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IL MATRIMONIO DEL CITTADINO ITALIANO EXTRACOMUNITARIO (ASPETTI NORMATIVI).

CON

IL

CITTADINO

-------------------------------------------------------------------------------Lo status di coniuge di un cittadino italiano o comunitario d sicuramente titolo allo straniero per fare ingresso e soggiornare nel territorio nazionale in regime di convivenza col familiare che sia appunto cittadino italiano ovvero comunitario. In tal senso lart. 28 del T.U. sullimmigrazione, attraverso il richiamo che esso fa al d.p.r. n. 1656 del 1965, contenente le norme sulla circolazione ed il soggiorno dei cittadini degli Stati membri della C.E.E., ove, allart. 1, affermato il diritto al soggiorno permanente nel territorio della Repubblica del coniuge straniero del cittadino italiano, qualunque sia la sua nazionalit. Tale diritto non avrebbe potuto essere negato dal legislatore pure in mancanza di espressa disposizione di legge, trattandosi di un diritto fondamentale garantito ai cittadini dalla Costituzione. Il diritto alla coesione familiare tra il cittadino ed il coniuge straniero, i quali abbiano contratto matrimonio fuori dal nostro territorio nazionale, trova il suo primo momento di verifica nella facolt dingresso nel nostro Paese; facolt che prevede la condizione del rilascio di un visto di ingresso da parte dellambasciata italiana nel Paese dorigine del coniuge straniero, con lavvertenza, per, che detto rilascio costituisce un atto dovuto, a fronte dellobbligo di facilitarne il conseguimento che il diritto comunitario impone agli Stati membri. Costituisce un secondo ed altrettanto irrinunciabile aspetto del diritto allunit familiare lobbligo per lautorit di pubblica sicurezza di rilasciare al coniuge straniero giunto in Italia un permesso di soggiorno o, ai sensi dellart. 30, 4 comma, d.lg. 286/1998 (in caso egli risulti in Italia per ricongiungimento o per coesione familiare), la carta di soggiorno di cui allart. 9 del medesimo decreto legislativo.

Il diritto al rilascio del permesso di soggiorno riconosciuto, del pari, anche allo straniero, coniuge di un cittadino italiano e con lui convivente, il quale abbia contratto matrimonio in Italia a norma dellart. 116 del Cod. Civ.. A tali conclusioni si giunge in ossequio al diritto del singolo rispetto alla sua vita privata e familiare di cui allart. 8 CEDU. In tali casi, infatti, il rilascio del permesso di soggiorno presupposto necessario dello svolgimento sereno della vita familiare e non pu essere negato. Queste conclusioni, poi, sono asseverate dallart. 19, 2 comma, del T. U. sullimmigrazione che vieta lespulsione degli stranieri conviventi con parenti entro il quarto grado e con il coniuge di nazionalit italiana. Non pu allora ragionevolmente pensarsi che una persona adulta sia nel contempo inespellibile e non autorizzata a rimanere in Italia. IN CONCLUSIONE La drammatica vicenda, ancora in essere, che il Sig. Tizio e la Sua consorte stanno vivendo, rappresenta la palese manifestazione della totale negazione dei diritti e principi prima richiamati, per non parlare poi della negazione di altri diritti tutelati dalla nostra Carta Costituzionale. Parlo della violazione del diritto della libert personale, qui intesa come diritto di circolare liberamente sul nostro territorio; della libert di mantenere vivi e saldi i rapporti con la propria famiglia nel Paese dorigine; del diritto di poter accedere al mercato del lavoro e del diritto all assistenza sanitaria. Diritti e principi, questi, che per poter essere esercitati necessitano del rilascio da parte delle competenti autorit del dovuto titolo di soggiorno, dovuto perch proprio di atto dovuto si parla e si tratta. E mi sembra allora drammatico che dopo otto mesi dalla celebrazione del matrimonio, ancora oggi, la cittadina straniera coniuge del Sig. Tizio, cittadino italiano, non possa godere di tali diritti; ed ancora pi drammatico che la

stessa, ormai residente da pi di sei mesi in Italia nella qualit appunto di coniuge di cittadino italiano, non possa esercitare il suo diritto di richiedere la cittadinanza italiana (art. 5, l. n. 91 del 1992). Lascio alle competenti autorit di tirare le dovute e riparatrici conclusioni di questa drammatica realt che a mio avviso mina alla radice ogni regola di buon senso e di rispetto della personalit di ogni singola persona, al di l della sua origine od etnia. Come tutelarsi In caso di diniego del visto o di rifiuto o revoca del permesso di soggiorno pu essere presentato ricorso al T.A.R. entro 60 giorni dalla comunicazione del provvedimento. Se si tratta di diniego del nulla osta al ricongiungimento familiare o del permesso di soggiorno per motivi familiari, o di altri provvedimenti dell'autorit amministrativa in materia di diritto all'unit familiare, il ricorso deve essere presentato al Tribunale ordinario del luogo di residenza, anche oltre 60 giorni dal provvedimento./ Per questo motivo si ritiene opportuno che ladempimento relativo alla richiesta discrizione anagrafica sia successivo allacquisizione della Carta di soggiorno, sebbene non debba negarsi allinteressato la possibilit di richiedere liscrizione in un momento antecedente allottenimento della Carta. Il ricongiungimento dei parenti di cittadini italiani Entrata e permanenza nel territorio dello stato per i cittadini di paesi terzi familiari di cittadini italiani/comunitari a cura di Alessandro Savoia Le leggi: Le attuali leggi in materia dimmigrazione (legge 30 luglio 2002, n. 189, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 199 del 26 agosto 2002 e successive

modifiche), meglio nota come Bossi-Fini che modif**a la legge TurcoNapolitano (D.Lgs. 286/98 pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 191 del 18 agosto 1998 - Supplemento Ordinario n. 139), stabiliscono puntualmente le regole ed i procedimenti necessari a tutti i cittadini di paesi terzi per lentrata e la permanenza nel territorio dello Stato italiano. Le leggi citate impongono gravi limitazioni allingresso ed al soggiorno nel territorio dello Stato italiano per tutti i familiari di cittadini di paesi terzi regolarmente soggiornanti nello stesso; ad esempio, non consentito il ricongiungimento del cittadino di paese terzo con i propri genitori che non abbiano compiuto i 65 anni e con altri figli residenti nel paese dorigine; non consentito il ricongiungimento del cittadino di paese terzo con i propri figli se di maggiore et, etc. . Le stesse limitazioni non trovano invece applicazione nel caso di cittadini di Paesi terzi familiari di cittadini italiani/comunitari, come si evince dai seguenti decreti: Decreto Legislativo 25 luglio 1998, n. 286, Art. 1 (Ambito di applicazione), comma 2. Il presente testo unico non si applica ai cittadini degli Stati membri dell'Unione europea, se non in quanto si tratti di norme pi favorevoli, e salvo il disposto dell'articolo 45 della legge 6 marzo 1998, n. 40. Decreto Legislativo 25 luglio 1998, n. 286, Art. 28 (Diritto all'unita' familiare), comma 2. Ai familiari stranieri di cittadini italiani o di uno Stato membro dell'Unione Europea continuano ad applicarsi le disposizioni del decreto del Presidente della Repubblica 30 dicembre 1965, n. 1656, fatte salve quelle pi favorevoli della presente legge o del regolamento di attuazione. Decreto Legislativo 25 luglio 1998, n. 286, Art. 30 (Permesso di soggiorno per motivi familiari), comma 4. Allo straniero che effettua il ricongiungimento con il cittadino italiano o di uno Stato membro dell'Unione europea, ovvero con straniero titolare della carta di soggiorno di cui all'articolo 9, e' rilasciata una carta di soggiorno. Il D.P.R. 1656/1965, oggi sostituito dal DPR 54/2002, Art. 15. (Abrogazioni), comma 1. E' abrogato il decreto del Presidente della Repubblica 30 dicembre 1965, n. 1656.

Il D.P.R. del 18 gennaio 2002, n. 54, Art. 3 (Diritto al soggiorno), comma 3. Per i soggetti indicati alle lettere a), b) e c) del comma 1, il soggiorno e' altres riconosciuto, quale che sia la loro cittadinanza, ai coniugi, ai figli di et minore e agli ascendenti e discendenti di tali cittadini e del proprio coniuge, che sono a loro carico, nonch in favore di ogni altro membro della famiglia che, nel Paese di provenienza, sia convivente o a carico del coniuge, degli ascendenti del lavoratore e degli ascendenti del suo coniuge. Il D.P.R. del 18 gennaio 2002, n. 54, Art. 5 (Richiesta della carta di soggiorno), comma 4. con la domanda, l'interessato pu richiedere il rilascio della relativa carta di soggiorno anche per i familiari di cui all'articolo 3, commi 3 e 4, lettera b), quale che sia la loro cittadinanza: il coniuge non legalmente separato ed i figli di eta' inferiore agli anni diciotto; i figli di maggiore eta' a carico, gli ascendenti e discendenti delle persone di cui alla lettera a) e del coniuge che siano a loro carico.

Applicazioni: Dallanalisi dettagliata dei decreti di legge citati emerge quanto segue:

I familiari di cittadini italiani e dei loro coniugi, qualsiasi sia la loro nazionalit, compresi genitori e figli di maggiore et, propri o del proprio coniuge e che siano a carico dello stesso, senza altre limitazioni, hanno diritto di ingresso nel territorio dello Stato italiano. I familiari di cittadini italiani e del loro coniuge, qualsiasi sia la loro nazionalit, hanno diritto alla carta di soggiorno (CdS) se entrati per ricongiungimento con il cittadino italiano.

Nota: restano comunque valide le limitazioni di accesso per comprovata pericolosit per lo Stato italiano nei confronti del cittadino straniero, che ne impedirebbero lingresso ed il soggiorno sia in materia di ordine pubblico sia

sanitario, motivo unico per cui i cittadini di Paesi terzi sono comunque soggetti al rilascio del visto di ingresso.

