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Teoria delle laringali - Wikipedia

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Teoria delle laringali


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La teoria delle laringali (o "laringalista") una teoria oggi generalmente accolta della linguistica storica, che ipotizza l'esistenza di suoni consonantici di tipo laringale (da uno a tre e anche pi, secondo gli autori), nel sistema fonologico ricostruibile per l'indoeuropeo. Questi suoni sono completamente scomparsi in tutte le lingue indoeuropee attestate, e sono stati individuati solo nelle lingue anatoliche, in particolare in lingua ittita. Le prove della loro esistenza sono molto indirette, ma l'esistenza di laringali permette di render conto di numerosi fenomeni all'interno del sistema vocalico delle lingue indoeuropee. La storia del laringalismo si interseca con quella dello schwa, un suono vocalico ricostruito per l'indoeuropeo, di cui la laringale costituirebbe il grado zero. Quante laringali si debbano postulare e quali fossero con precisione i valori fonetici da attribuire alle laringali indeuropee rimangono tuttora questioni controverse.
Indice 1 Scoperta 2 Evidenza dall'Uralico 3 Le laringali in morfologia 4 Pronuncia 5 Riferimenti 6 Collegamenti esterni

Scoperta
Le origini della teoria furono proposte da Ferdinand de Saussure nel 1879, in un articolo che si occupava soprattutto di un'altra questione (dimostrare che *a ed *o erano fonemi separati in indeuropeo). Pi che di "laringali", comunque, Saussure parl di "coefficienti sonantici": delle entit "astratte" che permettevano di interpretare in modo molto regolare e sistematico la natura delle radici indeuropee. Alle osservazioni di Saussure, comunque, non fu dato grande rilievo fino alla scoperta ed alla decifrazione dell'ittita agli inizi del XX secolo. L'ittita, scritto con simboli presi dal sillabario accadico, possedeva uno o pi suoni trascritti convenzionalmente , come in te-i-i "io metto". Varie proposte pi o meno insoddisfacenti furono fatte per stabilire delle corrispondenze tra questo suono (o questi suoni) ed il sistema consonantico indeuropeo sino ad allora ricostruito. Fu Jerzy Kuryowicz che rilev (tudes indoeuropennes I, 1935) come questi suoni venissero a corrispondere ai "coefficienti sonantici" ipotizzati da Saussure. Da allora la teoria delle laringali (in diverse versioni) stata accolta da moltissimi indoeuropeisti. L'identificazione tardiva scoperta di questi suoni da parte degli indoeuropeisti dovuta soprattutto al fatto che, tra tutte le lingue indeuropee, solo in ittita e in altre lingue anatoliche tali suoni sono attestati direttamente e regolarmente come suoni consonantici. Nelle altre lingue la loro presenza viene rilevata principalmente sulla base degli effetti che hanno sui suoni vicini e sugli schemi di alternanza a cui partecipano; quando una laringale attestata direttamente, lo di solito sotto forma di vocale (come negli esempi in greco che seguono).

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La maggior parte degli indoeuropeisti ammettono, in modo pi o meno esteso, la ricostruzione di suoni laringali, perch la loro esistenza permette di spiegare in modo pi semplice alcuni mutamenti fonetici ed alcuni schemi apofonici presenti nelle lingue indeuropee, che altrimenti sarebbero difficili da spiegare. Inoltre essa risolve alcuni misteri minori, come il perch le radici verbali contenenti solo una consonante pi una vocale (*CV-) abbiano solo vocali lunghe es. *d- "dare": ricostruendo *deh- non solo si rende conto degli schemi di alternanza in un modo pi economico di prima, ma si riallinea la radice con il tipo base consonante - vocale - consonante dell'indoeuropeo (*CVC-). Esistono molte versioni della teoria laringalista. Alcuni studiosi, come Oswald Szemernyi, ricostruiscono una sola laringale. Alcuni, sulle orme di Jaan Puhvel (nel suo contributo a Evidence for Laryngeals, ed. Werner Winter), ne ricostruiscono otto o pi. La maggior parte degli studiosi lavora con tre laringali di base: *h, la laringale "neutra" *h, la laringale "di colorazione a" *h, la laringale "di colorazione o" Molti studiosi, comunque, insistono su o ammettono l'esistenza di una quarta consonante, *h, che differirebbe da *h solo perch non sarebbe retroflessa come la dell'anatolico. Dunque, eccetto quando si discute l'evidenza ittita, la teorica esistenza di una *h di poco conto. Un'altra teoria simile, ma molto meno generalmente accettata, quella di Winfred P. Lehmann, sulla base di riflessi inesistenti in lingua ittita, secondo cui *h era realmente due suoni separati. (Assunse che uno fosse un colpo di glottide e l'altro una fricativa glottidale.) Alcune dirette evidenze per le consonanti laringali dall'anatolico: Il PIE *a un suono raro ed in uno stranamente largo numero di buone etimologie iniziale. Perci il PIE (tradizionale) *anti "di fronte e contro" > greco ant "contro"; latino ante "di fronte a, prima"; (sanscrito nti "vicino; alla presenza di"). Ma in ittita c' un sostantivo ants "fronte, faccia" con varie derivazioni (antezzi "primo" e cos via) che indica una radice PIE di un sostantivo *hent"faccia" (di cui *henti sarebbe il locativo singolare). (Non ne consegue necessariamente che tutte le forme ricostruite con un'iniziale *a debbano automaticamente essere riscritte con *he.) Similmente la ricostruzione PIE tradizionale per 'pecora' *owi- (una radice in y, non una radice i) da dove sct vi-, latino ovis, greco s. Ma, ora, il luviano presenta awi-, indicando invece una ricostruzione *hewi-. Ma se le laringali come consonanti furono individuate per la prima volta nell'ittita solo nel 1935, su cosa si basavano le congetture che Saussure fece circa 55 anni prima? Queste congetture venivano fuori da una rianalisi di come schemi di alterazione vocalica nelle radici proto-indoeuropee di struttura differente si allineavano gli uni con altri. Una caratteristica della struttura dei morfemi del proto-indoeuropeo era un sistema di alternanze vocaliche denominato dai primi studiosi tedeschi Ablaut (apofonia, propriamente "alternanza di suoni"). Vari e diversi schemi del genere sono stati distinti, ma il pi comune, con un ampio margine, l'alternanza e/o/zero trovata nella maggioranza delle radici, in molte radici di verbi e sostantivi ed anche in taluni affissi (l'uscita del genitivo singolare, per esempio, attestata come *-es, *-os, and *-s). I differenti stati sono chiamati gradi apofonici, il grado e ed il grado o sono considerati "gradi pieni" e la totale assenza di vocale detta "grado zero".

