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Tausendjähriges Reich Il Reich millenario Esame di Stato 2006 – Liceo Scientifico Ilio Adorisio, Cirò

Tausendjähriges

Reich

Il Reich millenario

Esame di Stato 2006 – Liceo Scientifico Ilio Adorisio, Cirò – Candidato Francesco Palmieri

Tausendjähriges Reich

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Indice dei capitoli

Capitolo I

I primi anni del nazionalsocialismo

3

Capitolo II

Malcontento, intrighi e vittoria

8

Capitolo III

Democrazia: ultimo atto

15

Capitolo IV

L'arte e il Reich

23

Capitolo V

Il Papa, il Mythus e le pseudo-filosofie

33

Capitolo VI

Volontà di Potenza

39

Capitolo VII

Germania

46

Capitolo VIII

Se questo è un uomo

51

Capitolo IX

Uranverein

65

Capitolo X

Ezra Pound

76

Bibliografia

78

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Capitolo I

I primi anni del Nazionalsocialismo

Deutsches Reich è stata la denominazione ufficiale dello Stato tedesco dal 1871 al 1945; si trattava di una denominazione prettamente formale, dato che sotto il nome di "Impero

Tedesco", questa la traduzione del termine, agirono ben tre diverse strutture governative, nell'arco di 74 anni:

Dal 1871 al 1918 l'Impero Tedesco propriamente detto, monarchia sotto gli Hohenzollern.

Dal 1919 al 1933 la cosiddetta Repubblica di Weimar, che mantenne nonostante la forma democratica la definizione di Reich.

Dal 1933 al 1945 il cosiddetto Drittes Reich, oggetto dei successivi capitoli, per il quale è uso comune tradurre soltanto parzialmente il nome, nella forma di “Terzo Reich”. Nel 1916 le sorti per la Germania nella Grande Guerra erano già segnate, ed il Comando Supremo dell'Esercito, che aveva assunto de facto il potere nel Paese, si mise da parte per far sì che un governo civile potesse intavolare trattative di pace con le potenze dell'Intesa. Considerato il carattere militaristico ed ambizioso dell'Imperatore Guglielmo II di Hohenzollern, e le ripercussioni che questo aveva avuto sul comportamento della

Germania, oltre a sanzioni economiche e

militari i trattati di pace stabilirono che questa dovesse instaurare un sistema democratico. Il primo tentativo fu una riforma costituzionale che spostò l'oggetto della responsabilità

del cancelliere dal Kaiser (l'Imperatore, l'unico a doverne giudicare l'operato) al Reichstag (il Parlamento), secondo il modello monarchico britannico. I successivi disordini, però, portarono Guglielmo II all'abdicazione, e di conseguenza alla necessità di redazione di una nuova carta costituzionale, stavolta interamente repubblicana. Dopo un breve periodo di commissariato, nel gennaio del 1919 a Weimar fu ufficializzata la nuova costituzione, che prevedeva un sistema semi-presidenziale: il Parlamento sarebbe stato formato da due

camere, il Reichstag eletto dal popolo su base proporzionale, e il Reichsrat, rappresentanza a livello federale dei Länder (stati federati componenti la federazione tedesca).

(stati federati componenti la federazione tedesca). • Bandiera dell'Impero Tedesco fino al 1918 Il Kaiser

Bandiera dell'Impero Tedesco fino al 1918

federati componenti la federazione tedesca). • Bandiera dell'Impero Tedesco fino al 1918 Il Kaiser Guglielmo II

Il Kaiser Guglielmo II

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Un Presidente sarebbe stato eletto direttamente dal popolo, e avrebbe appuntato a propria discrezione un Cancelliere, titolo che per consuetudine sarà destinato ad essere assegnato al leader della coalizione di maggioranza nel Reichstag.

La Repubblica fu caratterizzata da forti instabilità economiche; basti dire che il rapporto marco/dollaro, che nell'agosto del 1923 era di quattro a uno, precipitò nel novembre dello stesso anno fino all'incredibile cifra di quattro milioni di milioni ad uno.

A livello politico la rappresentanza nel Reichstag durante i primi anni repubblicani fu

sempre a maggioranza socialdemocratica. Un infervorato caporale austriaco della Grande Guerra, però, tale Adolf Hitler, nel frattempo, disilluso dai trattati di pace e guarito dalle ferite riportate in battaglia, aveva formato attorno a sé un movimento politico, che sfociò nel Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori

(NSDAP, Nationalsozialistische Deutsche

Arbeiterpartei); questo, nei primi anni d'attività, accolse tra le sue file buone porzioni di popolazione, ed arrivò anche a creare un proprio esercito privato, sotto il nome di Sturmabteilung, “divisioni

d'assalto”, o, come son più famose, SA. Adolf Hitler in una foto giovanile Diverse furono le vicende iniziali del Partito, ma una delle più emblematiche è il famoso Putsch della Birreria. Potendo contare sull'appoggio di circa seicento SA, Hitler, Führer (ossia condottiero) del movimento nazionalsocialista, fece irruzione in una grande birreria nella città bavarese di Monaco, dove il commissario di pubblica sicurezza locale stava tenendo un discorso di fronte a circa tremila persone. Sparando con un revolver contro il soffitto e facendosi largo tra i tavoli, l'austriaco informò il pubblico che la birreria era stata circondata dai suoi corpi armati, che nel frattempo stavano installando una mitragliatrice presso la porta d'ingresso. Portò quindi in una stanza con sé il suddetto commissario e due suoi colleghi, “i triumviri” a cui era stata assegnata la gestione della polizia cittadina, e gli propose di appoggiare il golpe che aveva in

cittadina, e gli propose di appoggiare il golpe che aveva in Il Generale Erich Ludendorff mente
cittadina, e gli propose di appoggiare il golpe che aveva in Il Generale Erich Ludendorff mente

Il Generale Erich Ludendorff

mente di portare avanti.

Il Führer era convinto che non avrebbero opposto resistenza, anche grazie alle minacce di morte, ma i triumviri non accettarono l'offerta.

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Adirato, Hitler fece trarre in ostaggio anche il primo ministro bavarese, anch'egli in quella birreria, e ordinò che degli uomini portassero lì come programmato il Generale Erich Ludendorff, eroe della Grande Guerra, il cui prestigio doveva servire alla causa nazionalsocialista; inoltre, telefonò a Ernst Röhm, comandante delle SA, appostato in un'altra birreria con altri uomini, per ordinargli di prendere il controllo degli edifici governativi. Nel frattempo, Ludendorff era giunto alla birreria, e aiutò Hitler a persuadere i triumviri, che cedettero. Hitler, Ludendorff e altri esponenti del putsch, quindi, tornarono in sala, e dopo aver cerimoniosamente dimostrato il supporto dei triumviri, permisero il rilascio della folla. Hitler lasciò egli stesso la birreria più tardi. Ludendorff, lasciato in custodia dei triumviri, però, se li lasciò sfuggire. Questi, tornati liberi, ripudiarono ogni parola data ai nazionalsocialisti, in quanto forzata da minacce di morte; inoltre, l'occupazione degli edifici governativi non fu sufficientemente efficace. Infine, il putsch si risolse in un grande fiasco, con diversi esponenti, Hitler compreso, arrestati e condannati per tradimento; in realtà, nessuno di loro scontò molto tempo in carcere, per via di riduzioni di pena. Hitler stesso non arrivò neanche a trascorrervi un

anno. Per la cronaca, Ludendorff fu prosciolto. Il tentativo di golpe fu consacrato in seguito dalla propaganda nazista, e Hitler stesso ogni anno, la sera del 8 Novembre, tornava, da capo di Stato, a Monaco per commemorare il putsch. Inoltre, i nove mesi di carcere servirono a Hitler per scrivere il Mein Kampf, “la mia battaglia”, libro autobiografico

trattante gli ideali nazionalsocialisti, i cui diritti d'autore furono la fonte “legale” di fondi più importante per Hitler. Se c'è qualcosa che non può essere rimproverata a Hitler, è l'aver taciuto i propri piani per la Germania. Difatti, il Mein Kampf descrive interamente e con precisione le intenzioni hitleriane, tanto che è a volte rinfacciato al popolo tedesco e agli analisti stranieri il demerito di non aver fermato subito quello che nasceva come un potenziale pericolo per la stabilità della regione; ma su queste analisi tanto

per la stabilità della regione; ma su queste analisi tanto Adolf Hitler in prigione Distintivo del

Adolf Hitler in prigione

regione; ma su queste analisi tanto Adolf Hitler in prigione Distintivo del Partito Nazionalsocialista, col simbolo

Distintivo del Partito

Nazionalsocialista, col

simbolo della svastica

significative dell'importanza del Mein Kampf torneremo dopo.

Convinto di dover imparare dall'errore, Hitler decise di tentare d'assumere il potere in maniera “legale”, tramite competizione elettorale con gli altri partiti.

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Il numero degli iscritti del Partito, fondamentali per via delle loro quote associative ai

bilanci dello stesso, crebbe, ma non in modo particolarmente impressionante. Si passò dai 27.000 iscritti del '25 ai 49.000 del '26, ai 72.000 del '27, ai 108.000 del '28 e ai 178.000 del '29. La struttura del Partito fu peculiare, assomigliando moltissimo ad uno stato in miniatura, a partire dalla suddivisione territoriale: la Germania era divisa per il Partito in distretti, corrispondenti ai distretti elettorali, ognuno gestito da un gauleiter appuntato da Hitler; i distretti a loro volta erano divisi in circoli, gruppi locali e, per le città più grandi, cellule più piccole a livello di quartiere. Le somiglianze con uno stato, però, non si fermavano qui.

Gli uffici politici erano divisi in due sezioni, la prima col compito di attaccare e sabotare il governo, la seconda con quello di stabilire un vero e proprio “stato nello stato”. Quest'ultima sezione, infatti, istituiva diversi dipartimenti ben simili a ministeri:

dipartimento dell'agricoltura, della giustizia, dell'economia, degli interni, del lavoro e, con lungimiranza, della razza.

Il Partito istituì anche delle organizzazioni per donne e bambini, che Hitler volle nonostante

l'opposizione di alcuni dirigenti; venne istituita la Gioventù Tedesca per i bambini da 10 a 15 anni,

e la Gioventù Hitleriana per i ragazzi dai 15 ai

18. Per le bambine, c'era la Lega delle Ragazze Tedesche, e altre organizzazioni culturali erano

istituite per attrarre intellettuali. Ancora non al potere, il Partito aveva un'organizzazione molto intricata, formata da diverse piramidi che convergevano in un'unica persona, Hitler, circondato dai membri del

Direttorio del Reich. Durante gli ultimi anni della Repubblica di Weimar, gli uffici del Partito a Monaco sembravano essere niente di meno che gli uffici del Governo legittimo.

Partito, quindi, aveva un'organizzazione pseudo-statale pronta per sostituire quella dello Stato legittimo non appena preso il potere. Le SA furono riorganizzate in maniera simile all'esercito regolare, e alcuni responsabili speravano addirittura che con l'avvento di Hitler al potere queste potessero soppiantarlo del tutto. La poca reputazione di molti membri, però, a partire dal già nominato Röhm, conosciuto omosessuale, portò Hitler alla creazione di

Il

conosciuto omosessuale, portò Hitler alla creazione di Il Ragazzi della Gioventù Hitleriana Stemma delle SA

Ragazzi della Gioventù Hitleriana

alla creazione di Il Ragazzi della Gioventù Hitleriana Stemma delle SA un'ulteriore organizzazione paramilitare

Stemma delle SA

un'ulteriore organizzazione paramilitare armata; inizialmente doveva essere una specie di guardia personale del corpo, con proprie uniformi nere, proprio simbolo formato da due antiche rune sassoni, inquadrata provvisoriamente nell'organico delle SA.

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La guardia, proprio per la sua funzione iniziale, fu chiamata “squadrone di protezione”, in tedesco Schutzstaffel. L'abbreviazione, SS, diventerà uno dei simboli più terrificanti del Terzo Reich. I primi comandanti delle SS non soddisfacevano però Hitler, che trovò il loro

leader definitivo in uno dei volti più noti del Reich, e sicuramente uno dei più terribilmente temuti; nel 1929, quando fu assunto alla guida delle SS, che allora contavano duecento unità, allevava polli in un villaggio presso Monaco.

unità, allevava polli in un villaggio presso Monaco. Stemma delle SS Heinrich Himmler, in uniforme, in

Stemma delle SS

polli in un villaggio presso Monaco. Stemma delle SS Heinrich Himmler, in uniforme, in una foto

Heinrich Himmler, in uniforme, in una foto giovanile

Il suo nome era Heinrich Himmler. Himmler, già membro dei Freikorps (“corpi franchi”, esempio primordiale d'organizzazione paramilitare d'estrema destra), entrò nel Partito nel 1923, diventando membro delle SA; partecipò lo stesso anno al putsch, per il quale però non fu condannato, considerandolo gli inquirenti un membro di minimo calibro. Fu quindi segretario di Gregor Strasser, colui che tentò di ricostruire il Partito durante la prigionia di Hitler. Nel 1925 lasciò l'incarico, per dedicare più tempo all'allevamento del pollame, e fu sostituito da un omuncolo bassino e dal piede storpio, entrato nel Partito nel 1922, tale Joseph Goebbels.

Il suo nome non giunge certo nuovo: si tratta infatti di colui che in seguito sarà

plenipotenziario del Reichsministerium für Volksaufklärung und Propaganda, ossia il

Ministero del Reich per l'”Illuminazione del Popolo” e la Propaganda. L'uomo, che per un attacco di osteomielite e successiva chirurgia mal fatta era rimasto zoppo, e che tentava spesso di passare per un veterano ferito della Grande Guerra a cui non aveva potuto partecipare proprio per la malattia, era uno dei pochi leader del Terzo Reich ad avere avuto un'istruzione universitaria; fu l'autore di alcuni libri e spettacoli teatrali, che furono pubblicati e rappresentati però solo quando divenne ministro della propaganda. Inizialmente avverso ad alcuni obblighi imposti da Hitler, divenne in seguito cieco osservante del credo

nazionalsocialista. Il cambio di opinione è molto evidente dai suoi diari, che sono una importantissima fonte riguardante quel periodo.

dai suoi diari, che sono una importantissima fonte riguardante quel periodo. Joseph Goebbels in un ritratto

Joseph Goebbels in un ritratto ufficiale

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Il Partito, quindi, era pronto per la competizione elettorale; Hitler, come tutti i grandi

rivoluzionari, approfittò del periodo di incertezza e disappunto in cui si trovava per poter iniziare la propria rivoluzione. Come però diversi storici hanno tenuto a sottolineare, la rivoluzione hitleriana non precedeva la presa del potere, essendo quindi funzionale perché questa avvenisse, come nella maggior parte delle rivoluzioni, ma la succedeva. In pratica, non doveva accadere alcun golpe armato, né alcun tentativo di rivoluzione. Solo giunto al potere per mezzi legali Hitler avrebbe attuato il proprio piano.

Capitolo II

Malcontento, intrighi e vittoria

Era quindi necessario approfittare della situazione di incertezza del popolo tedesco; ma a cosa era dovuta, questa situazione dubbia?

Gli accordi di pace successivi alla guerra avevano portato la Germania in una situazione difficile sotto molti punti di vista, primo tra tutti quello economico: le enormi riparazioni da pagare alle potenze vincitrici della Grande Guerra furono coperte con ingentissimi prestiti americani, prima di essere abbuonate; gli americani stessi non avevano idea di come i tedeschi avrebbero fatto a ripagare i prestiti, e i tedeschi dal canto loro non se ne preoccupavano più di tanto. Il flusso di denaro però si fermò contestualmente al crollo della borsa statunitense e dell'economia in genere nel 1929. La Germania, quindi, che basava buona parte della sua ripresa postbellica su quei fondi, si trovò in difficoltà enormi. Molte fabbriche minori dovettero chiudere, le maggiori furono obbligate a licenziare centinaia di migliaia di operai, riducendo buona parte della popolazione alla fame. Promettere il rinnego dei trattati di pace, l'abolizione dei prestiti e la ripresa industriale era quindi una strategia potenzialmente vincente. Ma le promesse del Partito Nazionalsocialista avevano il dono di soddisfare chiunque. Diversi agi furono infatti promessi ai grandi industriali,

e infatti diverse decine di magnati tedeschi

avevano il Partito nel loro libro paga prima che questo raggiungesse il potere. Se infatti l'imponente struttura del Partito avesse come introiti anche quelli delle tessere, della vendita dei giornali e dei libri, la maggioranza assoluta proveniva dai finanziamenti dei grandi industriali. Nel frattempo, il partito di Hitler contava solo 12 seggi nel Reichstag, su 491, ottenuti grazie ai circa 810.000 voti delle elezioni parlamentari del maggio del 1928; la Presidenza della Repubblica, intanto, era in mano al vecchio Feldmaresciallo della Grande Guerra Paul Von Hindenburg, classe 1847, che aveva ottenuto la maggioranza relativa al secondo turno delle elezioni presidenziali del 1925, con il 48.3% dei voti.

delle elezioni presidenziali del 1925, con il 48.3% dei voti. Una banconota da cinquecento milioni di

Una banconota da cinquecento milioni di marchi tedeschi

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Costituzionalmente, il mandato del Presidente durava sette anni, e di conseguenza le nuove elezioni presidenziali si sarebbero svolte nel 1932. L'ufficio della Cancelleria invece era assegnato tramite appuntamento diretto da parte del Presidente, senza alcuna elezione popolare. Nel 1930 ad occuparlo era Heinrich Brüning, scelto dal Presidente in quanto supportato dall'Esercito, ed in particolare da tale generale Kurt von Schleicher, ignoto al grande pubblico, che però come il significato in tedesco del suo cognome ironicamente rivela, era a capo della corte degli intrighi e delle decisioni sommerse delle Forze Brüning, di suo, era un politico serio e fedele alla democrazia, ma la sorte volle che fosse proprio lui a spianare la strada all'avvento di Hitler.

proprio lui a spianare la strada all'avvento di Hitler. Paul Von Hindenburg Heinrich Brüning Il nuovo

Paul Von Hindenburg

la strada all'avvento di Hitler. Paul Von Hindenburg Heinrich Brüning Il nuovo Cancelliere aveva supporto

Heinrich Brüning

Il nuovo Cancelliere aveva supporto alterno da parte del Reichstag, e questo lo convinse, quando non riuscì ad ottenere l'approvazione del budget governativo, a chiedere al Presidente Hindenburg l'avallo per via esecutiva, in virtù dell'articolo 48 della costituzione, sul quale torneremo tra qualche pagina. Il Reichstag rispose annullando il decreto esecutivo. La situazione era evidentemente troppo instabile, e Brüning chiese a Hindenburg di sciogliere il Reichstag, invocando

contestualmente nuove elezioni per il settembre del 1930. La consultazione fu sorprendente per i nazionalsocialisti. I loro 810.000 voti del 1928 erano diventati oltre 6.400.000, e i loro seggi nel nuovo Reichstag non erano più miseramente 12, ma ben 107, subito dietro i 143 del Sozialdemokratische Partei Deutschlands, il Partito Socialdemocratico. La propaganda aveva ottenuto i suoi scopi, e milioni di disoccupati, nonché di giovani appena forniti del diritto di voto ed incerti sul loro futuro, avevano dato ascolto al Führer del Partito Nazionalsocialista. Il Partito, inoltre, aveva come detto il supporto degli industriali, e ora anche di alcune famiglie importanti, presentate a Hitler dopo il ritorno dalla Scandinavia di Hermann Göring, che era scappato dopo il Putsch della Birreria e tornato in seguito ad una amnistia generale. Per la stabilità, però, le elezioni furono pessime: non solo nessun partito ebbe la maggioranza dei seggi (577 in tutto, in queste elezioni), ma la loro distribuzione rendeva difficoltoso per Brüning formare una maggioranza di coalizione.

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Né lui, né tanto meno il suo burattinaio Von Schleicher infatti avevano previsto un tale successo del NSDAP. L'abbondanza di voti aveva addirittura portato Hitler a riservarsi di partecipare alle elezioni presidenziali del 1932. Era evidente che se fosse mancato un candidato d'opposizione autorevole, Hitler avrebbe avuto ampie possibilità di vincita; ma il candidato più autorevole disponibile si chiamava Paul Von Hindenburg, che nel 1932 avrebbe compiuto 85 anni. Girarono quindi nei circoli del potere alcune idee di modifica costituzionali, capeggiate proprio da Brüning: si trattava di restaurare gli Hohenzollern. L'idea era molto semplice: se anche Hindenburg si fosse candidato e avesse vinto nel 1932, con tutti i buoni auspici sarebbe stato difficile che, già senile, arrivasse vivo e cosciente alla veneranda età di 92 anni, alla quale avrebbe terminato il secondo mandato. Se fosse stato, come poi effettivamente accadde, eletto per poi morire in carica, Hitler avrebbe potuto concorrere e forse vincere alle elezioni presidenziali anticipate che sarebbero conseguite. La proposta era quindi quella di revocare le elezioni pianificate per il 1932, estendere con un voto dei 2/3 delle due assemblee parlamentari, il Reichstag e il Reichsrat, la validità del mandato del Presidente e dichiarare con modifica costituzionale l'instaurazione della monarchia con Hindenburg quale reggente. Alla morte di Hindenburg gli Hohenzollern sarebbero stati restaurati sul trono con il figlio del Principe Ereditario Guglielmo, figlio dell'ex-Kaiser omonimo: secondo Brüning, ciò avrebbe ucciso definitivamente le ambizioni dei nazionalsocialisti. Ma Hindenburg non poteva fare nulla del genere. Nel 1918 era stato lui, in quanto Comandante in capo dell'Esercito Imperiale, a comunicare al Kaiser che, essendo stata proclamata la repubblica, sarebbe dovuto partire per l'esilio, e non avrebbe mai accettato che qualunque altro Hohenzollern salisse nuovamente al trono, se non Guglielmo II stesso, dodici anni più giovane di lui, ancora vivo, in esilio in Olanda. Brüning però dovette comunicare al Feldmaresciallo che diverse forze politiche si sarebbero opposte sia ad un ritorno di Guglielmo II in persona, sia di suo figlio, sul trono, e che l'unica possibilità erano i suoi nipoti. Hindenburg, adirato, non accettò. Avendo alla fine il Feldmaresciallo accettato nonostante l'età di partecipare alle elezioni presidenziali, Hitler si ritrovò dubbioso. La vittoria di Hindenburg era quasi certa. Se si fosse candidato e avesse perso, che figura avrebbe fatto il Partito? E se non si fosse candidato, non sarebbe stato forse un segno di debolezza? Dopo un lungo trepidare, durante il quale neanche i suoi più stretti collaboratori, Goebbels compreso, che racconta nel suo diario diverse sfaccettature di quei momenti, avevano idea della decisione finale che avrebbe preso il Führer, questo si decise: avrebbe partecipato alle elezioni. Ma rimaneva una sottigliezza. Hitler non era tedesco. Esattamente: Hitler aveva ripudiato la sua cittadinanza austriaca nel 1925, ma non per questo era diventato tedesco: rimaneva apolide.

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Ma anche per questo fu trovata una soluzione: Hitler fu assunto dal governo del Land tedesco del Braunschweig, in mano ai nazionalsocialisti, quale membro della legazione del Braunschweig stesso a Berlino; questa mossa gli diede la cittadinanza di diritto. La competizione fu aspra, Hitler mise in moto una gigantesca opera di pubblicizzazione, affittando aerei e volando su e giù per la Germania, tenendo spesso due o tre comizi al giorno a centinaia di chilometri di distanza l'uno dall'altro. Hindenburg lasciò che gli altri facessero campagna elettorale per lui, e si riservò solo un discorso finale alla vigilia delle elezioni, dove definì “dovere” per lui ricandidarsi, per evitare che un uomo di partito, un estremista, diventasse Presidente della Repubblica. La legge elettorale prevedeva un primo turno a maggioranza assoluta e, in caso non la si raggiungesse, un secondo a maggioranza relativa. Al primo turno Hindenburg ottenne oltre diciotto milioni e mezzo di voti, contro i neanche undici milioni e mezzo di Hitler, ma non bastò: la percentuale di voti assegnatagli fu del 49.6%, appena sotto la soglia della maggioranza assoluta.

Grazie agli sforzi di Hitler, il secondo turno fece salire i propri voti a quasi tredici milioni

e mezzo, ma quelli per Hindenburg diventarono quasi diciannove milioni e mezzo, un

53% che lo rielesse a Presidente della Repubblica. Nonostante però gli sforzi immani di Brüning per assicurare la rielezione ad Hindenburg, questo continuava a trattarlo gelidamente, e le corde dell'intrigo stavano stringendosi sul suo collo. Era arrivato il momento dell'entrata in azione diretta dell'intrallazzatore di nome e di fatto, Von Schleicher, un generale da scrivania che aveva acconsentito ed aiutato la ricostruzione dell'Esercito tedesco (limitato dal trattato di Versailles a 100.000 uomini senza carri armati né aeronautica) in nero, e l'addestramento di aviatori e carristi tedeschi nell'Unione Sovietica. Il generale aveva ben capito come la situazione parlamentare fosse ingestibile, e che la migliore opzione risultava essere aggirare il Reichstag e governare, col consenso del Presidente, per decreto. A suo parere, non si trattava di un abuso: il Presidente era eletto

dal popolo tanto quanto il Reichstag, e in caso questo fosse ingestibile era naturale che il Cancelliere si rivolgesse al primo. Il suoi

intrighi quindi si indirizzarono contro Brüning.

