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Il mito di Ulisse è presente in tutta la letteratura moderna a partire dal celebre episodio

dell' Inferno, in cui Dante ne fa il simbolo dell'uomo, non fatto "a viver come bruto, ma per
seguir virtute e conoscenza"; Ulisse verrà poi rivisto anche da autori come Pascoli,
D’Annunzio e Saba che dedicano all’eroe omerico alcuni componimenti; Ulisse viene
anche citato in un celebre capitolo nell’opera “Se questo è un uomo” di Primo Levi.

PASCOLI
Pascoli dedica ad Ulisse più di un componimento, “Il ritorno”, incluso nella raccolta Odi e
Inni, il cui tema prevalente è quello della nostalgia per la patria lontana, e “L’ultimo viaggio”
che rientra nella raccolta dei Poemi conviviali.
Pascoli immagina che Ulisse, una volta tornato a casa dal celebre viaggio, trascorra la vita
invecchiando accanto alla moglie. Ma in lui rimane acceso il desiderio di conoscenza.
Passati dieci anni, stanco della quiete di Itaca decide di riprendere il mare per compiere un
ultimo viaggio, una seconda odissea verso i luoghi già visitati. L’Ulisse pascoliano è triste e
deluso, vecchio e stanco, pieno di dubbi, dominato dall’ansia di cogliere il vero senso
dell’esistenza: caratteristiche tipiche dell’uomo occidentale. Quest’ultimo viaggio è un vano
errare: i luoghi della memoria sono diventati pure illusioni del passato e la sua sete di
conoscenza si è mutata nell’impossibilità di acquisire certezze, anzi, ha sollecitato in lui
ulteriori dubbi e interrogativi.
«Son io! Son io, che torno per sapere! Chè molto io vidi, come voi vedete me. Sì; ma tutto
ch’io guardai nel mondo, mi riguardò; mi domandò: Chi sono?» oppure «Solo mi resta un
attimo. Vi prego! Ditemi almeno chi sono io! »
Con queste frasi (tratte dal cap. XIII penultimo del poema), Ulisse si rivolge alle Sirene
nell’ultima fase del suo viaggio per cercare di capire quale sia il significato dell’esistenza,
tuttavia esse, insensibili davanti alle preghiere dell’eroe, lasciano schiantare la nave nera
di Ulisse sugli scogli. L’Ulisse pascoliano, si trasforma così da eroe greco invincibile e
astuto a prototipo dell’uomo occidentale moderno; diventa il simbolo della crisi d’identità,
dell’inquietudine morale e filosofica, della fragilità umana e del rimpianto per un passato
irraggiungibile (tematiche tipicamente pascoliane); sarà poi la dea Calypso a fornirci la
tragica risposta all’interrogativo di Ulisse/uomo moderno: «Non esser mai! Non esser mai!
Più nulla ma meno morto, che non esser più!». Il senso delle parole della dea è
drammatico: meglio per l’uomo non nascere, dato che deve inevitabilmente morire.

D’ANNUNZIO
Il mito di Ulisse viene rivisitato in modo completamente diverso da D’Annunzio nel poema
Laus Vitae che occupa quasi interamente il libro Maia. Il poema trae spunto autobiografico
da un viaggio per mare compiuto dal poeta. Ne “L’incontro con Ulisse” tratti dal canto IV
del poema D’annunzio immagina di incontrare in mare proprio l’eroe omerico: esso viene
rappresentato come un essere superiore sdegnoso nei confronti della massa e che volge il
suo sguardo solo verso il poeta.
Infatti nei versi dannunziani Ulisse è il capo, l’eroe guida degli uomini (O Re degli uomini)
che vogliono condurre una vita al di sopra della mediocrità; Ma quando i compagni del
poeta interpellano Ulisse, le voci e le grida di quegli uomini comuni risuonano all’orecchio
dell’eroe come «schiamazzo di vani / fanciulli», a cui orgogliosamente superiore «non
volse egli il capo canuto». Solo al poeta sarà riservato uno sguardo meno sdegnoso,
perché mentre i suoi compagni vogliono essere seguaci del Re degli uomini, D’Annunzio
vuole accompagnarsi ad Ulisse «qual suo pari» Così Ulisse dopo essere stato chiamato
dal poeta «Si volse egli men disdegnoso a quel giovine orgoglio chiarosonante nel vento;
e il fòlgore degli occhi suoi mi ferì per mezzo della fronte». Per il poeta questo gesto
rappresenta una sorta di consacrazione, un invito a compiere grandi imprese.
Il poeta immagina dunque l’incontro con Ulisse, eroe-simbolo della navigazione, per
trasfigurarlo nella personificazione del superuomo. Ulisse ritorna così ad essere una figura
dotata di qualità eccezionali che il poeta aspira a possedere, una sorta di guida nel
diventare superuomo.

SABA
Umberto Saba riesce ad esprimere il significato universale del mito di Ulisse riprendendo il
tema del viaggio in chiave fortemente autobiografico, specialmente nella lirica “Ulisse”
(che conclude la raccolta Mediterranee del ’44). L’eroe mitico è nominato solamente nel
titolo: ma è evidente che è il poeta stesso a presentarsi come un Ulisse moderno.
Attraverso questo testo, Saba ripercorre le tappe principali della sua vita: nella
rievocazione dei viaggi lungo le coste della Dalmazia si impone l’immagine degli isolotti
privi di vita, che l’alta marea e la notte nascondono alla vista e che costituiscono non un
punto di riferimento ma un pericolo: tanto che le imbarcazioni si tengono lontane da essi.
Nella seconda parte, che comincia con lo stacco decisivo “Oggi”, il poeta esprime tutta la
sua irrequietezza: mentre altri si sentono appagati nel loro quieto vivere, rappresentato
nella poesia dal porto e dalle sue luci, Saba si sente ancora lontano dalla meta e viene
spinto al largo da un «non domato spirito, della vita il doloroso amore.» L’Ulisse di Saba
che in realtà è Saba stesso, è più simile a quello pascoliano: un uomo inquieto, sempre
alla ricerca della verità/conoscenza; tutto ciò che può rappresentare l’uomo occidentale
Novecentesco in un periodo di crisi morale e filosofica dovuta alla devastazione operata
dalle due guerre mondiali.

LEVI
Infine Levi in Se questo è un uomo propone attraverso il capitolo “Il canto di Ulisse”, una
citazione dall’Inferno di Dante, una riflessione sul significato della letteratura e sulla sua
funzione.