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JOHN

M.

KELLY LIBRARY

Donated by The Redemptorists of the Toronto Province


from the Library Collection of

Holy Redeemer College, Windsor

University of
St.

Michael's College, Toronto

^^M<

1<tY REDEEMEUIBRARSf, WlipOir

PROV. TORONTINAE

SCRITTI FILOSOFICI
rv

SISTEMA DI LOGICA

GIOVANNI GENTILE

SISTEMA
DI

LOGICA
COME TEORIA DEL CONOSCERE
SECONDA EDIZIONE COMPLETA IN DUE VOLUMI

VOLUME PKIMO

^X^^^^^

BARI
GIUS.

LATERZA
1922

& FIGLI

TIPOGBAFI-BDITORI-LIBRAI

.^
^^^

HOLY REOEEMER LIBRARY. WINDSOI?

PROPRIET LETTERARIA

DICKUBBE MCMXXI

59477

PREFAZIONE

Di questo libro fu pubblicato nel 1917 il primo volume, nato da un corso di lezioni tenuto quell'anno nell'universit di Pisa; e l'anno dopo si dovette ristampare prima che il secondo volume fosse pronto, poich intanto io avevo cambiato universit e materia d'insegnamento, e altre cure mi distraevano da questo lavoro. Il quale rimase pertanto qualche anno interrotto: e proprio al punto in cui si doveva cominciare a dimostrare
in atto
il

suo spirito e

il

suo significato storico.

Io infatti ho concepito questo sistema di logica nella

speranza di dar soddisfazione a un mio antico bisogno, di colmare l'abisso che nella storia della filosofia del secolo decimonono s'era aperto fra l'antica concezione
analitica del pensiero definita nella logica aristotelica e
la

nuova

dialettica dell'idealismo

inaugurata da Kant

e sviluppata da Hegel.

Due

logiche apparse fino a ieri

tra loro opposte, senza possibilit di passaggio dall'una


all'altra,

rappresentanti due filosofie antitetiche, anch'esse conseguentemente concepite come separate e incapaci d'integrarsi reciprocamente per unificarsi in un processo unico di svolgimento. Concetto, che urtava con violenza contro il mio modo d'intendere la filosofia appunto come

VI

PREFAZIONE

processo unico e veramente universale di svolgimento, philosophia quaedam perennis, intesa alla maniera di
Leibniz, o meglio di Hegel, dove ogni sistema ha la sua
verit,

che non pu essere

la verit del

suo tempo senza

essere la verit d'ogni tempo, e quindi grado e base

ad ogni costruzione superiore, e concorrente per tal guisa a una verit complessiva. E urtava pure, a parer
mio, nell'ovvia esperienza del pensare logico, alla quale

invano
logica,

si

ribellano

seguaci dell'antica e della nuova

gli

uni gridando all'assurdo della identit dei

contrari e gli altri schernendo


se

Videm
gli altri

pe?^

idem

della

logica dell'identit; laddove n gli uni possono pensare

non per

sintesi

priori,

riescono a sot-

trarsi all'eterna legge del pensiero

che definisce e dei

duce, e che, elaborando e rielaborando costantemente


concetti, ribadisce la

verit nella sua intrinseca coe-

renza, fermamente combaciante con se medesima.

Questo sistema dunque, fin dal suo motivo originario, mirava a conciliare gli antichi e i moderni, dimostrando
e quasi articolando la logica di questa conciliazione attra-

verso

due metodi
:

di pensiero

apparentemente esclus'

dentisi a vicenda

a dimostrare, cio, nell'analitica degli


inspirava,

antichi, studiata alla luce della filosofia a cui

il fondamento a sua volta s'intenda nella sua storica connessione col pensiero da cui trasse e trae la sua ragion d'essere, e sia liberata perci dalle superfetazioni a cui ben presto soggiacque a causa dell'oscurit in cui dapprima s'in-

della dialettica dei

moderni quando questa

travvide la sua peculiare ragion d'essere. Il sistema quindi si configur in una triplice tratta-

una indirizzata a dedurre la nuova posizione del problema logico, che non guarda pi a una astratta tecnica del pensare, ma al concetto che il pensiero acquista di s come realt universale; e le altre due, ad esporre
zione:

PREFAZIONE
le

VII

due forme assunte storicamente dal pensiero nel suo


di vista di
il

sviluppo consapevole,

punto

cosi

come esse possono vedersi dal questa nuova posizione del problema. passaggio dalla prima alla seconda di queste
la

due parti doveva e confermare


classica

verit della logica

e additare

il

nesso vitale e per l'unit delle

due forme nella legge organica del pensiero, adeguata finalmente alla sua essenza, non di strumento del sapere,

ma

di

sapere esso stesso univ^ersale e concreto, anzi,


di realt

com'ho accennato,

che

si

raccoglie in s e

si

possiede nell'eterna coscienza di

s.

non devo attribuire la sorte finora toccata a questo libro, quantunque fin dal primo volume il mio disegno apparisse intero. E stato letto bens, e considerato con vivo interesse; ma non ho veduto che alcuno rilevasse (per aderirvi o per confutarlo) il mio concetto della logica classica esposto nella seconda Parte. Concetto che potr
All'interruzione, dunque, prolungatasi pi che io
credessi,

apparire d'un ardire addirittura temerario o


nuit e d'un semplicismo inverosimili;

di

un'inge-

ma

che d'impor-

tanza vitale in tutto

il

Sistema.

oso perci sperare

che ora dall'opera completa chi ha il gusto di questi studi sar messo sull'avviso e indotto a meditare sul mio tentativo. Il quale potr anche essere tutto sbagliato, ma segna (ho questa presunzione) un punto, pel quale
bisogner passare.
Eoma,
6

novembre

1921.

G. G.

INTRODUZIONE

6. Gbntilx.

Capitolo

LA LOGICA COME SCIENZA FILOSOFICA

1.

La

logica

come scienza particolare.


la logica

Giova

fin

da principio distinguere nettamente


il

come

dottrina che interessa

filosofo,

dalla logica che dile altre,

sciplina scientifica

tutte le altre: derivante

come una scienza tra da un particolare

simile a

interesse, rispon-

dente a uno speciale bisogno teoretico, destinata ad appagare una curiosit che pu sorgere s nell'animo del filosofo, e s di qualsiasi scienziato che prenda a considerare la natura e le propriet dello strumento che tutti adoperiamo nella ricerca del vero. Se noi classifichiamo tutti i fatti oggetto dell'esperienza,
fisici,

e,

per esemplificare, accanto

ai fatti

ai fatti chimici, ai fatti fisiologici, ai fatti psicologici


i

mettiamo

fatti logici,

dalla precedente a quel

modo

quasi una categoria che si distingua stesso che in zoologia la specie

umana

si

distingue da quella degli animali superiori perch


di

dotata di funzioni che, innestandosi su quelle delle specie

subumane, rappresentano tuttavia un che

nuovo; in

tal

caso ovvio che la scienza di questi fatti logici si schierer accanto alla psicologia, alla fisiologia, alla chimica, alla fisica, e a tutte le altre scienze particolari in cui soggettivamente
si

riproduce

studio della

l'obbiettivo raggruppamento degli oggetti di mente umana. Il che vorr dire che tanto dif-

ferisce la logica dalla psicologia,

quanto questa dalla

fisio-

INTRODUZIONE

logia o da qualunque altra di siffatte scienze particolari, e

quanto la logica stessa differisce pure daila fisiologia e da qualunque altra: poich tutte insieme coteste scienze costituiranno una molteplicit indifferente, dentro la quale ciascuna verr concepita perci come una scienza particolare.
Sistema
di scienze particolari.

2.

N
altri,

il

concetto di scienza particolare superabile con l'os-

servazione, fatta prima da Augusto

Comte

e poi ripetuta

da

sono ordinate gerarchicamente secondo la generalit decrescente e la complessit crescente in cui si presentano naturalmente i fenomeni ^; in

che

le stesse scienze particolari

guisa da formare tutte insieme un sistema, in cui la scienza pi astratta pu bens prescindere dalla pi concreta, ma

questa non pu prescindere da quella, poich i fenomeni che essa dee spiegare sono quegli stessi della scienza pi astratta, ma diventati pi complessi per l'intervento di nuovi caratteri.

Eimane sempre che

il

cos detto

fenomeno complesso
tanto

consta di elementi, alcuni generali e


distinti gli uni dagli altri,

altri particolari,

che quelli possono sussistere senza di questi (i fenomeni fisici p. es., senza i chimici); sicch, se la scienza concreta comprende in s l'astratta, in tanto una
scienza nuova che si differenzia dalla precedente, e le si sovrappone, in quanto si sdoppia in due parti, una delle quali pura e semplice ripetizione della scienza astratta, e l'altra

una novit, che costituisce appunto

il

suo proprio dominio

autonomo, per cui oltre


bile,

la scienza astratta c' la concreta.

Affinch questa scomposizione del concreto non fosse possi-

bisognerebbe pensare che non solo il concreto non senza l'astratto, ma n anche l'astratto senza il concreto; che non solo non c' chimica senza fisica, ma n anche fisica

Osservazione fondata, del resto, sulla vecchia dottrina logica

del rapporto inverso della

comprensione

della

estensione

del

concetto.

LA LOGICA COME SCIENZA FILOSOFICA

senza chimica. Il che pure stato pensato: e doveva esser pensato da quanti han filosofato sugli stessi fatti, che, in

quanto

fatti,

non possono concepirsi

se

non come quei

fatti
*.

della natura, che sono oggetto delle scienze particolari


stato pensato introducendo nel

meccanismo del puro


il

fatto,

dato dell'esperienza, un elemento estraneo,


pi natura,
il

fine, che non

ma

spinto, o scienza; e rende possibile infatti


di scienza particolare, perch

superamento del concetto


la base,

ne

modifica

a cui

il

positivismo comtiano e ogni posi-

tivismo tien fermo.

3.

La

filosofia

come scienza

dello spirito, e le scienze morali.

Non

basta neppure,

come pur

tante volte s' creduto,

distinguere lo spirito dalla natura per assegnare questa alle


scienze particolari,
alle

atomisticamente giustapposte,

e quello

scienze filosofiche, costituenti un sistema. Molto facilsi

mente oggi
rito,

ripete che la filosofia la scienza dello spi-

della libert,

o del valore; che poi tutt'uno. In-

tanto, agevole osservare che se la filosofia


il

dominio del mondo con altre scienze,

il

fatto stesso

deve dividere che

la parte del

mondo
mette

attribuita a queste altre scienze sotla filosofia alla pari delle altre scienze.
(la

tratta

ad

essa,

Scienze particolari queste, singolarmente e tutte insieme


scienza della natura); scienza particolare anche
lei,

la filo-

sofia, nel suo complesso e negli elementi in cui bisogner pure che anch'essa si articoli. La distinzione empirica di spirito e natura pu giustifi-

care soltanto la costituzione delle scienze morali di fronte alle scienze naturali. Ma le scienze morali non sono meno
particolari delle altre; n,

quando

si

va a vedere qual

sia

il

fondamento speculativo

di questa empirica concezione delle

scienze morali distinte dalle naturali, dato di scorgere una


differenza sostanziale tra l'oggetto delle une e quello delle
altre.

Di che son prova eloquente

le

difficolt inestricabili

Ofr.

Teoria generale dello spirito-, p. 152 e

ss.

6
in cui le scienze morali

INTRODUZIONE
si

sono sempre avvolte volendo

ri-

vendicare e mantenere quelle prerogative dello spirito, le quali eifettivamente sono inconcepibili in uno spirito che
abbia di fronte a s
male, se cos
tuale che
la natura.

In verit, qual differenza po-

tr essere tra la volont

umana, poniamo, e l'istinto aniquella come questo sono due presupposti della
sia

scienza che se ne occupa, ossia di quella sola realt spiri-

per tale scienza


si

veramente reale; e

se chi

dice presupposto della realt spirituale, dice sempre, di qua-

lunque nome

serva,

natura?
universale.

4.

La

filosofia scienza

Le scienze

particolari

si

distinguono dalla filosofia apla filo-

punto per questo, che esse sono particolari, laddove sofia stata sempre la scienza universale.

Ma

la differenza tra

il

particolare e l'universale quali-

non quantitativa, come pu parere a chi si fermi al primo significato del particolare. Giacch il particolare certamente, in primo luogo, parte del tutto; ma, in quanto parte, esso non solo non il resto del tutto, ma non n anche se stesso. Si consideri invero che, per esser parte,
tativa, e

esso dev'essere in relazione (per lo


sione) col resto, e

meno

di reciproca esclu-

deve pertanto comprendere nel proprio concetto (cio, in s) tale resto, come elemento costitutivo, ancorch in modo negativo, del proprio essere. Di che nasce, che il particolare, in quanto, ripeto, mera parte quantitativamente intesa, non che da meno del tutto o universale, niente: niente di tutto ci che l'universale . Esso non , e
questo
.

Non
ticolare

v'
il

ha dubbio che in questo concetto assurdo del parpensiero non posa ; e non
e'

particolare che questo

possa concepire in
integrarlo mediante

modo da non
il

trascenderlo punto e non

concetto della relazione ad altro, on-

d'esso viene universalizzato.


siero universalizza eo ipso
il

Ma

questo dimostra che

il

pen-

particolare in quanto lo

pone

innanzi a s; laddove l'opposizione di particolare e uni ver-

LA LOGICA COME SCIENZA FILOSOFICA


sale,

che esso introduce di continuo nell'oggetto con discrie quindi fissarne i vari momenti, tende a staccare un termine dall'altro, e porre cos lo schietto particolare nella sua particolarit esclusiva. Che rimane quasi un termine verso il quale si orienta il pensiero nel suo bisogno di concretezza e

minarne

determinatezza; termine inattingibile,


reale

ma non
il

perci

meno
si

come norma

direttiva

immanente

del pensiero.

Orbene, questo particolare, verso di cui


orienta,
il

pensiero

ma in cui non possibile si fermi, l'empirico e dommatico, che sono di ogni scienza particolare i caratper
i

teri propri,

quali essa

si

distingue dalla

filosofia, e

per

spogliarsi dei quali tende a trasformarsi in filosofia, per at-

tingere nella sua universalit la

razionalit e

la

critica

proprie del vero sapere.

5.

Empirismo

dommatismo

del sapere particolare,

e necessit di superare l'uno e l'altro difetto

mediante

l'universalit del sapere.

Empirico e dommatico nessuno vuol essere: n il sapere pu esattamente dirsi tale. Ma il sapere particolare, oltre che sapere, anche particolare; ossia, sa bens, ma anche non sa. E dal suo limite proviene cos il suo empirismo, come il suo dommatismo. Empirica infatti la conoscenza del dato, che dato in quanto non costruito; e non costruito perch immediato, essendo innanzi alla mente che lo conosce senza connettersi con tutti gli altri elementi della realt che la mente conosce, e in rapporto ai quali farebbe sistema, si medie r ebbe, e mostrerebbe la propria necessit, ossia la necessit, per la mente, di pensarlo. E cos cesserebbe di essere empirico, e diventerebbe razionale, cio conforme, e per connaturato, a ragione, che quella stessa mente che lo conosce, e lo considera estraneo a s solo finch non lo vegga nel suo sistema. Una conoscenza particolare pertanto anche dommatica: il suo oggetto perch , come il colore per chi lo vede, e la fame per chi la provi. Ove sorga il sospetto che la imparticolare, in quanto sapere,

INTRODUZIONE

mediata testimonianza dell'esperienza c'inganni con quella


stessa fallacia, che l'esperienza stessa dimostra in taluni de'

momenti gi superati (p. es. in quelli che si dicono di mente che non sorpassi quella tale conoscenza particolare non ha modo di accertarsi della sua verit. Rimane perci con una verit, che non soddisfa le sue esigenze razionali, e che essa non pu accettare senza far
suoi
allucinazione), la

tacere queste esigenze.

se queste esigenze

si

possono dire
siffatta

non potr affermare una verit senza negare se medesima.


la sua stessa natura, essa

Codesto

il

dommatismo

di tutte le scienze particolari,

tendenti all'asserzione di una realt, in cui lo stesso potere


asserente, assorbito dalla preoccupazione dell'oggetto, obliteri se

medesimo per entro


il

al

mondo
il

in cui l'oggetto si rapil

presenta.
del

E mondo

risveglio di questo potere, che

centro attivo

della conoscenza, segna

sorgere della critica,

che la restaurazione del soggetto del conoscere, e per


l'elaborazione dell'oggetto in funzione del
si

giudizio

in

cui

celebra l'attivit del soggetto conoscente. Questa elaborain

zione sveste la verit del suo carattere dommatico, e la tra-

smuta

certezza.
Particolarit e universalit del problema filosofico.

6.

quanto tale, non ha n razion certezza. Per acquistarle, poich non ne pu fare a meno, dalla logica immanente al suo stesso svolgimento portato ad universalizzarsi, e a diventare filosofico conoscendo non gi il tutto invece della parte, bens la stessa
Il

sapere particolare, in

nalit,

parte nel tutto.


in verit, che si tratta di correggere, queche l'oggetto del conoscere sia immediato; poich abbiamo visto che l'immediatezza dell'oggetto il carattere essenziale dell'empirismo e dommatismo delle scienze partiIl difetto,

sto:

colari.

N l'immediatezza
col

cesserebbe, se la parte

si

barat-

tasse

tutto;

astratta,

per la

perch anche questo, al pari della parte mente sarebbe solo perch sarebbe; n ci

LA LOGICA COME SCIENZA FILOSOFICA

sarebbe modo di rappresentarselo in un sistema, in cui fosse la sua mediazione, la sua necessit razionale, e da cui scaturisse quindi la certezza della mente rispetto ad esso. L'universalit, dunque, che sola pu sanare il vizio della

conoscenza particolare, non l'astratta universalit del tutto indiflferenziato, ma quella universalit concreta che unit
di parte e di tutto: la parte nel tutto, e
il

tutto nella parte.

pu anche dire: la differenza dell'identico, e l'identit del differente. Manchi l'identico o manchi il differente, si
si

ricasca nel particolare, e


rigore,

si

esce dalla
in

filosofia.

Il

che,

non pu mai accadere


Immanenza

modo

assoluto.

7.

della filosofia in ogni pensare.

La

parte nel tutto

il

tutto stesso nella parte.

Non

ci

sono due forme diverse di conoscenza, una diretta alla parte, e l'altra al tutto. Ogni conoscere unit inscindibile della

conoscenza della parte e della conoscenza del tutto conoscenza del particolare nella sua universalit. Che come dire, conoscenza dell'universale nella sua concreta particolarit. facile infatti avvertire che non solo il tutto, come puro tutto (identit senza differenze), si particolarizza, ponendosi come un immediato; ma la stessa parte, nella sua astrattezza (differenza senza identit), divien tutto: poich
:

la parte parte

solo

verso

il

tutto, e parte
si

cessa d'esser

appena prescinda
astrattamente,

dal tutto, e

consideri in s, chiusa nella

sua rigida particolarit irrelativa. I due opposti, considerati si equivalgono e s'identificano affatto, poich

la loro differenza si

regge sulla loro relazione, che

la loro

unit differenziata (particolarit dell'universale, universalit


del particolare).

Due adunque

le

condizioni del filosofare: che l'oggetto

del nostro conoscere sia universale, e che sia particolare.


dalla filosofia tutte le scienze
si

distinguono in quanto spez-

zano questa unit dei due termini essenziali del pensiero, ciascuno dei quali, possiamo ormai dire, particolare se
scisso dall'altro. Avvertire per altro la particolarit del par-

10
ticolare, riferirlo

INTRODUZIONE

ad

altro,

con cui esso

tutto, e

quindi

superare gi la pura conoscenza di quel particolare come tale. D'altra parte, quando la sua particolarit non sia stata

ancora avvertita,

il

particolare

non

vale, per chi lo conosce,

come
non

avr pure in s qualche differenza). Di guisa che non filosofare si pu soltanto in quanto
tale,

anzi

come

tutto (che

ha coscienza della particolarit del proprio mondo, non filosofare; e tutta la vita dello spirito si pu^ concepire come un salire di grado in grado nello svolgimento della filosofia, un tendere crescente alla meta d'ogni filosofia: massima universalit nella massima concretezza. Ordinariamente, nello stesso pensiero comune non sciensi

e cio di

tificamente elaborato,

si

distinguono

problemi

filosofici delia-

vita dai problemi particolari.

la distinzione

non

diversa

da questa che
riflessione
il

s'

qui innanzi illustrata. L'interesse che de-

uomo capace d'un certo uso della sua problema della morte, profondamente diverso da quello che pu sorgere dalla curiosit di sapere il numero dei petali d'un fiore che si vegga per la prima volta. E s'intende per problema della morte non pure quello che pu esser posto da una filosofia superiore, ma quello stesso che sorge nella mente di tutti che intendono per morire il disfarsi
sta nell'animo d'ogni

del corpo di

un uomo che
si

si

sottrae totalmente al
se

mondo
proprio

dell'esperienza; e per cui

domanda

non ne

resti

nulla, o se sopravviva quella pi intima personalit, di cui


lo stesso

corpo era manifestazione e strumento. Domanda che ha goduto per tutti in ogni tempo una privilegiata importanza insieme con altre equivalenti (natura dell'anima e sue
relazioni col corpo, materia e spirito, origine del

mondo,
il

esi-

stenza di Dio, ecc.), le quali perci hanno avuto


di

potere
strin-

commuovere

gli

animi assai pi fortemente delle pi

genti necessit economiche da cui la vita

umana

dipende.

Ebbene, in che consiste la differenza tra i due problemi ?^ evidente che nessun uomo pensa al numero dei petali d'un flore come problema che dal punto di vista degl'interessi immanenti della vita non sia possibile evitare. Quel fiore lo vedo e non lo vedo: potevo non incontrarlo; tra poco essa

LA LOGICA COME SCIENZA FILOSOFICA

11

momento che mi sta innanzi, un punto solo dell'orizzonte per cui spazia il mio sguardo e il mio animo, che perci non vi si ferma, ma guarda e passa. E il fiore si dilegua, e la variet sua pu
non
ci

sar pi; e in questo

esso

sparire dalla terra, e io resto, e resta l'umanit che ha valore

per me. Posto pure


sar accettata da

il

problema, la soluzione qualunque

sia,

me

indifferentemente, perch essa non im-

pegner,''mi pare, nulla di ci che costituisce la sostanza di


sia. Sotto ben altra problema della morte, termine fisso della nostra vita. Non sfogliare i petali d'una corolla, possiamo; non"morire, no. E la soluzione ci preme, perch se moriamo interamente, quel che viene a mancarci, non un fiore di cui si possa fare a meno in quanto il mondo anche senza di esso rimane sostanzialmente lo stesso ma viene a mancarci a dirittura il mondo stesso, tutto. Si tratta di essere o non

questo mondo, che io ho interesse che


si

luce

presenta

il

essere; essere o

non essere

noi, e quindi tutto,

per noi, essoltanto

sere

non

essere.

La
i

soluzione
particolari

impegna non
in

un

particolare,

ma
il

tutti

cui

il

si

dispiega e ha
:

concretezza
in s,

mondo
si

(quel

mondo, che
il

mio mondo)
riflette

un

particolare, in cui

specchia

tutto, e

che

quindi

come
si

la

monade

di Leibniz, l'universo.

non soltanto l'atteggiamento dell'animo di fronte alla morte come problema universale che investe tutta la vita; filosofico anche l'atteggiamento delMa,
badi, filosofico

l'animo verso

il

particolare veduto nella sua particolarit,


et

cio nella sua vanit. Vanitas vanitatum

omnia vanitas

l'espressione esagerata ed astratta di questa visione d'ogni

singolo particolare nella sua particolarit: particolarit


avvertibile se

non
che

non

in rapporto a

una

realt superiore

dev'essere perci nello sfondo della visione stessa dei particolari. Trattare le vanit come cose salde (il contingente

come

necessario,

il

caduco come eterno,

il

particolare

come

universale), questo restare al di sotto della filosofia. Restare, s'intende, in senso relativo.

12

INTRODUZIONE
Unit del
tutto, e del pensiero del tutto.

8.

La
il

filosofia stata

perci in ogni tempo sforzo di pensare

non questa o quella


xonog (cpuoix? o

cosa,

ma

tutte le cose, nella loro unit:


il

yor\x(;)

dei Greci,

Dio degli Scolastici


la realt razionalle

principio di tutte le cose, la sostanza di Cartesio o di Spi-

noza,

i possibili (che abbracciano tutta mente pensabile) di Leibniz e di Wolff,

idee

umane

del

Vico,
dietro.

le

categorie di

Kant

e degli idealisti che gli tennero

La stessa definizione formale che della filosofia diede Herbart dicendola elaborazione dei concetti, ha il suo significato nel presupposto, che i concetti sono elaborati e per sottratti alle contraddizioni che pullulano da ogni parte del pensiero empirico, in quanto formano un sistema coerente di tutto il pensabile. Questa totalit del pensabile per la filosofia materialistica

immanente

nel concetto della realt universale

come ma-

teria;

ed parimente un attributo della realt universale come pensiero per la filosofia idealistica, poich questa filosofia non vuole soltanto che il pensiero sia reale, ma che la realt sia pensiero. Il pensiero, cio, che da considerare quale oggetto proporzionato al sapere filosofico, non gi
il

pensiero

come parte

della realt, bens


il

il

pensiero

come
con-

tutta la realt.

Un

pensiero,

cui concetto

non

sia

il

cetto dell'universo,

matei'ia d'un

sapere particolare,

ma

non

di filosofia.
la storia della filosofia

dimostra che soltanto

il

concetto

della realt universale


in grado
di

come pensiero pu mettere


come
s' notato che
s il

la filosofia

assolvere l'antico suo compito

di abbracciare

tutta la realt. Infatti,

particolare

astratto e s l'astratto universale sono


lari,

e per immediati, e

egualmente particonon suscettibili di conoscenza filo-

non difficile scorgere l'impossibilit di raggiungere la vera e concreta unit del particolare e dell'universale finch non si scorga l'essenza affatto ideale della realt. In verit, presupposta pure la totalit differenziata e orsofica; cos

ganizzata del reale, questa

totalit,

appunto perch presup-

LA LOGICA COME SCIENZA FILOSOFICA


posta,

13

si riferisce,
si

un che d'immediato verso la realt spirituale a cui e da cui non si pu staccare del tutto senza che renda inconcepibile, e insomma si sopprima e questa sua
;

immediatezza vera e propria particolarit rispetto a quella totalit assoluta, in cui la prima rientra insieme colla realt spirituale di cui presupposto. Il tutto, dunque, e lo vedremo meglio pi innanzi, non pu costituirsi astraendo dal pensiero in cui si pone. E quando non si astragga dal pensiero, questo non pu apparire un semplice coejBficiente che abbia bisogno d'una integrazione esterna per esaurire la totalit del reale; giacche, posto
il

pensiero

come complemento

del reale, questo


ci
si

si

idealizza in funzione del pensiero, e per-

risolve nel pensiero stesso.

9.

La

logica

come scienza del pensiero presupposto descrittiva e normativa.

La

filosofia

dunque per essere davvero, come

gli antichi

la dissero, scientia

divmarum

atque

humanarum rerum,

de-

v'essere scienza del pensiero, attivit produttiva cosi delle

umane come di quelle che si dissero diviene soltanto perch non era facile scorgere la profonda unit della creativit umana con la divina nell'assoluto concetto del pencose
siero.

sofia

di

questo pensiero principio di tutto guarda tutta la filomoderna, che non ha ridotto gi le sue antiche pretese ricomprendere nel proprio dominio tutta la realt, quando
o
criticismo, o

s' detta idealismo trascendentale

dottrina

della scienza o idealismo assoluto, o scienza del pensiero,

come diceva come voleva


attinge
il

il

nostro Galluppi, o psicologismo trascendente,


Gioberti.

il

in questa filosofia,

come scienza

universale a cui ogni sapere aspira, e da cui ogni sapere

suo valore e

il

significato delle sue affermazioni,

non voglia essere una scienza particolare che presupponga il suo oggetto. La logica, infatti, nel suo doppio ufficio, descrittivo e normativo, nella sua millenaria tradizione da Socrate a
rientra la logica se

14

INTRODUZIONE

e dopo Kant per quanti non si sono accorti della nuova logica sorta con la logica trascendentale da lui sbozzata e della impossibilit di mantenere in piedi accanto alla nuova la vecchia logica, sorta e rimasta sempre

Kant,

semplice scienza particolare, perch fondata tutta sul principio che essa presupponga il suo oggetto. Oggetto della loil pensiero vero, ossia la verit nella sua inproporzione al pensiero. La logica descrittiva, rispondente alla posizione pi ingenua dello spirito rispetto al logo, gli si pone innanzi e studia le forme principali e le

gica

il

logo,

telligibilit o

leggi della sua struttura, sforzandosi di rappresentarle fede-

lissimamente nel loro essere, immanente al logo che gi, e dev'essere gi, affinch si possa togliere ad oggetto di studio. Cos gli Elejichi sofistici sono resi possibili dallo sviluppo della sofstica; cos la teoria del concetto presuppone il socratismo; e, quel che pi, ogni dottrina costruibile in quanto esempla il tipo eterno del logo, a cui l'autore della dottrina deve guardare. Di guisa che questa logica descrittiva, al pari delle analoghe discipline coetanee, come la rettorica, la poetica, la grammatica, si riduce a una sorta di storia, il cui valore dipende dalla congruenza sua col modello esemplato. Per questo verso, chiaro che il logo presupposto della logica. N diversa la relazione tra logica e logo se si guarda all'ufficio normativo della logica, la cui normativit guarda bens innanzi anzi che indietro si riferisce al futuro invece che al passato; ma vale a regolare, o si pensa valga a regolare, ogni eventuale uso avvenire del pensiero, solo in quanto essa scaturisce da un'ideale norma, che il presupposto della logica descrittiva. E in verit la logica normativa
:

non

se

non

la

stessa

logica descrittiva, poich l'oggetto

descritto (e per presupposto)

ha cio valore.

E ha

valore, in quanto

ha una funzione normativa, non consiste gi nella

descrizione che noi ne facciamo; anzi la condizione, l'an-

tecedente della stessa descrizione.

La sua normativit
il

si

ri-

solve nel suo esser presupposto. Si consideri infatti che se

questo valore, che rende normativo

logo,

non

fosse

un

LA LOGICA COME SCIENZA FILOSOFICA

15

semplice presupposto e quindi immediato, e dovesse giustificarsi, mediarsi, dimostrarsi, non sarebbe esso norma, ma

avrebbe piuttosto gerebbe valore.

la

sua norma nel pensiero, da cui attin-

Una
mativa,

tale logica,
ci

proponendosi d'essere descrittiva e norvuol poco a convincersi che non pu riuscire n

descrittiva n normativa.

un un

logo, che,
di l

Non descrittiva, perch presuppone una volta presupposto, non il pensiero, ma dal pensiero e non si pu mutare in pensiero (nella
;

teoria logica

risultante

dalla descrizione) senza alterarsi e


logo, presupposto di ogni pen-

cessar di essere quel presupposto che in s fuori del pensiero.

N normativa, perch

il

siero, si trova innanzi al pensiero e

questo innanzi ad esso, senza che n esso partecipi essenzialmente di questo, n questo di esso. Esterno al pensiero, niente pu fare che il

pensiero veda in esso quella norma di s, che trasformi il puro essere del logo nel suo dover essere. Sarebbe come una autorit politica estranea, non riconosciuta, anzi ignorata dal volere del cittadino per cui tuttavia dovesse valere.

10.

La

logica matematica.

La
stire

logica descrittiva e normativa

ha potuto perci

rive-

matematico, partecipando dell'empirismo e dommatismo proprio delle intuizioni matematiche; le quali generano una realt intuitiva, in cui lo spirito non riconosce se stesso, e che presuppone quindi alla propria attivit meramente descrittiva e regolativa. Alla matematica occorre l'ipotesi e il postulato, per cui si pone una realt, data la quale data insieme la possibicarattere
lit

della sua descrizione; poich infatti la descrizione

non

succede,

ma

identica alla posizione stessa della realt.

come

matematica, anche l'ipotesi logica non presuppone, n pu presupporre altro che un particolare. Il suo logo quello che ; come lo spazio tridimensionale. Ma come questo spazio non toglie la razionalit delle ipotesi d'altri spazi, cos, presupposto il logo della logica descritl'ipotesi

16
tiva, niente

INTRODUZIONE

impedisce di pensare la possibilit di un logo fatto che noi non si sappia ragionare altrimenti di come si ragiona e come la nostra umana logica c'insegna a ragionare. Ma quale necessit pu competere a un fatto? E chi pu dire che in un altro mondo, diverso da quello a cui appartiene il fatto della nostra logica, non
diverso.

un

s'abbia, o

non s'avrebbe, a ragionare altrimenti? Messa


il

la

logica sul terreno dei fatti ben stato detto, con coraggiosa

consequenzialit, che anch'essa

risultato

d'una forma-

zione naturale ^

11.

Necessit della logica filosofica.

Finch si rimanga ne' limiti del sapere particolare, nulla male se anche la logica ci apparisca spoglia d'ogni intrinseca necessit. Non si potr pretender da essa pi di quel che non sia ragionevole pretendere p. es. dalla grammatica italiana, che assegna il verbo condizionale ali'apodosi e il
di

congiuntivo alla protasi del periodo ipotetico, o dalla zoologia, che assegna alla capra quattro arti e due corna; senza
poter
suoi

menomamente dimostrare

l'assoluta necessit, l'una de'

modi verbali condizionale e l'altra delle sue corna. Ma abbiamo visto che non dato alla mente di restrin-

gersi dentro agli angusti confini del sapere particolare.


vi si restringe infatti per alla

Non

nessun ordine di ricerche. Quanto


di

logica,

il

fatto

stesso

doversi appellare alla logica

per chiudere la logica dentro i cancelli del fatto particolare, e dovere adoperare la logica per andare in cerca della norma
e descriverla, la piti flagrante dimostrazione che si possa dare dell'assurdit del concetto del mero particolare e del semplice fatto. Il pensare che si possa pensare con una lo-

gica diversa da quella con cui


solo

si

pensa, possibile invero

ad un patto: che questo che s'ha da pensare sia vero. Ci che non consentito d'ammettere, se noi che lo penCfr. Gentile,

Le Origini

della filosofia contemporanea in Italia,

Mes-

sina, Principato, 1921, voi. II, p. 278 e ss.

LA LOGICA COME SCIBNZ4 FILOSOFICA


siamo, pensiamo con una logica che non la logica
la logica
(la

17

vera

logica, la verit). Qaindi la manifesta necessit di costituire

come scienza

filosofica: scienza del logo

che non

non presupposto del pensiero,

ma

atto del pensiero

che

conosce; o brevemente: scienza del logo come *p uro cono-

scere. Giacch il conoscere nell'attualit sua (non ideal conoscenza da realizzare, n conoscenza gi realizzata, o conosciuto)

conoscere

puro,

conoscere

in

quanto

conoscere.
Tale concetto per altro non pu riuscir chiaro se non il processo pel quale il pensiero umano pervenuto al concetto del puro conoscere; e che, mostrandoci la genesi e lo svolgimento di questo concetto, ci scoprir insieme il significato che noi attribuiamo a tale espressione e il carattere filosofico proprio della logica che ricerchiamo.
viene illustrato

G. Gentile.

Capitolo

II

IL

PROBLEMA DELLA LOGICA


NELLA FILOSOFIA GRECA

1.

La

storia del concetto del logo e la storia della filosofia.

problema della logica dipende dal concetto del logo: puro del conoscere e come tale pare a noi che debba concepirsi se si rifa il cammino che il pensiero umano ha fatto nel suo sforzo
Il

tale logo, tale logica. Il nostro logo l'atto


;

di concepirlo.

c' altro

modo

di

sperimentare

la legit-

timit d'un concetto.


Il

logo,

abbiamo

detto, la

realt nella sua intelligibifilosofia.

lit: la realt

universale a cui mira la

La sua

sto-

essendo la storia del concetto suo, coincide pertanto con la storia della filosofia, o, se si vuole, del problema fondaria,

mentale della filosofia. Giacch questa d luogo bens a vari problemi distinti; ma che sono tutti filosofici, in quanto forme distinte d'un problema unico, che il concetto dell'universale come universale immanente in ogni particolare: n possibile separare un problema dall'altro spezzando questo filo rosso che tutti li unisce, senza distruggere in ciascun di
essi
il

suo carattere

filosofico.

2. Il

logo

come

realt intelligibile.

Ora, del logo o realt universale nella sua intelligibilit,


se raccogliamo nelle sue linee principali tutto
il

movimento
dai pri-

del

pensiero filosofico,
filosofia

scientificamente elaborato,

mordi della
siano stati
i

greca fino a noi, si pu dire che due concetti, o due le vie percorse dalla mente per

IL

PROBLEMA DBLLA LOOICA NEIiLA FILOSOFIA GRECA


le sole,

19

concepirlo: e queste sono

per cui essa potesse o possa

mai mettersi. Giacch


potr esser considerato
2" in
:

se logo la realt intelligibile, esso


1 in astratto,

come semplice realt;


ossia

concreto,

come intelligibile:

non

in

quanto

realt fuori dell'intelletto,

ma

in quanto quella realt che

inerente all'intelletto, dove dimostra la sua intelligibilitA.


dato altro
le filosofie

Non

modo

di considerare quella realt, poich

anche
filo-

esplicitamente negative, che oppugnano la intel-

ligibilit del reale,

non

si

sottraggono al concetto della

sofia

come scienza

della realt intelligibile,

e rientrano in

prima forma di essa: la quale, lasciandosi sfugche di quella realt si parla in quanto essa si pone innanzi tutto dall'intelletto, la considera come indipendente da questo, e pu (anzi, deve) giungere alla conclusione che
fatto nella

gire

essa non sia raggiungibile dall'intelletto.

3.

Differenza tra il logo della filosofia greca e quello della filosofia cristiana.

Questo

il

ritmo eterno dell'intelletto: che prima fngit

creditque, e poi s'avvede di trovarsi innanzi al prodotto della

sua stessa attivit creativa. Pone la realt in un primo momento per trovarsela innanzi come altro da s, in guisa da crederla per s stante, di l e prima della sua medesima attivit, e per ci stesso base solida e ferma all'esercizio di questa. E questo il momento ingenuo della spontanea creativit. Al quale segue l'altro della riflessione e della critica,
ond'egli riconosce se stesso nell'oggetto, in cui
I
si

posto.

due atteggiamenti,
si

vita dello spirito,

idealmente successivi nella spiegano in ogni rappresentazione emdistinti e

pirica che ci facciamo della vita stessa dello spirito nel tempo:
cos nell'individuo e cos in ogni singolo tratto, breve o lungo,

che

si

assegni nel corso stesso dell'esperienza individuale;

come

in

qualunque periodo

storico e in tutta la storia che

il

un determinato punto di prospettiva. E tutta la filosofia, che noi comprendiamo nella storia del suo svolgimento da Talete a noi, si stende per due epoche
nostro pensiero abbracci da

20

INTRODUZIONE

nettamente distinte. Nella prima, che si pu dire della filosofia greca, essa costruisce la realt intelligibile o il concetto dalla realt, ingenuamente; e non s'accorge perci del carattere soggettivo di questa intelligibilit del reale, e quindi del reale stesso; e sviluppa ampiamente fino alle sue ultime

conseguenze questa posizione, potenziando, per cosi dire, fino al massimo grado il concetto della realt in s. Nella seconda, che dal suo primitivo e pi possente motivo ispiratore, deve denominarsi cristiana, acquista gradatamente coscienza critica e riflessa dell'opera dello spirito nella produzione della realt. Talch pu dirsi che due siano le filosofie, che si sono storicamente delineate; e l'una grado all'altra: la prima, definibile

come

il

concetto della realt; la seconda,

come

il

concetto dello spirito; ovvero, la prima, concetto dello spirito

come

realt; e la seconda,

concetto della realt

come

spirito.

4.

L'oggetto della

filosofia

come principio

del

dato.

greca lo spirito sfugge dall'oggetto n tanto meno sfugge la realt alla ricerca della filosofia cristiana. Anzi tutta la filosofia greca, mirando alla realt di cui essa non scorge la spiritualit, questo mira a scoprire propriamente nella realt: la ragion d'essere dello spirito. E si dissolve appunto quando ha acquistata la certezza che nella realt, com'essa l'ha costruita, non c' posto per la vita spirituale dell'uomo. La realt del filosofo n)n la realt immediata dell'esperienza. La filosofia comincia quando questa realt che riempie quasi i nostri occhi e s'affolla nella coscienza da tutti i sensi, o da tutti gli spiragli dell'immediato conoscere, non ci soddisfa pi perch incoerente, nella sua molteplicit, e seco stessa contrastante, e riluttante a quell'unit che propria
Infatti
alla filosofia

della ricerca

del nostro pensiero.

nello sforzo di cogliere l'unit attra-

verso

sorge la filosofia. Sorge, sorpassando quella forma di conoscenza da cui nasceva il problema, e quindi spingendosi di l dalla realt che conla molteplicit dell'esperienza

IL

PROBLEMA DELLA LOGICA NHLLA FILOSOFIA GRECA

21

tenuto di questa forma di conoscenza: dalla realt che il filosofo ha gi innanzi a s, e che non egli, con la sua specifica attivit di filosofo,

ha posta in
al
il

essere, e

che rappresenta

perci a lui
filosofare
Il

un dato. Restare
fin

dato non filosofare; e

procedere oltre

dato, oltre l'esperienza, a

che?

termine a cui

dall'origine aspira la filosofia, poich

non il suo dato, non pu essere altro che un suo prodotto: un principio, come ben presto fu detto, ossia una realt
che, a diff'erenza di quella da cui la filosofia prende le mosse,

appaghi l'esigenza dello

spirito, gli sia

intelligibile, e spogliandosi di quella caotica

conforme, diventando frammentariet

che

la

rende estranea e refrattaria a quell'intima compealtro

netrazione onde lo spirito tende a investirla. Lo spirito non

pu pensare

che

il

pensabile, ci che essenzialmente,

in s, contenuto di pensiero, e per pensiero: e lo spirito,

respinto dall'impervia realt data dall'esperienza, passa alla


filosofia

per farsi una realt che sia pensiero.

5.

Il

principio della filosofia ionica.

Lo sviluppo

infatti della filosofia

greca in tutto

il

suo peal

riodo ascendente da Talete ad Aristotele una progressiva


spiritualizzazione del reale.

Dall'acqua del primo


evidente
il

penle

siero del secondo


cose,

{-v^aig voriaecog)

progresso nei

senso indicato. La stessa acqua, quale principio di tutte

come

il

primo

filosofo milesio l'intende,

non

pii

un

dato (l'acqua dell'esperienza), bens una realt speculativa,


metafisica: l'acqua che,

rarefacendosi o condensandosi, d
unit del vario, unidati, pre-

luogo a

tutti gli esseri dell'esperienza:

versale dei particolari; quell'universale che al puro empi-

rismo negato, perch esso non conosce se non


supposti, e perci sempre particolari.
11

principio di Talete

gi pensiero, virtualmente: pensiero come acqua: quell'indeterminato, come dir meglio Anassimandro, che, non essendo nessun particolare sensibile, in quanto particolare, l'intelligibilit di tutti i particolari.

22

INTRODUZIONE
Dall'Uno
di
di

6.

Parmenide
i

al

concetto di Socrate.

L'Uno

Parmenide, come

molti, gli atomi, di

Leucippo
il

e Democrito, l'essere immutabile degli Eleati,

come

dive-

nire incessante, ossia l'essere incessantemente mutevole dei

sono gradi ulteriori della costruzione di questa deve render ragione della realt dell'esperienza. E se le opposte posizioni, che in tutta la filosofia del sesto e del quinto secolo av. C. si vengono sempre pi -recisamente affermando, generano lo scetticismo della
filosofi Ionici,

realt intelligibile, che

dimostrando che questa realt intelligibile, e come molteplice, e come immutabile e come mutabile, la negazione della possibilit d'ogni conoscere. E sorge quindi Socrate, restauratore della scienza sulla base d'una realt nuova, non pi naturale, ma ideale. Il problema in sostanza non muta. I presocratici cercano il pensiero nella natura, e non lo trovano. N potevano trovarlo, poich la natura l'opposto del pensiero: quella realt che il pensiero si rappresenta in
Sofistica,

una

come

modo che

essa

quando
essere.

egli

non

il

cui essere perci coin-

cide col suo

non

La natura

trov.ata

infatti dal

pensiero, che la presuppone, pensando che,

come

essa era

prima che egli fosse, sar egualmente quand'egli avr cessatoci essere; e che essa perci dove egli non . Socrate cerca egualmente il pensiero; ma, scaltrito dalle conclusioni negative' della speculazione anteriore, abbandona a s, almeno provvisoriamente, quella natura, e fissa una realt umana, mentale, differente dalla natura dei presocratici per questo solo: che questa natura dei presocratici era spaziale,

come come

lo

stesso

dato dell'esperienza di
pi

cui

voleva essere
(il

l'unit;

il

contenuto del concetto di Socrate


spaziale,

ti

sotiv,

dice Aristotele) non

almeno, non

vuol essere spaziale.

una nuova
i

unit, diversa in ci

da

quella di Parmenide e di tutti

fisiologi: unit che, gio-

vandosi della distinzione tra conoscenza sensibile e intellettuale, gi sorta nella filosofia anteriore, si stacca nettamente,

come unit

intelligibile, dalla molteplicit sensibile degli og-

IL PROBL.BMA

DELLA LOaiCA

N!Lj|^

FILOSOFIA GRECA

23

getti

deiresperienza, e segna pertanto l'inizio d'un nuovo

periodo nella costruzione della realt inintelligibile. Giacch d'ora innanzi questa realt trascender affatto come realt
ideale quella percepita con la sensazione nello

spazio.

Ma

quando Platone guarder bene

in faccia questa

nuova unit,

questa realt ideale, e prender ad elaborarne con rigore speculativo il concetto, ecco che essa diventer una se-

conda natura.
7.

Il

logo platonico.

L'idealismo platonico segna una tappa avanzata, rispetto


alla filosofia naturalistica antica,

verso

il

concetto della spiintelligibile,

ritualit del reale.

per secoli

si

pot pensare che gi in Pla-

tone la

filosofia,

speculando sulla realt


il

avesse

scoperto lo spirito.

Ma,

in verit, se in lui

logo

si

liberato dall'empirica

e rude particolarit dello spazio, e quindi del

tempo \ non

s' spogliato, n poteva, del carattere fondamentale di quella


realt che
di essere
Il si

concepisce come spaziale e temporale, o natura:


si

cio assolutamente

quale con Socrate

un presupposto dello spirito. persuade che non s'attinge verit a


si

cercarla nel

mondo

percepito dai sensi; e

ritrae nel

mondo

della conoscenza intellettuale;

ma

qui dentro non acquista

coscienza della produttivit dell' intelletto, in virt della quale

questo

mondo

si

costituisce: e la virt dell'attivit intellet-

tuale limita alla critica delle opinioni pullulanti dalle percezioni sensibili e alla scoperta dell'universale presente all'in-

da questo veduto quando esso siasi purgato dalle apparenze della fluttuante cognizione sensibile. Anche per Socrate dunque il logo un presupposto del pensiero. E tale il fondamento della speculazione platonica, che
telletto e

false

irrigidisce l'antagonismo tra l'essere

(il

vero essere,

vrcog 6v),

e
si

il

pensiero a segno che tutta la natura dei presocratici

fonde col pensiero, nel regno della generazione, del dii

Cfr.

Teoria generale dello spirito-, p

100 ss.

24

INTRODUZIONE

venire, delle cose che sono e


dalla

non sono; e

di sotto,

di l

vecchia natura, che anch'essa facevasi e disfacevasi di contnuo ciclicamente, in un ritmo perpetuo di nascite e di morti, sorge una natura pi grande e pi vera, quella delle idee: le quali sono davvero, assolutamente: tutte essenza mistura di non-essere, e perci eterne, infinite. Sublime scoperta, onde per la prima volta rifulse agli occhi estasiati dell'uomo l'Infinito, e gli fu reso possibile un primo concetto della sua immortalit; ma legata al destino, che
sere,

resse tutta la filosofa greca. Giacch le idee sono


che, per eterno che sia, resta fuori d'ogni

natura

si

spazio in eterno in
e cos

un mondo tempo in cui la spiega; e cos, infinito , ma resta fuori anche dello cui si spiega la vita della natura. E cotesto mondo, s e infinito, si aggiunge al temporaneo e finito;

si fa temporale esso stesso, e finito: un'altra natura, che insieme con la prima forma tutta una natura, scissa dentro di s in due parti inconciliabili: da un lato, le idee, che son tutto; e dall'altro, la natura sensibile; e in questa l'uomo, sensibile anch'esso, che nasce, e cresce, e si viene via via formando anche lui col suo sapere, in rapporto allo sviluppo concomitante della natura circostante (ancorch in fondo a lui giaccia un uomo, uno spirito eterno, che non abbia bisogno se non di destarsi per attuare la ricchezza infinita del suo sapere), e si fa Socrate, si fa Platone, animato da un amore divino che l'attrae verso le idee, ed eccelle, a grado a grado, sul volgo, e sui sofisti, e acquista un valore suo, ed maestro, e scrive i suoi stupendi dialoghi. E tutta questa natura culminante in Platone, nella filosofia, nello spirito, che cosa pu essere dal canto suo, se

di contro a

lei,

dall'altro lato, c'

tutto?

8. Il

fogo aristotelico.
si

Alla pessimista conclusione di Platone


trarsi Aristotele,

sforza di

sot-

negando
che
il

gando

la forma,

trascendenza delle idee, e lepensiero del reale, alla materia,


la

nella sostanza intesa

come individuo;

e in questo, nel suo

IL

PROBLEMA DELLA LOGICA NELLA FILOSOFIA GRECA

25

divenire, cliiudendo, o piuttosto, industriandosi di chiudere


l'essere e l'operare del pensiero.

Ma

coi suoi sforzi poderosi

non

riesce se

non a dimostrare l'intima essenza naturalistica

del pensiero, che Socrate e Platone avevano, per cos dire,


estratto dal seno di quella realt cominciata a speculare

come
idee)

presupposto dello spirito che la pensa.


di Platone, fatto scendere

Il

pensiero

(le

da Aristotele dal cielo in terra, divora quella natura che Platone gli aveva dualisticamente opposta; e la divora, si noti, divorando in essa tutto quel pensiero che Platone aveva abbandonato al flusso delle cose naturali, come pensiero dell'individuo, che aspira alla pura contemplazione delle idee, ma non l'attua in s (poich (pdaocpog e non ooqp?, come Platone bada a ripetere), non la raggiunge: e nell'aspirare ad essa sempre, senza raggiungerla mai, consiste appunto la sua vita. Per Aristotele vero che le forme non sono separate, ma ad eccezione di una, che poi, infine, le raccoglie tutte, e tutte le dispicca dal mondo naturale, a cui ci appaiono aftisse finch la speculazione non si sollevi al primo principio di tutte le
cose; e tutte quindi le
smaterializza.

La

realt infatti se-

condo Aristotele
teria e di

questa natura che diviene, essere e

non-

essere, individuo, in ogni sua parte,

una forma,

in

come sintesi di una maquanto questo movimento per cui ogni


forma, agente finalisticamente.
ulteriore del suo essere,

cosa
volta

si

fa

quel che viene ad essere, generato a volta a


causalit
della

dalla

Ogni individuo realizza una forma


in

attratto dal valore di questa forma; la quale bens reale

quanto

si

attua in quella materia che predisposta ad

accoglierla;

ma non pu
un

agire

come

fine

a cui tenda la ma-

teria senza avere

suo, per quanto remoto, fondamento in

una
pone
tiva,

realt suprema, che sia reale

come pura forma immatecome funzione sogget-

riale.

E
il

infatti Aristotele, oltre

il

pensiero delle singole cose,

pensiero d'ogni pensiero, non

bens

come

logo e forma eterna del reale.


in cui si raccolgono tutti

A
i

questo

pensiero nella sua psicologia corrisponde l'intelletto at-

tivo, puro
concetti, che

intelletto,

possibili

vengono via via accedendo

all'intelletto

umano

26

INTRODUZIONE
il

nella misura a questo resa possibile attraverso

suo sviluppo

nell'esperienza, con quello stesso processo di accessione di

forma a materia onde tutto diviene. Ma, sia pensiero del pensiero o intelletto attivo, questo vertice, a cui s'appunta tutto il mondo aristotelico, non n la natura, n lo spirito
che sorge
infinito,
al

sommo
il

della natura: sibbene l'eterno presupposto

di tutto ci che diviene, la scienza

dato

quale,

non

pili possibile pensare nulla

compresa: presupposto che

non

sia gi attuato.

9.

Eitorno della

filosofia

greca

alle

sue origini

nell'et

alessandrina.

La

filosofia

greca posteriore (Accademica o Peripatetica,


si

Stoica od Epicurea, Scettica o Neoplatonica)

travaglia in-

torno allo stesso concetto della realt a cui si guarda fino ad Aristotele, e non lo supera mai. Al materialismo stoico

ed epicureo e allo scetticismo fa degno riscontro il misticismo neoplatonico, l'ultima espressione della filosofia antica, e insieme il pi ricco e fruttifero legato da essa lasciato alla moderna. Esso il sistema, nel quale convergono tutte le conclusioni negative di una speculazione, che, presupponendo la realt come unit che renda intelligibile il dato
empirico, non pu non collocare questa unit al di l della stessa intelligibilit, ossia della ragione, e venir meno quindi
all'assunto suo proprio di

una realt intelligibile. Se tutto quell'Uno che dice Plotino dopo l'intero sviluppo della filosofia greca, la filosofia allora attinge la mta, quando si persuade che filosofare non giova, e che le tocca trascendere se stessa. Punto d'arrivo fatale d'una filosofia partita dal concetto che il reale sia un antecedente dello spirito, al quale perci non rimanga posto nel reale inteso nella sua
genuina natura.

IL

PROBLEMA DELLA LOGICA NELLA FILOSOFIA GRECA

27

10.

Carattere generale della filosofia greca rispetto

al logo.

filosofia greca, naturalistica prima di Socrate, idealida Socrate ad Aristotele, e naturalisticamente idealistica dopo, a chi guardi a questo suo costante carattere, onde sempre cerc lo spirito nell'antecedente dello spirito (natura) tutta quanta propriamente naturalistica; e, come tale, non

La

stica

filosofica,

ma

partecipante della natura propria delle scienze


dirsi

particolari.

Giacch ben pu
filosofia

che

il

naturalismo
delle

filosofico sia la

costruita col

metodo

stesso

scienze

naturali.

Metodo implicito tutto in quel principio del presupporre dommaticamente il proprio oggetto: presupposto il quale, non
dato pi di sollevarsi all'universale che
filosofia;
il

termine della
lo

poich,

come

s' visto,

non c' pi luogo per

che non solo deve pur rientrare nella realt universalmente concepita, ma tutta la realt cos concepita.
spirito,

Sul terreno del pensiero greco, in questo senso pu dirsi

dunque che non sorga mai vera filosofia, poich non sorge il concetto dello spirito come quell'attivit conoscitiva che
esso in rapporto con la realt che vuoisi spiegare.
possibile quindi

era

nemmeno che

sorgesse la logica altrimenti

che come scienza particolare.


Il

logo della logica antica, con tanto rigore sistematico

un logo naturalisticamente come astratto antecedente del conoscere; e d luogo perci a una scienza empirica e dommatica, che, diventata
trattato neV Orgatio aristotelico,
inteso,

nel periodo discensivo di quella filosofia parte propedeutica


e precettistica della filosofia

dommatismo su
gere la

come

il

e il suo empirismo che in essa dovrebbe attinpropria giustificazione. E si pu quindi considerare suggello dell'antico naturalismo da cui deriva.
*,

proietta

tutta la filosofia,

il

Intorno a questo concetto della logica, organo della filosofia, cfr. scritto sul Metodo deW immanenza, nella Riforma della Dialettica hegeliana, Messina, Principato, 1913, p. 259 ss.
i

mio

Capitolo

III

IL

PROBLEMA DELLA LOGICA


NELLA FILOSOFIA MODERNA

1. Il

problema

filosofico

come problema morale

nella filosofia greca della decadenza.

La
gere
duto.

filosofia antica

comincia dalla natura e vuol raggiun-

lo spirito; e

La
lo

filosofia

non pu raggiungerlo, come abbiamo vemoderna comincia dallo spirito, e attra-

verso

reale, quello

natura.

mira a restaurare l'intelligibilit d'ogni compreso che empiricamente si presenta come Comincia dallo spirito per la stessa ragione che
spirito

aveva fatto cominciare l'antica dalla natura; perch il problema che ne costituisce il motivo fondamentale il problema morale, il bisogno di rendersi conto di quella realt spirituale, che l'antica speculazione non aveva potuto giustificare.
Il

problema morale

si

acuisce nella dissoluzione

della

stessa filosofia greca,

nel

periodo

post-aristotelico,

acqui-

fisico una preminenza, che non aveva ad Aristotele, quando durava invitta in tutto il suo vigore la fede razionalistica in una filosofia puramente contemplativa, naturalistica e incuriosa degl'interessi umani. Ma Stoici ed Epicurei, accentuando le tendenze antispeculative dei Cinici e dei Cirenaici, giungono a concepire sostan-

stando sul problema

mai avuto

fine

zialmente

il

sapere filosofico come arte del vivere, sottraendo


avverse, quantunque non
del loro pensiero
filo-

lo spirito all'oppressione delle forze

siano in grado di smentire


sofico,

le origini

ne sappiamo quindi vedere questa rivendicazione delle energie morali se non in una maniera meramente negativa,

IL

PROBLEMA DBLLA LOGICA NELLA

^[ILOSOFIA

MODERNA

2i>

naria, sia essa ragione

come soppressione d'ogni loro ripugnanza alla natura origiimmanente nell'essere divino, che
a questo

in fondo a tutte le cose, siano istinti e tendenze edonistiche.

Ma

problema della vita morale del Cristianesimo, che entra subito in contrasto con le vecchie intuizioni filosofiche, opponendo al reale che presupposto dello spirito una realt nuova, che dello spirito invece ha bisotutto preoccupato del

mondo

una scossa violenta

data dalla dottrina

gno, perch

si

realizza col realizzarsi di esso.

2.

Il

nuovo

spirito del Cristianesimo (volere,

non

intelletto).

Nasce uno
sofi

spirito

nuovo. Socrate aveva ammonito


Saijivia),

filo-

greci che lasciassero da parte le ricerche intorno alla

natura,

che realt divina (t

per volgersi

al

mondo che dipende dall'uomo


umane, nel nuovo avviamento
assorbite tra le
la natura,

(t

(xveQcn:iva)

Ma

le

cose

della filosofia,

erano state
-.

divine;

sola era rimasta l'opera divina,


ai filosofi.

unica realt nota

Fiat voluntas tua

dice invece la nuova preghiera; poich comincia a vedersi

che questa volont non gi fatta, non quella natura che come presupposto dello spirito, un factum. Ora la volont divina deve farsi, e farsi in terra come in cielo; farsi nella volont umana. Il mondo pertanto non pii quello che c', ma quello che ci dev'essere; non quello che troviamo, ma quello che lasceremo: quello che nasce in quanto con l'energia del nostro spirito lo facciamo nascere. Questo nuovo spirito, di cui si desta viva la coscienza, non pi intelletto, ma volere. La conoscenza gonfia, dice Paolo, la carit edifica e non chi crede di conoscere, ma chi ama Dio, riconosciuto da lui. Si linguis hominum
;

loquar

et

angelor^im, charitatem, autem


sona?is

non Tiaheam, factus


si...

sum

velut aes

aut cymbalum tinnens. Et

no-

Senofonte, Memor.,

I, I, 12.

Matteo, VI,

10.

30

INTRODUZIONE

verim mysteria omnia et omnem scientiam, et si hdbuero omnevi /idem ita ut m,ontes trans feram, charitatem aittem non habuero, nihil sum ^ Il vero conoscere adunque amore che fa essere innanzi a noi, nel nostro mondo, l'oggetto dell'animo nostro, laddove il semplice conoscere lo presuppone. Alla conoscenza intellettualistica contemplativa, che era ad Aristotele la cima pi alta dell'ascensione spirituale, sottentra una conoscenza nuova, attiva, operosa, creatrice del suo oggetto, cio di se medesima nel suo spirituale valore.

3.

Ritorno della Scolastica all'intellettualismo greco.

Non il luogo di dimostrare come questo nuovo spirito, che una nuova realt, dopo i primi sforzi vigorosi fatti nel
corso della Patristica per realizzarsi
sistematico del

mondo

(e dei

quali

care in altra parte di questo


secoli e

libro),

come nuovo concetto avremo occasione di tocrimanga oppresso per pi


si

poco

men che

soffocato nella Scolastica, poich que-

sta torn all' intellettualismo platonico-aristotelico e

ferma
spi-

cos nella logica di Aristotele

come

nella generale intuizione

metafisica trascendente d'una realt, sia pure intesa


rito, e

come

persona,

ma

presupposta

all'attivit spirituale

per cui

essa dovrebbe valere

come

spirito.

L'elaborazione scolastica,
pensiero cristiano dei

meramente

analitica, dei

dommi

in cui s'era costituito nel


il

periodo speculativamente originale

padri della Chiesa, come metafisica e come logica, fra loro strettamente congiunte e formanti un sol tutto, ha questo
significato: la realt (Dio) spirito,

ma

non

il

soggetto

che fa quest'affermazione, bens


bens

il

suo principio: concepito

come
l'idea

principiato,

come
il

creativo, ma di una creativit necessaria pel non pel principio stesso: tal quale, pertanto, platonica o il pensiero aristotelico, quantunque

concetto di creazione sia estraneo alla filosofia classica

greca.

/ Cor.,

8, 1-4; e 13,

1-2.

IL

PROBLEMA DELLA LOaiCA NELLA FILOSOFIA MODERNA


il

31

Cos

lore, quindi,

vero sapere non produzione nuova; n il vaappartiene al conoscere. Il sapere c' gi: esso,
lui

assolutamente parlando, quello di Dio, da

stesso co-

municato immediatamente (dottrina della rivelazione, corrispondente alla teoria platonica dell'anamnesi): umanamente parlando, quello di Aristotele, degli antichi, e cio non quello che si conquista storicamente ed capace perci d'incremento e progresso, s quello che la stessa storia, l'attivit dello spirito, presuppone al suo punto di partenza. Quindi lo strumento del sapere attuale, ridotto a semplice funzione didattica d'analisi e di ripetizione, non pu essere se non il sillogismo, che presuppone le premesse come quella cognizione in cui la conseguenza gi implicata. Quindi anche il principio d'autorit; poich il valore del pensiero non consiste nel suo atto, ma nella base che esso presuppone e non pone. Quindi il macchinoso formalismo con cui il pensiero in atto s'industria e s'adopra attorno al vero pensiero; il quale non deve nascere n svolgersi, ma c', intero, infinito, destinato, malgrado tutti gli sforzi che la mente del filosofo faccia per chiuderlo dentro a una somma ponderosa (destinata ad apparire essa stessa ad altri pensatori testo da interpretare e illustrare), a rimanere, per definizione, trascendente l'elaborazione scientifica che possa far-

sene. Quindi la scienza ridotta a

commento.

4.

Eiscossa dello spirito cristiano nell'Umanesimo e nel Rinascimento.

Cotesta filosofia non di certo la vera interprete di quel nuovo mondo, che la fede cristiana aveva annunziato. La prima forma nella quale essa venne rifiutata fu, al sorger

dell'Umanesimo, quell'armatura logica, ond'essa erasi vestita:


quella dialettica termiuistica, vuotatasi d'ogni interesse
sofico e religioso per la verit, e che rinnovava, nel sec.
filo-

XIV

nei primi

decenni! del seguente,


le virtuosit

ganza ed arguzia,

ma senza l'antica eleingegnose della sofistica greca

32
tutta

INTRODUZIONE
pervasa di scetticismo.

quelle prime polemiche lo-

giche, cominciate in Italia col Bruni e col Valla*, anzi col

Petrarca, destituite, in s, d'un notevole

valore scientifico^

romperla con quell'ideale d'una scienza puramente formale e vuota, che non mirava a scoprire la verit e ad accrescerne il patrimonio, poich nulla v'era da scoprire; di affermare il bisogno d'un pensiero pi intimo e pieno e conscio e responsabile del proprio valore come celebrazione di vita nuova. L'immanentismo del Rinascimento, culminante nel nuovo platonismo di Ficino e di Pico, nel naturalismo di Pomponazzi, di Telesio, di Bruno, di Vanini, di Campanella (tanto diverso dal naturalismo dei presocratici gi pel fatto del momento storico da cui rampolla), continua il movimento stesso degli Umanisti, e mira non a ritornare a quella natura, su cui
significato speculativo: di

hanno questo profondo

s'era steso quel


telico, risorto e

mondo

ideale trascendente platonico-aristo-

perpetuatosi nella filosofia medievale, bens

a una natura ringiovanita e trasfigurata perch pervasa nel suo intrinseco da quel mondo ideale, in cui da Socrate in
poi s'era inteso che sia da ricercare ogni verit. Questa na-

tura del Rinascimento culmina nell'uomo, che sente la propria dignit e potenza e divinit, e partecipa

insomma

del

senso della divinit e assoluta realt dello


stato
alla

spirito

che era
s'attacca

svegliato

dal Cristianesimo.

Ma quest'uomo

natura e

ama

confondersi con essa perch una sorte

comune

gi da pi che un millennio e mezzo stringeva insieme l'uomo alla natura, da quando Platone, opponendo alla realt che diviene, la eterna, in questa aveva ristretto ogni essere e ogni valore. E tutta la vita, della natura e dell'uomo, bisognava rivendicare dall'aduggiante oppressione della realt sopramondana. Che se questa vita dell'uomo, che l'attivit dello spirito, inintelligibile all'antico intellettualismo,

era

la

realt

nuova

del

Cristianesimo,

essi,

gli

Cfr. Gentile, Storia della

filosofi<i

in Italia, Milano, Vallardi, voi. I,

p. 201 ss.

IL

PROBLEMA DELLA LOGICA NBLIj^ FILOSOFIA MODERNA


scettici, e
i

33

Umanisti, apparentemente
quecento,

pensatori della Rina-

scenza, naturalisti o panteisti, sono nel Quattro e nel Cini

restauratori del pensiero cristiano ^

5.

Il

problema della certezza e la riforma della logica in Bacone e in Cartesio.


la

Questo pensiero, dopo


taliano riprende
la
il

riscossa del Rinascimento itae

cammino con Bacone

con Cartesio con


:

nuova teoria della percezione sensibile e dell'induzione da una parte, e con la nuova dottrina dell'essere del pensiero,
dall'altra.
Il

logica, che
fatto,

Nuovo Organo di Bacone abbozza il disegno d'una una nuova filosofia; per cui il sapere non da fare; non ci son premesse da svolgere, ma ma

soltanto

un' instauratio ah imis da promuovere. E promuovere si pu abbandonando la vecchia logica inutilis ad inven-

giti

il suo sillogismo che assensum costrinnon res^; e affidandosi all'esperenza, cio alla cognizione immediata del senso, in cui l'oggetto non un presupposto, ma quello che consta al soggetto: un momento della

tionem scieitiarinn, e

vita stessa del soggetto.


filosofico cartesiano: risoluto il problema sum, che non un'argomentazione sillogistica, ma la costruzione d'un concetto del reale, ignoto a tutta la filosofia antica: del concetto di quell'essere che

La

certezza

coi

cogito, ergo

il

pensiero realizza realizzando se stesso:

cio della realt


del

come

coscienza di s: non quindi

come quel pensiero

pensiero che,

come

s' veduto, la realt fu gi per Aristo-

tele (poich il pensiero del pensiero restava pur sempre oggetto di mera speculazione, antecedente del pensiero in atto del filosofo) ma come il pensiero stesso che cerca
;

l'essere

e,

intanto che lo cerca lo realizza.

Non

intelletto

Cfr.

il

mio volume
lib., I,
af.

Giordano Bruno

e il

pensiero del Rinascimento,

Firenze, Vallecchi, 1921.


2

N. Org.,
Gentile.

XI, XIII.
3

t.

34

INTRODUZIONE

dunque, spettatore della sua realt; ma volont piuttosto, creatrice di quanto per lei reale. Anche il Descartes osserva che i dialettici non possono formare nessun sillogismo che concluda il vero, senza averne avuto anticipatamente la materia, cio senza aver prima conosciuto innanzi la verit che questo sillogismo sviluppa ^ > La logica corrisponde sempre all'intuizione filosofica. La filosofia dello spirito che presuppone l'oggetto, ha la sua forma nella logica del sillogismo; la filosofia dello spirito che invece pone il suo oggetto, comincia dal negare il sillogismo e tutta la logica fondata sul concetto della precedenza del sapere al conoscere.
Empirismo

6.

idealismo nel Sei e nel Settecento.

La

filosofia

moderna

dei secoli

XVII

XVIII svolge

germi dell'empirismo baconiano e dell'idealismo cartesiano, conducendo il primo fino al materialismo di La Mettrie e d'Holbach, l'altro fino alla metafisica di Spinoza, Leibniz e Wolflf. Sono due secoli di travaglio speculativo, nel quale, mentre il difetto di una chiara e netta coscienza della nuova
logica postulata dalla filosofia
sta nelle vecchie
tualistica (s nei

forme metafisiche

moderna faceva ricascare quedi una filosofia intelletspiritualisti), si ve-

materialisti, e s negli

nivano maturando alcuni concetti, sparsi e non ancora adunabili attorno a un centro di vita piena e concreta, della concezione cristiana e veramente spiritualistica della vita. Locke riduce con rigore di metodo ogni sapere al conoscere che dalle forme piti semplici ed elementari si costituisce nello svolgimento attuale dello stesso soggetto negando o^ni presupposto di verit immediatamente presenti secondo la famosa dottrina delle idee innate. Leibniz accetta questo immanentismo empirico, ma bada ad avvertire che l'esperienza non crea il soggetto, ma lo presuppone, ed il suo sviluppo {nihil in intellectu, quod non fuerlt prius in sensu :
;

Regul. ad directionem ingenii, reg. X.

IL

PROBLEMA DELLA LOGICA NBLIjA FILOSOFIA MODERNA


il

35

nisi intellectus ips). Spinoza, d'altra parte, elabora

con-

cetto della sostanza,


duttivit, rispetto
lo

come autonomia assoluta e assoluta proalla quale il numero e ogni concetto che

implichi sono semplici auxilia iinaginationis. Vico riprende

da Bacone
coincidere
qui
si

problema del conoscere senza presupposti, e fa vero col fatto della mente, come Cartesio; e di fa strada al concetto della storia, realt umana, pieil

il

namente

intelligibile

perch realt in cui

si

viene spiegando

l'essere stesso della mente. Leibniz fa della sostanza spino-

ziana, radice indifferente di pensiero e estensione,


rito,

uno

spi-

che chiude in s il suo universo. Hume, d'altro canto, messa da parte come affatto sterile e tautologica ogni conoscenza analitica, dimostra che se la conoscenza empirica, ove l'esperienza s'intendesse quasi commercio del soggetto

con una natura opposta e sorgente d'ogni elemento della esperienza, la conoscenza sintetica non avrebbe giustificazione di sorta, e tutta la scienza
si

ridurrebbe a un fatto

privo di valore, convalidabile soltanto con un atto di fede.

7.

Nuovi bisogni

dello spirito.

Per tutte queste vie le menti, urgendo da ogni parte i bisogni attuali dello spirito conscio del suo valore e del suo diritto, sono spinte verso il concetto di una filosofia radical-

mente opposta

all'antica,

tradizionale e non

mai

del tutto

spenta nelle scuole. Si ricordino cotesti bisogni, brevemente. La formazione della scienza moderna, era un fatto vivo, a cui partecipavano e s'interessavano perci personalmente
tutti
i

grandi pensatori: Galileo, Bacone, Cartesio, Spinoza,

Leibniz, appartengono, con tanti altri


cos
alla

nomi

dei piti illustri,

storia

della

filosofia

come

a quella della scienza

moderna. Scienza nuova,


Veritas filia
lo

e ogni giorno in pieno svolgimento.

temporis, ripete Bacone;

l'aveva detto Bruno,

dice

Galileo, lo

ripete Pascal; lo sentono tutti ^

Non

ci

Gentile, Veritas

filia

temporis, nel citato

volume

Giordano Bruno

il

pensiero del Rinascimento, pp. 87-100.

36

INTRODUZIONB
testi,

da cui apprendere la verit della scienza: essa mente in progresso. Qual' il valore di questa mente? Non Dio con la rivelazione, e tanto meno Aristotele con la sua veneranda antichit e miracolosa onniscienza possono
frutto della

sono pi garantire

il

possesso del vero. Al risveglio tumul-

tuoso dello spirito religioso della Protesta son seguite le guerre


di religione; e se la

nei paesi tedeschi,

il

pace di Vestfalia pone termine ad esse fermento e la lotta, pi o meno dura

continuano in tutti i paesi (Italia, Inghilterra, Francia, Olanda) dove pi vigoroso l'impulso del pensiero. Le
dottrine
di

libert e di tolleranza, la scuola del diritto na-

turale sono proteste e compromessi, quasi tentativi di divi-

dere quel che unito, poich non


disciplina, vita

si

riesce a risolvere l'in-

tero contrasto da cui la realt spirituale,

come organizzazione,

da una parte, ma individualit e persona libera e padrone di se, dall'altra, travagliata. Si sono organizzati i grandi Stati con la pacifi-

comune

e universale

loro seno s' venuta


tr a lungo

cazione e alleanza degl' interessi feudali e chiericali, ma nel formando una borghesia, che non porestar

compressa dentro

le

vecchie forme poli-

tiche; e gli animi

sentono gi l'intollerabilit di uno stato

che non
di questa.

la loro volont,

ma

il

limite piuttosto e l'antitesi

E da
i

ogni parte scrittori pedagogisti e politici

attaccano

sistemi e chiedono

una riforma

(finch

non scoppii

essa nella Rivoluzione), la quale riedifichi la societ su altre


basi, facendo

l'uomo libero da ogni giogo di autorit non

derivanti dal suo stesso spontaneo e razionale sviluppo.

8.

Il

kantismo come concetto spiritualistico della

realt.

Era la nuova realt preconizzata dal Cristianesimo che s'imponeva dunque al pensiero dei filosofi per tutte le vie della vita: la realt, che l'uomo non trova fatta venendo al mondo, ma egli fa: la realt della scienza, della religione,
dello

Stato,

e,

in

generale, dello spirito.

realt s'affermava energicamente,


fatto

quando

la filosofia

La quale aveva

un bimillenario

tirocinio per intenderla.

IL

PROBLEMA DELLA LOGIOA NELLA FILOSOFIA MODERNA

37

cetto intellettualistico della

pericolo d'un conda Leibniz, che fa dell'universo una rappresentazione della monade, senza cadere nel soggettivismo astratto; da Rousseau, la maggior
_E sorge

Kant: da

Hume

che addita

il

esperienza;

voce, la pi eloquente, la pi appassionata, delle rivendicazioni dell'uomo forte della coscienza immediata della sua libert, del suo valore, come sostanza d'ogni vita morale.

distrugge ogni metafisica,


filosofia

come
il

filosofia

dell'intuito in-

tellettuale; come
spirito,

cui oggetto, presupposto dello

a questo

si

presenti immediatamente, per

non esser

alterato dai processi propri dello spirito

ma

estranei alla ge-

nuina natura dell'oggetto.

La distrugge, rifacendosi dal motivo della filosofia baconiana e di tutto l'empirismo moderno: che noi conosciamo soltanto quello che sentiamo (cio, abbiamo detto, noi conosciamo soltanto
attuale).
,

momenti concreti della stessa nostra vita Ma questa immediata materia del nostro conoscere
i

secondo Kant, mediata nel conoscere dall'attivit origi-

naria del soggetto (per intuizioni pure, categorie, idee), in guisa che la realt del conoscere consista in una sintesi a
priori. Sintesi

di

elementi sensitivi od empirici e di forma


sintesi, la

impressa in loro dall'attivit originaria del soggetto: oltre la quale non pu l'analisi spingersi per fissare
teria

ma-

da un

lato, e

dalll'altro

la

forma,

quasi due

coeffi-

separati, a cui l'incontro e la fusione nell'atto del conoscere sia accidentale. Dunque, sintesi a priori, e l'apriorit della sintesi importa che l'atto del conoscere sia principio, non risultato della dualit dei termini concorrenti
cienti

nella sintesi.

Principio e radice; alla quale pertanto occoraltri

rer guardare se

damento
cepisce

di quanto, oggetto della nostra esperienza,

voglia rendersi conto del reale fonsi consi

volgarmente, e
e,

reale in s

come

tale,

noscere diventa esso, ogni realt.

concep da tutta l'antica filosofia fondamento del conoscere. Il coper la sintesi a priori, fondamento di

Quest'attivit originaria

non
si

si

dispiega soltanto

come

conoscere, e legge del reale;

manifesta altres come vo-

38
lere, e

INTRODUZIONE
legge morale.
che,

La morale

morale se

autonoma;
diventa

lo

spirito,

psicologicamente

considerato,

un

fenomeno tra i fenomeni, non intelligibile se non alla stregua del meccanismo della causalit; considerato invece criticamente (dal punto di vista di quella critica che ha scoperto nell'attivit trascendentale del conoscere
svela nella sua luce morale
il

principio

del fenomeno, o la condizione d'ogni concetto del fenomeno)


si

come

essere che

pu avere

un dovere perch

libero, arteice di se stesso.

9.

Eesidui intellettualistici nell'idealismo kantiano.


oscurit, interni contrasti, diffteolt gravi nella

Rimangono
filosofia

Kant, poich la fatica erculea da lui affrontata da rassomigliare a quella dell'idra lernea dalle cento teste, che bisognava recidere d'un colpo. Ma con la sua filosofia si pone in termini esatti il problema cristiano o moderno: di concepire la realt non come il limite dello spirito, anzi come lo stesso spirito, che per essere reale deve aver tutto dentro se stesso; poich la sua natura tale da non consentire compagnia e division di dominio. Kant non raggiunge l'unit. Non la raggiunge nel conoscere, che non assolutamete creatore: poich la sensazione materia del conoscere, s momento o modificazione del
di

soggetto,

ma non

prodotto

dello

stesso

soggetto,

non

dimostrazione della sua attivit,

ma

piuttosto della passivit

sua: un'affezione, che suppone un agente esterno, di l

da ogni

possibilit di esser

conosciuto.

Donde

il

noumeno,

residuo della vecchia metafisica intellettualistica, che

Kant

ha abbattuta,

ha annientata. N raggiunge l'unit tra il conoscere e il volere, come avrebbe dovuto una volta distrutta la base della metafisica intellettualistica, che il
concetto dello spirito
realt

ma non

come

intelletto, facolt spettatrice della

messa

come

esterna.

Giacch solo
:

il

conoscere in-

tellettuale diverso

dal volere

quella yv'woK; che da Paolo

contrapposta all'ynri ^

la

ragione per cui non pu

Cor.,

1.

e.

IL

PROBLEMA DELLA LOGICA NELLA FILOSOFIA MODERNA

39

raggiungere questa uniti tra conoscere e volere, e quella per cui non ha raggiunta la prima tra conoscere e conosciuto *. N quindi egli pu risolvere il dualismo tra il meccanismo del mondo oggetto del conoscere e la finalit dello spirito soggetto del conoscere; e la Critica del giudizio d
piuttosto
il

problema che

la soluzione, della conciliazione di

questo dualismo.

10.

Il

problema della logica come scienza dopo Kant.

del conoscere

gl'idealisti,

problema non pii abbandonato dopo di lui; e che lo raccolsero in Germania (Fichte, Schelling, Hegel) e in Italia (Rosmini, Gioberti, Spaventa) mirarono sempre a questo segno: instaurare l'unit compatta del reale nello spirito. Hegel ebbe il merito sommo di aver visto profondamente che questo problema era prima di tutto problema
il

Ma

a cui Kant e di quella logica trascendentale aveva consacrato una parte (e certamente quella che di gran lunga la pii importante) della sua Critica della Ralogico
:

gioi

pura, fece

la trattazione centrale

della filosofa, a cui

da millennii, aspira faticosamente. Vide che, se si vuol rendere possibile questa filosofia, non bisogna obbligare il pensiero ad entrare negli schemi propri d'un pensiero orientato secondo la vecchia metafisica; e tracci le linee d'una logica, la cui legge fondamentale
l'et
secoli, anzi

moderna da

in aperta antitesi con quella della logica tradizionale, riu-

scendo per tal modo a trasformare la logica, da una scienza essenzialmente particolare e dommatica, in vera e propria scienza universale e filosofica. Che anzi la sua logica, se
egli avesse

fermamente mantenuti

principii inspiratori della

Scienza della logica, quali derivano dalla sua Fenomenologia


dello spirito,

si

avrebbe dovuto esaurire in s tutta la filosofia. vedr a suo luogo perch ci non sia avvenuto.

Cfr. pi innanzi, parte 1, cap.

VI, g

2-3.

40

INTRODUZIONE

Qui basti avvertire che


dentale inaugurato da

la logica dell'

idealismo trascen-

Kant

e tuttavia proseguito fino alle

forme recentissime di speculazione idealistica, non pi il problema della forma del pensiero vero, esemplato su una realt intelligibile che ne sia l'oggetto idealmente anteriore,

ma

quello piuttosto del pensiero in atto, o dello spirito nella

sua libert; il quale, non chiuso dentro limiti di sorta e nulla presupponendo, costruisce l'oggetto come la concretezza del suo proprio essere. Alla logica del conosciuto si vuol sostituire la logica del conoscere.

11.

Concetto della nuova logica

filosofica.

E
gna

la

conclusione intanto vuol essere, che una logica, de-

di questo
il

nome,

si

filosofia

cui oggetto

fante, s questo spirito

pu costruire, non l'opposto stesso. La quale

sul

terreno
spirito

di

una

dello

filoso-

filosofia possibile,

ne soggetto, alla sua volta viene inteso non come la mente limitata del filosofo che ha un nome di battsimo e un suo posto tra gli esseri tanti della natura, ma, semplicemente, come la mente; quella Mente che pensa l'individuo filosofo e tutta la natura, quanta se ne stende
se lo spirito che

nell'orizzonte sterminato della coscienza.

Mente perci uni-

versale, quale ogni misero mortale tiene per certo di essere

dentro se stesso, ancorch per sano spirito di umilt disposto

a prostrarsi nella polvere, e annientare ogni pluriposto germe d'orgoglio che gli s'annidi nelle pieghe dell'animo: poich
l'affermazione del proprio niente dalla quale ogni

uomo con-

sapevole non vorr mai cessare, non pu aver senso per chi

non investa

il

proprio potere affermante della suprema e in-

mente universale che non falla. Mente, che intelletto, o conoscere; e non altro che questo. Non per come yv&aiq, se abbiamo inteso lo spirito di Paolo, ma come quell'amore, che tutto intende e conosce davvero, perch n presuppone il suo termine, n, quindi, presuppone se
finita autorit della

stesso:

ma

forma quello e

lo fa essere

innanzi a

s,

formando

IL

PROBLEMA DBLLA LOGICA NELLA FILOSOFIA MODERNA

41

o riformando o edificando, come il cristiano, la propria medesima attivit; vero volere, che crea il suo mondo creando

medesimo nella sua propria attualit. Fuori della quale, ponga mente, c' solo un mondo astratto, che natura, e un astratto soggetto che intelletto. La filosofia filosofia come scienza dello spirito puro
se
si

atto; e la logica scienza filosofica

come scienza

di questo

atto inteso

come puro conoscere.

PARTE PRIMA

IL

LOGO

LA VERIT

Capitolo

LA VERIT TRASCENDENTE

1.

la verit

Origine storica e ideale della logica: come pensiero necessario.

La scienza

della logica sorta con la distinzione di pen-

siero vero e pensiero falso: o, piti precisamente,

quando

si

cominci a distinguere il pensiero come fatto dal pensiero che ha un valore. Platone ha chiara coscienza (polemizzando forse contro Antistene) del profondo divario tra il pensiero materialmente vero, ma privo della ragione di questa sua verit, e il
A.Ti6fi

pensiero vero altres formalmente chiamando


:

il

primo

o q6tiv 8|av, e l'altra

:tiOTii|XT]v

^ Scienza in senso pro-

prio gi per lui

non solo il possesso della verit, ma il sapere di possederla; e saperne la ragione in guisa che essa non paia soltanto vera e possa quindi parere non vera, a mo'
di
stituisca perci

uno schiavo che possa fuggire al suo padrone, una propriet sicura.

non co-

Non basta infatti distinguere il vero dal falso, per poter parlare di logica, se per vero non s'intende quel che vale come vero, che s'abbia cio diritto di far riconoscere, e dovere
pertanto di riconoscere vero.

E
il

la differenza

appunto tra

il

vero di fatto (o materiale) e

vero di diritto (o formale) additata da Platone allorch osserva che la retta opinione
i

Teet.

200 E, 210

A; Men.

97-98;

Conv. 202 A.

46
sciolta e
8i

IL

LOGO O LA VERIT
la scienza legata, xal
80511; sari,
'/.al

pu quindi scappare, laddove


8t]

Tata

xi^iicTegov

IjtiOTTjp]

pOi'ig
il

8iaq)Qei

8eafi> 7iiaxr\iir\

QOfjg lr\q

^ Ossia

pensiero vero pensa,


si

a rigore,

quello
tale

necessario, che, quando


si

si

presenta come

che non

possa pensare altrimenti.

2.

