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IL MARE NOSTRO È DEGLI ALTRI

GLI ARABI
DIVISI
DALL’IRAN di Michel TOUMA
Alla ricerca dell’integrazione economica, i paesi arabi si dividono
sulla sfida persiano-sciita. Con Teheran si schierano Siria e Qatar,
più l’Õizbullåh libanese e l’Õamås palestinese. Gli altri cercano di
opporsi all’‘imperialismo’ iraniano.

1. L A LEGA ARABA FU FORMATA NEL CORSO


di un vertice svoltosi ad Alessandria, in Egitto, nel marzo 1945. Lo scopo era di svi-
luppare la collaborazione tra i paesi membri in vari campi. Oggi, la Lega raggrup-
pa ventidue Stati. La sua sede è stabilita nella capitale egiziana, Il Cairo.
Sulla carta, la Lega raggruppa diverse istituzioni che dovrebbero organizzare,
inquadrare e razionalizzare un’attiva cooperazione interaraba in un ampio venta-
glio di settori socio-economici. Diretta dal 2001 dal segretario generale ‘Amr Mûsà,
egiziano, la Lega Araba è formata dalle seguenti istituzioni: il Consiglio di difesa
(che raggruppa i ministri degli Esteri e della Difesa dei ventidue paesi membri); il
Consiglio economico (formato dai ministri dell’Economia); alcuni comitati perma-
nenti specializzati e alcune agenzie specializzate che godono di una certa autono-
mia (in particolare, l’Organizzazione araba del lavoro, l’Unione delle telecomuni-
cazioni eccetera). Ogni due anni, o a titolo eccezionale quando la congiuntura po-
litica lo impone, si tengono riunioni al vertice dei re e dei capi di Stato dei paesi
membri.
Nonostante una simile struttura sopranazionale, la cooperazione interaraba è
rimasta molto al di sotto delle aspettative. Le ragioni di tale debolezza derivano da
due fattori principali.
Anzitutto, i profondi dissensi geopolitici che hanno costantemente segnato i
rapporti tra i paesi arabi, divisi in due campi: l’uno, detto «moderato», che intrattie-
ne buone relazioni con il mondo occidentale; il secondo, qualificato «radicale» o
«progressista», che ostenta atteggiamenti estremisti e agitati nei confronti del mon-
do occidentale e del conflitto israelo-palestinese.
Fino al crollo dell’impero sovietico, la divisione tra i due campi corrispondeva
alla linea di frattura internazionale tra Est e Ovest. I paesi arabi detti «moderati» (in
particolare l’Arabia Saudita, gli Stati del Golfo, la Giordania, l’Egitto, il Libano e il 1
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Marocco) avevano basato la loro economia su un modello di tipo liberale ed erano


considerati dal punto di vista geopolitico inseriti nel campo occidentale. I paesi
arabi qualificati come «radicali» (in particolare la Siria, l’Algeria, lo Yemen setten-
trionale, l’Iraq, la Libia) avevano optato per una economia di tipo socialisteggiante
ed erano vicini dal punto di vista geopolitico all’Unione Sovietica.
Questa frattura tra i due campi, accentuata e sostenuta dalla guerra fredda e
dal conflitto con Israele, ha ostacolato o addirittura impedito un’effettiva coopera-
zione interaraba, cosicché le riunioni e le conferenze dei ventidue paesi membri
erano soprattutto focalizzate sui loro dissensi geopolitici.
Il secondo fattore che spiega la debolezza della cooperazione interaraba è la
natura dei sistemi politici dei paesi membri. A eccezione del Libano – dove vige
una democrazia parlamentare e dove esiste un’effettiva alternanza di potere (il
presidente della Repubblica viene eletto ogni sei anni, comportando un automati-
co cambiamento del governo), tutti i paesi arabi sono governati da re e principi
(Stati del Golfo, Giordania e Marocco), oppure da presidenti autocratici e totalitari,
che si fanno «rieleggere», attribuendosi sistematicamente oltre il 90% dei voti
espressi. Ad eccezione del Libano – che gode di un’antica tradizione in materia di
libertà di espressione e di pensiero, fatta propria da tutti i libanesi – la quasi totalità
dei paesi arabi non fruisce di tali libertà e dunque non dispone di una libera stam-
pa. In questi Stati (ad eccezione ancora una volta del Libano) non esiste una so-
cietà civile dinamica e libera.
Il risultato del congiungersi e dell’accumularsi di tutti questi fattori è un’assen-
za di vitalità e di spirito di iniziativa (essenzialmente del settore privato) che ha for-
temente ostacolato e continua a ostacolare l’attività delle strutture della Lega e la
cooperazione interaraba.

