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Indice

Pag. Enunciati, significati, norme. Argomenti per una critica dellideologia neoscettica, di Paolo Becchi El aguijn derrotable, di Pablo Ral Bonorino Validity as Disquotation, di Bruno Celano Interpretive Games: Statutory Construction Through Gricean Eyes, di Pierluigi Chiassoni Kelsen vs. Searle: A Tale of Two Constructivists, di Paolo Comanducci Le metafore della vaghezza, di Claudio Luzzati Le juge constitutionnel et la volont gnrale, di Michel Troper Normativity in Legal Contexts. An Institutional Analysis, di Mara Cristina Redondo Modalit de re vs. modalit de dicto nella logica deontica, di Andrea Rossetti Jurisprudencia y teologa en Hans Kelsen, di Ulises Schmill O. 1 17 35 79 101 117 131 145 165 183

Un dibattito su J. J. Moreso, La Indeterminacin del Derecho y la Interpretacin Constitucional Indeterminacin y realismo, di Albert Calsamiglia Efficacia, anti-realismo, interpretazione, di Bruno Celano 219 229

VI Pag. Quin salv a la Constitucin?, di Pierluigi Chiassoni Due esercizi di non-cognitivismo, di Riccardo Guastini Appunti su un nobile sogno, una veglia e il suo incubo, di Susanna Pozzolo De nuevo sobre la Vigilia. A modo de rplica a mis crticos, di Jos Juan Moreso 249 277 281 295

Paolo Becchi

Enunciati, significati, norme. Argomenti per una critica dellideologia neoscettica*

Contro il positivismo che si ferma ai fenomeni: ci sono i fatti, direi: no, proprio i fatti non ci sono, bens solo le interpretazioni. F. Nietzsche Frammenti postumi (1886-1887)

1. Premessa Significato e significante sono oggi due elementi fondamentali per ogni linguista e filosofo del linguaggio e tuttavia il loro rapporto resta problematico. Il vocabolo norma sulla bocca di ogni giurista e filosofo del diritto e tuttavia anche in questo caso ci troviamo di fronte ad una nozione controversa. La distinzione presente allinterno della linguistica tra significante (il suono della parola, la traccia visibile della scrittura) e significato (il contenuto ideale dei segni del linguaggio parlato e scritto) stata ripresa e reinterpretata sia in chiave psicoanalitica sia in chiave schiettamente filosofica in un modo che continua a suggestionare lo scenario dellodierna cultura forse proprio perch conduce a quegli stessi esiti scettici che oggi dominano il campo del pensiero1.

Questo testo stato presentato e discusso il 10 maggio 1999 nellambito di un Jurisprudence Workshop organizzato nellanno accademico 1998/1999 dal Dipartimento di cultura giuridica Giovanni Tarello (Universit di Genova). Sono grato a Mauro Barberis, Pablo Bonorino, Pierluigi Chiassoni, Paolo Comanducci, Cristina Redondo e Realino Marra per le loro critiche; ad alcune ho cercato di rispondere, altre non sono riuscite a smuovermi nelle mie convinzioni (n io credo sono riuscito a fare altrettanto). Ma sono grato soprattutto a Riccardo Guastini per la pazienza con cui mi ha seguito in unesposizione per nulla caritatevole nei suoi confronti e per aver voluto pubblicare sullannuario da lui condiretto queste pagine che altrimenti non avrei dato alle stampe. Discutere cercando di trovare i punti daccordo, le ragioni degli altri, oggi va per la maggiore: non questa la strada che qui ho seguito. 1 Genealogicamente la distinzione tra significante e significato risale a Ferdinand de Saussure e ai suoi corsi ginevrini, tenuti fra il 1906 e il 1911. Essi furono pubblicati dai suoi allievi nel Cours de linguistique gnrale del 1922 (trad. it., F. de Saussure, Corso di linAnalisi e diritto 1999, a cura di P. Comanducci e R. Guastini

2 Per molto tempo tra i filosofi del diritto il problema cruciale sembra essere stato quello di trovare un criterio che consentisse di distinguere la norma giuridica dagli altri tipi di norme (e in particolare da quelle morali). Pi di recente, soprattutto tra i teorici generali del diritto, lattenzione si concentrata sulla norma giuridica in quanto tale, giungendo nellapproccio di alcuni a conclusioni scettiche che sono in perfetta sintonia con quelle attualmente prevalenti in altre discipline. Lobiettivo che mi propongo di mettere in discussione questo approccio ed il modo migliore per farlo mi pare essere quello di sottoporre a critica lorientamento di chi ormai da anni nel nostro paese ne diventato il suo pi ostinato sostenitore: Riccardo Guastini. Dal momento che lintento dichiaratamente polemico non offrir una ricostruzione dellevoluzione del suo pensiero: a dire il vero non so neppure se, con riferimento al punto specifico oggetto delle pagine seguenti, si possa parlare di evoluzione, poich limpressione che si ha leggendo le sue opere di questultimo decennio quello di un eterno ritorno dellidentico (tanto per rimanere in sintonia con lautore citato nellepigrafe). Considerata la natura radicale del mio dissenso e il rapporto di amicizia che mi lega a Guastini non posso qui che appellarmi al detto amicus Plato, sed magis amica veritas. 2. I limiti dellinterpretazione Nel 1990 il libro Dalle fonti alle norme (Torino, Giappichelli) viene introdotto da un capitolo dedicato alla distinzione tra disposizione e norma; qualche anno dopo nel trattato su Le fonti del diritto e linterpretazione (Milano, Giuffr, 1993) il capitolo II, che affronta la nozione di norma, si apre nuovamente con un paragrafo su disposizione e norma; nella raccolta di studi di teoria e metateoria del diritto intitolata Distinguendo (Torino, Giappichelli, 1996) compare un saggio dal titolo Norma: una nozione controversa, in cui ancora una volta ritorna la suddetta distinzione; ed essa, infine, non poteva mancare nel poderoso trattato su Teoria e dogmatica delle fonti (Milano, Giuffr, 1998). Linsistenza su tale aspetto il segno della sua decisiva importanza: una discussione di esso va dunque a toccare il cuore dellintera elaborazione teorica. Citer il passo che intendo confutare dalla pi recente delle opere citate, ma

guistica generale, Roma-Bari, Laterza, 1962). Alla distinzione saussuriana si riferiscono sia Lacan, in una conferenza su Freud del 1957, sia Derrida in una conferenza del 1968 intitolata, significativamente, La diffrence. Non so quanto fedeli siano le loro reinterpretazioni, certo che entrambi pi che sul significante o sul significato insistono sulla sbarra che li separa. Entrambi i testi sono tradotti in italiano. Cfr. J. Lacan, Listanza della lettera dellinconscio o la ragione dopo Freud in Scritti, Torino, Einaudi, 1974, vol. I, pp. 488-523, J. Derrida, La diffrence in Margini della filosofia, Torino, Einaudi, 1997, pp. 29-57.

3 esso lo si ritrova, con variazioni irrilevanti, gi nelle due opere precedentemente menzionate:
...il vocabolo norma largamente usato nel linguaggio dottrinale, giudiziale, e legislativo in riferimento a due oggetti radicalmente differenti. Talvolta, si dice norma un enunciato (lato sensu) legislativo. Talaltra, si dice norma il significato il contenuto di senso di un enunciato legislativo (o di un segmento di enunciato legislativo, o di una combinazione di enunciati legislativi). Prendiamo ad esempio due espressioni ricorrenti nei discorsi dei giuristi e dei giudici: interpretazione di norme e applicazione di norme. Palesemente, il vocabolo norma non ha lo stesso significato nella prima e nella seconda espressione. Allorch si parla di interpretazione di norme, il vocabolo norma designa un enunciato del discorso legislativo, giacch linterpretazione attivit che si esercita su testi. Per contro, quando si parla di applicazione di norme, il vocabolo norma si riferisce al contenuto di significato di un enunciato legislativo, determinato appunto mediante interpretazione, dal momento che nessun testo normativo pu essere applicato se non dopo averlo interpretato. Malgrado luso comune non distingua, conviene tracciare una netta linea di demarcazione tra i testi normativi e il loro contenuto di significato, introducendo una terminologia ad hoc. (a) Diremo disposizione ogni enunciato appartenente ad una fonte del diritto. (b) Diremo norma (non la disposizione stessa, ma) il suo contenuto di senso, il suo significato, che una variabile dipendente dellinterpretazione. In questo senso, la disposizione costituisce loggetto dellattivit interpretativa, la norma il suo risultato. La disposizione un enunciato del linguaggio delle fonti soggetto ad interpretazione e ancora da interpretare. La norma piuttosto una disposizione interpretata e, in tal modo, riformulata dallinterprete: essa dunque un enunciato del linguaggio degli interpreti2.

Da questo passo emerge con particolare evidenza (laccoglimento di) una teoria scettica dellinterpretazione. Ed solo sulla base di un tale approccio che Guastini pu giungere a proporre di attribuire al vocabolo norma un senso diverso, pi specifico, di quello comunemente ad esso attribuito dai giuristi. Questa proposta, in sostanza, consiste in una ridefinizione tale per cui il vocabolo norma viene usato solo in una ben delimitata accezione: se nelluso comune dei giuristi il vocabolo norma denota tanto lenunciato normativo che deve essere sottoposto a interpretazione quanto lenunciato che risulta prodotto dallattivit interpretativa, per Guastini solo in questo secondo senso che sarebbe corretto parlare di norma. Tra lenunciato che costituisce loggetto dellinterpretazione (lenunciato-significante) e lenunciato che costituisce il prodotto dellinterpretazione (lenunciato-significato) esiste una netta linea di demarcazione, che separa due oggetti radicalmente differenti. Tanto netta suddetta separazione che risulta persino opportuno introdurre una terminologia ad hoc: la distinzione tra disposizione e norma.

Cos si esprime Guastini in Teoria e dogmatica delle fonti, cit., pp. 15-16. Ma si veda pure Id., Le fonti del diritto e linterpretazione, cit., pp. 17-18 e Id., Distinguendo, cit., pp. 82-83.

4 Guastini ritiene che per giustificare la sua conclusione sia sufficiente osservare lattivit interpretativa dei giuristi, vorrei al contrario mostrare come tale conclusione presupponga (non possa fare a meno di presupporre) laccettazione di un particolare approccio filosofico (di filosofia del linguaggio): quello che riduce il processo semiotico ad una opposizione binaria tra significante e significato. Sgombriamo subito la strada da un possibile equivoco. Non intendo contesta3 re limportanza della distinzione tra significante e significato . Essa, tra laltro, consente di evitare il cosiddetto formalismo interpretativo, per il quale sarebbe sempre possibile trovare una (ed una sola soltanto) interpretazione corretta per ogni enunciato. Al contrario proprio quella distinzione mostra come uno stesso enunciato-significante possa avere significati diversi, possa cio avere contenuti di senso diversi, e, di converso, come uno stesso significato possa essere espresso con enunciati diversi. Prendiamo come esempio il solito
(1) Apri la porta.

Tale enunciato emesso in presenza di pi porte chiuse nel salone dingresso di una villa pu dar luogo a interpretazioni alternative, tra le quali:
(1a) Apri una porta (una qualsiasi); (1b) Apri la porta A (e lascia chiuse tutte le altre); (1c) Apri la porta B (e lascia chiuse tutte le altre); (1d) Apri la porta di casa (il portone e lascia chiuse tutte le altre porte).

evidente che il significato dellenunciato Apri la porta viene a dipendere dallinterpretazione che di esso dar il destinatario a cui rivolto. Lo stesso enunciato pu avere un significato ambiguo (una porta qualsiasi? la porta A? o la porta B? insomma quale porta?), un significato vago (lemittente includeva tra le porte anche quella di casa e proprio ad essa si riferiva?). Allo stesso modo diversi enunciati, congiuntamente o disgiuntamente, possono avere lo stesso significato. Gli enunciati:
(A) Non dimenticarti lombrello, (B) Non dimenticarti il cappello, (C) Non dimenticarti limpermeabile,

Anche se oltre a quella distinzione, introdotta nella linguistica da De Saussure, non bisogna dimenticare il notevole tentativo operato da Peirce di spiegare il rapporto segnico sulla base non di una relazione binaria (significante/significato) bens ternaria (segno, oggetto, interpretante). Sullo sfondo filosofico da cui trae origine il pragmatismo di Peirce resta fondamentale un lungo saggio di K.-O. Apel: Die Philosophische Hintergrund der Entstehung des Pragmatismus bei Charles Sanders Peirce, Einfhrung a C. S. Peirce, Schriften I, Frankfurt a.M., Suhrkamp, 1967, pp. 7-153. A volte Peirce viene chiamato in causa a sostegno del principio di una spirale interpretativa infinita, in realt gi lintroduzione delloggetto (semiosico) tra il segno (il significante) e linterpretante (il significato) consente di distinguere la prospettiva di Peirce da qualsiasi deriva decostruzionista. Per un approfondimento, che in questa sede ci porterebbe troppo lontano, si veda U. Eco, Semiosi illimitata e deriva, in U. Eco, I limiti dellinterpretazione, Milano, Bompiani, 1990, pp. 325-338.

5 potrebbero avere tutti il medesimo significato: quello di invitare il destinatario a cui sono rivolti a ripararsi dalla pioggia. Se Guastini facendo propria la distinzione tra enunciati e significati si fosse limitato a dar conto di tutto ci non vi sarebbe nulla da obiettare. Ma il suo scetticismo interpretativo va oltre: egli sostiene una versione estrema del rapporto tra significante e significato, tale per cui luno e laltro appaiono come i due termini di una coppia dicotomica, che in quanto tali si escludono a vicenda, nel senso che il significato totalmente altro rispetto al significante. Certo, Guastini potrebbe replicare che anche il significato (pena il restare qualcosa di inattingibile) non pu che esprimersi attraverso enunciati (cosicch lalterit non sarebbe totale); ma mi sembra incontestabile che per lui il significato sia un enunciato-significato (cio il significato espresso dallenunciato) separato da una distanza incolmabile (da una netta linea di demarcazione, per usare le sue parole) dallenunciato-significante (cio lenunciato da interpretare e come tale ancora privo di significato). ben vero che il significante non il significato, ma da ci consegue soltanto che fra entrambi non si d corrispondenza biunivoca e non che il significante non ha significato. Lenunciato-significante non in-significante: non loggetto nudo che linterprete riveste di un qualsivoglia abito. E il significato non uno degli infiniti possibili vestiti con cui linterprete, a suo arbitrio, ricopre la nudit delloggetto da interpretare. Tra significante e significato non c un muro invalicabile, tanto che non si d mai un enunciato del tutto privo di significato e, daltro canto, un significato non suscettibile di enunciazione sarebbe per lappunto inesprimibile. Anche se tra luno e laltro c una barriera resistente alla significazione, il significato non pu che scaturire dal significante, e questultimo non pu non veicolare il primo. Noi non saremmo neppure in grado di percepire una qualsiasi espressione linguistica (o forse soltanto come mero fenomeno fonetico) se non avessimo una sia pure approssimativa precomprensione del suo possibile significato. Lenunciato Apri la porta, come si visto, pu avere diversi significati, ma non una serie infinita di significati, e ci vuol dire che vi come una sorta di guard-rail entro il quale non pu non muoversi la ricerca del senso. Se il destinatario del precetto Apri la porta al posto di aprire una porta chiudesse linterruttore della luce, ci vorrebbe dire che egli non comprende la lingua in cui espresso lenunciato e quindi percepisce soltanto dei suoni che non sono determinanti ai fini della significazione. Ma se il destinatario comprende la lingua in cui emesso lenunciato, a meno che non soffra di un qualche disturbo mentale e sempre che sia desideroso di eseguire il precetto, cercher di aprire una porta e questo accade perch lenunciato, nonostante la sua ambiguit e vaghezza, veicola almeno un nucleo accertabile di significato. Il fruitore del messaggio oltre al suono delle parole percepisce immediatamente le differenze semanticamente rilevanti tra quelle ed altre parole (aprire, non chiudere; una porta non una finestra). Il significante pertanto non indipendente dal significato e questultimo non si d gi tutto insieme n prima dellinterpretazione, n dopo di essa, bens c in parte gi prima e in parte soltanto dopo.

6 Per chiarire la correlazione tra significante e significato pu essere utile soffermarsi su una somiglianza che Guastini introduce a sostegno della sua tesi: quella tra interpretazione e traduzione. Per certi versi le due attivit sono effettivamente assimilabili, ma proprio per questo lesempio mostra lesatto contrario 4 di quanto Guastini per suo tramite vorrebbe provare . Come il traduttore non si inventa il testo da tradurre, allo stesso modo linterprete non crea dal nulla il suo significato. Il traduttore traduce un testo gi dato sostituendo gli enunciati della lingua tradotta con altri enunciati della lingua in cui vuole tradurre equivalenti ai primi: idonei cio, a produrre la stessa comunicazione. Possiamo qui trascurare il problema, che gi aveva affascinato Leibniz, dellarmonia delle lingue, ma quandanche si ammetta che in molti casi una perfetta traducibilit si rivela impossibile, resta comunque incontestabile che il testo oggetto della traduzione ponga dei vincoli allattivit del traduttore. Se, ad esempio, gli enunciati sono di difficile decifrazione, se le formulazioni sono oscure, tali difficolt e tali oscurit dovranno in qualche modo risultare anche dalla traduzione. Il traduttore, infatti, deve trasmettere nella lingua in cui traduce solo quel quantum di comunicazione che trasmesso dalla lingua tradotta. Anche se la sua attivit sotto questo profilo si differenzia da quella dellinterprete il primo, per cos dire, si attiene alla forma degli enunciati, il secondo considera anche il loro contenuto di pensiero pure linterprete non crea un significato dal nulla, poich il significante (come il testo da tradurre, anche se in modo pi debole) pone dei limiti alla sua ricerca di senso. Un significante non mai completamente privo di significato ed il significato non mai completamente prodotto dallinterprete. Per Guastini invece il significato una sorta di coscienza portata dallesterno (la metafora mi suggerita dai suoi esordi giovanili) sullenunciato oggetto dellinterpretazione. Portato alle estreme ma logiche conseguenze il suo ragionamento comporta che gli enunciati da interpretare siano di per s insignificanti e che significativa sia soltanto lattivit interpretativa, nel senso che questa e questa soltanto ad attribuire loro un significato: il significante in s non ha significato. Guastini potrebbe obiettarmi che egli non intendeva sostenere la posizione

Cfr. R. Guastini, Dalle fonti alle norme, Torino, Giappichelli, 1990, pp. 18-20. La somiglianza istituita tra il traduttore e linterprete potrebbe avvalorare la tesi di Guastini solo a condizione di sostenere (come a quanto pare egli ritiene) che il traduttore possa procedere nel suo lavoro semplificando alcune formule, omettendo alcune note e tagliando alcuni brani di difficile decifrazione (cfr. P. Comanducci, R. Guastini, Lanalisi del ragionamento giuridico, Torino, Giappichelli, 1987, p. 6). pur vero che viene poco prima precisato che quelle libert dovevano spiegarsi e, forse, giustificarsi con il fatto che i destinatari di quelle traduzioni erano gli studenti e non gli studiosi. Ma anche questo ragionamento a parte implicare implicitamente che gli studenti siano dei cretini, presuppone che di uno stesso testo si debbano dare traduzioni diverse a seconda del pubblico a cui sono rivolte. Un presupposto inaccettabile, che conferma comunque la deriva interpretativa guastiniana.

7 estrema che gli ho attribuito, ma soltanto, pi moderatamente, che il significante non ne ha uno (solo) di significati. Questa replica, non ho difficolt ad ammetterlo, confuta la mia argomentazione, ma se Guastini intende farla propria, allora egli dovrebbe rimettere radicalmente in discussione lo scetticismo interpretativo da lui sostenuto (che sta pure allorigine del suo scetticismo nei confronti delle norme). Vediamo perch. Vorrei, anzitutto, osservare che quando oggi si dice che uno stesso enunciato pu avere pi di un significato si dice in fondo una banalit, qualcosa che in ogni caso non controverso. Sotto questo profilo dunque la replica di Guastini sfonderebbe una porta aperta. Ci che invece non ovvio e costituisce materia di discussione se il significato possa essere individuato a partire dal significante o se invece una tale individuazione sia comunque sempre creazione di significati dal nulla. A ben vedere il nodo della controversia non se il significante possa avere pi di un significato, ma se una tale pluralit di significati sia finita oppure infinita. Lapproccio scettico se vuole essere coerente con le proprie premesse costretto, volente o nolente, ad aderire alla tesi che non solo non si dia per ogni enunciato-significante un significato univoco (uno solo), ma che i significati di uno stesso enunciato siano potenzialmente infiniti. Lo scettico non pu non accettare questa conclusione perch per lui il significato continuamente differito rispetto ad un significante nei confronti del quale non pu mai stare in relazione di co-presenza. Egli vuole anzi sfidare questa metafisica della presenza, la quale indissolubilmente connessa ad unidea di interpretazione che mira a scoprire un significato unico e definitivo. Ma per contrastare questa pienezza di significato giunge allestremo opposto di sostenere la sua assenza. In fondo per lo scettico il significato non esiste, esistono soltanto i significati creati ex novo dalla spirale infinita dellinterpretazione, dipendenti esclusivamente dalle valutazioni degli interpreti. Dato per uno stesso enunciato un numero indeterminato di interpreti avremo dunque un numero altrettanto indeterminato di interpretazioni (e quindi di significati di quel medesimo enunciato). Non c infatti in base a questo orientamento niente che garantisca che persone diverse diano lo stesso significato al medesimo enunciato, anzi tanto pi lenunciato complesso tanto pi probabile che si verifichi proprio il contrario. Ma se i significati vengono a dipendere soltanto dalle scelte (fatalmente) soggettive e arbitrarie degli interpreti ci inoltre comporta, come appunto volevasi dimostrare, che lenunciato-significante (oggetto dellinterpretazione) sia di per s insignificante. Il significante non solo ha pi di un significato, ma poich i suoi significati sono potenzialmente illimitati risulta in ultima istanza irrilevante ai fini della significazione. Non solo esso non ha un significato (uno solo), ma poich pu avere qualsiasi significato in realt non ne ha nessuno. Per spiegare questa mia conclusione si rifletta sul seguente rapporto di analogia: Ognuno ha diritto a qualsiasi cosa vuol dire che nessuno proprietario di una cosa determinata; allo stesso modo: Ogni significante ha qualsiasi significato vuol dire che nessun significante significativo per un determinato signi-

8 ficato. Guastini pu contrastare efficacemente la mia critica solo al prezzo di autocontraddirsi. Delle due luna: o egli resta scettico conseguente e allora deve accettare la deriva interpretativa, oppure non laccetta, ma allora entra in contraddizione con il proprio scetticismo. Beninteso, non voglio affatto contestare la liceit di uno scetticismo radicale in ambito giuridico; ho cercato soltanto di mostrare dove esso va necessariamente a parare quando viene portato alle sue logiche conseguenze. Posizioni scettiche, tra laltro, sono oggi largamente di moda al di fuori del diritto e Guastini verrebbe a trovarsi in compagnia di autori, di cui magari sospetta appena lesistenza, come Gianni Vattimo, fautore del pensiero debole, come Rorty con il suo neo5 pragmatismo o come Jacques Derrida sostenitore del decostruzionismo . indiscutibile sia detto qui solo per spiegare il senso della mia epigrafe che questo modo di pensare affondi le sue radici filosofiche in Nietzsche. Non ci sarebbe di per s niente di male a far propaganda in ambito giuridico per posizioni analoghe: avremo un demone in pi sulla faccia della terra, con buona pace di Dostoevskij. La mia obiezione unaltra. Il punto debole dellapproccio di Guastini costituito dalla sua pretesa di fare pura teoria, neutrale rispetto a qualsiasi precostituita Weltanschauung filosofica. Al contrario, come ho mostrato, egli sia pure in modo inconsapevole ne adotta una: quella che scettica nei confronti dellidea che esista un unico significato eccede nella direzione opposta, assumendo che i significati siano illimitati e dando quindi credito alla libert incontrollata degli interpreti. Se Guastini fosse disposto ad ammettere questa sua scelta ideologica di fondo non vi sarebbe ripeto nulla da ridire, il guaio che egli intende negarlo e cos finisce col dare una falsa rappresentazione della sua teorizzazione, falsa in quanto occulta le condizioni ideologiche da cui dipende. 3. Norma: una (ri)definizione viziata A questo punto lecito chiedersi se la critica che ho avanzato nelle pagine precedenti non sia andata un po sopra le righe. A Guastini, in fondo, non interessa costruire una teoria dellinterpretazione in generale o una teoria generale dellinterpretazione, ma semmai una teoria generale del diritto (che peraltro nonostante la vastit della sua produzione egli non ci ha ancora fornito) in cui linterpretazione degli enunciati normativi gioca un ruolo decisivo, a tal punto decisivo che le norme vengono considerate una variabile esclusivamente da essa dipendente. Ci che stato detto sinora pu, quindi, risultare piuttosto lontano dalle intenzioni dellautore. Potrei replicare che ai fini della (mia) interpretazione
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Per quanto possa risultare a prima vista sorprendente credo che le premesse dello scetticismo interpretativo sostenuto da Guastini trovino un ottimo sostegno filosofico proprio nella deriva decostruzionista di Derrida, la quale, non a caso, trae origine da una reinterpretazione della distinzione saussuriana tra significante e significato.

9 le intenzioni dellautore sono del tutto irrilevanti. Se mi sono soffermato in particolare sul modo di intendere la distinzione tra significante e significato solo perch volevo mostrare come nellapproccio di Guastini fossero implicite alcune premesse di natura squisitamente filosofica che contribuivano a collocarlo nel quadro gi ampio dello scetticismo contemporaneo. Il fatto che egli non lo voglia ammettere solo il sintomo del vizio ideologico insito nella sua teoria. infatti a partire da quelle premesse filosofiche che Guastini pu giungere a concludere che il significato non preesiste allinterpretazione, bens ne il risultato. Ed precisamente sulla base di questa conclusione (molto pi problematica di quanto Guastini non ritenga) che egli, nel passo citato in apertura, propone una propria definizione di norma. Perch, in fondo, di questo che si tratta, e non come potrebbe sembrare dalla parte iniziale di quel passo, di una mera registrazione degli usi lessicali di norma. Rileggiamolo. Guastini prende effettivamente le mosse dalla registrazione di due diversi usi del vocabolo norma: come enunciato appartenente ad un documento normativo, ad una fonte del diritto, e come significato che risulta dallinterpretazione del medesimo. Convengo con Guastini che sia (sempre) importante accertare in quale modo vengano adoperate le parole che si usano ed indubbio che i giuristi usino norma tanto per riferirsi alloggetto quanto al prodotto dellinterpretazione. Il punto se sia opportuno introdurre una distinzione concettuale che nelluso comune non si ritrova e se sia accettabile il modo in cui stata introdotta. Ma prima di affrontare questo problema vorrei accennare ad altre due accezioni di norma che oggi sono compresenti nelluso corrente del vocabolo, ma che in passato rinviavano a due significati diversi. Essi sono stati lucidamente indagati da Riccardo 6 Orestano in un saggio del 1983 . Poich non mi pare si sia data tutta limportanza che merita a questo saggio mi sia consentito richiamarne brevemente la tesi di fondo. Vedremo, tra laltro, che essa tuttaltro che ininfluente ai fini della mia critica. Orestano ricorda anzitutto che il vocabolo latino norma appartiene originariamente non al linguaggio dei giuristi, ma a quello degli architetti e indica uno strumento indispensabile per la costruzione di edifici: la squadra. Dunque il vocabolo usato da principio in senso traslato nel campo giuridico, dove acquista due diversi significati: in un primo, assai pi antico del secondo, significato norma semantizza ci che disposto, vale a dire il contenuto di un precetto secundum normam legis e lo si ritrova ancora in locuzioni del tipo secondo la norma di legge; in un secondo significato, che si afferma compiutamente soltanto nel secolo scorso, norma semantizza la funzione stessa del disporre: non
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Cfr. R. Orestano, Norma statuita e norma statuente. Contributo alle semantiche di una metafora, in Materiali per una storia della cultura giuridica, XIII, n. 2, pp. 313-350. Credo che linfluenza di Orestano su Tarello sia rimasta pi profonda di quanto solitamente si pensi. Il fatto che persino in Diritto, enunciati, usi. Studi di teoria e metateoria del diritto (Bologna, il Mulino, 1974), lopera pi teorica di Tarello, Orestano venga citato il doppio delle volte di Wittgenstein dovrebbe pure significare qualcosa.

10 pi il disposto, ma il disponente e lo si ritrova in locuzioni del tipo la norma dispone, la norma dice, ecc. Nel primo significato norma indica la conformit al contenuto di un precetto, da cui trae origine e forza; nel secondo la norma stessa che il precetto e gli conferisce forza. Da risultato passivo, norma diventa fatto attivo produttivo del suo stesso contenuto. Nel suo contributo Orestano ricostruisce il modo in cui nella storia della cultura giuridica si verificata la trasposizione dal primo al secondo significato, mostrando come alla fine si affermi il secondo e norma venga oggi prevalentemente impiegato nel lessico giuridico di alcune lingue (tra cui la nostra) nel senso di comando, imperativo, disposizione. Giungiamo quindi ad una accezione di norma paragonabile a quella data da Guastini; mentre per Orestano per questo il senso di norma che storicamente si affermato, per Guastini proprio questo senso sarebbe in fondo inappropriato, poich la norma non la disposizione, ma soltanto il risultato dellinterpretazione: aspetto questo che invece non rileva nella ricostruzione di Orestano. Lesempio, dunque, interessante perch costituisce una ulteriore conferma del fatto che nel linguaggio comune dei giuristi, anche di quelli come Orestano attenti agli usi linguistici, norma non venga distinta da disposizione, anzi nel significato che si andato storicamente affermando, questa parola sia sinonimo di disposizione. Ma ammettiamo pure che da unottica specificamente semiotica, come gi si visto, in ogni enunciato (e dunque anche in un enunciato normativo) occorra distinguere tra significante e significato. Lesempio addotto da Guastini pi che dimostrare tale assunto complica inutilmente le cose. Consideriamolo pi da vicino. Nelle due locuzioni interpretazione di norme e applicazione di norme non come presume Guastini il vocabolo norma ad assumere due significati diversi, sono piuttosto i vocaboli interpretazione e applicazione ad indicare due generi differenti di attivit, anche se in parte (ma solo in parte) sovrapponentesi. Sotto questo profilo loggetto lo stesso, sono i soggetti a cambiare. Tanto vero che gli enunciati Interpreto la norma X e Applico la norma X assumono lo stesso significato quando il soggetto parlante un giudice o un funzionario della pubblica amministrazione nellesercizio delle loro funzioni e significati diversi quando il soggetto parlante un professore di giurisprudenza. Il giurista teorico propone interpretazioni di testi normativi, il giurista pratico fa qualcosa di pi li applica. (Ma vedremo subito che fa anche qualcosa di diverso). Poich lapplicazione implica linterpretazione, implica pure lesistenza di un testo da interpretare. Entrambe le attivit potrebbero pure produrre lo stesso risultato (nel senso che il prodotto dellattivit interpretativa potrebbe avere lo stesso contenuto di significato di quello dellattivit applicativa), solo che il prodotto dellinterpretazione una proposta del giurista teorico, mentre il prodotto dellapplicazione la decisione di un organo preposto a tale funzione. Lesempio adotto da Guastini non prova che il vocabolo norma abbia due significati diversi nelle due espressioni interpretazione di norme e applicazione di norme, ma soltanto che applicare una norma sia cosa diversa dallinter-

11 pretarla. Non ne avevamo dubbi, ma pu essere opportuno qui ribadirlo perch leggendo Guastini si ha limpressione che egli consideri lapplicazione soltanto come momento aggiuntivo rispetto allinterpretazione. Lapplicazione appare cio soltanto dal lato della sua dipendenza dallinterpretazione: nessun testo normativo pu essere applicato se non dopo averlo interpretato. A ben vedere questo un modo unilaterale di concepire lattivit applicativa: se lo si segue essa si riduce alla decisione intorno ai diversi significati che possibile attribuire agli enunciati normativi. Ma la vita del diritto ben pi ricca e complessa e non pu essere ridotta allapplicazione di quanto risulta dallinterpretazione dei testi normativi. Applicare una norma non significa soltanto scegliere tra gli enunciati normativi quello che a detta dellinterprete meglio di adatta a sussumere il fatto concreto sotto di esso, bens al contempo costruzione giuridica del fatto medesimo. Il diritto ha, dunque, certo a che fare con linterpretazione di enunciati normativi, ma altres con linterpretazione della natura giuridica del fatto, del modo in cui la fattispecie concreta cos costruita viene assimilata alla fattispecie astratta prevista dallenunciato normativo. La selezione degli elementi rilevanti fra i tanti che il caso concreto offre viene dunque fatta a partire dagli enunciati normativi, ma ci non comporta che il punto di arrivo la conseguenza giuridica prevista per la fattispecie astratta applicata al caso concreto sia gi tutto anticipato nel punto di partenza. E quanto pi lenunciato normativo generale ed astratto tanto pi si avverte lesigenza che essa venga rielaborato, adattato e adeguato al caso concreto. Non intendo insistere su questi aspetti, del resto ben noti, che stanno al centro dellattenzione di una serie di prestigiosi giuristi tedeschi del calibro di Josef Esser, Winfried Hassemer, Joachim Hruschka, Arthur Kaufmann, Martin Kriele, Karl Larenz e Friedrich Mller. Che nessuno dei nomi citati compaia mai nei testi di Guastini forse il sintomo dello scarso rilievo che egli in realt attribuisce al momento applicativo (rispetto a quello interpretativo, da cui viene completamente a dipendere). Del resto, nel passo di Guastini citato in apertura, esso compare soltanto a titolo esemplificativo per distinguere due diversi significati di norma in due espressioni ricorrenti nel linguaggio dei giuristi e si tratta di un esempio, come si visto, che non prova quanto vorrebbe dimostrare. Tra laltro lesempio complica inutilmente le cose, dal momento che quei due significati di norma possono essere individuati limitandosi allattivit interpretativa. Un conto loggetto da sottoporre allinterpretazione, un altro il prodotto dellinterpretazione. Che vi siano buone ragioni per distinguere le due cose dovrebbe essere risultato chiaro nonostante limperizia della mia esposizione. Non dunque questo che si inteso qui contestare, ma il fatto che dalla (pur condivisibile) critica dellidea che il significato ci sia gi tutto prima dellinterpretazione e si tratti soltanto di scoprirlo, si passi allidea (accettabile solo in unottica di radicale scetticismo) per cui i significati ci sono soltanto dopo, in quanto creati dallinterprete. Come linterpretazione di qualsiasi enunciato non crea dal nulla il suo significato, cos linterpretazione di un documento normativo non crea dal nulla la norma. invece proprio questa la conclusione a cui giunge Guastini so-

12 stenendo una radicale dissociazione tra enunciati e significati che lo spinge sino 7 al punto di escogitare una terminologia ad hoc , tale per cui gli enunciati normativi non sarebbero norme, ma disposizioni e soltanto i significati a loro attribuiti, dunque le loro interpretazioni, sarebbero qualificabili come norme. Cos alla fine, dalla registrazione di due usi lessicali di norma siamo passati ad una vera e propria definizione esplicativa di norma. La disposizione loggetto da interpretare, la norma il prodotto dellinterpretazione. Tra questi due elementi non c (per usare una parola da brivido) dialettica, ma una rigida barra al di qua della quale c il significante e al di l il significato. Il dato normativo c, ma non una norma e la norma soltanto una costruzione dellinterprete: lui a inventarsene, di volta in volta, il significato. La volont degli interpreti, come in Rorty, batte gli enunciati fino a dar loro la forma che serve ai loro fini. Guastini ritiene cos di aver fornito una definizione teorico-generale di norma. Ma anche sotto questo profilo il suo discorso molto pi ideologico di quanto egli non creda. Ci che egli ci presenta qualcosa di parziale che si autorappresenta come totale. A ben guardare la sua definizione di norma rispecchia soltanto quanto negli ultimi anni andato sempre pi caratterizzando la nostra organizzazione giuridica: laccrescimento di potere degli organi giudiziari a scapito degli altri poteri. Una norma debole che viene unicamente a dipendere dallinterpretazione altro non che laltra faccia dello strapotere dei giudici. So8 no ormai loro, mossi da umori giustizialisti, a inventarsi effettivamente le norme .

La terminologia non originale. Essa mutuata nel lessico da Vezio Crisafulli, ma la distinzione introdotta da Crisafulli molto meno rigida di quella fatta propria da Guastini, per il quale disposizioni sono soltanto gli enunciati contenuti nelle fonti e norme i significati loro attribuiti dagli interpreti. Cfr. V. Crisafulli, Disposizione (e norma), voce dellEnciclopedia del diritto, Milano, Giuffr, 1964, Vol. XIII, pp. 195-209. 8 Nel suo ultimo libro Guastini (Teoria e dogmatica delle fonti, cit., p. 103) sembra consapevole del fatto che tutto il suo discorso vada a parare proprio a questa conclusione ed ecco che allora, con una mossa a sorpresa, egli prende le distanze da essa. Dopo aver riesposto la sua tesi di fondo sulla dissociazione tra enunciati normativi e loro contenuto di significato (le norme) Guastini osserva: pur vero che i testi legislativi non hanno mai un significato univoco, che si prestano a diverse e confliggenti interpretazioni. Talch costituiscono, per il giudice, un vincolo piuttosto debole. Ma un vincolo debole pur sempre un vincolo, un limite: di fatto impossibile per il giudice attribuire ad un testo letteralmente qualsiasi significato, a suo piacimento. Insomma, un vincolo c, piuttosto debole; ma un vincolo debole pur sempre pi forte di nessun vincolo. Dopo aver spinto sullacceleratore, Guastini tenta una frenata, neanche troppo decisa, che comunque non evita lostacolo. O Guastini disposto ad ammettere che il significato non viene a dipendere esclusivamente dallinterpretazione e pertanto linterprete in qualche modo vincolato nella sua attivit, ma allora deve rivedere il suo punto di partenza perch in questo caso non sarebbe pi vero che le norme abbiano un significato soltanto dopo linterpretazione, oppure resta fermo nelle sue posizioni, ma allora deve essere coerente sino in fondo e ammettere che le norme nascono solo dallinterpretazione e che pertanto siano gli interpreti con la loro attivit a crearle.

13 Cos, che lo voglia o meno, Guastini finisce col presentarci una definizione di norma che riflette in larga misura i guasti della nostra organizzazione giuridica: la sua ridefinizione risulta viziata ideologicamente ed pertanto inopportuna e infruttuosa in sede teorica. Se, come ormai tutti siamo convinti, il linguaggio ha una struttura aperta, i vocaboli hanno unarea di ambiguit e di vaghezza, non si vede allora per quale ragione il vocabolo norma dovrebbe alla fine avere un solo significato. Hart ha 9 scritto che lo scettico sulle norme talvolta un assolutista deluso , nel caso di Guastini, pensando ancora una volta ai suoi trascorsi di giovent, verrebbe malignamente da dire uno stalinista deluso. In conclusione conviene chiedersi se non sia preferibile lasciare il vocabolo norma alluso comune che i giuristi ne hanno fatto sinora e (nonostante Guastini) continuano ancora a fare. Meglio un uso elastico di una ridefinizione ideologica. 4. Postilla Qualcuno sicuramente mi rimproverer per non aver osato alzare il tiro. Guastini, in fondo, non fa che seguire un ragionamento che era gi presente in Giovanni Tarello. Non intendo contestarlo: tuttavia unanalisi degli scritti tarelliani sul linguaggio precettivo, forse, potrebbe far emergere la presenza di una nozione di significato meno rigida di quella guastiniana10. E comunque lindice tarelliano (che riproduco in Appendice) per un libro, mai scritto, sulle fonti del diritto rivela qualche significativa differenza rispetto alla guastiniana Teoria e dogmatica delle fonti. Come che sia nellallievo del tutto assente quellapproccio storiografico che contraddistingue anche latteggiamento analitico-linguistico del maestro. Per rendersene conto sufficiente rileggere Linterpretazione della legge dove Tarello (nel primo capitolo) distingue la moderna nozione di interpretazione, che si afferma con il processo delle codificazioni moderne, della nozione premoderna di interpretatio11. Forse proprio questo approccio storiografico che sta alla base della sua diffidenza nei confronti delle (ri)definizioni dei vocabolichiave del lessico giuridico. Tarello era resto a definire perch vedeva in ci pur sempre il tentativo di trovare una definizione univoca.

Cfr. H. L. A. Hart, The Concept of Law (1961), trad. it., Il concetto di diritto, Torino, Einaudi, 19653, p. 163. 10 Cfr. G. Tarello, Diritto, enunciati, usi. Studi di teoria e metateoria del diritto, cit. Si veda tutta la parte seconda: Introduzione al linguaggio precettivo, pp. 135-269. Qui, ad esempio, Tarello distingue tre diversi tipi di significato ed notevole che egli parli in questo contesto di un significato enunciativo (op. cit., pp. 152-158). 11 Cfr. G. Tarello, Linterpretazione della legge, Milano, Giuffr, 1980, pp. 1-38 (in particolare pp. 33-34). Si veda anche, pi diffusamente, G. Tarello, Storia della cultura giuridica moderna, vol. I: Assolutismo e codificazione del diritto, Bologna, il Mulino, 1976, pp. 67-69.

14 Non questa la sede per discutere se egli sia rimasto sempre coerente con queste posizioni, qui mi premeva piuttosto sottolineare le incoerenze dellallievo nel suo tentativo di dare una definizione univoca di norma. Nella pur vasta produzione scientifica di Tarello non si trova un solo articolo dedicato al vocabolo norma e ho limpressione che se lavesse scritto (ma sintomatico che non labbia fatto), almeno le premesse sarebbero state diverse da quelle di Guastini. Sono pressoch persuaso del fatto che avrebbe cominciato cos: Il francese e linglese praticamente ignorano norma (). Nel tedesco Norm appare a molti parola straniera e da evitare (vi sar persino chi avendola usata tutta la vita dir alla fine che essa suona 12 barbara). Solo litaliano lha nel suo vocabolario da sempre . Non sono invece altrettanto persuaso (anzi non lo sono per nulla) che avrebbe accettato la (mia) seguente conclusione, anche se in buona sostanza ne reitera una 13 sua ben nota : si assiste in talune aree linguistiche e nellambito di taluni movimenti dottrinali, ad un processo di specializzazione e tecnicizzazione di norma. Ma, a mio avviso, tale processo non va assecondato da chi preferisce la tecnicizzazione di vocaboli e locuzioni del tipo neutrale. Meglio, per chi ha queste preferenze, lasciare il vocabolo norma al flessibile e mutevole uso ordinario ove sta anche per sinonimo di disposizione.

Ho citato questo passo tra virgolette non solo perch lho idealmente attribuito a Tarello, ma perch si ritrova tale e quale nel saggio di Orestano che ho gi citato (cfr. Norma statuita e norma statuente. Contributo alle semantiche di una metafora, cit., p. 327). 13 Quella che conclude il contributo forse pi provocatorio di Giovanni Tarello: la sua relazione su Il diritto come ordinamento presentata nel 1974 al X Congresso della Societ italiana di filosofia giuridica e politica; ora ricompresa nellantologia tarelliana, Cultura giuridica e politica del diritto, Bologna, il Mulino, 1988, pp. 178-204.

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Progetto di indice di un libro di Giovanni Tarello sulle fonti del diritto PARTE PRIMA Teoria delle fonti del diritto Cap. I Nozione di diritto Cap. II Nozione di fonte del diritto Cap. III Le fonti del diritto come insieme e come sistema Cap. IV Organi della produzione del diritto, organi dellapplicazione del diritto e gerarchie normative Cap. V Carattere dinamico dei rapporti tra fonti ed organi e carattere riflessivo delle organizzazioni giuridiche PARTE SECONDA Le fonti del diritto nellorganizzazione giuridica italiana attuale Cap. I Le fonti formali ed i loro rapporti formali Cap. II La Costituzione della Repubblica Cap. III Le leggi costituzionali Cap. IV La legge ordinaria dello Stato Cap. V Delegazione legislativa, decreti legislativi, decreti legge, conversione. Conferimento di poteri necessari al governo in caso di guerra Cap. VI I regolamenti interni di organi costituzionali Cap. VII La normazione ad ambito regionale Cap. VIII La normazione regolamentare dellesecutivo Cap. IX Il diritto internazionale pubblico generale nellorganizzazione interna italiana Cap. X Il diritto comunitario Cap. XI Il diritto straniero oggetto di rinvio Cap. XII Le normazioni di soggetti diversi da organi statali nei loro rapporti con organi di applicazione del diritto statale. In particolare le norme contrattuali collettive e le norme di comportamento di ordini professionali Cap. XIII La cosiddetta consuetudine, le diverse consuetudini-fonte, ed il loro uso Cap. XIV Rapporti reali tra fonti e diverse gerarchie che si stabiliscono presso organi di applicazione rispettivamente diversi

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PARTE TERZA Il codice civile italiano Cap. XV La codificazione nella storia del diritto Cap. XVI Le codificazioni civili moderne nelle terre italiane Cap. XVII Storia della codificazione del 1942 Cap. XVIII Struttura del codice del 1942 Cap. XIX Codice del 1942, mutamento di regime e intervento della Costituzione Cap. XX Sottrazioni, modifiche e aggiunte Cap. XXI Codice civile e leggi speciali

Pablo Ral Bonorino

El aguijn derrotable*

1. En el inicio de Laws Empire (Dworkin 1986, en adelante LE), Dworkin ofreci un argumento extrao y novedoso para criticar el enfoque terico que Hart defendiera en The Concept of Law (Hart 1994, en adelante TCL). Sostuvo que dicha obra constitua un claro ejemplo de teora jurdica infectada por un aguijn semntico1. Las teoras semnticas del derecho, esto es las afectadas por dicho aguijn, no pueden explicar los desacuerdos jurdicos como disputas genuinas, porque suponen que el significado de los trminos en los que se formulan las posiciones encontradas depende de los criterios que se derivan de las reglas que rigen su uso correcto. Quienes aceptan estas tesis semnticas no pueden explicar, como casos de disputas genuinas, aquellos desacuerdos que surgen cuando los participantes difieren respecto de los propios criterios que determinan el significado de las expresiones que emplean. Como en los desacuerdos jurdicos ms comunes e interesantes los contendientes difieren, en ltima instancia, sobre los criterios con los que utilizan el trmino derecho, las teoras semnticas se ven obligadas a entenderlos como seudodisputas verbales. Dworkin concluye que, dado que las teoras semnticas del derecho brindan esta explicacin extravagante de algunas de las propiedades salientes de la prctica jurdica, las mismas deben ser rechazadas (LE: 42-44).

Este trabajo recoge parte del contenido de la conferencia dictada el da 7 de junio de 1999 en el Dipartimento di Cultura Giuridica Giovanni Tarello de la ciudad de Gnova. Agradezco a todos los que participaron en la discusin por sus comentarios, especialmente a Paolo Comanducci y a Riccardo Guastini. Tambin he discutido estos argumentos con Juan Antonio Garca Amado, Mara Concepcin Gimeno Presa, Juan Carlos Bayn, Mario Alberto Portela, Cristina Redondo y Jos Juan Moreso, a quienes doy las gracias por sus sugerencias. 1 Dworkin utiliza la expresin aguijn semntico [semantic sting] para aludir a los problemas que ocasiona en algunas teoras jurdicas contemporneas la adopcin de ciertas tesis, a su entender errneas, respecto del significado de las expresiones lingsticas. Sin embargo, existe la costumbre en la literatura sobre el tema de denominar aguijn semntico al propio argumento que Dworkin ofrece para fundar sus criticas (ver Marmor 1992: 6, Raz 1998: 259). De aqu en adelante utilizar la expresin en este sentido.
Analisi e diritto 1999, a cura di P. Comanducci e R. Guastini

18 La forma imprecisa en la que Dworkin present el denominado argumento del aguijn semntico, aludiendo a ciertas posiciones filosficas preocupadas por explicar el significado de la palabra derecho, ha llevado a muchos a subestimar su importancia. Si consideramos los trabajos dedicados a analizar LE publicados desde su edicin (1986), veremos que la primera reaccin de los expertos frente a este argumento fue de extraeza. Muy pocos lo tuvieron en cuenta e intentaron responder a su desafo, aunque sin darle mayor importancia (Kress 1987, Schauer 1987, Soper 1987, Stick 1986). Algunos lo rechazaron expresamente por considerar que no estaba dirigido a ninguna teora contempornea reconocible (Fentiman 1986, Gavison 1987, Hart 1987). Finalmente, la gran mayora de los filsofos del derecho, lo ignoraron en sus comentarios, posiblemente por considerar que su debilidad era demasiado evidente para requerir una argumentacin que la pusiera de manifiesto (Abramson 1987, Alexander 1987, Comanducci 1989, Greenawalt 1987, Guastini 1988, Hutchinson 1987, Levenbook 1986, Padley 1988, Troper 1988). El propio Hart consider que su teora no se vea afectada por el argumento de Dworkin, toda vez que su pretensin no era la de explicar el significado de la palabra derecho, y sostuvo que su posicin y la que ste defenda en LE podan ser entendidas como complementarias (TCL: 246-7). Esta interpretacin, no reida con el propio texto de Dworkin, es la que llevo a Hart a no considerar necesario responder al argumento del aguijn semntico en el escrito en el que se encontraba trabajando antes de su muerte2. Sin embargo, el argumento del aguijn semntico es una pieza importante en la estrategia argumentativa de Dworkin que debera ser analizado con ms detalle. En primer lugar, es lo que le permite conducir a sus rivales tericos a ciertas posiciones en las que resultan ms vulnerables a sus argumentos (LE: 9495). Dworkin sostiene que las nicas alternativas a su concepcin del derecho son las versiones interpretativas del positivismo y del realismo jurdicos, encarnadas en los que denomina convencionalismo y pragmatismo. Una vez sometidas a las pruebas del ajuste y del valor, con la que se deben evaluar las propuestas de esa naturaleza, dichas alternativas se muestran inferiores a la teora que Dworkin propone, denominada derecho como integridad (LE: 114-275). En segundo lugar, el aguijn semntico le permite eludir las crticas a los fundamentos interpretativos de su teora que no se ajusten a sus propias pautas de

Me refiero al Postscript publicado en la segunda edicin a TCL. En el trabajo que Dworkin dedic a analizar este borrador pstumo de Hart (Dworkin 1994), insiste con la caracterizacin de la teora de Hart como una teora semntica, pero hace la salvedad de que lo que le impide dar cuenta de los desacuerdos tericos es el tipo de teora semntica que presupone. El problema residira en que Hart en TCL supondra una semntica basada en criterios [criterial semantics] (Dworkin 1994d: 9-16). Esta interpretacin es defendida por varios autores (Kress 1987, Brink 1988, Schauer 1987, Soper 1987, Stavropoulos 1996, Endicott 1998).

19 evaluacin. Dworkin sostiene que su concepcin de la interpretacin constructiva debe ser verdadera de acuerdo a sus propios criterios, esto es, considerndose a s misma como una teora interpretativa de la interpretacin (Dworkin 1993: 4). Finalmente, hay quienes lo consideran imprescindible para la defensa del alcance general de su propuesta filosfica. Si Dworkin no fuera capaz de mostrar que no es posible elaborar una teora general y descriptiva del derecho, su propuesta quedara reducida a una teora normativa de la decisin judicial para la prctica jurdica norteamericana (Raz 1998: 282)3. En este trabajo sostendr que el argumento del aguijn semntico no resulta aceptable, porque est dirigido contra una posicin terica que no puede ser atribuida plausiblemente a Hart. Dworkin presupone que las reglas del lenguaje se pueden formular en trminos de condicionales materiales, lo que resulta una caracterizacin equivocada. Una vez puesto de manifiesto que la forma de entender las reglas del lenguaje que mejor se ajusta a los presupuestos filosficos de los que parte Hart es como condicionales derrotables, la conclusin del argumento no se puede derivar de las premisas que utiliza Dworkin. Esta refutacin resulta similar en muchos aspectos a las que han propuesto recientemente Raz (1998) y Endicott (1998), pero tiene la ventaja de no exigir un compromiso con la forma de concebir el anlisis conceptual a la que apelan estos autores para fundar sus crticas. 2. Lo primero que har ser reconstruir el argumento del aguijn semntico, tarea imprescindible para poder llevar adelante la labor crtica y que no resulta sencilla, dada la imprecisin con la que Dworkin lo formula en el primer captulo de LE4. La forma de entenderlo que considero ms adecuada, manteniendo incluso algunas imprecisiones de la exposicin original en esta primera etapa del anlisis, es la siguiente: (1) Toda teora jurdica debe explicar la mayora de los desacuerdos importantes que se producen en la prctica jurdica como casos de desacuerdos genuinos (presupuesto1). (2) Para que un desacuerdo sea considerado genuino, los trminos en los que se formulan las posiciones enfrentadas deben significar lo mismo para cada uno de los contendientes. Cuando esto no ocurre, el desacuerdo entre ellos es meramente verbal: creen que discuten pero en realidad estn utilizando las palabras con diferentes significados y, en consecuencia, estn

En un sentido ms amplio, el aguijn semntico tambin ha sido interpretado como un ataque al convencionalismo en general, presupuesto filosfico sobre el que se asienta la propuesta terica de Hart y gran parte de la filosofa analtica contempornea (Marmor 1992, Brink 1988). No analizar esta variante en el presente trabajo. 4 Un anticipo de este argumento puede verse en Dworkin 1985a y 1985b.

20 hablando de cosas diferentes5 (presupuesto 2 ). (3) Esto muestra que, para enfrentar con xito el anlisis de estas cuestiones, resulta de vital importancia determinar previamente qu se entiende por significado. La semntica es la disciplina filosfica que se ocupa de responder la pregunta qu es el significado? En consecuencia, toda explicacin de las disputas jurdicas presupone necesariamente aceptar alguna afirmacin semntica, y cuando una explicacin resulta poco satisfactoria debemos buscar las razones de esta falla en dichos presupuestos (presupuesto3). (4) Las teoras semnticas del derecho consideran que el significado de los trminos est determinado por los criterios que establecen las reglas que rigen su uso correcto6. En consecuencia, no se pueden concebir disputas genuinas en relacin con lo que Dworkin llama casos centrales [pivotal cases] a los que dichos trminos se aplican. Los desacuerdos respecto de casos centrales no pueden ser considerados disputas genuinas, segn la teora semntica que Dworkin esta cuestionando, porque dichos desacuerdos implican una disputa sobre los criterios mismos que determinan el significado de los trminos que en ellos se emplean, y no sobre su aplicacin en ciertos casos marginales. En estos casos, quien adopte una semntica basada en criterios, debe afirmar que quienes discuten o bien estn hablando idiomas diferentes o bien uno de los dos no puede ser considerado un hablante competente del lenguaje en el que se desarrolla la disputa. Las dos alternativas conducen a la misma conclusin: una discusin de ese tipo constituira un tpico ejemplo de seudodisputa verbal (LE: 42). (5) Las disputas entre juristas en los llamados casos difciles, esto es aquellos casos frente a los que expertos en cuestiones jurdicas difieren a la hora de determinar la solucin que el derecho establece para los mismos, constituyen lo que Dworkin denomina desacuerdos tericos respecto del derecho7. Estos desacuerdos tericos surgen en torno a la verdad de ciertas proposiciones jurdicas, que dependen, en ultima instancia, de la forma en que se responda a la pregunta qu es el derecho? [grounds of law]. Estas disputas versan sobre
Esta distincin fue analizada, en lneas generales, por Charles Stevenson (ver Stevenson 1944: captulo 1). Genaro Carri realiza una interesante aplicacin de la misma al mbito jurdico (ver Carri 1990: captulo 1, tercera parte). 6 We follow shared rules, they say, in using any word: these rules set out criteria that supply the words meaning. (LE: 31). 7 Ver los cuatro ejemplos que Dworkin toma de la jurisprudencia norteamericana en LE: 15-30, algunos de los cuales ya utilizara en trabajos anteriores (Dworkin 1967, 1975). Existe un interesante debate en torno a la forma de caracterizar la nocin de caso difcil. Cerutti (1995) trata de poner claridad en esta disputa comparando la posicin al respecto de Genaro Carri, Riccardo Guastini y Ronald Dworkin. Utiliza como punto de partida la distincin entre caso individual y caso genrico tal como la misma fuera establecida por Alchourrn y Bulygin (1975). La forma en que concluye su trabajo muestra que nos encontramos lejos de lograr un consenso en relacin con el uso de dicha expresin (Cerutti 1995: 64).
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21 casos centrales de aplicacin de derecho, y en consecuencia constituyen discusiones sobre los criterios de aplicacin de dicha expresin (LE: 44). (6) Las teoras semnticas del derecho, en concordancia con los supuestos que adoptan respecto del significado expresados en 4., son aquellas que han intentado responder a la pregunta qu es el derecho? explicitando cules son los criterios con la que los juristas emplean la expresin derecho (LE: 32). (7) Segn las teoras semnticas del derecho, los desacuerdos de los juristas en los casos difciles deben ser explicados como ejemplos tpicos de seudodisputas verbales (LE: 44). (Conclusin) Las teoras semnticas del derecho resultan inaceptables porque ofrecen una explicacin extravagante de los desacuerdos tericos que se producen de forma corriente en la prctica jurdica (LE: 44). Como he anticipado en la introduccin del trabajo, la defensa de Hart ante este argumento consisti en sostener que su teora no poda ser considerada una teora semntica del derecho porque en ningn lugar de su obra podan encontrarse elementos que permitieran atribuirle la afirmacin (6)8. Sin embargo, la forma en la que Dworkin entiende la propuesta de algunos de los filsofos del derecho contemporneos ms destacados, no deja de tener cierto viso de verosimilitud9. Pero aunque resulta cierto que dichas teoras poseen cierta fragancia definicional, no debe olvidarse que la filosofa analtica se ha caracterizado por entender la labor filosfica como una tarea de anlisis conceptual, y que concibe dicha tarea como algo diferente que la mera indagacin del significado de las palabras10.

So even if the meaning of such propositions of law was determined by definitions or by their truth-conditions this does not lead to the conclusion that the very meaning of the word law makes law depend on certain specific criteria. This would only be the case if the criteria provided by a systems rule of recognition and the need for such a rule were derived from the meaning of the word law. But there is no trace of such a doctrine in my work. (TCL: 247). 9 Philip Soper, por ejemplo, describe la labor de la teora jurdica de la siguiente manera: Theories of law may be conceptual, descriptive, or normative. A conceptual theory aims at the identification of those features that are most important in justifying a decision to classify any social structure as a legal system. Such theories, are, in short, attempts at real definition of the concept of law or of a legal system. (Soper 1977: 473). 10 Nunca ha existido uniformidad entre los filsofos analticos respecto a la forma de entender las caractersticas del anlisis conceptual. Esta tradicin abarca a un grupo muy heterogneo de filsofos, ubicables entre dos extremos bien marcados en relacin con esta cuestin: o bien en la lnea de la filosofa del lenguaje ordinario o bien en la lnea de la reconstruccin racional o lgica. En lo que a la filosofa analtica del derecho respecta, el debate ha sido reabierto recientemente por Brian Bix (1995), Brian Leiter (1998) y Joseph Raz (1998). Creo que la discusin de este tema resulta de vital importancia para evaluar las explicaciones conceptuales que generan las teoras jurdicas de tradicin analtica.

22 Las dos posiciones a las que tambin he hecho mencin en el inicio del artculo (Endicott 1998, Raz 1998), en cambio, no se muestran en desacuerdo con el argumento en este punto. Al contrario, consideran que, en caso de ser aceptable, el aguijn semntico resultara mucho ms destructivo de lo que la mayora de los juristas piensan. Su estrategia crtica consiste en cuestionar la forma en la que Dworkin entiende los presupuestos semnticos de la teora de Hart (premisa 4) y, en consecuencia, rechazar la conclusin de su argumento. Las razones que esgrimir contra el argumento del aguijn semntico tambin cuestionan la premisa (4), pero por motivos diferentes, lo que a mi entender permite evitar algunas de las consecuencias indeseables de las respuestas de Endicott y Raz11. La posicin semntica comnmente aceptada por los filsofos del derecho analticos anglosajones, que Dworkin critica, es la que considera que el significado de los trminos est determinado por los criterios establecidos por las reglas que rigen su uso correcto (LE: 31). Esta teora es denominada por algunos autores teora semntica tradicional (Brink 1988) o teora semntica basada en criterios [criterial semantics] (Endicott 1998). Para utilizar un ejemplo que Dworkin emplea en LE, si el significado de libro se entiende como sugiere una teora de este tipo, conocer dicho significado requiere identificar las reglas que determinan la forma correcta de utilizar la expresin en el lenguaje cotidiano. En este caso, dicha regla podra ser formulada de la siguiente manera: se debe llamar libro a todo conjunto de pginas impresas y encuadernadas. Las propiedades de ser un conjunto de pginas impresas y de estar encuadernado constituyen los criterios de los que se valen los usuarios de dicho lenguaje para emplear la expresin libro. Las dos expresiones claves para comprender la forma en la que Dworkin entiende y critica la teora semntica presupuesta en la obra de Hart son las de regla y criterio. Dworkin no define el alcance con las que las utiliza a lo largo de su exposicin, por lo que intentar reconstruirlas a partir del uso que hace de ellas en su argumentacin. Cmo sabemos que un sujeto conoce estos criterios, sigue las reglas de las que surgen, y en consecuencia es competente en el uso de la expresin libro? Segn Dworkin, la respuesta que dan a esta cuestin, quienes se comprometen con la posicin semntica que estamos analizando, es que todo hablante competente debera saber reconocer los casos centrales de aplicacin de un trmino. En nuestro ejemplo, reconoceramos como hablante competente a un sujeto que, al entrar en una biblioteca, reconociera como libros a la mayora de los objetos con pginas y encuadernados que encontrara sobre los cuatro estantes adosados a la pared de la sala. No resultara importante, a los efectos de afirmar

Un desarrollo pormenorizado de estas posiciones, y de las consecuencias de las mismas, puede verse en Bonorino 1999: captulo 2.

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23 su competencia lingstica, que dicho sujeto tuviera dificultades para reconocer a ciertos objetos con pginas y encuadernados, por ejemplo algunos manuscritos de pocas pginas unidos con una grapadora, como casos del trmino libro, y que en consecuencia los llamara folletos. Deberamos considerar a un sujeto un hablante incompetente del lenguaje en cuestin, si en el mismo supuesto hipottico que hemos planteado, al entrar en la biblioteca llamara libro a los estantes adosados a la pared y a un calendario que pendiera de una de las paredes, y dijese que, a su entender, dicha biblioteca resulta muy pobre porque slo posee cinco libros. Segn esta posicin, para que una disputa genuina se produzca, los sujetos involucrados deben ser hablantes competentes del mismo lenguaje. Esto implica que no pueden estar en desacuerdo respecto de los criterios que rigen el uso de los trminos en los que expresan sus respectivas posiciones. Si dos hablantes no comparten los mismos criterios al aplicar una expresin, no se puede afirmar que hablan el mismo lenguaje. Y en caso de que los dos pretendieran estar hablando correctamente el lenguaje en cuestin, uno de los dos estara equivocado. La disputa podra resolverse mostrando cul de las dos posiciones se ajusta mejor a las reglas que de hecho determinan el uso correcto de las expresiones involucradas en el lenguaje en cuestin. Esta es la forma en la que se resuelven las llamadas seudodisputas verbales, que se caracterizan por estar generadas por el uso impropio del lenguaje. Si se acepta que el significado de las palabras esta determinado por los criterios que surgen de las reglas que rigen su uso correcto, entonces no se pueden concebir disputas genuinas en relacin con lo que Dworkin llama casos centrales [pivotal cases] a los que dichas palabras se aplican. Esto es as pues en esos casos se pone de manifiesto que los contendientes en realidad estn en desacuerdo respecto de los criterios mismos con los que emplean el lenguaje (LE: 42). Dworkin tampoco define con precisin la nocin caso central, fundamental para su argumento, sino que se vale de la metfora espacial entre la zona del centro y de la periferia de una superficie, y de un ejemplo en el que apela a una disputa hipottica en el terreno de la interpretacin artstica. Intentar precisar la forma en la que Dworkin entiende la nocin criterio analizando en detalle el ejemplo de disputa en relacin con un caso central del concepto forma artstica al que apela.
Ahora consideremos un tipo de debate completamente diferente. Un grupo sostiene (cualquiera sea lo que otros piensen) que la fotografa es un ejemplo central de una forma artstica, y que otra forma de verla exhibira una incomprensin profunda de la naturaleza esencial del arte. El otro grupo asume la posicin contraria de que cualquier comprensin aceptable del carcter del arte muestra que la fotografa cae completamente fuera de l, que las tcnicas fotogrficas son profundamente extraas a los objetivos del arte. Podra resultar un poco equivocado en estas circunstancias describir la disputa como si versara sobre dnde debera ser trazado algn lmite. La disputa sera sobre qu es realmente el arte, comprendido con propiedad; esto revelara que los dos grupos

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tienen ideas muy diferentes an respecto a por qu formas artsticas estndar que ambos reconocen, como la pintura y la escultura, pueden pretender ese ttulo. (LE: 41-42) [La traduccin me pertenece]12.

Los desacuerdos respecto de casos centrales no pueden ser considerados disputas genuinas, segn como entiende Dworkin la teora semntica que esta cuestionando, porque dichos desacuerdos implican una disputa sobre los criterios mismos que determinan el significado de los trminos que en ellos se emplean, y no sobre su aplicacin en ciertos casos marginales13. Si esta interpretacin es correcta, a partir de la cita tambin deberamos poder reconstruir la forma en la que Dworkin entiende la problemtica expresin criterio. Tal como describe el origen de la disputa en torno al carcter artstico de la fotografa parecera utilizar criterio para aludir a ciertas pruebas incontrovertibles que permiten determinar la correcta aplicacin de un trmino14. Tomando el esquema definicional presupuesto en la caracterizacin que hace Dancy de la nocin que estamos analizando (1993: 91-92), Dworkin presupondra en su argumento que la expresin criterio puede entenderse de la siguiente manera: A es criterio de B si y slo si la verdad de A o el hecho de que A suceda es evidencia suficiente e incontrovertible para la verdad de B. De modo que, en todos los casos, la verdad de A, o el hecho de que A suceda, justifican perfectamente la creencia en B, o la aseveracin de B, y Saber tal cosa es parte del tener competencia en el concepto B; parte de lo que es conocer el significado de B.

12 Now consider an entirely different kind of debate. One group argues that (whatever others think) photography is a central example of an art form, that any other view would show a deep misunderstanding of the essential nature of art. The others takes the contrary position that any sound understanding of the character of art shows photography to fall wholly outside it, that photographic techniques are deeply alien to the aims of art. It would be quite wrong in these circumstances to describe the argument as one over where some bordeline should be drawn. The argument would be about what art, properly understood, really is; it would reveal that the two groups had very different ideas about why even standard art forms they both recognize painting and sculpture can claim that title (LE: 41-42). 13 En el mismo sentido Postema 1987: 289, Kress 1987: 837, Endicott 1998, Raz 1998. 14 Endicott sostiene a este respecto que Dworkin utiliza en su argumento la nocin de criterio de forma idiosincrtica, para aludir a ciertas pruebas para la aplicacin de una expresin que son mas o menos completas. Esto puede inferirse, segn Endicott, de la forma en la que Dworkin sugiere que dos personas que comparten el mismo criterio de aplicacin de un concepto no pueden estar en desacuerdo sobre su aplicacin (Endicott 1998: 283-84, nota 2). Es interesante destacar que la misma acusacin de utilizar criterio de forma idiosincrtica tambin le fue formulada a Wittgenstein por el uso que hizo de la misma en las Investigaciones Filosficas (1953) (ver Dancy 1985: 92). Lo que deja abierta una intrigante cuestin: alguien ha utilizado alguna vez la expresin criterio de forma no idiosincrtica?

25 El punto de partida de las teoras semnticas que Dworkin critica en su argumento puede identificarse en la segunda etapa de produccin filosfica de Wittgenstein. Este autor utiliza la nocin criterio en diferentes fragmentos de las Investigaciones Filosficas (1953). Sin embargo, la emplea de forma muy imprecisa, lo que ha generado un intenso debate exegtico en torno a cul es la forma adecuada de formularla (ver Baker y Hacker 1984; Bud 1984; Hacker 1972; Wright 1984). Dancy ofrece una caracterizacin provisional, que encierra alguna de las alternativas interpretativas que se han planteado, de la siguiente manera:
A es criterio de B si y slo si la verdad de A o el hecho de que A suceda es necesariamente una buena aunque refutable evidencia para la verdad de B, y, en ausencia de indicaciones de lo contrario, evidencia suficiente. De modo que, en casos favorables, la verdad de A, o el hecho de que A suceda, justifican perfectamente la creencia en B, o la aseveracin de B, y Saber tal cosa es parte del tener competencia en el concepto B; parte de lo que es conocer el significado de B. (Dancy 1993: 91-92). [El resaltado me pertenece]

Si comparamos la reconstruccin de la nocin criterio que se le puede atribuir a Dworkin a partir del ejemplo citado anteriormente, con esta otra que Dancy cree atribuible a Wittgenstein, veremos que la diferencia ms importante radica en el tipo de relacin que se establece entre los supuestos criterios y la afirmacin (o creencia) a la que pueden dar lugar. En Dworkin parece haber perdido el carcter revisable que tan marcado estaba en la presentacin de Dancy, y que es aceptado por la mayora de los intrpretes de la obra de Wittgenstein. Es precisamente esta caracterizacin de los criterios como condiciones suficientes e incontrovertibles para aplicar un concepto lo que le permite a Dworkin sostener, en la premisa (4) de su argumento, que las teoras semnticas basadas en criterios no pueden explicar las disputas sobre dichos criterios como desacuerdos genuinos. Si, en cambio, aceptamos que los criterios slo constituyen condiciones siempre revisables, las disputas sobre los mismos no slo resultaran genuinas, sino que pareceran ineliminables. De esta manera se podra sostener que Dworkin le atribuye a Hart una posicin semntica deliberadamente debilitada a los efectos de favorecer la crtica que pretende formular (cf. Baker 1977). El argumento del aguijn semntico constituira una sofisticada variante de la vieja falacia del hombre de paja [scarecrow]. Posiblemente esta haya sido la razn que llev a tantos tericos a no considerar necesario argumentar en su contra. Sin embargo, si aceptramos sin ms esta forma de entender el argumento de Dworkin, podramos ser nosotros mismos vctimas del defecto antes sealado. Existe una manera de explicar el origen de la nocin de criterio que utiliza Dworkin que no lo muestra como un argumentador falaz, sino simplemente como un pensador equivocado. Para ello creo conveniente analizar el segundo de los trminos que seale oportunamente como clave en su argumentacin: el concepto de regla.

26 Esta forma de caracterizar los criterios, puede ser explicada como un reflejo de la forma en la que Dworkin entiende el funcionamiento y la estructura de las reglas. En The model of Rules (1967) sostuvo que una de las formas en las que se poda distinguir una regla de un principio es porque las reglas se aplican a todo o nada, esto es que establecen las condiciones suficientes en presencia de las cuales se siguen las consecuencias que determinan. Ambos conjuntos de pautas sealan o apuntan [point to] a decisiones particulares relacionadas con obligaciones jurdicas en circunstancias determinadas, pero difieren en el carcter de la direccin que les imprimen. Las reglas son aplicables en una forma todo-o-nada, pues si se dan los hechos que estipula, existen dos posibilidades: si la regla es valida, entonces la respuesta que determina debe ser aceptada, pero si no lo es, la regla no contribuye en nada para la decisin (Dworkin 1967: 24). En relacin con la existencia de excepciones no mencionadas al enunciar una regla, Dworkin cree que no existen inconvenientes tericos que impidan ofrecer una formulacin ms precisa de la misma incorporando, junto a las condiciones positivas de aplicacin, el conjunto de posibles excepciones (Dworkin 1967:25) 15. Dado que la posicin semntica que intenta reconstruir en LE tambin apela a la nocin de regla para explicar el significado, resulta plausible pensar que Dworkin considere que las reglas lingsticas poseen la misma estructura lgica que las reglas jurdicas, esto es que las mismas brindan las condiciones suficientes para aplicar las expresiones lingsticas cuyo uso regulan16. Esta forma de entender las reglas presupone que las mismas pueden ser formuladas mediante enunciados condicionales. Pero no toma en cuenta que existen diversos tipos de estructuras condicionales. Existe un tipo de enunciados condicionales en los que, a diferencia de que ocurre en los llamados condicionales materiales, el

Esta es slo una de las maneras en las que Dworkin diferencia los principios de las reglas, y resulta claramente la ms dbil de todas (cf. Brink 1988). Sin embargo, la misma contina siendo utilizada en algunos trabajos (ver por ejemplo Atienza y Ruz Manero 1997: Cap. 1), y discutida en otros (ver Marmor 1999). 16 Esta forma de entender la falla en el argumento de Dworkin, deja abierta la posibilidad de hacer valer contra el mismo todas aquellas razones esgrimidas en oposicin a esa manera de establecer la distincin regla-principio. Estos argumentos podran ser utilizados tambin con xito para cuestionar el punto de partida del argumento del aguijn semntico. De todos los argumentos que se han elaborado en contra de la distincin lgica entre regla y principio, hay uno que me parece sumamente atractivo en este contexto. En el se sostiene que la distincin entre regla y principio no puede ser establecida apelando a su estructura lgica, pues la formulacin de una regla condicional, caso paradigmtico de regla jurdica, por lo general no puede ser expresada en trminos de un condicional material, sino que debe ser representada como un condicional derrotable. Esta posicin encuentra fundamento en los ltimos trabajos de Carlos Alchourrn (1991a, 1991b, 1996a) y fue expresamente defendida por Jos Juan Moreso (1997).

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27 antecedente no expresa una condicin suficiente para la verdad del consecuente, sino slo una condicin contribuyente. Esto es una condicin que, sumada a un conjunto de condiciones que se dan por supuestas, lleva a la verdad del consecuente. Tomemos el siguiente ejemplo de enunciado condicional: si esto es un automvil, entonces puedes trasladarte de un lugar a otro en l. Si lo interpretamos como un condicional material, y el mismo fuera verdadero, nos llevara a afirmar que el hecho de estar en presencia de un automvil es una condicin suficiente para trasladarse en l de un lugar a otro. Pero esto no es as, pues para que uno se pueda trasladar de un lado a otro en un automvil se requieren una serie de condiciones no enumeradas, como por ejemplo que el mismo tenga suficiente combustible, que su motor funcione, que se posean las llaves de arranque, que no tenga las gomas desinfladas, etc. La falsedad de cualquiera de estos enunciados derrota al enunciado condicional. Otra manera de presentar este tipo de condicionales es diciendo que los mismos poseen en su antecedente un conjunto de excepciones implcitas no enumerables en forma taxativa, que en caso de cumplirse lo derrotaran, por lo que comnmente se los conoce con el nombre de condicionales derrotables17. Dworkin cree que las reglas que rigen el uso correcto de los conceptos, de las que se extraen los criterios cuyo conocimiento forma parte de aquello en que consiste tener competencia en dicho concepto o conocer su significado, pueden ser formuladas como condicionales materiales. Esto es, como enunciados que establecen las condiciones suficientes para la aplicacin correcta de ciertos conceptos. Por ello entiende que, para aquellos que conocen dichas reglas, los criterios que de ellas se derivan forman un conjunto completo de condiciones suficientes para la aplicacin de los conceptos. Todo aquel que ponga en duda la identidad de este conjunto debe ser considerado como un sujeto incompetente en el manejo de las reglas del lenguaje. Sin embargo, la forma de entender las reglas del lenguaje en las teoras semnticas que supuestamente pretende criticar parece ser muy diferente. En

17 Recientemente se han ideado sistemas de lgica especiales que intentan reconstruir las condiciones de verdad de estos condicionales, pero las mismas se toparon con dos problemas: (1) que una lgica para condicionales derrotables no puede satisfacer la ley de refuerzo del antecedente, y (2) que eso llevara tambin a suprimir el modus ponens, pues del mismo puede derivarse la mencionada ley. Los intentos por construir una lgica especfica para condicionales derrotables han producido hasta el momento aparatos inferenciales extremadamente dbiles como para ser de utilidad. (ver Alchourrn, 1993a, 1993b, 1994a). Es por ello que la propuesta que creo ms aceptable es la que sostiene que en ciertos contextos de deduccin, y presuponiendo una funcin de cierre para el condicional derrotable, el mismo podra operar como un condicional material, por lo que no se requerira de una lgica especial para dar cuenta de dichas inferencias (ver Alchourrn, 1994b, 1996b).

28 ellas se suele aceptar que las reglas lingsticas no brindan, ni podran hacerlo, el conjunto de condiciones suficientes para el uso de expresiones del lenguaje. Dichas reglas constituyen claros ejemplos de lo que podramos denominar, con cierta imprecisin, reglas derrotables (Baker 1977, Bud 1984)18. Entendida de esta manera, una teora semntica como la que Dworkin caracteriza en la premisa (4) de su argumento podra explicar sin inconvenientes la existencia de desacuerdos sobre el conjunto de criterios. A dicho conjunto perteneceran tanto las condiciones expresamente formuladas en las reglas lingsticas como el conjunto de excepciones implcitas no enumerables de forma taxativa, cuya determinacin en casos concretos de aplicacin siempre podra dar lugar a desacuerdos. Estos desacuerdos seran considerados desacuerdos genuinos sobre los criterios de aplicacin de las expresiones en cuestin. Volviendo al ejemplo con el que inicie la exposicin. Podramos reformular la regla que rige el uso de la expresin libro, a los efectos de poner claramente de manifiesto su estructura condicional, de la siguiente manera: si x tiene pginas impresas y x esta encuadernado, entonces se debe llamar a x libro. Si la interpretamos de la manera en la que Dworkin entiende las reglas condicionales, esto es como expresando un condicional material, entonces el conjunto de criterios, formado en este caso por las propiedades tener pginas impresas y estar encuadernado, sera un conjunto en el que todos sus elementos pueden ser enumerados taxativamente. Quien conociera esta lista de elementos sera considerado un usuario competente del trmino libro, y toda disputa en la que dos sujetos

Wittgenstein parece apoyar tambin esta caracterizacin, cuando afirma que una regla adquiere precisin slo en una aplicacin concreta de la misma y en un contexto determinado: Una regla esta ah como un indicador de caminos. No deja este ninguna duda abierta sobre el camino que debo tomar? Muestra en qu direccin debo ir cuando paso junto a l: si a lo largo de la carretera, o de la senda? Pero dnde se encuentra en qu sentido tengo que seguirlo: si en la direccin de la mano o (por ejemplo) en la opuesta? Y si en vez de un solo indicador de caminos hubiese una cadena cerrada de indicadores de caminos o recorriesen el suelo rayas de tiza-habra para ellos slo una interpretacin? As es que puedo decir que el indicador de caminos no deja despus de todo ninguna duda abierta. O mejor: deja a veces una duda abierta y otras veces no. Y sta ya no es una proposicin filosfica, sino una proposicin emprica. (Wittgenstein 1953: pargrafo 85). ... `Pero entonces cmo me ayuda una explicacin a entender, si despus de todo no es ella la ltima?... Podra decirse: Una explicacin sirve para apartar o prevenir un malentendido esto es, uno que sobrevendra sin la explicacin; pero no: cualquiera que pueda imaginarse. Puede fcilmente aparecer como si toda duda mostrase slo un hueco existente en los fundamentos; de modo que una comprensin segura slo es entonces posible si primero dudamos de todo aquello de lo que pueda dudarse y luego removemos todas esas dudas. El indicador de caminos est en orden si, en circunstancias normales, cumple su finalidad. (Wittgenstein 1953: pargrafo 87).

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29 difirieran sobre el contenido de la misma podra ser resuelta mostrando cul de los dos se encuentra equivocado. Bastara con explicitar los criterios que cada uno cree que surgen de la regla en cuestin y compararla con la lista que efectivamente surge de la misma. El sujeto que al entrar en la biblioteca dijo que se trataba de una institucin pauprrima, podra sostener que el conjunto de criterios con los que aplic la expresin libro estaba formado por un solo elemento: estar suspendido de una pared. Como dicho conjunto resulta diferente del que se puede derivar de la regla que rige el uso de la expresin, la situacin se puede explicar sosteniendo que el sujeto en realidad utiliz otro lenguaje o bien que era un hablante incompetente del lenguaje en cuestin. No hay ninguna posibilidad de concebir las disputas sobre el conjunto de criterios como disputas genuinas. Si, en cambio, la entendemos como una regla derrotable, entonces el conjunto de criterios estara formado por las dos propiedades antes mencionadas, ms todas aquellas condiciones no enumeradas (ni enumerables) requeridas para que se siga aquello expresado en el consecuente del condicional. El acuerdo estara garantizado por la identificacin de los elementos listables a partir de la formulacin con la que se explica el contenido de la regla. Por la misma razn, los casos como el mencionado en el final del prrafo anterior seguiran siendo entendidos como casos de incompetencia lingstica, pues el sujeto en cuestin ni siquiera lograba identificar algunos de los elementos listables a partir de la formulacin de la regla. Pero como dichos elementos no agotan el contenido del conjunto de criterios, y no existe la posibilidad de ofrecer un informe exhaustivo de los elementos restantes, entonces deberamos concebir la posibilidad de que existan disputas genuinas sobre la forma de determinar el contenido (y por ende la identidad) de dicho conjunto. La conclusin del argumento del aguijn semntico slo se sigue si se entiende el conjunto de criterios como un conjunto completo de condiciones suficientes para la aplicacin de las expresiones lingsticas. Dworkin sostiene esta posicin, en contra de la interpretacin dominante en el tema, porque concibe, casi desde el inicio de su produccin, la estructura lgica de las reglas como expresable mediante un condicional material. Esta forma de entender el funcionamiento y la estructura de las reglas resulta inadecuada, no slo para explicar la estructura y el funcionamiento de las reglas jurdicas, sino tambin para dar cuenta de las reglas que rigen el uso del lenguaje. El mismo argumento que se puede esgrimir para bloquear una de las crticas a la concepcin positivista expresada en TCL, sirve tambin para mostrar porque falla el argumento del aguijn semntico. 3. Como dije en el inicio del trabajo, Raz sostiene que el argumento del aguijn semntico resulta imprescindible para afirmar que Dworkin defiende una teora sobre la naturaleza del derecho. Si el mismo resultara inaceptable, se debera concluir que LE slo contiene una teora de la decisin judicial en

30 el mundo jurdico anglosajn (Raz 1998: 282). Sin embargo, el propio Raz reconoce que Dworkin ofrece dos argumentos independientes en apoyo de su propuesta terica: su concepcin de la interpretacin y el aguijn semntico (Raz 1998: 250, nota 5). La refutacin del argumento del aguijn semntico no implica negar la posibilidad de que la teora de Dworkin pueda ser defendida apelando a otros argumentos (Raz 1998: 273, 279). Pero incluso reconoce que existe en LE un argumento independiente del aguijn semntico con el que Dworkin se opone a las explicaciones conceptuales que apelan a criterios. Este argumento se basa en la forma en la que Dworkin entiende el razonamiento judicial (Raz 1998: 272-3). Raz tambin avanza algunas razones para oponerse a este aspecto de la teora de Dworkin, pero como l mismo reconoce de manera indirecta, dicha tarea resulta insuficiente si no se combina con una critica a los fundamentos interpretativos de la misma (Raz 1998: 279). Las conclusiones de Raz en ese trabajo, en lo que respecta a la posibilidad de sostener el enfoque terico que propone Dworkin, deberan entenderse de forma mucho ms modesta de lo que su presentacin inicial sugiere. Toda crtica que pretenda mostrar que el enfoque terico que Dworkin defiende en LE resulta inaceptable debera dirigirse a su concepcin de la interpretacin constructiva, por ser esta el fundamento ltimo de todas sus tesis especficamente jurdicas. La refutacin del argumento del aguijn semntico permite formular estas crticas a la teora de la interpretacin constructiva apelando a distinciones conceptuales no tenidas en cuenta por Dworkin en su defensa, sin que este pueda cuestionar la estrategia por no ajustarse a los criterios hermenuticos de evaluacin que su propia teora establece (ver Bonorino 1999). Pero tambin permite afirmar que las crticas a otras posiciones que Dworkin formula en la parte central de LE no resultan convincentes por estar dirigidas a posiciones que ningn terico del derecho defiende ni tendra la necesidad de defender. La estrategia crtica que he desarrollado no est exenta de problemas. Considerar la formulacin de las normas jurdicas como enunciados condicionales derrotables podra traer aparejadas consecuencias que dificulten la defensa de ciertas posiciones positivistas respecto del derecho (ver Redondo 1998). Por otra parte, las cuestiones semnticas de fondo siguen pendientes de resolucin. Referencias bibliogrficas
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Bruno Celano

Validity as Disquotation*

1. Introduction The topic of this paper is the concept of validity (validity of norms). I shall focus my attention on a specific notion of validity, and raise some questions about it. First, whether it may be worked out in a coherent and conceptually satisfactory way. Second, whether it might prove to be a useful conceptual tool, maybe a necessary one, in the framework of a non-cognitivist account of norms and of normative discourse. And, finally, whether resort to it is compatible with a consistent form of legal positivism. I shall suggest an affirmative answer to all three questions. My argument is, however, tentative. I would be satisfied if it were acknowledged that the issues these questions arise are worth of further inquiry. The notion of validity I shall focus my attention on is Hans Kelsens one1.

Earlier versions of this paper have been presented at a seminar at the University of Girona (Spain, October 1998) and at the conference Jurisprudence on the Continent (St. Catherines College, Oxford, February 1999). I am grateful to Eugenio Bulygin, Albert Calsamiglia, Jonathan Dancy, Vctor Ferreres, John Finnis, Tecla Mazzarese, Jos Juan Moreso, Maribel Narvaez, Pablo Navarro, Joseph Raz, and Mara Cristina Redondo for penetrating comments and criticisms. I should add, however, that I made no attempt, in this revised version of my paper, at meeting some of their more fundamental objections, touching upon background assumptions underlying my argument. Such an attempt would have required the spelling out of the reasons supporting (what I regard as) a few basic options in legal theory, metaethics, and the theory of practical rationality. I am simply unable to accomplish this task within the limits of this paper. 1 I shall not, in this paper, address issues concerning the development of the Pure Theory of Law, and its periodization. The subject matter of my inquiry will be the form that Kelsens views have taken between, roughly, the beginning of the fourties and the end of the fifties, until publication of the second edition of Reine Rechtslehre (1960). I shall assume that, as far as the limited purposes of my inquiry are concerned (specifically, as far as a reconstruction of Kelsens theory of validity is concerned), the bulk of Kelsens work in this period presents us with a basically homogeous, stable theory. Some references to the first edition of Reine Rechtslehre (1934) and to Kelsens post-1960 works will be provided as well; such references, however, are meant to draw the readers attention to doctrines of Kelsens which are part and parcel of Kelsens outlook in the period under consideration.
Analisi e diritto 1999, a cura di P. Comanducci e R. Guastini

36 Many critics have claimed that Kelsens doctrine of validity is basically flawed, or at least strongly misleading. They have held Kelsens concept of validity to be either ambiguous (claiming that the word validity is, in the framework of the Pure Theory of Law, equivocal) or incoherent, or both. It is a widespread opinion that the concept of validity Kelsen resorts to may be held to be the main responsible for some deep inconsistencies at the very foundations of the Pure Theory of Law; that, specifically, it is the main responsible for some implications, concerning the status of legal cognition, which sharply conflict with Kelsens own basic epistemological and metaethical tenets (a charge sometimes summarized under the heading of Kelsens quasi-positivism)2. In this paper, I shall attempt a partial defense of Kelsens concept of validity. I shall claim that, subject to one condition, Kelsens concept of validity, far from being incoherent, illformed, or internally flawed, may become an element of crucial importance in a non-cognitivist account of norms and of normative discourse an account which non-cognitivist legal positivists might well endorse. The condition is, in short, that one should not put the concept to the same use as Kelsen himself did; we shall see presently what I mean by this. 2. Validity as binding force In the Pure Theory of Law, validity (of a norm) is equivalent to binding force, or obligatoriness (Verbindlichkeit): a norm is valid if and only if it has binding force (if and only if it is binding; 1941, p. 267; 1945, pp. 30-1, 115-6; 1957a, p. 257; 1960, pp. 7-8, 48, 196). This equivalence rests, in Kelsens theory, on the following assumption (1934, pp. 7, 22, 70; 1941, p. 267; 1942, p. 214; 1945, p. 30; 1960, pp. 9-10, 215, 220; 1979, pp. 2, 22): (1) Validity is the specific existence of a norm (being valid is the way in which a norm exists, the specific mode of existence of a norm). It is not at all easy to tell what the meaning of this assumption could be. Assumption (1) is rooted in Neokantian views, developed in the German-speaking world by the end of the nineteenth and the first decades of the twentieth century. It should be understood as an anlogon, relative to a specific sense-domain (the domain, namely, of normative orders: morality, law, religion, social custom) of claims such as the following:

See Ross 1958, pp. 64-70, and 1961, pp. 181-3; Bulygin 1981, pp. 434-8, and 1990; Guastini 1982, pp. 29-30, 31-4; Celano 1990, pp. 59, 313-4, 1998a, sect. 3.2.3, and 1999a, pp. 370-86.

