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Bondi, Stefanizzi Appunti di Fisica Tecnica Ambientale

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IL BENESSERE

Linterazione tra luomo e lambiente pu portare a condizioni di disturbo e di
sensazioni fisiche non confortevoli. Compito della tecnologia impiantistica quello di
limitare tali effetti o di eliminarli direttamente con adatte apparecchiature.
In relazione alle differenti sensazioni che il corpo umano in grado di percepire
si differenzia il benessere sotto vari aspetti:
- acustico, legato al senso delludito;
- illuminotecnico, legato al senso della vista;
- termoigrometrico, legato ai fenomeni di scambio di massa (umidit) e di calore
con lambiente;
- psicofisico, legato a fatica, stress ed altro.

Nel corso di Fisica Tecnica Ambientale si considerano solo i primi tre aspetti.
Come gi spiegato nella trattazione del benessere termoigrometrico, le condizioni
di benessere corrispondono ad una sensazione neutra con valori della variabile consi-
derata n troppo elevati n troppo bassi, in relazione ad un giudizio sostanzialmente
soggettivo descrivibile come media su campioni numerosi di soggetti (grandi numeri).


ELEMENTI DI ACUSTICA

7. Elementi di acustica applicata


7.1 Nozioni fondamentali

Il suono consiste di vibrazioni elastiche di un mezzo (aeriforme, liquido o solido)
intorno ad una posizione di equilibrio, capaci di produrre attraverso la variazione pe-
riodica della pressione, una sensazione dell'orecchio umano. Quest'ultimo sensibile
al campo compreso tra le frequenze di circa 16 e 16.000 Hz.
Il corpo umano nel suo complesso ed in particolare i canali semicircolari sono
sensibili direttamente alle vibrazioni anche per frequenze minori di 16 Hz, praticamen-
te sino a zero, stante che una accelerazione anche non periodica avvertibile.
Per caratterizzare i suoni si usano, oltre alla frequenza, altre grandezze: la pres-
sione sonora (p), misurata dal valore efficace (valore quadratico medio:
( )
T
d p
p
T
0
2
}
=
t t
) dell'oscillazione di pressione, la potenza emessa sotto forma
acustica dalla sorgente (W), e l'intensit sonora (J) che il rapporto fra la potenza in-
cidente su una superficie e l'area della stessa superficie (J = W/S).
Le vibrazioni oltre che con la frequenza, si caratterizzano con i valori efficaci
dello spostamento, della velocit e dell'accelerazione.
Per quanto concerne il suono si osserva che esiste una corrispondenza tra intensi-
t e pressione sonora, nel senso che la prima proporzionale al quadrato della secon-
da; d'uso perci riferirsi sempre all'intensit, perch pi facilmente utilizzabile per i
calcoli ed ha un diretto corrispondente nella sensazione soggettiva dell'orecchio. A
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1000 Hz lintensit minima percepita di 10
-12
W/m
2
, detta soglia di udibilit a 1000
Hz.


7.2 Le sensazioni sonore soggettive

La sensibilit dell'orecchio umano al suono non purtroppo costante al variare
dell'intensit o della pressione sonora, ma risulta tanto diminuita quanto pi alta
l'intensit stessa.
E' stata proposta una legge di variazione della sensibilit proporzionale all'intensi-
t sonora.
Si deriva che la sensazione varia tanto meno rapidamente quanto pi alta l'in-
tensit:


J
J
costante s
A
A =

Questa legge di dipendenza dovuta a Weber e Fletcher, ridotta in termini diffe-
renziali, diventa:

ds = costante
J
dJ


il cui integrale esprimibile nella forma:
|
|
.
|

\
|
=
0
10
J
J
log k s , ponendo J=J
0
per s=0.
Essendo J =costantep
2
, dJ = 2costantepdp, risulta:


|
|
.
|

\
|
=
0
10
p
p
log k 2 s

Definendo i livelli di riferimento: p
0
=210
-5
Pa, J
0
=10
-12
W/m
2
e definendo k=10
come d'uso in elettrotecnica per le grandezze proporzionali alla potenza, le grandezze
acustiche possono essere misurate in "decibel" (dB).
Le grandezze appena definite si dicono livello di pressione sonora L
p
, livello di
intensit sonora o di rumorosit L
J
, tutte misurate in dB, ma differenti nel significato
fisico della grandezza originale.
Anche la potenza sonora definibile allo stesso modo ponendo il valore di riferi-
mento W
0
=10
-12
W.


|
|
.
|

\
|
=
0
10 p
p
p
log 20 L ,
|
|
.
|

\
|
=
0
10 J
J
J
log 10 L ,
|
|
.
|

\
|
=
0
10 W
W
W
log 10 L .






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Fig. 7-1
Audiogramma normale


I livelli di L
p
ed L
J
possono considerarsi intercambiabili tra loro, dato che corri-
spondono alla stessa sensazione sonora dell'orecchio, ma L
W
non ha alcuna corrispon-
denza in una sensazione e fornisce esclusivamente un'indicazione della potenza acusti-
ca effettiva emessa da una sorgente di suono o di rumore.
La variazione dei livelli L
p
ed L
J
corrisponde con buona progressione alla varia-
zione della sensazione dell'orecchio, per si nota che l'orecchio ha sensazioni non
corrispondenti allo stesso livello in dB per frequenze diverse.
A pari livello si ha massima sensazione intorno a 3000 Hz circa e man mano essa
diventa minore, sia aumentando, sia diminuendo la frequenza.
Per convenzione tuttavia si assume come livello base di riferimento quello corri-
spondente a 1000 Hz pari a J=10
-12
W/m
2
.
Nella figura 7-1, nota come "audiogramma normale", riportato l'andamento di
uguale sensazione sonora al variare della frequenza.
Alle curve che corrispondono ad una stessa sensazione sonora viene dato un nu-
mero corrispondente al livello soggettivo di sensazione sonora misurato in phon (cur-
ve isophon); il numero che definisce il phon per definizione lo stesso che definisce la
curva di livello oggettivo costante in dB a 1000 Hz.
Il diagramma ha valore statistico mediato su un grande numero di persone perch
la sensazione soggettiva variabile da individuo a individuo.
La curva di 0 phon corrisponde al limite minimo di udibilit e quella di 120 phon
corrisponde alla soglia d'inizio del dolore, per eccesso di sensazione sonora.



7.3 Apparecchi di misura
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7.3.1 Fonometri ed analizzatori

L'elemento fondamentale delle apparecchiature acustiche il microfono; ad esso
si richiede di avere la risposta pi costante possibile al variare della frequenza.






Fig. 7-2
Schema a blocchi di un fonometro



Lo scopo del microfono di trasformare il segnale di pressione acustica in segna-
le elettrico di tensione o di corrente ad essa rigorosamente proporzionale. Dal segnale
elettrico si ricava il valore efficace ed il suo logaritmo, che con opportuna proporzio-
nalit pu essere riportato immediatamente a livello in dB.
Nella figura 7-2 riportato uno schema a blocchi in cui compaiono tutte le fun-
zioni che svolge un fonometro per captare ed elaborare il segnale.
Se interessa conoscere il livello al variare della frequenza necessario dotare lo
strumento di un analizzatore in frequenza (filtro) che possa cogliere di volta in volta i
campi di frequenza desiderati.
Tali campi di frequenza sono unificati internazionalmente in cosiddette "bande"
che sono di due tipi: "bande di ottava" e "bande di terzi di ottava". Entrambe le bande
sono ad ampiezza percentuale costante, cio il rapporto tra lampiezza della banda (Af
= f
s
- f
i
) e la frequenza centrale della banda resta costante. Tale rapporto vale 2 per
bande di ottava e
3
2
per bande di 1/3 dottava. La frequenza superiore della banda f
s

risulta doppia di quella inferiore f
i
nella banda dottava e pari a
3
2f
i
in quella di terzo
dottava. In entrambi i casi la frequenza centrale della banda vale
i s
f f .

