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Misitano, Bianca. La storiografia latina e lo Stato romano. Consenso e critica Parte I. En: InStoria: Rivista online di storia e informazione.

N. 22 - Marzo 2007.
Quando si pensa al filone dellantica storiografia romana, viene subito in mente un tipo di letteratura particolarmente cortigiana e giustificatrice, tutta impegnata a glorificare ed onorare Roma, la sua civilt e la sua opera di conquista come quanto di meglio il mondo potesse chiedere. Questimmagine della storiografia latina in realt riduttiva e gene ralizzata e deriva dal fatto che tradizionalmente essa prenda le mosse dalla cosiddetta annalistica, genere su cui anticamente la classe dominante aveva lassoluto e totale monopolio, generando cos un fortissimo legame fra la tradizione romana ed il genere storiografico. Risultato ne fu sicuramente una grandissima centralit di Roma ed una forte riflessione nelle opere storiografiche della mentalit delle famiglie patrizie che a loro volta erano le principali rappresentanti dello stato romano. Risulta ovvio, quindi, che la letteratura storiografica latina nasca come voce di quella particolare elite politica e si comporti di conseguenza. Ma perch si affid questo compito al genere storiografico? Bisogna dire, in primis, che questo fu il genere che di meno sub le influenze della Grecia. Non dimentichiamoci che a Roma la vera e propria letteratura ha origine con nientaltro che la traduzione delle opere omeriche stilata da Livio Andronico. Cosa di pi ellenico di questo? Da l, praticamente tutti i generi letterari romani hanno preso le mosse ed hanno inevitabilmente risentito di uninfluenza greca in continua ed inarrestabile crescita. Lannalistica latina possiede origini in parte diverse, che risalgono al periodo pre -letterario di Roma, se per letterario intendiamo quello che, per lappunto, parte da Livio Andronico e queste sono origini di carattere prettamente romano. Nello specifico, esse risiedono nelle antiche cronache ufficiali che venivano stilate dai pontefici massimi e che riportavano gli eventi pi importanti e gli elenchi delle personalit pi in vista. Questa pratica nasce quasi con la repubblica stessa e fa parte, quindi, della pi arcaica tradizione romana. A ci si deve aggiungere il fatto che allora i pontefici massimi provenivano esclusivamente dalla classe patrizia, ossia quella per sua natura pi conservatrice. La storiografia latina in debito molto pi con questo tipo di tradizione che con il corrispettivo genere greco, del quale non riuscir mai a condividere una certo tipo di vivacit intellettuale fatta di curiosit disinteressata verso gli altri popoli e di una capacit di analisi razionale per alcuni versi molto pi sviluppata. Insomma, il principale filone della storiografia romana, ossia quello dell annalistica, deriva direttamente da queste cronache, da cui anche il genere prende il nome. Il termine annalistica infatti deriva dal fatto che queste cronache furono pubblicate assieme nel 120 a.C. proprio con il nome di Annales Pontificis Maximi. Per largomento qui trattato, questo elemento molto importante, in quanto d alla storiografia delle origini un carattere indubbiamente filo-romano e tendenzioso. A potenziarlo ancora di pi il fatto che gli annali dei pontefici, per essere stati redatti per lappunto dalle massime autorit religiose, avevano carattere sacrale e che quindi erano poco passibili di critica. Questa assenza di senso critico si tradusse anche nellincondizionata accettazione dei miti e delle leggende della tradizione romana, avvolte anchesse in un alone

di sacralit. Lattenzione alla tradizione romana e, di riflesso, a tutto lo stato romano quindi lelemento principale dellannalistica. Ma non solo nelle origini che si possono ritrovare i caratteri essenziali di una qualsivoglia manifestazione di una civilt. Come ogni altro elemento umano, anche la storiografia latina subisce trasformazioni ed evoluzioni che in alcuni casi la porteranno ad adottare un atteggiamento molto diverso, quasi opposto, verso Roma. La storiografia di epoca letteraria romana, innanzitutto, subisce subito linfluenza del dilagare della cultura greca a Roma, che a quellepoca si avviava a toccare il suo apice, ma nonostante questo continuer a mantenere i suoi caratteri originari. Esempio il primo vero storiografo latino, Fabio Pittore, che compie una scelta particolare: sceglie di scrivere in greco. Questa preferenza, per, non pu essere letta come una totale adesione ai modelli letterari provenienti dalla Grecia, su di essa, infatti, gioc sia l intenzione di Pittore di allontanarsi da un determinato modo di fare storiografia, quello meramente cronachistico degli annali pontificali, ma forse soprattutto lesigenza di far propaganda alla causa romana allinfuori del mondo italico. Il III secolo a.C. , periodo in cui Fabio Pittore scrive, infatti un periodo di grandi cambiamenti per Roma. Sono gli anni delle prime espansioni in territorio extra-italico