37 (2) Beauty is the spccific existence of a work of art (being beautiful is the way in which a work of art exists, the specific mode of existence of a work of art). (3) Truth is the spccific existence of a scientific theory (being true is the way in which a scientific theory exists, the specific mode of existence of a scientific theory). I find claims (2) and (3), just as claim (1) itself, deeply puzzling. In what follows, I shall simply leave assumption (1), as well as the arguments which might be brought for and against it, aside. Rather, my starting point will be the following equivalence: (4) A norm is valid if and only if it has (it is endowed with) binding force (i.e., obligatoriness). The problem whether, and in what sense, equivalence (4) may be understood as following from assumption (1) will not be discussed at all (see, however, below, sect. 6)3. What I shall argue is that the concept of validity as binding force, leaving its purported connections with the concept of existence aside, may be rescued from any charge of incoherence from a non-cognivitist and positivist standpoint. Two caveats and a terminological point are in order here (a third caveat will be introduced later; see below, sect. 3.2). 1) In the present paper I shall simply assume that the Pure Theory of Law is, in fact, liable to the charge of quasi-positivism. Some of Kelsens doctrines (mainly, the doctrine of the basic norm) do indeed entail although this is, for Kelsen, a strongly undesired implication, in sharp conflict with his own basic epistemological and metaethical tenets that a scientific description of positive
A norm is, according to Kelsen, a sense-content, the content of an intentional state (Sinngehalt; 1934, p. 6); it is, specifically (at least since the second edition of Reine Rechtslehre, 1960), the content of an act of will directed at somebody elses behaviour (1960, pp. 4-5, 7, 21, 108; 1965a, p. 1457; 1965b, pp. 1471-3, 1484; 1979, p. 21; for a detailed discussion of this tenet of Kelsens see Celano 1990, pp. 51-61, and 1999a, pp. 240-8). Kelsen terms validity the specific existence of a norm; i.e., the mode of existence peculiar to such sense-contents. A norm, just as a novel, a scientific theory, or a religious creed, exists as an intentional object. But, it might be asked, where does the peculiarity of a norms existence lie so that validity may be taken to designate a phenomenon which is different from the existence of other intentional objects (e.g., a novel, a scientific theory, or a religious creed)? Kelsens answer runs as follows: asserting that a norm exists amounts to asserting that it has binding force. The mode of existence peculiar to norms is their being binding on their subjects: a norm exists, is there (vorhanden) i.e., it is a valid norm if and only if it is binding.
3

38 law is committed to justifying positive law itself: it prescribes obedience to positive legal norms. In the Pure Theory of Law, that is, contrary to Kelsens own basic methodological and metaethical requirements (and, obviously enough, to Kelsens own explicit statements thereabout), legal science turns out to be a set of prescriptions to the effect that positive law should be obeyed. I.e., it turns out to be what Kelsen himself would have readily dismissed as a (normatively and evaluatively committed, not value-free) ideology4. 2) My second caveat concerns quasi-positivism, or, as it may also be termed, ideological positivism. By the phrase ideological positivism I mean a view to the effect that positive law, in virtue of its being positive law, and because of this fact alone, ought to be obeyed, whatever its content might be; that, namely, any norm whatever, in virtue either of its belonging to a positive legal system, or of its being, according to such a system, applicable5 and because of this fact alone ought to be complied with6. In what follows, I shall simply assume that ideological positivism is wrong, and that it does not qualify as a consistent form of legal positivism. I shall assume, more precisely, that ideological positivism is a substantive ethical position, and, moreover, either a fallacious one or (where it is endorsed in its explicit form) an obviously untenable one. The present inquiry does not aim at showing the truth of these two assumptions. The issue I wish to discuss is not, does the charge of quasi-positivism in fact apply to the Pure Theory of Law? Nor is it, should we reject ideological positivism? An affirmative answer to both these questions is, in what follows,

To put it in a nutshell, Kelsen has never [until at least the second edition of Reine Rechtslehre (my addition)] overcome the idea that a established legal system as such possesses validity in the normative sense of the word (Ross 1961, p. 182). For the arguments supporting this conclusion the reader is referred to the works cited in fn. 2 above. 5 On the difference between (validity in the sense of) membership of a norm in a legal system and (validity in the sense of) its applicability according to it, see Raz 1977, pp. 147-9; Navarro, Moreso 1997, p. 203; Moreso 1997, pp. 150, 152-3, 164. The difference is, as far as the purposes of the present inquiry are concerned, immaterial. What matters is that applicability (in the terminology of Moreso and Navarro, external apllicability) depends on membership, since, in the relevant sense, norms are applicable or not applicable in virtue of other norms which belong to legal systems (Moreso 1997, p. 164; see also Navarro, Moreso 1997, pp. 203, 207). 6 Quasi-positivism is defined in Ross 1961, pp. 178-80 (Ross concept of quasipositivism is, however, more comprehensive than the one given in the text). On ideological positivism (positivism as an ideology) see Bobbio 1961, pp. 154, 266-77, 280-3, and 1965, pp. 104, 110-2, 113-4, 114-7, 124-5, 133-4, 135-8 (ideological positivism, as I shall use this phrase, corresponds to a restrictive version of Bobbios extreme form of ideological positivism: positive law ought to be obeyed because of its being positive law, and because of this fact alone); Nino 1980, It. transl. pp. 27-30. Notice that ideological positivism, as I shall understand it here, is not a thesis (All positive law ought to be obeyed, period); it is, rather, an inference.

39 presupposed. The issue I wish to discuss is, rather, the following. Granted that the Pure Theory of Law is a form of ideological positivism, and that ideological positivism is wrong, which theoretical attitude should a would-be (consistent) non-cognitivist legal positivist adopt towards the concept of validity as binding force (i.e., towards Kelsens concept of validity)? The focus of the present inquiry is neither on the objections which may be raised against the Pure Theory of Law, nor on the arguments supporting the rejection of ideological positivism. It is, rather, on their implications concerning the concept of validity as binding force; i.e., on their import, as far as the theoretical attitude a would-be noncognitivist legal positivist should take towards Kelsens concept of validity is concerned. 3) By a consistent form of legal positivism I shall understand a theory of law maintaining the following two tenets. a) The social thesis: what is law and what is not is a matter of social fact (Raz 1979a, p. 27). Specifically, every law has a source (Raz 1977, p. 151; the existence and content of every law is fully determined by social sources, 1979a, p. 46; all law is source-based, 1985, p. 210). Thus, law can be identified without resort to moral arguments (Raz 1983, p. 209); tests for identifying the content of the law and determining its existence depend exclusively on facts of human behaviour capable of being described in value-neutral terms, and applied without resort to moral argument (Raz 1979a, p. 39)7. b) Scientific description of the law as it actually is, and its moral evaluation (its justification, or its condemnation) i.e. inquiry into what the law ought to be are conceptually different, logically independent enterprises. No conclusion about what the law is does, by itself, entail any conclusion about what the law ought to be, and vice versa8. This, it should be stressed, is only a terminological point. No defense of a theory of law satisfying these conditions as against its possible rivals is, within the limits of the present inquiry, forthcoming9.
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The test for identifying law requires no resort to moral or any other evaluative argument (Raz 1983, p. 209); the existence and content of the law is a matter of social fact which can be established without resort to moral argument (Raz 1985, p. 234; see also 1977, pp. 151-2). 8 The first tenet reiterates J. Razs sources thesis. Raz, however, wants to leave the possibility open that a social fact may entail[...] certain moral consequences; this is why, he writes the sources thesis refers to social facts which can be described without resort to moral argument, and not to a social fact which does not entail any moral consequences (Raz 1985, p. 235; see also 1979a, p. 40: that the test is capable of being described in value-neutral terms does not mean that no value or deontic conclusions are entailed by it). It is not clear to me whether this possibility is consistent with the second tenet. 9 By terming consistent such a form of legal positivism I do not mean to suggest that it is a position we should, all things considered, endorse. The position is termed consistent as contrasted with ideological positivism.

40 3. Binding force: three possible attitudes 3.1. The problem Equivalence (4) above entails that we may meaningfully ascribe to norms the property having (being endowed with) binding force (or obligatoriness; a norms being binding). What should our attitude towards this property be? According to Kelsen, ascription to a norm of the property under consideration is not conceptually equivalent to nor does it entail a prediction to the effect that, were the norm-subject to violate the norm (were he not to behave as the norm prescribes him to do, or, were he to perform the act which the norm characterizes as a delict), he would (or, it is highly probable that he would) be punished (i.e., a coercive measure would be executed against him)10. In the framework of Kelsens theory, statements of the form: (5) The norm All As ought to phy (or, If D, then S ought to be11) has binding force are not equivalent to nor do they entail statements of the form: (6) If an A does not phy (or, if it is the case that D), a sanction will be executed (or, it is highly probable that a sanction will be executed).

10 This is, I submit, John Austins notion of obligation, or duty (see 1832, p. 22). Kelsen emphatically rejects such an account of ought (Sollen), and, accordingly, of the concept of obligation (Pflicht; 1934, p. 35, and 1945, pp. 167-8, 171; see Celano 1999a, pp. 17181). True, according to the Pure Theory of Law efficacy is a necessary condition of the validity of a legal order and (at least since the second edition of Reine Rechtslehre; 1960, pp. 10, 48-9, 215-21) of any single legal norm; a legal norm may be said to be efficacious if the act it characterizes as a delict is not performed, or, in case it is, the sanction the norm provides for is actually applied (1945, pp. 24, 39-40, 61-2, and 1960, p. 11). However, the way in which, in the framework of the Pure Theory, efficacy may be said to be a necessary condition of validity of legal norms is utterly different from the way in which, on a predictive account of legal obligation, the chance of incurring in a sanction may be said to be a condition of the corresponding obligation. According to Kelsen, the concept of validity (the concept of ought) does not include, as one of its defining features, the concept of efficacy (an is, Sein); a statement to the effect that a norm is valid does not include, as part of its meaning, a statement to the effect that it is efficacious. Validity and efficacy refer to quite different phenomena; they are, in the Pure Theory of Law, two entirely different concepts (Kelsen 1945, pp. 39-42, and 1960, pp. 10-1, 215-21). 11 The scheme If D (delict), then S (sanction) ought to be is meant, here, as a canonical formulation of a (Kelsenian) primary legal norm. According to Kelsen, any legal norm (save for the possibility of categorical individual legal norms) reconnects a sanction (a coercive measure), as a consequence, to a delict, as its conditioning fact (see Celano 1999a, pp. 166-238). In the present context, it is not necessary to address difficulties concerning the structure of a complete (Kelsenian) legal norm.

41 Our question is, thus, the following: which theoretical attitude should we take towards the property having (being endowed with) binding force, provided that attribution of this property to a norm does not express either probability or certainty that those who are subject to the norm will, in case they fail to do what the norm prescribes them to do, incur in the infliction of a punitive sanction12? I.e., which theoretical attitude should we take towards statements of the form: (7) Norm N has binding force (or, is binding) on the hypothesis that such statements do not express predictions concerning the execution of punitive sanctions? I shall now scrutinize three candidate answers to this question. 3.2. Validity as truth The first, most obvious interpretation of statements instantiating (7) is a straightforwardly cognitivist one. According to such an interpretation, statements of this kind are meant to state, and they may actually succeed in stating, that an objective (i.e., both belief- and desire-independent) property belongs to the norms they are about13. Asserting that one ought to behave in a certain way amounts to asserting a fact; a fact which, it is assumed, may either obtain or not independently of the speakers beliefs and desires. On this interpretation, I suggest, ascription of validity to a norm is the same as the ascription, to the norm, of the property of being true. Asserting that a norm is binding (that it has binding force) amounts to asserting that it is true; e.g., asserting that the norm Children ought to obey their parents is valid amounts to asserting that it is true that children ought to obey their parents (see Ross 1961, pp. 170-1, 178, 182-3). If, however, we interpret statements instantiating (7) according to this hypothesis, we shall be forced to draw the conclusion that the concept of validity (validity as binding force) is, as far as the purposes of the present inquiry are concerned, ill-formed, and should, therefore, be discarded. Two reasons support this conclusion. (1) The first reason is internal to Kelsens account of norms. Norms are, according to Kelsen, neither true nor false; validity is not, in the framework of Kel12 The possibility that the sanction be directed against some other individual held to be responsible for the delict (see Kelsen 1945, pp. 68-71) does not, to our present purposes, make any difference. 13 I shall use the word desire as a term of art, to refer to non-cognitive intentional states generally (see Smith 1994, pp. 104-16). The relevant difference between cognitive and non-cognitive intentional states will be made explicit below, in this section, sub (1).

42 sens theory, the same as truth. The question we are addressing is, whether Kelsens concept of validity may prove to be a useful conceptual tool from the standpoint of a non-cognitivist account of norms, and a consistent form of legal positivism. Trivially, on the interpretation now under consideration the relevant notion of nalidity is not Kelsens notion of validity; it is, moreover, a notion wich counts, on Kelsens own standards, as utterly incoherent. A true statement, truisms about truth suggest, says that things stand in a certain way when they do so stand (Blackburn 1984, p. 224). According to Kelsen, however, a norm does not it does not even purport to say that things stand, or that they do not stand, in a certain way; it does not express an is (Sein). Statements of fact I shall assume here are true just in case they correspond to facts; if and only if, namely, they say, of what is, that it is, or of what is not, that it is not; false, if they say, of what is not, that it is, or of what is, that it is not (Aristotle, Metaphysica, 1011b 26-7; I shall assume, thus, that truth is correspondence to facts; something more about this assumption will be said below, sect. 4.3). Acording to Kelsen, however, a norm says neither that something is, nor that something is not; it does not express an is, it expresses, rather, an ought. Is (Sein) and ought (Sollen) are, according to Kelsen, two different, elementary (i.e., primitive, non-analysable) sense-contents, or modes, which cannot be reduced to each other (1945, p. 37; 1960, pp. 5, 19; 1979, pp. 2, 44-5, 48-9). Norms do not say that things stand, or that they do not stand, in a certain way; what they say is, rather, that things ought to stand, or that they ought not to stand, in a certain way. They are, therefore, neither true nor false; the values true and false simply do not apply to them (1945, p. 110; 1960, pp. 19, 76, 210). The relevant difference between statements of fact, on the one hand, and norms, on the other hand, may be rephrased (although Kelsen does not himself rephrase it this way) by resorting to a well-known conceptual device, the distinction between opposite directions of fit14. Suppose that Tom goes shopping with a shopping list, and that, unknown to

This concept, and the shopping list example (see below), have first been introduced, as far as I know, by G. E. M. Anscombe (1957, sect. 32; for further references and discussion see Celano 1993, pp. 52-4, 58-60, and 1994, pp. 693-713). Talk of different kinds of intentional states (and their expressions) as having opposite (world-to-mind, or mind-toworld) directions of fit raises deep problems, and has been the object of penetrating criticism. I shall not go, here, into these issues. I shall simply say, rather dogmatically, that (1) the distinction between opposite directions of fit is a conceptual device capable of integrations and refinements; in the following paragraphs, the basic intuition only will be spelt out; (2) although extant accounts of the distinction may be held to be defective in various respects basically, the distinction is usually stated in more or less metaphorical terms (see Platts 1979, p. 256; Smith 1987, p. 51, and 1994, p. 112; Dancy 1993, p. 27) I find the underlying intuition both compelling and illuminating. No satisfactory account of both normative and motivating reasons for action could, I think, do without it.

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43 him, a detective is following him, writing down a list of what he is buying. If neither of them commits any mistake, the detectives list will in the end be identical to Toms shopping list. There is, however, a difference. The point of the detectives list is that it should correspond to what in fact is in Toms trolley; if an item on the list is not actually contained in the trolley (or, vice versa, if an item in Toms trolley is not on the detectives list), we will, ceteris paribus, be allowed to count this as a fault in the list itself; we will be allowed to say, namely, that there is something wrong with the list. On the other hand, the point of the shopping list is that what is contained in the trolley should correspond to the list itself. Suppose that in the trolley theres something which is not on the list (or, vice versa, that an item on the list is not contained in the trolley); ceteris paribus, we will then be allowed to count this as a fault in the trolley (i.e., in Toms actions); we will be allowed to say, namely, that there is something wrong with the trolley (i.e., that Tom made a mistake). In the former case the detectives list failure of correspondence between the list and the world, the way things are, legitimates us in blaming, as it were, the list itself. In the latter case, on the other hand, failure of correspondence between the list and the world legitimates us in blaming the world itself, the way things are. Failure lies, in the former case, in the list; in the latter case, in the world (i.e., in Toms actual performance). Thus, in both cases correspondence between what is written (a sense-content) and reality, the way things are, is of crucial importance. Toms shopping list and the detectives list have, however, opposite directions of fit. The detectives list has a mind-to-world (or words-to-world) direction of fit; the list, it is assumed, has to fit the facts, not the other way round. In case it doesnt, the list itself will be judged to be, under this respect, faulty. Toms shopping list has, on the other hand, a world-to-mind (or world-to-words) direction of fit. The world itself i.e., the goods in Toms trolley (in fact, Toms actions) is supposed to fit the list; in case it doesnt, the world itself will be judged to be, under this respect, faulty. What holds of the shopping list holds, generally, of norms; the shopping list sets out how things ought to stand. And, on the other hand, what holds of the detectives list holds, generally, of statemens of fact; the detectives list is supposed to provide a faithful record of the way things are. In the case of both norms and statements of fact, both correspondence and failure of correspondence between what is said (a sense-content) and the facts are possible. Correspondence is, in both cases, one and the same relation. The direction of this relation is, however, different in the two cases. In the case of statements of fact, failure of correspondence undermines the statement itself (what is said); the statement is counted as false. In the case of norms, on the other hand, failure of correspondence shows the world, the way things are, to be faulty. A statement of fact has to fit the world; i.e., whether it corresponds or does not correspond to the facts is of crucial importance as far as an assessment of the statement itself is concerned. A statement of fact is true, or false, according as to whether it corresponds, or does not correspond, to the way things are. A norm has, on the other hand, the oppo-

44 site, world-to-mind. direction of fit; i.e., whether it corresponds or does not correspond to the facts is of crucial importance as far as an assessment not, of the norm itself, but of the facts is concerned. The question whether things ought to stand as the norm says is different from the question whether things, as a matter of fact, actually stand as the norm says that they should. The norm does not (purport to) provide an answer to the latter question. Thus, in the case of a statement of fact we may decide whether the statement itself is true or false by examining whether, as a matter of fact, things stand the way it says that they stand. In the case of norms, on the other hand, we cannot, in the same way, decide whether it is to be endorsed or rejected by examining whether, as a matter of fact, things stand as the norm itself says that they stand. The norm does not (purport to) say that things stand in a certain way (i.e., its direction of fit is not the mind-to-world direction of fit); rather, it prescribes that things ought to stand in a certain way (i.e., it has the world-to-mind direction of fit). Asking oneself whether, as a matter of fact, things stand as the norm prescribes amounts to asking oneself not, whether the norm is true, but whether it is obeyed or not; whether, namely, it is efficacious or not. (2) Ascription of truth or falsity and, therefore, ascription of validity, on the hypothesis now under consideration to norms, thus, sharply conflicts with Kelsens own account of norms. There is, however, a second reason why, on the present hypothesis, the concept of validity (validity as binding force) turns out to be, as far as the purposes of the present inquiry are concerned, ill-formed, and should, therefore, be discarded. The issue I wish to discuss is whether Kelsens concept of validity may be regarded as a useful perhaps even a necessary conceptual tool in the framework of a non-cognitivist account of normative discourse. Ascription of truth and falsity to norms, apart from its being in sharp conflict with Kelsens own views, would simply be inconsistent with a noncognitivist position15. A third caveat is in place here. What the present inquiry aims at is not an independent defense of metaethical non-cognitivism against cognitivist objections; it is, rather, an exploration of the structure of, and the prospects for, a particular version of a non-cognitivist account of norms, and of normative discourse. The question I am addressing is, accordingly, the following: granted that we adopt a non-cognitivist position as far as metaethical issues are concerned, is it possible to mould a notion of validity as binding force in such a way as to avoid blurring the distinction which, ex hypothesi, should be held to exist between validity, on the one hand, and truth, on the other hand (thereby nullifying the non-cognitivist assumption)? The argument which, following Kelsen, I have provided in the previous paragraphs should be understood in the light of this question. Both Kel-

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A qualification of this claim will be introduced later (see below, sect. 4.3).

45 sens talk of norms as not saying that things stand, or that they do not stand, in a certain way, and its rephrasing in terms of the distinction between opposite directions of fit are meant to illustrate to point to a possible way of substantiating the claim that norms are neither true nor false (i.e., the non-cognitivists main claim). They do not provide nor are they meant to provide independent support in favour of this claim (if so understood, they would obviously prove to be defective)16. 3.3. Scepticism Our first, cognitivist interpretation of the concept of validity as binding force (ascription of validity as identical to ascription of truth) should, therefore, be discarded. Given this result, a diametrically opposed attitude towards statements of form (7) (Norm N has binding force) looks, at first glance, compelling (compelling, that is, from the standpoint of a would-be non-cognitivist legal positivist). A wholly sceptical attitude in conjunction, perhaps, with an error theory of statements of form (7) seems to be the only course left17. According to such a sceptical view, statements of form (7) are, in the last resort, nonsensical. True, such statements purport to state that an objective (i.e., both belief- and desire-independent) property belongs to the norms they are about. This appearance is, however, deceptive. Statements of form (7) are necessarily false (or, neither true nor false); sincerely asserting them amounts to falling prey of a linguistic trompe loeil. The property such statements purport to ascribe to norms i.e., their being endowed with binding force is a fictitious, nonexistent property. It is, in fact, a magical property: the notion of a normative, neither physical nor logical, bond (a norms being binding on its subjects) is a paradigm case of a magico-metaphysical thought. Belief in the existence of such a property is comparable to animistic belief in the existence of spirits and demons. Thus, the predicate valid (validity as binding force) is, as far as rational thought and inquiry are concerned, devoid of any content and point whatever. Rational thought and inquiry must simply get rid of it18.

16 For a general discussion, on independent grounds, of the issue whether imperatives, norms and value-judgments may be said to be either true or false see Celano 1994, pp. 325-63. 17 The best known recent statement of an error theory of moral judgments is to be found in Mackie 1977, ch. 1. 18 This attitude is best exemplified by the position of so-called Scandinavian realists, in its extreme versions. See e.g. Ross 1941, sect. 8 (the belief in an objective validity has its place in the lumberroom of religious-moral metaphysics), 1958, p. 68, and 1961, p. 178 (the word [validity, understood as meaning binding force] has no meaning at all for a doctrine denying all ethical truths).

46 Such an answer to our question (the question, namely, as to the theoretical attitude to be taken towards statements of form (7)) seems to be the only one compatible with non-cognitivist assumptions. It would be endorsed, I submit, by many old-fashioned legal positivists. Many old-fashioned positivists would, I think, regard endorsement of the claim that rational thought and inquiry should simply get rid of the concept of validity (validity as binding force) as a necessary constraint on any satisfactory theory of norms (of both legal and non-legal norms? I shall address this question later; see below, sections 5.4, 6). 3.4. Phenomenological adequacy Perhaps, however, there is a third possible interpretation of statements having form (7) and, thus, a third possible attitude towards the property having binding force. Maybe, a norms being valid (i.e., its being endowed with binding force) may be understood in such a way as to satisfy two apparently conflicting requirements. First, that the property under examination, a norms being binding, should be constructed as the expression a projection, perhaps of human non-cognitive attitudes. And, second, a requirement to the effect that ascription of this property to norms should not simply be dismissed as deceptive, or as the expression of magico-metaphysical beliefs. Were it a viable option, such an account of statements of form (7) would, on the one hand, show them to be the expression of our desires maybe, the result of a projection of our desires on the external world. But it would also, on the other hand, provide a justification of their apparently cognitive character, thereby vindicating, as it were, the claim such statements apparently raise of being ordinary statements of fact, expressing true or false beliefs. On this interpretation, no error theory of statements of form (7) would be needed. The predicate valid, though designating no objective (i.e., belief- and desire-independent) property, would not be regarded as espressing a notion rational thought and inquiry should simply get rid of. On what conditions would such an interpretation of statements ascribing binding force to norms be possible? Let us understand by a metaethical theory an account of normative and evaluative discourse generally speaking, an account of candidate answers to practical questions. What sort of metaethical theory would be capable of supporting the suggested interpretation? On the face of it, normative and evaluative sentences behave in the same way as ordinary indicative sentences; statements made by using such sentences usually look capable of being assessed as true or false, and they are usually (with exceptions, irrelevant to our present purposes) meant as attributing objective properties to what they are about. One non-cognitivist strategy of dealing with such surface facts (Williams 1996, p. 21) consists in explaning them away by resorting to an error theory of normative and evaluative talk (see above, sect. 3.3). Perhaps, however, a different course is open to would-be non-cognitivists. Let me

47 term phenomenological adequacy the ability, on the part of a metaethical theory, not to fall back on an error theory of normative and evaluative statements, thereby implicitly dismissing such statements as necessarily deceptive. Perhaps, an account of normative and evaluative discourse a metaethical theory satisfying the following two conditions: (1) non-cognitivism, and (2) phenomenological adequacy, is a viable option. Such a theory, though non-cognitivist (nondescriptivist, emotivistic, expressivist, non-realistic), would nonetheless be capable of vindicating, as a proper way of expressing our attitudes and commitments, our ordinary, apparently cognitive (descriptive, realistic), normative and evaluative talk (i.e., our ordinary understanding of the relevant classes of answers of practical questions)19. It would, therefore, be capable of avoiding, on the one hand, the Scyllas represented by a dismissal of normative and evaluative talk as nonsensical, or deceptive. But it would also be capable of avoiding, on the other hand, the Carybdis of metaethical cognitivism (descriptivism, realism). Were a metaethical theory satisfying these conditions a viable option, it would then perhaps be possible to vindicate, in the framework of a non-cognitivist metaethical outlook, the feeling that ascription of binding force, or obligatoriness, to norms does not necessarily manifest some kind of deception. This is, precisely, the claim I shall argue for in the following sections20.
An expressivist metaethical theory satisfying the phenomenological adequacy requirement would, thus, be capable of doing justice, in the framework of non-cognitivist assumptions, to what M. Smith has termed the objectivity feature of moral judgments (Smith 1994, pp. 5-6; for a detailed discussion of the phenomenological adequacy constraint on metaethical theories, and related references, see Celano 1994, pp. 343-6). Satisfactorily coping with the so-called Frege-Geach problem (the occurrence of unasserted normative and evaluative sentences in embedded contexts; see, for references and discussion, Celano 1994, pp. 286-90), too, is to be understood as implied by the requirement of phenomenological adequacy. In fact, the analogy between validity and truth deployed in the following sections (below, sections 4.1, 4.2) has obviously close connections with the Frege-Geach problem. I will not, however, tackle this issue here. 20 Three remarks are in place here. (1) I shall not, in this paper, attempt to distinguish, within the field of practical discourse, between ethical judgments, on the one hand, and non-ethical normative and evaluative judgments, on the other hand. The reasons supporting this strategy are the following. First, so called metaethical theories are often theories of practical discourse and practical reasoning as such, and this is what I am interested in. Second, the distinction has no specific relevance as far as the purposes of the present inquiry are concerned. And, finally, I know of no satisfactory way of tracing it. Attempts at discriminating, within the field of practical discourse (or of practical rationality), between ethical judgments (or moral reasons for action), on the one hand, and non-moral normative and evaluative judgments (or ordinary reasons for action), on the other hand, often boil down either to an implicit endorsement of a substantive ethical view (i.e., to providing a persuasive definition of the word moral), or to mere stipulation. (2) In the text, normative and evaluative statements are regarded as candidate answers to practical questions i.e., questions concerning the course of action to be taken on a given occasion, or on a
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48 Needless to say, a non-cognitivist metaethical theory meeting the phenomenological adequacy constraint is a difficult some would simply say an impossible, while self-contradictory achievement (see Wiggins 1976, pp. 97-108). The best contemporary example of a non-cognitivist metaethical theory purporting to satisfy the phenomenological adequacy condition is, I think, Simon Blackburns projectivist quasi-realism (Blackburn 1984, chs. 5, 6, 1993, Part II, and 1998; about the basic features of the quasi-realist project see esp. 1984, pp. 159, 162, 167, 169-71, 180, 210, 221, 224, and 1993, pp. 3-4). Projectivist quasi-realism, were it a tenable position, would satisfactorily account for normative and evaluative facts as, in a metaphor, facts men produce by imitating truth. Such facts, though being belief- and desire-dependent (i.e., though existing only as a projection of human attitudes), would be understood as facts we may legitimately talk about facts we can refer to, describe, and ask ourselves questions about as if (Blackburn 1984, pp. 162, 224) they were natural, attitude-independent facts. I shall not, in this paper, argue in defense of the possibility of a non-cognitivist metaethical theory meeting the phenomenological adequacy requirement. I already made it clear (see above, sect. 3.2) that what the present inquiry aims at is not an independent defense of metaethical non-cognitivism; it is, rather, an exploration of the prospects for a particular version of a non-cognitivist account of norms and of normative discourse. In the next sections, my strategy will be the following. I shall
given kind of occasion (What shall I do?; see Hare 1952, p. 1). A defense of this approach is not, in the present context, necessary (see, however, Celano 1994, pp. 96-108). Trivially, the subject matter of the present inquiry may be held to be restricted to norms and value-judgments which do satisfy this condition, and to the extent that they do satisfy it. More precisely, following a widespread (though not unanimous) view, I shall assume that paradigmatic (focal) instances of normative and evaluative judgments satisfy what has sometimes been termed the internalism requirement (in one of the many senses the word internalism has taken in current philosophical debate): there is a conceptual, though defeasible, connection between normative and evaluative judgments, on the one hand, and dispositions to act, on the other hand: if an agent sincerely assents to a normative or evaluative statement, then, ceteris paribus (save for the possibility of weakness of the will, depression, and other kinds of psychic or psycho-physical disturbances), he is motivated to act accordingly (see Hare 1952, pp. 20, 168, and 1963, p. 79; Smith 1994, pp. 7, 60-3, and 1996, p. 69; the internalism requirement may also be stated as a requirement in the theory of reasons for action; see Williams 1980, p. 102; Korsgaard 1986, p. 11; Wallace 1990, pp. 356-9). The roots of the internalism requirement lie in the intuition that morality is essentially practical (Dancy 1993, p. 4; on the practicality of moral judgments see Smith 1994, ch. 1). (3) In the text, I have contrasted non-cognitivist, non-descriptivist. emotivist, expressivist, non-realist metaethical views, on the one hand, with cognitivist, descriptivist, realist views, on the other hand. Each one of these labels (just as each one of the different oppositions related thereto) calls for a careful discussion. Different positions, and their mutual relations, would have to be sorted out. I shall assume the reader to be acquainted with the family of oppositions the argument deployed in the text generically refers to.

49 merely assume that projectivist quasi-realism, or some other metaethical theory satisfying the conditions set out two paragraphs above (non-cognitivism plus phenomenological adequacy), actually is a viable option (i.e., that one such theory might in fact prove to be capable of providing a satisfactory account of normative and evaluative discourse)21. What I shall argue is that the concept of validity as binding force may play a key role in the framework of a non-cognitivist account of norms of this sort. I shall argue, thus, that a consistent form of non-cognitivist legal positivism need not take a sceptical attitude towards the concept of validity (validity as binding force), thereby dismissing statements of form (7) as nonsensical, and resorting to an error theory of such statements. Validity as binding force does not commit us to letting the notion of validity collapse on the notion of truth, thereby endorsing metaethical cognitivism. Rather, adopting Kelsen s concept of validity provided that, to repeat, one does not put it to the same use Kelsen did (see below, sections 5.4, 6) may, in fact, be a fruitful, perhaps even a necessary step in building a theory of normative discourse which, though non-cognitivist in its basic assumptions, is not, in the last resort, bound to dismiss normative talk as a form of deceptively meaningful nonsense, manifesting animistic beliefs in the existence of magical properties and relations22. But why, it will be asked, should Kelsens notion of validity lend itself to this use? In a nutshell, my answer to this question will be the following. Validity, understood as binding force, is a metalinguistic predicate whose function a function analogous to the function fulfilled by the predicate true, as referred to statements of fact is to warrant disquotation of normative sentences; i.e., of candidate answers to practical questions. An account of a predicate fulfilling this function is a fragment perhaps a necessary one of a satisfactory, phenome-

21 My reasons for this assumption and, more generally, for adopting a a non-cognitivist position about metaethical issues are rooted in the endorsement of a broadly Humean view of rationality in action, according to which, roughly, reasons for action are desirebased. I have attempted a defense of desire-based reasons theories against some possible objections in Celano 1998c (I owe the label desire-based reasons theory to J. Dancy). 22 According to J. J. Moreso and P. E. Navarro (1993, p. 26), the normative concept of validity (that is, I take it, the concept of validity as binding force) is incompatible with a positivist approach to law. I shall argue that, although ascription of validity (validity as binding force) to legal norms, if grounded in the fact that they belong to a positive legal system (or that they are applicable according to such a system), and in this fact alone, is, indeed, incompatible with a consistent form of legal positivism, it does not follow that ascription of validity (validity as binding force) to norms on other, different grounds should also be dismissed as incompatible with a positivist approach to law. What indeed is incompatible with a positivist approach to law is not, generally speaking, resort to the concept of validity as binding force; it is, rather, the claim that there is a conceptual, necessary connection between legal norms and validity, so understood (i.e., the claim that norms which belong to a positive legal system, or are applicable according to it, are, as such, valid, in the relevant sense).

50 nologically adequate, non-cognitivist account of normative discourse, one capable of taking full account of the claim that norms and statements of fact have opposite directions of fit. Or so, at least, I shall now argue. 4. Validity as disquotation: the concept 4.1. Validity and truth What should be meant, then, by the phrase binding force? I.e., what do statements of the form Norm N is binding mean? The core of Kelsens answer to this question may be spelt out, I suggest, by resorting to an analogy. In the framework of the Pure Theory of Law, validity is to norms what truth is to statements of fact; the predicate valid, as referred to norms, is an anlogon of the predicate true, as referred to statements of fact. Let me explain. Statements of fact, it is commonly held, may be true or false. Different, conflicting accounts of truth are available, and this is not the place to address controversies among defenders of different conceptions. As far as our present purposes (i.e., understanding what statements of the form Norm N is valid might mean) are concerned, the relevant conception is the conception of truth as correspondence to facts (a conception which, it will be remembered, I have already introduced, and endorsed; see above, sect. 3.2). The conception of truth as correspondence to facts is rooted in the following assumption (see Wolfram 1989, p. 151; Searle 1995, p. 201): (1) A statement of fact is true if an only if it corresponds to is in agreement with the facts; if an only if, namely, things stand just as the statement says that they stand. E.g., a statement to the effect that its raining is true if an only if its raining; in case its not raining, the statement is false. Thus, according to the correspondence account a statement may be said to be true (or false) according to whether things in the world really are the way the statement says they are (Searle 1995, p. 200). True statements of fact are statements that say, of what it is, that it is, or of what is not, that it is not (see above, sect. 3.2). An implication of the correspondence account of truth is of crucial importance for our present purposes. Let us consider a declarative sentence, p, capable of being used in order to make a statement of fact (e.g., Snow is white). According to the correspondence account of truth, asserting that p is true is logically equivalent to asserting p itself; it is, namely, equivalent to asserting that p (e.g., asserting that the sentence Snow is white is true is logically equivalent to asserting that snow is white). For any declarative sentence p, that is, the correspondence account is such as to yield an equivalence of the form:

51 (2) p is true if and only if p. Instances of (2) e.g., The sentence Snow is white is true if and only if snow is white are usually called T-sentences. (2), as well as its instances, look quite trivial; they have, however, an interesting feature. In the left-hand side of (2) i.e., that part of (2) which precedes the words if and only if the sentence p is not used; it is, rather, mentioned (it occurs between quotation marks). In its left-hand side, then, the equivalence says something not about the fact that p (e.g., it doesnt say anything about snows being white), but about sentence p itself. In the right-hand side of (2), on the contrary, the same sentence, p, is not mentioned; it is, rather, used (the sentence does not, now, occur between quotation marks). In its right-hand side, therefore, the equivalence says something not about sentence p (e.g., it doesnt say anything about the sentence Snow is white), but about the fact that p itself (e.g., about snows being white). Equivalences instantiating (2), therefore, make it possible to disquote declarative sentences: they logically warrant disquotation. Thanks to such equivalences, we may legitimately move from mentioning a sentence, p, to using it. In short, ascription of truth just cancels the quotation marks. To ascribe truth to the sentence Snow is white is to ascribe whiteness to snow; it is, namely, to assert that snow is white. Truth is disquotation (Quine 1990, p. 80; see also Quine 1970, p. 12, and 1987, p. 213; Platts 1979, p. 16; Searle 1995, pp. 201-2)23. The predicate true is, in this sense, and to this extent, logically redundant. The two statements, p and p is true are logically equivalent (if it is the case that p, then sentence p is true, and vice versa); they have, in this sense, the same

23 A number of complexities will be left aside here. First, a disquotational account of truth needs to be refined in order to account for, e.g., ascription of truth to sentences containing indexicals or demonstratives, or to sentences in an object language not contained in the metalanguage (see Horwich 1990, pp. 14, 103-4, and 1992, p. 513; Searle 1995, pp. 2001). Second, equivalence (2) in the text is meant only as an expository device; it is not, in fact, a proper way of generalizing over T-sentcnes (quoting the schematic letter p produces a name only of the sixteenth letter of the alphabet, and no generality over sentences, Quine 1970, p. 13; see also Platts 1979, p. 14). Third, the notoriously intractable problem, What are the bearers of truth (e.g., sentences, their utterances, propositions, statements)?, will not be addressed here. At first glance, a disquotational account of truth commits us to holding that sentences are the bearers of truth. In fact, however, the intuition underlying the disquotational account may also be phrased in terms of, e.g., propositions (The proposition that p is true if and only if p; ascriptions of truth allow us to move from talking about propositions to talking about the states of affairs propositions are about). Where the disquotational scheme is applied to normative discourse (see below, in this section), problems about bearers of the relevant property (e.g., norms, normative sentences, their utterances, normative propositions, etc.) become even more intractable. I shall not attempt, here, an explicit treatment of such problems.

52 content (they provide the same piece of information). Given a statement attributing truth to a sentence, such as, e.g., the statement: (3) The sentence Snow is white is true the concept of truth is such as to warrant us in disquoting the sentence, thereby getting the further statement: (4) Snow is white. Or, in short, whoever asserts that p is true is at the same time asserting that p, and vice versa. Asserting that a declarative sentence is true amounts to asserting i.e., reiterating, accepting, assenting to the sentence itself. Let us now turn back to Kelsens concept of validity. In the Pure Theory of Law, I shall now argue, the predicate valid, as referred to norms, plays the same role as the predicate true, as referred to statements of fact. The former is, under this respect, an anlogon of the latter. Let us see why. Validity (of norms) is, according to Kelsen, binding force: a norm is valid if and only if it is binding (see above, sect. 2). According to Kelsen, therefore24, (5) The norm A ought to phy is valid if and only if it has binding force. A norm has binding force, Kelsen explains, when it ought to be complied with (the binding force of a norm is its Befolgt-Werden-Sollen)25. Asserting that a norm has binding force amounts to asserting that it ought to be complied with (obeyed, etc.). According to Kelsen, therefore, (6) The norm A ought to phy is valid if and only if it ought to be obeyed. What does it mean, however, that a norm ought to be obeyed? It means that one ought to behave as the norm prescribes. That is, a norm has binding force if and only if one ought to do what it prescribes him to do. Thus, according to Kelsen, (7) The norm A ought to phy is valid if and only if A ought to do what the norm prescribes him to do.

For simplicitys sake, the form A ought to phy will be used, in this section, as a schematic representation of a norm. Obviously enough, this is a rough simplification. As far as I can see, however, nothing substantial hinges on resorting to more complex formulations (and, in particular, to the scheme If D, then S ought to be, understood as the canonical formulation of a Kelsenian primary legal norm; see above, fn. 11). 25 See, for the following steps, Kelsen 1934, p. 136; 1941, p. 267; 1942, p. 214; 1945, pp. 30-1, 115-6; 1957a, p. 257; 1960, pp. 7-8, 48, 196; 1979, pp. 2, 22.

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53 Now, what does the norm under consideration prescribe A to do? It prescribes him to phy. According to Kelsen, therefore, (8) The norm A ought to phy is valid if and only if A ought to phy. Thus, ascription of the predicate valid to a norm makes it possible to disquote the norm itself (i.e., it logically warrants disquotation). Given a norm having, e.g., the form Op, Kelsens concept of validity is such that asserting that Op is valid is logically equivalent to asserting that Op. For any given norm, Kelsens definition of the concept of validity yields an equivalence having the form: (9) The norm Op is valid if and only if Op. Instances of (9) e.g., The norm Children ought to obey their parents is valid if and only if children ought tyo obey their parents may be tremed Vsentences. (9), as well as its instances, have the same interesting feature as (2), and the equivalences instantiating it. In the left-hand side of (9) i.e., that part of (9) which precedes the words if and only if the norm Op is not used; it is, rather, mentioned (it occurs between quotation marks). In its left-hand side, then, the equivalence says something not about a given kind of behaviour, or action (e.g., it doesnt say anything about childrens having to obey their parents), but about norm Op itself. In the right-hand side of (9), on the contrary, the norm Op is not mentioned; it is, rather, used (the norm does not, now, occur between quotation marks). In its right-hand side, therefore, the equivalence says something not about the norm Op (e.g., it doesnt say anything about the norm Children ought to obey their parents), but about a given kind of behavior being such that somebody ought to behave in that way (about, e.g., childrens having to obey their parents). Equivalences instantiating (9), therefore, make it possible to disquote norms; they logically warrant disquotation. Thanks to such equivalences, we may legitimately move from mentioning a norm, Op, to using it. In short, ascription of validity to a norm cancels the quotation marks. Ascribing validity to the norm Children ought to obey their parents is to say that children ought to obey their parents. Validity validity as binding force (Kelsenian validity) is disquotation. The predicate valid, just as the predicate true, is, in this sense, and to this extent, logically redundant. The two statements, Op and The norm Op is valid are logically equivalent (if children ought to obey their parents, then the norm Children ought to obey their parents is valid, and vice versa). They have, in this sense, the same content (they both purport to guide action to provide guidance for somebodys conduct and, moreover, the same guidance). Given a statement attributing validity to a norm, such as, e.g., the statement: (10) The norm Children ought to obey their parents is valid

54 Kelsens concept of validity is such as to warrant us in disquoting the norm, thereby getting the further statement: (11) Children ought to obey their parents. Or, in short, whoever asserts that a norm, Op, is valid is at the same time asserting that Op, and vice versa. On Kelsens concept of validity, asserting that a given norm is valid amounts to (is logically equivalent to) asserting i.e., reiterating, accepting, endorsing, assenting to the norm itself26. It follows that the question whether a given norm is valid is logically equivalent to the question whether it should be accepted (endorsed, etc.); the question, namely, whether it ought to obeyed. Suppose that somebody says that a given norm is valid. We might perhaps ask him why it is, according to his judgment, valid. Answering this question amounts to providing a suitable reason for the validity of the norm (in Kelsens parlance, the norms ground of validity, Geltungsgrund). Since, however, asserting that a norm is valid is logically equivalent to asserting that it ought to obeyed, asking why a norm is valid amounts to asking why it should be obeyed. The question: (12) What is the reason for the validity of the norm A ought to phy? is equivalent to the question: (13) Why is the norm A ought to phy valid? Question (13) is, in turn, equivalent to the further question: (14) Why should the norm A ought to phy be obeyed? And, finally, question (14) is equivalent to the question: (15) Why ought A phy? An aswer to the question as to the reason for the validity of a norm (What is the reason for the validity of norm N?, question (12) above) will have the form: (16) The reason for the validity of N is R.

26 See, for arguments and suggestions leading to this conclusion, Ross 1961, pp. 173-4, 182; Wrblewski 1966, p. 71; Raz 1974, p. 137, and 1977, p. 150; Bulygin 1981, p. 435; Guastini 1981, p. 22, 1982, p. 34, and 1991, pp. 316-9.

55 R designates, here, the reason the validity of N. The question, What is the reason for the validity of N? is logically equivalent to the question, Why is N valid? (question (13) above). Thus, an answer to the question as to the reason for the validity of a norm will have the form: (17) Norm N is valid because R. Asking why a norm, N, is valid is logicallly equivalent to asking why it should be obeyed (question (14) above). Therefore, an answer to the question as to the reason for the validity of a norm e.g., the norm A ought to phy will have the form: (18) The norm A ought to phy ought to be obeyed because R. And, finally, the question, Why should the norm A ought to phy be obeyed? is logically equivalent to the question, Why ought A phy? (question (15) above). Therefore, an answer to the question as to the reason for the validity of the norm A ought to phy will have the form: (19) A ought to phy because R. In short, the reason for the validity of a norm supplies the answer to the question: why ought one to behave as the norm prescribes? (Kelsen 1942, p. 218; see also 1957a, p. 257, and 1960, pp. 5, 196, 199, 219, 223). The question as to the reason for the validity of a norm is, in fact, the question about what justifies that norm (i.e., about what justifies accepting, endorsing, etc., the norm itself, and obeying it); answering this question amounts to providing a justification of the norm. Kelsens concept of validity is the concept of justified normativity (Raz 1974, pp. 134-7, and 1977, p. 150; see also Scarpelli 1965, p. 64; Nino 1978, pp. 358, 373; Paulson 1992, p. 319). Let us now take stock. Kelsenian validity validity as binding force is, I have claimed, disquotation. Two consequences follow. First, the question whether a given norm is valid is logically equivalent to the question whether it should be accepted (endorsed, etc.); the question, namely, whether it ought to be obeyed. And, second, the question as to the reason for the validity (Geltungsgrund) of a given norm is logically equivalent to the question about what justifies that norm (i.e., about what justifies accepting, endorsing, etc., the norm itself, and obeying it). The question, Why is N a valid norm? is the question, Why should N be obeyed?. Answering this question amounts to providing a justification of N.

56 4.2. A difficulty There is, however, a difficulty. Validity as binding force is, I have claimed, disquotation. But why, it might be asked, should we say that the concept of validity, so understood, is a concept analogous to the concept of truth i.e., a concept which, though fulfilling the same function as the latter, is different from it? Why does not validity as disquotation simply collapse on truth? Two alternative replies to this objection are, I think, available. Both strategies lead, as we shall see presently, to the same conclusions. The alternative between them is, at bottom, merely verbal. The first strategy consists in resorting, once again, to the directions of fit argument to the effect that norms are neither true nor false. It will suffice, now, to fill in the argument the notion of disquotation, in the following way27. Consider the following two questions: On what canditions is a norm valid?; On what conditions is a statement of fact true?. On the correspondence account of truth, the answer to the latter question will have to be: On condition that things actually stand, as a matter of fact, as the statement under consideration says that they stand. Truth (i.e., truth as correspondence) is disquotation; thus, if we ask ourselves, On what grounds may we draw the conclusion that a statement of fact (e.g., the statement Tom has red hair) is true?, the answer thereto will have to be: by examining how things, as a matter of fact, stand (by examining, e.g., the colour of Toms hair)28. Such a procedure, aimed at discovering whether things actually stand as a given statement of fact says that they do, may be termed the latters verification. Providing the grounds for assenting to (i.e., justifying) a statement of fact amounts to its verification. When answering the question, On what grounds may we draw the conclusion that a norm is valid?, such a strategy is, according to Kelsen, precluded; answers such as the ones I have just hinted to (checking what the colour of Toms hair is)
27

Let me emphasize once again (see above, sect. 3.2) that what the present inquiry aims at is not an independent defense of metaethical non-cognitivism; it is, rather, an exploration of the structure of a particular non-cognitivist account of norms. The relevant issue here is, therefore, the following: granted that we adopt a non-cognitivist position as far as metaethical issues are concerned, is it possible to mould a notion of validity as disquotation (a notion of validity, thus, which turns out to be an anlogon, under this respect, of truth) in such a way as to avoid blurring the distinction which, ex hypothesi, should be held to exist between validity and truth (thereby nullifying the non-cognitivist assumption)? The argument provided in the present section should be understood as supporting an affirmative answer to this question. It is not, once again, an independent argument in support of the non cognitivists claim that norms are neither true nor false. 28 See Quine 1990, p. 93 (if to call a sentence true is simply to affirm it, then how can we tell whether to affirm it? The lazy answer is: That all depends on what the sentence is. In the case of Snow is white you just look at snow and check the color); Platts 1979, p. 12; Wolfram 1989, p. 151.

57 are simply beside the point. The reason is straightforward (see above, sect. 3.2). That a statement of fact is true means that things stand as it says. According to Kelsen, however, a norm does not say that things stand, nor that they do not stand, in a certain way; it says, rather, that they ought to stand in a certain way (i.e., it prescribes that things should stand in a certain way). Once again, the key conceptual distinction to be drawn here is the distinction between statements (or intentional states) having opposite directions of fit. According to a disquotational account of truth, judging whether a given statement of fact is true amounts to judging whether it is to be accepted. Statements of fact, I have assumed, have a mind-to-world direction of fit; thus, judging whether a given statement of fact is to be accepted amounts to examining whether, as a matter of fact, things stand as the statement says that they stand. Where a norm is concerned, on the other hand, we cannot decide its validity by examining whether things stand as the norm prescribes. On a disquotational account of validity, judging whether a norms is valid amounts to judging whether it is to be endorsed and obeyed. The norm does not, however, have a mind-to-world direction of fit; it has, rather, a world-to-mind direction of fit. Thus, asking ourselves whether things stand, as a matter of fact, as the norm prescribes amounts to asking ourselves not, whether the norm is valid, but whether it is obeyed; whether, namely, it is efficacious29. Validating a norm (i.e., answering to the question as to its reason of validity) is conceputally different from although analogous to verifying a statement of fact. Validity, though fulfilling the same function as truth i.e., disquotation does not collapse on the latter30. 4.3. Deflationism, minimalism and directions of fit And now for the second strategy. My account of validity as disquotation draws on the notion of truth as correspondence to facts. We might as well, how29 See Kelsen 1945, p. 110: when we assume the truth of a statement about reality, it is because the statement corresponds to reality, because our experience confirms it. (...) A norm is not a statement about reality and is therefore incapable of being true or false (...). A norm is either valid or non-valid. (...) The reason for the validity of a norm is not, like the test of the truth of an is statement, its conformity to reality. (...) A norm is not valid because it is efficacious. 30 On what grounds, then, may we ascribe validity to a norm? Or, in other words, what are the possible reasons for the validity of norms? Kelsens answer to this question is wellknown: the reason for the validity of a norm may only be another valid norm (see 1945, p. 111: the reason for the validity of a norm is always a norm, not a fact; 1960, p. 196: der Geltungsgrund einer Norm kann nur die Geltung einer anderen Norm sein). Taking this assumption as out starting point, we might, here, proceed a few steps further in reconstructing Kelsens theory of validity. This is not, however, necessary to our present purposes (see Celano 1991, pp. 339-50, and 1999a, pp. 291-319).

58 ever, take a different course, and resort to a deflationary, or to a minimalist, conception of truth. According to such conceptions, roughly (very roughly, it should be stressed), truth is disquotation without correspondence; disquotation exhausts truth. On such accounts of truth, a would-be non-cognitivist in metaethics will have to say that norms and evaluative statements are, indeed, true or false (see Horwich 1990, pp. 87-8; Wright 1996; Williams 1996, pp. 19, 21-2, 26). In short, validity would, indeed, collapse on truth; the two would, in fact, turn out to be the same. This, however, does not by itself blur any distinction the non-cognitivist may be anxious to make. It does not, specifically, blur the distinction between norms and statements of fact my account of validity is meant o illustrate (see above, sect. 4.2). True, the alternative between cognitivism and non-cognitivism does not, on a deflationary or minimalistic account or truth, present itself as a disagreement about whether norms and evaluative statements may be said to be true or false. It takes, however, a different shape31. A would-be non-cognitivist may still meaningfully hold on to the distinction between norms and statements of fact he is after. He will not, now, claim that validity (validity as disquotation) and truth, though fulfilling the same function, are different notions. He will, however, be able to rephrase the very same claim in a different idiom, by claiming that, while in the field of descriptive discourse we have both truth (i.e., disquotation) and correspondence (that is, a mind-to-world direction of fit), in the field of normative discourse, on the other hand, we only have truth (disquotation) without correspondence; what we do have instead of the latter is a world-to-mind direction of fit (in case what the norm prescribes actually is the case, the norm will be regarded as being not, true, but efficacious). Thus, once again, the crucial distinciont the distinction the non-cognitivist is anxious to preserve may be traced by claiming that norms and statements of fact have opposite directions of fit. Indeed, I shall now argue, the directions of fit machinery may even help to shed some light on the concept of truth itself. Dissatisfaction with the idea that truth is correspondence to the facts is a commonplace in contemporary theorizing about truth. The opinion that the socalled correspondence theory of truth, taken by itself, does not even deserve the name of a theory commands widespread agreement (see e.g. Blackburn 1984, pp. 224-6; Quine 1987, p. 213, and 1990, pp. 79-80; Wolfram 1989, p. 151; Horwich 1992, p. 510, and 1994, p. xii). This is obviously not the place to sort

Where a deflationary, or a minimalist, account of truth is endorsed, the issue becomes, as B. Williams puts it, whether and how we can, in the field of ethics, deliver more than minimal truth; i.e., whether, and to what extent, we can, as far as ethical judgments are concerned, advance beyond the minimalist account (beyond the territory of minimalism; Williams 1996, pp. 25, 28, 31). In short, are there any good prospects, in ethics, for substantive additions to mere minimalism for moving, that is, beyond minimal truth, a step beyond minimalist truth into objectivism (Williams 1996, pp. 33, 34)?

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59 out different conceptions of truth, their mutual relations, and their degree of affinity with (or descendance from) the correspondence conception; nor do I mean to claim that correspondence to facts, taken by itself, suffices in providing an adequate understanding of truth. I would like to suggest, however, that the distinction between opposite directions of fit may give a point to the idea that truth is correspondence to facts. In order to see how this might happen, let us turn back to the shopping list example (see above, sect. 3.2). One of the main difficulties usually associated with the correspondence account of truth is that of specifying what the relation of correspondence amounts to. There is, however, a related, often neglected point to be made. Whatever correspondence might turn out to mean in this context, truth is, according to the traditional theory, oriented correspondence. The very same relation correspondence may hold between the detectives list and what is in contained Toms trolley, on the one hand, and between Toms shopping list and what is contained in his trolley, on the other hand. It is certainly very difficult to understand what, precisely, the relation is; to tell, namely, what it means to say that the goods in the trolley correspond to Toms shopping list, or that the detectives list corresponds to the goods in the trolley. Leaving this difficulty aside, however, there is one feature of the situation which is, I think, plain; that, namely, while in the former case the issue is whether the goods do actually correspond to the list, in the latter case the issue is, rather, whether the list corresponds to the goods. What makes a statement of fact true is its being the case that things stand as the statement says that they stand; by claiming that a statement of fact is true it is not generally meant that what makes things stand as the statement says that they stand is the statements being true (what makes the statement that p true is its being the case that p, not the other way round)32. It is in this sense that truth the dimension, namely, in which the detectives list, not the shopping list, is to be assessed is oriented correspondence. What is of crucial importance as far as the cognitivism vs. non cognitivism debate in metaethics is concerned is not to provide an account of the relation of correspondence. It is, rather, the fact that, according to a would-be noncognitivist, in the two cases i.e., the case of norms, and the case of statements of fact the very same relation, correspondence, has opposite orientation (in the sense I have just specified). Whatever correspondence might be, the statement that p is made true by its being the case that p, not the other way round. The

It is not in virtue of our truthfully believing that you are white that you are white; on the contrary, it is in virtue of your being white that we, when saying that you are white, say something true (Aristotle, Metaphysica, 1051b 6-9). See also Quine 1990, p. 81 (the truth predicate is an intermediary between words and the world. What is true is the sentence, but its truth consists in the worlds being as the sentence says), and 1970, p. 10 (truth [hinges] on reality. No sentence is true but reality makes it so. The sentence Snow is white is true (...) if and only if real snow is really white); Searle 1995, p. 202.

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60 notion of direction of fit specifically, the notion of a mind-to-world direction of fit gives a minimal content it provides a point to the claim that truth is correspondence33. Thus, we may understand truth either as disquotation plus oriented correspondence (mind-to-world direction or fit), or as disquotation alone, thereby endorsing a deflationary, or a minimalist, conception of truth. For the purposes of the present inquiry, nothing substantial hinges on this alternative. On both hypotheses, a would-be non-cognitivist will be granted the possibility of holding that there is a crucial difference the very same difference, in fact between norms, on the one hand, and statements of fact, on the other hand. The alternative is, from the standpoint of the present inquiry, a merely verbal one.

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The disquotational account of truth I have resorted to in my account of Kelsens concept of validity is taken over mainly from Quine. Quines account is, obviously enough, very close to the so-called redundancy theory of truth (the affinity is remarked by Quine himself; 1970, p. 11, 1987, p. 214, and 1990, p. 80); and, on the other hand, the redundancy theory is often thought to be in sharp opposition to the correspondence theory of truth. So, it might be asked, isnt my position on these issues somewhat muddled? My reply to this is twofold. (1) The relations between these various accounts of truth are much more complex than the objection implies. So, e.g., the redundancy reading of Tsentences may plausibly be held to be (extreme versions of the redundancy theory notwithstanding) fully compatible with a realistic reading of such sentences, according to which sentences are made true by the obtaining of states of affairs (the latter being understood as a matter settled (...) by the world, by an extra-linguistic reality; Platts 1979, pp. 11-2, 33-4). Or, to take another example, it may plausibly be argued that on a natural interpretation, the disquotational criterion of truth, together with an appropriate understanding of the notions of fact and correspondence, imply the correspondence theory of truth (Searle 1995, p. 202). While, on the other hand, the relation of a minimalist account to the claim that truth is correspondence is not one of straightforward rejection (see Horwich 1990, p. 9, and ch. 7). (2) Quine represents his own account as capturing all that there is to the corresponce theory of truth (1987, p. 213, 1990, p. 80), and he sometimes writes as if disquotation, by itself, exhausted truth (our account of the truth of Snow is white in terms of facts has now come down to this: Snow is white is true if and only if snow is white. Here (...) is the significant residue of the correspondence theory of truth, 1987, p. 213; we saw the correspondence theory dwindle to disquotation, 1987, p. 214). On the other hand, however, he also builds into the very concept of truth as disquotation the claim that what makes the statement that p true is its being the case that p, not the other way round (see Quines passages quoted above, fn. 28 and 32). That is, though Tsentences are biconditionals (The sentence Snow is white is true if and only if snow is white), the concept of truth somehow requires on oriented reading of such biconditionals. A decision to disquote the sentence Snow is white would not qualify as a good ground for believing that snow is white; it would not, by itself, make snow white. This is, I suggest, the very thought aptly captured by the directions of fit machinery.

61 4.4. Validity, efficacy, and semantics I have provided an account of validity as an anlogon, relative to the field of normative discourse, of truth. At first glance, such an account seems to conflict with a different, highly plausible view. Let us assume that a satisfactory theory of the sense of declarative sentences may be provided by looking at their truth-conditions. On this assumption, it may plausibly be argued, a satisfactory semantic theory of normative discourse i.e., a satisfactory theory of the sense of deontic sentences may be worked out by looking at their efficacy-conditions. The basic intuition supporting this view is simple, elegant, and it has by now a long history (for a recent, highly sophisticated proposal, see Moreso, Navarro 1996; Moreso 1997, ch. 1). Given a norm, it is possible to build an obedience-statement correponding to it, such obediencestatements being ordinary statements of fact34. Understanding a norm amounts to understanding on what conditions it might be said to have been obeyed; it amounts, therefore, to understanding the truth-conditions of the obediencestatement corresponding to it. The sense of a deontic sentence may therefore be said to be determined by the truth-conditions of the corresponding obediencestatement; by equivalences, namely, of the form: (1) N is efficacious if and only if p where p is the obedience-statement corresponding to N. A requirement to the effect that a materially adequate theory of the sense of deontic sentences should entail all equivalences of form (1) relative to the language under consideration a requirement, namely, strictly parallel to Davidsons reading of Tarskis convention T (Davidson 1967) may be termed, following Moreso and Navarro, convention E. The semantic value pertaining to deontic sentences that is, the anlogon, in the field of a semantics for normative discourse, of truth is, according to convention E, efficacy. What convention E shows is that the semantic value pertaining to deontic sentences, i.e., efficacy, is parasitic upon the semantic value pertaining to declarative sentences; it is, namely, parasitic on truth35. There is no need, here, to dwell on the details of this approach. I only wish to make the following remark. Validity, just as truth, is disquotation, I have

34 The phrase obedience-statement was first introduced, as far as I know, by B. Williams (1966, p. 188); see also Hart 1968, p. 325. 35 A theory of the sense of deontic sentences along these lines may be taken to support a specific interpretation of deontic logic: purported logical relations between norms are to be interpreted as mirroring logical relations between the corresponding obediencestatements; they are, therefore, parasitic upon logical relations between ordinary descriptive statements (see, for references and discussion, Celano 1990, pp. 70-7, 182-6, 269-82, and 1994, pp. 163-4; Moreso 1997, pp. 28-9).

62 claimed. Appearances notwithstanding, however, my claim is not that the predicate valid should be taken to be the key notion in a satisfactory semantic theory of normative discourse (i.e., in a theory of the sense of deontic sentences). I have not claimed, that is, that the concept of validity should be taken as the anlogon, in a theory of the sense of deontic sentences, of Tarskis notion of truth (in its Davidsonian reading). Both the question whether validity could be taken as such an anlogon, and the question whether it should be so taken, will remain, here, open questions. Thus, there is no need for us to take sides, here, on the issue whether a semantic approach to normative discourse taking efficacy as the semantic value pertaining to deontic sentences (an approach, namely, adopting convention E) may be held to be fully satisfactory36. We may simply leave this question open. Nor is it necessary, for my present purposes, to provide a fully worked out formal theory of validity as disquotation, comparable to Tarskis theory of truth and to its Davidsonian extension to non-formalized languages. Both in Tarskis theory of truth and in its Davidsonian extension T-sentences (i.e., sentences such as The sentence Snow is white is true if an only if snow is white; see above, sect. 4.1) are theorems of a formalized, axiomatical theory. Convention T is not the core of the theory itself; it only states its main material adequacy condition (a materially adequate theory of truth, so convention T runs, should entail all T-sentences relative to the language under consideration). Obviously enough, the account of validity as disquotation I have provided in section 4.1 above is not as ambitious. Its basic intuition is the idea that the notion of validity as binding force may be moulded by starting from equivalences such as The norm Chilfren ought to obey their parents is valid if and only if children ought to obey their parents (i.e., V-sentences; see above, sect. 4.1). In sharp contrast to Tarskis approach, this intuition does indeed remain, in the last resort, the core of the account I have proposed. Could my account of validity as disquotation be developed into a formalized, axiomatical theory, along the lines of Tarskis theory of truth? I am simply unable to answer this question. It is not to be taken for granted, however, that, in order to qualify as a satisfactory account, it should indeed be capable of being so developed. Were we to argue that validity is the semantic value pertaining to deontic sentences, just as truth is the semantic value pertaining to declarative sentences, such a requirement would probably be a reasonable one. If you wish to claim that validity is, as far as the purposes of a semantic theory for normative discourse are concerned, the anlogon of truth, it might plausibly be argued, then you have to provide a formal theory of validity along the lines of Tarskis

I have provided an argument intended to cast some doubts on the exhaustiveness of such an approach in Celano 1999b, sect. 2.2.

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63 theory of truth37. But, to repeat, my claim is not that the concept of validity should be taken as the key concept in a semantic theory for deontic sentences. I have not claimed that validity is the semantic value pertaining to normative sentences, in the same way as truth is the semantic value pertaining to declarative sentences. This issue will remain open here. 5. Validity as disquotation: its point 5.1. The problem I have provided, in the previous sections, an account of Kelsens concept of validity (validity as binding force); validity is, I have claimed, disquotation. We now have to ask ourselves whether, in the framework of a non-cognitivist account of normative discourse of the kind suggested in sect. 3.4 above (i.e., a metaethical theory striving to meet both the non-cognitivism and the phenomenological adequacy requirements; for instance, projectivist quasi-realism), the notion of validity as disquotation may prove to be a useful, perhaps even a necessary, conceptual resource. Why, if ever, should a would-be non-cognitivist, unwilling to fall back on an error theory of normative discourse, welcome the availability of this notion? I shall now suggest an answer to this question. 5.2. A pointless notion? According to my account, asserting that a norm, A ought to phy, is valid is logically equivalent to asserting that A ought to phy; i.e., it amounts to reiterating the norm itself (see above, sect. 4.1). But, it might be objected, isnt the notion of validity. so understood, wholly pointless? Arent statements attributing the predicate valid to norms, on such an account, hopelessly trivial? What could the point of such statements be? In other words. Validity is, let us assume, disquotation. But, it might be objected, does the the predicate valid, so understood, have any point at all? Why should our normative vocabulary be built up so as to include a predicate warranting disquotation of normative sentences? Why should such a predicate such a disquotational device be held to be a useful, perhaps even a necessary, conceptual resource? This objection is, I think, misplaced. An analogous objection might also be

37 The theory of efficacy as the semantic value pertaining to deontic sentences developed by J. J. Moreso and P. E. Navarro (Moreso, Navarro 1996; Moreso 1997, ch. 1) does indeed follow, in its formal respects, Tarskis theory of truth, and is parasitic upon the latter.

64 raised against a disquotational account of truth. On a disquotational account of truth, too, asserting that a sentence is true amounts to asserting that sentence itself. It does not follow, however, that the predicate true, so understood, should be held to be pointless, nor that ascription of the predicate true to statements of fact should necessarily turn out to be a trivial exercise38. Crucially, a disquotation predicate for statements of fact enables us to draw conclusions (to draw inferences) about the world, about the way things are. Let us see how. On the disquotational account, asserting that a declarative sentence is true amounts to asserting i.e. to reiterating the sentence itself; in this sense, true is a logically redundant predicate. It does not follow, however, that the predicate true could be dispensed with without our vocabulary suffering any loss in its expressive capacities; that, namely, a (descriptive) vocabulary not including the predicate true would be as powerful in expressive capacity as one including it. The predicate true cannot be said to be redundant, or superfluous, in this further, stronger sense. Sentences may be referred to without mentioning them. The predicate true may be attributed to non-mentioned sentences, such sentences being referred to by, e.g., definite descriptions. Where this happens, once we have apprehended what the sentence referred to is, we will be legitimated in drawing conclusions about the way things are; i.e., we will be legitimated in disquoting the sentence our definite description refers to, thereby asserting it in oratio recta. So, for instance, from the premiss What Tom just said is true we can, once we have apprehended that Tom has just said that snow is white, draw a conclusion to the effect that snow is white. An analogous possibility holds in the case of normative statements (i.e., in the case of validity as disquotation). On the disquotational account, asserting that a norm is valid amounts to asserting i.e., to reiterating, accepting, endorsing, assenting to the norm itself. It does not follow, however, that the predicate valid should be held to be pointless, nor that ascription of validity to norms should necessarily turn out to be a trivial exercise. We do sometimes refer to norms without mentioning them, by resorting to, e.g., definite descriptions (The norm Tom has just issued; Art. n of the penal code, and so on). Ascription of validity to a non-mentioned norm enables us to draw, once we have apprehended what the norm referred to is, normative conclusions concerning the kind of behaviour the norm is about; i.e., it legitimates us in disquoting the norm our definite description refers to, thereby asserting it in oratio recta. So, e.g., from the premiss The norm Tom has just stated is valid we may, once we have apprehended that Tom
38 On the disquotational account, the attribution of truth to a statement is equated to the statement itself. This has been called the disappearance theory of truth, but unjustly; the quotation marks are not to be taken lightly (Quine 1987, p. 214). For the argument deployed in the following paragraph, see Quine 1970, pp. 11-2, 14, 1987, p. 214, and 1990, p. 80; White 1970, pp. 82, 92-4; Wolfram 1989, pp. 134-6, 143; Horwich 1990, pp. 3-4, 31-4, 1992, pp. 511-2, and 1994, p. xiv.

65 has just said that children ought to obey their parents, infer that children ought to obey their parents. This possibility, I shall now argue, gives us a clue as to the point of having a disquotational device, the predicate valid, as part of our normative vocabulary. 5.3. Disquotation and deliberation Why should our normative vocabulary be built up so as to include a predicate warranting disquotation of normative sentences? First of all, I submit, because such a disquotational device enables us to scrutinize candidate answers to practical questions; it affords, in short, the possibility of both deliberation and argumentation in the field of substantive ethical inquiry. Deliberation (practical reasoning) partly consists in scrutinizing candidate answers to the practical problems we find ourselves facing. Deliberation may sometimes (under what conditions, is a question I shall not address here) take the form of an examination of the respective merits of different norms applying to the case (or, to the kind of case) at hand. Where this happens, asking oneself which course of action is to be chosen amounts to asking which one, among the various norms under consideration, may be said to be valid; which one of them, namely, is to be endorsed. The relevant inquiry may sometimes take the form of a comparison, under various respects, of different (sets of) norms; i.e., of an inquiry into the criteria a norm, or set of norms, has to satisfy in order to ground a satisfactory answer to the problem at hand. It may therefore involve generalization (thus, quantification) over sometimes partly unspecified sets of norms, and the different practical solutions related thereto. Validity as disquotation affords us a way of handling indeed, of building such complex chains of reasoning. The same possibility holds in the case of dialogical argument concerning the solution to be given to practical problems. In this case, disagreement about the normative solution to be given to the problem at hand amounts to disagreement about which, among the various norms different parties endorse, may be regarded as valid (in the relevant sense). Thus, a normative vocabulary including a disquotation predicate is, as far as rational discussion of issues in normative ethics (i.e., deliberation and argumentation about the solution to be given to practical problems) is concerned, a useful conceptual resource. Availability of such a vocabulary may perhaps be regarded I shall not, however, attempt to provide a conclusive argument to this effect as a necessary condition in order for deliberation and argumentation to be generally possible. In such contexts, the point of the predicate valid is to enable us to scrutinize alternative candidate answers to practical questions, exploring their implications, and their mutual relations. Just as we need to explore the implications of our statements of fact, so, likewise, we need to work out the implications of our normative commitments (Blackburn 1981, p. 178). A normative vocabulary including the disquotation predicate valid answers to this need.

66 5.4. Disquotation and authority There is, moreover, a further point to be made. The predicate valid, I have suggested, enables us to draw inferences of a peculiar kind (see above, sect. 5.2). Suppose validity is ascribed to non-mentioned norms satisfying previously specified criteria; we may, once we have identified a norm satisfying such criteria, draw a conclusion as to how we ought to behave. What could the point of such inferences be? There is, I think, a paradigm answer to this question. A disquotation predicate enabling us to draw inferences of this kind belongs to the conceptual resources of a substantive normative theory of authority. It is, namely, a significant maybe a necessary conceptual tool in shaping our views about somebodys being (or not being) endowed with authority indeed, in our very understanding of what a claim to authority amounts to. Let us see why. Talk in terms of practical (normative) authority is, in focal cases (to the extent that xs pronouncements are regarded, by the speaker, as being authoritative39), characterized by a peculiar form of practical reasoning; normative authority provides reasons for action of a particular kind, and it does provide them in a peculiar way (see Raz 1975, pp. 38, 42, 62-3, and 1986, Part I; Finnis 1980, pp. 2334). One distinctive feature of practical reasoning appealing to normative authority (i.e., of practical reasoning resting on the ascription of authoritativeness to x) lies in the thought that a norm ought to be obeyed because of its having originated from a certain source; because, namely, it has been issued by a certain subject, following previously specified procedures, or, more generally, because it has been originated by facts of a certain kind, meeting previously specified criteria. The predicate valid when understood as a disquotational device, enables us to frame inferences of this kind. So, e.g., from the premiss, Norms issued by subject S following procedure P are valid we may infer, granted the further premiss S has issued, following procedure P, the norm A ought to phy, the conclusion that A ought to phy40.

39 The word authoritative may be used as a short for claimed to be authoritative (Raz 1983, p. 205). This is obviously not its primary use, and it is not the way it is used in the text, where it means, roughly, claimed to be authoritative, and being, in fact, authoritative. The relationship between these two ways of using the word authoritative is the following: xs being claimed to be authoritative (or, alternatively, xs being believed to be authoritative) is a necessary condition, not a sufficient one, of its being authoritative; a further necessary condition for xs in fact being authoritative is that the claim (or the belief) that it is be justified, i.e., that its authority be legitimate (see Raz 1986, pp. 26, 27-8, and 1985, pp. 211, 216; see also Finnis 1980, pp. 234-6). 40 This is, obviously enough, the basic intuition underlying Kelsens concept of a dynamic normative system; see Kelsen 1945, pp. 110-3, and 1960, pp. 198-200 (auf die Frage des Kindes: warum soll ich zur Schule gehen, mag die Antwort lauten: weil der Vater es be-

67 Thus, the predicate valid belongs to that portion of our normative vocabulary which enables us to understand situations in which xs very utterance of a prescription is claimed (...) to be a reason for following it (in which, namely, it is assumed that xs directives ought to be followed because x issued them). That such a situation holds may be regarded as a necessary (albeit not a sufficient) condition of xs having authority (see Raz 1983, p. 205, and 1985, p. 212). Or, in other words, where it is assumed that (and, mutatis mutandis, where it is under scrutiny whether) xs pronouncements are authoritative, the predicate valid is a conceptual element in the criterion whose application, ex hypothesi, provides us with answers to practical questions. In this sense, validity as disquotation belongs to the conceptual resources peculiar to practical reasoning (deliberation and argumentation) of the required kind; i.e., to the conceptual resources of a substantive normative theory of authority. A paradigm case of such a theory is, from a positivist standpoint, a theory whose aim is to provide an answer to the question whether, under what conditions, and to what extent the law should be obeyed (whether, under what conditions, and to what extent the law may be said to be authoritative). Suppose that, as I have merely assumed, a non-cognitivist metaethical theory satisfying the phenomenological adequacy requirement is a viable option (see above, sect. 3.4). Granted this assumption, validity as disquotation would perhaps enable us to work out a non-cognitivist substantive theory of the authority of law. Such a theory would be fully compatible with a consistent form of legal positivism. Scientific description of positive law as it actually is would not, on such a view, turn out to be the same as an inquiry into what the law ought to be, nor would it merge into the latter. They would, rather, be two conceptually different, logically independent, and mutually compatible rational enterprises41.

fohlen hat und das Kind den Befehlen des Vaters gehorchen soll). Generally speaking, the relevant inference form is the key to the understanding of what a legal source, according to a positivist theory of law (see above, sect. 2), purports to be; see Raz 1977, pp. 152-3, and 1985, pp. 219, 221, 231. It is also, I submit, the formal backbone of determinatio as a non-deductive mode of derivation of positive law from natural law (on seterminatio see Finnis 1980, pp. 284-5, 289-90, 1985, pp. 23-4, and 1987, pp. 379-80). 41 A satisfactory substantive normative theory of authority, in the sense in which this phrase is used in the text, would be a theory providing a satisfactory answer to the question whether, under which conditions, and to what extent either somebody or something (e.g., the law) may reasonably be regarded as authoritative, in the specified sense (a theory, namely, successfully coping with the hypothesis that as Kelsen suggests; 1960, p. 199 the child might go on asking, Why should I obey my fathers commands?). Such a theory would succeed in showing how xs pronouncements (e.g., legal norms) may have for me the authority of a fully critical conclusion of authentic practical reason (Finnis 1980, p. 231). I am not claiming, here, that such a theory is a possible achievement (that, namely, it might be possible to answer, in a fully satisfactory way, to somebody who keeps on asking, And why should I obey x?). This issue will be left open here.

68 Thus, in claiming that Kelsens concept of validity may belong to the vocabulary of a non-cognitivist normative theory of the authority of law I am not claiming that legal norms are, as such (i.e., as belonging to a positive legal order, or as being applicable according to it, and because of this fact alone), endowed with binding force. I am suggesting, rather, that Kelsens concept of validity (validity as disquotation) should be understood as belonging to the vocabulary of a theory providing us with criteria apt to discriminate between two different sets of legal norms: those which are valid (i.e., binding), on the one hand, and those which though belonging to a positive legal order (or being applicable according to it) are not valid, on the other hand. Such a theory would be a substantive ethical theory purporting to specify the conditions under which the law, or particulat legal norms, ought to be obeyed. Were it possible to work out such a noncognitivist theory of the authority of law, Kelsens concept of validity (validity as disquotation) would find, within the boundaries of such a theory, its proper place and its most fruitful application. It would, on this hypothesis, prove to be a conceptual device belonging to the vocabulary of an inquiry concerning what the law ought to be; not, it should be stressed, to the vocabulary of a scientific description of positive law as it actually is42. The latter is, however, precisely the use to which validity as disquotation has been put, in the Pure Theory of Law, by Kelsen himself. This the fact that Kelsen did put the concept of validity as binding force to this specific use is, in the last resort, the reason why the Pure Theory of Law does not qualify as a consistent form of legal positivism; the reason why, namely, it is as I have assumed (see above, sect. 2) a specific doctrine of political obligation in disguise (this is, in fact, what the charge of ideological positivism, or quasi-positivism, boils down to). In the framework of the Pure Theory of Law, a conceptual, necessary relation holds between positive law, on the one hand, and validity (validity as disquotation), on the other hand: positive legal norms are, as such, binding. This, I have assumed, is a mistake. It does not follow, however, that a would-be noncognitivist positivist should necessarily hold the concept of validity as binding force to be incoherent. Validity as disquotation is not, I have claimed, incoherent; nor is it a useless concept, if reserved to the vocabulary of a substantive normative inquiry into whether, and under what conditions, the law may be said to be authoritative (i.e., of a non-cognitivist substantive theory of the authority of law). This is not, from a positivist standpoint, a question to which a scientific description of positive law, as it actually is, may provide any answer; it is, rather, a
42 The disquotational step is pivotal in J. M. Finnis reconstruction of the schema of practical reasoning showing how an obligation-imposing law provides a reason for action which would not exist independently of that law and is indeed provided by the law or legal system itself (Finnis 1980, pp. 314-6; the relevant deontic sentence appears, in the conclusion, without enclosing quotation marks, p. 316). Finnis schema is, however, intended as a means-end schema of practical reasoning (ibid.).

69 question about what the law ought to be. It is within the field of attempts to provide an answer to this question that paradoxical as this might be Kelsens concept of validity has its proper and most fruitful application. True, Kelsen himself would have regarded such a substantive normative theory of authority as a form of natural law theory. Unfortunately, it is the Pure Theory of Law itself which, as a form of political ideology in disguise, qualifies, on its own methodological and metaethical standards, as a variety of natural law theory. A view of legal phenomena capable of (1) holding on to the distinction between a scientific description of what the law, as a matter of fact, is, on the one hand, and normative inquiries into what the law ought to be, on the other hand, and (2) providing a non-cognitivist normative account of the authority of law would, in fact, remain wholly faithful to the basic tenets of (consistent) legal positivism. Thus, a non-cognitivist and positivist theory of law does not have to maintain that the question as to whether the law ought to be obeyed (and, specifically, which laws ought to be obeyed) makes no sense. Kelsens concept of validity belongs to the vocabulary proper to inquiries whose aim is to provide an answer to this question. The question itself is a substantive ethical question; this, however, does not make it eo ipso meaningless. And, moreover, it would be illadvised, for a would-be legal positivist, to assume that the question is, in fact, meaningless. For it would then become all too easy albeit not unavoidable to fall back on the assumption that there are no binding obligations at all other than those established by positive law, and that such obligations are binding solely in virtue of their having been so established. Precisely this assumption (i.e., quasipositivisms identifying claim; see above, sect. 2), however, does indeed qualify as a form an obviously perverted one of natural law theory43. 6. Binding force, membership, and quasi-positivism But, it might be objected, is my concept of validity still Kelsens own concept? Isnt my account of binding force (binding force as disquotation), and of the point the notion of validity, so understood, may be held to have, all too distant from Kelsens own views? In a sense, this objection is obviously to the point. So, before getting to the conclusion, let me add some clarifications about this issue. The account of validity as disquotation I have provided in the previous sections is meant as an account of a property which norms, as such (both legal and non-legal ones), may have or lack; not not primarily, and by implication only as an account of a property belonging to legal norms. The scope of my inquiry is,

On quasi-positivism as a degenerated, self-stultifying form of natural law theory, see Ross 1961, pp. 166, 176-80; Bulygin 1981, p. 435.

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70 under this respect, fully general. Its intended subject matter is validity of ought statements purporting to provide guidance of our conduct validity, that is, of a set of possible answers to practical questions. The account does not entail that legal norms, as such, are valid, in the relevant sense. No conceptual, necessary relation between membership of a norm in a positive legal system (or, alternatively, applicability of a norm according to such a system), on the one hand, and its validity (binding force), on the other hand (or, in other words, no conceptual, necessary relation between existence of a norm as a legal norm, on the one hand, and its being endowed with binding force, on the other hand), follows from it. The account leaves the possibility that legal norms may turn out to be invalid entirely open. Obviously enough, such an approach to the concept of validity (validity as binding force) sharply conflicts with Kelsens own approach. True, in Kelsens theory the concept of validity appears, at first glance, to be wholly general in scope; its domain of application is, on the face of it, the field of norms, without qualifications (not, specifically, of legal norms). It is obvious, however, that Kelsens own theoretical interest is focused on the application of the concept of validity to the field of legal norms (i.e., to characterization of legal norms as valid norms). The concept of validity, that is, has, in the framework of the Pure Theory of Law, a privileged domain of application, the field of positive law. According to Kelsen, moreover, the notion of binding force, where it is not applied to positive norms (i.e., to norms judged to be valid in virtue of their belonging to a dynamic normative order), turns out to be a magico-metaphysical pseudo-concept44. Only when used in the context of a scientific description of positive normative orders is the notion of binding force free from metaphysical implications (see Kelsen 1960, p. 8, fn.). I have not followed Kelsen on this score. Rather, I have suggested that (1) Kelsens concept of validity may, and should, be regarded as a concept whose domain of application is the whole field of normative discourse; and that (2) privileged application of this notion to the domain of legal norms generates the appearance that the notion itself necessarily has quasi-positivistic implications. The Pure Theory of Law, I have assumed, is a form of quasi-positivism. Kelsens theory of validity, when conjoined with the doctrine of the basic norm, leads to implications sharply in conflict with the postulate of methodological purity (i.e., Kelsens basic postulate to the effect that the task of legal science is not to provide a justification nor, for that matter, a condemnation of positive law, but simply to describe positive law as it actually is; see above, sect. 2). What is responsible for Kelsens quasi-positivism is not, however, the notion of validity as
44 According to Kelsen, the concept of a static normative system is, at bottom, incoherent, while it rests on the notion, itself an incoherent one, of a self-evident norm (a norm, that is, whose content is immediately evident to the human mind); see 1960, p. 199 and, for further references and discussion, Celano 1991, pp. 352-65, and 1999a, pp. 341-52.

71 binding force, as such. It is, rather, Kelsens claim to the effect that this notion is the relevant one as far as a scientific, value-free description of positive law is concerned. The roots of Kelsens quasi-positivism lie in his having adopted the concept of validity (validity as binding force) as the key concept of a scientific theory of positive law; in the claim, that is, that there is a conceptual, necessary connection between the existence (membership in a positive legal system, or applicability according to such a system45) of legal norms, on the one hand, and their validity (binding force), on the other hand46. This is the reason why rejection of Kelsens quasi-positivism does not, by itself, compel us to dismiss the concept of validity as binding force as an incoherent, ill-formed, internally flawed, and necessarily misleading concept. In this sense, as stated above (sect. 1), Kelsens concept of validity may prove to be a useful conceptual resource, provided that it is not put to the same use as Kelsen humself did put it. Is, then, the concept of validity as binding force, so understood, still Kelsens concept of validity? The answer to this question is, I think, plain: it depends. So, instead of trying to argue for a positive, or a negative, answer to the question, I shall simply discuss a few related points. (1) Validity is, on the disquotational account, a property norms may have or lack. But, it might be objected, validity is, according to Kelsen, the specific existence of norms; it is not, therefore, a property which norms may have or lack. An invalid norm is, according to Kelsen, a non-existent norm; it is, therefore, no norm at all (see Kelsen 1945, pp. 155, 159, and 1965b, p. 1472; see also Celano 1990, pp. 57-61, and, for a version of this objection, Raz 1977, pp. 146-8). Existence. it might perhaps be said, is not a predicate; therefore, validity is not. The objection amounts to claiming that there is no way open from assumption (1) in sect 2 above to a disquotational account of validity. My reply is as follows. One simply cannot make sense of huge portions of the Pure Theory of Law unless validity is regarded as a property which norms may have or lack, i.e. unless one treats the word valid as a predicate which may be ascribed to norms47.

45 Kelsen refuses himself to allow any significant distinction between membership in a legal system and applicability according to it, and his refusal may be regarded as a considerable flaw in the Pure Theory of Law (see Raz 1977, pp. 148-9). This point is, however, wholly immaterial to our present purposes. 46 Thus, I wholly subscribe although, perhaps, for different reasons to J. Razs claim (1970, pp. 135-6) to the effect that Kelsen is trapped by his identification of validity with the existence of a norm on the one hand and with its justification on the other; the way out of this confusion is to reject the identification of the validity of a norm with the justification of a norm. 47 Textual evidence directly supports this claim; see e.g. Kelsen 1945, p. 110: A norm is not a statement about reality and is therefore incapable of being true or false (...). A norm is either valid or non-valid. (If you still have any doubt, try the following: A norm

72 Kelsens standard account of the question as to the reason for the validity of a norm, and of candidate answers thereto, is in terms of answers to questions of the form: Should I do A, and, if so, why? (see above, sect. 4.1). Asking whether a norm ought to be obeyed or not amounts to asking whether it has the property of being binding, i.e., whether it is valid or not. We seem to face, then, a dilemma. On the one hand, validity is, according to Kelsen, the specific existence of norms. An invalid norm is a non-existent norm; it is, therefore, no norm at all. On this reading, validity is not a predicate. On the other hand, however, validity is, in the framework of the Pure Theory of Law, a value which norms may have or lack, just as truth is a value which statements of fact may have or lack. Is there any way of reconciling these two apparently conflicting views? I shall not tackle this issue here. (2) It is well known that, in his post-1960 works, Kelsen explicitly and emphatically rejects the suggestion that any significant analogy holds between validity (of norms), on the one hand, and truth (of statements of fact), on the other hand. Kelsens rejection of this suggestion is grounded in his views about the necessary conditions a norm has to satisfy in order to belong to a dynamic normative order (specifically, norms may be said to belong to a dynamic normative order only if some specific facts actually obtain; if, namely, some acts of will actually take place). The no-analogy claim is, moreover, the main reason Kelsen adduces for holding that neither the principle of non-contradiction, nor the rule of deductive inference, apply to norms (see Mazzarese 1989, ch. 3; Celano 1990, ch. 5, and 1998b). It should be noticed, however, that, first, in Kelsens post1960 writings, too, the notion of validity as binding force remains in place; it is relative to this notion that, as shown in the previous sections, a significant analogy between validity and truth may be drawn. And, second, the late Kelsens sceptical views about the possibility of logical relations between norms do indeed provide indirect support in favour of the conclusions we reached in the previous sections. Kelsens mistake, I have claimed, lies in his having established a conceptual, necessary connection between validity as binding force, on the one hand, and validity as membership in a positive legal order (or, applicability according to such an order), on the other hand. Considerations concerning the necessary conditions for the latter (validity qua membership) led the late Kelsen to the conclusion that no significant analogy holds between validity and truth. What I have claimed is, precisely, that (consistent) non-cognitivist legal positivists should sharply distinguish between validity as disquotation, on the one hand, and validity as membership (or applicability), on the other hand; that the latter only should be held to be relevant as far as a scientific description of positive law is

is either valid or non-valid; a non-valid norm is a non-existent norm; it is, therefore, no norm at all; such a train of thought, I submit, makes no sense.)