2. Non c’è da stupirsi, dunque, che si sia dovuto attendere per quasi 65 anni il
primo vertice arabo dedicato allo sviluppo socio-economico delle popolazioni del-
la regione, svoltosi in Kuwait il 19-20 gennaio 2009. Il vertice era stato deciso nel
marzo 2007 in una riunione svoltasi a Riyad per iniziativa dell’emiro del Kuwait,
sceicco Âabåh al-Aõmad al-Âabåh, e del presidente egiziano Hosni Mubarak. L’o-
biettivo era di gettare le basi di una comune politica economica e sociale e di defi-
nire programmi di sviluppo globale e integrato.
È necessario sottolineare che lo svolgimento di questa conferenza si è reso in-
dispensabile a causa di una congiuntura globale particolarmente difficile e grave,
che ha avuto ripercussioni negative sull’insieme dei paesi arabi.
La crisi finanziaria ed economica internazionale e la caduta delle Borse su sca-
la mondiale hanno sconvolto l’economia di numerosi paesi del Golfo, soprattutto
perché essi avevano convertito la parte essenziale dei loro redditi in petrodollari
sui mercati americani ed europei. Più dell’80% degli investimenti arabi, infatti, so-
no effettuati all’esterno dei paesi arabi.
La situazione è stata peggiorata dalla vertiginosa caduta dei prezzi del petro-
2 lio, che sono passati dai 147 dollari al barile del luglio 2008 ai 50-60 dollari attuali.
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Secondo l’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio (Opec), un calo del


prezzo del petrolio di un dollaro per barile comporta per i paesi arabi una perdita
annuale valutabile tra i 4 e i 10 miliardi di dollari.
Come risultato di questa crisi internazionale e della forte caduta del prezzo del
petrolio, la crisi sul mercato del lavoro è diventata acuta. Su una popolazione ara-
ba di 330 milioni di persone, il tasso ufficiale di disoccupazione alla fine del 2007
era in media del 14%, pari a più di 46 milioni di disoccupati. Oggi i senza lavoro
sono sicuramente molti di più.
Un altro fattore che si è negativamente ripercosso sui paesi arabi è il recente
rialzo del prezzo di alcune derrate alimentari e di alcune materie prime. L’impatto
è tanto più evidente in quanto i paesi arabi importano più del 60% del loro fabbi-
sogno alimentare.
Hanno pesato anche fattori interni. In particolare, le fortissime disuguaglianze
nella ripartizione delle ricchezze, dei redditi e dello sviluppo tra i paesi membri
della Lega. A titolo di esempio, ricordiamo che il reddito medio annuo di un abi-
tante del Qatar è ottanta volte superiore a quello di un abitante dello Yemen.
Questa notevole differenza di reddito è accompagnata da un grave sottosvilup-
po sociale. La percentuale di analfabeti adulti, ad esempio, è stimata al 30%, di cui
la maggioranza sono donne. In 7 dei 22 paesi membri della Lega il tasso di povertà
supera il 40% della popolazione (e la cifra è tanto più inquietante in quanto la po-
polazione araba dovrebbe raddoppiarsi nei prossimi trent’anni). Ciò che manca,
tuttavia, non sono le ricchezze né le opportunità di sviluppo. Come risulta da un
rapporto pubblicato recentemente dall’Organizzazione araba del lavoro su «L’impie-
go e la disoccupazione nei paesi arabi», i redditi annuali della regione araba hanno
raggiunto nel 2008 circa 1,26 trilioni di dollari. La regione inoltre ha registrato nel
corso degli ultimi due anni un tasso di crescita medio del 6,3%.
Il problema si pone dunque al livello della carenza o addirittura dell’assenza
di una reale ed efficace collaborazione tra i paesi della Lega. Lo dimostrano, ad
esempio, le cifre fornite dall’Unione degli uomini d’affari arabi, secondo le quali il
totale degli investimenti interarabi negli ultimi vent’anni non ha superato i 104 mi-
liardi di dollari, mentre il totale degli investimenti arabi all’estero ha raggiunto i
due trilioni di dollari.