A maggio del 1932 Hindenburg convocò Brüning e gli ordinò di dimettersi. Il giorno

dopo il Cancelliere consegnò le proprie dimissioni. Nei circoli politici il nome che veniva più ripetuto come quello del nuovo Cancelliere del Reich era Franz Von Papen.

In effetti, le voci si rivelarono fondate.

Schleicher plasmò la vecchia mente di Hindenburg perché questo nominasse l'ignoto

la vecchia mente di Hindenburg perché questo nominasse l'ignoto K u r t V o n

Kurt Von Schleicher

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Papen quale Cancelliere; il nuovo arrivato era già stato contattato dal generale, e come aveva promesso a quest'ultimo sciolse subito il Reichstag e indisse nuove elezioni.

La consultazione del 1932 portò 230 seggi ai

nazionalsocialisti, e soli 133 a quello che ora era il secondo partito del Reichstag, ossia il socialdemocratico. Si trattava di un risultato esaltante, ma ad una attenta analisi ancora deludente. E' vero che Hitler era ormai alla guida del più grosso partito tedesco, con 230 seggi su 608, ma è anche vero che i suoi quasi quattordici milioni di voti erano appena il 37.4% del totale.

Si trattava comunque di un risultato sufficiente per

chiedere qualcosa di più per il suo partito. Ovviamente non si recò da Von Papen, ma dal burattinaio, da Schleicher, chiedendogli sia il cancellierato per sé che il governo della Prussia per il suo partito, promettendo al generale il

ministero della difesa; inoltre, lo informò che avrebbe subito chiesto al Reichstag un atto che gli permettesse di governare direttamente per decreto, o in caso contrario lo avrebbe sciolto. Ma Schleicher, sebbene fosse sembrato condiscendente inizialmente, si rivelò contrario, e propose a Hitler di essere

solo vice-Cancelliere; Hitler, furioso, si rivolse direttamente ad Hindenburg. Ne seguì un incontro a quattro: Hitler, Göring, Hindenburg e il segretario alla Presidenza.

E' dalle testimonianze di quest'ultimo a Norimberga che sappiamo all'incirca cosa

successe, quella sera. Hindenburg, nonostante i suoi ottantacinque anni, ascoltò Hitler e declinò col massimo della lucidità le sue richieste di potere.

Per il Feldmaresciallo il NSDAP era un partito “nuovo, indisciplinato ed intollerante”; quindi cominciò con un lungo elenco degli ultimi scontri tra le bande armate (è un eufemismo, dato che le SA contavano oltre quattrocentomila membri già ai tempi) e le forze dell'ordine. Gli chiese quindi di farsi da parte e rendersi collaborativo col nuovo governo, che non avrebbe presieduto. Ma il governo Papen non durò molto. L'impossibilità di formare una compagine governativa affiatata portò ad un nuovo scioglimento del Reichstag, e alla convocazione

di nuove elezioni per il novembre del 1932.

Fu un cedimento sia per i nazionalsocialisti che per i socialdemocratici. I primi persero 34

seggi, scendendo a 196, i secondi ne persero 12, da 133 a 121. I comunisti, in compenso, ne guadagnarono.

Il NSDAP rimaneva però forte, e Hitler inflessibile. Per Von Schleicher era arrivata l'ora di aggiungere ai trofei anche la testa di Papen. Ovviamente, così fu. Papen rassegnò le dimissioni il mese stesso.

A quel punto, Hindenburg chiamò Hitler, e gli propose due alternative.

le dimissioni il mese stesso. A quel punto, Hindenburg chiamò Hitler, e gli propose due alternative.

Franz Von Papen

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La prima era il Cancellierato, se il “caporale boemo”, così come il Feldmaresciallo definiva Hitler, fosse stato capace di metter su una maggioranza al Reichstag, la seconda il posto da vice-Cancelliere sotto Papen, in un gabinetto che avrebbe governato per decreto. Hitler voleva una sintesi di entrambe le cose: il cancellierato, e il governo per decreto. Hindenburg non aveva alcuna intenzione di concederglielo: la sua coscienza non gli avrebbe permesso di dare questo potere in mano ad un uomo che avrebbe di certo instaurato una dittatura di partito. Si presentarono quindi davanti al Presidente sia Papen che Schleicher. Ma Papen non poteva immaginare che il generale avesse pronto l'ennesimo intrallazzo: a parere di Schleicher, se Hitler non avesse collaborato col governo Papen, avrebbe potuto

collaborare

il cancelliere uscente era rimasta immutata, ma era il caso che il burattinaio facesse il

proprio gioco, e agisse ora in prima persona. A dire di Papen, Hindenburg era in lacrime

nel dirgli che avrebbe appuntato Schleicher cancelliere.

2 dicembre del 1932, il generale è appuntato Cancelliere da Hitler. Lo stesso giorno, Goebbels scrive sul suo diario “non durerà”. Schleicher tentò di allontanare Papen da Berlino, proponendogli l'ambasciata a Parigi, ma questi rifiutò. Doveva rimanere a Berlino, per tentare di tessere anch'egli un intrigo, stavolta contro colui che William Shirer, nel

suo colossale The rise and fall of the Third

Il

col proprio. Hindenburg ebbe poi un colloquio con Papen; la sua fiducia per

ebbe poi un colloquio con Papen; la sua fiducia per Il palazzo presidenziale a Berlino Reich

Il palazzo presidenziale a Berlino

Reich, la più autorevole fonte di questo saggio, aveva chiamato “archintriguer”. Berlino, alla fine del 1932, era traboccante di

cospiratori in atto. C'era Schleicher a portarne la bandiera, e vi si aggiunse Papen, ma dietro Paul Von Hindenburg c'era pur sempre suo figlio Oskar, che ne tirava le redini, senza contare i nazionalsocialisti. Insomma, una rete che nessuno poteva sapere con certezza chi avrebbe lasciato emergere. Schleicher, comunque, era finalmente cancelliere. Disse seguito, “rimasi in carica

cinquantasette giorni, e ogni giorno fui tradito cinquantasette volte”. Chiese a Hitler di fargli da vice-Cancelliere, ma questo non volle. Tentò quindi di spezzare il NSDAP offrendo la stessa carica a qualche esponente minore del Partito Nazionalsocialista. Ma i luogotenenti di Hitler cominciarono a consigliare il loro leader di abbandonare la politica del “tutto o niente”.

A loro parere il Führer avrebbe dovuto agire in coalizione con Schleicher, anche perché la

situazione per il Partito non era rosea, i finanziatori storici erano ormai stanchi di spendere milioni di marchi per il suo mantenimento, e l'imponente struttura era arrivata a costi elevatissimi, se non altro per il mantenimento delle numerosissime SA.

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Ma le suddette reti di intrigo e tradimento si stavano riunendo. Hitler era ora in contatto sia con Papen che con Oskar Von Hindenburg, e nel frattempo Schleicher si era rivelato un poco di buono, sulla poltrona da Cancelliere. Infatti, se pochi mesi prima Papen non era in grado di avere una maggioranza nel Reichstag e chiedeva ad Hindenburg di poter governare per decreto, con l'opposizione di Schleicher che si dichiarava una buona alternativa, ora era Schleicher che chiedeva esplicitamente ad Hindenburg di “mandare a casa” il Reichstag e non convocarlo più, per poter governare in una sorta di dittatura, con Papen che invece in seguito agli accordi precedentemente presi prometteva al Presidente di poter trattare con Hitler per una maggioranza in parlamento. Scrisse Goebbels sul suo diario: “Schleicher cadrà a momenti, lui che ne ha fatti cadere tanti!”. Infatti, il 28 gennaio Schleicher si dimise; il Presidente aveva scelto la linea di Papen. Hindenburg, nell'accettare le dimissioni, disse: “Ho già un piede nella tomba, e non so se in paradiso dovrò rimpiangere di averlo fatto”. Schleicher rispose, gelido: “dopo questa mancanza di fiducia, signore, non sono così sicuro che lei andrà in paradiso”. E così si congedò per sempre dalla Storia, che lo menziona appena, se mai lo fa, nella

maggioranza dei libri, e che solo in alcune fonti pregiate, come quelle a cui fa riferimento questo saggio, appare in tutte le sue sfaccettature da manovratore. Ma prima di svanire, il generale pianificò, sebbene senza arrivare ad agire, di mobilitare la guarnigione militare di Potsdam, a poco più di 20km da Berlino, per organizzare un golpe militare. Il NSDAP, che era più che mai vicino alla Cancelleria, stavolta ironicamente doveva difendere la Repubblica e, sebbene si rivelò poi un falso allarme, Hitler chiese la mobilitazione istantanea di tutte le SA berlinesi e chiamò i suoi contatti nella polizia perché ne fossero

mobilitati una mezza dozzina di battaglioni.

Il 30 gennaio del 1933, alla presenza consenziente di Papen, Hitler fu nominato Cancelliere del Reich dal Presidente Paul Von Hindenburg; il caporale austriaco, pittore mediocre e grande oratore, era giunto sulla più alta poltrona dell'edificio di Wilhelmstraße, a Berlino.

e grande oratore, era giunto sulla più alta poltrona dell'edificio di Wilhelmstraße, a Berlino. Hitler e

Hitler e Hindenburg

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Capitolo III

Democrazia: ultimo atto

Il primo atto della solenne tragedia del Terzo Reich coincide con l'ultimo atto della Repubblica di Weimar. L'accordo tra Hindenburg e Hitler riguardo il cancellierato di quest'ultimo si basava sul presupposto di un governo parlamentare; Hitler, cioè, doveva costituire una maggioranza nel Reichstag che lo supportasse. Poche ore dopo il giuramento si riunì il primo gabinetto, ma era evidente che non si sarebbe potuta formare una maggioranza senza il supporto dei partiti centristi. Hitler, la cui vera ambizione era ripetere il cliché fondamentale di questo racconto, sciogliere il Reichstag per l'ennesima volta, fece in modo di non raggiungere un accordo coi centristi. Hindenburg sciolse il Reichstag, e convocò nuove elezioni. Le elezioni del 1933 sono le ultime ad essere trattate in questo saggio, semplicemente perché furono le ultime elezioni democratiche a tenersi prima del 1949, quando ormai il Reichstag era diventato Bundestag (“dieta federale”, il nome della camera bassa del parlamento tedesco del dopoguerra; Reichstag sta per “dieta imperiale”). Stavolta, però, il principe della propaganda del NSDAP, Joseph Goebbels, poteva tranquillamente attingere alla cuccagna. Difatti, in occasione dell'ultimo atto della Repubblica, avendo il Partito ormai accesso ai fondi governativi, con Hitler alla cancelleria, Goebbels non aveva più restrizioni di budget, e potette dirigere un capolavoro memorabile di propaganda: i mezzi di comunicazione del Reich erano tutti per lui, e le SA erano pronte ad intimidire il popolo votante. Se Goebbels era intento a plasmare la mente popolare, Hitler conferì segretamente con i maggiori industriali tedeschi per informarli che una volta ottenuto un governo stabile avrebbe non solo eliminato la minaccia marxista, ma anche iniziato il riarmo della Wermacht, le forze armate tedesche, cosa che avrebbe fatto guadagnare ingenti commissioni a molte grosse industrie. Nel frattempo, Hermann Göring era stato appuntato ministro degli interni della Prussia, il più grande degli stati federati tedeschi, e quello a cui faceva capo Berlino. Göring rinforzò il potere della polizia e ordinò a questa due linee da seguire: evitare gli scontri con le SA e le SS, e tenere sott'occhio ogni tentativo di rivoluzione politica. In pratica anche questo fu a fini elettorali, infatti un raid della polizia nella sede del Partito Comunista portò al ritrovamento di volantini e materiale informativo che auspicava una rivoluzione filo-russa.

portò al ritrovamento di volantini e materiale informativo che auspicava una rivoluzione filo-russa. Hermann Göring

Hermann Göring

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Göring annunciò immediatamente al paese il tradimento dei comunisti, ma ciò fece poco scalpore. Le elezioni erano state pianificate per il 5 marzo 1933. La sera del 27 febbraio, Von Papen stava cenando, secondo il suo diario, con Hindenburg; contemporaneamente Hitler stava cenando con Goebbels, secondo il diario di quest'ultimo. Papen e Hindenburg si trovavano in un locale molto vicino al Reichstag, quando d'un tratto dalle finestre penetrò una luce rossastra. Il personale del locale gridò che il Reichstag era in fiamme. Contemporaneamente una telefonata giunse a Goebbels a riguardo, ma questo non lo disse al Führer, credendo in un falso allarme. Mentre Papen e Hindenburg erano corsi in auto davanti all'edificio, Goebbels si ricredette, fece un giro di telefonate e, appreso che in effetti il Reichstag stava bruciando salì con Hitler in macchina e corse verso il luogo del misfatto. Quando Hitler arrivò, Göring era già lì ad imprecare. A suo parere era l'inizio della rivoluzione comunista, e andava fermata subito; gridò al cielo che ogni comunista in giro andava sparato a vista e che i membri del Reichstag del partito comunista dovevano essere impiccati. Nessuno saprà mai la verità riguardo l'incendio del palazzo del Reichstag, neanche i processi di Norimberga rivelarono nulla di definitivo. Però è quasi certo che furono gli uomini di Hitler ad appiccare l'incendio, sfruttando una incredibile coincidenza: le SA appresero, mentre pianificavano il rogo, che un tale giovane comunista olandese, Marinus van der Lubbe, stava progettando anch'egli di appiccare un piccolo incendio al Reichstag. Van der Lubbe fu così accusato di aver incendiato il Parlamento, e i comunisti tutti con lui; il ragazzo fu

ghigliottinato appena ventiquattrenne l'anno seguente. Quanto all'idea, probabilmente fu di Goebbels e Göring. Il 28 febbraio Hitler chiese a Hindenburg di firmare un decreto presidenziale straordinario per evitare che la situazione degenerasse.

straordinario per evitare che la situazione degenerasse. I l R e i c h s t

Il Reichstag in fiamme

l R e i c h s t a g i n f i a m

Marinus van der Lubbe

E' a questo punto necessario approfondire sull'articolo 48 della Costituzione, che permise il cosiddetto Decreto dell'Incendio del Reichstag e che è già stato nominato in quanto aveva permesso ad alcuni cancellieri di governare per via esecutiva. Riassumendo, il testo dell'articolo dava al Presidente il potere di utilizzare le forze armate per sedare le rivolte, di governare per decreto, e quel ch'è peggio, di sospendere i diritti costituzionali dei cittadini in caso d'emergenza. Il Decreto dell'Incendio del Reichstag invoca in apertura questo articolo e sospende in blocco i seguenti articoli costituzionali:

L'articolo 114 sull'inviolabilità della libertà personale.

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L'articolo 115 sull'inviolabilità della residenza.

L'articolo 117 sull'inviolabilità della corrispondenza e delle comunicazioni private.

L'articolo 118 sulla libertà di espressione.

Gli articoli 123 e 124 sulla libertà di associazione.

L'articolo 153 sull'equità dell'esproprio forzato. In pratica, una totale abolizione del habeas corpus e la giustificazione legale di ogni misura contro la libertà personale. Camion di SA cominciarono a girare per le città ad arrestare comunisti, picchiarli e

torturarli; la stampa comunista fu bandita così come le associazioni. Solo i Nazionalisti ed i Nazionalsocialisti, alleati per formare un governo, furono in grado di svolgere campagne elettorali. Quella Nazionalsocialista, diretta come detto da Goebbels, fu gigantesca. Le radio statali trasmettevano continuamente la voce di Hitler e le città erano riempite di manifesti elettorali con svastica (la nefasta croce uncinata simbolo nel NSDAP); contemporaneamente, la polizia prussiana controllata da Göring continuava i propri blitz contro i comunisti rivelando di volta in volta piani di questi ultimi per atti d'alto tradimento contro lo Stato. Il 5 marzo furono aperte le urne, sotto continue intimidazioni da parte delle SA. Il NSDAP totalizzò poco più di diciassette milioni di voti, il 43.9%, corrispondenti a 288 seggi su 647, seguito dai socialdemocratici con 125, i comunisti con 81, il centro con 73, i nazionalisti alleati di Hitler con 52, seguiti dai partiti minori. Il Partito Nazionalsocialista evidentemente non aveva la maggioranza assoluta, ma i suoi seggi sommati a quelli dei Nazionalisti davano un totale di 340, 16 in più rispetto ai

324 necessari per superare il 50%.

In realtà, i 340 seggi erano sufficienti ad ottenere la maggioranza semplice nel Reichstag, utile per approvare leggi ordinarie, ma le leggi straordinarie necessarie ad Hitler per modificare la costituzione e imporre la dittatura richiedevano una maggioranza dei due terzi, ossia 432 voti. Niente che non si potesse risolvere coll'arresto dei deputati comunisti. Cosa avrebbe fatto Hitler con i due terzi del Reichstag dalla sua parte? Avrebbe approvato una legge costituzionale che avrebbe permesso al suo governo di agire senza il consenso del Reichstag, in pratica scavalcandolo e privandolo delle sue funzioni. Ma dove si sarebbe dovuto riunire, questo nuovo Reichstag, se il suo edificio era per buona parte in ceneri? La propaganda di Goebbels non fallì, in questo senso. Il 21 marzo la prima sessione del Reichstag presieduto da Hitler si riunì nella Chiesa della Guarnigione a Potsdam. La scelta rievocava la grandezza imperiale tedesca: il 21 marzo del 1871 Bismarck aveva inaugurato la prima sessione del Reichstag dell'Impero Tedesco,

la prima sessione del Reichstag dell'Impero Tedesco, Manifesto elettorale. Il testo è “la nostra ultima

Manifesto elettorale. Il testo è “la nostra ultima speranza: Hitler”

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e in quel luogo risiedevano le ossa di Federico il Grande, oltre che grandi cimeli della

tradizione Imperiale. Hindenburg, che aveva sempre venerato quei posti, era visibilmente scosso alla cerimonia, e fu scorso in lacrime, con l'elmo in una mano e il bastone da Feldmaresciallo nell'altra.

Il 23 marzo, il Reichstag si riunì al teatro dell'opera di Berlino. Hitler presentò l'Atto di

Abilitazione prima menzionato, col nome ufficiale di Gesetz zur Behebung der Not von Volk und Reich, “legge per la rimozione dell'afflizione dal popolo e dal Reich”. Per completezza, ecco il riassunto dell'Atto (che già di per sé è estremamente sintetico):

Le leggi avrebbero potuto essere promulgate oltre che per l'iter parlamentare esistente, anche direttamente dal Governo del Reich.

Le leggi avrebbero potuto deviare dalle direttive costituzionali purché non ledessero i diritti del Presidente, del Reichstag o del Reichsrat.

I trattati internazionali potevano essere gestiti interamente dal Governo del Reich, senza approvazione legislativa. L'Atto fu messo ai voti. L'assemblea contava in totale 566 astanti, visto e considerato che gli 81 comunisti erano stati banditi ed arrestati. Di questi, 441 votarono a favore e 125 (i socialdemocratici) contro; l'Atto di Abilitazione era in vigore. I deputati nazionalsocialisti si alzarono in festa, e intonarono assieme alle SA che sorvegliavano l'assemblea l'Horst Wessel Lied, che sarebbe diventata presto inno nazionale tedesco insieme a Deutschland über alles.

<<Bald flattern Hitlerfahnen über allen Straßen, die Knechtschaft dauert nur noch kurze Zeit!>> <<Presto le bandiere di Hitler sventoleranno su ogni strada, e la schiavitù durerà ancora per poco!>>.

Così recitava un verso dell'inno; nessuno può dubitare dell'avveramento della prima profezia; è da chiedersi piuttosto cosa intendessero nel NSDAP per “liberazione dalla

schiavitù”. Immediatamente il Governo utilizzo nuovamente l'avvenuta abolizione del habeas corpus per arrestare i socialdemocratici che avevano votato contro l'atto. Molti altri partiti si sciolsero autonomamente prima che venissero presi provvedimenti contro di loro.

A quel punto, la Prima Legge di Sincronizzazione (Gleichschaltung) dava ai governi dei

Länder (gli stati federali) lo stesso potere conferito al Governo del Reich dall'Atto di Abilitazione.

La Seconda Legge di Sincronizzazione inviò in ogni Land un proconsole che agisse da rappresentante del governo; lo stato della Prussia, il più grande, ebbe come proconsole direttamente Göring.

Mettendo i Länder sotto il controllo del Reich Hitler aveva osato quello che neanche Bismarck era riuscito a fare: privare la centenaria struttura federale sminuzzata tedesca del proprio potere e, finalmente, per la prima volta nella storia, unificare davvero la Germania. Come dichiarò esplicitamente il ministero degli interni, da allora i Länder altro non sarebbero stati che semplici corpi amministrativi del Reich.

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Come naturale conseguenza, la rappresentanza a livello federale, dei Länder, il Reichsrat prima nominato, fu abolito, lasciando come unica assemblea il fantasma del Reichstag, ridotto ad un mero organo di acclamazione per i discorsi di Hitler. Ironicamente, il 2 maggio, il giorno dopo la festa del lavoro, i sindacati furono occupati dalle Sturmabteilung e i loro leader arrestati. A luglio fu vietata la costituzione di nuovi partiti politici e, essendo stati sciolti precedentemente tutti gli altri, restò de facto solo il NSDAP. Ma Hitler ci tenne a trasformare questa situazione in de jure, con un decreto che recitava:

“Il Partito Nazionalsocialista dei Lavoratori costituisce l'unico partito politico della Germania. Chiunque fondi un nuovo partito verrà punito penalmente con la galera”.

La Germania era diventata uno Stato totalitario, con un solo partito legale. Rimanevano però diverse situazioni da gestire per Hitler, che possono essere riassunte in:

Migliorare la situazione economica e creare sei milioni di posti di lavoro.

Ottenere il diritto per la Germania di riarmarsi alla Conferenza sul Disarmo di Ginevra e, nel frattempo, riarmarsi in segreto.

Decidere chi avrebbe succeduto Hindenburg alla sua morte, che non pareva troppo lontana. Inoltre, era necessario per Hitler rendere stabile la situazione delle SA. Difatti i corpi

paramilitari avevano raggiunto i due milioni di uomini, contro i soli centomila dell'Esercito regolare; continuava la polemica tra Hitler e Röhm sulla funzione di questo corpo, ormai diventato abnorme. Hitler aveva sempre sostenuto che le SA dovessero essere un corpo prettamente politico e paramilitare, con l'esplicita funzione di punire gli oppositori, terrorizzare la popolazione et similia. Per Röhm invece sarebbero dovute diventare un corpo militare, con funzioni pari all'Esercito, che sarebbe quindi stato schiacciato assieme ai suoi generali, di vecchio stampo prussiano. Gli stessi generali prussiani, cioè, che avevano tacitamente o meno acconsentito alla scalata di Hitler, il quale quindi non aveva alcuna intenzione di

tradirli, a maggior ragione ora che la morte del Feldmaresciallo appariva tanto vicina. Inoltre, le SA rimanevano pur sempre una folla di cittadini armati e vestiti in uniforme, con una organizzazione e una disciplina ben diversa da veri soldati, buoni di certo per combattimenti in strada, ma non per operazioni belliche. La visione di Hitler e quella di Röhm erano quindi inconciliabili, e una delle due sarebbe dovuta soccombere.

di Hitler e quella di Röhm erano quindi inconciliabili, e una delle due sarebbe dovuta soccombere.

Un manipolo di SA

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I due vecchi amici, Röhm era l'unico uomo del Partito a cui Hitler desse del du, il “tu” italiano, dovevano infine scontrarsi. Quando Hitler fondò il “Consiglio per la Difesa del Reich”, con lo scopo segreto di

riarmare la Germania, e abolì la norma che rendeva i militari soggetti alle corti civili, il suo consenso tra le file dell'Esercito aumentò enormemente; Röhm divenne, con un contentino, membro del Consiglio, assieme a Rudolf Heß, quest'ultimo una figura prominente nel Partito, tanto che era stato nominato sostituto-Führer. Hitler ribadì che il compito dell'Esercito era difendere lo Stato tedesco dagli invasori, il compito delle SA invece era difendere lo stato Nazionalsocialista e la sua esistenza dagli aggressori interni. La situazione internazionale della Germania, nel frattanto, era, in una parola, pessima: isolata e disarmata, doveva trovare un nuovo spazio nell'ordine mondiale. Le potenze confinanti e vicine, la Francia e la Polonia soprattutto, vedevano con pessimo occhio il neonato Terzo Reich, ed in Italia il regime fascista di Benito Mussolini, sebbene “cugino” a livello ideologico, non era molto più caldo verso i tedeschi: il Duce del fascismo italiano sapeva benissimo che le potenzialità della Germania avrebbero potuto mettere in ombra il regime italiano senza sforzo, e che le possibili ambizioni tedesche sull'Austria e i Balcani erano in contrasto con le mire fasciste. La Germania non poteva permettersi di rimanere sola in un mondo ostile, e cominciò a predicare la pace e il disarmo, perlomeno ufficialmente. Il mondo intero fu felicissimo nel vedere come il neonato Reich tedesco abbracciasse una visione del mondo pacifica. Ma Hitler pose una condizione alla pace nel mondo: le grandi potenze avrebbero dovuto tagliare il proprio organico militare e giungere ai livelli tedeschi, o la Germania avrebbe fatto il contrario. Visto e considerato che secondo le Potenze un passo del genere avrebbe richiesto quasi un decennio, Hitler ritirò la Germania dalla Conferenza sul Disarmo e dalla Società delle Nazioni. Il Cancelliere aveva fatto la sua prima manovra in campo internazionale, una sfida al disarmo e ai suoi precedenti discorsi pacifici. Come tutte le sfide portate avanti dal Terzo

Reich, si trattava di un azzardo terribile: se la Società delle

Nazioni avesse imposto delle sanzioni sulla Germania, o se questa fosse stata attaccata da Est, dove si trovavano le truppe polacche, o da ovest, da quella francesi, il Reich sarebbe stato spacciato.

ovest, da quella francesi, il Reich sarebbe stato spacciato. E r n s t R ö

Ernst Röhm

il Reich sarebbe stato spacciato. E r n s t R ö h m Il maresciallo

Il maresciallo Józef Piłsudski, dittatore polacco

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Ma Hitler ebbe fortuna.

