruga melma e alghe della ragione cos e qui noi finalmente assomigliamo a verit incatenate a cancelli ma senza perfezione e non a perfezioni ma a morsi di realt e pietosamente offerti i nervi scoperti in ci che davvero siamo e ignoriamo non avendolo voluto o il palmo senza mano ma senza vilt e senza averlo saputo se qui

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ci mangia il mare gli occhi nella sua luce se qui la paura nostra non fa piet ma stella dopo stella cuce la costellazione infame della fame qui la storia ha in noi il suo nome di miseria di ignoranza di nuova civilt. COSI QUESTO E IL CAMPO (al Teatro delle Ariette, lEstate.fine) Cos questo il campo dove viene da tacere finalmente un poco e poi per sempre qui senza voce siamo attesi con il sorriso dei non arresi qui la pianta del pomodoro stranamente torna al suo folle niente in un silenzio di vento n triste n contento che voi non sentite che vi spartite lincredula durezza dello sgomento nella scaramanzia della sconfitta vittoriosa o gli occhi della morte senza sguardo o la carezza della sposa che non riposa e la vita tutta sempre e ancora un poco ai margini di ci che resta daltro fuoco ma cos ancora e sempre questo il campo questa la sua buia geografia umana tanto da sembrare la tua la sua la mia ma per niente strana e senza malinconia verso il fondo della campagna e nellabisso orizzontale della pianura senza fatica quasi o nascondigli di paura e quanto camminare e sostare e sperare e aspettare sempre con il sasso del sapere in mano e qui tornare per scavare fonda pi fonda unaltra fossa nel tempo umano allo schioccare di una bandiera rossa!
GIANCARLO SISSA nato a Mantova nel 1961. Vive a Bologna. Francesista e traduttore (dal francese, dallinglese, dallo spagnolo), suoi racconti e poesie sono comparsi su numerose riviste. Come poeta ha pubblicato nel 1997 Laureola (Book Editore, postfazione di Alberto Bertoni) Premio Opera Prima citt di Sondrio, nel 1998 Prima della tac e altre poesie (Marcos y Marcos, prefazione di Giovanni Giudici), nel 2002 Il mestiere delleducatore (Book Editore) Premio Ceppo dArgento Pistoia, Premio Caput Gauri, finalista Premio San Pellegrino. Del 2004 Manuale dinsonnia (Nino Aragno Editore, postfazione di Roberto Galaverni). E presente in diverse antologie. Per Gallo et Calzati Editori ha ideato e curato il volume Poesia a Bologna(2004) raccolta di testi autobiografici dei pi importanti poeti attivi a Bologna. Le sue poesie sono state tradotte in diversi paesi europei. Come Educatore professionale opera da oltre quindici anni negli ambiti della tossicodipendenza, dellhandicap psicofisico, della psichiatria e, in particolare, della prevenzione del disagio minorile. Attualmente Coordinatore di un servizio rivolto a minori a rischio di devianza sociale.

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Come formatore, di docenti della Scuola Pubblica e Privata e, pi in generale, degli Operatori del Sociale riconosciuto come esperto nazionale per quanto attiene alle tematiche del bullismo, del maltrattamento e dellabbandono, delle dinamiche di gruppo. Da anni inoltre attivo nellambito della scrittura autobiografica, della scrittura professionale (riferita cio alle professioni socioeducative e mediche) e dellautoscrittura. Presentemente Presidente provvisorio dellAssociazione Culturale Fuoricasa che si occupa di poesia, corsi di formazione per docenti e studenti, scambi internazionali e realizzazione di video relativi alle tematiche indicate e che distribuisce via internet in tutto il mondo lomonimo Bollettino letterario.

Da Libro dei vivi


(parole della volpe)

di Stefano Massari

fuga la mia piena di rabbia che ancora la ruota tua rapida fiamma gela scarta mi manca (la preda era stanca era vicina era pronta) la stolta gioia tua di vedere me scappare e non capire che ci lascio la fame e la preda mia che scampi adesso dove muore che andare tutto il tempo a cercare di mangiare che nebbia non mi copre io assassina furba che in altro modo non sa ammazzare come la tua come preghiera la mia unattesa tutta di schiena corro per le figlie tue per le figlie mie in pieno sole la dura cuna che sar di grano domani sar di pane domani mi nascondo meglio e ti si spezza schiena e cuore come a me si schianta quando atroce lallarme dalla tana io madre faccio guerra alla poiana metto via legnetti e fili del mio odore davanti a casa tua al tuo agnello tessitore che mi guarda ignara dal primo suo stupore di cosa ridi allora lumano tuo di stesso dolore qui sta il dio che non sai chiamare facile per me cacciare abituato a ricominciare giorno e notte ad ascoltare la morte tutta o solo una che tanto uguale io che ho paura e che so amare io madre grande madre terra io come te non so ammazzare sfilo dal tuo sguardo troppo lento per vedere me bellissima di muso incapace di lamento tu illuso che ritorno e non uccido mai di giorno che mistero arrivo a masticarti il sonno attratta dalla luce che hai lasciato a sfidare il buio intorno e disumano mai saprai mai quanto vero mondo disumano te che spio che ascolti nomi scendere e salire di lontano mani battere fallire abbandonare tutto invano mi allontano che ora piove non sono qui per il tuo sogno cerco da mangiare muoio come la volpe nel suo sangue cercavo di arrivarti al collo terrorizzato dal tuo addio o dal fuoco intorno sorgenti le citt lasciate abbandonate per vendetta ora ti chiedo un gesto calmo che mi aiuti il sonno il canto che piovendo fa in casa nostra il legno il bambino nascer in fretta sano come questo vento sparger la luce intorno e io che sento il mondo perch urlo quando sto da solo sempre non mi piego un po a pregare un po al perdono consento lodio invece accendo il forno per mangiare mia madre maledico i segretari della guerra e i ciarlatani a piombo ho paura se far caldo troppo che mio fratello non respiri bene e chieda aiuto nel deserto costruito addosso a quelli che hanno mani capaci con le pietre e piene dali libereremo le nostre figlie dal recinto ? giulia si dipinge i denti col rossetto ameranno il loro padre estinto ?

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Stefano Massari (Roma, 1969) vive a Monteveglio, intorno Bologna. Ha scritto lidolo anteriore (1991/96 auto-produzione), corda occidentale (auto-produzione, 1998); diario del pane (Raffaelli Editore, 2003), presente in Poesia a Bologna, a cura di Giancarlo Sissa, (Gallo et Calzati Editori, 2004); inoltre in uscita presso Book Editore Libro dei vivi . Scritti sono apparsi su svariate riviste e su web. Ha realizzato video su importanti poeti contemporanei nellambito di un progetto di archivio audiovisivo della poesia italiana ed europea contemporanea, ideato e curato con Giancarlo Sissa. Progetto che successivamente confluito nelloperazione SECOLOZERO (produzione video FuoriCasa.Poesia). Collabora con il Teatro delle Ariette con cui ha realizzato i video: EIZEL di cosa fatto un teatro (le ariette video, 2003; finalista al Premio Riccione TTV nel 2004); lestate.fine (le ariette-video, 2004; cortometraggio dedicato allo spettacolo omonimo realizzato dal Teatro delle Ariette e prodotto da Santarcangelo dei Teatri nellestate del 2004). Ha realizzato inoltre Salmo dellAttesa (Gallo et Calzati Editore, 2004, cortometraggio pubblicato in VHS allegato allantologia Altri Salmi curata da Maria Gervasio e Luca Egidi). Ha progettato e cura in collaborazione con Alberto Bertoni e Giancarlo Sissa il Bollettino FuoriCasa.Poesia mail magazine di poesia e critica.

Da Ho visto perdere Varenne


di Alberto Bertoni Ritorno a scuola
Questo giorno di ritorno a scuola non vuoi sentirmi anche se ti cerco dallo 051 di Bologna Super-ego e pi verminosa la storia consumata a primavera con il collega che non ti piaceva ma scoperto alla fine gemello con tutto il rovello, ammetto del luogo, della tecnica, del gesto pi porco che hai inventato e reso e che forse consideri sepolto per sempre, nel dialogo nostro Invece ho sofferto, sofferto, sofferto come non capitava da un millennio tanto che ci ho mandato un altro a scendere dal treno baciarti i capelli mordendo le labbra sul binario, gli zigomi alti, lincarnato E contro ogni stile collaudato chiederti il topless bianco nella vacanza imminente Essere dopo niente

Colpa dei Beatles


A casa di un compagno giocavo da bambino stando in porta atterrito che per colpa dei Beatles sbucassero dai pali scarafaggi Tutto era pulito il prato pettinato e piovevano tiri che ogni tanto paravo anche avendoli addosso molto pi della palla quei milioni di larve Disegnavo dune i fili sotto le cortecce nelle fenditure del cemento draghi dellerba povera

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Mar 06 In mortem
Se in principio era il Verbo oggi mio padre non morto davvero Per tutto il mesto rito il prete lo ha chiamato in Paradiso con un nome non suo -Gisberto, lapsus di Dio
Alberto Bertoni, nato a Modena nel 1955, insegna Letteratura italiana contemporanea allUniversit di Bologna. Oltre a numerosi saggi e volumi di argomento novecentesco, autore sul versante poetico dei volumi: Lettere stagionali (Book Editore, 1996), Tat (Book Editore, 1999), Il catalogo questo. Poesie 1978-2000 (il cavaliere azzurro, 2000); e in collaborazione con il poeta Enrico Trebbi e con il sassofonista e compositore jazz Ivan Valentini dei cd: La casa azzurra (Mobydick, 1997) e Viaggi (Arxcollana & Book Editore, 2001). Le poesie qui presenti sono tratte dalla raccolta Ho visto perdere Varenne che uscir a breve per leditore Manni.

uori di Casa
a cura di Mimmo Cangiano e Eugenio Santangelo

Conversazione con Alberto Bertoni, Stefano Massari, Giancarlo Sissa

Come nasce il gruppo Fuoricasa e quali sono i suoi obiettivi? GIANCARLO SISSA: E una storia lunga. Nel 94 uscita la seconda antologia di un gruppo di poeti bolognesi, o meglio di poeti che scrivevano qui a Bologna, in realt di bolognesi cera solo Salvatore Jemma. Gi in precedenza, nel 92 si era fatta questa antologia a nome Quaderno bolognese che raccoglieva i testi di otto autori. Nel 94 abbiamo appunto fatto il bis e lantologia si chiam Fuoricasa, l che lidea cominci a prendere forma. ALBERTO BERTONI: La scelta del nome attaccato fra laltro di Giovanni Giudici, io proposi a lui Fuori di casa, un titolo di Montale, lui rilanci Fuoricasa che ci piacque moltissimo. SISSA: Lorigine dunque alta, solo lorigine per. Poi nata la collana che Alberto cura per Book editore, una collana molto fortunata. Nel 2003 ci venne questa idea di fare un associazione per capitalizzare le ricche entrate dei poeti. Questa lorigine reale. Poi la cosa si pervertita rapidamente. Io, Alberto e Stefano abbiamo invitato ad entrare nella banda Salvatore Jemma e Francesca Serragnoli, le cose non sono andate come avevamo previsto. Lidea era quella di far tutto nel modo pi libero immaginabile occupandoci di poesia e letteratura in modo autonomo, senza chiedere finanziamenti o contributi, fare incontri con altri poeti, piccole rassegne, pubblicazioni. La prima iniziativa di peso stata quella dei poeti spagnoli (Montero, Prado, Santos, Pereiro) che abbiamo invitato a Bologna e da l molte cose si sono chiarite. And molto bene ma ne derivammo una profonda stanchezza. Il primo germe che prelude alla creazione dellassociazione invece sono stati una serie di video sulla poesia che Stefano Massari aveva

