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M.

LETIZIA BENCINI

GIOCANDO CON DIO

OVVERO L'AVVENTURE DI TITTI MITI

STORIE DI UN AMORE INFINITO

J. AMBA EDIZIONI

In copertina: "Shiva" - dipinto di Fatechand Francesco Camassa Foto di copertina di Lisetta Carmi Grafica: Kalavati ISBN 88-86340-10-9 Copyright 1994 J. AMBA EDIZIONI via Reale, 11 14020 Colcavagno (AT) Finito di stampare nel mese di agosto 1994 dalla Grafica Levante - Locorotondo (Bari) tel./ fax 0141 906374 tel./ fax 080 8802959

INTRODUZIONE da "Teachings of Babaji ", Hairakhandi Samaj, India Nelle colline del Kumaon ai piedi dell'Himalaya in India, il luogo di nascita o la dimora di molti grandi santi del passato e del presente, l ha vissuto Shri Hairakhan Wale Baba. A coloro che chiedevano chi fosse, Hairakhan Baba a volte rispondeva che Lui Shiva Mahavatar Babaji, noto a centinaia di migliaia di persone nel mondo attraverso l'Autobiografia di uno Yogi di Paramahansa Yogananda. Un Mahavatar una manifestazione umana di Dio, non nato da donna. Shri Babaji (Shri un titolo di rispetto; Baba un termine usato per un rinunciante, o un santo o un santo Padre) apparso nel Giugno 1970 in una grotta sacra da migliaia di anni, ai piedi del Monte Kailash nel Kumaon, sulle rive del fiume Gotama Ganga di fronte ad un remoto villaggio chiamato Hairakhan, nel Distretto di Nainital dello Stato dell'Uttar Pradesh. Egli non aveva genitori o Famiglia noti, Egli apparve come un giovane di diciotto anni circa, eppure mostr grande saggezza e poteri divini fin dall'inizio. Ad alcuni abitanti del villaggio di Hairakhan si manifest

come un uomo vecchio con una lunga barba bianca; ad altri come un giovane; altri come un bel ragazzo. Due uomini Gli hanno parlato contemporaneamente, uno ha visto un uomo vecchio con la barba, l'altro ha visto un giovane senza barba. Egli veniva visto in posti diversi nello stesso tempo. Conosceva le Scritture e poteva citarle sia in Sanscrito che in Hindi, eppure non c' nessuna prova che abbia ricevuto un'istruzione. Babaji rest in digiuno pressoch completo per mesi, in totale due o tre anni, eppure la Sua energia era senza limiti. Verso la fine del Settembre 1970, cammin fino alla cima del Monte Kailash con pochi devoti. Seduto in posizione yoga nel piccolo, vecchio tempio che l, stette per quarantacinque giorni senza lasciare la Sua postura, meditando per la maggior parte del tempo, qualche volta parlando, preparando e benedicendo frutta e verdura da dare agli altri, e cominciando ad insegnare il messaggio che ha portato al mondo. Centinaia di persone vennero in Ottobre per celebrare la festa religiosa di nove giorni del Novara con Lui sulla cima del Monte Kailash. La Sua venuta stata predetta sia nelle antiche scritture che nelle parole e nelle profezie di un santo Indiano del ventesimo secolo: Mahendra Baba, o Mahendra Maharaj. Da bambino, Mahendra Baba fu curato da una visione di Babaji e della Madre Divina; poi, nel giorno di uno dei suoi successivi compleanni, egli vide di nuovo Babaji, che gli regal dei dolci. Da ragazzo, appena finite le scuole superiori, Mahendra Baba incontr Babaji, in una delle Sue precedenti forme umane; Babaji gli insegn la conoscenza yogica per sei giorni e sei notti. Quando Babaji lo lasci, Mahendra Baba non sapeva Chi fosse, n dove ritrovarLo. Dopo aver preso la laurea in filosofia, Mahendra Baba rinunci al mondo, e and in cerca di questo Guru, camminando a piedi attraverso l'Himalaya in India, Nepal, Tibet e Cina. In seguito pass degli anni nei templi degli Stati Indiani del Gujarat e dell'Uttar Pradesh, e si cre la reputazione di santo. Solo dopo venti anni o pi di ricerca e di attesa egli fu guidato ancora verso le colline del Kumaon, dove Babaji gli apparve di nuovo, in una stanza chiusa in un remoto ashram in montagna. Dopo questa apparizione di Babaji nel Suo corpo fisico Mahendra Baba, secondo le istruzioni di Babaji stesso, cominci la missione di preparare il ritorno nel mondo di Babaji in forma umana. Per molti anni egli gir per L'India predicando che Babaji sarebbe tornato per trasformare il mondo cambiando i cuori e le menti degli uomini. Egli descrisse l'aspetto di Babaji, comprese le ferite sulla gamba destra e sul braccio sinistro; egli disse che Babaji sarebbe venuto nel 1970. Mahendra Baba restaur vecchi ashram e templi, ne costru di nuovi, e prepar il canto di adorazione ora usato dai devoti di Shri Babaji. Shri Vishnu Datt Shastriji, famoso studioso di Alwar (Rajastan), discepolo di Mahendra Maharaj, con la sua benedizione acquist un oceano di conoscenza. Egli scrisse un libro su Babaji intitolato "Sada Shiva Charitamrit", che fu ispirato dalla Madre Divina. In questo libro Shastriji descrisse l'ashram di Hairakhan senza averlo mai visto; dieci anni dopo, quando vi si rec, fu sorpreso nel vedere che ogni cosa era perfettamente reale. Shastriji ha scritto anche molti altri libri, e alcuni studenti hanno redatto la tesi di laurea studiando i suoi testi. Shastriji l'officiante di tutti gli yagya (antiche cerimonie vediche di offerta al Fuoco sacro) e delle funzioni sacre che Babaji compiva. Egli il Saggio: quando Babaji teneva dei discorsi, lui era la Sua voce. Ha seguito Babaji come un'ombra durante gli anni della Sua manifestazione fisica: come lui stesso si definito, "l'eterno bambino di Babaji". Mahendra Maharaj diceva ai suoi seguaci che Shri Babaji stato una manifestazione di Dio fin dai primi tempi in cui l'uomo impar la religione. Babaji ha insegnato a guru ed altri insegnanti religiosi nella storia, sempre cercando di portare l'uomo verso Dio e verso valori spirituali. Attraverso le epoche Egli apparso per insegnare, manifestandosi in un corpo gi esistente in ogni Sua apparizione, piuttosto che venire al mondo attraverso una nascita umana. Yogananda scrisse della sua esperienza e di quella di altre persone con questo Babaji immortale nel diciannovesimo e nei primi del ventesimo secolo. Ci sono libri scritti in Hindi sulle precedenti manifestazioni di Hairakhan Baba, che rimase in India dal 1800 circa al 1922.

Intorno all'anno 1800 Egli apparve agli abitanti dei villaggi vicino ad Hairakhan uscendo da una sfera di luce, e nel 1922, davanti ad un gruppetto di seguaci, scomparve in una sfera di luce. Ci sono molti miracoli registrati, come curare la gente, restituire morti alla vita, nutrire moltitudini con piccole quantit di cibo, cambiare la Sua forma, essere in due o pi posti contemporaneamente, nutrire il fuoco sacro con acqua quando il ghee (burro chiarificato) non era disponibile. Ma soprattutto, la gente era attratta da Lui perch Lo sperimentava come un Essere divino, saggio, pieno d'amore, molto al di sopra del livello umano. Vennero a Lui abitanti dei villaggi di montagna (istruiti o analfabeti), Occidentali, burocrati e soldati Inglesi, l'intellighentia Indiana, ricchi e poveri, gente di tutte le religioni. Ci sono ancora persone ad Hairakhan e dovunque in India che ricordano il "Vecchio Hairakhan Baba" e che hanno sperimentato questa attuale manifestazione come lo stesso Essere. Ci sono prove di manifestazioni ancora precedenti. Dei monaci Tibetani, venuti da Shri Babaji nel 1972, Lo riconobbero come "Lama Baba" che aveva vissuto in Tibet circa 500 anni prima. Ci sono racconti della Sua apparizione in Nepal, come pure in India e in Tibet. In due o tre occasioni, Babaji disse che Lui era stato uno degli insegnanti di Ges Cristo. La maggior parte dei seguaci di Shri Babaji Lo sperimenta e Lo adora come una manifestazione di Dio vera e senza et. I grandi e piccoli miracoli che fa quotidianamente nelle vite dei Suoi seguaci, il Suo leggere e rispondere ai loro pensieri prima che vengano espressi, le Sue cure, la Sua guida, i Suoi insegnamenti, sono ad un livello che va oltre perfino la pi avanzata abilit umana. I miracoli esteriori e drammatici sono rari: la maggior parte dei Suoi miracoli avviene nelle menti, nei cuori e nelle vite dei Suoi devoti - miracoli di comprensione, guida, insegnamento e sostegno quando, come e dove fosse necessario.

Shri Babaji ha detto che l'umanit in grave pericolo durante il periodo del Kali Yuga - l'Era del materialismo e del declino della vita spirituale. Egli ha predetto distruzioni diffuse e cambiamenti e morte in questo decennio. Egli ha detto che coloro che veramente adorano Dio (in qualsiasi modo l'uomo Lo conosca) e che ripetono il Suo Nome e vivono in armonia con l'Universo saranno salvi, e che si former una nuova societ umanitaria di persone che saranno focalizzate su Dio. Per focalizzare le menti su Dio, Babaji ha insegnato alla gente a ripetere l'antico mantra OM NAMAH SHIVAY. E' un mantra (parola o frase di grande potere spirituale) Sanscrito completo, fortissimo che ha diversi significati, tra cui "Io prendo rifugio in Dio/Io mi arrendo a Dio". La ripetizione di OM NAMAH SHIVAY una via verso 1'unit con il Dio Supremo (il Nome di Dio usato in questo mantra il Signore Shiva, una concezione Hindu dell'unico Dio Supremo. Questo mantra stato usato per millenni ed insegnato da santi e guru in Indi a e in Occidente). La costante ripetizione di un mantra (la ripetizione si chiama japa) focalizza la mente su Dio, apre la propria mente e il proprio cuore a Dio, e ferma o riduce la tendenza innata della mente a pianificare, preoccuparsi costantemente, sognare ad occhi aperti o altrimenti perdere energia in attivit realmente inutili. Lo scopo principale della venuta di Shri Babaji in una manifestazione umana in questo momento quello di riformare i cuori e le menti degli uomini. Egli venuto per rimuovere la confusione ed il male dall'umanit. Babaji una volta disse: "La mente pu essere purificata solo dalla japa. Questa l'unica medicina per le malattie della mente. Se la vostra mente e il vostro cuore sono impuri, come pu Dio abitare nel vostro cuore? L'acqua per pulire il vostro cuore il Nome di Dio. Perci insegnate a tutti a ripetere il Nome di Dio dovunque." La mente che generalmente focalizzata sul Nome di Dio risponde, quando sorge la necessit, spontaneamente nell'adempiere le sue funzioni velocemente, facilmente e bene.

Babaji ha enfatizzato OM NAMAH SHIVAY, ma in alcune occasioni ha dato anche altri mantra: 1'essenza delle Sue istruzioni : "Ripetete il Nome di Dio". Shri Babaji disse che quando la

grande distruzione arriver nel mondo, quelli che sinceramente credono ed adorano Dio e specialmente coloro che ripetono il Suo Nome, saranno salvati dal potere del mantra. "I Nomi di Dio sono pi potenti di mille bombe atomiche e all'idrogeno." Sebbene Babaji vivesse in una cultura Hindu e fosse adorato quotidianamente con rituali Hindu, Egli non era attaccato ad alcuna religione particolare. Egli affermava che tutte le religioni possono portare il sincero devoto a Dio. Ad Hairakhan, Shri Babaji adorato da Hindu, Cristiani, Buddisti, Ebrei, Sikhs, Musulmani perfino atei si sono ritrovati ad inchinarsi a Lui. Egli spesso ricordava ai Suoi seguaci che tutta 1'umanit una famiglia - la Famiglia di Dio. A quelli che chiedevano della religione, Egli rispondeva: "Seguite la religione che avete nel cuore." Comunque Egli disse molte volte che era venuto a ristabilire i principi del Sanatan Dharma, la Religione Eterna, che senza et e in cui tutte le religioni affondano le loro radici. Anche prima della Sua riapparizione nel 1970, Babaji insegn a Mahendra Maharaj a predicare che tutti i devoti di Dio dovrebbero vivere una vita basata sui principi di Verit, Semplicit, e Amore. Questa, Egli disse, l'essenza di tutte le religioni. E' molto difficile nutrire odio, rancore, rabbia, lussuria, gelosia ed egoismo e la violenza che tutto questo genera quando una persona cerca davvero di vivere in verit, semplicit, e amore con tutti. A quelli che andavano ad incontrarLo Egli diceva e ripeteva che il Karma Yoga - il lavoro disinteressato - dedicato a Dio il migliore, il pi semplice, il pi remunerativo e rapido modo di arrivare a Dio in questa caotica, confusa era di cambiamento. Nel Suo ashram ad Hairakhan il lavoro al mattino e al pomeriggio una parte vitale del programma della giornata. C' il tempo della meditazione la mattina presto, dopo il bagno al fiume, ma Babaji insisteva sull'importanza di parecchie ore di karma yoga ogni giorno, e in queste ore bisogna lavorare con la costante ripetizione del mantra. "Seguire e dimostrare la via di Verit, Semplicit e Amore il supremo dovere dell'uomo e lo Yoga pi alto. Il lavoro diligente una qualit di questa Via, perch la pigrizia la morte sulla terra. Solo con il lavoro 1'uomo pu cantare vittoria sul karma (la legge universale di causa ed effetto). Tutti devono sforzarsi di compiere il proprio dovere nel miglior modo possibile e di non evitarlo. Il servizio all'umanit il primo dovere. Durante questo periodo, la disumanit e la pigrizia sono aumentate, cos importante che lavoriate sodo e che non vi perdiate d'animo. Siate coraggiosi, siate industriosi: lavorate duro ed abbiate coraggio." Sebbene Babaji abbia chiamato a S molti Occidentali con sogni, visioni o semplicemente tramite racconti di amici su di Lui, Egli non ha mai cercato di stabilire un grande seguito personale. Il Suo piccolo ashram, su per la riva ventosa di un fiume quattro miglia lontano dalla fine della pi vicina strada di campagna, non avrebbe potuto accogliere le migliaia di persone che sono arrivate da altri santi o guru. Ma, sebbene Egli non avesse dato una chiamata generale perch la gente andasse a vederLo, Egli ha voluto che tutto il mondo ascoltasse il Suo messaggio. Shri Babaji non ha mai richiesto che la gente Lo vedesse o Lo adorasse come una manifestazione di Dio per andare da Lui ed esserne beneficiata. Egli stesso ha detto della Sua forma umana: "Questo corpo non niente, esso qui solo per servire la gente." Shri Babaji ha lasciato il Suo corpo mortale il giorno di San Valentino - il 14 Febbraio 1984. Nei primi tempi della Sua missione Egli aveva detto a due o tre devoti che avrebbe lasciato il corpo nel 1984. Prima di venire, Egli disse a Mahendra Maharaj che sarebbe venuto per dare un messaggio all'umanit. E' venuto, ha vissuto il Suo messaggio, ha predicato il Suo messaggio; il Suo messaggio stato pubblicato, e, avendo completato la Sua missione, Se ne andato.

Ora Shri Babaji continua la Sua opera non solo dal mondo invisibile attraverso il cuore e la mente degli uomini, ma anche sul piano fisico attraverso la Presenza e l'infinito amore di Shri Muniraji Maharaj, che Egli stesso ha indicato quale guida spirituale e punto di riferimento soprattutto per gli Occidentali quando era ancora nella Sua manifestazione fisica, insegnando a venerarLo come un'Incarnazione divina. Una volta, commentando il fatto che Shri Muniraji era stato invitato a partecipare ad una

conferenza spirituale in Austria alla quale avrebbe partecipato anche il Dalai Lama, Shri Babaji disse: "Muniraji pu partecipare. Il Dalai Lama non pi grande di Muniraji. Muniraji l'incarnazione di Guru Dattatreya. (Nota: DATTATREYA - 'Il dono di Dio ad Atri ', Incarnazione molto antica di Brahma, Vishnu e Shiva nello stesso corpo. Grande Guru ed autore di sacre scritture, i Suoi insegnamenti sono raccolti nell'Avadhuta Gita ed inclusi nello Srimad Bhagavatam. Fine nota). Egli uno Yogi e spiritualmente molto, molto alto. Diffondete ovunque questo messaggio tra la gente. Presto si terr un meeting mondiale qui. La data non stata ancora fissata, ma verr presto." (Hairakhan, 19 Luglio 1983)

Nota dell'Editore Titti la incontro la prima volta nell'84 a Galeazza, vicino Ferrara. Era l'anno in cui Babaji lasci il corpo, ad Hairakhan. Non sapevo nulla di tutta questa storia e ci arrivai per caso, portato a forza da un 'amica, Uran. Un sabato di fine aprile approdammo in quella specie di folle serragliomanicomio. Indifferente, il castello ne aveva viste di cotte e di crude e di storie ne avrebbe potute raccontare un sacco, ma cos incredibili forse era la prima volta: un Kumbha Mela nostrano di tutti i folli di Dio! Filippo, il castellano, nell'attimo esatto in cui, turisti smarriti, ci si avvicinava timidamente alla scalinata dell'ingresso principale, usciva correndo, con uno strano vestito di seta tutto nero e un turbantone nero luccicante da maragi di guitti. Sembrava scappato fuori dal palcoscenico di Capitan Fracassa. Mi pizzicai. Non era il fantasma del castello. Lambruscotherapy? L'attimo dopo un mastino enorme si attaccava furibondo con un altro cane. Gruppi di ind metropolitani in abiti variopinti correvano di qua e di l con licenza... di esistere senza un senso apparente. "Andiamocene, "sussurrai a Giulia tamburellando l'indice sulla tempia, "questi sono matti. "Eravamo gi accanto al Mercedes quando Uran ci raggiunse e ci preg alle lacrime di restare, almeno per l'Arati della sera. Ci guardammo in faccia dubbiosi. Restammo e fu fatale. Da allora eccoci ancora qui e dieci anni son passati. Quell'Arati fu cos speciale, forte, potente, antico e nuovo, che ci leg a doppio filo d'acciaio. Muniraji fece il resto quando un mese dopo arriv al castello dall'India. Al suo arrivo la follia centuplic.

Un 'energia come un fiume in piena ci coinvolse tutti e ci trovammo uniti da un filo sottile di amore che ci muoveva in un 'instancabile catena di lavoro giorno e notte. Fu un 'esperienza unica. Pi faticavi ogni notte senza dormire per preparare il tempio, e pi le energie si alzavano e accadevano cose fantastiche. I vecchi devoti dicevano che era proprio come quando c'era Baba. Indimenticabile sarabanda di tutto quello che da sempre ti eri sognato succedesse: ridere lavorando, uniti, mangiare poveramente la stessa sbobba e faticare senza riconoscimenti, soldi, applausi. Quante amicizie vere si formarono in quei giorni! E Titti fu una di queste. Lei stava l, centrata, una folle di Dio. Mi ricordava un giovane guerriero pellirossa conosciuto qualche vita fa. Titti Miti, sempre sorridente, attiva, i capelli sugli occhi grandi e sgranati in attesa di qualcosa, bella di una bellezza pulita. Legammo, e mi raccont sprazzi di s che mi incantarono. All'epoca giravo come un accattone affamato a mendicare storie di Babaji. Per credere. E ognuna mi regalava un'emozione nuova. Gioia. Fiducia. Certezza. Mi forzava il mio muscolone inaridito e mi strizzava fuori lacrime di incredula felicit. Questo voglio passarvi, in queste Storie di un Amore Infinito. Ci rivedemmo, ci riperdemmo, ci ritrovammo per le vie di Delhi, in un ristorante dell'Hans Plaza, alle Sabbie Bianche di Rosignano. Sempre bimba, puledra selvaggia, viandante lucida in fuga perenne dal mondo. Sempre coinvolta in qualcosa di pi strano, folle, incomprensibile per me. Ribelle figlia di ricchi, abbandona famiglia, posizione e onori come Francesco d'Assisi e come lui

senz'abiti grida alle stelle: "Dio perch non ti mostri?" Molti alla Valle Benedetta salgono alla roulotte dove vive quando non ad Hairakhan.

E l ricevono il suo darshan, modesto, umile. Canta bhajans accompagnandosi all'armonium e offre al Fuoco sacro. Spacca legna e porta bidoni d'acqua su e gi. Raccoglie erbe mediche e tiene le api. Fa i mercuti per sopravvivere. L'unico pensiero: Babaji e il dhuni di Hairakhan. Devota di Francesco, la madre forse gener un 'anima affine al santo: o chiss il suo clone. Chi ci capisce pi niente in questo andirivieni di incarnazioni! Parli con uno che ti sembra normale e vien fuori che l'incarnazione di qualche po' po' di santo. Oggi dice che ci son tutti, scesi per godersi il Passaggio alla Nuova Era e aiutare! La sua vita breve, fantastica per la costante presenza di Dio che l'accompagna, pu essere una sveglia forte, uno stimolo imperioso per quanti, amanti di Dio, non hanno ancora avuto il coraggio di correre ai Suoi piedi, insieme a Titti, a Gora, a Libero, e a tutti noi, tanti che abbiamo trovato la nostra Verit che si evolve sempre e chiss dove ci porter. "Perch non mi scrivi un libro della tua vita?" le chiesi goloso dopo il Novaratri a Villa. Lei si schiv ridendo timida. "Deh! E mi ci vedi? Ma io 'un so miha scrivere!" "Lo racconti al registratore e poi lo butti al computer. " Il mattino dopo me la trovai a casa. "Mi fermo, proviamo: deh, semmai lo butti!" Dopo l'offerta al fuoco in piramide, presi il Sony e lei cominci a snocciolare la storia della sua vita proprio come l'avrei voluta: spontanea, semplice, piena di 'deh!' di 'boia!' e le cento interiezioni del parlato livornese. Man mano venivo calamitato, e il mio ragioniere godeva pensando ai dobloni di incasso delle future vendite di una storia tanto incredibile, ricca, potente. Anche gli altri personaggi del mio teatrino eran contenti alla recita. Buon segno.

Babaji mi mandava una storia stuzzicante, moderna, cinematografabile! Il mio regista se la vedeva passar davanti, scena dopo scena. Una storia facile per molti, comprensibile a genitori, figli, a tutti, grande. In due giorni scarsi arrivammo alla fine e poi lei attacc al computer. La sadhu livornese casualmente sapeva anche usare un Mac. M'aspettavo seguisse pari pari il dialogo del Sony e invece, cuffie alle orecchie, part per la tangente. Altroch non sapeva scrivere! Quando lessi il primo capitolo restai di stucco. Glielo dissi ridendo e lei ridendo mi rispose che non poteva dare quelle frasacce dette al microfono. C'era in lei l'anima di una scrittrice piena di pudori letterari, di eleganza, di abilit pulita. Per quasi tre mesi da mattina a sera se ne stette accoccolata sul divano del soggiorno seduta in padmasana a scrivere, leggere, tagliare, correggere le sue avventure. Alla fine avevamo in mano qualcosa di grande: la vita di una folle di Dio. Lo leggiamo e rileggiamo e ci appassiona come un thrilling spirituale. Ha ritmo: veloce, conciso, forte. E' il suo metronomo interiore, che scandisce allo stesso modo il tempo di ogni attimo della sua vita. Ci sentiamo felici, orgogliosi, grati a Lui di averci permesso di stimolarne la nascita e comunicare un simile martirio. Francesco, Milarepa... Gora e quanti altri, sconosciute anime incapaci di stare in Terra, prese dalla smania ossessiva, totale di tornare a Casa, da Pap quello vero del Cielo. Come Gora, anche Titti ha avuto un unico grande vero Amante: Dio. Fu Amore che la port a trovare dentro il suo Shiva, Babaji. Titti Bird ha ripreso il volo e ci ha lasciato il suo uovo. A noi schiuderlo e far volare l'angelo di luce che sta dentro perch ne porti a chi ha sete e fame. Grazie. G. P. B.

GIOCANDO CON DIO


ovvero

L'AVVENTURE DI TITTI MITI

Himalaya
Chiss perch stavo andando proprio in India? Me lo chiedevo, e quando me lo domandavano gli altri, la risposta usciva da sola: "Mi sta chiamando, l'ho sentito in Capraia." Quante volte avevo sentito quella Voce, e che serenit seguirne le direttive senza inutili domande: queste intuizioni erano le sole certezze della mia vita. Che bello sarebbe stato poter vivere sempre cos in quello stato di coscienza. L'angelo che si chiamava Francesco, dolce e silenzioso come al solito, mi port con la sua moto a Fiumicino. Il cuore gli si stava spezzando, lo sapevo, tutto era ora improvvisamente diverso, non stavamo andando insieme in Sud America. Al contrario, lo stavo lasciando, forse per sempre. Mi accompagn all'interno delle grandi vetrate, mi dette un bacio e scapp via. Obbligai il mio cuore a star zitto e la mia mente a seguire la trafila burocratica che mi port nella zona franca dei duty free. "Che lungaggini..." mentre pensavo questo, l'altoparlante ci mise al corrente che la Bangladesh Airlines aveva dodici ore di ritardo. Si seppe poi che un aereo era caduto.

Decisi di approfittare dell'acqua calda dei servizi igienici dell'aeroporto per compiere un'accurata toilette. Lavai con piacere i miei lunghi capelli. Avevo infatti trascorso gli ultimi giorni che mi avevano separato dalla grande partenza in un bosco dietro Castiglioncello, dove l'unica acqua disponibile era quella di un argilloso laghetto. Pensai a Francesco. "Dio che essere terribile sono." Mai mi lasciavo influenzare pensando agli effetti delle mie azioni sulle altre persone. Non mi piaceva prendere esempio dagli altri, tanto meno seguirli nelle loro scelte. Mi sentivo interiormente sola. Libera. Anche se vivevo la vita con amici che amavo, dovevo seguire il mondo dentro di me, la mia ricerca che gli altri non condividevano. Loro si accontentavano di tutt'altre cose. Francesco con la meccanica e con le moto era soddisfatto. Dopo qualche ora di volo si atterr in Bangladesh, dove avremmo cambiato aereo. Dio mio, l'aeroporto di Dacca rispecchiava la miseria del Paese! Tutto il territorio di quello Stato proverbialmente povero era una distesa d'acqua costellata di rare palafitte. Ci permisero di uscire dall'aeroporto. Il caldo umido e afoso ci appiccic gli indumenti alla pelle. Mi inoltrai per la stradina con un paio di ragazzi. Dovemmo camminare un bel pezzo prima di trovare un chai shop. Ci sedemmo e ci servirono una brodaglia calda. Mi guardai intorno: non c'era nulla da mangiare. Nessuno mangiava. Solo si beveva quella roba calda. E io che credevo di star conducendo una coraggiosa vita povera. Shiva mi stava facendo vedere che cos' la povert! La gente era magrissima e senza energia. Anche quei bambini tutti occhi e pancione. Che desolazione, che impotenza... mio Signore pensaci tu!

Riprendemmo l'aereo, un piccolo velivolo, con seggiolini duri e scomodi. All'ora del pranzo passarono con un pentolone di riso e lenticchie, cosa che gradii molto pi di quei soliti alimenti incelofanati che sembrano finti. Stavamo volando nella stessa direzione del sole, da est verso ovest, cos da rendere lunghissimo quel tramonto, tavolozza di luce e colori sulle vette imbiancate dell'Himalaya.

L'eccitazione mi invase, mi fiondai nell'abitacolo del pilota. Volevo una visione panoramica dello spettacolo. Il buchetto dell'obl non mi bastava di certo. Convinsi quell'uomo a tenermi l con lui. Ero in paradiso. Mai visto nulla del genere. Che montagne, che colossi, che divinit in quel mare di colori solari. La gioia era incontenibile e presi a ridere. Ancora ridevo quando mi trovai davanti ai doganieri al controllo passaporti. Fuori dall'aeroporto scelsi di seguire un ragazzino, che mi voleva portare al suo Hotel con un taxi. Feci bene ad andare con Dinesh, perch poi divenimmo amici e il suo aiuto fu in futuro per me importantissimo. Posai nella stanzetta il sacco a pelo di piumino da alta quota corredato da guaina in goratex che Guido aveva voluto assolutamente che comprassi, nonostante fosse costosissimo, perch sosteneva avrebbe potuto salvarmi la vita in situazioni difficili sull'Himalaya. Era tutto il mio bagaglio, a parte il tagliaunghie verso cui avevo un attaccamento spaventoso, una maglietta di ricambio, il coltello, le matite colorate e il chilum che mi ero fatta con la terra di Italia. L'avevo cotto in un forno realizzato scavando nell'argilla una cavit con due aperture nella quale avevo acceso un fuoco. Il chilum era stato avvicinato piano piano alla fonte di calore e infine immerso nella brace per una notte. Ricordo ancora l'emozione al mattino quando smuovevo la cenere per vedere se il mio sacro oggetto aveva retto alla cottura. Lo presi in mano, integro, con un bel colore e un disegno scuro fatto dal fuoco, mi sembrava addirittura che mi assomigliasse. Era il mio tesoro, di piccole proporzioni, lo tenevo sempre in tasca con me. Uscii dalla Guest House e mi immersi in quella folla colorata e viva. L'architettura, il clima, la gente tranquilla e scalza, gli sherpa, le forti donne, gli odori, tutto mi era familiare, ero a casa finalmente. Mangiai in un posto poverissimo dove mi offrirono una montagna di riso e lenticchie che era assolutamente impossibile finire. Seguendo il principio che il cibo sacro e ci che sul piatto va terminato, riuscii ad ingurgitare l'ultimo boccone - era ottimo. Mi guardai intorno e gli altri commensali, scuri di pelle, chiedevano ancora e ancora che gli venisse riempito il piatto. Chi diamine ha messo in giro la voce che da queste parti si muore di fame?! Uscii da quel locale buio e continuai la mia esplorazione. Mi incurios una musica che usciva da una casa. Salii i pochi gradini e vidi qualcosa di stranissimo. Degli anziani suonavano campane, mentre uno di loro ondeggiava una luce di fronte ad una specie di sgabuzzino pieno di fiori, riso, frutta, colori. Un odore fortissimo di incenso; appena mi videro con gioia mi chiamarono e stranita e timida mi unii a quella che fu, non lo sapevo, la mia prima puja. Poi si misero a sedere in cerchio e, mentre un paio di vecchi impastavano la ganja con il pollice destro nel palmo della mano sinistra, gli altri iniziarono a suonare e cantare. Mi misero in mano due piattini che urtati fra loro davano un simpatico suono metallico e mi coinvolsero in pieno nel loro rito. Si fumava ganja in un chilum dal largo braciere, si rideva e si cantava il nome di Shiva. Ero proprio arrivata nella terra giusta. Ma perch mandavano via questi altri turisti che si affacciavano attirati dalla musica e me mi tenevano l con loro? Conobbi nei giorni seguenti un sadhu, un Naga Baba che mi mise al collo una rudraksha, il seme di una pianta sacra, facendomi capire che ora lui mi insegnava qualcosa. Mi port in giro nella vallata di Kathmandu da un tempietto ad un altro. Mi present i suoi amici. Mi diceva che lui era Shiva e io Parvati. Mi invit ad unirmi a lui che viaggiava l'India a piedi piano piano dall'Himalaya a Capo Kumarin, 1'estremit sud del continente. Accettai con piacere, ma gli dissi che prima volevo andare da sola sull'Himalaya. Riflettei: era quello lo Shiva che cercavo? Quello per cui ero partita? 0 non perdevo l'obbiettivo per cui ero in quella terra d'oriente, il mio obbiettivo: dovevo cercare Shiva, un altro Shiva, e dovevo farlo da sola senza perdere tempo. "Qui tutti hanno il suo nome in bocca, questa casa sua, ne sento la presenza, se esiste deve venire fuori." Mi chiedo "Davvero fosse stato lui Shiva? E io Parvati?" Arrivata,

trovato? Impossibile! Chiss? A piedi per l'India con Shiva. Fantastico! E io avrei dovuto esser Parvati! Com' difficile accettarci! Quanto dobbiamo viaggiare per arrivare a noi! Il mio Shiva non era lui. Al bivio decisi di spostarmi a Pokhara, che mi dicevano essere base per un trekking sull'Annapurna Himalaya. Nel minuscolo villaggetto di allora c'era una guest house che ospitava qualche hippy immerso nell'assaggiare droghe, funghetti magici, nel giocare a Back Gammon ecc. Non era il mio posto. Mi incamminai nella campagna sulle rive del magnifico lago, finch trovai una casetta abbandonata. Era fatta con fango e sterco di vacca, tetto di paglia, un soppalco di legno e una grande pianta di ganja sulla porta. Era proprio di mio gusto. Rintracciai il proprietario, che per poche rupie mi permise di usarla come ricovero notturno. Il giorno dopo mi ammalai. Improvvisa mi sal addosso una forte febbre e una diarrea impietosa. Effettivamente avevo sempre bevuto acqua ovunque e si sa che Kathmandhu una delle citt pi sporche del mondo. Pensai che mi stavo facendo gli anticorpi necessari per vivere ai tropici, ma alla sera persi conoscenza. Mi ripresi non so dopo quanto tempo e mi trovai stesa l su quel soppalco, unica compagnia il frutto della mia diarrea. Il corpo debolissimo non rispondeva ai miei comandi. Decisi di approfittare di quel momento di lucidit per richiamare tutta la mia volont e tramite lei le forze. Chiamai la vita da ogni parte del corpo e mi misi a sedere sul giaciglio con in testa un solo pensiero: "Devo stare bene, devo stare bene, devo guarire." Mi concentrai sui forti dolori di stomaco che provavo, come volessi viverli nella loro intensit, poi buttavo via ogni pensiero di paura che si affacciava alla mente ogni tanto, e piano piano miglioravo. Per lo sforzo e la febbre sudavo, ma l'energia la sentivo, arrivava. Infine mi sentii di nuovo viva e riuscii ad alzarmi. Cercai di ripulire alla meglio e scesi le scalette per gettare i rifiuti all'esterno. Il peggio era passato. Il giorno dopo arrancai al villaggio. Valicando il muretto di pietra che limitava la propriet della casa trovai un braccialetto per terra in mezzo al sentiero, sembrava che aspettasse me. Avevo desiderato qualcosa da mettere al polso che fosse simbolo di quest'altra iniziazione che avevo affrontato. Qualcosa da guerriero, ed ecco quel braccialetto. "Allora ci sei, ti devi far vedere, ti tiro gi dal cielo, Padre sconsiderato!" Al villaggio mi consigliarono di mangiare yoghurt per guarire del tutto. Lo feci. Mi sentii subito meglio. Mi capit sotto gli occhi una cartina della zona e lo sguardo cadde su un punto preciso, un nome: Muktinath, tempio di Shiva. Ecco dove trover il mio Signore. Decisi di dargli l'appuntamento per la prossima luna piena, che sarebbe stata alla fine della settimana. Non c'era tempo da perdere, raccattai le mie cose, poi guardai il favoloso sacco a pelo di Guido e lo ritenni troppo bello per una pellegrina in cerca di Dio. Cos resi felicissimo uno sherpa sconosciuto che lo ricevette in regalo. Scalza partii dal villaggio. Scalza mi misi a correre su per i monti. Raccolsi per strada i famosi magic mashroom, funghetti allucinogeni e, sali e scendi in questa bellissima jungla, alla sera arrivai ad un punto di ristoro che era una semplice abitazione nepalese. Chiesi alla madre di famiglia se mi cucinava un riso con i funghi e mi accomodai nella stanzetta che mi avrebbe ospitato quella notte. Il riso era molto e buono e seguendo la mia abitudine ne mangiai fino all'ultimo granello. Molto stanca mi sdraiai sulla branda e... in un attimo uscii dal corpo. Mi trovai seduta sull'armadio e guardavo il mio corpo: la Titti distesa sul letto come morta, ed io ero lass. Nessuno mi aveva mai parlato di corpo eterico, di viaggi astrali, ero annichilita dalla paura. Unico desiderio: tornare subito l dentro. Dentro quel corpo! Ma non mi muovevo! Non riuscivo a muovermi solo comandando con la mente come si fa nel regno della materia. Cercavo di dire al mio spirito di tornare subito al suo posto, ma niente da fare, rimanevo lass seduta. Il terrore era totale.

Ad un certo punto, non so come, realizzai che ci si muoveva con la volont, ma non con la volont del cervello, con una volont a s, che si poteva manifestare solo se mi tranquillizzavo. Un attimo dopo ero serena, et voil, eccomi rientrata velocissima nel corpo attraverso una fessura, come un accesso al livello dell'ombelico. Oggi posso immaginare che forse c'era qualche angelo invisibile accanto a me, che mi aiut suggerendomi come muovermi. Chiss, so solo che improvvisamente seppi come fare per tornare nel corpo. Non mi piacque nulla quell'involontaria esperienza e decisi di non esagerare pi con i magic mushroom.

Il Tempio di Shiva
All'alba ripresi la corsa verso il tempio di Shiva. Il freddo era intenso, i piedi nudi affondavano nelle pozze d'acqua ghiacciata. Correre mi scaldava, poi si alzava il sole e il caldo permetteva di rilassarmi e godere il panorama. La catena himalayana si ergeva nella sua potenza, tutta l, davanti a me piccola piccola. Beata, felice, immersa in quell'energia, in quella natura, quell'attimo era un sogno per me. La sacra vibrazione di quei luoghi mi permeava, l'assorbivo attraverso il respiro dei polmoni e quello della pelle che coprivo solo con uno slip e una canottiera. I piedi volavano di pietra in pietra su e gi per le salite. Passai da Tatopani, meta per molti giovani attratti dalle sorgenti di acqua calda. Non mi fermai, non c'era tempo, e corsi verso il Mustang attraverso boschi di abeti che contrastavano con la jungla tropicale incontrata nei giorni precedenti. Arrivai nell'ampia vallata di un fiume, immensa distesa di sassi bianchi, spazzata dal vento e percorsa a cavallo dai tibetani. Il tragitto era costellato di templi buddisti, con le ruote del Dharmada girare lungo il cammino, le bandiere con i mantra che inviavano le preghiere nel mondo attraverso il forte vento. Spiando dalle porte aperte si scorgevano nel buio i monaci che cantilenavano nenie affascinanti. Che mondo fatato, come ero felice! Peccato che la diarrea avesse ripreso a disturbarmi. Riuscii a contenerla a fatica fino all'arrampicata finale verso il tempio di Muktinath. Quella notte ero andata di corpo continuamente, al mattino mi sentivo debole, ma l'aria frizzante dei 4.000 metri mi dette l'energia necessaria per proseguire. Dovevo andare. Il cammino venne interrotto spessissimo da soste forzate. Gli stimoli intestinali mi accucciavano da un lato eppoi via di nuovo su e ancora su. Ero distrutta, la dissenteria non accennava a smettere ed io dovevo arrivare al mio appuntamento. Quella notte sarebbe stata luna piena, solo un pensiero avevo in mente: "Devo arrivare, devo arrivare." Mi trascinavo su per la salita che non finiva mai. Sentivo per che quello sforzo fisico e la volont che necessitava per affrontarlo erano la miglior medicina per quell'indisposizione. "Eccolo, quello." C'era una piccola serie di templi, con un ruscelletto che scorreva accanto. Mi diressi verso il primo e l, di fronte al tempio di Shiva, mi liberai completamente. Emisi tutta l'acqua putrida che mi rimaneva nell'intestino e la malattia fin l. Mi tirai su e iniziai a cercare: "Adesso Shiva deve venir fuori." e invece sbuc fuori un vecchio pujuri che mi apr un tempio. Vidi uno yoni-lingam e una statua, non capii bene. Non mi significavano nulla. Rimaneva il gran vuoto, non era quello lo Shiva che cercavo. Lo volevo sentire vivo. Il vecchio se ne and, rimasi da sola... che delusione terribile. Lo stesso vuoto dentro! Non era successo niente. Niente! Avevo dato il massimo di me. Ero una ragazzina di diciannove anni che in preda alla diarrea si era trascinata in cima all'Himalaya per amore suo e questo Shiva non si era impietosito neanche un po'! M'accasciai vicino al ruscello e mi misi a piangere e poi ad urlare a piena voce nel silenzio dei 4.000 metri: "Se ci sei esci fuori! Non lo vedi che ho dato tutta la vita per te, non lo vedi che non ho nulla, sono solo una povera bimba, non ti faccio pena?" Cos gridai e rigridai e alla fine, stanca, impotente, mi zittii e restai ad ascoltare il rumore del

ruscello. Niente, solo questo vuoto, questa sensazione angosciante di vuoto e di dubbio. Quindi mi arriv l'idea. Guardando in alto si vedevano "vicine" le vette degli 8.000 metri. Fra due di queste una sella mi attir. Avevo letto sulla carta che si chiamava Torong Pass, m. 5.800. Ripresi a parlare con l'invisibile Amato: "Se tu non esisti, io non voglio pi vivere, questa vita non ha senso, non niente, solo una gran morte. Se Dio non esiste, se Giustizia non esiste, preferisco non vivere questo caos." Presi la decisione: "Voglio che ti mostri. Lo voglio! Domani salir su quelle montagne, se ti interessi di me ti farai vedere e mi impedirai di morire fra i ghiacci eterni." Sconvolta ma felice di aver trovato la soluzione definitiva, me ne scesi alle case pi vicine. Mi venivano in mente le parole di mio padre che a tavola parlava di Dio ai figli. Sosteneva che quando si muore ci si fonde con il tutto, con l'impersonale energia creativa divina, il corpo torna ad essere polvere e la coscienza individuale non esiste pi. Terribile, non ci potevo credere. Il mondo era cos meraviglioso e non poteva finire in un niente cos totale. Ma neanche mi convinceva l'insegnamento di mia madre che parlava del Paradiso come meta della vita, in cui si godeva di un'infinita gioia. Avevo pochi anni allora, cinque o sei, ma passavo ore insonni di notte chiedendomi: "Se ora muoio e vado in Paradiso, sar felice, eppoi sar felice, eppoi dopo? sar felice." ma non poteva andare avanti eternamente, che noia! Come si poteva stare in un tempo senza fine. No, doveva esserci un'altra vita senza tempo. Trovata questa soluzione mi addormentavo soddisfatta. Ed ora finalmente ero sul punto di sapere la verit.

Oddio, nato malformato!


Dagli inizi dell'ottocento in famiglia nascevano sempre e solo maschi. Cos andava avanti di generazione in generazione finch in quella attuale, come era ormai prassi, nacquero tre bellissimi fratellini. I miei per desideravano molto una figlia e mia madre con la forza della fede credette possibile chiedere un regalo al Signore. In cuor suo pregava lo Spirito Santo di esaudirle questo grande desiderio, caro specialmente a suo marito: una figlia femmina. Una bimba! E il Signore la esaud. A distanza di quattro anni dall'ultimo figlio, fra la gioia generale e un'ombra di incredulit, nacqui io. Appena mi vide, mio padre fece una battuta rimasta famosa, ma che n io n mia madre abbiamo mai realmente apprezzato: "Oddio nato malformato!" C' chi dice che il babbo in quel momento fosse ispirato. Comunque per il battesimo organizzarono una grande festa, con fuochi artificiali e molti ospiti. I miei erano felici e orgogliosi di presentare in societ la figlia tanto attesa, che venne chiamata con un nome studiato accuratamente, carico del significato dell'importante evento. Maria Letizia Donata entr cos a far parte di quella felice famiglia e di questa umanit nel settembre del 1961. L'ambiente in cui mi trovavo apparteneva all'alta borghesia, e il nostro tenore elevato. Mio padre si era appena trasferito da Milano alla sua citt natale, Livorno, a cui era rimasto sempre molto legato e dove ora era giovane primario di un reparto dell'ospedale. Per mia madre ero una bimba tranquilla e dolce - fin troppo a giudizio del babbo abituato alla vivacit dei ragazzini dove mi mettevano stavo. Non piangevo, mai mi lamentavo. Ero una pace per la giovane donna indaffarata per la gestione della famiglia e della carriera del marito, completamente dedito alla professione in cui si dimostrava estremamente brillante.

Trascorse un anno, e i miei misero di nuovo alla prova la generosit di Dio cercando di mettere al mondo un'altra bambina. Nacque Guido, l'ultimo, il fratello a me pi vicino in tutti i sensi, con cui ho mantenuto sempre un legame d'affetto. La prima memoria della mia esistenza viene spesso ricordata in famiglia: avevo un anno, mi

mettevano in carrozzina accanto alla grande voliera delle tortore e un giorno mi trovarono che parlavo loro, imitandone l'idioma. Tubavo e mi rispondevano. Il nostro dialogo sembr ai miei cos reale che mio padre si allarm. Sua figlia non diceva ancora n "Ma" n "Ba", ma solo "tu... tu... tu..." botta e risposta con le tortore. Fece immediatamente spostare la carrozzina dicendo che la bambina doveva imparare a parlare correttamente e non a comunicare con gli animali, contrariando mia madre che, da vera devota di San Francesco (di cui porta il nome), invece apprezzava questo precoce amore per la natura che sua figlia manifestava. Qualche anno dopo, la compagnia dei quattro fratelli si dimostr l'ambiente ideale per dar libero sfogo a quell'istinto di giovane guerriero che era l'impronta del mio spirito. Condividevamo giochi spericolati, casette sugli alberi, bande di monelli, in particolare amavo immaginarmi pellerossa e strisciavo per ore sola attorno alla casa, colpendo visi pallidi che spuntavano come funghi dietro ogni cespuglio. Mia madre era fedele seguace del metodo educativo Montessori e la libert di scalmanarci era pressoch illimitata. Non esisteva gioco pericoloso che ci fosse vietato ed i miei fratelli maggiori me li insegnavano tutti. L'educazione comunque non ci era certamente risparmiata. I miei amavano le regole ed il galateo ed erano orgogliosi di sfoggiare questi cinque bimbi in scala, cos vivaci ma a tempo opportuno cos educati. Eravamo abituati ad aspettare, anche a lungo, che mio padre si sedesse a capotavola ed iniziasse a mangiare, prima che ci fosse permesso di addentare la prima forchettata di pasta fumante. Poi tutti si portavano via il piatto e aiutavano a sgombrare la cucina, nonostante la servit non mancasse di certo. Passarono cos quegli anni felici, fra giochi in giardino, mattinate a scuola, vacanze in roulotte a Cortina d'Ampezzo. Lo scopo di vita dei miei era diventato la cura di questi cinque figli. Ogni loro sforzo era volto ad offrirci il meglio della vita. Mia madre faceva attenzione che godessimo di molti mesi di mare e altrettanti di montagna. Si dedicava alla nostra educazione culturale con molta cura, senza porre in second'ordine lo sviluppo fisico al quale eravamo tutti incoraggiati. Appena era possibile ci scarrozzava in auto a visitare famosi centri storici, ricchezza d'Italia, illustrandoci, da vera appassionata quale , tutto ci che c'era da sapere. Eppoi ci iscriveva a corsi sportivi di ogni tipo, dal tennis alla barca a vela, l'alpinismo, l'equitazione, la scherma. Tutto ci che desideravamo ci veniva offerto. I cinque fratelli si volevano molto bene e sentivano profondamente l'importanza dell'unione familiare. Non era raro vederci tutti insieme impegnati a scendere dalle cime dei pini marittimi del giardino in corda doppia libera. I pi grandi insegnavano ai pi piccoli e come eravamo orgogliosi delle capacit atletiche di Claudio, chiamato 'uomo-scimmia'. E di Roberto che sapeva tutto sulla storia della Terra e dei suoi sassi. Eppoi Enzo che, ancora oggi non so come, ci faceva comunicare da una camera all'altra con un improvvisato telefono o un telegrafo che scriveva i messaggi con la penna Bic attorcigliata su un fil di ferro. Dell'ultimo, Guidino, non dico niente perch tale era l'amore che ci univa che eravamo sempre insieme. Siamo stati ragazzi molto fortunati ed eravamo felici. La femminuccia poi era la pi coccolata e se ne apprezzava il carattere mite. Ero una bambina responsabile, servizievole, brava a scuola, esempio di ubbidienza. Ero il quotidiano metro di confronto che il babbo e la mamma portavano ai miei fratelli: "Fate come la Titti - questo fu il soprannome che mi fu dato alla nascita da Enzo - studiate come la Titti, ubbidite come fa la Titti." Figlia unigenita tanto amata, pensavo di essere una bambina perfetta, cos come descrivevano con orgoglio i genitori ai loro amici. Inizialmente apprezzai molto la considerazione degli adulti, ma poi cominciai a vivere come una specie di ossessione questo esempio di "bene" che impersonavo, e me ne liberai volentieri alla prima occasione, alla porta dell'adolescenza. Capit che, basandosi sulla totale fiducia di cui godevo presso i genitori, fu deciso di mandarmi, come premio per l'esame di terza media superato brillantemente, sola con Guidino nell'abituale campeggio di Cortina. Che pacchia! La mamma ci aveva dato diecimila lire,

quando sarebbero finite sarebbe arrivato il resto della famiglia.