73 concerned; and that, finally, the former notion has its proper place in the field of substantive ethical inquiry. (3) Kelsen, I have claimed, establishes a conceptual, necessary relation between validity (validity as binding force, or disquotation), on the one hand, and membership in a legal system, on the other hand. What exactly is the nature of the relevant conceptual relation is a question we may, as far as the purposes of the present inquiry are concerned, leave open. Validity as binding force and validity as membership are not, in the framework of the Pure Theory of Law, merely coextensive. On the other hand, however, it would be wrong to claim that, according to Kelsen, validity, or binding force, simply mean membership; Kelsens claim to the effect that a norm is a valid (i.e., binding) legal norm if and only if it belongs to a legal system is not meant as a mere stipulation as to the meaning of the word valid, nor, generally, as an analiticity claim48. What matters is, however, that the relevant relation has to be understood as stronger than mere co-extensivity, though not as an analiticity claim. According to Kelsen, a norm is a valid norm if and only if it exists; whether it exists or not depends (this dependence being understood as a conceptual relation of the required sort) on whether it has binding force; and, finally, whether a norm has binding force or not depends (this dependence, too, being understood as a conceptual relation of the required sort) on whether it belongs to the normative system at hand. Kelsens claim is not that validity and membership have the same meaning. It is, nonetheless, much stronger than a claim to the effect that valid according to legal system S and belonging to S are extensionally equivalent. The claim is, rather, that valid according to S and belonging to S are necessarily coextensive, this being so because belonging to S is the reason why a norm may be said to have binding force. As J. Raz (1977, p. 148) puts it, the question is what is a reason for what. Kelsens view the view I have assumed to be mistaken (i.e., Kelsens quasi-positivism) is that a norm may be said to be valid (i.e., to be endowed with binding force) because it belongs to the normative order under consideration, and in virtue of this fact alone. 7. Conclusion Why, then, should our normative vocabulary be built up so as to include a predicate warranting disquotation of normative sentences? Why should such a predicate such a disquotational device be held to be a useful, perhaps even a necessary, conceptual resource? I have argued that, from the standpoint of a noncognitivist metaethical approach, validity as disquotation may be held to fulfill a twofold important function.

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See, on this issue, Raz 1977, p. 148; Navarro 1998, p. 6.

74 First, and in general, the predicate valid, understood as such a disquotational device, enables us to scrutinize candidate answers to practical questions. It allows, namely, deliberation and argumentation in the field of substantive ethical inquiry. Second, and in particular, the inferences we may draw by attributing validity to non-mentioned norms play a key role in practical reasoning dealing with claims to authority. They may, specifically, play a key role in a substantive normative theory of the authority of law. Under both respects, availability of a normative vocabulary including the disquotation predicate valid turns out to be of crucial importance in allowing a would-be non-cognitivist to regard normative discourse as rationally admissible, thereby rejecting its dismissal as a form of deceptive, nonsensical story-telling. This is why, I think, an account of the notion of validity as disquotation may be held to be a significant, perhaps a necessary fragment of a satisfactory noncognitivist theory of norms. References
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Pierluigi Chiassoni

Interpretive Games: Statutory Construction Through Gricean Eyes*

Abstract. Two different, though related, issues will be coped with in this paper. First, which is the structure of the process of statutory construction? Secondly, provided one might look at the practice of statutory construction as a sort of game, which kind of rules is it played by? A tentative answer to these questions will be outlined: (a) by distinguishing between several kinds of interpretive games; (b) by casting light on the peculiar structure of the statutory construction game; (c) by singling out (some of) the rules which are seemingly at work in the statutory construction game, by way of a comparison with the Gricean conversational game. 1. The Challenge of Linguistic Theories Legal theorists on both sides of the Atlantic Ocean presume to know a lot about interpretation. They presume so because they belong to, and are the chartered representatives of, an enduring tradition of inquiries upon the subject. The tradition, in turn, mirrors deeply felt exigencies of past and present times: indeed, interpretation is, and it has always been, a basic aspect of the everyday working of any legal system characterized by written legal sources (written law, statutory law, etc.). Accordingly, legal theorists do not only presume to know a lot about interpretation; they have to know it in order to comply with one of their basic professional duties. Provided that is the case, what do legal theorists actually know about legal interpretation? A cursory look at some piece of an overwhelming literature shows that there is no general agreement about how interpretation really is. On the contrary, several descriptive theories of legal interpretation did, and do currently, compete in the marketplace of ideas. For the purpose of the present paper, these theories may be roughly divided into two sides.
*

Comunicazione presentata al Congresso internazionale di filosofia del diritto (IVR 99), Pace University, New York, 23 giugno 1999.

Analisi e diritto 1999, a cura di P. Comanducci e R. Guastini

80 On the one side, there are those theories openly or tacitly claiming that legal interpretation in general or, at least, some interpretive practice within the legal domain, has something special in it: it is a peculiar enterprise, not plainly reducible to other kinds of interpretation, like e.g. ordinary language interpretation, any analogy with them notwithstanding. In the following, these theories will be referred to as specificity theories of legal interpretation. On the other side, there are those theories which purport either to deny the specificity of legal interpretation as a whole, or of some interpretive practice within the legal domain particularly. In the following, these theories will be referred to as no-specificity theories of legal interpretation. Two theories, among the no-specificity ones, have borrowed from the works of linguists and philosophers of language to support their claim. I will refer to these linguistic theories of legal interpretation as the word-meaning theory and the sentence-meaning theory, respectively. Lets have a swift look at them. 1.1. The Word-Meaning Theory The core of the word-meaning theory of statutory interpretation may be set forth as follows. (1) Statutes are made up of sentences. Sentences are made up of words. There are two basic kinds of words (or linguistic signs): logical words, like and, or, if, and other syntactic connectives, on the one hand; descriptive words, i.e., names expressing subjects and/or predicates, on the other. (2) Statutory interpretation consists in determining the meaning of the descriptive words within statutory-sentences. (3) The process of interpretation usually takes one of the two following courses: interpreters including judges either do discover the meaning of the words employed by the legislator, in the light of current semantic rules, or they do make it up, by stipulating the semantic rules establishing which their proper meaning should be as to a case at hand. (4) Stipulations of semantic rules take place any time the words to be interpreted prove indeterminate, because of vagueness, fuzziness, open texture, etc., which in turn are due to a failure of current semantic rules. (5) Accordingly, if statutory construction runs in that way and it does in fact run in that way there is nothing peculiar about it: nothing which makes it a different enterprise from the interpretation of any other linguistic document, by a competent speaker of the natural language by means of which the document has been formulated (see Alchourrn, Bulygin 1989, pp. 306-310; Bulygin 1991a, pp. 34-35; Bulygin 1991b, p. 22).

81 1.2. The Sentence-Meaning Theory The core of the sentence-meaning theory of statutory interpretation may be set forth as follows. (1) Statutes are strings of sentences purporting to express legal standards: rules and principles about the way people are legally required and/or permitted to behave. (2) Sentences are the minimal units of linguistic communication and, accordingly, they are the basic objects of interpretation: the process through which we get to the meaning of sentences. (3) How do we get to the meaning of legislative sentences? Is there anything in it of basically different from the way we get the meaning of ordinary declarative/descriptive sentences? Some jurists and legal theorists claim, or tacitly assume, that process to be different from the interpretation of ordinary declarative/descriptive sentences. But they are wrong. For the following reasons. Ordinary declarative/descriptive sentences purport to convey true or false information about the world. Legislative sentences purport to direct human behavior. In order to do so, however, they cannot but convey to their addressees some piece of information about the way they are required, or allowed, to behave. Accordingly, in order to get the meaning of a legislative sentence like, say, The landing of planes between 8.00 p.m. and 6.00 a.m. is hereby prohibited, it is beforehand necessary to grasp the meaning of the corresponding descriptive sentence: Planes land between 8.00 p.m. and 6.00 a.m. or of the corresponding propositional clause: that planes land between 8.00 p.m. and 6.00 a.m.. This is so, because the conditions of efficacy of the legal norm coincide, and cannot but coincide, with the conditions of truth of the corresponding statement (Moreso 1997b, pp. 4-5; Moreso 1999, pp. 14-15). (4) In order to interpret the corresponding descriptive sentence, or the corresponding propositional clause, no special skills are required. It is just a matter of mastering the language: i.e., of being a competent speaker of the language through which the legislative sentence to be interpreted has been expressed which means, among other things, knowing its semantic rules (Moreso 1997a, pp. 218-223). A few remarks as to this view of statutory interpretation are in order. If my account is correct, the sentence-meaning theory looks like an improved version of the word-meaning theory. For the following reasons. From the standpoint of the sentence-meaning theory, the interpretation of legislative words is, to be sure, an important part of the interpretation business; however, it does by no means exhaust it. Two further dimensions of actual discourses are taken into account, namely: the syntactic dimension and the pragmatic dimension. Both dimensions, by contrast, seem to be utterly overlooked by the word-meaning perspective.

82 The syntactic dimension is taken into account because, as I said in passing, the sentence-meaning theory holds that the basic units of linguistic transactions are not words, but sentences. Sentences are syntactic constructs and their syntax is likely to be taken into account while interpreting them. The sentence-meaning theory also takes into account the pragmatic dimension of actual discourses. Though, as I will suggest in a moment, the pragmatic outlook of the sentence-meaning theory is, so to speak, semantically-laden and inegalitarian: it is biased towards the word-to-world relationships and, accordingly, it seems to assign semantic and pragmatic priority to a certain type of speech acts namely: statements or assertions over any other type. In turn, as we shall see in moment, such a bias mirrors a certain (neo-positivistic) theory of meaning as the proper or paramount one. In my opinion, linguistic theories provide a misleading picture of statutory interpretation. If only because they do not tell the whole story about it. Taking side, for the sake of the argument, with the specificity theories of statutory interpretation, I will cast some doubt on the linguistic theories ( 2), and argue for the specificity of statutory interpretation ( 5) at least so far as ordinary linguistic transactions are concerned by means of an interpretive game perspective ( 3) and a comparison with Grices conversational game ( 4). 2. Linguistic Theories: Some Food for Puzzles At first sight, and from the perspective of an ordinary lawyer (which, of course, may be the perspective of an ordinarily unsophisticated, narrow-minded, lawyer), the central interpretive thesis of the sentence-meaning theory seems quite odd. Lets have a closer look at it. The thesis says that, in order to interpret a normative sentence i.e., a sentence purporting to express a norm, a rule, a command, an order, or any other standard of behavior (to limit myself to this kind of rules) one has to take into account, and interpret, the corresponding declarative/descriptive sentence, or the corresponding propositional clause. From this perspective, if somebody, being the lawyer of somebody else, has to interpret a normative sentence like, say,
The door ought to be closed at eight oclock

she has first to figure out and interpret the corresponding declarative/descriptive sentence:
The door is closed at eight oclock.

Why is that so? What theory of the meaning of linguistic expressions is presupposed by the thesis above? Is that a viable theory of meaning to account, here and now, for the way legislative sentences are being interpreted? As I suggested at the end of 1, the theory apparently endorses an assertioncentered view of sentence-meaning: a view according to which independently from their linguistic function making questions, giving orders, laying down

83 regulations, expressing feelings, etc. the meaning of sentences or, more precisely, their propositional content is the meaning of their corresponding descriptive sentence: it is the propositional content of the corresponding assertion. Accordingly, one must first identify what such a propositional content is, in order to understand what the question, the order, the regulation, or the piece of expressive discourse is about (Hare 1949, p. 10; Hare 1952, ch. II; Scarpelli 1959, chs. II, III; Brandom 1994, pp. 172-173; ). This view has been recently expressed by the philosopher of language Robert B. Brandom (1994, pp. 172-173) in the following terms:
It is only because some performances function as assertions that others deserve to be distinguished as speech acts. The class of questions, for instance, is recognizable in virtue of its relation to possible answers, and offering an answer is making an assertion not in every individual case, but the exceptions (for example, questions answered by orders or other questions) are themselves intelligible only in terms of assertions. Orders and commands are not just performances that alter the boundaries of what is permissible or obligatory. They are performances that do so specifically by saying or describing what is and is not appropriate, and this sort of making explicit is parasitic on claiming. Saying Shut the door! counts as an order only in the context of a practice that includes judgments, and therefore assertions, that the door is shut or that it is not shut [] In the same way, promises are not just undertakings of responsibility to perform in a certain way. They are performances that undertake such responsibility by saying or describing explicitly what one undertakes to do. One promises in effect to make a proposition true, and the propositional contents appealed to can be understood only in connection with practices of saying or describing, of ta[l]king true in short, of asserting what are, in virtue of the role they play in such assertions, declarative sentences [italics added].

All that may be fine, as a theory of the relationships between speech acts though it might be contested by staunch Austinians. One may wonder, however, about how it could work as a theory of interpretation: i.e., as a theory which does not focus on meanings, but on how they are ascribed to sentences. Indeed, from such a perspective, the passage above does not make clear what the interpretive role of assertions, and of the practice of making assertions, actually is. Do they play a role only in interpreting any speech act as a question, or a request, or a command, or a piece of advice, etc., independently of its specific content (where interpretation is interpretation1, i.e. the ascription of a certain sense, or value, to a cultural object)? Or, rather, do they play a role both in interpreting speech acts as questions, or requests, or commands, etc. (interpretation1), and in interpreting the uttered or written expressions through which they are performed (interpretation2, i.e., the ascription, or determination, of the meaning of something previously identified as a linguistic expression, having such-and-such function, by means of interpretation1: Wrblewski 1985, pp. 21-23)? In the latter case, however, the theory of interpretation one may derive from that standpoint is far from satisfactory.

84 Given a certain normative sentence so the theory runs its propositional content coincides with the propositional content of the corresponding declarative/descriptive sentence: the sentence expressing the assertion which is made true by a due obedience to the norm expressed by the normative sentence. However: how do we get the meaning of such a declarative/descriptive sentence? This question either remains unanswered, or not clearly answered (like in the passage from Brandom), or it is answered, as I suggested in the introductory section, by pointing out to the current semantic rules of the relevant language. In that case, the sentence-meaning theory boils down to the word-meaning theory. What about this theory? Is it really true to the facts of statutory construction? One way of raising some doubt about it may consist in arguing from what might be called the double fuzziness of legislative language. The argument runs as follows. The word-meaning theory assumes legislative language to be a fuzzy language. Indeed it claims any natural, not-formalized, language is fuzzy, and nobody can deny legislative language to be at least, here and now a natural, not-formalized, language like the one we use to perform our everyday linguistic transactions (indeed, it heavily depends on the latter, drawing from it its grammar and most of its words). This assumption, however, is misleading insofar as it overlooks that legislative language is fuzzy not only because of its being a natural, not-formalized language, but also because of the working of two other distinctive factors: jurists (law school professors and judges) and lawyers (attorneys, barristers, abogados, solicitors, avocats, avvocati, etc.). According to Peczenik and Wrblewski (Peczenik, Wrblewski 1985, pp. 2426, 32-34; see also Wrblewski 1983; Dascal, Wrblewski 1988, pp. 217-221), a language is fuzzy when its descriptive, or conceptual, terms work in a way which makes the two following theses at once true:
(F1) There are some objects x, that either do belong to the extension of a term A, or they do not belong to it. (F2) There are some objects x, that neither do belong to the extension of a term A, nor they do not belong to it.

The basic feature of a fuzzy language is summed up by Peczenik and Wrblewski in the following terms (Peczenik, Wrblewski 1985, pp. 25-26; see also Hart 1961, pp. 122-132):
In a fuzzy language, a use of a name (description) occurs in three types of situations: (a) there are some x for which there is no doubt that they belong to A, i.e. the positive core reference; (b) there are some x for which there is no doubt that x does not belong to A, i.e. the negative core reference; (c) there are some x for which there is a controversy or a doubt whether x belongs to A or not, i.e. penumbra reference.

By contrast, a language is hard when its descriptive, or conceptual, terms work in a way that makes the following thesis true:
(H1) For every object x, either x does belong to the extension of a term A, or it does not belong to it.

85 Finally, a language is soft when its descriptive, or conceptual, terms work in a way that makes the following thesis true:
(S1) For every object x, neither x does belong to the extension of a term A, nor it does not belong to it.

Hard languages are the ideal languages of scholars logicians, mathematicians, etc. advocating the working out of rigorous conceptual arrangements. By design, hard languages do not leave any room for those structural failures of natural languages, like ambiguity, vagueness, fuzziness, open texture, etc. Soft languages, by contrast, are the heaven of politicians and the masters of propaganda. Unlike hard and fuzzy languages, they work in such a way as to leave no room for a settled core of positive or negative reference. Penumbra is general all over the language. And words take their meanings after the notorious Humpty Dumpty Rule. I believe the distinction between hard, soft, and fuzzy languages to be a quite useful tool to approach statutory construction. Indeed, from its standpoint, that practice may be roughly conceived as follows (this is, of course, just one view of an immense, many-sided, cathedral). (1) Any actual legislative language being a natural, fuzzy language is subject to interferences by qualified users and interpreters, who pull it in two different, incompatible, directions. (2) On the one hand, there is a pull towards greater hardness. This move is basically advocated by conceptualist jurists, who want to turn legislative language into a hard language, like that of the so-called exact sciences (Bobbio 1950; Soler 1962). (3) On the other hand, there is a pull towards greater softness. This move is basically advocated by the bad men and their lawyers. (4) Jurists, however, do not agree about the proper way to make legislative concepts hard. Accordingly, there are competing proposals for hardening legislative language. These proposals, in turn, multiply the meanings which can reasonably be ascribed to legislative sentences. Accordingly, the pull by jurists towards greater hardness usually works to a (unintended) greater softness, by a well-known process of heterogenesis of the goals. (5) Lawyers are eager, where it does suit the interests of their clients, to exploit jurists conceptual disagreements, spreading and fuelling them in the courtrooms and among the people at large. (6) The two opposite pulls I have just mentioned add to legislative language a, so to speak, second-order, artificial, fuzziness: a fuzziness which does not depend on purely linguistic factors, like being the legislative language a natural language. It rather depends on pragmatic factors connected with the way the law i.e., legal practices and experience is. The remarks above should make clear why linguistic theories seem to provide an impoverished picture of statutory interpretation.

86 They overlook artificial fuzziness and its social, pragmatic, factors, while focussing on natural fuzziness only. They represent lawyers and jurists like any ordinary speaker of a natural language. Lawyers and jurists, however, are not just ordinary speakers of a natural language, like the man on the Greenwich bus. In fact, they seldom take a bus, busy as they are, in classrooms, court-rooms and offices, at working out interpretations of legal materials, according to rules drawn from a long-standing argumentative tradition. Lawyers and jurists play a different game. This is a very trivial statement indeed. But linguistic theories seem to overlook this fact, for no apparent theoretical reason (maybe, they have good normative reasons to do so, like fostering some kind of linguistic naturalism or linguistic legalism, but in that case they should make it clear). It is time to cast some light on the sort of game it might be. 3. Interpretive Games A game is, very broadly speaking, any individual or social activity performed in accordance with a discrete set of rules. A linguistic game, following Wittgenstein (but in no way pretending or purporting to solve any problem of wittgensteinian exegesis), is any social activity performed by means of language or, more precisely: by means of a natural language, and in accordance with its grammatical and semantic rules. An interpretive game is an individual or social activity, consisting in the ascription of a meaning to a piece of discourse (a sentence or a string of sentences). Interpretive games are, by definition, linguistic games: games played by means of a language (one might say, games played on words by means of words). Which rules are interpretive games played by? It is possible to single out at least three kinds of interpretive rules (using interpretive rule in a very broad sense), namely: semantic rules; grammatical rules; and methodological rules. Semantic rules are stipulations about the way a term should be interpreted. They point out its proper meaning as to one or more contexts of use. Though they may be worded in many different ways, the standard form of a semantic rule is:
The term x should mean y in context C.

Grammatical rules are stipulations about the way a certain syntactic pattern should be understood in a given context. The standard form of a grammatical rule is:
The pattern s should be understood as z in context C.

Methodological rules establish which interpretive moves are permitted, man-

87 datory, or prohibited within a given interpretive game. They establish, for instance: (1) which semantic regularities, or semantic uses, if any, interpreters are required, or allowed, to take into account, and under what conditions; (2) which grammatical regularities, or grammatical uses, if any, interpreters are required, or allowed, to take into account, and under what conditions; (3) which semantic rules, if any, interpreters are required, or allowed, to follow, and under what conditions; (4) which grammatical rules, if any, interpreters are required, or allowed, to follow, and under what conditions; (5) if, and when, interpreters are required, or allowed, to make semantic rules; (6) if, and when, interpreters are required, or allowed, to make grammatical rules; (7) which extra-linguistic criteria interpreters are required, or allowed, to take into account, and under what conditions speakers intention, speakers genuine interests, speakers objective interests, addressees genuine interests, the natural order of things, players basic values, etc.; (8) which methodological rule(s) should take precedence over others, if any; (9) which interpretive outcome should prevail whenever two, or more, different outcomes are identified on the basis of the established criteria; (10) which consequences follow, respectively, from abiding by, neglecting, departing from, or violating any methodological rules; (11) which interpretive attitude interpreters are required, or allowed, to assume as regards the objects of interpretation full co-operation, mild cooperation, self-interest-seeking with guile, charitable stance, uncharitable stance, hard-lined sabotage, etc.; (12) which, if any, is the basic goal of the game. The interpretive rules mentioned above from (1) to (7) are first-order, criteria-selective rules: they directly single out which interpretive criteria are allowed, or required, within the game. The interpretive rules mentioned above at point (8) are second-order, criteriaordering rules. They establish, for instance: (a) which set of interpretive criteria, out of two or more previously selected ones, should be used in the first place; (b) in which cases interpreters are required, or allowed, to resort to second-ordered, third-ordered, or n-ordered criteria. The interpretive rules mentioned above at point (9) are second-order, outcomes-ordering rules. They apply whenever interpreters, by resorting to the required, or allowed, interpretive criteria, have identified two, or more, different meanings for the same utterance or inscription. The interpretive rules mentioned above at point (10) are second-order, outcomes-evaluating rules: they establish how specific interpretations should be regarded and acted upon, within the game, in the light of the relevant criteriaselective, criteria-ordering, and outcomes-ordering rules.

88 Finally, the interpretive rules mentioned above at points (11) and (12) are attitude-selective and goal-selective rules, respectively: they establish what may be called the overall spirit of the game. To conclude, there seems to be at least five, different kinds of assets in any interpretive game, namely: semantic regularities as to the use of words, current grammatical patterns, semantic rules, grammatical rules, and methodological rules. From the standpoint of methodological rules, it is possible to distinguish several types of interpretive games. A few of them will be briefly considered below, namely: (1) simple games and complex games; (2) stably-ordered games, discretionally-ordered games, and mixed games; (3) cognitive games and practical games; (4) privileged rule-making games and widespread rule-making games; (5) separate rule-making games and contextual rule-making games; (6) no-reinterpretation games, purely reinterpretative games, and standard reinterpretative games. 3.1. Simple Games vs. Complex Games An interpretive game is simple if interpreters are allowed to use only one definite set of interpretive criteria. The basic criteria-selective rule of a simple interpretive game may require, for instance:
(CSR1) L-utterances and L-inscriptions shall be interpreted according to the ordinary syntactic and semantic uses of L-words

where L indicates the specific language referred to. By contrast, an interpretive game is complex if interpreters are allowed, or required, to use more than one set of interpretive criteria. The basic criteria-selective rules of a complex interpretive game may require, for instance:
(CSR2.1) L-utterances and L-inscriptions shall be interpreted according to the ordinary syntactic and semantic uses of L-words (CSR2.2) L-utterances and L-inscriptions shall be interpreted according to the syntactic and semantic rules established by interpreter A.

Of course, the relevant sets of interpretive criteria may be identified in several different ways. For instance: (a) by singling them out directly; or (b) by referring to their sources, i.e. to the practice (custom-source) and/or to the agent(s) (will-source) which may produce them. In the latter case, the relevant criteria are those which may be traced back to the relevant custom- or will- sources. In simple and complex games alike, any interpretation which cannot be justified on the basis of the relevant criteria-selective rules is invalid: i.e., according to the outcomes-evaluation rules of the game, it is void, or voidable, unlawful,

89 unreasonable, unacceptable, preposterous, defeasible, dubious, absurd, fake, weird, crazy, etc. 3.2. Stably-Ordered Games, Discretionally-Ordered Games, Mixed Games Simple and complex games are identified from the perspective of how many sets of interpretive criteria the players are allowed, or required, to make use of, according to some criteria-selective rule. In both types of game, however, the application of the established interpretive criteria may result in a variety of interpretive outcomes. Which one, if any, should be preferred? Apart from bewilderment games, where interpreters are prohibited to overcome such difficulties, and the games come to an end there (a final outcome sanctioned by a non liquet statement), three different interpretive games may be singled out from this perspective, namely: (a) stably-ordered games, (b) discretionally-ordered games, and (c) mixed games. (a) A stably-ordered game is characterized by one or more outcomesordering rules, purporting to settle in advance any uncertainty due to different interpretive outcomes for the same piece of discourse. For instance, as regards the complex game identified by criteria-selective rules CSR2.1. and CSR2.2. above, there might be an outcomes-ordering rule like the following:
(OOR1) If the application of the criteria referred to by CSR2.1 and CSR2.2 points to different interpretive outcomes, whichever output resulting from the application of the CSR2.2 criteria shall prevail over whichever output resulting from the application of the CSR2.1 criteria.

(b) A discretionally-ordered game is characterized by a discretion-conferring rule, empowering interpreters to overcome uncertainties according to their ruthless, malicious, casual, reflective, enlightened, wise, fair, equitable, right, true, etc. judgment. (c) Finally, a mixed game is characterized by the presence, on different levels and/or for different kinds of uncertainties, of both stably-ordering and discretionconferring rules. 3.3. Cognitive Games vs. Practical Games Cognitive games are played by interpreters willing to draw as much information as possible as much true or false statements, verifiable or falsifiable assertions, likely or unlikely predictions, etc. from the interpreted discourse. Perhaps, it is worthwhile distinguishing two (related) types of information interpreters may want to gather, namely: (a) information about the speakers or writers: basically, about what they said and/or have meant to say; (b) information about the subject-matter which the speakers or writers have dealt with. If the cognitive interpreters are involved in an exchange of information with

90 other agents, the interpretive game is part of a larger linguistic game which, following Grice, may be dubbed cognitive conversational game, or cognitive conversation. By contrast, within practical games interpreters basic purpose consists in getting from the interpreted discourse the meaning(s) that better foster their interests, which by design are different from any interest in obtaining, and forwarding, informations: for instance, pulling someones leg or making a fool of her, arousing discontent and hatred among the populace (Mischief, thou art afoot), promoting or hindering somebody elses political career, selling widgets to reluctant customers, winning a lawsuit, freeing wild animals from zoos, jailing villains, fostering the Progress of Mankind, etc. The basic goal-selective rule of cognitive games runs, very roughly, as follows:
(GR1) L-utterances and L-inscriptions shall be interpreted so as to get to as many as possible cognitive statements.

On the contrary, the basic goal-selective rule of practical games runs, very roughly, as follows:
(GR2) L-utterances and L-inscriptions shall be interpreted so as to secure at best your non-cognitive, practical, interests.

3.4. Privileged Rule-Making Games vs. Widespread Rule-Making Games In privileged rule-making games, the making and changing of semantic, grammatical, and methodological interpretive rules is allowed to certain agents only: be they different agents from the actual interpreters (who take interpretive rules as something given of course, with any leeway accorded by the game of interpreting interpretive rules), or a sub-class of interpreters. By contrast, in widespread rule-making games, every interpreter is entitled to make new interpretive rules though such an empowerment does not necessarily carry with it that the rules she makes are somehow binding upon other interpreters. 3.5. Separate Rule-Making Games vs. Contextual Rule-Making Games In separate rule-making games, new interpretive rules may be made by the empowered agents outside of interpretive processes only. By contrast, in contextual rule-making games, interpreters are empowered to make new interpretive rules while playing the game. This means that interpreters are empowered both to make new rules, and contextually apply, follow, or use them. The limits, if any, to such a rule-making activity are likely to vary according to each interpretive game, and along time and situations within it. Indeed, as I have pointed out in passing while dealing with widespread rule-making games, there is no necessary connection between making rules, on the one side, and making binding rules, on the other, unless it is so established.

91 3.6. No-Reinterpretation Games, Purely Reinterpretative Games, Standard Reinterpretative Games Actual processes of interpretation which will be roughly understood, for present purposes, as mental activities of a discursive kind, which may be externalized in speech or writing may be analyzed and classified on the basis of a two-stages, ideal model (something of a Weberian ideal-type). According to the model, an interpretive process, far from being a one-shot, mostly mysterious and unaccountable activity, contains two logically distinct stages: the first-interpretation stage, and the re-interpretation stage, respectively. At the first-interpretation stage, interpreters perform the following activities: (a) they identify an object as a sentence, or a string of sentences, in a (to them) familiar language; (b) they ascribe to the sentence(s) a first, tentative, meaning or an array of tentative, possible, meanings. The outcome of the first-interpretation stage is an interpretive sentence having the following standard structure:
At a first interpretation, sentence S means Z in context C, or At a first interpretation, sentence S means that Z in context C.

At the re-interpretation stage, interpreters ascribe to previously identified and interpreted sentences a final, or ultimate, meaning. This final or ultimate meaning: (a) represents the final outcome of the interpretive process; (b) it is the meaning upon which are based the non-interpretive activities, if any, of the interpreters themselves and/or of other agents. The outcome of the re-interpretation stage is an interpretive sentence having the following standard structure:
All things considered (as to the situation at hand), sentence S means Z in context C, or All things considered (as to the situation at hand), sentence S means that Z in context C.

According to the ideal model, nothing guarantees that interpreters will reach the same outcomes in both stages. On the contrary, the basic idea behind the twostages structure is accounting for the possibility that interpreters, in the light of factors brought into play at the second stage, may not only confirm, but also modify the outcome of the first stage, or somehow depart from it. Furthermore, the second stage should be understood as a complex, multilayered, or multiple-stages stage, where interpreters do apply in turn to the same sentence several interpretive criteria, or the same criteria repeatedly, and resort to criteria-ordering and outcomes-ordering rules, if any, until they reach an outcome they deem, at once, viable and satisfactory. The ideal model provides a tool for classifying real interpretive processes. Indeed, from its standpoint, every process may be regarded as an interpretive game

92 within a range between the two extreme types represented, respectively, by noreinterpretation games, on the one side, and purely reinterpretative games, on the other. At least three classes of interpretive games are worthwhile considering here. (a) In no-reinterpretation games, the interpretive process consists in a firstinterpretation stage only. Interpreters do apply just one set of interpretive criteria, in such a way that the interpretive outcome may even be regarded as something they get in a mechanical, spontaneous, or unreflective way. Accordingly, in these games the outcome of the first-interpretation stage is something interpreters take for granted. (b) In purely reinterpretative games, interpreters are allowed to regard the sentences they interpret as belonging to a soft language, and Humpty Dumpty Rule is paramount. Accordingly, in these games the outcome of the firstinterpretation stage is at the unbound mercy of the interpreters. (c) Standard reinterpretative games are in between the two extremes above, though closer to the purely reinterpretative side. In these games, the interpretive process can typically be depicted, as in the ideal model above, as a two-stages process, where the outcome of the first-interpretation stage is usually open to interpreters bound interference. 4. Grices Conversational Game Consider the following exchange.
P1: Which time the train for Yuma? P2: Noon sharp! P1: Which platform? P2: Platform 2 P1: Any fourth-class wagon? P2: Just behind the tender!.

Each of the two passengers, besides being involved in an ordinary conversation game, is playing an interpretive game that, in the light of the distinctions introduced in the previous section, may be characterized as follows: (a) it is a cognitive game, at least on the part of Passenger 1; (b) it is a simple game; (c) it is a separate rule-making game; (d) it is, probably, a game where rule-making is privileged, being not allowed to players; (e) it is a no-reinterpretation game (or something very close to this extreme type): in fact, the final interpretive outcomes upon which Passenger 1 asks further questions to Passenger 2 and the latter gives her answers to the former are, apparently, the outcomes of a first-interpretation stage, where ordinary syntactic and semantic regularities are taken into account as the only viable interpretive criteria.

93 It is worthwhile focussing on the interpretive rules which make of this conversation (something very close to) a no-reinterpretation game, where interpreters seem to ascribe meanings in a quasi-mechanical, apparently unreflective, way. To do so, it may be useful to profit from some ideas of Paul H. Grice (Grice 1967). 4.1. Grices Maxims From Grices perspective, any conversation like the one above may be understood as a co-operative transaction, ruled by certain maxims. Lets have a look at them. The first, and foremost, maxim is the principle of co-operation, according to which: the contribution of each participant to the conversation ought to conform to what is required by the purpose, or the accepted thrust, of the linguistic exchange to which she is a part. When the purpose of the linguistic transaction consists in the exchange, or one-sided forwarding, of pieces of information, each participant is also subject to the following, more specific, maxims (which, by the way, clearly echo some wellknown principle of discursive rationality: Alexy 1978; Aarnio 1987), namely:
(1) the principle of full and sufficient answer; (2) the principle of sincerity; (3) the principle of strict-pertinence; (4) the principle of clarity.

(1) The principle of full and sufficient answer requires each player to provide all the information required, and only the information required like the oath witnesses do take in front of a trial-court (You shall provide all, and only, the information required). (2) The principle of sincerity requires each player not to provide informations she knows to be false, or for which she does not have enough evidence (You shall not provide knowingly false, or unsound, information). (3) The principle of strict-pertinence requires each player to abstain from any digression (You shall not digress). (4) Finally, the principle of clarity requires each player to answer in a plain language, avoiding any obscure, vague, ambiguous, untidy, or confusing expression (You shall provide plain, easily understandable, answers). 4.2. Gricean Interpretive Maxims The Gricean maxims above, however, are meant to direct the behavior of any participant to a cognitive conversation, who, having previously interpreted somebody elses discourse, is going to reply. Which maxims may we reasonably suppose to work as their interpretive, Gricean, counterparts? To begin with, one may perhaps assume a principle of interpretive cooperation, according to which: each participant to the conversation ought to in-

94 terpret what other participants say in ways which are on line with the purpose, or the accepted thrust, of the linguistic exchange to which she is a part (You shall not provide knowingly uncharitable, or otherwise non-co-operative, interpretations). Accordingly, the principle of interpretive co-operation may be understood as a general principle of interpretive fidelity to the game. Furthermore, one may perhaps assume the following, more specific, interpretive maxims:
(1) the principle of full interpretation; (2) the principle of sincere interpretation; (3) the principle of strictly-pertaining interpretation; (4) the principle of clear interpretation.

(1) The principle of full interpretation requires each player to take into account every part of the discourse to be interpreted, nothing excluded (You shall interpret the whole set of sentences to which you have to reply). (2) The principle of sincere interpretation requires each player to abstain from ascribing to other players sentences any meaning which she knows, or has good reasons to presume, was not intended by the speakers. Accordingly, the principle of sincere interpretation may also be conceived as an interpretive principle of fidelity to speakers intention (You shall not knowingly misunderstand what other players say). (3) The principle of strictly-pertaining interpretation requires each player to abstain from reading into other peoples sentences any unnecessary content (You shall not over-interpret). (4) Finally, the principle of clear interpretation requires each player to translate other players sentences by means of clear, or clearer, sentences of her own (You shall provide plain, easily understandable, interpretations). 5. Statutory Construction Through Gricean Eyes From the perspectives of interpretive games and Gricean maxims, the everyday practice of judicial interpretation of statutes i.e., the game being played by judges any time there are statutes to be applied, enforced, challenged, derogated, declared void, declared unconstitutional, eluded, violated, etc. appears quite different from an ordinary-conversation interpretive game. In fact, such a game may be characterized as follows: (a) it is a complex game: judges are required and/or allowed to take into account several sets of interpretive criteria, having their sources in legislative enactments, juristic proposals, and judicial opinions; (b) it is, usually, a discretionally-ordered game, where at least some uncertainties as to the proper final interpretive outcome are overcome by discretionary judicial decisions; (c) it is a privileged rule-making game: indeed, the making of interpretive rules is usually reserved to legislators, jurists, and judges apparently, the man on the Greenwich bus does not have a say in the process;

95 (d) it is a contextual rule-making game: at least, so far as judicial interpretive rule-making is concerned. Indeed, they usually make new interpretive rules while interpreting, or in order to get to some interpretive outcome; (e) it is (something very close to) a standard reinterpretative game: a game where the interpretive process may be conceived as a two-stages process, characterized by interpreters bound interference with the outcome of the firstinterpretation stage. That seems to be the case also in front of judicial decisions grounded on isomorphic normative premises: i.e., general rules, providing the normative basis of the internal justification of a decision, which either are identical with legislative sentences, or are anyway assumed to represent their plain, or literal, meaning (Makkonen 1965; Aarnio 1987; Wrblewski 1992). Indeed, even in isomorphic cases, the interpretive outcome is proper as an outcome of a re-interpretation stage, where literal interpretation is confirmed, or finally established, also in the light of reasons like Do not betray peoples expectations, unless you have good reasons to do so, Interpret so as to give effect to legislative intent, Interpret so as to make the rule you apply the element of a consistent and coherent whole, Interpret so as to take into account the history of the legal text, etc. While dealing with reinterpretative games in general ( 3.6 above), I said that in the second stage, interpreters may confirm, totally change, or modify the outcome of the first stage, according to the purpose they are allowed, or required, to pursue within the game. Which purpose are judges allowed, or required, to pursue while interpreting statutes? Apparently, the basic purpose is getting to the proper, or legally correct, interpretation of the applied legal sources. Is it a cognitive or a practical interpretive game? So far as lawyers and jurists at least for a relevant part of their activity are concerned, it seems difficult to deny that their interpretive game about statutes is a practical game. What about judges? Even assuming, for the sake of the argument, that judicial interpretation of statutes is a cognitive game, where judges ought to discover the true meaning of statutory sentences, which are its basic methodological rules? Such a question, from a theoretical perspective, cannot be answered but with reference to some real interpretive game. As regards to the Italian legal system, the one I happen to know a little (Chiassoni 1999, ch. V.), one may single out the following rules which, I suspect, are not very far away from the rules of other Western legal systems (see MacCormick, Summers 1997). To begin with, the paramount rule is a principle of prudent interpretive judicial freedom: judges are empowered with the maximum interpretive liberty, compatible with the need to present their interpretive outcomes as imposed, or

96 anyhow drawn, from legal materials, according to the principle Iudex iudicare debet secundum ius (The judge ought to adjudicate according to the law). It is, apparently, a very different maxim from the Gricean principle of interpretive cooperation. Indeed, it allows for a wide range of interpretive attitudes and goals, some of which at least from certain perspectives would seem no cooperative at all. Further, more specific, rules may be singled out, on the same footing as the Gricean maxims above, showing quite a gap between statutory construction by judges, on the one hand, and ordinary-conversation construction, on the other. Lets have a look at a few of them, namely:
(1) the legal principle of full interpretation; (2) the legal principle of contextual or systemic interpretation; (3) the legal principle of fidelity; (4) the legal principle of clear interpretation.

(1) The legal principle of full interpretation requires judges to take into account every part of the legislative document they are supposed to interpret. Such a principle, also known as totality rule, enjoins interpreters from derogating parts of the legislative discourse, and establishes the presumption according to which statutes do not contain anything worthless (You shall interpret the whole text of the statute you have to apply). (2) The legal principle of contextual or systemic interpretation requires each judge to interpret any legislative sentence in the light of the other sentences, rules, and principles of the system (You shall not interpret legislative sentences as utterly isolated pieces of discourse). The systemic interpretive principle is traced back to Roman law, where it was worded in the following terms by Celsus: Incivile est nisi tota lege perspecta una aliqua particula eius proposita iudicare vel respondere (D. 1, 3, 24). (3) The legal principle of fidelity runs roughly as follows: According to your stable preferences (which, of course, may even include a stable preference for the triumph of justice), the argumentative needs and bounds of the moment, or some combination of the two, interpret legislative sentences so as to be faithful: (a) to the letter of the law; and/or (b) to the historical intention of the legislator; and/or (c) to the counter-factual intention of the legislator; and/or (d) to the objective will, or purpose, of the law itself at the time it was enacted; and/or (e) to the objective will, or purpose, of the law itself at the time it has to be applied; and/or (f) to the supreme values embodied in the constitutional document as understood by the founding fathers; and/or (g) to the supreme values embodied in the constitutional document as the founding fathers would have understood them right now; and/or (h) to the supreme objective values embodied in the constitution, etc., etc..

97 (4) Finally, the legal principle of clear interpretation requires judges to translate legislative sentences by means of clear, or clearer, sentences of their own, according to the circumstances (You shall provide plain, easily understandable, statutory interpretations). 6. Concluding Remarks Linguistic theories purport to challenge the specificity of statutory interpretation. I tried to suggest that their picture, though by no means incorrect, is nonetheless misleading insofar as it is conceived as telling the whole story about the way statutory construction is being performed, here and now, by judges, jurists, and lawyers. Even at the rarefied level of legal theory, it seems worthwhile having a picture richer in details. Perhaps, such a picture may be provided from an interpretive game perspective, like the one I have outlined above, and profiting from linguistic outlooks unbiased towards assertions. References
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Paolo Comanducci

Kelsen vs. Searle: A Tale of Two Constructivists*

1. Introduction When I began to read, for the first time, The Construction of Social Reality1 I was amazed by the similarity between the starting point of this book and the starting point of Hans Kelsens Pure Theory of Law2. It seems to me that both authors are facing almost the same problem, but, from the very beginning of their books, they solve it differently. Even though, probably, the differences between the solutions they propose are not so deep as it may appear at a first sight. In the following, I will critically compare their solutions, and then I will contrast both of them with Alf Rosss alternative. Kelsen, in the second edition of Pure Theory, facing the question whether the science of law is a natural or a social science; whether law is a natural or a social phenomenon3, writes: [...] the clean delimitation between nature and society is not easy, because society, understood as the actual living together of humans beings, may be thought of as part of life in general and hence of nature. Besides, law [...] seems at least partly to be rooted in nature and to have a natural existence. For if you analyze any body of facts interpreted as legal or somehow tied up with law, such as a parliamentary decision, an administrative

Testo rivisto della relazione presentata al congresso su The Nature of Social and Institutional Reality, Department of Social Sciences and Philosophy, University of Jyvskyl (Finlandia), 17-19 giugno 1999. 1 J. R. Searle, The Construction of Social Reality (1995), Penguin Books, London, 1996. For a critical assessment of Searles book, cf. B. Celano, Fatti istituzionali: la teoria di J. R. Searle, in P. Comanducci, R. Guastini (eds.), Analisi e diritto 1997. Ricerche di giurisprudenza analitica, Giappichelli, Torino, 1998, pp. 19-54. See also B. Celano, Fatti istituzionali e fatti convenzionali, in M. Di Francesco, D. Marconi, P. Parrini (eds.), Filosofia analitica 1996-1998. Prospettive teoriche e revisioni storiografiche, Guerini e Associati, Milano, 1998, pp. 396-403. 2 H. Kelsen, Pure Theory of Law (1960), transl. by M. Knight, University of California Press, Berkeley-Los Angeles-London, 1978. 3 Ibid., p. 2.
Analisi e diritto 1999, a cura di P. Comanducci e R. Guastini

102 act, a judgment, a contract, or a crime, two elements are distinguishable: one, an act or series of acts a happening occurring at a certain time and in a certain place, perceived by our senses: an external manifestation of human conduct; two, the legal meaning of this act, that is, the meaning conferred upon the act by the law. For example: People assemble in a large room, make speeches, some raise their hands, others do not this is the external happening. Its meaning is that a statute is being passed, the law is created. [...] A man in a robe and speaking from a dais says some words to a man standing before him; legally this external happening means: a judicial decision was passed. A merchant writes a letter of a certain content to another merchant, who, in turn answers with a letter; this means they have concluded a legally binding contract. Somebody causes the death of somebody else; legally, this means murder4. In Kelsens theory, as in Searles one, social facts are, in a sense, natural facts (and then legal science could be reduced to natural science), but, in another sense, they are not reducible to natural facts. This is so because every social fact legal fact, from Kelsens perspective, for, unlike Searle, he was interested in explaining legal phenomena only is constituted, not only by a mere natural fact (brute fact in Searles terminology), but by a further element too: its specific social (or legal) meaning. For Kelsen too, as for Searle, it is, at bottom, a norm that ascribes to a natural fact such specific social (or legal) meaning, that constructs it as a social (or legal) fact. Here, however, the analogies between the two theories fall short, and the paths of the two authors diverge. From what I have said so far, both Kelsen and Searle could in fact be considered as constructivists, and, more specifically, social constructivists, according to the classification of different kinds of constructivism recently established by Vittorio Villa5. Villa writes that this label [...] explicitly recalls Finn Collins characterization [...] of the thesis according to which social reality is somehow generated by the way we think or talk about it, by our consensus about its nature, by the way we explain it to each other, and by the concepts we use to grasp it. Social facts are thought to be a product of the very cognition, the very intellectual processes through which they are cognised, explained and classified, in so far as this cognition is a shared, collective one (F. Collin, Social Reality, Routledge, London, 1997, pp. 2-3). We can notice, however, some differences between Kelsen and Searle. In the next section I shall focus on three main differences, concerning the scope of their theories, the distinct kinds of constructivism they endorse, and the contrasting answers they present to the so called question of institutional reality.

Ibid. Cf., in the same sense, the first edition of Reine Rechtslehre: H. Kelsen, Introduction to the Problems of Legal Theory (1934), transl. by B. Litschewski Paulson and S. L. Paulson, Clarendon Press, Oxford, 1992, pp. 8-9. 5 Cf. V. Villa, Costruttivismo e teorie del diritto, Giappichelli, Torino, 1999, forthcoming.

103 2. Some differences between Kelsen and Searle 2.1. The scope of their theories The first sharp difference refers to the aims and scope of Kelsens and Searles theories, respectively. As it is well-known, Kelsens aim is to build up a pure theory of law. Therefore, he carries out (at least) a triple purification: a) To begin with, Kelsen wants to purify legal theory from any ideological element, that is from any value judgement, from any political, religious or moral evaluation: [...] the Pure Theory has an outspoken anti-ideological tendency. The Pure Theory exhibits this tendency by presenting positive law free from any admixture with any ideal or right law. The Pure Theory desires to present the law as it is, not as it ought to be; it seeks to know the real and possible, not the ideal, the right law. In this sense, the Pure Theory is a radical realistic theory of law, that is, a theory of legal positivism6. b) Secondly, Kelsen wants to purify the methodology of legal theory from any influence of different sciences. Kelsen aims at avoiding any methodological syncretism that is the combined use of tools proper to different disciplines , especially in the field of social sciences, where only the methods of inquiry could draw a line between disciplines having the same object. In particular, Kelsen wants to avoid methodological syncretism between sociology and legal theory: the first one belongs to the causal sciences (together with natural sciences and history), while the second one belongs to normative sciences (together with ethics, logic and grammar)7. The division between causal and normative sciences hence the difference between sociology and legal theory reflects, in Kelsens opinion, the fundamental antithesis between Sein and Sollen, is and ought. c) Thirdly, and consequently, Kelsen wants to purify also the object of legal theory. Kelsen writes of his own theory: It characterizes itself as a pure theory of law because it aims at cognition focused on the law alone, and because it aims to eliminate from this cognition everything not belonging to the object of cognition, precisely specified as the law8. Thus, provided that [...] the law the sole object of legal cognition is norm9, Kelsen restrains the scope of his analysis to legal norms only: The obvious statement that the object of the science of law is the law includes the less

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H. Kelsen, Pure Theory of Law, quot., p. 106. Kelsen presents, for the first time, these ideas in Hauptprobleme der Staatsrechtslehre entwickelt aus der Lehre vom Rechtssatz, Mohr, Tbingen, 1911, and in ber Grenzen zwischen juristischer und soziologischer Methode, Mohr, Tbingen, 1911. 8 H. Kelsen, Introduction to the Problems of Legal Theory, quot., p. 7. 9 Ibid., p. 11.

104 obvious statement that the object of the science of law is legal norms, but human behavior only to the extent that it is determined by legal norms as condition or consequence, in other words, to the extent that human behavior is the content of legal norms. Interhuman relations are objects of the science of law as legal relations only, that is, as relations constituted by legal norms. The science of law endeavors to comprehend its object legally, namely from the viewpoint of the law. To comprehend something legally means to comprehend something as law, that is, as legal norm or as the content of a legal norm as determined by a legal norm10. John Searles work, on the other hand, has a more ambitious aim and a broader scope than Kelsens. He wants to build up a philosophy of society [...] centering essentially around questions of social ontology11. Like a great fresco, Searles work now includes a theory of speech acts12, a theory of mind13 and a theory of social reality. The three theories purport, as a whole, to provide an answer to the puzzling existence, in our unique world, of phenomena which do not seem reducible to the phenomena described by natural sciences. Accordingly every social fact constitutes the scope of Searles theory: not only legal facts as in Kelsens pure theory , but also those labelled, for example, as political, economic, and moral ones. It seems, therefore, that the two theories differ too much to be compared. But, in my view, this is not the case, for at least three reasons. First, Searle, being concerned with all social facts, is consequently concerned with legal facts, too. It is true that we cannot compare Searles and Kelsens theories as such, having different aims and scope: but we can compare them in so far as both offer an explanation of the legal dominion. Second, the explanation of the legal dominion is not a matter of secondary import in Searles work: not only because he often refers, as examples of social facts, to many legal concepts and institutions, but also, and chiefly, because he maintains that his analysis at bottom is about power14, about power relations in

H. Kelsen, Pure Theory of Law, quot., p. 70. J. R. Searle, Social Ontology and the Philosophy of Society, in Analyse & Kritik, 20, 1998, pp. 143-58, at p. 143. 12 Cf. J. R. Searle, Speech Acts: An Essay in the Philosophy of Language, Cambridge University Press, Cambridge-New York, 1969; J. R. Searle, Expression and Meaning: Studies in the Theory of Speech Acts, Cambridge University Press, Cambridge-New York, 1979. 13 Cf. J. R. Searle, Intentionality: An Essay in the Philosophy of Mind, Cambridge University Press, New York, 1983; J. R. Searle, The Rediscovery of the Mind, MIT Press, Cambridge, Mass.-London, 1992. 14 J. R. Searle, Social Ontology and the Philosophy of Society, quot., pp. 156-57: We are talking about how society organises power relations. It normally does it through the in11

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105 society. And there is no doubt that law has much to do with power relations, even if, of course, it does not exhaust them. Third, because, from the point of view of a legal philosopher, it is interesting to test the impact of Searles philosophy of society in the legal field, exactly comparing it with the most important legal theory of our century, i. e. Kelsens theory. 2.2. Social constructivism and scientific constructivism Both Kelsen and Searle seem to be constructivists. But what kind of constructivists are they? To name both of them social constructivists, as we have done above, it is not an answer but the beginning of an answer. This label, in fact, is used for keeping them apart: on the one hand, from radical constructivists, who think any kind of reality, natural reality included, is observerdependent15, and, on the other hand, from radical empiricists, who think any kind of reality, social reality included (if any), is observer-independent. Constructivism has to do with ones ontology and epistemology. The differences between Searles and Kelsens constructivisms, in my view, lay more at the epistemological level than at the ontological one. Etymologically, ontology is the study of what is. But, since classical philosophy, what is means, alternatively or cumulatively: a) what exists, which things do exist; b) how it is what there is, what is the nature of things that do exist. Ontology studies, using an old-fashioned terminology, the existence and/or the essence of things, whether facts exist and/or how facts are, the being and/or the is. Well, I guess Kelsen and Searle who, in my opinion, do not explicitly distinguish the two meanings of ontology share a similar ontology, in both meanings of the word. They share, in the sense of ontology as the study of the existence of things, a realistic ontology: there is a world outside, and it is one world. Searle, on this

stitution of status function. Somebody is the boss and somebody else an employee, somebody is an elected president, somebody is defeated and so on. And all of this is designed precisely to intersect with other elements of the society. So, in order to have money you have to have a system of rights and obligations. You have to have the ability to buy and to sell, to store value in the form of money as payment for services rendered. So, that is the reason for the interlocking complexity. Thats what we have the system for. It is designed and has developed to enable people to cope in complex social groups, in power relations. 15 Searle labels this position as social constructionism, and defines it as the view that reality is socially constructed, that what we think of as the real world is just a bunch of things constructed by groups of people, J. R. Searle, The Construction of Social Reality, quot., p. 183.

106 subject matter, is more explicit than Kelsen, but also the latter, I believe, could subscribe Searles external realism, that is [...] the view that there is a way that things are that is logically independent of all human representations16. Both share, in the sense of ontology as the study of the essence of things, the idea that, among what exists, there are ontologically objective things and ontologically subjective things. The mode of existence17 of the first ones, their essence, is independent of our representations: ontologically objective things (simplifying: nature) are described by natural sciences. The mode of existence of the second ones, their essence, is dependent on our representations: ontologically subjective things (simplifying: society) are described by social sciences18. I insist: both Kelsen and Searle are social constructivists since they affirm that social facts are constructed by men, and they are not completely reducible to natural facts. There is not time enough, now, to do it, but I guess that Kelsens ontology could be translated, without serious difficulties, in terms of Searles ontology. For example, we could affirm that, according to Kelsen, the law is a complex network of brute facts to which we have imposed the status of normative coercive order19, that has the function of guiding human behaviors. On the other hand, Searles epistemology looks different from Kelsens, still influenced, in the second edition of Reine Rechtslehre, by neo-kantianism. Searle, I guess, would not accept, for example, the kelsenian use of a priori categories as conditions of intelligibility of legal facts qua legal facts, as in the case of basic norm: Insofar as only the presupposition of the basic norm makes it possible to interpret the subjective meaning of the constitution-creating act (and of the acts established according to the constitution) as their objective meaning, that is, as objectively valid legal norms, the basic norm as represented by the science of law may be characterized as the transcendental-logical condition of this interpretation, if it is permissible to use by analogy a concept of Kants epistemology20. Both Kelsen and Searle are nonreductionists, since they do not believe that (the language of) natural science suffices for a description of the whole reality. If they are dualist in epistemology, however, their dualism is rather different. Kelsen distinguishes between causal and normative sciences: on one hand, the sciences which are concerned with what is (by nature or by convention); on the other hand, the sciences which are concerned with what ought to be. On one hand, the sciences which use as explanatory tool the principle of causality; on the

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Ibid., p. 155. Cf. ibid., p. 8. 18 Cf. ibid., esp. pp. 190-91. 19 Cf. H. Kelsen, Pure Theory of Law, quot., p. 44. 20 Ibid., p. 202.

107 other hand, the sciences which use the principle of imputation21. Kelsen, therefore, puts together, from an epistemological point of view, natural sciences and empirical social sciences. And he carefully distinguishes both of them from legal science. Kelsen, at least in his long neo-kantian phase, seems to be a constructivist also from the epistemological point of view: It is [...] true that, according Kants epistemology, the science of law as cognition of the law, like any cognition, has constitutive character it creates its object insofar as it comprehends the object as a meaningful whole. Just as the chaos of sensual perceptions becomes a cosmos, that is, nature as a unified system, through the cognition of natural science, so the multitude of general and individual legal norms, created by the legal organs, becomes a unitary system, a legal order, through the science of law. But this creation has a purely epistemological character. It is fundamentally different from the creation of objects by human labor or the creation of law by the legal authority22. This kelsenian constructivism lives together, in his maturity works, with descriptivistic attitudes, and sometimes it enters in a state of tension with them. The interpretation I am providing may look strained, but I would say that there is, in Kelsens epistemology, the idea of two levels of reality. The first level is that of legal materials, that are not constructed by legal science: they are a product of social construction, because are dependent on human acts, and they are described by social sciences. The second level is that of legal norms, that are constructed by legal science qua its object of inquiry. Kelsen, in conclusion, besides being a social constructivist, is also an epistemological constructivist23, and, particularly, a scientific one: it is legal science, not people at large, who constructs legal reality, that is the legal order and legal norms. Searles dualism, on the contrary, is the dualism between natural sciences (the language of physics and chemistry) and social sciences, or, perhaps, philosophy of society. In my opinion, we cannot label Searle as an epistemological constructivist. Unless we are using constructivist in a very weak sense, according to which all scientists and philosophers would be so, because they use, to describe reality, a language partially constructed or reconstructed by themselves. In this weak sense, Searle too would be an epistemological constructivist: for example, fact24 and action25 seem to me, in his work, theory-dependent terms,
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Cf. ibid., pp. 75-91. Ibid., p. 72. 23 But not a radical one: cf. V. Villa, Costruttivismo e teorie del diritto, quot. 24 Cf. J. R. Searle, The Construction of Social Reality, quot., p. 211: On this account facts are not complex objects, nor are they linguistic entities; rather, they are conditions, specifically, they are conditions in the world that satisfy the truth conditions expressed by statements. 25 Cf. J. R. Searle, Responses to Critics of The Construction of Social Reality, in Philosophy and Phenomenological Research, LVII, 2, 1997, pp. 449-58, at pp. 455-56,

108 the meaning of which is constructed inside the very theory he works out. 2.3. Facts and norms Kelsen and Searle agree, from an essence-relative ontological point of view, that there are in the world things different from, and not completely reducible to, physical entities. If we limit our inquiry to the legal field for the reasons mentioned above , these things are for Kelsen, basically, meanings26, for Searle, basically, institutional facts. There is hence a family resemblance between the two positions. This resemblance is concealed by the different epistemological approach of the two authors and by the different lexicon they use. Since it is impossible to deal with ontological questions without using language language, in a sense, cannot be transcended , radical linguistic differences usually make us to believe that there are radical differences in the two authors ontologies. But, as I said above, this is not the case. Nevertheless, there are some differences left in Kelsens and Searles nonreductionisms. I shall try to show briefly a few similarities and differences in their positions on the puzzling question of institutional reality. Let us consider the passage by Kelsen I quoted above: People assemble in a large room, make speeches, some raise their hands, others do not this is the external happening. Its meaning is that a statute is being passed, the law is created. We have certain human acts, certain physical entities, some brute facts, on the one hand, and their objective legal meaning (the enactment of a statute), on the other hand. Those acts of will in Kelsens words have the objective legal meaning of the enactment of a statute because they conform with the con-

where he affirms that David-Hillel Ruben, in his criticism, makes a mistaken and question begging identification between physical movements and actions. Ruben simply assumes that same physical movements implies same action, that an action per se is just a physical movement and that everything else is relative to a description. But one thing we can learn from my account is that this is false. In one case movements of a certain physical type constitute the action of scoring a touchdown. In the other case movements of the same physical type do not. Same movements different actions. The fact that the actions are different will indeed generate different descriptions because there are different facts that the descriptions must describe. Different true descriptions correspond to different actions. Furthermore, it is not only false but question begging to identify action with bodily movement alone because the distinction I am making is that between actions which are made possible by the existence of the rules and those which are not. The fact that those physical movements count as the action of scoring a touchdown can only exist because of the rules of football. 26 I am following here the standard English translation of the German word Sinn, as it is used in these contexts by Kelsen. Meaning, namely, is not here the translation of the German word Bedeutung: Kelsen is not speaking of a semantic notion.

109 tent of a valid norm. Namely, the validity of a norm its specific existence in Kelsens words attributes an objective legal meaning to the acts that conform to its content, and it constructs those acts as the enactment of a statute: That an assembly of people is a parliament, and that the result of their activity is a statute (in other words, that these events have this meaning), says simply that the material facts as a whole correspond to certain provisions of the constitution. That is, the content of an actual event corresponds to the content of a given norm27. If that norm had not existed or if it had not been valid, what for Kelsen is equivalent , the same acts would not have had that objective legal meaning: they would only have had a subjective one. Same acts, two different meanings28. Searle, faced with the same example, would say that X (those human acts) count as Y (enacting a statute) in C (the context of a parliamentary legal system). This is a constitutive rule that imposes the status of enacting a statute to the acts of that group of persons, with the associated function, for example, of guiding behaviours. Therefore, given X, in the context C, collective intentionality the shared belief that Y is enacting a statute constructs the institutional fact Y. If collective intentionality does not obtain, then X does not count as Y. The same acts could obtain, but the institutional fact Y would not exist. Same acts, two different facts. Till now I have stressed some similarities between Kelsen and Searles solutions. Now I would focus on two main differences. a) According to Kelsen, the objective legal meaning of an act depends on a (regulative) norm which has a different structure from the (constitutive) rule that, according to Searle, imposes status and function on a fact. The structure of a norm, according to Kelsen, is If X, then Y ought to be; the structure of a rule, according to Searle, is X counts as Y in C. This sharp difference can be weakened if we interpret (at least) the kelsenian basic norm, from a dynamic point of view, as a constitutive rule, that could have roughly this formulation: What is determined by the supreme original power in a society counts as the first constitution in that society.
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H. Kelsen, Introduction to the Problems of Legal Theory, quot., p. 10. Cf. ibid., pp. 9-10: It is necessary, then, to distinguish between the subjective and the objective meaning of an act. The subjective meaning may, but need not, coincide with the objective meaning attributed to the act in the system of all legal acts, that is, the legal system. The act of the famous Captain from Kpenick was to have been its subjective meaning an administrative directive. Objectively, however, it was not an administrative directive but a delict. When members of a secret society, intending to rid their country of undesirables, condemn to death someone they regard as a traitor, they themselves consider their act, subjectively, to be a pronouncement of the death penalty. They call it that, and instruct their agent to kill the condemned party. Objectively in the system of objective law the killing is murder by secret tribunal, and not the carrying-out of a death penalty. And this is so even though the external circumstances of the act cannot be distinguished from those of carrying out a death penalty.

110 Two differences, however, would nonetheless persist. First, even if we interpret the basic norm as a constitutive rule, according to Kelsen there would be, in a legal system, only one constitutive rule that attributes objective legal meaning to human acts; all other norms, that carry out the same function, are regulative. Whereas, according to Searle, all the rules that construct institutional facts are constitutive (or they have, at least, a constitutive element). Second, for Kelsen the sole constitutive rule (the basic norm) is a presupposition of the legal science, a transcendental-logical condition of intelligibility of the whole legal order; for Searle, on the contrary, all constitutive rules that contribute to produce institutional reality seem to be socially constructed and/or accepted. b) The above mentioned collective acceptance of the imposed status and function constitutes, I would suggest, the second main difference between Kelsen and Searle. According to Searle, the collective acceptance, within systems of constitutive rules29, is a necessary and sufficient condition for the existence of institutional facts30. Whereas for Kelsen it seems to be neither a necessary nor a sufficient condition. But, in this case too, the differences are less sharp than they appear at a first sight. It is true that for Kelsen the existence of every objective legal meaning only depends on the very existence of a valid legal norm, and, therefore, social acceptance, collective intentionality, social beliefs, and so on, are totally irrelevant on this point. They can only determine the subjective meaning of an act, not the legal objective one. Kelsens epistemology prevents him from taking into systematic account the notion of efficacy a notion that, for him, properly belongs to causal sciences and not to the normative ones: even if collective acceptance makes effective a status and function imposition on some act, this acceptance is nevertheless not sufficient to ascribe an objective legal meaning to that act31.

J. R. Searle, The Construction of Social Reality, quot., p. 28. Ibid., p. 51: The point is that the Y term must assign some new status that the entities named by the X term do not already have, and this new status must be such that human agreement, acceptance, and other forms of collective intentionality are necessary and sufficient to create it. 31 It is worth to notice, however, that for Searle too not every single act or fact should be socially accepted in order to become an institutional fact. Cf. J. R. Searle, The Construction of Social Reality, quot., p. 32: [...] we need to distinguish between institutions and general practices on the one hand and particular instances on the other, that is, we need to distinguish between types and tokens. A single dollar bill might fall from the printing presses into the cracks of the floor and never be used or thought of as money at all, but it would still be money. In such a case a particular token instance would be money, even though no one ever thought it was money or thought about it or used it at all.
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111 But it is also true that, in Kelsens work, we find the idea according to which a necessary condition of the existence of a legal order in a society is its overall efficacy, namely the (institutional) fact that such a legal order is socially considered, as a whole, the law of that society. This is a pre-analytical condition of the existence of law that constitutes, as it is well-known, a very problematic point of Reine Rechtslehre. In conclusion, roughly speaking, the opposition between objective legal meanings and institutional facts, as building blocks of institutional reality, is less sharp than it appears: on the one hand, Searle would regard kelsenian norms and objective legal meanings of acts as different sorts of institutional facts; on the other hand, Kelsen would regard at least an important part of Searles institutional facts as norms or objective legal meanings of acts. 3. Some open questions Now I would point out two open questions in Kelsens and Searles theories. These questions have to do with a basic ontological tenet of both authors: the need to postulate a specific mode of existence of institutional reality. A mode of existence that would make true some statements which do not refer to physical entities. Let us start with Searle. In some passages of his book, he admits that collective intentionality, which creates and maintains institutional facts, could be based on false beliefs: [...] in extreme cases they [the participants] may accept the imposition of function only because of some related theory, which may not even be true. They may believe that it is money only if it is backed by gold or that is a marriage only if it is sanctified by God or that so and so is the king only because he is divinely authorized [...]. As long as people continue to recognize the X as having the Y status function, the institutional fact is created and maintained. They do not in addition have to recognize that they are so recognizing, and they may hold all sorts of other false beliefs about what they are doing and why they are doing it32. Searles strategy, in my view, consists in keeping separate the belief which creates the institutional fact from the false belief which functions as justification of the first belief. There are cases, however, in which the second belief collapses on the first one. In such a situation, I guess, some difficulties arise for Searles theory.

Ibid., pp. 47-48. The same passage is the very object of a deep and brilliant criticism by B. Celano, Collective Intentionality, Self-referentiality, and False Beliefs: Some Issues Concerning Institutional Facts, in Analyse & Kritik, 21, 2, 1999. The conclusion of Celanos argument is that [...] institutional facts being belief-dependent is not compatible with people having false beliefs about them. I shall not discuss here his argument.

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112 Let us take the following example. Let us suppose that, in the antiquity, the application of a constitutive rule according to which Blindness counts as a divine sanction had created the institutional fact named divine sanction. People collectively accept this rule, which imposes to blindness (a brute fact) the status of a divine sanction, and then the function of punishing blind persons, with associated normative consequences for them, such as to be considered blameworthy, to be marginalized, and so on. The normative background could be, for example, that constituted by the natural law doctrine in the antiquity. If a divine sanction is an institutional fact, then it is true atemporally or plainly true, according to von Wrights definition33 a statement like Blindness of Oedipus is a divine sanction, which corresponds to that institutional fact. This statement should not to be confused with other true statements, according to which, for example, The ancient Greeks shared the belief that Blindness of Oedipus is a divine sanction, The ancient Greeks accepted the constitutive rule Blindness counts as divine sanction, and so on. We do not need assuming the existence of any institutional fact to affirm the truth of these last statements. But the very point of Searle is that institutional facts make true in the sense of truth as correspondence the statements referring to them. On the other hand, in our example, the content of ancient Greeks belief, which functions as justification of the belief which creates the institutional fact, is just that Blindness is a divine sanction, that is to say it is exactly the same belief which creates the institutional fact. In other words, the related theory that justify the status and function imposition on blindness is that Blindness is a divine sanction. Well, I suppose that Searle would agree, on the basis of modern natural sciences paradigms, that ancient Greeks theory is false, that blindness is an illness and not a divine sanction, namely that the ancient Greeks belief according to which Blindness is a divine sanction is a false belief. Then, I guess, Searle should conclude that a statement like Blindness of Oedipus is a divine sanction is false, atemporally false. The amazing conclusion is that the same statement (Blindness of Oedipus is a divine sanction) would be atemporally true, as corresponding to an institutional fact, and atemporally false, according to the paradigms of natural sciences, which, for Searle, describe [...] the most fundamental features34 of our only world. If this conclusion is sound, there is, I guess, a serious problem for Searles theory35.
Cf. G. H. von Wright, Truth, Knowledge, and Modality (Philosophical Papers - volume III), Blackwell, Oxford, 1984, p. 5. 34 J. R. Searle, The Construction of Social Reality, quot., p. XI. 35 An obvious solution could be to reject the nature of institutional fact attributed, in the example, to the divine sanction: blindness, even if people believe it to be a sanction imposed by God, because of such a belief being false, remains but a brute fact. In this case, however, I guess that Searles very definition of institutional facts should be partially
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113 It seems to me that Kelsen faces an analogous dilemma when he deals with the subject matter of irregular norms. The problem is the following. From a dynamic point of view, in Kelsens Stufenbau a norm is valid if and only if it was enacted by an authorized organ, that is an organ that was empowered to enact that norm by a superior valid norm. The legal system is thus necessarily consistent, because every valid norm (except the basic one) conforms to a superior one. Dealing with the conflict between norms of different levels, for example between a statute and a judicial decision, as well as between the constitution and a statute, Kelsen writes: A norm contrary to a norm [...] is a selfcontradiction; a legal norm which might be said to be in conflict with the norm that determines its creation could not be regarded as a valid legal norm it would be null, which means it would not be a legal norm at all36. Then, what about irregular norms? What about, for example, a statute enacted by an unauthorized organ, or whose meaning-content contradicts the meaning-content of a superior norm? If and when that statute is annulled by a competent organ (for example a constitutional court), there is no problem. But it happens sometimes that such a statute is not annulled and remains in force. According to Kelsen, in this case the statute which is deemed to be against the constitution keeps its validity till it is repealed. Here again, as in Searles case, we meet a statement, for example The statute X is valid at time t in the legal system S which is atemporally false, because the statute conflicts with the constitution, and it is atemporally true, because the statute is not (yet) repealed by the constitutional court. Kelsen is aware of the existence of this problem inside his own theory, and tries to overcome it by resorting to the so called tacit alternative clause37: the question is answered affirming that the previous statement is atemporally true and not false. His solution is of course highly problematic, even if I tried, elsewhere38, to argue for the consistency of Kelsens idea with the whole structure of pure theory. Is there also any solution for the analogous problem that, in my opinion, affects Searles theory?

modified. In the legal domain, at least according to legal realism, there is, in fact, plenty of cases in which people share false beliefs on the existence of supposed institutional facts (rights, duties, contracts, etc.): if blindness as a divine sanction is not deemed by Searle to be an institutional fact, then neither legal rights, duties, contracts, etc., would be institutional facts, contrary to Searles explicit tenet. 36 H. Kelsen, Pure Theory of Law, quot., p. 267. 37 Cf. ibid., pp. 267-76. 38 Cf. P. Comanducci, Taking Kelsen Seriously, in E. Garzn Valds, W. Krawietz, G. H. von Wright, R. Zimmerling (eds.), Normative Systems in Legal and Moral Theory, Duncker & Humblot, Berlin, 1997, pp. 165-82.

114 4. An alternative? Alf Rosss approach A possible way out39, but obviously not acceptable for Searle, would be rejecting the mode of existence of institutional facts and to reduce institutional facts to brute facts. This solution, in the legal field, is presented by Scandinavian legal realism and by Alf Ross, who deny the need to postulate the existence of institutional facts in order to formulate true statements referring to the same phenomena that, for Searle, are institutional facts40. As it is well-known, Ross analyses legal terms such as ownership, right, territory, marriage, nationality, etc., as a technique of presentation [...] which is highly important if we are to achieve clarity and order in a complicated series of legal rules41. In my opinion, something like that seems maintained also by Searle, when he says: The word money functions as a summary term or as a place holder for being a medium of exchange, a store of value, a payment for services rendered, a measure of value of other currencies and so on42. But, Ross adds, these terms connect a cumulative plurality of legal consequences [...] to a disjunctive plurality of conditioning facts43. And these terms are completely hollow: [...] they are words without meaning, without any semantic reference, and serve a purpose only as a technique of presentation. Nevertheless, it is possible to talk with meaning about rights, both in the form of prescriptions and assertions44. If we adopt this perspective, institutional facts are not partially constructed by language: they simply do not exist. And believing in their existence would show, following Ross: [...] a considerable structural resemblance to primitive magic thought concerning the invocation of supernatural powers which in turn are converted into factual effects. Nor can we deny the possibility that this resemblance is rooted in a tradition which, bound up with language and its power over thought, is an age-old legacy from the infancy of our civilization45. And that would be so, not only for people who share common beliefs about such supposed institutional facts and socially accept them, but also for scientists and philosophers who claim they are making true statements about them.
There are of course other solutions: a very interesting one is offered by the conventionalist approach. Cf. at least: D. Lewis, Convention, Harvard University Press, Cambridge, Mass., 1969; E. Lagerspetz, The Opposite Mirrors. An Essay on the Conventionalist Theory of Institutions, Kluwer, Dordrecht, 1995. 40 For a smart analysis of both Ross and Searles solutions to the question of institutional reality, cf. B. Celano, Institutional Facts: The Realist Approach, manuscript, 1999. 41 A. Ross, T-T, in Harvard Law Review, 70, 5, 1957, pp. 812-25, at p. 821. Cf. also A. Ross, On Law and Justice, Stevens & Sons, London, 1958, pp. 170 ff. and passim. 42 J. R. Searle, Social Ontology and the Philosophy of Society, quot., p. 155. 43 A. Ross, T-T, quot., p. 820. 44 Ibid., pp. 821-22. 45 Ibid., p. 818.
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115 Accordingly, the terms which, in Searles opinion, would refer to institutional facts would be but void words, without any semantic reference. Hic Rhodus, hic salta.

Claudio Luzzati

Le metafore della vaghezza

1. Premessa Unespressione linguistica si dice vaga allorch i confini della sua area di applicazione, attuale o meramente possibile (a seconda che si tratti di vaghezza estensionale oppure di vaghezza intensionale), non sono delineati in modo netto. A causa di tali fluttuazioni delluso, accanto a una serie di ipotesi applicative non particolarmente controverse e relativamente chiare, o paradigmatiche, si verificano anche alcuni casi-limite (borderline cases), detti altres casi marginali o di penombra. Quando i membri di una comunit linguistica si trovano di fronte a un caso-limite sono intrinsecamente incerti se lespressione considerata si applichi o non si applichi alla situazione in esame. Lincertezza intrinseca in quanto dipende dalle regole di significato e, pertanto, non pu venire ridotta accrescendo le informazioni sul mondo esterno1.
1 Cfr. C. S. Peirce, voce Vague, cit., in J. M. Baldwin, Dictionary of Philosophy and Psychology, Macmillan, London 1902, II, p. 748. Il pensiero di Peirce sulla vaghezza, tuttavia, assai pi complesso e articolato. Si consultino Id., Collected Papers, cit., voll. VVI; C. McKeon, Peirces Scotistic Realism, in P. P. Wiener-F. Young (eds.), Studies in the Philosophy of Charles Sanders Peirce, Harvard University Press, Cambridge (Mass.) 1952, pp. 238-250; M. Nadin, The Logic of Vagueness and the Category of Synechism, in E. Freeman (ed.), The Relevance of Charles Peirce, Monist Library of Philosophy, La Salle (Ill.) 1983, pp. 154-166; C. Engel-Tiercelin, Le vague est-il rel? Sur le realism de Peirce, in Philosophie, 10 (1986), pp.69-96; G. Proni, Introduzione a Peirce, Bompiani, Milano 1990, pp. 337-339, e Id., La terminologia scientifica e la precisione linguistica secondo C. S. Peirce, in Versus, 61-63 (1992), pp. 247-259. Limpostazione seguita nel testo unimpostazione nominalista. Allopposto, T. Williamson, Vagueness, Routledge, London 1994, riprendendo la tradizione stoica, guarda alla vaghezza come a un problema epistemologico, che dipende essenzialmente da una nostra ridotta capacit di cogliere la realt dei concetti. Si consultino anche H. Putnam, Mind, Language and Reality (1975), tr. it. Mente, linguaggio e realt di R. Cordeschi, Adelphi, Milano 1987, pp. 71 ss. sui concetti-agglomerato (clusters), e, sempre sulla medesima posizione di realismo concettuale, M. S. Moore, The Semantics of Judging, in Southern California Law Review, 54 (1981), pp. 151-294, e Id., A Natural Law Theory of Interpretation, ivi, 58 (1985), pp. 277-398.

Analisi e diritto 1999, a cura di P. Comanducci e R. Guastini

118 La vaghezza si configura come un problema quantitativo, e non come un problema qualitativo, perch tutti i termini sono pi o meno vaghi. Si talvolta tentati di sostenere che i termini numerici e quelli logici sono assolutamente precisi, ma una simile opinione frutto di un equivoco. Non bisogna, infatti, confondere la dimensione puramente sintattica del calcolo con la dimensione semantica sottesa nella rappresentazione di un modello fisico: una cosa sono i numeri e le formule in astratto, unaltra sono le misure le quali, notoriamente, vengono sempre espresse con un qualche grado di approssimazione. Comebbe a dire Bertrand Russell, All traditional logic habitually assumes that precise symbols are being employed. It is therefore not applicable to this terrestial life, but only to an imagined celestial existence2. I redattori delle leggi devono dunque tener conto di questo fenomeno linguistico onnipervasivo. Essendo il diritto una realt in perpetuo divenire, gli estensori delle leggi possono, secondo i casi, cercare di frenare questo inevitabile mutamento con la rigidit e la precisione o invece assecondarlo con formulazioni pi fluide e flessibili. Nella prima eventualit si spera di vincolare ex ante le decisioni future; nellaltra si preferisce lasciare mano libera o pi libera alle autorit inferiori. Il problema del dosaggio fra la rigidit e la flessibilit dei testi legislativi una questione assai delicata che non pu venire affrontata senza toccare gli aspetti pragmatici e funzionali del linguaggio giuridico. Innanzi tutto, per, occorre chiarire meglio il concetto di vaghezza. quanto mi propongo di fare in questa sede. 2. Metafore e/o costruzioni logiche Di solito la discussione in questa materia stenta a uscire da un terreno prevalentemente metaforico. Alcuni si servono dellimmagine della penombra, ossia di una zona crepuscolare o di mezza luce, di un alone, attraverso cui si verificherebbe una lenta e sfumata transizione dalla chiarezza solare dei casi centrali, che costituiscono il nucleo del concetto, al buio pi completo dei casi la cui sussumibilit sotto quel concetto chiunque negherebbe3. Altri, invece, preferiscono anzich suddividere, sia pure molto approssimativamente, larea di applicazione di un termine in zone contigue pensare alla vaghezza come a una caratteristica che penetra nella struttura stessa delle idee, in modo tale che le ipotesi dubbie e quelle paradigmatiche appaiano strettamente intrecciate: e allora emergono im2 3

Cfr. B. Russell, Vagueness, in Australasian Journal of Philosophy, 1 (1923), pp. 8492, in part. pp. 88-89. Cfr. p. es. M. R. Cohen, Concepts and Twilight Zones, in The Journal of Philosophy, 24 (1927), pp. 673-683; H. L. A. Hart, Positivism and the Separation of Law and Morals, in Harvard Law Review, 71 (1958), pp. 539-629, in part. pp. 607 ss.; Id., The Concept of Law, O.U.P., London 1961, cap. VII.

119 magini quali la porosit (Porositt der Begriffe) e la struttura aperta (open texture)4. Altri ancora, seguendo le orme di Lofti Zadeh5, utilizzano i vocaboli fuzzy e fuzziness che oggigiorno, dopo il successo della fuzzy logic, sembrano particolarmente la page6. Fuzzy significa letteralmente lanuginoso, sfrangiato, ricoperto di peluria e, quindi, per traslato sfuocato, vago, indistinto. Altri autori, infine, mettono laccento sulla fluidit, sulla variabilit e qui essendo presente lidea di qualcosa che scorre, che muta, che, come il fiume di Eraclito, non resta mai uguale a se stessa fa la sua comparsa anche un elemento storico-temporale7. Tuttavia occorre avvertire che non contano tanto le immagini prescelte quanto le costruzioni logiche sottostanti, sicch accade sovente che metafore diversissime finiscano in ultima analisi con lapplicarsi alla medesima spiegazione della vaghezza.

Cfr. F. Waismann, Verifiability, in PAS, suppl. 19 (1945), pp. 119-150, tr. it. Verificabilit di A. Verdino, in Id., Analisi linguistica e filosofia. Una nuova prospettiva, Ubaldini, Roma 1970, pp. 47-73, in part. p. 49, nota 2, dove, a proposito del termine struttura aperta (open texture), afferma: Devo questo termine al Sig. Kneale, il quale me lo sugger come una traduzione dellespressione tedesca Porositt der Begriffe, da coniata. 5 L. A. Zadeh, Fuzzy Sets, in Information and Control, 8 (1965), pp. 338-353, ritenuto concordemente il seminal paper della fuzzy logic. 6 Il termine fuzziness ormai stabilmente associato alla fuzzy logic. Capita per che vi siano autori che lo adottano allusivamente, senza sviluppare quello specifico sistema logico nei dettagli tecnici, cfr. p. es. J. Wrblewski, Fuzziness and Legal System, in AA.VV., Essays in Legal Theory in Honour of Kaarle Makkonen, Oikeustiede Jurisprudentia, 16 (1983), pp. 313-330, e T. Mazzarese, Forme di razionalit delle decisioni giudiziali,, Giappichelli, Torino 1996, capp. 4-6. Del resto la moda della fuzzy logic ormai inarrestabile. Se dobbiamo credere alla testimonianza di A. Kaufmann, Advances in Fuzzy Sets. An Overview, in P. P. Wang (ed.), Advances in Fuzzy Sets, Possibility Theory, and Applications, Plenum Press, New York-London 1983, pp. 13-30, solo nel 1980 la bibliografia in questa materia si arricchita di circa settecento titoli. Attualmente si pubblicano varie riviste dedicate esclusivamente a questo tema; del resto, tali studi influenzano la stessa tecnologia e hanno raggiunto persino la Cina, dove sussiste un vasto interesse in merito a queste tematiche. Non c allora da meravigliarsi se qualcuno tenta di trasformare la fuzziness in una sorta di filosofia a tutto campo, cfr. p. es. il dilettantesco B. Kosko, Il FuzzyPensiero. Teoria e applicazioni della logica fuzzy, Baldini & Castoldi, Milano 1995. Per gli ultimi sviluppi cfr. H.J. Zimmerman, Fuzzy Set Theory and its Applications, II ediz., Kluwer, Boston-Dordrecht 1991; A. Billot, Economic Theory of Fuzzy Equilibria, Springer, Berlin 1991; T. J. Ross, Fuzzy Logic with Engineering Applications, New York 1995. 7 Cfr. p. es. C. Perelman-R. Vander Elst (eds.), Les notions contenu variable en droit, Bruylant, Bruxelles 1984 e D. R. Hofstadter (ed.), Fluid Concepts and Creative Analogies. Computer Models of the Fundamental Mechanisms of Thought (1995), tr. it. Concetti fluidi e analogie creative di M. Corb, I. Giberti e M. Codogno, Adelphi, Milano 1996.

120 Vi sono scrittori i quali, per esempio, ritengono che la metafora della porosit linguistica sia pi appropriata della metafora dellarea di penombra8. Apparentemente hanno ragione. Ma supponiamo che si esca dalle metafore e si costruisca davvero un fuzzy set. Un insieme classico individuato da una funzione caratteristica che, per ogni elemento di un universo non vuoto, decide se quellelemento appartiene o non appartiene allinsieme considerato. Viceversa, un insieme fuzzy, o vago, individuato da una funzione caratteristica che associa ad ogni elemento delluniverso in questione un grado di appartenenza (grade of membership) il quale ultimo, in genere, viene contrassegnato da un numero reale dellintervallo [0, 1]9. Ora, nel caso della metafora della progressiva penombra, si immagina che i membri dellinsieme siano ordinati in ragione di un grado decrescente di appartenenza allinsieme stesso, in modo che si possa tracciare sugli assi cartesiani una curva pi o meno ripida a seconda della vaghezza del concetto (sul modello del consistency profile di Max Black)10. Nel caso della porosit, invece, si astrae momentaneamente da un siffatto ordine (parziale). Ma la sostanza non cambia,

Cfr. G. Zaccaria, Larte dellinterpretazione. Saggi sullermeneutica giuridica contemporanea, CEDAM, Padova 1990, p. 48, il quale guarda con favore al termine porosit di Waismann, in quanto questo sarebbe il pi atto a dare lidea della limitatezza della nostra esperienza e, di conseguenza, del fatto che la vaghezza non pu mai venire completamente eliminata. Questa impostazione, a detta dellautore, verrebbe incontro alla relativizzazione delle esigenze di precisione e trasparenza del linguaggio giuridico. Invece: Se accettassimo fino in fondo la famosa tesi hartiana di unincertezza interpretativa circoscritta ai soli margini del linguaggio normativo, rischieremmo di condannarci, in un numero rilevante di casi, a negare la possibilit di interpretazione del diritto. 9 Cfr. p. es. L. A. Zadeh, Fuzzy Sets, cit., p. 339; J. A. Goguen, The Logic of Inexact Concepts, in Synthese, 19 (1968-1969), pp. 325-373, in part. pp. 330 ss.; G. Lakoff, Hedges: A Study in Meaning Criteria and the Logic of Fuzzy Concepts, in Journal of Philosophical Logic, 2 (1973), pp. 458-508, in part. pp. 461 ss.; A. Urquhart, Many-valued logic, in D. Gabbay-F. Guenthner (eds.), Handbook of Philosophical Logic, Reidel, Dordrecht 1986, III, pp. 105-116, in part. p. 107, e V. Novak, Fuzzy Sets and Their Applications, Hilger, Bristol-Philadelphia 1989, p. 29. V. anche R. E. Bellman-L. A. Zadeh, Local and Fuzzy Logics, in J. M. Dunn- G. Epstein (eds.), Modern Uses of Multiple-Valued Logic, Dordrecht 1977, pp. 105-165, in part. p. 106: To provide an appropriate conceptual framework for approximate reasoning, fuzzy logic is based on the premise that human perceptions involve, for the most part, fuzzy sets, that is, classes of objects in which the transition from membership to non-membership is gradual rather than abrupt. 10 Cfr. M. Black, Vagueness. An Exercise in Logical Analysis, in Philosophy of Science, 4 (1937), pp. 427-455, in part. pp. 441 ss. Lovvio sviluppo di una simile impostazione rappresentato dalla definizione di operatori logici detti hedges o linguistic modifiers (come molto, quasi, allincirca, alquanto, in un certo qual senso, in linea di massima, pi o meno, altamente etc.) che producono modificazioni tipiche su una curva siffatta. Cfr. p. es. G. Lakoff, op. cit., pp. 478 ss.; L. A. Zadeh, Fuzzy Logic and Approximate Reasoning, in Synthese, 30 (1975), pp. 407-428; R. E. Bellman-Id., op. cit., e V. Novak, op. cit., pp. 110 ss.

