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INDICE
Daltrocanto #1, anno I/2009
L’io nei L’identità BAmBini L’identità
neuroni? FAntAsmA cLAndestini sessuALe

marina pezzi ------------------------ pag. 3 irene corn --------------------------- pag. 5 Franco Fadanelli --------------- pag. 8 di carmela Greco ----------- pag. 10

contro montAG iL teAtro reALe e


L’identità deLLA memoriA virtuALe

marco Giacomelli ---------- pag. 12 stefano Franceschini ---- pag. 15 niccolò valentini ----------- pag. 17 silvia Girardi -------------------- pag. 20

L’identità Le percezioni
identità deLLe civiLtà modiFicAno LA AssociAzione
e tempo deL pAssAto reALtà LoLoBà

enzo zanghellini ------------ pag. 22 maria salbego ------------------ pag. 24 Gioia caminada ------------- pag. 26 Laura Battistata --------------- pag. 29

Good Bye
Lenin

Franco Fadanelli ------------- pag. 31

EDITORIALE
“Daltrocanto” è il frutto di un intenso e profondo lavoro da parte dell’intera Associazione Athena. Siamo particolar-
2 mente fieri ed orgogliosi di questa nostra nuova avventura editoriale. Sentivamo la necessità e il desiderio di cambiare.
Volevamo costruire una rivista completamente nuova nella grafica, nel nome, nella redazione, nelle idee. Siamo cresciuti
senza dimenticarci i nostri principi di una libertà di opinione ed espressione che nasca prima di tutto dal rispetto delle
opinioni degli altri. Ogni nostro progetto, non solo “Daltrocanto”, viene costruito e sviluppato attraverso un confronto
aperto tra i membri dell’Associazione.
Siamo cresciuti e abbiamo cercato di comprendere meglio quale sia la nostra identità. Per coinvolgere in questo
processo anche i lettori, abbiamo deciso di dedicare interamente il primo numero di “Daltrocanto” al concetto di identità,
un’idea che attraversa furtivamente tutti i nostri articoli. Come potete vedere nel nostro indice, gli argomenti trattati sono
davvero tanti: le neuroscienze e l’io umano, la controversa storia di un uomo al centro di uno dei casi giudiziari più
famosi e tragicomici del ventennio fascista, identità e tempo, il conflitto ceceno nato da contrasti tra identità nazionali,
riflessioni sul concetto filosofico di identità e poi cinema, nuove tecnologie, arte, immigrazione, letteratura.
Gli amici di Lolobà chiudono “Daltrocanto” presentando la loro neonata associazione. Si tratta di una piccola novità
per avvicinare i nostri lettori alla realtà di tante associazioni che meritano di essere scoperte e apprezzate.
Se vi piace lo spirito della nostra rivista, avete voglia di esprimere anche voi le vostre idee o semplicemente volete
conoscere noi e i nostri progetti e partecipare ai nostri incontri, l’Associazione Athena si riunisce ogni mercoledì sera
presso la facoltà di Economia. Scrivete una mail al nostro indirizzo athenatrento@yahoo.it e saremo felici di darvi mag-
giori indicazioni su dove e quando trovarci.
Buona lettura!
Franco Fadanelli
ASSOCIAZIONE CULTURALE STUDENTESCA Redazione: Goia Caminada, Marta Canale, Sara Periodico trimestrale “Daltrocanto” - Via Inama 5,
ATHENA Conci, Irene Corn, Franco Fadanelli, Stefano Trento.
E-mail: athenatrento@yahoo.it Franceschini, Marco Giacomelli, Silvia Girardi, Autorizzazione Tribunale di Trento 1286/2006 del
Carmela Greco, Francesca Lorandini, Stefano 22/03/2006.
Presidente: Franco Fadanelli
Porcu, Maria Salbego, Niccolò Valentini, Enzo Stampato presso Lineagrafica Bertelli Editori
Vice-Presidente: Niccolò Valentini
Capo-Redazione: Maria Salbego Zanghellini s.n.c. - Trento.
Impaginazione e prog. grafico: Niccolò Valentini Realizzato con il contributo finanziario dell’Opera
Copertina: prog. grafico di Gioia Caminada Hanno collaborato: Laura Battistata, Marina Pezzi Universitaria e dell’Università degli Studi di Trento
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L’io nei
neuroni?
di Marina Pezzi

I
l cervello umano è il sistema più com-
plesso esistente in natura. Solo nella cor-
teccia cerebrale sono presenti circa trenta
miliardi di neuroni e un milione di miliardi di si-
napsi; se ne contassimo una al secondo,
avremmo bisogno di 32 milioni di anni per com-
pletare il conteggio. Negli ultimi decenni sono
stati fatti enormi passi avanti nella conoscenza
di questo sistema. La neurobiologia è riuscita ad
individuare i correlati neurali non solamente di
comportamenti quali il movimento, il linguaggio,
la visione, il ciclo veglia-sonno, ma anche di pro-
cessi più complessi e privati, come la memoria,
le emozioni, la coscienza.
Ognuno di noi ha un’idea piuttosto chiara di
cosa si intenda per memoria ed emozione; più 3
problematico è fornire una definizione del con-
cetto di “coscienza”. Davide Sparti suggerisce
che essa consista nella capacità “di reidentifi-
care come propri nel tempo certi stati ed eventi
mentali”1. Quindi, in sostanza, la coscienza è ciò
che ci permette di riconoscerci come soggetti, è
ciò che costituisce il nostro io, la nostra identità. Le neuroscienze ipotizzano che alla base dell’identità personale ci siano
processi neurali. E’ un’affermazione forte, che può portare a conclusioni estreme. Se si afferma che il mentale è il risultato
di un insieme di processi neurali, ovvero di processi materiali che avvengono nel cervello, si può concluderne che coscienza
ed intelligenza possono essere manife-
state da qualsiasi sistema che, analoga- L’incredibiLe storia di Phineas GaGe

mente al cervello, funzioni per


Uno dei casi più famosi della neurobiologia è quello di Phineas Gage, capocantiere
computazione. Questa è la tesi della teo-
addetto alla costruzione della ferrovia nel Vermont.
ria dell’intelligenza artificiale forte: non è Nel 1848, mentre inseriva una carica esplosiva in una cavità rocciosa, un’improvvisa
importante che un sistema computazio- esplosione fece schizzare la barra di ferro che lo stesso Gage stava maneggiando, la
nale sia fatto di chip o di neuroni e sinapsi; quale attraversò la parte anteriore del suo cranio, entrando dalla guancia sinistra ed
qualsiasi sia la struttura fisica di base, se uscendo dal lobo frontale. Gage sopravvisse miracolosamente all’incidente, riprese
avviene un’operazione computazionale quasi subito coscienza e riuscì persino a rispondere alle domande postegli dal me-
dico che lo prese in cura, il dottor John Harlow . Sembrava non aver riportato nessun
c’è intelligenza.
danno permanente. Dopo qualche tempo apparve però evidente che la sua perso-
E la soggettività, quell’impressione di
nalità aveva subito dei profondi mutamenti, rendendolo incostante, irascibile, asociale
privatezza e di unicità che accompagna e capriccioso.
ogni nostra esperienza? E’ davvero inevi- Il caso di Gage è alla base di ogni teoria neurologica dell’emozione.
tabile il passaggio dalla neurobiologia al- Per saperne di più: Antonio Damasio, L’errore di Cartesio (1994), Adelphi, Milano 1995
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l’IA? Non tutti ne sono con-


vinti. Il neurobiologo Gerald
Edelman e il filosofo John
Searle ritengono che sia
possibile preservare la sog-
gettività senza per questo
abbracciare un dualismo
che porti a negare la corre-
lazione, anzi, l’identità effet-
tiva e sostanziale tra
mentale e fisico.
Edelman ritiene che alla
base della coscienza non ci
sia un processo meramente
computazionale, ma piutto-
sto selettivo: lo sviluppo del
cervello avviene secondo
fasi successive di selezione
dei neuroni, delle sinapsi (i
collegamenti fra neuroni), e,
infine, dei segnali provenienti dal mondo. La gamma di possibilità è talmente ampia che ogni processo selettivo è diverso
dagli altri, e questo rende ogni cervello unico. Il processo dal quale emergono le scene coscienti coinvolge quasi l’intero
cervello. Il linguaggio permette inoltre agli animali più evoluti (finora solamente all’uomo) di potenziare le capacità di cate-
gorizzazione degli stimoli e le possibilità di interazione sociale, tanto da produrre la consapevolezza della distinzione tra sé
e non-sé. Ecco la coscienza.
4 Searle tenta di tradurre la teoria di Edelman in termini filosofici: la coscienza, sostiene il filosofo, è un fenomeno reale,
non riducibile ai soli processi fisici che la causano, ed è quindi ontologicamente soggettiva; allo stesso tempo, però, essa
può essere identificata con una proprietà biologica dell’organismo, proprio come la digestione e la fotosintesi. I fenomeni
mentali sono causati da processi neuorfisiologici, ma sono anche fenomeni reali autonomi, dotati di facoltà causali. La co-
scienza, in altri termini, è causalmente riducibile, ma ontologicamente irriducibile ai processi neurobiologici che la causano.
Quella di Searle è più una proposta metodologica che una teoria compiuta, ma ha almeno il merito di mettere in luce un
punto essenziale: la centralità del corpo nell’attribuzione di identità. E’ nel corpo che trova fondamento la possibilità di dire
“io”; non esiste un io puro, distinto dall’organismo al quale esso fa riferimento: “Io sono tutto corpo e nulla fuori di questo; e
anima è solo una parola per qualcosa che è nel corpo”2.

bibLioGraFia

- Edelman, Gerald M., Sulla materia della mente (1992), Adel-


phi, Milano, 1995.
- Searle, John, La mente (2004), Raffaello Cortina, Milano,
2005.
- Sparti, Davide, Identità e coscienza, Il Mulino, Bologna, 2000.

Per chi volesse avvicinarsi alle neuroscienze con letture


meno tecniche, o è semplicemente interessato a conoscere
meglio la natura umana:
note
- Sacks, Oliver, L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello
1
Sparti, Davide, Identità e coscienza, Il Mulino, Bologna, 2000,
p. 216. (1985), Adelphi, Milano, 2005.
2
Nietzsche, F., Così parlò Zarathustra, Newton Compton, - Sacks, Oliver, Un antropologo su Marte (1995), Adelphi Mi-
Roma, 1984, p. 24. lano, 1995.
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L’IDENTITA’
FANTASMA
L’emergenza caucasica e la ferita cecena
di Irene Corn