e, soprattutto, delle grandi guerre puniche. Cera il bisogno, quindi, di far conoscere la propr ia versione dei fatti in una maniera che consentisse a tutti di conoscerla. La lingua greca molto meglio si prestava a questo scopo, visto che, al momento, era la lingua internazionale, non essendo ancora stata scalzata in questo ruolo dal latino. Se quindi letterariamente Pittore prende le distanze dalla tradizione romana, per laspetto che a noi interessa, ossia latteggiamento verso Roma, egli ancora il classico uomo romano. Sulle azioni di Roma e dello stato romano, lo storico, infatti non per niente critico, ma anzi, in una sua testimonianza Polibio non esita a tacciarlo di tendenziosit. E unaccusa che non meraviglia, in quanto probabile che lopera di Pittore fosse per la gran parte volta a giustificare le imprese di conquista romane, che a quel tempo stavano in fretta prendendo quei caratteri imperialistici che ben si conoscono. Il primo storiografo romano alle prese, quindi, anche con la nascente questione dellimperialismo che, sebbene ovviamente abbia caratteri molto diversi da come si evolver in futuro, comincia gi a delinearsi nella sua intricata problematicit e nellurgenza di essere affrontata. In merito, quindi, ci basti sapere che Fabio Pittore si allinea alla tradizione romana, proponendo una storia assolutamente filoromana e filo-governativa, posizione che, per quel che ci concesso sapere della sua opera, non subisce particolari scarti in nessun momento. Un primo cambiamento avviene, invece, con il primo storiografo romano a scrivere in latino: Catone il Censore. Anchegli, come Fabio Pittore ed altri autori minori, innanzitutto un uomo politico. Anche questo era un importante elemento che determinava il carattere di piena approvazione al

governo romano. La storiografia, infatti, era lunico genere letterario, oltre alloratoria, che provenisse, in numerosi casi, direttamente dalla classe dirigente romana. Catone, per, vive in unepoca molto diversa da quella di Pittore, dove laffermazione di Roma a potenza mediterranea era appena avvenuta e lUrbe si trovava ad affr ontare problemi pi complessi e diversi rispetto a quelli di cui si doveva occupare quando la sua influenza andava poco o nulla oltre il suolo italico, fra i quali quello maggiormente alla ribalta era la nuova fortissima influenza culturale greca che stava giungendo a Roma e che, sotto certi aspetti, stava compiendo un vero e proprio processo di ellenizzazione. I vecchi costumi e la vecchia moralit romane vengono cos intaccati, provocando lo sconcerto delle parti pi conservatrici e tradizionaliste del popolo romano. E proprio a questa corrente apparteneva Catone, attraverso la cui opera storica, le Origines, si pu iniziare a riscontrare in maniera chiara il carattere moralistico e pessimista che caratterizzer molta parte della storiografia romana. Questo carattere nasce assieme al crescente dibattersi della classe politica che si vede costretta a cercare soluzioni alle nuove questioni che si proponevano mano a mano che limpero si espandeva. Questa espansione, che andr avanti rapida e praticamente inarrestabile per molti anni, da un lato porta necessariamente ad inevitabili cambiamenti nella politica e nella societ che dallaltro, per, vengono visti come pericolosi attacchi al concetto pi tradizionale di romanit. Il rapporto, infatti, che la mentalit romana aveva nei confronti dei mutamenti fu sempre molto problematico. Le antiche e molto radicate tradizioni romane erano indissolubilmente legate ad un altrettanto antico carattere sacrale e religioso, per cui corromperle e non rispettarle era avvertito come un sacrilegio, una possibilit di andare contro il volere degli dei. Ed direttamente da questo timore che nasce il conservatorismo pessimista che caratterizzer molti antichi storiografi, che avvertono in tutto e per tutto questo rapporto conflittuale col cambiamento. Catone, quindi, vive in un momento in cui Roma muta radicalmente forma, a causa, come gi detto, della sua affermazione a principale potenza del Mediterraneo e dello stretto contatto che si crea con la cultura greca. E proprio da questultima egli prende le distanze, convincendosi che sia proprio lellenizzazione il principale fattore della decadenza morale che vede farsi largo negli animi dei romani, soprattutto del ceto dirigente. I costumi greci, per molti versi opposti allantico rigore romano, non sono i soli, per, a causare la decadenza dei mores secondo Catone. Infatti a peggiorare la situazione era anche la gran quantit di ricchezze e beni di lusso che affluiva a Roma dalle zone assoggettate e che corrompeva lideale di vita modesta tipico della tradizione. Catone arriva addirittura a fissare una data precisa che per lui rappresenta linizio di questa nuova fase di decadenza morale: il 146 a.C. , anno della distruzione di Cartagine. E infatti allora, secondo lo storiografo, che Roma si impadronisce del Mediterraneo venendo cos a contatto con quegli elementi destabilizzanti.

