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Centocinquantanni bastano. Uscire da Marx con Marx.

Lultimo saggio di Gianfranco La Grassa una lettura scientifica del pensiero di Marx, dei suoi lasciti teorici ancora validi ma anche dei suoi errori previsionali i quali, dopo pi di un secolo e mezzo, non possono essere riproposti per cieco fideismo e stolto conservatorismo, in nome di una fantasia sovversiva che nasconde beceri interessi di preservazione accademica o politica. La Grassa non nega e non rinnega la sua formazione marxista, anzi questultima il porto di partenza, lancoraggio da conoscere ed esplorare in ogni angolo ed anfratto, per poter salpare verso altri lidi concettuali, muniti degli strumenti adeguati ad interpretare la realt delle nostre storicamente specifiche formazioni capitalistiche, nonch la natura dei rapporti e delle strutture sociali che le informano. Ma il libro di La Grassa anche una nuova proposta teorica, un riorientamento categoriale per posizionarsi nel mondo tumultuoso della nostra epoca, per individuare gli aspetti principali del capitalismo odierno e delle sue dinamiche intrinseche, per comprendere i nessi comuni ed elaborare una proposta trasformativa delle relazioni collettive, la quale inizia sempre ed inevitabilmente dallo sceveramento, per via astrattiva, di siffatte questioni. Senza intelligenza del problema non pu esserci alcun progetto, neppure transitorio. Per Marx il capitale non una cosa ma un rapporto sociale. Non tutti lo hanno capito, nemmeno quanti si sono professati suoi convinti seguaci. Poich, appunto, il capitale non oggetto ma processo di ri-produzione di legami collettivi non egualitari, o egualitari solo in sembianza, chiaro che esso non nasce strettamente nel luogo dove si combinano i fattori produttivi ma in un ambiente pi ampio, qual quello societario complessivo. La grande scoperta di Marx, sta, pertanto, nellaver smascherato i rapporti di subordinazione del sistema capitalistico, oltre la coltre superficiale del mercato, il regno della libert e dellanarchia, dove effettivamente individui svincolati da qualsiasi sottomissione diretta e, perci, padroni di scegliere cosa offrire e cosa domandare, si ritrovano uno di fronte allaltro con le loro precipue propriet e titoli monetari e giuridici. Sul mercato ognuno si reca senza coazione ma sospinto dai rapporti sociali di cui creatura. Qui ritroviamo, per effetto di processi storici gi verificatisi (come laccumulazione originaria, fenomeno primigenio e violentissimo), i detentori dei mezzi di produzione e i meri portatori di forza lavoro; i secondi, se vogliono sopravvivere, devono vendere la loro particolare merce ai primi che hanno gli strumenti per utilizzarla proficuamente. Nessuno li costringe con la forza a vendersi ma allorch si decidono in tal senso (e la scelta preordinata, tanto da diventare questione di sopravvivenza o di perimento) scontano automaticamente le conseguenze di rapporti di forza oggettivi che li vedranno svantaggiati. Inseriti come maestranze nellorganizzazione produttiva erogheranno energie superiori al prezzo ricevuto. Questa lestrazione del pluslavoro, nella forma del plusvalore, che mette i gruppi proprietari dei mezzi di produzione in cima alla piramide sociale. Cos nelle parole di La Grassa: La specificit del capitalismo quindi appunto la costituzione storica di un rapporto ben preciso, costituzione che implica la

liberazione da ogni servit con contemporanea netta separazione tra possesso dei mezzi produttivi e possesso di semplice capacit di lavorare. Se il lavoratore separato dai mezzi di estrinsecazione di tale capacit insita nella sua corporeit (mente, muscoli, mani, ecc.), e tuttavia lasciato libero di scegliere che cosa meglio gli aggrada (morire di fame o guadagnarsi da vivere), non pu svilupparsi altro che la libera non subito, ma la grandezza di Marx di aver individuato lo sfruttamento prescindendo dagli attriti ancora esistenti contrattazione tra capitale e forza lavoro . Insomma, si dovuta formare la massa del lavoro salariato: questo il movimento (storico) di instaurazione del rapporto sociale che il capitale, secondo la definizione di Marx . Tutto ci dovrebbe, almeno si spera, sgombrare il campo dalle ubbie di chi ritiene che il dominio nasca nel processo lavorativo tout court. Non cos, al di fuori di quelle precondizioni sociali da noi descritte - e per questo abbiamo parlato di scelta preordinata che scaturisce da una genetica relazionale riproducente costantemente s stessa, anche evolvendosi e metamorfosandosi, fase