Il Reichstag venne sciolto nuovamente e la Presidenza ordinò sia nuove elezioni per il

novembre del 1933 che un referendum sul ritiro dalla Conferenza sul Disarmo. Hindenburg stesso pubblicizzò il ritiro. Il 96% degli aventi diritto votò, e il 95% di questi approvò il ritiro. Inoltre, il 92% dei votanti approvò l'unica lista legale del Reichstag, quella nazionalsocialista. Una fonte riporta che nel campo di concentramento di Dachau,

aperto nel marzo del 1933 per “ospitare” i nemici politici, i voti favorevoli ai piani di Hitler furono il 96%, un risultato sconcertante se si considera che i presenti erano stati incarcerati proprio da lui.

Il 30 gennaio del 1934, Hitler tenne un discorso di fronte al Reichstag a totalità nazista,

ad un anno dalla sua salita al potere. In quell'anno, Hitler aveva distrutto la Repubblica di

Weimar, trasfigurato la democrazia in dittatura personale, abolito i partiti politici che non fossero il NSDAP, schiacciato i governi federali ed i sindacati, abolito la libertà di stampa

e parola e assunto posizioni ferme sul piano internazionale. Il consenso popolare era

stato confermato dal plebiscito della fine del 1933.

Il secondo anno del Terzo Reich stava per cominciare, e doveva essere il secondo di altri

mille che sarebbero seguiti nel dare al Nazionalsocialismo gloria millenaria. Fu in realtà solo il secondo di dodici, ma sicuramente uno dei più sanguinosi. Salteremo infatti ora dalla fine di gennaio alla fine di giugno del 1934, per osservare da vicino la “notte dei lunghi coltelli”, la prima grande purga hitleriana. Abbiamo già parlato dei contrasti tra Hitler e Röhm. Quest'ultimo, assegnato al Consiglio per la Difesa del Reich, non aveva ancora placato le sue idee, e continuava a pressare sul gabinetto perché desse il via alla trasformazione delle SA, ora due milioni e mezzo, in un Esercito Popolare a tutti gli effetti. Ma Hitler aveva ben capito che il riarmo non poteva essere dato in mano a “ubriaconi e omosessuali”, con riferimento chiaro ai pettegolezzi non infondati su Röhm. Promise quindi all'Esercito e alla Marina che in cambio del loro supporto nel farlo diventare successore di Hindenburg, ottenendo quindi sia la presidenza che la cancelleria, avrebbe frenato definitivamente sia il potere di Röhm che delle SA. Per Hitler sarebbe stato un trionfo: morto il testardo Feldmaresciallo assieme ad ogni idea di restaurazione degli Hohenzollern, lui sarebbe rimasto capo di Stato e di Governo, e dittatore supremo. In compenso, avrebbe perso le SA. Poco male. Röhm nel frattanto aveva perso sia il supporto di Himmler, che mirava a staccare le SS dalle SA sotto le quali erano ancora raggruppate, e Göring, che essendo di famiglia militare altro non aspettava che difendere l'Esercito. Era giunto il momento della purga. La notte tra il 30 giugno e il 1 luglio del 1934 le SS ed i battaglioni della polizia comandata da Göring agirono contro l'organizzazione delle SA, i nemici politici e

da Göring agirono contro l'organizzazione delle SA, i nemici politici e H e i n r

Heinrich Himmler

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chiunque del nazionalsocialismo avesse a cuore più il “socialismo” che il “nazional”. I registri contano per quella notte la morte di 77 persone, sebbene c'è chi ne stimi oltre 400. Dei signori da noi già incontrati, è da ricordare la morte di Röhm, a cui gli uomini

di Hitler diedero la possibilità onorevole del suicidio, ma che alla fine fu sparato, nonché di Gustav Von Kahr, uno dei tre “triumviri” nominati in occasione del putsch, oltre all'intrallazzatore capo, l'ex-cancelliere Kurt Von Schleicher.

Il giorno dopo, il Governo del Reich approvò una legge formata da un singolo articolo, il cui contenuto è a ben leggere terrificante:

“Le misure prese il 30 giugno e il 1 luglio 1934 per sedare tentativi di alto tradimento siano considerati legittima difesa dello Stato”.

Una notte di sangue, legalizzata in un singolo articolo; era la notte dei lunghi coltelli. L'ultimo ostacolo al potere supremo era ormai Paul Von Hindenburg. Ma il vecchio e testardo presidente non aveva ancora molto da vivere. Il 2 agosto 1934 Hindenburg muore ottantasettenne alle nove del mattino.

A mezzogiorno la cancelleria annunciò che il dì precedente era stato promulgato un

decreto che, alla morte di Hindenburg, avrebbe designato come capo di Stato e delle

Forze Armate Adolf Hitler, con l'abolizione del titolo di Reichspräsident e l'assegnazione ad Hitler del titolo di Führer und Reichskanzler, ossia Führer e Cancelliere del Reich. Da “condottiero” del Partito Nazionalsocialista, Hitler era diventato il condottiero, il Führer, dell'intera Germania, essendo capo di Stato, di Governo, delle Forze Armate e dell'unico partito politico legale.

A

quel punto, Hitler chiese che tutti gli ufficiali ed i soldati delle Forze Armate recitassero

il

seguente giuramento:

“Proclamo davanti a Dio questo sacro giuramento, che obbedirò senza condizioni ad Adolf Hitler, il Führer del Reich e del popolo tedesco, Comandante Supremo delle Forze Armate, e che sarò pronto, in quanto soldato coraggioso, a rischiare in ogni momento la mia vita per salvaguardare questo giuramento”.

Non un giuramento verso la Germania, non verso la costituzione, appena violata, non essendo state proclamate nuove elezioni per la successione di Hindenburg, ma verso la persona di Adolf Hitler. Alla morte di Hindenburg il ministero della propaganda dichiarò che non era stato trovato alcun testamento, e bisognava presumere che Hindenburg non ne avesse fatto. Ma il 15 agosto, quattro giorni prima del referendum che doveva dar valore all'unione degli uffici in quello di Führer e Cancelliere del Reich, apparve e fu consegnato a Hitler da Papen. Il testo lodava Hitler, e Goebbels non se lo fece scappare nel costruire la campagna per il referendum, proclamando la volontà di Hindenburg di avere Hitler quale successore. Alla vigilia del referendum, la radio trasmise le seguenti parole dalla bocca del Colonnello Oskar Von Hindenburg, il figlio prima nominato del Feldmaresciallo:

“Mio padre vide in Hitler il suo diretto successore come Capo dello Stato tedesco, e agisco secondo le intenzioni di mio padre chiedendo a tutti gli uomini e le donne del

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Reich di votare per il passaggio dell'ufficio di mio padre al Führer e Cancelliere del Reich”.

E' curioso che poco tempo dopo Hitler ordinò la promozione di Oskar Von Hindenburg da

Colonnello a Generalmajor, all'incirca l'equivalente di un Generale di Brigata.

Dalle testimonianze di Papen a Norimberga sappiamo comunque che se è vero che

Hindenburg nel suo testamento avesse apprezzato alcuni successi del NSDAP, in realtà la sua volontà sarebbe stata la restaurazione della monarchia, non la successione da parte

di Hitler; questo ebbe fortuna in quanto Hindenburg decise alla fine di non far cenno alla

monarchia nel testamento ma di nominarla solo in una lettera privata ad Hitler, che ovviamente la ignorò e non la pubblicò. Alle urne del referendum si recò il 95% degli aventi diritto, e di questi il 90% approvò l'unione degli uffici. “Il modo di vita tedesco è stato determinato per i prossimi mille anni. L'Età dei Nervi, il diciannovesimo secolo, si è chiuso con noi. Non ci saranno altre rivoluzioni in Germania per i prossimi mille anni!”. Da questo proclama di Hitler nasce il mito del Tausendjähriges Reich, il Reich Millenario che ha dato il titolo a questo saggio.

Capitolo IV

L'arte e il Reich

Il nuovo Reich tedesco, il Reich millenario, nasceva dalle ceneri della Repubblica di

Weimar e si rialzava su una struttura di sfarzo colossale, simbolo delle vecchie tradizioni. Adolf Hitler era un ammiratore dell'antica Roma nel complesso, sebbene fosse conscio che il suo popolo fosse sempre stato considerato “barbaro” e non romanizzato. Nonostante ciò, fece ricostruire la Germania seguendo stili neoclassici, che rievocassero

la

potenza del passato.

La

politicizzazione dell'antichità, però, non era tanto facile per Hitler come per Mussolini.

Il

Duce italiano poteva rievocare in maniera tangibile le glorie del passato Impero, mentre

il

Führer tedesco doveva appoggiarsi a presunte discendenze, create a scopo di

propaganda, dei tedeschi dai greci e dai romani stessi. L'architettura del Terzo Reich è strettamente connessa al concetto di Reich Millenario. Un Reich che sarebbe dovuto durare mille anni e che avrebbe dovuto espandersi fino ad assoggettare l'intera Europa, se non di più, avrebbe dovuto possedere strutture degne di essere i templi del nuovo ordine mondiale. Nel frattempo, comunque, il Terzo Reich doveva agire in maniera tangibile su Berlino e sulla Germania, perché la propria mano e la propria azione fossero decisamente visibili al

popolo tedesco; da sempre, mai opera fu più grandiosa di quella architetturale. L'architettura non ha la sola funzione di abbellire, ma anche quella di plasmare un'epoca

e le menti degli abitanti della stessa: per la costruzione del Reich, era esattamente ciò di cui si aveva bisogno.

A differenza del regime comunista sovietico, il regime hitleriano era aperto ai turisti, e ai

visitatori. Questi, molto spesso, provenienti da nazioni democratiche, esprimevano la propria soddisfazione per il trattamento subito in Germania, ed esaltavano le strabilianti

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modifiche apportate dal Terzo Reich. Viceversa, il NSDAP non aveva paura che i cittadini tedeschi, giunti all'estero, in nazioni democratiche, potessero tornati in patria essere pericolosi: un tedesco poteva liberamente espatriare così come uno straniero essere turista in Germania. Quale fosse il reale senso artistico di Hitler è stato più volte oggetto di analisi. Molti erano gli architetti e le strutture che ammirava particolarmente, e qui è proposta una breve ed incompleta rassegna a puro scopo d'esempio:

I teatri progettati dagli architetti austriaci Hermann Helmer e Ferdinand Feller, come ad esempio il Teatro Nazionale Croato a Zagabria:

come ad esempio il Teatro Nazionale Croato a Zagabria: • Le opere del tedesco Gottfried Semper,

Le opere del tedesco Gottfried Semper, come il Teatro dell'Opera di Dresda:

Teatro Nazionale Croato a Zagabria: • Le opere del tedesco Gottfried Semper, come il Teatro dell'Opera

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Gli edifici del danese Theophil Freiherr von Hansen, come il Reichsrat a Vienna:

Theophil Freiherr von Hansen, come il Reichsrat a Vienna: • Il Palazzo di Giustizia a Bruxelles,

Il Palazzo di Giustizia a Bruxelles, di Joseph Poelaert:

Il Palazzo di Giustizia a Bruxelles, di Joseph Poelaert: Come avrebbe commentato Albert Speer, il gusto

Come avrebbe commentato Albert Speer, il gusto artistico di Hitler derivava dall'impressione che gli avevano fatto in gioventù gli imponenti palazzi di fine '800, come quelli raffigurati. Si trattava di un gusto neo-barocco.

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Speer aveva buon diritto per parlare riguardo i gusti di Hitler; l'uomo, infatti, fu non solo

il capo architetto del Terzo Reich, ma secondo molti, e non a torto, l'unica persona che

Adolf Hitler considerasse davvero un amico. Nato in una famiglia di architetti, Speer inizialmente non si lasciò coinvolgere dalla politica, ma i discorsi hitleriani dei primi anni '30 lo lasciarono stupefatto e lo fecero iscrivere al NSDAP. Fu notato subito da Goebbels, che gli commissionò l'organizzazione dei siti per le prime parate di Partito ad alta affluenza; il lavoro dell'architetto fu tanto magnificente che fu presentato direttamente a Hitler.

Alla morte di Paul Troost, il precedente architetto prediletto di Hitler, Speer fu nominato capo architetto del Partito. Con Hitler progettò per nottate intere la nuova Berlino, capitale del Reich e dell'intera Europa, e Hitler gliene affidò la creazione; a parere del Führer, il mondo sarebbe stato in pace sotto il dominio tedesco per il 1950, e Berlino sarebbe dovuta esser pronta per allora. Le immagini seguenti si riferiscono alle parate organizzate da Albert Speer per il NSDAP,

e se non fossero sufficienti per dimostrare la magnificenza dello stile architetturale del

Reich si rimanda il lettore al Triumph des Willens, film propagandistico girato per Hitler da Leni Riefenstahl, la maggiore regista tedesca del tempo, che raffigura una parata in svolgimento e lo strepitoso effetto delle centinaia di migliaia di persone che vi parteciparono.

raffigura una parata in svolgimento e lo strepitoso effetto delle centinaia di migliaia di persone che
raffigura una parata in svolgimento e lo strepitoso effetto delle centinaia di migliaia di persone che
raffigura una parata in svolgimento e lo strepitoso effetto delle centinaia di migliaia di persone che
raffigura una parata in svolgimento e lo strepitoso effetto delle centinaia di migliaia di persone che

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Lo stile adottato da Speer per i suoi altari, su consiglio probabilmente di Hitler, fu quello dorico, con riferimento all'Altare di Pergamo, sebbene massimizzato. La Cattedrale di Luce, prima foto della pagina precedente, che fu chiamata Cattedrale di Ghiaccio dall'ambasciatore britannico a Berlino, fu ottenuta utilizzando centotrenta grossi fari utilizzati dall'Esercito con ruolo antiaereo per costruire un duomo immaginario attorno al sito della parata. Tornando ai gusti di Hitler, si può dire che alla fine non fossero comunque ben precisi, e

di conseguenza non erano ben precise le regole architettoniche del Reich.

Fondamentalmente, si potrebbe descrivere il tutto come un neoclassico “allargato,

moltiplicato, alterato ed esagerato”, a detta di Speer, fino a toccare il grottesco in alcuni casi. L'architettura del Reich si può dire avesse tre funzioni: pratica, simbolica e didattica. Ad esempio, il Museo dell'Arte Tedesca era sì funzionalmente un museo, ma doveva essere simbolicamente costruito secondo stili “ariani”, e doveva essere un, essendovi contenuta

la sola arte accettabile nel Reich. La grandezza trionfale dell'architettura di Speer era un

evidente simbolo della superiorità dello Stato rispetto al piccolo individuo, concetto

cardine del nazionalsocialismo.

Uno dei punti in cui si incontravano perfettamente la visione di Hitler e la visione di Speer era la Teoria delle Rovine.

Se

oggi dovessimo pensare agli antichi egizi, ci verrebbero in mente le Piramidi, la Sfinge;

ai

greci, il Partenone; ai romani, il Colosseo, o i Fori Imperiali. Quello che rimane della

grandezza degli Imperi dopo millenni sono le rovine. Da qui la volontà di Hitler e Speer di costruire gli edifici più maestosi ed importanti non basandosi soltanto sul metallo e sul cemento armato, che non avrebbe prodotto nei millenni delle rovine monumentali, ma bensì sulla pietra, che era evidentemente sia funzionale nel presente, che potenzialmente educativa per i posteri. Rincontreremo Albert Speer, che fu condannato poi a venti anni proprio durante processi

di Norimberga, dove le sue parate venivano svolte, e che uscito di prigione scriverà alcuni

tomi sull'argomento della sua amicizia con Hitler e delle opere che insieme avevano progettato di costruire, più avanti in qualità di Ministro degli Armamenti. La più grande occasione di esposizione della propria magnificenza arrivò per il Reich nel 1936. Nel 1931 infatti il Comitato Olimpico Internazionale aveva scelto Berlino come sede dei Giochi Olimpici del 1936, undicesima edizione estiva. Se gli ultimi governi della Repubblica di Weimar non avevano dato particolare peso all'evento, la propaganda nazionalsocialista non si fece sfuggire l'occasione. Hitler ordinò quindi la costruzione di un gigantesco complesso olimpico, al centro del quale sarebbe dovuto sorgere il nuovo Olympiastadion berlinese. La costruzione si protrasse tra il 1934 e il 1936; ad essere costruiti furono l'Olympiastadion propriamente detto, con una capacità di 110.000 persone e un palco apposito per il Führer e le autorità di Partito, e il Maifeld, una struttura per dimostrazioni ginniche, con capacità di 250.000 persone. Adornavano il tutto numerosi edifici secondari per ospitare i più svariati sport.

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Le celebrazioni olimpiche si tennero come previsto nello sfarzo generale, e i giochi furono aperti da Hitler in persona. Una delle cerimonie organizzate dalla propaganda è ancora in uso oggi: si tratta del viaggio della fiamma olimpica da Atene fino al luogo dello svolgimento dei giochi. Nel 1936 la fiamma arrivò a Berlino percorrendo 3000km e attraversando sei frontiere, passando cioè dalla Grecia alla Bulgaria, alla Jugoslavia, all'Ungheria, alla Cecoslovacchia, per poi arrivare in Austria ed infine in Germania. Ecco l'Olympiastadion:

in Austria ed infine in Germania. Ecco l'Olympiastadion: La seconda foto, essendo stata scattata dopo la
in Austria ed infine in Germania. Ecco l'Olympiastadion: La seconda foto, essendo stata scattata dopo la

La seconda foto, essendo stata scattata dopo la guerra, non mostra più le svastiche che durante le olimpiadi del 1936 superavano in numero i cerchi olimpici.

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La magnificenza che traspariva dall'architettura non poteva mancare di farlo anche dalla pittura e dalla scultura. La pittura e la scultura del periodo sono definiti a volte come “realismo eroico”, come derivazione del realismo romantico: con questa definizione si può indicare un tipo di arte in cui si raffigura un qualcosa contemporaneamente come potrebbe e dovrebbe essere. La prima condizione, il poter essere, è necessaria per ottenere una pittura realistica, mentre la seconda, il dover essere, è una visione morale e didattica. Non si tratta di una fantasia, di un mondo utopico popolato da chimerici uomini perfetti, ma da modelli applicabili al mondo reale. Da qui lo sviluppo in realismo eroico, tipico del regime nazionalsocialista e della sua propaganda; il realismo eroico aggiunge a quello romantico il concetto di razza, comprendendo quindi arte che oltre ad avere caratteristiche di realtà e possibilità sia anche razzialmente pura, libera da ogni distorsione e corruzione, a differenza delle correnti moderne d'avanguardia, che deviavano dalla bellezza classica. A dire di coloro che supportavano le teorie razziali, un individuo di razza pura avrebbe prodotto arte razzialmente pura, e l'arte inferiore sarebbe derivata da individui di razza inferiore.

pura avrebbe prodotto arte razzialmente pura, e l'arte inferiore sarebbe derivata da individui di razza inferiore.
pura avrebbe prodotto arte razzialmente pura, e l'arte inferiore sarebbe derivata da individui di razza inferiore.
pura avrebbe prodotto arte razzialmente pura, e l'arte inferiore sarebbe derivata da individui di razza inferiore.
pura avrebbe prodotto arte razzialmente pura, e l'arte inferiore sarebbe derivata da individui di razza inferiore.

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Tutta l'arte non conforme agli standard di realtà, moralità, purezza razziale e della tecnica, era per il regime “arte degenerata”. La propaganda arrivò a confiscare tutte le opere presenti in musei pubblici tedeschi e considerate degenerate, per poterle vendere o relegarle in appositi musei, atti al pubblico ludibrio.

I primi anni del ventesimo secolo avevano apportato novità consistenti all'arte figurativa,

con avanguardie quali il dadaismo, il surrealismo, il simbolismo e il cubismo; si trattava

di opere non universalmente apprezzate, però. In Germania, ad esempio, la maggior parte della popolazione le trovava elitarie ed incomprensibili. Le dottrine propagandistiche del NSDAP furono particolarmente avverse alle avanguardie,

sia per un rispetto generico del classicismo, sia per poter usare a fini politici la cultura: fu spesso accostata infatti l'avanguardia e l'arte indecifrabile ad un prodotto giudaico.

I musei di arte degenerata contenevano diversi generi di opere, di cui si propone una rassegna esemplificativa, con opere (in ordine) di Dix, Ernst, Kandinsky e Munch:

generi di opere, di cui si propone una rassegna esemplificativa, con opere (in ordine) di Dix,
generi di opere, di cui si propone una rassegna esemplificativa, con opere (in ordine) di Dix,
generi di opere, di cui si propone una rassegna esemplificativa, con opere (in ordine) di Dix,
generi di opere, di cui si propone una rassegna esemplificativa, con opere (in ordine) di Dix,

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Tra le avanguardie criticate dalla propaganda nazionalsocialista s'è indicato anche il movimento cubista. L'enorme disprezzo del regime per il cubismo si rispecchiava, però, in un equo disprezzo da parte del maggior esponente, lo spagnolo Pablo Picasso, delle ideologie fasciste. Una delle opere degenerate più famose al mondo, difatti, riguarda proprio l'atrocità tedesca; si tratta di Guernica. Dal 1936 al 1939, in Spagna infuriò la guerra civile. Le truppe governative repubblicane, unite a movimenti di sinistra, combatterono contro i nazionalisti di Francisco Franco Bahamonde, portando infine alla vittoria di quest'ultimo e all'instaurazione di una dittatura personale su linee fasciste che sarebbe durata fino alla morte del generalissimo, nel 1975. Vuoi per affinità ideologica, vuoi per l'enorme importanza di un ulteriore stato fascista in Europa, sia l'Italia di Mussolini che la Germania di Hitler contribuirono alla guerra civile, sia in uomini che in armi. I contingenti umani si inquadrarono nel Corpo Truppe Volontarie italiano, circa 40.000 uomini in rotazione, e nella Legione Condor tedesca, circa 20.000 uomini in rotazione e un centinaio di aeroplani; contemporaneamente, il repubblicani erano sostenuti dall'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche e dall'Internazionale Comunista, che inquadrò un corpo denominato Brigate Internazionali, quasi 60.000 uomini giunti in Spagna per combattere il fascismo. Guernica è una città basca, a nord della Spagna, diversi chilometri dietro le linee repubblicane ai tempi, mai toccata dalla guerra e considerata posto sicuro. Il 26 aprile 1937 gruppi di bombardieri Dornier, Junkers ed Heinkel, oltre che dei Savoia- Marchetti Italiani, giunsero sui cieli della città per diverse ore. Si trattò del primo bombardamento aereo su civili della storia mondiale, nonché una delle più grandi atrocità della storia della Germania nazista. Il numero dei morti varia a seconda delle stime da 100 a 10.000, ed è generalmente accettato attorno ai 1.650. Per la Luftwaffe, la forza aerea tedesca ricostituita dal regime senza dare più importanza alle limitazione di Versailles, fu un test, una prova: ora era noto quanto fosse necessario perché dei bombardieri distruggessero una città. Per il mondo, fu un simbolo degli orrori della guerra. Picasso immortalò il momento nel suo quadro più famoso:

città. Per il mondo, fu un simbolo degli orrori della guerra. Picasso immortalò il momento nel

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L'enorme dipinto è monocromatico. C'è solo il grigio, il bianco, il nero. Ma è come se il colore ci dovesse essere. Ogni figura sembra pronta ad ospitare il proprio pigmento, che manca. Non c'è neanche alcun rilievo, ogni prospettiva nel senso classico del termine è annullata. Un quadro appiattito e privo di colori taglia ogni rapporto dell'uomo col mondo, lasciando solo una cosa: la morte. Ma il quadro non è disordinato: vi è un asse mediano al centro, il muro bianco visibile, i due “pilastri” ideali individuati dal toro a sinistra e dalla figura dalle braccia alzate a destra, oltre che un crescendo dal basso verso l'alto, dalla spada spezzata immobile a terra al cavallo che nitrisce in alto. Il posto centrale è occupato dalla figura di un cavallo. Ha un aspetto allucinato da animale impazzito. Nella bocca ha una sagoma che ricorda quella di una bomba. È lui la figura che simboleggia la violenza della furia omicida, la cui irruzione sconvolge gli spazi della vita quotidiana della cittadina basca. Sopra di lui è posto un lampadario con una banalissima lampadina a filamento. È questo il primo elemento di contrasto che rende intensamente drammatica la presenza di un cavallo così imbizzarrito in uno spazio che era fatto di affetti semplici e quotidiani. Il lampadario, unito al lume che gli è di fianco sostenuto dalla mano di un uomo, ha evidenti analogie formali con il lampadario posto al centro in alto nel quadro di Van Gogh “I mangiatori di patate”. Di questo quadro è l’unica cosa che Picasso cita, quasi a rendere più esplicito come il resto dell’atmosfera del quadro di Van Gogh – la serenità carica di valori umani di un pasto serale consumato da persone semplici – è stata drammaticamente spazzata via. Per molti, il lampadario rappresenta l'occhio di Dio. Al cavallo Picasso contrappone sulla sinistra la figura di un toro. È esso il simbolo della Spagna offesa. Di una Spagna che concepiva la lotta come scontro leale e ad armi pari. Uno scontro leale come quello della corrida dove un uomo ingaggia la lotta con un animale più forte di lui rischiando la propria vita. Invece il bombardamento aereo rappresenta quanto di più vile l’uomo possa attuare, perché la distruzione piove dal cielo senza che gli si possa opporre resistenza. La fine di un modo di concepire la guerra viene rappresentato, anche in basso, da un braccio che ha in mano una spada spezzata: la spada, come simbolo dell’arma bianca, ricorda la lealtà di uno scontro che vede affrontarsi degli uomini ad armi pari. Il pannello si compone quindi di una serie di figure che, senza alcun riferimento allegorico, raccontano tutta la drammaticità di quanto è avvenuto. Le figure hanno tratti deformati per accentuare in maniera espressionistica la brutalità dell’evento. Sulla sinistra una donna si dispera con in braccio il figlio morto. In basso è la testa mutilata di un uomo. Sulla sinistra, tra case e finestre, appaiono altre figure. Alcune hanno il volto incerto di chi si interroga cercando di capire cosa sta succedendo. Un’ultima figura sulla destra mostra il terrore di chi cerca di fuggire da case che si sono improvvisamente incendiate. Guernica vuole esprimere l'odio dell'artista per la casta militare che ha fatto naufragare la Spagna in un oceano di dolore e di morte culminato nel bombardamento della città.

