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LA COSCIENZA

RIFERIMENTI: VS 54-64
CCC 1776-1802
Peschke, p. 145-183; Chiavacci p. 81-108

Non c’è dubbio che la coscienza rappresenta uno dei concetti chiave della teologia e della vita
morale; non si può parlare propriamente di vita morale senza il riferimento alla coscienza. Tuttavia
il trattato sulla coscienza si è sviluppato in modo autonomo in tempi relativamente recenti, cioè a
partire dal XVII secolo ed ha avuto un grandissimo sviluppo nel XVIII secolo, quando la disputa
sulla coscienza dubbia acquistò un ruolo centrale nella teologia morale. Fino a quel momento la
riflessione teologica relativa alla facoltà soggettiva umana di percepire i valori morali era svolta
all’interno del trattato sulla virtù cardinale della prudenza (saggezza). Si può dire quindi che il
contenuto della riflessione teologica attorno alla coscienza è antico, nuova è la terminologia e la
strutturazione del trattato sulla coscienza come capitolo autonomo, forse il più importante, della
teologia morale.
Con la coscienza passiamo dunque dalla dimensione oggettiva (la legge) alla dimensione
soggettiva dell’agire morale: la coscienza appunto.
Diciamo anzitutto che occorre distinguere tra coscienza psicologica e coscienza morale (è ovvio
che ci occuperemo della seconda): la coscienza psicologica significa autoconsapevolezza, la
coscienza morale è invece responsabilità, consapevolezza non solo di sé, ma anche e soprattutto del
rapporto dell’atto umano con la legge morale. La coscienza psicologica e la coscienza morale sono
realtà distinte, ma non separate. La coscienza morale presuppone la coscienza psicologica: poggia
sull’autocoscienza, struttura portante della persona. La coscienza morale prolunga e completa la
coscienza psicologica, aggiungendovi l’aspetto valutativo e dell’impegno. Mentre la coscienza
psicologica svolge la funzione di testimonianza di quello che uno sa (coscienza = con-sapere), la
coscienza morale svolge la funzione di valutazione (bene/male) e dell’impegno per il bene.
Possibile definizione di coscienza: Giudizio della ragione pratica che applica i principi morali
comuni all’atto umano singolare, constatando il suo rapporto con essa e conseguentemente
approvando o disapprovando la sua realizzazione.

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1. La coscienza nella S. Scrittura

La S. Scrittura usa raramente il termine specifico di “coscienza” (in greco: syneidesis).


- AT: una sola volta in Sap 17,10 (un testo che sta sotto l’influsso della cultura ellenistica). Si usa
anche nella traduzione greca dei LXX in Sir 10,20 e 42,18. Ma in tutto l’AT ebraico, pur non
essendo presente il termine coscienza, il fenomeno della coscienza è conosciuto molto bene,
spesso espresso con il termini spirito (‫ רוח‬ruach), cuore (‫ לוב‬lev) e altri.
La concezione veterotestamentaria della coscienza ha due caratteristiche:
Prima: la coscienza è sempre "coscienza di fronte a Dio". L'uomo sta al cospetto di Dio che è
santo, e in questa luce acquista la consapevolezza di aver agito bene o male (visione religiosa);
Seconda: nell'atto della coscienza è coinvolto tutto l'uomo, non soltanto una sua facoltà.
Possiamo dire che nell’AT è presente una linea ascendente: si passa da una visione esteriore
della coscienza, ad una considerazione sempre più attenta alla dimensione interiore da cui scaturisce
l’atteggiamento morale. Per la cattiva coscienza che rimprovera, cfr 2Sam 24,10; per la buona
coscienza che approva, cfr Gb 27,6; per la coscienza antecedente, cfr 1Re 3,9.

- NT: non si trova mai nei Vangeli il termine coscienza (syneidesis). Tuttavia essi conoscono bene
il fatto della coscienza, nelle sue varie sfumature. Il Vangelo attribuisce alla rettitudine
dell’intenzione più valore che alla correttezza dell'agire esteriore, per cui mette in risalto
implicitamente l'importanza della decisione di coscienza e della fedeltà ad essa. In tutto il NT il
termine ricorre 30 volte: 8 volte in 1Cor, 3 volte in 2Cor, 3 volte in Rm, 6 volte nelle lettere
pastorali, 2 volte in Atti, 3 volte in 1Pt, 5 volte in Eb.
Un testo molto importante, che già abbiamo visto a proposito della legge, è Rm 2,14-15, che VS
così commenta (n. 57): «La coscienza pone l’uomo di fronte alla legge, diventando essa stessa testimone
per l’uomo […] La coscienza è l’unico testimone: ciò che avviene nell’intimo della persona è coperto agli
occhi di chiunque dall’esterno. Essa rivolge la sua testimonianza soltanto verso la persona stessa. E, a sua
volta, soltanto la persona conosce la propria risposta alla voce della coscienza».
Per quanto riguarda s. Paolo, prima di prendere in esame i due testi principali, possiamo dire che
«la dottrina della syneidesis ha come suo quadro interpretativo l’antropologia dell’uomo nuovo in Cristo.
Vivere con buona coscienza (1Cor 1,12), con coscienza pura (1Tm 3,9) agire per motivo di coscienza
(1Cor 10,27-28) equivale a vivere in Cristo secondo il suo Spirito. In altre parole, la coscienza cristiana
si identifica con la fede, la speranza e la carità, cioè il livello teologale. Il ripudio della buona coscienza
(1Tm 1,5) o l’agire contro coscienza significa non agire per fede (Rm 14,23) e non comportarsi secondo
carità (Rm 14,15). Alla luce delle indicazioni paoline, la coscienza rappresenta la profonda e sintetica
consapevolezza, nella fede, del proprio esistere in Cristo e quindi delle istanze morali che secondo carità

