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L'IMPATTO AMBIENTALE DELLA CULTURA IMPLICITA DELLA NOSTRA CIVILTA'

Cognome e nome del Laureando Jackal Dr. matricola n 1011984 E-mail: dr-jackal86@libero.it

Cognome e nome del Relatore Sorella Tua

Introduzione.............................................................................................................3 Capitolo 1 Il problema.........................................................................................4 1.1 La situazione attuale..................................................................................4 1.1.1 Acqua dolce....................................................................................4 1.1.2 Cibo................................................................................................7 1.1.3 Suolo............................................................................................10 1.1.4 Aria...............................................................................................11 1.1.5 Clima............................................................................................14 1.1.6 Energia.........................................................................................18 1.1.7 Biodiversit..................................................................................21 1.1.8 Rifiuti...........................................................................................26 1.1.9 Sovrappopolazione.......................................................................29 1.2 Le origini storiche del problema.............................................................34 Capitolo 2 Il ruolo della cultura implicita nella crisi ecologica.....................41 2.1 Una classificazione delle civilt.............................................................41 2.2 Le fallacie della cultura implicita della nostra civilt.............................42 2.2.1 Prima Fallacia Culturale..............................................................43 2.2.2 Seconda Fallacia Culturale..........................................................54 2.2.3 Terza Fallacia Culturale...............................................................64 2.2.4 Quarta Fallacia Culturale.............................................................65 2.2.5 Quinta Fallacia Culturale.............................................................67 2.2.6 Sesta Fallacia Culturale...............................................................68 2.2.7 Settima Fallacia Culturale...........................................................70 2.2.8 Ottava Fallacia Culturale.............................................................70 2.2.9 Nona Fallacia Culturale...............................................................72 2.3 Le potenzialit dell'ipnosi culturale........................................................76 2.4 Le differenze rispetto alla cultura implicita dell'altra civilt..................79 Capitolo 3 I difetti delle soluzioni proposte.....................................................82 3.1 La Modernizzazione Ecologica e Riflessiva..........................................82 3.2 Il vegetarianismo come cura alla fame globale......................................83 3.3 L'innovazione tecnologica......................................................................84 3.4 Il Protocollo di Kyoto e le politiche ambientaliste.................................85 3.5 Lo sviluppo sostenibile...........................................................................86 3.6 Le associazioni ambientaliste.................................................................87 3.7 L'ecologismo...........................................................................................88 3.8 I biocombustibili.....................................................................................88 3.9 L'agricoltura biologica............................................................................89 3.10 Ecoterrorismo e rivolte armate.............................................................90 3.11 Il ricondizionamento culturale..............................................................91 Conclusioni............................................................................................................93 Bibliografia............................................................................................................95

INTRODUZIONE

La tesi fondamentale di questo elaborato che attualmente esista una particolare civilt umana, la nostra, che comprende tutte le societ che adottano la stessa visione del mondo (fondata sulla credenza che l'uomo possieda il pianeta e abbia il diritto di sfruttarlo a piacimento) e che sta rapidamente conducendo la nostra specie all'estinzione, devastando, a ritmi sempre pi rapidi, l'ecosistema globale di cui necessitiamo per sopravvivere. Causa di questa situazione catastrofica, secondo tutti gli ultimi dati la cultura implicita che domina la nostra civilt. Essa costituita da una serie di credenze e paradigmi basilari, riguardanti il posto dell'uomo nel mondo e il modo in cui pu e deve relazionarsi con esso, condivisi da quasi tutti i membri della nostra civilt. A causa del loro carattere latente e falsamente ovvio, tali credenze e paradigmi sono molto difficili da notare, analizzare e smentire, e a causa della distorta visione della realt che generano sono destinati, di questo passo, a portare a conseguenze gravissime e irreparabili nel prossimo futuro. Si usa dire che la misura di una civilt sia data dal modo in cui tratta i propri animali, ma forse questo concetto, di per s gi corretto, dovrebbe essere esteso. Forse la misura di una civilt dovrebbe essere data dal modo in cui tratta il proprio ambiente. A seconda che lo tratti con la cautela e la considerazione che merita o con noncurante e miope avidit, si possono capire precisamente le convinzioni su cui poggia, i suoi difetti e il suo destino.

Capitolo 1 Il problema

Stiamo finalmente per pagare il prezzo dell'Et Industriale. Se le proiezioni sono esatte, sar salato: il totale collasso ecologico. Jeremy Rifkin.

1.1 La situazione attuale.


Che il nostro ambiente abbia un problema cosa nota a chiunque, oggigiorno. Ci che trenta o quarant'anni fa veniva considerato catastrofismo privo di fondamento, oggi viene ritenuto un dato di fatto assodato, ma sorprendente constatare come quasi nessuno abbia un'idea precisa dell'esatto stato di salute del nostro pianeta. La grande maggioranza delle persone ha infatti solo un'idea molto vaga di cosa sia questa "crisi ambientale" di cui si parla molto spesso ma sempre superficialmente nei media, della sua reale gravit e delle sue possibili conseguenze. Vediamo quindi di chiarire la situazione analizzando tutte le risorse naturali di cui dipendiamo per vivere e lo stato in cui si trovano attualmente. 1.1.1 Acqua dolce. Nonostante quando si discute dell'ambiente e dei suoi problemi l'acqua non riceva tanta attenzione quanto il riscaldamento globale, la deforestazione e l'inquinamento, essa rappresenta un problema altrettanto grave, se non di pi, tanto che ormai le Nazioni Unite parlano addirittura di "water crisis" ("crisi idrica")1, sebbene altre organizzazioni, come la FAO (Food and Agriculture Organization) abbiano affermato che non si possa ancora parlare di una vera e propria crisi, ma che se non si agisce in fretta per prevenirla si verificher sicuramente.2 Gli aspetti maggiori di questa crisi (attuale o futura) sono la scarsit di acqua utilizzabile e l'inquinamento idrico. Nonostante il nostro pianeta sia costituito per la maggior parte di acqua, infatti, solamente il 2,5% acqua dolce. Per il resto si tratta di acqua salata per noi inutile, e i processi di desalinizzazione attualmente sono di gran lunga troppo costosi perch sia possibile impiegarli su larga scala e per lunghi periodi. 3
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UN, United Nations statement on water crisis, 2006. http://www.un.org/apps/news/story.asp?NewsID=17551&Cr=&Cr1 (23-04-2011) FAO, No global water crisis - but many developing countries will face water scarcity, 12-03-2003. http://www.fao.org/english/newsroom/news/2003/15254-en.html (23-04-2011) International Energy Agency, World Energy Outlook 2005: Middle East and North Africa Insights. Paris, 2005.

Per di pi, solo l'1% dell'acqua dolce (ossia lo 0,007% di tutta l'acqua sul pianeta) direttamente accessibile per utilizzo umano.4 I problemi principali causati dalla crisi idrica sono: Impossibilit di accedere ad acqua potabile per 1,2 miliardi di persone.5 Impossibilit di accedere ad acqua che possa venire usata per servizi igienici e smaltimento di rifiuti per 2,5 miliardi di persone,6 il che provoca oltre 3,5 milioni di morti all'anno per varie malattie causate da scarsa igiene e/o acqua inquinata.7 Eccessivo sfruttamento delle falde acquifere, con conseguente diminuzione della produzione agricola.8 Abuso e inquinamento delle risorse idriche con danni alla biodiversit, il che a sua volta causa un ulteriore aumento dell'inquinamento idrico, visto che molte specie vegetali hanno proprio la funzione di depurare l'acqua. Conflitti armati nelle regioni con scarsa acqua pulita. Le Nazioni Unite hanno affermato che tutto ci non dovuto tanto alla scarsit di acqua utilizzabile, perch in realt ci sarebbe abbastanza acqua per tutti, quanto "a una gestione scorretta della risorsa, all'assenza di istituzioni adeguate, alla corruzione, all'inerzia burocratica e alla mancanza sia di capacit umane che di infrastrutture fisiche adatte".9 Vari economisti hanno incolpato anche la mancanza di leggi sui diritti di propriet e di regolamenti governativi, che hanno causato costi di utilizzo troppo bassi e, di conseguenza, uno sfruttamento eccessivo.10 E non da trascurare neanche lo sfruttamento e l'abuso delle risorse idriche dei paesi pi poveri da parte di varie multinazionali, che grazie all'assenza di regolamenti e/o di controllori si appropriano liberamente dell'acqua del posto e la utilizzano come vogliono, inquinando e devastando gli ecosistemi locali in un modo tale da meritarsi la definizione di "nuovo colonialismo".11 Quali che siano le cause, il risultato che oggi oltre un sesto dell'umanit non ha
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WHO, World Health Organization Fact Sheet Health in Water Resources Development. http://www.who.int/docstore/water_sanitation_health/vector/water_resources.htm (23-04-2011) UNESCO, Water in a changing world, 2009. http://www.unesco.org/water/wwap/wwdr/wwdr3/pdf/WWDR3_Water_in_a_Changing_World.pdf (23-04-2011) WHO/UNICEF, Updated Numbers: WHO/UNICEF JMP Report, 2008. http://www.unicef.org/media/media_44093.html (23-04-2011) WHO, Safer Water, Better Health: Costs, benefits, and sustainability of interventions to protect and promote health, 2008. http://www.who.int/quantifying_ehimpacts/publications/saferwater/en/index.html (23-04-2011) Evergreen Academic, Water is Life - Groundwater drawdown, 2004. http://academic.evergreen.edu/g/grossmaz/WORMKA/ (24-04-2011) UNESCO, Water, a shared responsibility. The United Nations World Water Development Report 2, 2006. http://unesdoc.unesco.org/images/0014/001444/144409E.pdf (24-04-2011) F. Segerfeldt, Private Water Saves Lives, Financial Times, 25-02-2005. http://www.cato.org/pub_display.php?pub_id=4462 (24-04-2011) H. Knaup, J. von Mittelstaedt, Gli investitori stranieri si accaparrano i terreni agricoli africani, Der Spiegel, 30-07-2009.

accesso ad acqua potabile, un bambino ogni venti secondi muore per malattie legate alla non potabilit dell'acqua che beve o alla sua totale mancanza, e oltre met dei letti d'ospedale nel mondo sono costantemente occupati da persone che hanno malattie causate da acqua inquinata.12 E questa situazione riguarda sia intere nazioni (come Sudan, Zimbabwe, Venezuela, Tunisia, Cuba)13 che parte di esse (come India14 e Cina15, in cui due terzi delle citt hanno solo acqua inquinata da rifiuti industriali, umani e animali). Le previsioni da qui al 2025 non sono incoraggianti: oltre 3 miliardi di persone potrebbero ritrovarsi a vivere in paesi cosiddetti "water-stressed" (ossia con scarsit o assenza di acqua non inquinata)16, e tra questi paesi ci potrebbe essere anche l'Italia.17 Le stime dell'Asian Development Bank sono anche peggiori: entro il 2030, circa 4 miliardi di individui vivranno in grave carenza di acqua e, quando gli abitanti del pianeta saranno 9 miliardi, il problema riguarder la met della popolazione mondiale, in particolare quella della Cina e del sud asiatico18, dato che le nazioni la cui popolazione aumenta maggiormente e con pi rapidit sono proprio quelle gi soggette a scarsit d'acqua. L'aumento della popolazione aggraver la crisi idrica anche indirettamente: pi persone signicano pi domanda di cibo, quindi pi coltivazioni da irrigare, e, secondo le succitate previsioni dell'Asian Development Bank, la domanda di cibo in Asia nel 2030 sar aumentata del 70-90%. E' chiaro che la situazione grave e richiede contromisure immediate, ma si fatica a trovarle. La costruzione di impianti di depurazione dell'acqua nelle zone waterstressed non si rivelata la soluzione che si sperava sarebbe stata. Innanzitutto, la depurazione dell'acqua richiede strumentazioni e tecnici (sia per la costruzione che per la successiva manutenzione) il cui costo proibitivo nella maggior parte delle zone colpite dalla crisi idrica. Poi c' da considerare che il costante aumento della popolazione di quei luoghi rende la costruzione di impianti di depurazione una corsa contro il tempo difficile da vincere. La riduzione dello sfruttamento delle falde acquifere migliorerebbe sicuramente la situazione, ma una scelta politica gravemente impopolare che nessun governo si
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UNESCO, Water in a changing world, 2009. http://www.unesco.org/water/wwap/wwdr/wwdr3/pdf/WWDR3_Water_in_a_Changing_World.pdf (25-04-2011) UNICEF, Safe Drinking Water, 2001. http://www.unicef.org/specialsession/about/sgreportpdf/03_SafeDrinkingWater_D7341Insert_English.pdf (25-04-2011) Asia Times, India grows a grain crisis, 21-07-2006. http://www.atimes.com/atimes/South_Asia/HG21Df01.html (25-04-2011) J. Becker, Cina, l'et ingrata, Milano, National Geographic n. 13, 2004. UNDP, Human Development Report, United Nations Development Programme, 2006. P. Macmillan, Beyond Scarcity: Power, Poverty and the Global Water Crisis, New York, 2006. La Repubblica, Otto milioni di persone l'anno muoiono a causa della siccit, 22-03-2010. A. Leto, I padroni dell'acqua, Il Secolo XIX, 30-04-2009. ABS-CBN News, Asia may face severe water crisis in 2030, 10-12-2010. http://www.abs-cbnnews.com/business/10/12/10/asia-may-face-severe-water-crisis-2030-adb (25-042011)

sognerebbe di proporre, e avrebbe inoltre pesanti conseguenze economiche, visto che ridurrebbe il rendimento agricolo (peggiorando cos anche la scarsit di cibo di quelle zone). La soluzione con le migliori prospettive attualmente sembra essere l'impiego locale diffuso di vari sistemi a bassa tecnologia che depurano l'acqua utilizzando l'energia solare a temperature leggermente inferiori a quella di bollitura. Sistemi simili sono per limitati: riescono a uccidere la maggior parte dei microrganismi nocivi, ma non possono certo rendere innocui gli scarti industriali e le varie sostanze chimiche tossiche che vengono continuamente scaricate in fiumi e laghi e che finiscono per infiltrarsi anche nelle falde acquifere. Attualmente non esiste una vera e propria soluzione alla crisi idrica mondiale, ma solo proposte imperfette che, inoltre, non riescono a ottenere una comune accettazione, e che quindi non hanno molte speranze di venire messe in pratica. 1.1.2 Cibo. Sul sito internet della World Bank19 (un'organizzazione che si occupa delle crisi ecologiche, finanziarie e alimentari del nostro pianeta) c' un contatore che in tempo reale mostra una stima (basata su dati FAO del 201020) di quante persone soffrono la fame nel mondo. Attualmente (25 aprile 2011) il conteggio arrivato a circa 936 milioni, e continua ad aumentare al ritmo di circa una persona al secondo. Di questi, ben 820 milioni si trovano in Asia e in Africa.21 Sebbene nel 2010 si fosse verificato un miglioramento della situazione rispetto al 2009 di circa 100 milioni di individui, da allora il numero di affamati ha ripreso ad aumentare con regolarit. L'Indice del Costo del Cibo (Food Price Index) della World Bank attualmente intorno al picco massimo mai registrato (che era stato raggiunto nel 2008). Rispetto al 2010, il prezzo del cibo aumentato in media del 36%, cosa che ha fatto precipitare altri 44 milioni di individui al di sotto della soglia di povert di 1,25 dollari al giorno. In particolare, il mais aumentato del 74%, la farina del 69%, la soia del 36% e lo zucchero del 21%.22 Ci anche per via del sempre maggiore prezzo del petrolio, che provoca un maggior utilizzo di grano, zucchero e olii vegetali come biocarburanti anzich come cibo, e costi di irrigazione, fertilizzazione e trasporto delle merci coltivate pi alti. Come vedremo anche in seguito, i vari aspetti della crisi ecologica non sono affatto separati e indipendenti, ma si influenzano e si aggravano a vicenda. Altri elementi che possono portare a un aumento del prezzo del cibo sono: i conflitti armati nei paesi di produzione, che disturbano e/o interrompono sia la coltivazione che la distribuzione delle merci,
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http://www.worldbank.org/foodcrisis/ (25-04-2011) FAO, The state of food insecurity in the world, 2010. http://www.fao.org/docrep/013/i1683e/i1683e.pdf (25-04-2011) http://www.fao.org/hunger/en/ (25-04-2011) http://www.worldbank.org/foodcrisis/foodpricewatch/april_2011.html (25-04-2011).

degli improvvisi disastri naturali (il terremoto, lo tsunami e la conseguente crisi nucleare in Giappone hanno reso vaste aree agricole della nazione inutilizzabili), l'erosione del suolo (a causa dell'eccessivo sfruttamento), l'esaurimento delle risorse idriche (per la stessa ragione), l'uso di terreni coltivabili per altri scopi (per esempio edilizi o industriali), la deviazione dell'acqua destinata all'irrigazione verso le citt in caso di siccit, la morte di interi raccolti a causa della temperatura eccessiva (conseguenza del riscaldamento globale). Anche carne e pesce stanno affrontando una situazione tutt'altro che rosea. La caccia eccessiva (overhunting) sta portando all'estinzione un terzo dei mammiferi e dei volatili minacciati in tutto il mondo. A rischio sono soprattutto gli animali di grandi dimensioni che si riproducono lentamente.23 La pesca eccessiva (overfishing), invece, sta minacciando varie specie ittiche, tra cui tonni24 e merluzzi, proprio le specie pi comunemente consumate. I merluzzi in particolare sono oggi considerati praticamente estinti25, e molti prodotti che in teoria dovrebbero contenere merluzzo (come i bastoncini di pesce) in realt da decenni vengono prodotti usando altri pesci di qualit inferiore.26 L'acquacoltura (l'allevamento di pesci e crostacei in ambienti controllati dall'uomo), che inizialmente sembrava la soluzione perfetta all'overfishing, si rivelata invece un'ulteriore fonte di problemi. Innanzitutto, i pesci allevati in acquacoltura vengono nutriti con pesci catturati negli oceani, e in questo modo finiscono per consumare fino a 20 volte pi calorie di quante ce ne forniscano. Inoltre, i pesci allevati in questo modo contengono livelli di tossine molto pi alti, e riescono spesso a fuggire e a riprodursi con i pesci selvaggi, indebolendo il materiale genetico dell'intera popolazione ittica, visto che i pesci in allevamento vengono selezionati in modo da avere una crescita il pi rapida possibile a discapito della capacit di sopravvivenza (che di solito ridotta del 50%). L'acquacoltura rilascia anche grandi quantit di inquinanti nelle acque e, dato che abbassa il prezzo del pesce, spinge i pescatori a pescarne ancora di pi per mantenere il loro guadagno stabile.27 Per quanto riguarda gli allevamenti di bestiame, oltre alla pericolosit data dalle enormi dosi di antibiotici somministrate agli animali (che poi si trasferiscono nell'organismo di chi li mangia e ne indeboliscono il sistema immunitario) e agli sconosciuti effetti a lungo termine dei mangimi geneticamente modificati, c' da
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Science Daily, Overhunting threatens species and people, 30-05-02. http://www.sciencedaily.com/releases/2002/05/020530073400.htm (26-04-2011) The Guardian, Japan warned: tuna stocks face extinction, 22-01-07. M. Kurlansky, Merluzzo: storia del pesce che ha cambiato il mondo, Milano, Mondadori, 1999, p.186. M. Kurlansky, Merluzzo: storia del pesce che ha cambiato il mondo, op. cit., p. 138. J. Diamond, Collapse: how societies choose to fail or succeed, United States, Viking Books, 2005, p. 503.

considerare che per ottenere un chilo di carne si devono impiegare in media cento chili di mais, grano, orzo e soia come mangimi per gli animali e ben 100.000 litri di acqua dolce (che, come abbiamo visto nel precedente paragrafo, tutt'altro che abbondante), mentre per ottenere un chilo di cereali ne bastano 200 litri. 28 Per non parlare dell'enorme inquinamento sia idrico che atmosferico e della rapida desertificazione che gli allevamenti provocano.29 Come per l'acqua, comunque, anche per il cibo la colpa della sua scarsit in cos tante zone viene data da molti all'errata distribuzione e allo spreco, visto che in teoria ci sarebbe pi che abbastanza cibo per sfamare ogni singolo individuo sul pianeta, dato che l'aumento della produzione di cibo si sempre mantenuto superiore all'aumento della popolazione.30 Ma la sperequazione da sola non basta a spiegare la situazione attuale. Il meccanismo per cui la fame nel mondo continua ad aumentare anche se viene invariabilmente prodotto pi cibo del necessario verr approfondito in seguito.31 Nel 2008, quando il prezzo del cibo raggiunse il picco massimo, si ebbero insurrezioni e tumulti in circa 30 paesi. Per l'immediato futuro, la FAO ha affermato che varie nazioni (soprattutto in Africa, Asia e America Latina) sono molto vulnerabili a fluttuazioni del prezzo del cibo e a rischio di rivolte.32 Come per l'acqua, anche il cibo avr, secondo molti scienziati, un momento di intensa crisi intorno al 2030, il periodo in cui gli effetti negativi di vari picchi (del petrolio, dell'acqua, del grano, della pesca e del fosforo indispensabile per creare fertilizzanti) raggiungeranno la massima gravit contemporaneamente, situazione che stata descritta come una tempesta di problemi.33 Secondo la FAO, infine, entro il 2050 dovremo aumentare la produzione di cibo del 70% per sfamare gli oltre 2 miliardi di persone in pi che esisteranno.34 Impresa difficile, vista la sempre minore quantit di acqua dolce, carburanti fossili e terra coltivabile a nostra disposizione (e che comunque non risolverebbe il problema della
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Associazione Vegetariana Animalista, Alimentazione carnea e impatto sugli ecosistemi, pp. 1-2. http://www.vegetariani-roma.it/documenti/category/3-articoli-di-franco-libero-manco.html? download=23%3Acarne-e-impatto-sull-ambiente. (26-04-2011) Ibidem. FAO, The state of food insecurity in the world, 2006. ftp://ftp.fao.org/docrep/fao/009/a0750e/a0750e01.pdf (26-04-2011) M. Haynes, R. Husan, National inequality and the catch-up period: Some "growth alone" scenarios, Journal of Economic Issues, 2000. Vedi infra, paragrafo 2.2.9, p. 72. The New York Times, The food crisis, 24-02-11. http://www.nytimes.com/2011/02/25/opinion/25fri2.html (26-04-2011) The Guardian, World faces 'perfect storm' of problems by 2030, chief scientist to warn,, 18-03-09. http://www.guardian.co.uk/science/2009/mar/18/perfect-storm-john-beddington-energy-food-climate (26-04-2011) BBC News, Global crisis to strike by 2030, 19-03-09. http://news.bbc.co.uk/2/hi/uk_news/7951838.stm (26-04-2011) FAO, How to feed the World in 2050, 2009. http://www.fao.org/wsfs/forum2050/wsfs-background-documents/issues-briefs/en/ (26-04-2011)

fame globale neanche se riuscissimo a compierla, come vedremo in seguito35). 1.1.3 Suolo. Il World Resources Institute ha riportato che oltre 3,3 miliardi di ettari, ossia circa il 26% di tutte le terre emerse (e almeno met di tutta la terra coltivabile esistente), sono stati convertiti da terreno incolto in campi e pascoli. L'agricoltura ha ormai rimpiazzato un terzo delle foreste e un quarto delle praterie del nostro pianeta, e il 40% di ci che rimane sta attualmente venendo convertito.36 La conversione di tanto territorio selvatico in campi e pascoli ha effetti tutt'altro che positivi sul nostro ambiente, dato che allevamento e agricoltura (specialmente quella intensiva) danneggiano il terreno in vari modi: salinizzazione (l'accumulo di sali nello strato superficiale del suolo, causato dall'irrigazione e dall'uso di fertilizzanti chimici); deforestazione (l'abbattimento delle foreste in modo da utilizzare il terreno per usi agricoli, cosa che contribuisce all'innalzamento del clima, danneggia gravemente la biodiversit37 e causa una rapida erosione del suolo); desertificazione (la degradazione del terreno, che per via di cambiamenti climatici e/o eccessivo sfruttamento umano per pascoli o agricoltura perde i propri nutrienti e diviene sterile e incapace di sostentare un ecosistema); erosione (la lenta asportazione del suolo fertile dovuta agli agenti atmosferici, che pu per venire molto accelerata dall'agricoltura intensiva e dalla rimozione della vegetazione selvatica dal terreno); urban sprawl (l'espansione delle citt e il contemporaneo aumento dell'inquinamento e dei rifiuti da esse prodotti). Tutti questi fenomeni peggiorano sempre pi con l'aumentare della popolazione e, quindi, della domanda di cibo. Ormai circa il 40% di tutta la terra coltivabile nel mondo seriamente degradato, dato che continua a perdere nutrienti molto pi rapidamente di quanto i meccanismi naturali possano rimpiazzarli; in America Centrale il 75% del territorio ormai sterile, in Africa il 20% e in Asia l'11%.38 I deserti del mondo sono in rapida espansione (quello del Sahara aumenta di 48 chilometri all'anno39, il deserto del Gobi in Cina di 1.600 chilometri quadrati all'anno40),
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Vedi infra, paragrafo 2.2.9, p. 72. World Resources Institute, Domesticating the World: Conversion of Natural Ecosystems, 2001. http://pdf.wri.org/world_resources_2000-2001_people_and_ecosystems.pdf (26-04-2011) Vedi infra, paragrafo 1.1.7, p. 21. I. Sample, Global food crisis looms as climate change and population growth strip fertile land, The Guardian, 31-08-07. http://www.guardian.co.uk/environment/2007/aug/31/climatechange.food (26-04-2011) T. Hollowell, Morocco's Sahara Desert, Enzine Articles, 27-08-08. http://ezinearticles.com/?Moroccos-Sahara-Desert&id=1446812 (26-04-2011) A. Steffen, The Fall of the Green Wall of China, World Changing, 2003. http://www.worldchanging.com/archives/000252.html (26-04-2011)

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e varie zone del pianeta tra cui tutti i paesi dell'Asia Centrale, l'Australia, tutto il Sud America e la parte occidentale del Nord America stanno subendo o sono a rischio di desertificazione. Anche qui in Italia non siamo immuni al problema, dato che Sicilia, Sardegna, Puglia e Calabria sono considerate vulnerabili alla desertificazione, in caso di siccit particolarmente prolungate.41 Sebbene siano state escogitate alcune contromisure per arginare la desertificazione, come piantare file di alberi o cespugli ai margini di un deserto per tenere fertile e stabile il terreno42, la loro applicazione su scala mondiale molto difficile, viste le enormi aree da considerare (il Sahara, ad esempio, largo nove milioni e mezzo di chilometri quadrati), e i risultati sono comunque marginali e temporanei. Molti esperti si dicono preoccupati riguardo la quantit di terra coltivabile restante43, dato che i fenomeni precedentemente elencati ci sottraggono migliaia di chilometri quadrati di terreno fertile all'anno e che, inoltre, abbiamo la necessit di mantenere una certa quantit di foreste intatta in modo da poter continuare ad avere un'atmosfera adatta alla vita umana. Alcuni ottimisti affermano che l'avanzamento della tecnologia applicata all'agricoltura ci permetter di rendere produttive anche le zone pi aride o fredde, risolvendo finalmente la fame nel mondo, ma al momento non si conoscono modi per trasformare deserti o ghiacciai in terreno fertile, tantomeno in modo sostenibile. N sappiamo come fare fronte agli effetti negativi del picco del petrolio o a quello del fosforo previsti per il 2030, che ci impediranno di praticare l'agricoltura intensiva (che strettamente dipendente da petrolio e fosforo per raccolta, lavorazione e fertilizzazione, ed l'unica forma di agricoltura abbastanza produttiva da sfamare sette miliardi di persone).44 Quel che peggio, se anche tale miracolosa tecnologia venisse realizzata, il problema della fame non sarebbe affatto risolto.45 1.1.4 Aria. Si calcolato che oggi rimanga meno dell8% delle foreste che erano presenti 50 anni fa nel mondo, e che la loro conversione in campi, pascoli e industrie continui a un ritmo stimato tra i 10 e i 16 milioni di ettari allanno, ossia che venga distrutta un'area
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LaMMACRES, Bollettino siccit del comune di Grosseto. http://www.lamma-cres.rete.toscana.it/bollsiccita.asp?mod=1 (26-04-2011) BBC News, China's Great Green Wall, 03-03-01. http://news.bbc.co.uk/2/hi/world/monitoring/media_reports/1199218.stm (26-04-2011) Environment, Development, and Sustainability, Is there really spare land? A critique of estimates of available cultivable land in developing countries, 12-01-99. http://www.springerlink.com/content/jurw63588662456x/fulltext.pdf (26-04-2011) The Guardian, World faces 'perfect storm' of problems by 2030, chief scientist to warn,, 18-03-09. http://www.guardian.co.uk/science/2009/mar/18/perfect-storm-john-beddington-energy-food-climate (26-04-2011) BBC News, Global crisis to strike by 2030, 19-03-09. http://news.bbc.co.uk/2/hi/uk_news/7951838.stm (26-04-2011) Vedi infra, paragrafo 2.2.9, p. 72.

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pari a un campo da calcio ogni due secondi.46 Le specie vegetali, sia terrestri che marine (come le alghe), hanno la fondamentale funzione di convertire l'anidride carbonica (CO2) in ossigeno, elemento indispensabile a qualunque forma di vita sul pianeta che non sia unicellulare. La foresta amazzonica in particolare viene chiamata il polmone verde del pianeta, vista la sua capacit di smaltire circa 2 miliardi di tonnellate di anidride carbonica all'anno, e purtroppo la deforestazione non l'unica minaccia alla sua salute. Una recente ricerca pubblicata dalla rivista Science47 ha rilevato che la foresta amazzonica rischia di trasformarsi da inestimabile purificatore d'aria in una dannosissima camera a gas (di gas serra, per la precisione). A causa della grande siccit del 2010, infatti, la foresta amazzonica ha rilasciato 8 miliardi di tonnellate di anidride carbonica, ossia una quantit molto superiore a quella prodotta dagli interi Stati Uniti in un anno. Per la seconda volta in meno di un decennio (un'altra grande siccit si era verificata nel 2005), la foresta amazzonica ha prodotto molta pi anidride carbonica di quanta ne abbia smaltita a causa della morte di molti dei suoi alberi dovuta alla mancanza d'acqua e ai frequenti incendi. Gli autori della ricerca ritengono che il verificarsi di siccit cos gravi e cos frequenti sia stato causato o favorito dal riscaldamento globale, dimostrando ancora una volta come i vari elementi dell'attuale crisi ecologica siano interconnessi (e si peggiorino a vicenda, visto che l'emissione di tanta anidride carbonica non far che alzare ulteriormente la temperatura48). Il cattivo stato di salute della foresta amazzonica e la febbrile deforestazione in tutto il mondo non fanno che peggiorare una situazione gi grave per via dell'inquinamento atmosferico generato dalle attivit umane. Gli inquinanti aerei possono presentarsi sotto forma di particelle solide, di minuscole goccioline liquide sospese in aria, e di gas. Tali sostanze si dividono in inquinanti primari (che vengono emessi gi come sono) e inquinanti secondari (che si formano nell'atmosfera quando due o pi inquinanti primari interagiscono tra loro). I principali inquinanti atmosferici prodotti da attivit umane sono: Ossido e diossido di zolfo (quest'ultimo soprattutto pu causare piogge acide49 e viene prodotto da quelle industrie che bruciano carbone e petrolio). Monossido e diossido di azoto (in particolare il diossido di azoto uno dei peggiori inquinanti esistenti, ed la fonte delle cappe di smog di colore marroncino che si vedono spesso sopra le citt e le industrie). Monossido di carbonio (un gas incolore, inodore ma molto velenoso; il prodotto della
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Dati forniti dalla fondazione Trust the Forest Onlus, 13-12-07. http://www.bioecogeo.com/2007/12/13/il-terzo-polmone-verde-del-mondo.html (26-04-2011) S. L. Lewis, P. M. Brando, O. L. Phillips, G. M. F. van der Heijden, D. Nepstad, The 2010 Amazon drought, Science, Febbraio 2011, vol. 331, no. 6017, p. 554. Vedi infra, paragrafo 1.1.5, p. 14, per approfondimenti. EPA, Air Pollutants, 28-06-06. http://www.epa.gov/ebtpages/airairpollutants.html (26-04-2011)

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combustione incompleta di gas naturali, carbone e legna). Anidride carbonica (un gas che oltre a causare l'effetto serra provoca anche l'acidificazione degli oceani50; oltre a varie fonti naturali, viene prodotto anche dalla produzione di cemento e dalla combustione di carbone e petrolio). Composti Organici Volatili (una categoria di composti chimici che comprende, fra gli altri, il benzene, il toluene, lo xilene e il butadiene, che possono causare cancro e leucemia). Polveri Sottili (si tratta di sostanze microscopiche sospese in aria, come fibre, metalli o particelle, che vengono prodotte da tutte quelle industrie che usano un qualunque tipo di combustione; il pi dannoso nelle aree urbane il particolato, che composto da tutte quelle particelle grandi pochi nanometri o micron e che pu causare asma, enfisema e cancro51). Radicali Persistenti (i radicali sono atomi o molecole con un elettrone spaiato, cosa che li rende estremamente reattivi e capaci di legarsi con altri radicali; i radicali persistenti sono particolarmente stabili e dannosi, visto che possono provocare cancro e malattie cardio-polmonari52). Metalli tossici (in particolare piombo, cadmio, alluminio e rame, che possono provocare danni ai polmoni, al tessuto cerebrale e al sistema nervoso). Clorofluorocarburi (CFC) (che distruggono lo strato protettivo di ozono, esponendoci cos a dosi dannose di raggi UV e, quindi, al rischio di tumore; ogni anno vengono immessi nell'atmosfera 27 milioni di chilogrammi di clorofluorocarburi, nonostante si sappia da decenni che distruggono in modo incredibilmente efficace lo strato di ozono (1 chilo di CFC distrugge 70.000 chili di ozono), e l'ozono positivo nell'atmosfera sia rarissimo - uno strato di appena 2 millimetri53). Ozono (che ci protegge dai raggi UV ma tossico, e quindi molto dannoso se si forma negli strati inferiori dell'atmosfera che respiriamo, cosa che avviene a causa di motori a scoppio e caldaie). Ammoniaca (che viene emessa da processi agricoli e che in concentrazioni eccessive tossica e caustica). Sostanze radioattive (naturalmente presenti in natura in bassissime con-centrazioni ma che diventano estremamente dannose alla salute se tali concentrazioni aumentano, come avviene in caso di fughe di radiazioni o di utilizzo bellico di armi nucleari; il
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K. Caldeira, M.E. Wickett, Anthropogenic carbon and ocean pH, Nature, no. 425, 2003. http://pangea.stanford.edu/research/Oceans/GES205/Caldeira_Science_Anthropogenic%20Carbon %20and%20ocean%20pH.pdf (26-04-2011) K. Donaldson, W. MacNee, Potential mechanisms of adverse pulmonary and cardiovascular effects of particulate air pollution (PM10), Int J Hyg Environ Health, 2001. http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/11556145 (26-04-2011) S. Lomnicki, H. Truong, E. Vejerano, B. Dellinger, Copper oxide-based model of persistent free radical formation on combustion-derived particulate matter, Environ. Sci. Technol., 2008. http://pubs.acs.org/doi/abs/10.1021/es071708h (26-04-2011) W. Biddle, A field guide to the invisible, New York, Henry Holt & Co., 1998, pp. 110-111.