La

verit

come pensiero universale.


del pensiero lo stesso che dire unisi

Ma

dire

necessit
(a

versalit

parte subiecti); perch la necessit

dimostra

nella esclusione della possibilit che altri soggetti, o lo stesso

soggetto in circostanze diverse (onde verrebbe ad essere di-

verso da

s,

e quindi

un

altro soggetto) pensino altrimenti;


il

quindi nella esclusione che

soggetto, in quanto soggetto d'un

dato pensiero, funzioni da soggetto particolare.

a questa
(1.8 l'a

universalit del vero, gi molto prima di Platone aveva pensato Eraclito, che oppone la conoscenza individuale
vr]oiq)

(pg-

che comune (luvv) ^ come Parmenide ^ aveva insistito con insuperabile energia sul concetto della necessit. Il logo il solo pensiero a cui guardi la logica pensiero, adunque, vero necessariamente e universalmente; vero
al logo
; :

senz'altro, nel senso pi proprio della parola.

3.

Doppio

significato del pensiero vero:

logo oggettivo, e logo soggettivo.

Ma
i

questo pensiero vero pu esser inteso in due modi, e


significati

due

sono continuamente mescolati non solo nel

linguaggio comune, bens anche nell'uso dei

filosofi, quantunque rispondenti a due concetti, che sono ben diversi, pur essendo strettamente congiunti e che bisogna accuratamente distinguere per porre ne' suoi termini esatti il problema della
;

logica. Il logo di cui parla Eraclito

un logo

oggettivo, pre-

Men. 98 A.
Fr. 2 Diels.
'AJ.iieT]; s<inw.Xo<;

2
*

TQeng

ttoc:

fr.

1,

V. 29 Diels.

liA

VERIT TRASCBINDBNTE

47

supposto di Ogni sapere. Ma il logo di cui parla Platone nel Cratilo (385 B), che pu esser vero e pu esser falso, secondo

che dice l'essere come , o come non , un logo soggettivo. 11 pensiero vero pu essere una volta il logo eracliteo, e un'altra volta il logo platonico: poich pensiero tanto quello che
noi pensiamo, che, se vero, sar
clito
;

il

logo nel senso di Era;

quanto

il

nostro pensare quello che va pensato

nel

pensa rettamente, si ha il logo di Platone. L'uno dei due, chiaro, non si pu concepire senza l'altro; perch il logo oggettivo vale come contenuto del soggettivo, e noi soltanto possiamo affermarlo allorch lo conosciamo e in quanto lo conosciamo; viceversa, il logo soggettivo ha il suo valore di verit, in quanto contiene dentro di s l'oggettivo. Tuttavia, senza la distinzione tra logo oggettivo e logo vero ma soggettivo, il problema logico non sorge. Infatti il logo, oggetto della logica, il logo vero in quanto si distingue dal falso. Ma come sarebbe possibile tale distinqual caso, se
si

zione, se a distinguere l'uno dall'altro

non intervenisse una

misura superiore a questo logo soggettivo, che pu esser vero ma pu anche esser falso, ed infatti ora vero ora falso? N la misura pu esser altro che un logo assolutamente vero,
sottratto alla possibilit d'esser falso.

logica
il

si

volesse assumere

Che se per oggetto della un logo assolutamente vero, ossia

logo oggettivo, senza contrapporlo al soggettivo, quel logo,


tale,

come
vero
;

e nella

al di sotto

non avendo di contro a s il falso, non sarebbe meccanica brutalit del suo essere, scenderebbe del pensiero, n sarebbe da questo afferrabile.

4.

Necessit della differenza e della identit dei due logM.

oppone

dunque, necessaria. Ed Eraclito infatti che uno per tutti; come, d'altra parte, Platone non pu parlare del suo logo vero senza commisurarlo all'essere com' (t vxa (1)5 eoTiv). Questa inscindibilit di un termine dall'altro importa e suppone, al di sotto della differenza, una identit fondamentale, che stata sempre in perpetuo gioco in questo pr-

La

distinzione,

la cognizione dell'individuo al suo logo,

48

IL

LOGO O LA VERIT

il problema capitale di tutta la lodeve differire bens dall'oggettivo, ma deve anche coincidere con esso. Il pensiero nostro vero in quanto, a differenza del falso, pur non essendo immediatamente lo stesso pensiero oggettivo, che la norma del nostro pensare, riesce tuttavia a identificarsi con esso: in

blema

della verit, che

gica. Il logo soggettivo

modo

che, fin quando non sia riuscito a identificarvisi, aspira a esser vero, ma non vero; e quando vero, la sua verit suppone esaurito il processo mediato della identificazione, o

che medesimezza, si possa quindi fare a meno della differenza. Senza di questa, come s' veduto, il pensiero, nella sua immediata oggettivit, non sarebbe neppur pensiero e non si potrebbe parlare di verit. La differenza dunque necessaria alla stessa medesimezza, poich questa solo in virt della prima pu
della riduzione del pensiero soggettivo all'oggettivo. Il

non vorr

dire certamente che, posta la verit nella

essere verit.

medesimezza pu dirsi posteriore, e la differenza Movendo da questa, ovvio che la prima debba apparire come un resultato, che presuppone la differenza come punto di partenza. Ma la differenza stessa presuppone la medesimezza, perch il pensiero soggettivo si pu concepire come pensiero che aspira alla verit solo in quanto quela

anteriore.

sta

verit che esso cerca (o pensiero oggettivo) ei l'ha in

certo

modo

trovata, ne ha idea, la pregia, la tien presente,


e

dentro di

s,

cos via.

Comunque,

il

pensiero soggettivo

nella sua opposizione al logo assoluto

non

vero,

non

si

distingue dal falso, e non pu esser materia della logica: la

quale ha per oggetto soltanto

il

pensiero

siero soggettivo e pensiero oggettivo, e,

come unit di pencome tale, vero.

5.

Logica e metafisica.

Ma
vien
rit,

se la verit sorge nel


si

momento

della

medesimezza, e

meno appena

spezzi l'unit e risorga la differenza con


il

l'opposizione del soggetto all'oggetto,


e per quello di tutta la logica,

si

problema della vepu configurare in

LA VERIT TRASCBNDBNTE

49

due modi, secondo che si presupponga l'unit o la difiFercnza. E il problema della verit nel presupposto dell'unit quello che ha generato propriamente la metafisica, come filosofia intellettualistica, dall'antichit^i, si pu dire fino a Kant, e dopo.

La scienza
prima che
verit

dell'essere o delle idee di Platone, o quella scienza


scienza dei principii per Aristotele, scienza della

come unit

gi realizzata del pensiero soggettivo e del

pensiero oggettivo: la scienza della realt intelligibile,

ma

puramente intelligibile, ossia indipendente da ogni intelligenza, e per s stante. La logica invece sorse come scienza
della verit considerata dal punto di vista della differenza;

che era

infatti la

scienza onde era necessario che

s'

integrasse

la ricerca metafisica.

Posto infatti
tito,

il

concetto del lego obbiettivo, o dell'unit

del subbiettivo con l'obbiettivo, raggiunta

come

s' avver-

quando ogni differenza


corregge, la

sia eliminata e sia gi tutta per-

corsa la via, lungo la quale la mente cade e risorge ed erra


e
si

scienza non pu essere altro che intito.


in Platone, rappresentato nel

Che

r ideale del sapere

mito

della vita contemplativa iperurania; e dello stesso Aristotele,


filosofo dell'esperienza e dello
lui

sviluppo ideale: adombrato in


il

nel concetto dell'intelletto attivo, che

sapere totale

immediato.
teria,

Ma
il

poich oltre l'intuito ipotetico c' la cogni-

zione sensibile ed opinativa, sparpagliata e frammentaria

ma-

su cui

dialettico

deve gettare

il

suo sguardo sinotil

tico; poich oltre l'intelletto attivo, c'

passivo, che solo

a grado a grado partecipa dell'eterna forma del primo; poich insomma il filosofo non pu non sentire la sua scienza come

un

processo, che tende alla sofia, ma e sar sempre filosofia, ecco che la metafisica necessariamente indotta a farsi precedere da una logica, la quale prospetti la verit non come quell'unit che essa o sar da ultimo, ma come quella unit che deve sorgere dalla differenza, che pur bi-

sogna prima che sia. In tanto la logica quanto il pensiero (soggettivo) sua opposizione al logo (oggettivo).
tafisica, in

si

stacca dalla me-

si

rappresenta nella

G. Gentile.

50

IL

LOGO O LA VERIT

6.

Verit

formale

materiale.

Allora

il

problema specifico della logica viene a consistere

nella ricerca dei caratteri formali del pensiero che possa im-

medesimarsi col logo, e instaurare quell'unit in cui il suo Ma, anche per le cose dette nella precedente Introduzione, chiaro che una logica cos astratta dalla metafisica, se pu formalmente irrigidirsi nella sua divergenza da questa, in sostanza non pu in nessun momento prescindere dall' intuizione metafisica a cui fin dalla sua origine si riferisce e a cui deve, consapevolmente o no, appoggiarsi sempre in tutto il suo svolgimento. Giacch si pu bens, come abbiamo osservato, considerare
ideale.

e fissare

il

momento

dell'opposizione tra pensiero e logo;

ma

non ha significato se non in relazione alla medesimezza in cui deve risolversi o che presuppone. Non possibile rappresentarsi un pensiero che si risolver nel logo e sar vero, se non si guarda questo pensiero come, per cosi dire, una linea determinata; e determinata, come solo pu essere ogni linea, mediante due punti: uno dei quali in questo caso sar la medesimezza che precede, e l'altro la medel'opposizione

simezza che segue all'opposizione di pensiero e logo.

Non

c'

metodo d'una scienza, che non

sia

determinata, e non sia

perci tutta presente alla mente, ancorch non esplicitamente esposta in tutte le sue parti, quando per semplice astrazione
ci si sforzi

di

definire

(generale e speciale)

il metodo solo ^ E la metodologia una degenerazione della logica formale

sorta in Aristotele accanto alla metafisica.

N piti giustificata la tradizionale distinzione tra verit materiale e verit formale del pensiero, intendendo per
materiale la verit del pensiero conforme all'essere o logo obbiettivo, e

per formale la verit di un pensiero in s, congruente e coerente nelle sue varie parti, astrazion fatta da

1 Cfr. il mio Sommario di Pedagogia come scienza Bari, Laterza, 1914, pp. 125-8.

filosofica, voi. II,

LA VERIT TRASCENDENTE

51

Ogni ragguaglio con l'essere. Xon c' pensiero formalmente raffigurabile senza relazione di sorta con l'oggetto di cui possa esser pensiero e tutto il presente libro dimostra il contenuto metafisico della pretesa logica puramente formale legata al
;

nome

di Aristotele.

7.

Distacco del logo soggettivo dall'oggettivo.

cetto della verit,

Cominciamo a vedere quale atteggiamento assume il conappena il pensiero si stacchi dal logo, pur

essendo destinato a ricongiungervisi. E chiaro che il distacco non pu aver altro significato che l'esclusione della verit dal pensiero (soggettiva), e la concentrazione di essa nel seno del logo (oggettivo). Non gi, torniamo ad insistere, che, anche cos sequestrata dallo spirito, possa la verit rompere ogni rapporto con esso; ma il pensiero, nella prima sua opposizione ingenua al logo, non ha coscienza dell'immanenza della verit in s, e non vede quindi rapporto tra s e la verit stessa se non come rapporto meramente estrinseco ad entrambi i termini.

Conseguenza

di quest'astratta posizione della verit nella

sua relazione col pensiero : l^che questa relazione divenga,


agli occhi del pensiero, accidentale
;

che la verit, quindi,

da rapporto

due termini venga a rappresentarsi come un termine solo; 3" che infine quella medesimezza dei due termini, che dovrebbe essere un processo, si muti in uno stato, in un essere, in un presupposto. Ma bene chiarire ad uno ad uno questi tre punti.
tra

8.

La

verit indipendente dal pensiero.

rit quale

si distacchi dal logo, e concepisca la vetermine del proprio processo, si rappresenta questa verit come quella che deve s essere scoperta da esso, ma potr essere scoperta solo in quanto quella medesima veIl

pensiero che

rit,

prima

ssa non altera n

dopo scoperta. Di guisa che lo scoprimento di il suo essere, n la sua essenza; che se

52
il

IL

LOGO O LA VERIT

rapporto, in cui la verit per entrare col pensiero, imlei

portasse in

modificazione, o facendola essere, o facendola


raffigurabile
il

essere altrimenti da quel che prima non fosse, quella verit

non sarebbe pi
determinato,
Il

come un punto fermo

e gi

al

quale

pensiero possa e debba rivolgersi.

rapporto dunque tra verit e pensiero c' bens,


al concetto della verit.

ma

non essenziale
s

potr dirsi essen-

ziale al concetto del pensiero: tant'

vero e

falso,

tinenza con la

non essendo per sua natura verit, n con l'errore.


solo a

che questo pu essere in intima at-

La

verit, pertanto, bens intelligibile;

ma

questa intel-

ligibilit dice

una relazione
trascendente,

un

possibile intelletto (reale

magari,
tiva,

ma

come

intelletto divino), e

non

al

pensiero che ha da concepirla, di l dalla sua sfera sogget-

come

in se

medesima

intelligibile.

Conclusione: la verit in s non ha relazione col pensiero


(col

pensiero in atto, per cui verit, e che ad essa volgesi).

9.

La

verit,

non rapporto, ma termine

di rapporto.

, la verit, che noi abbiamo definita come rapnon puro pensiero subbiettivo n puro logo obbiettivo, non soggetto n semplice oggetto, ma sintesi di questi due

Se cos

porto,

termini conguagliati dal processo del conoscere, per cui, se-

condo l'espressione platonica,


questa verit

il

pensiero dice l'essere com';

un termine solo del rapporto, che assorbe in s tutto il valore della verit, non lasciando fuori di s altro che un termine, spoglio d'ogni significato
ci si trasfigura in

logico, qual'

il

soggetto col suo desiderio insoddisfatto della


il

verit. Si potr continuare a dire che questa verit

ter-

mine

norma, che proporzionata perci alle leggi del pensiero: ma, considerato il rapporto come accidentale, esso non potr mai aggiungere nulla al logo obbiettivamente inteso: e questo, come tale, nella sua astratta unit, rester tutta la verit.
del pensiero o la

LA VERIT TRASCENDENTE

53

10.

La

verit

come unit

indifferenziata,

e la

sua definizione classica.

La conclusione

finale ,

che

il

logo sar verit

come pre-

supposto del pensiero, non come medesimezza di un termine con l'altro: che, cio, questa medesimezza, che si vedr sempre ripullulare dal seno stesso dell'astratto termine unico, non
sar pi intesa (come solo veramente possibile che s'intenda) quasi l'immedesimarsi del differente, sibbene

come

r indifferenziaraento dell'astratto uno, che seco stesso identico, non perch vinca e risolva alcuna differenza che sorga dal suo interno, ma perch, impietrato e astratto com', non ha in se differenza da riassorbire. Questo il concetto della verit trascendente, che giace nel
fondo della classica definizione scolastica, ereditata dal platonismo e pienamente rispondente al punto di vista dell'antica filosofa che s' definito di sopra*: veritas intellectus, come disse Tommaso d'Aquino ^, est adaequatio intellectus et rei, secundutn quod intellectus dicit esse quod est, vel non esse quod non est. Definizione, che il potente ingegno dell'Aquinate si sforza di ravvivare facendo della res una realt non affatto
esteriore e indifferente al pensiero, anzi la realt conosciuta
in
s,

perch derivante da quella scientia Dei che causa

rerum.

Ma

suoi sforzi

non mutano

la situazione

tale del pensiero (in atto) di fronte alla res (considerata

fondamennon

per quel che in

s,

prodotta dall'intelletto divino,

ma

per
si-

quel che rispetto all'intelletto


tuazione, per cui da

umano che

la conosce):

un

lato c' l'intelletto, dall'altro la cosa;

e poich la cosa tutto, l'intelletto allora nel vero


si

quando

adegui

alla cosa.

Lo stesso concetto, dopo quasi sei secoli, si ritrova (per addurre in esempio un altro gran nome) nel Rosmini, il quale, come tanti altri, chiama criterio della verit quella re-

Introduzione, cap. II. Cantra gentiles, I, 59: cfr. Gentile, I Problemi della Scolastica, Bari^ Laterza, 1913, p. 94 e ss.
i

54

IL

LOGO O LA VERIT
si

pu discernere il vero dal falso : che non abbia bisogno di mutuare la sua efficacia da qualche cos'altro diverso da s e che sia evidente, cio contenga una necessit oggettiva, secondo la quale non si possa a meno di reputar vero ci che le conforme, falso ci che le difforme ^ E poich per lui si conosce checchessia, in quanto si conosce prima di tutto che , e l'essere (ideale) quindi la forma d'ogni cognizione, anche per lui la formula del criterio della verit nella proposizione Quello che apprende lo spirito umano vero se conforme all'essere, ed falso se non gli congola, coir USO della quale

regola suprema,

immediata,

forme. Proposizione equivalente alla definizione test riferita, ma che il Rosmini s'affretta a commentare dimostrando in maniera esplicita che la verit, in tale posizione, non propriamente la conformit, ma il modello a cui lo spirito dee conformarsi^: l'unico termine astratto, o logo obbiettivo,

come

gi s' chiarito.

11.

Sopravvivenza del concetto antico della verit trascendente


nella filosofia

moderna immanentistica.

Si noti

bene per

altro

che questo non solo

il

concetto

della verit proprio degli Scolastici e dei filosofi educati sui


dottori, latini del

tone e in Aristotele,
tes

Medio Evo. Questo concetto, com' in Plasi ritrova nei tempi moderni in Descare in Bacone, si ritrova anche in Kant, e perfino in Hegel;

Logica, nn. 1044-87. Egli dice Ma anche indipendentemente da questa dimostrazione e per un'altra via si pu provare che l' e s s e r e la verit. Che cos' la verit? In questa domanda c' anche la risposta. Poich, domandando
1

viene a dire che quando noi diciamo quello che ella , alla domanda. Ma l'essere appunto ci che , e che per essenza, perch l'essere. Se quello che , quello che , dunque quello che , la verit: dunque l'essere la verit .E avverte in nota che queste dimostrazioni sono riflesse, e non danno gi all'essere la verit, ma s mostrano che egli la verit anteriormente ad ogni dimostrazione (n. 1048 e n).
cos',
si

che

abbiamo risposto

LA VERIT TRASCriNDBNTE
si

55

ritrova nei recenti positivisti, e giace in fondo al pensiero

la forza d'una fede profondamente radicata: poich non pare si possa altrimenti salvare e garantire l'oggettivit del vero (che la sua necessit e universalit, ossia quel 8eo[a; platonico, onde preme allo spirito legare e rinsaldare la verit, che la sua vita e la vita del tutto, poich tutto in quanto vero), se il vero non si proietta di

comune con

l dal pensiero attuale. Si noti altres che il concetto della verit trascendente pu assumere un doppio aspetto, secondo che la metafisica, su cui si fonda, materialistica o idealistica secondo che suppone quale forma fondamentale del conoscere la sensazione, ovvero la ragione o intelletto. Il materialista si sforzer, at;

traverso la sensazione e processi logici aderenti alla


spaziale, ossia con la verit in cui per se

norma

della sensazione, di far coincidere la conoscenza con la realt

medesimo si pu dommaticamente ritenere intelligibile la realt che col suo meccanismo genera la sensazione. L'idealista metafisico, intellettualista, procurer con una forma di cognizione metempirica immediata (idee innate) di rendere possibile la congruenza del pensiero con le idee, ossia con la verit in cui dommaticamente egli presume intelligibile la realt ideale.

Ma

l'uno e l'altro

hanno una verit esterna

al

pensiero e gi
sv
puOo),

costituita

quale verit nella sua esteriorit,

come

disse

uno degli antesignani del materialismo, Democrito ^

l'uno e l'altro in sostanza fanno della cognizione (sensibile


o intellettuale che si dica)
siste

un intuito:

la cui

essenza con-

neir immediatezza del rapporto conoscitivo tra soggetto o oggetto. Immediatezza che ha questo significato: che il sog-

getto

non introduca

nella verit nulla di suo, mediante suoi

processi, estranei alla natura trascendente della verit, posto

che questa

sia gi assoluta e perfetta in s in

guisa che ogni

i 'ETEfj o-v v PvS^ Ye "^ Xr[6tlt]: DiOG. L. IX, 72; cfr. Cicek., Acad. pr.,U, 32: Naturam accusa, quae in profundo veritatem, ut ait De

mocritus, penitus abstruserit.

56

IL

LOGO O LA VERIT
lei se

elemento soggettivo non possa essere in sione e una causa di perturbamento.

non un' intru-

L'intuito pu

dirsi

il

primo corollario gnoseologico del-

l'astratto concetto della verit concepita trascendente al pen-

siero: poich, se la verit tutta di l del pensiero, ne segue immediatamente che vera cognizione potr essere soltanto quella in cui non intervenga attivit di sorta del soggetto,

e questo piuttosto sia fatto soggetto dalla presenza automatica

(evidenza) dell'oggetto.

Tale
tele,

la

sua scuola. Tale pure

concezione del conoscere in Platone e in tutta la la concezione del conoscere in Aristo-

che

fa dell'anima,

rasa; e quando essa abbia raccolta


il

materiale della

prima della sensazione, una tabula come anima sensitiva tutto conoscenza, ne fa una semplice potenza di

conoscere che ha bisogno, come s' ricordato, dell'accessione


estrinseca dell'eterno intelletto per conoscere in atto.

tutto

l'innatismo o razionalismo, da una parte,


secoli si contrastano

come

tutto l'em-

pirismo, dall'altra, che dopo Platone e Aristotele per venti

campo, muovono sempre, con tempea scalzare dalla base il concetto della trascendenza della verit, da questa idea di un conoscere, in cui non solo la prima parte, ma il tutto spetti all'oggetto, e il pensiero non sia se non passivit e contemplazione affatto inoperosa.
il

ramenti- talvolta,

ma

insufficienti

12.

Assurdo

di tale concetto.

Tale concetto della verit, agevole argomentarlo da tutto abbiamo premesso intorno alla sua genesi ideale, assurdo. E con la sua impensabilit esso stato uno dei fermenti del pensiero speculativo; una, voglio dire, delle cause pi efficaci del suo svolgimento storico. La teoria dell' intuito invocata a garantire l'oggettivit (necessit, universalit) del pensiero, cio la sua verit, pare che riesca all'intento: ma la verit che esso pu garentire, rimane un nome vano. Giacch la verit che si cerca quella del pensiero; e il pensiero
ci che

nell'intuito

non c'

pi.

Il

pensiero, che

si

concepisce

come

LA VERIT TRASCBNDENTB

57

intuito per affisarsi tutto nel proprio oggetto, fa astrazione

da

se stesso, e cio

sopprime se stesso sopprimendo anche

l'oggetto, termine del suo affisarsi. Certo, lo sopprimerebbe,

se riuscisse infatti a sopprimere se stesso, facendo astrazione

da

quell'attivit

con cui pone s e l'oggetto, l'uno di fronte

senza termine medio. Dove, senza che ne abbia coscienza riflessa, il vero oggetto non il contenuto dell'inall'altro,

tuito (di
si

un

intuito irrealizzabile),

ma

questo rapporto in cui

fa consistere l'intuito;

rapporto tra due termini, pensati

entrambi dall'attuale soggetto, merc un laborioso processo dottrinale, che non davvero niente d' immediato, anzi una faticosa filosofia (non sofia!) del pensatore che parla di
questo intuito.

Capitolo

II

LA VERIT IMMANENTE

1.

Conciliazione della trascendenza del vero

con

l'attivit dello spirito.

L'assurdo della verit trascendente porta

il

pensiero al

concetto opposto della verit immanente, quando non lo ab-

bandoni nello scetticismo; che per non pu essere mai se non dubbio che spinga di collo in collo, come dice Dante; cio principio d'un nuovo filosofare positivo. Ma la verit immanente a gran fatica si libera dalle spire della filosofia che avvolge il pensiero e lo affigge e stringe a quell'ideale inattingibile d'una verit estrasoggettiva. Il concetto della verit immanente non si conquista d'un tratto; poich, di fronte alle difficolt derivanti dalla prima concezione, il pensiero non pu adergersi a una coscienza della propria autarchia, che non sia meramente negativa e scettica. Se la verit, che noi dovremmo attingere, quella
che, supposta affatto esterna al soggetto, riesce inattingibile

perch sopprime il soggetto, e se il soggetto intanto vien messo a questo sbaraglio dalla esigenza profonda di una verit che per essere tale debba trascendere il soggetto, il problema che prima si presenta quello di conciliare la trascendenza del vero e l'attivit dello spirito. Questa la prima forma della ricerca d'una verit che sfugga all'assurdo dell'astratta
trascendenza.

LA VERIT IMMANENTE

59

2.

Veritas adaequatio intellectus

et

sensus

ovvero

intellectus et intellectus.

possibile infatti, e storicamente stato pi volte speil

rimentato,

tentativo di

non sopprimere n
s

la trascendenza
il

del logo n l'energia dello spirito per cui

logo vale.

questo tentativo s' fatto in passato


zioni materialistiche
della

rispetto alle conce-

come

rispetto alle concezioni idealistiche

metafisica. Si

ristica della
fatti

pu considerare per la forma carattemetafisica moderna. L'empirismo moderno inet

non

fa

stregua del conoscere, sic

smpUciter, la realt

materiale esterna; assevera anzi di non aver


scere questa realt e

modo

di cono-

non poterla perci ritenere, per cognizione che ne abbia, n materiale n ideale. La sua realt, norma della cognizione, la sensazione, la quale non rispecchiamento dell'esterno, bens
intellectus et rei,
il

punto

di

partenza della

cognizione; in guisa che la verit consiste non nelV adaequatio

ma

nel' adaequatio intellectus et sensus.

Kant

stesso,

contro l'idealismo soggettivo di


esser

Berkeley,

afferma

l'oggettivit

salva nel

suo idealismo trascendentale, per quanto elaborata del

perch questo fonda


soggetto, sui

la cognizione,

dati sensibili, che

stesso soggetto. Locke, il derno empirismo, poggia tutta


sulla distinzione

non sono produzione dello maggiore rappresentante del mola

sua dottrina del conoscere


dati

delle

idee semplici,

elementari del-

l'esperienza, dalle idee complesse, che


alle

non aggiungono nulla

semplici.

Hume,

l'assertore

pi rigido di questo conrapporti

cetto dell'empirismo,
tra
i

nega

la validit obbiettiva dei rapporti


i

dati forniti dalle sensazioni, poich

dati.

Sicch

la

verit nella sensazione, considerata,


(attestazione del

come un posterius un prius assoluto

mondo

esterno),

non sono non ma come

del processo conoscitivo.

quello

che Locke dice dal punto di vista empirico,

lo dice Cartesip

dal punto di vista idealistico, aprioristico. anche per lui, costruisce, con le sue sintesi, ma senza aggiunger nulla alle idee, oggetto di immediato intuito, e che non sono, al dire di Cartesio, distinte dalla
L'intelletto,

60

IL

LOGO O LA VERIT

E il motivo di questo concetto largamente svolto nella dottrina giobertiana della riflessione, che presuppone l'intuito della verit, costitutivo della stessa essenza dell'intelletto; il quale da solo non cognizione, ma cognizione diventa mediante la riflessione che lo porta a grado a grado alla coscienza attraverso il procedimento scientifico. Anche per T idealista perci la verit non pu dirsi pili propriamente adaequatio intellectus et rei, anzi
nostra facolt di pensare ^

piuttosto intellectus

et

intellectus.

3.

Difficolt di questa

nuova posizione.

fetti

Questo tentativo immanentistico conserva tuttavia i didella concezione della trascendenza assoluta, perch,

chi

ben guardi,

la rivendicazione

che esso fa dell'energia


per nel capitolo prece-

del soggetto, solo apparente.

dente

si asser che in sostanza il concetto della verit trascendente sopravvive anche nei sistemi della filosofia moderna,

quantunque a questi non manchi


surdo d'un
e tanto
tal

la

consapevolezza dell'asIl

concetto condotto agli estremi.

dato intuitivo

(sensibile o ideale)

raddoppia piuttosto, anzi che diminuire

meno

eliminare, le difficolt inerenti all'essere, de-

del pensiero. Le raddoppia, perch esso non la cognizione (e lo dimostra Hume); e non n pure quella riposta verit che esso sta a rappresentare nel soggetto: in guisa che all'unica dualit da cui moveva il puro concetto trascendente, ne sottCQtrano due: x (realt) e dato intuitivo; dato intuitivo e cognizione. Il dato, per proteste che si facciano di non volerlo tra-

mocriteo

platonico, termine

scendere, e di considerarlo piuttosto


cipio

come

il

principio (prin-

d'una conoscenza puramente fenomenica, come dice l'empirista), per industria che si ponga (per es., in Descartes)

Non enim unquam

scripsi vel iudicavi,

mentem

indigere ideis

quae sint aliquid diversum ab eius facultate cogitandi: Descartes, Notae in Programma quoddam, in Oeuvres, ed. Adam - Tannery,
innatis,

Vili, 353.

LA VERIT IMMANENTE

61

a immedesimarlo con lo stesso intelletto, rimane sempre un dato, che suppone il dante, un'attivit esterna al soggetto. Il maggiore sforzo per tagliare ponti, per cos dire, dietro
i

al dato, e costringere

il

soggetto a far assegnamento su quello

qua di esso dato, fu quello di Kant, che pure fonda Toggettivit della materia dell'esperienza nel noumeno. Descartes arriva a dire che la conoscenza intuitiva un'illustrazione dello spirito, ond'egli vede nella luce di Dio le cose che a questo piace di scoprirgli merc un'impressione diretta dello splendore divino sul nostro intelletto,
solo che al di

come ricevente
duce tal quale che fa le idee,

che in ci non va considerato come agente, bens soltanto i raggi della divinit ^ Ed ecco che riprola posizione platonica, per cui

non

l'anima

ma

sono
al

le
il

idee (l'essere) che fanno l'anima.

D'altra parte, qual

motivo che spinge l'empirismo


della dottrina delle idee
il

moderno ad opporsi
l'attivit spirituale,
il

dommatismo
s,

innate e d'ogni cognizione a priori, se non

concetto che

per

un'attivit vuota, e che tutto


lei
il

suo contenuto debba prevenire a

dall'esterno mediante

la

sensazione? Noi non conosceremo

come

il

quale

di

quest'essere esterno, che limita lo spirito e lo governa (bench, una volta concepitolo

come estemo, abbiamo con


negato
lo

ci

determinato la qualit

sua, perch,

spirito,
;

non

premo bene

ma ne sache: poich sapremo che senza di esso non sorgerebbe in eterno in sensazione. E allora abbiamo, come a dire, due principii (o verit) al nostro conoscere: un primo principio (ngg fi|xs), che sar il dato; e un secondo principio, a cui si appoggia il primo, e che sar il dante. Il

resta che la molteplicit della materia spaziale)


il

quale sar poi il vero e assoluto principio, senza del quale cadrebbe tutta la verit del conoscere. E chi prover questo secondo principio, radice del primo? Si argomenter dall'intelletto? Ma se l'intelletto ha la sua base legittima nel primo principio, prescindendo dal quale essa

Oeuvres, V, 136.

Vedi Teoria

generale dello spirito-, p. Ili e ss.

62
!

IL

LOGO O LA VERIT

cade nel vuoto Ecco il dommatismo della verit trascendente che risorge col suo assurdo insanabile. Ancora. Il dato non l'attivit elaboratrice del dato: l'intuito, per usare il linguaggio giobertiano, non la riflessione. L'intuito tutto, e la riflessione deve adeguarsi all'intuito.

Ma, posta
dualit,

la qualit, hlc Rliodus,

Me

salta: o si resta nella

e non

e' intuito per la riflessione, e

non

e'

cono-

scenza, perch questa la riflessione sull'oggetto intuito; o


si

abolisce la dualit, risolvendo

afi'atto la riflessione nell'in-

tuito; e

rimane

il

solo intuito, senza riflessione; verit calata


il

bens, miracolosamente, dentro

soggetto,

ma

giacente qui,
posizione di

inafferrabile alla coscienza, ossia riproducente in questo spirito cos, fantasticamente, concepito, la stessa

dianzi tra lo spirito e


sibile lo spirito
:

il

suo opposto, la quale rende impos-

e quello che nel seno dello spirito


la

rimarrebbe

a rappresentare

funzione veramente spirituale, vien soffo-

cato dall'oggettivit del vero, contenuto dell'intuito.

4.

Dottrina di Protagora.

gnizione,

la verit, se ha da essere verit della conon dev'essere presupposta alla cognizione, n fuori, n dentro allo spirito poich una verit presupposta all'atto conoscitivo dentro di esso spezza lo spirito in due parti tanto diverse e tra loro opposte, quanto si possono pensare che siano lo spirito e una realt esterna al medesimo. La verit non presupposta all'atto del conoscere la verit immanente, della quale il primo assertore nella storia della filosofia stato Protagora d'Abdera. Ma il suo concetto dell'immanenza
;

Ne segue che

della verit, riecheggiato a volta a volta in tante teorie gno-

seologiche della filosofia moderna, pi adatto a dimostrare

come non
logica.

dev'essere, anzi che a chiarire

come debba

piut-

tosto essere concepito questo concetto essenziale d'ogni

vera

La sua celebre sentenza messa al principio dell'opera che sappiamo aver egli scritto sulla Verit, che di tutte le cose misura l'uomo, di quelle che sono come sono, e di quelle

LA VERIT IMMANENTE
,

63

che non sono come non sono negava, secondo l'esposizione che ne fa Platone nel Teeteto, l'antecedenza d'un essere al conoscere, fatto consistere nel puntuale incontro dell'agente
(oggetto) col paziente (soggetto del conoscere) nel perpetuo

moto
che
,

di tutto. Sicch l'essere conosciuto in tanto ,

ed quello

in quanto conosciuto.

Non

gi che

il

soggetto lo ponga:

il soggetto stesso quel determinato soggetto di quella determinata conoscenza in funzione dell'oggetto in cui s' in-

poich

ma senza il soggetto, a cui l'oggetto si riferisce, n anche questo possibile: o, pi precisamente, fuori del rapporto, in cui l'oggetto pel soggetto e questo per quello, non c', n concepibile oggetto, n soggetto. Per fissare la dottrina di Protagora si pu dire che la realt per lui recontra;
lazione, e questa relazione
,

o vuol essere, conoscenza.

5.

La

verit di Protagora relazione,

ma non

conoscenza.

In tale dottrina, che


correlativismo),
sparito.

si

suol denominare antropometrismo


si

o soggettivismo, e che meglio


il

direbbe relativismo (come

concetto della verit trascendente pare sia


titolo

questo

Platone la combatte, prendendosene

giuoco con l'opporre che se vero quel che pare a ciascuno, Protagora dovr pure convenire che vera sia pel suo avversario la dottrina contraria, in quanto anch'essa all'avversario

par vera. Obbiezione che Protagora, se realmente, come


la
solita Ironia

con

immagina Socrate
il

nel dialogo platonico,

avesse potuto levar

capo dalla tomba, avrebbe potuto ribattere benissimo con quella stessa risposta che ad analoga obbiezione oppone il nostro Gioberti ^ dove questi prevede che alla sua dottrina della poligonia del cattolicismo, per cui sono da ammettere tanti cattolicismi, quanti gli uomini che lo abbracciano, si obbietter che il papa, i vescovi, ecc. non intendono il cattolicismo a questo modo>; e replica: Coloro
:

Gioberti,

Nuova

Protologia, a cura di G. Gentile, Bari, Laterza,

1912, voi. II, p. 155.

64

IL

LOaO O LA VERIT

che mi fanno questa obbiezione, non m'intendono; rispondo che, se lo intendessero a mio modo, non avrei ragione, ma torto. Nel convenire appunto che per suo conto Socrate abbia ragione contro di lui, Protagora dimostrerebbe la superiorit della sua dottrina su quella di Socrate: infatti, secondo questa dottrina, se ha ragione Socrate, Protagora ha torto; secondo, invece, quella di Protagora, ha ragione Protagora, e perci ha ragione anche Socrate. La dottrina di Protagora non direttamente scettica, come apparisce a Platone; ossia non scettica per la ragione che crede Platone. E di fronte all'Eleatismo, che Platone vuol rinnovare nel mondo ideale, Protagora rappresenta senza dubbio un principio superiore. Ma la sua dottrina non si sottrae davvero al presupposto della verit trascendente, che la base dell' Eleatismo e del Platonismo, e non pu quindi superare quella posizione negativa del pensiero che fa d'uopo superare affinch il suo relativismo riesca a una dottrina del conoscere positiva, e non, in fondo, scettica. L'uomo di Protagora, misura di tutte le cose, non vero
e proprio soggetto del conoscere: bens esso stesso, uno degli
oggetti presenti al soggetto che attualmente tale. Per rag-

giungere

il

concetto di questo reale soggetto occorrer la evo-

luzione millenaria dell'idea cristiana. In sostanza, nel pensiero di Protagora ci sono due soggetti (due uomini), radicalmente distinti e diversi: uno quello che costruisce la dottrina che abbiamo accennata, e vede il soggetto sorgere dal cozzo degli atomi, eternamente in moto e tra loro cozzanti
;

l'altro,

questo soggetto fluttante nel iiusso del reale. Egli

come soggetto (avOgcortog jitqov) quest'ultimo, e non ha neppur coscienza del primo. Non era possibile averne coscienza senza proporsi in tutt'altro modo il problema della misura di tutte le cose, o del conoscere. Ossia, il suo uomo una cosa tra le cose (jtdvToov xQxy\\idxo}v), e non propriamente il soggetto. E quindi, facendo sistema con le cose, esso viene assorbito in una realt, che tutta oggetto, non soggetto del
riconosce

conoscere e lascia fuori di s il processo conoscitivo (la Verit che scrive Protagora), come una superfetazione del reale,
;

LA VERIT IMMANENTE

65

qualche cosa che non ha posto nel vero essere, e a cui, per sforzi che ei faccia di adeguarsi alla verit, questa rimane eternamente inattingibile proprio come nella posizione a cui Protagora intende contrapporsi.
:

6.

Lo

scoglio dell' immanentismo.

Perci,

come abbiamo

avvertito,

l'immanentismo prota-

goreo ci dimostra il difetto che deve evitare l' immanentismo il quale voglia davvero sfuggire all'assurdo della trascendenza,

ma
Il

non

ci fornisce l'esatto

concetto della verit immanente.

quale per, almeno nel suo carattere fondamentale, scaturisce dalla nostra critica del protagorismo. La verit, il logo
relazione;

ma

relazione che sia conoscenza; quale posrelazione


suoi termini, e

sibile soltanto se relazione tra oggetto e soggetto:

a priori,

la

quale pone

non

li

presuppone.

Ormai chiaro che: 1 una verit trascendente il soggetto non verit o realt conoscibile; 2 n verit una verit immanente al soggetto, ma trascendente l'atto del soggetto conoscente; 3 n verit una verit immanente al soggetto stesso come conoscere, ma trascendente l'attualit di questo conoscere in una concezione naturalistica del pensiero. La sola verit che noi possiamo abbracciare e legare
con ferrea catena, secondo il legittimo desiderio di Platone e l'eterno bisogno dell'uomo, quella che nasce e si sviluppa col soggetto, in quanto conoscere in atto.

7. 11

dualismo della verit


e
il

e della

difetto della verit

sua norma come fatto.

Ma

questo carattere non basta certo a chiarire l'essenza

della verit.

La
al

quale,

immanente

come

dire

soggetto

all'atto del conoscere, che che l'apprende, non dev'essere

l'astratto opposto del

logo trascendente: perch i due opanche questa volta si confonderebbero e sarebbero la stessa cosa. E convien fin da principio insistere su questo punto, perch la forza che ha spinto in ogni tempo e spinge
posti
G. Gentile. 5

66

IL

LOGO O LA VERIT
a collocare la verit in
alto, fuori

tuttavia lo spirito

umano

d'ogni vicenda mutevole del sogg-etto, la fuga appunto di


quel che costituisce agli occhi nostri
l'astratto logo trascendente.
il

gran difetto

del-

Non

la caducit del soggetto

sbaglia,

che spinge verso l'oggetto: il soggetto cade, ma risorge: ma si corregge; e allo stesso Platone il regno della

generazione e della morte, del transeunte e caduco, si rappresenta splendidamente nel Convito come un'ascensione di grado in grado per la scala d'Amore verso le idee, l'eterno

Che c'importerebbe di perdere una verit, una caduche verit che soltanto pare possano germogliare nel terreno del soggetto, se per ognuna che ne perdiamo, se ne acquista una di maggior valore, quale appunto quella che scaccia la precedente? Egli che la cognizione del soggetto non ragguagliata a un modello superiore alla cognizione stessa un fatto bruto e senza valore, che non si pu giudicare come vero in contrapposto all'errore. Diventa un fatto, che non pu essere pi misurato: quello appunto che il logo in s, di l dal pensiero: verit che quel che , non come posizione di s, in quanto esclue
il

divino.

di quelle

sione del suo contrario (l'errore),

ma

essere immediato, e

perci privo d'ogni valore.


Affinch, dunque,
sia quel
il

soggetto che ha in s la verit, non


rifugia nel concetto della verit trafa,

che teme chi

si

scendente, non dev'essere n pure quello che


rifuggire da questo concetto:

viceversa,
di

non dev'essere niente

im-

mediato. L'immanentismo deve sorpassare la dualit, che

abbiamo additata nella concezione della verit trascendente, data la quale non pi possibile quell'unit di pensiero e di logo, in cui la verit consiste; ma non deve sopprimere ogni dualit per affermare questa unit. La quale non sarebbe poi altro che l'unit astratta, che solo afferrabile da chi si propone quella tale dualit. forza che
ceda il luogo a quella concreta dualit, la quale anzi che contenere l'unit (una e un'altra unit), essa stessa contenuta nell'unit. Il pensiero pu essere in posl'astratta dualit

sesso, o se si vuole, in presenza della verit, a patto di avere

LA VERIT IMMANBNTB

67

dentro di s questa verit non come il suo essere immediato, ma come il suo proprio processo, che unit sintetica, posizione di s in quanto insieme posizione di altro.

8. Il

principio della teorica volontaristica della verit.

quest'intimit del vero al soggetto

s mir la dottrina profonda svolta nel Medio


Scoto, ripresa nell'et
stro

come posizione di Evo da Duns


nonch dal no-

moderna da

Cartesio,

Rosmini; dottrina d'ispirazione schiettamente cristiana, e che si pu dire la dottrina volontaristica della verit. La quale si fonda su questo concetto, che la verit vale come
verit

quando non

il

presupposto,

ma

l'affermazione dello

spirito nella sua

libert.

Cartesio muove, lo

abbiamo

visto,

dalla concezione della verit trascendente, e le idee, che sono la verit, vengono intuite, secondo lui, dall'intelletto. Ma, data l'immediatezza dell'essere, data l'immediatezza dell'intuito intellettuale, dato

che la verit gi in noi, senza l'opera

come spiegarsi l'errore? Che se sbagliare non si pu, la verit non vera. Ed ecco venire al soccorso dello spirito inteso come intelletto un'altra attivit.
nostra,

Gli errori

due cause, mio


solo

cio, della

dipendono, dice Cartesio *, dal concorso di potenza di conoscere che in me, e

della potenza di scegliere, o del


intelletto e della
io

mio libero arbitrio cio del mia volont. Giacch, con l'intelletto
:

non affermo n nego alcuna

cosa,

ma

concepisco

solamente le idee delle cose, che posso affermare o negare. Tutt'al pili, dir il Rosmini ^, io, col solo intelletto, pronuncio giudizi possibili, ma non giudizi reali: per i
quali occorre assentire o dissentire da quei giudizi. E questo si fa per mezzo della libert di scelta, propria del soggetto
in

quanto volont, che interviene ad affermare o negare,

se-

IV in Oeuvres, IX, 45. Logica, n. 87. Sulla dottrina rosminiana del riconoscimento libero, e perci moralmente valutabile, del vero, cfr. le mie Osservazioni in EosMiNi, Il principio della morale-, Bari, Laterza, 1921, p. 209 ss.
i

Medit.

68

IL

LOGO O LA VERIT

gnire o fuggire, e per cui soltanto possibile che il soggetta aderisca al contenuto dell'intelletto, e affermi quindi la verit,

o che, lasciandosi attrarre dalle fallaci apparenze delle


i

cose sensibili (poich essa spazia di l dai limiti entro

quali

chiusala semplice cognizione dell'intelletto), non vi presti la sua adesione e cada quindi in errore. L'adesione, il rico-

noscimento della verit, per cui solo concepibile la distinzione, essenziale alla verit, tra verit ed errore, non un semplice fatto meccanico ed immediato, poich celebrazione di libert del soggetto. La volont non aggiunge nulla al conosciuto dell' intelletto ma, da morto obbietto di contemplazione, ne fa un bene, un valore, un che di vivente nella vita del soggetto che l'assume in s. A quella guisa >, dice il Rosmini ^ che un uomo, introdotto in una stanza piena di cose di gran valore, dove tuttavia ci avessero tra molte rare gemme mescolate de' vetri, e gli fosse dato facolt prendersi quella parte de' tesori che a lui meglio
;

si farebbe prima a contemplare tante ricchezze procurando di discernere le vere dalle false, e poi s'approprierebbe quelle che gli sembrassero vere gioie: cos accade delle cognizioni e delle opinioni, che altro l'atto dell'intuirle semplicemente e altro l'atto di esaminarne il valore, ossia di pesare le ragioni de' giudizi possibili, ed altro ancora l'atto del prendersele e farle proprie e personali, che l'assenso. L'indole propria dell'atto di vedere colla mente, consiste in questo, che con esso gli oggetti si riguardano in s, senza relazione col soggetto: laonde non si pu dire ancora che gli oggetti intuiti sieno dell'intuente. Ma quando il soggetto non solo intuisce, ma fa altres l'atto d'assentire, con quest'atto egli unisce s agli oggetti, che pur sono senza di lui, e vi si sottomette come alla verit: accetta personalmente gli oggetti come veri, e come tali anche amabili, e norme a cui conformare se stesso. In questo fatto, col quale l'ente intellettivo

paresse,

aderisce tutto agli oggetti,

aumentando

cos

il

proprio essere

Logica, n. 301.

LA VERIT IMMANENTE
soggettivo colla partecipazione dell'essere oggettivo, giace

69

un

grande arcano
rit

Non si potrebbe esprimere meglio l'astrattezza della vecome posizione intellettuale immediata (oggetto d'un

vedere); e la concretezza e la vita che essa acquista nell'atto


libero della volont che la fa sua,

aumentando
Il

il

essere soggettivo, cio ponendo, a


alla verit

rigore, se stessa

proprio come
ri-

quella tale volont affermatrice e valutatrice.

sottomettersi

non dipende
il

dall'esserci la verit;

bens dal

conoscerla che fa

soggetto

come

tale; riconoscimento,

pu essere intuita, ma l'intuente, cio senza potersi dire tuttavia


del quale la verit

prima senza essere delin relazione col

soggetto, per cui dev'essere verit. Di qui parrebbe che la

non astratta, come possibile, ma concreta, come quella che essa sempre, in quanto legata all'animo nostro e lega
verit

l'animo nostro, fosse creata dalla volont nell'atto di creare


se stessa.

9.

Veritas adaequatio voluntatis

et intellectus.

Ma

la dottrina volontaristica della verit {adaequatio vo-

luntatis et intellectus) incorre nel duplice difetto della teoria

della verit

come adaequatio
il

intellectus et intellectus-, e

non

riesce a fondare

giustissimo principio, a cui accenna, della

unit di libert e di verit. In essa infatti perdura l'astrattezza (bisogna dir cos) del concetto originario della volont,

quale

si

trova, p. e., in Paolo Tarsense, per cui lo spirito (come

volont) dovrebbe esser tutto. Si pone infatti questa grande

esigenza;
spirito,

ma

lo spirito
il

ha

di contro di s

il

suo limite, la

natura, la carne,

peccato: che sono, non prodotto dello

ma

presupposto suo, antecedente, rispetto al quale


suo mondo). Ora,

esso perci, non volont (spirito produttore del suo mondo),

ma

intelletto (spirito spettatore passivo del

la volont

che

sia soltanto volont,

lasciando fuori di s e

accanto a s l'intelletto, non pu essere vera volont: tale essendo la natura prepotente dello spirito, di dover esser tutto o nulla, assolutamente. ^wi Caesar aut nihil. La volont

70

IL

LOGO O LA VERIT
se

volont se libera, e per creatrice del suo essere; ma,

con l'intelletto, vuol dire che oltre l'essere che vera-

mente suo perch da


dell' intelletto
;

lei

posto, ce

n'

un

e quest'altro la limiter, e

altro, termine ne render quindi

impossibile la libert. Dal


cessit,

domma

del peccato deriva di nedi

come avremo occasione

ricordare,

quello della

grazia.

10. Critica del

volontarismo.

Cos la dottrina dell' adaeqziat io voluntatis


si

et

intellectus

fonda,

come abbiamo

detto, sull'opposizione

tra volont

e intelletto: quella infinita e libera, avverte Cartesio, questo


finito e

determinato. Orbene, senza ripetere qui quello che

fu detto gi della difficolt che

permane

circa

il

rapporto tra

l'intelletto e la verit, termine esterno e presupposto dell'intuito intellettuale, qui ci troviamo innanzi a
colt, derivanti dalla

nuova opposizione

tra

nuove diffiintelletto e voatto di libert,

lont. La quale invocata a celebrare un

per cui la verit riesca tutta cosa del soggetto, valore della sua personalit; ma messa in condizione di non potere esercitare nessuna libert, e perch, come facolt distinta dall'intelletto, si potr forse pensare che agisca, ma non potr mai prendere cognizione di quel che gi conosciuto dall'intelletto; e potr quindi spiegare un'azione ragguagliabile a un puro fatto naturale, ma non un giudizio, quale do-

vrebbe essere l'adesione o scelta; e perch, presupponendo, ancorch astratta e non sua, una verit, quando pur la vedesse, non potrebbe non essere condizionata da essa, e per
essa quindi privata della propria libert.

inutile mettere a

nudo

paralogismi in cui nelle Mele

ditazioni s'intrica Descartes volendo mostrare che tanto pi


la volont libera,

quanto pi chiare ed evidenti sono

cognizioni che essa presuppone. L'osservazione cartesiana

vale quel che vale in relazione a quella grossolana e corpulenta maniera di considerare le cose dello spirito, che pro-

pria del pensiero comune. Basta avvertire che la volont,

LA VERIT IMMAtpNTB

71

com'

per cotesto volontarismo, non crea, n pu dee aver innanzi a s la verit per appropriarsela; sicch il suo assenso riesce a una forma d'intuito, in cui la libert rimane un puro nome, quantunque stia a designare un'esigenza vera e di gran momento.
intesa

creare,

ma

stessa in

In sostanza, la volont di fronte all'intelletto rimane essa una posizione intellettualistica, in modo che quel che
l'intelletto,

non pu

a cui essa
lo

vrebbe supplire, non

si oppone e al cui difetto dopu neppur lei. Poich fermo che,

una volta accettata


dienti estrinseci
telletto.

la relazione intellettualistica dello spirito

verso la realt, non possibile pi correggerla con espe-

la

come quello d'una volont aggiunta all'inSe lo spirito in parte intelletto, tutto intelletto. volont allora davvero volont, quando pure, essa

stessa, intelletto.

Capitolo

III

LA VERIT COME CERTEZZA E COME VALORE

1.

Il

germe

di

vero della teoria volontaristica.

La

dottrina volontaristica, insufficiente


all'intelletto,

pel suo opporre

ha tuttavia il gran merito di mettere in evidenza un attributo essenziale della verit, sfuggito a tutto l'intellettualismo antico, quantunque sempre oscuramente incluso nel concetto di verit: l'attributo della spiritualit del valore, e, si pu dire, della moralit della
la volont

verit.

Giacch essa accentua il momento della soggettivit come posizione o dimostrazione della presenza del soggetto nel vero medesimo: che uno degli aspetti caratteristici della verit immanentisticamente intesa. Il proprio infatti del volontarismo questa conversione dell'attenzione diretta a cogliere il vero, per dir cos, della verit, dal logo al soggetto per cui il logo vale. Al soggetto, si badi, e non pi al logo soggettivo o al pensiero pensato dall'inteldel vero,
letto

che sia gi venuto in possesso del vero. La differenza

di capitale importanza, perch quando a


astratto
si

un logo

obbiettivo

sostituito

un logo
risulta

subbiettivo, nel baratto

non
si

si

da tutte le analisi guadagna nulla, come immediato l'oggetto, immediato il soggetto, sia sideri come intuito, sia che si consideri come il cui valore reale solamente quando essa sia immedesimata con l'intuito che presuppone. Un

precedenti:

che

con-

riflessione,

adeguata e
soggetto in-

teso a questo modo non il soggetto, il cui interesse afferma Platone quando esprime il bisogno di legare la verit. Chi ha questo bisogno e questo interesse , non il pensiero che

LA VERIT COME CERTEZZA

COME VALORE
""^

73
co;

gi sia determinato conforme al Xyo; og ^iy^i

6\Ta
si
Il

eotiv;

ma

chi pensa questo

pensiero;

la

persona che

realizza

come una

certa attivit intelligente nel pensarlo.


attualit di soggetto,

soggetto,

insomma, nella sua

come

autoctisi.

2.

Il

concetto della verit immanente

in rapporto al concetto dello spirito

come

autoctisi.

Non caso che questa dottrina risorga nell'et moderna si affermi con tanto vigore per opera di quel Cartesio, che ben si pu dire il fondatore del concetto filosofico del soggetto come autoctisi. Egli stesso vede ed accenna l'intima
relazione tra questa sua dottrina della volontariet della verit e dell'errore, e quella dottrina della eertezza, attraverso la

quanto pensa:

nuovo concetto del soggetto, che in essere una generazione identica al pensare. Esaminando in questi giorui passati , dice infatti nelle Meditazioni^, se qualche cosa esistesse nel mondo, e conoscendo che dal solo fatto che io esaminavo questa quequale egli scopri
il
il

cui

evidentissimamente che esistevo io stesso, di giudicare che una cosa che concepivo con tanta chiarezza fosse vera, non gi perch a ci mi trovassi forzato da alcuna causa esterna, ma soltanto perch una gran chiarezza era nel mio intelletto, e ne derivata una grande inclinazione nella mia volont; e io mi son ridotto a credere con tanto maggior libert, quanto minore stata l'indifferenza in cui mi son trovato. Sicch la chiarezza estrema della proposizione Cogito, ergo sum, per cui Cartesio pu sottrarsi al dubbio de omnibus, e gittare le basi
stione, seguiva

non potevo a meno

della certezza della cognizione, solo

un momento

astratto

della certezza stessa: la quale

si

compie con

l'atto di libert,

che riconosce
certezza.

la

chiarezza dell'idea, e cio ne afferma la

Medit. 4a, in Oeuvres, IX, pp. 64-7

74

IL

LOGO O LA VEUIT
certezza
e la logica della fede.

3.

Il

concetto della

La certezza, dunque, che col Discorso sul metodo (come pure col Nuovo Organo) diventa 11 problema logico principale, e quindi il vestibolo di tutta la filosofia moderna; non la verit che essa astrattamente presuppone, ma l'integrazione e la concretezza della verit, sottratta per lei al

dommatsmo
sofica.

proprio,

come sappiamo,

di

ogni realt intel-

lettualisticamente concepita, e quindi particolare, e

La

verit d'una logica filosofica

non filonon pu essere se


fede,

non questa verit che contenuto della certezza. Con questa dottrina si rovescia tutta la logica della
propria della
rit certa
filosofia intellettualistica.

Per

la quale, la ve-

quando

oggettiva; e la

;tei0) QT]toQixT|

di

Gorgia

il

surrogato della scienza oggettiva, per lui impossibile.


retta opinione di Platone creduta vera,
amoM^v;,
-, il

La
tale

ma non

vera,

perch non veduta con quella


caratteristica del
filosofo

che la funzione menquale scorge ogni idea

nella logica necessit del sistema obbiettivo.

La fede

atto
il

soggettivo, che ha valore soltanto pel soggetto; e poich

soggetto vien concepito

come uno

dei termini della realt,

il sapere necessario (come uno dei fatti che sono oggetto della scienza, diremmo oggi, e non come la funzione stessa creatrice della scienza), la

nel cui organismo ideale consiste

certezza del sapere al polo opposto del soggetto, nella verit trascendente.

lare,

fede cos pare un sapere immediato, e perci particoladdove la scienza mediazione e universalit: mediazione, in quanto sistemazione del particolare nell'universale. II contenuto della fede bens pel soggetto che crede; ma non si dimostra, ne vale perci universalmente n per al:

La

Platone, Gorgia, 454 E: persuasione rettorica da cui deriva t^


tov slvai.
owvaxTov zie, avvoitiXv olxieiTrjxos XXriXcov toO vTog. Mvti voCv f| toiott) (xdOr^oi; ppaiog v 0I5 fiv jtEQa SiaX,8KTi.xf); qjvoeo); xal \ki\. 'O (lv yg ouvonxixs
:

jtiOTeijeiv iveu
-

Platone, Rep, VII, 537 C


Kal
\Ls,yi.axy\
ixt)

Twv

ixaeTindTtov xal xfj?

vvvrixai.

SiaXEXTixg, &

D'i),

LA VERIT COME CERTEZZA


tri soggetti,

COME

VALORE

7&

e n anche pel soggetto stesso, venutegli

meno

le

circostanze e quello stato suo, da cui la credenza germoglia.

fede

evidente che questa attribuzione dell'immediatezza alla come adesione del soggetto alla verit sua, e della me-

diazione, e conseguente certezza, a

un logo obbiettivo
si

s stante, ideal termine della cognizione soggettiva,

e per regge

su un presupposto, che quello innanzi illustrato del concetto della trascendenza della verit. Per cui la verit, in

quanto trascendente,
solo

il

principio, e la certezza
si

si

consegue

quando

il

soggetto

spogli di tutta la sua soggettivit

e si risolva ed annulli nell'oggetto astratto, in cui,


la logica,

mediante

pu immedesimarsi.

Ma, una volta chiarito l'assurdo implicito nel concetto d'una verit trascendente, la verit, in quanto tale, diviene essa l'immediato: e la fede, come antitesi della certezza, anzi che atto del soggetto, l'astrazione che il soggetto fa da se stesso; e la mediazione, viceversa, consister nello
spiegarsi dell'attivit del soggetto per instaurare,

convalila

dare e valutare la verit astratta.


fede antica
tezza
tica
;

Onde parrebbe che

si

se

nuova certezza, e l'antica certrasmuti per i moderni in una pura fede dommanon fosse pi esatto dire che nel nuovo concetto
si

trasfiguri nella

della verit

si

conciliano e unificano gli antichi opposti della

fede e della certezza. Giacch la fede


diatezza,

come puro

atto

del

soggetto diventa certezza solo in quanto non pi

immein-

anzi quella mediazione appunto

che l'antico
del

tellettualismo e
si

non poteva vedere

nell'attivit

soggetto,

affidava di ritrovare piuttosto nell'oggetto.

4.

L'unit della fede e della certezza.

convien avvertire molto attentamente nel da Cartesio col dubbio metodico, per giungere alla critica di Kant e al concetto del soggetto attuale (sottratto a ogni presupposto) della nostra filoinfatti
:

Questo

movimento

filosofico iniziato

sofia,

non
le

si

tende

gi,

come pu facilmente sembrare a

chi

intenda

cose grossolanamente, a sostituire la fede della

76

IL

LOGO O LA VERIT
Al punto a cui siamo peril significato di questa
certezza moderna,

volont alla scienza

dell' intelletto.

venuti, giova rilevare accuratamente

unit di fede e certezza, che

la

come

concretezza della verit. La quale concreta


evidente dalle precedenti indagini

questo ormai
ed
certa:

se certa;

l^se contenuto immanente all'atto libero del soggetto; che


il

carattere della fede; 2 se quest'atto importa in s, e


il

quindi nel suo contenuto, una mediazione; che


della certezza.

carattere

Come
geva

sia possibile questa unit di fede e certezza

la certezza vera, chiarito dalla stessa necessit

l'antica filosofia a dividere

prima

che che spincontrapporre i due

termini, e dibattersi poi tra la tesi e l'atitesi di quella che

fu una vera e propria antinomia dell'et di mezzo: credo ut


intelligam, intelligo ut credam. Necessit derivata

dal con-

cetto intellettualistico del reale, che, quale presupposto dello


spirito,

non pu essere

spirito.

Talch

lo spirito

non

si

po-

teva concepire

come

quella libera attivit che esso nelil

l'attualit sua, in quanto, p. e., concepisce

reale che

il

suo oggetto;

ma

soltanto

come uno

degli oggetti.

l'abbiamo
si

visto, nel capitolo precedente, a proposito di Protagora.

la fede, atto di libert d'uno spirito cos inteso,

non

Ora pu in-

tendere come niente di mediato, per la semplice ragione che,

quale presupposto esso stesso dello spirito (attuale), fatto cio, che sia termine di constatazione empirica, e come tale, im-

mediatamente posto rispetto allo spirito che lo pensa, perch : un che di contingente, che pu non essere: non legato con quei lacci che debbono stringere la verit. E r immediatezza dell'atto del soggetto che oppone nella filosofia intellettualistica la fede alla certezza.

Ma
fede, ci
analisi,

se
si

anche

il

contenuto della certezza, cos opposta alla


si

manifesta, quale

manifestato nell'antecedente certa

un che d'immediato, noi sappiamo che non

n la verit che era contenuto della vecchia fede, n quella che le voleva sostituire la vecchia certezza, bens la verit di una fede che sia essa stessa certezza che cio come atto
:

di libert sia mediato, e

come

tale,

necessario e universale.

LA VERIT UOMB CERTEZZA B COMB VALORE

77

poich r impossibilit di vedere nel sog^getto la mediazione nasceva dalla posizione intellettualistica in cui lo spirito si collocava per guardare tutto, e quindi anche se stesso, tale impossibilit cade, ove si abbandoni cotesta posizione, e lo
spirito

tenuto di esperienza, anzi


l'atto

non venga pi considerato come oggetto, come il soggetto di tutti


tutti
i

fatto,

con-

gli oggetti,

che genera
i

fatti,

l'esperienza stessa, che pone

via via tutti

suoi contenuti,

5.

La
il

verit

come valore.

Per raggiungere

il

pieno concetto di questa certezza, che

solo per cui possa concepirsi quella verit del pensiero a

cui mira la logica, bisogna ritornare al primo principio dell'

idealismo cartesiano, che non presuppone l'essere al pen-

sare,

ma

lo

fa consistere

appunto nel pensare; e intendere

questo pensare
rati: intelletto

come unit dei due termini da Cartesio sepae volont. La quale, in Cartesio, per presuppresuppone anche

porre r intelletto, che presuppone l'essere, riesce anch'essa

una
lei,

sorta d'intelletto, e in ultima analisi


l'essere.

Qui

si

scopre subito quell'aspetto delia verit che s' an-

dato finora cercando


pensiero antico
sole

che

fu l'esigenza implicita di tutto

il

ma

che doveva restare avvolto nella pi

il suo splendore che pu illuminarlo: il valore della verit. Che l'aspetto a cui sempre si guardato, ma che non si po-

oscura nebbia finch non sorgesse in tutto

il

tuto finora vedere nettamente, ancorch


tutto

non

di rado, sopra

negli

ultimi tempi, energicamente


si

asserito; poich la

posizione intellettualistica non

superata

davvero mai in

modo

speculativo.
infuori di quella che (r ovra g eattv).

Nella posizione intellettualistica non c' verso di concepire altra realt


Si badi:
il

all'

presente, a chi ben rifietta, quello di


tuitosi

tale

in grammatica un un essere gi costi{factum), la cui azione generatrice un fatto compiuto. rimane, anche se si muti in un sar l'essere della

significato di questo

che

78

IL

LOGO O LA VERIT

natura (presupposto dello spirito), la quale si dispiega bens nel tempo, ma in un tempo contenuto del pensiero, tutto preanzi passato, in quanto viene pensato. Che l natura l'oggetto astratto dell'esperienza: ossia quello che contenuto della nostra esperienza, ma in quanto noi Io stacchiamo da questa esperienza e lo assumiamo, o meglio,
sente gi,
lo lo

presumiamo come quel che gi era perch empiricamente


potessimo conoscere.

E
sia

in

tanto perci

si

presenta nelc' gi.

l'esperienza presente, in quanto, per s,

come natura,

per realizzarsi domani, come il ritrovarsi del sole a un certo punto dell'orizzonte, o fra millennii, come lo spegnersi di esso: giacch la previsione non
consiste se

C' gi, anche quando

attuato e

non nella constatazione d'un processo, che gi non pu pi mutare *.


fu detto che la natura pensiero pietrificato.

Bene perci

E
lo

tutto natura, se

non

spirito,
si

ma

suo limite e condizione:

in natura, ormai chiaro,

quanto che uno degli esseri che sono oggetti della nostra esperienza. E questa natura non ha valore. Il naturalismo spinoziano, che la forma pii logica della filosofia della realt intesa come presupposto dello spirito (come sostanza, nel linguaggio dello stesso Spinoza), , si pu dire, tutto scolpito in quelle famose
converte
lo stesso spirito in

vediamo nella natura,

attivit di quell'uomo,

parole del Trattato politico:

Cum animum

ad PoUticam

(e

altrettanto si ripeterebbe per qualsiasi altra scienza della vita

dello spirito) applicuerhn, ut ea, quae

ctant

eadem animi

lihertate,

qua

res

ad hanc scieritiam spemathematicas solemus,

inquirei-em, sedulo curavi

humanas

actiones

non

ridere,

lugere, neque detestari, sed intelligere... atque adeo


affectus,

non humanos

non ut humanae naturae vitia, sed ut proprietates contemplatus sum, quae ad ipsam ita pertinente ut ad naturara aris aesttis, frigus, tempestas, tonitrus et alia eiusmodi,
quae, tametsi incommoda sunt, necessaria tamen sunt certasque

habent causas, per quas eorum naturam intelligere conamur,


et

mens eorum contemplatione aeque gaudet, oc earum rerum


1

Cfr.

Teoria generale dello

spirito'^,

cap. XII.

LA VERIT COME CERTEZZA

COME VALORE

79

cognitione quae sensibus gratae suit^^.ha, libertas

animi

di

Spinoza l'apatica e morta comprensione intellettuale, che contiene la verit cos come Io specchio contiene l'immagine, o, per usare una frase di Tommaso d'Aquino, come la luce
riflessa nella parete.

6.

La

lilfertas

animi e Vamor Dei

intellectitalis di

Spinoza.

Ma

questa Uhertas animi cede da ultimo

il

luogo, nella

stessa speculazione spinoziana, e in ogni filosofia intellettualistica (si ricordi infatti l'origine

neoplatonica del concetto),


.

a un pathos superiore, all'awor Dei iitellectualis Anzi essa da ultimo si svela come questo amore, onde Dio torna a s

come autocoscienza, amando

e intendendo se stesso.

Il

che

vuol dire, che in tanto un naturalismo possibile, in quanto costruzione intellettuale che inconsapevole celebrazione che lo spirito fa di se medesimo. Il Dio che ritorna a s come

amore
tica,

intellettuale,

non

la sostanza, la natura, quell'astrat-

tezza paragonabile alle linee e ai

numeri della matema-

ma
lo

bens la coscienza di questa sostanza, la filosofia,


si

sublima l'anima santa di Spiintelligere (come nel caso della matematica e della scienza della natura) con perfetta indipendenza verso il suo oggetto, posto di l da esso, ma solo amando, immedesimandosi con l'oggetto, e sentendo in
in cui con ardore religioso

noza:

spirito

che non pu pi

esso palpitare la propria vita.

7.

Il

valore

come

libert o necessit spirituale.

Cos ci che apparisce allo spirito senza valore suppone


lo spirito,

a cui apparisce; spirito, che

il

valore, e in cui

checchessia,

apparendogli, attinge valore. La differenza tutta qui: che la natura , ma non dev'essere, non neces-

1 Tract. poi., I, 4; cfr. Ep. 30; ed Ethic. Ili praef., dov' la frase anche pi celebre perinde ac si quaestio de lineis, planis aut de corporibus esset. Cfr. anche Eth., IV, 35 sch.. 50 sch. e 57 sch.

80

IL

LOGO O LA VERIT

sario che sia; laddove lo spirito


essere. Quella

differenza

non se non in quanto deve appunto che Platone additava tra

opinione vera e scienza, tra semplice conoscere e conoscere

logicamente;

ma

intesa a dovere.
il

Per

fissare la distinzione tra l'essere delle cose e


si

dover

essere dello spirito,

suole distinguere tra necessit fisica


si

e necessit spirituale; e cos spesso

finisce col lasciarsi

sfuggire la radice pi profonda della distinzione stessa. Per

intendersi meglio, convien fermare l'attenzione sull'equiva-

lenza della necessit dell'essere (naturale) con la contingenza*, e sull'equivalenza invece della necessit del dover essere
(essere spirituale) con la libert.
si

Doppia equivalenza,

la quale

scorge appena

consideri che la prima necessit la ne-

come empiricamente si iam praeterita aetas lucreziana -, del semel emissum irrevocabile verhum di Orazio^; e l'altra invece la necessit dell'atto della realt che si realizza. La realt realizzata necessaria perci in quanto contingente, laddove la realt nel suo atto di realizzarsi necessaria come rapporto fra principio e principiato d'uno
cessit della realt gi realizzata, o,
dice, del passato
:

dell' irrevocabilis

svolgimento in corso: rapporto a


una necessit dommatica, che

priori, e,

come

tale,

vera-

mente necessario rispetto ai termini di cui sintesi.


si risolve,

La prima

per la critica, in

una non- necessit; la seconda invece, vera, assoluta, critica necessit. La quale non pu essere se non, com' evidente,
in relazione al pensiero, in cui deve farsi sentire.

Ed
fronte

sola che rampolla dal seno stesso del pensiero.


al
fatto,

pure evidente che pel pensiero la necessit quella Il quale di


alla

cos

detta verit di fatto, non

pu

vedere nessuna necessit, perch il fatto, per definizione, accidentale: ci che pu non essere, essendo tuttavia il pensiero. Ma di fronte a ci il cui non-essere importi il non-

1 Intorno alla fallacia del rapporto posto dal contingentismo tra contingenza e libert cfr. Teoria generale dello spirito-, pp. 145-151. 2 LucK. de rer nat. I, 468.

EpisL,

I, 18,

71.

LA VERIT COME CERTEZZA B COME VALORE


essere del pensiero, questo sente la necessit, poich
siero
lui,
il

81

pen-

non pu

questa

la sola necessit

che

ci sia

per

astrarre
8.

realmente, consapevolmente, da se stesso.

La

necessit dello spirito sola necessit assoluta.

Ora ci da cui il pensiero non pu prescindere senza negare se stesso, soltanto quell'essere che la realt in cui
esso
si

realizza (la substantia cogltans di Cartesio, lo spirito


realt ci
le
si

come autoctisi). Questa

presenter in infinite

forme in cui si realizza il pensiero: ma tutte queste forme infinite sono quello che sono in quanto essere del pensiero che pensa. Intendere la necessit di ci che dev'essere, ossia di ci che ha valore, intendere
forme, poich infinite sono

questo essere del pensiero.

Tale essere, a sua volta, si pu intendere in due modi ben diversi; e chi non si renda esatto conto della differenza che corre fra questi due modi, non pu penetrare nell'ultima
essenza di quella necessit, a cui
ficile ci

tutti ci

sentiamo legati
consista.

in

ogni istante della nostra vita spirituale, mentre pur cos


riesce a dire in che questa necessit

dif-

Per

designare distintamente questi due modi possiamo ancora una


il punto di vista astratto o inpunto di vista concreto proprio dello spiritualismo assoluto giacch l'essere del pensiero noi lo possiamo intendere come oggetto di contemplazione o cognizione

volta rifarci dal divario tra


il

tellettualistico, e

intuitiva: oggetto intuibile soltanto in virt di

una

attivit

opponga, e che sar pure pensiero; e lo possiamo, e dobbiamo, intendere pure come quest'attivit, che si rappresenta, sia pure intuitivamente, la realt del pensiero. Se noi, p. e., parliamo di idea, questa idea pu essere ideato e ideare: termine del pensiero o pensiero,
intuitiva che gli
si

pensiero pensato o pensiero pensante.

Pu

essere

bens, qui significa soltanto

si

pu credere

che sia>; e si pu credere infatti che sia or l' una or l'altra cosa; perch oltre a pensare, noi analizziamo il pensiero, e astragghiamo un elemento, cos analiticamente fissato, dagli
G. Gentile.
6

82
altri

IL

LOGO O LA VERIT

elementi. Ma, in realt, non c' pensiero se non in quanto pensante, il quale non oggetto di contemplazione,

anzi, se mai, attivit contemplante, e,

come

tale,

vera e pro-

pria azione, produzione, creazione di essere. Quella creazione

operosa, la cui fatica sente ognuno che pensa, e che logora


le forze

dell'individuo empirico non

meno

del rude lavoro


i

di chi ara la terra, o di chi col piccone squarcia

fianchi
si

dei monti, o

doma

le fiere

selvagge, o solca

mari, o

leva

alto per l'aria a fender

con l'ale le nubi. Quell'altro pensiero, che sarebbe pura contemplazione fredda e passiva, estema alla realt (e quindi non sarebbe reale!), quello non pen-

siero,

ma

concetto del pensiero partorito dall'intuizione ine dello stesso

tellettualistica (falsa) della realt in generale,

uno sproposito, e che bisogna pure una volta risolversi, con un po' di buona volont, a superare e metter da parte, quando si voglia entrare
pensiero.

Un

concetto

insomma che

nella via

maestra della

filosofia

consapevole delle sue con-

quiste ormai veramente sicure e definitive.

9.

Idealit della realt spirituale.

Orbene, se

si

considera

il

pensiero

come questa

realt in

com' naturale, innanzi a una realt sui generis, imparagonabile a qualsiasi altra, che a sua volta non si pu pensare se non in funzione di questa e in
via di prodursi,
ci si trova,

opposizione a questa. L'essenza affatto unica di questa realt


di essere unit di realt e idea: realt in in quanto realt.

quanto idea, idea

L'essere del pensiero nel suo prodursi acquistar coscienza


di s, costituirsi
c', in

come concetto
stessi,

di s;

dove Tessere

in tanto

quanto

si

possiede nella coscienza. In tutto ci che


altro pensare, altro essere, o fare

opponiamo a noi

che Tessere sia. L'idea d'una casa, non la casa, e tracciarne il disegno non edificarla. Ma nel pensiero, nello spirito, comunque inteso, il suo essere consiste nel suo porsi innanzi a s come un certo pensiero, una certa forma spirituale, una certa idea. Dante quel poeta che egli riusc

LA VERIT COME CERTEZZA

fi

COME VALORE

83

ad

essere, realizzando

fuori della quale e senza la quale ei

se stesso: ossia

Commedia, che tutta un'idea, non avrebbe realizzato quel che Dante effettivamente fu, ed . E
la

ogni volta che si pensa checchessia, noi siamo il nostro pensiero, che coscienza di s, fuori della quale noi non sa-

remmo

quello che, a volta a volta, siamo. Tale essere unico del pensiero, in cui la realt idea e l'idea realt, in cui cio la realt si idealizza in quanto si realizza, e l'idea si realizza per idearsi, questo la ne-

dover essere di ci che ha valore. Una realt non fatto; e un fatto un'idea non reale (idea platonica, in s considerata, scissa dalla natura, che innamorata della bellezza di lei, e a lei quindi aspira). Ci che non un fatto, sibbene ci che deve farsi, ed bene farsi, male non farsi, ossia ci che propriamente e solamente necessario, l'idea nel suo realizzarsi, la realt nel suo idealizzarsi, e insomma lo spirito come unit dei due termini, che sono soltanto opposti e ripugnanti appena si esca dall'atto del pensiero e si getti lo sguardo sull'astratto oggetto di esso.
cessit,
il

ideale

un

10. Il

valore

come unit

del soggetto e del logo.

Con

la dottrina della volontariet del


si

vero e con quella

della certezza la filosofia

accostata al concetto del va-

lore della verit, del dover essere del pensiero. Concetto che per non si ottiene se non quando si sia superato ogni dualismo d'intelletto e di volont, ossia ogni dualismo di pensiero

ed essere, idea e realt, e la certezza non apparisca pi immediata presenza di fatto del soggetto nel suo oggetto, n come integrazione d'una verit preesistente, ma come quell'unit del pensiero con l'essere che consiste nell'autoctisi propria del pensiero in atto, che, pensando pone il suo essere. 11 valore il 8e0|.ii; platonico: non il logo obbiettivo, n il subbiettivo che astrattamente si ponga di fronte al soggetto di cui logo (pensiero pensato):
getto e del suo logo.
Il

ma

l'unit del sog-

qual logo, inteso in maniera trascenil

dente, apparisce

come

^tyo; |uv?

di Eraclito,

come

l'idea

84
di Platone,

IL

LOGO O LA VERIT
:

come

intelletto attivo aristotelico

forme ha avuto
intelligibile,

la

e quante altre quale essere sempre verit concepita pur

ma

presupposto del pensiero in atto. Vedremo

ora come
processo,

e perch questo eang, che sintesi d'opposti o


si

polarizzi verso ciascuno dei

due termini, e ge-

neri nella sua dialettica la libert del soggetto e la necessit

dell'oggetto del puro conoscere.

Capitolo IV

LA DIALETTICA DEL VALORE

1.

L'unit di realt e idea, propria del valore, non presupposto del pensiero in atto.

Il

valore,

si

detto, appartiene alla verit in

quanto la

verit certezza: e certezza in quanto essa l'essere del

pensiero, che unit di realt e idea: quel processo di pro-

duzione di
si

s, in cui

il

pensiero consiste.
il

Il

concetto del va-

lore compie, anzi realizza

concetto della verit, perch esso

concepisce come

la
il

negazione di ogni immediatezza.


proprio dell'unit di realt e idea, in
si

Questo
cui

infatti
il

consiste

valore: che cio,


si

guardi alla realt, o


dei

si

guardi all'idea, o
l'unit

guardi

al loro

rapporto di medesimezza,

come

valore vien
si

meno appena uno


al

due termini
si

il

rapporto

presupponga
gi

pensiero in atto, e

con-

sideri quindi

realt

pure considerato,
sciarsi sfuggire
si
il

Tale invero pu esser e qui il pericolo di equivocare e laquell'essere che nodo della questione,
realizzata.

pone come idea (p. e. in Platone); e tale anche, se unit di realt e idea, quando se ne faccia un rapporto logico che rientri in un logo astratto e trascendente. Donde consegue
poi che, concepita

come gi

realizzata, e quindi immediata,

l'unit di idea e di realt, possa tuttavia


sta tale unit la realt

sembrare che in que-

venga a idealizzarsi, ma essa sia effettivamente intesa in modo da escludere affatto ogni idealit, e dare in luogo dell'idea un doppione della realt. La quale, nel pensiero di tutti, non altro che contenuto dell'idea, ma non l'idea, ond'essa vale rispetto al pensiero.

86

IL

LOaO O LA VERIT

2.

Immediatezza dell'essere che puro essere.

L'unit, di cui
cio

si tratta,

non

realt realizzata, soltanto

non presupposto di pensiero, quando sia l'atto del

pensiero nel suo svolgimento. Solo in questo svolgimento avviene quell'unificazione di essere e non-essere (idea e materia), che Platone cerc sempre invano, e lasci dopo di s

come

il

segreto della filosofia.


infatti

L'immediatezza
bile.

dell'essere

puro, tutto essere:

il pensaEsso Dio, esse quo maius cogitavi nequit, e che non potrebbe definire se stesso (se potesse) altrimenti che dicendo: Sum qui sum. N possibile che alcuna determinazione estrinseca acceda all'essere, come essenza universalissima della realt oggetto del

categoria universalissima, onde noi pensiamo tutto

Posto

il

pensabile, esso

pensiero; perch ogni determinazione bens negazione di


altre
possibili

determinazioni (delle contrarie, che sono


in

non

dell'essere, s del pensiero che all'essere si contrappone);

ma

in

se

stessa,

quanto determinazione dell'essere,

posizione di essere.

Questa impossibilit, pel pensiero che chiuda la realt nel suo opposto, di uscire dal concetto dell'essere, la immutabilit dell'essere, illustrata dalla filosofia

la

parmenidea: ossia negazione d'ogni processo, che, restando nei confini della stessa realt, importi a grado a grado una realt nuova, una

forma nuova

di essa,

una

distinzione di essa tra s e s.

La

distinzione infatti implica

una

differenza, e l'essere essere,

identico con se stesso, immutabile.

3.

L'essere puro e l'immutabilit della natura.

Essere immediato ogni essere che sia puro essere. Puro due sensi, che poi coincidono: puro, in quanto essere, e non pensiero e puro altres in quanto essere, e non nonessere. I due sensi, come apparir in seguito, coincidono. Ma giova qui fermarsi un istante sul primo di essi.
in
;

LA DIALETTICA DEL VALORE


L'essere

87

ossia ogni essere inteso che solo presupponendolo possa pensarlo, immediato, ancorch appaia a prima vista mediazione, relazione, sistema, movimento, svolgimento, o sotto qualsiasi altra categoria che importi negazione dell'essere immediato. Basta pensare al fuoco di Eraclito o

che non

pensiero,

come l'antecedente

del pensiero

due concetti che semsono in antitesi col concetto dell'immediatezza propria, in modo tipico, di questo essere. Perch l'immediatezza non vuole gi un essere indiflferente,
alla yveaiq platonica e aristotelica:

brano,

e,

dentro certi

limiti,

ma

identico bench differente:

renziato,

un essere cio che, non muti mai n possa mutare, perch


farsi.

se diffe gi, e

non deve

Ne importa che

queste differenze

si

spieghino
tutti
i

successivamente, nel tempo, una dopo l'altra: poich

momenti

del

tempo
si

al pensiero,
lo

che se

li

rappresenta nella

serie per cui

stende

sviluppo della realt nel suo in-

sieme, sono compresenti, e formano quell'istante estratemporale in cui


s'

intuisce la realt pensata, tutta insieme.

la

natura natura pel pensiero, in cui Jtdvta gel, come vuole Eraclito, o vvexai, come, dopo Aristotele, si continuato sempre a dire, in quanto quella certa natura, legata e stretta nelle sue leggi adamantine: un movimento che non muta mai, n scema, n cresce.

La

stessa storia

umana,

in cui

si

venuta realizzando

la civilt, lo spirito, se ce la rappresentiamo

come

l'antece-

dente della coscienza che noi possiamo acquistarne, in s dato, e che quello che , ci piaccia o ci spiaccia, diventa
materia di quel tale intelllgere di cui ci ha parlato Spinoza, e che sarebbe scioccheria approvare o disapprovare. gi

un
il

fatto;

un

fatto,

rispetto al quale la ricerca bens

me-

diazione e processo di continue approssimazioni;


fatto
sigillato,

ma

perch

termine della ricerca qualcosa di fisso, chiuso e assolutamente determinato in se stesso: puro essere, fuori del nostro pensiero ^.

Cfr. ]a

mia Riforma

della Dialettica hegeliana,


spirito'^, p.

Messina, Principato,

1913; e la Teoria generale dello

152 e ss.

88

IL

LOGO O LA VERIT
come unit

4.

La mediazione

del pensiero

di essere e di non-essere.

Vedremo a suo luogo che questo preteso


mediato, esterno
e
si

essere, cos,
si

im-

al pensiero,

impensabile; e se

presunto

mai, n mai sar pensato.

continua e continuer sempre a presumere, non stato Il pensiero mediazione. Quando Platone, per pensare l'essere, si sequestr dal

mondo

sensibile e si chiuse nelle idee, che sono tutte essere senza mistura di non-essere, ei vide gi nelle idee, nel prodialettica
',

blema della
(rcQaq)

risorgere

il

non-essere come limite

sua dialettica mira infatti a risolvere l'arduo problema di pensare l'immediato essere dell'idee, risolvendo l'immediatezza dell'essere senza contaminare l'oggettivit trascendente delle idee.
dell'essere.
la

Problema assurdo: poich

le

idee nella loro trascendenza,

come presupposto

al pensiero, sono,

per definizione, essere;

e perci immediatezza. Platone che nella Repubblica,

conforme

allo stretto spirito del suo idealismo intellettualistico, fa coin-

cidere l'essere dell'idea con la sua conoscibilit

^,

ed esclude

quindi dalla cognizione, quasi respingendolo


essa,
il

al

margine

di

non-essere, nel Sofista, elaborando la sua dialettica

della xoivcovia tc5v y^vcv,

onde

le

idee

si

connettono tra loro

nel sistema del pensabile, arriva a fare del non-essere

un

eleil

mento essenziale

delle idee (cio dell'essere stesso), senza


^.

quale nessuna idea potrebbe esser pensata

Ma
il

pur chiaro che non c' n

ci

per Platone, tra un vvog e la xoivcovia

xcv yevcv.

pu esser differenza, Perch tutto

complesso delle idee, connesse nel loro sistema, in cui ciascuna idea se stessa e non le altre, , ed esclude da s assolutamente il non-essere: laddove esso poi avrebbe pur

Cfr.

il

Filebo,

il

Sofista e

il

Parmeude.
n^f)

Rep. 4"7 A: x nv
P. 258 D:
T(j,85

jtavxsXJ; v jiavreXcos yvcoOTv,

6v 6

(iT)8atJ.ii

JtdVTIl fi^VCOOTOV.
^

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T elo; o ivyfMei 6v

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vto?

jiecpTivdjieBa.

LA DIALETTICA DEL VALORE

89

bisogno di negare se stesso per diventare coscienza di s nella dialettica del filosofo: negare se stesso, perch fino che non ci sia altro che esso, cos com', presupposto della
coscienza, non c' la coscienza.

