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Il ritratto in copertina stato eseguito dal pittore Johfra su precise indicazioni degli autori, e riproduce fedelmente il volto di Ges

cos come appare negli Annali dell'Akasha.

Pertanto esso viene proposto al lettore

non come oggetto di venerazione o di polarizzazione della coscienza, ma unicamente quale documento.

La scoperta dei Manoscritti del Mar Morto ha riportato alla ribalta gli Esseni.

Chi erano?

Chi era Ges?

In questo libro si tenta di rispondere a questi interrogativi attraverso una testimonianza vissuta. Gli autori ci propongono infatti il risultato della consultazione degli Annali dell'Akasha. ovvero la prodigiosa Memoria dell'Universo a cui hanno attinto durante due anni di viaggi astrali.

Questa insolita testimonianza non soltanto permette al lettore di partecipare alla vita quotidiana duna comunit essena dei tempi di Ges, ma getta nuova luce sugli incredibili eventi che da 2.000 anni sono tenuti nascosti.

certamente un libro sorprendente, e anche se capovolge molti preconcetti, anche se non tutti saranno convinti della sua veridicit, ha il merito incontestabile di farci riflettere sullimportanza del contributo esseno alla preparazione della Missione del Cristo nell'ambito dello schema dell'Evoluzione.

Lopera corredata da una tabella per linterpretazione dei colori dell'aura, a completamento d'uno degli insegnamenti esseni rivelati nel testo: la lettura di quel "campo denergia animato da molteplici vibrazioni" che emana da ciascuno di noi. Si tratta dun metodo ricco di conoscenza, messo finalmente alla portata dei lettori

pag. 360 - L. 20.000

(IVA INCLUSA)

Anne e Daniel Meurois-Givaudan

L' altro volto di Ges


Memorie d'un Esseno

traduzione di Daniela Muggia

EDIZIONI ARISTA s.a.s.


(Nota Bene: da qualche tempo le edizioni hanno mutato il nome in EDIZIONI AMRITA)

NELLA COLLEZIONE ARISTA:

degli stessi autori: NELLA COLLEZIONE ARISTA:

- VIAGGIO SHAMBHALLA - VESTI DI LUCE (in preparazione)

Edizioni Arista s.a.s. Casella Postale 10094 GIAVENO Febbraio 1988

Dedichiamo il nostro libro a tutti gli Esseni di oggi, qui e altrove, e a tutti voi, amici e famiglie che, a modo vostro, ci avete accompagnati.

Indice

Prefazione Introduzione LIBRO

Capitolo Capitolo Capitolo Capitolo Capitolo Capitolo Capitolo Capitolo Capitolo Capitolo Capitolo Capitolo Capitolo Capitolo Capitolo

. . . IV. V. VI. VII. VIII. . . XI. XII. XIII. XIV. XV.

- Zerah - Il Purm - La partenza - Al Krmel - La parola di ieri e di domani - L'aura - La voce lattea - Con il vecchio Jacob - Il labirinto - Gerusalemme - Solleverete pietre - Tra gli Zelati - Una nube di pace - Nel paese della terra rossa - Ai piedi del guardiano silenzioso

LIBRO II

Capitolo Capitolo Capitolo Capitolo Capitolo Capitolo Capitolo Capitolo Capitolo Capitolo Capitolo Capitolo Capitolo Capitolo Capitolo

. . . IV. V. VI. VII. VIII. . . XI. XII. XIII. XIV. XV.

- Il Battesimo - diciassette anni - Le vere armi - Nutrimento e tabernacoli - L'albero dalle sette radici - Sulla strada per Gerico - I centoventi - Sotto il sole di Magdala - La via della Trasmutazione - gli costruirono un trono di pietra - La notte dei Getsemani - fratelli di Heliopolis - Golgota - Il mistero - Incontri

LIBRO

Capitolo Capitolo Capitolo

. . .

- ventidue - Verso l'oro del tempo, Myriam - giardini d'Iesse

- Interpretazione dei colori dell'aura

Prefazione all'Edizione Italiana


Viaggiare a ritroso nel tempo e rivivere il passato in maniera reale stato, credo, il sogno di molti. Questo libro ne la testimonianza unica e soprattutto presenta un quadro significativo e libero da ogni aggiunta fantastica di quella che era la vita in Palestina 2000 anni fa. Gli autori, Anne e Daniel Meurois-Givaudan, hanno superato le frontiere dell'impossibile e tramite un metodo conosciuto dagli Iniziati a partire da epoche ormai lontanissime, ma giunto sino a noi tramite una catena ininterrotta, si sono, per cos dire, "impadroniti" della memoria dell'Universo, "leggendo" gli Annali dell'Akasha, di cui il lettore potr meglio capire il meccanismo attraverso le spiegazioni contenute nell'introduzione redatta dagli autori stessi. Tutti questi "flash-back" raccolti nel corso di due anni costituiscono la trama del racconto che si snoda con un crescendo di situazioni, di descrizioni meticolose sino all'estremo, di personaggi che sembrano balzare fuori dalle pagine del libro: basta allungare la mano e... Anne e Daniel, con le loro quattro pubblicazioni (questa la prima che viene tradotta per il lettore italiano, e ci auguriamo che anche le altre tre possano tra breve approdare sul nostro mercato) si sono imposti con un programma ben preciso, destinato a spaziare dagli Esseni ai mistici di Shambala, per testimoniare un messaggio che uomini d'altri tempi e d'altri luoghi hanno immerso nella fluttuante ed inattaccabile memoria del tempo, perch, a loro volta, altri potessero recepirlo e farlo conoscere; l'universo l'ha mantenuto intatto e gli autori, con la loro trascrizione letterale, ci hanno permesso di conoscerne ogni particolare. Giaveno, 31 ottobre 1986 Bruno Portigliatti