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Capitolo V

Il Papa, il Mythus e le pseudo-filosofie

Così come il regime nazista si intromise nella questione artistica per poterla plasmare ai propri fini, non mancò di agire anche su quella religiosa. Nel 1933 Hitler firmò un concordato tra il Reich tedesco e la Chiesa Cattolica, che di recente aveva, grazie alle

concessioni del governo Mussolini in Italia, ottenuto un proprio piccolo territorio sui cui essere sovrana. In realtà, la visione nazista auspicava una nuova società e una nuova umanità, che avrebbe ripudiato ogni tipo di messaggio religioso o di solidarietà che si estendesse oltre le frontiere della nazione o dell'etnia. L'aspetto mistico nel Terzo Reich è evidente nell'analisi dei congressi di partito o delle celebrazioni pubbliche, rituali dall'elaborato simbolismo quasi sacro, in cui il culto del Führer sostituiva in un disegno paganeggiante quello di Dio. Anche le festività del calendario furono modificate, accostando quelle proprie del nazionalsocialismo a quelle pretese dalle comunità cristiane locali: alle usuali feste religiose si aggiunsero la presa di potere del nazionalsocialismo (30 gennaio), la promulgazione del programma di partito (24 febbraio), la commemorazione degli eroi (16

marzo), il ricevimento della Gioventù

Hitleriana (ultima domenica di marzo), il compleanno del Führer (20 aprile), la festa nazionale del popolo tedesco (1 maggio), il solstizio d'estate (21 giugno), la festa del Partito del Reich (inizi di settembre) e diverse altre.

del Partito del Reich (inizi di settembre) e diverse altre. Achille Ratti, papa Pio XI dal

Achille Ratti, papa Pio XI dal 1929 al1939

e diverse altre. Achille Ratti, papa Pio XI dal 1929 al1939 Alfred Rosenberg Il concetto prettamente

Alfred Rosenberg

Il concetto prettamente nazionalsocialista

della superiorità della razza rispetto ad ogni questione etica, e delle responsabilità di lotta tra razze nella Storia mondiale, era

ovviamente in netto contrasto con le religioni cristiane; difatti, Hitler stesso, e molti altri, erano atei, mentre gente come Rosenberg o Heß praticava culti neo-pagani

a sfondo nordico. Il fatto che i più

importanti esponenti del NSDAP non fossero cattolici ebbe importanti conseguenze: il regime proibì infatti la contestuale appartenenza di un cittadino tedesco a organizzazioni di Partito e cattoliche.

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La preoccupazione del Vaticano riguardo la condizione dei tedeschi in Germania portò il Papa del tempo, Pio XI, a firmare un'enciclica diretta al popolo tedesco, difatti una delle poche ad essere intitolata e scritta in lingua diversa dal latino: mit Brennender Sorge, “con ardente preoccupazione”; eccone alcuni estratti:

“Se la razza o il popolo, se lo Stato o una sua determinata forma, se i rappresentanti del potere statale o altri elementi fondamentali della società umana hanno nell’ordine naturale un posto essenziale e degno di rispetto; chi peraltro li distacca da questa scala

di valori terreni, elevandoli a suprema norma di tutto, anche dei valori religiosi e,

divinizzandoli con culto idolatrico, perverte e falsifica l’ordine, da Dio creato e imposto, è lontano dalla vera fede in Dio e da una concezione della vita ad essa conforme”.

---

“Questo Dio ha dato i suoi comandamenti in maniera sovrana: comandamenti indipendenti da tempo e spazio, da regione e razza. Come il sole di Dio splende

indistintamente su tutto il genere umano, così la sua legge non conosce privilegi né eccezioni. Governanti e governati, coronati e non coronati, grandi e piccoli, ricchi e poveri dipendono ugualmente dalla sua parola. Dalla totalità dei suoi diritti di Creatore promana essenzialmente la sua esigenza ad un’ubbidienza assoluta da parte degli individui e di qualsiasi società”.

---

“Solamente spiriti superficiali possono cadere nell’errore di parlare di un Dio nazionale,

di una religione nazionale, e intraprendere il folle tentativo di imprigionare nei limiti di

un solo popolo, nella ristrettezza etnica di una sola razza, Dio, Creatore del mondo, re e legislatore dei popoli, davanti alla cui grandezza le nazioni sono piccole come gocce in un catino d’acqua”.

Ovviamente, l'enciclica, estremamente pungente contro i nazionalsocialisti nel contenuto, sarà diffusa con estrema cura e segretezza. Sebbene esista una notevole letteratura storica anche riguardo la persecuzione dei cattolici in Germania durante il Terzo Reich, è universalmente conosciuta, perlomeno in via essenziale, la persecuzione della razza ebraica. Il regime auspicava la creazione di una comunità nazionale basata su tre princìpi:

l'esaltazione del gruppo etnico su tutti gli altri, l'adozione di misure per proteggerne la purezza e la necessità di escludere elementi incompatibili. La distinzione tra gruppo etnico ed elementi con questo incompatibili porta automaticamente alla distinzione tra razze inferiori e superiori, e alla necessità di queste ultime di espandersi a discapito delle prime, più deboli. Particolarmente profondo era il rancore tedesco nei confronti degli slavi confinanti: cecoslovacchi, polacchi e russi in particolare, che fu molla in seguito della macchina bellica hitleriana. Il regime adottò specifiche misure per allontanare dalla vita pubblica le “razze inferiori”:

le misure riguardarono principalmente gli ebrei, ma anche ad esempio zingari e slavi. In Germania gli ebrei erano circa mezzo milione su settanta milioni di abitanti nel 1933, concentrati soprattutto a Berlino, Francoforte, Breslavia, Amburgo, Colonia e Lipsia.

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Non appena il regime nazista prese il potere nel 1933, squadriglie di SA seminarono il caos negli quartieri ebraici. La pessima risposta a questi disordini sia sul fronte interno che internazionale però fece sì che il Partito richiamasse all'ordine le SA, in modo da

legalizzare nel frattempo la segregazione degli israeliti. Già nel 1933, legislazioni ad hoc permisero la radiazione dagli albi professionali, tra cui quello forense e quello medico, degli iscritti ebrei, e lo Stato licenziò tutti i propri addetti razzialmente inferiori. Nel 1935 furono promulgate le Leggi di Norimberga, che assegnavano la cittadinanza tedesca (e relativi benefici) solo alle persone di razza ariana, escludendone del tutto gli ebrei. Inoltre, i matrimoni misti tra ariani ed ebrei furono proibiti; l'identificazione dell'ebreo fu stabilita in base alla parentela, e colui con tre o quattro nonni ebrei sarebbe stato considerato ebreo. Chiunque avesse uno o due nonni ebrei, sarebbe stato considerato ebreo in base alla propria inclinazione presunta (ad esempio, in base alla religione professata). Ma i notevoli studi del governo per trovare un'identificazione biologica certa di queste

“razze inferiori” furono dei fallimenti: non c'era un gruppo sanguigno, un odore, una

forma del piede, della mano, o del naso, che potesse distinguere con certezza un ebreo. Perciò, la segregazione si basò soprattutto sugli stereotipi culturali che infangavano il nome dei giudaici. Ma perché?

culturali che infangavano il nome dei giudaici. Ma perché? Uno stereotipo di ebreo con monete sanguinanti

Uno stereotipo di ebreo con monete sanguinanti in mano, simbolo di usura, un frustino e l'Unione Sovietica sotto braccio. Il testo assomiglia all'alfabeto ebraico e significa “l'eterno ebreo”.

ebraico e significa “l'eterno ebreo”. Schema indicante i vincoli di parentela necessari per essere

Schema indicante i vincoli di parentela necessari per essere individuati quali “ebrei” secondo le leggi di Norimberga.

La persecuzione degli ebrei è spesso rintracciabile nei secoli, e dipende fondamentalmente dalla diaspora. La creazione di nuclei ebraici fuori da Israele, ostinati a mantenere le proprie tradizioni e a far bandiera della propria lingua e della propria etnia, rese difficile l'integrazione coi popoli ospitanti.

Sebbene però la persecuzione ebraica, anche dovuta all'accusa di deicidio spesso portata avanti dagli ambienti cattolici, e della quale gli ebrei saranno assolti solo dal Concilio Vaticano II, sia presente da tempi immemori, mai come alla fine del diciannovesimo e all'inizio del ventesimo secolo fu applicata sistematicamente e con orribile crudeltà. La persecuzione delle minoranze sarà oggetto, nella sua terribile atrocità, più approfondito di un capitolo successivo, Se questo è un uomo, a cui si rimanda.

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Una delle opere pseudo-filosofiche a cui si rifà maggiormente la politica del Terzo Reich

è Der Mythus des zwanzigsten Jahrhunderts, il “mito del ventesimo secolo”, di Alfred Rosenberg, importante esponente del NSDAP.

Il tema portante del Mythus è quello di un dio, pagano, che crea sì l'umanità, ma già

divisa in diverse razze, non avendo quindi un rapporto né col singolo individuo, né con l'umanità intera. E' la razza ad avere un'anima, non l'uomo, né tanto meno l'umanità. Rosenberg si rifà ad altre teorie razziali, tra cui quelle dell'inglese Houston Stewart Chamberlain, uno dei primi ad esaltare nel senso poi adottato dai nazionalsocialisti la

razza ariana. Il concetto di “ariano”, infatti, si estende secondo Chamberlain ben più in là della linguistica, uno dei pochi campi in cui era stato applicato fino a quel momento, fino

a comprendere una razza superiore sul punto di vista morale, intellettuale e fisico

rispetto alle altre; la razza ariana di Chamberlain comprende gli inglesi, i tedeschi, gli scandinavi e altre popolazione nordiche di possibile discendenza iranica.

Nella concezione tedesca, ovviamente, si venne a creare non solo il concetto di “razza superiore”, quella ariana, ma addirittura di “razza superiore nella razza superiore”, ossia i tedeschi, superiori rispetto agli altri ariani. Diversi sforzi furono fatti per poter applicare a più concetti possibile il razzismo ariano, addirittura immaginando che il Gesù ebraico descritto usualmente fosse sì giudaico di religione, ma ariano di razza, proveniente cioè da una qualche cellula nordica presente in Galilea.

Il risultato, era la volontà di instaurazione del cosiddetto “cristianesimo positivo”, che

faceva netta differenza tra il Gesù “divino” dei vangeli ed il nazareno reale, un ariano che

avrebbe combattuto i semitici locali. Particolari sforzi furono inoltre fatti per permettere la diffusione e la conoscenza dei Protocolli dei Savi di Sion, un testo in circolazione da alcuni decenni che nel 1937 irruppe sul panorama italiano con la traduzione del pensatore Julius Evola e giunse poi in Germania, dove diventò libro di testo scolastico. I Protocolli, che già nel 1921 erano stati decretati dal Times e da altre fonti come dei falsi appositamente disegnati per screditare gli ebrei, avevano come tema principale è una presunta volontà di “conquista del mondo” da parte del movimento sionistico, che tramite la democrazia, coronata da libertà di stampa ed espressione, da suffragio universale e da supervisione dei diritti umani, in realtà avrebbe istituito un governo globale gestito occultamente dagli ebrei.

Il Julius Evola appena nominato, sebbene conosciuto molto vagamente in genere, fu un

pensatore Italiano del ventesimo secolo, i cui testi furono usati più volte dopo la guerra come fondamenta per i movimenti neofascisti. Attaccò violentemente il cristianesimo, supportando tradizionali visioni pagane, oltre che idee aristocratiche fermamente contrarie alla politica di massa tipica dei fascismi e del comunismo; tentò di influenzare il fascismo italiano per portarlo sulla via della tradizione aristocratica, ma senza successo. Particolarmente caratterizzante il lavoro di Evola, ed estremamente compromettente dopo la guerra, fu il carattere prettamente razzista del filosofo italiano. Convinto della volontà degli ebrei di controllare il mondo, tramite la finanza e il controllo dei media, tradusse i Protocolli in Italiano, nonostante le critiche sulla loro autenticità.

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Sebbene non fu antisemita nel senso tipico del termine, rimase dell'avviso che la razza

ebrea era ben distante dai valori tradizionali degli ariani, fede, lealtà, coraggio, devozione

e costanza. Fu sostenitore del razzismo in quanto modo di discernere diverse “qualità” di

esseri umani non per caratteri biologici, e per questo attaccò violentemente il nazismo, ma bensì spirituali. La cultura, secondo il Mythus e opere simili, tra cui quelle evoliane, è dipendente dalla razza, e rimane pura finché questa è pura. Mescolanze di razza portano ad un degrado della cultura, oltre che ad un declino inevitabile del popolo: l'impero romano cadde anche e soprattutto per l'imbastardimento della cultura, avvenuto con libere mescolanze coi popoli conquistati e barbari. Il regime, per usare metafore proprie di Rosenberg, avrebbero dovuto rimuovere dalla Germania malata il problema ebraico esattamente come un chirurgo rimuove dal corpo infermo un cancro.

Rosenberg fu “filosofo” del Reich in ogni salsa; oltre che sviluppare le pseudo-teorie razziali, fu anche l'autore di diverse altre speculazioni irreali sulla genesi della razza ariana in sé, ad esempio quella della migrazione, che se solo non sapessimo fosse stata presa come valida da alcuni ai tempi, non può che parere assolutamente folle: gli ariani, emigrati da Atlantide, sarebbero giunti per il Nord Africa in Persia ed in India, fino ai Greci e ai Latini, a cui sarebbe seguita la migrazione dei teutoni verso l'Europa occidentale. Questa razza, pura da contaminazioni, si contrappone invece alle razze “semitiche”, la cui definizione esatta è ovviamente inesistente, visto che in teoria dovrebbe comprendere anche molti altri popoli che parlano lingue semitiche, arabi compresi, ma che generalmente si riducono alla singola “razza ebraica”. Il regime nazista politicizzò la cosa rendendo “razza inferiore” a tutti gli effetti anche quella slava, nonostante nel Mythus Rosenberg li elevi a razza ariana, sebbene inferiore ai germanici.

Il trattamento degli slavi russi e polacchi da parte delle autorità d'occupazione fu infatti motivo di lamentele da parte di Rosenberg, che però non si pronunciò sullo sterminio degli ebrei: il suo accondiscendere fu gravemente preso in considerazione a Norimberga,

e

portò alla sua condanna a morta per impiccagione nel 1946.

Il

riferimento a posti sperduti ed inesistenti, oltre che ad Atlantide anche a Thule,

Shambala, o Hyperborea, è presente più volte negli scritti relativi al misticismo del Reich,

e serve a rafforzare, paradossalmente, trattandosi di collegamenti assolutamente

inventati, le teorie della purezza della razza ariana. Particolarmente legato al misticismo pagano fu Heinrich Himmler, le cui SS, secondo molti analisti e diverse prove, furono al centro di ampi rituali neo-pagani. La follia di queste credenze portò il governo tedesco a finanziare delle spedizioni per la ricerca in Asia delle origini degli ariani. Sebbene ciò possa sembrare totalmente fuori dal mondo, risulta ben poco se paragonato alle insistenti voci su finanziamenti del Terzo Reich per la ricerca del famoso Sacro Graal, o per l'appropriazione della Lancia di Longino. Le terribili contraddizioni del Reich, la contrapposizione tra il paganesimo e il culto nordico da un lato, la ricerca di reliquie cristiane e di collegamenti tra il cristianesimo e

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l'arianesimo dall'altro, sono oggetto di molte speculazioni e diversi tomi a riguardo, e rimangono uno dei più inquietanti ed esotici interrogativi sul regime hitleriano.

Il delirio tedesco però non si basa unicamente sul concetto di razza, ma anche su una

sorta di “darwinismo sociale”. La teoria della selezione naturale di Darwin è piuttosto nota: Darwin intuì come tutte le specie animali e vegetali fossero per necessità in competizione l'una con l'altra per la loro esistenza e per la loro perpetuazione nelle

generazioni successive: in base, cioè, alla teoria della selezione naturale, solo gli individui che riuscivano ad avere la meglio nella lotta per l'esistenza con gli altri animali arrivavano

a riprodursi, trasmettendo alla generazione successiva i caratteri ereditari che ne avevano favorito la sopravvivenza.

Il contrasto che porta al sopperire del più debole, però, non è soltanto alla base del

concetto di lotta tra razze, ma di ben peggio. Le stesse forme dell'esistenza umana, che per legge naturale non sarebbero mai potute sopravvivere, ma che invece lo fanno grazie all'assistenza “artificiale” dello Stato, sono non solo inferiori, ma contrarie alle leggi stesse della natura, e da abolire. L'esempio pratico sta nei programmi di eugenetica del Terzo Reich. Oltre all'eliminazione della presenza ebraica dalla razza ariana, era necessario anche eliminare i tratti inferiori della razza stessa per evitarne la propagazione ereditaria e quindi per eradicarli dal mondo. Si parla di handicappati, ritardati, omosessuali, accidiosi e deboli in genere. Il mantenimento di questi elementi nella società era voluto dallo Stato in maniera prettamente artificiale: la selezione naturale, altrimenti, non gli avrebbe di certo dato il

diritto alla vita. Da qui, il programma di sterilizzazione forzata di questi “elementi deboli”. La sterilizzazione non bastò però al regime: handicappati, deformi e pazzi in seguito furono inseriti in un ulteriore programma, il cosiddetto T-4, un programma di eutanasia. L'azione pubblica del programma si fermò nel 1941 in seguito all'attacco dei vescovi cristiani, ma continuò in gran segreto: il programma T-4 in tutto uccise circa 200.000 menomati.

Il regime, però, tentando di appoggiare le proprie teorie su ferree basi storiche e

culturali, non si fermò all'accettazione delle deliranti teorie di Rosenberg, né al compiacimento del supporto di alcuni intellettuali del tempo alla causa nazionalsocialista ); fu funzionale al regime anche e soprattutto l'interpretazione ad hoc del lavoro di grandi nomi già esistenti, come evidente dal capitolo successivo.

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Capitolo VI

Volontà di Potenza

Abbiamo visto da che genere di pseudo-filosofi confusionari Hitler traesse spesso le

proprie idee che, con la consueta cocciutaggine, mise alacremente in pratica. Nella mente di Hitler vagavano la glorificazione della guerra, il potere assoluto, il credo nella razza ariana superiore, l'odio per ebrei e slavi, la critica alla democrazia; non si tratta assolutamente di concetti nuovi, ma la maniera di metterli in pratica è sicuramente

propria del Cancelliere tedesco

pensatori e autori che apparvero sulla scena tedesca nel diciannovesimo secolo. La scena culturale tedesca era stata solcata senza dubbio da grandissimi intellettuali, le cui idee modificarono radicalmente il pensiero tedesco ed occidentale, come Leibnitz, Kant, Lessing, Goethe, Schiller, Bach, Beethoven. Ma gli eruditi che influirono maggiormente sulla fine del diciannovesimo secolo e sull'inizio del ventesimo, a partire

quindi dall'Impero tedesco fino ad arrivare al Terzo Reich, erano invece soprattutto Fichte e Hegel, oltre che Nietzsche e Wagner. Dopo l'umiliante sconfitta della Prussia contro la Francia di Napoleone a Jena, nel 1807, Johann Gottlieb Fichte pronunciò il suoi famosi “discorsi alla Nazione Tedesca” all'Università di Berlino, dove gli era stata affidata la cattedra di filosofia; si trattava di discorsi che fecero scalpore sullo sconfitto e diviso popolo tedesco, e il cui eco si poteva ancora sentire nel Terzo Reich. Per Fichte i latini, soprattutto i francesi, e gli ebrei sono razze decadenti; solo il popolo tedesco è in

grado di eccellere.

La lingua tedesca è la più pura e la più originale, e sotto il dominio tedesco sarebbe sbocciata una nuova era. Alcune di queste idee sono nettamente rintracciabili nel Mein Kampf di Hitler.

La loro provenienza si può rintracciare tra i filosofi,

La loro provenienza si può rintracciare tra i filosofi, Johann Gottlieb Fichte Georg Wilhelm Friedrich Hegel

Johann Gottlieb Fichte

si può rintracciare tra i filosofi, Johann Gottlieb Fichte Georg Wilhelm Friedrich Hegel Alla morte di

Georg Wilhelm Friedrich Hegel

Alla morte di Fichte, nel 1814, all'Università di Berlino gli succedette Georg Wilhelm Friedrich Hegel. La sua mente fu sottile e penetrante, la sua dialettica ispirò Marx e Lenin, e quindi contribuì alla nascita del comunismo, e la glorificazione dello Stato in quanto entità suprema nella vita umana fu utile alla nascita del Secondo e del Terzo Reich. Nei diversi discorsi a favore dell'entità statale Hegel la definisce come la “più alta

rivelazione dello Spirito” e gli attribuisce il “diritto supremo sull'individuo, il cui dovere

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supremo è far parte dello Stato”.

La storia mondiale, inoltre, non è per Hegel un “impero della felicità”; i periodi di accordo, infatti, non sono altro che “pagine bianche” in quanto “privi di conflitto”. La guerra è purificatrice; così come il vento evita che il mare diventi un sozzume in seguito a periodo

di

calma, la guerra preserva l'uomo dai risultati negativi di lunghi periodi di pace.

La

concezione tradizionale della morale e dell'etica non devono disturbare né lo Stato

supremo né i suoi “eroi”.

“La storia mondiale è ad un livello più alto; moralità irrilevanti non devono interferire con l'azione e la realizzazione della storia. Le litanie delle virtù quali la modestia, l'umiltà, la filantropia, la sopportazione non devono agir contro. Lo Stato deve calpestare molti fiori innocenti e distruggere molti oggetti nel suo cammino”.

Hegel prevede questo Stato per la Germania, una volta acquisito nuovamente il genio datogli da Dio; annuncia che arriverà l'”ora della Germania”, quando la missione dei tedeschi sarà rigenerare il mondo. Leggendo Hegel ci si rende conto quanto Hitler (così come anche Marx) abbiano attinto da lui, direttamente o indirettamente. Proprio la teoria degli “eroi” di Hegel, grandi uomini a cui dalla Provvidenza è stata assegnata una grande

missione, potrebbe avere influenzato Hitler, che spesso durante la sua vita ritenne che gli sia stato affidato un compito preciso da un'entità divina. L'Università di Berlino sarà un podio particolarmente virulento per questo genere di teorie; un influente professore di storia, Heinrich von Treitschke, declamò

le proprie tesi di superiorità dello Stato rispetto al

popolo in maniera ancora più radicale rispetto ad Hegel, considerando i “soggetti”, i cittadini cioè, poco più che schiavi. “Non importa quel che pensi, l'importante è che tu obbedisca”, disse. E fu più

radicale di Hegel anche nella consacrazione della guerra, definendo “la gloria marziale” quale “base di tutte le virtù politiche”. Per Treitschke “nel ricco tesoro della glorie della Germania, la gloria militare prussiana è un gioiello tanto prezioso quanto i capolavori dei pensatori e dei poeti tedeschi”.

La guerra non è solo necessità pratica, ma anche teorica: una necessità logica. L'esistenza

dello Stato implica il concetto di guerra, essendo lo Stato potere. L'abolizione del concetto di guerra non è solo una speranza assurda, secondo Treitschke, ma addirittura immorale. Comporterebbe l'atrofia di molte forze essenziali e sublimi insite nell'animo umano. “Un popolo legato all'irrealizzabile speranza della pace perpetua finisce irrimediabilmente per decadere in un fiero isolamento”.