L’
inizio del conflitto fra Georgia e Russia in Ossezia del Sud nell’agosto 2008 ha nuovamente attirato l’attenzione
dei media sul Caucaso, e cioè quella parte di territorio che si estende dal Mar Nero al Mar Caspio e che nell’ul-
timo quarto di secolo in particolare è stata teatro di conflitti a volte solo apparentemente a sfondo etnico. Il re-
cente scontro russo-georgiano è soltanto l’ultimo di una lunga lista in cui meritano particolare attenzione le lotte separatiste
cecene (e finite male), almeno per la pesante eredità che hanno lasciato nella regione e per l’influenza avuta in quelle cir-
costanti. Non per niente l’esempio dato da Mosca in Cecenia sarebbe dovuto essere stato tenuto a mente dal Presidente
georgiano Saakashvili quando, quel 7 agosto, ha dato il là definitivo alla provocazione dei russi in Ossezia del Sud: se si
tratta di proteggere la stabilità russa e relativi interessi
strategici, Mosca non si piega a compromessi, ma
anzi, proprio come dimostrò lo stesso Putin dopo l’at-
tentato di Beslan del 2004, si muove marciando senza
remore allo slogan di “à la guerre comme à la guerre”.
E la guerra, va da sé, deve essere vinta con ogni
mezzo com’è nella tradizione dei grandi imperi o ne 5
va della stessa sopravvivenza dell’identità nazionale
russa che invece, alla luce della dottrina eurasista,
non può permettersi ulteriori indebolimenti centrifughi.
Ma torniamo ai fatti: da una parte c’è chi vorrebbe
tornare sotto la protezione della Madre Russia, come
l’Ossezia del Sud, in cui la maggioranza della popo-
lazione è di etnia russa; dall’altra c’è chi invece, come
la Cecenia, l’ha combattuta per dieci anni per essere
infine piegata dal pugno di ferro putiniano votato alla
resurrezione di una Nuova, Imperialistica Russia in-
ternamente pacificata e (soprattutto) in grado di pe-
sare nei rapporti internazionali. Premesso che ogni
conflitto rappresenta un caso a sé, con specificità e
peculiarità proprie che non permettono generalizza-
zioni, esistono alcuni fattori-chiave comuni in grado di
individuare la matrice dell’emergenza che sta insan-
guinando una regione ben lontana dall’essere pacifi-
cata e che trova la sua cifra distintiva nel melting pot
prodotto dalle innumerevoli etnie residenti e aggra-
vato dai riflussi migratori dalle aree circostanti.
Proprio il consolidamento di una societa’ multiet-
nica, fondata non solo su etnie, ma anche su lingue,
religioni e sistemi sociali differenziati è la prima spe- Immagine © Stanley Greene/ Vu Agency.
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cificità strutturale dell’intera area caucausica e la rende a tutti gli effetti una polveriera a continua minaccia dei già fragili
equilibri presenti. Sul punto i dati parlano chiaro: su una superficie d 444.000 km2 sono presenti una quarantina di gruppi
etnici, di cui solo alcuni realmente autoctoni, come quelli di ceppo iberico-caucasico che comprende ceceni, georgiani e ab-
kazi. I movimenti nazionalistici hanno avuto buon gioco a supportare le loro richieste d’indipendenza utilizzando proprio
come argomento privilegiato quello del legame naturale delle etnie residenti con il territorio: così hanno fatto ad esempio in
moltissimi loro comunicati i ceceni dal 1994 al 2006 circa
(quando Mosca ha normalizzato la situazione regionale dopo
la scomparsa del Presidente della Cecenia secessionista Ma-
skhadov e del comandante Basayev) e così hanno fatto gli os-
setini del sud ribadendo la loro autonomia da Tblisi.
Al di fuori delle popolazioni indigene del Caucaso la que-
stione è complicata dalla presenza nella regione di gruppi di ori-
gine indoeuropea, turca e russa. I dati forniti sulla varietà etnica
presente nel Caucaso giustificano l’espressione “identità fanta-
sma” utilizzata nel titolo: la frammentarietà delle popolazioni
caucasiche ha come conseguenza l’impossibilità di fornire una
risposta precisa ed efficiente alla domanda di protezione recla-
mata dalle varie etnie per la propria identità; questa domanda
rimane così inevasa e si risolve in uno stato larvale, in una par-
venza d’identità su base etnica che non è riconosciuta né dalla
comunità internazionale né dalle stesse leggi interne delle sin-
gole repubbliche/province caucasiche.
Gli interessi strategici ed economici della potenza russa nel
Caucaso invero prescindono da conflitti interetnici e soprattutto
dalle lotte irredentiste e separatiste, anzi, in linea di massima
6 ne sono ostacolati per l’instabilità che queste si portano dietro
come naturale conseguenza. Ed è proprio questo motivo eco-
nomico-strategico il secondo fattore chiave dell’emergenza cau-
casica, soprattutto con riferimento alla Cecenia dove era chiaro
sin dall’inizio all’élite governativa moscovita che il riconosci-
Immagine © Stanley Greene/ Vu Agency.
mento di una Cecenia effettivamente indipendente dall’orbita
russa avrebbe costituito un indebolimento strutturale del governo federale. Mosca avrebbe perso un baluardo vitale nel
Caucaso, vitale proprio perché da esso dipende la presenza o meno della Federazione Russa nell’intera regione del Caucaso
settentrionale e in aggiunta a ciò avrebbe perso anche il controllo del petrolio centro-asiatico. Anna Politkovskaja in La
Russia di Putin analizza un episodio specifico dove la freddezza degli interessi politici di Mosca emerge con terrificante lu-
cidità. Si tratta dell’attentato alla scuola di Beslan del 2004 condotto da separatisti ceceni legati a gruppi islamici wahhabiti:
da una parte si trovano i guerriglieri ceceni legati al comandante Basayev e all’ala separatista islamica radicalizzata che
non esitano ad avvalersi di metodi terrori-
L’eurasismo rappresenta una teoria geopolitica sviluppata agli inizi del XX
stici quali la presa in ostaggio di civili da
secolo da alcuni intellettuali russi e portata avanti di recente da A. Dugin. In sintesi
usare come cassa di risonanza per le loro
la teoria si basa sull’assunto che alla globalizzazione corrisponda una precisa vi-
sione geostrategica basata su un assetto unipolare che articola il globo in quattro rivendicazioni, dall’altra c’è il governo russo,
zone e in cui gli Stati Uniti si trovano in una posizione di leadership incontrastata. inflessibile sulla decisione di non trattare
Secondo gli studiosi eurasisti per contrastare questa logica unipolare sarebbe ne- con separatisti ceceni. Non c’è spazio di
cessaria una radicale riorganizzazione degli equilibri geopolitici globali, che do- mediazione, è come un dialogo fra sordi
vrebbero fondarsi non più su singoli stati (troppo deboli per contrastare lo perché troppo alta è la posta in gioco per
strapotere economico e culturale statunitense) ma su federazioni di stati su scala
entrambe le fazioni e questo non è un gioco
continentale: in particolare nel Caucaso, endemicamente instabile, toccherebbe
a somma zero: nella logica del conflitto qual-
alla Russia assumere un ruolo di primo piano promuovendo un network di alle-
anze fra Mosca e i principali centri caucasici in grado di prevenire ulteriori tensioni cuno deve cedere, non importa il costo, non
regionali. importano i mezzi. E se agghiaccianti sono
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i mezzi utilizzati per tentare di accelerare il processo d’indipendenza (gli ostaggi erano per lo più alunni della scuola, inse-
gnanti e parenti dei bambini), ancora più agghiacciante è la risposta dell’entourage politico di Putin di fronte all’emergenza:
il Cremlino istituisce un quartiere generale per le “operazioni di liberazione degli ostaggi” ma nei fatti nessun dirigente è au-
torizzato a condurre delle trattative e ciò finisce con il provocare la reazione dei guerriglieri. L’unico politico che si decide a
tentare delle trattative, dice la Politkovskaja, lo fa sfidando le ire di Putin e le sue conseguenze politiche. Ai morti per mano
cecena si aggiungono infine le vittime dell’intervento militare
russo che utilizza reparti speciali, analogamente a quanto era
giá accaduto al Teatro Dubrovka a Mosca due anni prima, per
togliere di mezzo i ribelli e di conseguenza, quasi fosse un ef-
fetto collaterale, anche gli ostaggi superstiti. Ancora una volta,
a cose fatte la ragione di stato si ammanta di retorica al fine
di giustificare dei meri interessi geopolitici: la strategia di
Mosca dopo questo attentato è quella di gridare nuovamente
all’emergenza terrorismo ceceno, vanificando qualsiasi ten-
tativo della stampa di indagare circa le corresponsabilità
russe nell’attentato di Beslan e le connivenze del governo di
fronte alle deportazioni e ai precedenti eccidi compiuti dai mi-
litari russi in Cecenia. Il risultato, a metà 2008, è quello di ot-
tenere una Cecenia “normalizzata” ed epurata dalle
componenti radicali e belligeranti, in cui il passato sembra
cancellato con un colpo di spugna ma dove non c’è giustizia.
Una Cecenia normalizzata con la violenza, per interessi stra-
tegici: decisamente una cattiva eredità nel Caucaso setten-
trionale.
Gli stessi calcoli geopolitici hanno invece portato la Russia
a sostenere la domanda d’indipendenza degli ossetini del sud 7
a fronte dell’invasione armata georgiana: qui la questione si
presentava rovesciata rispetto al conflitto ceceno, con un
gruppo etnico di matrice russa che invocava l’indipendenza
dalla Georgia a sostegno del quale Mosca è accorsa. Non
solo in questo caso la domanda d’ indipendenza è stata supportata con le armi dalla Russia, ma il 25 agosto 2008 la Duma
ha votato all’unanimità affinché il presidente Medvedev (l’ombra di Putin) riconoscesse formalmente e unilateralmente l’ Ab-
kazia e Ossezia del Sud come stati indipendenti, cosa a cui egli ha provveduto con decreto e nella generale riprovazione
della comunità internazionale e della Nato. Il motivo di tanta “generosità” russa verso l’Ossezia del Sud e che segna la dif-
ferenza con la situazione cecena e’ dato proprio dalla necessaria fuoriuscita dell’Ossezia del Sud dall’orbita di gravitazione
georgiana e indirettamente statunitense al fine favorire i traffici russi nell’area. Ancora una volta l’utilizzo del fattore etnico
è solo una copertura per ben più concreti e monetizzabili
interessi, in un gioco che vede implicata non solo Russia bibLioGraFia

e Stati Uniti ma anche l’Unione Europea, sempre più co-


- AA.VV, La Russia in casa, in “Limes”, 6/2006, Gruppo editoriale
stretta fare i conti con l’orso russo ma soprattutto con le
L’Espresso.
sue indispensabili forniture di gas alla vigilia dell’in- - AA.VV, Russia contro America, peggio di prima, in “I quaderni speciali
verno. di Limes”, supplemento al n. 4/2008, Gruppo editoriale L’Espresso.
- C.Benedetti, Il rischio Cecenia, EDUP, 2007.
- G.Bensi, La Cecenia e la polveriera del Caucaso, Nicolodi Editore, 2005.
- Stanley Green, Open Wound: Chechnya 1994-2003, 2004.
- A. Politkovskaja, Cecenia: il disonore russo, Fandango edizioni, 2003.
- A. Politkovskaja, La Russia di Putin, Adelphi edizioni, 2005.
- A. Politkovskaja, Proibito Parlare, Mondadori, 2007.
- P. Sinatti, a cura di, La Russia e i conflitti nel Caucaso, Edizioni della
fondazione Giovanni Agnelli, 2000.
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BAMBINI
CLANDESTINI
Infanzia e identità violate
di Franco Fadanelli


Il minore si è allontanato arbitrariamente per ignota destinazione”. Negli uffici immigrazione, questa frase registra il
destino di un bambino su tre arrivato in Italia come clandestino non accompagnato e sfuggito alla tutela di centri ac-
coglienza e case famiglia. Ad ottobre dei ventunomila clandestini sbarcati quest’anno a Lampedusa, 1.320 sono mi-
nori non accompagnati di età compresa tra i dodici e i diciassette anni. In un articolo apparso a giugno su “La Repubblica”,
Attilio Bolzoni aveva incontrato nel centro di accoglienza dell’isola alcuni di loro, raccogliendone preziosi racconti, sogni e
disegni. A pochi mesi di distanza, a fine settembre,
Bolzoni è ritornato nelle case famiglia di Agrigento
alla ricerca di questi bambini. Seth Boafo, 17 anni,
fuggito a piedi e in camion dal Ghana per imbar-
carsi in Libia, dopo aver attraversato Nigeria e Al-
geria, non è più rintracciabile. Falis Abdullah
Mohem, ragazzina somala di appena 15 anni,
scappata da Mogadiscio, non ha lasciato traccia.
8 Di Appiah, diciottenne ghanese approdato a Lam-
pedusa il 21 giugno, numero 34 del secondo
sbarco di quel giorno, nessuno sa più niente.

I ragazzi scappati alla tutela dello stato sono


spesso vittime di sfruttamento da parte della ma-
lavita organizzata. Accattonaggio, spaccio di
droga, prostituzione e pedo-pornografia rappre-
sentano i pericoli più concreti, ma negli ultimi anni
“È ora che blocchiamo questo flusso con una legge che escluda gli indesi- è cresciuto anche l’allarme per il mercato di or-
derabili o specificamente mirata su questa nazionalità.”
A proposito dell’immigrazione italiana su un numero del 1914 della rivista australiana gani. Solo per quanto riguarda i ragazzi sbarcati
“World's Work” (da Gian Antonio Stella, L'Orda: quando gli albanesi eravamo noi, Rizzoli, quest’anno a Lampedusa, 450 circa sono scom-
2002).
parsi. Se sommiamo a questi i minori arrivati negli
anni precedenti, i non registrati dai centri di acco-
glienza e coloro che sono entrati in Italia in altre zone sensibili come l’Adriatico, ci troviamo di fronte ad un fenomeno molto
vasto e del tutto trascurato dall’opinione pubblica. La maggior parte dei ragazzi che fugge dalle case famiglia si allontana
per raggiungere connazionali o parenti (spesso l’Italia è solo una tappa del viaggio) e non conosce bene la condizione di
tutela garantitegli dallo stato.
Per dare un quadro più preciso del rischio concreto che questi ragazzi corrono, ricordiamo che, secondo l’associazione
internazionale Save the children, “si stimano in 2,7 milioni le vittime della tratta di esseri umani nel mondo, di cui l'80% è co-
stituito da donne e bambini. Un vero e proprio business con un volume di affari - gestito da reti criminali transnazionali - pari
a circa 32 miliardi di dollari l’anno e paragonabile a quello del traffico di armi o di stupefacenti. Per quanto riguarda l’Italia,
secondo i dati ufficiali sono 54.559 le vittime della tratta di esseri umani che hanno ricevuto assistenza e protezione fra il
2000 e il 2007: Nigeria e Romania le nazioni principali di provenienza ma flussi più o meno consistenti interessano Moldova,
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Albania, Ucraina, Russia, Bulgaria.”


Il diritto all’infanzia è negato a queste
centinaia di bambini, che andrebbero aiutati
con maggiori risorse e coordinazione. In
pieno accordo con importanti trattati inter-
nazionali, la Legge italiana garantisce ai mi-
nori clandestini la più completa tutela,
assicurando loro istruzione, sanità e assi-
stenza psicologica, oltre alla possibilità di
restare in Italia anche una volta raggiunta
la maggiore età. Per godere pienamente
dei propri diritti, il minore deve essere rap-
presentato da un tutore legale. Si tratta di
un ruolo molto importante e delicato, non
sempre favorito dai tempi lunghi delle isti-
tuzioni e ricoperto soprattutto da volontari,
che si prendono carico anche di più minori
contemporaneamente. In mancanza di alternative, il giudice del tribunale dei minori può affidare il ruolo di tutori a degli av-
vocati.
Le buone leggi ci sono, ma qualcosa non funziona nella loro applicazione. È imperdonabile in uno stato civile che questi
ragazzi scompaiano nel nulla. Molti lamen-
tano la scarsa organizzazione e cattiva
preparazione del personale delle case fa-
miglia nelle regioni degli sbarchi. Il dubbio
legittimo è che alcune amministrazioni,
visto il costo del mantenimento di un mi- 9
nore di circa 60 euro al giorno (la fonte è
l’approfondimento del 7 ottobre di “Primo
Piano”, Raitre), preferiscano perdere silen-
ziosamente i loro piccoli ma onerosi ospiti.