Chilum
Questo fu l'inizio, la prima avventura. Quei soldi non ebbero mai fine. Ci divertimmo come pazzi, godemmo il gusto di fare tutto ci che sempre stato vietato ai ragazzini. Non abbiamo mai dormito la notte, ma sempre per principio gozzovigliato coi pi grandi. Ho incominciato a fumare un pacchetto di Marlboro al giorno, che mi valse il soprannome di "De Fumis". Rubavo nei supermercati da bere e da mangiare per tutti (naturalmente anche le sigarette venivano "prese in prestito" - cos si diceva per essere raffinati) e, peggio che mai, insegnavo anche agli amici le tecniche pi ricercate per vivere "gratis". Chiss da dove mi veniva tutta questa voglia di rompere le regole. Era un gioco divertentissimo. Un po' una sfida al mondo dei "grandi" e un po' un mostrar a me stessa il coraggio di cui ero dotata. Un giorno, in un bel pomeriggio di sole, stravaccati su un prato verde alla base di quelle rosse Dolomiti, il ruscello che scorreva l sotto nel bosco, ecco comparire il Chilum... Quel sacro oggetto, il fratello chilum che mi accompagn in quegli anni. Quell'essenza che veniva fumata con la speciale pipa mai mi fu presentata come droga, ma come sostanza magica, di antico culto, che dava la possibilita di affacciarsi al mondo sottile che ordina la natura. La chiave di quella porta che separa i due mondi. In quegli stessi giorni scoprii anche altre cose che fanno parte della vita: vidi ad esempio che fra ragazzini e ragazzine c'era attrazione, succedevano strane cose. Questa scoperta per mi interessava molto meno del fumo e di quella condivisione di avventure e rischi di cui ogni giorno era una miniera. Arrivarono i genitori e fin cos questo primo assaggio di libert. II secondo e definitivo incontro con il chilum avvenne qualche mese dopo, quando feci la prima brucia e saltai la lezione del ginnasio a cui ero stata iscritta come si conviene a una figlia di buona famiglia. Andai nell'unico parco della citt con 1'intenzione di mettermi in pari con i compiti arretrati, studiando nel verde, sotto 1'amato sole. Venni invece distratta da un gruppo scalmanato di adolescenti che giocavano con l'attrezzatura con cui veniva annaffiato il prato. Lotte furibonde con gli schizzi d'acqua, risate e botte, io facevo finta di niente con aria di superiorit, finch non mi arriv addosso un'ondata devastante sui libri e sul quaderno. Era una dichiarazione di guerra: mi tolsi i pantaloni e gli indumenti ingombranti e mi buttai nel mucchio. Dopo poco tutti avevano seguito l'esempio, per conservare qualcosa di asciutto e, selvaggi semi nudi, ci divertimmo come pazzi. Quando fummo soddisfatti ci sedemmo in cerchio ed eccolo spuntare fra noi: il chilum. Inizi cos il rito guidato dal pi anziano, capelli biondi lunghi, aria serafica, appena tornato dall'India. La preghiera recitata per l'occasione, che ai miei orecchi suonava molto simile ad un grido di guerra, si rivolgeva a Shiva. Udito questo nome un'altra scossa elettrica percorse il mio corpo, ancora pi forte di quella che mi colpi alla prima apparizione del chilum. "Shiva", quel suono mi fece battere il cuore. Shiva! Una rivelazione! Era tutto per me. Inizi cos una storia d'amore con quella parola, con quel mantra di cui percepivo con chiarezza il potere. Cominci ad esser parte essenziale della mia vita, parola di rito quotidiano, che suscitava in me grandi emozioni e si faceva motore dei miei impulsi vitali. Ero assetata di quei riti, della condivisione di emozioni con quella trib di giovani creativi e amanti della vita. C'era qualcosa dietro... Era molto importante fumare come una preghiera, chiamare dentro di me lo Spirito. Gli chiedevo di svuotarmi la testa da tutti i pensieri, dalle paure inconsce, dal rumore che avevo in

mente e che mi dava molto fastidio. Ormai facevo il liceo classico, cos gli stessi studi e il pensiero illuminista e razionale che il babbo ci insegnava in famiglia dicevano che mai si d retta all'istinto, all'ispirazione. Tutto va pensato, ponderato e razionalizzato, quando poi la mente d il suo consenso allora si pu agire. Sempre teleguidati dalla mente razionale. In realt mi vivevo il mondo mentale come un peso opprimente che mi soggiogava, mentre una parte di me era convinta che quella fosse la via giusta, che mi avrebbe portata sana e salva alla meta della mia vita. Ma in fin dei conti sentivo solo la mente ingombra. Allora non andavo a scuola, scappavo, andavo sul mare, cercavo di fare il silenzio nella mente, sforzandomi di concentrarmi sul suono delle onde che si infrangevano sulla scogliera, il vento. E non ci riuscivo, sentivo sempre tutti questi pensieri rumorosi nella testa, rumorosi e despoti, comandavano loro. Tutto inizi cos. In famiglia cominciai a sentirmi stretta. I genitori, quando arrivammo all'et dell'adolescenza, negli anni caotici del post sessantotto, in risposta alle nostre prime ribellioni dettero una bella sterzata all'educazione libertaria. Non tanto nei confronti dei fratelli che, godendo del privilegio di esser maschi, anche a dodici anni potevano inforcare la bicicletta e fare il giro dell'Isola d'Elba per esempio. Fu proprio nei miei confronti invece che l'educazione si fece molto all'antica, severa, secondo valori di cui non capivo il significato: ne soffrivo solo i limiti. Non mancava certo l'affetto, ma le disposizioni erano troppo restrittive, troppa era la protezione per il mio istinto selvaggio, che dovevo reprimere per la maggior parte del tempo. Dicevano apertamente che mi tenevano come si tiene un prezioso tesoro sotto una campana di cristallo. Ed io mi sentivo proprio cos, mi sentivo morire. Non riuscivo ad esprimermi. Tutta la mia vita era quello che riuscivo a fare quando mi trovavo fuori di casa, protetta da qualche enorme bugia. Era tempo di avventura, nottate insonni di fantasia sfrenata, richiamo del Grande Spirito, immersioni totali nella natura, fuochi, barche rubate per l'occasione e grandi remate notturne, la luna pie na, il fumo, lunghe conversazioni sul senso della vita. Tutto questo intercalato con il college di Oxford, le feste di societ, le amicizie per bene, i purosangue montati col cap, le crociere coi Rotary dove ero la signorina B. figlia del Professore, straconosciuto chirurgo di fama. Non volevo la signorina dellalta-societ, volevo essere una specie di pellerossa, uno spirito libero, galoppante in cerca della Verit. L'abbondanza materiale non mi ha mai affascinato, forse anche perch ho avuto la fortuna di sguazzarci fin dalla nascita. Mi fosse mancata, forse l'avrei cercata come molti altri. In famiglia non mi sentivo pi felice. I problemi erano molti e pesanti. Mia madre combatteva quotidianamente con i postumi di quel suo lontano incidente automobilistico, le cui conseguenze non volevano lasciarla. Mio padre, sempre assente, era immerso nella professione che pretendeva il sacrificio totale della sua vita personale. I miei fratelli, come tutti gli adolescenti, iniziarono a dare un sacco di problemi: chi non studiava, chi scappava con la barca, chi aveva difficolt nevrotiche a confrontarsi con gli altri membri della famiglia, chi prendeva una brutta piega, insomma come in molte famiglie. E il risultato era che in quella casa, una grande villa la cui conduzione richiedeva un bell'impegno, non c'era mai pace. Urla e scenate erano all'ordine del giorno. Il caos sociale, che incideva non poco, l'egoismo adolescenziale e la paura che dirigeva le azioni degli adulti portavano ad una lancinante nevrosi. Entrando in casa sapevi gi che ti aspettavano urla e strepiti, mai serenit e soddisfazione. Dio mio che sete di pace! In pi quei "maledetti comunisti". Secondo mio padre eravamo, mio fratello minore ed io, manipolati dai rossi per distruggere 1'istituzione della famiglia. Non veniva gradito che si frequentassero amici figli di sindacalisti o di genitori troppo moderni, oppure se scioperavano a scuola o se avevano l'aria hippy. Esisteva il terrore della droga e dell'invasione russa, che i miei pensavano fossero frutto della stessa mente nemica. Eppoi ero una fanciulla! Guai ad uscire con un ragazzo, e mai la sera. Non sopportavo come non avessero fiducia in me, specie sotto quest'aspetto in cui mi sentivo cos forte e non influenzabile. Sapevo di essere una persona determinata nelle scelte, che attuavo secondo i valori

umani fondamentali quali l'altruismo, la correttezza, il coraggio. OK, fumavo marijuana e vestivo un po' trasandata, ma quale fedelt nelle amicizie, che amore per la Terra, che amore per la conoscenza! Non meritavo di essere tenuta cos in cattivit senza godere di alcuna fiducia. Di una cosa ero certa: il mio desiderio non era godermi la vita, ma sapere perch esiste la vita. Perch vivere in questo alternarsi continuo e senza senso di gioia e dolore, felicit e sofferenza, emozioni queste che a quindici anni si vivono con un'intensit tale che solo un coetaneo capisce. La vita era una ininterrotta aspirazione alla felicit, corredata da una miriade di continue delusioni. I rapporti fra i membri della famiglia sembravano non migliorare mai, sembrava non esserci soluzione. Mi salvavano solo i risultati scolastici che erano buoni e il corretto comportamento nella conduzione della comune vita quotidiana - di questa educazione al lavoro compiuto con senso del dovere oggi sono molto grata - all'occorrenza cucinavo, apparecchiavo e sparecchiavo la tavola, lavoravo in giardino, ecc. Mi avevano insegnato che tutto ci era mio dovere, essendo l'unica figlia in famiglia. Dovevo anche aiutare mia madre, che aveva quell'handicap al braccio destro che le rendeva molto faticoso ogni pi semplice lavoretto. Trovavo il tempo fra un compito e l'altro, va bene, lo dovevo fare, ma nel complesso che noia e tristezza quella vita. Guardando nell'album familiare l'espressione che predomina sul mio viso in quegli anni dell'adolescenza di sconsolata tristezza, mascherata da una specie di sorriso d'obbligo per i rapporti sociali.

Il Signore mi libera
Arrivarono cos i diciotto anni, con il desiderio di andarmene di casa per poter condurre io stessa la mia vita, di cui dovevo ancora scoprire il significato. Non volevo per esaudirlo perch mi sentivo responsabile della famiglia ed in particolare dei miei genitori. Scappare di casa era come un sogno inattuabile che cullavo in un angolo della fantasia. In realt non volevo assolutamente farlo. Non ero una persona che poteva, con leggerezza, disinteressarsi delle conseguenze di un simile gesto. Non mi sentivo di poter procurare un dolore cos per egoismo. Mi avvicinavo dunque a quel fatidico giorno della maggiore et e non avevo ancora deciso nulla. E fu l che arriv il Signore con la Sua oganizzazione perfetta. Infatti prepar tutto. Una cara amica mi disse che il suo ragazzo tedesco aveva deciso di dare l'esame di anatomia in Germania, dove sarebbe stato pi facile che a Pisa, e che quindi era in cerca di un amico che vivesse per un anno in casa sua. Karl avrebbe pagato tutte le spese, in cambio una persona di fiducia avrebbe dovuto tenere la casa vissuta e aperta, prendendosi cura di tutte le cose che lasciava l. La casetta si trovava sul mare a venti chilometri da Livorno. Cos trovai questa casa bell'e pronta ad accogliermi, anzi mi si pregava di andarci, tutto pagato, tutto organizzato. Il buon Dio fece poi accadere un evento che fu caso unico nella mia vita ma che, nella sua drammaticit, fece scattare la molla, la scintilla che scaten l'incendio. Successe cos: la mia compagna di scuola trotzkista aveva dimenticato sotto il banco un mucchietto di volantini. Sapendo della fatica che costava la stampa di quella propaganda politica a quei ragazzi che passavano le nottate al ciclostile, presi con me i fogli, certa che il bidello li avrebbe buttati. Da parte mia il disinteresse per la politica era totale, non ci capivo niente, troppo intellettuale per me, fu un gesto solo di amicizia. Mio padre aveva il terrore dei comunisti, e non solo lui. Consapevole di questo presi i volantini e me li portai a casa pensando che avrei raccontato la verit. Non mi illudevo che ci avrebbero creduto, visto che dicevo tante bugie per nascondere la mia segreta vita ribelle. Si era creata una situazione di repressione totale, mancava la fiducia da entrambe le parti. Cos con coraggio misi i volantini sulla scrivania della mia camera, nascosti con disinvoltura

da un libro appoggiato sopra. Tornai la sera e trovai un tremendo litigio in atto. Mio padre furioso, mia madre altrettanto, urla e strilli e accadde ci che non era mai successo prima: mio padre mi mise le mani addosso urlando che aveva il nemico in casa. Una scena folle, di quelle che colorano ogni tanto la quotidianit di ognuno di noi, che avr avuto le radici nella stanchezza ormai perenne del babbo o in chiss quali altre problematiche. Fatto sta che il giorno dopo andai a scuola con il labbro spaccato e un occhio nero. In queste condizioni mi vide la professoressa di latino, di sinistra, socialista, e in quanto tale non molto apprezzata nell'ambiente del Classico. Aveva molta stima di me, cos, appena mi vide, mi consigli di andare dalla signora D. ispettrice di polizia femminile che, in quel contesto storico di fine anni settanta, aveva fra gli altri il compito di riportare in famiglia le ragazze scappate di casa. Nell'ambiente dei giovani tutti la conoscevano ed era il chiaro nemico da scapolare nei momenti drammatici di liberazione di tutti quei "figli imprigionati nelle famiglie". Invece la professoressa mi disse di andare da lei a consigliarmi e di raccontarle i miei problemi perch si trattava di una persona in gamba. Avevo appena compiuto i diciotto anni, potei perci interrompere la lezione e mi recai dall'ispettrice cos su due piedi, senza appuntamento. Avemmo un colloquio di una mezz'oretta, durante il quale la signora D. rimase positivamente impressionata dal senso di responsabilit che mostravo e fu proprio lei a suggerirmi che la cosa migliore per me sarebbe stata andarmene via di casa! Occorreva che mi separassi per un periodo dalla famiglia perch, conoscendo queste situazioni, diceva che era deleterio mantenerle: "Non portano progresso n ai genitori n ai figli, parler io con tuo padre e ti trover un lavoro." Le raccontai dell'opportunit della casa che mi era capitata qualche giorno prima e lei, contenta, mi chiese di presentarle il mio amico tedesco proprietario dell'alloggio. Tornai cos il giorno seguente con Karl, che si rivel di suo gradimento, e l per l decidemmo il da farsi per l'indomani. Andai a casa, preparai le valigie. Intuivo che stavo seguendo una volont superiore che era il mio stesso desiderio vitale, ma non mi sentivo affatto tranquilla con la coscienza. Abbandonare la famiglia una cosa che non si fa, ma era per me come una questione di vita o di morte. Preparai l'ultimo caff a mio padre che riposava e, piano piano, col cuore in gola, chiusi il cancello dietro di me. Karl mi aspettava fuori e mi port nella sua casetta. Un posticino da sogno per me.

Tutto quello che desideravo c'era: il soppalco di legno e grandi stuoie, era arredata in stile indiano, con un'attrezzatura da favola per sentire la musica. Il mio piccolo giradischi aveva fatto una finaccia sotto i piedi di mio padre, cos ora sapevo ben apprezzare quelle casse alte un metro e le bobine che davano musica per dodici ore consecutive. Venivano esauditi tutti i miei desideri in un attimo. Al colmo della gioia mi piazzai l, mentre la signora D. telefonava a mio padre comunicandogli il mio allontanamento protetto dalla sua autorit. Figuratevi il dolore e l'umiliazione che dovette affrontare in quel momento il mio babbo. Fu un tradimento per lui, per il suo amore di padre e per il suo onore. La vita a volte si maschera con un volto di ingiustizia ed veramente crudele. Questo enorme sacrificio imposto ai miei genitori fu per me al contrario fonte di felicita e base per il mio futuro. Chi aveva torto, di chi era lo sbaglio? Ognuno stava facendo del proprio meglio secondo criteri e desideri personali. La volont divina, che coordina le azioni umane da perfetta regista, aveva posto la sua firma negli avvenimenti. Se non avessi trovato una casa, se 1'ispettrice di polizia non mi avesse incoraggiato (ispirata chiss come) ad abbandonare il mio ruolo di figlia di buona famiglia, come avrei potuto iniziare a vivere da sola e dare cos libero sfogo alla ricerca della mia anima?

Libera

Era il settembre 1979. Iniziai a vivere libera. Mi scoppi addosso tutta la gioia che avevo accumulato in qualche nascosta cassaforte ed in preda all'idealismo feci il primo grande gesto: presi le chiavi di casa e le volai in mare, che era l di fronte, con un pensiero: "Adesso questa casa di tutti." Non conoscevo ancora gli ashram, ma lo spirito voleva essere lo stesso e mi attenni a questo principio fermamente, nonostante a volte abbia comportato qualche sforzo di volont nella scelta fra i desideri egoistici e l'ideale da seguire. La notizia dell'avvenimento si diffuse in un batter d'occhio e tutta la trib venne a trovarmi e a godere di quel nuovo spazio di libert. Ballavamo notti intere immersi nella gioia di esserci, ci chiamavamo fratelli, ci sentivamo figli di Shiva. Regnava il rispetto reciproco e la voglia di scatenare le energie vitali, fra la natura e i concerti rock, i bagni in mare sotto le stelle e le notti fredde sui monti mangiando erbe e funghi, magari anche un po' allucinogeni. Non avevo lasciato la scuola. Per una questione di orgoglio volevo dimostrare alla famiglia che, anche se avevo fatto questa scelta, avrei potuto finire gli studi. Il liceo si trovava in citt a venti chilometri dalla mia nuova residenza. Cos, non avendo i soldi per l'autobus, facevo l'autostop sull'Aurelia e ogni giorno scambiavo due parole con qualcuno di nuovo e ascoltavo mille opinioni, mille consigli, e nuove idee. Mi mantenevo con tanti piccoli lavoretti improvvisati, come le pulizie degli appartamenti o la cucitura delle vele per le imbarcazioni da regata. Una volta mi capit anche di fare la modella per un'artista sudamericana. Quello che mi mancava per vivere - non prendevo pi niente "in prestito", perch ormai da maggiorenne i rischi legali sarebbero stati reali - lo chiedevo agli amici e all'occorrenza cercavo anche un piccolo obolo per strada. Fu un periodo di grandi benedizioni, tutto filava liscio come l'olio. I ragazzi pure si dimostrarono responsabili ed animati dalle migliori intenzioni: mai mi manc niente dalla casetta, al contrario trovavo sempre qualcosa in pi. Aprivo la credenza e trovavo pasta o caff che non avevo mai comprato, facevo le pulizie e scoprivo denaro nascosto sotto un vaso o dentro un cassetto che aspettava solo di essere trovato. Ero felice che l'ideale di una vita comunitaria, guidata da rispetto e stima reciproca, stesse diventando reale. Apprezzavo tantissimo quella vita in semplicit vissuta giorno per giorno, in cui l'indomani era sempre una sorpresa. Ecco una cosa di cui non potevo fare a meno: la serenit che nasce vivendo intensamente ogni attimo, liberi dal pensiero del futuro e del passato, ringraziando per tutto quello di cui la vita ci fa costantemente dono. Ogni quotidiana esperienza portava ad una progressiva crescita di consapevolezza e ad un pezzettino in pi di verit. Per mancanza di fondi divenni obbligatoriamente vegetariana: la carne costa, le patate molto meno. Da analisi del sangue fatte un anno prima risultavo anemica. E s che in famiglia mangiavamo carne a pranzo e a cena! Nonostante mi sentissi sanissima, ugualmente decisi di ripetere le analisi, a causa della nuova dieta piena di carenze. Che sorpresa quando vidi che l'anemia era scomparsa! Questa fu la prima crepa alla mia fede nella medicina tradizionale - di medicine alternative se ne sapeva ancora poco. Seguendo i consigli di un'amica sconvolta dall'idea che non fossi ancora mai andata dal ginecologo, decisi di fare un altro controllo medico. Cos compii anche questo dovere e andai da un anziano collega di mio padre. Portai con me il calendario delle date del mio periodo mensile, che poi tanto mensile non era: lo tenevo con scrupolosa attenzione, secondo le istruzioni di mia madre. In quattro anni si intercalavano tempi di dodici giorni, settanta, trentacinque e via dicendo con un'irregolarit impressionante e poi, dal giorno della mia libert, improvvisamente si poteva leggere: ventotto, ventotto, ventotto... Il dottore mi guard negli occhi e mi disse serio in viso: "Qualunque cosa tu abbia fatto questo giorno, stata la miglior cosa della tua vita." "Dottore non volevo dirglielo: sono scappata di casa." "Ebbene, professionalmente posso affermare che questo calendario ti d ragione."

La Voce Interiore
Gi dai primi mesi della mia nuova vita cominci uno strano fenomeno: iniziai a sentire una Voce che mi indicava il da farsi. Era una compagnia che piano piano entr nella mia vita, dolcemente, senza farsi sentire intrusa. Anzi capivo che non era esterna a me, ma dentro di me, tutt'uno con quel qualcuno dentro di me che sapeva tutto, che faceva tutto senza far niente. Gli amici pi intimi erano al corrente di questa mia Voce e non facevano obiezioni.

La prima cosa importante che mi disse di fare, a cui obbedii subito, riguardava la mia vita privata. Anzi non era ubbidienza: non facevo in tempo a sentire il messaggio, che gi la realt era quella. La Voce che sentivo era ci che dovevo fare: non avevo scelta, era un tutt'uno con me. II seguire la Voce era un agire senza domande che nasceva dal cuore. Insomma, per tornare ai fatti, le amiche dicevano che Francesco, un ragazzo molto carino di qualche anno pi vecchio di noi, era molto innamorato di me. A quel tempo non avevo ancora avuto un'attrazione particolare per qualcuno. Sembrava che fossi immune da quella passione per cui tutti gli amici perdevano la testa, chi pi chi meno. Neanche li capivo. Mi dicevano che il sesso era un'esperienza d'obbligo per raggiungere la felicit, perci doveva esserci qualche problema psicologico che mi impediva di provare attrazione verso quel paradiso di emozioni. In realt tutto mi attraeva, tutto mi appassionava, ma quando mi trovavo - ed era inevitabile in quella vita vissuta tutti insieme - in intimit con qualcuno, non avvertivo quel marasma di sensazioni che sapevo doveva nascere spontaneamente. Cos non mi sforzai pi di tanto in questa ricerca. La questione poi era molto semplice: non ero sviluppata fisicamente abbastanza, non avevo raggiunto la maturit sessuale come molte ragazze. Solo che la cultura sessantottina imponeva l'obbligo di vivere la sessualit come strumento di conoscenza e soprattutto con libert, senza falsi pudori. Era una grande rivoluzione, un vero sovvertimento di valori. Le donne furono liberate da secoli di repressione, ma fu anche uno svuotamento di quello che dovrebbe essere un atto d'amore. Quante ragazze si sforzavano di avere rapporti e relativa soddisfazione sessuale e poi quanti drammi di conseguenza! In realt dovrebbe essere tutto cos naturale... Per quanto riguardava me, non ci capivo niente e semplicemente accantonai il problema. Vivevo ancora come una bambina giocando la vita. Dunque questo dolce amico innamorato era per me un vero fratello che realmente sapeva dare. Era sempre presente, aggiustava gli elettrodomestici rotti, cucinava, ci portava in giro in auto. Suscitava in me riconoscenza ed anche un po' di compassione, essendo da poco morta sua madre cui era particolarmente attaccato. Come dicevo, molti degli amici dormivano l da me, c'erano nottate in cui al mio rientro trovavo la casa piena. Me ne andavo allora a godermi la pace della spiaggia, dove mi addormentavo felice nel mio sacco a pelo. Francesco era quello che dormiva sempre l, mangiava anche l, praticamente si era messo a vivere l. Anche quella notte era sul soppalco, io da una parte, lui dall'altra. Chiuso di carattere, timido, dolcissimo, mai mi aveva detto ci che provava, mi rispettava riverentemente. Dunque quella notte sentii la Voce che mi disse con tono sereno ma determinato: "Questo tuo marito." Mi voltai verso di lui e gli dissi, distaccata, non avendo ancora per niente riflettuto sul significato della frase: "Francesco, sai, la Voce mi ha detto, proprio ora, che tu sei mio marito." La felicit che traspar dagli occhi di quel ragazzo fu commovente. Da quel momento l'intimit fra noi fece progressi velocissimi, lo scambio affettivo si rivel importante per entrambi. Poi sembrava essere giunto il momento in cui dovevo conoscere questo fantomatico sesso e invece la Provvidenza aveva altri programmi e intendeva proteggere la mia involontaria castit.

Amavo le dolci effusioni che andavano ad accrescere la solidit del rapporto, ma non provavo il trasporto sessuale che vedevo invece in lui, e quando giungemmo al clou, questo si rivel di fatto impossibile: io ero vergine e lui era incredibilmente superdotato, le proporzioni non concordavano. Cos, se il Signore voleva che fossi brahmachari, che mantenessi cio la castit, senza dubbio aveva studiato un sistema sicuro. Francesco fu bravo e umano a capire e a controllarsi sempre ed io ero soddisfatta del nostro scambio affettivo. La Voce per non aveva sbagliato parlando di "marito": pi tardi, l'inverno seguente, nell'80, servii Francesco trascorrendo le giornate in casa, mentre lui andava a lavorare in officina. La nuova abitazione era un appartamento all'interno di una villa di propriet del padre di un amico, nipote dello Sci di Persia, che era anche lui pi o meno fuggito dalla famiglia. Con la sua complicit si riusc a forzarne la serratura e passammo i mesi invernali l al caldo. Tutto quello che dovevo fare allora era cucinare, pulire, lavare, riordinare, attivit che cercai di compiere al meglio, vincendo la pigrizia e l'abitudine al disordine regnante. Con Francesco dunque conobbi anche l'esperienza di essere una brava moglie per un buon marito. Secondo la morale indiana, poco importa la passione nella vita coniugale: fondamentale il senso del proprio dovere, che deve guidare tutte le azioni quotidiane. Seguivamo inconsapevolmente le direttive del Dharma, secondo il quale il marito deve essere servito e amato dalla moglie come l'aspetto della Divinit a lei pi vicina sulla Terra. Viceversa la moglie l'immagine vivente della Madre Divina: compito del marito onorarla e renderla felice. La saggezza indiana insegna che un Paese pu conoscere la felicit e l'abbondanza solo se le madri di famiglia ricoprono, con il dovuto onore, il ruolo assegnato loro dalla Natura: Madri della Vita, ad immagine dell'unica grande Sorgente di Vita. Ma anche questo esperimento dur poco, presto ne ebbi abbastanza: non ero certamente pronta per quel grande traguardo. Quanta strada c'e da fare! Rappresent invece l'ultima compressione che mi port poi alla vera e propria sete spirituale.

Maturit
Torniamo a noi che ancora nel '79 vivevamo liberi e alla ricerca di verit in quella casetta sul mare. Arriv dunque il giorno degli esami di maturit: ero completamente impreparata, non avendo neanche i libri di testo. Mia madre, prima della mia fuga, mi aveva dato il denaro necessario per le spese scolastiche, ma non essendo ancora reperibili i libri nelle librerie, quando fu il momento di acquistarli, la necessit di comprare la pasta si rivel pi impellente, cos con quei soldi mangiai. Inoltre, ad esser sinceri, l'interesse per questi libri era nullo: mai mi interessai di recuperarli e quando arriv luglio sapevo poco o niente. La notte precedente l'esame fu come sempre notte di baldoria e la mattina ero cos rintronata che al risveglio non mi venne in mente il fatto importante. Francesco, pi savio, si ricord che dovevo andare a scuola. Guardai l'orologio e vidi che ormai era troppo tardi e mi girai dall'altra parte. Francesco aveva preso la cosa sul serio ed insistette nel buttarmi gi dal soppalco, mi convinse in un attimo. Scendendo le scalette mi vestii, di corsa percorremmo in moto quei venti chilometri. Spettinata, impresentabile ma incurante, entrai nell'aula. La professoressa era giovane e, riflettendo la mia stessa noncuranza, mi dette carta e penna per scrivere il tema sull'argomento di guerra e pace. Il lavoro venne molto apprezzato, come d'altronde il compito scritto di greco, che copiai interamente da uno dei numerosi traduttori che avevo nascosto nei gabinetti.

Arriv presto il giorno dell'orale, al quale mi presentai con il sacco a pelo avendo in programma di partire appena mi fossi tolta quest'ultimo "dente". Cos attrezzata, mentre aspettavo il mio turno fuori dall'aula, mi si avvicin uno sconosciuto, il quale mi copr di domande a cui risposi strafottente: "Non so nulla, non vedo l'ora di andarmene in Spagna a farmi un bel giro, a conoscere il mondo." Il presidente della commissione, capelli e barba lunghi, cravatta rossa, ex-Lotta Continua, era visto come il diavolo dai miei compagni, appartenendo chiaramente al fronte politico opposto. Quando invece me lo trovai di fronte pronto ad interrogarmi, mi sembr rassicurantemente umano. Non mi dette il tempo di sedermi di fronte a lui, che usc con la prima domanda a bruciapelo: "Mi sa dire il nome di tutti i presidenti degli U.S.A. dall'indipendenza alla rivoluzione in Russia?" Risposta sconcertata e indignata: "Neanche se li sapessi glieli direi, per principio!" e con queste parole mi promossi, perch la sua era stata una chiara provocazione per provare la mia "maturit". Avemmo poi una conversazione sui fatti rivoluzionari nella Russia zarista dei primi del secolo - sapevo tutto a causa dell'amica trotzkista che mi torturava con quei fatti storici - e due chiacchiere sulla tettonica a zolle come argomento non in programma di scienze, ma l'unico che sapevo per via del fratello geologo che era fissato su questa recente scoperta. Al termine di quell'oretta, uscendo di l ebbi la netta entusiasmante sensazione che il primo periodo della mia vita era finito. Iniziava ora la grande vera ricerca del mio spirito libero. Seppi al ritorno dal viaggio che quell'uomo curioso incontrato prima dell'esame era un giornalista e che il giorno seguente aveva pubblicato sul quotidiano locale un articolino dal titolo: "Figlia del noto Prof. B. supera brillantemente la Maturit" corredato di foto, da cui i miei vennero a conoscenza del traguardo raggiunto da loro tanto bramato - voto 52/60. Fu per la famiglia, che ovviamente spinta dal dolore e dalla vergogna mi stava rinnegando e mi mandava la polizia in casa per controlli costanti, molto importante, perch dava valore alla mia credibilita sociale: un simile risultato al famoso durissimo Classico di Livorno veniva raggiunto da pochi secchioni. Per me fu nient'altro che uno dei primi grandi regali di Babaji.

In Europa
Anche in questa situazione di totale ribellione, l'amore che nutrivo per i miei genitori era padrone continuamente dei miei pensieri. Amavo mio padre e pensavo che se il nostro rapporto era arrivato all'estremo limite di una frattura totale - non l'avevo pi visto - la causa era nascosta negli avvenimenti sociali che stavano sconvolgendo l'ordine civile. Lui era stato il mio primo maestro: mi aveva insegnato, come fondamentale valore della vita, ad aderire totalmente ai propri principi - cosa che a modo mio stavo attuando meticolosamente - quali l'onesta, l'essere parchi, il non essere schiavi dei desideri, il dedicarsi al lavoro con tutto se stesso. Di non poco valore era l'esempio della sua professione cos umanitaria, vissuta da lui come una vera e propria missione per la quale sacrificava tutto il resto. Di questo e molto altro il babbo ci era di esempio. Da lui avevo dunque tratto l'idea del Dharma, che per in me non era chiara, ma confusa dal desiderio di vivere fuori dagli schemi, gusto che proviamo tutti nell'adolescenza, mirato alla conoscenza della Vita nel suo significato pi profondo. La reazione verso mia madre invece sempre stata pi sofferta a causa del suo carattere forte. Una donna straordinaria con una volont di ferro e un'incrollabile fede cattolica, armi con cui ha affrontato una vita difficilissima: cinque figli non facili da crescere, la perdita dell'uso della mano destra causata da un incidente automobilistico, il cancro che le aveva portato via un seno, un marito giorno e notte in sala operatoria e chiss quanti altri guai di cui sono all'oscuro. E', incredibile come mia madre non ci abbia mai fatto pesare i suoi handicap fisici. Chiss che sforzo di volont deve esserle costato portare l'arto destro paralizzato con quella disinvoltura che il pi delle volte ci rendeva tutti dimentichi della sua condizione. Ma quella stessa volont ferrea aveva 1'altro lato della medaglia, che rendeva la mamma intransigente e direi quasi dispotica.

La madre non come il padre. La madre dentro di te, la senti nel sangue, il rapporto profondissimo, radicato nell'inconscio, le reazioni che scatena sono imprevedibili. Al contrario del babbo, mia madre mi veniva spesso a cercare, ma sempre con quella pretesa di cieca ubbidienza nei suoi confronti, esteriormente non sforzandosi alla comprensione dei miei bisogni e delle mie motivazioni. Con la verit in mano voleva ridurmi alla ragione. Ed invece io avevo solo il desiderio di liberarmi, dentro e fuori, da1 loro potere. All'ennesima visita da Gestapo della mamma, che torturava il mio animo che anelava ad una madre dolce ed amorevole, comprensiva gioiosa, mi ribellai dall'interno del mio essere. Le urlai per la strada: "VATTENE!" con una tale energia che rimasi senza voce per due giorni. Mi ribellai a quel rispetto eccessivo dovuto ai genitori, per il quale il babbo veniva chiamato il Professore anche in casa e la sua autorit era incontestabile e la mamma possedeva la verit e niente esisteva da cercare perch tutto ci che era utile da sapere era il loro sapere. Quel "vattene" liberatorio fu efficace perch per la prima volta mia madre mi ascolt: fece ci che le chiedevo e non la vidi pi per un bel pezzo. Sentivo che non avevo parlato con lei, ma con uno spirito che mi ossessionava e voleva ad ogni costo ostacolare il mio cammino. Bene, ora ero libera! L'esame di maturit era stato dato, il sacco a pelo a tracollo, pochi indumenti e il desiderio profondo di conoscere. Partii in autostop verso la Spagna, con l'intenzione di spingermi poi verso il nord Europa, Germania, Olanda, Danimarca, Svezia, a vivere quelle stesse nazioni visitate asetticamente con i viaggi organizzati dal Rotary. Partivo col cuore in subbuglio. Avevo conosciuto l'abbondanza materiale ed i suoi fans, la conoscenza occidentale e le sue verit, ma non credevo affatto al valore di tutto questo. Ero certa, come la maggior parte dei miei coetanei d'altronde, che l'esistenza di Dio come ce lo rappresentava la Chiesa era una favola per tenere buona la gente. D'altro canto avevo una gran sete di giustizia, specialmente nei confronti della Terra nostra madre. Vivevo il dolore che la natura sta vivendo a causa della nostra vita "civile"- nessuno parlava ancora di ecologia e difesa dell'ambiente. Soffrivo tantissimo per la Terra che sta andando in rovina e per gli esseri umani cos ciechi. Specialmente per l'acqua. Mi sentivo pazza quando piangevo accanto ad un ruscello che non era pi vivo, incanalato, non rispettato, magari anche inquinato e senza pi sacralit. Mi dicevo: "Com' possibile che nessuno si accorga che l'acqua e morta, che non puoi andare in nessun posto dove ci sia acqua che si possa bere ed esserne benedetti..." Dio come odiavo tutti quegli enormi orribili cartelli pubblicitari che deturpavano il volto della Terra, tutti quei muri e reti che la dividevano in propriet private, quei campi cos violentati dai trattori e dalle ruspe. Ovunque volgevi lo sguardo vedevi solo le tracce dell'uomo dominatore degli elementi. Che mancanza di rispetto, che mancanza di armonia fra la Madre e suo figlio maggiore: l'essere umano. Vedevo la distruzione immane della Terra causata dalle sue stesse creature ed ero convinta che si sarebbe prima o poi rivoltata. Ora stava facendo giocare questi demonietti che erano g1i esseri umani cos ciecamente egoisti, ma poi avrebbe fatto vedere Lei di chi il potere. Sentivo la divinit della Terra, la cercavo in tutte le cose. Ero sempre sul mare, sempre nella natura, col fuoco, appena potevo. Non riuscivo a credere ai limiti della materia, non riuscivo a credere che era tutto qua. La scuola mi aveva mostrato delle leggi fisiche, delle leggi chimiche, una vita meccanica, ben limitata e per niente libera di esprimersi. Solo l'Uomo capace di agire tramite il libero arbitrio e cos, se vuole, anche di rompere le leggi fisiche e di volare per esempio. L'unico dio dell'universo: l'uomo scientifico del 2000. "Non ci credo, se cos non voglio appartenere a questa razza! Certo la medicina ha fatto passi da gigante, ma la conoscenza scientifica d l'amore di cui c' tanto bisogno?." Dunque, con tale marasma nell'animo partii per la Spagna, ma questa prima uscita fu breve. Alle porte del Portogallo che, con le sue spiagge e i suoi lidi primitivi, era la meta per me pi promettente, venni colpita da un prurito opprimente in varie parti del corpo. Il viaggio in autostop stava trasformandosi in un'insopportabile pena. Eppoi per quel che ne sapevo, poteva trattarsi anche di scabbia. Meglio attraversare la strada e chiedere un passaggio indietro verso l'Italia. In breve fui di nuovo da Francesco. Iniziava l'autunno e decisi di iscrivermi all'Universit di Pisa, Facolt di Medicina. Avevo

raggiunto la certezza che la maggior parte delle malattie affonda le radici nella mente. Desideravo allora studiare il fenomeno: non avevo mai letto niente in proposito, ma ero convinta di quest'intuizione. Sarebbe stato un ottimo servizio all'umanit svelare queste sottili connessioni. Mi misi in regola con l'iscrizione e iniziai a frequentare prendendo il treno ogni mattina con gli altri studenti. L'aula era enorme e strabuzzante di giovani. Il professore di istologia entrava di corsa in ritardo. Svogliatissimamente spiegava qualcosa di incomprensibile, scriveva un po' alla lavagna e spariva dopo venti minuti di "lezione". E cos tutti gli altri professori. Gli studenti si arrampicavano sugli specchi per apprendere in quella dimensione e tutto mi sembrava disumano e senza senso. La prima lezione era un luned, e fu il primo shock. Il marted sopportai, il mercoled cercai di inserirmi, il venerd ripresi il sacco a pelo e tornai al casello dell'autostrada per chiedere un passaggio per il Nord. Viaggiai in Germania, in Olanda, in Danimarca, eppoi ancora in Olanda e in Svezia, con una miriade di avventure e nessun guaio. Le comuni di Deventer in Olanda e Christiania, libero regno di hippi nel cuore di Copenaghen. Non lo sapevo, ma la mano del Signore mi proteggeva accuratamente. Faceva gi freddo e la vita si svolgeva chiusa nei pub. Si usciva alle undici di sera e ci si trascinava da un locale ad un altro, bevendo birra dopo birra e parlando, ridendo e fumando. Musica, musica: alla fine, ubriachi, ci mettevamo l'un l'altro su un taxi e facevamo di tutto per tornare ognuno a casa sua. Al mattino alle sette mi trascinavo carponi sulle scale che portavano in quella soffitta dove ero ospite di altri ragazzi. Non ho ricordi di Copenaghen con la luce del sole, un po' per l'inverno nordico e un po' perch di giorno dormivamo tutti alla grossa. Sempre per quel famoso amore della conoscenza, sperimentai ogni tipo di droga mi venisse offerta, ma niente poteva sostituire quel chilum a me cos caro. La charas mi piaceva perch mi faceva vedere chiaramente i pensieri che viaggiavano nella testa, permettendomi cos di allontanare con la forza della volont quelli brutti, non utili e indesiderati. Questo era proprio ci che cercavo di fare da quando ero piccola. Mi dava una libert di sentire e di vedere, azzittiva la mia mente in qualche maniera. Sentivo che fumando cos in preghiera aumentavo l'energia sottile. Mai avevo fumato uno spinello, come qualcuno faceva, stravaccata da qualche parte. Il fumo sacro, non si scambia per denaro, non si spreca l'incontro con lo Spirito. Mi mantenevo fedele a Shiva. A volte era anche un po' una sfida: magari fumavo di notte, con la luna piena, e mi perdevo da sola nel buio, sempre all'erta, sempre pronta a sentire, a scoprire qualcosa di nuovo, dentro e fuori. Tutto per rompere i limiti, per vedere se qualcosa capita di quello che ti aspetti, che sai che esiste e che per sta zitto e muto. Tornai da questo giro per 1'Europa con un po' di esperienze, ma senza aver trovato ci che andavo cercando. Avevo viaggiato nel mondo umano, tanti incontri, tanta libert di espressione, ma non avevo trovato nulla. Cresceva sempre di pi l'amore per Shiva che sentivo dentro, ma dall'altra parte molto forte c'era l'antagonista: il pensiero assetato di razionalit. Due parti di me erano in aperta battaglia fra loro. Una diceva: "Si sa benissimo che Shiva non esiste, che solo una divinit del pantheon ind." e l'altra, solo al suono della parola si sentiva scoppiare il cuore. L'amore era intenso e comandava le mie azioni, ma la mente cercava di frenarmi e diceva sempre: "Fermati, guarda che cos ti fai male, sii prudente, svegliati, non vivere questo sogno." La mente in realt voleva conoscere, ma con certezza, la vera esistenza di questo Shiva, per poterlo accettare nel suo regno. L'istinto invece non guardava in faccia a nessuno, mi spingeva a vivere per capire.

Capraia
Arriv la Pasqua del 1980, Francesco mi voleva sposare, nonostante non avessimo rapporti fisici. M'amava come si ama a vent'anni. Aveva gi messo gli occhi su una casetta nel bosco che sapeva di mio gusto, poi aveva in programma un viaggio in Sud America. A me andava bene tutto quello che la vita offriva e questo programmino non era male. Decisi di aggregarmi alla trib di amici che si trasferivano per Pasqua in Capraia, allora

semideserta, in parte abitata da detenuti, in parte arida e assolata. Conoscevo l'isola da turista, in barca con la famiglia, e gi ne amavo il potere che si avvertiva anche solo vedendola dal mare. L'approdo veniva anticipato dal profumo inebriante della macchia mediterranea, un profumo forte di libert. Passammo tre giorni e tre notti di incanto in cui festeggiammo il "full moon". Eravamo costantemente attorno al fuoco. Sotto la luna piena il chilum passava di mano in mano, e con lui un mare di sensazioni e intuizioni. La charas, appena portata dall'India, stava trasformando di ora in ora le nostre coscienze. L'aria purissima del posto faceva il resto. Grandi camminate notturne... improvvisammo anche uno zatterone per divertirci fra le onde, che non sosteneva i pi pesanti. Dopo qualche giorno, uno dopo l'altro tornarono tutti a terra. Io rimasi. Sentivo che dovevo restare. Avevo solo dato il primo morso d'assaggio. Vivevo in giro per l'isola. Ogni tanto facevo rifornimento di riso e farina nel negozietto al porticciolo d'approdo del traghetto, unico punto d'acquisto per i secondini. Dormivo ovunque, una notte qua, una l, evitando con cura quei pochi vecchi ruderi che sapevo pieni di talponi. Spiazzetti nella macchia, fra le rocce bianche e le stelle sulla testa, un fuochetto fra tre pietre e l'ispirazione era totale. Con me il sacco a pelo e il pentolino. Iniziai una vita selvatica. Coglievo le ortiche e le cucinavo con un pugno di riso. Talvolta il pasto giornaliero era solo una mela. Raccoglievo l'acqua da un'avata sorgente che era il punto che frequentavo pi vicino al porto, ad un'oretta di cammino dalle abitazioni. Quando si secc iniziai a utilizzare l'acqua marcia di un vecchio pozzo al centro dell'isola, che filtravo con uno straccio per liberarla dalle larve di mosca e che poi bevevo razionata e solo bollita sotto forma di t. Imparai a sentire che quella terra era sacra come l'India - di cui per allora non sapevo assolutamente niente - e piano piano capii che mi stavo preparando ad andarci. La vita era semplice: offerte al fuoco con un po' di ci che mangiavo per ringraziarlo perch era importantissimo per la mia sopravvivenza e mi faceva una magnifica compagnia. Iniziai a capire che quella vita era una purificazione per il corpo e per la mente che, finalmente, non disturbava pi. Il corpo, e con lui l'anima, attraverso i piedi nudi era in continuo contatto con1a Terra, da cui traeva una forte energia vitale, purificato costantemente dall'aria, dal vento, dal sole e dal mare. Scendevo fra la bassa macchia mediterranea lungo le pareti rocciose a picco sul mare. Mi immergevo con sacrale rispetto fra le onde, oppure mi tuffavo selvaggiamente col gusto dell'impatto con l'acqua salata, che era viva e lavava via ogni sporcizia, fisica e psichica. Sembrava fosse felice di accogliermi fra le sue braccia. Nuotavo a lungo godendomi estatica la bellezza del paesaggio sopra e sotto l'acqua. La Cala. Rossa prendeva il nome dal colore della sua terra, che dava risalto ai cespugli verdi, alle onde blu e al volo dei candidi gabbiani. Mi immergevo e immaginavo di essere pesce, fra quei branchi di orate, i polpi timidi che si ritiravano fra i buchi degli scogli. Esausta, mi arrampicavo su una roccia e ringraziavo di tutto. Ero la gioia personificata. Il vento fra i capelli, il profumo di salsedine, del mirto e del cisto. La sera, quando il clima rinfrescava, mi ritiravo nell'angoletto scelto per quella notte. Raccoglievo dei cespugli secchi, accendevo il fuoco, mettevo l'acqua a bollire per il riso. Prendevo il coltello e andavo a raccogliere qualche erba selvatica, i germogli del rovo, qualche foglia di finocchietto, di parietaria, di ortica. Mi buttavo la copertina sulle spalle, mi accucciavo davanti al fuoco e mi gustavo quella cena, apprezzando le energie di cui era composta e che erano il vero nutrimento. Mi sentivo divenire un tutt'uno con la natura, che era energia luminosa, finalmente comunicavo con il Grande Spirito. Era sparito quel vuoto che sempre avevo avuto dentro. Che sensazione meravigliosa! Quando pioveva, se mi trovavo al lato est dell'isola, mi rifugiavo in una casettina di pochi metri quadrati, di cui avevo alla meno peggio sistemato il tetto. Se mi trovavo invece verso la punta meridionale, correvo alla torre dello Zenobito. Capraia termina a sud con un istmo che conduce ad uno scoglione a picco sul mare, su cui si arrocca un'antica torre di pietra. Era, centinaia di anni fa, abitata da zenobiti, frati guerrieri, messi l a guardia delle coste toscane nel periodo delle scorribande dei mori. Il varco d'entrata alla torre si trovava ad una decina di metri da terra. Unica possibilit d'accesso una gomena che penzolava fino ad un metro d'altezza dalla roccia. Le finestre

erano feritoie, nel salone d'ingresso troneggiava un enorme caminetto. La torre era merlata e trascorrere la notte lass con le fiamme e le stelle era meraviglioso. Dal salone poi si scendeva con una scaletta a chiocciola alla buia cappella, dove i frati, lasciando le armi, si riunivano in preghiera. Purtroppo la zona dello Zenobito era assolutamente arida: solo roccia, gabbiani e guano. Per trovare delle erbe dovevo camminare un paio d'ore risalendo verso il centro dell'isola, eppoi l'atmosfera della torre era un po' cupa, perci andavo raramente l. Pi che altro, mi piaceva dormire fuori, nel verde. La situazione sull'isola era ideale per sviluppare il coraggio, tanto caro alla parte di me che sfidava la vita. Allora mi inventavo delle specie di iniziazioni a confronto con la durezza della natura. Vivevo scalza, e durante il giorno per unico vestito la pelle. Un pomeriggio arrivai in un prato che, essendo primavera inoltrata, era coperto di fiorellini azzurri. Sembrava il cielo. L sotto un canalone a strapiombo sul mare ed in fondo un'isoletta attorniata da gabbiani in volo. Il canalone era ripido, a salti di roccia, tutto un roveto, invalicabile, scuro, sembrava l'inferno. Decisi di affrontare quella discesa verso l'inferno come prova di coraggio, consapevole di essere scalza e nuda, lontano da qualunque aiuto. Se mi fossi rotta una gamba sarei potuta morire l. Ma sapevo anche che questo non sarebbe potuto succedere. Dovevo mettere alla prova i miei limiti di essere umano che, cos come stato creato, senza attrezzi o strumenti, deve poter affrontare le difficolt della vita naturale. Sentivo che dentro il corpo sono racchiusi molti poteri, andavano solo liberati dalla pigrizia che li poteva tenere sotterrati per sempre. Immergendomi nel mare di rovi, improvvisando ogni tanto un ponte quando attraversarli era impossibile, mi calavo gi con quel poco di tecnica di arrampicata che avevo imparato. Arrivai all'ultimo salto prima della spiaggetta e compresi che se fossi scesa ancora non sarei pi stata in grado di risalire. Il sole gi calava, il vento iniziava ad essere fresco, dovevo tornar su prima del buio. Riuscii a salutare il sole rosso del tramonto dal prato azzurro. Non mi importava della pelle graffiata. anzi mi dava un senso di orgoglio - del freddo, delle ferite, della fame... in piedi sullo strapiombo ringraziai il Grande Spirito che mi aveva protetto. Mi parve di sentire che la natura, cos dimenticata da tutti, avesse apprezzato quel gesto. Avevo soddisfatto qualche entit: qualcuno era contento di me. Era stata fatta un'offerta. Accesi il fuoco e felice mi addormentai. Passavano le settimane e i risultati di questa vita iniziavano a farsi vedere. La sensibilit aumentava, l'armonia dentro e fuori anche. Mi accadevano cose molto belle: un pomeriggio mi svegliai sotto il sole e una lucertola stava dormendo sulla mia gamba, accoccolata cos come ero io. Che bello vedere un animale per il quale tu non eri un mostro spaventoso... che sensazione: finalmente la pace con la natura. Un'altra volta dopo qualche ora di cammino, aggirando un monte raggiunsi il laghetto. Le sue sponde erano nere, nere di biacchi distesi al sole addormentati. Mi avvicinai con cautela, ma la situazione era cos magica che non c'era posto per la paura. Mi immersi piano piano nell'acqua, poi passo dopo passo fra i corpi dei serpenti trovai uno spazietto a mia dimensione che sembrava aspettasse me: l mi distesi e mi addormentai. Al risveglio il sole calava ed ero rimasta sola, sulle sponde di quell'acqua che rifletteva il rosso del cielo. Una sera, come era ormai mia abitudine, ero seduta su una pietra e con sacralit osservavo il sole scomparire sull'orizzonte del mare. Interrompevo qualunque cosa stessi facendo per poter salutare e ringraziare il sole. Ho saputo recentemente che questa un'abitudine tuttora in uso fra il popolo nativo d'America dei Creak. Quella sera i gabbiani, che come sempre danzavano i loro voli nell'aria e che per me erano come il mio stesso spirito, sembravano volermi comunicare qualcosa. Mi misi in ascolto e... ma eravero? "Titti, Titti...." mi stavano chiamando? Non riuscii a pensare che era una follia, perch le mie gambe s'alzarono e seguirono quell'uccello che mi chiamava. Camminai una ventina di minuti senza sentiero, finch mi inoltrai su un promontorio che non avevo ancora mai esplorato: in mezzo ai pruni, seduto, sconsolato e piangente c'era Francesco. Dopo due mesi e mezzo che non mi vedeva - gli avevo detto che sarei rimasta in Capraia per

i tre giorni di Pasqua - si era deciso a mettersi alla mia ricerca. Sbarcato al porticciolo, gli avevano detto che quella bimba selvatica doveva essere ancora in giro, perch nessuno mi aveva visto prendere il traghetto. Il povero Francesco, non sapendo affatto dove dirigersi, dopo un pomeriggio di cammino si era perso, ed era ora sconvolto all'idea di dover trascorrere la notte l. Mi chiese subito come avevo fatto a trovarlo, e senza remore gli raccontai che un gabbiano mi aveva portata da lui. Abituato alle mie stranezze non rispose, ma ben felice mi segu al buio. Arrivammo al posto dove facevo il fuoco in quelle notti, mangiammo qualcosa di caldo e dormimmo insieme dopo tanto tempo. La mattina dopo, bevendo il t, mi disse che mi voleva portare via, era tempo di ritornare a casa. Parlammo, gli raccontai le mie esperienze, gli dissi che sentivo l'India che mi chiamava. Fu sorpreso, non mi aveva mai sentito parlare di Oriente. Non sapevo nulla dell'India, solo che era un grande triangolo di terra con in cima l'Himalaya e il mare attorno. Lo ringraziai, dicendo che era stato Shiva a mandarlo a prendermi, perch non dovevo pi perdere tempo e partire al pi presto. Mi mancavano solo i soldi.