Esempi pratici: Il coniuge del cittadino italiano, che sia cittadino di Paese terzo, ha diritto al rilascio immediato della Carta di Soggiorno (CdS). Dietro richiesta del cittadino italiano, i genitori del coniuge che sia cittadino di Paese terzo, possono essere ricongiunti nel territorio dello Stato italiano senza dover richiedere il nulla osta alla questura. Su richiesta del cittadino italiano, i figli minori o di maggiore et del coniuge di paese terzo, possono essere ricongiunti senza nessun nulla osta della questura, con il consenso dellaltro genitore o dimostrando la sua assenza. Carta di Soggiorno: La Carta di Soggiorno (CdS) un documento rilasciato dal Questore che consente ad un cittadino di Paese terzo di soggiornare allinterno del territorio italiano ed ivi entrare ed uscire con condizioni simili a quelle di un cittadino italiano. La CdS consente inoltre lingresso nello spazio Scenghen senza bisogno del visto per periodi non superiori a 3 mesi. La CdS pu essere di due tipologie, la prima a tempo indeterminato (di seguito CdSe), la seconda valida per un periodo di 5 anni e rinnovabile a tempo indeterminato (di seguito CdSc). La CdSe viene rilasciata ai cittadini extracomunitari che dimostrino la loro permanenza sul territorio per un periodo di tempo superiore a 6 anni; accade che la stessa CdSe venga rilasciata erroneamente a cittadini di Paesi terzi familiari di cittadini italiani, i quali hanno invece diritto alla CdSc. I familiari extracomunitari che siano familiari di cittadini italiani, in quanto tali, ereditano tutti i diritti dei cittadini comunitari. La CdSc pu essere revocata solo per motivi gravi, pertanto la distinzione tra CdSe e CdSc non solo accademica ed importante che ai soggetti interessati venga rilasciata lesatta tipologia.

Le norme di attuazione del D.P.R. 54/2002: Voglio sottolineare il fatto che ad oggi non sono state ancora rilasciate le norme di attuazione relative al D.P.R. 54/2002, questo comporta lattuazione della precedente disposizione del D.P.R. 1656/1965 con la quale non consentito il ricongiungimento con i fratelli e le sorelle anche per il cittadino italiano.

Terminologia: Cittadino comunitario: Persona che detiene la cittadinanza di un paese dell Unione Europea; Cittadino di paese terzo: Persona che non detiene la cittadinanza di un paese dell Unione Europea; Visto: targhetta adesiva da applicare sul passaporto del cittadino di paese terzo che autorizza questultimo allingresso sul territorio di un paese dellUnione Europea. Permesso di soggiorno: Documento che dimostra la facolt di un cittadino di paese terzo al soggiorno sul territorio nazionale per un periodo limitato di tempo e con alcune limitazioni rispetto al cittadino comunitario: Carta di soggiorno: Documento che dimostra la facolt di un cittadino di paese terzo (oppure di un cittadino comunitario cittadino di un altro stato membro dellUE rispetto allo stato emettente la carta di soggiorno) al soggiorno sul territorio nazionale per un periodo prolungato o illimitato di tempo con parit di diritto rispetto ai cittadini comunitari; Cittadino regolarmente soggiornante: Cittadino di paese terzo in possesso di un permesso di soggiorno o di una carta di soggiorno:

Ricongiungimento: procedura amministrativa con la quale la famiglia straniera di un residente in Italia (comunitario o di paese terzo) appunto si ricongiunge con questultimo trasferendosi sul territorio nazionale; I familiari extracomunitari di cittadini italiani In data 11 aprile 2007 entrato in vigore il Decreto Legislativo 30/2007 che ha introdotto alcune novit relative all ingresso e soggiorno dei cittadini della Unione Europea e dei loro familiari. Tali norme, se pi favorevoli, si applicano anche ai familiari dei cittadini italiani. Indichiamo, per sommi capi, la nuova disciplina (applicabile ai familiari extracomunitari di cittadino italiano ). Gli stranieri (extracomunitari) , che hanno diritto di soggiornare con il cittadino italiano, sono: - il coniuge - i figli del coniuge di et inferiore a 21 anni o anche di et superiore se sono a carico del cittadino italiano o del coniuge - i genitori ed i nonni del cittadino italiano o del coniuge, purch siano a loro carico.

( vedi art. 2 ) Art. 2. Definizioni 1. Ai fini del presente decreto legislativo, si intende per: a) cittadino dell'Unione: qualsiasi persona avente la cittadinanza di uno Stato membro; b) familiare: 1) il coniuge; 2) il partner che abbia contratto con il cittadino dell'Unione un'unione registrata sulla base della legislazione di uno Stato membro, qualora la legislazione dello Stato membro ospitante equipari l'unione registrata al matrimonio e nel rispetto delle condizioni previste dalla pertinente legislazione dello Stato membro ospitante; 3) i discendenti diretti di eta' inferiore a 21 anni o a carico e quelli del coniuge o partner di cui alla lettera b); 4) gli ascendenti diretti a carico e quelli del coniuge o partner di cui alla lettera b);

c) Stato membro ospitante: lo Stato membro nel quale il cittadino dell'Unione si reca al fine di esercitare il diritto di libera circolazione o di soggiorno . Per gli altri familiari extracomunitari del cittadino italiano, l art. 3 ( Aventi diritto ) del Decreto Legislativo 30/2007, cos dispone:. ( vedi art. 3 ) I familiari extracomunitari del cittadino italiano, quando sono sottoposti all obbligo del visto, devono richiedere direttamente il visto al consolato o all Ambasciata italiana competente. I familiari extracomunitari del cittadino italiano hanno diritto al rilascio della Carta di soggiorno di familiare di un cittadino dell Unione che ha la durata di cinque anni. A sensi dell art. 14 ( Diritto di soggiorno permanente ), comma 2: Salve le disposizioni degli articoli 11 e 12, il familiare non avente la cittadinanza di uno Stato membro acquisisce il diritto al soggiorno permanente se ha soggiornato legalmente in via continuativa per cinque anni nel territorio nazionale unitamente al cittadino dell Unione (leggi: al cittadino italiano ). La carta di soggiorno pu essere richiesta direttamente in Questura, senza oneri tranne le spese di produzione del documento. I familiari hanno diritto di esercitare qualunque attivit, anche nella pubblica amministrazione, con il solo limite delle attivit che comportano esercizio di potere pubblico. Essi godono di particolari garanzie contro i provvedimenti di allontanamento.

A sensi dell art. 19, comma 2, lettera c), del Testo Unico, il coniuge ed i parenti fino al quarto grado del cittadino italiano( genitori, nonni, zii, cugini ), con lui conviventi e che si trovino in condizione di irregolarit, non possono essere espulsi, salvi i motivi di ordine e sicurezza pubblica. Hanno diritto ad un permesso di soggiorno per motivi familiari, che consente loro di lavorare.

Lo straniero extracomunitario sposato con cittadino italiano, in attesa del primo rilascio di un titolo di soggiorno

Articolo di Elisa Fontanelli e Antonella Porfido 4 maggio 2009 0:00 Al momento in cui lo straniero richiede il primo rilascio di queste due ultime tipologie di permessi, la valutazione sul possesso dei requisiti per l'ingresso ed il soggiorno e' gia' stata effettuata, ed ha avuto esito positivo (altrimenti lo Sportello Unico per l'immigrazione non avrebbe rilasciato il nulla osta al ricongiungimento o all'assunzione dello straniero, e l'autorita' consolare italiana non avrebbe rilasciato alcun visto). Il rilascio del primo permesso di soggiorno a seguito di matrimonio, invece, non e' preceduto da alcuna valutazione circa il possesso dei requisiti per l'ottenimento; e' la legge, infatti, che ne impone il rilascio da parte della Questura (art. 19, comma 2 lettera C d.lgs. 286/98 e art. 28 d.p.r. 394/99). Vediamo dunque se con la ricevuta rilasciata in quest'ultimo caso sia possibile: a) iscriversi all'anagrafe; b) lavorare; c) iscriversi al servizio sanitario nazionale; d) viaggiare. In ordine alla lettera a) le Circolari del Ministero dell'Interno n. 16 del 2 aprile 2007 e n. 43 del 2 agosto 2007 hanno chiarito che in considerazione della necessita' di garantire allo straniero gli stessi diritti derivanti dalla regolarita' del soggiorno, chi si trovi in attesa del primo rilascio del pds per motivi di lavoro subordinato e del pds per ricongiungimento familiare possa iscriversi all'anagrafe e lavorare, tenuto conto del preventivo parere di idoneita' sopra menzionato. Nulla viene detto, pero', in relazione al primo rilascio di carta di soggiorno per familiare di cittadino UE o pds per motivi familiari in caso di matrimonio (3). Questa omissione, se si considera la diversa procedura che sottende al rilascio del permesso di soggiorno a seguito di matrimonio, ci porta a concludere che con la ricevuta rilasciata dalla Questura non sia possibile ancora iscriversi all'anagrafe. Molti Comuni, tuttavia, consentono di richiedere (non ottenere) l'iscrizione anche in attesa del rilascio di tale titolo,

riservando l'iscrizione vera e propria, con effetti retroattivi, al rilascio di quest'ultimo. Per quanto riguarda la lettera b), se per chi attende il pds per motivi di lavoro subordinato e' possibile comunque lavorare anche se in possesso del solo cedolino delle poste, sempre in virtu' del principio secondo il quale il vaglio del possesso dei requisiti ha gia' avuto luogo, lo stesso non puo' dirsi per lo straniero coniugato con cittadino italiano che sia in attesa del primo rilascio del titolo di soggiorno. Riteniamo dunque che le due posizioni, anche in questo caso, non siano equiparabili. Circa il punto c) , il coniuge di cittadino italiano ha diritto ad ottenere l'iscrizione al Servizio sanitario nazionale (4). Per quanto riguarda la possibilita' di uscire e rientrare nel territorio italiano (punto d), anche in questo caso vi e' una sostanziale differenza tra lo straniero che si trovi in possesso della ricevuta di atteso rilascio del pds per motivi di lavoro o del pds per motivi familiari (per ricongiungimento familiare), e quello che sia in attesa della carta di soggiorno per familiare UE o pds per motivi familiari (per matrimonio con cittadino italiano). Il primo, infatti, puo' recarsi in altri Paesi Schengen con visto turistico per un periodo non superiore a tre mesi. Puo' inoltre recarsi nel proprio Paese d'origine (se extra UE) e rientrare in Italia se cio' avviene attraverso il medesimo valico di frontiera, senza transitare in altri Paesi Schengen (5). Lo straniero coniugato, invece, e' impossibilitato ad abbandonare il territorio dello Stato italiano. Il quadro delineato porta a concludere che la sola ricevuta della Questura che attesta la richiesta di primo rilascio di titolo di soggiorno giustificato con matrimonio con cittadino italiano, non garantisce allo straniero gli stessi diritti di chi sia, invece, in attesa del rilascio di un titolo motivato dal lavoro o dal ricongiungimento familiare. Infatti, l'esercizio di basilari diritti e' subordinato all'effettivo possesso del titolo, e cio' comporta nei fatti che questi soggetti rimangano per mesi cittadini fantasma, tenuto conto del mancato rispetto dei termini legali da parte degli uffici italiani competenti nell'evasione delle procedure, come piu' volte denunciato (56. .. http://bioetiche.blogspot.com/2010/04/due-paradossi-per-una-sentenza1.html Ministero del Interno:

