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Il piatto piange

di Piero Chiara

Edizione di riferimento: Mondadori, Milano 1962

Sommario
I................................................................5 II...............................................................8 III.............................................................11 IV..............................................................13 V...............................................................15 VI..............................................................17 VII.............................................................20 VIII............................................................22 IX..............................................................24 X...............................................................28 XI..............................................................30 XII.............................................................34 XIII............................................................37 XIV.............................................................39 XV..............................................................43 XVI.............................................................46 XVII............................................................49 XVIII...........................................................51 XIX.............................................................54 XX..............................................................57 XXI.............................................................60 XXII............................................................62 XXIII...........................................................66 XXIV............................................................69 XXV.............................................................71 XXVI............................................................73 XXVII...........................................................76 NOTA..........................................................78

I
Si giocava dazzardo in quegli anni, come si era sempre giocato, con accanimento e passione; perch non cera, n cera mai stato a Luino altro modo per poter sfogare senza pericolo lavidit di danaro, il dispetto verso gli altri e, per i giovani, lesuberanza dellet e la voglia di vivere. Nei paesi la vita sotto la cenere. Per vivere come si vorrebbe da giovani ci vuole danaro; e di danaro ne corre poco. Allora si gioca per moltiplicarlo e si finisce col fare del gioco un fine, una mania nella quale si stempera la noia dei pomeriggi e delle sere. Non ci si accorge che a due passi, fuori dalle finestre, c il lago e la campagna. Si sta legati ai tavoli a denti stretti e neppure si pensa che lo studio, o un mestiere qualsiasi, potrebbero rompere quellinceppo che si maledice e si adora, e aprire una strada nel mondo a chi nascendo si trovato davanti lacqua del lago e dietro le montagne, quasi a indicare che per uscire dal paese bisogna compiere una traversata o una salita, fare uno sforzo insomma senza sapere se ne valga la pena. Qualcuno che si ribella o che viene scosso dalla necessit, se ne va a lavorare o a far ribalderie allestero, o almeno fuori da quei limiti. Gli altri continuano a giocare, a studiarsi, a guardarsi vivere lun laltro. Di tempo in tempo trovano qualche nuova forzatura del dialetto o inventano un soprannome che affligger una famiglia per due generazioni. Passano una stagione dopo laltra e aspettano il ritorno di quelli che sono partiti per poterli ascoltare quando raccontano in cerchio al Metropole o al Caff Clerici. Forse lunica benevolenza che i luinesi abbiano tra loro proprio quella di ascoltarsi in quei racconti e di accettarli per veri. Ricordo quando il Monti, detto Tonchino, raccontava le sue avventure in Indocina dove per le strade, dopo i temporali, scavalcava serpenti; il Lanfranchi quando parlava di Parigi dove aveva fatto il sarto, tanto che tagliava ancora alla moda parigina dei suoi tempi; il Carletto, detto Cdega per la troppa carne che aveva sul collo, quando descriveva lInghilterra e le miniere dove aveva lavorato, o suo fratello Gianni quando parlava dellAmerica dovera andato come cameriere di bordo sopra una nave. Certe volte arrivava da lontano, magari dallEstremo Oriente o dalla Bolivia, un tale che nessuno conosceva o che solo qualche anziano ricordava per nome: era subito circondato al caff e finiva per raccontare, aggiungendo nuove contrade e nuove esperienze alla nostra curiosit. Si alimentavano, a quei discorsi, i sogni di quelli che non si sarebbero mai mossi e degli altri che un giorno, senza salutare nessuno, avrebbero preso la strada di quei miraggi. Si pu dire che da noi il mondo veniva conosciuto non sui libri o sulle carte geografiche, ma dai racconti di quelli che erano stati fuori e attraverso le loro avventure. Cera per noi unInghilterra che era quella del Cdega, unAmerica che era quella di suo fratello Gianni, unIndocina che era quella del Tonchino e due o tre tipi di Parigi: quella del Lanfranchi sarto o quella del Carlo Rapazzini che vi era rimasto dieci anni come taxista. Erano vedute diverse, ma pi vere di quelle che a me tocc poi di scoprire nei libri, oppure andandovi di persona. A Parigi debbo dire che mi fu sempre molto facile trovare le donne, le strade, i metro e i boulevards del Lanfranchi o del Rapazzini, mentre avevo difficolt a riscontrarvi le cose lette o studiate. Era una specie di ereditariet, perch Luino terra di emigranti; e perfino le donne hanno una storia di viaggi e di avventure da raccontare. I Battaglia, pionieri dellindustria meccanica tessile, ancora prima della guerra 1915-1918 fornirono macchine per tessitura alla Russia, allIndocina, alla Persia e ad altri paesi. Mandavano le macchine, ma prima mandavano capimastri e muratori luinesi a costruire lo stabilimento, e appena impiantata la fabbrica arrivavano da Luino le maestre di telaio, le orditrici e le incannatrici a istruire le maestranze del luogo. Donne di Luino, di Voldomino e di Germignaga andarono cos in terre lontane per anni; e durante lultima guerra i nostri soldati che erano a Smolensk o in altre citt lungo il Don, ritrovarono i luoghi descritti loro nellinfanzia dalle madri, e certe volte famiglie di operai che ricordavano ancora quelle donne di Luino. Cerano poi, specialmente nei paesi delle vallate che scendono verso Luino, i muratori, glimbianchini e gli stuccatori che da secoli andavano in Francia, in Svizzera e in Germania a