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inventato e in cui io e Alberto abbiamo partecipato a titolo diverso, come amici, come lettori, come tecnici. Questa una delle cose che sopravvivono ancora. Sempre da Stefano Massari nato poi il Bollettino Fuoricasa poesia, nel quale noi siamo redattori. Lintento era quello di affrontare secondo una diagonale anarchica e molto libera luniverso della poesia e anche di sghettizzarlo, dunque non solo poesia italiana e non solo poesia contemporanea. Come mai non avete prodotto un manifesto o elaborato una sorta di punti programmatici? BERTONI: Un manifesto in realt lo producemmo in un vivo pomeriggio di lavoro, ma decidemmo poi di non pubblicarlo perch la struttura del libro o libretto rischiava essere una forma privativa verso lidea di libert che volevamo dare. Lelemento comune stato letichetta di poesia dellesperienza, quindi non semplicemente degli equilibrismi linguistici o dialettici, ma un concetto generale in cui crediamo molto. STEFANO MASSARI: Poi il fondamento vero nasce dal fatto che al di l delle differenze c fra noi questo dialogo costante, costruito sul riconoscimento di alcuni dati comuni, c qualcosa che ognuno di noi ha riconosciuto nellaltro di simile, costruito su basi di verit ma non in senso assoluto Uno strumento di dialogo e confronto fra le scritture molto serrato e severo, una prassi, unazione. SISSA: Lincontro avviene storicamente sul fare, prima dellidea di Fuoricasa, quando Stefano era ancora a Roma, io e Alberto e altri come Vitaniello Bonito, Jean Robaey, Jemma, parlavamo della poesia robustamente, la facevamo leggendo di qua e di l. Ricordo che a Borgo Panigale, nel 91, la prima cosa che ci dicemmo era quella di non fare il gruppo letterario, otto personalit poetiche che si confrontavano dunque anche nei loro attriti. BERTONI: Riteniamo infatti necessario che ognuno di noi abbia uno stile proprio. Proprio perch oggi, nella diaspora di stili e forme, bisognerebbe veramente andare a misurare tecniche e tradizioni nei singoli individui e nei singoli libri dei signoli individui. Il problema centrale proprio il dialogo che scaturisce dai nostri testi. Lidea di poesia dellesperienza si lega in Spagna anche a un concetto come quello di otra sentimentalidad, di cosa si tratta? SISSA: La otra sentimentalidad una citazione da Machado, che Montero, insieme ad altri, fa sua, un modo per dire che a ogni tempo corrisponde una diversa sensibilit poetica da parte di poeti e lettori e che questa capacit del sentimento poetico di mutare, di restare altro, quello che caratterizza la poesia. Altro rispetto a una tradizione data, ci che crea scarto e novit, e anche il fatto che la poesia ha di specifico il fatto di essere nel linguaggio ma di non esserci in modo arreso. Virginia Woolf ne parlava come di un linguaggio saturo, un linguaggio di intensit totale. I poeti dellesperienza in Spagna riprendono questo concetto e cercano la loro sentimentalit e la ravvisano nella poetica della strada di Rafael Alberti, nel senso di uomo della strada. Montero dice che il poeta ha esperienza col dialogo che si svolge in s rispetto alla realt, un dialogo con la tradizione della lingua e con se stesso, un modo di tradurre il dialogo nei termini della poesia. Non ha una sola definizione o linea, non vuol dire infatti altro sentimento, ma altro sentire. BERTONI: Il problema che, come dice Cortellessa citando Deleuze, il senso della letteratura dare voce al popolo che manca o dare a un popolo la voce che manca. Nel nostro caso il popolo degli esuli, dei diseredati, degli emarginati, ma anche quello di chi riempie le barche della disperazione approdando a Lampedusa. Riprendendo Adorno, dopo Auschwitz la poesia pu essere solo barbarica, non un atto di barbarie, ma qualcosa che viene da fuori. Ritorniamo qui al tema dellesilio che da Joyce, Beckett, i grandi irlandesi, un grande tema del 900. E in questo senso anche la letteratura del passato qualcosa che nutre il presente, che lo riplasma.

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E questo un tratto fondante di Fuoricasa, il restare al di fuori delle mode. Io che ad esempio sono stato a lungo interessato a una poesia autobiografica, mi sono dovuto porre questo problema: chiaro che uno alla fine si vergogna, bene o male io appartengo al primo mondo, non ho problemi di sopravvivenza n di sostentamento, come faccio a dare voce a uno che vive in un cartone? La risposta che mi sono dato non quella che chi appartiene al primo mondo non pu scrivere poesia, in quanto poesia dellesperienza vuol dire poesia della tua esperienza, il momento in cui tu devi trovare il tuo esilio dentro di te, la tua condizione di mancanza a te stesso, se vuoi anche di infanzia recuperata, nella certezza che viviamo in una sorta di marmellata antropologica dove molto difficile dire Io, dove difficile distinguere autentico e inautentico. Distillare da questo dialogo con te stesso il momento in cui non sei presente a te stesso, quando sei il fanciullino di te stesso o il teppista di te stesso, penso a Esenin. Preferisco scrivere una sorta di possibile decenza quotidiana, non di tranquillit, ma un quotidiano che pu anche essere inabissato e terribile. Tenendo conto a priori del nostro essere occidentale. MASSARI: Io faccio una differenza fra realt e reale, realt mi riguarda ma mi trascende, non la posso contenere tutta o attraversare tutta, il reale invece mi da lidea di tutte quelle cose, quei richiami, con i quali interagisco, in modo consapevole e inconsapevole, e vi agisco con lascolto, territorio iniziale della poesia. Scelta umana e etica nella direzione del dialogo dunque. Bisogna essere consapevoli del dove si , del contesto culturale e umano. La poesia mi fa vivere in una condizione di ascolto e di dialogo, per trarre dalla mia esperienza quello che mi sembra essenziale comunicare. Nella poesia dellesperienza vi labolizione di ogni preconcetto letterario. Un atteggiamento onesto in cui so di poter partire solo da me e con la coscienza di questo.

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Eppure la lirica, almeno in Italia, sembra prendere unaltra strada, allo stesso concetto di lirica noi affidiamo ormai, quasi istintivamente, un significato diverso da quello che voi avete espresso. BERTONI: Ci sono delle esperienze, veicolate soprattutto attraverso lermetismo, di poeti che si sentono tramiti di Dio, esperienze non linguistiche ma spiritualistiche. Il fatto che il surrealismo sia entrato da noi solo molto pi tardi, filtrato attraverso i Carlo Bo e forme spirituali e religiose, costituisce di sicuro un grave handicap. MASSARI: Lirico un genere confessionale, auto-referenziale e non coraggioso, deriva introflessa di un io dimesso, franto. Questo tempo per me ha bisogno di incendio, di una lingua che vada alla radice del problema, non di un lamento irrelato e non misurabile nella realt. SISSA: Montero dice che il linguaggio una piazza. In questo senso la poesia un impegno e una responsabilit quotidiana, senza per questo il bisogno di pontificare. MASSARI: Marco Ercolani in un saggio di qualche anno fa introduceva questa idea di urto col reale e quindi esperienza. BERTONI: Ma il fatto terribile che lo star system ha invaso anche il mondo della poesia, dando ovviamente le briciole, la poesia passa attraverso rifrazioni sbagliate, ancora pi grave quando entriamo anche noi in questi meccanismi. SISSA: Quando la poesia pensa di sapere perde. Una cosa, quando reiterata a prescindere da tutto, suona falsa. Ognuno di noi una sequenza di io diversi. Quando invece uno scrive essendo sempre identico a se stesso, non corrisponde ai reali movimenti della vita. Abdica alla dimensione della curiosit. BERTONI: Se noi siamo una sequenza e collana di io diversi, abbiamo per anche continue e diverse percezioni della realt. La realt continuamente in movimento e il poeta deve continuamente giocare questa avventura di conoscenza. Il problema per sempre loggettivit di quello che fai, il testo che scrivi. Il problema se siamo buoni poeti o no.

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ondo del lavoro e leadership autoritaria


Problematiche di un controllo sbagliato
di Carla Montesi

La tendenza che si riscontra da qualche anno nel mondo del lavoro quella di suddividere i diversi compiti tra gruppi di lavoro, ognuno dei quali ha una propria autonomia e una propria suddivisione gerarchica interna; il motivo principale di questo cambiamento rispetto ad una gestione gerarchica dellazienda che in questo modo il lavoro diventa pi fluido e pi veloce, senza passaggi intermedi tra vari uffici, permettendo cos ai dipendenti di seguire il proprio lavoro dallinizio alla fine, rendendoli pi partecipi e maggiormente coinvolti nello stesso. Un gruppo di lavoro costituito da un insieme di individui, i quali interagiscono tra loro con una certa regolarit, nella consapevolezza di dipendere luno dallaltro e di condividere gli stessi obiettivi e gli stessi compiti. Nessun gruppo pu essere efficace se lobiettivo che deve raggiungere non chiaro e ampiamente condiviso da tutti i suoi membri; questo obiettivo, in un gruppo di lavoro efficace, deve essere definito in termini di risultato, costruito su dati osservabili e risorse disponibili in quel caso specifico, espresso in termini chiari, articolato in compiti e valutabile. Un obiettivo chiaro e ben esplicitato contribuisce a consolidare la coesione e il senso di appartenenza al gruppo da parte dei suoi componenti e contemporaneamente contribuisce a definire in maniera chiara il rapporto con lorganizzazione, quindi il clima interno allazienda. Ogni persona allinterno del suo gruppo copre un ruolo preciso, con mansioni e responsabilit specifiche; il ruolo consiste nella parte assegnata a ciascuno in funzione del riconoscimento delle sue competenze e capacit; ovviamente esso racchiude anche linsieme dei comportamenti che ci si attende da chi occupa una certa posizione allinterno del gruppo stesso. Ruolo fondamentale per il corretto e produttivo funzionamento del gruppo quello del leader; la leadership il punto di snodo tra le variabili di tipo strutturale, quali obiettivo, metodo e ruoli, e variabili di tipo processuale, quali clima, comunicazione e sviluppo. Il leader si definisce in primo luogo come un professionista di relazioni personali, anche se non esiste il buon leader per antonomasia, ma piuttosto si dovrebbero definire delle funzioni di leadership efficacemente svolte e ruoli di leader ben negoziati e definiti. Gli studiosi identificano diversi stili di leadership, quali: partecipativo, manipolativo, delegante e autoritario1, allinterno di due polarit di comportamento chiamate comportamento di relazione (propensione al coinvolgimento pratico di tutti i membri) e comportamento direttivo (propensione allaccentramento delle decisioni). La leadership autoritaria, che qui si vuole analizzare pi approfonditamente, vede prevalere la seconda polarit rispetto alla prima. La caratteristica principale di questo stile di gestione che il leader, oltre ad assegnare i compiti ai membri del suo gruppo, si riserva una partecipazione diretta a tutte le fasi del lavoro imponendo la propria visione attraverso i suoi interventi, rendendo cos meno attiva la partecipazione degli altri. Questo stile di leadership pu essere formativo, risulta cio particolarmente produttivo nel caso in cui il gruppo di lavoro sia composto da persone allinizio della vita lavorativa o alla prima esperienza nellazienda. In tal caso il leader, assumendo il ruolo di supervisore, contribuisce a far assimilare ai collaboratori le specifiche esigenze di lavoro e le regole di comportamen-

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ALTO
Stile Partecipativo

Comportamento di relazione
Stile Delegante

Stile Situazionale

Stile Manipolativo Stile Direttivo

BASSO Comportamento direttivo

ALTO

to aziendale (cultura aziendale). Invece se il gruppo di lavoro composto da persone esperte, motivate e abituate ad avere un approccio creativo ai compiti da svolgere, tale stile di leadership pu risultare frustrante e in ultima analisi controproducente ai fini dellobiettivo da conseguire. Il lavoratore, se impossibilitato a fornire un contributo personale al compito che svolge ed tenuto a seguire direttive non passibili di modifica, perde progressivamente interesse alla propria attivit, limitandosi a fare il minimo indispensabile. Lo stile di leadership autoritario prevalentemente adottato da persone con anzianit di servizio e convinte delle proprie competenze; oppure, viceversa, da coloro che si trovano a lavorare in un nuovo contesto aziendale immediatamente con ruolo di leadership e vogliono dimostrare la loro idoneit a tale ruolo, ad esempio si notato che spesso le donne che occupano posti di responsabilit tendono ad esercitare una leadership autoritaria in funzione di questa dimostrazione di potere. Generalmente il tratto di personalit pi spiccato di un leader autoritario il bisogno di controllare costantemente il lavoro di ogni persona, per essere sempre al corrente di come si sviluppa e poter intervenire in tempo nel caso egli lo reputi necessario; questo atteggiamento relativo, ovviamente, unicamente allobiettivo di cui direttamente responsabile. Allo stato attuale si tende a preferire uno stile di leadership denominata situazionale, non uno stile unico ma la capacit di modulare diversamente lapproccio in relazione alla situazione e alla persone coinvolte nel gruppo di lavoro; la leadership situazionale si configura come correttiva degli eccessi degli altri tipi di leadership, il presupposto da cui parte senzaltro il comportamento di relazione: il comportamento autoritario viene adottato nei casi in cui si reputa esser il miglior modo di raggiungere lobiettivo, non un atteggiamento prevalente. La degenerazione dello stile di leadership autoritaria pu sfociare nel mobbing, fenomeno giunto alla ribalta nel mondo del lavoro in questi ultimi anni. Il termine stato coniato agli inizi degli anni settanta dalletologo Konrad Lorenz per descrivere un particolare comportamento di alcune specie animali che circondano un proprio simile e lo assalgono rumorosamente in gruppo al fine di allontanarlo dal branco; mentre il primo a parlare di mobbing quale condizione di persecuzione psicologica nellambiente di lavoro stato alla fine degli anni 80 lo psicologo svedese Heinz Leymann, che lo definiva come una comunicazione ostile e non etica diretta in maniera sistematica da parte di uno o pi individui generalmente contro un singolo che progressivamente spinto in una posizione priva di appoggio e di difesa e l relegato per mezzo di ripetute e protratte attivit mobbizzanti2 ;consiste cio in una serie di ostilit (allusioni, derisioni, boicottaggio, autentiche cattiverie) messe in atto siste-