“Sento spesso un amaro dispiacere pensando al popolo tedesco, così stimabile nell'individuo ma così disgraziato nella generalità. Una comparazione del popolo tedesco con gli altri mi apporta un sentimento doloroso, che tento di superare in ogni maniera possibile”.

che tento di superare in ogni maniera possibile”. H e i n r i c h

Heinrich von Treitschke

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Questo aveva detto Goethe riguardo il popolo tedesco, e Friedrich Nietzsche non ne aveva una considerazione superiore. Il dibattuto filosofo, nato nel 1844, mancava infatti del tutto del carattere sciovinistico dei pensatori precedenti, che egli stesso aveva definito “imbroglioni incoscienti”. I tedeschi, disse, “non hanno idea di quanto siano vili”, arrivando alla conclusione secondo la quale “dovunque penetri la Germania, si corrompe la cultura”. Attaccò cristiani e giudei per la cosiddetta “moralità della schiavitù”, ma non fu mai propriamente antisemita. Nonostante ciò, chiunque nel Terzo Reich poteva sentire la notevole influenza di Nietzsche. Dagli Stati Uniti, il lavoro del filosofo tedesco era stato definito pieno di “geniale imbecillità” e “bestemmie da ragazzo”, ma gli “imbrattacarte tedeschi”, così chiamati sempre dagli americani, non smisero mai di adularlo. Hitler stesso visitò più volte il museo di Nietzsche a Weimar, e rese pubblica la sua venerazione per il filosofo posando per delle fotografie che lo ritraevano rapito di fronte al busto del grand'uomo. Nonostante tutto, Nietzsche si prestava bene all'interpretazione fraudolenta da parte del regime. Era possibile citarlo praticamente su ogni punto chiave dell'ideologia nazionalsocialista. Disse sul cristianesimo: “è la grande maledizione, la perversione enorme ed intima, l'immortale macchia dell'umanità. Questo cristianesimo non è altro che un tipico insegnamento socialista”. Disse: “La società non esiste per se stessa, ma solo come una sotto-struttura ed impalcatura tramite la quale una razza eletta di esseri si possa elevare a doveri più alti. Non esiste il diritto a vivere, a lavorare, o ad essere felici; a questo riguardo l'uomo non differisce da un verme”. L'”uomo” in senso non solo generico, ma anche specifico: la donna, per Nietzsche, così come per il regime, era un gradino più in basso, atta alla cucina, contro l'arte bellica dell'uomo. Inoltre, esaltò il “superuomo”, traduzione ad hoc del termine Übermensch, che sarebbe più un “oltreuomo”: quasi una bestia da preda, è un “magnifico, biondo, bruto, esuberante e avido di bottino e vittoria”. Scrisse inoltre, con un linguaggio da vecchio testamento, in “così parlò Zarathustra”:

“dovreste amare la pace come intermezzo per un'altra guerra, e più la pace corta che quella lunga. Non vi consiglio di lavorare, ma di combattere. Non vi consiglio di fare armistizi, ma di vincere. Dite che è la giusta causa a permettere la guerra? Io vi dico: è la buona guerra che è permessa da ogni causa. La guerra e il coraggio hanno fatto molte più cose buone che la carità”.

permessa da ogni causa. La guerra e il coraggio hanno fatto molte più cose buone che

Friedrich Nietzsche

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Nietzsche profetizzò pure l'arrivo di una nuova élite che avrebbe governato il mondo e dalla quale sarebbe sorto il “superuomo”. In “Volontà di Potenza” scrisse: “una audace

razza dominatrice si sta formando

trasvalutazione dei valori per un tipo d'uomo particolarmente forte, intelligente e volitivo. Quest'uomo e la élite che avrà attorno saranno i “padroni del mondo””. Questi concioni ovviamente trovarono accettazione nella mente di Hitler, che si appropriò delle frasi e delle maniere d'esagerazione grottesca del filosofo: molte reminiscenze di Nietzsche si trovano nel Mein Kampf, tra cui ad esempio l'espressione “padroni del mondo”, o “signori della terra”, a seconda delle traduzioni. Non c'è dubbio che alla fine Hitler si considerasse lo Übermensch delle profezie di Nietzsche. Dal Mein Kampf:

“E' necessario che dall'esercito di milioni di uomini aventi, in modo più o meno chiaro, il presentimento e, in parte, la comprensione di queste verità, esca un, uomo. Quest'uomo dovrà, con forza apodittica, con le ondeggianti idee dell'ampia massa foggiare granitici princìpi e condurrà la lotta per realizzarli fin quando, dalle onde d'un libero mare di idee, si elevi la bronzea rupe di un'unitaria comunanza di fede e di volontà”.

Non c'è dubbio, per il lettore del “capolavoro” hitleriano, che i riferimenti al “singolo uomo” siano sempre riferimenti all'autore.

In generale, in tutto il Mein Kampf è possibile rintracciare evidenti riferimenti ai maggiori

filosofi tedeschi; sebbene non sia chiaro se Hitler avesse dirette conoscenze, ad esempio,

di Hegel, è probabile che ne abbia sentito parlare dai suoi mentori, tra cui il Rosenberg

che già conosciamo; fatto sta che i discorsi di Hegel e gli scritti di Nietzsche sicuramente attrassero la sua attenzione. Hegel, come detto, elaborò una teoria degli “eroi”; a suo parere la “volontà dello Spirito” è incarnata in degli “individui storici”. Sono questi a poter essere chiamati “eroi”, purché derivino scopi e vocazione non dal regolare svolgimento delle cose, ma bensì da una fonte nascosta, dallo Spirito, occultato sotto

la superficie, che la urta come contro una

conchiglia e la frantuma. Furono di questo stampo eroi come Alessandro Magno, Giulio Cesare, Napoleone Bonaparte. Erano dei politici pratici, ma allo stesso tempo dei pensatori, che ben conoscevano cosa fosse necessario al loro tempo. Gli eroi di un tempo devono essere chiaramente riconosciuti, e le loro azioni e le loro parole

sono le più importanti di quel tempo. La fusione di pensatore e politico che crea l'eroe avrebbe potuto far aspirare Hitler ai livelli occupati dai precedenti condottieri, se

lo scopo dovrebbe essere prepararsi alla

condottieri, se lo scopo dovrebbe essere prepararsi alla Adolf Hitler è stato da vivo considerato il

Adolf Hitler è stato da vivo considerato il “superuomo” di Nietzsche o l'”Eroe” di Hegel.

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anch'egli l'avesse realizzata?

Hitler fece sue queste idee: come può un genio con una missione essere limitato dalla morale borghese? Fu così che, una volta al potere, Hitler potette giustificare ogni genere

di azione spietata, la soppressione della libertà personale, i lavori forzati, i campi di

concentramento, la notte dei lunghi coltelli precedentemente trattata, l'uccisione dei prigionieri di guerra e degli ebrei. Ma era veramente questo ciò che Nietzsche avrebbe potuto immaginare come conseguenza del suo pensiero?

E' ormai chiaro che molti dei fraintendimenti riguardo il

pensiero di Nietzsche derivano da una rielaborazione fraudolenta degli spezzoni del filosofo tedesco da parte di sua sorella, Elisabeth Förster-Nietzsche. La donna, simpatizzante del NSDAP, riaggiustò l'ordine delle frasi per rendere possibile l'interpretazione filo-nazionalista e filo- nazista del pensiero. I due libri rimaneggiati furono Volontà

di Potenza ed Ecce homo.

Per completezza, segue una sintetica analisi del pensiero di Friedrich Nietzsche così com'è in genere inteso, epurato ogni riferimento al nazionalsocialismo. Elisabeth Förster-Nietzsche

Dallo studio del mondo greco, particolarmente del periodo dei grandi tragici, Nietzsche desume i due motivi che gli sembrano influenzare più largamente la civiltà europea occidentale: il motivo “dionisiaco”, che nell'ebbrezza sfrenata nella danza riporta l'uomo dalla sfera individuale all'unità profonda e senza limiti di tutta la vita, e il motivo “apollineo” che esprime e rielabora l'inconscio tumulto originario dell'essere nel composto equilibrio dell'arte. La tragedia di Sofocle e di Eschilo gli sembrano perfette in quanto ottime sintesi tra i due motivi.

La decadenza della tragedia arriva però con Euripide, che abolisce in parte i cori e dà più

spazio ai discorsi. Ma quella del filosofo in realtà mira ad essere una critica ad un suo antico collega. Queste espressioni, sia orgiastiche, sia ridotte in forme d'arte luminose, dell'oscuro fermento della realtà, vengono poste in secondo piano e ritenute scontate, secondo Nietzsche, dalla fredda razionalità di Socrate e dagli sviluppi susseguenti della filosofia greca. Queste segnano il prevalere dell'astrazione intellettuale contro il complesso fervore della vita e l'affermarsi di decadenti aspirazioni egalitarie (l'universalità del concetto e delle leggi), caratteristiche ancor oggi, nei loro multiformi aspetti, del nostro modo di vivere. Nelle opere successive, approfondendo le tesi della Nascita della tragedia, Nietzsche procede ad una radicale critica della cultura e della civiltà occidentali. La filosofia si

configura ora come una forma di smascheramento nei confronti dell'universo concettuale della fede, dell'etica e delle credenze nella nostra cultura. Lo scopo di Nietzsche è svelare

le radici del «bisogno metafisico» dell'uomo, cioè della sua necessità di verità, di

di Nietzsche è svelare le radici del «bisogno metafisico» dell'uomo, cioè della sua necessità di verità,

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religiosità. Si tratta sostanzialmente di capire che lungo la nostra storia siamo stati

dominati da un intenso bisogno di protezione e di consolazione a cui progressivamente si sono piegate sia la filosofia che la religione (e per certi versi anche l'arte). Questo bisogno

di protezione si è concretizzato anzitutto in una negazione della dimensione più vitale

dell'esistenza: in una repressione dell'eros, del dionisiaco, dell'irrazionale.

A questo stato profondamente negativo che ha segnato la cultura occidentale, va ora

contrapposto un diverso impulso conoscitivo. Nietzsche parla di un Freigeist, uno spirito libero, capace di sottrarre la nostra cultura attuale alla lunghissima malattia socratica: c'è bisogno di una volontà di analisi libera da pregiudizi che faccia emergere la base esclusivamente umana e terrena d'ogni pretesa spiritualità. In questo contesto assume un ruolo di assoluto rilievo la questione della religione, anzi più espressamente il problema del cristianesimo, che diventa il principale bersaglio della critica genealogica di Nietzsche. Si tratta principalmente del cristianesimo della tradizione ecclesiastica, intriso

di elementi platonici derivati a loro volta dal modello socratico che il giovane Nietzsche

aveva già contestato. La meditazione cristiana è responsabile di aver intensificato la divisione tra un mondo sensibile (umano, terreno) e un mondo soprasensibile (divino,

ideale), già presente in Platone, oltre che averla decisamente aggravata, nel senso di una progressiva svalutazione del mondo umano rispetto a quello ideale.

La concezione cristiana dell'amore come tensione ultraterrena verso Dio ha prodotto

infatti secondo Nietzsche una profonda mortificazione della coscienza individuale, un atteggiamento rinunciatario e vendicativo nei confronti dell'esistenza intesa come

materialità, come apertura alle suggestioni del corpo, ai lati fisiologici e istintuali. In uno dei suoi più sconcertanti testi tardi, la "Genealogia della morale", Nietzsche sostiene che

la tendenza cristiana al livellamento e all'egualitarismo, che egli con disprezzo definisce

“morale del gregge”, cioè del conformismo e dell'ipocrisia, abbia funzionato come una forma di violenza mascherata, come espressione di una lunga “menzogna”: l'etica in genere, e quella cristiana come suo compimento, non e altro dunque che un sottile dispositivo di potere. Nietzsche è contro tutte le forme di appiattimento dell'individualità nel “gregge” suddetto, sia dovuto ad esempio alle aspirazioni di democrazia e di socialismo del suo tempo, sia appunto alla concezione cristiana nei suoi sviluppi paolini e neo-platonici che mettono soprattutto in evidenza la caduta dell'umanità nel peccato e la redenzione in un

altro mondo. Il filosofo distingue da questi sviluppi la visione serena del Cristo nell'esaltazione dei gigli di campo e degli uccelli del cielo “che non seminano e non tessono”, nell'amore per l'ingenua vita dei fanciulli e, in particolare, per l'impegno severo

a un superamento continuo. E' infatti solo il Cristianesimo di S. Paolo, quindi quello

storicamente affermatosi, che va visto come un perverso fraintendimento del Vangelo. L'autentico messaggio di Cristo conterrebbe infatti secondo Nietzsche un'idea di accettazione della vita e non di rinuncia ad essa: la ,buona novella. altro non sarebbe che una forma di eliminazione della distanza tra Dio e uomo, un'affermazione della falsità dei concetti di colpa e peccato.

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In una sorta di capovolgimento della dottrina di Schopenhauer, la volontà oscura e cieca

del primo filosofo, da lui amato particolarmente nella prima giovinezza, viene intuita, infine, da Nietzsche come volontà di superamento e di potenziamento dell'uomo. Allo stesso modo che la scimmia è oggetto di derisione da parte dell'uomo, l'uomo deve diventare oggetto di derisione da parte dell'Oltreuomo, intento a superare la propria animalità persistente che, nel “gregge”, lo rende devoto a valori e leggi mortificanti la

pienezza creatrice della vita; questa, nella sua volontà originaria, è oscuramente tesa a superarsi in nuovi valori e in visioni sempre più consapevoli e ampie della realtà. “L'uomo è una corda tesa tra la bestia e il Superuomo, una corda sopra l'abisso”, dirà. Questo nuovo soggetto, secondo Nietzsche, sarebbe capace di vivere sopportando la perdita delle certezze assolute. Sarebbe dunque un soggetto finalmente vitale, in grado

di vivere una esistenza esclusivamente terrena e priva di necessità metafisiche, senza

bisogno dei concetti di valore e di verità. Per se stessa la Natura non ha valore, è come materia sulla quale il valore è impresso dalla volontà del Superuomo. Questa al “tu devi” oppone “Io voglio”, per trascendere l'uomo in un impegno che trasmuta tutti i valori e accetta tutto il passato come voluto,

perché, così, accresce l'impegno ad accettare entusiasticamente tutta la vita nella sua eternità; anche in quanto appare crudele e spietato, perché la vita non è razionalità e legge fissa, ma creatività che si avvale di tutte le contraddizioni dalle quali è mossa nell'eterno ritorno su se stessa. Un fine ultimo non esiste, per Nietzsche. Il divenire e il caso (“la vita danza sui piedi del caso”) acquistano senso solo nella volontà che li accetta in un'eterna creazione di sé la quale deve sfociare in una eterna distruzione, come in un circolo eracliteo e stoico, per rinascere in un atto che le accetti entrambe. La teoria dell'”eterno ritorno” è forse l'argomento meno chiaro e meno persuasivo del pensatore che fu anche poeta e raggiunse in “Così parlò Zarathustra” (modulato nella sua stessa stesura come un poema) pagine di puro lirismo. Rientra, per altro, pure questa impostazione, nell'espressione di uno spasmodico slancio a superare la finitezza dell'umano e a raccogliere nell'impegno fervidissimo del superuomo l'interezza del vivere

in tutte le sue forme senza limitazioni di spazio o di tempo.

Giunti finalmente ad un livello in cui si può “dir di sì” alla vita in tutte le sue forme, il soggetto liberato dai dogmi della metafisica può sperimentare sé stesso come un libero e creativo gioco di forze, di prospettive e di volontà. La “volontà di potenza” dell'oltreuomo di Nietzsche, quindi, non è sopraffazione e primato del più forte, come interpretato dal regime nazionalsocialista, ma bensì volontà

di interpretare liberamente il mondo come desiderio, impulso ludico, energia e forza

creativa.

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Capitolo VII

Germania

Nella ricerca di basi e conferme alle proprie teorie, il regime non scomodò soltanto i filosofi del secolo precedente, ma anche personaggi illustri ben più antichi. Si è già accennato ai tempi dell'Impero antico per antonomasia, l'Impero Romano, e di come il popolo tedesco fosse ai tempi considerato tra i “barbari”, ossia tra gli stranieri.

considerato tra i “barbari”, ossia tra gli stranieri. La mappa riportata si riferisce alla divisione in

La mappa riportata si riferisce alla divisione in provincie dell'Impero Romano attorno al 120 d.C., subito dopo l'Impero di Traiano e durante quello di Adriano. Come si può ben vedere, le legioni romane avevano assoggettato la striscia mediterranea dell'Africa, dall'attuale Marocco all'Egitto, continuando per Israele, la Siria, la penisola anatolica, la Grecia, i Balcani, l'attuale Austria, la Svizzera, la Francia, la Spagna, buona parte della cosiddetta Britannia e il Belgio. La zona in verde, a nord delle provincie di Raetia, Noricum e Pannonia, confinante con la Germania Inferiore e la Germania Superiore, rispettivamente all'incirca l'Olanda e l'Alsazia, era popolata da “barbari”. Il confine orientale non era ben definito, ma corrisponde all'incirca alle steppe russe ed ucraine. La zona è stata abitata da diverse tribù in migrazione, per la maggior parte popoli germanici, ma anche celti, baltici, slavi e sciti, che parlavano dialetti proto-germanici. Il mondo classico non è stato mai particolarmente informato sui popoli dell'Europa del

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Nord, almeno fino al secondo secolo a.C Nel quinto secolo, ad esempio, Ecateo aveva nominato un popolo definito come keltoi, ossia “celtico”, ed Erodoto aveva menzionato gli sciti, popoli che probabilmente abitavano nelle steppe dell'Asia centrale, fino all'Ucraina. I romani, sebbene non avessero ancora molte informazioni, erano assai più informati a riguardo: Cesare, nel descrivere la Gallia da lui conquistata, all'incirca l'odierna Francia, aveva fatto un paragone coi germani, facendo presente come i belligeranti galli potevano essere civilizzati, mentre i selvaggi germani erano solo un pericolo da sconfiggere e conquistare, in quanto estremamente più incivili. Ma la più importante opera riguardo questi popoli è stata scritta verso il 98 d.C., da Cornelio Tacito. Tacito nacque nel 56 o nel 57 da una famiglia equestre; come molti altri autori latini proveniva dalle province, dall'Italia probabilmente del Nord, Gallia Narbonensis, o Hispania. Il luogo e la data esatti della sua nascita non sono conosciuti. Il suo praenomen è un mistero: in alcune lettere di Sidonio Apollinare ed in alcun scritti poco importanti il suo nome è Gaius, ma nel manoscritto principale della tradizione il suo nome è Publius. L'ipotesi di Sextus non ha trovato seguito. Il disprezzo mostrato da Tacito per gli arrampicatori sociali ha portato all'ipotesi che la sua famiglia provenisse da un ramo sconosciuto della gens patrizia Cornelia, ma nessun Cornelius si è mai chiamato Tacito. Ancora, le famiglie aristocratiche più antiche in gran parte erano state distrutte nel caos determinato dalla conclusione della Repubblica, ed è chiaro che Tacito deve la sua posizione sociale agli imperatori Flavii. L'ipotesi che egli discendesse da un liberto non ha trovato nessun supporto oltre alla sua dichiarazione, in un discorso inventato, che molti senatori e cavalieri discendono da liberti, e tale ipotesi è stata prontamente abbandonata. Suo padre può essere il Cornelio Tacito che era procuratore della Gallia Belgica e della Germania. Un figlio di questo Cornelio Tacito è citato da Plinio il vecchio come esempio di sviluppo e di invecchiamento anormalmente veloci, implicando una morte prematura. Ciò significa che questo figlio non era Tacito, ma il suo fratello o cugino, potendo essere il Cornelius maggiore uno zio, piuttosto che suo padre. Da questo legame e dall'amicizia bene attestata fra Plinio il giovane ed il Tacito più giovane, gli studiosi traggono la conclusione che le due famiglie erano di categoria, facoltà e origini simili: ceto equestre, ricchezza significativa, famiglie provinciali. La provincia esatta della sua origine è comunque sconosciuta. La sua unione alla figlia del senatore narbonese Gneo Giulio Agricola può indicare che provenisse dalla Gallia Narbonensi; la sua discendenza, la sua abilità oratoria e la sua simpatia occasionale per i barbari che hanno resistito alla lex romana, hanno condotto qualcuno a suggerire che provenisse da una famiglia celtica. Fu elogiato come avvocato e oratore; la sua abilità nel parlare in pubblico si contrappone ironicamente al suo cognomen “Tacito”, ossia silenzioso. Divenne consul suffectus nel 97 durante il regno di Nerva, diventando il primo della sua

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famiglia a ricoprire tale carica. Durante l'anno seguente scrisse e pubblicò sia l'Agricola sia la Germania, primi esempi dell'attività letteraria che lo occuperà fino alla sua morte. L'opera interessante ai fini di questa trattazione è sicuramente la Germania, dal titolo

originale di De origine et situ Germanorum.

Si tratta di un'operetta etnografica, considerata in genere tra le opere minori di Tacito, sui

popoli germanici; comincia con una descrizione dei territori, delle leggi e degli usi di quei popoli, continuando poi con una descrizione delle singole tribù, cominciando con quelle molto prossime ai confini romani e continuando con i remoti popoli baltici, i cosiddetti

Fenni.

L'opera contiene tratti sia moralistici che da libello politico, descrivendo cioè la Germania come la non-Roma, e i germani come popolo ancora sano e ligio a costumi morali che i romani avevano già perduto; loda la monogamia e a castità del matrimonio germanico, a differenza di quello degenerato in uso a Roma, oltre all'ospitalità, la semplicità ed il coraggio di quei barbari. Lo scopo principale, però, è probabilmente la volontà di Tacito

di rendere noto ai romani quanto potessero essere in realtà pericolosi questi popoli

confinanti. I tratti favorevoli ai germani divennero citazione usuale per i nazionalisti tedeschi dal sedicesimo secolo in poi, sebbene Tacito non avesse mancato di descrivere quei popoli anche come ubriaconi e pigri, oltre a sottolineare altri pessimi difetti, tra cui il nomadismo. Tacito non viaggiò mai per la Germania, quindi nel migliore dei casi le sue informazioni erano di seconda mano. Furono probabilmente sue fonti maggiori il Bella Germaniae di Plinio il Vecchio, il De bello gallico di Cesare, oltre probabilmente ad altre non letterarie. L'opera tacitiana ebbe ripercussioni durante il Terzo Reich fondamentalmente per una caratteristica attribuite ai popoli germanici: l'autoctonia e la purezza razziale. Ecco alcuni passi fondamentali a riguardo:

Ipsos Germanos indigenas crediderim minimeque aliarum gentium adventibus et hospitiis mixtos, quia nec terra olim, sed classibus advehebantur qui mutare sedes quaerebant, et inmensus ultra utque sic dixerim adversus Oceanus raris ab orbe nostro navibus aditur.

Propendo a credere i Germani una razza indigena, con scarsissime mescolanze dovute a immigrazioni o contatti amichevoli, perché un tempo quanti volevano mutare paese giungevano non via terra ma per mare, mentre l'Oceano, che si stende oltre sconfinato e, per così dire, a noi contrapposto, raramente è solcato da navi provenienti dalle nostre regioni.

In realtà, le ragioni addotte da Tacito per questa presunta “purezza” non sono affatto

lusinghiere, per il popolo tedesco:

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Quis porro, praeter periculum horridi et ignoti maris, Asia aut Africa aut Italia relicta Germaniam peteret, informem terris, asperam caelo, tristem cultu adspectuque, nisi si patria sit?

E poi, a parte i pericoli d'un mare tempestoso e sconosciuto, chi lascerebbe l'Asia, l’Africa o l'Italia per portarsi in Germania tra paesaggi desolati, in un clima rigido, in una terra triste da vedere e da starci se non per chi vi sia nato?

Ma questo non ha rilevanza: l'importante è che i germani siano, per un motivo o per l'altro, puri da contaminazioni esterne: le stesse idee di Tacito saranno riproposte dai nazionalisti più avanti, tra cui lo stesso Fichte nei Discorsi alla Nazione tedesca.

Ipse eorum opinionibus accedo, qui Germaniae populos nullis aliis aliarum nationum conubiis infectos propriam et sinceram et tantum sui similem gentem exstitisse arbitrantur. Unde habitus quoque corporum, quamquam in tanto hominum numero, idem omnibus: truces et caerulei oculi, rutilae comae, magna corpora et tantum ad impetum valida.

Personalmente inclino verso l'opinione di quanti ritengono che i popoli della Germania non siano contaminati da incroci con gente di altra stirpe e che si siano mantenuti una razza a sé, indipendente, con caratteri propri. Per questo anche il tipo fisico, benché così numerosa sia la popolazione, è eguale in tutti: occhi azzurri d'intensa fierezza, chiome rossicce, corporature gigantesche, adatte solo all'assalto.

Si tratta di un passo che ha suscitato molto l'inventiva degli pseudo-filosofi menzionati addietro. Ma come spesso accade nelle interpretazioni naziste, esiste un vizio:

Unde habitus quoque corporum, quamquam in tanto hominum numero, idem omnibus

Per questo anche il tipo fisico, benché così numerosa sia la popolazione, è uguale in tutti

Questa è la versione generalmente citata dai razzisti. Ma in realtà ci sono forti tesi che portano a credere che la forma corretta sia in realtà questa:

Unde habitus quoque corporum, tamquam in tanto hominum numero, idem omnibus

Per questo anche il tipo fisico, per quanto lo si possa essere nell'ambito di una sì grande popolazione, è uguale in tutti

Una modifica sostanziale nel significato, una limitazione che ovviamente sparisce nelle lezioni razziste.

