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Il male oscuro della scienza moderna Lantichit non aveva, in genere, una scienza secondo i nostri criteri.

In compenso si dedicava a verit mistico-filosofiche molto evolute. Ne derivarono in parte la magia e certi trastulli che probabilmente conducevano talora alla truffa e al delitto. Ma anche la magia era di nobile origine e possedeva pensieri profondi. (da: Demian, di Herman Hesse) I sapienti dei secoli passati dovevano gestire una quantit di dati assai scarsa rispetto ad oggi: ben poche erano le nozioni di matematica, medicina, fisica o astronomia a loro disposizione. Ci implicava ovviamente una conoscenza incompleta e superficiale dei fenomeni naturali, perci era spesso impossibile costruire ipotesi che ne spiegassero le ragioni se non ricorrendo a teorie che coinvolgevano prodigi, forze sovrannaturali o interventi divini. E tuttavia, avendo molto pi tempo libero a loro disposizione rispetto ai nevrotici scienziati moderni, essi dedicavano una buona parte delle loro energie intellettuali al ragionamento sui metodi dapproccio al dato fenomenico. Ci produsse quella sorta didentificazione tra la figura dello scienziato e quella di pensatore e filosofo, che ha accompagnato la storia del pensiero occidentale fino alla nascita della scienza moderna. Peraltro, portando questo ragionamento alle estreme conseguenze, alcune scuole di pensiero si basarono sul presupposto di non avere a disposizione altro strumento conoscitivo che i propri sensi e la propria mente, giungendo a teorizzare il perfezionamento di se stessi come requisito indispensabile per il miglioramento della conoscenza dei fenomeni naturali. Oggi luomo di scienza costretto a fronteggiare una massa di nozioni enorme e difficilmente gestibile. Sommerso com dalla necessit di amministrare ed accrescere continuamente questa mole ridondante di dati, ben poco spazio gli resta per coltivare il metodo scientifico e praticamente nulla egli concede pi alla cultura del proprio io come parte integrante del processo conoscitivo. La stessa suddivisione dogni disciplina scientifica in molte super specializzazioni, frammentando il sapere, ha ulteriormente contribuito ad allontanare dal patrimonio conoscitivo delluomo di scienza la cultura del metodo scientifico, che parte dal presupposto di una

visione unitaria della conoscenza. Nella scienza moderna un tentativo di recuperare il valore del soggetto nel processo conoscitivo stato compiuto solo dalla psicanalisi, ma pi le discipline scientifiche sono considerate esatte, pi esse ritengono il soggetto e la soggettivit valori negativi e disturbanti, ed affidano la conoscenza esclusivamente ai classici meccanismi logici ufficialmente riconosciuti dai maestri della razionalit scientifica di tutti i tempi, da Aristotele a Karl Popper. Ma siamo certi che lattuale crisi del pensiero scientifico non possa trarre, almeno in parte, le sue origini da un drammatico sbilanciamento tra soggetto ed oggetto, tra uomo e dati fenomenici? Molte discipline scientifiche, prima fra tutte probabilmente la medicina, vivono attualmente una situazione di stallo in rapporto ad una serie di problemi nodali: per quali delle patologie pi critiche si sono registrati progressi davvero netti, reali, indiscutibili? Non successo nel campo delle malattie neoplastiche, n in quello di gran parte delle infezioni virali, n in quello delle malattie autoimmuni, e la lista assai lunga. Questa una verit scomoda, e perci ci spesso nascosta. Le voci critiche che tentano di compere unanalisi spassionata del ruolo reale della medicina nella societ sono, in genere, abbastanza ignorate. La maggior parte di noi bersagliata dalle notizie di successi in campo medico e scientifico, anche se, magari solo pochi mesi dopo, si riveleranno degli incredibili flop. Tuttavia Ren Dubos, microbiologo francese, gi negli anni sessanta ci fece notare che il raddoppio della popolazione nei paesi industrializzati non era per nulla dovuto ai progressi della medicina, ma al miglioramento delle condizioni generali di vita, che aveva soprattutto determinato il calo della mortalit infantile. Lo stesso allungamento dellaspettativa di vita, da una media di 35 ad una che attualmente sfiora gli 80, dovuto alle medesime ragioni. Se andiamo a ben guardare, ci accorgiamo che la medicina, pi che guarire, oggi in grado di cronicizzare molte malattie. Molti farmaci in uso, spesso celebrati dai loro prescrittori e, ovviamente da chi li produce, sono di dubbia utilit. Archibald Cochrane, epidemiologo scozzese, analizz lefficienza e lefficacia di vari interventi terapeutici con lanalisi in doppio cieco. Da questa disamina risult che molti farmaci e non pochi esami diagnostici, atti