MICROFONO
RMS
pressione acustica p(t)
tensione o corrente
V(t) p(t)
LOG
PONDERAZIONE
(SELETTORE)
INDICATORE
V
eff
p
eff

dB (lineare)
dB (A, B, C, D, lineare)
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Recentemente si sono introdotte anche bande di un sesto e di un dodicesimo di
ottava (questultimo corrisponde al semitono musicale).
Per ottenere un valore unico complessivo mediato su tutto il campo udibile della
rumorosit pi vicino alla sensazione soggettiva dell'orecchio, sono state predisposte
delle curve di ponderazione che approssimano gli scostamenti tra il livello lineare e la
sensibilit dell'orecchio come determinata nell'audiogramma normale.




Fig. 7-3
Curve di ponderazione




La curva A di figura 7-3 quella che pi si avvicina al comportamento normale
dell'orecchio a intensit sonore moderate, la curva B d risultati pi smorzati corri-
spondenti alla risposta dell'orecchio per intensit medie pi elevate, la curva C prati-
camente lineare e non corregge la media oggettiva dei rilievi, la curva D esalta volu-
tamente le alte frequenze ed stata introdotta per valutare le particolari situazioni di
fastidio (diverso dalla sensazione) che si hanno nelle vicinanze degli aeroporti.
Dato il limitatissimo uso che si fa delle curve B e C i pi recenti apparecchi non
le riportano pi.
Gli strumenti di misura che oltre al microfono possiedono circuiti elettrici od
elettronici atti ad effettuare le varie ponderazioni fornendo sostanzialmente i soli valo-
ri globali di rumorosit sono detti fonometri, quelli che possono effettuare determina-
zioni in bande di frequenza sono invece detti analizzatori acustici.
Fonometri ed analizzatori sono in grado di misurare solamente i valori di L
p
o di
L
J
(fra di loro numericamente uguali), la potenza sonora emessa da una sorgente non
valutabile da parte di strumenti a lettura diretta.
Per valutare la potenza di una sorgente acustica necessario rilevare con fonome-
tri od analizzatori i suoi effetti e confrontare questi con gli effetti prodotti da una sor-
gente di caratteristiche note, cio tarata.
Le tarature sono di solito complesse, delicate e possibili solo presso laboratori
specializzati.
A titolo informativo non bisogna assolutamente confondere la potenza musicale o
elettrica o caratterizzata da altri aggettivi con la potenza acustica emessa da una sor-
gente, in particolare altoparlanti.
La vera potenza acustica emessa da una sorgente sicuramente minore delle altre
di varia natura che spesso risultano anche dieci o cento volte pi grandi.
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E cosa del tutto normale che lintensit sonora non risulti costante nel tempo sia
per la casualit di diversi fenomeni che possono accavallarsi, sia per lintrinseca disu-
niformit delle sorgenti che provocano rumore; in tali condizioni necessario definire
una condizione equivalente di riferimento che possa condensare in un valore oggetti-
vamente misurato un parametro rappresentativo di una determinata sensazione allo
scopo anche di poterle confrontare con altre o con limiti oggettivamente definiti.
In condizioni di variabilit della grandezza nel tempo, si definisce come valore
medio il LIVELLO EQUIVALENTE L
J,eq
di intensit sonora o di rumorosit che
quel livello sonoro costante nel tempo che totalizza sulla superficie ricevente, in un
periodo di tempo definito, la stessa energia acustica che si totalizza con il reale anda-
mento acustico variabile dellintensit sonora.
Lespressione di L
J,eq
da utilizzare per il calcolo la seguente:


|
|
.
|

\
|
=
}
T
10
L
10 eq , J
d 10
T
1
log 10 L
J
t

doveT il tempo di osservazione, stabilito dallosservatore, nel quale si vuole ottene-
re il valore mediato.
Tale grandezza viene misurata direttamente dai fonometri attualmente in uso i
quali sono in grado di misurare, oltre che i livelli istantanei, anche i valori equivalenti,
provvedendo ad integrare, per il tempo preventivamente fissato dalloperatore,
lintensit sonora ricevuta per ricavarne la media nel tempo e successivamente calco-
larne il livello, che il livello equivalente nel tempo di integrazione predefinito.


7.3.2 Misuratori di vibrazioni

L'elemento fondamentale dei misuratori di vibrazioni la sonda inerziale o sismi-
ca, che consente di trasformare in segnali elettrici le vibrazioni dei corpi cui viene fatta
aderire. Il segnale di spostamento pu essere derivato nel tempo con appositi circuiti
elettrici una o due volte per ottenere la velocit o l'accelerazione, dopo di che il segna-
le elaborato come quello sonoro con il rilevamento del valore efficace e l'analisi in
frequenza per bande. L'unica ponderazione interessante quella lineare.
I misuratori di vibrazioni hanno delle limitazioni nei circuiti elettrici per cui si
riesce a giungere a limiti minimi di frequenza dell'ordine di 0,01 Hz. E' tuttavia da
tenere presente che questo limite corrisponde ad un fenomeno che si ripete ogni cento
secondi!


7.4 La propagazione del suono

Il suono come tutti i fenomeni vibratori pu essere descritto come un campo cen-
trale sia sotto forma di campo ondulatorio, sia sotto la forma di campo radiativo pro-
pagantesi sotto forma particellare, l'utilizzazione di una delle due schematizzazioni
pu risultare a volta a volta pi conveniente secondo il tipo di problema da risolvere.
Di solito si usano due diverse procedure per i calcoli di propagazione sonora a
seconda che risultino rilevanti o meno i fenomeni di riflessione su pareti od ostacoli in
vista della sorgente.
Se le riflessioni sono poco rilevanti a causa della notevole distanza degli ostacoli
oppure del forte assorbimento che caratterizza le superfici, si parla di "campo aperto" e
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la propagazione si considera per raggi rettilinei o per onde sferiche senza alcun effetto
di riflessione.
Se le riflessioni sono significative e costituiscono un contributo rilevante al livel-
lo di intensit sonora al punto che l'intensit stessa diventa praticamente costante
(campo uniforme) all'interno di un ambiente chiuso si parla di "campo riverberante".
Naturalmente esiste un campo intermedio in cui nessuna delle due approssima-
zioni soddisfacente.
La situazione in cui si ha significativo intervento delle riflessioni sul valore
dell'intensit sonora, ma il campo non si pu ritenere uniforme chiamata di "campo
semiriverberante"; la sua trattazione pi complessa ed esula da quanto ci si prefigge
in questa trattazione.
Una situazione in cui esiste riflessione, ma senza significativo contributo sull'in-
tensit sonora quella che caratterizza la condizione di "eco". Se un ostacolo produce
riflessione del suono ed in conseguenza della sua posizione produce un fronte d'onda
(o un raggio) che raggiunge l'ascoltatore con un ritardo (dovuto al maggiore percorso)
superiore al tempo necessario all'orecchio per distinguere nel tempo due segnali sonori
diversi (approssimativamente 1/20 s), si ode due volte distintamente il suono della
sorgente. Tenuto conto della velocit del suono in aria (circa 340 m/s), perch questo
fenomeno si verifichi necessario che l'ostacolo sia a 8 metri o pi dalla sorgente.


7.4.1 Campo aperto (o libero)

Quando il suono si propaga in luoghi aperti ove non esistono superfici riflettenti,
il campo dell'energia sonora un campo centrale. A partire dalla sorgente che emette il
livello di potenza L
W
si ha un campo in cui l'intensit sonora si riduce con il quadrato
della distanza, infatti la potenza sonora si distribuisce sulla superficie sferica che cre-
sce con il quadrato del raggio (L
J
si riduce di circa 6 dB al raddoppiarsi della distan-
za).
Ammettendo che la dissipazione (per attrito) della potenza sonora in aria sia tra-
scurabile, come verosimile per distanze brevi e medie, la potenza W emessa dalla
sorgente si distribuisce uniformemente su una superficie sferica di raggio "r" origi-
nando un'intensit J:

W=J 4 t r
2
.