Bracciante
Il giorno seguente il nostro rientro in terraferma, incontrai per strada il padre sindacalista della mia amica trotzkista, che mi offr un lavoro come bracciante agricola nelle campagne di Donoratico. Mi trovai in un'azienda a zappare file di verdure immerse nell'erbaccia. Una fatica terribile: le mani doloranti, la schiena a pezzi, era la prima volta che tenevo in mano la zappa e dovevo farlo otto ore al giorno. Le altre braccianti erano tre: tutte donne di una certa et, nate e cresciute fra i campi. Subito seppero di chi ero figlia e cercarono di ricondurmi alla ragione e di convincermi a tornare dai miei. Fui irremovibile. Mi dissero allora che non ce l'avrei mai fatta a fare quel lavoro cos pesante, ma se avessi tenuto duro per la prima settimana allora il gioco era fatto. Apprezzavano la ferma volont che mostravo nel dedicarmi al lavoro manuale de1l'ultima classe sociale, nonostante appartenessi alla ricca borghesia. Vedevano in questa scelta un germe di rivolta sociale, di quella rivoluzione tanto amata dai lavoratori toscani. Eppoi sembravo ancora pi giovane di quanto non fossi, ed ero educata e dolce. Si vedeva che non ero abituata alle loro maniere schiette ma rozze. Cos inoffensiva, ispiravo loro tenerezza. Fecero dunque a gara nel prendersi cura di me: chi mi portava la carne da mangiare che mi avrebbe dato forza - non concepivano l'idea di essere vegetariani - chi i dolcetti. Ero loro molto grata di avermi accettato senza remore, ma di nascosto davo le bistecche ai cani. Mi occupai subito di trovare un posto dove dormire la notte in pace e scoprii piacevolmente che come al solito il Grande Regista aveva gi pensato a tutto. Sul lato a mare dell'Aurelia, esattamente di fronte all'azienda, vicino alle rotaie c'era una casetta delle FF.SS. in perfette condizioni: il pozzo fuori, le rose e la vite americana rampicante nel giardino, la porta aperta e all'interno pavimenti di cotto. Sembrava che qualcuno avesse appena dato la cera per terra. Scelsi una stanza e, gessetti alla mano, disegnai un colorato murales sulla parete. Le donne promisero di aiutarmi perch non erano tranquille, visto che la sera dall'Aurelia si vedeva la luce delle candele che usciva dalla finestra. I loro mariti mi avrebbero protetto spargendo la voce nei bar che l dormiva una povera giovane lavoratrice che si era meritata la stima di tutti. E infatti nessuno mai mi disturb. Zappavo tutto il giorno e alle sette raggiungevo il mio sacco a pelo stanca stravolta e crollavo in un sonno sacro. Zappa che ti rizappa si arriv al sabato: era trascorsa la fatidica prima settimana. All'ora del pranzo le donne avevano preparato una festa in mio onore per celebrare l'avvenimento, un ottimo pranzo con vino e gelato per tutti e un gran clamore per questa bimba che era entrata nel mondo del duro lavoro. Mi commossi. Ma dopo un mese le tradii e con il primo stipendio in mano, dopo un rapido conto che lo faceva sufficiente per il mio scopo, ruppi il contratto e sparii di circolazione. Corsi all'agenzia di viaggio dove scoprii che invece il denaro non era abbastanza per un biglietto per 1'India, bens per il Nepal con la Bangladesh Airlines, la peggiore

delle compagnie, inutile dirlo. OK, da Kathmandu avrei raggiunto la mia terra sacra con qualche mezzo. Andai a scusarmi con Francesco e lo pregai di accettare questa mia improvvisa partenza, perch certamente doveva essere qualcosa di molto importante per tutti. "Francesco, tu sai quanto soffro di ci che sta succedendo in questo mondo. Sai come mi sento scoppiare la testa che cerca disperatamente di trovare una soluzione a a tutto. Ma come un buco nero senza fondo: raggiunge piccoli risultati e non mi fa capire la vera causa di questo dramma del mondo. Soffro di tutto. Francesco, perch siamo tutti infelici? Perch tutto peggiora? Perch adesso c' anche l'eroina che ci porta via gli amici? Chi questo Dio mostro che permette tutto ci? Dov' l'Amore? Esiste solo egoismo, ognuno pensa solo a s. Perch vivo con questo senso di vuoto dentro che mi attanaglia? E' vitale trovare una soluzione, se non la trover morir laggi in India. Ho bisogno di qualcuno che mi aiuti, che ne sappia pi di me, non ce la faccio pi. Voglio un Maestro". L'abbracciai piangendo. Non sapevo dell'esistenza dei Guru, non sapevo niente. Quest'intuizione del Maestro era un sogno, l'illusione di trovare qualcuno che ne sapesse pi di me, pi di mio padre, pi di tutti gli scrittori e filosofi che avevano riempito il mondo di inutili libri.

La Sfida
Ecco, momento della Verit era l davanti a me e mi strapp dai ricordi dolci e amari del passato. Torong Pass mi aspettava. Con grande determinazione salutai la donna che mi aveva fatto da mangiare e che mi ospitava, e mi incamminai. Mi attaccavo molto ad ogni figura materna che incontravo, e anche questa anziana nepalese aveva conquistato la mia adorazione. Adesso era molto preoccupata perch aveva capito che stavo andando lass e faceva di tutto per convincermi a non farlo. Alla fine mi dette una copertina e guardava i miei piedi scalzi. Il sole si stava alzando e il tepore cominciava a farsi sentire. Spensierata mi immersi in quell'aria purissima, rarefatta, che faceva apparire i colori di un meraviglioso splendore. Tutto era cos chiaro, anche i pensieri, luminosi e sereni come l'atmosfera attorno. Sarei salita verso le nevi eterne e se il Signore non si fosse manifestato sarei morta lass fra i ghiacciai. Anni dopo seppi che non era stata un'idea originale, bens era un classico nella antica letteratura indiana, per gli eroi, a cercare la morte sfidando l'Himalaya. Improvvisamente mi accorsi che il cielo si stava riempiendo di nuvoloni neri e in breve inizi a nevicare. Neve, fuori stagione: impossibile, scioccante! Alzai gli occhi e scorsi una stalla per i pascoli estivi, ormai eravamo sui 5.000. Mi diressi di corsa al riparo, il freddo aumentava sempre pi. Mi dimenticai all'istante che ero andata lass per morire. L'istinto di sopravvivenza aveva ripreso le redini. Fuori dal ricovero c'era una tendina da campeggio in cui si erano gi rifugiati tre alpinisti, anche loro impreparati a quell'improvvisa neve. Decidemmo di trascorrere la notte nella tenda, perch nella stalla non c'era legna da bruciare. Cercai di convincerli a non dormire, pensando al pericolo di morte bianca che affrontavamo, io in special modo, perch ero in canottiera con la copertina donatami dalla mamma nepalese. Ci sdraiammo per terra, di taglio, appoggiati sul fianco, altrimenti non ci saremmo entrati, e si organizz un massaggio in fila, ognuno sulla schiena del vicino, l'un con l'altro ci tenevamo svegli. Loro si addormentarono nelle giacche a vento ed io mi tirai su e trascorsi la notte a muovermi e massaggiarmi, specialmente i piedi. Arrivarono le prime luci dell'alba: sopravvissuti a questa nottata di grande, veramente grande freddo, guardammo fuori. Il paesaggio era irriconoscibile, ovunque era bianco. Era caduto un bello strato di neve che aveva nascosto il sentiero. Sentivo l'assoluto bisogno di muovermi e decisi di scendere immediatamente a valle. I miei compagni di avventura volevano pensarci su con calma. Mi dettero delle scarpe da ginnastica e un pezzo di plastica con cui mi

avvolsi i piedi. Affondavo un passo dopo 1'altro nella neve e avanzavo con difficolt. Ebbi allora un segno di cui non mi resi affatto conto, visto che ero al limite delle mie possibilit. Trovai un bastone piantato nella neve - chi ce lo aveva messo? Non c'erano impronte. Lo afferrai e mi fu utilissimo, specialmente nel risalire un grande burrone, le cui pareti sotto lo strato bianco erano ghiacciate. Salivo pochi metri e immancabilmente scivolavo gi. Scavai allora con quell'unico attrezzo dei buchetti nel ghiaccio a mo' di gradini dove infilare le punte dei piedi. Senza quel bastone mandato dalla provvidenza, non so come avrei potuto fare a risalire il crinale. Arrivai finalmente in vista della casa della mia amica nepalese. Ero salva e gonfia di orgoglio. Mi sentivo come un eroe che torna a casa dopo una gloriosa conquista, pieno di vanit e bisognoso del riconoscimento del proprio valore. Gi mi immaginavo la mamma nepalese venirmi incontro pronta a consolarmi e curarmi. Ma la sua casa era chiusa, non c'era nessuno. Andai allora nell'unica altra casa, a pochi metri, l di fronte. Non era neppure l, c'era invece uno sconosciuto. Un gran fuoco bruciava in fondo alla stanza e ne segnava i contorni. Non feci complimenti e mi avvicinai subito al camino, perch morivo di freddo. L'uomo, senza neanche guardarmi, in malo modo mi allontan dal fuoco con una spinta. Come era possibile che non si fosse accorto che ero congelata? Perch mi trattava cos, perch mi guardava come se fossi l'ultima cretina della terra? Mi accasciai tremante in un angolo vicino alla porta. Mi aveva colpita in un momento in cui ero particolarmente vulnerabile e mi aveva distrutta. Era disumano. Gli chiesi una coperta di quel mucchio che aveva laggi, ma fu come parlare ad un sordo. Come se non esistessi. Il freddo, la fame, 1'umiliazione. Questo crac psicologico fu la vera purificazione, non tanto l'ascesa sull'Himalaya. Quando dopo un po' mi trovai vuota, in completo surrender, senza pi aspettative, l'uomo si avvicin, mi butt la coperta e dopo ancora mi chiam al fuoco. Sentivo di aver assistito ad un grande insegnamento. Era come passata una spugna che aveva cancellato tutto dentro di me, era scomparsa ogni traccia della recente avventura. In uno stato di beatitudine e pace con me stessa il giorno seguente presi la strada del ritorno. Rifacevo lo stesso percorso, per con infinita calma, godendomi ogni sfumatura di paesaggio, ma la pace dur poco. Eccola di nuovo all'attacco questa terribile mente. Ora era offesa dal fatto che non ero riuscita ad arrivare a Torong Pass, ora era umiliata perch ero sulla strada del ritorno senza aver raggiunto il mio scopo. Che tortura! Ma insomma! Chi diavolo aveva mandato la neve assolutamente fuori stagione per fermarmi, per salvarmi la vita. Non ero soddisfatta di come il Signore si era manifestato? No, non ero soddisfatta. Allora, come oggi, era vietato dalla legge nepalese uscire dai sentieri tracciati del trekking, non si poteva visitare liberamente il Paese. Bene, io che feci? Presi il primo ponticello sulla sinistra e uscii dalla legalit. Via nello sconosciuto. Tutto era bellissimo, gli animali, gli insetti, i fiori, la libert. I veri nepalesi, qui non abituati al via vai degli occidentali, uscivano dalle loro capannette e mi chiamavano con la mano. Mi offrivano il chai e immancabilmente tiravano fuori una stuoia su cui schieravano tutta la loro produzione di charas. Io tiravo fuori il mio coltello e, col fare di chi se ne intende, aprivo a met ogni pezzo per scegliere quelli con l'impasto pi fine. Costava niente, una rupia la tola - ottanta lire dodici grammi. Me la facevano assaggiare e sui venti pezzi che contava la produzione di quella famiglia sceglievo il migliore. In pochi giorni la borsa fu carica della migliore qualit di fumo che avessi mai visto ed io ero completamente stravolta a furia di assaggiare qua e l. Dopo un mese ero cos intossicata di charas che non riuscivo a trascorrere due ore senza chilum. La notte, dopo poche ore di sonno, automaticamente mi svegliavo e impastavo. Chi diavolo mi ha sempre raccontato che il fumo non una droga e non d assuefazione? Quante balle che si dicono in giro. Tutti in quella zona erano intossicati. La mattina, ancora al buio, con una gran gioia, iniziavo a preparare un chilum dopo 1'altro

per il cerchio di uomini che si formava istantaneamente. Dopo una decina di impasti alzavo le chiappe, raccattavo le mie poche cose e mi incamminavo. Mi accorsi che ero in pericolo di smarrirmi veramente, quando un giorno partii dalla prima capanna di un villaggio e al tramonto mi trovai nell'ultima. Avevo percorso in una giornata pochi metri! Ma dove ero? Non sapevo assolutamente dove fossi. Ed ecco Shiva di nuovo pronto a soccorrermi. Passarono da quel luogo sconosciuto due ragazzi al ritorno da una spedizione alpinistica organizzata legalmente in quell'area proibita. Presi l'occasione al volo e seguii di corsa i due angeli che mi stavano riportando nel mondo civile. Tornata a Pokhara, decisi che era giunto il momento di andare in India. Arrivai alla frontiera, dove incontrai una coppia di amici della mia citt natale, che avevano saputo che mi aggiravo fra le montagne e mi avevano cercato- Ora erano molto felici di avermi trovato. Mauro era stato come un fratello ai tempi della trib. Un giorno ci eravamo detti: "Quando faremo un grande viaggio insieme?" -ora pareva arrivato il momento. Silvia, la sua ragazza, sembrava una persona dolce e pi responsabile di lui. Presi il fumo e lo nascosi arrotolato in una sciarpa che misi attorno al collo sotto i folti capelli, e con disinvoltura andammo nell'ufficio della dogana. Ma i ragazzi risultarono fuori visto da un giorno. Erano obbligati ad andare a Kathmandu per rinnovarlo. Che noia. Decisi di attraversare la frontiera da sola. Ma Mauro non ne voleva sapere, e si appell alla nostra amicizia di lunga data e alla fedelt che meritava. "Eppoi devo farti leggere un libro che ti piacer moltissimo: Autobiografia di uno Yogi". Mi convinse e li accompagnai a Kathmandu.

La galera a Kathmandu
A Kathmandu incontrai di nuovo il Naga Baba che mi aveva dato la rudraksha e che mi aveva invitato a girare l'India con lui. Eravamo tutti seduti in un piccolo tempio dedicato a Pashupati -1'aspetto di Shiva che protegge tutte le creature - e dividevamo della frutta, quando improvvisamente entrarono un paio di uomini in borghese e con le scarpe. Si avvicinarono e ci chiesero il passaporto. Cortesemente - ingenui, ancora non sapevamo quanto fosse pericolosa la polizia di quei posti - porgemmo i nostri preziosi documenti. Uno dei due individui li afferr e usc dal tempio. Preoccupatissima gli corsi dietro e seguii il mio passaporto. Una cinquantina di metri pi in l, in un muro alto e lungo c'era una porta. Il tipo si infila dentro e io con lui, Mauro e Silvia dietro. Attraversammo il cortile interno e realizzo che era una prigione. Il poliziotto ci port in un ufficio, dove dietro un tavolo stava uno con la faccia da boss. Questo d un'occhiata ai passaporti, fa un verso rivolto all'uomo che ci aveva condotti l, il quale mi toglie di forza la rudraksha che tenevo al collo come oggetto sacro. Non faccio in tempo a ribellarmi che mi prendono per le spalle e mi portano in una cella. Ancora non mi rendo conto in che guai fossimo. Improvvisamente una nuova realt. Una cella schifosa, sporca, puzzolente, con un finestrone due metri per due senza vetri, solo sbarre di ferro. Era piazzato a nord ed il freddo vento dell'Himalaya vi soffiava dentro costantemente. Il sole non si vedeva. Che ci facevo in quel maledetto buco? E Mauro e Silvia? Il giorno dopo realizzai che anche loro erano l, in celle separate, non potevamo vederci. C'erano una ventina di celle in tutto, dieci di qua e dieci di fronte. Che significato ha questa storia, perch ci hanno messo dentro? Quella mattina capisco. Viene un secondino, faccia disumana da delinquente e mi dice che vuole i soldi, paisa. Devi pagare e te ne vai. Come... pago e me ne vado?! Io non ti do' una lira brutto animale. S, cos domani ne prendi dieci di occidentali per avere due soldi. Mai avrei ceduto a quel ricatto. Quel che avevo lo tenevo nascosto nelle mutande. Tutte le mattine venivano a chiedermi i soldi, era un'ossessione. Mi avevano imprigionato solo per denaro. Che asura terribili. E chiss quanti occidentali nella stessa situazione cedevano e pagavano. Vedendomi cos ribelle si arrabbiarono moltissimo e non mi dettero la coperta, niente da

mangiare, per un giorno, poi due. Mi era vietato anche uscire per soddisfare i miei bisogni, cos dovetti imparare a mie spese che il pavimento della cella era in discesa dalla porta verso la finestra, sotto la quale mi accoccolavo per dormire, essendo l'unico punto un po' riparato dal vento. Dopo che dormendo mi inzuppai i vestiti, non feci pi la pip dalla parte della porta. Qualche sera dopo si apr l'uscio e scaraventarono dentro due donne nepalesi, dissero che erano prostitute. Effettivamente ne avevano l'aria. Guardavano stupite questa ragazzina bianca, io avevo una fame, ma una fame. Si riapr la porta e misero dentro un piatto di riso. Mi ci buttai sopra mentre queste donne cercavano di impedirmi di farlo. La fame era troppa, ingoiai una manata e... che schifo! era riso e merda! Cose come le vedevo l neanche al cinema le avevo mai viste. I secondini-bestie erano armati di fruste realizzate con strisce di pneumatici legate ad un bastone. Sentire urla strazianti era all'ordine del giorno. Una volta mi portarono di nuovo nell'ufficio del boss e per convincermi a pagare tentarono di spaventarmi mostrandomi come maltrattavano un ragazzo del Bhutain che era nel tempio insieme a noi al momento dell'arresto - o rapimento devo dire? Lo obbligavano a fare piegamenti su una gamba sola mentre si doveva tenere il lobo dell'orecchio destro con la mano sinistra e viceversa. La posizione di tenersi le orecchie a braccia incrociate era scomodissima, dopo qualche mese seppi che era un comune gesto per chiedere scusa. Il giovane non riusciva a mantenere il ritmo ossessivo delle flessioni che le bestie incitavano con urla e frustate, finch cadde esausto nel proprio vomito. Questa scena non mi convinse affatto a pagare, anzi accentu la mia determinazione a non piegarmi. Ancora non mi davano cibo, ma io non cedevo. Facevo di tutto per mantenere i nervi tesi e l'attenzione sempre all'erta. Trascorrevo le nottate a fare piegamenti alla porta per tenermi viva e combattere il freddo, finch passava il secondino arrabbiato che cercava di colpirmi le mani facendo scorrere il bastone sulle sbarre. Urlavo che Shiva mi avrebbe liberato e che loro rischiavano molto ad agire cos. Giorni dopo mi misero in cella Silvia, dolce e spaurita. Mauro era ancora isolato da una parte, stava perdendo il cervello e urlava il nome della sua ragazza in maniera pietosa. Aprirono di nuovo la cella e appoggiarono al muro una vecchia, volto grinzoso, faccia sofferente. Dissero che era una prostituta. Era stata bastonata a tal punto che i dolori non le permisero di sedersi, non voleva essere toccata e ci volle una mezz'ora per sdraiarla per terra. Era stata fracassata di botte. Passai la notte a carezzarle, pi che massaggiarle, il corpo. Cercavo di mettere tutto il mio amore nelle mani per darle un po' di sollievo. Ero sempre pi indignata, stavo raggiungendo i limiti di sopportazione. Questa nonna, bella, con un viso umano, le rughe profonde, la pelle olivastra, avrei fatto una murti di lei e invece era stata picchiata brutalmente. Macch prostituta! Ed infatti al mattino quando si fu ripresa mi raccont una storia in Nepali che io intesi cos. Aveva trovato il nipote fuori dal cinema, fra la massa di ragazzi che aspettava di entrare. Era stato preso dalla polizia dentro il locale senza biglietto. Lo stavano picchiando quando lei intervenne per proteggerlo, dicendo che avrebbe potuto pagare per lui. Allora picchiarono anche lei. Le fecero ben pagare l'insubordinazione. Questa donna apprezzava molto il mio sincero interessamento e mi dava da mangiare finalmente mettevo qualcosa nello stomaco - tutto quello che il marito giornalmente le portava: squisitezze fatte in casa! Dopo un paio di giorni la liberarono. Arrivarono poi tempi migliori. Mi permisero di andare a defecare nell'enorme scantinato sottostante adibito a cesso, nel senso che era un mare di merda e mosche. Il puzzo era nauseabondo, impossibile trovare lo spazio pulito per appoggiare i piedi nudi, e niente acqua, comunque era sempre meglio che far la cacca in cella. Poi presero a darmi un piatto di riso al giorno. La notte seguente arriv un ispettore che si ferm davanti alla mia porta e chiese urlando perch non avessi la coperta. Parlava inglese! Risposi che non me l'avevano mai data e tentai di raccontargli che non avevo fatto nulla e che quello era un... Non mi ascolt per niente e spar. Dopo poco per arriv la coperta, in cui mi arrotolai immediatamente. A volte basta poco per essere felici. Un giorno arriv un altro occidentale, un sudamericano di una certa et, si vedeva che aveva vissuto a lungo in oriente, e lo misero in cella di fronte a me. Mi vedeva fare ginnastica,

cantare, urlare il nome di Shiva, mi diceva che ero incosciente. Lui era disperato e spesso piangeva, diceva che sapeva in che situazione senza scampo eravamo. Aveva cercato di corromperli dando tutti i dollari che aveva, ma non erano stati sufficienti e l'avevano messo dentro lo stesso. Diceva che non avendo qualcuno fuori che potesse rivolgersi all'ambasciata le nostre possibilit di tornare in libert erano zero. "Ho gi fatto quest'esperienza, mi arrestarono a Goa, riuscii a scappare e a consegnare un fog1io ad un francese per la mia ambasciata, prima che mi riprendessero la mattina seguente. Dopo un anno di prigionia quelli dell'ambasciata riuscirono a tirarmi fuori. Ma questa volta non me la potr cavare. Moriremo qua dentro. Credimi. Di qui impossibile scappare." E riprendeva a disperarsi come un bambino. Effettivamente era impossibile scappare di l, perch c'erano due porte di ferro, quel grande cortile da attraversare e quell'alto muro da scavalcare. Mauro e Silvia sembravano aver perso contatto con la realt. L'unica soluzione che aveva trovato il mio amico, che dava segni di squilibrio, fu di improvvisarsi pazzo furioso per ridurli alla compassione - che illusione, gli urlavo: "Mauro stai buono, non peggiorare la situazione." Si becc una fracca di botte, lui e tutti. Per miracolo in quella contusione n io n Silvia fummo sfiorate da nessun cazzotto volante. Incominciai a realizzare la seriet della situazione. La disperazione del sudamericano stava per contagiarmi, quando venni distratta da quello della cella accanto, che mi chiam. Mi disse che il signore dell'ultima cella a sinistra mi aveva preso in simpatia. Questo era un nepalese dall'apparenza ricchissimo, vestito candido, con la cella sempre aperta e riccamente arredata. Vedevamo passare vassoi imbanditi all'ora del pasto che sparivano da lui. Ora questo mi mandava a dire che si interessava a me? "Tieni, ti manda un regalo." e mi butt qualcosa davanti alla porta. Infilai il braccio fra le sbarre e mi trovai in mano una bustina di eroina. "'Questa e un'ottima medicina qua dentro, ti rilassa, non ti fa preoccupare." disse. Il primo pensiero fu che me la mandava Shiva, proprio al momento giusto, quando la tensione era troppa. Ma un attimo dopo mi vidi scagliare lontano la droga urlando: "Maledetto, mi volevi fregare." Mai e poi mai mi sarei rincoglionita in una situazione del genere, al contrario dovevo mantenere l'attenzione al massimo. Una mattina ecco la novit sconvolgente. Un secondino si affaccia e dice che se avessi pagato venti rupie di tasse mi avrebbero liberato. Signore, veramente era tutto finito? Ma certo che avrei pagato le tasse, per me l'importante era che nessuno si mettesse in tasca il denaro. Eppoi venti rupie erano proprio poco. Ci portarono in un'altra stazione di polizia dall'altra parte della citt. Nel mezzo del grande prato c'era un tavolino e un militare seduto dietro, sullo sfondo altri soldati armati di baionette che marciavano ridicoli, agli ordini urlati da uno scalmanato. Come contrastava tutto ci con 1'atmosfera di quella terra antica e sacra. Firmai il foglietto che mi misero davanti, detti le venti rupie, mi divertii addirittura quando mi fecero le foto. Ora di fronte, ora il lato destro, ora il sinistro. Che stronzi, mi trattavano da delinquente, ma che imputazione mai avrebbero scritto sui documenti? Ma intanto noi tre scherzavamo e facevamo 1e smorfie. L'unica cosa importante era che presto saremmo stati liberi. Gi il sentire i raggi del sole sulla pelle ci rendeva euforici. Al ritorno dal nostro boss-aguzzino, quello che stava dietro alla scrivania nell'ufficio della galera, eravamo cos di buon umore che sentivo il cuore che mi scoppiava dalla gioia e che aveva perdonato tutti. Ridendo feci una battuta al boss, avevo visto il sole, esisteva solo il perdono, l'avrei abbracciato; tranquilla aspettavo che mi desse il passaporto. "Passport?" grugn lui. Fece un cenno alla guardia, mi ripresero e mi ributtarono dentro. Mi ritrovai nella mia cella. Quello fu uno dei momenti pi tragici della mia vita. Allora aveva proprio ragione il sudamericano disperato: "Non c' possibilit di uscire di qui!" Iniziai a sentirmi in prigione. Iniziai a parlare con Dio, con la stessa umilt di quando pregavo da piccola: "Non ho fatto niente, non mi merito di essere qua, non c' motivo per questo dramma. Ho la coscienza pulita, perch devo morire come una delinquente, non possibile. Signore aiutaci." Soffrivo di quella costrizione in pochi metri quadri perch ero abituata a spazi aperti e liberi, a camminare, a viaggiare. Iniziai a sentirmi soffocare, il mio spirito a comprimersi l dentro, immobilizzata. Stavo in piedi di fronte a quei muri ammuffiti e senza intonaco, guardavo la

sporcizia sul pavimento, la cella era buia, facevo due passi ed era gi finita. Avevo una gran voglia di spaccare quelle pareti! Poi mi calmavo e la mente, che era stata spesso un fastidio per me, mi veniva ora in aiuto. Mi diceva: "'Titti, tu non hai fatto niente, non hai nessuna colpa da scontare, se sei qui per un motivo c'. di sicuro. Niente a caso nella vita. Dunque fidati, rilassati, arrenditi all'inevitabilit dei fatti." Mi sedevo in un angolo, parlavo a1lo Sconosciuto: Ecco un'altra di tutte queste terribili ingiustizie del mondo. Ma se tu ci sei, perch non intervieni? Perch non porti aiuto? Ma ce l'hai un cuore? Se sei Dio dovresti essere puro amore e se io amassi qualcuno non potrei vederlo soffrire cos. Comunque, se ci sei mio Signore, non mi importa cosa decidi. Tu sei tutto, tu sai tutto, tu fai le cose perfette. Ora voglio solo sapere se esisti. Se fossi certa della tua esistenza sarei tranquilla, credimi, non mi preoccuperei di niente. Fatti sentire. Ti prego fammi sapere." In quella cattivit, nel peggior maremoto di emozioni e pensieri che potessi immaginare, con lo stomaco che era come un sasso di ferro, l'energia compressa che mi rendeva elettrica come un felino in gabbia, ecco arrivare un'oasi di pace. Tutto si fece calmo, il cavallo selvaggio si plac di botto: sentii la Sua rassicurante presenza. Mi rilassai. Lo spirito ribelle si arrese. Non ero sola, il Signore era l con me. Sperimentai il surrender. Compresi la verit con quella parte di noi che non la logica e la razionalit. La purificazione degli ultimi mesi stava liberando il pi grande dono della mente: l'intuizione. Seppi che dovevo stare l ed accettare. Era il Signore che mi stava tenendo l, non il nemico, ma il mio unico amico: Shiva. Era la sua volont, dovevo ccettarla, non dovevo pensare a scappare. Ed accettai. Non saprei spiegare come avvenne, fu come uno squarcio di luce nel buio: quando accettai, seppi qualcosa in pi, cio che ero l per mia volont. Che era mio desiderio vivermi questa esperienza. In realt ero felice di essere in galera. La mattina seguente venne un altro secondino e, come se fosse stata la prima volta, mi disse che se avessi pagato venti rupie... "Alt, ho capito, certamente, certamente, va benissimo, pago!" E pensai: "Portatemi fuori di qua, che rivedr il sole e forse per sempre." Cos ci portarono in tanti nell'ufficio del boss-aguzzino, gli altri erano vere facce da delinquenti che facevano paura, come quelle dei secondini. Questa volta mettevano le catene ai polsi, tipo quelle manette medioevali dei film. Legarono cos tutti gli altri, vennero da me, mi infilarono le manette, ma ero cos debole che dal peso mi cascarono le mani ed i ferri si sfilarono dai piccoli polsi - non erano manette per fanciulle - e caddero per terra. A quel rumore capii il segno, seppi che quel giorno sarei stata libera. Non misero le catene n a Mauro n a Silvia e ci portarono nel cortile. L'auto che ci doveva trasportare non si metteva in moto. Ci fecero scendere tutti e spingere. Niente, non partiva. Allora ci misero in gruppo, noi, che non eravamo legati, al centro e via tutti a piedi. In questa formazione attraversammo la citt affollata dal solito via vai di gente pi o meno indaffarata. Ad ogni passo studiavo la situazione per cogliere il momento adatto alla fuga. Sapevo che doveva venire perch avevo ricevuto una promessa, ma come poteva essere? Scappare da sola non sarebbe stato difficile, bastava che mi buttassi fra la folla... ma non sarebbe stato possibile farlo in tre. Qualcuno, certamente Silvia, avrebbe rischiato di essere preso e di pagare per la fuga degli altri due. Assolutamente impensabile. Cosa dovevo fare, cosa dovevo fare? Ormai era troppo tardi. Eravamo arrivati a destinazione, ma non era il posto dell'altro giorno. Era la stazione di polizia dei visti per stranieri. Ci spinsero nel cortile interno, avevo a disposizione gli ultimi secondi prima che ci chiudessero da qualche parte. Aspettavo il segno che mi indicasse il momento di agire. Lessi "Foreign Office" - Ufficio per stranieri - su una porta. Eccolo! l qualcuno parla inglese, forse c' un essere civile. Basta con gli animali e la forza bruta. Scappo velocissima dal gruppo e mi fiondo dentro l'ufficio. VUOTO! Non possibile. Mi chiudo la porta alle spalle e giro tre volte la chiave. Eccoli tutti addosso all'uscio che picchiavano pugni convinti di voler entrare. Controllo tutta la stanza, esco sul balcone, sotto c'era un giardinetto chiuso da un alto muro. Shiva, cosa vuol dire accettare?

Fammi andare via di qua. Perch mi sevizi. Vado alla porta e urlo: "Voglio parlare col big boss!" - intendevo dire che volevo parlare con la persona che aveva la responsabilit legale di quegli avvenimenti. Mi capirono benissimo e dopo qualche altro loro pugno sulla porta e qualche mio urlo, mi dissero che lo mandavano a chiamare. Nella stanza c'era una scrivania, dietro di lei una poltrona, "Cosa faccio?" Urlo ancora che voglio il boss. Mi rispondono che al campo di golf e sta arrivando. Giro la chiave nella serratura per aprire. Mi preparo per farmi trovare seduta sulla sua poltrona dietro alla scrivania, al suo posto insomma. Mi guardo. Ero in uno stato pietoso. Stracciata, puzzolente, i capelli erano stoppa aggrovigliata, facevo schifo, il piede sinistro era bucato da un'infezione che stava mangiando la carne. Mi ricordai chi ero: figlia di persone colte, appartenente ad una societ civile, un essere abituato ad essere rispettato e con dei diritti umani. Questi nepalesi erano ad un livello di coscienza molto inferiore. Quindi il posto mio era dietro alla scrivania e questo boss primitivo doveva sedersi al posto subordinato, sulla seggiolina. Il cretino arriva dalla sua partita a golf. Non gli d il tempo di aprire la bocca e con un gesto lo faccio accomodare sulla sedia. Adesso doveva ascoltare questa disgraziata ragazza, vittima della loro societ corrotta e disumana. Ero incazzatissima, mi usc un inglese perfetto, gli dissi: "Tu mi vedi qui cos conciata e pensi che vada tutto bene. Non ti rendi conto che stai rischiando la carriera. Mio padre in Italia un personaggio molto importante e fra l'altro conosce il re del Nepal - qualche cosina di vero c'era in tutto ci. Quando l'ambasciata sapr come mi avete ridotto, non so quanti guai passerete, prima di tutto tu." Gli mostrai 1'infezione ed i miei stracci: "Non mi sento di parlare ancora in queste condizioni, ho bisogno di una doccia. Fammi accompagnare al mio albergo." - che bluff, io non avevo albergo. Dunque la tattica fu di farlo sentire il mio servo, come se fossi chiss chi. Questa gente sradicata dalla loro tradizione, in realt, ha un istintivo senso di inferiorit verso l'uomo - o donna bianco che cerca di imitare, cos fu che il grande boss casc nel tranello. Cerc timidamente di insistere sul fatto che dovevo tornare in prigione mentre lui si sarebbe informato e dato da fare, ma io urlavo indignata e basta. Cos mi fece chiamare un taxi su cui salii coi miei due amici e un poliziotto che avrebbe dovuto riportarci indietro. Detti l'indirizzo della guest house dove lavorava il ragazzino Dinesh, che avevo conosciuto al mio arrivo all'aeroporto - mi ispirava fiducia, da lui seppi della magica esistenza di Sai Baba, di cui era devoto. Dinesh appena ci vede capisce al volo la situazione e intrattiene il poliziotto - che dormiva ritto - mentre noi saliamo le scale e ci defiliamo dai tetti. Che corsa sul prato del parco! Comprate al volo le noccioline e accoccolati all'ombra di un albero, sbucciando le arachidi, sgranocchiando, guardavamo commossi la vita. Gli uccelli, le mucche, gli scoiattoli, i fiori, gli uomini... questi erano uomini. Non padroni della Terra ma, lo si vede, si sentono ospiti. Scalzi, sereni, semplici, eleganti nei vestiti cuciti a mano. L'Occidente e il suo denaro corrompono l'anima. Come importante solo essere vivi.

Il Piccolo Baba
Fu una rinascita spirituale, mi godevo tutto, t u t t o. La pace era in ogni cellula. Ero dimagrita tantissimo, trovai un paio di jeans bianchi del 40 di taglia e chiusi mi caddero alle ginocchia. Cos scheletrica mi sentivo invece pura, forte e leggera come l'aria. Dio era quella luce abbagliante del sole. Come ne sentivo la presenza! Ero presa da estasi che mi bloccavano seduta a lungo ad occhi chiusi nella beatitudine di esistere. Iniziai finalmente a leggere Autobiografia di uno Yogi. Il libro era una serie di avvenimenti sorprendenti ed irreali che culminavano con l'apparizione del Mahavatar Babaji, yogi cristico dell'Himalaya che materializzava il proprio corpo a suo piacere. Era la fine del 1981. Facemmo quartier generale nella guest house di Dinesh, perch avevamo l'idea di recuperare

in qualche modo i passaporti. D'altronde la mia meta era l'India, quello era solo l'inizio del viaggio. Erano gi quattro mesi che ero in Nepal, ma quanto ci avevano tenuti dentro? La dimensione del tempo era sparita. Decisi di tagliarmi i capelli a zero per non farmi riconoscere. Certamente eravamo ricercati. L'infezione al tallone peggiorava di ora in ora. Ormai dovevo rimanere in camera perch non riuscivo pi a stare in piedi. I soldi erano pochi, ogni giorno Mauro e Silvia uscivano per trovare del cibo. Un pomeriggio tornarono da una di queste scorribande con un tazzone di terracotta contenente magnifico yogurt. "Abbiamo conosciuto un piccolo Baba." Dietro di loro entr uno strano ometto. Ero a letto e appena lo vidi venni assalita da un inconsulto terrore. Una paura folle. La mia anima si ribell, la mia mente cominci a pensare: "Ma perch non se ne va, ma perch non se ne va." Quell'insignificante ometto era per me l'Entit Sconosciuta. Invece Mauro e Silvia sembravano perfettamente a loro agio con lui, anzi lo trattavano con familiarit. Effettivamente era una persona semplice, giocosa, certo strana ma accattivante. Dopo poco entr un francese ospite della guest house che ci regal un acido, dicendo che non era buono ma che gli dispiaceva buttarlo via. Da bravi fratellini lo dividemmo in quattro e lo distribuimmo. Aspettammo poi l'effetto ma... aveva avuto ragione il francese, non successe niente. Niente a noi, ma non al piccolo Baba, che cominci ad andare in escandescenze, a ridere come un pazzo, a saltare sui letti - ma che rapporto ha con la forza di gravit, come fa a saltare cosi? - a fare il buffone e noi ridevamo a crepapelle. Poi il silenzio. Era sdraiato come morto, poi si alz di scatto e cominci a vomitare dal letto gi nella ciotola che, dopo esser stata vuotata dallo yogurt, era stata appoggiata per terra. Una valanga di vomito, una cosa impressionante, anche i rumori erano esagerati. Ma che fa, scherza o fa sul serio? Sembrava dovesse morire. Certo che se a noi l'acido non era salito, a quest'uomo non abituato stava facendo un terribile effetto. Mauro, col suo cuore d'oro, teneva la testa al Baba tutto impegnato a dar di stomaco. Io me ne stavo pronta nel caso che ci fosse stato bisogno di far qualcosa. All'improvviso il Babino si volta e in livornese sguaiato dice: "Mi porti l'acqua eh!" Corsi a prendere l'acqua con cui Mauro lo sciacqu. Alla fine casc in catalessi da una parte e dopo poco dormiva, come fanno i beb, rannicchiato con il culetto in su ed era diventato un coso piccolissimo sotto il suo straccetto-coperta. Noi stanchi e provati seguimmo l'esempio e ci addormentammo. Al mattino con gli occhi ancora cisposi e semichiusi vedemmo il Baba svicolare dalla porta. Dopo poco ci alzammo e dividemmo i compiti: Mauro, che era classico tipo della Vergine, avrebbe pulito la stanza e le bimbe sarebbero andate a recuperare cibo. La sera precedente avevo completamente scordato il dolore al piede ed ora mi sentivo di camminare. Al nostro ritorno la camera era irriconoscibile: linda e splendente, gli indumenti e i sacchi a pelo erano stati stesi al sole, ovunque un profumo di pulito. Aveva spostato i letti e nella nuova posizione centrale erano molto pi carini. Che massaia, io non sarei mai stata in grado di fare un simile ordine. Felici ci mettiamo attorno al cibo e iniziamo a parlare della sconvolgente serata. Mauro d il via: "Avete visto quanto ha rimesso? Ma lo sapete che quando sono andato a svuotare la ciotola, la quantit di vomito era pochissima. Mi aspettavo di trovare sporco dappertutto e invece..." "Certo, che tipo strano." dico io, eppoi, tutti e tre insieme: "E ha parlato in livornese!!!" Ci guardiamo, non era stata un'allucinazione. "La mia sensazione era che fosse fuori dalle leggi della materia." "A me ricordava Don Juan di Castaneda." dico io e Mauro, memore del libro di Yogananda, sbotta: "Per me Babaji!" Si blocca immediatamente. Sniffa col naso un odore che lo colpisce, rimane un attimo immobile, poi si piega di colpo e guarda sotto il letto. Tira su la ciotola di terracotta con il vomito dentro e, a bocca aperta, dice: "L'ho appena vuotata e tirata gi dalla finestra! Che ci fa qua?" "E' Babaji!!!" Ci stava dando prova della sua onnipresenza e onnipotenza. Era un vero miracolo, una materializzazione. Molte certezze iniziarono a crollarmi nella testa, come castelli medievali puzzolenti di muffa, e uno spazio tutto nuovo si stava aprendo nella mente.

Dinesh entr in camera e disse che si era informato su come farmi guarire l'infezione, "Guarda si fa cosi." Prese un pezzo di vecchio cuoio, ci sput sopra, lo strofin sul pavimento, eppoi quella meravigliosa pastella venne spalmata sulla ferita gi piena di pus. "Ma che cazzo fa, mica Ges che guarisce con lo sputo!" E infatti non lo era, perch l'infezione peggior a vista d'occhio. Iniziai ad accusare un terribile dolore e il giorno dopo ero immobilizzata a letto. In questa situazione rividi per la seconda volta quell'ometto. Fu un tutt'uno veder entrare il Baba e sentire scoppiare un dolore insopportabile al piede. Feci in tempo a capire la connessione con i due fatti eppoi non riuscii pi a seguire gli avvenimenti, il dolore mi faceva impazzire. Me ne stavo stesa col fiato sospeso accecata dal male. Dopo non molto il Baba se ne and e con lui quell'inferno di sofferenza. Uscii dall'apnea e tirai un sospiro di sollievo. Lo raccontai ai miei amici e il giorno seguente, quando l'infezione prese nettamente a migliorare, dedussi che la sua presenza aveva accelerato il karma facendomi vivere pi intensamente, e quindi pi velocemente, quel dolore che aveva un unico scopo: purificarmi e guarirmi. Mauro e Silvia ripartirono per Pokhara dove avevano ricevuto dei soldi spediti dalla nonna ed io rimasi sola in stanza in quelle condizioni. Nel pomeriggio ecco tornare il piccolo Baba a trovarmi. Ma come era diverso! come era carino. Sembrava molto umano, molto intelligente, una mente occidentale con cui comunicare normalmente. Improvvisamente mi ispirava un'emozione nuova, un'infinita fiducia. Mi aveva portato un pezzo di ginger un po' rinseccolito da masticare e un piatto di riso e verdure. Gli promisi che avrei certamente mangiato quell'orribile pezzo di roba mai vista che era lo zenzero; lui insist dicendo che mi avrebbe fatto molto bene - oggi so che aveva ragione. Assaggiai la radice e, come l'apparenza prometteva, risult una cosa disgustosa e sputai. Pi tardi, bench avessi raggiunto la consapevolezza che mi trovavo di fronte a Dio, gli mentii spudoratamente dicendo che 1'avevo mangiato. Ero comunque commossa che avesse pensato a me. Mise sul letto il pranzo e lo consumammo insieme dallo stesso piatto, mangiando alla maniera locale con le mani. Vivendo un altro po' in India, seppi che questo, cio il mangiare dallo stesso piatto, una cosa che nessuno fa mai, un vero e proprio tab. Mentre per noi occidentali un gesto d'amore e di fiducia. Mangiavo e guardavo quest'uomo, aveva un'aria cos normale, cos dolce, ma perch quando c'era Mauro faceva il pazzo rispecchiava quella follia latente che era in lui. Mi sdraiai di nuovo. Anche i lineamenti fisici erano cambiati e gli occhi, a volte sconcertanti, erano ora cos buoni, color nocciola bellissimi. Di statura era piccolo, piccolissimo, sembrava un uccellino, perch si muoveva senza peso. Il linguaggio che parlava a volte era un inglese perfetto, a volte una folle accozzaglia di parole incomprensibili buttatemi addosso, il cui senso veniva dato da un unico suono che mi aiutava ad intuire il messaggio. Adesso era l vicino, come fosse il mio angelo custode. Mi guarda, sorride, mi dice: "Tu hai tre nomi," - come fa a saperlo? - "il primo per la Madre Divina," - Maria - "il secondo perch quando sei nata hai portato grande gioia," - Letizia - "e il terzo perch sei un dono di Dio" - Donata. Questo era esattamente quello che mi diceva mia madre, quando protestavo e dicevo che il mio nome non mi piaceva. Il Baba parlava con cos tanto amore, iniziai a sentire una grande confidenza verso di lui, vincendo l'istintiva diffidenza. Aggiunse che mia madre aveva pregato per anni Lord Vishnu, lo Spirito Santo, per avere una figlia. La presenza di quest'uomo era speciale, sentivo che non era un essere umano, ma puro Spirito. Era fuori come dentro di me. Era il Tutto. Quanta vibrazione d'Amore emanava da lui. Stavo accettando l'idea di avere il Grande Dio Cattolico dell'alto dei Cieli l con me, che aveva preso un corpicino che ispirava tenerezza, per potersi far vedere da noi. Quest'aspetto divino utilizzava cose estremamente fisiche e "basse" per comunicarmi la sua divinit, come il vomito e il volgare dialetto livornese, ma queste cose erano poi cos "basse" o tutto ha lo stesso valore? Sapevo che era un'espressione di Dio shivaita, perch Shiva anche terrifico e distruttore, colui che va al di l delle forme.

