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KANT, LORDINE INTERNAZIONALE E LINTEGRAZIONE EUROPEA #

Sergio Dellavalle Pesquisador do Instituto Max-Plank, Alemanha, em Direito Pblico Comparado e Direito Internacional.

Non c dubbio che la concezione kantiana del diritto internazionale e cosmopolitico rappresenti una delle pi grandi proposte che il pensiero umano abbia saputo formulare in merito alla possibilit e alle condizioni di un ordine di pace internazionale. Ci vero innanzitutto dal punto di vista storico, costituendo essa il culmine di una riflessione che si era andata elaborando nei due secoli precedenti e, al contempo, il punto di partenza di tutta una serie di sviluppi successivi. Ma lo anche in prospettiva sistematica, nella misura in cui linsegnamento di Kant continua a fungere da stimolo per la scienza normativa delle relazioni transnazionali e a essere fatto oggetto di continue riprese e critiche. Il presente lavoro intende focalizzare lattenzione su un aspetto specifico, spesso trascurato e tuttavia non marginale, ossia il ruolo che pu venire ad assumere o eventualmente ha gi assunto il processo di integrazione europea nellambito di un tentativo di chiarimento della proposta kantiana. Pur senza pretendere di addentrarsi nel complesso e poliedrico dibattito sullinterpretazione del diritto internazionale da parte di Kant, lanalisi prender tuttavia inevitabilmente le mosse da una breve presentazione della sua posizione al riguardo (1.). Come emerger dal primo paragrafo, la visione kantiana caratterizzata da una contraddizione irrisolta tra unesigenza della ragione (la costruzione di un ordinamento di pace globale e vincolante, il quale dovrebbe prendere la forma di una repubblica universale) e il fatto bruto (ossia la circostanza che le precarie speranze di pace, nella realt concreta del diritto internazionale, si basano esclusivamente sullaccordo reversibile tra stati sovrani). Di fronte al vicolo cieco rappresentato da questa contraddizione, sono ipotizzabili diverse vie che ci permettano di uscirne senza rinunciare allorizzonte teorico tratteggiato dal filosofo di Knigsberg. Una di queste consiste nel vedere se non sia reperibile materiale empirico tale da dimostrare il progressivo avvicinamento del modello confederale allideale di una pace perpetua. Proprio in questa direzione pu essere utile prendere in esame pi da vicino lesperienza dellUnione Europea, senza dubbio il progetto politico che meglio potrebbe farsi carico di un tale processo di avvicinamento. In altri termini, si tratter di individuare se quanto avvenuto in Europa negli ultimi cinquantanni possa consentirci di sciogliere il nodo gordiano di Kant, fornendo alla sua proposta filosofica una forse imprevista concretezza.
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Il presente lavoro costituisce lestratto di un pi ampio progetto di ricerca sulla Filosofia del diritto internazionale condotto dallautore, insieme al Prof. Armin von Bogdandy, presso il Max-PlanckInstitut di Diritto Pubblico Comparato e Diritto Internazionale di Heidelberg e finanziato, tra gli altri, dal Deutscher Akademischer Austauschdienst e dallUnione Europea (Intra-European-Fellowship). Ad Armin von Bogdandy e al suo gruppo di lavoro devo molte delle riflessioni sistematiche che sono confluite come risultato parziale e provvisorio nel saggio qui proposto.

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A questo scopo si aprir un confronto, seppur succinto, con quellinterpretazione dellintegrazione europea che pi argomenti mette a disposizione per una simile lettura, ovvero con la cosiddetta teoria della sovranazionalit, secondo la quale lintegrazione europea vista come un modello (possibilmente da imitare) per luscita dalla chiusura nazionalistica e quindi, almeno potenzialmente, estendibile a livello globale. Dalla messa in rilievo dei successi e dei limiti dellesperienza europea in prospettiva globale (2.) e in particolare dalla constatazione dellincapacit dellEuropa unita di portare a termine un progetto di pace pi che non solo continentale emerger la revisione del paradigma concettuale utilizzato da Kant come unica opportunit per salvare linsegnamento morale e politico contenuto nella sua proposta di pace (3.). Proprio su questo terreno, al confine tra la fedelt alla sua filosofia e lesigenza di rivederla per preservarla, si dipanano alcuni dei tentativi pi interessanti recentemente intrapresi di una rilettura contemporanea di Kant nella prospettiva di un migliore approccio alla problematica di un ordine transnanzionale di pace e delle condizioni per la sua realizzazione. A una breve disamina delle diverse alternative verr dedicato lultimo paragrafo (4.). 1. La concezione kantiana delle relazioni internazionali 1 tra idea regolativa e modello confederale

La creazione di un ordinamento internazionale di pace per Kant uno dei fini supremi dellagire pratico. Il superamento del conflitto nei termini del diritto internazionale: della guerra costituisce infatti, nellottica kantiana, lo scopo primario del passaggio dallo stato di natura alla societas civilis, anzi come il filosofo afferma esplicitamente la pacificazione universale e permanente rappresenta non solo una parte, bens lintero fine della dottrina del diritto nei limiti della mera ragione; la condizione di pace infatti [] quello status che garantisce, sotto il governo della legge, il Mio e il Tuo in un insieme di uomini che vivono gli uni vicini agli altri 2 . Due sono le ragioni precipue per cui la pace viene ad assumere un ruolo tanto importante. Innanzitutto il superamento del conflitto esistenziale segna il primo e indispensabile passo per linstaurarsi della convivenza civile e politica. Ma vi un secondo motivo, nellottica di Kant ancora pi rilevante: nella sua visione delluomo e del mondo, la pace anche e soprattutto unesigenza morale, dal momento che la ragione moralpratica pronuncia in noi il suo irresistibile veto: non deve esserci guerra, n quella tra me e te nello stato di natura, n tra di noi in quanto stati 3 . Essendo la guerra il pi severo ostacolo allo sviluppo morale 4 , Kant pone coerentemente il conseguimento della pace quale meta ultima ed essenziale di tutto lo sviluppo storico dellumanit 5 .
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Il concetto di relazioni internazionali inteso, in questo saggio, in senso generico e quindi non corrisponde alluso che se ne fa nella disciplina omonima. 2 I. Kant, Die Metaphysik der Sitten (1797), in Id., Werkausgabe, hrsg. von W. Weischedel, Frankfurt/M., Suhrkamp, 1977, Bd. VIII, pp. 309634, Rechtslehre. Beschlu, p. 479 (trad. it. RomaBari, Laterza, 1996). 3 Ivi, p. 478. 4 Kant, Der Streit der Fakultten (1798), in Id., Werkausgabe, cit., Bd. XI, pp. 263393, II, 10, p. 367 (trad. it. in Id., Scritti di storia, politica e diritto, a cura di F. Gonnelli, Roma-Bari, Laterza, 20045). 5 Kant, Idee zu einer allgemeinen Geschichte in weltbrgerlicher Absicht (1784), in Id., Werkausgabe, cit., Bd. XI, pp. 3150, VII, p. 41 sgg. (trad. it. in Id., Scritti di storia, politica e diritto, cit.).

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Una volta appurata la centralit della pace, si pone il problema di come possa essere realizzato il progetto di un ordine internazionale che la garantisca. Ed a questo punto che la posizione kantiana si fa difficile da definire in modo univoco. In effetti, nei suoi testi sono individuabili due diverse ipotesi, per molti versi in contrasto tra di loro e peraltro non riconducibili a fasi diverse di sviluppo del pensiero del filosofo 6 . La prima di tali ipotesi consiste nella creazione di una struttura politico-giuridica sovrastatale, retta da norme vincolanti, nella quale vanno in ultima istanza a dissolversi i singoli stati sovrani. La seconda prevede invece una libera federazione secondo il linguaggio di Kant, ma sarebbe forse meglio dire confederazione di stati sovrani, ovvero di popoli (Vlkerbund). La prima ipotesi comunemente nota con il termine di repubblica universale [Weltrepublik] 7 viene presentata come idea positiva e giusta in thesi 8 con le seguenti parole: Per stati, nel loro rapporto reciproco, non vi pu essere altro modo, secondo ragione, per uscire dalla condizione priva di leggi, la quale non contiene altro che guerra, che [] rinunciare alla loro libert selvaggia (priva di leggi), accettare leggi pubbliche coattive e costituire cos uno stato di popoli [Vlkerstaat] (civitas gentium), il quale (ovviamente destinato a crescere costantemente) comprenderebbe infine tutti i popoli della terra. 9 In ragione delle parole scelte da Kant, non vi sono dubbi sul fatto che questa sia la soluzione da lui considerata come preferibile sotto laspetto della garanzia della pace e quindi anche, indirettamente, del progresso morale dellumanit. Solo un ordine costruito su norme vincolanti pu infatti sottrarsi stabilmente al ricatto delle molteplici sovranit e degli interessi particolari solo temporaneamente convergenti. Ci nonostante, alcune importanti considerazioni parlano, agli occhi del filosofo, contro una tale ipotesi, fino al punto da renderla impraticabile. La prima consiste nei rischi per la libert che egli individua nellistituzione di un governo universale, pi precisamente di una monarchia universale, in termini pi generali di un governo egemonico che, partendo dalla potenza di un singolo stato, finisca per estendersi globalmente. evidente che qui Kant ha in mente esempi storici di tentativi egemonici globali i quali, proprio per la loro pretesa di appianare tutte le differenze, erano degenerati nel pi terribile dispotismo 10 , ovvero in un dispotismo senzanima 11 . Il fatto tuttavia che questi tentativi siano stati reali e che non meno concreti siano anche stati, in tali circostanze, i pericoli per la libert, non significa ancora che la Weltrepublik non possa originarsi anche per via di un vero accordo tra pari. Col che questa prima obiezione kantiana viene a perdere buona parte della sua efficacia.
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La tesi ampiamente discussa nella letteratura scientifica. Non potendo dar qui conto del dibattito, mi limito a citare, tra gli studi pi significativi: G. Marini, Tre studi sul cosmopolitismo kantiano, Pisa, Istituti editoriali e poligrafici internazionali, 1998; O. Hffe, Knigliche Vlker. Zu Kants kosmopolitischer Rechts- und Friedenstheorie, Frankfurt/M., Suhrkamp, 2001; V. Gerhardt, Immanuel Kants Entwurf Zum ewigen Frieden. Eine Theorie der Politik, Darmstadt, Wissenschaftliche Buchgesellschaft, 1995. 7 Kant, Zum ewigen Frieden. Ein philosophischer Entwurf (1795), in Id., Werkausgabe, cit., Bd. XI, pp. 191251, Zweiter Definitivartikel, p. 213 (trad. it. Roma, Editori Riuniti, 2003). 8 Ivi, p. 212 sg. 9 Ivi, p. 212. 10 Kant, ber den Gemeinspruch: Das mag in der Theorie richtig sein, taugt aber nicht fr die Praxis (1793), in Id., Werkausgabe, cit., Bd. XI, pp. 125172, III, p. 169 (trad. it. in Id., Scritti di storia, politica e diritto, cit.). 11 Kant, Zum ewigen Frieden, cit., Erster Zusatz, 2, p. 225.

