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Università degli Studi di Firenze

corso di laurea magistrale in Teorie della Comunicazione

Tecnologia della comunicazione on line

Coltivare le connessioni, alcune


riflessioni.

GIULIA FOSSI

I
In latino il concetto di coltivare è espresso dal verbo colere, con tale termine si
intende anche onorare gli dei, avere cura; colere vitam è tradotto con vivere. In tal
senso si deve intendere l’espressione coltivare le connessioni. Il post-moderno con la
sua complessità, articolazione, moltitudine di differenze imprevedibili diventa il
luogo per eccellenza in cui l’io si protende verso il tu, diviene cosciente del proprio
sé specchiandosi nel volto altrui e la coscienza diviene eterno ascolto. L’ordine-
consiglio del titolo del pamphlet si riferisce sia a connessioni reali che virtuali e non
rappresenta un rimando allo strutturalismo, ma la consapevolezza che qualsiasi
categoria ha una propria identità perché è una rete, è un insieme di morfismi che si
rapportano ad altrettanti legami nelle più svariate categorie, ridefinendo
continuamente la propria identità. La rete è centrale per comprendere il mondo
umano dal piccolo: le reti neurali, le sinapsi, al macro: gli eco-sistemi e il web che
espande il reticolo cooperativo in tutto il globo. Il web 2.0 sembra proprio esplicare
al meglio la natura dell’homo socius contemporaneo; esso, infatti, è caratterizzato da
un modello di rete, non più arboreo: strutture assolute, alla base di un evolversi di
differenze superficiali. Il web 2.0 è un’architettura democratica in continua crescita,
dove ciascun nodo ha un ruolo unico e fondamentale. L’open source ha reso evidente
che la connessione è collaborazione, è ordine, ma non ordinato secondo le
tradizionali statiche gerarchie, quindi è dominato ad un tempo sia dal caos che dal
cosmos. Questa è solo una delle innumerevoli antinomie irrisolvibili che per sua
stessa definizione caratterizzano la rete, essa è individualità e socialità, privato e
pubblico, incontro e scontro, frammentazione e continuità, proprio da tale natura
dicotomica deriva l’essere in fieri del web, il suo evolversi, la sua potenza pervasiva e
positivamente incontrollata. Ciò permette, almeno teoricamente, un’infinita
espressività e libertà di informazione, non più infatti la conoscenza di ciò che accade
nel mondo è etero-diretta staticamente gerarchizzata in mano di poche persone, bensì
l’individuo, grazie al suo collaborare all’interno di una rete, irrompe nei meccanismi
del processo informativo, sovvertendone la direzione a senso unico centro-periferia.
Se inizialmente il web ha permesso una crescente democrazia poiché ha aumentato il