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recente danneggiamento della centrale atomica di Fukushima in Giappone ha causato un aumento di 7,5 milioni di volte della radioattivit dell'oceano vicino54). Inquinanti Organici Persistenti (si tratta di sostanze tossiche molto resistenti alla decomposizione che resistono intatte per anni, possono provocare molti problemi di salute e la morte sia a umani che ad animali, e hanno la capacit di accumularsi in grandi quantit nell'organismo e di diffondersi in altri ecosistemi sia terrestri che acquatici sfruttando le tendenze migratorie di alcune specie). Oltre agli inquinanti appena elencati, che sono i pi dannosi e comuni, ne esistono svariate altre decine di minori.55 Industrie, inceneritori, motori, discariche, campi, allevamenti, spray, vernici, solventi e innumerevoli altre attivit umane scaricano nell'atmosfera migliaia o milioni di tonnellate di ognuno di questi inquinanti ogni anno. I danni che tutte queste sostanze provocano sia agli esseri umani che alle specie animali e vegetali dell'intero pianeta sono impossibili da accertare. E' da tenere sempre presente, infatti, che l'inquinamento non costituisce un problema solo per gli umani, ma anche per ogni ecosistema con cui entra in contatto. E' facile capire come questa sia una situazione insostenibile, a lungo andare. 1.1.5 Clima. Dopo decenni di discussioni e scetticismo, oggi la comunit scientifica ritiene (quasi all'unanimit) che sia effettivamente in atto un processo di innalzamento della temperatura globale, e che tale processo sia dovuto in larga parte ad attivit umane.56 I meccanismi principali che producono questo riscaldamento globale sono: un'aumentata concentrazione di gas serra nell'atmosfera (i gas serra sono gas che restando sospesi nell'atmosfera per molto tempo formano una sorta di tetto gassoso che trattiene sulla superficie terrestre il calore proveniente dal sole senza permettergli di dissiparsi come dovrebbe, provocando quindi un innalzamento della temperatura e agendo proprio come una serra); dei cambiamenti del territorio su scala globale, come la deforestazione57 (che oltre a ridurre la capacit dell'ambiente di smaltire i gas serra ne produce anche direttamente, dato che solitamente le foreste vengono bruciate con la pratica dello slash-and-burn e che la combustione produce anidride carbonica);
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Corriere della Sera, Radioattivit in mare 7,5 milioni di volte superiore ai livelli normali, 15-04-11. http://www.corriere.it/esteri/11_aprile_05/radioattivita-mare-giappone_756624ba-5f54-11e0-a9b0e35a83b9ad3b.shtml (26-04-2011) Una lista di questi inquinanti pu essere trovata sul sito internet dell'Environmental Protection Agency (EPA): http://www.epa.gov/ttn/atw/orig189.html (26-04-2011) U.S. National Research Council, America's Climate Choices: Panel on Advancing the Science of Climate Change, Washington, D.C., The National Academies Press, 2010. http://www.nap.edu/catalog.php?record_id=12782 (26-04-2011) Intergovernmental Panel on Climate Change, Climate Change 2001: Working Group I: The Scientific Basis, 2001. http://www.grida.no/publications/other/ipcc_tar/?src=/climate/ipcc_tar/wg1/index.htm (26-04-2011) Vedi supra, paragrafo 1.1.4, p. 11.

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I gas serra pi dannosi si dividono in due tipi: gas gi presenti in natura ma la cui concentrazione stata estremamente aumentata da attivit umane, come l'anidride carbonica, il metano, l'ossido di azoto e l'ozono (che velenoso se generato a livello del suolo); gas antropogenici, ossia di origine esclusivamente umana, come gli idrofluorocarburi, i perfluorocarburi e l'esafluoruro di zolfo (che sono i pi dannosi in assoluto). La pericolosit dei gas serra viene misurata in base a due parametri: la loro vita media atmosferica (ossia il tempo necessario affinch lincremento di concentrazione del gas venga eliminato e si ritorni a una concentrazione naturale) e il loro potenziale di riscaldamento (ossia quanto ogni gas pu innalzare la temperatura). E' curioso notare che il gas serra pi comune in assoluto in realt il vapore acqueo, ma data la sua bassissima vita media atmosferica (appena 10 giorni) e il suo scarso potenziale di riscaldamento, non rappresenta un pericolo per il clima, e pertanto tende a venire ignorato dagli studi sul riscaldamento globale, che si concentrano invece su gas capaci di restare nell'atmosfera per decenni o secoli. In particolare i gas serra antropogenici sono di gran lunga i pi resistenti e i pi nocivi al clima. Le fonti di emissione di tali gas sono sostanzialmente otto58: 1. Processi industriali (16,8 %). 2. Carburanti bruciati per trasporti (14%). 3. Processi agricoli soprattutto l'uso di fertilizzanti chimici (12,5%). 4. Estrazione, lavorazione e distribuzione di carburanti fossili (11,3%). 5. Processi commerciali di vario tipo (10,7%). 6. Utilizzo del terreno e combustione di biomasse (10%). 7. Smaltimento rifiuti (3,4%). 8. Impianti energetici (21,3%). Per quanto riguarda la sola anidride carbonica, invece, le fonti principali sono la combustione di carbone nelle centrali termoelettriche, e la combustione di carburanti fossili per i trasporti. Dall'esame di ghiaccio antico di secoli sappiamo che il livello di anidride carbonica nella nostra atmosfera deve mantenersi a circa 270 parti per milione per darci un clima adatto alla nostra sopravvivenza.59 Attualmente abbiamo superato le 390 parti per milione (quando il limite massimo stato stabilito a 35060), e le emissioni sono sempre maggiori ogni anno che passa.61 La previsione, per la fine del ventunesimo
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Intergovernmental Panel on Climate Change, Working Group I: The Physical Basis for Climate Change (Technical summary), 2007. http://www.ipcc.ch/pdf/assessment-report/ar4/wg1/ar4-wg1-ts.pdf (26-04-2011) J. Flckiger, High-resolution Holocene N2O ice core record and its relationship with CH4 and CO2, Global Biogeochemical Cycles, 2002. J. Hansen et al., Target Atmospheric CO2: Where Should Humanity Aim?, 07-04-2008. http://arxiv.org/abs/0804.1126 (26-04-2011) F. Wagner, B.Aaby, H. Visscher. Rapid atmospheric CO2 changes associated with the 8,200-yearsB.P. cooling event, Proc. Natl. Acad. Sci. U.S.A., 2002.

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secolo, che si arrivi a circa 560 parti per milione.62 Per smaltire tutta questa anidride carbonica dobbiamo affidarci a due meccanismi: le foreste (che trasformano l'anidride carbonica in ossigeno) e il ciclo geologico del carbonio. Esso portato avanti da triliardi di minuscoli organismi marini che catturano il carbonio atmosferico sotto forma di anidride carbonica quando essa precipita insieme alla pioggia, e lo usano per produrre i loro gusci. Immobilizzando il carbonio nei gusci, impediscono che rievapori nell'atmosfera, dove andrebbe a incrementare l'effetto serra. Alla fine tutte queste minuscole creature muoiono e precipitano sul fondale, dove danno origine a pietra calcarea, che ha una straordinaria capacit di immagazzinamento del carbonio: un cubo di 15 centimetri di lato contiene oltre 1.000 litri di anidride carbonica compressa. La quantit di anidride carbonica sequestrata dalle rocce calcaree di tutto il pianeta 20.000 volte superiore a quella presente nell'atmosfera. Alla fine tutto quel carbonio, dopo centinaia di millenni, andr ad alimentare i vulcani e torner nell'atmosfera grazie alle eruzioni, per poi riprecipitare sotto forma di pioggia e continuare cos il ciclo.63 Finora gli oceani e le foreste sono riusciti a mantenere il clima relativamente stabile ma, come ha affermato Peter Cox del British Metereological Office, esiste una soglia critica oltre la quale la biosfera smetter di proteggerci dagli effetti delle nostre emissioni e comincer ad amplificarli.64 Se infatti la temperatura salir troppo (e basterebbero 2 o 3 gradi Celsius)65 molte specie arboree e vegetali moriranno in tutto il mondo, liberando cos nell'atmosfera il carbonio presente nei loro tessuti e aggravando enormemente il problema. Abbiamo gi parlato, nel paragrafo precedente, di come la foresta amazzonica a causa di gravi siccit si possa trasformare da polmone verde in grado di smaltire 2 miliardi di tonnellate di anidride carbonica all'anno in enorme produttore di tale gas. Se una cosa simile accadesse a tutte le foreste del pianeta, gli effetti sarebbero catastrofici. Un riscaldamento globale di appena un grado Celsius causerebbe la scomparsa delle barriere coralline, lo scioglimento di gran parte dei ghiacciai e il conseguente innalzamento del livello del mare di 2-3 metri, il che basterebbe a distruggere tutte le citt costiere del pianeta.66 Inoltre un avvenimento simile disturberebbe o interromperebbe le correnti oceaniche, con danni difficili da calcolare sia alle specie marine (che da quelle correnti dipendono per sopravvivere) che all'intero pianeta (visto che la maggior responsabile della stabilit del nostro clima proprio una corrente marina: la corrente del Golfo). Un aumento di due gradi causerebbe la sommersione di molti arcipelaghi e, cosa
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Science, The ascent of atmospheric sciences, 13-10-00, p. 303. B. Bryson, Breve storia di (quasi) tutto, Milano, TEA, 2009, p. 293-294. University of Exeter, Exeter academic addresses top climate researchers in Copenhagen. http://www.exeter.ac.uk/research/excellence/keythemes/climate/news/title,3366,en.php (26-04-2011) M. Lynas, Six degrees: our future on a hotter planet, New York, National Geographic, 2008. Ibidem.

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infinitamente peggiore, rappresenterebbe il punto di non ritorno, dato che a quel punto si avvierebbero vari meccanismi che farebbero precipitare la situazione senza pi nessun bisogno di intervento umano. Tre gradi Celsius in pi renderebbero Australia, Africa e Sud America inabitabili, e causerebbero la distruzione di gran parte della foresta amazzonica a causa di siccit e incendi.67 Un aumento di quattro gradi provocherebbe la totale scomparsa della foresta amazzonica e l'innalzamento dei mari di ben 50 metri, il che annienterebbe nazioni come Egitto e Bangladesh.68 Arrivati a cinque gradi Celsius in pi, i poli sarebbero completamente privi di ghiaccio e le foreste di tutto il mondo diventerebbero deserti. Le uniche nazioni ad avere un clima abitabile sarebbero quelle molto vicine ai poli, come la Groenlandia, la Siberia e il Canada, il che causerebbe migrazioni di miliardi di individui in cerca di un posto dove vivere e conflitti inimmaginabili.69 Infine, se la temperatura fosse pi alta di sei gradi Celsius gli oceani esalerebbero acido solfidrico (un gas estremamente velenoso), il metano arriverebbe a costituire il 5% dell'atmosfera, creando le condizioni adatte per il verificarsi di incendi globali, e la maggior parte delle forme di vita sul pianeta (compresi gli esseri umani) scomparirebbe.70 E tutto questo senza contare altri problemi spesso sottovalutati ma non meno gravi che si avrebbero molto prima (e in parte si stanno gi avendo), come la proliferazione di insetti e batteri tropicali in tutto il globo, con conseguenti possibili epidemie (in particolare desta preoccupazione la malaria), o l'espansione di specie marine native di ecosistemi pi caldi in altri pi freddi (con tutti i problemi che comporta l'introduzione di una specie cosiddetta aliena in un ambiente non adatto a essa). L'Alaska gi alle prese con un'invasione di alghe tropicali, nonostante non sia affatto una zona vicina all'equatore.71 Secondo un rapporto dell'Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), nel corso del ventesimo secolo la temperatura globale aumentata di circa 0.75 gradi Celsius, e l'innalzamento sempre pi rapido.72 Secondo alcune proiezioni73 dello stesso istituto, di questo passo nel corso del ventunesimo secolo la temperatura aumenter da 1,1 a 6,4 gradi Celsius, a seconda di quanto limiteremo l'emissione di gas serra. Si sarebbe tentati di classificarli come cambiamenti insignificanti, se non avessimo appena esaminato le apocalittiche conseguenze che avrebbero pochi gradi in pi nella
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M. Lynas, Six degrees: our future on a hotter planet, New York, National Geographic, 2008. Ibidem. Ibidem Ibidem National Geographic Italia, Ammalarsi di riscaldamento globale, 02-03-11. http://www.nationalgeographic.it/ambiente/2011/03/02/news/sorpresa_3_minacce_alla_salute_dal_ris caldamento_globale-196823/ (26-04-2011) Intergovernmental Panel on Climate Change, Climate Change 2007: The Physical Science Basis. Contribution of Working Group I to the Fourth Assessment Report of the Intergovernmental Panel on Climate Change, 2007, p. 5. http://www.ipcc.ch/pdf/assessment-report/ar4/wg1/ar4-wg1-spm.pdf (26-04-2011) Ivi, p. 13.

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temperatura globale. E stiamo gi cominciando a sentirne gli effetti: la World Health Organization stima che gi oggi i cambiamenti climatici stiano causando oltre 150.000 morti l'anno.74 L'unica vera contromisura a nostra disposizione, ossia il Protocollo di Kyoto, mostra purtroppo delle gravi vulnerabilit (che verranno discusse in seguito75) che lo rendono pesantemente inadeguato alla situazione. E le altre proposte esistenti, come la geoingegneria (che propone di togliere in qualche modo dall'atmosfera l'anidride carbonica in eccesso) o l'adattamento al riscaldamento globale (ossia imparare a convivere con esso continuando a svolgere le stesse attivit odierne), non sono ancora nemmeno accettate come fisicamente possibili dalla comunit scientifica. 1.1.6 Energia. Le fonti di energia a nostra disposizione si possono dividere in: Fonti primarie (ossia gi presenti in natura), in ordine di importanza di sfruttamento attuale: il petrolio, il carbone e il gas naturale (che costituiscono i famosi combustibili fossili), le biomasse (legna da ardere), l'energia idroelettrica, i combustibili nucleari, l'energia eolica, l'energia geotermica e l'energia solare. Fonti secondarie (ottenibili artificialmente sfruttando le primarie), come l'elettricit e l'idrogeno (il quale pu essere usato come combustibile per i motori a scoppio, anche se l'efficienza ancora inferiore al petrolio). Oltre a questa distinzione basilare, se ne pu fare un'altra utile specificamente ai fini del discorso ecologista, ossia quella tra: Fonti non rinnovabili (che dipendono da materiali presenti in quantit limitata che l'ambiente produce a ritmi minori rispetto a quelli con cui li consumiamo e che non possibile creare a piacimento; per esempio il petrolio, il carbone, il gas naturale e l'uranio). Fonti rinnovabili (che dipendono da materiali che l'ambiente produce continuamente a un ritmo pari o superiore a quello con cui li utilizziamo; di fonti di energia rinnovabili attualmente conosciamo le biomasse, l'energia idroelettrica e le energie eolica, geotermica e solare, che per al momento hanno ancora un'efficienza marginale e sono in via di sviluppo). Le fonti energetiche attualmente pi utilizzate sono di gran lunga i combustibili fossili (petrolio, carbone e gas naturale), che purtroppo non sono rinnovabili. Oggi i combustibili fossili provvedono a oltre l85% del fabbisogno energetico mondiale:76 di questo, il petrolio contribuisce per il 40%, il carbone per il 26% e il gas naturale (in
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WHO, Climate and Health: fact sheet, 2005. http://www.who.int/globalchange/news/fsclimandhealth/en/index.html (28-04-2011) Vedi infra, paragrafo 3.4, p. 85. Ren21, Renewables 2010: Global Status Report, 2010, p. 10. http://bit.ly/GSR2010 (28-04-2011)

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forte crescita di consumo) per il 23% (il nucleare invece si attesta al 6,5% 77). Di contro, attualmente solo il 19% circa dell'energia mondiale proviene da fonti rinnovabili (e per oltre la met si tratta di energia idroelettrica).78 Dato che il consumo di combustibili fossili aumenta ogni anno che passa (com' logico che sia, visto il costante aumento della popolazione e la modernizzazione dei paesi in via di sviluppo), e considerando che ogni industria (compresa quella alimentare) ne completamente dipendente, che le scorte mondiali di ognuno di questi combustibili si stanno esaurendo e che la formazione naturale di tali risorse richiede milioni di anni, si pu capire facilmente perch l'espressione crisi energetica sia oggi tanto presente nelle discussioni politiche e nei media. Le scorte accertate dei combustibili fossili nel 2004 erano le seguenti (espresse in Gtoe, ossia miliardi di tonnellate)79: 700 Gtoe di carbone, 148 Gtoe di petrolio e 150 Gtoe di gas naturale. Per quanto riguarda il carbone, si stima80 che possa soddisfare la domanda energetica mondiale ancora per circa 200 anni (queste stime vengono ottenute dividendo la quantit di materiale esistente per il suo consumo annuo). Il problema sono le scorte di gas naturale (che dureranno solo altri 50-60 anni) e soprattutto di petrolio, che di questo passo durer altri 30-35 anni al massimo.81 Il petrolio fondamentale nella produzione di energia elettrica, di fertilizzanti e di materie plastiche, nei trasporti e nei sistemi di riscaldamento. I suoi punti di forza, che l'hanno fatto diventare il perno della societ contemporanea, sono finora stati l'alta densit energetica, la facilit di trasporto e la grande disponibilit (che ora per comincia a scarseggiare). Gli svantaggi, in compenso, sono la sua non-rinnovabilit e la sua azione inquinante (la sua combustione infatti libera grandi quantit di anidride carbonica, ossidi di zolfo e ossidi di azoto). Conoscere la quantit di combustibili fossili rimasta comunque non basta a comprendere appieno la situazione. C' infatti da considerare un principio molto importante in questo argomento: non tutto quello che estraibile geologicamente lo anche economicamente. Superato un certo limite (detto picco di Hubbert), infatti, l'estrazione diviene sempre pi difficile e costosa, il che porta a una produzione sempre minore. Inevitabilmente, a un certo punto estrarre il materiale rimasto nelle profondit del pianeta diventer cos costoso da provocare una perdita economica anzich un guadagno, e l'estrazione si fermer. Quindi in realt una parte delle riserve esistenti non
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International Energy Agency, Key World Energy Statistics, 2007. http://www.iea.org/textbase/nppdf/free/2007/key_stats_2007.pdf (28-04-2011) Ren21, Renewables 2010: Global Status Report, 2010, p. 10. http://bit.ly/GSR2010 (28-04-2011) J. Trinnaman, A. Clarke, 2004 Survey of Energy Resources, World Energy Council, Elsevier Science, 2004, p. 43. http://www.worldenergy.org/publications/324.asp (28-04-2011) Ivi, p. 1. Ivi, p. 32.

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va contata, dato che non potr venire estratta. E' particolarmente allarmante il fatto che, secondo i calcoli pi recenti, il picco di Hubbert per il petrolio stato previsto per un periodo compreso tra il 2006 e il 201582, per cui la produzione di petrolio potrebbe gi aver iniziato la sua parabola discendente. Secondo l'International Energy Agency (IEA), la produttivit delle riserve conosciute di petrolio e gas naturale caler di circa il 40-60% entro il 2030, per poi azzerarsi rispettivamente intorno al 2045 e 2065.83 Tuttavia tali previsioni non tengono conto del fatto che la domanda energetica delle economie emergenti, come la Cina, l'India e il Brasile, in continuo aumento. Se nel mondo tutti usassero il petrolio nella stessa misura delle nazioni sviluppate, le riserve mondiali conosciute si esaurirebbero in meno di dieci anni.84 Anche volendo contare su riserve petrolifere non convenzionali come le sabbie bituminose o i giacimenti sottomarini e quelli in Antartide, che comunque hanno costi di estrazione molto alti e presentano rischi ambientali enormi, in ogni caso si riuscirebbe solo a rimandare il collasso di alcuni decenni: una risorsa limitata prima o poi nir, quindi farci troppo afdamento o addirittura divenirne dipendenti non un buon modo di procedere. Per questo stesso motivo rivolgersi al nucleare non la soluzione, ma pu rappresentare al massimo un palliativo. L'uranio, per quanto abbondante, prima o poi nir, e anche ammesso che si trovi il modo di ottenerne in quantit sufcienti articialmente, in ogni caso ci sono da considerare gli enormi rischi ambientali che questa forma di energia presenta, che in questo periodo ci sono stati ricordati in modo cos eclatante dal terremoto del Giappone che ha provocato la perdita di materiale radioattivo in mare e in aria dalla centrale atomica di Fukushima (e ha danneggiato altre undici centrali nucleari). Dato che la ssione nucleare (la fusione ancora inutilizzabile perch consuma pi energia di quanta ne fornisca) produce inevitabilmente un'enorme quantit di scorie incredibilmente nocive, se la si utilizza abbastanza a lungo solo questione di tempo prima che avvenga un malfunzionamento a causa di errori umani o disastri naturali e una conseguente crisi ecologica, e pi centrali nucleari vengono costruite in tutto il mondo, pi aumentano sia il rischio di un incidente che le sue eventuali conseguenze. Considerando che ogni incidente simile, per quanto raro, quando accade provoca vittime e danni ambientali letteralmente incalcolabili (visto che coinvolge pi generazioni e aree di centinaia di chilometri quadrati), che le scorie possono restare radioattive a livelli letali per centinaia di millenni, e che tuttora non abbiamo idea di come smaltirle in sicurezza (non abbiamo modo infatti di sapere se i sarcofagi di cemento che le contengono resisteranno per il tempo necessario), chiaro che afdarsi all'energia nucleare non la strada migliore. Lo studio dello smaltimento e dello stoccaggio di scorie nucleari, infatti,
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R. Heinberg, La festa finita, Roma, Fazi Editore, 2004. IEA, World Energy Outlook (WEO), 2009, p. 128. http://www.worldenergyoutlook.org/2009.asp (28-04-2011) BP, Statistical Review, 2010. http://www.bp.com/liveassets/bp_internet/globalbp/globalbp_uk_english/reports_and_publications/sta tistical_energy_review_2008/STAGING/local_assets/2010_downloads/statistical_review_of_world_e nergy_full_report_2010.pdf (28-04-2011)

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appartiene a quella branca della ricerca scientica che l'ingegnere nucleare Alvin Weinberg ha chiamato trans-scienza,85 ossia al di l della scienza classica. Quest'ultima si basa sulla continua sperimentazione e sul procedere per tentativi ed errori per arrivare a conclusioni scienticamente certe, ma in alcuni casi ci non sicamente fattibile. L'unico vero modo di controllare l'afdabilit dello stoccaggio delle scorie, infatti, sarebbe di aspettare i necessari millenni e stare a vedere cosa succede, ma questo non possiamo farlo per evidente mancanza di tempo. N possiamo cercare altri metodi per tentativi ed errori, visto che in questo campo ogni errore ha conseguenze catastroche. Nella trans-scienza, fondamentalmente, si pu solo sperimentare alla cieca la teoria che sembra migliore e sperare in bene. Nelle parole di Thomas Kuhn, la trans-scienza comporta fatti incerti, valori in conitto, posta in gioco alta e decisioni urgenti. E' chiaro che si tratta di un approccio che conviene evitare, quando possibile, specialmente per questioni di importanza vitale come la produzione di energia globale. Una soluzione ai problemi del nucleare sarebbe la tanto agognata fusione fredda, in grado di produrre quantit enormi di energia con input modesti e senza creazione di scorie, ma al momento non sembra una soluzione sfruttabile nell'immediato futuro. Sembra che si sia riusciti a realizzarla in laboratorio in Giappone86 e a Bologna87, ma non si ancora sicuri n del meccanismo di fondo n della sua utilizzabilit su larga scala per non parlare del fatto che per avvenire richiede il palladio, un metallo molto raro. Esaminando le varie alternative, sembra che l'unica soluzione logica alla crisi energetica mondiale che si sta preparando a colpirci sia riuscire a rendere sufcientemente produttive le fonti di energia rinnovabili prima che i combustibili fossili diventino economicamente sconvenienti. Ma, per quanto si facciano continui progressi nel loro sviluppo, l'obiettivo ancora molto lontano ed tutt'altro che sicuro che si riesca a raggiungerlo in tempo, specialmente se i paesi in via di sviluppo continueranno a modernizzarsi ai ritmi odierni. 1.1.7 Biodiversit. Per biodiversit si intende il livello di variet genetica presente all'interno di singole specie o di interi ecosistemi. Il termine pu essere usato per riferirsi a tutta la variabilit biologica: di geni, specie, habitat ed ecosistemi. La biodiversit una misura della salute di un ecosistema: maggiore biodiversit significa maggiore salute e resistenza, dato che un ecosistema con moltissime specie a ogni livello (molti tipi diversi di roditori, volatili, predatori, insetti, piante, frutti, ecc.) in grado di far fronte e sopravvivere a cambiamenti di qualunque tipo molto meglio di un ecosistema con poche specie (in cui magari basta che se ne estingua solo una per
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Cfr. L. Pellizzoni, G. Osti, Sociologia dell'ambiente, Bologna, Il Mulino, 2007, p. 188. L. Manusardi Carlesi, Nucleare, la fusione fredda funziona, Il Sole 24 Ore, 22-05-2008. http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Tecnologia%20e%20Business/2008/05/nuclearefusione-fredda.shtml?uuid=d215abee-2803-11dd-9bec-00000e25108c (28-04-2011) I. Venturi, Fusione nucleare a freddo: a Bologna ci siamo riusciti, la Repubblica Bologna, 14-01-11. http://bologna.repubblica.it/cronaca/2011/01/14/news/fusione_nucleare_a_freddo_a_bologna_ci_siam o_riusciti-11237521/ (28-04-2011)

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rompere il meccanismo e portare al collasso totale).88 L'enorme importanza della biodiversit data dal fatto che la vita sulla Terra, compresa quella umana, possibile solo grazie ai cosiddetti servizi forniti dagli ecosistemi. Questi servizi si possono generalmente dividere in: Servizi di fornitura (di cibo, acqua, legno, fibre e principi attivi farmaceutici e chimici, oltre che di energia idrica e di biomasse). Servizi di regolazione (stabilizzazione del clima, assesto idrogeologico, barriera alla diffusione di malattie, riciclo e detossificazione dei rifiuti, purificazione dell'acqua e dell'aria, impollinazione dei campi, ecc.). Servizi di supporto (formazione del suolo, fotosintesi, riciclo dei nutrienti, dispersione dei semi, ecc.). Servizi culturali (ossia i valori estetici, ricreativi e spirituali dell'ambiente). La visione moderna del rapporto fra uomo e ambiente riconosce la diversit biologica come elemento chiave del funzionamento dell'enorme ecosistema che il nostro pianeta. La biodiversit viene danneggiata da varie attivit umane: Distruzione degli habitat (tramite deforestazione e inquinamento). Sfruttamento eccessivo del suolo e delle riserve di selvaggina e di pesce (che hanno portato e continuano a portare varie specie all'estinzione). Introduzione di specie aliene (ossia non native di quell'habitat; questo di solito causa l'estinzione di molte specie native, che non si sono evolute in modo da potersi difendere da quelle aliene). La perdita di biodiversit, ossia l'estinzione di specie, sottospecie e razze animali e vegetali, provoca danni di vario tipo: ecologico (perch comporta un degrado o addirittura un annullamento della funzionalit degli ecosistemi), culturale (perch si perdono conoscenze e tradizioni umane legate a determinate specie viventi, come per esempio il modo di ottenere una medicina da una certa pianta), ed economico (perch comporta la perdita di risorse genetiche potenzialmente sfruttabili dal punto di vista commerciale). In parte, la biodiversit di un ecosistema dipende dal suo clima: le zone tropicali tendono a essere molto pi ricche di forme di vita rispetto alle aree pi rigide, e repentini cambiamenti climatici possono facilmente far estinguere migliaia o milioni di specie. Si calcola che meno dell'1% delle specie che sono esistite nella storia del nostro pianeta siano ancora in vita.89 Tutte le altre si sono estinte in seguito a cambiamenti climatici o eventi naturali altrettanto catastrofici (come l'eruzione di supervulcani
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Science Daily, Research shows why more species are better for ecosystems, 30-01-2002. http://www.sciencedaily.com/releases/2002/01/020130074549.htm (29-04-2011) D. M. Raup, The role of extinction in evolution, Proceedings of the National Academy of Sciences 91, 1994. http://www.pubmedcentral.nih.gov/articlerender.fcgi?tool=pmcentrez&artid=44280 (29-04-2011)

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ossia vulcani del diametro di decine di chilometri in grado di influenzare l'intero pianeta o la caduta di meteoriti). L'estinzione un fondamentale meccanismo naturale che esiste da quanto comparsa la vita, ma nel corso dell'ultimo secolo si trasformato in un problema molto grave. Oggi infatti un dato di fatto assodato e condiviso dall'intero ambiente scientifico che ci troviamo nel bel mezzo della sesta estinzione di massa nella storia del nostro pianeta. L'estinzione corrente ha per una particolarit fondamentale che la distingue dalle precedenti cinque: la prima provocata da attivit umane anzich da cause naturali.90 Questo ha comprensibilmente scatenato grande sconcerto e allarme nell'ambiente ecologista, e ha portato molte associazioni ambientaliste a creare iniziative di vario tipo per salvaguardare le specie pi a rischio di estinzione91. L'obiettivo da raggiungere per spesso malposto. Si tende a credere che lo scopo debba essere non disturbare l'equilibrio della natura, perch ogni cosa che la squilibra la danneggia e pu portare al disastro. In realt la situazione pi complessa. La natura non mai in equilibrio, perch ovunque e in ogni istante sono attivi processi di estinzione, miglioramento, aumento o diminuzione di innumerevoli specie, e questo a prescindere dall'intervento umano. La natura in costante squilibrio, perch l'evoluzione non un processo concluso ma tuttora in corso. Il punto che in assenza di interferenze umane si tratta di uno squilibrio moderato, potremmo chiamarlo uno squilibrio sostenibile. Quello che bisogna fare quindi mantenere lo squilibrio tra le varie specie e il tasso di estinzioni entro certi limiti che permettano all'evoluzione di fare il proprio corso senza causare estinzioni troppo rapide (che non le permettono di riempire le nicchie ecologiche rimaste vacanti con nuove specie, causando alla fine il collasso dell'intero ecosistema), o aumenti o diminuzioni di numero troppo marcati e innaturali di alcune specie a danno di altre (e in ultima analisi di loro stesse, a causa del principio di retroattivit secondo cui tutte le componenti di un ecosistema sono interconnesse e interdipendenti, e danneggiarne una le influenza tutte, di solito negativamente). E' vero, infatti, che le specie viventi sono sempre state soggette a processi di estinzione e che il loro numero ha sempre subto fluttuazioni nel tempo, come sostengono molti oppositori dell'idea che l'umanit stia danneggiando l'ambiente tanto da mettere a repentaglio perfino la propria sopravvivenza, ma il punto il ritmo con cui questi cambiamenti avvenivano prima che l'uomo cominciasse a interferire con i rodati meccanismi naturali, e quello con cui invece avvengono oggi. Secondo David Raup, paleontologo della University of Chicago, il tasso di estinzione di fondo, nel corso di tutta la storia biologica del pianeta, stato in media di

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Cfr. R. Leakey, R. Lewin, La sesta estinzione: la complessit della vita e il futuro dell'uomo, Torino, Bollati Boringhieri, 1998. Vedi infra, paragrafo 3.6, p. 87, per approfondimenti sull'efficacia delle associazioni ambientaliste.