Presi a raccontargli le mie pene, mi veniva in mente mio padre: quando non era in ospedale era sempre davanti alla televisione. E s che adoravo mio padre, quante cose sapeva eppure si acquietava la mente attaccato sempre al video. Ma quante falsit escono in continuazione da quella "scatola magica". Il piccolo Baba non mi lasciava parlare, mi interrompeva, mi faceva capire che sapeva gi tutto e che quelle non erano cose importanti, che c'erano in ballo tante cose che non conoscevo di maggior valore. Quelli erano i miei problemi di adolescente. Raccontavo allora di mia madre, di cui avevo un profondo terrore, e lui mi interrompeva e parlava di lei come un padre parla della propria adorata bambina. Ne vedeva aspetti magnifici che mi erano sempre sfuggiti. Mammamia sei proprio Dio, solo il Signore capace di simile Amore. Che io sappia, mia madre una persona temutissima che si sempre aperta tutte le porte con il suo carattere aggressivo, tenace e irrefrenabile. Mio padre scherzando racconta che la gente quando lo incontra dice: "Ah lei il marito della moglie del Prof. B." tanto e famosa la moglie del Prof. B. Ora il Baba parlava di questa donna con cos tanto Amore... ma subito accanton anche questo argomento personale. Allora iniziai a dirgli che il mondo era ridotto in uria condizione inimmaginabile. All'istante mi interruppe, e inizi ad esprimersi in quella maniera incomprensibile fatta di parole lunghe, aggrovigliate e velocissime. Recepii solo: "Arca di No". Poi: "Bisogna salvare l'umanit", "Dovete fare del vostro meglio", "Grandi catastrofi", "Tanta acqua", "Tanto coraggio". Detto questo se ne and. Rimasi a pensare attentamente al significato di ci che stava succedendo. La situazione era allarmantissima, eravamo alla fine del mondo e il Signore ci chiamava in ballo noi tre, Mauro, Silvia ed io a far qualcosa. Ma che follia era? Dovevo stare molto attenta a non impazzire, la situazione era estremamente forte. Il giorno dopo il piccolo Baba torn, era di nuovo pazzariello. Non mi piaceva quando era cos. I dubbi che covavo si ingrandivano e basta quando faceva cos lo scemo. Poi compresi che mi faceva da specchio, quando la mia mente si ribellava all'idea del Divino, lui mi si presentava davanti come un pazzo. Appena entrato - io lo guardavo con diffidenza - mi disse: "Mi hai chiamato a Muktinath!" Flashata, Dio mio Lui, Shiva! Eppoi a bruciapelo: "La mente come un cavallo pazzo, mettigli le briglie." - ma in che lingua me lo aveva detto? eppure 1'avevo capito. Fa ancora qualche scena da matto e se ne va. L'insegnamento era che dovevo abbandonare la mente quando ero vicino a lui, dovevo far surrender ed affidarmi, quello sarebbe stato l'unico sistema veloce ed efficace per progredire nell'apprendimento. Ma come sarebbe stato possibile far tacere quella mente dubbiosa e ribelle? Quando mi aggrappavo alla mente razionale per darmi spiegazioni logiche di tutto, lui cambiava improvvisamente e faceva il pazzo. Allora, senza il suo aiuto, mi veniva a mancare la terra sotto ai piedi. Poi veniva a salvarmi con qualche manifestazione di divinit, dopo la quale tornava a far finta di essere quel piccolo Baba pasticcione e un po' fuori dal mondo che era la sua maschera abituale.

Maria
Venne a trovarmi ancora qualche volta e dopo una settimana Mauro e Silvia, al loro ritorno, trovarono due novit: il mio piede completamente guarito e il Baba quasi insediato nella nostra camera come un grande amico. Riprendemmo il training spirituale tutti insieme. Devo dire che c'era una cosa che non mi faceva piacere nella faccenda, cio che il Babino non mi chiamava Titti, come tutti avevano sempre fatto, ma col mio primo nome: Maria. Facevo fatica ad accettarlo e a riconoscermi in quel nuovo suono. Non mi piaceva, chiamava in me la parte pi femminile, parte che non avevo mai preso in considerazione in tutta la vita, perch essere veramente donna significa sacrificarsi. Essere madre, poi, ancora di pi. Credevo di essermi liberata di quella femmina in me che doveva ubbidire in famiglia, servire, debole doveva accettare il secondo posto dopo i maschi. Invece ora questo Baba la sottolineava e per far questo utilizzava la mascolinit di Mauro. Infatti quando c'era lui diventava il suo primo interlocutore - ma Mauro non capiva

veramente il messaggio, ne ero certa, e allora perch rivolgersi a lui e me improvvisamente ignorarmi? Eppoi anche Mauro aveva iniziato a chiamarmi Maria, e che sfumatura di sfottimento e superiorit c'era dietro le sue parole. Un giorno torn a trionfare il dubbio corrosivo ed ecco che il Babino divent divertente per sciogliere la tensione, eppoi via di corsa in bagno. La toilette era un cessetto con una parete in comune con la stanza. Mauro ed io scambiammo due parole, poi ci chiedemmo dove era andato a finire il Baba e di risposta all'improvviso il suono di una scoreggia mastodontica. Il boato era rimbombato nella nostra stanza e ci aveva lasciato senza parole. Il Baba rientr come se nulla fosse successo ed io corsi nel gabinetto per un'urgenza. Nel piccolo ambiente non c'era nessun odore! che strano, avrei giurato che avrebbe dovuto esserci una gran puzza. Fatto il mio dovere, me ne ritornai in camera e col dubbio in mente mi avvicinai allo strano ometto e... mammamia puzzava di cacca in maniera impressionante. Fu solo un istante, subito dopo l'effetto fin ed io ero convinta di nuovo della divinit del nostro compagno e nello stesso tempo molto divertita e spensierata. Trovavo ottimo questo sistema di insegnare grandi cose con simili mezzi. Mi davano l'idea che tutto sacro e tutto immaginario. Se siamo testimoni che la materia pu essere maneggiata cos, allora le leggi fisiche non esistono, e allora tutto un gioco, un'illusione. Il piccolo Baba ci stava mostrando che la materia si pu padroneggiare, ma con che scopo lo stava facendo? Niente di distruttivo, niente potere, bens solo per insegnarci, per farci progredire nella consapevolezza. A volte pensavo con che pazienza ci sta dietro, mentre altre volte che si stava divertendo veramente. Eppoi anche vero che fra materia e spirito non c' differenza, e se Dio in noi e noi siamo anche questo corpo, allora anche le parti pi basse della materia sono divine. Insomma importante accettarsi cos come siamo, corpo e spirito, angeli nella materia. Era la fine di un'educazione religiosa cattolica. Era sconvolgente trovarsi di fronte ad una persona che leggeva i nostri pensieri, anzi in breve acquisii la consapevolezza che lui era dentro di me come fuori. La prima volta che mi imbattei nel piccolo Baba all'esterno, in Kathmandu - fino a quel momento c'eravamo visti solo in camera - avevo appena desiderato di incontrarlo. Gli volevo gi bene, provavo quell'amore che l'anima sente per il divino, quel misterioso Baba mi mancava. Allora lo chiamavo col cuore ed eccolo sbucare da dietro un angolo. Mi prende per mano e mi porta di corsa ad un tempio con portici e colonnato, mi trascina di fronte ad una statua - non avevo idea di chi fosse - si prostra a quell'immagine e mi dice di fare altrettanto. Eppoi ancora di corsa, un giro velocissimo di mille pranam a tutti i templi. Ecco una murti, gi fai pranarn, eccone un'altra di nuovo gi, fai pranam. Non mi ero mai inchinata a nessuno, tanto meno ad un pezzo di pietra, ma che sollievo quel gesto di umilt. Come lo facevo volentieri... sentivo che ad ogni inchino ero pi leggera, pi flessibile, pi umile. Appena presi gusto a far pranam, l'esercizio fin di colpo. Questi incontri con lui erano intermediati da giornate normali, di distensione, in cui c'era tempo per meditare su ci che succedeva e per tanta introspezione. Ma il ritmo dell'insegnamento era incalzante. Mi mostrava tutta la sua shakti e portava a galla la mia. Giusto il tempo di riposarsi un po', poi subito desideravo incontrarlo di nuovo e cos succedeva, e lui sbucava da una viuzza come se fosse stato ad aspettare la nuova chiamata. E ancora via col training e la purificazione. A poco a poco capivo che l'amore fortissimo che provavo non era limitato a quella piccola figura di guida spirituale, ma si espandeva ovunque. Comprendevo che questo essere muoveva le cose a sua discrezione, che lui era il capo del gioco, anzi era lo spirito di tutto ci che creato. Lui era la coscienza di tutto,il gioco era il suo. Percepivo la sua presenza specialmente negli esseri umili, come i passerotti, in tutto ci che esiste e che spicciolo, come una piuma, un'onda nell'acqua, lieve come l'alito del vento sulla pelle. Iniziai a chiamarlo Babaji. Era Dio. Una delle prime lezioni fu il distacco del denaro. Non che fossi particolarmente attaccata di carattere, tutt'altro, ricordo che da piccola quel po' di denaro che ogni tanto mi davano andava sempre a finire nel salvadanaio. Ma non col concetto di risparmiarlo, solo perch non sapevo come

spenderlo. Non mi interessava nulla e i dolci non mi piacevano, cos quando a volte Guidino - che spendeva immediatamente i suoi - me li chiedeva glieli davo. Quando ero alle medie comunque avevo nel salvadanaio ben 60.000 lire che andarono ai terremotati del Friuli, ma non per generosit come credeva mia madre, bens perch non avevo capito il concetto di denaro, cos lo distribuivo ignara del suo valore. Ora invece sapevo bene che la mia sopravvivenza dipendeva da quei due soldi che avevo in tasca ed ero tutta concentrata a risparmiarli al massimo, mangiando una sola volta al giorno ecc. Il Babino invece inizi a chiedermeli, un po' per volta, un po' oggi, un po' domani. Meno male che avevo gi la certezza della sua identit, altrimenti mi immagino che dubbi atroci mi sarebbero potuti frullare in testa come quello di essere sfruttata da uno con un po' di potere spirituale. Fui fortunata e questo lila mi fu risparmiato. Sapevo che mi stava insegnando il distacco e la vera fiducia in Dio. Se credevo in lui e nella sua onnipresenza, di che mi potevo preoccupare se mi stava volontariamente togliendo i soldini? Ebbene fu spietato: me li chiese tutti, fino all'ultima rupia. Mi trovai un giorno senza pi il denaro per un piatto di riso. E la stessa scorte tocc ai soldi della nonna di Mauro. Spariti nel giro di pochi giorni. Veramente spariti, perch il Baba non ci offriva neanche un chai, quando glieli davi sapevi che automaticamente uscivano di circolazione. Ci trovammo a dover barattare la scarpe da ginnastica di Mauro per del cibo o altri indumenti dei ragazzi. Purtroppo io non avevo nulla. Il fumo, l'unica mia ricchezza, era agli sgoccioli e mai l'avrei venduto per principio. Bench completamente assorbiti dal training spirituale, non avevamo dimenticato i passaporti e studiavamo piani d'azione per recuperarli col minimo rischio. Era un'impresa praticamente impossibile. Ci rivolgemmo anche ad un poliziotto che avevamo conosciuto a Pokhara, che ci fece tante promesse di collaborazione ma senza effettivo risultato. Un iorno, mentre camminavo per le vie centrali di Kathmandu con questi intenti, urtai per sbaglio un uomo: oddio era il grande boss del carcere. Ci guardammo diritti negli occhi. In un attimo mi vidi fritta. Mi si gel il sangue nelle vene e lui: "Oh sorry" e via per la sua strada. Non mi aveva riconosciuta. Raparmi a zero i capelli aveva funzionato! Incontrai ancora il Baba. Attraversammo il mercato della frutta a passo veloce, camminava davanti a me. Lo guardavo, ammiravo i suoi movimenti leggeri ed armoniosi, era incantevole nel suo movimento, addirittura femminile. Improvvisamente mi chiesi: "Ma un uomo o una donna?" Fu la prima volta in vita mia che riferii un'idea di femminilit a Dio. Si gir di scatto e, in mezzo a tutta la gente, mi abbracci di impeto. Fu un'esperienza mistica meravigliosa: i nostri spiriti erano uno, esisteva solo una fortissima vibrazione d'Amore, poi la mia anima si rivolse alla sua ma non con parole, la mia voce non era un suono ma luce. Il comunicare era un fiotto di luce che ci univa, gli dissi: "Babbo, finalmente ti ho trovato, dopo quanto tempo..." - c'era un'ombra di rimprovero. Il suo piccolo corpo si stacc dal mio e riprendemmo la veloce camminata verso l'ignoto. Mauro era stato molto affascinato dai libri di Castaneda, credeva in quei racconti sul potere sottile degli stregoni sudamericani. Aveva un gran desiderio di sperimentare. Effettivamente sembrava che l'autore avesse scritto, pi che romanzi, dei veri e propri manuali per apprendere l'arte dello stregone. Occorreva solo il coraggio di tuffarsi in quelle esperienze pazzesche e, naturalmente, quella costanza che necessita ogni apprendimento. Castaneda aveva incontrato un maestro, Don Juan, che gli aveva insegnato a divenire un "guerriero impeccabile", un essere umano che con la forza della volont attraversa i limiti della materia e pu viaggiare in altre dimensioni. Il primo gradino di questa scuola era apprendere l'arte di vedere le auree degli animali. Tutto veniva spiegato con grande cura. Consisteva in un certo movimento degli occhi, come uno strabismo volontario che, mantenuto nella giusta posizione, permetteva di vedere la luce dei corpi eterei degli esseri. Beh, eravamo ragazzi alla ricerca della verit, cos fu per noi spontaneo provare. Ci esercitavamo molto, specialmente sul tetto della guest house. Di l era facilissimo seguire con lo sguardo i moltissimi uccelli che volavano nel cielo di Kathmandu: tortore:, corvi, falchi, aquile ecc. Inizialmente fu molto faticoso mantenere la posizione innaturale degli occhi, ma

a poco a poco, attraverso quelle immagini sfuocate che comparivano, si inizi ad intravedere le auree. Erano come palle di luce blu, verde, azzurra, violetta. Ogni variet di uccello aveva il suo colore. Era un'incredibile meraviglia. Ma allora se questo era vero, tutto quello che scriveva Castaneda doveva essere verit. Gli allenamenti erano quotidiani. Sul tetto, sotto il cielo limpido, ci esercitavamo, di fronte a noi la pianura di Kathmandu, sullo sfondo la catena himalayana. Fra le miriadi di volatili ne sceglievi uno e lo mantenevi sotto controllo con lo sguardo fisso, poi prendevi la posizione giusta degli occhi incrociandoli velocemente: improvvisamente mettevi a fuoco, ed ecco scomparire il corpo fisico dell'uccello e apparire quello spirituale, coloratissimo. Avevamo trasformato questi esercizi "di potere" - Castaneda sosteneva che fare simili pratiche aumentava il potere personale del guerriero - in un gioco divertente. Era scoprire tutto un mondo di cui non si sapeva assolutamente niente. Era un tuffo in un'altra realt. Il piccolo Baba sembrava proteggerci in queste pratiche, anche se non facevano affatto parte del suo insegnamento. Ma era come se lui accettasse tutto, ci lasciava una grandissima libert di movimento, totale direi. Quando ormai Mauro ed io eravamo pi che impelagati in questa nuova scoperta, lui non fece niente per impedirci di proseguire, ma la utilizz per il suo scopo. Ad esempio, un giorno, mentre mi esercitavo per la strada a scoprire le auree, il Baba mi si avvicin di corsa e mi chiese di passeggiare con lui senza interrompere l'esercizio. In pratica era come camminare cieca in mezzo alla folla di nepalesi, perch quando vedevo le auree non vedevo il mondo fisico. Quindi al puro esercizio di "vista" se ne aggiunse uno un po' pi spirituale, quale l'essere completamente abbandonata alla guida del Baba che mi camminava sul fianco sinistro. Viaggiavamo come un'unit, mi ero completamente affidata a lui che guardava la strada e io ero immersa in quel mondo di luci colorate. Era come se stessi guardando la strada con gli occhi di lui, perch non ho urtato nessuno, non ho incontrato ostacoli e non ho affatto inciampato durante quella mezz'oretta. Fu dunque pi un esercizio di totale abbandono che altro. Ero molto orgogliosa di quell'essere divino che, nonostante mi mostrasse la sua onnipotenza in molti modi, in ugual maniera mi insegnava come si deve vivere in umilt e semplicit. Avevo la certezza che era in suo potere fare qualunque cosa, ma come era commovente vederlo muoversi in maniera cos umana. Il pi delle volte si nascondeva dietro l'aspetto di un mendicante, di un poveretto, di una nullit. Lo chiamavo col potere dell'amore, lui immediatamente compariva, mi dava qualche divino insegnamento sulla Nuova Era della Terra o sul mio se pi profondo, eppoi andavamo a bere un t. Un giorno entr uno sbruffone nel chai shop, spavaldo ed aggressivo, dette un calcio al mio Babino per farlo spostare. Di impulso fui scandalizzata dalla scena e per un attimo compatii l'uomo pensando che il Baba l'avrebbe polverizzato. Ma il Baba-uccellino con umilt ed amore si scus e cedette il suo posto per far sedere quell'anima prepotente prigioniera della rabbia. Ecco, questo era il Dio in Terra che mi ero immaginata.

La pazzia
Avevo la netta impressione che tutto l'insegnamento del Baba fosse destinato a me. Lui stesso me lo faceva capire. Di fatti, Mauro e Silvia stavano vivendo tutta un'altra realt parallela alla mia. 0 meglio, per loro l'insegnamento era su di un altro piano. Mauro era incredibilmente attratto dal potere che traspariva dalle azioni del Baba, mentre Silvia non era affatto interessata agli avvenimenti. Sembrava che la natura fosse stata un po' avara di vitalit con lei e in questa situazione non era per niente stimolata, anzi si spegneva di giorno in giorno. II suo fidanzato al contrario era molto eccitato e non dosava le energie, n sembrava si prefiggesse uno scopo nella strana avventura. Pareva in balia delle forti emozioni che affrontavamo, ogni giorno sempre pi sconvolgenti. Ma era dotato di una volont di ferro, nulla l'avrebbe smosso da quell'assaggiare novit sorprendenti.

Chiss come ci venuto in testa un giorno di spingerci al massimo delle nostre possibilit psicofisiche. Decidemmo di iniziare una tapasya per cui non avremmo dormito per una settimana. Non erano interdetti n il fumo n un po' di cibo. Ci chiudemmo nella stanza della guest house ed iniziammo con un nutrito satsang sulle esperienze vissute fin dalla nostra infanzia, eppoi sul nostro concetto di divinit, di bene e male e via dicendo. Parlavamo a lungo del nostro Babaji e di tutte le emozioni che scatenava in noi la sua presenza cos vicina. Dopo la seconda notte che non chiudevamo occhio, successe una strana cosa. Mauro ed io stavamo seduti uno di fronte all'altra, ed improvvisamente, senza nessun avvertimento, ci vedemmo trasformati. Vidi i lineamenti del suo volto a poco a poco cambiare e divenire un altro viso: gli occhi selvatici, neri e profondi, pieni di una consapevolezza e una forza sconosciute, gli zigomi alti, i capelli neri corvini racchiusi in due lunghe trecce, seppi che era mio fratello. Lui era un guerriero, io un uomo di medicina, un uomo di Dio. Poi tutto torn alla normalit e Mauro mi raccont che mi ero trasformata davanti ai suoi occhi in un indiano d'America, suo fratello. Ci descrivemmo a vicenda i connotati fisici di un tempo con non poca emozione. Silvia come al solito non era interessata e trascorreva la maggior parte del tempo a dormire. Il terzo giorno, dopo ancora un'altra notte insonne, Mauro usc improvvisamente in preda a non so quale impulso e non torn per molte ore. La stanza semivuota - troneggiavano solo i letti di legno - notavo che si stava riempiendo di prana, di quella luce bianca abbacinante che stavamo imparando a vedere ovunque. Pareva che fosse la sostanza di cui ogni cosa formata, pura energia che d origine alla materia. La sadhana e gli esercizi di potere la attiravano ed ora la stanza ne era piena. Mi sedetti da una parte, iniziai una meditazione improvvisata, cercando di raggiungere il vuoto mentale concentrandomi sul respiro. Ed ecco, ero nella stanza, ma ero in un mondo tutto fatto di luce, non esistevano le forme. Non avevo fatto un viaggio astrale, non mi ero mossa di l, ma ero entrata in un'altra dimensione. La luce era bianca, fortissima, potentissima, accecante, quel mondo era affollato di anime, seppi che era il mondo della Verit. Era divino essere l. Non ci sono parole per spiegare. Fu un attimo, quando realizzai che era il mondo purissimo della Verit, capii che non ne ero degna, non potevo assolutamente stare l con il corpo. Precipitai nella normale condizione di vita. Trascorsi ancora qualche ora in beatitudine per il ricordo che serbavo nel cuore, quando entr di corsa un agitatissimo Mauro. Era in preda a qualche forma di follia, diceva che aveva voluto mettere alla prova il suo potere. Si era recato sulle sponde di un laghetto che conosceva ed aveva voluto sfidare lo spirito che vi abitava. Insultando e gridando giurava di averlo provocato in maniera tale da chiamarlo fuori dall'acqua. Terrorizzato era scappato e ora dovevamo tutti tenerci pronti perch ci avrebbe raggiunto. Non feci in tempo a dirgli che era impazzito, che lui url: "Eccolo!" Si spalanc la porta della stanza con un vento impetuoso - non poteva essere vento, la porta dava all'interno del corridoio della guest house - sentii che il vento era qualcuno. Mauro ordin: "Assumiamo la posizione del guerriero." Era questa una posizione speciale in cui si stava accovacciati su di un ginocchio e si doveva battere con il palmo della mano tre volte per terra con estrema volont e determinazione. Secondo Castaneda questa era la miglior difesa verso le aggressioni dei "poteri" esterni. Non feci in tempo a seguire le sue istruzioni, il "vento" entr in me come un fulmine, dall'apertura del corpo sottile che abbiamo sotto. Velocissimo sal con movimento serpeggiante sembrava proprio un serpente di luce - e gir intorno a quattro punti in linea retta verticale che percepii all'interno di me. Ogni volta che compiva un giro attorno ad uno di questi punti, sentivo come uno schiocco, come se liberasse qualche energia, eppoi, veloce come era entrato, se ne usc dall'altezza del cuore. Non avevo nessun'idea dell'esistenza dei chakra, con cui pi tardi identificai i quattro punti percepiti, rimasi solo piacevolmente sbalordita. Mi sentii subito pi leggera, pi integra, come pi protetta. Quell'essere che era entrato in me era certamente amico.

Durante i satsang giornalieri, Mauro cercava di trarre logiche conclusioni dagli allucinanti avvenimenti, e il suo filo conduttore era all'incirca questo: la fine del mondo era molto vicina, un grande cataclisma avrebbe ricondotto la Terra come ai tempi del diluvio universale, occorreva far qualcosa. Ora il Signore era sceso dal Cielo per insegnarci metodi rivoluzionari di potere sottile con cui aiutarlo a salvare il salvabile. Indubbiamente si trattava di una guerra con potenti demoni che volevano mantenere il dominio sul mondo, noi li avremmo fronteggiati con queste armi spirituali di grande potenza come quelle usate ai tempi del Ramayana. Mi resi conto che stava perdendo la ragione e non trovavo il modo per ricondurlo in se. Silvia era cos disorientata che si rifugiava in una totale inazione e spesso nel sonno. Mauro allora si irritava molto dell'apatia della sua ragazza e cercava di stimolarla provocandola col litigio. A volte arrivavano ad urla feroci, lui le diceva che stava perdendo l'occasione di salvarsi e cercava di coinvolgerla con discorsi assurdi, lei annichilita rispondeva che voleva solo essere lasciata in pace. Mauro diventava sempre pi maschio, il potere lo stava caricando realmente, la mancanza di sonno gli dava un'energia sconosciuta, si stava trasformando anche fisicamente. Silvia aveva molta paura, cosa inaccettabile per Mauro, che pi di una volta perse il controllo e la picchi. Da parte mia potevo solo assistere a questa discordia senza poter intervenire, c'era troppa tensione. Vedevo con chiarezza come, ora dopo ora, Mauro perdeva il senso dell'amore umano e diveniva come un robot meccanico, convinto di essere perfetto e a contatto col divino. Anzi, al quinto giorno senza dormire si convinse di essere Rama, Dio in un corpo umano, sceso sulla Terra per salvare 1'umanit. Voleva costringerci a crederlo e, in piedi sul letto, la stanza immersa nel prana, mi diceva: "Guarda le mie armi." Metteva in mostra il suo corpo seminudo, divenuto di una bellezza e perfezione insopportabile - "Ora guarda come si utilizza il prana dei chakra." e sparava a volont dei raggi di luce da punti luminosi delle mani, delle braccia e degli avambracci, poi dall'altezza dello stomaco, era una scena impressionante. Tutti e tre potevamo vedere con chiarezza questi fasci di luce quasi palpabile che uscivano dal suo corpo. Ora Mauro non aveva pi dubbi della sua identit divina, ce lo stava dimostrando. Iniziai a pensare che era posseduto da un asura terribile; come avrei potuto renderlo inoffensivo? Questo essere in Mauro aveva sete di potere, voleva soggiogarci alla sua volont, divenuta ormai potentissima. Quella stanza era una prigione infernale. Mauro pretendeva obbedienza cieca da parte di Silvia, la quale, come un gattino spaurito, si rannicchiava in un angolo con gli occhi sbarrati. Mauro url: "Guarda e impara da lei!" poi rivolto verso di me: "Maria, mostra a Sita (Silvia) l'obbedienza che deve una moglie al marito." E con voce roca e imperiosa: "Spogliati!" Lo guardai: da una parte il Mauro mio amico mi faceva una piet infinita, dall'altra questo essere demoniaco che ora era un tutt'uno con lui mi incitava solo al combattimento, volevo sconfiggerlo. Lui era il vero nemico in quel momento, che stava distruggendo l'affetto e la fiducia che erano sempre regnati fra noi. Capii che non opporgli resistenza era in quel momento la cosa migliore, per non peggiorare la situazione. Comand di nuovo: "Spogliati", si aspettava cieca obbedienza. E cos feci, mi spogliai con dolcezza. Fu molto soddisfatto del mio surrender, non mi guard nemmeno, fu semplicemente felice di vedere che non mi opponevo, e la tensione per il momento si scaric. Ma che difficolt per il mio orgoglio accettare questo gioco... Tutta la situazione mi creava una terribile sofferenza, vedere i miei amici in quello stato pietoso, per non parlare della mancanza di sonno che era una gran tortura, eppoi non capire pi la logica degli avvenimenti. Perch il Babino ci aveva abbandonato proprio in quel frangente dolorosissimo e cos difficile? Cosa sarebbe stato giusto fare? Oramai ci eravamo spinti troppo in l con il gioco. Chiss se saremmo mai potuti tornare indietro. Sapevo che molti erano impazziti in India, sapevo che esisteva il pericolo di cadere in qualche ego-trip, ma come diavolo si fa a credersi Dio? Dio non una persona, Amore Compassione, ora dovevo portarLo fra noi, avrei dovuto fare da madre a questo ragazzo impazzito. Cercai cos di rispondere col massimo del mio amore all'aggressivit di Mauro, cercavo di mantenere il controllo. Decisi che l'asura, che impersonava il delirio di potere maschile, sarebbe stato neutralizzato solo dalla totale femminilit, dal completo surrender.

Al sesto giorno sentimmo una gran cagnara nel cortile della guest house, era il boss del carcere seguito da una dozzina di militari armati di baionetta. Noi eravamo ormai dimentichi della realt, del passaporto, della galera, immersi nel nostro mondo stregato. I soldati irruppero di corsa nell'atrio dell'alberghetto e li sentii salire a saltelloni le scale. Avevo acquisito l'attitudine spontanea al surrender e, dopo un rapido sguardo alla finestra che non ci permetteva fuga, aprii la serratura della porta. Il boss irruppe nella stanza, a pochi centimetri da me che l'aspettavo. Mi guard ma non mi vide, dette un rapido sguardo attorno ed era come abbagliato, sembrava non vedesse nulla, e deluso e stupito si richiuse la porta alle spalle. Url qualche ordine ai suoi che se ne andarono. Noi rimanemmo impietriti, ci guardammo l'un l'altro e vedemmo che la stanza era pazzescamente piena di prana, quasi scomparivano le pareti in tutta quella luce bianca. Concludemmo che il boss era stato accecato dal prana e, ringraziando Babaji, tornammo alle nostre follie. Incuriosito da ci che stavamo combinando, il francese ospite della guest house ci venne a fare visita. Entr. Mauro subito cerc di coinvolgerlo imponendogli la sua opprimente ed imperante presenza. Pretendeva ubbidienza anche da lui. Il ragazzo, sconvolto e incazzato, non essendo neanche lui in grado di contrastarlo in qualche maniera, se ne and. Fu spaventato dagli occhi magnetici di Mauro, dalla sua telepatia e dal potere persuasivo che aveva. Non si poteva fare niente per lui, l'unica cosa era scappare per salvarsi dalla sua follia. Alla sera ero stravolta dalla stanchezza, la tensione si allent, sentii che mi stavo addormentando. Mi arresi e decisi che era giunto il momento di mollare e di dormire. La veglia mi aveva procurato dolori acutissimi nel corpo e nella mente, vere sofferenze fisiche e spirituali. Non so spiegare, ma il combattere il sonno armati solo di volont - senza mantra o giusti sistemi yogici era una tortura terribile. Dentro, alla fine, avevo solo dolore. Il cuore mi sembrava dovesse rompersi per lo sforzo e per l'angoscia di vedere i miei amici sull'orlo del precipizio. Decisi di stendermi e di lasciarmi vincere dal sonno, ma sentii Mauro urlarmi dal tetto "Maria vieni su, c' Babaji." Le forze mi tornarono istantaneamente, mi alzai e feci le scale. Ad ogni gradino il mio corpo diventava pi pesante, a stento arrivai in cima, letteralmente trascinandomi. Mi guardai intorno: non c'era nessuno, solo 1'oceano di stelle del firmamento sopra di me. Perdo le forze e sento che sto per morire. Arriva un'entit ben precisa, come una divinit, ed entra in me attraverso una porta spirituale che al livello dello stomaco, il plesso solare, e quando in me la riconosco: era la Morte. Caddi per terra. Sentii all'orecchio una voce dolcissima, per me la voce di Babaji, che mi sussurr: "Ti amo." L'energia torn regina del mio corpo, da sdraiata schizzai in piedi con un salto, esisteva solo gioia. La Morte fu proiettata fuori di me da un'altra apertura proprio sopra alla testa. Mi sentii piena di vita e di energia. C'era solo un immenso amore per Babaji. Compresi che tutto era stato compiuto. Non sapevo cosa, ma avevamo fatto quello che era stato prestabilito. Ora era tempo di andare.

In India finalmente
Fu meraviglioso rincontrare per strada il piccolo Baba alla nostra prima uscita. Era estremamente sereno, Mauro era ancora ben pazzo, ma lui non se ne preoccupava affatto. Passammo un pomeriggio insieme. Andammo a cantare i bhajan con un gruppo di musici su un palco alzato in una piazzetta. C'era un piccolo pubblico che apprezzava molto questa musica spirituale ed io ero grata al Signore per quell'oasi di pace. Mi sedetti accanto al Baba ed iniziammo a cantare; era buio, qualcuno suonava l'armonium, qualcuno il dholak, io i cembali. Mi rilassai a tal punto, che mi appoggiai con la schiena e... caddi di sotto. Non c'era una parete dietro di me, solo uno spesso tendone. Il palco era alto un paio di metri, il volo fu stupefacente perch, mentre facevo la capriola all'indietro che mi avrebbe sbattuto col capo per terra, sentii uscire dal mio addome come un tentacolo di luce - Castaneda aveva parlato di un qualcosa del genere - che si aggrapp alla

struttura di legno e attenu l'impatto della caduta. Anzi, mi mise in perfetta posizione e planai dolcemente a terra seduta a gambe incrociate. Fu tanta la gioia e la meraviglia, che corsi su al mio posto e ringraziai Babaji del prodigio. Veramente, accanto a lui, non esisteva rischio. La sua protezione era totale. Mi immersi nei canti con il cuore commosso e grato di tutto. Trascorremmo ancora qualche giorno a Kathmandu. Avevamo lasciato la guest house perch ormai il nostro nascondiglio era noto alla polizia e, non avendo denaro, quelle notti dormimmo all'aperto. Era ancora inverno e patimmo un bel po' di freddo accoccolati sotto qualche tettoia o addirittura per la strada. I miei due amici avevano il sacco a pelo, mentre io solo quella copertina regalatami dalla donna nepalese di Muktinath. Una mattina bevvi il chai con un anziano Baba. Vidi che non aveva nulla: chiesi se la notte avesse freddo e lui assent. Prontamente mi tolsi di dosso la mia coperta e lo avvolsi amorosamente. Mi venne in mente San Martino che al povero aveva dato solo met del suo mantello. Il sadhu vide che non avevo nulla con me e mi chiese se avessi un'altra coperta. Risposi di no, tutto quello che avevo era l. Il Baba mi sorprese: si arrabbi e offese moltissimo, mi tir addosso la copertina e mi disse brutalmente che avrei dovuto dare solo quando avevo abbastanza per me. Si regala solo l'eccedenza. Fu un colpo mortale alla mia educazione cattolica. Concordai completamente con quell'insegnamento, capii che era ragionevole e saggio. Perch privarci dello stretto necessario che il Signore ci aveva donato? Quell'insulso sacrificio era solo pane per il mio ego. Come aveva pensato a me, il buon Dio avrebbe pensato anche agli altri bisognosi. Ormai sapevo che la sua compassione infinita e che guarda le sue creature con l'amore e la totale dedizione di una madre. Ebbi l'impressione che anche questo vecchio Baba fosse il Babajino. Certo, lui viveva in quel piccolo corpo cos familiare per me ora, ma nello stesso modo era presente in tutti i corpi, e magari qualcuno anche con la sua stessa consapevolezza. Conclusi che tutti siamo Dio, ma non ne siamo coscienti. Con questa scoperta nel cuore, incontrai per l'ultima volta il mio piccolo guru-Dio. Bevemmo ancora un t insieme, mi disse mentalmente che era l'ora di lasciare il Nepal e andare in India. Ne fui felice, guardai piena d'amore i suoi ora bellissimi occhi. Non c'era rimpianto, lo salutai sapendo che non lo stavo lasciando. Con Mauro e Silvia decidemmo di partire immediatamente, cos come eravamo, senza soldi, senza passaporti e con tutta quella esperienza sulle spalle che ci aveva molto fortificato. Mauro non aveva abbandonato la sua follia, ma riuscivamo a contenerla, visto che ora, dormendo, la sua disumana energia si era molto abbassata. Salimmo sul tetto di un bus scassato che ci avrebbe portato alla frontiera. Nessuno ci chiese il biglietto e ci godemmo il viaggio panoramico attraverso le pendici himalayane. Il bus viaggiava verso sud su una stradina tutta curve a strapiombo su vertiginosi pendii. Spesso in fondo alle gole coperte di vegetazione lussureggiante si intravedevano le carcasse di altri bus che avevano percorso quella strada prima di noi ed erano stati meno fortunati. Al contrario dei suoi passeggeri europei, l'autista non era affatto impressionato da quel cimitero di pullman e viaggiava come un pazzo, affrontando le curve come si fa all'autodromo. Il brivido dall'alto del tetto era da lunapark. Indenni arrivammo alla frontiera, aspettammo la notte finch fummo in terra indiana e passeggiammo con noncuranza fra i campi. Come ero felice quella notte! Scalza, senza passaporto, n soldi, libera stavo camminando sulla Madre Terra, senza pesi n limitazioni della societ umana. Quello era sicuramente uno dei miei pi grandi desideri. Mi godevo ogni minuto di quella gioia, ero proprio figlia della Terra, affidata completamente a Lei. Prima dell'alba arrivammo in un villaggio, la prima porta che trovammo era aperta e conduceva in un cortile con un dharamsala per i viandanti. Questa una terra santa, dove qualcuno pensa anche ai pellegrini che viaggiano in cerca di Dio senza mezzi, affidati solo alla Sua clemenza. Ci sdraiammo sotto il porticato e dopo un'ora di sonno fummo violentemente svegliati da una

scampanata pazzesca. Saltammo in piedi, e cos sporchi e insonnoliti, anche un po' incazzati per il fuori programma, ci trovammo in piena puja.

Molti devoti suonavano campane enormi all'impazzata, c'era chi soffiava in grosse conchiglie che emettevano ululati spaventosi affatto adatti all'ora cos mattutina. Altri suonavano trombe e tamburi e, all'interno del grande tempio bianco, c'era una folla attorno ad un ragazzino. Questo ondeggiava la solita fiamma, simbolo della luce divina, di fronte alla statua che rappresentava una sacra forma di Dio. Il ragazzo, poco pi che adolescente, era in trance, gli occhi chiusi, si capiva che era dimentico del mondo circostante. La scena mi impression moltissimo. Alcuni adulti lo prendevano dalle spalle e lo portavano davanti ad altre statue a cui doveva offrire la luce. Chiss se il giovane pujari si stava trovando proprio di fronte a Dio? La cerimonia - e la scampanata - fu lunga e commovente, mi smosse chiss che ricordi antichi dall'anima, mi infuse una gran pace. Finito l'arati, tutti si misero a lavorare bench fosse appena l'alba, come si usa in India. Noi ritardatari fummo gli unici che ancora dovevamo lavarci. Mi recai al pozzo, la cui bocca si trovava ad un paio di metri da terra su di una struttura in pietra. Attorno al pozzo le alghe avevano reso scivoloso il terreno ed infatti persi l'equilibrio e caddi gi dal muro. Anche questa volta si ripet l'esperienza di un quinto arto di luce che si aggrapp alla parete e mi permise di scendere dolcemente a terra. La cosa ormai non mi stupiva pi e allegramente portai l'acqua ai ragazzi per le nostre abluzioni. Il tempio-ashram ci dette da mangiare e ci ospit senza chiederci nulla.

Figli della Terra


II mattino dopo ci rimettemmo in cammino, sulla strada passava qualche camion e non perdemmo l'occasione per chiedere un passaggio. Ci caric subito un autista indiano, che non parlava inglese ma ci guardava come si guardano gli animali allo zoo. Non capimmo dove andava n lui cap dove noi volevamo andare, cio a Benares, Varanasi, la citt pi sacra dell'India, bagnata dal Gange, citt di Shiva avevo sentito dire. La conversazione con l'uomo era assolutamente impossibile, Mauro inizi ad andare in paranoia e alla prima fermata del camionista in mezzo ad una desolata jungla, and in escandescenza. "Ci vuole ammazzare! Dobbiamo scappare." Oddio ecco un altro attacco. La pausa della sua follia era durata anche troppo a lungo. Per calmarlo scendemmo, visto che voleva picchiare il nostro tranquillo autista, e ci incamminammo senza meta nella sconfinata pianura del Bihar. Oggi so che era ed tuttora la zona pi depressa del continente indiano. Infatti non c'era nulla, non si incontrava neanche una capanna. Solo alberi dalle dimensioni colossali che ricordavano i baobab africani, giganti troneggianti in una jungla selvatica piena di insetti e acqua stagnante. All'improvviso scoppi un violento temporale, il cielo buttava gi acqua a catinelle. Mauro, ancora fissato con gli insegnamenti di Castaneda, mi ingiunse di andare a trovare un posto di potere dove proteggerci dalla pioggia. Il mio potere di guerriero impeccabile me lo avrebbe fatto trovare. Obbedii per farlo contento, e scattai di corsa verso una direzione qualsiasi. Dopo poco finii sotto ad un enorme albero cos frondoso che era un vero e proprio ricovero. Non una goccia d'acqua attraversava la sua chioma. Portai la i miei due amici e trascorremmo piacevolmente il tempo ad osservare la pioggia da quell'angolo asciutto che il Signore ci aveva procurato. D'improvviso, come succede ai tropici, torn il solleone, le nubi nere sparirono e la luce divenne di nuovo accecante. Spunt l'arcobaleno e con lui un gruppetto di bambini neri e selvatici che ci osservavano da lontano con la bocca aperta. Piano piano si fecero coraggio, si avvicinarono circospetti e ci studiavano un po' seri e un po' ridendo.

Sembravano scimmiette, si stavano facendo anche un po' aggressivi. Parlai in Nepali e chiesi, giusto per distrarli, di portarmi l'acqua che avremmo fatto un chai. I bambini indiani sono abituati ad obbedire agli ordini degli adulti - al contrario dei bimbi nostri - e subito si spartirono i compiti. Chi mi portava l'acqua, chi un po' di legna per il fuoco, finch mi tolsero dall'imbarazzante situazione i maschi adulti che arrivarono in gruppo e formarono un semicerchio a rispettosa distanza. Vociavano qualche cosa, anche loro con gli occhi sbarrati e un po' di timore per gli stranieri bianchi; poi fecero largo ad uno di loro. Doveva essere il capo, no mi sbagliavo era il maestro, che si avvicin guardando con aria di superiorit gli altri e mi chiese: "America?" Indic con il dito il cielo e mim il volo di un aeroplano facendo con la bocca il rumore. Capii all'istante il messaggio e risposi: "America!" acconsentendo con grandi movimenti del capo. Certamente che ero arrivata in aeroplano dall'America - non era proprio il caso di spiegargli dell'esistenza dell'Italia. Ci invitarono con grandi gesti a seguirli - non ne avevamo affatto intenzione, ma fummo obbligati. In carovana, seguiti dai ragazzini schiamazzanti, ci recammo al villaggio, un piccolo agglomerato di capanne di sterco di vacca e paglia, con un serbatoio d'acqua scavato a mano a mo' di laghetto, luogo preferito di giochi per i bimbi. Entrammo nel villaggio e apparirono le donne. Dee selvatiche dagli occhi neri e i modi un po' brutali. Mi presero, ed insieme a Silvia mi portarono dentro un'abitazione che aveva un ampio cortile interno. Buttarono fuori tutti gli uomini, ci portarono fra risate e spintoni alla fontana che era in un angolo e, ben poco delicatamente, iniziarono a spogliarci, tutte insieme. Chi ci toglieva la maglietta, chi i pantaloni, e gi risate pazzesche, appoggiavano le loro braccia contro le nostre per far risaltare la differenza di colore della pelle e ridevano ridevano. Figuratevi quando hanno visto le tette bianche e tutto il resto cos pallido e loro cos nere! Chi riusciva pi a controllarle! In quattro o cinque mi lavarono completamente, mi insaponarono con cura e mi sciacquarono a secchiate. Quante mamme tutte insieme! Qualcun'altra port panni puliti ed eravamo nuove. Probabilmente necessitavo proprio di un bel bagno, ma certo Babaji, che modi! Ora che eravamo linde, ci fecero sedere sotto alla tettoia che riparava dai potenti raggi solari il cortile interno della casa e fecero segno di aspettare, facendoci capire che sarebbe successo qualcosa di importante. Un paio di loro scomparirono dentro una stanzina buia e in silenzio portarono fuori su una portantina una donna vecchissima, viva ma immobile, tutta accartocciata sulla sua asana. Lentamente si volt verso di me e mi mostr il suo antico volto di madre. Mi sorrise con una dolcezza non usuale in India, emanava la pace di un altro pianeta e mi guard con amore. Con difficolt allung la mano verso di me, la pos sul mio capo in segno di benedizione, disse qualcosa; rimanemmo poi in silenzio e dopo un quarto d'ora di questa beatitudine fu portata via. Le donne alla sua comparsa si erano azzittite in un rispettoso silenzio, capii che avevo avuto la visione di una venerata santa, dunque tutto sarebbe andato per il meglio. In realt non potevo non essere preoccupata per quei due ragazzi che non avevano affatto trovato pace. Uscii per cercare Mauro. Era stato portato a casa del brahmino, dove fummo ospitati con tutte le cerimonie. Neanche lui parlava inglese, ma era pi evoluto degli altri. Mangiammo benissimo e fummo invitati a riposarci. I bambini fuori erano scalmanati, tiravano sassi sulle finestre, urlavano e ci stuzzicavano in tutte le maniere. Decisi di uscire per cercare di calmarli, tentai di mollare uno schiaffo a uno di loro, seguendo i diretti metodi educativi indiani, ma non ebbi abbastanza grinta. Allora mi sedetti sulla soglia della capanna e, mentre con noncuranza cercavo di tagliarmi le unghie, s'impadronirono del mio tronchesino. Era l'unico oggetto che mi era rimasto, il mio legame affettivo con 1'Italia, quella violenta separazione fu uno shock. Come era diversa quella gente dalla nostra. Ci che colpiva di pi era la differenza di livello di coscienza. Io che avevo il mito dell'uomo semplice, selvaggio, figlio della Terra, ora mi stavo ricredendo. Spesso parliamo di cose che non si conoscono e viviamo una vita facendoci delle bandiere che sono solo idee della nostra mente, per niente corrispondenti alla realt. In quel villaggio a contatto con uomini primitivi mi resi conto come nella vita tribale possa mancare quella

coscienza del valore dell'individuo. Non esisteva il rispetto del singolo, tutto era vissuto in funzione della comunit. Mi resi conto che la maggioranza di noi occidentali, a parte le eccezioni, in realt abbiamo un cos elevato tenore di vita paragonabile solo a quello che si potevano permettere in passato le famiglie reali. Chi mai nella storia ha vissuto l'inverno al caldo, con bagni personali dotati di acqua bollente, con possibilit di spostarsi comodamente a svariate centinaia di chilometri? Chi poteva sapere cosa succedeva nel mondo premendo un bottone o scegliere un'incredibile variet di cibo per sfamarsi? Neanche l'imperatore della Cina, solo l'uomo bianco occidentale del ventesimo secolo. Credo che stiamo vivendo come Dei sulla Terra, l'unica sofferenza creata dalla nostra stessa mente quando diviene schiava della materia e si allontana dalla vera fonte della vita: lo Spirito. Rientrai nella capanna, dove Mauro era ritornato all'attacco con la sua follia ossessiva. Compresi che era finito il tempo del surrender, ora bisognava rompere il nostro rapporto che si era fatto in qualche modo patologico. Stava traendo energia e sostegno dalla mia arrendevolezza, la intendeva come un tacito consenso alla sua pazzia. Dovevamo liberarci da lui, dovevo portare via anche Silvia, che era al limite della sopportazione psicologica. Era buio ormai, inizi a proclamare le sue assurdit, voleva che gli rispondessi, voleva ancora carpirmi la complicit. Basta, ad ogni domanda risposi con la stessa frase senza senso, tutta la notte: "Eh, cosa?" - era divenuto un mantra pronunciato con voce monotona, uno scudo contro il suo potere. Si arrabbi, mi insult, mi provoc, ma non ebbe da me neanche un monosillabo appropriato in risposta. Solo la stessa assurda melodia, "Eh, cosa." "Eh cosa." Mi sentii protetta dalla volont che impiegavo nel ripetere sempre quello stesso suono, l'entit che possedeva Mauro non mi avrebbe pi rubato energia, non mi avrebbe pi obbligato a porre la mia attenzione sui suoi pensieri. Mi alzai all'alba con la sensazione che mi ero liberata. Dissi di nascosto a Silvia che era l'ora di andarsene. Piano piano ci incamminammo lungo il sentiero principale che portava ai campi, ma subito, appena percorsi i primi duecento metri, venimmo rincorse dagli abitanti del villaggio e ricondotte a forza nella casa del brahmino. Mi separarono dai miei amici e mi presentarono il figlio maggiore. Era un bel ragazzo pi o meno della mia et, molto gentile con me. Ci fecero trascorrere la giornata insieme, ci isolarono in una stanza e ci servirono un dolce sacro di riso e latte veramente ottimo. I chicchi del riso erano molto lunghi e rossi. Poi il giovanotto mi accompagn a conoscere tutti i membri della sua famiglia che vivevano nel villaggio. Mi offri un chai e si intrattenne a lungo a casa di uno che doveva essere lo zio. Qui il vecchio mi offr cerimoniosamente un bhang, cio una bevanda a base di latte, miele e marijuana, che, essendo ottima, fu presto finita. Lo zio divenne in breve molto divertente e trascorremmo ridendo il piacevole pomeriggio. Alla sera ebbi la certezza che la famiglia del brahmino mi voleva dare in sposa al loro primogenito. Dovete sapere che in India mai un ragazzo ed una ragazza godono di simile intimit se non promessi sposi, ed anche in questo caso succede molto raramente. Dunque dovevo fuggire a tutti i costi, e l'avrei fatto quella notte stessa. Ne parlai a Silvia e, mentre Mauro era sperso nei campi di notte a cercare i suoi demoni e spiriti, noi quatte quatte ce ne andammo con le ali ai piedi. Per la strada rincuoravo la mia amica, le spiegavo che non stavamo abbandonando Mauro, ma dovevamo lasciarlo nelle mani di Dio. Era solo la paura che ci teneva legate a lui, la paura che si facesse del male, i sensi di colpa di matrice cattolica. In realt da solo si sarebbe ripreso, perch di fronte a noi ormai poteva fare solo il pazzo. Eppoi, si sa, quando ci si sente in pericolo tutte le risorse vengono a galla. Avrebbe rimesso un po' di buon senso e ci avrebbe raggiunte a Varanasi. Silvia mi ascoltava e concordava, e piano piano ci convincemmo che era la cosa migliore da fare. Il sole non era ancora alto quando raggiungemmo una sperduta stazioncina. Dopo poco arriv il treno, salimmo in terza classe, senza biglietto ovviamente. Lo scompartimento era affollatissimo di persone e animali. Il treno ripart e in quel momento apparve Mauro, imbestialito per il tradimento, ma non fece in tempo a prenderlo al volo. Gli occhi sputavano fuoco, andava in su e in gi come una belva in gabbia. Spar all'orizzonte e fu un enorme sollievo non vederlo pi. Il

viaggio fu piacevolissimo, bench sedute per terra fra le gambe e le zampe accalcate. Il bigliettaio pass ma non ci degn di alcuna attenzione. Mi misi con i piedi a ciondoloni fuori dalla porta del treno che veniva tenuta aperta per via del caldo torrido e riportai la mente al dolcissimo, piccolo Baba. Lo ringraziai di tutto, gli affidai Mauro, lo pregai di non lasciarci neanche per un attimo. Cadde dal cielo una piumetta e si ferm sulla mano, le parlai come se fosse il mio Baba. Gli dissi che la delicatezza della vita era lui, era Dio, che niente aveva valore come la dolcezza delle cose pi umili, che mai avrei desiderato posti di potere o importanti nella societ umana e che vivere cos senza niente era bellissimo. Non avevo nulla con me eppure avevo tutto, perch avevo la totale fiducia in lui e ne sentivo la presenza ovunque. Stavo viaggiando nel suo immenso corpo di luce concretizzata in un paradiso materiale di bene e male, di gioia dolore, dove 1'unica ancora di salvezza era lui e l'amore che provavo per lui. Un'estasi gioiosa mi pervadeva e neanche la fame mi disturbava.