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Perci la radice *sed- "sedersi" (le radici sono di solito citate al grado e, se ne hanno uno) ha tre forme differenti: *sed-, *sod- e *sd-. Questo tipo di schema si ricostruisce attraverso l'inventario della radice PIE ed trasparente: *sed-: in latino sede "(mi) siedo" antico inglese sittan "seder(si)" < *set-ja- (con umlaut germanico) < *sed-; greco hdr "posto a sedere, sedia" < *sed-. *sod-: in latino solium "trono" (la l latina rimpiazza sporadicamente la d intervocalica, i grammatici romani dicevano che fosse un tratto sabino) = antico irlandese suide /su'e/ "una seduta" (tutti regolarmente ricondotto alla radice PIE *sod-yo-m); gotico satjan = antico inglese settan "collocare" (causativo) < *sat-ja- (ancora l'umlaut) < PIE *sod-eye-. PIE *sesod-e "sedetti" (perfetto) > sanscrito sa-sd-a tramite la legge di Brugmann. *sd-: nei composti, come *ni- "gi" + *sd- = *nisdos "nido": inglese nest < proto-germanico *nistaz, latino ndus < *nizdos (tutti sviluppi regolari). La terza persona plurale del perfetto sarebbe stata *se-sd- da cui l'indoiraniano *sazd che d (attraverso un regolare sviluppo) il sanscrito sedur /sdur/. Ora, in aggiunta alle radici comuni aventi struttura consonante + vocale + consonante ci sono anche radici ben attestate come *dh- "porre, posizionare". Queste radici terminano con una vocale lunga nelle categorie in cui radici come *sed- presentano gradi pieni e in quelle forme dove ci si aspetterebbe un grado zero, prima di un affisso che comincia con una consonante, ci imbattiamo in una vocale breve, ricostruita come *, o schwa (pi formalmente, schwa primum indogermanicum). Le corrispondenze di queste vocali nella comparazione linguistica sono differenti da quelle che si hanno dalle altre cinque vocali brevi. (Prima di un affisso che comincia con una consonante, non c' traccia di alcuna vocale nella radice, come mostrato sotto.) Qualunque fosse il fenomeno che portava una vocale breve in radici come *sed-/*sod-/*sd- a scomparire completamente, era ragionevole concludere che una vocale lunga nelle stesse condizioni non sarebbe completamente scomparsa, ma avrebbe lasciato una specie di residuo. Questo residuo si riflette come i in ario mentre cade in iraniano; si risolve variamente in e, a, o in greco; nelle altre lingue cade assieme ai riflessi del PIE *a (sempre tenendo a mente che le vocali brevi in sillabe non iniziali subiscono destini diversi in italico, celtico e germanico): *d- "dare": latino dnum "dono" = antico irlandese dn /d/ e sanscrito dna- ( = con accento tonico); greco d-d-mi (presente con duplicazione) "io do" = sanscrito ddmi. Ma nei particip abbiamo: greco dots "dato" = sanscrito dit, latino datus tutti < *d-t-. *st- "stare": greco hstmi (presente con duplicazione, regolare sviluppo da *si-st), sanscritp a-sth-t aoristo "stavo", latino testmentum "testimonianza" < *ter-st- < *tri-st- ("i terzi" o simili). Ma abbiamo il sanscrito sthit-"stato", il greco stass "il rimanere, lo stare", il supino latino statum "stato". L'esperienza convenzionale allinea i tipi di radice come *sed- e *d- come segue: Gradi pieni Gradi deboli sed-, soddsdd-, d"seder(si)" "dare"

Ma ci sono altri schemi di radici "normali", come quelle cher terminano con una delle sei sonanti (*y w r l m n), una classe di suoni la cui peculiarit nel proto-indoeuropeo che sono sillabici (vocalici in effetti) e consonantici in dipendenza dei suoni loro adiacenti:

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Radice *bher-/bhor-/bh- ~ bhr- "portare" *bher-: in latino fer = greco phr, avestico bar, sanscrito bharmi, antico irlandese biur, antico norreno ber, antico inglese bera tutti "io porto"; latino ferculum "catafalco, lettiera" < *bher-tlo- "mezzo per il trasporto". *bhor-: in gotico e scandinavo barn "bambino" (= dialetto inglese bairn), greco phor "io porto [dei vestiti]" (voce frequentativa *"portare con s"); sanscrito bhra- "carico" (*bhor-oper la legge di Brugmann). *bh- davanti a consonante: sanscrito bh-t- "un trasporto"; gotico gabaurs /gabors/, antico inglese gebyrd /jebyrd/, alto tedesco antico geburt tutti "nascita" < *gaburdi- < *bh-t *bhr- davanti a vocale: vedico bibhrati 3pl. "essi portano" < *bhi-bhr-ti; greco di-phrs "cocchio abbastanza grande per due uomini" < *dwi-bhr-o-. L'intuizione di Saussure fu di allineare radici con vocale lunga come *d-, *st- con radici come *bher- piuttosto che con radici del tipo di *sed-. Cio trattare lo "schwa" non come un residuo di una vocale lunga ma, come la *r di *bher-/*bhor-/*bh-, come un elemento che era presente nella radice in tutti i gradi, ma che nella forma di grado pieno era in coalizione con un'ordinaria vocale e/o della radice producendo una vocale lunga, "colorando" (cambiando il valore fonetico) il grado e; l'elemento misterioso era rintracciabile cos com'era solo nella forma di grado zero: Grado pieno Grado zero bher-, bhordeX, doX( = forma sillabica dell'elemento misterioso) Saussure tratt solo due di questi elementi, corrispondenti ai nostri *h e *h. In seguito si not che il potere esplicativo della teoria, cos come la sua eleganza, aumentava se veniva aggiunto un terzo elemento, il nostro *h, che ha le stesse propriet di allungamento ed essere sillabico degli altri due, ma non aveva l'effetto di colorazione delle vocali adiacenti. Saussure non offr indicazioni sulla natura fonetica di questi elementi; la sua espressione per indicarli, "cofficiants sonantiques", era comunque generalmente usata per approssimanti, nasali e liquide (es. le sonanti PIE) come in radici quali *bher-. Come menzionato sopra, in forme quali *dwi-bhr-o- (etimo del greco diphrs, visto sopra), i nuovi "cofficiants sonantiques" (diversamente dalle sei sonanti) non hanno alcun riflesso nelle lingue figlie. Perci il composto *ms-dheH- "'riparare il pensiero', essere devoto, essere rapito" forma un sostantivo *ms-dhH-o- visto in proto-indoiraniano *mazdha- da cui sanscrito medh- /mdha/ "rito sacrificale, santit" (rigolare sviluppo come in sedur < *sazdur, visto sopra), avestico mazda- "nome (in origine un epiteto) della pi grande divinit". C' un altro tipo di radice aproblematica, in cui le occlusive affiancano una sonante. Al grado zero, diversamente dal caso con radici del tipo di *bher, la sonante quindi sempre sillabica (essendo sempre tra due consonanti). Un esempio sarebbe *bhendh- "legare, saldare": *bhendh-: nelle forme germaniche come l'anglosassone bindan "legare, saldare", gotico bindan; lituano bedras "compagno", greco pesma "fune, cavo" /psma/ < *phenth-sma < *bhendh-sm. *bhondh-: in sanscrito bandh- "legame, fissaggio" (*bhondh-o-; Legge di Grassmann) = antico islandese bant, anglosassone bnd, gotico band "egli legava" < *(bhe)bhondh-e. bh- / bhrd- / dX"portare" "dare"