Introduzione

Il nome "Esseni" tornato alla ribalta in modo inquietante alla scoperta dei manoscritti del Mar Morto, suscitando ovunque pi interrogativi che risposte; tant' che, malgrado il lavoro degli archeologi e dei ricercatori, la storia ufficiale ancora povera di informazioni al loro riguardo. C' chi li ritiene una setta mistica, a cui talvolta si associa il nome di Ges: ma chi furono esattamente? Ci proponiamo solo di incominciare a rispondere al quesito in quanto la vastit dell'argomento richiederebbe ben altro per una trattazione esauriente; inoltre non siamo degli storici: il nostro libro solo il racconto delle nostre esperienze vissute, e quindi non ci siamo valsi di nessun documento. Non abbiamo elaborato nessuna tecnica di lavoro rivoluzionaria per ottenere i nostri risultati, ma applicato un metodo le cui origini si perdono nella notte dei tempi. Se, da un lato, la cultura razionale non ammette altro modo di investigare il passato se non mediante i metodi tradizionali, dall'altro bisogna riconoscere che non nemmeno razionale porre dei limiti all'orizzonte umano proprio quando le frontiere dell'impossibile arretrano di giorno in giorno. Questo libro il frutto di una lunga lettura degli Annali della Akasha, secondo una tecnica nota agli antichi Egizi ed ai mistici dell'Himalaya; dire che questi Annali costituiscono la Memoria Universale piuttosto vago, per cui partiamo dal significato del termine sanscrito Akasha, che designa un elemento base della natura, diverso dall'acqua, dal fuoco, dall'aria. Secondo gli Antichi si tratta di una sostanza infinitamente sottile, una forma di energia in cui immerso l'Universo e che ha la propriet di registrare la memoria visiva ed acustica di ogni forma di vita: una specie di "lastra fotosensibile" dell'Universo, un gigantesco "nastro magnetico" naturale in grado di rivelarci il passato a determinate condizioni. Infatti gli Annali sono stati consultati al di l del mondo fisico, nel corso di viaggi astrali fuori dal corpo. un genere di lettura che non ha nulla a che fare con i cosiddetti "fenomeni spontanei di visione", essendo il risultato di una tecnica acquisita con un lungo, personale lavoro spirituale, una purificazione dei vari corpi fondata sull'amore e quindi non sostituibile con una semplice "ricetta": la tecnica, da sola non basta. D'altronde la lettura fattibile solo se permessa dagli Esseri spirituali posti a guardia degli Annali, che vagliano la purezza interiore e le capacit di assimilazione dei "viaggiatori", le cui ricerche non dovranno mai avere uno scopo personale.

Il racconto che leggerete vi porter in Palestina, circa duemila anni fa, tra gli Esseni: rivivere il passato non facile, e non sempre stato piacevole parlare delle nostre persone, che d'altronde rivestono un'importanza marginale. Descrivendo la Fratellanza Essena e i suoi insegnamenti si parler spesso della personalit e del pensiero di Ges, di particolari della sua vita, di coloro che gli vissero accanto: siamo perfettamente consci della responsabilit che queste divulgazioni comportano, e sappiamo che sono talvolta scioccanti, ma ora di sollevare certi veli. Non vogliamo far colpo n con l'inedito, n pretendendo di svelare tutti i misteri, bens apporre un'altra pietra ad un edificio che si va costruendo, senza che siano fatte rivelazioni prima del dovuto. Nulla stato romanzato o deformato, e lo diciamo per il lettore che si sorprender nell'incontrare dettagli di paesaggi, di ritratti, di discorsi... la memoria astrale ad alta fedelt e gli occhi dell'anima hanno percezioni pi intense degli occhi fisici. Ci siamo sforzati di essere fedeli al vissuto, cercando di ricordare addirittura parola per parola. Come avviene la lettura degli Annali? Si rivivono le scene con assoluta nettezza, udendo le parole nella lingua dell'epoca, ma comprendendole immediatamente; per noi la sensazione stata tale da farci rivivere emozioni e sensazioni estranee alla nostra personalit attuale. Per alcuni, questo libro sar un romanzo, per altri un delirio mistico... pazienza! Noi l'abbiamo scritto col cuore nel corso di due anni di lettura, e lo affidiamo agli uomini di cuore. Certi sanno gi di che si tratta, e col tempo si vedr... se ci sar tempo!

Sebbene alcune parti siano state scritte personalmente dall'uno o dall'altro di noi, quasi tutte le scene sono state rivissute da entrambi.