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appena una specie ogni quattro anni.92 Oggi invece le estinzioni causate dall'uomo procedono a un ritmo 120.000 volte superiore, ossia di circa 82 specie al giorno.93 Addirittura, secondo altri studiosi, attualmente si estinguono oltre 400 specie al giorno (diciassette ogni ora) a causa delle attivit umane.94 Ahmed Djoghlaf, Segretario Esecutivo della Convenzione delle Nazioni Unite sulla Diversit Biologica, ha recentemente avvisato che il mondo sta sperimentando la pi grande ondata di estinzioni dalla scomparsa dei dinosauri. Ogni giorno perdiamo 150 specie a causa di attivit umane.95 Le stime differiscono tanto perch conoscere i dati precisi su un fenomeno cos capillare impossibile, a causa dell'incertezza che circonda questa materia per via della sua complessit e del fatto che i suoi meccanismi ci sono ancora in parte ignoti, ma quello di cui possiamo essere sicuri che la situazione oggi gravemente squilibrata e del tutto insostenibile. Perlopi a estinguersi sono insetti e rare specie vegetali la cui scomparsa passa quasi inosservata ma, a causa dei legami che ogni specie ha con le altre e con il proprio ambiente per via del gi citato principio di retroattivit, a questo ritmo solo una questione di tempo prima che si estinguano una o pi specie indispensabili all'attuazione di processi naturali che ancora non conosciamo o comprendiamo appieno, ma che indirettamente mantengono stabili il clima o permettono il rinnovamento delle risorse essenziali attraverso decine o centinaia di passaggi che si influenzano a vicenda in modi per noi imprevedibili. Non tutte le specie hanno lo stesso peso ecosistemico, per cos dire: l'estinzione di una tra le tante specie di piccoli roditori, di parassiti o di insetti, con ogni probabilit non causerebbe grandi cambiamenti in un ecosistema. Ci sarebbero degli effetti, questo sicuro, ma molto improbabile che l'ecosistema finirebbe col collassare, perch la nicchia ecologica che queste specie lascerebbero vacante verrebbe immediatamente riempita dalle altre specie simili a esse, che si dividerebbero le nuove risorse fra di loro e sperimenterebbero un lieve aumento della popolazione. Ma se a estinguersi fosse una di quelle rare specie che svolgono compiti indispensabili e insostituibili, gli effetti sarebbero catastrofici sull'intero ecosistema. Le api, ad esempio, sono una specie con un enorme peso nell'ecosistema globale. In particolare l'ape mellifera europea, che da sola essenziale per l'impollinazione di oltre l'80% delle varie specie vegetali, molte delle quali costituiscono cibo per l'uomo, direttamente o indirettamente. Le api impollinano 225.000 specie di piante da fiore e

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D. Raup, Extinction: bad genes or bad luck?, New York, W. W. Norton & Company, 1992. R. Leakey, R. Lewin, La sesta estinzione: la complessit della vita e il futuro dell'uomo, Torino, Bollati Boringhieri, 1998. J. Diamond, Il terzo scimpanz, Torino, Universale Bollati Boringhieri, 2007, p. 435. Cit. United Nations News Center, UN campaign to plant billion trees in 2007 hits target seven months early, 22-05-2007. http://www.un.org/apps/news/story.asp?NewsID=22646&Cr=biodiversity&Cr1= (29-04-2011)

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contribuiscono a generare 153 miliardi di euro di prodotti alimentari ogni anno. 96 Di queste piante, ben 130.000 (tra cui la maggior parte delle piante commestibili) si estinguerebbero senza l'azione impollinante delle api, dato che non avremmo modo di impollinare artificialmente un simile numero di vegetali.97 Senza api, gli esseri umani perderebbero frutta, verdura e foraggio per l'allevamento. Le conseguenze a livello globale sarebbero di una gravit spaventosa, e preoccuparsene non affatto fuori luogo, visto che negli ultimi anni in molti paesi sono scomparse il 70-80% delle api (negli Stati Uniti ormai l'ape mellifera praticamente estinta).98 In Italia nel 2007 morta la met di tutte le api esistenti. 99 Le cause di questa mora globale non sono ancora certe, ma la teoria pi accreditata che sia colpa dell'uso eccessivo di pesticidi e del ridotto valore nutrizionale del polline di cui le api si nutrono. La difficolt nello scoprirlo con certezza dipende dal fatto che, come abbiamo gi avuto modo di dire, ogni modifica che apportiamo all'ambiente causa innumerevoli cambiamenti secondari quasi impossibili da prevedere e molto difficili da ricostruire. Per esempio: cinquant'anni fa nessuno avrebbe mai immaginato che l'estinzione dei grandi predatori (giaguari, puma e arpie) sull'isola di Barro Colorado, a Panama, avrebbe condotto all'estinzione dei piccoli uccelli della famiglia dei formicaridi e a grandi mutamenti della flora dell'isola, eppure questo fu proprio ci che avvenne. I grandi predatori erano soliti cibarsi di predatori e roditori di medie dimensioni, limitandone cos il numero. Con la loro scomparsa, i predatori di medie dimensioni proliferarono eccessivamente, sterminando gli uccelli della famiglia dei formicaridi. Anche i roditori di medie dimensioni ebbero un'esplosione demografica e, dato che erano soliti nutrirsi dei semi di dimensioni maggiori, causarono l'estinzione delle specie arboree pi grandi e il proliferare di quelle pi piccole in tutta l'isola. Questo provoc un forte incremento del numero dei roditori minori, che si nutrivano dei semi pi piccoli, e conseguentemente anche un grande aumento della popolazione degli uccelli da preda che si nutrivano di tali piccoli roditori.100 Nessuno avrebbe mai potuto prevedere che l'estinzione di tre grandi specie di predatori non collegate tra loro avrebbe potuto causare tutti questi cambiamenti, e ancora oggi non possibile prevedere le conseguenze indirette della scomparsa di ogni specie, perch le interconnessioni alla base di ogni ecosistema ci sono ancora per la maggior parte ignote. Sono semplicemente troppe, troppo sottili e troppo difficili da individuare. Per usare le parole del biologo Jared Diamond: In natura esiste un numero
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Unione Nazionale Associazioni Apicoltori Italiani, Il declino delle api alla ribalta sui media europei, 27-01-2010. http://www.mieliditalia.it/index.php/il-declino-delle-api/api-ambiente-e-agricoltura/182 (29-04-2011) M. Leidig, Honey Bees in U.S. Facing extinction, The Telegraph, 14-03-2007. http://www.telegraph.co.uk/news/1545516/Honey-bees-in-US-facing-extinction.html (29-04-2011) Ibidem. Comunicato Stampa del 29/01/2008 dell'Agenzia per la Protezione dell'Ambiente e per i Servizi Tecnici (APAT). Cfr. J. Diamond, Il terzo scimpanz, Torino, Universale Bollati Boringhieri, 2007, p. 433.

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di specie cos grande, connesse l'una all'altra in modi cos complessi, che virtualmente impossibile prevedere dove possano condurre gli effetti che si propagano come onde a partire dall'estinzione di una qualsiasi specie particolare.101 Non abbiamo modo di sapere quando si estinguer una specie essenziale per l'equilibrio dell'intero pianeta, ma sappiamo che a questi ritmi solo questione di tempo prima che avvenga. E questo esattamente ci che rende cos pericoloso il nostro modificare l'ambiente a seconda dei nostri bisogni e desideri immediati, senza preoccuparci a sufficienza delle conseguenze a lungo termine (vedi anche la parte sulla trans-scienza nel paragrafo precedente, visto che anche le modifiche ambientali appartengono a buon diritto a questa branca scientifica). Una cosa fondamentale da capire che questa estinzione di massa non il risultato di un errore del nostro sistema di produzione alimentare. Se fosse un errore, sarebbe possibile eliminarlo e mantenere l'attuale sistema, ma purtroppo queste estinzioni sono un requisito del nostro sistema, non un effetto nocivo eliminabile. Noi abbiamo bisogno di eliminare tutte quelle specie ogni giorno, perch la loro biomassa deve venire convertita in biomassa umana. Siamo costretti a uccidere quelle specie per mantenere i nostri 7 miliardi di individui in vita, perch senza distruggere tutti quegli ecosistemi e convertirli in pascoli o campi non potremmo produrre abbastanza cibo per tutti noi. Questo significa che il nostro attuale sistema di produzione alimentare non pu venire migliorato o aggiustato. Pu solo venire rigettato in toto. 1.1.8 Rifiuti. Si definiscono rifiuti i prodotti di scarto o di avanzo delle attivit umane. Riguardo il loro impatto ambientale, i rifiuti si possono dividere in: Rifiuti non pericolosi (scarti di ghiaia, pietrisco, sabbia, argilla, oppure scarti animali e vegetali). Rifiuti pericolosi (che contengono sostanze esplosive, tossiche, irritanti, acide, cancerogene, corrosive, infette, mutagene e infiammabili). I rifiuti pericolosi sono, insomma, tutti quei materiali di scarto che possono causare dei danni o la morte a creature viventi, o che possono porre a rischio l'ambiente circostante. Si tratta di prodotti di provenienza: industriale (soprattutto dalla creazione di cemento, acciaio, carta e vetro, e dal settore termoelettrico e di raffinazione); commerciale (particolarmente inquinante l'estrazione mineraria, che utilizza abitualmente cianuro e mercurio per separare i vari minerali); domestica (prodotti per le pulizie, batterie, cosmetici, prodotti di giardinaggio, ecc.); agricola (fertilizzanti chimici, pesticidi);
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Cit. J. Diamond, Il terzo scimpanz, Torino, Universale Bollati Boringhieri, 2007, p. 433.

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militare (armi nucleari e chimiche); medica (prodotti farmaceutici). I rifiuti pericolosi possono essere liquidi, solidi o liquami, e contenere agenti chimici, metalli pesanti, radioisotopi e altre tossine. Si diffondono facilmente e possono contaminare suolo, laghi, fiumi, falde acquifere e oceani. Alcuni contengono tossine (come il mercurio) che non si biodegradano e si accumulano nell'ambiente e nelle sue forme di vita, rendendole a loro volta tossiche (uomini e animali, per esempio, riassorbono il mercurio mangiando pesce contaminato).102 Ogni anno nel mondo vengono prodotti 4 miliardi di tonnellate di rifiuti (sia urbani che industriali). Di questi, solo 2,74 miliardi di tonnellate vengono raccolti e processati.103 Per smaltire tanti rifiuti, il sistema pi utilizzato in Europa quello del confinamento in discariche controllate. Il resto dei rifiuti solidi viene in gran parte bruciato negli inceneritori (grandi produttori di anidride carbonica, ossidi di zolfo, ossidi di azoto e polveri sottili104), mentre solo una minima parte viene inviata agli impianti di riciclaggio, che permettono di recuperare la maggior parte dei materiali di scarto in modo produttivo ed ecologicamente sano. Nonostante siano visti come la soluzione al problema rifiuti, comunque, la raccolta differenziata e il riciclaggio hanno dei grossi limiti: innanzitutto non tutti i materiali possono essere riciclati, poi molto difficile fare in modo che un'intera nazione cominci a farlo in modo capillare (qui in Italia c' voluto un decennio per cominciare, e ancora siamo lontani dal farlo ovunque), e, soprattutto, anche quando finalmente ci si riesce, raccolta differenziata e riciclaggio si occupano solo dei rifiuti urbani (carta, plastica, vetro, alluminio), e non di quelli industriali, agricoli o militari (che sono di gran lunga i pi nocivi). Il metodo del confinamento in discariche controllate, invece, funziona spargendo in un primo momento i rifiuti sul terreno e comprimendoli con i bulldozer fino a che non si formano sottili strati sovrapposti. Quando almeno tre metri di rifiuti sono stati cos compattati, si provvede a ricoprire il tutto con un sottile strato di argilla e si procede con un'ulteriore compattazione. Questo metodo il pi economico e ottiene risultati accettabili, ma ha anch'esso dei difetti: per effetto della decomposizione dei rifiuti organici, infatti, si sviluppano gas (come il metano) che una volta raggiunta una certa concentrazione possono provocare esplosioni. Inoltre questo metodo non funziona con i rifiuti tossici, n con quelli radioattivi. Ogni nazione sviluppata ha le proprie norme e regole riguardo lo smaltimento dei rifiuti pericolosi, ma spesso leggi mal progettate e/o interferenze da parte della
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National Geographic Italia, Rifiuti tossici, 19-04-2010. http://www.nationalgeographic.it/ambiente/2010/04/19/news/toxic_waste-3004/ (30-04-2011) Il Sole 24 ore, 4 miliardi di tonnellate di rifiuti prodotti ogni anno nel mondo, 16-11-2009. http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/dossier/Italia/2009/comieco/articoli/Bocconirifiuti.shtml?uuid=1e0a4bde-d2c3-11de-8f9f-35464fef2c65 (30-04-2011) Sui pericoli delle polveri sottili vedi supra, il paragrafo 1.1.4, p. 11, sull'inquinamento atmosferico.

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criminalit organizzata provocano risultati insoddisfacenti. Negli Stati Uniti, per esempio, le norme dell'Environmental Protection Agency prevedono che i liquami contenenti metalli pesanti possano essere venduti e impiegati come fertilizzanti nelle coltivazioni.105 Il problema che i metalli pesanti possono essere assorbiti dai prodotti agricoli che finiscono sulle nostre tavole (con effetti nocivi o letali). In Italia, invece, sono molto gravi e frequenti (al Sud come al Nord) le interferenze della criminalit organizzata nello smaltimento dei rifiuti, che anzich utilizzare le procedure legali preferisce metodi molto meno costosi, come lo scarico in mare e l'interramento illecito in terreni pubblici, che causano l'assorbimento e la circolazione delle sostanze nocive nell'ecosistema.106 Naturalmente, se nel quadro complessivo vengono considerati anche tutti i paesi in via di sviluppo la situazione diventa di gran lunga peggiore. In quelle zone, infatti, spesso non esistono nemmeno norme adeguate riguardo lo smaltimento sicuro dei rifiuti, e anche quando esistono vengono ignorate o aggirate dalle grandi imprese multinazionali, che trovano molto pi conveniente corrompere i funzionari locali che utilizzare davvero i costosi e laboriosi metodi di filtraggio o smaltimento sicuro delle varie scorie che le loro industrie producono in quantit esorbitanti in quei paesi. Senza contare che, come dice il loro stesso nome, i paesi in via di sviluppo continuano a modernizzarsi sempre di pi, e la loro popolazione quella con il pi alto tasso di espansione. Questo provocher un sicuro aumento della loro produzione di rifiuti ogni anno che passa. Un'inequivocabile testimonianza dell'inadeguatezza delle norme sullo smaltimento dei rifiuti e/o del modo in cui vengono fatte rispettare, il Pacific Trash Vortex, un enorme accumulo di immondizia (soprattutto plastica) chiamato anche settimo continente di spazzatura a causa delle sue incredibili dimensioni: si estende dalle Hawaii fin quasi al Giappone, e conta circa 10 milioni di chilometri quadrati per una decina di metri di profondit, ossia un'area superiore agli interi Stati Uniti (anche se le sue dimensioni continuano ad aumentare, quindi essere precisi impossibile).107 Questo continente, anche se in realt si tratta di due enormi isole di rifiuti, composto da oltre 100 milioni di tonnellate di plastica proveniente da tutto il globo. Dato che la plastica non pu biodegradarsi e reinserirsi nell'ecosistema in una forma innocua, con il tempo si fotodegradata per via della luce solare e si frammentata in
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National Geographic Italia, Rifiuti tossici, 19-04-2010. http://www.nationalgeographic.it/ambiente/2010/04/19/news/toxic_waste-3004/ (30-04-2011). D. Milosa, Rifiuti tossici e interi palazzi costruiti su discariche abusive: Gomorra a Milano, Il Fatto Quotidiano, 29-09-2010. http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/09/29/rifiuti-tossici-e-interi-palazzi-costruiti-su-discaricheabusive-e-gomorra-a-milano/65562/ (30-04-2011) X. La Canna, Floating rubbish dump 'bigger than U.S.', News.com.au, 04-02-2008. http://www.news.com.au/features/floating-rubbish-dump-bigger-than-us/story-e6frflor1111115470848 (30-04-2011)

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particelle minuscole, che catturano come spugne varie sostanze tossiche (tra cui idrocarburi e pesticidi) e vengono scambiate da tartarughe, uccelli marini, meduse e pesci per cibo, assomigliando molto ai piccoli organismi o al plancton di cui questi animali si nutrono. E se degli inquinanti entrano nella catena alimentare, solo questione di tempo prima che raggiungano noi umani. Quello che finisce nell'oceano finisce nei pesci e quindi nei nostri piatti, semplice, ha detto il Dr. Marcus Eriksen, direttore dell'Algalita Marine Research Foundation creata proprio dallo scopritore del continente di immondizia.108 Secondo il Dr. Eriksen, il pericolo per la salute umana e per l'intero ecosistema globale pi che concreto. Alcune analisi hanno trovato che la quantit di plastica nelle aree vicine al settimo continente sei volte superiore a quella del plancton (che costituisce la forma di vita pi diffusa in quelle zone), e che le specie danneggiate da tutta questa plastica sono almeno 267, poche delle quali vivono proprio nell'area occupata dal settimo continente, a riprova degli effetti secondari a lungo raggio che ha ogni modifica ambientale.109 A giustificare e aumentare le nostre preoccupazioni, c' il fatto che recentemente sono state scoperte altre due enormi isole di immondizia: una nell'Oceano Atlantico110 e un'altra nell'Oceano Indiano111. Insomma, non solo non abbiamo idea di come risolvere il problema, ma neanche di come impedire che continui a peggiorare. 1.1.9 Sovrappopolazione. La sovrappopolazione la situazione in cui la popolazione di un organismo eccessivamente numerosa per la capacit portante del territorio in cui vive. Quest'ultima invece il massimo numero di organismi che un ambiente pu sostentare indefinitamente senza che le sue risorse (cibo, acqua potabile, aria pulita) vengano consumate pi in fretta di quanto possano venire prodotte. La capacit portante di un territorio non necessariamente fissa, ma pu aumentare con l'aiuto di nuove tecnologie in grado di incrementare la capacit produt108

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K. Marks, D. Howden, The world's rubbish dump: a tip that stretches from Hawaii to Japan, The Independent, 05-02-2008. http://www.independent.co.uk/environment/green-living/the-worlds-rubbish-dump-a-tip-thatstretches-from-hawaii-to-japan-778016.html (30-04-2011) Greenpeace, Plastic debris in the world's oceans, 2005. http://oceans.greenpeace.org/raw/content/en/documents-reports/plastic_ocean_report.pdf (30-04-2011) R. A. Lovett, Huge garbage patch found in Atlantic too, National Geographic, 02-03-2010. http://news.nationalgeographic.com/news/2010/03/100302-new-ocean-trash-garbage-patch/ (30-042011) V. Gill, Plastic rubbish blights Atlantic Ocean, BBC News, 24-02-2010. http://news.bbc.co.uk/2/hi/science/nature/8534052.stm (30-04-2011) L. Bongiorno, New plastic garbage patch discovered in Indian Ocean, Coastal Care, 10-08-2010. http://coastalcare.org/2010/08/new-garbage-patch-discovered-in-indian-ocean/ (30-04-2011)

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tiva di quell'ambiente. Questo ha portato l'ecologo e demografo Paul R. Ehrlich a sviluppare l'equazione IPAT, e cio: I = P x A x T, dove I l'impatto sull'ambiente causato dal consumo, P la popolazione, A il consumo pro-capite, e T il vantaggio dato dalla tecnologia.112 Un esempio perfetto dell'aiuto che la tecnologia pu dare alla capacit portante di un territorio stata la Rivoluzione Verde, che negli anni '60-'90 aument enormemente la produttivit agricola introducendo la creazione di specie ibride ad alta resa (che cio sviluppano di pi e pi rapidamente le loro parti commestibili a discapito delle altre), l'uso massiccio di fertilizzati chimici, metodi di irrigazioni pi efficaci (che resero possibile avere pi di un raccolto all'anno), l'automatizzazione di ogni processo agricolo tramite macchinari pesanti, e l'utilizzo diffuso di erbicidi e pesticidi per eliminare piante e insetti nocivi alle coltivazioni. Sebbene la popolazione umana sia stata in costante crescita dall'invenzione dell'agricoltura113, il ritmo a cui si espande aumentato enormemente in due occasioni particolari: la Rivoluzione Industriale e la Rivoluzione Verde (anche gli avanzamenti nella medicina hanno avuto un effetto, anche se non paragonabile). Nel 1800 la popolazione umana globale, dopo diecimila anni di sviluppo, ammontava a circa 1 miliardo, ma l'intensificazione dell'agricoltura causata dalla Rivoluzione Industriale la fece arrivare a 2 miliardi nel 1930, raddoppiandola nel giro di soli 130 anni. Nel 1960 c'erano ormai 3 miliardi di esseri umani sul pianeta, e nel 2000 questa cifra arriv a 6 miliardi, raddoppiando stavolta in appena 40 anni.114 Ormai siamo arrivati a 7 miliardi, e aumentiamo di oltre 77 milioni di individui ogni anno, ma il ritmo a cui ci espandiamo diminuito rispetto agli anni '60 (passando dal 2% all'1,15%)115, per cui si prevede che raggiungeremo i 9 miliardi entro il 2050 e che alla fine ci stabilizzeremo a poco pi di 10 miliardi per il 2200.116 Il fatto che il tasso di crescita sta diminuendo e che si prevede una stabilizzazione della popolazione umana ha portato molti a credere che in realt una presenza tanto forte di esseri umani sul pianeta non comporti alcun problema. Questo purtroppo errato. Come abbiamo visto nei paragrafi precedenti, l'impatto delle attivit umane sul pianeta devastante e insostenibile, e peggiora sempre pi a causa del sempre maggiore sfruttamento delle risorse da parte dei paesi sviluppati e del costante sviluppo tecnologico e demografico del Terzo Mondo. Inoltre, l'impronta ecologica umana (ossia la somma delle risorse naturali che utilizziamo) attualmente troppo elevata di circa il 40%.117 Questo significa che ogni
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P. R. Ehrlich, J. P. Holdren, Impact of Population Growth, Science n. 171, 1971. Vedi infra, il paragrafo 1.2, p. 34, per maggiori informazioni. World Population Clock, http://www.worldometers.info/population/ (01-05-2011) Ibidem. United Nations, The world at six billion, 2000, p. 3. http://www.un.org/esa/population/publications/sixbillion/sixbilpart1.pdf (01-05-2011) Global Footprint Network, Ecological Footprint Atlas 2010, 2010.

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anno consumiamo il 40% in pi di quello che il pianeta pu rigenerare. Considerando i ritmi attuali di consumo delle risorse naturali (e di estinzione delle specie, come abbiamo detto nel paragrafo 1.1.7), siamo gi troppi. La sovrappopolazione non quindi un rischio futuro, un problema gi in corso e gravissimo. In uno studio intitolato Cibo, Terreno, Popolazione e l'economia degli Stati Uniti, David Pimentel, professore di ecologia alla Cornell University, e Mario Giampietro, ricercatore all'INRAN (l'Istituto Nazionale di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione), hanno stimato che la massima popolazione sostenibile sarebbe di 2 miliardi di persone per l'intero pianeta.118 Altre stime per sono pi generose, fissando il limite da 4 a 10 miliardi.119 Il problema di questi calcoli che spesso considerano la capacit produttiva totale del nostro pianeta, e non solo quella sostenibile come dovrebbero, per cui il risultato finale viene molto pi alto. Inoltre, spesso viene considerato solo il semplice aumento del numero di individui, e non anche il continuo sviluppo dei paesi del Terzo Mondo e il conseguente aumento dell'impatto pro-capite degli abitanti di quelle zone (ossia quanto ogni individuo influisce sul pianeta), che minaccia di diventare rapidamente pericoloso a livello globale.120 Se l'impatto pro-capite degli abitanti delle nazioni sviluppate pari a 32, quello degli abitanti del Terzo Mondo ora solo 1.121 Ma lo sviluppo e la modernizzazione di quelle zone lo sta facendo aumentare sempre di pi, ed stato calcolato che se tutti i paesi in via di sviluppo raggiungessero gli standard di vita di Europa o Stati Uniti, l'impatto umano totale sul pianeta aumenterebbe di 12 volte (basterebbe che li raggiungesse solo la Cina per raddoppiarlo).122 E come abbiamo detto, gi l'impatto attuale del 40% eccessivo e insostenibile. Come abbiamo gi avuto modo di vedere, i vari aspetti della crisi ecologica si influenzano e si aggravano a vicenda. La carenza di cibo legata alla crisi energetica (essendo l'agricoltura dipendente dai carburanti fossili), che legata all'inquinamento (dato che la combustione di petrolio e carbone rilascia molte sostanze nocive), che a sua volta legato al riscaldamento globale (essendo alcune delle suddette sostanze nocive dei gas serra), e cos via. Ma la sovrappopolazione un aspetto particolare della crisi ecologica, perch quello che aggrava tutti gli altri: pi persone significano pi
http://www.footprintnetwork.org/images/uploads/Ecological%20Footprint%20Atlas%202010.pdf (0105-2011) United Nations Environment Programme (UNEP), Global Environment Outlook 4, 2007, p. 202. http://hqweb.unep.org/geo/GEO4/report/GEO-4_Report_Full_en.pdf (01-05-2011) D. Pimentel, M. Giampietro, Food, Land and the U.S. Economy, 1994. http://dieoff.org/page55.htm (01-05-2011) J. Cohen, How Many People Can the Earth Support?, New York, W. W. Norton and Company, 1995. BBC News, Booming nations threaten Earth, 12-01-2006. http://news.bbc.co.uk/2/hi/science/nature/4604556.stm (01-05-2011) J. Diamond, Collapse: how societies choose to fail or succeed, United States, Viking Books, 2005, p. 514. Ibidem.

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richiesta di cibo, di energia e di acqua potabile, per cui maggiore deforestazione, inquinamento, desertificazione, erosione del suolo, carestia, scarsit di acqua potabile ed estinzioni animali e vegetali (e quindi degradazione degli ecosistemi e dei servizi che forniscono e che ci consentono di continuare a esistere). La sovrappopolazione un problema cos grave che da solo basterebbe a minacciare di estinzione la razza umana, perfino se per miracolo oggi stesso riuscissimo a trovare il modo di produrre cibo, acqua ed energia illimitati a costo zero e senza inquinare minimamente l'ecosistema. Perfino in quel caso, che definire utopico dire poco, la sovrappopolazione riuscirebbe, alla fine, a portarci al disastro ecologico, visto che per produrre cibo necessario suolo fertile, e di suolo ne esiste una quantit limitata, parte della quale va conservata allo stato selvaggio per mantenere funzionanti i meccanismi naturali. Anche utilizzando metodi non inquinanti e perfino trovando il modo di rendere fertili deserti e ghiacciai, alla fine, dato che la popolazione una funzione della disponibilit di cibo,123 la popolazione umana raggiungerebbe comunque un numero tale (fosse anche cinquanta o cento miliardi) da richiedere la deforestazione e la conversione agricola di troppo territorio selvaggio per essere sfamata. Verrebbe superato uno dei punti di non ritorno del nostro ambiente (che sappiamo esistere ed essere ormai vicini,124 ma non sappiamo individuare con precisione) e questo avrebbe degli effetti disastrosi che si manifesterebbero solo tempo dopo, troppo tardi per rimediare. Se superassimo uno di questi punti di non ritorno, causando l'estinzione di una specie di troppo o abbattendo una quantit eccessiva di foreste, il pianeta verrebbe privato della capacit di rinnovare una o pi delle proprie risorse, oppure di smaltire abbastanza anidride carbonica da mantenere il clima stabile, e si innescherebbero cos vari meccanismi che si peggiorerebbero a vicenda a un ritmo sempre maggiore finch, nel giro di pochi anni, arriverebbero a causare una parziale o totale estinzione umana (e anche della maggior parte delle altre forme di vita, almeno nel caso del riscaldamento globale125). Se poi consideriamo che non abbiamo modo di produrre davvero cibo, acqua ed energia illimitate senza inquinare, la sovrappopolazione un problema ancora pi grave, che minaccia di portarci all'estinzione molto pi in fretta di quanto appena ipotizzato. Mentre non esiste a tutt'oggi alcuna vera soluzione alla sovrappopolazione, sono state teorizzate o, in alcuni casi, applicate alcune misure di attenuazione. Sfortunatamente, presentano tutte grossi limiti e difetti.
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Vedi infra, paragrafo 2.2.9, p. 72, per approfondimenti su questo aspetto della questione. United Nations, Leading scientist warns that planet ecosystems are close to tipping point, 2009. http://www.un.org/wcm/content/site/climatechange/pages/gateway/the-science/pid/4101 (01-05-2011) Environmental News Network, Earth near tipping point, climatologist warns, 2008. http://www.enn.com/pollution/article/37492 (01-05-2011) Vedi per approfondimenti supra, il paragrafo 1.1.5, p. 14, sul clima.

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La pi famosa di tali contromisure il controllo delle nascite, gi applicato in Cina dal 1979 con la politica del figlio unico, che rende illegale avere pi di un figlio per coppia. Alcuni politici e ambientalisti hanno affermato126 che c' bisogno di far attuare una politica del controllo delle nascite identica a quella cinese a livello globale per evitare il collasso ecologico. Il problema che una politica simile non ha mai mostrato di funzionare davvero: la Cina ha continuato ad avere un'enorme espansione demografica a dispetto della legge, e oggi conta ufficialmente 1,3 miliardi di abitanti (e si stima che un altro mezzo miliardo abbondante non sia registrato all'anagrafe). La ragione di questo insuccesso risiede probabilmente nella difficolt pratica di far rispettare questa legge: controllare tante famiglie un incubo logistico destinato al fallimento. Altri tipi di politica del controllo delle nascite comprendono la sterilizzazione forzata di chiunque abbia gi uno o due figli (come quella applicata in India negli anni '70 dal Primo Ministro Indira Gandhi), e il metodo dei birth credits (secondo cui ogni famiglia pu avere gratuitamente solo il numero di figli che risulterebbe alla fine in una crescita zero della popolazione nazionale, e deve pagare una tassa speciale per ogni figlio in eccesso). Entrambe queste politiche hanno gli stessi difetti di quella del figlio unico, e la sterilizzazione forzata ha anche quello di poter venire facilmente utilizzata per colpire avversari politici e uomini scomodi in vario modo, com' avvenuto proprio in India quando stata applicata (e dove ora viene vista con molto sospetto e ostilit).127 Un'altra misura di attenuazione della sovrappopolazione che stata teorizzata (e presto verr applicata in Egitto128) l'educazione e l'informazione dei cittadini riguardo i suoi pericoli e i metodi contraccettivi e di pianificazione famigliare per contrastarla. Al momento si pu solo sperare che funzioni, e che lo faccia abbastanza rapidamente da permetterci di evitare la catastrofe, ma i paesi con il maggior tasso di crescita non hanno ancora mostrato la minima intenzione di seguire l'esempio dell'Egitto, quindi le speranze sono molto sottili. Una soluzione che sembra presa dritta da un libro di fantascienza ma che invece stata proposta seriamente da vari scienziati, matematici e ingegneri129, la colonizzazio126

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C. Boone, Ted Turner: adopt China's one-child policy to save the planet, The Atlanta JournalConstitution, 07-12-2010. http://www.ajc.com/news/ted-turner-adopt-chinas-769292.html (01-05-2011) L. Vinay, Indira Gandhi, UCLA, Social Sciences Division. http://www.sscnet.ucla.edu/southasia/History/Independent/Indira.html (01-05-2011) IOL News, Population woes weigh down Egypt, 11-06-2008. http://www.iol.co.za/news/africa/population-woes-weigh-down-egypt-1.404023 (01-05-2011) Cfr. G. K. O'Neill, The high frontier: human colonies in space, New York, Collector's Guide Publishing Inc., 2000. Cfr. M. Savage, The Millennial Project: Colonizing the Galaxy in Eight Easy Steps, United Kingdom, Little, Brown & Co., 1994. Cfr. F. Dyson, The Sun, The Genome and The Internet, Oxford, Oxford University Press, 1999. Cfr. J. S. Lewis, Mining the sky: untold riches from the asteroids, comets and planets, New York,

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ne di altri pianeti. Ironicamente, sono stati proprio vari autori di fantascienza (come Isaac Asimov130 e Arthur C. Clarke131) a ricordare a questi scienziati che non si tratta di soluzioni realmente attuabili n oggi n nell'immediato futuro, visto che non abbiamo ancora la pi pallida idea di come far affrontare viaggi spaziali lunghi anni a miliardi di individui, n di come terraformare asteroidi e pianeti alieni. Inoltre, questo non farebbe altro che spostare il problema dell'eccessivo sfruttamento delle risorse e della conseguente sovrappopolazione in altri luoghi, che prima o poi si esaurirebbero anch'essi e ci costringerebbero a spostarci nuovamente. Finiremmo per diventare una sorta di invasione di locuste interplanetaria. Se anche fosse fattibile, non sarebbe certo l'ideale. La cosa migliore sarebbe combattere il problema alla radice, anzich concentrarci solamente sui sintomi.132 Finch non impareremo come vivere in equilibrio con il nostro ambiente, saremo sempre assillati da problemi e crisi di varia natura e non ci libereremo mai del pericolo di estinguerci. Alcuni, infine, hanno obiettato che in realt non c' alcun bisogno di risolvere la sovrappopolazione, n la crisi ecologica in generale, perch il nostro pianeta equipaggiato con meccanismi di autoregolazione e risolver il problema da solo. E' vero. Il punto, per, che lo risolver spazzando via la nostra e milioni di altre specie e poi stabilizzandosi nuovamente nel giro di alcuni milioni di anni (probabilmente con valori molto diversi da quelli attuali). Non esattamente la migliore delle soluzioni, per noi.

1.2 Le origini storiche del problema.


Abbiamo quindi visto che il nostro ambiente ormai gravemente danneggiato e vicino al limite in ogni suo aspetto. Ma come potuto succedere tutto ci? Come ha potuto una specie comparsa solo 200.000 anni fa (o 2 milioni di anni fa, se consideriamo la comparsa dell' homo habilis come l'inizio della specie umana) aver devastato fino a questo punto un pianeta che per miliardi di anni ha ospitato la vita in modo stabile e continuo salvo alcune rarissime catastrofi planetarie? Come hanno fatto delle creature che fino a 10.000 anni fa (periodo in cui si conviene che sia iniziata la nostra civilt, praticamente ieri, in termini geologici) vivevano ancora nelle caverne e usavano utensili di pietra, ad acquisire un'influenza e un potere simile sull'intero pianeta? La risposta pu essere riassunta in un'unica parola: agricoltura (ma solo del tipo totalitario, ossia quello che infrange la Legge della Vita di cui parleremo da pagina 54).
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Basic Books, 1997. Cfr. I. Asimov, The good Earth is dying, Der Spiegel n. 21, 1971. Cfr. A. C. Clarke, Greetings, Carbon-Based Bipeds!, New York, St. Martin's Press, 1999. Vedi infra, tutto il capitolo 2, p. 41, per approfondimenti sulla radice del problema ambientale.