Platone, non risolve dunque il problema; ma il bisogno che nei suoi dialoghi dialettici ha sentito, di introdurre il non-essere nel seno stesso del suo contrario, per renderlo
pensabile,

l'indicazione

della

via

di

uscita

dal chiuso

concetto dell'essere immediato. Nell'essere, che immediato se non pensiero, la mediazione pu venire soltanto dal
non-essere. Cio l'essere che pensabile, e non immediato,

l'essere che
Il

essere,

ma

anche non-essere.

pensare infatti interviene nell'essere, non come quell'essere che gi l'essere , astratta affermazione; ma come negazione, ossia concreta affermazione, che pone l'essere negandolo. Cos che ogni essere che si pensi, secondo la dialettica platonica, s e non altro: del quale altro esso

n quindi ha modo in s di riferirvisi. la sfera dell'essere, ed quell'unit di esso e di altro, che suppone un'attivit superiore, diversa da quella che pu derivare dall'essenza di ciascuno de' due
in s

non ha

nulla,

La relazione sorpassa

termini, nella quale tutto

il

loro essere.

La

negativit, pertanto, che Platone

ciascuno degli elementi del suo logo,


in ciascuno degli elementi

ma

riesce a vedere in che non pu vedere

come cosmo

ideale, un'integra-

zione dell'essere proprio di ciascuno di

tali

elementi; la quale

ha luogo

quanto, oltre l'essere, c' un'attivit integratrice, che raccoglie, sintetizza, unifica e per rende pensain
bile l'essere stesso,

facendone l'essere del pensiero.

5. Il

pensiero negazione dell'essere nella dialettica


e nella vita.

Il

pensiero interviene dunque a mediare o dialettizzare

l'essere,

come sua negazione. La

quale,
si

si

badi, la sola

vera e concreta affermazione che

possa fare dell'essere. Perch l'affermazione che non sia questa negazione, ade-

90

IL

LOGO O LA VERIT

sione del pensiero all'essere presupposto, in guisa da immedesimarvisi immediatamente, senza distnguersene punto: e
cio, in fine,

non affermarlo. Laddove

la reale

affermazione

importa la distinzione tra pensiero ed essere: tra l'essere immediato che opposto al non-essere, e l'essere mediato, che unit di essere e di non-essere. Codesto infatti il pensare, che ci addita Platone: l'essere che non soltanto, ma anche non ; e non , per essere quel che ^ Concetto che si fa chiaro ed evidente se si
approfondisce assai pi che non fosse possibile a Platone,
impigliato nell'opposizione da cui era partito, tra l'essere,

che puro ente, e il pensare, che divenire. Il pensare infatti che non presupponga il suo essere (guai a chi si presupponga quale vuol essere, e non lavori ad essere tale!), quel che non . Si ricordi la sapienza somma di Socrate riposta nella coscienza della propria ignoranza: che, tradotta in altro linguaggio, pure la bont somma di chi rabbrividisce della coscienza della propria miseria morale;

ed ogni alto valore o realt spirituale, in quanto coscienza di non aver nulla fatto, e dover tutto fare. Quel che siamo costituisce la nostra natura gi se qualcosa gi siamo (prima o seconda natura, temperamento naturale o abito acquisito, ma gi meccanizzato), che non ha valore, n la possiamo far valere come quella nostra personalit, in cui riponiamo pi propriamente il non essere. La scienza stessa non quel ritenere, dopo avere inteso, di cui parla Dante*, se non in quanto la conservazione del gi inteso si dimostra

un nuovo intendere,
quel che
si :

rispetto al quale
il

il

gi inteso nulla.

Cos che tutti sentiamo


dico

nostro

essere nel nostro farci

nostro essere in relazione a quel

noi,

che
il

si

afferma e dice:

Noi; ed insomma l'autocoscienza,

principio attivo e sostanziale dello spirito.

i Si noti che Platone stesso nel Timeo^Tp. 27 A aveva prima badato a distinguere xi x v et, yreaiv 'o'x y^ov, xal xi x Yiyv^evov (iv del 6v 6 o'jtoxe: dove la ysveois elvai e yti] elvai. 2 Far. V, 42.

LA DIALETTICA DEL YALOBE

91

6.

essere, n non-essere.

essere, n non-essere. Il pensiero


il

non pu dire

di

non

suo dubbio certezza, la sua negazione affermazione. L'astrazione che esso tentasse di fare
essere senza essere:

da
si

s,

pu

sarebbe sempre posizione di s. Il pensiero da cui fare astrazione e che si pu ben dire non sia, non
il

gi

pensiero che astrae e nega,


perci

ma un

altro

pensiero

che, rispetto al pensiero astraente e negante, varsi

viene a tro-

come un presupposto;

non pensiero,

ma

fatto,

natura, realt immediata, non avente nulla di quQl valore

che propriet del pensiero. Quando il pensiero si prenda tale, nel suo valore, com' possibile solo quando si consideri non dall'esterno, come pensiero diverso da quello che pensa, allora non c' modo di negarlo, perch quello appunto che dovrebbe negare, con un atto che sarebbe sempre la sua afiermazione.

come

7.

Unit

di essere e di non-essere,
spirito.

come svolgimento,
Il

pensiero, in quanto atto di pensiero, perci,

come

si

non essendo, e non essendo. Unit di essere e non-essere che s'intende quando si pensa il divenire, onde si nega l'immediatezza dell'essere, mantenendo bens l'essere,
detto,

ma come
feribile

identico al suo opposto. Concetto per altro intelli-

gibile soltanto se

l'uso

non si toglie come astratta categoria rimeccanicamente a un qualunque contenuto, secondo empirico che ordinariamente ne facciamo, alterandone
il

e falsificandone
Il

significato.

divenire la categoria della realt universale,

ma

solo

se questa realt nella sua universalit s'intende


siero

^ Perch, secondo gi abbiamo osservato,

come penuna realt

Cfr. la

Riforma

della dialettica hegeliana, p. 12 ss.

92

IL

LOGO O LA VERIT

che non sia pensiero, perci immediata, senza divenire; e quel divenire che a una tale realt si pu attribuire l'essere del divenire, ossia il divenuto, astrattamente considerato, fuori del processo dello stesso divenire.
ci si sforzi di cogliere
ci si
il

Laddove, quando

processo di cui l'essere risultato,

trova di necessit innanzi a un aut-aut indeclinabile:


si

o quel processo pensiero, e


o lo concepiamo
finizione,

spiega la genesi dell'essere;


de-

come diverso dal pensiero, ed ecco, per presentarcisi come impenetrabile al pensiero.

gnoseologica svolta dal Vico nel sapientia (1710), e pi profondaItalorum antiquissima De mente nella Scienza Nuova (1725), nella sua parte positiva e nella negativa. La mente conosce quello che fa: la mente umana costruisce i numeri e le figure, e per pu conoscerne
Si ricordi la dottrina

l'essenza, nella matematica; fabbro del


della storia, e perci

mondo

delle nazioni,

pu averne scienza: ma la natura, il cui processo opera (creazione) d'una Provvidenza non ragguagliabile alla mente dell'uomo, si sottrae perci ad ogni

umana

investigazione.

se

nella

storia

umana

l'artefice

vero una divina Provvidenza ignorata per lo pii dalla limitata e passionata ragione degli uomini, la nuova scienza resa possibile dalla identit sostanziale tra la ragione tutta spiegata dell'uomo e quella Provvidenza, Dove si noti che
nella sua parte negativa la dottrina vichiana

non inven-

zione od opinione singolare del filosofo napoletano; bens la conclusione necessaria a cui pervenuta sempre ogni filoempirista, positivista, sostanzialmente agnostica, movente comunque dal supposto del divario tra processo del reale e processo del pensiero. Ma l'inconoscibilit del processo del reale, in quanto esso non coincide col processo dello stesso pensiero che dovrebbe, conoscerlo, deriva da una troppo semplice ragione, che non ci pu esser indicata dal dualista ed , che cotesto supposto
sofia
;

processo non
gi

esiste.

Infatti, se ci

un

fatto,

come abbiamo

visto:

proviamo a pensarlo, esso non pii un processo,

ma

un

resultato.

LA DIALETTICA DEL VALORE


Risposta a chi neghi
concetto del divenire

93

8.

il

come

atto dello spirito.

Per superare
volta,

il

fatto,

l'essere,

l'immediato, ancora una


rivolil

non c'

se

non un modo: rientrare nel pensiero,

gersi all'atto in funzione del quale l'essere , e


in essere.

fatto gi

Di qui

la difficolt singolare e
Il

del concetto del divenire.

quale, se
si

insieme l'estrema facilit si vuol fissare con


l'essere,
il

quello stesso pensiero con cui

pensa

che

la ca-

tegoria fatta per pensare tutto ci che

pensiero oppone a

se stesso (cio tutto, tranne se stesso), troppo chiaro

che

non potr parer mai altro che un'idea confusa, e ogni sua esposizione un semplice esercizio verbalistico. Ma, quando si sia capito, che tal concetto pu esser pensato soltanto come

come quell'autoscienza, che salta fuori vigorosa anche dall'avversario e dall'ironista della categoria
pensiero del pensiero,
del

divenire, allora nulla pi evidente di


,

quell'essere

che

non

e di quel non-essere che , in cui questa categoria

consiste.

giare per creder di opporre


la

Zenone poteva contentarsi di passegil pi valido argomento contro negazione del movimento, noi possiamo contentarci anche
Se l'avversario
di

di

molto meno contro chi

ci contesti la realt del

nostro con-

cetto del divenire; basta lasciarlo parlare (cio, affermarsi).

9.

L'antitesi del valore e del divenire.

Ma

se

il

valore della verit consiste nel pensiero, unit

di realt e idea, cio divenire;

come

si

spiega l'antitesi in

cui ordinariamente ci

si

rappresenta valore e divenire?


il

La

verit certamente l'opposto del divenire, se per vecui concetto noi abe trovato assurdo

rit s'intende quel logo trascendente,

perch il divenire nega quella fissit massiccia dell'essere, che si vuol assicurare alla verit dagl'intellettualisti, e che ci che teste noi abbiamo battezzato come immediatezza. E si potrebbe opporre alla
:

biamo analizzato

94

IL

LOGO O LA VERIT

nostra confutazione del concetto della trascendenza il vecchio adagio che adducere inconveniens non est solvere argumentum
;

e che, salvo a liberare

il

concetto della trascendenza dalle

critiche, a cui fatto segno, quel

gica tener fermo alla distinzione tra

e la verit che in aeternum stai:


limiti e

che preme intanto alla loil pensiero che diviene quella verit divina, che

al di sopra di tutte le passioni, di tutti gli errori, di tutti


i

conseguenti contrasti ond'pienala storia del sa-

pere umano, quasi stella polare della scienza, che altrimenti navigherebbe alla cieca, non si sa perch n come, per un

oceano buio, sterminato, pauroso: misera zattera, in cui nessun Socrate avrebbe animo di arrischiarsi e andare incontro
alla morte.

N rum et

possibile infatti fermar l'animo nell' identit del

ye-

factum, anzi veruni

et fieri, se

non s'adempie a rigore

la condizione dianzi accennata per l'esatta speculativa intel-

ligenza del concetto del divenire. Giacch la mente che adom-

bra dell'equazione tra verum e


il

fieri,

quella che concepisce

fieri

del pensiero analogamente al fieri attribuito alle cose

natura. Cos diciamo tutti che ogni concetto o personaggio storico bisogna collocarlo nel suo tempo e giudicarlo storicamente, intendendo che le categorie di giudizio proprie di quel tempo abbiano un valore relativo ben differente dal valore assoluto di una verit matematica e metafisica, e cio d una vera e propria verit distinguendo una verit storica, che transeunte e caduca, e verit pu dirsi perch parve
della
:

verit,

quantunque

tale

non

fosse; e

una

verit eterna,

come

quella dell'esempio familiare a Spinoza, che la


angoli interni di

un

triangolo sia uguale a

somma degli due retti. Ma in


.

d'una distinzione anfibologica, fondata su due significati differenti della parola verit > La quale
questo caso
si

tratta

una

volta adoperata per designare

un

fatto,

un'altra

volta per designare

un

valore.

Quando

infatti

diciamo che

non bisogna giudicare gli uomini del passato con le idee d'oggi, non vogliamo gi dire che siano da giudicare ricercando, p. e., se essi pensarono come allora si credeva dovesse pensarsi, ma vogliamo dire piuttosto che non sia il

LA DIALETTICA DEL VALORE

95

caso di giudicarli. Constatiamo, non giudichiamo: giudicheremmo, invece, facendo intervenire nel pensiero del passato
le

categorie attuali; e infatti giudichiamo in quanto riteniamo


idee fossero del

assoluta verit, e non


tali

regge: la verit,
si

proietta nella
fatti.

mera apparenza, che realmente quelle tempo *. La distinzione, dunque, non non pi verit, in quanto tale, quando storia empiricamente intesa, come succes-

sione di

10.

Conciliazione dell'antitesi.

Ma

sta

mai storico, soggetto

appunto in questa alta dignit del vero, che non al tempo e variabile con esso, ma

eterno in ogni sua determinazione, la ragione della equazione del vero col divenire.

La

storia,

come

tanti fatti, l'un

diverso dall'altro, e

tutti

atomisticamente
li

fissati

innanzi al

pensiero che empiricamente se

rappresenti,

nire, anzi essere, stare. La storia l'oggetto del pensiero, il suo presupposto naturalisticamente concepito, sibbene esso il pensiero nell'atto di pensare e porre a s un oggetto che si spiega nello spazio e nel tempo, restando esso nell'unit da cui tutta la variet molteplice, estesa nello spazio e successiva nel tempo, germoglia. Unit che , s, essa stessa, distinzione, ma non per un certo numero di forme o momenti numerabili: due o tre o quattro o di numero infinito poich un tal numero avrebbe l' unit come un suo elemento, e per postulerebbe una pi radicale unit sintetica, unificatrice della molteplicit nella totalit del nu:

non diveche divenire, non

mero.
si ragguaglia la verit, il divenire vero divenire, non quello del molteplice (dei molti fatti, che sorgono e cadono, nel regno aristotelico della yveaig e della qpeoQd): che quel divenire apparente e

Il

divenire con cui


il

dell'unit, che

goria
ritto,

Circa questa dialettica della categoria come fatto e come catecfr. alcune osservazioni ne' miei Fondavienti della filosofia del diPisa, Spoerri, 1916, pp. 8-10.

96

IL

LOGO O LA YERIT
Il

reale essere, che abbiamo visto.

divenire soltanto del-

l'unit; e dell'unit che vera unit e

non elemento

della

molteplicit e partecipe quindi dell'essenza dei molteplici.


l'unit eterna.

La

verit pertanto, chi intenda a rigore

il

significato dei

termini, assoluto eterno valore appunto perch divenire;

risplende infatti mai sull'orizzonte, che suo, della coscienza,

senza sottrarsi nell'atto stesso del suo sorgere al flusso del tempo, e sublimarsi nell'idea che in s accoglie e risolve ogni tempo.

Capitolo
IL

VALORE COME LIBERT

1.

Il

prDcipio originario o trascendentale dell'autocoscienza, e la distinzione.

valore della verit Immanente nel conoscere in atto insieme suprema necessit e suprema libert, poich, come
Il

quell'unit
stinte;

ch'esso di realt e di idea, ha


delle quali per altro

due facce

di-

da nessuna

pu

il

nostro sguardo

alienarsi senza gi perder di vista quella stessa faccia che rimarrebbe a fissare. Il pensiero non conosce, se non realizzando se stesso; e quel che conosce non altro che questa stessa realt che realizza: non guardata dall'astrattezza, si torni ad avvertire, onde la vecchia filosofia intellettualistica opponeva l'idea, termine del conoscere, alla realt, limite dell'idea, in cui il pensiero, libera attivit creatrice di idee, urta mediante l'esperienza. Donde tutte le critiche, da Gaunilone a Kant,

del celebre argomento ontologico dell'esistenza di Dio, tutte


esattissime
sul

terreno

dell'intellettualismo.

Noi parliamo

dell'idea, in cui consiste la positivit dell'essere dello stesso


spirito autore dell' idea e a cui la realt non si oppone se non come principio trascendentale della realt stessa in quanto idea, e non come essere immediato. L'essere immediato, in questo caso, sarebbe la vecchia sostanza dell'anima esco:

e che cadde con la attributo della sostanza (inseparabile da quest'attributo, poich esso ne costituisce l'essenza). E noi, approfondendo il concetto cartesiano, diciamo, che l'essere della realt che non , ma diviene idea

gitata

dalla

metafisica

precartesiana,

dottrina di Cartesio del pensiero

G. Gentile.

98

IL

LOGO O LA VKRIT

(di se stessa: autocoscienza), l'essere che nega la propria immediatezza: un essere autonegativo, la cui realt nell'autocoscienza di cui principio, ma da cui l'autocoscienza stessa non pu prescindere senza divenire anctie lei quell'essere immediato, che il suo opposto. Sicch immanente all'autocoscienza, ma da essa distinto come suo principio dinamico e creativo, un nucleo originario, che solo pu spiegare la dialettica spirituale come unit

di reale e idea, e quello

slancio interiore verso l'essere, in

cui tutti sentiamo palpitare, nell'intimo, la nostra vita.

2.

Unit distintiva

di realt e idea.

Tale distinzione nell'unit lungi dall'essere operazione rid'una speculazione che presupponga, al solito, la realt compatta dello spirito, e quasi vi giuochi sopra; l'atto stesso in cui l'unit si realizza, e che pu dirsi appunto unit distintiva di se medesima. Distinguendosi, pertanto, essa si pone come realt e come idea: soggetto che acquista coscienza di s e che si pone come l'oggetto del soggetto. Di qui i due momenti del conoscere, che molto facile distinguere, ma invece molto difficile unificare, o piuttosto mantenere
flessa

in quell'unit, di cui vive la loro distinzione.


Il

soggetto, al
del

pari dell'oggetto,

non
il

niente di preesisi

stente all'atto

conoscere, dentro

quale

pone come

opposto all'altro termine dell'unit. In tale opposizione, in


quanto,
si

badi, questa

la distinzione attiva e reale del-

l'unit, si celebra la libert dello spirito fatta

segno a tante

aporie e denegazioni, eppure rigermogliante sempre dal fondo


della coscienza

umana come
sia

postulato

indefettibile,

anche

quando non

si

potuto giustificare nel sistema del pen-

siero scientifico.
3.

La

libert dello spirito.

La libert dello spirito una conseguenza della sua natura dialettica, e compete soltanto allo spirito perch solo
l'essere spirituale dialettico;

la spiritualit

consiste in

IL

VALORE COME LIBERT

99

altro che nella dialetticit. Singolarit dell'essere spirituale,

che, d'altra parte, sottrae questo essere a tutte le difficolt

che

si

La

sono in ogni tempo opposte al concetto della libert. libert libert a condizione di essere libert assoluta:
di

n pu concepirsi come attributo


voglia trovar posto in
cepita.
di

una volont, a cui

si

una

realt intellettualisticamente con-

Il maggiore esperimento, ricchissimo, si pu dire, prove d'ogni sorta, stato quello fatto dalla teologia cri-

stiana, a proposito del

domma

della grazia, reso necessario

dal

domma

del

peccato, e fondato perci,


lo

come vedremo

nel concetto che

spirito

abbia accanto a s la natura

quale realt veduta dall'intelletto: ossia nel concetto intellettualistico dello stesso spirito, che finisce poi col fare di
questo spirito qualche cosa
trasto
di
di naturale.

il

dualismo e con

ragion pura e ragion pratica nella filosofia kan tiana da che nasce, se non dal porre il concetto dello spi-

guardato dal punto di vista morale, in cui l'essere della concepirsi senza la libert (che ne perci la ratio essendi), accanto al concetto dello spirito considerato dal punto di vista empirico intellettualistico, che per Kant il punto di vista del fenomeno, e quindi, in sostanza, della natura? Se lo spirito insieme volont e intelletto, la
rito

legge non pu

volont non pu non esser condizionata dall'intelletto; se


attivit psichica, accanto al

movimento fisiologico, la volont non pu non essere condizionata da questo movimento se la personalit di un uomo finito, vivente in mezzo a tutte le altre forze della natura, la volont non pu non essere
;

condizionata dalla natura in generale.

E
il

chi

dice

condizionata,

dice

determinata; perch
intelligibile,

rapporto di condizione e condizionato non

a rigore, se non come unit e identit dei due termini, che


agli

occhi dell'intellettualista deve far coincidere

il

condi-

zionato con la condizione. Sicch

non d'uopo

professarsi

materialista per esser tale; e nello stesso dualismo o plura-

lismo la realt non consiste in ciascuno dei termini, considerato autonomo e indipendente, bens nell'insieme, che, per
la

reciproca esclusione dei termini, non pu essere se

non

meccanico.

100
Unit

IL

LOGO O LA VERIT

4.

e assolutezza dello spirito libero.

La libert, dunque, non concepibile se non come attributo dello spirito assolutamente incondizionato, qual lo spirito inteso come autoctisi, ossia in funzione della sola realt risultante dalla sua attivit. Lo spirito infatti non conosce altra realt fuori di s: non gi che quello spirito che ci si rappresenta comunemente in modo puramente intellettualistico, e quindi in mezzo ad altri reali, anzi di fronte a tutti i reali, si debba chiudere in s e rinunziare asceticamente al mondo. Ma egli, in quanto non rinunzia a nulla, se tutto quello che abbraccia lo abbraccia davvero, come pu soltanto non presumendolo, anzi facendolo essere con l'energia del proprio atto, lo ha tutto
in s; e perci
esso unit,
moltiplicabile bens interior-

mente, ma persistendo sempre come unit, e non moltiplicandosi punto esteriormente quasi per una sorta di scissiparit.

5.

Elemento negativo ed elemento positivo


lo

della libert.

Orbene,

spirito

che nulla presuppone e che pone se

stesso, nell'atto di porre,

come

soggetto, assoluta libert.

Se esso, nel modo che


gi

la

vecchia psicologia riteneva, fosse

come

sostanza, la sua libert verrebbe


il

meno per

defini-

zione; perch

suo sarebbe un essere immediato. La libert

soltanto non presuppone, ma anche pone. Ci che non presuppone sostanza: id quod in se est et per se concipitur; hoc est id, cuius conceptus non indiget conceptu alterius rei, a quo formari debeat ^. E la sostanza quella che , n ha

non

libert di sorta. Libera la causa sui; libero chi pone, senza

presupporre nulla; e pone quindi se medesimo. Quindi la mancanza della condizione l'elemento negativo della libert.
Il

cui elemento

l'autocoscienza, nel
realt spirituale.

positivo consiste nella dialettica deldinamismo dell'idea, onde si realizzala

Spinoza, Eth.

I,

def. 3.

IL

VALORE 00MB LIBERT

101

6.

La

libert attributo del principio trascendentale


dell'atto spirituale.

La

libert

appartiene dunque al primo momento,

al prin-

cipio trascendentale dell'unit dello spirito che conosce: alla


si pu dire, dell'essere immediato che diviene il vero essere. Se, invece che al principio, guardiamo al principiato in cui il principio si pone, e invece che alla realt

negativit,

che si idealizza, all' idea come realt idealizzata, noi non possiamo pi vedere la libert. Perch il principiato condizioo che se ne vegga l'idealit, o che nato (dal principio) ed , un fatto, non pi un atto. La realt se ne vegga la realt, dello spirito, insomma, dimostrasi nella sua libera spiritualit, nel suo stesso prodursi. E chi ha innanzi, p. es., la Metafisica di Aristotele, ma non la intende, non la fa del suo, non vede in essa se stesso, non l'ha innanzi come va-

lore

spirituale.

Quello

clie

si

risolve
si

nella

personalit del

soggetto, soltanto quello s'intende e


Il

pregia.

in

soggetto, quindi, nella sua attualit, questa causa sui, quanto causalit, questa radice pi intima dell'autoco-

scienza, libera: la stessa libert, intesa

non come

attri-

buto statico d'una sostanza gi in essere, ma come quella libert che conquista, e perci valore dell'essere nel suo farsi quel che . Questo il profondo motivo di vero dell'opposizione che r individuo (autocoscienza) scorge tra s in quanto libero e la
o comunque
si

natura, o gli altri (l'altrui autocoscienza), la legge, lo Stato, si rappresenti il termine in cui si riassume e

pone

la realt, a cui
s,

si

volge e con cui

si

trova l'indi-

viduo: tra

beninteso, che libero per quel tanto


si

che

realizza della propria libert, e cotesta natura che


sce, e conosciuta
finalit
si

cono-

umana;

e cotesti

domina, e diventa strumento della stessa altri, che opposti da prima, quasi

avverse forze di natura, possono, se conosciuti, essere amati, e cio anch'essi risoluti nella personalit del singolo; e cotesto Stato, che, quando se ne sia intesa la sostanza etica, non limita pi, ma potenzia la volont del cittadino e co;

102
testa legge o limite

IL

LOGO O LA VERIT
si

insomma, comunque

denomini, che

nello svolgimento dello spirito che vi urta, finisce con l'es-

sere la sua reale, positiva, determinata affermazione di s.

7.

Medesimezza

della libert col suo opposto.

Ma
ste

la libert del soggetto un'astrazione, ove col

non s'im-

medesimi
noscere
realt
,

suo opposto; poich gi la sua natura consiquesto.


Il

nel suo immedesimarsi con


si

soggetto del co-

fa tale

soggetto di s,

ma

conoscendo: e in quanto conosce, non soggetto oggettivatosi a se medesimo:

La libert, pertanto, quando non sia una vuota parola accennante a un'astratta individualit, si
idealizzatasi.

attua

nell'oggettivazione

del

soggetto,
il

si

risolve

perci
li-

nell'oggetto, che,

determinando
infatti,

soggetto, ne limita la
il

bert e gli
la la

si

oppone,

necessit del Seoixg libert, mentre essa tocca,


la

suo contrario. Ed ecco platonico, in cui pare venga meno

come
si

pu

dire,

il

solido

terreno

del reale:

necessit del

vero,

come determinazione, e

cio posizione reale della libert del soggetto.

La
non

necessit la posizione dell'oggetto


il

come

realt del

soggetto, di fronte al soggetto stesso. Se


oggettivarsi, l'oggetto
il

soggetto potesse

per lui non sarebbe necessario;


in
si oggettiva. Quindi la quanto oggetto a se stesso,

ma

soggetto soggetto in quanto

suprema necessit del soggetto,

sub specie obiecti, a riscontro della suprema libert del medesimo sub specie subiecti. E veramente la sola necessit che sia, ben pi ferrata di quella che il poeta attribuisce alla
morte,
questa che

compie

e realizza

la

suprema

e sola

libert che speculativamente sia concepibile.

8.

La

libert

come

at'bitriun indifferentiae.

La posizione
cessit

della libert del soggetto di fronte alla ne-

dell'oggetto, nell'unit
il

originaria dell'autocoscienza

motivo di vero inerente nel concetto della libert come arbitrium indifferentiae. Perch la differenza, onde

pure

IL

VALORE! COME lifBBiRT

103

l'arbitrio

tivo:

il

vien retto e disciplinato, sorge nel momento oggetquale non dato, n pu esser presupposto al mosi

mento soggettivo.
Questo perci, in quanto
renzia, indifferente,

oggettiva e quindi

si
si

diffe-

rispetto alle differenze

onde

viene

a determinare oggettivandosi.

Ma non

sceglie,

come

l'astratto

liberismo ritiene, tra oggetto e oggetto, per la stessa ragione

per cui in s indifferente, ossia perch non presuppone n un oggetto, n due, n pi. La logica dei motivi non antecedente, ma conseguente all'atto. Questo arbitrio in-

somma non si pone di contro alla necessit della logica ma si pone e realizza piuttosto immedesimandosi con la necessit, e propriamente facendosi, in concreto, questa necessit.
;

9.

Scelta ed errore.

Pure chi dice


reale dell'arbitrio
(tra

libert o arbitrio, dice scelta.

Ma

la scelta

non

tra

un modo
tra
,

essere ed

essere),

ma

essere e
e

un altro di essere non essere: tra il

proprio essere, che tuttavia non


autocreativo, in cui
la

proprio non essere. Scelta, la quale


il

deve divenire, e il fa mediante l'atto porsi del soggetto consiste; e negare


si
il

quale significa concepire


il

soggetto

come immediatamente

posto: convertire

soggetto in oggetto.
fulgido corpo della verit, e senza

Di qui
il

il

concetto di errore, che l'ombra da cui pu


il

levarsi e distinguersi

cui contrapposto pertanto

non

c' verit. L'errore

non

sta

accanto alla verit come un positivo a un altro positivo: una conoscenza falsa propriamente non c'. La conoscenza,
se conoscenza, in quanto conoscenza, vera
;

e se falsa,

in quanto

fcilsa,

non

conoscenza.

L'errore non-essere della cognizione,

ma

non-essere,

dicevano gli antichi, in quanto privazione: non-essere di quel che deve essere; come la orQtioig aristotelica, che la mancanza della forma nella materia che tende alla sua forma. Cos l'errore non ignoranza, semplice lacuna esistente di fatto nel sapere; ma ignoranza che si d per sapere, ossia

104

IL

LOGO O LA VERIT
es-

propriamente, il non-essere del sapere in luogo del suo sere: un sapere che non sapere.
stinguersi dall'errore e

Orbene, la verit, come atto di libert, sempre un diun trionfare di questo suo contrario
;

un sapere che

si

conquista uscendo dal non sapere, un


si

realizzarsi del soggetto, che

realizza in quanto

non

gi

realizzato, e poich

non

diviene.

lo sforzo

suo per es-

sere, sforzo insieme per sottrarsi al non-essere: scelta della

verit di contro all'errore.

10.

Immanenza

dell'errore nella verit.

Ma
lettica,

data la positivit del vero e la negativit del falso,

data l'unit del negativo col positivo, in cui consiste la dia-

che la vita della verit nello

spirito, la necessit

della verit pur la necessit del suo contrario. Cio, Ter-

rore

non pu concepirsi n anch'esso come qualche cosa

di accidentale e per estraneo all'essere della cognizione, la

quale, assolutamente, non lo contenga dentro di s. Se la cognizione in quanto non , perch processo dialettico, conosce la verit in quanto non la conosce gi errando discit.
;

Talch una cognizione che non fosse suscettibile d'ulteriore perfezionamento, e non avesse pi nulla da imparare, tutta essere e niente non-essere, perderebbe con ci ogni libert, ogni valore, ogni verit, n sarebbe pi cognizione o soggetto, ma puro oggetto, presupposto iutellettualistico del
soggetto.

immanente alla verit come il nonE come la verit concepita quale logo trascendente un assurdo, non meno assurdo sarebbe un errore in s, che non fosse come errore conosciuto. Anche conoscenza dell'errore verit; quasi la dimostrazione ad oculos della immanenza dell'errore alla verit. Si pu dire che il concetto dell'errore trascendente,
L'errore, dunque,
essere all'essere che diventa.

ossia dell'errore tale indipendentemente dal giudizio per cui

errore,

non

sia

se

non un

altro
il

aspetto del concetto

della verit trascendente; poich

concetto dell'errore tra-

IL

VALORE COME LfEERT


nel

105

scendente

si

risolve

concetto della trascendente verit

del giudizio per cui solo


dell'errore

un errore errore. La valutazione valutazione dell'opposta verit. E i due termini

sono

affatto inseparabili.

11.

La

dialettica della verit e dell'errore.

La

dialettica del

valore, in cui consiste la verit,


si

come
pu

dialettica

dell'essere e del non-essere del conoscere,

definire la dialettica della verit e dell'errore: in guisa che

concetto della verit non quella che da ogni errore e da ogni possibilit dell'errore (cos come la colomba di Kant s'illuderebbe di poter pili liberamente volare al di sopra dell'aria che la sostiene); ma il concetto che la immedesima con l'errore, di quella medesimezza onde l'essere stretto al non-essere nel divenire, e che sola pu togliersi nel suo concreto avverarsi, se la verit attuale e immanente non si fa gi consistere nelil

reale e concreto

la relega di l

l'opposto
astratta

dell'errore,

ma

nella

unit di astratto

errore e

verit, che nell'unit sono concreti,

come processo

reale della verit.

12.

Identit di verit ed errore nella loro astratta opposizione.

Si

noti

ancora.
i

verit e di errore,

Analizzata l'unit ne' suoi elementi di due opposti nella loro semplice opposi-

zione senza unit


siste

si immedesimano; e poich la verit conpropriamente nell'unit, anche la verit, in quanto semplice opposto dell'errore, errore: cos come l'essere

stesso, astratto

dal non-essere, non-essere in rispetto di

quell'essere che realmente divenire.

La
cio,

verit senza errore infatti

un pensiero immediato:

a dir proprio, una mera realt, oggetto di pensiero, anzi che pensiero. E poich la verit del sapere mediato, quella verit che immediata, negazione della verit, e quindi errore.

106

IL

LOGO

LA VERIT
si

L'errore pertanto non solo del soggetto che


all'oggetto

opponga
si

che gi

ma

anche dell'oggetto che

op-

ponga

Errore , p. es., tanto il calcolo sbagliato del bambino, che vien imparando il suo abbaco; quanto (per lui) il risultato esatto, che pur non gli risulta dalle operazioni che in grado di eseguire, e che
costituiscono

al soggetto per cui .

Ma

il

il suo sapere, cio la sua soggettiva mentalit. suo errore in confronto della verit del maestro, e

quello del maestro errore in confronto della verit di

lui.

Senza il confronto di due soggetti diversi, che sono immediatamente diversi, ma nella cui identificazione consiste
per l'uno l'imparare e per l'altro l'insegnare, non ci sarebbe modo di avere un soggetto in opposizione astratta
all'oggetto, n

un oggetto

in opposizione al soggetto: la sola


il

condizione in cui possa aver luogo


rit

distaccarsi della ve-

che scissura dell'unit del soggetto e dell'oggetto dell'atto del conoscere: condizione in cui, chi ben rifletta, l'oggetto non poi l'attuale oggetto
dall'errore e viceversa,

del soggetto,
Si
spirito

ma

quel che

dev'essere

il

suo oggetto.

torna sempre, in fine, alla necessit di concepire lo

come unit

di realt e idea, affinch

s'

intenda

il

va-

lore della verit, ch'egli in grado di conquistare.


il

Giacch

discepolo discepolo in quanto impara, e


il

si

fa quel sog-

getto che dev'essere, e

suo oggetto parimenti viene ad

essere quel che ha da essere; e


stro in

il maestro del pari maequanto insegna, come pu soltanto se non si limita a dire che il discepolo sbaglia, e intanto gli resta di contro in atto di diniego e condanna; ma gli d anche ragione, e vede la radice dell'errore, e gli s'accosta cos e simpatizza con quella personalit che si tratta di svolgere; e quindi anche lui si fa il soggetto altrui, e con esso procede nel divenire dello spirito.

Capitolo VI

L'UNIT DEI VALORI

1.

Carattere pratico della logica.

al

Il nostro modo di dedurre il valore della verit spettante conoscere dal concetto della libert genera un problema,

pu trascurare senza lasciare nell'ombra uno degli come puro conoscere. Il problema : se lo stesso conoscere libero, e non l'oggetto d'un atto di libert, anzi il suo valore consiste nella sua libert, questo valore teoretico o pratico? deve dirsi verit, o bont? Quando Cartesio o Rosmini facevano intervenire l'atto di libert presupponendo la verit gi nota all'intelletto, intendevano appunto integrare nello spirito umano la cognizione con un'affermazione di carattere morale; onde l'errore, opponendosi alla verit in conseguenza di una scelta volontaria, veniva per tal modo a essere suscettibile di una valutazione morale. Cosicch la verit, secondo la dottrina volontaristica, solo astrattamente un valore teoretico; in concreto,
si

che non

aspetti essenziali dell'atto del conoscere

come
attua

verit posseduta, assentita,

attestata dal soggetto,

si

come un valore morale. Ora, avendo


il

noi sottratto all'atto

della libert quel presupposto trascendente, che era pei volontaristi

valore teoretico, per quanto astratto, non abla teoreticit della logica nella

biamo assorbito

pratica?

2.

Distinzione kantiana di spirito teoretico e spirito pratico.

Prima

di rispondere a questa

domanda, convien chiarire


stessa s'inspira,

l'ordine dei concetti

a cui la

domanda

108

IL

LOGO O LA VERIT
filosofici

che proprio cosi di taluni sistemi

come

del pensiero

comune. Prendiamo, p. es., Kant, che trova bens, fin dalle prime pagine della Ragion pratica, la libert come ratio essendi
della legge morale, poich questa gli
si

mostra ratio cagnocostruisce tutta

scendi della libert:

ma

nella Ragion

pura

una
che

teoria del conoscere senza incontrarsi

mai

in

gli faccia conoscere, o riconoscere, la libert

una legge quale ratio

essendi di essa legge.

conosce, non

lui, opera bens liberamente; ma in quanto vede che abbia bisogno di nessuna libert; ed esso stesso non par che possa entrare tra gli oggetti del vero conoscere senza starvi a titolo di fenomeno tra i feno-

L'uomo, per
si

meni,

e,

causalit.

come tutti Kant si

fenomeni, soggetto alla categoria della


sfuggire che,

lascia

come appercezione

originaria e unit trascendentale, vero e proprio Io, lo spirito,

com'apparisce nella

Ragion pura, non fenomeno,

poich ogni fenomeno presuppone quest'attivit, pura radice d'ogni funzione onde
il fenomeno si costituisce; non noumeno, perch il noumeno spiegher, se mai, la materia del fenomeno, e non pu quindi comprendere quest'attivit che il principio da cui proviene la forma del fenomeno. Si

dibatte cos tra l'inconoscibilit dell'Io

come noumeno e

il

meccanismo

di esso in

quanto conoscibile come fenomeno.

il

velo dell' inconoscibile gli viene squarciato soltanto daUa

coscienza della legge morale, che non avrebbe significato

senza la libert, e che l'induce perci a postulare nel soggetto noumenico questa libert.
ossia che l'attivit originaria dello spirito

debba essere un postulato, si debba considerare avvolta nel velo del noumeno, che si pensa ma non si conosce perch si sottrae all'esperienza, che cosa impedisce a Kant di scorgere nella legge logica, a cui soggetta l'attivit stessa in quanto attivit conoscitiva, una ratio cognoscendi della libert? L'impedimento non in un concetto esplicito che sia affermato da Kant, ma nella struttura e nella posizione del suo pensiero, che corrisponde alla struttura e
Ma, posto pure che
la libert

alla

posizione

del

pensiero volontaristico di Cartesio e di

l'unit dei valori

109

Rosmini. Costoro, come abbiamo gi veduto, han bisogno dell'intervento della volont nel conoscere perch il conoscere puramente intellettuale un conoscere per intuito: un conoscere cio che, in ultima analisi, non importa attivit da parte del soggetto. Il quale bisogna pure che una
volta sorga, e
verit.
si

faccia

innanzi a prender possesso della


dei metafisici;
il

Kant nega

l'intuito intellettuale
intuito,

ma

gran merito del suo criticismo sia di avere scalzato le fondamenta d'ogni sapere intuitivo e dommatico. La categoria vuota, secondo lui; e per non esser vuota, deve investire la intuizione sensibile. La quale attivit, a sua volta, come intuizione pura; ma non semplice intuizione pura: che, come tale, sarebbe anch'essa vuota; ed empirica , se informa i dati intuitivi della sensazione. Sicch, il conoscere, sintesi di materia e forma, ha bens, in tutti i suoi gradi, come materia, la sua legge nella forma (e quindi l'empirismo ha in Kant il suo correttivo nella cognizione a priori); ma, come forma, ha la sua legge nella materia (e quindi il suo idealismo ha il cor-

non nega gi ogni

quantunque

rettivo nel dato dell'esperienza sensibile). E, in conclusione,

un Giano

bifronte, che

da un dei

lati

guarda sempre

alla

realt presupponendola, e quindi risolvendosi anch'esso in

una specie
presuppone
tivit,

d'intuito, o sapere immediato.


il

se

il

conoscere

suo oggetto,

il

conoscere non libero.

E non
il

libero, in verit, per la potissima ragione che non un'at-.

ma una

semplice passivit: concetto negativo,

cui

attuale contenuto

non pu essere
il

altro che l'attivit dell'es-

sere, in relazione al quale

soggetto passivo. Giacch la

passivit del soggetto

non

significa se

non

la

negazione reale

di questo e aff'ermazione del solo suo opposto.


Il

realismo, anche quello di Platone,


di

l'abbiamo visto,

una forma

naturalismo. Anche in

Kant l'impedimento

effettivo al concetto della libert del

conoscere sta in questo

naturalismo che rimane in fondo al suo idealismo. La natura infatti non libera. Donde il motivo del concetto dello spirito come fenomeno, che nella Critica della ragion pura.

110

IL

LOGO O LA VERIT
del dualismo.

3.

Superamento

Superato
scere

il

naturalismo, inteso

il

conoscere come vera,


il

reale, produttiva attivit, quest'attivit libera, e

cono-

non ha pi bisogno

del puntello

del volere per reg-

gersi nel suo valore di verit.

Ma non

perch, per essere attivit,

il

conoscere non

ne ba pi bisogno si deve pi

opporre al volere, ma dev'essere, gi esso, quello che si cercava fuori di esso, nel volere: cio, appunto, il volere. Il superamento infatti del naturalismo intellettualistico noi sappiamo che consiste nel concetto del conoscere come volere:
ossia

come

attivit creatrice, e

propriamente autocreatrice.

N staremo pi ad insistere sul significato del conoscere ^ come puro conoscere che non presuppone la realt, anzi la
realizza nell'atto che la idealizza.

Immedesimato

il

conoscere col volere, se per legge morale

s'intende la legge del volere, chiaro che alla

domanda

sopra formulata la risposta una: il valore del conoscere o la verit valore morale. Se non fosse morale, non sarebbe
valore.

4.

La

realt spirituale

come bene.

Il

bene, infatti, o valore morale, non altro che la realt

spirituale nella sua idealit,


libert.

come produzione
si

di se stessa, o

Bene non

quello di Platone,

idea delle idee, gi

concepirebbe come Bene se e, da ultimo e sostanzialmente, ad ogni attivit che s'appunta nello sforzo dell'umana volont. Il bene vero la volont di Dio in quanto si fa; insomma la buona volont che riempie l'animo di Kant di quello stesso sentimento del sublime e del divino che il cielo stellato: la volont che buona, in quanto universale, cio in quanto libera.
supposta reale: n quell'idea

non

fosse

norma

teleologica a tutte le altre

Si tenga

sempre presente

ci che detto nel cap.

IV

di

questa

parte, 5 ss.

l'unit dei valori

111

La verit da tutta la nostra ricerca uscita parimenti splendida di questa universalit, di questa libert, che l'essenza dello spirito come autoctisi, realt che pone se stessa
Che ci che s'intende per volont speculativamente concepita, e sottratta alle empiriche rappresenidealizzandosi.
tazioni fantastiche, in cui essa

pu apparirci quasi incor-

alla luce del concetto speculativo della volont possono realmente essere smateria-

porata,

che,

viceversa,

soltanto

lizzate

ed intese.

5.

Unit dei

distinti (spirito teoretico e pratico).

La base
risulta

della distinzione tra intelletto e volont,

come

da quanto s' detto innanzi, nello stesso motivo che induce ad opporre il soggetto all'oggetto, o la libert alla necessit nella dialettica del conoscere. Il soggetto che si oppone all'oggetto, se si ferma nella coscienza di quest'opposizione, non pu non ricavarne due conseguenze: 1 che esso non l'oggetto, e non l'autore dell'oggetto,

ma

lo

spettatore di esso; 2 che, se

un oggetto prodotto
essere dal soggetto, in

nel suo

essere o nel suo

modo

di

rapporto a questo oggetto esso diverso dal soggetto in rapporto all'oggetto di prima, in cui anche questo, in via subordinata,
rientra;

poich esso stesso, una volta prodotto,

si

costituisce in opposizione al soggetto. Questa, per dirla col

Vico, l'origine eterna, e perci anche storica e in tempo,


della distinzione di spirito

teoretico

e spirito

pratico.

Ma

eterna non
si

meno

della distinzione la sintesi o unit,

tare che

risolve. E si risolve, poich si comincia a nosecondo oggetto (termine della volont) non oggetto della volont se non in quanto lo stesso soggetto che fa se medesimo (la buona azione che noi facciamo la

in cui essa

il

stessa volont di farla;

come

lo Stato

non

se

non quello
il

che

si

realizza nel nostro volere politico; la propriet

diritto in cui si pone, in

un certo ordinamento

giuridico, la

nostra personalit; e cos via).

si

risolve,

perch questo

soggetto che la realt morale, non potrebbe essere realt

112

IL

LOGO O LA VERIT

morale se non

fosse, assolutamente, realt, e se

permanesse
s'

l'opposizione del primo soggetto al suo oggetto, che oggetto

universale comprendente, in via subordinata,


10 stesso oggetto del volere.

come

detto,

a condizione che oltre pure di verit che sulla nostra testa; ma a patto di riconoscer per vera anche l'idea che ne abbiamo nella testa. E cos oppongasi pure il fare al conoscere, ma a patto di sentire che fare in quanto conoscere, e conoscere in quanto fare, questo stesso opporre l'azione alla cognizione. La distinzione insomma, sempre,
:

Distinguere, dunque, sta bene


si unifichi.

ma

a distinguere

Si parli

riguarda alla realt, che oggetto del pensiero (anche se chiamato soggetto); e l'unit invece alla realt che soggetto, o autocoscienza, che realt idealizzata, fuori della quale l'altra un'astrazione.

6.

La

molteplicit.

Ora noi possiamo mirare tanto all'unit quanto alla dipurch badiamo a non lasciarci sfuggire n la distinzione che germoglia dall'unit, n l'unit che d vita alla distinzione. La quale non soltanto quella di conoscere e volere, ma una distinzione assai pi ricca, e che si deve
stinzione,

concepire piuttosto come infinita.


Il

soggetto che

si

oppone

all'oggetto, in

quanto opposto,

ha innanzi a
11

s l'oggetto, e

non ha

se stesso. Si ricordi la

favola esopiana delle due bisacce imposte da Giove all'uomo.


soggetto, che non vede altro che l'oggetto, non arriva alla pienezza dell'autocoscienza {tantae molis erat se ipsam co-

gnoscere

mentem! dice giustamente Hegel


filosofa);

alla fine della

sua

Storia della

Senza

l'unit,

un oggetto. che propriet dell'autocoscienza, la realt non


e quindi fa anche di s

soltanto qualit,
differenti, a

ma

molteplicit assoluta: tutti gli oggetti


li

e che in
le

uno a uno, sciolti dall'unico soggetto che essi sempre uno. Quindi le differenze
non nella natura, dove,
tolto
il

pone,

di tutte

cose nella natura e nella storia, dove tutto diverso, e


si

niente

ripete:

soggetto.

l'unit dei valori

113

che l'atomismo; non nella storia, dove, a ci sono se non fatti, e quindi, parimenti, un semplice atomismo, una seconda natura. In questa natura, prima o seconda che sia, sta l'uomo, che ora conosce e non modifica il mondo, ora agisce e muta le cose attorno a s, e quindi il sistema del tutto: ed perci ora semplice teoria, ed ora volont. Ma la semplice molteplicit in s, inintelligibile: essa importa una relazione o sintesi che supera la molteplicit dell'oggetto e richiede l'unit di
altro

non rimane

prescindere della mente, non

un soggetto a cui la molteplicit si rappresenti: lo spirito, il quale non perci nella molteplicit, ma nell'unit che
unifica e di s

compenetra tutto

il

molteplice.

7.

La
i

molteplicit dei valori astratti.

Quindi che

valori,

a considerare la 'realt dal suo


solo

aspetto astrattamente oggettivo,

n quattro,
cos

ma

infiniti.

dall'intelletto, e

non sono n due, n tre, avremo una volont diversa quindi un bene diverso dal vero; e avremo

Non

un

bello, valore della fantasia, diverso dal

bene e dal

vero, e

un

utile,

un

santo, e

un giuridico,

ecc. ecc.;

ma

avremo un vero diverso da ogni altro vero (un vero matematico, p. es., diverso da un vero teologico; e un singolo vero matematico, diverso da un altro singolo vero matematico); e cos avremo infiniti beni, tutti morali; e infinite bellezze,
e cos via.

Nella storia dell'arte per ogni problema estetico, corrispondente ad ogni opera d'arte, una appropriata legge di bellezza; e guai al pedante pronto ad applicare in ogni conoscenza o giudizio una generica norma, preconcetta, non

derivante dalle stesse viscere dell'opera da giudicare. E in tutta la storia sempre tanti problemi determinati e altrettanti
criteri di valutazione o valori,

che non sono gi termine di

passiva intuizione (poich non c' valore che non importi


riflessione del pensiero sull'essere o,

unit di realt e idea),


idealit

ma

che illumina

di s

come noi abbiamo detto, una certa riflessa l'oggetto e ne costituisce ad una
in ogni caso
8

l'intelligibilit.
G. Gentile.

114

IL

LOGO O LA VERIT
valori

Da
finito.

questo aspetto

adunque sono molteplici


differenziati,

all'in-

dalla vigile attenzione, che presta a questa indefi-

nita molteplicit dei valori

sempre

contradsi

distinto l'ingegno realistico dello storico che

non

lascia

sfuggire la concreta determinatezza del reale.

8.

Unificazione della molteplicit.

Ma

ci

sono due modi di fissare questa molteplicit: in


la

uno dei quali

molteplicit astrattamente considerata


infatti impossibile, se

si

vuota d'ogni valore e rende


per cui
si

mantenuta
quel
si

logicamente, ogni effettuale conoscenza storica.

modo
vede

vede

la molteplicit del molteplice,


si

ma non

l'unit; e cos

parla, in astratto, di cento quadri, p. es.,


I quali

raccolti in
di essi

una pinacoteca.
l'altro;

non

e ciascuno occupa

sono cento in quanto l'un il suo spazio, con

si mettono tutti insieme per trasporda una sala all'altra, ammontano in tutto a un certo peso, che diminuisce via via che dall'insieme se ne asporti

certe dimensioni; e se
tarsi

qualcuno, poich esso consta di


goli quadri. In conclusione, in

tutti

pesi rispettivi dei sinessi si

quanto

contano

e fan

somma, che si pu dividere, e trattare come un qualunque numero, non sono quadri, che sono opere artistiche e giudicabili a una stregua di bellezza, ma semplici oggetti fisici. A instaurarli innanzi a noi come opere d'arte occorre prescindere, a un tratto, dal loro insieme, e considerarne uno, e poi un altro, e poi un altro: e nella successione potranno fare un nuovo tutto se, p. es., appartengano tutti a una scuola, e dimostrino successivamente un processo di approssimazione
sempre maggiore a un certo ideale d'arte, per cui tutti si fondano, da molti che fisicamente sono, in un'opera artistica unica, nello sforzo spirituale di risolvere un medesimo problema. E quando la scuola non ci sia, e ogni quadro rappresenti

un suo motivo, un momento

spirituale a s, biso-

gner ricorrere a una realt, magari estraestetica, ma avente sempre un certo valore per lo spirito, a cui tutti appartengano e in seno alla quale ci possano apparire gl'adi e forme

l'unit dei valori

115
il

d'un solo processo,


valore spirituale.

in cui, se

vien

meno

loro valore spe-

cificamente estetico, potr presentarcisi un'altra specie di

Ma

fuori di ogni unit


lo

non sarebbe
estetica

possibile,

assoluta-

mente, che

contemplazione d'un quadro potesse uscire per passare a un altro quadro, da aggiungere al primo. La possibilit nascer, se non altro, dal fatto che il primo quadro sta nella stessa parete del secondo e noi perci non guardiamo il primo senza vedere gi nello sfondo quell'altro, non ancora distintamente percepito, ma come una macchia (per usare un termine dei pittori) disegnantesi tuttavia innanzi a noi, e nella nostra fantasia; che una, e, nella sua unit, rende possibile il passaggio da quest'opera a quella. L'unit insomma, che non nelle cose che noi valutiamo, in noi che le valutiamo, e portiamo il
spirito

dalla

nostro gusto,

pur variamente determinato, e pi o meno


i

attivo a seconda della ricchezza della nostra cultura estetica,

attraverso tutti

giudizi concernenti

singoli oggetti.

La
si

molteplicit dell'oggetto, in quanto nel considerarlo

faccia astrazione dal soggetto;

ma non pu
si

essere nel sog-

getto, a cui tutta la

molteplicit
si

rappresenta, n quindi

nell'oggetto in quanto esso

apprenda nella sua concretezza,


molte-

nella vita del soggetto unificatore irresistibile della


plicit.

L'oggetto del soggetto, nell'atto del soggetto per cui

questo oggetto a se stesso, non pu non essere uno.


questo l'altro

modo

in cui

si

pu
si

molteplicit dei valori, a cui test

deve considerare la accennava.

9.

La monotriade

dello spirito.

Ponendo mente a questa proposizione, che la molteplicit come tale dell'oggetto astratto, come l'unit del soggetto,
che risolve in s ogni molteplicit oggettiva, ove
si
il

soggetto

consideri nell'atto concreto in cui

si

oggettiva; chiaro

si afferma la necessit della distinzione per che la necessit da noi illustrata nella dimostrazione della dialettica del valore, bisogna distinguere, ci si perdoni

che,

quando

l'unit,

116
il

IL

LOGO O LA VERIT

una distinzione d il molteplice, in numero, in cui l'unit vien meno, perch, secondo che s' gi osservato, quell'elemento stesso che si ripete nella molteplicit, qualitativamente molteplice. E c' un'altra distinzione, che ci d appunto l'unit
bisticcio, tra distinzione e distinzione.
ci

che

nel suo interno svolg-imento,

cui

momenti son

tre, se astrat-

tamente presi (ma non pi di tre): e se intesi nella loro concretezza, non sono u tre, n due, ma costituiscono una
monotriade.
Concetto tante volte adoperato nella teologia;
facilmente esposto,
e perci

come rimasuglio

di misticismo, alla sa-

tira e al dileggio, in cui,

dopo tanto immanentismo e criticismo e positivismo e ogni sorta di antimetafisica, caduta


ai nostri giorni la teologia.

Ma

la teologia

non

misticismo,
i

n religione, come han saputo in ogni tempo


triade

pi ferventi

e profondi spiriti religiosi, bens pretta filosofia; e la

mono-

non

un'invenzione dei mistici, s

bene della

filosofia

elaboratrice delle rappresentazioni religiose. Infine tra la

mo-

notriade dell'atto spirituale e quella dei teologi c' questa


piccola diSerenza: che la prima
,

e la seconda
si

non una

monotriade, se con questo concetto

vuol designare, come si dice, l'unit della sostanza attraverso le forme in cui essa, come spirito, si pone. N una tale sostanza che sia spirito
riesce
possibile

concepire al teologo, che presuppone alla


cui

filosofia

un

dato, che limita, e per sopprime lo spirito, in


il

una concezione naturalistica, di mento la negazione radicale.


10. Significato del

concetto dello svolgi-

tre

della monotriade.

Finch

si

dice che lo spirito svolgimento, unit di realt


si

e idea, di essere e non-essere, di soggetto e oggetto,

ha
,

quell'unit attuale, quell'autoctisi in cui la autocoscienza

dentro la sua stessa energica unit, distinta tra s e s; e


quello

che l'analisi distingue come


tale,

tre,

sempre uno,
tre

e,

come

distinzione: e quella
i

stessa logica che dispiega

l'unit attraverso

tre

momenti, stringe questi

momenti

l'unit dei valori

117

li

fonde in una realt unica. L'unit sempre presente:


soggetto, nell'oggetto,
nella

nel

loro

sintesi;

nel

reale, nell'ideale, nell'idea della realt o realt dell'idea,

e cos via.
termini
si

Ma quando

la distinzione ci presenta

anche due

ciascuno dei quali possa esser tutta l'unit che distingue, e l'altra perci rappresenti una aggiunta, e
soli,

o, che lo stesso, un'altra forma bens, distinguendo ulteriormente, potremo dell'unit, noi

quindi un'altra unit,

ottenere tre e quattro e cinque e


c',

un numero

infinito di ter-

mini; in cui non troveremo pi l'unit, perch l'unit non

come abbiamo

osservato, nella molteplicit.

diade non pi unit: perch dei due termini della diade l'uno affatto estraneo all'altro e chiuso in s; che altrimenti Io conterrebbe in s e ci sarebbe quindi, oltre i
due, la relazione, e quindi la triade della monotriade. E lo stesso dicasi di qualsiasi altro numero che ci si provi a so-

Una

ma

monotriade invece non numero, determinazione dello svolgimento come negazione dell'essere immediato. E si ritrova perci in ogni svolgimento empiricamente distinguibile come svolgimento
stituire al due,
II

tre della

la

qualitativa

determinato,
nel conoscere
st'altro

ma

inteso

sempre come

atto dello spirito: cos

come in quecome in quest'altro volere. Dove per, sempre che s'apprezzi come spirito la realt che si voglia intendere, si attua un medesimo ritmo triadico di svolgimento; che quello che s' di sopra illustrato come
come
nel volere: cos in questo,

conoscere; e in questo

costitutivo

della verit;

e che nulla vieta

si

possa alcuna

volta considerare costitutivo d'un valore altrimenti denominato.

Purch

sotto

alla

differenza dei nomi, derivante

differenza di punti di vista empiricamente determinati,


si

da non

pretenda far passare valori, processi


tali.

spirituali, essenzial-

mente diversi come

11. 11

conoscere come valore assoluto.

Ma l'argomento dovr esser ripreso nella terza parte di questa Logica; e qui baster notare da ultimo che questa

118

IL

LOGO O LA VERIT

unificazione di conoscere e volere, e di verit e bene, di


logica e moralit,

non una tesi che ci par di dover difendere come, nella sua necessaria connessione col resto della
dottrina esposta,

un

difetto della nostra dottrina.

Anzi essa

il

miglior titolo di merito dell'immanentismo, da noi proil

pugnato come
filosofica,

solo punto di vista possibile di una logica forma coerente e bene fondata di una dottrina non nuova nella storia del pensiero, indirizzata a riven-

la

dicare la spiritualit, e quindi l'intimit e la libert del vero,

che

la

gini della filosofia

sua moralit: quella moralit, che dalle prime orimoderna apparsa a tutti gli spiriti come
Il

la categoria caratteristica dello spirito.

quale tutto potr

concepire
e tutto
si

come

reale fuori di s, tranne la

buona volont;

pu fantasticare che abbia valore

in s, senza ch'egli

adoperi col suo ardore a farlo valere attualmente, tranne

quella realt che gli tutta imputata, e tutta sua, ed


lui stesso,
il

suo carattere, la sua personalit morale; e tutto

il suo pregio, ma niente che ne abbia tanto, che a lui sia consentito di sacrificarvi la sua propria rettitudine. Questo dunque il maggior pregio, il maggior valore che sia: il valore assoluto, in relazione al quale ogni altra realt potr valere. Ebbene, quale verit potr esser verit per davvero, senza valere assolutamente? E potrebbero esserci due assoluti? E potrebbe lo spirito posare nella coscienza di aver bene operato, se tormentato del dubbio? E potrebbe esser certo della verit, se inquieto e in sospetto di non aver fatto tutto ci che avrebbe potuto per

potr pure immaginarsi che abbia

essere certo?

La doppia

certezza pu aversi, lo abbiamo dimostrato con

la critica della dottrina volontarista,

quando

le

due certezze

formino una certezza

sola.

Capitolo VII

VERIT ASTRATTA E VERIT CONCRETA

1.

Astrattezza del logo a cui ha mirato ogni logica precedente.

Traendo
ter

la

conclusione, a cui pare indirizzata di propoaltri s'aspet-

sito tutta la serie delle discussioni precedenti,

una condanna d'ogni logica fondata

sul concetto della

verit trascendente: ossia d'ogni logica che ci sia finora stata.

Poich, se con Kant e con Hegel abbiamo detto essersi

il

problema logico avviato per una nuova strada,


di partenza
il

il

cui punto

principio di quella logica trascendentale che

nega l'opposizione dell'oggetto al soggetto e dell'essere al pensiero, non s' detto con ci che Kant ed Hegel abbiano poi eseguito questa nuova logica del pensiero che non presuppone il suo logo. In realt, senza tornare su Kant, del
quale s' avvertito l'ostacolo incontrato nello svolgimento del V'itale principio contenuto nella sua sintesi a priori ^ la
logica hegeliana, con tutta la sua macchinosa del logo

ricostruzione

come

essere del pensiero, dialetticamente concepito,

non

riesce a sottrarsi al falso concetto del logo trascendente;

e tutte le difficolt inestricabili, in cui s' dibattuta fin dalle

sue origini

la

speculazione di Hegel, tutte


avvolgersi, agli

le

ambiguit in
interpreti
si-

cui essa sembrata

occhi

degli

suoi pi acuti e pi accurati, nei

punti pi delicati del

stema,

si

pu dire provengano dal mantenimento inconsa-

pevole di questo vecchio concetto metafisico intellettualista.

Cfr.

sopra Introd., cap. Ili,

9.

120

IL

LOGO O LA VERIT
la logica
;

Nel sistema hegeliano invero

della natura e quella dello spirito

il

precede la filosofia suo oggetto il logo


il

o idea, che bens concetto di s,


pensiero, che
il

ma come
l'atto

pensiero del
di

fisica aristotelica.

motore immobile e Anche per Hegel


o,

puro della metafuori

infatti

questo

pensiero del pensiero


cetto,

com'egli dice semplicemente, conlo spirito:

perch l'idea, oggetto in s, ossia che non uscita fuor di se, non si fatta spazio e tutto quello che la natura presupposto dello spirito, cio del ritorno che fa l'idea a se stessa, dopo essersi quasi estraniata da s, alienata e fatta insomma realt particolare, oggetto di penla

rimane

natura e

della logica, bens, tutta l'idea

ma

siero, altro dal pensiero.

la guisa che, quando


spazio
in

si

raccoglie

dai

particolari

e,

dallo

cui

s'

sparpagliata e

moltiplicata, torna a s e diventa conscia di se

medesima,
gradi della

essa non

pii

quella che era, nel puro elemento ideale


tutti
i

del logo. Essa realt, che attraverso

natura, risalendo dalla


all'unit

una realt, come spirito, essendo semplice

massima dispersione dei particolari universalit del pensiero umano, si fa spirito: quindi, che prima non era n come natura n

logo, e che la natura, colla sua inconsapevole razionalit recata in atto in mezzo alla

svariata ricchezza infinita di tutte le sue forme, e lo spirito,

come coscienza d'ogni


nella legge

razionalit,

presuppongono.

Il

valore dello spirito dietro allo spirito, o al di sopra di


esso,

stessa della natura;

ma

veramente abita
in

eterno di l dalla natura, la quale obbedisce a quella eterna

incontaminata dal tempo e dallo spazio, natura universa si spiega. Sicch anche ad Hegel il logo, eterno modello e della coscienza della vita, si rappresenta come da cui il pensiero, in quanto pensiero in atto,
legge,
siero che
Il
si

cui la

della vita

un

di l,

quel pen-

valuta
si

come

filosofia,
,

attinge

il

proprio valore.

pensiero che

valuta non

a dir vero, quello stesso

che valuta. Ed ecco, valore e valutato sono ancora una volta due termini, quantunque n il primo, per Hegel, possa stare senza il secondo, n questo senza di quello. Onde, a chi

VERIT ASTRATTA E VERIT CONCRETA

121

esamini attentamente la sua logica, come scienza di questa idea in s, essa si svela non una dialettica nel suo dinamismo, ma un sistema chiuso di concetti, analogo alla xoivwvia Tcv ye^'tJii'v platonica: un sistema che, presupposto tutto com',

non

si

pu che analizzare,

col

pensiero da principio fino

alla fine.
lettica,

in sostanza, al

pi profondo concetto della dia-

l'atto

che non la legge del pensare se non in quanto stesso del pensare S Hegel non si pu dire, a rigore,
sia affacciata.
si

che
se
il

si

N pure Hegel adunque


fossero la

sottrarrebbe alla condanna,


sul concetto della

proposito e la reale mira degli esposti ragionamenti

condanna d'ogni logica fondata

trascendenza della verit.

2.

Significato della critica

intomo

al

concetto

del logo astratto.

Ma il significato della critica ben diverso: poich essa ha dimostrato soltanto l'assurdit e insostenibilit della interpretazione di un principio, di cui, d'altra parte, non abbiamo mancato di additare, a piti riprese, il motivo di vero: di un principio, che s' avuto il torto di concepire astrattamente, ma che, chiaro, non si potrebbe n pur concepire nel modo concreto, a cui rimanda chi appunta di astrattezza
codesto concetto, se esso fosse interamente falso e da estir-

pare perci dalle radici.

3.

Motivo' di vero della logica del logo astratto.


si

Il

nocciolo sostanziale di pensiero che


della verit
il

cela

in

fondo

alla dottrina

trascendente, da mettere in luce


della oggettivit del pensiero, in

e a profitto,

momento

cui, se son vere tutte le precedenti considerazioni, si risolve, si attua e vale la verit. Giacch questo pensiero, con cui la

Questa

la tesi del

mio studio

citato su

La

Rifornuib della

Dia-

lettica hegeliana.

122

IL

LOGO O LA VERIT

verit nostra s'immedesima,

a cui

la verit

concepita

non per noi quel pensiero come trascendente si opponeva e

sovrapponeva. La verit infatti intendevasi sottrarre al flusso del pensiero in quanto soggetto. Questo motivo amplissimamente sviluppato nella filosofia rosminiana, travagliatasi per un ventennio della pi laboriosa meditazione sopra questo problema: come raggiungere col pensiero la realt, posto che quella che il pensiero conosce bens essere, ma l'essere nella forma in cui esso
rispetto al pensiero, cio nella forma ideale?
volle

il

mai consentire

col Gioberti

che

lo stesso essere,

Rosmini che

essere pel pensiero, sia l'essere reale, lo stesso l'essere in s,

Dio.

Ma

con tutta

la

cura pi scrupolosa di mantenere una

il Rosmini tuttavia non pot a meno di fare che: 1" all'essere reale non si possa come che sia spingere il pensiero se non movendo da quell'essere ideale, che , in quanto tale, relativo al pensiero ; 2 che questo essere ideale, che pur dovevasi tenere come un che di esterno al soggetto, non si cogliesse dal soggetto, merc l'intuito che fa intelletto il suo intelletto, dentro lo stesso soggetto che lo intuisce, quale contenuto del proprio

radicale distinzione tra essere e pensiero,

intuito.

Ebbene, questa oggettivit, da cui il pensiero attinge il vero di ogni sua conoscenza, e che norma perci della libert, che gli propria; quest'oggettivit, lungi dall'essere,
in se stessa,

un

idolo

illusorio

s' svelata a noi


e pi

come un momento
ci

salda verit che

sia,

d'una fallace speculazione, essenziale della prima ossia del concetto appunto
di questo concetto,

della verit. Soltanto, essa

un momento
il

non

tutto

il

concetto; perch in tanto l'oggettivit rientrata

per noi in questo concetto, in quanto

concetto del soggetto,

con cui s'immedesima la verit, s' allargato in modo da comprendere in s tanto il vecchio soggetto, di cui adombrava, p. es., il Rosmini, quanto il vecchio oggetto, che egli mirava a garentire da ogni pericolosa mischianza con quel
soggetto.

VBRIT ASTRATTA B VERIT CONCRETA


In che modo nel nuovo concetto del soggetto sia da mantenere l'oggettivit del logo.

123

4.

Il

soggetto, invero, nel cui processo consiste la dialettica

della verit,

un processo

in quanto,
,

secondo che abbiamo


in uno, la

chiarito, soggetto

ed oggetto:

libert del

come, contro chi nella equivalenza della verit col divenire ha veduto un abbassamento di essa da valore a semplice fatto, abbiamo dimostrato che il divenire un fatto soltanto per chi gli faccia
soggetto e la necessit dell'oggetto.

trascendente l'essere del valore


cos

(o

il

valore

come

essere);

contro chi obbiettasse che la nostra soggettivit non

pu pretendere a comprendere dentro di s l'oggettivit genuina, che propria della verit, bisogna rispondere che
la soggettivit in cui

non c' posto per tutto ci che legittimamente si voleva salvare nella concezione oggettivista del vero, non la nostra soggettivit dialettica, ma quella che l'astratto concetto della verit trascendente opponeva, staticamente, alla realt del vero.
si pu richiamare l'attenzione meramente empirica del concetto dell'astratto soggetto, inteso come opposto alla verit oggettiva. Giacch cotesto concetto nato dall'esperienza del soggetto come sog-

a convalida della risposta

sull'origine

getto tnito, quale l'uomo

si

dimostra nella natura e nella

storia (naturalisticamente intesa): ossia in

mezzo

alla realt

che in se medesima scissa per infinite differenze, e come una cosa non altra, ogni fatto non nessun altro fatto. Di
fronte alla natura l'uomo quello che all'esperienza appare: un essere della natura, ancorch dotato egli solo, tra tutti
gli esseri

appartenenti alla stessa natura, di certe funzioni

dicono psichiche, diverse da altre funzioni dell'uomo stesso o di altri viventi, ma con esse coesistenti nell'ordine dei fenomeni naturali. Cos concepito, l'uomo sensazione,

che

si

p. e.;

ma

sensazione

, in

quanto fuori

di esso

come sensa-

zione c' esso stesso in quanto movimento fisiologico, e c'


tutto

o meglio (poich il movimento il movimento esterno: un che di raffigurabile in conformit di certi schemi men-

124
tali,

IL

LOGO O LA VERIT
la sensazione), c'

che gi presuppongono

un
il

quid, un'cc che nessuno dir mai che cosa sia.

qualche cosa, Ed ecco

tutto, fuori della sensazione, di l dal limite

del sapere.

sapere, processo del soggetto,

come pretendere che

sia lo

da dire che ne sar eternamente fuori? E quando questo acuto senso della incommensurabilit tra l'essere presupposto alla sensazione e il sapere che muove dalla sensazione non sia sviluppato, e si pu tuttavia credere ingenuamente che, separato con una linea netta ogni soggetto da tutto l'oggetto del suo conoscere, sia pur possibile quel loro commercio per cui l'oggetto, agendo sul soggetto, generi la cognizione, e il soggetto, agendo sull'oggetto, crei il mondo della volont ferma restando la separazione, il soggetto per
stesso processo della verit, se a rigore piuttosto
la verit

ne

fuori, e

se stesso vuoto d'ogni cognizione, e quindi d'ogni verit,

che pure, a sua volta, dovrebbe essere il contenuto della E quando, comunque, sia messo in grado di riempirsene, se ne riempir, senza poter mai esaurire l'oggetto che
cognizione.
nella natura sterminato, e senza poter

mai perci aspirare


essendo, al con-

a costituirsi in possesso di tutta


trario,

la verit,

sempre

in istato e

d'ignorare e di credere di sapere

ignorando, e perci di errare.

5.

Soggetto tra soggetti,


il

soggetto come puro conoscere.

D'altra parte,

soggetto, quale l'esperienza storica, nel


es.,

senso dianzi avvertito, ce lo mostra, Aristotele, p.

non

Galileo: Aristotele che sa e

non

sar Galileo, sapr di


Galileo
si

pii, e quel di dimostra esserci, malgrado che Aristotele, gi apparso come il maestro di color che sanno, non la conoscesse. La storia, facendoci assistere alla sfilata dei soggetti, che pur sono, ad uno ad uno, soggetto, ci fa toccar con

quando pi verit che da


sa, tanto che,

mano che

il

soggetto limitato, e per da

meno

della verit,

e incongruente con essa, che infinita.

Se questo il soggetto (soggetto tra soggetti e tra oggetti), quale cio apparisce a chi empiricamente lo consideri, nessun

VBRIT ASTRATTA E VERIT CONCRETA

125
totalit

dubbio che

esso,

come individuo

particolare e

come

degl'individui, in cui pu immaginarsi determinato nella fuga


dei tempi e nella distesa dello spazio (umanit, che nel suo

complesso sar sempre l'esistenza di fatto di esseri finiti) non pu contenere nel suo seno la verit. Ma un soggetto cos concepito, lungi dall'essere il soggetto
e tutto
il

soggetto, cui

si

possano affidare tranquillamente

g' interessi della verit investita di tutta la

sua inalienabile

oggettivit,

non

e vero

soggetto.

nemmeno una piccola parte di questo alto E male ci siamo espressi dicendo che il

soggetto antico s' slargato per accogliere in s quella verit,


rinascere

che una volta eragli esterna. Il soggetto antico morto, per come vero soggetto; poich quello morto non

altro che oggetto dell'esperienza: il quale, per quanto sicuramente attestato da questa, non potr mai valere come
l'attivit stessa

produttiva dell'esperienza, o l'esperienza,

il

conoscere, nella sua pura essenza.


l'esperienza

come

costituirsi

nuovo soggetto tutta del soggetto: quello che abbiamo


il

ripetutamente designato col termine di puro conoscere.

6.

Il

puro conoscere.

Il puro conoscere, o pura esperienza S differisce dal conoscere empirico e dal conoscere metafisico (nel senso intel-

lettualistico o prekantiano),
la

perch tanto l'empirismo quanto


originaria, che l'em-

metafisica presuppongono l'oggetto, e quindi presupponil

gono anche

soggetto, in

una dualit

pirismo tenta di risolvere col concetto dell'esperienza e la


metafisica col concetto dell'innatismo o dell'intuizionismo.

Per l'uno e per


il

l'altra

il

soggetto limitato dall'oggetto: e


fatto

loro rapporto perci

un

dommaticamente ammesso,

quanto esso stesso oggetto di osservazione empirica, che constata il fatto del conoscere in cui tale rapporto consiste.
in

1 Cfr. la mia prolusione L'esperienza pura Libreria della Voce, 1915.

e la realt.'i storica,

Firenze,

126
Il

IL

LOGO O LA VERIT

conoscere pertanto, sia dal punto di vista empirico sia

dal punto di vista metafisico, sempre conoscere empirico:


fatto,

il

che non pu dedursi certamente dalla dualit, che ne presupposto, perch la dualit, come tale, sarebbe piut-

tosto l'esclusione d'ogni rapporto di


Il

qualunque

sorta.

il

conoscere puro invece non presuppone nulla, ma pone soggetto e s l'oggetto nella loro viva unit, in guisa

che l'oggetto non sia se non la realt dello stesso soggetto nella sua idealizzazione e il soggetto perci non possa avere altro limite che quello che egli stesso pone a se medesimo, con un atto che insieme auto-limitazione e oggettivazione di s. E appunto perch il conoscere attuazione del sog;

getto,
il

non

limitato
il

da

altro,

ma

solamente autolimitantesi,

vero conoscere, puro: cio non misto di nulla di empirico; di nulla che importi nel soggetto del coconoscere,

noscere l'accessione o intuizione di qualche cosa di estrinseco


alla

sua essenza.

Il

conoscere puro insomma quello che


conosciuto,

non ha

fuori di s

il

ma

il

cui conosciuto l'atto

stesso del conoscere: soggetto che soggetto in quanto og-

getto a se medesimo.

7.

Dualit immanente nel soggetto.


il

concetto del soggetto del puro conoscere, perch a questo soggetto sia immanente quella verit, che dal vecchio soggetto, empiricamente concepito, doveva legittimamente separarsi, dichiarandosi oggettiva; ma chiaro anche perch, negata quella concezione dell'oggettivit del vero, non venga meno perci ogni pi

Tale essendo

non

solo chiaro

preciso criterio di distinzione della oggettivit dalla soggettivit.

Dentro
pito

infatti allo stesso soggetto, dialetticamente conce-

come

posizione di s, risorge nell'atto del puro cono-

scere la differenza dei due momenti, soggettivo ed oggettivo,

per la cui inesatta comprensione l'empirismo e la metafisica facevano della verit una realt trascendente l'atto del soggetto e tutta la vita dello spirito.

VERIT ASTRATTA E VERIT CONCRETA


Il

127

soggetto,

oggetto nella loro unit

insomma, del puro conoscere quel medesimo che


:

soggetto
il

ed

soggetto era

all'empirismo e alla metafisica in quanto esso connettevasi


coir oggetto e insieme con questo formava tutta la realt da

intendere nella sua intelligibilit o idealit. La differenza sta che questa realt totale era per l'empirismo e solo in ci
:

per la metafisica una somma di due elementi, ciascuno dei quali tentavasi di concepire per s stante e indipendente dall'altro; laddove essa, nel concetto del puro conoscere, una
concreta unit. Dalla quale differenza ne consegue un'altra, che ognun vede subito se stia a vantaggio dell'intellettualismo, in cui empiristi e metafisici si accampano, o piuttosto di quell'idealismo, che afferma questo puro conoscere: la somma cio, di due elementi che sian due, ciascuno determinato e chiuso in se medesimo, un pensiero che lavora sull'astratto: perch ciascuna unit della somma, presupposta
alla

somma,

, in

quanto

tale, effetto di quell'astrazione che,

analizzata la

prescindendo dalla entrambi son fusi nell'intuizione unica della somma; e l'unit invece il concreto pensiero, da cui l'analisi e l'astrazione prendono le mosse. E in conclusione, una somma, come accozzamento di termini irrelativi, inconcepibile, poich il pensiero essenzialmente relazione.
fissa gli elementi,

somma, ne

sintesi per cui

I
8.

L'unit della dualit.


rifarsi e

L'unit pertanto, da cui bisogna

non prescindere

mai, non esclude, anzi include la dualit: dualit non intesa essa stessa astrattamente, ma concepita nella dialettica della sua vita concreta. E in questa dualit, in cui l'unit si pone,
ecco risorgere, come ragion d'essere dell'altro termine, insieme col quale esso realizza l'unit del conoscere, l'oggetto:
l'oggetto, assoluto opposto del soggetto, a cui
tico.

Assoluto opposto;

ma

pure idennon meno identico che opposto.

Questo punto convien bene fermare, se si vuol riconoscere l'importanza di tutte le ricerche filosofiche intorno alla logica, che non raggiunsero, in passato, il punto di vista del puro conoscere.

128

IL

LOGO O LA VERIT
,

L'oggetto immediatamente

verso

il

soggetto a cui

che penso, teorema di Pitagora, penso immediatamente questo teorema, ma non penso me pensante il teorema di Pitagora: cio nell'oggetto {ohiectum mihi) non e' altro che l'oggetto, e non ci sono io. Narciso che s'innamora della sua immagine, non vede se stesso amante nell'immagine che gli sta innanzi. Questa la posizione immediata dell'oggetto di fronte
oggetto, opposto, e nient'altro che

opposto. Io

poniamo,

il

al soggetto.

Ma

se questa posizione esclude affatto l'oggetto dalla sfera

del soggetto, essa, in

quanto immediata, non

posizione di

pensiero, perch pensiero la negazione d'ogni immediatezza.

quindi la posizione dell'oggetto di contro al soggetto un'opposizione reale nel pensiero in quanto esce dalla proatto di coscienza. Cio l'opposizione reale nel pensiero in

pria immediatezza, ed essa stessa contenuto di pensiero,

quanto coscienza dell'opposizione. Giacch se io pensassi il teorema di Pitagora, senza aver coscienza del pensiero onde lo penso, potrei, tutt'al pi, dir di avere innanzi a me questo teorema, ut pictura in tabula, ma non di vederlo e pensarlo. Ora, questa coscienza importa che, oltre il soggetto che si oppone all'oggetto e a cui opposto l'oggetto, c' un soggetto, a cui presente s l'oggetto e s
il

soggetto nella loro

opposizione:

un

soggetto,

nel quale quell'opposizione vien

meno.
Diremo, dunque, che l'opposizione di soggetto e oggetto a sua volta, oggetto d'un ulteriore e pi profondo soggetto? In questo modo evidente che si rinnoverebbe quell'opposizione, che nella sua immediatezza sarebbe ancora al
sia,

di

qua del pensiero, e richiederebbe

tuttavia l'intervento del


si

pensiero; e quand'anche per questa via


all'infinito,

volesse procedere
si

come pur qualcuno ha pensato ^ non

giunge-

rebbe mai ad avere quel pensiero, in cui soltanto possibile che l'opposizione sia reale. Il difetto di questo modo di con-

Cfr. le

mie

Origini della Filosofia contemporanea in Italia, Messina,


I, p.

Principato, 1917, voi.

264

ss.

VERIT ASTRATTA E VERIT CONCRETA


cepire rautocoscienza, o unit della

129

coscienza del soggetto

e dell'oggetto, nel presupporre e staccare la dualit dell'opposizione dall'unit di quella medesimezza, in cui l'op-

posizione

che

si libera dalla propria immediatezza. Se noi diciamo pura opposizione di oggetto e soggetto ci d la plctura in tabula, ma non ci d il pensiero, non vogliamo dire che

la

infatti ci sia gi la

pictura in tabula e debba tuttavia venire


il

l'uomo,

il

pittore a contemplarla. Il vero


il

contrario: la

pittura suppone gi
Nell'atto che penso
altro dinanzi a

pittore: e l'opposizione c', in


si

quanto

attraverso la stessa opposizione


il

attua l'energia dell'unit.

teorema di Pitagora, io non ho bens non questo oggetto del mio pensiero ma come oggetto del mio pensiero, cio come pensiero mio, che s'annullerebbe appena venisse meno il mio pensiero; quel pensiero appunto con cui, pensando questo teorema, lo distinguo da me, e pongo perci pure un me, sog-

me

se

getto, di contro dell'oggetto.

9.

L'astratto logo

non

solo negato,

ma

anche affermato.
Il

L'opposizione dunque c' come identit.

soggetto che

pone
tanto,

s e

pone

il

suo opposto, non


il

si

differenzia in

modo da
sol-

smarrire nella dualit

suo essere unico, anzi allora

come unico,

lo realizza,

quando

lo

distingue attraverso

la dualit dell'opposizione.

in questa identit degli opposti

consiste la concretezza dell'opposizione, la quale altrimenti

non sarebbe pensabile.


conoscere puro, ma non n dell'astratto oggetto, n della loro astratta opposizione, poich il conoscere il superamento di tutte queste astrattezze. Il che importa che non pu n anche ragguagliarsi al conoscere (come parve ad Hegel) se questo conoscere s'intenda come risoluzione definitiva (tutta positiva, e che abbia esaurito il proprio processo) di tutte le astrattezze. Perch ogni astrattezza consiste nell'immedia-

Orbene,

la verit bens del

dell'astratto soggetto,

tezza e nel
lo stesso

sottrarsi alla dialettica del processo; sicch, se


il

processo esaurisce

suo compito, e

ci

il

cono9

G. Gentile.

130

IL

LOGO O LA VERIT
In

scere

come una concretezza,


la

quale abbia avuto una buona


il

volta ragione di tutti gli astratti; ecco che

concreto stesso
verit ancor

diventa un astratto, e

concretezza, in cui consiste la vita in


fallace miraggio, e
sia,

atto del pensiero, riesce

un

una

pi irraggiungibile che non

che ne partecipa, l'idea platonica. Affinch si attui la concretezza del pensiero, che negazione dell'immediatezza di ogni posizione astratta, necessario che l'astrattezza sia non solo negata ma anche affermata; a quel modo stesso che a mantenere acceso il fuoco che di strugge il combustibile, occorre e che ci sia sempre del combustibile, e che questo non sia sottratto alle fiamme divoratrici, ma sia effettivamente combusto.
alla natura e all'uomo

10.

Posizione del problema della logica dell'astratto.

Nel fuoco del pensiero che incenerisce


per trarne luce e calore,

il

il

suo combustibile

combustibile, non per anco cenere,

momento

essenziale, ineliminabile. Sicch

una logica del

puro conoscere che, come dialettica della realt idealizzantesi, nega la sussistenza di una realt statica, puro oggetto
del pensiero, sottratto al flusso della vita;

una

tale

logica,

quale pur noi l'intendiamo, se non salvasse la verit come

ferma torre che non crolla giammai

la

cima, oggetto eter-

namente opposto

alla libert del soggetto,


altri

non varrebbe

di

pi d'un fuoco che

volesse

alimentare di niente. La

vera dialettica non quella che nega l'oggetto, bens quella che ha coscienza della sua astrattezza, e quindi della concretezza, in cui esso attinge succhi della sua eterna vitalit. E se dialettica diciamo la logica del concreto, ossia del puro conoscere, che l'unit del soggetto e dell'oggetto, oltre la dialettica bisogna pure ammettere, grado alla stessa dialettica, una logica dell'astratto, o del pensiero in quanto oggetto, nel momento dell'opposizione, senza di cui non
attuabile l'unit, in cui
il

concreto risiede.

S'intende che questa logica dell'astratto grado a quella del concreto solo in quanto costruita dal punto di vista

VERIT ASTRATTA E VERIT CONCRETA


della dialettica, ossia della verit
al quale

131

immanente. Punto di vista non si sono mai collocati i logici precedenti; che costruivano una logica dell'astratto fermi nel convincimento che questo astratto fosse il vero concreto. Laddove la verit,
tica nella sua

per dir cos, nella verit oggettiva, fissata come verit, staposizione immediata, una verit la quale,

come ormai deve veder chiaramente

chi ci abbia seguito fino a questo punto, soltanto una parte o un aspetto della verit: e invece la verit non pu mai esser altro che tutta
la verit, o la verit nell'unit di tutti
Il
i

suoi aspetti.

logo della logica

il

puro conoscere, in cui l'oggetto


11

lo stesso

soggetto, oggetto a se stesso.

logo dunque

pure l'oggetto del soggetto; ma in quanto questo oggetto il soggetto che si fa oggetto a se stesso, e cio puro conoscere.

11.

L'epoca organica

e l'epoca critica

del pensiero nella loro unit.

Togliendo

la

terminologia da una famosa distinzione vol-

gata, che divideva le epoche della storia in

organiche

critiche:

une determinate come certi assetti sociali, resultate dai movimenti anteriori, e le altre consistenti nei movimenti stessi, dissolventi gli anteriori assetti, e a grado a grado preparanti nuove condizioni di equilibrio delle forze sociali, si potrebbe dire che c' una logica organica (astratta) e c' una logica critica (concreta); a patto di non fare successivi e quindi giustapposti l'uno all'altro, e
le

quindi l'un dall'altro separati,


nico in virt di
gita la vita,
e

il

logo della organicit e


il

il

logo della critica; e a patto di avvertire che

logo orgacui sia fug-

una energia

attuale organizzatrice, che la

stessa energia dissolvente di

un organismo, da

restauratrice di

un

altro

vitale organismo.