LIBRO 1

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CAPITOLO

Zerah

Avevo appena compiuto quattro anni. Abitavo con i miei genitori in un piccolo villaggio della Galilea, a due giorni di cammino da Jappa. Spesso, in piedi sul muretto della cinta della nostra modesta casa, restavo a guardare la lunga fila di carovane di cammelli che andavano a lenti passi verso Jappa, la "citt", l'avventura. Uno dei miei giochi preferiti era immaginare i mercanti che mettevano in mostra sulla piazza il contenuto delle loro ceste: uno spettacolo che avevo potuto gustare solo una volta, ma che mi era rimasto impresso e aveva eccitato la mia immaginazione. La vita insolita dei vicoli soffocati dal calore, le botteghe di artigiani e mercanti, gli odori forti delle spezie, i versi delle bestie, l'agitazione al porto, tutto era talmente in contrasto con la vita calma e regolata del nostro villaggio... Mio padre faceva il vasaio e anche quelle rare volte che si recava a Jappa si faceva pregare per andarci, preferendo il ritmo tormentoso del tornio alle esortazioni dei mercanti. Inconsciamente gliene facevo una colpa: possibile che a Jappa non ci fosse nient'altro da fare che comprare le sementi una volta all'anno? Mia madre, anch'essa pienamente avvezza alla vita dura e semplice della campagna, cercava di farmi ragionare: come mio padre era sempre vissuta l, con gli altri del "villaggio dei fratelli", come dicevano a Jappa. Di chi o di cosa fossimo fratelli non sapevo, ma mia madre e i vicini parlavano spesso di questa fratellanza che andava rispettata; le mie domande non si spingevano mai oltre

perch, a parte quei momenti di curiosit inquieta tipica dei bambini, la nostra piccola comunit mi infondeva una calorosa sicurezza. Eravamo 150 o 200, in quelle casette di pietra e malta raggruppate su un poggio scosceso. Intorno al villaggio c'era un semplice muretto di pietra grigia che per a me pareva una fortificazione, pur non superando il metro di altezza se non in pochi punti: mio padre mi ripeteva spesso, perch mi fosse ben chiaro, che quella era la "cinta sacra" e che tutto ci che esisteva e cresceva all'ombra di essa era protetto e benedetto. Ogni casetta aveva intorno un piccolo appezzamento di terra bastante alle necessit quotidiane; sotto, ai due lati della strada per Jappa, vi erano i campi comuni, pi grandi, dove lavoravamo insieme senza che mai qualcuno dicesse "qui terra mia, la tua quella". Tutti dicevano "la nostra terra". Le discordie erano rare, perch ogni raccolto veniva subito equamente spartito: il villaggio era dunque molto pacifico ed era per questo che lo amavo quanto amavo i Fratelli, fin dalla mia prima infanzia. Mi pareva che tra noi vigesse una legge sconosciuta ai mercanti e agli abitanti della citt: era una sensazione confusa che non sapevo spiegarmi. Quando scendevo con mia madre lungo lo stretto sentiero che serpeggiava fra gli arbusti, allontanandomi dal villaggio di poche centinaia di metri per riempire le brocche d'acqua, perdevo di vista le case; se ne indovinavano solo pi le forme cubiche grigie ed ocra dietro al verde delle quercie e dei melograni. Un tempo c'era stata una sorgente proprio in mezzo al villaggio, ma poi pareva che la natura avesse cambiato idea e pi volte al giorno dovevamo allontanarci dalla cinta sacra; accompagnare mia madre era una specie di gioco e ne approfittavo per gironzolare nella vigna o sotto i fichi, a seconda delle stagioni. Pi in basso, vicino alla strada maestra, si aggrovigliavano le vaste fasce blu e oro dei campi di lino e grano, verso i quali spesso lanciavo i sassi, come per provare la mia forza ed il mio desiderio di poterci andare a seminare e a mietere. Cos andare all'acqua si trasformava in gioco senza che neppure sospettassi, allora, che qualche anno dopo sarei stato io a portare la brocca invece di mia madre, giacch mio padre aveva sempre un gran bisogno d'acqua per il suo lavoro e gli asini del villaggio erano pochi. Guardarlo creare le sue forme con cos poca terra e cos tanta abilit era un altro gioco, un gioco che mi incuriosiva perch nei gesti abituali dei piedi e delle mani vedevo una sorta di magia, mentre il sorriso e la vivacit del suo sguardo mi dicevano che ce la stava mettendo tutta per eseguire alla perfezione anche il pi piccolo dei pezzi che andavano nascendogli fra le mani: erano oggetti semplici, nobili e di uso corrente, come le ciotole del cibo, le giare per la fermentazione del mosto e mille altre cose ancora. Provvedeva cos al fabbisogno della nostra piccola comunit, e di tanto in tanto un mercante si fermava da noi a comprare qualche scodella o qualche brocca. Se accadeva che a un Fratello del villaggio mancasse uno di questi oggetti mio padre glielo