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ne scaturiscono. Per san Paolo, quindi, la coscienza cristiana è, anzitutto, l’orientamento teologale alla
cui luce si pratica il discernimento delle singole azioni» (Frigato, p. 186).
I due testi fondamentali sono Rm 14 e 1Cor 8. In essi Paolo tratta della questione degli idolotiti
(carne offerta agli idoli nei mercati pagani): i cristiani potevano mangiarla o no? Nel dare delle
risposte a tale domanda, s. Paolo fa delle importanti affermazioni:
- Ognuno deve agire secondo la propria coscienza. “Ognuno si attenga al suo giudizio” (Rm
14,5). La qualità morale dell’azione dipende dalla concordanza o meno dell'agire con la
decisione interna. “Tutto quello che non deriva da ferma convinzione è peccato” (Rm 14,22);
- La coscienza può fallire la verità oggettiva. La coscienza non si armonizza sempre con la verità
oggettiva. “Io so e sono persuaso nel Signore Gesù, che niente è impuro in sé, ma se una cosa è
ritenuta impura, per chi la crede tale, è impura” (Rm 14,14);
- Non bisogna agire con un dubbio pratico di coscienza: prima di agire occorre rimuovere il
dubbio di coscienza. “Chi è nel dubbio, mangiando, si condanna” (Rm 14,23);
- La coscienza va intesa in relazione alla comunità, e precisamente in due sensi:
1. La decisione di coscienza del prossimo, quand'anche contrasti con la propria, va
onestamente rispettata (Rm 14,3-4.10).
2. Bisogna evitare nei limiti del possibile che l'agire in base alla propria coscienza sia di
scandalo al prossimo (Rm 14,13.15.21; 1 Cor 8,9-13).

Sintesi del messaggio biblico sulla coscienza (da Weber, p. 201-202):


1. La Bibbia diventa sempre più consapevole della realtà della coscienza e nei suoi scritti più
recenti la indica con il nome poi entrato nella storia e nella teologia. La Bibbia non conosce
solo Dio che parla e l’uomo che ascolta, ma anche riflette su un’istanza presente nell’uomo
stesso, che è competente del suo agire e che possiede una certa autonomia;
2. La coscienza viene vista e giudicata interamente nel contesto della fede, sullo sfondo dei
rapporti tra Dio e l’uomo; essa è una realtà propria, ma raggiunge anche l’ambito della fede;
3. La coscienza è stimata in modo moderato, non viene divinizzata; essa appare come un
oggetto della grazia divina, che non produce qualcosa di giusto con le sue proprie forze, ma
che deve essere purificato, reso buono e salvato da Dio, essendo sempre esposto al pericolo
dell’errore e del pervertimento. Per la Bibbia, la parola chiave dell’etica non è coscienza,
quanto piuttosto obbedienza, amore, servizio.
4. Quando la coscienza parla come voce di Dio, essa è assolutamente vincolante per la persona.
Agire contro la convinzione della propria coscienza significa per il singolo andare in rovina
di fronte a Dio, anche quando l’azione in sé non fosse cattiva. Il singolo non ha altra scelta
che agire secondo ciò che la sua coscienza gli dice di essere giusto.
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2. La coscienza nella storia della teologia

Padri della Chiesa: si muovono come sempre in stretta aderenza alla S. Scrittura, per cui la loro
visione della coscienza è in genere religiosa piuttosto che etica, cioè la coscienza è vista come vox
Dei, luogo dove Dio fa sentire la sua voce, luogo più intimo e nascosto della persona dove esse non
solo può riflettere su se stessa, ma anche e soprattutto ascolta la voce di Dio.
Nel Medio Evo troviamo S. Tommaso e S. Bonaventura. Quest’ultimo è citato (unica citazione!)
da VS al n. 58 proprio in relazione alla coscienza: «La coscienza è come l’araldo di Dio e il
messaggero; ciò che dice, non lo comanda da se stessa, ma lo comanda come proveniente da Dio,
alla maniera di un araldo quando proclama l’editto del re. E da ciò deriva il fatto che la coscienza ha
la forza di obbligare». S. Tommaso, come altri autori del Medio Evo, non tratta direttamente della
coscienza, dedicando ad essa solo una quaestio della Summa, perché la riflessione sulla coscienza
era inserita, come già detto, nel trattato sulla virtù della prudenza. Possiamo fare un interessante
parallelo tra i due massimi teologi del Medio Evo.
«Secondo l’impostazione di Bonaventura, la coscienza morale si comprende non tanto a partire
dal versante della ragione, quanto da quello della volontà e della sua naturale inclinazione al bene e
all’amore. La conscientia viene compresa a partire dall’intelletto pratico, il quale non ci fa
conoscere le verità speculative, ma quelle morali che ordinano il comportamento. Questa
conscientia comporta solamente una certa conoscenza innata dei principi primi dell’agire e il
possesso della scienza morale. Il ruolo giudiziale vero e proprio è esercitato dalla synderesis, che
Bonaventura comprende come la volontà orientata verso il bene. Secondo Bonaventura,
comunemente la synderesis designa l’habitus (inclinazione al bene) con la potenza (volontà),
piuttosto che la sola inclinazione al bene. Il rapporto tra la conscientia e la synderesis viene spiegato
dal dottore serafico con l’analogia del rapporto tra fede e carità: come la fede illumina il cuore
dell’uomo e la carità lo spinge ad agire, così la synderesis decide l’attuazione di quel bene verso il
quale lo inclina e che ha conosciuto tramite la conscientia
S. Tommaso presenta una visione più laica e più etica della coscienza. Secondo l’Aquinate,
come la ragione possiede un habitus che consiste nella disposizione naturale a conoscere i primi
principi dell’ordine speculativo (non contraddizione, identità, ecc), in modo analogo essa possiede
un altro habitus che consiste nell’inclinazione a conoscere i primi principi nell’ordine del
comportamento pratico (fare il bene, evitare il male, ecc). La sinderesi va intesa come una coscienza
fondamentale e primordiale, sussistente in una attitudine abituale della ragione pratica a conoscere i
primi principi dell’agire. Accanto ad essa, la ragione pratica acquisisce con il tempo un altro
habitus: le conoscenze acquisite, cioè l’abitudine a conoscere la specie morale delle azioni, in