Ricordando le definizioni dei livelli L
W
ed L
J
e sostituendo:

11 r log 20 L L
10 W J
=

il livello di intensit prodotto alla distanza "r", in metri, da una sorgente avente livel-
lo di potenzaL
W
che emette uniformemente in tutte le direzioni.
Se la sorgente ha emissione differenziata secondo le direzioni necessario cono-
scere l'emissione della stessa in funzione della direzione (angolo solido), il calcolo di
L
J
simile a quello gi esposto, ma andr effettuato a livello di angolo solido elemen-
tare (de) anzich integrale per tutte le direzioni (4t).
Per dare informazioni sulla direzionalit della sorgente si usa la "indicatrice di
emissione" definita come superficie che il luogo dei punti terminali dei vettori appli-
cati al centro della sorgente rappresentanti la potenza riferita all'angolo solido nelle
varie direzioni.

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7.4.2 Campo riverberante

Nel caso di ambienti chiusi le pareti producono riflessioni del suono, che rinfor-
zano il livello che si avrebbe senza di esse.
Quanto pi le pareti sono assorbenti tanto minore la riflessione e tanto minore
il livello sonoro conseguente a parit di potenza sonora emessa.
Nel caso che le pareti siano mediamente o molto riflettenti, le riflessioni multiple
del suono originariamente prodotto dalla sorgente tendono a saturare l'ambiente crean-
do una distribuzione uniforme di energia sonora in tutto il volume a cui corrisponde
un livello di intensit sonora costante, ci anche se la sorgente ha un'indicatrice di
emissione non uniforme nelle varie direzioni.
Le caratteristiche riflettenti o "riverberanti" di un ambiente sono ben rappresenta-
te dal "tempo di riverberazione" t
60
che il tempo che intercorre tra il momento in cui
la sorgente sonora funzionante a regime cessa di emettere ed il momento in cui l'inten-
sit sonora nell'ambiente si ridotta ad un milionesimo del valore iniziale, cio L
J

diminuito di 60 dB.
Studi sperimentali e teorici hanno dimostrato che possibile mettere in relazione
il tempo di riverberazione con le caratteristiche acustiche dell'ambiente.
Secondo Sabine:

=
i i
60
a S
V 16 , 0
t (7-1)

dove V il volume dell'ambiente chiuso ed S
i
ed a
i
sono rispettivamente le superfici
dell'ambiente ed il relativo coefficiente di assorbimento.
La formula di Sabine solo una comoda, ma non rigorosa approssimazione del
problema, la sua validit limitata ad ambienti che si possono con buona approssima-
zione ritenere riverberanti e per i quali t
60
non risulti troppo basso in relazione al vo-
lume dell'ambiente.
Per ogni tipo di impiego dei locali l'esperienza fornisce i valori di t
60
pi adatti
per ottenere la migliore prestazione acustica.
Partendo dalla conoscenza di L
W
possibile determinare L
J
per una sala riverbe-
rante partendo dalla conoscenza di t
60
e delle dimensioni del locale e determinando
l'assorbimento globale (o potere fonoassorbente o unit di assorbimento) della stessa
sala definito come:

=
i i
a S A

dove la sommatoria estesa a tutte le pareti ed a
i
ed S
i
sono rispettivamente il coeffi-
ciente di assorbimento acustico e la superficie di ciascuna parete o di ciascuna porzio-
ne di parete avente assorbimento costante.
Considerato con un bilancio energetico che l'intensit uniforme incidente sulle
pareti J e che la potenza assorbita JA deve uguagliare a regime la potenza fornita
dalla sorgente, risulta J = W/A, cio

A log 10 L L
10 W J
=

La formula semplificativa rispetto alle situazioni reali che corrispondono ordi-
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nariamente ad ambienti semiriverberanti nei quali non si ha una perfetta uniformit in
relazione principalmente alla direzionalit della sorgente.
Esistono formulazioni di migliore approssimazione per gli ambienti semiriverbe-
ranti che qui non sono trattate.


7.5 Disturbo e danno da rumore

La sensazione acustica pu risultare fastidiosa, in particolare quando modifica lo
stato acustico preesistente in ambienti adibiti ad abitazione.
Quando tuttavia si raggiungono livelli di rumorosit particolarmente elevati c il
rischio di raggiungere condizioni che provocano un oggettivo danno fisiologico
allindividuo, fino alla sordit.
Il disturbo generato viene valutato quantitativamente attraverso la misurazione
del livello di intensit sonora in assenza della perturbazione prodotta dalla sorgente
disturbante (livello di rumore di fondo, rumore residuo secondo la vigente legisla-
zione) e del livello di intensit sonora in presenza del fenomeno perturbante (livello di
rumore ambientale, cio prodotto dalle specifiche sorgenti disturbanti, secondo la vi-
gente legislazione).
La differenza tra i due livelli un indice della gravit del disturbo.
Riguardo al rumore che pu recare disturbo ad ambienti abitativi o allambiente
esterno, le recenti disposizioni legislative contenute nel D.P.C.M. 1 marzo 1991 con-
siderano ammissibile un aumento di 5 dBA rispetto al rumore residuo durante il perio-
do diurno (dalle ore 6 alle 22) ed un aumento di 3 dBA rispetto al rumore residuo du-
rante il periodo notturno (dalle ore 22 alle 6).
In caso di eccessive immissioni di rumore si pu trovare rimedio insonorizzando
la sorgente con opportune ed efficaci tecniche oppure migliorando il potere isolante
degli elementi di frontiera (serramenti, pareti) interposti fra la sorgente e l'ambiente
disturbato.
Tra le due soluzioni di solito la pi efficace e la pi economica quella di in-
tervenire sulla sorgente.


7.5.1 Conseguenze di rumore e vibrazioni sull'organismo umano

La conseguenza del rumore ad elevati livelli di produrre dapprima una diminu-
zione temporanea della sensibilit uditiva dell'orecchio e, col perdurare di questa si-
tuazione, si pu giungere alla diminuzione permanente dell'udito (innalzamento per-
manente della soglia di udibilit o ipoacusia).
Si rilevato che il fenomeno insorge dal coesistere di lunghi periodi di esposizio-
ne e di elevati livelli di rumorosit.
E' nato di qui il concetto di dose di rumore che la persona soggetta al rumore
accumula nel tempo. In funzione di tale dose si ha la possibilit di insorgenza di danno
che risulta tanto pi grave, quanto maggiore il tempo di esposizione (con legge quasi
lineare) e quanto maggiore il livello di rumorosit (con legge quasi esponenziale).
Si definisce perci il rischio di danno come proporzionale all'energia di tipo acu-
stico ricevuta dall'individuo:
Rischio proporzionale a t t
t t
d 10 d J
0
10
L
0
J
} }
= .
Questa dipendenza assai pericolosa perch, essendo l'orecchio sensibile al loga-
ritmo dell'intensit (il livello), ma il danno proporzionale all'intensit, il giudizio
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dell'individuo non commisurato al danno che egli pu ricevere.
Lespressione dellenergia che rappresenta la dose proporzionale al rischio di
danno acustico molto simile a quella di definizione del livello equivalente; per cui se
possibile definire un tempo massimo di esposizione (verosimilmente il tempo di
lavoro durante la vita lavorativa) possibile ricavare un valore massimo di livello
equivalente che pu garantire unesposizione inferiore a quella che pu condurre al
rischio.
Il livello di esposizione personale previsto dalla normativa vigente altro non se
non un livello equivalente basato sul concetto di esposizione per otto ore giornaliere
per sei giorni alla settimana nei presumibili 40 anni di vita lavorativa.
Naturalmente questo discorso solamente statistico e quindi vale non per i singo-
li, ma per grandi numeri di persone che sono esposte a rischio.
Inoltre nel valutare il livello di esposizione personale, in situazioni di notevole
variabilit della rumorosit nel tempo, il rilevatore dovr essere accorto ad effettuare
medie su periodi significativi, variabili a seconda della situazione da minuti a settima-
ne o mesi.
Il livello di 80 dBA comunemente riconosciuto come inoffensivo, i livelli di 85
o 90 dBA (a seconda degli studiosi) producono gi danni su un piccolo numero di
persone esposte, se il tempo di esposizione molto lungo.
E' ovvio che sono soggetti in modo particolare a tali inconvenienti i lavoratori
addetti ad attivit rumorose.
La prevenzione deve essere effettuata principalmente con interventi di insonoriz-
zazione sulla sorgente o, soltanto in caso di impossibilit o di insufficienza dell'inter-
vento, facendo indossare dalle persone soggette a rischio attrezzature o indumenti
protettivi quali cuffie, tappi nelle orecchie, corpetti rigidi di cuoio o di plastica che
impediscano l'entrata in vibrazione dei visceri e delle parti molli del corpo.
Una soluzione alternativa efficiente, ma non sempre possibile, quella di isolare
in cosiddette "camere silenziose" acusticamente isolate dall'ambiente rumoroso le per-
sone soggette a rischio e di ridurre al minimo tempo necessario la loro permanenza
nell'ambiente ad alto rischio fornendole di appropriati mezzi di protezione durante le
uscite.
Per quanto concerne le vibrazioni e la rumorosit discontinua o impulsiva, gli
studi non hanno ancora portato a risultati cos certi come quelli del rumore stabile o
semplicemente fluttuante nel tempo.
Per le vibrazioni in particolare non ben definito il tipo di danno che risulta as-
sociato a perdite di attenzione, di equilibrio, nausee e simili.