forniva subito: l'altro, allora, andava ad occuparsi della nostra vigna o ci faceva qualche lavoro di muratura o falegnameria: era uno scambio continuo di gentilezze che giovava a tutti, come mi insegnavano allora i miei genitori. Mi dicevano che quella era la regola, e che anche da essa derivava la nostra forza; anche questo contribuiva a risvegliare la vaga ma potente sensazione della nostra "diversit". Andando in giro con i miei coetanei per quei sentieri polverosi che erano le stradine del villaggio, spesso vedevo gruppi di uomini e donne dal passo greve e dallo sguardo curiosamente profondo, i cui volti per non mi erano tutti familiari; ne dedussi ben presto che la nostra comunit doveva avere una qualche funzione di collegamento, accogliendo Fratelli che venivano da fuori e che avevano viaggiato molto. Il loro arrivo sul nostro fazzoletto di terra mi divertiva e mi incuriosiva sempre, ed era diventato per me una piacevole abitudine, un rito che non volevo perdermi; eravamo noi bambini ad accorrere per primi non appena un forestiero si presentava alle soglie del villaggio con la fronte bruciata dal sole e la schiena curva su per la salita sassosa, ma c'erano sempre una o due donne a disperderci per poter condurre lo sconosciuto in un cortile ombreggiato da un muro di malta o da una vite vergine: gli toglievano allora i sandali e gli lavavano i piedi con una pezza, poi gli offrivano un frutto in silenzio. volte erano gli uomini ad occuparsene, perch nessun compito veniva considerato subalterno o prettamente maschile o femminile, come compresi subito. Una volta rinfrescatosi, il nuovo venuto spesso si prosternava a terra, con le braccia incrociate, e pareva baciare pi volte il suolo; poi, alzatosi, con il capo coperto da un'ampia pezza di tela bianca, veniva scortato alla casa dei suoi ospiti. Ai bambini era raramente consentito assistere alle conversazioni che seguivano l'arrivo di un forestiero al villaggio: era una regola pi che una proibizione, una faccenda scontata che aveva le sue buone ragioni di essere e non andava discussa; ma siccome il frutto proibito si gusta sempre con piacere, ricordo di essere riuscito a sgusciare nell'ombra di una porta, dietro ad uno di quegli eterni viaggiatori che venivano da noi, e d'aver visto una volta mio padre con un ginocchio a terra davanti a lui, con il braccio destro incrociato sul sinistro sul petto, e il capo basso sul quale lo sconosciuto imponeva a lungo una mano. Questo spettacolo mi aveva talmente colpito da farmi scappare via quasi subito, e maldestro com'ero, se ne accorsero. Quella sera mio padre venne a cercarmi al muretto, nel mio cantuccio privato, mentre un vento fresco soffiava tra gli alberi di fico e faceva fremere le rare luci delle lampade ad olio accese qua e l. Ce la misi tutta a camminare adagio perch non mi andava di parlare con mio padre che avevo colto, o cos mi pareva confusamente, in un atteggiamento d'inferiorit, ma giunti a casa mi iss su un enorme cofano di legno e fissandomi dritto negli occhi mi disse: - Ascolta Simone: tra servo e padrone, secondo te, chi pi importante? Non capivo dove volesse arrivare.

- Entrambi, - riprese sottolineando le sillabe - entrambi, come le mani di uno stesso corpo o gli occhi di un volto, come il vento e la vela, la spada e lo scudo: ognuno solo la met di se stesso se l'altro non esiste. Ancora non capivo e dovette accorgersene perch mi abbracci, prima di continuare con voce pi calda: - Simone, ora che tu impari a vivere. Domani ti porter da Zerah, quello con la barba lunga che abita vicino al vecchio pozzo: avr molto da dirti e vedrai che resterai con la bocca aperta. Al di sopra della sua spalla vidi mia madre che mi guardava, accoccolata nella penombra su una piccola stuoia, mentre preparava meccanicamente il pasto del giorno dopo: una focaccia e poche olive. Dunque qualcosa sarebbe accaduto ed avrebbe forse scosso il mio "tran-tran" che aveva tutta l'aria di tendere alla monotonia, tra il desiderio di seminare il lino e quello di correre dietro alle carovane di Jappa: ebbi la sensazione furtiva di non aver mai capito ci che avevo visto, o che mi avessero nascosto tutto, prendendomi per un bambino mentre avevo tutto il diritto di sapere... Il giorno seguente, quando il ronzio caldo ed acuto delle prime api mi svegli, mia madre era gi scesa a riempire le brocche e si stava lavando in cortile mentre il cigolio del tornio rivelava che mio padre era gi al lavoro. Impaziente com'ero, non potei pi aspettare, e poco dopo saltavo e correvo tra i cespugli e gli ulivi per andare alla "casa del vecchio del pozzo". Zerah era un vecchio con una lunga barba grigia che il sole e gli anni avevano sfumato di rosso; l'avevo visto spesso quando giocavo, e sapevo che era ammirato e rispettato. Aveva un volto incartapecorito e scavato da solchi profondi, con uno sguardo dolce e penetrante allo stesso tempo, e le sue parole erano a volte enigmatiche ed a volte limpide; era, insomma, uno di quei venerabili vecchi di cui raccontavano i mercanti. - Pace a te, Josh - disse a mio padre che mi spingeva avanti. Sapevo che non avresti tardato a portarmelo, questo ragazzo. Avvolto in una lunga veste di lino d'un bianco sbiadito, Zerah era in piedi sulla soglia e mi tendeva le braccia. Quando mi prese per mano fui tanto colpito da quella sua grossa stretta callosa da non accorgermi neppure che mio padre non era entrato nella casa fresca e ombrosa: sembrava essere ancora pi povera della nostra, dove tuttavia c'era solo il minimo indispensabile. Quell'unica stanza, illuminata dalla luce calda e polverosa di una finestrella, conteneva solo due o tre stuoie e pochi utensili posati sulla terra battuta; Zerah mi fece cenno di sedermi, e prese posto davanti a me accoccolato su una stuoia. Scorsi nella penombra in fondo alla stanza una specie di stella a otto punte eguali, e non me ne stupii perch ce l'avevamo anche noi.