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*bhdh-: in sanscrito baddh- < *bhdh-t- (Legge di Bartholomae), anglosassone gebunden, gotico bundan; tedesco Bund "lega". (L'inglese bind e bound mostra gli effetti del secondario allungamento vocalico (inglese medio); la lunghezza originale preservata in bundle.) Radici simili rientrano perfettamente nei canoni complessivi. Meno di frequente ci sono alcune radici che sembrano comportarsi a volte come *bher ed altre diversamente da ogni altra, con (per esempio) lunghi sillabici al grado zero mentre a volte mostrano una struttura radicale con due vocali. Queste radici sono variamente chiamate "basi pesanti", "radici dis(s)illabiche" e "radici se" (quest'ultimo un termine preso dalla grammatica di Pini. Sar spiegato pi avanti). Per esempio, la radice "nascere, sorgere" data nei dizionari etimologici come segue: (A) *en-, *on-, *n (B) *en-, *on-, *- (dove = una lunga n sillabica) Le forme (A) si riscontrano quando la radice seguita da un affisso che inizia per vocale; la forma (B) quando l'affisso comincia con una consonante. Come gi detto, le forme (A) di grado pieno assomigliano al tipo di *bher, ma il grado zero ha sempre e solo riflessi di sonanti sillabiche, proprio come il tipo di *bhendh; e diversamente da ogni altro tipo, c' una seconda vocale radicale (sempre e solo *) che segue la seconda consonante: *en() (A) PIE *enos- neut radice in s "razza, clan" > greco (omerico) gnos, -eos, sanscrito jnas-, avestico zan, latino genus, -eris. (B) Greco gen-ts "genitore, padre"; gne-sis < *en-ti- "origine"; sanscrito jni-man"nascita, casata", jni-tar- "progenitore, padre", latino genitus "generato" < genatos. *on(e) (A) sanscrito janayati "procreare" = anglosassone cennan /kennan/ < *on-eye- (causativo); sanscrito jna- "razza" (grado o radice in o) = greco gnos, -ou "progenie". (B) sanscrito jajna 3sg. "nacque" < *e-on-e. *n-/* (A) gotico kuni "clan, famiglia" = anglosassone cynn /knn/, inglese kin; rigvedico jajanr 3pl.perfetto < *e-n- (un relitto; la forma regolare sanscrita nei paradigmi come questo jajur, un rimodellamento). (B) sanscrito jt- "nato" = latino ntus (latino arcaico gntus e cfr. forme come cogntus "imparentato per nascita", greco kas-gntos "fratello"); greco gnsios "appartenente alla razza". (Si pu dimostrare che la in queste forme greche originale, non uno sviluppo atticoionico del protogreco *.) A proposito del termine "se". Il termine piniano "se" (cio, sa-i-) significa letteralmente "con una /i/". Ci si riferisce al fatto che le radici cos designate, come jan- "nascere", hanno una /i/ tra la radice ed il suffisso, come abbiamo visto nel sanscrito jnitar-, jniman-, janitva (un gerundio). Si confrontino tali formazioni con costruite a partire da radici "ani" ("senza una /i/"), come han"uccidere": hntar- "assassino", hanman- "un assassinio", hantva (gerundio). Nell'analisi di Pini, questa /i/ una vocale di collegamento, non propriamente una parte della radice o del suffisso. solo che alcune radici sono in effetti nella lista di quelle che (come lo tradurremmo) "prendono una -i -".

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Ma gli storici hanno questo vantaggio: le peculiarit dell'alternanza, la "presenza di /i/" e il fatto che la sola vocale ammessa al secondo posto in una radice sia * sono tutti spiegati una che volta che si capisca che *en- e parole simili sono propriamente *enH-. Cio gli schemi dell'alternanza, dal punto di vista dell'indoeuropeo, erano semplicemente quelli di bhendh-, con il dettaglio aggiuntivo che *H, diversamente dalle ostruenti (occlusive e *s) sarebbe diventato una sillaba tra due consonanti, da qui la forma *en- nelle formazioni di tipo (B) viste sopra. Gli sconvolgenti riflessi di queste radici al grado zero prima di una consonante (in questo caso, sanscrito , greco n, latino n, lituano n) spiegato dall'allungamento della sonorante sillabica (in origine perfettamente normale) prima della perduta laringale, mentre la stessa laringale protegge lo stato di sillabica della sonorante precedente anche prima di un affisso che comincia per vocale: la forma del vedico arcaico jajanur citata sopra strutturalmente abbastanza simile (*e-h-) a forme come *da-d-ur "essi videro" < *de-d-. Per inciso, riformulare la radice come *enH, ha un'altra conseguenza. Parecchie forme del sanscrito citate sopra vengono da quelle che sembrano essere vocali di radice al grado o in sillabe aperte, ma non si allungano in per la legge di Brugmann. Tutto diventa chiaro quando si comprende che in forme come *onH prima di una vocale, la *o non in una sillaba aperta a conti fatti. E questo significa che una forma come jajna "nacqui", che apperentemente mostra l'azione della legge di Brugmann, in realt una falsa testimonianza: nel perfetto del sanscrito, l'intera classe di radici se prende la forma delle voci ani della 3 persona singolare. (Vedi legge di Brugmann per ulteriori discussioni.) Ci sono anche radici che terminano in occlusiva seguita da una laringale, come *pleth-/*pth"sparso, appiattito", da cui il sanscrito pth- "ampio" maschile (= avestico pru-), pthivfemminile, greco plats (grado zero); sanscrito prathimn- "ampiezza" (grado pieno), greco platamn "pietra piatta". La laringale spiega (a) il cambiamento di *t in *th nel Proto-Indoiranico, (b) la corrispondenza tra greco -a-, sanscrito -i- e l'assenza di vocale in avestico (Avestico prw "ampio" femminile in due sillabe rispetto al sanscrito pthiv- in tre). Si deve usare cautela particolarmente nell'interpretazione dei dati che vengono forniti dall'indiano. Il sanscrito rimase in uso come lingua poetica, scientifica e classica per molti secoli e la moltitudine di schemi di alternanza ereditati il cui motivo oscuro (come la divisione in radici se ed ani) ha fortnito modelli per il conio di nuove forme sulla base di schemi "sbagliati". Ci sono molte forme come tita- "assetato" e tniman"snellezza", cio formazioni se su radici inequivocabilmente ani; e al contrario forme ani come pparti "egli riempie", pta- "riempito", su radici sicuramente se (cfr. il "vero" participio passato, pr-). Il sanscrito preserva dli effetti della fonologia laringale con meravigliosa chiarezza, ma dal punto di vista della linguistica storica bisogna essere critici: perch anche nel vedico l'evidenza deve essere vagliata con attenzione con la dovuta considerazione dell'antichit delle forme e della generale consistenza dei dati. (Non d'aiuto il fatto che il Proto-Indoeuropeo stesso avesse radici che variavano alquanto nella loro natura, come *hew- e *hewd-, entrambi "versare" e alcune di queste "estensioni di radice", come vengono chiamate, sono, sfortunatamente, laringali.) Laringali mobili possono essere trovate in forme isolate o apparentemente isolate; qui i triplici riflessi nel greco di *h, *h, *h sillabici sono particolarmente utili, come si pu vedere sotto:

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* nel greco nemos "vento" (cfr. latino animus "respiro, spirito; mente", vedico aniti "egli respira") < *an- "respirare; soffiare" (ora *henh-). Forse anche il greco heros "potente, sovraumano; divino; santo", cfr. sanscrito iir- "vigoroso, energico". * nel greco patr "padre" = sanscrito pitr-, anglosassone fder, gotico fadar, latino pater. Anche *me "grande" neutro > greco mga, sanscrito mha. * nel greco rotron "aratro" = gallese aradr, antico nordico arr, lituano rklas. Commenti: Le forme greche nemos ed rotron sono particolarmente valutabili perch le radici verbali in questione non esistono in greco come verbi (si sono estinte). Ci significa che non c' la possibilit di una specie di interferenza analogica, come per esempio successo nel caso del latino artrum "aratro", la cui forma stata distorta sulla base del verbo arre "arare" (l'esatto parente in greco sarebbe stato *aretrum). Era in uso etichettare le vocali della radice delle parole greche thets, stats, dots "messo, stato, dato" come analogiche. Molti studiosi oggigiorno probabilmente le considererebbero come originarie, ma nel caso di "vento" ed "aratro" non pu venirne fuori una disputa. Per quanto concerne il greco heros, l'affisso pseudo-participiale *-ro- aggiunto direttamente alla radice del verbo, quindi *is-ro- > *isero- > *ihero- > heros (con un regolare arretramento dell'aspirazione in principio di parola) e il sanscrito iir-. Sembra che non ci sia dubbio sull'esistenza di una radice *eysH- "muoversi/muovere vigorosamente". Se questa cominciasse con una laringale, e molti studiosi sarebbero d'accordo al riguardo, dovrebbe essere *hspecificatamente e questo il problema. Una radice con la forma *heysh- non possibile. L'Indoeuropeo non aveva radici del tipo *mem-, *tet-, *dhredh-, con due copie della stessa consonante. Ma il greco attesta un primitivo (e di attestazione piuttosto ampia) haros con lo stesso significato. Se ricostruiamo *heysh-, tutti i nostri problemi sono risolti in una mossa. La spiegazione per la questione di heros/haros stata discussa a lungo, senza molti risultati; la teoria laringale oggi fornisce l'opportunit di una spiegazione che non esisteva prima, cio metatesi delle due laringali. ancora solo una supposizione, ma molto pi semplice ed elegante rispetto alle precedenti. La * sillabica in *pter- "padre" non realmente isolata. L'evidenza dimostra che gli affissi di parentela visti in "madre, padre" ecc. fosse *-hter-. La laringale diventava sillabica dopo una consonante (perci il greco patr, latino pater, sanscrito pitr-; greco thugtr, sanscrito duhitr"figlia") ma allungava la vocale precedente (perci troviamo i latini mter "madre" e frter "fratello") anche quando la "vocale" in questione era una sonorante sillabica, come nel sanscrito ytaras "mogli" < *yt- < *y-hter-).

Evidenza dall'Uralico
Un'ulteriore evidenza delle laringali stata trovata nelle lingue uraliche (ugro-finnico). Mentre non ci sono prove che il proto-uralico ed il PIE siano stati imparentati, alcune parole ricostruite nei 'proto -dialetti' dell'uralico (come proto-ugrofinnico, proto-finnopermico ecc.) sono state identificate come probabili prestiti dai primissimi dialetti indoeuropei (cfr. finnico nimi e inglese name, latino nmen, greco noma, ecc.; e porsas "maiale" con l'elemento PIE *por- che d il latino porcus "maiale", l'anglosassone fearh (> ing. farrow "giovane maiale"), lituano par as). Ma difficile datare questi