7.5.2 Esposizione al rumore in ambiente di lavoro

Rispetto allambiente abitativo, in ambiente di lavoro si ha maggiore tolleranza in
relazione alla sensazione fastidiosa di rumore, ma si deve intervenire efficacemente
per proteggere ludito dei lavoratori dal possibile danno acustico.
Il quadro generale della tutela della salute fornito dal Decreto legislativo 626,
per lacustica esiste una disposizione specifica da esso prevista.
Il Decreto legislativo 277 impone che non venga superato un limite di esposizio-
ne personale, per ciascun addetto che operi in un ambiente a rischio, pari al livello
equivalente di 90 dBA nellorario di lavoro, oppure una esposizione istantanea supe-
riore a livello di pressione sonora non ponderata (cio lineare o curva C) pari a 140
dB.
Nel caso che lesposizione sia inferiore a 80 dBA non si pongono prescrizioni o
limitazioni.
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Nel caso che lesposizione sia superiore a 80 dBA lambiente di lavoro deve esse-
re chiaramente identificato come rischioso sotto laspetto rumore, i lavoratori o i loro
rappresentanti devono essere informati del rischio e delle misure protettive quali i
mezzi di protezione individuale.
Nel caso che lesposizione superi 85 dBA i lavoratori devono ricevere una ade-
guata formazione sul rischio e sulluso corretto dei mezzi di protezione individuale,
tali mezzi devono essere messi a disposizione dei lavoratori, ma non fatto obbligo
esplicito di utilizzarli, anche se pu sembrare ovvio che vantaggioso farlo.
Nel caso che lesposizione superi 90 dBA fatto obbligo di utilizzare mezzi di
protezione individuale, tali mezzi di protezione individuali devono essere tali da man-
tenere un livello di rischio uguale od inferiore a quello derivante da unesposizione
quotidiana personale di 90 dBA.
Tutti i lavoratori soggetti ad unesposizione superiore a 85 dBA devono essere
sottoposti a controllo sanitario indipendentemente dal fatto che facciano o meno uso di
mezzi individuali di protezione.
Il controllo oltre che un esame medico patologico consiste nel rilievo
dellaudiogramma del singolo lavoratore e nel confronto di esso con quello normaliz-
zato e con quelli ricavati nei controlli precedenti per valutare eventuali variazioni
pericolose conseguenti ad eccesso di esposizione.


7.6 Isolamento dal rumore e dalle vibrazioni

L'efficiente isolamento dal rumore e dalle vibrazioni richiede l'impedimento del
passaggio delle perturbazioni oscillatorie dalla sorgente al ricevitore.
Ci pu essere fatto inserendo tra la sorgente ed il ricevitore dei dispositivi che
siano in grado di assorbire o di riflettere verso la sorgente gran parte dell'energia vi-
bratoria, tenendo presente che la sensibilit del corpo umano logaritmica e quindi si
richiedono elevatissimi rapporti di riduzione per avere un intervento efficiente.
Bisogna ricordare che stante la definizione dei livelli acustici una riduzione ad
1/2 dell'intensit corrisponde ad una riduzione di 3 dB del livello sonoro e che tale
intervallo appena superiore alla precisione degli strumenti di misura; una riduzione
di 10 dB corrisponde a ridurre l'intensit ad un decimo di quella iniziale e che di solito
ci corrisponde ad un intervento economicamente oneroso.
Quando l'onda perturbante giunge sulla superficie di separazione tra due strati di
materiali diversi una parte dell'energia viene riflessa verso l'origine, una parte viene
assorbita dal materiale ricevente e trasformata per attrito in calore, il rimanente tra-
smesso oltre.
La somma delle varie quote di diversa destinazione deve ovviamente essere pari
all'unit:

1 =a + t + r,

dove:
"a" detto coefficiente di assorbimento,
"t" detto coefficiente di trasmissione,
"r" detto coefficiente di riflessione.
Quando interessa isolare due ambienti tra di loro interessa che "t" sia piccolo, ma
non interessa distinguere "a" da "r", l'opposto quando si vuole evitare che il rumore
rimanga in un ambiente, per ridurre la riverberazione interessa che sia piccolo "r", ma
non distinguere fra "t" ed "a".
150
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Spesso nelle trattazioni tecniche si considera come assorbimento nei problemi di
trasmissione a'=1 - t =a + r e per i problemi di riverberazione a"= 1 - r =t + a; en-
trambi sono chiamati impropriamente coefficienti di assorbimento.
Per ridurre il rumore prodotto da una sorgente necessario interporre tra sorgente
e ricevitore pareti assorbenti che assorbano o riflettano il rumore ricevuto.
Lo stesso si deve fare per le vibrazioni nei punti in cui il sistema vibrante a con-
tatto con altri elementi, in particolare con le strutture portanti che hanno un elevato
modulo di elasticit, e quindi si prestano bene alla trasmissione anche a grandi distan-
ze.
In tutti questi problemi di grande importanza l'inerzia perch stanti le piccole
energie in gioco, se si possono fare intervenire grandi masse, esse sono in grado di
ricevere anche grandi forze e produrre accelerazioni e quindi velocit e spostamenti
molto piccoli.
Ove ci non sia possibile o non sia sufficiente, si deve ricorrere all'interposizione
di mezzi rigidi e di mezzi cedevoli alternativamente, in modo che ci sia possibilit di
far intervenire pi volte la conversione di forze in accelerazioni e di accelerazioni in
forze con riduzioni successive delle ampiezze delle stesse a causa dell'effetto dissipan-
te per attrito dei materiali cedevoli.
Naturalmente si deve prestare molta attenzione al fenomeno della risonanza, per-
ch se si realizza un sistema che ha frequenza di vibrazione propria uguale o simile a
quella impressa, si ha esaltazione del fenomeno anzich smorzamento.
Questi comportamenti sono accuratamente descrivibili con le comuni equazioni
differenziali del moto vibratorio; purtroppo per molto di rado si pu fare ricorso alla
rappresentazione dei sistemi con forze, masse e smorzatori concentrati in precise posi-
zioni.
Di solito tutti i materiali partecipano a tutte e tre le funzioni con la loro effettiva
geometria, cio sono distribuiti nello spazio; la soluzione allora conseguibile solo
con le approssimazioni del calcolo numerico.
Da ultimo bisogna ricordare che il fenomeno vibratorio unico e si manifesta
come rumore o vibrazione a seconda delle condizioni contingenti in cui si trova il
sistema sorgente-ricevitore.
Intervenendo su alcune vie di trasmissione si rischia di produrre uno spostamento
della gran parte dell'energia sulle vie rimaste disponibili, perci il problema dell'iso-
lamento del rumore pu produrre l'insorgere di vibrazioni e viceversa se non si pone
sufficiente cura nell'analisi completa del processo di trasmissione dell'energia e non si
prospetta una soluzione organica.
Per le pareti fra ambienti confinanti si definiscono due parametri acustici impor-
tanti: lisolamento acustico (D) ed il potere fonoisolante (R).
Lisolamento acustico definito come la differenza dei livelli sonori misurati in
opera nel locale disturbante (L
J1
) ed in quello disturbato (L
J2
) separati dalla parete:

D = L
J1
- L
J2
[dB]

Il potere fonoisolante definito come 10 volte il logaritmo in base 10 del rappor-
to tra la potenza sonora incidente sulla parete e la potenza sonora trasmessa
allambiente ricevente:


Wu We
u
e
10
L L
W
W
log 10 R =
|
|
.
|

\
|
=

Bondi, Stefanizzi Appunti di Fisica Tecnica Ambientale
151

dove W sono le potenze acustiche entrante (pedice e) ed uscente (pedice u) dalla pare-
te.
R un valore caratteristico della parete ed misurato in laboratorio; D viene mi-
surato in opera e differisce da R sostanzialmente per le tecniche e le modalit di posa
della parete stessa oltre che per le caratteristiche riverberanti degli ambienti separati
dalla parete.
La misura del potere fonoisolante sembrerebbe di difficile realizzazione stante
l'impossibilit di misurare direttamente la potenza sonora, tuttavia immediato consi-
derare che la potenza sonora entrante il prodotto dell'intensit per la superficie e che
esiste una semplice relazione fra la potenza e l'intensit in un ambiente riverberante.
La misura va condotta disponendo la parete tra due ambienti riverberanti, in uno di
essi si produce una potenza sonora attraverso opportuna sorgente e nellaltro si rileva
il livello sonoro risultante.
Indicando con L
Je
ed L
Ju
i livelli di intensit sonora mediati nello spazio e nel
tempo di misura in due ambienti separati dalla parete, con t
60
il tempo di riverberazio-
ne dell'ambiente ricevente di volume V, si ha dalla:

W
e
= J
e
S
p


dove S
p
la superficie della parete, dall'espressione del tempo di riverberazione se-
condo Sabine e dall'espressione della potenza in funzione dell'intensit per l'ambiente
riverberante (4-1):


V 16 , 0
S
J
J
W
W
P 60
u
e
u
e
t
=

cio

|
|
.
|

\
|
+ =
V 16 , 0
S
log 10 L L R
P 60
10 Ju Je
t


Questa grandezza pu essere definita e misurata sia in campo spettrale (per ogni
banda di ottava o sua frazione), sia come integrale con le varie scale di ponderazione.

152
Bondi, Stefanizzi Appunti di Fisica Tecnica Ambientale





Fig. 7-4
Misura del potere fonoisolante




Bisogna assolutamente ricordare che nell'ambiente ricevente possono giungere
suoni e vibrazioni sia attraverso la parete, sia attraverso le strutture dell'edificio di cui
la parete fa parte (Fig. 7-4).
Per avere la certezza che la misura sia attendibile (cio che la caratteristica misu-
rata riguardi la trasmissione sonora solo attraverso la parete) necessario conoscere e
verificare la qualit dei vincoli della parete alla struttura e della struttura stessa sotto
l'aspetto della trasmissione del suono e delle vibrazioni.
La procedura descritta ha i limiti imposti dalla validit della formula di Sabine.
Per pareti omogenee compatte il potere fonoisolante dipende dalla massa superfi-
ciale della parete (rapporto tra massa ed area frontale, M
S
in kg/m
2
) e dalla frequenza (f
in Hz) dellonda sonora incidente:

( ) 43 f M log 20 R
s 10
~ [dB]

questa relazione viene detta legge della massa. In realt essa accettabilmente vali-
da solo per un determinato campo di frequenze. Per frequenze basse o alte tale rela-
zione cade in difetto per il verificarsi di fenomeni diversi (Fig. 7-5).
Nel campo 1, delle basse frequenze, il potere fonoisolante dipende dalla rigidezza
della parete. Se una parete viene eccitata da un impatto oscilla per un transitorio alla
sua frequenza propria. Se londa sonora incidente ha una frequenza coincidente con
quella propria della parete si verificano le condizioni di risonanza con una diminuzio-
ne del potere fonoisolante. Il verificarsi di questa condizione dipende sia dal materiale
costituente la parete sia dai vincoli e quindi dalla modalit di posa in opera.
Nel campo 2, delle medie frequenze, vale la legge di massa con R che aumenta
con la frequenza.
Nel campo 3, delle frequenze pi elevate, ha luogo il fenomeno della coincidenza.
Un pannello che vibra perpendicolarmente alla sua superficie percorso longitudinal-
mente da unonda flessionale. Se il pannello viene sollecitato da onde sonore con inci-
denza obliqua (Fig. 7-6) la componente vibratoria lungo la normale alla parete pu
presentare un valore coincidente con la lunghezza donda della vibrazione flessionale
Bondi, Stefanizzi Appunti di Fisica Tecnica Ambientale
153

della parete. In tale situazione il potere fonoisolante della parete decade in modo sen-
sibile raggiungendo il minimo nellintorno di una frequenza detta di coincidenza.




Fig. 7-5
Potere fonoisolante in funzione della frequenza



La frequenza di coincidenza di una parete diminuisce allaumentare della massa
della stessa. Questo pu nella realt annullare leffetto positivo che laumento di mas-
sa ha sul potere fonoisolante.




Fig. 7-6
Fenomeno della coincidenza



Daltra parte bisogna osservare che un raddoppio della massa della parete corri-
sponde ad un aumento di circa 6 dB del potere fonoisolante, solo nel campo delle me-
die frequenze.
154
Bondi, Stefanizzi Appunti di Fisica Tecnica Ambientale

Ladozione della soluzione con doppia parete con intercapedine daria interposta
migliora la prestazione acustica a parit di massa complessiva; ci risulta ancora pi
evidente se lintercapedine viene riempita con materiale isolante termico, tipo lana di
vetro, che riduce la riverberazione allinterno dellintercapedine stessa.



Bondi, Stefanizzi Appunti di Fisica Tecnica Ambientale
155

ELEMENTI DI ILLUMINOTECNICA

8.1 Generalit

La luce un insieme di radiazioni elettromagnetiche di lunghezza donda com-
presa nell'intervallo tra 0,38 e 0,78 m che hanno la caratteristica di stimolare la retina
dell'occhio umano. Al variare della lunghezza d'onda varia la sensazione prodotta dalla
luce sull'occhio detta "colore" della luce (figura 8-1).