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Fin dalla loro comparsa sul pianeta, gli esseri umani vissero utilizzando una strategia di sussistenza definita di caccia-e-raccolta, ossia cacciando gli animali selvatici, senza allevarne, e soprattutto raccogliendo i frutti che le piante selvatiche offrivano spontaneamente. E' stato stimato che la loro popolazione complessiva in quel periodo andasse da 1 a 10 milioni di individui133 (le stime massime parlano di 15 milioni134), e che rimanesse perlopi stabile, salvo rarissime catastrofi naturali che potevano ridurla drasticamente (come quella di Toba, che circa 75.000 anni fa ridusse gli umani sul pianeta ad appena qualche migliaio135). Gli esseri umani continuarono cos per millenni (o milioni di anni, se vogliamo considerare anche homo habilis ed erectus), finch, circa 10.000 anni fa, in alcune zone del pianeta, le pi importanti delle quali sono la cosiddetta mezzaluna fertile in Asia e la valle del Nilo in Africa, comparve e si diffuse l'usanza di seminare e irrigare le piante commestibili per provocarne artificialmente una crescita pi rapida e numerosa di quanto l'ecosistema avesse previsto.136 Era nata l'agricoltura, pratica che fin per provocare la cosiddetta Rivoluzione Neolitica, ossia la transizione da una strategia di sussistenza basata sulla caccia e la raccolta a una basata sulla coltivazione e l'allevamento. Sebbene si sia creduto per decenni che l'invenzione dell'agricoltura sia stata dovuta a una scoperta casuale e fortuita, tale ipotesi oggi largamente criticata137. Appare ridicolo, infatti, che delle popolazioni che conoscevano perfettamente il proprio ambiente e che avevano imparato a sfruttarlo per ottenerne tutto ci di cui avevano bisogno da decine di millenni, non avessero scoperto che erano i semi a far nascere le piante. Sebbene alcuni studiosi (come Daniel Quinn) ritengano che l'adozione dell'agricoltura come principale mezzo di sussistenza sia stata incoraggiata dal potere che tale pratica pu conferire a una popolazione, la teoria pi accreditata138 attualmente quella secondo cui chiunque in quell'epoca fosse a conoscenza dei meccanismi di riproduzione vegetale, ma nessuno avesse mai cominciato a coltivare artificialmente vegetali perch, semplicemente, non ce n'era mai stato bisogno: il cibo cresceva gi in abbondanza spontaneamente.
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Enciclopedia Treccani On-line, voce popolamento. http://www.treccani.it/enciclopedia/popolamento/ (03-05-2011) R. Thomlinson, Demographic Problems: Controversy over population control, Ecino (CA), Dickenson Publishing Company, 1975. L. N. Tellier, Urban world history: an economic and geographical perspective, PUQ, 2009, p.26. http://books.google.com/books?id=cXuCjDbxC1YC&pg=PA26&dq&hl=en#v=onepage&q=&f=false (03-05-2011) S. Ambrose, Volcanic Winter, and Differentiation of Modern Humans, Bradshaw Foundation. 2005. http://www.bradshawfoundation.com/stanley_ambrose.php (03-05-2011) A. K. Gupta, Origin of agriculture and domestication of plants and animals linked to early Holocene climate amelioration, Current Science, vol. 87, n. 1, 19-10-2010. http://www.ias.ac.in/currsci/jul102004/54.pdf (03-05-2011) M. Harris, Cannibali e re, le origini delle culture, Milano, Feltrinelli, 2007, pp. 19-20. J. Diamond, The worst mistake in the history of the human race, Discover Magazine, 1987, p. 65. http://anthropology.lbcc.edu/handoutsdocs/mistake.pdf (03-05-2011)

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Si ritiene che la situazione cambi quando alcune trib sperimentarono una carestia particolarmente duratura (le cui ragioni possono essere varie) e si trovarono a dover scegliere tra il cominciare a produrre da s il proprio cibo e poter cos nutrire una popolazione pi numerosa di quello che l'ambiente corrente consentiva, oppure l'utilizzare le tecniche di controllo delle nascite che fino a quel momento avevano permesso di mantenere la popolazione stabile (e che comprendevano rimedi cruenti come l'uccisione della maggior parte dei neonati femmina). Alcune di queste trib scelsero quest'ultima alternativa, che si era sempre dimostrata efficace,139 mentre altre scelsero di adottare l'agricoltura (e pi precisamente uno stile particolare di agricoltura denominato agricoltura totalitaria140 per l'aggressivit con cui sfrutta l'ambiente e il modo in cui infrange la Legge della Vita141 degli ecosistemi), causando in questo modo enormi svantaggi, come vedremo,142 non solo alle generazioni future, ma anche a loro stessi. L'utilizzo dell'agricoltura totalitaria come mezzo principale di sussistenza si diffuse alle trib circostanti nel corso dei successivi millenni, arrivando infine a ricoprire tutta l'Asia, l'Europa e parte dell'Africa. In questo periodo l'agricoltura non cess mai di svilupparsi, continuando a cercare piante che fossero sia commestibili che coltivabili dall'uomo (non tutte le piante commestibili, infatti, sono anche adatte alla coltivazione), domesticando le piante selvatiche e plasmandone le propriet in modo che fossero pi adatte all'uso umano (come nel caso della mandorla, che originariamente era velenosa ma venne resa commestibile da secoli di coltivazione selettiva143), e ideando attrezzi agricoli sempre migliori. L'agricoltura totalitaria ben presto divenne abbastanza efficiente da produrre, per la prima volta nella storia umana, un surplus di cibo. Questi novelli agricoltori avevano, cio, pi cibo di quanto necessitassero per sopravvivere. Arrivati a quel punto, la popolazione poteva mettere da parte il cibo in eccesso per sopravvivere ai tempi difficili e/o scambiarlo con altri villaggi. Questo, nel corso dei successivi millenni, fu un elemento chiave della storia umana, dato che, secondo la teoria per cui la popolazione una funzione della disponibilit di cibo, avere pi cibo del necessario porta ogni popolazione vivente (umani inclusi), ad aumentare di numero. Questa regola stata seguita dalla nostra specie (e da quelle selvatiche che sono state osservate in situazioni in cui si sono trovate improvvisamente con pi cibo) con una tale costanza da venire considerata una legge ecologica.144 Un punto di svolta notevole avvenne quando si cominciarono ad allevare degli
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M. Harris, Cannibali e re, le origini delle culture, Milano, Feltrinelli, 2007, p. 28. Cfr. D. Quinn, The Story of B, New York, Bantam Books, 1997, p. 248. Vedi infra, il paragrafo 2.2.2, p. 54, per approfondimenti su questa Legge della Vita. Vedi infra, i paragrafi 2.2.1, p. 43, e 2.2.2, p. 54. J. Diamond, Armi, acciaio e malattie: breve storia del mondo negli ultimi tredicimila anni, Torino, Einaudi, 2006, p. 86. Vedi infra, paragrafo 2.2.9, p. 72, per approfondire questo concetto.

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animali (buoi e cavalli) non solo per il cibo che potevano fornire, ma anche per il lavoro nei campi che potevano svolgere. Questo cambiamento, che fu tanto importante da venire chiamato, a volte, la Seconda Rivoluzione Neolitica,145 permise la creazione di villaggi stabili, anzich seminomadi (prima dovevano spostarsi periodicamente quando il terreno coltivabile si inaridiva per eccessivo sfruttamento), nonch l'estensione dei campi (poich la quantit di terra di cui era possibile occuparsi ogni giorno aument molto), e la lavorazione di tutti quei territori che fino a quel momento erano rimasti troppo difficili da arare per i soli umani. Grazie a questa Seconda Rivoluzione, il surplus di cibo prodotto dall'agricoltura aument enormemente, e nelle societ umane comparve la divisione del lavoro: alcuni individui cominciarono a occuparsi solo di produrre il cibo e altri solo di costruire utensili e armi, visto che non c'era pi bisogno che tutti pensassero solo a come soddisfare il fabbisogno alimentare del gruppo. Questa nuova categoria sociale, gli artigiani, fecero la loro (fondamentale) parte nello sviluppo della civilt umana: idearono infatti modi sempre pi efficaci di lavorare i metalli, che usarono per produrre sia utensili (i quali aumentarono ulteriormente la produttivit e quindi il surplus alimentare e la popolazione) che armi molto pi potenti di quelle in dotazione alle trib che non praticavano l'agricoltura. Questo permise agli insediamenti agricoli (molto pi numerosi e ora meglio armati delle comunit di caccia e raccolta) di prendersi i territori delle altre trib ogni volta che il cibo cominciava a scarseggiare a causa della popolazione in continuo aumento. Permise, insomma, la nascita del concetto di guerra in senso moderno, ossia come mezzo per appropriarsi con la forza delle risorse altrui. Nonostante i conflitti fra trib fossero sempre esistiti, l'idea di invadere e sterminare metodicamente un altro gruppo per potersi prendere la loro terra era una completa novit: fino a quel momento non c'era mai stato bisogno di farlo, essendo le popolazioni di cacciatori-raccoglitori numericamente stabili.146 Oltre al bisogno concreto di pi terreno per produrre pi cibo, a portare alla nascita della guerra di conquista fu probabilmente il seme di una delle fallacie culturali che oggi appaiono a tutti i membri della nostra civilt perfettamente ovvie e indiscutibili: la convinzione, cio, che il suolo non coltivato fosse essenzialmente sprecato, e che le popolazioni che si limitavano a vivere tramite caccia e raccolta non vivessero nel modo giusto per gli esseri umani.147 Ogniqualvolta una comunit agricola decideva di impossessarsi con la forza della terra di una trib di cacciatori-raccoglitori, poteva agire in vari modi: 1. Poteva sterminare la trib nemica per evitare problemi futuri (come accaduto
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A. Sherrat, Plough and pastoralism: aspects of the secondary products revolution, articolo presente nel libro Pattern of the Past: Studies in the Honour of David Clarke, New York, Cambridge University Press, 1981. Vedi infra, paragrafo 2.2.2, p. 54, per approfondimenti su come l'agricoltura totalitaria ha causato la nascita della guerra in senso moderno e sulle differenze tra i conflitti pre e post-agricoli. Vedi infra, paragrafo 2.2.1, p. 43, per una trattazione approfondita di questa fallacia culturale.

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infinite volte); 2. Poteva limitarsi a scacciare i cacciatori-raccoglitori in un territorio pi inospitale e inadatto alla sopravvivenza umana (come stato fatto, ad esempio, agli aborigeni australiani e ai nativi americani); 3. Poteva schiavizzare i membri della trib nemica e usarli per aumentare le proprie capacit agricole e militari (di nuovo, accaduto infinite volte); 4. Infine, poteva cercare di convertire gli avversari alla propria ideologia, secondo cui molto meglio prodursi il cibo da soli con l'agricoltura anzich limitarsi a raccoglierlo e a cacciarlo, perch cos non si deve sperare di avere fortuna ogni giorno e non si devono temere carestie e siccit, dato che si avr sempre una scorta alimentare. Quest'ultimo forse il metodo che stato pi usato, e ha avuto un tale successo da farci arrivare alla situazione odierna, dove ormai quasi nessuno nella nostra civilt mette pi in dubbio questa filosofia di sussistenza (n l'idea che l'integrazione di popoli stranieri nella nostra cultura sia una cosa positiva anche per loro). Naturalmente, in caso la conversione fosse fallita si sarebbe applicato uno degli altri tre metodi. Una citazione molto eloquente per comprendere l'efficacia di questa conversione culturale come metodo di conquista la seguente: "Tra poco sar troppo tardi per conoscere la mia cultura, poich l'integrazione ci sovrasta e presto non avremo valori se non i vostri. Gi molti fra i nostri giovani hanno dimenticato le antiche usanze, anche perch sono stati presi in giro con disprezzo e ironia e indotti a vergognarsi dei loro modi indiani". Capo Dan George, Il mio Spirito si innalza. Usando questo metodo, le comunit nemiche divennero parte della nostra, permettendoci di espanderci ancora pi rapidamente. Basta ripetere questo ciclo di invasione-appropriazione-sfruttamento per svariate migliaia di volte, e si ottiene una panoramica piuttosto precisa di come la nostra civilt sia riuscita a espandersi negli ultimi 10.000 anni fino a ricoprire quasi tutto il pianeta, passando da 10 milioni a 7 miliardi, cancellando le comunit che seguivano una diversa strategia di sostentamento (e che avevano una differente visione del mondo) e spingendo le pochissime sopravvissute negli angoli pi inospitali del globo. A forza di coltivare e guerreggiare, le societ agricole crebbero e divennero tanto complesse da richiedere una qualche forma di organizzazione sociale per funzionare efficientemente. Nacquero cos la gerarchizzazione sociale e la divisione in classi, cose di cui le societ di cacciatori-raccoglitori erano sempre rimaste quasi del tutto prive. 148
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J. Gowdy, Hunter-gatherers and the mythology of the market, articolo presente nel libro di R. B. Lee e R. H. Daly, The Cambridge Encyclopedia of Hunters and Gatherers, New York, Cambridge University Press, 2006, p. 391.

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Con esse vennero, naturalmente, anche le diseguaglianze sociali e di genere e la povert, piaghe sociali fino ad allora del tutto sconosciute.149 Le societ organizzate (anche se in modo ancora rozzo e primitivo) si rivelarono naturalmente pi efficienti ed ebbero maggior successo rispetto alle altre. Inoltre, la popolazione pi numerosa e organizzata pot cominciare a mantenere una nuova categoria di individui la cui unica occupazione era la guerra: i soldati di professione. Ci rese queste societ ancora pi efficienti nell'impossessarsi delle risorse delle altre comunit e nell'espandersi. Con il tempo, i villaggi divennero citt, le citt vennero riunite in regni e imperi e, salvo sporadiche epidemie (la peste uccise da un quarto a met della popolazione mondiale nel Medioevo in un paio di occasioni150), la popolazione della nostra civilt continu a crescere ininterrottamente. Dopo millenni di sviluppo tecnologico (principalmente stimolato dall'industria bellica, costantemente alla ricerca di nuovi modi per sfruttare la natura), l'uomo impar come utilizzare alcune risorse naturali (i combustibili fossili) per costruire delle macchine in grado di svolgere compiti fino a quel momento molto laboriosi o del tutto impossibili. Questa scoperta fu cos importante da scatenare un cambiamento globale che venne poi definito Rivoluzione Industriale. Tali risorse vennero anche utilizzate per potenziare enormemente l'agricoltura, cosa che, come abbiamo detto 151, scaten un'esplosione demografica fino a quel momento inaudita nella storia umana, portando la popolazione da uno a due miliardi in appena 130 anni. In questo stesso periodo nacquero l'istruzione pubblica e i mass media, i due agenti socializzanti pi importanti della nostra civilt (essendo il terzo, la famiglia, pesantemente influenzato da entrambi), che hanno provveduto a cementificare le fallacie culturali152 su cui si fonda la nostra civilt nell'immaginario collettivo, fino a renderle tanto falsamente evidenti da dare l'impressione che metterle in discussione sia assurdo. Successivamente, ci pens la Rivoluzione Verde a portare la popolazione umana globale fino a 6 miliardi e a mantenere la crescita a ritmi vertiginosi fino a oggi. Ed ecco come la nostra specie passata dal vivere in caverne al dominare l'intero pianeta in appena diecimila anni di sviluppo tecnologico. Questo nostro successo demografico venuto per a un prezzo molto alto: l'ambiente da cui dipendiamo ormai allo stremo, devastato dai nostri sforzi di espanderci sempre di pi, e, come abbiamo visto nei paragrafi precedenti, tutti i segnali lasciano prevedere un suo collasso nel giro di pochi anni o decenni, di questo passo.
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Vedi infra, paragrafo 2.2.2, p. 54, per approfondimenti e fonti a riguardo. L. K. Little, Plague and the End of Antiquity, Massachusetts, Smith College, 2007. National Geographic, Plague: the black death. http://science.nationalgeographic.com/science/health-and-human-body/human-diseases/plaguearticle.html (03-05-2011) Vedi supra, paragrafo 1.1.9, p. 29. Vedi infra, paragrafi 2.2 2.2.9, da p. 42 in avanti.

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E se l'adozione dell'agricoltura totalitaria stata la causa prima della disastrosa situazione in cui ci troviamo ora, le fallacie culturali che ognuno di noi stato condizionato a ritenere valide fin dalla nascita sono il pi grande ostacolo alla sua soluzione. Per questo, nel prossimo capitolo le porteremo alla luce e ne analizzeremo i difetti una a una.

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Capitolo 2 Il ruolo della cultura implicita nella crisi ecologica

"Quando ci immergiamo totalmente negli affari quotidiani, smettiamo di porci le domande veramente fondamentali." Murray Rothbard.

2.1 Una classificazione delle civilt.


Per comprendere appieno il ruolo della nostra cultura implicita nella crisi ecologica, vorrei proporre innanzitutto una particolare classificazione delle civilt. Anzich su fattori geografici o cronologici, questa classificazione si baser sulle strategie di sussistenza adottate, ossia sul modo in cui i suoi membri si procurano il cibo di cui necessitano per sopravvivere. Avremo cos due tipi di civilt nettamente distinti e antitetici: uno basato sul prendere di volta in volta lo stretto necessario di quello che la natura offre spontaneamente, al massimo integrandone limitatamente la raccolta con orticoltura e pastorizia primitive, e un altro che si basa invece sul produrre direttamente tutto il cibo di cui i suoi membri necessitano, tramite un'agricoltura e un allevamento di bestiame intensivi, plasmando l'ambiente e le specie viventi in modo che soddisfino le necessit umane anche a discapito di quelle di tutte le altre creature. Il primo tipo di civilt comprende tutte le societ di cacciatori-raccoglitori, le societ pastorali e quelle orticole che siano mai esistite al mondo, poich al di l delle notevoli differenze di cultura e religione tutte condividevano (e condividono tuttora, le poche che rimangono) la stessa filosofia di sussistenza basata sul procurarsi il necessario per sopravvivere senza mai prelevare dall'ambiente pi dello stretto indispensabile, e reagendo alla scarsit di cibo spostandosi in una zona pi ricca. Il secondo tipo di civilt, invece, comprende tutte le societ agricole, industriali e post-industriali, che hanno creato, adottato e perfezionato sempre pi una filosofia di sussistenza nettamente diversa dalla precedente e dalle potenzialit incalcolabili (e catastrofiche): il produrre tutto il proprio cibo autonomamente, senza doversi affidare alla fortuna o alla benevolenza della natura, modificandola come e quanto serve. Queste sono le societ che compongono la nostra civilt. Si tratta quindi di due distinte civilt umane caratterizzate da antitetiche filosofie di sussistenza. Una civilt che raggruppa tutte le societ che agiscono in base alla credenza che il mondo sia un possedimento dell'uomo, e un'altra che invece riunisce tutte le societ che considerano il mondo un'essenziale fonte di risorse per tutti gli esseri 41

viventi e l'uomo solo una forma di vita tra le tante, senza particolari diritti e doveri. Il termine "civilt" quindi verr usato d'ora in poi con questa precisa accezione fra le tante possibili, e non con il significato, per esempio, di civilt occidentale e orientale, o moderna e passata. Secondo questa classificazione, infatti, tutte le societ che condividono la stessa filosofia di sussistenza appartengono alla medesima civilt, a prescindere dalla loro posizione geografica e dall'epoca. Potr sembrare strano definire societ primitive come quelle di cacciatoriraccoglitori o di pastori nomadi con il termine civilt, dato che questo termine indica solitamente una forma di societ avanzata e progredita, ma nel corso di questo capitolo vedremo come in realt queste tipologie di societ si meritino tale definizione pi di noi.

2.2 Le fallacie della cultura implicita della nostra civilt.


Per cultura implicita si intende ogni nozione, credenza o paradigma che gli appartenenti a una comunit non sono consapevoli di avere, usare o trasmettere, ma che tuttavia possiedono, usano e trasmettono ad altri individui continuamente senza rendersene conto, avendoli accettati acriticamente come veritieri fin dall'infanzia. La cultura implicita anche stata chiamata latenza da Parsons (per intendere l'insieme delle norme interiorizzate che forniscono lealt al sistema e che costituisce lo strumento di pi alto livello nel controllo sociale), e imprinting culturale da Edgar Morin, rifacendosi al termine utilizzato da Konrad Lorenz per descrivere il comportamento animale.153 Ogni societ ha una propria cultura implicita, composta da svariate credenze e nozioni considerate evidentemente vere da tutti e usate e trasmesse ad altri continuamente in modo immediato e del tutto spontaneo, cosa che le rende molto difficili da individuare, analizzare e (quando necessario) smentire. Molte di queste credenze, le pi superficiali, esistono solo all'interno di una singola societ e non vengono utilizzate e considerate valide al di fuori di essa (e caratterizzano la cultura implicita di quella particolare societ), ma un ristretto numero di queste convinzioni, potremmo chiamarlo un nucleo fondamentale di nozioni, condiviso da pi societ contemporaneamente. Il raggruppamento precedentemente effettuato di varie societ all'interno di un particolare tipo di civilt in base alla strategia di sussistenza da esse adottata, ci permette di capire che entrambi i tipi di civilt possiedono un differente nucleo fondamentale di credenze implicite, composto da quell'insieme di nozioni e paradigmi riguardanti il posto che l'uomo occupa nel mondo, i modi in cui pu/deve relazionarsi con esso e quindi, in ultima analisi, il modo in cui gli esseri umani devono vivere, che
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Cfr. E. Morin, I sette saperi necessari all'educazione del futuro, Milano, Raffaello Cortina Editore, 2001, p. 27

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tutte le societ (sia passate che presenti, sia orientali che occidentali) appartenenti a una stessa civilt hanno sempre condiviso e condividono tuttora, perch, aderendo tutte a una particolare filosofia di sussistenza, si sono trovate a doverla giustificare e motivare in modo che risultasse essere la migliore possibile, cos da spingere le loro nuove generazioni di membri a continuare a usarla e trasmetterla a loro volta. A interessarci sono in particolare le societ appartenenti alla nostra civilt, le quali hanno finito per giustificare la propria filosofia di sussistenza tutte nello stesso modo: convincendo i propri appartenenti dell'assoluta veridicit delle uniche credenze (del tutto arbitrarie) che avrebbero potuto rendere pi che valido e sensato un simile modo di vivere. Essendo queste credenze tra le pi fondamentali e basilari che l'uomo abbia mai concepito, poich riguardano la concezione che ha di se stesso e del mondo, esse sono anche tra le pi difficili da notare e da mettere in discussione perch, nonostante a un'attenta verifica si dimostrino completamente erronee, vengono considerate dai pi come dati di fatto ovvii e lampanti di cui sarebbe assurdo e inutile dubitare. E' da precisare che le fallacie della cultura implicita non sono biases o heuristics,154 non sono cio errori logici sistematici e inevitabili perch intrinseci al nostro modo di ragionare. Le bugie della cultura implicita sono favorite da questi errori logici, perch essi le rendono pi difficili da identificare e smascherare, ma non sono la stessa cosa. Vediamo ora i dogmi fallaci di cui costituita la cultura implicita della nostra civilt, che, oltre a essere l'unica che possiamo veramente comprendere e su cui possiamo ragionare, essendovi immersi da sempre, anche quella che sta conducendo la nostra specie verso una rapida estinzione. 2.2.1 Prima Fallacia Culturale. Il nostro modo di vivere l'unico degno di noi esseri umani, l'unico che ci possa davvero realizzare intellettualmente e spiritualmente, l'unico a cui aspiriamo istintivamente e che fossimo destinati ad adottare; se si vive in altri modi non si esseri umani completi, ma solo selvaggi, mezzi uomini simili alle bestie. Inoltre, gli uomini moderni nella nostra civilt vivono non solo pi a lungo di prima, ma anche molto meglio e con molta meno fatica rispetto agli antichi selvaggi, quindi conviene a tutti noi continuare con l'attuale stile di vita. Questa convinzione profondamente radicata in ogni membro della nostra civilt, nel modo in cui vediamo la nostra specie e il suo ruolo sul pianeta. Paragonato al nostro, lo stile di vita dei nostri antenati preistorici ci sembra istintivamente rozzo, ottuso, privo di valore e indegno di un essere umano, e proviamo la stessa sensazione nei confronti delle trib di cacciatori-raccoglitori ancora esistenti. Vivere affidandosi a ci che offre l'ambiente senza fare nulla per controllarlo e renderlo il pi produttivo possibile, senza
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Biases e Heuristics vengono trattati approfonditamente nel libro di G. Jervis: Pensare dritto, pensare storto, introduzione alle illusioni sociali, Torino, Bollati Boringhieri, 2007.

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mai cambiare, senza avere un continuo avanzamento tecnologico, ci sembra semplicemente un modo stupido e insoddisfacente di vivere, dal punto di vista materiale, intellettuale e spirituale. Senza neanche bisogno di rifletterci, attribuiamo il fatto che queste popolazioni primitive non assumano il controllo del proprio ambiente all'incapacit anzich al disinteresse, perch ci sembra assurdo che degli esseri umani si possano contentare di vivere in modo simile alle bestie. Secondo la visione che abbiamo di noi stessi, l'uomo deve aspirare a dominare sempre meglio la natura, deve raggiungere vette sempre pi elevate nelle arti e nelle scienze e perfezionarsi incessantemente, altrimenti non vive davvero da essere umano. Questa credenza basilare strettamente intrecciata a quella secondo cui l'agricoltura stata la pi grande benedizione che potesse capitare all'umanit155 (avendo permesso la nascita della civilt e quindi il nostro affrancamento dalla barbarie), e, come questa, anch'essa creata dal condizionamento culturale a cui tutti noi siamo sottoposti fin dalla culla ed mantenuta in vita dall'ignoranza sui veri effetti che il nostro stile di vita ha su noi stessi e sul mondo, nonch sull'ignoranza riguardo quello stile di vita primitivo che tanto in fretta giudichiamo orribilmente faticoso, indegno e ottuso senza averlo mai nemmeno osservato. In realt i popoli primitivi che abbiamo sterminato o assorbito avevano ognuno una propria arte (molto pi raffinata e diversificata di quanto si tenda a credere), una propria visione del mondo, delle leggi che, per quanto in alcuni casi molto complesse, erano studiate attentamente in ogni minimo dettaglio (come vedremo nel prossimo paragrafo) e funzionavano tanto bene da permettere la sopravvivenza pacifica della loro trib per centinaia di millenni (e senza l'uso di misure come carceri o tribunali, che come si sa creano pi problemi di quanti ne risolvano), e, incredibile ma vero, gli antichi cacciatori-raccoglitori disponevano anche di una maggior quantit di tempo libero e perfino di una salute migliore rispetto ai popoli civilizzati. Quest'ultima cosa in particolare inizialmente sembra assurda, quasi oltraggiosa, a ogni membro della nostra civilt. Gli avanzamenti della nostra scienza medica sono il fiore all'occhiello della nostra cultura, il meglio che siamo riusciti a ottenere da diecimila anni di sforzi, il vantaggio pi evidente e innegabile del nostro stile di vita rispetto a quello primitivo. Questo ci che la nostra cultura implicita ci urla quando qualcuno osa mettere in dubbio una nozione cos basilare della nostra visione della storia umana, di cui tutti noi siamo convinti pur non avendo mai studiato l'argomento. Peccato che questa diffusissima credenza sia anche una completa falsit smentita da ogni evidenza scientifica, e abbiamo due modi per sincerarcene: l'osservazione delle trib di cacciatori-raccoglitori ancora esistenti, e la paleopatologia, ossia lo studio, tramite l'analisi di scheletri e resti umani fossilizzati, delle malattie e dei problemi medici di cui soffrivano i popoli dell'et della pietra. Vediamo che dati possiamo
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Vedi infra, paragrafo 2.2.2, p. 54.

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ottenere da entrambi questi metodi. Jared Diamond, autore di vari saggi di biologia e antropologia, ha avuto occasione di vivere per anni a stretto contatto con varie trib primitive, e ha riportato che [...] questi popoli hanno molto tempo libero, dormono quanto vogliono e lavorano molto meno dei loro vicini agricoltori. Per esempio, il tempo medio speso per procacciarsi il cibo di sole 12-19 ore a settimana per i Boscimani e meno di 14 ore a settimana per i nomadi Hadza della Tanzania. Un Boscimano, quando gli stato chiesto perch non imitassero le popolazioni vicine e non cominciassero anche loro a praticare l'agricoltura, ha risposto: 'Perch dovremmo, quando ci sono tante noci di mongongo al mondo?'.156 Marvin Harris, antropologo americano, ha confermato e ribadito questi dati, aggiungendo che l'idea che i cacciatori-raccoglitori spendano tutto il loro tempo per procacciarsi il cibo e sopravvivano al limite dell'inedia ridicola, dato che come raccoglitori sono efficienti quanto i primati e come cacciatori quanto i felini.157 I Machiguenga peruviani, ad esempio, ottengono tutto il cibo di cui necessitano in circa 21 ore a settimana, e per svolgere il resto delle loro faccende quotidiane impiegano solo da una a tre ore al giorno. Una bella differenza dai moderni agricoltori civilizzati, che in media devono spendere 50-60 ore a settimana nella produzione di cibo.158 L'antropologo Kent Flannery ha affermato che nessuna societ sulla Terra ha pi tempo libero dei cacciatori-raccoglitori, che lo spendono principalmente conversando, giocando e rilassandosi.159 Al di l del maggiore tempo libero e della minore fatica necessaria a questi popoli per procacciarsi il cibo, c' anche da considerare la quantit di cibo ottenuta. La dieta dei cacciatori-raccoglitori comprende solitamente decine di diverse piante, insetti e animali. I Boscimani, per esempio, si cibano di circa 75 specie vegetali selvatiche,160 e questa variet rende molto pi improbabile per loro sperimentare carestie come quelle a cui sono sempre stati soggetti i popoli agricoli (la carestia di patate irlandese del 1840, per citarne una, uccise circa un milione di persone). In media, i Boscimani ottengono 2.140 kilocalorie e 93 grammi di proteine, ossia pi della quantit raccomandata per persone della loro taglia, impiegando appena 2 ore e un quarto al giorno.161 E si tenga sempre presente che si sta parlando delle trib di cacciatori-raccoglitori attuali, che sono state spinte nei territori pi inospitali del pianeta dalla nostra civilt in continua espansione (i Boscimani per esempio vivono nella regione desertica del Kalahari). Le trib del passato vivevano in territori molto pi fertili e ricchi, ed quindi
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Cit. J. Diamond, The worst mistake in the history of the human race, Discover Magazine, 1987, p. 65. http://anthropology.lbcc.edu/handoutsdocs/mistake.pdf (03-05-2011) Cfr. M. Harris, Cannibali e re, le origini delle culture, Milano, Feltrinelli, 2007, pp. 20-21. Ibidem. Cit. J. M. Gowdy, Limited Wants, Unlimited Means: A Reader on Hunter-Gatherer Economics, Island Press, 1998, p. 265. Cfr. J. Diamond, The worst mistake in the history of the human race, op. cit. Ibidem.

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logico supporre che la facilit con cui si procuravano il cibo e la sua qualit fossero notevolmente maggiori. Discussa la quantit, vediamo ora la qualit della dieta primitiva, per scoprire la quale ci viene in aiuto la paleopatologia, che tramite l'esame delle ossa e delle feci fossilizzate ritrovate in varie localit intorno al globo ci permette di individuare l'et della morte, i tassi di crescita fisica ed eventuali segni di malnutrizione, anemia, tubercolosi, lebbra e altre malattie. Da queste analisi sono emersi vari dati in contrasto con la comune concezione dei popoli primitivi come malnutriti e sempre a un passo dall'inedia. Innanzitutto, l'altezza media nelle trib di cacciatori-raccoglitori precedenti alla Rivoluzione Neolitica era di 180 centimetri per gli uomini e 167 per le donne, mentre nei popoli agricoli di cinquemila anni fa si era ridotta a 161 centimetri per gli uomini e appena 152 per le donne. Con il tempo le altezze medie hanno ripreso a crescere lentamente, ma gli attuali Greci e Turchi ancora non hanno riguadagnato l'altezza media dei loro antenati preistorici.162 Uno studio condotto su 800 scheletri di nativi americani risalenti al 1.150 d.C., epoca in cui abbandonarono la caccia e la raccolta a favore della coltivazione intensiva del mais, ha mostrato un serio e immediato peggioramento della salute di questi individui dopo l'adozione dell'agricoltura: un aumento del 50% dei segni di malnutrizione, un'incidenza quattro volte superiore di anemia da carenza di ferro e tre volte superiore di malattie infettive generiche, e un deciso aumento di patologie degenerative della spina dorsale, probabilmente causate da lavoro eccessivamente duro e continuato. L'aspettativa di vita media di questi uomini prima dell'agricoltura era di ventisei anni. Dopo l'agricoltura, scese a diciannove.163 I motivi per cui l'agricoltura ha portato a questo peggioramento nella salute umana sono almeno tre. Innanzitutto, i cacciatori-raccoglitori avevano una dieta molto pi varia, mentre i primi popoli agricoli ricavavano il proprio nutrimento da poche coltivazioni (o addirittura da una sola). E oggi la situazione, bench migliorata, non comunque perfetta: attualmente solo tre piante ad alto contenuto di carboidrati grano, riso e mais forniscono alla nostra specie la maggior parte delle calorie che consuma, e ognuna delle tre carente in alcune vitamine o amminoacidi essenziali alla nostra salute.164 Questo problema si fa sentire non tanto nelle societ pi avanzate, che godono di un'ampissima variet alimentare, quanto in tutte le nazioni in via di sviluppo, che in questo aspetto sono molto meno fortunate. Il secondo motivo per cui l'agricoltura ha peggiorato la situazione dei popoli che l'hanno adottata il fatto che ha generato una completa dipendenza da poche
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Cfr. J. Diamond, The worst mistake in the history of the human race, Discover Magazine, 1987, p. 65. http://anthropology.lbcc.edu/handoutsdocs/mistake.pdf (03-05-2011) Ibidem. Ibidem.

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coltivazioni, che comporta il rischio di morire di fame se per un qualunque motivo il raccolto inferiore al necessario o del tutto assente. Questo oggi un rischio soprattutto per le popolazioni africane e mediorientali che sono ancora dipendenti da un'agricoltura di sussistenza priva di diserbanti e pesticidi, e che sono fondamentalmente tagliate fuori dal commercio alimentare internazionale. Infine, c' da considerare il fatto che l'agricoltura ha causato la nascita di villaggi e citt stanziali densamente popolati e, almeno per i primi millenni, decisamente poco igienici. La densit di popolazione e la scarsit di igiene portano inevitabilmente alla comparsa e diffusione di parassiti e di epidemie di malattie infettive, che non potevano scatenarsi finch le comunit umane erano piccole, separate e mobili. L'agricoltura (e la stretta e costante vicinanza con gli animali che si dovevano allevare per lavorare i campi) ci ha portato tubercolosi, dissenteria, vaiolo, morbillo, colera, tifo e peste bubbonica, per citare solo le malattie pi celebri, e questo, inutile dirlo, ancora un problema molto grave nelle zone del pianeta meno sviluppate. Concludendo, scambiare la caccia e la raccolta con l'agricoltura ci ha portato a dover faticare molto di pi per ottenere meno cibo, per giunta di qualit inferiore, ci ha rovinato la salute per millenni (e continua a farlo tuttora, soprattutto nelle nazioni in via di sviluppo), e ci ha regalato il costante rischio di carestia e di epidemie. Non c' da stupirsi se lo scrittore e filosofo ecologista Daniel Quinn ha identificato la comparsa dell'agricoltura totalitaria con la cacciata dall'Eden.165 Molti antropologi, alla luce di tutti questi fatti, ritengono oggi che la maggior parte delle trib di cacciatori-raccoglitori che passarono all'agricoltura lo fecero solo quando costretti dalle circostanze, e non prima.166 Jared Diamond ha affermato: I cacciatoriraccoglitori praticavano lo stile di vita migliore e pi duraturo della storia umana. Per contrasto, noi stiamo ancora combattendo con i problemi che ci ha causato l'agricoltura, e non affatto detto che riusciremo a risolverli.167 (Nel prossimo paragrafo esamineremo gli altri svantaggi che l'adozione del nostro attuale stile di vita ci ha portato, compresi quelli sociali.) Ora non si fraintenda: questo apparente elogio della vita primitiva non ha lo scopo di suggerire che la crisi ecologica e i problemi sociali della nostra civilt scomparirebbero se tornassimo tutti a vivere in trib, vuole solo mostrare come la nostra cultura implicita, allo scopo di esaltare e renderci allettante il nostro stile di vita in modo che nel corso della storia continuassimo a sottostare al suo giogo a prescindere dalle sofferenze che ci provocava, abbia non solo indorato notevolmente il nostro modo di vivere, ma anche perpetuato per millenni menzogne prive di fondamento sullo stile di vita opposto (basato sull'affidarsi all'ambiente anzich controllarlo), ignorandone i
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D. Quinn, Ishmael, Milano, Il Saggiatore, 1999, capitolo 9, paragrafi 9-10. Cfr. M. Cohen, G. Armelagos in J. Diamond, The worst mistake in the history of the human race, Discover Magazine, 1987, p. 65. http://anthropology.lbcc.edu/handoutsdocs/mistake.pdf (03-05-2011) Cit. J. Diamond, The worst mistake in the history of the human race, op. cit.