121 perch la logica sottostante sempre la medesima: una volta che a ogni elemento dellinsieme corrisponde un valore numerico, lordine , per cos dire, gi immanente11. Del pari, ha avuto un qualche seguito largomento addotto dai giusrealisti alla stregua del quale, poich la vaghezza essa stessa vaga, lappartenenza di una fattispecie al nucleo di un concetto normativo oppure alla zona di mezza luce, non essendo esattamente determinata, sarebbe materia di decisioni manipolative, ossia del tutto arbitrarie12. In realt, se si accetta laccostamento precedente, i valori associati al grado di membership a un fuzzy set non sono suddivisibili in tre zone ben delimitate, ma formano un continuum di minuscole variazioni13. Il che riduce la discreSi consideri che per la situazione potrebbe farsi pi complessa quando si passa da una vaghezza che dipende dal variare di una sola caratteristica lungo una dimensione quantitativa (et, numero, frequenza, lunghezza, peso etc.) a una vaghezza che dipende dalla presenza o assenza di numerose caratteristiche. W. P. Alston, Philosophy of Language, Prentice-Hall, Engelwood Cliffs (N. J.) 1964, cap. VI, parla rispettivamente di degree vagueness e di combinatory vagueness. Daltronde, la vaghezza combinatoria non poi molto lontana dalle somiglianze di famiglia di Wittgenstein. V. anche T. S. Kuhn, The Structure of Scientific Revolutions (1962), La struttura delle rivoluzioni scientifiche di A. Carugo, Einaudi, Torino 1978, cap. V, e M. Masterman, The Nature of a Paradigm, in I. Lakatos-A. Musgrave (eds.), Criticism and the Growth of Knowledge, C.U.P., London 1970, tr. it. Critica e crescita della conoscenza, Feltrinelli, Milano 1976, pp. 129-163. 12 Cfr. R. Guastini, Genaro Carri e la trama aperta del diritto, in P. Comanducci-Id. (eds.), Lanalisi del ragionamento giuridico, Giappichelli, Torino 1989, II, pp. 153-160, in part. p. 156: Il punto , molto semplicemente, questo: chi decide se un caso ricada nella zona di luce o nella zona di penombra? Chi traccia i confini tra le due aree? I giudici, ovviamente. I giudici, cio, usano discrezionalit non solo nel decidere la soluzione di controversie che ricadono nella zona di penombra, ma anche nel decisere se una controversia ricada, o no, nella zona di luce. Insomma, sono frutto di decisioni interpretative gli stessi, incerti, confini tra luce e penombra. In altre parole ancora, la penombra stessa il risultato della discrezionalit degli interpreti. Sul tema della higherorder vagueness si sofferma T. Williamson, op. cit., cap. VIII. 13 Cfr. R. Campbell, The Sorites Paradox, in Philosophical Studies, 26 (1974), pp. 175191, in part. pp. 187 ss., dove allidea di una higher order borderline si preferisce la tesi dei degrees of uncertainty. V. peraltro B. Russell, Vagueness, cit., p. 87, e L. Sacconi, Economia etica organizzazione, Laterza, Roma-Bari 1997, pp. 173 ss. Per contro, coloro che respingono lo scetticismo semiotico e coltivano il valore della certezza non devono nutrire una venerazione feticistica della nozione di nucleo (lo hard core of settled meaning di Hart o ci che gli studiosi di fuzzy logic denominano il kernel di un fuzzy set). Tecnicamente, il nucleo di un insieme fuzzy coincide con i casi il cui grado di appartenenza massimo, cio 1 nellintervallo reale [0, 1]. Perci, come afferma V. Novak, Fuzzy Sets and Their Applications, cit., p. 30, The kernel of a fuzzy set A is a classical set. Di primo acchito si potrebbe pensare che, se manca un nucleo (in questo senso), si ha un concetto non solo indeterminato, bens totalmente indeterminabile, cfr. W. B. Gallie, Essentially Contetsted Concepts, in PAS, 56 (1955-1956), pp. 167-198; H. Khatchadourian, Vagueness, in Philosophical Quarterly, 12 (1962), pp.138-152; Id., Vagueness,
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122 zionalit nella rilevazione degli usi lessicali, rendendo le scelte concernenti il grado dincertezza dei termini assai meno drammatiche. Non si pu, infatti, parlare di casi (assolutamente) facili e di casi (assolutamente) difficili. 3. Cenni alla fuzzy logic La fuzzy logic, a cui si accennato sopra, pur essendo molto diffusa, non rappresenta lunico metodo concepibile per trattare i problemi di vaghezza. In alternativa si pu anche pensare, per esempio, a tecniche analogiche oppure a semantiche con lacune di valori14, le quali ultime fanno salvo il principio del terzo escluso rinunciando alla bivalenza15. In questa sede, per, vorrei ricostruire brevemente le caratteristiche del calcolo proposizionale fuzzy. In primo luogo, nella fuzzy logic le variabili proposizionali assumono il valore 1 quando sono vere, il valore 0 quando sono false, e un valore intermedio, rappresentato da un numero reale tra 0 e 1, quando viene preso in considerazione un caso borderline la cui appartenenza a un insieme dato non pu venire affermata o negata in modo del tutto certo. Qui, daltronde, ci limiteremo per semplicit al discorso aletico.
Meaning, and Absurdity, in American Philosophical Quarterly, 2 (1965), pp. 119-129. Tuttavia, se avessimo un buon numero di casi il cui grado di appartenenza abbastanza alto (0,9 o anche 0,8) si potrebbe tranquillamente affermare che, pur facendo difetto il nucleo in quanto non ci sono casi che appartengono al 100% allinsieme il concetto sottostante relativamente determinato. In conclusione, lintera discussione sullesistenza o meno del nucleo oziosa; ci che conta landamento della curva che si pu ricavare ordinando i gradi di appartenenza: quanto pi questa ripida, e tanto pi il concetto preciso. 14 Cfr. B. C. van Fraassen, Singular Terms, Truth-Value Gaps, and Free Logic (1966), tr. it. in E. Bencivenga (ed.), Le logiche libere, Boringhieri, Torino 1976, pp. 343-351, e K. Fine, Vagueness, Truth and Logic, in Synthese, 30 (1975), pp. 265-300. Questi autori utilizzano la tecnica delle supervalutazioni. In parte diversa laccostamento di D. H. Sanford, Disjunctive Predicates, in American Philosophical Quarterly, 7 (1970), pp. 162-170; Id., Borderline Logic, ivi, 12 (1975), pp. 29-39, e Id., Competing Semantics of Vagueness: Many Values Versus Super-Truth, in Synthese, 33 (1976), pp. 195-210. V. per le critiche mosse contro questi indirizzi da K. F. Machina, Vague Predicates, in American Philosophical Quarterly, 9 (1972), pp. 225-233, e Id., Truth, Belief, and Vagueness, in Journal of Philosophical Logic, 5 (1976), pp. 47-78. 15 Cfr. G. Usberti, Logica, verit e paradosso, Feltrinelli, Milano 1980, pp. 95 ss.; Id., Paradossi, verit e bivalenza, in AA.VV., Atti del congresso nazionale di logica, Montecatini Terme 1-5 ottobre 1979, Bibliopolis, Napoli 1979, pp. 381-398, e C. Luzzati, La vaghezza delle norme. Unanalisi del linguaggio giuridico, Giuffr, Milano 1990, pp. 1819. Si consideri, inoltre, che se M. Black, Vagueness., cit., ritiene che la vaghezza vulneri senzaltro il principio del terzo escluso, invece Id., Reasoning with Loose Concepts (1963), in Id., Margins of Precision. Essays of Logic and Language, Cornell University Press, Ithaca 1970, pp. 1-13, rovescia questa tesi.

123 In secondo luogo, se la proposizione P, affermante che x A, assume il valore n, allora la negazione P assume il valore 1-n. Infatti quando, per esempio, un elemento x ha un grado di appartenenza 0,6 a un insieme fuzzy A, il grado di appartenenza di x al complemento di A 0,4. Inoltre, la congiunzione logica P & Q assume il valore minore tra i valori dei due congiunti P e Q, mentre la disgiunzione logica P v Q assume il valore maggiore tra i valori dei due disgiunti. (Se quindi P=0,3 e Q=0,7 avremo la congiunzione P & Q=0,3 e la disgiunzione P v Q=0,7.) Per quello che infine riguarda limplicazione materiale, P Q=1, ossia limplicazione P Q sar vera, ogniqualvolta il valore di P sia minore o uguale a quello di Q, in caso contrario limplicazione assumer come valore la differenza tra il valore di P e quello di Q. Daltronde, come nella logica classica limplicazione P Q falsa se la premessa P vera e la conclusione Q falsa, cos nella fuzzy logic la conclusione di unimplicazione vera deve essere almeno tanto vera quanto la pi falsa delle sue premesse16. Ne segue che la formula P P una tautologia sia nella logica classica sia nella fuzzy logic17. In terzo luogo, la logica fuzzy verofunzionale, in quanto il valore dei connettivi &, v, etc. dipende dalle distribuzioni dei valori delle proposizioni semplici su cui i connettivi operano18; tuttavia in essa viene meno in una qualche misura non solo il principio del terzo escluso, ma anche il principio di noncontraddizione. Lo si ricava in modo banale dalle regole del punto precedente. Da un lato, chiaro che, allorch il valore di P inferiore a 1, ossia quando la fuzzy logic non coincide con la logica standard, la formula P v P non una tautologia19. Se, per esempio, P= 0,9 avremo che P=0,1 e, di conseguenza, P v P=0,9 (essendo 0,9 il maggiore dei due valori). Del resto, opportuno notare, sia pure per inciso, che nella fuzzy logic, anche se cade il terzo escluso, vige lo stesso la regola della doppia negazione: P P resta insomma una tautologia20. Questo dimostra come laccostamento di Zadeh ai concetti indeterminati abbia poco a che vedere con la logica intuizionistica di Brouwer e di Heyting21. In fondo lintuizionismo, sostituendo lasseribilit alla verit e rifiutando la di-

K. F. Machina, Truth, Belief, and Vagueness, cit., p. 70: A form of argument is truthpreserving iff its conclusion must be at least as true as its falsest premise. V. anche pp. 62 ss. 17 Questo tra laltro contribuisce a mostrare che nella fuzzy logic non vale la regola classica per cui P Q = P v Q. Sostituendo Q con P avremmo infatti che la formula P P = P v P. Ma, come vedremo tra poco nel testo, P v P 1. Nella fuzzy logic, infatti, unaffermazione del tipo piove o non piove non tautologica, non esaurisce tutto lo spazio logico. Cfr. G. Lakoff, Hedges, cit., p. 465, e K. F. Machina, op. ult. cit., p. 62. 18 Cfr. K. F. Machina, op. ult. cit., pp. 53 e 56 ss. 19 Cfr. p. es. G. Lakoff, op. cit., p. 466, e A. Urquhart, Many-valued logic, cit., pp. 108109. 20 Cfr. p. es. D. H. Sandford, Borderline Logic, cit., p. 29. 21 Cfr. C. Mangione-M. Franchella (eds.), Letture di logica, LED, Milano 1993, pp. 97 ss.

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124 mostrazione per assurdo, una logica delliperprecisione pi che della vaghezza: nel suo ambito sono accettabili solo le dimostrazioni costruibili mediante un processo effettivo. Dallaltro lato, se P 1, la formula P & P non costituisce una totale contraddizione, in quanto P e P non si escludono completamente22. Se P=0,8 abbiamo che P & P= 0,2 (anzich aversi che P & P=0, come accade nella logica ordinaria e nel calcolo delle probabilit). 4. Logica classica e logiche devianti Indubbiamente, si prova una forte tentazione di considerare la fuzzy logic come una sorta di logica deviante23, per adottare linfelice terminologia di Quine, che affronta questi problemi in modo forse un po troppo tranchant e liquidatorio24. Daltra parte, occorrerebbe una maggior cautela di giudizio, se non altro perch gli ideatori di questo tipo di ragionamento non la pensano cos. Infatti Bellman e Zadeh affermano apertis verbis che
Although fuzzy logic represents a significant departure from the conventional approaches to the formalization of human reasoning, it constitutes so far at least an extension rather than a total abandonment of the currently held views on 25 meaning, truth and inference .

La questione resta aperta. Probabilmente la fuzzy logic rappresenta un indebolimento, un impoverimento, pi che un totale annullamento, delle istanze della logica classica. A tale proposito, non va sottovalutato il fatto che la logica classica pu essere vista come un caso di specie della logica fuzzy, poich, quando il

ovvio, daltronde, che, anche nel calcolo fuzzy, come in quello classico, la formula P & P la negazione di P v P. Anche qui, infatti, valgono le leggi di De Morgan. Questo stabilisce un certo legame fra la non tenuta del principio del terzo escluso e quella del principio di non-contraddizione. 23 Cfr. T. Mazzarese, Forme di razionalit, cit., p. 166, per la quale I sistemi di logica fuzzy, a differenza della maggior parte dei sistemi di logica deontica, non sono unestensione della logica classica, essi sono un esempio di quelle che usualmente sono denominate logiche devianti. 24 Cfr. W. V. Quine, Philosophy of Logic, Prentice-Hall, Engelwood Cliffs (N.J.) 1970, tr. it. Logica e grammatica di D. Benelli, intr. di P. Parrini, Il Saggiatore, Milano 1981, cap. VI, pp. 125 ss. V. anche S. Haack, Deviant Logic, Fuzzy Logic. Beyond the Formalism, II ediz., The University of Chicago Press, Chicago 1996. 25 R. E. Bellman-L. A. Zadeh, Local and Fuzzy Logics, cit., p. 109, corsivo mio. Cfr. per L. A. Zadeh, Fuzzy Logic and Approximate Reasoning, cit., pp. 407 ss. e 425 ss. V. anche V. Novak, Fuzzy Sets and Their Applications, cit., pp. 227 ss., dove si riferisce sullalternative set theory (AST), sviluppata fin dal 1975 da un gruppo di matematici praghesi, osservando che tale teoria departs from classical mathematics and is much more radical than fuzzy set theory which, in fact, (contrary to the assertion of many authors) does not leave classical set theory.

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125 valore di appartenenza degli elementi delluniverso ai rispettivi insiemi 1, tornano a valere tutti gli assiomi della logica standard26. Spesso si pensato alla vaghezza come a unanomalia. Ma si potrebbe anche ritenere che gli insiemi non esattamente delimitati in qualche misura, limprecisione e la variabilit siano il caso normale, mentre la stabilit, linvarianza e gli insiemi privi di una zona di frangia siano un caso eccezionale. Questa inversione degli schemi abituali pu giovare anche al giurista, al teorico della legislazione e al sociologo, perch contribuisce a mostrare che il conflitto dinteressi a cui il parlamento ha dato una risposta legislativa solo parzialmente risolto dalla legge. La (completa) stabilit della soluzione legislativa solo apparente: esiste sempre un margine di apertura in cui i conflitti si possono (e talvolta si devono) riaprire in altre sedi (principalmente: presso le autorit inferiori). Credo, daltronde, che questa mescolanza di decisione e dindecisione, la quale offre agli interessi temporaneamente sconfitti la possibilit di una rivalsa, di una revisione, di una rinegoziazione attraverso gli organi del sistema mescolanza che poi una commistione di pace e guerra, ossia una limitazione razionale degli inevitabili conflitti sia essenziale per assicurare uneffettiva vitalit allordinamento democratico27. Ad ogni modo, la fuzzy logic pu aiutare i redattori legislativi a graduare la precisione. Essa di solito viene impiegata per fronteggiare a) situazioni troppo complesse perch sia possibile costruire un modello affidabile con i metodi tradizionali28, b) situazioni dove si devono soppesare approssimativamente i fattori di scelta o si devono impostare problemi di decisione e di ottimizzazione che non ammettono ununica risposta giusta29, c) situazioni dove necessario emulare con i computers il pensiero intuitivo. Non per nulla questo accostamento ha tratto origine dalle esigenze tecniche degli ingegneri e dei cibernetici, non dalle speculazioni dei filosofi. Se vi sono compiti in cui le macchine elettroniche sono superiori alluomo, ve ne sono altri in cui la nostra mente si muove con molta pi agilit delle macchine, come per esempio: riconoscere le lettere dellalfabeto o i suoni, eliminare un refuso tipo-

Daltronde, sono insiemi classici anche 1) il supporto (support) di un fuzzy set F, cio linsieme di tutti gli elementi delluniverso tali che il loro grado di appartenenza ad F non sia nullo e 2) ogni insieme di elementi il cui grado di appartenenza alfuzzy set F sia uguale (o comunque non inferiore) a un valore prefissato (che, corrispondendo a un numero reale, sar necessariamente preciso). Cfr. V. Novak, Fuzzy Sets and Their Applications, cit., p. 30. 27 Cfr. V. Tomeo, Il diritto come struttura del conflitto. Una analisi sociologica, Angeli, Milano 1981. 28 Cfr., p. es., V. Novak, Fuzzy Sets and Their Applications, cit., pp. 11, 181 ss., in part. p. 192. 29 Cfr. p. es. J. A. Goguen, L-Fuzzy Sets, in Journal of Mathematical Analysis and Applications, 18 (1967), pp. 145-174.

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126 grafico, dire che 5000 mattoni sono un mucchio di mattoni senza incominciare neppure a contarli, seguire una serie di indicazioni o istruzioni imprecise per trovare una strada, per fare una torta o parcheggiare lautomobile30. Orbene, le applicazioni della fuzzy logic mirano proprio a rendere maggiormente flessibile la programmazione, ovviando a paradossi, quali quelli del sorite, in cui la prova per induzione matematica sembra non funzionare pi31. Osservo che queste tecniche hanno avuto successo quali procedimenti di semplificazione, direi quasi come scorciatoie euristiche. Parrebbe tuttavia che, al postutto, la fuzzy logic finisca il pi delle volte col fungere da interfaccia del pensiero preciso. Non a caso, queste metodiche comportano fasi di fuzzification in cui i termini matematici vengono tradotti in termini vaghi e fasi di defuzzification in cui avviene linverso onde consentire di prendere decisioni32. Ad ogni buon conto, vi sar una serie ben definita di passi di programmazione del tipo if then e, daltro canto, i valori di appartenenza a un fuzzy set e quelli di verit risulteranno notevolmente precisi. Del resto, i cultori di questi studi si sono gi accorti da tempo che molte volte il trattamento della vaghezza comporta, per ironia della sorte, una altissima precisione33. 5. Le definizioni degli interpreti Quando la fattispecie concreta che viene affrontata riguarda un caso-limite della previsione astratta, inevitabile che linterprete ricorra, implicitamente o esplicitamente, a (ri)definizioni delle espressioni usate dal legislatore. Tuttavia, vi sono due modi differenti dintendere le definizioni. Da un lato, sotto linflusso di una metafisica spesso inconsapevole, si pu venire indotti a cercare la vera definizione delle espressioni usate dal legislatore, quasi le definizioni potessero essere vere o false. Lidea che tale impostazione
30 31

V. Novak, Fuzzy Sets and Their Applications, cit., cap. V. Cfr. per tutti M. Dummett, Wangs Paradox, in Synthese, 30 (1975), pp. 301-324, e S. Castignone, Quanto si scivola sulla china? Nuove fortune del vecchio sorite, in AA.VV., Studi in memoria di Giovanni Tarello, Giuffr, Milano 1990, II, pp. 111-120. 32 Cfr. L. Philipps, Vague Legal Concepts and Fuzzy Logic. An Attempt to Determine the Required Period of Waiting After Traffic Accidents, in M. G. Losano (ed.), The Computer and Vagueness: Fuzzy Logic and Neural Nets, Munich, 2O novembre 1992, in Informatica e diritto, 18 (1993), pp. 37-51, in part. pp. 45 ss. 33 Cfr. D. H. Sanford, Competing Semantics of Vagueness, cit., p. 201: There is admittedly something ironic about responding to the imprecision of natural language by adopting a semantics which allows infinitely precise discriminations of truth-value. Per evitare questa difficolt, talvolta si associano i valori della fuzzy logic, invece che a punti, a sottoinsiemi dellintervallo reale [0, 1] caratterizzati da etichette linguistiche quali vero, molto vero, non molto vero etc. Cfr. p. es. R. E. Bellman-L. A. Zadeh, Local and Fuzzy Logics, cit., p. 113.

127 presuppone che le definizioni colgano la natura profonda, la quintessenza, di determinati fenomeni. questa una concezione quid rei delle definizioni: si pensa che per mezzo loro si conosca una sorta di prototipo concettuale. Questo accostamento confonde i problemi linguistici con quelli epistemici o fattuali. Al realismo concettuale corrisponde una visione epistemologica della vaghezza: si ritiene che i criteri per decidere i casi-limiti vi siano, ma che noi non abbiamo una sufficiente capacit di discernimento per individuarli. Questa soluzione pu allettare il filosofo, perch consente di preservare il principio di bivalenza e la logica ordinaria34. Essa, per, in campo giuridico d manforte a tutti gli orientamenti che credono che in simili questioni esista sempre un risposta corretta. Un simile schema cognitivistico, che rimuove la discrezionalit degli interpreti, non pu essere sconfitto con argomenti semiotici o filosofici risolutivi. Somiglia allatteggiamento mentale di che asserisce lesistenza degli angeli. Daltra parte, lunica risposta possibile che in simili questioni lonere della prova spetta sempre a colui che afferma qualcosa, altrimenti popoleremmo il nostro universo di ogni sorta di entit immaginarie. Dallaltro lato, per il nominalista le definizioni sono lo strumento-principe per ridurre ridurre, non eliminare la vaghezza, una vaghezza intesa come linesistenza (non come linconoscibilit) di una linea netta che delimiti i confini dei concetti. Da questa prospettiva, le definizioni riguardano il linguaggio e non le cose; chi definisce statuisce, a un livello metalinguistico, una regola duso delle espressioni verbali. Qui ci si muove su un terreno convenzionale. Non vi sono definizioni vere o false. Piuttosto: le definizioni servono a mettersi daccordo sul significato dei termini, altrimenti il comunicare mediante proposizioni diventerebbe impossibile. Le stesse definizioni lessicali del linguaggio ordinario quelle che troviamo in un comune dizionario , pur non essendo state foggiate appositamente da qualcuno per qualche scopo, sono regole nate dagli usi collettivi. (Naturalmente, una volta che la definizione si consolidata, si potr dire in modo veritiero, a un livello meta-metalinguistico, che i vocaboli vengono impiegati in una data accezione e non in unaltra.) Tipiche per la riduzione della vaghezza sono le definizioni esplicative (o ridefinizioni). Esse precisano i termini correnti in alcune direzioni senza rompere del tutto con gli usi precedenti (come fanno invece le stipulazioni). Secondo questo orientamento, dunque, le definizioni che riducono la vaghezza delle norme giuridiche, al pari di tutte le altre, non sono suscettibili di un controllo semantico, essendo frutto di una scelta, sia pure di una scelta che avviene o si pensa debba avvenire senza uscire dal quadro linguistico-normativo. Di una medesima espressione potranno essere date molte ridefinizioni diverse per scopi differenti. Non c pi la soluzione giusta; ma ci

34 Cfr. T. Williamson, Vagueness, cit. V. anche C. Wright, Truth and Objectivity, Harvard University Press, Cambridge (Mass.) 1992 e Id., Realism, Meaning and Truth, II ediz., Basil Blackwell, Oxford 1993.

128 non significa che le definizioni siano arbitrarie. Vi , inatti, lesigenza di una giustificazione pragmatica delle definizioni, la quale si svolge eminentemente sul piano delle finalit che si desidera conseguire. Le questioni che prima erano risolte con una semantica ontologizzante, gravida di entit immaginarie, vengono ora risolte portandosi sul terreno della pragmatica, nellambito di una concezione strumentalistica e convenzionalistica. Sotto tale profilo, tuttavia, diventa vieppi importante il problema, comunque gi cruciale, dei rapporti fra la vaghezza e la logica standard che stato affrontato sopra. C del resto un contrasto di mentalit fra chi ritiene che bisogna scoprire la logica della vaghezza e chi pensa che se un linguaggio non serve a un dato scopo, bisogna modificarlo. Un positivismo che riconosce gli spazi di discrezionalit entro le maglie della legge, come quello a cui cerca di conformarsi il presente scritto, segue la seconda impostazione riguardo alle definizioni e alla indeterminatezza. Il primo accostamento, quello realistico in materia di indeterminatezza e di definizioni, invece tipico del giusnaturalismo e della giurisprudenza dei concetti. 6. Lapertura del diritto ai valori extragiuridici Lopportunit che il linguaggio legislativo reagisca, per cos dire, in anticipo alla dinamica del diritto positivo fa s che oltre alla mera indeterminatezza delle regole staticamente intesa si debba prendere in esame anche la loro fluidit e variabilit35, quando queste caratteristiche non dipendono da atti nomotetici espliciti, bens dallo sfondo delle consutudini sociali in cui le norme autorita-

Sotto questi aspetti, la vaghezza pi che a una fuzzy logic potrebbe dar luogo a una logica del mutamento. Cfr. M. L. Dalla Chiara Scabia, Istanti e individui nelle logiche temporali, in Rivista di filosofia, 64 (1973), pp. 95-122, e D. Marconi (ed.), La formalizzazione della dialettica. Hegel, Marx e la logica contemporanea, Rosenberg & Sellier, Torino 1979, in part. pp. 18 ss. Per un tentativo di scindere i rapporti tra vaghezza e variabilit a proposito delle clausole generali, cfr. A. Mela, Il concetto di possesso. Unindagine di teoria generale del diritto, Giappichelli, Torino 1993, pp. 114 ss., in part. p. 116, nota 212. Tralasciando per un attimo le difficolt relative allindividuazione della regola sociale rilevante, ci che pi importa per la certezza del diritto che qui non sappiamo in anticipo come varier il parametro cui si fa rinvio. Ben diverso sarebbe il caso in cui si stabilisse una relazione determinata fra il numero di iscritti a una certa universit e i finanziamenti che ricever: non conosciamo ancora il numero di iscritti per un dato anno accademico, ma la regola chiaramente fissata, non muta. Daltra parte, mi chiedo perch la vaghezza dei concetti normativi dovrebbe essere considerata solo sincronicamente e non si possa, secondo Mela, inquadrarla anche da una prospettiva diacronica. A mio modo di vedere, questo soprattutto un problema di scelta relativa al modello teorico che si preferisce adottare: la vaghezza, infatti, suscettibile di molte metafore e di molte ricostruzioni diverse.

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129 tive vengono a collocarsi. Questo capita allorch nelle disposizioni compaiono termini come buona fede, diligenza del buon padre di famiglia, buon costume, ragionevolezza, normalit, comune sentimento morale, ordine pubblico, onorabilit e via dicendo. I concetti connotati da tali espressioni vengono chiamati o standards, alla maniera degli americani, o clausole generali, alla maniera dei tedeschi. La seconda denominazione, tuttavia, particolarmente ambigua: per un verso, designa una fattispecie non casistica, riassuntiva di una pluralit di casi, e, per laltro, designa ed questo lapetto che qui pi ci interessa una norma aperta ai mutevoli valori sociali. In questultima ipotesi, le parole vaghe esprimono, sotto una certa interpretazione, concetti valutativi i cui criteri applicativi non sarebbero neppure parzialmente determinabili se non si facesse implicito rinvio ai variabili parametri di giudizio della morale sociale o del costume36. Qui siamo davanti a organi respiratori per ripetere ci che ebbe a dire Vittorio Polacco nel suo noto discorso Le cabale del mondo legale i quali consentono al diritto di cogliere le istanze del mondo pregiuridico37. Una siffatta elasticit non d soltanto luogo a norme incomplete, come lo sono in una qualche misura tutte le norme, ma anche e soprattutto a norme multiple. Vi perci una duplice incertezza: quella relativa allesatta individuazione dei confini di una fattispecie astratta e quella relativa alla esatta individuazione delle mutevoli re-

Cfr. K. Engisch, Einfhrung in das juristische Denken, IV ediz., Kolhammer, Stuttgart 1968, tr. it. Introduzione al pensiero giuridico di A. Baratta e di F. G. Rpaci, Giuffr, Milano 1970, pp. 192-3. Relativamente alla legislazione per clausole generali esiste una vasta letteratura, cfr. p. es. J. W. Hedemann, Die Flucht in die Generalklauseln. Eine Gefahr fr Recht und Staat, Mohr, Tbingen 1933; J. Esser, Grundsatz und Norm in der richterlichen Fortbildung des Privatrechts, Mohr, Tbingen 1956; S. Rodot, Ideologie e tecniche della riforma del diritto civile, in Rivista del diritto commerciale, 65 (1967), I, pp. 83-125; Id., Il tempo delle clausole generali , in AA.VV., Il principio di buona fede, Giornata di studio-Pisa 14 giugno 1985, Giuffr, Milano 1987, pp. 247-272; A. Belvedere, Le clausole generali tra interpretazione e produzione di norme, in Politica del diritto, 19, (1988), pp. 631-53; A. Pizzorusso, Clausole generali e controllo di costituzionalit delle leggi, ivi, pp. 655-665; F. Roselli, Clausole generali: luso giudiziario, ivi, pp. 667-681; Id., Il controllo della Cassazione civile sulluso delle clausole generali, Jovene, Napoli 1983; M. Taruffo, La giustificazione delle decisioni fondate su standards, in Materiali per una storia della cultura giuridica, 19 (1989), pp. 151-73, e, per ulteriori riferimenti, C. Luzzati, La vaghezza delle norme, cit., cap. X. 37 V. Polacco, Le cabale del mondo legale, in Atti del Reale Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti, 67 (1907-1908), pp. 155-186, in part. 172. Lallusione ai Ventilbegriffe di K. G. Wurzel, Das juristische Denken, Perles, Wien 1904 scoperta. Per un inquadramento pi generale, cfr. P. Grossi, Il coraggio della moderazione. (Specularit dellitinerario riflessivo di Vittorio Polacco), in Quaderni fiorentini, 18 (1989), pp. 197-251, in part. pp. 229 ss. V. infine J. J. Moreso, La indeterminacin del derecho y la interpretacin de la Constitucin, Centro de Estudios Polticos y Constitucionales, Madrid 1997.

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130 gole socialmente tipiche cui rinvia la metaregola giuridica che contiene la clausola generale. Siamo cos messi di fronte a nuove metafore e a una pi complessa ricostruzione della vaghezza. La tecnica di legal drafting che utilizza diffusamente le clausole generali viene spesso presentata come quella che meglio si adatterebbe alle esigenze di una societ in rapida evoluzione. In realt, a mio avviso, essa pi congeniale a una societ tradizionale ove sussista una forte omogeneit nei valori. Del resto, limpiego delle clausole generali assurge a ovvio fattore dincertezza giuridica. daltra parte curioso il fatto che gli standards siano ampiamente presenti anche in quei settori del diritto, penso soprattutto alle norme penali, in cui vietata lanalogia e linterpretazione dovrebbe essere pi stretta. A volte non sempre per, in quanto vi sono parecchi controesempi le previsioni che stabiliscono oneri e sanzioni sono letteralmente impregnate di vaghi assunti morali. Parrebbe che il diritto, cos com vissuto e attuato, non sopporti la chiusura. O forse, in realt, si tende a ritenere socialmente accettabile lincertezza solo quando questa opera a favore del cittadino, essendo mitigata dal principio in dubio pro reo, e non quando gioca a suo sfavore. Questo rilievo, oltre a tutto, ci consente di scorgere la non perfetta coincidenza fra certezza del diritto e garantismo. La certezza, infatti, non il garantismo, ma rappresenta uno strumento a disposizione del garantismo. La vaghezza, per, alla luce delle considerazioni qui svolte, non pu in nessun caso venire ignorata dal legislatore, poich non un fenomeno qualitativo che riguardi poche espressioni, come, per esempio, buona fede, ma un fenomeno quantitativo che, pur essendo riducibile per mezzo di ridefinizioni, ineliminabile. Perci, al legislatore orientato verso il valore della certezza, non si pone tanto il problema di scegliere se produrre disposizioni indeterminate, quanto il problema della misura in cui sensato e auspicabile, da un punto di vista pragmatico, che le sue disposizioni siano indeterminate (o precise). 7. A guisa di una conclusione Sintetizzando allestremo quanto stato detto finora, bisogna distinguere fra il fenomeno della vaghezza, le metafore con cui lo si raffigura, le costruzioni logiche sottostanti e, infine, gli aspetti applicativi. Risulta daltronde evidente quanto siano condizionanti sulla stessa indagine semiotica gli impegni metodologici e filosofici di partenza. Come spesso accade si scontrano le opposte visioni di chi va alla ricerca di un fondamento ultimo di qualcosa e di chi, al contrario, cerca di foggiare i mezzi adatti a conseguire le finalit che si prefigge.

Michel Troper

Le juge constitutionnel et la volont gnrale

On pose gnralement la question de la compatibilit du contrle de constitutionnalit avec la dmocratie de la manire suivante: si la volont de la majorit du Parlement est la volont du peuple, comment comprendre ou justifier que cette volont puisse tre brise par des hommes et des femmes qui nexpriment pas la volont du peuple? Elle peut tre traite de deux points de vue trs diffrents. Le point de vue le plus frquent est un point de vue normatif. Dun point de vue normatif, on sefforce de montrer que le contrle de constitutionnalit est incompatible avec la dmocratie quil nest quune forme doligarchie ou au contraire quil est parfaitement compatible avec elle. On peut mme aller jusqu soutenir quil est une conditio sine qua non de la dmocratie. Il faut noter que les justifications peuvent tre et sont en fait prsentes indiffremment par la doctrine ou par les cours constitutionnelles elles-mmes. Mais on peut aussi se placer dun point de vue purement descriptif. On sefforcera alors de rapporter les justifications fournies par les cours ou par la doctrine. Le point de vue descriptif est ainsi un point de vue mtalinguistique. Bien entendu, le point de vue normatif conduit aussi rapporter des justifications et, ce titre, il peut galement tre mtalinguistique. Toutefois, il rapporte avant tout ces justifications afin de les valuer et les doctrines seront approuves si elles fournissent une bonne justification et critiques dans le cas contraire. A linverse dun point de vue descriptif, on ne se soucie pas de porter un jugement sur les doctrines, de justifier les justifications. On sefforce avant tout de comprendre leurs formes et leurs contenus par les fonctions quelles remplissent au sein du discours juridique. Cest exclusivement ce point de vue descriptif quon se placera ici. On tentera notamment dexaminer la forme particulire prise par la justification de certaines pratiques lies au contrle de constitutionnalit lorsque celui-ci a d tre concili avec la doctrine franaise de la volont gnrale. Il est frappant que la question brutale, voque au dbut, celle de la lgitimit dun systme qui permet la volont dhommes non lus de prvaloir sur la volont du peuple, ne se posait pas en ces termes lorsque le contrle de constitutionnalit a t conu et thoris par Hans Kelsen dans la premire moiti du sicle. Ceci sexplique par plusieurs raisons.
Analisi e diritto 1999, a cura di P. Comanducci e R. Guastini

132 En premier lieu, la thorie pure du droit se prsente ses dbuts comme une critique de la thorie volontariste. La volont ne peut crer du droit. Certains actes de volont peuvent seulement avoir, du point de vue dune norme suprieure, la signification objective de norme. Cest ainsi que la loi est loi non pas parce quelle mane de la volont du Parlement, mais seulement parce que la constitution fait de la volont du Parlement la condition pour quune loi entre en vigueur. La constitution elle-mme nest pas vue comme le produit dune volont, mais son caractre de norme, sa validit, provient seulement de ce quon la prsuppose valide, ds lors que les normes dont elle fonde elle-mme la validit, sont efficaces en gros et dune manire gnrale. Ce prsuppos est la fameuse norme fondamentale. Par consquent, linterprtation de la constitution ne peut tre conue comme la recherche de lintention de ses auteurs. Il nest donc pas question non plus de peuple ou de volont gnrale, qui ne sont que des fictions. La seule ralit est lacte dune majorit du Parlement. Si le Parlement est lu, le systme est appel dmocratique, mais la volont du Parlement nest pas rapporte une entit appele peuple. Finalement, la question du caractre dmocratique ne se pose pas parce que si la constitution donne lacte de volont dun Parlement lu la signification dune loi, lacte par lequel cet acte de volont est lui-mme examin nest pas un acte de volont. Ce dernier point appelle une remarque importante: Kelsen a soutenu par ailleurs que toute application dune norme juridique impliquait une interprtation et que cette interprtation tait une fonction de la volont, mais il la fait dans des crits postrieurs ceux par lesquels il a soutenu linstitution dune cour constitutionnelle. Quand il dfend linstitution de la cour, il prsuppose toujours que la cour, si elle est lgislateur, nexprime aucune volont la diffrence du Parlement. Ainsi, la thorie kelsenienne ne peut pas analyser la dcision par laquelle une cour constitutionnelle prive une loi de sa validit comme lexpression dune volont qui soppose une autre volont. Or, lintroduction du contrle de constitutionnalit dans le systme franais produit des effets inattendus sur le mode de lgitimation de la cour. Pour une part sans doute, cette introduction est facilite par certains traits de la culture juridique franaise, notamment par lide, drive de Montesquieu, que le juge nest que la bouche de la loi, quil na quune puissance nulle et quil se borne appliquer mcaniquement la loi par voie de syllogismes. Nanmoins, cette culture comporte un autre trait dune importance dcisive: Il sagit de lide, inscrite dans la Dclaration des droits de lhomme et du citoyen et jamais conteste lpoque contemporaine, que la loi est lexpression de la volont gnrale. Pour concilier le contrle de constitutionnalit avec cette ide, il a fallu faire appel limagination des juristes pour procder quelques constructions thoriques, qui affectent la manire dont on se reprsente aussi bien linstitution

133 que les mthodes de travail de la juridiction constitutionnelle. Pour viter dadmettre que le Conseil constitutionnel est en mesure de substituer sa propre volont celle du peuple souverain, il faut soutenir quil se soumet cette volont. Cette solution se prsente sous deux formes. Une thorie de linterprtation: On soutiendra que le processus de linterprtation consiste retrouver la volont de lauteur du texte original Une thorie de limputation: on soutiendra que la volont qui est exprime dans la dcision de la cour est celle du peuple souverain. Il convient de formuler une dernire remarque: les thories justificatives qui sont dcrites ici ne sont pas toujours des thories effectivement soutenues, mais il sagit aussi de thories prsupposes par les formulations et le contenu de la jurisprudence. 1. Lgitimit de linterprtation: La recherche de la volont, objet du processus dinterprtation Toute interprtation ne se donne pas pour but de rechercher la volont de lauteur du texte. Il est videmment possible de considrer quil y a une signification objective qui rside par exemple dans la fonction quil est ncessaire de remplir dans le contexte politique, social ou conomique ou dans larrangement des mots. Cependant, la question de savoir pourquoi il faut sen remettre un arrangement des mots qui ne rvlerait pas une intention de lauteur, ni celle de linterprte ou comment on peut tablir la ncessit conomique ou sociale dune norme, ou encore, comment on peut choisir en cas de conflit entre ces diffrentes significations, ne peut tre rsolue quen faisant jouer des prfrences personnelles ou en invoquant lobjectivit dun droit naturel. Dans un systme o le juge nest cens appliquer que la loi expression de la volont gnrale, de telles solutions sont exclues par hypothse et cest de cette dfinition de la loi que rsulte la seule conception possible de la nature de la signification. La constitution tablit en effet entre la loi voulue par le lgislateur et la volont gnrale une quivalence stricte: ce que veut le lgislateur est rput tre la volont gnrale et la volont gnrale est ce qua voulu le lgislateur. Pour connatre le sens de la loi, le contenu de la volont gnrale, il suffit de connatre lintention du claire ou cache du lgislateur. Ceci explique dune manire gnrale le recours aux travaux prparatoires. Mais le plus souvent, la volont ou lintention dont il est question nest pas une intention ou une volont psychologique relle, mais une intention suppose ou construite. Aussi, lintroduction du contrle de constitutionnalit dans une culture juridique fonde sur une conception volontariste du droit devait elle conduire le

134 juge constitutionnel faire apparatre lusage de principes naturels comme lapplication de la volont suppose du constituant. On en prendra deux exemples. A. la justification de la dfinition des principes fondamentaux reconnus par les lois de la Rpublique Le Conseil constitutionnel exerce son contrle par rapport au prambule de la constitution de 1958, qui se rfre celui de la constitution de 1946, par lequel le peuple franais raffirme les principes fondamentaux reconnus par les lois de la Rpublique. Quels sont ces principes? Comment comprendre que des principes exprims dans des lois aient une valeur constitutionnelle et puissent servir de standard pour contrler dautres lois? De quelle rpublique sagit-il? On aurait pu songer une interprtation de type jusnaturaliste, qui aurait donn au Conseil constitutionnel un pouvoir considrable. Plusieurs lments pouvaient inciter une pareille attitude, notamment le mot reconnu. Si des principes ont pu tre reconnus par des lois, cest quils avaient une existence objective antrieure ces lois. Ainsi, aurait-on pu sexpliquer que, bien qunoncs par des lois ordinaires, ils aient une valeur constitutionnelle. Cette valeur ne leur viendrait pas de la volont du lgislateur, mais de leur nature propre. Dans ces conditions, il ntait pas ncessaire que la reconnaissance par le lgislateur ft explicite, et le Conseil constitutionnel aurait pu invoquer sa connaissance de ces principes objectifs pour reconnatre les lois qui ont reconnu des principes fondamentaux et pour en dterminer librement le contenu1. Cette attitude aurait nanmoins comport un inconvnient important: elle aurait heurt de front lide, fondamentale dans le droit franais, notamment pour justifier lexistence mme du Conseil constitutionnel, que le peuple est Souverain, quil ny a rien que ce peuple ne puisse faire et quil ny a aucune rgle juridique qui nmane directement ou indirectement de sa volont. Il fallait donc recourir une interprtation positiviste: si les principes fondamentaux reconnus par les lois de la Rpublique font partie de la constitution, ce nest pas parce quils sont naturels, mais seulement par la volont du peuple Souverain. Cest le peuple qui, en 1958 sest rfr au prambule de 1946 et cest lui qui, en 1946, a raffirm les principes. Cette interprtation comporte des avantages considrables. Elle fournit dabord un premier critre pour dterminer quelles sont les lois de la Rpublique, qui ont pu reconnatre des principes fondamentaux: il ne peut sagir que des lois des rpubliques antrieures 1946, car le constituant naurait pu raffirmer des principes dont la reconnaissance tait venir. En outre, en

Champeil-Desplats, Les principes fondamentaux reconnus par les lois de la Rpublique. Principes constitutionnels et justification dans les discours juridiques, thse Paris X Nanterre, 1997.

135 dcidant que les lois postrieures 1946 nont pas pu reconnatre des principes fondamentaux, le Conseil constitutionnel peut soutenir que les principes ne sont pas crs de faon arbitraire, et quil est enferm dans des limites qui lui interdise de reconnatre nimporte quel principe dans nimporte quelle disposition lgislative. Mais le Conseil constitutionnel nest pas pour autant priv de tout pouvoir dapprciation. Cest ainsi quil nest nullement li par lintention relle des constituants de 1946, qui en ralit taient trs loin dimaginer que les principes ainsi raffirms pourraient avoir valeur constitutionnelle et qui songeaient avant tout la libert de lenseignement. La volont dont il est question est seulement le fondement du caractre juridique des principes, mais ce nest pas une volont relle, une volont au sens psychologique du terme, de sorte que, dans la dtermination de la liste et du contenu des principes ainsi raffirms, le Conseil constitutionnel peut se laisser guider par sa propre perception du juste. Cest ainsi que, bien que lintgration parmi les normes de rfrence des principes fondamentaux reconnus par les lois de la Rpublique soit justifie par la volont prsume des constituants de 46, ces principes peuvent nanmoins tre compris comme des principes de droit naturel positivs. Le Conseil constitutionnel sinterdit sans doute didentifier un principe qui naurait pas t reconnu par au moins une loi, ou qui aurait t contredit par une loi de la Rpublique, mais il lui reste encore une trs grande libert pour dcider quelles sont les lois qui ont reconnu des principes. Dautre part, si le peuple a raffirm des principes de droit naturel reconnus par les lois, le juge constitutionnel nest videmment pas li par la forme linguistique dans laquelle a eu lieu cette reconnaissance. Il en va de mme pour les immortels principes de 89. B. la volont des constituants de 58 pour le recours aux principes de 89. Pendant prs de deux sicles, la Dclaration des droits de lhomme et du citoyen a t dpourvue sinon de toute valeur juridique la question tait controverse du moins de toute valeur constitutionnelle et supra-lgislative. En 1971, le Conseil constitutionnel a donn valeur juridique au prambule de la constitution de 1958, qui proclame lattachement du peuple franais aux droits de lhomme et renvoie comme on la vu au prambule de 1946, qui lui-mme a raffirme solennellement les droits et liberts de lhomme et du citoyen consacrs par la Dclaration des droits de 1789. Mais comment convenait-il dinterprter un texte aussi ancien. Deux voies soffraient au Conseil constitutionnel. Ou bien considrer ce texte comme lnonc de principes naturels, ou bien comme lexpression dune volont. Si elle tait interprte comme une dclaration, linterprte ne serait pas li par la forme linguistique, ni par les conceptions des hommes de 89 et il devrait seulement justifier philosophiquement le contenu quil donnerait aux immortels principes. Contrairement au cas des principes fondamentaux reconnus par les lois de la Rpublique, il existait un argument qui pouvait inciter emprunter cette

136 voie: cest que, en 1789, lAssemble constituante avait prcisment conue ce texte comme une dclaration, cest--dire, comme la reconnaissance par lassemble constituante dun ensemble de principes naturels, objectifs et naturellement prexistants. On aurait donc pu fonder un mode dinterprtation jusnaturaliste sur la volont de lauteur du texte originel. Nanmoins cet argument devait tre cart: rien, en effet, naurait pu justifier que lon donnt tout coup valeur juridique des principes de droit naturel, qui en avaient t dpourvus jusquen 1971. Rien naurait pu justifier non plus que lon se soumt brusquement une volont aussi ancienne. Il a donc t procd comme pour les principes fondamentaux reconnus par les lois de la Rpublique: ce qui justifie quon lui donne valeur constitutionnelle, cest bien la volont du constituant, mais non pas celle des hommes de 89; cest celle qui a t exprime dans les prambules de 58 et de 46. Le Conseil constitutionnel lui-mme a explicitement justifi cette interprtation: dans sa dcision sur les nationalisations (16 janvier 1982). Il a soulign que le peuple franais a rejet en 1946 par rfrendum un premier projet de constitution, qui comportait une nouvelle Dclaration des droits de lhomme et approuv le deuxime projet, devenu la constitution de la IVme Rpublique. Cest donc le peuple souverain de 46 qui a voulu la Dclaration des droits de lhomme de 89, ce quil a confirm par un autre rfrendum en 1958. Cette interprtation comporte pour le juge constitutionnel plusieurs avantages, outre la justification non jusnaturaliste quil apporte la rfrence des droits naturels. En premier lieu, il offre une solution au dlicat problme de la conciliation entre le texte de 89 et le prambule de 462. Ce problme sest pos en 1982 propos des lois de nationalisation. Deux textes pouvaient tre invoqus, dune part larticle 17 de la Dclaration de 1789 La proprit tant un droit inviolable et sacr, nul ne peut en tre priv, si ce nest lorsque la ncessit publique, lgalement constate, lexige videmment, et sous la condition dune juste et pralable indemnit. Dautre part, lalina 9 du prambule de la constitution de 1946: Tout bien, toute entreprise, dont lexploitation a ou acquiert les caractres dun service public national ou dun monopole de fait, doit devenir la proprit de la collectivit. Si lon avait considr que la force de la Dclaration des droits de 89 provenait de ce quelle avait t nonce par la volont des hommes de la Constituante, ce texte aurait d le cder en cas de conflit, conformment au principe lex posterior priori derogat, la volont exprime postrieurement par

Favoreu, L., La jurisprudence du Conseil constitutionnel et le droit de proprit proclam par la Dclaration de 1789, ds. Conseil Constitutionnel, La dclaration des droits de lhomme et du citoyen et la jurisprudence, Paris, PUF, (1989), p. 123.

137 le peuple souverain en 1946. Si, au contraire, la Dclaration de 89 est impute au souverain de 46, qui a en mme temps nonc le droit de nationaliser, les deux textes doivent tre considrs comme contemporains et il faut oprer entre eux une conciliation. Le second avantage est quil laisse le juge constitutionnel libre duser des droits proclams en 89, comme il le ferait de droits simplement fonds en nature. Puisque ce sont les hommes de 1946 qui ont voulu des principes dj reconnus en 89, ils nont pu vouloir que rappeler les principes eux-mmes, mais non leur signification prcise au dbut de la Rvolution. Ils ont voulu lgalit, mais non pas telle quon la comprenait en 89, o elle ne concernait ni les esclaves des colonies, ni les femmes. Ils ont voulu lgalit devant limpt, mais, la diffrence des rvolutionnaires, ils comprenaient comme galitaire un impt progressif. On pourrait multiplier les exemples. Le Conseil constitutionnel se fonde prcisment sur ce dcalage pour interprter le texte de la Dclaration des droits de lhomme et du citoyen la lumire de la fonction que peuvent et doivent remplir ces droits dans la socit contemporaine. Cest ainsi que, dans la dcision de 82, il comprend le droit de proprit la lumire de ses nouvelles finalits. Sil y a des ruses de lHistoire, il y a aussi des ruses de la jurisprudence. Hobbes donnait lobissance au droit positif un fondement dans le droit naturel, le Conseil constitutionnel donne la dcouverte du droit naturel un fondement dans le droit positif, cest--dire dans la volont du constituant de 1946. 2. Lgitimit de linterprte: La recherche de la volont dans le processus de limputation Il faut employer ici le mot dans son sens classique et non dans celui que lui donne la thorie kelsenienne. Pour Kelsen, qui nadmet pas que la volont soit cratrice de droit, limputation est seulement le lien que le droit tablit entre deux faits ou entre deux normes, tel que si lun a lieu, lautre doit ou peut avoir lieu. Le lien entre une norme suprieure et une norme infrieure est ainsi un lien dimputation. Mais au sens habituel, il sagit de lattribution par le droit dun acte une personne, de telle manire que cest cette personne qui est prsume lavoir accompli. Dans un systme o lon affirme que le peuple est souverain, il faut que toutes les rgles puissent lui tre soit imputes soit drives de rgles qui lui sont imputes. Ds lors que le Conseil constitutionnel contrle la validit dune loi, il doit tre en mesure de justifier son rle par rapport cette ide et il doit le faire de deux manires ou sur deux plans: la loi doit pouvoir continuer dtre impute au peuple souverain, mais la constitution doit pouvoir ltre galement. A. la loi impute au souverain (la dcision du Conseil constitutionnel comme lien avec la volont gnrale).

138 Lun des principaux arguments contre le contrle de constitutionnalit des lois est en France que la loi est lexpression de la volont gnrale. Ds lors, si le juge constitutionnel annule une loi, il se dresse contre la volont gnrale. Pour rfuter cet argument, deux stratgies sont envisageables: On peut dabord lignorer dlibrment ou soutenir que cette volont gnrale nest quune fiction, car la loi nexprime que la volont des parlementaires et non pas celle du peuple, de sorte quil convient de maintenir le lgislateur dans les limites de la comptence, qui lui a t attribue. Mais cette voie est dfinitivement ferme pour le juge constitutionnel franais. En effet, sa jurisprudence vise assurer sa propre lgitimit, un moment o elle est conteste et il ne peut pas traiter la volont gnrale de fiction, car son pouvoir sur une interprtation du prambule qui lui a permis dintgrer dans le bloc de constitutionnalit la Dclaration des droits de lhomme et du citoyen. Or, cest la Dclaration, qui proclame que la loi est lexpression de la volont gnrale. La deuxime stratgie, celle que le Conseil constitutionnel est contraint dadopter, consiste ds lors accepter lide que la loi est lexpression de la volont gnrale, puisque cest ce que proclame la Dclaration des droits de lhomme, mais soutenir que tout acte du Parlement nest pas une loi. Do le fameux obiter dictum: la loi nexprime la volont gnrale que dans le respect de la constitution. Mais qui est le sujet de cette volont gnrale? Selon la constitution, cest le peuple souverain. Le Conseil constitutionnel se maintient donc dans la tradition du droit public franais. Cependant, la logique le conduit un peu plus loin, car il sensuit que cest la loi dclare conforme la constitution par le Conseil constitutionnel qui exprime la volont gnrale et qui mane du souverain. Mais pourquoi et de quelle manire cette conformit la constitution signifiet-elle une imputation au souverain? A cette question, on peut envisager de faire deux rponses: La premire est que le Conseil constitutionnel est lui aussi un reprsentant du peuple souverain. Si la loi nest parfaite que par lintervention du Conseil constitutionnel et si, comme il est admis par le droit franais, tous ceux qui participent la formation de la loi, de faon dcisionnelle, parce quils sont en mesure de sopposer son diction, sont des reprsentants, alors le Conseil constitutionnel est lui aussi un reprsentant3.
3 Cette thse est prsente dun point de vue descriptif dans Troper, M., Justice constitutionnelle et dmocratie, ds. Revue franaise de droit constitutionnel, n. 1, 1990, p. 29 s., traduct. angl. ds. Cardozo Law Review, 1996, 29, reproduit ds. Troper, M., Pour une thorie juridique de lEtat, Paris, PUF, 1994, p. 329 et dun point de vue normatif dans Rousseau, D., The Constitutional Judge: Master or Slave of the Constitution, ds. Cardozo Law Review, vol. 14, numbers 3-4, 1993, pp. 775 s.

139 Rien ne soppose dans la tradition du droit public franais lide que le Conseil constitutionnel est un reprsentant: le reprsentant en effet nest pas ncessairement lu et dailleurs selon dans la constitution de 1791, le roi avait la qualit de reprsentant. Nanmoins, une telle position est politiquement difficile. Dune part, les reprsentants sont chargs de vouloir pour le peuple. Or, le Conseil constitutionnel, comme les autres juges franais, prtend nexprimer aucune volont, mais se limiter lapplication dune constitution rpute claire. Dautre part, dans une dmocratie, les reprsentants sont lus et si lon admettait que le Conseil constitutionnel est reprsentant, il faudrait considrer que nous sommes non dans une dmocratie, mais dans un gouvernement mixte, comme le soutient dailleurs Pasquale Pasquino4. Mais si lon ne veut pas admettre cette ide du gouvernement mixte ou si lon ne veut pas renoncer lide de dmocratie, il faut employer une deuxime voie. 2) la seconde rponse possible est que le souverain nest pas le pouvoir lgislatif, mais le pouvoir constituant. Dans ces conditions, lorsque le Conseil constitutionnel dcide quune loi est inconstitutionnelle, il noppose pas sa volont celle du souverain. Bien au contraire, il fait prvaloir la volont du vritable souverain exprime dans la constitution. Cest alors la constitution doit alors elle aussi tre considre comme lexpression de la volont du peuple. B. La dcision du pouvoir constituant impute au souverain: la thorie du lit de justice Pour justifier les cours constitutionnelles, Kelsen avait labor une thorie connue en France sous le nom de thorie de laiguilleur. Selon cette thorie, le juge constitutionnel ne se prononce pas sur le fond de la loi, mais seulement sur la procdure: quand il dclare quune loi nest pas valide, la diffrence du Parlement, il naffirme pas que les prescriptions contenues dans cette loi ne devaient pas tre adoptes. Il se borne indiquer quelles ne pouvaient pas ltre dans la forme lgislative, mais seulement dans la forme constitutionnelle. Il se comporte donc, selon une formule du doyen Favoreu reprise par le doyen Vedel, comme laiguilleur, qui, constatant la nature du train, lenvoie sur une voie plutt quune autre5. Quels que soient les arguments que lon peut invoquer contre cette thorie (conflit avec la thorie de la dcision majoritaire de Kelsen, difficult ou impossibilit pratique de la rvision constitutionnelle, existence dun pouvoir discrtionnaire du juge constitutionnel6), elle se heurte des obstacles
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Pasquino, P., Constitutional Adjudication and Democracy. Comparative Perspectives: USA, France, Italy, ds. Ratio Juris, vol. 11, n. 1, March, 1998, pp. 38-50 s. 5 Cf. Favoreu, L., Les dcisions du Conseil Constitutionnel dans laffaire des nationalisations, ds. RDP, 1982, pp. 419 s. 6 Cf. Troper, M., Kelsen et le contrle de constitutionnalit, ds. Herrera, Carlos-Miguel

140 spcifiques lorsquelle est importe dans une culture juridique fonde sur le dogme que le droit est produit par la volont du souverain. On se rend compte de ces obstacles lorsquon examine la forme quelle a prise dans certains crits du Doyen Vedel, qui a complt la mtaphore de laiguilleur par celle du lit de justice. Le lit de justice est une institution de lancienne monarchie franaise, par laquelle le roi surmontait lopposition des Parlements. Les Parlements taient des cours dotes de fonctions judiciaires, mais aussi lgislatives. Lorsque le roi dictait des lois, celles-ci taient transmises aux Parlements, qui devaient les enregistrer pour les rendre excutoires. Si les Parlements sopposaient aux lois, cest--dire au souverain, ils lui adressaient des remontrances. Le roi pouvait passer outre en envoyant des lettres de jussion mais si celles-ci demeuraient sans effet, il se rendait lui-mme au Parlement, o il sasseyait sur un lit de justice et rendait larrt ordonnant lenregistrement. Il exerait ainsi sa souverainet7. Cette mtaphore du lit de justice appelle plusieurs remarques: Elle prsente par rapport celle de laiguilleur un avantage considrable:, elle permet de comprendre pourquoi la voie constitutionnelle est suprieure la voie lgislative. La mtaphore de laiguilleur, elle, ne le permet pas. Rien ne justifie quon envoie le train des mesures prendre sur la voie constitutionnelle plutt que la voie lgislative. Sans doute rpondra-t-on parce que la constitution ellemme lordonne, mais pourquoi faut-il obir la constitution plutt qu la loi? Et si lon accepte lobligation dobir la constitution, comment justifier que la constitution ordonne demployer pour certaines matires la forme constitutionnelle plutt que la forme lgislative? Sur ce point, une tentative de rponse par la thorie de la norme fondamentale est voue lchec pour deux raisons: la premire est que la norme fondamentale, dans la meilleure version de cette thorie, est seulement un prsuppos pistmologique et quelle ne prescrit rien, mais sert seulement de fondement de validit la constitution. La seconde est que, mme si lon voulait admettre que la norme fondamentale prescrit lobissance la constitution, cette obissance est prescrite indpendamment du contenu de la constitution. En dautres termes, la norme fondamentale prescrit lobissance la constitution positive, quel que soit son contenu et ne justifie en aucune manire ce contenu.

(sous la dir.), Le droit, le politique. autour de Max Weber, Hans Kelsen, Carl Schmitt, Paris, LHarmattan, 1995, pp. 157 s. 7 Cf. Olivier-Martin, Fr., Histoire du Droit franais des origines la Rvolution, Paris, Domat-Montchrestien, 1948 (rdit. CNRS, 1984), p. 543 s.; Richet, D., La France moderne: lesprit des institutions, Paris, Flammarion, 1973, pp. 32 et 157. Di Donato, F., Un costituzionalismo di antico regime? Prospettive socio-istituzionali di storia giuridica comparata, introduction la trad. ital. de Richet, D., La France moderne: lesprit des institutions, Roma-Bari, Laterza, 1998.

141 Si, par consquent, la constitution organise une procdure de rvision, distincte de la procdure lgislative ordinaire, on ne trouve pas dans la norme fondamentale de justification linstitution de cette procdure spciale. Kelsen na pas donc pas recours la norme fondamentale et se tourne vers un type de justification par la thorie de la dmocratie, qui est galement utilis par dautres auteurs dans des cultures juridiques trs diffrentes: la forme constitutionnelle serait plus dmocratique que la forme lgislative. Ce serait donc en dfinitive la hirarchie dans les degrs de dmocratie qui justifierait la hirarchie des normes. Mais, la question de savoir en quoi la procdure de rvision constitutionnelle serait plus dmocratique que la procdure lgislative, il y a plusieurs rponses possibles. Celle de Kelsen est simplement que la rvision est plus difficile mettre en oeuvre et ne peut tre ralise qu la majorit qualifie. Il sera donc ncessaire de conclure un compromis entre plusieurs groupes et notamment dobtenir le consentement dau moins une partie de la minorit. Or, la dmocratie est dfinie par Kelsen comme un systme dautonomie, celui dans lequel le plus grand nombre dhommes est soumis des normes quils ont eux-mmes poses ou auxquelles ils ont consenti. Le systme de la majorit simple est donc simplement justifi sur le mode utilitariste par lide que le nombre des sujets autonomes est plus grand que celui des non autonomes. Si une mesure ne peut tre adopte qu la majorit qualifie, cest--dire avec le consentement dun plus grand nombre, le degr de lautonomie est plus grand. La procdure de rvision serait ainsi plus dmocratique que la procdure lgislative ordinaire qui ne requiert quune majorit simple. On peut noter quil existe un contre-argument, que Kelsen a dailleurs luimme utilis dans un autre contexte: selon cette dfinition de lautonomie, on pourrait penser que le systme de lunanimit en est une varit et mme la plus accomplie, puisque, dans ce systme, on ne peut imposer personne dobir une norme laquelle il naurait pas consenti. Pourtant, on peut le considrer aussi comme une manifestation de lhtronomie la plus absolue, puisque un seul peut empcher ladoption dune norme que tous les autres dsirent. Le mme raisonnement conduit appeler htronomie tout systme de majorit qualifie, parce que la majorit peut alors tre empche par une minorit dadopter la norme quelle dsire. Quoi quil en soit, la justification dmocratique la Kelsen est difficilement adaptable dans le contexte franais. Elle prsuppose en effet une conception de la reprsentation-correspondance: pour quun vote la majorit dans un parlement signifie lautonomie du plus grand nombre, il faut que la volont majoritaire au sein du parlement concide avec la volont de la majorit des sujets. En dautres termes, il faut que le parlement reprsente rellement les sujets. Kelsen est dailleurs parfaitement cohrent sur ce point: pour que cette concidence soit assure, le systme parlementaire implique la reprsentation proportionnelle et un

142 systme de partis eux-mmes organiss de manire dmocratique et fonctionnant sous le contrle des militants. Les dputs sont des dlgus des partis politiques choisis par les citoyens en raison de leurs programmes. On prsume donc que les dputs expriment non pas leur volont propre, ni une volont gnrale fictive, mais la volont relle des lecteurs. Or, depuis le dbut de la Rvolution, le droit public franais repose sur une conception de la reprsentation profondment diffrente. Que la loi exprime la volont gnrale signifie que la volont quexprime les dputs nest pas celle des lecteurs, mais seulement la volont gnrale, cest--dire la volont du Souverain. La reprsentation est donc seulement une prsomption et elle ne dpend en rien de limportance de la majorit qui sest manifeste au sein dune lassemble. Ainsi, tout le systme de justification consistant dire que la loi constitutionnelle par laquelle est repris le fond dune disposition lgislative annule par la cour est plus dmocratique que la loi elle-mme, parce quelle est adopte par un plus grand nombre de dputs, ce systme est incompatible avec lide que ce ne sont pas les lecteurs, mais le Souverain qui est reprsent. De mme, il ny a aucune diffrence entre la loi ordinaire et la loi constitutionnelle8. Toutes deux sont lexpression de la volont du souverain. Dans le contexte franais, on ne peut donc pas considrer que la loi constitutionnelle prsente un plus haut degr de dmocratie. Il faut ncessairement soutenir que la loi vote par le parlement nest pas toujours lexpression de la volont gnrale, mais uniquement si elle est conforme la constitution. La prsomption ne serait ici que relative. En revanche, si la loi constitutionnelle intervient pour surmonter la dcision du Conseil constitutionnel, cela signifierait que le souverain lui-mme est intervenu, comme le roi de France pour surmonter lopposition du Parlement. La mtaphore du lit de justice parat donc bien mieux adapte au cas franais que celle de laiguilleur. En ralit, lemploi de cette mtaphore ne va pourtant pas sans problme. Il faut dabord relever rapidement quelle constitue un double aveu involontaire. Cest un aveu involontaire du fait que la cour constitutionnelle a exerc non une fonction juridictionnelle, mais une fonction lgislative. Kelsen ladmettait, mais non pas la doctrine juridique franaise, qui, au contraire, fonde la lgitimit du Conseil constitutionnel sur son caractre juridictionnel et qui sefforce toujours de nier que le juge constitutionnel participe la lgislation. Or, les anciens parlements qui refusaient denregistrer un acte royal exeraient une fonction incontestablement lgislative. Du reste, quand le roi intervenait pour briser une opposition des Parlements portant non sur une loi, mais sur un

Cf. en ce sens, Michelman, F., Can Constitutional Democrats be Legal Positivists? or Why Constitutionalism?, ds. Constellations, vol. 2 (3), 1996, pp. 293 s.

143 problme dordre juridictionnel, il faisait non pas un lit de justice, mais une sance royale9. Cest surtout un aveu involontaire du fait que le Conseil constitutionnel sest oppos au Souverain. A la diffrence de laiguilleur, qui ne fait quexercer une fonction de la connaissance il constate que la mesure est de nature lgislative ou constitutionnelle le Parlement dancien rgime refuse denregistrer une loi, malgr le commandement exprs manifest par la lettre de jussion et il faut la volont du roi pour le briser. Or, tout leffort du Conseil constitutionnel a consist prcisment on la vu nier quen sopposant une loi manant du Parlement il soppose la volont du Souverain. Mais, si lon accepte la justification du lit de justice, il faut admettre quen sopposant au lgislateur, cest bien au souverain quon sest oppos et que le souverain peut se manifester en majest pour briser cette opposition. On ne peut viter cette consquence que de trois manires, dont aucune nest vritablement satisfaisante En premier lieu, on peut revenir en arrire et soutenir que le lgislateur auquel sest oppos le Conseil constitutionnel nexprimait pas rellement la volont gnrale, faute davoir respect la constitution, de sorte que personne ne sest oppos au souverain. Mais dans ce cas, la mtaphore du lit de justice est tout--fait inadapte, car on ne comprend plus pourquoi le souverain devrait se manifester en majest, alors que nul ne sest oppos lui. La thse de Bruce Ackerman selon laquelle le peuple, cest--dire le souverain nintervient qu certains moments, peut tre considre comme une variante de cette prsentation: en temps normal, le pouvoir est exerc par les gouvernants, mais de temps autre, le peuple sen empare et modifie la constitution, soit conformment aux procdures de rvision, soit par tout autre moyen. Ce nest donc que dans les moments constituants que se manifeste le souverain. La thse de Bruce Ackerman parat bien adapte la mtaphore du lit de justice, mais elle inadapte la culture constitutionnelle franaise, puisquen France, le souverain est rput sexprimer non seulement dans lexercice du pouvoir constituant, mais aussi dans lexercice du pouvoir lgislatif. On peut faire la mme constatation propos de la vision que propose Marcel Gauchet, qui estime que le juge constitutionnel fait prvaloir la volont dun peuple transcendant ou perptuel, le seul vritable souverain, sur la volont du peuple actuel10. Elle est diffrente de la prsentation dAckerman, parce que la
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Hanley S., Le lit de justice des rois de France. Lidologie constitutionnelle dans la lgende, le rituel et le discours, Paris, Aubier, 1991. Gauchet, M., La Rvolution des pouvoirs. La souverainet, le peuple et la reprsentation, 1789-1799, Paris, Gallimard, 1995. Il crit ainsi, page 42, le juge constitutionnel nest pas en charge de reprsenter la souverainet du peuple ... il est en charge de mettre en reprsentation le fait quelle doit avoir le dernier mot.
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144 volont de ce peuple perptuel nest videmment jamais exprime directement, mais seulement par le juge constitutionnel. La dmocratie, qui est un processus rel chez Ackerman, nest ici quune fiction. Cependant, comme la thse dAckerman, la thse de Gauchet, nest pas conciliable avec lide franaise que le lgislateur comme le constituant expriment tous deux la volont du souverain. En second lieu, on peut estimer que le Souverain auquel on sest oppos nest pas le mme, quil y a un Souverain lgislateur et un Souverain constituant, qui lui est suprieur. On prserve alors la mtaphore du lit de justice, mais le prix payer est trs lev, car lide dun souverain ddoubl et hirarchis, fait dun souverain lgislateur et dun souverain constituant, est videmment un oxymore et quun lgislateur souverain et nanmoins soumis est une contradictio in adjecto. On peut enfin, prtendre que ni le lgislateur ni le pouvoir constituant ne sont le Souverain, mais que tous deux expriment, chacun selon la procdure qui lui est propre, la volont gnrale, cest--dire la volont du souverain. Cependant, comme la justement soulign Carr de Malberg11, si chacun exprime ou reprsente le souverain, il ne peut y avoir entre eux aucune hirarchie.

11 Carr de Malberg, R., La loi expression de la volont gnrale, Paris, rdit. Economica, 1984 (1 dit. 1931), p. 109. Carr de Malberg remarque dailleurs que le problme se pose diffremment aux Etats-Unis et en France. Aux Etats-Unis, seul le constituant est souverain, le lgislateur nest quun dlgu du Souverain. Exercer le contrle de constitutionnalit, cest donc comparer la volont des dlgus celle du Souverain. En revanche, en France, comme la loi est lexpression de la volont gnrale, le lgislateur est le reprsentant du Souverain et son interprtation de la constitution ne peut tre contrle.

Mara Cristina Redondo

Normativity in Legal Contexts. An Institutional Analysis*

1. Introduction With the following remarks, I basically wish to suggest two things. First of all, I propose to apply Prof. Searles epistemological and ontological thesis regarding institutional reality to a central discussion in jurisprudence1. I will try to show that these theses are a necessary foundation if we want to explain the specific practical character of law. If I am right, the epistemic and the ontological thesis of Prof. Searles theory which I will call the social-reality theory support a certain positivistic analysis against two classical reductionist approaches used in jurisprudence. Secondly, I would like to raise some doubts and pose some questions about the content and the grounds of these ontological and epistemological theses as such. Regarding this point, I will suggest that the approach needs to be developed further. In some cases, what is needed is only greater precision; but in others, the aim must be to show, against possible objections, that the proposal is possible. There is an ongoing debate in legal theory about the interpretation of some typical normative properties ascribed to legal dispositions2. I am talking about properties such as obligatoriness, genuine normativity, binding force, practical character, etc. These properties are predicated in order to express a kind of evaluation, which is sometimes covered by the notion of validity3. Sometimes, validity is understood in the sense of binding force, and it is

Testo rivisto della relazione presentata al congresso su The Nature of Social and Institutional Reality, Department of Social Sciences and Philosophy, University of Jyvskyl (Finlandia), 17-19 giugno 1999. 1 I will refer especially to: Searle, John, The Construction of Social Reality, Penguin, London, 1995 (hereafter, CRS). 2 I will use the terms legal norm and legal disposition indiscriminately to refer to meaningful language intending to prohibit or to make obligatory some conduct, or to confer a power in legal contexts. 3 Of course, here I am not talking of validity as a systemic relation internal to law reconstructed as a system. I am aware of the fact that in investigations about the structure of legal systems validity is understood in this latter sense.
Analisi e diritto 1999, a cura di P. Comanducci e R. Guastini

146 thought to exist only when certain moral requisites are satisfied, where this refers to a critical or ideal, rather than to a positive morality. The epistemological status of statements ascribing such properties, and the ontological status of the moral properties they refer to depend on what metaethical theory one adopts. Of course, not all legal theories admit validity or binding force as referring to a normative property. But what matters is to underline that whenever this normative meaning is at issue, whether it is admitted or rejected, it is generally regarded as a moral property4. From a classical point of view, there are two alternative positions which are usually considered to be exhaustive. In one case, normativity, as binding force, is to be demystified or, at least, left aside I will call this the skeptical position . In the other, it is a strictly moral predicate, and to determine its specific meaning requires an ethical discussion this I will call the moral position. Although they start from different premises and with different commitments, both positions agree on the same kind of reduction since both reject the idea that legal dispositions may have a specific social normativity which is not necessary related to a moral property but can also not be reduced merely to agents beliefs. The difference is that skeptical approaches generally represented by so-called legal realism hold that there is nothing that can be identified as genuine validity or normativity, neither in the social nor in the moral sense. Consequently, those who believe in such a thing are assumed to be wrong; and theories that admit it are regarded as nothing but justificatory ideologies. In turn, moral approaches classically represented by natural-law theory, but also by a larger class of critics of positivism claim that it is possible to identify genuine valid norms, that is, norms which have binding force: they are precisely what is called moral norms. In this view, a legal system is authentically binding or normative if, and only if, its contents correspond with morality. In other words, the basic difference between the two perspectives lies in the fact that skepticism rejects all kinds of non-reducible normativity, whereas post-positivistic approaches do admit one single kind, namely moral normativity.

It is important to take note of the ambiguity of the word normativity. In a very wide sense it refers to all language with a world-to-word direction of fit. In a narrower sense, it refers only to the practical nature or binding force which I intend to discuss now. In the first sense, all legal dispositions explicitly intended to prohibit, obligate or empower are norms. In the second sense, not all of them are normative, because even if they intend to, not all of them succeed in constituting a right, a duty, or a power. Thus, legal dispositions may be assessed as having binding force or normativity. The ontological and epistemological status of this property is what I intend to analyse. Regarding this issue, Lagerspetz distinguishes between rules, norms, and obligations. I will be concerned with the practical force which is a necessary element of obligations but a contingent element of norms. Cf. Lagerspetz, Eerik, The Opposite Mirrors. An Essay on the Conventionalist Theory of Institutions, Kluwer, Dordrecht, 1995, pp. 141-142.

147 In my view, these positions are not exhaustive. One can counter the two reductionist approaches by seriously taking into account a dimension of institutional normative facts and by explaining, on this basis, the specific way how law can be said to be normative or binding. That is to say, we can explain genuine legal normativity as an irreducible social phenomenon which does not necessarily depend on critical morality. In summary, I think that, in explaining the practical character of institutions in general, social-reality theory also provides an explanation of the practical character of law in a positivistic way. This explanation does not resort to an ideal morality (which would contradict the positivistic thesis of the separation between law and morality), nor does it imply a metaphysical commitment with a strange kind of entities (which would contradict its empirical philosophical background). In this context, I think it is important to recall the distinction between two different kinds of discourse, which are sometimes expressed in the same terms. For instance, even when it is formulated in descriptive language, the ethical discussion about the conditions that must be satisfied for an authority to be legitimate, or a law to be just, is either a critical (evaluative) or a metaphysical discussion. Its purpose is neither to identify nor to explain real normative institutions. Rather, it tries to establish what would be good justificatory reasons for creating, maintaining or rejecting such institutions. Social-reality theory does not compete with these approaches, because its purpose is a totally different one. It does not intend to offer good justificatory reasons in support of the existence of institutions in general or specific institutional facts in particular. Instead, it competes with other explanatory attempts, and specifically with all dualistic or reductionist theories regarding the deontic element involved in institutional reality. With respect to this, it is generally accepted that law as a social reality is an agent-relative reality. But precisely because of this, the normativity of law if it is not to be of a moral kind is thought to be reducible to agents beliefs. If we look at social reality, it is said, we cannot find genuine normative facts. We can find and explain only what is considered to be a normative fact. Here, I think, we can see clearly where the difference of the approach of social-reality theory lies. Socialreality theory can attempt to explain social normativity; but a reductionist approach, if it is coherent, cannot simply because it denies the existence of such a thing. 2. Some necessary premises In order to carry out my purpose I will mention some premises of socialreality theory that must be taken for granted. (Although I will later point out some problems concerning these premises.)
a) b) Social-reality theory is based on a monistic philosophical thesis: We live in one single world. And that world is, we hope, more or less as the empirical sciences describes it. Social-reality theory is a non-reductionist theory about social institutional real-

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ity. It offers us a structure or a pattern of interpretation according to which under certain conditions we can assert the existence of a special kind of facts, namely 5 institutional facts. This kind of reality includes human rights . And if that is so, then we can certainly say that it also includes legal rights, duties and powers. Institutional reality is ontologically subjective. That is to say, its mode of existence depends on agents attitudes and background capacities. But this does not mean that such attitudes are the truth-condition of a statement about institutional facts. The truth-condition of a statement about an institutional fact is precisely the institutional fact referred to by the statement. Subjective ontology means only that this fact would not exist if the appropiate attitudes did not obtain. Institutional reality is epistemically objective. The existence of institutional facts can be objectively known. That is to say, we can determine the truth-value of statements about them.

c)

d)

I would like to make a comment on this first group of ideas. In order to interpret them correctly I think it would be useful to keep in mind a distinction between the theoretical proposal, on the one hand, and the philosophical metaphysical thesis underlying it, on the other. In other words, we must not confuse the non-reductionist thesis of social-reality theory with its monistic philosophical assumption. Reductionism and non-reductionism are theoretical theses regarding specific properties or facts. There are different kinds of reductions that a theory may propose or refuse, regarding specific objects or properties. To sustain nonreductionism about some kind of facts or properties means to distinguish the existence of two kinds of things or realities: those which are considered to be irreducible, and those to which they are said to be irreducible. In contrast, to sustain a reductionist thesis means to deny this distinction and to defend the thesis that the first kind of entity or reality is actually nothing other than the second. In that case, there are then not two types of ontologies, but only one. In other words, if a theory offers a non-reductionist thesis regarding certain facts, that means that it offers a language and establishes the conditions under which the facts in question can be said to exist. An existential statement in this sense is internal to a theory, it must be understood in the sense proposed by the theory. The metaphysical assumptions of the theory regarding the external world are something completely different. A theory may say that, at the end of the day, there is nothing out there; or, on the contrary, that all the theoretical distinctions correspond to independent external realities. But the arguments for or against a reductionist or a non-reductionist stand regarding a specific property analysed by a theory are not arguments for or against metaphysical presuppositions, such as idealism, monism or pluralism. I am not trying to say that there cannot be any logical relations between theoretical and metaphysical theses in general. For instance, if one assumes certain metaphysical theses, some theoretical reconstructions must be rejected as logically incompatible. But in this particular case I am saying that the theoretical recognition of two different ontologies does not imply
5

Cf. Searle, CSR, p. 93.

149 two different external worlds. The theoretical identification of multiple kinds of entities is logically compatible with the philosophical idealistic, monistic or dualistic background. If this were not admitted, then social-reality theory would be ab initio contradictory; since it is trying to sustain that we can distinguish two kinds of entities in a unique metaphysical world6. 3. Legal normativity as institutional existence of rights and duties As we know, the same set of words may be uttered with a mind- (or word)-toworld direction of fit or with a world-to-mind (or -word) one. By examining the direction of fit of the respective speech-acts we can determine whether they constitute a directive or a despcriptive use of language. To be sure, directive discourse is not always legal. In this respect, let us suppose that legal theory provides us with a sufficiently clear criterion to recognize which discourse should be considered a legal one. According to social-reality theory, just as we have words for describing success or failure in achieving fit for statements, we also have words for describing success or failure in achieving fit for directive discourse. The terms for statements are true and false, and the terms for directive discourse are obeyed and disobeyed7. Taking these ideas into account, it should be noted, however, that obedience may not be the principal aim of a directive discourse. It may have further purposes and may therefore be evaluated in additional ways. In legal theory, it has been underlined that obedience is neither the only nor the principal purpose or aspiration of authorities; the main goal is rather to constitute justificatory reasons for actions. This aim is generally considered as the trait that distinguishes legal authorities from a gangster. Leaving aside the discussion regarding the kind of reasons legal discourse intends to produce8, we can say that since Herbert Harts
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I am suggesting that the irreducibility of institutional normativity is independent of a monistic or dualistic metaphysical thesis. For example, one could accept metaphysical realism regarding moral properties and still explain social normativity as an irreducible institutional fact independent of moral properties. This does not mean that when it comes to action there cannot be any way to rank the different results reached from each one of these different normative perspectives. 7 Cf. Searle, CSR, p. 215. 8 Central on this issue is the proposal of Joseph Raz, which has given rise to many others contributions. Cf. Raz, Joseph, Practical Reasons and Norms, 2nd ed., Princeton University Press, Princeton, NJ, 1990. In resumed terms, we can say, following MacCormick, that by taking into account the force of the rules it is possible to distinguish rules of absolute application, rules of strict application, and rules of discretionary application. The first and the second correspond to Razs and to Schauers models, respectively. The third one corresponds to rules of thumb. According to MacCormick, we should recognize

150 proposal, existing law, law, that is, whose rule of recognition is accepted is better understood as a set of justificatory reasons for action than as a set of orders backed by threats. In this line of thought sophisticated contributions distinguishing between mere obedience and acceptance have been developed in legal philosophy. Obedience, according to Herbert Hart, is a relationship between a lawgiver and the addressee(s) of the law. If this were the only way to evaluate legal discourse we could not understand the law as a continuous phenomenon that persists even when authorities change. It would then have to be understood as a set of orders related to each other by their origin in one single lawgiver. But if, for whatever reason, the lawgiver disappeared, the legal system would collapse and it would not be possible to say that a new lawgiver has the right to command. For that to be true, the new lawgiver would first have to gain new obedience from the addressee[s]. I mention these Hartian ideas at this point only to emphasize that, in his view, the principal aim of law is not obedience but acceptance; only when some basic constitutive rules are accepted, we can see legal dispositions as specific institutional facts9. In addition to this, we can say that, to a great extent, one of the central aims of legal dispositions is to give rise to new rights, duties and powers. To be sure, not all legal dispositions succeed in this attempt, and not all dispositions that do succeed are legal ones. Nonetheless, it is generally acknowledged that a legal disposition reaches its goal in establishing a new duty or right when it has binding force. To predicate the normativity or binding force of a legal disposition means to assert the existence of the corresponding duties, rights, or powers. On the basis of these ideas, a parallel can be drawn. Like truth and obedience, normativity is another word of evaluation10. Just as statements can be judged to be true or false, and commands to be obeyed or disobeyed, directive discourse intending to create rights and duties can be evaluated as valid or invalid (binding or non-binding). In doing so, we produce statements validity statements or statements of binding force. Such statements can, in turn, be judged as true or false. That is to say, legal dispositions are valid or invalid, and validity statements are true or false. Now, if what I said before is correct, a nonreductionist account of the existence of rights and duties as institutional facts permits a non-reductionist account of this property validity, understood as nor-

that these last ones have a specific force as tie-breakers when the balance of reasons does not determine a result. Cf. MacCormick, Neil, Norms, Institutions and Institutional Facts, Law and Philosophy 17, 1998, pp. 316-318. 9 Using the schema provided by social-reality theory we can interpret the rule of recognition as the constitutive rule acceptance of which allows us to identify the laws which belong to and have to be applied in a legal system. 10 For a different analysis of this property cf. Celano, Bruno, Validity as Disquotation, manuscript, 1999.

151 mativity or binding force with which we evaluate legal dispositions about rights and duties. Therefore, the truth of a statement predicating the validity or binding force of some ought-statement must be assessed on the basis of whether or not it corresponds with the existence of the duty in question 11. According to social-reality theory, the notion of truth must be understood in terms of disquotation and correspondence. The disquotation and the correspondence theory are both tautologically true. Once a misleading interpretation of the notions of facts and correspondence is avoided, we can accept both views as completely compatible. The (brute or institutional) facts referred to by statements are not at all metaphysically strange objects. In this view, truth and facts are necessarily related because a fact is what makes a statement true. According to social-reality theory, the whole point of having a notion of fact is to have a notion for that which stands outside the statement, which makes it true, or in virtue of which it is true, if it is true. On this account, every statement determines its own truth-conditions12, and facts are the conditions in the world that satisfy the truth-conditions expressed by statements13. For instance, take the following prescription P:
P: All citizens aged 18 and older are allowed to vote in presidential elections.

Now we can ask whether this prescription P belongs to, or exists within, a given legal system. [This question corresponds to a sense of validity that could also be analysed in terms of institutional facts, but I will not discuss it here. Cf. footnote 3] Additionally, we can ask whether this prescription is valid in a different sense, that is, whether it has binding force. In the approach I am presenting now, normativity or validity in this sense means that the corresponding right does in fact exist. The truth of the validity statement Prescription P is valid should be analysed in terms of disquotation. That is to say:
Prescription P is valid is true if, and only if, Prescription P is valid.

In virtue of the correspondence theory of truth, the fact that makes the statement true is the validity of Prescription P, that is, the institutional existence of the right to vote14.
11

Regarding ontology in the legal context, cf. also Coleman, Jules and Leiter, Brian, Determinacy, Objectivity and Authority, in: Andrei Marmor (ed), Law and Interpretation: Essays in Legal Philosophy, Clarendon Press, Oxford, 1995, pp. 203-278. 12 Cf. Searle, CSR, p. 215. 13 Cf. Searle, CSR, p. 211. 14 It might be said that there is a similarity between the results of application of Searles theory and Kelsens theory of law. But although it is true that Searles theory enables us to explain as institutional facts both the existence of legal norms and the existence of rights and duties, we should not therefore confuse the two things. As explained above, if a legal norm has no binding force, it does not give rise to a right or obligation, even though it may exist. Kelsens theory, in contrast, has been criticized precisely for confusing two different meanings of validity, that is, for equating the existence of a legal norm with the existence of the duty to do what that norm says.

152 It could be said that one of the principal goals of directive language in legal contexts, as far as it claims to have binding force and normativity, is the social existence of institutional powers, rights and duties. Note, however, that neither such language by itself, nor the procedures in the context of which it has been uttered, nor the intentions of the utterers can guarantee that the alleged rights and duties come to exist. In the approach of social-reality theory, duties and rights can be said to exist when a constitutive rule is accepted and some status functions are thus assigned to certain persons or things. On that account, it may well be that a right or duty is only formally established by legal dispositions, without constituting, or corresponding to, a right or a duty as an institutional fact. In this case such rights or duties are the content of legal dispositions which have been formally promulgated, but still do not exist. To the extent that the existence of these rights and duties is the truth-condition of statements of validity, or binding force, such statements are false, that is to say, the corresponding legal dispositions lack binding force. By making this distinction we make explicit the difference between the institutional existence of law or legal dispositions and the institutional existence of the rights and duties that they intend to, but do not always successfully, create. 4. Some general remarks on reductionism As I have already said, from the predominant perspective, there is only one sense if at all in which a legal disposition may be authentically normative or binding, and that is a moral one. It must be stressed that if, in the last resort, morality is to be understood as an institutional social phenomenon, then the confrontation between a moral and a social approach to normativity is merely a verbal dispute. Likewise, we would have only an apparent disagreement if moral approaches did not intend to analyse normativity or normative institutions, but to propose with a world-to-word direction of fit the conditions people should consider before accepting, or refusing to accept, certain norms. On this interpretation, the moral approach would be a normative proposal from which we can criticize real or potential institutions. In this case, it would then be necessary to recognize that there are two genuine senses of normativity, namely social institutional normativity, and rational or moral normativity that is a regulating ideal15. However, most legal theorists reject this last proposal and consider that there is only one sense of genuine or nonreducible normativity, and that ascribing normative or practical force to social institutions independently of critical moral requirements amounts to a fallacy
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Of course, as far as metaethics engages in ontological reflections, there are many specific metaethical theories that contradict the monistic ontological thesis.