Le immagini di questa pagina sono tratte dal film


Quando sei nato non puoi più nasconderti di Marco Tullio
Giordana.

sitoGraFia

Gli articoli di Bolzoni sono disponibili on line ai seguenti indirizzi:


- www.repubblica.it/2008/06/sezioni/cronaca/sbarchi-immigrati-1/sbarchi-immigrati-1/sbarchi-immigrati-1.html
- www.repubblica.it/2008/10/sezioni/cronaca/bimbi-fantasma/bimbi-fantasma/bimbi-fantasma.html
- www.repubblica.it/2008/06/sezioni/cronaca/sbarchi-immigrati-1/porta-immigrati/porta-immigrati.html

Il sito ufficiale di Save the children è www.savethechildren.it.

La Convenzione sui diritti dell’infanzia è disponibile sul sito di Unicef, www.unicef.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPa-


gina/51.

Sul tema dello sfruttamento minorile e della tratta di bambini, le fonti informatiche sono molte. Per chi fosse interessato, un’ot-
tima fonte sono le inchieste televisive di Silvestro Montanaro, autore del bellissimo programma di Raitre “C’era una volta”, dispo-
nibili sul sito www.ceraunavolta.rai.it.
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L’identità
sessuale
Le sue trasformazioni e la sua influenza
su uomini e donne
di Carmela Greco

U
omo o donna? La sessualità si presenta duale, si fonda sulla differenza sessuale, tende alla separazione dei
sessi e a ricostruire le motivazioni dell'incontro o le ragioni dell'attrazione proprio sulle loro diversità e sulla loro
lontananza. Appartenere ad un sesso è il primo dato, la prima percezione che un bambino ha di sé. Il maschio
diventa uomo e la femmina donna: è questa la propria identità di genere. Successivamente ci si rende conto che uomo e
donna sono complementari, che tra di loro c’è
un’attrazione biologica, si completano a vicenda.
Varie discipline storico-sociali hanno documentato
il lunghissimo cammino di ostilità ed eterogeneità
culturale, di prevaricazione e separazione sociale
tra i sessi: nel mondo tradizionale l'uomo e la
donna non hanno quasi mai conosciuto alcuna
10 forma di uguaglianza, né di diritti, né di preroga-
tive, né di ruoli, né di status.
All’interno della società ognuno ha ricoperto (e
spesso ancora ricopre) un proprio ruolo: all’uomo
spettava il lavoro e l’esercizio della forza; la
donna, il sesso debole, doveva organizzare e cu-
rare tutto, essere moglie e madre.
Questo rigida concezione delle identità ses-
suali ha portato ad una delimitazione del modo di
essere, ad un conformarsi all’idea che la società
impone, andando spesso anche contro la propria
volontà ed il proprio modo di essere, costringendo
alcune persone a vivere una vita che non è la pro-
pria.
La necessità di mantenere un certo ordine ed
equilibrio all’interno della società ha portato a de-
finire come “normalità” il solo rapporto tra uomo e
donna. E' evidente che malgrado la sordità e la ce-
cità storiche delle varie civiltà, le forme in cui la
sessualità si esprime evadono di gran lunga dallo
schema duale e il suo lineare bipolarismo. L’omo-
sessualità infatti esiste e non va ignorata né ne-
gata.
Campagna della Fondazione canadese Emergence. Lo stesso manifesto è stato utilizzato dalla
La paura e la vergogna portano gli adulti a fare Regione Toscana per una campagna di comunicazione, patrocinata dal Ministero per le pari op-
portunità
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i conti sempre più tardi con la propria identità sessuale, con il pro-
prio essere, dall’altro gli adolescenti a combattere contro le proprie
sensazioni e sentimenti. I forti stereotipi spingono gli adolescenti
che sono poco informati e supportati dagli adulti ad avere paura di
confrontarsi con la propria sessualità. Nelle stesse famiglie il di-
scorso della sessualità è difficilmente (se non per niente) trattato,
poiché gli adulti provano più imbarazzo degli adolescenti nell’af-
frontare determinati discorsi; così si cercano fuori le risposte alle
proprie domande, ma non sempre si riesce a trovarle. Allora ci si
nasconde, si mente a se stessi prima che agli altri e quando non
si riesce più a fingere e si deve fare i conti con il proprio “io” ci si
ritrova in uno stato di sconvolgimento totale delle proprie vite.
Oltre a dover affrontare una situazione nuova, ci si trova faccia
a faccia anche con i pregiudizi della società, che considera tali
comportamenti “devianti”. Ebbene sì, anche se siamo nel XXI se-
colo e molte cose sono cambiate, l’omosessualità, che in appa-
renza sembra esser stata accettata (a patto però che non sia
troppo esibita), è ancora accompagnata da moltissimi pregiudizi,
e considerata da alcuni persino pericolosa. Vi sono alcuni ambienti
lavorativi, come quello
Albrecht Dürer, Adamo ed Eva, 1507, dipinti su tavola, 209x81 e 209x83,
Museo del Prado, Madrid.
educativo, che conside- Vi è sempre stata una negazione da
rano poco consone de- parte della storia di determinate realtà;
terminate preferenze sessuali, in quanto potrebbero mal influenzare i bambini (si sin dai tempi di Giuseppe Zanardelli ed
Alfredo Rocco (ideatori dei codici di di-
considera poco educativo, a volte anche deviante, avere un maestro gay, poi però
ritto e procedura penale) non si volle far
far giocare i bambini con pistole, coltelli e videogiochi dove muoiono tutti è giu-
riferimento a queste figure e successiva-
sto!!). 11
mente, con l’ascesa del fascismo, i “di-
Se gli omosessuali trovano così tante difficoltà perché sono visti come diversi, versi” furono schedati, licenziati e puniti.
i transgender hanno disagi maggiori perché oltre ad essere pericolosi sono con-
siderati disgustosi.
Anche la legge e la politica sono molto rigide su determinate questioni, poiché non offrono nessuna possibilità alle coppie
di fatto e sono centralizzate sulla concezione di coppia meramente eterosessuale, mentre bisognerebbe fare i conti che
una realtà, quella omosessuale, che esiste.
Anche la Chiesa ha un atteggiamento particolare nei confronti degli omosessuali, poiché li accetta come figli di Dio, ma
ne punisce i comportamenti, poiché sono questi ad esser considerati peccaminosi e non l’omosessualità in sé. Tuttavia è
nella più remota antichità che trovano terreno di coltura quelle preoccupazioni che costituiscono oggi il corpo dottrinario
della morale sessuale.
La sessualità, fin dall’episodio della Genesi in cui Adamo ed Eva si accorgono di essere nudi e diversi, è stata associata
alla colpa, alla vergogna, al peccato, alla negatività.
Anche se oggi, per fortuna le cose sono un po’ cambiate rispetto ai tempi del fascismo, io penso che l’accettazione sia
ancora molto lontana; per ora ci si sta rendendo conto che identità sessuale
non significa eterosessuale. È stato coniato anche un vocabolo per descri-
Esistono, anche da parte di chi dice che non ha nessun problema nei con- vere l’avversione nei confronti dell’omoses-
fronti di chi è “diverso”, alcune forme leggere di discriminazione che vanno sualità e degli omosessuali: omofobia. Questo
termine, usato per la prima volta da Weim-
dalla battutina al sorrisino ironico, e di questo bisogna prendere consapevo-
berg alla fine degli anni Sessanta, è collegato
lezza.
a sentimenti di avversione e disprezzo. Suc-
E' la sessualità stessa a presentarsi come un continuo in cui nessuno ha cessivamente è stato creato un altro termine,
il dovere di stare da una parte o di scegliere per sempre: desiderio e senti- eterosessismo, per descrivere un sistema so-
mento non solo non conoscono frontiere di razza o di lingua, ma nemmeno cietario che usa trattamenti differenti a se-
di sesso. Ciò che conta è la persona!! conda dell’orientamento sessuale.
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Contro
l’identità?
“E’ l’instabilità che ci fa saldi ormai negli
sradicamenti quotidiani”1
di Marco Giacomelli

D
efinire la propria identità significa innanzitutto porsi una domanda all’apparenza molto semplice, la cui risposta
al contrario può, o forse deve, essere molto meditata e articolata. La domanda è: “chi sono io?”. La risposta
esige l’interpretazione della domanda, perché può riferirsi a molti significati.
Alcune correnti filosofiche e sociologiche, nelle
quali è stato indagato il concetto di identità, ci aiu-
tano ad operare delle distinzioni. Principalmente si
può parlare di identità personale o identità sociale
(collettiva). La propria identità si costituisce fin dalla
nascita nel rapporto io-mondo sociale mediante i
due processi paralleli di identificazione e di indivi-
duazione, che sono molto intensi durante il primo
12 sviluppo, durante l’infanzia e l’adolescenza. Il pro-
cesso di identificazione conduce alla formazione del
senso di appartenenza ad un gruppo sociale attra-
verso l’imitazione di linguaggi. Il primo e fondamen-
tale gruppo è la famiglia: esso è destinato ad
allargarsi ad un gruppo sempre più vasto che suc-
cessivamente si frammenta in più gruppi, man mano
che l’individuo diviene sempre più autonomo. Que-
sta autonomia nasce dalla spinta del processo di in-
dividuazione, che si attua in un distacco a volte
radicale e a volte più sfumato, in cui è il ripiegarsi
su se stessi ad arricchire la propria biografia di fram-
menti individuali, se non individualisti, dai quali
emerge prima di tutto a sé stessi la propria unicità.
Possiamo ritenere che questi due processi ci ac-
compagnino per tutto il corso della vita, ma questa
è già una presa di posizione perché per alcuni la no-
stra identità si determina in una prima fase di ap-
prendimento (identificazione) e successivamente non muta. Noi riteniamo invece che l’identità sia simile allo sviluppo della
storia, come essa è un processo di continua trasformazione dovuto alle interazioni sociali, che potrebbe rimanere sostan-
zialmente determinata e fissa solo in piccoli gruppi sociali fortemente isolati (anche se le ricerche antropologico - etnografiche
non lo confermano). I gruppi dei primi anni di vita lasciano comunque un segno maggiore, perché tutto è nuovo e perché
col tempo la spinta all’individuazione si fa sempre più forte, ma anche in età matura l’appartenenza ad alcuni gruppi o isti-
tuzioni sociali può lasciare segni profondi (come il “vecchio” servizio militare o il “nuovo” Erasmus).
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Il significato che qui diamo alla nostra domanda iniziale


“La tua stanza è nella torre?” chiesi piuttosto sommessamente.
è dunque “quali sono i particolari culturali ed etnici che mi
“Meschugge dovrei essere a sciropparmi tutte quelle scale!” ri-
distinguono dagli altri?” e “quali sono gli stessi particolari spose Wolf. “Mica sono un goj.”
che mi accomunano ad un gruppo sociale?”. Naturalmente Mi amareggiava che usasse la parola che in yiddish significa “cri-
possiamo chiederci anche “chi sei tu?”, “chi siamo noi?” o stiano” per indicare la quintessenza della stupidità e della gof-
“chi sono quelli?”. faggine. Mi dissi che però probabilmente era un modo di dire
A questa prima distinzione tra identità personale e so- del suo ambiente e in un certo senso mi rallegrai che si com-
portasse con me così spontaneamente da parlarmi come a uno
ciale ne aggiungiamo un’altra: quando ci apprestiamo a ri-
dei suoi. Quando voleva – andava a scuola a Vienna – sapeva
spondere alla nostra domanda tendenzialmente possiamo
parlare un ottimo tedesco che suonava però un po’ artificioso.
avere due tipi di approcci, uno “forte” (a) ed uno “debole” Preferiva tuttavia parlare quel miscuglio di cattivo tedesco e di
(b). L’identità ha una componente di costruzione che si ar- espressioni yiddish e polacche – alla maniera tipica degli ebrei,
ticola nelle operazioni di assimilazione e separazione ope- insomma – perché quel gergo trasandato, ma di una ricchezza
rando delle decisioni. L’identità è (anche) decidere chi sono espressiva arguta, colorita e intrisa di umorismo, si adattava me-
io e chi siamo noi, non è la nostra essenza ma è la nostra glio alla sua natura, alla sua intelligenza pronta e agile nonché
alla sua incrollabile sicurezza di sé. Quanto a me, ero stato edu-
visione di noi stessi, è una comprensione di sé (non psico-
cato a una rigorosa correttezza linguistica nonostante tutti gli
logica). Cercando la propria identità si decide quali pro-
austriacismi dei miei, che tra loro parlavano un tedesco per così
prietà ne fanno parte e quali no, quali sono i nostri gruppi dire in pantofole, ma quando volevano sapevano anche parlare
un limpido tedesco letterario che in loro non aveva niente di
artificioso. Con divertita curiosità ascoltavo ora attentamente
le frasi del mio nuovo amico Wolf Goldmann, in un certo senso
gli prendevo le misure anche sul piano del linguaggio”.