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maticamente, in maniera continuativa e in misura crescente In Italia si inizia a parlare di questo fenomeno solo negli anni 90 grazie allo psicologo del lavoro Haraid Ege, che delinea il fenomeno come una forma di terrore psicologico sul posto di lavoro, esercitata attraverso comportamenti aggressivi e vessatori ripetuti, da parte dei colleghi o superiori attuati in modo ripetitivo e protratti nel tempo per un periodo di almeno sei mesi. In seguito a questi attacchi la vittima progressivamente precipita verso una condizione di estremo disagio che cronicizzandosi si ripercuote negativamente sul suo equilibrio psico-fisico. Ci che distingue un semplice conflitto dal mobbing la frequenza del maltrattamento, la sua durata e la sproporzione fra i tanti mobbers e lunicit e solitudine della vittima. Lelevata frequenza e la lunga durata del comportamento ostile hanno come effetto- inutile sottolinearlo -uno stato di continuativa e penosa sofferenza nel soggetto vittima, sul piano psicologico, relazionale e psicosomatico. Le azioni di mobbing possono essere di vario tipo, e messe in atto, il pi delle volte, in presenza della vittima ma entro la cerchia dei mobbers coalizzati: sarcasmo, allusioni, derisione, propalazione di segreti o di anteriori confidenze; limitazione dellassertivit della vittima, impedendogli di parlare, di addurre le proprie ragioni, di difendersi; discredito, calunnie, pettegolezzi, anche presso terzi; isolamento fisico e professionale; attribuzione di mansioni (o non-mansioni) frustranti e umilianti, che possono indurre il soggetto a licenziarsi; plateale ghettizzazione, che pu persino consistere nellevitare il contatto con oggetti appartenenti o toccati dal malcapitato, sino al limite di disinfettare, sotto gli occhi suoi e di tutti, la cornetta del telefono da lui usata; sabotaggio e boicottaggio, come loccultamento di strumenti di lavoro o di notizie essenziali per lo svolgimento delle mansioni di cui la vittima responsabile; Si possono descrivere diverse modalit di mobbing: verticale: quando attuato da un superiore nei confronti di un subordinato o viceversa da parte di un gruppo di dipendenti nei confronti di un superiore; orizzontale: tra pari grado; collettivo: spesso attuato come strategia aziendale mirata a ridurre o razionalizzare gli organici e rivolto a gruppi numerosi di persone; doppio mobbing: si realizza, a parere di Ege, quando il mobbizzato carica la famiglia di tutte le sue problematiche. Ad una prima fase di comprensione dei familiari segue una condizione di distacco che, quando la situazione si aggrava, porta ad un ulteriore isolamento dellindividuo dal nucleo familiare; esterno: la vittima il datore di lavoro che subisce pressioni attuate sotto forma di minacce di denuncia per comportamenti mobbizzanti, sia da parte di organizzazioni sindacali che da dipendenti con velleit carrieristiche. Questo fenomeno , logicamente, la vera degenerazione di un clima lavorativo sbagliato, non solo a causa di una leadership sbagliata. Molte possono essere le cause che portano alcuni lavoratori a perpetrare un comportamento di questo tipo e se si vittime di mobbing senza dubbio la cosa migliore da fare denunciare questa situazione al direttore generale o al consiglio di amministrazione dellazienda. Successivo compito della dirigenza quello di capire quali fossero le reali motivazioni che hanno portato al verificarsi di quella situazione, e trovare le soluzioni pi adatte, dalla ridistribuzione dei ruoli al licenziamento dei soggetti mobbizzanti.

1 Cfr. i lavori di Lewin e Likert sullargomento. 2 Per ulteriori informazioni si pu anche consultare il sito di Leymann www.leymann.se

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Animaloni

Sui modi doppressione dei leviatani letterari: Melville, Buzzati, DArrigo di Daria Biagi

Pare che la letteratura di tutte le epoche sia stata appestata dallingombrante presenza di mostri marini pi o meno spaventosi. Dal leviatano biblico al pescecane di Pinocchio, dalla Storia vera di Luciano fino al Vecchio e il mare di Hemingway, gli scrittori sembrano da sempre congiurare coi peggiori rappresentanti della fauna ittica per trovare qualcuno che inghiotta i protagonisti delle loro storie. Nella figura archetipica di quello che chiameremo per convenzione leviatano che alla dimensione della balena aggiunge la violenza assassina tipica piuttosto dellorca o dello squalosi riversa tutta una serie di significati variamente connessi allidea dellassoluto, del divino, del tragico: il mostro abissale di volta in volta loggetto di una caccia disperata, lincarnazione di un ideale di perfezione o di un terrore ancestrale, il luogo della morte rituale delleroe. In tutte le sue versioni per, sempre, unossessione che tiranneggia i protagonisti, calamitando le loro azioni verso un immancabile destino di autodistruzione e dirigendo dispoticamente gli intrecci. Secondo Northrop Frye, il leviatano la fonte della sterilit sociale1; associato alloscurit, al caos, alla vecchiaia, loppressore che minaccia col suo peso di ridurre il mondo a una sola dimensione, contrapponendosi all eroe che incarna, al contrario, i valori della solarit, dellordine, della fertilit. Peschiamo a caso dalla storia della letteratura occidentale tre di questi mostri marini: la Balena Bianca di Melville probabilmente il pi celebre-, il colombre di Buzzati e lorcaferone che giganteggia nella seconda parte di Horcynus Orca, il poderoso romanzo di Stefano DArrigo. Il potere che permette al leviatano di sottrarre gli eroi a qualunque possibilit di condurre una vita normale fra i propri simili, si fonda su poche ma ricorrenti caratteristiche. Luomo viene sempre presentato in una condizione di svantaggio rispetto alla balena, per lincommensurabilit non solo delle dimensioni, ma anche dellintelligenza: il colombre viene definito pi astuto degli uomini, cos come Moby Dick dotata di una malvagit intelligente e lorca di DArrigo sembra ingannare ad arte cristiani e fere . Allo stesso modo, il fascino che esercitano dettato, in tutti e tre i casi, da qualcosa di indefinibile che i personaggi stessi non riescono ad afferrare. Ma il lato pi inquietante del mostro la sua capacit di aspettare, immobile e instancabile, che la vittima prescelta si consegni spontaneamente al suo destino, a costo di attenderla una vita intera: tanto lui, assicurano le dicerie sul suo conto, immortale. Il romanzo di Melville2 forse la pi minuziosa analisi di questa patologia monomaniaca da mostro marino. La Balena Bianca, inseguita dal Pequod per oltre cinquecento pagine, ossessiona la mente dei personaggi (e del lettore) con la sola forza delle cose che si dicono di lei: lindagine teorica sulla balena a costituire la reale ossatura del romanzo, e a precipitare la narrazione in maniera unidirezionale dritta nelle fauci del mostro. Pi di qualunque altro elemento, la bianchezza della balena che atterrisce: il bianco di Moby Dick assoluto, aggressivo, puro. Tuttavia, sotto questa purezza estrema, si nascondono freddezza e morte; la balena bianca non che una mostruosa corruzione del grande ideale occidentale del corpo classico3, che maschera il terrore della carne e sancisce il rifiuto di ogni colore, di ogni pluralit. Una delle immagini pi spaventose del romanzo forse proprio quella in cui il corpo immane della balena palesa la sua natura sepolcrale: Moby Dick spalanca le fauci

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sotto il Pequod, spaventando gli aironi che volano via:
La loro vista era pi acuta di quella delluomo: Achab non riusciva a vedere nessun segno nel mare. Ma dimprovviso, scrutando gi negli abissi, vide al fondo un punto bianco e vivente, non maggiore di una donnola bianca, che veniva su con rapidit prodigiosa e ingrandiva salendo, finch si volse e si videro allora, ben chiare, due file storte di denti bianchi, scintillanti, sorgenti dallabisso imperscrutabile. Era la bocca aperta e la mandibola ricurva di Moby Dick; il corpo enorme, in ombra, ancor mezzo confuso nellazzurro del mare. La bocca scintillante si spalancava sotto la lancia come una tomba di marmo scoperchiata... (Moby Dick, p. 562)

Moby Dick una fissazione, e il delirio di Achab una dittatura irresistibile4. Franco Moretti interpreta il romanzo di Melville come la vicenda di una polifonia perduta, in cui la monomania del protagonista inghiotte come un buco nero tutte le altre possibili voci. I personaggi secondari non sono portatori di istanze autonome, vengono inglobati dalla volont del capo; e anche la personalit del narratore rigidamente monologica: Ismaele non concede spazio a voci alternative alla sua, i suoi commenti sulle vicende stanno a conclusione di quasi tutti i capitoli.
Essi erano un solo uomo, non trenta. [...] ...tutte le differenze, erano saldate in una unit ed erano indirizzate a quel segno fatale, che Achab, loro unico signore e loro chiglia, poneva. (Moby Dick , p. 570)

La stessa fascinazione per un misterioso mostro marino, che i marinai chiamano colombre, sconvolge la vita di Stefano, il protagonista del breve racconto pubblicato da Buzzati nel 665. Figlio di un capitano proprietario di un veliero, Stefano viene condotto piccolissimo per mare, finch il padre non si accorge che la nave su cui viaggiano seguita a distanza da un colombre, un mostro simile ad uno squalo dal muso di bisonte, che insegue tutta la vita la sua preda finch non riesce a divorarla, e solo da questa e dai suoi familiari pu essere scorto. Stefano viene distolto con ogni mezzo dal mare, mandato a studiare in una citt dellinterno, dove trover un lavoro, amici, molti svaghi: ma quando il giovane compie ventidue anni il richiamo del suo colombre si fa irresistibile, e lo costringe, morto il padre, a rimettersi per mare. Da quel momento la sua vita diventa una fuga interminabile per mari e oceani, una gara a distanza con il mostro che lo perseguita, fino a che, ormai vecchissimo, accorgendosi di aver sprecato una vita intera per sfuggirgli, Stefano andr incontro al colombre per affrontarlo, scoprendo troppo tardi che il compito del temibile mostro era ben diverso da quello che si aspettava. Nel racconto di Buzzati si innesca, sul piano narratologico, lo stesso meccanismo che Moretti rileva in Moby Dick: tutte le istanze diverse da quelle del protagonista vengono appiattite su uno sfondo privo di rilievi, domina incontrastata lansia di sfuggire al colombre, a fronte della quale pochissimo peso hanno gli svaghi e i richiami della vita. Stefano, che si accorge di colpo di essere diventato vecchio, inequivocabilmente una vittima della sterilit di cui il colombre/ leviatano portatore. Tuttavia, nel racconto breve, la narrazione non soffre di questa mancanza daria; nelle poche pagine del Colombre sembra esserci spazio appena per il protagonista e il suo nemico. Anzi, proprio grazie alla sobriet della narrazione che Buzzati ottiene la massima intensit, mettendo in luce, esplicitamente, anche il fascino irrazionale che circonda questa folle caccia allassoluto:
Stefano si era ormai fatto la sua vita, ciononostante il pensiero del colombre lo assillava come un funesto e insieme affascinante miraggio; e, passando i giorni, anzich svanire, sembrava farsi pi insistente. (Il Colombre, p. 13)

Anche Melville riconosceva a Moby Dick un fascino particolare, descrivendo il tranquillo nuotare con cui la balena spargeva seduzioni: il mostro marino conquista nonostante il terrore che incute, forse proprio in virt di esso, ma il fascino che emana appunto il segno del suo dispotismo, perch pretende unadesione passiva, non razionale. Riassumendo, possibile identificare due direzioni fondamentali su cui agisce lappe-