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quanto buone o cattive. Questo habitus si costruisce attraverso l’esperienza, lo studio, la cultura, le
leggi, ecc. Ma secondo Tommaso non è qui ancora la realtà vera e propria della coscienza. Egli
infatti concepisce la conscientia né come habitus né come potentia, ma come actus particolare della
ragione pratica, la quale, applicando i principi primi, che possiede per mezzo della sinderesi,
all’azione da compiere, conosciuta sotto il profilo morale tramite l’habitus scientiae acquisitae,
emette il verdetto di approvazione o di divieto» (Zuccaro, p. 196-199).
Nella storia si è imposto il modello tomista, anche se nella tarda Scolastica si è avuta una
ripetizione poco originale di S. Tommaso, riducendo la coscienza ad un giudizio pratico su
un’azione particolare, giudizio di conformità o difformità dalla legge. Il giudizio della coscienza
viene visto come una sorta di sillogismo:
Esempio:
Premessa maggiore: Aiutare il sofferente che incontro è cosa buona ed è la chiamata di Dio
per me;
Premessa minore: Quest'uomo è un sofferente che si rivolge a me;
Conclusione: Aiutare quest’uomo è cosa buona ed è la chiamata di Dio per me in questo
istante.

Nei secoli successivi non si sono avute particolari novità, solo grazie al rinnovamento teologico
del XX secolo è stato possibile superare una visione troppo schematica e angusta di coscienza, per
ridare a questa facoltà decisiva dell’agire morale un ruolo più attivo, non solo di passiva
applicazione di principi morali generali al caso particolare. Il rinnovamento ha portato, tra l’altro, al
Concilio Vaticano II, di cui presenteremo il testo relativo alla coscienza morale, come anche ad
alcune concezioni più recenti di coscienza “creativa”, verso le quali la VS si mostra molto critica.

3. Il processo di coscienza inteso come “giudizio”

a. Coscienza potenziale o fondamentale

1° elemento: la sindèresi. Con questo termine s'intende il possesso abituale dei principi basilari
dell’ordine morale, soprattutto del principio "fa’ il bene ed evita il male". Si tratta, sul versante
soggettivo, dei principi primi e universali e delle norme fondamentali della legge morale naturale.
Ogni uomo, a questo livello più profondo, non soltanto afferra i principi basilari dell’ordine morale
come norme fondamentali dell’ordine morale, ma sente anche nella sua volontà l'impulso al bene e
l'avversione al male.

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2° elemento: le conoscenze morali
Nel corso della vita l'uomo si procura un sapere specifico sul bene morale, ossia sui valori etici
particolari. Questo sapere può essere ampio o ridotto, profondo o superficiale a seconda degli
individui. Mentre nei principi e norme di fondo, che costituiscono l'oggetto della sindèresi, regna
l'evidenza, nelle singole conoscenze morali è possibile l'errore.

b. La coscienza attuale

Con il possesso della sindèresi e delle conoscenze morali particolareggiate non si dà ancora
l'atto della coscienza. Questo si ha quando la coscienza qui e adesso prende posizione di fronte alla
propria azione morale concreta e giunge quindi al giudizio pratico. È la coscienza attuale quella che
spinge all’azione, tenendo conto dell’habitus della coscienza fondamentale (sinderesi + conoscenze
morali acquisite) e della realtà concreta in cui la persona si trova
Quindi la coscienza è vista come una facoltà “composta” di due parti (con un linguaggio un po’
grossolano): la conoscenza fondamentale o potenziale, che costituisce quello che possiamo
considerare come il bagaglio di valori e principi etici fondamentali che ogni persona possiede in se
stessa, e la coscienza attuale. A sua volta la coscienza potenziale consta di sinderesi (possesso
permanente e stabile dei principi primi dell’ordine morale) e di conoscenze morali acquisite, che
dipendono molto dall’educazione, dalla cultura, dalla storia personale, dalle convinzioni religiose,
ecc. Sia la sinderesi che le conoscenze morali acquisite sono considerati, seguendo la filosofia
classica, habitus. La coscienza attuale è invece il giudizio pratico su un’azione che sto per fare o sto
facendo o ho appena fatto. Questo giudizio pratico dipende dalla singolarità e irripetibilità di ogni
situazione, ma anche dai principi della coscienza fondamentale.