dopo fase ci vorrebbe effettivamente la spada in pugno per incatenare gli uomini alle macchine. Ma, se cos fosse, saremmo in tuttaltro tipo di sistema sociale, schiavistico o feudale, non in quello da noi preso in considerazione. Seguendo questi tragitti, Marx pensa la divaricazione tra sfruttati e sfruttatori come quella fondamentale di tutte le vicende umane. La storia storia delle classi in lotta, ma col capitalismo, con la formazione di due fronti ben definiti, capitalisti proprietari dei mezzi di produzione e salariati possessori della sola forza lavoro, questo confronto giunge al suo ultimo stadio, poich si realizzano, nel seno stesso del sistema, le condizioni oggettive di un rivolgimento rivoluzionario da rinvenirsi nel processo di socializzazione delle forze produttive , sia dal lato dei mezzi di produzione, della tecnologia, ecc., sia da quello dellorganizzazione del processo in cui la forza lavoro viene erogata. Marx vede e descrive anche la presenza di condizioni soggettive della trasformazione derivanti dalla separazione della funzione proprietaria da quella direttiva del capitalista (unite nella fase concorrenziale), intreccio e coordinamento di questultima con le funzioni lavorative operaie in senso stretto (esecutive, manuali, ecc.). L'esito finale del processo si sarebbe sostanziato nella formazione del lavoratore collettivo cooperativo, vera base sociale pensata in costante allargamento della trasformazione rivoluzionaria . Giusto? Giusto ma sbagliato, ovvero corretto sotto il profilo logico-deduttivo della sua teoria ma errato nei fatti e negli sviluppi evenemenziali successivi. Il General Intellect non si concretato, i manager erano e sono s dei salariati ma di specie diversa e, comunque, non separati dalla propriet e dai suoi piani, inoltre, per funzioni, corrispettivo e mission non sono assimilabili ai semplici lavoratori del braccio; anche i vertici societari, contrariamente al vaticinio non si sono ridotti ad un nugolo di staccatori di cedole disinteressati degli sviluppi materiali dell'impresa, dalla quale ricavano i profitti per attuare strategie aziendali e conflittuali ai livelli superiori (politici, per esempio).

La Grassa lo afferma esplicitamente e si distacca da tutti quei pensatori che ancora attendono lavvento dellultima ora fatale del capitalismo per raggiungimento invalicabile dei suoi limiti interni. Ergo, se dalla dinamica di centralizzazione dei capitali non conseguono centralizzazione e coordinamento delle varie unit produttive, con formazione di un soggetto unitario collettivo-cooperativo che pu fare a meno dei capitalisti, per di pi convertitisi in parassiti finanziari, viene meno quel parto ormai maturo nelle viscere del capitalismo che avrebbe dovuto condurre prima al socialismo (da ciascuno secondo le possibilit) e poi al comunismo (a ciascuno secondo i bisogni). La Grassa opera, prendendo atto di questa predizione smentita, una rottura epistemologica e apre un altro continente storico-esplicativo, di cui diremo subito; piuttosto che mettersi a seguire la processione dei fedeli, il famigerato gregge dell'ortodossia, il quale pur di non ammettere il fallimento del proprio apparato categoriale permette che la scienza si tramuti in culto, egli salpa dalla costa e prende il mare aperto con le sue insidie e le sue possibilit. Marx ha creduto che, tendenzialmente, con l'accentuarsi dello sviluppo capitalistico sarebbero stati due blocchi irrimediabilmente avversi a fronteggiarsi, capitalisti rentierizzati e General Intellect plasmato nella produzione, quest'ultimo considerato il soggetto intermodale del trapasso ad una nuova formazione sociale. Rebus sic stantibus. Ma era davvero questo il conflitto dirimente? La Grassa non lo crede (e noi con lui) e mette davanti a tutto il conflitto strategico tra agenti dominanti, derubricando come secondaria la disputa capitale-lavoro. Certo, ci sono epoche storiche in cui gli schieramenti sono maggiormente polarizzati sulla base di questa dicotomia, ma essenzialmente predomina l'altro genere di antagonismo. Meglio ancora, quello che viene principalmente in evidenza proprio il flusso conflittuale che scorre sotto la crosta sociale e che determina gli incessanti terremoti e deformazioni da cui essa colpita, sbilanciamenti costanti non visibili ad una osservazione superficiale e diretta, coperti da uno spesso velo ideologico: Le epoche (e fasi) storiche riguardano complessi raggruppamenti sociali (societ, formazioni sociali), di cui isolare i gruppi che appaiono essere i decisori dultima istanza nel