Tratto da: G.Von Rezzori, Memorie di un antisemita, Guanda,Va-


rese, 2001, pag.44

di riferimento e quali sono gli estranei, e tale decisione è un atto 13


intenzionale gravato da un orizzonte storico (e antropologico) di
partenza, che è la nostra storia sociale più intima, dei nostri luo-
ghi e dei nostri “vicini”. A questo processo di decisione si accom-
pagnano però altri due fattori che costituiscono l’identità, il flusso
e le connessioni (o relazioni), che ne rendono più complessa la
definizione. Il flusso è un processo costante, ma poco visibile,
di continue rimozioni e nuove acquisizioni. Le relazioni sono le
nostre continue interazioni e comunicazioni sociali che procu-
rano delle diversificazioni; per vivere noi non possiamo non co-
municare. Il primo approccio (a) è quello per cui l’identità una
volta formata rimane sostanzialmente inalterata, dando premi-
nenza alla componente di costruzione dell’identità. E’ il gruppo
preminente che determina l’identità del singolo, decidendone i
simboli, la storia, il panorama culturale. Questa visione è stata
alla basa dello stato etico, che doveva costruire i propri cittadini.
Il secondo (b) sottolinea che l’identità nella sua componente di
costruzione è una finzione, che vuole ma non può in realtà rin-
negare gli altri due fattori. L’approccio forte all’identità viene considerato una mistificazione, perché il flusso e le relazioni
non si possono mai interrompere. In questo caso l’identità è costituita da continue variazioni, più o meno ampie, sul tema
che è il nostro io. A questo proposito una corrente della filosofia analitica considera l’identità personale come una continuità
psico-fisica. Non si tratta quindi di una costruzione definita e statica ma di un mutamento secondo regole (indagabili), grazie
alle quali riconosciamo una persona e ci riconosciamo perché possiamo comprendere i meccanismi che hanno determinato
i mutamenti.
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Nella storia umana vi è stato un alter-


narsi tra l’approccio forte e debole all’iden-
tità, in alcune fasi della storia si viveva un
concetto debole di identità, in altri forte.
Oggi forse viviamo un momento di ricerca
forte di identità in diverse parti del mondo,
a volte in modo molto esplicito e a volte sot-
terraneo ma non meno determinato.
A nostro avviso sostenendo l’identità
forte si va incontro a delle aporie, delle quali
facciamo un breve accenno.
Innanzitutto si può sostenere che la pro-
pria identità, descrivibile come una unità di
particolari (proprietà) attorno ad un io, è un
trascendente che costituiamo solo in modo
mediato dalla percezione di una propria
continuità di intenzioni. Trovo la mia unità
non tanto in quello che ho vissuto quanto nell’intenzionalità alla base del vissuto. Una unità quindi prevalentemente numerica,
l’identità di sé con sé stessi. Il bagaglio che porto dietro da tutte le mie esperienze mi trascende e non lo colgo come un os-
servatore esterno, sono esperienze vissute attraverso la mia particolare prospettiva carica di precomprensioni. Operare
perciò una scelta, decidere e costruire la mia identità fissandola ad alcuni punti è una operazione parziale, cui sfugge ine-
vitabilmente la totalità.
Una seconda aporia proviene dalla filosofia ermeneutica, ed in particolare dal circolo ermeneutico: “sia dal punto di vista
linguistico che da quelli psicologico e tecnico l’attività del comprendere si realizza infatti soltanto [...] attraverso il continuo
procedere dall’intuizione della totalità dell’opera”, alla quale possiamo assimilare la nostra biografia, “alla conoscenza delle
14 sue singole parti e da queste ultime di nuovo alla comprensione della totalità. Nasce allora spontanea la domanda se tale
procedimento non si muova in un circolo vizioso, così da rendere vano lo sforzo conoscitivo dell’interprete e il suo tentativo
di penetrare il significato di un testo o di un avvenimento del passato”2. Anche in questo caso si pone un limite alla capacità
di comprendere e abbracciare la nostra totalità.
Infine, nel costruire un’identità in maniera forte ci chiudiamo nel passato tralasciando il futuro, con tutta la sua carica di
intenzioni ancora non espresse. Desideri, aspettative e progetti di vita dovrebbero essere parte del nostro bagaglio identitario.
In più tralasciamo anche il presente, le relazioni attuali che non sappiamo ancora a cosa possano portare.
Ancor prima di venire espressa l’identità è un processo connaturato all’uomo. La sua definizione in maniera “forte” diviene
tanto chiusura nel passato e negazione del presente, quanto negazione della ricchezza stessa della nostra esistenza. L’iden-
tità perciò è prima di tutto indagine, in cui la totalità sfugge sempre. Se non vogliamo fare una operazione troppo parziale e
sterile, una forzatura su di noi stessi, non dobbiamo dimenticare il flusso e soprattutto le relazioni, perché negli altri ci pos-
siamo specchiare.
Vorremmo essere uno, ma siamo nessuno e centomila.3

bibLioGraFia

- A. Bagnasco, M. Barbagli, A. Cavalli, Corso di sociologia, Il Mulino, Bologna, 1997.


- F. Bianco, Introduzione all’ermeneutica, Editori Laterza, Roma-Bari, 1998
note
- A. Bottani e N.Vassallo, a cura di, Identità personale un dibattito aperto, Loffredo Edi-
1. G. Lindo Ferretti, Esco in C.S.I., Linea
tore, Napoli, 2001
Gotica, PolyGram Italia S.r.l., 1996
- E. Husserl, Fenomenologia e teoria della conoscenza, Bompiani, Milano, 2000
2. F. Bianco, Introduzione all’ermeneutica,
- F. Remotti, Contro l’identità, Editori Laterza, Roma-Bari, 1996
Editori Laterza, Roma-Bari, 2002, pag.
- A. Salsa, Il tramonto delle identità tradizionali, Priuli&Verlucca, Scarmagno (TO), 2007
140
3. Liberamente ispirato da L. Pirandello,
Le foto riportate in quest’articolo sono dell’autore.
Uno, nessuno e centomila.
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Montag
Un’identità negata
di Stefano Franceschini

M
ontag non ha un’identità, Montag non si è mai interrogato sulla sua identità. Ma chi è Montag? Potremmo de-
finire in questo modo il protagonista del libro Fahrenheit 451 di Ray Bradbury: uomo, maschio, felicemente
sposato, perfettamente a suo agio
nelle strutture sociali, ottimo impiego lavorativo di
“incendiario” o “vigile del fuoco”. Montag è un uomo
che ha una particolare occupazione, quella cioè di
incendiare i libri, di far sparire questi elementi di di-
sturbo della nostra identità. Ma tutto ciò non può du-
rare a lungo e la domanda “chi sono io?”
inevitabilmente si presenta nel momento in cui il vor-
tice delle cose che ci circonda ci lascia lo spazio e
il tempo per pensare. Il pensare di Montag procede
incerto, è ancora imprigionato nelle cose e allineato
ai binari prestabiliti dell’abitudine, quella brutta abi-
tudine che lo impegna nell’attività di rendere le cose
diverse da quello che sono utilizzando lo strumento
del fuoco. Ecco allora che l’interrogazione ci rende
diversi e rende le cose differenti: chi ha deciso che 15
Montag dovesse fare quel lavoro e chi ha deciso
che Montag debba essere definito con le caratteri-
stiche che abbiamo descritto sopra? “No, non era
felice. Non era felice. Si ripeté le parole mental-
mente. Riconobbe che questa era veramente la si-
tuazione. Egli portava la sua felicità come una
maschera…”. Lentamente Montag comincia a pren-
dere coscienza della sua situazione, inizia a com-
prendere che la sua identità in realtà è negata, che
le caratteristiche che lo definiscono in realtà non
fanno altro che impedire l’identità con quel qualcosa
di diverso che Montag comincia a scoprire, anche
riguardo al proprio lavoro: “Ma è… è sempre stato
così? La Caserma del fuoco, il nostro servizio d’in-
cendiari? Oppure, una volta, molto, ma molto tempo
fa…”. Le reazioni però non tardano ad arrivare al
primo segnale di incertezza e dubbio: ma non è così Montag, guardati intorno, guarda la realtà! È sempre stato così, non è
mai stato diversamente Montag! Tutti i dubbi e le incertezze di Montag, tutti i suoi pensieri spontanei vengono tacciati di ir-
realtà, vengono contrapposti ad una realtà che “esiste”, dura, impenetrabile, assoluta; si tratta però di una realtà puramente
inventata: i vigili del fuoco prima non appiccavano gli incendi, li spegnevano. Tutte le cose hanno la stupefacente caratteri-
stica di poter essere utilizzate in maniera opposta a ciò per cui erano state fatte in origine: per esempio Montag può, grazie
alla sua occupazione, mettere in salvo i libri invece di bruciarli, può, impegnarsi a leggerli, imparare da essi e parlarne, può,
invece di reprimere tutti i pensieri conflittuali che animano la sua mente, lasciare che essi a poco a poco trovino i loro spazi
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per poter impegnarsi in


un’attività di confronto,
lotta e dialogo tra di loro.
Fortunatamente lo scena-
rio in cui oggi noi siamo in-
seriti sembra essere
differente da quello di
Montag e il problema che
noi dobbiamo affrontare
sembra essere non più
quello della mancanza di
libri e di mezzi di comuni-
cazione, bensì quello della
sovrabbondanza. Questa
però ci mette davanti ad
un problema analogo
anche se inverso: l’identità
viene negata a causa
della diversità che ci com-
pone se non riusciamo a
trovare un terreno comune
per costituirla. Il pericolo è che tutta questa diversità rimanga isolata, che essa viva l’una affianco all’altra coesistendo su
piani paralleli incomunicabili tra loro e non permettendo che questi pensieri e interrogativi diversi che ci animano possano
avere un loro spazio per esprimersi. Tutto ciò richiede tempo e impegno costante, continuo dialogo che procede passo dopo
passo a raccogliere la sfida e la ricchezza che ogni altro e ogni diversità che incontriamo ci pone; ci richiede di ritornare sui
16 nostri passi, di ritornare sui propri pensieri per poter far emergere la diversità che abbiamo con noi stessi, la diversità che
siamo e, se necessario, a negare l’identità che siamo. Ciò può anche farci scoprire che forse non siamo radicalmente dif-
ferenti, ma che possiamo condividere esperienze anche con un passato che non è più nostro, anche con ciò che non è no-
stro. Montag in fondo non è così diverso, anche lui deve combattere con una tecnologia che si presenta sempre come
potenzialità carica di rischi, con delle strutture sociali che cercano sempre di più di annullare il dialogo facendo credere che
non si abbia nulla da dirsi o che non si riuscirà mai a parlarsi; anche noi come Montag siamo sempre a rischio di trovarci a
“camminare soli lungo i binari di una ferrovia abbandonata”. Ma chi sei Montag ? Ecco che allora dobbiamo forse ricordare
il nostro passato e nel ricordarlo comprendere la nostra differenza articolando così la nostra identità, facendola sempre e di
nuovo emergere da ciò che siamo stati. Il libro si chiude con l’immagine di rinascita rappresentata dalla fenice che emerge
dalle ceneri, e con questa rinnovata immagine, riproponiamo ancora una volta l’interrogativo: d’altro canto…chi sono io?

ray bradbury nasce nel 1920 e pubblica Desidero ringraziare Alessandro Povino e Marco Giacomelli
il romanzo Fahrenheit 451 nel 1953, il quale
per la loro disponibilità alla lettura della prima stesura di questo
viene considerato la sua opera di maggior
articolo.
successo. Il libro esprime una grande pul-
sione e rabbia nei confronti di un mondo
repressivo e totalitario, che pensato se-
condo una modalità “fantascientifica”, ha
mostrato inquietanti analogie con il mondo
reale. Nel 1966 il regista François Truffaut
ne fa il tema del suo quinto lungometraggio e per il 2009 è stata
annunciata una nuova versione da parte del regista Frank Darabont.
Il libro, carico di speranza e di un messaggio di rinascita, si limita
però ad una proposta utopica negativa. Tra le altre opere di Brad- bibLioGraFia
bury sono da ricordare The Martian Chronicles del 1950 e A Mede-
cine for Melancholy del 1958. Ray Bradbury, Fahrenheit 451, Mondadori, Milano 1989
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Il teatro
della memoria
Il caso dello Smemorato di Collegno
di Niccolò Valentini

