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FP2011 Fondamentazione metafsica di unetica realista.

Il problema dell'esperienza nell'etica

1. L'etica in una situazione di disgregazione


Tra gli studiosi dei nostri tempi che si occupano del campo della moralit non c' accordo per quanto concerne l'etica. E difficile aspettarsi da loro una risposta uniforme all'interrogativo: che cosa l'etica? Molti contestano addirittura la possibilit della sua esistenza dando una risposta negativa alla domanda pi fondamentale: ha l'etica ragione di esistere come scienza o pu essa esistere in generale come scienza? ' Questo ordine di idee non allontana tuttavia gli uomini di scienza dalla moralit e non annulla il bisogno di occuparsene in maniera scientifica. La questione si ricollega del resto al problema del carattere scientifico della filosofia, a cui l'etica, come del resto anche tanti altri rami della scienza, stata fin dal principio strettamente connessa. Questo si spiega anche con l'atteggiamento critico verso la stessa conoscenza umana sviluppatesi appunto all'interno della filosofia nel corso degli ultimi secoli. Questi due processi: la scomposizione dell'insieme originario della dottrina di carattere filosofico in una molteplicit di scienze particolari che si gestiscono con propri criteri di scientificit e il rapporto critico verso la stessa coscienza umana, hanno gradualmente delineato la situazione in cui si venuta a trovare l'etica.fin questo senso la situazione critica, poich sarebbe difficile chiamarla altrimenti se gli uomini di scienza che si occupano della moralit arrivano a porsi una domanda tanto fondamentale: cos' veramente l'etica e, ancor di pi, ha essa tutto sommato ragione di esistere come scienza? Pu
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certa misura e, continuando a svilupparsi separatamente, divengono contraddittori ed antitetici. Essi sono una sorta di due tendenze estreme nella teoria della scienza, verso le quali gravitano il pensiero dei tempi moderni e il pensiero filosofico contemporaneo. Il primo polo l'empirismo e coloro che tendono verso di esso vengono chiamati non solo empirici, ma per ragioni di cui parleremo in seguito empiristi. A proposito di questi ultimi non basta dire che i fondamenti della scienza dei valori vanno ricercati nell'esperienza, ma occorre precisare meglio di quale esperienza si tratta. Come sappiamo, la nozione di esperienza non strettamente univoca e di conseguenza nemmeno quell'orientamento della scienza che definiamo come empirico uniforme. Come vedremo in seguito, proprio questa non omogeneit da la possibilit di elaborare una certa concezione unitaria ed integrale dell'esperienza, operativa anche nel campo dell'etica; il che, all'interno della radicale posizione empiristica, pare impossibile. Il secondo polo verso cui si va indirizzando il pensiero filosofico contemporaneo potrebbe essere definito razionalismo o, pi radicalmente, apriorismo. Dato che il termine razionalismo ha pi significati, occorre in questo caso precisare che si tratta di quell'orientamento che, nell'aspirazione alla certezza scientifica, cerca il punto di partenza nell'immediato carattere decisionale dei giudizi primari. Con questa impostazione del problema non contrasta, in linea di massima, il sobrio empirismo, il cui avversario e nemico mortale non il razionalismo in generale, ma solo ed esclusivamente l'apriorismo razionalistico. Infatti l'apriorismo sostiene che tali giudizi primari hanno la loro origine immediata o direttamente manifesta esclusivamente nella ragione e non nell'esperienza. L'empirismo invece considera come fondamento, cio come fonte e criterio di og-gettivit della conoscenza, proprio l'esperienza. E cos, nell'ampio contesto del pensiero filosofico contemporaneo, si
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essa, all'attuale livello di radicale criticismo nella teoria della scienza, esistere ancora come scienza? Il giudizio critico nei confronti delle fonti e dei criteri della scienza dei valori ha fatto sorgere tra i pensatori due orientamenti che non sono di per s in contraddizione anche se divergono in una

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delinea una contrapposizione radicale tra empirismo e apriorismo. Una spaccatura irrimediabile in cui non sopravvivono n l'unit n la compattezza della filosofia. Questa spaccatura si approfondisce quando l'orientamento empirico si tramuta in empiristico, in cui l'esperienza si riduce a quella puramente sensibile. Co[9]

s la spaccatura di natura epistemologica sembra indicare anche un astigmatismo fondamentale dell'uomo nel campo della conoscenza, dal quale probabilmente nasce infine un'inclinazione allo scetticismo e all'agnosticismo. Che senso ha dunque parlare di unit della conoscenza se le fonti a cui attingiamo sono cos difformi? In questo contesto pi ampio che evidenzia la situazione di una certa disgregazione nella filosofia, pi facile capire la disgregazione avvenuta nell'etica. Gli interrogativi formulati all'inizio, riguardanti sia la sua essenza (cos' veramente l'etica?), sia la possibilit di occuparsene in modo oggettivamente fondato, emergono appunto dalla situazione in cui si venuta a trovare l'etica nei nostri tempi. Nel contesto delle divergenze tra empirismo e apriorismo, in cui entrambi manifestano tendenze avanzate verso i loro poli, la situazione dell'etica diventata ancor pi complicata rispetto a quella delle altre discipline filosofiche. La sua originaria unit nell'ambito della filosofia, come pure l'unit all'interno della sua problematica, ha subito una profonda spaccatura. Alle persone che ne sono consapevoli riesce difficile definire che cos' veramente l'etica e in quale orientamento bisogna cercare il posto ad essa proprio. Riesce difficile rispondere alla domanda se questo posto si trovi nella cosiddetta scienza della moralit che cerca di rispondere ai requisiti di una scienza empirico-induttiva o piuttosto nel campo della scienza strettamente deduttiva, che ha per oggetto la decisione sul valore conoscitivo delle norme morali e conscguentemente la loro subordinazione attraverso una precisazione delle interdipendenze logiche fra di esse. Quest'ultima scienza corrisponde alle tendenze del razionalismo e addirittura dell'apriorismo.