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La seconda obiezione, simile alla precedente, fa riferimento alla necessit di mantenere la pluralit dei popoli, dalla quale deriverebbe secondo Kant anche linsopprimibile pluralit degli stati. Infatti, [] la federazione dei popoli [Vlkerbund] non potrebbe essere tuttavia uno stato di popoli [Vlkerstaat]. In questo caso vi sarebbe infatti una contraddizione, poich ogni stato contiene il rapporto di un Superiore (il legislatore) con un Inferiore (colui che deve obbedire, ovvero il popolo), ma molti popoli in uno stato costituirebbero un solo popolo, il che (giacch dobbiamo tenere in considerazione il diritto dei popoli luno nei confronti dellaltro, nella misura in cui costituiscono cos tanti stati differenti e non devono fondersi in uno stato solo) contraddice il presupposto. 12 Solo nel Vlkerbund i popoli possono conservare, accanto alla libert, anche la loro identit linguistica e religiosa 13 . Peraltro, anche la seconda obiezione non risulta essere veramente persuasiva. Nella misura in cui, infatti, la libert di cui parla qui Kant corrisponde al diritto di conservare la propria identit culturale, questa non corrisponde tuttavia allo status politico del cittadino. In altri termini, per garantire la pluralit dellidentit culturale non vi affatto bisogno di una pluralit politica, dal momento che le due, non coincidendo, si collocano su livelli distinti, cos che diviene possibile ununit politica che contiene in s distinte unit culturali (o anche viceversa). Come vedremo nel prosieguo della ricerca, la sovrapposizione kantiana tra le identit non casuale, bens corrisponde a un tratto ben pi profondo del paradigma da lui adottato. In terzo luogo Kant attribuisce limpraticabilit della Weltrepublik alla sua inattuabilit fattuale. Innanzitutto una struttura politica tanto estesa avrebbe difficolt a imporre la legge in ogni sua singola parte, con il conseguente rischio di sollevazioni e della finale dissoluzione, nuovamente, in una pluralit di stati 14 . Del resto e qui il tono di Kant sembra farsi rammaricato sono proprio gli stati, nella loro sovrana potenza politica, a non volere, addirittura a boicottare la creazione di un Vlkerstaat, secondo la loro idea dello jus gentium, cos che non resta altro che accettare il surrogato negativo della Weltrepublik 15 , ovvero la federazione di popoli, il Vlkerbund. La differenza tra la Weltrepublik e il Vlkerbund consiste innanzitutto nel fatto che il secondo non implica la sottomissione degli stati a norme coercitive, ovvero a leggi pubbliche e a una coazione sotto il governo delle medesime 16 . Primariamente, esso non pertanto al servizio di un ordinamento perpetuo di portata globale, bens della libert di ogni singolo stato nel suo proprio interesse. La pace necessariamente temporanea e parziale, anche se eventualmente soggetta a estensioni spaziali e temporali, date determinate condizioni favorevoli rappresenta cos, in tale ottica, la conseguenza secondaria di un atteggiamento volto soprattutto a tutelare linteresse particolare di ogni singola collettivit politica. Date le premesse, non meraviglia che la federazione di stati preveda il rispetto del principio della non ingerenza 17 . In ultima istanza, il successo e la durata del Vlkerbund non crea unautorit sovrana, n un
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Ivi, Zweiter Definitivartikel, p. 209. Ivi, Erster Zusatz, 2, p. 225 sg. 14 Kant, Die Metaphysik der Sitten, cit., Rechtslehre, 61, p. 474. 15 Kant, Zum ewigen Frieden, cit., Zweiter Definitivartikel, p. 212. 16 Ivi, p. 211. 17 Ivi, Erster Abschnitt: Prliminarartikel, 5, p. 199.

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potere dotato di autonomia di decisione e di intervento, bens dipende dalla libera volont e dallarbitrio dei partecipanti, i quali possono in qualsiasi momento e per qualsivoglia ragione scioglierlo 18 . In una situazione tanto precaria, Kant affida la sua concreta speranza di un ordinamento di pace almeno parzialmente stabile non al diritto sovrastatale, con le sue norme vincolanti volte alla massima effettivit possibile, ma alla morale e a una concezione teleologica della storia. Per un verso, infatti, egli si appella al dovere che ogni essere umano ha in quanto tale di agire in modo tale da favorire il progresso morale dellumanit 19 . Se poi vero che di questo progresso sarebbero rilevabili alcune testimonianze storiche fattuali 20 , per anche indiscutibile che secondo il filosofo di Knigsberg lazione in tale direzione rappresenta un dovere della ragion pratica, il quale non necessita, in via di principio, di essere corroborato o confermato dalla realt oggettiva. Tuttavia, quello che Kant chiama il fatto della ragione pratica 21 mera espressione delle facolt trascendentali del soggetto e si dimostra refrattario a qualsiasi traduzione procedurale: indubbiamente una base incerta per una dottrina che non voglia rinunciare a una ricaduta politico-giuridica e istituzionale. Analogo il discorso anche per quanto concerne la concezione teleologica della storia 22 , la quale, in quanto prodotto del giudizio soggettivo volto a consolidare lattitudine morale del singolo, altro non che un surrogato i maligni direbbero consolatorio di un ordinamento di pace universale e vincolante. In mancanza di tale ordinamento, solo la morale fondata sul soggetto e la sua lettura teleologica degli eventi storici pu rassicurarci in forma molto precaria sul continuo avvicinamento alla condizione della pace perpetua 23 e sul progressivo realizzarsi di quella costituzione repubblicana in tutti gli stati che sola garantisce, in un contesto di liberi accordi interstatuali, il rispetto dei medesimi 24 . Kant ci prospetta quindi due soluzioni profondamente diverse la Weltrepublik e il Vlkerbund contraddistinte da vantaggi e carenze speculari. Mentre infatti la prima
Kant, Die Metaphysik der Sitten, cit., Rechtslehre, 54, p. 467; 61, p. 475. Kant, ber den Gemeinspruch, cit., III, p. 167. 20 Esplicito qui il riferimento di Kant alla Rivoluzione francese. Cfr. Kant, ber den Gemeinspruch, cit., III, p. 168; Der Streit der Fakultten, cit., II, 6, p. 357 sgg. 21 Kant, Kritik der praktischen Vernunft (1788), in Id. Werkausgabe, Bd. VII, pp. 105302, I, 7, Anmerkung, p. 142 sgg. (trad. it. Roma-Bari, Laterza, 20034). 22 Kant, Zum ewigen Frieden, cit., Erster Zusatz, p. 217 sgg. Sulla concezione teleologica della natura, v. Kant, Kritik der Urteilskraft (1790), in Id., Werkausgabe, Bd. X, II, 61 sgg., p. 305 sgg. (trad. it. Roma-Bari, Laterza, 20022). In pi di una circostanza, Kant arriva a parlare di provvidenza abbandonando cos definitivamente a testimonianza delle difficolt sistematiche il terreno razionale per rifugiarsi in quello teologico. Cfr. Kant, ber den Gemeinspruch, cit., III, p. 171; Zum ewigen Frieden, cit., Erster Zusatz, p. 217 sgg. e p. 224 (dove si fa riferimento alla natura quale artefice dellordinamento civile, possibile in quanto tale anche presso un popolo di diavoli). 23 Kant, Metaphysik der Sitten, cit., Rechtslehre, 61, p. 474. 24 Laccordo tra stati liberi acquisisce stabilit se tutti i governi sono repubblicani: nel caso che sia infatti il popolo a decidere della pace e della guerra, esso, traendo da questultima il massimo svantaggio, propender per la pace (Kant, ber den Gemeinspruch, cit., III, p. 170; Zum ewigen Frieden, cit., Erster Definitivartikel, p. 205 sg.). Resta peraltro aperta la questione se le repubbliche oggi si direbbe: le democrazie siano veramente pi pacifiche (ipotesi negata empiricamente dalle vicende del nazionalismo e colonialismo) o lo siano solo nei loro rapporti reciproci, e anche in questo caso solo relativamente alla maggiore aggressivit delle autocrazie. Anche ammessa una (relativa) preferenza delle democrazie per la pace, va tuttavia sottolineato che, perch questa si concretizzi, necessaria la realizzazione di ulteriori condizioni, quali la garanzia di una sfera pubblica interna non colonizzata da interessi particolari e linserimento degli stati democratici in un sistema di diritto internazionale vincolante.
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tratteggia una condizione di pace sovranazionale stabile, ma risulta essere di fatto irrealizzabile (e secondo alcune considerazioni, peraltro poco convincenti, anche non auspicabile), il secondo immediatamente implementabile (pur se solo in parte), per non in grado di rimuovere la radice della guerra, ovvero lincontrollabilit degli egoismi particolaristici di stati sovrani. Kant individua cos per la sua riflessione politica, ma anche in generale per lazione pratica di ogni singolo essere umano e per lo sviluppo sociale e storico delle collettivit nel loro complesso un obiettivo largamente condivisibile, ovvero il conseguimento di una condizione di pace possibilmente universale. Tuttavia, quando la sua riflessione passa alla fase propositiva, si delineano soluzioni a tal punto contraddittorie da rendere assai difficoltosa (per non dire impossibile) lindividuazione della via politico-istituzionale destinata (almeno in via di auspicio) a realizzare lobiettivo pi alto e condiviso. Se mettiamo in relazione la contraddittoriet delle soluzioni con il fine individuato, si affacciano quattro possibili ipotesi interpretative 25 . a) La prima di tali ipotesi ha carattere dichiaratamente negativo: lincapacit di Kant di delineare una prospettiva praticabile mostrerebbe, molto semplicemente, che lobiettivo individuato e in linea di principio condiviso (lordinamento universale di pace) in realt non realizzabile, ragione per cui consigliabile ripiegare verso fini pi modesti, ma realizzabili (in particolare, il contenimento del conflitto). b) Abbandonata la prospettiva negativa, la seconda ipotesi si risolve invece in unesegesi del non ancora: la contrapposizione tra le due dimensioni della ragione e del fatto bruto si traduce qui nella prospettiva di una costruzione progressiva delle condizioni perch la ragione, finora controfattuale, divenga reale. In questottica il progressivo ampliamento e consolidamento del Vlkerbund, partendo da un nucleo avanzato, lo trasforma in un lasso di tempo pi o meno lungo, ma non infinito nellipotesi ottimale, ossia nella realizzazione della Weltrepublik. In tal modo la contraddizione si scioglie qui in unottica diacronica e il parallelismo delle due ipotesi si trasforma in convergenza. c) La terza prospettiva interpretativa mantiene ferma la contraddizione tra Vlkerbund e Weltrepublik: accettando di vivere in una tensione di fatto irrisolta tra la legge di ragione e i fenomeni del mondo politico, la Weltrepublik vista come lidea regolativa a cui tendere, destinata tuttavia a rimanere per sempre controfattuale, e il Vlkerbund come la realizzazione fattuale e storicamente determinata, eternamente incompiuta, di tale idea. d) Lultima ipotesi configura infine la separazione e la coesistenza dei due livelli, ovvero dellordine internazionale retto da normative vincolanti da un lato e della pluralit degli stati dallaltro: secondo questa interpretazione ipotizzabile la creazione di un ordine sovrastatale normativamente vincolante pur mantenendo lesistenza di una molteplicit di stati, ciascuno dei quali portatore di uno specifico ordine etico-politico, non di rado in contrasto con gli ordini etico-politici delle altre collettivit. In tal caso, lordine universale non presupporrebbe affatto una federazione mondiale, bens potrebbe convivere con statualit specificamente
Va precisato, a questo proposito, che per interpretazione si intende qui non tanto lenucleazione, con metodologia storica ed ermeneutica, del significato presunto autentico del testo classico, quanto piuttosto lindividuazione dei suoi eventuali contenuti euristici alla luce della riflessione contemporanea.
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particolari e plurali, dal momento che i due livelli sarebbero riconosciuti come diversi e complementari: da un lato lordine etico-politico che una specifica collettivit intende darsi, dallaltro la garanzia globale dei diritti fondamentali di tutti gli esseri umani. Lasciamo per ora da parte, tenendola in riserva, la prima delle ipotesi: essendo questa lunica che rinuncia esplicitamente al fine dichiarato della dottrina kantiana dellordine globale (non limitandosi cio, come la seconda e la quarta, a distaccarsi da soluzioni e metodo per mantenere fede allobiettivo), riserviamoci di prenderla in esame solo nel caso che tutte le altre tre non ci forniscano vie praticabili. Cominciamo invece dalla seconda e, per affrontare la questione, prendiamo le mosse da una breve riflessione su alcuni aspetti dellintegrazione europea. Propongo questo approccio non solo per lattualit e importanza della problematica, bens anche perch proprio dal fenomeno dellintegrazione europea possibile trarre importanti elementi per meglio valutare la nostra problematica. In altri termini, la vicenda europea ci pu fornire importante materiale di riflessione e di analisi per comprendere se la contraddizione tra ragione e fatto nella creazione di un ordine internazionale sia un limite ontologico inamovibile o piuttosto una remora storica destinata a essere felicemente superata da sviluppi pi avanzati rispetto a quelli che si trovava ad osservare Kant.