Cos

come

il

Nelxog e la ^ikxr\q del sistema di Empedocle,


si

alternino nell'opera, ora di disgregazione e separazione, ora di concentrazione e unificazione, in realt

che, se pare

concorrono nella formazione d'ogni cosmo come forze con-

132

IL

LOaO O LA VERIT

correnti e cooperanti in

un

solo processo che organizza di-

sorganizzando, e disorganizza organizzando.

Vedremo

nel prossimo capitolo

come

l'essersi lasciato sfug-

gire l'elemento critico della logica organica abbia in ogni

tempo, da quando la filosofia s' proposto il problema della verit, condotto la filosofia a dichiararsi impotente, e a ceder le armi innanzi all'assurdo e al mistero; e come ogni nuovo tentativo ch'essa ha fatto per riprendersi e per affrontare il gran problema, sia stato una specie di epoca critica, una rivoluzione rispetto al vecchio organismo del logo, e l'istaurazione d'un nuovo luogo organico, pur sempre sottratto ad ogni forza critica. E in quest'altro schizzo storico avremo la pi evidente conferma della verit del nostro programma di

una

logica dell'astratto grado alla logica del concreto.

Capitolo Vili

FORME STOEICHE PRINCIPALI DEL LOGO ASTRATTO

1.

Il

logo di Parmenide.

Il

fondatore,

si

pu

dire, della logica dell'astratto,


il

come

quegli che primo cominci a intendere in tutto


il

suo rigore

concetto del logo


Il

come presupposto

del pensiero, Par-

menide.

quale, riducendo alla sua coerenza la ricerca della

scuola ionica d'una sostanza assoluta, e quindi superando il dualismo Pitagorico, concep la realt come essere. Essere, s'intende, naturale, immediato. Il quale non pu mutare, perch il mutare importa non essere prima quel che si dopo, e non essere dopo quel che si prima: cio importa un concetto della realt come essere insieme e non-essere, laddove il reale soltanto essere, e il non-essere non . Similmente, esso immobile. Quindi pure, non nato, n morr: eterno. Non pu essere in parte, e in parte no: continuo. Uno, perch molteplicit importerebbe discontinuit. N limitato da altro. N quindi si oppone al pensiero, poich se il pensiero , esso non pu essere altro che l'essere stesso. Ed ecco il logo di Parmenide*:
Taxv S'aT voelv te xal oiivexv boti
ov yp avsu xov vto^, v
eijQTioeii;
S

vi^fia.

JteqpaTio|xvov ativ
f\

t voelv v8v yQ<,f\>Oxiv

eaxai

Xko

mxQs'E,

xov vTog.

Fr. 8, 34 Diels. Cfr. 5: x yq ait voev attv ts xal

elvai.

134

IL

LOaO O LA VERIT
,

Ma

il

pensiero ? Se

la stessa cosa (tatv)

di ci^

di cui pensiero, essendoci noto,

non

solo perch ce lo dice

Parmenide,
diata,

ma

immanente

per la logica eterna, che abbiamo gi stualla posizione speculativa intellettualistica,

da cui sorge questo concetto della realt, come essere; e per cui, posto l'essere, in grazia del quale sorge il pensiero (oirvexv axi vrina), non ci pu esser nulla fuori dell'essere (ngeg xov evro;). Per essere, bisogna che sia xavxv, identica
il

pensiero all'essere, identico all'essere

al

pensiero, poich

l'essere

non pu

differenziarsi.

Orbene, questa identit di s con se stesso, che Parmenide


si

trova innanzi quando cerca di determinare

il

concetto del

pensiero, certamente la definizione del pensiero: e noi l'ab-

biamo gi come tale esposta, dimostrando che l'autocoscienza non altro che l'essere che si riflette su se stesso, e in questa riflessione (o idealizzazione) si oppone a s, restando, anzi facendosi, identico con se stesso. Ma il xavxv parmenideo non l'essere che, sdoppiatosi, si unifica perch il suo sdoppiamento
sia atto dell'unit originaria; bens

l'essere indif-

ferenziabile,

nella sua immediatezza:

il

punto di partenza

dello sdoppiamento, la cui risoluzione

nell'unit originaria

realizzerebbe la vera identit. Di guisa che nel

parmenideo c'

la

parvenza del pensiero, non


s il

la realt.

monismo La
anche

quale richiederebbe

momento

dell'identit,

ma

quello] dell'opposizione, della differenza.

quest'ultimo nel

concetto dell'essere immutabile non possibile.

2.

Dissoluzione del logo di Parmenide.

Sicch l'essere per essere realizzato come veramente immutabile, deve:


1"

come

pensato);

non esser pensato (o non esser pensato non essere propriamente (pensato come)
il

immutabile.
siero,

Infatti

pensiero

turberebbe e annullerebbe

l'immobilit dell'immutabile; mentre, prescindendo dal pen-

l'immutabile non pi tale; perch non mutare

essere identico; e identit importa

A:^A,

ossia

una

rifles-

sione su di^se stesso, che propria soltanto del pensiero, e

FORME STORICHE PRINCIPALI DBL LOGO ASTRATTO

135

che SU ci che non sia pensiero pu essere esercitata soltanto dal pensiero. Donde le conclusioni negative e scettiche che il gran sofista Gorgia di Lentini ricav dall'intrepido unizzare
di tutti gli Eleati: l'essere,

conoscibile; se fosse conoscibile,

non essere; se fosse, non essere non essere enunciabile'.

3.

Il

logo degli Atomisti.

Un'altra forma della realt


sofia presocratica

come essere sorge

nella

filo-

con l'atomismo di Leucippo e di Democrito; per cui, di fronte alle difficolt che il concetto dell'essere uno creava rispetto all'esperienza, si cerca di mantenere quel concetto, indispensabile al puro naturalismo, facendo l'essere molteplice: quindi introducendo il vacuo dello spazio nel pieno, rompendo la continuit del reale, e polverizzando
quasi la massa unica dell'essere eleate nella infinita molteplicit

degli atomi.

Qui l'essere nella sua immediatezza

essere (pieno) ed non-essere (vacuo). C' quindi l'essere

immutabile (atomo) e c' la mutazione (la varia aggregazione degli atomi), perch c' il movimento nel vacuo. L'essere pare si concilii col pensiero, rendendo possibile Tesperienza, mentre pur si acuisce il senso dell'opposizione tra essere e pensiero, e nasce la famosa distinzione, che risorger nel secolo XVII col risorgere dell'atomismo, delle qualit primarie (duro e molle, grave e leggiero), derivanti dalle determinazioni quantitative proprie degli atomi e dei loro
aggregati; e delle secondarie, mere affezioni del senso
Tf\q atoGrioecog (iW>,oiou(.iv".i5-).
(jtd0Ti

problema non si risolve, anzi si complica e diPerch la categoria, con cui si pensa tutta la realt (pieno e vuoto), sempre quella dell'essere; e nel tutto del reale non possibile mutamento di sorta. Non
il

Eppure

venta assai

piti difficile.

possibile quindi quell'intrinseco differenziamento, che sa-

Ps.

Arist.,

De De

Melisso, p. 979

a 12; e Sesto Emp., Adv. Malh.,


Dox.,
p. 517.

VII,
2

65-86.

Teofrasto,

sensu, 63, in Diels,

136

IL

LOGO O LA VERIT

rebbe necessario anche per dire che non muta. Infatti ratemista nega ogni differenza qualitativa, e riduce ogni cangiamento a variazione quantitativa; il quale in tanto, com' ovvio, possibile nelle parti, in quanto non possibile nel tutto del sistema, in cui le parti rientrano: giacch quel che si aggiunge in un punto, deve togliersi da un altro, e la somma riuscir sempre la medesima. Ma la considerazione
quantitativa, a cui
il

pensiero ricorre per render pensabile

l'essere, forse possibile

mantenendo questo concetto


ci

d'es-

sere? Chi dice quantit, dice elementi non solo distinti,


separati.

ma

la

separazione

dice che

un elemento non

possibile,

altro che se stesso:


la

identico a s.

Identit che,

concepita
per la

realt

dell'atomo

come

essere,
il

non

stessa ragione

che dissolve

monismo

degli Eleati nello

scetticismo.

che l'essere parmenideo travadi peggio da questa discordia intestina, essendo tra s indifferenziato (e quindi n diverso, n identico) e s identico in quanto differenziato; laddove l'atomo di Democrito combattuto e minato da dentro e da fuori. Da dentro, come l'Uno di Parmenide; e da fuori perch esso, a differenza di quell'Uno, si trova a dover affermare la propria unit e immediatezza o identit astratta anche contro gli altri Uni, che fan ressa attorno a lui e dai quali bisogna che
:

Con questo

gliato soltanto

egli,

per essere,

si

distingua; e distinguersi differenziarsi

dagli altri, anche dentro di s. Perch se

B
^

(negando, escludendo da s B),

A A non essendo A non soltanto A; ma

e 7ion-B.

infiniti
infiniti

5,

E poich oltre B, c' B', B", B"\ e insomma A non pu essere se stesso, senza contenere in s
A
appartiene.
costretto

rapporti (di esclusione reciproca) con gl'infiniti B,

concorrenti nel sistema a cui


se l'identico essere di

in conclusione,

Parmenide

a contraddirsi, differenziandosi, l'essere


di

almeno una volta egualmente identico


stesso,

Democrito costretto a differenziarsi e a negare se

o la propria identit, infinite volte.

FORMB STORICHE PRINCIPALI DBL LOGO ASTRATTO


4.

137

Dissoluzione del logo degli Atomisti.

L'atomismo perci -^ attraverso Protagora e reraclitismo contemporaneo a Protagora sbocca anch'esso nello scetticismo, a cui s'oppone Socrate. II quale rialza la bandiera della scienza, con l'affermazione del concetto universale. Non pi essere presupposto al processo del conoscere che comincia dalla sensazione; ma un altro essere, che in certo

modo
scere,

il

anch'esso, al

termine di cotesto processo; e che se si concepisce modo che si deve, come presupposto del conola
il

non condiziona

ticolare secondo
tale cognizione,

momento
la

cognizione sensibile, variabile e parparticolare del soggetto di una

ma

conoscenza razionale.

Un

essere innello

somma, non pi
la
Il

naturale,

ma

ideale:

non

esistente

spazio: ma, al pari di quell'essere, a cui aveva guardato


filosofia

precedente,

esterno

al

pensiero che lo pensa.

santo, dice Socrate leW Eutifrone platonico,

non

santo

perch piace agli dei, anzi piace agli dei perch santo K La mente, divina o umana che sia, riconosce il concetto, di
cui vrma,
cui
si

come

il

voelv

di

riferisce:

e la scienza consiste

Parmenide riconosce l'elvai a sempre nel ravTv di


(ti

cui parlava Parmenide.

La
e che

difi^erenza tra quel


il

quid

oTiv)

a cui mira Socrate,

concetto, e l'essere degli Eleati e degli Atomisti


il

questa: che, al paragone di quest'essere,

concetto nega-

zione della immediatezza o astrattezza dell'essere. Quell'im-

mediato essere un astratto: l'essere, pensato come identico si pensa come identico, l'Io), ma staccato dal pensiero che lo pensa, e solo pu pensarlo, identico, e pur continuato a pensare, e continuato a pensare identico perch pensare l'essere e pensare l'essere come identico sono gi
(anzi che
:

unum

et

idem. L'essere invece, di Socrate essere


la coscienza di

pen-

sato, con

questa sua forma.

(lv

Saiov 6i tovxo

cpi/.8Xa0ai, 5ti 'oiv ativ, Jw?'

ov bixi

cpiXelrai,

ociov

Etvai:

Euthyphr., 10 E.

138
Si

IL

LOGO O LA VERIT

potrebbe dire che per opera di Socrate alla natura il pensiero. E poich il pensiero dell'uomo, e la natura di Dio, fu detto che con Socrate la filosofia sia scesa
sottentri

anche magg-iore la lode tributatagli due cose a buon dritto possono attribuirsi a Socrate, l'induzione e la definizione, che risguardano il principio della scienza'. Perch questa induzione il pensiero che ha coscienza di s come mediazione, costruzione, critica delle sensazioni o delle cognizioni che ne provengono, tutte particolari come le sensazioni, e senza necessit, per giungere a un essere la cui conoscenza sar risultato d'un processo razionale; e non sar poi n anch'essa un risultato immobile in cui precipiti il lavoro induttivo, e la mente ristia: l'universale e necessario in cui si posa la mente Qia\iq, un giudizio, un ragguaglio di termine con termine di pensiero. Ragguaglio che ancora mediazione, relazione, quello che appunto, ma indebitamente, introduceva lo stesso Parmenide nel suo essere, dicendolo identico.
di cielo in terra.

Ma

da

Aristotele,

dove

afiferma che

5. Il

logo di Socrate.

Con

la definizione socratica

nasce formalmente la scienza

della logica: quella logica a capo della quale Aristotele avrebbe

posto quella composizione e quella divisione, in cui soltanto


possibile che ci sia
sieri
il

vero e

il

falso

quella sintesi di pen-

formanti un sol tutto, che egli anche nel


della verit che
si

De anima

indica
^.

come campo
Il

distingue dal suo opposto

concetto realizzato dalla definizione e la definizione


pi l'immediato essere astratto, che Protagora

non

aveva

gi cercato di superare;
definito e predicato

ma
si

gi

rapporto tra soggetto

onde

definisce.

rapporto media-

Toiz, t' jtavtxizovs Xyov; xal x QC^eoBai xaOXcu'

xavTa yac oxiv

di(icp(i>

aiegl oxTiv jtioxTinTis:


~ ^

De

interpr. e.
y.al

Metaph. XIII, 1, p. 16 a 12.

4,

1078 b, 28.
Sv

'Ev olg

q)8-06o5

xal x lriBg, ovBeoig xig

'i&t|

vo^iiixcov

<jo;teQ

vTcov:

De

an. Ili, 6, 430 a 27.

FORME STORICHE PRINCIPALI

DEIi

LOGO ASTRATTO

lo&

zione; poich ciascuno dei termini di esso non trova in se

ma deve ricorrere all'altro per avere il proprio essere onde consta l'esser suo; e quest'altro deve perci essere per lui non solo diverso, ma anche identico. L'astratta identit dell'essere naturale di Parmenide e di Democrito qui vinta.
stesso
:

ci

6.

Importanza del socratismo nella storia della logica.

Ma

la

mediazione socratica, se risolve


il

l'

immediatezza
la

della natura, o, in quanto la risolve, rende possibile l'iden-

tit dell'essere naturale mediante


logica in

pensiero,

ha

sua forma
pensiero,

una nuova
il

realt immediata.

E questa

la natura

come
che

pensiero, o

pensiero

come natura; quel

presupposto dello spirito, e quindi nuovamente immediato,


l'

idea platonica.

La

xoivcovia tcv vevcv del Sofista, ossia


dell' intuito sinottico del filosofo,

la dialettica

quale oggetto
la

non

altro

che
si

sistemazione dell'gions socratico: sistema

delle idee, nel quale ciascuna idea

immanente ha un conte-

che a sua volta soggetto di definizione, in guisa che tutte si ordinano in una rete universale di rapporti, il cui tipo la stessa mediazione gi affermata
definisce,

nuto onde

nella singola definizione particolare di Socrate.

Nel sistema dei rapporti definitori sorge, accanto


porto della definizione, e lo integra, quello della

al rap-

divisione,
piti

che non altro che


definizioni.

l'

inerenza d'uno stesso concetto a


il

Ma

la

dialettica platonica supera

tipo di

me-

diazione dualistica, in cui ogni termine, da qualunque parte


si volga, ha relazione con un altro termine, dal quale ritorna immediatamente a se stesso; mentre si suppone una molte-

plicit illimitata fuori di

ogni rapporto.

In conclusione, nella logica di Platone

come

in quella di
il

Socrate, l'astrattezza dell'immediato essere naturale cede

luogo a quella concretezza che era la flagrante negazione dell'astratto essere, in quanto se ne predicava l'identit. Qui
l'identit c'; e c', ripeto, perch

non siamo

pii di

fronte

alla natura, sibbene di fronte al pensiero.

Ma

poich questo

140

IL

LOGO O LA VERIT
il

pensiero stesso immediato, e

rapporto tra soggetto e pre-

dicato della definizione (o divisione) statico, cio gi posto,


esso tutto, nella sua unit complessiva, un'immediatezza
astratta.

7.

Il

logo di Platone.

Questa nuova immediatezza supera Aristotele col sillogismo, che non pensiero gi posto, ma pensiero che si pone non affermazione a cui ci troviamo innanzi, quasi innanzi a
;

fatto; sibbene dimostrazione. Il soggetto (essere, un determinato essere) non si d immediatamente come identico con un predicato (riflettendosi su se stesso il pensiero, onde l'essere si pensa); ma mediante un terzo termine (medio), si dimostra identico al predicato. Il rapporto perci da diadico diventa triadico, e il termine onde si compie ha la funzione di render possibile il passaggio dall'uno all'altro termine

un

della diade in quanto ne l'unit.


Il

sillogismo era implicito nella dialettica platonica;

ma

tra Platone e Aristotele esso rappresenta

una differenza impu pensare. Con

portante nella consapevolezza della necessit della mediazione per l'essere che
la
si

pensa e che

si

teoria del sillogismo vien data l'ultima

mano

alla elabo-

razione che era possibile della dottrina socratica del concetto.

si

svolge fino al suo limite estremo possibile

il

principio

della mediazione necessaria al concetto dell'essere affinch


sia pensabile. Piti in l si

sarebbe dovuto superare

lo stesso

concetto dell'essere in quanto essere.

Se non che, non superando il concetto dell'essere, la stessa forma sillogistica, mediata rispetto alla definizione, come questa mediata rispetto all'astratto essere naturale, non pu se non ribadire l'immediatezza propria dell'essere, e fissare, in forma intelligibile o ideale, una nuova natura, oggetto del pensiero. Giacch il sillogismo aristotelico non processo
conoscitivo,

ma

se unit della diade,


si dualizzi,

sistema dell'oggetto del conoscere; quindi, non si pu pensare n come unit che
si

n come dualit che

unizzi.

Non

c' la me-

FORME STORICHD PRINCIPALI DEL LOGO ASTRATTO


diazione,

141

ma

il

mediato:
,

il

quale, senza l'atto o processo


stessa
triadica

della mediazione,

nella sua

complessit,

un'immediatezza: un che di naturale, che il pensiero conoscente non pu che presupporre. Ma come potr conoscerlo?

8. Il

logo di Aristotele come verit del logo socratico-platonico; e sua interna difficolt.

La

risposta a questa

domanda

si

aspetta invano nel pe-

rodo della decadenza della speculazione greca. Si tratta di


cogliere quell'unit da cui sorgono le differenze. l'alta mira a cui volgesi la filosofia alessandrina, che sul tramonto del paganesimo torna a unizzare come, al dire di Aristotele *,

quei primi padri della speculazione logica greca, gli Eleati. Il pensiero greco si conchiude cos ritornando circolarmente

su se stesso. In Plotino le idee si ricongiungono tutte insieme a formare l'essere, il xajio; voiit?. Il quale non pi un semplice oggetto astratto, ma contenuto del vovg. Se non che questo intelletto, che contiene in se l'intelligibile, non il termine ultimo della mente che cerchi la realt prima, o l'essere da cui tutti gli esseri derivino. L' intelletto soggetto ed ha di fronte l'oggetto (l'intelligibile) dualit che non pu essere originaria, ma generata da ci che genera il numero: il semplice, l'Uno, senza di cui non si concepisce il due 2. Quest'Uno di l dall'intelletto, come dall'essere che ne oggetto; n quindi attingibile per mezzo della scienza, opera dell'intelletto. L'anima deve sottrarsi a ogni differenza, onde legata alla molteplicit sottostante all' Uno e dall'Uno derivante; deve sottrarsi, dentro se stessa, ad ogni stato che importi opposizione ed alterit, per raggiungere la propria radice, semplice oggetto d'una contemplazione in cui il contemplatore s'immedesima affatto e s'im-

3evo(pvti5 6

nQwTos xovccov vloo^: Metaph.,


1,

I, 5,

986 b 21.

Cfr. Enn.,

V,

5.

142

IL

LOGO O LA VERIT
in

merge nel contemplato,


di estasi.
l'unit,
Il

una specie
la pace,

di ebriet, di furore^

pensiero deve trascendere se stesso per cogliere

dove solo possibile

con l'appagamento del

bisogno che sospinge l'anima in cerca del sapere. L'unit in cui si risolve il mondo ideale di Platone, cos come viene
scrutato da Aristotele: unit in fondo alle differenze.
L'unit, dunque, a cui mette capo la filosofia greca,

quella stessa da cui era partita; e


in verit
la

il

quintessenza di tutta quella

suo concetto esprime filosofia. Essa

l'unit della natura, che

anche nel suo movimento e nelle sue

differenze, immediata, perch tutta presupposta

come

rea-

lizzata anteriormente al processo dello spirito per cui

deve

valere
lo

come verit. Quindi


filosofia

il

concetto della verit in tutto

greca dimostra bens la tendenza a superare l'astrattezza del momento oggettivo immediato; ma non raggiunge mai la concretezza a cui aspira.

svolgimento della

9.

Il

logo di Plotino, come ritorno all'Eleatismo.

La
il

filosofia cristiana,

come abbiamo

visto,

nega

fin

dal

principio r intellettualismo in cui era rimasto impigliato tutto

pensiero antico; e col suo concetto della carit o amore

getta le basi della

nuova intuizione
il

la realt, anzi che essere

spiritualistica, per cui presupposto dello spirito (natura),

ci che lo spirito stesso realizza, attuando se medesimo.

Questa intuizione pervade


dei primi Padri, che

tutto
i

il

movimento

del pensiero

elabora

dommi fondamentali

della

nuova
menti
i

fede: 1

Ges uomo
:

e Dio; 2

peccato e la grazia

dommi
un

Dio uno e trino; 3" il strettamente congiunti ed esprie nei suoi credenti, la

vari aspetti di

solo concetto. Il concetto infatti

della divinit dell'uomo in

Ges

negazione di quella divinit che appariva a Socrate sottratta alla scienza dell'uomo, perch manifestantesi in quella natura, che l'uomo trova bella e fatta, e a cui egli si contrappone. quindi anche la negazione di quell'essere di Parmenide, che ammette un pensiero, ma a condizione che questo non

FORME STORICHE PRINCIPALI DEL LOGO ASTRATTO


alteri

143

n turbi la sua indifferenziata e immediata unit. L'uomo, in Ges, Dio stesso. Non pi il pensiero vien
ridotto all'essere (negato nell'essere): anzi l'essere vien fatto

pensiero: perch Dio che

si

fa

uomo per
e

redimerlo.

immediata unit, che era l'essere naturale: astratto padre, che non ha generato. Ora padre in quanto ha generato il figlio; ed il figlio in quanto esiste per l'uomo, scendendo tra gli uomini, e redimendoli. Onde l'uomo non torna innanzi a Dio, in quanto Dio padre; ma perch Dio figlio, s' fatto uomo, e pur torna innanzi a Dio; e la redenzione riconciliazione che per mezzo del figlio si fa dell'uomo con Dio padre; poich il mediatore cesserebbe d'essere tale se i termini mediati, Dio e l'uomo, venissero meno. Quindi identit del figlio col padre; ma anche differenza. Identit con differenza che importa in Dio un processo spirituale, lo Spirito. Dio s uno, ma in quanto trino; e per spirito. D'altra parte, che l'uomo? In quanto Dio lo redime in Ges, esso volont divina; ma lo redime, in quanto esso
per se stesso peccato: peccato originale, essenziale alla sua

Dio perci non pi quell'astratta

natura. Natura tanto necessaria, affinch la mediazione dell'

uomo-dio

sia intelligibile,

quanto necessario, come abbiamo

osservato, l'altro termine della mediazione, Dio.


la grazia

Dunque,

suppone

il

peccato, e l'unit di questi due termini

nella redenzione operata dal Salvatore;


stessa, interna alla monotriade,

e della natura in Dio incarnato nel figlio.

come l'unit di Dio La mediazione

importa

la distinzione della

natura dallo

spirito, in

quanto

lo spirito

vien concepito

come

conciliazione di una dualit preesistente.

10. Il

logo cristiano ne' suoi

dommi

fondamentali.

Non sfugga per altro in questa deduzione l'ambiguit d'uno dei termini che sono in giuoco: l'ambiguit che il punto oscuro della Patristica, prima e dopo il concilio di Nicea; e rimane il compromesso di tutta la teologia cristiana, librantesi in bilico tra la filosofia e la religione.

144
Il

IL

LOGO O LA VERIT
il

termine ambiguo l'uomo,


tutto
il

centro di tutto

il

Cri-

stianesimo, che gli stende al di sotto tutta la natura e gli


colloca al di sopra
divino. L'uomo, termine
della

mediazione

in cui consiste la monotriade,

l'uomo redento.

L'uomo invece che


redento,

natura, peccato originale, privo, in se

stesso, del principio della propria salvazione,

non l'uomo

ma da

redimere.

L'uomo insomma

peccato originale

e grazia, in quanto ora natura e ora uomo. Quell'amore che attua ^ secondo Paolo, la fede, dovrebbe importare la
grazia, perch l'amore l'adempimento della legge
^;

per
:

mezzo

della legge io son

morto

alla legge

per vivere a Dio

sono stato crocifsso con Cristo, e vivo s, ma non io, Cristo vive in me. Ma quell'amore non propriamente il processo per cui l'uomo si solleva a Dio, bens una sorta d'atto immediato, onde l'uomo, che prima era natura, vien sollevato, e quasi trasumanato per immedesimarsi con Dio, da una grazia superiore. Giacch nell'amore stesso c' gi l'azione
della grazia.

L'uomo dunque rimane scisso tra s e s in due sostanze: una puramente naturale, ma priva d'ogni valore (peccato);
l'altra, spirito,

amore. Cristo, grazia, redenzione dal peccato, mondana e sublimato con Cristo in cielo, nel regno dello spirito, che il regno di Dio. Lo spirito, in conclusione, non dell'uomo, poich quella monotriade che getta sull'uomo un uncino spirituale, per
in cui egli sottratto alla vicenda
trarlo a s, e in s spiritualizzarlo.

11.

Ambiguit del concetto

dello spirito,

come mediazione,

nel sistema cristiano.

Tale

la difficolt in cui

torna a intricarsi lo spirito del

cristiano,

come gi
il

quello del greco.

la difficolt si riper-

cuote in tutto

sistema, divino e

umano,

della mediazione;

Gal,, V, 6: nlOTi; 81 ynr\z vBQyov^^.iv^r\.

Eom., XIII,

10.

FORME STORICHE PRINCIPALI DEL LOGO ASTRATTO

145

e d luogo in un primo periodo alle fierissime discussioni intorno al modo d'intendere la mediazione dello spirito, in

quanto divina monotriade (identit o somiglianza tra la natura del Padre e quella del figlio); e poi si fissa nella forma che non fa pi superata, circa il modo d'intendere la mediazione dello spirito, che l'essenziale del cristianesimo,

come

redenzione dal peccato in Cristo e nel cristiano. Si tratta sempre, in sostanza, della medesima Perch la monotriade spirito in quanto infinito, e mita
tito,

diftcolt.
il

domma
li-

del peccato, della scissione della natura dal suo creatore,


lo spirito;

a quel

modo

stesso che,

come abbiamo avver-

dall' intelletto,

una volont che non sia intelletto, e sia perci limitata non pu ritenersi volont vera e propria, ossia

libera e creatrice, volont.

Ma

il

dualismo, che deprime la

concezione della spiritualit divina, riesce al cristiano assai pi tormentoso in quanto soffoca la fede nella spiritualit umana, per cui il Cristianesimo era sorto. E da Agostino in
poi
il

problema della grazia diventa

il

pungolo pi assillante

della coscienza filosofica cristiana.

12. Insolubilit del

problema della grazia.

Problema
alla

insolubile,

questo della grazia, che riproduce


spirito, quello

nel centro stesso del


(xavxv)

nuovo

che abbiamo colto

radice del pensiero greco:

nel

concetto dell'identit

presenta bens come salvatore,

parmenidea. Insolubile, perch Ges al cristiano si ma in quanto non egli uomo che si fa Dio, anzi Dio che si fa uomo. Ossia, la mediazione che esso opera, suppone il dissidio e l'opposizione; e l'uomo come uomo (non pure quella natura che oggetto allo spirito, ma questo spirito stesso in quanto si formi naturalmente, da s, come libert) l'opposto di Dio; e ha bisogno di un sussidio estrinseco per riconciliarsi con lui.

L'uomo gi volont, gi libert, prima di essere mato e restaurato dalla grazia. La realt, reale per
fuori di lui;
G. Gentile.

riforlui,

la

sua libert ha potenza di raggiungerla.


10

146

IL

LOGO O LA VERIT

Di modo che

la volont,

come

natura, nell'identica posi-

zione dell'intelletto nella filosofa greca: con una realt, a cui non partecipa, e da cui perci, in quanto reale, non

pu

distinguersi.

valida ed efficace,
a cui spetta
il

E come volont rifatta dalla grazia, bens ma non essendo pi il soggetto della realt
come proprio
attributo, anzi lo stesso
di

valore
:

immediato reale n pi n meno del pensiero

Parmenide,

sommerso e assorbito nell'essere che esso conosce. Quindi la volont umana, come arbitrio del soggetto, non ha valore; e quando ha valore, non pi l'arbitrio del soggetto, ma
l'oggetto, di fronte al quale

dovrebbe celebrarsi

la

sua libert.

Di qui
ogni valore
critica e

il

dilemma
soggetto

del pelagianismo e del giansenismo:

della libert del soggetto, e della realt dell'oggetto


al

da cui
schietto

come grazia pu

provenire.

Lo

pelagianismo, rivendicazione del soggetto di fronte all'oggetto,

superamento della mera posizione religiosa


presupponendo tuttavia

la cui
*.

caratteristica la trascendenza della realt al soggetto


tale rivendicazione che,

Ma

la realt tra-

scendente, riesce a un concetto dello spirito


pertanto,

come

realt limi-

tata dal suo presupposto, e quindi particolare, naturale, e che

non

si
il

pu se non illusoriamente ritener


giansenismo, instaurando
la
in

libera.
il

D'altra parte,

tutto

suo
tra-

rigore innanzi alla coscienza dell'uomo

l'infinit

del

scendente,

distrugge

coscienza

stessa

immedesimata
gli Eleati

immediatamente con
il

l'infinito, o

negata (come per


).

non-essere opposto all'essere che solo

Due

estremi che

si

equivalgono, perch, o manchi Dio o manchi l'uomo,


il

infranto

rapporto di mediazione dell'uomo con Dio, a cui

mira

il

Cristianesimo

come concezione

spiritualistica

della

realt, intesa

quale unit di soggetto e oggetto.

Tra

termine n

due estremi la teologia, non potendo negare n un l'altro, pur dibattendosi di continuo tra tesi e

Cfr.

e i rapporti tra

Teoria generale dello spirilo^, p. 192 ss.; e gi II Modernismo religione e filosofia-, Bari, Laterza, 1921, p. 246 e ss.,
voi. I, p. 225 ss. e II parte 2, cap. Ili; e Di-

Sommario di Pedagogia^,

scorsi di religione, Firenze, Vallecchi, 1920.

FORME STORICHE PRINCIPALI DEL LOGO ASTRATTO


antitesi,

147
tesi op-

cerca sempre la sintesi; e ora tempera la


l'antitesi,

ponendole
(che
il

ora tempera questa opponendole quella

ritmo incessante dell'eterna polemica intorno al

ma non trova, n pu trovare la sinperch essa nel concreto; e la teologia, invece dell'unico concreto, a causa del suo presupposto religioso, si trova innanzi due astratti. Onde si rinnova nell'et moderna

domma
tesi

della grazia):

e sopravvive al paganesimo, l'immediatezza del vecchio logo,


intellettualisticamente concepito.

13.

Le due logiche

tentate dalla filosofia moderna.

Tutta la filosofia moderna si pu dire che lavori a ridurre a concetto e sistema il principio vitale e originario del Cristianesimo, nella sua forma teologica ricaduto nell'antica concezione, per cui la realt, anche in Platone e Aristotele, quando chiamossi pensiero, fu sempre natura. La filosofia moderna, da quando, dopo la Scolastica, rompe la vecchia scorza, si sforza di concepire davvero questa realt preconizzata dal Cristianesimo, che sia regno dello spirito, e perci non essere immediato, ma mediazione. Abbandona agli scolastici la logica del sillogismo e dell'analitica, che logica del pensiero come essere immediato: potuto perpetuarsi attraverso non solo al neoplatonismo ma alla stessa teologia, perch lo stesso Spirito della teologia cristiana, al pari del v.6a\Loq voTiT; dei Neoplatonici, sono pur sempre oggetto del pensiero, oggetto immediato. E tenta due logiche nuove, in contrasto con l'analitica aristotelica, sempre per lo stesso bisogno di sottrarsi all'astrattezza di un immediato, che essere e non pensiero.

14.

La

logica della induzione, e la sua critica.

La prima
cone.
11

di queste logiche quella

che pu dirsi di Ba-

quale riprende l'induzione socratica, ma non per giungere all'uno che nel pensiero, bens per raggiungere
il

vario che nella natura.

E non mira

pi infatti al concetto,

148

II.

LOGO O LA VERIT

alla legge, la cui conoscenza potenza, poich ci mette grado di volger la natura ai nostri fini. La sterile investigazione dei concetti cede il laogo alla fruttifera indagine delle cause: le quali non sono pi n forma, n fine, n materia, n movimento, come erano per la scienza antica, ma fatti: in rapporto con fatti. Poich il pensiero un idem per idem, la scienza che cerchi il concreto, deve rivolgersi all'altro dal pensiero, dato sensibile, fatto, presupposto dall'esperienza pii elementare: da cui aveva preso le mosse, per dipartirsene, Socrate. Ma il fatto nella sua puntualit atomistica un immediato; quindi la scienza vera quella dei rapporti, onde i fatti son mediati

ma

in

nella stessa esperienza.

Questa logica,

finita

prima

di

Kant

nello scetticismo di

Hume,

con l'Empiriocriticismo, che anacronisticamente tent rinnovare, dopo l'idealismo tra risorta nel secolo

XIX

scendentale,

il concetto astratto dell'esperienza (mal battezzandola per esperienza pura^), a cui si era inspirato l'empirismo inglese: esperienza intesa come funzione costitu-

tiva del sapere,


getto, anzi

non come posizione


dell'altro.

del soggetto e dell'og-

come

sola possibile rivelazione della realt tra-

scendente dell'uno e
dell'analisi

alle

humiana ^, credette sfuggire riducendo


matematico

conseguenze scettiche il rapporto


dell'espe-

di causalit al concetto

di funzione; restringendo

cosi l'ufficio della scienza a

una semplice descrizione

rienza; e rinunziando quindi a ogni motivo realistico che

potesse far cercare di l dall'esperienza un

fondamento
le

al

rapporto dell'effetto con la causa. Quantunque

difficolt

non scemino con


Giacch
rapporto,
la

la

sostituzione della funzione alla causa.


e differenza, come il come dato immediato un quando si tratta di rap-

funzione rapporto di variazioni: cio rapporto


se difficile intendere
si

di rapporti; e la variazione unit

rapporto, la difficolt

moltiplica

porto tra rapporti.

Cfr. la
Cfr.

mia prolusine:

L'esperienza
6.

pura

e la realtc storica.

sopra Introd., cap. Ili,

FORME STORICHE PRINCIPALI DEL LOGO ASTRATTO

149

pirico

Ma, dicasi causa o funzione, il rapporto puramente emsempre un tentativo di sottrarsi all' immediatezza
fallire.
il

del sapere speculativo della vecchia logica destinato a


Infatti

sapere empirico non anch'esso immediato,


in

ma

si

costruisce
pensiero.

Ma

sua mediazione mediazione del l'empirismo non pu attribuir valore a ci che


la

quanto

trascende l'esperienza come immediata intuizione. Quindi o il termine di questa intuizione (il reale dell'esperienza) irrelativo; e la mediazione soggettiva nel senso di Hume,
e non ha fondamento di verit.
relativo
;

esso stesso,
e allora tutta

come rapporto complesso

di

due o pi termini

la relazione (la causa col suo effetto, o l'effetto con la sua causa e tutta la serie dei nessi empirici causali) un imme-

diato rispetto al pensiero.

essere,

non pensiero; sempre

quello stesso essere, con cui era alle prese Parmenide.

15.

La

logica trascendentale, e la sua critica.

L'altra logica quella della sintesi a priori, che

va da
mette

Kant ad Hegel:
sulla via regia

la

logica trascendentale, che


spiritualismo, risolvendo

si

dello

l'astrattezza

del logo, poich

immedesima

l'essere col pensiero, e capo-

volge finalmente la posizione parmenidea: com'era possibile


solo

negando ogni presupposto del pensiero. Giacch se il come voleva Parmenide, inchioda tutto a un'immobile identit, che non riesce ad essere, perch
pensiero, ridotto all'essere,

impensabile,
col pensiero,

nemmeno

identit, l'essere invece, identificato

non cade in una

identit indifferenziata,

ma

partecipa alla vita interna della realt dialettica, nel cui seno

conserva la propria obbiettivit di essere immediato in quanto si media, e risolve eternamente la propria immediatezza. Il pericolo di questa logica di costituire anch'essa un
logo

come sistema chiuso come

di

categorie,

che

si

stesso

immediatamente innanzi

al soggetto. Pericolo cui

ponga esso non

sfugg,

s' veduto, e sar piii chiaro dagli svolgimenti

della terza parte di questa Logica,

n pure Hegel. N invero

150

IL

LOGO O LA VERIT

possibile sfuggirvi, e non si riconosce quale momento immanente alla mediazione del pensiero l'immediatezza dell'astratto essere, che il pensiero dialettizza.
Ci proveremo nella parte seguente a determinare nella sua astrattezza, ossia con la coscienza critica della sua astrattezza, le determinazioni essenziali del logo
astratto,

o del

pensiero che vale a se stesso

come

essere.

il

PARTE SECONDA

LA LOGICA DELL'ASTRATTO

Capitolo

LA LEGGE FONDAMENTALE

1.

Il

rapporto principio della logica.

La Logica

dell'astratto la logica del pensiero astratto,

ossia del pensiero in

quanto oggetto a se

stesso, considerato

momento pensiero la
nel

astratto della sua oggettivit, e rinnovante

nel

posizione dell'essere, che puro essere.


logica

Perci

la

comincia

propriamente

con Socrate,

quando Tessere spezza la dura crosta primitiva della immediatezza naturale, onde s'era fissato nelle concezioni degli Eleati e degli Atomisti, e si media nella forma pi elementare possibile del pensiero: identit che sia unit di differenze.

L'essere pensabile la risposta alla


oTiv; e

domanda

socratica:
si

ti

pensa che sia; e quindi, esso stesso, essere; ma essere che quello che : essenza: essere determinato, avente un certo contenuto. Se il pensiero non risponde a siffatta domanda, il concetto non c'; n c' l'essere che sia pensabile; poich rimane soltanto quell'assurdo essere di Parmenide, le cui determinazioni sono tutte negative (non nato, non perituro, non discontinuo, non limitato da altro, non mutabile, ecc.); e si riducono infatti a quella sommersione del pensiero nell'essere, che negazione del pensiero come attivit pensante l'essere, e principio di tutte le possibili determinazioni (o categorie)
Il

per concetto.

quale bens ci che

dell'essere.

La

differenza tra Tessere (naturale) e


il

il

concetto (essere

primo si penserebbe se si potesse pensare identico seco stesso; e non si pu, essendo
pensato) soltanto questa: che

154

LA LoaiCA dell'astratto

che l'identit importa una relazione non attribuibile all'essere


naturale nella sua astratta e stecchita unit; laddove
il

se-

condo, poich
fissare,

si

pensa, riesce ad essere, ed effettivamente

si pu schematicamente dicendo che l'essere (naturale) ^, e il concetto, invece, o essere pensato, A=:A; dove ognun vede in che la

identico con se stesso. Differenza che

prima identit differisca da questa seconda, che vera identit. Nel primo caso essa desiderata,
ottenuta.
Il

la

sola

ma non

rapporto

A=A

il

principio della logica, poich dire


si oppone pu parlare finch non

logica dire logo; e dire logo, dire vero che


al falso; e di
ci

vero e di falso non

si

sia quella

che Aristotele dice

sintesi di idee formanti


si

un'unit' ^ Ora la pi semplice sintesi che


la quale

possa pensare

questo rapporto della identit dell'essere con se medesimo,

pu realizzarsi soltanto nel pensiero.


Originariet del rapporto:

2.

il

nome

il

verbo.

Questo rapporto per altro non intelligibile se si prenda l'integrazione secondaria di ciascuno dei suoi termini astratti. Giacch, se gi nel pensiero si potesse fermare A non ancora integrato nel rapporto A A, non sarebbe pi vero che questo rapporto il principio della pensabilit dell'essere, n pi sarebbe vero quel che si detto dell'assurdit dell'essere naturale, col quale ciascuno dei due A, infranta l'unit della sintesi, coincide. Il rapporto originario, in modo che A pensabile soltanto dentro di esso. Usiamo pure, per intenderci, il linguaggio usato da Pla-

come

tone e da Aristotele quando vogliono caratterizzare nelle loro


rispettive funzioni concorrenti
essi
i

due termini del rapporto che

dicono sintesi o nesso di

nome
a

di

verbo, owOeoig

Cfr.

il

luogo del

De anima,

138, cit.

p.

3.

Cfr.

Platone, Soph.,

2o9 E: ol

TT|V XXr\X<ov xcv elScov

av\x,nXoii\v

Xyoq y^YO^vev fmXv. Cfr. so(xt^is

pra p. 139 per la xoivwvta xwv yevv; e per la Platone, Soph., 258.

el6wv vedi dello stesso

LA LEGGB PONDAMBWfALB
voixdtcov xal qi^^ctcov

155

*, badando a non confondere il significato grammaticale di queste due voci col loro ufficio logico, distinguibile sempre, anche quando grammaticalmente s'abbia soltanto il nome, o soltanto il verbo.

astratto

Il

nucleo, duiique, del pensiero logico l'unit del


il

nome

un essere (naturale) impensabile, ma quell'essere che perch e in quanto = A), n pu quindi stacvien pensato mediante il verbo carsi da esso senza svanire dal campo del pensabile. Volendo perci pensare, forza mantenere il nome nel rapporto, a
e del verbo: unit in cui

nome
(

(A)

non

cui appartiene, del

nome

col verbo.

La

cui funzione sta tutta

nello sdoppiare quella unit semplice e astrattamente identica

del nome, per

modo che ne

realizzi in concreto la identit.


il

Pu

e deve dirsi perci che

nome
verbo

distinguesi dall'essere
si

naturale in quanto mediante


tico a se

il

realizza

come iden-

medesimo.
nome come

3. Il

essere naturale, o sensazione.

Se nel pensiero stesso noi distinguiamo qualche cosa che stia al di sotto del nome, fatto nome dal verbo, ossia al di sotto del concetto (un A, non che sia per anco A=A), questo astratto nome torna ad essere nella sua indistinzione un puro essere naturale; e dicesi sensazione, o intuizione; materia cieca del nostro conoscere, la quale effettivamente
presentasi alla coscienza in quanto s'illumini nel concetto,

mediante

il

pensiero, in virt del quale essa, percepita,


si

ri-

mane
si

quel che era gi; salvo che


.

riflette

su se stessa e
si

dualizza nel rapporto di s con s, e quindi

conosce

come quella che


o

Il primo svegliarsi della coscienza nel pensiero fissare determinare quell'essere che ne diviene perci oggetto, in quanto si pone nella propria identit con se medesimo,

come A

^= A.

Plat., Crat., 431 C; Arist.,

De

interpr., 1, 16 a 12.

156

LA LOGICA dell'astratto
principio d'identit (affermazione dell'essere).

4.

Il

Pensare dunque pensare qualche cosa, o pensare quelnon fissare soltanto l'essere, ma l'essere identico seco stesso. Non il nome, n il verbo, ma l'unit del nome e del verbo, per cui si pensa realmente il nome e insieme si pensa realmente il verbo. L'essere dunque oggetto del pensiero, l'essere identico a se stesso. Questa la legge fondamentale della logica dell'astratto: il principio d'identit.
l'essere che qualche cosa; ossia

L'essere identico non pertanto l'essere naturale,


l'essere pensato:
il

pensiero, non

come

atto del pensare,

come contenuto

del pensare;

non
il

realt che si idealizza,

ma ma ma

l'idea della realt: l'essere che

pensiero, pensando, afferma;

pi precisamente, l'affermazione del pensiero. Di guisa che


l'identit dell'essere l'identit dell'affermazione in cui
il

pensiero pone l'essere che pensa.

5. Affermazione affermante o soggettiva; affermazione affermata o oggettiva; e iiegazione dell'essere naturale.

che significa affermare? C' un'affermazione soggetche l'atto con cui il soggetto pone il proprio oggetto; e c' un'affermazione propria dello stesso oggetto, e designante la sua struttura. Se noi diciamo A A, l'enunciazione di
tiva,

Ma

=
;

questo rapporto affermazione nostra


dell'affermazione,

ma

enunciando questo

rapporto, noi opponiamo a noi, attivit affermante, l'oggetto

che non il semplice A, ma appunto questa affermazione A A: questo pensiero che un'idea,

un

giudizio,

un sistema, una

scienza, un contenuto qualsiasi

del nostro pensiero, opposto a questo pensiero.

Orbene, quest'affermazione della logica dell'astratto o vuol essere soltanto affermazione nel secondo senso, perch
il

pensiero, di cui essa esprime l'essenza, non l'atto del pen-

ma l'oggetto in cui questo atto si pone. La proposizione A = A non vale se non come la concretezza del nome (A)
sare,

che, nella sua astrattezza immediata, era puro essere natu-

LA LEGGE FONDAMEaTTALE
rale, e

157

non pensato.

lo stesso A,

ma

pensato; qnindi non

affermazione affermante,

ma

affermazione affermata.

Pure la sua oggettivit, per quanto astragga dal pensiero, pu astrarre soltanto dal momento soggettivo del pensiero, presupponendolo e assorbendolo in s. Perch da considerare che senza Tatto del pensiero Tessere (A) sarebbe rimasto

puro essere immediato: la natura, che impensabile. lo stesso essere che dev'essere non solo nome ma anche verbo, e deve rispondere, quindi, alla domanda che gli si muove: TI el? Se il concetto (A ^4) fosse una riflessione estrinseca alTessere, ecco che si tornerebbe alla posizione parmenidea, in cui lo stesso pensiero dovrebbe ricadere sull'essere, fondersi in esso, e non turbarne punto l'astratta identit. Dunque, Tessere in tanto pensato con un pensiero che possa apparirci obbiettivo e appartenente alla natura stessa deU'essere, in quanto questo essere ragguagliandosi a se stesso A in quanto A non si differenzia tuttavia da se stesso: A questo A = A: Tessere naturale, o puramente immediato,

non
,

Tessere pensato o mediato.

L'affermazione oggettiva dell'essere, come essere pensato,

possiamo dire, non solo affermazione dell'essere pensato, insieme negazione dell'essere naturale. E poich Tessere naturale non se non il nome astrattamente considerato, fuor della sua sintesi col verbo, e il verbo , come verbo del nome, l'assunzione dell'essere nel pensiero e quindi la sua trasfigurazione in essere pensato o pensiero, convien dire che il nome affermato dal verbo in quanto negato: affermato come pensiero, negato come essere. Omnis offirmatio est

ma

negatio.

6.

L'affermazione come negazione della negazione (negazione attiva e negazione passiva): princpio di non contraddizione.

Questa negativit del verbo

la

di

fronte all'astratto

nome
quale,

forza,

il

valore

logico,

dell'affermazione.

La

ponendosi come identit dell'essere con se stesso, si pone perci come negazione della negazione di questa identit:

158

LA LOGICA dell'astratto

negazione di queir identit, che appunto l'essere nella sua naturale immediatezza. Con questa differenza tra le due negazioni, che una reale ed attiva, l'altra passiva e irreale.
L'essere,

come nome

astratto

della

sintesi,

non nega

niente pel fatto che esso non ha nessun diritto ad esistere,

assurdo.

il

pensiero
si

che

consiste

nella

negazione di

pone perci come concetto o idea, e non pi essere naturale; ma, in quanto il concetto il concetto di questo essere, esso bisogna pure che neghi questo
quest'assurdo,
e

essere nella sua immediatezza; e affermando s,

come

l'opposto di quell'essere immediato.

si aSFerma Affermazione in

forza della quale questo tale essere, rispetto al concetto,

un opposto
ed essendo

tale
il

neghi; ma per riflessione della sola reale negazione, che quella del concetto, nella funzione del verbo.
Cos,

il concetto non sarebbe; non . Non gi quindi che esso negato come un negativo, ed esso quindi nega

che se esso

fosse,

concetto, esso

se

J, l'essere di

consiste tanto nell'essere

(identico ad A) quanto nel

non essere non-A (non identico

ad A).
tit,
si

quindi la legge fondamentale del pensiero studiato

dalla logica dell'astratto, oltre la forma del principio d' iden-

ha quello del principio di non contraddizione, che pu formulare schematicamente cos A non non-A
:

7.

Irriducibilit della

non contraddizione

all'

identit.

Le due forme della legge sono molto diverse. N l'una pu credersi riducibile all'altra se non quando si perda di
vista
il

carattere speciale del pensiero, quale puro

oggetto
il

del pensare. Ci accade


cipio di

ad Aristotele quando difende


Sofisti

prin-

non contraddizione dagli attacchi dei

^ e con-

il principio stesso come la garenzia o tutela della determinazione posizione del pensiero di contro alle negazioni, che erroneamente tentassero scalzare il pensiero determinato

sidera

Metaph., IV, 4-6.

LA LEGGE FONDAMBNTAI^E

159

nome col verbo in una certa definiargomenti negativi o dimostrazioni per assurdo, a cui egli costretto a far ricorso, non possono poi servire a dimostrare il valore della logica, che ha nel principio di contraddizione, al dire di Aristotele *, il suo pi saldo fondamento. La verit oggettiva non deve apprendere nulla da'
mediante
zione.
la sintesi del
gli

Ma

suoi negativi: nella sua stessa struttura dev'esserci cos

il

proprio essere

come

l'espulsione del suo non-essere.


infatti

La contraddizione
quanto identico seco
negata.

non estrinseca

all'essere

in

stesso, cio pensato: c' dentro, e vi


il

il

diritto di chi in possesso della verit (ossia

diritto della verit stessa) di far

cadere nel nulla

le

afferma-

zioni de' suoi contradittori,

non consiste nella incompatibilit

della verit con la sua negazione,

ma

nella verit di questa

incompatibilit: che
a cui si colloca la

non avrebbe valore dal punto di vista logica dell'astratto, se essa non fosse co-

stitutiva dell'intima natura della stessa verit.

La contraddizione non nasce propriamente dall'opposizione del pensiero soggettivo all'oggettivo, negando esso quel
che questo afferma; in guisa che la sua negazione non abbia valore pel fatto del suo opporsi all'affermazione, in cui la
verit

Se cos fosse, essa, esterna ed eterogenea alla verit, in essa la sua misura. N vi sarebbe mai negazione vera oggettivamente. Laddove la negazione e la contraddizione conseguente, che si nega, non possono non essere dello stesso oggetto, quando il pensiero si propone il suo
^.

non avrebbe

considerandolo astrattamente, prescinde affatto da affermazione, con cui l'oggetto si liberato dalla sua primitiva astratta immediatezza ponendosi identico a s, non vede gi l'autocoscienza, o affermazione che esso stesso ha fatto di s, uscendo dal suo primitivo essere di sogoggetto,
e,

s; e nella stessa

getto, sibbene la realizzazione che l'essere, in

fa di se stesso mediandosi, e

quanto oggetto, ponendosi quindi come essere

Ilaacv PePaioTxTi Qxr\, YvwgincoTdTTi, vvJtBeTov:


s.

Metaph., 1005 b 22,

13 e
2

Al ji&g XY05

Ti'ev6Ti5

zQov

Fj

ov otIv XeQfis: Metaph., 1024 b. 27.

160
intelligibile.

LA LOGICA dell'astratto

la

negazione negata nella stessa affermazione,

in quanto essa bens essere (mediazione dell'essere),

ma

essere pensato o pensiero.

8.

Negativit
della

dell' aifermazione, e

immanenza

non contraddizione

nell'identit.

Se la non contraddizione fosse


negativit. L'identit allora
si

lo stesso

che

la identit,

l'affermazione sarebbe affermazione pura e semplice senza

ragguaglierebbe a quell'astratta

posizione dell'essere immediato, o naturale, che non pensiero, n si pu pensare. Ed essa invece pensabile, diffe-

renziandosi dal puro essere primitivo che compie come pensiero, in quanto non si limita ad affermare questo essere

(A

= A),

ma

nega ed annulla anche


si rifletta
il

la

contumacia
si

dello stesso

essere che non


concetto, e

su se stesso, e non

identifichi

con

s.

Egli che

pensiero pu ritrovarsi nell'essere

come
il

non pu

ritrovarsi nell'essere naturale, perch

pensiero in realt non conosce mai altro che se stesso: il suo conoscere, come sappiamo, non altro che acquistare coscienza di se e idealizzarsi. Quell'idea pertanto che
oggetto, non mai altro che realt che
si
il

suo

idealizza in
:

un pro-

cesso che insieme affermazione e negazione


dell' idealit

negazione della

realt immediata del soggetto, e affermazione conseguente

sua come pensiero. Orbene,

la logica dell'astratto

quella che prescinde bens dalla coscienza della soggettivit


dell'oggetto;

ma

l'oggetto resta per


realt.

lei

quel che
sar pi

,
il

idea in

quanto idea della


il

La quale non
se
il

soggetto

stesso del pensiero,

ma

l'essere, esso stesso,

oggettivo, ossia

soggetto

come oggetto a

della propria soggettivit:

medesimo, ancora inconsapevole soggetto che si vede dall'esterno,

come

un essere immediato, in quanto questa risoluzione, pel fatto che gi pensiamo qualche cosa, avvenuta. Ma avvenuto quel che avvenuto: negazione dell'immediato, che, se non si mediasse, sarebbe la negazione della mediazione, in cui consiste il concetto. Questo perci, in quanto pensiero, ci si presenta, sia pure oggettivaconcetto che risoluzione di

LA LKGGB FONDAMENTALE

161

mente, irprontato della sua marca di fabbrica: identit realizzata attraverso la negazione della negazione dell'identit: ovvero, attraverso la negazione della contraddizione.

9. Il

priucipio del terzo escluso,


di identit e di

come unit dei non contraddizione.

principii

dire,

La legge fondamentale del pensiero , dunque, si pu l'unit del principio d'identit e del principio di non contraddizione. Che paiono, e sono, due principii,

ne formano uno, pur senza confondersi, e senza che si essi, quasi bastasse l'altro solo a determinare il carattere del pensiero pensabile. Ogni pensiero che si pensi e si possa pensare affermazione ed negazione, negando per affermare, e affermando nell'atto di negare. Affermando se stesso, negando il suo opposto.
possa rinunziare a uno di

ma

Ma

c' opposizione e opposizione. C' l'opposizione del-

l'identico e c' l'opposizione dell'opposto. Posto

= A,

cia-

scun A, nella stessa identit, opposto all'altro; senza di che


esso

non sarebbe identico


se stesso.

all'altro; cio

non sarebbe identico


chiarito questa specie

con

Abbiamo gi ripetutamente
l'

di opposizione, per difetto della quale

identit dell'

Uno

degli

Eleati era

un semplice assurdo.

Questa opposizione interna all'essere del concetto quella che non solo non impedisce, ma piuttosto realizza il concetto,
o l'essere

come

essere del concetto.

Ma

c' l'altra opposizione,

per cui
l'essere

A non

pii identico, anzi opposto ad A: che l'op-

posizione immediata e non risoluta, del


pensiero; l'opposizione che c' tra
alla sintesi

nome

astratto e del-

naturale rimasto fuori dell'identit,

contumace
sintesi:
il

al

concepito

come esterno
cui

= A,
si

A come

elemento della
,

rapporto,

come

avvertito, questo: che l'uno la nega-

zione dell'altro, in guisa che se l'uno

non

l'altro; e se

non

esso, l'altro.

Ebbene,
cui essere
G. Gentile.

l'opposto

negato da ogni affermazione non

l'opposto in quanto identico,


il

ma

l'assolutamente opposto.
il

Il

non-essere del suo opposto, e

cui non-essere
11

162

LA LOGICA dell'astratto

l'essere dell'opposto. Sicch l'unit del principio d'identit


e di

non contraddizione non importa soltanto che

e che

noti- A; importa pure che -4, o ?ion-A; dove l'o-o esprime l'esclusione reciproca dei due opposti come tali, A e noi-A. Terza forma della legge fondamentale del pensiero pensato, o principio del terzo (o del medio) escluso, per cui si stringono insieme e unificano i due principii precedenti, in quanto l'uno non pu stare senza l'altro,

ma

A A A non ^ o

e attinge dall'altro la forza del proprio valore logico.

10. Il falso

e la circolarit del pensiero

come negativit riflessa; come sistema.


il

Ma

per intender bene

valore del principio del terzo


il

escluso, occorre

mantenere fermamente

concetto indicato

di opposizione che, contrastando all'identit,

immanente

al

concetto di essa, e che fa sorgere quindi dal principio d'identit

quello di non contraddizione.


11

A = A,

principio di

non contraddizione importa


pensare che

non

dato

sia

che, essendo non-A: cio che la

verit del primo rapporto escluda la verit dell'altro.


glio ancora,

me-

che un concetto c' solo in quanto, essendo esso vero, falso quello che Io nega. Il principio del terzo escluso importa che tra l'essere e il non-essere di un concetto non c' termine medio: per modo che se un concetto si dimostri falso cio inesistente, il suo negativo sar vero. Non ci sono due verit opposte, dell'opposizione che abbiamo illustrata; ma non ci sono n pure due falsit della medesima opposizione. E questo significa che in opposizione al non-essere di un concetto non c' altro che quel concetto, di cui esso negazione, e che era garentito nella sua verit dal principio d'identit e dal conseguente principio di non
contraddizione.
Il

falso infatti

gettivo, se

non ha luogo nella logica del logo ognon come la negativit immanente ai vero. Falso

LA LBQQB FONDAMENTALE
non gi
il

163
il

in quanto eguale

ad A, cio

concetto: poich

concetto vero; falso lo pseudoconcetto, che nega-

tivo:

A,

astrattamente pensato,

nome senza

verbo. Falso

il

negativo, la cui positivit una positivit riflessa, per-

ch consiste nella negativit del positivo, che il positivo stesso (il concetto) gli conferisce come all'altro da s, o suo opposto negativo. Il non- A dentro ad ^; e 1'^ come identico a non- A dentro ad A come identico ad A: come identico nella falsua negativit viene attribuita dalla verit riu4. Non c' falso senza verit: un o di ^ falso, dato il quale debba tuttavia nascere il vero. Falso solo ci che si oppone al vero, che dev'essere gi, e gi desit,

che

alla

spettiva di

terminato, se c' un determinato falso.


dice (falsamente) 7ion-A

per, ripeto, chi

come concetto

di A,

dice pure e

prima
se

(vero)

Il ritorno verit non pu essere non per quella stessa via per cui (in forza del principio di non contraddizione) il pensiero procede dal vero al falso, cio dal valutare come vero il vero al valutare come falso

come concetto di A. insomma dalla falsit alla

suo opposto. Ritorno, senza di cui il pensiero sarebbe ora falso: laddove il falso un momento della sua verit, al quale esso pu spingersi, ma per tornare alla veil

vero e ora
rit,

facendola valere come quella che essa


la

norma

sui et

falsi.

Come
tit e
il

ragione della distinzione tra

il

principio d'iden-

principio di non contraddizione sta nella differenza


terzo principio e

tra l'affermazione e la negazione

cos la differenza tra

il

onde un concetto si pone; i primi due consiste


essi

nell'unit che esso dimostra tra l'affermazione e la negazione,

e che non apparisce negli

altri

due principii in quanto

sono due principii diversi. Poich ogni concetto , in quanto il suo negativo non , ma come negativo del concetto che sarebbe il suo negativo, affermandosi perci quale negazione del suo negativo: con una circolarit che fa del concetto

un sistema

chiuso.

164

LA LOGICA dell'astratto
L'interpretazione del principio del terzo escluso, che attribuisce al falso un valore positivo.

11.

Da
tanto
il

tale

circolo

si

crede comunemente che

il

pensiero

logico possa uscire, in

modo che
il

altri

abbia

modo

di

pensare

suo non-essere; a patto di non pensare pi il concetto, pensato il suo non-essere. E in ci si fa consistere l'esclusione reciproca propria degli opposti nel
concetto quanto
principio del terzo escluso.

Ma

conviene avvertire che questa


negativo passa a positivo, e

esclusione reciproca, per cui

il

sua negazione, la riflessione su se stessa della negazione propria dell'affermazione. Non-A non significa, n pu significare altro che il non
la

nega

pensato, in quanto

il

pensiero astrae da se stesso, e fissa


Il

quindi l'astratto essere.

quale, fissato nella sua astrattezza,

respinge da s

il

pensiero, con la virt ripulsiva che gli vien

conferita, s'intende, dallo stesso pensiero, e che

non

altro

che

la forza dell'astrazione.

siero,

Ma, respingendo da s il pencio quel pensiero in cui A h A, A viene ad essere


fissato,

non- A, e come tale

pensato (pensato astrattamente

come,
non- A.

si

badi bene, non pensato).

se vero quel che


u4

si

pensa, che s'impone al pensiero, sar anche vero che

sia

Sar, cio sarebbe, se fosse possibile pensare l'essere

non

pensato, o pensare senza

il

concetto.

poich questo im-

che se potesse non pensarsi

esprime pure in questa forma, che A non- A', e se non fosse necessario questo A A, se ci non fosse vero, vero sarebbe, e dovrebbe pensarsi, che l'essere
possibile, tale impossibilit si

=^ A, bisognerebbe pensare

sia la

negazione del pensiero. Che

la verit infatti di tutta

la filosofia naturalistica, sia essa del tipo

monistico parme-

nideo o del tipo atomistico democriteo: per cui, in ogni caso, l'essere la negazione del pensiero. In conclusione, o il pensiero tien fermo a s, cio all'identit, e respinge la contraddizione che lo annullerebbe; o il pensiero astrae da s, e fissa la propria negazione, il propria
negativo.
Il

quale negativo, diventando positivo (poich ne-

LA LEGGE FONDAMENTALE
gativo era verso
pellente, in
il

165

pensiero da cui s' fatta astrazione), non

pu esser pensato se non come un'identit, una verit reessere, o penquanto tale, la sua negazione.
negazione del pensiero, come
il

siero: l'essere la

pensiero

non pu voler dire che sia dato scegliere indifferentemente tra l'uno e l'altro, pur che
la negazione dell'essere.
ci
si

Ma
il

rinunzii all'essere, scelto

pensiero, e viceversa.

La

logica

quando l'essere l'essere del pensiero: e il no7i-A c' s, ma come posto da A che lo nega. E non-A perci non pu esser vero se non nel senso di
nasce, lo

abbiamo

visto,

un'ipotesi irreale, incompatibile con l'essere del pensiero.

Capitolo

II

IL PRINCIPIO DI

RAGION SUFFICIENTE

1.

Il

principio di ragion sufficiente in Leibniz


e

nella filosofia precedente.

Dalla legge fondamentale del pensiero logico in tutte le sue forme, di principio d'identit, di non contraddizione e del terzo escluso, il Leibniz distinse un'altra legge che a lui, e a molti dopo di lui, sembr egualmente fondamentale, e che

chiam principio di ragione, o di ragione sufficiente o determinante. La certezza oggettiva o determinazione, dice egli nella Teodicea^, non importa gi la
egli

necessit della verit determinata. Tutti

filosofi lo

ricono-

ammettendo che la verit dei futuri contingenti determinata e non pertanto essi cessano di essere contingenti. Non ci sarebbe infatti nessuna contraddizione, se l'effetto non seguisse; e in ci consiste la contingenza. Per intender meglio questo punto, bisogna considerare che ci sono due grandi prncipii dei nostri ragionamenti: uno il principio di contraddizione^, per cui di due proposizioni contrascono,
dittorie, l'una

vera e

l'altra falsa; l'altro principio quello

della

ragione determinante:
ci sia

senza che

una causa

ossia che niente mai accade almeno una ragione determi-

nante, cio qualche cosa che possa servire a render ragione

a priori perch

sia cos piuttosto

che altrimenti

nella

Teod.,

I, 44.

cui, cena' chiaro, si

riducono, secondo Leibniz, gli altri due,

di identit e del terzo escluso.

IL PRINCIPIO DI

RAGION SUFFICIENTE

167

Monadologia

nostri ragionamenti sono fondati su

due

grandi principii,

quello di

contraddizione,

in virti del

quale giudichiamo falso tutto ciche implica contraddizione, e vero ci che opposto o contradittorio al falso; e quello della ragion sufficiente, in virt del quale riteniamo che nessun fatto potr trovarsi vero o esistente, nessuna enunciazione vera, senza che ci sia una ragion sufficiente, per la

quale sia cos e non altrimenti >. Sulla fine della sua quinta lettera
definisce questo secondo principio

al

Clarke

il

Leibniz

cosa esiste,

come quello per cui una un avvenimento accade, una verit ha luogo :
Jtv t

facendo quasi di questa ragione determinante quella stessa


causa, di cui gi Platone nel Timeo diceva:
vk' altiou Tivg ^
Yvecriv axev
^
:

y^tvm^vov

yiyyzaQav jtavTi Ye vvarov x<^6? altiou e Aristotele pi compiutamente: naaGv \iky olv
.\.yx.y\q,
fi

Hoivv Tcv (XQxcv T jtQCTOV clvai oGcv

gOTiV

f]

yiy\txa\,

r[

yiYvail

xetai^: causa, per cui l'essere , l'avvenimento accade, e

conosciuto
sciuto,

si

conosce a quel

modo che

si

conosce. Secondo lo

sempre conononch adoperato dentro certi limiti; ma sarebbe stato dimenticato dove pi sarebbe stato utile (per dimostrare, p. es., l'esistenza di Dio e la sua libert e la nostra), n sarebbe stato veduto in tutta l'importanza che esso ha come condistesso Leibniz, infatti, questo principio se fu

zione di tutta la logica

*.

2.

La

dottrina di Leibniz.

Della necessit della causa per


s'era

il conoscimento del fatto sempre parlato; e per Aristotele conoscere qualche cosa
il

conoscere tutte le sue cause: perch la causa

principio

p.

Monad., %% 31-32. Tini., 28 A. 3 Metaph., V, I, p. 1013 a 17. ^ Cfr. la cit. lett. al Clarke in principio, in Opera, ed. Erdmann, 763; e Monaci. 32-39: Couturat, La log. de Leibniz, Paris, Alcan,
1

1901, p. 219 ss.

168

LA LOGICA dell'astratto

del conoscere
YEvaecog, ratio

come

dell'essere:

cLqxti

tti?

yvaecoq e QyJ]

Tfjs

cognoscendi e ratio essendi, al dire de^li Sco-

lastici.

in

Ma Leibniz intende veramente la sua ragion sufficiente un suo modo particolare, e perci ha ragione di opporre, come nessuno aveva fatto prima, questo principio a quello di non contraddizione. In verit, chi ben consideri, la sua ragione non n la ratio essendi n la ratio cognoscendi
degli Scolastici, n alcun altro de' principii aristotelici. Ci
risulta

chiaramente dal parallelismo, che nella dottrina


i

leibniziana, tra
di verit di

concetti

di

ragione, di esseri contigenti,

fatto e di

necessit morale da

una

parte, e

concetti di

non contraddizione,

di verit di ragione e di ne-

cessit metafisica, o logica, o

matematica

dall'altra.

Altro, avverte Leibniz contro Spinoza, l'idea, altro la

L'idea o essenza del reale semplicemente un posquanto l'idea pensabile non implicando contraddizione. Speculare le essenze speculare semplicerealt.
sibile: possibile in

comprendono e quelle che corrispondono che non hanno nulla di corrispondente nel mondo reale, poich, possibili ad una ad una, non sono esse tutte compossibili. Ciascuna cosa, infatti oltre
idee, le quali
alle cose reali e quelle
si

mente

modo in cui nel sistema delle cose, che il mondo reale, pu pur concepire in infiniti altri modi, possibili tutti poich le rispettive idee, singolarmente considerate, sono tutte esenti da contraddizione. Ma, se tutti i mondi (e quindi tutte le cose infinite, in infinite serie, onde constano) sono possibili, tali non sono tutti insieme n Dio poteva sceglierne e realizzarne pi di uno, poich la realt di uno avrebbe escluso quella di tutti gli altri. Le idee cosi diventano realt per atto di volont che sceglie, conforme alla sua natura razionale, quelle idee che rispondono meglio a' suoi fini, e hanno
al
;

perci

una ragione intrinseca

di essere preferite.

D'una vo-

lont operante al pari di ogni volont, anche finita, che tra


i

vari disegni possibili offertigli dalla ragione sceglie, libela

ramente, per

sua intrinseca razionalit, quel che

le

appa-

risca migliore.

IL PRINCIPIO DI

RAGION #UPFIOIBNTB

169

che

La ragione sufficiente a spiegarci quell'essere contingente, una data realt di fatto liberamente prodotta dalla vo-

lont, la convenienza intrinseca all'idea corrispondente, determinante la volont nella scelta di ci che meglio *. Perci il principio della ragione sufficiente dal Leibniz Odetto anche principio del meglio o di convenienza. Chi non guardi alla verit di fatto, ma, come fa il matematico, a ci che soltanto possibile, ha innanzi a s verit, essenze, ossia semplici idee, nella cui determinazione non entra nessuna libera scelta della volont, poich esse sono governate dalla legge di assoluta necessit, propria di ogni affermazione il cui opposto sia contradittorio.

3.

Motivo della dottrina leibniziana.

In realt, questo principio di ragione uno dei

momenti

essenziali della filosofia di Leibniz, nel sao sforzo di riven-

dicare

il il

concetto della libert, proprio della realt spirituale,

contro

naturalismo panteistico di Spinoza. Essa perci

ri-

corre a un tipo di spiegazione opposto a quello del pensiero

fondato sul principio di identit, che non lascia luogo a nes-

suna realt che non sia presupposta come essere immediato; ed da considerare come la riscossa del principio di finalit

contro la costante denegazione, che empiristi e metafisici

razionalisti

dopo Bacone

e Cartesio
fin

colo XVII. Rappresenta quindi,


tafisiche,

ne avevano fatta nel seda queste sue origini me-

chiuso, in cui,

un tentativo per rompere la circolarit del sistema come abbiamo visto, si costituisce il concetto
il

in forza della sua legge fondamentale.

Ma

facile osservare che

modo

in

cui questa ragion

sufficiente

interviene,

come

principio logico,

quando

le

es-

1 Il faut distinguer entre une necessit absolue et une necessit hypothtique... entre une necessit qui a lieu, parce que i'oppos implique contradiction, et la quelle est appele logique, mtaphysique, ou mathmatique et entre une necessit qui est
;

morale,

qui fait que

le

sage choisit

le

meilleur: Opera, p. 763.

170

LA LOGICA dell'astratto

senze gi sono nell'intelletto divino, che ne , come Leibniz dice, la sede, e sono chiuse e sigillate dalla necessit immanente alla loro natura, affermativa di s in quanto negativa del

modo dimostra che la logica ragionante secondo il principio di ragione vuol essere una logica diversa da quella ragionante secondo il principio di non contraddizione diversa; a tal punto, che con la seconda logica il pensiero spezzerebbe il circolo in cui esso si chiude con la prima logica; e dopo essersi convinto di aver pensato il vero, si dovrebbe convincere di non averlo punto pensato. Si noti infatti che, per quanto si faccia a tenere distinte nettamente le verit di ragione dalle verit di fatto, queste bisogner pure che sieno contenuto di quelle; o che, nel linguaggio leibniziano, gli stessi reali siano possibili non genericamente ma specificamente, appunto come reali. Giacch si sa che la possibilit pu intendersi in due sensi ben diversi: c' la possibilit di quel che potrebbe accadere domani, ma non accadr; e c' la possibilit di quel che potr accadere, e accadr. Dicasi pure col Leibniz, c' la possibilit del possibile, e c' quella del compossibile. 11 compossibile meglio di quello che semplicemente possibile; ma, finch non intervenga la volont, quanto a realt, esso non ne ha di pi del semplice possibile. E quando poi interviene la volont e il compossibile reale, esso non aggiunge nulla alla propria essenza, che tutto ci che pensabile del reale; e non si pu dire quindi che il pensiero del reale sia diverso dal pensiero del possibile in quanto compossibile. Leibniz stesso ci ha detto che la ragion sufficiente (quando sia conosciuta, cio per la sua stessa natura) ci pu servire a render ragione a priori della realt contingente. Ci vuol dire che l'intervento della volont non importa punto qualche cosa di arbitrario e d'irrazionale nel corapossibile perch esso diventi reale. Giacch l'irrazionale imprevedibile, e non ha radice di sorta in nulla che possa esser conosciuto innanzi all'accadimento. N per Leibniz il meglio, che ragione determinante della volont, presuppone questa volont; anzi la scelta della volont presuppone il meglio, come prcontradittorio; questo

IL PRINCIPIO DI

RAGION UFFICIENTE

171

prio delle essenze dei compossibili. Sicch

una

verit di fatto

per una verit di cui

il

pensiero

si

potesse render ragione

secondo

il

principio di ragione, essa stessa dovrebbe essere

una

verit di ragione.

Invece, Leibniz sostiene che nel regno delle verit di ragione, o della necessit assoluta, non ci sono altro che pos-

E dal possibile al reale, secondo lui, c' un salto, come dalla necessit assoluta alla necessit ipotetica: ossia a una necessit subordinata a un principio esterno alla necessit propria del reale come possibile, puramente pensato.
sibili.

questo principio appunto


il

la
fine,

volont, che presupporr


uia lo far valere

bens

meglio,

come suo

il

principio produttivo di realt, e quindi integratore della


possibilit.

come mera

4.

Eapporti della dottrina leibniziana con l'empirismo

antimetafsico, e formola empirica del principio di ragione

come

principio di causalit.

Il

motivo
la

di Leibniz, ripeto, profondo.

lo stesso

mo-

tivo che ispira


stifichi

Hume

nella ricerca d'un principio che giu-

sintesi

che ha luogo nel giudizio di causalit;

quello stesso che far cercare a

Kant come
le

sia possibile

un
le
i

giudizio sintetico a priori. Giacch

verit di ragione, fuori

delle quali Leibniz si sforza di dimostrare che

rimangano

verit di fatto, sono le proposizioni identiche di

Hume,

giudizi analitici di Kant, la cui verit

si

sottrae alla espe-

rienza perch garantita (come quella delle verit di ragione)


dal principio di non contraddizione
il
:

laddove

la sintesi

spezza

circolo del pensiero e attua,

come

la volont a cui
il

mira

il

principio leibniziano di ragion sufficiente,

passaggio dal

possibile al reale.

Lo stesso principio infatti di ragione sufficiente che per Kant ancora nella sua Logica, il fondamento dei giudizi assertori^ (aventi per contenuto le leibniziane verit di
i

Uebekweg,

Syst. d. Logik^, p. 220.

172
fatto),

LA LOGICA dell'astratto
nella
Critica
della

mento dell'esperienza
cessiva del tempo
possibile

possibile, cio della

Ragion pura diventa il fondaconoscenza ogget-

tiva dei fenomeni, rispetto al loro rapporto nella serie suc,

poich

una percezione
io

diviene reale in quanto

considero

come determinato pel suo posto nel un oggetto che pu essere sempre ritrovato
percezioni, seconda

una esperienza il fenomeno tempo, quindi come


di

nella catena delle

una regola . E questa regola : che in ci che precede ha da trovarsi la coadizione, data la quale segue sempre (necessariamente) l'effetto ^
Esposizione del principio
di

5.

ragione come principio di causalit.

Nello sviluppo, pertanto, di questo motivo profondo, a

cui s'inspira la proposta e la difesa del principio di ragione,

questo principio assume due forme distinte. Una volta la ragione consisterebbe nella serie empirica dei fenomeni, in
cui
rato
condizionato ogni

fenomeno, e vien quindi conside-

come

effetto

di

proporzionate cause.

un'altra volta

consisterebbe nel valore teleologico della realt: valore che,

come presupposto
di fatto.

della volont, renderebbe ragione dell'es-

sere o esistere della realt, e quindi della rispettiva verit

Cominciamo dalla prima forma, che stata la pii fortuvediamo qual diritto di cittadinanza logica possa sotto questa forma accampare il principio di ragion sufficiente. La causalit empirica poggia sul presupposto del cangiamento dell'oggetto dell'esperienza, intuito come molnata, e
teplicit

di

stati

successivi, in cui lo stato

succede allo
io

stato A, in

quello.

quanto lo stato appunto perch

A non
essi

lo stato B, n questo

sono cos diversi,

posso

avere innanzi l'uno senza l'altro: posso avere il solo B come un problema da risolvere, cio come qualcosa di per se stesso
impensabile, o pensabile come un pensiero che non tutto e richiede d'esser compiuto. Di B solo infatti nell'esperienza
Gentile-Lombardo, P, pp.

Critica, trad.

211, 218.

IL PRINCIPIO DI

RAGION IJUPPICIENTB
nilil

173
sine causa.

non

ci si

rende ragione: ex nihilo nihil; cio

Cicerone dir contro Epicuro: Nihil turpivs physico, quam fieri quicquam sine causa dicere *. E ci perch quando di-

ciamo che A Q B e C, ecc. sono un molteplice, noi non possiamo intendere soltanto che B, p, es., non sia A, cos che possa stare anche senza A-, ma altres che, oltre a non essere -4, sia pure in qualche modo A; perch senza l'identit, tra Aq B non vi sarebbe relazione n senza relazione
;

sarebbe concepibile

la diversit richiesta dalla molteplicit.

insomma diverso da A, ed un che di nuovo, quando avvenga, in quanto pure congiunto con A, in guisa che pensare B sia proprio pensarlo insieme con A, nella serie dei cangiamenti dell'oggetto della nostra esperienza, o nell'unit
dell'esperienza, o della legge.

Tale unit ci d ragione del fenomeno; che come dire che ce lo fa pensare, come quello che esso , non astratta-

mente preso,

fuori del nesso reale in cui lo


il

vediamo,

ma

in

concreto, cio in questo nesso clfe

suo essere. Giacch,


si

avverte Kant, l'esperienza solo possibile mediante la connessione necessaria delle percezioni, la quale

spiega attra-

verso
salit:

le

analogie dell'esperienza,

tra cui quella di cau-

che tutto ci che avviene (comincia ad essere) suppone qualche cosa a cui segue secondo una regola > Regola in.

concepibile senza quella connessione necessaria, che d luogo

prima mento

di tutto all'analogia della sostanza

In ogni cangia-

fenomeni permane la sostanza, e il quanto della stessa natura non cresce n diminuisce: permanenza, che fa il paio col fatto universale, di cui parla Stuart Mill; il quale sarebbe il garante di tutte le conclusioni dell'esperienza, descritto da tutti i filosofi in termini differenti, dicendo gli uni che il corso della natura uniforme, gli altri che l'universo governato da leggi generali ^.
di

De

fin.,

1,

6,

19.
1,

System of Logic^,
1909, p. 95.

341; cfr. Tocco, Studi

kantiani, Palermo,.

Sandron,

*P

174

LA LOGICA dell'astratto
6.

Critica del principio di ragione

come

principio di causalit.

Regola, connessione necessaria, permanenza della sostanza

e della sua quantit, uniformit del corso di natura o leggi


generali son tutte espressioni,
valenti,
pii

meno

inesatte,

ma

equi-

d'un concetto che si pu dire unico: che la causa spiega l'efiFetto solo in quanto fa tutt'uno con esso nel concetto che merc l'esperienza (quale che essa sia) ci si venga, a volta a volta, a formare di quel complesso di fenomeni che rientrano nella natura che ci rappresentiamo. Nella quale la quantit di quello che vi vediamo, direttamente o indirettamente (sostanza, fenomeno), non muta. Non muta per la semplice ragione che essa natura non propriamente un reale che si realizzi, e che possa perci serbarci sempre qualche sorpresa, come ogni spirito al cui svolgimento assistiamo aspettandoci a ogni istante una novit. La natura un reale gi realizzato: l'essere assunto a contenuto di un dato concetto, che quel che perch, sia pure merc l'esperienza, conosciuto come tale; a guisa, per l'appunto, di un triangolo che ha tre lati, n c' da temere che questo numero cresca o diminuisca, perch esso nel pensiero in quanto formato
da' suoi tre
lati.

non ragione che s'aggiunga alla rappresentazione o concetto dell'eAPetto, integrandone la mera pensabilit con l'elemento della realt. Se l'oggetto del pensiero un mero pensabile, e non perci reale, mero pensabile rimarr anche l'effetto connesso nella
allora chiaro che la causalit

esperienza con la sua causa.

se la possibilit dell'espe-

rienza differisce dalla realt, in quanto, com' piuttosto da

pensare, l'esperienza possibile non s'inserisce nell'esperienza


totale, a differenza della reale,

che

fa sistema

con ogni altra

esperienza del soggetto S rimane sempre che all'essere, qual in definitiva pensato secondo il principio di identit, di non

contraddizione e del terzo escluso, non possibile aggiunta


di sorta in forza del principio di ragion sufficiente.

La
*

ricerca causale preceder la costituzione del concetto

Cfr. la cit. prolusione L'esperienza

pura

e la realt storica.

IL PRINCIPIO DI

RAGION SUPPICIBNTB

175

del fenomeno

e, costituito

a render ragione di
logica interna.

s,

che sia, questo concetto non avr essendo saldo e perfetto nella sua

7.

Critica del principio di ragione, giusta

il

concetto di Leibniz.

Quanto

alla ragion sufficiente

com' intesa propriamente da

Leibniz, non toccheremo in questo luogo dell'errore inerente


al concetto della volont,
la causalit del reale,

da cui egli muove per attribuirle come integrazione del possibile ci


^
;

restringeremo a considerare questo principio alla luce del semplice concetto del logo astratto che Leibniz ebbe il merito di sentire insufficiente alla

suo valore.

E osserveremo

comprensione della realt nel che n anche questa forma di

causalit metafisica, a cui ricorre Leibniz, basta a fare del


si stenda governato dal principio di non contraddizione. Perch, se vero che i nostri ragionamenti obbediscono a questi due grandi principii , ci vorr dire che l'essere non n quello dei possibili che non sono compossibili, n quello dei singoli reali, che si compongono armonicamente perch compossibili; cos come Tessere del fenomeno oggetto dell'esperienza non n quello dell'effetto, n quello della causa, n quello che consta della somma dei due termini, bens quella connessione necessaria di entrambi, per cui non sono due ma un solo essere. L'essere, in fine, per Leibniz il sistema o armonia dei

principio di ragione la legge di


di
l

un pensiero che

al

di

quell'essere che nel pensiero

reali

compossibili, reali perch pi convenienti degli altri

possibili; sistema racchiudente in s, in

quanto sistema pen-

sato,

non

solo

il

pregio intrinseco di questi possibili che de-

terminarono la volont a recarli in essere, ma lo stesso atto appunto nella realizzazione del sistema: il tutto come presupposto di un pensiero che non altro che l'essenza del tutto. Essenza da distinguersi, certamente, dal punto di vista, in cui si colloca Leibniz, da quelle mere e astratte essenze, relegate nell'indi volont, spiegatosi o spiegantesi
1

Cfr. la parte I di

questa Logica, cap.

II.

176
telletto divino,

LA LOGICA dell'astratto
quasi in un serbatoio, donde la volont possa

sceglierle e toglierle alla loro inerzia;

ma

a quello

stesso
sia

modo
alla

che, empiricamente, finch

il

pensiero vero non

stato raggiunto, l'effetto apparisce slegato dalla sua causa,

quale intanto pure unito, come afiFerma

lo stesso prin-

cipio di ragione che ci spinge a ricercare la condizione in

cui la causa consisterebbe.

E
che
il

se nell'essere che pensato rientra la sua ragion d'es-

sere, l'essere
(il

TI oTiv

che vien pensato nella sua essenza, o per quel socratico), non un mero possibile, ma

reale.
8.

Impossibilit di trascendere

il

pensiero.

Nell'essere pensato come un mero possibile non ci sarebbe modo d'introdurre la realt. Giacch l'essere, dichiarato possibile, non essere immediato o naturale, ma pensato; e nello svolgimento di un essere pensato, se mai fosse possibile, il pensiero non potrebbe mai straripare ed espandersi nella realt. Spinoza ha ragione: il pensiero infinito, n c' quindi passaggio da esso ad altro attributo della sostanza. La stessa materia possiamo col pensiero afferrarla come pensiero (sensazione, rappresentazione, obiectum mentis).

9.

Impossibilit d'intendere

il

pensiero come semplice possibile.