Varanasi
All'alba arrivammo alla citt sacra dell'India. Ci allontanammo velocemente dal caos della stazione e subito cercammo cibo. In quella confusione il corpo ridivenne padrone e specialmente lo stomaco. Erano due giorni che non mangiavamo niente, ripresi ad elemosinare come avevo fatto a Kathmandu. Porgevo la mano e la frase di rito era: "Paisa nein , cana nein e" - non ho soldi, non ho da mangiare. Di solito funzionava, che strano che ora a Benares, famoso luogo di culto, nessuno ci dava niente. Si sa, la fame un fatto che dipende molto dalla psiche e in quel frangente si faceva imperiosa, mi stava consumando. Dopo tutto il giorno trascorso a mendicare senza alcun risultato, mi arresi. Decisi di chiedere ancora all'ultimo negozio; senza alcuna speranza ripetei la frasetta e l'uomo dietro al banco mi fece un gran sorriso e mi invit ad entrare. Era una pasticceria, mi colp il tempietto con la foto di un santo adorato con incensi e fiori. Ringraziai il proprietario che ci fece sedere al tavolino e pensai che era un vero uomo di Dio, adorava il Signore nei simboli con i rituali e negli esseri umani con gesti di fratellanza. Ci chiese di scegliere qualunque dolce volessimo e di mangiare a volont. Riuscimmo ad assaporare piano piano due paste squisite e subito fummo sazie. Il nostro ospite insistette che mangiassimo ancora, ma lo stomaco chiuso non ne volle sapere. Riprendemmo la strada di nuovo piene di fiducia in Dio. Sentii subito l'obbligo di andare a salutare quel famoso fiume sacro che avevo studiato anche a scuola. Eravamo ospiti da lui, gli dovevamo una visita. Arrivai passo passo alle rive del Gange. Scesi i gradini e mi avvicinai all'acqua. Il fiume era molto ampio, presi l'acqua torbida ma leggerissima fra le mani, la bevvi, mi bagnai il capo ed il viso. Avevo un innato rispetto per 1'acqua. Lo ringraziai e sentii stupefatta una voce femminile che mi rispose con dolcezza: "Sii felice" tu vai bene, tutto va bene." Mi sconvolse. Per noi italiani l'entit di un corso d'acqua maschile, allora perch il fiume mi rispondeva con voce di donna? (solo in seguito seppi che la sacra Ganga in India una manifestazione della Madre Divina) e come diavolo faceva a dire che andava tutto bene! Ero nei casini fino al collo: Mauro in giro pazzo, Silvia ed io senza una lira, sbandate alla ricerca di cibo e di pace... ed io come facevo ad andare bene? In realt ero oppressa dal senso di colpa, in fondo mi sentivo responsabile della sua follia che avevo accompagnato passo passo fino all'esplosione. Comunque quelle poche parole mi dettero un gran senso di pace e mi incoraggiarono a proseguire.

D'altronde, meditavo fra me e me, la vera responsabilit era del piccolo Baba, che aveva dato fuoco alla miccia della follia con la sua magica comparsa. Eppoi l'insegnamento era stato grande, avevo cercato di applicare le parole di Ges che sottolineavano l'amore come unico comandamento.

Mi ero spremuta d'amore per Mauro per controbilanciare la sua follia, per annientare il demone in lui. Questo sacrificio che avevamo consumato tutti e tre insieme, lui facendosi possedere dall'asura, noi combattendolo con il surrender e l'amore umano e materno, assistiti dalla presenza del divino, doveva avere un grande valore. Stavamo portando a termine una battaglia e i risultati sarebbero arrivati fra poco. Avevo cercato Dio, avevo cercato con tutta me stessa Shiva, avevo trovato che la risposta e l'Amore, la dedizione agli altri, dimentichi di s. Dunque questa storia non era stata una deviazione nella ricerca, ma parte integrante della vera via spirituale. Una vampata di follia, certo, ma non fuori tema. Il Signore Shiva ci aveva distrutto e ridato una nuova vita, che andava vissuta con la coscienza della reale presenza di Dio fra noi, e la necessit di vivere l'Amore come medicina per ogni malattia. Mi ricordai di quando, un paio di anni prima, Mauro part per il suo primo viaggio in autostop, lui pi vecchio di me gi si buttava all'avventura. L'accompagnai al casello dell'autostrada e ispirata gli chiesi: "Mauro, quando partiremo finalmente insieme per il grande viaggio?" Era stato un inconsapevole pronostico. Ora il viaggio era stato compiuto, occorreva solo tornare alla base sani e salvi, e naturalmente in grazia di Dio. E cos successe. Maurino, appena rientrato in Italia, divent con Silvia monaco fra gli Hare Krishna e tutt'oggi e un ottimo devoto del Signore. Avevo la certezza che questa follia non fosse karma nostro, bens un qualcosa che appesantiva la Terra, un'energia con cui avevamo dovuto giocare e, giocando protetti dalla continua presenza di Dio, avevamo bruciato questo karma. La buona riuscita del lila era garantita dal continuo ricordo di Lui. Non eravamo n Mauro n io i protagonisti di questo dramma, lo erano invece forti energie che vivono sul nostro pianeta. Certo, il gioco era stato molto pericoloso, avremmo potuto morire in quella situazione, ma ce l'avevamo fatta. Presto sarebbe arrivata la conferma e il premio per tutta la gran fatica. Era il periodo di Shivaratri, la festa del matrimonio tra Shiva e Parvati. Varanasi era invasa da sadhu, monaci erranti, santi, eremiti, l riuniti in occasione della grande festivit dedicata a Shiva. Era il febbraio 1982. I ghat erano pieni di tende di Baba, Naga Baba, personaggi incredibili dai lunghi capelli arruffati, coperti di cenere, tutti poveri mendicanti del Signore. Mi sentivo molto simile a loro, anch'io non avevo niente ed ero libera. Come loro, ora sapevo dell'esistenza di Shiva e di come presente fra noi, capace di prendere un corpo umano per soccorrerci. Molti di loro sapevano anche che la grande distruzione, era vicina e il nuovo mondo spirituale in arrivo. Addirittura qualcuno fra quei Baba sembrava sapere ci che ci era successo e dell'importante iniziazione che avevo ricevuto, che mi rendeva diversa dagli altri ragazzi europei che vivevano a Benares. C'era una comunicazione segreta fra noi e, con qualche santo seduto sulle rive della Ganga, anche telepatica. Erano tutti veri servitori di Shiva pronti al suo comando. Vivere a Varanasi in quel sacro ambiente mi ridette la vita e la gioia necessaria per viverla. Un giorno, vagando per le strade di Benares, intravidi dei ragazzi seduti ad un chai shop dentro il cortiletto di una casa. Erano italiani. Mi avvicinai col grande desiderio di parlare con quelli che gi sentivo fratelli. Ci offrirono il chai e ascoltarono pazientemente i racconti delle nostre peripezie. Fu finalmente l'ondata di umanit di cui avevamo cos bisogno. Non avevano mai sentito parlare di Babaji, ma subito si interessarono e trovarono lo spazio, durante quelle loro spensierate vacanze, per ascoltare. Ci dedicarono molto tempo, in confidenza raccontammo di Mauro, ci sentimmo accettate. Patrizio, Giuliana, Giuliano, vivevano in una casetta non lontano dalla Ganga. Conoscevano un Baba molto giovane e bello che chiamavano Guruji. Quando lo conobbi per la prima volta, ebbi la certezza che era Babaji. Parlava con una dolcezza che non di questo mondo, insegnava con una presenza emanante amore divino. I ragazzi non avevano realizzato di essere gi cos vicini al Signore, sembravano ancora molto coinvolti dalle loro vicende umane. Ci rincontrammo poi, dopo un anno, nella famiglia di devoti di Babaji, ed oggi sono yogi e yoghini innamorati di Dio, Giuliana ricevette il nome spirituale e ora tutti la conoscono come Ganga o Ganga Ram.

Un giorno ecco comparire Mauro sulle rive del Gange. Fu un colpo al cuore. Lo osservai da lontano, oddio era ancora pazzo. Stava disturbando le cerimonie funebri pellegrini che bruciavano i loro morti sui gradini del ghat adibito a questo scopo. Aveva preso un bastone e, urlando follie, distruggeva le pire in fiamme, cos sacre agli ind. Dio mio, si stava mettendo nei guai un'altra volta, gli indiani non scherzano con queste cose. Scappai sconvolta dalla scena, avevo sperato di rivederlo in s, le mie preghiere non erano bastate. Cosa dovevo fare? Mio Signore cosa dovevo fare? Mi ricordai di Guruji. Ecco chi mi pu aiutare. Corsi all'impazzata sui ghat alla ricerca di colui che ci poteva salvare, ma non lo trovai da nessuna parte. Disperata e sconsolata mi sedetti accanto ad alcuni Naga Baba che mi stavano ospitando in quelle notti al loro fuoco sacro. Piangevo e singhiozzavo con il cuore in gola e la mente rabbuiata dalla disperazione. Mauro era ancora pazzo. I Baba mi guardavano in silenzio. Trovai la forza di smettere di piangere e scesi i pochi gradini che mi separavano dalle acque sacre. Tuffai le mani nel corpo del fiume e mi sciacquai il viso e gli occhi arrossati dal gran pianto. Trovai subito sollievo e mi risedetti al mio posto. Il Baba pi anziano fu contento del gesto spontaneo che mi aveva portato a prendere il darshan della Ganga. Mi prese il volto con la mano, mi sorrise. Cercai di spiegargli il dramma che stavamo vivendo. Non mi ascolt, solo mi disse, toccando con un dito quel dente che ho in bocca che un bel po' storto: "Devi essere felice, questo dente mi dice che tu sei molto fortunata." Mi guard con gli occhi di chi sa tutto, mi fidai di lui e cominciai a pensare che forse veramente tutta quella disgrazia era una fortuna, dovevo prendere tutto con calma, anche se sembrava cosa impossibile. Tornai la sera a trovare l'anziano Naga Baba alla sua tenda. Mi sedetti accanto al fuoco con gli altri pellegrini. Gli ero molto grata, era riuscito veramente a rincuorarmi. Mi dette come al solito da mangiare e da bere, mi offr un ricambio di abiti, giocava e scherzava come un padre con la figlia. Gli mandai un messaggio telepatico, una domanda a cui volevo assolutamente risposta: "Guruji un avatar? E' un essere pieno di consapevolezza divina?" L'anziano Baba mi guard diritto negli occhi, e mi fece segno di s annuendo con la testa. Fantastico, avevo ragione, non ero pazza. "Ma allora, se mi rispondi, anche tu sei un'incarnazione di coscienza?" chiesi mentalmente, seguendo la logica dei fatti. Questa volta mi rispose a voce: "Yes!" Questo breve dialogo telepatico mi rimise addosso una gran voglia di conoscere la Verit. Il Signore aveva preso tanti corpi sulla Terra per agire liberamente per la salvezza dell'umanit. Era un fatto entusiasmante, il cuore danzava dalla gioia. Nessuna pi sfrenata fantasia avrebbe potuto essere pi bella di quella storia vera che stavo vivendo in prima persona. Sembrava tutto un sogno ed era realt. La sera Guruji aveva l'abitudine di portare quel gruppetto di ragazzi europei, che sempre lo seguivano, sulle rive della Ganga. Sedevamo tutti insieme attorno a lui, completamente rapiti dalla bellezza della notte indiana e dalla presenza dell'uomo divino. Le stelle a Benares paiono grandi, ognuna di un colore diverso: gialla, bianca, rossa, verde, viola, che spettacolo! L'acqua della Ganga riflette la luce della luna e diventa come puro prana che scorre purificando la Terra. Guruji seduto fra noi era la bellezza umana incarnata: aveva ventiquattro anni, capelli lunghissimi fino ai piedi, neri corvini, raccolti sulla testa. Raramente li scioglieva ed era un darshan vederli. Chiss cosa aveva nei capelli che li rendeva cos affascinanti. Guruji si muoveva lentamente e dolcemente, diceva ripetendo come un mantra: "Dire, dire, tora, tora..." - "Piano piano, poco a poco..." Armonizzava le nostre energie scombinate, che portavano confusione nei pensieri e nelle azioni Il giorno seguente ci port in barca sul fiume e ci insegn un bhajun che lodava la Ganga e il Signore Shiva. Erano momenti incantati. Affondavamo piano piano i remi nell'acqua e godevamo della bellezza del sacro luogo. Mauro si era rapato la testa e si era lasciato un codino sulla nuca, il choti dei devoti. Ancora vagava per la citt, mi raccontarono che era stato picchiato dagli indiani perch infastidiva le loro donne. L'avevano acchiappato per il choti e glielo avevano strappato. Ora aveva una ferita sulla testa da curare. Non potevo avvicinarmi a lui, perch appena mi vedeva veniva ripreso dalla follia di credersi Rama. Non era pi compito mio occuparsi di lui, ma chi lo avrebbe fatto? Mauro

necessitava di essere riportato a casa, dalla sua famiglia. Non avevamo pi neanche i biglietti di ritorno, che avevamo venduto in Nepal per sopravvivere. Ed ecco, finalmente Babaji mand il suo angelo, impersonato questa volta da uno dei pi bravi ragazzi della trib di Livorno. Aveva deciso di trascorrere delle brevi vacanze in India, ed ora eccolo l inviato dal Cielo in nostro soccorso. Subito si prese cura di Mauro, che accett le attenzioni dell'amico dal cuore d'oro e lo segu a Delhi. In pochi giorni fu ricoverato in ospedale a Livorno e in breve si riprese. Trascorsi ancora a Benares la festivit del Holy, festa equivalente al nostro carnevale, in cui la gente invece che coriandoli si butta secchiate di colore addosso. La cosa era un po' selvaggia e sfrenata, ma trovai il tutto molto bello e non ebbi nessun problema. Ad aprile, quando furono smontate le tende e i Baba tornarono ognuno al proprio eremitaggio, riapparve il problema di sfamarci. Arriv un gruppo di turisti italiani in visita alle bellezze della citt sacra. Santo cielo, nell'aspetto fisico mi sembravano tutti la mia mamma e il mio babbo. Che emozione. Mi avvicinai e cordialmente salutai e raccontai che avevo avuto un po' di guai e avevo veramente fame. Lo stomaco mordeva, gi mi assaporavo il gusto del riso che questi connazionali mi avrebbero procurato. Le signore a cui stavo parlando, invece, mi guardarono impaurite e si avvicinarono ai loro mariti in cerca di protezione. Gli uomini le presero sottobraccio e sbrigativi e autoritari dissero loro che era ora di andarsene e di non darmi retta. Si allontanarono tutti velocemente dalla mia presenza, lasciandomi l stupefatta in compagnia del mio stomaco affamato. Iniziai a ricordarmi della madre patria e di tutti i suoi problemi. Chiss se era tempo di tornare. Non ne avevo nessuna voglia. Ed invece, una sera, passeggiando al tramonto sulle rive del fiume inondato dai colori del cielo, sentii che dovevo immediatamente tornare. "Guido, il mio fratellino, ha bisogno di me."

Di nuovo in Italia
Mi recai all'ambasciata a New Delhi, che contatt i miei genitori e organizzai il mio rientro con l'Alitalia. Volo di lusso questa volta. L'ambasciata mi dette anche qualche rupia al giorno per permettermi la sopravvivenza, soldi che risparmiai, tanto ormai ero abituata a mangiare poco, per comprare regalini per la famiglia. Avevo ora la rilassatezza per vivermi questa storia d'amore con il Signore che sembrava mandarmi la sua grazia attraverso ogni cosa. Vedevo Babaji in tutto e in tutti. Vivevo in uno stato di gioia e di continua comunicazione con Lui. Se desideravo qualcosa, subito arrivava. Anche Silvia, che mi aveva seguito fino l, stava ogni giorno sempre meglio. Piano piano riprese a ridere e a divertirsi, il fantasma cupo dei freschi ricordi ci lasciava a poco a poco. Tornavamo ora, insieme, a casa, dividevamo la gioia di questa rinascita, ma non l'esperienza spirituale con Babaji. In lei non era rimasta questa traccia di fede in Dio che per me era il risultato meraviglioso di quel viaggio fisico e psichico. Di Babaji dunque non potevamo parlare, restava una presenza segreta e costante nel mio cuore e nei miei pensieri. Una sera per la prima volta fui invitata a cena da un gruppo di ragazzi italiani, che mi portarono in un vero e proprio ristorantino per turisti. Buttai gli occhi sul menu ancora incredula. Seguii i consigli degli altri commensali e scelsi la cena. Godevo questo rientro nella civilt nei pi piccoli particolari. La musica del locale, le risate e le battute tipicamente italiane degli amici... Fui freddata da un discorso colto al volo. Chi stava parlando di Babaji? Un ragazzo di fronte a me - ora noto come Karma Singh - bello e puro che sembrava un angelo, stava parlando di Babaji. La luce che emanava la sua figura era la garanzia delle sue parole. Iniziai ad ascoltare attentamente. Diceva che il Babaji di Yogananda aveva ripreso il corpo ed ora si trovava sulle pendici dell'Himalaya, in un posto chiamato Hairakhan. Lui stava proprio arrivando da l. Pazzesco! Quest'uomo stava parlando di Babaji, del mio Babaji, del mio grandissimo segretissimo amore. Anche lui 1'ha conosciuto, anzi sta dicendo che molti lo conoscono, addirittura stanno costruendo un tempio in suo onore al sud d'Italia. Non osai dire niente perch si stava parlando della stessa persona ma in due corpi diversi, ed

il devoto sembrava molto lontano dall'idea che Babaji potesse avere altri corpi differenti da quello ufficiale sull'Himalaya. Fui ugualmente invasa da una gioia incredibile, potevo condividere con qualcuno l'esperienza d'amore con Lui. Il giorno dopo era il giorno del ritorno in patria. Adesso vorrei descrivere in due parole la dimensione di vita in cui piano piano mi immersi, presa dall'amore estatico che provavo per Dio, cos che si possa comprendere che non mi trovavo affatto in uno stato di follia, bens di grazia. Vivevo in continua comunicazione con Babaji, che era tutte le cose. Specialmente le cose leggere e delicate mi ricordavano l'energia dell'amore spirituale. Era come se vivessi in un mondo parallelo, solamente di luce, di gioia, di pace, la mia attenzione era su un altro livello e non mi preoccupavo pi degli ostacoli materiali. Ero completamente affidata e tutto filava liscio. Accettavo ogni cosa che arrivava comprendendo bene che tutto era un regalo. Presi l'aereo con la mia piccola borsa quasi vuota. Mi sembrava che pur facendo, pur tornando in Italia, in realt non stessi facendo niente. Vivevo la beatitudine del continuo contatto con Dio, pi mi allontanavo dalla terra che me lo aveva fatto incontrare, pi lo sentivo vicino. Pi sentivo che voleva comunicare con me. Mio padre era venuto a prendermi all'aeroporto. Il pover'uomo era terrorizzato dall'idea di raccattare una figlia distrutta dall'eroina. A Fiumicino non ci riconoscemmo. Tutti quei signori mi sembravano mio padre, tutti vestiti uguali, tutti con la cravatta. Sapevo che lui, puntualissimo per natura, era certamente l, ma qual era! Erano cos diversi dai nepalesi, dagli indiani. Mi sembrava di tornare da una lunga vita passata in oriente, invece erano solo sette o otto mesi che mancavo dall'Italia. Era stata una vera e propria profonda immersione in un'altra civilt. La Titti che era partita per l'India era morta, ora tornava un'altra persona, un'altra mente. Il babbo invece, a sua volta, non mi riconosceva perch avevo perduto una dozzina di chili ed ero partita con dei bei capelli molto lunghi di cui ora non rimaneva traccia. Insomma, mio padre si trov di fronte un'altra figlia che lo abbracciava e la sua reazione, imbarazzata ma pronta, fu di guardarmi il braccio. Cercava i buchi della siringa. Lo rassicurai che andava tutto benissimo e che non doveva preoccuparsi di nulla. La mia radiosit e l'aria serafica lo contagiarono e riuscirono a fugare i dubbi velocemente. Mi mise subito al corrente della brutta malattia che aveva colpito Guido e si stup vedendo che gi sapevo. Sapevo che mio fratello aveva bisogno di me e veramente il mio ritorno fu molto importante per lui: poco dopo guar. La prima cosa che feci rientrata a Livorno fu naturalmente cercare Francesco. Lo trovai che stava togliendo pietroni da un campo di amici che era da arare. Era una terra abbandonata da decenni, intorno cresceva quel bosco di macchia mediterranea a me cos cara e familiare, sullo sfondo il mare e nel campo Francesco aggrappato ad un macigno che cercava di spostare. Lo chiamai a gran voce: si volt, fu scioccato, non aveva saputo pi niente di me, lo vidi emozionatissimo. Provavo un'intensa gioia nell'essere di nuovo l, nel rivederlo, gli corsi incontro a saltelloni fra le zolle di terra. Mi veniva incontro con un sorriso radioso, gli gridai: "Francesco, Dio esiste, Dio esiste, l'ho incontrato." Questa s che era una notizia, avevo avuto successo nelle mie disperate ricerche ed avevo trovato il tesoro. Ora lo potevo proclamare a gran voce. Tutti dovevano saperlo, per primo il mio caro Francesco. Gli saltai addosso e rotolammo ridendo gi per il campo. Lo baciai e, visto che non gli aveva dato la meritata importanza, ripetei il messaggio: "Francesco, Dio esiste, c', qui con noi!" Il mio amico mi sorrideva ma non era affatto interessato alla cosa, era solo terribilmente felice di vedermi. Mi resi poi conto che le nostre vite si stavano dividendo, ormai la mia era completamente dedicata a Babaji e la sua invece alla soddisfazione dei desideri materiali e niente altro. Francesco non mi seguiva nei discorsi e nei nuovi entusiasmi. Il Signore non lo stava ancora chiamando. Dopo tre anni di assenza, Babaji mi riportava a casa dai miei. Mia madre si accorse subito del cambiamento avvenuto in me: ero diventata una persona estremamente spirituale, avevo sempre Dio in bocca. Le raccontai la mia storia con il contagocce, inizialmente depurata dall'esperienza della prigione e delle cose pi dolorose, ma insistetti molto sull'incontro col Baba. Quando le dissi che Babaji mi aveva detto che lei aveva pregato per anni 1o Spirito Santo per avere una figlia,

commossa le spuntarono le lacrime agli occhi. Non avevo mai visto mia madre piangere, neanche quando stava morendo di cancro. Ed ora piangeva dicendo che nessuno tranne Dio poteva sapere questo, neanche suo marito lo sapeva. Apprezzava come ero diventata pi pulita, pi ordinata, non ero pi la figlia hippy di cui vergognarsi. Avevo preso l'abitudine dal Nepal di farmi la doccia fredda tutte le mattine e tenevo con cura i vestiti e i pochi oggetti che avevo. Passavo ore a lavorare nel grande giardino, con i fiori, gli ortaggi, le piante da frutto, avevo acquisito pi delicatezza nel mio rapporto con la natura. Dentro di me mi cullavo nella memoria continua del Signore, infinito presente ovunque, coscienza d'amore che mi amava e amava tutto. Ancora avevo quei piccoli poteri spirituali che avevo acquisito, vedevo le auree, sentivo le presenze, percepivo con chiarezza i tre guna: sattva, rajas e tamas, ma capivo che avrei dovuto abbandonare questa lieve apertura del terzo occhio. Erano stati strumenti di conoscenza, ma ora non servivano pi. Dovevo tornare una ragazza normale. Di tutto questo parlavo in continuazione con Babaji, e lo sentivo cos vicino, che era proprio l, diffuso in tutta la materia che mi circondava. Il tavolo era Babaji, lo erano il fiore, i miei genitori. Il vento che mi toccava la pelle era lui che mi accarezzava, il pavimento, la terra, il prato, il muro, in tutto c'era la sua presenza. Vivevo con il mio innamorato giorno e notte, se volevo accarezzarlo mentre gli parlavo accarezzavo l'erba su cui ero seduta, se volevo baciarlo baciavo il sasso che avevo in mano. Sapevo che lui mi sentiva ed anche mi rispondeva. Avevamo infatti coniato come una specie di codice per comunicare. Per esempio quando gli domandavo delle cose, anche mentalmente, se sentivo un colpo accanto a me, nel nostro linguaggio un colpo solo era un "no", due colpi erano un "s". In questo modo parlavamo veramente. Cos mi diceva anche cose importanti. Cosa dovevo fare e cosa no. Cosa dovevo raccontare della nostra storia e cosa no. Ed era tutto perfetto. Un pomeriggio andai per riposarmi in camera, mi sdraiai sul letto e uscii dal corpo. Questa volta feci un vero viaggio astrale e finii in un mondo lontanissimo, un mare di luce, dove si avvicin qualcuno. Mi pos la mano sul cuore. Riconobbi al contatto che era il mio Babajino. Ci fu un momento di fusione cosmica in cui ogni molecola era puro Amore. Fu breve, rientrai subito nel corpo. Mi tirai su felice, alle stelle. Era venuto a trovarmi! Mi precipitai nel corridoio dove incontrai mia madre, la quale mi guard e disse: "Ma possibile che ti sporchi sempre, togliti subito la maglietta e dalla a lavare alla donna." Abbassai la testa e guardai dove l'indice di mia madre stava puntando, all'altezza del cuore. Babaji! Sulla canottiera rossa c'era l'impronta nera della mano che mi aveva appena benedetto. La manina del mio piccolo Baba, ovunque presente, che sa ogni cosa, che la migliore delle guide, che ama di un amore sconosciuto all'umanit. Ovvio che non avevo mai cercato un fidanzato in Terra, gi ce ne era uno che mi aspettava in Cielo! Cercai di spiegare a mia madre come mai la donna non riusciva a smacchiare per niente l'impronta, raccontandole del viaggio astrale. Ottenni il risultato che dopo poco prese appuntamento con una psichiatra di sua fiducia. Da parte mia ormai il surrender era la bandiera perch, essendo il Signore ovunque ed ogni cosa, di che preoccuparsi? perch ribellarsi? voleva dire che tutto andava bene cos, e forse quella signora avrebbe avuto bisogno di sentir parlare di Dio. Il giorno dell'appuntamento la dottoressa si ammal gravemente e rimase ammalata, per tutto il tempo che rimasi a casa dei miei. Mia madre, non soddisfatta, torn all'attacco e decise che sarei dovuta partire per una breve vacanza di riposo, ospite da cari amici di famiglia che mi invitavano in Egitto. Santo cielo, proprio assolutamente non volevo andare l: erano ottime persone a cui volevo bene, ma cos ricche... trovavo falso allora il mondo dei miliardari, cos pieni di tutto e cos vuoti. Ugualmente per dissi: "Babaji decidi tu, mi abbandono agli eventi." Tutto pronto per la partenza, mi sentivo come il condannato con la ghigliottina al collo e...

spar il passaporto dal cassetto dove l'avevo appena appoggiato. Ero certa che fosse una smaterializzazione, pronto intervento di Babaji, inutile spiegarlo agli altri. Mia madre impazz a cercarlo per una settimana. Io esultavo e ringraziavo il mio Amato che era ben pi potente della mia mamma e pi di lei mi comprendeva e mi proteggeva. Il passaporto fu poi ritrovato in maniera tale da comprovare la mia teoria: Guido, dopo un quindicina di giorni dalla sparizione, si trovava sul letto, si volt per prendere un libro sul comodino e ritornando a sedere esclam a me presente alla scena: "Che diavolo ci fa questo passaporto appoggiato sul mio letto?!" Non c'era un attimo prima. Con disinvoltura, ringraziando il mio santo complice, ripresi il documento con me. Babaji muoveva le cose materiali davanti a me con tale frequenza che non credevo pi alla realt della materia e delle sue leggi fisiche categoriche. Lui mi mostrava una materia elastica, tutta luce nella sua vera essenza e con che facilit la materia tornava luce e la luce diveniva materia! A volte, e non raramente, durante i nostri dialoghi interiori, per rispondermi mi spostava un bicchiere battendo due colpi. Non mi sorprendeva che un bicchiere si era spostato da solo, ma ero tutta interessata al fatto che Babaji mi aveva detto s. Fu in questo modo che ebbi il permesso dal mio Signore di tornare in Capraia.

Rincontro Capraia
Volevo rivedere quella terra che mi aveva iniziato alla vita spirituale, portarle la notizia che avevo trovato Dio. Questo periodo in Capraia fu importante perch Babaji mi ripul dalle memorie indiane e incominci delicatamente a "sganciarmi", a paracadutarmi sulla natia maya materiale. Sull'isola ero di nuovo su una terra pura, dove mi muovevo bene, sicura e senza pericoli; sentivo meno il bisogno del nostro comunicare psichico, perch il corpo ricominci a vivere a piene mani. L'ultimo messaggio che mi dette fu sul traghetto, quando, allettata dal volo dei gabbiani, fui tentata di riprendere gli esercizi di lettura delle auree. Dopo pochi minuti di pratica, chiesi a Baba se avessi potuto continuare sull'isola a giocare cos, con gli occhi e le luci colorate, e lui mi rispose nettamente di no con un forte colpo sul ponte della nave. Approdai in Capraia cosciente che avrei dovuto dimenticare tutto il passato e apprendere qualcosa di nuovo. Ripresi a vivere attorno al fuoco. Tornai con emozione in tutti i luoghi conosciuti e pi che mai l'isola mi parve viva. La nuova coscienza spirituale mi rendeva certa dell'esistenza della divinit del luogo. E quello stesso paradiso era il suo tempio. La grinta dell'anno precedente era calata, avevo avuto modo di sfogarmi in Nepal. Adesso mi sentivo in pace con il mondo. Parlavo sempre con Babaji e trascorrevo serenamente le giornate scandite dal ritmo naturale del sole. Passo cosi un mesetto. Un giorno, seduta accanto all'enorme camino della torre dello Zenobito, venni improvvisamente presa da un'incredibile nostalgia per l'India. Pensavo a quella sacra terra che avevo vissuto come vera patria. Non avevo idea di quando il Signore mi avrebbe rimandato l. In Capraia adesso mi stavo un po' annoiando. Mi affacciai alla finestra, scrutai l'orizzonte: che voglia di prendere la via del mare... se solo avessi una barca a vela... Ecco, questo s che mi piacerebbe ora, un sacco di tempo che non monto su una barca. La nostalgia stava tramutandosi in tristezza. Presi un pezzo di carta e, cosa mai fatta, iniziai a scrivere una lettera a mia madre. Sentii un lieve rumore. Guardai verso l'apertura dell'ingresso. Due mani sbucarono dal nulla e si aggrapparono alle pietre della soglia. Contro sole apparve la figura di un ragazzo, che con un certo sforzo si introduceva nell'ingresso della torre. Si guard distrattamente attorno e, con gli occhi abituati all'accecante sole estivo, non mi vide perch ero protetta dal buio del locale. Si interess subito alla scaletta che scendeva al piano sottostante e si lanci all'esplorazione. Dopo poco lo vidi risbucare nel salone. Beh, ora era tempo di presentazioni. "Ciao" dissi. Se avessi voluto fargli venire un colpo al cuore avevo trovato il sistema giusto. Fece un balzo all'indietro e un'esclamazione di stupore. Socchiuse gli occhi e con la bocca aperta guard finalmente nella mia direzione. Era molto giovane e carino, peccato che tenesse quella

stupida espressione sul viso. Si riprese e rispose: "Che diavolo ci fai tu qui?" "Veramente che ci fai tu qui!" dissi e aggiunsi "Io vivo qua, benvenuto." Era sconvolto, ancora non credeva alla mia reale presenza, si trovava di fronte ad una ragazza accucciata, nuda ed abbronzata che, come se niente fosse, gli stava dicendo che quella torre abbandonata nell'isola semideserta era la sua casa. Cercai di metterlo a suo agio e chiesi dove avesse la barca. Non rispose. Continuai dicendo che la Cala Rossa era un posto riparato, ideale per tenere alla fonda anche imbarcazioni che pescano tanto, con un bel bulbo sotto la chiglia. Mi alzai per vedere con cosa era venuto e vidi uno stupendo dodici metri ancorato l sotto nella baietta. Feci i miei apprezzamenti e dopo poche parole si accorse che mi intendevo di vela. Mi raccont che lui, lo zio e l'amico dello zio erano in giro per l'arcipelago toscano, quando quest'ultimo si era sentito improvvisamente male. Lo avevano riaccompagnato in terraferma ed ora rimasti in due, lo zio non si fidava pi di proseguire. Il ragazzo era proprio triste: la vacanza stava per finire appena cominciata. Stavano riportando la barca al porto turistico dove era solita trascorrere l'inverno. Durante la navigazione avevano visto da lontano la torre e avevano scelto la baia per un buon bagno. Poi lui si era deciso ad esplorarla mentre lo zio aspettava in barca. "Ma tu cosa fai qua tutto il giorno?" "Mi godo il contatto con la natura e con Dio." "Non mi sbaglio se dico che in barca ci sai andare?" "Si, ho abbastanza esperienza." risposi. "Come posso fare per convincerti a venire con noi? In tre saremmo sufficienti per i turni di guardia. Non ti piace la nostra barca?" Accidenti era bellissima, come fare a dirgli che neanche mezz'ora prima avevo chiesto al Signore proprio una barca a vela. Feci finta di accondiscendere e accettai di fargli questo piacere. "E va bene, andiamo!" Mi alzai e mi aggrappai alla gomena per scendere dalla torre. "Ti piace il mio ascensore?" Era sempre pi stupito, mi chiese: "Ma che fai, vieni via cos senza niente?" Mi guardai, effettivamente non avevo niente, neanche il costume possedevo, e il pentolino non mi sarebbe servito. Mi ricordai dei pantaloni e della maglietta, li arrotolai in un sacchetto di plastica e ci incamminammo. Scendemmo sugli scogli. Salutai la cara torre lass su quella bianca roccia a picco sul mare e mi allontanai dalla riva a grandi bracciate. Andrea mi seguiva estasiato dall'improvviso cambiamento di programma. Era eccitatissimo. Ci stavamo avvicinando a nuoto alla sua barca, io mi ero legata il sacchettino-valigia sulla testa. Ridendo entusiasta disse: "Ora vedrai come ci rimane lo zio quando ti vede!" Mi stavo divertendo un casino. Lui mi precedette e salendo sulla scaletta url "Zio! guarda cosa ho trovato sull'isola deserta! Era dentro alla torre!" L'uomo si affacci e vide questa fanciulla cos come Dio l'aveva fatta salire sul ponte della barca con un gran sorriso. Ero proprio felice del regalo di Babaji. Gli occhi mi volarono sul timone a barra che adoro, lo preferisco moltissimo alla ruota, ti fa sentire ogni movimento del mare. Con la mano sulla barra ti senti il fulcro di mezzo fra le due forze, quella delle onde e quella del vento: entri in comunione con le due energie. Andrea aggiunse: "Viene con noi." Lo zio non aveva parole. Mi ricordai delle convenzioni sociali e salutai, chiesi come stava e feci qualche valutazione sulla bussola. Non ero affatto imbarazzata della mia nudit, era per me cos normale, eppoi non mi sentivo affatto nuda, solo integra. Quel signore si accorse subito della mia purezza e scodell la pastasciutta che aveva appena preparato. La novit gli piacque e festeggiammo l'avvenimento con un bicchiere di vino. Salpammo subito dopo, prua verso l'Isola di Montecristo. Misi un asciugamano attorno ai fianchi e scesi sottocoperta, aiutai lo zio a tracciare la rotta della nostra crociera e furono dieci giorni d'incanto. Approdammo in tutte le isole dell'arcipelago, facevamo navigazione notturna scambiandoci i turni di guardia al timone. Venne molto apprezzata l'esperienza che avevo accumulato negli anni precedenti e godevo di totale fiducia. Al tramonto il mare diventa incantato, ogni onda si trasforma in uno specchio che rimanda i colori rosso e arancio del cielo. Il sole calante si riflette sul mare increspato come su un prisma dalle infinite sfaccettature e fino all'orizzonte tutto e rosso e oro. Ci si sente nelle braccia di Dio. Segue

poi la notte buia e stellata, non si riconosce pi la differenza fra l'acqua e il cielo, nelle orecchie solo il rumore dello scafo che solca le onde. Questo era il turno di quattro ore che preferivo, che dall'incanto del giorno portava alla magia della notte. Sentivo Babaji cos vicino che non potevo far altro che parlare di lui. Andrea era molto suggestionato dai racconti e dallo scenario che ci accoglieva e mi credette completamente. Quando mi riaccompagnarono alla torre dello Zenobito, lasciavo sulla barca un nuovo entusiasta devoto del Signore. Ebbi poi il piacere di rincontrare Andrea dopo un paio di mesi, col mundan e il longhi attorno ai fianchi, perfettamente a suo agio nell'ashram di Babaji a Cisternino. Trascorsi un periodo molto tranquillo, di nuovo correvo su e gi per l'isola. La vacanza in mare mi aveva ricaricato le batterie e rinnovato le forze. Un pomeriggio mi accorsi della presenza di un'altra ragazza su una spiaggetta, la testa all'ingi, il busto diritto si slanciava verso il cielo, stava facendo hathayoga. Era tedesca e viveva alla brada come me, ma nei dintorni del paesetto, dove la scogliera accoglieva nelle sue rocce delle grotte. All'interno di una viveva Silvia. Stringemmo subito amicizia. Accolse con entusiasmo i racconti su Babaji. La prima notte che passammo insieme dormimmo nella casetta di cui avevo sistemato il tetto, nella zona della Piana. Piovve e ci rifugiammo l. Al mattino venimmo svegliate di soprassalto da brutali colpi alla porta. Aprii: erano i carabinieri, col mitra puntato. Cercavano un evaso, secondo loro un pericoloso stupratore fuggito quella notte dal carcere dell'isola. Il maresciallo non mi ispirava nessuna fiducia e quando inizi a disturbare la bella e bionda tedesca, lo cacciai a sassate, urlando "Vattene maiale!" Quando poi conobbi l'evaso capii che era un galantuomo - almeno cos si comport con noi - e fu anche di aiuto. A volte si ha l'impressione che il mondo nel Kali Yuga fatto alla rovescia. Vissi ancora qualche giorno girando tutta l'isola come era mia abitudine, ma dell'evaso neanche 1'ombra. Non lo vedevo. Seppi poi che, invece, lui mi teneva d'occhio e si chiedeva chi fosse quella ragazza che correva in giro per l'isola dalla fonte d'acqua allo Zenobito, alle riserve di erbe commestibili in cima ai monti, scalza e seminuda. Il giorno che conobbi Giovanni l'evaso era baciato da un sole estivo. Al tramonto Silvia ed io eravamo attorno al fuoco cucinando un piatto di riso, unico pasto giornaliero. All'orizzonte dal mare arrivarono improvvisamente dei nuvoloni neri, si alz il libeccio e subito si scaten una tempesta. Facemmo in tempo solo a raccogliere i sacchi a pelo, la pioggia aveva gi spento il fuoco, e inondato il riso. Eravamo fradice e lontane da ogni possibile punto di riparo. Ci mettemmo a correre in salita su su verso l'osservatorio. La costruzione di metallo, ex osservatorio astronomico, si ergeva in cima al monte pi alto. Non era il rifugio ideale, essendo semi distrutto e pieno di finestre senza vetri, ma sarebbe stato meglio che nulla. Il vento era gelido, noi affamate e stanche ci buttammo nell'unico angolo un po' riparato e cercammo di accendere il fuoco. Impossibile, i fiammiferi erano zuppi ed anche la legna. Esauste e gocciolanti, come indifesi animaletti, ci addormentammo tenendoci calde sedute una accanto all'altra. L'uragano non voleva smettere, mi abbandonai al sonno col fischio del vento, che rimbombava fra le lamiere, nelle orecchie. Mi svegliai d'improvviso allo scoppio di due colpi di fucile. Fuori era ancora buio, la pioggia batteva violentemente sulle pareti di metallo e sui nostri corpi rannicchiati. Di fronte a noi c'era un uomo, semi nascosto da una coperta buttata sul volto, con in braccio il fucile a due canne. Era un vero bandito sardo. Con orgoglio mi mostr i buchi delle pallottole nella lamiera delle pareti. Per svegliarci aveva sparato. Sentii un brivido, paura e freddo insieme. Piano mi voltai e accanto a noi c'era un bel fuocone, appesi ad asciugare i nostri sacchi a pelo e i maglioni grondanti. Spar subito la paura. Che pensiero gentile. Giovanni si sedette vicino a1 fuoco e chiese: "Lo mangiate il coniglio?" "No certo, solo verdure. Facemmo subito amicizia, parlava un italiano strettissimo ma ci capimmo. Sapeva che esisteva gente vegetariana e lui rispettava tutti. Poi lunghi silenzi: imparai a conoscerlo col tempo e seppi che quando parlava era un avvenimento, come se le parole fossero tesori preziosi da dare con

parsimonia. Ma quando diceva qualcosa ero certa che era la verit. Tutto quello che non dovevo sapere invece se lo teneva per s. Aveva un gran senso dell'onore, un suo dharma che seguiva scrupolosamente. Parlai di Dio a Giovanni e della sua costante presenza, di come in realt sia vicino a tutti gli esseri, basta chiamarlo, basta parlargli e lui risponde. Giovanni non proferiva parola al riguardo. Seppi apprezzare quei lunghi silenzi con lui. Era gi abbastanza anziano, ma forte come un caprone. Poteva stare giorni senza bere un goccio d'acqua. Non poteva andare a prenderla perch la sorgente era troppo pericolosamente vicina al paese, a meno di un'ora di cammino. Scendevo io a fare rifornimento per entrambi. Silvia ci lasci e torn in Germania con la promessa che ci saremmo riviste da Babaji. E cos fu infatti. La presenza di Giovanni sull'isola era pi che discreta, passava la giornata a caccia di conigli e a studiare piani per scappare. I carabinieri non si mettevano a cercarlo, sicuri che ben presto si sarebbe arreso, non essendoci effettiva possibilit di fuga. Dal canto mio, a termini di legge, ero complice dell'evaso, ma di fatto, per la mia realt, avevo solo stretto l'amicizia con una persona che ne era degna. Lo ritenni tale specialmente quando mi raccont la sua storia: faceva parte di una classica banda di banditi sardi, da cui si era distaccato non condividendo le tattiche. Si era messo in proprio ed i "colleghi", considerandolo un traditore, l'avevano fatto arrestare con una trappola. Ora lui era scappato dal carcere non perch pensasse di non meritarsi la pena, bens perch lo picchiavano in continuazione. I carabinieri volevano che rivelasse il posto dove teneva la refurtiva. Secondo lui c'era una connessione con quelli della banda, erano loro che volevano sapere il nascondiglio del bottino e dunque lui scappava alle botte e non alla galera, alla violenza e non alla punizione meritata. Spesso nelle giornate limpide compariva sull'orizzonte a ovest la grande sagoma della Corsica, terra francese fuori dalla giurisdizione italiana, terra di libert per un evaso. Fra l'altro aveva un fratello in Corsica. Vedere quella terra cos vicina, raggiungibile col bel tempo anche solo con un fuoribordo, era un vero supplizio di Tantalo per lui. Un pomeriggio eravamo all'osservatorio insieme e lo vidi sparire velocemente, col fucile a tracollo, in silenzio, senza dire una parola. Capii quando vidi una barca a vela all'ancora, nella baietta sottostante, ed un gommone con persone a bordo che remavano lentamente verso terra. Erano i primi tranquilli turisti, la stagione si stava avvicinando, e loro si godevano la solitudine paradisiaca di quelle coste. E' fatta, pensai, libero. Invece alla sera lo rividi, buio in volto, pensieroso, accanto al fuoco. Cucinai del riso e ortiche. C'era qualcosa che non andava. Chiesi: "Cosa successo Giovanni? non sei andato?" Fu brusco e scontroso nel rispondere, si volt dall'altra parte e disse: "No, c'era un bimbo." Si alz e se ne and. Non se l'era sentita di spaventare un bambino innocente. Aveva sacrificato la sua libert per un gesto umano. Decisi che l'avrei aiutato a tutti i costi. Non si faceva pi vedere, lo cercai finch una sera venne al mio fuoco. "Giovanni, ti cercavo, volevo proporti una cosa. Sai, conosco molta gente che va a vela e qualcuno che ha la barca. Vado a terra, organizzo e ti vengo a prendere. Ti portiamo noi in Corsica." Gli brillarono gli occhi, ma si contenne. "Non voglio immischiarti, questa una storia mia." "Giovanni non c' altro modo, lo sai meglio di me, non hai altra possibilit. Cosa fai qui, oggi o domani ti riprendono." Si convinse e disse: "Ho di che ricompensarvi, non sono i soldi che mi mancano." "Stai scherzando Giovanni, non per soldi che lo faccio" ero quasi offesa. "Si, lo so, tu no, ma all'amico che trovi digli che vi pago. "E' vero, sarebbe stato un argomento convincente per uno che deve rischiare. Il giorno dopo presi il traghetto e tornai sulla terraferma, chiedendomi se Babaji volesse liberare Giovanni. Subito andai a cercare il mio amico nipote dello Sci di Persia che aveva la barca e raccontai tutto a Francesco. Furono entusiasti dell'idea e ci mettemmo in moto per controllare l'attrezzatura della barca. Un mattino, due o tre giorni dopo, mentre facevamo colazione al bar programmando la spedizione ormai prossima, ci cadde l'occhio sul giornale. In prima pagina era scritto: "Preso evaso mentre cerca di lasciare l'isola di Capraia col traghetto in mezzo ai turisti." Che delusione, che tristezza, non se lo meritava, ora l'ammazzano di botte. Chiss perch non mi aveva aspettato, forse non aveva avuto fiducia, o forse non mi voleva coinvolgere.

Non ho mai saputo che fine ha fatto. Comunque certamente era Babaji che non aveva voluto liberare l'amico sardo e che invece aveva evitato a me di fare una stupidaggine, mi sarei ben messa nei guai a portare Giovanni all'estero! Non avevo ancora ben affinato il concetto di Dharma, cio quello che si deve fare e quello che non si deve fare. E' vero che esiste una legge spontanea del cuore che segue i dettami dei valori umani, ma anche vero che il Dharma insegna a rispettare le leggi dello Stato, anche quelle sono la volont divina. Se non le condividiamo dobbiamo agire in termini di legge per farle cambiare. Ci che sancisce lo Stato come legale dunque di grande valore nell'equilibrio della Terra e della famiglia umana nella sua unit, per questo importante che un Paese abbia leggi giuste ed umanitarie. Babaji in realt ci ha ricondotto alle leggi che regolano la vita dell'universo, ma ci ha anche regalato un interiore senso di libert che fa vivere senza sentirsi oppressi e condizionati da fatti esterni. Lui il Regista del Gioco, pu tutto, dentro tutti, ogni cosa perfetta. Per essere liberi occorre solo accettare interiormente ci che e tutti i nodi si sciolgono, i problemi scompaiono, rimane solo armonia, pace e unione con Lui. E' cos bello giocare con Lui, tutto ci che mi interessa far divertire Babaji che ci guarda vivere, non dobbiamo certo annoiarLo con le nostre quotidiane pedanterie da zombi. L'importante fare qualcosa di bello, danzare la vita con gioia e far divertire gli spettatori celesti e noi con loro.