Rispetto alla prima annalistica, quindi, in Catone si nota sicuramente un maggiore senso di sfiducia, dettato dal momento storico cos particolare per la vita romana, ma la critica si rivolge ancora verso elementi, per cos dire, esterni come la mentalit ellenica ed i lussi orientali che contaminano una fondamentalmente sana, quando riesce a non farsi influenzare da questi cambiamenti, societ romana. Le critiche nellopera di Catone sono condotte quasi esclusivamente contro quella parte di Roma che non vede con ostilit i nuovi influssi, ma, anzi, li adotta come propri stili di vita. E da specificare, quindi, che la civilt romana per Catone non tutta malata, ma gli elementi sani persistono nelle ali conservatrici, che si rifanno alla vecchia tradizione senza farsi conquistare dalle nuove tendenze. I suoi strali fortemente moralistici si dirigono, quindi, in una direzione specifica e precisamente circoscritta. Catone rappresenta comunque un nuovo punto di partenza per tutta la tradizione storiografica latina. Infatti, la critica alla corruzione di Roma diventer uno dei motivi topici di questo genere letterario, carattere che con landare del tempo si accentuer sempre di pi, rendendo le opere di questi autori fortemente caustiche e testimoni decise della decadenza dei tempi. C in lui, inoltre, unevoluzione anche per quanto riguarda la questione dellimperialismo romano, che alla sua epoca matura e comincia ad assumere quei caratteri che poi avr in seguito. E, daltronde, non poteva essere che cos, in unepoca in cui si erano effettuate molte delle pi grandi e importanti conquiste romane. Non un problema, questo, che gli intellettuali romani prenderanno alla leggera, lintento quasi esclusivamente giustificatorio che si era trovato in Fabio Pittore sparisce, per lasciare spazio ad una riflessione pi approfondita e concreta del problema. Oltretutto ci dettato dalla natura in certo senso diversa fra le due opere, quella di Catone e quella di Pittore. Sebbene si rifacciano alla medesima tradizione annalistica, gli intenti dei due autori e, quindi, la funzione dei loro scritti erano praticamente opposte. La scelta linguistica di Pittore, come gi detto, testimonia unurgenza di rivolgersi alle altre potenze mediterranee e quindi di dare unimmagine di Roma il pi possibile accettabile e condivisibile agli occhi degli altri, unimmagine che mettesse in luce i meriti, e non le ambiguit, della sua condotta internazionale. E ovvio che un intento simile poco spazio lasciava alle critiche e alle perplessit dellautore, che invece ritenne ovviamente pi opportuno esprimere le ragioni di Roma nel tentativo di fare apparire la propria patria dalla parte del giusto. Da parte propria, se la scelta del greco da parte di Pittore emblematica, altrettanto lo la scelta del latino da parte di Catone, che ricordiamo, il primo storiografo romano a scrivere nella propria lingua madre. Una scelta apparentemente banale e che invece non lo affatto, in quanto testimonia non solo una situazione in cui le condizioni politiche sono mutate, ma anche una certa differenza di intenti rispetto ai suoi predecessori. Le Origines, infatti, non unopera rivolta principalmente allesterno, ma lanalisi di Catone diretta ai romani stessi. E ovvio, quindi, che lesigenza di giustificazione pu cedere il passo ad una certa critica della

societ e che si pu cominciare a trattare i problemi che la affliggono con maggiore realismo e senso critico, senza preoccuparsi troppo di cercare approvazione o consenso incondizionato. Anzi, proprio per questo suo carattere di opera romana intesa ad essere utile innanzitutto a Roma, necessario che essa segnali ci che, secondo lautore, sono i problemi pi impellenti, fra i quali, appunto, la gestione delle nuove conquiste. Catone non approva su tutta la linea la sottomissione dei popoli esteri a Roma e, sebbene non si senta nemmeno di condannare ci, ammette che gli altri popoli possano lottare per la propria libert. Non raro che lodi quelle genti che con pi coraggio e forza si batterono contro lesercito romano, nel tentativo di preservare la propria indipendenza. Catone consapevole che pi che il totale predominio romano sulle altre forze, nellarea mediterranea, in cui coesistono cos tante importanti potenze, ci sia il bisogno di un equilibrio stabile. Anche qui, quindi non c una condanna su tutti i fronti della condotta romana (Catone non contrario allespansione della sua potenza, anche militare), ma la volont di limitare quegli aspetti che a lui sembra possano degenerare. Lautore che per primo riesce non solo a raccogliere, ma anche ad ampliare e rendere pi complessa lesperienza di Catone, sar Sallustio.