La Carta di soggiorno pu essere richiesta anche dallo straniero coniuge o figlio minore o genitore convivente di un cittadino italiano o di un cittadino di uno Stato dell' U.E. residente in Italia. In tali casi l'istanza deve essere corredata unicamente da documentazione anagrafica attestante il rapporto di parenela; Familiari di cittadini dellUnione Europea Se sei familiare straniero di un cittadino italiano o di un cittadino dellUnione Europea e hai fatto regolare ingresso in Italia, puoi richiedere direttamente alla Questura, o tramite Ufficio Postale, la carta di soggiorno per familiare di cittadino UE. In tal caso dovrai compilare il modulo di domanda e allegare: fotocopia del passaporto o documento equipollente, completo di visto ove richiesto; 4 fotografie formato tessera; fotocopia di un documento che attesti la qualit di familiare e, ove richiesto, di familiare a carico; fotocopia di richiesta di iscrizione anagrafica del familiare cittadino dellUnione. Non basta il certificato anagrafico, occorre la prova effettiva (testimoni, presunzioni, altri documenti giustificativi). Cassazione civile , sez. I, 03 novembre 2006 , n. 23598 - In tema di disciplina dell'immigrazione, ai sensi degli art. 19 e 30, comma 1 bis, d.lg. 25 luglio 1989 n. 286, il matrimonio con un cittadino italiano in tanto conferisce allo straniero il diritto al soggiorno in Italia, sia ai fini del rilascio del relativo permesso che ai fini del divieto di espulsione, in quanto ad esso faccia riscontro l'effettiva convivenza, e fino a quando sussista tale requisito, la cui prova e' a carico dello stesso straniero, non essendo la convivenza presumibile in base al mero vincolo coniugale ne' alle mere risultanze anagrafiche. Tale disciplina non contrasta con il principio di diritto comunitario che vieta ad uno

Stato membro di negare il permesso di soggiorno e di adottare misure di espulsione nei confronti del cittadino di un Paese terzo che possa fornire la prova della sua identita' e del suo matrimonio con un cittadino di uno Stato membro, per il solo motivo che egli e' entrato illegalmente nel suo territorio, essendo tale principio volto ad assicurare la tutela della vita familiare dei cittadini degli Stati membri, la quale postula proprio quella convivenza che il legislatore interno ha legittimamente eretto a parametro di meritevolezza della tutela accordata. TRASCRIZIONE Come si trascrive in Italia il matrimonio celebrato allestero da cittadino/a/i italiano/a/i? Il matrimonio celebrato allestero per avere valore in Italia deve essere trascritto presso il Comune italiano competente. A matrimonio avvenuto una copia dellatto rilasciata dallUfficio di stato civile estero deve essere rimessa, a cura degli interessati, alla Rappresentanza italiana che, dopo averne verificato la validit, ne cura la trasmissione in Italia per la trascrizione. La trascrizione dellatto di matrimonio celebrato allestero non ha natura costitutiva, ma semplicemente dichiarativa e di pubblicit. Peraltro, nellipotesi in cui manchino i requisiti sostanziali relativi allo stato ed alla capacit delle persone previsti dalla legge italiana, latto di matrimonio non perde la sua validit fino a quando non sia impugnato per una delle ragioni previste dallart. 117 cod. civ. e non sia intervenuta una pronuncia di nullit o di annullamento. Linespelibilit di familiare di cittadino italiano. Solo il coniugio o la parentela con un italiano garantisce allo straniero quei diritti inviolabili su cui il nostro stato si fonda! La Corte Costituzionale, con una ordinanza, ha ritenuto manifestamente infondata la questione di costituzionalit sollevata nel corso di un giudizio, cos riassumibile: "possibile che un cittadino straniero venga espulso anche se ha famiglia composta da stranieri regolarmente soggiornanti in Italia, mentre in espellibile lo stesso straniero se i membri della sua famiglia sono italiani?". La Corte ha ritenuto che non possano ravvisarsi gli estremi di disparit di trattamento, a fronte di situazioni che non sono assimilabili ma diverse.

Ma che differenza c' se mia moglie italiana o straniera? Sono o non sono, se pur straniero, titolare di un diritto a mantenere l'unit familiare? Evidentemente no: il diritto lo ha solo il cittadino italiano. Solo nella misura in cui l'espulsione di uno straniero mina il diritto di un italiano a mantenere unita la propria famiglia senza dover emigrare, tale espulsione illegittima. Se invece mina quello di stranieri regolarmente soggiornanti, beh, che emigrino pure tutti insieme! Con questa pronuncia, siamo costretti a riformulare la gerarchia dei valori nel nostro ordinamento. Se pur lo stesso testo unico preveda in linea di principio parit di trattamento per gli stranieri e gli italiani (sul lavoro, sull'assistenza sanitaria, sui contributi pensionistici e assicurativi ecc.) ci viene meno di fronte all'esigenza di espellere lo straniero, anche quando l'espulsione non sia motivata da ragioni di ordine pubblico, ma la conseguenza estrema di una -a volte temporaneairregolarit. Ricordiamo che in una recente pronuncia, la Cassazione (n. 16571 del 2005) aveva ribadito il principio che anche in assenza del titolo di soggiorno previsto dall'ordinamento di tutti i Paesi aderenti all'Unione Europea non si pu dar corso alla misura espulsiva di uno straniero "ostino ragioni di protezione, umanitarie o di coesione familiare". Allo stesso modo, un recentissimo rapporto del Commissario per i diritti umani del Consiglio d'Europa, si legge: ".I migranti economici possono aver violato le norme sull'immigrazione, ma non per questo devono essere considerati criminali, o trattati come tali". Speriamo che anche su questi temi gli accordi internazionali ci riportino sulla retta via.

L'obbligo di interpretazione conforme consiste nell'obbligo gravante sul giudice nazionale (e su ciascun interprete del diritto nazionale) di prendere in considerazione tutte le norme del diritto interno ed utilizzare tutti i metodi di interpretazione ad esso riconosciuti per addivenire ad un risultato conforme a quello voluto dall'ordinamento comunitario;[1] esso discende dal principio di leale collaborazione tra gli organi e gli stati della Comunit Europea. Consiste, in estrema sintesi, nell'interpretare il diritto interno nazionale conformemente a quello comunitario e assicura il continuo adeguamento del primo al contenuto ed agli obiettivi dellordinamento comunitario.

attraverso questo obbligo che gli atti privi di efficacia diretta possono assumere rilevanza all'interno dei singoli ordinamenti nazionali, in quanto possono "suggerire" al giudice una interpretazione conforme al loro disposto. Secondo una tesi, esso sarebbe uno degli elementi dell'acquis comunitario. Nella nota sentenza del 16 giugno 2005, relativa al procedimento C105/03,[2] l'obbligo sussiste anche per le decisioni quadro nell'ambito del terzo pilastro dell'Unione europea (Giustizia e Affari Interni). Il giudice dispensato da tale obbligo solo se non ha alcun margine di discrezionalit nell'interpretare la norma nazionale, in caso contrario deve preferire quella pi vicina a quella comunitaria. Se l'atto una direttiva l'obbligo scatta solo dopo la scadenza del termine di attuazione. Inoltre se da tale interpretazione pu scaturire un aggravamento della responsabilit penale dell'individuo questa vietata tout court (costituirebbe una violazione del principio generale del favor rei). Il ruolo della Corte di Giustizia [modifica] In quest'ambito interpretativo, la Corte di Giustizia ha un ruolo determinante nella fissazione dei canoni ermeneutici del diritto soprannazionale, da ricondurre essenzialmente all'art. 164 CEE (ruolo da esercitare principalmente rispetto ai principi generali di supremazia, effetto diretto, garanzia delle quattro libert fondamentali, divieto di discriminazione, tutela dei diritti fondamentali, obbligo di collaborazione fra gli Stati membri e istituzioni). I giudici nazionali, quindi, sono tenuti ad interpretare le norme prodotte dal proprio ordinamento in base ai principi del diritto comunitario e non solo in base alle norme nazionali. La rilevanza ermeneutica delle direttive comunitarie, dunque, non pi ristretta alla normativa interna di attuazione delle stesse, ma si estende fino ad influenzare le lacune normative (casi in cui la normativa non esista ovvero non sia direttamente applicabile).

1. ^ cfr Fundamental rights, Carta dei diritti, interpretazione conforme, di Siviglia Valeria Piccone 2. ^ Corte di Giustizia delle Comunit Europee (Lussemburgo) (Grande Sezione) sentenza 16 giugno 2005. Procedimento C-105/03. Gli artt. 2, 3 e 8, n. 4, della decisione quadro del Consiglio 15 marzo 2001, 2001/220/GAI, relativa alla posizione della vittima nel procedimento penale, devono essere interpretati nel senso che il giudice nazionale deve avere la possibilit di autorizzare bambini in et infantile che, come nella causa principale, sostengano di essere stati vittime di maltrattamenti a rendere la loro deposizione secondo modalit che permettano di garantire a tali bambini un livello di tutela adeguato, ad esempio al di fuori dell'udienza e prima della tenuta di quest'ultima.

Coppie di fatto: no al ricongiungimento familiare

La Cassazione (sentenza 6441) ha affermato che le coppie omosessuali formate da un italiano residente in Italia e un extracomunitario - non hanno diritto al ricongiungimento familiare, neanche se possiedono lattestazione di coppia di fatto rilasciata dal Paese di provenienza del partner straniero. La Corte ha respinto il ricorso di un neozelandese e di un italiano contro la decisione del Questore di Livorno di non convertire il permesso di soggiorno (per motivi di studio) dello straniero in permesso di soggiorno per motivi familiari inerenti il suo legame con litaliano, certificato come partner de facto dalle autorit neozelandesi. I supremi giudici hanno sentenziato che la legge sullimmigrazione consente il ricongiungimento solo per il coniuge, i figli e i genitori a carico: restano quindi esclusi i conviventi, di sesso uguale o diverso, anche in presenza di un certificato di convivenza. Inoltre la Cassazione ha precisato che la Convenzione europea sui diritti delluomo esclude sia il riconoscimento automatico di unioni di tipo familiare diverse da quelle previste dai singoli stati, sia lobbligo degli stati

membri di adeguarsi al pluralismo necessariamente eterosessuali.