4. Varie forme di coscienza

• coscienza fondamentale o potenziale:


- Delicata: è una coscienza che ha grande familiarità con i valori morali, affinata sensibilità con
cui li percepisce ed energica volitività con cui tende a realizzarli. Questa sensibilità può essere
sia a livello della sinderesi che a livello delle conoscenze morali acquisite;
- Lassa: è in pratica l’opposto della coscienza delicata; si ha scarsa sensibilità per i valori morali e
debole volontà nel realizzarli;

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- Scrupolosa: si ha quando si verifica un aumento morboso della sensibilità morale; è una sorta di
malattia psicologica, per cui la persona non è mai in pace, crede di essere sempre nell’errore.
• coscienza attuale (cfr VS 59 e 61):
- Antecedente: prima di compiere un’azione (spinge a fare il bene ed evitare il male)
- Concomitante: accompagna l’azione (conferma o turba)
- Susseguente: dopo l’azione (loda o rimprovera)

La coscienza attuale ha queste tre coppie di caratteristiche fondamentali:


• Retta o viziosa
• Vera o erronea
• Certa o dubbia

Retta: si ha quando l'uomo ricerca sinceramente il vero e il bene, e quindi si sforza di giungere ad
una decisione della coscienza oggettivamente giusta, cioè conforme ai veri valori morali.
Viziosa: si ha quando manca la ricerca sincera del vero e del bene; la coscienza in questo caso può
diventare quasi cieca in seguito all’abitudine al peccato, per familiarità con il male. Motivi di
ignoranza colpevole: coscienza affettata (non voler sapere); negligenza (non sforzarsi per
conoscere); ignoranza in causa (non evitare la causa dell’errore).
Vera: si ha quando la decisione di coscienza realmente corrisponde all’ordine morale oggettivo, cioè
il giudizio soggettivo coincide con la verità morale oggettiva.
Erronea: si ha quando, a causa di falsi principi o per un’errata deduzione, si giudica in maniera
falsa un'azione, cioè si prende per buono ciò che è oggettivamente cattivo, o viceversa. La
coscienza può essere invincibilmente erronea (non si riconosce l’errore e quindi non c’è la
possibilità di uscirne da soli) o non invincibilmente erronea (l’errore della coscienza è superabile).
Certa: si ha quando chi agisce non ha alcun motivo ragionevole di dubitare della sua valutazione
dei valori e delle circostanze.
Dubbia: si ha quando chi agisce è incerto nella sua valutazione dei valori e delle circostanze. Come
vedremo il dubbio di coscienza può essere teorico o pratico.

A questo punto, alla luce di quanto detto possiamo enunciare i principi fondamentali per l’agire:
1° Principio: Norma incondizionata dell’agire è la coscienza insieme retta e certa (norma
prossima della moralità personale, VS 60), che può anche essere non vera, ma sempre obbligante.
2° Principio: Non bisogna mai agire contro la propria coscienza retta e certa, anche quando
fosse invincibilmente erronea.

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3° Principio: Nessuno deve agire con un dubbio pratico di coscienza o con coscienza
vincibilmente erronea.
5. La coscienza secondo il Concilio Vat.II

Il Concilio tratta della coscienza morale in un bellissimo testo che riportiamo (GS 16):
«Nell'intimo della coscienza l'uomo scopre una legge che non è lui a darsi, ma alla quale invece deve
obbedire e la cui voce, che lo chiama sempre ad amare e a fare il bene e a fuggire il male, quando
occorre, chiaramente dice alle orecchie del cuore: fa' questo, fuggi quest'altro. L'uomo ha in realtà una
legge scritta da Dio dentro il suo cuore: obbedire ad essa è la dignità stessa dell'uomo, e secondo questa
egli sarà giudicato. La coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell'uomo, dove egli si trova solo
con Dio, la cui voce risuona nell’intimità propria. Tramite la coscienza si fa conoscere in modo mirabile
quella legge, che trova il suo compimento nell'amore di Dio e del prossimo. Nella fedeltà alla coscienza
i cristiani si uniscono agli altri uomini per cercare la verità e per risolvere secondo verità tanti problemi
morali, che sorgono tanto nella vita dei singoli quanto in quella sociale. Quanto più, dunque, prevale la
coscienza retta, tanto più le persone e i gruppi sociali si allontanano dal cieco arbitrio e si sforzano di
conformarsi alle norme oggettive della moralità. Tuttavia succede non di rado che la coscienza sia
erronea per ignoranza invincibile, senza che per questo essa perda la sua dignità. Ma ciò non si può
dire quando l'uomo poco si cura di cercare la verità e il bene, e quando la coscienza diventa quasi cieca
in seguito all'abitudine del peccato».

Le più importanti affermazioni dal testo:


a. Nell’antropologia la coscienza deve occupare un posto di rilievo, soprattutto in considerazione
del fatto che nella nostra epoca da un lato la persona singola e la sua coscienza vengono sempre
più valutate e dall'altro la decisione di coscienza viene ostacolata e minacciata da regimi
dittatoriali e dai mass-media.
b. La visione teocentrica della coscienza, tipica della S. Scrittura, è la base della dottrina sulla
coscienza. La coscienza è in fondo un fenomeno religioso, non soltanto morale. La visione
meramente psicologica o sociologica della coscienza è del tutto insufficiente.
c. La coscienza è preordinata alla verità oggettiva. La coscienza non è autonoma in senso
assoluto, ma “teonoma”, cioè rapportata a Dio (“L'uomo ha in realtà una legge scritta da Dio
dentro il suo cuore...,dove egli si trova solo in Dio, la cui voce risuona nell'intimità propria”).
d. La coscienza può e deve unire gli uomini. La coscienza di ogni uomo è preordinata all'ordine dei
valori morali, per cui mediante la ricerca della verità nasce fra le coscienze degli individui non
soltanto una stretta unione morale, ma anche una comunione salvifica: “Quelli che senza colpa
ignorano il Vangelo di Cristo e la sua Chiesa, e che tuttavia cercano sinceramente Dio, e con

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l'aiuto della grazia si sforzano di compiere con le opere la volontà di lui, conosciuta attraverso il
dettame della coscienza, possono conseguire la salvezza eterna” (LG 16; cfr VS, n. 3).
6. La coscienza dubitante e i sistemi morali

Il problema della coscienza dubitante è un problema che è stato molto sentito nei secoli passati,
soprattutto tra il XVII e il XVIII secolo, fino a diventare in certi momenti un problema centrale
della teologia morale. I cosiddetti “sistemi morali” (tuziorismo, probabilismo, ...) sono stati costruiti
per rispondere a questo problema: come comportarsi responsabilmente in caso di coscienza dubbia?
Come superare un dubbio pratico di coscienza?
Il punto di partenza della riflessione è la coscienza dubbia.