chirurgici e ricoveri ospedalieri, spesso costosi, sono ininfluenti sul decorso della malattia, la quale migliora o peggiora indipendentemente da essi. Nonostante le censure e le autocensure, il disagio crescente e non solo fra i tecnici del settore. Gli uomini di cultura, la stessa opinione pubblica avverte che la medicina, ma anche molta parte della scienza, oggi in difficolt. Negli altri capitoli cercheremo di analizzare le cause della crisi del pensiero scientifico moderno, per capire se ha un senso oggi per luomo di scienza tornare a riflettere sul proprio metodo e in quale maniera egli deve farlo. Robert M. Pirsig nel 1974 pubblica Lo Zen e larte della manutenzione della motocicletta a torto considerato da alcuni semplicemente un testo della letteratura americana on the road. In realt si tratta soprattutto di un lucido testo filosofico che, nella sua prima parte, fa il punto sul metodo scientifico moderno analizzando i motivi della sua crisi e dellattuale incapacit, da un lato di dare risposte ai grandi quesiti della conoscenza, dallaltro di superare una serie di empasse pragmatici in varie discipline. Cos Pirsig esprime la propria opinione su questargomento: Sembrava che la longevit delle verit scientifiche fosse inversamente proporzionale allintensit dello sforzo scientifico: le verit scientifiche del ventesimo secolo, a quanto pare, durano molto meno di quelle del secolo scorso, perch lattivit scientifica ora molto maggiore. Se nel corso del prossimo secolo essa sar decuplicata, si pu prevedere che la durata di qualsiasi verit scientifica sar un decimo di quella attuale. Quello che abbrevia la vita di una verit scientifica la quantit delle ipotesi offerte per rimpiazzarla, e la causa della crescita del numero delle ipotesi negli anni pi recenti , a quanto sembra, il metodo scientifico stesso. Invece di scegliere una verit tra molte, non si fa che accrescerne la rosa. lo scopo del metodo scientifico scegliere una singola verit fra molte verit ipotetiche. Invece, moltiplicando i fatti e le informazioni, le teorie e le ipotesi, la scienza stessa conduce lumanit, da singole verit assolute, a verit relative, molteplici e indeterminate e diventa la causa principale del caos sociale, dellindeterminatezza, della confusione del pensiero e dei valori che una conoscenza razionale dovrebbe avere il compito di eliminare.