L 'Ashram di Cisternino
Era tempo di cercare quel famoso ashram di Babaji in costruzione di cui aveva parlato Karma Singh. Ricordai che raccontava di trulli, sapevo che erano in Puglia. Presi la guida turistica del Sud Italia, mi misi seduta per terra, posi la mente amorosamente sul ricordo di Babaji e pensai: "Mio adorato Baba, tu che sei ogni cosa, che sei quindi ogni pagina di questa guida, aiutami a trovarlo." Cos concentrata, aprii a caso il libro e scorsi il disegno di un trullo. Lessi Valle d'Itria, Cisternino. Ecco questo deve essere il posto. Avevo ancora bisogno di soldi. Tornai a lavorare nei campi di Donoratico con le stesse donne dell'anno precedente, e appena ebbi il mio gruzzoletto presi il treno. Scesi alla stazione, con l'autobus arrivai alla piazza dove un'ampia terrazza alberata domina la valle dei trulli. I giovani in gruppo chiacchieravano e mangiavano il gelato. Ne scelsi uno e gli chiesi se conoscesse un tempio di Babaji. Lui mi guard stupito e si mise a ridere. "Sei proprio fortunata, fra tutti qui credo di essere il solo a sapere dov', perch abito da quelle parti." Mi fece salire sul motorino e mi accompagn alla meta guidando su quei tratturi sterrati, delimitati da bianchi muretti di pietra. Cos quel settembre 1982 misi piede per la prima volta in un ashrarm di Babaji. Vidi una fievole luce - non c'era ancora elettricit - uscire da una finestra. Aprii la porta e mi sentii a casa. Di fronte a me c'era Karma Singh, accanto una donna con meravigliosi e pacifici occhi azzurri. Sentii una voce chiamarmi: "Titti, sei arrivata!" Era Silvia! Baciai tutti e mangiai il piatto di minestra di fave che mi avevano messo davanti. Silvia mi aveva gi fatto una gran pubblicit fra questi nuovi fratelli. Quando le chiedevano come aveva fatto a conoscere Babaji, a tutti rispondeva: "Titti mi ha raccontato di Lui, mi ha detto che un avatar, serate intere mi parlava di Babaji..." "Titti??? e chi ? Nessuno la conosce." Tukharam, dolcissimo ragazzo svizzero, era incuriosito dalla mia storia, quale Babaji conoscevo io? Raccontai pochissimo, sapevo che il Signore non voleva che dicessi niente della mia strana avventura in Nepal. Il mattino seguente mi resi conto che il posto era meraviglioso. I trulli sono costruzioni con un che di magico, la terra rossa, i vigneti, gli ulivi secolari, la gente semplice, la purezza dell'aria, c'era un qualcosa che ricordava 1'India. Conobbi Janki, una donna energica, piena di volont e fede, dedita tutto il giorno alla sua missione di costruzione e conduzione dell'ashram. Fui accolta con

entusiasmo e ben presto, seguendo l'esempio di Tukharam e di Malti, imparai a vivere nella comunit religiosa. Non fui sorpresa quando conobbi l'aspetto ufficiale di Babaji, il cui volto ci benediceva da tutte le foto appese nel tempio e nella maggior parte dei locali. Veniva chiamato anche Bhole Baba, il Padre Semplice. Era bellissimo, era 1'immagine della potenza e della regalit di Shiva. Le foto portavano la Sua reale presenza fra noi. Riconoscevo la stessa energia, la stessa essenza che avevo conosciuto in un corpicino umile in Nepal. Scoprii che Babaji di Hairakhan diceva le stesse cose del mio Babajino, le stesse predizioni, gli stessi insegnamenti. Ero a casa finalmente. La giornata iniziava con la puja alla murti di Shiva Nataraja - cosa potevo desiderare di pi? - e i canti devozionali, e proseguiva con il lavoro manuale, la maggior parte del tempo nei campi. Era proprio il mio posto ideale. Babaji insegnava che il karma yoga, il lavoro disinteressato compiuto con amore e dedicato a Dio, e lo yaga pi alto nel Kali Yuga. Come bello lavorare e vivere senza dover pensare agli effetti delle proprie azioni, come una freccia scagliata nel cielo non si preoccupa di dove andr a finire. Il nostro Arciere divino, ci possiamo affidare a lui, non pu sbagliare. Vivevo felice, il Signore mi stava insegnando ancora tantissime cose. Non riuscivo per a dimenticare quell'estasi di cui Babaji mi aveva fatto dono nei mesi precedenti e che in Capraia mi aveva lasciato. Sull'isola, per ricondurmi all'interesse per la vita materiale, il Signore mi aveva prima distratto con una giratina in barca eppoi affidato alle terrene avventure dell'evaso. Solo ora mi rendevo conto come, a mia insaputa, Babaji mi aveva fatto nuovamente planare sul pianeta. Mi mancava il contatto continuo con Lui, mi sentivo tradita dal mio Amato, anche se fisicamente ero proprio a casa sua. Desideravo poi poter raccontare a qualcuno dei devoti la mia incredibile storia, quale folle maniera aveva trovato il Signore per avvicinarmi a Lui, quante cose avevo scoperto essere possibili e come la realt materiale sia un inganno dei sensi. Ma sentivo che Babaji mi chiedeva di mantenere il silenzio su tutto. Probabilmente sarebbe stato solo un elemento di confusione affermare che Babaji aveva pi corpi contemporaneamente. Dovevo accettare l'idea che era stata un'esperienza necessaria solo per me, non era importante che si sapesse. Col tempo per l'impellente bisogno di condividere quella storia cos forte divenne quasi un inconscio pensiero ossessivo, tanto che Babaji una notte dovette trovare la soluzione per esaudire il mio desiderio: quella notte lasciai di nuovo il corpo e trascorsi molte ore - o almeno cos mi parvero in quella dimensione al di fuori del tempo - a raccontare tutto per filo e per segno ad un essere celeste, che mi ascolt tranquillamente, come uno psichiatra ascolta il suo paziente. Funzion, perch al mio risveglio mi sentivo pi leggera, svuotata di un gran peso. Trascorsi l'inverno all'ashram, a volte con pochi devoti, a volte sola, con Babaji. Le terre della comunit erano ricche di viti e di ulivi, Luk Singh, un devoto nato e cresciuto proprio l a Cisternino, ci insegnava a vendemmiare e a raccogliere le olive. Molto spesso Babaji mandava un nuovo fratellino o sorellina che arrivava ansioso di conoscere e ben presto si scopriva Suo figlio da sempre. Lavoravamo e pregavamo insieme, non ci sembrava di incontrarci per la prima volta, era come un riconoscerci. Arrivarono Jaya e Aldu Singh, Amarnath e Marietto, Linda d'Or e Lakshman e tanti altri fratelli con cui condividere l'amore per Babaji. Chi era gi stato ad Hairakhan e chi utilizzava l'ashram di Cisternino come piattaforma di lancio per il grande volo che portava nelle braccia del Signore. Qualcun altro gi aveva comprato un trullo non distante: erano i primi passi verso quella Bhole Baba City che Babaji aveva preannunziato. Janki gi da anni aveva un trullo in Valle d'Itria, e fu Babaji a chiederle di dare inizio ad un Suo centro spirituale in quella zona, aiutata da Fakiruli e Malti, altre due speciali devote. Contemporaneamente, alla fine degli anni settanta, Baba apparve in carne ed ossa a due contadini locali predicendo la nascita di un Suo tempio proprio l. Trascorrevamo le serate con questi ed infiniti altri racconti su Babaji. Fu un periodo intenso e molto vitale per tutti, Babaji era ed costantemente l con noi. Un giorno aveva profetizzato che Cisternino in futuro sarebbe divenuto un grande centro di pellegrinaggio nell'era spirituale che

succeder a quella attuale, dominata dalla materialit. Tutto era molto bello, ricordo solo qualche incomprensione con Janki, persona estremamente pratica, al contrario di me, cos fanciullescamente affidata. Un pomeriggio per un diverbio sul denaro - bench la mia famiglia sia benestante io non ho mai soldi, giusto quel poco per sopravvivere - il mio cuore adolescente fu scandalizzato dal pragmatismo della leader. Piangendo mi rifugiai in un angolo dell'orto e affidai il mio dolore a Babaji. Ero cos scandalizzata da quello che per me non era il giusto comportamento di una devota di Dio, che dissi a Babaji: "Baba perch non fai capire a Janki che pi importante la compassione dei soldi, che l'arrendevolezza necessaria quanto la determinazione? Me mi hai picchiato ben bene per ammorbidirmi e plasmarmi a tua volont, adesso non ti chiedo di picchiare anche lei. A nessuno augurerei la galera e la fame, ma se vuoi, dai qualche schiaffo a me se pu servire ad ammorbidire Janki." Non avrei mai creduto che Babaji rispondesse a quello sfogo di bimba. Ed invece lo fece alla mia prima visita ad Hairakhan. Quando si giovani a volte si vivono intensamente dei drammi che per gli adulti sono totalmente incomprensibili. In una di queste crisi di dolore, mi sentii abbandonata da Babaji, che aveva cos distratto la mia mente che sempre meno mi sentivo in comunione con Lui. Gli dissi: "Baba, non ce la faccio pi a vivere questa vita. Hai ragione, tutto cos bello, ma nessun meraviglioso tramonto, nessuna bellezza di qua potr mai consolarmi della tua lontananza. Baba ti prego prendimi con Te. Fammi morire. Mi manchi tantissimo." Piangevo di nascosto per ore. Insistei veramente tanto nella mia richiesta di avvicinarmi di nuovo a Lui, finch sentii che mi prometteva la morte dopo sei anni. "Sei anni?! non posso vivere sei mesi cos, come potr fare per sei anni!" Ero disperata, ma non riuscii a strappargli un'altra promessa e mi rassegnai alla mia sorte. Feci i conti: sarebbe stato nel 1988. Un giorno sentii che Babaji mi chiamava via dall'ashram e immediatamente, senza salutare nessuno, partii, agli ordini del Signore, e tornai in Toscana. Le donne di Donoratico mi avevano trovato il lavoro, questa volta la raccolta delle fragole. Morivo dalla voglia di andare a Hairakhan, ovviamente, ed ora arrivava 1'opportunit di guadagnarmi il biglietto d'aereo. Lavorai all'impazzata: ora che conoscevo il karmayoga, il lavoro aveva ancora pi attrazione per me. Facevo gli straordinari caricando il camion ogni sera con le cassette di frutta raccolta. Nessuno voleva questo compito ed io, essendo la pi giovane e senza impegni di famiglia, mi sentivo in dovere di adempierlo. Le donne erano tutte cos affezionate, che mi stimavano ben pi di quanto mi meritassi. Cercavo di ripagare il loro affetto massaggiandole durante l'oretta di riposo dopo pranzo, erano piene di dolori. Massaggiavo le ginocchia e raccontavo di Babaji, strusciavo le schiene doloranti e parlavo di karmayoga e servizio. Quelle persone, cos abituate al duro lavoro e ad una vita semplice, s che capivano. Non ho mai trovato tanta umanit in un ambiente di lavoro. Le ringrazio molto di tutto l'amore sincero che hanno saputo dare da vere madri. Alla fine del secondo mese venimmo a sapere che il padrone non aveva nessuna intenzione di pagarci. Dopo poco dichiar fallimento. Continuammo il nostro 1avoro quotidiano sperando in una giustizia del tribunale e una mattina ci fu il glorioso arrivo del sindacato. Abbandonammo tutte il nostro campo e ci precipitammo nell'ufficio dell'azienda. Si venne a sapere che il proprietario aveva il vizio di dichiarare fallimento al momento dei pagamenti di fine stagione. Le donne erano imbestialite, non vi auguro di incontrare una bracciante toscana a cui girano le scatole, diventa la Madre Durga in persona. Mi resi conto che avevano tutte le ragioni, specialmente avendo sulle spalle una famiglia da mantenere, ma ugualmente cercai di spiegare il mio punto di vista sul karma yoga, lavoro che non si aspetta i1 frutto dell'azione. Incredibile a dirsi, bench 1a maggior parte mi considerasse pazza, alcune mi ascoltarono con attenzione. Naturalmente la rivendicazione del popolo sfruttato sui suoi padroni ebbe la meglio, ma senza azioni di violenza. Il sindacato fece quello che pot, ma il furbone, avvezzo a tali giochetti, non aveva niente intestato a suo nome e non si pot requisire nessuna propriet. Morale della favola, rimanemmo senza busta paga. OK. Babaji, vuol dire che non c' fretta per venire da Te, aspetter ancora. Il mese seguente mi tocc smontare le enormi serre delle fragole in un'altra azienda a Castagneto Carducci: questa

volta arraffai il bottino e corsi a fare il biglietto Roma-Delhi.

Babaji a Hairakhan
Arrivai per la seconda volta in terra indiana. Mi sentivo perfettamente a mio agio, come se non mi fossi mai mossa di l. Presi il bus per Haldwani e mi trovai, dopo una notte di viaggio, fra le colline del Kumaon, ai piedi dell'Himalaya. Per arrivare all'ashrarn di Babaji bisognava risalire la Gautami Ganga lungo il suo ampio letto serpeggiante nella jungla. Incontrai altri devoti in cammino su per il fiume, ma non seppi tenere il loro passo. Troppo prepotente era la voglia di incontrare Babaji, che le gambe schizzarono in avanti e non si fermarono fino alla meta. Di corsa sui sassi bianchi del greto del fiume, l'usuale microscopico bagaglio a tracollo, il verde brillante della jungla e dei campi di riso tutto attorno. Grandi iguane e poi scimmie e mucche, pacifici animali nel loro paradiso ornato dal vivo colore dei fiori, dal volo radente dei martin pescatori azzurri e verdi, dai banani coi loro pesanti caschi di frutta. Una dozzina di volte bisognava immergersi nell'acqua per guadare. Quell'acqua era divina, incorporea, leggera, lo si percepiva al tatto, mai avevo visto acqua cos luminosa e viva. Cosa avrei dato per fermarmi ed immergermi per un bagno, ma non potevo interrompere quella corsa verso Dio. Il fortissimo desiderio mi metteva le ali ai piedi ed al pensiero. Mi venivano in mente le descrizioni su Babaji dei devoti che tornavano dall'India entusiasti. Arrivavano a Cisternino colmi di grazia e passavamo il tempo ad ascoltare racconti divini, di cui molti divertenti. Babaji aveva fatto innamorare ognuno di loro. Era un piacere senza paragoni sentirLo descrivere dalle anime che Lo avevano incontrato: bellissimo, potente, puro, gioioso, terrorizzante, severo... Avevo anche visto un filmato di Baba in superotto. Quanto avevo pianto! Arrivai al buio, i vestiti bagnati, il cuore che batteva forte nel silenzio. Capii che ero nei pressi dell'ashram quando scorsi in alto delle luci. La notte era senza luna e tutto era ormai nero. All'improvviso un flash, una potente torcia volse i1 suo fascio di luce verso di me e si ferm illuminando una figura imponente; Babaji. Era seduto su un sasso a quattro o cinque metri di distanza nella direzione verso cui stavo ancora correndo, mi bloccai istantaneamente. Il cerchio di luce, come proiettato dal faro di un teatro, cadeva sul corpo di Babaji intorno il buio. Babaji s'alz di scatto era arrabbiatissimo. Sembrava una tigre infuriata, il vento di un uragano, la terra squassata da un terremoto, urlava ordini a destra e a sinistra. Attorno a Lui tanti giovani uomini occidentali, i pi in langoti, in perizoma cio, che muovevano a fatica e velocissimi grosse pietre del fiume. Sembravano terrorizzati, intenti a placare, ubbidienti, la Sua energia che si manifestava con quella forza non consona ad un essere umano. Solo gli elementi della natura ci mostrano a volte quell'aspetto di potenza del divino che ci fa sentire piccolissime creature. Rimasi paralizzata ed incantata da quel primo darshan di potenza della Shakti. Quell'energia che si stava manifestando come "ira" mi era cos familiare! Il cuore riprese a battere pi forte in preda ad un incontenibile amore. Si volt verso di me, mi guard un attimo eppoi mi url: "What you want?" Mi avvicinai di un passo e risposi sommessamente: "I'm here for you". Mi sentivo pazza d'amore per Lui, mi avrebbe potuto mangiare o distruggere nella Sua rabbia se lo avesse voluto. Chiese ancora perentorio: "What is your name.'" Dissi il mio nome e cognome. Mi domando da dove venivo. Pensai: "Perch mi fai tutte queste domande, sai meglio di me chi sono." Si calm improvvisamente e con voce dolce: "Now you take bath, after go arati." Obbedii con gioia. Il mio unico desiderio lungo tutto il viaggio era stato di prendere il darshan della Ganga dopo quello di Babaji. Felice fino all'inverosimile mi tuffai nell'acqua di quella natura selvaggia, sotto il cielo limpidissimo e stellato, ero arrivata in Paradiso. Salii i 108 gradini che portano dal fiume al tempio del 'vecchio Hairakhan Baba', costruito da Lui attorno ad un antichissimo lingam. Babaji in quegli anni stava portando a termine la

costruzione dell'ashram, che gi era dotato di dormitori, stanze, ufficio e toilette riservata agli anziani ed ai malati. Tutti gli altri dovevano recarsi al fiume per lavarsi e allontanarsi lungo il greto per liberarsi dai pesi indesiderati accucciandosi dietro a qualche pietra. Incontrai Malti che mi dette un sari, abito d'obbligo per le donne all'ashram. Lo indossai velocemente e mi precipitai al darshan serale. Mi trovai spettatrice di uno strano teatro: il palcoscenico era la terrazza d'accesso dell'ashram, lo sfondo era la vallata del fiume con il Kailash imponente contro il cielo stellato. La scena si svolgeva attorno a Babaji comodamente seduto su di una panchina con le spalle al panorama. Gli attori principali erano un gruppetto di giovani occidentali totalmente assorbiti dalla Sua presenza, era chiaro che erano dimentichi del mondo. Guardavo tutto quello che succedeva attorno a Babaji con molta attenzione. Seduto da una parte, un uomo occidentale stava suonando l'armonium e cantava sconosciuti bhajan dalle melodie dolcissime e commoventi. Babaji ogni tanto si voltava verso di lui e mandava sorrisi ed apprezzamenti. Accanto alla Sua asana improvvisata sul terrazzo stavano in piedi yogi e yoghini dall'aspetto stranissimo. Gli uomini seminudi, chi impettito con la tromba in mano, chi chinato su di Lui pronto a scattare ai Suoi comandi, chi batteva con foga le mani su di un tamburo a due pelli. Tutti erano pelati con la fronte impiastricciata da cenere e chandan, impasto di legno di sandalo e canfora colorato di giallo. Le donne occidentali, al contrario delle indigene eleganti e signorili, erano un po' impacciate nei sari. Quella sera c'era una gran tensione nell'aria, dovuta probabilmente a quella scena di ira divina che aveva ben scosso gli animi di tutti. D'istinto non mi piacque vedere la gente insicura e tremante di fronte a Lui, autorit indiscussa e imprevedibile, questo era un aspetto di Dio nuovo per me. Ma subito dopo nacque una giusta riflessione: normale che l'anima umana tremi impaurita di fronte alla potenza divina, di cui Babaji era cos completa espressione. Noi devoti, indiani ed occidentali, stavamo seduti di fronte a Baba a gambe incrociate cercando di far coro alle preghiere dalle incomprensibili parole cantate dal sadhu di pelle bianca. A turno ci recavamo a fare omaggio ai Suoi piedi, inchinandoci con devozione, pronti a cogliere un qualunque Suo sguardo, una piccola parola, un semplice gesto. Tutto mi parve cos strano ed innaturale e non mi piacque, specialmente la mascherata dei costumi, gli uomini nudi coperti solo dal perizoma, le donne soffocate dai cinque metri di sari, chi pelato, chi coi capelli arruffati, chi rideva, chi piangeva... Non era, a mio giudizio, una scena adatta alla presenza divina. Sembrava un circo. Ringraziai in cuor mio Babaji che mi aveva permesso di venire nella Sua divina dimora e Lo salutai mentalmente dicendoGli che la pagliacciata per non mi interessava. Il giorno dopo sarei partita. Ma il Signore non lasci spazio alla conclusione logica di queste meditazioni interiori ed intervenne subito nei miei pensieri: "Rimani, imparerai molte cose." Che bello sentire la voce di Babaji dentro di me. Se Lui, nella Sua grandezza, si era degnato di comunicare con me, come avrei fatto io, essere insignificante nell'universo, a rifiutare un simile invito? OK, avrei accettato quell'incomprensibile mondo, decisi di ambientarmi al pi presto. Il mattino seguente Shri Mahaprabhuji - il Supremo Signore - mi degn tantissimo della Sua considerazione. Quando andai a farGli pranam e a porgergli il melograno che avevo portato in regalo per Lui, mi chiese di sedermi ai Suoi piedi, dove mi tenne tutta la mattinata. Come era bello, non mi sarei mai mossa di l. Tutto il mondo, i pensieri, i desideri sparirono, rimase solo un silenzio e una beatitudine sconosciuta. I devoti si avvicinavano in fila, si inchinavano ai Suoi piedi, Lui riceveva i doni e li distribuiva di nuovo. Nulla mi interessava, mi godevo solo la gioia di essere ai piedi del mio Babaji. Mi sentivo di rimanere l in eternit. Babaji, che giocherellava col melograno, alla fine lo apre e assaggia un chicco. Fa un verso orribile e sputa lontano dicendo che era acerbo e che Lui ama solo le cose dolci. Gli sorrido, era cos divertente quando faceva quelle smorfie. Penso che quel melograno simbolo di me stessa. Certamente non sono ancora matura. Eppoi la parola tittti in hindi significa amara, Babaji vuole che diventi pi dolce? Nel pomeriggio Babaji mi chiam di nuovo e sedemmo insieme sul tetto del Suo kutir. Ogni tanto mi dava un frutto o un dolce da mangiare. Babaji non un uomo, pura luce, puro Amore. Quanta gente qua lo vede come un essere umano, limitato. Guardavamo il paesaggio, 1'ampia valle della Gautami Ganga, il Kailash di fronte a noi, i

cavalli che correvano sul greto del fiume. Pi tardi mi mand a sistemare le mie cose. Mi trovarono un letto nel dormitorio delle ragazze. Misi a posto i pochi oggetti che avevo con me e andai al negozietto per comprare due candele. Entrai nella stanzina e vidi un uomo alto, bello e con nobile portamento, che sembrava aspettarmi e disse: "You have come at least!" Mi voltai pensando che si stesse rivolgendo a qualcuno dietro le mie spalle ed invece guardava proprio me con quegli occhi, che ormai riconoscevo, che ti dicono "so tutto". Sorrisi e uscii imbarazzata senza le mie candele, ma con la certezza che anche ad Hairakhan c'erano quelle incarnazioni di coscienza divina, come quelle che avevo incontrato in giro per l'India l'anno precedente. Seppi pi tardi che quell'uomo si chiama Muniraji. II mattino seguente, al termine del darshan, quando tutti se ne andarono a spostare le pietre sul fiume o a lavorare in cucina, Babaji mi fece segno di rimanere. Mi disse qualcosa che Gora Devi, la sua prima discepola, milanese di origine, tradusse: "Dice che qui tu non devi mai lavorare. Dice che devi venire in camera mia e leggere i miei libri". Babaji si ritir e Gora Devi mi fece sapere che era una cosa specialissima che mi avesse detto di non lavorare. A tutti Baba ordinava di lavorare duramente. Avrei dovuto esserne molto felice. Mi allontanai sconsolata. Macch felice, se mi toglie il lavoro mi rovina... Guardavo le ragazze che spazzavano i piazzali e le invidiavo perch si vedeva che si sentivano a casa loro. Quando ti dai da fare, sistemi qua, aggiusti l, allora conosci veramente un luogo e ti puoi sentire a casa. Ora io invece stavo camminando in patria come una straniera. L'occhio mi corse ai canali di scolo delle acque. Il monsone stava finendo e fango e foglie avevano otturato tutte le condutture aperte. Pensai che sarebbe stato importante liberarle per l'eventualit di prossime forti piogge. Dopo poco pass Babaji, si ferm di fronte a me e alzando una mano a mo' di chi ti sta per dare uno schiaffone disse: "'Se non pulisci questi canali..." Felicissima mi immersi in quel lavoro di pulizia in mezzo a fango, puzzo, troiaio. Come mi piaceva togliere lo sporcaticcio, mica era spolverare cristallerie! Pulii benissimo anche sotto alle scalette del tempio italiano, fin gi ai gabinetti. Ero molto soddisfatta del mio lavoro: tutto brillava, Babaji sarebbe stato contento. Al contrario, la sera Babaji arrabbiato - ma scherzando - mi disse che se non avessi pulito bene i canali mi avrebbe picchiato. Diamine, come possibile? Ci si poteva mangiare in quegli scoli. Tornai a controllare il mio lavoro. Qui era perfetto, l era perfetto, ma cosa vorr mai dire Babaji? Non possibile che si sia sbagliato. Mi ficcai tutta sotto le scalette, non si vedeva nulla ma tastai e ritastai il canale, era completamente sgombro. Aspetta! Che c' qua? Un po' di fango duro. Scavai col dito ed ecco comparire l'imbocco di un tubo verticale di scolo. Ho trovato! Sentii un piede che cercava la mia attenzione. Un po' scocciata, mi sfilai dal buco e... Babaji, adorabile, era l con del prasad e mi poggiava la mano sulla testa. Ecco che il Maestro insegna a compiere ogni cosa con perfezione. Il giorno dopo ancora mi trovavo accanto a Babaji sul tetto del Suo kutir, la Sua stanzetta cio, deliziosa terrazzina panoramica sulla bellissima vallata della Gautami Ganga. Uno ad uno alcuni indiani si sedettero accanto a noi. Baba mi chiese dolcissimo se volevo dormire l all'aperto sul tetto del Suo kutir, se avessi voluto lo avrei potuto fare. "You like sleep outside?" Oh, Maharaji, come sei caro. Era vero, poche cose mi piacevano come il dormire sotto le stelle, anche a Cisternino dormivo fuori, in una grotticella di cemento dell'ashram. Dopo poco Babaji con un pesto indicando una scopa mi fece capire che dovevo spazzare la terrazzina. Schizzai in piedi e con quella ramazza senza manico, come si usa in India, mi detti un bel po' daffare e in un attimo avevo finito. Raccolsi la terra e le foglie da una parte e buttai il tutto di sotto. Babaji, di nuovo, non parve affatto soddisfatto della mia opera. Chiese allora a Parpanji di spazzare lui. L'anziano indiano inizi a fare un lavoro di pulizia capillare, perfetto e velocissimo, non dimenticando le pareti dei muretti e gli angoli pi impenetrabili. Metteva una cura e una concentrazione nello scopare che sembrava stesse compiendo qualcosa di molto importante, mantenendo una apparente nonchalance. Ho capito Babaji. Grazie.

Il giorno dopo mi chiese di pulire il tempio e la kirtan hall- il porticato dove tutti riuniti con Babaji intonavamo i canti devozionali - prima della puja. Iniziai alle quattro del mattino dopo l'usuale bagno del buon giorno nelle fredde acque del fiume e cercai di applicare al massimo l'insegnamento appena ricevuto. Pulii perfettamente, con tantissimo amore. Il giorno dopo Babaji volle che spazzassi anche il piazzale esterno ed i vialetti. Ogni giorno aggiungeva un pezzo in pi all'area da pulire, finch arriv a comprendere anche i 108 gradini della scala che congiunge il mandir, posto in alto sulla collina, con il letto del fiume. Praticamente iniziavo a spazzare alle 4 del mattino e verso le 8 la maggior parte dell'ashram era pulito. China sui pavimenti, concentrata sul lavoro, spazzavo e spazzavo, cercando di fare del mio meglio per accontentare Babaji. La mente fissa su Baba, il corpo impegnato in quel lavoro a ritmo incalzante, gli occhi a scovare le foglioline pi piccole negli angoli pi nascosti, il cuore si espandeva e la coscienza anche. La prima chiarissima sensazione che ricevetti da quel karmayoga fu che mentre stavo spazzando fuori, stavo spazzando dentro di me. Pulivo il pavimento e pulivo la mia anima. Poi capii che scopando l stavo anche ripulendo il karma dell'Universo, quello che avviene ad Hairakhan si ripercuote in tutta la creazione. Ecco perch Babaji ha chiamato questo luogo Vishwa Mahadam, il Centro dell'Universo. Quell'energia, quella fede, quell'amore con cui spazzavo costituivano una potenza spirituale nascosta in un'azione semplice. Come importante il modo in cui si fanno le cose! E spazzando spazzando, sentii all'improvviso che stavo toccando il corpo della Madre Divina. Era una puja, non pi un pulire del cemento. Quel lavoro divent una meditazione meravigliosa sulla forma della Madre. La Madre Terra, la Madre di Dio, la Madre di tutti gli esseri. Babaji era quella stessa Madre. Una decina di giorni pi tardi, Babaji mi chiese anche di bruciare l'immondizia. C'era un mucchione di tutte le schifezze immaginabili proprio sotto al Suo kutir e un indiano ogni tanto andava a dar Fuoco a tutto. Quel giorno, passando di l Baba mi chiese di far quel lavoro. Questo s che era un lavoro di mio gusto! Mi fornii della mia migliore grinta e via a rufolare nella montagna di pattume. Le fiamme erano altissime, bisognava studiare la maggiore o minore infiammabilit dei rifiuti, con un bastone rimestavo e rigiravo la roba. Provavo un gran gusto a stare l scalza e sudante, finalmente di nuovo cos al vicina al fuoco. Bruciavo immondizia e bruciavo karma. Un pomeriggio ricordai che era il giorno del mio compleanno, compivo 22 anni. Che fortuna poterlo festeggiare con la presenza di Samba Sada Shiva sulla Terra, a pochi metri da noi, non avrei potuto chiedere un regalo pi grande. Al darshan serale, Babaji mi chiam dolcemente e mi mise in testa uno scialle nero. Improvvisamente sentii che vedeva la Madre Divina in me. Tornai felice a sedere, quello era il primo dono che ricevevo dalle Sue mani, certo era un regalo di compleanno. Mi richiam a S e mi chiese se volevo massaggiarGli i piedi. Ancora potei godere di quella benedizione senza paragoni. L, a casa di Babaji, sembrava sempre che il cuore stesse per scoppiarti dall'amore. I devoti pendevano dalle Sue labbra, ogni Suo desiderio era un ordine, facevano a gara per servirLo, per ubbidire, per correre a prendere quello di cui c'era bisogno, per pulire con le mani il tappeto vicino ai Suoi piedi, se per caso qualcuno aveva fatto cadere una nocciolina di prasad. Babaji si stravaccava sul Suo trono, si atteggiava a bambino, faceva le smorfie, si stiracchiava, chiamava un discepolo, bisbigliava qualcosa nell'orecchio di un altro, chiedeva di iniziare a cantare i bhajan. Non faceva niente di speciale insomma, eppure ogni cosa che compiva era la cosa perfetta, era un sottile insegnamento per ognuno di noi. Gli chiedevamo in continuazione mentalmente conferme, risposte, regali, Amore. E Lui dava a ognuno tutto ci che desiderava con una incredibile semplicit. Qualcuno pensava: "Babaji, Tu sei anche Ges?" e Lui lo chiamava e gli regalava un'immagine del Cristo. Un'altra si lamentava fra s e s che odiava indossare il sari e Lui le gettava un magnifico sari da cerimonia con bordi dorati. Un altro ce l'aveva a morte con una devota e Lui li chiamava e diceva che il giorno dopo li avrebbe

sposati. Era tutto un gioco e tutto un insegnamento. Mentre lavoravi nel giardino ti poteva capitare di aver voglia di una banana, dato che la presenza di frutta a volte era rara nell'ashram, ed ecco Babaji correre verso di te e lanciarti la banana desiderata. In questa maniera, riempiendoci di attenzioni, e a volte volontariamente ignorandoci, teneva le nostre menti sempre concentrate su di S. Ci stava insegnando il supremo Yoga: il corpo immerso nell'azione e la mente immersa in Dio. Avrebbe potuto succedere di tutto - come di fatti avveniva - l con Lui, ma nessuno dava peso pi di tanto agli avvenimenti, alle inevitabili discordie, alle gelosie, eravamo cos assorbiti dalla Sua presenza! Se solo sapessimo sempre essere cos concentrati su di Lui... tutti i problemi si dissolverebbero da soli, senza tanti sforzi. I giorni passavano velocissimi, impossibile contarli, ma la sensazione era di vivere al di fuori del tempo. Ogni giornata era piena di avvenimenti importanti: chi si sposava, chi veniva iniziato, un bambino nasceva, un anziano moriva, i bagni mattutini si susseguivano con ritmo incalzante e cos i lavori, le preghiere, le feste di compleanno e quelle religiose. Mi ero ormai perfettamente abituata alle "stranezze" di Hairakhan, anche gli yogi della corte di Baba mi apparivano ora nella loro bellezza e purezza. Kurak Singh, Raghuvir, Pujari olandese, erano notte e giorno impegnati nel servizio al Signore. Non era facile essere sempre cos sul palcoscenico come lo erano loro, continuo oggetto di pensieri di tutti. Sempre osservati, spesso criticati o invidiati. In cuor mio ringraziavo molto Babaji di tenermi esteriormente lontana da Lui: potevo cos godere di molta pi pace e silenzio mentale per potermi concentrare sulla crescita spirituale. Quando voleva avvicinarmi personalmente, trovava sempre il modo di farlo di nascosto. Non era raro che mi chiamasse nella Sua area privata quando nessuno ci vedeva. Capit anche che una notte uscii per fare la pip e Lui sembrava aspettarmi e mi chiese di portar su un tronco per il fuoco del Suo dhuni, vicino al quale ci sedemmo in silenzio. Regalava cos pochi attimi di calma nella veloce sadhana quotidiana. La mente si fermava, non c'erano pi quesiti importanti, desideri improrogabili, neanche mi venne mai in mente di chiederGli una conferma sull'identit del piccolo Baba che avevo conosciuto in Nepal: non esisteva dubbio dentro di me. Dopo queste brevi pause-regalo riprendevo la vita non stop dell'ashram in cui era cos difficile anche ritagliare una mezz'ora libera per lavarsi i panni al fiume. Tutto si svolgeva cosi velocemente, non trovavo neanche il tempo di godermi la natura di quel paradiso terrestre se non nei fugaci momenti delle abluzioni alla Gautami Ganga o quando qualche volta Baba ci mandava a far legna nel bosco. La mente era costantemente concentrata su di Lui e sul dovere da compiere, trovava riposo solo durante il kirtan, il tempo dedicato al canto devozionale. Babaji amava tantissimo sentirci suonare e cantare con devozione e ben presto ognuno di noi apprendeva quell'arte. A volte ci faceva anche interrompere i lavori per farci cantare, oppure approfittava di un'improvvisa pioggia e ci radunava attorno a S esortandoci ad inneggiare il Nome di Dio. Qualcuno intonava la melodia e all'unisono entusiasti ci univamo al canto. La devozione, alimentata dalla Sua presenza, rendeva le nostre voci armoniose e vibranti, l'anima si espandeva e non era raro avere profonde esperienze spirituali. Sembrava che la nostra reale identit di esseri celesti si manifestasse specialmente in quei momenti. Diventavamo una voce unica con tante sfumature e la gioia cresceva vorticosamente. A ritmi lenti si susseguivano melodie incalzanti sottolineate dai tamburi e del tintinnante suono dei cembali. Le parole bellissime delle preghiere concentravano la mente sull'amore divino facendo scomparire qualunque altro pensiero mondano ed indescrivibile era la beatitudine del cuore. Gli appelli struggenti all'amore di Dio nei Suoi infiniti aspetti non avevano uguali nelle preghiere conosciute d'occidente: "O mio Bhole Baba, o mio Padre Semplice, abbi compassione di me, concedimi rifugio ai Tuoi piedi di loto. Dov' la devozione per Te nella mente piena di desideri mondani. Mi impossibile raggiungerti con le mie sole forze. Tu stesso o Signore devi risvegliare in me l'amore per i Tuoi piedi di loto. Concedimi solo una Tua visione e dopo puoi prendere la mia vita. Inebriami col

nettare del Tuo amore. Desidero solamente, o Signore, lasciare questo corpo piangendo d'amore alla Tua porta. "Ed altre rivolte alla Madre Divina: "O Madre che esaudisci ogni desiderio, ascolta il mio richiamo di dolore. Eccetto Te chi posso chiamare mio in questo mondo. Senza Te o Madre la vita un sogno incompiuto. " Con incredibile frequenza Babaji ci chiedeva di trascorrere nottate intere immersi nei canti devozionali, spesso attorno al fuoco sacro del dhuni, e la maggior parte di noi con piacere si sottometteva a questo sacrificio di sonno per il nutrimento spirituale che ricavavamo. Pareva a volte che l'immagine del divino che chiamavamo con devozione prendesse forma davanti a noi nella sua bellezza trascendente solo per regalarci la sua benedizione.

I Lila di Babaji
Girava la voce, specialmente fra le donne, che Babaji facesse scherzi sessuali alle devote. Qualcuna si scandalizzava, qualcun'altra si arrabbiava e sosteneva che Dio non si sarebbe mai abbassato a tanto. C'era anche chi diceva che in realt, dato che Babaji ci faceva continuamente da specchio, anche questi lila riflettevano noi stesse. Effettivamente Babaji era bellissimo, chiss quante donne lo desideravano! Da parte mia, non avendo ancora sviluppato la sessualit, ero lontanissima da simili pensieri. Per me era Dio, era fuori e dentro di me, addirittura, a volte, mi sembrava di non essere: solo Lui viveva in noi. La mia energia non c'era, era la Sua; l'amore che provavo era il Suo. A volte mi sembrava che solo Lui esistesse nell'Universo, che tutti fossimo Lui. Babaji, ogni mattina, verso le quattro, dava la chandan nel Suo kutir ad un numero limitato di devoti, che la sera precedente avevano chiesto esplicito permesso. Poi faceva la quotidiana offerta al fuoco. Le donne raccontavano che in quell'unico, brevissimo, momento di intimit con Babaji - alla chandan ci si trovava soli, tete a tete con Baba per pochi secondi - generalmente dava una strizzatina alle tette della devota inginocchiata davanti a Lui. Il gesto naturalmente non era ben accolto, sembrava quanto meno una mancanza di rispetto, se non costituiva addirittura una mina alla fede nel Guru. Qualche amica mi domandava se fosse successo anche a me. Rispondevo che stavo conducendo una sadhana di non chiedere niente al Signore, di accettare tutto quello che arrivava. Cos per rimanere fedele a quel principio, non avevo mai chiesto a Baba di poter ricevere la chandan. Magari un giorno mi avrebbe fatto capire che mi voleva fare anche questo regalo. Questo tenermi lontana dalla chandan del mattino voleva anche essere un distacco da quel rito che era oggetto d'attaccamento da parte di molti devoti. Un giorno Baba mi disse di andare la mattina seguente alla chandan. Fu l'unica che ricevetti in quei mesi di darshan, ma bast per cento volte. II cielo era come al solito limpido e stellato, la Gautami Ganga sotto la terrazza scorreva con il suo suono costante che pulisce la mente anche quando non te ne accorgi. Stavamo in fila in silenzio, la mente concentrata sul mantra OM NAMAH SHIVAY. Si apr la porta della stanza di Baba e, uno ad uno, entravamo veloci per ricevere il tocco del Maestro. Babaji voleva che fossimo molto svelti nell'entrare e uscire, cos da trovarci di fronte a Lui con la mente sgombra pronta per la purificazione. Si entrava, Lui ti faceva questa chandan, il pi delle volte buttata l sul viso, e via, fuori a schizzo. Fu il mio turno: mi fiondai all'interno, mi inginocchiai di fronte a Lui, pronta a schizzare subito fuori. Babaji mi guard, mi fece segno che non c'era fretta. Mi fece aspettare un poco, poi con calma inzupp le dita nell'impasto di sandalo e canfora e mi fece le strisce verticali simbolo di Vishnu. Mi guardo ancora amorevolmente e mi dette un ganascino sulla gota. Poi uscii. Ci sedemmo attorno al dhuni e assistemmo in silenzio alla cerimonia dell'havana, le offerte al fuoco, sotto i due maestosi alberi che dominano con le loro vaste chiome gran parte dell'ashram. Il tocco del Guru mi aveva infuso una pace e una letizia imparagonabili. Vissi tutta la

giornata con quella sensazione nel cuore. Qualche amica mi chiese se Babaji mi avesse tastato il seno o se avesse fatto qualche lila del genere. Fui felice di sfatare quella assurda fama di gaudente dei piaceri corporali che si propagava fra i devoti, raccontando come Baba mi avesse trattato come una bambina. Effettivamente io non conoscevo il sesso, e Lui mi aveva fatto da specchio e da bimba come ero mi ero guadagnata solo una strizzatina di gota. Una mattina Babaji mi disse di andare col Pandit sulla Gautami Ganga a fare la cerimonia per i morti. Accoccolati vicino all'acqua, il brahmino mi chiese di pensare ad una persona della famiglia che era deceduta. Pensai istintivamente a mia nonna, bench sapessi fosse ancora in vita anche se in et avanzata. Mi concentrai su di lei, compimmo quella cerimonia bellissima e potente. Quando dopo mesi tornai a casa seppi che proprio in quei giorni la nonna aveva lasciato il corpo. Una sera come sempre eravamo assorti nella vibrazione dei canti devozionali e Babaji sedeva sulla Sua asana attorniato dai discepoli pi vicini, occidentali e indiani. Improvvisamente Si volt e fece segno nella mia direzione come di chiamarmi. Stavamo tutti seduti vicinissimi nella piccola kirtan hall- che non so perch allora con la Sua presenza fisica, sembrava cos grande - ed era difficile capire quando Babaji stava chiamando te o il tuo vicino. Bisognava in realt con prontezza intuire le Sue intenzioni. Chiamava me questa volta, mi avvicinai velocemente, mi mise sul capo un velo di seta rosa e mi disse: "Your name is Pinky." Come ci rimasi male! Odiavo un solo colore al mondo ed era proprio il rosa. Eppoi che diavolo di nome era Pinky che mi suonava cos tanto simile a Piggy (maialino). Mi sedetti imbronciata sotto al mio scialle rosa shocking. Mi sentivo una femminuccia. Babaji ad un certo punto dette il segnale che era giunta l'ora di andare a dormire alzandosi di scatto e, come era Sua abitudine, si diresse di corsa verso il Suo kutir. Come tutte le sere, Lo seguirono da vicino i Suoi ghana, gli yogi addetti al servizio di Shiva, e noi correvamo sul muretto sovrastante la porta della Sua stanza per godere dell'ultimo sguardo della giornata sul nostro Maestro divino. Babaji spariva nella Sua stanza e, ancora in estasi per, il Suo darshan, gridavamo in coro: "Bhole Baba ki jai!" Poi subito entusiasmanti commenti e racconti su quello che aveva fatto ad ognuno quella sera e sugli insegnamenti personali: "Avete visto come era bello stasera- questo lo dicevamo ogni sera - che magnifico turbante rosso..." Non era raro sentire che il tuo compagno dicesse: "Ma se aveva uno scialle bianco!"

Insomma ormai non ci meravigliavamo pi di niente. Bianco o rosso era magnifico lo stesso. Ci scambiavamo emozioni ed estasi spirituali prima di recarci a dormire per quelle poche ore che ci erano permesse. Quella sera un anziano indiano, che non conoscevo, mi si avvicin dicendo: "Ho notato che non ti piaciuto il nome che Babaji ti ha dato. Ma non e un'offesa, in India usiamo chiamare Pinky i neonati, il pi piccolo della famiglia. Babaji ti ha detto una cosa bellissima. Devi esserne felice." Mi cadde di dosso la punta di amarezza della serata. Decisi allora di fare un regalo a Baba. Se gli piacevo in rosa, per me quella era la sola cosa importante. Mi feci prestare da una devota un meraviglioso sari di seta rosa, lo indossai e mi sentii finalmente femminile: un miracolo! Cos, trasformata in donna elegante nei movimenti ed anche nell'animo, andai al darshan serale, alla festa del Signore. Babaji non mi degn di nessuna attenzione speciale, ma ricevetti molti complimenti dagli amici increduli, abituati a vedermi selvatica, vestita di un sari da lavoro che assomigliava addosso a me pi ad uno straccio che al vestito della Madre Divina. Il giorno dopo Babaji era in partenza, si recava in Gujarat. Molti Lo seguivano, altri erano stati spediti a casa loro, pochi potevano restare all'ashram. Quella mattina quando spazzavo Lo pregai col pensiero di aspettare che finissi le pulizie. Lavoravo di corsa, desideravo tanto accompagnarlo lungo il fiume per vederlo partire. Finii, mi lavai al fiume, mi cambiai di corsa e

quando uscii dal dormitorio, eccolo, era lass affacciato alla sua terrazza guardando in gi verso di me, come un marito che aspetta la moglie.

Mi disse: "Ready?" Salii di corsa le scale e L'aiutai a infilarsi le scarpe. Poi scesi i 108 gradini con la Sua corte. Sul fiume sal a cavallo e mi disse: "Go dhuni, help Hari Govinda." Passai cos dal fuoco dell'immondezzaio a quello sacro del Maha Shakti Dhuni.

Il Maha Shakti Dhuni


Babaji nel 1982 aveva fatto costruire un tempio per il fuoco sacro. Come officiante vi aveva istallato Hari Govinda Baba, un devoto svizzero, un'anima speciale che era diventato un vero yogi con la benedizione del Guru. Sadhana, digiuni e specialmente la vicinanza del Maestro, l'avevano reso puro e forte. Tutto il giorno e la notte, anche d'inverno, vestiva solo il langoti, il perizoma. Il corpo coperto di cenere, come insegna una pratica yogica, una protezione sufficiente contro il freddo. Babaji se lo teneva molto vicino, amava ascoltarlo cantare i bhajan, suonare l'armonium e vederlo danzare. Sembrava proprio il preferito. Addirittura Baba aveva chiesto a tutti di far pranam ad Hari Govinda. Era dunque un grande onore per me, l'ultima arrivata, esser mandata al Dhuni ad aiutarlo. Ma, sotto l'aspetto ieratico e imponente della sua figura ufficiale, stando seduta a mangiare il prasad il cibo offerto a Dio - accanto a lui e ascoltandolo parlare, scoprii che era in realt un bambino. Una persona molto semplice, che manifestava un gran cuore e un'infinita devozione per il suo Maestro.

Mi raccont come nacque il Maha Shakti Dhuni. Durante l'inverno gli indiani dell'ashram usavano radunarsi intorno ad un fuoco, in una stanzina vicino alla cucina, dove trascorrevano il tempo del riposo insieme, a chiacchierare. Era un posticino invitante, ma un occidentale ci si sarebbe trovato un po' fuori posto: il vecchio pujari indiano l accoglieva i suoi amici, con cui scambiava risate e racconti su Baba in hindi, per noi incomprensibile. Hari Govinda, in cuor suo, desiderava molto poter avere un posto cos per tutti. Ebbene una mattina Babaji lo chiam ed insieme si recarono lungo il fiume, dove i karmayogi stavano preparando degli spazi per le coltivazioni. Babaji aveva detto che un giorno l al posto di quel greto sassoso, ci sarebbe stato un giardino bellissimo, come quelli svizzeri. Baba si ferm sotto la chioma di un albero che cresceva a ridosso della collina ed ombreggiava un bell'angolino sulla Gautami Ganga. II posto gli piaceva, inizi a scavare di sua mano e, con l'aiuto di un felicissimo Hari Govinda, prepar un dhuni, che era un semplice buco per terra. Seguirono il metodo tradizionale che vuole i bordi del dhuni coperti con un impasto di argilla e sterco di mucca fresco, che ha il potere di purificare ed di fatto refrattario al fuoco. Ma una volta acceso, il piccolo dhuni risult troppo sotto l'albero, di cui bruciava le fronde quando la fiamma si faceva un po' pi vivace. Non andava bene. Babaji si spost allora di un paio di metri e inizi i lavori da capo. Questa volta aveva voluto che anche Shastriji fosse con loro, e i connotati del fuoco subito apparvero diversi. Hari Govinda ebbe l'impressione che stava per nascere un dhuni molto sacro, non pi un fuochetto da compagnia. Tutti e tre scavavano insieme, Shastriji recitava antichissime preghiere in onore della divinit del fuoco e della Madre Divina. La forma che a poco a poco il dhuni assunse era meravigliosa ed unica. Mai si era visto in India il fuoco per le offerte essere racchiuso in una forma ottagonale cos armoniosa. Gli otto lati stavano a simboleggiare le otto braccia della Madre Durga. Questo fuoco sarebbe stato sacro alla Madre, anzi Sua murti vivente. Andava lavato, curato e nutrito tutti i giorni. Sarebbe durato in eterno.