Esistono vari tipi di dubbio:

- dubium iuris: riguarda la stessa norma morale; si dubita dell'esistenza o della validità di
una determinata norma (ad es. si dubita se la sterilizzazione diretta sia in sé cattiva e quindi
se esista una norma che la proibisca); si chiama anche dubbio teorico.
- dubium facti: riguarda l'azione da compiere; si dubita che una determinata azione ricada o
no sotto una legge, una norma (ad es. si dubita se un determinato intervento medico
costituisca sterilizzazione diretta); si chiama anche dubbio pratico.
- dubbio personale: è la singola persona ad avere dubbi di coscienza.
- dubbio collettivo: riguarda la comunità o un certo gruppo sociale

Da notare l’impostazione un po’ angusta dei moralisti di quel tempo (che pure hanno fornito alla
morale la discussione preziosa su tanti casi di coscienza): l’uomo è visto in mezzo tra la libertà e la
legge, come un campo di battaglia conteso tra questi due proprietari. Nel caso di legge certa non ci
sono problemi, ma nel caso di legge dubbia chi vince? Ecco allora i tentativi per risolvere i dubbi di
coscienza e la conclusione espressa in genere in questo modo: possidet lex, oppure possidet libertas.
Come allora superare il dubbio pratico di coscienza?

Primo tentativo: eliminazione diretta del dubbio.


Il dubbio viene eliminato sia dal punto di vista teorico che pratico; e di conseguenza si
giunge alla coscienza certa. Ciò può avvenire attraverso la riflessione, lo studio, l'informazione, il
consiglio di persone competenti. Questa soluzione è possibile quando si ha un certo tempo tra il
dubbio e l’azione concreta da compiere e soprattutto quando si riesce a risolvere il dubbio teorico in
modo convincente, ciò che non è scontato. Inoltre questo tentativo va bene quando il dubbio pratico

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deriva da un dubbio teorico, ma non sempre è così; ci possono essere casi in cui è la situazione
concreta che pone dubbi alla coscienza, non la legge morale considerata in generale.

Secondo tentativo: eliminazione indiretta del dubbio mediante un principio riflesso particolare

Per principio riflesso particolare (riflesso vuol dire: frutto della riflessione) si intende un
principio o criterio prudenziale, di ordine pratico. Senza risolvere teoricamente il dubbio, con un
principio di questo genere si può arrivare ad un ragionevole giudizio pratico e quindi alla certezza
morale riguardo all'azione da compiere o non compiere.
Alcuni esempi di principi riflessi particolari (cfr anche Peschke p. 167):
- Per raggiungere un fine assolutamente necessario, va preferito il mezzo più sicuro a uno meno
sicuro (per es. i teologi discutono sull'assoluta necessità del Battesimo in ordine alla salvezza.
Qualcuno di conseguenza può dubitare dell'assoluta necessità di amministrare in ogni caso il
Battesimo. All'atto pratico però, se uno si trova di fronte a un non-battezzato in fin di vita, è
bene che lo battezzi, anzi deve battezzarlo. Il dubbio, pur rimanendo irrisolto dal punto di vista
teorico, viene sciolto dal punto di vista pratico);
- La giustizia proibisce di fare qualcosa che leda il diritto certo del prossimo (per es., nel traffico
automobilistico, a volte si possono presentare situazioni non regolamentate da una norma
precisa. È ovvio che in questi casi non si può scegliere la soluzione più pericolosa con cui si
rischia di ledere il diritto certo delle persone. Va scelta la soluzione più prudente e sicura. Il
principio riflesso, pur non sciogliendo il dubbio dal punto di vista teorico, permette di giungere
alla certezza morale su come in pratica è giusto comportarsi. Lo stesso principio, tradotto in
campo medico, può essere espresso così: primum non nocere).
- In campo giuridico (praesumptiones iuris):
• un fatto non si può presumere, ma dimostrare.
• In dubio standum est pro validitate actus
• In dubio pro reo
• In dubio melior est condicio possidentis, ecc.

Ricordiamo un principio importante: «Se c’è pericolo di un danno serio spirituale o temporale
(sia per se stessi che per un’altra persona o comunità), che si è tenuti ad evitare a motivo di una
legge indubitabile, si deve scegliere l’alternativa più sicura» (Peschke p. 169). È quello che i
moralisti chiamano: via tutior sequenza est, cioè si deve scegliere la via più sicura, da non

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confondere però con il tuziorismo, di cui parleremo tra poco. Qui siamo di fronte a situazioni in cui
c’è un valore certo e fondamentale ed una scelta che può andare contro quel valore; in questo caso
occorre scegliere la via più sicura, quella che non mette in pericolo tale valore fondamentale.