comportamento attivo di maggiore rilevanza, in quanto portatori del movimento dei raggruppamenti in questione, in genere di carattere evolutivo cio trasformativo delle loro strutture relazionali interne ( teoricamente fissate mediante i gi ricordati tagli della realt secondo particolari fasci dosservazione). Diciamo che i gruppi decisori sono, in generale, i soggetti (agenti, ma appunto in quanto portatori). Loggetto in generale costituito dai raggruppamenti sociali complessivi (e strutturati come detto), cio dalle formazioni sociali in generale (non questa o quella in particolare). Sugli strumenti o mezzi, il discorso pi complesso, meno sicuro e stabile. Direi che il mezzo generale per lazione del(dei) soggetto(i) sulloggetto (formazione sociale) la lotta per la supremazia. Tuttavia, questa indicazione pu prestarsi a molti equivoci. Credo si debba evitare di farne una questione genetica, malgrado i possibili riferimenti a tale lotta in tutto il mondo animale (e anche vegetale, cio in tutto il vivente). Ritengo si debba attribuire oggettivit generale (in genere) allestrema variabilit delle

forme di questa lotta strategica. Una variabilit da non considerare quindi come successione storico-specifica di forme diverse di una generica e generale lotta per la supremazia, perch invece proprio detta variabilit ad essere laspetto generale della lotta condotta dagli individui della nostra specie. Allora, lo squilibrio del flusso della realt, dal quale nasce la lotta imperitura degli attori sociali per l'affermazione, l'elemento pi generale mentre l'equilibrio solo l'apparenza sensibile che nasce da una miriade di squilibri che sembrano compensarsi. Con la teoria, chi cerca di rendersi protagonista della scena collettiva, prova a stabilizzare artificialmente tale corrente inarrestabile perch non si pu tenere lo sguardo fisso sul sole senza munirsi di filtri, non si imparerebbe nulla su di esso e si resterebbe accecati. Altro modo per frenare il flusso quello dell'istituzionalizzazione, con la condensazione dei conflitti in apparati di stabilizzazione degli stessi, retti da regole di condotta per gli agenti funzionari che vi lavorano, e da gerarchie prestabilite all'interno di questi organismi. Poich, come dicevano, il flusso del reale inarrestabile, le sopraddette costruzioni umane durano dei cicli storici ma poi vengono superate dagli eventi e perci devono adattarsi al mutevole ambiente, rinconfigurarsi palingeneticamente o, anche, soccombere. In ogni caso, diventano residui di un panorama in destrutturazione che non pu resistere all'infinito sotto la pressione di nuove forze e visioni dell'esistenza associata. I drappelli che controllano quest'ordine diventato precario mettono in marcia delle contromisure per resistere all'ondata riformatrice o rivoluzionaria, dipende dal contesto e dall'elasticit (o rigidit) dell'architettura del potere costituito, attraverso apparati di coercizione e repressione di ogni tentativo di modificazione, tentativo compiuto per adeguarli allo squilibrio incessante che ha condotto verso altri assetti dei rapporti sociali. Daltra parte, ladeguamento toglierebbe il potere ai gruppi decisori della realt precedente e lo assegnerebbe a nuovi gruppi. La teoria crea una cintura (o, forse meglio, nervatura) ideologica per obnubilare la coscienza dellinevitabile corrosione cui sottoposta la sua rappresentazione strutturale della realt da parte del flusso di spinte squilibranti (lo ricordo: presupposto quale base della conoscenza); la teoria cerca cos, testardamente, di attestarsi sui vecchi supposti equilibri teorizzati via ipotesi, non riconosciute per come tali bens affermate in qualit di certezze definitive. In ogni caso, in ambito sociale, e tenendo conto dello scorrimento incessante del flusso squilibrante del reale di cui abbiamo detto, lequilibrio (apparente e transeunte) rinviene dall'emersione vittoriosa di un nucleo di decisori su altri nuclei in conseguenza di una precedente fase di convulsioni sociali, periodo che La Grassa indica come policentrico, quale fu ad esempio lepoca detta dellimperialismo (in quanto conflitto tra quegli agenti definiti potenze). Con l'affermazione di un raggruppamento di decisori nella lotta per la supremazia viene stabilito un bilanciamento, in quanto le spinte opposte si integrano e, momentaneamente, si consolidano, tenendo sempre di vista per che il carico dei pesi viene orientato dai conglomerati (si pensi alle nazioni o aree di nazioni sullo scacchiere planetario) che esercitano una potenza maggiore sui loro correlativi.