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prestiti e si sa bene che il finnico li ha presi in massima parte dal germanico e dal baltico (e la forma di porsas si rifarebbe ad una fonte specificatamente satem della parola e anche relativamente recente dato che nei prestiti antichi la * del baltico si riflette in finnico come h). Il lavoro di ricerca, in particolare quello fatto dallo studioso J. Koivulehto, ha identificato un certo numero di aggiunte alla lista dei prestiti finnici da fonti indoeuropee o da fonti interessanti per l'appartente correlazione delle laringali PIE con un'occlusiva velare (o i suoi riflessi) nelle forme finniche. Se cos, questo punterebbe ad una remota antichit dei prestiti, dato che nessuna lingua indoeuropea attestata presenta consonanti come riflessi di laringali. E ci sosterrebbe l'idea che le laringali fossero di natura consonantica, foneticamente. Per esempio il finnico kal-ja "birra", cfr. anglosassone alu (sassone occidentale ealu), antico nordico l "birra" (e poche altre forme in latino) che puntano ad una radice *hel- "amaro"; il finnico lehti "foglia" cio *lekte-, cfr. PIE *bhlhdh-, come nel tedesco Blatt "foglia", anglosassone bld "lama" (la semantica non un problema, se interessante, ed il troncamento dei nessi consonantici iniziali un fenomeno tipico in finnico). Di grande effetto il finnico teke- "fare" che suggerisce una radice PIE *dheh- "mettere, posizionare" (ma "fare" nelle lingue IE occidentali, es. la forma germanica do, tedesco tun, ecc. e la latina faci -- sebbene dn in anglosassone ed nel primo inglese moderno significa alle volte "mettere" e ancora succede nel tedesco colloquiale). Qualcuno pensa in questo caso anche ad una evidenza di una ancestrale unit linguistica Uralica-PIE piuttosto che a prestiti. In altre parole il finnico teke- potrebbe essere ereditato da una proto-lingua e non essere un prestito (Vedi Kortlandt.) Ci sono, comunque, problemi con molte delle forme citate come possibili attestazioni dirette di laringali PIE in finnico. La forma "ale/beer" ("birra") problematica. La "radice" sicuramente attestata solo nelle lingue europee occidentali, il germanico ed il latino, e la sua forma (in termini pre -laringali) sembra essere *alu-, non *al-. Da ci il latino almen "allume", alta "un tipo di soffice pelle conciata con allume". Il significato di "birra" esclusivamente germanico e la forma era *alu(come si vede nell'anglosassone ealu "bitta" ma genitivo singolare ealu < *alutos o simile). Le forme baltica e slava sono considerate prestiti dal germanico, come lo ovviamente il finnico olut "birra". La connessione col finnico kalja non impossibile, ma certo difficile. Per il finnico lehti "foglia", la radice soggiacente ricostruita tradizionalmente come *bhel, ma viene considerata anche una forma secondaria (un cosiddetto stato II della radice) *bhl-eH che accettabile in indoeuropeo e che sembra avere pi riflessi dello stato I *bhel, ma ancora limitatamente all'Europa Occidentale i significati hanno tutti a che fare con fiori e fioritura (latino fls, inglese bloom (= tedesco Blume), blow "fiorire" (= tedesco blhen) e cos via). La forma "foglia" limitata al germanico ed era tradizionalmente ricostruita come *bhldh-. Una simile ricostruzione era possibile quando il PIE * era visto come una vocale che era il residuo della riduzione di una vocale lunga (come quando la radice era ricostruita come *bhl- piuttosto che *bhleH-). Ma una simile sillaba non pu essere pi approvata nei termini di qualsivoglia forma di teoria laringale, che richiederebbe che la *l fosse sillabica e il risultato sarebbe stato molto diverso (anglosassone bold alto tedesco antico bolt < proto-germanico *bul(H)daz < *bhHdh-; il simbolo = "non attestato perch erroneo"). Ma anche a parte l'impossibile forma richiesta per il finnico, i dettagli di etimo germanico sono difficili da vedere come anticamente proto-indoeuropei.

Le laringali in morfologia

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Come qualche altra consonante, le laringali compaiono in fine di verbi e sostantivi e in morfologia derivazionale, la sola differenza la maggiore difficolt di prevedere che cosa succede. L'indoiranico, per esempio, pu conservare forme che abbastanza chiaramente riflette una laringale, ma non c' modo di sapere quale. Ci che segue una sintesi delle laringali nella morfologia proto-indoeuropea. *h vista nella finale strumentale (probabilmente non teneva conto del numero in orifine, come le espressioni inglesi by hand e on foot). In sanscrito, le radici del femminile i- ed u sono stumentali in -, -, rispettivamenti. Nel Rigveda ci sono poche vecchie radici in a (PIE radici o) con uno strumentale in -; ma anche in quel vecchissimo testo la finale solita -en, da radici n. Il greco ha alcuni avverbi in -, ma pi importanti sono le forme micenee come e-re-pate "con avorio" (cio elephant? -?). L'indicatore del neutro duale era *-iH, come nel sanscrito bharat "due che portano (neutro)", nman "due nomi", yuge "due gioghi" (< yuga-i? *yuga-?). Per il greco la forma omerica sse "i (due) occhi" viene chiaramente da *hek-ih (prima *ok-) attraverso leggi fonetiche pienamente regolari (intermedia *okye). *-eh- aggiunge ai verbi la situazione di stato da radici di eventi: PIE *sed- "sedersi": *sed-eh- "essere in posizione seduta" (> proto-italico *sed--ye-mos "noi siamo seduti" > latino sedmus). chiaramente attestato in celtico, italico, germanico (la IV classe dei verbi deboli) ed ion baltico/slavo, con alcune tracce di indoiranico (in avestico l'affisso sembra formare radici di passato abituale). Sembra probabile, sebbene non sia completamente certo, che la stessa *-h sottolinei il nominativo-accusativo duale nelle radici in o: sanscrito vk, greco lk "due lupi". (La finale alternativa -u in sanscrito ha poca importanza nel Rigveda, ma alla fine diventa la forma standart del duale delle radici in o.) *-hs- deriva radici desiderative come in sanscrito jighsati "egli desidera ammazzare" < *ghi-gh-hs-e-ti- (radice *ghen-, sanscrito han- "ammazzare"). Questa la fonte delle formazioni del tempo futuro in greco e (con l'aggiunta di un suffisso tematico *-ye/o-) the Indo-Iranian come in: bhariyati "porter" < *bher-sye-ti. *-yeh-/*-ih- il suffisso ottativo per le inflessioni delle radici verbali, es.: latino (arcaico) siet "possa essere egli", smus "possiamo essere noi", sanscrito syt "possa essere egli" e cos via. *h vista come l'indicatore del neutro plurale: *- nelle radici consonantiche, *-eh in quelle vocaliche. Nelle lingue figlie che preservano delle finali, si osserva molto livellamento e rimodellamento, perci il latino ha generalizzato la *- nel sistema nominale (successivamente abbreviata regolarmente in -a), il greco ha generalizzato - < *-. Le categorie "maschile/femminile" probabilmente non esistevano nella pi originale forma di Proto-indoeuropeo e ci sono pochi tipi di nomi che sono formalmente differenti nei due generi. Le differenze formali sono principalmente visibili negli aggettivi (e neanche in tutti) e nei pronomi. Pu essere interessante vedere che entrambi i tipi di radici femminili derivate presentino *h: che palesemente derivato dai nominativi delle radici in o ed un ablaut che mostra alternanza tra *-yeh- e *-ih-. Entrambi hanno la peculiarit di non avere un reale indicatore per il nominativo singolare, ed