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relazioni

familiari

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LE COPPIE DI FATTO COME UNA FAMIGLIA. LA CASSAZIONE SOTTOLINEA LA SIGNIFICATIVA EVOLUZIONE SOCIALE 1/15/2006 Archiviato in: Generali SENTENZE site admin @ 7:10 pm

La Suprema Corte ribadisce il proprio orientamento e, con particolare riferimento proprio al vincolo esistente tra soggetti conviventi more uxorio, ci ricorda che levoluzione giurisprudenziale ha portato al riconoscimento della famiglia di fatto, quale situazione dotata di rilevanza giuridica. Muovendo dalla evidente necessit di porre laccento sulla realt sociale piuttosto che sulla veste formale dellunione tra due persone conviventi, la Cassazione ha dichiarato, pertanto, che va riconosciuta valenza giuridica a quella relazione interpersonale che presenti carattere di tendenziale stabilit, natura affettiva e parafamiliare, che si esplichi in una comunanza di vita e di interessi e nella reciproca assistenza morale e materiale. Ed infatti la giurisprudenza, dovendo confrontarsi con le mutate concezioni che con il tempo si sono affermate nella societ moderna in materia di rapporti interpersonali, ha considerato la famiglia di fatto quale realt sociale che, pur essendo al di fuori dello schema legale cui si riferisce, esprime comunque caratteri ed istanze analoghe a quelle della famiglia stricto sensu intesa.Cos si espressa la quarta sezione penale della Cassazione (sentenza 109/06, depositata il 5 gennaio) nel respingere il ricorso di un imputato milanese al quale il Tribunale meneghino, nel febbraio 2004, aveva negato il patrocinio a spese dello Stato perch i suoi redditi sommati a quelli della convivente superavano i minimi di legge. Il ricorrente, invece, sosteneva che le entrate della donna non dovevano essere considerate in quanto convivente more uxorio. La Suprema Corte, bocciando il ricorso, ha ribadito il consolidato orientamento di legittimit secondo il quale per la individuazione del reddito rilevante ai fini dellammissione al patrocinio a spese dello Stato, occorre tener conto, a norma dellarticolo 3, comma 2, della legge 217/90, della somma dei redditi facenti capo allinteressato e agli altri familiari conviventi, compreso il convivente more uxorio. La stessa ha

inoltre chiarito, richiamandosi ad un proprio precedente principio di diritto gi enunciato in altra fattispecie, che il rapporto di convivenza, ai fini del calcolo reddituale per lammissione al patrocinio a spese dello Stato, non si interrompe con lo stato detentivo della persona interessata al gratuito patrocinio e che tale regola valida per tutti i tipi di processo: civile, penale e amministrativo. Tale indirizzo interpretativo - ha ribadito la Corte -deve essere ritenuto pienamente condivisibile, anche perch lo stesso risulta assolutamente in linea con la significativa evoluzione sociale, normativa e giurisprudenziale, registratasi negli ultimi tempi ed evidentemente finalizzata a dare rilievo sociale e giuridico (ovviamente, sia in bonam che in malam partem) alla famiglia di fatto e, di conseguenza, al rapporto more uxorio. Avv. Regina Altieri Cassazione Sezione quarta penale sentenza 26 ottobre 2005-5 gennaio 2006, n. 109 Presidente Battisti Relatore Romis Pg Fraticelli Ricorrente Curatolo Osserva Curatolo Natalino ha proposto ricorso per cassazione avverso lordinanza con la quale il Tribunale di Milano aveva respinto il ricorso/reclamo presentato dal Curatolo contro il provvedimento del Giudice dellEsecuzione di rigetto dellistanza di ammissione al patrocinio a spese dello Stato. Il ricorrente ha chiesto lannullamento dellimpugnato provvedimento, deducendo violazione di legge sotto un duplice profilo: a) la norma richiamata dal giudice nel suo provvedimento articolo 15ter della legge 217/90 e succ. mod., in forza del quale, in caso di convivenza, il reddito ai fini della norma stessa costituito dalla somma dei redditi di ogni componente del nucleo stabilmente convivente troverebbe applicazione solo in relazione ai procedimenti civili e amministrativi, e non anche in sede penale, laddove, invece, lo stato di convivenza rileverebbe solo con riferimento al coniuge ed ai familiari ai sensi dellarticolo 3, comma 2, della legge 134/01 (gi legge 217/90), poi sostituito dallarticolo 76 del Tu 115/02 attualmente in vigore; b) lo stato di convivenza sarebbe risultato comunque interrotto in conseguenza dei periodi di detenzione del Curatolo e di quelli da costui trascorsi in comunit terapeutiche. Sono poi pervenute note del difensore,

con argomentazioni a sostegno della tesi prospettata con il proposto gravame. Il ricorso deve essere rigettato perch infondato alla luce dellorientamento delineatosi in materia nella giurisprudenza di legittimit. Ed invero questa Corte ha gi avuto modo di occuparsi della questione relativa ai limiti di reddito, ai fini dellammissione al patrocinio a spese dello Stato, nel caso di situazione di convivenza more uxorio; e, con riferimento a fattispecie relativa alla disciplina di cui alla legge 134/01 (che aveva sostituito quella 214/90), ha precisato che per la individuazione del reddito rilevante ai fini dellammissione al patrocinio a spese dello Stato, occorre tener conto, a norma dellarticolo 3, comma 2, della legge 217/90, della somma dei redditi facenti capo allinteressato e agli altri familiari conviventi, compreso il convivente more uxorio (Sezione quarta, 13265/04, imp. Zen, rv 228035). Orbene, come detto, tale principio stato affermato in relazione alla disciplina prevista dalla legge 219/90 come sostituita dalla legge 134/01, in cui per i procedimenti civili ed amministrativi risultava indicata genericamente la convivenza (articolo 15ter, comma 2, inserito proprio con la legge 134/01) mentre per i procedimenti penali vi era lo specifico riferimento alla convivenza con il coniuge. Dunque, questa Corte, in relazione alla normativa nella quale vi era esplicito e letterale riferimento alla convivenza con il coniuge ai fini delle individuazione del limite reddituale per lammissione al gratuito patrocinio nei procedimenti penali (ed a differenza di quelli civili ed amministrativi) ha interpretato la norma stessa nel senso dellequiparazione della convivenza coniugale alla convivenza more uxorio. Non vi , pertanto, alcuna ragione per discostarsi da detto orientamento, pur nella vigenza del Tu 115/02 applicabile nella concreta fattispecie, avuto riguardo alla data della sua entrata in vigore (1 luglio 2002) ed allepoca dellistanza di ammissione al gratuito patrocinio (18 luglio 2002) pur non essendo stata prevista alcuna differenza per i procedimenti penali rispetto a quelli civili ed amministrativi, e pur essendo stata testualmente indicata, ai fini che in questa sede rilevano, la convivenza con il coniuge. Il Collegio ritiene pienamente condivisibile lindirizzo interpretativo appena ricordato, anche perch lo stesso risulta assolutamente in linea con la significativa evoluzione sociale, normativa e giurisprudenziale, registratasi negli ultimi tempi ed evidentemente finalizzata a dare rilievo sociale e giuridico (ovviamente, sia in bonam che in malam partem) alla famiglia di fatto e, di conseguenza, al rapporto more uxorio che nel caso di specie non

pare possa essere messo in discussione, sotto il profilo fattuale, avendovi fatto esplicito riferimento lo stesso Curatolo nellistanza di ammissione al gratuito patrocinio per come si rileva dal testo dellimpugnato provvedimento. Come noto, infatti, e con particolare riferimento proprio al vincolo tra soggetti conviventi more uxorio, levoluzione giurisprudenziale ha portato al riconoscimento della famiglia di fatto, quale situazione di rilevanza giuridica. Muovendo dalla evidente necessit di porre laccento sulla realt sociale piuttosto che sulla veste formale dellunione tra due persone conviventi, e stata dunque riconosciuta valenza giuridica a quella relazione interpersonale che presenti carattere di tendenziale stabilit, natura affettiva e parafamiliare, che si esplichi in una comunanza di vita e di interessi e nella reciproca assistenza morale e materiale (basti pensare, tra i princpi enunciati nella giurisprudenza di legittimit in sede civile, a quello secondo cui deve attribuirsi rilievo, quanto alla corresponsione dellassegno divorzile dovuto in conseguenza di scioglimento di matrimonio, al rapporto di convivenza more uxorio caratterizzato da stabilit, continuit e regolarit eventualmente instaurato dal coniuge beneficiario dellassegno stesso: Sezione prima, 11975/03, rv 565799). Dovendo confrontarsi con le mutate concezioni che via via si sono affermate nella societ moderna, la giurisprudenza, in materia di rapporti interpersonali, ha dunque considerato la famiglia di fatto quale realt sociale che, pur essendo al di fuori dello schema legale cui si riferisce, esprime comunque caratteri ed istanze analoghe a quelle della famiglia stricto sensu intesa. Parimenti infondato il secondo profilo del ricorso, secondo cui il rapporto di convivenza sarebbe risultato interrotto dalla detenzione del Curatolo (nonch dai periodi dallo stesso trascorsi presso comunit terapeutiche). Anche su tale punto questa Corte ha avuto gi modo di pronunciarsi ed ha enunciato il condivisibile principio di diritto secondo cui il rapporto di convivenza, ai fini del calcolo reddituale per lammissione al patrocinio a spese dello Stato, non si interrompe con lo stato detentivo della persona interessata al gratuito patrocinio (in tal senso, ex plurimis: Sezione prima 16160/01, Crissantu, rv 218638; Sezione quarta, 37992/02, imp. Lucchese, rv 223790). Al rigetto del ricorso segue, per legge, la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

PQM Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento elle spese processuali.