Ma

l'errore

non consiste nel cercare

col principio di ra-

gione la via d'uscita dal pensiero; bens nell'essersi chiuso in un pensiero, dal quale non possa non sentirsi il bisogno di aprirsi un varco verso la realt. Se il pensiero come essere identico a s, vero perch opposto
contradittorio,
al

suo negativo o

non

fosse altro che essenza senza esistenza,

sarebbe pur necessario spezzare questo pensiero, non gi perch oltre il pensiero ci sono le cose, ma perch il pensiero
stesso

pensiero

delle

cose;

ond'

immanente

al

pensiero stesso un dinamismo, che lo porta a passare dall'idea alla realt di cui l'idea idea.
tutti

Che l'esperienza che facciamo della causalit propria d'ogni idea relativa a

Ili

PRINCIPIO DI RAGION ttlFFICIENTE

177
realizzarsi,

una realt da quando l'idea

realizzare, la quale
sia,

non pu non

come

si

dico comunemente, pratica: cio

adeguata puntualmente alla realt rispettiva, perch corrispondente in maniera perfetta a quello che la realt ne' suoi rapporti di compossibilit, per usare il termine di Leibniz, e nel suo valore di concreta e determinata preferibilit, ond'essa rivestita rispetto allo spirito che scegliendola la pone in essere. La pone in essere infatti in virt dell'idea piena e matura, che ne ha, e che, in quanto cos piena e matura, determina, anzi la volont stessa, decretum vientis. E da questo punto di vista Leibniz ha ragione. Da questo punto di vista il principio del meglio quello solo che pu farci intendere perch oltre le idee delle cose ci siano le
cose, oltre l'essenza l'esistenza.

Cos pure, se noi

cominciamo a fermare

nella sua astrat-

tezza la rappresentazione d'un fenomeno isolato dal complesso dell'esperienza, essa, come s' notato, diviene un problema, e non pu non presentarsi al nostro pensiero come un oggetto misterioso, che per essere reso intelligibile ha bisogno di apparirci congiunto con la sua ragione, che sar la

sua causa. Ma, a qual modo che la causalit empirica pare che acceda al pensamento del fenomeno solo quando il fenomeno sia rappresentato astrattamente, laddove nell'unit dell'esperienza, nella loro connessione, effetto e causa sono tutt'uno; cos soltanto l'astratta concezione dell'essenza del reale induce a pensare, oltre l'essenza, l'esistenza; laddove l'idea concreta di ogni realt non quella che per essere concreta si traduce in realt, ma appunto quella che concreta perch coincide con la realt: l'essere come identico a
pensiero.
s,

10.

Esteriorit del principio di ragione al punto di vista


della logica dell'astratto.

D'altra parte,

esistente, concepito l'effetto senza causa, noi


G. Gentile.

una volta presupposta l'essenza come non potremo essere


13

178

LA LOGICA dell'astratto

insoddisfatti quanto si voglia, ma non ci sar modo, logicamente, di sottrarci alla nostra insoddisfazione, e barattare il contenuto astratto del pensiero con quel pi pieno contenuto che si desidera. L'essenza non pu passare all'esistenza perch l'essenza dell'esistente; e se quell'esistente di cui essenza non sufficiente, essa non pu darsene n riceverne altro, poich l'esistente di cui essenza, quello. Sicch non rimane che abbandonare quell'essenza, e sostituirgliene

un'altra (come fa in realt Leibniz, sostituendo al concetto naturalistico spinoziano della


stico della

sostanza,

il

concetto spiritualila causa,

monade).
non s'intende senza
che farci?

Cos, se l'effetto

Posto che sia quello il fenomeno, a quello bisogna starsene: e in fondo chi creda di recarsi in mano la ragion sufficiente

un fenomeno, rannodandolo a un altro fenomeno (o cento, altri, quanti gli venga fatto d'infilzarne con l'esperienza), si trova da ultimo, con un fatto grande innanzi, invece che con uno piccolo; ma con un fatto senza ragion di essere. E se salta dall'esperienza al margine di essa, e chiude la serie, come fa Aristotele, e ricorre a Dio, lo stesso Dio, a capo di tutta quella serie, sar un altro fatto, senza
di

o mille

ragion sufficiente.

in conclusione

il

pensiero
il

si

trover spro-

fondato nello stesso disagio, che era stato


tenza. Giacch ogni soddisfazione che
infine se
si

suo punto di par-

procacci non sar

non una rappresentazione


difetto,

sostituita a un'altra rap-

presentazione: nella successione delle quali non ce ne sar

nessuna libera dal

per cui la prima, dal punto di vista

del principio di ragione,

non riusciva a

soddisfare.

11. Il significato del

pensiero logico.

Per vedere

l'

inanit della logica della ragione sufficiente

basta infine por mente al significato del pensiero logico come pensiero che si dice dell'essenza. Questo pensiero non , ab-

biamo

detto, fuori dell'essere,

come affermazione
Il

estrinseca

soggettiva che debba cogliere l'essere.

pensiero logico sorge

come mediazione

dello stesso essere che riesce a esser veduto

IL PRINCIHIO DI

RAGION SUFFICIENTE

179

dal pensiero
socratica:

come

pensiero, ancorch per s stante, ogget-

tivo (astratto). Esso,


ti oriv.

abbiamo

detto, risponde alla

domanda

Altrimenti la risposta
ino' di

(A=A)

sarebbe de-

terminazione soggettiva a

Protagora, che ci che la

logica fin da Socrate intende assolutamente evitare. Questo

essere la realt, ogni realt, tutta la realt,


nata,
si

non discrimi-

noti,

come

realt pensata e realt esistente (verit

di ragione e verit di fatto), perch questa discriminazione

non

ne pu essere altro che, essa stessa, pensiero: ossia


(o esser

Tessere che nel suo pensarsi

pensato)
.

si

discrimina,

come, in generale,

si

afferma per quel che

Il pensiero infatti che vero, ossia che ha valore logico, non , come si accuratamente avvertito di sopra, un'affermazione soggettiva dell'essere, la quale presupponga a s l'essere: poich, fino a quando si rimane con questo presupposto, si rimane nell'impensabile, che la logica deve su-

perare.

E lo supera

soltanto se l'affermazione in cui

il

pensiero

consiste sar bens l'opposto del pensiero onde noi, a nostra


volta, la togliamo

ad oggetto della nostra affermazione,

ma

sar tuttavia mediazione intrinseca all'essere, che nel

sopra di s si pone identico a se stesso. Questa la sola verit concepibile come per s stante, o logo astratto dal nostro pensiero. E in tale verit, legata a se stessa dalla necessit ond' vero ci che opposto al
riflettersi

proprio contradittorio, non pu non esser racchiuso tutto ci che abbia valore di verit (verit di fatto) pel pensiero. Di modo che potr concludersi: che soltanto un'insufficiente comprensione del pensiero governato dal principio d'identit, di non contraddizione e del terzo escluso, pu far pensare che dal circolo in cui cotesto pensiero conchiuso, sia possibile o necessario uscire merc il principio di ragione.

Capitolo
I

III

TERMINI DEL PENSIERO LOGICO

1.

Differenza

immanente

all'identit del pensiero.

L'essere che pensiero pensato

dunque

il

sistema chiuso

della mediazione in cui l'essere identico a se stesso, ne-

immediato, e ponendo mediazione in quanto falsa l'immediatezza. Possiamo dire semplicemente, poich la non contraddizione e il terzo escluso non sono che il logico svolgimento della identit dell'essere, che l'essere come pensiero pensato il sistema. chiaso dell'identit dell'essere con se medesimo: A = A.
la propria astrattezza di essere
la

gando

come vera

Ora

il

concetto di identit, affinch non sia essa stessa


la differenza di cui la identit dev'essere

quell'astrazione che l'immediatezza, importa non pure la


identit,

ma anche

la risoluzione.

Cio l'intelligibilit di

implica che

nella stessa equazione ci siano termini correlativi, che siano

due, e non uno: e che l'unit (identit) perci sia conciliazione della dualit (differenza); quindi qualche cosa di mediato, e

non quella unit immediata che essa sarebbe


con
lei

se

non

nessuna dualit. A, dunque, identico ad ^, in quanto, oltre ad essergli identico, ne differente. La differenza immanente all'identit rende possibile l'anaci fosse in lei e
lisi

del rapporto in cui la stessa identit consiste.

2.

Differenza

come

distinzione, o analisi.

La rende non solo possibile, ma necessaria. Dacch anche qui da notare che quest'analisi non operazione soggettiva che il pensiero pensante faccia sul pensiero pensato, e,

TERMINI DEL PENSIRBO LOGICO

181

quanto non essenziale, non necessaria all'essere del penma semplicemente continc^ente. Come l'affrmazione dell'essere per la logica del pensiero pensato Taffermazione intrinseca all'essere stesso, che affermandosi quel che si pensa; cos quest'analisi l'analisi che di se medesimo l'essere stesso, in quanto pensiero, fa al cospetto, per dir cos, del pensiero pensante, per propria intima virt. Che se l'affermazione dell'identit non fosse distinzione dei due A concorrenti nel rapporto d'identit, essa non sarebbe affermazione. E la distinzione analisi, che nell'unico rapporto A A distingue i termini del rapporto stesso A, A.
in'

sato,

A=A

L'analisi perci necessaria; e


bilit

si

(non

il

pensiero) della differenza

pu definire la pensaimmanente all'identit.

3.

Differenza tra differenza e distinzione: sintesi e analisi.

Altro infatti la differenza tra

e A, altro

la

distin-

zione di

da.

A.

'E

la differenza sta alla distinzione,

come

l'essere sta all'affermazione (del pensiero pensato).

Abbiamo
mazione
filosofia

visto

che

la logica

nasce col sorgere dell'afferarrestavasi la

al di

qua

dell'astratto essere, a cui


il

presocratica intendendo

pensato non come pensiero,

ma come

semplice essere naturale. L'essere cessa di essere

un astratto quando quando affermato,


zione che la
si

pu cominciare a dire che : ossia pone come identico a s. Affermasua affermazione, la sua obbiettiva realt che
si

si

pone innanzi
Ora,

al pensiero.

quanto contenuto della sua propria affermazione; cos l'essere della sua differenza pensato in quanto esso stesso divien contenuto dell'affermazione che esso fa di se. Si distingue ci che differente, come si afferma quello che ; ma se la vera affermazione quella che l'essere fa di se, parimenti la vera distinzione
l'essere pensato in

come

quella che fa di s lo stesso differente (essere differente).


Altrimenti
si

quella che distingue gli atomi di Democrito),


differenza pensata o pensabile.

ha un'astratta differenza naturale (come ma non gi una

182
Se,

i>A

LOGICA dell'astratto

dunque,

sono differenti come pensiero,

essi

non sono siero non


di

soltanto differenti,

ma

si

distinguono. E
con A,

il

pen-

soltanto sintesi di in

ma

anche analisi

=^

e ^.

4.

Unit

di sintesi e analisi.

pensiero che sintesi, non analisi oltre che non analisi in quanto non sia sintesi, n viceversa: quasi, come volgarmente si crede, ci fosse un suo momento puramente sintetico, presupposto dell'analitico, e un momento puramente analitico che fosse l'antecedente della sintesi. Giacch in tal caso non basterebbe pi dire, come abbiamo detto, che tanto l'analisi quanto la sintesi sono del pensiero pensato, e non importano intervento del pensiero

Ancora:

il

sintesi, ossia

pensante nella costituzione dell'oggetto.


Infatti,

posto

il

pensiero

come

sintesi, che, in

quanto

tale,

non

sia analisi, questo pensiero o

non

intrinsecamente dif-

ferente; o naturalmente differente senza esser distinto; e

quando esso diventa analisi, tale analisi non potr concepirsi se non come estranea all'essenza del pensiero come sintesi, e quindi non solo non necessaria, ma
in questo caso,

impossibile; perch l'essere della differenza, senza distinzione,

naturale.

qualcosa d' impensabile allo stesso titolo dell'astratto essere E il rovescio dicasi per l'ipotesi d'un pensiero sem-

plicemente analitico, a cui dovesse succedere la sintesi. Affinch realmente la sintesi non sia un'operazione soggettiva rispetto al pensiero oggettivamente analitico, e affinch l'analisi, del pari, non significhi indebita e assurda
intrusione del pensiero pensante nella verit, ossia nell'essere

che a lui spetta di pensare, occorre che sintesi e analisi non si trascendano scambievolmente; e che pertanto il pensiero

che

sintesi, sia eo ipso analisi; e viceversa.

TERMINI DEL PKNSIERO LOGICO

183

5.

termini come analisi; e vario rapporto tra analisi e sintesi.


il

Ebbene, se
sintesi,

pensiero dunque unit o relazione in quanto

poich sintesi in quanto analisi, esso pure, i termini unificati dalla relazione. Intendere la natura dei termini del pensiero intendere la natura concreta del pensiero,
i

poich intendere

termini condizione per l'intendimento


il

della relazione in cui

pensiero consiste.
si

l'intendimento

il Capo delle Tempeste della logica dell'astratto. I termini sono il pensiero come analisi. La quale, nel suo rapporto con la sintesi, si presta a una doppia con-

dei termini del pensiero

pu dire

sia stato

siderazione. Essa

l'analisi che distingue

termini della

sintesi distinguendosi dalla sintesi;

ma

pure l'analisi che

non si pu porre fuori un essere (un modo di


surda la
rente,
sintesi,

della sintesi senza fare della sintesi

essere) naturale, e rendere quindi as-

e impossibile se stessa. Essa, cio, diffela

ma

anche identica con

sintesi; anzi, a rigore,

differente, o si differenzia dalla sintesi, in

quanto \i
si

si

im-

medesima.

termini dell'analisi, in quanto questa

distingue

dalla sintesi, sono diversi dai termini della stessa analisi che

s'immedesima con la sintesi. Ma il problema dell'intendimento dei termini non

sta

neir intendere questa loro differenza, che abbastanza facile a vedersi, sibbene nell' intendere la loro differenza come medesimezza. Che se differenti essi sono in quanto altro l'analisi che si distingue, altro l'analisi che s'immedesima,

bisogna pure che questa differenza sorga da una fondamentale identit, poich l'analisi

non

distinta dalla sintesi

senza

esserle insieme identica, e viceversa.

6.

Irrelativit dei termini.

Cominciamo
L'analisi
si

dai termini in cui

il

pensiero

si

scioglie, in

quanto analisi distinta dalla


sintesi unisce. Nella sintesi

sintesi.

distingue dalla sintesi dividendo quel che la

abbiamo A-- A, dove ogni A

184
in funzione

LA LOGICA dell'astratto
dell'altro, e

nell'analisi

avremo perci due A

irrelativi l'uno all'altro.


lito,

che significa irrelazione? Al soc' due modi d'intendere questo concetto; e questi modi
antitetici.

Ma

sono
si

In uno di questi modi, che quello che pare


i

a prima vista da accettare,

termini d'una relazione, ove

spezzi la relazione, che ne costituiva l'unit,


il

rimangono

due: e in un sistema di relazioni, qual


tutte
le

cosmo, infrante

relazioni, resta
altra volta
^

la

molteplicit

degli elementi.

Ma

osservato che chi dice molteplicit dice relazione, onde gli elementi in qualche modo coesistono, se

abbiamo

non altro escludendosi reciprocamente. I termini irrelativi dunque non son quelli che, rotta l'unit, si scindono in una
dualit o pluralit,

ma quelli che all'unit concreta (perch mediata) sostituiscono una diversa unit, astratta perch imE
questo
il

mediata.

solo

modo
gli

possibile d' intendere real-

mente r irrelazione: per


relativi {A

cui

se son

due

in

= A),

negata

la relazione si riunificano,

quanto ponendosi

immediatamente come unit

irrelativa.

7.

Il

termine come analisi degli

irrelativi.

zione

Unit irrelativa, beninteso, in quanto sottratta alla relaA. Ma sar essa stessa in s irrelativa, o immeA

diata? Se

yl

pensiero pensato, che, staccandosi dal termine

concomitante, non pi termine o

membro

del pensiero,

ma

qualche cosa che


logico, e

si

pensi gi in s perch in s compiuta,

esso non pu sottrarsi alla legge fondamentale del pensiero

non essere identico a

s,

risolvendo in se stesso la

propria astratta unit nella mediazione a


l'analisi

a. Cio, se per spezziamo la sintesi, e fissiamo un termine della sintesi, il termine suo, non pii termine, si media dentro di se stesso e la sintesi risorge dal fondo dell'analisi. Il termine allora si fa rapporto e unit di termini, per cui soltanto dato realizzare l'analisi pensando il termine del primo

rapporto.

Gfr.

sopra pp. 135-136.

TERMINI DEL PENSIBaO LOGICO


il

185

In conclusione,

termine del pensiero, come analisi che


sintesi, e perci

si distini^ue dalla sintesi,

non

pi

ter-

mine.
8. Il

termine come analisi della relazione, o della sintesi.


in

l'analisi

Guardiamo ora il termine datoci dall'analisi s' immedesima con la sintesi.


li

quanto

L'analisi la stessa sintesi qualora quei termini che essa

divide,

tenga bens

divisi,

ma

nel rapporto reciproco della


di questi

loro sintesi.

-4 in

quanto ciascuno

due termini

diverso dall'altro,

ma come

identico all'altro: vale a dire,

l'uno l'altro, perch l'uno

suppone
si

l'altro,

ed pensato

pu pensare da solo, irrelativo. Il che importa che il pensiero ne pensa uno, in quanto da esso passa all'altro termine; e ciascuno quindi non
pensiero,
siero perch

perci con l'altro: e nessuno dei due

ma

termine, limite, del pensiero;

il

quale pen-

dall'uno torna all'altro con quella circolarit

che abbiamo detto essere la espressione propria della sua legge fondamentale. Prendiamo, per esser pi chiari, un esempio: la linea retta la pi breve distanza fra due punti dati. Questo pen-

un pensiero vero, oggettivo e non soggettivo, solo se si pensa come linea retta quel medesimo che si pensa come la pi breve distanza fra due punti, in quanto
siero

quel che

il

pensiero d'un termine staccato dal pensiero dell'altro non


il

possa pi pensarsi. Di guisa che


pi breve distanza tra
i

pensiero di ci che la

due punti dev'essere bens diverso dall'altro, tanto da potere servire come punto d'appoggio al pensiero, che non penserebbe nulla della linea retta (cos ragguagliata a ci che segna la pi breve distanza tra i due punti) se non avesse un tale punto d'appoggio; dev'essere

ma per essergli identico. Orbene, in tal caso evidente che l'adeguarsi dell'analisi alla sintesi, mantiene la dualit nel seno dell'unit, dove soltanto possibile che una concreta dualit logica sia mantenuta. L'unit si sdoppia in due unit, che, nel loro rapporto e per il loro rapporto, sono due unit diverse, quandiverso,

186

LA LOGICA dell'astratto

tunque identiche. Diversit, che importa esclusione reciproca, per modo che ciascuno dei due sia negativo dell'altro termine e sia positivo, perci, di se medesimo: negativo in quanto positivo, e positivo in quanto negativo. E la conclusione di questa seconda posizione sar, che ciascuno dei termini, non potendosi porre senza negar l'altro, legato all'altro, in modo da non potersi sciogliere da esso, e valere da s come pensiero pensato, ossia come sintesi.

E
che

questo

il

vero termine, o

il

pensiero

si

distingue dalla sintesi mantenendola

come analisi, come la sua pro-

pria essenza.

9. Il

termine mobile, o l'analisi dell'analisi.

La

sintesi, se lasciasse staccare


si

da

s l'analisi,

come par

necessario quanto

abbia riguardo al

momento
i

della distin-

zione senza la medesimezza, vedrebbe fissare

suoi termini

come

sintesi

essi

stessi.

cos

avvenga, ponendosi perci il a), come un sistema di equazioni: ma, poich A := (a

empiricamente sembra che pensiero non come A = A,

(rt

= a)

=: (a ^=

a)',

dove a avrebbe un valore analogo ad A, in modo che ogni equazione si risolverebbe in una coppia di equazioni, e il
pensiero
si

dividerebbe e suddividerebbe dentro se stesso,

all'infinito.

N sarebbe mai

quindi ravvisabile se non

come

un

pezzo.ydi cielo, solo arbitrariamente

limitato dall'occhio

dello spettatore, ma per se stesso stendentesi sterminatamente lontano lontano negli abissi irraggiungibili: poich nessuna sintesi jlunit cos ampii da non permettere al pensiero di

procedere a una sintesi pi

alta,

piti

comprensiva e quindi

piii*compatta; e nessuna analisi cos determinata da non permettere un'ulteriore analisi de' suoi elementi. Ma questo

realt ha

un Ipensiero fantasticamente mai pensato.


Giacch
il

raffigurato, che

nessuno in

^pensiero sintesi; e se chi dice sintesi dice

analisi, l'analisi

importa distinzione di termini;

quali, se

TERMINI DEL PENSIERO LOGICO

187

fossero mobili, non determinerebbero la sintesi, n quindi determinerebbero il pensiero nella sua realt di pensiero pensato. Noi pensiamo A A (che non un pensiero, ma il

pensiero, o, se

si

vuole,

il

tipo, lo

schema

del pensiero), in

quanto
che, se

A non

sintesi,

ma

stesso, fissato, si

termine della risolve in a

sintesi.

Ci importa

= a,

esso allora, in

quanto fissato, cio pensato, determinando il pensiero come a = a, esclude che il pensiero sia determinato tuttavia come A A. Cio, dire che il pensiero a =: a, non altro che dire che esso A A. Non c' differenza di sorta, ma sem-

plice ripetizione di

una

stessa funzione.

10. Il

mito dell'analisi dell'analisi.

come analisi di analisi un mito. Il come pensiero pensato, e perci pensabile, sintesi di analisi, o analisi di sintesi. Quando noi lasciamo sciogliere VA di ^ = .4 in a = a, abbiamo la sintesi, ma non abbiamo n la sintesi dell'analisi, n l'analisi della sintesi. E non pensiamo pi, perch il pensiero, come abbiamo
Il

pensiero pensato

pensiero,

dimostrato, non sintesi senz'analisi. Quindi la necessit di

pensare
uscire.
Il

il

pensiero

come chiuso dentro

suoi termini, quasi

membra vive

dentro al crcolo

della vita,

senza poterne

mito suddetto doveva necessariamente sorgere dalla

necessit di dare al pensiero, gi


il

come pensiero pensato,

modo

di svolgersi, arricchirsi e sottrarsi pertanto a que-

sta scheletrita e
si fissa

stecchita identit tra s e s, in cui esso

come A = A, quando non era possibile un modo razionale di concepire e intendere veramente tale svolgimento. il problema platonico della sinossi
e irrigidisce

escogitare

delle idee, fondata sulla loro xoivcovia, e

quello
il

aristotelico

dell'apodissi che
la

non

un

sillogismo, cio

sillogismo,

ma

catena dei sillogismi ^

Ma

quella logica non aveva co-

scienza dell'opposizione tra pensiero pensato e pensiero pen-

Cfr. pi innanzi cap. VI.

188

LA LOGICA dell'astratto
loofo

sante (logo astratto e

concreto):

riducendo tutto a

pensiero pensato, sforza vasi poi di trovar tutto in esso; e

per ficcarvi dentro quel che ripugna alla sua natura, finiva per renderlo impossibile o assurdo, o solo pensabile per fantastiche rappresentazioni, qual' questa dell'infinito, o inde-

firmamento delle idee, termini del pensiero. di cui ha bisogno il pensiero pensato, o meglio, di cui il pensiero pensante sente il bisogno quando ha pensato il suo pensiero pensato, un bisogno a cui soltanto esso pensiero pensante pu provvedere. Ci che esso
finito,

Lo svolgimento

deve trovare nel pensiero pensato come


esso deve appoggiarsi per attuare
il

oggettivit, a cui

proprio svolgimento,

invece

il

contrario d'ogni svolgimento: la determinazione

o l'essere come tale, ma identico a se stesso, immutabile, fermo nella sua essenza, incrollabile come base dello sforzo ulteriore del pensiero pensante. Che se esso stesso si movesse, e sfuggisse di sotto a questo peusiero, e svanisse,
dell'essere,

esso, anzich essere

il

dolce

pomo

della verit, diventerebbe

vero che, quando che che paiono gl'infimi gradi del sapere empirico fino alle pi alte vette del sapere speculativo, il pensiero pensa qualche cosa, in quanto si trova a esser
l'eterno supplizio di Tantalo.
si
il

pensi, sempre,

da

quelli

chiuso tra

il

termine che s'esprime col

nome
col

e che

il

tema

verbo e che lo svolgimento di questo tema, o quello che se ne pensa: lo svolgimento in cui il tema attinge realt di pensiero. Due termini, che si analizzano bens, ma quando sia venuto meno quel pensiero, in funzione del quale sono quei due
del suo pensiero, e quello che s'esprime
termini.
11.

L'interpretazione, e la sintesi di analisi.

l'analisi dell'analisi rispetto


gli errori

Xiente forse tanto atto a dimostrare l'arbitrariet delal pensiero pensato, quanto
che notoriamente
si

commettono

nella

interpre-

tazione

dei pensieri che effettivamente valgono

siero pensato, e

non sono

zione empirica del

come pennon una forma di esemplificalogo astratto, come momento del concreto.
se

TERMINI DEL PENSIERO LOGICO

ISD'

L'interpretazione infatti quel pensiero che presuppone penil pensiero che si deve pensare: presuppone, un'opera d'arte da intendere (pensare com' stata pensata) o un'opera di scienza, un trattato, che abbia gi in s determinato un pensiero, a cui l' interprete debba adeguare il proprio, e che sia perci la misura della verit di questo

sato (da altri)


p. es.,

pensiero dell'interprete.
L'interprete per entrare nel pensiero del suo autore ha

due metodi innanzi a s, ed entrambi per diverso rispetto legittimi: uno analitico, e sintetico l'altro. Col primo egli
comincia a leggere, intendere e valutare ciascuna delle parti del suo testo, ciascuno dei periodi di ciascuna pagina, anzi ciascuna parola di ciascun periodo. Con l'altro, invece
di fermarsi ai particolari,

guarda all'insieme, e cerca

di rag-

giungere tale cognizione del suo autore da poterne formulare molto brevemente il pensiero, e chiudere questo pensiero in un periodo solo, anzi in una sola parola, che sia tutto il
il tema, l'anima dell'opera. Ma potr egli far senza la sintesi? Potr far la sintesi senza l'analisi? evidente che con la sola analisi non potr intenderne nulla, come nulla ne potr intendere con la pura e schietta

significato,

l'analisi

sintesi

che,

d'un

tratto,

voglia,

per

intuizione,

ravvisare

l'intimo nocciolo sostanziale dell'opera. L'analisi occorre,

ma

non per disperdersi nel particolare


morti,
e ogni
si

dei

frammenti sparsi e
la vita del tutto;

bene per ricostruire coi particolari

momento

del progresso nella via dell'interpretazione

sintesi, che ogni nuova analisi rende che 'assorbe in s ed annulla ogni sintesi antecedente. In guisa che in ogni momento della interpretazione

consiste in

una nuova

possibile, e

un un

solo sia

il

solo, infine,
il

pensiero presente alla mente dell'interprete, e rimanga innanzi alla sua mente il pensiero,
processo, ei possa dire in conclusione appunto

che, esaurito

pensiero dell'autore. Pensiero unico, che risolve in s ogni

suo antecedente, e si fissa come rapporto di termini. Che se questa progressiva risoluzione delle sintesi provvisorie indirizzata al raggiungimento di una sintesi definitiva, s'incontri un ostacolo che arresti nel cammino la mente, e l'obin

190

LA LOGICA dell'astratto

blighi a ricominciar

da capo per avviare accanto

al

primo

un secondo processo sintetico, la conclusione sar che l'opera non ha unit, non contiene un solo pensiero, non un'opera,

ma

due opere diverse, tra loro meccanicamente raccozzate. Ovvero si scoprir che l'interpretazione sbagliata e nel suo sviluppo non s' saputa tenere aderente al modello: come piuttosto si finisce col credere quando per prove precedenti o posteriori
ci

sia

o sia per formarsi la fede nella

reale esistenza di quell'opera,


siero.

come espressione d'un pen-

Tutte

le

quali

considerazioni, desunte da un'esperienza

logica ovvia ed universale, dimostrano ad evidenza che se

noi postuliamo un pensiero oggettivo,


contatto di questo pensiero,

come

la

verit del

pensiero pensante, noi allora soltanto possiamo ritenerci a

quando

lo

cogliamo nella sua

stretta e direi quasi stringata unit,

e non di
finch
il

come sintesi di termini altre sintesi: essendoci bens una sintesi di sintesi nostro pensiero in cammino, e in quanto si preattraverso cui egli

scinde da ogni posa e da ogni tappa,

pur passa nel suo cammino; ma non essendoci pi se non una sintesi di analisi, quando si sia raggiunta la meta, nonch in ogni istante, in cui esso possa soffermarsi quasi pervenuto ad una meta provvisoria, o ad una stazione di riposo. La sintesi di sintesi del pensiero pensante; e il pensiero pensato soltanto sintesi di analisi.
termini e la determinazione.

12.

termini, dunque, nella loro dualit, sono la determina-

tezza del pensiero.

E ogni pensiero determinato in quanto mediazione dei due termini: o ciascuno dei due termini in rapporto con l'altro. E pensiero indeterminato ogni pensiero a cui si sottragga uno dei termini, o per mezzo dell'analisi che, distinguendosi dalla sintesi, stacca un termine dell'altro,
e lo fissa nella sua isolata unit; o per

mezzo

della sintesi

che, introducendosi dentro

uno

dei termini, lo dualizza e lo

pensa, facendolo sfuggire al suo posto di termine nel pen-

TERMINI DEL PENSIERO LOGICO

191

siero

da cui

si

parte. Posto
si fissi

A
un

= A,

il

pensiero s'indeterniina
si

e svanisce, sia che

astratto A, sia che

voglia

mantenere il rapporto A^=A, ma pensare insieme ciascuno dei due A come sintesi di a = a. In entrambi i casi il ter-

mine cessa
nare
il

di esser termine, e perci terminare, e determi-

pensiero.
il

Ma poich i termini, dunque, determinano quanto son due, e quindi ognuno positivo
stesso) essendo insieme

pensiero in

(rispetto a se

all'altro); si pu un termine che determina il pensiero, ed quello positivo negativo; e c' un termine che lo indetermina, ed quello puramente positivo. Che la compenetrazione che dei singoli termini fa la legge, gi il-

negativo (rispetto

dire pi precisamente che c'

lustrata, del loro rapporto: del quale

vedemmo che un'affermazione avente valore logico in quanto insieme negazione: affermazione del vero, negazione del falso. Ebbene, gli elementi del rapporto in cui la verit consiste, sono della stessa natura: affermazione ciascuno di s e negazione dell'altro elemento. E solo a questo patto gli elementi d'un
pensiero sono suoi termini, e lo determinano.

Capitolo IV

IL

GIUDIZIO

1.

Logica

grammatica.
i

due termini del pensiero che identici, quantunque non si sia omesso a principio di avvertire la distinzione che gi ab antico fu fatta tra i due termini stessi, come nome e come verbo. Ma questa designazione di origine gramFinora abbiamo considerato
pensato

come

equivalenti,

oltre

maticale non basta certamente a fissare la diiferenza per cui realmente si distinguono i due termini del pensiero;

giacch
si

la

considerazione grammaticale, per quanti sforzi


aderire all'intima realt del pensiero
si

faccia

di

signifi-

cato dalle parole, non

regge se non sull'astratto concetto della parola distinta dal pensiero, per cui parola. La grammatica, come tutti sanno, comincia con la dottrina delle parti del discorso, le quali, distinte l'una dall'al-

tra, possono essere studiate ad una ad una. La distinzione importa due operazioni: 1. l'analisi del discorso concreto

nelle

sue

parti

2.
s

la

classificazione

di

queste parti.

La

che l'analisi non sia quell'analisi concreta, che noi abbiamo designata come analisi della sintesi. Non sia cio quell'analisi che distingue mantenendo
classificazione
fa

l'unit dei distinti. I distinti sono sciolti dal vincolo in cui

consiste

il

loro

nesso

organico,

giacciono perci
distrutto,

come

semplici

parti materiali dell'organismo

trattabili

solo materialmente e
Infatti, se

meccanicamente.
della
i

l'analisi

sintesi

quella onde

si

pon-

gono nella loro differenza

termini del pensiero, in quanto

germini appartenenti a esso pensiero, quest'altra analisi sot-

IL GIUDIZIO

193

trae

termini al pensiero, e da
,

A, che
il

quale,

A A retrocede al semplice come ormai sappiamo, il semplice essere naturale; considerato come molteplice, l'atomo qualitativatutti gli altri

mente identico a
della
teri,

atomi. Quindi la possibilit


soltanto
cose,

classificazione.

Pensieri o anime, sentimenti o caratSi

non

si

classificano.

classificano

le

l'opposto del pensiero: natura, materia bruta.

2.

Il

vocabolario.

Il

curioso che la classificazione grammaticale delle pa-

role

come
c'

parti

del discorso

non

grammatica che non

sia la

ne suppone un'altra, perch grammatica d'un voca-

bolario.

il

vocabolario esso stesso analisi e classificaogni classe raccoglie sotto di

s, come sotto una parola sola, le molte parole che in una lingua storicamente determinata par che siano identiche. Tale , p. es., la parola italiana ferro, che, quando si va a vedere in tutti gli usi concreti, che un dizionario storico ci indica della parola stessa, non una parola unica se non in quanto

zione, in

cui

essa

si

consideri isolata per astrazione dal contesto di cui


volta che sia stata effettivamente

entrata a far parte ogni


usata.

Astrazione che analisi, ed quell'analisi senza di cui non sorgerebbe mai quel concetto della lingua che
implicito nel concetto

empirico di vocabolario e di gramGiacch senza quest'analisi evidente che non ci sarebbero vocaboli, ma soltanto le opere degli scrittori, o
matica.
meglio,

s
il

linguaggio vivo dei parlanti in cui ogni parola

distinguibile,
si

ma

per analisi di sintesi, cio in quanto

non

pensa a

fissare per s la parola stessa isolandola dal

discorso,

in cui

sempre diversa, sempre nuova, com'

sempre

tutto ci che vivo, in ogni istante in cui si possa

cogliere la sua vita ^ D'altra parte, senza quell'analisi

non

c' parola che abbia un significato,

ma

c'

il

pensiero signi-

Cfr.

Sommario

di Pedagogia, voi.

P, pp,

51-59.

G. Gentile.

IS

194
fcato:

LA LOGICA dell'astratto

non c' n suono n segno che corrisponda a un'idea,


pensiero nella sua sintesi col

ma

c' l'idea, o termine del

termine correlativo.

3.

Critica dell'astrattezza grammaticale, e necessit di liberare


la logica dal

giogo della grammatica.


sul vocabolario lavora perci

La grammatica che lavora


sull'astratto,

sempre alle sue classificazioni analisi di analisi, senza sntesi, onde il linguaggio si spogli del suo valore spirituale e si fssi come meccanismo scome presuppone

ponibile e ricomponibile nei suoi pezzi.

Ora, per astratto che sia il logo della logica che andiamo esponendo, bisogna pure che esso sia e valga come pensiero: pensiero, come abbiamo visto, che si afferma e si garentisce negando il proprio opposto, e si chiude in s e
circola nella
sintesi

de' suoi

termini; e che ha perci una


della parola

vita, sintesi del

meccanismo

grammaticalmente

considerata. Di qui la necessit di liberare la logica da ogni

giogo grammaticale; ossia di non introdurre nel concetto del pensiero pensato nessuna delle distinzioni con cui procede la grammatica nello studio dei segni del pensiero
{yQ\i\iaxa)

N
di
altro

quindi, se vogliamo dire che ogni pensiero unione

fu per verbo della grammatica, ma al nome e al verbo termini del pensiero, che insieme ci diano quello che Aristotele dice avvQeoiv voiifixcov. Cos non ripeteremo con lo stesso Aristotele che TQaYA,aq)og OTi(Aaivei

un nome con un verbo, dobbiamo pensare, come


avvertito, al

nome

e al

\iv

TI,

ojjtco

8 ^TjOi;

t)

tpeiSog,

\ir\

t elvai

f)

^t|
l'

slvai jcqo

oTeefi^:

quasi potessimo

effettivamente dire

ircocervo

cio pensarlo, senza

tuttavia aver aggiunto

se

o non

(almeno, se o non ircocervo):

pensarlo

insomma come
il

semplice

nome senza

verbo. Grammaticalmente cos:

De

interpr., 1, in fine.

IL GIUDIZIO

195

nome, e e' senza che ci sia ancora il verbo. Ma il grammatica astrazione priva d'ogni realt: dacch la grammatica suppone il vocabolario, e il vocabolario suppone il linguaggio vivo, nel quale non c' nome senza verbo. Non c', perch chi parla, se non macchina n pappagallo, e parla nel senso proprio del termine, pensa; pensando, pensa non con un solo termine (che sarebbe il pensare che si pu attribuire alla pietra), ma con due termini {A = A).

nome nome

della

i.

Inscindibilit del

nome

dal verbo.
(o lo-

Si

pu dire dunque, che

la

grammatica del pensiero

gica) sia quella che supera l'astrattezza della semplice

gram-

matica delle parole e conosce pertanto il nome come nome del verbo, e il verbo come verbo del nome; in guisa che dove il grammatico non vede altra realt che quella del nome, il logico vegga anche quella del verbo; e viceversa. Effettivamente vi sono pensieri espressi con una sola pa-

che grammaticalmente un nome o un verbo. L'essere assolutamente indeterminato, da cui parte la logica >hegeliana, o l'essere ineffabile e innominabile a cui aspira ogni teologia mistica, nome senza verbo, poich di esso nulla
rola,
,

pu dire. E l'immediata rappresentazione sensibile, quello che per Hegel contenuto della pii semplice forma di cosi

scienza o
il

il

termine della pi elementare intuizione, che

fatto

naturale nel suo primo lampeggiare alla coscienza

(p. es.,

piove, tuona), evidentemente verbo senza nome. s nel primo caso come nel secondo, o quel che manca grammaticalmente, manca altres logicamente, e allora non si pensa niente; o qualche cosa realmente si pensa, e allora quell'altro elemento logicamente non manca. InMa,
fatti
il
il

vero

nome
il
il

verbo, e

nome. Cos

quello che si rende pensabilefmediante vero verbo quello che rende pensabile il verbo dell'innominabile appunto questa in-

nominabilit dell'innominabile che non pu essere pensato

come nome

(A),
il

ma

soltanto del verbo

del pari

nome

come nome del verbo {A=A). piovere non va cercato fuori

196
dello

LA LOGICA dell'astratto

stesso verbo, perch esso non altro che ci che si pensa pensando che piove, e che sarebbe impensabile (come puro fenomeno naturale, presente al pensiero e non entrato ancora nel pensiero) senza tal verbo. Che se il verbo fuori del nome innominabile non pu indicarsi, n il nome fuori del verbo piove, questa impossibilit non propria di alcuni casi speciali del pensiero, che abbiano questo particolare aspetto grammaticale,

ma comune

a ogni pensiero come legge del pensiero nella sua universalit.

5.

Inscindibilit del verbo dal

nome.

Se dico

infatti:

Dio crea,

il

vero

nome
il

Dio, n
p. es.,

il

vero verbo crea, come reputa


quelli di Epicuro:

qui non grammatico.

Dio, invero, in virti di questo pensiero, Dio creante, e non,

un Dio come
di
il

un Dio adunque,

il

cui concetto determinato appunto


cia nella sintesi

questo pensiero,

nome e nome col verbo; per modo che


si

come quello che si enunverbo. Il nome che nome in


finch
e,

non

si
il

dice
solo

il

verbo, non
si

dice neppure

il

nome,

di-

cendo verbo

nome, non
si

dice nulla. D'altra parte, diremo

il

semplice crea?

Ma

questo crea qui determina-

zione di Dio, e se

prescinde da questo termine che esso


si

determina,
se

cessa di essere una determinazione.


si

creare, di cui

parla in questo caso, non


il

Quindi il pu intendere

non come

il

creare di Dio,
verbo,
dice

cui concetto inerente per-

tanto al concetto del creare; tutt'uno con questo, in


che, dicendo
dicesse,
il

si

il

nome;

e se

il

modo nome non si

non si direbbe neppure il verbo. Come da piove grammatico non pu distinguer nulla di fissabile in s, che, essendo piove un verbo, ne rappresenti il nome, cos, se vero che il verbo non crea ma tutta la sintesi Dio crea anche in questo pensiero ci sar il verbo ma non ci sar il nome. E come nell' innominabile e' un nome dal quale non si pu distinguere il verbo, perch tutt'uno con esso, cos pure a questa unit inscindibile Dio crea
il
,

IL GIUDIZIO

197

manca
il

il verbo. Quel che manca, insomma, in ogni caso, verbo astratto o il nome astratto, rispetto al quale la sintesi nella sua universalit tutta verbo {verhum mentis,

"Kyoc,

= ^yeiv).
6.

Ex

nihilo cogitatio.

11

pensiero infatti

a
si

porsi in risposta all'eterna

come pensiero logico, quale comincia domanda socratica ti taxw,

presenta quasi un verbo senza nome. Consiste

tutto nel

dire che cosa (p. es., Dio creante; in generale, essere) senza A,m.fi come un rapporto, il quale dire a che si riferisca. A

non presuppone
tersi

l'unico termine, che

si

sdoppier per

riflet-

su se stesso e quindi porsi identico a s: quindi non A. dice che cosa A prima che sia A L'essere naturale di Parmenide? Certo, non rimane altro, tolta la reale identit in cui il pensiero consiste; ma, appunto

perch

tale

essere rimane solo se

si

esso non pensiero, non pensabile,

ma

astragga dal pensiero, quell'assurdo che


niente.

sappiamo.

Dunque? N

pensiero, n essere
il

come pensabile;

Il

questo niente nasce fit quale niente non , beninteso, un antecedente reale del pensiero, ma quell'antecedente che il pensiero non trova
cogitatio.
s, se

E da

pensiero: ex nihilo

innanzi a
ticalmente,

prescinde da

s.

Perci

il

ti eotiv;

gramma-

non ha soggetto: grammaticalmente, sempre verbo, senza nome, il quale si pone soltanto in quanto si
pensa, cio in quanto

=^ A.

7.

Definizione del giudizio.

Giudizio il pensiero in quanto sintesi dei due termini, onde l'essere si media nella sua identit con se stesso. E dei due termini, che abbiamo detti nome e verbo, il nome, logicamente inteso, il soggetto del giudizio, il verbo, logicamente inteso, il predicato^.

1 "Oqov &s xaXto el? ov SiaXiieTai f| itgTaaig, olov t xe y.axriYOQOvuevov xol T xaB'ov xaTT)Y0Q8'cai Akist., Anal. pr., I, 1, p. 24 b 16.
:

198

LA LOGICA dell'astratto

Che cosa
verbo della
il

significhi
sintesi

intendere logicamente
II

il

nome

il

logica, gi ci noto.

soggetto non

nome come una

parola o parte del discorso,

n come

un'idea che sia da unire con un'altra, ma che intanto possa esser fissata in se stessa: un termine del pensiero, che solo
per una analisi di sintesi pu esser distinto dall'altro termine, che il suo predicato. Ma anche il predicato un termine come questo. In che consiste la differenza tra un termine che soggetto, e l'altro che predicato?
I due termini sono tra loro correlativi, in quanto adempiono due funzioni correlative: e uno termine terminato,

l'altro

termine terminante.
,

Infatti

il

pensiero lo stesso

essere:
sato.

abbiamo

detto, l'essere del pensiero, o essere pen-

Quindi A e A = A dicono lo stesso con a differenza, A il pensamento di A. che A non pu pensarsi, e A Quindi ancora, se il pensiero pensiero determinato, chiuso dentro due termini di cui relazione, esso la determinazione di un termine, che altrimenti sarebbe indeterminato e per non sarebbe pensato. Il termine nel suo rapporto con l'altro pensato, o determinato in quanto quello che dev'essere determinato, e nell'altro cerca appunto il suo termine, o terminazione, o determinazione che si dica. Il pensiero pertanto sintesi di termini in quanto determinazione che un ternaine determinante fa di un termine inde-

terminato.

punto di partenza o base della mediazione (xjjtoxeitievov, il termine che nel giudizio terminato, e senza il giudizio sarebbe indeterminato, e resterebbe fuori del pensiero. Il punto di arrivo, in cui l'attualit del giudizio si realizza, il termine terminante, che, determinando che cosa la cosa espressa dal nome, termina appunto e fa essere nel
II

subiectum)

pensiero la cosa.

Diremo perci soggetto il termine terminato della sintesi onde l'essere si media nella sua identit con se stesso; e predicato, il termine terminante della
stessa sintesi. L'unit del termine terminato e del terminante

la determinazione del pensiero, in quanto pensiero pensato.

IL GIUDIZIO

199

8.

Universalit e necessit del giudizio nel predicato.

Ma

e del terminante

questa differenza orgfanica o fanzionale del terminato non semplice relazione astratta di passi-

vit e attivit. L'attivit del predicato, in rapporto alla quale

nel giudizio logico va intesa la passivit del soggetto, attivit concreta, e la piti concreta attivit che
si

possa conce sint(3si

pire dal punto di vista di questa logica dell'astratto; perch


chiaro

che, se

tutto

ci

che

si

pu pensare
il

di

soggetto e predicato, la radice di tutto


in quest'attivit dell'essere

pensabile appunto
si

come

predicato, onde

pone

lo

stesso
l

termine terminato (che non sia l'indeterminato, di dal pensiero), e quindi la sintesi in cui tutto si spiega. Orbene, quest'attivit, in cui si concentra tutto il potere
e'

determinante del pensiero (n


terminazione,
siero:

pensiero che non sia dese

= A),

il

principio degli attributi del penil

universalit e necessit; giacch

termine
ter-

terminato pensato mediante la determinazione ond'

minato, esso come pensato diventa universale e necessario.


9.

Particolarit del giudizio nel soggetto.

La
cui
si

necessit e universalit del predicato la contingenza

e particolarit del soggetto.

Ma che cosa l'universalit di comincia a parlare con Socrate, e che l'attributo infatti di quel pensiero che Socrate scopre? L'essere naturale non universale, anche se abbracciato dal pensiero nella sua totalit. Di che ha sentore la filosofia presocratica, concependo perci il cosmo come uno degl'infiniti cosmi che si succedono nel tempo. L'essere naturale questo essere naturale che c': non quello che noi pensiamo distinto dagl' infiniti altri esseri naturali diversi (semplicemente possibili, dice Leibniz *) ma tuttavia numerabile come uno di questi infiniti; bens l'unico essere, imparagonabile a qualunque altro, in quanto quel che esso
i

Cfr. in

questa parte, cap.

II.

200
,

LA LOGtCA dell'astratto
di

nessun altro pu essere. Esso perci,


particolare.

fronte al pen-

siero

che, abbracciandolo, lo trascende e ne esorbita,

un

essere

In

quanto

tale,
Il

fuori

del

pensiero;

n pu a nessun patto pensarsi.


sale:

suo pensarsi consiste

proprio nel suo cessar di essere particolare e farsi univer-

non poter essere pi trasceso da un pensiero che gli sopra, ma farsi esso stesso pensiero in modo da restare esso nella dualit onde si media come pensiero; e quindi il pensiero stesso, chiuso e circoscritto dentro i due
scivoli

termini dell'identit in cui


in cui tro
si

la

mediazione consiste.
il

L'universalit sta nel distendersi dell'essere nel pensiero,


riflette,

si

adagia, legando a s
si

pensiero, denl'es-

quei termini in cui

pone. L'essere universale


essere con se stesso.

sere
o,

come pensiero, in quanto come si pu anche dire, di


10.

identit di essere e pensiero

Contingenza del soggetto.

L'essere naturale del pari contingente, perch, essendo,

questo

essere, che

il

pensiero trascende opponendovisi, pel

pensiero non ha necessit. , e pu non essere. La sua particolarit lascia al pensiero un margine infinito, pel quale
esso potr spaziare
rale.

Laddove

l'essere stesso in

senza trovarsi in faccia all'essere natuquanto pensato lega a s il

pensiero, e rende quindi impossibile l'alienarsi del pensiero:

che come dire logicamente: diventa necessario. Sicch l'essere pensato (in quanto pensato) quell'essere che non ne ha altro fuori di s, n consente quindi al pensiero pensante di pensare altro essere. Universalit e necessit, che non sono soltanto relative, ma assolute, se vera
la

nostra

critica

del principio di ragione.

Universale la

non c' virt che non sia compresa nella virt che si pensa, n quindi la virt si pu dire che sia pensata se il giudizio onde si pensa lasci sfuggire alcuna delle virt; ma perch non c' niente (in quanto si pensi la virt) che, senza essere virt,
virt in quanto pensata,

non

solo perch

esorbiti

dall'essere

che pensato. Altrimenti

il

pensiero

IL GIUDIZIO

201

(come pensiero pensato,

si badi bene), non sarebbe quel sistema chiuso, che abbiamo dimostrato proprio della sua natura, ma verrebbe ad essere un pensiero tra pensieri. Ci

che assurdo.
Altrettanto
dicasi
rispetto
alla

necessit,

onde

l'essere

non chiude
punto di
vista se

il

pensiero

soltanto

relativamente a un certo
di punti di

vista,

non potendosi concepire variet

non per

rispetto al pensiero pensante, che

un fuor

di luogo nella logica dell'astratto.

11.

Universalizzazione e necessitazione del soggetto.

Il termine terminante, in quanto attualit della determinazione onde lo stesso soggetto terminato, l'attivit uni-

versalizzatrice e necessitante dell'essere terminato;

il

quale,

fuori della universalit e necessit propria della determinazioi'.e

ond'esso terminato nella sintesi col suo termine cor-

rispettivo, precipita a

astratta immediatezza, particolare e contingente.


il

puro essere naturale, che, nella sua Non che


il

soggetto sia tale;

ma

non esser

tale

non

proprio del

soggetto in quanto soggetto, nella sua opposizione al predicato; dipende dalla funzione attiva del predicato, per cui
esso, nella sintesi dell'analisi

dicato, vi

onde si distingue dal suo pres'immedesima, e partecipa quindi dell'universalit


infatti

e necessit del pensiero.

Se l'essere
nel suo

del

termine terminato
esso

si fissa

per s

momento

analitico,

necessario;

ma non

venta materia cieca di


si fissa

non n universale, n propriamente n anche pensiero. Dipensiero, non ancora assorta alla luce

di questo. D'altra parte, se l'essere del termine terminante

egualmente nel suo momento analitico, esso non determina niente e riesce quindi un pensiero vuoto, in cui non si pensa nulla. Bisogna che, superando da ambe le parti l'immediata posizione analitica, e il particolare del terminato
si

universalizzi nella sintesi del giudizio, e l'universale del

terminante a sua volta si particolarizzi; bisogna e che il contingente diventi necessario, e che il necessario attinga
l'attualit del contingente.

202

LA LOGICA dell'astratto
Riprova della

12.

critica del principio di ragione.

Non
come
tica:

c' giudizio che

non

sia

attualmente vero, proprio


,

attuale la natura nell'astratta posizione presocral'essere, p.


es.,

di

Parmenide, che

non come una

semplice idea dell'essere, bens come essere esistente, tanto che, nella sua opposizione al pensiero, apparisce come contingente:
ossia

non

solo
il

esistente di fatto,

ma

esistente in

modo da non
Ogni giudizio,
rit di fatto;

escludere

pensiero per cui esso non esista.

si potrebbe dire leibnizianamente, una veed tale in forza del soggetto; com' veritdi ragione, in forza del predicato sotto il quale il soggetto viene assunto. Ed ecco perch, essendo il pensiero stesso verit di fatto in quanto verit di ragione, non occorre il principio di ragion sufficiente per passare dall'essenza all'esistenza, se c' il pensiero. Il quale, essendo mediazione, non pu non esser giudizio; e in quanto giudizio, , nella sua analisi, termine terminante, ma prima di tutto termine terminato: quello che sarebbe cio l'essere nella sua immediatezza, se non fosse gi investito dal pensiero e non si facesse quindi esso stesso pensiero. Senza di che sarebbe quella intuizione del dato, che il Kant, polemizzando contro l'argomento ontologico, nega potersi considerare nota d'un concetto, ossia sem-

plice essenza.

13.

Astrattezza del soggetto in quanto particolare o contingente.

Sarebbe, ho detto; perch, senza spezzare la sintesi e


distruggere quindi
il

pensiero, l'analisi non pu sottrarre

il

termine terminato
sintesi.

al

suo rapporto col terminante, n quindi

svestirlo della universalit e necessit che esso attinge nella

Non

vi pertanto effettivamente

un termine

partico-

lare e contingente;

perch non v' termine esterno al rapporto di cui sia termine. E bisogna rinunziare a risolvere il problema della trasformazione della rappresentazione particolare in termine universale di pensiero, che la logica ha

sempre veduto

nello sfondo del pensiero, su cui essa lavora

IL GIUDIZIO

203

problema insolubile perch


il

inesistente. Particolare soltanto


si

soggetto di ogni giudizio in quanto


in

astrae dal predicato

quanto esso deve pur sempre mantenersi, come soggetto, in rapporto col suo predicato, esso non particolare,

ma

ma

universale.

l'uomo animale , chiaro che l'uomo quanto uomo (semplice soggetto) rispetto all'animale, che comprende altri animali che non sono uo-

Se

io dico

che
in

particolare

mini.

Ma

questo

uomo

un'astrazione

resa possibile dal-

l'analisi dell'analisi del giudizio; in cui

l'uomo da

me

pensato

appunto quell'animale che nella sua universalit

non com-

prende soltanto l'animalit umana, ma l'animalit senz'aggettivo; poich pur chiaro che tutta quell'animalit che
io

posso considerare

comune

a tutti gli animali dev'essere

pure inclusa, posto che l'uomo sia anch'esso animale, nell'uomo. Sicch l'uomo da me pensato mediante tale giudizio un uomo che, quanto ad universalit, ha tutta quella del predicato onde si pensa.

14. Il

preteso soggetto particolare concreto.

Ma
che
zio.
il

ci

sono due giudizi in cui pu parere che l'univerche sia nel soggetto gi prima

salit sia solo del predicato, o

soggetto stesso venga assunto nella sintesi del giudi-

sono

due

giudizi,
i

che rappresentano nella logica

aristotelica e tradizionale

limiti estremi del pensiero logico.

Termini che sono anch'essi un mito, da cui la logica esatta deve liberarsi. Il primo giudizio quello che il Rosmini diceva della percezione intellettiva, onde par che il pensiero incominci affermando il dato della semplice sensazione: il quale, da s, semplice materia di conoscenza, ma non conoscenza, e ha bisogno della forma ossia dell'universale onde l'investe l'attivit giudicatrice dell'intelletto. Al di sotto di questo giudizio il pensiero non potrebbe scendere, perch non v' soggetto che sia pi particolare della sensazione. Ma, in primo luogo, la stessa sensazione, in tanto se ne parla, in quanto percepita; ossia illuminata della luce che

204
vi getta su
si
il

LA LOGICA dell'astratto
predicato,
il

quale nella pi povera esperienza

non esser altro che l'idea dell'essere. Ebbene, il colore, il primo colore (come prima sensazione di colore
dice

che
ci

io

in
il

provi), in quanto io lo vedo, Io percepisco, e perA, come quel colore, non quanto esso come A

pi

fatto naturale della

mia sensazione,

ma

gi

il

ri-

flettersi

su se stesso

di questo fatto:

percezione o pen-

siero, e quindi universale. Nella sua bruta particolarit non n pure materia della mia cognizione; s bene ci che materia della mia cognizione sarebbe se informato dall'uni-

versalit del predicato.

In secondo luogo, questo svanire del soggetto fuori della


sintesi

del giudizio

non

proprio del solo giudizio che af-

ferma la sensazione; ma, lo abbiamo visto, di ogni giudizio, che ha un soggetto a patto di avere insieme il predicato. Donde consegue, che se primo giudizio quello che ha
siero,

per soggetto la sensazione inafferrabile come tale del penogni giudizio ha per soggetto una sensazione, cio

un

fatto

naturale, che da s inattingibile al pensiero.

allora questo preteso limite del


possibile giudizio

campo per

cui

si

stende ogni
il

non viene ad essere

altro

che

limite del

giudizio,

come termine terminato.


15. 11

preteso soggetto astratto

gi universale.

L'altro giudizio sarebbe quello intorno all'essere che

si

pensa

agli antipodi della sensazione:

massima

universalit,

come questa

massima

particolarit.

Ma

per la stessa ragione

per cui questa, in quanto soggetto, universalit, e la stessa universalit (n pi n meno) di qualsiasi soggetto, cos l'essere, astratto della sintesi, la stessa particolarit della sen-

sazione come fatto naturale {'Erlebnis dei tedeschi), essendo


nella
sintesi
la

stessissima universalit

di

qualsiasi

altro

oggetto.

In conclusione,

il

soggetto che non soggetto, cio quel

che non

si

pensa, particolare;

ma

quel che

si

pensa, ogni

soggetto, universale, perch giudizio, e perci predicato.

Capitolo

LE FORME DEL GIUDIZIO

1.

Forme

del giudizio secondo la qualit.

Le forme del giudizio non possono essere se non lo svolgimento dello stesso concetto del giudizio. Il quale infatti non pensabile se non attraverso le sue forme distinte secondo la qualit, la quantit e la modalit, per continuare a servirci anche qui della terminologia in uso. Il giudizio affermativo la forma fondamentale d'ogni giudizio; perch il pensiero, che pensiero in quanto giudizio, prima di tutto affermazione, onde Tessere identico a se stesso, e, in questa sua reale identit, si pone pertanto

come affermazione.

Ma
in

l'affermazione del giudizio

come sappiamo, media-

A che A quanto non non- A. Sicch la forma stessa del giudizio che afferma impensabile senza un'altra forma del giudizio, che quella del giudizio che nega. Il concetto del giudizio affermativo genera il concetto del giudizio negativo. Il quale nella sua origine ci si dimostra forma derivata e secondaria di giudicare, non essendo altro che l' inveramento e lo sviluppo della forma primaria, del giudizio affermativo. Quindi che nessuna negazione pu aver senso logico, obbiettivo, se non in quanto si risolve in un'affermazione logicazione; e quindi negazione dell'immediato essere:

mente anteriore. La verit


stessa verit del giudizio
no7i-A.

del

giudizio

A non

B*

la.

4 non

non-A, in quanto

La

tanto la

pu essere solverit del giudizio negativo del contraditiorio d'un


verit cio del giudizio negativo

giudizio affermativo (A non-A, o

B).

206

LA LOGICA dell'astratto
D'altra parte, poich
il

giudizio negativo sorge dall'af-

fermativo,

come negativo

del suo contradittorio, in forza del

principio del terzo escluso bisogna dire che le due forme

anzidette non esprimono tutta la energia logica del giudizio;


il

quale tra l'affermazione e la negazione di s non ha mezzo termine; e per in tanto positivo ed negativo, in quanto

disgiuntivo.

2.

Fondamento alogico

della distinzione kantiana delle varie forme del giudizio secondo la relazione.

Il giudizio disgiuntivo, come applicazione, secondo fu ben veduto da Kant, della categoria della azione reciproca (o scambievole esclusione), non ha niente che fare con quella relazione, per cui Kant gli poneva accanto il giudizio categorico e l'ipotetico: forme di giudizio alogiche e intelligibili soltanto da un punto di vista estraneo alla logica. La relazione infatti, di cui parla Kant, la radice delle categorie di sostanza (rapporto tra sussistenza e inerenza, substantia e accidens) di causa (rapporto tra causa ed effetto) e reciprocit d'azione tra agente e paziente. Tutte categorie, le quali non hanno significato se non per rispetto all'esperienza, in quanto questa conoscenza di un essere che non lo stesso pensiero. Abbiamo visto per la causa*, come sia un concetto che non ha niente che fare con la logica; e il giudizio ipotetico che afferma la neces-

sit

dell'effetto

data la causa, non perci un giudizio

lo-

gico.

quanto non un giudizio causale, o ipotetico, ma semplicemente categorico (= affermativo), che mette nel concetto della causa l'effetto, o viceversa. Quanto alla reciprocit d'azione, la logica non pu conoscerne altra da quella per cui i due contradittorii reciprocamente si escludono, e non solo uno falso se l'altro vero, ma l'altro vero se uno falso: cio da quella che

Ed

giudizio logico in

Cfr. cap. II di

questa parte.

LE FORMW DEL GIUpiZIO

207

scaturisce dall'opposizione dell'affermazione con la negazione.

quanto

alla sostanza, essa

ha un doppio

significato:

una

volta rapporto di sostanza e attributo, onde la sostanza


costituita nella sua essenza; e un'altra volta rapporto di

sostanza e accidente, che estraneo all'essenza della sostanza.

Nel secondo caso rapporto empirico, o fatto, che non pu diventare verit di fatto, e quindi giudizio, se non in quanto il fatto affermato; onde la categorizzazione, che riporta l' inerente sotto il sussistente nel pensiero funzione
costitutiva, dello soggetto

sussistente,

determinazione

d'un rapporto intrinseco al soggetto stesso. Il giudizio insomma categorico quando affermativo; e non c' giudizio che non adempia questa funzione categorizzatrice.

La

distinzione kantiana delle tre categorie della relazione

e delle tre forme correlative di giudizi fondata sul presupposto della opposizione tra essere e pensiero; per cui il giudizio

disgiuntivo

ammette

la

possibilit della

convenienza

dell'uno o dell'altro predicato del soggetto: possibilit inintelligibile, se il rapporto tra predicato e soggetto non venisse

formolato come semplice presunzione soggettiva, sperimentabile

poi

giudizio

nell'esperienza. Laddove il come mediazione interna allo

giudizio logico

il

stesso essere, che

oggetto del pensiero pensante.

3.

Quantit qualitativa,

modalit qualitativa.

Il

nostro giudizio disgiuntivo la forma che fa valere in


il

tutto

suo vigore logico ogni giudizio affermativo, come negazione del suo contradittorio; e unifica quindi le due forme
qualitativamente distinte del giudizio, l'affermativo e il negativo, E si pu dire perci la forma pi concreta della qualit
del giudizio.

Ma
renti.

la qualit

non

si

chiude in se stessa, come se potes-

sero esserci di giudizi altre forme qualitativamente indiffe-

Se

la

qualit del giudizio

concerne

il

rapporto dei
si

termini del giudizio, questo rapporto, in quanto

concreta

208

LA LOGICA dell'astratto

esso stesso o specifica per rispetto alla quantit e alla


dalit,

mo-

d luogo a giudizi qualitativamente quantitativi e

qualitativamente modali.

4.

Il

giudizio universale e

il

giudizio particolare.

La quantit

e la modalit dei giudizi dipendono dall'at-

tributo quantitativo e

modale che abbiamo gi studiato come

proprio del predicato del giudizio, e quindi del soggetto, e


di tutto
il

giudizio.

Se

il

soggetto soggetto del giudizio in quanto univer-

salizzato dal predicato, l'aflFermazione, propria del giudizio

affermativo, affermazione dell'universalit del soggetto. Di

guisa che

il

giudizio non pu essere affermativo e non essere

universale

Ma

l'universalizzazione, quale funzione del termine termi-

nante, intelligibile solo in rapporto alla particolarit del

termine terminato; e l'affermazione, in quanto universalizzazione o negazione dell'immediatezza del soggetto inteso

Ma questa negazione non distrugge le parperch con essa distruggerebbe la differenza tra termine terminato e terminante, e quindi l'organismo di tutto il giudizio. Quindi il giudizio, in quanto negativo della imcome
particolare.
ticolarit,

mediatezza del soggetto, nega la particolarit, mantenendola come base della propria negazione. Esso posizione cos del
soggetto

come

del predicato;

ponendo

il

soggetto, posizione
il

del particolare, o giudizio particolare; e ponendo

pre-

dicato, posizione dell'universalit del particolare, o giudizio

universale.

Come

pertanto non c' giudizio negativo che non

si

ri-

solva in un giudizio affermativo,


dizio particolare che

non v'ha neppure giuuniversale ove


si

del soggetto, e che


sideri
il

non non

sia tale soltanto in considerazione

sia perci

con-

valore logico del soggetto stesso nella sintesi del

giudizio.

IX FORME DEL GIUDJZIO

209

5.

Il

giudizio disgiuntivo della quantit.

La reciproca
tra
il

esclusione del negativo e dell'afiFerraativo o

giudizio disgiuntivo,

interviene

anch'essa nella differenza


il

negativo e l'aflfermativo dell'universalit: e c'


in

giu-

dizio disgiuntivo della quantit, in quanto la validit logica


dell'universalit,

opposizione alla particolarit, importa

non

solo negazione del particolare, bens

anche posizione

di

questo particolare
giudizio

come negativo dell'universalit. Quindi il vero come universale in quanto non solo, essendo
il

vero esso, falso

particolare;

ma

falso

essendo questo, esso

confermato vero.

In altri termini verit non fatto,

il

giudizio universale vero, in quanto


il

o vero l'universale o vero

particolare; giacch la sua

ma

verit, valore;

come pu

essere sol-

tanto se non pu essere altrimenti.


essere, perch falso
il

altrimenti non pu
ossia perch

giudizio particolare;

l'esclusione del particolare (negativo dell'universale) ap-

punto

il

giudizio universale.

6.

Il falso

giudizio particolare della logica aristotelica.

Ma

si

abbia cura qui di non confondere

il

nostro giudizio

particolare

(negato nell'universale) col giudizio particolare

della logica aristotelica. Nella quale

non
;

esclusione reci-

proca se non tra


lit

giudizi contradittorii

diversi cio di qua-

e di quantit (tutti gli

sono A; qualche

A non

A).

E non

sarebbero contradittorii due giudizi diversi per quantit, potendo avere la stessa qualit, affermativa o negativa. Ma il giudizio particolare di Aristotele per noi universale. Dire infatti che alcuni animali sono uomini, logicamente non
significare se non che siano uomini tutti gli animali che sono nel nostro pensiero quando li pensiamo come uomini. La particolarit nostra quella, che spianta dal sistema

pu

del pensiero
G. Gentile.

il

predicato nella sua funzione universalizzatrice,


14

210

LA LOGICA dell'astratto

e investe quindi la qualit del giudizio:

Tutti gli uomini sono In tal caso l'alcuni alcuni uomini non sono. mortali; alcuni bens sono, dire che particolare, perch vuol vero un ma alcuni non sono mortali; e che perci non vero quel

che, dato

il

soggetto tutti
I

gli

uomini

di esso dice

il

prebadi,

dicato nel primo giudizio.


finch
giudizio, sono

quali

tutti gli

uomini

, si

non siano assunti nella sintesi universalizzatrice del un particolare, perfettamente equivalente ad alcuni uomini . La loro universalit sta s nel tutti , ma

in quanto questo

tutti investito dal predicato.

7.

TI

giudizio individuale.

Il

giudizio disgiuntivo della quantit, nel quale consiste


il

tutto

vigore logico dell'affermazione dell'universale, adun-

que esclusione del particolare che contraddice all'universale, in quanto il particolare, a sua volta, esclude l'universale come suo contradittorio. La doppia esclusione importa che tanto nell'universale quanto nel particolare c' questo principio negativo del suo contradittorio: ossia che per entrambi c' un che di comune, in cui essi coincidono, e che l'unit dell'individuo, nella sua singolarit.
Il

giudizio disgiuntivo della


giudizio

quantit perci giudizio individuale.


Infatti

l'individualit dell'universale fa che

il

universale
fosse

escluda

il
il

particolare.

Che

se
si

quell'universale

una somma,

giudizio universale

risolverebbe in
veri

una

serie infinita di giudizi

particolari, tutti

come

vero l'universale. Ci vuol dire che la sola particolarit

lo-

gica di un giudizio quella immanente allo stesso giudizio


universale, dal quale non perci possibile uscire: e non
altro, in verit, se

non

il

soggetto nell'analisi della sinstesso,

tesi:

soggetto che
universale,

nella sintesi dell'analisi , esso

fatto universale. Il giudizio


tit,

ma

dunque, per rispetto alla quanin quanto negativo della particolarit.

Cio,

individuale.

LB FORME DEL GIUDIZIO

211

8. Il

giudizio apodittico e

il

problematico.

La funzione
trice,

del predicato

non

soltanto universalizzal'af-

ma

anche, come s' veduto, necessitante. Quindi

fermazione del giudizio affermazione della necessit della sua sintesi e per non e' giudizio affermativo che non sia
;

apodittico. La necessit del rapporto, in cui il giudizio pone il soggetto come negazione dell'immediatezza del soggetto stesso, negazione della sua contingenza, come esistenza che e pu non essere; e quindi non perch dev'essere, ma perch pu essere. E per l'apoditticit del giudizio negazione della sua problematicit. La quale se negata, deve porsi come negativa della necessit che la nega; di guisa che il giudizio apodittico, in quanto si pone come
problematico e come negazione di questo giudizio semplicemente problematico. Senza di che, al solito, la necessit del giudizio sarebbe un fatto, e non un pensiero; ovvero, sarebbe un giudizio estrinseco all'essere che pensato e si
vuol pensare,

ma non

apparterrebbe,

come proprio

attri-

buto, allo stesso essere.

La negativit immanente all'affermazione


della stessa affermazione.

del giudizio

problematicit immanente alla necessit, che la modalit

9.

Il

giudizio assertorio.

Ma come

l'unit dell'affermazione della negazione, in cui


il

la concreta realt dell'una e dell'altra, genera

giudizio

disgiuntivo della quantit, che l'individuale, sola forma

concreta del giudizio quantitativo: cos la stessa unit ge-

nera qui

il

giudizio disgiuntivo della modalit, che giudizio


del giudizio apodittico e del

assertorio, concretezza logica


problematico.
Il

giudizio apodittico, solo giudizio logico che ci sia, apo-

212
dittico in

LA LOGICA dell'astratto
quanto non pu non essere apodittico, escludendo da

problematico; poich non vero, come empiricamente pensava la vecchia logica, che a necesse ad posse valet conil

secutio.

La

problematicit dell'essere immediato, escluso


Il

dall'essere pensato che pensiero.

giudizio apodittico non

quello che esprime grammaticalmente la necessit (p. es., il tutto deve essere uguale alla somma delle parti): e la cui
necessit,

quando non

stia

fermata o sospettata problematicit

ad escludere esplicitamente un'af(in relazione, quindi, a


all'essenza della verit),

un giudizio soggettivo, estraneo un pleonasmo.

Giudizio apodittico ogni giudizio, in quanto pensato

come
p. es.,

vero, e perci realmente pensato. Se anche espresso

sempre apodittico: perch, se diciamo, chele parole greche possono essere parassitone questo lo asseriamo apoditticamente; e non dovremmo conoscere il greco per dare come problematica la nostra osservazione che non soltanto nostra, ma della grammatica greca, per chi la sappia: ossia in quanto pensiero che sia un
in forma problematica,

sistema chiuso, dal quale la mente, entrata che sia in rapporto con esso, non pu uscire.
Il

giudizio apodittico cos inteso ha perci nel probleil

matico

suo contradittorio,

la cui

falsit,
il

e la cui falsit

soltanto, garentisce la sua verit.


alla modalit, o o

Quindi

giudizio, rispetto

non apodittico;
la verit della

ossia o apodittico,

sua apoditticit consiste nella reciproca esclusione delle due forme di modalit. Anche qui, se si potesse passare dal necesse al posse, la necessit sarebbe un fatto, non verit; non avrebbe valore
o problematico.
logico.

una possibilit, significa (come vera) quella dell'essere che necessariamente. Ossia un essere pensato apoditticamente in quanto pensato come il solo possibile, nella sua singolare possibilit, repellente ogni altra possibilit: com' l'essere esistente, il quale allora si pensa esistente quando esso di una possibilit tale da escludere ogni altra possibiil

non aver

faori di s

che

la sola possibilit pensabile

lit,

e perci necessario.

LE FORME DEL GIUDIZIO


Il

213
si

giudizio, pertanto, in cui

pienamente

esprima
il

la

dalit dell'essere pensato, quello che pensa l'essere esistente (necessario e possibile insieme): cio

mocome

giudizio as-

sertorio.

10.

La modalit come

qualit e

come

quantit.

Ma
lit del

la

giudizio;

modalit non semplice determinazione della quas anche della quantit. Giacch l'esistente

unit del necessario col possibile in quanto esclusione della


molteplicit dei possibili,

come

il

solo possibile che col suo

essere rende impossibili tutti gli

altri,

ed perci necessario.

Sicch l'esistente quello stesso che l'individuo della quantit, quando i molti della quantit si cimentino con la realt,
ossia sperimentino la loro possibilit.

Perci la modalit la concretezza della quantit; la

come giudizio individuale, sempre qualche cosa di astratto se questo individuo che pensato nel giudizio individuale non esiste. E poich l'essere del pensiero
quale, anche

non

possibile,

ma

esistente,
il

come dimostrammo

a proposito

del principio di ragione,

giudizio non determinato nella

sua vera concretezza quando sia detto individuale; e bisogna che questa individualit sia di quella modalit che del giudizio assertorio.
Inoltre,
la

quantit non n pur essa una determina-

zione estrinseca rispetto alla qualit, quasi

questa potesse

concepirsi indipendentemente da ogni quantit.

La

qualit

(affermazione, negazione, disgiunzione) determinazione del

soggetto in quanto pensiero, che non sarebbe pensiero se non


fosse universale e negazione del particolare proprio dell'es-

sere immediato. Quindi la stessa qualit che


nella quantit.

si

concreta

La quale non

astratta quantit, bens quantit

della qualit o quantit qualitativa: quella universalit che

oppone alla particolarit in quanto non l'ammette: cos come l'ammette ogni quantit astratta, o pura quantit. La quantit, p. es., del numero 100, il tutto di questa quantit in quanto ammette la possibilit delle parti, perch 100 ,
si

214

LA LOGICA dell'astratto
1

99 e il 100 (universale) e' in quanto e' T Questa la quantit pura della matematica: nel cui linguaggio dovrebbe dirsi cbe il 100 (universale) del

poniamo,

(particolare).

giudizio

non == 1 + 99, ma = 1. La quantit dunque qui qualit,


su se stesso (identit) e
il

singolarit: essere che


cir-

si riflette

si

chiude quindi in un

colo,

da cui

pensiero, che sia


di uscire.

il

pensiero dello stesso essere,

non abbia modo


11.

Tavola delle forme del giudizio.

In conclusione, la distinzione delle forme del giudizio non suppone una moltitudine di giudizi da classificare; ma il concetto delle forme onde il giudizio, l'unico giudizio logico (e

quindi ogni giudizio logicamente pensato) investito nella

pienezza delle sue concrete determinazioni.


se non distinzione della sua quantit.
litativa; e

E non pu essere La quale quantit qua-

quando si consideri pi addentro, modalit di questa quantit qualitativa. Ecco dunque la nostra tavola delle
forme del giudizio:
1.

UH FORME DBL GlUI>IZIO

215

afiPermazione di universalit; ossia unit di qualit e quantit:

della qualit, che del giudizio disgiuntivo in

quanto

unit di aflfermativo e negativo, e della quantit del disgiun

quanto unit di universale e individuale. dirsi essere la forma del giudizio: quella del giudizio assertorio, in questo significato pregnante della parola, che si chiarito.
tivo in

E insomma una pu

Capitolo VI
IL

SILLOGISMO

1.

Il

sillogismo aristotelico.

Parve giustamente ad Aristotele che un rapporto, per quanto esso stesso mediazione tra i due termini, non si potesse considerare

come una funzione perfettamente

logica;

poich s rapporto, ma immediato. Distinse perci il giudizio, rapporto immediato, dal sillogismo che realizza il rapporto attraverso i due termini del giudizio mediante un
terzo termine, che possa dimostrare la necessit, ossia
il

valore veramente logico, del rapporto stesso.


la sua attenzione sulla

E ferm

quindi

forma del pensiero che non sintesi due termini, ma sintesi di tre termini, in cui il termine medio serva ad unire gli estremi. Una sintesi di tre termini d luogo a un sistema di tre B ^= C lo stesso che dire perch dire che A giudizi A B, B C. Aristotele quindi pens, che il penC, ^ siero logico nella sua piena effettiva mediazione non fosse un giudizio, bens una triade di giudizi di codesto tipo, che rappresenta l' identit di due termini estremi, in quanto entrambi identici a un termine medio. Disse medio il termine che pensato (come universale) mediante un estremo, e mediante il quale pensato (come universale) l'altro estremo. E distinse perci i due primi giudizi, in cui il medio dimostra questa sua doppia funzione, dal terzo, che unisce gli estremi, ed , com'egli nota esplicitamente, qualche cosa di diverso (IteQv Ti) dai primi due, ma ha con essi tal rapporto necessario che, essendo veri questi, esso non pu non essere vero
di
:

IL

SILLOGISMO

217

(| vdyxTig oufiPaivei)

*,

Premesse e conclusione. Nella teoria

aristotelica la conclusione la stessa forma di pensiero che differenza, che il giudizio se il giudizio; ma con questa

vero, pu non esser vero; e quindi,

mancando

di necessit,

non propriamente vero; laddove


logismo necessariamente vera.

la conclusione di

un

sil-

2. Il

dilemma

della logica analitica

il

difetto del sillogismo aristotelico.

la

In questa teoria, dunque, non c' altra verit che quella quale non ha in se stessa la propria necessit, e ha bisogno perci di altre verit che ne dimostrino la necessit.

Concetto evidentemente assurdo; perch non basta risalire di sillogismo in sillogismo fino al dantesco ver primo che

l'uom crede ossia a quei giudizi indimostrabili, o principii immediati, da cui moverebbe ogni dimostrazione sillogistica. la verit verit dimostrata, la quale attinge da premesse diverse la propria necessit; e allora per la mente che voglia una verit non rimane altra via che quella del processo all'infinito. non vero che la verit assoluta debba ricevere d'altronde la propria necessit e allora la verit non quella della conclusione, che il punto d'arrivo d'un processo dimostrativo, sibbene quella dei giudizi immediati, che per Aristotele sarebbero soltanto punto di partenza. Questo infatti il dilemma di ogni logica analitica: o la verit immediata, e il processo dimostrativo inutile; o la verit mediata, e non c' una verit prima, da cui il processo possa muovere.
,

3.

La

critica degli scettici.

Ma

e'

tra

premesse e conclusione quella differenza che

Aristotele crede, e per cui

immagina

il

sillogismo

come una

integrazione del giudizio a cui siano mandate innanzi le

premesse?
1

Anal. pr.,

I,

1,

p.

24 b. 19.

218

L.A

LOGIOA.

dell'astratto

Basta ricordare la classica critica a cui il sillogismo fa segno nell'antichit (come poi tante volte nei tempi moderni) appena la filosofa ebbe smarrita l'ingenua fede nella potenza della ragione rispetto alla conoscenza della
fatto

natura: Questa proposizione: Ogni uomo animale, fondata per induzione sui particolari, giacch dall'essere Socrate, che uomo, anche animale, e cos Platone, e Dione, e cia-

scuno dei singoli uomini, pare si possa ricavare che ogni uomo animale. Che se si trovasse magari un sol caso contrario, non sarebbe pii vera la proposizione universale. Per
esempio, poich la massima parte degli animali muove la mandibola, ma solo il coccodrillo la mascella, non sarebbe vera
la proposizione

che

tutti gli

animali muovono la mandibola.

Quando

perci dicono:

Ogni uomo animale


;

Socrate uomo dunque Socrate animale;

volendo concludere dall'universale: Ogni uomo animale ', Socrate animale ', dal momento che questo particolare l'universale, come s' avvertito, si fonda per induzione sui particolari, cadono in un circolo vizioso (el? tv 6idX,XiiXov ^Yov), volendo ricavare per induzione l'universale dai particolari, e per sillogismo il particolare dall'universale ^ Critica esattissima, checch si sia tentato di replicare
'
:
'^

sofisticando;

ma

che, se

colpisce

il

sillogismo aristotelico,

che pretende di essere un processo da un giudizio a un altro, non fa se non chiarire l'essenza del pensiero pensato nella sua forza logica. Giacche questo dialllo, che stato sempre lo spauracchio del pensiero, sar, anzi , la morte del pensiero pensante; ma la vita, la stessa legge fondamentale, del pensiero pensato, senza di cui impossibile concepire
pensiero pensante.

Sesto Empirico, Pyrrh. Hyp.,

II, li, 195-196.

IL SILLOaiSMOu

219

4. Il

dialllo

come

difetto del pensiero e

come sua

legjge.

A
,

uoi gi accaduto pi volte di rilevare la circolarit

del pensiero, che

non pu essere

altro

da quel sistema che

chiuso entro certi termini, ciascuno dei quali rimanda all'altro, ma ciascuno dei quali non fissabile per se stesso,

poich insieme essi costituiscono quella sintesi in cui il pensiero come mediazione consiste. Il termine terminato pensabile in funzione del terminante;

ma

questo nello stesso


e'

rapporto verso

il

terminato, poich nessuno dei due

senza

l'altro, e quel che c' davvero il loro rapporto. Il giudizio negativo non si pensa senza l'affermativo, di cui negazione; ma questo neppure si pensa senza il negativo, che esso nega; e per il vero giudizio il disgiuntivo, che unit dell'af-

fermativo e del negativo; e cosi via. Il pensiero determinato mediante termini, ciascuno dei quali termina, limita il
pensiero, respingendolo da s verso l'altro termine.

perci

esso chiuso; e

come

tale,

identico

a se stesso; e non

puro essere naturale.

solo nella serie spaziale o temporale degli esseri natu-

per altro solo in quanto negati nel pensiero che li pensa) la possibilit di un processo che esca da un punto per non tornarvi pi perch l ogni punto fuori di
rali (pensabili
;

tutti gli altri.

Ma

il

pensiero non l'essere naturale esteso

e successivo; e sta appunto, come sappiamo, nella sua negazione dell'immediatezza dell'essere naturale la sua caratteristica di pensiero, ond'esso pensabile, laddove la natura non pensabile. E la pensabilit del pensiero comincia con la sua identit: identit di s con s, identit di termini e
identit di giudizi, che coesistono logicamente a patto d'es-

sere identici.

voglia intendere
dal dialllo

ammazzato dal dialllo, se si come rapporto tra giudizi diversi ma esso stesso mostrato come il solidissimo organismo
Il

sillogismo

vivente del pensiero nella sua logica mediazione.

220

LA LOGICA dell'astratto

5.

La

logica interna del giudizio.

Ritorniamo

al giudizio.

delle sue forme, discende

Dalla deduzione che abbiamo una dottrina speculativa del


il

fatta
sillo-

gismo, che conserva tutto

valore della funzione sillogistica,

ma

sottraendola ai

falsi

presupposti della vecchia logica emtutti dalla

pirica. I quali

derivavano

mancata distinzione

tra

la logica dell'astratto e la logica del concreto, per cui si vo-

leva trovare nel pensiero pensato ci eh' proprio soltanto


del pensare, nulla sospettando

che per trovarlo bisognava

superare
restava.
Il

il

punto

di

vista

a cui la vecchia filosofia s'ar-

giudizio,

abbiamo

detto, giudizio vero, se afferma-

tivo essendo negativo;

ed affermativo essendo negativo,

se disgiuntivo. Base della verit del giudizio, interna al


giudizio stesso, la sua forma pi concreta di giudizio di-

sgiuntivo.

la base del giudizio, che

non

sia

un giudizio

soggettivo (che abbia fuori di s, nell'essere, la sua misura),

ma

lo stesso giudizio

proprio dell'essere (che tutto l'essere

pensabile rispetto all'essere che realizzato nel giudizio),

evidente che non pu trovarsi se non dentro allo stesso


giudizio, e

Sia

non va cercata fuori, come credeva dunque il giudizio disgiuntivo:

Aristotele.

o A,

non-A.

Questo giudizio noi lo conosciamo, e sappiamo che esso ha un significato in quanto A non non-A; come questo ha un significato se A =^ A. Sicch noi abbiamo tre giudizi, dei quali il terzo vero in quanto sono veri i primi due; non perch i primi due siano indipendenti dal terzo, e contengano
perci essi una verit la quale sia gi in s determinata, e

possa

esser partecipata dal terzo,

ma non debba,

per bi-

sogno che essa stessa ne abbia; sibbene perch sono entrambi contenuti nel terzo, e ne costituiscono la verit e l'intrinseca energia logica. A A perch non non-A, e non pu essere se non che una delle due: o .A, o non-A.

IL SILLOGISMO

221

6. Il

giudizio

come

sillogismo disgiuntivo.

Ogni giudizio
si

= A;

n c' bisogno di trascendere


si

il

giudizio stesso per svolgerlo nella sua interna logica, in cui

media e

si

dimostra, ossia

pone come necessario. Anzi

bisogna che il pensiero lo pensi, e lo pensi davvero secondo la sua legge, che identit, non contraddizione e terzo escluso; e pensandolo e chiudendovisi dentro (ma pensandolo), il pensiero lo dimostra necessariamente vero.

La verit di ^4 = ^ infatti in A che o , o non A, non perch questo stia senza A A, anzi perch esso soltanto A = A. La verit circolare o diallla; e nella conseguente possibilit di allontanarsi da s per ritornare a se stessa, e di non consentire al pensiero che si allontani da
essa altro processo che quello appunto per cui ad essa
si

ri-

torna, consiste appunto la sua mediazione e quella necessit


della conseguenza (| \'yx7]q ovyi^ai\eiy), che Aristotele cer-

cava nel sillogismo. La forma, dunque, fondamentale del sillogismo quella del sillogismo disgiuntivo, che consiste nel giudizio disgiuntivo
ossia nel

come garenzia

della verit del giudizio affermativo

giudizio disgiuntivo in quanto

non

si

considera

astrattamente, separato dal giudizio affermativo con cui esso


in rapporto mediante
del
il

negativo,

ma

nell'unit concreta

sistema,
:

a cui esso logicamente appartiene.


-4

il

suo

schema

o ^, o non- A ion-A
;

A non

dunque,

A.

7.