Siamo qui alla presenza non pi solamente di un'eredit della filosofia critica, ma anche del positivismo, che emerso gradualmente nel secolo scorso in questa filosofia. Il positivismo ha indirizzato la sua attenzione sui fenomeni della moralit (o sui fenomeni morali) ed ha suggerito di esaminarli con metodo descrittivo. Tale descrizione aveva assunto la duplice forma della psicologia della moralit e della sociologia della moralit. La moralit, del resto per cause facilmente comprensibili, stata considerata come manifestazione della vita psichica del singolo e come manifestazione della vita sociale. In questa tesi, l'unica domanda che la scienza positivistica della moralit si era posta la seguente: che cosa viene considerato moralmente buono e che cosa viene considerato moralmente cattivo in un determinato individuo, in una determinata societ o in un deter[10]

minato periodo della storia di questa societ? Essa non esce mai e non pu nemmeno andare oltre a questo tipo di domande. Inoltre essa non pu porre la domanda propria dell'etica cio: che cosa buono, che cosa cattivo e perch? e si trattiene programmaticamente dal farlo. La scienza della moralit, come psicologia o come sociologia, una scienza delle norme, ma non e non pu essere una scienza normativa. In questo consiste la sua fondamentale differenza dall'etica. Ci troviamo qui di fronte alla conseguenza principale della critica della conoscenza umana nella scienza. I positivisti sono convinti che la scienza non pu dare risposta alle domande: che cosa moralmente buono, che cosa moralmente cattivo e perch? Di conseguenza si occupano della norma esclusivamente come di un fatto psicologico o sociologico e non si interessano invece alla questione della motivazione ultima della norma. Una simile presa di posizione si ripercuote sul senso di tutta la cosiddetta logica delle norme. Si viene ad esprimere in essa una tendenza ad attribuire scientificit alla dottrina morale intesa come un insieme di norme subordinate vicendevolmente tra loro in via deduttiva. Tuttavia questa deduzione non risolve di per s l'interrogativo fondamentale dell'etica:
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l'interrogativo sulla normativit delle stesse norme, sulla loro fondatezza etica. La logica delle norme pu rimanere interamente entro i limiti della stessa scienza della moralit. In tal caso, costituir una disciplina ausiliaria rispetto alla precedente, riordinando le norme esistenti de facto in una determinata moralit. Pertanto la situazione di disgregazione in cui si venuta a trovare l'etica in seguito alle crescenti tendenze verso l'empirismo e l'apriorismo, contiene in s qualcos'altro ancora, vale a dire un allontanamento dai fondamentali ed ambiziosi compiti che l'etica si era posta fin dall'inizio e che le venivano posti, anzi, che le vengono posti tuttora, nella convinzione che essa pu e deve realizzarli. Anzi, la risposta all'interrogativo sul bene e sul male morale non solo nell'ordine descrittivo, ma appunto in quello normativo, uno dei bisogni primari dell'uomo. Secondo la sua natura razionale, la scienza dovrebbe venire in aiuto alla soddisfazione di questi bisogni. Invece l'etica, nella sua attuale situazione, una situazione di disgregazione, sembra allontanare da s questa possibilit. Infatti, n dalla posizione della scienza della moralit e neppure dalla posizione della stessa aprioristica logica delle norme, si intravede la possibilit di una risposta all'interrogativo fondamentale: che cos' moralmente buono, che cosa moralmente cattivo e perch? L'etica sembra ritirarsi ai margini dei suoi grandi compiti secolari.
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scienza della moralit di cui abbiamo fatto cenno in precedenza. Sia la psicologia sia la sociologia della moralit ricorrono al complesso dei fatti che compongono l'insieme del fenomeno della moralit. La nozione stessa di fenomeno della moralit costituisce gi un serio problema. Si tratta di individuare in quale senso la moralit un fenomeno e se, in questo caso, si possa parlare di una sua percezione da parte dei sensi, il che appare fondamentale per la nozione di fenomeno. Tuttavia non questo il problema a cui vogliamo dedicare qui maggiore attenzione. Il fatto che ognuna delle scienze citate sembra occuparsi della moralit solo per accidens: vale a dire solo attraverso quei fatti cui essa attiene specificamente. E cos, la psicologia della moralit sostanzialmente quoad sub-stantiam psicologia, si occupa quindi dei fatti empirici secondo la loro specificit psicologica; il suo punto di partenza l'esperienza della vita psichica dell'uomo. Della moralit la psicologia pu occuparsi solo come di un particolare aspetto della vita psichica. Non si pu negare che questo sia in un certo modo giusto, tuttavia vi si cela un certo pericolo di passare in aliud genus. Infatti la moralit possiede una sua propria specificit che nasce nell'uomo, sul terreno della vita spirituale della persona umana. Essa rappresenta un momento che non pu essere totalmente ridotto alla sola psiche accessibile empiricamente e al suo dinamismo. Lo studio della psicologia della moralit certamente utile, ma pi che il fatto morale esso riguarda il complesso dei fatti che stanno alla base del fatto morale stesso. Quest'ultimo possiede invece una sua propria specificit, che non pu essere interamente ridotta all'oggetto della psicologia. La stessa cosa pu essere riferita alla sociologia della moralit. Anch'essa fondamentalmente sociologia quoad substantiam, si occupa del complesso dei fatti che le sono propri. Questi fatti com[12]

2. L'etica alla ricerca del suo punto di partenza empirico


La psicologia e la sociologia della moralit, come varianti della scienza della moralit nate dai presupposti del positivismo, hanno, per un ulteriore sviluppo dell'etica, un ruolo assai rilevante in quanto evidenziano l'enorme importanza della moralit. Anche la scienza deduttiva della moralit, che si pone come obiettivo un preciso riordinamento delle norme partendo dalla definizione del loro valore logico, ha molta importanza per lo sviluppo dell'etica. Cercheremo di riprendere questo discorso in un momento pi opportuno. Per ora esaminiamo il problema dal punto di partenza empirico, riferendoci ad ambedue i rami della

pongono l'insieme della vita sociale e possiedono una loro propria specificit. La moralit si ricollega a questi fatti e al loro carattere sociologico, ma non si lascia ridurre totalmente ad essi. Ogni tentativo di operare tale riduzione rappresenta uno
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spostamento in aliud genus e quindi una certa perdita della specificit propria della moralit. Il fatto sociale (sociologico) non di per s fatto morale (etico) cos come non lo il fatto psichico. La moralit intrinseca in ognuna di queste varianti dei fatti empirici, grazie alla sua propria specificit che deve essere scoperta e individuata, conservando ovviamente tutta la reale connessione con la realt sociale, come pure con la base psichica. Tuttavia la specificit della moralit stessa deve essere individuata. Solo questo pu costituire un empirico punto di partenza per la scienza della moralit. evidente che si pu seriamente temere che le suddette forme di questa scienza, sebbene abbiano evidenziato molto accuratamente il bisogno di una premessa empirica, proprio in questo punto si siano allontanate o quantomeno avrebbero potuto allontanarsi dalla moralit, dalla sua propria specificit, che nell'esperienza costituisce certamente il proprum genus. E proprio questo proprium genus verr definito nel seguito delle nostre meditazioni come l'esperienza della moralit, accentuando ci per cui tutti i fatti compresi nell'esperienza umana, intesa nel senso pi generale, hanno una propriet etica, sono fatti morali (e non solo psichici o sociali). Esiste dunque, come si vede, la necessit di rendere omogenea l'etica e questo problema si colloca nel contesto della sua disgregazione storica, nel contesto della divisione del suo insieme compatto in due insiemi in un certo senso compatti anch'essi, di cui uno (la dottrina sulla moralit) esclusivamente induttivo e il secondo (la logica delle norme) esclusivamente deduttivo. Il problema della omogeneizzazione dell'etica si ricollega in primo luogo all'esperienza. Infatti, sembra che in questo campo l'etica abbia percorso strade eterogenee diventando psicologia o sociologia, e perdendo il suo essenziale contatto con la moralit stessa, con la moralit come tale. Perci il postulato di un'omogenea (autentica) esperienza della moralit uno dei primi a doversi porre. Avanzando un simile postulato non escludiamo affatto le scienze della moralit, come la psicologia o la sociologia. Anzi, riteniamo che anche l'etica sia una scienza della moralit; lo addirittura par excellence. Possiede inoltre