II
flusso informativo, ha reso possibile l’accesso a qualsiasi genere di notizia, oltre ad
avere permesso tempi e modi di fruizione più flessibili, il web 2.0 ha introdotto la
possibilità di fornire e ricevere criticamente le informazioni; sistemi come WIKI e
feed RSS, infatti, permettono agli stessi cittadini di strutturare le notizie in livelli
secondo i loro interessi, mentre altri strumenti del social networking come blog,
facebook e sempre Wiki hanno trasformato ogni individuo in redattore di un giornale
mondiale. Il web 2.0 dà la possibilità ad un singolo davanti ad uno schermo di
condividere col mondo le ingiustizie che sta vivendo. In Cina in questi giorni, grazie
al web, si è formato un grande movimento contro le violenze commesse dalla
nomenclatura del regime dittatoriale, soprattutto nei confronti delle donne. Gli utenti,
quindi, se vogliono possono divenire anche produttori di creatività, cultura e
informazione; ogni evento è narrato con immagini, suoni e parole, non più secondo
un unico punto di vista ufficiale, ma con tanti sguardi e prospettive che negoziano tra
loro. Questo, sebbene non assicuri l’oggettività, come verità assoluta trascendentale o
empirica, introduce una reale pluralità. Si produce, così, una indefinita intelligenza
collettiva necessariamente connettiva, che è superiore alla somma delle singole
menti pensanti, un’immensa potenzialità presente proprio nelle relazioni. Levy
definisce il mondo attuale come immerso nello spazio del sapere, dove i soggetti sono
intellettuali collettivi che si confrontano tra loro, modificando costantemente le loro
identità, quindi flettendo secondo ottiche diverse l’immenso spazio del sapere in cui
sono immerse. Lo spazio della conoscenza si fa sempre più democratico, non solo
perché accessibile a tutti, ma in quanto frutto di una collaborazione dal basso che
attua costantemente la decostruzione dei testi della tradizione, portando l’attenzione
sull’ombra, sugli scarti, sulle differenze, dando vita, così, al nuovo.
Tale processo illimitato non riguarda esclusivamente il mondo di internet, bensì è
onnipresente. Il virtuale, per altro sempre più percepito come ambiente reale, ha,
tuttavia, enfatizzato tale concetto prima solo filosofico, lo ha spinto ai confini estremi
del pragmatismo, dando corpo ed evidenza a pensieri completamente astratti. La rete
è divenuta a partire dal XX Secolo il principale paradigma di conoscenza. Oggi

III
coinvolge tutte le discipline che non ricercano più, nell’ambito della riflessione su
loro stesse, la Ur-struttura; parallelamente la logica tradizionale non è più considerata
la regina assoluta, verità indiscutibile a partire dalla quale si sviluppa in primis la
matematica, base per la chimica e la fisica che, a loro volta, permettono l’esistenza
della biologia. Oggi esiste una moltitudine di logiche che si confrontano tra loro e
crescono insieme.
La centralità data alla connessione significa riposizionare la comunicazione come
fulcro di ogni discorso. Comunicazione come reciprocità, dunque costruzione di una
interpretazione condivisa. Ciò non equivale a sostituire semplicemente il paradigma
di trasmissione lineare sicura delle informazioni: costituito da mittente, canale,
codice, messaggio, destinatario, codifica e decodifica con il paradigma relazionale,
basato sul contesto, la situazione, la vaghezza della significazione, bensì approdare ad
un modello generativo, per cui la comunicazione non è altro rispetto alle identità in
gioco. In tal senso comunicazione significa messa in discussione della propria sfera
intima per unirsi all’altro in modo da creare nuove identità nell’ambito di un costante
sviluppo architettonico. La comunicazione non è riducibile ad una patina superficiale,
un surplus che aiuta dal punto di vista della persuasione e della pubblicità, essa è
connessione, quindi determina le identità stesse.
È inevitabile, quindi, riportare l’attenzione sul linguaggio, come facoltà umana e
come atto, in tutte le sue possibili declinazioni, verbali e non. Quanto affermato non
vuole essere un tentativo di restituire valore ontologico al linguaggio, ma
semplicemente un ribadire la sua importanza circa i fatti di conoscenza, il soggetto e i
rapporti tra loro. Le ideologie del passato, come le culture dominanti del presente,
non sono altro che narrazioni retoriche, ovvero linguaggio:
Ogni reale sconvolgimento delle attese ideologiche è effettivo nella misura in cui si realizza
in messaggi che sconvolgono anche i sistemi di attese retoriche. E ogni profondo
sconvolgimento delle attese retoriche è anche un ridimensionamento delle attese
ideologiche.1