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stamento del leviatano. La prima riguarda larchitettura della narrazione, lintreccio e i contenuti: il mostro marino attrae simbolicamente la storia verso un unico punto di fuga, dirigendo le vicende narrate in una sola direzione. Il romanzo non pu aprirsi a storie secondarie, diventare policentrico, plurale; ogni scarto dalla vicenda principale viene avvertito come un differimento inutile dellazione a cui il romanzo tende. Tutto deve finire in bocca al mostro. La seconda oppressione che il leviatano esercita agisce direttamente sul modo della narrazione, costretta ad un monologismo continuo che esprima lidea fissa del protagonista o del narratore. Il mostro marino trasforma la variet della vita reale in un desolato e sterile deserto, e lo fa stroncando la polifonia nella scrittura.
Era lOrca, quella che d morte, mentre lei passa per immortale: lei, la Morte marina, sarebbe a dire la Morte, in una parola. Orca, per chiamarla col nome e labitudine di dare morte e di non riceverne, con cui veniva mentovata nel famoso libro figurato del Delegato di Spiaggia; ferone, invece, come viene intesa nei mari intorno alla Sicilia [...] Sono i mari dove appare almeno una volta nella vita di un pescatore: una sola, ma le conseguenze del suo passaggio durano poi per molto, moltissimo tempo, come quelle del vaiolo nel giallore trapunto della faccia. [...] Senza fermarsi mai, passando di carneficina in carneficina, appestando e spopolando le acque per miglia e miglia, lanimalone s lasciato dietro mari di rovine... (Horcynus Orca, pp. 618-619)

Il terzo mostro di cui ci occuperemo emerge dalle pagine di Horcynus Orca6, il romanzo a cui Stefano DArrigo attese per oltre ventanni, con una determinazione degna del capitano Achab. Alla fine della seconda guerra mondiale, lorca compare nello stretto di Messina a stringere dassedio i pescatori gi stremati dalla carestia, mentre il giovane reduce Ndrja Cambra compie il suo viaggio di ritorno verso Cariddi, dove trover una comunit irriconoscibile, totalmente corrotta dagli effetti della guerra. Lorca un mostro realistico e simbolico, immagine culminante di un romanzo che riesce a un tempo ad essere comico e spietato, metafisico e grottesco; ma per quanto la figura del leviatano possa essere ancestrale, dimostra subito di avere problemi specificamente novecenteschi. Per cominciare, questimmortale orca assassina ha una piaga sul fianco e puzza di carogna: ben lontano, dunque, dalla marmorea perfezione della balena bianca. Non solo: nel corso della narrazione finir addirittura scodata, mutilata da un branco di delfini che la riducono a vagare per lo stretto sbattuta dalle onde come una nave alla deriva. Appare subito chiaro come gli attributi del leviatano identificati da Frye si siano guastati. Lorca dovrebbe provocare mutilazioni, non subirle: la ferita, il corpo mutilato, che allude alla castrazione ed connesso alla sterilit, dovrebbe caratterizzare piuttosto la sua vittima; stata Moby Dick, ad esempio, a disalberare Achab, tranciandogli una gamba. Inoltre, anzich causare deserto e carestia, lorca di DArrigo si preoccupa di sfamare i pescatori di Cariddi, provocando inaspettati affioramenti di pesce dagli abissi. Anche Ndrja, il protagonista che dovrebbe ricostituire lordine originario nella comunit dei pescatori, sembra non avere tutte le carte in regole: se leroe del romance associato alla giovinezza, alla rinascita e alla fertilit, Ndrja, nonostante lindubbia prestanza fisica, ha la singolare tendenza a sfuggire tutti gli amplessi che gli si presentano nel corso del viaggio. Si mescolano i ruoli tra vittime e carnefici, tra oppressi e oppressori, e se alla fine sia lorca che Ndria muoiono, la loro fine non ha nulla dellepico inabissamento di Achab e Moby Dick: la prima viene finita a cannonate dagli inglesi, il secondo fulminato da una pallottola vagante per leccesso di zelo di una sentinella alleata. Il mostro marino, simbolo dellideale assoluto e del destino tragico, sembra qui del tutto impotente a mantenere il suo dominio. Nel corso del secolo che separa il romanzo di Melville da quello di DArrigo, il mondo diventato un organismo talmente complesso che ormai neanche un leviatano pu sperare di inghiottirlo senza controindicazioni. Ma del resto tutte le mani-

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festazioni del divino, nel Novecento, iniziano a dare segni di cedimento. La morte dellorca assassina quindi la morte stessa del tragico, la presa datto della sua impossibilit nel mondo contemporaneo, e forse proprio questa impossibilit, come suggerisce Szondi7, la pi seria delle tragedie: cosa c di pi tragico che morire, come Ndria, per sbaglio? Lunica possibilit del tragico si definisce quindi in senso dialettico: il ridicolo si ribalta in tragedia, cos come il tragico costitutivamente seguito, anzi superato, dal comico8. E tipico della prosa di DArrigo dare fiato alla nota comica quando la tensione drammatica sembra farsi eccessiva, come se la scrittura stessa arrivasse ad un suo punto di rottura. Nellaccorato monologo che Caitanello infligge al figlio Ndrja tornato dalla guerra, il narratore prende prontamente le distanze dal pathos del racconto, fingendosi una sorta di spettatore che assiste a una mascherata dei pupi, e riservandosi, di conseguenza, il diritto di un giudizio dallesterno9. Nel momento in cui il leviatano debellato, tuttavia, la narrazione non pi schiacciata dal peso di un pensiero dominante e riacquista la sua libert. Si moltiplicano le voci, i centri narrativi, esplodono le metafore, le lingue spastiche, le elencazioni, i cataloghi, i giochi di parole, si scontrano i punti di vista, le morali antitetiche, in un caravanserraglio di personaggi e situazioni confusionarie che riproduce tutto il rumore del mondo reale. La variet dellesistente veramente troppa, sfugge da ogni parte alle fauci del mostro marino. Responsabile di questa deflagrazione anche linguistica, che almeno nelle pagine di DArrigo finisce per diventare il principale centro dinteresse, sembra essere la dimensione spropositata della materia stessa. Gi Melville sembra sospettare qualcosa del genere:
...che cosa accadr di me allora, scrivendo di questo Leviatan? Inconsciamente la mia calligrafia si espande in maiuscole cubitali! Datemi una penna di condor! Datemi il cratere del Vesuvio per calamaio! (Moby Dick, p. 487)

Frye suggerisce inoltre che se il leviatano rappresenta lordine della natura dopo una caduta (e nel romanzo di DArrigo la caduta facilmente identificabile con la guerra), tutto il nostro mondo reale, allora, non altro che linterno del mostro:
Ora, se il leviatano rappresenta lintero mondo di morte, peccato e tirannia in cui Adamo gettato dopo la caduta, ne deriva che i figli di Adamo nascono, vivono e muoiono allinterno del suo ventre10.

Insomma, tutto il carnevale si sposta dentro il mostro a cui si dava la caccia, nei meandri labirintici del suo intestino (dove, peraltro, Pinocchio aveva detto di sentire un odore acuto di pesce fritto, come quando si entra in una taverna), in un mondo allora non molto diverso da quello che Rabelais descrive dentro la bocca del gigante Pantagruele. Ma a questo punto conviene forse fermarsi, dato che come cittadini del ventre di tale mostro anche noi siamo perci, metaforicamente, sottacqua11.
N. Frye, Anatomia della critica, Torino, Einaudi, 1969, p. 251. H. Melville, Moby Dick o la Balena, Milano, Adelphi, 1987. D. Batchelor, Cromofobia. Storia della paura del colore, Milano, Mondadori, 2001, p. 12. F. Moretti, Opere mondo, Torino, Einaudi, 1994, pp. 57-70. D. Buzzati, Il Colombre, in Il Colombre e altri cinquanta racconti, Milano, Mondadori, 1966. S. DArrigo, Horcynus Orca, Rizzoli, Milano, 2003. cfr. P. Szondi, Saggio sul tragico, Torino, Einaudi, 1996. S. Givone, Introduzione a P. Szondi, op. cit., p. XII. cfr. S. Sgravicchia, Teatro e romanzo in Horcynus Orca di Stefano DArrigo. La scena dei Pupi siciliani nellepisodio delle due parolette, in S. Cirillo (a cura di), Il comico nella letteratura italiana, Roma, Donzelli, 2005. 10 N. Frye, op. cit., p. 252. 11 Ibid., p. 254. 1 2 3 4 5 6 7 8 9

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oshep Beuys: scultura sociale e pensiero plastico


di Paolo Cova
Dio morto. E da un punto di vista antropologico, limportanza di tale dichiarazione enorme, poich il momento in cui Dio muore, lo stesso momento in cui lUomo conquista la libert []: ora siamo noi che dobbiamo essere creatori del futuro. Ogni possibile futuro sar cos il risultato dellopera di noi esseri umani.1

Cercare di avvicinarsi nelle poche pagine di un articolo alla vicenda biografico-artistica di Joseph Beuys (1921-1986)2, uno dei pi importanti maestri del Novecento, mi sembrava unoperazione forzata e assolutamente riduttiva. Allo stesso tempo temevo che, nel tentativo di sviluppare unanalisi compiuta di una parte seppur piccola della sua opera o di alcune sue specifiche teorizzazioni estetico-esistenziali, rischiassi di tinteggiare solo parzialmente la grandezza storiografica delle sue esperienze artistiche e di annebbiare e confondere leterogenea, multidisciplinare e totalizzante vastit della sua riflessione. Ho maturato cos la decisione di attingere direttamente dalle parole di Beuys la materia per le mie rapide considerazioni. Inoltre, mi sembrava importante richiamare lattenzione sullattualit del pensiero beuysiano3, della sua dimensione politica, del suo rapporto con il sistema sociale, con lestablishment culturale, e con lautorit. Mi auguro che la grande forza e la genuina immediatezza delle idee dellautore tedesco, connesse ad un mirato esempio della sua produzione artistica, potranno divenire lo stimolo ai pi per approfondire la conoscenza delluomo-artista e riflettere sulla potenza libertaria e sulla carica creativa e rivoluzionaria delle sue idee.
[] Quando luomo vuole attuare una rivoluzione, ovvero, quando decide di cambiare le condizioni del suo malessere, deve necessariamente dare inizio al cambiamento dalla sfera culturale, operando nelle scuole, nelle universit, nella cultura, nellarte e in termini pi generali in tutto ci che attiene alla creativit. Il cambiamento deve iniziare nel modo di pensare e solo da quel momento, da quel momento di libert, si potr pensare a cambiare il resto.4

Il pensiero di Joseph Beuys parte da presupposti sociali e getta le sue basi per la ricerca di una nuova via per lo sviluppo del mondo. Tramite la destabilizzazione della cultura autoritaria vuole determinare una coscienza della natura e della societ in quanto coscienza delluomo5. Nellidea di un nuovo ruolo dellarte, e della sua rispettiva didattica, dove larte indispensabile idealit di una societ autoeducante, prospettiva ecologica - lUtopia lunica realt possibile - precisa ricerca di una prassi creativa e realmente popolare6. Si rintraccia cos una fondamentale problematica pedagogica: centrale la convinzione che leducazione si possa attuare attraverso una cultura della comprensione e del libero confronto, che porti lindividuo, grazie alla sua potenziale creativit, ad avviare una presa di coscienza della situazione storica, che gli consenta un libero e totale sviluppo, unautoliberazione. Su questa linea Beuys, nella sua poliedrica azione, cerca costantemente di sconfiggere e di appianare il caos del reale, di guarire linguaribile. Larte viene vista come il linguaggio pi completo, lunico che ammette lesistenza di un vero pluralismo comunicativo, dalla scienza alla tecnologia, dalla filosofia allecologia. Il pluralismo molteplice e il molteplice il veicolo evoluti-