11

sillogismo individuale.

la

Ma se il sillogismo mira al giudizio nella sua concretezza, sua vera forma non potr essere quella della disgiunzione propria della semplice qualit. La quale comincia a realizcome quantit
qualitativa,
il

zarsi

dando luogo

al giudizio in-

dividuale, in quanto

giudizio affermativo afferma l'univer-

222
salita

LA LOGICA dell'astratto

come

esclusione della particolarit.

allora
il

il

sillo-

gismo ha per base un giudizio disgiuntivo,


loro scambievole negativit:

cui doppio

predicato costituito dall'universale e dal particolare nella

(universale

A) e

(parti-

colare

=non

A).

lo

schema viene ad esser questo:


C7

^ o A non
Schema
armi
al

o P;

F;

dunque,

U.

quale bisogna guardare per ravvisare la verit

logica del sillogismo aristotelico, contro cui rivolge le sue


lo scetticismo:

Tutti ^li uomini sono animali;

Socrate uomo;

dunque Socrate animale;


sillogismo privo di senso, se non
si

mette in quest'altra forma

che

la sola

logicamente valida:
gli

vero che

Socrate), o vero che


falso che

uomini sono tutti animali (compreso non sono tutti animali;


tutti

non siano

animali;
ossia

dunque, vero che


in cui
il

tutti

(compreso Socrate) sono animali.


il

E questo il sillogismo individuale,

sillogismo

termine medio tra l'alTermazione dell'universale e la sua negazione rappresentato dal giudizio individuale, in cui si afferma l'unit dell'universale e del particolare.

8. Il

sillogismo assertorio.

Ma n anche il disgiuntivo della quantit ci d la forma che si possa ritenere forma concreta e attuale del giudizio; n perci il sillogismo individuale pu considerarsi come la forma adeguata della funzione sillogistica onde il pensiero si posa in un giudizio. La quantit qualitativa realmente pensata come modalit. Occorre che le premesse del sillogismo non siano soltanto delle ipotesi, ma siano la sola ipotesi possibile e

perci necessaria, affinch tutto

il

sillogismo

IL

SILLOGISMO
e

223

non

sia

una funzione soggettiva

puramente formale del


tal

pensiero di contro all'essere indifferente a un


lettico,

giuoco dia-

ma

sia

lo

stesso

spiegarsi

dell'essere

nel pensiero,

come, esso stesso, pensiero che si possa pensare. Onde, come sappiamo, non basta che l'essere sia affermato nella sua universalit, ma bisogna che sia anche asserito, come unit di necessit e di contingenza, per un giudizio che insieme sia
il

problematico e apodittico, e riesca insomma assertorio. E allora sillogismo viene ad avere per base un giudizio disgiuntivo
il

cui doppio

predicato consiste nella reciproca esclusione


possibilit:
il

della necessit e della


(possibile

(necessario

= ^)

e P'

= non- A).

E
A

suo schema sar:

o b P';

A non
Riprendiamo
il

P';

dunque,
classico

N.
di Socrate. Esso,

esempio

per

ri-

spetto alla modalit, dovr formularsi:


vero che tutti gli uomini (Socrate compreso) non possono pensarsi se non come animali; o vero che possono

anche non pensarsi come animali; che possano anche non pensarsi come animali, falso; dunque, vero che tutti (Socrate compreso) devono esser
pensati

come

animali.

9.

Unit delle tre forme del sillogismo.

In realt non c' sillogismo, come sistema concreto del


giudizio, che sia sillogismo disgiuntivo, o individuale o assertorio. Il sillogismo

sempre

assertorio, essendo individuale,

e perci essendo anche disgiuntivo. Col semplice sillogismo


disgiuntivo, che non sia individuale e assertorio, noi
la
il

abbiamo

mera

possibilit astratta del sillogismo


si

ma non abbiamo

pensa sillogisticamente nella sua identit con se stesso. Questa possibilit si realizza, se, escludendo ogni particolarit, si pone come quell'universale che l'unico (individuo); e come quell'unico che non
reale sillogismo dell'essere che

224

LA LOGICA dell'astratto

tuttavia un'idea da recare in atto, ossia ancora un unico

ma l'unico che ci sia; e c', come l'unico che ci possa essere; e per non pu non essere, nell'attualit del reale che in s unisce, come oggetto di asserzione, la pospossibile;
sibilit e la necessit.
si
il

pensa, pertanto, o non

si

pensa
il

ma quando
ci

si

pensa,
:

pensiero tale da legare a s

pensiero che lo pensa

un pensiero che

quanto si pensa); quindi universale e necessario. Esso, in quanto si pensa, essere che pensiero; come pensiero, mediazione tra due termini, formanti un giudizio: giudizio, che non la forma di fatto dell'essere stesso che pensiero, quasi un nuovo essere; ma mediato in se stesso, vivente d'una vita organica che sistema, ossia rapporto tra due giudizi, la cui sintesi sempre un giudizio disgiuntivo. E questa sintesi sillogismo: sillogismo della quantit e sillogismo della qualit; e pi propriamente, sillogismo della modalit, sintesi
essere, l'unico
sia (in

che

del sillogismo qualitativo e del quantitativo.

10.

Necessit della funzione sillogistica.

Negare il sillogismo negare tutta la logica del pensiero che pensiamo. Poich pensare bens giudicare, come avvertirono Kant e Rosmini; ma giudicare non possibile se non per sintesi di giudizi, s che ogni affermazione stia nella
disgiunzione del
s

e del no, e sia universalit


il

come

indi-

no dell'universalit, e sia necessit come realt che disgiunge il s e il no della necessit. Quindi pensare bens giudicare; ma giudicare poi
vidualit che disgiunge
s

il

sillogizzare.

Appunto, i suoi limiti Pensare determinare, come abbiamo visto; e determinare chiudere il pensiero entro certi termini, che, limitando il pensiero, lo fanno essere. Un pensiero indeterminato un pensiero che non si pensa. Ed Aristotele rincorreva questo vano fantasma dell'impensabile, quando concep il sillogismo aperto nelle premesse verso gli anteceil

Ma
i

sillogismo ha

suoi limiti!

sono

limiti del pensiero.

IL

SILLOGISMO

225

denti, che posson dare la dimostrazione delle premesse, e aperto nella conclusione verso ulteriori conclusioni, a cui

essa possa servire di premessa.

E diede perci giusto motivo, a chi volle prenderlo in parola, di opporgli che un pensiero
la verit
;

che trascenda sempre se stesso non pu attingere


e che gi in ogni sillogismo questo passaggio

illusorio,

perch
passare.

la

verit

della

verit della conclusione, a cui dalle

premessa maggiore suppone quella premesse si dovrebbe


il

L'errore consisteva nel cercare

fondamento del pensiero

fuori del pensiero, e lasciarsi sfuggire, o considerare soltanto

come un

difetto,

quel che la legge fondamentale del pen-

siero: la sua circolarit o identit:

onde

tutto

il

pensabile

(l'es-

sere in quanto pensato, la cos detta scienza, nel suo senso

oggettivo, lo scibile, quella realt che noi non possiamo aver a contenuto del nostro pensiero senza riconoscerle valore di verit) se stesso, per la semplice ragione ch'esso tutto
il

pensabile.

11.

Il

limite del sillogismo.

questa verit di un formante un sistema, posto innanzi alla nostra mente quasi un blocco, verso di cui non ci resti se non prendere o lasciare, non contenta. Ma noi possiamo dire perch esso non ci contenta. Noi sappiamo che oltre il pensabile c' il pensiero; oltre il pensato, il pensante; oltre
noi a disconoscere che
s,

Non saremo

pensiero chiuso in

l'astratto,

il

concreto; e oltre, insomma, l'oggetto,


noi,

il

soggetto.

mentre possiamo renderci conto della sterilit del sillogismo in s, siamo in grado di conoscerne l'immenso, vitale valore, come momento della dialettica dell'atto del pensare. Quel momento, in cui il pensiero si pone e vale innanzi a se stesso come un determinato oggetto; e in questo si chiude, e nega quindi la propria libert e s'arresta li, nella sua propria oggettivit, e pu stagnarvi, determinando quei periodi di stasi scientifica, in cui il pensapendo questo,
siero gira
e

Ma

rigira

dentro

il

circolo

della sua verit, e si


15

G. Gbntilb.

226
costituisce la

LA LOGICA dell'astratto

rit sull'orizzonte,

scuola, la tradizione, la chiesa, poich la veed essa tutto il pensabile, ed ogni movimento del pensiero non pu consistere se non nel circolo dei commentatori; i quali crederanno di potere e dovere spiegare Aristotele con Aristotele come fa il Simplicio del Galilei, e come faceva pure quel brav'uomo che preconizzava con invitta costanza il suo metodo di Dante spiegato con Dante Noi abbiamo a suo luogo avvertito che non c' nel pensiero, n altrove, epoca organica, che non sia pure critica. Ma questo non vuol dire che non ci sia nessun'epoca organica la quale, come tale, non debba avere la sua essenza
^

determinata, il suo carattere, la sua natura. E la natura del pensiero pensato, governato dal principio di identit,
espressa pienamente nel sillogismo.

Parte

I,

cap. VII, 11.

Capitolo VII

U INDUZIONE
1.

L'induzione come antitesi dei sillogismo.

Chiuso

il

pensiero nel sistema del sillogismo, pi volte

nella storia della logica sembrato, che

non restasse

altro

modo
sorse

di uscire dal sillogismo e dar


di ricorrere all'induzione.

moto

e vita al pensiero,

che quello
il

Fin da Socrate, quando


si
^.

concetto del pensiero logico, accanto all'Qi^eoOai


Tiay.xixovg Xyovc,

ritenne di dover porre gli

Aristotele stesso

volle che via all'universale, presupposto del sillogismo, fosse

V Kay(oyr\
8(po8o5
^,

^,

definita

o,

come come Boezio

f|

;t xov xa8' exaaxov ni x

xaQou
fit

tradusse,

oratlo per

quam

particularibus ad universalia progressio.

Parve che il pensiero deduttivo attraverso il sillogismo facesse che rifare a ritroso la via stessa che l'induttivo fa nella scoperta della verit, movendo dai particolari che sono il principio del conoscere JCQg r]\iq, laddove il principio

non

dell'essere, oggetto della conoscenza, sia l'universale.


il

E come

fondamento d'ogni sillogismo sarebbe nel ver primo ', negli assiomi indimostrabili ed evidenti, cos quello dell'induzione, come processo che mira all'universale, sarebbe nel
particolare della semplice percezione sensibile: ex singularibus, quae sunt manifesta

ad sensum, come dice Tommaso


testo aristotelico.

d'Aquino commentando

il

Arist., Metaph., XIII, 4, 1078

28.

2 3

Top., I, 12, 105 a 13.

De

differ. top., II, 418.

Dante, Par.,

II, 45.

228
Il

LA LOGICA dell'astratto
principio del sillogismo era,

come abbiamo

visto,

che

la verit di

un giudizio

sta fuori del giudizio dedotto.

il

principio dell'induzione egualmente questo, che la verit

fuori del giudizio indotto: salvo che


lare, e l'indotto universale.

il

dedotto particosi

Ma quando non
oltre
il

sia

anco

arrivati

all'ultimo giudizio

inducibile,

quale vien

meno la funzione induttiva del pensiero, e non si sia neppure arrivati all'ultimo giudizio deducibile, oltre il quale non pi da parlare di funzione deduttiva, ogni giudizio, o gradino di questa scala per cui si sale induttivamente e si scende deduttivamente, insieme dedotto e indotto: particolare verso il giudizio da cui si deduce, universale verso il giudizio da cui s'induce; cos che, si consideri da un aspetto o dall'altro, particolare o universale, non ha verit in s. Nessun giudizio vero, se non in quant|) partecipa di quei due termini che soli son veri, l'universale assoluto, che il massimo universale, e l'assoluto particolare, che il minimo particolare: termini entrambi di conoscenza immediata intuitiva, l'uno perch evidente, Taltro perch veduto
coi sensi.
il

Tale

concetto dell'induzione nella sua antitesi al pro-

cesso deduttivo del sillogismo in tutta la logica, per quanta


siasi atteggiato

diversamente secondo

il

diverso punto di vista

della filosofa, a cui la logica s'ispirava.

2.

Errore analogo a quello del sillogismo aristotelico.

L'errore di questo concetto analogo a quello scoperto nel vecchio concetto del sillogismo: voler trascendere il pensiero per trovarne la verit, che non pu essere altrove che nel pensiero stesso; e

come

il

vero sillogismo abbiamo visto non

le-

gare un giudizio in quanto particolare a un altro giudizio relativamente universale, bens nel legare il giudizio a se stesso cos vera induzione ci si scopre quella che non riporta un giudizio in quanto universale a un giudizio relativamente
;

ma quella appunto che riferisce il giudizio a se medesimo, risolvendosi quindi nello stesso sillogismo.
particolare;

L'

INDUZIONE

229

In verit, se la base dell'universale stesse nel particolare,

dovremmo da un
dizio particolare.

g-iudizio universale poter passare a

un giu-

Ma

noi

sappiamo che
il

significhi questo pas-

saggio: vero l'universale, e


dell'universale falso.
Il

particolare
,

pensiero

gi

come negativo come pensiero, uni-

versale: e dire pensiero (giudizio) particolare, dire che la

notte giorno.

E quando diciamo

di

scendere di grado in

grado
si

fino all'infimo,

proprio della coscienza sensibile che

s'appunta nel particolare, noi sappiamo che l o si pensa, e pensa l'universale; o non si pensa punto, e si al se7sus che pati, ma non passions percepto, come direbbe Campanella
*.

se

non c'

la percezione, l'affermazione del pre-

sunto particolare, ovvio che questo non potr togliersi a base del pensiero che sopra vi deve edificare i suoi universali.

potr dirsi che universale sia solo

il
il

predicato onde
particolare (la

nella stessa percezione sensibile s'investe

sensazione),
tale

restando

questo

schietto

particolare;

perch

investimento non significa altro che un atto di giudi-

zio, in cui

A, ossia

il

particolare

si

sparticolarizza e

universaleggia, proprio

come ogni

particolare,

soggetto di

qualunque piii universale giudizio. Dunque, non vero che da un giudizio all'altro, si passa dall'universale al particolare. N quindi possibile induzione che importi un tal
passaggio.

3.

Illusorio processo dall'universale al particolare.

logico tutto sta nell'essere


7ion-A, e al negativo:

Nel sillogismo da noi indicato come essenziale al pensiero A =^ A: che se si pensa, non si pu pensare se non in rapporto al disgiuntivo: ^ o ^ o

A non

noi-A.
ci

Se

si

pensa.

Ma

si

deve pensare? Chi

dice che

=^

A?

Ed

ecco la necessit dell'induzione, la quale dovrebbe avere

De

sensu rer., Parigi, 1637, p. 8.

230

LA LOGrcA dell'astratto

per conclusione appunto questo A A. Se non che, quale il suo punto di partenza? Questo, p. es., che Socrate animale; ma questo appunto un giudizio pensabile a patto di
esser pensato
tale

come A

= A.

Cio, se voi lo pensate

fondamento

alla vostra induzione,

come quel bisogna che, dicendo


quando ugualmente
il

Socrate, voi lo pensiate

come uomo;

al cui concetto, se lo

possedete, non potrete aggiunger nulla

penserete Platone, Dione, ecc. ecc. Che se

concetto del-

l'uomo come animale ancora non lo possedete, e vi tocca di formarvelo a poco a poco per correzioni progressive in ragione dell'esperienza che venite facendo dei tanti uomini^ allora ogni volta ciascuno degli uomini sar pensato con un concetto singolare dell'uomo, e voi non potrete mettere tutti insieme i singoli concetti diversi come il xa6A,ou relativo al xa6* sxaatov. Comunque, voi da principio col vostro schietto particolare potete pensare qualche cosa solo in quanto, fin d'allora, vi trovate innanzi a quel tale universale, al quale pensavate una volta di ritornare, ma dal quale per ora vi pareva d'esservi allontanato.

4.

Impossibilit di trascendere

il

giudizio, e passaggio, interno


e viceversa.

ad esso, dal particolare all'universale,

Da A = A, dunque non si esce. Ma c' bisogno di uscire da questo giudizio per convalidarlo? Se la ragione dell'uscirne
si fa

consistere nella necessit di verificare nel parti-

colare l'universale,
giudizio giudizio,

non esso appunto questa verifica? Il come ci noto, perch non immediata
maggiore del
sil-

universalit, quale pare sia ogni premessa

logismo; anzi perch mediazione e del particolare mediante l'universale e dell'universale mediante il particolare; giacch
tanto r universale quanto
il

particolare nella loro immediatezza

sono proprio negazione


sistevi! pensiero.

di quella universalit, in cui cone'

la fine del pensiero, o

niente d' immediato che non sia suo riassorbimento nella natura: la cui impensabilit non altro, come ormai chiaro, che la sua particolarit.
il

E non

l'

induzione^

231

TI

diato universale,

senso d'insoddisfazione che l'universale, come immenon verificato, desta gi in Aristotele, e

desta dopo di lui in ogni pensatore che si trovi innanzi a un pensiero, che universale e presentasi come immediato

nasce da ci: che l'universale come im il particolare, il precedente del conoscere, rimasto fuori del conoscere, ancora allo stato di natura. Che se, innanzi a questo universale, la via da prendere per ottenere la conoscenza, che con quell'universale non
(ossia gi esistente),

mediatamente universale

si

otterrebbe mai, par che sia ricorrere al particolare; la ra-

gione di ci va cercata nel concetto di questo particolare, a cui, non potendo direttamente affrontare l'universale, si
ritiene di potersi appellare.

Laddove

se questo particolare

fosse nient'altro che particolare nella sua immediatezza,

non vana

sarebbe, e assurda, ogni speranza di impetrare da esso quel

che l'universale non pu dare: infatti l'universale stesso, in questa sua opposizione al particolare, viene appunto ad essere il particolare che non pu esser appreso dal pensiero, e che il pensiero perci non pu cercare. Il particolare, a cui il pensiero si volge, non potendo pensare l'universale immediato, lo stesso universale pensato mediante il particolare. Cio l'universale, che realmente
respinge da s
dizio,
il

pensiero verso
il

il

particolare,

non

il

giu-

termine del pensiero, la cui realt consiste nel giudizio, che nel termine ha il suo limite. Il vero passaggio pertanto dall'universale al particolare, per indi muovere all'universale, non trascende il giudizio, ma interno al giudizio. E consiste propriamente nel giudizio stesso come pensiero determinato, che dal termine teril

ma

predicato,

minante respinto
terminante.

al terminato, e dal

termine terminato al

5.

Induzione immanente nell'universale.

Si noti infatti
il

che all'induzione, come processo che spezzi


pensiero chiuso

circolo in cui

il

come

sillogismo,

si

sente

il

bisogno

di ricorrere in

quanto l'universale, che

si

media

232

LA LOGICA dell'astratto
s'

dentro di se stesso e

individualizza nel sillogismo in forza

di un'asserzione, si ritiene

non

sia gi conosciuto,

ma

si

debba

conoscere: posizione analoga a quella, a cui abbiamo visto


ricondursi la concezione della logica governata dal principio
di

ragion sufficiente. Giacch bisogna cominciare a distinil

guere, e opporre l'uno all'altro, l'essere e


proporsi
Si
il

pensiero, per

problema che V induzione dovrebbe risolvere, e

stabilire se

= A.

pu anzi pi rigorosamente dire: che soltanto opponendo l'essere al pensiero si pu concepire un problema: poich, dove l'essere pensiero esso stesso, e il pensiero non se non lo stesso essere pensato, chiaro che non ci possono essere altro che teoremi, ossia risposte agli eventuali problemi del pensiero soggettivo. Introdurre ci che proprio del pensiero soggettivo (o pensiero pensante) nel pensiero oggettivo, che quello in cui il primo si determina, si
oggettiva e
nella
loro
si

pone, confondere due termini, che soltanto


pensiero

reciproca distinzione hanno un significato. Ora,


distinto
il

mantenendo
siero

come problema dal pensiero


parlare di universale da cui

teorematico, e guardando unicamente a questo secondo pen-

dove soltanto possibile


le

prende

mosse

il

sillogismo e in cui sbocca l'induzione

non c' luogo a processo conoscitivo che debba adeguarsi e non sia intanto adeguato all'essere; che aspiri all'universale, ma non sia gi universale. Anche qui da ripetere: o il pensiero c', e si pensa; o non c'. Se c', sillogismo; se non c', si fuori del pensiero; e da fuori del pensiero non c' verso n modo di introdursi nel pensiero.

6.

Conferma

di

questa dottrina nel concetto

d'induzione completa.
11 reale passaggio dal particolare all'universale, a cui sempre effettivamente s' avuto l'occhio parlando d'induzione, quello che in realt si compie mediante il giudizio, in cui il termine terminante pensato mediante il terminato, e l'uni-

l'

induzione #

233

versale perci universale del particolare. Giudizio che, se

non si vuol intendere come una relazione di fatto (che non sarebbe pensiero), si concreta, nella sua mediazione, in un sillogismo, presentandosi come la conclusione necessaria d'un
processo logico.

Di questa necessit era difficile in verit rendersi conto contrapponendo induzione a sillogismo, e particolare ad universale.

La

necessit della conclusione richiederebbe,

come

giustamente vide Aristotele, un'induzione completa: ossia

una

verifica dell'universale attraverso tutti

particolari (8i

redvTcov):

perch soltanto

tutti

particolari, nella loro totalit,

sono identici all'universale; e dalla sola identit possibile che scaturisca la necessit logica.

7. Il

postulato della induzione o della previsione.

Ma
lare

possibile un'induzione

completa? Inteso

il

particoi

come cognizione

sensibile, dato realizzare tutti

casi

della cognizione sensibile? L'impossibilit

una conseguenza

necessaria dei concetti di spazio e tempo, forme del contenuto

d'ogni cognizione sensibile: spazio e tempo, che sono molteplicit assoluta e quindi infinita

^ E data

tale impossibilit,

donde
Il

la necessit?

nominalismo fenomenistico, fatto sicuro dalla disperanega l'universale; e del giudizio, a cui mette capo la induzione, fa una formola abbreviata e riassuntiva delle singole esperienze. Ma non ha il coraggio di l'inunziare a ogni inferenza, a cui pure tale formola deve prestarsi affinch la scienza abbia valore logico e sia, non semplice segno mnemonico del passato, ma conoscenza di quel che . Perci
zione,

torna esso stesso, senz'addarsene, al concetto realistico dell'universale,

della natura,

ponendo il postulato dell'uniformit del corso onde la conoscenza del passato possa valere
o,

anche pel futuro:


visione.

come

altri dice,

il

postulato della pre-

Vedi Teoria generale

dello spirito-, pp. 98-116.

234

LA LOGICA dell'astratto

Comunque

si

battezzi, quale la funzione di questo postu-

lato? Esso convalida l'induzione, e la rende utile

come

pro-

cesso logico, supplendo quasi in linea di diritto quel che le

manca

in

linea di fatto per esser completa. L'esperienza

inesauribile;

ma

affinch l'esperienza valga

come

pensiero,

logicamente necessario che essa venga considerata


verificata in tutti
singoli casi particolari ai quali

come

esaurita, quasi la verit del principio universale fosse stata


i

s'

intende

di riferirlo.

In conclusione,
sibile

il

valore logico dell'induzione ammis-

a patto di supporre la sfera delle conoscenze particolari, dalle quali dovrebbe dedursi una conoscenza universale, coincidente puntualmente con la sfera di questa conoscenza.

Che

come

dire:

il

particolare fa pensare l'universale se

pensato come l'universale.

8.

Identit dell'induzione col sillogismo.

Ma

pensare

il

particolare

come

l'universale, questo giu-

dicare, e propriamente sillogizzare.


altro, l'indurre dal sillogizzare,

N pu

distinguersi, per
si

poich sillogizzando
si

an^

drebbe dall'universale al particolare, e inducendo rebbe la via inversa. Giacch il sillogismo non

segui-

comunemente
via rettilinea,
l'altro.

si
i

crede e non

si

riesce poi a giustificare,

come una

cui termini siano diversi e distanti l'uno dal-

Abbiamo

visto che

il

pensiero sillogizzando procede per

una via che un

circolo; per

stesso punto di partenza,

modo che il punto d'arrivo lo pure essendone distante infinita-

mente, poich infiniti sono i punti della circonferenza. Sulla quale se si prende un punto, e si chiama universale, movendo da esso lungo la circonferenza, si giunge al suo opposto,
ossia al particolare, ritornandosi al punto di prima. Sicch

non

resta se

non da fare

la stessa via,
si

pur volendo fare

il

cammino per

cui dal particolare

perviene all'universale.

l'induzione

235

9.

Induzione dell'individuale.

La nostra

teoria dell'induzione ,

stessa esposta

come

teoria del sillogismo.

come ognun vede, quella E se qui abbiamo

parlato soltanto dell'induzione, secondo la genesi storica di

questo concetto, come di processo di universalizzazione dell'esperienza, pu sembrare forse superfluo avvertire che essa

sarebbe propriamente da intendere piuttosto come processo d'individualizzazione del pensiero, come pensiero che afferma
e asserisce.

L'induzione infatti, volendo essere esatti, non si pu dire che abbia di mira il giudizio universale, sibbene il giudizio disgiuntivo, individuale e assertorio: intendendo sempre queste forme nel senso da noi esposto nel capitolo quinto di questa Parte. La forza logica dell'universale che si trae induttivamente dai particolari nel giudizio disgiuntivo, onde si formola l'universale stesso. Il quale un'astrazione se non necessario, come quella data possibilit che sia reale possibilit, quale si ha nella disgianzione del giudizio assertorio.

Capitolo Vili

IL

CONCETTO

1.

Il

termine

il

concetto.

Giunti a questo punto siamo in grado di dire in che consista quel

concetto che

si

di questa logica dell'astratto.

pu dire il vero e proprio oggetto Giacch il concetto non il

termine del pensiero, semplice particolare, essere naturale, che bisogna che si sdoppii, e cio si neghi come essere particolare e naturale o termine, per essere pensato. Il concetto

il

pensiero per eccellenza. Quindi

le difficolt

formidabili

considerando il giudizio come il rapporto di due concetti, e da Aristotele in poi vedendo nel sillogismo il rapporto di tre concetti. Si pu dire che tutto il meccanismo della vecchia logica abbia il suo primo principio nello scambio tra concetto e termine, QitsaQai (o QiofAg) e Qoq. Infatti, inteso il concetto come termine, ogni pensiero che concetto (t Qi^Ea6ai xaeA,ou) vien pensato o mediato in quanto si trascende, si considera cio parte di un tutto che consti di pi parti: onde il concetto si pensa unendo concetto a concetto nel giudizio; il giudizio, come forma sviluppata del concetto, e quindi esso stesso concetto, non potr n anch'esso esser pensato se lion unendosi ad altri giudizi nel sillogismo, che vien ad essere
in cui la logica,
in poi, s' cacciata

da Platone

come una ulteriore integrazione del concetto in una sintesi, non pi di due, ma di tre concetti; e una volta ottenuto il concetto come sillogismo, il pensiero continua a spiegarsi nel sistema deduttivo dell'apodissi unendo sillogismo a sillogismo;
e finch ci sia processo di pensiero,
si

tratter

sempre

di tra-

IL

CONCETTO
Il

237
infatti, in

scendere col pensiero


limite del
di

il

concetto.

termine

quanto

pensiero,

non per s pensabile,


al pensiero.

ma

serve sola

punto d'appoggio

2.

11

concetto come sistema infinito del pensiero.

Il

concetto, invece,

come rapporto

tra

termini, e cio,

vero e proprio pensiero, non pu uscire da so, chiuso com', mediante la sua determinazione, tra un termine e l'altro; e coincide non con una parte del pensiero quale si spiega nel sillogismo, bens con la totalit del sillogismo, che la sola realt piena e concreta del pensiero. N un sillogismo (com' chiaro dalla esposta teoria di questa perfetta funzione logica del pensiero) nel sistema dei molti sillogismi per cui che la il pensiero possa svolgersi; ma il sillogismo unico

mente possa pensare, come sistema infinito del pensiero attualmente pensato.

3.

Confusione tra termine e concetto e origine grammaticale di essa.


l'origine dello

Nessun dubbio che

scambio tra qq? e

Qia|x?

nell'intendimento del concetto sia da ricercare


derivata dall'Orfano aristotelico

1 nella

con-

fasione tra pensiero logico e linguaggio (onde tutta la logica


,

com'

stato gi pi volte

osservato, viziata da verbalismo); 2 nella empirica conce-

zione meccanicista del linguaggio stesso.


maticale,

Guardando la funzione logica attraverso la funzione gramun giudizio normalmente si scioglie in due termini,
si

ciascuno dei quali pare

possa fissare per

s,

poich c' una

parola o un nesso di parole che grammaticalmente funge da


soggetto, e un'altra parola o

un

altro nesso di parole,


il

che fa

da predicato. E quando

si

ritenga che

discorso, sciolto ne'

suoi elementi, conservi in ciascuno di questi elementi

parte del pensiero, *che espresso da tutto


si

ticale

pu non ritenere che alle due parti del corrispondano due parti del giudizio logico: due con-

una non giudizio grammail

discorso,

238

LA LOGICA dell'astratto

tenuti di pensiero, ossia

due concetti;

e quindi tutto

il

pen-

siero nel suo sistema (giudizio, sillogismo, catena di sillogismi)

conster di rapporti tra concetti.

Che

se

si

comincia a scorgere l'insostenibilit della conil

cezione meccanicista suddetta, che risolve


dalle altre,

discorso nelle

parole, e considera ciascuna di queste materialmente distinta

come segno di un elemento di pensiero; allora, venuta meno la divisibilit del discorso nelle parole, viene a mancare ogni fondamento all' intuizione del concetto come elemento del pensiero. Per convincersi dell'insostenibilit di cotesta concezione basta infatti osservare empiricamente che ogni parola si dimostra significativa di un'idea soltanto se surrogabile da un discorso completo, ossia almeno da una proposizione che possa valere come un periodo. Ci evidentemente vuol dire che una parola, in quanto una parola, non significativa; laddove la
parola nell'unit di un contesto cessa, d'altra parte, di poter
esser considerata

come semplice segno

(fissabile

come un quid

materiale) del pensiero, e s'immedesima col pensiero stesso.

4.

Critica della teoria della definizione.

sica della definizione,


cetto,

Dalla dottrina verbalista del concetto deriva la teoria clascome giudizio convertibile col cone

pure distinto
il

dal

concetto

stesso:

quasi potesse

possedere

concetto chi sia tuttavia alla ricerca della sua

definizione.

La

parola, infatti, nella sua materialit (ele-

non pensiero, e il concetto che si presume corrispondente alla parola, non pu perci esser pensato. La comprensione d'un concetto, che dovrebbe esser data dalla definizione, non altro che il significato della parola: funzione lessicale, e non logica, e nella sua alogicit affatto assurda, non essendoci, per chi considera il
del discorso),

mento

linguaggio nella sua attuale concretezza, nessuna parola che

abbia poi davvero un significato, ma essendoci solo pensieri; ciascuno dei quali, a considerarlo come un pensiero pensato, non pu non presentarcisi come assolutamente unico, ossia

sempre

infinito.

IL,

CONCETTO

239

Hanno

bens

logici tentato distinguere definizione ver-

bale e definizione logica, lasciando quella ai vocabolari e

attribuendo questa alla scienza, che non fornisce conoscenza


di

nomi,

ma

di cose.

Se non che

la distinzione

non giu-

stificabile pel fatto stesso del parallelismo

che essa presuppone

tra definizione verbale e logica, ossia tra parola e concetto:


si regge sull'intuizione del concetto singolarmente corrispondente alla singola parola, elemento del discorso. Di guisa che nessuna definizione che presupponga il suo definito pu essere altro che definizione verbale.

parallelismo che

5.

La

definizione

come concetto.
definito quella del

La
siero

definizione che

non presuppone

il

concetto che non elemento del pensiero,

ma

lo stesso

pen-

come sistema

e consiste in questo sistema, che sillosi

gismo.

soltanto in tale sistema

ritrova

il

significato logico

della vecchia regola che ripone la definizione nella sintesi del

genere prossimo
solo nel sillogismo

e della differenza specifica. Infatti come organismo dinamico del giudizio si ha

la sintesi del particolare (specie) e dell'universale

(genere),

in cui

il

particolare particolare (differenza della specie) di


(il

quell'universale, e l'universale l'universale

prossimo dei

generi) di quel particolare.

La

specie, con la sua differenza,

e il genere, in quanto fra tutti i possibili generi quell'unico che pi vicino alla specie, esprimono l'individualit pro-

pria dell'universale particolarizzato e del particolare universalizzato.

Tale individualit dell'essere in quanto pensato [l'ovaia


aristotelica)

importa non solo

la

qualit affermativa dell

definizione,

come

gi vide la vecchia logica,

ma

anche

la

modalit assertoria: ci che sfuggito in addietro, dando perci luogo alla distinzione (assurda nel campo della logica
del pensato) tra giudizi definitori e giudizi esistenziali: distin-

zione della quale basta quel che

si

avvert del principio di

ragion sufficiente a dimostrare l'assurdo.

240

LA LOGICA dell'astratto

6.

Critica della teoria della divisione.

Anche

alla dottrina verbalista del concetto si

rannoda la

classica teoria della

divisione

del concetto

come svolgimento

dell'estensione, o analisi dei particolari a cui si estenderebbe il concetto nella sua universalit. E vi si rannoda non solo perch anche questa teoria presuppone il concetto alla sua divisione, ma anche perch soltanto riferendosi all'astratto segno verbale (parola, come elemento del discorso) essa pu fissare un universale come universale di molti particolari: genere di molte specie, o specie di molti individui. Il concetto invece,

in

non fissato per mezzo della parola materiale uno dei termini del pensiero, si pensa come universale di

quel particolare unico, che l'individuo; e se (posto che sia


giudizio e non sia piuttosto

un giudizio insieme con un altro da dire, quando cosi paia, che quel che si pensa un giudizio solo in cui quei due sono distinguibili solo materialmente e guardando ai vocaboli grammaticalmente appresi); se, dico, ci proponiamo diversi giudizi aventi lo stesso predicato, noi non abbiamo in verit un unipossibile pensare davvero

versale riferito a pi particolari; infatti quell'universale, cia-

scuna volta, in funzione del termine particolare con cui si pensa nell'unit della sintesi, un determinato universale
unico.

chi

si

lasciasse sfuggire tale unicit,

si

lascerebbe

sfuggire quell'individualit, che essenziale al pensiero.

La

teoria della divisione

si

regge sulla considerazione dei

concetti capaci di essere universali o particolari.


colari o universali sono
i

Ma
il

parti-

termini; e chi intende


di pensiero,

concetta

come pensiero

non come termine

non pu non

ritenere assurda la pretesa divisione del concetto.

7.

Critica del nominalismo.

La
lista,

nostra dottrina del concetto

come

sintesi di universale

particolare la confutazione perentoria d'ogni teoria nomina-

come d'ogni opposta


nega
il

teoria realista del concetto.


il

Il

nomi-

nalista

concetto universale per afiFermare

concetto

IL

CONCHTTO

241

il realista afferma quel che nega il nominalicercando cos l'uno come l'altro il concetto nei termini del pensiero, anzi che nel pensiero, dove soltanto pu trovarsi. Il nominalista poi, negando ogni universalit, la nega anche come termine del pensiero: negazione assurda, perch pensiero essa stessa. E l'assurdo insegue il nominalista nel suo rifugio, dove egli crede di potere, senza compromettersi, fare un qualche uso, poich non se ne pu far senza assolutamente,

particolare; e
sta:

dei negati universali battezzandoli


et

come semplici nomi verba


:

voces, praetereaque nihil!

Quasi che, non essendoci idee

generiche o universali, potessero tuttavia esserci parole, peiisate (con qual pensiero ?) come riferibili a molte cose parti-

negato l'universale, non si dovesse pur negare l'universalit della parola, che per fungere essa da universale dovrebbe pure potersi pensare come un certo universale. Povera parola, che, quanto a s, non solo non designa niente di universale, ma n pur niente di particolare!
colari; quasi che,

8.

Critica della distinzione seminominalistica


tra concetti universali e generali.

Insieme con

la dottrina nominalistica

dei concetti cade


e

quella della distinzione tra concetti

generali

universali,

che vi strettamente connessa; poich pu considerarsi come una forma di nominalismo limitato, per cui, riconoscendosi
vera natura universale ad alcuni concetti, che poi sarebbero
quelli

da noi

detti pi

propriamente individuali, essa


ai quali nella realt

a taluni concetti, astratti,

si nega non corrispon-

dono se non
ralistico,

esseri particolari.

Concetto generale sarebbe ogni concetto naturale o natu-

poich effettivamente,

nella natura e
si

nella realt

considera come una certa realt di fatto distinta in tante categorie di fenomeni gover-

umana,
nati
ai

in

quanto anche questa


leggi,

da certe
i

non

ci

sono se non particolari, rispetto

quali

concetti delle classi,

onde

particolari

vengono

raccolti e classificati, sono semplici astrazioni arbitrarie della

mente che non aderisce


G. Gb:<tilb.

all'essere.
16

242

LA LOGICA dell'astratto

Vi ha poi chi aon considera questi particolari come oggetto che possa assumerli sotto concetti universali, e Invece reputa solo organo adatto alla conoscenza pi schietta
di pensiero

del particolare un'intuizione estetica, che


il

non sparticolarizza

particolare, alterandolo con gli schematismi propri della

intelligenza ed alieni dall'intima natura del reale stesso.

Nel secondo caso, negato


generali,
di pensiero universale.

il

valore conoscitivo dei concetti

altri concetti, come forme che si giunga a questa ulteriore negazione, che rinnova integralmente il vecchio nominalismo, sia che si tenga a distinguere il concetto universale, come

non rimane pi posto per

Ma

sia

proprio della realt spirituale, dal concetto generale, naturalistico,

generale

rimane sempre in fondo a questa critica del concetto il presupposto da noi scalzato della possibilit del concetto particolare o del concetto universale. Rimane, si badi, anche dove si parli d'intuizione, la quale, se conscia, percezione, ossia giudizio, e quindi concetto, E dovrebbe
essere concetto particolare.

La critica di cui si tratta ha un alto significato filosofico come polemica contro la concezione meccanica e naturalistica della realt. Ma la logica non pu disconoscere il valore logico del pensiero stesso della natura e del meccanismo, senza di che non sarebbe possibile combatterlo. Combatterlo significa prima di tutto vederlo vederlo come quel pensiero
:

E tutto ci che pensa in quanto ha un valore logico; e ha un valore logico in quanto concetto. Il quale non mai l'astratto universale non particolariztermine universale (generale zato), bens sempre un pensiero determinato da entrambi i termini, l'universale e il particolare. Il naturalista non pensa gi il lupo, che egli sa bene non esistere; bens un certo animale esistente e intuito liic et nunc, come essere naturale, ossia come dato, secondo che egli dice, dell'esperienza, in quanto lupo; e il suo concetto , come ogni concetto, sintesi di soggetto e predicato, relazione a priori tra un termine terminato e un termine terminante, con quella vita circolare di pensiero tra l'uno e l'altro che espressa dal sillogismo.
che
si

per quel che pensa chi se ne capaciti.


si

pensa,

IL

CONCETTO

24S

9.

Il

concetto come l'essere pensabile.

Il

concetto logico, sottratto alla sua antica e volgare conil

fusione col termine logico, raccoglie in s tutto

pensabile,

forma dell'essere, bens come Tessere stesso in quanto pensabile, quale ci si rivela nel pensiero che pen-

non come
siamo.

astratta

Esso tanto l'intuizione empirica quanto la scienza, o la tutto che si pensi, non pu pensarsi se non come concetto, e risponde sempre alla gran domanda socratica: ti oTi; e risponde, come s' visto, con una parola, con un monosillabo, o con un trattato, con una serie di trattati, con
filosofia:

una

biblioteca, con tutte le infinite parole che, correndo per

tempo e degli spazi dove si possano immaginare parlanti e pensanti, il pensiero pu adunare in un sol discorso, che snodi, fantasticamente raffigurato, l'universo scibile, sempre cos contenuto, per vasto che sia, d'un attuale pensiero, come un determinato pensiero pensabile, che non pu essere se non, come diceva Aristotele, il nesso
la distesa indefinita del

di ci di cui

si

parla e di ci che se ne dice

(t te xaxTjYo-

QOV\i\ov xal x xa0' ov xaxriYOQeTai).

10.

Valore

e limite del

concetto come forma

del pensiero astratto.

Per riconoscere questo valore del concetto, intorno al quale da Socrate in qua s' travagliata, bisogna solo guardarsi dall'attribuire ad esso ogni valore logico. Il concetto molto, ma non tutto; e se si volesse assumere come tutto, esso perderebbe il suo valore, e non sarebbe pi niente. la stessa avvertenza che abbiamo fatta a proposito del sillogismo; e va ripetuta pel concetto, che nel sillogismo ha la sua forma
tutta la logica

adeguata.

come oggetto del come solo possibile, ma come reale. E la vecchia logica non ammetteva e non pensava altro. Perch quella logica, come ogni logica, era una filosofia; e
Il

concetto tutto ci che pensabile

pensiero: pensabile non

244

LA LOGICA dell'astratto
filosofia

come

non conosceva altra realt che quella che


prima concezione
di tale

oggetto del pensiero.

Superata

la

realt

opposta al
in oppo-

pensiero, che la pensa, prettamente naturalistica, e concepita

cotesta realt

medesima come pensiero (ma sempre


, e

sizione al pensiero che lo pensa), essa continu a ignorare


lo spirito,

innanzi al quale cotesta realt


il

vale

come

ve-

rit;

e ignor quindi

carattere astratto della verit, che

sola essa fu in grado di conoscere.

La logica moderna come cardine attorno


dibattuta tra
il

s' invece preoccupata dello spirito,


al

quale gira ogni altro reale, e s'


oggetto dello spirito

concetto della realt


il

(natura o idea) e

concetto della realt spirituale, con la

tendenza a negar quella per affermar questa, e correndo perci il rischio di far di questa ancora una volta una copia della natura, come qualche cosa di presupposto al pensiero attuale! Quindi l'affermazione frequente in talune logiche delle pi radicali, che della vecchia logica nulla potesse restare in piedi. Laddove essa, depurata e sistemata secondo che da noi s' tentato di fare, rimane tutta salda e viva, ma, per servirci ancora della terminologia aristotelica, come semplice materia del pensiero materia che noi per astrazione abbiamo
:

separata dalla forma, a cui essa aspira, e in cui soltanto la

sua realt.
Materia, tutta la materia, del pensiero,
si
il

concetto che

media

in

un sistema

chiuso, nel quale vero perch infi-

nito.

Niente fuori di esso, con cui esso debba commisurarsi. come sua negazione, dentro al circolo del sistema, come negazione immanente all'affermazione. Perci

Lo

stesso errore,

infinito.

perci lega

il

pensiero che lo pensa. Poich la

vera catena che lega lo schiavo dell'immagine platonica, da cui abbiamo preso le mosse, non catena che possa comunque
spezzarsi e lasciare lo schiavo in libert,

ma

il

mondo,

l'uni-

verso, l'infinito, da cui nessuno schiavo scapper mai.

Pure in questa sua infinit o verit, il concetto non pii che materia del pensiero. La quale, se ha in s quel tanto di vita che lo spirito le ha dato, come essere che pone se

IL

CONCETTO

245

(affermazione, negazione, disgiunzione, sillogisticamente, giusta tutta l'analisi, che se n' fatta), non ne pu aver altra; n pu crescere n diminuire, n pu svolgersi,
Stesso

n entrare In quel divenire, in cui pure abbiamo visto consistere propriamente il valore, come libert. Non pu, se quello stesso spirito che l' ha fatta non la disf; com' suo costume. Quel costume che ognuno pu sorprendere nella sua ingenua e libera spontaneit nel fanciullo, che non fa se non per disfare; e spezza tutti gl'idoli in cui s' un istante cullata la sua fantasia; eterno insoddisfatto di tutte le cose, perch niente, che sia una cosa, pareggia l'infinita realt che gli germoglia impetuosa di dentro; e pur volto sempre alle cose, e in esso distratto e distolto da ogni riflessione, poich il soggetto vive nell'oggetto che genera e di cui si nutre, come il Kronos del mito,
divoratore de' suoi
figli.

Fine del primo volume

INDICE ANALITICO

Prefazione

INTRODUZIONE
Capitolo
1.

La

logica

come scienza

filosofica

pp. 3-17

come scienza particolare. 2. Sistema di scienze particolari. 3. La filosofia come scienza dello spirito, e le scienze morali. 4. La filosofia scienza universale 5. Empirismo e dommatismo del sapere particolare, e necessit di supe-

La

logica

rare l'uno e l'altro difetto mediante l'universalit del sapere.


6.

Particolarit e universalit del problema filosofico.

7.

Imma-

nenza della

filosofia in ogni pensare. 8. Unit del tutto, e del pensiero del tutto. 9. La logica come scienza del pensiero presupposto: descrittiva e normativa. 10. La logica matematica. 11. Necessit della logica filosofica.

Capitolo
greca
1.

11-7^ problema

della logica nella filosofia

pp. 18-27

'2.

La storia del concetto del logo e la storia della filosofia. 3. Difi'erenza tra il logo della logo come realt intelligibile. 4. L'oggetto filosofia greca e quello della filosofia cristiana.
Il

della filosofia
filosofia

come principio del dato. 5. Il principio della ionica. 6. Dall' Uno di Parmenide al concetto di SoIl

crate.

7.

logo platonico.

8.11

logo aristotelico.

9.

della filosofia greca alle sue origini nell'et alessandrina.

10.

Kitorno Ca-

rattere generale della filosofia greca rispetto al logo.


248
INDICE ANALITICO
-

Capitolo III

Il

problema della

logica nella filosofia

moderna
1.

pp. 28-41
filosofico

Il

problema

greca della decadenza.


lere,

2.

Il

come problema morale nella filosofia nuovo spirito del Cristianesimo (vo-

non intelletto). 3. Ritorno della Scolastica all'intellettualismo greco. 4. Riscossa dello spirito cristiano nell'Umanesimo e nel Rinascimento. 5. Il problema della certezza e la riforma della logica in Bacone e in Cartesio. 6. Empirismo e idealismo nel Sei e nel Settecento. 8. Il 7. Nuovi bisogni dello spirito. kantismo come concetto spiritualistico della realt. 9. Residui intellettualistici nelP idealismo kantiano. 10. Il problema della logica come scienza del conoscere dopo Kant. 11. Concetto della

nuova logica

filosofica.

Parte Prima: IL
Capitolo
1.

LOGO

LA VERIT.
pp. 45-57

La

verit trascendente

Origine storica e ideale della logica: la verit come pen2. La verit come pensiero universale, 3. Doppio significato del pensiero vero: logo oggettivo, e logo soggettivo. 4. Necessit della diff'erenza e della identit dei due loghi. 5. Logica e metafisica. 6. Verit formale e materiale. 7. Distacco del logo soggettivo dall'oggettivo. 8. La verit indipendente dal pensiero. 9. La verit, non rapporto, ma termine di rapporto. 10. La verit come unit indifferenziata, e la sua definizione classica. 11. Sopravvivenza del concetto antico della verit trascendente nella filosofia moderna immanentistica. 12. Assurdo
siero

necessario.

di tale concetto.

Capitolo II
1.

La

verit

immanente

pp. 58-71

Conciliazione della trascendenza del vero con l'attivit dello 2. Veritas adaequatio intellectus et sensus, ovvero intellectus et 4. Dottrina intellectus. 3. Difficolt di questa nuova posizione. 5. La verit di Protagora relazione, ma non di Protagora. 7. Il dualismo 6. Lo scoglio dell'immanentismo. conoscenza. della verit e della sua norma e il difetto della verit come fatto. 9. Veritas 8. Il principio della teorica volontaristica della verit. 10. Critica del volontarismo. adaequatio voluntatis et intellectus.
spirito.

Capitolo III
1.

La

verit

come certezza

come valore pp. 72-84

della

germe di vero verit immanente


Il

della teoria volontaristica.

2. Il

concetto

in rapporto al concetto dello spirito

come

INDICE ANALITICO
autoctisi.

249

3. Il concetto della certezza e la logica della'fede. L'unit della fede e della certezza. 5. La verit come va6. La lihertas animi e Vamor Dei inteUectualis di Spinoza. lore. 7. Il valore come libert o necessit spirituale. 8. La necessit dello spirito sola necessit assoluta. 9. Idealit della realt spi10. Il valore come unit del soggetto e del logo. rituale.

4.

Capitolo

IV

La

dialettica del valore

....

pp. 85-96

1. L'unit di realt e idea, propria del valore, non presupposto del pensiero in atto. 2. Immediatezza dell'essere che puro essere. 3. L'essere puro e l'immutabilit della natura. 4. La mediazione del pensiero come unit di essere e di nonessere. 5. Il pensiero negazione dell'essere nella dialettica e nella vita. 6. N essere, n non-essere. 7. Unit di essere e di non-essere, come svolgimento, spirito. 8. Risposta a chi neghi il concetto del divenire come atto dello spirito. 9. L'antitesi del valore e del divenire. 10. Conciliazione dell'antitesi.

Capitolo
1.

Il valore

come

libert

pp. 97-106

Il principio

originario o trascendentale dell'autocoscienza,


2.

e la

libert dello spirito.


5.

Unit distintiva di realt e idea. 3. La Unit e assolutezza dello spirito libero. Elemento negativo ed elemento positivo della libert. 6. La
distinzione.

4.

libert attributo del principio trascendentale dell'atto spirituale.


7.

Medesimezza

della libert col suo opposto.

arbitrium indifferentiae.
l'errore nella verit.
12.

11.

9.

Scelta ed

8. La libert come errore. 10. Immanenza del-

La

dialettica della verit e dell'errore.

Identit di verit ed errore nella loro astratta opposizione.

Capitolo
1.

VI

L'unit dei valori


e pratico."

pp. 107-118

Carattere pratico della logica.


spirito
4.

spirito teoretico

smo.

La

realt spirituale

7. La molteLa molteplicit. Unificazione della molteplicit. 9. La monotriade dello spirito. 10. Significato del tre della monotriade. 11. Il conoscere come valore assoluto.

(spirito teoretico e pratico).

6.
8.

Superamento del dualicome bene. 5. Unit dei distinti


3.

2.

Distinzione kantiana di

plicit dei valori astratti.

Capitolo VII
1.

Verit astratta e verit concreta

pp. 119-132

Astrattezza del logo a cui ha mirato ogni logica prece2. Significato della critica intorno al concetto del logo astratto. 3. Motivo di vero della logica del logo astratto. 4. In che modo nel nuovo concetto del soggetto sia da mantenere l'ogdente.

250
gettivit del logo.

INDICE ANALITICO
5. Soggetto tra soggetti, e soggetto come puro puro conoscere. 7. Dualit immanente nel soggetto. 8. L'unit della dualit. 9. L'astratto logo non solo negato, ma anche afiermato. 10. Posizione del problema della logica dell'astratto. 11. L'epoca organica e l'epoca critica del pensiero

conoscere.

6. Il

nella loro unit.

Capitolo Vili
astratto
1.

Forme

storiche principali

del

logo

pp. 1S3-150
logo di Parmenide.

Il

degli Atomisti.
6.

4.

2. Sua dissoluzione. 3. Il logo Sua dissoluzione. 5. Il logo di Socrate.

socratismo nella storia della logica. 7. Il Il logo di Aristotele come verit del logo socratico-platonico; e sua interna difl&colt. 9. Il logo di Plotino come ritorno all'Eleatismo. 10. Il logo cristiano ne' suoi dommi fondamentali. 11. Ambiguit del concetto dello spirito, come mediazione, nel sistema cristiano. 12. Insolubilit del prodel

Importanza

logo di Platone.

8.

blema

della grazia.

13.

Le due logiche tentate

dalla filosofa

mo-

derna. 14. La logica della induzione, e la sua critica. logica trascendentale, e la sua critica.

15.

La

Parte Seconda: LA LOGICA DELL'ASTRATTO.


Capitolo I
1.
-

La

legge

fondamentale

....

pp. 153-165

rapporto principio della logica. 2. Originariet del rapnome e il verbo. 3. Il nome come essere naturale, o sensazione. 4. Il principio d'identit (affermazione dell'essere). 5. Affermazione affermante o soggettiva; affermazione affermata o oggettiva; e negazione dell'essere naturale. 6. L'affermazione come negazione della negazione (negazione attiva, e negazione passiva): principio di non contraddizione. 7. Irriducibilit della non contraddizione all'identit. 8. Negativit dell'affermazione, 9. Il prine immanenza della non contraddizione nell' identit. cipio del terzo escluso, come unit dei principii di identit e di non contraddizione. 10. Il falso come negativit riflessa; la circolarit del pensiero come sistema. 11. L'interpretazione del principio del terzo escluso, che attribuisce al falso un valore poIl

porto

il

sitivo.

Capitolo II

Il principio di ragion sufficiente

pp. 166-179

1. Il principio di ragion sufficiente in Leibniz e nella filosofia 3. Motivo della dottrina precedente. 2. La dottrina di Leibniz.

INDICE ANALITICO
leibniziana.

251

4. Suoi rapporti con T empirismo antimetafisico, e formola empirica del principio di ragione come principio di causalit. 5. Esposizione del principio di ragione come principio di causalit. 6. Critica del principio di ragione come principio di 7. Critica del principio di ragione, giusta il concetto causalit. 8. Impossibilit di trascendere il pensiero. 9. Imdi Leibniz. 10. Esteriorit del possibilit d'intenderlo come semplice possibile. principio di ragione al punto di vista della logica dell'astratto. 11. Il significato del pensiero logico.

Capitolo III

/ termini

del pensiero logico.

pp. 180-191

1. Differenza immanente all' identit del pensiero. 2. Differenza come distinzione, o analisi. 3. Differenza tra differenza e

distinzione

sintesi e analisi.
e vario

4.

Unit

di sintesi e analisi.

termini come analisi;


tivi.
9.

relativit dei termini.

7.

rapporto tra analisi e sintesi. 6. IrIl termine come analisi degli irrela-

5.

Il

termine come analisi della relazione, o della sintesi. termine mobile, o l'analisi dell'analisi. 10. Il mito dell'ana8. Il

lisi

dell'analisi.
I

11.

L' interpretazione, e la sintesi di analisi.

12.

termini e la determinazione.
-

Capitolo IV
1.

Il giudizio
e

pp. 192-204

grammatica. 2. Il vocabolario. 3. Critica dell'astrattezza grammaticale, e necessit di liberare la logica dal giogo della grammatica. 4. Inscindibilit del nome dal verbo, 5. e del verbo dal nome. 6. Ex nihilo cogitalio. 7. Definizione

Logica

del giudizio.
cato.

9.

8. Universalit e necessit del giudizio nel prediParticolarit del giudizio nel soggetto. 10. Contingenza

Universalizzazione e necessitazione del soggetto. 12. E.iprova della critica del principio di ragione. 13. Astrattezza del soggetto in quanto particolare o contingente. 14. Il preteso soggetto particolare concreto. 15. Il preteso soggetto astratto e gi universale.
del soggetto.
11.

Capitolo

Le forme

del giudizio

....

pp. 205-215

1. Forme del giudizio secondo la qualit. 2. Fondamento alogico della distinzione kantiana delle varie forme del giudizio secondo la relazione. 3. Quantit qualitativa, e modalit qualitativa. 4. Il giudizio universale e il giudizio particolare. 5. Il

giudizio disgiuntivo della quantit.


lare della logica aristotelica.

6. Il

falso giudizio partico-

7. Il

giudizio individuale.

8.

Il

giudizio apodittico e
10.

il

problematico.

9. Il

giudizio assertorio.

La modalit come qualit forme del giudizio.

come

quantit.

11. Tavola

delle

252

INDICE ANALITICO

Capitolo
1.

VI
Il
il

Il sillogismo

pp. 216-226

sillogismo aristotelico.

2. Il

dilemma

della logica ana-

litica e

difetto del sillogismo aristotelico.


4.

3.

scettici.

5.

La

critica degli

Il

dialllo

legge.

come
Il

difetto

del

La

logica interna del giudizio.

pensiero e come sua 6. Il giudizio come sil-

logismo disgiuntivo.

8. Il sillosillogismo individuale. 10. Negismo assertorio. 9. Unit delle tre forme del sillogismo. cessit della funzione sillogistica. 11. Il limite del sillogismo.
7.

Capitolo VII

L'Induzione

pp. 227-235

2. Errore ana1. L'induzione come antitesi del sillogismo. logo a quello del sillogismo aristotelico. 3. Illusorio processo dall'universale al particolare. 4. Impossibilit di trascendere il giudizio, e passaggio, interno ad esso, dal particolare all'univer-

6.

e viceversa. 5. Induzione immanente nell'universale. Conferma di questa dottrina nel concetto d'induzione completa. 7, Il postulato dell'induzione o della previsione.
sale,

8.

Identit dell'induzione col sillogismo. dividuale.


-

9.

Induzione dell'in-

Capitolo Vili
1. Il

Il concetto
il

pp. 236-245

termine e

concetto.

nito del pensiero.

3.

2. Il concetto come sistema infiConfusione tra termine e concetto, e origine


4.

grammaticale
5.

di essa.

Critica della teoria della definizione.

La

definizione

come

concetto.

6.

Critica della teoria della divi-

sione. 7. Critica del nominalismo. 8. Critica della distinzione seminominalistica tra concetti universali e generali. 9. Il concetto come l'essere pensabile. 10. Valore e limite del concetto come forma del pensiero astratto.

SCRITTI FILOSOFICI
IV -II

SISTEMA DI LOGICA
IL

GIOVANNI GENTILE

SISTEMA
DI

LOGICA
COME TEORIA
DEL COMSCERE
SECONDA EDIZIONE COMPLETA

VOLUME SECONDO

BARI
GIUS.

LATERZA
1923

& FIGLI

TIPOUBAFI-EDITORI-LIBBAI

PROPRIET LETTERARIA

GIUGNO MCMXXIII

f)28G2

PARTE TERZA

LA LOGICA DEL CONCRETO

G. Gentile, Logica

- ii.

Capitolo

LOGO ASTRATTO E LOGO CONCRETO

1.

Verit della logica dell'astratto.

Chi consideri la natura del logo astratto intende e giustifica la

fortuna millenaria della logica antica e tradizionale,

ed condotto a riconoscere la sua eterna ragione d'essere: che ci a cui ha sempre ripugnato la logica moderna del pensiero dialettico. Ed stata pure una delle cause pi potenti, anzi la prima origine della diffidenza invincibile, che questa logica ha costantemente incontrata e contnua ad incontrare.

Ma

rendersi ragione della verit immortale della logica


tradizionale; rendersene ragione per davvero,

antica e

non

chiudendovisi dentro e rifiutandosi di guardare la realt del


pensiero dal punto di vista della dialettica,
nini riflutavasi di

come

il

Cremo-

guardare nel cannocchiale

di Galileo,

ma

aprendo

gli

occhi a tutto e non negando nulla, spregiudica-

tamente, insieme rendersi ragione della necessit di superare


quella logica, integrandola in

una dottrina pi comprensiva.

2.

Carattere generale del logo astratto.

Determiniamo il concetto della logica antica riassumendo brevemente i risultati della teoria esposta nella seconda parte
di questo Sistema.

LA LOGICA DEL CONCRETO


Sorta la logica del concetto dell'essere presupposto al pen-

siero
si

che

il

solo essere noto alla filosofia antica,

essa

fiss

come

teoria

del
il
:

pensiero governato

dal

principio

d'identit: suppose cio

pensiero, al cui studio attendeva

come identico a se stesso non immediatamente, ma riflessivamente identico. Vide infatti che la pura identit immediata (presocratica, quella di Parmenide e di Democrito) non neppur concepibile come identit. Identit riflessione o
relazione tra s e se stesso. Quindi non s, immediatamente,

ma

posizione di s, e di s

come
pu

identico, cio

non diverso;

quindi posizione di s e d'altro; e posizione di s come esclusione dell'altro. Questa,


antica, o
il.

si

dire,

la logica della logica


si

punto di vista a cui essa Forma organica

colloca.

3.

del logo astratto.

Per

la logica antica la verit (logo, oggetto della logica)

concetto essendo giudizio, ed giudizio essendo sillogismo:

quale infatti ogni mente che vi si concetto senza giudizio termine del pensiero, non pensiero: immediato, irriflesso, impensabile. Tale appunto la natura nella sua
circolo chiuso, dentro
il

affacci costretta fatalmente a chiudersi. Il

immediatezza: oggetto in cui il pensiero deve immergersi e fondersi e immedesimarsi, volendo abbracciarla e pensarla; in cui deve non pensare pi. E il concetto un progresso nella storia della filosofia rispetto alla natura, in quanto esso non immediato, ma si pone; non soggetto isolato, ma soggetto del suo predicato, in cui e per cui si pensa; ed pensabile dalla mente in quanto questa sua relazione col
predicato (che lui stesso posto di contro a s) non rela-

zione che

la

mente

gli

sovrapponga per renderlo pensabile.


con se
stesso. Perci
il

Pensabile per se stesso, e in se stesso pertanto possiede


siffatta intrinseca relazione

concetto

giudizio.

Ma il giudizio non possibile mai come un giudizio unico. Giacch tale unicit farebbe rinascere l'immediatezza naturale e la connessa impensabilit. Il giudizio pensabile relazione

LOGO ASTRATTO E TOGO ONCRKTO


che
si
:

pone come esclusione della propria negazione doppia uno dei quali si pensa come vero per la sua opposizione all'altro dal quale non si pu quindi
relazione, doppio giudizio,

disgiungere senza precipitare nell'impensabile. Siffatto organismo immanente al logico concepire la deduzione a cui vagamente guarda la sillogistica aristotelica, senza riuscire

mai a

definirla

nettamente

e impigliandosi perci in

una com-

plicata rete di classificazioni empiriche desunte da un'osser-

vazione meramente materiale delle forme estrinseche assunte


dal pensiero nella sua storica configurazione.

4.

L'accusa

di sterilit

contro la logica dell'astratto.


l'analisi rigorosa

Comunque,
messo

tutta la storia e

di

questo

concetto del logo concepito

ha un logo chiuso, incapace affatto di progresso. Si consideri come giudizio o come sillogismo, questo logo non ha movimento, non ha svolgimento
identico con
se

come

stesso

in chiaro che questo logo

nel suo punto di partenza c'

il

punto d'arrivo.

Ma

le critiche

antiche e moderne della sterilit del sillogismo,


di

come

quelle
(i

Hume

e di

Kant contro

giudizi identici e analitici

soli

giudizi dotati di valore logico dal punto di vista della logica


aristotelica),

logica analitica,

servono a mettere in chiaro il carattere della non a dimostrare la falsit delle sue teorie.

Coteste teorie infatti han resistito sempre felicemente a


tutti questi assalti,

quantunque

le difese

che ne sono state a

di volta in volta tentate, siano tutte inferiori alle critiche

cui

contrapponevano. Il sillogismo sterile, ma non perci esso perde la sua ragion di essere. Anche il maschio sterile anche la pietra sterile ma tutto quello che non fecondo, forse men necessario di quello che fecondo? Il sillogismo quello che , e adempie a una funzione essenziale del pensiero appunto perch sterile presuppone tutto quello che ci d, e non importa perci nessuna novit, nessun incremento nel pensiero che vi ricorre. Il sillogismo semplicemente dimostrativo; e come tale non pu essere estensivo; e se fosse estensivo, cessesi
;

LA LOGICA DEL CONCRETO


gli spetta,

rebbe di adempiere a quell'importante funzione che


di

denaro che noi depositiamo in una cassa forte, non cresce, ma nemmeno diminuisce; e il suo non crescere ne diminuire, e restare quello che , la caratteristica su cui noi abbiamo bisogno di poter fare assegnamento conservandolo. E come il denaro, tante cose abbiamo pur bisogno ordinariamente di credere ferme, fsse, immutabili, quantunque si sappia bene di non potere esser tali noi stessi, che del denaro e di tutte queste altre cose ci serviamo facendole muovere con noi e partecipare al flusso pi o meno
Cosi
il

dimostrare.

rapido della nostra vita.

5.

Funzione dimostrativa del pensiero pensato.

Dimostrare non altro che questa riliessione interna di un pensiero stesso, la quale, mediandolo internamente, lo fa possedere veramente nella sintesi dei suoi elementi analitici. A = A, questo appunto il pensiero, che non n l'uno n
l'altro

A,
il

ma

la sintesi di
si

entrambi nella loro distinzione, in


:

richiama al secondo e il secondo al primo e in questo reciproco annodamento, che la riflessione dell'essere su se stesso, consiste la determinazione del pensiero. Al posto di A mettete l'essere degli Eleati, o l'idea di
Platone, o l'atto di Aristotele, o l'uomo, o l'animale, o la
stella,

quanto

primo

o la pietra, o l'aria, o un'enciclopedia, o

un

trattato
si

scientifico, o

un poema

o altro che sia l'oggetto in cui


;

de-

termina

il

vostro pensiero
a,

e vi troverete

sempre innanzi a

un A

un'interna mediazione, a una riflessione di una cosa su se stessa, onde la cosa diviene pensabile, e per effettivamente pensata, ed pensiero. S'intende bene che altro l'atto onde il pensiero perviene
al pensamento d'un dato oggetto, altro l'oggetto quale esso deve apparire intrinsecamente determinato, in quanto oggetto

= A,

attuale dello stesso pensiero.


sato: ed
il

Il

pensiero pensare ed pen-

pensiero che pensa tutt'altro dal pensiero che

pensato. L'apoditticit, o dimostrativit (sinonimo di logicit nel pi

comune senso

di questa parola), la

forma pr-

LOGO ASTRATTO E LOGO ^ONCRKTO

pria del pensiero pensato. L'essere questo pensiero sempli-

cemente pensato importer bene che esso non sia pensiero pensante; ma non pu importare che non sia niente. E cos, non avr le propriet del pensiero pensante; ma ha bene quelle che spettano ad esso appunto in quanto pensato.
Progresso
conservazione.

6.

Non
sia

questo ancora

il

priet del pensiero pensante.

luogo di dire quali siano le proQui basti osservare come non

tanto

ragionevole pretendere che quelle propriet le abbia inil pensiero pensato. Del quale altri potrebbe dire che,
gli

non

spettando di
il

estendere
limitato

il

essendo

suo

ufficio

alla

contenuto del pensiero, vita interna onde ogni

pensiero determinato circola dentro di se medesimo, esso

adempie perci a una funzione, senza di cui non sarebbe nepforma di pensiero destinata all'estendimento e al progresso del pensiero attraverso il conoscere. Si suol dire infatti che non c' progresso senza conservazione, n si sa immaginare nulla che si estenda senza mantenere ci che al di qua del limite che sorpassa o porta
])ur concepibile un'altra

pi innanzi.

in verit questo

concetto della necessit di


all'ulteriore pensiero

conservare
stato

il

gi pensato

come base

sempre uno dei motivi pi

forti

di

opposizione alla

dottrina dialettica del pensare, per cui


si fissi

mai

in

forma definitiva e

si

e' pensiero che chiuda perci dentro se

non

stesso.

Ma un

tal

concetto del movimento e del progresso del

pensiero meccanico, e da respingere

come assolutamente

contradittorio alla natura spirituale del pensiero dialettico.

E non

possibile pertanto fondarsi sopra un tale concetto per costruire una giustificazione del pensiero pensato o lego astratto. Il progresso non aggiunta che si venga ad apporre al passato: A -{- a, dove il nuovo (a) lascia intatto il vecchio
{A), e coesistono passato e presente in

attesa del futuro. I

tradizionalisti

ammettono questa formula,

ma non oppugnano

infatti la reale

idea del progresso, che, secondo la celebre

LA LOGICA DEL CONCRETO

formula del dialettismo logico, nega conservando, o conserva negando. Ci che veramente si conserva, deve trasformarsi, rinnovarsi, trasfigurarsi, potenziandosi: A-, dove A rimane, ma come radice della sua potenza, che sola reale poich

si

moltiplicato per se stesso.

7.

Natura del pensato.

Conviene piuttosto considerare


del pensiero

almeno qui,

dove non

ci

dato di approfondire questa questione del progresso proprio

pensiero pensante, noi possiamo

quale che sia la natura e la virt del pensare, ossia realizzare questo pensiero pensante, solo a patto di pensare qualche cosa. Cosa o persona che debba essere per noi l'oggetto del pensare, esso come oggetto del pensare sempre cosa. Cosa
lo stesso atto del pensare in quanto lo oggettiviamo
solo
e,

che,

pre-

ad oggetto del nostro attuale pensare, lo contrapponiamo pertanto all'atto onde procuriamo di pensarlo, e siamo in via di pensarlo, e potremo credere una volta di averlo pensato. Lo stesso atto del pensare si pone avanti a noi con certa sua pensabilit, com' proprio di tutte le cose aventi un'essenza, che non pensiero pensante ma pensiro pensato. Sicch non bisogna n prevenire n inseguire l'atto del pensiero, con cui tutti sentiamo di acquistare conoscenze
nuove, scoprire, inventare, estendere l'ambito del nostro sapere, ampliare l'orizzonte del pensiero stesso. Basta entrare dentro allo stesso atto di chi pensa. L il pensare; ma l pure ci che si pensa, il pensiero pensato; e se questo

non

ci fosse,
Il

non

ci

sarebbe pensare
c',

per n anche
e'

il

pensiamo: e dunque il pensato, e non se ne pu fare a meno. Non dialettica che possa cancellarlo.
pensante.

quale

poich appunto

e'

8.

Generazione del pensato dal pensare.


il

Io

non dir che

pensato condizioni

il

pensare,

come

credettero gli antichi.

Una

tale

posizione fu radicalmente

LOaO ASTRATTO E LOaO'CONCRBTO


criticata e distrutta nella parte

prima di questo Sistema di ed ho per fermo che tutta la storia della filosofia postellenica sia indirizzata allo svolgimento di questo tema: che il pensato non preceda al pensare, come pensabile (natura fisica,
logica;

antecedente alla storiografia, idea eterna, si svolga in atto). Ma non dir neppure che pensato e pensare si condizionano reciprocamente,
storia passata e
il

trascendente

pensiero che

come qualcuno

dei

moderni tenta ancora

di sostenere, e

come

sostenne Protagora col suo correlativismo, e Kant con la sua


distinzione della forma e della materia del conoscere. Oltre

pensare, se il pensare libert, com' certamente', nulla pu ammettere che riesca una negazione della sua infinit. Il pensare non presuppone nulla e il pensato, assolutamente, presuppone il pensare.
al
si
;

Proposizione

difficile

forse

intendere esattamente

in

tutta la sua universalit;

possono fare eccezioni e restrizioni senza annullare di pianta ogni possibilit di pensare e condannarsi all'assurdo. Ma questo pensare genera dal suo seno il pensato, e vive in questa sua generazione, fuori della quale cesserebbe perci di essere
si

ma

alla quale

non

quell'attivit che esso . E basta questa eterna immanente generazione del pensato dal pensare per costringerci a convenire che una logica del pensiero non pu fare a meno di

una logica

del pensato.

9.

L'errore della logica dell'astratto.

L'errore non consiste nell'assunzione di questa logica del


pensato,
in se

ma

nell'illusione che

stessa

una tale logica possa reggersi rappresentare tutta la logica. Certo, essa

intendiamo ci deve intendere a rigore, ogni possibile oggetto, semplice oggetto del pensare. Ma poich il pensabile suppone il pensare, la logica stessa del pensabile ne postula un'altra, che dal pensabile passi al suo presupposto, al pensare. E chi
tutta la logica del pensabile, se per pensabile

che

si

Sistema,

12,

pp. 109-120.

10

LA LOGICA

DEI.

CONCRETO

la necessit di questo passaggio scambia quello ho detto logo astratto pel logo concreto. 11 quale non altro che l'atto del pensare, ossia il pensiero che solo effettualmente esista. Esista e abbia valore: che un punto di grande rilievo, intorno al quale sono troppo frequenti e

non avverta
che
io

gravi

gli

equivoci.

10.

Che cosa

concreto.

La concretezza
mento che
esiste,
il

dell'esistente. In ci credo che tutti siano

d'accordo. Astratto, nell'intendimento universale,

un

ele-

pensiero separa idealmente dalla realt che

per distinguerlo dal resto e intenderne la funzione


singoli elementi per attingere la realt.

nel tutto. L'esistente l'organismo, la sintesi, in cui concor-

rono

tutti

La

vec-

chia metafisica che contrapponeva

l'ente (principio, sostanza,

causa, Dio) all'esistente, attribuendo una realt maggiore al

primo che
a integrare vedere nei

al

secondo, era poi condotta, volente o nolente,


realt dell'ente in quella
e
dell'esistente, e

la

cieli,

anche nella
il

terra, la gloria di Dio.


si

l'esistente

reale dell'esperienza. Si pu, e


e al valore

deve,

discutere intorno al significato

dell'esperienza;

ma

questa, infine, per tutti la pietra di paragone dell'esientra, o ci persua-

stente, inesistente essendo quello che

non diamo non possa entrare nell'esperienza.


:

Esistente, cos, per

l'uomo volgare, per la scienza positiva e pel criticismo, la quale non potrebbe ci che contenuto dell'esperienza percepire (intuire, dice Kant) questo suo contenuto, se non nelle forme dello spazio e nel tempo: ed esistnte sarebbe pertanto ci che nello spazio e nel tempo. Concetto inaccettabile per noi, che non sappiamo vedere un contenuto dell'esperienza fuori dell'esperienza; e pur mantenendo al suo contenuto il doppio carattere spaziale e temporale, questo carattere non possiamo attribuire alla stessa esperienza, al quale detto contenuto appartiene; e diciamo che l'atto dell'esperienza veramente esiste, e questo esistente non quello (astratto) che nel tempo e nello spazio, ma quello piuttosto

LOGO ASTRATTO E LOGOCONCRBTO

11

dentro al quale hanno senso spazio e tempo, non potendo essere esso stesso contenuto dentro limiti di sorta. Esperienza
o pensiero (che lo stesso), questo esiste: e quivi assoluta,

vera concretezza.

11.

L'equivoco contro
il

il

concreto.

Ma

qui sorge

pensiero esistente,

maggiore equivoco. Se pensiero concreto come attribuire un valore a questo pen-

siero concreto ? Se la realt assoluta questo pensiero concreto, storico, la stessa storia nella sua attualit,

come

distin-

guere il bene dal male, e il vero dal falso? Donde il criterio discriminante della stessa storia? La difficolt non sarebbe sorta mai, se si fosse posto mente
all'accurata distinzione su cui l'idealismo attuale ha
insistito, tra fatto e atto, tra storia

sempre
si

passata o astratta e storia


suol

eterna o concreta, tra la

comune

esperienza, di cui

parlare dallo empirista, e l'esperienza pura in cui quest'idea-

lismo risolve la realt storica.


cui

a dissipare tale difficolt

basterebbe ora avvertire che la concretezza dell'esistente di


si

vuol parlare, la concretezza dell'esistente attuale, del


fatto,

vero e unico esistente, che non


brutalit, priva
di

ma

atto; e

non

perci storia posta innanzi allo spirito nella sua meccanica


libert e quindi di valore:

ma

la storia

che sola

esiste, la storia in atto.

Altro aspetto dello stesso equivoco.


'Ma.

tale

avvertenza dovrebbe ormai apparire essa stessa


il

superflua ai lettori di questa Logica, in cui tanta cura stata

posta a dimostrare che lungi dal negare


allo spirito,
il

valore e la libert

concetto dell'atto l'unico conciliabile col con-

cetto del valore, perch l'unico che consenta un'intuizione

sicura della libert.

bisognerebbe dunque
altri,

appellarsi

al

buon volere
negare
la

di chi desideri rendersi conto del nostro

punto
di

di vista. Il quale,

secondo

non avrebbe

il

difetto

verit, anzi

piuttosto di negare l'errore, poich

12

LA LOGICA DSL CONCRETO


il

dimostrerebbe bens

valore,
il

ma

renderebbe inconcepibile
lo stesso atto del

il

non

valore, identificando

primo con

pen-

siero. Critica

valore che non

evidentemente identica alla prima: poich un si distingua dal sao opposto cessa di valere;

critica identica nella tesi,

quantunque diversa pel principio da cui muove: quella partendo dal concetto della necessaria trascendenza del valore all'atto da valutare, e questa dal concetto meramente statico dell'atto. Ma, come dev'esser chiaro ormai ^ che un valore trascendente non pu mai conferir valore all'atto da valutare, cosi i critici che si fermano ancora sulla difficolt della indifferenziabilit del valore dal suo opposto nel seno dell'atto a cui si faccia immanente, mostrano con ci di avere troppo leggermente sorvolato sul
concetto tante volte esposto dell'atto spirituale,
dialettico, ossia unit

come

atto

dinamica di contrari, e propriamente

di s e di altro.

12.

Errore

e verit nel

pensiero attuale.

L'esistente nella sua reale

attualit,
si

come pensiero che


realiter dal

pensa, valore assoluto in quanto

distingue

suo opposto. E tutte le difficolt nascono, in fondo, dalla incapacit o incuria di collocarsi a quello che vuol essere il punto di vista dell'idealismo che si combatte, e dalla confusione che ne deriva di problemi differentissimi, che
si

pretende

perci di veder risoluti con la stessa soluzione.


L'idealista dell'immanenza assoluta
la dialettica dell'atto spirituale

non deve spiegare con qualunque verit e qualunque

lui

che solo per che penso, e il mio errore nello stesso atto. Chiedergli che con la stessa spiegazione egli renda conto di quello che, volgarmente e secondo altri sistemi filosofici da lui criticati, pure pensiero, e importa un corrispondente modo di concepire verit ed errore, certamente pretesa assurda. L'errore attualmente
errore
;

ma

la verit e l'errore di quel pensiero


tale
:

veramente

la verit

mia

nell'atto

Sistema,

I^,

51-64.

LOGO ASTRATTO B LOGO /CONCRBTO

13

superato dal suo contrario (che il solo errore di cui il nostro idealismo possa parlare) non certamente Terrore, per es., di chi contro di noi, e resiste ai nostri arg^omenti, e persiste nella

l'errore

con la perch si tratta di errori diversi, l'errore attualmente superato un semplice momento ideale del pensiero, laddove questi
altri

sua asserzione, per noi evidentemente falsa; n altro esempio, da Platone sua teoria della trascendenza delle idee. E appunto

commesso, per recare un

non sono superati, e hanno la loro esistenza storica. Se non che l'idealista fa poi osservare che questa opposizione di me e del mio avversario, io in possesso della verit e lui
in

preda all'errore, e quest'altra posizione

di

Platone separato

da noi che lo giudichiamo da ventiquattro secoli d'intervallo, si reggono sopra un modo di concepire il mondo, che ingenuo e che bisogna esso stesso superare e che infatti noi superiamo in ogni attimo della vita spirituale, vissuta sempre come libert. Noi viviamo come spirito universale e in;

finito,

e perci libero. Nell'universalit

dello

spirito

questa
tra

opposizione tra

me

il

mio antagonista, questa distanza vecchio Platone, vengono annullate.


e
il

me

Annullate

all'infinito, e

annullate di colpo. All'infinito,

perch perch

la distinzione risorge

sempre, e vien sempre annullata:

sempre da instaurare. Ma anche di colpo, mio antagonista antagonista mio, interno a me, e reale (poi che esso e vale per me) in me; e il vecchio Platone non il figliuolo di Aristone che giace da ventiquattro
e l'unit cos
il

secoli sotterra, ma il vivo Platone da me letto, e inteso, e pensato insieme con quelli che l'hanno inlerpetrato; egli e
i

suoi commentatori risorti e


spirito.
si

viventi nella vita stessa del


io lo

mio

il

suo errore, nell'atto che

penso e realizzo,

mi

presenta appunto (in quanto mio errore)

come momento
cui esso

ideale e ipso facto superato nel giudizio vero di

materia.

In conclusione, la nostra dottrina dice agli uomini:

Badate a non trascendere voi stessi, n in cerca di verit, n in cerca di fantastici errori. Il bene e il male dentro
di voi. Liberatevi!

14

LA LOGICA DEL CONCRKTO


Perci batte sul principio della concretezza dell'esistente

e pur riconoscendo
se

il

diritto di

una logica

dell'astratto,

non

ne appaga, e propugna

la necessit di riportare l'astratto

logo nel concreto: nel solo pensiero che possa restituire la


vita a quella specie di pensiero cristallizzato, di cui espo-

nemmo

precedentemente

la teoria liberata

da

tutte le super-

fetazioni e intrusioni del suo millenario travaglio.

Ma

s'in-

gannerebbe a partito chi

si

credesse autorizzato a passare


dallo spettacolo di

alla logica del logo concreto

morte che

gli offre la logica dell'astratto. Il carattere del

logo astratto

non porge

sufficiente

al pensare. Platone,

il

motivo al logico di passare dal pensato vero creatore del logo astratto con
si

quella sua teoria delle idee a cui fa riscontro esatto nell'aristotelismo la dottrina dell'intelletto attivo, in fondo

conten-

tava di un cosiffatto ideale del pensiero, immoto e sottratto a ogni possibilit di svolgimento e di progresso. E non igno-

rava che
il

il

pensiero dell'uomo pensante

il

nostro pensiero,

solo esistente

movimento (yveoig);
un ritorno graduale
assoluta.
il

ma

del

moto
la

fosse

al

pensava che fine punto di partenza


nello

ideale, al presupposto necessario e consapevole di ogni pensiero:

verit

Che cosa c'

stesso

logo

astratto che induce

pensiero a superarlo?
il

in altri ter-

mini: come

ora

il

si deduce problema.

logo concreto dall'astratto? Questo

Capitolo

II

SPIRITUALIT DEL LOGO ASTRATTO

1.

Eiepilogo: circolarit del logo astratto.


di questo logo astratto.

Bisogna tornare sul concetto

si

circolo,

abbiamo detto

circolo

chiuso,

ossia

Esso punto che

muove
da

e torna a se stesso.

Torna a

se stesso allontanan-

dosi

se stesso;

e quanto pi s'allontana, lungo la cirpili

conferenza, tanto
s

s'avvicina; e la
la

massima distanza

di

da se stesso coincide con


il

In altri termini,

negazione d'ogni distanza. pensiero astratto riflessione, e per

alienazione da s, dove la massima differenziazione coincide

con
per

l'identit.

A A lo stesso, nella funzione logica, che dire, Dio spirito. Nel primo come nel secondo caso un pensiero determinato in quanto torna a s allontanandosi da s, e si rispecchia. Il secondo A di quel rapporto simbolico lo stesso A di prima, ma differenziatosi da se stesso;
Dire
es.,

e in questa diflFerenziazione che precipita nell'identit consiste

Dio

pensamento di A. Cos, finch non si sappia che cosa Dio non si pensa. Dio si pensa passando da esso a un concetto che dev'essere diverso e dev'essere identico con Dio ed pensabile in quanto, in se stesso, compie cotesto
il

sia.

Io sono spipassaggio circolare, e dice al nostro pensiero: rito. Perch Dio compisse questo passaggio, dalle prime

informi speculazioni mitologiche ai nostri maturati concetti,

quanta via!

lungo questa via Dio s' sempre

pii allonta-

nato da s, dalla sua ingenua e inconsapevole naturalit

muta, finch non giunto, percorsa tutta la circonferenza, a ritrovare se medesimo, e riconoscersi in quel che esso

16

LA LOGICA DEL CONCRETO

cammino per raggiungere meta! La quale in questo caso, come sempre, lo stesso punto di partenza, proprio come A ^ A. Anzi, quanto pi lungo il cammino, tanto pili forte e saldo il finale sigillo onde la fine coincide col principio, e questo dalla sua tenebra
essenzialmente: Spirito. Quanto
la

originaria esce alla luce del pensiero.

2.

Il

principio del circolo.

Tale

il

concetto socratico di contro alla natura degli antale la

tichi filosofi:

legge del logo astratto. Circolo,


costruisce;
si

ma non
si

circolo che preesista all'intuizione, bens circolo che

in-

tuisce in quanto

si

non

circolo gi chiuso e coni

chiuso,
al
si

ma
e

circolo che

svolge sotto

nostri occhi tornando

suo punto d'origine. Anzi, meglio che circolo, punto che

muove

si

fa circolo.

Orbene, questo punto che si muove, mosso o semovente? Il soggetto che si fa predicato, e contrapponendo s a s, trova se stesso nella propria identit, si fa predicato per
opera d'altro o di se stesso? Se si fa intervenire nel soggetto un motore estrinseco, o comunque un principio esterno nel
soggetto,
affinch
il

soggetto

si

faccia predicato,

'e

diventi

per attuale soggetto, cessando di essere quell'astratto soggetto che il presupposto del naturalismo, allora il punto
di vista proprio del logo astratto gi distrutto. La verit per la logica dell'astratto non del pensiero che intervenga nell'oggetto suo, ma dell'oggetto, in cui il pensiero deve ri-

conoscerla.

nell'oggetto la verit

non pu

essere, e

non

elemento o termine di pensiero: ma elemento e coelemento, termine terminante e terminato, sintesi, relazione. Non solo il punto, dunque, ma il punto insieme col suo movimento generatore del circolo, E se il punto c' in quanto si muove, ed esso non si muove perch altri lo faccia muovere, il punto ^ non si muove da s, ed ha natura di semovente. In -4

siamo noi a ragguagliare


guaglia o
riflette.

con se stesso:

A
:

che

si

rag-i

La

logica del logo astratto

non conosceJ
esso tutto,

nulla che possa stare di fronte o dietro al logo

SPIRITUALIT DKL LOGO ASTRATTO


infinito.

17

La mente

lo

Che

altro infatti si

vagheggia in una sconfinata solitudine. pu pensare secondo verit, che non sia
infinito,
si

la verit stessa?

Questo logo, adunque, tutto solo e


(^

riflette

su

se stesso, e nella riflessione logo. Si riflette

da

se stesso,

non per azione

altrui.

La sua perci
il

libera riflessione.

J\[a

questa libera riflessione, che

segreto della

logica

pure il principio del suo superamento e la radice della sua dissoluzione eterna. Giacch chi dice libera riflessione, dice soggettivit, ossia non pi pensiero pensato, ma pensiero pensante. Questo il destino del pensato, di non poter dire di avere escluso assolutamente da s il pensare, se non quando diventato esso stesso pensare; di non potersi mai sequestrare nella sua solitudine infinita, se non quando abbia assorbito in se stesso il suo nemico, di cui vuole disfarsi, il pensante.
dell'astratto,

3.