2. Lintegrazione europea come modello di ordine sovranazionale

Lidea secondo cui il futuro ordinamento globale vincolante di pace potrebbe prendere avvio da un nucleo iniziale trae spunto da un passaggio dello stesso Kant, il quale si esprime nel modo seguente: Lattuabilit (realt oggettiva) di questa idea della federalit, la quale si deve estendere a poco a poco a tutti gli stati, conducendo cos alla pace perpetua, pu essere [cos] rappresentata. Infatti, se la fortuna cos dispone, che un popolo potente e illuminato si possa costituire in repubblica (che, conformemente alla sua natura, non pu che tendere alla pace perpetua), allora questa fornisce ad altri stati il baricentro per unassociazione federativa, affinch questi si uniscano ad essa e assicurino in tal modo la condizione pacifica degli stati, conformemente allidea del diritto delle genti, per poi estendersi sempre pi attraverso legami dello stesso genere. 26 Prescindiamo qui dal trattare la questione relativa a che cosa avesse con precisione in mente Kant con unaffermazione del genere. Rimane a questo punto la constatazione che nessun organismo di diritto internazionale si avvicinato a tale descrizione pi di quanto abbia fatto lUnione Europea. Pur essendo partita da un trattato tra pi stati e non dallesempio di uno solo, lUnione ha soddisfatto, nel corso della sua storia, i criteri individuati da Kant perch si possa parlare di un processo di integrazione sovranazionale. Innanzitutto essa si infatti andata sempre pi ampliando, da sei stati a ventisette, senza che il processo di estensione possa essere considerato definitivamente concluso. In secondo luogo, grazie alla sua azione si consolidato il modello politico repubblicano secondo il vocabolario kantiano; ora si parlerebbe piuttosto di democrazie liberali anche in paesi soggetti a dittature durate decenni e privi di tradizioni democratiche consolidate. Infine stata
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Kant, Zum ewigen Frieden, cit., p. 211 sg.

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garantita la pace tra paesi che si erano fronteggiati a combattuti per secoli. N del resto va dimenticato che il progetto di integrazione europea ha rappresentato il pi significativo e riuscito sforzo di superamento della sovranit nazionale, pur se su scala ridotta, in tutto il XX secolo, costituendo il pi incoraggiante esempio di quellavvicinamento del fatto bruto alla ragione che abbiamo individuato come una delle possibili vie per uscire dalla contraddizione insita nella visione kantiana. Una volta messa in rilievo loriginalit e importanza dellesperienza dellUnione Europea, resta da vedere se essa possegga davvero le caratteristiche per svolgere quella funzione di esempio e di traino, la quale permetterebbe di traghettare lesperienza dellaccordo confederale, del Vlkerbund, allapprodo di un regime sovranazionale vincolante. Per fare questo, affrontiamo la questione orientandoci sul filo rosso individuato dalle seguenti due domande: a) lintegrazione europea rappresenta a tutti gli effetti un modello di integrazione potenzialmente globale? b) E, in secondo luogo, posto che il suo modello non sia globale n possa mai diventarlo, perch la sua limitazione a unarea geografica specifica? Cominciamo quindi dalla prima questione, ovvero se lEuropa unita abbia sperimentato (e stia sperimentando) un modello di ordine potenzialmente globale. Per cercare di dirimere tale questione indispensabile, come primo passo, richiamare brevemente la teoria cosiddetta sovranazionale dellintegrazione europea e, in particolare, Joseph Weiler, lautore che pi di ogni altro lha sostenuta con competenza e autorevolezza. In estrema sintesi, convinzione di Weiler che la specificit della struttura dellUnione, ovvero il suo carattere sovranazionale, possa fungere da esempio e modello proprio per la formazione di comunit di stati nazionali comunit in grado di garantire la pace e il benessere anche in realt storiche sconvolte da conflitti fino a poco tempo addietro. La natura kantiana dellidea di sovranazionalit messa in rilievo dallo stesso Weiler. Infatti, la filosofia morale kantiana fonda lobbligazione morale sulla capacit degli esseri umani di non seguire semplicemente le norme etiche, ma, in quanto creature razionali, di determinare per se stessi le leggi del loro agire e di agire a partire da una scelta interiore in accordo con queste. 27 Lintegrazione sovranazionale europea rappresenterebbe un passo rilevante sulla via del conseguimento di tale ideale in quanto contribuisce a emancipare lessere umano dalla dipendenza indiscriminata e totalizzante nei confronti di unentit la nazione con lo stato nazionale come sua espressione politica destinata a rimanere prigioniera della dimensione prerazionale. Una volta conseguita la dimensione sovranazionale, lindividuo vede infatti crescere in modo esponenziale la sua autonomia di giudizio e di scelta: da membro per destino di una comunit quasinaturale, diventa o, per meglio dire, ha migliori possibilit di diventare protagonista consapevole e illuminato delle proprie scelte. Ci non significa peraltro che il progetto sovranazionale voglia rimuovere la nazione; quanto esso vuole superare invece soltanto la sua hybris, la sua volont di fagocitare completamente lindividuo. Infatti, secondo quanto afferma Weiler, la sovranazionalit aspira a conservare i valori dello stato nazionale in forma pura e non corrotta dai suoi abusi 28 . Pi dettagliatamente, il potere sovranazionale si contraddistingue, fin dal momento della nascita delle Comunit, come un sistema legislativo, esecutivo e
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J.H.H. Weiler, The Constitution of Europe, Cambridge, Cambridge University Press, 1999, p. 343. Ivi, p. 250.

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giuridico, le cui norme mirano alla creazione di una rete di interdipendenze al di l delle frontiere degli stati nazionali che si affiliano a tale potere. Va da s che la costruzione di una rete di interdipendenze si distingue esplicitamente dalla formazione di uno stato nel senso pieno della parola, nella misura in cui buona parte delle competenze sostanziali continuano a riposare presso gli stati membri. Essa mantiene cio le frontiere tra gli stati nazionali, pur depotenziandone il significato. Al contrario del modello federale, che pretende di ricreare uno stato sovrano, uno nella sua molteplicit, il progetto sovranazionale non intende fondare un nuovo stato dalle frontiere pi estese, bens si pone come fine il superamento di alcuni degli aspetti pi problematici della statualit stessa, in particolare la pretesa esclusivistica della sovranit. Permettendo il superamento della pretesa di appartenenza esclusiva avanzata dallo stato nazionale e creando, nel rispetto del profondo legame che unisce i singoli alla loro nazione e senza voler sostituire le nazioni storiche con un altro nuovo costrutto nazionale di maggiori dimensioni, una serie di profondi rapporti istituzionali e personali tra i cittadini di stati diversi e i membri di nazioni distinte, la dimensione sovranazionale instaurerebbe sempre secondo Weiler le condizioni per la realizzazione di un secondo ideale illuministico e kantiano. Il riferimento qui allabbandono della netta separazione e non di rado del conflitto, caratteristici sempre degli stati nazionali, tra noi e loro 29 , tra i membri della comunit di appartenenza e tutti gli altri, percepiti come esistenzialmente estranei. Tale superamento pu avvenire introducendo, secondo lespressione di Weiler, la molteplicit dei demoi 30 , ovvero la possibilit della contemporanea e non contraddittoria appartenenza del singolo a pi collettivit, in particolare da un lato a quella dello stato nazionale dorigine, con la sua cultura condivisa, dallaltro a quella dei cittadini europei, caratterizzata dalla convinzione razionale che in un certo numero di ambiti della vita pubblica si debba accettare la legittimit e lautorit delle decisioni adottate dai concittadini europei 31 . In tal modo, la comunit sovranazionale spezza il legame totalizzante dellindividuo con la comunit nazionale e getta un ponte verso la creazione di momenti di condivisione di valori e di interessi con altri esseri umani, non facenti parte della stessa nazione. Prende cos corpo lideale weileriano della tolleranza costituzionale 32 , che, contrapposto allidea del patriottismo costituzionale, incentra lidea guida della vita socio-politica non nellautodeterminazione dei cittadini, bens nellapertura nei confronti dellaltro, nel contesto del rispetto reciproco dei valori dappartenenza e di un ordinamento sovranazionale non impregnato eticamente. Evidentemente questa costruzione teorica, creata originariamente per dare dignit concettuale agli sviluppi dellintegrazione europea, potrebbe assumere e di fatto, agli occhi di taluni gi assume il carattere di modello anche al di l delle frontiere europee, fino alla stessa dimensione globale. Tuttavia, lidea dellapplicazione su scala globale del modello dellintegrazione europea presenta almeno due limiti che

Weiler, Problems of Legitimacy in Post 1992 Europe, Auenwirtschaft, 46. Jg., Heft III/IV, pp. 411437. 30 Weiler, The Constitution of Europe, cit., p. 344 sgg. 31 Ivi, p. 346. 32 Weiler, Federalismo e costituzionalismo: il Sonderweg europeo, in G. Zagrebelsky (a cura di), Diritti e Costituzione nellUnione Europea, Roma-Bari, Laterza, 2003, pp. 2242; qui p. 31 sgg.