3. Oggi è dunque urgente sviluppare una cooperazione interaraba razionale


ed efficace. Di qui l’iniziativa di un vertice arabo economico, sociale e di sviluppo
mirato a definire una mappa dello sviluppo economico e dell’approccio ai proble-
mi sociali. Fatto significativo e insolito: la conferenza al vertice dei re e dei capi di
Stato arabi consacrata ai dossier sociali ed economici è stata preceduta, sempre nel
Kuwait, nei due giorni precedenti, da un forum economico e sociale che aveva lo
scopo di coinvolgere il settore privato e la società civile agli sforzi di cooperazione
interaraba e di preparare il terreno per la conferenza al vertice.
L’agenda del vertice si è concentrata su diverse sfide, come la recrudescenza
della povertà e l’aumento della disoccupazione, la diminuzione del volume degli 3
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scambi e degli investimenti interarabi, la migrazione all’estero dei cervelli e delle


competenze, il flusso all’estero dei capitali arabi, le deficienze di certe infrastruttu-
re, il livello dell’istruzione e la sua inadeguatezza rispetto agli imperativi dello svi-
luppo e della competizione internazionale nell’èra della mondializzazione, il
rafforzamento della cooperazione con gli organismi regionali e le istituzioni inter-
nazionali, il proseguimento dell’attuazione di una strategia di sviluppo industriale
arabo, la definizione di accordi di cooperazione bilaterale e regionale al servizio
dello sviluppo delle economie dei paesi arabi, oltre alle questioni dei trasporti, del
turismo, dell’elettricità e delle telecomunicazioni, dell’ambiente, della salute e della
sicurezza alimentare.
Al termine del dibattito, la conferenza ha adottato una serie di risoluzioni rela-
tive alla complementarità economica e al rafforzamento della cooperazione intera-
raba in numerosi campi. I partecipanti al vertice hanno in particolare approvato l’i-
stituzione a partire dal 2010 di un’unione doganale, preludio di un mercato comu-
ne previsto in linea di massima per il 2020, come pure la creazione di una rete elet-
trica e di una rete ferroviaria panarabe. I dirigenti arabi hanno inoltre incoraggiato
la cooperazione in materia di energia nucleare civile con l’obiettivo di rispondere
alla rapida crescita della domanda di elettricità.
L’evoluzione di questi dossier e delle sfide da raccogliere sarà l’oggetto di un
nuovo vertice arabo che si svolgerà in Egitto nel 2011.