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(molti) pregi ed esagerandone (e a volte perfino inventandone) i difetti. Niente di pi. Basta pensarci, dopotutto, per capire che suggerire un ritorno dell'umanit alla vita tribale sarebbe del tutto privo di senso: l'unica strategia di sussistenza abbastanza produttiva da riuscire a sostentare 7 miliardi di persone l'agricoltura totalitaria. Servirebbero decine di pianeti grandi come il nostro per permettere a tanti miliardi di esseri umani di vivere tramite caccia e raccolta. Quella strada per noi chiusa. Gli appartenenti alla nostra civilt, sempre molto riluttanti ad abbandonare credenze coltivate per tutta la vita, tendono a giustificare la convinzione secondo cui il nostro l'unico modo giusto di vivere per gli esseri umani in vari modi, ognuno dei quali per, a ben guardare, mostra debolezze logiche e/o fattuali. Innanzitutto c' l'argomentazione bellica, secondo cui la superiorit del nostro stile di vita dimostrata dal fatto che i membri della nostra civilt nel corso della storia hanno sempre sconfitto quelli appartenenti all'altra civilt. Uno stile di vita, per, dovrebbe avere il compito di permettere la sopravvivenza dei suoi praticanti nelle migliori condizioni possibili e indefinitamente, non certo quello di fornire la potenza militare pi alta possibile. Il fatto che la nostra civilt si sia sempre dimostrata pi forte delle altre (grazie al surplus di cibo e quindi di guerrieri continuamente prodotto dall'agricoltura totalitaria) non significa che sia anche migliore da tutti gli altri punti di vista. I criteri di giudizio per quanto riguarda uno stile di vita dovrebbero essere la sostenibilit ambientale e la qualit della vita che riesce a fornire, non certo il potere militare. Troppo potere anzi dannoso quanto troppo poco, visto che sopravvive nel tempo solo ci che bilanciato, non ci che troppo debole per difendersi, n ci che tanto potente da essere, alla lunga, autodistruttivo. Un esempio di quest'ultimo caso sono i vari super-predatori che nel corso della storia del nostro pianeta sono comparsi e si sono rapidamente estinti per via della loro eccessiva efficienza, che li port a cacciare fino all'estinzione tutte le loro prede e quindi, alla fine, ad autoeliminarsi. La seconda giustificazione del nostro modo di vivere riguarda invece proprio la qualit della vita: il modo in cui vivono le trib primitive di cacciatori-raccoglitori sarebbe privo di senso, noioso e ottuso, non degno degli esseri umani; sprecherebbe le nostre enormi potenzialit e non ci permetterebbe di elevarci e realizzarci intellettualmente e spiritualmente, per non parlare del fatto che i primitivi vivono costantemente sull'orlo dell'inedia e sono preda di ogni genere di malattie e problemi di salute. Abbiamo gi analizzato e smentito l'ultima parte di questa giustificazione. Per quanto riguarda la realizzazione spirituale, Daniel Quinn ha risposto a questa obiezione ricordando alcuni vantaggi della vita tribale ignoti ai pi: [I popoli primitivi] non vivono in preda a un perenne malcontento o a un desiderio di ribellione, non si azzuffano di continuo su che cosa dev'essere proibito o permesso, non si accusano a vicenda di non comportarsi nel modo giusto, non vivono nel terrore del prossimo, non impazziscono perch le loro vite sono vuote e senza scopo, non devono intontirsi con le 48

droghe per avere la forza di arrivare al giorno dopo, non inventano una nuova religione ogni settimana per avere qualcosa a cui aggrapparsi, non sono eternamente alla ricerca di qualcosa da realizzare o in cui credere che renda la vita degna di essere vissuta. E questo non succede perch vivono a contatto con la natura, o perch non hanno un governo organizzato oppure perch possiedono una bont innata. Succede soltanto perch vivono in un modo adatto agli esseri umani, che ha funzionato fin dalla loro comparsa e che funziona ancora oggi, dove la nostra civilt non riuscita ad annientarlo.168 L'autore continua ricordando che gli esseri umani sono stati dotati dall'evoluzione di uno stile di vita perfettamente adatto a loro, come avvenuto per ogni altra specie sul pianeta: La gente affascinata dal modo in cui un branco di leoni o di babbuini o uno stormo di oche funzionano, ma spesso riluttante a imparare perch la vita tribale funziona per gli umani. Gli umani hanno vissuto con totale successo in trib per milioni di anni [l'autore comincia il conteggio dall'homo habilis] prima della nostra Rivoluzione Agricola, e ovunque tale stile di vita esista ancora continua a funzionare altrettanto bene, ma molti membri della nostra cultura questo non vogliono sentirlo. In realt, lo negheranno vigorosamente. Se si spiega loro perch vivere in orde funziona perfettamente per gli elefanti o perch vivere in alveari funziona perfettamente per le api, non avranno nessun problema. Ma se si cerca di spiegare loro perch la vita tribale funziona perfettamente per gli umani, si verr accusati di idealizzare i selvaggi. Dal punto di vista dell'etologia o della biologia evoluzionistica, comunque, il successo della vita tribale per gli umani non un'idealizzazione pi di quanto non lo sia il successo dei bisonti in mandrie o quello delle balene in branchi.169 "La trib universale nei popoli non civilizzati come lo stormo nelle oche, e nessun antropologo dubita che sia l'organizzazione sociale originaria degli umani. Non ci siamo evoluti in branchi o in orde, ma in un'organizzazione sociale caratteristicamente umana, che funziona perfettamente per esseri dotati di cultura. L'organizzazione tribale il dono della selezione naturale all'umanit, proprio come lo stormo lo per le oche."170 L'antropologo ed etologo Desmond Morris esprime la stessa visione della situazione nel suo libro Lo zoo umano: Noi non siamo attrezzati a diventare membri volenterosi di una vasta comunit impersonale; siamo in sostanza, e probabilmente lo resteremo sempre, dei semplici animali tribali.171 Morris e Quinn suggeriscono poi entrambi che le sub-culture (bande di strada e sette religiose incluse) siano originate dagli antichi istinti tribali che gli uomini moderni continuano a possedere e a sentire il bisogno di esprimere, e in particolare dall'insopprimibile e fondamentale esigenza di essere parte di un ristretto gruppo non impersonale composto da individui con cui si
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Cit. D. Quinn, Ishmael, Milano, Il Saggiatore, 1999, p. 128. Cit. D. Quinn, Beyond Civilization, New York, Broadway Publisher, 2000, p. 8. Cit. D. Quinn, Our religions: are they the religions of humanity itself?, lezione tenuta all'Universit di Georgetown, Texas, il 18 ottobre 2000. Cit. D. Morris, Lo zoo umano, Milano, Mondadori, 2005, p. 37.

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hanno rapporti informali di collaborazione e sostegno reciproco, sia pratico che emotivo.172 173 Questo bisogno tanto forte e radicato in noi da poter perfino provocare malattie mentali, depressione cronica e il ben noto male di vivere, se viene disatteso, come dimostra il fatto che questi disturbi psicologici sono endemici e in continuo peggioramento nell'attuale societ post-industriale. Le sub-culture (Morris le definisce pseudo-trib) devono inoltre essere regolate da norme scelte e fatte rispettare da tutti i membri di comune accordo, e devono fornire un'identit precisa ai propri appartenenti, proprio come una trib. Le bande di strada utilizzano perfino la stessa strategia bellica delle trib di cacciatori-raccoglitori nei loro conflitti, la cosiddetta guerra endemica.174 Affermare che gli umani vivano meglio (sia concretamente che emotivamente) in trib ristrette piuttosto che in larghe comunit impersonali non significa, insomma, idealizzare i selvaggi, ma semplicemente non ignorare l'evidenza dei fatti. Per quanto l'idea del buon selvaggio che si diffusa negli ultimi decenni sia un mito esattamente come quella in voga secoli fa che vedeva i selvaggi come creature feroci e crudeli, un dato di fatto noto a ogni antropologo che il nostro modo di vivere sia l'unico che abbia generato e che sia afflitto da problemi come povert, crimine, abuso di sostanze, disuguaglianze sociali e di genere e una sempre pi diffusa perdita d'identit e di senso esistenziale.175 Questo, per, non perch noi uomini civilizzati siamo inferiori o difettosi rispetto a chi vive senza considerare il mondo una propriet dell'uomo da poter sfruttare e manipolare a piacimento, ma solo perch il nostro modo di vivere ha creato le condizioni adeguate perch le potenzialit pi nocive degli esseri umani potessero esprimersi. Per fare un esempio molto semplice: un sistema che stimola la competizione sfrenata di molti per poche risorse causer inevitabilmente molti perdenti insoddisfatti e pochi vincenti avidi e privi di scrupoli, come chiunque nella nostra cultura sa perfettamente. Un sistema che invece non spinge gli appartenenti a una simile competizione e invece fornisce a tutti eguali risorse, non genera avidit e mancanza di scrupoli n insoddisfazione e senso di fallimento nei suoi membri, ma questo non perch essi siano migliori di quelli dell'altro sistema, ma solo perch le condizioni in cui vivono non li hanno costretti ad adattarsi sfruttando le proprie capacit pi riprovevoli. La credenza secondo cui i popoli selvaggi sarebbero innatamente pi buoni e saggi di quelli civilizzati quindi ingenua e priva di fondamento: il fatto che vivano in comunit solitamente egualitarie e pacifiche e che siano immuni dalle piaghe sociali ed emotive che invece affliggono noi solo merito del loro stile di vita, non della superiore qualit del loro spirito. I cacciatori-raccoglitori possono essere avidi, gelosi, invidiosi,
172 173 174 175

Cfr. D. Quinn, My Ishmael, New York, Bantam Books, 1997, p. 105. Cfr. D. Morris, Lo zoo umano, Milano, Mondadori, 2005, p. 36. Vedi infra, paragrafo 2.2.2, p. 54. Ibidem. Cfr. M. N. Cohen, Health and the Rise of Civilization, Yale University Press, 1991.

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rabbiosi e crudeli quanto noi, com' logico che sia visto che apparteniamo alla stessa specie, ma, vivendo come fanno loro, hanno molto raramente l'occasione di esprimere tali tratti, e anche in quel caso tendono a farlo in modo diverso e meno nocivo.176 Ne consegue che l'origine delle nostre piaghe sociali il modo in cui viviamo, e non il fatto che la natura umana istintivamente portata al male e alla crudelt, come riteneva Thomas Hobbes quando scrisse la sua famosa e amara frase homo homini lupus. L'uomo in realt non necessariamente lupo per gli altri uomini, se le circostanze non lo spingono in quella direzione. Pu esserlo, certo, ne ha tutte le potenzialit, ma non detto che lo sia sempre e comunque a meno che le leggi dello stato non lo controllino, come sosteneva Hobbes. E' una questione di stili di vita. L'origine della fallacia logica secondo cui il nostro modo di vivere l'unico giusto per gli esseri umani richiede una spiegazione. I padri fondatori del nostro pensiero, da Socrate fino a Cartesio, avevano tutti in comune la convinzione che gli esseri umani avessero sempre vissuto a modo nostro: producendo da s il proprio cibo e costruendo civilt, in un continuo e incessante sviluppo tecnologico. A parer loro, l'uomo era nato agricoltore e costruttore di civilt, aveva cominciato queste attivit non appena era comparso sul pianeta. Ci perch, fino al diciottesimo secolo, il fatto che i nostri progenitori avessero vissuto in un modo totalmente opposto al nostro per centinaia di migliaia di anni era ignoto a tutti. Si dovette aspettare la scoperta della vera et della specie umana da parte della paleontologia per sapere che per il 95% della sua storia l'homo sapiens si era contentato di vivere come cacciatore-raccoglitore senza neanche provare a divenire qualcos'altro (e se si considerano anche l'homo habilis ed erectus, si arriva al 99,6%). La paleontologia distrusse l'antica idea secondo cui la nascita dell'uomo e quella del nostro stile di vita fossero avvenute contemporaneamente, e cos facendo sment anche la credenza che il nostro stile di vita fosse quello giusto per gli esseri umani, quello che la natura aveva inteso per noi e che ogni essere umano era spontaneamente portato ad adottare. Le conseguenze culturali di questa scoperta furono, senza esagerare, di portata epocale. E vennero del tutto ignorate. Gli storici del diciottesimo secolo si limitarono infatti a denominare quei centinaia di millenni antecedenti alla nostra civilt preistoria, ossia qualcosa di precedente e distinto dalla storia vera (che sarebbe cominciata solo con l'invenzione della scrittura), e lo giudicarono pressoch privo di importanza. Un lunghissimo periodo in cui non avvenne nulla degno di nota, una noiosa e interminabile fase di preparazione alla storia che tuttora nei manuali scolastici viene liquidata in poche pagine: nient'altro che un prologo alla storia vera e propria. Aggiornarono i dati a loro disposizione con questa nuova scoperta, insomma, ma evitarono di trarre le logiche conclusioni. E gli storici loro discendenti fecero esattamente lo stesso.
176

Vedi infra, paragrafo 2.2.2, p. 54.

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E cos la visione del ruolo della nostra specie sul pianeta che noi moderni umani del ventunesimo secolo abbiamo interiorizzato e che continuiamo a ripeterci e a trasmettere incessantemente ai nostri figli rimasta pressoch identica a com'era trecento anni fa: il nostro modo di vivere l'unico giusto per gli esseri umani, l'unico degno di noi, l'unico a cui aspiriamo spontaneamente e che eravamo destinati a ideare, e chiunque viva in altro modo non un vero e proprio essere umano, non completo. Le differenze rispetto a tre secoli fa sono soltanto superficiali: anzich insegnare che l'umanit cominciata solo pochi millenni fa, noi insegniamo ai nostri figli che la storia umana cominciata in quel periodo, e che prima non esisteva. Anzich insegnare che la civilt e il progressivo dominio della natura sono le cose pi importanti riguardo l'umanit, insegniamo che sono le cose pi importanti nella storia umana. Ma l'idea di fondo rimane la stessa, la nostra cultura implicita in questi aspetti basilari sorprendentemente conservatrice.177 La credenza che il nostro modo di vivere sia l'unico giusto per noi esseri umani e che abbandonarlo sarebbe folle, una delle cause principali del fatto che ora ci troviamo a dover fare i conti con un degrado ambientale che minaccia di distruggerci in pochi anni o decenni, perch stato ci che ci ha fatto continuare a perseverare nell'errore a dispetto di millenni di evidenze, e nella storia umana noi siamo stati l'unica cultura che abbia fatto una cosa simile. Nel corso della storia, infatti, molte altre popolazioni iniziarono indipendentemente una propria civilt fondata sull'agricoltura totalitaria. I Maya, gli Olmec, gli Anasazi e gli Hohokam, per esempio, crearono tutti delle vere e proprie civilt nell'America precolombiana, complete di citt densamente popolate, specializzazione del lavoro, divisione in classi e un fitto commercio con le popolazioni vicine. Ma nel giro di pochi millenni, uno dopo l'altro, questi popoli abbandonarono ci che avevano costruito e ritornarono al loro precedente stile di vita basato sulla caccia e la raccolta (poterono farlo perch il loro numero era ancora contenuto ed avevano molto territorio selvaggio a loro disposizione). Le loro citt non vennero distrutte, rimasero perfettamente intatte (soprattutto nel caso dei Maya) ma vuote. Questo stato e rimane tuttora un mistero inspiegabile per la maggior parte degli storici, che hanno proposto varie possibili spiegazioni, ognuna per inadeguata: erosione del suolo (nel qual caso sarebbe bastato spostarsi in una zona pi fertile, dato che avevano tutto il territorio che potessero desiderare); disastri naturali (che non durano per sempre e dopo i quali si pu ricostruire); cambiamenti climatici (ai quali ci si pu adattare migrando altrove); epidemie (che possono venire controllate o debellate e che comunque alla fine si esauriscono da sole); invasioni di insetti che distrussero le coltivazioni (che non durano per sempre);
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Cfr. D. Quinn, The Story of B, New York, Bantam Books, 1997, pp. 247-248.

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rivolte popolari (che possono venire soffocate o a cui si pu sopravvivere); invasioni armate (che possono venire respinte o assorbite). Ognuna di queste spiegazioni risulta inadeguata per il semplice motivo che la nostra civilt, nel corso degli ultimi diecimila anni, ha sopportato ognuna di queste cose (svariate volte ognuna) e molte altre: carestie, guerre di portata globale, genocidi, ingiustizie sociali a livelli intollerabili, schiavit, povert di massa, inquinamento di suolo, aria e acqua, incombente minaccia di un olocausto nucleare, ecc. La nostra civilt ha affrontato ogni concepibile ostacolo, e neanche una volta stata tentata di abbandonare il proprio modo di vivere. Perch era fermamente, follemente, illogicamente convinta che fosse l'unico modo giusto di vivere per gli esseri umani, e di dover quindi continuare a vivere in quel modo a qualunque costo, non importa quanto difficile o insopportabile potesse essere. La nostra civilt era inoltre convinta di non avere altra scelta, perch nel giro di pochi millenni dalla Rivoluzione Agricola si era del tutto dimenticata che gli esseri umani non erano sempre stati agricoltori, che per centinaia di millenni avevano vissuto in un modo completamente diverso e che quindi esisteva uno stile di vita alternativo, e non lo ha riscoperto fino al diciottesimo secolo. A differenza di tutte le altre popolazioni che dopo aver provato la civilt per qualche millennio si resero conto che essa portava pi svantaggi che vantaggi, la nostra cultura aveva questa fallacia e questa amnesia culturale (che tuttora godono di ottima salute) a tenerla ostinatamente sui binari sbagliati, a impedirle di ritornare a uno stile di vita meno problematico e pi equilibrato non solo per l'ambiente e per la nostra intera specie, ma, come abbiamo visto, anche per i singoli individui.178 Tuttora a ognuno di noi sembrerebbe assurdo scambiare il nostro stile di vita con quello dei popoli primitivi, e questo spiega perch i nostri storici non riescano a capire come mai queste popolazioni sembrino aver gettato via la civilt: la fallacia culturale al lavoro anche nelle loro menti, e rende loro inconcepibile credere che un popolo possa essere tanto folle o stupido da non vedere gli innumerevoli benefici dell'agricoltura totalitaria e da voler tornare a vivere come gli animali. Dopotutto non certo un'idea nuova quella secondo cui la cultura e i paradigmi concettuali di studiosi e scienziati possano influenzare le loro ricerche e il modo in cui le interpretano: la sociologia della conoscenza si occupa proprio di questo aspetto del sapere scientifico. Secondo Weber, per esempio, la conoscenza parte sempre (ed filtrata) da una prospettiva personale, dalle assunzioni di valore in base alle quali l'osservatore ritiene arbitrariamente importanti certi problemi o aspetti di un problema, e non altri. Elementi sociali e culturali influenzano le forme cognitive e ne sono influenzati a loro volta, e ci spiega perch nel corso della storia si possano rintracciare tipi di razionalit diversi.179 E' da precisare, comunque, che il nostro stile di vita non del tutto privo di meriti. Molto di rado qualcosa completamente negativo o positivo, dopotutto. La medicina,
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Cfr. D. Quinn, Beyond Civilization, New York, Broadway Publisher, 2000, pp. 23-30. Cfr. L. Pellizzoni, G. Osti, Sociologia dell'ambiente, Bologna, Il Mulino, 2007, p. 171.

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l'arte, la filosofia, la letteratura e la nostra conoscenza del cosmo, del mondo e del nostro organismo hanno raggiunto livelli che sarebbero stati impossibili senza l'adozione dell'agricoltura totalitaria e lo sviluppo della nostra civilt, questo poco ma sicuro. Ma altrettanto sicuro che gli altri vantaggi del nostro stile di vita che la nostra cultura implicita ci ha insegnato letteralmente a venerare sono in realt menzogne, e che gli svantaggi sono stati enormi, molto peggiori di quanto essa ci faccia credere. La pericolosit di questa fallacia culturale sta nel fatto che ci impedisce di pensare a come risolvere le cause del problema e ci permette di ideare solo dei palliativi per controllarne gli effetti. Anzich mirare a ridurre del 5% l'inquinamento atmosferico dovremmo smettere di inquinare, anzich cercare di salvare delle graziose specie in via di estinzione dovremmo smetterla di distruggere i loro ecosistemi per produrre sempre pi cibo e oggetti in realt non necessari, e cos via. Dovremmo concentrarci sulla fonte della crisi ecologica (ossia le fallacie che ci fanno ritenere giusto storpiare l'ambiente secondo i nostri bisogni immediati), non sui sintomi (smog, panda in via d'estinzione e uccelli incatramati). Ma finch rimarremo convinti che il nostro stile di vita sia l'unico che sia degno di essere perseguito e che si debba assolutamente continuare a praticarlo, non penseremo mai di analizzarne i difetti o addirittura di modificarlo o superarlo. E' necessario che divenga chiaro a tutti che il nostro attuale stile di vita non affatto il migliore possibile per noi umani (come vedremo anche nel prossimo paragrafo), e che quindi abbandonarlo non significherebbe affatto perdere delle cose, ma anzi guadagnarne. Questo sarebbe il primo passo verso la soluzione del problema. Il prezzo che abbiamo pagato per la nostra elevazione intellettuale e artistica stato di ritrovarci in appena diecimila anni sull'orlo dell'estinzione e bloccati in un sistema che ci rende psicologicamente frustrati e insoddisfatti come animali in gabbia. E noi delle nazioni sviluppate siamo quelli fortunati: l'80% della specie umana vive come bestiame nei paesi in via di sviluppo. Se ne sia valsa la pena oppure no materia di opinioni personali, ma rimane il fatto che continuare in questo modo non ci sar possibile. Questa decisione non in mano nostra, l'ambiente la prender per noi. 2.2.2 Seconda Fallacia Culturale. L'invenzione dell'agricoltura stata la pi grande benedizione che sia mai capitata all'umanit e la sua pi grande conquista. Quando si parla di agricoltura riferendosi alla nostra civilt, si intende quel particolare stile di agricoltura che l'ha sempre sostenuta e che la alimenta tuttora: l'agricoltura totalitaria, cos chiamata perch la sua caratteristica principale (e pi nociva) l'arrogarsi il diritto di decidere quali specie possono vivere (perch utili all'uomo) e quali invece devono morire (perch inutili o dannose alle specie utili). Nonostante nel corso della storia (e della preistoria) umana siano stati praticati molti 54

diversi stili si agricoltura, nessun altro ha la capacit di generare il surplus di cibo che l'agricoltura totalitaria pu fornire e di cui la nostra civilt aveva bisogno per svilupparsi, e questo il motivo per cui essa viene comunemente percepita come la pi grande benedizione mai capitata all'umanit, dato che ci ha permesso di raggiungere lo stile di vita perfetto per gli umani, come abbiamo visto nel precedente paragrafo. Il problema che il suo sterminio sistematico di tutte le specie (sia vegetali che animali) considerate dannose per le colture e il fatto che non possa fare a meno di produrre un continuo e massiccio aumento della popolazione, e quindi una sempre maggiore distruzione di interi ecosistemi (che vengono trasformati in campi per nutrire l'aumentata popolazione), la rendono uno stile di agricoltura ecologicamente insostenibile che deve essere fermato il prima possibile. L'agricoltura totalitaria, infatti, fondata sulla violazione di quella basilare norma ecologica che stata chiamata dall'ambientalista Farley Mowat la Legge della Vita.180 Essa, in sostanza, prevede che ogni specie possa competere per la sopravvivenza al meglio delle proprie possibilit, ma che non debba mai sterminare metodicamente i propri competitori, n distruggere il loro cibo, n negare loro l'accesso al cibo. Questa Legge della Vita non altro che un insieme di ci che il biologo Maynard Smith ha chiamato strategie evolutivamente stabili,181 ossia comportamenti che hanno superato la prova della selezione naturale e sono stati mantenuti per milioni di anni fino a ora per il semplice motivo che funzionano nel modo migliore possibile. Ogni specie sul pianeta rispetta la Legge della Vita (presumibilmente perch ogni specie che l'abbia violata nel corso delle ere ha finito con l'autodistruggersi rapidamente) tranne la nostra. Per la precisione, tranne quell'enorme porzione della specie umana che la nostra civilt comprende. Le poche trib ancora esistenti, invece, continuano a rispettarla come hanno fatto negli ultimi milioni di anni. Solo la nostra civilt considera normale, addirittura doveroso, sterminare (prima con ruspe e motoseghe e poi con pesticidi ed erbicidi) ogni specie che minacci le nostre coltivazioni o che, semplicemente, occupi spazio che potrebbe venire convertito a uso agricolo. E il risultato, come abbiamo gi detto,182 che ormai circa 150 specie al giorno si estinguono a causa di attivit umane, indebolendo sempre di pi l'ecosistema globale. Le strategie evolutivamente stabili di regolamentazione della competizione per la sopravvivenza che compongono la Legge della Vita favoriscono la differenziazione, ossia la presenza di moltissime specie a ogni livello: moltissimi erbivori, moltissimi insetti, moltissimi predatori, e cos via. Questo positivo perch un ecosistema differenziato un ecosistema pi forte e resistente ai cambiamenti ambientali che si verificano continuamente. Se questa legge non venisse rispettata e le specie cominciassero a sterminarsi sistematicamente per avere pi cibo, a ogni livello rimarrebbe solo la specie
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F. Mowat, People of the deer, New York, Amereon Limited, 1985. Cfr. M. Smith in R. Dawkins, Il gene egoista, Cles (TN), Oscar Saggi Mondadori, 1995, p. 74. Vedi supra, il paragrafo 1.1.7, p. 21, sulla biodiversit.

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pi forte: una specie erbivora, una specie predatrice, una specie parassita, e cos via. Un ecosistema cos semplice non resisterebbe a lungo: al primo cambiamento ambientale anche minimo almeno una delle specie si estinguerebbe, lasciando vuota la propria nicchia ecologica e causando quindi il crollo dell'intero ecosistema. Di solito, quando si parla di agricoltura intensiva in relazione ai problemi ambientali, ci si concentra sempre e solo sulla tossicit di fertilizzanti e diserbanti chimici e sulla potenziale pericolosit degli Organismi Geneticamente Modificati, ma il fatto di produrre cibo in quantit innaturali attraverso la distruzione di interi ecosistemi non viene mai visto come negativo o problematico, almeno non quando la questione ambientale viene presentata all'opinione pubblica. In realt il problema fondamentale proprio quello e, anche senza diserbanti, fertilizzanti e OGM, da solo sarebbe sufficiente a distruggere l'ecosistema globale e noi con esso, lentamente ma sicuramente. Anche se l'industrializzazione non fosse mai avvenuta e le societ umane si fossero, per assurdo, fermate per sempre allo stadio agricolo, in ogni caso alla fine saremmo arrivati alla stessa situazione critica in cui ci troviamo ora. Ci avremmo solo messo svariati millenni in pi, dato che prima dell'industrializzazione il tasso di crescita della popolazione umana globale e il suo impatto sull'ambiente erano enormemente pi bassi. Ma oltre che per l'intera comunit della vita, l'agricoltura totalitaria stata disastrosa anche per i singoli individui che l'hanno praticata e che continuano a farlo. Ci ha infatti portato degli sgraditi regali di cui non riusciamo proprio a liberarci: Un netto peggioramento della qualit della vita e della salute umana. La comparsa e la diffusione di molte malattie infettive e pestilenze. La rapida distruzione del nostro ambiente (e quindi di noi stessi). La sovrappopolazione (e quindi fame e carestie). Le societ gerarchizzate (e quindi povert, crimine e disuguaglianze sociali). La guerra (nel senso moderno del termine). Abbiamo gi parlato abbondantemente nel paragrafo precedente di come, quanto e perch l'agricoltura totalitaria ha peggiorato la qualit della vita e la salute umana. Lo stesso vale per quanto riguarda la comparsa e diffusione di moltissime malattie infettive, che per svilupparsi necessitavano di popolazioni dense e stanziali. Del modo in cui il nostro stile di agricoltura sta causando la distruzione del nostro ambiente ne abbiamo gi parlato diffusamente in ogni paragrafo, compreso questo. Del rapporto apparentemente paradossale tra produzione di cibo e fame globale parleremo nel paragrafo 2.2.9, essendo un argomento che si merita un paragrafo a s. Per quanto riguarda la povert, l'antropologo Marshall Sahlins ha descritto l'et della pietra come "l'opulenta societ delle origini", intendendo che in realt gli uomini di quel periodo non solo non vivevano affatto in condizioni di costante inedia, sempre sull'orlo della morte, ma anzi conducevano vite piuttosto agiate e comode, non dovendo temere per il cibo (in quanto onnivori e nutrendosi di oltre 1.500 vegetali e di varie 56

specie di selvaggina) e non essendo la preda favorita di nessun predatore perch troppo grandi e pericolosi.183 Sahlins ha affermato che i popoli pi 'primitivi' del pianeta hanno poche cose, ma non sono poveri. La povert non una piccola quantit di possedimenti, ma una relazione tra persone, generata dalla differenza tra chi ha molto e chi poco. E' uno status sociale, e in quanto tale un'invenzione della civilt.184 Stesso dicasi per le disuguaglianze sociali. Sebbene lievi forme di disuguaglianze sociali possano venire osservate anche in societ tribali, si tratta di inezie in confronto a quelle create dalle societ appartenenti alla nostra civilt. In alcune trib pu capitare che il capo dei cacciatori o gli anziani godano di piccoli privilegi, come la scelta del cibo e dell'alloggio migliore, ma per avere divisione in classi (o addirittura in caste), discriminazione su base razziale o economica, schiavit, corruzione e costante sfruttamento di molti da parte di pochi, abbiamo dovuto aspettare la nostra civilt, la cui economia basata sullo scambio di prodotti e servizi, sia direttamente che indirettamente (ossia utilizzando denaro, che poi comprer prodotti e servizi). Dato che viviamo in societ dove la ricchezza si pu accumulare, essa finisce sempre nelle mani di pochi ricchi (quelli con pi prodotti e servizi a disposizione), mentre la maggior parte della gente rimane solo benestante o addirittura povera. La ricchezza prodotta nelle societ tribali invece non si pu accumulare, dato che immateriale, quindi non pu concentrarsi nelle mani di pochi ricchi e non pu causare povert e diseguaglianze sociali. La ricchezza tribale infatti consiste nella sicurezza esistenziale, nel sostegno reciproco (sia concreto che emotivo) che i membri si offrono a vicenda a ogni occasione. Noi civilizzati viviamo continuamente assillati da ansie, terrori e incertezza riguardo il nostro futuro. Nelle trib non esiste nulla di tutto questo. Esse funzionano restando uniti e aiutandosi a vicenda in qualunque situazione, a qualunque costo, e questo non per altruismo o bont s'animo ma perch ci che bene per la trib bene per il singolo. Se durante una carestia un solo cacciatore-raccoglitore trova una grande quantit di cibo, gli conviene dividerlo con i suoi compagni anzich tenerla per s, perch sa benissimo che loro faranno lo stesso con lui, quindi pi persone sono in forze e in grado di cercare cibo, meglio anche per lui. Se una famiglia ha un figlio disabile o un anziano senile, questo viene accudito dall'intera trib, perch ogni membro sa benissimo che quando capiter a lui di avere un problema simile in questo modo non verr abbandonato a se stesso, ma verr aiutato da tutti. E un problema condiviso dall'intera comunit cessa quasi di essere un problema. Sicuramente nel corso della storia umana sono esistite trib in cui i singoli membri in tempi di crisi pensavano solo a se stessi senza curarsi dei compagni, ma tali trib devono aver finito per disgregarsi e sono state eliminate dal processo di selezione naturale.185
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M. Sahlins, The Original Affluent Society. Saggio comparso in: C. Delaney, C. Lowery, Investigating culture: an experiential introduction to anthropology, Oxford, Blackwell, 2004, pp. 110-133. http://www.eco-action.org/dt/affluent.html (19-05-2011) Ivi, p. 129. Cfr. D. Quinn, My Ishmael, New York, Bantam Books, 1997, pp. 189-192.