153 committed by ideological positivism. In virtue of what has been called the principle of the unity of practical reason, for something to be a genuine duty, it must be in last resort a duty in a moral sense16. From this point of view, social authorities attempting to establish duties, rights and powers, even if they are accepted, do not succeed in their attempt when they do not conform to moral requirements. All this amounts to a real disagreement between the moral approach and the socialtheory approach; because from the former point of view, in order to understand and identify authentically normative facts or binding norms we must rely on metaethics and a critical morality. From the perspective of social-reality theory we only need a philosophy of society and a theory of institutional social facts. Here, an interesting point must be underlined. Moral approaches do not deny that socially accepted norms exist. What they say instead is that if the content of such accepted norms does not conform to moral standards, their practical character, or binding force, can be reduced to pure coercion or false beliefs. But, on this hypothesis, such social rules cannot be genuine reasons for action. Summing up, the alternative is the following, normativity is to be understood as a moral property or as sheer coercion plus beliefs. Against this alternative, we need an argument for upholding the recognition of a genuine -non-reducible- social normativity. On the one hand, according to social-reality theory, the continuous acceptance of the members of a group is strictly necessary in order for institutional normative reality to exist. This is not a claim about the meaning with which people use normative language from an internal point of view. Nor is it a claim about participants beliefs. The participants may not be aware of it, or they might think that the accepted rules have binding force independently of the attitudes of human beings17. Social-reality theory is an external18explanation compatible with the fact that, from an internal point of view, participants attach different kinds of meaning to statements about powers, duties, prohibitions and rights19.
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Cf. Nino, Carlos S., The Ethics of Human Rights, Clarendon Press, Oxford, 1991, pp. 16-24. 17 Where the institution demands more of its participants than it can extract by force, where consent is essential, a great deal of pomp, ceremony, and razzmatazz is used in such a way as to suggest that something more is going on than simple acceptance of the formula X counts as Y in C. Cf. Searle, CSR, p. 118. 18 In fact this is an example of a non-extreme external point of view or hermeneutic point of view. Cf. MacCormick, Neil, Social Rules in H. L. A. Hart, Edward Arnold, London, 1981, p. 38. Also, MacCormick, Neil, On Analytical Jurispruence in MacCormick, Neil and Weinberger, Ota, An Institutional Theory of Law. New Approaches to Legal Positivism, Reidel Publishing Company, Dordrecht, 1986, p. 104. 19 It is important to admit that the agents who participate in the practice can use the institutional words authority, rights, money and the like with a meaning that does not correspond to the reconstruction provided by social-reality theory. If this were not the case (for instance, if all participants in the practice of authority were to reject the idea that the concept of authority implies that they are believed to be, or regarded as, such authori-

154 In order to explain the practical character of authoritative language regarding duties and rights as the institutional existence of the rights and duties that they propose, this approach doesnt require that participants believe in the arbitrariness of these rights and duties (as would be required by a strict conventionalist reconstruction). In fact, it neither requires that participants believe that they are constituting rights as institutional facts nor that they believe in the existence of these facts as metaphysical entities. All it requires is that participants assign these status-functions, for whatever reasons they may have. Only after certain institutional facts come to exist, the beliefs referring to them can be evaluated as objectively true or false. In the example, participants must accept that x (being a citizen aged 18 or older) counts as y (having the right to vote) in context C, and it is irrelevant whether they think that it could have been otherwise, or that it ought to be that way, for necessary moral reasons. The important point here is that social-reality theory can explain the existence of these rights, even if they are considered a matter of conviction or arbitrary convention20. The institutional theory matches well in both cases21. On the other hand, according to social-reality theory, we live in one single world at most22. We must abandon the idea that there is a mental world besides our physical one. In the same vein, we must abandon the idea that there is a realm of ought (ein Reich des Sollens) alongside the physical one. In other words, we should renounce the classical is/ought distinction as metaphysical. Nevertheless, this last thesis does not imply that we cannot, from a theoretical point of view, distinguish different kinds of entities that we can claim to exist when the condi-

ties), the theory would have to admit that authority is not an institucional fact. We must remember that for social-reality theory, for instance, part of the content of the claim that something is money is the claim that it is believed to be money. If all participants refuse the claim, there are only two alternatives, namely: to say that money is not, in this case, an institutional fact or, as I am suggesting, that the participants use the word with a meaning which is different from the reconstruction proposed by the theory. Regarding this issue, cf. Celano, Bruno, Collective Intentionality, Self-Referentiality, and False Beliefs: Some Issues Concerning Institutional Facts, Analyse & Kritik, 1999 (forthcoming). 20 On this subjetc I am referring to the well known discussion related to Ronald Dworkins criticism regarding convetionalist approaches to law. Cf. Dworkin, Ronald, Laws Empire, Harvard University Press, Cambridge, Mass., 1986. 21 It is obviously true that many aspects that can be analysed with this theory can also be analysed with a strict conventionalist theory. But it is also true that social-reality theory can explain more than the conventionalist approach. For example, cases where the arbitrariness clause does not obtain, or the case in which institutions emerge independently of any coordination problem. 22 Cf. the quote of Davidson in Searle, John, Social Ontology and the Philosophy of Society, Analyse & Kritik, 20, 1998, p. 144.

155 tions stated in the respective theory obtain23. We thus do not need to reduce our mental or institutional normative reality in order to be coherent with the rejection of metaphysical dualism. Mental and normative reality can exist according to a theory, without metaphysical consequences. To consider different kinds of reductions in Prof. Searles approach, we should move on to the arguments presented in his The Rediscovery of the Mind24. In this work, we can find a reflection about why we are able to reduce phenomena as heat, sound, color, solidity, etc. to their physical foundations, while we are unable to do the same regarding mental entities. Concerning the question Why do we regard heat as reducible and pain as irreducible? The answer is Searle says that what interests us about heat is not the subjective appearance but the underlying physical causes.25. Extending this argument to normative reality, we can say that our interest in some contexts is directed towards its objective appearance rather than its underlying subjective basis. Regarding consciousness, Prof. Searle observes:
Part of the point of the reduction in the case of heat was to distinguish between the subjective appearance on the one hand and the underlying physical reality on the other. Indeed, it is a general feature for such reductions that the phenomenon is defined in terms of the reality and not in terms of the appearance. But we cant make that sort of appearance-reality distinction for consciousness because consciousness consists in the appearances themselves. Where appearance is concerned we cannot make the appearance-reality distinction because the appear26 ance is the reality. .

If we keep this idea in mind, we can realize that the same may be said about normative phenomena of rights and duties. We cannot make the appearancereality distinction for normative facts, such as the existence of rights or duties, because they consist in the appearances themselves. Following the parallelism we should say that, of course, the reduction is possible. Surely when you get down to brass tacks, there are no real facts27. This is so because this non-reductionism does not reflect any metaphysically necessary feature, but a trait of our definitional practices28. The interesting point to remark is that if the parallel to the non-reducibility of mental entities can be drawn, we can say something more about the recognition of a specific institutional norma-

23 Carnap, Rudolf, Empirism, Semantics and Ontology, in Leonard Linsky (ed.), Semantics and the Philosophy of Language, University of Illinois Press, Urbana, Ill., 1952, pp. 208-230. 24 Searle, John, The Rediscovery of the Mind, MIT Press, Cambridge, 1992. 25 Ibid. p. 120. 26 Ibid. pp. 121-122. 27 Cf. Searle, CSR, p. 45. 28 I take this argument as a good one, even if linguistic practices have been considered as an insufficient basis for preventing reductionism. Cf. Sabates, Marcelo, Consciousness, Emergence and Naturalism, Teorema, vol. XVIII/1, 1999.

156 tive reality. We could try to reduce and redefine institutional normative properties like binding force in terms of what is believed or considered to be binding, just as we redefine red, in a reductionist way, as the reflection of light of a specific kind. But this would not mean that we eliminate the appearance of normativity (as we also dont really eliminate the subjectivity of red), it would simply mean that we stop calling them by their old names29. 5. Some epistemological and ontological remarks 1. Institutional reality is epistemologically objective. It is, we could say, a cognitivist thesis about institutional reality. That something can be objectively known entails that statements about it are true or false, or that questions about it have a correct answer. Objective knowledge supposes that disagreement does not undermine the thesis that there is a fact of the matter awaiting discovery. Rather, such disagreement suggests a fault of at least one of the interlocutors30. In social-reality theory, the contrast between epistemic objectivity and epistemic subjectivity is a matter of degree31. Hence, institutional reality can be objectively known only if collective acceptance and the practice supporting it are also clearly established. Even if this is apparently simple and sound, I think that some difficulties arise when we distinguish between act-categories and act-individuals32, or between institutions and the general rights and duties related to them on the one hand, and individual instantiations of such institutions, on the other. The problems we may encounter here are of different kinds. We may be uncertain about the truthvalue of a pure statement regarding the very existence of an institution33. This may be the case, for instance, when acceptance is not yet, or no longer, clearly established. Uncertainty, however, does not mean indetermination. We can still maintain bivalence regarding this kind of statements. That is to say, we can

Searle, The Rediscovery of the Mind, p. 123. Shafer-Landau, Russ, Ethical Disagreement, Ethical Objectivism and Moral Indeterminacy, Philosophy and Phenomenological Research, Vol. LIV, No. 2, June, 1994. 31 Cf. Searle, John, CSR, p. 8. 32 Von Wright, Georg Henrik, Norm and Action, Routledge and Kegan Paul, New York, 1963. Also, Searle, John, CSR, p. 32. 33 I take this category from Joseph Raz. We can say that true or false statements about institutions are either pure or applicative. A statement is pure if the existence of an institution suffices to make it true. It is an applicative statement if there is an institution and an individual fact, which together are sufficient to make it true, while none of them separately suffices to do so. Joseph Raz talk about normative, rather than institutional statements. Cf. Raz, Joseph, The Concept of Legal System, 2nd ed., Clarendon, Oxford, 1980, pp. 49 and 218.
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157 stipulate that statements about the existence of an institution for instance, commercial transaction or donation are objectively true if the institution has reached a certain level x of acceptance, and that they are false in all other cases. Our ignorance about this fact, i. e. about the level of acceptance, does not undermine the truth-value of propositions about the existence of the institution. There may, however, arise additional problems related to the truth-value of applicative statements referring to individual instances of some clearly existent institution for instance, concerning whether some agent A on a particular occasion has performed a commercial transaction or a donation, and what the corresponding rights and duties are. This is so, first of all, because the concepts referring to institutions and the rights or duties related to them may be vague; and secondly, because there may be unresolved conflicts between equally valued rights and duties, or between incommensurable ones34. Here social-reality theory leaves room for discussion. For example, regarding the problem of vagueness, there are two classical approaches. From one point of view, indeterminacy is an epistemical problem. Perhaps it is not always possible to know the truth-value of some propositions, but this does not mean that they do not have any. Indeterminacy, in this view, is a lack of knowledge, and that presupposes that there is something to be known. On the second approach, the indeterminacy of a proposition is a semantic problem. For instance, imagine a transaction X where, taking into account all the relevant characteristics of X, we cannot determine whether it is a sale or a donation. The problem is that the meaning of sale and donation is partially indeterminate. There will always be borderline cases. Propositions about borderline cases are semantically indeterminate; that is to say, they are neither true nor false35. For social-reality theory, it is an open question whether or not epistemological objectivism regarding institutional facts implies that any single pure or applicative proposition about social reality has a truth-value. On the one hand, objectivism suggests bivalence, and that implies that the answer to the question is, Yes, they do. On the other hand, the gradual nature of the objective-subjective distinction, the general problem of vagueness, from which our statements cannot escape, as well as the possibility of genuine conflicts suggest that the answer in these cases should be No, institutional statements referring to such cases lack truthvalue.

34 This could be presented with the language of Joseph Raz. Raz affirms that in virtue of the social sources of legal rights, powers and duties, there are certain kinds of inescapable gaps, which correspond to statements about rights, powers and duties having no truthvalue. They arise when the language of rights, duties and powers is semantically indeterminate or when there are unresolved conflicts. Cf. Raz, Joseph, Legal Reasons, Sources and Gaps, in The Authority of Law, Clarendon, 1979, pp. 53-77. 35 Von Wright, Georg Henrik, Truth Logics, in: Six Essays in Philosophical Logic, Acta Philosophica Fennica, vol. 60, Helsinki, 1996, pp. 71-91.

158 Summing up, as far as the explicit thesis of social-reality theory goes, it seems compatible with both classical opposite answers regarding borderline cases and unresolved conflicts. In principle, we can say that this does not represent any problem to the theory. The only purpose of this remark is to underline that these doubts reflect others about the special ontological status of this kind of reality. Usually, epistemic objectivism regarding normative facts which are nonreducible to empirical reality has been associated with a problematic ontology, namely an ideal reality that can be known objectively because it is ontologically objective, that is to say, it exists independently of human beings. To conserve an objective epistemological thesis regarding a gradually man-made reality may have paradoxical consequences for applicative statements if semantic and valorative disagreements about them are, as seems to be the case, unavoidable. 2. Now I want to move on to another point concerning the ontological and epistemological thesis of social-reality theory. Institutional reality exists because of the acceptance and practice of agents. It is an agent-relative reality and, in this sense, it is ontologically subjective. Only if the (subjective) conditions of existence obtain, objective truth-judgements are possible. For example, when can we truly say that A is an authority or B is a duty within a given group? The answer is: When it is an institutional fact that A is an authority or that B is a duty within that group. At this point, what matters is not the issue of determining who or how many agents should sustain an institution in order to make such statements objectively true. The interesting point here is that we are allowed to state that it is objectively true that A is an authority, or that B is a duty for the members of the group as a whole, even if not all the members of the group do accept the respective institution. This asymmetry emerges because social entities are not strictly subjective mental ones. A feeling of pain exists if one agent feels pain. The existence of this feeling is relative only to that agent, although it can be objectively recognized or known by others. Institutional facts, in contrast, do not exist relative to each agent; at least that is clearly suggested by the fact that we characterize them as social facts. Hence, unless we are willing to admit that social entities exist merely in relation to each single acceptant (in which case we should stop characterizing them as part of a social reality), we are facing a problem of asymmetry. Lets suppose that I reject the institution of authority. If the sentence A is an authority in group G is objectively true, then A is an authority for me is also objectively true, provided I am a member of group G. This mean that according to this theory, that authority, with all its practical consequences, exists in relation to me even if I do not accept it. At this point it is easy to slide into a futile discussion about the real existence of an authority if we do not remember the different directions of fit with which the same words can be used. When we affirm that according to the premises of social-reality theory, A is an authority also for me or relative to me, even if I dont accept the institution of authority, this does not mean that the theory assesses this fact as a morally good thing. Nor does it mean

159 that I should accept the authority simply because it is an institutional normative fact according to the theory. The theory offers a language in which we can identify and explain that kind of reality. Its purpose is not to explain what I think, or should think, as a member of the relevant group. It offers a reconstruction according to which we can state that, in the example, A is an authority that will have practical consequences even for those that reject it. In this context, it is perhaps useful to introduce a distinction which was originally drawn with a different purpose36. The existence of something may be subjective in two different senses. It is possible to distinguish between existence relative to someone and existence in virtue of someone. In the first sense, that something exists subjectively means that it exists only for, or in relation to, a person or group of persons. To say that something is relative to some group does not tell us anything about why it exists or what the necessary conditions for that existence are. In particular, it does not tell us whether it exists because it is accepted. This first kind of subjectivity implies a threshold beyond which the ontological claim vanishes. From this point of view, a mental entity is relative to one person while institutional facts are always relative to a group. This means that such facts exist only within groups and do not exist outside of them. The second sense of subjectivity stresses the fact that agents attitudes constitute a necessary condition for the existence of an institutional fact. To say that an object is subjective in that sense is to say that it would not exist if the person or group of persons in question did not have the right attitudes. From this point of view, institutional reality exists in virtue of the acceptance of certain individuals and not in virtue of the acceptance of the whole group37. Social-reality theory asserts that institutional entities are subjective in both senses, but it does not say that the members of the group must be aware of that. Hence, the fact that participants believe that their institutions exist in a non-relative way, independently of any agents attitudes, does not refute the explanation. An object can be subjective in both of the senses mentioned even when that subjectivity is denied by the agents in relation to whom that object exists and on whose attitudes it depends. Summing up, institutional reality is subjective because it exists relative to a social group. In this sense, it is relative to all agents belonging to the group. But it is also subjective because it exists in virtue of certain agents, namely those who give their acceptance. This may seem a purely linguistic movement, but I think it might be relevant to stress the difference. A may well be an authority in relation to myself and relative to my actions, without being at the same time an authority in virtue of my actions and myself38.
36 Cf. Sosa, Ernest, Putnams Pragmatic Realism, The Journal of Philosophy, 90, 1993, p. 621. 37 Institutional facts require acceptance by a sub-group or some relevant individuals. Cf. Lagerspetz, Eerik, op. cit. pp. 6 and 156. 38 Note that if Searles theory defined authority (or any other institutional concept) as

160 3. Finally I wish to say a few words about the transcendental argument for external realism on which social-reality theory is founded. This argument does not refer to institutional reality. It only shows that institutional facts which depend on our representations presuppose a different kind of reality independent of any representation. It is worth noting that, first of all, the plausibility of the argument for external realism does not exclude the plausibility of another argument for external moral realism , which does not reject the first, but rather completes it with the recognition of an objective normative reality. In fact, metaphysical realism about genuine normative properties (which are usually conceptually assimilated to moral ones) rejects neither external physical realism nor a correspondence theory of truth. Secondly, the argument for external realism is even more compatible with a subjective reductionist view of institutional normative reality namely, the one which I had called the skeptical approach. This is not a fault of the argument for external reality as it is presented in social-reality theory because it does not intend to be an argument for monism that is to say, for the existence of only one external reality or non-reductionism concerning institutional reality that is to say, for the recognition of institutional normative facts which can be distinguished from the subjective attitudes on which they depend. In other words, this argument is not a support for the two central theses here discussed; because it is not directly relevant in the discussion about the ontological subjective thesis and the epistemological objective thesis regarding institutional reality. It says nothing about reductionism and nonreductionism of a specific institutional ontology. Likewise, it says nothing to those who hold that alongside the external physical world there is another, normative world independent of the first. In a work devoted to institutional normative facts, instead of this clear argument for the existence of an objective independent reality it would have been desiderable to find an argument for this special subjective-objective institutional reality. I am not asking for another transcendental argument about institutional reality. It could be sustained that a theory which explains the structure and the conditions of existence of such entities just like other theories about entities like electrons, numbers, mathematical relationships, and so on does not need to produce a transcendental argument for the acknowledgment of these entities. A theorys success or failure depends on its capacity to account for the problems it intends to explain and to formulate useful hypotheses about them. In other words, there is no need for a philosophycal argument for every theoretical distinction. However, as a theory about social reality the theory under scrutiny competes with

that which is subjectively considered to be an authority; it would have a logical problem. In the example, provided that I do not consider x to be an authority, x is an authority would be false regarding to me; but it would at the same time also be true, provided that it is objectively true that x is an authority relative to the group and it is also true that I belong the group.

161 various other theories, which are philosophically compatible with it, that is, theories which accept monism, external realism and the correspondence theory of truth, but which explain the structure and the emergence of institutional normativity in other ways. Concerning this point, I would like to go back to something I have said earlier. In practical philosophy, there are two classical approaches to the ontology of norms, which may be extended to the ontology of rights and duties. I have called them the moral and the skeptical approaches. As I already said, they are usually considered to be not only mutually exclusive, but also exhaustive. In other words, it is assumed that there is no logical space for a third approach. On this view, we can be either realists (empiricists) or idealists regarding norms, rights or duties39. Realism is necessarily connected with monism, but also with reductionism about normative properties. On the opposite side, the analysis of norms as ideal entities amounts to non-reductionism, but it is at the same time committed to the existence of an independent ideal world. Considering this classical dichotomy, we must produce an argument to show the possibility of that logical space in which monism does not imply reductionism, and non-reductionism does not imply dualism. Without such an argument, a central critique of the social-theory account of normative social reality says that it is logically impossible. If we take its nonreductionism seriously we must accept dualism. If we take its commitment with monism seriously we must be reductionist regarding all non-physical properties. In other words, we must still argue for, and not only assert, the thesis that we live in only one single world, because this does not follow from the transcendental argument for an external world. We must not overlook that on a different account, external moral realism is considered to be the best explanation for nonreducible normative properties40. The commitment with the existence of an objective moral reality, together with the thesis that social institutions are normative insofar as they correspond or in some way relate to that moral reality, is not a new theoretical proposal. It is a philosophical thesis that contradicts the assumptions of social-reality theory. Its implausibility is not shown by merely asserting that we live in only one single world it must be shown as the result of an argument. Therefore, A general argument for non-reducibility of social normativity and against dualism seems to needed if we are to debate as I think we should-

Cf. von Wright, Georg Henrik, On the Logic and Ontology of Norms, in J. W. Davis, D. J. Hockney, and W. K. Wilson (eds.) Philosophical Logic, Reidel, Dordrecht, 1969, pp. 89-90. 40 Cf. Moore, Michael, Moral Reality, Wisconsin Law Review, 1982, pp. 1061-1156. Moore, Michael, Moral Realism as the Best Explanation of Moral Experience, Discussion Group of Southern California Legal and Political Philosophers, January 1989. Brink, David, Moral Realism and the Foundations of Ethics, Cambridge University Press, Cambridge, 1989. Hurd, Heidi, Sovereignty in silence, Yale Law Journal, 99, 1990, pp. 945-1027.

39

162 with those who sustain alternative positions. This argument is a necessary basis if we want to defend as I have intended here that an institutional approach constitutes the only coherent foundation of a positivistic conception about legal normativity as a possible genuine property, which does not depend on morality. Bibliography
Brink, David, Moral Realism and the Foundations of Ethics, Cambridge University Press, Cambridge, 1989. Carnap, Rudolf, Empirism, Semantics and Ontology, in Leonard Linsky (ed.), Semantics and the Philosophy of Language, University of Illinois Press, Urbana, Ill., 1952, pp. 208-230. Celano, Bruno, Validity as Disquotation, manuscript, 1999. Celano, Bruno, Collective Intentionality, Self-Referentiality, and False Beliefs: Some Issues Concerning Institutional Facts, Analyse & Kritik, 1999 (forthcoming). Coleman, Jules and Leiter, Brian, Determinacy, Objectivity and Authority, in: Andrei Marmor (ed.), Law and Interpretation: Essays in Legal Philosophy, Clarendon, Oxford, 1995, pp. 203-278. Dworkin, Ronald, Laws Empire, Harvard University Press, Cambridge, Mass., 1986. Hurd, Heidi, Sovereignty in silence, Yale Law Journal, 99, 1990, pp. 945-1027 Lagerspetz, Eerik, The Opposite Mirrors. An Essay on the Conventionalist Theory of Institutions, Kluwer, Dordrecht, 1995. MacCormick, Neil, On Analytical Jurispruence, in MacCormick, Neil-Weinberger, Ota, An Institutional Theory of Law. New Approaches to Legal Positivism, Reidel Publishing Company, Dordrecht, 1986, MacCormick, Neil, Norms, Institutions and Institutional Facts, Law and Philosophy 17, 1998, pp. 301-345. Moore, Michael, Moral Reality, Wisconsin Law Review, 1982, pp. 1061-1156. Moore, Michael, Moral Realism as the Best Explanation of Moral Experience, Discussion Group of Southern California Legal and Political Philosophers, January 1989. Nino, Carlos S., The Ethics of Human Rights, Clarendon Press, Oxford, 1991. Raz, Joseph, The Authority of Law. Essays on Law and Morality, Clarendon, Oxford, 1979. Raz, Joseph, The Concept of Legal System. An Introduction to the Theory of Legal Systems, 2nd ed., Clarendon, Oxford, 1980. Raz, Joseph, Practical Reasons and Norms, 2nd ed. Princeton University Press, Princeton, NJ, 1990. Sabates, Marcelo, Consciousness, Emergence and Naturalism, Teorema, vol. XVIII/1, 1999. Searle, John, The Rediscovery of the Mind, MIT Press, Cambridge, Mass., 1992. Searle, John, The Construction of Social Reality, Penguin, London, 1995. Searle, John, Social Ontology and the Philosophy of Society, Analyse & Kritik, 20, 1998, p. 143-158. Shafer-Landau, Russ, Ethical Disagreement, Ethical Objectivism and Moral Indeterminacy, Philosophy and Phenomenological Research, Vol. LIV, No. 2, June 1994.

163
Sosa, Ernest, Putnams Pragmatic Realism, The Journal of Philosophy 90, 1993, 605626. Von Wright, Georg Henrik, Norm and Action, Routledge and Kegan Paul, New York, 1963. Von Wright, Georg Henrik, On the Logic and Ontology of Norms, in J. W. Davis, D. J. Hockney, W. K. Wilson (eds.), Philosophical Logic, Reidel, Dordrecht, 1969, pp. 89107. Von Wright, Georg Henrik, Truth Logics in Id., Six Essays in Philosophical Logic, Acta Philosophica Fennica, vol. 60, Helsinki, 1996, pp. 71-91. Waldenfels, Bernhard, Comment on John Searles The Construction of Social Reality, Analyse & Kritik 20, 1998, pp. 159-165.

Andrea Rossetti

Modalit de re vs. modalit de dicto nella logica deontica

0. Introduzione: Il paradigma de re / de dicto nella logica aletica In questo lavoro studier il problema dellapplicazione del paradigma modalit de re / modalit de dicto alle modalit deontiche. Nel libro An Essay in Modal Logic, 1951 von Wright nega recisamente che tale distinzione sia applicabile alla logica deontica:
The deontic modalities cannot be taken alternatively de dicto and de re. .
1

Non tutti gli autori sono, per, daccordo con la tesi sostenuta da von Wright: sei anni dopo An Essay in Modal Logic, nel 1957, Jaakko Hintikka, in Quantifiers in Deontic Logic, esamina la differenza de re / de dicto nella logica deontica, anche se non ricorre mai ai sintagmi de re e de dicto2. Il primo a sostenere esplicitamente la tesi dellesistenza di modalit deontiche de dicto , probabilmente, Herbert Fiedler. Secondo Fiedler, modi deontici de dicto vi sono, se con laggettivo deontico si intendono anche modi come valido (gelten) e che-deveessere-valido (gelten-sollend)3. Sicuramente, il problema modalit de re/ modalit de dicto non uno dei pi studiati nellmbito della logica deontica: nel saggio di Dagfinn Fllesdal e Risto Hilpinen, Deontic Logic: An Introduction, 1970, e nel pi recente lavoro di J.-J. Ch. Meyer e R. J. Wieringa, Deontic Logic: A Concise Overview del 1993, in cui sono esposti criticamente i principali sistemi

1 2

G. H. von Wright, An Essay in Modal Logic, 1951, p. 40. questo il primo saggio esplicitamente dedicato alla logica deontica quantificata (sei anni dopo la pubblicazione di Deontic Logic di Georg Henrik von Wright) e riprende, come dichiara Hintikka, un suggerimento di Arthur Norman Prior, che appare nel libro: Formal Logic, 1955. George Kalinowski lunico dei tre autori che nel 1952 pubblicano i lavori che sono considerati i fondatori della logica deontica (gli altri due sono Georg Henrik von Wright e Oskar Becker) ad avere introdotto dei quantificatori nel suo sistema. Nel suo lavoro Thorie des propositions normatives, egli implicitamente analizza il sillogismo pratico nei termini di una logica deontica de re. Ma non si pone il problema di una logica deontica de dicto. 3 Conte, Amedeo G., Modi deontici de dicto, validit quale anlogon deontico della verit, norme su norme, 1997, p. 66.
Analisi e diritto 1999, a cura di P. Comanducci e R. Guastini

166 di logica deontica, non si cita nessun sistema di logica deontica quantificata e, di conseguenza, non si prende in considerazione la distinzione de re / de dicto. Nel seguito di questa parte ( 0.) esporr brevemente la storia dellopposizione de re / de dicto, e la sua formalizzazione nella logica aletica contemporanea, ad opera principalmente di Kit Fine. Nel 1. analizzer il lavoro di Jaakko Hintikka, Quantifiers in Deontic Logic, 1957; nel 2. esporr il saggio di Georges Kalinowski, Norms and Logic, 1973; nel 3. esporr le tesi sostenute da Franz von Kutschera, Fondamenti delletica, 1991. Nella quarta e conclusiva parte ( 4.), mostrer che le tre analisi colgono tre diversi aspetti della distinzione de re / de dicto. 0.1. La genesi della distinzione4 0.1.1. La distinzione tra modalit de re e modalit de dicto risale al Medioevo5. Pietro Abelardo (1079-1142), nella sua Dialectica, distingue tra expositio de sensu ed expositio de rebus. Nella Dialectica Abelardo espone la tesi di un suo maestro (forse Guglielmo di Champeaux), il quale sosteneva che ogni proposizione modale una proposizione sul senso di unaltra proposizione: ad esempio, la proposizione Possibile est Socratem currere una proposizione nella quale si predica la possibilit del sensus della proposizione Socrates currit. Secondo Abelardo, una proposizione che ammetta una tale interpretazione non stricto sensu modale: questo tipo di proposizione soltanto la semplice applicazione di uno speciale genere di aggettivo a un contenuto proposizionale semplice. Al contrario, una proposizione realmente de re quando il termine modale qualifica il legame tra il soggetto e la copula6. Nella prima met del XIII secolo la dottrina sulla struttura delle proposizioni modali ormai consolidata e insegnata nelle nascenti universit. Di questa dottrina si pu trovare unesposizione in varie opere del XIII secolo: nel Liber II Perihermenias, di Alberto Magno (1205-1280); nelle Introductiones di Guglielmo
4 Le indicazioni storiche di questo 1.2.2. sono tratte da tre opere di storia della logica: (i) Joseph M. Bochenski, Formale Logik, 1956; (ii) William Calvert Kneale e Martha Kneale, The Development of Logic, 1962; (iii) Robert Blanch, Histoire de la logique, 1970. 5 da osservare che la distinzione risale al Medioevo, mentre gi Teofrasto di Efeso (allievo di Aristotele e capo della scuola peripatetica dopo la morte del fondatore), aveva sviluppato una teoria delle modalit de dicto che respinge una delle tesi fondamentali del sistema aristotelico: per Teofrasto il funtore della modalit deve essere pensato come determinante lintero enunciato e non soltanto gli argomenti dellenunciato, come invece riteneva Aristotele. 6 Probabilmente neppure Guglielmo di Champeaux lo scopritore della distinzione de re / de dicto. Il primo autore a rilevare la distinzione , forse, un autore sconosciuto, noto a noi moderni solo come lo pseudo-Scoto (cfr. Duns Scoto, In librum I Priorum Analyticorum Aristotelis Quaestiones).

167 di Shyreswood; nelle Summulae Logicales di Pietro Ispano (1220-1277); nella Summa totius logicae Aristotelis dello pseudo-Tommaso dAquino. 0.1.2. Questa distinzione fu ripresa da Tommaso dAquino, in un lavoro giovanile: Opusculum de propositionibus modalibus. Tommaso distingue cos modalit de re e modalit de dicto: Una proposizione modale de re una proposizione in cui il segno modale essenzialmente interno, invece una proposizione modale de dicto una proposizione del secondo ordine, una proposizione su di una proposizione. Tra le tesi sostenute da Tommaso, due mi sembrano particolarmente rilevanti:
(i) una proposizione modale de dicto sempre singolare, poich ha sempre un dictum come soggetto (omnes modales de dicto sunt singulares, eo quod modus praedicatur de hoc vel de illo sicut de quodam singulari), mentre una proposizione modale de re pu essere sia universale sia particolare secondo il segno di quantit (modales de re diiudicatur: universalis particularis indefinita vel singu7 laris secundum subiectum dicti) ; (ii) ogni proposizione modale de re vera, sar vera anche intesa de dicto, ma non viceversa.

Dunque, sin dallinizio degli studi sulle modalit de re e sulle modalit de dicto si rilevato il carattere metalinguistico delle modalit de dicto: il linguaggio delle modalit de dicto non si pone sullo stesso piano della linguaggio della proposizione su cui le modalit stesse vertono. 0.2. La formalizzazione del paradigma de re vs. de dicto nella logica aletica Esamino, ora, brevemente la differenza tra modalit de dicto e modalit de re nel caso della modalit aletica. 0.2.1. Lopposizione paradigmatica de re vs. de dicto pu anche essere formalizzata. Ad esempio, allinterno di un linguaggio formalizzato L, in grado di rappresentare la logica modale del primo ordine, si pu definire la modalit de dicto. Ecco la definizione data da Kit Fine, in Model Theory for Modal Logic:
A formula is de dicto if no free variable occurs within the scope of . In other words, in a de dicto formula each sub-formula of the form is also a sentence.

La modalit de re , da Fine, definita ex negativo:


A formula is de re if it is not de dicto. .
8

Nel formalismo della logica modale quantificata, la formalizzazione delle modalit de dicto e delle modalit de re la seguente:
de re: x F (x) de dicto: x F (x)

La differenza tra le due formalizzazioni risulta dalla differenza dellmbito delloperatore modale: in un enunciato contenente una modalit de re, loperatore
7 8

Thomae, De propositionibus modalibus. Kit Fine, Model Theory for Modal Logic. Part I- The de re / de dicto distinction, 1978.

168 modale ricorre entro lmbito del quantificatore (sia esso universale od esistenziale); mentre in un enunciato contenente una modalit de dicto, il quantificatore a ricorrere entro lmbito delloperatore modale. Pi precisamente si pu dire che una modalit de re se lmbito delloperatore modale contiene almeno una variabile libera. Se tutte le variabili nellmbito delloperatore modale sono vincolate, la modalit sar de dicto. 0.2.2. Quando consideriamo modalit de dicto diremo: La proposizione p una proposizione necessaria. Gli enunciati modali de dicto non sono enunciati puramente referenziali, ma esprimono il modo in cui lenunciato si trova in relazione con gli altri enunciati del sistema. Si potrebbe dire che la necessit de dicto sia necessit in e per un sistema. Dal punto di vista semantico, quando si considerano modalit de dicto, si stabilisce una relazione tra il valore di verit di una proposizione e il valore di verit delle altre proposizioni appartenenti al medesimo sistema. Ecco un esempio di proposizione modale de dicto:
necessario che luomo sia mortale.

0.2.3. Quando, invece, si considerano modalit de re, la proposizione modalizzata p una proposizione la cui verit determinata dalla relazione esistente tra i termini che compongono la proposizione stessa, relazione che appare evidente allanalisi dei termini della proposizione. Ecco un esempio di proposizione modale de re:
Luomo necessariamente mortale.

0.2.3.1. Una esemplificazione della modalizzazione de dicto la definizione kantiana della promessa:
Die Allgemeinheit eines Gesetzes, da jeder, nachdem er in Not zu sein glaubt, versprechen knne, was ihm einfllt mit dem Vorsatz, es nicht zu halten, wrde das Versprechen und den Zweck, den man damit haben mag, selbst unmglich machen [...]. Luniversalit duna legge [Allgemeinheit eines Gesetzes] secondo la quale, quando uno crede di essere in bisogno, pu promettere ci che gli viene in mente, con la riserva di non mantenere la promessa, renderebbe impossibile [wrde [...] unmglich machen] il promettere [Versprechen] e lo scopo [Zweck] stesso perse9 guito attraverso la promessa. .

Tale definizione pu essere formalizzata nel modo seguente:


M (x) (Fx Gx)

dove M rappresenta la possibilit aletica, F sta per promettere, G rap-

9 Immanuel Kant, Grundlegung zur Metaphysik der Sitten, 1785, pp. 54-55; AkademieAusgabe, IV, p. 422. Traduzione di Pantaleo Carabellese, p. 56 (p. 75); traduzione di Pietro Chiodi, p. 80 (pp. 51-52); traduzione di Vittorio Mathieu, pp. 127-129; traduzione di Anna Maria Marietti, p. 155.

169 presenta mantenere la promessa10. Per Kant, impossibile che le promesse siano tutte non mantenute. Questa impossibilit di non mantenere tutte le promesse non deriva dalla definizione stessa di promessa, ma dalla funzione sociale della promessa. La modalizzazione non verte, quindi, sul rapporto tra il promettere e il mantenere la promessa (che sono i termini della relazione), ma sulla funzione che la promessa ha nella societ. Una promessa che non fosse mai mantenuta, resterebbe una promessa, ma sarebbe socialmente inutile. 0.2.3.2. La caratterizzazione che della promessa d Adolf Reinach , invece, una esemplificazione della modalizzazione de re:
Quali che siano i soggetti nei quali la promessa si realizza, siano, ad esempio, diavoli o angeli a promettere gli uni agli altri, nasceranno per gli angeli e per i diavoli [...] pretese ed obbligazioni. In welchem Subjekte auch immer ein Versprechen sich realisieren mag, ob es Engel oder Teufel sind, welche einander versprechen, es werden den Engeln und Teufeln Ansprche und Verbindlichkeiten erwachsen.

Questa definizione pu essere cos formalizzata:


(x) L (Fx Ox)

dove L rappresenta la necessit aletica, F sta per promettere, O rappresenta lobbligo di mantenere la promessa. Questo significa: promettere un atto che necessariamente genera unobbligo in colui che promette, e una pretesa in colui che riceve la promessa. La modalizzazione, in questo caso, verte sul rapporto tra i termini della relazione: il rapporto tra obbligo e promessa si fonda su di una legge necessitante. In altri termini, noi possiamo immaginare un mondo in cui la promessa non esista, ma, se la promessa esiste, allora, nel mondo in cui esiste, essa genera necessariamente obblighi e pretese. 0.3. Il paradigma de re vs. de dicto nella logica deontica Sin qui la distinzione de re / de dicto nella logica aletica. Come ho accennato allinizio di questo lavoro, i logici deontici non hanno prestato particolare attenzione al problema n a livello formale, n a livello di interpretazione, forse anche a causa dellicastica negazione di von Wright nel libro An Essay on Modal Logic, 1951. Cos spiega la sua tesi von Wright:
The operator P and O, when prefixed to name of properties (acts), yield sentences. MA denotes a property, viz. the property of possibly being A. But PA expresses a proposition, viz. the proposition that it is permitted to do A.

E, von Wright, in questo modo conclude la sua spiegazione:


It follows from the above that the deontic modalities cannot be taken alternati11 vely de dicto and de re. .
10 11

Unanaloga formalizzazione in S. Landucci, Sulletica di Kant, 1994. G. H. von Wright, An Essay in Modal Logic, 1951, p. 40.

170 Ora, esporr le tesi di tre autori contemporanei (Jaakko Hintikka, Quantifiers in Deontic Logic, 1957 ( 1.); Georges Kalinowski, Norms and Logic, 1973 ( 2.); Franz von Kutschera, Fondamenti delletica, ( 3.)) che, diversamente da von Wright, utilizzano il paradigma de re / de dicto nella rappresentazione del deontico. Questi tre autori rappresentano tre diverse concezioni della logica deontica: (i) la logica deontica come logica di atti generici (Jaakko Hintikka); (ii) la logica deontica come logica di norme e come logica su norme (Georges Kalinowski); (iii) la logica deontica come logica di enunciati assertivi sullesistenza di atti deontici (Franz von Kutschera)12. 1. De re e de dicto nella logica deontica di Jaakko Hintikka Il sistema logico di Hintikka si ricollega strettamente al sistema di von Wright del 1951. Lintento di Hintikka di ampliare il sistema di von Wright, al fine di ampliare la sua portata euristica. Scrive Hintikka a proposito del suo fine:
It appears that the use of quantifiers in more than just a way of making the current systems more comprehensive. Rather, quantifiers seems to me indispensable for any satisfactory analysis of the notion with which every system of deontic lo13 gic is likely to be concerned. .

Nel sistema di von Wright le variabili sono intese come denominazioni di atti generici (il furto, l'omicidio, il fumare, ...) e gli operatori modali come predicati di atti (valori deontici)14 . Scrive von Wright a proposito del suo sistema del 1951:
Its formal ingredients were two deontic operators, viz. O for obligation and P for permission, the usual sentential connectives [...], and the variables p, q, ... The variables were thought to represent categories or types of human action such as, 15 e.g., murder or theft. .

Questi elementi si ritrovano tutti nel sistema di Hintikka con alcune modifiche, necessarie per quantizzare il sistema: latto viene scomposto in una generica azione, e nella propriet (property) che a tale azione si pu attribuire16. Mentre,

Sulla logica di atti deontici cfr. A. Rossetti, La logica di atti deontici di Oskar Becker, 1999. 13 J. Hintikka, Quantifiers in Deontic Logic, 1957, p. 3. 14 G. H. von Wright, Logica deontica, p. 124. In Deontic Logic, gli operatori deontici rappresentano concetti deontici, e non atti (n gli atti generici n gli atti individuali), n nomi degli atti. 15 G. H. von Wright, Is there a Logic of Norm?, 1996, p. 36. 16 Questo distinzione tra unazione e la sua qualificazione si riscontra frequentemente nellambito delle scienze sociali e giuridiche. Ad esempio, una distinzione analoga quella operata nel quadro dellinterazionismo simbolico, la distinzione tra comportamento e azione: il comportamento la struttura materiale di unazione, mentre lazione un

12

171 ad esempio, il furto, nel sistema di von Wright rappresentabile, ad esempio, con p, nel sistema di Hintikka sar rappresentato con, ad esempio, F(x), dove x unazione, F la propriet ascrivibile a quella particolare azione. Scrive Hintikka:
In the current system, we have do to with a numbers of properties of acts. .
17

La quantificazione introdotta da Hintikka interviene, comunque, sugli atti, e non sulle propriet. Sebbene Hintikka non nomini mai esplicitamente la distinzione tra modalit de re e modalit de dicto, essa viene utilizzata per rappresentare diversi tipi di obbligo e di permesso deontici. 1.1. Formule deontiche de re e formule deontiche de dicto Le formule in termini di obbligo o di permesso che possono essere considerate de re o de dicto sono otto. La tabella mostra tutte le possibilit combinatorie: x x O F(x) O x F(x) x P F(x) P x F(x) x x O F(x) O x F(x) x P F(x) P x F(x)

O F(x) P F(x)

Nel suo articolo Hintikka fornisce direttamente o indirettamente (ossia, ne d esemplificazione come antecedente di una implicazione) un esempio per ciascuna di queste formule, tranne che per la formula de dicto O (x) Ax. Qui di seguito enumero le sette formule (prima le quattro de re e poi le tre de dicto), le loro interpretazioni e i sette relativi esempi proposti da Hintikka. 1.1.1. Le formule de re e le loro interpretazioni (i) La formula (x) O A(x) (1) deve essere letta: Ogni azione deve essere di tipo A. Ecco lesempio proposto da Hintikka: 18 We are obliged to do A only if every act of ours ought to be an instance of A. . (ii) La formula (x) P A(x) (2) deve essere letta: Ogni azione di tipo A pu essere compiuta in ogni situazione. Ecco lesemplificazione di Hintikka:
The most natural way of explicating the notion of permission seems to be to say

comportamento al quale un senso o un significato sociale stato attribuito allinterno delliterazione. (Cfr. A. Baratta, Criminologia critica e critica del diritto penale, 1982). Nel seguito della mia esposizione io adotter la seguente terminologia: per azione intender il mero movimento fisico, per atto intender ogni azione fornita di senso. 17 J. Hintikka, Quantifiers in Deontic Logic, 1957, p. 3. 18 J. Hintikka, Quantifiers in Deontic Logic, 1957, p. 5-6.

172
that acts of certain kind are permitted if, in every particular situation, one is al19 lowed to perform an act of this kind. .

(iii) La formula (x) P A(x) (3) considerata da Hintikka controintuitiva. Essa dovrebbe essere letta: Una (e una sola) azione x di tipo A che permessa (in una sola occasione). Per mostrare la controintuitivit della formula Hintikka, propone il seguente esempio: (iv) La formula (x) O A(x) (4) deve essere letta: Esiste unazione tipo A che deve essere fatta in una particolare situazione. Ecco lesempio corrispondente:
Let us suppose there is in fact an occasion in which ones action must be of the kind A if one is to do what one ought to do. Being permitted to drive a car means more than that one may at least once drive 20 a car without being liable to punishment. .

1.1.2. Le formule de dicto e le loro interpretazioni (v) La formula O (x) A(x) (5) deve essere letta: obbligatorio che una delle azioni sia di tipo A. Linterpretazione di questa formula presuppone un impegno ontologico: lesistenza di azioni.
When it is said that each year one ought to pay ones income tax, this does not mean that each year ones every act ought to be an instance of taxpaying. Rather, it means that each year the act of paying the income tax ought to be among the 21 things one done. .

(vi) La formula P (x) A (x) (6) una delle formule respinte da Hintikka come controintuitive. Essa dovrebbe essere letta: Ogni azione di tipo A sempre permessa. Lesempio relativo il seguente:
In most countries, it is legally permissible to consume alcoholic beverage; but it is absurd to say that this permission is logically the same as a permission to drink 22 on every occasion. .

(vii) La formula P(x) A(x) (7) rappresenta una deroga. Essa dovrebbe essere letta: Un atto di tipo A permesso una (ed una sola) volta. Riduce la deroga ad un atto deontico. Ecco lesempio di Hintikka:
We assume that acts of a certain kind A may only be done if a special permission is applied for and obtained.

J. Hintikka, Quantifiers in Deontic Logic, 1957, p. 7. J. Hintikka, Quantifiers in Deontic Logic, 1957, p. 6. 21 J. Hintikka, Quantifiers in Deontic Logic, 1957, p. 6. 22 J. Hintikka, Quantifiers in Deontic Logic, 1957, p. 6-7. Hintikka prende in considerazione, per la modalit de dicto, solo la seguente formula: P(x) A (x), e la respinge, adducendo il seguente esempio: In most countries, it is legally permissible to consume alcoholic beverage; but it is absurd to say that this permission is logically the same as a permission to drink on every occasion. Lesempio di Hintikka sembra implicitamente respingere anche limplicazione: (x)PA(x) P(x)A(x) che Hintikka non prendere in considerazione esplicitamente.
20

19

173 1.1.3. Topologia degli esempi di Hintikka Pi utile di un esame delle singole formule e dei singoli esempi, interessante raggruppare gli esempi in due insiemi23. Nel primo insieme sono compresi gli esempi (1), (5), (7). Al secondo insieme appartengono gli esempi (2), (3), (4), (6). Al primo insieme appartengono quegli esempi in cui le variabili intervenienti sono effettivamente solo gli atti (che sono le variabili formalizzate del sistema). Al secondo insieme appartengono gli esempi nei quali compare una variabile che non formalizzata nel calcolo: loccasione. A prima vista potrebbe sembrare che questa divisione ricalchi la distinzione tra modalit de re e modalit de dicto. Si potrebbe ipotizzare che ci che muta lmbito di definizione delle variabili: in un caso a essere rappresentate dalle variabili del sistema sarebbero effettivamente le azioni, nellaltro a essere rappresentate sarebbero, in realt , le situazioni in cui gli atti devono essere compiuti. Purtroppo, non cos. La divisione degli esempi travalica il limite formale della distinzione tra modalit de re e modalit de dicto: (i) lesempio (1), modalizzato de re, in termine di atti, cos come gli esempi (5) e (7), modalizzati de dicto. Lesempio (6), modalizzato de dicto, in termini di occasione, cos come gli esempi (2), (3) e (4), modalizzati de re; (ii) se linterpretazione della formula de re in termini di azione, non necessariamente la corrispondente formula de dicto interpretata in termini di occasione; e viceversa.

23 Gli esempi di Hintikka sono variamente eterogenei sono solo per struttura, ma anche per funzione: gli esempi (3) e (6) mostrano la controintuitivit delle relative formule, mentre tutti gli altri giustificano le formule a loro relative. Mi limito qui a segnalare lambiguit presente nella formula de dicto , in termini di permesso, quantificata esistenzialmente. Lunione del quantificatore esistenziale e della modalit de re non fornisce, secondo Hintikka, un risultato intuitivamente accettabile. In altri termini, con la formula: ( x) P A(x) non possibile rappresentare il permesso deontico. Ecco lesempio che Hintikka propone, per mostrare la controintuitivit della formula: Being permitted to drive a car means more than that one may at least once drive a car without being liable to punishment. Il controesempio di Hintikka mi sembra ambiguo. Il permesso di guidare unauto non un permesso univocamente deontico. Ad esempio, in una norma del tipo: La domenica permesso guidare automobili con targa pari il permesso di condurre effettivamente un permesso deontico ( il correlato di un obbligo deontico negativo, ossia di un divieto). Ma in una norma del tipo: Ai maggiori di anni diciotto permesso firmare assegni, bench permesso sia, anche in questo esempio, interpretabile in senso deontico, la sua interpretazione pu essere anche adeontica: pone le condizioni che un assegno sia validamente firmato (il permesso non il correlato di nessun obbligo deontico). Nellanalisi di Hintikka non sembra possibile, quindi, distinguere tra permessi deontici e permessi adeontici.

174 1.2. Relazioni tra la modalit de re e la modalit de dicto 1.2.1. Relazione tra modalit de re e modalit de dicto nella rappresentazione dellobbligo
(x) O A(x) O (x) A(x)

Hintikka rifiuta come ingiustificabile intuitivamente limplicazione:

Ecco lesempio che Hintikka propone a sostegno della sua tesi:


Let us suppose there is in fact an occasion in which ones action must be of the kind A if one is to do what one ought to do. Does it follow that there is an obligation to do an act of the kind A in some occasion or other, or is it conceivable that one should do no act of this kind without thereby violating any obligation? It 24 seems to me that the latter is the case. .

Nellesempio viene presa in considerazione loccasione in cui latto deve essere compiuto. Scrive Hintikka:
Our criticism was based on the insight that for any given act occurring under certain circumstances we can imagine a course of events under which this act 25 does not occur. .

1.2.2. Relazione tra modalit de re e modalit de dicto nella rappresentazione del permesso Dopo aver rifiutato come intuitivamente non giustificabili nel suo sistema le due formule: P(x) A(x) e (x) P A (x), Hintikka esamina la possibilit di una loro eventuale relazione di implicazione:
P(x) A(x) (x) P A (x)

Anche limplicazione delle due formule rifiutata da Hintikka, come intuitivamente non accettabile. Ecco lesempio che Hintikka propone:
We assume that acts of a certain kind A may only be done if a special permission is applied for and obtained. Irrespective of whether a permission is in fact applied for or not, there is nothing forbidden about a state of affairs in which an act of the kind A in done. But if no application is ever made, there is no particular act a of 26 which we could truly say that it may legally be of the kind A. .

2. De re e de dicto nella logica deontica di Georges Kalinowski 2.1. Il carattere metalinguistico della modalit de dicto Prender ora in esame la tesi di Kalinowski, che sostiene la possibilit, anzi la

24 25

J. Hintikka, Quantifiers in Deontic Logic, 1957, p. 22. J. Hintikka, Quantifiers in Deontic Logic, 1957, p. 23. 26 J. Hintikka, Quantifiers in Deontic Logic, 1957, p. 21.

175 necessit, dellapplicazione della distinzione de dicto / de re al deontico. La tesi sostenuta da Kalinowski nellarticolo Norms and Logic, 1973. Per prima cosa Kalinowski rileva un errore nellabituale interpretazione delle modalit de dicto. Kalinowski sostiene che il carattere metalinguistico delle proposizioni de dicto non rispettato quando in espressioni modalizzate aleticamente p interpretato come necessario che p, e in espressioni modalizzate deonticamente p interpretato mandatory che p.
The metalinguistic character of de dicto modal proposition is not respected when p, in expression such as Np, is given the interpretation It is necessary that p, or Op the interpretation It is mandatory that p, for a symbol of variable representing, in the first case, a proposition and, in the second, a norm (we do mean a norm and not a proposition on a norm).

Infatti, se il carattere metalinguistico delle espressioni de dicto fosse riconosciuto, non si potrebbe trascurare che argomento degli operatori modali non una proposizione o una norma, ma il nome di proposizione o il nome di norma.
For if this character were respected, we would know that functors such as N or O have, as unique argument, not a proposition or a norm or the corresponding variable, but either name of a proposition (the case of N) or the name of a norm 27 (the case of O) or the name of the corresponding variable. .

Come ovviare a questa abituale interpretazione errata? Per rendere anche dal punto di vista formale linterpretazione corretta (poich il sistema non quantificato), Kalinowski propone una notazione leggermente differente da quella abituale: nel caso delle modalit de dicto le usuali espressioni Np e Op, saranno scritte N p, O p, per sottolineare il loro carattere metalinguistico. 2.2. Interpretazione della modalit de dicto Ma come interpretare i funtori deontici de dicto? Come interpretare, ad esempio, O p? Secondo Kalinowski, linterpretazione pu essere la seguente:
O p: La norma p una mandatory norm.

Kalinowski individua due sensi di questa espressione: (i) Primo senso: La norma p una norma la cui struttura sintattica e quindi il suo contenuto, sono la struttura e il contenuto di una norma prescrittiva e positiva, cio di una norma costruita con laiuto del funtore deontico should do o uno dei suoi sinonimi. (ii) Secondo senso: La norma p una truly mandatoty norm, cio una norma che una positive prescriptive norm in force, in altre parole, una norma che ha una mandatory force.
The norm p is a truly mandatory norm, i.e., not only a norm whose syntactical structure and content are those of a positive prescriptive norm, but also a norm 28 which is a positive prescriptive norm in force. .

27 28

Georges Kalinowski, Norms and Logic, 1973, p. 186. Georges Kalinowski, Norms and Logic, 1973, p. 187.

176 In ogni caso, sostiene Kalinowski, nellinterpretazione della modalit de dicto siamo di fronte non a norme, ma a proposizioni su norme:
These are the propositions corresponding to the dicto deontic functions presently examined and which are, in fact, the propositions on norms (normative statements) of which von Wright speaks in the preface of his Logical Studies and more 29 in particular in his Norm and Action. .

Conclude, dunque, Kalinowski:


If we desire to distinguish between the logic of norms and the logic of propositions on norms (normative statements), and if we want to form the logic of these propositions, then it is these de dicto deontic functions such as Op, Pp, etc., interpreted in the manner described above, which it is proper to select as constituent elements of the theses of the planned deontic logic. On the other hand, the de re deontic functions are the only possible elements of deontic logic, when 30 it is conceived as the logic of norms. .

2.3. Logica di norme vs. logica su norme Dunque Kalinowski (riducendo la distinzione tra de re e de dicto alla differenza tra linguaggio e metalinguaggio) riduce la distinzione tra modalit deontiche de re e modalit deontiche de dicto alla distinzione tra logica deontica come logica di norme e logica deontica come logica di proposizioni su norme. Segnalo tre conseguenze implicite allanalisi di Kalinowski che mi sembrano rilevanti. (i) Se la logica deontica concepita come logica modale de re, allora essa riguarda il rapporto tra lagente (lanlogon deontico del soggetto delle modalit aletiche) e latto (lanlogon deontico degli attributi delle modalit aletiche). Ossia, lagente sta allatto come il soggetto sta allattributo. Se la logica deontica concepita come logica modale de dicto, allora essa pu riguardare: (i.i.) ladeontico rapporto tra analoga deontici della verit, rapporto in cui le norme sono concepite come le entit atomiche dellanalisi; (i.ii) la relazione adeontica tra proposizioni su norme, e dunque tra entit logoidali (ed questa lipotesi di Kalinowski). In ogni caso, non pi lobbligo, ma un adeontico predicato metalinguistico (ad esempio: la validit o lobbligatoriet31) sarebbe oggetto di una logica modale de dicto. (ii) Come conseguenza di quando detto in (i) , in logica deontica, si pu par-

Georges Kalinowski, Norms and Logic, 1973, p. 187-188. Georges Kalinowski, Norms and Logic, 1973, p. 188. 31 Come rileva Amedeo G. Conte nel saggio Deontica aristotelica, 1992, il termine italiano obbligatoriet ha sia un senso de re (obbligatoriet come doverosit di comportamenti) sia un senso de dicto (obbligatoriet coma validit di norme). La stessa cosa avviene per il verbo tedesco gelten, ma non per i sostantivi Geltung e Gltigkeit.
30

29

177 lare di modalit de dicto solo in presenza di una sorta di iterazione delloperatore deontico: un operatore deontico per poter essere interpretato de dicto deve avere nel suo mbito o una proposizione deontica o una entit deontica, e, dunque, una modalit deontica de re. (iii) Naturalmente, il fatto che vi siano predicati de dicto che convengano a norme, non implica e non presuppone che anche le norme siano dicta, ossia entit logoidali: modalit de re e modalit de dicto sono, nel modello di Kalinowski, categorialmente distinte (poich distinta la natura ontologica delle entit considerate). Ma se le norme sono concepite come status deontici ( il caso i.i.) di cui possibile predicare un analogon della verit, allora tra modalit de re e modalit de dicto esiste una relazione inversa rispetto a quella che esiste tra le modalit aletiche. Mentre dalla verit di una proposizione aletica de re, si pu inferire la verit della sua corrispondente dicto, dalla mandatory di una norma deontica, si pu risalire allesistenza di uno status deontico. Ma non vale il viceversa. In altre parole, dallobbligatoriet di una norma, si pu risalire allesistenza di uno status deontico, ma dallesistenza di unobbligo, non si pu risalire alla sua obbligatoriet. 3. De re e de dicto nella logica deontica di Franz von Kutschera 3.1. La logica dei comandi La tesi che Franz von Kutschera sostiene nel libro Fondamenti delletica, diversa: lautore propone come uno dei princip pi importanti della logica deontica un principio di riduzione delle modalit de re a modalit de dicto:
[]x O(Fx) O (x Fx)

ossia, interpreta Kutschera: Se comandato ad ognuno di fare p, allora anche comandato che tutti facciano p. La concezione della logica deontica di Kutschera particolare. Kutschera riduce la logica deontica ad una logica di enunciati assertivi sullesistenza di comandi. Inoltre, tutti i concetti deontici sono, secondo Kutschera, funzione del concetto deontico primitivo: il concetto di comando. Ecco la tesi sostenuta da Kutschera :
Il concetto di comando pu essere considerato addirittura come lunico concetto deontico primitivo, poich i divieti ed i permessi si possono definire a partire dai comandi: unazione vietata se e solo se comandato di tralasciarla; ed essa permessa se e solo se non vietata, ossia se non comandato di tralasciarla.

La parola comando ha, in Kutschera, sia un senso pragmatico sia un senso ontologico: essa significa, sia un atto di comando (ossia, chiarisce lautore stesso, latto di posizione di una norma) sia lobbligo prodotto dallatto di comando.

178 3.2. Relazioni tra modalit de re e modalit de dicto 3.2.1. Riduzione della modalit aletica de re alla modalit aletica de dicto La riduzione della modalit de re alla modalit de dicto per laletico operata, nellambito della logica aletica, dalla formula di Barcan:
(x) Fx (x) Fp

ossia: Se tutte le cose sono necessariamente F (de re), allora necessario che tutte le cose siano F (de dicto)32. La formula dimostrabile in S5 cos come la sua conversa:
(x) Fx (x) Fx. (x) Fx (x) Fx

Ancora pi interessante trasporre la sua conversa in termini di : ossia: Se possibile che esista qualcosa che F (de dicto), allora esiste qualcosa che possibilmente F (de re). Interpretata nel contesto della semantica kripkiana, la formula di Barcan significa che, per ogni coppia di mondi w e z, se wRz e se un oggetto x esiste nel mondo w, allora lo stesso oggetto x deve esistere anche nel mondo z accessibile dal mondo w. Questa interpretazione ha unimplicazione: tutti e solo gli oggetti esistenti nel mondo di partenza esistono anche in tutti i mondi accessibili (cio esistono, nellinsieme dei mondi accessibili, tutti e solo quegli oggetti che gi esistono nel mondo di partenza)33. 3.2.2. Riduzione della modalit deontica de re alla modalit deontica de dicto 3.2.2.1. Oltre allimplicazione [] x O(Fx) O (x Fx), nel sistema di Kutschera valgono anche le sue due converse:
[] O (x Fx) x O Fx [] P (x Fx) x (P Fx).

3.2.2.1.1. La prima espressione [], seguendo linterpretazione di Kutschera, dovr essere interpretata come segue: Se non obbligatorio per tutti chiudere la porta, allora per nessuno obbligatorio chiudere la porta.

32 Anche Rudolf Carnap sostiene, nellmbito aletico, che la modalit de re sia sempre riducibile a modalit de dicto. Scrive Carnap, Meaning and Necessity, 1947: Un quantificatore universale che preceda N deve venire interpretato come se seguisse la N. 33 Nei sistemi kripkiani, al contrario, non si pongono restrizioni sui domini di individui nei vari mondi possibili: in un mondo alternativo possono mancare individui presenti nel mondo designato oppure possono essere presenti individui assenti nel mondo designato. Questo equivale ad assumere come ammissibile e non riducibile la modalit de re; in tali sistemi n la formula di Barcan n la sua conversa sono valide.

179 3.2.2.1.2. Nella seconda espressione [], riprendendo lesempio proposto da Kutschera e trasponendolo nei termini di permesso, lantecedente dellimplicazione dovr essere letto:
permesso che qualcuno chiuda la porta;

mentre il conseguente dovr essere letto:


C una persona alla quale permesso chiudere la porta.

Di conseguenza limplicazione dovr essere letta: Se permesso che un x faccia P (de dicto), allora esiste un x a cui permesso fare P(de re). 3.2.2.2. Unaltra implicazione che mi sembra implicitata dal sistema di Kutschera :
[] x O(Fx) O(x Fx). (i) x O(Fx); (ii) O(x Fx).

Kutschera distingue accuratamente tra le due formule quantificate esistenzialmente: La prima formula (modalit de re) , per Kutschera, la formalizzazione dellenunciato:
C una persona tale che comandato che essa chiuda la porta.

La seconda formula (modalit de dicto) , per Kutschera, la formalizzazione dellenunciato:


comandato che qualcuno chiuda la porta.

Tali enunciati, scrive Kutschera, hanno chiaramente significati diversi, dal momento che essi possono avere valori di verit diversi. Ma facile osservare che i due enunciati possono avere valori di verit diversi, poich diversi (ma non disgiunti) sono gli insieme delle loro condizioni di verit. La prima proposizione (modalizzata de re) presuppone lesistenza di un agente ed vera se a questo agente stato comandato di compiere latto. Quindi, la proposizione vera se esistono sia lagente sia lobbligo di compiere latto. La seconda proposizione (modalizzata de dicto) non presuppone lesistenza dellagente; essa vera se e solo se esiste lobbligo di compiere latto (indipendentemente dallesistenza dellagente). evidentemente che tra i valori di verit delle due proposizioni esiste una relazione: quando la prima proposizione vera, vera deve essere anche la seconda. Secondo la mia analisi, nellinterpretazione di Kutschera, varrebbe dunque anche la formula: [] x O(Fx) O(x Fx). 3.3. Conseguenze delle formule di riduzione Le quattro formule [], [], [] e [] hanno una serie di interessanti (a volte paradossali) interpretazioni, tra loro non omogenee: (i) la formula [] potrebbe essere interpretata come segue: se ogni agente ha, come individuo, lobbligo di fare qualche cosa, allora linsieme degli agenti ha, come tutto, lobbligo di fare qualche cosa. Ossia, linsieme degli obblighi, un obbligo per linsieme;

180 (ii) la formula [] implica che ci che non un obbligo per tutti, non obbligatorio per nessuno. Questa formula sembra non una formula sullobbligo, ma una formula sullobbligatoriet. Essa pu essere interpretata come la legge dei rapporti tra obbligo e obbligatoriet; (iii) le formule considerate sembrano comportare una sorta di essenzialismo deontico: sembrano esistere doveri connaturati allesistenza di un agente34; (iv) le formule considerate sembrano permettere di derivare validamente lesistenza attuale di un agente, in base alla semplice esistenza di uno status deontico. 4. De re e de dicto nel deontico I tre studi che ho preso in esame differiscono non solo per loggetto formalizzato nei sistemi logici (rispettivamente azioni, norme e atti deontici), ma anche per il punto di vista da cui le modalit de re e le modalit de dicto vengono studiate. (i) La logica deontica di Hintikka una logica di atti generici, di cui si predica un predicato deontico. In essa, la distinzione tra de dicto e de re serve a differenziare tipi di obbligo. Lanalisi di Hintikka mette in rilievo soprattutto linsufficienza di una logica di atti senza una sua articolazione temporale (in termini di occasioni). (ii) Kalinowski analizza sia una (deontica) logica di norme sia una (adeontica) logica di proposizioni su norme (la cui deonticit implicita nelloggetto rappresentato dalla proposizioni). In essa, la distinzione tra de dicto e de re serve a differenziare la logica di norme dalla logica su norme. Lanalisi di Kalinowski privilegia soprattutto laspetto metalinguistico della modalit de dicto. Infatti, solo nella sistema di Kalinowski che ho presentato, la modalit de dicto ha come oggetto effettivamente un dictum, unentit logoidale (una proposizione su norme). (iii) La logica deontica di Kutschera una logica di asserti sullesistenza di atti deontici (anzi dellatto deontico per eccellenza: il comando). La distinzione tra de dicto e de re serve a differenziare linsieme delle condizioni di felicit di un comando: nel caso della modalit de dicto condizione di felicit lesistenza di uno status deontico, nel caso della modalit de re condizione di felicit lesistenza di un agente soddisfa le condizioni di felicit dellatto deontico.

34

Questa specie di essenzialismo deontico non necessariamente giusnaturalistico: infatti, ad esempio, le regole che costituiscono particolari cariche istituzionali, ascrivono anche a tali cariche una serie di obblighi deontici, che possono essere considerati essenzialmente appartenenti a quella carica, senza riferimento a una teoria di carattere giusnaturalistico.

181 Bibliografia
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Ulises Schmill O.

Jurisprudencia y teologa en Hans Kelsen

El propsito de este trabajo es doble: por una parte, exponer las tesis fundamentales de la teora del Derecho y del Estado de Kelsen que sean el antecedente inmediato para los rendimientos doctrinarios sobre el paralelismo entre la Jurisprudencia y la Teologa; por otra parte, presentar, de manera esquemtica, las tesis fundamentales de tal paralelismo doctrinario. Para realizar este doble propsito es necesario citar en mltiples ocasiones diversos textos de Kelsen, no siempre accesibles en lengua espaola, con el objeto de hacer comprensibles las tesis centrales en esta materia. La importancia terica de los diversos ensayos de Kelsen relativos al paralelismo entre los problemas y las soluciones de la Jurisprudencia y la Teologa estriba en que muestran, con toda claridad, un hecho fundamental que se presenta cuando se crea una hiptesis cientfica sobre un determinado objeto. El hecho al que me refiero pudiera denominarse unificacin no primariamente intencionada. Con esta expresin quiero significar lo siguiente: cuando se est en el camino seguro de una ciencia, para emplear la expresin kantiana1, la postulacin de una hiptesis que tiene por objeto la explicacin de un conjunto especfico de fenmenos, a menudo conduce a explicar otro conjunto de fenmenos no comprendidos originariamente dentro del objeto de explicacin o a resolver otro conjunto de problemas distinto; en otras ocasiones se encuentran analogas o simetras, no sospechadas en un principio, entre diversas disciplinas cientficas y, por ltimo, tambin suele acontecer que la nueva hiptesis permite establecer relaciones conceptuales con otras ciencias, relaciones que anteriormente no eran posibles. Cuando estos hechos acontecen, que generan como correlato psicolgico el entusiasmo y una alegra especfica, puede afirmarse que existe una confirmacin indirecta de lo correcto de la hiptesis postulada, en la medida que con ella y otras hiptesis adicionales se logra conseguir unificaciones de problemas y de ciencias. La ciencia procede por sucesivas unificaciones. Pueden aducirse diversos ejemplos en las ciencias naturales, en especial en la fsica, en la que esto es particularmente observado,

Cf. CRP. Prlogo a la segunda edicin, p. 15. Pgina VII de la Segunda Edicin Alemana. (Vanse las siglas identificatorias de las obras que se citan en la Bibliografa).

Analisi e diritto 1999, a cura di P. Comanducci e R. Guastini

184 desde el ejemplo paradigmtico de estos fenmenos histricos con la hiptesis de James Clerk Maxwell, que unific en la teora electromagntica, teoras originariamente disyuntas, como la ptica, cuando demostr que la luz es una onda electromagntica. La fsica actual, si hemos de hacer caso a lo que sobre ella ha expresado en varias ocasiones Steven Weinberg2, transcurre por los caminos de la progresiva unificacin de las ciencias y los conocimientos. Lo mismo ha acontecido con la teora del Derecho, especialmente en la forma en que ha sido formulada por Hans Kelsen. Desde el inicio de su labor terica, en especial en los Problemas Capitales3, la postulacin de la hiptesis central de la imputacin perifrica, que expondremos brevemente en lo que sigue, gener una serie de problemas que no era posible evitar y que requeran una solucin unitaria. La postulacin de la hiptesis central de considerar al Derecho como un orden coactivo de la conducta humana, cuya esencia se expresa a travs de enunciados condicionales en los que, en la consecuencia, se encuentra un acto coactivo y en el supuesto un hecho que es calificado de antijurdico o delictivo, lo condujo en 1913 a hacer un anlisis muy importante sobre el concepto de los actos antijurdicos estatales y a postular una teora sobre la irregularidad de las normas y la nulidad de ellas4. Es pertinente mencionar este ensayo, porque contiene algunas tempranas consideraciones sobre la observable identidad fundamental en las soluciones que la teora del Derecho proporciona a sus problemas con las que contiene la Teologa, observaciones que researemos brevemente ms adelante. El fenmeno histrico de la unificacin no primariamente intencionada que hemos mencionado ms arriba se encuentra implcita en el siguiente prrafo de Rudolf Carnap, referente al origen histrico de la ley de la causalidad:
Para entender la causalidad desde este punto de vista moderno, es instructivo considerar el origen histrico del concepto. Yo no he hecho estudios propios en esta direccin, pero he ledo con inters lo que Hans Kelsen ha escrito sobre ello. Kelsen est ahora en este pas, pero en otro tiempo era profesor de Derecho constitucional e internacional en la Universidad de Viena. Cuando surgi la revolucin en 1918 y la Repblica Austraca fue fundada en el siguiente ao, l fue uno de los autores principales de la nueva constitucin de la Repblica. Al analizar problemas filosficos relacionados con el Derecho, el aparentemente se 5 interes en los orgenes histricos del concepto de la causalidad .

El inters de Kelsen por los orgenes histricos de la ley de causalidad fue un resultado directo de su teora sobre el Derecho positivo6. No fue sta la nica
2

Cf. Steven Weinberg, Can Physics Be Unified?, Scientific American, December 1999, pp. 36-43. 3 HP. 4 Cf. US. 5 PFP, p. 204. 6 Los resultados de estas investigaciones se encuentran consignados en EKV. Cf. igualmente SN.

185 unificacin no primariamente intencionada obtenida de la hiptesis fundamental de su teora. Hay otras unificaciones logradas a partir de su teora, que se expondrn someramente en lo que sigue. Tratamos de mostrar en lo que sigue la manera cmo fue posible que un profesor de Derecho constitucional y Derecho internacional se interesase en investigar los orgenes histricos de la ley de causalidad; cul fue el curso de pensamiento que lo llev a realizar tal clase de investigacin, cuyos resultados, incluso, son aceptados por un filosofo de la fsica como lo fue Carnap y, por ltimo, cmo estas investigaciones lo condujeron a determinar la identidad fundamental de las soluciones a los problemas planteados en dos disciplinas aparentemente tan ajenas como la ciencia del Derecho y la Teologa. Debemos hacer una aclaracin previa, referente a todo lo que se dir en lo que sigue. El paralelismo entre la Jurisprudencia y la Teologa que Kelsen establece en los ensayos que ahora se comentan, tiene un carcter relativamente formal, en el sentido de que se derivan de las concepciones fundamentales de la Teora General del Derecho. Existen en diversos autores lo que podra denominarse Paralelismo material entre Jurisprudencia positiva y Teologa. En este caso se observa, ms que un paralelismo, una conexin interna ideolgica entre instituciones positivas contenidas en las normas jurdicas y ciertas doctrinas de carcter teolgico (en general, ideolgico), que funcionan como fundamentos justificativos de ellas. Los contenidos de los Derechos positivos son el reflejo de concepciones de distinta ndole sobre las relaciones humanas y el hombre mismo, su naturaleza y estructura fsica y espiritual. Vase lo que dice Berman al respecto:
Un ejemplo extravagante puede arrojar luz sobre las paradojas de una tradicin jurdica que ha perdido contacto con sus fuentes teolgicas. Si un hombre cuerdo queda convicto de asesinato y es sentenciado a muerte, pero antes de cumplida la sentencia se vuelve loco, su ejecucin ser aplazada hasta que recobre la cordura. En trminos generales, sta es la ley en los pases occidentales y tambin en muchos no occidentales. Porqu? La respuesta histrica, en Occidente, es que si se ejecuta a un hombre mientras est fuera de s no tendr la oportunidad de confesar libremente sus pecados y recibir el sacramento de la sagrada comunin. Se le deber permitir que recupere la razn antes de que muera, para que su alma no sea condenada al fuego eterno, sino que en cambio pueda expiar sus pecados en el purgatorio y por ltimo, el da del Juicio Final, entrar en el Reino de los Cielos. Pero, donde no se cree nada de esto para qu conservar vivo al demente 7 hasta que se recupere, y entonces matarlo? .

En este ejemplo se nota claramente el contenido del Derecho positivo y los fundamentos metafsicos y Teolgicos que subyacen a esas normas y conductas. La doctrina teolgica o metafsica que subyace, como fundamento ideolgico del contenido de ciertas normas jurdicas positivas, determina a estos contenidos y constituye, por tanto, si se trata de doctrina teolgicas, un Paralelismo material
7

FTJO, pp. 177-8.

186 entre Jurisprudencia positiva y Teologa, sobre el cual no nos ocuparemos en lo que sigue. Berman dice:
Lo que muestra esta explicacin es que instituciones, conceptos y valores bsicos de los sistemas jurdicos occidentales tienen su fuente en rituales, liturgias y doctrinas religiosas de los siglos XI y XII, que reflejan nuevas actitudes hacia la muerte, el pecado, el castigo, el perdn y la salvacin, as como nuevas suposiciones respecto a la relacin de lo divino con lo humano y de la fe con la 8 razn ... La ciencia jurdica occidental es una teologa secular .

1. La hiptesis fundamental Debemos preguntarnos, ante todo, cul es la hiptesis originaria que permiti que las investigaciones de Kelsen desembocaran en el campo de la Sociologa, la Psicologa y la Teologa. Esta pregunta es necesario contestarla debido a que el inters terico fundamental de sus investigaciones fue la Teora del Derecho, la Jurisprudencia general, en la que no quedan comprendidas estrictamente las otras investigaciones de carcter sociolgico, filosfico o histrico. Sin embargo, debe ser posible establecer una conexin entre ellas, pues, como veremos, no existe solucin de continuidad en su pensamiento, sino, por el contrario, presenta una continuidad verdaderamente digna de llamar la atencin. La hiptesis central formulada por Kelsen, de la que parten todas sus investigaciones y de la que se desprende la casi totalidad de su labor terica, tiene por funcin la explicacin, o mejor, la descripcin de un objeto especfico: el Derecho positivo, vlido en un lugar y en un tiempo determinados. Esta es una decisin metodolgica fundamental, pues define a su objeto de estudio. Asimismo, constituye una limitacin de carcter esencial: sus consideraciones se constrien a explicitar y describir al Derecho positivo. Esta limitacin tiene profundas consecuencias: entraa el rechazo del Derecho natural como objeto de estudio. Su preocupacin terica no se centrar en estudiar las posibles relaciones entre dos sistemas de normas, el Derecho positivo y el natural, o el primero y la moral. Esta decisin metodolgica primera va acompaada de otras dos, que slo mencionar, pues son ampliamente conocidas: la pureza metdica (neutralidad valorativa) y la ausencia de consideraciones sociolgicas en la explicacin del Derecho positivo. La hiptesis central de su teora es el concepto de la imputacin perifrica, construido de manera anloga a la ley de causalidad. El Derecho, concebido como un orden coactivo de la conducta humana, se describe por medio de proposiciones que tienen carcter condicional o hipottico. El sentido de la norma jurdica es expresado con proposiciones que tienen estructura hipottica o condicional, en las que, en la consecuencia, se establece una sancin y el

FTJO, p. 177. Cf., adems de esta obra, NP.

187 supuesto de la proposicin tiene por contenido la descripcin de un acto especfico, que es considerado como delito o acto antijurdico. Con ello, la concepcin imperativista de las normas jurdicas es expresamente rechazada. Resulta conveniente hacer una transcripcin de un prrafo contenido en una obra posterior, donde presenta el concepto de la imputacin perifrica de manera muy clara:
Si el Derecho es un orden coactivo, cada norma jurdica habr de prescribir y regular el ejercicio de la coaccin. Su esencia tradcese en una proposicin, en la cual se enlaza un acto coactivo, como consecuencia jurdica, a un determinado supuesto de hecho o condicin. A la manera de la ley natural, hay aqu un especfico enlace de dos elementos: la condicin y la consecuencia. Ahora bien, la condicin jurdica el supuesto de hecho en sentido estricto no se enlaza con el hecho de la consecuencia jurdica en el mismo sentido que se enlazan la causa y el efecto en la ley natural, sino en un sentido especficamente jurdico. Lo que expresa esta autonoma normativa del Derecho frente a la legalidad de la naturaleza es el deber ser. La ley jurdica dice: si a es, debe ser b; mientras que la ley natural dice: si a es, es tambin b. Y esta distincin expresa lo siguiente: la condicin jurdica no es la causa de la consecuencia jurdica, ni la consecuencia jurdica es el efecto; la consecuencia del acto coactivo sigue al hecho de la condicin por va jurdica, no por va naturalista; por necesidad del 9 Derecho, no por necesidad de la naturaleza .

Como el Derecho positivo est constituido por un conjunto de normas establecidas o creadas por actos humanos, la conexin normativa entre el supuesto que describe el acto antijurdico y la consecuencia coactiva en la proposicin que expresa el sentido de la norma, es una conexin artificial establecida por los actos creadores de las normas jurdicas. Esta concepcin del Derecho condujo a Kelsen a afirmar la autonoma de la ciencia jurdica de las dems ciencias, pues lo que pretenda era presentar la legalidad inmanente de los contenidos de las normas positivas, no proporcionar una explicacin de carcter causal del contenido del Derecho positivo. Esta ltima problemtica es la tarea especfica de la sociologa jurdica, no de la teora jurdica, pues aqulla se pregunta sobre las condiciones causales que determinan el contenido de los actos positivos de establecimiento del Derecho e investiga cules son los efectos que la ejecucin o cumplimiento de las normas producen. Adicionalmente a esta exclusin de consideraciones sociolgicas de carcter causal, su labor terica no contena valoracin alguna sobre su objeto de conocimiento. Con esto pudo distinguir, con toda pulcritud, las ciencias causales de las ciencias normativas. Mientras las primeras hacen uso de la ley de causalidad y su funcin es exclusivamente explicativa, las segundas, aunque tienen una funcin explicativa, hacen uso de un principio apriorstico, en sentido kantiano, radicalmente distinto: la imputacin. Esta legalidad tiene por objeto explicitar,
9

TGE, p. 62.

188 sacar a la luz, el sentido inmanente de los actos jurdicos, de los actos creadores de normas. En consecuencia, tenemos un primer rendimiento: la distincin categorial, i.e., apriorstica, en el sentido de la filosofa trascendental kantiana, entre la imputacin y la causalidad. 2. Conceptos antropomrficos y el concepto de la persona En Problemas Capitales ya Kelsen haba observado que en el uso del concepto de ley para referirse tanto a las leyes naturales como a las leyes jurdicas, tanto a regularidades causales como a normas expedidas por el legislador, es notorio el significado dual de muchos trminos gramaticales. Piensa Kelsen que el uso originario de esta terminologa era de carcter social; que dichos trminos se refieren a las relaciones existentes dentro de la sociedad y a las funciones del Estado. Con este supuesto no es difcil entender que en la religin primitiva (y en la avanzada tambin), en la mitologa y en las primeras reflexiones filosficas entre los griegos, sea posible comprobar una proyeccin de concepciones normativas (de origen social), a los que ahora concebimos como fenmenos naturales, completamente ajenos a la sociedad. Entre los primitivos no existe un concepto de la naturaleza especfico, distinto del concepto de la sociedad. A partir de estos conceptos, en dicha obra primera establece que la voluntad del Estado es una voluntad de coaccin y analiza este uso de la terminologa jurdica, preada de elementos antropomrficos. Se habla de la voluntad del Estado y de las personas jurdicas, del querer jurdico, etc., aplicando estos trminos de origen psicolgico a las normas del Derecho. No era posible desentenderse de este fenmeno tan peculiar: al Estado y al Derecho se les describe con palabras que tienen marcados significados antropocntricos. Trminos descriptivos del ser humano y de sus funciones psicolgicas son usados en la descripcin de fenmenos y funciones puramente normativas, ajenas totalmente a la psicologa. El primer trabajo que contiene consideraciones sobre el paralelismo entre los problemas jurdico-estatales y la Teologa, as como sobre el uso anfibolgico de trminos, se encuentra en el ensayo Ueber Staatsunrecht (Sobre la Antijuridicidad Estatal, ms abajo referido como Los Desafueros del Estado) publicado en 191410. En l puede leerse el siguiente prrafo:
Que cada proposicin jurdica exprese la voluntad de los mismos sujetos, significa que las mltiples y diferentes proposiciones jurdicas no se contradicen unas a otras, que pueden stas ser vlidas unas junto a las otras, que no se excluyen unas a otras, sino que se complementan directamente entre s, que se necesitan unas a otras, que forman un sistema unitario. La aceptacin de que un

10

US, pp. 957-1057.

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orden jurdico sea la voluntad de la persona unitaria del Estado, es slo la expresin para la unidad lgica, la interna ausencia de contradiccin de un sistema de normas jurdicas. Con la personificacin que acompaa a esto, obtiene su satisfaccin una similar necesidad intelectual, como aquella que conduce al concepto de Dios, que pone en movimiento un proceso mental mucho ms complejo y que remonta a varias fuentes. Si es permitida una analoga entre el microcosmos del orden jurdico y el macrocosmos del orden del Universo y ella no es de manera alguna nueva pues ya era consciente de ella el pensamiento primitivo entonces se coloca, en la grandiosa personificacin de todas las normas que rigen en el Universo, en tanto es pensado como un sistema significativo y sin contradicciones, esta idea de un Dios personal y unitario, de manera similar (o con una economa del pensamiento parecida) como en la construccin jurdica de un portador personal unitario del orden jurdico, la 11 persona del Estado, el Estado personal unitario .

Puede observarse en este texto la forma como Kelsen logra desentraar el sentido de algunas expresiones antropomrficas referidas al Derecho y el Estado, considerando la funcin puramente normativa que est en su base. El Estado y el Derecho no tienen una voluntad, en el mismo sentido que la tienen los seres humanos. Sin embargo, se habla de la voluntad del Estado y de la voluntad del Derecho para significar la unidad sistemtica de una pluralidad de contenidos normativos. Ms adelante, en el mismo ensayo, se relacionan de manera muy significativa los conceptos de la persona jurdica en relacin con la totalidad del orden jurdico, y la persona del Dios, en relacin con la totalidad del universo. Con objeto de presentar a los lectores de habla espaola algunos de los textos de Kelsen donde analiza la funcin de las expresiones antropomrficas; transcribo a continuacin un prrafo muy ilustrativo de la problemtica que ostenta la utilizacin de la terminologa personalista:
Uno se actualiza solamente el sentido y el significado de cada uno de ambos procesos de pensamiento, de los cuales uno hace al Estado el portador o el sujeto del orden jurdico objetivo, el otro lo subordina al orden jurdico, en tanto que se le dota de Derechos subjetivos y obligaciones. Si se piensa a la totalidad del orden jurdico, que es una suma de proposiciones jurdicas con contenidos diferentes, como querido por un nico sujeto, si se representa a la totalidad del orden jurdico como el contenido de una nica voluntad, esto no puede tener naturalmente ningn sentido psicolgico, como ha acontecido con algunos tericos del Derecho poltico, engaados por la terminologa. Una voluntad psquica slo puede ser la voluntad de un hombre y no existe voluntad humana que quisiera permanentemente la gran totalidad del orden jurdico de un Estado moderno. No puede tener un significado psicolgico pensar el orden jurdico como voluntad de un nico sujeto, sino solamente lgico. Slo puede ser la expresin de que el orden jurdico total, que la multiplicidad de proposiciones jurdicas de contenido diferente, tienen que ser referidas a un punto nico; si se dice del Estado que su voluntad est contenida en la totalidad del orden jurdico, se significa con ello,

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US, p. 964.

190
ante todo, que la totalidad del orden jurdico contiene una voluntad, una nica voluntad, es decir, una voluntad no contradictoria. Que cada proposicin jurdica expresa la voluntad del mismo sujeto significa que la multiplicidad y diversidad de proposiciones jurdicas no se contradicen entre s, que pueden estar en vigor unas en relacin con las otras, que entre s lgicamente no se excluyen, sino que se complementan unas a otras, unas se refieren a otras, que forman un sistema unitario. El supuesto que el orden jurdico sea la voluntad de la persona unitaria del Estado, es solamente la expresin de una unidad lgica, la ausencia interna de 12 contradicciones de un sistema de normas jurdicas .

3. Personificacin e hipstasis La siguiente aportacin conceptual de importancia para los temas que estamos tratando se encuentra en el concepto de persona, estrechamente ligado con el uso anfibolgico de trminos antropocntricos. La tesis central es la siguiente: se proyectan en el Derecho conceptos utilizados originariamente para comprender al ser humano y se comprende al Derecho (o al Estado) como un macrontropos. Ya el uso del concepto de la voluntad en el Derecho, como se ha mostrado, es una proyeccin de ese tipo. Veamos cmo Kelsen presenta este concepto en el primer trabajo que le dedica a ello. Las tesis fundamentales de Kelsen contenidas en su ensayo Zur Theorie der Juristischen Fiktionen (Sobre la Teora de las Ficciones Jurdicas)13, son las siguientes: a) Existencia de ficciones en la ciencia del Derecho. Afirma, despus de exponer brevemente la teora de las ficciones de Vaihinger entendidas como un mecanismo conceptual tendiente a la aprehensin intelectual de ciertos fenmenos por medio de un concepto expresamente falso pero til, que
la ciencia jurdica opera, efectivamente, con ficciones .
14

Una ficcin es, precisamente, el concepto de persona, con lo que el uso de las ficciones resulta ampliado a otras ciencias distintas de la ciencia natural. Las ciencias normativas, es decir, aqullas cuyo objeto de estudio son las normas, tanto jurdicas, como morales, gramaticales, lgicas, etc., tambin operan con ficciones de diversa ndole y funcin. b) La persona como una ficcin. Ya se dijo que la funcin de toda ficcin es la comprensin del modo de operar de un conjunto especfico de fenmenos. A menudo, para la aprehensin

12 13

US, pp. 963-964. ZTJF, pp. 1217-1245. 14 ZTJF, p. 1217.

191 intelectual de ciertas unidades o totalidades de fenmenos u objetos determinados, se usa un concepto ficticio que resulta ser un cmodo e intuitivo instrumento para esas finalidades. Esto acontece en la ciencia jurdica con el concepto de persona.
En este sentido existen autnticas ficciones, es decir, ficciones tericocognoscitivas de la ciencia jurdica. Ficciones dirigidas por el pensamiento hacia el conocimiento del Derecho, hacia el dominio intelectual del orden jurdico; ficciones de la teora del Derecho. Una ficcin de este tipo, un concepto o una 15 construccin auxiliar es el concepto de sujeto de Derecho .

De esta cita debemos resaltar las expresiones de concepto o construccin auxiliar. Que la persona sea un concepto o una construccin auxiliar significa que es un concepto de la ciencia del Derecho relativo a su objeto de estudio y cuya funcin es, como el de toda ficcin, la aprehensin intelectual de las normas del Derecho positivo. La persona no es un concepto que reproduzca, en el mbito del pensamiento, a las normas del Derecho, sino un concepto no real, no reproductor, que ayuda, que auxilia al conocimiento de las normas jurdicas.
Se tratara de una construccin mental, destinada a aprehender por medio del 16 pensamiento el objeto de la ciencia del Derecho, el orden jurdico .

c) Restriccin terica a la funcin de la ficcin de la persona jurdica. Es necesario establecer una restriccin al uso de este concepto ficticio de la persona: su nica funcin debe ser ayudar a concebir y aprehender intelectualmente a las normas jurdicas. En la realizacin de esta tarea, en el rodeo por el concepto ficticio, se recorren caminos que pueden conducir a errores muy graves, a errores categoriales, como pueden denominarse, siguiendo a Gilbert Ryle17. Este error consiste en que
La persona tanto la fsica como la jurdica vive en la representacin de los juristas como una esencia autnoma existente, diversa del orden jurdico, que se acostumbra designar como portadora de derechos y obligaciones y que se corresponde, ms o menos, con una existencia real. Es igual aqu si se restringe esta realidad a la persona fsica o como en la teora orgnica tambin a las llamadas personas jurdicas. Es suficiente la comprobacin de una expresa tendencia a hipostasiar a la persona.Y si la persona, que originalmente haba sido creada como un simple recurso mental especfico para aprehender el orden jurdico, como una estructura frente a ste, es afirmada como un ser real, es decir, como una especie de objeto natural, entonces significa esta acrecentada ficcin de la persona una contradiccin con la realidad natural, lo que slo es posible si se rebasan por la mala las fronteras de una teora del Derecho que se imagina tener 18 como objeto hechos reales de la naturaleza .

15 16

ZTJF, p. 1218. Ibidem. 17 Cf. CM, pp. 20 y ss. 18 ZTJF, p. 1219.