come cercheremo di dimostrare un carattere empirico, poich parte dai fatti che compongono l'insieme di una particolare realt. Questa realt viene da noi chiamata moralit, non astraendo da tali fatti,
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ma, al contrario, cogliendo in ognuno di essi e in tutti quanti insieme quello che essenziale per la moralit; in altre parole: ci che morale per essenza (l'etico). Il postulato della omogeneizzazione si riduce al cogliere proprio ci che essenziale per la moralit e non altro. Sosteniamo che questa percezione avviene in primo luogo gi nell'esperienza e non solo nell'astrazione o nella riflessione. Il punto di partenza dell'etica dunque l'esperienza della moralit. Si tratta solo di trovare subito, in questo punto di partenza, proprio questo e non un altro filo dell'esperienza. Il problema dell'eterogeneizzazione dell'etica gi nel punto di partenza empirico si pone, non tanto nel senso di un allontanamento da un uso appropriato, da ci che costituisce la specificit della moralit, ma ancor di pi nel senso di un mancato raggiugimento di tale specificit2. un certo angolo di prospettiva sull'uomo e la sua attivit che implica la scomparsa dei confini tra la moralit e tutto il resto dei contenuti psico-sociologici che si ricollegano ad essa. Questa prospettiva traccia un certo sistema di presupposti, a volte accettati tacitamente, che determinano proprio tale modo di vedere l'uomo; il che significa in un certo senso il non vederlo. Ponendo la questione dell'esperienza della moralit come punto di partenza dell'etica, decidiamo con ci di accettare un certo sistema di presupposti. Questa decisione sorge dal bisogno di uscire dal vicolo cieco dell'empirismo estremo e dall'apriorismo e nello stesso tempo rappresenta un'acccttazione del punto di partenza empirico dell'etica. E chiaro che questa esperienza sui generis e non pu identificarsi con la sua concezione empirista. L'etica quindi per noi una scienza della moralit anche se per evitare equivoci e ambiguit meglio affermare che essa una scienza filosofica della moralit. Con un concetto di etica cos
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delineato il ruolo principale di creatore di scienza spetter semplicemente alla spiegazione dei dati dell'esperienza. Quindi il metodo proprio dell'etica sar quello riduttivo e non il metodo deduttivo. Vale la pena di sottolinearlo, per un'ancor pi esplicita contrapposizione di questo concetto dell'etica alle formulazioni estremisticamente aprioristiche, dove il ruolo principale spetta al metodo deduttivo. La spiegazione una specie di utilizzo intellettivo dell'esperienza. Ha per scopo la individuazione delle ragioni adeguate e in questo senso ultime del verifi-carsi e della comprensibilit stessa del fatto dateci dall'esperienza. Ed ecco che la domanda sulle ragioni adeguate e ultime che si pu formulare con l'interrogativo: che cosa buono e che cosa
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cattivo moralmente e perch? traccia in modo generalissimo il principale compito conoscitivo con cui entriamo nel campo della moralit. Non bisogna tuttavia pensare che con questa domanda accediamo al campo della moralit completamente dall'esterno. Al contrario, questo interrogativo sorge come in seguito verr ulteriormente dimostrato dall'esperienza stessa, anzi, fa parte del carattere stesso di quello che (nella moralit) sperimentiamo. Gi questa circostanza dimostra che l'etica non pu in alcun modo limitarsi ad una descrizione del contenuto dell'esperienza morale, visto che lo stesso contenuto descritto fa emergere un interrogativo che porta oltre all'etica stessa ed alla sua descrizione.

dobbiamo iniziare col precisare in quale senso si pu parlare dell'esperienza come suo punto di partenza. Le divergenze citate in precedenza e le concezioni positiviste della scienza della moralit indicano in modo esauriente che il problema dell'esperienza come base dell'etica si collega strettamente al bisogno di definire il senso proprio di tale esperienza. Infatti vediamo che con un certo modo di trattare nozioni come il fenomeno della moralit oppure il fatto morale non si pu esercitare l'etica, ma solo una scienza descrittiva della moralit. La nozione fenomeno della moralit pu, sotto un certo aspetto, indicare quell'esperienza di cui ci occupiamo, come del resto gi stato accennato in precedenza. Proprio questa nozione (forse ancor pi che la nozione di fatto morale) pu servire all'illustrazione del problema dell'esperienza, alla comprensione del suo senso proprio. La stessa parola fenomeno indica qualcosa che appare all'uomo, cio qualcosa che giunge ai suoi poteri conoscitivi tramite
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3. Il senso proprio dell'esperienza della moralit


Abbiamo affermato che alla base del concetto di etica occorre porre l'esperienza. Questo del resto conforme alle tendenze dell'epistemologia moderna, che non si allontana dai presupposti dell'intero pensiero realistico del passato. L'esperienza, come punto di partenza della scienza, stata da sempre ed tuttora una specie di prima verifica del realismo adottato nell'esercizio di tale scienza, ed quindi anche una verifica complessiva del realismo dei metodi da essa applicati3. ha Quando si tratta di una scienza che per oggetto proprio la moralit,