4. L’importanza di queste risoluzioni è attenuata dai dissensi di carattere geo-


politico che si sono ancora una volta chiaramente manifestati durante il vertice del
Kuwait. Queste divergenze hanno avuto come sfondo l’atteggiamento da adottare
in merito alle ripercussioni della guerra di Gaza, soprattutto per quanto riguarda la
posizione da prendere nei confronti del movimento fondamentalista palestinese
Õamås, sostenuto dalla Repubblica Islamica Iraniana.
A questo proposito, i dirigenti presenti in Kuwait erano divisi in due campi:
l’uno, con a capo la Siria, alleato strategico di Teheran, e il Qatar, appoggiava aper-
tamente Õamås; il secondo, guidato dall’Arabia Saudita e dall’Egitto, criticava l’at-
teggiamento dell’Organizzazione palestinese, accusandola di essere totalmente as-
servita all’Iran. Il presidente egiziano Mubarak, con un’allusione appena velata alla
geopolitica della Repubblica Islamica sciita e alle sue ambizioni di influenza nella
regione, ha deplorato che alcuni paesi arabi «si siano serviti della tragedia di Gaza
per infiltrarsi nel mondo arabo per mezzo di forze straniere, al fine di imporvi la
loro egemonia ed estendervi la loro influenza».
Il re dell’Arabia Saudita, ‘Abdullåh, intervenendo più esplicitamente nello stes-
so senso, con un’evidente allusione all’Iran ha invitato i paesi arabi a «superare le
divergenze politiche che hanno provocato divisioni interarabe, sfruttate da quanti
vogliono realizzare i loro disegni nella regione». Questo punto di vista, ovviamen-
te, non è condiviso dalla Siria e dal Qatar.
Alla spaccatura tra Est e Ovest, che prima del crollo dell’impero sovietico divi-
4 deva il mondo arabo in due campi, l’uno vicino al mondo occidentale e l’altro vici-
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no all’Urss, si è così sostituita oggi una nuova spaccatura, anch’essa tale da divide-
re il mondo arabo in due campi: il primo, che raggruppa in particolare l’Arabia
Saudita, l’Egitto, la Giordania, lo Yemen, gli Stati del Golfo e il Marocco, si oppone
alle velleità espansioniste della Repubblica Islamica Iraniana; l’altro, che compren-
de essenzialmente la Siria e in minor misura il Qatar, resta alleato dell’Iran.
Allo stadio attuale, le scommesse geopolitiche all’interno del mondo arabo ri-
guardano principalmente la strategia del potere iraniano, che cerca d’imporsi, con
l’appoggio di Damasco, degli õizbullåh libanesi e del movimento di Õamås, come
potenza regionale o come eroe della causa palestinese e della lotta contro Israele e
le potenze occidentali. In questo modo, poiché il contenzioso israelo-palestinese è
ormai da decenni al centro della vita politica araba, la Repubblica Islamica cerca di
annettersi la causa palestinese allo scopo di consolidare il proprio statuto di poten-
za mediorientale.
La politica espansionista dell’Iran sciita suscita vive reazioni e forti sospetti nei
grandi paesi arabi sunniti. Per due motivi fondamentali: le crescenti tensioni sunni-
to-sciite nell’insieme della regione, dal Pakistan al Libano passando per l’Iraq e gli
Stati del Golfo; e la rivalità secolare tra il mondo arabo e l’antico impero persiano.
Alcuni responsabili arabi non esitano a definire l’attuale politica iraniana nei con-
fronti del Vicino Oriente come il manifestarsi di un nuovo imperialismo persiano.
Nel dicembre 2004, in un’intervista al Washington Post, re Õusayn di Giorda-
nia metteva in guardia contro l’emergere nel Medio Oriente di un «crescente sciita»
costituito dall’Iran, dall’Iraq – dove la maggioranza sciita ha rafforzato la sua parte-
cipazione al potere – la Siria (la comunità alauita al potere a Damasco si considera
parte dello sciismo), e il Libano, dove Õizbullåh ha sensibilmente rafforzato la sua
presenza grazie all’arsenale fornitogli dall’Iran e dalla Siria.
A Washington, durante un incontro con i capi della comunità ebraica america-
na avvenuto nel marzo 2005, il re di Giordania attaccò con violenza l’Iran, la Siria e
Õizbullåh, accusandoli di essere la principale minaccia alla stabilità del Vicino
Oriente. Nel 2002, d’altra parte, le autorità giordane avevano dovuto arrestare i
membri di una rete di Õizbullåh che tentavano di far passare razzi katiuscia verso
la Cisgiordania partendo dal territorio giordano. Secondo re ‘Abdallåh di Giorda-
nia, l’Õizbullåh libanese rappresenta il versante occidentale del «crescente sciita»
che Teheran tenta di costituire nella regione.

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