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dovrebbero indurci alla cautela e forse allo scetticismo. Vediamo singolarmente le diverse obiezioni. Innanzitutto lUnione Europea stata creata per dare maggior peso a un interesse particolare, ovvero quello comune a stati membri singolarmente troppo deboli per poterlo sostenere; non ha invece come suo fine limmediato approccio a problemi globali. Rispetto alleventualit di fare di essa il modello di unintegrazione globale sovranazionale, essa soffre pertanto di un deficit particolaristico, del fatto cio che la soluzione che qui trova forma si attaglia a un insieme di stati che difendono comunemente la loro posizione e i loro interessi, non per a dare una risposta stringente alla necessit di un ordine internazionale giusto e legittimo, il quale, andando al di l della difesa di interessi particolari, riconosca la diversit dei medesimi, garantendo tuttavia un quadro complessivo di tutela della pace e dei diritti umani. In secondo luogo, la proposta di una rete di interdipendenze come base della stabilizzazione delle relazioni internazionali ha poggiato il suo fondamento nel caso dellintegrazione europea e lo poggia per molti versi a tuttoggi sullaggregazione di interessi economici, mirante alla creazione di un mercato unico garantito giuridicamente, mentre resta ancora assai vacillante la legittimazione politica del potere pubblico che si andato determinando. Ne deriva pertanto quello che potremmo definire come deficit di legittimazione del modello e anche la sua attenzione solo parziale ai diritti fondamentali intesi nella loro pi ampia accezione 33 . Peraltro, nella misura in cui il modello sovranazionale, quale stato realizzato nellUnione Europea, dovesse essere destinato ad affrontare con successo il deficit di legittimazione, esso non potrebbe fare a meno di darsi strutture politiche che, nella loro specificit di titolarit, procedure e contenuti, accentuerebbero la differenza rispetto alle realt esterne. La compiuta legittimazione dellUnione passa infatti attraverso la cristallizzazione di appartenenze e valori che, nella loro pregnanza, non possono essere considerati condivisibili dalla societ globale 34 . Nella sostanza, lintegrazione europea si trova dunque di fronte a due possibili opzioni. Nel primo caso lUnione Europea pu trasformarsi in unentit politica pienamente legittimata democraticamente. Pur non divenendo uno stato nel senso classico, ci nonostante essa verrebbe ad assumere necessariamente, una volta intrapresa questa strada, molte caratteristiche propriamente federali e, di fatto, non poche prerogative che ora spettano agli stati nazionali. Tale entit politica, con pi momenti normativo-istituzionali appartenenti al diritto pubblico interno che non a quello internazionale, potrebbe per realizzare una simile trasformazione solo a costo di definire interessi comuni (anche contrari a quelli di altre entit politiche), valori condivisi (tali da creare unidentit collettiva) e uno status di cittadinanza in grado di giustificare una forma di solidariet tra concittadini superiore e pi intensa
Sul deficit di legittimazione dellUnione rimando (anche per lampia bibliografia) a S. Dellavalle, Una costituzione senza popolo? La Costituzione europea alla luce delle concezioni del popolo come potere costituente, Milano, Giuffr, 2002, p. 263. 34 Con riferimento al Trattato costituzionale rinvio anche in questo caso a S. Dellavalle, La legittimazione del potere pubblico europeo, Teoria politica, XIX (2003), n. 1, pp. 4367; Id., Cittadini e Stati: i fondamenti della legittimit democratica, in A. Lucarelli A. Patroni Griffi (a cura di), Studi sulla Costituzione europea. Percorsi e ipotesi, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 2003, pp. 123137; Id., Un popolo per lEuropa? Elementi di unidea nel Trattato costituzionale, in C. Malandrino (a cura di), Un popolo per lEuropa unita, Firenze, Olschki, 2004, pp. 4361.
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rispetto a quella che lecito pretendere tra esseri umani appartenenti a collettivit distinte. Ci non implica affatto che unUnione Europea pienamente politica, nel momento in cui chiamata a tutelare gli interessi dei propri cittadini e i propri valori, non debba operare a livello internazionale nel pi intransigente rispetto delle identit e dei diritti delle collettivit altre. Vero piuttosto che tale tutela si concilia senza particolari difficolt con una difesa non spregiudicata dei propri interessi. Tuttavia una qualsiasi integrazione politica e quella che pu avvenire, date determinate condizioni favorevoli, nellUnione non costituisce uneccezione finisce per costituire una collettivit contraddistinta inevitabilmente da una sua pregnanza etica (consistente in un insieme di idee, distillate proceduralmente, su come organizzare la vita pubblica), la quale ne rende impossibile lestensione oltre certi limiti. Una repubblica di popoli non pu quindi mai divenire una repubblica universale. Non casualmente, quanto pi lintegrazione europea si approfondisce, tanto pi lUnione assume elementi caratteristici della statualit classica (con la sua specifica pretesa di marcare la distinzione nei confronti delle collettivit altre). Tale sviluppo riscontrabile fin dal Trattato di Maastricht, col quale fu disposta, tra laltro, lintroduzione di una cittadinanza europea (con la conseguente separazione da chi cittadino non ), la progressiva individuazione di un territorio, legato in particolare alla creazione di unarea di sicurezza comune, la precisazione (almeno sulla carta) di interessi comuni in politica estera, la fissazione dei valori di riferimento condivisi (con limplicita contrapposizione nei confronti dei valori rappresentati da altre collettivit politiche). In particolare questo ultimo aspetto stato significativamente consolidato nel Trattato di Nizza, per raggiungere il suo temporaneo (e infelice) apogeo nel Trattato Costituzionale, con la sua insistenza nuova quanto, per certi versi, discutibile su valori e simboli comuni. N del resto tale percorso, pur se rallentato, pu essere considerato come abbandonato tramite la rinuncia al Trattato Costituzionale e la sua sostituzione con un meno ambizioso Trattato di Riforma. La seconda opzione prevede invece unintegrazione pi blanda, sostanzialmente apolitica e centrata prevalentemente se non esclusivamente sulla dimensione economica e sociale. In questa circostanza lUnione ritornerebbe a essere piuttosto una Comunit, o addirittura solo unarea di libero mercato. Nemmeno questa soluzione riduttiva, per, le consentirebbe di superare i limiti spaziali connaturati a quello che sarebbe pur sempre un gruppo formato per la difesa di interessi particolari. Inoltre, nella misura in cui la base dellintegrazione sarebbe primariamente economica, lEuropa unita sposterebbe significativamente il baricentro delle sue finalit ben lontano dai contenuti consoni a unorganizzazione votata alla salvaguardia delle pace e dei diritti umani su scala globale. Lobiettivo del libero mercato sia esso globalizzato o limitato a una specifica area del mondo ha infatti poco a che vedere, se preso di per se stesso, con un ordine internazionale che garantisca standard seppur minimi di giustizia e il rispetto di quei diritti che spettano a ogni essere umano in quanto tale. Sintetizzando i risultati della breve e sommaria analisi dellinterpretazione sovranazionale dellintegrazione e riconducendoli alle ipotesi di lettura della contraddizione kantiana, si pu dunque rilevare come lesperienza europea non sembri confermare quella che stata precedentemente chiamata lesegesi del non ancora. Ossia, non che col passare del tempo il fatto bruto (la possibilit concreta dellaccordo confederale tra stati sovrani) sembri avvicinarsi pi di tanto allesigenza della ragione (la necessit di un ordinamento di pace inclusivo e universale). Questo

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perch il modello europeo, se vero che supera il delirio nazionalistico a livello continentale, tuttavia non pu n vuole dare una risposta a livello globale. Indubbiamente il modello comunitario europeo potr forse essere imitato, date determinate circostanze, da altri gruppi di stati nel mondo il che sarebbe in ogni caso auspicabile come fattore di stabilizzazione e di benessere , tuttavia non pu essere visto come un sistema destinato a dare ordine complessivo al mondo globalizzato. Del resto, questa sua incapacit ad estendersi oltre un certo ambito definito da interessi comuni e valori politici condivisi non dovuta alla peculiarit del caso o allimmaturit dei tempi. Vero piuttosto che quando stati sovrani formano unassociazione su base regionale o continentale sia essa una Comunit blanda o unUnione politica possono certamente dare un grande contributo alla semplificazione delle relazioni internazionali, ma, a causa delle loro finalit particolari, non potranno mai risolvere la questione globale di un ordinamento di giustizia e di pace veramente inclusivo.

3. Con Kant, oltre Kant

Una volta individuata lassenza di elementi empirici che facciano pensare a un progressivo avvicinamento del fatto bruto allideale della ragione, va ora verificata la seconda ipotesi positiva, ovvero se Weltrepublik e Vlkerbund non possano essere visti come due idee destinate a non potersi conciliare mai: la prima come punto di riferimento regolativo e perpetuamente controfattuale, come stella polare della nostra azione; la seconda come sua realizzazione concreta sempre insufficiente. Tuttavia, in questo ambito lapplicazione di tale modello concettuale produce risultati insoddisfacenti. Non almeno nelle mie convinzioni per un pregiudizio di principio nei confronti della controfattualit di unidea regolativa, bens piuttosto perch nel caso preso qui in considerazione la Weltrepublik non ne svolge la funzione in modo convincente. Infatti, se vero che limperativo categorico controfattuale rispetto a tutta una serie di comportamenti umani, anche evidente che esso tuttavia ben radicato a sua volta come fatto, direbbe Kant nella ragione e persino nel comportamento umano. Altrettanto, per fare un secondo esempio, anche lagire comunicativo controfattuale rispetto a quello strategico dominante in numerose sfere dellinterazione umana; ci nonostante, esso non una chimera, ma una realt esperibile in determinati contesti. Infine, anche il diritto deriva la sua capacit di dare ordine alla societ proprio dalla sua dimensione controfattuale, ossia dal fatto di imporre norme a un agire altrimenti poco trasparente e potenzialmente caotico; ma esso pu esercitare la sua funzione solo se tale controfattualit non rinuncia, sullaltro versante, alleffettivit. In tutti questi esempi, la dimensione controfattuale fonda la sua tensione col reale (o, per meglio dire, con la condizione prevalente nel reale) sul fatto di non essere pienamente irreale e irrealizzabile. Non cos invece la Weltrepublik, per la quale come abbiamo potuto verificare non sono individuabili agganci alla realt, n nel presente, n in un futuro logicamente prevedibile. Se si ammette una tale limitazione, la proposta di Kant per destinata ad appiattirsi su una Zwei-Reiche-Lehre di tradizione agostiniana e, pi immediatamente, luterana una prospettiva non solo operativamente sterile, ma che anche fa torto a tutto quanto vi di concreto nella filosofia morale e politica del pensatore di Knigsberg.