192 En relacin con la teora de Vaihinger, usando su clasificacin de las ficciones, dice Kelsen:
El concepto de sujeto de Derecho debe incluirse bsicamente dentro de esas ficciones que Vaihinger califica de personificativas. stas provienen del impulso antropomrfico de personificacin que desde siempre domina nuestro 19 aparato representativo .

d) La cubierta y la duplicacin. El uso de ficciones, como es el concepto de persona, puede conducir a la hipstasis de ellas, a otorgarles un referente sustancial, a considerarlas el nombre de un objeto real. Este es el proceso de pensamiento que se sigue: existe un trmino gramatical determinado, que es un constructo conceptual ficticio, tendiente a la captacin unitaria de un objeto especfico cualquiera, por ej., un orden jurdico, Oj. Por tanto, personificamos el objeto: Persona (trmino ficticio)Oj, i.e., POj. La hipstasis consiste en hacer corresponder al concepto ficticio de la persona P un objeto propio, distinto de aqul que es su objetivo, en el caso el orden jurdico Oj. Tenemos, entonces, el siguiente esquema de la hipstasis:
P Oj Of (objeto ficticio producto de la hipstasis)

Con lo cual surge necesariamente el problema de establecer, tericamente, las relaciones entre los dos objetos: el originalmente designado Oj y el objeto construido por la hipstasis Of , i.e., R(Oj, Of). Este es un falso problema, pues el objeto construido por la hipstasis es ficticio, no es real y no puede, por tanto, tener relacin alguna con el objeto real. Transcribir a continuacin un prrafo de Kelsen referente a otro de Vaihinger, que arroja alguna claridad conceptual sobre el modus operandi de este concepto ficticio de la persona:
La duplicacin del objeto de conocimiento, que se opera a travs de la ficcin en general, y a travs de la personificacin en lo particular, ha sido caracterizada de manera perfectamente acertada por Vaihinger, y sera difcil dar de esta peculiar duplicacin del Derecho, de esta tautologa presente en el concepto de persona de Derecho, una descripcin ms atinada que a travs de las palabras de Vaihinger, el cual no tiene en mente el concepto jurdico de persona, sino el de fuerza: Tales conceptos se han creado en gran nmero, particularmente durante el siglo XVII, en todas las ciencias; en aquel entonces se crea que con ello se haba realmente comprendido algo; sin embargo, tal palabra es una simple cubierta, destinada a mantener cohesionada y a preservar la sustancia objetiva. Y de la misma manera que la cubierta, en todas sus formas, se amolda a la sustancia y se limita a reproducirla exteriormente en forma duplicada, as estas palabras o conceptos constituyen 20 simples tautologas, que reproducen la cosa real bajo un ropaje exterior .

19 20

Ibidem. ZTJF, pp. 1219-1220.

193 De este prrafo pueden hacerse varias observaciones: la peculiar terminologa usada por Kelsen y por Vaihinger, duplicacin, tautologa, cubierta, amoldar, reproduccin, ropaje exterior. Estas son formas metafricas de referirse a las funciones de los trminos o conceptos ficticios de nuestra exposicin anterior. La metfora de la cubierta es especialmente apta para expresar intuitivamente la funcin de estos conceptos: la cubierta se amolda a la forma del objeto, reproducindolo en sus caractersticas fundamentales, pero no agrega nada sustancial al mismo, sino es forma externa duplicada del objeto. Kelsen le atribuye una funcin de visualizacin y simplificacin: el manejo de un complejo de normas se simplifica y se visualiza con claridad cuando se usa la ficcin del concepto de persona. El error es considerar que la persona es un trmino que se aplica a algo diferente del objeto al que se amolda. Por consiguiente, mientras el concepto de persona de Derecho siga considerndose como aquello que es conforme a su estructura lgica, a saber, un reflejo, puede utilizarse con provecho. Sin embargo, resulta que ste no ha eludido el peligro que encierra toda personificacin: la hipostatizacin que lo convierte en un objeto real de la naturaleza. Al concebir un simple reflejo como un objeto real, la teora acrecienta la contradiccin en la cual el Derecho como sujeto (es decir, el sujeto de Derecho) se encuentra, ya de por s y sin hipstasis, frente al Derecho como objeto (es decir, el Derecho objetivo), convirtindola en una contradiccin con la realidad. Con la persona de Derecho se afirma una realidad natural, que en la realidad no existe en parte alguna 21. 4. Los falsos problemas generados por el mal uso de la ficcin La hipstasis de la ficcin conduce a la generacin de falsos problemas que obstaculizan la investigacin con interminables argumentaciones totalmente intiles. Si el constructo ficticio se hipostatiza, entonces hace su aparicin de manera inmediata un problema acuciante, pero falso: la cubierta exterior, la duplicacin, se independiza, se vuelve objeto natural o sujeto natural y hace su aparicin el problema consistente en establecer la relacin entre el objeto originario al que se refera la ficcin, creada para visualizar y simplificar la exposicin de un complejo de normas jurdicas y el nuevo objeto construido por la hipstasis del concepto ficticio. Si la persona se hipostatiza y se le convierte en un objeto natural, en el hombre de carne y hueso, cul es la relacin del hombre como persona con el orden jurdico? Hace su aparicin el Derecho natural. Si al orden jurdico total se le personifica en el Estado y ste se sustancializa en acontecimientos o entes naturales (p. ej., como aparato de coaccin) cul es la relacin entre este Estado natural y sociolgico y el orden

21

ZTJF, p. 1221.

194 jurdico? Si a la naturaleza se personifica en Dios cul es la relacin entre Dios y el mundo?
Es precisamente esta indebida hipostatizacin de la persona, la que conduce como lo ha demostrado Vaihinger en el caso de otras ficciones a todos esos falsos problemas, a todas esas dificultades artificialmente creadas y contradicciones autogeneradas, de las cuales la doctrina de las personas jurdicas est llena, lo mismo que todas las teoras filosficas y cientficas que 22 se constituyen en torno a un concepto ficticio .

Kelsen haba ledo a Kant y para 1920 ya haba tenido oportunidad de conocer las obras de Hermann Cohen sobre el filsofo de Knigberg. As como Kant haba dividido su obra terica principal, la Crtica de la Razn Pura, en dos partes, la Analtica trascendental (en la que hace consideraciones meta-tericas sobre la fsica de Newton) y la Dialctica trascendental (en donde analiza los falsos problemas que surgen cuando se hace un uso especulativo, no emprico, de las categoras) de manera anloga (hago la hiptesis) Kelsen comienza a desarrollar su teora jurdica en una analtica del Derecho (Teora Pura del Derecho) y una Dialctica del Derecho (Crtica al Derecho Natural y al dualismo de Derecho y Estado), para emplear esta terminologa kantiana, con objeto de sealar el aparente paralelismo entre las teoras kantianas y las kelsenianas. En Das Problem der Souvernitt und die Theorie des Vlkerrechts (El Problema de la Soberana y la Teora del Derecho Internacional) (1920) dice Kelsen:
Por ello se introduce en la ficcin personificativa, construida con la finalidad de simplificarla y hacerla intuitiva, una duplicacin del objeto de conocimiento: el orden jurdico como objeto, i.e., como sistema de normas objetivamente vlidas de la conducta humana, se opone el Derecho como sujeto, la persona del Estado. Esta duplicacin permanece como una til ayuda del pensamiento, mientras se sea consciente de su carcter. Ella se convierte en una peligrosa fuente de errores, como un permanente motivo de molestos problemas aparentes, cuando se toma a la personificacin por real, se le hipostatiza y se opera con la persona del Estado como con una esencia autnoma distinta del orden jurdico, que es el substrato de la personificacin; el Estado crea el Derecho, es su portador, como si el Estado fuera algo distinto que un orden obligatorio para los hombres y de pronto se est frente a la cuestin de cmo sea posible que el Estado, que es el creador del Derecho, pueda estar obligado por este mismo DerechoSe olvida que la persona del Estado ha creado solamente, como una visualizacin de toda la complejidad de sus normas, un orden unitario, que la unidad lgica de las proposiciones jurdicas de uno y el mismo sistema, es representada en la imagen de una voluntad unitaria la llamada voluntad del orden jurdico es idntica con la persona del Estado, voluntad y personalidad son 23 jurdicamente iguales .

La persona del Estado es solamente en un medida ms grande lo que es


22 23

ZTJF, p. 1222. PSTV, p. 18.

195 cualquier otra persona jurdica, incluso la persona fsica: la personificacin de normas jurdicas. Sin embargo, mientras que el Estado es la personificacin del orden jurdico total, las otras personas, tanto las jurdicas como la llamada persona fsica, son personificaciones de rdenes parciales, as la comunidad del orden comunitario, la sociedad por acciones de los Estatutos, etc. En especial la llamada persona fsica: la personificacin de las todas las normas que regulan la conducta de un hombre 24. En Der soziologische und der juristische Staatsbegriff. Kritische Untersuchung des Verhltnisses von Staat und Recht (El Concepto Jurdico y el Sociolgico del Estado. Investigacin Crtica de las Relaciones entre el Estado y el Derecho), Kelsen destaca los siguientes puntos:
Como toda personificacin, tambin la del Estado cumple la funcin de visualizar y simplificar el pensamiento. No es cmodo para el pensamiento humano, cuando debe operar con el orden jurdico como una unidad, figurarse (representarse, tener presente) el complicado mecanismo de una pluralidad de normas abstractas, se representa este orden normativo bajo la imagen intuitiva de una persona humana, cuya cualidad esencial es la voluntad. La manera propia en que la conducta humana es regulada, como debida, se deja representar de la manera ms sencilla con la analoga de una experiencia interna que se da en el acto psquico del querer algo. La proclividad a la personificacin, que es idntica a la tendencia de comprender todo en analoga con el propio Yo (comprenderlo como un Yo), parece profundamente enraizada en el espritu humano; igualmente la inclinacin a hipostasiar este medio auxiliar del pensamiento en una esencia 25 real .

La tendencia, casi irrefrenable, de utilizar trminos de otras ciencias en el campo del Derecho y del Estado, confundiendo las dos legalidades explicativas que ms arriba se han reseado: la causalidad y la imputacin, es un signo inequvoco de que se ha realizado una hipostatizacin y, por tanto, se ha duplicado el objeto de conocimiento. Si se poseen conceptualmente estas dos legalidades y una de ellas ha tenido un avance y un xito explicativo indudable, como aconteci con la ciencia natural, es posible, y de hecho as ha ocurrido, que la legalidad exitosa quiera ser utilizada igualmente en un mbito de problemas que ha sido tradicionalmente tratado con la otra legalidad. El xito alcanzado por las ciencias naturales indujo a los cientficos a aplicar la ley de causalidad a los fenmenos sociales, surgiendo de esta manera la sociologa y la teora sociolgica del Estado y el Derecho. Esto es lo que aconteci con el Estado. 5. La Teora de la Identidad del Derecho y del Estado Las anteriores consideraciones nos conducen a exponer la teora de la
24 25

PSTV, p. 20. SJS, pp. 205-6.

196 identidad del Estado y el Derecho. Esta teora puede fundarse de dos formas:
con argumentos de carcter epistemolgico; y con argumentos de carcter emprico.

5.1. Consideraciones epistemolgicas La primera forma de fundar la teora de la identidad del Derecho y el Estado tiene carcter epistemolgico. Es conveniente, por lo tanto, repasar brevemente los antecedentes de biografa intelectual de Kelsen, pues ello permitir exponer el curso del pensamiento que lo llev a la teora de la identificacin mencionada. Habr que decir, desde ahora, que la teora de la identificacin del Derecho y del Estado ya estaba prefigurada y expuesta esquemticamente por la filosofa neokantiana, pero Kelsen pudo desarrollarla en todas sus direcciones e implicaciones y aplicarla a la ciencia emprica sobre el Estado. R. A. Mtall, en la biografa que escribi sobre la vida y la obra de Kelsen, dice que, desde el Gymnasium, el autor que comentamos haba ledo y estudiado a Kant:
Ms duradera fue la impresin que la llamada filosofa idealista ejerci sobre el adolescente de diecisis aos, fue para l una conmocin espiritual profunda tomar conciencia de que la realidad del mundo exterior es problemtica. Despus de un conocimiento ms detenido de las obras de Schopenhauer, empez Kelsen, an en la preparatoria, a leer a Kant. Como ncleo de la filosofa kantiana, vio l 26 la idea del sujeto que crea el objeto en el proceso del conocimiento .

La primera gran obra de Kelsen, los Problemas Capitales fue escrita en 1910 y vio la luz pblica en 1911. En relacin con esta obra dice nuevamente Mtall:
Le pareci, entonces, que era urgente establecer una rigurosa distincin de la ciencia jurdica, por una parte, de la tica y, por otra, de la sociologa. No fue sino hasta ms tarde, cuando la resea de sus Problemas Capitales, por Oscar Ewald, advirti a Kelsen su paralelo con la tica de la Voluntad Pura, de Hermann Cohen, y tras de una visita al propio Cohen en Marburgo, que se le hizo claro que era a la pureza metdica a lo que l, de modo ms instintivo que sistemtico, haba aspirado. Es a la terminologa de Cohen, bajo cuya influencia cay, a quien se puede atribuir el que Kelsen haya escogido ms tarde la denominacin de 27 teora pura del Derecho .

Fue en 1913 cuando Kelsen se entrevist con Hermann Cohen en Marburgo. Kelsen siempre reconoci la deuda intelectual que contrajo con Cohen y, por tanto, no es de extraar que la fundamentacin metdica de la teora de la identidad del Estado con el Derecho se halle influida por la filosofa coheniana. Confirmando lo anterior, en el Prlogo a la Segunda edicin de los Problemas Capitales, Kelsen expresamente narra la influencia decisiva que el pensamiento de Cohen ejerci en su concepcin de la identidad del Derecho y del Estado:

26 27

HK, p. 12. HK, p. 15.

197
A encontrar el punto de vista epistemolgico decisivo, sin el cual no habramos podido llegar a enfocar certeramente los conceptos de Estado y Derecho, nos ayud la interpretacin que Cohen da a la doctrina de Kant, principalmente en su Ethik des reinen Willens (tica de la Voluntad Pura). Una crtica de mi obra, publicada en 1912 en los Kant-Sudien y en que se reconoca esta obra nuestra como un plausible esfuerzo por aplicar a la ciencia del Derecho el mtodo trascendental, llam nuestra atencin hacia el marcado paralelismo existente entre nuestro concepto de la voluntad jurdica y los planteamientos de Cohen, que hasta entonces no haba tenido yo la ocasin de conocer. A partir de ahora, y como una consecuencia consciente y clara del enfoque epistemolgico de Cohen, segn el cual es la direccin del conocimiento la que determina el objeto del conocimiento, de tal modo que ste es creado partiendo de un origen lgico, empezamos a darnos cuenta de que el Estado, en cuanto objeto del conocimiento jurdico, no puede ser otra cosa que Derecho, ya que el conocer o concebir jurdicamente no significa nunca sino el concebir algo como 28 Derecho .

Para la fecha en que escribi Der soziologische und der juristischer Staatsbegriff, 1922 (mencionada ms arriba) ya era conocedor de la filosofa crtica neokantiana, en las obras principalmente de Hermann Cohen y Ernst Cassirer, al que cita profusamente. El propio Kelsen transcribe un prrafo de la obra de Cohen Ethik des reinen Willens, reconocindolo como antecedente conceptual de la teora de la identidad del Estado y el derecho:
La teora del Estado es necesariamente teora del Derecho poltico. El mtodo de la teora del Estado se halla en al ciencia jurdica. Aun cuando para constituir el concepto de la ciencia poltica deben cooperar otras ciencias, el fundamento metdico est formado indiscutiblemente por la ciencia del Derecho. El concepto y el mtodo de la ciencia del Estado est condicionado preferentemente por la 29 ciencia del Derecho .

Cul fue presumiblemente el proceso mental que sigui Kelsen para arribar a la teora de la identidad del Derecho y el Estado? Ya conocemos su formacin kantiana y conocemos la distincin entre ser y deber ser, entre causalidad e imputacin. Antes de visitar a Cohen en Marburgo, tuvo oportunidad de tomar un seminario con Georg Jellinek, cuyas obras haba estudiado detenidamente. Encontr que la teora del Estado estaba escindida en una teora sociolgica y una jurdica del Estado:
Si se plantea la anttesis de Estado y Derecho como una anttesis de ser y deber ser (la cual es, a su vez, una anttesis de puntos de vista, una contraposicin de mtodos y, por tanto, de objetos de conocimiento), es una consecuencia natural distinguir, como es frecuente, entre una teora sociolgica del Estado (metdicamente orientada en las ciencias naturales) y la teora jurdica del Derecho si se permite el pleonasmo (orientada en sentido normativo). La primera se pregunta cmo se comportan de hecho los hombres, cules son las

28 29

HP, p. L. ERW, p. 54; TGE, p. 486.

198
causas que han determinado ese comportamiento, con arreglo a qu leyes naturales se regula, creyendo de este modo poder llegar a la entraa de ese objeto especfico llamado Estado. La otra doctrina se pregunta, en cambio, cmo se deben comportar los hombres, qu conducta les prescribe el Derecho, el Derecho positivo, por qu razones se deben comportar as y no de otro modoAceptado, pues, que el Estado y el Derecho constituyen dos objetos diferentes entre los cuales existe una distincin esencial, resulta necesariamente una separacin entre la teora sociolgica del Estado y la teora jurdica del Derecho, de la cual, sin embargo, se prescinde, con notoria contradiccin, desde el momento en que se hace del Estado es decir, del mismo objeto para el cual se siente la obligacin de crear una teora orientada en las ciencias de causalidad distinta de la Teora del Derecho, por afirmarse que el Derecho es distinto del Estado un objeto de la misma teora normativa del Derecho, es decir, de una teora orientada a las normas jurdicas. En lugar de la Sociologa del Estado, en lugar de la doctrina social que estudia el Estado a travs del punto de vista de las ciencias de la 30 causalidad, aparece la teora normativa del Derecho poltico .

Con la fundamentacin kantiana del conocimiento y la interpretacin de Cohen a ella, la identidad del objeto slo est garantizada por el mtodo de conocimiento. La tesis kantiana del conocimiento afirma que la identidad del objeto del conocimiento est determinado por conceptos a priori, las categoras, que determinan el concepto del objeto en general que se encuentra en la base de toda construccin terica emprica. No hay hecho sin observacin y sin teora; todos los hechos, como dados cargados, estn llenos de teora; son, en una palabra, construcciones tericas. La tesis de Kant dice que tenemos un objeto cuando podemos organizar en un sistema un conjunto de fenmenos, con arreglo a los conceptos apriorsticos que nos proporcionan el concepto del objeto en general. Dice Kant:
Pero resulta que toda experiencia contiene, adems de la intuicin sensible mediante la cual algo est dado, el concepto de un objeto dado o manifestado en la intuicin. Consiguientemente, habr conceptos de objetos que, como condiciones a priori, sirvan de base a todo conocimiento experimental. La validez objetiva de las categoras como conceptos a priori residir, pues, en el hecho de que slo gracias a ellas sea posible la experiencia (por lo que hace a la forma del pensar). En efecto, en tal caso se refieren de modo necesario y a priori a los objetos de la experiencia 31 porque slo a travs de ellas es posible pensar algn objeto de la experiencia .

Por tanto puede concluirse, si se acepta este punto de vista filosfico, que existe
la imposibilidad metodolgica de someter uno y el mismo objeto a la consideracin de dos ciencia s distintas, cuyas orientaciones gnoseolgicas tienen supuestos esencialmente divergentes, cuyos objetos de conocimiento no pueden 32 ser los mismos, en consecuencia .

30 31

TGE, p. 7. CRP. p. 126. 32 TGE. pp. 7-8.

199 En la teora del Estado tradicional se aduce que el Estado es un ser con dos caras, una especie de Jano: una cara sociolgica, causalmente determinada, que mira en la direccin de la regin del ser, y una cara normativa, jurdicamente determinada, que mira en la direccin de la regin del deber ser. Esta teora grotesca, que contiene un sincretismo mortal,
es impotente para salvar una objecin suscitada por la Teora del conocimiento; a saber: que la identidad del objeto de conocimiento no est garantizada ms que por la identidad del proceso cognoscitivo, es decir, por la 33 identidad de la direccin, de los caminos del conocimiento .

De la transcripcin del prrafo contenido en el Prlogo de la Segunda Edicin de los Problemas Capitales se sabe que este argumento fue tomado de la Ethik des reinen Willens de Hermann Cohen. 5.2. Consideraciones empricas Hay otra manera de demostrar la identidad del Derecho y el Estado, que no se encuentra en las nubes de la reflexin epistemolgica, sino que tiene un carcter emprico. Ya hemos mostrado que la teora jurdica tradicional y las teoras sobre el Estado tenan la proclividad a utilizar trminos cuyo referente es el ser humano, con el objeto de presentar intuitivamente funciones muy complejas de los rdenes jurdicos. Vimos especialmente el concepto de voluntad. Voluntad del Estado es voluntad de coaccin, es decir, es considerar a las normas que lo integran como normas coactivas. Por eso, con terminologa sociolgica, se le considera un aparato de coaccin. Weber deca que el Estado
slo es definible sociolgicamente por referencia a un medio especfico que l, como toda asociacin poltica, posee: la violencia fsica. Todo Estado est fundado en la violencia, dijo Trotsky en Brest-Litovsk. Objetivamente esto es cierto. Si solamente existieran configuraciones sociales que ignorasen el medio de la violencia habra desaparecido el concepto de Estado y se habra instaurado lo que, en este sentido especfico, llamaramos anarqua. La violencia no es, naturalmente, ni el medio normal ni el nico medio de que el Estado se vale, pero s es su medio especfico. Hay, precisamente, es especialmente ntima la relacin del Estado con la violencia. En el pasado las ms diversas asociaciones, comenzando con la asociacin familiar (Sippe), han utilizado la violencia como un medio enteramente normal. Hoy, por el contrario, tendremos que decir que el Estado es aquella comunidad humana que, dentro de un determinado territorio (el territorio es elemento distintivo), reclama (con xito) para s el monopolio de la 34 violencia fsica legtima .

Podemos obtener de modo inmediato la siguiente conclusin: si el Estado es un cuadro o aparato coactivo y el Derecho es un orden coactivo, tomando en

33 34

TGE, p. 8. PV, p. 83.

200 cuenta que el cuadro coactivo del Estado posee un orden con base en el cual es posible hacer la imputacin de ciertos actos a su unidad, entonces el Estado es idntico al Derecho. A partir de esta identificacin debe afirmarse que el contenido propio y directo del Derecho no es la conducta humana establecida como obligatoria, sino la conducta del rgano estatal encargado de la aplicacin de las sanciones que pueden ejecutarse, incluso, haciendo uso de la fuerza fsica y la determinacin de las condiciones de su ejercicio, tanto por lo que respecta a los rganos como al procedimiento correspondiente. Si el Derecho es concebido como un orden coactivo de la conducta humana, los actos de violencia fsica legtima, en la terminologa de Weber, no son extraos al Derecho, sino su funcin especfica. Con ello queda rechazada la tesis de que los actos de coaccin sean la garanta del cumplimiento de las normas del Derecho, las que entonces deben entenderse como normas que establecen obligaciones y conceden Derechos. En la concepcin de Kelsen, la coaccin es el contenido propio de las normas jurdicas y lo que le era ajeno y extrao, por ser garanta de las obligaciones, se convierte en la funcin fundamental de la norma jurdica. El orden jurdico mismo es coactivo, i.e., dispone y regula el ejercicio de la coaccin. Debe quedar claro que el orden coactivo regula primariamente, directamente, la conducta de aquellos sujetos que impondrn la sancin y la ejecutarn coactivamente, por disposicin de la norma de Derecho. Slo por virtud de que estos sujetos estn facultados para imponer coactivamente una sancin a otros sujetos, es que puede afirmarse que stos ltimos se encuentran obligados a llevar a cabo una conducta que es contraria a aquella que es la condicin o supuesto de la sancin. Por lo tanto, todos los problemas relacionados con el Estado en la concepcin tradicional, al quedar incorporados en la norma jurdica, se han convertido en problemas normativos y el Estado tiene que ser concebido como el mismo orden jurdico. Si, contrariamente a lo anterior, al Derecho se le concibe como un conjunto de normas que imponen obligaciones y otorgan Derechos o en cualquier otra forma que excluya, como su contenido especfico, el uso de la coaccin dispuesta por la norma, como contenido de la misma, entonces se tiene una teora constreida a afirmar la dualidad del Derecho y del Estado.
Por eso es completamente equivocado pretender construir un sistema parcial de Derecho propiamente dicho separando del sistema total de proposiciones jurdicas al cual podemos denominar indistintamente con los nombres de Estado o Derecho aquellas normas secundarias que estatuyen la conducta debida a fin de eludir la coaccin, cuya misin es nicamente la de construcciones auxiliares, con objeto de llegar a una clara desarticulacin del hecho complejo condicionante del acto coactivo. Y lo mismo es errneo representarse tras o junto a este Derecho al Estado (esto es, las normas primarias que estatuyen de modo inmediato el acto de coaccin) como un aparato coactivo en sentido estricto y genuino, como una especie de factor de garanta o proteccin. Seguramente, la anttesis que se plantea entre 35 Derecho y Estado alimntase de esta representacin .

35

TGE, p. 69.

201 6. El origen de la ley de la causalidad En un trabajo aparecido en 1913 Zur Lehre vom Gesetz im formellen und materiallen Sinn, mit besonderer Bercksichtigung der sterrechischen Verfassung (Sobre la Teora de la Ley en Sentido Formal y Material, con Especial Referencia a la Constitucin Austraca)36, Kelsen afirma lo siguiente, adelantando muchas de las tesis que ms adelante desarrollar en su labor terica:
No solamente porque entre la ley natural y la norma exista una simple diferencia gradual en relacin al mbito de validez y a la intensidad de la validez, sino porque la historia del concepto de ley no ha pasado de la ciencia natural a la ciencia del Derecho y el Estado, sino inversamente ha pasado de la ciencia del Derecho y del Estado a la ciencia natural. El Estado con el gobernante en la cspide, el que a travs de leyes, estos es, por mandatos obligatorios para los sbditos, regula la conducta de la comunidad, proporciona al ms antiguo conocimiento humano el Analogon del orden de la naturaleza, cuyos elementos se piensan igualmente sometidos a la voluntad de una deidad superior, como los ciudadanos deben obedecer las prescripciones del legislador. Como la conducta de los sbditos en la vida dentro del Estado, se retrotrae en la naturaleza la conducta de todos los objetos a una voluntad superior y exterior, que se designa como Ley 37 tanto en el Universo como en el Estado .

El ensayo Die Entstehung des Kausalgesetzes aus dem Vergeltungsprinzip (La Aparicin de la Ley de la Causalidad a Partir del Principio de Retribucin)38 contiene un resumen de tesis anteriores y un desarrollo y evolucin de las mismas. El pensamiento que subyace en este ensayo, tan denso conceptualmente es, en el fondo, fcilmente comprensible: el hombre primitivo y los primeros pensadores griegos muestran que la ley de causalidad y el principio de retribucin no estaban distinguidos como dos legalidades diferentes del acontecer observable, sino que, por el contrario, exista una indistincin, en el sentido de que la causalidad an no haba surgido dentro del pensamiento humano. Los hombres primitivos slo disponan de una manera de explicar lo que se presentaba a su conciencia: utilizaban conceptos sociales, es decir, los mismos conceptos con los que comprendan y organizaban su vida en comn, en especial, el principio de retribucin, aqul que la Biblia formula de manera muy tajante diciendo Ojo por ojo y diente por diente.
Ellos interpretan la naturaleza segn otro esquema, distinto del causal; a saber, con arreglo a categoras sociales. Para los primitivos no hay una Naturaleza en el sentido de una cierta conexin de los elementos regida por la ley de la causalidad y ajena a la sociedad. Lo que el civilizado entiende por naturaleza es para el primitivo, con su apercepcin animista o, mejor dicho, personalista, slo un trozo

36 37

LGS, pp. 1533 y ss. LGS, p. 1533. 38 EKV.

202
de su sociedad dominado por las mismas leyes que sta. El llamado hombre de naturaleza que en verdad es en todos los aspectos un hombre social cree que la ordenacin de su sociedad, que es una ordenacin jurdica, rige tambin para la Naturaleza, y la interpreta segn los mismos postulados que determinan su relacin con los compaeros de grupo. La norma fundamental de la ordenacin social primitiva es el principio de retribucin, que domina por completo la conciencia del hombre primitivo, orientada en un sentido enteramente social. La interpretacin de la Naturaleza segn el principio de retribucin se manifiesta en su efectiva conducta para con animales, plantas y objetos inanimados, y sobre 39 todo en su religin y en sus mitos .

En este ensayo Kelsen analiza la filosofa griega para descubrir que en los pensamientos de los primeros filsofos griegos se pueden encontrar rastros y ms que rastros de esta concepcin social de la Naturaleza. Slo presentar dos o tres ejemplos de ello.
Cuando Tales de Mileto con quien comienza la filosofa griega y despus de l Anaximandro y Anaxmenes investigan en busca de un principio original a partir del cual pueda explicarse el mundo de manera unitaria, lo conciben a la manera de algo que domine el mundo como un monarca, y cuando Tales cree encontrar ese algo todava muy prximo al mito homrico que declara que el dios Oceano es el origen de todas las cosas en el agua, Anaximandro en el infinito (), Anaxmenes en el aire, los tres constituan el Universo como una monarqua. La ley de la funda aqu una ; y, como dice Herclito: Ley () se llama tambin seguir la voluntad de uno nicamente. No es de seguro una casualidad el que esta filosofa de la naturaleza florezca en un tiempo en que se hace notar cada vez con ms fuerza en Grecia el influjo de los Despotismos orientales. El principio bsico de que se sirve la escuela de Mileto para la construccin de su idea del mundo es designado expresivamente por Anaximandro como ; lo que aqu significa tambin, no slo comienzo, 40 sino al mismo tiempo dominacin .

Otro ejemplo, de los muchos que presenta, todos los cuales constituyen casi una pequea historia de la filosofa griega:
Ahora bien: el clebre fragmento que podra emparejarse con el de Anaximandro y que dice: El sol no sobrepasar su medida, pero si lo hiciera, las Erinias, las auxiliadoras de Dike sabran sujetarlo, expresa del modo ms inequvoco que esa ley jurdica es la ley de la retribucin. Las Erinias son los conocidos espritus de la venganza de la religin griega; y Dike es la diosa de la retribucinLo significativo para la historia del conocimiento cientfico en la frase de Herclito es que la inviolabilidad de la ley causal en virtud de la que el sol se mantiene en su curso, la coaccin de Dike, la obligatoriedad de la norma jurdica, es una necesidad normativa. Y que la inviolabilidad de la ley del mundo no consiste en que sea observada siempre el caso de que el sol rebase sus medidas no est excluido absolutamente sino en que su violacin es castigada siempre y sin excepcin, porque la ley de universo, como ley jurdica, es una norma que

39 40

Op. cit., p. 56. Op. cit., p. 59.

203
estatuye sanciones, y segn su tenor una ley de retribucin, y como tal expresa la 41 voluntad inconmovible de la divinidad .

Si Kelsen haba establecido la dualidad de causalidad e imputacin (normatividad), y aqulla era una adquisicin muy tarda del pensamiento humano, como lo afirmaba Cassirer, era necesario investigar si en el pensamiento primitivo exista una indistincin de estos principios, o mejor, slo uno de ellos, el ms evidente, el social, poda funcionar en la explicacin de todos los fenmenos. Se trataba, en realidad, de una proyeccin de las concepciones sociales sobre la naturaleza y la comprensin de lo observado en sta con base en los conceptos sociales y normativos con los que el hombre se comporta con sus semejantes. Estas explicaciones son un ejemplo del hecho que hemos denominado unificacin no primariamente intencionada. 7. Conclusiones En resumen, hemos mostrado que de 1911 a 1925, Kelsen desarroll las siguientes tesis fundamentales:
a) El dualismo de ser y deber ser; por lo tanto, la diferencia entre causalidad y imputacin. b) El Derecho es un orden coactivo de la conducta humana compuesto por normas cuyo sentido se expresa por juicios hipotticos que conectan un supuesto de hecho (la antijuridicidad) con una consecuencia coactiva, abandonando con esto la concepcin imperativa de las normas. c) La persona jurdica, como la unidad de una pluralidad de normas, es una proyeccin de conceptos antropomrficos al orden jurdico, cuya funcin es expresar esa unidad de manera intuitiva, pero puede conducir a la duplicacin del objeto de conocimiento. d) La identidad del Derecho y del Estado; se rechaza la concepcin dualista del Derecho y el Estado por estar fundada en una hipstasis o sustancializacin del concepto de la persona jurdica. e) Se determinan los falsos problemas que se suscitan derivados de la hipstasis del concepto del Estado.

Estos elementos permiten comprender las tesis centrales de Kelsen sobre el paralelismo entre la Jurisprudencia y la Teologa y, consecuentemente, de sus problemas y soluciones. El Prlogo a la segunda edicin de los Problemas Capitales contiene un prrafo que constituye el eslabn que encadena las tesis que hemos estado exponiendo, con las que se contienen en los ensayos que ahora se publican, es decir, permite relacionar las tesis que hemos expuesto sobre el Derecho y el

41

Op. cit., p. 65.

204 Estado con los problemas que se tratan en la Teologa, sobre las relaciones de Dios y el Universo:
Tambin nos ayud a ver claro en este camino el anlisis de las ficciones personificadas realizado por Vahinger (Philosophie des Als-Ob), llamndonos la atencin hacia la existencia de situaciones anlogas en otras ciencias. Todo esto contribuy tambin a derramar nueva luz sobre la analoga, trazada ya incidentalmente en nuestra primera obra, entre la personificacin del universo en Dios y la personificacin del Derecho en el Estado, as como tambin sobre el paralelismo entre los problemas de la teologa y la jurisprudencia, apuntado ya en 1913 en nuestro estudio Sobre los desafueros del Estado. Esta profundizacin epistemolgica del problema se manifiesta en nuestro ensayo sobre La ciencia jurdica como ciencia normativa o como ciencia cultural, en el trabajo publicado en 1919 con el ttulo de Sobre la teora de las ficciones jurdicas y, sobre todo, en nuestro libro El problema de la soberana y la teora del Derecho 42 internacional .

Como puede verse, la identidad de los problemas de ambas disciplinas no es accidental; por el contrario, es una consecuencia necesaria de que ambas tienen la misma metodologa para comprender su objeto de estudio: por un lado Dios, por otro el Derecho o el Estado. Si bien los objetos de estudio son diferentes y, desde el punto de vista de una ciencia evolucionada de la naturaleza o del Derecho, no podran confundirse entre s, el concepto de la normatividad es utilizado por ambas disciplinas para comprender sus respectivos objetos de estudio. Ambas doctrinas han proyectado en el material dado a sus consideraciones el mismo conjunto de conceptos normativos: los que el hombre utiliza para comprender las relaciones con sus semejantes, es decir, conceptos jurdicos, en especial los constitutivos de su comunidad poltica. Expresado en otros trminos: primeramente, se ha desarrollado una teora del Derecho, que comprende todos los conceptos necesarios para explicar a los Derechos positivos desde un punto de vista unitario, proporcionado por la que hemos denominado hiptesis central; luego, se ha analizado establecido un concepto especfico, heurstico, auxiliar, que utiliza la ciencia jurdica para describir su objeto de manera econmica y para referirse a una pluralidad de normas de materia unitaria: me refiero al concepto de persona. Este concepto se ha analizado en su uso detallado. Y aqu, en esta locacin terica, aparece un fenmeno que es clave: la duplicacin del objeto de conocimiento. La unidad de una pluralidad de normas se sustancializa y se le convierte en un objeto especfico, distinto de aquel que pretende originalmente exponer de manera simplificada e intuitiva. Este fenmeno es analizado en relacin con el Derecho y el Estado, entendiendo a ste ltimo como la personificacin de un orden jurdico. Estas consideraciones son la base para establecer la teora de la identidad de ambos objetos y comprender que la dualidad de los mismos, i.e., la consideracin de que el Derecho y el Estado son dos objetos distintos, no es otra cosa que la operancia de
42

HP, p. L.

205 la hipstasis del concepto auxiliar de la persona en relacin con la totalidad de las normas que integran un orden jurdico nacional. Los falsos problemas que se suscitan cuando se ha realizado la hipstasis a las que nos hemos referido son los siguientes:
El dualismo del Estado y el Derecho; El Estado comprendido es como un ser natural, por la sustancializacin; en contraposicin, el Derecho es comprendido como conjunto de normas; El Estado, entendido como ser natural, es poder y, especficamente, poder soberano, es decir, el que tiene el monopolio de la violencia fsica legtima, para emplear la terminologa de Weber; El Estado como poder soberano, es el creador del Derecho; pero como persona jurdica, tiene que estar en relacin con l; luego se crea la teora de la autolimitacin del Estado al Derecho, al someterse al mismo, de manera que los actos estatales son determinados con base en el orden jurdico; Existe el problema de imputar el acto antijurdico al Estado, pues aparece como la negacin del mismo; En casos excepcionales, el Estado puede, como poder, actuar fuera del Derecho, negndolo; es la razn de Estado.

7.1. Tesis Fundamentales del Paralelismo entre la Jurisprudencia y la Teologa Kelsen ha afirmado desde sus primeros trabajos, como hemos tenido oportunidad de mostrar, que la norma jurdica coactiva (y su expresin ms primitiva, el concepto de la retribucin), ha sido el modelo ms utilizado en la explicacin del universo, comprendido como el conjunto de elementos ordenados por el principio normativo de la retribucin. En esta concepcin se ha proyectado el modelo de la sociedad al universo y se ha concebido a ste como un reino, como un Estado, al frente del cual existe un soberano todopoderoso, que lo ha creado. La inferencia inmediata que puede hacerse de estos supuestos consiste en la aplicacin de los resultados de los anlisis jurdicos a este nuevo orden normativo gigantesco, que es el universo. Entonces, surgen de manera inmediata los temas del paralelismo entre la Jurisprudencia y la Teologa: a) Se concibe a Dios como una grandiosa personificacin del Universo y luego se realiza la hipstasis correspondiente (hipstasis de la unidad del mundo); correlativamente, el Estado es concebido como la personificacin del Derecho positivo y se realiza sobre ella la correspondiente hipstasis; esto demuestra el paralelismo existente en la estructura lgica de estos conceptos, lo que determina la igualdad de problemas y de soluciones doctrinales en la Jurisprudencia y en la Teologa. Con ello, se duplica el objeto de conocimiento en ambas disciplinas.
En tanto que el dualismo de Estado y Derecho es el fruto de una hipstasis dogmtica en la cual la expresin personificativa de la unidad del Derecho se convierte en el Estado metajurdico, trascendente al derecho, la situacin epistemolgica de la Teora del Estado es la misma que la de la Teora de Dios, la

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Teologa. Lo mismo que el Estado, Dios es imaginado, en esencia, como una persona, como personificacin de un orden universal, del orden del mundo, del mundo como sistema de normas o leyes naturales. As como el Derecho es la voluntad del Estado, el contenido de la voluntad de Dios est formado por las 43 normas y leyes naturales que constituyen el sistema del universo .

b) Se afirma la trascendencia de Dios en relacin con la naturaleza y del Estado en relacin con el Derecho.
Y as como el Estado es la unidad personificativa del Derecho merced a la hipstasis de un ser metajurdico, trascendente al Derecho, cuya relacin con l es la cuestin fundamentalsima de la Teora del Estado, del mismo modo ensea la Teologa que la esencia de Dios consiste en su trascendencia frente al mundo; y el objeto principal de la teologa hllase constituido por el contradictorio problema de la relacin entre Dios ajeno, por esencia, a toda relacin y el mundo 44 extrao, por esencia, a lo divino .

c) Se equipara la teora de la omnipotencia de Dios con la teora de la soberana (omnipotencia normativa) del Estado y en ambas disciplinas existe la tendencia inmanente a afirmar la unicidad de Dios y el Estado.
La soberana, que es considerada comnmente como la caracterstica ms esencial del Estado, significa fundamentalmente no otra cosa sino que el Estado es el poder supremo, que no puede ser determinado sino de manera negativa, o sea, diciendo que no existe un poder superior y que es un poder no derivado de, ni limitado por, otro poder superior. A lo mismo conduce en la teologa el nfasis en la trascendencia de Dios, a describir su naturaleza en trminos negativosSi la soberana del Estado es interpretada como poder, igualmente toda Teologa declara que el poder es la esencia de Dios, el cual, exaltado a la omnipotencia 45 absoluta, se proclama tambin del Estado . Si el Estado es soberano, si sobre l no existe ni puede existir un poder u orden superior, es claro que esta entidad absolutamente suprema tiene que afirmarse como nica, pues la soberana de un Estado excluye la soberana de todos los dems; de manera similar, en la Teologa, afirmndose la omnipotencia de Dios, tiene que aceptarse que es nico, que no puede existir dios alguno distinto de l, 46 pues con ello se caera en una contradiccin absoluta .

d) Se correlacionan la teora de la Encarnacin de Dios con la teora de la autoobligacin del Estado. Teora de las dos caras de Dios y del Estado. Vale la pena transcribir un prrafo muy ilustrativo de Kelsen, en el que presenta el paralelismo de problemas y soluciones entre la Jurisprudencia y la

43 44

TGE, p. 100. Op. cit., p. 100. 45 GS, pp. 181-182. 46 Cf. GS, p.182.

207 Teologa:
Dios es causa del mundo, lo crea y lo recrea de continuoPor tanto, precisa conciliar de algn modo estos dos principios que mutuamente se excluyen: la supremaca de Dios sobre el mundo y su relacin positiva con ste, pues Dios es, sin duda, puro en su esencia; pero ni es posible representarse a Dios sin el mundo ni al mundo sin Dios. La misma violencia sufre la Lgica en la Teora del Derecho poltico. sta hace una afirmacin anloga: el Estado es un ser distinto e independiente del Derecho, cuya naturaleza, en definitiva, es metajurdica; es poder, no Derecho. Sin embargo, no es posible pensar el Estado sin el Derecho ni el Derecho sin el Estado. El Estado es creador y soporte del Derecho; est, por tanto, sobre de l; pero, por otra parte, el Estado es algo de la naturaleza del 47 Derecho, est sometido a ste: es ser jurdico, persona jurdica .

Con esto, queda planteado el problema en toda su dimensin y con toda claridad se puede ver el paralelismo de los problemas. A este paralelismo de problemas se correlaciona el paralelismo de las soluciones en ambas disciplinas. Lo mejor es transcribir la forma en cmo presenta Kelsen la solucin en ambas teoras:
El Dios supramundanal se transforma en mundo, o mejor, en sus representantes, en hombre, desde el momento que el ser divino se parte en dos personas: en el Dios-Padre y en el Dios-Hijo, el Dios-Hombre o Dios-Mundo. En la persona del Dios-Hombre somtese Dios al orden del Universo por l mismo creado, tanto al orden tico como al natural; el poder ilimitado, en principio, de la voluntad divina se autolimita. En cuanto Dios-Hombre, Dios renuncia a su omnipotencia. El acaecer universal no se dirige ya por su voluntad, sino que, a la inversa, el DiosHijo se impone el deber de obediencia para con el Dios-Padre. Esta teora de la Encarnacin del Verbo divino es aceptada en la Teologa desde el punto de vista de la autolimitacin o autoobligacin de Dios, como expresamente se la llama. El pendant de esta doctrina represntalo la teora de la autolimitacin del Estado [] que constituye la mdula de la teora poltica tradicional. Ese Estado que no est ligado por ninguna norma, que es por esencia distinto del Derecho, que es un poder omnipotente, ilimitado, soberano, acaba en definitiva por convertirse en Derecho, en ser Derecho, en persona jurdica, la cual, al tener sobre s el orden jurdico, deriva de l todo su poderPero cmo se verifica esta metamorfosis del Estado-Poder en Estado-Derecho, a la cual califican continuamente de misteriosa los crticos del dogma de la autolimitacin? Muy sencillamente, dice la Teora del Estado: el Estado crea un orden jurdico; es incluso esencial al Estado crear un orden jurdico; y despus se somete espontneamente a esta creacin suya. Cuantas dudas se han suscitado desde el sector jurdico en contra de esta teora de la autolimitacin, han hallado eco casi literal en la Teologa, por relacin al dogma de la Encarnacin de Dios. Cmo puede Dios ser omnipotente y soberano, ilimitado y libre por esencia y, sin embargo, someterse al mismo tiempo en cuanto hombre a las leyes naturales (nacer, vivir, padecer, morir) y vincularse por la ley moral? Este ha sido el lenguaje que los herejes y heterodoxos han usado en todo tiempo. Y los juristas

47

TGE, p. 101.

208
crticos se preguntaban: cmo es posible que el Estado, de quien nos han enseado que su esencia no es Derecho sino poder, pueda estar jurdicamente 48 vinculado por un Derecho, aun cuando ste sea su propio Derecho? .

e) El problema de la Teodicea es paralelo al de concebir dentro del concepto unitario del Derecho a la llamada antijurdicidad. El problema de la Teodicea consiste en tratar de hacer compatible la afirmacin de la omnipotencia de Dios, como su cualidad esencial, con el hecho observable empricamente de la existencia del mal en el mundo. La existencia del mal en el mundo y en la vida humana es incompatible con la omnipotencia de Dios y con su bondad infinita. Se trata, en resumen, de hacer congruentes dos afirmaciones contradictorias. As caracteriza Kelsen el problema:
La correlacin entre los procedimientos de la Teologa y los de la Teora jurdico-poltica aparece con la mxima nitidez en la analoga existente entre el problema de la Teodicea y el de la llamada ilegalidad del Estado. En ambos casos, la dificultad conceptual orignase del hecho de que a la unidad del sistema precisa referir su negacin; a Dios, como personificacin del orden tico del mundo, de lo bueno, lo malo, especialmente el pecado; al Estado, como personificacin del Derecho, la ilegalidad, lo antijurdico. Dios no puede querer lo malo, el Estado no puede cometer ilegalidad. Sin embargo, es preciso que tambin lo malo, como todo, sea querido por Dios, imputado a Dios, pues nada hay en el mundo que no sea querido por l, nada sucede que sea contrario a la divina voluntad; es decir, para que pueda explicarse el pecado desde el punto de vista del sistema de Dios, de la Teologa, es preciso encajarlo en tal sistema. Del mismo modo, para comprender jurdicamente lo antijurdico, ha de ser encajado en el sistema del Derecho, en el orden jurdico, en la voluntad del Estado; por tanto, ha de 49 imputarse al Estado .

Tanto la Teora jurdica como la Teologa encuentran un procedimiento similar para resolver la contradiccin entre el sistema y su negacin. La ilegalidad como el pecado se insertan en el sistema, se encajan en l, para emplear la expresin de Kelsen, cuando se les hace ser condicin del Bien y de la juridicidad, siempre y cuando no se absoluticen los trminos contrapuestos.
La tendencia inmanente de ambas disciplinas dirigida a superar el dualismo entre el sistema y su negacin motiva la transformacin de lo malo y antijurdico en condicin del Bien y del Derecho, dejando de ser la negacin de los mismos. Segn la Teologa, no quiere Dios lo malo de modo inmediato, ms s mediata e indirectamente, como condicin de la pena, que purifica, y es intrnsecamente buena porque realiza la justicia. Del mismo modo, para una Teora jurdica profunda, la antijuridicidad no es ms que un supuesto de hecho, 50 determinado por el orden jurdico como condicin del acto coactivo estatal .

Si se absolutizan los conceptos no es posible establecer la unidad sistemtica

48 49

TGE, p. 102. TGE, p. 103. 50 TGE, p. 104.

209 de los conceptos contrapuestos, en la forma sealada por Kelsen. Entonces, tiene que crearse un orden o sistema de lo malo, del pecado y si se hipostatiza dicho orden y se personifica, aparece la figura del Diablo y su reino, el infierno 51. f) La relacin Dios-alma se equipara a la relacin Estado-persona. As como el procedimiento de imputar un acto a una persona no tiene porqu comprender a la totalidad de las normas de un orden jurdico nacional, sino que el proceso de la imputacin puede detenerse en unidades provisionales y transitorias, as tambin la imputacin del acto malo a un determinado sujeto no tiene porqu llegar hasta la totalidad del orden del mundo, i.e., hasta Dios, sino que puede detenerse en centros de imputacin parciales y provisionales, los que son personas como Dios o participan de su esencia y, con esto, surge el concepto del alma humana, como el concepto equivalente, en la Teologa, al concepto de persona. Este camino impide la imputacin del acto malo a Dios, como personificacin del orden del mundo, de la misma manera que la imputacin de un acto ilcito no tiene que llegar hasta la persona del Estado, sino que se detiene en el centro provisional de la persona fsica del funcionario. g) Se concibe a Dios como principio anulador de la naturaleza, en los milagros; la solucin paralela en la Jurisprudencia es la concepcin del Estado como principio anulador del Derecho: el estado de excepcin y la razn de Estado. Tanto la Jurisprudencia como la Teologa, segn se ha demostrado, se enfrentan a los problemas que derivan de operar con una dualidad de rdenes normativos, por un lado, el orden natural entendido como un sistema de mandatos emitidos por Dios y, por otro, la voluntad de Dios inescrutable; en la Jurisprudencia, por un lado, el orden jurdico positivo creado por el Estado y, por el otro lado, el orden estatal, creador de aqul. Cuando se opera con dos rdenes normativos de manera ineludible pueden presentarse contradicciones entre ellos, situaciones en las cuales slo puede valer uno con la exclusin del otro.
Ah radica precisamente el mtodo caracterstico de la Teologa: en esa hiptesis de un orden sobrenatural de la voluntad divina distinto del orden de la naturaleza (en el sistema de las leyes naturales) e independiente de l; en ese operar con dos rdenes diferentes, con una doble verdad. Sin embargo, la propia Teologa ensea que para explicar el acontecer universal debe recurrirse en principio, y mientras sea posible, a las leyes naturales, y slo en algn caso extremo debe suponerse la existencia de un milagro divino. Es extraordinariamente caracterstico que, precisamente en su contraposicin con el Derecho, adopta el Estado la significacin de un principio que, en ciertos casos, puede destruir la ley jurdico positiva. As se ensea que, en general, todo debe ocurrir en la medida de lo posible, dentro de los cauces de la juridicidad; pero que el Estado tiene la misin de proteger el bien pblico incluso sin el Derecho o an contra el Derecho; dcese que en caso de necesidad; pero esto no significa, de ordinario, sino lo

51

Ibidem.

210
siguiente: cuando as conviene a ciertos intereses polticos contrarios al Derecho 52 positivo .

Por lo tanto, el dualismo del Estado y el Derecho es el dualismo de dos sistemas de normas diferentes, una de cuyas funciones es facilitar la introduccin de postulados polticos en contra del Derecho positivo. h) La identidad del Derecho y el Estado es el Analogon del pantesmo. La teora de la identidad del Derecho y del Estado, que Kelsen ha postulado, como ya se ha demostrado ms arriba, tiene la misma estructura conceptual del pantesmo, entendido como la posicin terica que identifica a Dios con el todo: Deus sive Natura. Si el orden de la naturaleza, si el orden del Universo es un sistema de leyes, entonces, si ste no se personifica y no se lleva a cabo la hipstasis de la personificacin de la que tanto se ha hablado, no surge el falso problema de establecer las relaciones entre el objeto ficticio, creado por el error lgico de llevar a cabo la hipstasis, con el orden de leyes cuya unidad ha sido hipostasiada. Con el rechazo de la hipstasis slo se tiene un orden, no una dualidad de ellos, su unidad puramente conceptual y, por tanto, la identidad de Dios con el Universo. Consideraciones anlogas deben hacerse en relacin con el Derecho y el Estado53. i) Se hacen algunas consideraciones sobre el origen sociolgico y psicolgico del concepto de la autoridad y de la dependencia del individuo dentro de la sociedad: la imagen del padre como el origen familiar del concepto de la autoridad. Sabido es que Kelsen fue amigo de Sigmund Freud y que era un conocedor profundo de la teora psicoanaltica, como lo demuestran los ensayos Der Staatsbegriff der Psychoanalyse (El concepto del Estado del psicoanlisis), Der Begriff des Staates und die Sozialpsychologie. Mit besonderer Bercksichtigung von Freuds Theorie der Masse (El Estado y la Psicologa Social, con especial referencia a la teora de la Masa de Freud) y Die Platonische Liebe (El Amor Platnico). Esto le permiti, en ocasiones, formular observaciones muy agudas de carcter psicolgico y sociolgico, sobre diversos temas sociales y culturales. Su ensayo Gott und Staat contiene algunas consideraciones muy interesantes sobre el surgimiento de la experiencia social, de la vivencia de la dependencia del hombre con sus semejantes y de la subordinacin del individuo al grupo y a la autoridad del mismo. Lo mismo pasa con la experiencia religiosa:
La experiencia religiosa no se agota en la conciencia de un ser autoritario supraindividual. A su contenido caracterstico pertenece el sentimiento, por parte del sujeto que experimenta lo divino, de encontrarse implicado en una interconexin universal, incluido en una totalidad comprensiva, que abarca a otros

52 53

TGE, pp. 104-105. Cf. SJS, captulo 12, pp. 247-253.

211
adems de a s mismo y que se manifiesta a travs de la deidad .
54

Estas afirmaciones tienen su apoyo en algunas tesis de Durkheim, al cual cita y tienen cierta similitud con las que con posterioridad formulara Rudolf Otto en su famoso libro Lo Santo y las contenidas en el libro de Van der Leeuw Fenomenologa de la Religin.
La similitud psicolgica de las actitudes religiosas y sociales son explicables, segn el punto de vista de Freud, por lo menos, por el hecho de que tales nexos se retrotraen a una y la misma experiencia psquica, que es igualmente efectiva en relacin tanto con la autoridad religiosa, como con la social. Se trata de la relacin del nio con el padre, el que se presenta en el alma del nio como un gigante, como una fuerza todopoderosa y es, para el nio, la autoridad en cuanto tal. Posteriormente, toda autoridad se experimenta como al padre y aparecen como sustitutos del padre, el dios venerado, el hroe admirado, el prncipe amado con temor reverencial; slo como representantes del padre pueden estas autoridades provocar esos afectos psquicos que convierten a los hombres en nios sin 55 voluntad y opiniones propias .

l) Se hacen consideraciones muy importantes sobre la funcin social de la identificacin religiosa con Dios y se compara con la funcin del patriotismo. En relacin con las consideraciones hechas en el punto anterior, Kelsen analiza la funcin social que desempea el sometimiento a Dios y la dependencia a l. Con los prrafos que siguen comienza una serie de consideraciones de carcter realista, de crtica a la ideologa, de una crudeza sobrecogedora:
Si tomamos la religin en sus manifestaciones histricas, nunca ha existido un creyente que se haya contentado con estar con Dios en la soledad; siempre se han sometido a un Dios, para poder someter a los dems a ese Dios. Y entre ms profunda es la propia subordinacin, entre ms fantica sea la propia renuncia religiosa, ms poderosamente es exaltada la deidad, ms apasionada es la lucha por esta deidad, ms ilimitado es el impulso para dominar a los dems en su nombre y ms triunfante en su victoria, porque es la victoria del guerrero de la fe que se identifica con su deidad. Esta no es, sin embargo, la psicologa especial del hombre religioso; es, simplemente, la psicologa del hombre social: autosujecin a la autoridad del grupo, para que los dems de igual manera se sometan, precisamente aquellos que no quiero se encuentren sobre m, a los que, cuando mucho, soporto en un plano igual al mo y sean iguales a m y a quienes, como no puedo dominarlos directamente, puedo hacerlo indirectamente, en tanto que los veo sometidos a la autoridad que yo he escogido y se doblegan ante mi bandera; mi autoridad no es slo la autoridad ante la que me inclino porque la 56 reconozco, sino la autoridad en la que yo soy .

m) Se afirma que la religin y el Derecho son ideologas (en un sentido NO peyorativo). El uso de la metfora de las mscaras.

54 55

GS, p. 172. GS, p. 175. 56 GS, pp. 176-177.

212 Con las anteriores afirmaciones se comprende fcilmente porqu Kelsen considera a la religin, como al Estado y a la sociedad, como ideologas, utilizando esta palabra no en un sentido peyorativo, sino como constructos conceptuales que llevan a cabo importantes funciones de carcter social. Para terminar, transcribir un prrafo largo de su ensayo, con el objeto de que el lector conozca y experimente las propias palabras de Kelsen:
De igual manera que el primitivo, en ciertas pocas, cuando se coloca la mscara del animal totmico, que es el dolo de la tribu, puede cometer todas las transgresiones que de otra manera se encuentran prohibidas por normas estrictas, de igual manera el hombre civilizado, detrs de la mscara de su dios, su nacin o su Estado, puede dar rienda suelta a todos esos instintos que, como simple miembro del grupo, tiene que reprimir dentro de l. Aquel que se alaba, es despreciado como fanfarrn; en cambio, puede desvergonzadamente alabar a su Dios, a su nacin o a su Estado y al hacerlo slo se abandona a su propia vanidad; y aunque el individuo en cuanto tal no est legitimado para coaccionar a otros, dominarlos o incluso matarlos, puede hacer todo esto con el mximo de sus derechos si lo hace en el nombre de Dios, de la nacin o del Estado, a los que por esa razn ama, con los que amorosamente se identifica, como su Dios, su nacin, su Estado. Si a los actores, que representan en el escenario poltico su papel en el drama religioso o social, les arrancamos la mscara de sus rostros, entonces no hay ya ms Dios castigando o premiando, o al Estado condenado o haciendo la guerra, sino hombres que coaccionan a otros hombres, ya sea el seor X triunfando sobre el seor Y o a una bestia que acalla su nuevamente revivida sed de sangre. Una vez que han cado las mscaras, el drama pierde su sentido propio; una vez que han sido arrancadas las mscaras, se renuncia precisamente a esa interpretacin especfica en que consiste la religin o la sociedad! En esta imagen est contenido un punto de vista metodolgico: este prescindir de las mscaras, este mirar a travs de ellas a los movimientos desnudos, naturalmente necesarios, determinados causalmente, de las almas y de los cuerpos, es la perspectiva adoptada por una psicologa y una biologa cientfico-naturalsticamente orientadas. Desde ella, no se contempla ni religin, ni nacin, ni sociedad, pues estas son las mscaras, las ideologas especficas que surgen sobre la infraestructura de los hechos reales, sistemas ideales de relaciones valorativas o normas que el espritu humano crea para s, en cuyas legalidades propias inmanentes uno tiene que compenetrarse e instalarse, para que con ello cualquiera de estos objetos, a los que se les designa religin, nacin, Estado, etc., 57 nos sean dados .

Todo esto demuestra la tesis central del paralelismo de la Jurisprudencia y la Teologa y corrobora indirectamente la hiptesis central del pensamiento kelseniano por la unificacin no primariamente intencionada que lleva a cabo entre las diversas problemticas que se han tratado en este ensayo.

57

GS, pp. 177-178.

213 Para completar la informacin sobre las tesis de Kelsen en relacin con Dios y la Teologa, comparndolas con el Estado y la Jurisprudencia, es conveniente citar el trabajo denominado Die Grundlage der Naturrechtslehre (El Fundamento de la Teora del Derecho Natural) en el que contrasta la positividad y relatividad de las normas del Derecho positivo, creadas por actos de voluntad humanos, con la no positividad o naturalidad de las normas cuya existencia afirma la Teora del Derecho Natural. En este ensayo sostiene que las teoras del Derecho Natural slo son posibles bajo un supuesto especfico: la creencia en una deidad justa, cuya voluntad es inmanente a la naturaleza creada por ella. La fundamentacin de esta tesis se encuentra en la no-aceptacin por parte de Kelsen de la existencia de normas que no sean el sentido de actos de voluntad de seres humanos o sobrehumanos. Niega la existencia de normas inmanentes a la naturaleza, a las circunstancias o a la naturaleza del hombre o de su razn. El dualismo de ser y deber ser hace su aparicin y el Ser o la realidad o la naturaleza, en general, o del hombre, en particular, no pueden contener norma alguna, puesto que toda norma es el sentido de un acto de voluntad dirigido a la conducta de otro hombre. Conforme a esto, la tesis que afirma la inmanencia de ciertas normas en la naturaleza debe necesariamente aceptar la inmanencia de una voluntad en la naturaleza. Se pregunta Kelsen de dnde puede surgir en la naturaleza una voluntad inmanente a ella, cuando no es ms que una serie de acontecimientos conectados entre s por relaciones causales:
Una voluntad en la naturaleza es o una supersticin o es la voluntad de Dios en 58 la naturaleza creada por l, la inmanencia de valores divinos en la realidad .

Debemos concluir con la siguiente observacin: si se adopta un punto de vista general, propio de la teora general del Derecho, la problemtica que se presenta en los ensayos que hemos comentado consiste en el manejo, dentro de la misma esfera de conocimiento, de dos sistemas normativos independientes y distintos, los que no pueden unificarse en un orden unitario, porque uno consiste en la hipstasis del otro. Bibliografa
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58

GN, p. 5.

214
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215
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Un dibattito su J. J. Moreso, La Indeterminacin del Derecho y la Interpretacin Constitucional

Albert Calsamiglia

Indeterminacin y realismo1

El libro de Jos Juan Moreso2 constituye una aportacin importante a la teora jurdica y a la teora de la interpretacin constitucional. Su impacto se ha hecho notar en la corta vida que el libro tiene ya desde su publicacin. Hace poco tiempo se public la versin inglesa en Kluwer. Formalmente el libro ya ha tenido un reconocimiento, pero espero que sus tesis sern ampliamente divulgadas y discutidas. El trabajo de Jos Juan relaciona directamente la teora del derecho con el trasfondo filosfico contemporneo y especficamente con la filosofa del lenguaje. El trabajo muestra un dominio y una madurez intelectual extraordinaria y es uno de esos libros que a uno le gusta mostrar cuando se le pregunta sobre los nuevos desarrollos de la teora jurdica de habla hispana. Para m ha sido un privilegio del que me siento orgulloso el haber tenido como interlocutor durante mucho tiempo a Jos Juan Moreso. Pero, el hecho de que considere que es un buen libro no quiere decir que no tenga desacuerdos. Casi siempre me ocurre que los libros que me gustan son los libros con los que no estoy de acuerdo y precisamente por eso, porque me obligan o a aprender algo nuevo en lo que no haba pensado o a intentar ofrecer argumentos para mostrar mi desacuerdo. El espritu de esta intervencin es hacer honor a nuestra conviccin de que desde el dilogo discrepante puede mejorar nuestra comprensin de la teora jurdica. Desde mi punto de vista quisiera destacar algunas crticas a algunas de las tesis del libro.

El trmino realismo se utiliza en dos sentidos diferentes. En sentido filosfico el realismo moral es una teora filosfica que cree en la objetividad de los valores mientras que el realismo jurdico es una doctrina jurdica que enfoca el derecho desde el punto de vista de los jueces y sostiene que el derecho es una profeca acerca de lo que decidirn los jueces. El realismo jurdico normalmente va asociado con el escepticismo de distintas intensidades hacia la objetividad de las reglas. 2 J. J. Moreso. La Indeterminacin del Derecho y la Interpretacin Constitucional, Madrid, CEPC, 1998.
Analisi e diritto 1999, a cura di P. Comanducci e R. Guastini

220 1. La primaca de la constitucin y el precompromiso Primero, Jos Juan acepta la tesis de la racionalidad imperfecta de Elster y fundamentndose en la imagen de Ulises y las sirenas sugiere que la primaca de la constitucin es uno de esos casos en los cuales la generacin constituyente determina qu es lo que no se puede discutir o qu es lo que es difcilmente modificable. Jos Juan seala que el constitucionalismo moderno se basa en esta idea que ha sido aceptada por la teora poltica. (p. 167). El mecanismo del precompromiso es un mecanismo de atarse a s mismo, de autolimitarse como hubiera sugerido Jellinek. El constituyente establece qu temas estn fuera del mbito de la mayora y ata a la comunidad en el respeto de unos derechos y valores constitucionales. Sobre el precompromiso podran plantearse numerosos problemas. En el caso de Ulises se podra discutir si el Ulises atado al mstil tiene la misma identidad que el Ulises que establece el precompromiso. Tambin podra discutirse por qu el Ulises anterior en el tiempo vence al Ulises posterior en el tiempo. Dejar de lado los problemas de la teora del precompromiso y de la debilidad de la voluntad y dedicar mi atencin al precompromiso aplicado al constitucionalismo. Tengo mis dudas acerca del significado del precompromiso en el mbito constitucional. La Constitucin sera un precompromiso que una generacin, la constituyente, establece sobre las dems generaciones. En primer lugar, no se explica convincentemente por qu una generacin puede justificadamente atar a las siguientes generaciones si estas ltimas creen que sus soluciones son mejores que las primeras. En un cierto sentido la tctica del precompromiso supone una gran desconfianza hacia la democracia, hacia los votos de las futuras generaciones. Congelar los valores actuales, los valores que hoy consideramos importantes, es una tarea muy complicada y arriesgada. Cmo sabemos cul es el valor que vale la pena defender y cules son los prejuicios que introduce en la constitucin la generacin constituyente? La teora del precompromiso requiere un criterio de distincin entre lo que es valioso para siempre y lo que es valioso para una generacin. En un cierto sentido la autoridad constitucional se considera como una persona sobria. Pero, por qu esta prevencin hacia la ebriedad de las prximas generaciones? (p. 180). En el precompromiso existe una excesiva desconfianza hacia la democracia de las generaciones futuras. La teora del precompromiso necesita criterios de determinacin de las clusulas abstractas. Una posibilidad de determinacin sera asumir alguna forma de realismo moral, que ofrecera criterios para distinguir entre valores eternos, valores convencionales y prejuicios. Si suponemos que el realismo moral no slo afirma la existencia de valores en el mundo sino que tiene un procedimiento epistmico que permite descubrirlos, entonces la clusula general tiene un criterio de determinacin que puede atar a las generaciones futuras. En otras palabras, sabemos cul es el significado del precompromiso.

221 La otra posibilidad sera rechazar el realismo moral y defender una teora de la interpretacin originalista que permitiera determinar el contenido del precompromiso. Segn esta teora el criterio para determinar el significado de la clusula abstracta es el que tenan los padres de la constitucin. El intrprete perteneciente a generaciones posteriores debera realizar un ejercicio de investigacin histrico para averiguar el sentido originario de la clusula. La tercera posibilidad supone la disolucin del precompromiso. Sera aqulla interpretacin que deja a la generacin actual la determinacin del significado de las clusulas abstractas. Un realista moral podra considerar que las convicciones interpretativas de los Constituyentes americanos que excluan de la clusula de la igualdad a las mujeres eran errneas porque en el mobiliario de los valores objetivos del mundo las mujeres son iguales a los hombres. Un originalista tendra problemas para justificar el precompromiso de igualdad acudiendo a las convicciones de los constituyentes y, al mismo tiempo, defender la igualdad de las mujeres. La tercera va interpretativa sugiere que es la generacin actual la que debe determinar el significado de la clusula general y no tiene problemas para reconocer que hoy la igualdad constitucional exige la igualdad de las mujeres. Jos Juan acepta la tesis del precompromiso pero no se compromete ni con el realismo moral ni con la teora originalista de la interpretacin. Parece ser que su teora de la interpretacin aboga por la tercera va. Pero la tercera va es incompatible con la determinacin del significado del precompromiso. Cul es la teora del significado en el precompromiso?. Podemos precomprometer algo que luego ampliar su significado? Jos Juan acepta el precompromiso pero en el terreno de las clusulas abstractas que es un aspecto muy importante del precompromiso y de la primaca de la constitucin no sabemos exactamente dnde estn los lmites. Los mundos posibles son tan indeterminados que diluye la propia nocin de precompromiso porque no se sabe a qu obliga. En segundo lugar, la teora del precompromiso, excepto en los casos de un formalismo extremo del que no me puedo ocupar3, va ligada con el poder contramayoritario. Los jueces constitucionales limitan el poder de las mayoras. Es posible justificar en algunos casos la primaca constitucional a travs del control judicial. Sin embargo, el caso paradigmtico de control constitucional, el de la Corte Suprema americana, ha tendido a ser activista y eso muestra una falta de deferencia hacia el poder legislativo y hacia el poder de las mayoras y quiz una desconfianza excesiva hacia la democracia.. En otros casos, como por ejemplo el tribunal constitucional espaol o el italiano, el poder judicial ha sido ms deferente con el poder de la mayora. Vctor Ferreres ha defendido una versin flexible y
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Sera el caso de una teora de la jerarqua normativa que estableciera que el criterio jerrquico vence a cualquier otro criterio interpretativo. Esta teora es coherente pero implausible si tratamos de construir una teora que tenga algo que ver con lo que sucede en la prctica.

222 convincente de la deferencia hacia el poder legislativo ( V. Ferreres, Justicia Constitucional y Democracia, Madrid, CEPC, 1997, Cap. IV y ss.). En realidad el peligro de abuso de poder de las mayoras se ha visto contrarrestado por un diseo institucional que tiende a dispersar la soberana en sentido clsico y ello supone la introduccin del mecanismo del poder judicial constitucional como poder contramayoritario. Pero el peligro de tirana puede coexistir con el aumento del poder de los jueces constitucionales. Quiz el tirano peligroso, hoy, ya no es el Parlamento sino el juez constitucional. Acaso el precompromiso, implementado con el poder contramayoritario, no es un sistema para evitar que las generaciones decidan por s mismas y por mayora cules son los valores, los significados de las clusulas abstractas y las reglas que se comprometen a respetar? En tercer lugar, deberamos pensar cul es el mbito del precompromiso. Entiendo el precompromiso de Ulises porque sus condiciones de aplicacin son claras, pero los precompromisos constitucionales se articulan en clusulas muy abstractas y precisamente por su abstraccin no se sabe el alcance del precompromiso. Hablar de la dignidad de la persona o del desarrollo de la personalidad como precompromiso puede suponer que una concepcin determinada de dignidad o de desarrollo de la personalidad triunfe sobre las futuras concepciones de esos mismos conceptos. Si miramos atrs podemos distinguir los prejuicios de una generacin de sus valores? Son las generaciones anteriores quienes definen qu es substancial o sern las posteriores a travs de los jueces o de interpretaciones constitucionales quienes establezcan la lnea de demarcacin? Si se fuera el caso, el contenido del precompromiso slo sera aceptable en reglas pero nunca en los valores constitucionales fundamentales ni en las clusulas abstractas. Por ejemplo, si una constitucin establece que el presidente de la Repblica debe tener 35 aos el precompromiso parece claro. Pero si en vez de la clusula de 35 aos la constitucin establece que el presidente debe ser una persona madura el alcance del precompromiso es mucho menor. Hoy, sin ninguna duda, consideraramos una persona de 35 aos madura, pero es posible que en el siglo XXI se considere madura aqulla que tiene sus neuronas en mejor estado y, desde este punto de vista, una persona de 28 aos est en mejores condiciones que una de 35. Para que el precompromiso especialmente en clusulas abstractas funcionara deberamos tener una teora de la interpretacin originalista defendible que precisara el alcance del precompromiso, pero como el propio Jos Juan seala el originalismo no es defendible. Jos Juan parece diluir el precompromiso cuando afirma que las clusulas constitucionales han de ser interpretadas en su forma ms abstracta, de modo que permitan estos cambios en su significado (p. 231). Eso quiere decir que el precompromiso no impide que se produzcan cambios dramticos bajo la misma constitucin. Qu precompromiso es se que permite justificar y abolir la esclavitud bajo la misma Constitucin? Acaso no son las generaciones posteriores quines determinan el

223 alcance del precompromiso? Qu valor tiene y qu determina el precompromiso? El caso de Ulises y las sirenas es sencillo porque estn predeterminadas muchas cosas, es la misma persona, en un tiempo diferente pero no distante y en unas condiciones determinadas. Pero si exigimos precisin en las constituciones las convertimos en constituciones de detalle. No s hasta qu punto Jos Juan est dispuesto a defender esta tesis, ms bien dira que su posicin se acerca a la crtica de la constitucin de detalle y a la defensa de una constitucin de principios. Por ltimo, para que el precompromiso fuera aplicable necesitaramos una teora de la identidad comunitaria unitaria como la que sostena, por ejemplo, Burke segn la cual la identidad de la comunidad est formada por el conjunto de generaciones pasadas, presentes y futuras. En el caso de Ulises ya es discutible si en el tiempo posterior Ulises es la misma persona que en el tiempo anterior. En el caso de las comunidades creo que el problema es mucho ms difcil y controvertido. 2. La crtica al realismo jurdico Jos Juan sigue la senda de Hart y de Alchourrn y Bulygin. Defiende las tesis del positivismo metodolgico y aboga por una teora de la interpretacin de filiacin hartiana. Frente al Noble Sueo del realismo moral y la Pesadilla del pragmatismo, sugiere recuperar en toda su extensin la tesis hartiana de la Vigilia. No puedo dedicar atencin a todos los problemas que sugiere Jos Juan. En lneas generales creo que la crtica que hace al pragmatismo no ofrece buenas razones para abandonarlo y por las noches y a veces durante el da el fantasma de la Pesadilla nos desafa. La crtica que hace del escepticismo y del pragmatismo est basada en una serie de argumentos. Destacar algunos que me parecen criticables. (a) Jos Juan siguiendo a Hart considera que la teora escptica tiene una obsesin injustificada con el proceso judicial. (p. 213). Podemos elegir como objeto de estudio los acuerdos existentes o los desacuerdos existentes en el derecho. La teora positivista ha elegido los acuerdos y este enfoque tiene su rendimiento cognoscitivo suficientemente desarrollado por las teoras kelsenianas y hartianas. La teora realista o pragmtica ha elegido los desacuerdos. Pero no slo es una preocupacin del pragmatismo sino de la mayora de las teoras jurdicas contemporneas. Incluso podramos decir que esa obsesin la comparte Hart cuando coloca a los jueces en la posicin de ser los sujetos que reconocen el derecho. Con independencia de este ltimo punto, podramos afirmar que la teora positivista poco puede decir de los desacuerdos mientras que las teoras realistas jurdicas ven en el conflicto y el desacuerdo el ncleo ms relevante del derecho. Son dos visiones distintas. Cada una tiene sus lmites pero es indudable que en la batalla entre los dos paradigmas en los ltimos aos ha ganado terreno el

224 paradigma que enfoca los problemas desde el punto de vista judicial y de la controversia. El impacto de las sentencias de los tribunales constitucionales y supremos en el estudio del derecho es una novedad importante y hoy no se concibe el estudio del derecho sin una teora de la adjudicacin. El estudio de los casos difciles constituye una parte muy importante de las licenciaturas de derecho europeas. Hace treinta aos no se prestaba especial atencin a las sentencias de los tribunales supremos o constitucionales en Europa. Adems, como seal Dworkin, en su trabajo The Forum of Principle el control constitucional ha mejorado y ampliado la discusin y el debate de los principios constitucionales. El propio Jos Juan est preocupado por la indeterminacin del derecho porque este problema est en la agenda de la teora jurdica contempornea, y no han sido los hartianos quienes han tenido la iniciativa de incluir el tema de la adjudicacin en la agenda de la teora del derecho, porque su preocupacin fundamental est en los acuerdos. Los hartianos se han visto obligados a responder al problema de la adjudicacin ante el desafo realista. No hace eso Hart con la Vigilia, el Noble Sueo y la Pesadilla? Algunos autores como Dworkin negaran legitimidad al anlisis hartiano y abogaran por una teora que explicara y justificara el derecho desde el paradigma de la adjudicacin y del desacuerdo. La teora del derecho hartiana debe rechazarse in toto y debe ser sustituida por la teora del derecho como integridad. Pero sta no es la nica posibilidad ya que sera posible defender que los dos paradigmas son inconmensurables porque se preocupan de problemas distintos. La teora hartiana se pregunta por los acuerdos y la dworkiniana por los desacuerdos. En todo caso, enfocar el estudio del derecho desde el punto de vista de la adjudicacin no es una obsesin injustificada sino el desarrollo de una teora que muchos, y no slo los americanos, han considerado atractiva. Dos filsofos tan importantes como Habermas y Rawls consideran que la teora de la adjudicacin es el enfoque ms atractivo y genuino de la teora del derecho contempornea y en sus ltimas publicaciones dedican especial atencin a la teora del derecho como teora de la adjudicacin. En la agenda de la filosofa poltica contempornea ocupa un lugar destacado la teora de la deliberacin pblica y la teora de la adjudicacin genera una cultura de las razones pblicas y, por tanto, es un campo especialmente adecuado para el uso de estas teoras filosficas. El hecho de que nos preocupe ms la resolucin de los casos difciles es una buena muestra del impacto del paradigma realista y escptico no slo en el mbito estrictamente jurdico sino tambin en el filosfico general. Por ltimo, este enfoque no es exclusivo del realismo jurdico clsico sino de un sector muy importante de la teora jurdica contempornea que incluye desde Dworkin hasta Posner. (b) Por otra parte, la crtica de circularidad que usa para criticar al realismo jurdico puede revertirse al propio Hart pues la regla de reconocimiento no nos

225 identifica el derecho? Pero no son los jueces y los officials quines reconocen o son reconocidos por la regla de reconocimiento? cmo identificamos los sujetos que reconocen el derecho si son ellos los que permiten identificar el derecho? Acaso sern jueces antes de que se reconozca el derecho? Pero, no se es juez en virtud de una regla jurdica de competencia? La circularidad es un problema tanto para los hartianos como para los realistas. La posible respuesta de Hart, poner de manifiesto el aspecto sociolgico de la funcin de juzgar, puede mantenerla tambin el realismo jurdico. En sntesis, los realistas jurdicos y los hartianos tienen un problema semejante. No parece muy equitativo criticar a los realistas jurdicos por un problema que los propios hartianos tambin tienen. La salida ser considerar que tanto la regla de reconocimiento como la regla que define officials, jueces o rganos encargados de la coaccin, son conceptos primitivos. Creo que la respuesta de Kelsen era ms elegante. Consciente del problema, Kelsen sugiri una hiptesis lgico trascendental o una concepcin de la norma fundamental como una ficcin en el sentido de la filosofa del como si de Vaihinger. Si quieres entender el derecho desde el punto de vista de la teora pura del derecho debes suponer una norma fundamental hipottica que fundamenta la validez del derecho positivo. Esta norma es una exigencia del pensamiento, si no la presupones no juegas el juego cognoscitivo de la teora pura del derecho. Esos conceptos primitivos se asumen, son exigencias del pensamiento, son, si se quiere, dogmas que se justifican porque tienen un rendimiento explicativo. (c) Otro punto que Jos Juan usa para criticar al realismo jurdico es la distincin entre contexto de descubrimiento y contexto de justificacin. Creo que el uso de esta distincin no es del todo afortunada ya que el positivismo lgico sostuvo que no existan reglas que rigieran el contexto de descubrimiento y enfoc el anlisis filosfico en el contexto de justificacin, precisamente all en donde el kantismo haba quedado ms rezagado. La distincin que sugiri Reichenbach era muy rgida y desde planteamientos de Sociologa de la Ciencia fue criticada y con fundamento. Kuhn podra considerarse uno de los artfices del restablecimiento de las relaciones entre el contexto de descubrimiento y el de justificacin. La nocin de paradigma parece clave al determinar qu tipo de agenda cientfica y qu tipo de justificacin se puede establecer y no slo la lgica y el mtodo cientfico justifican, si no que hay algunas razones msmetafsicas. En la ciencia encontramos conceptos y dogmas que slo se asumen, no se justifican: se aceptan por razones pragmticas, es decir, por su rendimiento explicativo o por su capacidad de generar problemas interesantes. Reducir el pragmatismo y el realismo a problemas de motivacin y pensar que en el mbito de la teora realista los problemas de justificacin no ocupan un lugar relevante es inexacto. Por otra parte, existen algunas reglas sern las del mtodo cientfico? que nos ayudan a descubrir la verdad y en el contexto jurdico de descubrimiento la teora de la argumentacin ha tratado de encontrar reglas o modelos que permitan reducir la complejidad del descubrimiento de la

226 premisa relevante en el silogismo de la aplicacin del derecho. (d) Jos Juan reconoce que el principal argumento del escepticismo es el argumento de Kripke sobre el seguimiento de reglas. Estoy de acuerdo con l. El desafo kripkeano no tiene una respuesta convincente en su libro. Moreso sugiere que se puede interpretar a Wittgenstein de otra forma ms acorde con los intereses de la teora hartiana. Dice que Wittgenstein no cuestiona que la idea de correccin sea aplicable al seguimiento de reglas. Lo que Wittgenstein cuestiona es que tenga que haber alguna entidad mediadora entre nuestra captacin de la regla y nuestro seguimiento de ella. La imagen platnica (mecnica, como supondra un formalista extremo) de las reglas como rales es lo que est en cuestin. Sin embargo, la posicin de Wittgenstein puede considerarse intermedia entre esta hipostizacin de las reglas y la negacin de su existencia. Wittgenstein no pretende negar que las reglas puedan determinar su correcta aplicacin y as lo hace en los casos claros. (pg.216). Pero del argumento de Wittgenstein no se sigue que Kripke estuviera equivocado. Podemos pensar que el argumento kripkeano es vlido aunque no fuera fiel a Wittgenstein. La crtica de Kripke es devastadora y para mantener la Vigilia es absolutamente necesario luchar contra la indeterminacin radical del derecho. El argumento de autoridad nunca es un argumento definitivo y me pregunto si el desafo kripkeano puede tener una buena respuesta desde el mundo de la Vigilia que defiende Jos Juan. Desde mi punto de vista ste es el desafo ms importante que debe resolver el planteamiento de Jos Juan y exige establecer una relacin interna entre reglas y actos que garantice la objetividad en el seguimiento de reglas. 3. Una coda sobre el realismo interno (en sentido filosfico) Una ltima cuestin hace referencia al realismo interno de Dworkin y su teora de la respuesta correcta. Jos Juan usa la tesis de Putnam y su concepcin de realismo interno para sealar que la teora de la respuesta correcta de Dworkin es fantstica (o fantasiosa). Pero creo que el argumento no es adecuado porque sera posible, en realidad lo es, que el realismo interno de Dworkin no fuera idntico al de Putnam y que la opinin de Putnam no afectara al argumento de Dworkin. Pienso que para refutar la tesis de Dworkin , la tesis de la bivalencia y la tesis jurdica, debe acudirse al realismo interno del propio Dworkin y no al de Putnam. Adems la crtica de Putnam es incidental y la analoga entre el realismo interno putnamiano y el dworkiniano es forzada. En la agenda de la teora del derecho quien ha puesto en cuestin la discrecin y ha sostenido la respuesta correcta ha sido Dworkin. Por otra parte, quiz deberamos resaltar que la analoga entre el proceso judicial y la crtica literaria, que puede ser ilustrativa en algn sentido no lo es en otro. Cuando hablamos del color de los ojos de Madame Bovary estamos

227 presuponiendo que eso no es muy relevante para la interpretacin de la novela y la pregunta puede quedar sin respuesta, pero en el derecho, en los casos controvertidos, cuando planteamos un problema, exigimos que la respuesta est fundada en derecho y la mejor reconstruccin de los argumentos y valores jurdicos es la respuesta correcta. El juego del derecho es distinto al juego literario. Adjudicamos derechos y deberes, responsabilidades y beneficios. Dentro de la prctica parece implausible el empate o la indeterminacin y para eso no necesitamos un mobiliario del mundo sino una teora que construya una justificacin, la mejor, con los materiales que poseemos y con las mejores herramientas que nos convenza. Eso es lo que hacemos los juristas y parafraseando a Dworkin quiz haramos bien en creer en ello. El juego de la adjudicacin es distinto del juego literario o del juego descriptivo de normas. Por ltimo, ste es un libro que merece leerse y que no slo es de inters para los tericos del derecho. Ofrece herramientas para el anlisis del derecho y la interpretacin constitucional. Pienso que una de las mayores dificultades para su divulgacin reside en las continuas frmulas demostrativas que disuaden y limitan el uso del libro especialmente para aquellos juristas, yo dira la mayora, que desconocen la lgica formal. Desde aqu animara a los juristas a que lo leyeran saltndose si es necesario las frmulas porque el libro no decepciona, merece, exige atencin y exige respuestas, correctas?

Bruno Celano

Efficacia, anti-realismo, interpretazione

1. Introduzione Nel suo La indeterminacin del derecho y la interpretacin de la Constitucin (1997), Jos Juan Moreso affronta, con esemplare lucidit teorica e rigore argomentativo, gran parte dei temi attualmente al centro del dibattito filosoficogiuridico. Le mie osservazioni verteranno su tre ambiti problematici: 1. la teoria del significato di prescrizioni; 2. la posizione anti-realista, e la sua relazione con un approccio teorico giuspositivista; 3. il problema dellindeterminazione interpretativa. 2. Teoria del significato Moreso propone una teoria del significato (senso e forza) di prescrizioni (enunciati deontici e imperativi). La teoria proposta da Moreso mi sembra, nel complesso, da condividere; e presenta, in particolare, tre tratti decisamente convincenti: 1. la teoria del senso di prescrizioni, imperniata sulla convenzione-E; 2. linterpretazione della logica deontica come un riflesso dellordinaria logica aletica; 3. il ricorso alla distinzione fra direzioni di adattamento. (1) Moreso presenta una teoria del senso di prescrizioni1. Nella teoria di Moreso, lefficacia il valore semantico che conviene a prescrizioni, cos come la verit il valore semantico che conviene a enunciati dichiarativi, ed parassitaria di questultima (pp. 24-32, 43-56, 87). In estrema sintesi: data una prescrizione, in generale possibile costruire un obedience-statement ad essa corrispondente; tali obedience-statements sono ordinari asserti di fatto. Comprendere il senso di una prescrizione equivale a sapere che cosa ne costituisca osservanza, a quali condizioni, cio, essa potrebbe
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La teoria formale del senso di prescrizioni esposta nel cap. 1 (pp. 24 sgg.) e nellAppendice A (pp. 43-56) del libro di Moreso stata originariamente presentata in Moreso, Navarro 1996. (Dora in avanti, le indicazioni di numeri di pagina, senza ulteriori specificazioni, si riferiscono a Moreso 1997).
Analisi e diritto 1999, a cura di P. Comanducci e R. Guastini

230 dirsi osservata; equivale, dunque, a conoscere le condizioni di verit dellobedience-statement corrispondente. In questo modo, il senso di un enunciato deontico o imperativo fissato dalle condizioni di verit dellobediencestatement ad esso corrispondente; fissato, dunque, da equivalenze della forma: (E) La prescrizione X efficace se e solo se p. dove p lobedience-statement corrispondente a X (Moreso denomina convenzione-E lassunto, analogo alla convenzione-V di Tarski-Davidson, secondo cui una teoria materialmente adeguata del senso di prescrizioni deve implicare tutte le equivalenze aventi la forma appena specificata relative al linguaggio preso in considerazione). Lefficacia il valore semantico che conviene a prescrizioni; tale valore parassitario rispetto alla verit, il valore semantico che conviene a enunciati dichiarativi (in particolare, agli obedience-statements corrispondenti a prescrizioni). In questo senso, lefficacia di una prescrizione lanlogon della verit di un enunciato dichiarativo2. (2) Interpretazione della logica deontica (logica di norme): le (presunte) relazioni logiche fra norme (o fra imperativi) sono da intendere come il riflesso delle relazioni logiche intercorrenti fra gli obedience-statements ad esse corrispondenti; sono, dunque, parassitarie rispetto a relazioni logiche fra asserti descrittivi. questo, secondo Moreso, un modo ragionevole di risolvere il dilemma di Jrgensen (pp. 28-9). Sono del tutto daccordo con lui (cfr. in proposito Celano 1990, pp. 70-7, 182-6, 269-82; 1994, pp. 163-4; 1998). Linterpretazione della logica deontica come un riflesso delle relazioni logiche che intercorrono fra gli obedience-statements corrispondenti a norme una conseguenza della tesi che lefficacia sia il valore semantico che conviene a prescrizioni: come lefficacia parassitaria della verit, allo stesso modo la logica deontica parassitaria rispetto allordinaria logica aletica. (3) La teoria del significato di prescrizioni proposta da Moreso si avvale della distinzione fra direzioni di adattamento (pp. 33-4; cfr. anche pp. 37, 231). Anche in questo caso, sono daccordo con Moreso: la distinzione fra stati intenzionali (e la loro espressione) aventi direzione di adattamento mente-a-mondo (in senso

Lintuizione di fondo ha, ormai, una lunga tradizione, ed stata variamente sviluppata. Si veda in particolare Wittgenstein 1953, p. 421: ... den Befehl verstehen heie, wissen, wie es ist, wenn er ausgefhrt wurde (trad. it. p. 173: ... comprendere lordine significa sapere come stanno le cose quando lordine stato eseguito). Il parallelismo di questo passo wittgensteiniano con Wittgenstein 1922, 4.024 (Einen Satz verstehen heit, wissen, was der Fall ist, wenn er wahr ist; comprendere una proposizione vuol dire sapere che accada se essa vera) stato messo in luce da A. G. Conte (1982, p. 74). Per una discussione pi ampia e ulteriori riferimenti cfr. Celano 1993, pp. 52-4; 1994, pp. 704-7.