N
el 1981 Leonardo Sciascia pubblica Il teatro della memoria. In tale libro, narra la vicenda dello Smemorato di
Collegno, che, tra il 1927 e il 1931, coinvolse profondamente l’opinione pubblica italiana per la particolarità del
caso.
E’ il 10 marzo 1926. Il custode del cimitero ebraico Tommaso Cibrario ferma un uomo e scopre che questi nasconde
sotto la giacca uno dei vasi di bronzo delle tombe, alcuni dei quali in quei giorni erano già scomparsi. Nonostante l’uomo lo
preghi di non essere rovinato, il custode lo consegna alle guardie municipali.
Arrivato in Questura, l’uomo si fa violento, cercando anche di suicidarsi gettandosi
giù dalle scale. Egli sostiene di non ricordare il proprio nome e non ha con sè alcun
documento d’identità. Il medico della Questura, incaricato di visitarlo, diagnostica “sin-
tomi di alienazione mentale con propositi di suicido”1, ordinando l’immediato ricovero
in manicomio a Collegno. Qui, i medici diagnosticano uno “stato confusionale depres-
sivo”2, facendo commutare il ricovero da temporaneo a definitivo dal giudice istrut-
tore.
In manicomio, l’uomo, a cui viene dato il numero di matricola 44170, col tempo ac- 17
3
quista una propria “razionalità quotidiana”, vivendo “come in un’oasi di serenità” . No-
nostante ciò, egli non riesce a recuperare la memoria. Vista la situazione, su “La
Domenica del Corriere” del 6 febbraio 1927, in una rubrica chiamata di solito “Chi l’ha
visto?” e per l’occasione chiamata “Chi lo conosce?”, viene pubblicata la foto dello
sconosciuto, a cui si accompagna questo testo: “Ricoverato il giorno 10 marzo 1926
nel Manicomio di Torino (Casa Collegno). Nulla egli è in condizioni di dire sul proprio
Lo sconosciuto fotografato alla Questura di To- nome, sul paese di origine, sulla professione. Parla correntemente l’italiano. Si rileva
rino il 26 marzo 1926, giorno del suo arresto al
cimitero (fonte: Lisa Roscioni, Lo smemorato di (sic) persona colta e distinta dell’apparente età di 45 anni”4.
Collegno, Torino, Einaudi, 2007).
Molti pensano di riconoscere nello sconosciuto i propri cari scomparsi durante la
Grande Guerra. Tra questi c’è anche il professor Renzo Canella, che parte da Verona per andare a incontrare quello che
spera sia suo fratello Giulio, dato per disperso nella battaglia di Nitzopole, in Macedonia, nel 1916. Segni cui si affida l’iden-
tificazione sono una cicatrice sotto i baffi e una cicatrice al calcagno, che però lo sconosciuto non ha. Il prof. Renzo si in-
trattiene a lungo a colloquio con l’uomo, tuttavia lasciando il manicomio dichiara nettamente di non aver riconosciuto nello
smemorato il fratello. Arrivato a Verona, però, al questore fa una dichiarazione meno certa: di non poter affermare che lo
sconosciuto sia il fratello Giulio. Il 27 febbraio, infine, dai medici del manicomio è organizzato un incontro tra lo smemorato
e la signora Giulia Canella, moglie dello scomparso; tale faccia a faccia deve sembrare casuale. La signora si presenta pet-
tinata e vestita esattamente come l’ultima volta in cui aveva visto il marito, nel 1916. L’incontro, pieno di pathos, culmina
nell’aperto riconoscimento del marito nello smemorato da parte della signora Giulia Canella. Il giorno stesso del riconosci-
mento viene affidato al paziente l’identità di Giulio Canella. Il 7 marzo, però, arriva in questura a Torino una lettera anonima
in cui si denuncia il fatto che il paziente numero 44170 in realtà è Mario Bruneri, tipografo torinese. La questura, quindi
ordina una ricerca nei propri archivi, da cui emerge un fascicolo riguardante quest’individuo: Mario Bruneri, infatti, risulta
persona nota agli ambienti giudiziari. Nato nel 1886, è stato già in carcere per falso in bilancio e appropriazione indebita e
dal 1922 è ricercato per truffa e lesioni; da tale data Bruneri è stato avvistato a Pavia e a Milano.
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L’8 marzo, quindi, dopo aver riscontrato che le descrizioni fisiche e psicologiche di
Bruneri combaciano con quelle dello sconosciuto, il regio questore di Torino ordina l’ar-
resto dello smemorato, che viene prelevato a Verona e rientra in manicomio il 17 marzo.
Nelle fotografie che la polizia mostra ai familiari di Bruneri, questi riconoscono il loro
congiunto. Sciascia, nel suo libro, fa notare come “la famiglia Bruneri non ci teneva per
nulla a che il proprio congiunto fosse restituito; e tanto più che la restituzione vera e
propria sarebbe avvenuta dopo scontati gli anni di prigione. […] Che di quella pecora
nera si perdesse il nome e che continuasse, sotto altra identità, a vivere la nera sua
vita, non era fatto che turbasse molto la moglie”5. Secondo Sciascia la questione Bruneri
è divenuta una questione di onore per la polizia torinese che, avendone avuta l’occa-
sione, non vuole lasciarsi sfuggire un latitante.
Lo smemorato viene sottoposto a una serie di riconoscimenti da parte dei parenti
più stretti di Mario Bruneri, i quali lo identificano come il congiunto scomparso.
Mario Bruneri nel 1915 (fonte: Lisa Roscioni,
Sciascia sottolinea come nei mesi che precedono l’inizio del processo c’è una serie Lo smemorato di Collegno, Torino, Einaudi,
2007).
lunghissima di persone che si recano dallo smemorato, che lo scrittore divide in “rico-
noscitori di accusa”, “riconoscitori di difesa” e in “disconoscitori. I riconoscitori “di ac-
cusa” erano coloro che “nello smemorato […] riconoscevano il tipografo Bruneri; di difesa quelli che in lui riconoscevano il
professor Giulio Canella”; i “disconoscitori” erano “quelli che si limitavano a non riconoscere nello smemorato il professor
Canella”6.
La signora Canella, da parte sua, non si arrende e costruisce una strategia difensiva a favore dell’identità del marito
scomparso, organizzando una serie di incontri tra lo smemorato e persone che avevano conosciuto il professor Giulio. Ella
presenta un ricorso in procura per poter riottenere l’affidamento di quello che considera suo marito e affida la difesa della
sua posizione al notissimo avvocato Francesco Carnelutti e al gerarca Roberto Farinacci.
Nel frattempo su ordine del questore vengono rilevate le impronte digitali dello sconosciuto; in un telegramma dell’11
marzo si conferma che queste corrispondono a quelle di Mario Bruneri. Nonostante tali evidenze, Sciascia fa notare come
18 si sia dato corso “a una ricerca giudiziaria incentrata sulla «memoria dello amnesiaco» e sulla memoria che familiari, amici,
conoscenti conservavano del prof. Giulio Canella e del tipografo Mario Bruneri”7. Durante tutta la durata del processo en-
trambe le parti in causa danno pochissimo peso alla prova rappresentata dalle impronte: per gli avvocati della pubblica ac-
cusa e di parte Bruneri la prova è decisiva, mentre per gli avvocati di Canella è una
prova creata ad hoc, in quanto la polizia avrebbe sostituito le impronte del fascicolo
Bruneri con una copia di quelle rilevate allo sconosciuto.
Il tribunale, inoltre, incarica il professor Alfredo Coppola, primario della clinica psi-
chiatrica di Palermo, di procedere a un esame scrupoloso dello stato mentale dello
sconosciuto.
Lo smemorato, inoltre, viene sottoposto a una serie di prove culturali, tra cui una
prova musicale: il perito incaricato dal tribunale di quest’ultima scrive che “lo scono-
sciuto non conosce la tastiera del pianoforte, non ha la minima conoscenza della grafia
musicale, mentre è accertato che il professor Canella era un valente pianista”8. Scia-
scia fa notare come non una sola delle perizie ordinate dal tribunale induce a ricono-
scere nello smemorato il professor Canella: non la dattiloscopica, non la calligrafica
(che, anzi, riprende quella di Bruneri), nemmeno la somatica (il professor Canella è
Scheda identificativa dello smemorato re- alto 178 cm, lo sconosciuto 173 e Bruneri, dal foglio matricolare della questura, risulta
datta il giorno del suo arresto
alto 172,5 cm), non la otoiatrica (le lesioni dello sconosciuto corrispondono a quelle ri-
levate in ospedale militare a Bruneri) e non la psichiatrica. Si aggiunga poi una cicatrice
sul dorso in comune con Bruneri.
In una prima sentenza, emessa il 28 dicembre 1927, il tribunale dichiara l’impossibilità di stabilire l’identità dello scono-
sciuto.
L’indomani la signora Canella da una parte e la signora Bruneri dall’altra chiedono al tribunale che venga loro affidata la
custodia dello smemorato. Il tribunale assegna il paziente all’avvocato Gino Zanetti, il quale a sua volta si era impegnato ad
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affidare il suo assistito alla signora Canella.


Il processo dibattimentale si tiene fra il 22 ottobre e il 5 novembre 1928. Nella sentenza del tribunale, al terzo punto del
dispositivo, si legge: “il tribunale dichiara a tutti gli effetti di legge che il convenuto già ricoverato al manicomio di Collegno
col numero di matricola 44170 altri non è che Mario Bruneri fu Carlo e conseguentemente dichiara di spettare al medesimo
lo stato di cui agli atti di nascita e di matrimonio prodotti in causa al nome stesso”9.
Il 7 agosto 1929 la Corte d’Appello di Torino respinge il ricorso presentato dai legali di parte Canella. La famiglia si rivolge,
quindi, alla Corte di Cassazione, che accoglie le richieste di revisione del processo, annullando così le precedenti sentenze
e rinviando lo svolgimento del medesimo alla Corte d’Appello di Firenze.
Il processo inizia il 10 marzo 1931. Dopo ben 142 testimonianze, 14 perizie e 435 pagine di memorie delle due parti
(210 di parte Canella e 225 di parte Bruneri) la Corte d’Appello emette la sentenza il 1° maggio 1931: “Gli egregi procuratori
delle parti e il rappresentante del Pubblico Ministero, nelle loro rispettive
conclusioni, giudicando in sede di rinvio della Cassazione per l’appello in-
terposto dalla persona fisica, che fu ricoverata nel manicomio di Collegno
sotto il numero 44170 di matricola, contro la sentenza proferita il 22 ottobre
– 5 novembre 1928 dalla prima sezione del Tribunale Civile di Torino;
respinta ogni altra eccezione, deduzione ed istanza, compresa quella
di ammissione di mezzi istruttori,
rigetta l’appello sopra indicato e in piena conferma della sentenza in-
vestita di gravame,
“IL CONTE DELLA TORRE: Io difendo la memoria di dichiara che la persona fisica ricoverata il 10 marzo 1926 nel manicomio
Canella!
di Collegno, col numero 44170 di matricola, è MARIO MARTINO BRUNERI
L’ALTRO: La memoria? Ma se sono smemorato!”
Vignetta umoristica de “Il Popolo di Roma”, 3 luglio 1930. fu Carlo,
e dichiara che alla predetta persona fisica spetta lo stato civile risultante
dagli atti di nascita e di matrimonio prodotti in causa e relativi a Mario Martino Bruneri fu Carlo e pone a carico dell’appellante
il pagamento di tutte le spese di causa occorse agli attori Rosa Negro Bruneri e Felice Bruneri, in tutti i gradi di giurisdizione,
così avanti al Tribunale che alla Corte d’Appello di Torino come avanti alla Corte di Cassazione del Regno e infine davanti 19
10
alla Corte d’Appello in sede di rinvio.” .
La Corte di Cassazione a sezioni unite il 17 dicembre 1931 conferma in pieno la sentenza emessa dalla Corte d’Appello
di Firenze. Il giudizio è fonte di molte discussioni e vede sette giudici a favore dell’identità Canella e sette contrari: l’ago
della bilancia è il Presidente della Commissione, che si esprime a sfavore dell’identità Canella dopo essersi visto rifiutare
dal Ministro della Giustizia Rocco tre giorni in più di camera di consiglio per riesaminare le prove.