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E ancora:

Si civitas, in qua orti sunt, longa pace et otio torpeat, plerique nobilium adulescentium petunt ultro eas nationes, quae tum bellum aliquod gerunt, quia et ingrata genti quies et facilius inter ancipitia clarescunt magnumque comitatum non nisi vi belloque tueare.

Se la tribù in cui sono nati intorpidisce nell'ozio di una lunga pace, molti giovani nobili raggiungono volontariamente le tribù che al momento sono impegnate in qualche guerra, sia perché la gente germanica non ama la pace, sia perché più facilmente si acquista fama in mezzo ai pericoli, e si può mantenere un grande seguito solo con la forza e la guerra.

Infine, un passaggio che non può non essere accostato al principio della catena di comando con a capo il Führer, il cosiddetto Führerprinzip:

Cum ventum in aciem, turpe principi virtute vinci, turpe comitatui virtutem principis non adaequare. Iam vero infame in omnem vitam ac probrosum superstitem principi suo ex acie recessisse. Illum defendere, tueri, sua quoque fortia facta gloriae eius adsignare praecipuum sacramentum est. Principe pro victoria pugnant, comites pro principe.

In battaglia poi è disonorevole per un capo lasciarsi superare in valore ed è disonorevole per il seguito non eguagliare il valore del capo. Inoltre costituisce un'infamia e una vergogna, che dura per tutta la vita, tornare dal campo di battaglia, sopravvivendo al proprio capo: difenderlo, proteggerlo, attribuire a sua gloria anche i propri atti di valore è l'impegno più sacro: i capi combattono per la vittoria, il seguito per il capo.

Ma a prescindere dai sani princìpi militari germanici, le frasi tacitiane che si prestano ad evoluzioni di tipo razzista non devono assolutamente trarre in inganno.

Il concetto di “razza”, e sicuramente quello di denigrazione ed emarginazione di una

razza, è totalmente estraneo ai romani. Basti pensare per prima cosa che i romani stessi si vantavano d'esser di discendenza troiana; gli stessi imperatori salirono al trono indipendentemente dalla loro nazionalità, essendo ad esempio Traiano proveniente dall'attuale Andalusia, Adriano dai dintorni di Siviglia, Settimio Severo libico, Caracalla di Lione. L'Impero perseguì sempre, oltre che l'espansione del territorio, anche quella della cittadinanza, tanto che fu assolutamente ridicola l'affermazione dei fascisti italiani secondo i quali gli italici sarebbero ariani in quanto discendenti dei romani: ma alla luce delle mescolanze di età Imperiale, come è mai possibile definire una “stirpe romana”? Quindi anche questa ulteriore speculazione dei regimi è dovuta a cattive e parziali interpretazioni del pensiero di un autore che non fu razzista, ma bensì un sincero etnografo che trattò imparzialmente i difetti e i pregi di un popolo diverso dal proprio.

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Capitolo VIII

Se questo è un uomo

Shoah, dall'ebraico האוש, “calamità”.

Olocausto, dal greco λόκαυστον,

Endlösung der Judenfrage: la “soluzione finale della questione ebraica”, così come fu chiamata dal regime.

Il destino della popolazione ebraica dell'Europa orientale e degli ebrei ivi deportati dai

territori del “vecchio” Reich, la Germania propriamente detta, e poi da tutta l'Europa, fu strettamente collegato alla politica di “risanamento” razziale dello “spazio vitale” est- europeo rivendicato dalla Germania. La “soluzione finale” appena nominata, messa in atto sul suolo russo e su quello polacco, non fu soltanto l'approdo più mostruoso della politica di occupazione tedesca, ma segnò l'ingresso in una fase totalmente nuova della politica di genocidio perseguita dai nazionalsocialisti, portando a compimento crimini che non hanno eguali nella storia. Eppure, la strada che condusse dagli iniziali boicottaggi delle attività ebraiche allo sterminio sistematico praticato nelle “fabbriche della morte” in Europa orientale non fu né breve né lineare. Tale constatazione trova riscontro nella realtà ambigua della vita quotidiana degli ebrei durante il Terzo Reich, quando accanto a fenomeni di crescente discriminazione ed esclusione dalla vita pubblica e dalle organizzazioni popolari ariane (che in parte approvarono l'emarginazione ebraica, in parte la condannarono ma per la maggior parte furono assolutamente indifferenti), continuarono ad esistere nicchie di libertà in cui gli ebrei tedeschi assimilati poterono condurre per anni un'esistenza pressoché normale. Dire che essi erano condannati a morte sin dall'inizio è un giudizio a

posteriori, pronunciato guardando la storia dalla tragica prospettiva di Auschwitz; dagli uomini del tempo, nonostante tutte le vessazioni e privazioni di diritti, le cose apparivano molto meno chiare. Infatti, una volta esauritasi la prima ondata di persecuzioni imperniata sulla legge sui funzionari statali prima nominata, il variare dei ritmi, degli obiettivi e dei livelli della discriminazione suggerì in alcuni momenti la speranza che essa potesse addirittura cessare del tutto e spinse, nel 1934-35, non pochi ebrei tedeschi a rientrare in Germania dopo un primo periodo trascorso all'estero, specialmente nella vicina Francia. Intanto però venivano intraprese le prime misure di “arianizzazione” dalle aziende di proprietà della media borghesia ebraica.

A questi provvedimenti, affiancati per il resto in gran parte dalle violenze e dalle

persecuzioni messe in atto spontaneamente dai dirigenti locali del partito, fece seguito, a partire dalla primavera del 1935, una seconda e più decisa ondata di azioni persecutorie.

Il “congresso della libertà”, celebrato dal NSDAP nel 1935 a Norimberga, sferrò il più duro

colpo legislativo contro gli ebrei tedeschi: davanti al Reichstag riunito Hermann Göring annunciò la cosiddetta “legge sulla cittadinanza del Reich”, che sanciva la distinzione fra

“cittadini del Reich di sangue tedesco o affine”, cui spettava la pienezza dei diritti politici,

e “cittadini semplici”, gli ebrei appunto, in procinto di perdere il godimento di quei diritti.

“completamente bruciato”.

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Inoltre fu varata una “legge per la difesa del sangue e dell'onore tedesco”, che vietò i matrimoni e i rapporti sessuali fra ebrei e non-ebrei. Anche se le due leggi, in genere ricordate semplicemente come “leggi di Norimberga”, vennero messe a punto soltanto nell'atmosfera concitata del congresso da alcuni funzionari appositamente convocati, già da tempo discussioni e dichiarazioni pubbliche ne avevano preparato in qualche modo la realizzazione. Tuttavia non si può parlare di una pianificazione vera e propria, come dimostrarono nei due mesi successivi i contrasti interministeriali sui primi decreti di attuazione. Solo con questi, infatti, venne data una risposta alla questione decisiva su chi dovesse essere classificato come ebreo ai sensi delle Leggi di Norimberga. A tale proposito si rivelò del tutto illogica e illusoria l'idea di una legislazione razziale basata sul principio del sangue, poiché le definizioni di “ariano”, “ebreo puro”, “sangue misto di I grado” e “sangue misto di II grado” si richiamavano al criterio dell'appartenenza confessionale degli antenati, per i quali dopo tutto restava inaccertato, dalla terza generazione in su, se si fosse trattato o meno di convertiti. Il fatto poi che Hitler annunciasse le nuove leggi come la soluzione definitiva della “questione ebraica”, indusse le organizzazioni ebraiche ad accoglierle in parte addirittura con un senso di moderato sollievo: quelli che la propaganda nazionalsocialista definiva dei cospiratori internazionali contro la nazione tedesca, erano invece molto legati alla loro patria e preferivano di gran lunga accettare alcune limitazioni nell'ambiente a loro familiare, piuttosto che farsi carico dei rischi e delle incertezze dell'emigrazione all'estero. Le leggi di Norimberga diedero così una sanzione compiuta, nel senso di una mirata e consapevole discriminazione sociale degli ebrei, a tutte le persecuzioni “selvagge” intraprese precedentemente a livello locale. Alla privazione del diritto di voto e all'esclusione dai pubblici uffici, seguì, sempre nel 1935, la preclusione dall'attività professionale per i notai, per i medici, gli insegnanti e i docenti universitari stipendiati dallo Stato, e di fatto anche per i farmacisti. Quando poi i Giochi olimpici del 1936 prima menzionati attirarono sulla Germania l'attenzione della stampa mondiale, il regime cercò di nascondere per qualche tempo il suo volto antisemita. Dalle strade principali di alcuni villaggi sparirono provvisoriamente i cartelli contro gli ebrei e per un po' furono emessi decreti antisemiti di impatto soltanto marginale. Dei circa 2.000 provvedimenti contro gli ebrei adottati durante il Terzo Reich, negli anni 1936 e 1937 ne vennero varati “soltanto” 150. Intanto però, dietro la facciata dello spirito di fratellanza olimpico, all'interno delle SS veniva creato un centro di pianificazione composto da antisemiti tanto radicali nelle loro idee quanto convinti di essere “esperti” della materia: si trattava della cosiddetta “Sezione ebrei” del SD; questo, la sigla viene dal tedesco Sicherheitsdienst, ossia “servizio di sicurezza”, era il dipartimento di spionaggio e sorveglianza delle SS. Obiettivo inequivocabile degli uomini riuniti in questo ufficio era organizzare nel modo più rapido e completo possibile la cacciata degli ebrei dalla Germania, cercando di

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mettere a punto misure mirate, in alternativa all'antisemitismo rumoroso e bollato di “irrazionalità” di cui erano interpreti soprattutto le SA. In effetti a partire dai mesi a cavallo fra il 1937 e il 1938, si verificò un giro di vite che si tradusse anche nell'aumento numerico dei decreti governativi contro gli ebrei (circa 300), finalizzati soprattutto a escludere questi ultimi dal mondo economico; per le loro ricadute manifestamente negative sull'economia nazionale, però, i provvedimenti in oggetto sortirono in un primo momento effetti parziali e incoerenti. L'attentato mortale a un consigliere dell'ambasciata tedesca a Parigi, commesso il 7 novembre 1938 da un giovane i cui genitori appartenevano al novero dei 17.000 ebrei polacchi da poco espulsi dal Reich, offrì alla dirigenza nazionalsocialista un'occasione ideale per far uscire la politica antisemita dalle secche delle divergenze istituzionali e d'interesse e conferirle una direzione più definita: ciò che venne consegnato alle cronache sotto l'eufemistica espressione d”notte dei cristalli”, Kristallnacht, fu in realtà un'azione terroristica di mostruose proporzioni, compiuta da SS e Gioventù Hitleriana e protrattasi per più di tre giorni e durante la quale furono uccise 91 persone, non di rado sotto gli occhi dei passanti. Una serie di disordini si era verificata già l'8 novembre, dopo la diffusione della notizia dell'attentato, sotto istigazione di alcuni capi-partito locali particolarmente intraprendenti; il segnale d'avvio della devastazione di massa fu però dato da Goebbels. Grazie anche ad agitatori appositamente mandati nei villaggi più piccoli, furono incendiate sinagoghe, saccheggiati negozi ebrei, maltrattate intere famiglie e deportate provvisoriamente, a scopo “intimidatorio”, 30.000 persone nei campi di concentramento. Molti cittadini, invece di dare aiuto ai perseguitati, restarono a bocca aperta davanti alle sinagoghe in fiamme, e non pochi colsero l'occasione per regolare dei conti con dei vicini di origine ebraica. A Berlino la folla si unì, per fare la sua parte, alle distruzioni e ai saccheggi organizzati dalle SA e dai militanti del NSDAP. La maggioranza dei tedeschi, comunque, come sempre, assunse l'atteggiamento ormai abituale di volgere lo sguardo altrove. La Kristallnacht aprì una nuova fase della politica anti-ebraica nazionalsocialista. Con essa iniziò lo sfruttamento sistematico e l'esclusione completa degli ebrei dall'attività economica Se già dall'aprile 1938 era stato imposto loro l'obbligo di denunciare tutti i patrimoni superiori ai 5.000 marchi, dopo i disordini di novembre il governo inflisse una multa globale di oltre un miliardo di marchi da prelevare come tassa sul patrimonio ebraico entro il 1940. Una conferenza interministeriale convocata immediatamente dopo fissò le direttrici della futura politica di “arianizzazione” e liquidazione delle aziende di proprietà di ebrei, affidata temporaneamente a fiduciari “ariani”. Quasi nessuna delle angherie escogitate in quell'occasione di Goebbels, Göring e Heydrich (quest'ultimo un alto ufficiale delle SS, tra i più implicati nella faccenda ebraica) fu giudicata troppo brutale per non trovare posto nei decreti approvati nei mesi successivi: ai divieti locali sull'accesso a cinema e similari, esistenti già da anni, si aggiunse un “bando sugli ebrei” che limitò considerevolmente la

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loro libertà di movimento, nonché il divieto di usufruire dei vagoni letto e di alcuni hotel,

e l'obbligo di consegnare tutti i gioielli e gli ori al governo.

Ciò che doveva seguire a breve era stato già anticipato in via sperimentale nell'estate del

1938 dagli esperti del SD attivi in Austria sotto la direzione di Adolf Eichmann. Sulla base delle esperienze viennesi, all'inizio del 1939 venne creata, auspice Heydrich, una "Centrale nazionale per l'emigrazione ebraica". Nelle sue mani, e dunque di fatto sotto il controllo della Gestapo, l'Unione nazionale degli ebrei si trasformò in uno strumento funzionale alla politica di emigrazione forzata (o meglio, di espulsione) della popolazione ebraica dalla Germania.

Il

modello viennese elaborato dal SD fu presto esteso a tutto lo Stato.

Il

censimento del maggio 1939 individuò nel territorio del Reich (con l'esclusione

dell'Austria e dei Sudeti) la presenza di ancora 233.646 individui classificati dalle leggi naziste come ebrei. Questa cifra, fino allo scoppio della guerra, diminuì di circa altre

50.000 unità; 10.000 bambini trovarono un'accoglienza provvisoria specialmente in Inghilterra, Belgio e Olanda, prima di essere trasferiti definitivamente negli Stati Uniti o in Palestina. Intanto, fra i perseguitati rimasti in Germania, non c'era praticamente più nessuno che non nutrisse la speranza di seguirli quanto prima. Tuttavia, proprio nel momento in cui questi metodi infami sembravano sul punto di risolvere in Germania la "questione ebraica" creata dai nazionalsocialisti, la stessa questione assunse, sotto la spinta della politica espansionistica hitleriana, quella nuova dimensione europea in cui, del resto, il Führer l'aveva sempre collocata ed entro cui sarebbe sfociata nella soppressione fisica del popolo ebraico.

Il 30 gennaio 1939, nel discorso pronunciato al Reichstag in occasione del sesto

anniversario della presa del potere, il dittatore espresse i suoi intenti servendosi della seguente, terribile formula: "Se all'ebraismo finanziario internazionale dentro e fuori l'Europa dovesse riuscire di far precipitare i popoli in una seconda guerra mondiale, il risultato di ciò non sarà la bolscevizzazione della terra e, con essa, la vittoria dell'ebraismo, ma l'annientamento della razza ebraica in Europa". La logica sottostante al disegno nazista di creare uno spazio imperiale «libero dagli ebrei» ed etnicamente «purificato» poté dilagare liberamente quando agli ebrei austriaci e cecoslovacchi già caduti sotto il dominio tedesco si andarono ad aggiungere i circa 2 milioni di ebrei di nazionalità polacca. Da quel momento il genocidio divenne una possibilità reale, anche se i successivi 18 mesi furono caratterizzati da una politica di deportazione e di espulsione tanto severa quanto caotica: mentre da un lato gli ebrei tedeschi poterono continuare a espatriare, pur tra crescenti difficoltà, fino al blocco definitivo delle emigrazioni imposto il 23 ottobre 1941, dall'altro, già pochi giorni dopo la fine della campagna polacca cominciarono le prime deportazioni di ebrei dall'Austria e dal “Protettorato di Boemia e Moravia” al cosiddetto “Governatorato generale di Polonia”. In vista della probabile vittoria sulla Francia, nell'estate del 1940 il ministero degli Esteri e gli specialisti del SD (intanto entrati a far parte dell'Ufficio centrale per la sicurezza del

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Reich) ventilarono un'idea che già negli anni Venti aveva goduto di una certa popolarità

nei circoli antisemiti europei: la deportazione, cioè, di tutti gli ebrei d'Europa nell'isola di Madagascar, allora colonia francese, dove essi sarebbero stati abbandonati al loro destino

in condizioni assai inadatte alla sopravvivenza.

Nonostante decenni di intense ricerche storiche, non disponiamo ancora di un quadro veramente preciso degli eventi dei mesi successivi, durante i quali la precedente politica

di deportazione e ghettizzazione cominciò a degenerare in quella dello sterminio. Ciò

dipende da un lato dalle incertezze della stessa “politica” nazionalsocialista, dall'altro dalla volontà dei protagonisti dei fatti di occultare quei crimini mostruosi e le loro personali responsabilità. L'insufficienza delle fonti causata da tali circostanze è resa ancora più problematica dal fatto che la «soluzione finale» fu trattata come una sorta di segreto pubblico; così, è difficile stabilire da quale momento in poi il Führer abbia deciso di dare effettivamente corso ai suoi slogan sull'annientamento degli ebrei, e gli studiosi devono accontentarsi solo di supposizioni, metodologicamente poco fondate, sugli intenti del capo supremo del nazionalsocialismo: un suo ordine scritto esplicito, paragonabile a quello impartito per la cosiddetta “eutanasia”, non è mai stato trovato e, per quanto oggi ne sappiamo, tutto fa credere che esso non sia mai stato dato. La “soluzione finale”, infatti, non provenne da un singolo ordine ma fu invece lo sbocco di una sequenza di azioni sempre più radicali. Nei giorni che precedettero l'inizio dell'”Operazione Barbarossa” erano state diramate dal

centro due importanti direttive: il 6 giugno il cosiddetto “ordine sui commissari” impartito

ai reparti della Wehrmacht che dovevano essere impiegati contro l'Armata Rossa, il 27

dello stesso mese una disposizione di Heydrich ai Reparti operativi della polizia di sicurezza e del SD. Questi ultimi avevano già agito nelle retrovie della campagna polacca anche contro gli ebrei, ma ora il loro compito era liquidare «gli ebrei nel partito e

nell'amministrazione statale» sovietica e «altri elementi radicali» e mettere in atto pogrom contro la popolazione ebraica. Specialmente in Ucraina occidentale e nei Paesi Baltici i tedeschi sfruttarono la propensione alla violenza dell'antisemitismo locale, che del resto fu facile fomentare, in considerazione dei crimini commessi dalla polizia politica staliniana, il NKWD, negli ultimi giorni dell'occupazione sovietica. Ma furono soprattutto le azioni omicide dei reparti operativi a crescere rapidamente d'intensità, e già alla fine del luglio 1941 alcune unità cominciarono a uccidere anche donne e bambini ebrei.

La Wehrmacht tollerò, appoggiò e presto cominciò anche a prendere parte a queste

operazioni facendosi convincere dalle argomentazioni anticomuniste che Hitler presentò

ai suoi comandanti sul fronte orientale, cioè la necessità di eliminare “la classe

intellettuale giudaico-bolscevica”. Così motivate, divennero accettabili agli occhi delle forze armate anche uccisioni di massa come quella consumata nella fossa di Babi-Yar, situata alla periferia di Kiev, dove il commando speciale 4a del Reparto operativo C fucilò,

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tra il 29 e il 30 settembre, 33.771 ebrei. Questo crimine spicca su tutti gli altri per l'altissimo numero di vittime, fra cui molte donne e bambini, uccise in una singola azione, ma non per le modalità con cui si svolse. Nei giorni precedenti, manifesti affissi sui muri della città avevano invitato gli ebrei ivi

residenti a riunirsi per essere trasferiti; con l'aiuto della milizia ucraina e “salutate” da una Wehrmacht favorevole a “misure radicali”, le SS portarono gli ebrei in campo aperto, togliendogli poi i bagagli e i vestiti. Alcuni di essi riuscirono a sopravvivere gettandosi nelle fosse comuni prima che i colpi li raggiungessero. Nonostante queste azioni dei Reparti operativi, il destino di coloro i quali intanto erano stati ammassati in grandi ghetti, soprattutto nel Governatorato generale di Polonia, non era ancora stato deciso, e altrettanto poco chiaro era cosa si sarebbe fatto degli ebrei tedeschi e dell'Europa occidentale, la cui deportazione era iniziata nel settembre del 1941 con l'autorizzazione di Hitler. Tuttavia, con l'allontanarsi delle prospettive di una rapida vittoria sull'Unione Sovietica, i propagandisti e i protagonisti della “de-ebraizzazione” furono sempre più tentati di trovare l'unica via possibile alla situazione insostenibile che essi avevano contribuito a creare: va da sé che questa ricerca di una soluzione definitiva avvenne con il sostegno e la consapevolezza di Hitler, ma non è facile ricostruire le modalità attraverso cui egli fu coinvolto nel processo decisionale che prese corpo nell'autunno-inverno del 1941-42, e recentemente si è discusso di nuovo se il Führer abbia mai comunicato oralmente una decisione di fondo in tal senso e, se sì, quando l'abbia fatto.

Il

20 gennaio 1942, in una villa berlinese sul Wannsee si incontrarono sotto la direzione

di

Heydrich alcuni segretari di Stato e alti funzionari del partito per coordinare le misure

volte ad una “soluzione finale della questione ebraica”; intanto già da qualche mese alcuni “specialisti” dell'appena conclusa “Azione T-4” per l'eutanasia, stavano approntando i preparativi per lo sterminio con i gas degli ebrei rinchiusi nei ghetti del Governatorato di

Polonia. Già nel dicembre del 1941 erano stati messi in funzione, nel nuovo campo di sterminio di Chelmno, dei camion speciali nei quali i deportati venivano asfissiati lentamente durante i viaggi di trasferimento, mentre nel gennaio del 1942 divenne operativa una prima camera

a gas ad Auschwitz-Birkenau, dopo che nella tarda estate dell'anno precedente erano

stati condotti i primi esperimenti con il gas disinfestante Zyklon B. Dalla metà di marzo

entrarono in funzione, nel quadro della cosiddetta “Azione Reinhard”, le camere a gas del campo di sterminio di Belzec, da aprile quelle di Sobibor e da luglio quelle di Treblinka. Gli impianti asfissianti del campo di concentramento di Majdanek funzionarono per circa un anno a partire dall'autunno del 1942. Mentre in Europa orientale la macchina dello sterminio marciava a pieni giri, in Germania

la discriminazione degli ebrei ancora residenti assumeva forme sempre più crude. La

stella gialla a sei punte, già resa obbligatoria nel Governatorato generale da quasi due anni, venne introdotta nei territori del “vecchio” Reich dal 10 settembre 1941, come segno di riconoscimento per tutti gli ebrei.

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Per chi portava questo marchio la vita diventava praticamente impossibile: chi ad esempio osava uscire di casa negli orari rigidamente stabiliti (a Berlino fra le 16 e le 17) per comprare quanto ancora gli era concesso dalle tessere alimentari andava incontro a una serie di esperienze emotivamente contrastanti. Infatti anche scambiare una parola gentile con persone così classificate richiedeva una buona dose di coraggio civile, e abbastanza spesso gli interessati, invece di gesti di compassione o persino di aiuto, si scontravano con aggressivi atteggiamenti di rifiuto. Il fatto che, d'altra parte, alcuni tedeschi non ebrei aiutarono i perseguitati e resero possibile la sopravvivenza a qualche migliaio di “clandestini” (specialmente nelle grandi città) fino alla fine della guerra, non fa altro che evidenziare ancora più chiaramente l'indifferenza ostentata dalla maggior parte della popolazione. Notizie sulle esecuzioni di massa e, benché più rare, sull'esistenza dei campi di sterminio erano portate specialmente dai soldati in licenza o dai feriti; inoltre, nel solo campo di Auschwitz centinaia di donne fecero spesso visita ogni estate, anche per più settimane, ai loro mariti lì in servizio come soldati delle SS, e nella colonia di tedeschi della “città modello” di Auschwitz allora in costruzione, ci si lamentava sempre dei cattivi odori provenienti dai forni crematori sovraccarichi di lavoro. Non sappiamo di preciso quanto, in effetti, i tedeschi sapessero delle modalità di attuazione dell'olocausto; fatto sta che, dopo le rivelazioni postbelliche, ben pochi, tedeschi e non, riuscivano a credere, nonostante le testimonianze dirette e i riscontri documentali, che oltre sei milioni di persone fossero state uccise in pochi anni per il solo motivo della loro presunta diversità di sangue. Uno dei campi di concentramento più famosi del Terzo Reich è sicuramente quello di Auschwitz.

Il Konzentrationslager Auschwitz-Birkenau è stato il più grande mai costruito; il suo

nome deriva dalla germanizzazione del nome della città polacca di Oświęcim, a circa 60 chilometri da Cracovia. Il luogo è stato sito di diversi campi di concentramento e un campo di sterminio. Durante il regime, furono uccisi ad Auschwitz all'incirca 1.100.000 persone, di cui oltre il 90% erano ebrei. I tre campi principali del complesso erano:

Auschwitz I, propriamente detto, centro amministrativo e tomba di circa 70.000 tra polacchi e prigionieri di guerra sovietici.