Terzo tentativo: eliminazione indiretta del dubbio mediante un principio riflesso universale.
Qui entrano in gioco i sistemi morali, che sono appunto questi principi riflessi universali (cfr
Pighin p. 59 ss, Peschke p. 170 ss). Siamo di fronte ad un dubium iuris, che non si riesce a risolvere
teoricamente (altrimenti sarebbe sufficiente il primo tentativo). Allora cosa fare? La teologia morale
ha elaborato questi principi, detti appunto sistemi morali:
- Tuziorismo (o rigorismo): nel dubbio, seguire la legge (che però per ipotesi è dubbia), perché
comunque è considerata la strada più sicura. Tale principio è stato condannato da Alessandro VIII
(DS 2303) nel 1690, perché la coscienza non può essere vincolata da una legge dubbia.
- Probabilismo: nel dubbio, non si è obbligati ad osservare una legge incerta, se ci sono argomenti
contrari probabili (da cui il nome), anche se gli argomenti a favore della legge sono più forti.
Argomenti probabili vuol dire seri, fondati, non arbitrari. L’iniziatore del probabilismo è
Bartolomeo da Medina e i sostenitori più forti furono i Gesuiti, accusati poi di lassimo, ma nella
maggior parte dei casi si trattava di accuse ingiuste.
- Probabiliorismo: nel dubbio, si può seguire l’opinione contro la legge se è più probabile, se gode
di ragioni che hanno un peso maggiore di quelle a favore della legge. È il sistema morale iniziato da
Concina e sostenuto dai Domenicani.
- Equiprobabilismo: le ragioni contro l’osservanza della legge devono essere almeno uguali a
quelle a favore della legge per poter andare contro la legge (è il sistema morale di S. Alfonso). Nel
caso in cui una persona si trovi ad avere argomentazioni contro la legge e a favore della legge più o
meno dello stesso peso, può scegliere l’una o l’altra strada senza peccare. L’equiprobabilismo di S.
Alfonso si articola su tre principi: il primato della verità, il primato della coscienza, i diritti della
libertà umana che può essere vincolata solo da una legge certa.

Come deve comportarsi il pastore nei confronti di chi ha coscienza dubbia?


1. Chi, in caso di dubbio (quindi su una questione discussa, in cui anche da parte del Magistero
non c’è una posizione chiara), giunge responsabilmente ad un'opinione sostenibile, va
rispettato.
2. Chi soggettivamente ritiene sostenibile un'opinione che oggettivamente non lo è, deve essere
invece illuminato (però nel rispetto della coscienza invincibilmente erronea o della
coscienza perplessa).
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3. Di fronte alla ragionevole aspettativa che il fedele, se illuminato sulla peccaminosità di
un’azione, in quel momento e in quella situazione non riuscirebbe a cambiare, ma
passerebbe da uno stato di peccato materiale ad uno stato di peccato formale, è bene
lasciarlo così (cfr Vademecum per confessori, 1997, al n. 8)
La coscienza “perplessa”
Se, nonostante questi tre tentativi, il dubbio non si scioglie, cosa fare? Quando è possibile,
l’azione va omessa, oppure rimandata finché non sarà stato eliminato il dubbio. Ma se non è
possibile rimandare l’azione? Se la persona si trova nella necessità di dover agire comunque? In
linea generale, si deve scegliere la via più sicura, anche se richiede eroismo (per es., un soldato che
riceve un ordine, della cui moralità dubita, da eseguire immediatamente, dovrebbe non eseguirlo,
anche a rischio di gravi conseguenze). Questo sul piano oggettivo.
Ma sul piano soggettivo siamo nel caso della cosiddetta coscienza perplessa: uno si trova a
dover agire e tutte le possibili vie, a suo giudizio, sono cattive, conducono al peccato; la coscienza
si trova di fronte a un dilemma: dover prendere una decisione e scegliere tra quelli che
soggettivamente appaiono come due mali morali. Si verifica il cosiddetto conflitto di doveri, che
esiste solo sul piano soggettivo. In questo caso, chi si trova in tale situazione di tragico dubbio
dimostra il suo attaccamento al bene scegliendo quello che soggettivamente appare come il male
minore (principio del male minore, che vedremo). Un esempio tragico: supponiamo che un aereo
venga dirottato per essere portato a schiantarsi contro un centro abitato (come avvenuto l’11
settembre 2001). Nella certezza che così andranno le cose (se non si interviene), cosa dovrebbe fare
l’autorità, ammesso che abbia il tempo di impedire lo schianto? Abbattere l’aereo, pieno di centinaia
di persone innocenti, oppure no?
Occorre dire che oggettivamente non si può mai verificare la scelta tra due mali morali, sarebbe
contro l’ordine che Dio ha impresso nella creazione: è come se Dio chiedesse di osservare i suoi
comandamenti, ponendo nello stesso tempo la persona in una situazione in cui tutte le alternative
portano alla violazione del comandamento, perché sono cattive. Ma non si può negare che possono
esistere situazioni complesse in cui non solo a causa della poca rettitudine o scarsa formazione della
coscienza, ma anche per la situazione in se stessa, una persona è in forte dubbio e ha l’impressione
che tutte le strade possibili che sono davanti a lei siano cattive. In questo contesto, accanto alla
coscienza perplessa, si parla anche del compromesso morale, che non significa sminuire il
comandamento per non fare ciò che la legge esige, ma al contrario significa scegliere secondo
quello che appare il bene possibile qui ed ora (cfr Zuccaro, p. 231 ss). In altre parole, la teologia
morale attuale cerca di dare maggior spazio alla considerazione del soggetto morale agente, che può
trovarsi in situazione di dubbio, anche tragico, non necessariamente perché la sua coscienza non è