Fig. 8-1
Spettro delle radiazioni elettromagnetiche



L'emissione di radiazioni visibili da parte di un corpo allo stato condensato od
aeriforme pu avvenire per temperatura o per luminescenza. L'emissione per tempera-
tura gi analizzata trattando della propagazione del calore per irraggiamento termico, e
caratterizzata da una distribuzione continua di energia in funzione della lunghezza
d'onda di intensit dipendente dalla temperatura del corpo.
L'emissione per luminescenza legata ad un processo di diseccitazione degli
atomi di alcune sostanze. Nelle applicazioni illuminotecniche trattasi di gas eccitati
mediante scarica elettrica. Lo spettro delle radiazioni emesse (energia in funzione della
lunghezza d'onda) uno spettro a righe sovrapposto ad una parte continua pi o meno
intensa.
La sensibilit dell'occhio alle radiazioni monocromatiche varia con la lunghezza
donda di queste e risulta massima nella zona del giallo-verde. Per tradurre in termini
quantitativi questo fenomeno soggettivo si resa necessaria una estesa sperimentazio-
ne volta alla costruzione di una curva normale di visibilit relativa ad un occhio "me-
dio statistico. Il coefficiente di visibilit relativa v() (Fig. 8-2) viene espresso come
percentuale del valore massimo che si ha in corrispondenza di =0,555 m.
A deboli livelli di radianza (minori di 0,01 lm/m
2
, visione scotopica) il nostro
occhio percepisce meglio gli azzurri che i rossi (effetto Purkinje).
Nella posizione di massimo la corrispondenza tra grandezze luminose ed energe-
tiche V
max
=680 lm/W
Se con W() indichiamo la potenza energetica del fascio monocromatico al valore
del prodotto V()W()=v()V
max
W() viene dato il nome di "flusso luminoso.


10
-15
10
-12

10
-9
10
-6
10
-3

1 10
3

(m)
156
Bondi, Stefanizzi Appunti di Fisica Tecnica Ambientale






Fig. 8-2
Curva di visibilit (linea tratteggiata per bassi valori della radian-
za -visione scotopica-, linea continua per valori alti della radianza
-visione fotopica-)







8.2 Grandezze fotometriche

Intensit luminosa di una sorgente puntiforme in una determinata direzione il
rapporto tra il flusso luminoso emesso in un angolo solido dO intorno a quella dire-
zione e l'angolo solido stesso. L'unita' di misura di questa grandezza una unit fon-
damentale nel sistema internazionale SI. Essa la "candela" definita come l'intensit
luminosa di una superficie di 1/600000 m
2
del corpo nero alla temperatura di fusione
del platino (2042 K).


O
u
d
d
I = [cd]

Luminanza o brillanza in un punto di una superficie in una direzione il
rapporto tra l'intensit luminosa emessa in tale direzione da un elemento di superficie
intorno al punto considerato e l'area apparente di tale elemento, ossia l'area della sua
proiezione su un piano normale alla direzione considerata,


o cos dS
I
B = [cd/m
2
]

Bondi, Stefanizzi Appunti di Fisica Tecnica Ambientale
157

allunit di misura della luminanza si d il nome di "nit", molto usato anche il suo
multiplo "stilb": 1 stilb =1 cd/cm
2
.

Il flusso luminoso il flusso energetico emesso nel campo delle lunghezze
d'onda visibili tenendo conto della visibilit dell'occhio internazionale medio. L'unit
di misura il "lumen" (lm):

( ) ( )
}
=
78 , 0
38 , 0
d V W u [lm]

Illuminamento in un punto di una superficie il flusso luminoso ricevuto da un
elemento di superficie intorno al punto diviso l'area dell'elemento stesso. L'unit di
misura il "lux" (lx):


dS
d
E
u
= [lx]

Radianza di un punto di una superficie il flusso luminoso emesso da un ele-
mento di superficie intorno al punto diviso l'area dell'elemento stesso. L'unit di misu-
ra il lm/m
2
da alcuni chiamato lux sul bianco (lx s.b.) dato che la radianza numeri-
camente coincide con l'illuminamento nel caso di superfici "bianche" perfettamente
riflettenti (=1),


dS
d
L
u
= [lm/m
2
].



Fig. 8-3
Superficie fotometrica di una lampada ad incandescenza





158
Bondi, Stefanizzi Appunti di Fisica Tecnica Ambientale

8.3 Sorgenti luminose

Vengono caratterizzate attraverso l'indicazione di alcune propriet, fra cui:
a) il flusso luminoso totale emesso (u
e
);
b) l'efficienza luminosa specifica (q) [lm/W] definita come il rapporto tra il flusso e la
potenza elettrica assorbita per produrlo;
c) la qualit cromatica individuata dallo spettro di emissione o dalla temperatura di
colore, definita come quella temperatura alla quale il corpo nero emette una radiazione
di equivalente cromaticit (distribuzione spettrale);
d) la durata della sorgente rappresentata come numero utile di ore di funzionamento;
e) per le sorgenti puntiformi (si possono considerare tali quelle la cui distanza dall'og-
getto illuminato 4-6 volte maggiore la pi grande dimensione della sorgente) viene
fornita la superficie fotometrica, definita come luogo degli estremi della stella di vetto-
ri uscenti dal baricentro della sorgente con modulo proporzionale all'intensit lumino-
sa in ciascuna direzione. Se presente un asse di simmetria si fa riferimento ad una
sezione meridiana nota come curva fotometrica (Fig. 8-4).


8.3.1 Lampade ad incandescenza

Consistono essenzialmente in un filo sottile variamente disposto che dissipa calo-
re per effetto J oule. Maggiore la temperatura raggiunta dal filamento maggiore sar
la quantit di energia raggiante emessa nel campo di lunghezze d'onda 0,38-0,78 m
(legge di Wien) e quindi il flusso luminoso emesso.
L'adozione di filamenti di tungsteno sinterizzato (punto di fusione 3370C) di-
sposto in ampolla sotto vuoto (Fig. 8-4) permette di raggiungere temperature dell'ordi-
ne di 2500 K con una durata di circa 1000 ore ed efficienza specifica di 8-10 lm/W.
Temperature di funzionamento maggiori accelerano il processo di sublimazione del
tungsteno portando due inconvenienti: La riduzione della vita utile della lampada e la
riduzione dell'efficienza luminosa legata al deposito del tungsteno sublimato sulla
parte fredda dell'involucro. L'introduzione di un gas inerte nell'ampolla e l'adozione di
filamenti doppiamente spiralizzati consentono, ostacolando la sublimazione, di rag-
giungere i 3100 K con efficienze specifiche di 15-20 lm/W.

Bondi, Stefanizzi Appunti di Fisica Tecnica Ambientale
159











1 - vuoto o argon
2 - sostegni in molibdeno
3 - filamento in tungsteno
4 - conduttori elettrici
5 - bottone in vetro
6 - supporto in vetro
7 - tubetto in vetro per estrazio-
ne aria ed introduzione gas
8 - bulbo in vetro
9 - attacco, a vite o a baionetta

Fig. 8-4
Lampada ad incandescenza


Oltre alle lampade ad incandescenza normali si costruiscono anche le cosiddette
"lampade ad alogeni". In queste, di forma tubolare in quarzo, viene addizionato iodio
ed altri alogeni (iodio, bromo, fluoro e cloro) per attivare un particolare ciclo di rige-
nerazione del filamento. Essenziale per il verificarsi di tale ciclo la differenza di
temperatura tra filamento e bulbo: il filamento raggiunge i 3000C mentre il bulbo
deve mantenersi sui 700C. In tali condizioni, in corrispondenza del filamento, le mo-
lecole di iodio si scindono in atomi i quali diffondendo verso la parete di quarzo si
combinano con il tungsteno depositato dopo sublimazione dal filamento e formano
ioduro di tungsteno. Lo ioduro in fase gassosa a contatto del filamento ad alta tempe-
ratura si decompone in tungsteno e atomi di iodio che a loro volta migrano verso la
parete.
Le lampade agli alogeni trovano impiego in diversi campi: proiettori per studi
fotografici e televisivi, autoveicoli, ecc.