- Simone, ormai sei abbastanza grande per sapere cosa fai qui e chi siamo; dimmi: hai gi guardato le nostre vesti? - Si, - risposi - sono bianche, non come quelle della gente di citt, e poi pungono, ma mio padre dice che va bene cos e che passer. - Se pungono, pazienza! rispose il vecchio con un leggero sorriso. Il fatto che sono diverse da quelle degli uomini e delle donne che seguono la legge della citt e che ne indossano di blu, di gialle, di rosse, di tutti i colori. bene che tu l'abbia notato, ma sai perch cos? Perch la gente di Jappa non parla la nostra stessa lingua, la lingua dolce... - Ma se li capisco! replicai con violenza. - Capisci le loro parole, ma non il loro cuore, e per raggiungerli dovrai penare, come scoprirai presto. Ma non sei venuto per sentire parole amare, Simone, bens per imparare a guardare e a pensare. Gi da tempo sai che non viviamo come la gente di citt e i mercanti delle carovane, ed ora che tu sappia il perch: immagina un enorme campo di lino diviso fra i membri di una famiglia, ognuno dei quali si sposa ed ha molti bambini: ci sono quelli di Giuseppe, quelli di Saul, quelli di Giacobbe e cos via e sono cos tanti che ad un certo punto non si riconoscono pi e cominciano a picchiarsi, cosicch quelli che perdono il loro pezzetto di terra, per sopravvivere, devono chiedere asilo agli altri che li sopportano appena. La Terra, vedi, quel campo di lino, e noi di questo e di pochi altri villaggi siamo come i sopravvissuti ad una antica guerra in cui abbiamo perso i beni materiali datici da nostro padre, e siamo ora in esilio presso dei parenti dimentichi delle nostre comuni origini; siamo i sopravvissuti di un tempo in cui il sole si vedeva meno ma riscaldava di pi i cuori; siamo la spina nel tallone del gigante, e non guardarmi con quella faccia: presto te ne renderai conto. Zerah si interruppe un momento e, vista la mia perplessit, mi pose le sue manone sulle spalle prima di continuare. - Noi non siamo della stirpe di Abramo e di Giacobbe, Simone. nostri padri si sono ammazzati a vicenda tantissime lune fa, pi di quante tu ne possa immaginare; guarda bene quella stella, l in fondo: un simbolo del nostro popolo e la troverai ovunque, da tutti quelli che parlano con la mano sul cuore. un segno che devi conoscere e ve ne sono molti altri che imparerai pi tardi. Tra le molte genti che vivono in questo paese non voglio dire che siamo i migliori, ma il nostro Padre spirituale ci ha dato una parola che abbiamo conservato intatta, senza aggiungere o togliere una virgola. Per la gloria Sua e dei fratelli umani, dovrai saperla ascoltare e ripetere: allora, come gli altri del villaggio potrai indossare la veste bianca e parlerai la lingua dolce ...e per mezzo di essa guarirai. - Guarir? - Si, come molti di noi che hanno prestato giuramento. Ma non ti limiterai a guarire i corpi

che soffrono, vorrai guarire le anime... - Le anime? Cosa sono? - L'anima, Simone, ... una grande forza che abita in te e che ti fa dire ogni giorno cose come "io sono io", e "mi chiamo Simone"; una fiamma che ogni notte esce da te per percorrere un paese dal quale ti porter i sogni e non soltanto. il paese senza frontiere, dove... - Io non l'ho mai vista, questa fiamma! - Imparerai a vederla e, ti assicuro, persino a toccarla. Sebbene capissi a malapena quanto mi stava dicendo Zerah con voce calda e ovattata, avevo l'impressione confusa che mi si stessero aprendo molte e molte porte... Fu come rimuovere le ceneri per rianimare la fiammella dimenticata di cui parlava. - Ma, Zerah, come fa una fiammella ad ammalarsi? Chiesi spalancando gli occhi. - Si ammala quando si allontana un po' troppo dal fuoco che l'ha generata, ricordalo, Simone. Allora non scalda pi, ma brucia tutto ci che tocca. una cosa molto semplice, siamo noi che complichiamo tutto. Poi, con gesti infinitamente precisi, il vecchio mi annod al polso sinistro una sottile cordicella nera, segno di quanto mi era stato affidato, prima pietra di un futuro edificio.

segue da pag. 23

CAPITOLO II

Il Purm*

Trascorsero i mesi, scanditi da frequenti visite a Zerah. Il vecchio della "casa del pozzo" sembrava avermi preso sotto la sua protezione e non mi parlava pi da maestro ma come un nonno; incontrarlo era diventata una necessit e la sua umile stanza era per me come una seconda casa. miei mi vedevano entrare da lontano, ma non me ne parlavano mai; dai loro sguardi sapevo per che ne erano contenti. Mio padre prese ad intrattenermi meno del lavoro dei campi ma insistette perch andassi spesso a vederlo modellare e plasmare la terra a cui dava vita; mia madre invece decise che non sarei pi entrato in casa senza essermi lavato mani e piedi con l'acqua della brocca appositamente messa in cortile. Non recalcitrai davanti a questa esigenza che trovai anzi lusinghiera, dal momento che mio padre, i suoi amici, i forestieri, il vecchio Zerah e tutti coloro che indossavano la lunga veste bianca lo facevano sempre. Con quel nuovo obbligo mi pareva di essere stato ammesso tra gli adulti e di condividere un vero e proprio segreto, cosicch non ne parlai mai ai miei compagni di gioco. Per anni dunque il mio tempo trascorse tra Zerah, il tornio di mio padre ed i mandorli che crescevano e fiorivano da una stagione all'altra sotto i miei occhi. Non so per quale ragione partecipai sempre meno ai giochi dei miei coetanei; solo Myriam, la figlia del tessitore, divideva i miei sogni ad occhi aperti sotto una pianta di limoni che prediligevo