l'osservazione. Saremmo disposti a riconoscere in questa osservazione dell'oggetto il vero nucleo 4 dell'esperienza . L'esperienza veniva in vario modo collegata con il fenomeno, con il mondo dei fenomeni. Non sempre per veniva presa in considerazione l'osservazione dell'oggetto, ma molto spesso questa osservazione veniva ridotta ad una impressione puramente sensibile 5. Sappiamo che Kant ha affinato in modo particolare questo problema che veniva gi posto prima di lui. La riduzione dell'esperienza ai contenuti dell'osservazione puramente sensibile, che era stata la principale tesi degli empiristi di tendenza sensistica, ha contribuito ad accentuare in Kant una radicale contrapposizione del pensiero intellettuale e delle sue leggi aprioriche all'esperienza sensibile e alla sua naturale regolarit. Senza entrare nei particolari di questo processo storico, gi ben noto, bisogna qui affermare che con i presupposti dell'empirismo sensistico la stessa nozione di esperienza della moralit non ha e non pu avere alcun senso6. Quando parliamo del fenomeno
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della moralit oppure dei fatti morali come di fatti empirici, occorre affermare con decisione che non troviamo in alcun modo corrispondenti di tali espressioni e quindi nemmeno delle nozioni nella sfera delle impressioni puramente sensibili. Nello stesso tempo non si pu negare che la moralit in qualche modo ci appare e di conseguenza ci vengono dati nell'esperienza vari fatti morali. N questi fatti, n la stessa moralit come fatto che decide della loro specificit, sono costruiti da alcun a priori nella ragione e razionalmente inseriti in alcun complesso di dati puramente sensibili 7. Bisognerebbe dunque accettare il fatto che l'esperienza non si limita alla osservazione di contenuti puramente sensibili, ma comprende la struttura e il contenuto di tale osservazione. Dobbiamo prendere questa posizione se l'espressione fenomeno della moralit deve avere un senso, come pure l'espressione fatto morale. appunto l'esperienza che ci da la convinzione del senso di queste espressioni. Poich vero che la moralit ci appare in un suo modo particolare; abbiamo un accesso osservativo ai fatti morali, li sperimentiamo. Forse a questo punto bene soffermarsi in maniera pi ampia sul problema stesso dell'esperienza intesa non solo come esperienza della moralit, ma in un certo qual modo come tutto ci che compreso in questa parola, considerando ovviamente il suo significato conoscitivo e non altri (come gi abbiamo detto). Pare che il senso fondamentale dell'esperienza abbia forti radici non solo nella psicologia, ma nell'intera antropologia. Nel formulare tale senso, dobbiamo mettere in evidenza i due elementi che in un certo modo com[16]

do l'accento sulla realt, cio sul fatto che qualcosa esiste con un'esistenza reale ed oggettivamente indipendente rispetto al soggetto conoscente, al suo atto conoscitivo, e nello stesso tempo esiste come oggetto di questo atto. E proprio per questo motivo al complesso dell'esperienza appartiene anche un secondo elemento-aspetto. Lo si pu definire come senso della conoscenza. il senso di un particolare riferimento a ci che esiste in modo reale ed oggettivo. Ancor di pi, il senso di un particolare contatto o fusione con ci che esiste ed esiste proprio in tale modo. Il senso della conoscenza si distingue, nell'ambito di quell'insieme dinamico che viene definito come esperienza, dal senso della realt, ma nello stesso tempo gli corrisponde nel modo pi esatto. questo cio il senso della realt nella conoscenza ed attraverso la conoscenza, come d'altra parte si pu parlare del senso della conoscenza attraverso la realt, attraverso ci che esiste realmente ed oggettivamente con un'esistenza indipendente dall'atto conoscitivo, ma che nello stesso tempo in contatto con esso. Ed ecco che proprio in tale contatto e in tale riferimento il senso della conoscenza si manifesta in definitiva come un'aspirazione a ci che reale ed esiste oggettivamente un'aspirazione all'oggetto come verit. A questo punto, il senso dell'esperienza sensistico viene radicalmente sconfitto. Seguendo l'ordine di questi sensi che compongono il complesso dinamico dell'esperienza, non possiamo in evidenza i due elementi che in un certo modo com[16] pongono l'esperienza e nello stesso tempo sono uniti in un solo insieme organico, non sono altro che due aspetti di tale insieme. Attingendo alla psicologia, possiamo definire ciascuno di questi elementi-aspetti come una specie di senso. Il senso qualcosa di diverso dalla consapevolezza, qualcosa di ancor pi concreto, un certo sensitivum, anche se non sensuale. Cos, il primo elementoaspetto dell'esperienza pu essere definito come il senso della realt, ponendo l'accento sulla realt, cio sul fatto che qualcosa esiste con un'esistenza reale
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pongono l'esperienza e nello stesso tempo sono uniti in un solo insieme organico, non sono altro che due aspetti di tale insieme. Attingendo alla psicologia, possiamo definire ciascuno di questi elementi-aspetti come una specie di senso. Il senso qualcosa di diverso dalla consapevolezza, qualcosa di ancor pi concreto, un certo sensitivum, anche se non sensuale. Cos, il primo elementoaspetto dell'esperienza pu essere definito come il senso della realt, ponen-

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ed oggettivamente indipendente rispetto al soggetto conoscente, al suo atto conoscitivo, e nello stesso tempo esiste come oggetto di questo atto. E proprio per questo motivo al complesso dell'esperienza appartiene anche un secondo elementoaspetto. Lo si pu definire come senso della conoscenza. il senso di un particolare riferimento a ci che esiste in modo reale ed oggettivo. Ancor di pi, il senso di un particolare contatto o fusione con ci che esiste ed esiste proprio in tale modo. Il senso della conoscenza si distingue, nell'ambito di quell'insieme dinamico che viene definito come esperienza, dal senso della realt, ma nello stesso tempo gli corrisponde nel modo pi esatto. questo cio il senso della realt nella conoscenza ed attraverso la conoscenza, come d'altra parte si pu parlare del senso della conoscenza attraverso la realt, attraverso ci che esiste realmente ed oggettivamente con un'esistenza indipendente dall'atto conoscitivo, ma che nello stesso tempo in contatto con esso. Ed ecco che proprio in tale contatto e in tale riferimento il senso della conoscenza si manifesta in definitiva come un'aspirazione a ci che reale ed esiste oggettivamente un'aspirazione all'oggetto come verit. A questo punto, il senso dell'esperienza sensistico viene radicalmente sconfitto. Seguendo l'ordine di questi sensi che compongono il complesso dinamico dell'esperienza, non possiamo in evidenza i due elementi che in un certo modo com[16] pongono l'esperienza e nello stesso tempo sono uniti in un solo insieme organico, non sono altro che due aspetti di tale insieme. Attingendo alla psicologia, possiamo definire ciascuno di questi elementi-aspetti come una specie di senso. Il senso qualcosa di diverso dalla consapevolezza, qualcosa di ancor pi concreto, un certo sensitivum, anche se non sensuale. Cos, il primo elementoaspetto dell'esperienza pu essere definito come il senso della realt, ponendo l'accento sulla realt, cio sul fatto che qualcosa esiste con un'esistenza reale ed oggettivamente indipendente rispetto al soggetto conoscente, al suo atto conoscitivo, e nello stesso tempo esiste