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alle norme internazionali convenzionali anche diverse da quelle comprese nella previsione degli artt. 10 e 11 Cost. Cos interpretato, lart. 117, primo comma, Cost., ha colmato la lacuna prima esistente quanto alle norme che a livello costituzionale garantiscono losservanza degli obblighi internazionali pattizi. La conseguenza che il contrasto di una norma nazionale con una norma convenzionale, in particolare della CEDU, si traduce in una violazione dellart. 117, primo comma, Cost. Questa Corte ha, inoltre, precisato nelle predette pronunce che al giudice nazionale, in quanto giudice comune della Convenzione, spetta il compito di applicare le relative norme, nellinterpretazione offertane dalla Corte di Strasburgo, alla quale questa competenza stata espressamente attribuita dagli Stati contraenti. Nel caso in cui si profili un contrasto tra una norma interna e una norma della Convenzione europea, il giudice nazionale comune deve, pertanto, procedere ad una interpretazione della prima conforme a quella convenzionale, fino a dove ci sia consentito dal testo delle disposizioni a confronto e avvalendosi di tutti i normali strumenti di ermeneutica giuridica. Beninteso, lapprezzamento della giurisprudenza europea consolidatasi sulla norma conferente va operato in modo da rispettare la sostanza di quella giurisprudenza, secondo un criterio gi adottato dal giudice comune e dalla Corte europea (Cass. 20 maggio 2009, n. 10415; Corte eur. dir. uomo 31 marzo 2009, Simaldone c. Italia, ric. n. 22644/03). Solo quando ritiene che non sia possibile comporre il contrasto in via interpretativa, il giudice comune, il quale non pu procedere allapplicazione della norma della CEDU (allo stato, a differenza di quella comunitaria provvista di effetto diretto) in luogo di quella interna contrastante, tanto meno fare applicazione di una norma interna che egli stesso abbia ritenuto in contrasto con la CEDU, e pertanto con la Costituzione, deve sollevare la questione di costituzionalit (anche sentenza

n. 239 del 2009), con riferimento al parametro dellart. 117, primo comma, Cost., ovvero anche dellart. 10, primo comma, Cost., ove si tratti di una norma convenzionale ricognitiva di una norma del diritto internazionale generalmente riconosciuta. La clausola del necessario rispetto dei vincoli derivanti dagli obblighi internazionali, dettata dallart. 117, primo comma, Cost., attraverso un meccanismo di rinvio mobile del diritto interno alle norme internazionali pattizie di volta in volta rilevanti, impone infatti il controllo di costituzionalit, qualora il giudice comune ritenga lo strumento dellinterpretazione insufficiente ad eliminare il contrasto. Sollevata la questione di legittimit costituzionale, spetta a questa Corte il compito anzitutto di verificare che il contrasto sussista e che sia effettivamente insanabile attraverso una interpretazione plausibile, anche sistematica, della norma interna rispetto alla norma convenzionale, nella lettura datane dalla Corte di Strasburgo. La Corte dovr anche, ovviamente, verificare che il contrasto sia determinato da un tasso di tutela della norma nazionale inferiore a quello garantito dalla norma CEDU, dal momento che la diversa ipotesi considerata espressamente compatibile dalla stessa Convenzione europea allart. 53. In caso di contrasto, dovr essere dichiarata lillegittimit costituzionale della disposizione interna per violazione dellart. 117, primo comma, Cost., in relazione alla invocata norma della CEDU. Questa Corte ha anche affermato, e qui intende ribadirlo, che ad essa precluso di sindacare linterpretazione della Convenzione europea fornita dalla Corte di Strasburgo, cui tale funzione stata attribuita dal nostro Paese senza apporre riserve; ma alla Corte costituzionale compete, questo s, di verificare se la norma della CEDU, nellinterpretazione data dalla Corte europea, non si ponga in conflitto con altre norme conferenti della nostra Costituzione. Il verificarsi di tale ipotesi, pure eccezionale, esclude loperativit del rinvio alla

norma internazionale e, dunque, la sua idoneit ad integrare il parametro dellart. 117, primo comma, Cost.; e, non potendosi evidentemente incidere sulla sua legittimit, comporta allo stato lillegittimit, per quanto di ragione, della legge di adattamento (sentenze n. 348 e n. 349 del 2007). . le dei senatori Donatella Poretti, Emma Bonino e Marco Perduca Premesso che - la Conferenza convocata ad Interlaken dalla presidenza del Comitato dei ministri del Consiglio dEuropa, ha approvato, con la dichiarazione finale del 19 febbraio 2010, un piano dazione che tra laltro richiede agli Stati parte di impegnarsi a tener conto degli sviluppi della giurisprudenza della Corte europea dei diritti delluomo, segnatamente allo scopo di considerare le conseguenze che si impongono a seguito di una sentenza che accerti una violazione convenzionale da parte di un diverso Stato parte, allorch il loro ordinamento giuridico sollevi il medesimo problema di principio ( B, n. 4 lett. c); in sede di Comitato dei ministri del Consiglio dEuropa il 10 e 24 marzo 2010 vi stata piena adesione anche del Governo italiano al piano dazione di Interlaken, tanto da costituire un apposito gruppo di lavoro intergovernativo per monitorarne il seguito; - la Corte costituzionale, con le sentenze n. 348 e n. 349 del 2007, ha rilevato che lart. 117 (La potest legislativa esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione, nonch dei vincoli derivanti dallordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali.), primo comma, Cost., ed in particolare lespressione obblighi internazionali in esso contenuta, si riferisce alle norme internazionali convenzionali anche diverse da quelle comprese nella previsione degli artt. 10 e 11 Cost.; - la conseguenza che il contrasto di una norma nazionale con una norma convenzionale, in particolare della CEDU, si traduce in una violazione dellart. 117, primo comma, Cost.. La Corte costituzionale ha, inoltre, precisato nelle predette pronunce che al giudice nazionale, in quanto giudice comune della Convenzione, spetta il compito di applicare le relative norme, nellinterpretazione offertane dalla Corte di Strasburgo, alla quale questa competenza stata espressamente attribuita dagli Stati contraenti. Nel caso

in cui si profili un contrasto tra una norma interna e una norma della Convenzione europea, il giudice nazionale comune deve, pertanto, procedere ad una interpretazione della prima conforme a quella convenzionale, fino a dove ci sia consentito dal testo delle disposizioni a confronto e avvalendosi di tutti i normali strumenti di ermeneutica giuridica. Solo quando ritiene che non sia possibile comporre il contrasto in via interpretativa, il giudice comune deve sollevare la questione di costituzionalit, con riferimento al parametro dellart. 117, primo comma, Cost., ovvero anche dellart. 10, primo comma, Cost., ove si tratti di una norma convenzionale ricognitiva di una norma del diritto internazionale generalmente riconosciuta. La clausola del necessario rispetto dei vincoli derivanti dagli obblighi internazionali, dettata dallart. 117, primo comma, Cost., attraverso un meccanismo di rinvio mobile del diritto interno alle norme internazionali pattizie di volta in volta rilevanti, impone infatti il controllo di costituzionalit, qualora il giudice comune ritenga lo strumento dellinterpretazione insufficiente ad eliminare il contrasto. Sollevata la questione di legittimit costituzionale, spetta alla Corte costituzionale il compito anzitutto di verificare che il contrasto sussista e che sia effettivamente insanabile attraverso una interpretazione plausibile, anche sistematica, della norma interna rispetto alla norma convenzionale, nella lettura datane dalla Corte di Strasburgo. La Corte dovr anche, ovviamente, verificare che il contrasto sia determinato da un tasso di tutela della norma nazionale inferiore a quello garantito dalla norma CEDU, dal momento che la diversa ipotesi considerata espressamente compatibile dalla stessa Convenzione europea allart. 53. In caso di contrasto, dovr essere dichiarata lillegittimit costituzionale della disposizione interna per violazione dellart. 117, primo comma, Cost., in relazione alla invocata norma della CEDU. - La Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dellUomo e delle libert fondamentali (CEDU) rappresenta un meccanismo di protezione internazionale dei diritti delluomo particolarmente efficace. Le norme della Convenzione, nella interpretazione che ne d soltanto la Corte di Strasburgo, sono di immediata operativit per gli Stati contraenti. Larticolo 10 della Convenzione afferma che Ogni persona ha diritto alla libert di espressione. Questo diritto comprende la libert di opinione e la libert di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere interferenza di pubbliche autorit e senza riguardo alla nazionalit. Il principio in base al quale ogni persona ha la libert di ricevere e comunicare informazioni

alla base delle sentenze conosciute come Goodwin, Roemen e Tillack sulla inviolabilit delle fonti dei giornalisti. - Con la sentenza del 10 febbraio 2009, la Corte europea dei diritti delluomo (CEDU), -in base allarticolo 10 della Convenzione del 1950 (recepita nella legge 848/1955)-, riconosce ai cronisti vasti ampi poteri di valutazione delle notizie corredate da fotografie, equiparandole e classificandole come notizie dal moderno diritto dellinformazione. Le notizie possono riguardare pure la divulgazione del nome dellimputato prima delludienza e dei capi dimputazione relativi a un processo penale ancora pendente. Questa sentenza affianca la sentenza Dupuis (ricorso n. 1914/02) del 7 giugno 2007. In quelloccasione il Tribunale di Strasburgo aveva sancito il diritto della stampa di informare su indagini in corso e il diritto del pubblico di ricevere notizie su inchieste scottanti (sulle intercettazioni illegali disposte sotto la presidenza Mitterrand) che prevalgono sulle esigenze di segretezza. La Corte europea dei diritti delluomo il 10 febbraio scorso ha condannato la Finlandia e il 7 giugno 2007 la Francia. - Nella sentenza 348/2007, la Corte costituzionale ha spiegato quali sono gli obblighi della Repubblica Italiana verso la Convenzione e le sentenze della Corte: La CEDU presenta, rispetto agli altri trattati internazionali, la caratteristica peculiare di aver previsto la competenza di un organo giurisdizionale, la Corte europea per i diritti delluomo, cui affidata la funzione di interpretare le norme della Convenzione stessa. Difatti lart. 32, paragrafo 1, stabilisce: La competenza della Corte si estende a tutte le questioni concernenti linterpretazione e lapplicazione della Convenzione e dei suoi protocolli che siano sottoposte ad essa alle condizioni previste negli articoli 33, 34 e 47. Poich le norme giuridiche vivono nellinterpretazione che ne danno gli operatori del diritto, i giudici in primo luogo, la naturale conseguenza che deriva dallart. 32, paragrafo 1, della Convenzione che tra gli obblighi internazionali assunti dallItalia con la sottoscrizione e la ratifica della CEDU vi quello di adeguare la propria legislazione alle norme di tale trattato, nel significato attribuito dalla Corte specificamente istituita per dare ad esse interpretazione ed applicazione. - Con la sentenza 349/2007, la Corte costituzionale, invece, si e concentrata su chi debba provvedere ad attivare i meccanismi e gli adempimenti diretti al recepimento nel nostro ordinamento delle pronunce di Strasburgo: Dagli orientamenti della giurisprudenza di questa Corte dunque possibile desumere un riconoscimento di principio della peculiare rilevanza delle