1
Umberto Eco, La struttura assente, Bompiani, Bologna, 2008, p. 97.

IV
Qualsiasi struttura sociale è riconducibile alla comunicazione, al tessere rapporti
linguistici non solo verbali. L’analisi delle interrelazioni può suggerire numerose
caratteristiche di una certa comunità o individuo. Tutto è deducibile dalla vaghezza
dei giochi linguistici, dall’uso della lingua, che in ultima analisi non sono che la
causa e conseguenza di legami in determinati contesti. Qualsiasi legame linguistico
non significa, però, automaticamente connessione. Molto frequentemente si hanno
liaisons verbali prive di profondità, inutili e ingannevoli impieghi di energia, talvolta,
invece le vere connessioni sono nascoste, poiché ancora solo in potenza, oppure
particolarmente riservate ed espresse tramite linguaggi molto raffinati, poco vistosi,
lo sguardo dolce del cane mentre allunga la zampa per attirare l’attenzione, la foglia
pendula che si rialza alla prima goccia di pioggia, l’abbraccio senza parole
dell’amato.

La connessione è espressione di vita, è dia-logo secondo una moltitudine di logiche e


passioni, porta alla crescita di sé grazie al confronto secondo un percorso
imprevedibile.
Discutere sulle connessioni significa quindi affrontare la questione della formazione:
il rapporto dialogico con la guida, con la natura, con l’amico, con la persona amata,
presente nel link, è stato il fulcro prima della paideia classica, poi della bildung
romantica ed infine lo è ancora oggi nella categoria pedagogica della neo-bildung. La
rete sembra assumere il ruolo di alternativa realmente formativa nei confronti di una
scuola bloccata su organizzazioni obsolete riproduttrici di differenze sociali e di quei
valori che già nel 1965 Don Milani ripudiava:
Avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è
ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene far
scudo né davanti agli uomini, né davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l’unico
responsabile di tutto.2

2
Don Lorenzo Milani, L’obbedienza non è più una virtù, Lettera ai miei Giudici, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze
1978, p51.

V
Questa citazione è emblematica per tutta la rete, ciascun nodo in essa si mette in
gioco, assume su se stesso la totalità della responsabilità senza avere velleità
imperatrici. La scuola di Barbiana ruota intorno ad una pratica eccezionale, quella
della cura: la cura verso l’altro che conduce alla cura sui. Il ragazzo ricevendo amore,
attenzione e responsabilità, apprende ciò che veramente conta, la cura di sé, ovvero
l’occuparsi autonomamente della propria formazione con l’obiettivo di innestare
nuove connessioni in cui si dona gratuitamente, in modo disinteressato all’altro. La
relazione formativa è sempre anche di amicizia e certo non può essere ridotta alle ore
trascorse in una classe, ad un voto sommario, alla trasmissione di nozioni aride
destinate ad essere dimenticate. La connessione che dà vita al rapporto formativo è
costantemente presente nelle parti in gioco, anche nell’assenza fisica dell’altro.
Formare non è conformare ad un modello, ma è spingere l’altro a cercare la propria
strada, quindi la propria identità. Il maestro, basti pensare a Socrate, deve, attraverso
il dialogo, rendere il giovane riflessivo e capace autonomamente di scegliere le
proprie connessioni, quelle da coltivare e quelle da abbandonare. La stessa relazione
tra maestro e allievo, benché il percorso formativo in generale sia di per sé infinito, è
ben delimitata nel tempo; questa infatti è anche scontro, sfida fino all’inevitabile e
dolorosa rottura che conduce alla conquista della libertà e autonomia necessarie per la
costruzione di nuove connessioni. In questo lavoro di tessitura, di negoziazione, si
delineano e trasformano identità, mai determinata ma sempre in fieri, all’interno di un
dramma costantemente da scrivere, che corrisponde alla vita stessa,
E attendevano, lì presenti, ciascuno col suo tormento segreto e tutti uniti dalla nascita e dal
viluppo delle vicende reciproche,ch’io li facessi entrare nel mondo dell’arte, componendo
delle loro persone, delle loro passioni e dei loro casi un romanzo, un dramma o almeno una
novella.
Nati vivi volevano vivere.3