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Impraticabile la via dellavvicinamento del fatto bruto allideale della ragione, sterile la contrapposizione controfattuale dei due momenti, viene da pensare che non resti altro che lipotesi negativa. Ovvero che lammiratore del progetto di pace kantiano non abbia altra possibilit che consegnarsi, mani e piedi legati, allapproccio realistico, ammettendo che il progetto di una pace perpetua altro non fosse che unillusione, un sogno. In verit, rimane per unultima possibilit, che tuttavia richiede di intraprendere un percorso pi lungo e non privo di ostacoli sulla via di una revisione del paradigma concettuale kantiano. Cominciamo col tornare ai testi di Kant. qui infatti che si vede come la radice concettuale delle carenze della teoria kantiana dellordinamento sovranazionale vada individuata nellimpropria analogia tra il passaggio dallo status naturae degli individui alla societas civilis, quale singola collettivit politica particolare, e quello dalla condizione di conflitto permanente tra le collettivit cos formate (gli stati) 35 allordinamento sovrastatale di pace 36 . Va da s che gi da un punto di vista logico lanalogia poco convincente in quanto mette sullo stesso piano, con intento pi che non solo metaforico, ma esplicitamente logicogenetico e normativo, due realt profondamente diverse, non fosse altro per il fatto che nella prima agiscono individui singoli e nella seconda personalit collettive (gli stati) che da questi individui sono composti. Tuttavia, la mera fallacia logica di una tale analogia non ancora sufficiente, di per s, a spiegarci perch essa arrivi a causare, in ultima istanza, un deficit dellintero sistema. Questa sola incongruenza logica potrebbe infatti essere nientaltro che un episodio marginale allinterno di un sistema per il resto privo di falle. Per connettere la fallacia logica con una falla di sistema quindi indispensabile scavare pi a fondo. Un primo passo in questa direzione rimanda al rigido concetto di sovranit adottato da Kant, per cui le collettivit politiche sono una sorta di ipostasi politica dellidentit individuale. Proprio tale ipostasi impedirebbe al filosofo di individuare le possibilit di unintegrazione sovranazionale degli stati. Come stato messo in rilievo 37 , la carenza dellimpostazione si rivela quando si pensi che lo stato, proprio nella prospettiva giusnaturalistica adottata da Kant, gi un ente di diritto, non pi una realt naturale come i singoli nello status naturae. E tale carenza si rivela sistemica nella misura in cui inficia la complessiva proponibilit del progetto kantiano. Su questa stessa via per possibile andare anche oltre, riconducendo il problema concettuale della teoria kantiana delle relazioni transnazionali a una carenza ancora pi profonda, la quale investe la stessa filosofia individualistica che ne costituisce limpalcatura. Ladozione di una rigida nozione di sovranit altro non , infatti, che la conseguenza dellapproccio individualistico alla dottrina sociale e politica. Per meglio comprendere questo aspetto, opportuno fare un breve excursus. Tutte le teorie normative delle relazioni internazionali e tra queste va annoverata senza ombra di dubbio anche la proposta kantiana fanno propria una certa idea di ordine. In altri termini, esse non si limitano a descrivere le relazioni internazionali nelle loro varie dimensioni fattuali, bens pretendono sempre anche di individuare un livello
La condizione dello status naturae tra gli stati infatti, secondo Kant, sostanzialmente identica a quella dello status naturae tra i singoli individui. Cfr. Kant, Zum ewigen Frieden, cit., Zweiter Definitivartikel, p. 208 sg. 36 Lanalogia ripresa da Kant in diversi testi e in differenti circostanze: Idee zu einer allgemeinen Geschichte, cit., VII, p. 44; ber den Gemeinspruch, cit., III, p. 169, 171 sg.; Zum ewigen Frieden, cit., Zweiter Definitivartikel, p. 212; Metaphysik der Sitten, cit., Rechtslehre, 54, p. 467, 61, p. 474. 37 J. Habermas, Hat die Konstitutionalisierung des Vlkerrechts noch eine Chance?, in Id., Der gespaltene Westen, Frankfurt/M., Suhrkamp, 2004, pp. 113193; qui p. 128.
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normativo, allinterno del quale si articolano le regole che guidano o che devono guidare, date determinate finalit il comportamento degli attori transnazionali, ovvero gli danno ordine 38 . Per poter esprimere unidea di ordine, ogni teoria delle relazioni internazionali deve contenere in s, in forma esplicita o implicita, la risposta a due questioni fondamentali, la prima concernente lestensione dellordine, la seconda la sua natura. Per quanto concerne la prima questione, due possono essere le risposte 39 . Nellun caso si parte dal presupposto che lordine nel senso proprio della parola (ovvero come ordinamento vincolante e stabile, non solo come limitazione temporanea del disordine) pu essere realizzato solo allinterno delle singole collettivit politiche, mentre lo spazio tra di esse lasciato al confronto pi o meno violento o contenuto (approccio particolaristico). Nel secondo, al contrario, si assume che lordine nel senso pieno del termine possa essere esteso, almeno potenzialmente, anche alla sfera internazionale (approccio universalistico). Non vi dubbio che Kant non solo fa propria questa seconda interpretazione, ma anche ne rappresenta uno degli esponenti di maggior rilievo concettuale e influenza. Cos, mentre la visione particolaristica vede le sue prime articolazioni concettuali nella tradizione occidentale gi nellopera di Tucidide e procede, con molte continuit e qualche variazione, fino al neo-conservatorismo americano dei giorni nostri, passando per autori quali Machiavelli e Adam Mller, Carl Schmitt e Hans Morgenthau, Kant si inserisce su un percorso che, seppur lungo, pi recente. Egli infatti appartiene a pieno titolo a quella linea di pensiero che, nata con gli stoici 40 e successivamente sviluppata nel pensiero cristiano, sostiene lesistenza possibile e secondo alcuni gi anche reale di un ordine globale. La seconda domanda cui una teoria normativa delle relazioni internazionali non pu esimersi dal rispondere riguarda invece il carattere dellordine individuato o auspicato. Anche in questo caso ci troviamo di fronte a due risposte storicamente consolidate, opposte nei loro contenuti. Nellun caso si assume che lordine non possa che essere organico, ragion per cui il singolo fa parte quasi naturalmente ovvero senza la mediazione riflessiva dellarticolazione consapevole dei propri interessi e della valutazione razionale di una comunit che, nel caso pi ottimistico della sua massima estensione, arriva a comprendere lintera umanit. Questa concezione, la quale poggia su un paradigma di stampo olistico, ha trovato le sue espressioni pi significative, quando combinata alla visione universalistica delle relazioni transnazionali 41 , per un verso nellidea della communitas christiana (dal medioevo alla grande scolastica spagnola, con Vitoria, Suarez e Bartolom de Las Casas), per laltro nella concezione neo-stoica della comunit internazionale,

Portando il ragionamento alle estreme conseguenze, si potrebbe in effetti dubitare con qualche buona ragione dellesistenza, in senso assoluto, di teorie meramente descrittive delle relazioni internazionali. Molto depone infatti a favore dellipotesi che, in realt, ogni teoria contenga al suo interno una presa di posizione, eventualmente non dichiarata, sulle questioni fondamentali relative al concetto di ordine. 39 Il che non esclude la presenza di posizioni intermedie. La complessit del panorama delle dottrine normative del diritto internazionale dimostrata, con riferimento alla questione della democrazia, da A. v. Bogdandy, Democrazia, globalizzazione e futuro del diritto internazionale, Rivista di diritto internazionale, 87 (2004), n. 2, pp. 317344. 40 Accenni in O. Hffe, Demokratie im Zeitalter der Globalisierung, Mnchen, Beck, 20022, p. 234 sgg. 41 Vi infatti anche una linea di pensiero che combina lolismo con lapproccio particolaristico, pervenendo alla convinzione che lordine, da un lato, non possa realizzarsi che allinterno di singole collettivit, dallaltro non possa che avere carattere organico.