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vo e rivoluzionario, che la base del processo di liberazione delluomo, come ricerca continua di libert. Una delle sue massime pi famose, Tutti gli uomini sono artisti, esemplifica alla perfezione la sua idea profonda di genesi creativa dellindividuo. Questo concetto, che spesso stato male interpretato, non significa certamente che ogni uomo un pittore o uno scultore, ma che ogni individuo pu liberamente sviluppare le proprie potenzialit creative nel rispettivo campo dinteresse. Beuys sottintende cos che la creativit insita in ogni essere vivente, e che quindi tutti gli uomini sono potenziali artisti perch creativi. Il concetto di arte che ne scaturisce completamente nuovo, perch loggetto che viene plasmato ed elaborato la societ stessa. Individuo e societ come insieme di persone sono non solo veicoli dellarte, ma arte essi stessi, Sculture Sociali7. Con il concetto di Scultura Sociale, Beuys sostiene che, se luomo pu esprimersi liberamente e autodeterminarsi, pu anche cercare di plasmare lopera darte totale, cio il futuro ordinamento sociale stesso. La teoria della Scultura Sociale una teorizzazione della realt. Infatti luomo, tramite la sua cultura e la liberazione dalle costrizioni, non solo pu, ma deve plasmare il caos del reale, generando il progresso e trasformando il vecchio sistema, in un ordine nuovo. In questo contesto tutti gli uomini sono scultori e architetti, perch, dopo aver lavorato sulla propria materia grezza, il proprio pensiero, che Beuys concepisce come Pensiero Plastico, possono effettivamente autodeterminarsi e agire nel proprio contesto plasmando la modernit. Larte di Beuys concentrata realmente in uno sforzo rivoluzionario, la sua opera tesa a disgregare le visioni del mondo canonizzate e dogmatiche, alla continua ricerca della libera manifestazione di ogni individualit, della forza del singolo nel molteplice. Egli sostituisce la coscienza della persona alla coscienza di classe8, conscio che luomo debba svincolarsi da ogni concetto di autorit, liberarsi dal caos statico delle sue dogmatiche e morali convinzioni e dalla falsa semplicit di qualsiasi rigida ideologia. Il processo di liberazione totale, assoluto, lincoscienza deve lasciare spazio alla comprensione. Ci avviene attraverso unevoluzione culturale che spinga luomo verso il confronto con il diverso, la ricerca del plurimo e della variet, la volont di mantenere i propri valori e le proprie convinzioni in uno stato continuo di tensione critica, nella certezza dellinesistenza dellassoluto e nella totale apertura alle diverse dimensioni dellumano e del reale. Il diverso e il molteplice sono la forza di una profonda ricerca materiale e spirituale, che vuole luomo come assoluto protagonista della storia attraverso uno Joseph Beuys, 1967

Joseph Beuys, How to explain painting to a dead hare, 1965

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Joseph Beuys, Arena, 1972

stato di chiarezza e di coscienza9. Beuys predica la fratellanza, lantimilitarismo e la tolleranza; ritiene che si debba imparare ad ascoltare luomo e la natura e cercare il senso pi profondo, anche quando un concetto o una realt ci poco gradita, estranea, incomprensibile. Beuys teorizza la nascita di una democrazia reale, di un vero governo del popolo, dove lautodeterminazione sociale sia la base e il potere vada realmente alle masse. La sua una dura condanna alle false democrazie occidentali con le loro partitocrazie capitaliste, e alle autoritarie repubbliche comuniste orientali. Rifiuta senza se e senza ma il concetto per cui una minoranza, espressione di un credo filosofico, ideologico o religioso eserciti un potere oppressivo e coercitivo sugli altri uomini. Sostiene lUnit nella Diversit, che garantisca ogni differente identit, perch consapevole che lesistenza di un vero movimento alternativo di massa vincolato al confronto e allalleanza di pi gruppi autonomi, che rappresentino il rapporto tra loro e nei confronti dellopinione pubblica con spirito di tolleranza attiva10. Questo spirito viene messo in pratica nelle sue discussioni collegiali, tese allanalisi dei problemi e alla ricerca delle loro possibili soluzioni. In questi veri e propri happening sviluppa tutta la sua potenza comunicativa, nella capacit di confronto e collaborazione tra gruppi diversi: anarchici, marxisti, cattolici, ecologisti, protestanti, liberali, La sua opera ha quindi lo scopo primo di stimolare la discussione tra diverse realt sui problemi dellarte e della societ: la creazione artistica fondamentale anche perch permette una comunicazione con la gente e con gli studenti e una visibilit delle sue teorie, altrimenti difficile.
La questione principale consiste nel risvegliare luomo dal riflusso individualistico, sottraendolo al privato. Il presente caratterizzato ovunque da una forte tendenza alla depoliticizzazione, alla privatizzazione, alla rassegnazione. E nostro compito tentare di riportare la gente con ogni mezzo possibile, a interessarsi del sociale, a riappropriarsi del suo innato senso di collettivismo.11

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La pratica artistica di Beuys si configura allora come unarte del dissenso12, dove egli esprime con convinzione il suo azionismo culturale contro il qualunquismo e i luoghi comuni, il perbenismo borghese e il moralismo cattolico, la rigidit comunista e lomologazione piccolo borghese, contro qualunque ingiustizia e qualsiasi autoritarismo. La sua azione artistica eclettica e innovativa caratterizzata da una visione utopica, un progetto pragmatico perseguibile e realizzabile adesso, ora e qui13. Larte diviene cos una creazione assoluta, uno strumento reale di comunicazione e di critica, di dissenso e di dialogo, lo strumento primo della rivoluzione, del cambiamento, del progresso. Per Beuys un altro mondo non solo possibile, ma la sua realizzazione necessaria e doverosa per lumanit intera e per le future generazioni. Nella sua vita, la teoria si sempre tramutata in pratica e la sua riflessione politica divenuta realt in diverse organizzazioni come il Partito Studentesco Tedesco (1967) - i cui obiettivi erano il disarmo totale, lEuropa unita, lautoamministrazione di legge, cultura, economia e lo sviluppo di nuovi criteri educativi, didattici e di ricerca -, lOrganizzazione per la Democrazia Diretta attraverso Referendum (1970), la Libera Universit Internazionale (1974) e lIstituto per la Rinascita dellAgricoltura (1978). Le sue azioni e i suoi happenings sono opere complete che, con grande immediatezza, complessit creativa e qualit formale, sviluppano pienamente la sua teorizzazione socio-estetica, fondendo la potenza visiva e magica della parola e gli oggetti autobiografici, i materiali

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Joseph Beuys, Twelve hours lecture, 1973

scientifici e gli elementi della natura. Il tutto viene plasmato dallidea del Flusso14, cio di una concezione artistica secondo cui il prodotto-arte non pu essere fissato da criteri, categorie o forme determinate. Con Beuys entra nel fenomeno arte ogni attivit creativa che investe lesistenza umana. Nella sua azione si esemplifica lidentit tra arte/vita e arte/uomo, nellambito di una volont ideologica di matrice anarchica e nel chiaro, quanto sfumato complesso dellUtopia. Nella sua fase creativa fa spesso uso di elementi e parole tese allavvio di una reale trasformazione della societ e del sistema delle arti. Una delle sue opere fondamentali, per forza comunicativa ed esplicazione del suo messaggio politico, Arena presentata una prima volta nel 1972 a Napoli nella galleria di Lucio Amelio e ripresentata modificata nello stesso anno, alla galleria Attico di Roma. Linstallazione composta da quattrocento fotografie delle precedenti esperienze artistiche di Beuys, che vengono trattate con cera, grasso, zolfo, argento e prodotti chimici e poste in cento contenitori quadrati di alluminio dipinti di grigio. Si aggiunge ad esse una scultura composta di cera, grassi naturali, lastre di rame e ferro. I cento contenitori vengono disposti nello spazio, in modo da poter essere fruiti direttamente sul pavimento. Nellesposizione di Roma tre di questi, che si differenziavano perch contenevano una superficie trasparente blu e gialla, vengono posti in evidenza. Beuys si esibisce allora in una performance, attraversando lo spazio delle cornici-contenitori con indosso un pastrano militare che al posto delle mostrine ha due croci di panno rosso. Mentre si muove allinterno dellinstallazione, con lunghi passi, estrae un libretto rosso di tasca e lo legge ad alta voce. Il testo riguarda la vita di Anachasis Cloots (1755-94), un rivoluzionario tedesco che nel 1780 pubblic la Certitudes des preuves du Mahomtisme, una delle prime testimonianze della polemica anticristiana. Per la sua vicinanza a Herbert, per la sua contrariet al nazionalismo, per la predicazione dellinternazionalit della rivoluzione e luniversalit della repubblica, Cloots fu condannato a morte da Roberspierre e ghigliottinato. Prima dellesecuzione egli fece una serie di tre inchini al pubblico - a destra, a sinistra e al centro - che riproponevano le tre direzioni su cui ogni rivoluzione si sarebbe dovuta muovere: libert, uguaglianza e fratellanza. Nellazione romana Beuys, avviando un chiaro processo didentificazione con Cloots, ripeter i tre inchini; infatti anchegli crede profondamente in quei tre principi e li ritiene pilastri di ogni rivoluzione, quindi anche della sua. Fondendosi e diventando parte integrante dellazione rivoluzionaria di Beuys, Arena, con la sua vasta installazione, simboleggia la genesi della persona creativa, lo sviluppo libero delluomo che modifica la societ, il principio primo di tutte le rivoluzioni. Le foto, coniugandosi alla cera, al grasso, allo zolfo e allargento, concepiti come transfert matericonarrativi, generano la propria rivitalizzazione. Si compie cos lesegesi profonda di questi elementi autobiografici, la

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rinascita del passato come unit significante e totalizzante nella ricerca artistica presente. Linsieme statico, ma profondamente energetico, una vera e propria arena, luogo simbolico di esibizione e di misura delle peripezie dellanonimo o delleroe15. Come sempre in Beuys poi, il rame ed il ferro che insieme alla cera e al grasso compongono la statua posta al centro, rappresentano i poli della tensione sessuale: il rame il polo femminile e il ferro quello maschile. Lessenzialit della dimensione sessuale dellesistenza viene unita e completata dal grasso, lelemento energetico per antonomasia, simbolo della potenza vitale e della dinamica. Infine lesemplificazione delle radici culturali, che formano lartistacreatore, si ritrova nella simbologia cromatica presente nel dualismo giallo/blu delle superfici trasparenti dei tre contenitori. Il Blu, simbolo del cielo, infatti paradigma del nord e della matrice culturale romantico-germanica, mentre il giallo (il sole) rappresenta il sud, simbolo degli elementi caldi e della tradizione greco-latina-italiana. Dunque Arena celebra la genesi delluomo-artista Beuys attraverso il suo passato e la sua carica spirituale, vitalistica e ideologica. Questa lo spinge allidentificazione con lanarchico Cloots, nel celebrare la sua arte militante che lotta per una civilt nuova, vera Internazionale della libert contro ogni forma di autoritarismo, militarismo e nazionalismo.
Adesso dobbiamo confrontarci con il fatto che non pi possibile seguire qualcuno che ci guida, unideologia politica, o unautorit dello stato: dobbiamo cominciare a fare pieno uso di quella che la pi importante di tutte le nostre facolt, e cio della creativit. La parte pi importante della creativit o la parte pi importante dellintero concetto della creativit la libert.16 1 L. De Domizio Durini (a cura di), Difesa della natura, Torino 1988, p. 18. 2 Per quanto riguarda la vita e lopera di Beuys rimando allottima bibliografia essenziale presente nel testo di P. Doria,, Joseph Beuys e Toni Ferro artisti del dissenso,Tivoli 1996, p. 139. 3 L. De Domizio Durini, Il Cappello di Feltro, Milano 1998, p. 11. 4 Ibidem, p. 134. 5 P. Doria, Joseph Beuys e Toni Ferro artisti del dissenso, op. cit., p. 27. 6 G. Celant (a cura di), Beuys: tracce in Italia, Napoli 1978, p. 167. 7 Incontro con Beuys, Milano-Pescara 1984, p. 368. 8 P. Doria, Joseph Beuys e Toni Ferro artisti del dissenso, op. cit., p. 11. 9 Ibidem. 10 L. De Domizio Durini, Il Cappello di Feltro, op. cit., p. 71. 11 Ibidem, p. 155-156. 12 P. Doria, Joseph Beuys e Toni Ferro artisti del dissenso, op. cit., p. 10. 13 Ibidem, p. 7. 14 Beuys sviluppa il concetto di Flusso tra il 1962 e 1965, allapice del periodo di massima collaborazione con il movimento internazionale Fluxus. 15 P. Doria, Joseph Beuys e Toni Ferro artisti del dissenso, op. cit., p. 19. 16 L. De Domizio Durini, Il Cappello di Feltro, op. cit., p. 62.