Non vi dubbio che lopinione di Pirsig potrebbe apparire quella di uno scettico nei confronti del progresso e della ragione umana e certamente il suo testo generalmente considerato un classico del neo-spiritualismo, che poco ha a che spartire con la filosofia della scienza. Su questo punto per opportuno fare la massima chiarezza poich questo lavoro, che avete appena iniziato a leggere, parte effettivamente dal presupposto di una fondamentale inadeguatezza della razionalit e del progresso scientifico rispetto alle problematiche della conoscenza e, dunque, potrebbe esso stesso essere considerato un opera scettica e antiscientifica. In realt io sono fermamente convinto che lopinione di Pirsig, e dei molti che la pensano come lui, intendeva porre le basi di una critica innovativa e costruttiva alla razionalit e al progresso scientifico. Razionalit e progresso, infatti, non sono false illusioni, anzi sono probabilmente le poche certezze che luomo ha a disposizione, ma del pari, altrettanto innegabile che esse, nel tempo, si stiano progressivamente rivelando inadeguate rispetto al bisogno di conoscenza delluomo e che esiste attualmente una macroscopica sproporzione tra la mole di dati prodotti dalla ricerca scientifica in tutti i campi e le vere scoperte scientifiche. A questo punto vi chiederete perch iniziare questo ragionamento proprio da Pirsig. In realt io prendo ad esempio la sua opinione non perch egli sia il solo a pensarla cos, ma perch, riuscito a mettere a fuoco il problema in maniera assai esplicativa. La sua la consapevolezza di Socrate che, come dice Platone nella sua Apologia, luomo pi sapiente, perch sa di nulla sapere. Credo che la nostra riflessione debba iniziare proprio da questo sforzo dumilt: la nozione dei propri limiti il pi valido presupposto per superarli. E la cosa non cos scontata come potrebbe apparire; infatti, vi sono filosofi della scienza, che hanno dedicato gran parte della loro opera a contrapporsi frontalmente ai critici della razionalit. Facciamo degli esempi. Uno di questi Imre Lakatos, che ha spesso tuonato contro quello che egli chiamava il tradimento della ragione da parte degli intellettuali. In realt se interpretiamo questo confronto dopinioni come uno scontro frontale in cui ci sono alleati, nemici e traditori, non ci accorgeremo mai se, fra i critici della ragione, vi qualcuno che la ragione la sa utilizzare assai meglio di noi perch sa

di non sapere. Un altro grande della scienza che ha difeso a spada tratta, e secondo me ben oltre il dovuto, il valore della razionalit stato Monod. Jacques Monod, insigne biologo molecolare e premio Nobel nel 1965, pubblica nel 1970 Il caso e la necessit, un testo che riscuote un grande interesse e che influenza profondamente molti giovani uomini di scienza dellepoca. Per Monod la scienza, la sola autentica fonte di verit, interamente basata sulla conoscenza oggettiva: lo scienziato devessere un freddo ed imparziale osservatore e sperimentatore, in altre parole egli deve solo informare e produrre. La scienza, peraltro, non dovrebbe mai porsi alcuna domanda sul significato degli eventi, questo compito semmai della religione e della filosofia. Monod si rende perfettamente conto che questo modo di porsi nei confronti degli eventi che lo circondano non per niente affatto connaturato alluomo che, per sua indole, portato da una tradizione cento volte millenaria a stringere quella che lui definisce unalleanza animistica con la natura. La conoscenza oggettiva invece un universo gelido e un po arrogante di solitudine, ma per lui lunico metodo conoscitivo in grado di funzionare, poich possiede una insita forza impositiva grazie alla sua prodigiosa capacit di produrre risultati. Ma derivano solo dalla fredda razionalit tutti i meriti per questi prodigiosi risultati? In realt, dallepoca dei Lumi sino ad Einstein le grandi correnti scientifico-filosofiche sono state imperniate su un assoluta fiducia nelle potenzialit dellintelletto umano ed il destino delluomo stato da esse letto come un evento deterministico e progressivo. Esse erano profondamente influenzate da un progresso scientifico che era nella sua fase di massima espansione e pareva indefinitamente inarrestabile: le grandi scoperte che si sono succedute a ritmo incalzante nei campi della medicina, della chimica, della tecnologia hanno avuto il potere di modificare radicalmente la vita quotidiana ad una velocit precedentemente impensabile e di determinare profonde conseguenze sul pensiero filosofico e sulla cultura in genere. In realt era inevitabile raggiungere in tutto ci un plateau, un momento in cui la crescita esponenziale delle conoscenze scientifiche avrebbe