come oggetto di questo atto. E proprio per questo motivo al complesso dell'esperienza appartiene anche un secondo elementoaspetto. Lo si pu definire come senso della conoscenza. il senso di un particolare riferimento a ci che esiste in modo reale ed oggettivo. Ancor di pi, il senso di un particolare contatto o fusione con ci che esiste ed esiste proprio in tale modo. Il senso della conoscenza si distingue, nell'ambito di quell'insieme dinamico che viene definito come esperienza, dal senso della realt, ma nello stesso tempo gli corrisponde nel modo pi esatto. questo cio il senso della realt nella conoscenza ed attraverso la conoscenza, come d'altra parte si pu parlare del senso della conoscenza attraverso la realt, attraverso ci che esiste realmente ed oggettivamente con un'esistenza indipendente dall'atto conoscitivo, ma che nello stesso tempo in contatto con esso. Ed ecco che proprio in tale contatto e in tale riferimento il senso della conoscenza si manifesta in definitiva come un'aspirazione a ci che reale ed esiste oggettivamente un'aspirazione all'oggetto come verit. A questo punto, il senso dell'esperienza sensistico viene radicalmente sconfitto. Seguendo l'ordine di questi sensi che compongono il complesso dinamico dell'esperienza, non possiamo in evidenza i due elementi che in un certo modo com[16] pongono l'esperienza e nello stesso tempo sono uniti in un solo insieme organico, non sono altro che due aspetti di tale insieme. Attingendo alla psicologia, possiamo definire ciascuno di questi elementi-aspetti come una specie di senso. Il senso qualcosa di diverso dalla consapevolezza, qualcosa di ancor pi concreto, un certo sensitivum, anche se non sensuale. Cos, il primo elementoaspetto dell'esperienza pu essere definito come il senso della realt, ponendo l'accento sulla realt, cio sul fatto che qualcosa esiste con un'esistenza reale ed oggettivamente indipendente rispetto al soggetto conoscente, al suo atto conoscitivo, e nello stesso tempo esiste come oggetto di questo atto. E proprio per questo motivo al complesso
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dell'esperienza appartiene anche un secondo elemento-aspetto. Lo si pu definire come senso della conoscenza. il senso di un particolare riferimento a ci che esiste in modo reale ed oggettivo. Ancor di pi, il senso di un particolare contatto o fusione con ci che esiste ed esiste proprio in tale modo. Il senso della conoscenza si distingue, nell'ambito di quell'insieme dinamico che viene definito come esperienza, dal senso della realt, ma nello stesso tempo gli corrisponde nel modo pi esatto. questo cio il senso della realt nella conoscenza ed attraverso la conoscenza, come d'altra parte si pu parlare del senso della conoscenza attraverso la realt, attraverso ci che esiste realmente ed oggettivamente con un'esistenza indipendente dall'atto conoscitivo, ma che nello stesso tempo in contatto con esso. Ed ecco che proprio in tale contatto e in tale riferimento il senso della conoscenza si manifesta in definitiva come un'aspirazione a ci che reale ed esiste oggettivamente un'aspirazione all'oggetto come verit. A questo punto, il senso dell'esperienza sensistico viene radicalmente sconfitto. Seguendo l'ordine di questi sensi che compongono il complesso dinamico dell'esperienza, non possiamo limiteremo all'affermazione che la moralit ha un tale duplice carattere.[Il carattere sociale della moralit risulta semplicemente dal fatto che gli uomini tutti quelli che godono di un normale uso della ragione, che praticano la moralit e vivono il bene e il male morale vivono contestualmente nella societ e nella comunit. In tal senso dunque si pu dire che l'intersoggettivit dei fatti morali, sebbene non s'identifichi con il carattere sociale della moralit, rimane tuttavia in uno stretto legame con esso. Poich, se l'uomo partecipa alla pratica della moralit degli altri uomini, allora attraverso questo fatto fa in qualche modo dipendere da essi la sua personale esperienza del bene e del male moraliJSenza inoltrarsi troppo in indagini particolari, si pu in ogni modo affermare che la moralit sociale un risultato o piuttosto una risultante delle diverse influenze e dei diversi condizionamenti delle moralit individuali. Parlando della moralit sociale lasciamo per ora da parte il suo aspetto assiologico-normativo, l'intera problematica

del bene comune. Si tratta solo di mostrare la portata dell'esperienza con cui ci incontriamo in questa materia. Si pu affermare che non solo un'esperienza interna, ma anche esterna. Quest'ultima si verifica comunque in un certo senso attraverso l'esperienza interna. La specificit della moralit pu essere afferrata solo all'interno della persona umana, e non altrove. Ciononostante non esclusivamente questo interno a costituire il campo della nostra esperienza. Il profilo personale della moralit emerge in essa, in un certo senso, contemporaneamente al profilo sociale. La pratica della moralit in s, sia sotto il profilo personale sia sotto il profilo sociale, andrebbe piuttosto definita come esperienza morale. L'esperienza della moralit un qualcosa di diverso, in un certo senso un'esperienza di secondo grado. Ogni uomo possiede direttamente, come persona e come membro della societ, una determinata esperienza morale. Se diciamo che questa esperienza consiste nella pratica personale della moralit, nella pratica personale del bene e del male morale, affermiamo con ci che ogni uomo normale qui un autentico artefice e creatore. Non si pu staccare la realt morale da questa causalit e da questa creativit. L'esperienza morale consiste soprattutto in questo. In senso derivato possiamo inoltre dire che l'uomo praticando la moralit, vivendo il bene e il
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male morale acquisisce in questa materia una particolare esperienza8. L'esperienza significa in questo caso anche una certa capacit o una certa condizione della vita morale che si forma attraverso pi azioni. Non di questo comunque che si tratta in primo luogo. L'esperienza morale, nel significato che qui cerchiamo di definire, pu essere legata anche ad una sola azione, al vivere il bene e il male una volta sola. Essendone l'uomo l'artefice egli ne nello stesso tempo il testimone, sia in se stesso, come pure, in un certo senso, negli altri e nell'intera societ. un testimone in eguai misura oculare e diretto. L'esperienza morale contiene in s una duplice partecipazione dell'uomo: in quanto artefice e in quanto testimone. In tal modo l'esperienza morale
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s'identifica fino ad un certo punto con quello che vogliamo esprimere usando la definizione fatto morale. Questo fatto consiste di per s in un certo impegno della causalit della persona (o delle persone), e a ci si collega il verificarsi e l'esperienza del bene e del male morale. Quando invece parliamo dell'esperienza morale, sottolineiamo anche il momento di una certa testimonianza: il fatto che l'uomo sia testimone del bene o del male che nasce insieme alla causalit della persona nell'atto. E un atto proprio o un atto compiuto da un altro uomo. Nel secondo caso la testimonianza presuppone una qualche partecipazione all'atto e alla pratica del bene o del male morale. Nel primo invece ciascuno testimone oculare e diretto. L'esperienza della moralit, come abbiamo detto, un qualcosa di diverso dall'esperienza morale: una specie di esperienza di secondo grado9. Occorre affermare innanzitutto che non c', e non pu esserci, esperienza della moralit senza esperienza morale. La moralit viene da noi sperimentata nei fatti morali e in questo senso la distinzione di queste due esperienze non necessaria. L'esperienza della moralit non sarebbe che un altro termine e forse anche meno preciso per definire l'esperienza morale. Ciononostante bisogna esprimersi in favore di questa distinzione, allo scopo di sottolineare il carattere osservativo della moralit stessa. pur essa a determinare la specificit propria dei singoli fatti morali. Non una qualsivoglia astrazione intellettuale ricavata da questi fatti, ma qualcosa che sperimentiamo in ognuno di essi. I fatti morali sono appunto dei fatti in cui facciamo esperienza della moralit. Quindi il senso del termine esperienza della moralit approfondisce e nello stesso tempo precisa l'esperienza morale. Ci comporta serie conseguenze per l'intera concezione dell'etica che
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carattere morale di un determinato fatto, ma anche un insieme di fatti morali, il loro particolare complesso o la loro risultante, sia quando si tratta di un singolo uomo sia di determinati gruppi sociali. Cos si parla per esempio della pi o meno alta moralit dei singoli o dei gruppi. Sembra che anche in questo senso pi ampio la moralit entri nel cerchio della nostra esperienza. Questo significato ovviamente derivato rispetto al precedente che presuppone uno stretto contatto con l'esperienza morale stessa. E anche un significato diverso dal precedente. Infatti, se quel primo significato dell'esperienza della moralit, come anche dell'esperienza morale, presuppone o una diretta causalit dell'atto e una personale esperienza del bene o del male morale oppure una certa partecipazione in questa causalit e in questa esperienza, l'esperienza della moralit nel senso sociale pu invece aver luogo in qualche modo a distanza. Nel primo caso bisogna essere in una certa misura autori ed anche testimoni del fatto morale, nel secondo basta esserne semplicemente testimoni. Comunque, anche il secondo significato della moralit non solo un'astrazione, ma invece un frutto dell'esperienza e perci non bisogna ometterlo al punto di partenza empirico dell'etica. L'uomo esperisce la moralit, viene con essa a contatto empiricamente come con una risultante di pi fatti che in certo modo predomina nella vita dei singoli o delle societ e a volte, addirittura, grava su di esse. E ovvio che questa osservazione dilatata della moralit come se avvenisse da una certa distanza presuppone un'osservazione appropriata e diretta la cui base fornita dai fatti morali in s10.