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Questo tipo di ricchezza "esistenziale" non pu essere tolta ai membri della trib o messa sotto chiave come avviene con i nostri prodotti e servizi (primo tra tutti il cibo, il principale prodotto della nostra economia), quindi non possibile che si verifichino povert e disuguaglianze sociali basate sulla ricchezza. L'antropologo Marvin Harris ha suggerito che perfino le disuguaglianze di genere (ossia la supremazia maschile e la sottomissione femminile) siano una creazione delle societ agricole, affermando che la loro origine da ricercarsi nella guerra. Quando la guerra divenne fondamentale per la sopravvivenza della comunit (sia per non venire distrutta da altre comunit, sia per non morire di fame a causa di troppo poco territorio posseduto), nelle societ si cominci a dare molta pi importanza agli uomini che alle donne, le quali in compenso vennero trattate sempre pi da oggetti (premi e merci di scambio tra guerrieri).186 Questo port anche alla poligamia, che a sua volta provoc un aumento del ritmo di crescita della popolazione e quindi una maggiore necessit di guerre. Harris conclude: L'assegnazione dei lavori faticosi alle donne e la loro subordinazione e svalutazione conseguono automaticamente, nella necessit di ricompensare i maschi a spese delle femmine.187 E cos le donne finirono a doversi occupare dei lavori pi ingrati, come la sarchiatura e la macinazione dei semi, la raccolta dell'acqua e della legna, la cura dei bambini e dell'ambiente domestico e la preparazione quotidiana del cibo, e per giunta cominciarono anche a venire disprezzate, essendo fisicamente inferiori agli uomini in quell'attivit ora fondamentale che era la guerra di conquista. Per quanto riguarda il crimine, esso semplicemente non esiste nelle societ non agricole. Non perch i membri di queste societ non commettano mai azioni dannose a un altro membro, ma perch essi non hanno leggi statali che possano venire violate. I crimini sono infatti comportamenti che uno Stato definisce illegali e, non avendo Stato, le popolazioni tribali non hanno la categoria di comportamenti chiamata crimine, che nacque solo con l'invenzione della scrittura, visto che scrivere leggi fu la prima cosa per cui la impiegammo. Quando i missionari cominciarono a visitare le popolazioni tribali ebbero grandi difficolt a far capire loro che cosa fosse un comportamento criminale e in cosa si differenziasse dagli altri tipi di agire.188 Questo significa che devono gestire ogni comportamento inappropriato, dalla maleducazione all'omicidio, allo stesso modo: applicando le proprie leggi tribali, che sono diverse per ogni trib e ne costituiscono l'identit stessa. Le leggi tribali meritano una digressione. Diversamente dalle leggi statali, che si limitano a proibire determinati comportamenti (senza troppo successo, dato che nessun comportamento ha mai cessato di venire praticato perch stato reso illegale), le leggi tribali accettano che i comportamenti sgraditi continueranno sempre a venire praticati, e anzich cercare inutilmente di impedirlo si preoccupano di ridurne il pi possibile gli
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Cfr. M. Harris, Cannibali e re, le origini delle culture, Milano, Feltrinelli, 2007, pp. 70-71. Cit. Ivi, p. 71. Cfr. D. Quinn, The Story of B, New York, Bantam Books, 1997, p. 80.

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effetti negativi per tutti i soggetti coinvolti e per l'intera comunit. Gli Alawa australiani, per esempio, hanno un modo di gestire l'adulterio che a prima vista pu sembrare eccessivamente complesso ma che in realt elegante e logico, dato che ogni suo particolare ha uno scopo preciso. Tra gli Alawa, se un uomo e una donna sono decisi a stare insieme nonostante uno dei due o entrambi siano gi sposati, devono affrontare l'intera trib apertamente, senza nascondersi o scappare, e sopportare di venire bersagliati da insulti e oggetti vari. Questo serve ai due adulteri per dimostrarsi a vicenda di avere intenzioni serie. Oltre a ci, i due devono reagire all'aggressione con altrettanta veemenza, mostrando cos di non essere pentiti di quello che hanno fatto. Poi la donna viene presa in custodia dalla trib e messa sotto una sorveglianza intenzionalmente leggera, e l'uomo viene spedito temporaneamente fuori dalla trib, a riflettere su come agire. Egli ha infatti una decisione di importanza capitale da prendere: pu decidere di rinunciare alla donna e tornare alla trib, e dopo aver risarcito in qualche modo il marito o la moglie traditi verrebbe nuovamente accettato dalla comunit come se nulla fosse accaduto; oppure pu decidere di voler stare con la donna con cui ha commesso adulterio e tornare a prenderla. Anche la donna, dal canto suo, ha una pesante decisione da prendere. La sorveglianza viene mantenuta leggera di proposito in modo da darle l'opportunit di scappare, se vuole, ma anche in modo da fornirle una scusa per restare nella trib senza ferire l'orgoglio del suo amante, nel caso in cui decidesse di rimanere con il marito e scusarsi con lui. Grazie alla sorveglianza, la donna pu fingere di essere impossibilitata a fuggire e chiudere cos l'intero incidente. Nel caso in cui i due decidessero invece di voler stare insieme a tutti i costi, allora verrebbero espulsi dalla trib definitivamente, perch altrimenti il matrimonio verrebbe svalutato agli occhi dei bambini e degli altri adulti, e l'intera trib ne soffrirebbe e potrebbe anche finire per disgregarsi (la legge tribale dopotutto la trib). In questo modo, le esigenze di tutti vengono soddisfatte: la legge tribale e la trib rimangono forti, i traditi vengono risarciti, e i due adulteri possono scegliere se pentirsi del proprio errore e restare nel gruppo, oppure allontanarsi dalla comunit e restare insieme. Viene loro fornita questa scelta perch gli Alawa sanno benissimo che impedire con la forza a qualcuno di fare qualcosa che desidera non pu che portare problemi.189 Questa saggezza non gli viene da riflessioni o gruppi di discussione, ma dalle usanze che hanno interiorizzato fin da bambini e che risalgono a innumerevoli millenni fa. Le leggi tribali infatti sono anch'esse strategie evolutivamente stabili, e si sono sviluppate per selezione naturale proprio come ogni comportamento animale: quelle che funzionano come meglio non potrebbero per la salute della trib vengono conservate, mentre tutte le altre vengono perse perch, non essendo in grado di salvaguardare e conservare la propria trib, finiscono per scomparire con lei.
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Cfr. D. Quinn, The Story of B, New York, Bantam Books, 1997, pp. 316-320.

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Un'altra differenza tra legge tribale e legge statale che la prima non mira a punire i colpevoli, ma vuole solo migliorare il pi possibile la situazione per l'intera trib. Un'ultima particolarit delle leggi tribali che esse vengono applicate istintivamente e di comune accordo da tutti i membri della trib, senza bisogno di discussioni su come sia meglio agire, e nessuno penserebbe mai di modificarle o provare a migliorarle, perch non ce n' motivo: funzionando perfettamente, non danno adito a insoddisfazioni e risentimenti. Le leggi tribali, insomma, funzionano esattamente come dovrebbero per il popolo a cui si applicano, il che a noi moderni umani civilizzati sembra un vero miracolo. Le leggi degli Alawa sono perfette per gli Alawa, quelle dei Boscimani sono perfette per i Boscimani, e cos via. E' un peccato che per noi sia impossibile avere norme simili, cos logiche ed efficaci, ma uno degli svantaggi di vivere in ci che Desmond Morris chiama una supertrib,190 ossia una comunit umana di milioni di membri che non si conoscono personalmente e non hanno una forte identit condivisa. Veniamo ora a quella comunemente considerata la peggior piaga dell'uomo moderno: la guerra. La guerra intesa nel senso moderno del termine, ossia come uno sterminio sistematico e programmato di intere popolazioni attuato allo scopo di impossessarsi delle loro risorse o di modificare o dominare il loro modo di vivere, la loro cultura o la loro religione, nata insieme all'agricoltura totalitaria. Prima di essa, infatti, esistevano ovunque innumerevoli trib che impiegavano come strategia di conflitto fra di loro quella che da alcuni studiosi stata definita come "guerra endemica",191 o "strategia delle rappresaglie imprevedibili",192 che operava come segue. Ogni trib, a intervalli pi o meno regolari di qualche anno, entrava di proposito nel territorio di un'altra trib confinante, la attaccava senza nessun motivo preciso, infliggeva un certo ammontare di danni e poi si ritirava, tornando nel proprio territorio. La trib attaccata a questo punto sferrava una rappresaglia alla trib attaccante, invadeva il suo territorio e infliggeva anch'essa all'incirca la stessa quantit di danni, per poi tornare nuovamente nel proprio territorio. Dopo tutto questo, la situazione tra le due trib, anzich degenerare in un'escalation di violenze, vendette e agguati come saremmo portati a pensare, ritornava pacifica come in precedenza, e riprendevano gli amichevoli rapporti di scambio di beni (cibo, pellicce, utensili, oggetti di artigianato), di conoscenze (tecniche di caccia e di fabbricazione di armi e attrezzi), e perfino di donne tra le due popolazioni (che spesso erano troppo poco numerose per praticare esclusivamente l'endogamia senza effetti nocivi). Questa pace durava per qualche anno, dopodich si verificava un nuovo attacco
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D. Morris, Lo zoo umano, Milano, Mondadori, 2005. Cfr. H. Brody, The absence of war, OpenDemocracy, 20-05-2003. http://www.opendemocracy.net/ecology/article_1230.jsp (21-05-2011) Cfr. D. Quinn, The Story of B, New York, Bantam Books, 1997, pp. 217-220.

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e una nuova rappresaglia, seguita da altri anni di pace, che veniva poi interrotta da un altro attacco e un'altra rappresaglia, e cos via. Lo scopo di questo comportamento, per noi del tutto privo di senso, non era quello di conquistare le risorse dei propri vicini o di eliminarli perch portatrici di credenze o comportamenti giudicati "sbagliati" o riprovevoli, ma era semplicemente quello di mandare loro un messaggio: "Siamo qui, questo territorio e quello che contiene nostro e siamo abbastanza forti e numerosi da potervi infliggere gravi danni, se vogliamo, quindi non provate a sottrarci qualcosa di quello che ci appartiene". Il messaggio che la trib attaccata trasmetteva con la sua rappresaglia alla trib attaccante era invece: "Riconosciamo che questo territorio vostro e capiamo che se provassimo a sottrarvi qualcosa che vi appartiene riporteremmo gravi danni, ma ci teniamo a farvi sapere che lo stesso vale per voi". In questo modo, con delle scaramucce casuali, molto poco sanguinarie e pi che altro simboliche, l'equilibrio e la divisione territoriale tra le varie popolazioni venivano mantenuti stabili. Per avere un'idea dello scarso livello di sanguinariet dei conflitti delle popolazioni pre-agricole, basta leggere il resoconto fornito da Marvin Harris di una battaglia fra due trib a causa di rancori personali tra alcuni membri influenti delle due comunit: "Quando i due gruppi si riunirono si scambiarono insulti e decisero di incontrarsi in un campo aperto dove vi fosse ampio spazio. Quando cadde la notte, membri dei due gruppi si scambiarono visite, perch le due parti in lotta comprendevano parenti da entrambi i lati e nessuno considerava i membri dell'altro gruppo come nemici. All'alba, i due gruppi si schierarono ai lati opposti della radura. Le ostilit ebbero inizio con alcuni vecchi che si scambiavano a gran voce le loro rimostranze. [...] Quando cominciarono a volare le lance, queste furono scagliate da singoli individui per ragioni basate su dispute individuali. Poich le lance venivano scagliate perlopi dai vecchi, la precisione nel tiro lasciava molto a desiderare. Spesso veniva colpito un innocente che non combatteva o una delle vecchie donne urlanti che si infiltravano tra i combattenti. Non appena qualcuno veniva ferito, foss'anche una vecchia che non c'entrava niente, il combattimento cessava di colpo, finch entrambe le parti non avessero valutato le implicazioni di questo nuovo incidente."193 Questo non significa, come precisa Harris, che i combattimenti fra comunit preagricole siano una farsa, ma soltanto che presentano, generalmente, una frequenza, un'estensione, una durata e una mortalit molto inferiori rispetto ai conflitti che cominciarono a scatenarsi dopo la nascita dell'agricoltura totalitaria. Certo, alcune trib hanno una cultura incentrata sulla guerra (come i Murngin australiani), ma si tratta dell'eccezione piuttosto che della regola. Causa di ci non la superiore maturit spirituale che i popoli indigeni possederebbero secondo il mito del "buon selvaggio", ma una semplice ragione di carattere pratico: una strategia di conflitto che tende a
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Cit. M. Harris, Cannibali e re: le origini delle culture, Milano, Feltrinelli, 2007, p. 45.

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causare pi morti del necessario dannosa alla sopravvivenza della comunit e, quindi, evolutivamente instabile. La strategia delle rappresaglie imprevedibili si pu definire invece evolutivamente stabile perch le trib pre-agricole la utilizzavano (e la utilizzano ancora, dove non sono influenzate dalla nostra civilt) con pieno successo. Il fatto che sia stata praticata in modo cos diffuso e duraturo la prova migliore della sua efficacia: come abbiamo detto, le uniche strategie di comportamento che continuano a essere usate per centinaia di migliaia o per milioni di anni sono quelle che funzionano esattamente come dovrebbero. Tutte le altre vengono eliminate dal processo di selezione naturale, che conserva solo ci che efficace. La differenza pi importante tra le strategie belliche moderne e quelle preistoriche che, proprio come la Legge della Vita, anche la strategia delle rappresaglie imprevedibili favorisce la diversit, questa volta non genetica o ecologica, ma culturale. Dato che nessuna trib sterminava, schiavizzava o assorbiva le altre, tutte le culture esistenti venivano preservate. E dato che ogni singola cultura tribale era unica e differente dalle altre, perch si era sviluppata per essere la migliore possibile a seconda delle condizioni ambientali in cui viveva quella particolare trib, ognuna di queste culture rappresentava una fonte di salute e resistenza per la specie umana, perch in caso di mutamenti ambientali svariate culture sarebbero perite, perch inefficaci nella nuova situazione, ma altre sarebbero sicuramente state in grado di sopravvivere. La probabilit che un cambiamento ambientale, per quanto profondo e traumatico, potesse rendere inefficaci e inattuabili tutte le culture umane esistenti era praticamente nulla. Una cultura come quella degli Ihalmiut, per esempio, sarebbe scomparsa al minimo mutamento ambientale che fosse risultato fatale per i carib, dato che essi costituivano la loro unica fonte di cibo, vestiti, utensili e perfino religione, ma la cultura dei Boscimani per fare un altro esempio sarebbe sopravvissuta senza nessun problema, ripiegando sui moltissimi vegetali, insetti e piccoli animali che la loro cultura insegna a utilizzare per sostentarsi. La diversit culturale fonte di resistenza per la specie umana come la diversit biologica fonte di resistenza per l'ecosistema. Questo un principio fondamentale che purtroppo la nostra civilt sembra avere problemi ad accettare. Se, per assurdo, tutta l'umanit fosse stata un'unica enorme trib di cacciatori nomadi specializzata unicamente nella caccia al Mammuth, oggi non esisterebbero pi esseri umani. Da questo appare chiaro che una strategia evolutiva come la nostra, che tende a favorire l'espandersi illimitato di un'unica cultura (e per di pi di una cos ecologicamente nociva) a spese di tutte le altre, non affatto evolutivamente stabile, ed dunque inevitabilmente destinata a fallire, presto o tardi. E' poi da notare che le popolazioni che attuano come unica strategia di conflitto quella delle rappresaglie imprevedibili non considerano affatto la loro situazione come 62

incresciosa o da migliorare. Non vedono le frequenti scaramucce come un problema da risolvere. Non c' nessuno tra loro che lavori per "creare la pace", e i membri della nostra cultura che hanno cercato di proporre una cosa simile hanno ricevuto in cambio solo perplessit da parte degli indigeni, che considerano (a ragione) questo comportamento bellico come un positivo ed efficace strumento di mantenimento dell'equilibrio, e non come un difetto da eliminare. Questa loro strategia, lungi dall'essere portatrice di brutalit e barbarie, ha in realt l'effetto di mantenere un clima pacifico tra le popolazioni che la applicano. Se infatti una comunit decidesse di non usarla pi e invadesse un'altra trib per sterminarla o depredarla se cio provasse a intraprendere una guerra nel senso moderno del termine tutte le altre popolazioni confinanti non avrebbero altra scelta che coalizzarsi per eliminare la trib ribelle, per evitare il rischio di venire sterminate anch'esse in futuro. E cos la trib impazzita verrebbe cancellata dall'esistenza. E' logico pensare che questo sia proprio quello che accaduto ogniqualvolta una trib, nel corso dei millenni, ha deciso di non attuare pi la strategia delle rappresaglie imprevedibili e si trasformata in un pericolo per tutte le altre ( pacifico infatti supporre che alcune trib abbiano deciso di cambiare strategia bellica nel corso dei millenni, essendo l'evoluzione un processo di tentativi ed errori). E' probabile che l'unica cultura "ribelle" scampata all'eliminazione sia stata la nostra civilt, che grazie agli enormi benefici militari derivatile dall'agricoltura totalitaria divenuta in grado di sconfiggere perfino coalizioni di molte diverse trib. Questo esattamente ci che successo in America, per nominare un esempio che siamo in grado di ricordare. Quando le diverse trib di nativi americani, dopo essersi finalmente capacitate di ci che per loro era assurdo e culturalmente inconcepibile che l'uomo bianco volesse davvero sterminarle e derubarle dei loro territori si sono coalizzate per fronteggiare la minaccia comune, sono state comunque sconfitte dagli eserciti della nostra civilt, che potevano beneficiare di una schiacciante superiorit numerica, di rifornimenti alimentari illimitati e di tutta la tecnologia militare che l'adozione dell'agricoltura totalitaria aveva permesso loro di sviluppare. Solo la nostra civilt poteva riuscire a sconfiggere una strategia cos efficace, diffusa, stabile e collaudata come quella delle rappresaglie imprevedibili, e questo grazie alla pratica dell'agricoltura totalitaria e alla sua convinzione di essere la portatrice dell'unico modo giusto di vivere. Per concludere, appare evidente da tutto ci che abbiamo appena esaminato che la convinzione che l'agricoltura sia stata la pi grande benedizione mai capitata all'umanit e la sua pi grande conquista a dir poco fallace, dato che gli svantaggi che ci ha portato sono stati molti e gravissimi, di gran lunga superiori ai vantaggi. Le societ tribali avevano infatti vari sistemi sociali che funzionavano alla perfezione:

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una strategia bellica che manteneva l'equilibrio tra le comunit senza distruggerne nessuna (e quindi preservava la diversit culturale); un sistema legale che veniva accettato e seguito da tutti istintivamente e funzionava cos bene da non aver bisogno di tribunali e prigioni, dato che non cercava di cambiare la natura umana ma solo di riparare agli effetti negativi dei comportamenti sgradevoli che gli umani commettono inevitabilmente; un sistema economico basato sulla ricchezza esistenziale e non cumulativa, anzich materiale e cumulativa, che impediva il sorgere di povert e disuguaglianze sociali e si prendeva cura sia della comunit che del singolo, perch ci che era bene per l'una era bene anche per l'altro, le due cose non erano in contraddizione come avviene oggi nella nostra civilt, dove il singolo in competizione col resto della comunit e deve emergere a suo discapito; uno stile di vita che, oltre a soddisfare tutte le necessit emotive e psicologiche umane, permetteva la sopravvivenza indefinita della specie, visto che non utilizzava nessuna risorsa in modo eccessivo e non danneggiava l'ambiente pi di quanto esso potesse rigenerarsi. La nostra civilt ha dovuto gettare via tutti questi sistemi testati da milioni di anni di selezione naturale perch non potevano pi funzionare con le enormi comunit stabili e impersonali che il nuovo modo di vivere stava producendo, e ha dovuto inventare dal nulla nuovi sistemi che li sostituissero, con i mediocri risultati che conosciamo. Eppure, la fallacia culturale secondo cui l'adozione dell'agricoltura totalitaria e la nascita della civilt sono state la cosa migliore mai avvenuta alla specie umana, continua a essere ritenuta indiscutibile. 2.2.3 Terza Fallacia Culturale. I problemi della nostra civilt possono essere compresi e risolti solo analizzando la storia della nostra civilt, perch prima di essa c' stata solo la preistoria, ossia un lunghissimo periodo in cui non successo nulla degno di nota. Abbiamo gi parlato nel paragrafo 2.2.1 di come questa convinzione si sia originata e mantenuta a dispetto delle scoperte scientifiche degli ultimi secoli. Secondo il sociologo Max Scheler, ogni conoscenza ha un carattere sociologico, nel senso che a essere condizionato socialmente non tanto "il contenuto di ogni sapere e ancor meno la sua validit oggettiva, bens la scelta degli oggetti del sapere",194 ossia la scelta di cosa sia meritevole di essere studiato e analizzato, e di cosa invece sia privo di valore e vada ignorato. Questo meccanismo psicologico ha originato la fallacia culturale secondo cui il lunghissimo periodo precedente alla nascita della nostra civilt (almeno il 95% dell'intera storia della nostra specie) sia immeritevole di attenzione perch, se anche
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Cit. Max Scheler in L. Pellizzoni, G. Osti, Sociologia dell'ambiente, Bologna, Il Mulino, 2007, p. 171.

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perdessimo tempo a studiarlo, non potrebbe comunque insegnarci nulla di utile, essendo noi moderni umani civilizzati del tutto differenti dai primitivi uomini preistorici. Questa fallacia il motivo per cui usare psicologia, preistoria, paleontologia e antropologia anzich solamente politica, economia e sociologia per capire i problemi della nostra civilt solleva inizialmente molti dubbi, ma una volta che ci si rende conto di quanto strettamente tutte queste materie siano collegate si capisce che in realt si tratta di una scelta obbligata. Se si vuole avere una visione obiettiva della vera natura della nostra civilt bisogna smascherare tutte le fallacie culturali su cui si fonda, e per fare ci necessario confrontarla con tutte le altre culture passate e presenti per vedere in cosa differisce, in quali aspetti superiore e in quali inferiore. Molti trovano inconcepibile che studiare dei selvaggi possa essere utile perch trovano ridicolo che dei primitivi possano sapere qualcosa che noi non sappiamo. Questa obiezione per infondata, perch in realt i popoli tribali non sanno nulla pi di noi. Non applicano comportamenti che funzionano perfettamente perch sono pi saggi o intelligenti di noi, li applicano perch cos gli stato insegnato dai loro antenati, proprio come gli uccelli che migrano in precise formazioni per migliaia di chilometri ogni anno lo fanno inconsapevolmente. Al di l dell'orgoglio civilizzato e degli inevitabili pregiudizi, resta innegabile il fatto che le trib, sia preistoriche che attuali, sono finora l'unica forma di societ umana che si sia dimostrata capace di esistere in modo sostenibile e soddisfacente da ogni punto di vista: ambientale, politico, economico e psicologico. Supporre di poter imparare qualcosa da esse quindi tutt'altro che illogico. 2.2.4 Quarta Fallacia Culturale. Il mondo un possedimento dell'umanit, che lo domina e pu manipolarlo come vuole; l'uomo ha quindi il diritto di eliminare ogni specie vivente che non gli sia utile o che addirittura gli risulti dannosa; ha inoltre il diritto di sfruttare a piacimento e senza restrizioni ogni risorsa naturale, vivente e non. L'idea che il mondo sia stato creato per l'uomo e che l'uomo sia stato creato per conquistarlo e dominarlo, centrale nel Cristianesimo, ha una presa molto salda anche sulle menti non religiose, essendo un principio fondamentale della cultura della nostra intera civilt, tanto a oriente quanto a occidente: Nella Genesi, il Dio creatore d all'uomo il potere su tutto ci che vivente: i pesci dell'acqua, gli uccelli dell'aria, il bestiame, anche sugli animali che strisciano sul suolo. A cui si aggiungono i frutti della terra, gli alberi. In questo racconto decisivo, l'uomo si attribuisce, in poche righe, il possesso senza riserve dell'intero pianeta. E' difficile valutare fino a che punto questa parola antica ci influenzi ancora oggi. Sono portato a credere che questa 65

influenza, sottilmente profonda, sia presente in ognuno dei nostri gesti. [...] Gli sforzi per liberarci da questo mito sono lenti e pesanti. Tenzin Gyatso, 14 Dalai Lama.195 E' probabile che il racconto nella Genesi sia stato ispirato da una convinzione culturale che si era sviluppata e consolidata nel corso dei millenni precedenti, durante i quali i membri della nostra civilt avevano potuto osservare e apprezzare il potere che il loro stile di vita (basato sul prodursi il proprio cibo da soli con l'agricoltura totalitaria) era in grado di conferire loro. La visione antropocentrica cristiana deriverebbe quindi dai primordi della nostra cultura, e negli ultimi millenni questi due elementi hanno provveduto a rinforzarsi a vicenda in un circolo vizioso. Oggi questa visione del mondo, che pone l'uomo al vertice della scala naturale e considera l'ambiente un suo possedimento da poter sfruttare senza limiti, viene denominata etica tradizionale.196 A essa si oppone la convinzione, ormai unanimemente condivisa nell'ambiente ecologista ma ancora largamente ignorata o criticata altrove, secondo cui l'uomo non possa vantare alcuna priorit sugli altri elementi naturali, essendo dipendente dai meccanismi ambientali come qualunque altra specie. Questa visione del rapporto tra uomo e ambiente viene detta etica ecologista.197 Essa per, nonostante la sua validit sia confermata da ogni osservazione scientifica e dalla semplice logica, non mai riuscita ad affermarsi nella mentalit comune, n nelle discussioni politiche, il cui assunto di fondo continua a essere che le risorse naturali possono e devono venire sfruttate il pi possibile per la crescita economica. Secondo Luc Boltanski e Laurent Thvenot,198 nelle dispute politiche odierne e nella mentalit comune si possono individuare vari regimi di giustificazione che le persone usano per poter conservare la propria (datata e fallace) visione dell'ambiente basata sull'etica tradizionale: il regime domestico (che in sostanza propone di continuare con il metodo attuale per via della tradizione: si sempre fatto cos quindi il modo giusto di agire); il regime industriale (che considera l'industria capace di risolvere ogni problema e una cosa sempre positiva); il regime civico (che considera degna di nota solo la volont della maggioranza, a prescindere dalla validit dei suoi argomenti); il regime commerciale (che, addirittura, sfrutta l'ecologia per creare nuove mode e occasioni di mercato e guadagno, come i negozi e i prodotti biologici,
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Cit. T. Gyatso, La Compassione e la Purezza, Milano, Fabbri Editore, 1997, pag. 55. Cfr. L. Pellizzoni, G. Osti, Sociologia dell'ambiente, Bologna, Il Mulino, 2003, p. 240. Ibidem. L. Boltanski, L. Thvenot, cit in L. Pellizzoni, G. Osti, Sociologia dell'ambiente, Bologna, Il Mulino, 2003, pp. 240-241.

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pervertendone completamente il vero significato). Questi regimi di giustificazione vengono utilizzati continuamente in ogni discussione sull'argomento, sia formale che non, e permettono di evitare di dover cambiare la propria visione del mondo. La fallacia culturale secondo cui l'uomo ha tutto il diritto di sfruttare e manipolare l'ambiente a piacimento resta quindi saldamente impressa nella mente collettiva della nostra civilt, causando i problemi che abbiamo visto nel primo capitolo (rapidissima perdita di biodiversit, inquinamento, desertificazione, ecc.) e ancora non si ha idea di come cambiare questa situazione. 2.2.5 Quinta Fallacia Culturale. La specie umana differente dalle altre specie viventi sul pianeta e non soggetta alle loro stesse leggi ecologiche, perch riuscita a comprenderle e padroneggiarle e ora pu infrangerle senza conseguenze, o comunque imparer a farlo in futuro. Questa fallacia contenuta anche nel Paradigma dellEccezionalismo Umano (HEP, Human Exceptionalism Paradigm), il quale sostiene che la specie umana sia differente dalle altre specie viventi perch oltre a un'eredit biologica possiede anche un'eredit culturale e che, essendo la cultura umana cumulativa, il progresso pu proseguire indefinitamente, rendendo risolvibile qualsiasi problema sociale.199 A contrastare l'HEP nato il Nuovo Paradigma Ecologico (NEP, New Ecological Paradigm), basato sulle scoperte ecologiche e biologiche degli ultimi decenni, il quale afferma che gli esseri umani, pur possedendo tratti peculiari, sono solo una tra le tante specie della comunit vivente; che i legami tra esseri umani ed ambiente sono complessi e includono meccanismi di retroazione (le azioni delluomo producono altre possibili conseguenze a volte inattese); che la Terra costituisce un ambiente fisicamente e biologicamente limitato, e ci impedisce una crescita indefinita della specie umana e delle sue attivit; e infine che linventiva umana pu sembrare in grado di superare i limiti della capacit di carico dellambiente, ma le leggi ecologiche non possono essere abolite: luomo non pu essere esentato dai vincoli definiti dallambiente fisico e biologico e dalle regole che lo governano.200 Questa fallacia culturale molto pericolosa perch genera e supporta molte altre false credenze, come il fatto che la sovrappopolazione non sia affatto un problema perch secondo varie previsioni201 intorno al 2050 ci stabilizzeremo a 10-12 miliardi (pu anche darsi, ma con l'attuale ritmo di estinzioni le altre specie a quel punto saranno estinte o quasi, e noi dipendiamo da loro per vivere), o che l'estinzione di massa che stiamo provocando non sia un problema perch noi siamo umani e se anche si
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Cfr. L. Pellizzoni, G. Osti, Sociologia dell'ambiente, Bologna, Il Mulino, 2003, p. 83. Ivi, p. 84. United Nations, The world at six billion, 2000, p. 3. http://www.un.org/esa/population/publications/sixbillion/sixbilpart1.pdf (01-05-2011)

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estinguono milioni di specie esotiche in tutto il mondo la cosa non ci tocca minimamente (ci toccher molto da vicino, invece, quando gli ecosistemi crolleranno perch si estingueranno troppe delle specie che li compongono). Questa fallacia ci fa anche credere di poter vivere utilizzando strategie evolutivamente instabili che sarebbero fatali a ogni altra specie, perch noi umani saremmo in grado di infrangere i limiti imposti dalle leggi biologiche. Inutile dire che si tratta di una credenza del tutto infondata perch, come abbiamo detto,202 i meccanismi di interdipendenza tra gli ecosistemi e tra le varie specie che li compongono sono troppi e troppo sottili perch possiamo comprenderli o addirittura controllarli. Noi moderni umani siamo dipendenti dal nostro ambiente quanto lo erano i paleolitici, e attualmente la nostra tecnologia non ancora nemmeno lontanamente in grado di produrre artificialmente neanche uno dei vari servizi essenziali che l'ecosistema globale ci fornisce gratuitamente.203 2.2.6 Sesta Fallacia Culturale. Il problema ambientale in realt non grave come un pugno di fanatici ecologisti cerca di farci credere, e comunque ci rimane molto tempo per risolverlo, quindi non necessario occuparcene ora; adesso ci sono questioni pi urgenti a cui pensare. Alla reale gravit della crisi ecologica stato dedicato l'intero primo capitolo appositamente per rispondere a questa frequente obiezione. Come abbiamo visto, il nostro ambiente sta raggiungendo il limite massimo di sopportazione in ogni suo aspetto, dal rinnovo dell'aria, al mantenimento del clima, alla conservazione di biodiversit sufficiente alla sopravvivenza degli ecosistemi. Non possibile, alla luce di tutti i dati oggi disponibili e di tutte le ricerche ecologiche degli ultimi anni, sostenere che la crisi ecologica sia un'invenzione di un pugno di fanatici ecologisti. La situazione purtroppo gravissima e non ci rimane affatto molto tempo per risolverla, visto che prevista una enorme crisi globale per il 2030,204 fra appena diciannove anni, e siamo ancora al punto in cui molti non sanno neanche bene cosa sia questa crisi ecologica. Molti portano le nostre sempre migliori condizioni di vita come prova che non c' nessun problema in corso, ma questo ragionamento non ha senso per due motivi: innanzitutto la maggior parte della nostra specie non vive affatto sempre meglio, ma in condizioni di estrema povert o addirittura di sete e/o fame cronica. Poi c' da tenere sempre presente che la cosa davvero importante non quello che abbiamo e che riusciamo a ottenere attualmente, ma se riusciamo a ottenerlo in modo stabile e
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Vedi supra, il paragrafo 1.1.7, p. 21. Vedi infra, il paragrafo 3.3, p. 84, per approfondimenti sull'innovazione tecnologica. The Guardian, World faces 'perfect storm' of problems by 2030, chief scientist to warn,, 18-03-09. http://www.guardian.co.uk/science/2009/mar/18/perfect-storm-john-beddington-energy-food-climate (26-04-2011) BBC News, Global crisis to strike by 2030, 19-03-09. http://news.bbc.co.uk/2/hi/uk_news/7951838.stm (26-04-2011)

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sostenibile, altrimenti potremmo trovarcene privati in breve tempo. Jared Diamond avvisa che molte civilt che sono collassate nel corso della storia (come quella dell'Isola di Pasqua) hanno cominciato a mostrare segni di deperimento sempre pi frequenti e gravi un decennio o due dopo aver raggiunto il proprio picco di popolazione e benessere. Questo perch pi una civilt ricca, pi consuma risorse e produce rifiuti, e maggiore il suo impatto sull'ambiente.205 Per quanto riguarda invece l'obiezione secondo cui ci sarebbero molte altre questioni pi urgenti da risolvere prima di occuparci dell'ambiente, la parabola della nave che affonda di Daniel Quinn risponde come meglio non si potrebbe:206 La nave stava affondando rapidamente. Il capitano disse ai passeggeri e all'equipaggio: Dobbiamo mettere in acqua le scialuppe immediatamente. Ma l'equipaggio disse: Prima dobbiamo sconfiggere l'oppressione capitalista della classe lavoratrice. Poi potremo occuparci delle scialuppe. Allora le donne dissero: Prima vogliamo gli stessi diritti degli uomini. Le scialuppe di salvataggio possono aspettare. Le minoranze etniche dissero: Prima dobbiamo eliminare la discriminazione razziale. Poi distribuiremo equamente i posti nelle scialuppe. Il capitano replic: Sono tutte questioni importanti, ma non avr alcun senso risolverle se non sopravviviamo. Dobbiamo mettere in acqua le scialuppe immediatamente! Ma i religiosi dissero: Prima dobbiamo riportare la preghiera nelle aule scolastiche. Questo pi importante delle scialuppe. Allora gli antiabortisti: Prima di tutto dobbiamo rendere illegale l'aborto. I feti hanno tanto diritto di salire su quelle scialuppe quanto chiunque altro. Quelli a favore della libert di scelta dissero: Prima riconoscete il nostro diritto di abortire, poi vi aiuteremo con le scialuppe. I socialisti dissero: Prima dobbiamo ridistribuire la ricchezza. Fatto questo, tutti lavoreranno equamente a mettere in acqua le scialuppe. Gi attivisti per i diritti degli animali dissero: No, prima dobbiamo far cessare l'uso di animali nelle sperimentazioni mediche. Non possiamo mettere questa faccenda in secondo piano rispetto alle scialuppe. E alla fine la nave affond e tutti annegarono, perch nemmeno una scialuppa era stata messa in acqua. L'ultimo pensiero di molti di loro fu: Non mi sarei mai immaginato che risolvere quei problemi avrebbe richiesto tanto tempo, o che la nave sarebbe affondata cos improvvisamente...
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Cfr. J. Diamond, Collapse: how societies choose to fail or succeed, United States, Viking Books, 2005. Cit. D. Quinn, The Sinking Ship. http://www.ishmael.org/Education/Parables/SinkingShip.shtml (23-05-2011)