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creata da Grozio e protrattasi con notevole fortuna fino ai giorni nostri 42 . Sul versante opposto si colloca invece la corrente filosofica che ritiene che una collettivit politica possa legittimamente sorgere solo dallaccordo consapevole e condiviso tra gli individui, dotati originariamente di interessi e ragione, che intendono farne parte (approccio individualistico). Fondata da Hobbes 43 , questa corrente filosofica non mostr inizialmente nessuna particolare apertura nei confronti della possibilit di applicare la propria idea di ordine politico anche alla sfera delle relazioni internazionali. Ed proprio in questo contesto che va a inserirsi la posizione di Kant, con straordinario effetto innovativo. Kant infatti il primo autore a conciliare lindividualismo con lintento universalistico 44 . Sulla sua vicinanza a Hobbes per quanto concerne il modello applicato non possono infatti sussistere dubbi. Comune tra i due pensatori soprattutto la fondamentale concezione contrattualistica delle relazioni sociali e politiche: anche Kant ritiene infatti che lo status naturae sia uno stato di guerra 45 e che da questo si esca con il contratto col quale si stabilisce la societas civilis 46 . Analoga a Hobbes anche la concezione meccanicistica dello stato, visto come automa che, grazie allequilibrio interno, riesce a garantirsi stabilit e adeguata rispondenza ai fini stabiliti col contratto 47 . Tuttavia, al contrario del suo predecessore, Kant fa sua anche la tradizione, originariamente olistica, dei progetti di pace internazionale. Dal lavoro originalissimo di sintesi egli deriva, rispetto a Hobbes, limmediato vantaggio di non porre allidea di ordine un limite, coincidente con le frontiere statali, il quale difficilmente giustificabile con le categorie del paradigma individualistico 48 . Rispetto agli universalisti di stampo olistico, la posizione kantiana si rivela invece superiore nella misura in cui non assoggetta lidea di un ordine globale alla difficile assunzione di unantropologia ottimistica o di unontologia armonicistica, ovvero anche alla fede
Eccellente la ricostruzione dei suoi sviluppi pi recenti ad opera di A. L. Paulus, Die internationale Gemeinschaft im Vlkerrecht. Eine Untersuchung zur Entwicklung des Vlkerrechts im Zeitalter der Globalisierung, Mnchen, Beck, 2001. Si veda anche Ch. Tomuschat, Die internazionale Gemeinschaft, Archiv des Vlkerrechts, 33 (1995), n. 1, p. 120; Id., International Law: Ensuring the Survival of Mankind on the Eve of a New Century, Collected Courses of The Hague Academy of International Law, Vol. 281 (1999), Nijhoff, The Hague. 43 Cfr. la ricostruzione ormai classica del modello hobbesiano in N. Bobbio, Il modello giusnaturalistico, in N. Bobbio M. Bovero, Societ e stato nella filosofia politica moderna, Milano, Il Saggiatore, 1979, pp. 15109. 44 Una relativa eccezione rappresentata da William Penn dal suo Essay towards the Present and Future Peace of Europe del 1693. Qui infatti Penn gi applica il modello contrattualistico del paradigma individualistico per la soluzione di un problema concernente il rapporto tra gli stati, non (esclusivamente) la loro costituzione interna. Tuttavia il suo progetto di pace non va oltre i confini europei. Oltre ad avere un impianto concettuale in generale ben pi ambizioso, Kant pertanto il primo ad aver esteso il modello a livello effettivamente globale. 45 Kant, Zum ewigen Frieden, cit., Zweiter Abschnitt, p. 203. 46 Kant, ber den Gemeinspruch, cit., II, Im Staatsrecht. Folgerung, p. 153. 47 Kant, Idee zu einer allgemeinen Geschichte, cit., VII, p. 43. 48 Con grande chiarezza e coerenza concettuale Kant asserisce infatti che quanto lessere umano dovrebbe fare secondo le leggi della libert vale per tutte e tre le realt del diritto pubblico, il diritto statale [Staatsrecht], quello internazionale [Vlkerrecht] e quello cosmopolitico [weltbrgerliches Recht] (Zum ewigen Frieden, cit., Erster Zusatz, p. 223). E in una nota di un paragrafo precedente egli precisa: La costituzione civile nel suo complesso , con riferimento alle persone coinvolte, 1) quella del diritto di cittadinanza degli esseri umani, allinterno di un popolo (jus civitatis), 2) quella del diritto internazionale degli stati nel loro rapporto reciproco (jus gentium), 3) quella del diritto cosmopolitico, nella misura in cui gli esseri umani [] vanno intesi quali cittadini di uno stato universale di tutti gli esseri umani [allgemeiner Menschenstaat] (jus cosmopoliticum) (ivi, Zweiter Abschnitt, p. 203).
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in una metafisica derivata da una presunta verit rivelata. Senza bisogno di orpelli metafisici, la visione kantiana di un ordine internazionale fa affidamento principalmente anche se non esclusivamente 49 su due fattori ragionevolmente verificabili e condivisibili: gli interessi degli attori coinvolti e le qualit trascendentali dellessere umano in quanto ente dotato di ragione. Accanto ai vantaggi, lapplicazione del paradigma individualistico allidea di un ordine internazionale per anche foriero dei problemi sistemici menzionati nel primo paragrafo. Nella misura in cui Kant come tutti coloro che applicano il suo stesso paradigma vede infatti nellindividuo un ente identico a se stesso, solipsistico nella sua autoreferenzialit, riflesso su di s pi che non immerso in una rete di relazioni una monade dotata di ragione e diritti, ma precedente geneticamente e assiologicamente alla dimensione dellintersoggettivit , diviene impossibile ipotizzare identit pluridimensionali, appartenenze plurime, livelli diversi di integrazione corrispondenti a qualit distinte della relazione. Lindividuo monadico, non potendo frantumare la sua unit, pu solamente unirsi ad altri singoli, per formare un ente dalla caratteristiche ontologiche identiche a s, un individuo collettivo che deriva le sue qualit e competenze dai diritti alienatigli dai cittadini 50 . Altrettanto, per gli individui collettivi non vi altra prospettiva che accordarsi per costituire, a loro volta, un ente globale secondo un processo piramidale che riproduce al livello superiore le stesse propriet ontologiche di quello inferiore. Lo svuotamento ontologico del gradino inferiore ad opera di quello superiore destinato tuttavia a provocare crescenti resistenze quanto pi ci si allontana dallimmediata sfera vitale della singola individualit, tali da condurre, come abbiamo visto in Kant, al probabile fallimento fattuale dellintero progetto della Weltrepublik. Dal fatto che secondo i dettami classici del paradigma individualistico gli attori sociopolitici non possano essere che entit identiche a se stesse, refrattarie a qualsivoglia forma di geometria variabile delle appartenenze, deriva innanzitutto limpossibilit di far coesistere i due distinti livelli di integrazione transnazionale: luno sovranazionale (vincolante e facente riferimento solo alla tutela dei diritti umani universali) e laltro internazionale (basato su liberi accordi tra stati sovrani, i quali mantengono la competenza ultima nelle materie comprese in questambito). Come s visto, Kant individua le due dimensioni, le quali restano tuttavia, nella sua prospettiva, inevitabilmente contraddittorie. Dal deficit concettuale del paradigma individualistico nasce inoltre la menzionata confusione tra identit culturale e identit politica, sulla base della quale Kant giustifica con la pluralit culturale la necessaria pluralit politica degli stati: se lindividuo una monade, non gli sar infatti possibile accedere a identit plurali e ad appartenenze distinte e tuttavia compresenti. Infine si origina dai limiti del soggettivismo kantiano la concezione riduttiva del diritto cosmopolitico, col quale si giustifica meramente un diritto di visita, consistente nel divieto di essere trattato con ostilit fuori dal proprio paese e nellautorizzazione ad offrire ovunque la propria disponibilit a entrare in societ. Ci nonostante, tale
Si pensi al riferimento alla filosofia della storia o alla provvidenza cui si accennato nel primo paragrafo. 50 Tale principio espresso in forma esemplare da Rousseau nel suo Contract social: Ognuno di noi mette in comune la sua persona e tutta la sua forza sotto la suprema direzione della volont generale; e noi, come corpo, riceviamo ogni membro come parte indivisibile del tutto. In luogo della persona particolare di ciascun contraente, questo atto dassociazione produce istantaneamente un corpo morale e collettivo composto di tanti membri quante voci ha lassemblea, il quale riceve da questo stesso atto la sua unit, il suo io comune, la sua vita e la sua volont (I, 6).
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autorizzazione non genera alcun diritto di associazione da parte dello straniero alla societas civilis che sta visitando, la quale non lo pu trattare ostilmente, ma lo pu respingere 51 . N viene creata in questo modo una solida base per la tutela sovranazionale dei fondamentali diritti umani (troppo tenue a questo fine il diritto di visita qui garantito) 52 . Per un buon secolo e mezzo lidea di un individualismo universalistico ovvero lipotesi, certamente rivoluzionaria e per molti versi grandiosa, di risolvere i problemi dellordine internazionale con gli stessi strumenti con cui, nella modernit, si era rifondata la legittimit del potere politico interno, a partire cio dai diritti, dagli interessi e dalla capacit razionale degli individui rest intrappolata negli stessi problemi in cui si era irretita la proposta kantiana. A causa del presupposto concettuale soggettivistico (miope nei confronti della dimensione intersoggettiva), i fautori del modello individualistico continuarono a incontrare irrimediabili difficolt nel distinguere con precisione tra i diversi livelli dellinterazione, cos come tra i diversi codici e le diverse finalit che contraddistinguono le specifiche interazioni. Coincidendo lindividuo, in una tale ottica, con una monade sempre uguale a se stessa, a esso vengono richieste le stesse prestazioni contrattuali a livello dellintegrazione politica statuale cos come dellordine internazionale. Ne consegue che o laccordo a livello internazionale stipulato, per analogia, tra stati concepiti come soggettivit individuali 53 . Oppure gli individui singoli si avventurano nel tentativo di dar vita a un contratto sociale globale, a una repubblica universale dotata di una qualche forma di sovranit classicamente statale. Le carenze sono evidenti: per un verso lidea di un Super-Stato mondiale, seppur addolcito da una forma anche marcata di sussidiariet, sottovaluta la relazione genetica tra la legittimit del potere politico e i percorsi riflessivi allinterno di opinioni pubbliche in qualche modo delimitate. Proprio nel pericolo antidemocratico insito nellipotesi di
Da notare che qui Kant ricade al di sotto dei titoli previsti dallo jus naturalis societatis et communicationis propugnato da Vitoria (Relectio prior de Indis recenter inventis, 15381539, in Id., De Indis recenter inventis et de jure belli Hispanorum in Barbaros, hrsg. von W. Schtzel, Tbingen, Mohr Siebeck, 1952, pp. 1117, qui p. 92). Peraltro va anche ricordato che dello jus naturalis societatis et communicationis si spesso abusato come giustificazione della colonizzazione. Esplicito e duro invece il giudizio negativo di Kant sulla legittimit dellopera dei colonizzatori. Cfr. Kant, Zum ewigen Frieden, cit., Dritter Definitivartikel, p. 214 sgg.; Metaphysik der Sitten, cit., 62, p. 476 sg. Sullaltro versante pesa leurocentrismo culturale espresso da Kant en passant nella Kritik der reinen Vernunft (in Id., Werkausgabe, cit., Bd. IV, II, 4, p. 709 sgg.; trad. it. Roma-Bari, Laterza, 200411) e pi ampiamente in testi minori e nelle lezioni (cfr. R Brandt, Europa in der Reflexion der Aufklrung, Politisches Denken. Jahrbuch, 1997, pp. 123). 52 Kant, Zum ewigen Frieden, cit., Dritter Definitivartikel, p. 213 sgg. Analogo in Kant, Metaphysik der Sitten, cit., Rechtslehre, 62, p. 476. 53 Largomento kantiano stato riproposto, con o senza aggiustamenti, da importanti autori nel secolo appena trascorso. Senza sostanziali modifiche, ad esempio, la sua ripresa da parte di Norberto Bobbio (Il Terzo assente, Milano, Sonda, 1989, p. 126 sgg.; cfr. anche: Id., Della democrazia tra le nazioni, Lettera internazionale, n. 22, pp. 6164). Pi complessa la posizione di Hans Kelsen, il quale, pur respingendo (per eccessiva astrattezza storica) lipotesi contrattualistica per quanto concerne la fondazione della singola collettivit politica, di fatto la ripropone in vista di uno stabile accordo di pace internazionale (Peace through Law, Chapel Hill, University of North Carolina Press, 1944, I, 1, p. 5 sgg.). In questo aspetto egli ricade pertanto, seppur indirettamente, nella medesima contraddizione messa in rilievo per Kant. Un problema analogo emerge peraltro anche per quanto concerne la struttura istituzionale in cui dovrebbe sfociare un tale accordo: mentre lo stato mondiale continua a essere, nonostante le significative perplessit espresse, un fine normativamente auspicabile, ma praticamente non immediatamente attuabile, la soluzione praticabile, ossia laccordo tra liberi stati sovrani, rimane intrisa di una sensazione di incompiutezza (ivi, I, 2, p. 9 sgg.; cfr. anche: ivi, I, 10, p. 56 sgg.).
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unautorit globale, che si pretende sovrana pur essendo di fatto slegata dai processi discorsivi delle opinioni pubbliche concrete, si trova probabilmente il senso profondo dellammonimento kantiano contro il dispotismo senzanima. Daltro canto, se il trattato globale eventualmente stipulato tra gli stati continua a lasciare a questi parte essenziale della loro sovranit, allora a essere a rischio non solo com ovvio la pace, ma anche la tutela effettiva di tutti quei diritti di cui ogni essere umano titolare a prescindere dal suo status di cittadino di una determinata collettivit politica. Lantitesi in sostanza sempre la stessa: se la Weltrepublik lontana dalla realt cos come da un effettivo controllo democratico, il Vlkerbund precario e soffoca la possibilit, a livello internazionale, sia della tutela dei diritti umani fondamentali, sia dellattribuzione di responsabilit dirette ai singoli 54 . Dopo un primo tentativo di superamento a cavallo tra il XVIII e il XIX secolo tentativo culminato nella filosofia di Hegel e di fatto gi rientrato nelle sue opere mature 55 , il soggettivismo del moderno paradigma individualistico entr in una crisi severa e probabilmente irrimediabile nella prima met del XX secolo 56 . Espressioni pi significative di tale decadenza e potenziale svolta furono, per un verso, le riflessioni di Heidegger sulla dimensione contestuale dellesistenza individuale 57 , dallaltro in misura probabilmente anche pi significativa le ricerche di Wittgenstein sulla relazione tra linguaggio e prassi 58 . Dai lavori di entrambi gli autori, in particolare del primo Heidegger e dellultimo Wittgenstein, si svilupparono importanti correnti filosofiche il decostruttivismo prevalentemente francese da un lato 59 e la teoria degli atti linguistici dallaltro 60 comune alle quali fu un importante effetto corrosivo nei confronti delle categorie fondamentali del paradigma individualistico moderno. Uno degli esiti di tale corrosione (il pi importante per la nostra ricerca) fu lo sviluppo di una teoria dellintersoggettivit 61 quale erede legittima, e alternativa critica, della dottrina soggettivistica moderna. Lungi dal ritrarsi in una metafisica premoderna, la teoria dellintersoggettivit avanza infatti la pretesa
Lambiguit della soluzione offerta dallipotesi della confederazione di stati mostrata chiaramente dalla posizione di Kelsen, il quale riconosce s la responsabilit individuale nellambito del diritto internazionale, ma significativamente solo per la violazione del medesimo e non per il misconoscimento di diritti umani fondamentali nel contesto della prassi politica interna (Peace through Law, cit., II, p. 71 sgg.). In tal modo, tuttavia, si limita anche la possibilit di salvaguardare a livello internazionale i diritti umani eventualmente violati allinterno dei singoli stati. 55 Cfr. J. Habermas, Der philosophische Diskurs der Moderne, Frankfurt/M., Suhrkamp, 19882, p. 34 sgg. Per una presentazione del rapporto tra categorie soggettivistiche e intersoggettivit nel pensiero hegeliano, rimando al mio Freiheit und Intersubjektivitt. Zur historischen Entwicklung von Hegels geschichtsphilosophischen und politischen Auffassungen, Berlin, Akademie-Verlag, 1998. 56 La filosofia di Nietzsche, pur rappresentando un prodromo della crisi, forn meno di Hegel prima di lui e di Heidegger e Wittgenstein dopo, strumenti praticabili per unuscita propositiva dagli orizzonti del soggettivismo moderno. 57 M. Heidegger, Sein und Zeit, Tbingen, Niemeyer, 198616, 25 sgg., p. 114 sgg. Per unanalisi cfr. Ch. Demmerling, Hermeneutik der Alltglichkeit und In-der-Welt-sein, in Th. Rentsch (Hrsg.), Klassiker Auslegen: Martin Heideggers Sein und Zeit, Berlin, Akademie, 2001, p. 89 sgg. 58 L. Wittgenstein, Philosophische Untersuchungen, in Id., Werkausgabe, Frankfurt/M., Suhrkamp, 1984, I, pp. 225580. 59 Cfr. in particolare J. Derrida, Lcriture et la diffrence, Paris, Seuil, 1967. Per una riflessione e uninterpretazione dalla prospettiva tedesca, cfr. M. Frank G. Raulet W. van Reijen (Hrsg.), Die Frage nach dem Subjekt, Frankfurt/M., Suhrkamp, 1988. 60 Per una ricostruzione cfr. K.-O. Apel, Transformation der Philosophie, 2 Bde., Frankfurt/M., Suhrkamp, 1973. 61 Apel, Das Apriori der Kommunikationsgemeinschaft und die Grundlagen der Ethik, in Id., Transformation der Philosophie, cit., II, pp. 358435; Habermas, Theorie des kommunikativen Handelns, 2 Bde., Frankfurt/M., Suhrkamp, 19885.
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di far propria la promessa di emancipazione insita nel razionalismo moderno, da Descartes a Hegel, anzi di tutelarne le potenzialit proprio tramite il confronto serrato con le sue carenze concettuali. Loperazione di salvataggio delle promesse della modernit oltre la modernit si articola essenzialmente attraverso la sostituzione del paradigma individualistico con quello comunicativo 62 . Secondo questo approccio, la realt socio-politica non si compone di entit singole, originariamente autonome, titolari di specifici diritti e competenze, ma piuttosto di reti comunicative, ciascuna delle quali contraddistinta da finalit, codici e peculiarit linguistiche sue proprie. Mentre lindividualit in quanto concetto astratto viene dissolta, gli individui concreti permangono, ma reinterpretati esclusivamente quali attori nellambito di diverse forme di relazione intersoggettiva. Distinguendo tra le differenti dimensioni dellinterazione, diventa possibile creare geometrie variabili di appartenenza, cos come individuare soluzioni normative e istituzionali specifiche per dare ordine, di volta in volta, agli ambiti peculiari della comunicazione intersoggettiva. Delle molte dimensioni possibili dellinterazione, tre sono particolarmente interessanti per il nostro discorso. La prima consiste nella comunicazione mirante a rispondere alla domanda: chi sono / siamo?. Questa una variante delluso etico della ragione, ruotante intorno alla questione: come voglio (o vogliamo) vivere? 63 si concretizza in processi di autochiarimento individuale e collettivo in merito alla propria identit, in particolare culturale e religiosa, e culmina in valori esistenziali, norme etiche non concernenti la sfera propriamente pubblica e messe in atto da associazioni private. La seconda sfera dellinterazione fa invece riferimento alla comunicazione politica, la quale risponde alla domanda: che cosa vogliamo fare?. Anchessa una variante delluso etico della ragione, la comunicazione politica si differenzia dalla precedente nella misura in cui riguarda tematiche di interesse pubblico, nella cui soluzione coinvolto linsieme dei concittadini, originariamente uniti dallinteresse comune e, in seguito, da valori (democrazia, libert, giustizia, ecc.) quali distillati delle condizioni normative a garanzia del corretto svolgimento della comunicazione stessa. Lultima sfera della comunicazione qui rilevante corrispondente alluso morale della ragione concerne tutti gli esseri umani in quanto interagiscono come tali (ovvero non come concittadini, membri della stessa chiesa, del medesimo gruppo etnico, ecc.). Le norme che trovano qui attuazione sanciscono le condizioni generali del successo di una comunicazione umana e globale tra tutti gli esseri umani, ossia coincidono con la tutela della pace e la salvaguardia dei diritti umani fondamentali. Sulla base di quanto detto, se si ammette a) che alcuni dei problemi fondamentali su cui va ad arenarsi la proposta kantiana sono dovuti alla sua applicazione del paradigma individualistico, e b) che il paradigma comunicativo pu rappresentare unalternativa valida, tale da superarne i limiti senza rinnegarne le promesse, allora vi ragione per ritenere che la visione di Kant possa essere riformulata con successo su nuove basi. In particolare, due sono i vantaggi che sembrano potersi delineare. Innanzitutto la distinzione tra le sfere dellinterazione permette di separare con precisione tra lintegrazione culturale (o religiosa) e quella politica separazione che, come abbiamo visto, non sempre cos chiara nel pensiero kantiano. In secondo
Sui fondamenti del paradigma comunicativo si veda lopera ormai classica di Habermas, Theorie des kommunikativen Handelns, cit. Per una sintesi della tematica: Dellavalle, Una costituzione senza popolo, cit., p. 206 sgg. 63 Habermas, Erluterungen zur Diskursethik, Frankfurt/M., Suhrkamp, 1991, p. 100 sgg.
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luogo ed questa linnovazione pi importante per la tematica qui affrontata si apre la possibilit della coesistenza non contraddittoria di due forme di integrazione internazionale: luna confederale basata su interessi condivisi di un insieme di stati, laltra globale, mirante alla tutela della pace e dei diritti umani universali.