231 lato, credenze), e stati intenzionali aventi direzione dadattamento opposta, mondo-a-mente (in senso lato, desideri) , ritengo, illuminante. Nessuna teoria plausibile delle ragioni normative e motivanti dazione, e del discorso prescrittivo, pu farne a meno (cfr. Celano 1993, pp. 52-4, 58-60; 1994, cap. 5). 2.1. Convenzione-E e permessi Vi sono, per, alcune difficolt. Il primo problema che vorrei sollevare si tratta, in effetti, di una questione relativamente marginale riguarda il rapporto fra convenzione-E e permessi. Nella teoria di Moreso (p. 27, cors. mio): 1) lenunciato dichiarativo corrispondente a Op p (Sempre p), posto che, affinch una norma di obbligo sia osservata (cumplida), essa deve esserlo in tutte le occasioni durante lesistenza della norma medesima; 2) lenunciato dichiarativo corrispondente a Pp p (Qualche volta almeno una volta p), posto che, nel caso dei permessi, basta [affinch la norma sia cumplida] che il permesso sia usato, durante la storia della norma, in almeno unoccasione. Stando a quanto scrive lo stesso Moreso, dunque, nel primo caso (il caso della norma Op) lenunciato dichiarativo corrispondente alla norma esprime una condizione necessaria e sufficiente di efficacia della norma medesima; nel secondo caso (il caso della norma Pp), lenunciato dichiarativo corrispondente esprime una condizione meramente sufficiente, e non necessaria, di efficacia della norma medesima. E, tuttavia, la convenzione-E (lanlogon normativo della convenzione-V) stabilisce, relativamente a norme permissive, che: (E2) Pp efficace se e solo se p (ossia: Qualche volta p) vera (p. 28, cors. mio). Cos come, relativamente a norme di obbligo, essa stabilisce che: (E1) Op efficace se e solo se p (ossia: Sempre p) vera (p. 28). In breve, gli enunciati-E (cos come gli enunciati-V di una teoria tarskiana della verit, o di una teoria davidsoniana del senso di enunciati dichiarativi) sono equivalenze: esprimono una relazione di condizione necessaria e sufficiente. C, dunque, qualcosa che non va. Si consideri il caso di una norma che qualifica come facoltativo un comportamento; si supponga, inoltre, che il comportamento in questione non venga mai tenuto durante lesistenza della norma. In questo caso, si dovr dire che la norma non efficace; il che, direi, fortemente controintuitivo. La difficolt , beninteso, rilevata dallo stesso Moreso (pp. 49-50, 51, 54). Moreso riconosce esplicitamente che la ricostruzione da lui proposta (cio, (E2))

232 ha alcune conseguenze controintuitive3. Allo scopo di evitare lobiezione, (E2) espressamente presentata da Moreso, seguendo G. H. von Wright (1983, p. 139), come una stipulazione (una convenzione, p. 49) delle condizioni di efficacia di un permesso. Tuttavia, la stipulazione non convince. Il termine efficacia possiede, al livello intuitivo, un significato relativamente determinato. Tale significato adeguatamente riflesso da (E1); non lo , per, da (E2). Questa asimmetria mostra, ritengo, che la stipulazione proposta da Moreso non opportuna. Pi precisamente. Si deve assumere, ritengo, che la nozione di efficacia rilevante ai fini della convenzione-E sia, in generale, la nozione (kelseniana; cfr. Kelsen 1945, p. 40, trad. it. p. 40) secondo la quale lefficacia di una norma consiste solo ed esclusivamente nella corrispondenza fra il comportamento effettivo e la norma, quali che siano le cause di tale corrispondenza (in particolare, quali che siano i motivi, o le ragioni, che inducono i destinatari a tenere un comportamento corrispondente alla norma); che, insomma, nellaccezione rilevante ai fini della convenzione-E lefficacia di una norma non si leghi alla motivazione dei comportamenti (p. 50). Orbene: largomento addotto da Moreso a sostegno della propria proposta di stipulazione fa leva su una diversa nozione di efficacia, una nozione che, di contro, fa espressamente riferimento alla motivazione del comportamento effettivo dei destinatari: una norma permissiva efficace se e solo se usata dal destinatario (pp. 27, 49); quando, cio, il destinatario si avvale del permesso accordatogli. La norma appare qui, dunque, come fattore motivante del comportamento effettivo da parte del suo destinatario. Se si assume questa nozione di efficacia, lidea che una norma permissiva sia efficace solo se il comportamento permesso ha effettivamente luogo (in almeno unoccasione) pu apparire del tutto plausibile. Non, per, se si assume una nozione motivazionalmente neutrale di efficacia, alla stregua della quale lefficacia di una norma non dipende dalle motivazioni del comportamento. Ed questultima, ritengo, la nozione di efficacia rilevante ai fini della convenzione-E. Quella che ho appena sollevato , comunque, una questione di importanza secondaria. Per di pi, lo confesso, non ho la pi pallida idea di quali possano esserne le implicazioni. Passo, dunque, alla trattazione di un problema non marginale.

Una norma che qualifichi come facoltativa unazione individuale in un momento determinato sar sempre inefficace (nessuno pu compiere unazione e ometterla allo stesso tempo) (pp. 49-50). Moreso suggerisce qui (seguendo Alchourrn, Bulygin 1981) una via alternativa: poich i permessi non appaiono, in linea di principio, suscettibili di osservanza (cumplimiento), allora non esprimono realmente prescrizioni allo stesso modo degli obblighi e dei divieti; sono, forse, espressione di atti di abrogazione di divieti anteriori, o atti di abrogazione anticipata (p. 50).

233 2.2. Efficacia e validit Lidea di fornire una semantica (e di costruire una logica) di enunciati prescrittivi mediante la semantica (e la logica) di enunciati dichiarativi ad essi corrispondenti (obedience-statements, o come li si voglia chiamare) , a mio giudizio, assai plausibile. Questa intuizione, come si visto, trova espressione in una tesi: lefficacia il valore semantico che conviene a enunciati prescrittivi, e tale valore parassitario della verit (il valore semantico che conviene a enunciati dichiarativi). Questa tesi, a sua volta, sta alla base della convenzione-E. C, per, una difficolt. Con ci non intendo suggerire che lintuizione di fondo, la tesi, e la convenzione-E siano affette da un vizio che vi sia un qualche errore concettuale nascosto, o che lintuizione non colga nel segno. Sono, anzi, convinto del contrario. Ma c, per lappunto, un problema residuo, la cui natura e le cui implicazioni non mi sono affatto chiare. La difficolt la seguente. Una caratteristica peculiare del predicato vero, caratteristica che assume unimportanza cruciale nelle teorie del significato (del senso) la Davidson (teorie che sfruttano la convenzione-V come il mezzo che consente di determinare il senso di enunciati; Davidson 1967) la seguente: lattribuzione del predicato vero a un enunciato (dichiarativo) consente di decitare lenunciato medesimo: la verit de-citazione (lascer qui in sospeso il problema se la verit sia solo de-citazione; comunque sia, essa anche decitazione)4. in virt di questo tratto che si pu ritenere che unequivalenza-V (unequivalenza, grosso modo, della forma: Lenunciato p vero se e solo se p), fissando le condizioni di verit dellenunciato menzionato nella parte sinistra dellequivalenza, fissi, al tempo stesso, il significato (il senso) di tale enunciato medesimo. Orbene: lattribuzione del predicato efficace a un enunciato prescrittivo (normativo o imperativo) non consente, a differenza dellattribuzione del predicato vero a un enunciato dichiarativo, di de-citare lenunciato prescrittivo medesimo. La norma Op efficace se e solo se Sempre p; ma asserire che la norma Op efficace non equivale ad asserire che Op (ad asserire, cio, Op). Di contro, asserire che lenunciato La neve bianca vero equivale ad asserire che la neve bianca (ad asserire, cio, lenunciato La neve bianca). Il problema , dunque, il seguente: si pu sostenere che una semantica di prescrizioni imperniata sulla convenzione-E sia in grado di fornire una teoria com4

La tesi che la verit sia de-citazione la riformulazione quineana del nocciolo della teoria della verit come corrispondenza; cfr. Quine 1970, p. 12; 1987, p. 213 (attribuire verit allenunciato La neve bianca attribuire bianchezza alla neve; lattribuzione di verit a La neve bianca non fa che cancellare le virgolette, e dice che la neve bianca. La verit de-citazione (disquotation)); 1990, p. 80; cfr. inoltre Platts 1979, p. 16; Searle 1995, pp. 201-2.

234 pleta del senso di prescrizioni, allo stesso modo in cui una semantica imperniata sulla convenzione-V in ipotesi in grado di fornire una teoria completa del senso di enunciati dichiarativi? O non si dovr piuttosto dire che il ricorso alla convenzione-E consente di fornire una semantica degli argomenti (dei frastici, dei sentence-radicals, o come li si voglia chiamare) di prescrizioni, ma non del senso di prescrizioni complessivamente considerato5? Questo interrogativo sottende, in effetti, una difficolt ricorrente della teoria prescrittivista di norme: la componente deontica del significato di un enunciato deontico va rappresentata come attinente alla sua forza, o come attinente al suo senso? R. M. Hare, fra gli altri, si imbattuto in questa difficolt. A prima vista, sembra si possa rappresentare la componente deontica del significato di un enunciato deontico come un elemento situato sullo stesso piano del segno di asserzione di Frege: prescrivere che p un atto, coordinato allasserire che p. Sembra, dunque, si possa utilizzare uno schema di analisi di prescrizioni a due caselle: frastico (cio: senso) e neustico (lequivalente prescrittivo del segno di asserzione fregeano; cfr. Hare 1949; 1952, pp. 17-22). Ma come rilevato dallo stesso Hare (1970; 1971) sotto limpulso delle obiezioni mosse da P. T. Geach e J. R. Searle6 questo modello di analisi si rivela insufficiente: enunciati prescrittivi possono ricorrere non affermati (non asseriti), embedded, in disgiunzioni o in condizionali ( questo, com noto, il cosiddetto Frege-Geach problem; cfr. in proposito Celano 1994, pp. 286-90, 707-9). Dunque, parrebbe, la componente prescrittiva deve essere rappresentata come un aspetto del senso di enunciati prescrittivi. Da qui lintroduzione, da parte di Hare, di una nuova nozione analitica la nozione di tropico avente la funzione di rappresentare il modo dellenunciato quale componente del suo senso; e, con essa, il ricorso a un modello di analisi non pi a due, ma a tre caselle: frastico, neustico e tropico7. La teoria del significato di prescrizioni proposta da Moreso in grado di superare, o aggirare, questa difficolt? Oppure essa si ripropone anche nella teoria di Moreso? La difficolt, si noti, ulteriormente acutizzata da tre circostanze. (1) Gli enunciati deontici (ma non gli imperativi; questa unulteriore asimmetria) soddisfano, almeno a prima vista, le condizioni fissate dalla nozione di proposizione definita da von Wright (1984): un enunciato (ben formato) E

Anche in questo caso, la consapevolezza del problema risale a L. Wittgenstein: Si vuol dire che un comando unimmagine (Bild) dellazione compiuta in conformit al comando? Ma anche unimmagine dellazione che si deve (soll) compiere in conformit al comando (1953, I, par. 519). 6 Geach 1960, pp. 222-3, 1965, pp. 259-60; Searle 1962; cfr. anche Ross 1968, pp. 13-4, 17-8, 71-4. 7 La stessa difficolt, ritengo, sta alla base dellalternativa fra concezione iletica e concezione espressiva delle norme (Alchourrn, Bulygin 1981).

235 esprime una proposizione se e solo se lenunciato ottenuto premettendo a E la clausola vero che anchesso ben formato. Moreso sembra adottare questa nozione di proposizione (la sua adozione, sostiene Moreso, rende pi plausibile lipotesi che vi siano proposizioni prive di valore di verit; p. 81). Tuttavia, il ricorso alla nozione di proposizione definita da von Wright sembra implicare che anche gli enunciati deontici esprimano proposizioni. Premettendo a un enunciato deontico ben formato lespressione vero che si ottiene un enunciato almeno apparentemente ben formato (cfr. in proposito Celano 1994, pp. 341-5). (2) Forse, possibile costruire un predicato, attribuibile a enunciati normativi (ma non, ancora una volta, a enunciati imperativi), che ne consente allo stesso modo in cui la consente lattribuzione del predicato vero a enunciati dichiarativi la de-citazione. C, infatti, un senso del predicato valido nel quale tale predicato consente di formulare equivalenze della forma: (E3) La norma Op valida se e solo se Op. La nozione di validit rilevante quella kelseniana (cfr. Kelsen 1945, pp. 30-1, 115-6, trad. it. pp. 30-1, 116-7; 1960, pp. 7-8, 48, 196, trad. it. pp. 17, 59, 217) secondo la quale con il termine validit si intende lobbligatoriet, o forza vincolante, di una norma. In estrema sintesi: una norma ad es., la norma I bambini devono obbedire ai propri genitori valida se e solo se ha forza vincolante ( obbligatoria); una norma ha forza vincolante ( obbligatoria) se e solo se si deve fare ci che essa prescrive di fare; dunque, la norma I bambini devono obbedire ai propri genitori valida se solo se i bambini devono obbedire ai propri genitori. La funzione adempiuta dal predicato valido (validit come obbligatoriet, o forza vincolante), riferito a norme, , analogamente alla funzione adempiuta dal predicato vero, riferito a enunciati dichiarativi, una funzione di de-citazione. In questo senso, il predicato valido si comporta, relativamente a norme, allo stesso modo in cui il predicato vero si comporta relativamente a enunciati dichiarativi; , in breve, lanlogon normativo di questultimo8. Quanto si appena detto sembra legittimare unipotesi. Sembra si possa stipulare (accanto alla convenzione-E?) una convenzione-VAL, secondo la quale una teoria soddisfacente della validit (nellaccezione rilevante: validit come obbligatoriet, o forza vincolante) deve implicare (condizione di adeguatezza materiale) tutte le equivalenze aventi la forma (E3), o enunciati-VAL, relative al linguaggio preso in considerazione. E che da essa si possa ricavare allo stesso modo in cui Davidson ha ricavato, dalla teoria della verit di Tarski, una teoria

Ho sviluppato la nozione di validit come de-citazione in Celano 1999.

236 del senso di enunciati dichiarativi una teoria del senso di enunciati deontici. Sembrano quindi valere, al contempo, due analogie: (1) Verit : asserto di fatto = efficacia : norma (2) Verit : asserto di fatto = validit : norma Questo risultato sorprendente. Quale potrebbe essere il senso, e quali le implicazioni, di questa duplice analogia? effettivamente possibile costruire una teoria della validit (validit come de-citazione) imperniata su una ipotetica convenzione-VAL, e analoga alla teoria tarskiana della verit? Si pu ritenere che la convenzione-VAL sia atta a fornire una teoria completa del senso di prescrizioni? Non cercher qui di rispondere a queste domande. Quanto detto sinora sembra suffragare lipotesi che la teoria del senso di prescrizioni proposta da Moreso, imperniata sulla convenzione-E, non sia una teoria completa del senso di prescrizioni. Qualcuno, per, potrebbe obiettare che il predicato valido, nellaccezione nella quale stato appena introdotto, non affatto lanlogon normativo del predicato vero; , banalmente, il predicato vero (dunque, cos prosegue lobiezione, se si ritiene che le prescrizioni non siano suscettibili di verit o falsit, si dovr rigettare lipotesi appena formulata). Su questo punto, mi limiter a due considerazioni. 1) possibile, forse, definire il predicato valido (nellaccezione specificata: validit come obbligatoriet) nei termini di una metaetica espressivistica (un buon candidato a questo scopo potrebbe essere il quasi-realismo proiettivista; cfr. Blackburn 1984, capp. 5, 6; 1993, parte II), e non in termini cognitivistici, o oggettivistici (non, cio, come espressione di una propriet indipendente da credenze e desideri umani). Forse, per di pi, la costruzione di un simile predicato un predicato di de-citazione di enunciati deontici non soltanto compatibile con una ricostruzione espressivistica (proiettivista) del discorso normativo, ma necessaria ai fini di questultima (cfr. in proposito Celano 1999). Se la teoria del senso di prescrizioni fornita da Moreso dovesse rivelarsi incompleta si potrebbe, forse, percorrere questa prima via. Essa consentirebbe, al contempo, la soluzione del Frege-Geach problem (loccorrenza di enunciati deontici embedded sarebbe da interpretare come una sorta di esplorazione delle implicazioni e delle relazioni reciproche fra i nostri eventuali commitments normativi; cfr. Blackburn 1981, p. 178), e la costruzione di una semantica adeguata, non cognitivista, del discorso normativo. 2) Alternativamente, si pu accogliere una concezione deflazionistica, o una concezione minimalista, della verit (una concezione, cio, secondo la quale, grosso modo, la verit de-citazione senza corrispondenza), e concedere che il predicato vero, cos inteso, convenga a enunciati deontici (cfr. Horwich 1990, pp. 87-8; Wright 1996; Williams 1996, pp. 19, 21-2, 26). In questo modo, sarebbe possibile fornire una semantica di enunciati deontici in termini di valori di

237 verit, e lasciare al non-cognitivista la possibilit e lonere di argomentare che, nel campo del discorso normativo, si ha s verit, ma non corrispondenza. Ancora una volta, se la teoria del senso di prescrizioni fornita da Moreso dovesse rivelarsi incompleta si potrebbe, forse, percorrere questa seconda via. (3) La teoria del significato di prescrizioni fornita da Moreso si avvale, come ho accennato, della distinzione fra direzioni di adattamento. Nella teoria di Moreso, per, la contrapposizione fra le due direzioni di adattamento mondo-aparole e parole-a-mondo attiene (non al senso, ma) alla forza di enunciati (rispettivamente, enunciati prescrittivi e enunciati descrittivi; pp. 33-4, 37). Questa soluzione non mi sembra del tutto convincente. Ho formulato lipotesi che la teoria del senso di prescrizioni fornita da Moreso non sia una teoria completa. Se non lo , suggerisco che, ai fini della sua integrazione, sia necessario fare riferimento alla distinzione fra direzioni di adattamento; e che, di conseguenza, non si possa relegare tale distinzione (come invece fa Moreso) sul piano della forza, anzich del senso, di enunciati prescrittivi. 3. Anti-realismo, incompletezza, incoerenza 3.1. Anti-realismo e positivismo giuridico Moreso propone una forma di anti-realismo, o costruttivismo, giuridico. Qual la relazione che intercorre, secondo Moreso, fra lanti-realismo giuridico e il positivismo giuridico? La tesi metafisica dellanti-realismo giuridico asserisce che: Non esiste un mondo giuridico che trascenda la nostra capacit di conoscere il diritto costruito dagli esseri umani, e che sia atto a rendere vere o false le proposizioni giuridiche (p. 80). Questa tesi, sottolinea Moreso, intimamente connessa con il positivismo giuridico, con la tesi secondo la quale lesistenza del diritto in una societ dipende soltanto da certi fatti sociali, dipende unicamente dallattivit umana (p. 80). Daltro lato, per, Moreso prende le distanze dallanti-realismo come progetto filosofico globale, proposto e difeso da M. Dummett. Il progetto di Dummett scrive Moreso ambizioso (...). Le mie pretese qui sono pi modeste. Non intendo sostenere una posizione anti-realista globale. possibile che il realismo sia la concezione adeguata a certi settori della conoscenza umana. Tuttavia, poich il diritto una costruzione umana, appare plausibile sostenere una concezione anti-realista, o costruttivista, per la classe delle proposizioni giuridiche (p. 79). Ma, ci si potrebbe chiedere, per chi ritenga che il diritto sia una costruzione umana non forse naturale ritenere che, almeno in alcuni settori della conoscenza

238 umana specificamente, la sfera della conoscenza di fatti naturali il realismo sia la posizione filosofica corretta? E non sarebbe forse incongruente assumere una posizione anti-realista globale? Insomma: non forse naturale, per un giuspositivista conseguente, rifiutare una posizione anti-realista globale, e accettare, piuttosto, una posizione realista per quanto attiene alla sfera dei fatti naturali? E, dunque, individuare nellanti-realismo la posizione teorica appropriata allambito della conoscenza di lasting objects to believe in, prodotti da agenti umani imitando la verit9? Mi spiego. Secondo Moreso, come abbiamo appena visto, un approccio anti-realista in materia di analisi delle proposizioni giuridiche si adatta in modo del tutto naturale a una teoria del diritto positivistica (sussiste una intima connessione fra le tesi fondamentali del costruttivismo giuridico e il positivismo giuridico). Questa tesi , ritengo, assai plausibile, e la condivido. Secondo Moreso, tuttavia, ladozione di un approccio anti-realista in materia di analisi delle proposizioni giuridiche, da parte di un teorico del diritto giuspositivista, compatibile con sebbene non la implichi necessariamente ladozione della posizione antirealista come posizione filosofica globale. Ai fini di un giudizio sullopportunit di adottare un approccio anti-realista in materia di analisi delle proposizioni giuridiche non necessario prendere posizione sulla questione se lanti-realismo, in quanto posizione filosofica globale, sia da accettare o meno (p. 79). Questa ulteriore tesi mi sembra, per, dubbia. Non intendo sostenere che un approccio giuspositivista, e ladozione di una forma di anti-realismo giuridico, siano concettualmente incompatibili con ladesione al programma dellanti-realismo globale. Mi sembra, per, che le ragioni che stanno alla base delladesione, da parte di un giuspositivista conseguente, al programma dellanti-realismo giuridico spingano nella direzione del rifiuto del programma dellanti-realismo globale. Le ragioni che giustificano, dal punto di vista di un teorico del diritto giuspositivista, ladozione di un approccio anti-realista in materia di analisi delle proposizioni giuridiche sono riconducibili, ritengo, allassunto lassunto costitutivo del positivismo giuridico secondo il quale il diritto un fenomeno (non naturale, ma) artificiale: un artefatto, o un prodotto, umano. questa, in ultima istanza, la premessa che rende plausibile, agli occhi del giuspositivista, labbandono del principio di bivalenza per quanto attiene a una logica delle proposizioni giuridiche (la tesi, cio, secondo cui sono possibili proposizioni giuridiche prive di valore di verit). Ma ecco il punto cruciale questo tipo di giustificazione delladozione di un approccio anti-realista in materia di proposizioni giuridiche sembra presupporre, o comunque richiedere, ladozione di un approccio realista in materia di asserti descrittivi vertenti su fatti naturali. Se la ragione per la quale

Truth was their model as they strove to build / a world of lasting objects to believe in lepigrafe, tratta da unopera di W. H. Auden, del libro di Moreso. Credo la si possa considerare una formulazione eccezionalmente perspicua dellintuizione di fondo del positivismo giuridico.

239 appare plausibile lidea che alcune proposizioni giuridiche siano prive di valore di verit lassunto che il diritto sia opera umana, e che, come tale, possa essere incompiuto, non-finito, lattrattiva dellapproccio anti-realista sparisce non appena lo si coniughi con un approccio anti-realista globale (in particolare, un approccio anti-realista per quanto attiene alla sfera degli asserti di fatto vertenti su fatti naturali). In altri termini. Alla radice del positivismo giuridico si trova lassunto che vi sia per cos dire uno scarto, una cesura, fra ci che , accade o si verifica per natura, e gli oggetti e i fatti giuridici, frutto di costruzione umana. Lapproccio anti-realista si presta in modo del tutto plausibile a esprimere questo scarto. Lattrattiva che esso riveste agli occhi di un aspirante giuspositivista risiede, precisamente, nella sua idoneit a rendere conto della possibilit che il diritto, in quanto oggetto costruito dalluomo, sia in se stesso incompiuto, indeterminato. Tuttavia, ladozione dellapproccio anti-realista non atta a esprimere lo scarto in questione, a meno che non la si coniughi con una posizione (non anti-realista, ma) realista in materia di fatti naturali. 3.2. Anti-realismo e antinomie C di pi. Una teoria del diritto positivista (una teoria che aspiri a rendere conto del diritto in quanto insieme di oggetti duraturi costruiti dalluomo imitando la verit) deve essere in grado di rendere conto della possibilit che il diritto sia, non soltanto incompleto (che il diritto sia, per cos dire, unopera incompiuta), ma anche incoerente (che il diritto abbia, per cos dire, delle crepe, o delle incrinature). necessario, in breve, che essa sia in grado di rendere conto della possibilit che un ordinamento giuridico sia antinomico. Ebbene: il costruttivismo giuridico di Moreso (la teoria moresiana delle proposizioni giuridiche) , ritengo, in grado di rendere conto in modo soddisfacente della possibilit che il diritto sia incompleto. Ladozione della posizione anti-realista in sede di analisi delle proposizioni giuridiche (lammissione, cio, della possibilit di proposizioni giuridiche prive di valore di verit) adempie, precisamente, questa funzione (e la adempie, ritengo, in modo assai perspicuo). Ma: la teoria di Moreso in grado di rendere conto, in modo altrettanto soddisfacente e perspicuo, della possibilit che il diritto sia incoerente? La logica degli enunciati giuridici (proposizioni giuridiche) elaborata da Moreso in grado di dare conto della possibilit di ordinamenti giuridici antinomici? Non mi pare. La posizione di Moreso in materia di antinomie la seguente: un sistema giuridico (in generale: un sistema normativo) che contenga antinomie non ha alcuna conseguenza logica rilevante (pp. 73-4)10. Secondo Moreso, questa definizione

Pi precisamente, possibile definire un sistema normativo incoerente come (se e solo se) un sistema privo di conseguenze logiche rilevanti (p. 74).

10

240 aiuta a comprendere in che senso un sistema normativo inconsistente difettoso (p. 74). Non condivido, per, questa tesi. Non intendo mettere in questione la coerenza della costruzione di Moreso. Mi sembra, per, che essa comporti una sorta di overkilling. Mi spiego. Nei sistemi (normativi) giuridici inconsistenti, sostiene Moreso, qualsiasi stato di cose normativamente indeterminato in forma rilevante, sebbene ogni stato di cose sia normativamente determinato da infinite conseguenze irrilevanti. Dunque, le proposizioni giuridiche riferite a sistemi inconsistenti (...) sono prive di valore di verit (sono, si noti, tutte prive di valore di verit). Poich la verit delle proposizioni giuridiche (...) presuppone lappartenenza di determinate conseguenze rilevanti al sistema preso in considerazione, essa presuppone (...) che tale sistema sia consistente (pp. 128-9; cfr. anche p. 88). Questa conclusione mi sembra fortemente controintuitiva; si tratta, per lappunto, di un evidente caso di overkilling. Un sistema giuridico inconsistente , nella teoria di Moreso, del tutto privo di contenuto direttivo (, per cos dire, direttivamente nullo, o vacuo); le proposizioni giuridiche aventi ad oggetto tale sistema sono, tutte, prive di valore di verit. Credo, per, che una teoria giuspositivistica plausibile, che concepisca il diritto come un insieme di oggetti prodotti dalluomo imitando la verit, debba essere tale da lasciare aperta la possibilit che un sistema normativo sia inconsistente, e che, ci nonostante (sotto certe condizioni, che non cercher qui di specificare), non tutte le sue conseguenze logiche siano irrilevanti; che esso, in altri termini, conservi un quantum di contenuto direttivo. Se, dal momento che i sistemi giuridici sono artefatti umani, deve essere concessa la possibilit che essi siano opere incompiute (anti-realismo dellincompletezza), allo stesso modo, e per la medesima ragione, deve essere lasciata aperta la possibilit che essi abbiano delle crepe, e siano, ci nondimeno, esistenti (anti-realismo dellincoerenza)11. In altri termini. Concepire il diritto come un insieme di oggetti prodotti dalluomo imitando la verit implica che una logica adeguata delle proposizioni giuridiche debba rendere conto non soltanto della possibilit di lacune (mediante labbandono del principio di bivalenza, o un espediente analogo12; in generale,

Questa obiezione in un certo senso speculare rispetto a quella, criticata da Moreso (p. 74, n. 19), che M. Atienza (1992, pp. 1017-8) ha mosso contro la tesi che i sistemi giuridici siano sistemi logici. Se i sistemi giuridici fossero sistemi logici, sostiene Atienza, allora, nellipotesi che in un sistema giuridico, S, si desse uninconsistenza, si dovrebbe concludere che qualsiasi norma possibile appartiene a S; il che palesemente assurdo. A questa obiezione Moreso (p. 74, n. 19) replica che la conclusione non segue dalle premesse, poich, in caso di inconsistenza, il sistema non ha alcuna conseguenza logica rilevante. , per, possibile controreplicare: nella teoria di Moreso, se si d inconsistenza nessuna conseguenza normativa rilevante appartiene al sistema; e ci in generale controintuitivo. 12 Nella teoria di Moreso, ladozione della logica della verit elaborata da G. H. von Wright (pp. 81 sgg.).

11

241 mediante lammissione della possibilit di proposizioni giuridiche prive di valore di verit), ma anche della possibilit di antinomie. La ratio teorica , nei due casi, la stessa: il diritto unopera umana; pu, dunque, non soltanto essere incompiuto, ma anche essere mal fatto, ed esserlo, in particolare, perch incoerente. La teoria delle proposizioni giuridiche presentata da Moreso, per, implica per cos dire lazzeramento di un sistema giuridico antinomico: un sistema giuridico antinomico del tutto privo di contenuto direttivo (, cio direttivamente nullo, o vacuo); le proposizioni giuridiche vertenti su tale sistema sono, tutte, prive di valore di verit. Dunque, se per quanto attiene alla possibilit di lacune la teoria moresiana dellindeterminazione (logica) del diritto appare soddisfacente e perspicua, per quanto attiene alla possibilit di antinomie essa conduce, di contro, a un esito inaccettabile. 4. Indeterminazione interpretativa (a proposito di M.me Bovary) Si consideri la domanda (p. 79): (1) Il sangue di M.me Bovary del gruppo A o no? (Cio: lenunciato Il sangue di M.me Bovary del gruppo A vero, oppure falso?) Che tipo di domanda la (1)? La (1) non verte, ritengo, sul problema se nel romanzo di Flaubert sia di fatto presente lenunciato Il sangue di M.me Bovary del gruppo A (se non altro perch Madame Bovary in francese). Moreso sarebbe, ritengo, disposto a concedere che vi sono enunciati, assenti nel romanzo di Flaubert, il cui valore di verit , relativamente al mondo-Flaubert, determinato (ad es., lenunciato M.me Bovary soffre di una grave forma di frustrazione). La (1) , piuttosto, una domanda relativa al significato da attribuire a enunciati di fatto presenti nel testo di Flaubert. Attribuire significato a enunciati interpretare. La (1) , dunque, una domanda interpretativa: una domanda relativa a quale sia linterpretazione appropriata del romanzo di Flaubert (relativamente a una questione particolare). Assumiamo, dunque, che la (1) sia una domanda interpretativa. Ci sono ottime ragioni per supporre che la (1) sia una cattiva domanda. Che, in particolare, lenunciato Il sangue di M.me Bovary del gruppo A sia privo di valore di verit. Ci sono, insomma, ottime ragioni per ritenere che il romanzo di Flaubert non fornisca gli elementi necessari per rispondere alla (1). Il problema per: che tipo di ragioni sono le ragioni in questione? Immaginiamo che qualcuno sostenga che il sangue di M.me Bovary del gruppo A; che, dunque, lenunciato Il sangue di M.me Bovary del gruppo A abbia, effettivamente, un valore di verit (sia, in particolare, vero). Ci troveremmo, in questo caso, di fronte a un disaccordo. Il problema sul quale verte il disaccordo il disaccordo fra chi afferma, e chi nega, che lenunciato Il sangue di M.me Bova-

242 ry del gruppo A abbia un valore di verit : (2) Il sangue di M.me Bovary del gruppo A, oppure n , n non , del gruppo A? (Cio: lenunciato Il sangue di M.me Bovary del gruppo A ha un valore di verit, oppure privo di valore di verit?) Ebbene: la (2) anchessa una domanda interpretativa? Ossia: le buone ragioni che ci inducono a supporre che la (1) sia una cattiva domanda, e che lenunciato Il sangue di M.me Bovary del gruppo A sia privo di valore di verit, sono ragioni di ordine interpretativo? Non vedo come si possa rispondere negativamente a questa domanda. La (1) , come abbiamo visto, una domanda interpretativa. Ci che intendiamo dire, quando affermiamo che lenunciato Il sangue di M.me Bovary del gruppo A non n vero n falso, che nessuna interpretazione plausibile del romanzo di Flaubert autorizza lattribuzione del valore vero, o del valore falso, a tale enunciato. Ma, se la risposta affermativa se, cio, anche la (2) una domanda interpretativa -, allora una questione di interpretazione se lenunciato Il sangue di M.me Bovary del gruppo A abbia o non abbia un valore di verit. Chi afferma che lenunciato Il sangue di M.me Bovary del gruppo A non n vero n falso sta formulando (ci che egli ritiene essere) linterpretazione pi plausibile del romanzo di Flaubert (per quanto attiene a questo punto). Dunque: la tesi secondo cui lenunciato Il sangue di M.me Bovary del gruppo A non n vero n falso (, cio, privo di valore di verit) il risultato di ci che tutti noi saremmo disposti a qualificare come linterpretazione pi plausibile, o ragionevole (sensata), del romanzo di Flaubert (in relazione a questo punto). Si noti: non di fatto impossibile che qualcuno sostenga che, nel mondo-Flaubert, il sangue di M.me Bovary del gruppo A; n, in particolare, si pu escludere la possibilit che, di fatto, qualcuno sostenga che un interprete oculato, sufficientemente attento alle sfumature del testo, debba pervenire a questa conclusione. Tutti noi, per, giudicheremmo del tutto priva di plausibilit questa ipotesi interpretativa; tutti noi saremmo disposti a sostenere che, dato linsieme delle interpretazioni plausibili di Madame Bovary, in nessuna di tali interpretazioni lenunciato Il sangue di M.me Bovary del gruppo A ha il valore di verit vero o falso. Si consideri ora largomento addotto da Moreso contro la tesi dworkiniana dellunica risposta corretta. Scrive Moreso: Se non c alcun modo di determinare, in conformit al romanzo di Flaubert, il colore degli occhi di Madame Bovary, allora non si ottiene nulla assumendo che vi sia un modo migliore di ricostruire il romanzo che conferirebbe un valore di verit alla proposizione relativa al colore degli occhi di Madame Bovary. Dal momento che vi sono pi modi di ricostruire il romanzo su questo punto, preferibile dire che le proposizioni relati-

243 ve al colore degli occhi di Madame Bovary sono prive di valore di verit. Lo stesso pu dirsi a proposito delle proposizioni giuridiche; se un caso non ha una soluzione normativa univoca e pu essere risolto in pi modi, allora non si ottiene nulla insistendo che deve esserci una ricostruzione migliore delle altre (pp. 204-5, cors. mio). Credo che questo argomento sia, relativamente a entrambi i casi, (il caso di Madame Bovary, e il caso delle norme giuridiche), viziato da una petizione di principio. A quali condizioni, secondo Moreso, possibile concludere che la proposizione relativa al colore degli occhi di M.me Bovary priva di valore di verit? A condizione che non vi sia alcun modo di determinare, in conformit al romanzo di Flaubert, il colore degli occhi di M.me Bovary; a condizione, cio, che vi siano pi modi di ricostruire il romanzo su questo punto. Ma, se le cose stiano cos o meno se, cio, vi sia o no un modo di determinare, in conformit al romanzo di Flaubert, il colore degli occhi di M.me Bovary; se, in altri termini, vi siano o no pi modi di ricostruire il romanzo su questo punto , precisamente, una questione di interpretazione: se, in una interpretazione plausibile del romanzo, lenunciato Gli occhi di M.me Bovary sono azzurri sia vero o falso. Dunque, affermare che, dal momento che vi sono pi modi di ricostruire il romanzo su questo punto (ossia: se non c alcun modo di determinare, in conformit al romanzo di Flaubert, il colore degli occhi di M.me Bovary), scarsamente sensato andare alla ricerca di un modo migliore di ricostruire il romanzo che conferirebbe un valore di verit alla proposizione relativa al colore degli occhi di M.me Bovary, equivale a dire che, se il modo pi plausibile di ricostruire il romanzo non consente di attribuisce alcun valore di verit alla proposizione relativa al colore degli occhi di M.me Bovary, allora linterpretazione pi plausibile di Madame Bovary non consente di attribuire, a tale proposizione, alcun valore di verit. Il che, mi sembra, costituisce una tautologia. In altri termini. Largomento di Moreso ha la struttura seguente: in certi casi, sono possibili pi interpretazioni di un unico e medesimo testo, tali che, in una di esse, la proposizione p vera, e in unaltra, falsa; in casi siffatti, opportuno riconoscere che p non n vera n falsa , cio, priva di valore di verit. Ma, ecco il punto, se lantecedente di questo condizionale sia vero dipende da uninterpretazione da quale si ritenga essere linterpretazione pi plausibile del testo in questione. Dunque, la tesi secondo cui, in casi siffatti, p priva di valore di verit , anchessa, una fra le interpretazioni possibili del testo preso in considerazione. Ci da cui dipende se sia possibile o meno determinare, in conformit al romanzo di Flaubert, il colore degli occhi di M.me Bovary (se vi sia o no, cio, uno e un solo modo di ricostruire il romanzo di Flaubert su questo punto), linsieme dei criteri interpretativi adottati da chi legge il romanzo. Allo stesso modo: a quali condizioni, secondo Moreso, si pu affermare che una proposizione giuridica priva di valore di verit? A condizione che un caso non abbia una soluzione normativa univoca, e possa essere risolto in pi

244 modi. Ma, se un caso abbia o non abbia, in un sistema giuridico dato, una soluzione normativa univoca (se, cio, una certa proposizione giuridica sia vera, falsa, o n vera n falsa) una questione di carattere interpretativo, la cui soluzione dipende dai criteri interpretativi adottati. Non si pu, dunque, argomentare nel modo seguente: se, e quando, sono possibili pi interpretazioni, tali che in una di esse la proposizione giuridica p vera, e in unaltra falsa, allora opportuno riconoscere che p priva di valore di verit. Se lantecedente di questo condizionale sia vero una questione interpretativa, la cui soluzione dipende dai criteri interpretativi adottati13; e, di conseguenza, la tesi secondo cui p priva di valore di verit anchessa, allo stesso titolo della tesi secondo cui p vera, e della tesi secondo cui falsa, una fra le diverse interpretazioni possibili del testo. Chi sostiene che una proposizione giuridica (o una proposizione-Bovary) priva di valore di verit, sostiene che, data linterpretazione pi plausibile degli enunciati giuridici (o degli enunciati-Bovary) rilevanti, in tale interpretazione la proposizione in questione non risulta essere n vera n falsa. Riassumendo. La tesi secondo cui alcune proposizioni giuridiche (o alcune proposizioni-Bovary) sono prive di valore di verit , anchessa, una tesi interpretativa: il frutto di ci che colui che propone questa tesi medesima ritiene essere linterpretazione pi plausibile, linterpretazione migliore, del testo interpretato. Largomento: Dal momento che sono possibili pi interpretazioni dellenunciato E, in alcune delle quali la proposizione p vera, e in altre falsa, allora opportuno riconoscere che p priva di valore di verit, circolare: la questione se siano possibili pi interpretazioni di E, tali che, in alcune di esse, p vera, e in altre falsa, anchessa una questione interpretativa; dunque, la tesi secondo cui p priva di valore di verit anchessa una fra le diverse interpretazioni possibili di E. Secondo uninterpretazione, p vera; secondo unaltra, p falsa; secondo una terza, p non n vera n falsa (e si pu, forse, proseguire allinfinito). Pu ben darsi il caso che la conclusione La proposizione giuridica (o, la proposizione-Bovary) p priva di valore di verit sia plausibile, o corretta, o da accettare; se lo sia o meno, per, una questione di interpretazione. Chi sostiene che certe proposizioni giuridiche (certe proposizioni-Bovary) sono prive di valore di verit sostiene che questa la migliore interpretazione possibile del sistema giuridico preso in considerazione (del romanzo di Flaubert). In questo senso, la sfera dellinterpretazione non trascendibile. Questa , precisamente, la conclusione suggerita dal passo di J. L. Borges riportato da Moreso a sostegno della propria posizione (p. 205). Il passo, tratto dai
13 Si noti: possibile non pu, nel presente contesto, essere inteso come di fatto possibile. sempre di fatto possibile, dato un qualsiasi testo o enunciato, che di esso siano fornite interpretazioni confliggenti. Dunque, se il termine possibile venisse inteso, qui, nel senso di di fatto possibile, si dovrebbe concludere che tutte le proposizioni giuridiche (tutte le proposizioni-Bovary) sono, sempre e comunque, prive di valore di verit. Il che non , certamente, ci che Moreso intende sostenere.

245 Nuovi saggi danteschi, ha ad oggetto i versi dedicati da Dante al conte Ugolino: nella tenebra della sua torre scrive Borges Ugolino divora e non divora gli amati cadaveri; e questa ondulante imprecisione, questa umbratile incertezza, la strana materia della quale egli fatto. Alcune proposizioni riferite a Ugolino, dunque, sono prive di valore di verit. Ma, scrive lo stesso Moreso, questa , secondo Borges, la migliore interpretazione del verso di Dante (p. 205, cors. mio). Ossia: la tesi secondo cui certe proposizioni riferite al conte Ugolino sono prive di valore di verit il risultato, il frutto, della di ci che colui che la propone ritiene essere la migliore interpretazione possibile del testo dantesco; ci che in essa si esprime scrive sempre Moreso una concezione della critica letteraria (p. 204). Si potrebbe dire, parafrasando Dworkin: si tratta dellinterpretazione che, alla luce di una concezione complessiva della critica letteraria in quanto pratica interpretativa, mette nella luce migliore i versi della Divina Commedia dedicati al conte Ugolino. Concludo con unosservazione di carattere personale. Seguendo Hart (1977), Moreso presenta la propria teoria dellindeterminazione interpretativa del diritto la Veglia come una soluzione in grado di evitare sia la Scilla del Nobile Sogno dworkiniano, sia la Cariddi dellIncubo dellindeterminazione radicale (cap. V). Gli estremi, per, si toccano: Scilla e Cariddi condividono la tesi della non-trascendibilit dellinterpretazione. Se il diritto fosse davvero come la tesi del Nobile Sogno, nella versione dworkiniana, suggerisce che sia se, cio, il diritto fosse davvero, da cima a fondo, una questione di interpretazione -, ci costituirebbe, per me, un incubo. Vorrei svegliarmi da questo incubo. Ma non ci riesco. Riferimenti bibliografici Alchourrn. C. E., Bulygin, E. 1981 The Expressive Conception of Norms, in R. Hilpinen (ed.), New Studies in Deontic Logic, Reidel, Dordrecht 1981. Atienza, M. 1992 Sobre los limtes del anlisis lgico en el derecho, Theoria, 7. Blackburn, S. 1981 Reply: Rule-Following and Moral Realism, in S. H. Holtzman, C. H. Leich (eds.), Wittgenstein: To Follow a Rule, Routledge & Kegan Paul, London 1981. Blackburn, S. 1984 Spreading the Word, Oxford U. P., Oxford. Blackburn, S. 1993 Essays in Quasi-Realism, Oxford U. P., Oxford. Celano, B. 1990 Dover essere e intenzionalit Una critica allultimo Kelsen, Giappichelli, Torino. Celano, B. 1993 Grande Divisione e teoria degli atti linguistici, in P. Comanducci, R. Guastini (a cura di), Analisi e diritto 1993. Ricerche di giurisprudenza analitica, Giappichelli, Torino 1993. Celano, B. 1994 Dialettica della giustificazione pratica. Saggio sulla Legge di Hume, Giappichelli, Torino.

246 Celano, B. 1998 Norm Conflicts: Kelsens View in the Late Period and a Rejoinder, in S. L. Paulson, B. Litschewski Paulson (eds.), Normativity and Norms. Critical Perspectives on Kelsenian Themes, Clarendon Press, Oxford 1998. Celano, B. 1999 Validity as Disquotation, paper presentato al convegno Jurisprudence on the Continent (St. Catherines College, Oxford, UK, 13 febbraio 1999). Conte, A. G. 1982 Paradigmi danalisi della regola in Wittgenstein, in R. Egidi (a cura di), Wittgenstein. Momenti di una critica del sapere, Guida, Napoli 1982. Davidson, D. 1967 Truth and Meaning, rist. in Davidson, Inquiries into Truth and Interpretation, Clarendon Press, Oxford 1984. Geach, P. T. 1960 Ascriptivism, The Philosophical Review, 69. Geach, P. T. 1965 Assertion, rist. in J. F. Rosenberg, C. Travis (eds.), Readings in the Philosophy of Language, Prentice-Hall, Englewood Cliffs (N. J.) 1971. Hare, R. M. 1949 Imperative Sentences, in Hare, Practical Inferences, Macmillan, London 1971. Hare, R. M. 1952 The Language of Morals, Clarendon Press, Oxford. Hare, R. M. 1970 Meaning and Speech Acts, The Philosophical Review, 79. Hare, R. M. 1971 Austins Distinction between Locutionary and Illocutionary Acts, in Hare, Practical Inferences, Macmillan, London 1971. Hart, H. L. A. 1977 American Jurisprudence through English Eyes: The Nightmare and the Noble Dream, rist. in Hart, Essays in Jurisprudence and Philosophy, Clarendon Press, Oxford 1983. Hooker, B. (ed.) 1996 Truth in Ethics, Blackwell, Oxford. Horwich, P. 1990 Truth, Blackwell, Oxford. Kelsen, H. 1945 General Theory of Law and State, Harvard U. P., Cambridge (Mass.). Trad. it. Teoria generale del diritto e dello Stato, ETAS, Milano 1966. Kelsen, H. 1960 Reine Rechtslehre. Mit einem Anhang: Das Problem der Gerechtigkeit, Deuticke, Wien. Trad. it. La dottrina pura del diritto, Einaudi, Torino 1966. Moreso, J. J. 1997 La indeterminacin del derecho y la interpretacin de la Constitucin, Centro de Estudios Politicos y Constitucionales, Madrid. Moreso, J. J., Navarro, P. E. 1996 Verdad y eficacia, Theoria, 26. Platts, M. 1979 Ways of Meaning. An Introduction to a Philosophy of Language, Routledge & Kegan Paul, London. Quine, W. V. 1970 Philosophy of Logic, Harvard U. P., Cambridge (Mass.) 19862. Quine, W. V. 1987 Quiddities. An Intermittently Philosophical Dictionary, Harvard U. P., Cambridge (Mass.). Quine, W. V. 1990 Pursuit of Truth, Harvard U. P., Cambridge (Mass.). Ross, A. 1968 Directives and Norms, Routledge & Kegan Paul, London. Searle, J. R. 1962 Meaning and Speech Acts, The Philosophical Review, 71.

247 Searle, J. R. 1995 The Construction of Social Reality, Penguin, Harmondsworth. Williams, B. 1996 Truth in Ethics, in Hooker (ed.) 1996. Wittgenstein, L. 1922 Tractatus logico-philosophicus, ried. in Wittgenstein 1984. Trad. it. Tractatus logico-philosophicus e Quaderni 1914-1916, Einaudi, Torino 1964. Wittgenstein, L. 1953 Philosophische Untersuchungen, ried. in Wittgenstein 1984. Trad. it. Ricerche filosofiche, Einaudi, Torino 1967. Wittgenstein, L. 1984 Tractatus logico-philosophicus. Tagebcher 1914-1916. Philosophische Untersuchungen, Suhrkamp, Frankfurt am Main. Wright, C. 1996 Truth in Ethics, in Hooker (ed.) 1996. Wright, G. H. von 1983 Norms, Truth and Logic, in von Wright Practical Reason, Blackwell, Oxford 1983. Wright, G. H. von 1984 Demistifying Propositions, in von Wright, Truth, Knowledge and Modality, Blackwell, Oxford 1984.

Pierluigi Chiassoni

Quin salv a la Constitucin?

Los legisladores, los jueces, los abogados, usan normas jurdicas.. Los profesores hablan de ellas Genaro R. Carri Se il metodo [interpretativo] pi diffuso nella dottrina giuridica del nostro ambiente culturale sia da sostenere o no, materia di scelte personali: anche il sistematico sabotaggio di ogni politica legislativa mediante impiego di concetti unitari , infatti, materia di scelta personale Giovanni Tarello

0. Premessa Desidero ringraziare il professor Albert Calsamiglia per il cortese invito a partecipare a questa tavola rotonda sul libro di Jos Juan Moreso: La indeterminacin del Derecho y la interpretacin de la Constitucin (Madrid, 1997). Trattandosi di un libro dai contenuti pressoch inesauribili offre infatti al lettore una sofisticata rassegna dei problemi che hanno arrovellato, e ancora arrovellano, la teoria del diritto occidentale nellultimo decennio e considerate le mie (invero assai modeste) possibilit, mi limiter a poche considerazioni su alcuni aspetti della teoria moresiana dellinterpretazione: e precisamente, su due tesi che Moreso formula in difesa di una certa posizione teorica che denomina Vigilia (Veglia) e contro un particolare tipo di Pesadilla(Incubo), costituito dalla teoria ermeneutica di una presunta scuola genovese. La scuola genovese, nel resoconto che ne offre Moreso (Moreso 1997a; Moreso 1997b), si caratterizzerebbe per ladesione a una teoria scettica dellinterpretazione giuridica, connotata dalle seguenti, principali, tesi:
(G1) gli enunciati interpretativi sono simili a definizioni stipulative; (G2) lattivit interpretativa non ha carattere conoscitivo, ma prescrittivo; (G3) per sostenere il carattere prescrittivo dellinterpretazione giuridica, non necessario ricorrere ad alcuna teoria del significato, ma sufficiente osservare cosa fanno i giuristi professori di diritto, giudici, avvocati quando interpretano un documento normativo (la costituzione, gli articoli di un codice, un regolamento governativo, ecc.);
Analisi e diritto 1999, a cura di P. Comanducci e R. Guastini

250
(G4) il neustico degli enunciati prescrittivi, inclusi gli enunciati prescrittivi giuridici, influisce sullinterpretazione della parte frastica di tali enunciati, rendendola peculiarmente indeterminata.

Contro la scuola genovese, cos caratterizzata, Moreso avanza le due tesi seguenti:
(M1) Prima tesi di Moreso: la Vigilia una teoria dellinterpretazione preferibile rispetto alla teoria genovese (inclusa, en masse, fra gli altri incubi scettici), poich in grado di fornire migliori spiegazioni dei fenomeni interpretativi (ove per migliori spiegazioni intendo: spiegazioni maggiormente perspicue, e non deformanti, della realt indagata). (M2) Seconda tesi di Moreso: lo scetticismo genovese appare, a ben vedere, teoricamente infondato. Invero, Giovanni Tarello, in uno degli scritti pi venerati dalla scuola (La semantica del neustico. Osservazioni sulla parte descrittiva degli enunciati precettivi), non avrebbe offerto ragioni adeguate in favore della (peculiare) indeterminatezza degli enunciati prescrittivi, inclusi gli enunciati prescrittivi giuridici (Moreso 1997b).

Cercher di sollevare qualche dubbio su entrambe le tesi. 1. La tutela costituzionale del domicilio: Vigilia moresiana o incubi ligustici? Per mettere in luce le virt esplicative della Vigilia ed esibire, al tempo stesso, i vizi della Pesadilla (genovese) Moreso usa come banco di prova una vicenda tratta dalla recente giurisprudenza del Tribunal Constitucional spagnolo. Apparentemente, la Vigilia suggerisce la seguente conclusione: che in quel caso la Costituzione spagnola si sia, per cos dire, salvata da s. Se, tuttavia, le considerazioni che formuler tra breve sono plausibili, parrebbe invece che la Costituzione debba la sua salvezza, come peraltro usuale in simili frangenti, allintervento di un cavaliere bianco (la cui identit apparir presto in chiara luce). Fuor di metafora, tenter di accreditare la seguente conclusione: la Vigilia offre una ricostruzione della vicenda in esame meno perspicua di quella formulabile nella prospettiva della scuola genovese, e, credo, alquanto deformante della realt indagata. Da ci consegue che la prima tesi di Moreso non sembra trovare conferma: quantomeno non con riguardo al caso in esame. 1.1. Il caso In un paragrafo del suo libro La indeterminacin del derecho y la interpretacin de la Constitucin, Jos Juan Moreso (1997a, pp. 218-223) esamina un caso di diritto costituzionale in cui:
segn el punto de vista de la Vigilia, [] hay suficiente objetividad y determinacin, i.e. es posible mostrar que de la Constitucin se sigue una norma [corsivo redazionale] contradictoria con la norma expresada por el artculo 21.2 de la Ley Orgnica enjuiciada.

251 Il caso, di estremo interesse, vi sicuramente noto in tutti i dettagli. Abusando un poco della vostra pazienza, ne dar brevemente conto per esigenze espositive (e per permettervi di valutare se sono incorso, come ben potrebbe essere accaduto, in palesi fraintendimenti). Nel 1992, il Parlamento spagnolo approvava una legge in materia di pubblica sicurezza (Ley Orgnica 1/1992 de Proteccin de la Seguridad Ciudadana), contenente una disposizione (art. 21.2), secondo cui:
A los efectos de lo dispuesto en el prrafo anterior, ser causa legtima para la entrada y registro en domicilio por delito flagrante el conocimiento fundado por parte de las Fuerzas y Cuerpos de Seguridad del Estado que les lleve a la constancia de que se est cometiendo o se acaba de cometer alguno de los delitos que, en materia de drogas txicas [] castiga el Cdigo penal, siempre que la urgente intervencin de los agentes sea necesaria [].

La disposizione veniva prontamente sottoposta al giudizio del Tribunal Constitucional (in seguito: Tribunal), per asserita incompatibilit con lart. 18.2 della Costituzione spagnola, secondo cui:
El domicilio es inviolable. Ninguna entrada o registro podr hacerse en l sin el consentimiento del titular o resolucin judicial, salvo en el caso de flagrante delito.

Il Tribunal, nella sentenza n. 341 del 1993, dichiarava lillegittimit dellart. 21.2 della legge citata, per contrasto con lart. 18.2 Cost. In base alla seguente argomentazione:
(i) la Costituzione non contiene alcuna disposizione che definisca il concetto di flagrante delito; (ii) la Costituzione, tuttavia, non sorta dal nulla, in una situazione di vuoto (vaco jurdico), ma allinterno di una sociedad jurdicamente organizada; (iii) in tale societ giuridicamente organizzata operano giuristi, giudici, e, in genere, specialisti del diritto, i quali intrattengono ideas generalizadas y convicciones generalmente admitidas; (iv) nei discorsi degli specialisti, in particolare, si ha flagrancia di reato allorquando: (a) sussista la evidencia o percepcin sensorial del delito; (b) sussista la urgencia de la actuacin policial; (v) dimodoch, conclude il Tribunal: Si el lenguaje constitucional ha de seguir siendo significativo y ello es premisa firme de toda interpretacin , no cabe sino reconocer [corsivo redazionale] que estas connotaciones de la flagrancia (evidencia del delito y urgencia de la actividad policial) estn presentes en el concepto inscrito en el artculo 18.2 de la Norma fundamental, precepto que, al servirse de la nocin tradicional [corsivo redazionale], ha delimitado un derecho fundamental y, correlativamente, la intervencin sobre el mismo del poder pblico.

1.2. Alcune considerazioni in margine La prima impressione, esaminando la motivazione del Tribunal, che essa, paradossalmente, confermi in toto le tesi della (presunta) scuola genovese, met-

252 tendo in luce, al contempo, il carattere parzialmente mistificatorio del resoconto che dellintera vicenda offre, invece, la Vigilia moresiana. Questa impressione, se non minganno, risulta corroborata da unanalisi, ancorch sommaria, della tesi che, secondo la Vigilia, darebbero conto della situazione. Tale tesi, come si visto, sostiene che:
(V1) Dalla Costituzione si deduce / si ricava / si deriva (se sigue) una norma contraddittoria rispetto alla norma desumibile dallart. 21.2 della legge organica censurata.

In che modo, tuttavia, la norma costituzionale [] salvo il caso di delitto la cui commissione sia evidente o percepibile mediante i sensi e sussista urgenza di un intervento delle forze dellordine si deduce / si ricava / si deriva (se sigue) dal testo costituzionale [] salvo il caso di delitto flagrante? Vediamo in breve. (i) Lo stesso Tribunal ammette, nel primo passaggio della sua argomentazione, che la Costituzione tace quanto alla nozione di flagrante delito. In altre parole, il testo costituzionale, in s e per s considerato, non esprimerebbe alcuna preferenza per una possibile interpretazione di flagrante delito a scapito di altre. (ii) Il testo costituzionale, inoltre, non contiene alcuna disposizione sullinterpretazione della costituzione medesima, che imponga di attribuire ai vocaboli e alle locuzioni tecnico-giuridiche utilizzate nella Costituzione come flagrante delito il significato corrispondente allopinione generalizzata degli specialisti del diritto al momento dellapplicazione delle rilevanti disposizioni, e in quanto corrispondente allopinione generalizzata degli specialisti. La Costituzione non contiene, per usare unespressione cara ad alcuni legislatori settecenteschi, alcuna disposizione che, letteralmente intesa, imponga o suggerisca ai giudici, nellinterpretare i termini tecnico-giuridici usati nelle disposizioni costituzionali, di deferire alle opinioni dei dottori. Se non erro, nella Costituzione spagnola c ununica disposizione in materia di interpretazione costituzionale, costituita dallart. 10.2, secondo cui:
Las normas relativas a los derechos fundamentales y a las libertades que la Constitucin reconoce se interpretarn de conformidad con la Declaracin Universal de Derechos Humanos y los tratados y acuerdos internacionales sobre las mismas materias ratificados por Espaa.

Apparentemente, pertanto, il Tribunal ha utilizzato un criterio interpretativo non espressamente prescritto dalla Costituzione: un criterio che lo stesso Tribunal ha scelto e non pu non aver scelto scartando tacitamente altri criteri, sulla base di unopzione valutativa in favore dei concetti che godano di un pedigree dottrinale, presumibilmente in quanto concetti atti ad assicurare la certezza del diritto sotto il profilo della univocit e della costanza terminologica del discorso delle fonti. Questa premessa, assiologicamente compromessa in favore di una certa idea del valore della certezza e a totale scapito, ad esempio, dellobiettivo di una maggiore efficienza repressiva in materia di stupefacenti stata espressamente

253 formulata dal Tribunal laddove afferma, un poco sibillinamente, a modo di regola tecnica rivolta a se stesso, che:
Si el lenguaje constitucional ha de seguir siendo significativo y ello es premisa firme de toda interpretacin , no cabe sino reconocer [corsivo redazionale] que [].

Peraltro, sotto questultimo profilo, si pu osservare: (a) che larticolo della legge organica incriminato, per la specificit della formulazione e dellmbito di applicazione, e in virt della generale irretroattivit delle disposizioni penali in malam partem, non costituiva, a ben vedere, una insidia alla certezza terminologica del discorso delle fonti dellordinamento spagnolo, n alla determinatezza ex ante del diritto in materia di protezione del domicilio (su questa nozione, Comanducci 1998); (b) che il Tribunal si compromesso con una tesi sulla costanza terminologica delle disposizioni costituzionali, che assai probabile dovr rinnegare in successive occasioni: che fare a fronte di disposizioni costituzionali, contenenti locuzioni tecnico-giuridiche, qualora la definizione dogmatica tradizionale di tali locuzioni si riveli, col passare del tempo, insoddisfacente? (iii) Lart. 10.2 della Cost. contiene, come si visto, un rinvio a documenti quali la Dichiarazione universale dei diritti delluomo (rinvio espresso e nominato), nonch la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti delluomo e delle libert fondamentali e il Patto internazionale sui diritti civili e politici (rinvio generico o recettizio). ragionevole desumere da essi il criterio interpretativo adottato dal Tribunal, ad esclusione di altri? ragionevole, in ogni caso, desumere da essi argomenti in favore della conclusione interpretativa cui il Tribunal pervenuto, ad esclusione di altre? Vediamo brevemente cosa statuiscono tali documenti in materia di libert di domicilio e di interpretazione delle relative disposizioni (tutti i corsivi sono redazionali). (a) La Dichiarazione universale stabilisce che:
Nessun individuo potr essere sottoposto a interferenze arbitrarie [] nella sua casa [] Ogni individuo ha diritto ad essere tutelato dalla legge contro tali interferenze [] (art. 12); Nulla nella presente Dichiarazione pu essere interpretato nel senso di implicare un diritto di un qualsiasi Stato [] di esercitare unattivit o di compiere un atto mirante alla distruzione di alcuni dei diritti e delle libert in essa enunciati (art. 30).

(b) La Convezione europea stabilisce che:


Ogni persona ha diritto al rispetto [] del suo domicilio [] Non pu esservi ingerenza della pubblica autorit nellesercizio di tale diritto se non in quanto tale ingerenza sia prevista dalla legge e in quanto costituisca una misura che, in una societ democratica, necessaria per la sicurezza nazionale, lordine pubblico, il benessere economico del paese, la prevenzione dei reati, la protezione della salute o della morale, o la protezione di diritti e delle libert altrui (art. 8) Nessuna disposizione della presente Convenzione pu essere interpretata come

254
implicante il diritto per uno Stato [] di esercitare unattivit o di compiere un atto mirante alla distruzione dei diritti o delle libert riconosciuti nella presente Convenzione o porre a questi diritti e a queste libert limitazioni maggiori di quelle previste in detta Convenzione (art. 17).

(c) Infine, il Patto internazionale sui diritti civili e politici stabilisce che:
Nessuno pu essere sottoposto ad interferenze arbitrarie o illegittime [] nella sua casa []. Ogni individuo ha diritto ad essere tutelato dalla legge contro tali interferenze [] (art. 17) Nessuna disposizione del presente Patto pu essere interpretata nel senso di implicare un diritto di qualsiasi Stato [] di intraprendere attivit o di compiere atti miranti a sopprimere uno dei diritti o delle libert riconosciuti nel presente Patto ovvero a limitarlo in misura maggiore di quanto previsto dal Patto stesso (art. 5.1.).

Alla luce di tali disposizioni, sembra del tutto ragionevole sostenere: in primo luogo, che in nessun punto esse impongono ai giudici nazionali di interpretare le disposizioni in materia di domicilio deferendo unicamente alle opinioni dei giurisperiti locali; in secondo luogo, che uninterpretazione di flagrante delito conforme a quanto prescritto dal legislatore ordinario spagnolo nella legge organica n. 1 del 1992 non appare affatto manifestamente incompatibile con la protezione della libert domiciliare da esse accordata ai singoli. Si osservi, in proposito, che la Convenzione europea permette di introdurre dei limiti alla libert domiciliare, purch ci avvenga: per legge ed pacifico che la Ley organica sia una legge; in una societ democratica ed parimenti pacifico che la societ spagnola sia tale; e ci sia necessario per la sicurezza nazionale, lordine pubblico, la prevenzione dei reati, la protezione della salute o della morale, ecc. ed pacifico che uno o pi di questi profili possano ragionevolmente essere invocati a giustificazione della disciplina della flagranza di reato formulata dal legislatore spagnolo. Ne consegue, pertanto, che n il criterio interpretativo (canone del significato dottrinale tradizionale, o ab exemplo), n la conclusione interpretativa (incompatibilit tra legge organica e costituzione), accolti dal Tribunal risultano essere gli unici conformi al diritto umanitario internazionale di cui il Tribunal doveva tenere conto nellinterpretare lart. 18.2 della Costituzione spagnola. (iv) Disposizioni sulla rilevanza ermeneutica della dottrina e della giurisprudenza, nonch sullinterpretazione delle norme in generale, sono contenute nel Titulo preliminar del Cdigo civil spagnolo (artt. 1.1, 1.6., 1.7., 3, 4). Si tratta, per, di disposizioni di rango legislativo, sotto-ordinate rispetto alla Costituzione, la cui utilizzazione nellinterpretare un documento sovraordinato comporta fatalmente delle opzioni di politica del diritto. Ad esempio, lopzione di subordinare linterpretazione costituzionale a criteri stabiliti dal legislatore ordinario, oppure a criteri desumibili dalle disposizioni di rango legislativo, in quanto espressioni di princpi generali informatori dellintero discorso delle fonti, ivi incluso il discorso costituzionale.

255 (v) Il Tribunal, interpretando la locuzione delito flagrante nel senso (presentato come) corrente nella cultura giuridica, ha subordinato il dettato costituzionale alle elaborazioni dottrinali, compiendo una tipica operazione interpretativa, tuttaltro che di mera scoperta di norme preesistenti. Unoperazione che consiste invece, a seconda dei casi, nel censurare, nel vanificare, o perfino nel sabotare le politiche legislative mediante ricorso a concetti unitari (Tarello 1968a). Di questa operazione, il caso in esame presenta tutti gli ingredienti. In primo luogo, una disposizione costituzionale contenente una locuzione tecnico-giuridica (flagrante delito). In secondo luogo, una (forse secolare) elaborazione dottrinale sul concetto di flagrante delito allinterno della quale, peraltro, molto probabilmente avrebbero potuto rinvenirsi opinioni contrastanti e accezioni pi o meno estese rispetto a quella accolta. In terzo luogo, una disposizione nella quale il legislatore ordinario introduce unipotesi di flagranza di reato che esula dalle ipotesi contemplate dalla tradizione dottrinale, per un evidente fine di politica criminale. In quarto luogo, lattribuzione alla locuzione costituzionale del significato dottrinale, assumendo lidentit concettuale tra flagrante delito in quanto usata nella Costituzione e flagrante delito in quanto usata nella giurisprudenza penale e negli scritti dei processualpenalisti, secondo lo schema dellargomento sistematico di tipo dogmatico-concettualistico (Tarello 1980, cap. VIII; Guastini 1996). Tale attribuzione di significato, si noti, avvenuta a titolo esclusivo: nel senso che flagrante delito stato inteso a significare ci che suggerisce la dottrina, e soltanto ci che suggerisce la dottrina, assumendo che, nel diritto spagnolo, si d, e pu darsi, un solo e quel solo concetto di flagrante delito. In quinto luogo, come logica conseguenza della norma costituzionale cos identificata, laccertamento di unantinomia (per esclusivit unilaterale) fra norma costituzionale e norma di legge organica, e la susseguente invalidazione di questultima (e vanificazione della connessa politica criminale) Due ultime osservazioni sul presente ricorso a un concetto unitario. In un passo della motivazione, il Tribunal afferma che la disposizione costituzionale si sarebbe servita della nozione tradizionale di flagrante delito (precepto que, al servirse de la nocin tradicional []). Si tratta di un uso evidentemente metaforico del linguaggio, con manifesti intenti retoricoargomentativi. Le disposizioni costituzionali infatti, di per s, non si servono dei concetti dottrinali tralatici (a esclusione, poniamo, dei concetti dottrinali non tralatici, dei concetti legislativi, ecc.): come non si servono della lavanderia allincrocio di via Belgrano, n si servono martini ghiacciati sulla veranda del Circolo degli imbalsamatori. Moreso (1997a, p. 220), nel dare conto del modo di procedere del Tribunal, afferma:
el significado de flagrante delito, en el contexto de las prcticas interpretativas y aplicadoras del derecho, excluye algunos de los casos incluidos por el legislador. Es importante destacar aqu que el Tribunal maneja una nocin, si se me

256
permite decirlo, wittgensteniana de significado; el significado de flagrante delito es una funcin de los usos de los usos jurdicos, en este caso, dado que se trata de un trmino tcnico de esta expresin.

Nella prospettiva del Tribunal, luso di flagrante delito stipulato dal legislatore non sarebbe, paradossalmente, un uso giuridico. Questa sorprendente conclusione evoca un viluppo di antiche dottrine, che utile richiamare per mettere (ulteriormente) in luce la compromissione ideologica insita nel ragionamento in apparenza adiaforo del Tribunal: (a) la dottrina, imperativistica, secondo il compito del legislatore consiste nel formulare norme di condotta, e non, invece, nellindugiare in classificazioni, definizioni, e descrizioni di fattispecie; (b) la dottrina secondo cui le definizioni legislative non sono norme o, comunque, non sono discorsi giuridicamente rilevanti; (c) la dottrina secondo cui la definizione dei termini tecnico-giuridici spetta, invece, ai giuristi (e ai giudici): dimodoch soltanto i loro usi di tali espressioni sono usi giuridici o, comunque, giuridicamente rilevanti. Che tali dottrine siano riproposte sulla base di un apparato concettuale wittgensteiniano non muta, credo, la sostanza delloperazione. (vi) Il Tribunal accenna, sia pure fugacemente, a quella che forse la principale ragione per interpretare flagrante delito secondo i suggerimenti della dottrina tradizionale, laddove afferma che:
el artculo 18.2 de la Norma fundamental, [] al servirse de la nocin tradicional [corsivo redazionale], ha delimitado un derecho fundamental y, correlativamente, la intervencin sobre el mismo del poder pblico.

Soltanto il concetto tradizionale di flagrante delito offrirebbe, nellopinione del Tribunal, una corretta delimitazione della libert domiciliare e della facolt dei pubblici poteri di interferire su di essa. Tale giudizio di razionalit strumentale, tuttavia, presuppone una certa idea dei giusti limiti alla libert domiciliare, non desumibile dalla Costituzione in se e per se considerata, ma ad essa sovrapposta, per cos dire, dallesterno. O, in altri termini: un giudizio sul valore della libert domiciliare, su quali debbano esserne i contorni e i limiti, tacitamente compiuto e presupposto dal Tribunal. In conclusione: si pu certo assentire alla tesi V1, secondo cui la norma applicata dal Tribunal nel caso appena esaminato deriva dalla Costituzione. A condizione, per, di non occultare che tale derivazione il risultato di una serie di opzioni interpretative e assiologiche: alcune tacite, altre chiaramente documentate, sia pure mediante accenni, nella motivazione della sentenza. Se, invece, con la tesi V1, si pretende di sostenere che il Tribunal non abbia fatto altro che trovare il diritto precostituito e applicarlo al caso di specie, allora tale tesi sfugge difficilmente allaccusa di mistificazione della realt (ancorch in buona, e magari in ottima, fede). Quale potrebbe essere, invece, la ricostruzione dello stesso caso nei termini dellapparato concettuale della (presunta) scuola genovese? In questa prospettiva, il discorso interpretativo del Tribunal potrebbe essere

257 inteso alternativamente, a seconda dei dati di esperienza, nei due seguenti modi. (a) Come un discorso contenente una definizione stipulativa del tipo delle ridefinizioni selettive: ovverossia, una definizione fondata sulla rilevazione di una pluralit di accezioni dottrinali (e non), tra loro difformi, della locuzione flagrante delito e sulla scelta di una di esse a scapito delle altre. Tale enunciato definitorio potrebbe, ad esempio, formularsi cos:
Ai fini dellapplicazione dellart. 18 Cost., questo Tribunal interpreta / definisce la locuzione flagrante delito a esprimere il significato X (come suggerito dalla tradizione dottrinale, e non invece a esprimere il significato X + Y, come proposto dal legislatore ordinario nella legge L, n X + K, come proposto dallesimio prof. Tiburrn nel suo celebre Tractatus maleficiorum, n Z, come proposto dal Tribunale di Trujillo nel caso Habanera, ecc., ecc.).

(b) Come un discorso contenente una definizione stipulativa adesiva: ovverossia, una definizione fondata sulla rilevazione dellunica accezione dottrinale della locuzione flagrante delito. Una definizione in cui il Tribunal, pur potendo procedere a stipulazioni (anche in virt della sua posizione istituzionale e del prestigio dei suoi componenti), ha scelto, conformisticamente, di non stipulare quoad significationem, n di procedere a una ridefinizione esplicativa1:
Ai fini dellapplicazione dellart. 18 Cost., questo Tribunal interpreta / definisce flagrante delito a esprimere il significato X (ovverosia, a designare lunico concetto di flagrante delito desumibile dalla secolare elaborazione dottrinale e giurisprudenziale).

In entrambi i casi, il Tribunal non ha creato il significato della locuzione flagrante delito, ma lo ha trovato (o ha assunto di averlo trovato) bello e pronto nei discorsi dei giudici, dei giuristi, e degli specialisti del diritto in genere. Questa circostanza, tuttavia, non comporta affatto come credo di aver suggerito nelle considerazioni precedenti che il Tribunal si sia limitato a scoprire una norma precostituita. Altre norme potevano del pari essere scoperte e derivate dalla Costituzione. Molteplici, e varie, sono state infatti le scelte del Tribunal: sia rispetto a valori (certezza e costanza concettuale, rispetto a efficienza nella repressione di certi reati; libert domiciliare con i limiti indicati dalla dottrina tradizionale rispetto a libert domiciliare con limiti diversi, pi o meno ampi); sia rispetto a criteri interpretativi (significato dottrinale tradizionale, rispetto a significati dottrinali non tradizionali, o suggeriti dal diritto internazionale umanitario, o conformi rispetto alle mutate circostanze, o conformi alle intenzioni dei costituenti, ecc.).

Secondo lapparato concettuale presupposto dalle presenti note (Chiassoni 1998, 2.2.), una definizione stipulativa quoad significationem un discorso mediante il quale lemittente stabilisce di attribuire a un termine corrente, o comunque coniato da altri, un significato interamente nuovo; una ridefinizione esplicativa , invece, un discorso mediante il quale lemittente, dopo avere rilevato gli usi di un termine, stabilisce di attribuirgli un significato che costituisce una rielaborazione (precisazione, estensione, restrizione, ecc.) di una delle accezioni rilevate.

258 2. Semantica del neustico, servizi della dottrina, giochi interpretativi La seconda tesi di Moreso di cui, come anticipato (retro, 0.), intendo brevemente discutere la seguente:
(M2) Lo scetticismo genovese appare, a ben vedere, teoricamente infondato. Invero, Giovanni Tarello, in uno degli scritti pi venerati dalla scuola (La semantica del neustico. Osservazioni sulla parte descrittiva degli enunciati precettivi), non avrebbe offerto ragioni adeguate in favore della (peculiare) indeterminatezza degli enunciati prescrittivi, inclusi gli enunciati prescrittivi giuridici.

Tale tesi si contrappone, come accennato, alla quarta tesi attribuita da Moreso alla presunta scuola genovese, secondo cui:
(G4) Il neustico degli enunciati prescrittivi, inclusi gli enunciati prescrittivi giuridici, influisce sullinterpretazione della parte frastica di tali enunciati, rendendola peculiarmente indeterminata.

Come cercher di suggerire tra poco, nessuna delle tesi sostenute da Tarello nel saggio in questione (Tarello 1968) coincide esattamente con la tesi G4. Ci comporta che gli argomenti di Moreso, anche se fondati, sarebbero non rilevanti perch rivolti a un diverso bersaglio. nondimeno utile esaminarli, poich la loro discussione permetter di chiarire meglio la posizione di Tarello e dei genovesi. 2.1. Moreso v. Tarello 2.1.1. La posizione di Tarello Occorre anzitutto riferire brevemente i contenuti dello scritto di Tarello (1968a) su cui, se non minganno, si appuntano le obiezioni di Moreso. (i) Come noto, secondo Richard M. Hare (1952), dati ad esempio gli enunciati:
(1) Mario chiude una finestra. e (2) Mario, chiudi una finestra!

utile distinguere in ciascuno di essi (o meglio: nel significato espresso da ciascuno di essi) due elementi: un elemento referenziale, o frastico, e un elemento funzionale, o neustico. utile, inoltre, distinguere fra neustici descrittivi, che contraddistinguono le asserzioni, e neustici prescrittivi, che contraddistinguono le prescrizioni (fra cui gli imperativi). Asserzioni e precrizioni sono infatti comunicazioni eterogenee: non possibile ridurre le prescrizioni ad asserzioni, o viceversa. Alla luce di ci, Hare ritiene che enunciati come (1) e (2) possano essere riformulati, senza perdita di significato, nel seguente modo:
(1a) Mario chiudere una finestra, s. (2a) Mario chiudere una finestra, per favore.

ove Mario chiudere una finestra rappresenta il frastico di ciascuno dei due enunciati, e le espressioni s (yes) e per favore (please) ne simboleggiano, rispettivamente, il neustico descrittivo e il neustico prescrittivo.

259 (ii) Tarello osserva che lanalisi di Hare pu suggerire (e ha, di fatto, suggerito) le seguenti tesi sulla interpretazione degli enunciati in funzione precettiva (cui mi riferir, per brevit, con: tesi di Hare):
(H1) interpretare un enunciato precettivo consiste nellindividuare il significato della sua parte frastica; (H2) i criteri interpretativi e i limiti allinterpretazione di un enunciato non mutano con il mutare del neustico (Tarello 1968, p. 771).

Da ci conseguono due ulteriori tesi:


(H3) per individuare il significato della parte frastica di un enunciato (prescrittivo o assertivo) si pu e si deve ritenere del tutto irrilevante il neustico dellenunciato stesso (ovverossia, ci si pu, e ci si deve, disinteressare totalmente del fatto che lesito dellinterpretazione sia un precetto oppure unasserzione); (H4) se due enunciati (formulati in relazione a una stessa situazione), di cui uno assertivo e uno precettivo, sono identici sotto il profilo delle parole usate per designare il loro rispettivo frastico, allora hanno lo stesso frastico, indipendentemente dallavere un neustico differente.

(iii) Tarello ritiene, tuttavia: (a) che le tesi di Hare siano erronee; (b) che sia, invece, empiricamente corretta la tesi della semantica del neustico, secondo cui: la funzione precettiva di un enunciato la presenza cio di un neustico precettivo nella proposizione che un enunciato esprime un fattore rilevante in sede dinterpretazione dellenunciato (Tarello 1968, pp. 772, 761). (iv) Per sostenere la tesi della semantica del neustico, Tarello ipotizza una situazione nella quale, a suo avviso, due enunciati come (1) e (2), identici sotto il profilo della parte frastica, non avrebbero lo stesso frastico, come sostenuto invece dalle tesi di Hare. Siamo in una stanza con quattro finestre, due obl, e una porta; le finestre, gli obl, e la porta sono aperti; una fastidiosa corrente daria si stabilisce tra una delle finestre e uno degli obl, da una parte, e la porta, dallaltra. In tale situazione, il frastico di (1) Mario chiude una finestra sar pacificamente (in qualunque ambiente sociale) identificato con:
(1a) Mario chiudere una (qualunque) finestra.

Lenunciato (1) inoltre, cos inteso alla luce del significato corrente di chiudere e di finestra, sar ritenuto esprimere una asserzione vera se, al momento del suo proferimento, un individuo chiamato Mario sta effettivamente chiudendo una (qualunque) finestra; sar invece ritenuto esprimere unasserzione falsa se, poniamo, lindividuo chiamato Mario sta chiudendo la porta, o uno degli obl, o tutti gli obl, o simultaneamente tutte le quattro finestre. Si consideri ora il proferimento, in quella stessa situazione, dellenunciato (2) Mario, chiudi una finestra!. In tale caso, secondo Tarello, non sarebbe affatto pacifico e in particolare: non sarebbe affatto pacifico per il destinatario del precetto e provocherebbe sorpresa e perplessit in qualunque ambiente sociale che il frastico di (2) venisse identificato con:
(2a) Mario chiudere una (qualunque) finestra.

260 anzich con:


(2b) Mario chiudere la finestra e lobl da cui penetra la corrente che mi fa volare i fogli.

In conclusione, secondo Tarello, in tale situazione sarebbe pacifico, sia per il destinatario del precetto personale, individuale e concreto, sia nella prospettiva di qualunque ambiente sociale: (a) non interpretare la parte frastica dellenunciato precettivo unicamente, e irriflessivamente, secondo gli usi lessicali correnti delle parole in essa utilizzate; (b) interpretare la parte frastica dellenunciato precettivo tenendo conto della presumibile intenzione del precipiente e/o del presumibile scopo del precetto. Ci che, invece, non accadrebbe, nella situazione cos descritta, per linterpretazione della parte frastica dellenunciato assertivo Mario chiude una finestra. Lesempio addotto da Tarello, se plausibile, sarebbe di per se sufficiente a inficiare le tesi di Hare: per esse, infatti, in nessun caso il neustico (assertivo o precettivo) di un enunciato un fattore rilevante nellinterpretazione della sua parte frastica (H3) e in tutti i casi, due enunciati identici sotto il profilo della parte frastica hanno lo stesso frastico, indipendentemente dal loro neustico (H4). Lesempio, secondo Tarello, metterebbe inoltre in luce almeno un profilo di specifica rilevanza interpretativa del neustico precettivo, che opportuno segnalare: il neustico precettivo trasforma in assiologicamente compromettente (e compromessa) una mossa che, invece, nella interpretazione degli enunciati assertivi appare di solito del tutto adiafora. Si tratta, in particolare, della interpretazione degli enunciati secondo il significato lessicale, o corrente, delle parole in essi utilizzate. Invero, se il destinatario del precetto avesse seguito quel criterio a scapito del criterio dellintenzione dellemittente e/o dello scopo del precetto, avrebbe tenuto un comportamento in frode al precetto: ligio alla lettera, ma ragionevolmente in spregio al suo spirito. Si noti, incidentalmente, che in quanto precede a Tarello non preme mettere in luce la peculiare indeterminatezza degli enunciati prescrittivi (esprimenti precetti personali, individuali, e concreti). Lindeterminatezza di quel tipo di enunciati precettivi , invero, del tutto contingente e casuale. Secondo Tarello, la stessa cosa non pu invece affermarsi, per ragioni sempre contingenti ma non puramente casuali, per gli enunciati precettivi giuridici, nella cultura e organizzazione giuridica italiana (degli anni 50 e 60). Ma prima di affrontare questultimo argomento, occorre esaminare le obiezioni di Moreso alle posizioni su esposte. 2.1.2. Le obiezioni di Moreso Moreso, come anticipato, attribuisce a Tarello la tesi secondo cui gli enunciati prescrittivi, inclusi gli enunciati prescrittivi giuridici, sarebbero peculiarmente indeterminati (G4), e contrappone a tale tesi la tesi secondo cui:
(M2) Lo scetticismo genovese appare, a ben vedere, teoricamente infondato. Invero, Giovanni Tarello, in uno degli scritti pi venerati dalla scuola (Tarello

261
1968), non avrebbe offerto ragioni adeguate in favore della (peculiare) indeterminatezza degli enunciati prescrittivi, inclusi gli enunciati prescrittivi giuridici.

Se quanto ho detto prima corretto, nel discutere la tesi della semantica del neustico Tarello distingue: in primo luogo, fra enunciati precettivi esprimenti precetti personali, individuali, e concreti, da un lato, ed enunciati prescrittivi del discorso delle fonti del diritto, con particolare riguardo al diritto italiano negli anni 50 e 60, dallaltro; in secondo luogo, fra la questione della rilevanza interpretativa del neustico, e in particolare del neustico precettivo, da un lato, e la questione della indeterminatezza degli enunciati prescrittivi giuridici (intesa come non prevedibilit e non controllabilit degli esiti della loro interpretazione in un particolare contesto spazio-temporale), dallaltro. La prima distinzione operata per mettere in luce la specificit della rilevanza interpretativa del neustico di enunciati precettivi giuridici del diritto italiano. La seconda distinzione operata per mettere in luce che non c connessione necessaria fra la rilevanza interpretativa del neustico e la indeterminatezza degli enunciati. Sebbene le obiezioni di Moreso, apparentemente, ignorino tali distinzioni, nondimeno utile esaminarle (invero potrei avere offerto, sia pure inconsapevolmente, una lettura ingannevole del saggio di Tarello). Di che obiezioni si tratta? Si tratta, se non erro, di non meno di quattro obiezioni, fra loro correlate, cos formulabili: (OM1) la indeterminatezza di enunciati prescrittivi come lenunciato (2) non dipende affatto dalla presenza di un neustico precettivo, ma dal difetto di eternizzazione. Una volta eternizzati, infatti, tali enunciati si rivelano determinati (o univoci). (OM2) La indeterminatezza non affatto una caratteristica peculiare degli enunciati precettivi (non ancora eternizzati); anche gli enunciati assertivi (non ancora eternizzati) sono tipicamente indeterminati: Si yo pregunto si la ventana est cerrada, y por el contexto es claro a que ventana me refiero, una respuesta asertiva de carcter afirmativo tambin ser falsa si va referida a una ventana irrelevante al contexto al que me refiero. (OM3) Contrariamente a quanto sostiene Tarello, un enunciato assertivo eterno ha lo stesso frastico del corrispondente enunciato precettivo eterno, indipendentemente dal loro rispettivo neustico e in virt del processo di eternizzazione:
Si tomamos en cuenta la idea de oraciones eternas, como portadoras de valores de verdad, entonces una oracin asertiva eterna comparte con su correspondiente oracin prescriptiva eterna el mismo frstico, el mismo contenido significativo, y slo se distingue por su nustico.

(OM4) Alla luce della precedenti obiezioni, Tarello si trova di fronte al seguente dilemma: o, accogliendo le obiezioni OM1-OM3, rinuncia a configurare lindeterminatezza degli enunciati precettivi come una variabile dipendente del neustico precettivo, oppure costretto ad ammettere che anche gli enunciati assertivi siano parimenti indeterminati, cos accedendo a uno scetticismo globale che, a quanto pare, Tarello voleva evitare (Moreso 1997b, p. 5).

262 2.1.3. Alcune contro-obiezioni Assumendo che le quattro obiezioni siano pertinenti, cosa replicare? Vediamo in breve. Prima contro-obiezione. Quanto alla prima obiezione (OM1) si potrebbe replicare che non affatto chiaro in che consista il processo di eternizzazione di un enunciato; n, in ogni caso, pacifico che tale processo possieda le virt che Moreso gli attribuisce. Seguendo le indicazioni di Quine (1970, pp. 13-14), che costituisce apparentemente la fonte da cui Moreso ha tratto lidea della eternizzazione degli enunciati, procediamo alla eternizzazione degli enunciati (1) e (2), esplicitandone le coordinate spaziali, temporali, e personali. Cos facendo, potremmo ad esempio pervenire ai seguenti due enunciati:
(1) Mario Rossi (di Filippo) chiude una finestra dello studio di Arrigo Verdi, in via del Sicomoro 37, alle ore 17,54 del giorno 4 ottobre 1998. (2) Mario Rossi (di Filippo), chiudi una finestra dello studio di Arrigo Verdi, in via del Sicomoro 37, alle ore 17,54 del giorno 4 ottobre 1998!

Ebbene, questi enunciati, in s e per s considerati, ripropongono gli stessi problemi degli enunciati di partenza. Quale finestra deve chiudere Mario Rossi, alle ore 17, 54 del 4 ottobre 1998, nello studio di Arrigo Verdi? Questi problemi possono essere risolti soltanto procedendo a uninterpretazione complessiva degli enunciati di partenza, rispetto alla quale gli interpreti si troveranno, molto presumibilmente, nelle posizioni indicate da Tarello. Se la tesi di Tarello scorretta, ci, apparentemente, non pu essere messo in luce in base a una semplice eternizzazione degli enunciati sotto il profilo spaziotemporale. Gli enunciati devono essere eternizzati anche sotto il profilo del loro contenuto: dei comportamenti su cui vertono. Seconda contro-obiezione. Quanto alla seconda obiezione (OM2) si potrebbe replicare come segue. (a) In primo luogo, Tarello non intendeva escludere che anche gli enunciati assertivi possano rivelarsi indeterminati, con conseguente necessit, per i destinatari o fruitori, di ricorrere a informazioni supplementari fornite dallemittente e/o dal contesto. Tarello intendeva unicamente mettere in luce, contro le tesi di Hare, che vi sono casi in cui il neustico precettivo ha una rilevanza interpretativa, diversa dalla rilevanza interpretativa del neustico assertivo di un enunciato avente la stessa parte frastica dellenunciato precettivo. (b) In secondo luogo, il controesempio di Moreso non calzante. Per la seguente ragione. Lenunciato assertivo addotto da Moreso come controesempio alla tesi tarelliana , a ben vedere, non gi un enunciato assertivo in s e per s considerato (come , invece, nellesempio di Tarello), ma un enunciato assertivo che costituisce la risposta a un particolare enunciato interrogativo. Le due situazioni rispettivamente: la emissione di un enunciato assertivo in risposta di un enunciato interrogativo; la emissione di un enunciato assertivo in s e per s mi sembrano alquanto diverse.