Sul lato occidentale del Dhuni venne costruita una yoni, simbolo della femminilit, in cui Babaji mise un piccolo Lingam, simbolo di mascolinit. L'unione delle due energie rappresenta la vera essenza della Vita, lo Spirito, l'Uno al di l della dualit. Sullo yoni Lingam troneggia un Kalbhairav di metallo, protettore della Madre. Il Dhuni venne pi tardi protetto da una capanna ed infine da una costruzione in cemento. Babaji volle lasciare l'entrata senza una porta, il Dhuni sarebbe dovuto rimanere sempre aperto a tutti. Quando arrivai ad Hairakhan, nell'estate 1983, era appena terminata l'iniziazione del Maha Shakti Dhuni, che era durata molti giorni. Inizialmente ci furono un havana, kirtan e la lettura del Ramayana e poi l'ininterrotta ripetizione dell'Hairakhandi Saptasati - 700 versi in onore della Madre Divina di Hairakhan - per mille volte. Babaji fece anche un discorso pubblico sulla sacralit del nuovo tempio del fuoco, che sarebbe stato residenza eterna della Coscienza vivente. Babaji concesse un'incredibile grazia: chiunque avesse fatto sadhana e pratiche spirituali al Dhuni, chiunque ne avesse mangiato la cenere sacra e avesse bevuto la santa acqua del Ram Dhara- la sorgente dietro al Dhuni - si sarebbe liberato. Babaji era partito ora con la Sua corte, in pochi eravamo rimasti ad Hairakhan, ognuno con il suo compito. Hari Govinda mi insegn come servire la Madre vivente nel fuoco e trascorremmo quella decina di giorni in beatitudine, anelando per al ritorno di Babaji. In quel periodo Bandk, uno yogi che aveva il compito di attraversare la Gautami Ganga per andare a prendere il latte dalle mucche di Gufa Side - la parte dell'ashram costruita sull'altra sponda del fiume, dove si trova la grotta in cui apparve Babaji nel 1970 - si fece male ad una gamba. Nessuno si era fatto avanti per sostituirlo. Il fiume era ancora in piena ed era un discreto sforzo affrontare le sue acque controcorrente. Mi offrii di tentare e si rivel un compito che allietava la gi piacevolissima giornata. Babaji dopo non molto fu di ritorno, Lo vedemmo comparire dalla lontana curva del fiume, sul Suo cavallino bianco. Hari Govinda ed io, avvantaggiati dal fatto di esser gi gi, Gli corremmo incontro, entrambi con lo stesso cuore innamorato. Ci avvicinammo ai Suoi piedi senza staffe e Lui ci pose le mani sul capo. Mi sentii unita in qualcosa ad Hari Govinda. I devoti che avevano seguito Baba nello yatra furono fonte inesauribile, come al solito, di racconti di episodi straordinari. Mi colp molto la storia di Cartar Ghiri, un fachiro americano che era al seguito di Maha Prabhuji e che, immobilizzato da una fila infinita di malati, desiderava intensamente partecipare al darshan. Ed invece era rinchiuso in una capannetta di quello sperduto villaggio a far la jara a decine e decine di indiani. Era questo un metodo curativo che utilizzava un fascio di piume di pavone. Cartar Ghiri passava il piumino sul corpo del malato, tenendo la mente concentrata sul mantra guaritore. Improvvisamente si sent partire. Cartari, un'altra devota, era in quel momento accanto a Baba nella folla di gente e vide Cartar Ghiri materializzarsi ai piedi di Babaji, far pranam e scomparire. La forza del suo stesso desiderio l'aveva portato ai piedi del Maestro. Era arrivata anche Janki in quei giorni e Baba le dedicava un po' del Suo tempo. Ancora Bandk non era guarito ed io continuavo volentieri la supplenza. Cos anche quella mattina stavo affrontando faticosamente la corrente del fiume, con il kamandala del latte in mano, quando mi accorsi che Babaji e Janki erano tranquillamente seduti su di un lembo di terra fra i due bracci del fiume. Baba mi chiam con un cenno della mano. Mi precipitai, stavo per farGli pranam, mi chiese: "Che ci fai al dhuni?" Era serissimo, non scherzava affatto. "Vai al tempio degli italiani." Un attimo di silenzio e gi uno schiaffo sulla gota sinistra da rivoltarmi il viso e poi ancora un altro dall'altra parte. In quell'istante di stupore e vuoto di pensiero mi venne a galla dal nulla il ricordo lucido di quella dimenticata preghiera che Gli avevo rivolto nell'orto di Cisternino: "Baba, picchia me se potesse servire ad aiutare Janki." Le mani di Babaji non mi davano nessun dolore, sembrava una scena finta, stava rispondendo ad una richiesta da me ormai dimenticata, ma non da Lui, Lui non si dimentica di niente. Mi commossi e due lacrimoni mi scesero dagli occhi. Babaji mi guardava finto severo, mare

d'Amore. Janki era un po' impressionata dalla scena che, vissuta dall'esterno, aveva ben altro significato. Baba mi disse: "Now help Janki to across." Mentre ci immergevamo insieme nell'acqua, Janki mi chiese: "Che ha detto Babaji?" Ero ancora molto emozionata, emersi dal mio mondo interiore che rifletteva sulla simbologia dell'attraversamento dell'acqua e buttai l: "Di aiutarti." Mi rifugiai al Sati Kund, luogo sacro alla sposa di Shiva, Parvati o Sati - Babaji aveva raccontato che anticamente l si trovava un lago dove la dea si rinfrescava. Un maestoso albero segna questo posto situato nel mezzo dell'ampio letto della Gautami Ganga, ingresso dei territori dell'ashram. Mi sdraiai distrutta dalla stanchezza come se avessi fatto chissacch. Sentii la mente improvvisamente invasa da parolacce e bestemmie di ogni tipo; fui travolta da emozioni fortissime, come un'ira terribile contro tutto e contro tutti, una gelosia folle, insomma un insieme apocalittico di sensazioni di una tale intensit che non avevo mai provato. Era troppo per me, caddi addormentata. Mi svegliai al tramonto, tutto era passato e mi precipitai a lavarmi per preparami alla puja serale. Quel giorno per qualcosa di particolare era successo, perch ricordo che dopo quell'episodio provai anch'io quello stesso timore che tutti avevano di fronte a Babaji e che fino ad allora non avevo conosciuto. Iniziai a frequentare l'Italian Mandir, il tempio che Babaji aveva affidato ai devoti italiani. Qualche volta aveva detto che gli italiani erano i Suoi migliori devoti, ora aveva fatto costruire un piccolo tempio proprio per loro. Rai Dass era l pujari in quel periodo. La murti era stata fatta da un amico scultore italiano, Francesco, ed ogni giorno diveniva pi bella e potente. Il mio karma yoga quotidiano era cambiato, lavoravo ora alle pietre, come facevano quasi tutti. C'erano da costruire muri, capanne, stradine di congiunzione fra le due sponde del fiume. Babaji diceva che quell'ashram non era Suo ma nostro, e che il vero valore e la bellezza del luogo erano dovuti al frutto del nostro duro lavoro. Ci chiedeva sempre di dedicarci all'azione senza porre il pensiero sui suoi frutti, ma purificando la mente con la ripetizione costante del mantra OM NAMAH SHIVAY. Era bellissimo spostare quelle magnifiche pietre bianche della Gautami Ganga, spesso immersi nell'acqua, cantando bhajan o raccontandoci storie su Babaji. Lui era la sorgente della nostra felicit. Avevamo sempre il Suo nome in bocca. A volte organizzavamo lavori a catena, ed era ancora pi bello perch l'energia cresceva vertiginosamente e raggiungeva il culmine all'arrivo improvviso di Babaji. Allora s che andavamo di corsa, ai Suoi ordini: "Hallo, you take this," indicando una pietra, "Put here," "You this": cos ci manovrava, rendendo il lavoro velocissimo e perfetto. Ognuna di quelle pietre sembrava viva. Babaji infatti diceva che erano anime, ne stavamo cambiando il karma lavorando cos con loro con quella gioia ed amore. Molte erano a forma di cuore. Dal Kailash ogni tanto scendevano a valle le scimmie a bere l'acqua leggera della Gutami Ganga. La presenza di Babaji, seduto su di un muretto di pietra, rendeva quel paradiso terrestre il ciclo degli dei. Come tutti i giorni, anche quel pomeriggio stavamo portando le pietre. Caricai il cesto di pietre e me lo posi in testa, alla maniera indiana, tutti in fila andavamo a svuotare il nostro prezioso raccolto ai piedi di Babaji, seduto sul muretto. Camminavo verso di Lui concentrata sulla bellezza di quel lavoro e sul potente suono del mantra, ormai compagno inseparabile di noi tutti, ed emerse all'improvviso da una memoria antica un ricordo: "Tatanka Uakantanka aveva promesso che si sarebbe incarnato sulla Terra." Guardai Babaji con attenzione, aveva i lineamenti ed i movimenti a volte selvatici molto simili a quelli di un indiano d'America, ebbi la certezza: "Ma allora sei Tu!" Ero arrivata ai Suoi piedi, svuotai la cesta. Babaji, che guardava l'orizzonte, si volt di scatto verso di me e mi mostr una grande immagine che stava tenendo con le mani all'altezza del petto: un capo indiano con il

copricapo di piume. Ma da dove aveva tirato fuori quel disegno?

L'Amore brucia ogni cosa


Arriv un giorno una ragazza, era kurda di origine ma abitava in Olanda. Una ragazzona di buona stazza tutta muscoli. Non so come subito perse il cervello. Mi accorsi della sua presenza perch mi dicevano che Babaji aveva dato ordine di mandarla via essendo elemento di disturbo. La vidi: era impazzita, parlava a vanvera, aveva gli occhi fuori dalle orbite, una grande - troppa energia addosso, rompeva le scatole a tutti. Provai compassione, pensai: "Sola, via di qui questa ragazza spacciata, Babaji perch la mandi via? Chi pi di noi pu aiutarla?" Comparve Baba, sbucato chiss da dove come al solito, e disse rivolto a me: "You take care." e aggiunse: se stanotte non vi lascia dormire legatela. Mi sembrava una barzelletta. Legarla?! La seguii da vicino in tutte le sue follie cercando di arginarle. Arriv il buio ma non la sua stanchezza, anzi sembrava ancora pi eccitata ed irrequieta. Incominci a far la pip da tutte le parti, come un tic. Era l'ora di dormire, noi italiani eravamo in quel periodo alloggiati alla piramide, grande costruzione di metallo in riva alla Gautami Ganga. C'era chi riteneva che quella particolare struttura alimentasse le energie spirituali. Era sostenuta da un grande palo centrale. Non ci fu modo per far star tranquilla la ragazza. Faceva un casino terribile. Si pens di ubbidire a Babaji e di legarla al palo portante. In tre uomini non ce la fecero a bloccarla. Aveva una forza incredibile, era posseduta da qualche cattivo spirito. Il mattino seguente riuscii a portarla al darshan e a farle far pranam a Babaji, che fu gi una gran cosa perch si stava rifiutando testardamente. Baba mi disse: "Now you understand?" S Babaji, avevo capito che non sarebbe stato possibile tenerla all'ashram, disturbava troppo la quiete necessaria soprattutto per la sadhana e la concentrazione sul mantra. Baba mi disse di accompagnarla al Sati Kund che segnava il confine dell'area sacra dell'ashram. Occorse tutta la mia pazienza e dopo mille pisciate e mille pranam a tutti i sassi, dopo un'ora coprimmo quelle poche centinaia di metri fino alla grande murti di Hanuman che stava di guardia all'ingresso di Hairakhan al Sati Kund.

Babaji aveva detto di lasciarla l, ma come potevo, non era affatto in grado di proseguire da sola. La notte l'avrebbe sorpresa che ancora vagava nella jungla, che non priva di pericoli. "Diamine, che faccio? L'accompagno un po' pi in l." Dopo pochi passi cercai di ritornare da Babaji e mi voltai a vedere che combinava: era ancora l, ora si buttava per terra, ora rideva come una disperata e si rotolava. "Babaji aiutala. Mi hanno raccontato che quando arrivata ieri era perfettamente normale, e oggi guardala. Abbi piet." pregai in cuor mio. Proseguimmo insieme verso Dam Side, dove il fiume era collegato al paese pi vicino con una corriera, e con santa pazienza le feci percorrere ancora un pezzo di strada. Ormai eravamo lontane dall'ashram, ma non abbastanza vicine al bus che la poteva portare ad Haldwani, primo centro abitato. Mi stavo allontanando dall'ashram senza il permesso di Babaji. Questa era una delle cose proibite. Proprio non si poteva fare. Si rischiava che ti mandasse via subito. Ma di certo non potevo tornare indietro ad avvertire. Non avrei potuto lasciarla sola un attimo, si poteva fare male. Non era neanche facile attraversare il fiume nei numerosi guadi. Ad un certo punto la ragazza fa una scena paurosa, urla che vuole morire e si butta nella Gautami Ganga proprio nel pezzo pi pericoloso. Mi tuffai dietro di lei. Eravamo intrappolate ognuna dentro i propri cinque metri di sari. La corrente faceva pressione nella stoffa e ci portava via come tappi di sughero. Lei urlando felice si incagli su di uno scoglione, la corrente mi port da lei. Mi arrabbiai tantissimo. La sbattei sulla pietra e cos rimbambita me la portai a calci e spintoni a riva. La compassione aveva lasciato posto alla giusta incazzatura, mi ero resa conto che quella

faceva la scema, mica lo era. Aveva fatto finta di voler morire, poi si era ben volentieri fatta salvare. Ora non mi fregava pi. Continuai a trascinarla con calci e spintoni, insulti e urli, finch non arrivammo velocemente a Dam Side eppoi sul bus fino ad Haldwani. Qualcuno aveva detto che Babaji consigliava di portare i pazzi all'ospedale psichiatrico di Bareilly. OK. Avremmo dormito nella Bhole Baba Guest House e l'indomani saremmo andati. Figuratevi se dormimmo. Chiuse dentro la stanza, fui impegnata solamente a non farla scappare. Il mattino dopo arriv il taxi che ci port all'ospedale di Bareilly. Per la strada si voleva buttare gi dall'auto in corsa, aveva un'energia incredibile. Ormai non dormiva da due notti ma niente da fare, era pi forte che mai. Quando arrivammo ebbi uno strizzone al cuore. Dio che posto angosciante. Immaginai le "cure" cui sarebbero stati sottoposti i malati. Ebbi un brivido e, mentre l'autista andava a chiedere informazioni, pregai Babaji di non lasciare la Sua figlioletta impazzita in quell'inferno. Esaudita! Il tassista torn dicendo che occorreva il permesso scritto dell'ambasciata per ricoverarla. Altra corsa verso Haldwani. I medici avevano dato dei tranquillanti, ora bastava metterglieli in bocca in qualche maniera. Ci chiudemmo ancora nella stanza della guest house, era un'avventura portarla a far pip o lavarla. Dentro alla camera lei dava di fuori. Le sembrava che ovunque si parlasse di lei, sul giornale, la radio, la gente che passava... Scrissi a Babaji dove ci trovavamo e chiesi che cosa avremmo dovuto fare. Sarebbe stato necessario aspettare qualche giorno per la risposta. Seppi poi da Gora Devi che Baba chiese tutto il giorno di me, molto preoccupato per la mia assenza: "Dov' Titti, dov' Titti?" Mi stava mandando la Sua energia per aiutarci. Avevo la certezza che la ragazza si tuffava nella pazzia senza remore perch si sentiva sicura della mia presenza protettrice. Un po' come aveva fatto Mauro. Ebbene dovevo disorientarla. Decisi di cambiare tattica, non si poteva andare avanti cos. Mi spogliai, saltai sul letto ed iniziai ad urlare che quelli che la chiamavano - visto che era fissata che tutti chiamavano il suo nome - erano i Sioux. Ci stavano circondando, "Acchiappa la pistola, questi ci fanno fuori, nascondiamoci sono pericolosi. Giocavo, scalmanata ma serissima e convinta, mi stavo appellando a quel po' di lei che era rimasto sano. La sua naufragante razionalit rispose. Fu spiazzata dalla mia finta follia e non le piacque affatto che rispondessi con scemenze pi grandi delle sue. Perse il gusto di far la pazza e la sera riuscii a metterle in bocca un tranquillante. Pensai poi ad un'altra tattica. Sentivo che la sua aura era tutta scombinata, non sapevo come ma aveva perso un sacco di luce. Probabilmente l'avrei potuta aiutare dandole un po' della mia. Ma come? Certamente attraverso tutta quell'attenzione gi le stavo dando luce; forse avrebbe anche funzionato se avessimo dormito una accanto all'altra: il mio corpo spirituale per una sorta di osmosi avrebbe potuto passarle un po' di prana. L'idea di dormire insieme mi ripugnava non poco, visto che aveva delle vibrazioni orribili, ma bisognava tentare. L'unica cosa da fare restava ora convincerla. Prima mi disse che non era lesbica - finalmente qualcosa di sensato usciva dalle sue labbra! - poi ci ripens e mi permise di sdraiarmi accanto a lei. Aveva un'agitazione addosso spaventosa. Cercai di rilassarla con dolci massaggi alla schiena. Passai la nottata concentrata sul mantra. A quella poca distanza le auree si fondevano, il karma pure, mandavo Amore alla sua anima, pregavo Babaji. Finalmente, dopo le quattro notti insonni, avendo inghiottito le pasticche, dorm. Si svegli molto migliorata. Quel giorno non tent di scappare, andammo anche a raccogliere delle erbe che la padrona di casa ci avrebbe trasformato in sabji, stufato di verdure. La notte seguente dorm ancora un po'. Al pomeriggio eravamo rinchiuse nella stanza, quando qualcuno buss. Era l'autista di Babaji, diceva che Shri Maha Prabhuji l'aveva mandato a prendermi. Voleva solo me. Mi voltai: vidi la ragazza seduta sul letto, come potevo abbandonarla? Mi ripresi subito. Se Baba riteneva che potessi lasciarla, l'avrei fatto senza remore. Mi sedetti sulla bianca Mercedes e, al tramonto, ci dirigemmo dove il Signore mi stava aspettando. Babaji era a casa di devoti e stava dando il darshan. Mi avvicinai felice come mai di vederlo. Fu dolcissimo. Mi chiese: "You have money?" Stavo per rispondere di s, quando mi ricordai che i

soldi che avevo usato in quei giorni erano della ragazza. Dissi: "No Maharaji." Mi chiese: "Bag?" Di nuovo realizzai che tutto quello che utilizzavo in quei giorni era dell'olandese, di fatto mi ero allontanata dall'ashram per accompagnarla al Sati Kund senza niente, anche scalza, perch venivo dal tempio. Risposi ancora: "No." Sentii che, ponendo la mia mente su quello che era mio e quello che era di lei, Babaji con le due semplici domande stava dividendo il karma di nuovo. Come era mia abitudine, mi ero tuffata a capofitto anche in questa storia della kurda-olandese e la mia identit si era un po' confusa con la sua. Babaji mi liberava di nuovo. Aveva dato il colpo di spugna per cancellarmi i residui inconsci che mi aveva lasciato la difficile situazione. "Now," disse - quando voleva, sapeva essere dolce quanto nessuno nell'universo - "Go home..." e aggiunse: "... with Jaimal..." A casa? in Italia? con Jaimal? cosa c'entra Jaimal? - che era un anziano indiano, adorabile, grande lavoratore, ma nato e cresciuto nel Kumaon e che non si era mai mosso di l. Quante volte Babaji aveva detto "vai a casa" e i devoti dovevano partire subito. Ci fu una suspence di qualche secondo e Babaji precis: "... home... Hairakhan." Evviva! Tornavo a Hairakhan e l'aveva chiamata anche casa mia! Jaimal era un corridore alla mia stregua. In un batter d'occhio, volando lungo il fiume, di pietra in pietra, tornammo all'ashram.

Go ItaIy
Babaji era di nuovo in viaggio, Hairakhan vuota e paradiso di pace. Ricevetti una lettera: dovevo ritirare del denaro a Delhi. Babaji si trovava l, che fortuna! andai subito al darshan. Quanta gente! Mi rifugiai nella terrazza sul tetto della costruzione che Lo ospitava, dove si trovavano a chiacchierare altri devoti. Mi avvicinai al buio, qualcuno mi chiam. Che sorpresa! Era la ragazza kurda, con lo sguardo consapevole di chi sta bene. Mi prese le mani e mi ringrazi di tutto quello che avevo fatto per lei. Non potevo immaginare un premio pi grande che il vederla cos! Corsi gi da Babaji per ringraziarlo. Nessuno aveva creduto si potesse riprendere da una tale condizione che sembrava disperata ed invece... la grazia del Guru aveva fatto il miracolo in cos pochi giorni. Babaji era seduto sul Suo trono, centinaia di persone cantavano le lodi del Signore. Si rivolse verso di me che entravo e mi chiam a S. Mi sorrise e mi sussurr nell'orecchio che dovevo andare in Italia. Chiesi conferma: "In Italia." Disse di s. "Sei sicuro Babaji, proprio vero?" Sorrise ancora, mi dette del prasad e acconsent di nuovo. Va bene Babaji. Feci pranam, mi allontanai, mi godetti gli ultimi attimi della Sua presenza. Mi ricordai di un messaggio telepatico che mi aveva mandato a Hairakhan: "I miei devoti hanno un solo difetto: l'idolatria." Pensai subito: idolatria al Suo corpo fisico. Adoravamo Dio solamente nel corpo che stava manifestando. Avremmo dovuto adorarlo in tutto. Sull'aereo del ritorno mi chiesi se fosse stato necessario che Babaji ci lasciasse per poter imparare la vera lezione ed applicare il Suo insegnamento. Speriamo di no, speriamo di farcela con Te presente. Babaji non ci lasciare. Mancavano pochi giorni al Natale 1983. Lo trascorsi con i miei. Poi tornai a Cisternino. La Bhole Baba City si stava espandendo con sempre pi trulli di devoti che attorniavano 1'ashram. Fui ospite da Ramlota e Ramghanti, una coppia sposata da Babaji per Sua volont. Immaginate la fede che occorre per sposare uno sconosciuto solo per seguire il desiderio del Guru.

Quella mattina del 14 febbraio 1984 mi recai a salutare la famiglia di Renato e Simona, perch stavo andando al tempio di Milano. Amavo questa famiglia cos unita, spesso sedevamo tutti insieme al loro dhuni, facendo la puja e cantando con commozione i bhajan. Dunque stavo andando a salutarli. Mi corse incontro Govinda, il figlioletto di tre anni, bambino speciale, anima vicina a Baba chiss da quando. Lo presi in collo. Mi guard fisso negli occhi. Era incredibilmente serio.

Disse: "Babaji andato." "Govinda, ma cosa dici? Dove vuoi che sia andato Babaji, non c' posto per Lui dove andare, e gi dappertutto!" Govinda sembr non gradire la risposta, non lo stavo prendendo sul serio. Ripet scandendo le parole: "Babaji andato." e calc la voce sull'andato. A Porto Recanati venimmo rintracciati da una telefonata che ci inform che il giorno precedente, il 14 febbraio 1984, Babaji aveva lasciato il corpo. Fu come se lo sapessi gi. Ringraziai Baba che mi aveva dato la grazia del Suo darshan durante la Sua breve comparsa sulla Terra. Lo ringraziai anche di non avermi permesso di assistere al Suo samadhi, alla Sua dipartita. Che illusione straziante doveva esser stata. Pensai a tutti quelli che erano l con Lui nel terribile momento. Chiss perch Babaji aveva voluto far finta di morire. Ci arrivarono i racconti di come era successo tutto velocemente. Gli ultimi tempi Baba si era ammalato ed una mattina Gli si era fermato il cuore, chi diceva infarto, chi polmonite. Avrebbe potuto scomparire, dissolvendosi nella luce o in un fiume sacro, come aveva fatto l'incarnazione precedente, invece aveva compiuto la Sua parte di essere umano fino in fondo. Ero certa che Lui, sorgente di Vita per tutto l'universo, aveva solo finto la malattia e la morte. Eccoci ora in un nuovo periodo, adesso dovevamo mostrarGli come saremmo stati capaci di vivere i Suoi insegnamenti senza la Sua stimolante presenza fisica. Avremmo dovuto ricorrere all'aiuto della Sua onnipresenza spirituale. Inizi una nuova vita per tutti.

Muniraji
Dopo pochi mesi arriv Muniraji, il "Re del Silenzio", che Babaji aveva lasciato al posto di Guru. Era il secondo tour in Europa organizzato dall'Hairakhandi Samaji, l'associazione mondiale dei devoti di Babaji. Fu la miglior medicina per lenire il dolore e ridare forza alla grande famiglia di Hairakhan. Mi fu permesso di viaggiare con Lui con il compito di prepararGli il cibo. Inutile dire che bellissima esperienza fu. Giorno dopo giorno, ero sempre pi convinta che Lui e Babaji fossero una cosa sola. A quei tempi Muniji era riconosciuto da pochi come Maestro. La Sua umanit, cos normale all'apparenza, nascondeva bene la Coscienza Divina in Lui. Eravamo poi abituati all'impatto sconvolgente con Babaji e il nuovo Guru era invece cos modesto, cos schivo anche. Memore del nostro primo incontro ad Hairakhan in cui mi aveva mostrato volontariamente il Suo livello spirituale di essere Uno con Baba, tagliavo le verdure per il Suo pranzo con l'attenzione e la devozione con cui si prepara il cibo per il Signore in persona. Pensavo continuamente che era Babaji stesso che si stava nutrendo attraverso la bocca di Muniraji. Non dovevo farmi ingannare dall'apparenza. Ancora una volta mi trovavo di fronte a due corpi fisici che racchiudono la stessa Essenza. Babaji aveva detto che Muniraji, il cui nome di famiglia Trilok Singh, incarnazione del grande Guru Dattatreya, che riuniva in S i tre aspetti divini della Trimurti: Brahma, Shiva e Vishnu. Dunque identificavo costantemente quella figura umana del Guru con Babaji e chiedevo al Signore conferma. Una sera mi stavo ritirando nella camera che mi era stata assegnata nella casa dei devoti in cui eravamo ospiti. Ero come tutti i giorni molto stanca. Aprii la porta della stanza che dava sul corridoio. Sentii qualcuno che mi toccava come per attirare la mia attenzione. Mi voltai, vidi Muniraji che andava velocemente di sopra, nelle Sue camere. Mentre saliva di corsa la scala a chiocciola, a pochi metri da me, si trasform in Babaji. Fu un attimo: Babaji sorrideva ed era vestito di bianco. Babaji era "morto", ma non ci aveva affatto lasciato. Non era raro sentire raccontare di Sue apparizioni fisiche da devoti di tutto il mondo.

Eppoi chi di noi non ha mai avuto il darshan di Baba in sogno? I devoti italiani in quegli anni si erano riuniti in un castello di propriet della famiglia di Hare Krishna Doctor nel modenese. Babaji l'aveva chiamato Maha Maya Ashram, il centro spirituale della Grande Illusione Cosmica. Tutti insieme conducevamo l'abituale sadhana insegnataci dal nostro Maestro, l'energia era molto forte, sentivamo la Sua presenza costantemente tra noi ed i desideri di ognuno venivano realizzati. Personalmente ricevetti in dono un tepee, che piazzai nel bosco con l'aiuto di tutti, e divenne rifugio di pace dopo il quotidiano impegnativo lavoro in cucina. Al ritorno dal tour europeo con Muniraji, mi ero assunta il compito di cucinare per tutta la grande famiglia e lo facevo con dedizione, con l'aiuto di Marina e Daniela. L'enorme cucina era stata trasformata in una specie di tempio del cibo, dove ogni mattina facevo la puja, e veniva mantenuta sempre pulita e in ordine. Su di un lato troneggiava un enorme camino a pi fuochi, adiacente all'ampio ambiente c'era una dispensa riccamente fornita, i menu quotidiani erano a base di ricette indiane. Tutte e tre ci sforzavamo, nonostante la grande mole di lavoro, di concentrarci sempre sul mantra sia quando si tagliavano le verdure che quando si lavavano le pentole. Cercavo sempre di ricordarmi che stavamo cucinando per Dio: infatti in ogni ashram il cibo prima di essere servito a tutti viene offerto a Babaji al tempio. Cos benedetto, viene poi distribuito. La presenza di Babaji al castello era avvertita da tutti. I ragazzi lavoravano duramente alla ricostruzione dell'edificio, nel grande orto, con il cavallo, con il chai shop. La comunit era mantenuta dalla generosit dei pi ricchi. Non ci mancava niente ed eravamo tutti felici. Un giorno partimmo con una vecchia auto in tre, Marina, Daniela ed io, per recarci all'altro ashram italiano, a Cisternino. Il viaggio fu bello: Marina, che era in attesa della sua prima bambina, lo considero una specie di iniziazione. Viaggiavamo con i finestrini spalancati, era estate ed il caldo della bassa Padana era torrido. Ci fermammo al primo cocomeraio che incontrammo. Scesi e seguii le manovre dell'ambulante che incideva i succosi frutti mostrandone il grado di maturazione. Ne scelse uno buono e ne tagli un tassello per l'assaggio. L'aspetto era pi che convincente, pagai e mi diressi all'auto dove le ragazze stavano aspettando. Proprio l vicino c'era un mendicante, d'istinto gli offrii il pezzo gi tagliato della rossa anguria. Il vecchio l'accett con un sorriso. Stavamo per partire quando ci avvicin veloce, mise il viso al finestrino, lo guardai e successe 1'imprevedibile. Mi sentii risucchiata dal suo sguardo ed entrai in lui attraverso i suoi occhi blu: allora seppi che era Babaji. Sorridendo ci disse: "Non vi preoccupate verr anch'io con voi." Intanto Marina, che era al volante, aveva gi premuto l'acceleratore e lasciato la frizione. La macchina si mise in moto ed io rimasi per un attimo stupita, pensando al significato dell'improvviso darshan. Le ragazze chiesero: "Che ha detto?" - non ebbi il coraggio di raccontare su due piedi l'incredibile storia. Solo alla sera, accanto al fuoco che ci teneva compagnia sulla spiaggetta dove avremmo trascorso la notte, mi confidai con Daniela. Il significato delle parole di Babaji fu chiaro solo alla fine della vacanza, dopo che avevamo visitato un'abbandonata abbazia, dopo esserci tuffate in una cascata da sogno nei boschi umbri e dopo esser state a Cisternino. Su una stretta strada pugliese avemmo un bruttissimo incidente con un T.I.R. - l'auto fu sbattuta violentemente contro un muro e poi contro un palo. Mi trovavo sui sedili posteriori. Al primo urto col camion vidi la scena che si stava svolgendo rallentata, come alla moviola, e attorno a noi un unico suono: un lentissimo e scandito Om Namah Shivay. Rimasi al centro del sedile assolutamente immobile come sospesa in aria, senza sbattere n a destra n a sinistra, come sarebbe stata naturale conseguenza dell'urto. Mi sentii protetta da qualcosa di invisibile. Anche Daniela e Marina non si fecero niente, solo qualche graffio, e, quando uscimmo indenni dai finestrini, ci rendemmo conto di trovarci contro il muro di un ospedale. Subito dopo fu controllato il battito cardiaco della nascitura e tutto risult perfettamente normale. I medici stentavano a credere che avevamo appena subito un simile incidente. La presenza protettiva di Babaji fu percepita con chiarezza da tutte e tre.

Hairakhan senza Babaji


Nel settembre '84 mi trovavo a Delhi con molti devoti italiani: avevamo lasciato il castello di Galeazza e stavamo recandoci tutti insieme ad Hairakhan. Scesi dal bus con Gulab Singh, ci salut un Baba sconosciuto e ci invit a bere un chai. Accettammo, e il rinunciante ci volle leggere la mano. Guard il palmo del mio amico e, come se stesse leggendo dei chiari messaggi fra le linee della pelle, disse: "La ragazza con cui sei venuto in India non sar la tua consorte definitiva. Sposerai un'altra donna da cui avrai due figli, un maschio ed una femmina." I fatti futuri dettero piena ragione alle previsioni del sadhu. Poi si volt verso di me. Guard anche la mia mano e sentenzi: 'Tu sei una mente maschile incarnata in un corpo femminile. Hai una grande devozione per Dio, perci non ti devi preoccupare di nulla. Ma... c' una donna che ti aspetta in Italia..." Una donna... chiss come, mi venne subito in mente mia madre. Intuii per che il Baba stava pensando "no, no, non hai indovinato..." Una cosa non capii, perch avesse detto "ma". Ci salut e se ne and, senza chiedere nessuna ricompensa. Trascorremmo tutti l'inverno ad Hairakhan, dove la situazione era difficile senza Babaji. Presi la decisione di immergermi completamente nella sadhana. Trascorsi un periodo in silenzio e digiuno. Una notte al dhuni recitai per 108 volte l'Hanuman Chalisa, una lunga preghiera in lode di Hanuman, grande devoto di Dio. II risultato di queste pratiche spirituali fu il sentirmi svuotata di me. Ero leggera e forte, non pativo il freddo dell'inverno, non ero coinvolta nelle tensioni dell'ashram. Ero presente fisicamente, ma anche molto lontana. Una mattina - dormivo in quel periodo nel dormitorio delle ragazze - dopo il bagno delle quattro ritornai nella grande stanza per fare japa, che sarebbe come recitare il rosario. Era questa una pratica raccomandata da Babaji per la purificazione della mente. Questo lo facevo ogni mattina al dhuni, ma questa volta no. Mi trovavo seduta su uno dei letti di legno che erano disposti in fila lungo le pareti del dormitorio. Una ventina di ragazze si stava vestendo, il chiacchiericcio mi disturbava, l'aria pesante della stanza dove avevamo dormito non era il massimo da respirare alle quattro del mattino. Tenevo la mala in mano e ad ogni grano invece di un Om Namah Shivay c'era un: "Che cosa ci faccio qui?" Nonostante ci continuavo a restare l. Per cercare di concentrarmi voltavo le spalle alla stanza col viso rivolto al muro. Mi girai d'improvviso, ed ecco che la ragazza del letto di fronte a me, mentre si alzava per prendere qualcosa sulla mensola, sfior la candela del suo tempietto. In un attimo il sari nuovo inamidato che indossava prese fuoco. Le fiamme si propagarono veloci su tutta la stoffa, ci fu un urlo a pi voci, eravamo pietrificate sui letti. Ognuna di noi gi indossava il sari, sarebbe stato molto pericoloso avvicinarsi alla nostra amica, che, in preda alla paura, si stava slanciando verso la porta. Qualcuno le url: "Non uscire, il vento fortissimo, brucerai in un attimo!" Torn indietro. Non sapevo assolutamente cosa dovessi fare per aiutarla. Pregai, e certamente lo fecero anche le altre, e chiesi: "Babaji fa' qualcosa Tu, perch noi non ne siamo capaci." Nella sua disperata corsa, la devota si trov di fronte a me. Ero svuotata e agii d'impulso. Muovendomi con velocit e determinazione allontanai i sacchi a pelo di piumino estremamente infiammabili, presi un materasso e glielo buttai addosso, riuscendo cos a bloccarla. Non ero io che agivo, ma qualcun altro aveva preso il comando. Saltai sul materasso e di conseguenza sulla povera ragazza che si trovava immobilizzata sotto. Ora che era ferma a terra, non fu difficile soffocare il fuoco sbattendo con insistenza il materasso sulla stoffa in fiamme e con l'aiuto di una coperta. Ce l'avevamo fatta. Appena si riprese dallo shock cerc di ringraziarmi, ma non sentivo di meritarmi la sua riconoscenza. Le dissi: "Non sono stata io, stato Babaji, dobbiamo ringraziare solo Lui. Io non mi sono resa conto di nulla." Avevo ancora addosso quella sensazione di vuoto. Cos senza emozioni uscii e andai al dhuni. Scendendo le scale ringraziavo Babaji. Unica conseguenza dell'incidente per la nostra amica fu una brutta ustione ai piedi che la tenne a letto per un bel pezzo. Fu consolante sapere pi tardi dall'astrologo che era suo destino morire bruciata quel giorno, e che si era salvata per il buon karma che aveva acquisito nel compiere il suo lavoro di infermiera con coscienza e dedizione.

Trascorreva cosi l'inverno 84/85. Sentivamo terribilmente la mancanza della presenza fisica di Babaji. Fare da soli non era facile. Lui aveva sempre pensato a tutto, era l'unico responsabile, con lui era sempre tutto perfetto. Adesso invece sembrava tutto cos imperfetto! Ci furono brutte epidemie che misero a letto la maggior parte di noi e anche parecchie incomprensioni. Gora Devi era distrutta dalla sofferenza. Il dolore aveva provato tutti. La comunit sembrava una nave senza pilota e qualcuno si faceva avanti per prendere in mano la situazione, ma senza un gran risultato. Si trattava di un comprensibile down di energia. Fino a Natale mantenni il lungo periodo di silenzio in cui mi ero rifugiata. L'ashram il luogo ideale per questo tipo di pratica spirituale: ad Hairakhan la giornata scandita da ritmi stabiliti, qui non occorre comunicare per mangiare perch il pranzo viene servito ogni giorno dai ragazzi della cucina ed ognuno ha il proprio posto ed il proprio compito. La parola non necessaria per sopravvivere. Mi immersi cos nella pace del silenzio interiore, dove ogni giorno ti senti pi forte, pi ricco di energia, pi distaccato dagli avvenimenti esterni. Tutta la giornata era impegnata col servizio al dhuni e il lavoro nell'orto. Sentivo crescere la gioia dentro ed era bello poterla comunicare ogni tanto a qualcuno con un semplice sorriso. La mente si era a poco a poco svuotata dai pensieri inutili e mantenere la concentrazione sul mantra era diventato spontaneo. Mi pareva di essere un sub durante un'immersione: il mondo subacqueo isolato dai rumori della terra, il ritmo diverso, le percezioni anche. Nonostante la situazione nell'ashram fosse caotica, bisogna dire che l'energia non mancava e non si perse l'entusiasmo per i bhajan. Al contrario, cantavamo tutti i giorni con gioia. Ci addormentavamo con le melodie in mente e ci svegliavamo canticchiando involontariamente le preghiere. Il potere del Nome di Dio, che ad Hairakhan viene sempre ripetuto, stata la nostra ancora di salvezza. Senza di quello avremmo potuto perderci nella pigrizia, nei litigi, nelle passioni, nelle lotte per il potere. Muniraji ci stava lasciando giocare, non capivo perch non venisse a mettere ordine. Ma era evidente che dovevamo fare da soli. Terminato il silenzio, riprendere a comunicare fu come tornare all'ashram dopo un viaggio. Ripresi contatto con gli altri, che mi raccontarono finalmente le novit. Presi allora l'abitudine di recarmi, nelle ore di riposo dopo il pranzo, gi lungo la Gautami Ganga, dove il fiume faceva un'ansa e l'acqua era abbastanza profonda per tuffarsi. Ero portata per carattere a cercare la gioia e a vivere divertendomi, cos approfittavo di quei momenti di libert per giocare con l'acqua. Avevo trovato un materassino abbandonato da qualcuno in un dormitorio e di nascosto, in solitudine mi divertivo un mondo. A pancia in gi sulla mia elastica zattera mi lasciavo trascinare dai vortici della corrente e rimbalzando di scoglio in scoglio finivo la corsa in un improvviso splash quando la potenza del fiume mi rovesciava. Un giorno mi accorsi di essere spiata da un gruppo di ragazzini della zona, che in silenzio mi guardavano con un po' di invidia. Non seppi resistere a quegli occhioni curiosi: "OK, venite, venite!" invitavo i miei nuovi compagni di gioco con energici cenni della mano. Dopo una prima esitazione, uno per volta con diffidenza si avvicinarono ma poi, provata l'ebbrezza della corsa sulla Ganga, fra risate e spruzzi non se ne andavano pi. In breve il nostro divenne un appuntamento quotidiano finch fui costretta a regalare loro il materassino perch ormai erano tantissimi. Durante quelle ore spensierate avevo di nuovo preso gusto alla libert di movimento a cui ero abituata e che in India, e specialmente in un ashram, va molto controllata. Ad Hairakhan richiesto alle donne di uniformarsi ai costumi locali che vogliono il corpo femminile completamente coperto. Mi ero sempre adeguata a queste disposizioni, ma Dio solo sa con che sacrificio. Quanto avrei desiderato tenere braccia e gambe libere a contatto con l'aria, col sole ed anche col freddo vento dell'Himalaya. Raramente camminavo, mi piaceva andare di corsa, salire e scendere velocemente le scale, saltare i muretti, ero piena di energia che non sapevo dove mettere. E vi dico, correre con il sari addosso era una tortura! Insomma un pomeriggio, dopo il consueto bagno, non seppi mettere a tacere quella vocina che ormai da un bel pezzo mi pungolava: "Forza, abbi coraggio, sii te stessa, sii spontanea, mettiti a tuo agio." Disgraziata tentatrice! Ebbe la meglio. Indossai il sari "alla sadhu": lo piegai in due e me lo annodai attorno al collo, stile pareo per capirci. Le spalle e le gambe dal ginocchio in gi

rimanevano scoperte. Tornai, di corsa ovviamente, all'ashram. Fantastico! Ora s che potevo saltare di sasso in sasso! Pi mi avvicinavo e pi un'altra vocina si faceva sentire: "E brava! Adesso vedrai la reazione dei tuoi amici! Non si deve rompere le regole, sono le uniche che garantiscono l'ordine." Ma la prima rispondeva: "Ordine... ordine... non mi pare ci sia tutto questo ordine nell'ashram di questi tempi, tutti fanno quello che gli pare, eppoi che male c', dico io... sono brahmachari da una vita, avr almeno diritto al contatto fisico con le energie della natura?!" Decisi di verificare se la volont di Babaji concordasse con il mio desiderio. "Come posso fare..." - ormai ero vicina alle prime costruzioni dell'ashram, gi vedevo Shani passeggiare lungo il fiume. Ecco... lui una persona ispirata, se vedr che d'impulso mi sorride e non si arrabbia capir che Babaji si sta divertendo e mi far coraggio. Shani un discepolo napoletano che Baba aveva fatto re degli Italiani dicendo che l'incarnazione di Saturno. Un ragazzo di carisma, vestito di nero, spesso serio ed impalato accanto al Guru con il tridente in mano. Non era il tipo dal sorriso facile, specialmente in quel periodo di tensione. Ebbene, appena mi avvicinai scrutando ansiosamente l'espressione del suo viso, lo vidi illuminarsi con l'aria divertita. Mi guardava celando la sorpresa con un bel sorriso, anzi addirittura mi invit alla puja al Kali Dhuni di cui era responsabile. Era questo un fuoco che Babaji aveva chiesto di costruire in onore alla Madre Kali. Accettai ben volentieri e mi misi la coscienza in pace. Furono dei giorni tranquilli: gli indiani invece di scandalizzarsi dicevano che era un vestito per me appropriato perch ero una yogini. Effettivamente, pi del resto faceva impressione che con quel freddo vento invernale, soprattutto del mattino, me ne stessi tranquillamente scoperta. Molti yogi negli ultimi tempi si erano riaffezionati all'amico maglione! Ma l'apparente pace non dur molto, sotto sotto qualcuno fremeva e me ne accorsi quando, durante una puja al Maha Shakti Dhuni, ricevetti una bastonata da uno yogi amico, in un momento di follia. Dopo la prima parte della cerimonia il pujari distribuisce a tutti i partecipanti l'acqua benedetta; stavo facendo proprio questo, quando la lota mi cadde dalle mani, mi chinai per raccoglierla e cos involontariamente scansai in parte il colpo che stavo ricevendo d'improvviso dal di dietro. La botta ugualmente mi fece cadere. Ero sorpresa e spaventata da quella reazione imprevedibile. Guardai all'ins, il nostro amico era pronto a colpirmi di nuovo. Pensai: "Ecco, Babaji che mi punisce, se me le merito accetto le botte", ma sentii la voce allarmata di Renato: "Titti scappa che t'ammazza!" - "Diamine, anche lui Babaji!" e saltai fuori dal dhuni di corsa. Mi rifugiai piangente da Gora Devi, che mi consol con affetto e nei giorni seguenti prese le mie difese. Chiese anche l'opinione di alcuni Naga Baba che si trovavano in pellegrinaggio ad Hairakhan, li port nella grotta in cui mi ero ritirata in attesa di capire cosa dovessi fare. Mi guardarono e non ebbero dubbi nell'esprimere la loro opinione: "E'una yogini, pu vestirsi come vuole." Ecco, adesso c'era il pericolo in agguato: l'ego. Il mio lo poteva ritenersi soddisfatto e prendere il sopravvento. Ma invece, quale era l'utilit di ci che stavo facendo? Nessuno dei devoti sembrava apprezzarlo, anche Shani ora era contrario. E allora perch Babaji mi aveva incoraggiato a combinare quel casino? Forse per esaudire il mio forte desiderio e ora che era stato attuato sarebbe stato giusto mollare. Mi ricordai di quella famosa storiella indiana che racconta di una scimmia che aveva visto una banana in un fiasco. Veloce aveva introdotto la mano ed afferrato il frutto, ma poi piangeva e si lamentava perch non riusciva a tirarla fuori e mangiarla. Teneva il pugno ben chiuso sul suo tesoro, ma la mano non usciva pi da1 collo del recipiente. Faceva mille tentativi disperata e non capiva che solo mollando la presa avrebbe potuto liberarsi. Mi ricordai dunque della potenza del surrender. Cedere al momento opportuno un passo avanti nel cammino spirituale. Chi si intestardisce perduto. Indossai allora un bel sari imprestatomi da Ganga e mi presentai elegante al Dhuni. Mi misi compostamente seduta da una parte e mi concentrai nella preghiera. Lo yogi che mi aveva bastonato fu colpito dal mio cambiamento repentino. Durante la puja si commosse, al termine

della cerimonia si appart e pianse. Riprese in mano il violino che suonava cos bene e che aveva abbandonato dal giorno del samadhi di Babaji. Nella notte la commovente melodia dur a lungo. Tutto torn tranquillo, ma mi sentivo un po' satura. Trascorsi una rigenerante settimana sola al Sati Kund a contatto con la Gautami Ganga e le scimmie che venivano all'acqua scendendo dalle pendici del Kailash. Mi cucinavo un pasto frugale con quello che trovavo, in pratica facevo solo stufati con la parte interna del fusto dei banani, che tagliavo a fette e cucinavo su un fuocherello. Quell'indomabile voglia di libert - e di cambiare menu - mi faceva fremere e presto me ne andai. Con Shivani, che era arrivata da poco, strinsi subito amicizia e insieme andammo a Nainital. In una conca fra i monti racchiuso un bel lago e su un'altura c' un tempio dedicato ad Hanuman, il famoso dio dal corpo di scimmia, che simbolo della forza che nasce dalla completa dedizione al Signore. Dormimmo in un altro tempietto sulle rive de1 lago e il giorno seguente fu chiaro per entrambe che era tempo di tornare in Italia. Part prima lei, poi tocc a me. Andai all'aeroporto di Delhi, 1'agenzia mi aveva messo in lista d'attesa ed io non mi preoccupavo affatto certa che Babaji mi avrebbe fatto trovare il posto. Ma quando la signorina della compagnia aerea chiam ad uno ad uno i nomi dei viaggiatori non disse il mio. Mi avvicinai al banco: "Si dimenticata di me, controlli, la prego." Macch, il mio nome non c'era proprio. Impossibile! "Guardi meglio per favore, deve essere un errore." Niente da fare, non mi era proprio toccato il posto. "Oddio Babaji che succede?" Non avevo neanche pi una rupia in tasca e la signorina insisteva che sarei dovuta tornare dopo una settimana, sarei partita certamente col prossimo volo. Ma dove vado senza soldi, neanche posso prendere l'autobus per tornare in citt. "Titti non ti disperare, ricordi? tutto perfetto. C' di sicuro il motivo per questa fregatura. Siediti e aspetta con calma di comprendere che devi fare." Arriv un gruppetto di ragazzi italiani: felici della permanenza in India, rincasavano allegri. Scambiammo due parole e scoprimmo che avevamo una conoscenza in comune: Babaji. "Ecco, la cosa si fa interessante..." pensai. Non Lo avevano conosciuto di persona, ma di fama. "Ma sai che tornato?" mi dissero. "Cosa diavolo dici?" risposi seccata dall'evidente scemenza. "Si, certo. Noi tre abbiamo conosciuto un Baba in Rajasthan: siamo sicuri sia Lui." Guardai i miei interlocutori: non avevano quella luce che la presenza di Babaji infonde. Si stavano sbagliando di grosso. "Vai a trovarlo. Ti renderai conto tu stessa. Questo il motivo per cui hai perso l'aereo. Non avresti potuto lasciare l'India senza il suo darshan." E la ragazza aggiunse: "Eppoi li c' Gavino, un ragazzo d'oro, ti dar tutti i soldi di cui hai bisogno." Mi allungarono l'indirizzo e un po' di rupie sufficienti per il viaggio. Non avevo scelta. Sul bus, come al solito sgangherato, viaggiai nel torrido deserto con la compagnia di capre e galline, oltre ai rajasthani dal bel portamento. Mi chiedevo perch tutti avessero scarpe o ciabatte ai piedi nonostante fosse chiaro che era gente poverissima. In India molte persone allora vivevano scalze. Compresi al volo quando verso mezzogiorno scesi alla fermata della mia destinazione: poggiai i piedi nudi sulla sabbia incandescente e schizzai verso l'ombra di un cespuglio, dove rimasi accoccolata finch il sole pietoso si abbass sull'orizzonte. Mi diressi poi all'ashram del Santo. Quest'ultimo era assente, ma trovai subito Gavino che si riposava in una stanzetta interna. Mi accolse con calore, era proprio una bella persona. Parlammo a lungo e lui non perdeva occasione per osannare il Baba che ci ospitava. Eppure non ero affatto convinta. Il luogo non aveva una luce particolare n la pura atmosfera che mi aspettavo. L'ashram rispecchiava la classica architettura locale, con un cortile interno in cui maestoso si ergeva un enorme albero che ombreggiava la costruzione. Improvvisamente dalla stanza udimmo un grido gracchiante e subito dopo come il rumore di una grandinata. "'Cos'?" chiesi stupita. Gavino spiega: "Oh no, no, niente. L'albero qui fuori ospita uno stormo di pappagalli, che in certi momenti della giornata si danno un richiamo al quale tutti rispondono facendo la cacca, tutti insieme." Rimasi un attimo perplessa... mi stava prendendo in giro? Uscii in fretta e il fenomeno si ripet: un uccello lanci il grido e tutti insieme gli altri lasciarono cadere i 1oro escrementi all'unisono. Un'incredibile pioggia di sterco! Non mi parve un buon auspicio e i sospetti si accrebbero. In attesa dell'arrivo del santo, presi a bombardare Gavino con racconti su Babaji. Volevo dare al nuovo amico un valido metro di

paragone con cui confrontare il suo guru e soprattutto chiamare energia positiva e la presenza di Dio. Era notte inoltrata quando un uomo interruppe la nostra ormai accesa conversazione con un urlo: "Ehi, Babaji ti vuole!" Il termine Babaji in India usato per chiamare qualunque uomo di preghiera. Gavino scatt sull'attenti e si precipit nella stanza del darshan. Per l'emozione si era dimenticato di me. Lo seguii precipitosamente. C'erano altri devoti che, accucciati nell'anticamera, aspettavano di essere ricevuti. Il kutir era minuscolo e gi pieno di gente, tutti in rispettoso silenzio, in soggezione di fronte al loro guru. Eravamo gli unici occidentali. Gavino si prostr devotamente ai piedi del sadhu e dietro un suo invito si mise a sedere facendosi spazio a fatica. Guardai gli occhi del Baba: erano torbidi. "No" non ci siamo proprio." Pensai con tenerezza ai ragazzi dell'aeroporto: "Come vorrei che conosceste un vero santo!" Entrai spavalda senza l'ombra di un pranam. Mi schiaffai a sedere a un centimetro da lui, unico spazio lasciato rispettosamente libero. Il tipo fumava sigarette, una dopo l'altra, e non parlava. Presi con disinvoltura una sigaretta dal suo pacchetto e me l'accesi con i suoi fiammiferi. La gente era strabiliata e aspettava un gesto del santo per buttarmi fuori. L'unico pensiero era: "Babaji aiutami. Babaji aiutami." La situazione era un pochetto delicata, ma mi stavo divertendo. Non mi sembrava neanche un tipo con un gran potere sottile. Gavino mi aveva raccontato che era stato sottoterra in samadhi per non so quanti anni e che faceva cose straordinarie. Per quanto ne sapevo, quelli erano traguardi che si possono raggiungere con tecniche particolari e dure pratiche yogiche, ma che niente hanno a che fare con la realizzazione del divino. "Eppoi non mangia!" aveva aggiunto entusiasta il ragazzo sardo. Ah, non mangiaaa... mi apparve vivida davanti agli occhi la figura di Muniraji, grande esempio di santit, Uno con Dio. Eppure Muniraji mangia e non solo... d anche da mangiare ai nove figli che mantiene con il Suo lavoro: un'attivit di commercio e di trasporti che Lo impegna tutto il giorno. La Sua giornata inizia prima dell'alba e alle otto ancora nel tempio raccolto in preghiera. Poi passa tutto il giorno in ufficio. Se hai bisogno di parlargli lo trovi sempre l, immerso nei conti o al telefono. Trover un po' di tempo per ascoltarti e consigliarti con amore. Lui, incarnazione di Dattatreya, che non avrebbe affatto bisogno di stare sulla Terra nel Kali Yuga, ci mostra come vivere per poter raggiungere la meta finale. La Sua vita quotidiana ci insegna a compiere con costanza e devozione i doveri spirituali e materiali ogni giorno dell'esistenza. Forte del ricordo del vero Santo, affrontavo ora con tranquillit lo scontro col fachiro che stavo provocando. "Adesso vediamo dove inciampa..." Il Baba appariva piacevolmente sorpreso dalla mia intrusione, mi scrisse su di un foglio che mi dava un nome spirituale, non ricordo quale. Gli dissi che mi poteva chiamare Titti. Una donna si inginocchi davanti a lui con un beb fra le braccia. Lo porse al Baba perch lo benedicesse, si cap che il bimbo piangente aveva dolori di pancia. Gavino, amante dei bambini, si fece pi attento. Il fachiro si gir e con aria importante si aggiust gli auricolari del walkman che teneva alle orecchie, prese fra due dita una boccettina e col contagocce ne estrasse un po' di liquido. Aguzzammo gli occhi, l'etichetta era scritta in italiano, era Novalgina. Novalgina! A Gavino gli si rivoltarono le budella e si svegli di colpo dal bel sogno. Il Baba vers il contenuto di due o tre contagocce pieni in un bicchier d'acqua che si era fatto portare. L'amico, pronto a scattare, mi sussurr: "Ma lo vuole ammazzare?" Non fu necessario il nostro intervento perch il bimbo con uno strattone improvviso vers il bicchiere di medicina per terra. Tirammo, un sospiro di sollievo. Il Baba fece una risata e cambi argomento. Tornai ad interessarlo. Ora mi stava dando un sacco di importanza. Ordin che mi si preparasse del cibo. Mi scriveva un mucchio di fogli per coinvolgermi nelle sue storie, ma non lo degnai di nessuna attenzione. Ero gi molto soddisfatta del fatto che il mio amico avesse aperto la mente al dubbio. Non volli saperne di mangiare quello che mi offriva con tanti salamelecchi, per un bel po' di motivi, non ultimo il fatto che era piena notte. D'improvviso con un gesto brusco fece svuotare la stanza. Tutti via. Era rimasta nella stanza solo una donna, che aveva l'aria di chi ritiene di avere diritto a condizioni speciali. Niente. Anche lei fu cacciata in malo modo. Rimanemmo solo noi tre: Gavino, il Baba ed io.