Misitano, Bianca. La storiografia latina e lo Stato romano. Consenso e critica Parte II. En: InStoria: Rivista online di storia e informazione. N. 23 - Abril 2007.
Anche per parlare di Sallustio, come per il suo predecessore, bisogna innanzitutto prendere in considerazione il periodo storico in cui vive. Sallustio nasce infatti nel periodo della rivoluzione romana, in cui la crisi delle istituzioni repubblicane allapice e la loro antica forza ed efficienza ormai solo un ricordo. Questo uno dei periodi pi difficili nella storia di Roma ed uno storiografo come lui non pu non avvertirne tutto il peso. Sallustio rappresenta una pietra miliare della storiografia romana, con lui giungono a maturazione tutti quei caratteri tipici della tradizione romana, quali il forte moralismo che si richiama agli antichi valori e il pessimismo nei confronti della situazione attuale. Sallustio dipinge un quadro della sua citt a tinte decisamente fosche, famosa, ad esempio, la sua frase che afferma che a Roma tutto si poteva comprare. La corruzione non pi, infatti, appartenente ad una fetta specifica della classe dirigente romana, ma dilaga nella citt senza pi alcun freno. Ne deriva, quindi, un atteggiamento di forte critica e denuncia, che arriva a comprendere lintera societ romana. Nellopera De Coniuratione Catilinae, ad esempio, non vi pi praticamente alcuna differenza morale fra chi trama complotti come Catilina e chi govenrna, ossia il Senato romano. La marmaglia di sbandati che attua il complotto non trova il consenso dellautore come dallaltra parte non lo trovano nemmeno i patres di Roma. Da entrambe le parti vigono comportamenti che Sallustio giudica immorali e disonesti, tanto che la situazione sembra andare verso un vicolo cieco, Roma sembra destinata a collassare su s stessa. Da qui si origina la visione forse pi pessimistica in assoluto nellambito della storiografia romana, poich in Sallustio manca qualsiasi tipo di idealizzazione. Sia prima che dopo di lui gli storiografi, pur magari criticando il momento a loro contemporaneo, avevano nutrito e continueranno a nutrire una pi o meno marcata ammirazione per determinati momenti del passato, che in genere appartengono alla Roma delle origini. Sallustio invece, se dapprima accoglie il limite proposto da Catone del 146 a.C., distruzione di Cartagine, prima del quale la repubblica si era mantenuta sana, in seguito nemmeno la Roma dei tempi arcaici diviene immune dalla sua critica, non essendo per lui molto dissimile da quella contemporanea. Sallustio infatti sostiene che non furono le antiche virt a mantenere salda Roma, ma solo il metus hostilis, la paura dei nemici e che una volta svanito, le feroci lotte politiche non tardarono ad accendersi nemmeno allepoca. Lambiguit di Sallustio, ma anche quella di tutti gli altri storici romani, che egli non esita a condannare una situazione che ai suoi occhi risulta essere senza speranza, ma non propone soluzioni n alternative realmente concrete, ma vagheggia solo un alquanto utopica restaurazione degli antichi mores. La sua, dunque, una feroce critica alla societ romana che per non presuppone il rifiuto della tradizione pi eminentemente latina. Sia per Sallustio che per gli altri storici la soluzione alla crisi di Roma non viene dallesterno o da un totale

rinnovamento della sua cultura e civilt, ma ha in s la soluzione ai suoi mali nella forma dei suoi propri antichi usi. E una sorta di ritorno al passato la cura che viene vista come lunica efficace, sebbene limpossibilit della sua attuazione risulter sempre pi evidente man mano che il pensiero storico romano progredir. In Sallustio, quindi, emerge completamente la peculiarit della storiografia latina: la critica caustica non nega un certo patriottismo, le accuse di inefficienza rivolte ai politici romani non demolisce il profondo rispetto per le istituzioni repubblicane in quanto tali. Tanto che, per Sallustio, la sedizione violenta del popolo vista in ogni caso come un male, poich attenta proprio a queste istituzioni, anche quando prende le mosse da istanze sociali fondamentalmente giuste e legittime. Per quel che riguarda la questione dellimperialismo, anche questa con Sallustio acquisisce quegli aspetti che la caratterizzeranno anche in futuro. La denuncia dellavidit e della brama di conquista romane vengono espresse senza mezzi termini in brani divenuti famosi, come ad esempio quello della lettera di Mitridate re del Ponto a re Arsace contenuto