263 Mediante un enunciato interrogativo come quello esemplificato da Moreso, lemittente non comunica al destinatario uninformazione Mario ha chiuso una finestra, Mario sta chiudendo una finestra ma chiede al destinatario di fornirgliene una: Mario ha chiuso una finestra?. In particolare, lemittente chiede al destinatario di tenere un certo comportamento nei suoi confronti: a pena, nella migliore delle ipotesi, di passare per tonto o per maleducato. La situazione del destinatario di tale domanda presenta pertanto forti analogie con quella del destinatario di un precetto (tralasciando la questione della riducibilit degli interrogativi a precetti o ad asserzioni). In entrambi i casi, infatti, al destinatario della comunicazione si chiede di fare qualcosa, ponendolo nella situazione di dover scegliere se, come, e fino a che punto, cooperare con linterlocutore. Nel caso del destinatario della domanda Mario ha chiuso una finestra?, la cooperazione comporta solitamente di rispondere tenendo conto non solo dello stato dei luoghi (se nella stanza vi sia una o pi finestre; se tali finestre siano tutte chiuse, o tutte aperte, o alcune chiuse ed altre aperte, ecc.), ma altres dallintenzione di chi pone la domanda (sulla chiusura di quale finestra vuole costui che gli fornisca una risposta?). Si pu quindi concedere che, come mette in luce Moreso, la verit o la falsit di tale asserzione, nella prospettiva dellemittente, dipenda non soltanto dallo stato dei luoghi, ma altres dallintenzione dellemittente stesso (e dal significato da esso specificamente attribuito alle parole usate nella domanda). Ma ci, data lanalogia tra la situazione di chi risponde a quella domanda e la situazione di chi riceve lordine di chiudere la finestra, sembra piuttosto confermare, che confutare, la tesi di Tarello. Si pensi, a conferma di ci, al destinatario, magari casuale, di un enunciato assertivo come: Mario sta chiudendo una finestra. In questo caso, lemittente dellasserzione non sta chiedendo al destinatario alcuna forma di cooperazione. Il destinatario non deve fare nulla. Alla luce di quali fattori sar verificata tale asserzione? Sembra di poter concludere quanto segue: mentre nelle due situazioni precedenti (precetto e domanda) si hanno delle transazioni tra le cui regole v la regola della cooperazione, la quale impone di tenere conto anche dellintenzione dellemittente, in questo caso non v alcuna transazione: e il ricorso allintenzione dellemittente, oltre che allo stato dei luoghi e al senso corrente delle parole, appare tuttal pi eventuale, non sistematico. Terza contro-obiezione. Alla terza obiezione di Moreso (OM3) si pu replicare quanto segue. Che cosa vuol dire che un enunciato assertivo corrisponde a un enunciato precettivo? Si possono ipotizzare, in proposito, due diversi rapporti fra un enunciato prescrittivo e un enunciato assertivo, sotto il profilo della direzione della corrispondenza: un primo tipo di corrispondenza va dallenunciato assertivo allenunciato prescrittivo; un secondo tipo di corrispondenza va, invece, dallenunciato prescrittivo allenunciato assertivo.

264 Enunciati assertivi corrispondenti a enunciati prescrittivi. Credo che Moreso avesse in mente il primo tipo di corrispondenza: unasserzione corrispondente a un precetto se le condizioni di verit dellasserzione coincidono con le condizioni di efficacia del precetto. Se, in altre parole, lasserzione (eternamente) vera, qualora il precetto sia stato (eternamente) adempiuto. Scrive infatti Moreso (1997a, p. 26):
El significado de las oraciones prescriptivas o imperativas est determinado por las condiciones de verdad de determinadas oraciones que describen un mundo en donde los imperativos siempre son cumplidos, un mundo deonticamente perfecto;

e poche pagine dopo, cita il seguente passo di Jrgensen (Moreso 1997a, p. 29; e cfr. Ross 1941, pp. 77-78):
Una oracin imperativa tiene significado si y slo si la oracin indicativa correspondiente, que puede derivarse de ella y que describe su contenido [corsivo redazionale], es significativa.

In questo caso, i due enunciati hanno per ipotesi lo stesso frastico. Quale? In proposito, sembra di poter ragionevolmente sostenere che lidentificazione del frastico dellenunciato assertivo sia, nella situazione ipotizzata, una variabile dipendente dellidentificazione del frastico dellenunciato prescrittivo. In altre parole: linterpretazione dellenunciato assertivo (1) presuppone che si sia previamente interpretato (2), stabilendo quali ne siano le condizioni di efficacia. Solo dopo aver stabilito ci ad esempio, solo dopo aver stabilito che Mario, chiudi una finestra! significa Mario, chiudi la finestra e lobl che fanno corrente!, oppure significa Mario, chiudi una qualunque finestra! possibile individuare le condizioni di efficacia del precetto ad esempio, chiudere una certa finestra e un certo obl dello studio di Arrigo Verdi, oppure chiudere una qualunque finestra dello studio di Arrigo Verdi; e diviene altres possibile formulare, in base a ci, i due enunciati assertivi eterni la cui verit dipende dallosservanza del precetto (come previamente precisato):
(1.1) Mario Rossi (di Filippo) chiude la finestra e lobl che fanno corrente nello studio di Arrigo Verdi, in via del Sicomoro 37, alle ore 17,54 del giorno 12 febbraio 1998. (1.2) Mario Rossi (di Filippo) chiude una qualunque finestra dello studio di Arrigo Verdi, in via del Sicomoro 37, alle ore 17,54 del giorno 12 febbraio 1998.

Enunciati prescrittivi corrispondenti a enunciati assertivi. In questo caso, linterpretazione della parte frastica dellenunciato prescrittivo (2) Mario, chiudi una finestra! una variabile dipendente della previa interpretazione della parte frastica dellenunciato assertivo (1) Mario ha chiuso una finestra. Ci significa che le condizioni di efficacia di (2) coincidono con le condizioni di verit di (1). Linterpretazione di (1), tuttavia, a meno di configurarla come unoperazione sotto un velo dignoranza, per cui linterprete non sa che dalla identificazione delle condizioni di verit di (1) dipende lidentificazione delle condizioni di efficacia di (2), appare condizionata da tale risultato. Dimodoch, non pare irragionevole sostenere che anche in questa prospettiva, nellinterpretazione di un enunciato assertivo correlato, nel modo indicato, a un certo

265 enunciato prescrittivo, giocaranno gli stessi fattori che giocherebbero se si dovesse interpretare per primo lenunciato prescrittivo. Se le precedenti considerazioni sono corrette, il test di eternizzazione non offre apparentemente alcun sostegno alla tesi secondo cui (1) e (2) avrebbero lo stesso frastico, indipendentemente dal loro neustico. N offre alcun argomento per negare che il neustico precettivo possa influire sul frastico nei modi indicati da Tarello. Al contrario, lesempio mette in luce: che il neustico prescrittivo influisce, paradossalmente, anche sullinterpretazione della parte frastica degli enunciati assertivi corrispondenti a enunciati prescrittivi; che, in particolare, il frastico di (1) coincide con il frastico di (2) sicuramente in un caso: quando (1) esprime lasserzione le cui condizioni di verit coincidono con le condizioni di efficacia (previamente e indipendentemente identificate) del precetto. Ma in tale caso lattribuzione di significato allenunciato assertivo (1) una variabile dipendente della (previa) attribuzione di significato allenunciato prescrittivo (2). Quarta contro-obiezione. Alla quarta obiezione di Moreso (OM4) si potrebbe replicare quanto segue. Tarello non avrebbe alcuna difficolt a perseverare nella tesi della (contigente) indeterminatezza degli enunciati precettivi e degli enunciati assertivi (anche se di questi ultimi, a onor del vero, non si interessa). Invero, quali mai potrebbero essere, dal suo punto di vista, le conseguenze di ci? Non, apparentemente, lo scetticismo globale agitato da Moreso. Se un enunciato assertivo indeterminato, non indeterminata ciascuna delle diverse proposizioni assertive che ne costituiscono possibili e/o ragionevoli significati. Dei quali si potr solitamente indagare la verit o falsit. 2.2. I servizi della dottrina Alla luce delle considerazioni precedenti, appare opportuno distinguere dalla tesi della semantica del neustico, come sopra formulata, la seguente tesi sulla semantica e lindeterminatezza degli enunciati prescrittivi giuridici:
(G4.1) Il neustico degli enunciati prescrittivi giuridici (o disposizioni) influisce sullinterpretazione dei termini designanti il frastico di tali enunciati, rendendoli peculiarmente indeterminati.

Nonostante la precisazione, la tesi permane oscura. In che modo il neustico influirebbe sullinterpretazione della parte frastica delle disposizioni? In che senso le disposizioni sarebbero peculiarmente indeterminate? Quali fattori, assenti nellinterpretazione degli enunciati assertivi (e degli enunciati precettivi formulati in contesti ordinari), giocherebbero invece un ruolo perturbativo nellinterpretazione delle disposizioni? Soccorrono, in proposito, alcuni passi di Tarello (1968a, pp. 787, 788), a mio avviso estremamente illuminanti:

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Anche nel caso di precetti impersonali, generali, astratti, come sono per lo meno una parte importantissima dei precetti giuridici, la presenza di un neustico precettivo non senza influenza sul significato della parte descrittiva dellenunciato che esprime il precetto (o, se si preferisce, della parte dellenunciato precettivo che esprime il frastico). Infatti la presenza del neustico precettivo, la riconducibilit cio dellenunciato ad un sistema di precetti giuridici, vale ad escludere una interpretazione della parte descrittiva che non tenga conto della intermediazione del servizio della dottrina giuridica [corsivo redazionale] []. Di fronte [] ad un enunciato [] secondo cui per proporre una domanda o per contraddire alla stessa occorre [ necessario, ndr] avervi interesse, una volta assunto che si tratta di un enunciato esprimente un precetto che fa parte dellordinamento giuridico italiano [] a nessuno verrebbe in mente di interpretare domanda, contraddire, interesse secondo luso del linguaggio ordinario, e senza tener conto del servizio della cosiddetta dottrina giuridica (magari per criticare questo servizio e per dire che lenunciato non ha senso: ma ecco che cos facendo si farebbe di nuovo della dottrina giuridica) [] la presenza di un neustico precettivo, cio la riconducibilit dellenunciato al sistema dei precetti costituenti lordinamento giuridico italiano, ha sulla interpretazione della parte descrittiva dellenunciato una particolare influenza, costituita dallassoggettamento di tale interpretazione ad una serie di altri precetti (pi deboli: precetti del tipo consigli o proposte e non del tipo norme giuridiche) costituiti appunto dalle proposte della dottrina giuridica [corsivo redazionale].

I passi permettono di precisare ulteriormente la posizione di Tarello e il contenuto della tesi G4.1. Al fine di renderla maggiormente perspicua, introdurr la nozione di regole interpretative. Linterpretazione degli enunciati in una lingua naturale, e di conseguenza la loro determinatezza o indeterminatezza nella prospettiva degli interpreti, dipendono, oltre che da usi linguistici e grammaticali, da un complesso, variamente articolato, di regole che chiamer regole interpretative. Tali regole determinano in quali modi si deve, si pu, ragionevole, o irragionevole, attribuire significato ai vocaboli che compongono gli enunciati, nonch agli enunciati complessivamente considerati. Nellmbito delle regole interpretative latamente intese, possibile distinguere quantomeno fra:
(1) regole semantiche; (2) regole sintattiche; (3) regole metodologiche. Le regole semantiche consistono in definizioni stipulative del significato di vocaboli o locuzioni. Le regole sintattiche consistono in prescrizioni relative alla costruzione sintattica degli enunciati e delle espressioni in lingua in genere. Le regole metodologiche prescrivono, ad esempio: (a) quali atteggiamenti tenere rispetto ai discorsi oggetto dinterpretazione; (b) se e quali usi linguistici considerare rilevanti, e in che modo; (c) se e quali usi grammaticali considerare rilevanti, e in che modo; (d) se e quali regole semantiche considerare rilevanti, e in che modo; (e) se e quali regole sintattiche considerare rilevanti, e in che modo;

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(f) quali fattori extralinguistici considerare rilevanti, o irrilevanti, nellinterpretare vocaboli ed enunciati (volont dellemittente, interessi dellemittente, interessi del destinatario, natura delle cose, ecc.).

Nella prospettiva delle regole interpretative, la tesi G4.1 pu essere intesa nel seguente modo: Di fatto, nella cultura e nellorganizzazione giuridica italiana (degli anni 50 e 60: ma la situazione mi sembra sia rimasta immutata), le disposizioni presentano tipicamente un margine di indeterminatezza maggiore rispetto a quello degli enunciati assertivi (e precettivi) ordinari, a causa delle peculiari caratteristiche delle regole interpretative utilizzabili nellattribuire loro un significato. Di che caratteristiche si tratta? In primo luogo, uninsieme di regole diverso e pi ampio dellinsieme di regole che presiedono allinterpretazione degli enunciati assertivi ordinari (ovverossia, degli enunciati esprimenti asserzioni nel contesto del comune conversare). Linterpretazione di questi ultimi dipende da un insieme alquanto limitato di regole interpretative, composto essenzialmente di regole metodologiche ordinarie (come metter in luce tra breve). Linterpretazione delle disposizioni, per contro, disciplinata da un complesso di regole interpretative semantiche, sintattiche, e metodologiche formulate dai legislatori (regole interpretative legislative), dai giudici (regole interpretative giudiziali), e dai giuristi (regole interpretative dottrinali) queste ultime soltanto espressamente menzionate in Tarello (1968a), per la particolare preminenza rispetto a quelle legislative e giudiziali (ma cfr. Tarello 1980). In secondo luogo, un insieme di regole in buona parte concorrenti e confliggenti, che possono essere usate, e sono spesso usate, per attribuire a quasi tutte le disposizioni una pluralit di significati alternativi. Il neustico prescrittivo influisce pertanto sullinterpretazione delle disposizioni, poich, quantomeno nellesperienza giuridica italiana (ma la conclusione credo possa valere, con le opportune precisazioni, per buona parte delle esperienze giuridiche occidentali), ha, per cos dire, un effetto moltiplicatore delle pertinenti regole interpretative. Fuor di metafora: se si stabilito che un enunciato non un enunciato assertivo (o precettivo) ordinario, ma un enunciato prescrittivo del discorso delle fonti, allora divengono ragionevolmente applicabili regole interpretative che sarebbe (sentito come) irragionevole applicare allinterpretazione di enunciati assertivi (o precettivi) ordinari; le quali regole permettono solitamente di accreditare, per uno stesso enunciato, una pluralit di interpretazioni-prodotto alternative, rendendoli, in questo modo, peculiarmente indeterminati. Ritengo, in conclusione, che fosse questo, e non altro, ci che a Tarello premeva mettere in luce, sostenendo la tesi della semantica del neustico con riguardo agli enunciati prescrittivi giuridici (G4.1). Occorre peraltro distinguere due elementi nella ricostruzione precedente: un dato strutturale e un dato contingente.

268 Il dato strutturale rappresentato dallutilizzabilit, nellattribuire significato alle disposizioni, di non meno di tre insiemi di regole interpretative (nei quali possono essere variamente richiamate le regole interpretative ordinarie).. Il dato contingente rappresentato dal fatto che quei tre insiemi, per come possono essere utilizzati qui ed ora, funzionano tipicamente da generatori di indeterminatezza. I due dati, com ovvio, non sono necessariamente connessi. Ben potrebbe darsi unesperienza giuridica nella quale al dato strutturale si accompagnino modi di utilizzare i tre insiemi di regole interpretative, tali da volgerli in generatori di maggiore determinatezza. 2.3. Giochi interpretativi La discussione della tesi G4.1 appare particolarmente feconda, ai fini di una teoria realistica dellinterpretazione delle disposizioni giuridiche, per la seguente ragione: essa mette in luce che, per le particolari vicende della cultura e delle istituzioni giuridiche occidentali, linterpretazione di enunciati assertivi ordinari , per cos dire, un gioco interpretativo diverso dai giochi di interpretazione delle disposizioni (costituzionali, legislative, regolamentari, ecc.). Nelle pagine seguenti, cercher di esporre le principali differenze fra i due tipi di giochi (oltre a quelle prima accennate: retro, 2.2.), servendomi, a tale fine, di una tipologia dei giochi interpretativi affatto provvisoria, rudimentale, e senza pretese di esclusivit o di esaustivit. 2.3.1. Giochi interpretativi: una tipologia provvisoria Pu essere utile distinguere quantomeno fra i seguenti tipi di gioco interpretativo:
(i) giochi semplici e giochi complessi; (ii) giochi con finalit cognitive e giochi con finalit pratiche; (iii) giochi a nomopoiesi riservata e giochi a nomopoiesi diffusa; (iv) giochi a nomopoiesi separata e giochi a nomopoiesi contestuale; (v) giochi senza reinterpretazione e giochi reinterpretativi.

Vediamo, schematicamente, di che si tratta. Giochi semplici e giochi complessi Per gioco semplice intendo un gioco interpretativo nel quale gli interpreti, nellattribuire significato a enunciati, possono (ragionevolmente) usare un solo insieme di regole interpretative metodologiche. In altre parole, luso di regole diverse da quelle (ritenute) appartenenti allinsieme precluso e d luogo a interpretazioni, a seconda dei casi, bizzarre, inaccettabili, irragionevoli, invalide, nulle, ecc. Per gioco complesso intendo, invece, un gioco interpretativo nel quale gli interpreti possono (ragionevolmente) utilizzare due o pi insiemi di regole interpretative metodologiche.

269 Allinterno dei giochi complessi, pu essere utile distinguere ulteriormente fra giochi stabilmente ordinati e giochi ordinati ad hoc, o anarchici. I primi contengono delle meta-regole metodologiche che istituiscono un ordine preferenziale tendenzialmente fisso fra i diversi insiemi di regole metodologiche utilizzabili. I secondi non contengono alcuna regola siffatta: dimodoch lordine preferenziale affidato ai giocatori-interpreti, i quali istituiranno delle gerarchie mobili, ad hoc, secondo gli interessi di volta in volta perseguiti (salvo, beninteso, lassolvimento di eventuali oneri di argomentazione e giustificazione). Giochi con finalit cognitive e giochi con finalit pratiche Nei giochi con finalit cognitive lobiettivo primario degli interpreti consiste nel ricavare, dai discorsi ad essi indirizzati o da essi comunque fruiti, il maggior numero possibile di informazioni vere o false; verificabili o falsificabili; necessarie, probabili, improbabili, ecc. relativamente alloggetto delle loro indagini. Pu accadere che linterprete giochi altres il ruolo di emittente di messaggi con un qualche (presumibile) contenuto informativo. Nel quale caso, il gioco interpretativo parte di un pi ampio gioco comunicativo che, sulla falsariga di Grice, pu denominarsi gioco conversazionale (con finalit di scambio di informazioni) o conversazione in funzione informativa. Nei giochi con finalit pratiche, invece, lobiettivo primario degli interpreti consiste nel ricavare, dai discorsi ad essi indirizzati o da essi comunque fruibili, il significato, o i significati, che meglio favoriscano certi loro interessi, diversi dallinteresse ad acquisire (ed eventualmente a trasmettere) conoscenze: ad esempio, linteresse a mettere in difficolt linterlocutore, a seminare discordia fra consanguinei, a ristabilire la concordia condominiale, a favorire lavanzamento sociale di un ambizioso conoscente, a trovare un terreno daccordo con gli avversari politici, a vincere una causa, a offrire tutela a un certo interesse materiale, a privare di tutela un certo interesse materiale, a liberare le bestie feroci dagli zoo, a promuovere la causa dellumanit, ecc., ecc. Giochi a nomopoiesi riservata e giochi a nomopoiesi diffusa Nei giochi a nomopoiesi riservata la produzione delle regole interpretative (semantiche, sintattiche, e/o metodologiche) di cui gli interpreti possono servirsi riservata, a seconda dei casi: a individui diversi dagli interpreti-giocatori; a una sottoclasse di interpreti-giocatori (contenente, al limite, un solo individuo). Nei giochi a nomopoiesi diffusa, o non riservata, invece, la produzione delle regole interpretative , in linea di principio, attribuita a qualunque interprete-giocatore. Giochi a nomopoiesi separata e giochi a nomopoiesi contestuale Nei giochi a nomopoiesi separata i giocatori-interpreti cui attribuita la competenza a produrre regole interpretative a titolo riservato o non riservato possono produrre regole soltanto quando non interpretano. Nei giochi a nomopoiesi contestuale, invece, i giocatori-interpreti cui at-

270 tribuita la capacit di produrre regole interpretative a titolo riservato o non riservato possono produrre regole anche contestualmente allo svolgimento di attivit interpretative e alla formulazione di discorsi interpretativi. Giochi senza reinterpretazione e giochi reinterpretativi Le attivit interpretative dei destinatari e/o dei fruitori di discorsi possono, infine, essere analizzate e tipizzate anche alla luce di un modello di procedimento ermeneutico articolato in due fasi: una fase di prima interpretazione, inclusiva della prima interpretazione attivit e del suo risultato; una fase, a sua volta variamente articolata e complessa, di reinterpretazione, inclusiva dellattivit di reinterpretazione e del suo risultato. Per attivit di prima interpretazione intender lattivit che consiste nellindividuare la struttura enunciativa di un messaggio linguistico e nellattribuire a esso un primo, pi o meno provvisorio, significato intendendo per significato un quid e un quantum di comunicazione, idealmente scindibile in un frastico e in un neustico, in una parte referenziale e in una parte funzionale o illocutoria. Si tratta, in altre parole, di una prima decodificazione di un messaggio. Per prima interpretazione prodotto intender il risultato dellattivit di prima interpretazione, esprimibile se del caso mediante un enunciato del tipo: A prima vista, E significa S, oppure A prima vista, E potrebbe significare S, o ancora Lenunciato E significa S, o infine, ellitticamente, dato E, S. Per attivit di reinterpretazione intender lattivit che consiste nellattribuire a un discorso previamente decodificato quel particolare significato, anche diverso dal significato attribuito in sede di prima interpretazione, che costituisce la reinterpretazione prodotto: ad esempio, un enunciato interpretativo della forma A ben vedere, E significa Z, ove Z pu anche essere diverso da S. La reinterpretazione prodotto rappresenta, nei giochi interpretativi bifasici, la reazione interpretativa conclusiva del destinatario e/o fruitore di un discorso in un certo contesto. Reazione interpretativa conclusiva in quanto su di essa che si fondano eventuali reazioni non interpretative dellinterprete, quali, ad esempio: fornire linformazione o il parere richiesti, eseguire una certa operazione materiale, eseguire una certa operazione intellettuale, replicare alle accuse dellemittente, negare lattribuzione di un (mis)fatto, imbarcarsi senza indugio sul primo volo per *** e fare perdere le proprie tracce, ecc. Nella realt, non tutti i giochi interpretativi presentano una struttura bifasica del tipo appena accennato. pertanto possibile distinguere, sotto questo profilo, fra due tipi di giochi. (i) Nei giochi senza reinterpretazione lattivit interpretativa dei destinatari e/o dei fruitori di un discorso consiste unicamente nella fase di prima interpretazione. In questi giochi, il prodotto della prima interpretazione costituisce la reazione interpretativa conclusiva, sulla quale si basano eventuali reazioni non interpretative degli interpreti. Un gioco senza reinterpretazione pu essere retto da regole interpretative metodologiche cos rigorose, e tal punto interiorizzate dagli

271 interpreti, che linterpretazione diviene assimilabile a unattivit automatica: a una sorta di riflesso condizionato. (ii) Nei giochi reinterpretativi lattivit interpretativa si articola invece in nelle due fasi della prima interpretazione e della reinterpretazione, e la reazione interpretativa conclusiva coincide con il risultato della reinterpretazione. In sede di reinterpretazione, in particolare, gli interpreti-giocatori possono confermare, modificare, o mutare del tutto il risultato della prima interpretazione, a seconda degli scopi perseguiti, e nei limiti delle regole dei singoli giochi. 2.3.2. Due giochi interpretativi Alla luce delle delle distinzioni appena tracciate, esaminer e comparer brevemente due attivit interpretative: (1) linterpretazione (con finalit cognitive) di enunciati proferiti nel corso di una conversazione occasionale a scopo informativo; (2) linterpretazione giudiziale di enunciati legislativi. 1. Interpretazione di enunciati proferiti nellmbito di una conversazione occasionale a scopo informativo
Un passeggero (P1) a un altro passeggero (P2), che ha appena riposto in valigia lorario dei treni. P1: A che ora parte il treno per Batavia? P2: Alle 12.01 P1: Da quale binario? P2: Binario 6 P1: Vi sono carrozze di terza classe? P2: In coda.

Il dialogo che esemplifica una qualunque transazione linguistica ordinaria d luogo a un gioco interpretativo con le seguenti caratteristiche: (i) un gioco con finalit cognitive; (ii) un gioco semplice; (iii) un gioco a nomopoiesi separata e probabilmente riservata a non giocatori; (iv) un gioco senza reinterpretazione: la reazione interpretativa conclusiva , apparentemente, il risultato di un processo interpretativo automatico, assimilabile a un riflesso condizionato. Accennavo, tuttavia, come lautomatismo dipenda, molto probabilmente, dallinteriorizzazione delle regole metodologiche del gioco (invero, luso di un linguaggio non richiede forse, come stato autorevolmente affermato, la padronanza di una tecnica? E una tecnica non , forse, un insieme di regole?). Di che regole si tratta? Per rispondere, ancorch in modo sommario, a questa domanda pu essere utile prendere spunto da un saggio di Paul H. Grice (1975). Nella prospettiva di Grice, una conversazione, come quella appena esemplificata, fra due passeggeri pu essere configurata come una transazione cooperativa

272 retta dalle seguenti massime (che esporr in modo estremamente semplificato). In primo luogo, il principio di cooperazione, secondo cui il contributo di ciascun partecipante alla conversazione devessere conforme a quanto richiesto dallo scopo o dallorientamento accettato dello scambio linguistico di cui parte. In secondo luogo, assumendo che lo scopo sia lo scambio, o la trasmissione unilaterale, di informazioni il pi possibile efficiente, ciascun partecipante altres soggetto alle seguenti massime specifiche, cos formulabili: (a) Principio di puntualit: Cerca di fornire tutte le informazioni richieste, e solo le informazioni richieste; (b) Principio di sincerit: Non dire ci che credi essere falso, o per cui non hai prove adeguate; (c) Principio di pertinenza (ed economicit): Non divagare; (d) Principio di chiarezza: Sii perspicuo. E in particolare: Evita le espressioni oscure; Evita le espressioni ambigue; Sii conciso; Sii ordinato nellesposizione. Le massime di Grice, come si sar notato, sono formulate nella prospettiva del conversatore che, avendo gi interpretato un discorso a lui indirizzato, si appresta a rispondere. Quali massime si pu ragionevolmente supporre che regolino, invece, linterpretazione? In primo luogo, il principio (interpretativo) di cooperazione, secondo cui ciascun conversatore deve intendere i discorsi degli altri conversatori in modi conformi a quanto richiesto dallo scopo o dallorientamento accettato dello scambio linguistico di cui parte. In secondo luogo, alcune massime specifiche, cos formulabili: (a) Principio interpretativo di puntualit: Sii interprete attento (Non trascurare nessuna parte dei discorsi che ti sono indirizzati); (b) Principio di fedelt: Sii interprete fedele (Non attribuire significati che credi non conformi allintenzione dellemittente e allo scopo condiviso e/o accettato della transazione linguistica); (c) Principio interpretativo di pertinenza: Sii interprete pertinente (Interpreta i discorsi dellemittente secondo il significato usuale delle parole, salvo che la manifesta intenzione dellemittente indichi un significato diverso); (d) Principio interpretativo di chiarezza: Sii interprete perspicuo (Traduci, se necessario, laltrui discorso in enunciati chiari, univoci, concisi, e ordinati). 2. Interpretazione giudiziale di enunciati legislativi Nella prospettiva della distinzioni prima tracciate, il gioco interpretazione giudiziale delle leggi ovverossia, quel gioco quotidianamente giocato dai giudici ovunque vi siano leggi da applicare, fare osservare, far riformare, far invalidare, eludere, frodare, violare, ecc. presenta, apparentemente, le seguenti caratteristiche:

273 (i) un gioco complesso: gli interpreti possono usare pi e diversi insiemi di regole interpretative (legislative, giudiziali, dottrinali, semantiche, sintattiche, metodologiche); (ii) un gioco tendenzialmente anarchico, nel quale i rapporti gerarchici fra le diverse regole interpretative metodologiche, anche se provenienti da una stessa fonte, non sono, apparentemente, fissati una volta per tutte; (iii) un gioco a nomopoiesi tendenzialmente riservata ad alcune classi di giocatori: i giudici, i giuristi, e i legislatori; (iv) un gioco nel quale la nomopoiesi, da parte dei giudici, tipicamente contestuale; (v) un gioco tipicamente articolato in una fase di prima interpretazione e in una fase di reinterpretazione, nel quale ciascun interprete tende a conservare, modificare, o sostituire del tutto il risultato della fase di prima interpretazione, a seconda del particolare obiettivo di volta in volta perseguito. Di quale obiettivo si tratta? Lobiettivo ufficiale del gioco sembra essere questo: ricavare dal discorso delle fonti la regola adeguata alla decisione del caso sottoposto alla cognizione giudiziale. Si tratta di un gioco a scopo informativo oppure di un gioco a scopo pratico? Nel caso degli avvocati e dei giuristi, quantomeno con riguardo a parti rilevanti dellattivit di questi ultimi, pare difficile negare che il gioco interpretazione delle leggi sia un gioco a scopi pratici (fra cui, ovviamente, lo scopo pratico del trionfo della giustizia). Che dire nel caso dei giudici? Mi limiter, in proposito, a osservare che, anche ove si trattasse di un gioco a scopi informativi (scoprire linterpretazione giusta della rilevante disposizione), al pari del gioco conversazione ordinaria prima esaminato, sarebbe comunque un gioco assai diverso da questultimo: sia sotto i profili appena accennati (complessit, nomopoiesi contestuale, anarchia tendenziale, struttura bifasica); sia come suggerito dalle sue (presumibili) meta-regole metodologiche. Di che regole si tratta? Vediamone brevemente alcune. In primo luogo, la regola fondamentale (quantomeno con riguardo al gioco interpretazione giudiziale delle leggi italiane) il principio della prudente libert dellinterprete, cos formulabile: La massima libert interpretativa compatibile con lesigenza di presentare le decisioni come non arbitrarie, ma dettate, o quantomeno desunte, dalle fonti del diritto positivo, in ossequio al fondamentale precetto Iudex iudicare debet secundum jus. In secondo luogo, sulla falsariga del modello di Grice, possibile articolare alcune massime specifiche, del seguente tenore: (a) Principio interpretativo di puntualit: Sii interprete attento (Non trascurare nessuna parte dei discorsi legislativi, dottrinali, e giudiziali, da cui potresti desumere elementi per lidentificazione dellinterpretazione corretta della pertinente disposizione).

274 (b) Principio di fedelt: A seconda delle tue preferenze stabili, ovvero delle esigenze argomentative del momento, e/o di una qualche combinazione delle due cose, sii interprete fedele: i) alla lettera della legge; ii) allintenzione del legislatore storico al momento della promulgazione della legge da interpretare; iii) allintenzione del legislatore storico attualizzata con riferimento al contesto di applicazione della legge da interpretare; iv) alla volont oggettiva della legge da interpretare, al momento della sua promulgazione; v) alla volont oggettiva della legge da interpretare, attualizzata con riferimento al contesto di applicazione; vi) ai supremi valori della costituzione formale; vii) ai supremi valori della costituzione materiale; viii) ai supremi precetti desumibili dallo spirito del popolo; ix) ai dettami della recta ratio, sottesa al diritto positivo, ecc., ecc.. (c) Principio interpretativo di pertinenza: Sii interprete pertinente (Interpreta gli enunciati legislativi secondo i metodi interpretativi che riterrai pi corretti e adeguati allo scopo dellidentificazione della soluzione corretta). (d) Principio interpretativo di chiarezza: Sii interprete perspicuo (Traduci, per quanto possibile, il discorso legislativo in enunciati chiari, univoci, concisi, e ordinati, secondo quanto richiesto dallesigenza di pervenire a una decisione corretta). 3. I limiti della Vigilia e la vigile insonnia dello scetticismo giunto il momento di formulare alcune, sia pure provvisorie, conclusioni (1) La Vigilia offre dellinterpretazione giuridica un resoconto che sembra peccare di semplicismo: ignora le peculiarit dei giochi interpretativi giuridici (se non sotto il profilo della presenza di vocaboli tecnico-giuridici) e, in particolare, del gioco interpretazione giudiziale degli enunciati legislativi, che un gioco di reinterpretazione, complesso, e tendenzialmente anarchico. In questa prospettiva, se ad alcuni scettici pu imputarsi la fissazione sulle attivit interpretative e applicative dei giudici, ai fautori della Vigilia pu specularmente imputarsi la fissazione sulle attivit interpretative dei comuni cittadini e sul quotidiano fuzionamento delle lingue naturali. Forse, seguendo un risalente suggerimento (Twining, Miers 1976), la teoria dellinterpretazione giuridica trarrebbe vantaggio dallabbandono degli stereotipi correnti e dalla elaborazione di modelli descrittivi ed esplicativi dei diversi giochi interpretativi giuridici, con riguardo a specifiche esperienze. (2) La Veglia sembra confondere, e sovrapporre, la creazione del significato di una disposizione con la scelta del significato da attribuire a una dispo-

275 sizione in vista della sua utilizzazione a fini eristici e/o decisori. Questa confusione stata probabilmente ingenerata dalla diffusa abitudine a dare conto delle teorie (e/o dottrine) dellinterpretazione (giudiziale) ricorrendo alla dicotomia scoperta / creazione (o simili). Le due operazioni, tuttavia, oltre a essere distinte, non sono nemmeno necessariamente connesse, dimodoch si ha si pu avere scelta di un significato anche laddove non vi sia stata creazione di quel significato. La Veglia, per, sovrapponendo i due concetti, suggerisce che vi sia scelta soltanto laddove vi creazione; e che, pertanto, dove non vi sia stata creazione, non vi sia stata neppure scelta. (3) La Veglia, insomma, pu servire ad accreditare dottrine del carattere parzialmente tecnico dellapplicazione giudiziale del diritto, le quali oscurano linevitabile compromissione assiologica e metodologica o, in senso lato, giuspolitica insita nel giudicare. Anche il conformismo interpretatativo, che si manifesta in definizioni stipulative adesive , infatti, una scelta. (4) Lo scetticismo genovese (per quel poco che dato scorgerne da quanto sopra) favorisce, invece, un atteggiamento di vigile insonnia: una prospettiva volta a mettere costantemente in luce le scelte e le responsabilit di ciascuno degli operatori della normazione giuridica (legislatori, giudici, giuristi). E che tali scelte indaga sotto il profilo della loro formazione, dei loro presupposti ideologici, dei loro presupposti fattuali, dei loro limiti, della loro convenienza, della loro argomentazione, della loro formulazione, del loro occultamento, dei loro esiti interni, dei loro esiti esterni, ecc., senza concedere alcunch a delusioni assolutiste e allinsegna di quella mentalit moderna che, per il cospirare di molteplici fattori dordine culturale e materiale, stenta tuttora ad affermarsi. Riferimenti bibliografici
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Riccardo Guastini

Due esercizi di non-cognitivismo

Il libro di Jos Juan Moreso un lavoro eccellente, di cui condivido molte tesi (quasi tutte, in verit). Tuttavia, vi sono tra noi due divergenze: la prima riguarda il problema della forma logica delle proposizioni normative; la seconda riguarda la teoria dellinterpretazione. Ebbene, vorrei avanzare la congettura che tali divergenze dipendano entrambe dalladesione di JJM ad una particolare teoria del diritto: la versione hartiana del positivismo giuridico. 1. Normativismo La versione hartiana del positivismo giuridico suppone o comunque compromessa con una concezione normativista del diritto. Normativista in che senso? In questo contesto, per normativismo intendo molto semplicemente una concezione del diritto radicalmente antirealista (beninteso: nel senso del realismo giuridico, non del realismo filosofico). Mi pare che questo modo di vedere si caratterizzi per le due tesi seguenti. (1) Il diritto non gi un fenomeno fattuale (linguistico, sociale, o altro), ma un fenomeno normativo, un insieme di norme. Pertanto, conoscere il diritto conoscere norme, non fatti: le norme sono entit non-fattuali, hanno un aspetto interno (che i fatti, ovviamente, non hanno). (2) Per questa ragione, la conoscenza del diritto cosa del tutto diversa da qualsivoglia altra conoscenza scientifica. Conoscere il diritto non conoscere fatti (come in ogni altra scienza naturale e sociale): ad esempio, gli atti linguistici del legislatore, dei giuristi, o dei giudici. Conoscere il diritto conoscere norme dal punto di vista interno. 2. Due forme di cognitivismo giuridico In che senso si pu intendere la tesi secondo cui le norme sono entit nonAnalisi e diritto 1999, a cura di P. Comanducci e R. Guastini

278 fattuali? Credo che questa tesi abbia un duplice senso. (a) Da un lato, le norme non sono entit pragmatiche (atti linguistici), e neppure sintattiche (enunciati, formulazioni normative): sono entit semantiche, ossia significati. (b) Dallaltro lato, e per conseguenza, le norme sono entit del mondo tre (nel senso di Popper), ovvero del mondo del Sollen (nel senso di Kelsen): entit normative, quali doveri, poteri, facolt. Insomma: propriet normative o deontiche della condotta. Per conseguenza, conoscere il diritto implica: (i) Da un lato, conoscere non ci che hanno detto i legislatori, i giuristi, i giudici, bens conoscere ci che si deve (si pu, non si deve, etc.) fare (secondo il diritto). Ci suppone che ci che fanno i legislatori sia non dettare formulazioni normative, ma statuire doveri, poteri, facolt, etc. (ii) Dallaltro lato, per conoscere i propri doveri, poteri, facolt occorre accertare il contenuto di significato delle formulazioni normative emanate dai legislatori. Il che non avrebbe alcun senso se tali formulazioni normative avessero un significato totalmente indeterminato o, peggio, ambiguo. Ammettere la possibilit di conoscere doveri, poteri, facolt, etc. implica che ogni formulazione normativa abbia un solo significato (anche se vago), suscettibile di conoscenza. Il normativismo si risolve cos in una duplice forma di cognitivismo giuridico. (1) Primo: conoscere il diritto conoscere doveri, poteri, facolt, etc. Dunque i doveri, i poteri, le facolt, etc. sono entit suscettibili di conoscenza. Questo tipo di cognitivismo giuridico somiglia fortemente al cognitivismo etico. (2) Secondo: conoscere doveri, poteri, facolt, etc. conoscere il significato di formulazioni normative. Dunque le formulazioni normative incorporano un significato (per quanto vago) univoco e oggettivo. Questa una forma di cognitivismo interpretativo: linterpretazione unattivit non di decisione, ma di conoscenza (una funzione della conoscenza, non della volont). Ecco dunque che le proposizioni normative sono enunciati che vertono su doveri, facolt, poteri, etc. Ebbene, pare a me che il normativismo non sia una buona teoria della conoscenza giuridica. Ci per due distinte ragioni. 3. Primo esercizio di non-cognitivismo: scetticismo interpretativo Ad una osservazione empirica non risulta che i legislatori stauiscano doveri, poteri, facolt, etc. Essi semplicemente compiono atti linguistici, proferendo formulazioni normative. Si tratta di cose molto diverse. Per sapere che cosa si debba (si possa non si debba, etc.) fare, occorre interpretare tali formulazioni. Ma, disgraziatamente, il significato delle formulazioni sempre o quasi sempre discutibile: nel senso che sempre o quasi sempre si possono addurre argomenti in favore di interpretazioni diverse (diverse tra loro, e comunque

279 diverse da quella che appare come linterpretazione naturale o prima facie). Non un problema di vaghezza: a mia conoscenza, i problemi di vaghezza, di trama aperta, non sono i problemi interpretativi pi importanti. I problemi interpretativi pi gravi sono problemi di ambiguit (in senso ampio): non si tratta, cio, di definire i confini del campo di applicazione di una norma; si tratta, piuttosto, di identificare la norma stessa. Ci accade non solo (e non tanto) nei casi di ambiguit sintattica e semantica in senso stretto. Ci accade soprattutto nei casi di lacune (normative, tecniche, assiologiche) e di antinomie. E non vi si pu dire problema giuridico che non involga discussioni su lacune e (soprattutto) antinomie. Vi sono, nondimeno, anche casi facili o testi chiari? Non so dire se davvero vi siano testi chiari o casi facili. Ma, anche se vi sono, nego che sia interessante fondare una teoria dellinterpretazione sui casi facili e sui testi chiari, per la buona ragione che le discussioni dottrinali e i contrasti giurisprudenziali hanno ad oggetto precisamente i casi difficili e i testi oscuri. E falso che i casi difficili siano marginali (nella zona di penombra, al margine della zona di luce). Piuttosto, i casi facili sono marginali, nel senso che sono rari e, comunque, poco interessanti per una teoria dellinterpretazione. Una teoria dellinterpretazione (giuridica), infatti, altra cosa da una teoria del significato degli enunciati in lingua naturale. Non interessa sapere se gli enunciati in lingua naturale abbiano un nucleo di significato certo accanto ad una zona di penombra: interessa ricostruire concettualmente la pratica degli operatori giuridici.

4. Secondo esercizio di non-cognitivismo: le proposizioni normative come asserti fattuali Non comprendo perch la conoscenza guridica non possa essere una conoscenza puramente fattuale, come ogni altro tipo di conoscenza. Conoscere il diritto vuol dire conoscere ci che hanno detto i legislatori, rilevare in qual modo le formulazioni normative dei legislatori sono state e prevedere in qual modo saranno interpretate dai giuristi, prevedere quali decisioni assumeranno i giudici e i funzionari amministrativi. E nulla pi. Conoscere doveri mi pare una contraddizione in termini. La conoscenza, credo, non pu avere altro oggetto che fatti. Non si possono conoscere doveri: i doveri possono solo essere oggetto di accettazione, non di conoscenza. Se si accetta questo punto di vista ( il punto di vista del non-cognitivismo etico), allora gli enunciati deontici gli enunciati su doveri o sono proposizioni fattuali (formulate in modo fuorviante), o non sono proposizioni affatto. Prendiamo ad esempio lenunciato deontico
(1) Gli assassini devono essere puniti

Ammettiamo che questo enunciato possa essere interpretato in due modi distinti: o come una norma, o come una proposizione sopra una norma.

280 Se (1) esprime una norma (o reitera una norma), allora il suo significato che
(2) N1: Gli assassini devono essere puniti

Se, per contro, (1) esprime una proposizione normativa, allora esso nasconde la sua stessa struttura logica: esso ha ad oggetto non una condotta, ma una norma, non la punizione degli assassini, ma (metalinguisticamente) la norma che la prescrive. Interpretato come proposizione normativa, (1) menziona la norma N1 e dice qualcosa sopra questa norma. E ci quanto dire che (1) costituisce una formulazione ingannevole di qualcosa come:
(3) Il legislatore ha emanato N1

ovvero
(4) Il legislatore ha prescritto che gli assassini siano puniti

Questi enunciati tuttavia, non vertono su doveri: vertono su fatti. La differenza tra (2) e (3) ma lo stesso potrebbe dirsi per (2) e (4) e evidente, credo, perch i due enunciati hanno implicazioni diverse. Lenunciato (2) implica, ad esempio, che, se Tizio un assassino, allora Tizio deve essere punito. Mentre lenunciato (3) non diversamente dal (4) privo di conseguenze normative. Dallavvenuto compimento di un atto linguistico (la emanazione di N1, latto di prescrizione) non si pu inferire alcun dovere. Detto in altre parole, vi sono due possibilit. (a) Prima possibilit: gli enunciati deontici sono un modo ingannevole o maldestro di esprimere proposizioni fattuali. In questo caso, essi non esprimono alcuna conoscenza di doveri o di entit affini: esprimono solo conoscenze fattuali (altre conoscenze non si danno). (b) Seconda possibilit: gli enunciati deontici vertono su doveri, qualificano deonticamente la condotta. In questo caso, essi non esprimono alcuna conoscenza per la semplice ragione che non sono proposizioni. Esprimono norme (quando sono formulati da un legislatore), o esprimono atteggiamenti normativi, ossia atteggiamenti di accettazione di norme (quando sono formulati da chiunque sia privo di competenze normative).

Susanna Pozzolo

Appunti su un nobile sogno, una veglia e il suo incubo1

1. Vegliando la costituzione Linterpretazione della costituzione ha importanti risvolti politici. Moreso, tuttavia, si chiede se sia possibile formulare una teoria dellinterpretazione costituzionale indipendente da considerazioni politiche e, in tal caso, come si attribuisca significato alle disposizioni costituzionali. In un recente articolo Moreso scrive: ancorch vi sia un procedimento di controllo giudiziale della costituzionalit, ci non determina in nessun caso che la costituzione sia ci che la corte costituzionale dice che 2, bens, come dice Rawls, The constitution is not what the Court says it is. Rather, it is what the people acting constitutionally through the other branches eventually allow the Court to say it is3. Roberto Gargarella ha sostenuto che le considerazioni di Moreso sono pi che altro retoriche: evidente infatti che, per quanto filosofi dello spessore di Rawls [] ci dicano che la costituzione quello che noi consentiamo di dire alla Suprema Corte, in realt [] la costituzione quello che i giudici dicono che sia, e ci cos anche se la cosa non ci piace, o ci ostiniamo a sostenere il contrario, o organizziamo manifestazioni per indurre i giudici a prendere questa o quella decisione4. Nel suo La indeterminacin del derecho y la interpretacin de la constitucin, Moreso si propone di rispondere ai due quesiti sopra richiamati, rilevanti sia per la teoria del diritto sia per la dottrina costituzionale, argomentando in favore della tesi sopra esposta.

Vorrei ringraziare Albert Calsamiglia per linvito rivoltomi a partecipare alla tavola rotonda sul libro di Jos Juan Moreso, La indeterminacin del derecho y la interpretacin de la constitucin (Centro de Estudios Constitucionales, Madrid, 1997), svoltasi presso lUniversidad Pompeu Fabra di Barcelona nellottobre del 1998. 2 J. J. Moreso, Diritti e giustizia procedurale imperfetta, in Ragion pratica, 10, pp. 1339, p. 39. 3 J. Rawls, Political Liberalism, Columbia UP, New York, 1993, p. 237; citato da J. J. Moreso, Diritti e giustizia procedurale imperfetta, cit., p. 39. 4 R. Gargarella, Il ruolo dei giudici di fronte al terreno proibito, in Ragion pratica, 10, pp. 65-73, p. 72.
Analisi e diritto 1999, a cura di P. Comanducci e R. Guastini

282 Muovendosi esplicitamente nel solco della teoria hartiana, Moreso costruisce una teoria dellinterpretazione costituzionale denominata Vigilia che ambisce a rispettare le tre tesi che Hart attribuisce al positivismo giuridico: a) la tesi della separazione concettuale fra diritto e morale; b) la tesi delle fonti sociali del diritto; c) la tesi della discrezionalit giudiziale. La concezione proposta da Moreso, per la verit, non sembra affatto riferirsi alla sola interpretazione costituzionale: si direbbe piuttosto una teoria dellinterpretazione in generale, neppure riferita al solo discorso giuridico. Moreso, infatti, non sembra pensare che linterpretazione del diritto presenti problemi genuini e specifici rispetto a qualsiasi altro tipo di interpretazione. Lopera, in ogni caso, si concentra sullinterpretazione della costituzione e il problema che ad essa soggiace racchiuso nelle domande da cui ha preso le mosse la mia riflessione. La strategia argomentativa di Moreso volta, nella prima parte, a erigere una teoria del significato che sar prodromica a quanto sostenuto nella seconda parte del libro. Lautore ritiene, cio, che sia necessaria e/o preliminare allelaborazione di una teoria dellinterpretazione costituzionale ladozione di una teoria del significato e ci, evidentemente, perch egli reputa insufficiente la sola osservazione della pratica giuridica. La teoria del significato da lui assunta identifica il senso di termini e locuzioni in base alluso che di essi viene fatto dalla comunit dei parlanti. Il criterio delluso, per, secondo Moreso, consente lidentificazione solo di un gran numero di singnificati ma non di tutti, sicch una parte di essi rester non determinata e, quindi, il linguaggio nel suo complesso risulter essere parzialmente indeterminato. A questo, quasi a corollario, si collega ladesione ad una teoria mista composta da una dose limitata di scetticismo e da una dose di formalismo dellinterpretazione giuridica, che si direbbe far sua una qualche versione rivista e aggiornata della teoria dellopen texture hartiano, e la ormai pi che nota distinzione fra casi chiari e casi difficili. La concezione della Vigilia si caratterizza per le seguenti quattro tesi: a) tesi metafisica: non esiste un mondo giuridico indipendente dalla capacit umana di conoscere il diritto positivo e in grado di rendere vere o false le proposizioni costituzionali; b) tesi semantica: il significato degli enunciati giuridici puri determinato dalle loro condizioni di affermabilit, ossia dalla possibilit di dimostrare che certe conseguenze si ottengono dal sistema giuridico originario, ad esempio dalla costituzione; c) tesi logica: non tutte le proposizioni costituzionali sono vere o false; d) tesi giuridica: talvolta esiste una risposta corretta per i casi costituzionali, talaltra non esiste e le corti creano dei significati. Ma nel primo caso, quando le corti applicano un diritto preesistente, esse possono sbagliarsi. Moreso, in definitiva, sembra aderire ad un moderato convenzionalismo linguistico adottando una prospettiva di accostamento al fenomeno linguistico di tipo culturale, ovvero pensando al fenomeno della lingua come a qualcosa che

283 emerso inintenzionalmente dalle azioni umane compensato da un moderato oggettivismo o formalismo , secondo cui le regole semantiche, che presiedono alluso della lingua, comunque formatesi, sarebbero in grado di determinare almeno alcuni significati. In questo modo, lautore rigetta la tesi scettica dellinterpretazione giuridica e nel contempo non aderisce alla tesi formalista. Nella seconda parte dellopera, una volta costruito lo scheletro della sua concezione, Moreso concentra lattenzione sulla costituzione. Richiamando lidea di precompromesso, sul modello proposto da Jon Elster e Stephen Holmes, riassunto nella massima Se il popolo non ha le mani legate, non avr mani5, aderisce alla tesi della superiorit costituzionale. Una volta attribuita superiorit alla costituzione nel sistema delle fonti, si pone il problema di come attribuire significato alle sue disposizioni. Dalla prospettiva di Moreso appare necessario rifiutare la tesi scettica dellinterpretazione, perch essa dissolverebbe ogni pretesa di superiorit e negherebbe senso alla stessa idea costituzionale: ogni giudice delle leggi sarebbe il solo responsabile delle scelte interpretative fatte e le disposizioni della pi elevata fonte ordinamentale sarebbero svuotate di contenuto significativo e prescrittivo6. Moreso, tuttavia, non adotta neppure una teoria formalista dellinterpretazione costituzionale, sul modello dworkiniano, bens accetta una concezione anti-realista in metafisica secondo cui non esiste un mondo indipendente dalle capacit conoscitive in grado di rendere vere o false le proposizioni costituzionali7 e ritiene, altres, di poter rigettare la logica della bivalenza vero/falso per le proposizioni, sostenendo, al contrario, che in taluni casi esse possano essere n vere/n false. Per dimostrare questultima tesi Moreso propone un esempio letterario, come gi aveva fatto Dworkin, confermando di voler offrire una teoria dellinterpretazione in generale, non meramente giuridica, per quanto in tal senso orientata. Una volta costruita la concezione della Vigilia, lautore passa a verificarla, proponendone un confronto con altre due concezioni che denomina Noble Sueo e Pesadilla. La prima corrisponde, grosso modo, alloggettivismo dworkiniano e la seconda, grosso modo, al realismo giuridico americano; questa seconda in particolare si caratterizza per le seguenti tesi. La prima tesi condivisa anche da Moreso. a) Tesi metafisica: non esiste un mondo giuridico indipendente dalla capacit umana di conoscere il diritto positivo e in grado di rendere vere o false le proposizioni costituzionali. Le divergenze fra la concezione dellautore e la Pesadilla si presentano a partire dalla seconda tesi. b) Tesi semantica: non possibile attribuire significato
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Cfr. S. Holmes, Vincoli costituzionali e paradosso della democrazia, in G. Zagrebelsky, P. P. Portinaro, J. Luther, Il futuro della costituzione, Einaudi, Torino, 1996, pp. 167-208, p. 201. 6 Cfr. J. J. Moreso, La indeterminacin del derecho , cit., p. 221. 7 Cfr. J. J. Moreso, ivi, p. 187.

284 agli enunciati costituzionali puri, la cui verit dipenderebbe dallesistenza di determinate norme costituzionali, perch impossibile attribuire significato alle formulazioni normative della costituzione. Lautore non condivide neppure la terza tesi della Pesadilla. c) Tesi logica: le proposizioni costituzionali non hanno valori di verit, giacch si riferiscono alla presupposta esistenza di significati attribuiti alle formulazioni costituzionali e questi significati non esistono. Anche la quarta tesi non condivisa da Moreso. d) Tesi giuridica: non esiste mai una risposta corretta per i casi costituzionali; le corti creano sempre diritto e non lo applicano; esse, dunque, non si possono sbagliare nello stabilire i diritti e i doveri dei cittadini. Evidenziando i limiti e le difficolt di queste due prospettive, Moreso presenta la Vigilia come quella concezione in grado di risolvere il maggior numero di problemi interpretativi, senza fuoriuscire dallambito coperto dal sintagma positivismo giuridico. La concezione della Vigilia, Moreso afferma, non pretende di essere una teoria normativa, bens solo di indicare ci che i giudici devono giuridicamente fare. Con questo lautore ambisce a sottolineare le pretese scientifico-descrittive della sua concezione, escludendo ogni slittamento verso discorsi di tipo normativo. Sebbene La indeterminacin del derecho y la interpretacin de la constitucin offra innumerevoli spunti di riflessione, tutti al pari interessanti, svolger alcune considerazioni muovendo dalle critiche che Moreso rivolge al realismo giuridico americano, e allo scetticismo in generale. Anchio, come il suo autore, vorrei assumere una prospettiva moderata, ma non aderir ad una prospettiva vigilmente moderata, bens ne adotter una realisticamente moderata. Moreso sceglie un terreno relativamente facile per presentare la teoria della Vigilia, collocandola fra due proposte integraliste e facendola cos apparire come quella dotata di maggior buonsenso e saggezza pratica. Una volta posta in quel contesto, risulta piuttosto agevole per la Vigilia giocare con le suggestioni che pu creare nel lettore. Richiamandomi alle critiche che Moreso rivolge allo scetticismo vorrei tentare di ridimensionare le suggestioni evidenziando, per contro, alcuni punti della concezione proposta che non sono, a ben guardare, cos indiscutibili come lautore sembra ritenere o come tende a presentarli. Le critiche che Moreso muove alla concezione realista hanno il loro punto di forza nella necessit di evitare che le disposizioni costituzionali perdano significato. Per esemplificare la concezione della Vigilia e per rafforzarne largomentazione, Moreso riporta un caso deciso dal Tribunal Constitucional spagnolo. Il Parlamento aveva approvato la Ley Orgnica 1/1992 de Proteccin de la Seguridad Ciudadana (una legge in materia di pubblica sicurezza) che allart. 21.2., come causa di giustificazione per il legittimo ingresso della forza pubblica nel domicilio, considerava la flagranza di reato intesa come conoscenza fondata da parte della forza pubblica del verificarsi di un reato, regolato dal codice penale in

285 materia di stupefacenti, sia esso in corso o gi compiuto, semprech la necessit di tale intervento fosse urgente. Tale disposizione venne quasi subito sottoposta al giudizio del Tribunal Constitucional per asserita incompatibilit con lart. 18.2 della Costituzione che, grosso modo, recita che nessun ingresso nel domicilio potr essere eseguito senza il consenso del titolare o senza una decisione giudiziale, salvo il caso di flagranza di reato. Il Tribunale dichiarava incostituzionale larticolo esaminato per contrasto con la costituzione. Largomentazione del Tribunale presenta il suo punto nevralgico nel richiamo al senso con cui la comunit giuridica spagnola usa la locuzione flagranza di reato. Da tale uso era difatti possibile evincere (secondo il Tribunale) che la legge si estendeva oltre i casi coperti dal sintagma e, quindi, oltre i casi costituzionalmente consentiti: perch impiegando la locuzione flagranza di reato senza ulteriore specificazione la costituzione rinviava necessariamente (pena la sua perdita di senso) alla nozione tradizionale usata dalla comunit giuridica8. A mio parere, e rinviando alle considerzioni svolte da Pierluigi Chiassoni sullargomento9, lesame della motivazione del Tribunal Constitucional permette di formulare qualche argomento a sostegno non tanto della Vigilia, come ritiene Moreso, quanto piuttosto a favore di una concezione moderatamente scettica. In ogni caso, Moreso con lesempio proposto vuole dimostrare che: 1) possibile avere risposte corrette; 2) non tutti i casi costituzionali sono difficili; 3) possibile scoprire il significato dei testi costituzionali, indipendentemente da considerazioni poliche. Dimostrando questi tre punti, Moreso pretende, inoltre, di suffragare le seguenti critiche allo scetticismo dei giusrealisti: a) il giusrealismo concede eccessiva rilevanza al momento processuale; b) il giusrealismo sottovaluta la distinzione fra contesto di scoperta e contesto di giustificazione; c) il giusrealismo dimentica la distinzione fra infallibilit e definitivit dei giudicati; d) il giusrealismo si scontra con il paradosso del seguire le regole. Svolger solo alcune brevissime riflessioni sui primi tre punti, senza alcuna pretesa di esaustivit, ma con la dichiarata intenzione di continuare il dibattito. In linea con i miei limitati propositi, non pretendo affatto di offrire alcuna contro teoria dellinterpretazione costituzionale, bens solo di porre in risalto ci che, a mio parere, pu essere al pi considerato prova indiziaria, e non pienamente probante come vorrebbe far pensare Moreso, delle ragioni della vigilia. 2. Enfasi processuale e tesi semantica Moreso si propone di scalfire il ruolo centrale che il giusrealismo riconosce al momento processuale. Lesempio riportato della decisione del Tribunal Constitucional spagnolo metterebbe in evidenza come non sia stato creato alcun si-

8 9

Sentenza n. 341 del 1993. Cfr. P. Chiassoni, Quien salv a la constitucin?, in questo stesso volume.

286 gnificato da parte della corte, che si sarebbe limitata ad estrarlo dalluso linguistico della comunit giuridica. Moreso condivide la tesi secondo cui il significato dei testi normativi dato dalluso del linguaggio, di tal che, almeno nei casi chiari, si potrebbe dire che lattivit interpretativa di tipo conoscitivo. Se cos fosse, chiaro che confrontando il significato duso e il significato attribuito dalle corti si potrebbe verificare la correttezza della decisione interpretativa di queste ultime. In base alluso, infatti, sarebbe possibile determinare il valore di verit delle proposizioni normative, perch la loro verit dipender dalla verit degli enunciati interpretativi; con le parole di Moreso: Alle conseguenze normative della costituzione appartiene una norma che stabilisce Gli F devono (non devono, possono) fare Q. Le condizioni di verit di questo enunciato dipendono dallattribuzione di significato a determinati testi costituzionali. Dipendono dalla verit di enunciati interpretativi come Il testo costituzionale T significa che 10. E questi ultimi saranno veri se vero che esiste una norma che prescrive quanto affermato nellenunciato interpretativo. Orbene, dato che Vigilia e Pesadilla sono concordi nel ritenere che non esiste un mondo giuridico indipendente dalla capacit umana di conoscere il diritto positivo in grado di rendere vere o false le proposizioni costituzionali, per sapere se vero lenunciato interpretativo dovremo guardare al diritto positivo. Vi sono molti modi di guardare al diritto positivo, ma, come ben sa Moreso, non tutte le interpretazioni-prodotto hanno la stessa rilevanza istituzionale11. A mio modo di vedere, occorre in primo luogo considerare chi sia il soggetto che formula lenunciato interpretativo: se lenunciato interpretativo esaminato formulato da un giurista (giudici e dottrina) che rileva (o registra) luso di quel significato da parte di altri giuristi potr essere verificato confrontando la nuova formulazione (o registrazione) con quella prodotta antecedentemente da altri giuristi. Se leunciato interpretativo esaminato formulato da un giudice che lo pone a fondamento della propria sentenza, per (diversamente dalla situazione poco sopra ipotizzata), non potr dirsi n vero n falso, non potr essere verificato, perch in tal caso esso non rappresenta una semplice rilevazione, bens consiste in unascrizione di significato, una norma. Il fatto, poi, che il giudice abbia usato un significato non inviso al maggior numero di giuristi non significa affatto che abbia conosciuto il significato della disposizione, semplicemente significa che ha scelto quel significato particolare. per la consapevolezza della natura volitiva dellattivit svolta dalla giurisdizione che il momento processuale assume autonoma e centrale rilevanza12. osservando la decisione, infatti, che il sin10 11

J. J. Moreso, ivi, pp. 184-185. Uso qui il termine rilevanza, diversamente da Moreso, nel senso pi banale di pi importante per un determinato fine. 12 Cfr., ad esempio, M. Troper, Funzione giurisdizionale o potere giudiziario?, in M. Troper, Per una teoria giuridica dello stato, Guida, Napoli, 1998, pp. 109-121.

287 golo pu essere in grado di conoscere la norma; attraverso la decisione giudiziale che si procede alla ricostruzione del sistema o di quella parte del sistema interessato dalla pronuncia che diviene in senso stretto vincolante, che pu dirsi effettivamente diritto positivo. Tra i diversi significati possibili, quello scelto e applicato dalla corte che appare rilevante per conoscere cosa dice il diritto. Insomma, ben possibile attribuire significato ai testi costituzionali, anzi possibile attribuire loro pi dun significato alla volta; inoltre, se quello assegnato raccoglie consenso tra i giuristi: tanto meglio (per la corte, almeno). Ma, in ogni caso, la centralit del momento processuale appare innegabile per unanalisi descrittiva del diritto positivo: se ben vero ci che afferma Moreso, ossia che le persone seguono quotidianamente delle norme giuridiche, senza che ci comporti ladire una corte ad ogni pi sospinto, anche vero che quando sorge una questione interpretativa la decisione di una corte che fissa il significato definendo la controversia, quale che sia luso linguistico in proposito. Moreso accetta tutto questo per quanto riguarda i casi difficili, ma lo rifiuta per quanto riguarda i casi chiari. Ma cos un caso chiaro? A mio parere, un caso potrebbe dirsi chiaro quando essendosi proposto pi volte ha ottenuto sempre la stessa soluzione interpretativa, ossia quando c costante giurisprudenza; oppure uninterpretazione potrebbe dirsi chiaramente errata quando fuoriesce dallambito dei significati possibili e/o accettabili nella lingua utilizzata. Credo, per, che la prima situazione, oltre ad essere difficilmente rintracciabile negli ordinamenti positivi, sia soggetta a repentine smentite, la seconda situazione non credo arrivi a dar vita a un processo giudiziale. Comunque, sia pure un caso definibile chiaro, lattivit della corte che fissa il significato giuridico, scegliendolo tra quelli veicolati dalla disposizione. In questo senso non mi pare possibile individuare il significato di una formulazione costituzionale indipendentemente dal processo; tuttal pi sar possibile sondare e rilevare i significati attribuibili o attribuiti a tale disposizione. Ma la scelta di un significato resta unattivit volitiva, sia che questo venga fatto da una corte o sia che venga fatto dalla dottrina. Se cos , non si pu dire che lattivit di accertamento della norma sia conoscitiva. Alla luce della prospettiva assunta da Moreso il momento e la decisione processuale assumono rilevanza nella soluzione dei soli casi difficili. Due, almeno, sono le questioni che questa tesi solleva: i) il discorso giuridico presenta o non presenta aspetti per i quali si possa affermare che esiste una specificit dellinterpretazione giuridica; ii) come definire caso, sia esso chiaro o difficile. Rispetto alla prima questione, a me pare che linterpretazione giuridica presenti problemi specifici, non riscontrabili nellinterpretazione di altri tipi di discorso. Non mi addentrer in questa discussione e rinvio alla letteratura in argo-

288 mento13. Vorrei fare solo due brevi osservazioni. In primo luogo, il discorso normativo differisce da discorsi di altro tipo in quanto alla sua funzione, che ritengo determinante anche nellinterpretazione. Se tale discorso, forse, sottost alle stesse leggi che presiedono allinterpretazione di qualsiasi altro discorso quando di esso si discute in generale, cos non mi pare che sia quando sorge una questione interpretativa che assurge alle aule di giustizia. Nel primo caso, i parlanti faranno uso di criteri generali di interpretazione non per attribuire significato ma per rilevare significati altrui, altrimenti la loro attivit si caratterizzer in termini volitivi o, almeno, persuasivi e non descrittivi. Nellaltro caso, i discorsi interpretativi che vengono sviluppati nelle aule di un tribunale non sono diretti alla normale comprensione, bens a sostenere quella che si afferma sia la migliore interpretazione rispetto alle altre. Risulta evidente, allora, che queste interpretazioni non hanno scopi conoscitivi, ma precettivi, si propongono come discorsi persuasivi. In tali sedi, inoltre, entrano in gioco tutta una serie di altre regole interpretative stabilite dal diritto positivo e/o dalla specificit del discorso giuridico, che non operano in altri generi di interpretazione. Queste considerazioni, ancor prima di essere difendibili ricorrendo ad analisi logiche sulle prescrizioni, mi sembra siano verificabili attraverso unindagine empirica. E questo mi porta alla seconda questione. Cosa sintende quando si parla di casi? A me sembra che permanga una certa confusione che conduce a dibattere di cose diverse. Quando si afferma che vi sono casi facili e casi difficili mi pare si faccia riferimento allinterpretazione di casi generici in astratto. Diversamente, quando si sostiene che non esistono casi facili credo ci si ponga nella prospettiva dellinterpretazione giuridico-concreta. Da questo punto di vista non ci sono casi facili, ogni caso che assurge alle aule del tribunale offre almeno due interpretazioni: due interpretazioni che, quando non vertono sulla disposizione applicabile, vertono sul fatto e sulla sua qualificazione giuridica. Cos, dato che le questioni interpretative sono alla fine risolte dai giudicati delle corti, quando si voglia conoscere il significato di un precetto giuridico per adeguarvi o no il proprio comportamento occorre guardare alle decisioni giudiziali. Il momento processuale torna allora a rivestire quella rilevanza che il realismo giuridico gli attribuisce. Moreso sottovaluta il momento processuale e la differenza fra interpretazioni-prodotto di operatori diversi poich accetta, da un lato, come a-problematica la tesi che alle proposizioni normative (ossia, che vertono su norme) si possano applicare i valori di verit, daltro lato, la tesi secondo cui linterpretazione del diritto non presenta problemi diversi e peculiari rispetto a qualsiasi altro tipo di interpretazione. In realt che le cose stiano cos non per nulla pacifico.

Cfr., per tutti, G. Tarello, Linterpretazione della legge, Giuffr, Milano, 1980, I e V, nonch lamplia letteratura ivi citata.

13

289 3. Contesti e valori di verit Moreso afferma che la Pesadilla lo scetticismo, il realismo sottovaluta la distinzione fra contesto di scoperta e contesto di giustificazione. Traslare allambito giuridico la distinzione in questione non unoperazione scevra da difficolt. Per esempio, molto difficile, se non attraverso una scelta in qualche senso arbitraria, dividere in due contesti esaustivi e mutuamente escludenti tutte le attivit che portano a una decisione giudiziale14. Sembra, per contro, sempre che di contesti si voglia parlare, pi appropriato suddividere tali attivit in molteplici contesti. Dato che lincubo processuale affligge anche me, considerer la distinzione in questione solamente in relazione a quanto strettamente connesso ad una decisione giudiziale. Vi possono essere vari modi di sottovalutare la distinzione fra contesti. Alcuni potrebbero ritenere che il contesto di giustificazione, inteso come motivazione della sentenza, rappresenta semplicemente una razionalizzazione ex post di un processo decisorio con il quale, a ben guardare, non ha nulla a che fare: perch il giudice in realt non segue alcuna regola, ma decide in base a preconcetti ed esperienze di vario genere, sicch nella motivazione pu esporre ci che meglio gli aggrada. Se cos fosse lanalisi del contesto di giustificazione non sarebbe di nessun aiuto nella conoscenza del diritto positivo. Altri, per, sebbene giusrealisti, la pensano diversamente. Da un punto di vista moderatamente realista non vi alcun bisogno di arrendersi alla tesi sopra accennata. Si pu supporre, come se non ho mal compreso fa Moreso, che nel contesto di scoperta che concerne i problemi di come si pervenga alla formulazione di unipotesi sinserisca lattivit diretta allaccertamento della norma. Orbene, da un punto di vista moderatamente realista laccertamento della norma non pu esser altro che laccertamento della cornice offerta dalla disposizione interpretata: quindi la conoscenza delle varie e possibili interpretazioni che si presentano nella cornice. Linterpretazione conduce a pi risposte possibili, tutte ipoteticamente corrette perch contenute nella cornice, ma di cui una sola diverr diritto positivo attraverso la decisione giudiziale. Da questo punto di vista, dunque, che una decisione sia fondata sulla legge significa solo che essa si mantiene entro la cornice legislativa15. Lattivit che individua la norma da applicare scegliendola tra i significati contenuti nella cornice non si configura, si detto, come attivit conoscitiva,
14

Cfr., T. Mazzarese, Forme di razionalit delle decisioni giudiziali, Giappichelli, Torino, 1996. 15 Cfr. H. Kelsen, Sulla teoria dellinterpretazione (1934), in P. Comanducci, R. Guastini (a cura di), Lanalisi del ragionamento giuridico, vol. II, Giappichelli, Torino, 1989; Id., La dottrina pura del diritto (1934), trad. it. 1952, Torino, Einaudi, 1952, VI.

290 bens come attivit volitiva. In tal senso essa, se con il contesto di scoperta ci si riferisce ad unattivit conoscitiva, non ne far parte oppure, se lattivit viene inserita nel contesto, allora questultimo dovr dirsi normativo. Si potrebbe affermare, allora, che esistono almeno due tipi di realismo giuridico: un primo tipo che concentra lattenzione sul contesto di scoperta e nega qualsiasi rilevanza al contesto di giustificazione; un secondo tipo che, a partire dalle ragioni del primo, concentra lattenzione sul contesto di giustificazione. Il contesto di giustificazione concerne i problemi di come unipotesi sia convalidata ed questo tipo di contesto che, da un punto di vista moderatamente realista, appare pi significativo prendere in considerazione, semprech con esso sintenda la motivazione della decisione. Il contesto di giustificazione ha unindubbia importanza esplicativa. Dato, infatti, che nello stato di diritto al giudice si impone un dovere di motivare la sua decisione, e dato che pi facile il controllo dellattivit giudiziale attraverso lanalisi delle giustificazioni piuttosto che attraverso indagini psicologiche e/o sociologiche sui processi mentali svolti dal giudice, separare il contesto di giustificazione dal contesto di scoperta serve ad isolare un ambito di discorso giudiziale sottoponibile ad un controllo logico-giuridico ed anche politico. In questo senso, lindividuazione di un contesto di giustificazione permette di ricostruire in un modello necessariamente semplificato il ragionamento interpretativo. La ragione che presiede allaccettazione della distinzione fra contesto di scoperta e contesto di giustificazione in ambito giuridico mi sembra, quindi, una ragione che considera la difficolt se non addirittura limpossibilit pratica di procedere ad analisi su quei processi che non sono esplicitati nella motivazione della sentenza. In sostanza lanalisi del contesto di giustificazione, in particolare, consente un controllo argomentativo che verte sulla coerenza, sulla congruenza e, forse, sullopportunit della decisione presa. Limportanza dellutilizzo pratico, giuridico e politico, che deriva dalla distinzione in oggetto, da un lato, dimostra la centralit del momento giustificativo, almeno nei sistemi giuridici contemporanei, daltro lato, non deve necessariamente condurre ad una sua a-critica accettazione16. 4. Infallibilit, definitivit e risposte corrette Moreso afferma che il realismo giuridico suole dimenticare la distinzione fra infallibilit e definitivit dei giudicati. Egli critica la lettura kripkiana di Wittgenstein, su cui non mi soffermo, e of16 Questo vale a maggior ragione sol che si consideri che in certi ordinamenti, come quello italiano, a certi giudici consentito di decidere secondo equit e non secondo diritto (art. 113 c.p.c.) e ad altri secondo il proprio libero apprezzamento delle prove (art. 192 c.p.p.).

291 fre due altri argomenti, che prender brevemente in esame: definitiva anche la decisione dellarbitro [] ma questo non la rende infallibile. [] Nello stesso modo, il diritto non ci che i tribunali dicono che sia, sebbene ci che i tribunali decidono sia definitivo []. Vale la pena ricordare che le decisioni errate dei tribunali non mutano norme incostituzionali (e per questo invalide) in costituzionali (o valide). Ci che accade che tali decisioni rendono alcune norme applicabili17. Non mi soffermer sulla nozione di applicabilit enunciata da Moreso; essa richiederebbe unanalisi, un approfondimento e unattenzione che vanno oltre gli obiettivi di questo lavoro. Ritengo sia sufficiente ai fini del mio discorso sollevare qualche dubbio ponendo attenzione allargomentazione proposta. In primo luogo, infallibilit dei giudicati e definitivit dei giudicati sono locuzioni che si esprimono a due livelli di discorso differenti. Definitivit del giudicato significa che non c appello, che tale decisione lultima e non pu essere modificata secondo le regole del sistema giuridico. Quando si dice che una decisione passata in giudicato significa che definitiva. Infallibilit del giudicato significa che ci che stato deciso giusto, che la decisione presa lunica che giustamente si poteva prendere. Quando una corte suprema ha lultima parola nel decidere cosa diritto, una volta che la decisione sia presa, il sostenere che la corte ha torto non produce alcun effetto nellambito dellordinamento, giuridicamente non si modificano i diritti e i doveri di nessuno18. Procedendo in una prospettiva descrittiva si pu certo affermare che una decisione definitiva nellambito dellordinamento considerato, senza con ci esprimere un giudizio di valore. Ritengo sia un dato di fatto che certe corti emettano sentenze inappellabili, e ritengo anche, da un punto moderatamente realista, che questo non significhi, quindi, che tali decisioni siano per ci stesso infallibili o giuste, n che la decisione giudiziale inappellabile sia infallibile, n che non si possa ritenere quella decisione sbagliata. Ma la decisione giudiziale potr ritenersi giuridicamente giustificata e/o corretta fino a quando sar possibile farla rientrare nella cornice delimitata dalla disposizione. Diverso il discorso se ci che si vuol sostenere la giustificazione e/o la correttezza morale della decisione, ma in questo caso il sistema di riferimento non pi quello giuridico. La definitiv delle decisioni interpretative giudiziali ascrive il significato normativo. La corte con ci ha trasformato la disposizione in norma. Questo, certo, non significa che tale significato sia lunico o quello giusto, ma a quel significato che luomo buono hartiano e luomo cattivo dei giusrealisti devono guardare se vogliono conoscere cos diritto e cosa non lo in un dato ordinamento.

17 18

J. J. Moreso, ivi, p. 215. Cfr. H. L. A. Hart, Il concetto di diritto (1961), Einaudi, Torino, 1991, p. 166.

292 Moreso scrive che lo scetticismo lascia la corte responsabile di aver stipulato e/o creato un significato e non permette di derivarlo dalla costituzione. Egli afferma che questa concezione non si adegua alla pratica interpretativa abituale dei tribunali e ritiene che la decisione presa, ad esempio, dal Tribunale Costituzionale spagnolo sia corretta in relazione alla pratica comunicativa consolidata. Una concezione moderatamente realista, a mio parere, permette di derivare la norma dalla disposizione costituzionale, ma sottolinea che anche altre norme sono al pari di quella scelta dalla corte derivabili dalla stessa disposizione. In definitiva, una concezione moderatamente realista non mira a sollevare dalle sue responsabilit le corti: e perch mai dovrebbe farlo? Perch negare gli insopprimibili aspetti politici della giurisdizione, sia essa costituzionale o no19? In secondo luogo, verrebbe da chiedersi: se il significato della disposizione era cos cristallino, come sembra pensare Moreso, perch mai il legislatore democratico avrebbe emanato una legge palesemente incostituzionale? Perch sarebbe il legislatore a forzare linterpretazione costituzionale? Perch dovremmo ritenere corretta linterpretazione della corte e/o della dottrina e sbagliata quella del legislatore? Sembra quasi che si voglia far giocare il ruolo del bad man al legislatore. In terzo luogo, ho seri dubbi sulla plausibilit della descrizione della pratica interpretativa abituale delle corti offerta da Moreso. Ritengo si possa realisticamente pensare di descrivere lattivit interpretativa analizzando le giustificazioni che le stesse corti offrono, sapendo bene che esse fanno appello a molteplici argomenti, tra i quali, alle volte, trova un posto anche la dottrina. Ma come ho gi detto, se laccertamento della norma laccertamento di una cornice, la possibilit di scegliere una interpretazione-prodottotra le altre lascia spazio a diverse ipotesi. Se mi trovo daccordo con Moreso, dunque, rispetto allimportanza pratica dellanalisi del contesto di giustificazione, lo sono proprio perch riconosco i limiti della mera analisi del contesto di scoperta. Lo stesso Hart, daltra parte, almeno in unoccasione da il benvenuto agli scettici. Considerando:
lelaborazione da parte dei tribunali inglesi delle norme che riguardano la forza vincolante dei precedenti Hart afferma che essa riceve una descrizione pi onesta se la si presenta in questo modo, come un tentativo riuscito di assumere dei poteri e di usarli. Qui il potere acquista autorit ex post facto mediante la riuscita. Cos, prima della sentenza [], la questione se quel tribunale avesse lautorit di decidere che esso non era vincolato dai propri precedenti in questioni relative alla libert dei sudditi avrebbe potuto apparire del tutto aperta. Ma la sentenza stata pronunciata ed ora seguita come diritto. Laffermazione che la corte ha sempre avuto un insito potere di decidere in questo modo sarebbe certamente soltanto un modo di far apparire la situazione pi ordinata di quanto lo sia

19

Cfr. M. Troper, op. cit.

293
realmente. Qui, al limite di questi problemi fondamentali, possiamo accogliere lo 20 scettico sulle norme .

In questi casi estremi il diritto ci che i giudici dicono che sia. Moreso sostiene che, sebbene il giudicato non possa dirsi infallibile, possibile comunque scoprire in alcuni casi il significato corretto, e questo sarebbe quello che meglio si collega con, e/o segue, la pratica argomentativa dei tecnici del diritto. A questo proposito occorre rilevare che non c uniformit di interpretazioniprodotto neppure fra i tecnici del diritto. Ma se anche in qualche caso vi fosse, perch scegliere linterpretazione della dottrina e non quella del legislatore? Su quali basi si pu affermare che il legislatore ha forzato linterpretazione costituzionale, se non sulla base di una scelta di politica del diritto? sufficiente ripercorrere la giustificazione offerta dal Tribunale Costituzionale spagnolo per accorgersi che essa si basa, semplicemente, su una certa scelta argomentativa: il Tribunale ha scelto il significato che alla locuzione esaminata comunemente attribuito dalla dottrina, ma a compiere questa scelta interpretativa non era obbligato da nessuna regola. Si pu essere daccordo con tale scelta per i motivi pi svariati, ma questa e rimane pur sempre una scelta. Se cos stanno le cose, sostenere che la decisione corretta, significa formulare un discorso adesivo a quella scelta interpretativa. In tal caso, per, il discorso non descrittivo, ma diretto a suggerire luso di quel significato e/o luso di quella tecnica argomentativa. 5. La Pesadilla de la Noble Vigilia Moreso afferma che la Vigilia una ricostruzione della concezione giuspositivista moderatamente oggettiva, che assume una dose limitata di indeterminazione nellinterpretazione costituzionale. In questambito essa pretende di dimostrare, da un lato, come si attribuisca significato alle formulazioni della costituzione e, daltro lato, come questattivit possa essere in qualche misura unattivit conoscitiva sganciata da considerazioni politiche. Alla luce di quanto detto credo che Moreso non abbia raggiunto il suo lobiettivo. In primo luogo, lenfasi processuale, come viene chiamata da Moreso lattenzione per il processo, si dimostra un elemento centrale per comprendere cosa prescriva il diritto, semprech si resti coerenti con la tesi metafisica, che nega lesistenza di un mondo guridico indipendente dalla capacit di conoscere il diritto positivo e in grado di rendere vere o false le proposizioni costituzionali. , infatti, attraverso unindagine empirica che si pu rilevare come il significato delle disposizioni giuridiche venga fissato e individuato attraverso il giudizio. E

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H. L. A. Hart, op.cit., p. 180.

294 come i cittadini per sapere cosa sia diritto e che cosa non lo sia debbano guardare a tali norme, ossia alle interpretazioni-prodotto istituzionalmente rilevanti. In tal senso, e in secondo luogo, sebbene chiunque possa attribuire significato alle disposizioni costituzionali, non possibile attribuire loro il significato in astratto, dato che le loro condizioni di affermabilit consentono di individuare (in astratto) molteplici significati (tesi semantica). Da ci sembrerebbe conseguire che, se la verit delle proposizioni costituzionali che si riferiscono al significato in astratto delle formulazioni dipende dalla possibilit di attribuire loro il significato di cui sopra, le proposizioni costituzionali non hanno valori di verit (tesi logica), la tesi contraria ritengo dovrebbe essere, almeno, motivata e non la si dovrebbe dare per presupposta. Moreso vuole proporre una teoria dellinterpretazione costituzionale indipendente da considerazioni politiche, ma ci che offre, a mio parere, un insieme di considerazioni di politica del diritto. Sostenere che esiste una risposta corretta, sebbene nei soli casi chiari, ritengo sia un giudizio di valore. Volendo parlare ad ogni costo in termini di correttezza, si potrebbe dire, tuttal pi, che esistono molteplici risposte corrette: tutte quelle comprese nella cornice normativa. chiaro che anche in questo caso una corte si potrebbe sbagliare: giuridicamente, quando ascrivesse un significato chiaramente non compreso nella cornice (tesi giuridica), e moralmente, quando il significato ascritto venga generalmente avvertito come ingiusto. chiaro poi che ogni scelta fatta dalla corte sar criticabile alla luce di una qualche concezione della giustizia, ma in tal caso si va ben oltre la tesi giuridica. Sembra, infine, che la Noble Vigilia non sia ancora riusicta a scacciare la Pesadilla che laffligge.

Jos Juan Moreso

De nuevo sobre la Vigilia. A modo de rplica a mis crticos

En octubre de 1998 tuvo lugar en la Universitat Pompeu Fabra (Barcelona) un seminario de discusin sobre mi libro La indeterminacin del Derecho y la interpretacin de la Constitucin1. Varios colegas y amigos vinculados estrechamente con el grupo de Filosofa del Derecho de la Universitat Pompeu Fabra, al que yo mismo pertenezco, y con el grupo de Filosofa del Derecho de la Universit di Genova formularon diversas y poderosas crticas a mi trabajo2. Ms an, en esa misma sesin o posteriormente me entregaron una versin escrita de su intervencin3. En este trabajo pretendo discutir algunos de los puntos que se incluyen en esas versiones escritas y que, en su mayor parte, fueron discutidos en un seminario en el Dipartimento di Cultura Giuridica Giovanni Tarello de la Universidad de Gnova el 20 de mayo de 1999. Quiero decir de antemano que las mejores experiencias en mi vida acadmica han sido los largos seminarios de apasionadas discusiones iusfilosficas y que en el Dipartimento di Cultura

Madrid: Centro de Estudios Polticos y Constitucionales, 1997, traducido al ingls por R. Zimmerling, Legal Indeterminacy and Constitutional Interpretation, Dordrecht: Kluwer, 1998. 2 En concreto, las intervenciones estuvieron a cargo de Albert Calsamiglia, Bruno Celano, Pierluigi Chiassoni, Riccardo Guastini y Susanna Pozzolo. Pero muchos otros de los participantes tomaron la palabra para mostrar la debilidad de algn argumento u ofrecer una mejor presentacin de alguno de los puntos debatidos. A todos ellos, por esta razn, les estoy inmensamente agradecido; especial mencin merece Pablo Navarro, con l he discutido (a veces, hasta la extenuacin) muchos aspectos del libro y sus observaciones me han servido para comprender mejor los aciertos que el libro pueda contener y, sobre todo, sus debilidades y lmites. 3 Me refiero a Albert Calsamiglia, Algunas reflexiones sobre el libro de Jos Juan Moreso, La indeterminacin del Derecho y la interpretacin de la Constitucin. Madrid CEPC, 1997; Bruno Celano, Prescrizioni, anti-realismo, interpretazione. Osservazioni su J.J. Moreso, La indeterminacin del Derecho y la interpretacin constitucional (1997); Pierluigi Chiassoni, Quin salv a la Constitucin? Notas sobre la teora de la interpretacin de Jos Juan Moreso; Riccardo Guastini, Due esercizi di non-cognitivismo y Susanna Pozzolo, Appunti su un nobile sogno, una veglia e il suo incubo.
Analisi e diritto 1999, a cura di P. Comanducci e R. Guastini

296 Giuridica Giovanni Tarello he disfrutado de manera inolvidable de algunos de estos momentos. Contar con la posibilidad de tener estos intercambios con algunos amigos lo considero como una afortunada recompensa de mi vida acadmica que me ha permitido no slo progresar en el conocimiento sino tambin, y ms importante, disfrutar de una vida mejor4. Proceder de la siguiente manera: Analizar las intervenciones una por una, tratando de delimitar algunas de las crticas centrales que en ellas se contienen y articulando un intento de respuesta para cada una. Terminar presentando unas reflexiones finales dedicadas a mostrar las vas por las que el proyecto iusfilosfico que subyace al libro debera seguir avanzando. 1. Calsamiglia: precompromiso, seguimiento de reglas y realismo interno Albert presenta tres objeciones fundamentales a la concepcin filosfica que subyace a la Vigilia y que, si estuvieran fundadas, mostraran algunas profundas grietas del edificio que trat de edificar hasta el punto de amenazarlo de ruina. Las objeciones tienen que ver con: 1.1. La primaca de la Constitucin y el precompromiso, 1.2. La crtica a Kripkenstein y 1.3 Las consecuencias del realismo interno. Las objeciones son poderosas y es muy posible que, en algn caso, sean suscitadas por una presentacin deficiente de mis argumentos. Creo, sin embargo, sinceramente que las objeciones pueden ser replicadas con una presentacin ms perspicua de mis ideas y esto es lo que tratar de hacer a continuacin. Antes que nada quiero sealar que, tambin para m, ha sido y continua siendo un privilegio contar a Albert entre mis interlocutores, en realidad l es uno de los que han hecho posible un debate como ste, guiado por la honestidad intelectual y en el cual la discrepancia terica no es nunca un escollo sino que, a menudo, es un acicate. Quiero aadir tambin una cautela: en lo que sigue no pretendo mostrar que los presupuestos filosficos de mi libro son los adecuados se trata de una tarea ms all del alcance de esta rplica , me conformar con intentar argumentar que, dados determinados presupuestos que me parecen plausibles, las consecuencias que de ellos se siguen no ceden a las objeciones de Albert.

Deseo expresar mi agradecimiento a todos los participantes en dicho seminario genovs por sus observaciones que me han permitido mejorar el texto que all present. En especial a Paolo Comanducci, Pierluigi Chiassoni, Jordi Ferrer, Riccardo Guastini, Tecla Mazzarese y Cristina Redondo.

297 1.1. La primaca de la Constitucin y el precompromiso