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Operazione difesa della Natura, photo di Buby Durini, 1984

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a Modernit Flessibile
di Marco Madonia
Ad una modernit costruita sullidea di sicurezza, certezza, spazi definiti per la persona e la comunit, sta subentrando una seconda modernit caratterizzata da insicurezza, incertezza e caduta di ogni confinenella prima modernit (delimitata e organizzata entro la cornice nazional-statale) capitale, lavoro e Stato hanno giocato a fare le formine dentro il recinto della sabbia, rubandosele reciprocamente dalla paletta secondo tutte le regole del conflitto istituzionalizzato, mentre ora alleconomia stata regalata una ruspa con la quale essa spiana lintero recinto.1

Ulrich Beck, famoso sociologo tedesco, analizza cos nel suo saggio Tramonto delle idee e nuovo impegno civile quello che, a nostro parere, uno dei problemi fondamentali del nostro tempo, quello cio del lavoro nellepoca della fine del lavoro, o, per meglio dire, quello della sua assenza o della sua riqualificazione in ambiti economici e sociali di nuova formazione, che risultano molto difficili da governare e da comprendere. Il tema della precariet in realt una questione estremamente interessante in quanto, a causa della sua particolare mobilit, squalifica gran parte delle categorie in tema di politica economica con cui eravamo abituati a confrontarci; le nuove tipologie di lavoro rendono inefficaci quasi tutti i complessi modelli culturali sul tema del lavoro elaborati nel corso del 900, ma soprattutto cancellano tutta una serie di garanzie e tutele che consideravamo come precipue del nostro vivere individuale e sociale. Basti pensare, a questo proposito, alla questione di estrema attualit dellutilit del sindacato, che, storicamente, siamo abituati a pensare come elemento fondamentale di tutela del lavoratore nel rapporto con il datore di lavoro, ma che in realt sta perdendo progressivamente di credibilit e di efficacia a causa di una sempre pi marcata personalizzazione del rapporto di lavoro. Lintroduzione di tipologie diaboliche quali il lavoro a chiamata e il lavoro a progetto, lascia il lavoratore molto pi solo davanti al datore di lavoro e di conseguenza rende impossibile una contrattazione collettiva delle condizioni di lavoro, eliminando, cos, una delle funzioni fondamentali che il sindacato chiamato a compiere. Il che, chiaro, ha come conseguenza una maggiore ricattabilit di colui che si trova a negoziare individualmente il suo contratto, ma produce anche una crisi del sistema del welfare che non si riesce ad integrare nelle nuove condizioni che il mercato impone, nonch una sempre pi visibile crisi del significato sociale del lavoro e dei meccanismi di partecipazione democratica del lavoratore nellelaborazione della sua condizione di occupato. In realt su questo tema la questione pi importante ci pare essere quella della rappresentanza: evidentemente, a una accelerata modifica della sociologia del lavoro non seguito un cambiamento di strategia nelle forme e nelle lotte sindacali. Come dice molto bene L. Cavallaro,
chiunque voglia parlare del futuro delle nostre relazioni industriali non pu infatti esimersi dal constatare che, attualmente, leggi e contratti collettivi valgono per meno della met della forza lavoro occupata: 9,3 milioni di lavoratrici e lavoratori di cui poco meno di sei milioni alle dipendenze di imprese con oltre quindici dipendenti e circa tre milioni e mezzo alle dipendenze di amministrazioni pubbliche. Per i tre milioni di persone che lavorano in unimpresa con meno di sedici dipendenti, per le altrettante che lavorano in nero e per i due milioni di veri o falsi co.co.co (oltre che naturalmente

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per il milione e passa di disoccupati) il contratto collettivo nazionale un puro flatus vocis che pu servire tuttal pi a intentare una causa quando il rapporto di lavoro cessato.2

Evidentemente per il problema nasce da un processo storico particolarmente articolato che alla fine degli anni settanta vede le prime significative richieste da parte del mondo imprenditoriale di flessibilit e di forme alternative come il part-time. Ma negli anni ottanta che la questione diventa realmente molto importante e lattivit legislativa su questa materia imponente: viene introdotto il contratto di formazione lavoro (d.d.l. n.944 del 27 Aprile 1984) che oltre a mantenere le caratteristiche peggiori dellapprendistato, quali la temporaneit delloccupazione e il disagio economico per un salario sottopagato, aggiunge il vero salto di qualit che consiste nellesclusione di questo tipo di occupati dal computo dei limiti numerici previsti da leggi e contratti collettivi, riducendo di conseguenza lo spazio di applicabilit dello Statuto dei Lavoratori; molte aziende potranno occupare molti di pi dei 15 dipendenti stabiliti per legge senza per incorrere nellarticolo 18. Inoltre nel 1987, con lintroduzione della chiamata nominativa del lavoratore da parte del datore, inizia lopera di delegittimazione delle funzioni del sindacato e di isolamento del lavoratore di cui prima parlavamo. In pratica in questi anni si delineano quelle linee di politica economica che permangono ancora oggi e le cui uniche priorit sembrano essere quelle di liberare le imprese da ogni tipo di vincolo tutelare nei confronti dei cittadini, nonch di rimarcare una totale assenza della politica, che in questo dominio preferisce lasciare libert dazione al mercato. Lassoluta libert di azione che viene concessa al mercato viene spesso giustificata anche da sinistra attraverso lutilizzo dellantinomia tra flessibilit e precariet a cui vengono attribuiti valori contrastanti. Infatti se la prima frutto di una scelta volontaria, la seconda rimanda allidea della costrizione, se la flessibilit diventa un modo per render pi agevole lingresso nel mercato del lavoro, la precariet lo vieta. In realt la contrapposizione tra questi due concetti del tutto pretestuosa; non si capisce in quale maniera il lavoratore eserciti la sua possibilit di scelta tra questi due poli, che del resto hanno lo stesso significato: la scelta viene sempre imposta da colui che offre il lavoro e in questa maniera il concetto di flessibilit perde totalmente di significato risultando quasi del tutto inapplicata. Le altre riforme in questo campo, dagli anni novanta fino ad oggi, hanno lo stesso tenore di quelle descritte precedentemente: attacco sempre pi marcato alla titolarit del posto di lavoro, allarticolo 18, legalizzazione del lavoro in affitto e restrizione del campo di applicazione dello Statuto dei Lavoratori con espedienti come la creazione del lavoro interinale, temporale o in affitto (Legge Treu) che non obbligano il datore ad alcuna forma di assunzione ma, anzi, gli consentono di ricorrervi con flessibilit secondo le sue necessit temporanee. La questione della precariet diventa quindi parte integrante e centrale dello spazio pubblico europeo ed italiano e tende sempre di pi a caratterizzare in modo strutturale i processi di accumulazione e la regolarizzazione del rapporto di lavoro. Da questo punto di vista molto interessante notare quanto queste riforme si sviluppino sempre in momenti di grande difficolt da parte dei sindacati e, effettivamente, si potrebbe leggere tutta la produzione legislativa su questo tema come una sorta di progressivo ribaltamento delle posizioni espresse dai sindacati e, pi in generale, dal movimento dei lavoratori nel corso dei primi sessanta anni del 900. Queste azioni politiche hanno in comune il tentativo di allontanare il mercato da una serie di aspetti della vita individuale e sociale del cittadino3, e vanno di pari passo con una elaborazione culturale che porta ad una netta separazione dei due concetti di tempo del lavoro e di tempo della vita. Cosicch non solo al lavoro viene negato laccesso in spazi fondamentali della vita di un individuo (lobbligo delle ferie, lassenza del lavoro di domenica o per maternit, il limi-

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te di otto ore lavorative per giorno), ma anche in luoghi della vita collettiva che sono pensati come non commercializzabili, non in vendita (diritto alla gratuit di sanit e istruzione). La netta separazione almeno in termini culturali tra Stato ed economia consente al lavoratore di essere soggetto attivo della sua condizione e fa s che lui e la sua soggettivit vengano posti al centro dei processi produttivi. Le giustificazioni culturali del precariato partono, appunto, dal ribaltamento delle considerazioni che abbiamo appena esposto; in questi aspetti si qualifica la personalit autoritaria del mercato che progressivamente rientra di forza in contesti che prima gli erano preclusi; questa non vuole essere una sperticata difesa delleconomia fordista, ma evidente che le lotte di quegli anni avevano disseminato i rapporti di lavoro di tutele giuridiche, di diritti collettivi e garanzie, ed era diventato automatico pensare a queste condizioni come ad un presupposto scontato di una cittadinanza democratica. In questi anni il mercato svela il suo aspetto pi aggressivo, rende impossibile una separazione netta tra il tempo della vita lavorativa e le altre dimensioni che caratterizzano lesperienza di un essere umano, non tanto in termini quantitativi, ma piuttosto qualitativi. Oggi, infatti, si lavora in media 1600 ore allanno contro le 1900 degli anni 70; il punto semmai che lo stesso lavoro distribuito nellarco della stessa giornata, quindi la invade e la colonizza, questo non certo un fatto positivo. La proliferazione del lavoro flessibile in questi termini significa disponibilit ed assoggettamento pressoch totale. Il precariato impedisce lassenza dal lavoro per maternit, cancella, in pratica, il diritto alla pensione o alla retribuzione in caso di malattia, tanto per citare gli elementi pi eclatanti di un sistema che diventa sempre pi oppressivo e soffocante e che trasforma in chimera anche il diritto pi elementare. Il mercato inficia ogni aspetto della vita individuale e collettiva proiettandoci in una sorta di medioevo moderno, spacciato per progresso, in cui non sono pi garantiti n servizi, n beni, n diritti, n un saper comune, in cui la cittadinanza diventa un concetto astratto valido solo al momento del voto; tutto diviene merce, tutto commercializzabile, tutto in vendita. Di conseguenza ormai non si pu parlare di una qualsiasi distinzione tra tempo del lavoro e tempo della vita. Lopera del movimento dei lavoratori nel corso del 900 (diamo evidentemente a questo termine unaccezione molto ampia) si configura come un tentativo di spostare il potere dal denaro alle regole sociali, alle istituzioni, cio di ridarlo agli uomini; contro ognuna di queste libert si scatenata unoffensiva generalizzata tesa a destabilizzare ogni norma o istituzione connesse ai diritti, alle libert ed al salario di ognuno, al fine di riaffermare il dominio del denaro e di chi lo possiede, il quale adesso pu agire senza ostacoli. Vorremmo concludere questa nostra breve riflessione, che chiaramente non esaurisce la portata problematica della questione, con una citazione di Fred Hirsch, un economista che nel suo saggio I limiti sociali dello sviluppo rappresenta bene il nostro punto di vista e le strade da percorrere per fermare questo orrore economico.
Occorre operare un adeguamento di grande portata nello spazio legittimo per lazione economica individuale. La libert economica deve ancora essere adeguata alla richiesta di partecipazione della maggioranza. In questo senso le aspettative eccessive nelleconomia moderna sono le tradizionali aspettative di chi occupa i gradini pi elevati. Sono questi infatti che hanno posto dei livelli irraggiungibili. Sono i ricchi che chiedono troppo4. 1 U.Beck, Il lavoro nellepoca della fine del lavoro, Einaudi, Torino 2000 2 L. Cavallaro, Un contratto di cittadinanza, in Il manifesto, 28 gennaio 2006. 3 L. Gallino, Quel tempo di lavoro che invade tutto il tempo, in Liberazione, 1 maggio 2004. 4 F. Hirsch, I limiti sociali dello sviluppo, Bompiani Milano 2001.