segue da pag. 24

ultimo capitolo, riprende da pag.346

CAPITOLO III

giardini d'esse

Un profondo torpore segu la dipartita di Myriam per diverse settimane, durante le quali cercai d'isolarmi completamente. Combattevo contro me stesso, contro quella parte di me che me la faceva cercare egoisticamente, bench sapessi che ora era felice. Mi rivedo solo, come nell'oscuro labirinto del Krmel, in cerca d'una sorgente d'aria e di luce. La scomparsa di Myriam era la mia trappola e lo sapevo, era come uno spesso velo per mezzo del quale una forza insidiosa cercava di soffocare ci che era stato risvegliato. Rimasi dunque in meditazione vicino alla capanna per qualche settimana; avrei anche potuto chiamarla o proiettare il mio corpo fino a lei, ma sapevo che non bisognava: ognuno ha il suo ruolo e se questo non ci piace non la Fortuna che deve essere accusata. Siamo noi il nostro proprio Destino. Nella mia mente ancora confusa non riuscivo pi a riordinare le idee, e mi ricordo che allora chiesi un segno con tutta la forza del mio corpo. Chiamai il Maestro, chiamai tutte le energie che sentivo presenti e crudelmente mute, finch un mattino, per tutta risposta, un grido risuon in montagna: era proprio come se puntasse su di me a tutta forza. Mi stavano chiamando. Scorsi allora alcuni uomini in cima a una roccia grigiastra che si sbracciavano venendo verso di me. Per la prima volta dopo tanto tempo, mi parve proprio che il mio nome risuonasse di nuovo tra le colline, e avanzai un poco. Intanto, quattro uomini con larghi calzoni e lunghe tuniche strette in vita emersero lentamente da un avvallamento del terreno. - Sei proprio Simone, Fratello di Iesus? Il Fratello di Iesus? momenti dicevo di no tanto quell'appellativo mi sembrava strano.

Non mi avevano mai chiamato cos, e senz'altro non avevo mai meritato cos poco quel titolo! Un Fratello in Iesus non poteva dormire cos, vicino a un sepolcro e a una capanna, qualcosa non andava pi, e il titolo di cui mi gratificavano mi turb profondamente per un corto ma terribile momento. Mi serv da balsamo e da salutare schiaffone. - Sei Simone? Riprese uno degli uomini, uno che aveva un volto noto. Ti abbiamo cercato dappertutto, per giorni e giorni, non speravamo pi di trovarti. Vieni, ci sono troppi ammalati da noi, i nostri sacerdoti hanno detto che dovresti venire con colei che ti accompagna. Era una domanda autoritaria, che non ammetteva tentennamenti, pronunciata con voce rauca e melodiosa ad un tempo. Ci scambiammo rapidamente un'occhiata e nei suoi occhi vidi la risposta al mio appello. Era un ordine, il segno della mia partenza. Non dissi parola, e mi accontentai di sorridere. Presi ci che rimaneva della mia sacca e feci cenno di s con il capo. Quel giorno fu segnato da un'altra partenza, un nuovo sole... non ero pi andato verso gli altri e gli altri erano venuti da me. Rimuginavo quel pensiero tra me e me, che venne presto chiarito da una riflessione di Kristos: "Gli altri? Come potete parlare degli altri? Dovete parlare di voi in altri luoghi, con altri volti! Non vedete come siete legati? La chiarezza del vostro cuore completa quella di colui che chiamate altro. Siate gli altri e sarete ovunque ad un tempo. In tutte le menti voi sarete ci che Io Sono, ovvero voi stessi!" Quel giorno mi sentii scaturire una fiamma ardente nel petto, simile ad un verde raggio fresco e acquietante in cui vedevo la forza di Myriam aggiungersi alla mia, operando anche nei miei minimi gesti e con assoluta precisione. Dovetti dunque ripercorrere quella contrada ancora una volta, di borgata in borgata, unendo il mio sapere a quello dei sacerdoti locali. volte mi parlavano di un altro Fratello visto a qualche miglio da l, per non sentivo la necessit di andarci; mi bastava sapere che lavorava anche lui per la Grande Coscienza Cosmica ancora addormentata su questa Terra. quell'epoca tentai vari contatti con quelli di Mos che si erano stabiliti da tempo in quella regione, ma non ebbi successo, anzi i cuori e le vite di quegli uomini mi parvero stranamente chiusi. Il loro Mos non era quello che conoscevo e mi sembr che in essi vibrasse soltanto la Lettera: temevano il Padre pi di quelli del Gran Tempio di Gerusalemme... Timorosi, chiusero dunque la porta alle parole del Maestro che aveva bandito il timore dal nostro cuore. Comprendo oggi che la loro reazione, la loro storia non era quella di un popolo, di una casta definita, ma quella di qualsiasi uomo che rifiuta di guardare altro che non sia ci che gli sempre stato mostrato o insegnato. "La mente immobile ha l'aspetto della mente sonnolenta, mentre la mente in movimento passa spesso per la scomodit e talvolta per lo scandalo, ma bisogna scegliere: La Forza del Due appartiene a colui che calpesta e martella il suolo con passo duale", aveva detto il Maestro... "Quella del Tre si proietta in avanti attraverso tutti i rischi, in cerca dell'onnipresenza e si identifica con l'energia dell'Uno". Giuseppe mi aveva affidato un manoscritto della Fratellanza da consegnare a quegli uomini,