5. L'esperienza della moralit e l'esperienza dell'uomo


Sarebbe inoltre opportuno soffermarsi magari solo brevemente sulla questione che implicite contenuta in quella precedente. Si tratta del problema del rapporto tra l'esperienza della moralit e l'esperienza dell'uomo. Questo problema contenuto nel precedente, poich l'esperienza della moralit vi stata connessa direttamente all'esperienza morale, il cui soggetto (e nello stesso tem[22]

non solo come scienza dei fatti morali, ma anche come dottrina sulla moralit, ha la sua propria radice omogenea nell'esperienza. Il termine esperienza della moralit sembra inoltre avere un altro significato ancora. Infatti si definisce moralit non solo ci che decide del

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p oggetto) sempre l'uomo. Cos dunque, l'esperienza della moralit sempre racchiusa nell'esperienza dell'uomo e in un certo senso s'identifica con essa. L'implicazione delle esperienze reciproca e bilaterale. L'uomo vive e quindi subisce l'esperienza di se stesso attraverso la moralit, che costituisce un particolare fondamento della comprensione del carattere umano. Si verifica qui un'unione tra essenze. L'essenza della moralit e il carattere umano sono inscuidibilmente connessi tra loro. Si potrebbe anche sottoporre questa affermazione ad una verifica empirica u. L'unione essenziale intercorrente tra la moralit e l'uomo (sia sotto l'aspetto personale che sociale), appare tuttavia evidente indipendentemente da qualsivoglia ricerca induttiva. Tutt'al pi si pu ammettere che la constatazione della moralit attraverso questo metodo soprattutto grazie alle ricerche degli etnologi convalida collateralmente, e non fondamentalmente, la nostra convinzione sull'unione essenziale tra moralit e carattere umano. Questa convinzione comunque tanto fondamentale che consideriamo la mancanza di moralit in un uomo come prova della sua anormalit. Un uomo normale manifesta nell'insieme della sua esistenza umana fatti ed esperienze morali. Se questi fatti e queste esperienze mancano, significa che gli mancano anche le propriet che decidono del suo carattere umano. La convinzione di uno stretto e necessario legame della moralit con il carattere umano non ha comunque un valore apriorico, ma si basa con certezza sull'esperienza dell'uomo. Non si forma in noi a priori, ma a posteriori & bisogna riconoscere in questo una certa partecipazione dell'induzione. L'induzione tuttavia non ha in questo caso il significato che le viene attribuito da Stuart Mili e dai positivisti, ma ha piuttosto il significato che le stato attribuito da Aristotele. Essa non un metodo di generalizzazione di una certa tesi, ma solo un metodo per cogliere direttamente una verit generale dai fatti particolari. In un determinato caso quando si tratta del legame della moralit con l'uomo non dimostriamo e non sentiamo il bisogno di dimostrare la sua esistenza. Ci limitiamo a constatarla in

base all'esperienza dell'uomo. L'esperienza dell'uomo ci mostra e pone in evidenza uno stretto legame tra moralit e carattere umano12. L'eloquenza dell'esperienza talmente univoca che non la intaccano casi apparentemente contrari. Infatti, in ogni caso, quando constatiamo nell'uomo una qualche mancanza di fatti o di esperienze morali, constatiamo anche la mancanza di certe attitudini che decidono del carattere umano oppure secondariamente la mancanza di
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azioni che provengono da tali attitudini. Questo invece non avviene o almeno non avviene in modo cos evidente nel caso della cosiddetta maral insanity o nel caso in cui si parli della scomparsa del senso morale. In questi casi si tratta pi che altro del carattere umano normale, in cui troviamo attitudini proprie dell'uomo e nello stesso tempo un certo calo della sensibilit morale. Se le cose stanno cos, anche a questi casi attribuiamo una qualifica morale, non li escludiamo dal giudizio, come accade invece nei casi di autentica anormalit. Il problema del legame dell'esperienza della moralit con l'esperienza dell'uomo si innesta certamente al punto di partenza dell'etica. Precedentemente si detto che l'esperienza dell'uomo comporta una necessaria implicazione dell'esperienza della moralit, che non si lascia distaccare da essa nella struttura dei fatti morali. Perci esiste da sempre uno stretto legame tra l'etica e l'antropologia. Questo problema rientra certamente in una sfera successiva, cio nell'interpretazione dell'esperienza della moralit, ma occorre farne cenno gi in questa prima tappa, ove poniamo il problema stesso dell'esperienza al punto di partenza dell'etica. Occorre inoltre precisare per quanto possibile certi limiti dell'esperienza. Infatti l'esperienza della moralit non s'identifica completamente con l'esperienza dell'uomo. Per occuparsi della moralit in modo scientifico occorre dunque entrare anche nell'esperienza dell'uomo, ma senza concedersi ad essa totalmente, poich questo atteggiamento porterebbe solo alla perdita del punto di partenza empirico dell'etica, alla sostituzione di
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quest'ultima con l'antropologia. Nell'esperienza dell'uomo occorre dunque seguire molto attentamente la moralit, la sua propria specificit, e considerare l'uomo in riferimento ad essa. Al punto di partenza dell'etica abbiamo a che fare con l'esperienza dell'uomo riferita alla moralit e non riferita all'uomo. Questo atteggiamento di esclusione non riduce in alcun senso e non travisa l'essenza dell'esperienza. Infatti abbiamo affermato che all'esperienza dell'uomo appartiene sempre il momento della comprensione. Attraverso questo momento possibile una certa regolazione delle esperienze, una loro determinata subordinazione.