Auschwitz II, Birkenau, il campo di sterminio, dove morirono oltre al milione di ebrei già menzionato, 75.000 polacchi e 19.000 zingari.

Auschwitz III, Monowice, un campo di lavoro la cui produzione asserviva principalmente gli scopi della Interessen-Gemeinschaft Farbenindustrie AG, o IG Farben, conglomerata di prodotti chimici tedesca. La direzione era, ovviamente, assegnata alle SS di Himmler. Comandante del complesso per diversi anni fu l'Obersturmbannführer (circa Tenente Colonnello) Rudolf Höß, che per le proprie responsabilità sarà condannato a morte dalla giustizia polacca, che farà eseguire, ironicamente, la sentenza d'impiccagione di fronte al crematorio di Auschwitz I.

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Tausendjähriges Reich Pagina 58 “Arbeit macht frei”. “Il lavoro rende liberi”, questo il significato della

“Arbeit macht frei”. “Il lavoro rende liberi”, questo il significato della frase, era scritto a caratteri cubitali all'entrata del Konzentrationslager Auschwitz I.

Ai campi di concentramento sopravvissero in molti, per essere scappati, aver avuto

fortuna o, più semplicemente, perché i tedeschi persero la guerra prima di poterli uccidere. Uno di loro, nato a Torino nel 1919 da famiglia ebrea, era il chimico Primo Levi. Nel settembre del 1943, dopo che il governo italiano, presieduto dal maresciallo

Badoglio, aveva firmato un armistizio con gli Alleati, i tedeschi fecero sì che Benito Mussolini evadesse dalla prigione dov'era stato confinato, e potesse fondare una Repubblica fascista nel nord Italia, uno stato fantoccio sotto il controllo della Germania. Il movimento di resistenza prese piede nel nord occupato dai tedeschi e Primo Levi cercò di far parte del movimento partigiano; lui e alcuni compagni, però, furono arrestati dalla milizia fascista, e non appena si scoprì la sua identità razziale, fu mandato in un campo

di internamento per ebrei vicino Modena.

L'11 febbraio 1944 12 camion da bestiame trasportarono gli internati verso una nuova destinazione: Auschwitz. Levi passò undici mesi nel campo di Monowice, ossia Auschwitz III, prima che l'Armata Rossa sovietica liberasse i prigionieri. Dei 650 ebrei italiani che

partirono con lui per Auschwitz, Levi fu uno dei soli 20 a uscirne vivo; in genere, l'aspettativa di vita di un novizio di Auschwitz era all'incirca tre mesi. Per una serie di circostanze, Levi sopravvisse: conosceva un po' di tedesco per via di alcune pubblicazioni chimiche a riguardo, si orientò presto all'interno del lager e riuscì ad ottenere preziose informazioni da un altro prigioniero italiano più esperto. Inoltre, la sua qualifica professionale fece sì che venisse trasferito come assistente in un laboratorio per

la produzione sintetica della gomma, evitandogli quindi i lavori forzati alle terribili

temperature che c'erano all'esterno. Poco prima della liberazione del campo si ammalò, e venne trasferito nell'infermeria locale; anche la malattia lo avvantaggiò: non appena le SS

si resero conto che l'Armata Rossa stava avvicinandosi radunarono tutti tranne i malati e

fuggirono. La cosiddetta “marcia della morte” non risparmiò quasi nessuno dei prigionieri

prelevati.

La liberazione avvenne il 27 gennaio del 1945, e Levi fu trasferito in un campo sovietico

per ex-deportati; dopo un lungo viaggio dalla Polonia, attraverso Russia, Romania, Ungheria, Austria e Germania, riuscì a tornare a Torino nell'ottobre dello stesso anno. Trovato lavoro come chimico, scrisse di getto il suo capolavoro, Se questo è un uomo.

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In seguito scrisse altri libri, tra cui La tregua, che tratta del viaggio di ritorno da Auschwitz. Morì nel 1987, forse suicida. Quando nel 1945 Primo Levi, dopo due anni passati nel campo di sterminio di Auschwitz, torna in Italia, scrive quindi Se questo è un uomo. Quest'opera non è un romanzo, per quanto abbia altissime qualità letterarie. Se questo è un uomo è soprattutto un documento: non è un romanzo perché non ha nulla di fittizio. E' insieme una testimonianza e uno sfogo; e, contemporaneamente, un saggio, uno studio pacato di alcuni aspetti dell'animo umano, come si è espresso lo stesso autore. Primo Levi non è uno scrittore di mestiere e forse senza la drammatica esperienza del lager non avrebbe mai scritto un libro. “In Se questo è un uomo ho cercato di scrivere le cose più grosse, più pesanti, e più importanti. Mi sembrava che il tema dell'indignazione dovesse prevalere: era una testimonianza di taglio quasi giuridico”. Così Levi parla della spinta che ha fatto nascere il libro, una spinta alla testimonianza, soprattutto per far sì che i meccanismi di autodifesa psicologica non rimuovessero col tempo i segni dell'esperienza dell'olocausto; per far sì che la parola scritta assumesse più peso nel raccontare il dramma del lager, che potesse essere meglio ascoltata e da più gente. Le parti del libro seguono una successione che risponde più all'urgenza del raccontare che a una concatenazione logica; tuttavia la struttura è compatta, fatta di brevi capitoli che ripercorrono l'ordine cronologico degli eventi, dalla deportazione sul carro-merci nel febbraio del 1944 fino alla fuga nel gennaio del 1945. Non è tuttavia possibile ricavarne una trama: alle parti che espongono i fatti accaduti si accompagna sempre il commento, l'interpretazione personale del narratore guidata da quell'intenso desiderio di capire che è stato, alla lunga, una delle cause della capacità di sopravvivenza di chi ha vissuto questa terribile esperienza. Questi sono, in breve, i fatti narrati nel libro: Levi viene catturato dai fascisti il 13 dicembre del 1943; dichiara di essere ebreo e, per questo, viene dapprima internato nel campo di Fossoli e poi trasferito ad Auschwitz. Qui come tutti i deportati subisce: la spoliazione di tutti gli averi ed effetti personali; la vestizione con abiti laceri e miserandi; la "marchiatura" del numero identificativo sul braccio; le ferree e insensate leggi del lager (con i Block, cioè le camerate; i Kapos, prigionieri che sovrintendono con spietate violenze all'organizzazione del campo). Alcuni personaggi lo mettono in guardia su ciò che lo attende e sul suo destino di Häftling (prigioniero) ebreo: le camere a gas. Ma Levi ancora non vuol capire, così come fatica a comunicare non conoscendo bene il tedesco e non conoscendo affatto la lingua degli ebrei orientali: lo yiddish. Viene messo a lavorare in una fabbrica di gomma, la Buna. L'ultimo capitolo ha forma di diario: è la storia degli ultimi dieci giorni nel campo. Se l'autore ha definito la sua opera uno studio dell'animo umano, è in questa direzione che deve guardare ogni lettura critica.

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Ed è questo dunque il più complesso livello di analisi cui si deve sottoporre Se questo è un uomo e ciò che lo distingue fra le molte testimonianze di letteratura sui campi di sterminio. Se questo è un uomo è una sorta di romanzo filosofico o storico. Non a caso, le pagine più tremende non sono tanto quelle in cui vengono raccontate, senza mai alcuna concessione al patetico o al gusto del macabro, le storie di sofferenza e di morte, quanto quelle in cui Levi analizza le conseguenze che il lager produce nell'animo umano. In particolare appaiono significativi i passi che narrano gli spaventosi rapporti gerarchici e

interpersonali che si creano all'interno del campo: le bassezze, le astuzie, le crudeltà cui ciascuno ricorre per sopravvivere.

Le gerarchie del campo pongono al vertice chi è più abile nel rubare e nel truffare, chi,

per qualche ragione, si è adattato meglio (Levi chiama costoro “salvati”); i deboli, gli inadatti, quelli che non sanno lottare sono destinati a perire (i “sommersi”). Le stesse strutture del mondo esterno sembrano riformarsi nel lager moltiplicate ed esasperate

all'ennesima potenza dalla innaturalità della situazione, dalle privazioni, dalla distruzione

di

ogni sentimento

Il

racconto di Levi delle reazioni ai soprusi, delle sottili vie che i personaggi percorrono

per la sopravvivenza, costituisce un libro nel libro. Così lo stesso Levi è poco indulgente nei riguardi di se stesso: sostiene che la propria sopravvivenza è stata "fortuita", decisa cioè dalla sorte. Pur riconoscendosi una certa energia morale, indubbiamente utile ma non decisiva, Levi ribadisce che la propria salvezza fu determinata da circostanze casuali:

era un anno in cui occorreva manodopera, quindi gli ebrei rastrellati non venivano subito uccisi ma prima erano costretti a lavorare; venne aiutato da un lavoratore italiano libero che gli portò sempre del cibo; convinse il nazista Pannwitz di essere un buon chimico. Conformemente con la materia trattata e con la disposizione psicologica e culturale, lo stile di Levi è sempre lucido, "cartesiano" si direbbe usando un aggettivo caro allo stesso autore. La precisione e la chiarezza delle parole e delle immagini, il rifiuto di ogni compiacimento letterario e di ogni concessione formale nascono infatti dalla indignazione

e dal dolore, ma anche dalla ricerca di chiarezza: ancora in un libro del 1984 Levi afferma

a proposito del linguaggio di un professore della sua ormai lontana esperienza

universitaria: “Ricordo ancora la prima lezione di chimica

precise, controllabili, senza parole inutili, espresse in un linguaggio che mi piaceva

straordinariamente anche dal punto di vista letterario: un linguaggio definito, essenziale”. E', in sintesi, ciò che ha perseguito Levi in tutta la stia carriera di scrittore. Ma lo stile chiaro e piano non nasconde del tutto una notevole influenza dei classici, perlomeno della Bibbia e della Commedia di Dante Alighieri, come di seguito esposto.

Il libro comincia con una famosissima quanto corta poesia:

in cui avevo notizie chiare,

Voi che vivete sicuri Nelle vostre tiepide case, voi che trovate tornando a sera Il cibo caldo e visi amici:

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Considerate se questo è un uomo Che lavora nel fango Che non conosce pace Che lotta per un pezzo di pane Che muore per un sì o per un no. Considerate se questa è una donna, Senza capelli e senza nome Senza più forza di ricordare Vuoti gli occhi e freddo il grembo Come una rana d'inverno. Meditate che questo è stato:

Vi comando queste parole. Scolpitele nel vostro cuore Stando in casa andando per via, Coricandovi alzandovi; Ripetetele ai vostri figli. O vi si sfaccia la casa, La malattia vi impedisca, I vostri nati torcano il viso da voi.

La poesia comincia con un "voi", che si ripete al primo ed al terzo verso; non si tratta dell'unica anafora: è seguita a breve dal "considerate" dei versi 5 e 10. Seguono un "meditate" e uno "scolpite". Si tratta evidentemente di un appello al lettore, frequente in Levi; ciò che però è particolarmente interessante è il collegamento, reso molto più evidente dalle successive somiglianze con l'autore fiorentino, tra l'apostrofe di Levi e molte apostrofi dantesche al lettore, come ad esempio l'"O voi che siete in piccioletta barca" del canto II del Paradiso, o altre ben descritte da Erich Auerbach ne “gli appelli di Dante al lettore”. L'apostrofe ha il preciso compito di rendere partecipe il lettore di ciò che sta per essere narrato, dell'enormità dell'esperienza vissuta, sia in Dante che in Levi. A dire di alcuni commentatori, non è rintracciabile in Levi solo l'eco dantesco, ma anche quello biblico dell'Esodo, spesso intrecciato al primo. Le due anafore sottolineano un destinatario, il "voi" lettori, e un imperativo, tipico dell'apostrofe; ma la seconda, il "considerate", ha un'accezione ancora più profonda; intanto, è stata ravvisata una somiglianza con una delle terzine più famose dell'Inferno, al canto XXVI:

Considerate la vostra semenza:

fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza.

Poi, il primo "considerate" e il secondo sono sì in anafora, ma si riferiscono a due oggetti differenti: l'uomo del verso 5, e la donna del verso 10; questo anticipa quanto sarà poi detto riguardo ai personaggi femminili nel libro. L'anticipazione netta del contenuto da parte della poesia di proemio è sottolineata pure dal vocabolo "fango" del verso 6: è una delle figure più ricorrenti in Se questo è un uomo,

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quasi simbolo dell'inferno di Auschwitz. Enormi sono i riferimenti a Dante del fango, ovviamente, così come sono tanti quelli al buio, al vento, alla bufera, alla nudità o allo sterco, che rendono vicinissimi il lager e le Malebolge. Poi, al verso 13, "vuoti gli occhi"; è evidente il riferimento ai golosi del purgatorio, canto XXIII:

Ne li occhi era ciascuna oscura e cava, palida ne la faccia, e tanto scema, che da l'ossa la pelle s'informava.

Alcuni, approfittando di alcune dichiarazioni di Levi riguardanti delle inclusioni dai Fleurs du mal di Baudelaire, accostano l'immagine ai "tuoi occhi infossati" de "La muse malade" o "sue occhiaie vuote" de "L'amour du mensogne". Si era accennato alla bibbia. Eccone un esempio estremamente palese, a partire da "vi comando queste parole"; il riferimento è evidentissimo, a Deuteronomio 6, 6-7:

[6] Questi precetti che oggi ti dò, ti stiano fissi nel cuore;

[7] li ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando sarai seduto in casa tua, quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai.

Ma il riferimento è ovviamente ebraico, anche se il Deuteronomio è parte anche della Bibbia cristiana: Shema Yisrael, לארשי עמש, "ascolta, o Israele", è una delle preghiere più famose della tradizione ebraica, e contiene proprio quei versetti. Torna poi il riferimento a Dante: il "vi impedisca" del penultimo verso ha una evidente nota arcaica, ma in realtà è danteggiante: "anzi 'mpediva tanto il mio cammino" e "ma tanto lo 'mpedisce che l'uccide", dritti dal primo canto dell'Inferno, sono esempi di uso simile. Si tratta quasi di una laica maledizione. Infine, "torcere" ha tantissimi riferimenti a Dante; bastino ad esempio il sesto canto dell'Inferno con "Li diritti occhi torse allora in biechi" e il quattordicesimo del Purgatorio

con "e da lor disdegnosa torce il muso".

Ovviamente i riferimenti continuano per tutto il libro e sarebbe molto difficile sottolinearli tutti. Se ne farà comunque un veloce excursus. Arrivati ad Auschwitz, come visto, i prigionieri passavano sotto una grossa inferriata, dall'incisione ironica, che non può non ricordare il canto III dell'Inferno:

Per me si va ne la città dolente, per me si va ne l'etterno dolore, per me si va tra la perduta gente.

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I futuri “ospiti” del lager arrivano su dei camion, novelle barche sull'Acheronte, e il feroce Caronte è diventata una SS. Ma non si limita ad ammonire; nella sua nuova incarnazione il diavolo traghettatore chiede oggetti e orologi ai nuovi arrivati, conscio che a loro non serviranno più. Arrivati nell'antinferno, gli internati sono selezionati; gli inabili vanno dritti alle camere a gas, coloro che possono lavorare vengono portati in una sala e spogliati di tutto: dei vestiti e della dignità:

Ma quell'anime, ch'eran lasse e nude, cangiar colore e dibattero i denti, ratto che 'nteser le parole crude.

Una volta arrivati a Monowice, gli internati sono condannati ai lavori forzati, niente di più simile alle pene dell'inferno; dal secondo capitolo: “spingo vagoni, lavoro di pala, mi fiacco alla pioggia, tremo al vento”. Ed ecco Dante al canto VI dell'Inferno:

Io sono al terzo cerchio, de la piova etterna, maladetta, fredda e greve;

E poi, stesso canto:

Voi cittadini mi chiamaste Ciacco:

per la dannosa colpa de la gola, come tu vedi, a la pioggia mi fiacco.

Ma anche al canto V:

La bufera infernal, che mai non resta, mena li spirti con la sua rapina; voltando e percotendo li molesta.

Sempre nel secondo capitolo, Levi ci tiene a sottolineare che la distribuzione quotidiana

di cibo non è solo del pane, ma bensì di “pane, Brot, Broit, chleb, pain, lechem e kenyér”.

Si tratta rispettivamente del pane in italiano, tedesco, yiddish, polacco/russo, francese, ebraico e ungherese. Poi al capitolo settimo: “i suoi mattoni sono stati chiamati Ziegel,

briques, tegula, cegli, kamenny, bricks, téglak”. Ovviamente, il riferimento è nuovamente

il canto III dell'Inferno:

Diverse lingue, orribili favelle, parole di dolore, accenti d'ira, voci alte e fioche, e suon di man con elle facevano un tumulto, il qual s'aggira

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E il tumulto dantesco lo sente anche Levi: “si è circondati da una perpetua Babele, in cui tutti urlano ordini e minacce in lingue mai prima udite”.

Poi, l'infermeria del lager, la Krankenbau, la cui abbreviazione, Ka-Be, intitola il quarto capitolo: è il limbo degli internati; si è sempre dentro l'inferno, ma non si soffre, o perlomeno, non fisicamente. Alcune punizioni interne al lager, poi, sono definite da Levi stesso “contrappasso”.

“Pannwitz è alto, magro, biondo: ha gli occhi, i capelli e il naso come tutti i tedeschi devono averli, e siede formidabilmente dietro una complicata scrivania”. L'esaminatore,

che siede “formidabilmente”, sembra provenire dal quinto canto:

Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia:

essamina le colpe ne l'intrata; giudica e manda secondo ch'avvinghia.

E come Minosse si esprime muovendo la coda, anche il dottor Pannwitz è quasi

incomprensibile. Si rimanda quindi ad una lettura attenta e critica di Se questo è un uomo per scorgere, oltre all'evidente e toccante lato narrativo, anche l'interessantissimo sistema di collegamenti e riferimenti immerso nell'impianto del libro.

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Capitolo IX

Uranverein

Si è osservato il Terzo Reich secondo più luci, nei precedenti otto capitoli; i riflettori della Cattedrale di Luce di Albert Speer e quelli delle barricate che delimitavano Auschwitz, così come le luci della rinascita tedesca e le ombre della notte dei lunghi coltelli. Sicuramente, l'evento più importante nel periodo tra il 1933 e il 1945 è stata però la Seconda Guerra Mondiale, iniziata nel 1939 e terminata nel 1945, che volutamente non è stata trattata in questo testo, se non per accenni. Una delle opere più grandi del “Reich millenario”, se si considera per “grande” ovviamente il solo aspetto tecnico-produttivo e non lo scopo, è stata sicuramente il riarmo. Da Stato sconfitto e umiliato nel 1933, nel 1939 la Germania era in grado di combattere e sopraffare in molti campi le potenze vincitrici della Grande Guerra, con una specialità carristi dell'Esercito invidiabile, una aeronautica strepitosa e uno sviluppo di nuove tecnologie inarrestabile. Durante gli anni della guerra, le fabbriche tedesche sfoggiarono degli armamenti senza paragoni e mai visti prima, tra cui ricordiamo il Messerschmitt Me 262, il primo aereo a reazione entrato in servizio al mondo, il Vergeltungswaffe-1, meglio noto come V-1, il primo missile da crociera, il Vergeltungswaffe-2, meglio noto come V-2, il primo missile balistico, oltre a numerosi missili guidati di ogni genere, senza contare i carri armati Tiger e altre notevolissime invenzioni. L'arma definitiva, però, quella che mise fine alla guerra nel Pacifico, non fu mai costruita dai tedeschi, nonostante l'enorme vantaggio teorico dal quale partirono; fu solo la mancanza di fede e di fondi, alla fine, a far sì che i tedeschi non arrivassero mai ad un progetto funzionante della bomba atomica. Ma torniamo al 1938, nel laboratorio del radiochimico tedesco Otto Hahn. Il cinquantanovenne Hahn nel 1938 stava portando avanti degli esperimenti con l'elemento Uranio (simbolo U, numero atomico 92, un attinide estremamente denso dal colore argenteo); per la precisione, aveva intenzione di studiare il comportamento di questo pesante elemento quando esposto a dei neutroni lenti; i neutroni lenti, o termici, altro non sono che dei neutroni liberi

(slegati, cioè, da un atomo e liberi di

muoversi) con una energia cinetica bassa, circa 0.025 eV;il nome “termico” deriva dal fatto che questo valore di energia è molto simile a quello di una molecola di gas a temperatura ambiente. Dopo l'irraggiamento di neutroni su un campione di uranio, Hahn fece un'accurata analisi chimica del risultato, e ne rimase assolutamente strabiliato: trovò nel campione risultante

chimica del risultato, e ne rimase assolutamente strabiliato: trovò nel campione risultante O t t o

Otto Hahn

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tracce di un elemento che prima era assolutamente assente, il bario (simbolo Ba, numero

atomico 56, un metallo alcalino-terroso). Destava particolarmente l'attenzione il fatto che

il numero di nucleoni del bario è attorno a 137, a seconda dell'isotopo, mentre quello

dell'uranio è di circa 235, poco meno di meno del doppio. Era come se l'uranio si fosse

spezzato quasi a metà. Questa, già di per sé, costituiva una scoperta sensazionale. Ma

per analizzarne la convenienza dell'applicazione pratica, è necessario introdurre un

ulteriore concetto.

Si prenda in esame un deuterone, ossia un nucleone di deuterio, formato da un protone e

un neutrone; si tratta del nucleone più semplice. Sperimentalmente, conosciamo i

seguenti dati, espressi in unità di massa atomica (u.m.a.), riguardanti la massa del

protone, dell'elettrone e del deuterone:

protone =1.007276

neutrone =1.008665

deuterone =2.013553

m

m

m

Proviamo a sommare la massa del protone a quella del neutrone; si ottiene 2.015941; la

massa del deuterone, quindi, inferiore dello 0.12% a quella dei suoi costituenti. Com'è

possibile questo difetto di massa?

Per poterlo spiegare è necessario ricorrere ad un ulteriore concetto, quello di eguaglianza

tra massa ed energia:

E = m·c 2

Ovviamente, questa equazione, forse una delle più famose al mondo, non risulta nuova a nessuno: si tratta dell'equazione di Einstein, un altro fisico tedesco; considerando che “c” è una costante, la velocità della luce, si può dire che secondo questa equazione, energia e massa sono liberamente convertibili, e che un corpo che possiede una massa possiede anche un'energia che deriva da questa massa. Ciò è in netto contrasto con la fisica newtoniana, secondo la quale un corpo

privo di energia cinetica non possiede altra energia, se non una eventuale piccola energia interna (energia chimica, ad esempio) ed una energia derivante dalla sua posizione (energia potenziale); nessun accenno,

quindi, ad una energia che il corpo possiede per il solo fatto di avere una massa.

Senza addentrarci nella storia di questa equazione, e tornando al deuterone, possiamo

dire che il protone e il neutrone che lo formano, per formarlo, cioè per essere un

deuterone e non due particelle spaiate, devono essere legati dalla cosiddetta “energia di

spaiate, devono essere legati dalla cosiddetta “energia di I marinai della USS Enterprise, la prima portaerei

I marinai della USS Enterprise, la prima portaerei a propulsione nucleare della storia, si dispongono sul ponte per formare la famosa equazione. Le altre due navi sono anch'esse a

propulsione nucleare.

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legame”. Questa, ovviamente, è il difetto di massa moltiplicato per la velocità della luce al quadrato e, nel caso del deuterone, e pari a poco più di 2 MeV. Si intuisce che, fornendo al deuterone una energia pari a quella di legame, questo si spezzerebbe, e i due fermioni risultanti avrebbero, per la conversione di energia in massa, nuovamente la loro massa originaria. Allo stesso modo, l'unione dei due porterebbe alla diminuzione della massa totale, e quindi alla liberazione di energia. Si osservi ora il seguente grafico:

liberazione di energia. Si osservi ora il seguente grafico: Ciò che è mostrata è l'energia di

Ciò che è mostrata è l'energia di legame media (ordinata) in relazione al numero di nucleoni (ascissa) di un atomo. Si può notare un picco di massimo a livello dell'elemento ferro (simbolo Fe, numero atomico 26); il grafico va interpretato nella seguente maniera:

Gli elementi più leggeri del ferro, unendosi e formando un altro elemento più pesante, avranno più energia di legame nel loro stato risultante che in quello originario, e perciò unire, “fondere” due atomi leggeri risulta essere una reazione a rilascio di energia. Se invece si “spezzasse” un atomo più leggero del ferro, i risultati avrebbero meno energia di legame dell'atomo di partenza, rendendo la reazione sconveniente a livello energetico

Gli elementi più pesanti del ferro, invece, come evidente a questo punto dal grafico, presentano una situazione contraria. Fonderli porterebbe ad un difetto di energia, mentre spezzarli porterebbe ad un guadagno energetico. Ma si tratta di pura teoria, non ritornando all'esperimento di Otto Hahn; si sorvolerà sulle reazioni di “fusione nucleare” e ci si concentrerà invece su quelle di “fissione”. L'uranio è un elemento notevolmente più pesante del ferro, di conseguenza il fatto che sia possibile spezzarlo significa che ogni “fissione” di un nucleo d'uranio porta ad un surplus d'energia. Ma l'uranio ha un'ulteriore caratteristica; non solo è fissionabile da neutroni lenti, ma

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all'atto della fissione non si spezza soltanto in due elementi più leggeri, ma emette anche

alcuni neutroni veloci liberi, circa 2.42. Conosciuta questa particolarità, il resto viene da sé: se un atomo di uranio è colpito da un neutrone, si spezza rilasciando altri neutroni, che se colpiscono altri atomi di uranio portano ad una reazione a catena; considerando che ogni singola fissione rilascia energia, una reazione a catena rilascia energia proporzionalmente alla lunghezza della catena stessa. L'uranio-235, però, s'è detto fissionabile da neutroni lenti, e una volta spezzato si è detto liberare neutroni veloci; questi, per poter causare una reazione a catena necessitano di essere circondati dall'isotopo uranio-235 quasi puro, l'unico isotopo fissile dell'uranio, o altrimenti l'abbondanza dell'altro isotopo comune, il 238, non fissile, farebbe sì che i neutroni venissero catturati dal quest'ultimo, uccidendo la reazione. Nel caso non fosse disponibile una sufficiente quantità di isotopo 235, sarebbe necessario ridurre l'energia dei neutroni prodotti dalle fissioni a quella termica, considerato che in questo caso l'isotopo 238 in eccesso non reagirebbe. Considerando che i neutroni con cui Hahn irraggiava l'uranio erano lenti, quindi, solo l'isotopo 235 dell'uranio presente nel campione subiva fissione, mentre l'isotopo 238 stava lì inerte; l'uranio naturale, infatti, quello che si estrae dalle miniere, contiene entrambi gli isotopi, con un rapporto 235-238 di 1:139. L'uranio naturale, quindi, è per

la maggior parte 238 U.