Durante tutti i vari gradi del processo, tra il 1927 e il 1931,lo smemorato visse presso la famiglia Canella. Da Giulia
Canella ebbe tre figli, oltre ai due già nati prima del 1916: Elisa, nata nel 1928, Camillo, nato nel 1929, e Maria, nata nel
1931.
Lo sconosciuto, dopo essere definitivamente stato identificato come Mario Bruneri, scontò gli anni di carcere che a questi
spettavano presso il carcere di Pinerolo. Dopo la sua scarcerazione, insieme con Giulia Canella e la sua nuova famiglia si
trasferì in Brasile, da dove continuò a sostenere il fatto che lui in realtà era Giulio Canella e come

note tale venne riconosciuto in Brasile. Il paziente numero 44170 del manicomio di Collegno morì a
1. L. Sciascia, Il teatro Rio de Janeiro il 12 dicembre 1941: per lo Stato italiano rimase ed è Mario Bruneri, per lo Stato
della memoria, Milano, brasiliano fin da subito fu registrato come Giulio Canella.
Adelphi, 2004, pag. 17.
2. Ibidem, pag. 18. bibLioGraFia
3. Ibidem, pag. 19.
4. Ibidem, pag. 20. - LEONARDO SCIASCIA, Il teatro della memoria, Milano, Adelphi, 2004
5. Ibidem, pagg. 33-34. - LISA ROSCIONi, Lo smemorato di Collegno, Torino, Einaudi, 2007
6. Ibidem, pag. 42. - MILO JULINI, PAOLO BERRUTI, MAURIZIO CELìA, MASSIMO CENTINI, Indagine sullo smemorato di Collegno, Torino,
7. Ibidem, pag. 38. Ananke, 2004
8. Ibidem, pagg. 60-61. - BENEDETTO FERRETTI, Le impronte...culturali dopo le impronte digitali ovvero Mario Bruneri svelato da se stesso, Mi-
9. Ibidem, pag. 68. lano, Arti Grafiche Mario Sejmand, 1931
10. Ibidem, pagg. 80-81. - VINCENZO VESCOVI, Una causa celebre: Bruneri-Canella. Ricordi e curiosità,Treviso, Longo & Zoppelli Editori, 1942
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REALE E
VIRTUALE
Identità a confronto
di Silvia Girardi

L’
identità è la parte importante del sé attra-
“Serata anarchica!
verso la quale siamo conosciuti agli altri Teatro magico!
(Altheide, 2000). Il processo di costru- Ingresso libero ma non per tutti!”
zione dell’identità è quindi un processo pubblico per …
cui l’individuo dichiara la propria identità (annuncio E nel nostro mondo moderno ci sono poemi nei quali, dietro il velame
della propria identità) e gli altri confermano o meno del gioco di persone e caratteri, si tenta di rappresentare, quasi senza
che l’autore se ne renda conto, una molteplicità fisica.
l’identità che egli rivendica (posizionamento dell’iden-
tità). Essa prende forma e si consolida quando c’è una
Herman Hesse, Il lupo della steppa, 1927
coincidenza fra questi due processi.
L’identità è quindi un insieme di caratteristiche fi-
siche, sociali e psicologiche che distinguono un individuo dagli altri all’interno della società, come l’aspetto fisico di una per-
sona, la sua età, il suo stato civile, la sua nazionalità, la sua classe sociale, la sua personalità e il suo modo di comportarsi.
Nelle interazioni faccia a faccia nel mondo reale la costruzione dell’identità avviene sulla base di elementi che coinvolgono
20 principalmente l’evidenza fisica, quello che Goffman, nella sua opera del 1959, chiama la “facciata personale” (personal
front) che è costituita da tutti quegli elementi distintivi (per esempio status, abitudini, genere, linguaggio, aspetto fisico, ca-
ratteristiche etniche, gestualità) con cui l’attore può giocare all’interno della relazione con l’altro. E’ all’interno di tale relazione,
infatti, che viene negoziata l’identità di un individuo.
Per mondo reale, s’intende il mondo fisico e l’accezione “reale” risulta quindi slegata dal concetto di realtà in quanto
anche i mondi virtuali (mondi on-line) sono reali anche se non tangibili. Essi crescono attraverso l’interazione di avatar che
sono riconducibili non ad automi ma a persone in carne ed ossa.
Nel mondo reale, la presenza di questi elementi fa sì che la gente non possa rivendicare un’identità incoerente con la
parte visibile delle proprie caratteristiche fisiche come il genere, la razza o l’aspetto fisico. Questo, ovviamente, vale anche
nelle interazioni faccia a faccia fra due individui
che non si conoscono; potranno cercare di na-
scondere il loro background sociale, la loro perso-
nalità, per produrre una nuova identità; tuttavia
non potranno rivendicare un’identità che vada
oltre i limiti delle loro caratteristiche fisiche.
L’avvento di forme di interazione mediate da
internet ha profondamente mutato le condizioni
“tradizionali” nelle quali si produce l’identità. Il
mondo reale prevede che ad un corpo fisico corri-
sponda un’identità mentre, nel mondo on-line, l’in-
dividuo non è presente con il suo corpo ma è
presente attraverso le sue caratteristiche e nulla
vieta che ad un corpo fisico possano corrispon-
dere più identità. Infatti, una delle caratteristiche
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di questo modo emergente di produzione d’identità è la ten-


denza a giocare ad essere qualcun altro o a essere diverse
persone allo stesso tempo che differiscono dall’identità nella
vita reale (Turkle, 1996). Il mondo on-line è caratterizzato
dall’anonimato (in termini di nome, aspetto fisico e non solo)
e ciò rende possibile agli individui reinventarsi attraverso la
produzione di nuove identità.
Tuttavia, non tutto il mondo on-line è interamente ano-
nimo. Gli individui, attraverso internet, interagiscono anche
con persone conosciute nel mondo off-line. Tali relazioni ven-
gono chiamate relazioni ancorate (Zhao, 2006) e sono quindi
relazioni non anonime. Questo concetto viene anche utiliz-
zato per tutta quella serie di relazioni fra individui che si co-
noscono on-line ma non nel mondo reale; ne sono un
esempio quelle di lavoro a distanza mediate da internet. In
questo contesto le relazioni ancorate agiscono da controllo
sociale per cui gli utenti tendono a non falsare totalmente la
rappresentazione di sé anche se cercano di costruire un pro-
filo (immagini, informazioni personali etc.) che sia il migliore
possibile. Ne è un esempio ciò che spesso avviene nel social network Facebook.
In un mondo virtuale anonimo come Second Life, invece, gli individui sono svincolati dal tendere a conformarsi alle norme
sociali prestabilite, sebbene rimangano ugualmente vittime degli stereotipi sociali. Infatti anche nella creazione di un perso-
naggio on-line (avatar) gli utenti non si dimostrano immuni al mito della bellezza o ad esibire segni di appartenenza ad un
certo status sociale.
Come già accennato, il processo di costruzione dell’identità avviene non soltanto attraverso l’annuncio della propria iden-
tità da parte dell’individuo ma anche attraverso il posizionamento dell’identità da parte degli altri utenti. Infatti, anche nel 21
mondo on-line, a fronte di una scarsità di informazioni, gli altri utenti procedono a valutare l’identità di un individuo non sol-
tanto sulla base di quanto egli sostiene essere la sua identità ma anche sulla base di tutta una serie di elementi impliciti
come le persone che egli conosce (ad es. il network di amici) e più in generale le sue connessioni con il mondo on-line
esterno. (Turkles, 1996, p.258).
Da queste osservazioni sembrerebbe che la tendenza sia comunque quella di far differire la propria identità on-line da
quella reale. Anche nel mondo reale però, dove la devianza dalle norme sociali prestabilite viene sanzionata, gli individui
indossano quotidia-
namente una ma- bibLioGraFia
schera che
rappresenta la loro - Altheide, D. L. (2000). Identity and the definition of the si-
reale o conosciuta tuation in a mass-mediated context. “Symbolic Interaction”,
23(1), 1–27.
identità (Goffman,
- Bargh, J. A. et al. (2002). Can you see the real me? Activa-
1959) e il sé più pro-
tion and expression of the ‘‘true self ” on the Internet. “Jour-
fondo di una persona nal of Social Issues”, 58(1), 33–48.
viene nascosto - Goffman, E. (1959). The Presentation of Self in Everyday
(Bargh et al., 2002). Life, University of Edinburgh Social Sciences Research
Centre. Seconda edizione riveduta e ampliata. Ed. It.: La
vita quotidiana come rappresentazione, Bologna, il Mulino,
1969
- Turkle, S. (1996). Life on the Screen: Identity in the age of
the Internet. London: Weidenfeld & Nicolson
- Zhao, S. (2006). Cyber-gathering places and online-embed-
ded relationships. In: Paper presented at the annual meetings
of the eastern sociological society in Boston.
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IDENTITA’ E
TEMPO
Un viaggio emotivo dentro gli strati più
intimi dell’umano
di Enzo Zanghellini

I
l costrutto dell’identità rientra nel dibattito
scientifico dell’ultimo secolo che ha visto pro-
tagonisti aspetti importanti della sfera esi-
stenziale umana: l’inconscio (individuale e
collettivo), il genotipo e il fenotipo, la psicologia so-
ciale, la visione positivistica della realtà piuttosto
che quella ermeneutica; e ancora, le ultime sco-
perte delle neuro scienze ecc.
Questo dibattito alimenta il processo dell’evo-
luzione scientifica: tra qualche decennio verranno
prese per buone altre verità che appariranno mag-
22 giormente affidabili in termini di accuratezza nel
processo di costruzione della realtà e della cono-
scenza, e così via.
Nel Rinascimento per identità si intendeva qualcosa di piuttosto immediato e molto legato all’esteriorità e al ceto di ap-
partenenza: un uomo elegante, distinto, con cilindro e bastone era considerato un gentiluomo, con tutti i benefici sociali che
ne conseguivano. Oggi questo concetto è diventato molto più complesso: si parla di identità individuale e collettiva, del sé
(William James); dell’Io, dell’Es e del Super-Io; si discute del processo di individuazione e di tendenza attualizzante (Carl
Gustav Jung), di senso di appartenenza, di identità multipla, di identità nazionale e altro ancora.
Discipline come la psicologia sociale e la sociologia convengono nell’affermare che diventare se stessi e inserirsi in un
cammino di individuazione è una condizione dello sviluppo di ciascuna persona, ma non dev’essere dato per scontato, né
tanto meno banalizzato. Divenire noi stessi
identità soGGettiva e identità oGGettiva (o sociaLe) – o anche realizzare il proprio Sé – richiede
a conFronto. infatti ad ognuno di essere se stesso.
Si tratta del vecchio problema del "conoscere sé stessi": quanto più un individuo
La difficoltà proviene dal fatto che nes-
conosce le proprie caratteristiche, tanto più potrà costruire un'identità "ogget-
suna persona umana nasce senza che già
tiva", ovvero un'identità riconosciuta dagli altri, che sia funzionale ai suoi interessi
e che svolga bene il suo compito anche dal punto di vista dell'interesse sociale. si siano costituite delle attese, sia collettive
La questione della personalità e dell’identità ha naturalmente a che fare anche che del gruppo familiare, riguardo a ciò che
con aspetti genetici: siamo maggiormente predisposti a fare certe cose ed in mi- lui/lei dovrà essere. E’ l’adolescenza il
sura minore a farne altre, sebbene tale distinzione non sia mai troppo rigida. tempo in cui solitamente si percepisce, sia
Ognuno di noi possiede varie "virtù" e non le utilizza mai tutte quante. pure in forma caotica, che esiste un pro-
Nella nostra società competitiva chi riesce ad avere successo è colui che ha indi-
blema riguardo al “chi sono io?” , probabil-
viduato gli ambiti che gli sono più congeniali e li ha utilizzati al meglio, trascu-
mente perché è in questa età che, con
rando altre caratteristiche della sua personalità. Ma per riuscirci bisogna sforzarsi
di essere molto realisti, in modo da poter legare i propri interessi alle proprie poche eccezioni, viene avvertita per la
caratteristiche. prima volta una certa sensazione di solitu-
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dine, unita alla coscienza di


Pietro archiati filosofo italiano contemporaneo se-
guace del pensiero di Rudolf Steiner afferma invece che essere diversi dalle aspetta-
la biografia di ogni uomo è un'opera d'arte unica e stra- tive che altri (famiglia,
ordinaria.Eventi ed esperienze, rapporti e azioni si in-
scuola, società) hanno ela-
trecciano in modi molteplici, spesso sorprendentemente
perfetti. Ma come ha origine un simile capolavoro? borato su di noi.
Da un incontro casuale nasce un rapporto profondo e Questa difficoltà è supe-
duraturo. Una grave malattia imprime una nuova dire- rabile e questo passaggio è
zione alla vita. Caso? Destino? Provvidenza? O forse più
possibile, nonché necessa-
di tutto una libera scelta dell'artista della nostra vita?
rio per ogni persona. Si
tratta infatti di prendere co-
scienza dell’irriducibile solitudine che, in ogni esistenza umana, accompagna la sco-
perta di essere davvero “unico”.
Solamente quando riusciamo ad accettare fino in fondo la nostra unicità, l’altro è
realmente “un altro” e pos-
siamo evitare il rischio di falsi-
ficare ogni rapporto.
Calarsi dentro di sè in profondità per giungere all’identità più in-
tima, può portare a sofferenza (…) e al pianto. Ma è proprio attra-
verso il pianto che si verifica un recupero, una ricostruzione: nel
momento stesso in cui ci interroghiamo sulla nostra identità stiamo
costruendo qualcosa di nuovo, nonostante ci possa sembrare che
certi elementi siano sempre stati presenti in noi. La differenza ri-
spetto a prima è che lo abbiamo portato sul piano della consapevo-
lezza. Il pianto rappresenta una posizione depressiva, ma può anche
esprimere il valore salvifico e di redenzione di una parte del nostro
passato che dovrà essere ricostruita. 23
Chi sceglie con coraggio di compiere il proprio viaggio interiore
potrebbe servirsi dello strumento autobiografico: il racconto di sé.
Jerome Bruner, psicologo statunitense, afferma che la scrittura di sé
permette di riconoscersi autori della propria esistenza.
La narrazione giace nel cuore del pensiero umano. La rappresentazione dell'esperienza nelle narrazioni fornisce uno
schema che rende gli uomini capaci di interpretare il loro vissuto. Il raccontarsi diventa auto conoscenza e potere trasfor-
mativo.
Nell'autobiografia l'individuo espone una visione di ciò che chiama il proprio Sé, con le sue attività, riflessioni, pensieri e
posizione nel mondo, riuscendo a dare forma all'identità individuale e chiarire la dimensione progettuale della vita.
Il riconoscersi autori di un racconto vivente, per ognuno
unico e irripetibile, diventa condizione importante per
identita’ e se’
aprirsi verso un'altra biografia. Il raccontarsi (con la scrit- Il concetto di identita' PersonaLe viene analizzato e
tura, verbalmente, con la musica o in altri modi) facilita la definito in molti modi da diverse discipline (psicologia, sociolo-
gia...) e correnti (psicanalisi, psicologia umanistica, cognitivi-
ricerca di senso della vita. Il senso ritrovato della vita può
smo...). Una definizione a parer mio molto convincente è quella
essere raccontato ad altri, oppure può essere cercato e di matrice sociologica, ormai diventata uno dei cardini portanti
trovato proprio grazie al racconto. degli studi sull'individuo visto come essere sociale. Mi riferisco al
concetto del Looking glass self (Cooley, 1902): noi ci percepiamo
come gli altri ci rispecchiano.
La nostra identità personale non è data alla nascita ma si costrui-
bibLioGraFia sce e modifica ogni giorno e ad ogni interazione sociale tramite i
rimandi che le persone con cui interagiamo danno di noi. Non
- Carl Rogers, Un modo di essere, Firenze, 1983 sarebbe poi tanto strano, dunque, che una persona che fin da
- Pietro Archiati, La tua biografia, 2004. piccola è stata definita apertamente "obesa", "cicciottella", "ro-
- Lucio Pinkus, Senza radici? Identità e processi di trasforma- tonda", finirà inevitabilmente per percepirsi tale non solo visiva-
zione nell’era tecnologica, 1998. mente.
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L’IDENTITA’
DELLE CIVILTA’
DEL PASSATO
I resti delle loro città parlano ai moderni
di un passato ancora vivo
di Maria Salbego