nel Bellum Iugurtinum, dove, fra le altre cose, viene detto: I romani sono pronti a prendere le armi contro tutti, in maniera acerrima contro coloro che, vinti, forniranno ricchissime spoglie: osando e ingannando e intrecciando guerra da guerra sono diventati grandi. Con questo modo dagire estingueranno o abbatteranno tutto. Dora in poi il mettere in bocca ai nemici la denuncia dellimperialismo romano diverr consuetudine, rispettata in praticamente tutte le successive opere storiografiche. Anche gli argomenti, in questo senso, diverranno quelli sempre ripresi, come la sete di ricchezze e la smisurata ambizione, tanto che tutti questi brani sembrano quasi seguire un unico schema. Quest ultima caratteristica, comunque, probabilmente indica che pi che le vere opinioni dellautore essi erano pi semplicemente un modello retorico e letterario. E comunque un fatto, che anche gli storici pi scopertamente patriottici non rinunceranno pi a dar voce, a modo loro, alle ragioni degli avversari. Colui che abbraccer in toto questa versione di Sallustio critica e pessimistica nei confronti di Roma, sar lautore di et Flavia Tacito. Ma il filo conduttore che idealmente li lega strettamente interrotto dallautore tradizionalmente considerato il maggiore storico latino (ma forse pi corretto definirlo lo storico maggiormente romano, nel senso pi tradizionale del termine), ossia Tito Livio. La sua idea di Roma apparentemente cos diversa da quella dei suoi grandi predecessori e successori, che molti critici di oggi ritengono che egli debba essere collocato addirittura fuori dalla tradizione storiografica latina. In realt, la sua distanza dalla tradizione minore di quanto si pensi. Un accenno allet in cui vive di dovere per comprendere la sua posizione: Livio si inserisce nellambiente di et augustea, caratterizzato politicamente dalla creazione del principato da parte di Ottaviano Augusto, che porter al termine del periodo della rivoluzione romana e delle guerre civili ed al ristabilirsi delle condizioni politiche e della tranquillit, e, socialmente, dal ritorno in auge dei valori e della morale tradizionale, fortemente promossi

dalla propaganda del nuovo princeps che trover larga approvazione presso il popolo romano. Si tratta, dunque, di un periodo estremamente pi sereno per Roma di quello in cui Sallustio aveva vissuto. Ci ovviamente si riflette anche nellopera di Livio che, oltretutto, apparteneva a quella cerchia di intellettuali che Augusto aveva legato in maniera particolare a s, grazie allattivit del suo ministro Mecenate, che fond il famoso circolo di letterati. Da ci deriva latteggiamento maggiormente fiducioso e meno polemico che caratterizza Livio, nella cui opera domina piuttosto che unaspra critica della societ, lesaltazione dei valori tradizionali latini e di Roma stessa. Proprio per questo suo entusiasmo, egli viene considerato come colui che interrompe quel filone pessimistico che si era affermato nel periodo precedente e che continuer dopo di lui. Tradizionalmente, Livio considerato uno storico di corte, sia perch si fa latore di quella propaganda augustea che mirava a rivalutare tutte le istituzioni pi antiche di Roma, sia perch la sua opera palesemente di parte, ossia volta ad esaltare lazione dei romani senza badare particolarmente ad eventuali deformazioni storiche. In realt non esatto dire, comunque, che in lui vi sia una completa assenza di senso critico o di consapevolezza della decadenza della repubblica romana. In lui, la critica semplicemente pi temperata e smorzata dalla ritrovata fiducia nellordinamento romano, dettata sicuramente dal momento storico favorevole. E evidente che allet di Augusto uno storico dai toni quasi apocalittici come quelli sallustiani apparirebbe fuori posto, per il semplice fatto che le condizioni sono cambiate in meglio, ed ragionevole, quindi, che gli intellettuali di questa et siano meno inclini al pessimismo. Su Livio, inoltre, comune pensiero che il suo atteggiamento di approvazione e consenso sia dettato semplicemente dal fatto che egli appartenga all ambiente di Augusto e che quindi sia stato praticamente indotto a interpretare la storia in una certa maniera, ma nemmeno questo del tutto vero. La convergenza di ideali fra lo storico ed il grande uomo politico pi che altro naturale, i sentimenti di Livio sono sinceramente filo-repubblicani ed anche Augusto segue una linea politica secondo la quale si propone ai romani come il restauratore della