norme della Convenzione, in considerazione del contenuto della medesima, tradottasi nellintento di garantire, soprattutto mediante lo strumento interpretativo, la tendenziale coincidenza ed integrazione delle garanzie stabilite dalla CEDU e dalla Costituzione, che il legislatore ordinario tenuto a rispettare e realizzare. La peculiare rilevanza degli obblighi internazionali assunti con ladesione alla Convenzione in esame stata ben presente al legislatore ordinario. Infatti, dopo il recepimento della nuova disciplina della Corte europea dei diritti delluomo, dichiaratamente diretta a ristrutturare il meccanismo di controllo stabilito dalla Convenzione per mantenere e rafforzare lefficacia della protezione dei diritti delluomo e delle libert fondamentali prevista dalla Convenzione (Preambolo al Protocollo n. 11, ratificato e reso esecutivo con la legge 28 agosto 1997, n. 296), si provveduto a migliorare i meccanismi finalizzati ad assicurare ladempimento delle pronunce della Corte europea (art. 1 della legge 9 gennaio 2006, n. 12), anche mediante norme volte a garantire che lintero apparato pubblico cooperi nellevitare violazioni che possono essere sanzionate (art. 1, comma 1217, della legge 27 dicembre 2006, n. 296). Infine, anche sotto il profilo organizzativo, da ultimo stata disciplinata lattivit attribuita alla Presidenza del Consiglio dei ministri, stabilendo che gli adempimenti conseguenti alle pronunce della Corte di Strasburgo sono curati da un Dipartimento di detta Presidenza (d.P.C.m. 1 febbraio 2007 Misure per lesecuzione della legge 9 gennaio 2006, n. 12, recante disposizioni in materia di pronunce della Corte europea dei diritti delluomo). - Ritenuto che le norme previste nel ddl Norme in materia di intercettazioni telefoniche, telematiche e ambientali. Modifica della disciplina in materia di astensione del giudice e degli atti di indagine. Integrazione della disciplina sulla responsabilit amministrativa delle persone giuridiche (AS 1611), versano nella situazione delineata dalla Corte costituzionale quando afferm che precluso di sindacare linterpretazione della Convenzione europea fornita dalla Corte di Strasburgo, cui tale funzione stata attribuita dal nostro Paese senza apporre riserve e che lapprezzamento della giurisprudenza europea consolidatasi sulla norma conferente va operato in modo da rispettare la sostanza di quella giurisprudenza, secondo un criterio gi adottato dal giudice comune e dalla Corte europea (Corte costituzionale, sentenza n. 311 del 2009); In base alla sentenza 39/2008 della Corte costituzionale: Questa Corte, con le recenti sentenze n. 348 e n. 349 del 2007, ha affermato, tra laltro, che,

con riguardo allart. 117, primo comma, Cost., le norme della CEDU devono essere considerate come interposte e che la loro peculiarit, nellambito di siffatta categoria, consiste nella soggezione allinterpretazione della Corte di Strasburgo, alla quale gli Stati contraenti, salvo leventuale scrutinio di costituzionalit, sono vincolati ad uniformarsi Gli Stati contraenti sono vincolati ad uniformarsi alle interpretazioni che la Corte di Strasburgo d delle norme della Cedu (Convenzione europea dei diritti dellUomo). Delibera di non procedere oltre nellesame della proposta di legge n.1611.

29 ottobre 2009 LA CORTE EUROPEA DEI DIRITTI DEL'UOMO AMPLIA IL DIRITTO DI CRONACA Franco ABRUZZO

La Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti delluomo e delle libert fondamentali rappresenta un meccanismo di protezione internazionale dei diritti delluomo particolarmente efficace. Le norme della Convenzione sono di immediata operativit nel nostro Paese: le norme della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libert fondamentali, salvo quelle il cui contenuto sia da considerarsi cos generico da non delineare specie sufficientemente puntualizzate, sono di immediata applicazione nel nostro Paese e vanno concretamente valutate nella loro incidenza sul pi ampio complesso normativo che si venuto a determinare in conseguenza del loro inserimento nell'ordinamento italiano; la precettivit in Italia delle norme della Convenzione consegue dal principio di adattamento del diritto italiano al diritto internazionale convenzionale per cui ove l'atto o il fatto normativo internazionale contenga il modello di un atto interno completo nei suoi elementi essenziali, tale cio da poter senz'altro creare obblighi e diritti, l'adozione interna del modello di origine internazionale automatica (adattamento automatico), ove invece l'atto internazionale non contenga detto modello le situazioni giuridiche interne da esso imposte abbisognano, per realizzarsi, di una specifica attivit normativa dello Stato (Cass., sez. un. pen., 23 novembre 1988; Parti in causa Polo

Castro; Riviste: Cass. Pen., 1989, 1418, n. Bazzucchi; Riv. Giur. Polizia Locale, 1990, 59; Riv. internaz. diritti dell'uomo, 1990, 419). Anche la Corte costituzionale (sentenza n. 10 del 19 gennaio 1993) si pronunciata autorevolmente in tale senso, specificando che la legislazione con cui la Convenzione entrata in vigore in Italia consiste in una normativa che, pur avendo forza di legge, deriva da una fonte riconducibile a una competenza atipica e pertanto risulta insuscettibile di abrogazione o di modificazione da parte di disposizioni di legge ordinaria. Ribadiscono ancora i supremi giudici della prima sezione penale, che si pongono su di una linea di continuit con gli enunciati delle Sezioni unite del 1988: le norme della Convenzione europea, in quanto principi generali dell'ordinamento, godono di una particolare forma di resistenza nei confronti della legislazione nazionale posteriore (Cass. pen., sez. I, 12 maggio 1993; Parti in causa Medrano; Riviste Cass. Pen., 1994, 440, n. Raimondi; Rif. legislativi L 4 agosto 1955 n. 848; Dpr 9 ottobre 1990 n. 309, art. 86). La suprema magistratura civile dello stesso avviso: le norme della convenzione europea sui diritti dell'uomo, nonch quelle del primo protocollo addizionale, introdotte nell'ordinamento italiano con l. 4 agosto 1955 n. 848, non sono dotate di efficacia meramente programmatica. Esse, infatti, impongono agli Stati contraenti, veri e propri obblighi giuridici immediatamente vincolanti, e, una volta introdotte nell'ordinamento statale interno, sono fonte di diritti ed obblighi per tutti i soggetti. E non pu dubitarsi del fatto che le norme in questione - introdotte nello ordinamento italiano con la forza di legge propria degli atti contenenti i relativi ordini di esecuzione, non possono ritenersi abrogate da successive disposizioni di legge interna, poich esse derivano da una fonte riconducibile ad una competenza atipica e, come tali, sono insuscettibili di abrogazione o modificazione da parte di disposizioni di legge ordinaria (Cass. civ., sez. I, 8 luglio 1998, n. 6672; Riviste: Riv. It. Dir. Pubbl. Comunitario, 1998, 1380, n. Marzanati; Giust. Civ., 1999, I, 498; Rif. legislativi L 4 agosto 1955 n. 848). Anche la giustizia amministrativa ritiene che la Convenzione europea dei diritti dell'uomo, resa esecutiva con la l. 4 agosto 1955 n. 848, sia direttamente applicabile nel processo amministrativo (Tar Lombardia, sez. III, Milano 12 maggio 1997 n. 586; Parti in causa Soc. Florenzia c. Iacp Milano

e altro; Riviste Foro Amm., 1997, 1275, 2804, n. Perfetti; Colzi; Rif. legislativi L 4 agosto 1955 n. 848, artt. 6 e 13 L 4 agosto 1955 n. 848). La Convenzione deve il suo successo al fatto di fondarsi su un sistema di ricorsi sia da parte degli Stati contraenti sia da parte degli individui - in grado di assicurare un valido controllo in ordine al rispetto dei principi fissati dalla Convenzione stessa. La Corte europea dei diritti dell'uomo in sostanza un tribunale internazionale istituito dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libert fondamentali al quale pu essere proposto ricorso per la violazione di diritti e libert garantiti dalla Convenzione sia dagli Stati contraenti e sia dai cittadini dei singoli Stati. Prima della entrata in vigore del Protocollo n. 11 (1 novembre 1998) il meccanismo di tutela per la violazione dei diritti garantiti dalla convenzione era assicurata da una Corte omonima e dalla Commissione europea dei diritti dell'uomo (operanti da oltre 40 anni). Tutte le fasi del procedimento sono svolte oggi nell'ambito della nuova Corte unica. Anche le funzioni istruttorie, gi attribuite alla Commissione, vengono svolte all'interno della Corte stessa. La nuova istituzione continuer ad assicurare un doppio grado di giudizio. In prima istanza spetta a una "Camera ristretta" della Corte (formata da 7 giudici) esaminare la ricevibilit del ricorso, esperire i tentativi di conciliazione amichevole e, in ultima analisi, decidere della controversia. Avverso la sentenza della "Camera piccola" potr essere presentato appello alla "Grande Camera" (formata da 17 giudici). Un'ulteriore differenza rilevante con la vecchia procedura rilevabile dal fatto che la sentenza della "Camera ristretta" della Corte sar immediatamente vincolante per le parti, facendo scomparire qualsiasi intervento del Comitato dei ministri del Consiglio d'Europa. Si deve mettere in luce che la Corte nel procedere a valutare lavvenuta violazione delle norme della Convenzione si basa sul seguente principio direttivo: la misura restrittiva del diritto garantito dalla Convenzione pu dirsi necessaria in una societ democratica solo quando il sacrificio che essa impone al titolare non sia eccessivo, ossia quando tale sacrificio sia proporzionato allentit del danno che lesercizio del diritto stesso arreca, o arrecherebbe, al bene protetto. Ci in quanto una societ pu dirsi autenticamente democratica solo quando le limitazioni ai diritti dei propri cittadini sono unicamente quelle