8.3.2 Lampade a scarica nei gas

Schematicamente sono costituite da un tubo di vetro o quarzo, riempito con un
aeriforme, alle cui estremit sono presenti due elettrodi fra i quali applicata una dif-
160
Bondi, Stefanizzi Appunti di Fisica Tecnica Ambientale

ferenza di potenziale (ddp). Il campo elettrico accelera gli elettroni liberi od emessi dal
catodo. L'urto di tali elettroni con gli atomi dell'aeriforme se la ddp supera un valore
critico detto "potenziale di risonanza" provoca uno spostamento di orbita dell'elettrone
periferico nell'atomo il quale successivamente riguadagna la condizione di equilibrio
emettendo radiazione di lunghezza d'onda


V e
c h

= [m]

dove h la costante di Planck (6,6210
-34
J /s), c la velocit della luce nel vuoto
(2,9979310
8
m/s), e la carica elettrica dell'elettrone (1,60210
-19
Coulomb) e V il
potenziale di risonanza caratteristico della sostanza in Volt.
Per il sodio, ad esempio, il cui potenziale di risonanza 2,092 V si ha =0,5896
m cui corrisponde una riga gialla nello spettro della radiazione emessa. Quando l'e-
nergia scambiata nell'urto sufficiente a spostare l'elettrone su orbite superiori si avr
la comparsa sullo spettro di righe in corrispondenza di frequenze differenti. In genera-
le, il numero, la posizione e l'intensit delle righe dipendono dalla natura dell'aerifor-
me e dalle condizioni in cui avviene la scarica (temperatura e pressione, dimensioni
del tubo, ecc.).





Fig. 8-5
Spettro di emissione di lampada fluorescente




a) Lampade fluorescenti

Di solito, sono di forma tubolare con diametro variabile riempite con gas argon e
vapore di mercurio con la parte interna del tubo rivestita da uno strato di pigmento
fluorescente.
Presentano uno spettro di emissione a righe concentrate prevalentemente nella
regione dell'ultravioletto. Il loro impiego nel campo dell'illuminazione stato reso
possibile dalla caratteristica di alcuni materiali fluorescenti (tungstati e silicati) i quali,
investiti da radiazioni ultraviolette riemettono secondo uno spettro ricco di righe nel
campo visibile (Fig. 8-5). Queste sostanze vengono depositate sulla faccia interna del
tubo.
Bondi, Stefanizzi Appunti di Fisica Tecnica Ambientale
161

L'efficienza luminosa dei tubi fluorescenti di 40-50 lm/W con durate dell'ordine
delle 3000 ore.
Pi recentemente sono state immesse sul mercato lampade fluorescenti compatte
con tubi miniaturizzati (diametro circa 1 cm lunghezza 6-15 cm), contenenti una mi-
scela di vapori di mercurio e gas inerte, con reattore elettronico, le quali consentono
un risparmio energetico dell80% rispetto alle lampade ad incandescenza con una du-
rata di 10000 ore.





Fig. 8-6
Spettro di emissione di lampada a vapori di sodio






b) Lampade a vapori di sodio
Nel tubo di scarica presente oltre a neon ed argon una certa quantit di sodio
metallico purissimo. Lo spettro di emissione costituito quasi esclusivamente dal
doppietto del Na (0,589-0,5896 m) molto vicino al massimo di visibilit, da qui la
loro elevatissima efficienza luminosa (fino a 120 lm/W) associata ad una sgradevole
resa cromatica. Aumentando la pressione migliora il colore della luce (Fig. 8-6) ma
cala leggermente lefficienza luminosa.
162
Bondi, Stefanizzi Appunti di Fisica Tecnica Ambientale



8.3.3 Campo di impiego

Le lampade ad incandescenza trovano diffusione principalmente nell'illuminazio-
ne domestica. Le lampade fluorescenti stante le caratteristiche di pi elevata efficienza
luminosa, sensibilit alle operazioni di accensione e spegnimento che ne abbreviano la
vita media e la loro pi scadente resa cromatica trovano impiego in uffici, stabilimenti
industriali, pubblici esercizi, ecc.
Le lampade a vapori di Hg e di Na ad alta pressione sono impiegate per illumina-
re grandi superfici con pochi centri luminosi, ad esempio strade, piazzali esterni di
stabilimenti industriali, ecc.
Le lampade a vapori di Na a bassa pressione a causa della pessima resa cromatica
ma elevata efficienza luminosa trovano impiego nell'illuminazione di strade extraur-
bane o gallerie.


8.3.4 Apparecchi illuminanti

Per apparecchio illuminante si intende il contenitore della sorgente luminosa. Ad
esso sono in genere demandate due funzioni prevalenti: a) fornire adeguata protezione
meccanica alla sorgente; b) modificare la distribuzione spaziale del flusso luminoso
emesso. In relazione a quest'ultima propriet si distinguono in riflettori, diffusori e
rifrattori.
Una caratteristica importante degli apparecchi illuminanti il loro rendimento
inteso come rapporto tra il flusso emesso dall'apparecchio e quello emesso dalla sor-
gente.
Si distingue tra apparecchi per illuminazione diretta per i quali almeno l80% del
flusso luminoso emesso al disotto di un piano orizzontale passante per la sorgente
luminosa ed apparecchi per illuminazione indiretta quando meno del 10% del flusso
emesso al di sotto del piano orizzontale.





Fig. 8-7
Indicatrice di emissione di apparecchi illuminanti


Bondi, Stefanizzi Appunti di Fisica Tecnica Ambientale
163


8.4 Benessere luminoso

Le condizioni di benessere luminoso sono da riferire principalmente al valore
dellilluminamento sulle superfici utili in vista ed anche alla brillanza delle sorgenti
che cadono nel campo visivo ed alla composizione spettrale delle sorgenti di flusso
luminoso.
Per quanto riguarda lilluminamento si usa definire un valore medio ottimale per
le varie destinazioni duso degli ambienti (vedi tabb. 8-1, 8-2) piuttosto che valori
minimi e massimi compatibili con il benessere.
In associazione si definisce un valore limite della brillanza delle sorgenti tale da
non dare luogo a fenomeni di abbagliamento quando le stesse entrano nel campo visi-
vo.
E altres importante che la composizione spettrale delle sorgenti che illuminano
il campo visivo sia tale da non falsare la resa dei colori delle superfici illuminate. Per
ottenere ci le sorgenti dovranno dare o una luce bianca o essere prive di dominanti
colorate.


8.5 Illuminazione artificiale di ambienti aperti

Il dimensionamento viene condotto eseguendo un primo calcolo di massima per
stimare il flusso luminoso che deve emettere ciascun apparecchio illuminante per ave-
re il richiesto livello di illuminamento sul piano di lavoro. Segue poi un calcolo di
verifica con il cosiddetto metodo "punto per punto

a) Calcolo di massima

Fissata la disposizione geometrica dei corpi illuminanti (interdistanza ed altezza
di montaggio) si stima il flusso luminoso per il singolo apparecchio dalla relazione
seguente


m d u
i m
i
c c c
S E
= u [lm]

dove con E
m
[lx] si indicato l'illuminamento medio sul piano illuminato scelto tra i
valori consigliati (tab. 8-1), S
i
l'area della superficie pertinente al singolo centro lu-
minoso, c
u
il coefficiente di utilizzazione variabile tra 0,2 e 0,35 a seconda del tipo di
apparecchio illuminante, c
d
il coefficiente di decadimento luminoso delle lampade
rispetto al flusso inizialmente emesso (0,85-0,9), c
m
il coefficiente di manutenzione
che tiene conto del deperimento dell'apparecchio illuminante e del deposito di polvere,
insetti, ecc. (0,6-0,7 per atmosfere polverose, 0,8 per atmosfere pulite) e u
i
il flusso
luminoso emesso dal singolo apparecchio.

b) Metodo punto per punto

Nota la posizione e le caratteristiche delle sorgenti di luce installate si in grado
di calcolare l'illuminamento in un dato punto del piano di utilizzazione e quindi verifi-
care le fissate specifiche di intensit ed uniformit dell'illuminamento. Con riferimento
alla fig. 8-8 sia h la distanza della sorgente dal piano, r la distanza dal punto illuminato
164
Bondi, Stefanizzi Appunti di Fisica Tecnica Ambientale

ed I l'intensit luminosa emessa dalla lampada nella direzione del punto come rilevato
dall'indicatrice di emissione o curva fotometrica dell'apparecchio.