La scuola, invece, ignora la formazione, persevera nel rimanere attaccata ai


tradizionali concetti di educazione e istruzione, finendo per essere un’isola solitaria

3
Luigi Pirandello, Sei personaggi in cerca d’autore, Mondadori, Milano, 1993, p. 3.

VI
nell'oceano della realtà. Essa, malgrado il suo stato d’isolamento è lungi dall’essere
un’arcadia felice, bensì racchiude in sé tutti gli elementi deleteri della società: è un
concentrato di furbizia, arrivismo e abitudinarietà, un luogo che rende gli uomini
automi sordi, incapaci di ascoltare la propria coscienza, di protendersi verso l'altro
per costruire, così, il proprio io. La collettività-massa, unita e diversa allo stesso
tempo, attraverso la conformazione scolastica diventa un insieme di individui non
autenticamente comunicanti tra loro, incapaci di ascoltarsi, quindi completamente
estranei al fare rete. Studenti, come elettroni impazziti, seguono inconsapevoli
percorsi individuali ed etero-diretti, attaccati ad una vaga illusoria idea di
realizzazione personale, finendo così, nella loro estenuante ricerca dell'eccezionalità
rispetto alla massa, per essere tutti uguali, pateticamente omologati ad un modello
unico, un pensiero unico, ad una forma paradigmatica imposta. Quelli che Foucault
chiama dispositivi di disciplinamento sono oggi sempre più raffinati, nascosti dietro
solo apparenti libere scelte, ma, proprio per questo, ancora più incisivi e pericolosi.
L’antidoto per un mondo scolarizzato incapace di avere una mente dinamica,
flessibile, critica che pone in questione il dato, prefigurando in modo creativo nuove
prospettive ottiche inedite, è la connessione. Solo dall’attenzione per le relazioni tra
sfere di sapere, esperienze, emozioni e ragione trae origine la creatività necessaria per
recuperare una dimensione autenticamente formativa4. La scuola non ha mai
potenziato il creativo, anzi, spesso, lo ha classificato come devianza da sanare al più
presto; per il sistema educativo ciò che è non rientra in parametri pre-stabiliti è solo
errore, magari da spiegare, da non demonizzare, ma non è concepibile il poter stare
nell’errore, questo è negativo perché tradisce la logica imperante. L’errore nasce
dall’incongruenza del risultato ottenuto con quello previsto, questa incoerenza deve
essere eliminata attraverso metodi educativi più o meno tradizionali, non c’è spazio
per la valorizzazione delle connessioni mentali creative che hanno condotto a quel
risultato. L’incapacità di dare rilievo alla creatività è proporzionalmente diretta al
susseguirsi dei vari gradi d’istruzione. Se nella scuola primaria è ancora concesso
scrivere i pensierini personali e dipingere un cielo verde ed un prato blu, al liceo, il
4
C.f.r Ken Robinson , Do Schools Kill Creativity?, http://vimeo.com/2477975