4. Due vie e alcune questioni aperte

Prima di prendere in esame la riproposizione della proposta kantiana nella chiave del paradigma comunicativo, per necessario ricordare brevemente come non siano mancati, in questi ultimi anni, gli autori che hanno perseguito unaltra via, per certi versi pi tradizionale. Essi hanno cio riproposto Kant cercando di aggiornarlo, ma senza metterne in discussione lapproccio individualistico quale paradigma fondamentale. Lespressione sistematicamente pi articolata di questa prima via dellattualizzazione di Kant va individuata, con ogni probabilit, nei lavori di Otfried Hffe 64 . Nel suo volume sulla Democrazia nellepoca della globalizzazione, pubblicato per la prima volta nel 1999, Hffe articola la sua fedele ripresa di Kant (e quindi il suo rifiuto nei confronti dellapproccio comunicativo) in tre passaggi. Il primo prende forma nella tesi secondo cui non si pu pensare alcuna interazione senza fare prima riferimento alle individualit originarie sulle quali poggia tale interazione. In esplicita polemica contro i sostenitori delle teorie dellintersoggettivit, Hffe sottolinea che chi non rispetta i diritti umani, cos come lintegrit fisica e la vita, non meno che la libert di opinione e il diritto alla codeterminazione, non in grado di intrattenere discorsi col suo avversario 65 . In questottica, il rispetto per laltro non intrinseco alla comunicazione, bens la deve precedere: detto in termini semplici, la comunicazione che si fonda sugli individui, non il processo di individuazione sulla comunicazione. Pertanto, qualsivoglia legittimazione del potere non pu basarsi su una qualche forma di interazione, ma deve richiamarsi allindividualit che ne costituisce la struttura ontologica originaria. In secondo luogo, la legittimazione per Hffe non pu avere che natura rigorosamente contrattualistica 66 . In particolare, il contratto consiste qui nella libera accettazione, da parte dei singoli, di porre limiti alla loro libert affinch in tal modo vengano garantite a tutti le condizioni generali dellazione (conditions of agency) 67 . stato rilevato come tale concezione del contratto intenda le strutture politiche e culturali che questo crea, essenzialmente come coazione esterna e limite 68 . In tal modo, il contrattualismo di Hffe viene a segnare addirittura un regresso rispetto a Kant, nella misura in cui listituzione della societas civilis rimane legata essenzialmente alla tutela della libert e non alla realizzazione di un fine morale, il quale, per la sua natura trascendentale, rappresenta gi in s, in qualche misura, un superamento del solipsismo individualistico e della natura contingente e utilitaristica della socialit.
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O. Hffe, Demokratie im Zeitalter der Globalisierung, cit. Per una discussione sullopera di Hffe, cfr. S. Gosepath J.-Chr. Merle (Hrsg.), Weltrepublik. Globalisierung und Demokratie, Mnchen, Beck, 2002. 65 Hffe, Demokratie im Zeitalter der Globalisierung, cit., p. 47. 66 Ivi, p. 48. 67 Ivi, p. 55. 68 Habermas, Die nachholende Revolution, Frankfurt/M., Suhrkamp, 1990, p. 78.

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Infine Hffe non lascia dubbi sul fatto che la Weltrepublik debba rappresentare il fine di un ordine internazionale di pace e giustizia 69 . Tale federazione universale nasce, nella sua visione, da un duplice contratto (dando cos luogo a una doppia legittimazione): quello tra gli stati e quello tra linsieme globale degli esseri umani 70 , che divengono in tal modo cittadini del mondo, chiamati a esercitare specifiche virt, in qualche modo analoghe a quelle del cittadino dello stato repubblicano 71 . Nonostante tutte le cautele che Hffe inserisce nella sua proposta 72 , la Weltrepublik qui delineata pertanto a tutti gli effetti una collettivit politica, fondata su uno specifico pactum societatis, la cui legittimazione in ogni senso sovrapponibile (in quanto diretta, ovvero non derivata) a quella che viene a determinarsi nelle singole collettivit politiche. significativo, a questo riguardo, il fatto che Hffe parli senza remore di un popolo [Staatsvolk] della repubblica universale e si dilunghi nella disamina del suo possibile regime parlamentare (con la proposta conclusiva di una soluzione bicamerale) 73 . Se dunque Hffe ripropone lidea kantiana della Weltrepublik riprendendone il paradigma individualistico 74 , Jrgen Habermas ad assumersi il compito, sullaltro versante, di salvaguardare il fine ultimo del progetto di Kant, senza tuttavia fare pi ricorso al suo impianto paradigmatico. Facendo uso del paradigma comunicativo, Habermas riesce a dare un esito credibile a quella che, nel primo paragrafo, era stata presentata come la quarta tra le ipotesi di uscita dalla contraddizione kantiana. In particolare, la sua visione dellordine nelle relazioni transnazionali si articola su due livelli, dei quali quello inferiore, che potremmo definire internazionale 75 , individua lambito nel quale gli stati stipulano accordi reciproci sulla base del comune interesse e senza rinunciare alla loro sovranit, mentre quello superiore, chiamato sovranazionale (ma potremmo forse dire, per evitare confusioni, sovrastatale 76 ), resta circoscritto a istituzioni dal carattere vincolante, investite del compito di garantire globalmente la pace e i diritti fondamentali comuni a tutti gli esseri umani 77 . Habermas insiste sul fatto che le istituzioni sovrastatali non hanno nulla a che vedere con una qualche forma di stato mondiale, di cui non condividono n
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Hffe, Demokratie im Zeitalter der Globalisierung, cit., p. 227, 294 sg. Ivi, p. 308 sgg. 71 Ivi, p. 335 sgg. 72 Ivi, p. 292 sgg. 73 Ivi, p. 310 sgg. 74 Lidea di ripresentare la proposta kantiana condivisa anche da un altro significativo progetto recente di riordino delle relazioni transnazionali: cfr. F. R. Tesn, A Philosophy of International Law, Boulder (Col.), Westview Press, 1998. Mentre per Hffe punta laccento sullattuabilit della Weltrepublik, Tesn preferisce riproporre laltro termine della contraddittoria ipotesi kantiana, ovvero lidea di un Vlkerbund, Peraltro, per evitare che tale concezione si esponga alla critica, gi individuata da Kant, di uneccessiva precariet, Tesn accentua un elemento gi rilevato dal suo predecessore, ossia la necessit che la confederazione sia composta esclusivamente da stati democratici. Cos facendo si garantirebbe, per via del vincolo autoimposto, il rispetto della pace. Ovviamente, tuttavia, al caro prezzo di limitare severamente, almeno rebus sic stantibus, linclusivit del progetto. 75 Habermas usa in verit il termine transnazionale (Hat die Konstitutionalisierung des Vlkerrechts noch eine Chance?, cit., p. 134), che stato per qui utilizzato per descrivere linsieme complessivo delle relazioni che le singole collettivit politiche intrattengono con lesterno o che coinvolgono gli individui in ambito extrastatuale. 76 Come abbiamo visto, sovranazionale infatti un termine che viene usato per definire unintegrazione del tipo di quella realizzata dallUnione Europea, la quale ha finalit chiaramente diverse da quanto intende qui Habermas. 77 Habermas, Hat die Konstitutionalisierung des Vlkerrechts noch eine Chance?, cit., p. 133 sgg.