Idealmente, quindi, avendo sufficiente uranio nel suo isotopo 235 e dei neutroni che lo irraggino, comincerebbe una reazione a catena fino a quando l'intero campione di uranio

non abbia subito fissione; alternativamente, avendo una quantità inferiore di isotopo- 235, è possibile ottenere qualcosa di simile rallentando i neutroni prodotti ad ogni fissione da veloci a lenti. Questo processo libererebbe quantità abnormi di energia. Questa energia, idealmente, può essere sfruttata in due maniere:

Lasciando crescere esponenzialmente il numero di fissioni (si ricordi che ogni fissione avviene per l'impatto di un singolo neutrone e ne rilascia più di due).

Moderando, in qualche modo, il numero di fissioni, facendolo rimanere sotto una determinata soglia.

La differenza fondamentale tra una fissione controllata e una fissione incontrollata è la

differenza tra un reattore nucleare, che produce per molto tempo una quantità controllata

di energia termica da usarsi per generare vapore e quindi corrente elettrica, e una bomba

atomica, che produce in un istante una quantità tanto grande di energia da esplodere con violenza inaudita prima ancora che l'intera fissione sia compiuta. Per entrambi i punti, però, rimangono degli interrogativi. Quanto uranio è necessario? Come rallentare eventualmente i neutroni? E come evitare che un reattore esploda? Sebbene gli scienziati tedeschi non volessero che si venisse a conoscenza all'estero della

scoperta, i risultati furono pubblicati e, contemporaneamente, sia l'Esercito tedesco che la Marina degli Stati Uniti d'America si interessarono alla fissione nucleare.

Si sorvolerà sugli sviluppi dei due programmi: si sappia soltanto che il programma

statunitense si concentrò sotto le ali di un unico dipartimento, nel cosiddetto Progetto

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Manhattan, al quale furono stanziati fondi ingenti, mentre i tedeschi formarono più

gruppi di ricerca in competizione, gli Uranverein, club dell'uranio, con fondi poco consistenti.

Si torni, piuttosto, al problema precedente: quanto uranio è necessario perché avvenga

una reazione a catena? La risposta logica al problema è che è necessaria una massa

sufficiente perché, una volta cominciata la catena, i neutroni prodotti continuino a colpire

nuclei d'uranio senza disperdersi. Questa massa è detta “massa critica”.

A livello prettamente geometrico, la forma da dare all'uranio perché questo abbia una

massa critica bassa è quella sferica: possiamo dire oggi, grazie ai frutti della ricerca, che

la massa critica dell'uranio-235 è di circa 50kg.

In realtà, questo valore, dato qui con tanta semplicità e schiettezza, in Germania è stato oggetto di calcoli interminabili che portarono a risultati poco convincenti, nell'ordine delle tonnellate, e che rallentarono lo sviluppo. Inoltre, sempre a livello logico, possiamo dire che se questa sfera di uranio fosse circondata da “qualcosa” che faccia “rimbalzare” verso l'interno i neutroni che riescono a “scappare”, servirebbe una massa minore: oggi possiamo dire che, se la sfera d'uranio è circondata da un “riflettore di neutroni”, in genere un metallo o una lega incapace di assorbire i neutroni ma pronto a respingerli, come il berillio (simbolo Be, numero atomico 4), la sua massa critica è di soli 15kg. Solo 15kg di uranio per scatenare una reazione a catena dai risultati infernali! Ma attenzione: quale uranio?

Le scelte, come detto, son due: uranio ad alta concentrazione di isotopo 235, capace di sostenere una reazione coi neutroni veloci in fuoriuscita da ogni fissione, oppure uranio a bassa concentrazione di isotopo 235, che necessita la moderazione della velocità dei neutroni. I tedeschi si concentrarono sulla seconda opzione, utilizzando la grafite (una forma allotropica del carbonio) come moderatore: i neutroni, passando attraverso la grafite, rallentavano notevolmente e potevano sostenere una reazione a catena anche in presenza di basse concentrazioni di uranio-235. Ma, purtroppo per i ricercatori, tra cui figurava in maniera prominente Werner Heisenberg, la grafite industriale tedesca conteneva notevoli tracce di boro, un elemento capace di assorbire neutroni: è evidente che, con quella grafite impura, è stato impossibile per i tedeschi costruire qualcosa di funzionante. Gli americani, invece, preferirono optare, come moderatore, per acqua pesante, 2 H 2 O, con risultati più soddisfacenti. Portarono avanti quindi due programmi: uno col compito di

sviluppare un reattore ad acqua pesante

Portarono avanti quindi due programmi: uno col compito di sviluppare un reattore ad acqua pesante Werner

Werner Heisenberg

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funzionante, e uno che producesse una bomba. Per il primo caso, il reattore, era sufficiente uranio naturale, a bassa concentrazione di uranio-235, e una grande quantità di acqua pesante; per una bomba, invece, si rendeva necessaria la configurazione con neutroni veloci, e quindi una grande quantità di uranio- 235 separato. Ricordando il concetto di isotopo e quello di reazione chimica, possiamo dire che le reazioni avvengono solo in base al numero atomico di un elemento, o meglio, ogni atomo con uno stesso numero atomico reagisce chimicamente allo stesso modo. Non esiste, cioè, una reazione chimica che possa discernere l'uranio-235 e l'uranio-238, che sono chimicamente identici. La loro unica differenza si quantifica in 3 neutroni; l'uranio-235 è quindi di pochissimo più leggero dell'uranio-238. Ne risulta ovvio che solo metodi fisici, e non chimici, possono separare gli isotopi d'uranio. Il processo è detto, genericamente, arricchimento dell'uranio, e consiste nel, dato un campione di uranio con una determinata percentuale di uranio-235 e una di uranio-238, ottenere un campione che contenga una quantità percentuale superiore di uranio-235 rispetto a prima; considerando che l'uranio-235 ammonta allo 0.72% dell'uranio naturale, ogni concentrazione superiore si può definire arricchita. Uranio leggermente arricchito è quello con una percentuale di 235 U che va dallo 0.9% al 2%, uranio poco arricchito è quello con una percentuale inferiore al 20%, mentre uranio altamente arricchito è quello con una percentuale superiore al 20%. Per costruire un ordigno atomico, che lavora interamente con neutroni veloci, è necessaria una percentuale di arricchimento pari o superiore all'85%. Ma come discernere per peso l'uranio-235 dall'uranio-238? Non essendo necessario spiegarne i particolari per lo scopo di questa pubblicazione, ecco i metodi utilizzati:

Diffusione termica, sfruttando il fatto che le molecole di uranio-235 tendono a distribuirsi su superfici calde e che quelle di uranio-238 tendono invece a spostarsi verso le superfici fredde. Questo metodo è stato elaborato durante la Guerra Mondiale ma mai messo in pratica su larga scala.

Diffusione gassosa, facendo passare un gas d'uranio, l'esafluoruro d'uranio (formula bruta UF 6 ) attraverso una membrana semipermeabile, tramite la quale è possibile ottenere una lieve separazione. Una lunga cascata di membrane può essere utilizzata per ottenere una separazione industriale. E' stata usata principalmente durante la Guerra Fredda.

Centrifuga di gas, dove il gas d'uranio è sottoposto a centrifuga, facendo sì che l'isotopo più pesante si allontani verso l'esterno e quello più leggero rimanga al centro; versioni più avanzate riscaldano i cilindri di centrifuga facendo sì che l'uranio-235 separato al centro del cilindro salga, grazie alla corrente generata dal riscaldamento, verso l'alto, e possa essere facilmente raccolto. E' un metodo molto utilizzato.

Separazione elettromagnetica, dove l'uranio è vaporizzato e bombardato con elettroni perché si ionizzi. Gli ioni sono quindi accelerati attraverso un campo

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magnetico, dove seguono traiettorie diverse a seconda del peso, rendendo possibile la separazione. Enormi sistemi di questo genere hanno separato l'uranio per la produzione di Little Boy, la bomba atomica descritta in seguito.

di Little Boy , la bomba atomica descritta in seguito. Per chiarezza, è sopra mostrato il

Per chiarezza, è sopra mostrato il diagramma di una centrifuga a gas, uno dei metodi più diffusi; si noti come il gas raccolto lateralmente e sul fondo è classificato come impoverito, mentre quello raccolto al centro e in alto come arricchito. Ovviamente le centrifughe sono organizzate in grossi complessi a cascata:

centrifughe sono organizzate in grossi complessi a cascata: Proprio nella produzione dell'uranio arricchito gli

Proprio nella produzione dell'uranio arricchito gli americani si differenziarono nettamente dai tedeschi. L'enorme disponibilità di denaro dei primi rese possibile la costruzione di grandi impianti di separazione, mentre i secondi non avrebbero mai potuto mettere assieme sufficiente materiale. Gli Americani riuscirono quindi a mettere da parte una sufficiente quantità di uranio

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estremamente arricchito per la costruzione della bomba, ma contemporaneamente portarono avanti degli esperimenti di reattore che utilizzasse uranio naturale o ad arricchimento lieve, e abbondante acqua pesante come moderatore. Riuscirono nel loro intento, e scoprirono che il reattore oltre a funzionare aveva una interessantissima qualità. Intanto, è necessario chiarire che un reattore è in grado di sostenere una fissione continua senza esplodere in quanto sono presenti nel nocciolo dei materiali in grado di assorbire neutroni e “avvelenare” la reazione, evitandone la crescita esponenziale; possono essere degli ottimi “assorbenti” sia il boro che il cadmio. L'uranio posto in un reattore, sebbene contenga una percentuale di 235 U, contiene comunque molto 238 U. Questo, a volte, colpito da uno dei neutroni lenti in gioco, può assorbirlo, diventando 239 U, ossia un elemento con 92 protoni e 147 neutroni, per un

totale di 239 nucleoni, ergo instabile. L'uranio-239 subisce un decadimento β :

L'uranio-239 subisce un decadimento β − : Un neutrone, cioè, si converte in un protone con

Un neutrone, cioè, si converte in un protone con l'emissione di un elettrone e di un antineutrino. Nel caso del nostro 239 U, questo significa mantenere lo stesso numero di nucleoni (nell'atomo un neutrone si trasforma in protone, senza quindi modifica del numero di nucleoni totali), con l'aumento del numero atomico di una unità e la diminuzione del numero di neutroni di una unità: ne risulta un elemento dal numero atomico pari a 93 e dal numero di neutroni pari a 146: a questo elemento, per somiglianza col sistema solare, è dato il nome di nettunio, simbolo Np. Il 239 Np venutosi

a creare, però, subisce un'ulteriore decadimento β , diventando un elemento con 145 neutroni e 94 protoni, ossia il plutonio-239, 239 Pu.

Il plutonio (simbolo Pu, numero atomico 94), fissile, ha diversi vantaggi rispetto

all'uranio: si produce con dell'uranio-238, abbondantissimo, ed è chimicamente differente da quest'ultimo, rendendone semplice la separazione. Ma, ovviamente, c'è un problema nel produrlo: è necessario attivare un reattore nucleare, cosa che ne rese possibile soltanto agli americani, e non ai tedeschi, la produzione. E' evidente, quindi, che durante il funzionamento di un reattore nucleare, oltre ad una produzione costante di energia, ammessi alcuni prerequisiti squisitamente tecnici e pratici, vi è una produzione costante di plutonio. Avendo quindi un reattore funzionante, era possibile per gli Stati Uniti d'America (e per la Germania, se i vari ministeri, tra cui quello degli Armamenti di Albert Speer avessero avuto più fiducia e denaro da investire) produrre 239 Pu fissile. Le speculazioni teoriche giungono quindi al termine; come funziona, alla fine, una bomba atomica? Intanto, bisogna fare una netta distinzione tra la bomba sganciata il 6 agosto 1945 su Hiroshima e quella del 9 agosto 1945 su Nagasaki.

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Sebbene in genere assimilate dai media, le due bombe sono profondamente diverse.

Little boy, ragazzino, la bomba che devastò Hiroshima, era una bomba all'uranio, del tipo

“a pistola”. Fat man, uomo grasso, la bomba che invece ridusse in cenere Nagasaki, era

una bomba al plutonio, del tipo “ad implosione”.

Analizziamo prima Little boy, con un diagramma corrispondente a quella che si crede sia

la sua struttura interna: Si trascureranno per comodità gli apparati barometrici, radar e di telemetria;
la
sua struttura interna:
Si
trascureranno per comodità gli apparati barometrici, radar e di telemetria; si tenga

presente che la bomba conteneva strumenti necessari a farla esplodere ad una altitudine

di circa 600m, per massimizzare gli effetti dell'onda d'urto.

Alla sinistra del disegno, poco dopo le alette terminali della bomba, si vedono sei dischi rossi; questi sono sei dischi di uranio estremamente arricchito, circa all'80%, per un peso complessivo di circa 26kg. Dietro i dischi si trova una carica di esplosivo convenzionale, della cordite, in arancio, e dietro questa un detonatore convenzionale. Com'è possibile

notare, sia la cordite che i sei dischi d'uranio sono contenuti in una “canna” d'acciaio, dalle dimensioni di 10cm di diametro e 2m di lunghezza. I dischi di uranio, all'esplosione della cordite, vengono spinti con forza, come un proiettile, verso la parte anteriore della bomba. Qui, ad accoglierli, si trovano due anelli cavi di uranio, anch'essi in rosso, dal

peso di 38kg. Attorno all'uranio, scuro nel disegno, si può notare il riflettore di carburo di tungsteno (formula WC), mentre la puntina in blu è una sorgente di neutroni. Quest'ultimo componente è di importanza fondamentale, fornendo i neutroni necessari all'avvio della reazione a catena; si tratta di una mistura (o di una lega, forse, si ricordi che il design effettivo è segreto militare) di polonio-210 e berillio; il polonio-210 (simbolo Po, numero atomico 84) è un emettitore di particelle alfa (nuclei di elio, He 2+ ) mentre il berillio, colpito da particelle alfa, rilascia appunto neutroni.

La dinamica della bomba a questo punto dovrebbe essere molto chiara; raggiunta

l'altitudine di circa 600m, la cordite esplode, sparando il proiettile di uranio negli anelli;

le due masse sub-critiche diventano così una massa super-critica quasi istantaneamente,

quando l'iniziatore di neutroni fa partire una reazione a catena: questa, in una frazione infinitesimale di secondo, fa sì che la bomba si dilati ed esploda; solo 0.7kg dei 64kg di

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uranio contenuti nella bomba subiscono fissione prima che tutto si disintegri. La potenza di questo ordigno, lungo 3 metri, dal diametro di 70 centimetri e dal peso di 4 tonnellate, trasportata da un bombardiere B-29 Superfortress, è di circa 15 kiloton, ossia equivalente a quindici milione di chilogrammi di TNT, trinitrotoluene, o semplicemente tritolo, ossia 63 terajoule. Little Boy, esplodendo sulla pianura di Hiroshima, uccise sul colpo 70.000 persone, e le sue radiazioni ne uccisero molte di più nel tempo. Passiamo ora a Fat Man:

ne uccisero molte di più nel tempo. Passiamo ora a Fat Man: In questo caso, risulta

In questo caso, risulta più funzionale lo schema della sezione delle sfere concentriche che costituiscono la parte esplosiva di Fat Man. In verde, la sferetta più interna, è l'iniziatore di neutroni, seguita, in bianco, da un sottile spazio pieno d'aria. Segue quindi in rosa il materiale fissile: si tratta di una lega di plutonio-239 (96%), plutonio-240 (1%) e gallio (1%). In verde acqua è invece la sfera cava del riflettore di neutroni, stavolta uranio naturale. A ricoprire queste sfere concentriche vi è uno strato di lega alluminio-boro. Seguono uno strato di esplosivo veloce (fucsia chiaro), uno di esplosivo lento (viola) e un altro di esplosivo veloce (fucsia chiaro). Terminano il tutto i detonatori (rosso) e un contenitore in duralluminio (lega di alluminio, rame, magnesio e manganese). La sfera di plutonio fissile, di per sé, è sub-critica. Al momento dell'esplosione, però, anche in questo caso poco meno di 600 metri dal suolo, l'impianto di lenti esplosive attorno al nocciolo comprime uniformemente (è necessaria una detonazione precisissima, perché una compressione non uniforme non permetterebbe l'implosione) il plutonio, che pur non avendo una massa critica, raggiunge comunque una situazione critica per l'enorme aumento di densità dovuto alla compressione. I neutroni del berillio-polonio fanno il resto. Fat Man era lunga 2.34m, aveva un diametro di 1.52m e pesava 4630kg. Era molto più larga (“fat”, appunto) di Little Boy, ma pesava poco di più. Anche questa fu trasportata da un B-29 Superfortress, sulla città di Nagasaki. La potenza nominale è di 21 kiloton, ossia 21 milioni di chilogrammi di tritolo, o 88 terajoule. I morti sono stati sul colpo 40.000, e i danni meno estensivi di quelli di Hiroshima, ma questo è dovuto fondamentalmente al

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carattere collinare del paesaggio di Nagasaki, contro la perfetta pianura di Hiroshima. In realtà, Little Boy non fu la prima bomba atomica ad esplodere al mondo, e Fat Man non fu la seconda. La prima bomba in assoluto si chiamava Gadget, e fu fatta esplodere nel deserto del Nevada il 16 luglio del 1945. Si trattava di una bomba al plutonio come Fat Man, sebbene fosse disegnata per essere fatta esplodere dal di sopra di una torre, in quanto ordigno da test, e non dopo una caduta libera come la bomba effettiva. Little Boy rimane comunque la prima bomba all'uranio mai fatta esplodere; le due bombe, grazie a Dio, sono state le uniche ad esplodere mai in tempo di guerra e a provocare morti, sebbene durante la Guerra Fredda siano stati effettuati centinaia di test sotto e sopra terra, sott'acqua e nell'atmosfera, per poter esaminare gli effetti di bombe sempre più potenti e devastanti, con l'uso anche della terrificante potenza energetica della fusione nucleare, abbinata alla fissione nelle cosiddette bombe “termonucleari”.

terrificante potenza energetica della fusione nucleare, abbinata alla fissione nelle cosiddette bombe “termonucleari”.

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Capitolo X

Ezra Pound

Per lo scopo di questa pubblicazione, il presente capitolo è scritto in lingua inglese.

While the most important English-speaking states are liberal democracies, that doesn't mean that no English intellectual or author had sympathies for the national-socialist or fascist political programs. The writer who is going to be treated in this publication was a sympathizer of Mussolini's regime, and although American he lived for many years in Italy; his antisemitic thoughts, anyway, make him suitable in order to be included in this paper: his name was Ezra Pound.

Ezra Pound was born in 1885 in Idaho, USA; he graduated in Hamilton College and took his degree from the University of Pennsylvania. In 1908 Pound went to London, and was at the center of London literary life; then, in 1918, he moved to Paris, that after the war was full of American expatriates like himself, attracted by the city's culture and low cost of life. When he arrived to Paris, he asked James Joyce, whom he had known in 1913, being the one who serialized his Portrait of the

artist as a young man for a magazine, and

who was living as an unknown poet in Geneva, to reach him in the French capital.

unknown poet in Geneva, to reach him in the French capital. Ezra Pound In Paris, Joyce,

Ezra Pound

In Paris, Joyce, thanks to Pound's propaganda among art patrons and critics, found himself a celebrity. In 1923 Pound, together with Hemingway, made a trip to Italy, marking the beginning of a new phase in his life. He felt that in Italy the past created the conditions for the flowering of great art thanks to enlightened ruler and patrons of arts, and maybe for this reasons he became a sympathizer of Mussolini's fascism. He then started to work on his Cantos, a sequence of complex poems on various social, political and artistic themes which Pound hoped would constitute his masterpiece. He was deeply concerned with economic questions, contemporary politics, usury, capitalism, communism and, of course, fascism. Pound now enjoyed immense prestige as a critic and he was tempted into the political field by his political interests, which were becoming dangerous. He was antisemitic, like the national-socialists and, later, the fascists; he was against western democracy, a trait that he had in common with both the regimes; he feared

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communism and believed that the only answer was fascism, under leaders like Mussolini. During the war, starting in 1941, Pound was invited by the Italian government to talk freely on the radio. He did, and his speeches were registered by the British Army on the island of Malta; these recordings were to be used, later, as an evidence of treason against Pound. His speeches touch many matters, but the most prominent ones are politics and economics. His speeches against the Jew domination of economy can be considered very close to the national-socialist idea. From his speeches we can imagine a world governed by a Jewish globalist plot, managing the strong power of money by usury and the political power by freemasonry. These strong powers, indeed, materialized themselves in the World Bank, the Monetary Fund, the United Nations and the UNESCO a few years later. He was also a traditionalist, and viewed the world through a preindustrial filter that made him seek the same values of blood and soil of the national-socialists.

Pound attacks strongly the Soviet Union, not for its socialist economy, but for its leader, Joseph Stalin. He considers Stalin to be, like Lenin and Trotzky, a Jewish pawn, controlled by the Jewish families that financed the Communist Revolution. He remembers his audience, and it is an argument used many times by the national- socialist propaganda, that in the first Soviet nine of eleven members were Jewish, although Jewish population in Russia was really a small percentage; he, moreover, drawn near the Bolshevist ideas and the teachings of the Talmud. When the American army reached Genoa in 1945, Pound was arrested and imprisoned in an army camp near Pisa; he was then

and imprisoned in an army camp near Pisa; he was then The World, governed by the

The World, governed by the Jewish lobby through money, freemasonry, the United Nations and communism

taken to Washington, where he risked the death sentence because he collaborated with the enemy. Instead he allowed himself to be declared insane and was committed to a mental hospital for about 13 years. In 1958 he was released and returned to Italy, where he died, in Venice, in 1972. He left about 70 books and over 1500 articles, in addition to the radio speeches. He was one the most innovative and experimental of all 20 th -century Anglo-American poets. He rejected the themes and versification of the romantics, using a colloquial, ironical style. He studied many foreign languages, including Latin, Greek, Italian, Provençal and Chinese, so he imported many features of the metrical structures of these languages into his poetry.

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Bibliografia

Molte informazioni sono elaborate a partire da diversi articoli delle seguenti enciclopedie:

http://en.wikipedia.org/ http://it.wikipedia.org/ Microsoft Encarta 2006 (http://www.microsoft.com/italy/encarta/) Encyclopædia Britannica 2006 (http://www.britannica.com/)

Inoltre, sono state consultate, tra le possibili altre, le seguenti fonti:

http://psephos.adam-carr.net/countries/g/germany/reichstag.txt http://psephos.adam-carr.net/countries/g/germany/president.txt

http://allfreeessays.com/student/How_and_Why_Hitler_gained_power_in_1933.html

http://www.thirdreichruins.com/nuernberg.htm http://www.filosofico.net/

http://socserv2.mcmaster.ca/~econ/ugcm/3ll3/hegel/history.pdf

http://hyperphysics.phy-astr.gsu.edu/hbase/hframe.html * http://science.howstuffworks.com/nuclear-bomb.htm http://www.atomicarchive.com/

The Rise and Fall of the Third Reich (William L. Shirer, Simon & Schuster, ISBN

0671728687)

L'Italia fascista e la Germania nazista (Alexander J. De Grand, il Mulino, ISBN 8815105115) Lo Stato nazista (Norbert Frei, Editori Laterza, ISBN 8842064335) Storia della filosofia (Mario Santagata, Ciranna & Ferrara, ISBN 8881440040) Se questo è un uomo (Primo Levi, Einaudi, ISBN 8806176552) Ezra Pound - Discorsi radiofonici 1941-1943 (Marco Dolcetta, Rai-Eri, ISBN 8839712453) Il club dell'uranio di Hitler (Jeremy Bernstein, Sironi Editore, ISBN 8851800510)

Le fonti evidenziate in rosso sono in lingua inglese, le rimanenti in lingua italiana.