subito un rallentamento, ben espresso nella citazione di Pirsig. Ma quello che pu apparire paradossale che ad interrompere questa sorta di certezza incrollabile sulle capacit della scienza e dellintelletto umano sia stato proprio una delle massime espressioni del pensiero scientifico di tutti i tempi: Albert Einstein. Egli, infatti, intu, a dispetto di un ottimismo ancora dominante alla sua epoca, che esiste nei fatti una profonda divaricazione tra le potenzialit della mente umana e linfinita complessit del mondo fenomenologico e che, a dispetto del grande sviluppo scientifico, ci che noi in definitiva possediamo della realt sono solo dei piccoli frammenti di conoscenza, ai quali ci sforziamo di dare un ordine creando regole arbitrarie tra essi. Linsieme di tali regole , per Einstein, quella che definiamo scienza. Il profondo valore delloperazione conoscitiva di Einstein stato quello di accettare, appunto, socraticamente, i limiti del potere della scienza e, nel contempo, di espandere le sue capacit proprio grazie alla presa di coscienza delle sue effettive possibilit. Una cosa ho imparato nel corso della mia lunga vita: che tutta la nostra scienza, se paragonata alla realt, primitiva e infantile eppure il bene pi prezioso di cui disponiamo. (Albert Einstein). La natura, per Einstein, non uno spettacolo aperto alla vista delluomo, ma qualcosa di molto, ma molto pi complesso, celato alla nostra immediata comprensione, che possiamo capire con uno sforzo spesso assai grande e non sempre destinato ad avere successo. La natura, ci dice Einstein, ha una essenza infinite volte pi complessa della mente umana e le regole, che la scienza determina, non sono le regole della natura, ma artifici della mente, punti di incontro tra la mente umana e il mondo fenomenico, frutto dellesperienza. Einstein ha affermato in proposito che la comprensibilit che il mondo ci consente talvolta un vero e proprio miracolo: un miracolo il riuscire a mettere un ordine nella totalit delle nostre esperienze sensibili. Per fare ci creiamo concetti e, successivamente, stabiliamo delle relazioni funzionali tra essi e i dati che la nostra

esperienza sensibile ci fornisce. La sola guida per la creazione di questordine il successo finale. La sola cosa necessaria ha scritto Einstein stabilire una serie di regole, perch senza tali regole lacquisizione della conoscenza nel senso desiderato sarebbe impossibile. Si possono paragonare queste regole a quelle di un gioco che, pur essendo arbitrarie, rendono il gioco possibile soltanto con la loro rigidezza. Tuttavia la loro determinazione non sar mai definitiva. Esse saranno valide e potranno essere applicate soltanto in uno speciale dominio. Le leggi della scienza sono dunque una sorta di gioco, le cui regole possono e debbono variare ogni qual volta la nostra esperienza si arricchisce di nuovi elementi che completano, modificano o contraddicono i precedenti. Ma affinch le regole possano variare, le capacit intellettuali delluomo devono essere elastiche, continuamente capaci di adattarsi alle nuove circostanze, in grado di escogitare strumenti di calcolo e di espressione di sempre nuova efficacia. La visione di Einstein getta dunque una luce diversa tanto sulloggetto quanto sul soggetto della conoscenza: loggetto non pi il fenomeno, lentit corporea che i sensi rivelano, ma un insieme di concetti che con la cosa in s hanno una relazione indiretta. E quindi illusorio pensare che lordine della natura, come noi siamo abituati ad intenderlo, appartenga alla natura stessa. Esso appartiene alla scienza che lo determina con i suoi concetti e con le sue leggi. E quindi lesperienza il punto di incontro tra il mondo e luomo, il tramite per il quale una realt enigmatica e casuale si adatta a un ordine che tuttavia non mai definitivo e sicuro. Un gioco, per quanto condotto secondo regole rigorose, non pu annullare il carattere aleatorio della sua riuscita. (Nicola Abbagnano, nel capitolo dedicato ad Einstein, da La saggezza della filosofia). Per quanto appaia altamente improbabile, non pu essere escluso che si possa giungere ad una teoria totale della realt fenomenica, quella che Einstein definiva la descrizione completa di ogni