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abbastanza matura e formata, ma perché la realtà in se stessa è complessa. L’esempio di sopra
mostra come ciò possa essere possibile nel nostro mondo. Il riferimento al compromesso morale
non è una scappatoia per evadere le esigenze della legge, ma un aiuto per poter ottenere il massimo
bene possibile qui ed ora.
7. Diritto alla libertà di coscienza (cfr DH 3)
L'affermazione del diritto alla libertà di coscienza è una grande conquista del concilio Vaticano
II. Ricordiamo che norma incondizionata dell’agire morale è la coscienza insieme retta e certa.
L’uomo deve seguire il suo giudizio di coscienza, quando è retto e certo, e non deve essere mai
costretto ad agire contro tale giudizio. Il diritto alla libertà di coscienza presenta quindi due aspetti:
1. Nessuno deve essere costretto ad agire contro la propria coscienza (questo aspetto del
diritto è assoluto, non ha limiti);
2. Nessuno deve essere impedito ad agire secondo la propria coscienza (questo secondo
aspetto del diritto non è assoluto, ha dei limiti nel bene comune).
Il primo diritto è assoluto, non ammette eccezioni. Anche in presenza di una coscienza erronea,
non si può pretendere che la persona agisca contro ciò che lei ritiene essere giusto. La persona va
illuminata, perché possa uscire dall’errore, ma mai costretta ad andare contro la sua coscienza.
Il secondo diritto non è assoluto, dipende dal bene comune. Per esempio, se un kamikaze vuole
farsi esplodere in mezzo alla folla perché questo è giusto secondo la sua coscienza, si può e si deve
cercare di impedirlo. In questo caso non si viola la coscienza del singolo, perché non lo si costringe
ad agire contro la sua coscienza, ma gli si impedisce di agire secondo la sua coscienza.

8. La formazione della coscienza


La coscienza non solo deve svilupparsi rettamente, ma anche essere continuamente formata
perché possa scegliere nel bene, secondo la legge di Dio. La VS, al n. 64, ricorda che per poter
discernere la volontà di Dio è necessaria la conoscenza della legge di Dio in generale, ma anche una
certa connaturalità tra l’uomo e il vero bene (citando S. Tommaso: «Connaturalitas ad res divinas
fit per caritatem, quae quidam unit nos Deo» II-II, q. 45, a. 2). Il lavoro di formazione della
coscienza consiste non solo nell’acquisizione di informazioni a livello di scienza, ma soprattutto nel
far sì che il soggetto entri in possesso dell’habitus virtuoso che lo inclina a riconoscere per
connaturalità quanto è bene in sé. Uno dei requisiti per la formazione della coscienza è la docilità,
necessaria non solo per coloro che cominciano a formare la coscienza, ma anche per mantenersi nel
retto giudizio di coscienza, attraverso la virtù della prudenza. Esiste pertanto il dovere di seguire la
propria coscienza, ma soprattutto il dovere di formarla, perché trascurare di formare la coscienza
significa già mettersi nella possibilità di sbagliare, con il rischio di giungere ad un errore

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invincibile, che, se scusa la persona nel momento in cui agisce, non è però senza colpa per come si è
formato. La disponibilità della persona a formare la sua coscienza è parte di ciò che si intende per
coscienza retta: non si può avere rettitudine di coscienza se non si è umili nell’accettare di formarsi
continuamente, rimettendo anche in discussione ciò che si crede giusto.
9. Rapporto legge - coscienza

Coscienza e legge sono due realtà strettamente connesse, compenetrate tra di loro (cfr VS 54).
Si può parlare di primato della coscienza? Certamente la coscienza è la norma ultima dell’agire,
prossima, immediata, è l’ultima voce da ascoltare prima di agire. La norma oggettiva non regola
direttamente l’azione, ma solo indirettamente, in quanto riconosciuta e assimilata dalla coscienza.
L’uomo agisce soggettivamente bene quando fa ciò che la sua coscienza (retta e certa) gli prospetta
come buono. La coscienza costituisce l’ultima e decisiva norma dell’agire morale, il bene è ciò che
è conforme alla coscienza (si tratta di bene in senso proprio, formale, ma soggettivamente inteso).
Si può quindi parlare legittimamente di primato relativo della coscienza. Infatti:
- il bene morale in senso concreto e personale è ciò che è conforme alla coscienza;
- il male morale in senso concreto e personale è ciò che non è conforme alla coscienza.

A questo proposito, la VS ha una posizione articolata. Anzitutto riporta alcune teorie della
coscienza presenti nella teologia morale contemporanea, secondo le quali la coscienza sarebbe stata
ricondotta, in passato, ad avere un ruolo passivo, di semplice applicazione di principi generali alle
situazioni concrete della vita. Cercando di superare questa visione troppo angusta e limitata della
coscienza, si è giunti a parlare di coscienza creativa e dell’attività della coscienza stessa non più
nella forma di giudizi, ma di decisioni. L’enciclica critica queste posizioni e ripropone il valore
della coscienza nella sua capacità di formulare un giudizio pratico sull’azione, da compiere o da
omettere, “un giudizio di assoluzione o di condanna secondo che gli atti umani sono conformi o
difformi dalla legge di Dio, scritta nel cuore” (n. 59). Questo giudizio deriva dai principi
fondamentali della legge naturale, in particolare il primo (“fa’ il bene, evita il male”), applicati nella
situazione concreta: “Mentre però la legge naturale mette in luce le esigenze oggettive e universali
del bene comune, la coscienza è l’applicazione della legge al caso particolare, la quale diventa così
per l’uomo un interiore dettame, una chiamata a compiere nella concretezza della situazione il bene.
La coscienza formula così l’obbligo morale alla luce della legge naturale” (n. 59). La sintesi di tutto
ciò è che “in questo giudizio pratico di coscienza si rivela il vincolo della libertà con la verità.
Proprio per questo la coscienza si esprime con atti di giudizio che riflettono la verità sul bene, e non
come decisioni arbitrarie” (n. 61).

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Se invece il bene o il male viene visto direttamente in rapporto a norme e principi oggettivi e
universali, allora si deve parlare di "primato" della legge, perché la coscienza è certamente norma
prossima-immediata-ultima dell'agire umano, ma non è l’unica norma e non è la norma suprema.