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orvegliare e Punire
Nella colonia penale di Kafka
di Michele Cotelli

Luomo gi in se stesso leffetto di un assoggettamento ben pi profondo di lui. Un anima lo abita e lo conduce allesistenza, che essa stessa un elemento della signoria che il potere esercita sul corpo. Lanima, effetto e strumento di una anatomia politica; lanima, prigione del corpo. M. Foucault, Sorvegliare e punire

1 Foucault ci mostra nel suo Sorvegliare e punire, 1975, come, tra il diciottesimo ed il diciannovesimo secolo, si sono moltiplicate le procedure della disciplina: tecniche intese come strumenti di potere e nello stesso tempo procedimenti del sapere. Tattiche che tentavano di trasformare le moltitudini confuse, inutili o pericolose, in molteplicit ordinate e produttive. Si devono intendere in questo senso la riorganizzazione ed il fiorire delle caserme, limporsi del modello del convento allinterno dei collegi, la trasformazione dei laboratori-officine in fabbriche-cittchiuse, ed il mutare degli ospedali in spazi organizzati, divisi in settori, dove compaiono le cartelle cliniche con il nome del paziente ai piedi del letto. Anche la scuola fa parte di questo processo di organizzazione in uno spazio seriale. Alla forma tradizionale subentra un allineamento obbligatorio nei corridoi, nelle classi, nei corsi, secondo le et, le prestazioni, il ceto, la condotta. E nella classe vengono introdotti i posti individuali, cos che non si verificher pi che un allievo lavori per qualche minuto col maestro, mentre il gruppo confuso di quelli che attendono rimane in ozio, bens risulter possibile il controllo di ciascuno ed il lavoro simultaneo di tutti. In sostanza si riorganizza una nuova economia dei tempi di apprendimento e si fa funzionare lo spazio scolare come una macchina per apprendere ma anche per sorvegliare. In generale Foucault ci spiega come
le discipline, organizzando le celle, i posti, i ranghi, fabbricano spazi complessi: architettonici, funzionali e gerarchici allo stesso tempo. Sono spazi che assicurano la fissazione e permettono la circolazione; ritagliano segmenti individuali e stabiliscono legami operativi; segnano dei posti ed indicano dei valori; garantiscono lobbedienza degli individui, ma anche una migliore economia del tempo e dei gesti1.

Scoperta la docilit del corpo, la sua manipolabilit, la possibilit della sua sottomissione, della sua utilizzazione, ci si resi conto che il corpo poteva essere trasformato e perfezionato. Compare la figura dellUomo-Macchina, oggetto di studi, macchina da sezionare per mostrarne i funzionamenti, oggetto da controllare e correggere mediante processi empirici. Da qui la serie di istituti e di regolamenti di istituto, di impiego e scansione del tempo, di manuali per i gesti e per luso degli oggetti. Vediamo come il corpo intellegibile porta con s inevitabilmente il corpo utile:
Bisogna tenere il corpo dritto, un po girato e sciolto verso il lato sinistro, e sia pur poco inclinato sul davanti, in modo che, essendo il gomito appoggiato sulla tavola, il mento possa essere appoggiato sul pugno; la gamba sinistra deve essere un poco pi in avanti, sotto il tavolo, della destra. Bisogna lasciare una distanza di due dita dal corpo al tavolo. Il braccio destro deve essere lontano dal corpo circa tre dita ed uscire di circa cinque dita dal tavolo sul quale deve appoggiare leggermente. Il maestro far conoscere agli scolari la posizione che essi devono tenere scrivendo, e la corregger, con un segno o in altro modo, quando se ne allontanassero2.

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2 Con lavvento dei riformatori ed il progetto di istituzione carceraria che viene elaborato dal 1760 in poi, finisce lepoca della giustizia dei supplizi dove il condannato riproduceva su se stesso la verit del crimine attraverso una cerimonia partecipata in cui avvenivano una pubblica ammissione di colpa e la punizione corporale conseguente, ostentando agli occhi degli spettatori il potere del sovrano cos da indurre un effetto di terrore deterrente. Con il tramonto del sovrano nasce invece un apparato amministrativo che intende la punizione come una tecnica di coercizione degli individui che va a porre in opera dei processi di addestramento del corpo; esercizi destinati a lasciare tracce, sotto forma di abitudini, nel comportamento. Si imposta una nuova idea di giustizia che non risponde pi alle sole domande Il fatto accertato ed delittuoso? ma si interroga poi su Cos questo fatto, cos questa violenza o questo assassinio? Allucinazione, reazione psicotica, episodio delirante, depravazione?; non pi semplicemente Chi ne lautore? ma Dove nello stesso autore, la sua origine? Istinto, ereditariet, ambiente?; non pi semplicemente Quale legge sanziona questa infrazione? ma Come prevedere levoluzione del soggetto? In qual modo verr sicuramente corretto?. Il nobile intento dei riformatori di riqualificare gli individui come soggetti di diritto, si tramuta in uno studio dellanima che andr a produrre tutte quelle forme di controllo per correggerla. Esercizi correttivi che si dovranno applicare preventivamente in tutta la citt-punitiva ed in tutte le fasce di et affinch luomo non si corrompa e resti socialmente ed economicamente utile. Alla colonia penale spetta quindi la massima rieducazione del corpo: luogo dove tutti i poteri ed i saperi vengono applicati al corpo datole in totale affidamento. Il corpo indisciplinato, che andato contro le leggi della societ, che ha rotto il patto sociale che aveva firmato con la sua nascita, per il bene dellintera societ ed a suo risarcimento, viene recluso. Ma aldil della costrizione in spazi ed in tempi, al corpo del condannato non viene pi inferto alcun supplizio: con i Lumi nasce una nuova politica di controllo: la sottomissione del corpo per mezzo del controllo delle idee, lo spirito come superficie su cui inscrivere il potere.
Non bisognerebbe dire che lanima unillusione, o un effetto ideologico. Ma che esiste, che ha una realt, che viene prodotta in permanenza, intorno alla superficie, allinterno del corpo, mediante il funzionamento di un potere che si esercita su coloro che vengono puniti in modo pi generale su quelli che vengono sorvegliati, addestrati, corretti, sui pazzi, i bambini, gli scolari, i colonizzati, su quelli che vengono legati ad un apparato di produzione e controllati lungo tutta la loro esistenza.3

Daniela Bacchetta, 2005

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3 Nella Colonia penale di Kafka, 1914, appare una visione della giustizia come mero apparato burocratico. E un congegno strano4 dice lufficiale al viaggiatore in visita alla colonia. Congegno, perch lelemento fondamentale che permette il compiersi della giustizia un macchinario, uninvenzione perfetta, sintesi tecnologica che sollever luomo, in un futuro prossimo, dal gravoso compito di giustiziare un suo simile. Il racconto prende inizio con larrivo di un illustre visitatore, a cui un ufficiale, il responsabile e giudice ed esecutore dellintero apparato giustizia, deve mostrare il funzionamento della colonia penale. In programma c lesecuzione capitale di un soldato colpevole di indisciplina, colpa, come abbiamo visto in precedenza, tipicamente moderna. Limputato lattendente di un capitano al quale offriva il servizio di sorveglianza domestica dormendo di fronte alla porta di casa. Egli durante il servizio ha il dovere di alzarsi ogni volta che batte lora e di fare il saluto davanti alla porta del suo superiore5. Sorpreso dal superiore, che ha il dovere a sua volta di sorvegliare che lattendente compia bene il servizio, a dormire alle due in punto, stato prima ripreso con il frustino e poi, dopo il grido di reazione butta via quel frustino o mi ti mangio vivo..., denunciato allautorit competente. Lufficiale, sentita e trascritta la denuncia del capitano, ha in meno di unora emessa la sentenza capitale senza neppure sentire lincriminato. E curioso notare in primo luogo come in questa prassi, la moderna concezione della disciplina, che impone una ritmica dei tempi, una simbologia dei gesti, e una ripartizione dei luoghi, si ancori allantica concezione del diritto di regia vendetta, dove listruttoria penale era una macchina che poteva produrre la verit anche in assenza dellaccusato6. Vediamo paradossalmente in una moderna citt punitiva, dove tutti controllano e il potere di sorvegliare distribuito gerarchicamente nei suoi ranghi, affiorare il principio che dove c una denuncia la colpa sempre fuori dubbio7, ed inoltre come tutta la procedura penale rimanga segreta fino alla sentenza . Infatti, limputato stato incatenato senza possibilit di difesa, senza conoscere la sentenza e senza sapere quale sia la condanna che gli spetta. Insomma siamo nel tempo indeterminato del racconto di Kafka dove alla moltitudine stato donato lobbligo di essere disciplinati e di far rispettare la disciplina e, allo stesso tempo, dove alla potenza sovrana spetta in maniera esclusiva il diritto assoluto di giudicare e punire. E come il sovrano pu fare la guerra ai suoi nemici: simpossessa del loro corpo che mar-

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Annalisa Brambilla, 2005

chia e strazia sulla pubblica piazza in maniera simbolica e teatrale (si taglia la mano a chi ha ucciso con lo stesso coltello con il quale aveva commesso il crimine, o si buca la lingua del bestemmiatore); cos questa colonia penale della disciplina pu infliggere la pena capitale inconcepibile ed inutile per i riformatori - allindisciplinato che la sovverte: dato che qualsiasi atto criminale iniziato dallinfrazione di uno dei regolamenti di disciplina dellanima e quindi del corpo, la colonia simpossesser del corpo del condannato per redimere la sua anima attraverso un supplizio moderno. Al condannato spetta la morte per mezzo della complessissima ma efficace macchina delle esecuzioni. Si tratta di un congegno fatto di tre parti: il condannato si sdraier nudo sul letto semovente, e lincisore, pieno di meccanismi per compiere il programma, dar il moto allerpice, una sagoma di uomo piena di aculei, che sta sopra luomo. Lesecuzione consister nellincidere con lerpice, sul corpo del condannato, il precetto violato; il nostro sar trapassato dalla scritta Onora il tuo superiore. Affinch si possa compiere la redenzione, lincisione deve essere lenta, circa 12 ore, cos che il condannato dopo una lunga sofferenza rinsavisca e attraverso le sue ferite riesca a rendersi conto di cosa ha commesso leggendo la scritta che ha sul corpo. Dopo di che lerpice trapassa definitivamente il condannato uccidendolo. Questa lunica sentenza prevista nella colonia, e la variet dei precetti infranti sar resa cambiando di volta in volta la scritta che lerpice deve incidere. Lesecuzione allapparenza sembra rispettare la funzione dei supplizi dell ancien rgime: il corpo diventa lo strumento ultimo per compiere la verit giudiziaria; di fronte alle orecchie di tutti linchiesta segreta del potere si svela nella pubblica confessione dellaccusato; si rende noto il crimine commesso attraverso la simbologia, condivisa dal popolo, della punizione; si ristabilisce lordine padroneggiando la violenza commessa dal condannato in un eccesso di violenza che ha lo scopo di annullarla, di renderla vana agli occhi di chi assiste. In Kafka invece notiamo delle significative differenze: nel macchinario c un feltro che viene infilato nella bocca del condannato con lo scopo di impedire le grida ma anche la confessione che la redenzione per tortura esigerebbe; la grafia della scritta sul corpo, che rimanda al precetto violato, indecifrabile, talmente piena di ghirigori ad ornamento della scritta che solo il custode della macchina ed il condannato, ma solo poco prima di morire, riescono a decifrarla; ma il tutto perde totalmente di senso poich il popolo assente allo svolgersi della sentenza, ed solo per lui che si pu concepire il macabro cerimoniale della giustizia. Resta dunque il solo procedimento della giustizia per imporre se stessa, lo splendore di quella giustizia finalmente raggiunta e gi evanescente8. Ci che la fantasia di Kafka sottolinea in tutta la sua brutalit quindi lessenza del potere, la totale volont di controllo dellanima e del corpo dei suoi sudditi che sta al di l dei propositi di sapere e correggere. Fuori di metafora, nel racconto, vediamo come la giustizia, attraverso le pi pulite tecnologie, scrive nella carne, fino al punto di uccidere, i precetti dellanima che devono essere i binari per unesistenza produttiva.
1 M. Foucault, Sorvegliare e punire, Einaudi, Torino 2005, p. 161. 2 La Salle, Conduite des coles chrtiennes, 1828, pp.63-64. 3 M. Foucault, op. cit., p. 33. 4 F. Kafka, Nella colonia penale in La metamorfosi e altri racconti, Santarcangelo di Romagna, Gulliver, 1995, p. 123. 5 Ibid., p. 129. 6 Sulla giustizia del sovrano: La dimostrazione in materia penale non obbediva ad un sistema dualista: vero o falso; ma ad un principio di graduazione continua: un grado raggiunto nella dimostrazione formava gi un grado di colpevolezza e implicava per conseguenza un grado di punizione. Il sospettato, in quanto tale, meritava sempre un certo castigo; non si poteva essere innocentemente oggetto di un sospetto. M. Foucault, op. cit., p. 46. 7 F. Kafka, op. cit., p. 129. 8 Ibid., p. 138.