Adottando l'impianto teorico di La Grassa e ponendo al centro della nostra visuale scientifica, ideologica, politica ed anche economica, il conflitto strategico e il fascio di pressioni squilibranti che lo forgia sottotraccia, possiamo ribaltare alcuni ordini di problemi (l'economicismo, per citarne uno) che i sacerdoti del sistema buttano volutamente in metafisica (la mano invisibile o l'ordine monetario irreversibile) unicamente per sottrarli ad una pericolosa critica, non perimetrabile a priori, in materia di mercato, produzione, societ ecc. ecc.(i loro totem indiscutibili): Pur accettando, per semplicit, di suddividere (teoricamente) la formazione sociale nelle tre sfere delleconomia, della politica (in quanto apparati vari dellattivit pubblica) e dellideologico-culturale, necessario rifarsi in ognuna desse allo svolgersi dello scontro per la supremazia cui, come gi rilevato, segue anche lattivit di cooperazione, alleanza, ecc. tra individui e gruppi di individui per meglio sostenerlo che segue i principi delle strategie, delle mosse inerenti alla politica nel suo senso pi proprio, non semplicemente intesa quale sfera formata dal complesso di apparati in cui il conflitto si condensa, precipita. Le strategie in quanto politica anche quelle seguite dai capitalisti, cio dai gruppi imprenditoriali in concorrenza fra loro sono prevalentemente ispirate a principi altri rispetto a quello del minimo mezzo, pur utilizzando pure questultimo in via sussidiaria. La conflittualit (in base a strategie della lotta) deve sostituire il mercato quale superficie di quel reale che possiede un altro aspetto (pi profondo), celato alla vista. La produzione quella considerata in generale, con cui abbiamo iniziato questo scritto da considerarsi produzione di societ, nel senso di articolazione (nella teoria) delle tre sfere sociali di cui sopra. Il soggetto di tale produzione si presenta quale agente nellesplicazione delle strategie della lotta, che rappresentano i mezzi o strumenti applicati alloggetto, pensato come insieme ancora informe di individui riuniti in un determinato spazio. Tale insieme la materia prima, trasformata dai mezzi (strategie) di lotta utilizzati dagli agenti (soggetti) in un pi articolato e strutturato conglomerato che una formazione sociale, cio in breve la societ. Esistono, in un certo senso, due livelli di realt, sostiene La Grassa, il livello pi profondo dello squilibrio del reale dovuto ad un flusso continuo di impulsi contraddittori che producono continue alterazioni dei rapporti di forza tra individui e gruppi con nascita di reciproci conflitti e quello pi superficiale dove primeggia il senso della compensazione e della quiete sociale relativa. Sovrano per lo squilibrio del quale bisogna avere coscienza anche se non possiamo averne conoscenza, pena l'impazzimento o l'ingresso nella riflessione mistico-spirituale. Per questa ragione le pratiche sociali sono tutte improntate dal conflitto, sordo o pi esplicito, ed in quest'ultimo che i soggetti sono agenti (ed agiti da) di ruoli di conservazione o trasformazione che non escludono volatili alleanze o pi durature fedelt. Le teorie servono proprio a costruire campi di stabilit per confliggere nel mondo attraverso strategie variabili, in cui da meri agiti dalle funzioni sociali si diventa attori e creatori delle stesse. Come si pu capire la stessa razionalit dominante (quella del minimo mezzo per raggiungere determinati obiettivi, allegramente,

armoniosamente e tutti insieme appassionatamente) che qui viene rimessa in discussione a vantaggio di una razionalit pi ampia (e realistica) detta appunto strategica.