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lorganizzazione dei poteri, n la matrice storica, n la fonte della legittimazione. Qui lautore fa implicitamente riferimento alle diverse dimensioni dellinterazione. Sul versante dellinterazione politica abbiamo infatti processi deliberativi che coinvolgono se implementati senza che si insinuino deficit normativi i cittadini che fanno parte di una determinata collettivit. La legittimazione si origina cos dalla partecipazione e si accompagna alla presenza di valori sociali e politici condivisi, distillati nellambito delle procedure atte a dare risposta alle questioni determinanti in questo ambito della comunicazione intersoggettiva (come vogliamo vivere?; che cosa vogliamo fare?). N la partecipazione, n la condivisione di valori sono possibili in forma tanto densa nel contesto sovrastatale. Questo deputato a garantire, infatti, non linterazione tra i cittadini, bens quella tra gli esseri umani in quanto tali. In tal senso, esso rappresenta il massimo e pi complesso punto dincontro tra il discorso giuridico e quello morale. Partendo dal presupposto che la sfera sovrastatale abbia come compito precipuo la tutela dei diritti umani, va innanzitutto precisato che questi, mentre da un lato hanno a tutti gli effetti qualit giuridica (in quanto diritti soggettivi giuridicamente esigibili) e non sono mere norme morali, dallaltro condividono con queste il medesimo genere di fondazione 78 . Sia i diritti umani, sia le norme morali vengono infatti giustificati sulla base di un discorso concernente esclusivamente le regole universali che ciascuno di noi deve obbligatoriamente seguire nel suo rapporto con ogni altro essere umano discorso nel quale non entrano nemmeno marginalmente considerazioni concernenti la vita giusta, la cittadinanza oppure lidentit personale o di gruppo. Le istituzioni sovrastatali del diritto internazionale si trovano cos al punto dincontro tra il discorso morale, la norma giuridica e una legittimazione che, in quanto costituzionalmente legata a processi sociali e discorsivi concreti e a cittadinanze definite, non pu che derivare indirettamente dalla legittimit di cui godono le istanze esecutive degli stati membri. Ne consegue una posizione complessa e per molti versi fragile, dai cui limiti non si pu per uscire con un corto circuito che pretenda (indebitamente) di collegare direttamente la dimensione universale con la legittimazione popolare (nella figura politica di una Weltrepublik). Grazie al ricorso al paradigma comunicativo e alla dissoluzione dellindividualit monadica che questo consente, Habermas riesce ad uscire dalla contraddizione kantiana senza ridurre la complessit del fenomeno studiato ed evitando di rinunciare alla componente normativa contenuta nella visione del suo grande predecessore. La messa in rilievo della pluralit dei livelli comunicativi consente di tematizzare unidea pluridimensionale di ordine, senza per che la crisi dellindividualit sfoci in un regresso rispetto alle sue promesse di emancipazione. In specifico, tale idea di ordine prevede a) lordinamento interno alle singole collettivit politiche, concernente la gestione degli interessi comuni sulla base di valori condivisi e legittimato (nella sua forma pi compiuta) dalla volont consapevole dei cittadini; b) lordinamento internazionale, in cui gli stati coordinano la loro azione; c) lordinamento sovrastatale a salvaguardia dei diritti umani e della pace, contraddistinto da norme vincolanti e istituzioni legittimate indirettamente. Habermas non si nasconde le difficolt presentate soprattutto dal terzo livello. Della fragile legittimit delle decisioni prese dalle istituzioni sovrastatali gi si detto. Inoltre, giacch non attuabile lipotesi di uno stato mondiale sovrano, leffettivit
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Habermas, Die Einbeziehung des Anderen, Frankfurt/M., Suhrkamp, 1996, p. 222 sgg.

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delle decisioni di portata globale nellinteresse della tutela della pace e dei diritti umani sar sempre necessariamente subordinata allazione di potenze disposte a implementarle. Infine, la dimensione universale dellintervento sovrastatale, seppur sorretto da norme vincolanti, dovr inevitabilmente fare i conti con le dinamiche di potere degli stati e con gli interessi dei pi potenti tra di loro. Tali difficolt sono ineliminabili in quanto insite nella natura stessa della dimensione sovrastatale, in particolare nella sua stretta parentela col discorso morale e nel suo essere al di l della politica quale organizzazione vincolante del comportamento umano allinterno di una determinata comunit. Ci nonostante, va riconosciuto a sostegno della posizione di Habermas, che un ordinamento conflittuale, in perenne bilico tra norma universale e rischio di fallimento, qualcosa di comunque radicalmente diverso dallaffermazione dei presunti realisti secondo cui lordine a livello internazionale sarebbe in realt impossibile. Tuttavia, anche riconoscendo che le difficolt del terzo livello non siano del tutto cancellabili, rimane da chiedersi se non si possano introdurre dei meccanismi per ridurle il pi possibile. La prima domanda aperta riguarda la credibilit dellazione in difesa della pace e dei diritti umani da parte di istituzioni nelle quali eventualmente operino, in posizione di forza, paesi che tali diritti universali non rispettano n in politica interna, n in quella estera. La considerazione , se si guarda la dinamica delle Nazioni Unite, tuttaltro che peregrina e pone con chiarezza la questione dellipotetica, ma tuttaltro che irreale, necessit di azioni di forza putative, condotte ai margini delle istituzioni sovrastatali e, in alcuni casi, prescindendo dal loro esplicito mandato. In considerazione della debole legittimazione di tali istituzioni, la rinuncia pregiudiziale a tali azioni di forza putative non va ritenuta come normativamente dovuta. Ci nonostante, necessario chiedersi come la giustificazione delle azioni possa essere il pi possibile consolidata e istituzionalizzata. La via maestra di un tale percorso passa attraverso il rafforzamento dellobbligo di giustificare argomentativamente le scelte adottate in eventuale deroga al consenso sovrastatale. N del resto tale giustificazione pu restringersi al solo discorso legittimante interno allopinione pubblica e alle istituzioni dello stato che prende liniziativa. Troppo grande sarebbe infatti in questo caso il rischio, anche per i paesi solidamente democratici, che linteresse particolare della popolazione si traduca nella firma di una cambiale in bianco per lazione esterna 79 . Ne deriva la necessit del ricorso a una qualche forma di opinione pubblica mondiale. Anche Habermas rileva limportanza di tale passaggio, mantenendo per leventuale istituzionalizzazione di quella che egli chiama la societ civica internazionale [Weltbrgergesellschaft] 80 in termini assai vaghi 81 . In effetti, tale istituzionalizzazione pu pretendere di trasformarsi nel prodromo di un vero e proprio parlamento mondiale, rappresentativo della cittadinanza cosmopolitica a un livello puramente informale e organo di una democrazia cosmopolitica eccessivamente ambiziosa per quanto concerne

Jack L. Goldsmith ed Eric A. Posner vedono proprio nel mandato popolare, che spesso favorirebbe politiche orientate unicamente allinteresse nazionale, una delle ragioni del deficit normativo del diritto internazionale (The Limits of International Law, Oxford University Press 2005). Peraltro, la lettura piattamente strumentale che i due autori danno delle basi normative della democrazia lungi dallessere pienamente convincente e non rende adeguatamente conto della complessit del fenomeno. 80 Habermas, Hat die Konstitutionalisierung des Vlkerrechts noch eine Chance?, cit., p. 141 sg. 81 Cos anche in Habermas, Die postnationale Konstellation, Frankfurt/M., Suhrkamp, 1998, p. 165 sgg.

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strutture, finalit e competenze 82 . In tal caso le riserve habermasiane sono sicuramente largamente giustificate 83 . Accanto alla giuridificazione delle relazioni internazionali 84 , lidea di unassemblea permanente delle organizzazioni nongovernative quale consolidamento istituzionale dellesperienza gi fatta ai margini di alcune conferenze delle Nazioni Unite potrebbe tuttavia, nonostante tutti i suoi inevitabili limiti, rappresentare un contributo significativo per una pi salda legittimazione delle decisioni di portata sovrastatale. In questo caso, al contrario della giuridificazione, si tratterebbe di un contributo sul versante della societ civile, e quindi di quel tenue, ma innegabile legame che unisce tutti gli esseri umani.

D. Archibugi, Princpi di democrazia cosmopolitica, in D. Archibugi D. Beetham (eds.), Diritti umani e democrazia cosmopolitica, Milano, Feltrinelli, 1998, pp. 66121, in particolare p. 98 sgg. 83 Habermas, Die postnationale Konstellation, cit., p. 160 sg. (con riferimento a D. Held, Democracy and the Global Order, Stanford (Cal.), Stanford University Press, 1995, e D. Archibugi D. Held (eds.), Cosmopolitan Democracy. An Agenda for a New World Order, Cambridge, Polity Press, 1995). 84 Per giuridificazione si intende qui quanto nel dibattito viene per lo pi definito col concetto di costituzionalizzazione del diritto internazionale. Con questo si descrive lestendersi progressivo di una rete transnazionale di relazioni fondate su norme giuridiche soggette allinterpretazione di una giurisprudenza internazionale (cfr. J. A. Frowein, Konstitutionalisierung des Vlkerrechts, in K. Dicke (Hrsg.), Vlkerrecht und Internationales Privatrecht in einem sich globalisierenden internationalen System, Heidelberg, Mller, 2000, pp. 427447). Si preferisce giuridificazione perch con costituzionalizzazione quanto meno nel senso di una costituzione democratica si presuppone lattuazione di meccanismi di legittimazione popolare, non necessariamente previsti nel caso dellintegrazione giuridica.

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