Il mio amico mi sussurr: "Quella la sua prima discepola." Ed io di rimando: "S, ho visto che stanno insieme." "No, no, cosa hai capito, sono brahmachari." "Gavino, ma che dici, che ci vuole a capire che quelli sono amanti. Ma perch nasconderlo?" Intanto il Baba aveva sbaraccato la sua asana e sotto la pelle di tigre emerse una botola di legno. "E ora che combina 'sto cretino?" "'Titti non ti permetto di parlare di lui cos!" mi riprese Gavino. "Scusa, scusa, ma guarda che fa!" Aveva tirato su la botola e con gesti furtivi ci faceva segno di seguirlo gi per le scalette. "Dio santo Gavino, fantastico, ora ci divertiremo da matti." Il mio amico mal sopportava il mio comportamento irriverente, era ancora preso da un po' di sottomesso timore verso quello che aveva considerato fino ad un attimo prima il suo guru. Il Baba accese una candela e dal buio emerse una stanzetta con un gran lettone e un'immagine tantrica di Kali sulla parete di fronte. Dietro di noi c'era un mobiletto da cui, sempre con quell'aria cospiratrice, tir fuori una bottiglia. "Santo cielo Gavi' whisky, Four Roses - che schifo." Gavi' era allibito. "Gavino, lo reggi l'alcool? Benissimo, ora gli restituiamo lo scherzetto e lo stendiamo. E cos fu. Non solo quello strano santo non riusc ad ubriacarci versando ripetutamente l'acqua di fuoco nei bicchieri, ma lo lasciammo rimbambito seduto sul suo letto che ci guardava mentre tornavamo in superficie sfottendolo. Io gongolavo dalla gioia e Gavino era depresso per la profonda delusione. Lasciammo il Rajasthan dopo pochi giorni e quella settimana non ebbi problemi a trovare posto sull'aereo.

La Madre Divina
Negli ultimi tempi della Sua presenza ad Hairakhan, Babaji ci aveva insegnato che Lui e la Madre sono Uno. Quante volte l'avevamo visto con un velo sul capo ed i devoti che Gli facevano la puja venerandoLo come incarnazione della Madre. Nell'arati che cantiamo ogni giorno si dice che tutte le forme sono la Madre, nell'Hairakhandi Saptasati, i 700 versi in onore della Madre Divina di Hairakhan, scritto che la Madre anche la forma del Guru. Lo stesso Bhole Baba aveva detto che nel Suo cuore viveva la Madre. Fra i 1008 nomi di Shiva vi anche Samba Sada Shiva, l'eterno Signore Shiva Uno con la Madre. La mia coscienza spirituale cresceva nutrita con questo concetto della Grande Madre che tutto ci che esiste. Venne alimentata anche da una preghiera meravigliosa: "La Voce della Madre Kali", in cui fra 1'altro si legge: "... Non pensare che la vita sia seria. Che cos' il destino se non il gioco della Madre? Vieni, diventa il Mio compagno di gioco per un po'. Va' incontro ad ogni evento serenamente. Che bisogno hai di scopi? Pensi forse che la palla con la quale gioca la Madre sia senza scopo? ... il Mio gioco preciso. Pensa che fu per Mio piacere che venisti al mondo e per questo ancora, quando caler la notte ed il Mio desiderio sar stato soddisfatto, ti porter nel Mio riposo. ... Profondo nel cuore dei Miei cuori brilla il coltello sacrificale di Kali. ... la Mia gente sar assetata di auto sacrificio, come altri di piacere. Allora lavoro e sofferenza e servizio saranno considerati dolci, invece che amari. ... Dolore e piacere non sono differenti, poich lo sono entrambi. Gioisci perci quando giungi sul Luogo delle lacrime, e guardami sorridere. Lascia il palazzo per tuffarti nell'oceano del terrore, dall'alcova alla guardia della citt che brucia. Sappi che, come uno non reale, neanche l'altro lo .

... Forte, risoluto, senza paura, quando il sole cala ed il gioco fatto tu saprai, piccolo, che io, Kali, che porto la vittoria IO SONO TUA MADRE. "

Quante volte Babaji ci aveva fatto intravedere la forma della Madre attraverso di Lui. Anche il piccolo Baba mi aveva fatto percepire la Divina Femminilit. Ma chi la Madre? Chi quest'incarnazione d'Amore origine e nutrice di tutto il creato? Mi avevano insegnato che tutte le Forme, lo percepivo nelle meditazioni specialmente al Dhuni. Mi sentivo nelle Sue braccia, lo stesso suolo che mi sosteneva era il Suo grembo. Come anni prima sapevo dell'immanenza di Babaji in ogni cosa, come spirito vitale, ora vedevo la Madre in ogni forma. Tutto ci che ci circonda energia, Luce. La Luce nel suo vorticoso movimento crea le particelle pi sottili della materia, poi gli atomi, che con il loro moto danno 1'illusione del mondo sensibile. Allora proprio vero che tutto il sogno della Madre. L'avevo ben visto che la materia non esiste. Babaji la muoveva come gli pareva. Volli sperimentare la reale esistenza dell'Uno intorno a me, e nell'estate dell'85 presi la decisione di tuffarmi all'avventura con niente altro in mente che il pensiero di trovarmi sempre in grembo alla Madre. Mantenevo costante la meditazione di trovarmi sola con Lei. Decisi di andare a trovare Rai Dass, che con sua moglie Daniela stava iniziando un nuovo ashram di Babaji in Umbria. Mi avevano detto che il posto era piuttosto sperduto nei boschi degli Appennini e avevo poche indicazioni. Iniziai l'esperimento, avevo come al solito lo stretto necessario con me e poche lire. Mi misi sulla strada col pollice in alto, mi concentrai: l'asfalto era una parte del corpo della Madre. Si ferm un'auto. Il caso era la Madre. Mi sedetti in macchina e il sedile era il grembo della Madre. Ero sola, un tutt'uno con Lei. Toccavo la stoffa su cui ero seduta e quell'illusione di materia era il corpo della Madre. Mi concentravo sulla sensazione del contatto fra la pelle della mia mano e la superficie del sedile. Quei due corpi materiali si fondevano, non esisteva pi un limite tra la Madre in me e la Madre che fuori. L'autista non interruppe la mia meditazione e in silenzio mi fece scendere dove aveva deciso lui, sull'Autostrada del Sole all'altezza di Arezzo. Si ferm una seconda auto, il signore all'interno mi chiese dove dovevo andare, risposi: "In Umbria." Ancora mi sentivo nelle braccia della Mamma, anche quest'uomo non disturb i miei pensieri. I campi, le colline, le nuvole, con che forme meravigliose si esprimeva la Madre. Che forma stupenda aveva trovato per ospitarci e per sfamarci. Ama tutti gli esseri allo stesso modo. Ha infiniti figli ed ognuno di loro in realt e solo con Lei. Dopo poco l'automobilista chiese se avessi fame, si ferm in una trattoria e gentilmente mi offr il pranzo. Quando ci trovammo a Citt di Castello mi chiese dove dovessi andare con precisione. Detti tutte le indicazioni che sapevo: la chiesetta di Rai Dass si trovava in alto in un boschetto, si poteva vedere da un piccolo ponte su un ruscello vicino a Pietralunga. L'uomo si mise a ridere e disse: "Ma te guarda, ma lo sai che la conosco quella chiesa diroccata! Io sono cacciatore e vado spesso da quelle parti." Alla sera arrivammo nei boschi di Pietralunga. Imboccammo una stradina sterrata e dopo qualche chilometro l'auto si ferm di fronte ad una chiesetta antica e semi distrutta, sepolta fra i rovi. Al rumore del motore uscirono i volti conosciuti dei miei due coraggiosi amici. Ero felicissima, l'esperimento era riuscito, adesso avrei potuto sempre affidarmi ciecamente al fato. Solo la Madre esiste, possiamo abbandonarci completamente, sufficiente ricordarsi di Lei. In quegli anni come sempre vivevo e viaggiavo senza preoccupazioni, lasciavo che fosse Baba ad organizzare tutto. Spesso il Suo intervento era sorprendente, come quella volta che mi trovavo in Spagna, con altri quattro ragazzi di Torino che avevo incontrato per caso - era l'inverno 1985/86. Trascorremmo insieme un periodo di rinuncia e povert sulle coste spagnole, completamente affidati alla Volont Divina. I miei amici volevano vedere la reale presenza di Dio, sperimentare come la Madre aiuti il sincero ricercatore spirituale che rinuncia a tutto e si affida ciecamente alle Sue mani. Ispirati da libri spirituali e dai miei racconti, avevano abbandonato casa e

lavoro e iniziato cos una nuova vita. Babaji esaud il loro desiderio: era costantemente con noi e ci venne in aiuto in svariate situazioni, le nostre giornate erano guidate dal "caso" e tutto era perfetto. Ovunque andavamo incontravamo persone interessate a Dio, addirittura una notte, mentre eravamo seduti vicino al fuoco su una spiaggia, un sub fece la sua improvvisa comparsa. Usc dal mare, si tolse la tuta e si sedette accanto a noi. L'argomento mistico nacque spontaneo sulle nostre bocche e ben presto anche 1'amicizia. Ci ospit poi a casa sua, ci regal coperte, una tenda, del denaro e ci ringrazi. Al mercato ci offrirono il necessario per mangiare, lungo la costa trovammo una casetta aperta adatta a noi. La polizia, che ci aveva portato dentro per accertamenti, fu molto amichevole e ci lasci andare dandoci anche un sostanzioso regalo. Un giorno stavamo sistemando una grotta sulla riva del mare, per fare un po' di karma yoga e per renderla pi ospitale, quando passarono da quella spiaggia abbandonata un paio di persone che, comprendendo che eravamo ricercatori di Dio, insistettero nel darci del denaro. Devo confessare un lato della storia che mi sempre rimasto un po' sgradito e che non ho mai raccontato. Ebbene, non so che follia prese i miei amici o che diavolo avessero letto sugli I King che avevano consultato per chiedere di me, e con che idee confuse 1'avessero interpretato. Fatto sta che un bel giorno si misero in testa che ero un'emanazione di Babaji. Direte voi, ma tutti siamo emanazioni del Signore. No, no, loro iniziarono a pensare che fossi un'incarnazione speciale identificabile con Baba. Il mio nome non era pi Titti per loro, bens Baba. Chiss, magari si sconvolsero un po' dalla precisione dei fatti attorno a noi e credettero fosse causata da qualche potere speciale. La bacchetta magica era solo la fede, ma non lo capirono subito. Questo fu un guaio! Dunque dentro di me ancora stavo facendo il gioco con la Madre Divina di accettare tutto, assolutamente tutto quello che mi succedeva attorno, cio tutto quello che Lei mi mandava, dal pane quotidiano alle follie incluse. Cos, se volevo essere fedele alle regole, non potevo ribellarmi e mandarli in tasca. Cercai di non perdere la concentrazione sulla Madre, che tutto e che quindi era anche quei ragazzi con quel gioco pericoloso. "Questa la Tua maya Mamma, Tu sei tutte le cose e anche io stessa, fammi stare sempre in meditazione sulla Tua infinita forma: solo questo ti chiedo e tutto andr benissimo." L'illusione della Madre raggiunse il suo apice: i miei amici mi servivano con il rispetto che si deve ad un guru, mi lavavano anche le mutande e, dio mio, come era difficile sostenere quella situazione pazzesca. Eppure la Madre voleva che passassi anche di l. Questa volta era la situazione opposta ma simile a quella vissuta in Nepal con Mauro: affrontare cio l'ego-trip che induce un essere umano a credersi Dio in Terra. Voglio precisare: neanche un attimo ho creduto di esserlo! ma sentivo che assorbivo quei pensieri ed avevano il gusto amaro del veleno. Capii che si pu facilmente perdere il controllo ed impazzire in una simile situazione. Mamma perch capitano tutte a me!!! Ma tutto diveniva solo uno stimolo per aggrapparmi al ricordo di Lei e certamente fu il Suo Nome la spugna con cui cancellammo ogni residuo di questa follia. Come era apparsa, un giorno scomparve e tornai ad essere Titti per tutti. E' proprio vero quello che dicono i santi di tutte le religioni che il Nome di Dio pi potente di tutto. Continuammo in pace le nostre vacanze spirituali all'insegna del "caso", non risparmiandoci nuotate e conversazioni spensierate. Non ci preoccupavamo proprio di nulla, ci sentivamo protetti come gattini nelle cure della mamma gatta. Ogni tanto ci prendeva per la collottola e ci portava in un'altra tana. Dopo un paio di mesi di vagabondaggio, ognuno dei quattro amici volle continuare l'esperienza individualmente ed uno alla volta si misero sulla strada del ritorno in autostop. Volevano mettersi alla prova, dicevano che insieme, guidati dalla fede comune, era pi facile affidarsi alla Madre Divina. Era ora il momento di trovare la forza ognuno in s stesso, senza pi appoggiarsi al gruppo. In pochi giorni rimasi sola, partirono tutti. Trascorsi quelle notti con i barboni spagnoli alla stazione di Alicante. Erano persone che avevano rinunciato a tutto tranne che alla bottiglia, scoprii che era gente divertente ma anche

rispettabile, nonostante le apparenze. Uno di loro era addirittura un uomo di scienza che per motivi personali si era messo a vivere sulla strada. La mattina della partenza anche dell'ultima amica mi trovavo sul lungomare della cittadina spagnola, stavo realizzando che la "scuola di fede" di noi cinque amici era finita e che al solito non avevo una lira in tasca, ed ecco un rumore metallico: qualcuno mi aveva gettato addosso una cascata di monete, che rimbalzavano sull'asfalto da tutte le parti. Un vecchietto andava via di corsa. Mi misi a raccogliere il denaro, lo misi prima nelle tasche, poi dentro ad un fazzoletto. Erano un sacco di soldi. Mi venne in mente l'immagine classica della Dea Lakshmi, la Madre dell'abbondanza e della ricchezza che presente in tutta l'India. La Madre sorridente e benevola versa da una mano una cascata di monete. Sentii che anche questa volta il mio compito era finito e Babaji mi aveva ricompensato alla Sua maniera. Tornai a Livorno. Senza soldi i primi tempi furono un po' difficili. Raccoglievo la frutta caduta dai banchi al mercato, chiedevo soldi per mangiare, vivevo in una baracca sul mare. Ogni volta che rientravo nella mia citt mi pareva di tornare da un altro pianeta. Le scene che mi erano familiari dalla nascita mi apparivano sempre sotto un aspetto differente. Questa volta ero attratta dalle famiglie che passeggiavano la domenica sul lungomare vestite a festa. Quanto avrei voluto avere anch'io una vita cos normale! Detto fatto: andai a chiedere ospitalit da alcuni amici di infanzia in un appartamento che dividevano con mio fratello Guido, che si era messo con successo a fare lo skipper. I ragazzi mi chiedevano perch fossi tornata, visto che ero cos innamorata dell'India, al che rispondevo che aspettavo una donna. "Che donna?" "Non lo so, so solo che mi stato predetto da un Baba e che una cosa che sento fortissima." Eppoi avevo proprio bisogno di un po' di compagnia. Soffrivo di solitudine, anche adesso che vivevo con queste persone che amavo mi sentivo ugualmente sola. I nostri mondi interiori erano cos diversi ed io ero immersa cos profondamente nel mio. Guido si offr di aiutarmi trovandomi un lavoro, visto che un'occupazione come bracciante era divenuta impossibile. Ora infatti le aziende agricole si servivano della manodopera dei ragazzi extra comunitari che numerosi avevano invaso l'Italia. Mi consigli di lavorare con lui e di prendere le patenti nautiche necessarie che ottenni con facilit, con l'aiuto economico dei miei. Iniziai ad andare in barca come lavoro. Portavamo gli yacht da una parte all'altra del Mar Tirreno. Le barche erano oggetti preziosi, il pi delle volte dotati di attrezzatura d'avanguardia. Il nostro compito era portarle dall'ormeggio invernale al porto turistico dove i ricchissimi proprietari avrebbero trascorso le loro vacanze o anche accompagnarli in crociera. L'ambiente era cos mondano, si guadagnava certo, ma che vibrazioni... Dopo qualche mese non ce la facevo gi pi.

Ivana
Una sera sentii che avevo raggiunto il limite di sopportazione e mi rifugiai sul balconcino dell'appartamento. "Babaji adesso basta, che senso ha stare qui ad aspettare questa fantomatica donna. Chi diamine , cosa vuoi da me. Domani vado a fare il biglietto e torno in India. Basta con questa maya insensata di barche e miliardari." Mi ritirai nella mia stanza e dopo qualche ora sentii bussare. "Ti dispiace ospitare Ivana? E' un'amica che venuta a trovarci." Scrutai verso la porta e vidi una personcina mingherlina ma volitiva: oddio era lei. Seppi subito che era la persona che aspettavo. Bench Ivana avesse sostenuto dal primo momento che mai lei sarebbe andata in India a cercare Dio perch il Signore si trova ovunque, si dimostr subito molto interessata a Babaji ed alla Madre Divina. Ora toccava a me mostrarle dal vero la presenza di Shiva, di come ci sempre accanto e come la Madre sia ogni cosa. Babaji incominci ad apparirle spesso in sogno e ad attrarla con i Suoi insegnamenti. Era comunque molto incerta perch Baba stava utilizzando me come

intermediaria e seguirmi avrebbe voluto dire dividere il mio destino, abbandonare tutto, un vero salto nel vuoto. La Madre fu perfetta complice in questo gioco. Quando Ivana tent timidamente di sganciarsi da Torino dove viveva da quarant'anni, tutto si svolse velocissimo senza ostacoli. Telefon alla padrona di casa per rompere senza preavviso il contratto di affitto e si sent rispondere: "Che fortuna, non sapevo come dirle che mio figlio ha assoluto bisogno dell'appartamento." Quando and dai datori di lavoro le dissero: "Ivana, stiamo comprando un computer per il lavoro di grafica che tu fai manualmente. Fra poco non avremo pi bisogno di te." Aveva anche una polizza a vita che dovette chiudere. Telefon all'agenzia, la ringraziarono per essersi fatta sentire finalmente, era rimasta 1'unica cliente da liquidare. La cercavano disperatamente al vecchio indirizzo per darle i soldi. E per finire, quando disse all'ex marito che stava per andare in India e gli affidava dunque loro figlio di nove anni, i due maschietti, quello grande e quello piccolo, videro finalmente realizzarsi il loro sogno di vivere insieme. Tornai in Capraia, non ero pi sola: ci stavamo preparando insieme all'incontro con la Madre India. Armata di grande pazienza ed amore, mi davo da fare per comunicarle cosa ci stava aspettando. Lei mi insegnava ci che sapeva, come curarsi e alimentarsi con le erbe e soprattutto quella capacit che solo una madre ha di comprendere ci di cui hai bisogno. Trascorremmo sette mesi in India, percorrendo centinaia di chilometri in pellegrinaggio da un tempio all'altro. Fummo protagoniste di tante avventure. Una nella jungla che circonda il tempio della Madre Divina di Mookambika nel Karnataka, dove incontrammo una tigre che si dimostr mansueta e comprensiva e sopport la nostra presenza nella sua area per due notti. Meraviglioso fu anche il mese trascorso nell'isola deserta abitata solo da scimmie sulla costa della stessa regione, dove un mattino arriv un veliero che ci avrebbe ospitato nella circumnavigazione dell'India. Oppure quella piscina di acqua dolce che scavammo sulle rive del mare in un posto incantevole, abitato da lontre, delfini e aquile marine. E quel dhuni che costruimmo nella spiaggia solitaria di Om Beach, che si affoll di sconosciuti devoti proprio il giorno della puja di inaugurazione. Fu incredibile anche quella volta che il proprietario indiano di un ristorante di Hospet fece svuotare il locale dai clienti per far posto a quelle yogini, noi, che "lo onoravano" e personalmente ci serv una cena squisita. E quante offerte di denaro e di cibo ricevemmo da sconosciuti che erano per noi la mano di Babaji. Insomma un sacco di bellissime cose, finch decidemmo di andare a prendere il darshan di Shiva nella Sua citt sacra: Benares. Varanasi in quei giorni festeggiava l'Holy, la festa dei colori, ma non era pi la citt che conoscevo. C'era una grandissima tensione e noi ci trovammo sole in una parte a me sconosciuta della citt, al mattino presto. Tutte le finestre erano chiuse, non si vedeva anima viva, non un taxi, non un riksho. Si aggiravano gruppi di uomini scalmanati, armati di bastoni o secchi di pece. Ci rifugiammo in un minuscolo mandir, dove per il pujari ci avrebbe dato riparo solo se lo pagavamo. Pass un riksho-man in bicicletta acchiappammo al volo l'opportunit di salvarci e ci sedemmo sulla carrozzella. Ma ecco spuntare da dietro l'angolo una ventina di indiani eccitatissimi. Appena ci videro, si precipitarono su di noi allungando le mani per toccarci e per prenderci. Madre, cosa significa? Tutto perfetto, allora questo perch? Capii: dovevamo riconoscerLa dietro questa Sua maschera terrifica. Tutte quelle mani erano le Sue mani, era un darshan di Kali. Mi voltai verso Ivana che era terrorizzata ed incazzata e rispondeva con violenza alla violenza degli uomini. Le urlai fra il clamore generale: "Cerca di vedere, la Madre. Non esiste nessun altro, c' solo Lei. La riconosci? E' Kali, ti prego arrenditi, accetta." Lei mi guardava strabiliata, avr certamente pensato che ero impazzita, non era quello il giusto frangente per insegnamenti spirituali. Bisognava salvare la vita, perch quegli uomini stavano per violentarci. Era una situazione orribile. Vedevo che non mi dava retta, lasciai che quelle mani mi toccassero dove volevano ed insistetti: "Ivana c' solo la Madre intorno a noi, fai surrender, non ci pu succedere niente, c' solo Lei nell'Universo e non ci pu voler male. Ci sta mettendo alla prova." Non so come fu, ma la sua anima rispose e si arrese di colpo. Non oppose pi resistenza ed accett. Nello stesso istante il gruppo di uomini, come per incanto, si dilegu dalla nostra vista. Fu una prova durissima ma determinante per la nostra coscienza. La Madre prende la forma

dell'universo e quando la maya, l'illusione, diventa terrifica Lei che gioca con noi e vuole solo che La riconosciamo anche in quell'aspetto. Negli anni che seguirono la Madre Divina venne a trovarmi spesso in sogno e non ho parole per descrivere lo splendore che ho solo intravisto. La Sua Essenza solo Amore. Quell'Amore equanime verso tutte le creature con cui il sole scalda e risplende sull'onesto e sull'assassino, o che ci mostra la Terra che ci sostiene tutti, sia quelli che la rispettano che quelli che la sfruttano. Potessimo ricevere noi in dono questo Suo stesso Amore... Ivana mi era quotidiano esempio di calore umano. E' una donna che vive per gli altri, trae gioia solo dal servire, dal curare, dal comprendere. Fu la compagnia ideale dopo tutti quegli anni di solitudine. Non avevo ancora mai trovato nessuno con cui dividere realmente quella fede che guidava la mia vita. Gli altri devoti di Babaji erano pi che degni della mia stima, ma ognuno era molto coinvolto dalla propria vita personale: chi si sposava, chi aveva figli, chi fondava un ashram. In lei finalmente avevo trovato una compagna di avventure. E' vero che non ero mai sola, ma la presenza infinita della Madre e di Babaji non soddisfacevano completamente il mio limite umano che desiderava un semplice scambio di affetto, una comprensione, una presenza visibile che pronta ad aiutarti. Arriv il 1988 che - me ne ero completamente dimenticata - era la fatidica data della morte promessami da Babaji sei anni prima a Cisternino. Ivana ed io, assolutamente dimentiche del fatto, eravamo tutte impegnate nel disbosco di una collinetta sul mare coperta da macchia mediterranea affidatami dalla mia famiglia. Avevamo in programma di fare un tempio ed un dhuni in quel magnifico posto. Una domenica andammo a fare una passeggiata in un parco, dove Ivana assaggi un fungo che le era sembrato commestibile. Fu invece ingannata dalla particolare coloritura che il fungo aveva assunto, essendo nato sotto i pini marittimi. Ci recammo sul mare e l cominci ad avere orribili convulsioni, stava perdendo conoscenza. Ero disperata, ad ogni tentativo di soccorso sentivo che se ne stava andando sempre pi lontano. Mi accucciai su uno scoglio, le onde si infrangevano ai miei piedi, di fronte a noi un magnifico tramonto, ma che disperazione nell'anima! Pregai a voce alta la Madre: "Non la portare via, Mamma Ti prego, Ti prego ascoltami. Non voglio che muoia." Mi sentivo scoppiare il cuore. Tornai vicino al corpo della mia amica e la vidi prendere colore. Si tir su sui gomiti e mi disse: "Non so cosa stia succedendo, sento il dolore scendermi gi, sempre pi gi." Quando la sensazione di paralisi se ne and uscendo dai piedi, Ivana si alz. Il peggio era passato. Ci avvicinammo all'acqua, era di un azzurro meraviglioso. Ringraziammo la Madre cantando. Cercai di capire in seguito che cosa fosse successo e quella cara persona mi ricord di quando c'eravamo incontrate la prima volta. Le avevo confidato la promessa che avevo avuto da Babaji, quella di lasciare il corpo proprio in quell'anno. Lei allora aveva chiesto alla Madre di poter prendere il mio posto. Poi mi spieg che secondo lei avrei dovuto vivere molto pi a lungo. Fu cos che si addoss il mio destino e la Madre amorevolmente ci esaud.

Dolce Amara
Trascorremmo cinque anni su quella collina sopra Livorno. Il posto viene chiamato Poggio Bellosguardo alla Valle Benedetta. I miei mi avevano invitato a trarne qualcosa di utile, visto che amavo la vita naturale. Non sapevo se accettare, date le enormi difficolt che prometteva: il poggio, protetto da una legge di parco naturale che vietava ogni edificabilit, era completamente coperto di fitta macchia mediterranea, priva di sorgenti d'acqua ed esposta a tutti i venti, sembrava un posto invivibile. Chiesi a Babaji: "E' qui che ci dobbiamo fermare?" ed il Signore senza perder tempo ci dette la risposta: ci trov casa e, per me, lavoro - in un ufficio! - in citt, in soli due giorni. Coi tempi che corrono si trattava di un vero miracolo. La Sua intenzione fu chiara e andammo a comprare un paio di roncole per iniziare il disbosco.

Mi trovai dunque catapultata davanti ad un computer in uno studio legale dove consumavo cinque pomeriggi alla settimana. Per il resto del tempo aprivamo sentieri e piazzole in quella fitta macchia impenetrabile che permetteva l'accesso solo ai cinghiali. Con la tuta da meccanico e la motosega in mano mi infilavo fra i cespugli spinosi di erica e stracciabraghe. Era impossibile orientarsi in quella "jungla" intricata, cos escogitai la trovata di salire su un albero e agitare un panno rosso in cima ad una pertica. Ivana e mia madre, che si era unita al gioco divertente, urlando a gran voce mi indicavano la loro posizione. Cos riuscimmo a tracciare i primi sentieri. Babaji anche in questo frangente "domestico" non ci risparmi incontri con animali mai visti, come il gatto selvatico, il colubro di Esculapio, raro serpente di incredibili proporzioni e un'enorme tarantola nera. Giorno dopo giorno aumentavano le cataste di legna che accumulavamo per il futuro dhuni e le frasche che bruciavamo con estrema attenzione. Quella dell'ufficio fu l'unica vera grande sadhana della mia vita. Per ore rinchiusa in una stanza, gli occhi puntati sullo schermo luminoso, i pettegolezzi delle colleghe, ubbidire agli avvocati, perorare cause ingiuste, indossare gonna e calze, scarpe coi tacchetti - un vero supplizio e collane e orecchini. Se Babaji ancora una volta voleva da me il surrender, ebbene feci l'impossibile per accontentarlo. Non potevo licenziarmi. Il Signore avrebbe cambiato qualcosa se fosse stato necessario. Dopo due anni di questa vita, un pomeriggio non ce la feci pi, mi chiusi nel bagno dell'ufficio, parlai alla Madre: "Tu sai che adoro fare quello che vuoi da me, ma questa volta troppo. Una sola cosa non riesco a sopportare: in questo ambiente spiritualmente inquinato, seguendo attimo dopo attimo le direttive degli avvocati, non riesco a pensare a Te. L'unica cosa che desidero pensare a Te. Liberami." Il giorno seguente, senza ricevere spiegazioni, fui licenziata. Festeggiammo l'avvenimento e ci trasferimmo sulla collinetta dove, grazie all'aiuto economico dei miei, era passata una ruspa ed aveva creato una strada d'accesso ed uno spiazzo vivibile nel bosco. Prima in tendina, poi in roulotte, trascorrevamo le giornate lavorando intensamente come piaceva a Babaji. Costruimmo un kutir per Baba, poi una tettoia sulla roulotte, che col tempo divenne una vera e propria stanza che la inglobava, dotata di finestre, porta a vetri, ripostigli scaffalati e sgabuzzini. Tutto quanto di legno. Recuperavamo fuori dai cassonetti della spazzatura ogni sorta di materiale, che poi si rivelava essere proprio quello che occorreva e della dimensione giusta. Era incredibile. Tutto quello che serviva si trovava. Scavammo il dhuni, facemmo l'orto, piantammo ulivi ed alberi da frutto, mettemmo le api. Vivevamo raccogliendo erbe officinali spontanee di cui ci nutrivamo e che vendevamo trasformate in tisane e in sciroppi, o fresche come salutare insalatina di campo. Anche i prodotti dell'orto venivano destinati alla vendita agli amici e ai devoti che piano piano stavano arrivando. Conducevamo una vita povera ma veramente in grazia di Dio. Il primo anno fu segnato da uno storico incendio che distrusse la maggior parte della macchia che copre le colline livornesi. Era agosto. Centinaia e centinaia di ettari furono ridotti in cenere. Fummo circondate dalle fiamme per tre giorni e tre notti. Le forze dell'ordine, i pompieri, l'esercito, la forestale, gli elicotteri con secchielloni d'acqua di mare e gli aerei col liquido ritardante, i volontari, tutti insieme non riuscivano ad estinguere il fuoco. Il fortissimo vento e l'arsura dell'aria facevano correre per chilometri le fiamme altissime, su e gi per quei boschi. Il fuoco divampava da poche ore e gi si avvicinava pericolosamente ai confini del nostro bosco. Mi precipitai dove i familiari avevano accompagnato la squadra di pompieri. Mia cognata, guardando in su verso le cime dei pini marittimi e rivolgendosi ai vigili del fuoco, diceva stupita: "Come possibile che non si incendi anche quest'albero della nostra propriet visto che le cime si toccano?" Il calore dell'incendio era elevato, il crepitio delle piante che bruciavano molto allarmante. Eravamo tesi e ci sentivamo in pericolo. Ed ecco arrivare Ivana, incredibilmente serena. Si ferma e mi dice: "Non ti preoccupare. Stavo facendo meditazione al tempietto quando ho saputo che alla collina non succeder niente." Il poggio Bellosguardo rimase miracolosamente indenne, unica isola verde in un improvviso

mare di carbone. Al terzo giorno il Signore si ritenne soddisfatto del sacrificio e butt acqua a catinelle dal cielo. Dopo ventiquattr'ore di acquazzone l'incendio fu sedato. Vedemmo fiamme anche ad occhi chiusi per molti giorni ancora. Fu memorabile il giorno in cui ci allacciarono all'acquedotto pubblico. Aprire il rubinetto e veder scorrere il sacro liquido nel lavandino era un piacere: che comfort inaspettato! Era la fine del via vai alla fontana della chiesa ad un paio di chilometri da noi. Quella notte sognai la Madre Divina che, felice, scherzava dicendo: "Ora che avete l'acqua vedremo se arriver anche la Luce!" La Mamma ci aveva sempre fatto compagnia ed incoraggiato in quella quotidiana lotta per la sopravvivenza. Quando avevo terminato il tetto venne in sogno a fare i complimenti per quella "bella casina". Un'altra volta era una donna magnifica, incarnazione di Shakti che, seduta su di un muretto, cantava divinamente sotto il cielo stellato. Ivana ed io eravamo bambini accucciati ai Suoi piedi. Venne il fresco della notte e la Madre ci copr i piedini con un cappello di lana. Ecco che cosa era in realt quella costruzione in legno che ci dava riparo anche durante l'inverno: il minimo necessario per difenderci dal freddo, un cappellino sui piedi. Altre volte sognai Babaji e Muniraji che ci incoraggiavano nella sadhana: non dovevamo saltare le puje e i canti devozionali per nessuna ragione. Eppoi ancora la Madre che mi invitava a vestirmi di bianco, a non mangiare piccante, a rimanere brahmachari. Sognai addirittura anche Sai Baba che mi confortava e mi dava lo stesso messaggio di perseverare. In un sogno stava in piedi e rimestava con un bastone dentro un pentolone che conteneva vibhuti e terra e diceva: "Fai solo cose sacre, fai solo cose sacre." Sembrava proprio che il Signore ci esortasse a continuare, ma a volte ci chiedevamo perch ci tenesse l a condurre quella vita cos povera e di sacrificio. Indubbiamente ne apprezzavamo i lati bellissimi del continuo contatto con la natura, della semplicit e delle affettuose cure che ci scambiavamo in quell'isola di pace. Certo per che quel vento di libeccio che distruggeva sempre i fiori e gli ortaggi appena piantati, che spesso volava lontano pezzi di tetto, che fischiava cos forte da costringerci ad urlare per sentirci... e quando se ne andava il libeccio, ecco la tramontana... Non voglio parlare delle difficolt quotidiane, per carit, per insomma quando dovemmo rompere venti centimetri di ghiaccio dal mastello per poter fare le abluzioni mattutine ci venne qualche dubbio. Certamente molta gente veniva attirata su quel poggio dalle cerimonie e dai canti devozionali e quanti amici ci venivano a trovare e traevano aiuto da satsang e preghiere. Ma fino a quando potevamo andare avanti cos? Era anche vero che stavamo seguendo le direttive del Maestro: ad Hairakhan, Babaji pi di una volta aveva chiesto di non spendere tempo e denaro nell'andare in su e in gi fra il nostro paese e Hairakhan. Desiderava al contrario che portassimo il Suo messaggio a casa nostra, dando l'esempio con determinazione e coraggio. "Bambini miei. Giovani del mondo. Siate coraggiosi... il tempo molto vicino, non c' spazio per altre cose o per esitare. Dovunque viviate organizzatevi, unitevi e svegliate la gente. Indicate a tutti il sentiero della giustizia e della verit. Dobbiamo fare il bene e non il male, per il mondo intero. Non curatevi delle lodi e delle prepotenze: andate avanti. Prima che il mondo possa essere salvato dovete marciare nel fuoco ardente. " I pochi soldini che guadagnavamo venivano subito assorbiti dalla lenta costruzione del povero centro spirituale, magari Babaji era contento ma io cominciavo a pensare che non sarei mai pi tornata in India. Erano ormai otto anni che mancavo da Hairakhan! La scorsa estate invece ci fu una sorpresa: venne a trovarci da Firenze l'ex fidanzato di una cara amica. Non era devoto, ma ci lasci una scatola in regalo. Dopo due giorni la trovammo e fra gli incensi scoprimmo un biglietto di carta. Francesco ci scriveva che la Madre lo aveva ispirato a regalarci i soldi per andare in India. Era una specie di pensiero ossessionante che gli frullava nel cervello ed era sparito solo ora che ci lasciava il denaro. Allegato alla letterina c'era un assegno che avrebbe coperto le spese del viaggio e della permanenza nella sacra terra per entrambe.

Tornai ad Hairakhan con un'incredibile emozione. Le piogge estive non erano ancora terminate. Ci avevano detto che arrivare sarebbe stato difficoltoso in quel mare di fango. Il taxi viaggiava slittando e frenando sulla stretta strada sterrata recentemente tracciata che porta a mezz'ora di cammino dall'ashram. Guardavo fuori dal finestrino i grandi alberi della foresta con le famiglie di scimmie che giocavano fra le fronde, le felci e i fiori del sottobosco ed improvvisamente qualcosa cambio. Incominciai a percepire l'energia di Babaji, l'aria era diversa, tutto era pi puro. Stavamo arrivando ad Hairakhan. Le pratiche spirituali che da millenni vengono compiute in quel luogo lo rendono speciale. Ogni particella vibra con una diversa intensit. Che paradiso! Gi in fondo nella valle si intravedevano le anse della Gautami Ganga in piena. Dove la strada terminava il taxi si ferm. Scendemmo verso l'ashram con le ali ai piedi. Ecco, stavo di nuovo camminando sulla terra che il Signore incarnato aveva calpestato per quattordici anni. Tutto mi ricordava Lui. Mi pareva di vederLo muoversi ovunque, sulle scale, sulla terrazza del Suo kutir, davanti al tempio. Babaji non ci ha mai lasciato, e ancora qui, non Lo vediamo ma come si fa sentire! Scendemmo al fiume, dove solo una settimana prima la piena aveva spazzato via tutto. La Ganga era passata purificando ogni cosa. In questi anni era stato costruito un bellissimo giardino sulle sue rive, un orto e una Kali Villa di cui non rimaneva traccia. Rimanevano le pietre bianche e la sabbia. Mi parve di non essermi mai mossa di l. Le stesse pietre e la stessa sabbia come ai tempi di Babaji. Riabbracciai i vecchi devoti e ne conobbi di nuovi. I loro visi portavano i segni di un cambiamento interiore molto profondo. Stavamo diventando i pionieri di una nuova umanit. Il Maha Shakti Dhuni ci aspettava, non essendoci al momento un pujari. Immaginate con quale gioia tornai a servire la Madre Fuoco. E' stato un inverno meraviglioso. Godemmo di infinite benedizioni della Madre. In una meditazione accanto al sacro fuoco, percepii in un istante l'Amore che in ogni molecola del creato, un'energia vibrante di infinita gioia. L'origine di tutto l'Amore. Muniraji veniva a dare il darshan in occasione delle principali feste religiose. Oggi un Guru riconosciuto da migliaia di devoti e sempre pi apertamente manifesta la Sua divinit. Spesso in Sua compagnia ci si sente accanto a Babaji. Un pomeriggio eravamo a goderci i caldi raggi del sole su una terrazza dell'ashram; si volse verso di me e dolcemente chiese: "Titti Miti cosa vuol fare?" Titti Miti: alla parola "amara" aveva aggiunto Miti - "dolce". Chiss, forse sono finalmente diventata una persona dolce, il melograno aspro che offrii a Babaji dieci anni fa maturato? Terminati i sette mesi di visto, tornammo in Italia. Dopo pochissimo incontrai Jai Datt, che con coraggio aveva dato vita ad una casa editrice dedicata solo a Babaji. Mi chiese a bruciapelo: "Titti Miti, quando scrivi il libro della tua vita?" "Stai scherzando, Babaji non vuole, solo pane per l'ego. Non ci penso neanche, eppoi non so scrivere due parole in croce." Jai Datt insiste, mi butt una trappola irresistibile: "Allora vieni solo ad accendermi il dhuni, facciamo la puja e poi mi racconti qualcosa." Dopo la puja decidemmo di provare, mi mise un minuscolo microfono al collo e le parole uscirono a fiume. La sera mi trovai di nuovo di fronte ad un computer: questa volta per il lavoro era diverso dalla terribile esperienza di qualche anno prima, ora tentavo di sbobinare le cassette registrate durante la giornata. Ebbene non ho un soldo, le api alla Valle Benedetta sono morte, niente mi lega quest'estate a quella collinetta, Jai Datt, sua moglie Kalavati e la magnifica Bagwati di cinque anni mi hanno aperto amorosamente la loro famiglia. Mi mantengono spesata e nutrita da Maharani, l'unica cosa da fare per me sedermi di fronte al computer e battere sui tasti. Chiss, forse Babaji vuole veramente che scriva questo libro!?

GLOSSARIO
ARATI ASANA ASHRAM ASURA AVATAR BABAJI BHAJAN BRAHMACHARI CHAKRA CHARAS CHANDAN CHAPATI CHILUM DARSHAN DEVI DHARMA DHOLAK DHUNI GHANA GANGA GANJA GURU HANUMAN preghiera e cerimonia rituale quotidiana in cui si offre la luce al divino. seggio riservato ai santi. luogo di ritiro per pratiche spirituali. Comunit spirituale. demone. manifestazione del divino in un corpo umano. letteralmente: padre. Titolo comune per i rinuncianti. canto che loda il Signore. colui o colei che ha fatto voto di castit. sette centri psichici localizzati lungo la colonna vertebrale. canapa indiana impastata in palle resinose. pasta gialla di sandalo che applicata sulla fronte segna il terzo occhio. pane azzimo indiano cotto sulla brace. pipa cilindrica di pietra e terra cotta. visione, incontro con una forma di Dio. Dea, Madre Divina. la legge cosmica, modo virtuoso di vivere. tamburo a due pelli. fuoco sacro. attendente di Shiva. il Gange in Hindi. canapa indiana. maestro, guida spirituale. divinit del poema epico "Ramayana" dedita al servizio del Signore Rama. Viene adorato come simbolo della Forza che nasce dalla devozione. yoga che utilizza speciali posizioni fisiche per ottenere la concentrazione della mente. cerimonia del Fuoco in cui si offre al divino cibo sacro, frutta e fiori in simbolo della vita intesa come sacrificio di s. villaggio del nord dell'India, nella regione dell'Uttar Pradesh. vittoria, gloria. ripetizione del nome di Dio. tecnica di guarigione eseguita con un fascio di penne di pavone e il mantra. montagna sacra a Shiva che sorge di fronte ad Hairakhan. 1'era oscura dell'ignoranza e del materialismo. contenitore per liquidi. azione, legge cosmica di causa-effetto. yoga dell'azione, lavoro offerto a Dio. canti devozionali. area montagnosa dell'Uttar Pradesh. stanzetta. gioco divino, insegnamento attraverso il gioco. pietra che simboleggia l'energia creativa di Shiva. contenitore per l'acqua. grande regina.

HATHA YOGA HAVANA HAIRAKHAN JAI JAPA JHARA KAILASH KALI YUGA KAMAN DALA KARMA KARMA YOGA KIRTAN KUMAON KUTIR LILA LINGAM LOTA MAHARANI

MAHASAMADHI MALA MANDIR MANTRA MAYA MUNDAN MURTI NATARAJ OM NAMAH SHIVAY PANDIT PRANAM PRASAD PUJA PUJARI RAJASTHAN RAMA RUDRAKSHA RUPIA SADHANA SADHU SAMADHI SATSANG SHAKTI SHIVA SHIVARATRI SHRI SIDDHI SITA SURRENDER TAPASYA VIBHTI YATRA YOGA YOGANANDA YOGI/ YOGINI YONI-LINGAM

potere yogico di uscita dal corpo (morte volontaria). rosario. tempio. preghiera che ripetuta aiuta la purificazione e la concentrazione della mente. illusione cosmica. radersi a zero i capelli per motivi religiosi. statua rappresentante una divinit la forma di Shiva assorto nella danza cosmica. preghiera sanscrita. Letteralmente: onoro Shiva. sacerdote. prostrazione a Dio. cibo benedetto. rituale di adorazione. colui che compie la puja, officiante. regione semi-desertica dell'India occidentale. la prima incarnazione di Visnu in forma umana, protagonista del Ramayana. seme di un albero sacro. moneta indiana. pratica spirituale. monaco rinunciante. stato di profonda meditazione. conversazione spirituale. energia divina, dinamica e creativa. aspetto distruttivo e purificatore di Dio. Signore Supremo che racchiude anche l'aspetto creativo e conservativo della creazione. festa religiosa in onore di Shiva. termine che indica rispetto. potere soprannaturale conseguito per mezzo di pratiche religiose. divina consorte di Rama. abbandonarsi alla volont divina. austerit, pratica ascetica. cenere sacra del dhuni. viaggio, pellegrinaggio insieme al Maestro. pratiche spirituali per realizzare la conoscenza. Letteralmente: unione. Paramahansa il santo indiano che per primo diffuse la notizia dell'esistenza di Babaji in occidente. colui, colei che pratica lo Yoga. simbolo dell'unione dell'energia maschile con quella femminile, che rappresenta l'Uno al di l della dualit.

FINE