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Risolvere tutti gli altri problemi sociali (ammesso e non concesso che possano venire risolti conservando le nostre societ complesse e gerarchizzate) sarebbe in ogni caso inutile, se prima non troviamo un modo di sopravvivere indefinitamente sul nostro pianeta. E' una cosa molto semplice da capire, eppure ancora una fonte di interminabili discussioni, probabilmente a causa della sindrome NIMBY (Not In My Back Yard non nel mio giardino), ossia quella tendenza (molto diffusa) di preoccuparsi di un problema solo quando ormai ci arrivato alla porta di casa. Questa procrastinazione per ci potrebbe costare molto cara: possibile che i danni ambientali siano cumulativi e asintomatici, ossia che non mostrino segni evidenti fino al superamento di una soglia di non ritorno, oltre la quale il problema diverr manifesto ma sar ormai irrisolvibile. 2.2.7 Settima Fallacia Culturale. Il problema ambientale, oltre a non essere grave n urgente, sta gi venendo trattato efficacemente dai nostri leader e da varie associazioni, internazionali e non, che stanno progettando e promuovendo leggi, regolamenti e trattati; tutto questo, unito alla nostra tecnologia, sar sufficiente per risolverlo. La reale gravit della crisi ecologica stata dettagliatamente esaminata nel corso di tutto il primo capitolo. Le varie politiche e associazioni ambientaliste, come vedremo nei paragrafi 3.4 e 3.6, sono certamente utili ma purtroppo da sole insufficienti e destinate a fallire, perch hanno un basilare difetto intrinseco: non fanno che tentare di limitare gli effetti negativi del problema, anzich cercare di risolverne le cause. E nessun problema mai stato risolto procedendo in questo modo. 2.2.8 Ottava Fallacia Culturale. Affidarsi ai nostri capi di stato, alla legge e alla politica l'unico modo di affrontare la crisi ambientale. Questa fallacia culturale molto comoda (e quindi diffusissima) perch ci permette di delegare a qualcun altro la soluzione del problema che tutti noi continuiamo ad aggravare ogni giorno di pi, ma molto pericolosa, perch ci porta ad attendere torpidi e speranzosi che arrivi un politico a "salvarci" proponendo la soluzione giusta, il che, come vedremo in questo paragrafo, molto probabilmente non avverr mai. Innanzitutto, c' da tenere sempre presente che sono i cittadini a plasmare i politici e non il contrario. Una certa strategia politica comincia a venire proposta da un partito solo dopo che una fetta consistente dell'opinione pubblica ha manifestato di volere la sua attuazione. Finch nessuno mostra apertamente di volere una cosa (che sia una riforma o una legge), nessun partito penser mai di offrirgliela per guadagnare voti. Quindi finch l'opinione pubblica non verr a conoscenza della reale gravit (e delle 70

reali cause) della crisi ecologica e non comincer a considerarla una priorit assoluta, anzich solo un problema secondario e un argomento di discussione a cena di cui scordarsi il giorno dopo, nessun politico o partito far nulla a riguardo. C' anche da considerare una caratteristica comune a ogni moderno sistema democratico, ben espressa dal politologo Angelo Panebianco in questo brano: "La politica democratica strutturalmente vincolata a un orizzonte di breve periodo. La natura del sistema democratico spinge gli uomini politici a occuparsi solo dei problemi che agitano il presente. Le altre grane, quelle che gi si intravedono ma che ci arriveranno addosso solo domani o dopodomani, non possono essere prese in considerazione. [...] La politica democratica non si occupa di prevenzione".207 Noi infatti eleggiamo i nostri politici perch ottengano risultati a breve termine, dato che sono quelli che consideriamo pi importanti, e di conseguenza loro si adeguano e, per essere eletti, ci promettono quello che chiediamo. Come abbiamo detto nel paragrafo precedente, con la parabola della nave che affonda, solo una ristretta minoranza di noi considera pi importanti gli obiettivi a lungo termine che travalicano i confini nazionali. Quindi i politici che trascurano i problemi immediati e percepiti come pi urgenti in favore di quelli pi ampi, complessi e a lungo termine, semplicemente non vengono eletti. La sociologia ha ideato la teoria della scelta razionale per spiegare come mai tante persone prendano cos di frequente decisioni con pessime conseguenze a lungo termine. Essa dice, in sostanza, che gli uomini scelgono le alternative di azione che si aspettano diano loro maggiori benefici in senso soggettivo, e non oggettivo, e siccome quella umana una razionalit limitata (perch le nostre capacit di ragionare e prevedere hanno vincoli e limiti), spesso le conseguenze finali sono deludenti. Qualunque sia la ragione, il risultato che ci troviamo sempre con politici e capi di stato che trascurano il problema ambientale e si occupano solo delle questioni politiche, economiche e culturali pi immediate, continuando a peggiorare una situazione ecologica gi gravissima. Perch cambino gli obiettivi dei nostri capi di stato, prima deve cambiare la percezione della realt nelle menti dei cittadini (e quindi la cultura implicita che guida i loro ragionamenti). Sono i cittadini a dover cominciare a chiedere a pretendere che il problema ambientale venga affrontato e risolto prima di ogni altro. Fino a quel momento i politici, che altro non sono che espressioni della mentalit degli elettori, continueranno a ignorarlo. Dato che sono i cittadini a influenzare e plasmare le azioni dei politici, e non il contrario, evidentemente privo di senso continuare ad aspettarsi che siano i nostri capi di stato a indicarci la via da seguire per risolvere la crisi ecologica.

207

Cit. A. Panebianco, Se l'Islam diventa partito, Corriere della Sera, 18-11-2009.

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2.2.9 Nona fallacia culturale. L'unico modo per sconfiggere la fame nel mondo aumentare a sufficienza la produzione di cibo. Questa forse la fallacia culturale pi difficile da estirpare, dato che tocca un argomento molto sensibile e, in sostanza, ci incolpa di aver creato inconsapevolmente l'attuale situazione, in cui circa un miliardo di persone soffrono la fame. Le reazioni solitamente sono tutt'altro che accoglienti, ma se lo si analizza obiettivamente si comprende che si tratta di un ragionamento supportato sia dalla logica che dai fatti. Per quanto l'errata distribuzione delle risorse alimentari contribuisca certamente ad aggravare la situazione, la causa fondamentale della fame globale che la popolazione di qualunque specie vivente una funzione della sua disponibilit di cibo ,208 quindi intensificare la produzione alimentare per sfamare una popolazione pi estesa conduce inevitabilmente a un ulteriore aumento della popolazione. L'antropologo ed ecologo Peter Farb lo ha definito un paradosso,209 ma in realt non si tratta che della logica espressione delle pi basilari leggi ecologiche. Se il cibo a disposizione di una qualsiasi specie aumenta, aumenta anche la sua popolazione; se il cibo diminuisce, diminuisce anche la popolazione; se invece la disponibilit di cibo rimane stabile, anche la popolazione fa lo stesso. Questa basilare legge naturale ha la funzione, in condizioni normali, di mantenere l'equilibrio tra le varie specie: se i predatori aumentano, diminuiscono le prede, che vengono mangiate in maggior numero; se diminuiscono le prede, diminuiscono anche i predatori, che ora hanno meno cibo a disposizione; se diminuiscono i predatori, le prede tornano ad aumentare, causando un altro incremento del numero dei predatori, seguito da un'altra diminuzione delle prede, e quindi dei predatori, e cos via. In ogni ecosistema, il cambiamento in una specie-preda scatena il cambiamento opposto nella relativa specie-predatrice, secondo il meccanismo denominato feedback negativo, e in questo modo l'equilibrio tra le due mantenuto. Il problema che noi umani abbiamo trovato il modo di aumentare a volont la quantit di cibo a nostra disposizione, e questo ha innescato un continuo e illimitato aumento della nostra popolazione. Le leggi ecologiche valgono, infatti, anche per noi umani, dato che, come abbiamo visto,210 la nostra solo una specie vivente tra milioni di altre, soggetta alle stesse leggi naturali di qualunque altra. Quindi, finch continueremo a usare un tipo di agricoltura che produce un enorme surplus di cibo, continueremo inevitabilmente ad aumentare di numero senza sosta, con tutti i problemi che ne derivano (sempre pi fame e distruzione ambientale). La prima obiezione che viene spontaneo fare a questo punto che la specie umana differente dalle altre specie animali. Noi abbiamo la capacit di pianificare quando, se
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209 210

D. Pimentel, R. Hopfenberg, Human population numbers as a function of food supply, Duke University, NC, USA, Cornell University, NY, USA, 2000. www.bioinfo.rpi.edu/bystrc/pub/pimentel.pdf (25-05-2011) P. Farb, Humankind, Houghton Mifflin, 1978. Vedi supra, il paragrafo 2.2.5, p. 67.

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e quanto riprodurci a seconda della situazione, quindi le leggi dell'ecologia che regolano la crescita delle altre specie non possono applicarsi a noi. Molte persone e organizzazioni hanno fiducia nel fatto di poter aumentare la produzione di cibo e contemporaneamente diminuire la crescita demografica. Alcuni studiosi (Quinn, Diamond) ritengono per che, se vero che il comportamento del singolo essere umano differente dal comportamento del singolo animale, il comportamento dell'intera specie umana complessivamente identico a quello di qualunque altra specie e impossibile da controllare. Come prova, essi portano la crescita della popolazione umana avvenuta negli ultimi 10.000 anni e il fatto che abbia sempre seguito alla perfezione l'aumento della disponibilit di cibo (a parte qualche sporadico rallentamento causato da epidemie e pestilenze), a dispetto di ogni tentativo di controllo demografico.

Figura 1. Un grafico che mostra il costante aumento della popolazione negli ultimi dodicimila anni.211 Alcuni obiettano che smettere di produrre pi cibo del necessario non fermerebbe la crescita della popolazione, la quale continuerebbe a espandersi ugualmente. Questa teoria contraddice per non solo le leggi dell'ecologia, ma anche l'evidenza. Una popolazione non pu aumentare se non aumenta prima il cibo a sua disposizione: di cosa si nutrirebbero i nuovi individui? Come potrebbero esistere, se non ci fosse cibo a sufficienza per nutrire anche loro? Un'altra frequente obiezione molto simile che, a causa dell'impoverimento dei mari e della costante diminuzione di terreno coltivabile, noi non staremmo affatto producendo sempre pi cibo, anzi ne produciamo sempre meno, eppure la popolazione continua a crescere comunque. Questo dimostrerebbe, secondo chi avanza questo ragionamento, che la popolazione non una funzione della disponibilit di cibo. In
211

U.S. Census Bureau, Historical estimates of world population. http://www.census.gov/ipc/www/worldhis.html (25-05-2011)

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realt si tratta di un'impossibilit logica, esattamente come l'obiezione precedente: il fatto che la popolazione umana continui a crescere sempre pi dimostra che sempre pi cibo viene consumato, e siccome di sicuro questo cibo non appare per magia (e la sua distribuzione continua a essere difettosa) significa che siamo noi a produrne sempre pi. Un'altra obiezione molto comune che la crescita della popolazione si verifica soprattutto nelle nazioni pi povere di cibo ed invece molto pi lenta (o addirittura inesistente) nelle nazioni pi ricche. Questo significherebbe, secondo alcuni, che in realt aumento della popolazione e disponibilit di cibo non sono affatto collegati, ma in realt questa confutazione solo apparente: il cibo prodotto nelle nazioni ricche infatti viene poi esportato in quelle povere, dove produce l'aumento demografico. Quel cibo in pi, insomma, causa effettivamente un aumento della popolazione, solo che non lo causa nelle nazioni ricche dove viene prodotto, ma in altre. Il che non affatto una cosa buona come si sarebbe portati a pensare. La situazione attuale, infatti, presenta delle popolazioni affamate, con troppe persone e troppo poco cibo, e delle popolazioni che invece hanno molto pi cibo del necessario e quindi lo mandano alle popolazioni indigenti. A causa della distribuzione scorretta e inefficace, per, alle popolazioni affamate non arriva tutto il cibo che dovrebbe ossia la quantit di cibo che nutrirebbe tutti a sufficienza ma solo quel tanto che basta per tenerle in vita in condizioni di grave indigenza. Dato che le popolazioni in quelle condizioni considerano avere molti figli una ricchezza e un capitale, perch nelle loro zone i bambini non costano quasi nulla da allevare e appena hanno pochi anni possono cominciare a lavorare e portare da mangiare a casa (anzich essere solo una fonte di spesa come nelle societ avanzate), tutte le famiglie affamate sono portate a moltiplicarsi il pi possibile, credendo cos di poter alleviare la propria miseria. Se questo venisse fatto soltanto da una minoranza di famiglie, potrebbe anche funzionare (anche se solo per quelle famiglie), ma il fatto che lo facciano tutti causa l'effetto opposto: un deciso aumento della popolazione e, quindi, della fame. L'anno seguente, la quantit di cibo che viene spedita loro dalle societ pi floride viene aumentata (dato che la produzione di cibo non fa che venire incrementata perch si crede fermamente che sia l'unico modo di sconfiggere la fame nel mondo), e se la loro popolazione fosse rimasta la stessa dell'anno precedente o di due anni prima forse avrebbe anche potuto bastare per sfamare tutti, ma a causa del loro moltiplicarsi ora ci sono milioni di persone in pi da sfamare, ossia di nuovo troppe persone rispetto al cibo disponibile, e quindi ci sono di nuovo scarsit di cibo e fame. Ci spinger le popolazioni affamate a moltiplicarsi ancora di pi per cercare di alleviare la propria indigenza e causer un ulteriore aumento del loro numero, il che render insufficienti anche le successive quantit di aiuti alimentari inviate. Questo circolo vizioso continua a ripetersi incessantemente, causando la sovrappopolazione e la fame sempre peggiori che osserviamo verificarsi da decenni, e l'apparentemente paradossale aumento della 74

popolazione nelle zone pi povere del pianeta anzich in quelle pi ricche. Si noti bene, comunque, che se anche la distribuzione del cibo alle nazioni sottosviluppate fosse perfetta e sufficiente a nutrire tutti adeguatamente, n il problema della fame n quello della sovrappopolazione sarebbero risolti, perch, come abbiamo detto, pi cibo una specie ha a disposizione e pi la sua popolazione aumenta. Questo significa che, alla fine, essendo i territori coltivabili limitati e in costante diminuzione (per via di desertificazione ed erosione), si arriverebbe a un punto in cui ci sarebbero troppe persone da sfamare rispetto al cibo disponibile, e quindi si avrebbe di nuovo la fame. Inoltre, l'ambiente collasserebbe rapidamente sotto uno sfruttamento simile. La nostra storia recente mostra chiaramente che aumentare la produzione di cibo non pu essere la soluzione alla fame. Peter Rosset, direttore esecutivo dell'Institute for Food and Development Policy, ha affermato: Se la storia della Rivoluzione Verde ci ha insegnato qualcosa, che l'aumento della produzione di cibo sempre accompagnato da un aumento della fame.212 E' da tenere sempre presente che la fame compare quando la popolazione di un dato territorio diventa troppo grande per le risorse alimentari che quel territorio offre. Molte popolazioni africane oggi soffrono la fame perch nei decenni passati hanno distrutto il loro suolo con pratiche agricole sconsiderate che la nostra civilt si era premurata di insegnare loro in modo da civilizzarli, e che inizialmente avevano prodotto un grande aumento di cibo (e quindi della popolazione), ma poi si sono rivelate insostenibili e sono diventate sempre meno efficaci. Cos queste comunit a un certo punto si sono ritrovate ad avere molti pi membri da nutrire e molto meno cibo a disposizione; proprio il genere di situazione che causa la fame. Gli aiuti inviati loro dalle nazioni pi sviluppate non fanno che mantenerle in questo stato: con una popolazione troppo numerosa e dipendente da cibo di provenienza esterna. Finch la situazione rimarr cos, la fame in quelle zone non potr mai scomparire, anzi. La sovrappopolazione quindi indissolubilmente legata al problema della fame. Come abbiamo detto,213 il controllo delle nascite, la contraccezione e la pianificazione famigliare probabilmente sono destinati a continuare a fallire perch mirano a controllare il sintomo del problema (la sovrappopolazione) anzich la sua causa, ossia il costante aumento della produzione di cibo causato da un'agricoltura troppo efficace che, anzich limitarsi a produrre soltanto la quantit di cibo che serve, produce un costante surplus, il quale va invariabilmente a causare un aumento della popolazione. Come tutte le strategie che mirano al bersaglio sbagliato, queste politiche purtroppo non funzionano e non potranno mai funzionare. Se anche in tutto il mondo venissero imposte con la forza le stesse rigide misure adottate in Cina, non c' ragione di credere che avrebbero pi successo di quanto ne abbiano avuto l. E' stato anche obiettato che la soluzione alla sovrappopolazione sarebbe aiutare i
212 213

Cit. P. Rosset, J. Collins, F.M. Lapp, Lessons from the Green Revolution, Tikkun, 2000, p. 52. Vedi supra, il paragrafo 1.1.9, p. 29.

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paesi in via di sviluppo a modernizzarsi, dato che l'aumentare del tenore di vita causa una diminuzione della sovrappopolazione, come dimostrerebbe il fatto che i tassi di natalit nelle nazioni pi sviluppate sono i pi bassi. E' vero che in questo modo si avrebbe una diminuzione delle nascite, ma aumentare il tenore di vita dei paesi in via di sviluppo farebbe, in compenso, aumentare spropositatamente l'impronta ecologica (ossia l'impatto ambientale) di ogni individuo di quelle zone. Come abbiamo detto,214 se anche solo la Cina raggiungesse il nostro livello di modernizzazione il nostro ambiente collasserebbe. L'unico sistema logico per controllare la sovrappopolazione sembra essere fermare la produzione di cibo, che la causa prima dell'incremento demografico. Come abbiamo detto, se la disponibilit di cibo di una specie qualsiasi rimane stabile anche la sua popolazione fa invariabilmente lo stesso (potr diminuire per altre cause, come epidemie o guerre, ma di sicuro non potr aumentare). Naturalmente anche la popolazione umana attuale insostenibile, come emerge dal fatto che ogni giorno si estinguono circa 150 specie215 e che la nostra impronta ecologica totale del 40% pi alta di quanto dovrebbe,216 per cui semplicemente stabilizzare l'attuale produzione di cibo non sarebbe sufficiente a garantire la salute dell'ecosistema globale, visto che siamo gi in troppi, ma servirebbe almeno a darci pi tempo per trovare una soluzione definitiva. Alcuni studiosi di ecologia hanno proposto una graduale diminuzione della produzione di cibo come soluzione alla sovrappopolazione, che di conseguenza dovrebbe diminuire gradualmente anch'essa, evitando cos le rivolte e i disordini che le carestie improvvise causano sempre,217 ma l'attuazione pratica di idee simili tutt'altro che semplice (se non impossibile), e i loro effetti tutt'altro che sicuri. Quel che certo che la strada che abbiamo intrapreso finora la peggiore concepibile, visto che anzich risolvere il problema della fame nel mondo non fa che peggiorarlo sempre di pi (aggravando anche la sovrappopolazione), e deve assolutamente cambiare entro i prossimi anni, se vogliamo evitare un collasso ambientale.

2.3 Le potenzialit dell'ipnosi culturale.


Non sarebbe errato sostenere che le convinzioni implicite appena esaminate costituiscono l'ossatura dell'ideologia della nostra civilt, intendendo per "ideologia" un
214 215 216

217

Vedi supra, il paragrafo 1.1.9, p. 29. Vedi supra, il paragrafo 1.1.7, p. 21. Global Footprint Network, Ecological Footprint Atlas 2010, 2010. http://www.footprintnetwork.org/images/uploads/Ecological%20Footprint%20Atlas%202010.pdf (0105-2011) United Nations Environment Programme (UNEP), Global Environment Outlook 4, 2007, p. 202. http://hqweb.unep.org/geo/GEO4/report/GEO-4_Report_Full_en.pdf (01-05-2011) Cfr. D. Quinn, The Story of B, New York, Bantam Books, 1997, pp. 299-301.

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sistema di pensiero autosufficiente e utopistico che si autoconferma e agisce basandosi non su come la realt effettivamente , ma su come esso immagina che sia, avendo come unico riferimento se stesso.218 Queste false credenze e convinzioni arbitrarie, che non siamo nemmeno consapevoli di avere e che quindi aggirano ogni nostro filtro critico perch non ci rendiamo nemmeno conto che stiamo dando per scontato qualcosa di non dimostrato, influenzano pesantemente il modo in cui vediamo il mondo, facendoci notare e considerare solo i pochi fattori che confermano questa visione della realt (per esempio le idolatrate conquiste della tecnologia) e ignorare tutte le altre evidenze (sia logiche che empiriche) che invece la smentiscono decisamente, come gli enormi errori che tuttora commettiamo nel gestire le nostre risorse (soprattutto petrolio, cibo e acqua); gli imprevisti a cui andiamo incontro ogni volta che sperimentiamo nuove tecnologie, come nel caso di specie vegetali geneticamente modificate che soppiantano le specie autoctone e vanno fuori controllo, o di animali da allevamento imbottiti di antibiotici che finiscono per indebolire e debilitare il nostro sistema immunitario, e cos via; per non parlare dell'impossibilit logica di un sistema teorico aperto applicato a un sistema pratico il nostro pianeta chiuso. Stando cos le cose, non sarebbe errato parlare di ipnosi culturale. Che la maggior parte delle persone sia sotto una sorta di ipnosi indotta dalla propria cultura implicita confermato dal fatto che le cose continuano a essere progettate e attuate sempre nello stesso modo, nonostante si sia dimostrato errato innumerevoli volte negli ultimi decenni; non viene mai fatto nemmeno un tentativo di trovare altri modi di agire pi efficaci. Continuiamo a tendere all'espansione e allo sviluppo illimitati, continuiamo a scrivere sempre pi leggi per cercare di controllare il comportamento altrui, continuiamo a inquinare, devastare e manipolare l'ambiente sempre pi per soddisfare i nostri "bisogni", senza considerazione per le conseguenze e credendo che le nostre deboli e spesso addirittura inattuabili politiche ambientali siano sufficienti a tenere sotto controllo il problema e magari persino a risolverlo. Per chi non riesce a trovare credibile che la cultura implicita in cui siamo costantemente immersi possa davvero esercitare un controllo sui nostri processi cognitivi e sulle nostre azioni, vediamo alcuni esempi illuminanti. Gli aborigeni australiani vengono convinti dalla propria cultura fin dalla nascita che alcune donne (chiamate "streghe guaritrici") hanno, fra gli altri, il potere di uccidere un essere umano semplicemente puntandogli contro una delle ossa che usano nei loro rituali e pronunciando una precisa formula. Missionari e antropologi hanno osservato con sconcerto e incredulit vari uomini aborigeni adulti e sani venire letteralmente uccisi dalle proprie convinzioni culturali, dopo essere stati "maledetti" da una strega guaritrice a causa di un'offesa arrecatale inavvertitamente. Le loro condizioni di salute
218

Cfr. G. Legitimo, Sociologi cattolici italiani, Roma, Volpe, 1963.

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peggioravano rapidamente e inspiegabilmente fino a causare, dopo pochi giorni, il decesso. Questi uomini avevano interiorizzato le credenze della propria cultura cos profondamente da non riuscire a concepire la possibilit che potessero essere sbagliate nemmeno davanti alla morte.219 E' bene notare che non si sta parlando di individui particolarmente suscettibili alle influenze sociali o di intelligenza inferiore alla media: tutti gli appartenenti alla cultura aborigena erano convinti allo stesso modo della sua veridicit, e uno dei motivi per cui temevano tanto le loro "streghe guaritrici" era proprio che non fallivano mai nel causare la morte per "suggestione culturale". Un altro esempio della potenzialit coercitiva della cultura implicita la testimonianza del capo di una trib di nativi nordamericani, il quale afferm che non si erano opposti all'invasione degli europei nei loro territori semplicemente perch non riuscivano a credere che fossero arrivati per restare.220 La cultura implicita di quella trib aveva condizionato i suoi membri in modo da fargli ritenere inconcepibile che degli uomini potessero semplicemente entrare nel territorio di qualcun altro e stabilirvisi, senza riguardo per il precedente occupante. Non riuscivano a credere che potesse davvero verificarsi una cosa simile, quindi non si opposero neanche quando videro gli stranieri costruire case e disboscare foreste per fare posto a campi coltivati. Quando l'evidenza li costrinse a comprendere cosa stava accadendo era ormai troppo tardi: erano gi stati relegati in un angolo di quello che una volta era il loro territorio. E' poi celebre la storia dei nativi americani che, all'apparire delle caravelle di Colombo all'orizzonte, non riuscirono a vederle nonostante fossero proprio davanti ai loro occhi perch non potevano concepire che cose simili esistessero. L'unica cosa che percepivano era che le onde in una certa zona di mare si comportavano in modo strano, e fu solo dopo che il loro sciamano riusc finalmente a capire cosa stava guardando e lo comunic al resto della trib che anche tutti gli altri indigeni, ispirati dalla fiducia che la loro cultura li aveva educati a nutrire in lui, poterono vedere le navi straniere.221 Gli indigeni trobriandesi, dal canto loro, sono educati a credere che i bambini vengano generati dagli spiriti naturali e non dal sesso, e questo condizionamento culturale cos forte che quando una donna sposata rimane incinta anche se il marito via da molti mesi, nessuno pensa di accusarla di adulterio. Anzi, casi simili vengono portati dagli indigeni come la prova che, appunto, i bambini vengono creati dagli spiriti e non dai rapporti sessuali. A dispetto dei tentativi e degli appelli alla logica e alla scienza, gli antropologi non sono riusciti a oltrepassare questa ipnosi culturale.222 Si potrebbero infine citare innumerevoli casi (scientificamente verificati e studiati) in cui la mente "prende i comandi" soppiantando la percezione reale del mondo, come
219

220 221 222

Cfr. P. McGrath, E. Phillips, Aboriginal Spiritual Perspectives, in Illness, Crisis & Loss, Volume 16, Numero 2, pp. 153-171, Baywood Publishing Company Inc., 2008. Cfr. D. Quinn, If they give you lined paper, write sideways, Hanover, Steerforth Press, 2007, p. 82. Cfr. W. Arntz, B. Chasse, M. Vincente, What the bleep do we know?, Florida, HCI, 2005. Cfr. B. Malinowski, Il padre nella psicologia primitiva, Milano, BUR, 1990, pp. 102-105.

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per esempio nei casi di malati che si convincevano di essere stati guariti da Dio e che quindi cessavano di sentire dolori terribili, perfino quelli causati da ossa fratturate, per svariate ore o addirittura giorni.223 Pu sembrare che cose simili siano semplici stranezze che nulla hanno a che vedere con lo studio dei rapporti che l'uomo ha con l'ambiente, ma questi aneddoti mostrano chiaramente come spesso ci che concepiamo sia pi importante di ci che percepiamo realmente, nel momento in cui ci troviamo a dover interpretare il mondo e i suoi fenomeni. Pi che dominare i nostri processi cognitivi, spesso finiamo per esserne dominati e, dato che il modo in cui ci relazioniamo con il mondo dipende dai nostri processi mentali, capire questo fatto fondamentale. I progressi medici e psicologici degli ultimi decenni nello studio del funzionamento del cervello umano sono riusciti solo a mettere in luce quanto poco ancora ne comprendiamo le capacit, sia cognitive che coercitive, e quindi impossibile capire fino in fondo il livello di controllo che la cultura implicita di una comunit pu esercitare sui suoi membri. Quel che certo che, per chi libero dai nostri paraocchi culturali, la direzione in cui sta andando la nostra civilt palese: "Anche l'uomo bianco va scomparendo dalla faccia della terra, e forse in maniera pi rapida delle altre razze. Contamina perfino dove dorme." Capo indiano Seathl, Lettera al Presidente USA F. Pierce (1855). Il fatto che, pur avendo in mano tutti i dati necessari, a un qualunque membro della nostra civilt questa semplice constatazione risulti, se non impossibile, almeno molto difficile da concepire, una prova di quanti condizionamenti psicologici generati dalla nostra cultura dobbiamo superare se vogliamo ragionare lucidamente.

2.4 Le differenze rispetto alla cultura implicita dell'altra civilt.


Le societ appartenenti all'unica altra civilt umana esistente si differenziano nettamente dalla nostra per idee ed azioni principalmente a causa del modo in cui considerano il mondo, per la loro ferma (anche se implicita) e comune convinzione che, lungi dall'essere un feudo che l'umanit pu sfruttare e manipolare a piacimento, esso sia un'inestimabile e indispensabile fonte di vita che deve essere rispettata e preservata con cura e di cui gli uomini fanno parte (beneficiandone ma anche contribuendone) proprio come ogni altra creatura vivente, senza particolari diritti o privilegi. Tutte le loro altre convinzioni, credenze e rituali e il loro stesso modo di vivere
223

Cfr. J. Nickell, J. Randi, The Mistery Chronicles, University Press of Kentucky, 2004, pp. 267-269.

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non sono che una conseguenza di questa visione del mondo, che la vera e propria pietra angolare su cui si fondano le culture di queste societ che siamo abituati a definire "primitive". Un proverbio dei nativi americani descrive alla perfezione la loro visione dell'ambiente e della relazione che lo lega all'uomo: "La Terra la madre di ogni uomo e non pu essere posseduta da nessuno; trattala bene, perch non ti stata donata dai tuoi genitori ma l'hai solo presa in prestito dai tuoi figli". Questo loro modo di pensare ha originato la differenza fondamentale che tutte queste societ hanno rispetto a quelle appartenenti alla nostra civilt: esse vivono tutte in modo sostenibile ed ecologicamente equilibrato, senza fare pi danni all'ambiente di quanto non facciano i corvi, i salmoni o i cani. Potenzialmente, queste societ potrebbero vivere per sempre su questo pianeta (salvo catastrofi naturali) senza mai esaurirne le risorse o danneggiarlo oltre le sue capacit di ripresa, mentre noi moderni civilizzati rischiamo di non durare nemmeno altri cinquant'anni. Questo per quanto riguarda le differenze dal punto di vista ecologico. Dal punto di vista sociale e politico, invece, la differenza maggiore che emerge dallo studio delle societ tribali che adottano strategie e comportamenti che funzionano per gli esseri umani come sono realmente, e non per come dovrebbero essere. Infatti le nostre strategie, sia politiche che sociali, sono progettate tutte intorno all'assunzione che la natura umana sia difettosa e debba essere corretta. Sono sistemi che non sarebbe sbagliato definire sistemi utopistici. Le leggi statali funzionerebbero perfettamente... Se la gente smettesse di infrangerle per ottenere guadagni personali. La democrazia funzionerebbe perfettamente... Se la gente cominciasse a informarsi a fondo su ogni questione, a ragionare razionalmente e a mirare al bene comune anzich al guadagno personale. Il razzismo scomparirebbe... Se la gente smettesse di avere pregiudizi e di incolpare il diverso per i propri problemi. Il comunismo funzionerebbe perfettamente... Se solo la natura umana non fosse inguaribilmente avida ed egoista. I mass media funzionerebbero perfettamente... Se i potenti smettessero di controllarli e traviarli per i propri scopi. Dato che non si conosce un modo per cambiare la natura umana, e probabilmente non si conoscer mai, sistemi simili sono logicamente destinati a rimanere fallimentari. I sistemi legali, sociali e bellici tribali, invece, essendo il risultato di millenni di selezione naturale, funzionano esattamente come previsto senza dover sperare in un miracoloso cambiamento dello spirito umano. Questo perch non cercano di forzare la natura umana a essere migliore, proibendo alcuni atti e imponendone altri, ma si limitano ad accettare che l'uomo quello che e lo rimarr sempre, e a limitare gli effetti negativi dei suoi comportamenti meno nobili. La cultura della nostra civilt, infatti, l'unica in cui sia possibile trovare la convinzione che la natura umana sia difettosa e vada migliorata a tutti i costi, anche con la forza. 80

La nostra civilt, alla sua nascita, si trovata nella necessit di sostituire tutte le strategie evolutivamente stabili che la vita tribale aveva sviluppato in centinaia di millenni con altre strategie differenti, adatte alle nuove comunit molto pi estese e impersonali che si stavano formando. I nostri antenati hanno dovuto inventare dal nulla nuovi modi per gestire tutti quei conflitti (sia tra comunit diverse che intestini) che invariabilmente avvengono in continuazione in ogni gruppo umano. Non c' da stupirsi se il risultato finale lasci ancora a desiderare dopo diecimila anni di tentativi, vista l'enormit dell'impresa. Ricordiamo che lo scopo di questa comparazione non n di idealizzare la vita primitiva, n di crocifiggere la civilt moderna. Allo stesso modo, non si vuole suggerire di sostituire le nostre strategie politiche e sociali con quelle tribali: oltre a essere impossibile applicare strategie simili (nate per gruppi ristretti) alle moderne megalopoli, infatti, ci sarebbe il problema di dover scegliere quali leggi e usanze tribali utilizzare. Ogni trib ha le proprie, diverse da quelle di qualunque altra, e sono tutte equivalenti, nel senso che funzionano perfettamente per il popolo a cui si applicano e solo per quello, e che non esiste una legge tribale migliore dell'altra o una che sia applicabile a qualunque comunit e ne risolva immediatamente tutti i problemi. Lo scopo di questo discorso molto meno semplice e immediato: capire perch i nostri sistemi sociali non funzionano come dovrebbero e perch invece quelli tribali riescono dove noi continuiamo a fallire un anno dopo l'altro. Comprendendo questa differenza, infatti, forse potremo creare un sistema completamente nuovo che unisca i pregi di entrambi senza i difetti di nessuno. Un sistema tribale applicabile anche alla nostra moderna civilt di quasi sette miliardi di individui che, oltre a risolverne le piaghe sociali, possa magari anche insegnarci come vivere in modo sostenibile e illimitato sul pianeta che al momento stiamo distruggendo con tanto impegno. Lo scopo, insomma, non adottare la vita tribale, ma capire il principio che le permette di avere successo in modo da poterlo applicare anche al nostro modo di vivere, con le necessarie modifiche. Si sar sicuramente tentati di considerare un simile obiettivo come idealistico o utopico e di rinunciare in partenza, ma si deve tener presente che il prezzo del fallimento in questo caso sarebbe la morte di miliardi di esseri umani, se non addirittura la completa estinzione della nostra specie. Per quanto ci possa sembrare complicato e difficile, non abbiamo alternative.

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Capitolo 3 I difetti delle soluzioni proposte

"Non si possono cambiare le cose opponendosi alla realt esistente. L'unico modo per cambiarle costruire un nuovo modello che renda obsoleto il modello precedente." Buckminster Fuller.