repubblica (anche se, nei fatti, sar luomo che ne decreter la morte definitiva). Quindi anche laspetto di Livio come storico di regime deve essere ridimensionato e visto sotto una luce diversa. Oltretutto non sappiamo nemmeno cosa Livio ne pensasse di Augusto nello specifico, perch la parte della sua opera relativa a questepoca non ci pervenuta. Quindi ci impossibile dire se Livio approvasse davvero in tutto e per tutto, senza alcuna ombra di dubbio, lattivit di Ottaviano o se nei suoi confronti potesse nutrire comunque qualche remora. In ogni caso Livio si ricollega alla tradizione storiografica pi antica, ossia lannalistica. Ci implica, quindi, una ulteriore intensificazione del suo rispetto verso gli elementi tradizionali, soprattutto le leggende, la religione, la celebrazione delle grandi personalit del passato. Nella sua opera, infatti, vengono inseriti tutte i miti pi classici romani, come, ad esempio, quello di Romolo e Remo, come se non differissero quasi per nulla dai fatti pi propriamente storici. I grandi condottieri vincono anche perch hanno onorato correttamente gli dei, cos come largo spazio viene dato agli auspici celesti che indicano eventi futuri. Quella di Livio , quindi, una storiografia che recupera ogni aspetto della

tradizione romana e che non poteva non riavvicinarsi, quindi, a quellatteggiamento di consenso e patriottismo che aveva caratterizzato le origini di questo genere. Ad esempio, la questione imperialistica viene da lui impostata in maniera differente rispetto al passato, il conflitto fra laumentare della potenza romana allinfuori dei propri confini e il diritto allindipendenza degli altri popoli, viene mitigato dalla fede in una sorta di missione provvidenziale che Roma deve compiere. Per Livio, infatti, il predominio di Roma sugli altri stati un bene, al fine di realizzare il grande progetto della Pax Romana, ossia dello stabilirsi della pace fra tutte le popolazioni, pace garantita dalla protezione e dallinfluenza della romanit. In Livio, quindi, lUrbe si assume una missione pacificatrice, nellottica della quale le sue conquiste divengono pi che giustificabili. Da inserire nellambito del suo tradizionalismo anche la sua visione del passato come il tempo in cui sono vissute le personalit che hanno fatto grande la civilt romana ed in cui si sono affermate quelle virt cos celebrate nel suo scritto. Sono tempi, quindi, di eroismi, atti gloriosi e comportamenti esemplari, che illustrano quali siano il coraggio e la dignit a cui ispirarsi. Pi che linteresse prettamente storico, in Livio, infatti, c proprio questo intento moralistico a cui tutto il resto viene subordinato e che funziona da lente attraverso la quale lautore espone tutta la storia di Roma. Anche qui, quindi, il distacco da Sallustio evidente, le loro due concezioni sui tempi remoti sono diametralmente opposte, laddove quella di Livio molto pi aderente a quella classica, mentre quella sallustiana maggiormente disincantata. La generale approvazione dello storico augusteo verso le imprese di Roma, non per, immune da critiche. Come gi ricordato, Livio avverte comunque la problematicit dei suoi tempi, in cui la nuova forma di governo della citt stava prendendo vita non senza molte ambiguit. La coscienza della decadenza morale della citt in lui viva, cos come viva anche una certa perplessit di fronte ai rimedi che si stava cercando di porvi. Non gli sfugge nemmeno la complessit della vita politica dei suoi tempi che nella sua opera risulta comunque completamente diversa da quella dellantica res publica. Tito Livio quindi lo storiografo della tradizione, che riprende a cantare le glorie di Roma, che ne raccoglie i valori e la mentalit e ne fa il centro della sua opera. Il suo distaccarsi dal filone storiografico recente non un rifiuto di quella tradizione letteraria, bens un riallacciarsi a qualcosa di pi ancestrale e originariamente romano, anche e soprattutto come atteggiamento verso lo Stato. La sua fiducia in Roma piena e convinta e, sebbene non rinneghi i problemi che la affliggono, per Livio la civilt romana resta comunque la migliore del mondo. Dopo di lui, il filone moralistico e pessimistico riprende il sopravvento, soprattutto con il terzo ed ultimo fra i grandi storiografi latini: Publio Cornelio Tacito. Egli vive in un periodo in cui il sistema imperiale ormai affermato, in cui non c pi bisogno che il princeps si nasconda, come fece Augusto per gran parte della sua carriera, sotto limmagine di protettore della repubblica e del Senato romani. Il governo dellimperator ormai un dato di fatto. Nonostante Augusto avesse dato origine ad un periodo di pace e tranquillit, non altrettanto