dall'esperienza, anzi, Kant aveva in base a questa esperienza una propria concezione, nei limiti della quale insegnava l'apriorismo nella moralit. Questo apriorismo nella moralit non significa tuttavia de facto un distacco dal punto di partenza empirico dell'etica quale scienza. Ci che rappresentato dall'etica di Kant non un apriorismo nella concezione dell'etica, ma nella concezione della moralit. Lasciando da parte le riflessioni strettamente storiche, sarebbe opportuno, magari solo brevemente, occuparsi della questione del senso morale nel contesto di queste meditazioni sul problema dell'esperienza nell'etica. difficile negare che la nozione di senso morale sia entrata nell'etica insieme al sensismo, d'altronde non si pu non vedere in ci una giusta aspirazione a porre le basi di questa scienza nell'esperienza e ad evidenziare in modo pi completo il carattere empirico del suo punto di partenza. Ci si verificato nel periodo di sviluppo dell'empirismo, che, in seguito all'identificazione dell'esperienza con la funzione degli stessi sensi, ha allora assunto una forma empiristica. Anche la concezione del senso morale di Hume ha in qualche misura una forma simile e pi ancora ce l'ha la concezione degli utilitaristi del XVII e XVIII secolo (Bentham ecc..). La concezione dell'esperienza puramente sensibile sembra tuttavia inaccettabile in base all'analisi che abbiamo cercato di condurre in precedenzal ) . Questa concezione di esperienza puramente
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6. Il problema del cosiddetto senso morale


L'ultima questione che occorre sollevare nel corso di queste riflessioni il problema del cosiddetto senso morale. La concezione
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del senso morale nata nel contesto delle tendenze sensistiche in antropologia e nella teoria della conoscenza. Il classico rappresentante di questa concezione pu essere considerato Hume. A suo parere, si pu ridurre la moralit dell'uomo ad un particolare senso che ci permette di distinguere la virt dal peccato a partire dal particolare piacere che accompagna la prima e dal dolore che troviamo nel secondo. Queste idee hanno certamente aperto la strada all'utilitarismo, in cui la funzione del senso morale stata elevata al rango di principio con l'affermazione che nella moralit si tratta anzitutto della massimizzazione del piacere e della minimizzazione del dolore: di creare dunque il massimo del piacere in base alla funzione del senso morale e di ridurre al minimo il dolore in base alla stessa funzione. A queste idee si sono contrapposte l'antropologia e l'etica kantiana, in cui il senso morale viene radicalmente cancellato e la moralit deve cercare le sue radici nell'imperativo categorico quale forma a priori della ragion pratica. Kant nello stesso tempo combatteva l'utilitarismo e l'aposteriorismo nell'etica. Questo non significa per che la sua comprensione della moralit fosse completamente distaccata

sensibile in particolar modo impossibile da accettare quando si tratta della sfera della moralit. Infatti la specificit stessa dei fatti morali, ci che decide dell'essenza del fenomeno della moralit, in nessuno modo rientra nell'ambito dei sensi. I sensi stessi, in questo caso, non colgono niente. Nemmeno quel piacere o quel dolore che, secondo Hume, accompagnano gli atti moralmente buoni o moralmente cattivi, nella specificit loro propria, cio come oggetto del sentimento morale, rientrano nell'ambito dei sensi n possono veramente essere colti da essi. Da questo punto di vista la nostra visione della psicologia della moralit stata
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notevolmente approfondita da alcuni fenomenologi del XX secolo e specialmente da Scheler. Non si pu negare che gli atti umani siano accompagnati proprio per il loro valore morale, per il bene o il male in essi contenuti da una esperienza emozionale assai profonda; nel primo caso la gioia e la soddisfazione spirituale, nel secondo l'abbattimento e perfino la disperazione. Tuttavia la riduzione di queste esperienze, di questi sentimenti alla categoria del piacere o del dolore sensibile una grossolana semplificazione. Vi contenuto un banale impoverimento dell'immagine dell'uomo, come pure della sua moralit. E cos, una concezione del senso morale puramente sensibile ha dovuto essere respinta dall'etica, non solo in seguito alla radicale critica di Kant, ma pi ancora forse in seguito agli studi approfonditi nel campo dell'antropologia e della psicologia, specialmente in seguito a una migliore conoscenza della complessit e della composizione a pi strati della struttura della vita emozionale dell'uomo. Malgrado questa critica, la nozione stessa di senso morale si conservata nella terminologia etica. La conservazione di questa nozione deve essere considerata utile e opportuna. Infatti, se da un lato non si pu ammettere che la moralit possa essere oggetto dell'esperienza puramente sensibile, dall'altro invece, dato che la moralit oggetto dell'esperienza, essa deve contenere in qualche modo, come del resto tutta la conoscenza umana, la partecipazione dei sensi. Appare tuttavia come un grande successo della scienza contemporanea il fatto che ci si sia resi conto della partecipazione dell'elemento emozionale nell'esperienza della moralit. Questa realt che la moralit ci si manifesta tramite i sentimenti. Attraverso i sentimenti diventiamo in particolar modo consapevoli del bene e del male, come anche dello stretto collegamento di questo bene e di questo male con la persona, con la nostra propria essenza umana, con il carattere umano. La nozione di senso morale pu dunque restare nel lessico del[26]