situazione reale (individuale) che si suppone possa esistere indipendentemente da ogni atto di osservazione e di verifica. Ma per ora, e credo ancora per molto, la descrizione che la scienza pu compiere della realt fenomenica molto incompleta. Un bellesempio di questa condizione di incompletezza ce lo ha fornito Wittgenstein, che ha paragonato le teorie scientifiche ad una rete a maglie larghe che noi cerchiamo di stendere su una superficie disegnata a macchia di leopardo e con cui ci sforziamo di creare un ordine arbitrario, distinguendo tra quadrati bianchi, quadrati neri e quadrati bicolore. Dunque Einstein intuisce che la scienza e, in definitiva, lintera civilt inizia una virata epocale: la progressione delle conoscenze non pu avvenire pi secondo un ritmo esponenziale, perch quanto pi la conoscenza si accresce, tanto pi raggiunge la consapevolezza del divario incolmabile esistente fra mente umana e natura. Anche Karl Popper, attuale punto di riferimento della filosofia della scienza, costruisce la sua teoria filosofica sulla consapevolezza dei limiti della conoscenza umana: La scienza non un sistema di asserzioni certe, o stabilite una volta per tutte, e non neppure un sistema che avanzi costantemente verso uno stato definitivo. La nostra scienza non conoscenza (episteme): non pu mai pretendere di aver raggiunto la verit, e neppure un sostituto della verit, come la probabilit. E tuttavia la scienza ha qualcosa di pi che un semplice valore di sopravvivenza biologica. Non solo uno strumento utile. Sebbene non possa mai raggiungere n la verit n la probabilit, lo sforzo per ottenere la conoscenza e la ricerca della verit, sono ancora i motivi pi forti della scoperta scientifica. (da: Logica della scoperta scientifica) E, ancora oltre, nella stessa opera: Il vecchio ideale scientifico dellepisteme, della conoscenza assolutamente certa, dimostrabile- si rivelato un idolo Lesigenza delloggettivit scientifica rende ineluttabile che ogni asserzione della

scienza rimanga necessariamente e per sempre allo stato di tentativo. E bens vero che unasserzione scientifica pu essere corroborata, ma ogni corroborazione relativa ad altre asserzioni che a loro volta hanno natura di tentativi. Possiamo essere assolutamente certi solo delle nostre esperienze soggettive di convinzione, nella nostra fede soggettiva. Ed egli cos convinto della difficolt a raggiungere delle verit basilari, quantunque semplici, da darci addirittura la sensazione di una implicita, irrimediabile fragilit strutturale delle conoscenze umane. Una fragilit che capace di darci le vertigini: La scienza non posa su un solido strato di roccia. Lardita struttura delle sue teorie si eleva, per cos dire, sopra una palude. E come un edificio costruito su palafitte. Le palafitte vengono conficcate dallalto, gi nella palude: ma non in una base naturale, o data; e il fatto che desistiamo dai nostri tentativi di conficcare pi a fondo le palafitte non significa che abbiamo trovato un terreno solido. Semplicemente, ci fermiamo quando siamo soddisfatti e riteniamo che almeno per il momento i sostegni siano abbastanza stabili da sorreggere la struttura Nel corso di questo lavoro torneremo pi volte sulle teorie di Popper (e quasi mai in sintonia con le sue idee). Edunque partire dal presupposto che la conoscenza scientifica sia limitata. Dopo di che, colti dal disgusto, ci si pu dedicare alla cultura umanistica e non voler pi sentire nemmeno parlare di scienza, come ha fatto il protagonista del libro di Pirsig. Oppure si pu costruire una epistemologia che fa della relativit della conoscenza scientifica il suo punto di forza, come ha fatto Popper. O, ancora, si pu tentare di migliorare il nostro approccio alla realt. Infatti, contemporaneamente alla consapevolezza dei limiti della conoscenza, nasce un legittimo interrogativo: possibile espandere le capacit cognitive umane? Questo immenso divario tra realt e capacit della nostra mente pu essere, sia pur parzialmente, colmato? Se una risposta c a questo quesito, possiamo trovarla solo interrogandoci su quel complesso ed inesplorato universo che la fenomenologia della scoperta scientifica.