3.1 La Modernizzazione Ecologica e Riflessiva.


Negli anni pi recenti, due prospettive teoriche hanno destato particolare interesse nella sociologia dell'ambiente: la Modernizzazione Ecologica e quella Riflessiva. La Modernizzazione Ecologica si propone sia come una teoria che come un concreto programma politico. Le sue tesi di base sono: effettuare una riforma delle democrazie industriali perch comincino a sfruttare le risorse naturali in modo non esauriente e non inquinante; convincere gli imprenditori e gli Stati a non ostacolare ma anzi a incentivare questa riforma; e convincere i movimenti ambientalisti a smettere di opporsi per principio allo status quo e a collaborare con lo Stato e con gli imprenditori nella riforma. La Modernizzazione Ecologica, insomma, sostiene che una riforma ecologica sia politicamente ed economicamente fattibile, e che si debba incentrare sull'innovazione tecnologica. La tecnologia deve quindi migliorare fino a divenire in grado di rimediare ai propri difetti. Le critiche mosse a questa teoria sono molte. Innanzitutto, si tratta pi di un buon proposito che di un programma vero e proprio, perch non spiega come raggiungere i suoi seppur lodevoli obiettivi. Inoltre, non affatto detto che sia concretamente realizzabile, tantomeno a livello globale, in tutte le varie e differenti societ esistenti. La Modernizzazione Riflessiva, invece, stata definita dai sociologi Ulrich Beck e Anthony Giddens. Anch'essa ritiene senza alcun fondamento concreto che l'innovazione tecnologica sia l'unico modo di porre rimedio ai problemi che essa stessa ha causato, ma si differenzia dalla Modernizzazione Ecologica nel credere che anche le istituzioni sociali vadano modernizzate. Esse, infatti, ora funzionano in senso tradizionale: gli esperti prendono le decisioni e il popolo pu al massimo scegliere tra le alternative da essi proposte. Perch la crisi ecologica venga risolta necessario che si sviluppi una capacit di riflessione collettiva sui problemi che ora sono appannaggio di pochissimi addetti ai lavori, e che ogni individuo divenga in grado di ragionare con la propria testa e per il benessere comune anzich personale. Secondo la Modernizzazione Riflessiva, insomma, necessario che la natura 82

umana cambi e che egoismo, disinteresse e miopia intellettuale vengano sostituiti da buona volont, altruismo e intelligenza sufficiente a comprendere questioni tanto complesse da richiedere anni di studi. Abbiamo gi visto nel paragrafo 2.4 come questi sistemi utopistici siano non solo inutili, perch irrealizzabili, ma addirittura controproducenti, perch portano a sprecare in vicoli ciechi tempo ed energie che potrebbero essere impiegati in alternative con del potenziale.

3.2 Il vegetarianismo come cura alla fame globale.


Secondo la dottrina vegetariana, se smettessimo di sprecare enormi quantit di cibo vegetale per nutrire gli animali da allevamento (ci vogliono circa 100 chili di vegetali per ottenere 1 chilo di carne) la fame nel mondo scomparirebbe. In realt questo non solo peggiorerebbe enormemente la sovrappopolazione (molto pi cibo equivale infatti a molti pi esseri umani224), aggravando cos ogni aspetto della crisi ecologica, ma non risolverebbe nemmeno il problema della fame, perch non farebbe altro che rimandarlo. Se diventassimo tutti vegetariani, infatti, probabilmente avremmo abbastanza cibo per decine di miliardi di persone, questo vero, ma la popolazione continuerebbe inarrestabilmente a crescere e, arrivati a un certo punto, il cibo comincerebbe di nuovo a scarseggiare, essendo i territori coltivabili limitati e in costante diminuzione a causa di erosione e desertificazione,225 e ci ritroveremmo nuovamente nella situazione in cui siamo ora (in cui molte zone del pianeta ospitano pi persone di quanto le risorse locali ne possano sostentare). Senza contare che a quel punto la sovrappopolazione sarebbe talmente grave da causare la nostra estinzione, visto che gi sette miliardi di persone sono sufficienti a causare l'estinzione di decine o centinaia di specie ogni giorno.226 Il numero di specie che dovremmo sterminare ogni giorno per mantenere una popolazione di decine di miliardi impossibile da calcolare, ma sarebbe sicuramente insostenibile, visto che perfino il numero attuale lo . Da una prospettiva logica risulta subito evidente che il solo e unico modo per continuare a esistere su questo pianeta indefinitamente stabilire un equilibrio con il resto dell'ecosistema, e non certo trovare un modo per nutrire pi persone. Si deve, anzi, smettere di produrre sempre pi cibo e di aumentare continuamente di numero. Ritornare alla situazione di equilibrio precedente all'adozione dell'agricoltura totalitaria, quando per centinaia di millenni la popolazione umana rimasta perlopi stabile, senza aumentare n diminuire oltre limiti molto stretti, proprio come ogni altra popolazione animale esistente sul pianeta.
224 225 226

Vedi supra, il paragrafo 2.2.9, p. 72. Vedi supra, il paragrafo 1.1.3, p. 10. Vedi supra, il paragrafo 1.1.7, p. 21.

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3.3 L'innovazione tecnologica.


L'idea che la tecnologia risolver tutti i nostri problemi, anche quelli che essa stessa ha creato, continua a essere dominante nella nostra civilt, che sulla tecnologia fondata. Si tratta di una credenza molto comoda, perch alla massa richiede solo di aspettare che gli esperti migliorino la conoscenza scientifica fino a scoprire una panacea universale. Sfortunatamente, per, non ha basi n empiriche n logiche. Se l'avanzamento tecnologico tendesse a diminuire sempre pi il numero di problemi sociali e ambientali, oggi ne avremmo di meno rispetto a due o tre secoli fa. Invece quell'epoca oggi ci sembra cos semplice, in confronto alla nostra, da venire vista addirittura come un'et dell'oro, priva com'era di depressione, perdita di valori, giovent fuori controllo, abuso di sostanze, ecc. Molte persone, ispirate dall'apparente semplicit e purezza dei secoli passati, hanno perfino creato delle comuni, ossia delle societ in cui si utilizza solo la tecnologia precedente alla Rivoluzione Industriale. L'esperienza passata ci mostra come l'innovazione tecnologica, a dispetto delle sue costanti promesse di maggiore semplicit e benessere, abbia in realt creato invariabilmente pi problemi di quanti ne abbia risolti, e non c' alcun motivo di credere che la situazione cambier in futuro. Basti pensare all'automatizzazione delle industrie, che veniva dipinta come il mezzo per ottenere un paradiso terrestre in cui le macchine avrebbero svolto ogni compito e gli esseri umani sarebbero stati liberi dalla schiavit del lavoro. Sappiamo bene che le cose sono andate molto diversamente. Un altro problema dell'affidarsi all'innovazione tecnologica che i profani hanno solo un'idea imprecisa delle nostre attuali capacit scientifiche. Nei media non specializzati, infatti, vengono pubblicizzate unicamente le scoperte e le vittorie, ma senza scendere nei dettagli ed esaminarne i limiti e gli effetti collaterali nocivi. Questo d l'impressione alla vasta maggioranza che la tecnologia sia in grado di compiere miracoli e di fare praticamente qualunque cosa, ma la situazione reale molto diversa. Abbiamo gi parlato227 di come molte discipline considerate comunemente scientifiche siano in realt trans-scientifiche, ossia non basate su conoscenze certe ottenute tramite rigorose sperimentazioni, perch tali sperimentazioni non possono venire svolte per mancanza di strumenti adeguati o di tempo sufficiente. La produzione di Organismi Geneticamente Modificati un perfetto esempio di trans-scienza spacciata per scienza: quando introduciamo una specie GM in un ecosistema non abbiamo alcun modo di prevedere le conseguenze a lungo termine sulle altre specie, ed gi avvenuto che le specie GM abbiano invaso i territori confinanti soppiantandone le specie autoctone o ibridandosi con esse, senza che potessimo fare nulla per controllarle o limitarle.228 Anche qualunque altra modifica ambientale su larga scala appartiene alla trans-scienza, dato che, come abbiamo avuto modo di ripetere varie volte, non siamo in grado di
227 228

Vedi supra, il paragrafo 1.1.6, p. 18. M. Capanna, a cura di, L'uomo pi dei suoi geni, Milano, SuperBUR, 2001, pp.13-15.

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prevederne o controllarne gli effetti a lungo termine. A dispetto dell'aura di onnipotenza e sacralit di cui gode, un dato di fatto che la nostra scienza ora come ora non neanche lontanamente in grado di simulare, n in piccolo n tantomeno su scala globale, nemmeno uno dei vari servizi229 che gli ecosistemi forniscono automaticamente e gratuitamente all'intero pianeta. E non c' motivo di credere che le cose cambieranno sensibilmente nell'immediato futuro, essendo il settore della tecnologia ecosostenibile ancora molto trascurato perch poco redditizio in confronto ad altri, come quello informatico o della telefonia cellulare, che giocano un ruolo di primo piano nell'economia mondiale e in cui, di conseguenza, l'avanzamento incredibilmente rapido e costante. Certo, la tecnologia applicata alla salvaguardia dell'ambiente ha conosciuto un'importanza sempre maggiore negli ultimi anni, questo vero, ma si tratta comunque di un processo molto lento e graduale, e gli obiettivi da raggiungere (ossia trovare il modo di produrre ci che vogliamo senza nel frattempo distruggere il nostro ambiente) sono ancora lontanissimi. E' molto dubbio che riusciremo a risolvere anche solo il problema energetico, che quello in cui stiamo riversando pi impegno, perch le fonti alternative continuano a essere tanto inefficienti da poter essere considerate trascurabili. E il tempo che ci rimane prima del collasso ambientale ormai non molto.

3.4 Il Protocollo di Kyoto e le politiche ambientaliste.


Il Protocollo di Kyoto forse la pi famosa tra le varie politiche ambientaliste, e un perfetto esempio di tutti i difetti di questo tipo di risoluzioni. Innanzitutto il suo effetto limitato a una piccola parte della nostra civilt, perch i paesi in via di sviluppo, come la Cina, ne sono esentati, nonostante siano proprio tra i paesi che inquinano di pi nella loro corsa all'industrializzazione, e non stato ratificato nemmeno dagli Stati Uniti, la nazione che inquina di pi in assoluto. Normalmente si crede che il modo di risolvere la situazione sia costringere questi paesi a sottoscriverlo e rispettarlo, ma in realt il problema pi a monte. Il Protocollo di Kyoto infatti ha come pi ambizioso obiettivo una diminuzione dell'emissione totale dei gas serra del 5,2% entro il 2012. Il fatto che se anche da domani si riuscisse nell'impresa apparentemente irrealizzabile di far aderire tutti i paesi inquinanti al Protocollo, in ogni caso una riduzione di appena il 5,2% non risolverebbe affatto il problema dell'inquinamento atmosferico: ne rimanderebbe solo le conseguenze (e soltanto di molto poco). Inoltre rimarrebbero inalterati tutti gli altri aspetti della crisi ambientale: inquinamento di acqua e suolo, estinzioni animali e vegetali troppo frequenti, rapido
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Elencati nel paragrafo 1.1.7, p. 21.

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esaurimento delle risorse non rinnovabili, e cos via. Insomma, il Protocollo di Kyoto, visto comunemente come la migliore speranza per risolvere la crisi ambientale, in realt gravemente inadeguato e insufficiente alla radice, e lo sarebbe anche se si riuscisse ad attuarlo al meglio, perch stato mal progettato. Se a questo aggiungiamo che anche solo farlo rispettare da tutti i paesi previsti sembra un'impresa impossibile, capiamo quanto la sua efficacia sia trascurabile. Le politiche ambientaliste hanno tutte il gravissimo difetto basilare di essere politiche reattive, ossia strategie che hanno come unico scopo quello di limitare gli effetti negativi dei comportamenti nocivi che stiamo attuando, anzich di individuarne e risolverne le cause. Nessun problema pu venire risolto con un approccio simile, questione di semplice logica. Inoltre, di solito queste politiche si prefiggono obiettivi molto poco ambiziosi, con la motivazione che bisogna cominciare con modifiche leggere in modo da farle accettare a tutti e poi incrementarle sempre di pi con il tempo. Il risultato di questo modo di procedere che se tutto va bene si ottiene un miglioramento marginale e insufficiente, se invece le cose vanno male, neanche quello. Finch rimarremo convinti della fallacia culturale secondo cui il nostro modo di vivere l'unico degno di essere praticato e quindi deve venire conservato a tutti i costi cos com', al limite apportando solo qualche modifica superficiale, non riusciremo a risolvere nessuno dei problemi che esso ha causato e continua ad aggravare.

3.5 Lo sviluppo sostenibile.


In realt lo "sviluppo sostenibile" di cui in anni recenti si parlato tanto sarebbe, secondo molti studiosi, un ossimoro irrealizzabile. Il concetto di sviluppo sostenibile stato aspramente criticato soprattutto dagli studiosi facenti capo alla teoria della Decrescita, che ritiene impossibile concepire uno sviluppo economico basato sui continui incrementi di produzione di merci che possa anche essere in sintonia con la preservazione dell'ambiente. In particolare, i sostenitori della teoria della Decrescita ammoniscono i comportamenti delle societ occidentali che, seguendo l'ottica dello sviluppo sostenibile, si trovano ora di fronte al paradossale problema di dover consumare pi del necessario pur di non scalfire la crescita dell'economia, con conseguenti numerosi problemi ambientali (eccessivo sfruttamento delle risorse naturali, aumento dei rifiuti e dell'inquinamento, mercificazione dei beni naturali). Secondo questa teoria, insomma, l'attuale situazione globale non compatibile con la sostenibilit ambientale. Quella dello sviluppo sostenibile viene quindi ritenuta una teoria superata e fallace che, se anche si riuscisse in qualche modo a far accettare a tutti i paesi come valida, in ogni caso non sarebbe concretamente applicabile alle moderne economie mondiali. 86

Secondo logica, l'unico modo ecosostenibile di agire sarebbe un'involuzione: un sempre minore uso di tecnologie inquinanti, meno estrazioni, raffinazioni e consumi delle risorse naturali, e soprattutto meno produzione di cibo e quindi meno popolazione. Ognuna di queste cose dovrebbe diminuire fino a tornare a un punto di equilibrio con il resto dell'ecosistema, com'era prima della Rivoluzione Agricola. Solo quella sarebbe un'umanit ecosostenibile. Siamo gi troppi: qualunque ulteriore sviluppo, se anche per miracolo si trovasse il modo di realizzarlo usando esclusivamente tecnologie non inquinanti e risorse rinnovabili e inesauribili, peggiorerebbe inevitabilmente la situazione. Non il modo in cui lo sviluppo viene portato avanti il problema ma lo sviluppo in s, perch non pu che portare a un peggioramento della sovrappopolazione, e quindi dell'intera crisi ambientale. "Sviluppo ecosostenibile" in realt un ossimoro concretamente irrealizzabile nato dall'ingenuo desiderio di volere due cose che si escludono a vicenda. E l'uomo che insegue due conigli finisce per rimanere a digiuno. Il fatto che questo concetto sia il nucleo di tutte le attuali politiche ambientaliste fa capire come esse siano in realt puramente simboliche e incapaci di influenzare davvero l'andamento delle cose.

3.6 Le associazioni ambientaliste.


Le associazioni ambientaliste, come tutte le associazioni, sono soggette a una competizione spietata con tutte le altre organizzazioni che si occupano delle stesse questioni per una risorsa molto limitata: l'attenzione dell'opinione pubblica. C' solo una quantit di attenzione pubblica molto limitata dedicata alle questioni ambientali, quindi le associazioni ambientaliste devono pensare a fare non tanto ci che pi giusto per la causa, ma ci che pi conveniente per loro, ci che pu far guadagnare loro pi attenzione pubblica (e quindi pi finanziamenti) possibile, altrimenti non sopravvivono. Il risultato che queste associazioni finiscono spesso per concentrarsi su questioni che commuovono e interessano l'opinione pubblica pur non avendo un impatto globale (come l'estinzione di pochissime specie di grandi animali), e per trascurare invece questioni molto pi importanti o addirittura essenziali (come lo stile di vita della nostra civilt), che per non attirano a sufficienza l'opinione pubblica a causa della loro complessit, dello sforzo personale che comporterebbe cercare di contrastarle e della sindrome NIMBY, e quindi sono per loro controproducenti. L'azione di queste associazioni ecologiste finisce quindi per essere per lo pi insignificante e inutile. Non ha senso cercare di salvare le balene o il panda gigante se il sistema che ne ha messo in pericolo l'esistenza continua a esistere e a peggiorare la situazione sempre di pi. La minaccia di estinzione di queste specie solo un sintomo della malattia, e per giunta uno dei meno preoccupanti. La causa altrove e, come 87

abbiamo detto, non ha alcun senso concentrarsi su un sintomo ignorando la causa della malattia. Agendo in questo modo non si potr mai risolvere alcun problema. Greenpeace, il WWF, Legambiente e altre grandi associazioni ambientaliste diffuse in tutto il mondo continuano a fare manifestazioni e proteste da decenni e, a dispetto di alcuni occasionali successi (comunque circoscritti e temporanei), la situazione complessiva non solo non migliorata, ma non ha mai cessato di peggiorare. E' evidente che la loro azione da sola non sufficiente.

3.7 L'ecologismo.
L'ecologismo considera la natura non come un semplice oggetto, ma come un soggetto politico, incapace di parlare per s stesso ma comunque con un valore intrinseco indipendente da quello economico e con dei propri diritti che devono essere tutelati, nello stesso modo in cui vengono tutelati i diritti dell'uomo. Come abbiamo gi detto,230 insomma, l'ecologismo propone un cambiamento etico: dall'etica tradizionale (che considera l'uomo al vertice del mondo naturale e gli assegna il diritto di dominarlo) si passa all'etica ecologista (secondo cui esiste una profonda simbiosi e interdipendenza tra tutte le specie viventi, e quindi l'uomo non pu vantare alcuna predominanza, priorit o dominio sul resto della natura). Il problema che i regimi di giustificazione di cui abbiamo parlato nel paragrafo 2.2.4 mantengono questo cambiamento paradigmatico confinato al solo ambiente ecologista. L'enorme massa di profani continua a ragionare secondo l'etica tradizionale e a considerare valide le fallacie culturali di cui abbiamo parlato nel capitolo 2, e quindi le cose continuano a rimanere immutate (anzi, a peggiorare sempre di pi). L'ecologismo viene reso inutile (o addirittura controproducente) da questi regimi di giustificazione, che negli appartenenti alla nostra civilt sono istintivi e diffusi quanto la convinzione che l'uomo sia un'entit separata dalla natura. Il risultato che oggi l'ecologismo un'arma spuntata, priva della potenza rivoluzionaria che dovrebbe avere, bloccato in controversie accademiche irrisolvibili e fini a se stesse, largamente frainteso e con la fama di essere solo un lusso pretenzioso usato per essere alla moda.

3.8 I biocombustibili.
I biocombustibili sono combustibili di derivazione vegetale (colza, grano, mais, bietola, canna da zucchero) anzich fossile. Provenendo da una risorsa rinnovabile come le coltivazioni dovrebbero teoricamente essere disponibili in quantit illimitate,
230

Vedi supra, il paragrafo 2.2.4, p. 65.

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ma recentemente si sta scoprendo che la situazione meno rosea di quanto inizialmente prospettato. Nonostante comportino alcuni vantaggi (come una minore emissione di gas serra e inquinanti vari durante la combustione), i biocombustibili sono molto lontani dall'essere la soluzione al problema energetico che molti credono, per vari motivi. Innanzitutto, anche se bruciare i biocombustibili inquina molto meno rispetto ai combustibili fossili, le coltivazioni intensive dei vegetali da utilizzare poi come carburante sono inquinanti ed ecologicamente distruttive quanto le coltivazioni a scopo alimentare, quindi anche risolvendo il problema energetico rimarrebbe quello della degradazione degli ecosistemi.231 Poi c' il fatto che il consumo di energia per ottenere questi biocombustibili sarebbe, secondo alcune fonti,232 pari o addirittura superiore alla quantit di energia che essi permettono di generare, rendendo quindi inutile l'intero processo. Infine, secondo alcuni esperti la quantit di terreno coltivabile troppo limitata per alimentare tutti i veicoli esistenti tramite biocombustibili e contemporaneamente produrre abbastanza cibo per la popolazione globale. Ma una riduzione della produzione alimentare, come abbiamo visto,233 potrebbe non essere affatto un difetto. Se anche i biocombustibili di seconda generazione attualmente in via di sviluppo riusciranno davvero a sostituire i combustibili fossili senza pi inquinare e in modo sostenibile come si spera, in ogni caso c' da tenere sempre presente che la crisi energetica solo uno dei molti aspetti della crisi ecologica, e nemmeno il pi grave.

3.9 L'agricoltura biologica.


L'agricoltura biologica un tipo di agricoltura che rispetta e favorisce la biodiversit del territorio in cui opera e non utilizza fertilizzanti, erbicidi o pesticidi chimici (a parte i pochi approvati dal regolamento comunitario) od OGM. Tra i vantaggi di questo tipo di agricoltura ci sono un minor danneggiamento dell'ambiente e una superiore quantit di sostanze nutritive nei prodotti risultanti.234 Di contro, l'agricoltura biologica non viene considerata applicabile su scala globale perch la sua resa mediamente inferiore del 20-45% rispetto all'agricoltura convenzionale, e per produrre la medesima quantit di cibo richiederebbe quindi di mettere a coltura il 25-64% delle terre in pi.235 Questo porterebbe alla distruzione di
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Friends of the Earth, Fueling destruction in Latin America, 2007. http://www.salvaleforeste.it/Download-document/373-Fuelling-destruction-in-Latin-America.html (30-05-2011) S. S. Lang, Cornell ecologist's study finds that producing ethanol and biodiesel from corn and other crops is not worth the energy, Cornell University News Service, 05-07-2005. http://www.news.cornell.edu/stories/july05/ethanol.toocostly.ssl.html (30-05-2011) Vedi supra, il paragrafo 2.2.9, p. 72. D. Fanelli, Diversi studi provano che i vegetali bio sono migliori, L'Espresso, 24-08-2007. http://espresso.repubblica.it/dettaglio/Polemica-verde/1732409 (30-05-2011) H. Kirchmann, M. H. Ryan, Nutrient exclusivity in organic farming, does it offer advantages?,

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molti pi ecosistemi (anche se non utilizza prodotti chimici e inquina di meno, l'agricoltura biologica richiede comunque di deforestare aree selvatiche ed estirpare tutte le specie considerate inutili o nocive), e, come abbiamo detto,236 la quantit di suolo fertile esistente nel mondo non fa che diminuire ogni anno di pi. Come abbiamo visto nel paragrafo 2.2.9, per, in realt la quantit di cibo prodotta oggi eccessiva e dovrebbe essere ridotta, in modo da porre un freno al continuo aumento della sovrappopolazione, per cui non detto che questa minor resa sia davvero un difetto come si ritiene comunemente. In ogni caso molto improbabile che l'adozione globale dell'agricoltura biologica ci permetterebbe di risolvere la crisi ecologica, dato che anche prima dell'invenzione di fertilizzanti, erbicidi e pesticidi chimici, l'agricoltura che veniva praticata era comunque totalitaria (ossia infrangeva la Legge della Vita237) e stava quindi causando una distruzione ecosistemica e una crescita demografica sempre maggiori che, a lungo andare, ci avrebbero portato nella situazione in cui siamo ora, anche se in molto pi tempo. Al massimo l'agricoltura biologica potrebbe migliorare la situazione e darci un po' di respiro, ma finch non troveremo il modo di controllare e diminuire a piacimento la produzione alimentare, la crisi ecologica non potr che continuare ad aggravarsi.

3.10 Ecoterrorismo e rivolte armate.


L'ecoterrorismo l'uso di strategie terroristiche a sostegno di ragioni ambientaliste e/o animaliste. Le associazioni ecoterroriste pi attive negli USA sono Earth First!, l'Animal Liberation Front (ALF) e l'Earth Liberation Front (ELF), per quanto esse rigettino tale definizione affermando di non provocare danni a esseri umani, ma solo alla propriet. L'ecoterrorista pi celebre rimane probabilmente Ted Kaczynski, detto l'Unabomber, che dal 1978 al 1995 uccise 23 persone con degli ordigni esplosivi allo scopo di attirare l'attenzione pubblica sull'erosione ambientale e sulla perdita di libert umana prodotte dalle societ industriali.238 Per quanto a volte ben intenzionati, ecoterroristi e rivoluzionari non riescono mai a vedere tutta la scacchiera, accontentandosi di incolpare l'industrializzazione di tutti i problemi del mondo e credendo, quindi, di poterli risolvere semplicemente distruggendo le infrastrutture tecnologiche su cui essa si sostiene. In realt, come abbiamo visto nel capitolo precedente, la causa prima della disastrosa crisi ecologica in cui ci troviamo culturale. Alcune pericolosissime fallacie
Better Crops, Vol. 5, N 1, 2005, pp. 24-27. Vedi supra, il paragrafo 1.1.3, p. 10. Vedi supra, il paragrafo 2.2.2, p. 55. T. Kaczynski, Industrial Society and its Future, 1995. http://editions-hache.com/essais/pdf/kaczynski2.pdf (30-05-2011)

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culturali ci hanno spinto in passato a prendere le decisioni sbagliate e continuano tuttora a impedirci di vederne i difetti e di porvi rimedio. Questo significa che se anche degli attentati terroristici simultanei in tutto il mondo riuscissero a distruggere ogni fabbrica, allevamento, industria, banca ed edificio governativo del globo, in ogni caso il problema non sarebbe affatto risolto: dopo una prima fase di caos e anarchia, infatti, i sopravvissuti comincerebbero sicuramente a organizzarsi per ricreare nuovamente la civilt appena distrutta, perch sarebbero ancora convinti che essa sia l'unico modo giusto di vivere per gli esseri umani. L'uso della forza ha dei limiti ben precisi: se non ben mirata del tutto inutile. Per questo tutte le rivolte e le rivoluzioni popolari nate con l'obiettivo di distruggere le ingiustizie sociali e creare una societ egualitaria sono fallite: hanno tutte mirato al bersaglio sbagliato (i politici, il regime o il sistema economico al potere in quel momento), senza rendersi conto di quanto pi profonde fossero le vere cause. E una volta calmatesi le acque, quelle cause hanno ricominciato la loro azione nociva e hanno ricreato una situazione fondamentalmente identica alla precedente. Essendo la radice della crisi ecologica di tipo culturale, appare evidente che la soluzione debba essere anch'essa del medesimo tipo.

3.11 Il ricondizionamento culturale.


L'unica soluzione davvero efficace e duratura all'attuale crisi ecologica sarebbe, secondo alcuni studiosi,239 una rivoluzione culturale simile (nel metodo di attuazione) alla Rivoluzione Industriale, che senza spargimenti di sangue o programmi politici si dedichi a modificare l'autodistruttiva ideologia della nostra civilt. Daniel Quinn ha enumerato le caratteristiche che una simile rivoluzione culturale dovrebbe avere:240 Non potr avvenire tutta in una volta e in un luogo solo come un colpo di stato. Verr realizzata gradualmente, da persone che miglioreranno e integreranno l'una le idee dell'altra. Non avr un leader (n un singolo individuo n un'organizzazione). Non verr realizzata per iniziativa di governi o religioni. Non avr un capolinea prefissato. Non proceder seguendo un programma. Ricompenser coloro che contribuiranno alla rivoluzione con la moneta della rivoluzione (nella Rivoluzione Industriale, per esempio, coloro che producevano nuovi prodotti guadagnavano ricchezza materiale). Si tratta chiaramente di un obiettivo molto ambizioso, al limite dell'utopico. Uno
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D. Brown, Being Is Enough: Collective Self-Help for a Sustainable World, Hamilton Books, 2005. D. Quinn, Beyond Civilization, New York, Broadway Publisher, 2000. D. Quinn, My Ishmael, New York, Bantam Books, 1997, pp. 226-227.

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degli ostacoli principali alla realizzazione di questa rivoluzione culturale il ben noto effetto testimone, secondo cui all'aumentare del numero di testimoni a un evento dannoso diminuisce la probabilit che qualcuno presti aiuto, perch ognuno pensa che lo far qualcun altro (effetto chiamato diffusione di responsabilit). Nessuno fa nulla per cambiare il disastroso stato di cose in cui ci troviamo, nonostante tutti ne siano a conoscenza, tutti contribuiscano a peggiorarlo ogni giorno e ben pochi ormai si ostinino ancora a negarlo, per via di questo subdolo meccanismo psicologico: nessuno si sente responsabile di aver causato il problema, e tutti pensano che trovare la soluzione spetti a qualcun altro (agli esperti o ai politici). Anche l'azione contraria delle istituzioni politiche, da sempre impegnate a mantenere lo status quo, non da sottovalutare. La Rivoluzione Industriale riusc a diffondersi in tutto il mondo nel giro di pochi decenni per via della decisa azione incentivante di pochi, potenti uomini d'affari che avevano un enorme interesse a realizzarla, e dell'incessante attivit inventiva di innumerevoli individui che avevano, anch'essi, un interesse personale nell'ideare una nuova invenzione o un nuovo utilizzo per un'invenzione gi esistente. A rendere possibile la Rivoluzione Industriale furono, insomma, i moventi economici, che nel caso di una rivoluzione culturale sarebbero del tutto assenti. Anzi, un cambiamento simile avrebbe effetti inimmaginabili e imprevedibili (ma quasi sicuramente disastrosi) sull'economia mondiale, quindi gli uomini di potere avrebbero ogni motivo di ostacolarlo. Guadagnare l'attenzione dell'intera popolazione mondiale, cambiarne le erronee convinzioni pi profonde e spingerla a un'azione decisa e radicale (l'unica che avrebbe un qualche effetto) prima che i danni all'ambiente diventino irreparabili, una speranza davvero molto flebile. A oggi non si ha idea di come poter fare una cosa simile, e neanche se sia fattibile, ma l'unica soluzione sensata dal punto di vista logico. Finch le persone continueranno a pensare nel modo corrente, infatti, non potranno fare altro che continuare ad agire di conseguenza. Anche se ci si rende conto dell'esistenza di un problema, se non se ne individua la causa e si prova a risolverlo senza eliminarla si riesce al massimo a ottenere un effetto marginale e insufficiente, come dimostrano le nostre politiche ambientali, tuttora meramente simboliche. Un cambiamento di paradigma ormai assolutamente necessario e la nostra unica speranza di sopravvivere come specie.

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Conclusione

Non so se esisteranno ancora esseri umani fra duecento anni. Quello che so che se esisteranno avranno un modo di pensare completamente diverso dal nostro e per noi inimmaginabile. Daniel Quinn.

Nel corso di questo elaborato abbiamo innanzitutto esaminato nel dettaglio la reale gravit della crisi ecologica e abbiamo visto che, lungi dall'essere l'invenzione di pochi fanatici catastrofisti in cerca d'attenzione, ormai una minaccia alla nostra stessa sopravvivenza su questo pianeta. Abbiamo poi trattato le origini storiche dell'attuale situazione e le sue cause prime, e abbiamo visto che le sue radici sono culturali prima che politiche o economiche. La crisi ecologica infatti nata a causa di alcune pericolose fallacie culturali presenti nella cultura implicita della nostra intera civilt, tanto a oriente quanto a occidente, tanto ora quanto il secolo scorso, e viene da esse mantenuta in vita e aggravata ogni giorno di pi. Nel terzo capitolo abbiamo esaminato le soluzioni proposte dalle nostre moderne societ postindustriali per risolvere questa grave crisi, e ne abbiamo evidenziato i difetti fondamentali che le rendono, purtroppo, del tutto inefficaci. E' molto difficile che l'attuale sistema possa cambiare, perch si basa sulla mente delle persone, sulla loro visione del mondo, sul modo in cui ragionano su loro stessi e sui fenomeni circostanti e, come il contratto sociale di Rousseau, questo distruttivo sistema di vita viene rinnovato ogni giorno da questo modo di pensare. Sistemi basati semplicemente sulla volont di singoli individui o di lite di potere (tirannie, oligarchie) sono molto fragili, perch sufficiente eliminare l'individuo o gli individui che detengono il potere per distruggere l'intero sistema che hanno creato e che poggia solo sulla loro volont. Innumerevoli regni e imperi simili, infatti, sono crollati nel corso dei secoli, e il loro tasso di sopravvivenza notevolmente basso. Anche volendo essere generosi, l'Impero Romano durato solo mille anni, mentre il modo di vivere alla base della nostra civilt in diecimila anni non ha mai rischiato di venire distrutto o abbandonato (fino a ora). Per distruggere un sistema basato sulla mentalit e la cultura implicita di quasi tutte le persone che lo costituiscono bisognerebbe prima riuscire nell'impresa ai limiti del possibile di cambiare le loro menti. E il primo passo sarebbe far realizzare a tutti di essere prigionieri di fallacie culturali prive di fondamento, cosa che da sola di una difficolt scoraggiante e comunque non sarebbe sufficiente. Bisognerebbe anche, infatti, far comprendere alla maggioranza delle persone (se non a tutte) che l'attuale sistema di vita non salvabile n migliorabile, perch 93

gravemente difettoso alla radice e va pertanto rigettato in toto. L'unica soluzione logicamente sensata, quindi, sembra essere un ricondizionamento culturale di massa che sostituisca le fallacie culturali attualmente esistenti con delle credenze veritiere, basate su come il mondo funziona davvero anzich su come ci piace credere che funzioni. Una simile rivoluzione culturale, se mai si realizzasse, porterebbe alla creazione di un nuovo modo di vivere finora mai visto e attualmente inimmaginabile per noi quanto il nostro modo di vivere sarebbe stato inimmaginabile per gli umani del Paleolitico. Neanche gli ecologi e i filosofi che hanno lavorato per tutta la vita alla realizzazione di questa rivoluzione culturale saprebbero delineare un modo di vivere ecosostenibile per miliardi di esseri umani e che magari ci consenta anche di continuare la nostra costante elevazione scientifica e artistica, e a chi chiede loro di farlo rispondono che l'unica cosa che possiamo fare affidarci all'inventiva umana, che in passato ha dimostrato in varie occasioni di essere in grado di cambiare il mondo in tempi storicamente brevissimi. Cos come il Medioevo si trasformato nel Rinascimento e il Rinascimento ha originato la societ industrializzata, la nostra civilt deve ora trovare il modo di superare nuovamente se stessa, se vuole sopravvivere.

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