ma non lo feci. Il mio sforzo e quello di tutti i miei compagni si concentr allora nello scegliere ed istruire uomini e donne la cui fronte fosse gi ornata dalla fiamma di Kristos: non dovetti andare a cercarli, n percorrere le folle per sondare gli sguardi, perch vennero a noi senza che fosse necessario scambiare profonde e gravi parole... Il vocabolario dell'amore sempre semplice, e fa fuggire coloro che non lo sono e temono di manifestare la gioia; infatti i Fratelli esseni non furono mai tristi nel loro modo di esprimersi, perch lo Spirito vero e in espansione non appartiene ai reclusi. Molti degli uomini che vennero da me e, come seppi, dagli altri Fratelli, appartenevano a famiglie di guerrieri, possedevano delle tenute e avevano domestici al loro servizio, vivevano in una relativa intesa con Roma e si erano abituati a vedere i suoi eserciti controllare la regione. Le loro personalit, la loro posizione sociale all'inizio mi disorientarono: quegli uomini si presentavano sempre bardati di cuoio, di pelli e di metalli con costosi coltellacci appesi alla cintura. Ne rivedo alcuni offrirmi ospitalit nelle loro grandi dimore di legno fortificate... Ascoltavano parole che per me erano di libert e di pace, e i loro cuori mi seguivano rapidamente, senza che capissi come avessi fatto! Doveva pur esserci un filo conduttore che li portasse l in un dato momento... perch ascoltassero! Contro tutte le mie speranze non abbandonarono le armi, n il potere che esercitavano sui loro possedimenti, che per me era eccessivo, tuttavia capii che avevano ragione, le loro ragioni. Nessuno di noi poteva formare dei Fratelli completi: esseni si nasceva, e questo era un insegnamento ancestrale; ma il ceppo era destinato ad estinguersi per trasformarsi in un altro di cui ignoravamo il volto. Forse che quei rudi guerrieri che ora maneggiavano concetti di pace e d'amore sarebbero stati i nostri successori sulla terra di al? Questa domanda mi torment il cuore per intere sere... potevo mettere tutto nelle mani di quegli uomini? Giuseppe e gli altri, stavano facendo la stessa cosa? Il cuore diceva di s, ma la ragione si rifiutava di dargli ascolto. Una sera, nella ricca dimora di legno scolpito di un guerriero che mi ospitava, decisi di fare ricorso ad un vecchio metodo della nostra gente. La stanza che mi avevano messo a disposizione era vasta, con i tramezzi e il soffitto di tronchi di piccole conifere, alcuni dei quali, abilmente lavorati, rappresentavano dei volti che facevano pensare alle forze della Natura. Mi avevano dato una sedia larga, un oggetto che per me era inusuale, e un letto basso con dei cuscini, e avevo fatto togliere tutte le pelli che ornavano il pavimento e il muro al mio arrivo, perch il loro irradiamento eterico nuoce alla purezza di un lavoro psichico, a parte certi casi ben precisi. Per fortuna il mio ospite aveva delle resine che potevano sostituire l'incenso; ne bruciai qualche presa ai quattro angoli della stanza e disposi su di un vassoio di metallo un po' della terra sabbiosa dei dintorni. Alla luce di una torcia, vi disegnai col dito una croce con le braccia uguali ed una spirale regolare che partiva dal centro della croce verso la periferia del vassoio, dopo di che mi immersi nella pronuncia del suono tipica della Fratellanza, e mi sdraiai con la mente vuota.

Il mattino seguente, al mio risveglio, mi attendeva la desiderata risposta: la spirale tracciata il giorno prima era scomparsa, accuratamente cancellata da una sorta di alito che aveva risparmiato la croce. Secondo il codice definito dalla Fratellanza al Krmel, questo significava "S". S, dovevo dunque dare fiducia ai rudi capi di quella terra; potevo affidar loro il contenuto del mio cuore. La risposta era netta, tanto pi chiara in quanto non c'era niente di magico in essa: gli Esseni non amavano manipolare forze esterne ad essi e al Grande Agente Universale... Ero stato io, a proiettare il mio corpo luminoso sulla terra del vassoio. Non ci sono interrogativi di cui non conosciamo la risposta inconsciamente e saremmo molto meno ciechi se comprendessimo che ogni notte ci abbeveriamo ad una chiara fonte. Dobbiamo tutti ricollegarci a ci che siamo, alla nostra forza prima se vogliamo sapere e potere... cos semplice... La nostra mancanza di fede distrugge tutto! Cos affidai l'intera parola di Kristos, la vita del Maestro, i metodi esseni, l'esistenza dei Fratelli delle stelle, ad alcuni fieri signori di al, e cos fecero i nostri altrove. Come aveva detto Giuseppe, stringemmo con loro un patto simbolico, e i capi iniziati al nostro insegnamento si impegnarono a portare i capelli lunghi, in memoria di un altro patto molto pi antico...* Dopo, tutto avvenne con molta rapidit, e mi scorrono ancora davanti agli occhi dell'anima le immagini di quegli uomini rudi, aureolati di un fuoco argenteo, che parlavano ai loro gruppetti di guerrieri e di servitori di un grande Maestro di Giustizia, vissuto al di l dei mari, raccontando la vita di colui che aveva albergato Kristos provando dunque che tutti erano atti a riceverlo a loro volta... sacerdoti che conoscevano il cammino dei cicli ben presto si associarono al loro movimento, e vidi formarsi delle assemblee sulle piazze dei villaggi, nei mercati. Si parl di abbandonare le catene, di indipendenza e dell'unione di tutti gli esseri. Ma per Roma gli esseri erano solo corpi, volont da spezzare! Le riunioni pubbliche furono viste come una minaccia, e ancora una volta rividi le stesse immagini di bancarelle rovesciate, di folle disperse, con la legione romana armata di lancia che imponeva la sua legge diffidando di tutti... Venne infine il giorno in cui avrei dovuto girare una delle grandi pagine del mio libro. Dovevo parlare ad una folla eterogenea, sul mercato di un piccolo villaggio della costa. Quella gente mi conosceva perch mi avevano visto tante volte insieme ai loro signori, e ancora le immagini di quei momenti mi riempiono di emozione, di una strana sensazione. Mi avevano fatto posto su un tavolo di legno e uomini e donne cominciavano a riunirsi rumorosamente sotto un sole pallido, ma prima ancora che potessi aprir bocca, un gruppo d'uomini armati fece irruzione all'angolo della strada... Erano legionari romani, e avanzavano a passo di carica con la lancia appoggiata al fianco destro, sollevando nuvole di polvere. La loro rapida e silenziosa avanzata sul suolo sabbioso scaten il panico, e i presenti furono dispersi senza troppi complimenti in un batter d'occhio. Rivedo ancora le ceste rovesciate, le giare in frantumi, le bancarelle con il loro carico di pesci calpestato o abbandonato. Non so perch restai l senza reagire... era forse il ricordo del Maestro a Magdala? Non avevo paura, nemmeno un po' di timore. Semplicemente ero fiducioso o forse avevo una certa