si potr dire di alcuni dei suoi successori che non esitarono ad instaurare governi pi o meno oppressivi, come Tiberio, Caligola, Nerone, dopo il quale la dinastia giulio-claudia (quella di Augusto) si estinguer e verr un intero anno di guerre civili, che passer alla storia come il longus annus. A seguito di queste lotte prender il potere la dinastia dei Flavi, sotto i quali Tacito vive, che daranno a loro volta allimpero un altro tiranno, Domiziano. E sar proprio durante il suo regno che lo storico far carriera arrivando a posizioni abbastanza di riguardo, anche grazie al suocero, il generale Giulio Agricola, su cui poi egli scriver una monografia. Come ben si vede, con linstaurazione dellimpero, le lotte per il potere non terminarono, ma, semmai, si inasprirono ancora di pi. Oltretutto, pochi furono i regnanti che seguirono la linea di Ottaviano, riuscendo a stabilire un equilibrio fra la libert dei cittadini ed il controllo imperiale, senza farsi prendere dalla smania di dominare completamente Roma e le sue conquiste. Anche se la situazione non pi critica come ai tempi della fine della repubblica, le violenze e le prevaricazioni non cessano, ma anzi, adesso che il potere dellimperatore nei fatti non pu essere limitato da nessuna delle altre istituzioni politiche, lo stesso impero tende a diventare sempre di pi un vero e proprio dominato, anche se nellet di Tacito questa tendenza si manifesta ancora solo con sporadici episodi di tirannia. Nonostante questo storico cresca sotto uno di questi imperatori tiranni, Domiziano, nelle sue opere il suo atteggiamento verso di lui in particolare sar sempre di contrasto, cos come, in seguito, lo sar verso limpero in generale. Dopo la morte di Domiziano, sotto limpero di Nerva e poi di Traiano, Tacito sviluppa le sue opere letterarie in cui si pu assistere allevoluzione delle sue idee riguardo lo stato romano. Dapprima, anche per la sua particolare posizione derivatagli dal fatto che aveva fatto carriera sotto un imperatore odiato e malvisto, Tacito cerca in un certo qual modo di adattare le sue opinioni alla necessit di giustificarsi dalle accuse di collaborazionismo. Se, infatti, condanna il regime di Domiziano, la sua non unopposizione verso lidea di impero tout court, tant che non perde occasione di lodare il modo di governo pi ragionevole e saggio di Nerva e sostiene che in ogni caso, dovere di un buon cittadino romano non quello di ribellarsi allo Stato. Tacito, infatti, taccia di stoltezza chi, seppur sotto una tirannide, oppone una resistenza ad oltranza, sostenendo che essa non porta da nessuna parte e che invece si dovrebbe cercare di perseguire assieme con il governo il bene della res publica. Il cives Romanus in sostanza deve mantenere un corretto equilibrio, senza cadere n in un vile servilismo, ma nemmeno in una sterile opposizione. Lideale quindi quello di non negare il proprio appoggio anche ad un principe dominus, nella misura in cui ci possa essere utile al bene di Roma. E evidente come qui Tacito tenti pi che altro di giustificare il proprio comportamento e quello del suocero Agricola. Ma, la sua idea cambia gradualmente fino ad arrivare alle pi dure critiche contenute nelle sue due opere di impostazione annalistica: gli Annales, riguardanti il periodo giulio-claudio e le Historiae, che invece si rifanno al pi recente periodo dei Flavi. Qui gli strali contro il governo imperiale si fanno pi polemici, tanto che Tacito arriva a vedere il sistema imperiale come nientaltro che un rimedio doloroso ma necessario ad una situazione, quella della fine

della repubblica, che altrimenti avrebbe portato Roma al tracollo. Qui, quindi, non c lottimismo di Livio, che era stato comune anche ad alcuni altri storici di et augustea e post augustea, nei riguardi della nuova soluzione di governo romana, che veniva vista come lelemento che aveva posto fine a lunghi anni di decadenza e guerre civili. In Tacito limpero una necessit, che, semmai, manifesta solo lincapacit dei romani a governarsi da soli, senza un principe che ne regoli le mosse. Daltra parte, nemmeno la figura dellimperatore scappa alla sua analisi duramente critica. Celeberrime sono le sezioni degli Annales dedicate a uomini come Tiberio e Nerone, visti nel loro declino verso