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iceviamo e pubblichiamo
Tutti nella casa col fratello Franco
a cura di Andrea Severi

Buongiorno, o buonasera, mi chiamo Sebastiano Cischifrulli e vorrei nuovamente approfittare della sensibilit della redazione di Batard per esprimere il mio vero io e difendere i miei amici pubblici ingiustamente colpiti dagli strali del popolinaccio maligno. Si d il caso che io sia un sodale di Franco Alvisi, il giovanetto letterato entrato di grandastuzia capace nella Casa del Grande Fratello (il nostro carteggio epistolare stato pubblicato dalleditore Sparogrosso col titolo Mai solimai da soli). Guarda la gente come sbraiteggia! Vai al suo italianistico dipartimento di Bologna (dove ha fatto assieme a me grandi spanzate di libri) e vedi tutti gli studentelli e dottorelli schifiltosi spocchiosi a sridacchiare di lui, a dire Un poeta l, tra i tamarri e bellimbustimo roba da matti. Mo dove siam finiti tradimento delle sacrae litterae! e altre idiotaggini di genere. Nessuno che abbia capito il suo progetto insieme culturale e politico, la sua propensione nazionalpopolare, il suo sterminato amore (foscoliano) per la patria. Eppure la sua dichiarazione al popolo stato chiarissima, oserei dire: esemplare.[]* Ha detto, sgranate gli occhi: E una maniera per entrare al centro del sistema. LItalia un paese pieno di Ferrari che spesso si tengono in garage o si fanno correre allestero. A me, invece, piacerebbe correre nel mio paese. Ora capisco che non tutti possano percepire tutte le citazioni e il substratuus culturale sotteso in questo apparentemente semplice discorso, ma suvvia, alcune allusioni sono alla portata di tutti. Vi aiuto io. Al centro del sistema, non c bisogno di sottolineare tutte le volte che i signori del Gruppo 23 hanno pronunciato questa espressione (e dunque Franco ammicca ai miei vecchi amici di percorso, poi smutandati). LItalia un paese pieno di Ferrari che spesso si tengono in garage riecheggia palesemente una celebre frase ritrovata nel diario privato di Gianni Agnelli (Sogno unItalia dove ogni italiano abbia una Ferrari nel garage). A me invece piacerebbe correre nel mio Paese: tutti gli estimatori di Tom Hanks avranno riconosciuto, appena rifatta su stilemi togliattiani, lo spassosissimo enunciato dellidiota Forrest Gamp. Che enfasi, che nerbo, che italianit! Peccato che pochi possano cogliere le finezze e lampia progettualit politica che vi si sdipana dentro. Tutto un gran fracasso perch ha citato Mario de Sa-Carneiro e Ardengo Soffici, fra i suoi poeti preferiti. E che, al Grande Fratello non si possono sdeclamare i poeti e le sublimi poesie che fanno il solletico alle nuvole? [] E cosa succeder quando Franco-occhi-azzurri (come lo chiamiamo io e la mia compagna di pax Erminia) citer Ubertino da Crescentino, Porcelio Pandoni, Ciriaco DAncona, Ce lho DAlcamo [nota per la redazione: attenzione ai nomi che possono essere storpiati dal correttore], i suoi umanisti preferiti? Verr gi il mondo per lADI, lassociazione degli italianisti? Suvvia, vogliamo renderci conto che abbiamo un nostro rappresentante nel mondo che conta e che lui, il nostro eroe, sta correndo per noi, e quando sar il momento tutti dovremo essere pronti a far la nostra parte nel PRA (Progetto Rivoluzionario Alvisi), per costruire la RPI, la Repubblica Poetica Italiana, dove ognuno avr una Ferrari nel garage e non ci saranno pi blocchi del traffico? proprio questo che Franco ha in testa, ne sono sicuro, anche rimettendo in ordine nella memoria alcune frasi sparse che pronunci con solennit sul balcone di casa mia. Voi mi potreste chiedere: ma quando sar lora giusta? Quando ci sar il salto rivoluzionario tanto atteso? Quando potremo unire i nostri cuori in una sgommata che seppellir i nostri padroni? [] Presto, cari amici, presto. Soprattutto se i teleutenti non vorranno esercitare la loro malvagit contro il Nostro, prematuramente. Io penso che verso il sessantunesimo giorno lui pronuncer la parola dordine, quando tutti penderanno ormai dalle sue labbra (o quasi), e la parola dordine per linizio dellazione oggettivamente rivoluzionaria (A. Cervetto, ringrazio per la terminologia i giovani leninisti di Lotta Comunista), questa parola sar, sar BENIAMINO MERUMENI, il noto poeta italo-svizzero di cui da tempo non si hanno pi notizie. Quando Franco pronuncer allimprovviso questo nome, tutti pronti a scendere in strada e latto rivoluzionario avr inizio. Franco, forza (s, avete letto bene). Grande Fratello, forza! Poesia, forza! *(per ragioni di spazio siamo stati costretti ad operare qualche taglio nella lettera del signor Cischifrulli. Ce ne scusiamo con lautore e con i lettori)

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ovimento per la vita nei consultori:


Reale problema?

di Roberta Micaglio

Con la legge n.194 del 22 Maggio del 1978 stata disciplinata linterruzione volontaria della gravidanza (IVG), prevedendo le condizioni per le quali la gravidanza pu essere interrotta volontariamente dalla donna per salvaguardare la propria salute. Nella L. 194 il diritto alla vita ed alla salute della madre posto a confronto con il diritto alla vita del nascituro. La base di questo confronto costituita dallassunto, stabilito dalla sentenza della Corte Costituzionale, secondo cui la vita della madre e la sua salute, diritti costituzionalmente protetti, costituiscono beni reali e quindi prevalenti sul diritto alla vita del nascituro, la cui vita poco pi di una speranza, di una probabilit. Cos la gravidanza viene diversamente considerata, in quanto possibile fonte di pericolo per la vita e la salute della madre, in rapporto al grado di sviluppo del prodotto del concepimento.

Art.4 - Per linterruzione volontaria di gravidanza entro i primi 90 gg., la donna che accusi circostanze per le quali la prosecuzione di gravidanza, il parto o la maternit comporterebbero un serio rischio per la sua salute fisica o psichica, in relazione al suo stato di salute, o alle sue condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito, si rivolge ad un consultorio pubblico istituito ai sensi dellart 2, lettera a), della legge 29 Luglio 1975, n. 405, o ad una struttura socio-sanitaria a ci abilitata dalla regione, o a un medico di sua fiducia. Art.5 - Il consultorio e la struttura socio-sanitaria, oltre a dover garantire i necessari accertamenti medici hanno il compito in ogni caso e specialmente quando la richiesta di interruzione della gravidanza sia motivata dallincidenza delle condizioni economiche o sociali o familiari sulla salute della gestante, di esaminare con la donna e con il padre del concepito[] le possibili soluzioni dei problemi proposti, di aiutarla a rimuovere le cause che la porterebbero allinterruzione della gravidanza, di metterla in grado di far valere i suoi diritti di lavoratrice e di madre, di promuovere ogni opportuno intervento atto a sostenere la donna, offrendo tutti gli aiuti necessari sia durante la gravidanza che dopo il parto[].Al termine dellincontro il medico del consultorio o della struttura socio-sanitaria o il medico di fiducia, di fronte alla richiesta della donna di interrompere la gravidanza sulla base delle circostanze di cui allart. 4, le rilascia copia di un documento firmato anche dalla donna, attestante lo stato di gravidanza e lavvenuta richiesta e la invita a ottenere linterruzione della gravidanza[] presso una delle sedi autorizzate. Art.6 - Linterruzione volontaria della gravidanza dopo i primi 90 giorni, pu essere prati-

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cata: Quando la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna; Quando siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna. La scelta del limite di 90 giorni per distinguere le due evenienze stata sicuramente fatta in base alla considerazione della relativamente bassa pericolosit dellinterruzione nei primi 3 mesi di gestazione, della possibilit di realizzare lintervento in tempi precoci per renderlo meno traumatico per la madre, anche sul piano psicologico e, infine, per mantenere entro limiti sopportabili il costo sociale di queste attivit. Cosa successo in questi 30 anni? Innanzitutto la L.194 stata sempre monitorata; infatti ogni anno il Governo consegna al Parlamento una relazione sulla legge, cos come prevede questultima. Quindi lattuale esigenza da parte del Governo di unindagine conoscitiva sullapplicazione della 194 non ha assolutamente senso, se non quello di una disperata corsa al voto cattolico, dato che sarebbe stato sufficiente discutere i dati della relazione annuale, consegnata poche settimane fa al Senato ed alla Camera da Storace in persona. Come si rivelata la tanto contestata legge in questo trentennio? C stato un picco massimo degli interventi di IVG nel 1982, con una costante diminuzione degli stessi da allora fino ad oggi. Mentre nel 1982 cerano 17,2 IVG ogni 1000 donne, oggi sono 10 ogni 1000 donne, a differenza di quanto accade nel resto del mondo: in Russia le cifre sono circa 7 volte superiori allItalia, negli U.S.A. ed in Svezia circa il doppio, in Gran Bretagna ed in Norvegia il 60% in pi, in Francia il 30% in pi. L unico tra i grandi paesi che ha un livello di IVG inferiore al nostro la Germania. Ma non va tutto bene, perch queste cifre valgono solo per le donne adulte, mentre labortivit fra le adolescenti rimasta pressoch invariata, e questo un dato completamente in linea con il ritardo dellItalia nel campo della prevenzione. L Italia un paese dove non esiste leducazione sessuale nelle scuole, se non come stimolo per lapprofondimento in sedi extra-scolastiche dedicate (ad es. Spazio Giovani dei Consultori Familiari) e dove la cultura della contraccezione continuamente ostacolata. Basti pensare, per esempio, ai prezzi dei preservativi (che, come ci illumina la compagna-ministro Prestigiacomo, andrebbero distribuiti gratis a scuola e alluniversit), della pillola e soprattutto alla pillola del giorno dopo: qualcuno mai riuscito ad acquistarla senza appellarsi a preziosissime conoscenze mediche e senza scene melodrammatiche al Pronto Soccorso? Altro problema assolutamente attuale rappresentato dallaumento dei casi di IVG tra le donne extra-comunitarie, e certamente di non secondaria importanza risulta la questione della costante diminuzione delle risorse per i consultori, dove soprattutto mancano i mediatori culturali che possano dialogare con le extra-comunitarie. Inoltre per molte donne oggi laborto molto spesso non una scelta: ricordiamoci che in molti posti di lavoro essere incinta significa perdere il posto e che mantenere pi di un figlio per molte famiglie impossibile.

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Altra battaglia del tutto inconcepibile resta quella contro la sperimentazione della medicalizzazione dellaborto, per intenderci la tanto additata pillola abortiva, la quale, dove viene utilizzata, ha permesso una nettissima riduzione delle complicazioni e dei decessi dovuti allIVG. Ad esempio, in Francia la mortalit per IVG era stimata in 332 casi/ lanno nel 1963, mentre negli ultimi anni oscilla tra 0 e 2 casi/ lanno. Nel 1994 lO.M.S. (Organizzazione Mondiale della Sanit) stimava che nel mondo 70.000 morti materne fossero attribuite alle complicazioni dellaborto volontario (350 decessi per 100.000 aborti), mentre erano in totale 500 i decessi dopo aborto medico e la mortalit tanto minore quanto pi precoce lepoca gestazionale. Anche le complicanze immediate (perforazioni uterine, emorragie, ritenzione di materiale ovulare, con o senza infezione) hanno mostrato la stessa evoluzione decrescente. Inoltre, laborto medico la tecnica di scelta per epoche gestazionali inferiori ai 49 giorni di gravidanza, quindi se c la possibilit di interrompere una gravidanza con un metodo farmacologico, meno traumatico di unoperazione chirurgica, ma capace di ottenere lo stesso effetto, perch rinunciarvi? In conclusione gli obiettivi che ci si dovrebbe porre sono certamente stanziare maggiori finanziamenti per i consultori, arricchirli di volontari che garantiscano il pluralismo e non solo la parola, e finalmente occuparsi delle adolescenti, delle donne extra-comunitarie e delle donne in condizioni economiche pi disagiate, dato che sono queste le categorie che maggiormente ricorrono allIVG; e soprattutto non permettere che la religione divenga unarma elettorale persino su questioni tanto delicate. In sostanza la 194 nasce non come un mezzo di controllo delle nascite ma come una garanzia di libert per le donne; ci non significa che debba essere applicata senza alcuna attenzione a valori etici e morali, ma proprio questo il ruolo dinformazione che dovrebbero avere sia i medici che i volontari che se ne occupano. Quindi certamente c molto da discutere in tema di L.194, ma senza ombra di dubbio non credo che il principale problema sia fare entrare o meno il Movimento per la vita nei consultori.

Astuto il flamengo nasconde il capo sotto lala e crede che il cacciatore n o n l o ve d a (E.Montale, Satura)

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