prescienza! Mi trovai con venti lance puntate al petto in attesa che qualcuno desse un ordine, poi un centurione venne a dire poche brevi frasi con voce calma, mi legarono i polsi e mi portarono fuori dal villaggio. Non sapevo dove mi stessero conducendo, nessuno mi aveva chiesto niente e neppure rivolto la parola. Camminavo dunque in silenzio, con le catene strettamente legate al collo di un cavallo. Percorremmo qualche miglio nella campagna piatta e paludosa, mentre in lontananza emergeva dalla calda bruma la linea delle basse montagne azzurrine: le contemplai pensando a una capanna, forse ancora spazzata dal vento... Ad un tratto la mia scorta si ferm vicino ad un gruppo d'alberi esili, dai tronchi nodosi, sulla nostra sinistra. Fui rudemente spinto da due legionari e una profonda sensazione di freddo si impadron di me, senza alcuna ragione. Non ebbi neppure il tempo di chiedermi cosa stesse accadendo e mi girai d'un tratto verso i soldati. Allora vidi qualcosa come un braccio lanciarmisi contro, e un lampo lacerante... sentii come un rumore sordo, un colpo in mezzo al petto. Poi pi niente... pi niente per un attimo; fuggevole sensazione di vertigine... Scatur un'immagine immersa in uno strano chiarore, e mi riconobbi infine disteso sotto ad un albero, con una pesante e corta lancia piantata nel torace. Non vi fu n terrore n dolore, e tutto si cancell. Lentamente l'immagine del mio corpo senza vita venne soffiata via da una brezza bianca, e dissolta in quel dolce alito; mi abbandonai ad una forma di torpore, preso dalla freschezza di una miriade di lingue di fuoco turbinanti. Rividi ancora il mio corpo come tra i due lembi di una tenda scostata: i soldati lo avevano spostato e lo stavano rapidamente ricoprendo di rami e pietre. Fu una breve visione, poi mi sentii aspirare verso una forza, verso un'energia che non riuscivo a localizzare. Come descrivere ci che avvenne allora? Come non trovare ridicole le parole di fronte a ci che ho vissuto? Vidi un mondo bianco, pi bianco ancora di tutte le nevi dei nostri sogni, vidi il suo biancore prender vita ed emanare tutti i colori dell'arcobaleno, vidi montagne e foreste, alberi e calici multicolori, e mari e rive di diamante, vidi la Pace, la Pace che non era quella degli uomini. Fu cos che i giardini d'Iesse mi aprirono le porte. Mi svegliavo e le immagini della mia vita sulla terra si precipitavano in me con tutta la forza dell'amore che avevo ricercato. Erano le case del mio villaggio, le rive di Cafarnao, gli occhi del Maestro, il sorriso di Myriam, i miei errori, le mie gioie... Guardai la goccia d'acqua che avevamo tentato di aggiungere al grande Oceano che tutti i cuori cercano. Pensavo ... poi sentii sotto i piedi un'erba rugiadosa: la terra delle anime! Allora una voce cristallina mi colm, pi gaia di tutte quelle che avevo conosciuto. Non so oggi da dove venisse esattamente, e cosa mi abbia a lungo istillato, ma so che non era di nessuno. La forza che l'abitava apparteneva al Tanto Desiderato, era quella che non scrive mai la parola fine da nessuna parte. Aveva un nome, uno solo, simile a mille soli:

AMORE.

Il Maestro Ges continu ad insegnare in segreto al Krmel fino a tarda et, quando giunse ! a sua ora, lasci il corpo di sua propria volont e i suoi discepoli videro !a sua forma di luce risplendente e di una densit tale da parere un corpo fisico elevarsi lentamente al di sopra del Krmel. Invece il suo corpo di carne, in perfetto stato di incorruttibilit, rest nel monastero per molti secoli ancora, e poi venne trasportato con l'aiuto dei Fratelli delle stelle... pi a Est. Cos ci disse la memoria del Tempo.

F i n e

* Festa del 12 mese dell'anno; si commemora Ester che liber i Giudei. * I discendenti di quei capi sono oggi noti come "re Merovingi".