unidea di impero sempre pi folle. La decadenza della societ romana corrisponde alla decadenza di questi governanti dipinti come tirannici ed incapaci. Persino sulla potenza militare romana, su cui mai prima dora erano stati espressi dubbi, nemmeno dagli storici pi pessimisti, Tacito nutre qualche perplessit. Nella sua particolare monografia, intitolata Germania e dedicata, per lappunto, alla descrizione delle popolazioni di quella regione, egli auspica per il bene di Roma che, per dirla con le sue parole: Duri, oh duri a lungo tra questi popoli se non lamore per noi almeno il reciproco odio, giacch, incombendo ormai sullimpero il suo destino fatale, niente di meglio pu offrirci la fortuna che la discordia fra i nostri nemici. Ecco che addirittura, se per Sallustio il metus hostilis era fattore di coesione fra i romani, per Tacito la potenza e laggressivit dei nemici diventa una cosa da temere fortemente, come se ormai nemmeno larte militare romana valesse pi qualcosa. Con Tacito, quindi, la sfiducia diviene praticamente totale, anche perch emerge la consapevolezza dellimpossibilit di tornare indietro e la convinzione che ormai Roma si avvii ad un inesorabile declino. Cos si conclude questo veloce excursus sul panorama della storiografia latina, allinterno della quale, nonostante le diverse posizioni, si possono comunque ritrovare dei caratteri generali che derivano dalla stessa essenza fortemente romana di questa letteratura. Esso innanzitutto il genere pi impegnato politicamente e che pi rispecchia, quindi, levoluzione di mentalit, tradizioni, valori, situazioni sociali di Roma. Questa focalizzazione sulla citt, con poco spazio anche per la descrizione delle conquiste estere, rafforza quei caratteri che gli provenivano dalla pi antica tradizione e che lo differenzia dai restanti generi letterari latini. Questo attaccamento ai costumi romani determina un atteggiamento generale molto particolare e che apparentemente pu sembrare addirittura contraddittorio: come gi accennato nel discorso su Sallustio, gli storici romani pur manifestando il loro sdegno verso la situazione a loro contemporanea, non arrivano mai a sperare in cambiamenti radicali o ad indicare altri tipi di societ che siano meglio della loro. Loro unica cura quella di predicare un ritorno allantico, alle origini, quando le virt romane erano praticate e rispettate, solo gli antichi mores, infatti, possono garantire il miglioramento della situazione. C quindi, verso Roma e lo stato romano, un comportamento ambivalente, la critica, spesso espressamente dura e spietata, non si traduce, come si potrebbe pensare, in aspirazioni rivoluzionarie, ma questi storici rimangono sempre attaccati alla romanit, senza mai

metterla in dubbio. Concludendo, la disapprovazione nei confronti della civilt latina si ferma spesso allattualit, senza essere ulteriormente estesa e senza comunque mai colpirne le basi fondamentali, cos come il consenso, favorito dallatteggiamento patriottico che era tipicamente romano, non mai passivo e privo di razionalit, ma le problematiche sociali e le loro sfaccettature vengono se non analizzate, sicuramente avvertite chiaramente. Cadono cos i luoghi comuni che vedono nella storiografia un genere di regime, atto solo a difendere e dare valore alle ragioni dei romani, anzi, come abbiamo visto, molte volte ci che muove gli storici proprio la coscienza che Roma sia tuttaltro che perfetta. Piuttosto, ironia della sorte, colui che affermer senza alcun dubbio che il governo dellUrbe sia privo di difetti, non sar un romano, ma un greco di nascita e di cultura: Polibio. Come si visto i suoi colleghi romani sono molto meno sicuri di questo e non esitano a mettere in luce gli aspetti pi negativi delle lotte intestine per il potere che si svolgono in citt. La storiografia latina si rivela in questa maniera estremamente interessante, poich rivela pi di ogni altro ambito letterario, levoluzione di quel legame che pi di ogni altro importante per un romano: ossia quello fra di lui e la propria patria. Un legame spesso complicato e che sovente deve affrontare i problemi di un impero che si espande in maniera quasi incontrollata, con tutte le conseguenze, positive ma soprattutto negative, che ne derivano. Risultato ne una mentalit in cui approvazione e rifiuto convivono, compensandosi e interagendo, dando vita ad un genere letterario molto meno superficiale di quel che si vuol far credere ed unico per le sue caratteristiche.