strettamente necessarie al raggiungimento dei fini socialmente rilevanti (Sabrina Peron in Tabloid, n. 1/2000). Non solo gli articoli della Convenzione quantanche le sentenze definitive della Corte europea dei diritti delluomo, che della prima diretta emanazione, sono vincolanti per gli Stati contraenti. Le Alte Parti contraenti dice larticolo 46 della Convenzione si impegnano a conformarsi alle sentenze definitive della Corte nelle controversie nelle quali sono parti. Va detto anche che gli articoli della Convenzione operano e incidono unitamente alle interpretazioni che la Corte di Strasburgo ne d attraverso le sentenze. Le sentenze formano quel diritto vivente al quale i giudici dei vari Stati contraenti sono chiamati ad adeguarsi sul modello della giustizia inglese. La portata e il significato effettivo delle disposizioni della Convenzione e dei suoi protocolli non possono essere compresi adeguatamente senza far riferimento alla giurisprudenza. La giurisprudenza diviene dunque, come la Corte stessa ha precisato nel caso Irlanda contro Regno Unito (sentenza 18 gennaio 1978, serie A n. 25, 154) fonte di parametri interpretativi che oltrepassano spesso i limiti del caso concreto e assurgono a criteri di valutazione del rispetto, in seno ai vari sistemi giuridici, degli obblighi derivanti dalla Convenzione.i criteri che hanno guidato la Corte in un dato caso possono trovare e hanno trovato applicazione, mutatis mutandis, anche in casi analoghi riguardanti altri Stati (Antonio Bultrini, La Convenzione europea dei diritti delluomo: considerazioni introduttive, in Il Corriere giuridico, Ipsoa, n. 5/1999, pagina 650). Daltra parte, dice larticolo 53 della Convenzione, nessuna delle disposizioni della presente Convenzione pu essere interpretata in modo da limitare o pregiudicare i diritti delluomo e le libert fondamentali che possano essere riconosciuti in base alle leggi di ogni Paese contraente o in base ad ogni altro accordo al quale tale Parte contraente partecipi. Vale conseguentemente, con valore vincolante, linterpretazione che della Convenzione d esclusivamente la Corte europea di Strasburgo. Non a caso il Consiglio dEuropa, nella raccomandazione R(2000)7 sulla tutela delle fonti dei giornalisti, ha scritto testualmente: L'articolo 10 della Convenzione, cos come interpretato dalla Corte europea dei Diritti dell'Uomo, s'impone a tutti gli Stati contraenti. Su questa linea si muove il

principio affermato il 27 febbraio 2001 dalla Corte europea dei diritti delluomo: I giudici nazionali devono applicare le norme della Convenzione europea dei Diritti dell'Uomo secondo i principi ermeneutici espressi nella giurisprudenza della Corte europea dei Diritti dell'Uomo (in Fisco, 2001, 4684). Copiosa anche la giurisprudenza sullincidenza del Patto internazionale di New York sui diritti civili e politici (legge n. 881/1977) nellordinamento italiano (Corte cost., 29 gennaio 1996, n. 15; Cass. pen., 19 aprile 1989; Cass. pen., sez. III, 26 aprile 1999, n. 1527). Le norme internazionali appena ricordate - come sottolinea la Corte costituzionale con la sentenza n. 10/1993 - sono state introdotte nell'ordinamento italiano con la forza di legge propria degli atti contenenti i relativi ordini di esecuzione (v. sentt. nn. 188 del 1980, 153 del 1987 e 323 del 1989). Con queste sue norme, la Costituzione italiana - afferma la sentenza n. 15/1996 della Corte costituzionale - partecipa dell'attuale movimento sovranazionale a favore della convivenza di gruppi umani dalla diversa identit entro le medesime organizzazioni politiche statali, un movimento gravido di possibili conseguenze sul diritto pubblico interno e di cui espressione il Patto internazionale per i diritti civili e politici adottato il 16 dicembre 1966 dall'Assemblea generale dell'Organizzazione delle Nazioni Unite e ratificato dall'Italia con la legge 25 ottobre 1977 n. 881. La Dichiarazione universale dei diritti dellUomo, approvata il 10 dicembre 1948 dallAssemblea generale delle Nazioni Unite e concepita alla stregua di una Costituzione del Mondo, impegna anche lItalia quale Paese membro dellOnu ed operativa nellordinamento interno (Corte cost., ord. 18 luglio 1984, n. 216 in Giur. Costit., 1984, I, 1467; Cass. civ., 15 febbraio 1989, n. 908 in Informazione Prev., 1989, 927; Pret. Roma, 30 ottobre 1987 in Foro It., 1988, I, 2780). http://www.sioi.org/Sioi/Giansanti.pdf bsqueda google: corte europea diritti sentenze vincolanti

Derecho a la vivienda: http://www.giurcost.org/decisioni/1988/0404s88.html (sentenza n. 404, 1988). IL CONSIGLIO COMUNALE APPROVA LE UNIONI CIVILI Con lapprovazione della delibera sul riconoscimento delle unioni civili e del relativo Regolamento, il Consiglio comunale autorizza dora in avanti gli impiegati dellanagrafe a rilasciare un attestato di famiglia anagrafica basata su vincolo affettivo. Tale attestato varr per i soli ... usi necessari al riconoscimento di diritti e benefici previsti da atti e disposizioni dellAmministrazione comunale. Larticolo 1 del Regolamento prevede infatti che il Comune si impegni attraverso singoli atti e disposizioni degli Assessorati e degli Uffici competenti ...a tutelare e sostenere le unioni civili, al fine di superare situazioni di discriminazione e favorirne lintegrazione e lo sviluppo nel contesto sociale, culturale ed economico del territorio. I campi nei quali lAmministrazione si impegnata a operare a favore delle unioni civili sono: casa, sanit e servizi sociali, giovani, genitori e anziani, sport e tempo libero, formazione, scuola e servizi educativi, diritti e partecipazione. La delibera, approvata con 24 voti favorevoli, 3 contrari e 4 astenuti era pervenuta sottoscritta da 2582 cittadini al presidente del Consiglio comunale Giuseppe Castronovo nel febbraio del 2009, sotto forma di deliberazione di iniziativa popolare. Tra i presentatori della proposta Stefano Fabio Mossino, Vincenzo Cucco, Iolanda Casigliani, Tullio Monti, Jean Jacques Peyronel, Silvio Viale. Prima del voto, lAula ha dibattuto a lungo il tema. Qui di seguito una sintesi degli interventi dei Consiglieri comunali: Agostino Ghiglia (Alleanza Nazionale - PdL): Non parteciperemo al voto perch questa delibera una farsa giuridica. E un tema importante, che dovrebbe essere trattato con seriet, e non in Consiglio comunale: ci sono sedi opportune per tutelare i diritti della persona. E una presa in giro delle situazioni che invece si vorrebbero tutelare. Si tratta di prese di posizione

propagandistiche, puramente politiche. Non entro nel merito, perch tale atto non ha legittimazione giuridica, n dignit politica. Stefano Lo Russo (Partito Democratico): La Costituzione propone un modello istituzionale del rapporto di coppia - la famiglia fondata sul matrimonio - con uno status differenziato. Esiste per, come affermato anche dalla Corte Costituzionale, un valore sociale delle convivenze di fatto, alle quali deve essere riconosciuta la titolarit di diritti e doveri, quando presentano caratteri di durata e stabilit. Sono irrilevanti le caratteristiche dei conviventi. Ci sono convivenze amicali, parentali, di persone di sesso diverso e dello stesso sesso che vanno tutte tutelate giuridicamente, purch non equiparate al matrimonio. La proposta quindi compatibile con lattuale quadro normativo ed uno stimolo al legislatore nazionale perch si occupi tempestivamente della materia. Monica Cerutti (Sinistra Democratica): Questa delibera ha lobiettivo di colmare il divario tra la politica e ci che ormai entrato nella quotidianit. Cittadini di diversa et ed estrazione hanno sottoscritto questo testo per chiedere il riconoscimento delle unioni civili. Dopo la bocciatura di una mozione con analoghi contenuti nel 2007, ora i tempi sono cambiati e si possono finalmente riconoscere alle unioni di fatto non pi solo doveri, ma anche diritti. E un riconoscimento formale che avr anche un valore pratico e servir da stimolo per il legislatore nazionale. Domenico Gallo (Nuova Sinistra per Torino): Concordo con un atto che non va in contrapposizione con la famiglia. E una proposta semplice per il rilascio di un certificato anagrafico che rispetta le norme vigenti. Occorre prendere atto che quello che esiste nella vita sociale di tutti i giorni va regolamentato. Giuseppe Lonero (La Destra): Ci opponiamo a questo provvedimento. La societ italiana basata sullistituto della famiglia e non accettiamo questo tentativo di stravolgere il concetto della famiglia stessa. Per garantire i conviventi ci sono altri strumenti, legalmente validi, previsti dal Codice civile. E inifine ci chiediamo: se riconosciamo il rango di famiglia alle unioni omosessuali, chi impedir loro di chiedere ladozione di un bambino? Gavino Olmeo (Alleanza per lItalia): E una delibera inaccettabile poich chiede pari opportunit tra il matrimonio e le unioni civili anagrafiche. E il

Parlamento a dover legiferare in materia di riconoscimento delle unioni civili. E viziato da legittimit anche il certificato anagrafico basato sul vincolo affettivo chiesto dalla delibera: al primo ricorso alla giustizia amministrativa ve ne sarebbe la dimostrazione. Ennio Galasso (UDC): Esprimo il mio dissenso a questa deliberazione perch inutile e caratterizzata da una insignificanza giuridica, ma che arreca nocumento dal punto di vista antropologico. Voglio ricordare che la Costituzione non si pu invocare a corrente alternata, a seconda delle proprie necessit. Non un prodotto elastico che si pu usare a proprio vantaggio e lart 29 dice che la famiglia societ naturale fondata sul matrimonio. Questa proposta di deliberazione inutile e con il tempo pu diventare nociva per la salute della societ. Domenica Genisio (PD): Ho preparato gli emendamenti per separare il concetto di unioni civili da quello di famiglia stabilito dallart 29 della Carta costituzionale. Anche perch i vincoli di natura affettiva sono gi individuati nella normativa anagrafica (dpr. 233/98). Per loro infatti previsto laccesso a prestazioni come famiglia anagrafica. Nulla cambia in questo senso. Cambia che il riconoscimento dato dalla Citt, sancisce la natura pubblica delle unioni civili. Carlo Zanolini (Pensionati e Invalidi): Questa deliberazione non avr un grandissimo significato ma un passo avanti nel dibattito culturale cha stiamo affrontando in questi anni. Se la crisi della famiglia accertata (non si parala pi di famiglia ma di famiglie e dopo un certo numero di anni le famiglie tendono a sciogliersi), questa istituzione pu essere messa in discussione. E vorrei far notare che lart 29 della Costituzione riconosce i diritti della famiglia ma non riconosce la famiglia quale unico modello, non escludendo altre possibilit. Semmai sono le coppie dello stesso sesso a faticare per vedere riconosciuti i propri diritti. La societ avanza con i piccoli tasselli come questo, che ci fa pensare che la societ sta cambiando e noi dobbiamo favorire questo cambiamento.