Spiritualit dell'oggetto nello stesso logo astratto.

Finch

il

pensiero

umano

interrog la

muta natura, non


il

pot averne risposta. Lungi dal rispondergli, la natura schiaccia l'uomo, spegne
il

pensiero.

Parmenide immedesima

pensiero con l'essere: ogni naturalista fa del pensiero natura;


e

negando
si

la libert

nega

la possibilit

stessa della rifles-

sione e per del pensare.

La

logica comincia

quando

la na-

tura

idealizza, riflettendosi in

modo che non

sia

pi semplice

natura identica a se stessa, e per avente una come un terreno in cui l'uomo possa poggiare il piede, un essere che cessi di essere eterogeneo ed impenetrabile al pensiero. Questa natura, diventata
natura,

ma

essenza, una intelligibilit,

pensiero, finalmente risponde al pensiero, e dice:

Io sono

E prima: Io
natura.

non pu dire che


sono pensiero,

cos.

Non pu rispondere da
ancora non ha acqui-

perch

stata coscienza della profonda trasformazione in s prodotta

da questa sua riflessione su se stessa. Il suo primo riflettersi nient'altro che questo ragguaglio: natura natura, A A. (Perci Platone non giunge a intendere la spiritualit delle

^
a

G. Gentile, Logica

- ii.

18

LA LOGICA DEL CONCRETO


le lascia di fronte

sue idee, e
socratici).

al

pensiero in
la

quella stessa

posizione, che aveva pur

sempre avuta

natura dei Pre-

Risponde come natura e dicendosi tale, ma risponde proSenza di che non risponIo. nunziando la gran parola: derebbe, e per lei dovrebbe rispondere altri. Ci che escluso rigorosamente dalla posizione del logo astratto. Nella quale il nostro^ pensiero si colloca allora soltanto, quando non distingue piti s dall'oggetto, ed alla presenza di questo, riempiendosene e lasciandolo parlare, ascoltandolo esso religiosamente. Bisogna dunque che parli l'oggetto. Ed esso infatti parla al nostro pensiero, solenne, come la divina Verit, a cui non possiamo che prostrarci, quando pensiamo.

Parla, e

si

defluisce, e diventa giudizio, sillogismo, sistema,

da ultimo quello che essa da principio, tracciando quel tale circolo in cui la nostra mente rimane chiusa. Parla, come pu parlare chiunque parli: ponendo se stesso, esprimendosi, facendosi conoscere mediante quello che dice, e facendosi conoscere per quello che esso facendosi a parlare. Si specchia nel suo discorso,
scienza, concetto, manifestando
fin

e quindi

si

svela.

4.

L'Io nel logo astratto.


si

chi

si

svela? Chi parla

svela ad altri e a se stesso;

si svelasse prima di ed in verit nessuno mai si svela propriamente ad altri che a se stesso (e agli altri solo in quanto questi s'immedesimano con lui). E il logo astratto non pu svelarsi ad altri che a s nella infinita solitudine, che ab-

ma ad

altri

non

si

svelerebbe se non

tutto a se stesso;

biamo detto ad ascoltare


stesso, e

spettargli.

E comunque,

ci sia o

non

ci sia altri

la sua parola disvelatrice, egli la dice a se stesso:

perch solo udendo la propria parola egli si riflette su se da natura passa a logo. Questo parlare a se stesso, e cos riconoscersi, la riflessione propria dell'Io, che non ha altro significato che
<juesto

interno rispecchiarsi, non agli occhi altrui,

ma

ai

SPIRITUALIT DKL LOGO ASTRATTO


propri, questo assoluto
riflettersi,

19

onde veramente l'omega

coincide con

l'alfa.

11

logo astratto, questo contrapposto od

obietto dell'Io,

non
al

altro che l'Io stesso.

=A

non pu

essere se non Io

= Io.

tura

inattin,i;:ibile

L'oggetto del pensiero, se non napensiero, ma natura luminosa, intelli-

gibile, lo stesso soggetto del pensiero.

5.

La

solitudine infinita della verit.

Cos

si

spiega quel misterioso sublime sentimento di so-

litudine e quel quasi terrore che ci sorprende di fronte alla

Verit sentita

come

tale.

Non

si

tratta della ftintastica soliil

tudine di un oggetto qualunque,

quale, come oggetto, non pu essere tanto solo che non sia innanzi a noi (almeno accompagnato da noi). Si tratta della solitudine dell'oggetto che s' impossessato di noi, e s' fatto noi stesso; si tratta
della solitudine nostra, in cui l'animo spazia intnito poich
il

pensabile sconfinato vive e pulsa nel centro stesso della

nostra personalit; e niente possiamo immaginare, che non


rientri nella sfera di quel pensabile.

allora

veramente noi
alle distrazioni

sentiamo
e alle
ci

di

essere alla presenza e

nella luce abbagliante

della Verit divina,

quando

ci

sottragghiamo

menzogne

del

mondo

esterno e della falsa societ, e

rifugiamo nell'infinito della nostra coscienza, noi con noi,


il

e nessuno altro; noi con noi stessi: noi e

nostro mistero.
la Verit, sente

L l'uomo non mentisce, non


ironizza,

si

nasconde, non ischerza, non

non

sofisteggia: faccia a faccia


il

con

nel cuore pulsare


stesso: perde
Io,

ritmo del Tutto! L l'uomo dimentica se

il suo piccolo io, poich ha ritrovato il grande che suo ed delle cose, poich l'Io di tutto: quello che parla come la Verit stessa: pensiero universale, nella

sua immanente natura. Cos il pensiero che pensato non pu essere altro che il pensiero del pensante, il quale pensa se stesso: n pi n meno della realt dei nostri sogni, in cui non si sogna altro che lo stesso sogno del sognante, il quale rappresenta a se
stesso
i

suoi propri stati, e cio se stesso.

E come

nel

no-

20
stro

LA LOGICA DEL CONCRETO

sogno tante persone, meri oggetti del nostro pensiero,


il

parlano, e non parlano altro che

nostro linguaggio, cos

tutte le cose pensate parlano la nostra stessa lingua, e s'ap-

propriano in faccia a noi la nostra anima.


e la virt, da lui definita;

Non

c' Socrate

concetto della

il suo quale uno degli elementi della sua personalit, anzi la sua personalit sotto questa specie. E il concetto di Socrate trascende la sua persona, in quanto la

ma

Socrate che definisce

virti, la

sua vera personalit trascende cotesta persona, che noi

infatti

non abbiamo bisogno di ricordare per intendere il concetto suo, e realizza un pensiero universale, in cui ogni individuo
vive la sua vera vita,

6.

Immediatezza dell'Io nel logo

astratto.

Ma quando nel logo astratto noi scopriamo l'Io che pensa, siamo gi fuori dell'astratto, e siamo passati al logo concreto: dal pensiero che pensato abbiamo fatto passaggio al pensiero che pensa. Il quale non estraneo pertanto al pensiero pensato; ma neppure s confonde con esso. Anzi tutta la logica dell'effettivo pensiero si regge sulla distinzione di
pensato e pensare.
Io. Ma non biAbbiamo detto infatti che A := A Io sogna intendere superficialmente questo duplice ragguaglio.

Io

= Io

la concretezza di

= ^,

che, nella sua astrattezza,

resterebbe inintelligibile,

come

relazione immediata; ed l'Io

che, intervenendo nella relazione, la media, e la rende quindi

pensabile, ossia vera relazione. Ora, relazione che esista immediatamente, non c'; se ci fosse, la relazione immediata A, esisterebbe, e non sarebbe niente di astratto. che A La sua astrattezza importa appunto che da s la relazine immediata non esiste, ed esiste soltanto mediandosi, e facendosi Io Io. Ma questa relazione, che esiste in quanto mediazione o libera riflessione, cio Io, appunto perch mediazione, , per dir cos, se stessa e il suo opposto: mediazione e immediatezza. Io e non-Io, libert e meccanismo,

logo concreto e astratto, in uno.

SPIRITUALIT DEL LOGC^ASTRATTO


Infatti

21

rio autocoscienza, cio posizione di s, a un come soggetto e oggetto insieme. Senza l'obiettivazione di s a s non c' Io: senza questa unit e medesimezza di due termini assolutamente differenti non e' Io, e non c' niente di tutto ci che pensabile in virti appunto
tratto,

dell'Io: che tutto ci che, assolutamente, pensabile

se-

condo verit, come astratto logo. L' Io, pertanto, il soggetto, che lo stesso logo astratto scopre nel proprio seno, essendo posizione di s come altro da s, se stesso a patto di essere anche altro: soggetto in quanto oggetto. Sicch la sua mediazione termina nell'immediatezza dell'oggetto onde esso si media: la sua attivit attivit creatrice, e si celebra perci e compie nella creatura. Un'astrattezza, la creatura in s considerata; un problema insolubile, un mistero, un che d'impensabile: ma, se si considera in rapporto con l'attivit eh -la crea, il problema si risolve, e il mistero s'illumina della luce pi piena; la creatura, la quale non aveva che a rannodarsi al creatore per non essere una semplice possibilit, ed esistere, con le radici sprofondate nell'effettiva realt, s'abbraccia al creatore, a quell'ente realissimo, che per noi il principio primo e il fondamento d'ogni esistenza,
l'Io nella sua assoluta concretezza, l'esperienza.

7.

Necessit

dell'

immediatezza per

)a m.ediazione.

Se l'Io potesse immediatamente raccogliersi e riconcenpura soggettivit, il logo astratto si risolverebbe nel logo concreto, e la logica del concetto non
trarsi nella sua

avrebbe nessuna ragion d'essere, e dovrebbe cedere interamente il posto alla logica del pensare o, come noi diciamo, dell' autoconcetto. Ma chiaro che l'Io senza oggetto anch'esso un'astrazione: quello stesso e identico astratto che il logo astratto; perch solo mediandosi l'Io si oggettiva; e se non si oggettivasse, sarebbe un puro immediato, cio un semplice oggetto, un A A, che suppone l'Io, dunque, un logo astratto, di cui non e' logica che possa fare a meno. Ma non possibile che s'arresti al logo astratto una logica

22
la

LA LOGICA DEL CONCRETO


quale abbia acquistato coscienza del principio vivente che
si

s'asconde e
confuso con

agita dentro allo stesso logo astratto, non pi

la

pensiero, la logica sente che


dello stesso pensato, se

natura impensabile. Scoperto nel pensato il si lascerebbe sfuggire il meglio

non

si

rendesse conto del pensiero.

8.

Necessit della mediazione.


astratto, che la sostanza ripugna naturalmente a creIl

Chi infatti

si

arresti al Ipgo

di tutta la logica tradizionale,

dere che con quella logica


fissato nella
il

si

possa pensare.

logo astratto

nella sua identit o circolarit, cio nella sua oggettivit,

sua astrattezza, una verit perfetta, nella quale


si

pensiero una volta entrato posa irremovibilmente: vi


esso
stesso,

immedesima

come abbiamo

notato.

l'ideale

della beatitudine trascendente.

l'ideale platonico della ;^3n-

templazione sinottica dell'intero


sorta di circolo d'Orbilio.

mondo

delie idee,

ed

an-

che l'ideale, o l'apparente ideale, della scienza esatta.

Una

Ma, posto pure che il pensiero non avesse nessuna ragione per aspirare quando che sia ad uscire dal circolo (nel fatto, a quanto pare, i concetti sono pi d'uno, ed perci
natura del pensiero di non chiudersi mai in nessun circolo), resterebbe sempre una difficolt insormontabile al pensiero:

come entrare
se ci

nel circolo, se non ci


spost,

si

fin

da principio?
la

Platone con l'innatismo

non elimin

difficolt:

siamo dentro ab eterno, e non lo sappiamo (se n' ottenebrato il ricordo, com'ei diceva), come fare per cominciare a saperlo, ed entrare davvero? La logica dell'astratto perci sterile. E meglio sarebbe dire che impossibile, se non si integra con quella logica che con la sua fecondit' le d vita e funzioni imprescindibili
nell'effettivo pensiero.

9.

Valore dell'immediato.

L'oggetto del pensiero sterile; l'abbiamo detto: la creatura non crea. Pure, malgrado la sua sterilit, anzi grazie

SPIRITUALIT DEL LOGO ASTRATTO

23

alla sua sterilit, esso coefficiente di vitale importanza nella generazione eterna del pensiero pensante e creatore: poicli in esso, cos sterile, chiuso in s, determinato, fermo, saldo
si specchia l'Io, e specchiandovisi vive ed Guai se l'ogg-etto atesso, come tale, avesse la mobilit e la vita eternamente inquieta dell'Io! Non ci sarebbe Io, e ogni realt insieme con questo sprofonderebbe nell'abisso

come diamante,
Io.

senza fondo del nulla. Il pensiero vive abbracciandosi alla colonna adamantina del vero: e ha bisogno di essa come di sostegno affatto in-

non turbina nel suo astratto movimento (che non sarebbe tale, anzi l'opposto), ma fluisco s'incorpora in una quiete eterna. Eterno insoddisfatto, vagheggia sempre la sua creatura che perfezione intera e
dispensabile. Eterno inquieto,

interamente appagante.

Questa

la nostra vita:

anche

il

vero, che dia la gioia di


il

un

istante nella rapida vicenda nel nostro spirito (e

vero

in fondo
ci sfiori

sempre quello di un istante) lo cogliamo, appena l'animo, e lo abbracciamo come la vita stessa del

nostro spirito, verit che verit assoluta, valore che nessuno potr contestare, universale e quindi librantesi nell'aer puro del cielo eterno. Nell'istante, ecco, l'istante si ferma:
esso

non

istante fugace, e splende e riempie di luce tutta


ci

l'anima, infinitamente. Ogni nuovo pensiero a cui


facci,

s'af-

pensandolo nell'infinito. E insomma tutto quello che ci splende innanzi, e non diviene, sta e non si muove. E se la sua luce si spegne, ne sottentra un'altra; e l'oggetto l, fermo, sempre.

un nuovo orizzonte,

e l'anima vi riposa

logo astratto.
Praete'lt figura

l'Apostolo:

ma non

huius muicU, dice nell'ora della tristezza c' pessimismo che possa far passare il

mondo, che l'oggetto, quel che pensiamo e in cui ci affisiamo (appunto, il logo astratto), con tanto vertiginosa rapidit, che non sia questo mondo: questo mondo, che ci sta innanzi, e che noi pensiamo rappresentandocelo in qualche modo e definendolo, e chiudendolo cos nel circolo del
nostro concetto pessimistico. Tutto che
si

pensi,

si

ferma; e

24

LA LOGICA DEL CONCRETO


si

non

pu pensare

se

non come fermo, identico a

s,

me-

diato,

ma

dentro certi termini, e in questi termini chiuso

rigidamente, incapace di sviluppo, e per, in definitiva, im-

mediato.

10.

Unit del logo astratto


il

e del logo concreto.

Sottraete

logo astratto

al

suo nesso col logo concreto,

non spirito. Rannodate il primo logo al secondo, e avrete una logica assoluta, che non nega n l'astratto pel concreto, n il concreto per l'astratto; ed perci la logica del vero concreto, lo spirito. La logica dell'essere conosce solo il logo astratto;
e avrete l'antica logica dell'essere, che
la logica dello
spirito

alloga l'astratto

nel concreto, e fa-

cendo scaturire l'identico dal diverso, la fermezza del pensato dal movimento del pensare, non ha bisogno di trascensua storia per attingere quella verit, a uomini hanno sempre aspirato e aspireranno sempre, oggettiva e immobile. Scopo delle seguenti ricerche sar di dare all'uomo ferma e tranquilla fiducia nella obiettiva saldezza del suo stesso pensiero, e del mondo che cos, anche senza saperlo, egli crea col suo potere profondo.
lo spirito e la
gli

dere
cui

tutti

Capitolo

III

SUPERAMENTO DEL LOGO ASTRATTO

1.

Il

logo astratto come processo esaurito.

Il

lego astratto ha,

come

s'

veduto, natura circolare.

La sua

log-icit riflessione. Il

concetto, in cui la sua logi-

cit si spiega,

non

concetto senza essere giudizio,

n giu-

dizio senz'essere sillogismo, e in generale sistema.


dizio ritorno

Ma

giu-

sua mediazione del giudizio dentro di se medesimo, per cui il giudizio non si possiede come verit, nel suo valore logico, se non si riflette su se stesso, e non si allontana da s per ritornare a s e chiudersi in se stesso. Cos, parimenti, il sistema enciclopedia, pensiero identico a s in quanto, riflettendosi e mestesso

dal concetto a se
il

attraverso la

interna mediazione; e cos

sillogismo

diandosi internamente, circola attraverso tutte le parti in


cui
si

articola.

Sicch infine
il

il

concetto,

nucleo del logo

astratto, sistema,

processo,

ma

si

quale non si pu non concepire come concepisce e non si pu non concepire come

processo esaurito.

Assolutamente esaurito, non semplicemente arrestato.

Un

movimento rettilineo che si allontani da un punto determinato per una certa direzione si pu rappresentare come di fatto arrestato a un punto determinato della retta che segni
quella direzione;
se

ma

punto, a cui tale movimento cessa, non

poich la retta indefinita, lo stesso si pu rappresentare

non come seguito da un numero indefinito di altri punti, il movimento stesso potrebbe raggiungere. E questa possibilit continuazione ideale del movimento. Ma un movimento circolare che si consideri cominciato da un punto deche

26

LA LOGICA DKL CONCRETO

terminato non pu pensarsi che continui o possa continuare oltre lo stesso punto iniziale, che, percorrendo la circonferenza, esso necessariamente raggiunge.

se continua, esso

non potr essere che una semplice ripetizione di se stesso. Tale appunto il movimento del logo nel concetto che si
dilata, per la legge logica

che

gli

immanente,- in giudizio,
si

sillogismo, sistema:

un movimento che

chiude e conchiude:

non pu perdurare altrimenti che come ripetizione. E pi precisamente: pu perdurare soggettivamente nel pene che
si distacca da esso, gli si contrappone e lo considera come trascendente la sua soggettiva attivit; ma pu perdurare soggettivamente nella tradizione (come questa volgarmente s'intende, quasi trasmissione di un pensiero che

siero che

si

trasmetta senza mutare) in quanto oggettivamente cestravaglio del pensiero

sato> precipitando nella immobilit del vero

attraverso

il

umano,

che non tramonta ma lo illumina

dall'alto del cielo

immoto.
logo astratto nella storia.

2.

Il

Questa circolarit del logo astratto una legge essenziale


del pensiero in quanto nel pensiero
spirito.
si

attua tutta la vita dello

Che

se noi ci

fermiamo a distinguere dal pensiero


spirito,

forme astratte e inattuali dello


in

modo concreto

e storico integrandosi nel pensiero,


di

che diventano reali noi


queste forme
altri-

non riusciamo a realizzare nessuna


menti che attraverso

la circolarit del logo astratto.


la

Non
pensiero
pibile

parlo della storia, che


:

concretezza dello stesso

la quale, in tutte le sue determinazioni, conce-

di una certa realt; la quale, a sua pu conoscere se non in forma concettuale, giacch come semplice essere, nel significato parmeuideo

come conoscenza
non
si

volta,

o presocratico, sfuggirebbe affatto all'ambito del soggetto, e

porrebbe nella sua astratta oggettivit come del tutto inMa il concetto, quale che sia, e comunque raggiunto, della realt storica, un concetto che diventa, via via che si determina, la verit storica, in quanto circolare:
si

conoscibile.

SUPERAMENTO DEL LOGO ASTRATTO


coerente, logico,

27

come

tutti
si

dicono; cio sistemato in

modo

tengano insieme formando un'unit, da cui tutte dipendono; e sistemato a questo modo, perch organismo chiuso in se stesso e conchiuso, a cui nulla si pu aggiungere da fuori e da cui nulla si pu togliere salvo che per un atto d'arbitrio e una vera e propria manomissione
che tutte
le

singole parti

della realt della verit storica.

Senza questa coscienza della circolarit del suo oggetto, smarrirebbe quella sua norma fondamentale di giudizio, che si dice il senso storico; per cui lo storico non si confonde col poeta. Cos, se si considera quella determinazione speciale della funzione storica, che la critica artistica, se si vuole conoscere la poesia di Dante (che non
lo storico

altro l'ufficio della critica), noi

sumere verso
realt,

di essa, e dal

dobbiamo cominciare dall'asmantenere poi ad ogni grado del

nostro studio, tale atteggiamento spirituale, per cui questa

a cui

ci

rivolgiamo, sia un concetto, e quindi un pen-

siero circolare: qualche cosa di pensabile

gi chiuso,

come un sistema norma del nostro pensare. Non gi che effettivamente questa norma preesista al nostro pensare. Ormai
dovrebbe essere eliminato definitivamente,
tutto ci

quest'equivoco

che si detto per mettere nella piti chiara luce l'assurdit d'un tal presupposto ^ Ma questa norma nasce nel nostro pensare come preesistente al nostro pensare: preesistente perch noi la generiamo come concetto, che non
concetto se

dopo

non per quella

circolarit,

che s' detta.

3. Il

logo astratto nella poesia.

Ma, a prescindere dalla storia e dalla filosofia, tutto ci che da noi realmente si pensi, allo stesso modo concetto, e quindi circolare. Il poeta trae dal suo animo, dal suo cuore il suo mondo: perci la sua arte essenzialmente lirica; e
in
lui

non cerchiamo

la

verit,

ma

la

bellezza,

una

Sistema, I, parte

I.

28

LA LOGICA DEL CONCRETO

verit;\, che uon verit logica, ma estetica. Ebbene, questo che egli trae dal suo interno, in tanto davvero lo trae, in quanto lo pensa, o, se si vuole, intuisce (parole differenti che non corrispondono a concetti diversi); e lo intuisce in conseguenza di quella costruzione spirituale, che la sua opera d'arte. Ma tale costruzione possibile in quanto egli comincia dall'assumere e via via mantenere verso l'oggetto che il suo fantasma e il suo mondo, quel tale atteggiamento

che

lo storico

assume verso

la realt storica: e quel

mondo

perci gli

apparisce cosa viva e reale, che ha la sua vita,


il

a cui

egli,

poeta, deve piegarsi, e che

non pu arbitraria-

mente toccare e
circolo,

menomamente
non
si

modificare.
sottrarr

Una

vita che

una

logica: la logica del concetto che l'ispirazione

del poeta, alla quale egli

mai impunemente.

poeta diventa come prigioniero dei suoi stessi fantasmi, che lo attraggono a s, e lo assorbono in guisa da non peril

non dargli pace finche egli non abbia tutta percorsa quella linea che tornando al suo princpio si chiuder in se stessa, e sar l'opera d'arte nel suo organismo, nella relazione reciproca di tutte le sue parti,
mettergli distrazione, e da
nella sua unit e identit riflessa di s con se stessa. Quella

identit che sar poi

il

presupposto del critico.

4. 11

logo astratto nelle scienze.

E
scono
si

le
il

matematiche? e
loro oggetto:

le

scienze naturali?
oggetto, in cui
il

Esse costrui-

ma un

riconosce;

e che perci

costruttiva,

sempre

di

e quindi lo scoperte. Ossia,

soggetto non oppongono alla propria attivit presuppongono: e parlano perci


si

rappresentano

il

sistema di
di

verit, che esse costruiscono,

come quel sistema

cui la

parte gi conosciuta cos intrinsecamente connessa col resto,

che anche questo, ancorch ignoto, ci sia gi, quasi che si vien rimettendo alla luce, ma se ne sono scoperti soltanto gli arti ed il tronco: ci sa come
testa di antica statua

gi predeterminato nella totalit del sistema.

SUPERAMENTO DEL

LOGM

ASTRATTO

29

5.

Il

logo astratto nella religione.

Ma la religione la funzione spirituale preminente per questo rispetto. p]ssa non altra conoscenza che mistica: rapporto dello spirito con l'infinito: con l'oggetto il cui concetto puro concetto, logo astratto. Il quale ha, per cos
dire, la

massima

astrattezza. Il pensiero

si

pone

di

fronte

all'oggetto, prescindendo assolutamente

da

s; e quindi rap-

presentando l'oggetto come

infinito.

Il

suo oggetto intanto,

dicasi pure oggetto di conoscenza

immediata (rivelazione o

mistico intuito o sentimento), concetto.

Comunque

definito,

anche come inconoscibile,


per lo spirito che lo
e per
si

sua essenza, quello che esso afferma, concetto che si riflette in s,


la

stema. Dalla religione

media come giudizio, come sillogismo, come sisi sviluppa perci la teologia. La quale

non

altro che l'esplicazione d'un ucleo essenziale e per-

ci originario nella stessa religione.

la teologia scienza

quanto questi attributi formano un sistema, la divina verit, il logo eterno, in s determinato con legge ferrea; talch ogni attributo inseparabilmente congiunto col sistema, e il sistema a se stesso, nella sua ciclicit ideale, o riflessa intelligibilit che voglia dirsi.
degli attributi di Dio, in

Insomma,
nel concetto,

afiFacciarsi

col

pensiero alla realt vederla


circolo.

come concetto; quindi come

Aspirare

alla verit desiderare di chiudersi in quel circolo.

6.

Il

desiderio del pensiero ciclico.

Il

desiderio del circolo, cos profondo nello spirito

umano

che che

si

ci

potrebbe dire la radice di tutta la sua vita, quello spinge su su pel monte, la cui vetta vediamo sempre
sia definita quella realt

illuminata dai raggi del sole: scienza, arte, religione, virt,

comunque
una

che a noi idea o ideale


a

da realizzare; e che non possiamo altrimenti vedere che come


realt determinata, rispondente cio
si

un concetto.
ci

Il

quale, se

arrivasse a possedere,

ci

libererebbe da questo
stimola,

assillo incessante

che non

ci

concede mai tregua, e

30
ci

LA LOGICA

DEL.

CONCRETO

spinge di continuo implacabilmente verso la cima, dove

la luce, e

stro bisogno spirituale.

dove sarebbe perci il pieno appagamenco del noNoi non possediamo il concetto, dicono sempre gli uomini a se medesimi: ma il concetto l, dov' diretto il nostro cammino. Avanti! Noi lo raggiungeremo; e quando saremo lass, potremo dire davvero hic manebimus optltne. Lass infatti
:

si

potr (e dovr) restare poich nel concetto c' un solo


del pensiero,
il

movimento

circolare.

7.

Possesso immanente del pensiero

ciclico.

Ma

a questo desiderio, che prima sent ed espresse con


il grande Platone, fa riscontro un non meno radicale e potente, su cui si regge

alto sentimento nostalgico

altro sentimento

da

cui alimentata la nostra vita spirituale.

La

verit

s,

quella verit circolare, dentro la quale lo spirito poserebbe,

di l da questo spirito che non posa mai, e la cui vita


eterna inquietudine. Pure, questo

a cui non
desiosi alla

si

esso stesso,

concetto di una verit pu che aspirare, non pensabile se non C9me, una verit. E chi lo afferma, e volge gli occhi cima luminosa del monte, lo afferma con la fede

invincibile di essere nella verit, e di esser tutto nell'intimo

del suo essere,

donde guarda a quella cima,

e platonizza, e

celebra in questo

modo

la

potenza del pensiero, compenetrato

dalla luce della verit.

Non

si

nega

la cognizione se
Il

non affermandola;
s,

alla ve-

rit si aspira realizzandola.

pensiero circolo,

ma non

pu essere

circolo in cui

si

aspiri a chiudersi e a fortiicarsi,

senza essere circolo in cui l'uomo gi sia chiuso e forte della corazza del suo concetto. Donde lo stesso Platone ora indulge misticamente all'Amore di Diotima, che aspirazione all'idea trascendente: ora, sicuro di s, e della verit che la sua
forza, la torre

ben munita e inespugnabile


si

in

cui egli s'


filosofi

chiuso a difesa,

volge intorno a sorridere dei


la

del

movimento, come Protagora, ch'essa e non sta mai ferma.

cui
se

filosofia

si

muove

ansi

non

sta

ferma, non

SUPBRAMKNTO
definisce,

DEL. LOCJjp

ASTRATTO

31

non si determina, non un pensiero, che non sia un concetto, un sistema, una dottrina. Sorride, nell'incrolcertezza della sua posizione, che verit:
e verit

labile

non desiderata,
La

ma

posseduta.

8.

contraddizione intrinseca

al desiderio.

Desiderio e possesso, due corde che rendono suoni diversi,


anzi opposti, eppure armonicamente consonanti, e reciprocamente complementari. Si desidera quello che non si possiede; ma si desidera possedere quello non si possiede. Il nuovo a cui si aspira, deve diventare vecchio come quello a cui non si aspira pii, perch gi si possiede. Il tutto ci attira come identico a quella parte che abbiamo gi ottenuta. Quindi la contraddizione intrinseca al desiderare, come aspirare del soggetto a un oggetto astratto, o naturalisticamente rappresentato: desiderio di una soddisfazione, che non pu essere, per definizione, soddisfacente: perch il nuovo sempre un baratto del vecchio, e il tutto ha la natura stessa della parte; e il vecchio disgusta e la parte non appaga. Platone concepisce l' idea a cui aspira ad analogia di quella che presume di possedere e ogni uomo trasporta nell'avvenire e sulla cima del monte, nella cui ascensione consuma
:

la vita, quella stessa verit del cui possesso intanto egli vive.

La

verit che

si

vuole scoprire,

si

crede suscettibile di sco-

perta, cio preesistente,

come

circolo chiuso, alla nostra co-

gnizione, perch la verit che noi conosciamo, la conosciamo

proprio in questo modo:


verit

come
dal

circolo chiuso.

Il

mito della

immaginata come

circolo chiuso, a cui si

debba

aspi-

rare, dipende

insomma
o,
Il

concetto della verit posseduta

come

logo astratto,

pi semplicemente, dal concetto astratto


concetto concreto di

del logo astratto.

questo logo la

critica perentoria del carattere mitico della verit trascen-

dente.

Capitolo IV

CONCRETEZZA DEL LOGO ASTRATTO

1.

La doppia

dissoluzione del logo astratto.

Il

concetto concreto del logo astratto


si

il

logo concreto

in cui

dissolve quello astratto. Dissoluzione storica e disci fa

soluzione ideale, che tutt'uno con essa.

intendere quella storica, e in fondo

La
si

dissoluzione storica venne esposta nella prima parte


^,

di questa Logica

poich la posizione da cui

la

nostra logica

conseguenza necessaria dello svolgimento storico della logica. La quale prende le mosse dal concetto del logo come logo concreto. E vi mette
costruisce fu dimostrata
la

come

capo, perch la logica stessa del pensiero trae


s'arrestava da prima, di
del pensiero

il

pensiero a

superare la vecchia posizione e a sottrarsi al concetto, a cui

una verit norma al pensiero perch da questo presupposta. Ora questa logica risorge dal seno

come pensiero

del logo astratto; risorge per sol-

levare questo logo alla sua propria concretezza.

2.

Astrattezza della logica dell'astratto.

In conclusione, una logica del logo astratto,

come

quella

da noi formulata, inchioderebbe

il

pensiero allo stesso trascen-

dente presupposto dalla logica platonico-aristotelica, se

non

avesse coscienza dell'astrattezza del suo logo, e della conseguente necessit di superarlo. E se la trascendenza del logo platonico-aristotelico,
i

il

principio dello scet-

Sistema,

12,

151 ss.

CONCRETEZZA DEL L0O ASTRATTO


ticismo in cui lungamente
si

33

dibatt la

filosofia

posteriore

condannando

il

pensiero a rinunziare alla verit che egli

possa costruire a se stesso per contentarsi di una verit immediata la conseguenza della nostra Logica del logo astratto,
cosi rigorosa, cos scheletrica, sarebbe

anche
s

pii

desolante.

La nostra Logica
in ci

del logo

astratto, in

considerata e

astratta a sua volta dalla logica del concreto a cui grado,


si distingue dalla logica aristotelica: che questa fantasticamente e in contraddizione col suo principio, ammetteva una molteplicit attraverso il quale s'illudeva che potesse
il pensiero logico, laddove la nostra logica assorbe ogni molteplicit nella pi rigida unit. La vecchia logica si sforzava d'intendere il giudizio come rapporto tra due concetti il sillogismo come rapporto tra tre giudizi, o tre concetti

spaziare

e la scienza

come catena

indefinita

di

sillogismi, in

cui

il

numero degli anelli triadici poteva prodursi fino a qneWomnimode determinaium, che diviso

all'individuo,

dai

principii

per una via effettivamente prolungabile all'infinito. Sicch il pensiero poteva illudersi di avere modo di muovere attraverso
le differenze di

concetti diversi l'uno dall'altro.

Ma

la

nostra Logica toglie questa illusione, e non riconosce altri


concetti
sistemabili che quelli
il
i

quali

sono realmente un

concetto unico. Sicch

concetto non per noi l'elemento,

ma

il

tutto; in guisa che


tutto
il

determinare un concetto detero

minare

determinabile. Quindi o ammettere che sia

gi noto immediatamente,

che non

si

possa conoscere

mai. Mediato in se stesso, immediato per noi che

lo dobinconomediare, esso biamo conoscere. E se conoscere scibile, assolutamente inconoscibile. Conoscibile dommaticamente, cio per un atto di fede, che ci faccia prescindere

affatto

dal pensiero, e accogliere cos in blocco

il

concetto

nella sua struttura gi sviluppata e solidificata.

3.

Superamento dell'astrattezza
ci, ripeto, se noi

della logica dell'astratto.

Tutto

non

si

avesse coscienza dell'astratsi

tezza del logo astratto.


G. Gentile, Logica
- ii.

Ma

la filosotii in ci

distingue dalla
3

34

LA LOGICA DEL CONCRKTO

religione: nella consapevolezza del carattere astratto di quell'oggetto, che

anche

lei

non pu non rappresentarsi

religio-

samente, in
se cos ci

modo

cio astrattamente obbiettivo.

La

logica

dell'astratto nata infatti storicamente, e nasce eternamente,

consentito di esprimerci, in quella situazione

dello spirito, nella quale questo


di s,

non ha acquistato coscienza


scam-

non vede perci

l'astrattezza dell'astratto, e lo

bia pel concreto. Situazione naturalistica, in cui il reale presupposto dello spirito. Situazione, a cui lo spirito destinato a sottrarsi: e vi
si

sottrae

all' infinito,

in quanto gi
afi'er-

nell'atto stesso in cui crede di

realizzarla, la supera,

mando non propriamente

la natura,

come

gli

pare,

ma

la

propria conoscenza della natura; non il concetto, ma il suo concetto del concetto. La supera, perch questo lo spirito fa
nella stessa sua pi ingenua posizione naturalistica od og-

non c' per esso fare che non sempre pi chiaro, mai ignorare, n anche a principio.
gettivistica: e

sia

fare: sapere che diventer

ma

saper di che non

4.

Unit del logo astratto

e del concreto.

Quando

nello stesso idealismo trascendentale allo spirito


saal-

che sa di fare si premette un fare irrigidito nel suo non pere (Schelling); quando perfino nell'idealismo assoluto
l'autocoscienza
si

manda

innanzi un logo di cui

lo

spirito

non giungerebbe ad aver coscienza, se questo logo per diventare spirito non si estraniasse da s spiegandosi nell'esteriorit della natura, si rimane nel vecchio dualismo intellettualistico, che presuppone dentro alla stessa coscienza il
proprio oggetto, come fare tuttavia inconsapevole. Il dualismo oggi superato negando la distinzione e precedenza del fare
al
lo spirito

sapere dello spirito; e facendo consistere quell'attivit onde come autocreazione (Io) si realizza, nella coscienza

di s.

Orbene,
tale

il

pensiero che costruisce quell'oggetto, che


al

come
lo

non pu essere

pensiero se non logo astratto, non

costruisce in verit se

non come

il

proprio oggetto

ossia

CONCRETEZZA DEL LOGO ASTRATTO

35

come

quell'oggetto attraverso al quale egli stesso arriva ad


altri

avere coscienza di so: in


esso pensa, e pensando
il

termini

come

quell'oggetto che

quale pensiero, realizza se stesso,

ancora: secondo diceva Cartesio, come sostanza pensante. se non in il pensiero non pu aver coscienza del pensato quanto ha coscienza del pensare in cui esso attualmente pensa
quello che pensa.

5.

Identit attraverso la differenza.

Il

pensiero pensiero di s: perci autocreazione, che


e

libert;
di s,

quindi valore, verit.

Ma

per essere pensiero

deve pensare; e per pensare deve porsi come oggetto

di se, e per

Deve pensare qualcosa in cui non si riconosce. Deve rappresentarsi l'oggetto nell'alterit onde questo si pone di
oggetto.

come

riconoscer se stesso,

ma

intanto

fronte al soggetto, ed suo opposto.

Se l'oggetto restasse
esso nella

opposto, quale da prima

si

presenta

al soggetto,

negazione assoluta d'ogni soggettivit, nella sua pura irrelasolitudine resterebbe irraggiungibile all'attivit del tivit soggetto. E il soggetto potrebbe sprofondarvisi negando se
stesso e

immedesimandosi immediatamente
i

col suo oggetto:


Il

in

ambedue

casi rinunziando al conoscere.

quale

oppone al soggetto; e gli si oppone assolutamente, in guisa da farlo uscire dalla sua immediata soggettivit; ma oltre ad opporsi, si riconcilia col soggetto, e concorre al suo divenire, onde il soggetto da soggetto immediato e particolare, si media ed universalizza, realizzandosi effettivamente come spirito (che non immediapossibile per ci che l'oggetto

non

solo

si

tezza, bens riflessione).

identit

Questa riflessione importa non identit di s con s, ma mediante la differenza. Sicch l'autocoscienza, al cui processo va ricondotto il logo astratto, per attingere la concretezza, storicit e positivit della libert

non richiede

sol-

tanto r identit dell'oggetto col soggetto del pensare,

ma

an-

che

la differenza: la

dura e rigida opposizione del pensare

col pensato, del logo concreto col logo astratto. D'altra parte,

36

LA LOGICA DEL CONCRETO

questa opposizione sarebbe essa stessa impensabile se non fosse l'opposizione di due termini opposti in quanto correlativi, ciascuno dei quali non pu essere tanto opposto all'altro

ed esclusivo, da non includere perci una relazione essenziale all'altro, e da non contenere per tal modo l'altro dentro di s. Cos l'uomo si vede nello specchio, che vede in s; e pure vede nella propria immagine quegli occhi con cui guarda
la propria

immagine.
logo concreto.

6.

Il circolo del

Il

circolo del logo astratto


il

si

risolve pertanto nel circolo


il

del logo concreto. Sistema

pensato, in quanto sistema


il

pensare. L'oggetto che vero oggetto,

pensato che

si

pensa
il

davvero, pensiero consapevole di s: pensiero di cui pensante ha coscienza come di proprio pensiero; ond'egli
realizza
dersi,
lare.

si

come riflessione: uscire da s per tornare a s; percome ho detto altrove^, per ritrovarsi: e quindi circocircolare per chiudersi
il

Ma non

una volta per sempre


il

nel circolo. Perch

circolo

si

chiude e

sistema

si

ribadisce

come processo conchiuso nel logo astratto. Dove non si ha il pensiero come autocoscienza, ma il pensiero come l'altro dall'autocoscienza: non l'autodeterminazione, ma il determinato. Altro
si
il

determinato, altro l'autodeterminantesi, che


il

determina attraverso

determinato.
soggetto

Il

determinato, risul-

tato della determinazione, la negazione dell'atto determi-

nante, in cui consiste

il

Di guisa che

il

soggetto che apparisca a s

come autodeterminazione. come gi deter-

minato, superato dall'autocoscienza di cui determinazione (autodeterminazione): diventa un oggetto che, come termine,
correlativo del soggetto,

rimanda a qualche cosa

di diverso

da

s,

che sar

il

vero soggetto. La determinatezza circoscritta

e finita del logo astratto, importa l'autodeterminazione infinita del logo concreto, e in essa ha la sua verit.

Discorsi di religione, II e III.

CONCRETEZZA DEL LOGO ASTRATTO

37

serapliflchiamo. Quella storia che vive di logo astratto,

presupponendo una verit storica alla storiografia, colloca e quasi puntualizza in un punto del tempo il fatto storico. La
dottrina di Socrate,
le
si

dice, quello che .

barriere della sua storica determinatezza.

chiusa dentro Ma questa dotattraverso la

trina di Socrate noi realmente l'apprendiamo

formazione della nostra cultura, che


nostra personalit o, se
si

lo

svolgimento della
:

vuole, la storia della storiografia

la quale soltanto in grado di attestare e garantire quella

verit.

La quale
i

attraverso la storiografia diventa la verit


si

di questa;

da logo astratto

converte in logo concreto e

trascende tosto

limiti angusti del


si

tempo nel quale, come


rannicchia, e
si

oggetto del nostro storico sapere,

estende,

empiricamente parlando, nel tempo indefinito di quel processo senza fine che la storiografia in perenne processo di formazione e, parlando filosoficamente, nell' infinit dell'eterno in
cui spazia
il

pensiero.

7.

Immanenza

del logo astratto nel concreto.

La concretezza
nella inerenza di

del logo astratto consiste,

come

s' veduto

*,

esso nel logo concreto, cio nel

pensiero

in atto.

Ma questa inerenza non da rappresentare con l'immaginazione quasi meccanica, morta e passiva appartenenza
del contenuto al suo contenente, o dalla parte al tutto; bens

da pensare speculativamente come intrinseca generazione del risultato in cui termina un processo dinamico vivo.
Il

logo astratto l'oggetto in cui

si

rappresenta a s

il

logo concreto: attuale perci nell'attualit stessa del logo


concreto. Fisso in s, chiuso
sto suo essere, in cui
il

come processo
medesimo
;

esaurito, in que-

pensiero pensante lo contempla, esso

non
e
si

originariamente e per se

ma

entra in essere

mantiene per virt dell'atto pensante, come manifestazione di questa virti, realizzazione di questo atto. Il quale
perci lo ha in s, e pu dirsi che lo contenga.

Non

lo

con-

Cfr.

il

Capitolo III.

38
tiene in

LA LOGICA DEL CONCRETO

una sorta

di spazialit metaforica, o

ideale che

si

voglia dire,

ma

nel suo processo vivente; cos


e particolare

come un

orsi

gano determinato

d'un organismo naturale

nutre, e cio prodotto dalla vita complessiva del tutto, la


cui interruzione morte pure di quell'organo.

8.

Significato di tale

immanenza.

L'oggetto
pensiero.

pertanto del pensiero

vivo della vita del


relazione

per esso stesso pensiero:

come

sua legge fondamentale quel principio A) come anche principio di non d'identit che s' detto (A contraddizione e del terzo escluso. Lo avvertimmo a suo
riflessione. Perci la

luogo ^

La

pensabilit del logo condizionata dal sollevarsi del-

l'essere naturale, inconoscibile e ineffabile, a questa identit

con se stesso che importa un dualizzarsi dell'essere in se medesimo, per ripiegarsi sopra di s; che non relazione,

veduta da uno spettatore esterno, fra due termini in s reciprocamente indifferenti, e quindi irrelativi, bens piuttosto
intrinseco autoriferimento dell'essere a se stesso.

Ma

se

l'oggetto stesso del pensiero possibile soltanto


riflessione di s sopra di s

come questa
lo

esso possibile tuttavia

come oggetto opposto

che pensiero, al pensiero che

pensa? Pu cio
al

il

logo astratto, nella sua essenza di esla stessa

sere pensabile, che l'essenza del pensiero, mantenersi nella

opposizione
telligibile

logo concreto?

opposizione inil

come

risultato della identit tra l'astratto e


il

con-

creto, l'oggetto e

soggetto?

9.

Soggettivismo del pensiero.

La

risposta alla precedente

filosofia.

domanda nella storia della La quale ha dimostrato che l'opposizione come tale

assurda.

Cfr. voi. I, p. 182 ss.

CONCRETEZZA
E,
si

DKL.

L0*0 ASTRATTO

39

badi,
il

non giova distinguere


il

tra pensare e conoscere,

pensare

possibile e pensare

reale.

Una

tale distinzione

estranea,

come

s' veduto a proposito del principio di ra-

gion sufficiente % alla logica. Il pensabile, se veramente pensato come pensabile, reale. N invero c' altra via per
nostri pensieri, che quella per pensiamo, e pensando ci avvediamo e accertiamo che quei tali pensieri non sono effettivamente pensabili, poich contraddicono ad altri nostri pensieri Oibene, rogo:etto del

accorgersi dell'irrealt dei

la quale

pensiero, o della conoscenza che


pensabilit di ci che reale,

si

dica,

ha cominciato nella
pensaljilit,
si

storia della filosofia a provare la propria

come
vide

quando con Cartesio

che esso non poteva intendersi altrimenti che identico al soggetto che lo pensa. L la radice d'ogni certezza: cogito,
ergo siim;
tatto.

Deus cogitatur, ergo Appena infatti si postuli

est.

E insomma

esse

= cogi-

l'essere

fuori del pensiero,

esso diventa essere naturale, quindi irriflesso, immediato, e

cessa di essere pensabile;


stesso; e
il

cio,

rende assurdo

il

postulato

pensiero piomba nello scetticismo. Diventa essere

naturale e immediato, ancorch in se medesimo supposto mediato. Cos

abbiamo

visto che
si

il

principio d'identit

non ha

valore logico se non

sviluppa nel principio di non contrad-

dizione e infine in quello del terzo escluso, che soddisfano

appunto cotesto bisogno del pensare logico, di vincere l'immediatezza dello stesso mediato la cui mediazione sia conchiusa.

la

cogitatio cartesiana

pu prendersi come pensiero


il

obbiettivo, o divino, trascendente

pensiero attuale. Giacch

appena dal soggettivismo iniziale {cogito, ergo sum) la filosofia moderna passa all'astratto razionalismo metafisico, con cui
essa ritorna
all'

intuizione platonica, cade sotto la critica


il

dell'empirismo, che riafferma

diritto del soggetto e

La soluzione additata dall'idealismo trascendentale, che


pi
di

modo

vincere

la scepsi.

del

non ha problema

risolve o tende a risolvere ogni pensiero che abbia valore pel soggetto, nella

Voi.

I, p.

199.

40

LA LOaiCA DEL CONCRETO

si pensa se non come determinazione dell'Io penso. Che la grande scoperta di

Stessa attivit del soggetto. Niente

Kant.
10.

Idealismo trascendentale.
si
il

Un nuovo
al

orizzonte
e

apr per quella scoperta innanzi


filosofo

di Koenigsberg, pur non avendo chiara coscienza delle conseguenze che la sua rivoluzione speculativa doveva portare in tutte le idee degli uomini, ebbe tuttavia un sentore di questa rivoluzione quando paragon la sua dottrina a quella con cui Copernico aveva

pensiero

umano:

capovolto

il

sistema del

mondo

solare.

Il

mondo
il

infatti,

quale
reale

noi lo vediamo e conosciamo nell'esperienza,

mondo

a cui

si

lega la nostra vita e l'animo nostro, questo saldo

in cui siamo nati noi e con noi convivono le persone a noi care, in cui abbiamo continuamente una missione da compiere, una fatica da sostenere, un nemico da vincere,

mondo

una

gioia da conquistare, questo stesso

piantato in

noi

che

lo

pensiamo.

mondo si svel come Non nella nostra piccola mondo


o

persona empirica, e tanto meno nel nostro miserabile cervello;


l'una e l'altro non raffigurabili fuori di questo stesso

che

il

prodotto dell'attivit costruttiva della nostra espeil

rienza, laddove

noi

anzi che

il

prodotto,

il

germe

principio di cotesta attivit.

La quale deve

essere,

secondo

Kant, tempo e spazio


zatrice
e

(cio,

perci pure temporalizzante)


si

propriamente, attivit spazializ^ affinch innanzi a

noi

il

mondo

possa presentare come sistema di fenomeni


e

spaziali e temporali;

dev'essere intelletto giudicante se-

condo le sue proprie categorie affinch questo sistema dei fenomeni sia a noi reso intelligibile da tutti i giudizi, con. cui veniamo ognora pensando l'oggetto della nostra esperienza; ma dev'essere, prima di tutto, Io, unit originaria di appercezione, perch spazio e tempo e categorie non potrebbero mai dar luogo all'unit dell'esperienza, in cui

Cfr.

Teoria generale dello spirito, 3 ed., p. 98 ss.

CONCRETEZZA DEL LOGO ASTRATTO

41

soltanto possibile rappresentarsi il mondo col suo ordine o magari col suo disordine, ma pur sempre compatto nel sistema delle relazioni colleganti tra loro tutte le parti, se non

avessero
in tutti

il

loro centro e la loro origine nell'unit del sog-

come identico e sempre quello, momenti dell'opera costruttiva dell'esperienza. Cos, per Kant, c' s il mondo; ma come albero che tragga i suoi
getto pensante, immanente,
i

succhi vitali e l'energia di tutto

il

suo essere da questa ra-

dice che l'unit trascendentale dell'Io: onnipresente e pure

inosservato universalmente dagli uomini intenti a guardare

questo grande albero del

mondo che stende


i

alto pel cielo

suoi rami, e a spiare tra le sue fronde

dolci

pomi onde

sono eternamente affamati.

Trascendentale, perch
non come qualche cosa
all'esperienza, in cui
si

distinto

di trascendente:

da ogni esperienza, ma che anzi immanente

attua

il

suo nativo vigore e la sua

segreta potenza. Trascende cio l'esperienza empiricamente

concepita; ma non trascende l'esperienza stessa concepita speculativamente come esperienza non data, non gi bella e fatta, bens viva di quella sola vita che pu avere, sgorgante

appunto dalla sorgente perpetua con questa esperienza.

dell' Io.

per identica

11.

Formalismo assoluto.

Kant non vide chiaramente


scoperta.
Il

tutto il significato della sua suo Io trascendentale, energia originaria produt-

tiva dell'esperienza, e in questa del


solo Io di

mondo fenomenico,

il

cui

si

possa criticamente, cio ragionevolmente


fa consistere l'elemento

parlare,

non
(in

Io assolutamente trascendentale. In generale,

la forma, in cui

Kant
i

trascendentale

puro

opposizione all'empirico), non


difetti del

forma asso-

luta.
listici
il

di qui tutti
si

criticismo e dei sistemi idea-

ch-e

sforzarono in seguito di pensare con tutto rigore

concetto della realt trascendentale.

La forma dell'esperienza suppone per Kant una materia da formare: dati forniti all'attivit elaboratrice elementare

42
dallo
spirito in

LA LOGICA DEL CONCRETO

quanto recettivit, e che nello spirito non non in conseguenza di un principio esterno, di qualche cosa che eserciti non si sa quale azione sullo spirito stesso. vero che questa azione non pensabile altrimenti che come causalit; e la causalit non per Kant

sembrano

intelligibili se

rapporto realisticamente pensabile nella realt,


recettivit
tanti

come
lui

in questo

caso, tra la realt estra-soggettiva esterna e lo spirito


sensitiva.

Ma, ad ogni modo, per


alle

come come per

ancora oggi, incapaci di trarre


il

sue conseguenze

necessarie

principio dell'idealismo trascendentale, se c'


spirito,

qualche cosa d'immediato nello

una modificazione o
il

un modo

di essere, di cui

non

si

trova dentro di esso

prin-

bisogna cercare in un essere, che si penser quantunque inconoscibile, il famoso noumeno: base ferma all'oggettivit della conoscenza: prodotto soggettivo rispetto alla forma, ma non rispetto alla materia.
cipio, questo principio

In quali difficolt

si

a met

come
il

questo, che

venga ad avvolgere un fenomenismo mentre circoscrive tutto il reale,,

che tutto

pensabile, alla sfera di ci che apparisce al

soggetto, s'argomenta di poter saltare fuori di questa sfera,

per mettere una volta il piede sul terreno solido, non il caso questo di dire. E ovvio che il preteso noumeno, reale di una
realt indipendente dall'attivit del soggetto,
sabile senza quest'attivit:
la

non sarebbe pen-

quale ha bisogno di

negare

dal contenuto positivo dell'esperienza tutte le determinazioni

conosciute o conoscibili per raggiungerlo; e lo raggiunge perci in forza di quella negativit

che sua funzione affatto

soggettiva.
ci preme qui avvertire l'origine di questa Kant con tutti i realisti obbedisce quando al fenomeno sottopone il noumeno che per lui come dire, alla forma la materia. Ci che egli intende a spiegare per mezzo

Ma

quel che

esigenza, a cui

del suo presupposto la immediatezza della sensazione, in

cui l'animo sarebbe ancora al di

qua dell'esercizio della sua energia produttiva: semplice passivit, che si suppone quindi modificata dall'esterno. Tale immediatezza si assume pertanto

come contenuto

attuale della sintesi

di materia

forma in

CONCRETEZZA DEL LOGO ASTRATTO

43

cui l'atto dell'esperienza consiste (in quanto intuizione empirica);

perch come tale

le stessa

sensazione, immediata

come

sensazione, sarebbe invece,


l'interno atto spirituale.

come contenuto

dell'intuizione,

mediata dall'attivit intuitiva: sarebbe

og-g-etto

prodotto dal-

La sensazione

assolutamente im-

mediata, dato, fatto naturale, non

producibile dall'energia
si

delio spirito solo in quanto, astratta ciie sia, essa

considera

separatamente dalla forma da cui s' trovata investita: come quel contenuto cieco, al dire di Kant, che precede la sintesi destinata ad illuminarla; e che corrisponde alla forma vuota, anch'essa anteriore alla sintesi destinata a riempirla. Ora questa posizione naturalisticamente immediata della materia dell' intuizione e, in generale, dell'esperienza una
contraddizione
al

principio fondamentale dell'idealismo tra-

La quale pu essere quanto non presuppone i suoi elementi, ma li genera da un'unit originaria, che nel suo processo genera l'immediato attraverso la mediazione. Noi nell'esperienza ci troviamo bens alla presenza dell'immediato, del fatto, del dato: ma ci troviamo alla sua presenza soltanto in virt dell'esperienza. Per guisa che, soppressa l'esperienza, vien pure soppresso il dato. E lo stesso dato dunque un
scendentale, che la sintesi a priori.

davvero a

priori solo in

prodotto, e dato allo spirito dallo spirito stesso. Almeno,


nella sua concreta attualit: quel dato cio di cui
il

il

dato

dato in-

travvisto

come

anteriore alla sintesi

una proiezione postuma

che sottoponga ad analisi la sintesi a priori dell'esperienza, e ne discerna di qua e di l gli elementi
dell'intelletto,
costitutivi.
il dato che subisce la sensazione. Sentire veramente intuire una sensazione: quel proprio modo di essere che sensazione solo in conseguenza

Il

soggetto che intuisce (spazializza, temporalizza)

sensibile,

non

sta di contro al soggetto

dell'intuizione, per cui


si

il

soggetto, riflettendosi in se stesso,

pone effettivamente come soggetto. Poich essere, diventare soggetto questo : non essere soltanto, ma intuirsi nel proprio essere. Non essere, ma riflettersi: ed essere nella riflessione su se stesso, da cui nasce appunto il S, l'Io.

44
In conclusione,

LA LOaiCA DEL CONCRETO


il

principio stesso dell'idealismo trascen-

dentale, per cui Tesperienza

come

fatto si risolve nell'atto

che genera questo fatto dell'esperienza, e la cognizione non pi un rispecchiarsi della realt nello spirito, ma una produzione dell'attivit originaria dello stesso spirito presupposta da ogni realt che si conosca o s'immagini, cotesto principio, distinguendo nella conoscenza una forma e una materia, e la forma facendo consistere nell'attivit per cui la materia tale, conduceva necessariamente a dedurre la materia dalla forma; e per a materializzare del tutto l'oggetto del conoscere.

12.

Uaut-aut della materia

e della

forma.

Prima

infatti della

scoperta del principio

trascendentale

forma e di materia del conoscere. E basti ricordare, non dico Democrito e Protagora e gli Accas'era pure parlato di

demici e quanti altri fecero notare formazione della verit conosciuta,


in cui
si

la parte del soggetto nella

ma

la dottrina scolastica,

fiss

nella

della cognizione; la

sua forma classica la teoria realistica quale dottrina poteva pure ammettere,

che quidquid recipitur ad tnodum recipientis reclpitur. Ma in realt sempre, prima di Kant, la concezione del conoscere era stata rigidamente materialistica: aveva ridotto tutto il conoscere alla sua materia, di cui la forma era stata un

modo, un accidente, un particolare. Quando si confronta Protagora a Kant, si d a divedere di non aver ancora avuto il minimo sentore del significato della forma trascendentale di
Kant.

E per accorgersi dell'abisso che separa il soggettivismo kantiano dall'antropometrismo (che, certo, pure soggettivismo) dell' Abderita, basta osservare che l'uomo misura di comente concepita

un oggetto, parte di quella natura atomisticail cui movimento genererebbe la cognizione; laddove il soggetto kantiano si oppone ad ogni oggetto, naturale o no, come il principio produttivo di tutti gli oggetti del pensiero. Cos il modus recipientis degli scolastici la
stui esso stesso

soggettivit del soggetto empirico, oggetto esso stesso della

CONCUETBZZA DEL LOGO ASTRATTO


cognizione, materia di osservazione e di esperienza.

4&

in fine

ogni conoscenza vera non


variabile e particolare,

si

commisura

ai

modus
clie

recipientis,

ma
re,

qneW universale,

non post

rem, se non prima in

anzi ancora prima ante rem.

la

cognizione ha valore in quanto non prodotto del soggetto, anzi esclude da s ogni oggettivit, e nel soggetto si trova

per accessione che avvenga per sua propria virt, immediatamente.

Quindi vera e propria forma, nel senso kantiano, nella


cognizione non c'. Aprioristi ed empiristi convengono nel

negare che il soggetto possa cavare dal proprio seno un grano di verit mediante il suo stesso lavoro. Ecco Platone, che inventa le idee innate e l'anamnsi per garentire le idee da ogni ombra di soggettivit; e l'innatismo negazione dell'autonomia del soggetto nel possesso del vero, e per posizione immediata di questo vero, come immagine che si riflette
nello specchio. Ecco Aristotele, che nega l'innatismo e deduce dal processo dell'esperienza la conoscenza dell'uni-

versale:

ma

attraverso

le

specie

sensibili

le

intelligibili

riduce anch'esso la parte del soggetto a un semplice rispec-

chiamento della materia della cognizione preesistente


cognizione. In verit,

alla

ammessa una

materia,

come

tale,

an-

tecedente alla cognizione, questa non pu concepirsi quale

cognizione vera se non in quanto


preesistente materia.

si spogli di ogni forma sua per adeguarsi precisamente e immedesimarsi con quella

Viceversa, quando con l'idealismo trascendentale sorge il vero concetto della forma, la materia destinata a dissolversi nella forma.

La quale

forma in quanto

non

coeffi-

ciente o completamento meccanico della materia, bens principio attivo e produttivo della esperienza, in cui la cognizione

ritrova la propria materia.

La quale

c' bens di fronte alla

contenuto dell'esperienza; e questa non c' se non come effetto della forma. Glie se, oltre alla materia
forma,
inerente all'esperienza, se ne

ma come

ammetta una antecedente, che


in

condizioni l'attivit della forma, allora questa forma, collocata

per

tal

modo accanto

alla

materia

un mondo in cui dovr

46

LA LOGICA DEL CONCRETO

poi intervenire e spiegarsi l'attivit della


dell'effettiva esperienza, a cui l'altra

forma produttiva

materia sav inerente,

non potr pi valere essa come


suo proprio valore. Allora
realt in
il

la

forma trascendentale nel


il

pensiero torner a pensare la


dei quali sar

due piani

in

uno
il

mondo

solo

semplice materia di conoscenza, senza forma; e in questo

mondo il futuro comune natura


e oggetto.
rialismo.

oggetto e

futuro soggetto, accomunati nella


ci

di oggetti del pensiero; e nell'altro

sar

poi la cognizione

come rapporto
si

cos

due termini, soggetto ritorna a Protagora, e all'antico matefra


i

Sicch tra la cognizione tutta materia e la cognizione


tutta

forma tertium non datur.


Immaterialit del mondo.

13.

direi

Qui non

la critica

profonda d'ogni materialismo: critica che

teoretica,

ma

pratica. Poich pensare

il

mondo come

materiale, nella sua opposizione estrema allo spirito che lo

pensa,

ma

pensarlo davvero, energicamente, rigorosamente

e consapevolmente, gi vederselo svanire innanzi

mondo

materiale per risolversi senza residuo non in un

come mondo

pensato, bens nello stesso atto o processo di pensare. Qui non occorrono dimostrazioni argomentative, di quelle che in verit non hanno mai avuto forza di convincere se non gi
i

convinti. Qui

si

tratta di realizzare col pensiero quella realt

da cui il materialista pu bens torcere lo quanto non pensa, contento a quella p/iiVosophia pigrorum, che poi la incoscienza del proprio pensiero.
tutta spirituale,

sguardo,

ma

in

L'esperienza immanente della nostra vita quotidiana


attesta pure a

ci.

gran voce la verit dell'assoluto formalismo. Per cui non da dire che il mondo da noi conosciuto e per noi reale presupponga l'atto del pensare come condizione del proprio essere; ma addirittura che tutto il suo essere reale sia in quell'atto del pensare. Ogni lettore di poesia sa bene
che,

quando abbia
la trova

la fortuna d'incontrarvisi, la poesia egli


:

non

materialmente nel libro

non dico gi stampata

COXCKETEZZA DEL LOGO ASTRATTO


nel libro,

47

ma

n anche
gli

^radi della sua idealit per

sopra a un tratto

obbiettivamente esistente in tutti i modo che possa bastare aprirvi occhi e l'animo per accoglierla dentro.
li

Sa che

soltanto vincendo l'opposizione dell'oggetto a se stesso,

e pervenendo a tale situazione di spirito che la poesia stessa

del libro ne sprizzi e sgorghi spontanea


fonte, allora gli possibile

come da naturai

vedere e sentire e gustare la poesia: immedesimando in guisa il mondo poetico con quello che si sviluppa dal lavorio interno all'animo commosso, che egli dimentichi non pure il libro che ha innanzi, e il luogo dove
il tempo con cui egli stesso cronologicasistema con l'autore della poesia, e ogni realt estranea a questa vita fantastica che gli pulsa interiormente

col libro si trova, e

mente

fa

un aere senza tempo tinto. Il poeta, stato detto, si dimentica nel suo mondo. Ma deve pure dimenticarvisi chi voglia partecipare alla gioia del poeta con la contemplazione di quel mondo luminoso, che non preesisteva gi oggettivamente all'attivit creatrice dell'artista, n veramente preesiste a quella di chi legge la sua poesia. Ora questo dimenticarsi non propriamente risoluzione del soggetto nell'oggetto, anzi, al contrario, completo assorbimento della materiale
in
realt dell'universo nell'attivit del soggetto.

Ma, se non c' poesia che porga una materia alla nostra forma di esperienza o di pensiero che ci ponga innanzi immediatamente una natura, un cielo, un mare, una montagna, una societ, un uomo, un'epoca storica o un avvenimento nella sua essenza? C' nulla che da noi si possa conoscere comunque, e magari soltanto percepire, avvertire, scorgere, senza un nostro processo spirituale, di cui l'oggetto in quanto tale possa essere il prodotto, e il cui prodursi pertanto non coincida, nei vari momenti del suo
attivit fantastica, c' forse

svolgimento, col progressivo sviluppo del nostro spirito?


forse la stessa

montagna quella che conosce

il

valligiano che

ne guarda tranquillamente la vetta fulgente ai raggi del che ha imparato a conoscere dalla valle alla vetta l'alpinista, facendone l'ascensione? E la stessa storia quella che ha imparucchiato dai cenni sconnessi di un masole e quella

48
nualetto scolastico

LA LOGICA DEL CONCRETO

un

distratto fanciullo e quella

che dentro
la

gli stessi confini di

spazio e di lempo ha foticosamente co-

struito lo storico? Risorge bens in tutte le

menti

realt

storica con determinazioni

cronologiche e geografiche, per

cui l'uomo che se la rappresenta colloca se stesso fuori degli

avvenimenti a maggiore o minor distanza nel tempo e nello spazio. Ma tutta questa prospettiva complessa, in cui fatti e personaggi storici coesistono insieme con lui, non solo tutta

quanta dentro il suo pensiero, ma vi si costruisce e sviluppa, punto per punto, merc l'energia viva di questo pensiero.
Sicch, a ben considerare,
in tabula,

non

(lo avvert Spinoza) pictura

ma ipsum

conclpere: lo stesso pensiero in atto.

sempre una diun rapimento, un'estasi. Poich sempre distratto (distratto da quando astrattamente pu dirsi esista e sia magari importante universalmente, ma non rientra nel campo
vita dello spirito, in questo senso, strazione,

La

degli attuali interessi del soggetto) chi fortemente intento


al

proprio lavoro, all'oggetto del proprio pensiero, non po-

tendolo aver presente nella ricchezza e determinatezza de'


suoi particolari senza costruirlo e ricostruirlo di continuo con
l'atto del

suo proprio pensiero.

l'oggetto di questo, concen-

trando, raccogliendo in s e
soggetto, lo rapisce e
rienza,

impegnando tutte le forze del distoglie da ogni altro studio ed espe-

generando una specie d'estasi, in cui il soggetto pare non abbia pi di s coscienza, perch non ha occhi per ci che all'osservazione altrui apparisce atto a suscitare il suo interesse e attrarre e scuotere la sua personalit. Egli tutto nel suo oggetto in quanto il suo oggetto tutto lui. Infinito l'oggetto, e per non superabile, n completabile, poich infinito sempre il pensiero nell'ambito della coscienza che esso realizza. Il mondo materiale, dunque, esiste, si, ma in quanto pensia uscito fuori di s e

sandosi viene smaterializzato, e risoluto tutto nella vita dello


spirito.

Capitolo
IL

DIALETTISMO

1.

Legge fondamentale

del logo concreto.

Ora siamo

in grado di rispondere
',

sicuramente alla do-

manda

propostaci

se l'opposizione necessaria al pensiero

logico tra logo astratto e concreto fosse da intendere

come

opposizione originaria, ovvero piuttosto come risultato dell'identit tra logo

concreto ed astratto.

Non

solo

l'essere

(logo

astratto) pensiero;

ma
in

pensiero

pensiero

(pensiero pensato)

quanto
:

che materia di forma: pensiero


logo
concreto.

trascendentale, o

pensiero

pensante

atto,

L'essere pensiero; e perci pensabile;

ma

pensabile in

quanto
per cui
Il

Io.
si

Non l'io empiricamente conosciuto, ma quell'Io, pu conoscere qualunque oggetto, compreso l' io
degli oggetti, di cui consta l'esperienza.
,

come uno

pensiero logico, in quanto logo astratto,

come sappia-

Orbene, questo pensiero cos come materia del pensare, dal punto di vista trapensabile scendentale, che guarda all' interno processo generativo d'ogni non-Io. materia del pensare, Io Io; o meglio Io Questa la legge fondamentale del logo concreto. La quale si distingue dalla legge fondamentale del logo astratto perch questa, come principio d'identit, esprime l'identit del pensiero differenziato, laddove la nuova legge, di cui ora dob-

mo, fondamentalmente:

A:=A.

biamo occuparci, esprime la differenza del pensiero identico; e non la correzione, ma piuttosto la integrazione o l'in-

Gap. IV,

8.

G. Gentile, Logica

n.

LA LOGICA DKL CONCRKTO


infatti

veramento della prima. Dicendo


differenza o
dualit, senza
la

=A

si

suppone

la
il

quale non avrebbe senso

ragg'uaglio asserito dall'identit.


tit finale,

Ma donde

la dualit ?

L'iden-

conciliativa della differenza,

suppone un'identit

che si differenziata, come l'oggetto concepibile solo in funzione del soggetto. Il pensiero pertanto, che come logo astratto si ripiega su se medesimo e afferma la propria
orig-inaria

identit, quel pensiero

che nel logo concreto


a s

si

aliena da

s e

si

pone per

tal

modo innanzi

come

quell' identit

che logo astratto; poich l'altro, in cui l'identico originario si aliena opponendo s a s, appunto il logo astratto:

non A,

ma A

^= A.

2.

Donde

l'alterazione del pensiero?

Questo alienarsi, o alterarsi che si voglia dire, dell'idenquesto il concetto assolutamente escluso dalla logica dell'astratto. Il cui logo nella sua circolai'it come inchiodato al proprio essere mediante un processo riflessivo che ritorno eterno al suo principio; quindi impossibilit di protico,

gresso.

Il

concetto, a cui la logica dell'astratto mira, l'essere

veduto sub specie aeternitatis. E non soltanto quel tale concetto che la logica volgare contrappone alla rappresentazione, all'opinione, alla intuizione fantastica;

ma

il

concetto,

nel

pii

ampio
il
il

e assoluto significato della parola;

poich

la

logica, a cui

concetto appartiene, non sospende mai un

istante

proprio impero nello spirito.

concetto tutto ci

che

il

pensiero pensa determinatamente: idea platonicamente

Ipostatizzata,

legge scientifica,

sistema

filosofico,

fantasma

poetico, ogni essere collocato dal pensiero nell'effettiva natura

o nel puro

mondo

ideale della interiore coscienza. Sempre,

intuito o determinato

che

sia,

neamente innanzi
che
si

al pensiero,

e posto l, sia pure momentasempre, dico, investito nell'atto


in s e indifferen-

intuisce e vagheggia,

come chiuso

ziabile: identico.

Ora, donde questo identico, che pure in se medesimo

dif-

ferenziato, perch logicamente mediato pel principio d'iden-

IL

DIALETTISMO
si

51

titi\?

Come

si

perviene a questa mediazione, che


nel

presenta
il penche gli

immediatamente quale processo esaurito? Come entra


siero del pensante

circolo chiuso del pensiero

spetta di pensare ?
Il

pensante.
di

pensiero non pensiero pensato se non pensiero E il circolo come processo esaurito conclusione

un movimento, che ha il suo punto di partenza e il suo punto di arrivo, diflferenti ancorch identici. Il pensiero pensante o Io non entra nel circolo, perch non lo presuppone: esso lo costituisce, lo crea, creando se stesso.
3.

La

necessit dell'alterazione nel pensiero pensante.

Si consideri infatti che, prescindendo dall'intimo rapporto

onde
il

il

lo,^o astratto

connesso col concreto, come ne pre-

scinde la vecchia logica, la verit inattingibile appunto per


tit.

suo carattere ciclico, in cui si spiega il principio d'idenSupposto infatti il circolo nella sua obbiettivit essenil

soggetto, concepito come esterno al circolo gi conon avrebbe nessun modo di penetrarvi cos come, empiricamente, non abbiamo possibilit di introdurci nel pensiero di chi ci serba il piii assoluto silenzio. Che se si volesse pare immaginarne il soggetto, a un tratto, immesso
ziale,
stituito,
;

nel circolo, congruente con la verit da esso racchiusa, egli

non avrebbe

poi

modo

di uscire dalla verit stessa,

n per

negarla, n per aumentarla. Resterebbe attaccato ad essa,

come l'ostrica affissa al suo scoglio. La vita del pensiero scaturisce dall'anzidetto rapporto
del logo astratto col concreto; in quanto questo pone quello,
e gli

comunica
del

la vita

che propria di

lui.

Ci che

si

pu

intendere solo avvertendo nel suo preciso significato l'identit

l'idealismo trascendentale.
cessarie,
e solo

con l'oggetto secondo il principio delGiacch la legge fondamentale del concreto ha, come abbiamo accennato, due forme nesoggetto
nella
loro

unit possibile intenderne


il

il

valore.

Finch, in verit, s'intenda

soggetto o pensiero
la

pensante come Io

= lo

non pare che

sua legge sia

di-

52

LA LOGICA DEL CONCRETO

A. Ma la diffeversa da quella del pensiero pensato: A renza si manifesta quando per intendere questa equazione
Io

Io,

pensante,

senza della quale non si pu parlare di pensiero non-Io. si scopre l'altra equazione: Io

4.

Io

= Io.
non da intenla

Che rio
dere al
la

sia

uguale a se

stesso, infatti,

modo

stesso di

A. Questa identit obbiettiva

quale riproduce nella relazione dei termini

immediatezza

propria dell'astratto essere, che nella relazione


lizzato e unificato. L'identit dell'Io

si trova duacon se stesso identit soggettiva: che cio non posta, immediata, rispetto a un possibile oggetto, ma si genera, si pone. Se noi pensiamo prima una cosa e poi una persona, avvertiamo subito il gran divario tra le due diverse categorie occorrenti a pensare l'uno e l'altro di questi oggetti di pensiero. La cosa quello che

: sedia, se sedia; e allora

non pu essere

altro,
il

per

es.,

tavolino, penna, carta. L'esser sedia importa che


cetto determinato

suo con-

come una

certa essenza, che suppone

dei termini

di

pensiero tra loro

congiunti e formanti un
soggetto essa

sistema.

Ma

questo sistema gi formato, gi perfetto, e

quasi

sigillato.

La persona

invece, poich

stessa di quest'attivit con cui noi tentiamo di pensarla,

non

un certo modo cos egualmente immutabile, tranne che non sia morta e chiusa quindi nel suo sepolcro, incapace cio di agire come soggetto, pensando e volendo. La persona viva, non si pu dire che sia quella certa per definibile in

sona; e ogni volta che la giudichiamo,


gliare;
anzi,

ci

esponiamo a sba-

sbagliamo sempre; poich non la giudichiamo se non per quello che stata, ossia per quello che ha fatto; e quindi da un aspetto dal quale essa non pu pi valere come soggetto che agisce, facendo qualche cosa nel mondo, con merito o demerito proprio. E ad ogni istante nasce nell'uomo un uomo nuovo che quello che conta, positivamente, e al quale infatti si guarda cercando d'intuire, d'indovinare ci che per fare. Sicch la persona, in quanto
a
rigore,

IL

dialbttImo

53

tale,

non

in
si

indifferenti,

quanto ha un nome e certe altre generalit pu dire che non sia mai; ma sia per essere.
nella
eg^li

Rientri

ognuno
che

propria coscienza, e vi cerchi se


,

stesso, quell'Io

non certo

nell'aspetto

esteriore

che pu in ogni parte mutare, mentre egli resta sempre lui. Cerchi se stesso senza illudersi di potersi riconoscere nel proprio passato, che non se non quello che egli stato, e non quello che : un eroe, magari, per avere compiuto gesta
sublimi di sacrificio per un alto ideale, di cui per altro egli non sappia pi sentire il valore e a cui perci non si sentirebbe pi, all'occorrenza, di nulla sacrificare.
egli se stesso?

Dove trover

Se per un momento senta venir meno, per


il

stanchezza e disperazione,
egli

proposito e la fede dell'avvenire,


il

non trover
il

altro

che

nulla, quel

vuoto, in cui gli

croller dentro
egli

mondo, cio lega a s e mantiene per

tutta la personalit, con cui

s l'universo.

Non
egli

gi che l'uomo considerato nella sua soggettivit sia

che non non pu essere. Ma appunto questo il suo essere: il suo non essere quel che sar: l'attualit di questo non essere. Egli un bisogno e un desiderio di essere. Uno slancio verso l'essere, rispetto al quale, come esso si vede e si vagheggia, ogni essere esistente nulla. Slancio, si badi, non come
nel futuro piuttosto che nel passato. Nel futuro

volgarmente
rati,

si

crede, verso
il

beni oggettivamente conside-

ma

verso

possesso dei beni: e per slancio verso se


si

stesso quale
ci, alto o

vuol essere. Senza un ideale pernon c' vita umana, non c' Io. L'Io questo essere che non ; ma non essendo: questa realt che annulla se stessa al paragone di una realt che non , e si pensa: una realt che si nega nel proprio idealizzamento. L'uomo che non neghi se stesso, che sia pienamento soddisfatto di s, che perci non lavori, non pensi, non voglia, e nulla faccia assolutamente, cessa di essere uomo:
e
si

non

basso che

sia,

vegeta; anzi,

in verit,

impietra; anzi dilegua nel nulla.

tanto pi l'uomo un
destino, di se

uomo quanto meno

si

contenta, e

pi pensa, e vuole, e lavora:

artefice instancabile del suo

medesimo.

54

LA LOGICA DEL CONCRETO


:

Io dunque, vero, sono Io ma sono queir Io che non Io, questa espressione, sono e mi fo. Se dico pertanto Io pi che un'eguaglianza, esprime una differenza; poich (se all'equazione vuol darsi un senso) il secondo termine pro-

primo termine non . Io = Io non vuol ma Io sono Io, giacch soltanto in prima persona l'Io pu affermarsi, e se non esso da s ad affermarsi nella sua singolare identit, che differenza, nessuno e niente, n in terra n in cielo, pu affermarlo. Il suo essere non pensabile come indipendente dall'affermazione che se ne fac'cia, come ogni altro essere che si afferma
prio quello che
il

dire infatti: Io Io,

da un soggetto diverso dall'essere stesso: e per la sua affermazione non pu essere se non autoaffermazione. Ed ecco che l'essere del mio Io non se non l'atto con cui io affermo me stesso, non dicendo o pensando, ma facendo e realizzando il suo essere: Io == Io significa: Io mi fo Io . L'Io perci veramente autoctisi.
Io

5.

= non-Io.
creando

Ma

se Io sono Io (Io

Io)

me

stesso (pensando,

volendo, sentendo, immaginando, fantasticando) in un atto in


cui nulla assolutamente

pu

sostituirsi,

in questo passaggio
si

che, creandomi, io fo dal mio non-ossere all'essere, o se

vuole da quel modo di essere in cui io non sono io, a quello in cui sono io, io passo a patto di differenziarmi. E la differenza tale che non potrebbe esser maggiore: la
differenza tra non-essere ed essere.
Si

che

la logica dell'astratto

passa da non- A ad A. Quell'identit, di yl e non- A, respingeva come la contraddizione,


concreto.
la

la legge

immanente del logo La contraddizione anzi che

morte del pensiero, quale

appariva nella logica dell'astratto, qui si palesa la vita del pensare. Se io non fossi a un tratto, come sono, A e non- A, A.'E,\o non io non sarei io; n potrei perci mai pensare A soltanto sono A come identico a non-A\ ma so di essere;

poich qui, come s' detto, essere affermare;

io

non

IL

DIALETTISMO

00

Scirei

nulla se non intervenisse l'azione del mio pensiero a

il mio essere naturale, per realizzarmi nella mia ideaChe anzi il vero pensare, come si vedr ancor meglio avanti, non quello che riguarda il pensato come tale, sup-

negare
lit.

posto nel suo essere

come idealmente

anteriore al pensiero

che

lo pensa, anzi questo, in cui l'essere coincide

con

l'atto

stesso del pensare.

coincide assolutamente. L'esse non

soltanto concipi,

ma

lo stesso concipere.

L'essere astratto d Parmenide non n concipere, n concipi; il concetto della logica dell'astratto concipi (conceptum),

ma non

concipere. L'Io,

come

concipere, o pensare trascen-

dentale, unit di essere e di concetto,


e di essenza,

d'immediata realt

mediazione, idea. Giacch tale la differenza tra l'Io che il punto di partenza del pensare e l'Io che punto d'arrivo: tra il primo e il secondo termine della identit: Io Io. Il primo l'Io che non Io: ed cio l'essere

quell'essere oscuro, inattingibile che ogni uomo vede nel fondo del proprio animo, e che si dice senso, o temperamento, o natura: quel che egli originariamente; o pili esattamente quello che egli pensando sente di essere:

naturale:

il

proprio essere rischiarato dal proprio pensiero.

Un

nulla, in verit: poich quell'essere naturale, se noi


lo

veramente

volessimo conoscere per quel che

che cosa
l'essere

dovremmo

fare?

Come per

intendere chi soffre dobbiamo

partecipare alla sua sofferenza, cosi per conoscere


naturale, nella sua assoluta immutabilit,

dovremmo

ridurci

anche noi allo stato assolutamente naturale e chiuderci in un certo essere, come il suo, affatto immutabile; e cio dovremmo rinunziare del tutto a pensare, che mutare, passare da un'idea all'altra. Sicch l'essere naturale conosciuto come tale quello che si pu conoscere senza pensare: il niente. Questo niente che l'essere (essere naturale, puro essere), il pensiero pensante lo nega con un giudizio che un'azione: con quella sua attivit essenzialmente teoretica che eo ipso essenzialmente pratica. Lo nega immedesimandolo col secondo
termine, che l'Io
di s, reale

come concetto: l'Io ideale, consapevole come coscienza o pensiero: trasformandolo da

56

LA LOGICA DEL CONCRETO

essere che niente (non-essere) in essere che tutto (tutto

pensabile, il pensiero nella sua infinit). Il secondo terIo, ha natura mine, per s preso, astratto dalla sintesi Io di logo astratto. Ma il suo essere l, nella sintesi, in questo suo sorgere dal niente, in questo miracolo dell'autocreazione
il

a cui

ognuno

di

noi

assiste

eternamente dentro

di s:

in

questa unit di non-essere ed essere, che, assurda in ogni pensiero che si pensi come pensiero pensato, definito, siste-

mato, e insomma determinato a norma della logica dell'alegge immanente del pensiero che si pensi come pensiero pensante e creatore del concetto e di ogni
stratto, la stessa

sistema del pensiero.

Quindi che n l'essere come niente, n l'essere come negazione di questo niente, sono propriamente due termini semplicemente opposti, ciascuno dei quali si ponga esclu-

dendo
pete al

l'altro.

Nessuno dei due ha quella

positivit che

com-

pensiero

pensato, o all'esser determinato del logo

astratto. Il niente
s

non

un punto

di

partenza del pensare,

che questo possa non esserci e nondimeno esserci il suo punto di partenza. Il niente c' non come essere naturale
positivo,

ma come

essere naturale negato, e per essere naIl

turale del pensiero.


turale,

pensare, esso, negando l'essere na-

pone questo essere, che nulla; come l'ombra che negazione della luce non precede l'essere della luce, anzi non ci sarebbe senza di questa. D'altra parte, il pensiero come positivo del negativo che esso nega, non pu neppure paragonarsi alla luce, che non interrotta da nessun corpo opaco non darebbe mai luogo all'ombra. Il pensiero positivo in quanto negativo dell'essere. la guisa che la loro
reciproca negativit trova

come
il

solo essere positivo in cui

possa realmente consistere,

rapporto dell'essere col pensiero: che il generarsi appunto del pensiero, il pensare. N l'essere come oscuro e impenetrabile fatto o essere immediato che il pensiero debba rischiarare n il pensiero
;

come

luce infinita, che illuminer l'aspetto dei corpi su cui

si rifletter;

ma

l'unit dei

due opposti,

di essere

che non

pensiero, e di pensiero che non essere.

IL

DIALETTISMO

57

Io equivale dunque all'equazioDe dinamica tra che non pensiero e il pensiero che non essere: equazione dinamica in cui consiste l'atto autocreatore del pensare. L' Io cio si genera alienandosi dal proprio essere naturale, che il suo niente: e generandosi, pone quel diverso, quell'oggetto, che egli pensa: materia identica alla

Io

l'essere

sua forma originaria nel suo manifestarsi. Il non-Io, ci che l'Io, sempre che pensi, trova innanzi a se stesso, non altro

che che

il

pensiero in cui esso

si

realizza: cio appunto la realt

pensando. Io Sicch se in Io
egli crea

,
il

il

primo termine, come

si

no-

tato, l'essere, e l'altro

pensiero, deve pur dirsi con

un

apparente rovesciamento di questo duplice ragguaglio, che il primo termine l'Io e l'altro il non-Io. Apparente, giacch il pensiero (come logo astratto) esso il non-Io che l'Io contrappone a s, sia come semplice idea, sia come natura materiale.

N altro non-Io da cercare fuori dell' Io, sempre Io. Poich questa che rio s'intenda in concreto come Io identit (converr sempre ripeterlo) non da confondere con l'identit del logo astratto A := A, dove il secondo termine

ripete

il

primo.

La nuova

identit differenziamento di ci
il

che soltanto alterandosi e realizzando nosce ed identico a s.


dersi in

differente

si

rico-

Per maggior chiarezza si pu avvertire che l'Io pu prendue significati: o come l'unit degli opposti Io e non-Io; e allora il non-Io contenuto nell'Io come un suo momento; o come uno degli opposti in cui l'Io si dualizza, cio come l'antitesi del non-Io, quel termine originario da
cui
il

pensiero

si

aliena per pensare.

6.

Divenire.

come

In questa equazione dinamica o identit autogenita dell'Io posizione unica e sintetica dell'Io e del non-Io, del

soggetto pensante e dell'oggetto pensato, nell'atto trascendentale del pensare, consiste quel
cui la filosofa

divenire

dialettico, di

moderna dopo Kant

andata in cerca come

58
di chiave della

LA LOGICA

DEL,

CONCRETO

Il divenire non intelligibile non quando la realt si sia immedesimata col pensiero. E non col pensiero come logo astratto, che si misurer sempre col principio d'identit, ma col pen-

nuova

logica.

come legge

della realt se

siero pensante, concreto e produttivo del logo astratto; ossia


col pensiero
filosofia, la

che non fu mai sospettato da tutta

la

vecchia

quale perci s'attenne alla logica dello astratto.

Niente diviene al mondo, checch si dica e si pensi o si creda di pensare. Il mondo, come sistema di ci che pensiamo attualmente, o attualmente pensiamo come pensabile,
nel pensiero

come logo
la

astratto: identico a se, immutabile,

chiuso nel circolo invalicabile della sua essenza. Spinoza ha


ragione.
Il flusso,

mutazione, l'evoluzione della natura


concetto,

mera apparenza: non

ma

fluttuante

immagina-

zione dell'esperienza vaga. Alla ideale cognizione intuitiva

che s'affisi nella eterna legge dell'universo, in cui tutto quel che pu essere ha il suo principio nella infinita sostanza, che, potendo essere, essa e tutte le sue determinazioni, non pu non essere (causa sui), tutto che possa essere ab eterno: fisso, immutabile. La natura perci del naturalista non
individuo, n contingente, n libert,
cessit,

ma

specie, legge, neal-

meccanismo: fattoi

II

fuoco eracliteo, ho detto

Quel che diviene il pensiero, questo eterno Atlante, che sorregge il mondo. Hegel - si lasci sfuggire totali^ente questa distinzione, quando nella sua Logica s'argoment di dedurre il concetto del divenire da quello dell'essere, e presunse di farne una categoria atta al pensamento di ogni essere logico, naturale
trove,
dipinto.
e spirituale; e
si

un fuoco

avvolse in difficolt insormontabili, rimaste

poi sempre la croce de' suoi interpetri sul vestibolo stesso.


della sua filosofia.
sare, che solo
Il divenire non altro che l'atto del pennega l'essere come puro essere, e cos lo rea-

lizza

come

pensiero.