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almeno per la forma *-eh-, due cose sembrano chiare: si basa sulle radici in o e il nominativo singolare probabilmente in origine un neutro plurale. (Un tratto arcaico della morfosintassi indoeuropea che i sostantivi neutri plurali si costruiscono con i verbi singolari e abbastanza probabilmente *yugeh non era molto "gioghi" nel nostro senso, quanto "un imbrigliamento, un aggiogamento".) Una volta che molto si pensato al riguardo, non comunque facile fissare i dettagli delle radici in nelle lingue indoeuropee fuori dall'Anatolia e un'analisi del genere non getta assolutamente luce sulle radici in *-yeh-/*-ih-, che (come le radici in *eh) formano radici aggettivali femminili e sostantivi derivati (es. sanscrito dev- "dea" da deva- "dio"), ma al contrario le radici in non hanno fondamento in alcuna categoria del neutro. *-eh- sembra aver formato verbi fattitivi, come in *new-eh- "rinnovare", come visto nel latino novre, greco ne ed ittita ne-wa-a-a-an-t- (participio) tutti "rinnovare" ma tutti e tre con il senso di "arare di nuovo; restituire una terra a maggese alla coltivazione". *-h- marcava la prima persona singolare con una distribuzione alquanto confusa: nell'attivo tematico (la finale del greco e del latino e (mi)) dell'indoiranico ed anche al perfetto (non propriamente un tempo in PIE): *-he come nel greco oda "io so" < *woyd-he. la base della finale ittita -i, come in da-a-i "io prendo" < *-a-i (originariamente *-a con l'aggiunta dell'indicatore di tempo primario con conseguente monottongazione del dittongo). *-eh potrebbe essere identificato per tentativi in un "caso direttivo". Questo caso non si trova nei paradigmi nominali dell'indoeuropeo, ma tale costruzione spiega una curiosa collezione di forme ittite come ne-pi-a "verso il cielo", tk-na-a "verso il suolo", a-ru-na "al mare". Queste sono spiegate a volte come dativi in a < *y di radici in o, un'uscita chiaramente attestata in greco ed indoiranico, tra gli altri, ma ci sono ser problemi con questo punto di vista e le forme sono altamente coerenti, dal punto di vista funzionale. E ci sono anche avverbi appropriati in greco e latino (elementi persi nei paradigmi produttivi sopravvivono a volte in forme isolate, come l'antico caso strumentale dell'articolo determinativo in espressioni inglesi come the more the merrier, "pi ce n' meglio "): greco n "su, kt "gi", latino qu "verso dove?", e "verso quel posto" e forse anche la preposizione indiana "verso" che non ha un'etimologia soddisfacente. (Queste forme devono essere distinte da quelle simili formate dall'ablativo in *-d e con un senso "delativo": greco p "da qui, da dove".)

Pronuncia
Considerevoli dibattiti ancora sostengono la pronuncia delle laringali. L'evidenza dall'ittita e dall'uralico sufficiente per concludere che questi suoni fossero "gutturali" o pronunciati piuttosto arretrati nella cavit orale. La stessa evidenza anche consistente con la supposizione che esse fossero suoni fricativi (opposti alle approssimanti o alle occlusive) fortemente supportata dal comportamento delle laringali negli accumuli consonantici. La supposizione che *h sia una occlusiva glottale ancora molto diffusa. Un'occlusiva glottale sarebbe comunque improbabile che abbia avuto riflessi fricativi nei prestiti uralici, come sembra essere il caso, per l'esempio nella parola lehti < *lete <= PIE *bhlh-to (sebbene un proto-finnico *k avrebbe dato lo stesso risultato in finnico). Se, come suggerisce l'evidenza, c'erano due suoni *h, allora uno potrebbe essere stato una occlusiva glottale e l'altra potrebbe essere stato il suono h come nell'inglese "hat".