Andrea Giorgis (Partito Democratico): Stiamo approvando un regolamento importante dal punto di vista simbolico e politico. E vero che il Comune gi certifica la famiglia anagrafica e che da anni tutti i regolamenti comunali sono stati modificati per evitare discriminazioni, ma da oggi la Citt si impegner a certificare le unioni affettive. E un primo e solenne passo per dire che non c nulla di male a stringere legami affettivi tra adulti consenzienti, siano di sesso diverso oppure dello stesso sesso. Marco Calgaro (Alleanza per lItalia): Questa delibera totalmente inutile in mancanza di una legiferazione da parte del Parlamento. Personalmente, ritengo che non vi sia alcuna necessit di una legge sulle coppie di fatto eterosessuali. Sarebbe invece utile legiferare sulle unioni omosessuali come qualcosa per di totalmente altro rispetto alla famiglia. Lucia Centillo (Partito Democratico): Ringrazio i presentatori della delibera di iniziativa popolare perch ci hanno permesso di riportare sul piano istituzionale un tema cos importante, come dovrebbe essere in una democrazia partecipata. E un primo passo che compie la Citt di Torino e che invita il Parlamento a superare le discriminazioni e a riconoscere dignit alle unioni di fatto. Dobbiamo proseguire per riconoscere le unioni omosessuali e per superare le differenze ancora presenti sul piano giuridico riguardanti i figli nati fuori dal matrimonio. R.T. - M.L. - M.Q - Ufficio stampa del Consiglio comunale Torino, 28 Giugno 2010

Ricongiungimento familiare per il convivente dello stesso sesso? La Cassazione dice di no Stampa l'articolo Stampa Invia ad un amico Invia Commenti 0 commenti Bookmark and Share

Pubblicato in dottrina in data 16/04/2009 Autore: User Allegria Angela Con la sentenza 6441/2009 la I Sezione civile della Corte di Cassazione si pronunciata su un argomento in apparenza semplice, il ricongiungimento familiare chiesto da un cittadino neozelandese, in realt la questione risulta complessa in quanto basata su un presupposto particolare: la famiglia di fatto fra persone dello stesso sesso. Infatti, lattore chiede il ricongiungimento sul fatto che nel proprio Stato dorigine la condizione di partner de facto riconosciuta dalle autorit. Se il requisito per la concessione del permesso di soggiorno motivato dal ricongiungimento si basa proprio sulla nozione di familiare c da chiedersi cosa si intenda con tale termine, se il convivente more uxorio possa essere definito familiare, e se si da risposta positiva a questo quesito se il convivente dello stesso sesso rientri nella suddetta nozione. In specie il richiedente aveva proposto istanza al questione che laveva respinta. Il provvedimento del questore era stato dichiarato illegittimo dal Tribunale di Firenze, ma confermato dalla Corte dAppello, la quale, da un lato, ha inquadrato loggetto del giudizio, non la decisione sullo status o un diritto della personalit del richiedente (per il cui accertamento si sarebbe dovuto fare riferimento alla sua legge nazionale in base allart. 24 legge n. 218/1995), bens la verifica del requisito soggettivo richiesto dal primo comma dellart. 30 lettera c) del d. lgs. n. 286/1998 in quanto il compagno un cittadino italiano, e, dallaltro lato, in via del tutto autonoma, ha affermato che, quandanche si sarebbe dovuta applicare la legge dello Stato del richiedente, tale applicazione sarebbe stata in contrasto con lordine pubblico italiano. La Suprema Corte, chiamata a giudicare loperato dei giudici di merito, ha confermato loperato della corte territoriale chiedendosi a chi si riferisce il legislatore quando, nellart. 30 d. lgs. n. 286/1998, parla di familiare. Tale nozione delineata dallo stesso legislatore nellart. 29 del citato d. lgs. 286/1998, come modificato dai d. lgs. n. 5/2007 e n. 160/2008. Nel primo comma, infatti, per familiare si intende:

a. il coniuge non legalmente separato; b. i figli minori a carico, anche se del coniuge o nati fuori dal matrimonio, non coniugati ovvero legalmente separati, a condizione che laltro genitore, se esistente, abbia dato il suo consenso; c. i figli maggiorenni a carico, qualora per ragioni oggettive non possano provvedere alle proprie indispensabili esigenze di vita in ragione del loro stato di salute che comporti invalidit totale; d. i genitori a carico, qualora non abbiano altri figli nel Paese do origine i di provenienza, ovvero genitori ultrasessantacinquenni, qualora gli altri figli siano impossibilitati al loro sostentamento per documentati, gravi motivi di salute. Ci si pu chiedere se lesclusione dal novero dei familiari aventi diritto al permesso di soggiorno ai sensi dellart. 30 dei soggetti, dello stesso o di diverso sesso, conviventi e legati da una stabile relazione affettiva, oggetto di registrazione o di semplice attestazione, si ponga in contrasto con gli artt. 2, 3 e 29 Cost. Chiamata in pi occasioni a decidere sulla questione, la Corte Costituzionale ha escluso il contrasto affermando in materia di ricongiungimento familiare che linviolabilit del diritto alla unit familiare deve ricevere la pi ampia tutela con riferimento alla famiglia nucleare, eventualmente in formazione, e quindi in relazione al ricongiungimento dello straniero con il coniuge ed i figli minori (ord. n. 464/2005, ma anche ord. n. 368/2006 e sent. n. 224/2005), mentre con riferimento al divieto di espulsione ha costantemente negato, sin dalla sentenza n. 45/1990 e poi con le sent. n. 237/1986 e n. 127/1997, la possibilit di estendere, attraverso un mero giudizio di equivalenza, la disciplina prevista per la famiglia legittima alla convivenza di fatto, stabilendo che la convivenza more uxorio un rapporto di fatto, privo dei caratteri di stabilit e certezza e della reciprocit e corrispettivit dei diritti e dei doveri che nascono soltanto dal matrimonio e sono propri della famiglia legittima. Secondo la I sezione civile ne deriva che linterpretazione estensiva della nozione di familiare delineata nella legislazione sullimmigrazione invocata dai ricorrenti non pu ritenersi imposta a alcuna norma costituzionale. Il combinato disposto fra gli artt. 29 e 30 d. lgs. 286/1998 potrebbe essere letto alla luce dellart. 12 della Convenzione europea di salvaguardia dei diritti delluomo e delle libert fondamentali e dellart. 9 della Carta di Nizza, nel quale, da un lato, si afferma lapertura verso forme di relazioni affettive di tipo familiare diverse da quelle fondate sul matrimonio e, dallaltro, non richiede pi come requisito necessario della diversit di sesso dei soggetti.

Ma lart. 12 CEDU rinvia alle leggi nazionali con ci escludendo sia il riconoscimento automatico di unioni di tipo familiare diverse da quelle previste dagli ordinamenti interni, sia lobbligo degli stati membri di adeguarsi al pluralismo delle relazione familiari, non necessariamente eterosessuali. Nel caso dellItalia il ricongiungimento pu essere chiesto solo dai soggetti di cui allart. 29 cit., quindi non dal convivente sia esso omosessuale od eterosessuale. Il richiedente deduce inoltre la presunta violazione dellart. 2 della legge n. 62/2005 e dellart. 12 del trattato istitutivo dellUnione europea da parte dellart. 3 del d. lgs. 30/2007, attuativo della direttiva europea n. 2004/38/Ce, il quale produrrebbe una disparit di trattamento nei confronti del cittadino italiano rispetto al cittadino di uno Stato dellUnione Europea, c.d. discriminazione a rovescio. Il motivo non fondato innanzitutto perch la diversit di trattamento non deriva dallapplicazione del diritto comunitario che disciplina fattispecie del tutto diverse da quella di cui si tratta, avente ad oggetto la pretesa di un cittadino extracomunitario al ricongiungimento con cittadino italiano dimorante e residente in Italia, mentre, come ha precisato la Corte Costituzionale con la sent. n. 443/1997, la discriminazione a rovescio, rilevante esclusivamente sul piano interno, consiste in situazioni di disparit in danno dei cittadini di uno Stato membro che si verificano come effetto indiretto dellapplicazione del diritto comunitario. Inoltre la diversit di trattamento non legata alla nazionalit, ma alla circostanza che sia stato o meno esercitato il diritto di circolazione e di soggiorno in uno Stato dellUnione Europea diverso da quello di appartenenza. A giudizio della Suprema Corte non appare neppure rilevante la questione di legittimit sollevata con riferimento alla presunta violazione dellart. 3 Cost., in quanto il cittadino italiano potrebbe ottenere il riconoscimento del diritto al ricongiungimento con un compagno di una unione registrata o attestata nel Paese che riconosca alla prima gli stessi effetti del matrimonio o non richieda che lattestazione debba provenire necessariamente da parte dello Stato di appartenenza, come previsto dallart. 3 co. 2, lett. b) della direttiva n. 38/2004, mentre la restrizione del suo diritto discende soltanto dal fatto oggettivo del mancato esercizio del diritto di circolazione o soggiorno in altro Stato dellUnione, che il diritto comunitario considera come requisito per lapplicazione della disciplina pi favorevole.

Pi in generale, afferma la I sezione, non bisogna dimenticare che anche tale direttiva, al di fuori di alcune ristrette ipotesi di automatico riconoscimento del diritto allingresso e al soggiorno, appare ispirata al rispetto delle legislazioni interne dei singoli Stati membri per quanto riguarda linclusione o lesclusione della rilevanza di unioni diverse dal matrimonio eterosessuale.