l'etica, sebbene alle intenzioni significanti in essa contenute corrisponda meglio il termine polacco poczucie moralne14. Se definiremo il senso fondamentale ed appropriato dell'esperienza della moralit, tale nozione e tale espressione serviranno ad evidenziare quel punto di contatto diretto con quella realt che la moralit. Questo contatto lo definiamo empirico. L'espressione senso morale indica il carattere di concretezza che si evidenzia in questo contatto. Il senso morale ci permette di arrivare ai singoli fatti morali, alla specificit stessa della moralit di ognuno di questi fatti. Sappiamo che questa specificit non accessibile ai sensi. Il cogliere questa specificit deve essere in ogni caso funzione della comprensione, funzione di una certa intuizione intellettiva. Esso avviene tuttavia non in modo generico, astratto, ma in modo particolareggiato e concreto, avviene nell'ambito di ciascun fatto morale. Secondo questa impostazione la funzione del senso morale si avvicina a quella rato parti-cularis di cui parlava Tommaso d'Aquino. Il sentimento, come funzione emozionale, ci avvicina in modo particolare alla moralit, al bene e al male morale. Infatti, costituisce un'importante, e di solito molto ricca, componente dell'esperienza di questo bene e di questo male, grazie alla quale i valori morali si concretizzano in modo particolare. difficile comunque ammettere che la specificit stessa della moralit possa essere solo sentita, non essendo contemporaneamente compresa. Il sentimento, l'esperienza emozionale, sembra possedere un significato orientativo per la comprensione dei tratti specifici della moralit. Si pu dire che i valori morali vengono in qualche modo evidenziati nella sfera emozionale. Si potrebbe dire anche che essi vengono segnalati attraverso particolari perturbazioni ad essa connesse. Invece la comprensione di questi valori, quindi l'accedere alla moralit nella sua propria specificit, appartiene al campo di una determinata osservazione intellettiva. Tutto questo per quanto riguarda la concretezza e l'immediatezza dell'intero processo potrebbe anche essere definito come funzione di un particolare senso morale. Questa definizione evidenzia nello stesso tempo
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che nell'uomo sussiste un'organica complessit e non invece una radicale dicotomia.
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Note
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FP2011 Fondamentazione metafsica di unetica realista. Si potrebbero rispettivamente adottare anche le definizioni esperienza morale in senso funzionale (esperienza morale) ed esperienza morale in senso oggettivo (esperienza della moralit). 10 A margine di queste meditazioni sul tema dell'esperienza morale e dell'esperienza della moralit, bisogna affermare che l'esperimento non ha e non pu [28]
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E un'opinione diffusa tra i contemporanei empiristi logici. 2 Basta ricordare quel punto del libro di M. Ossowska, Wstep do nauki o mo-ralnosci (Introduzione alla scienza della moralit), in cui l'autrice, dopo molte analisi precise e approfondite, afferma che in realt non possibile definire che cosa fa distinguere i fenomeni morali dal resto dei fenomeni connessi alla vita e all'attivit dell'uomo. 3 Se parliamo delle giuste tendenze della moderna epistemologia e metodologia, non si tratta di una qualsivoglia scoperta dell'esperienza al punto di partenza delle singole discipline, ma pi che altro di una pi completa messa in evidenza ed anche di una pi completa riflessione su di essa, grazie a cui l'esperienza come tale viene messa in evidenza. Ci si pu comunque basare su di essa ed usufruire dei dati che essa ci fornisce inconsapevolmente oppure con piena consapevolezza, cosi che la cosciente individuazione dell'esperienza come primo passo che facciamo sul cammino della conoscenza ed un passo fondamentale determina gi in un certo senso il passaggio dal pensiero prescientifico a quello scientifico. E questa nello stesso tempo una certa scientifizzazione dell'esperienza stessa, cio l'attribuzione ad essa di una determinata funzione nella formazione della scienza. In seguito si possono avere diversi interventi per una pi completa fruizione della premessa empirica, indirizzati allo scopo di renderla pi precisa e di svilupparla adeguatamente. Sappiamo che in alcune scienze le esperienze si sviluppano in esperimento. 4 Ovviamente continuiamo a considerare qui il significato strettamente conoscitivo della parola esperienza, sebbene sappiamo che essa pu avere anche un significato diverso, extraconoscitivo. Lo abbiamo in mente dicendo per es. che qualcuno stato dolorosamente provato dal destino. E diverso invece quando diciamo che qualcuno ha provato l'una o l'altra esperienza: in quel caso torna in una certa misura il significato conoscitivo. Pare che questo significato della parola esperienza sia piuttosto legato con il suo uso attivo (actvum) e non sia invece legato con l'uso passivo (passivum). 5 Qui entriamo non solo nel campo della epistemologia, ma anche della psicologia e, in un certo qual modo, dell'antropologia. 6 II bene o il male morale non hanno alcuno statuto ontico, non possono dunque essere oggetto della conoscenza e quindi nemmeno dell'esperienza. I termini buono o cattivo, che suggeriscono l'esistenza del bene e del male, non hanno una funzione denotativa, ma costituiscono solo un mezzo per esprimere l'emozione dell'interlocutore. Questa opinione, detta emotivismo, era sostenuta tra gli altri da J. Ayer, Ch. Stevenson e H. Reichenbach. T. Geiger invece ha proposto per essa il nome di nichilismo assiologico. 7 Come noto tale opinione era sostenuta da Kant. 8 Di conseguenza si potrebbe distinguere il senso attuale dal senso abituale del termine esperienza morale.

aver alcun senso nell'etica. Sappiamo che questa forma di esperienza pilotata ha un grande ruolo specialmente nelle scienze naturali e ancor di pi nelle scienze tecniche. L'esperimento consiste nel creare le condizioni in cui dovrebbe verificar-si un certo fatto. Tuttavia nel campo della moralit una simile creazione di condizioni sarebbe addirittura in contrasto alla essenza stessa del fatto morale. Poich alla sua essenza appartiene, per quanto possibile, una causalit autonoma che esclude ogni condizionamento artificiale. Sembra che l'unica strada dell'esperienza sia quella che segue le varie manifestazioni spontanee della causalit e dell'esperienza vissuta del bene o del male morale, che ci diranno tanto di pi sulla struttura dei fatti morali e sulla specificit stessa della moralit. 11 Si potrebbero conoscere persone sempre nuove e popoli sempre nuovi come fanno gli etnologi sotto l'aspetto dell'esistenza o dell'inesistenza della moralit in ciascuno di essi. Sembra tuttavia che tale intervento conoscitivo non sia necessario. Se gli etnologi si sono interessati della moralit dei vari popoli, specialmente di quelli primitivi, lo hanno fatto non tanto sotto l'aspetto dell'esistenza in essi di una moralit, ma piuttosto sotto l'aspetto della specificit di questa moralit, analizzando i sistemi di norme morali che vigono presso di loro, espressi tra l'altro anche nei costumi e nelle abitudini di tali popoli. 12 Bisogna intendere la cosa in questi termini: la negazione di uno stretto legame tra l'esperienza della moralit e l'esperienza dell'uomo provocherebbero addirittura la negazione della specificit del contenuto della moralit e di conseguenza del suo stesso verificarsi, cio del suo fatto, quale oggetto proprio dell'esperienza della moralit. 13 Cfr. nota 3. 14 Nell'espressione polacca zmysl moralny, che qui viene resa con senso morale, il termine zmysl indica il senso fisico (come il tatto, l'olfatto, ecc.). Il termine poczucie indica invece un sentire mediato, attinente alla sfera intellettuale, (ndt)

Indice

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FP2011 Fondamentazione metafsica di unetica realista. Il problema dell'esperienza nell'etica........................................................................................................................................1 1. L'etica in una situazione di disgregazione.........................................................................................................................1 2. L'etica alla ricerca del suo punto di partenza empirico.....................................................................................................3 3. Il senso proprio dell'esperienza della moralit..................................................................................................................5 5. L'esperienza della moralit e l'esperienza dell'uomo........................................................................................................9 6. Il problema del cosiddetto senso morale.........................................................................................................................11 Note.................................................................................................................................................................................13

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