VII
tema è solo di critica letteraria: per avere un buon voto è necessario compiere un
raffinato lavoro totalmente impersonale di copia-incolla dei saggi studiati, mentre a
greco una parola non tradotta come l’insegnante desidera toglie punti alla valutazione
finale. All’università, infine, si giunge all’apice del nozionismo, all’assenza di
qualsiasi connessione personale, addirittura in molti casi colui che non ha passione,
non riflette su ciò che studia, ha maggiori possibilità di successo e soprattutto
terminerà prima il corso di studi.
Solo la rete può assumere l’importante ruolo di detonatore di questa situazione, in
parte già oggi sconvolge gli statici equilibri socio-educativi. La rete, poiché si nutre
di strade alternative quindi creative, diviene l’emblema di rapporti formativi autentici
lungo tutto l’arco della vita, al di là delle istituzioni adibite ad educare ed istruire.
Occorre, tuttavia, prestare attenzione a quei segnali di pericolo che già emergono; il
rischio che lo status quo economico educativo sociale politico investa con forza la
rete e la pieghi alla propria volontà, introducendovi superficialità, omologazione
culturale e differenziazioni sociali è elevato anche nel web 2.0, ma per scorgere tale
minacce il focus deve essere spostato dal web alla realtà tradizionale: all’incapacità
dell’uomo di fare sistema autentico, senza secondi fini con altri uomini e con la
natura in toto. L’essere umano si è evoluto grazie alla sua capacità di controllare la
natura, piegarla con la sua conoscenza ai propri bisogni, homo faber fortunae suae,
ma già Rousseau, aveva compreso nel ‘700 la possibilità che tutto il sistema sociale
fosse portatore di valori corruttori in grado di trasformare il naturale amore per sé in
competizione con gli altri uomini. Pasolini stesso narra come il mondo occidentale
con il fascino abbagliante del mito del progresso e della ricchezza sia entrato in
equilibri naturali millenari, distruggendoli,
[...] ho visto invece, in mezzo a tutto questo, la presenza « espressiva », orribile, della
modernità:una lebbra di pali della luce piantati caoticamente – casupole di cemento e
bandone costruite senza senso là dove un tempo c’erano le mura della città – [...] e
naturalmente i miei occhi hanno dovuto posarsi anche su altre cose, più piccole o addirittura
infime: oggetti di plastica, scatolame [...] Le cose moderne introdotte dal capitalismo nello

VIII
Yemen, oltre ad aver reso gli yemeniti fisicamente dei pagliacci, li hanno resi anche molto più
infelici. 5

Occorre, però, non cadere in nostalgie per un’arcadia perduta, nessun mezzadro
rimpiangerà il suo duro lavoro nei campi in cambio di pochi frutti. La madre-natura è
onnipotente per questo spaventosa ed il rapporto dell’uomo con essa non può essere
idilliaco: non lo è mai stato; l’umanità deve necessariamente per sopravvivere
intervenire su questa. Il problema, allora, è la modalità con cui l’uomo si rapporta agli
equilibri ecologici; nuovamente l’ascolto e l’empatia sono le chiavi per una svolta
connettiva, per definire sistemi umani capaci di stabilire relazioni proficue con la
natura.
La Nature est un temple où de vivants piliers
Laissent parfois sortir de confuses paroles;
L'homme y passe à travers des forêts de symboles
Qui l'observent avec des regards familiers.

Comme de longs échos qui de loin se confondent


Dans une ténébreuse et profonde unité,
Vaste comme la nuit et comme la clarté,
Les parfums, les couleurs et les sons se répondent6.

L’umanità interviene senza prima ascoltarla, cercando di comprenderla, decretando


così prima ancora della fine del naturale, la propria morte. Il sistema umano aperto ha
rifiutato di rapportarsi proficuamente alla natura, di coglierne i feedback per mutare il
modo di intervenire su questa, la natura dall’altra parte ha cercato invano di
mantenere il proprio sistema intatto; ogni suo grido, lamento è stato ignorato. L’uomo
occidentale si è posto per secoli in una posizione di arrogante e ottuso dominio della
natura e di qualsiasi cultura altra. La rete offre oggi non solo un modello democratico
di scambio espressivo e produttivo, ma soprattutto l’opportunità di sovvertire quella
concezione, interna alla cultura greco-cristiano-borghese occidentale, di voler porsi in
5
Pier Paolo Pasolini, Lettere luterane, Gennariello, Einaudi, Torino, 2003, pp. 39-40,
6
Charles Baudelaire, Correspondances, Fleurs du mal, http://www.gutenberg.org/etext/6099.

IX
modo statico e rassicurante al vertice di una gerarchia inesistente, organizzandosi così
in un sistema solo apparentemente in crescita, in realtà incapace di rinnovarsi
radicalmente perché privo di capacità di ascolto ed evoluzione non volta alla
conservazione.