Il concilio Vaticano II, in merito al rapporto coscienza-legge, usa un linguaggio molto sobrio:
sottolinea sì l'importanza decisiva della coscienza, ma evita di parlare espressamente di "primato"
della coscienza, di coscienza "norma più alta o suprema". Usa l'espressione "suprema norma" per
indicare invece la legge eterna (DH 3)
Non si può quindi parlare sbrigativamente di "primato" della coscienza. Bisogna intenderlo
correttamente. Si può parlare legittimamente di primato della coscienza, perché tocca ad essa
decidere in definitiva sul bene e sul male dell'agire concreto, però lo si deve intendere come primato
"relativo", non "assoluto". Dal punto di vista dell'ordine morale oggettivo, in cui si esprime la
volontà divina, si deve invece parlare di “primato” della legge.
In conclusione, si può parlare sia di primato della coscienza, sia di primato della legge, purché
questo primato sia inteso in senso relativo. Non bisogna insomma contrapporre legge e coscienza:
non si può valorizzare la coscienza a spese della legge, o viceversa. Chi esalta unilateralmente la
legge, sottovaluta la coscienza e finisce per togliere forza alla legge stessa, che ha bisogno di
ancorarsi alla coscienza, per poter guidare l'agire morale. Chi esalta unilateralmente la coscienza,
sottovaluta la legge e in definitiva toglie dignità alla coscienza stessa: la coscienza così non è più
portatrice della Santa volontà di Dio, del bene morale vero, ma diventa portavoce del piccolo io
umano, delle sue anguste vedute e delle sue fragilità, che diventano misura del bene e del male.
La coscienza è essenzialmente recettiva (non passiva): è preordinata ad ascoltare la voce di Dio
e le norme universali dell'ordine morale oggettivo. Nel profondo della coscienza l'uomo si trova
davanti a Dio e alla sua volontà, che deve compiere. Non ci si può dunque accontentare di agire con
coscienza retta e certa; occorre che possibilmente sia anche vera. Dalla coscienza erronea sono
infatti derivati grandi danni nella storia dell'umanità (decisioni obiettivamente sbagliate).

9. Rapporto Magistero - coscienza

A volte Magistero e coscienza vengono contrapposti. Spesso si sente fare questa domanda: si
deve obbedire al Magistero o alla coscienza? La questione non è posta correttamente, perché si
tratta di due realtà che non stanno sullo stesso piano:
- Magistero = norma remota
- coscienza = norma prossima.

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Di conseguenza non si può porre l'alternativa in maniera secca: obbedire al Magistero o alla
coscienza. È ovvio che si deve obbedire sempre, in ultima analisi, alla coscienza, ma nell' iter di
formazione della coscienza bisogna sempre tener conto del Magistero e aprirsi all'accoglienza del
suo insegnamento.
Ricordiamo a questo proposito la legge della gradualità (FC 34), che dice che, pur essendo la
legge sempre uguale per tutti nei suoi contenuti, esiste una gradualità nel tendere ad essa. Pertanto,
la legge morale è obbligante per tutti allo stesso modo, ma occorre tener conto della situazione
personale di ognuno nell’esigere quanto la legge chiede. La legge della gradualità non va confusa
con la gradualità della legge, come se ci fossero diversi gradi nella legge stessa, ma indica piuttosto
uno stile pastorale. Quindi anche nell’obbedienza al Magistero si deve mettere in conto la
possibilità di avere diversi “livelli”: pur essendo il punto di arrivo lo stesso per tutti, la strada per
arrivare a tale obiettivo può essere diversa da persona a persona. In certi casi una persona può
andare contro il Magistero e tuttavia agire con coscienza retta e certa.
La VS al n. 64 dice: «Un grande aiuto per la formazione della coscienza i cristiani lo hanno
nella Chiesa e nel suo Magistero […] che non porta alla coscienza cristiana verità ad essa estranee,
bensì manifesta le verità che dovrebbe già possedere sviluppandole a partire dell’atto originario
della fede». Quindi la coscienza quando è retta non può non essere in ascolto anche del Magistero
della Chiesa, perché esso aiuta la coscienza a formarsi. Tuttavia, se una persona, dopo aver
riflettuto, pregato, dopo essersi confrontata, giunge, con coscienza retta e certa, ad un giudizio
diverso da quello del Magistero della Chiesa su un punto particolare, deve attenersi al giudizio della
sua coscienza e agire secondo tale giudizio, anche portando il peso delle conseguenze delle sue
azioni, pur senza dare scandalo nel popolo di Dio. Questo perché l’ultima voce da ascoltare, quella
decisiva, è sempre la voce della propria coscienza, ed in base all’obbedienza alla propria coscienza
ogni persona sarà giudicata. Nel caso in cui seguire la propria coscienza retta e certa significhi fare
una scelta diversa da quella indicata dal Magistero, occorre dire che la persona, pur commettendo
oggettivamente un male, propriamente parlando non commette peccato.

Concludiamo il capitolo sulla coscienza riportando la magnifica espressione del card. J.H.
Newman: “La coscienza è il primo di tutti i vicari di Cristo” (CCC 1778). E aggiungeva: se si
introducesse l’usanza di fare un brindisi alla religione al termine dei pasti, io brinderei al Papa, ma
prima brinderei alla coscienza. Lo stesso cardinale però affermava anche che la coscienza ha dei
diritti perché ha dei doveri, il primo dei quali, come abbiamo visto, consiste nel formarsi,
ascoltando la voce che Dio fa risuonare nell’intimo della persona proprio attraverso la sua
coscienza.

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