M
olte tra le grandi civiltà del passato sono scomparse, perché invase e sottomesse da altri popoli o cancellate
da una catastrofe naturale. Esse però fortunatamente hanno lasciato numerose tracce della propria esistenza,
segni della magnificenza delle loro città e della loro cultura.
Micene è una tra le testimonianze più importanti, assieme a Creta e ad Atene, dello splendore della Grecia. Il nome
della città non è di origine greca e la leggenda vuole che sia stata fondata da Miceneo e fortificata da Perseo. In realtà è
probabile che essa sia nata da un nucleo di persone provenienti da Creta o da un’isola limitrofa. Questa città si dimostrò
presto in grado di condurre un’esistenza completamente indipendente dal ceppo che le aveva dato vita, tanto da diventare

24 una vera e propria civiltà a se stante: la civiltà micenea. Tra il 2000 e il 1200 a.C. essa arrivò ad espandersi in molte parti
della Grecia. La civiltà micenea perse la propria indipendenza con l’arrivo degli Achei dal nord, che la sottomisero e la in-
globarono all’interno dei propri domini. I
Dori infine la ressero fino a quando, se-
condo quanto scoperto dagli studiosi di
archeologia, essa scomparve in un incen-
dio. Della civiltà micenea restano testimo-
nianze superbe sia a livello architettonico
che artistico. Basti pensare alla famosis-
sima porta dei leoni, al palazzo reale, alla
maschera di Agamennone e alla sua
tomba, oltre che alle tombe di Clitemne-
stra e di Egisto scoperte da Schliemann
nel 1874. I muri di Micene erano pieni di
affreschi spesso simili a quelli dell’arte mi-
noica di Creta, dove, nel palazzo di
Cnosso, era rappresentata la famosa
Tauromachia, il gioco di carattere sacro
simbolo della civiltà minoico-micenea. Nei
Immagine tratta dagli affreschi che decorano le pareti della Villa dei Misteri a Pompei (II sec. a.C. circa). vasi inoltre spesso ricorre il disegno della
piovra, motivo spiraliforme derivato da
un’osservazione attenta della natura, che fonde la città con l’ambiente che la circonda. I sigilli, le tavolette, i corredi funebri,
i gioielli, i resti delle costruzioni scoperti dagli archeologi ci parlano di una civiltà ricca, abile nell’arte, nell’oreficeria e nel-
l’architettura, ma anche esperta nella guerra e consapevole della propria grandezza; ci raccontano di una complessa, im-
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mersa ormai nel mito


ma che un tempo è
stata viva, e che tale è
ancora per chi la stu-
dia con passione e in-
teresse, nell’intento di
scoprire i suoi misteri.
Ancor più tragica-
mente scomparve
Pompei, che ci ha la-
sciato una tra le testi-
monianze più vive e
vere della romanità.
Nel 79 d.C. la città fu
spazzata via assieme
ad Ercolano e ad altre
cittadine limitrofe dal-
l’eruzione del Vesuvio.
Quando si visita Pom-
pei sembra di trovarsi
Immagine tratta dagli affreschi che decorano le pareti della Villa dei Misteri a Pompei (II sec. a.C. circa). di fronte a una fotogra-
fia del passato, si torna
indietro nel tempo: tutto è rimasto perfettamente integro, bloccato, identico al giorno in cui il terremoto, i gas velenosi esalati
dal vulcano e la pioggia di lapilli posero fine alla sua esistenza. Percorrendo le sue vie si conosce una realtà che con la
nostra ha molti più punti in comune di quanto si possa pensare. La città appare ai nostri occhi immortalata nella quotidianità
di un giorno qualunque: sui muri si trovano scritte di propaganda elettorale, insulti, allusioni e frasi oscene; le botteghe, i 25
bordelli, i teatri, le ville, le palestre, i templi, i fori, le terme, le case conservano i loro colori, le iscrizioni, gli affreschi, le
epigrafi che il tempo ha reso più sbiaditi, ma comunque spesso ancora comprensibili. Se nell’autunno del 79 d. C. il Vesuvio
non avesse eruttato così violentemente, seppellendo per
sempre Pompei, non avremmo mai potuto conoscere in ma-
niera tanto completa la vivacità della sua esistenza, com-
prendere la sua modernità, approfondire la sua mentalità, le
sue abitudini.
Dal 1997 Pompei è Patrimonio Mondiale dell’Umanità,
assieme ad Ercolano: i loro resti costituiscono ancora oggi
la testimonianza più completa della vita e della società di un
determinato momento storico che sia mai stata scoperta.
Ogni anno milioni di persone visitano città come Micene
o Pompei, e ne rimangono rapite e affascinate. Nei loro resti,
a volte integri altre volte consumati dal tempo e distrutti da
chi è venuto dopo di loro, troviamo ancora la loro identità,
che non è scomparsa nel giorno della loro fine. L’identità di
una città, di un popolo, di una civiltà rimane infatti nel tempo
e si tramanda nei secoli nelle nuove città, nei nuovi popoli,
nelle nuove civiltà che ne raccolgono più o meno consape-
La cosiddetta “Maschera di Agamennone”, scoperta da Heinrich Schliemann a
volmente le conoscenze tecniche, belliche, artistiche e cul- Micene nel 1876.
turali, facendole proprie, rielaborandole e spesso
migliorandole. Ecco perché noi uomini moderni non possiamo e non dobbiamo fare a meno di recarci a visitare questi luoghi:
non si tratta di scoprire mondi nuovi, ma di ricercare il nostro passato per conoscere noi stessi.
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Le percezioni
modificano la
realtà
Sul perché non conviene farsi guidare
dalla paura
di Gioia Caminada

N
el Duemila ho trascorso alcuni mesi in Cile grazie ad uno scambio culturale. Avevo diciassette anni, ero ospitata
da una famiglia del posto e frequentavo una scuola locale.

Prima di partire sapevo pochissimo della cultura cilena. Adoravo i romanzi


di Gabriel García Marquez - che è colombiano, ma per me faceva poca diffe-
renza - e mi affascinava l’idea di vedere da vicino cosa significa abitare in un
posto dove le divisioni sociali sono nette e la povertà è piuttosto diffusa.
26 Nei primi tempi raramente mi sentivo tranquilla. Facevo sforzi immensi per
capire quello che mi circondava, senza riuscirci. Abitavo in una grande casa in
cima alla collina, che dominava tutta la città. Nel giardino c’erano una piscina,
una lavanderia e una tettoia per proteggere le auto di famiglia, due Chevrolet
dai sedili in pelle. Frequentavo una scuola privata. Ogni mattina raggiungevo il
Colegio Concepción con un pullman riservato ai suoi studenti. Ricordo bene il
tragitto: a destra della strada si estendeva una población (baraccopoli) com-
posta da case molto modeste con il tetto di legno o di lamiera, dipinte con colori
sgargianti. Le strade non erano asfaltate. A sinistra del percorso, invece,
c’erano negozi, cartelloni pubblicitari e case eleganti.
Non sempre mi trovavo a mio agio con le persone. I giovani mi sembravano
spesso superficiali e invadenti. Quello che mi stupiva di più, però, erano le idee
politiche di alcuni, che consideravano l’ex dittatore Pinochet alla stregua di un
mito. La famiglia di un amico teneva il suo ritratto in bella mostra tra le foto di
famiglia. La mia sorella ospitante ne tesseva le lodi. Sua madre aveva liquidato
la questione del processo con un lapidario “Se non fosse per quei desapareci-
dos, oggi Pinochet sarebbe considerato un eroe”. Ogni tanto mi chiedevo se
ero arrivata in un paese di fascisti. Raramente mi capitava di incontrare qual- Santiago del Cile, manifestazione in ricordo di Salvador Allende e d

cuno disposto a dichiararsi di sinistra. Chi aveva un poster di Che Guevara o


di Allende in camera lo ammetteva a bassa voce, temendo la riprovazione generale.
Ero preoccupata. Come avrei potuto stringere dei legami con delle persone così diverse da me? Da un lato, avevo paura
che lasciandomi andare avrei assorbito le loro idee senza rendermene conto. Dall’altro, temevo di aprir bocca e dimostrare
senza via di scampo di essere irriducibilmente diversa. Quindi, spesso, tacevo. Le persone pensavano che fossi timida. Li
stavo semplicemente osservando, in preda all’angoscia. Non capivo: ero io l’alieno, o loro? Ingenuamente, pensavo che
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conoscerli ed adottarne la filosofia fossero un tutt’uno. Pensavo che per amare una mamma di destra, bisognasse diventare
un po’ di destra. Che stando vicino a persone che mi sembravano infantili, sarei diventata infantile anch’io. Che vivendo in
una società più classista della mia, mi sarei dimenticata del mio amore per le cause sociali. Come se le idee e la cultura si
assorbissero a mo’ di spugna, involontariamente e meccanicamente. In realtà, il mio senso critico era fin troppo potenziato.
Giudicavo tutto in base ai miei parametri, senza preoccuparmi se fossero adatti a quel contesto. Mi agitavo se qualcosa
usciva dai miei canoni. O era colpa mia, che non riuscivo a capire, o era colpa loro, che facevano delle stupidaggini.

Lentamente, però, ho iniziato a stancarmi di ragionare in termini di torti e ragioni: la paura e la diffidenza, alla lunga,
stancano. Stare sempre sull’attenti è dura e spesso anche controproducente. Vivere temendo quello che può succedere se
usciamo dal tracciato non è particolarmente esaltante. Così, invece di cercare situazioni ed ambienti a me congeniali, ho
iniziato a cercare di comprendere quelli che non capivo affatto. Invece di tacere, ho cominciato a fare domande ed esporre
apertamente il mio punto di vista, anche quando cozzava con quello dell’interlocutore.
Ho scoperto che non tutti i cileni sono di destra e che, anzi, molti disdegnano Pinochet, zie e nonni di famiglia inclusi. Ho
conosciuto dei ragazzi per nulla superficiali: tra le mura della mia scuola si nascondevano poetesse, filosofi e persone molto
generose. Con il tempo, ho imparato ad apprezzare la socievolezza e l’affettuosità dei cileni, che all’inizio mi era passata
inosservata. Ho trovato anche una varietà di origini culturali ed orientamenti religiosi che non avevo mai sperimentato in Ita-
lia.
Non sono diventata di destra, né superficiale, né infantile, come temevo. Conoscere il prossimo non vuol dire contami-
narsi. Fidarsi degli altri e abbandonare le proprie certezze non è mai facile e richiede un certo coraggio. Fingere di non
vedere quello che ci sta attorno e arroccarci sulle nostre
posizioni, però, è una scelta demenziale e, a parer mio,
anche un po’ masochista. Gli individui, così come le so-
cietà, cambiano e crescono soprattutto grazie agli scambi
con l’esterno: i neonati che non ricevono cure ed affetto di-
ventano autistici e gli stati in isolamento di solito sono
anche i meno democratici, basti pensare all’Iran o alla 27
Corea del Nord.
Durante la nostra crescita impariamo a classificare la
realtà che ci circonda in base a parametri interni alla nostra
cultura, che scambiamo per chiavi di lettura universali.
Fuori dal nostro ambiente, le categorie che abbiamo sem-
pre usato per analizzare la realtà si rivelano solitamente
inadeguate, causandoci sconforto: è come se gli occhiali
che abbiamo sempre adoperato all’improvviso non funzio-
nassero più.
La prima reazione che si prova è ansia, in certi casi an-
goscia. Il bisogno di incasellare il mondo esterno diventa
poi più forte, perché etichettare e classificare ciò che per-
cepiamo come sfuggente e nebuloso infonde un senso di
sicurezza. Presi dall’ansia di gestire ciò che ci circonda, tal-
volta scambiamo frammenti di realtà per verità ultime. E’
importante però essere consapevoli del fatto che le nostre
e delle vittime della dittatura, dicembre 2006. Foto © Sergio Recabarren.
categorizzazioni sono del tutto parziali e probabilmente lon-
tane dalla realtà.
Conoscere l’altro è un processo lungo e tortuoso che non porta mai a risposte definitive, perché le persone, così come
le culture, mutano e si evolvono nel tempo. La stessa immagine che abbiamo dell’altro varia in base ai nostri cambiamenti
interni.
In un periodo storico in cui le migrazioni sono sempre più intense, di pari passo con le reazioni emotive della gente, non
possiamo permetterci di farci guidare dall’ansia e dalla paura. Pregiudizi e diffidenza sono atteggiamenti universali quando
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Immagine delle Olimpiadi di Athene - 2004