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Molte dispute si sono fatte per stabilire l'esatto punto di articolazione delle laringali. In primo luogo l'effetto che questi suoni hanno avuto sui fonemi adiacenti ben documentato. Da cosa si sa di un simile condizionamento fonetico nelle lingue contemporanee, in particolare le lingue semitiche, *h (la laringale di "colorazione-a") potrebbe essere stata una fricativa faringale. Le fricative faringali (come la lettera araba come in Muammad) spesso causano una colorazione-a nelle lingue semitiche (questo succede in ebraico, per esempio). Per questa ragione, quella faringale una supposizione forte. Allo stesso modo si suppone generalmente che *h fosse procheila (labializzata) sulla base del suo effetto di colorazione-o. Viene ritenuta spesso sonora sulla base della forma perfetta *pi-bh- dalla radice *peh "bere". Basandosi sull'analogia dell'arabo, alcuni linguisti hanno postulato che *h fosse anche una faringale come l'arabo ( ayin, come nella parola muallim = "maestro"), sebbene la supposizione che questa fosse velare probabilmente pi comune. (I riflessi nelle lingue uraliche potrebbero essere gli stessi se i fonemi originali fossero velari o faringali.) Presupposizione comune o meno, ovvio che la procheilia da sola non colorasse le vocali in PIE; qualche caratteristica addizionale (o alternativa) come "laringe abbassata" (come appropriato per le "laringali" in senso semitico) potrebbe aver avuto l'influenza appropriata sull'evoluzione delle vocali adiacenti. stato fatto notare che la *a PIE nelle radici verbali, come *kap- "prendere", ha un numero di peculiarit: non subisce un ablaut regolare e ricorre con notevole frequenza in radici come *kap-, cio con una "occlusiva velare semplice". Ma c' un problema: se infatti c' un significato in questa co-occorrenza, l'articolazione semplice velare spiega il vocalismo-a o vice versa? Lo stesso mostrato da alcune corrispondenze IE-semitico, sia se queste sono dovute a prestiti preistorici che ad un comune antenato (vedi teoria nostratica): greco = "io odio", dalla radice IE h3-d-w :: arabo adw = "nemico". greco = "esso (= un vento) soffia", dalla radice IE h2-w-h1 :: arabo haw' ="aria".

Riferimenti
Robert S. P. Beekes, The Development of Proto-Indo-European Laryngeals in Greek, L'Aia, Mouton, 1969. no ISBN - Doctoral dissertation at the University of Leiden Robert S. P. Beekes, Comparative Indo-European Linguistics: An Introduction, Amsterdam, John Benjamins, 1995. ISBN 90-272-2150-2 (Europe), ISBN 1-55619-504-4 (U.S.) Jorma Koivulehto, The earliest contacts between Indo-European and Uralic speakers in the light of lexical loans in C.Carpelan, A.Parpola P.Koskikallio (ed.) (a cura di), The earliest contacts between Uralic and Indo-European: Linguistic and Archeological Considerations, Helsinki, Mmoires de la societ Finno-Ougrienne 242, 2001, pp. 235263. ISBN 952-515059-3 Frederik Otto Lindeman, Einfhrung in die Laryngaltheorie, Berlino, Walter de Gruyter & Co, 1970. no ISBN - Sammlung Gschen Frederik Otto Lindemann, Introduction to the Laryngeal heory, Innsbruck, Intitut fr Sprachwissenschaft der Universitt Innsbruck, 1997. Hermann Mller, Vergleichendes indogermanisch-semitisches Wrterbuch, Gottinga, Vandenhoek & Ruprecht, 1911 reprint 1970. no ISBN Helmut Rix, Historische Grammatik der Griechischen: Laut- und Formenlehre, Darmstadt, Wissenschaftliche Buchgesellschaft, 1976. Oswald Szemernyi, Introduction to Indo-European Linguistics, Oxford, Clarendon Press, 1996. Andrew Sihler, New Comparative Grammar of Greek and Latin, Oxford, Oxford University Press, 1996.

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Werner, ed Winter, Evidence for Laryngeals, 2nd ed, L'Aia, Mouton, 1965.

Collegamenti esterni
Fonologia proto-indoeuropea (non standard e teorica) (http://www.tundria.com/Linguistics/pie-phonology.shtml). URL consultato in data 11 novembre. Kortlandt, Frederik (2001): Le laringali iniziali in anatolico (http://www.kortlandt.nl/publications/art202e.pdf) (pdf) Portale Linguistica: accedi alle voci di Wikipedia che trattano di linguistica Categorie: Fonologia Glottologia Indoeuropeistica | [altre] Questa pagina stata modificata per l'ultima volta il 12 mar 2013 alle 16:22. Il testo disponibile secondo la licenza Creative Commons Attribuzione-Condividi allo stesso modo; possono applicarsi condizioni ulteriori. Vedi le Condizioni d'uso per i dettagli. Wikipedia un marchio registrato della Wikimedia Foundation, Inc.

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