Cfr. la Teoria gen. dello spirito, capp. 5, 7, 11.


Cfr. la

mia Riforma

della dialettica heyeliana, 2 ed.

Messina, Prin-

cipato, 1923, pp. 1-71.

IL

DIALETTISMO ifiao

59

7.

Svolgimento.

Il

concetto di divenire, appunto percli proprio del logo

concreto e non dell'astratto, ripugna al concetto che Hegel

ne deduceva del divenuto o esistente. Esiste, c' il mondo, e tutto ci che noi vi distinguiamo dentro; ma ci che si
pensi

come pensiero pensante,


si

vita dello spirito, religione,

arte, scienza, moralit, filosofia, tutto diviene.

Anche

ci

che

astrattamente

colloca nel passato

come

fatto spirituale

o processo esaurito e quindi concettualmente determinabile


la legge del logo astratto, in concreto non si pensa non come attuale divenire del soggetto che lo pensi. E per illusoria e per ogni verso fallace l'opposizione che

secondo

se

ogni soggetto fa a s di

altri soggetti

come

tali.

Niente

di spirituale
esista,
il

esiste, come

esiste, e

giustamente

si

pensa che

corpo, la natura, e ogni determinazione

dell'oggetto in cui

si

termina

l'attivit

pensante del soggetto.

Non
si

c' verso:

il

fatto

storico (letterario, politico, morale,

per noi un fatto storico in quanto, come vedr a suo luogo S non fatto gi compiuto, ma fatto che si rifa attualmente, risorto com' , o pi esattamente, sorto ora ex novo nella nostra presente vita spirituale, con quei caratteri determinati che esso ha attualmente. Tutto che ha valore spirituale non pu conoscersi nella sua realt se non in questa nostra vita, dove quello che s'accende e si mantiene in virt del nostro attuale pensare. Sicch nulla mai fatto, nulla gi pronto, come tavola imbandita a cui noi si possa senz'altro sedere. N al soggetto stesso, nella sua interna individualit, dato condurre mai a compimento l'opera propria, s che, attinta la meta, egli possa dire davvero come il giusto e timorato Simeone: Nane dimitte servuin tuum, Domine. L'opera stessa ritenuta, comunque, perfetta, non resta l, esistente di vita propria, indipendente dal pensiero. Si perpetua nella storia, mantenuta, sorretta,
scientifico, ecc.)

Parte IV, cap. VI.

60

LA LOGICA DEL CONCRETO

creata e ricreata in perpetuo dal lavoro incessante e infaticabile dello spirito.

Niente c' nel

mondo

dello spirito, clie quello del logo in questa

concreto: tutto diviene.

immanenza
il

del dialet-

tismo, proprio del pensare attuale,

segreto dello svol-

gimento
come logo
sempre

del logo,
astratto,

sempre chiuso e rigidamente costituito ed eternamente aperto, irrequieto e in via

di costituirsi

come logo

concreto. Giacch

il

non-Io

bens logo astratto, essere identico a se stesso, concetto


definito, sistema organico;

dell'Io

Io,

ma il non-Io partecipa alla sintesi da cui trae origine, e nella cui vita quindi

concorre,

qui pu veramente vedersi la giustificazione dialettica


s

del logo astratto- Il quale

identico seco stesso,

ma come

opposto dell'Io che in esso ritrova se medesimo alienandosi da s, e in funzione quindi del divenire dell'Io. L'identit

permanente e l'arresto conseguente del pensare nel pensato presupporrebbe che quel processo che termina nell'identico si arrestasse: cos come il fascio dei raggi luminosi che illumina il mare ai naviganti potrebbe bens persistere immoto o costante nella medesima direzione; ma a condizione che il faro da cui si partono i raggi che a un tratto si riflettono nello specchio tranquillo e fermo delle acque si fermasse
anch'esso
stil

proprio asse.
si

Ma come

il

faro

si

muove

il

fascio de' suoi raggi


si

stacca dalla immobilit delle acque,


dell'Io

muove

e dispare; cos nel divenire

come
Il

sintesi
il

degli opposti, diviene pure l'immobile pensiero pensato, e

concetto soggiace al dialettismo


infatti

del

concepire.

concetto

dentro

al

processo dell'Io bens negazione del mo-

vimento
il

di questo processo, e s'irrigidisce nella definizione

si pone come non-Io; e pone per valere come non-Io, dev'essere un concetto. Ma quando s' posto come non-Io, l'Io non s' posto. Non divenuto. Non esiste. Se esistesse, e fosse veramente posto in quel non-Io, egli non sarebbe pi

dell'essenza. L'Io diviene in quanto

non-Io, in cui esso

si

Io:

si

sarebbe fissato, e nella


infatti
al

monomania sarebbe deca-

duto

di sotto della

libera attivit spirituale. L'Io

IL DIALETTISMO

61

non esaurisce
a s
il

in effetti

il

suo processo, e pensa pensando

all'infinito se stesso, e all'infinito perci

costruendo innanzi

proprio oggetto.

8.

Unit e molteplicit.
la

Si

pu domandare qui subito, bench

questione sorger

pi opportunamente e potr meglio esser chiarita a proposito delle categorie, * se lo svolgimento del pensiero che non pu
essere del logo concreto

stringa a pensare
unico,

il

logo astratto, anzi che


i

senza essere dell'astratto, non cocome concetto


quali
il

come molti

concetti attraverso
atti successivi,

pensiero passi

progressivamente per

ciascuno dei quali sia


i

condizionato dai precedenti e condizioni

seguenti.

noi

non avremo

difficolt

qui a lasciar passare una con-

cezione di questo genere dello svolgimento del pensiero. Ma con un'avvertenza. Che cio la molteplicit dei concetti non sarebbe intelligibile, e tanto meno sarebbe intelligibile lo

svolgimento, se la molteplicit stessa non


luta in

si

intendesse riso-

una

infinita unit.

E che

pertanto

lo

svolgimento non

di nessuno degli elementi della molteplicit astrattamente


distinti,

ma

della unit che in essi

si

realizza.
si

Della quale unit di unit e molteplicit del pensiero

render conto agevolmente chi consideri la diversa manifestazione del pensiero come pensiero pensante e come pensiero pensato. Il pensiero pensante, l'Io, nella sua attualit trascendentale, non pu che essere unico; giacch ogni molteplicit si regge nel pensiero che la pensi sulla base dell'unit, in cui essa si unifica sintetizzando la sparsa moltitudine degli elementi ond' costituita. Che la molteplicit non sarebbe tale, ma si ridurrebbe all'unit infinita d'ognuno degli elementi, se nessuno di questi fosse confrontato e messo in rapporto con nessun altro, e restasse chiuso in s, nella sua irrelativit immediata. La molteplicit dunque molteplicit a patto che ci sia l'unit che raccolga i molti in un
i

Parte IV, cap. VII.

62

LA LOGICA DEL CONCRETO

insieme; e poich questa molteplicit tale pel pensiero,


l'atto in cui
il

pensiero consiste unit. Che se

si

volesse

presupporre nel pensiero due o pi centri di coscienza, ovvio che tale molteplicit sarebbe concepibile da un punto di vista esterno ed opposto a quello della soggettivit attuata in tale coscienza molteplice: sarebbe in verit concepita in virti d'un pensiero pensante come unico pensiero. E dove pertanto si parli non di pensiero pensato (per es. i molteplici
centri di coscienza di

un soggetto patologico, che tale pel suo medico), ma di pensiero pensante, non c' modo di attribuire al pensiero molteplicit di sorta.
Ora
se questo l'attributo del pensiero pensante, l'opposto
Il quale non pu non essere molteplice, sua molteplicit venga dal pensiero che l'affisa unificata e risoluta da capo nell'unit di esso pensiero. L'Io, appena si pensi innanzi a se, e s'estranii quindi da

quello del pensato.

quantunque

la

s, si

trova alla presenza d'uno spettacolo vario di molti ele-

menti. Che, se volesse fissare un punto assolutamente semplice,

e non realizzerebbe se stesso. Pensare

non penserebbe, cio non porrebbe nulla innanzi a s, si pu soltanto pensando A ^= A (anzi sillogisticamente: A ^ B = A). Senza almeno una dualit, non c' respiro di pensiero. E poich
rotta l'unit, la molteplicit
si

sviluppa e cresce indefinita-

mente.
Infatti questa molteplicit del non-Io

non rimane
Il

espulsa

dal processo dualizzatore dell'atto pensante. dal punto di vista trascendentale


nell'atto del logo concreto,

logo astratto

si smaterializza e fonde che nella sua essenza dialettica

non posa,

ma

diviene;

la

molteplicit gi prodotta
(il

non

vale se non

come unit da dualizzare

non-Io, pensato,,

deve porsi sempre come non-Io). E il processo della moltiplicazione dell'Uno non pu arrestarsi. Se non che da osservare: 1 che la moltiplicazione cos come si genera non d luogo mai a pii d'un concetto; che non sarebbe mai concetto, se non fosse infinito; e non sarebbe mai tale, se ogni concetto fosse uno tra molti 2" che la suerisoluto nel pensante Io, che per farsi reale Io
;

IL

DIALETTISMO

63

cessione pertanto degli

atti moltiplicativi dell'Io

non trae

il

pensiero ad uscire infatti dalla propria essenziale eternit. Quanto al primo punto, basti dire che come la dualit
dei termini del concetto nell'atto del pensiero posta e in-

sieme risoluta, cos ogni molteplicit non


pensiero pensato se non a. patto che
analizzi, la sintesi raccoglie
si

si

attribuisce al
si

neghi. Per quanto

ed unifica tutta

la sparpagliata

molteplicit in cui l'analisi riduce l'oggetto.


tire

E giova avverche noi soltanto in immaginazione crediamo di proporci


indefinita

una

molteplicit di pensieri

stinte,

e idee oscure e

idee luminose e diconfuse sparse nella penombra come


:

a formare uno sfondo

di

coscienza, in cui
il

il

pensiero pen-

sante possa spaziare all'infinito. In verit,


diato in s,
tutto
il

pensiero sempre
s

consapevole determinatamente di un concetto, che

me-

ma

attraverso termini determinati, quantunque

pi o

contenuto del pensiero sia sorretto da una coscienza distinta che il pensiero stesso, come Io pensante, ha della propria interminabile e inesauribile infinit. E nella

meno

immaginazione le vaghe immagini che il pensiero lavora a precisare, distinguere, definire, sono raccolte tutte nel quadro unico in cui si proietta l'atto immaginativo, che pur
stessa

sempre atto pensante. Sicch i molteplici concetti che noi possiamo enumerare come concetti gi pensati e suscettibili di rassegna, non sono propriamente precedenti all'attuale pensare,

ma
E

solo attualmente pensati

come

precedenti, e quasi

retroceduti dall'atto pel pensiero, che essi invece presuppon-

gono.

di reale

non c' se non

l'attuale

concetto

che

li

unifica nella loro distinta molteplicit.

Quanto al secondo punto, gli schiarimenti addotti pel primo giovano a dimostrare che la temporalit successiva dei concetti, correlativa com' alla loro molteplicit, non pu non risolversi nella semplicit estemporanea od eternit dell'unico concetto in cui l'Io,
lizza. Il

come pensiero pensante, si rearappresenta bens obbiettivamente diversi concetti, diverse incarnazioni dell'Io, momenti diversi della
quale
si

vita del reale,

come cronologicamente

molteplici,

ma

riunendo

e risolvendo questa molteplicit nella

simultaneit dell'atto

64

LA LOGICA DEL CONCRETO

pensante, attuale, e realizzatore della compresenza di tutte


le parti del

tempo.
lo

pensiero pensante svolgimento non come catena di anelli che solo meccanicamente si possano saldare insieme, ma come

Soltanto nell'unit ed eternit del

dato intendere

l'autogenesi del pensiero, solo reale pensabile, nel suo im-

manente divenire.

Capitolo VI

L'AUTOSINTESI

1.

Propi'iet del dialettismo.

quella del logo astratto,


stinta dal pensiero

La legge fondamentale del lego concreto, a differenza di non una norma idealmente diche governa,

ma

lo stesso atto del

pensiero

concreto nella sua trascendentale idealit.

Chi dice
quale
si

norma,

o legge dello spirito, dice idealit; la


si

oppone alla realt come il dover essere all'essere, anche quando i due termini siano
inseparabili.
Il

oppone
in

concepiti

principio d'identit infatti


le

immanente

ogni affermazione del pensiero logico; e


si
il

integi'a realizzandosi

pienamente

(la

forme ond'esso non-contraddizione e

terzo escluso) stanno a dimostrare l'impossibilit assoluta


il

in cui

pensiero

si

trova di sottrarsi alla sua legge, pur


il

come pensiero astratto. Comunque, in un tal pensiero che un pensiero si pensi un concetto diverso da
della

fatto

quello

norma,

la cui

osservanza ne costituisce

il

valore.

Fu
zione;

perfino pensato che alla distinzione logica dei due con-

cetti potesse

empiricamente corrispondere una reale separateoria

la

classica

dei

sofismi e in generale degli


sull'idealit dell'errore,

errori logici, fondata

com' non

ma

sul presupposto della sua effettiva attualit,

un fatto del pensiero che si La distinzione, ad ogni modo, possibile soltanto nel
terreno della logica dell'astratto.

importa infatti contrapponga alla sua legge.

Ed

in verit

il

logo astratto,
dall' idealit

nella sua opposizione al soggetto

pensante, travagliato e

corroso da

una intima tendenza a precipitare

del libero pensiero universale nella materialit del fatto di


G. Gentile, Logicaii.

66

LA LOGICA DEL CONCRETO


Si
al

un pensiero particolare, che perci non pensiero. mente, per un esempio che possa valere per tutti,
ideale di Platone, espressione perfetta
astratto.

ponga

mondo

della verit del logo

Quel mondo a paragone del mondo dell'esperienza presente al giudizio degli uomini attraverso la loro vita naturale certamente norma, ossia, idealit in cui il mondo empirico pu esser pensato universalizzandosi e per illuminandosi della luce della intelligibilit. Ma il paragone si fonda sopra un rapporto, da cui il mondo ideale tende a svincolarsi per librarsi nella sua assolutezza. E infatti il vero pensiero in definitiva non il pensiero del particolare nell'universale,

ma

il
il

pensiero dell'universale:

non
il

la dialettica
si

che illumina
e
si

mondo

della natura,

ma

quella che

ritrae

assorbe nelle idee. Orbene, posto

pensiero di fronte

alle idee,
lui

come

essere che puro essere, pi possibile per

concepire queste idee

come

universalit illuminatrice del


idealiz-

particolare,

come

predicati che fungano da termini

zanti rispetto ai soggetti forniti dall'esperienza? Xel


delle idee l'esperienza diventa intuito intellettuale

mondo

ed ha per oggetto immediato le idee stesse in quella posizione appunto in cui nell'esperienza sensibile si trovano le cose oscure aventi bisogno, per la loro particolarit, dell'universalizzazione delle idee. Le idee cio astratte dal particolare diventano esse stesse particolari: non pensiero, ma fatto che dev'essere pensato. Tanto vero che e Platone e tutti gli altri innatisti posteriori, che han concepito come lui un pensiero originario
condizione della esperienza, non han potuto escogitare altra

forma

di conoscenza relativa a quel pensiero originario, che l'intuito, per cui l'oggetto posto immediatamente, ed
,

perci un fatto: quello che


si

si

pu

giustificare.

Non
:

pu pensare.
Il

pensiero del logo astratto, in

fondo,

tutto cos

si

giustifica circolarmente, in

conformit della natura propria

della sua legge:


sia

ma

innanzi

al

pensiero che

questa giustificazione importa che esso lo pensa come un tutto predela

terminato, analogamente a qualunque fatto dell'esperienza,


che,

come

tale,

non ha mai un perch con cui astringa

l'autosintksi

67

ma s'impone con la forza appunto del che quello che . Perch due e due fan quattro? Perch fan quattro. Le verit di ragione, concepita la ragione in funzione del logo astratto, sono verit di fatto.
mente all'assenso;
fatto,

Cio,

non sono propriamente verit. Sono fatti del pensiero pu loro conferire soltanto quel rapporto alla norma, da cui nella loro astrattezza sembrano capaci di prescindere, e che invece, dato il nesso da noi studiato tra logo astratto e concreto, ad essi immanente. Ma l'immanenza della legge al pensiero astratto non
spogliati del valore, che

giustificabile nel platonismo e nella

logica aristotelica che ne deriva, poich in quella intuizione del mondo sfuggita
affatto la

presenza del logo concreto in ogni pensiero.

Ed

conseguenza necessaria della dipendenza del logo astratto dal concreto e della propriet della legge fondamentale di questo: che non piti norma opposta al fatto per la semplice ragione che qui non pii da parlare di fatto, bens dell'atto del pensiero. Qui non pi il concetto (giuinvece
dizio o sillogismo) prodotto del pensiero, o verit in
cui
il

pensiero

si affisi

ma

lo stesso pensiero artefice in atto del

suo concetto.

qui la legge del pensiero lo stesso atto

del pensiero: Io

= non-Io.
2.

L'atto norma

sui.

La distinzione tra l'atto e la Iq^^q dell'atto non possibile per la natura sui generis dell'atto; alla quale conviene che
attentamente
si

badi se

si

vuole evitare

il

pericolo di lasciarsi
si

sfuggire quest'unico punto fermo, in cui

possa fondare

il

valore d'ogni verit e d'ogni idealit del mondo.

Primieramente giova avvertire che


di quei
il

l'atto
il

non

fatto

uno

fatti,

di cui lo spirito sente


i

bisogno di indagare
atto,

significato. Tutti

fatti

presuppongono questo

che

l'Io,

senza il quale non si costituiscono come oggetti del pensiero e d'indagine. Se l'atto stesso costitutivo dell'Io viene abbassato a fiitto, ci possibile pel noto sdoppiamento
di Io trascendentale e Io empirico,
il

primo dei quali, pr-

68

LA LOGICA DEL CONCRETO


il

ducendo
prodotto

secondo, questo, opposto quindi a s come

il

oppone al suo principio, considera come fatto: ma come fatto che ha la sua condizione efficiente in esso, che rimane, e rimarr sempre, atto. atto senza plurale, perch Atto, in verit, che l'atto
si
:

la molteplicit dei sogg-etti dell'esperienza essa stessa

un

oggetto di esperienza: e suppone quindi un'esperienza unica,


e un soggetto egualmente unico di questa esperienza. Unit, dunque, immoltiplicabile, se mantenuta rigorosamente nel pensiero al posto che le compete, di condizione ultima e incondizionata di ogni esperienza e di ogni pensiero. La quale unit nella sua immoltiplicabilit un universale ben diverso da quello platonico e in generale del pensiero astratto. Questo, come abbiam veduto, nella sua opposizione al particolare, tende a convertirsi nel suo opposto: universale ed particolare ed particolare proprio perch assolutamente e rigidamente universale. Non universale, perci, perch non particolare: universale senza partico;

larit. Il

pensiero trascende in esso

il

particolare:

ma

rag-

giunto cos l'universale, lo trascende anch'esso perch esso


stesso gli
si

svela particolare. Ogni pensiero pensato nella

logica dell'astratto

siero perci passa oltre a


il

un particolare pensiero, da cui il penun pensiero, in rapporto al quale


il

primo

si

universalizzi e soddisfi

suo bisogno di univer-

salit,

infinit e assolutezza.
l'atto, nella

sua assoluta unit, non si pu trascendere. da un pensiero all'altro; non posso uscire da me. E da me stesso posso pur pensare di uscire come che sia se per questo me intendo un contenuto del mio pensiero
Io posso passare

Ma

od oggetto dell'esperienza: laddove l' ipotesi diviene assurda se per me penso alla condizione veramente ultima e incondizionata d'ogni mio pensiero ed esperienza.

questa impossibilit, pel pensiero concreto, di trascen-

dere se medesimo non da immaginare in rapporto a una presunta attivit che s'irradii all'infinito nella molteplicit dei
singoli atti del

pensiero:

ciascuno dei quali sarebbe infatti

trascendibile.

11

pensiero concreto dell'Io non

somma

di

l'autosintksi

69

pensieri concreti, ciascuno dei quali trascendibile nella sua

non potrebbe, insieme con tutti gli altri, dar luogo a nulla che non si potesse alla sua volta trascendere.
particolarit

La

Nel logo concreto, il penche Io, sempre uno perch tutto. N c' uomo infatti che pensi, il quale non pensi con tutta l'anima: tutto nel suo pensiero. Age quoti agis. Sicch il singolo pensiero del logo astratto nella sua connessione intrinseca col
molteplicitil del logo astratto.
siero,

logo concreto non pi un pensiero particolare, e per trascendibile,

ma
il

il

pensiero, l'atto del

pensiero assoluto ed

infinito: tutto

pensiero pensabile, e quindi l'unico pensiero


si

sta pensando, e che potrebbe non pensa e non si pu non pensare. Il pensiero che vero non perch conforme a una legge, ma perch la stessa verit, la stessa legge del vero. L'universale che non pu convertirsi nel particolare, perch lo ha dentro di s. Non il cittadino che osserva la legge, ma lo stesso sovrano la cui volont legge. Ma sovrano (si torni ad osservare) il quale non un cittadino che con la violenza imponga la sua volont: bruto fatto che passi in legge. Il fatto, ripeto, presuppone, l'atto; e non v' cittadino dove
possibile.

Non

quello che

pensarsi

ma

quello che

si

non

sia Stato, e perci

non

sia

sovrano.
s

In conclusione, la legge del logo astratto


in quanto rispecchia la legge
del

legge,

ma

logo concreto.

La quale

ultima sola propriamente ed assolutamente legge, in quanto pensiero che legge a se stesso; non fatto di pensiero e
legge:

ma

atto

norma

sui:

atto

autonomo

e avente perci

in se stesso la propria misura.

3.

Sintesi e autosintesi.

L'atto dell'Io

come norma

sui la sintesi logica fonda-

mentale e per immanente di tutto il pensiero che ha verit. Giacch ogni concetto dello stesso logo astratto si converte in un fatto e si spoglia del suo valore se non viene assunto
dal logo concreto nell'attualit dell'Io, risolvendo la molteplicit propria del pensiero astratto

nell'unit assoluta

del

70

LA LOGICA DEL CONCRETO

pensiero
sieri

in atto. E finch ci facciamo a intendere i penche empiricamente ci si rappresentano come gi obbiettivamente esistenti e per condizionanti il nostro soggettivo
i

pensare; e ne intendiamo
sieri stessi di fronte

termini, e ci

loro nesso nel loro correlativo significato,

a noi e

rendiamo conto del mantenendo i penper come pensieri non nostri,


la loro

ma

altrui, o

comunque aventi

origine e sede al di

fuori del nostro pensare; noi, per

quanta energia possiamo

impiegare a compenetrare di razionalit e sollevare nella luce delle cose intelligibili siff'atti pensieri, li teniamo tuttavia sul
terreno del fatto, serbando sempre viva la coscienza che cosi
si

pensa, cos

si

pensato, senza dire che perci cos

si

debba
li

pensare. Che l'aggiunta che facciamo, a compimento del


nostro giudizio, quando ai pensieri

assentiamo

fac-

non li abbiamo piii innanzi a noi, anzi ne facciamo tutt'uno con l'attuarsi del nostro stesso pensiero
ciamo
nostri, e

pensante, che

il

nostro Io, la nostra pi profonda e ina-

lienabile essenza.

Qui dunque

la

sorgente riposta della verit del mondo.


anzi scendere nel pi profondo di
Il

Non

trascender se

stessi,

s: questa la via della verit.

solo pensiero che sia vero

assolutamente quello che non risponde a una norma di verit, ma la norma della verit. Non vero il pensiero che
sia

conforme ad

=. A,
il

ma

quello che /o

pensiero che abbia


esso Io =: non-Io.

suggello logico di

solo in quanto, nella vita di cui egli

= non-Io. Ogni A=A, pu averlo vive pur come A = A,


si

la sintesi perci dei termini in cui ogni

affermazione del logo astratto consiste, finch non


in

risolva

questa

sintesi

fondamentale

del

logo

concreto

che

ha una verit astratta che non verit; e tutto il suo valore sempre derivante dalla sua risoluzione in colesta sintesi fondamentale, sempre presente e operante ancorch non appercepita dal pensiero con sufficiente rilievo. L'uomo che pensa il mondo, in realt pensa se stesso pensante il mondo: realizza se stesso in quanto coscienza del mondo: quella determinata coscienza, in cui egli a volta a volta attua se stesso. Ma tra la sintesi dei termini di un
Io

= non-Io,

L'AUTOSINTESf
concetto (A

7l

A) e

la sintesi dei termini in cui si spiega e si

concentra

l'atto del logo

concreto {Io =^ non-Io) c' una rail

dicale differenza, poich l'una essenzialmente

pensiero

come
fatto,

fatto, l'altra

il

pensiero

come

pel pensiero che la conosce,

eesso sfugge al pensiero stesso.

che un risultato, il cui proGiacch quando il processo


atto.

La

sintesi

tenta di andare regressivamente di l dal risultato e di ricostruire


via,
il

processo restando tuttavia nel lego astratto, rin-

com' noto, il problema senza risolverlo: invece d'un fatto solo, assume una serie di fatti che sono tutti, complessivamente, un fatto, il cui carattere sempre quello, di essere un risultato senza processo. Perci, come s' visto, non c' risposta: non perch, alla domanda perch

A=A

i principii sono indimostrabili, ma perch indimostrabile sempre il pensiero del logo astratto, sempre rigirantesi dentro quel circolo in cui consiste il suo

come

disse

Aristotele,

principio.

L'atto invece
sintesi

il

processo del

fatto.

Quella che pare una


il

immediata,

il

prodotto dell'atto dei pensare;

quale
farsi.

esso stesso sintesi,

ma non come
una

fatto,

bens

come

La

sintesi

del logo astratto

sintesi

statica, risultato

della sintesi dinamica del logo concreto.

Ancora, il dinamismo di questa sintesi del concreto, che importa la posizione della sintesi dell'astratto, a questa sintesi perviene in quanto la pone ponendo se stessa. Io = non-Io vuol dire che il pensiero si attua realizzandosi attraverso un'identit di termini che pure differenza: identit e differenza, che nascono ad un parto pel generarsi di quell'unica e immoltiplicabile realt che l'Io. Il quale a questo patto Io in quanto ex se orilur, identico e differente seco stesso. Il suo essere non n semplice identit, n semplice differenza, n semplice unit di identit e di differenza; ma questa unit in quanto creativa di s: autoctisi. Sintesi in quanto autosintesi: sintesi che pone i suoi termini nel loro rap:

porto sintetico.

72

LA LOGICA DEL CONCRETO

4. Il

dialettismo dell'autosintesi.

due termini

Io e non-Io, propri della sintesi in cui l'Io


in-

stesso, nella

sua concretezza attuale, consiste, non sono

telligibili fuori della loro

immanente

correlativit.

La

diflFe-

renza ond'essi nella loro stessa identit si distinguono, si annulla appena si prescinda dalla loro reciproca relazione.

L'Io quell'Io in quanto negazione di quel non-Io, e viceLa loro sintesi a priori, e imprescindibile: unit pregnante, in cui la coincidenza degli opposti, il concorso
versa.
dei contrari, attinge finalmente
dialettica

quella vita che invano la


alla

hegeliana

andava cercando

base del pro-

cesso logico scorrettamente raffigurato sullo schermo del logo


astratto.

E non poteva

trovarla, perch la sintesi di essere e nons

essere nella logica hegeliana,


stesso divenire sono concetti,

sintesi a priori,

ma

non non

autosintesi: perch cos l'essere,

come

il

non-essere e Io

non

intelligibili perci se

per la logica dell'astratto, dove c' bens la sintesi: anzi,


lo

abbiamo veduto,
si

tutto sintesi;

ma

sintesi contemplata,
si

statica, esistente, al cui

nascere non

assiste perch

non

vi

partecipa. L'unit degli opposti in Hegel e negli hege-

liani,

ad eccezione

di quelli che

hanno spezzato

il

circolo

incantato in cui s'era chiusa la logica di Hegel, unit di

coelementi sinergici, come la stessa sintesi a priori di Kant;


la

quale non

si

pu trascendere se non
sua dura necessit di
si

si

vuole andare in
l,

contro alla categoria vuota o all'intuizione cieca;

e e

s'impone con
ineliminabile;
necessit.

la

fatto, inevitabile

ma non

giustifica,

non dimostra

la

propria

appartiene anch'essa, per questo riguardo, al

e deve riconoscere, ancorch non gli riesca e non gli possa riuscire di rendersene conto. Hegel invece aspirava ad un'altra sintesi col suo

mondo che l'uomo pensando trova

bisogno di deduzione e ricostruzione del mondo, che nella sua idealit pensiero. Ma pensiero , o dovrebbe essere, non come logo astratto, sibbene come la stessa attivit pensante e trascendentale.

i/AurosiNTKsf

7y

La sintesi a priori del pensiero veramente a priori, e non rimane una semplice correlazione di fatto di termini antitetici, quando non sia semplice sintesi, ma autosintesi:
posizione di s nella propria identit e differenza: posizione

due termini, che sono identici essendo che queste parole possono avere soltanto se si ha la mente alla sintesi in cui si attua l'Io ^ Il quale, convien ribadire fortemente questo concetto, non posizione di s come autocoscienza se non per un intrinseco
di s
di
differenti, in quel significato

come posizione

differenziamento della propria unit; la quale, a sua volta,


si

realizza mediante lo stesso differenziamento. Questo

atto

non presuppone un soggetto oscuro, che nell'atto si manifesti o una naturale unit che, differenziandosi e riflettendosi
;

quindi su se stessa,
s.

si

spiritu;dizzi acquistando coscienza di

Se cos
,

fosse, lo spirito

deriverebbe da ci che spirito

non

e nel suo presupposto

avrebbe
si

il

suo limite e la sua


spiri-

negazione. Prima dell'atto in cui l'Io celebra la sua


tualit

non c' nulla; e quello che

pu argomentare na-

turalisticamente

come un antecedente
i

del pensiero, esaminato

nella sua essenza e in tutti


tivi,
si

suoi attributi, positivi o negadel pensiero.

svela esso stesso


il

un semplice prodotto

l'atto

Primo. E questo atto

Io, autocoscienza.

Ma

Io,

che ha questa coscienza di s, in quanto distingue s da s: analizzando e sintetizzando in uno il proprio essere, che il suo proprio essere e l'opposto di questo suo proprio
essere.

N dicendo che
tolleri

l'atto

il

Primo vogliam

dire che

esso

un secondo:
n
lo

ma

soltanto che nulla lo preceda. Nulla,

in verit,

precede, n lo segue. Perch questo dialet-

tismo che appartiene in proprio all'atto, in cui l'Io consiste, non ha n prima n poi, e sovrasta eterno al flusso di tutte le cose che sono nel tempo. E vi sono in virt dell'Io, unico
e immoltiplicabile, in cui non luogo a differenze, n a molteplicit di oggetti, e

non

vi

sono biografie di individui suc-

Cfr. cap. precedente, 8 e ss.

74

LA LOGICA DKL OONCKETO


11

come suo sarebbe riabbassare l'eterno alla condizione del temporale. No, la verit eterna, perch attributo dell' Io, che l'atto dal quale tutti i fatti con la
cedentisi cronologicamente.

temporali' suppone

principio l'eterno:

stoltezza

loro cronologia dipendono.


Il

dialettismo
l'Io.

il

carattere di questa eterna, unica realt


si

che

Ogni volta che


falsa
la

tenti di riferirlo

ad oggetti desi

terminati del pensiero, e apparenti sullo schermo del logo


astratto, o si

nozione del dialettismo o

falsa la

nozione di cotesti oggetti. E noto che quella natura che Aristotele si sforz di concepire tutta come un processo di

venne trasformando attraverso una gerarchia fssa ed eterna di gradi immobili. Ma legittima l'esigenza di dialettizzare non soltanto la storia (di cui si parler appresso), s anche la natura, e in generale l'oggetto del pensiero come logo astratto,
svolgimento o divenire,
gli si

la sua logica astrattiva in

se con questa esigenza s'intende obbedire alla naturale tendenza del logo astratto a risolversi nel logo concreto per attingervi quella verit assoluta, che ad esso ' negata. Obbedirvi, beninteso, non scambiando senz'altro il logo astratto per logo concreto, che l'errore in cui incorrono tutti i naturalisti ignari dell'esistenza stessa del pensiero concreto,

ma

collocando e mantenendo l'astratto

al

suo posto

ossia, in-

tendendo l'oggetto del pensiero come forma del pensiero, o concetto che ha nel pensiero pensante la sua origine, e del pensiero pensante perci e del suo eterno dialettismo rappresenta una forma. Dialettizzare la natura dialettizzare la nozione in cui essa , in virt del soggetto pensante, quella
data natura. Dialettizzare
la storia risolvere l'obbiettivit

storica nell'attualit dello spirito storiogratico, e per nel logo

concreto eternamente dialettico.

5.

L'autonoema.
si

Se la sintesi del logo astratto

fonda e risolve nell'au-

tosintesi del concreto, ogni ritmo di pensiero, che,

come

si

vide nella logica dell'astratto, lega nel giudizio

il

soggetto

l'autosintesT
e
il

75

predicato

(il

nome

il

verbo), trae origine e valore dal


il

ritmo autosintetico del logo concreto. Nel cui dialettismo

noema,

o atto dell' intelligenza che,


il

unendo soggetto

e pre-

dicato, intende

soggetto,

si

converte in

autonoema.
genera sapere,

L'autosintesi non infatti soltanto produzione di un'au-

togenita realt. Quella realt che in essa


intendere. L'Io questa realt
lare:
la

si

conoscere, intendere: e realt in quanto sapere, conoscere,


affatto sui generis, e singosi

quale, a differenza di ogni altra realt che

op-

ponga
lit

all'idealit del conoscere,

appunto questa stessa idea-

sottile

la

N perci realt troppo povera, tenue e come pu indurre a pensare l'abito del contrapporre realt all'idea. Che anzi ogni realt, massiccia che sia,
alla sorgente.
la

ha in questa

sua base, e

si

ritaglia,

medesima

stoffa.

La pi salda

realt,

VEns

per dir cos, da quella realissimum, per

dirla cogli Scolastici, questa realt dell' Io, che non altro che idea: non idea come ideato, ma come ideare: conoscere, puro conoscere. Non idea platonica, che essere, senza mistura alcuna di non-essere, e per estranea a questo mondo in cui la nostra vita e la nostra morte; ma essere insieme e non-essere, come si notato, e per gi essa stessa questo mondo in cui viviamo una vita che insieme vivere e morire, e farsi e disfarsi, e un concorrere infaticabile a un'opera

universale.
Io sono Io in quanto

e quindi

ho coscienza di me, distinto da me, non-me: in quanto mi so sapendo qualche cosa.

Sapere qualche cosa, d'altra parte, giudicare.


giudicare quel giudizio in cui
io so

Ma

questo

me

stesso, e perci

io, che non sarei se non sapessi. Dunque, il giudizio pu essere noema soltanto essendo alla base autonoema. Di che ognuno che rifletta sul carattere della verit attualmente appresa come tale pu agevolmente rendersi conto.

sono

basta riflettere su quella esperienza psicologica, tanto

si-

gnificativa e vivace

sempre che

si

avveri, ancorch

non

esat-

tamente determinata e interpretata dal punto rosamente speculativo; la quale ha luogo quando

di vista rigoalla

presenza,

come

si

dice, di

una

verit per se stessa evidente e tale che

76
sia sufficiente

LA LOGICA DKL CONCRKTO

da parte nostra rivolgervi sopra l'attenzione per

intenderla e appropriarcela, noi, tuttavia distratti e vaganti in pensieri diversi, a un tratto ci riscotiamo, quasi per svegliarci,

come facciamo al mattino fugando le larve dei sogni, per riprender coscienza di noi e tornare quindi a impossessarci del mondo reale circostante. Allora l'apprensione del vero, senza la quale questo nella sua struttura sintetica di termini
correlativi resterebbe, per rispetto a noi,
lit

astratta, richiede

una mera possibida noi una forma di attivit che


se stesso, e
ri-

come uno

svegliarsi,

un tornar presente a

conquistar la coscienza di s:

ma

di

s nel rapporto tra

s e quella verit da apprendere. Poich questo rapporto nell'assenza di s sarebbe assurdo e inconcepibile; che niente
in

me

{chez moi!) si sa o

si

fa

me

assente. Condizione del-

l'apprendimento del vero un riaffermarsi della personalit in una determinata situazione attuale: riaffermarsi, che capirsi, aprire gli occhi su di s, e vedersi: intendersi, conoscersi.

Conosci

te stesso
il

il

motto non solo di quella parti-

colare conoscenza che

soggetto acquista di s, astraendo

dalle cose che lo circondano, vicine o remate:

ma

di

ogni

conoscenza, compresa quella delle cose, il cui concetto, se compiuto e perfetto, rientra nel concetto che l'uomo deve a grado a grado costruirsi per intender se stesso. Ne ebbero
letto gli antichi

una vaga idea pi foggiata con la fantasia che con l' intelquando si raffigurarono naturalisticamente l'uomo come un microcosmo. Intender le cose intender se stesso, perch il noema
bene fondato autonoema; ma intender se stesso pure intender le cose, perch un autonoema che non sia noema vuoto ed assurdo. La distinzione infatti intima alla medesimezza dell'Io; n questo pu realizzarsi come pura autocoscienza che non si differenzii in se stessa, e si ponga innanzi a s come altro da
specchialit:
s. L'Io,

stato detto, interna

l'immagine che torna dallo specchio non quella che va allo specchio da chi vi si rimira. Questa alterit, phe la radice dello sdoppiamento dell'Io in Io e

ma

l'autosinteOT
non-Io, e cio dell'organizzarsi di
all'attivitA,

7T
di cose di fronte

un mondo

autocosciente, pur la radice da cui germoglia

perci in un medesimo slancio di vita l'atto noetico e l'atto

autonoetico come un atto solo.

la

personalit

quindi

si

forma nel simultaneo concentrarsi e riaffermarsi sempre piti consapevole del soggetto che vi pulsa dentro e nell'estendersi e stringersi in sempre pi vasta e salda struttura la cognizione del mondo.
Caratteri dell'autonoema.

6.

Il

giudizio autonoetico evidentemente non pi un sem-

plice giudizio teoretico

come

il

noema, che parte dal preQui oggetto del giudizio

supposto del logo astratto, quasi oggetto esistente indipen-

dentemente

dall'attivit del soggetto.

un mondo che

l'esistenza obbiettiva dello stesso soggetto,


si

in quanto questo
il

conferisce da so questa esistenza. Che

carattere dell'attivit pratica


il

non presupponente

in

verun

modo

proprio oggetto, anzi indirizzata a una forma unirivolga a

versale ed infinita della realt che essa stessa mira a pro-

durre. Sia che


nel

si

una

realt

campo

della natura, sia che aspiri a

immediatamente posta un ideale di cui nes-

suna parvenza s'incontri nei dati dell'esperienza e che apparisca perci interamente come una realt non ancora realizzata e tutta ancora da realizzare, il fine a cui tende la prassi non preesiste all'atto pratico ma ne vuol essere il risultato.

Anche
corolla

il

fiore

che gi rifulge nello


del
sole,

splendore della sua

ai

raggi

se ci attrae e par ci

muova ad
di

operare, dev'essere gi termine di un

apprezzamento e

un

desiderio che significano un certo atteggiamento spirituale

verso un
getto non

mondo
si

di cui non ci sarebbe mai nulla se il sogmovesse all'azione cogliendo il fiore e goden-

done da presso l'odore e il possesso: un mondo determida creare tutto. Mondo appunto perci sempre morale, sia che si manifesti sotto specie di bene pi propriamente morale, sia che prenda forma di bene economico: il cui valore non possibile che non si subordini a
nato, che pertanto

78

LA LOGICA DEL CONCRETO

quello del bene morale, e non ne attinga pertanto l'essenza


di cui pare investito.

la praticit

invero dell'atto autonoetico non generica,

se pure concepibile attivit genericamente pratica. L'au-

tonoema

atto specificamente morale.

Libero come

si

ri-

chiede che sia la volizione morale; perch atto creatore, che

La onde storicamente si circoscrive e determina l'azione, in realt non pu apparire un limite mai se non da un punto di vista astrattamente intellettuacos detta situazione di fatto,
listico

nulla presuppone, e non ha perci condizioni limitatrici.

che distingua, per

es.,

il

fiore voluto dal fiore esistente

in

natura: e questo opponga in forma di logo astratto al

come logo concreto. La situazione di fatto non un antecedente, bens un conseguente della sintesi volitiva, e suppone perci l'atto autonoetico. Essa propriamente non
soggetto

l'insieme delle circostanze,


dell'Io che
si

mala

stessa esistenza obbiettiva


e pure attualit effettiva

presenta

come non-Io

e concreta dell'Io.

Ma
col

la libert dell'autonoema

non contrasta, anzi coincide


della

carattere

incondizionatamente imperativo

legge del logo concreto. Imperativit risultante dai due mo-

menti costitutivi di questa legge: l'identit e la differenza di Io e non-Io. Nella pura identit, restando l'Io indifferenziato e infinitamente uno, si avrebbe libert, ma senza obbligo: una libert astratta e vuota di un principio illimitato, ma appunto perci operante nel vuoto, anzi inoperoso ed inerte. L'ideale ha bisogno del limite, diceva il De Sanctis; e allora fecondo e d luogo a una concreta ed attuosa vita morale. L'uomo che abbia una vera missione, ha questa missione in forma determinata e precisa, che limita l'ambito infinito in cui, astrattamente pensando, si potrebbe, spiegare la sua azione. E questo limite la legge, in cui urta e perci acquista concretezza e praticit fattiva la sua libert infinita. Il bambino si fa uomo via via che riconosce i limiti in cui si deve restringere quasi in rete sempre pi fitta il suo rubesto arbitrio originariamente eslege e prepotente, quantunque, a dir vero, nessun bambino sia mai tanto bambino da

l'autosintb^
incarnare questo concetto onde

79

come

di

termine

di

gli uomini fatti si servono paragone della loro ragione spiegata.

L'Io,

insomma,

rale, facile vederlo,

qui, nel nucleo centrale della vita mo Io in quanto attua in un Io che


si

la negazione di esso.

questa negativit immanente

al

suo

essere dinamico e autocreativo l'obbligatoriet incondizio-

nata onde
stro:

ci

apparisce investito l'oggetto che l'oggetto nodel nostro agire.

come legge

La

negativit, certo,

non
es-

riuscirebbe cos energicamente ed efficacemente imperativa


se fosse estrinseca all'Io, in

modo che

l'Io potesse

pur

sere senza urtare nella sua negazione.


cos,

Ma

questa

per dir

condizione di vita o di morte per

l'Io, in

un'alternativa

che,

quando ben

si

considera, esclude la possibilit della

morte: poich questa come oggetto di scelta richiederebbe

non men
perativit

della vita

una risoluzione autonoetica, e riescirebbe

pertanto un atto di vita.

Ma

tale

urgente e inesorabile im-

la libert come un qualunque principio di legislazione eteronoma, perch la differenza del non-Io dall' Io la determinazione dialettica della loro medesimezza; e infatti nel non-Io l'Io non fa che attuare se stesso. L'autonoesi autonoma.

non offende ne menoma

Libert e legge son dunque attributi inalienabili dell'autonoema come giudizio essenzialmente pratico. E quasi non occorre piii aggiungere che con esso pure strettamente congiunto il terzo capitale concetto di ogni concezione etica, quello del bene. Che non n la libert n la legge astrattamente considerate, e disgiunte l'una dall'altra, ma il loro
indissolubile nesso, in
cui

la loro concreta moralit.


infatti

La

libert senza la legge sarebbe

priva d'ogni valore:

sarebbe spontaneit, che fatto naturale, e perci rappresentabile soltanto sotto specie di

logo astratto.

la

legge
al-

senza libert?

Una

legge che non sia nostra, in quanto


noi,
si

meno

accettata

comunque da

pu dire che

ci sia

come

un semplice accadimento esprimente un capriccio irrazionale


e arbitrario del legislatore,

ma

senza obbligatoriet, senza

sanzione, senza efficacia di sorta, senza nessuno dei caratteri

propri della legge

potrebbe magari raffigurarsi come la legge

80
di

LA LOGICA DEL CONCUETO

uno Stato non nostro legge, di cui possiamo informarci (sempre in sede di logo astratto), ma da cui non possiamo sentirci obbligati. La libert e la legge disgiunte son dunque due semplici fatti esanimi. La loro vita e il
;

loro valore

scaturiscono dal loro nesso;

buona

la vo-

quanto forma attuale della volont concreta. Il soggetto libero della libert che tutti desideriamo e che s cara, in quanto la sua libert si attua nella legge; e la legge da noi volata e perseguita come l'ideale pi alto e pii degno della nostra vita individuale e sociale, che altro se non quel mondo
lont che
si

conforma

alla legge, e

buona

la legge in

in cui

si

celebra la nostra personalit, e trionfa lo spirito?

Quale personalit? La nostra, abbiamo detto. Di ciascuno di noi e di tutti, come si vuole giustamente in morale. Di ciascuno in quanto in ciascuno l'Io non quello molteplice dell'esperienza, s quello trascendentale, che abbiamo detto unico e immoltiplicabile, e perci universale: per guisa che in tutti, quanti sono stati o sono o saranno o si pensa che comunque possano essere, sia sempre quello, Briareo dalle infinite braccia, che tutti stringe al suo petto e trascina seco nel suo infinito cammino. Universale non di quella formale e perci vuota universalit in cui facilmente precipita

ogni concezione autonoma

della morale fondata sull'astratta ragione. Perch l'Io, alla

cui attualit

compete

il

valore morale,

rompe

la

sua infinita
della

identit con la negazione di se che limitazione


infinit, e

sua

quindi posizione di un concreto

mondo

determi-

nato e

finito,

nella cui obbiettivit egli stesso conquista la

propria concretezza e attualit.

7.

Forme delPautonoema.
sua verit assoluta

Come

la sintesi del giudizio trova la

nell'autosintesi del logo concreto, cos tutte le forme del giu-

dizio noematico,
la logicit delle

hanno il lor fondamento nell'autonoema. E forme autonoematiche traluce infatti nelle forme del giudizio, quali vennero da noi sistematicamente

l'autosintesi

81

buire
tate

esposte ^ non come classi diverse in cui si possano distrii vari giudizi, ma come facce diverse che son presen-

da quella poliedrica figura che


infatti
,

l'atto del

giudicare,

l'eterno ritmo del pensiero.

L'autonoema
assertorio;

come
del

il

giudizio, essenzialmente

e l'assertoriet

giudizio, chi

ben

rifletta,

logicamente inintelligibile, cio arbitraria e doramaticamente posta, se non si risolve nell'assertoriet dell'autonoema. L'asserzione esponemmo come unit concreta di apoditticit e problematicit; affermazione che unit di qualit e
quantit:
della

qualit del giudizio

disgiuntivo in quanto

unit di affermativo e negativo, e della quantit dell'individuale, che


di
il

disgiuntivo della quantit in quanto- unit

particolare. Il giudizio dunque disgiuntivo rispetto alla qualit, individuale rispetto alla quantit, assertorio rispetto alla modalit; e poich la

universale e di

modalit unit di quantit e di qualit, l'assertoriet unit di affermativit e individualit. Attraverso le quali

forme costituenti un triadico sistema di gradi


dizio del logo astratto
si

triplici

il

giu-

gira e rigira su se stesso saldansi

dosi nel circolo di un pensiero che


lit di

determina in una dua-

termini correlativi e congiunti da una corrente di pensiero logico rifluente dall'uno all'altro e urtante contro
ostacoli

insormontabili ogni qual volta tenti di straripare.

Si comincia dall'affermazione

inlmediatamente

ma

si

che non si contenta di porsi contrappone alla negazione per riaf-

fermarsi contro di essa in forza del principio del terzo escluso, e chiudersi ermeticamente dentro s con risoluta energia

autoconservativa e ripulsiva del suo contrario. Cosi , cos dev'essere, perch non pu essere che cos non sia. Tale
la verit

noematica astratta.

il

pensiero se ne contenta
si

solo che prescinda

da

s,

dalla sua libert soggettiva, e

immerga

nell'oggetto che par tutto.

Ma

l'insufficienza di

una

tal verit

manifesta appena

Parte

II, cap.

V.
-

G. Gentile, Logica

ii.

82

LA LOGICA DEb CONCRETO


il

risorga la coscienza della soggettivit e

dommatismo

di

questa posizione di pensiero rompa contro l'esigenza della certezza. Allora sorge la domanda: perch cos? E la domanda, finch l'oggetto rimanga l, tutto solo, muto, misterioso,
al soggetto altri

non pu ottenere risposta. La risposta non pu darla che il soggetto stesso, non discorrendo egli stesso per la periferia (come direbbe Bruno), ma immanendo nel centro che lui stesso. Nella cui vita infatti la risposta. Perch cos? La domanda non pu avere se non un significato, una volta escluso quel discorso periferico, in cui s'avvolge l'apodissi aristotelica: via senza uscita, perch circolare e riadducente perci sempre al punto di partenza. Il perch che si domanda vuol dire: perch io che potrei non affermare questo giudizio, debbo tra affermarlo e negarlo appigliarmi di necessit alla prima alternativa? Non potrei appigliarmi alla seconda? Non potrei respingere l'alternativa e rifiutare lo stesso problema? Perch il problema? Chi me l'impone? E se io penso (se non pensassi, d'altra parte, la questione cadrebbe interamente), poich pensare atto di libert, c' qualche cosa o qualcuno che possa mai nulla imporre al mio pensiero? Quale nesso necessario lega me a questo problema e a questa soluzione? Quale il rapporto,

insomma,

tra

me

e la sintesi del logo astratto?

A
cui

questa

domanda la risposta gi data appena mini come questi e si consenta che un


c' tra
il

sia espressa in ter-

nesso, e necessario,
in

soggetto e la

sintesi

oggettiva

esso

si

specchia.
ci

Lo

scettico

non consentir;

e per lui quindi non.

dello scettico

sar verit. Ma, esclusa la disperata soluzione negativa assurda finch lo scettico non rinunzii a pen-

sare

al

suo

stesso

scetticismo

non

rimane che

il

pas-

saggio dall'oggetto astratto al soggetto nel cui rapporto la sua concretezza. E allora il perch si manifester come una

conseguenza dell'attivit autotetica dell'Io, che nel suo altro non trova se non quello che egli stesso pone come sua propria essenza e vita. cos, perch cos dev'essere affinch io sia io, affinch io possa, essendo io, pensare e risolvere in questo problema quel problema che risolvo sempre

l'autosintesi

83

che ne risolvo uno: riuscire a pensare, a vivere la vita che mia e della quale io non posso a niun patto fare a meno. Il perch della sintesi nell'autosintesi: il perch del giudizio nell'autonoema. Il perch deiraffennazione disgiuntiva

del

giudizio

nella

disgiuntivit

qualitativa
dire

dell'auto-

noema. E
della

altrettanto,

com' ovvio, da

del

perch
cui
si

disgiuntivit quantitativa del giudizio

individuale, e

della disgiuntivit

modale del giudizio

assertorio, in

riassume e potenzia tutta la energia logica del giudizio.

Che raflfermazione autonoetica


nostra

sia disgiuntiva al

pari di

quella noematica lo vede da s chiunque abbia pre'sente la

deduzione del giudizio disgiuntivo.

Il

quale nasce

dalla repulsivit dell'affermazione alla negazione da cui l'af-

fermazione stessa logicamente minacciata nella sua validit si afferma nell'autosintesi, come si potrebbe veramente affermare, se la sua affermazione non fosse la negazione della sua negazione? E qui, nell'autoobbiettiva. Orbene, l'Io che
sintesi,
si fa

avanti in tutta la sua forza questa negativit

dello spirito,

che si cela e si dissimula nella disgiunzione noematica. Qui essere negazione attiva e pratica di non-essere: scienza d'ignoranza; bene di male, bello di brutto, ecc.

Qui

si manifesta in tutto il suo carattere negativo la negazione antitetica all'atto affermativo del giudizio, poich la

creativit dell'autonoema luce che

rompe

le

tenebre, restanti

nello sfondo a far sentire


incedit per ignes:

il

fulgore che le dissipa. Qui, nel

dialettismo che lega l'essere al non- essere, l'affermazione quasi

non

si

rifugia nella sua schiva purit razio-

nale di l dalla contraddizione,


trionfatrice.

ma

l'attraversa e l'abbatte

Qui veramente il significato della disgiuntivit del pensiero logico: perch qui vive la logica concreta. E l'individualit? Quella individualit, che abbiamo detto consistere nella universalit che disgiuntivamente si oppone alla particolarit e la estermina: quella universalit, che non somma o complesso di particolari, in cui l'universalit stessa si risolva senza residuo, e che perci la quantit competente alla qualit affermativa del giudizio, come pu giustificarsi nell'astrattezza della sintesi oggettiva non

84

LA LOGICA DEL CONCRETO


e

ricondotta

riannodata all'atto autosintetco del giudizio

concreto? L'universalit, come abbiamo pi sopra osservato^


nella obbiettivit del logo astratto,

una data universalit:


irri-

questa universalit che

il

pensiero trascende nell'atto che la


svela nella

considera come questa. L'universalit vera, e quindi la


ducibile immortale individualit, del giudizio
si

forma autonoematica del giudizio stesso: come atto dell'Io infinito, unico, immoltiplicabile, e quindi realmente individuale come universale che non ne ammetta altro fuori o sopra di s. Qui la vera universalit, che gelosamente custodisce e garentisce se stessa contro ogni minaccia negativa del particolare, e mantiene quindi l'aflfermazione logica nell'aer luminoso della verit. Infine, l'assertoriet: ossia queir apoditticit che si afferma

come esclusione
la

della problematicit. Quell'apoditticit riceve

sua forza autoconservatrice e ripulsiva del contrario dall'attivit pensante dell'Io che pone se stesso, con la sua energia, nella propria affermazione; e in questa esclusione della problematicit non fa che scacciare di dentro a se stesso il
proprio non-essere, dalla cui negazione egli risulta.

Come

potrebbe esserci
di questa realt,

infatti

una positiva problematicit nel seno che abbiamo detto ens realissimum? Quindi

l'affermazione che l'Io fa di s nell'autonoema, e per in

ogni giudizio, necessariamente assertoria. E in conclusione, la tavola delle forme del giudizio pure la tavola delle

forme dell'autonoema.

8.

Unit

di

noema

autonoema.

le

Tutta la deduzione precedente mira non tanto ad esporre forme autonoetiche del pensiero, quanto piuttosto a chia-

rire nell'intrinseco l'unit del

noema

e dell'autonoema, e a

dimostrare in atto l'identit risolutiva della logica dell'astratto e del concreto. Poich evidente che non c', a volta a
volta,
il

un

giudizio e

giudizio

un autonoema: come autonoema.

ma

sempre, in eterno^

l'autosintbsi

85

Un

sentore di quest'intimo nesso, che unitA,, tra

due

atti che convien tuttavia distinguere nettamente, ebbe il Kant nella sua teoria dell'Io penso come forma originaria trascendentale di tutti i giudizi. Ma Kant non vide propria-

mente l'unit dei due termini, da lui tenuti distinti come forma e materia del pensiero, laddove il noema lo stesso autonoema disceso da pensiero pensante a pensiero pensato; come la materia, nella Critica kantiana, sempre la stessa forma, gi colata, per dir cos, in una forma determinata e
raffreddata. Quindi
senti
alla
sato.
si spiega perch a lui l'Io penso si precome una scoperta: quasi verit gi sempre presente coscienza e pur non mai veduta. Essa si cela nel pen-

L'autonoema

infatti pel

Io

non-Io)

apparisce come noema:

suo dialettismo (Io e in questo

= Io,
si

che
trova

l'Io

come demiurgo segreto che convenga rivelare scopertamente, traendolo da quell'empirico pensiero, che poi il reale ed effettivo pensare. A Kant era impossibile attingere questo concetto del-

noema e dell'autonoema, dell'esperienza e dell'Io, e in generale della materia e della forma, e sollevarsi quindi all'assoluto formalismo, a cui mir poi sempre l' idealismo
l'unit del

che da

lui

prese

le

Io trascendentale egli

mosse. Era impossibile, perch lo stesso si raffigur staticamente, come un che

l'organismo dell'esperienza.

d'immediato, quasi elemento coesistente con la materia nelImmediato, fondamentalmente, il dato; immediato l'Io. Come se l'Io fosse l nel pensiero che si analizza perch si costruito, analisi perch sintesi e non fosse l'attivit sintetica generatrice della sintesi. La forma immediata ha di contro la materia, perch di forma ha solo il nome; ed essa stessa, realmente, materia di
;

pensiero.

generatrice di se stessa
trova, se

La forma come mediazione di s o autosintesi come materia; e per smaterializpu ritrovare, e rimedesima. Poich ognun vede quasi cogli occhi
il

zatrice eterna d'ogni sua materia, in cui

del capo

come

contenuto spirituale

si

materializzi

pren-

dendo forma
pito e

tisica di carta scritta, tela dipinta,

come

dalla

carta stessa, dalla tela e

marmo scoldal marmo lo

86
spirito
il

LA LOGICA DEL CONCRETO

muova, spiritualizzando

la

materia, e ritrovandovi

suo

mondo

lieve e trasparente, cio se stesso.


.

Sempre

il

suo non-Io specchio dell'Io che egli

9.

L'autosillogismo.

Nella pura forma autonoetica del pensiero non


dire tuttavia che ogni

si

pu

residuo di dommatismo, e quindi di

arbitrariet logica, sia

scomparso finch non

sia stata

in piena luce la base della autoconservazione in cui

si

messa ma-

nifesta l'energia logica dello stesso

autonoema come affermala

zione che repelle disgiuntivamente la propria negazione, e


repelle la particolarit che
versalit,

negherebbe

sua essenziale uni-

come repelle la problematicit che ne annullerebbe la non meno essenziale necessit. Perch questa autoconservazione-ripulsione? Questa duplice forza suppone un principio che la genera e l'autorizza:

suppone

la

maggiore d'un

sillogismo, che l'unit delle esclusioni reciproche dell'af-

fermazione e della negazione, come vedemmo nella teoria del sillogismo ^ una proposizione disgiuntiva fondare s per
la qualit e s

per la quantit e la modalit ogni verit del

B perch ed ^ o ^ o non-B. Proposizione che il logo astratto assume immediatamente in quanto s'appropria, con quella immediatezza che propria d'ogni rapporto noelogo astratto nella sua mediazione interna. L'A

non

no7i-B',

matico, la sintesi

=^ B.

Ma anche
tutta

l, il

sillogismo, nella sua circolarit, chiuso

premessa maggiore alla conclusione, verit d'un pezzo, che al pensiero s'impone con Vaut-aiit del prendere o lasciare. quella, e non si sa perch non possa essere altra. E anche in questa pi remota scaturigine della logicit la base della sintesi noematica sta nell'autosintesi,
in se stesso: dalla
la

quale non soltanto attivit autonoetica,

bens anche

autosiilogistica.

Ed
1

invero, per renderci ragione della premessa, base del

Parte

li, cap.

VI.

l'autosintb*
sillogismo,

87

non

B, 'oisogna dire perch

non

si

pensa quella sintesi sdoppiantesi disgiuntivamente in due sintesi opposte contradittorie, il pensiero come logo concreto: l'Io, che dice: Io sono non-Io: un giudizio, in cui il soggetto del verbo lo stesso soggetto del pensiero, per modo che l'attivit sua attivit pensante che, in questo caso, a differenza di tutti gli
possa pensare altrimenti.
chi
altri,

eo ipso attivit realizzante, creatrice.

Si rifletta

un momento su questa differenza profonda, in


a suo luogo che nella stessa sfera della
lo-

cui

si

tocca la radice del rapporto tra la logica e la meta-

fisica.

Notammo

gica dell'astratto non un soggetto estrinseco all'oggetto del

conoscere che introduce nell'oggetto quella relazione di soggetto e predicato in cui


il

giudizio consiste.

stesso logo astratto, chi l'ammetta e in realt

La verit dello non c' nes-

tivo, e cio si
il

suno che non l'ammetta, importa che il giudizio sia obbietcompia nella stessa sfera dell'oggetto a cui
giudizio
si riferisce.

perci finch l'oggetto stesso


ripiegarsi

si

con-

cepisca nella sua naturale immediatezza e astratta identit,


quest'oggetto, nell'impossibilit di

sopra di s e

ragguagliarsi seco stesso, fuori del pensiero, e non suscettibile di

nel^pensiero e giudicato,

verun giudizio. Anche l'oggetto naturale, assunto si logicizza, ed pensiero. Cos nella
il

sua astrattezza,
pensiero,

noema meramente logica e ideale, la quale si stacca dalla realt immediata e ne fa sentire il difetto e il bisogno. Nel mondo del pensiero, come il logo astratto lo costruisce, l'uomo non vive. L'essere di cui vi si parla {A B), un essere logico, in cui si realizsoggetto del giudizio semplice
o

non

realt:

una

realt

zano

termini mediante

il

rapporto essenziale onde sono

nella realt del pensiero congiunti.

Quando invece
lo sono,
il

l'Io dice: Io sono non-Io, o

semplicemente

suo essere realizzazione di s. Egli non presupposto del pensiero in cui si specchia sdoppiandosi e ri-

piegandosi sopra di s: ma nel pensiero il processo appunto della sua realt: poich l'Io Io, quello che , in tutta la sua realt, in quanto coscienza di s: quella co-

88

LA LOGIOA DEL CONCRKTO


)

scienza, che esso


siero, o

non immediatamente,

mediante

il

pen-

pietra dice:

l'atto in cui esso consiste. Se la. Io sono, essa, in quanto pietra, gi prima di parlare e definirsi. E per essa non parla, in verit, e non

meglio mediante

si

definisce.

Quando

noi, nella sfera del logo astratto, par-

liamo in sua vece, e diciamo che essa , essa da pietra diventa pensiero della pietra, e sta innanzi a noi, al pari della pietra a cui si riferisce, come un antecedente dello stesso
pensiero attraverso
alla
il

quale essa

si

muove logicamente per


che dice di essere, e fa, e fa qnel che

tornare a se medesima tutta pensata e logicamente sottratta

sua primitiva immediatezza.


,

U Io

per pensa, e pensando


dice: logicamente,

dice quel che

ma

pure realmente.

E
come

se la pietra pietra in

una

sintesi risultante dall'atto

autotetico dell'Io, la logicit


fantastica
il

della pietra

non

si

appoggia,

realismo volgare e quello scientifico o

filosofico, sulla

presunta realt naturale immediata, pi facile

ad immaginare che a pensare,


assoluto, che l'essere

ma ben

piuttosto sulla realt

dell'Io: di questo Principio unico, immoltiplicabile, infinito,

realissimo. In

questa singolare ed

eccellente logicit dell'autonoema, onde l'Io pensa e realizza


se stesso pensandosi

diverso da se stesso, la disgiuntivit


l'

della sintesi, a cui

Io

perviene mediante questo suo pro-

prio differenziamento, scaturisce da

una disgiuntivit opposta.

L'autonoema disgiuntivo

quanto afferma l'identit del diverso escludendo l'identit dell'identico: che l'affermazione opposta del giudizio disgiuntivo, dove il principio d'identit esclude invece la differenza. L'Io dir: Io o sono sono non-Io, trovandosi nella curiosa alternativa di Io affermarsi negandosi (come nonio) o di negarsi affermandosi, (come lo). Se l'Io Io si afferma: ma non pii Io per questa sua vuota identit, che la negazione dell'essenza processuale dell' Io, la quale importa un differenziamento. Viceversa, se non-Io, esso si nega; ma appunto negandosi riesce ad attuare la sua essenza. Qai dunque l'affermazione pura e semplice, o affermazione dell'identico, negazione: e la vera afin

fermazione efficace e positiva

si

opera attraverso

la negazione.

L'AUTOSlNTBSt

89

L'affermazione pertanto, che


zione che negazione; non
divenire, dialettismo.

la

disgiunzione garentisce

nell'autonoeraa per qualit, quantit e modalit, affermatesi,

ma autotesi,

quindi

conseguenza anche qui di una necessit; ma di una necessit che non piii solamente logica; ma logica in quanto metafisica. Perch l'autotesi del divenire spirituale deriva da una impossibilit che non una semplice impossibilit logica. L'Io tra essere Io e essere non-Io, deve optare per la seconda alternativa, non gi pel principio di contraddizione e del terzo
l'autotesi del pensiero

escluso (che sarebbe


astratto
;

un abbassare
filo

il

logo concreto a logo


infinita astrattezza);

e smarrito questo solo

d'Arianna che rimane

al pensiero, smarrirsi nel labirinto di


il

una

quale principio ad ogni

modo verrebbe flagrantemente

ma perch nelpropone la domanda dell'alternativa da scegliere, egli ha gi risposto, e la sua alternativa presa. Infatti proporsi una domanda comunque pensare, e pensare essere Io come non-Io. La unit in questo caso di essere e pensare fa s che il problema del pensiero possa essere risoluto, com' risoluto infatti e non pu non esser
violato nella formula dell'Io che non-Io;
l'atto stesso

che l'Io

si

risoluto, dallo stesso essere del pensiero concreto.

Si badi infatti

che per intendere tutta la potenza logica

dell'autosintesi nella legge fondamentale che la governa,

non

bisogna neppure rappresentarsi


nei termini del logo astratto.
cipio d'identit e dire che
il

il

problema, come
si
il

si

farebbe
al

Non

pu ricorrere

prine che

pensiero

pensiero;

il pensiero sia, forza che sia pensiero; e poich pensiero non pu essere se non come identit del diverso (Io nonio), necessario che per essere tale identit,

posto perci che

il

pensiero non sia la negazione di essa. Con questa dedu-

zione della necessit logica dell'autosintesi noi


sillogismo,
(il

avremmo un
il

non un autosillogismo: metteremmo


nello

pensiero

pensiero pensante. Io, logo concreto)

stesso

piano

di ogni pensato, per cui

-4

se

prima

di tutto c'

A: e

tutto nella sua circolare verit, se .

? Dall'ipotetico del semplice pensiero (pensato) noi scendiamo a terra, e

Ma

90

LA LOGICA DEL CONCRETO


il

poniamo

piede sul solido, se passiamo e in quanto pasal

siamo realmente

pensiero pensante.

Il

quale non

si

trova

pi di fronte a una realt postulata, e postulata cos e cos, e quindi definita e tutta logicamente pensata; esso nel

cuore stesso della realt, suo artefice interno, e non deve


pi dire perci: se questo ; ma piuttosto: questo poich ogni essere dipende da lui: anzi lui stesso.
Il

che vuol dire che

il

suo sillogismo non presuppone n


la

postula una realt da mediare, o da ravvisare nella sua in-

terna mediazione:
in se

ma

con

sua stessa libera presenza in-

staura questa realt mediata che sillogisticamente conchiusa


Il suo essere come posizione di negativit perch assolutamente incondizionata e consapevole, tra questa negativit e il suo opposto: due opposti che reciprocamente si escludono non pel principio, ripeto, del terzo escluso, del quale l'essere del logo concreto non pu in alcun modo giovarsi e ai quale infatti contraddice, ma perch questo l'Io, questa la sua legge: che esso non possa essere Io senza essere non-Io, e per essere Io deve negare in s quella identit che sarebbe la negazione di s,

medesima.

scelta, libera

da s. Egli, l'Io, ragiona, con l'essere: ragiona costruendo la logica. E per non pu dirsi propriamente che sillogizzi, collegando idee, ma che autosillogizzi, costruendo se stessa. A fondamento di ogni raziocinio sta la ragione in quanto essa
in quanto egli attualmente altro

non

sull'essere,

ma

si

costruisce.
altro

la

sostanza di ogni raziocinio non propria-

mente

che questa autocostruzione della ragione.

10. Ciclicit dell'autosintesi.

Questa costruzione che la ragione fa di s attraverso l'auquale sbocca continuamente nella sintesi del logo astratto, contrappone alla circolarit statica della sintesi, che per se stessa sarebbe insuperabile, e farebbe il pensiero pritosintesi, la

gione di

s,

la ciclicit dell'autosintesi.
infatti

La

verit

del logo astratto in virt del principio

d'identit immutabile, e rigira,

come abbiamo

visto, s

L AUTOSINTESI
in se

91

medesima. Sicch

il

pensiero, ove tutta la logica

si

esaurisse veramente,

come per

tanti secoli la filosofia stata

tentata di credere, nella logica dell'astratto,


in

si esaurirebbe miracolosa rivelazione avrebbe potuto bens investirlo della cognizione del pii ricco e vasto

uno

sterile

= A.

Una

moralmente importante concetto della vita e del mondo: questo concetto avrebbe a sua volta sifi"attamente esaurito l'attivit del pensiero, da essiccarne la sorgente e cone

ma

possibilit pi di ripensarlo

dannarlo a impietrarsi nell'intuizione di quel concetto, senza con quella freschezza sempre
e d'interpetrazione ravvivatrice,
si

nuova d'intelligenza

onde

ogni verit oggettiva


viduale.

viene sempre efi"ettivamente sub-

biettivando e rinnovando nella mobile onda della vita indi-

La verit del logo concreto invece la negazione di questa identit immobile e tutta chiusa in se stessa. L'Io Io in quanto, alterandosi e differenziandosi, non-Io, logo
tesi e
si chiude sempre nel diallelo della sinpensa astrattamente. Ma nel punto stesso che vi si chiude, riapre il circolo per ricostruirlo: annulla l'astrattezza del non-Io, annullando il suo proprio essere definito come quel determinato non-Io. Perch, se ci non facesse, l'Io risolverebbe la sua negativit nell'affermazione della sintesi,

astratto: l'Io quindi

e passerebbe da logo concreto a logo astratto, annullandovi

dentro tutta la propria energia autosintetica. L'Io sarebbe Io (quel non-Io in cui esso si pone) e non si negherebbe pi

come

Io che Io essendo non-Io.

E come

Io identico a

se

stesso cesserebbe perci di essere Io per diventare qualcosa

non al sasso o all'essere naturale in genere, che neppure pensabile, come s' osservato, ma a una semplice idea pensata. Ma pensata da chi, posto che l'Io che pensa, assolutamente parlando, unico? L' Io dunque nel suo divenire nega eternamente se stesso per essere attualmente se stesso. E tutta la vita morale degli uomini conclama a gran voce questa verit, che anche la severa parola del libero Catone ai piedi del Purgatorio dandi simile,

non

tesco intima agli spiriti lenti e neghittosi, incuranti di cor-

92
rere al

LA LOGICA DEL CONCRETO

monte a

purificarsi di

quanto annebbia in loro

la vi-

sione di Dio:

Qual negligenza, quale stare questo?


Cos che
il

circolo del logo astratto, in cui

rio par che

attinga la sua realt, e sia quindi Io, vien negato nell'atto


stesso che affermato: riaperto nel punto stesso che si chiude. Esso Io, e rio rimane soggetto alla sua eterna legge: Io sono non-Io: la legge, che lo trae a negare se stesso comunque esso sia determinato. Ma negare se stesso porsi

da capo come non-Io,


circolo
;

in

e cosi infinitamente, in

una nuova sintesi, in un nuovo un movimento ciclico di corsi

e ricorsi.

In ogni
il

momento

del suo esistere


si

come un

Io determinato

pensiero concreto

trova ad essere pensiero di s

come

una

sintesi circoscritta in

un immobile

circolo;

ma

nell'atto

stesso che egli ripercorre la circonferenza

con

la

sua inquieta

attivit per possedere la sintesi nella sua logica dell'identit,

e saldare quindi la curva al suo punto di partenza, ecco che


il

circolo insensibilmente si apre e l'Io intende a costruire


spirale, in cui instancabil-

un nuovo circolo in una infinita mente sormonta sempre sopra se


s quale
cipio
si

stesso, scontento

sempre

di

ritrova nel non-Io,


il

premuto

dall'infinit del prin-

da cui

non-Io scaturisce.

11. Il

progresso.

Il

pensiero, immobile

come logo

astratto, riassunto invece

nella

concretezza

non
dei

progresso. Il quale immaginare come una catena di anelli, ciascuno da

dell'autosintesi

quali
si

si

saldi

al

precedente.

Non

serie

di

concetti,

che

vengano aggiungendo l'uno all'altro. Il progresso quantitativo non progresso. N progredisce perci la

l'aumento dei beni materiali della vita, la cui natura determinabile infatti secondo il criterio della quantit: quel criterio che valido per tutte le cose, di cui ci circondiamo, ma che sono semplici cose e non entrano a far
civilt per

l'altosintesi

95

parte della nostra personalit.


inoditca
la

Il

progresso qualitativo;

E poich la realt da quanto abbiamo veduto risulta tutta concentrata e condensata nell'atto dell'Io; il progresso va appunto cercato qui,
realt

trasformandola.

in questo nucleo
tativo,

vivo del tutto.

qui infatti esso quali-

come trasformazione, non secondaria e sopravveniente, ma intima, originaria e immanente all'unico e immoltiplicabile principio di tutto.

N
plicit;

nel logo concreto

il

progresso sarebbe intelligibile se

da ogni molte neanche semplice unit infeconda ed inerte. L'Essere di Parmenide non capace di progresso; n pensabile progresso nel'Ens realissimun degli scolastici, n nel mondo delle idee platoniche. Nessuna di queste forme, in cui s' creduto
l'unit dell'Io fosse astratta e al tutto scissa

perch

il

progresso non quantit,

ma non

di unificare

il

concetto del reale,

si

sottrae all'ambito del

semplice logo astratto. Nel concreto invece questa unit dell'essere realissimo unit che

non

ma

diviene;

tutto

il

suo essere eternamente in


si

fieri.

l'Io

perci per essere

pone come non-Io; e poich s' posto, non pu essere: nega il suo essere, e si pone di nuovo come non-Io. E cos, unico nell'atto autosintetico, ecco che si moltiplica ciclicamente nelle sintesi negando sempre la molteplicit sua,
e
:

e riassorbendo tutte le sintesi nella sintesi attuale, in cui

si

pone immortale unica autosintesi. Nessuna sintesi una tappa del suo cammino: n la via che percorre gli si spiega dietro alle spalle come tratto che egli possa, pur che voglia, ripercorrere. La linea del suo percorso
tile e
si

potrebbe piuttosto rassomigliare a una scala contratalla

ferma
i

cima anzi che

alla

base, in
ritirati

guisa che
e annullati,

tutti

gradini sormontati possano essere

se questa

immagine non avesse


lo spirito

l'altro difetto di

rappresen-

tare preesistente la serie dei gradi superiori


giunti.

Laddove

risolve tutto

il

non ancora ragtempo (passato e

futuro) nell'attualit del presente, che la sua eternit, e


nell'atto perci dell'autosintesi contrae ogni realt pensabile

in cui esso

si

viene spiegando.

94

LA LOGICA DEL CONCRETO

Vedremo a suo luogo

quali

corollari derivano

da

ci

nel concetto della storia cos per solito offuscata dalle

ombre

del passato e del futuro, mentre essa cos profondamente

impiantata con salde radici nell'attualit eterna del presente.

Qui

basti

osservare che la molteplicit, in cui

si

riversa

l'unit dell'Io

come non-Io, non

essa stessa intelligibile

nella sua funzione critica e differenziatrice e per

determi-

natrice dell'unit originaria e insuperabile dell'Io, se


nel suo intimo nesso con l'unit.

Non

(lo

non abbiamo gi so-

pra osservato

-)

nell'indefinito della

una molteplicit fantastica che si sperda immaginazione incapace di afferrarla e

determinarla entro limiti precisi:


creta che attualmente
si

ma

la molteplicit con-

determina nell'unico atto dell'autpsintesi, in quanto l'Io nega se stesso e la propria identit. Ogni volta che noi veramente la pensiamo e guardiamo fermamente al contenuto del nostro pensiero, noi non abbiamo
presente altro che l'alterazione del pensiero onde l'oggetto
si

oppone

al

soggetto

e gli

si

oppone come

sintesi

triadica,

che importa due termini e il loro rapporto. E ogni analisi che si faccia di un termine di questa molteplicit definita ritorna alla sintesi, o d luogo a nuove sintesi, senza possibilit di
lisi
^.

procedere indefinitamente attraverso analisi di anail

Sempre
il

pensiero ha problemi da risolvere:


;

ma
e

se
il

ne

ha uno,

suo problema sempre ben determinato

suo

mondo

un mondo

circoscritto

e quale

pu essere

in con-

nessione alla sua soggettivit determinata. La stessa inde-

terminatezza del reale fantasticamente sfuggente attraverso


l'infinito della

immaginazione, quando ben si consideri, si condensa e circoscrive in una immagine o concetto che voglia dirsi, che esso stesso unico e organizzato triadicamente come
ogni altro concetto.
Cos, attraverso la molteplicit del logo astratto, l'attivit

ciclizzante del logo concreto

pu passare mantenendo intatta

2
3

Parte IV, cap. VI. Cfr. cap. prec, 15.


Cfr. parte II, cap. Ili, 10.

l'autosintb^
la

95

propria unit e trasformandosi perci interiormente in ogni attuale ritmo del suo processo. E la sua trasformazione
progressiva, o di miglioramento, nel senso pi proprio dei termine; poich essa bene, come avvertimmo', lo stesso

autonoema o atto dell' Io; mira appunto ad attuare

e l'Io, questo atto, in ogni suo ritmo se stesso, e a

compiere quel bene


si

in cui si raccoglie ogni vero bene,

che

possa pensare.

Aggiungeremo qui

soltanto un'osservazione utile forse a

definire ancor meglio questo carattere del progresso derivante dall'attivit ciclizzante del logo concreto. Ed questa: che mal si pu vedere la verit del concetto del progresso

quale
storia,

si

spiega nella spirale della vita dello spirito o nella


si

quando

voglia cronologizzare,

come

lo stesso

Vico

si

lasci indurre a fare dalla sua fantasia corpulenta e prepodi et od epoche, siffatte determilettera prendendo alla senza discrezione e nazioni di tempo. Nel tempo e nella storia empiricamente appresa e spiegata cronologicamente noi possiamo rappresentarci una serie di anelli, sciolti e non saldabili tra loro in catena, poich ciascuno tutto chiuso in se stesso. Il tempo

tente, questo sviluppo ciclico, e parlare

nella

molteplicit

discreta

del

mondo oggettivamente

astrattamente pensato.
ciclica e progressiva,

li

non c' posto per

quell'attivit

una

e perci capace di trasformazione

qualitativa, che

si

appartiene al logo concreto.

tutte le

fi-

che pi fedelmente hanno obbedito alla logica dell'astratto, hanno, sto per dire, naturalmente subito la profonda esigenza di questa logica negando il progresso
losofie naturalistiche,

e la storia. Nel
tutti

logo astratto non v' che circoli, ciascuno separati e irrelativi. Il logo conatomisticamente a se, creto, in quanto contiene in s l'astratto e vibra dentro la sua vita, sale eternamente, fuori del tempo, su se stesso per
essere se stesso.

Cfr. 6 di

questo capitolo.

96

LA LOGICA DKL CONCRETO

12.

La

ragione.

La rappresentazione
siero stacchi
il

storica dello spirito,

appena

il

pen-

log-o

astratto

dal

concreto, illudendosi con

l'idea della sufficienza di quello e della sua assolutezza, gitta

l'immaginazione non solo nel tempo dei molti pensieri che si rincorrono succedendosi l'uno all'altro, ma anche nello
spazio dei molti pensanti, ognun dei quali
si

sforzerebbe di ap-

propriarsi questo o quel pensiero. Molti pensieri, che pur con-

verr unificare con quella dialettica, di cui Platone disse


lodi; molti pensanti, che

le

avran bisogno

di unificarsi

non

solo per convivere,

ma

per pensare.

anche loro gi che cosa in

fondo la vita per gli uomini se non pensiero, poich tutto fanno, da uomini, pensando? Donde la doppia necessit a cui obbed in ogni tempo la filosofia di comporre e risolvere la
:

molteplicit delle cose naturali, in cui pensiero

si

affisa,

in

un cosmo
un

e in

un essere

solo; e di raccogliere e ridurre la

moltitudine degli uomini sotto l'impero d'un solo pensiero, di


intelletto

unico, di

della filosofia dimostra che

una ragione impersonale. La storia quando si fortificata la fede nel


stati

pensiero,

due postulati sono


il

energicamente affermati;

e Parmenide,
li

pi potente assertore del pensiero speculativo,

unific entrambi nell'unit dell'essere, con cui il pensiero vero coincide; quando invece si scossa quella fede e si

insinuato negli animi


si

il

dubbio

scettico, l'unit del

mondo

sgretolata nella molteplicit delle cose, delle parti o dei

fenomeni, e l'individuo s' sentito chiuso da una invalicabile bari'iera,

sequestrato dagli

altri

individui, che pur in

una luce crepuscolare ha continuato a intravvedere, ed ha ansiosamente cercato la via di accomunare con gli altri- il
proprio pensiero.
Il

motivo segreto e profondo di questo bisogno che trae

irresistibilmente l'uomo incontro all'altro

uomo, e
visto,

alle cose,

e all'universo, infatti nella natura stessa del suo pensiero.


11

quale,

come logo concreto,


si

, lo

abbiamo

uno ed

uni-

versale, ancorch possa apparire, sotto la specie dell'astratto


in

cui

pur

presenta, racchiuso in

un'individualit par-

l'autosintesi
ticolare perch'"determinata.
infinito; e

97

Il pensante pensa come pensiero dove perci gli sorga incontro un limite, che sia persona, egli ha bisogno di superarlo. Anzi del limite cosa non pu fare a meno, poich nel limite la sua determinazione; ma la sua negativit non pu arrestarsi a nessun limite, e non affermare e dimostrare la propria infinit di fronte allo stesso limite nella cui posizione ha cercato la propria vita attuale. Perci non solo ha bisogno del consenso degli altri pensanti, ma ha pur bisogno primieramente del loro

dissenso, della loro opposizione e refrattariet al suo pensiero.

Perci l'uomo
la loro

si

rivolge da prima alle cose; e poich ha vinto

le ha assimilate a se stesso, passa agli uomini e non rifugge dal contrasto delle contraddizioni, che pur conflitto di volont e guerra minacciosa di

sorda e muta durezza e

morte all'uomo che va in cerca della sua vita. Gli va incontro, perch il limite il suo non-Io, e quindi il suo Io. Egli l. Che s'imbatta o no, empiricamente, in un altro uomo, che
riversi nella vita politica delle folle e delle assemblee, o che viva a s secondo l'ammonimento vile del savio epicureo, che monta? Egli non si appagher mai di quella morta atarassia che il savio gli promette perch l'Io non Io se non essendo non-Io: nel limite, nell'opposizione la sua vita. E l'uomo nella solitudine dialogizza seco stesso; e si fa il
si
;

suo altro in se stesso; e si travaglia nel colloquio segreto con l'interlocutore che egli, nell'astratta solitudine della sua
vita particolare, s' creato, in

un dramma identico a

quello,

a cui ognuno di noi d vita nella concreta convivenza del nostro essere particolare con tutto il mondo che nostro. E con quel segreto interlocutore ha bisogno non meno di mettersi d'accordo, vincendolo o cedendogli e assoggettandoglisi e in
;

un tentatore satanico, ora un mentore austero o benigno, ora un reo o un giudice, e in generale un socio.
esso trova ora

L'universalit originaria e di diritto tende. a spiegarsi attual-

mente

in

una universalit
il

di fatto. Cos
si

sviluppa

pensiero, cos

l'uomo vive, cos si forma e cresce la civilt, e gli

uomini s'affratellano tra loro e s'affiatano e immedesimano con la natura, il tutto riducendo a pensiero che compenetra di s
G. Gentile, Logica
-

u.

98

LA LOGICA DHL CONCRETO

tutto e tutto perci smaterializza, unifica e ritrae al suo prin-

donde sgorga la vita, e dove s'ha bisogno di tornare sempre a riattingere questa vita. La ragione, a cui gli uomini si appellano nelle discussioni onde si sforzano di far prevalere la verit, che la loro vecipio,

instaurando l'ideale da un mondo concepito secondo la logica dell'astratto), questo principio unico e unificatore della molteplicit in cui pur esso si riversa, che
rit, e di conciliare

quindi

contrasti

della giustizia (un ideale tolto anch'esso

il

pensiero nella sua concretezza. La sua unit, premendo

sulla molteplicit delle opinioni discordi e delle contrastanti

rappresentazioni, e per delle volont divergenti e in lotta


tra loro, la

autorit onde

apparsa sempre investitala


i

ragione. Autorevole perch una, una per tutti

pensieri,

una

per

tutti
Il

pensanti.
il

vovq rtoiETixg aristotelico, escogitato a spiegare

valore

o l'autorit del vero, logo astratto.


difficolt in cui s'avvolse

quindi

le inestricabili

questo concetto (sempre vivo, nono al polo opposto del pensiero:

stante tutte le critiche, anche nel pensiero filosofico contem-

poraneo).

La nostra ragione

logo concreto. Dal cielo, in cui esso nella sua eterea immortalit fu sempre invano cercato, esso sceso questa volta veramente nel pensiero dell'uomo, nel suo petto. Dell'uomo (c' ancora bisogno di dirlo?) che pe