28 si entra in contatto con lo straniero. Per i romani barbaro era tutto ciò che presentava caratteristiche diverse dalla romanità.
Per i popoli germanici i barbari erano i romani.
Anche gli stranieri spesso ci guardano con diffidenza, esattamente come facciamo noi con loro. E’ una reazione istintiva,
che deriva sia dai condizionamenti culturali che inevitabilmente assimiliamo, sia dal nostro istinto di auto conservazione,
che ci spinge a percepire tutto ciò che non conosciamo come una minaccia. Non possiamo però permettere che questi sen-
timenti prendano il sopravvento, guidando non solo i nostri atteggiamenti, ma anche le nostre stesse leggi.
E’ comune considerare le popolazioni che non godono né di benessere economico, né di strutture istituzionali e buro-
cratiche organizzate come non civilizzate. Personalmente, penso che lo sviluppo di una nazione non dipenda solo dal suo
prodotto interno lordo e dalla qualità delle sue istituzioni, ma anche dalla capacità di diffondere al proprio interno una cultura
di rispetto e accoglienza nei confronti di chi non condivide i parametri culturali della maggioranza.
I cambiamenti in corso nella nostra società non sono facili né da comprendere, né da gestire. Se però vogliamo renderli
produttivi per tutti, non possiamo trattare l’altro basandoci sul presupposto che sia nocivo per la nostra integrità. Non conviene
né al prossimo, né a noi: spesso le persone tendono a seguire le aspettative che gli altri hanno su di loro, soprattutto se si
trovano in una posizione subalterna. Un minore straniero non accompagnato può davvero iniziare a pensare che diventerà
un criminale o un reietto della società, se la gente si ostina a trattarlo come tale. Un immigrato clandestino può iniziare a
pensare che lo spaccio di droga sia veramente il lavoro migliore che gli può capitare, se la società non gli offre altre possi-
bilità.
E’ importante dare il giusto peso alle nostre valutazioni: quelle che si basano su pochi elementi reali e su molti timori
sono pregiudizi. Ne abbiamo tutti. Non sono malattie del pensiero, ma reazioni umane comuni, che è meglio riconoscere ed
affrontare, piuttosto che nascondersi dietro alla frase “Io non sono razzista, ma….”.
L’unico atteggiamento veramente meschino è quello di coloro che cavalcano i timori propri ed altrui per interesse, egoismo
o, peggio ancora, per uno scranno in Giunta o al Parlamento, come accade ad alcuni dei nostri politici.
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ASSOCIAZIONE
LOLOBA’
Tra ritmo e cultura
di Laura Battistata

29

L’
associazione Lolobà, “stella grande” nella lingua bambarà dell'Africa Occidentale, nasce dalla comune passione
di un gruppo di persone per l’arte in ogni sua forma, per il ritmo, il movimento e le culture diverse dalla nostra.
Il piacere di suonare uno strumento, di imparare un canto in una lingua sconosciuta, danzare e allestire coreo-
grafie, laboratori musicali, serate, è ciò che ha tenuto legati tutti noi e ci ha avvicinati al mondo della musica in generale e
delle percussioni e cultura africana in particolare.
Il nostro obiettivo è quello di creare un punto d'incontro e conoscenza reciproca tra realtà differenti, attraverso il filo con-
duttore della musica, della danza e delle tradizioni, creando momenti di condivisione, di scambio ed intercultura. Non po-
tendovi qui parlare di tutti, per il momento ci piacerebbe presentarvi alcuni di noi, attualmente impegnati nelle attività di
insegnamento dell'associazione.
Denis Cappelletti è cantante e musicista in numerose formazioni trentine (che vanno dalla musica reggae al cross over),
attore e protagonista di numerosi musical. Inizia la sua formazione da giovanissimo e tra i vari strumenti che suona predilige
lo studio e l’insegnamento della chitarra.
Michele Boso è fotografo, viaggiatore, giocoliere e mimo. Impegnato nel teatro vanta numerose collaborazioni con Con-
taminarte e L’Area. Interessato alla cultura dei popoli in via d’estinzione, si avvicina in modo particolare a quella degli abo-
rigeni australiani ed inizia un percorso di studio del didjeridoo, strumento musicale "naturale" non costruito dall'uomo ma
scavato dalle termiti e considerato sacro degli aborigeni.
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Moussa Traorè, originario della Costa d’Avorio, è un djembefolà (“colui che dà voce al djembè”) sin da bambino. Ci ha
30 fornito lo spunto per conoscere parte di una storia scritta attraverso la fusione, l’immigrazione, la cultura e le leggende della
sua Africa. Da qui parte un progetto musicale ba-
sato sullo studio delle percussioni africane, in un
- CORSO DI PERCUSSIONI AFRICANE con Moussa Traorè
Tutti i martedì h 19.00 - 20.30 principianti perfetto equilibrio fra tradizione e fantasia.
h 20.30 - 22.00 avanzati Samantha Benfatto, da sempre appassionata
Spazio OFF, via Venezia n. 5 (TN) e legata al mondo della danza. Dopo 13 anni di
- CORSO DI DANZA AFRICANA a TRENTO con Samantha Benfatto; per- danza classica, nell’ultimo decennio ha approfon-
cussioni Moussa Traorè e Franco Maffei. dito lo studio di quella tradizionale africana, dedi-
Tutti i mercoledì h 19.00 - 20.30 principianti candosi anche al suo insegnamento. Nel rispetto
h 20.30 - 22.00 intermedi
Hotel Sporting, via Sanseverino 125 (TN) dell’origine di tali danze, le sue lezioni, rivolte sia
ad adulti che ai bambini, sono sempre accompa-
- CORSO DI DIDJERIDOO con Michele Boso gnate dalla musica dal vivo.
Tutti i giovedì h 21.00 – 23.00
L’Area Teatro, via Verruca 2, Piedicastello (TN) Pubblichiamo di seguito alcuni dei progetti che
sono partiti, altri arriveranno a breve, con la di
- CORSO DI CHITARRA ACUSTICA con Denis Cappelletti coinvolgere ed appassionare sempre più persone.
Tutti i lunedì h 18.30 – 20.00 principianti (max 6 iscritti)
Palestra Istituto Rosmini, via Barbacovi 7 (TN) Se siete interessati a qualcuno dei nostri corsi o
semplicemente siete curiosi di saperne di più sulla
- CORSO DI DANZA AFRICANA a ROVERETO con Samantha Benfatto; nostra associazione potete scriverci all’indirizzo
percussioni Moussa Traorè
Tutti i sabati h 15.30 - 17.00 principianti e intermedi email associazioneloloba@gmail.com.
Palestra Scuola Elementare, via Stockstadt Am Rhein, Rovereto

- CORSO DI VIET TAI CHI a ROVERETO di Claudio Beducci e Ines Campo


il venerdì h 19.00 c/o Sala Lombardi, via Benacense 33, Rovereto
il martedì h 18.30 c/o Località Fucine, via Leonardo Da Vinci (sopra la piz-
zeria), Rovereto
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GOOD BYE
LENIN
di Franco Fadanelli

L
a semplice e delicata commedia di Wolfgang Becker, Good Bye Lenin (Germania, 2003), interpreta in maniera del
tutto originale il rapporto tra Storia e individui. Alla caduta del muro di Berlino, il giovane Alex, per difendere la
salute cagionevole della madre, cerca di nasconderle i grandi cambiamenti storici in atto nella Germania dell’Est,
convincendo vicini e compagni di lavoro ad assecondare la sua colossale messinscena.
La bugia di Alex, perno dell’azione comica, diventa punto di partenza dell’esplorazione dei rapporti tra i suoi familiari.
Altri segreti hanno accompagnato le vite dei prota-
gonisti e nel pieno del terremoto politico e sociale
presentano anch’essi il loro conto. La bugia di un ra-
gazzo si mescola alla bugia storica di chi ha fatto
cadere una nazione e di chi le promette improbabili
futuri radiosi.
Spontaneità, freschezza, amore filiale, giovi-
nezza sono le caratteristiche più positive del film,
capaci di bilanciarne il lato malinconico, rappresen-
tato dalla malattia e dalla condizione di fragilità della
madre. 31
Good Bye Lenin è una piccola perla di cinema.
Alcune scene, come i finti telegiornali organizzati da
Alex, oltre ad essere molto divertenti, sono state
realizzate in maniera impeccabile. I due giovani at-
tori protagonisti, Daniel Brühl e Chulpan Khama-
tova, rappresentano un altro punto di forza della
pellicola. Il film ha riscosso in Germania un enorme
successo al botteghino, ottenendo uno tra gli incassi
più alti della storia del cinema tedesco.
Good Bye Lenin non è un ritratto nostalgico della
DDR e nemmeno un’apologia del trionfo del capita-
lismo che distrugge il muro e importa la civiltà. Il film
non risparmia sottili frecciate ad entrambi i modelli,
comunista e capitalista, colpevoli in fondo di dimen-
ticare le vere necessità degli individui, attraverso la
mancanza di libertà nel regime contrapposta al
vuoto del modello consumistico, i cui primi simboli ad oltrepassare il muro sono antenne paraboliche e fast food. Contrappeso
a questa apparente lontananza della pellicola dal tema politico ed ideologico è il grande risalto dato alla forza del cambia-
mento, all’aria di novità e di indipendenza che la caduta del muro regala all’intera Germania. La speranza è il sentimento
che sembra guidare un intero paese alla costruzione di una nuova identità, non tanto sulle macerie di un muro, ma sulla
giovinezza e la volontà di una nuova generazione.
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D A LT R O C A N T O V I S F I D A

oriZZontaLi
1. Il protagonista di Furore di
Steinbeck.
7. Principi o capi militari arabi.
12. Scaltro.
13. Difficoltà insolubili in cui si
imbatte il ragionamento.
14. Nel 1985 fu distrutta dal
crollo del bacino di decanta-
zione della miniera di Prestaval.
15. Evento che segna l’anno
zero del calendario islamico.
16. Dubbio.
17. Misurò per primo la circon-
ferenza terrestre.
20. Gusto tipico dei pastis.
21. Torino.
22. Famosi quelli Sanctorum.
23. Silvia, madre di Remo e Ro-
molo.
25. Arte di Warhol.
27. Colore tra il giallo e il gri-
gio, simile al beige.
28. Abitavano l’Iran.
29. Alain campione di Formula
Uno.
verticaLi 31. Dea dell’aurora.
1. Famosa quella ottocentesca sul macinato. - 2. Gestisce l’osteria. - 3. Mercato Telematico Azio- 32. Terapia ormonale sostitu-
nario. - 4. Squadra di calcio italiana. - 5. Mammifero adattato alla vita marina. - 7. Emorragia nasale. tiva.
- 8. Il “mare” tra Israele e Giordania. - 9. Lo è il Dies del Requiem di Mozart. - 10. Metà rima. - 33. Associated Press.
11. Carnivori che ridono. - 13. Ha la cruna. - 15. Evanescenti. - 18. Avanti Cristo. - 19. Gas nobile. 35. Composto del silicio.
- 20. Lo è VERDI,Vittorio Emanuele Re D’Italia, e anche BUSH, Bisogna Uccidere Saddam Hussein. 38. Soldato dell’Armata Popo-
- 22. Corrisponde a 4046,85642 m2 - 24. Scavato dall’acqua. - 25. Multipli di 2. - 26. La loro vetta lare di Liberazione della Jugo-
più alta è il Picco d’Aneto. - 27. Sette nei prefissi. - 30. Balia. - 34. Famoso vino grigio. - 36. Il nome slavia.
di Reed. - 37. Serie, corso, sequenza. - 39. International Organisation for Standardization. - 40. 41. Preposizione.
David Livingstone ne cercò senza successo le sorgenti. - 42. Il partito di Giovanni Spadolini. - 43. 42. Abitanti della città natale di
Point Of Sale. - 44. Lago a Trento e a Parigi. - 45. Iniziali del poeta Palazzeschi. - 47. Iniziali dell’au- Galileo.
tore di Fontamara. 43. Fastidioso parassita.
45. Città trentina sede di un
popolare carnevale asburgico.
46. C’è di palma, di merluzzo,
di oliva.
48. Atlante Linguistico Italiano.
Qui sotto potete trovare le soluzioni del 49. Devoto.
cruciverba pubblicato sul volantino di- 50. Lo è l’Uniposca.
stribuito al musicArci del 24.09.2008.

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