Tab. 8-1

Illuminamento oriz-
zontale medio (lx)
Grado di uniformit
Tipo di strada fondo
chiaro
fondo
scuro
E
min
/E
medio
E
min
/E
max

Strade ad intenso traffico motorizzato
e pedonale
15 20 1/3 1/5
Strade a traffico motorizzato intenso e
veloce con scarso traffico pedonale
8 14 1/3 1/5
Strade a medio traffico motorizzato e
pedonale
5 8 1/4 1/8
Strade a scarso traffico motorizzato e
intenso traffico pedonale
5 6 1/5 1/12
Strade a viali residenziali a scarso traf-
fico
1-3 2-4 1/6 1/15






Fig. 8-8




L'illuminamento in P risulta:


2
P
r
cos I
dS
d I
dS
d
E
| e u
= = =

essendo
2
r
cos dS
d
|
e = l'elemento di angolo solido intorno alla direzione |. Calcola-
Bondi, Stefanizzi Appunti di Fisica Tecnica Ambientale
165

to il contributo ad E
P
di ciascun centro luminoso P l'illuminamento totale ottenuto
per somma. Ripetendo il calcolo per un numero sufficiente di punti si in grado di
tracciare una serie di curve ad uguale illuminamento dette curve isolux che danno
una informazione globale ed immediata sulla distribuzione dell'illuminamento sul
piano interessato. Molti costruttori di apparecchi di illuminazione dispongono di pro-
grammi su calcolatore per il calcolo ed il tracciamento delle curve isolux e per la scel-
ta ottimale degli apparecchi.


8.6 Illuminazione artificiale di ambienti chiusi

In questo caso assume importanza rilevante l'interazione del campo luminoso con
le superfici che delimitano l'ambiente. L'illuminamento prodotto in un punto viene ad
essere somma dei flussi luminosi in arrivo direttamente dai centri luminosi e di quelli
risultati dopo una o pi riflessioni sulle superfici circostanti. In generale esso dipende
da:
- apparecchi illuminanti (tipo, disposizione, manutenzione, ecc.)
- caratteristiche delle pareti del locale (geometria, coefficienti di riflessione)
- posizione della superficie da illuminare.




Tab. 8-2

Valori di
illuminamento
consigliati (lx)

Tipo di destinazione (attivit)
20-30-50 aree esterne industriali
50-100-150 zone di passaggio e di sosta temporanea
100-150-200 ambienti di lavoro occupati saltuariamente
200-300-500 prestazione visiva semplice (es. lavorazioni grosso-
lane a macchina)
300-500-750 prestazione visiva media (es. lavorazioni su macchi-
ne utensili)
500-750-1000 prestazione visiva elevata (es. disegno, cucitura)
750-1000-1500 prestazione visiva elevata per compiti difficili (es.
esame dei colori, meccanica fine)
1000-1500-2000 prestazione visiva elevata per compiti difficili (es.
incisioni a mano)
2000 prestazione visiva elevata per compiti di particolare
qualit (es. interventi chirurgici o dentistici)


In genere il problema progettuale consiste nel determinare il flusso che deve
emettere ciascun centro luminoso perch su una certa superficie o piano di lavoro sia-
no assicurati determinati livelli di illuminamento nota che sia la geometria del locale e
166
Bondi, Stefanizzi Appunti di Fisica Tecnica Ambientale

la disposizione e tipo degli apparecchi illuminanti.
Nella tab.8-2 si riportano i valori di illuminamento medio proposti dalla CIE
(Commission Internationale pour lEclairage) per varie destinazioni ed attivit.
Considerate le insormontabili difficolt per perseguire una soluzione analitica
esatta al problema nonch la modesta precisione che si richiede a questo tipo di calcoli
si opera in genere secondo due metodi:
metodo del flusso totale,
metodo punto per punto.
Nel metodo del flusso totale, una volta fissato il livello di illuminamento necessa-
rio sul piano di lavoro (E), il flusso totale che deve raggiungere la superficie A, si cal-
cola con la relazione:


u
c
A E
= u

dove il fattore c
u
viene detto coefficiente di utilizzazione e dipende da diversi fattori:
distribuzione spaziale del flusso uscente dall'apparecchio illuminante (solido fotome-
trico), posizione dell'apparecchio nell'ambiente, forma dell'ambiente, modalit di rin-
vio e relativi coefficienti di riflessione delle pareti.
Il flusso totale da installare in realt sar dato da u
t
= u/c
d
essendo c
d
un coeffi-
ciente di decadimento degli apparecchi illuminanti e del locale stesso.
Il numero di apparecchi illuminanti necessari per garantire il livello di illumina-
mento desiderato allora dato dal rapporto tra il flusso totale ed il flusso prodotto da
un singolo apparecchio.
Il secondo metodo, punto per punto, viene utilizzato per calcoli di verifica ed
stato gi descritto per illuminazione di ambienti aperti.


8.7 Illuminazione naturale di ambienti chiusi

La principale difficolt nel valutare condizioni di illuminazione diurna risiedono
nell'estrema variabilit delle sorgenti luminose: sole e cielo.
Si cercato di semplificare in qualche modo il problema basando il metodo di
calcolo sul rapporto tra gli illuminamenti che nello stesso istante si verificano
allinterno ed all'esterno dell'ambiente. Secondo la CIE tale rapporto definito fattore
di luce diurna (Daylight Factor, D) va calcolato considerando al numeratore l'illumi-
namento, medio od intorno ad un punto determinato, nell'interno dell'ambiente in un
certo istante ed al denominatore l'illuminamento nel medesimo istante su una superfi-
cie piana orizzontale disposta sulla copertura dell'ambiente in modo da vedere la volta
celeste ma protetta dall'irraggiamento diretto del sole.
Se si approssima l'emisfero celeste ad una superficie infinitamente estesa che
emette con radianza uniforme, l'illuminamento della superficie orizzontale esterna (L)
misurato dallo stesso numero in lux che misura la radianza del cielo in lm/m
2
.
L'illuminamento che si stabilisce all'interno dell'ambiente invece di pi elabora-
ta calcolazione. I metodi proposti si dividono sostanzialmente in due gruppi. Quelli del
primo gruppo, una volta noto l'illuminamento E della faccia esterna della finestra, se
con A si indica la sua area utile e t il coefficiente di trasparenza del vetro, calcolano
un illuminamento interno medio E
im
con l'espressione seguente

Bondi, Stefanizzi Appunti di Fisica Tecnica Ambientale
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( )
m
im
1 S
A E
E

=

in cui S ed
m
rappresentano rispettivamente l'area delle superfici interne ed il fattore
medio di rinvio. Per cui il fattore medio di luce diurna risulta


( ) L
E
1 S
A
L
E
D
m
im

= =

il termine c = E/L detto fattore finestra ed assume il carattere di un fattore di luce
diurna riferito alla finestra.
Questo procedimento fornisce una informazione troppo scarsa di quelle che sono
le effettive condizioni di illuminazione all'interno anche, fra l'altro, per il fatto che non
tiene conto esplicitamente della posizione e forma della finestra.
L'altro gruppo di procedimenti cerca di valutare separatamente i contributi alla
illuminazione interna dovuti alla radiazione della porzione di cielo che si vede attra-
verso la finestra dall'interno dell'ambiente, alla radiazione dei corpi posti all'esterno
della finestra ed infine ai fenomeni di rinvio multipli che si manifestano all'interno
dell'ambiente. Questi ultimi metodi si basano sull'impiego di tabelle e grafici che con-
sentono per situazioni tipiche il calcolo con precisione accettabile del valore del fatto-
re di luce diurna intorno ad un punto qualsiasi del piano utile.
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