lavorare, seguendo itinerari familiari. E tanti cuochi e camerieri, quasi tutti delle valli di Dumenza, o di Colmegna e Maccagno, che arrivavano fino in Inghilterra. Qualcuno di questi che tornava coi soldi e si comperava un ristorante o un albergo, lo dotava di posate che portavano inciso il nome dei pi grandi alberghi dEuropa. Le avevano rubate pazientemente, un poco alla volta, gi col pensiero di mettersi un giorno per conto proprio nel mestiere. Fu un imbianchino di Dumenza, tal Vincenzo Peruggia, che nel 1911, trovandosi a lavorare al Louvre, rub la Gioconda di Leonardo da Vinci. Se la port a Luino arrotolata nella sua valigia demigrante, poi a Dumenza dove ogni tanto, dopo mangiato, la tirava fuori da sotto il letto e la mostrava ai familiari. Sarebbe ancora a Dumenza la Gioconda se il Peruggia un giorno non avesse pensato di venderla. Appena la srotol allAlbergo Tripolitania di Firenze dove aveva appuntamento col direttore della Galleria degli Uffizi, venne arrestato e la Gioconda torn a Parigi. I luinesi, cos irrequieti e avventurosi, quando non potevano andare a lavorare o a cercar fortuna in Francia o altrove, oppure fino a quando non avevano trovato la forza o il pretesto per lasciare il paese, si azzannavano tra loro nel gioco, derubandosi ferocemente, accordandosi in due per spogliare un terzo o in tre per spogliare un quarto, e mutando poi composizione, finch - uno alla volta - si erano spogliati e rifatti tutti quanti, salvo qualcuno che finiva col vendere lautocarro o la bottega, o magari il letto della madre, come fece il mio amico Protaso, un giorno che la povera donna era in giro a cercargli un posto di lavoro. Protaso, che sarebbe tutto un capitolo di vita luinese, con la sua lunga attesa al paese e poi con i suoi viaggi di soldato e di prigioniero in Australia e in Inghilterra, le sue avventure paurose e il triste ritorno al porticciolo, in vista della casa e della barca dellunico suo zio, che poi lo trad lasciando la casa ad altri e costituendo erede Protaso, col fratello Quintino, della barca che era andata in pezzi prima dellapertura del testamento. Preso in quelle follie e in quel ritmo veloce di spogliazioni al tavolo da gioco, io stesso andai una volta, per una settimana, a far vita a Milano con una pelliccia di castorino che avevo vinto al Furiga e con in tasca una quantit di aquilotti (quei bei pezzi da cinque lire dargento) che avevo raccolti al tavolo stesso dove in pagamento del suo debito il Furiga mi aveva dato la pelliccia. Come il Furiga potesse avere un cappotto con linterno di pelliccia era un mistero forse spiegabile con le lunghe assenze di una sua sorella dalla casa e dal paese. So che appena tornato a Luino riaffondai nel gioco e la pelliccia cominci a passare da uno allaltro. Si giocava specialmente dinverno. E in quegli anni quasi soltanto al Metropole, fino a mezzanotte di sopra, nel bar o in una saletta, e a ramino per lo pi, gioco permesso dallautorit e che serviva per dare il fumo negli occhi al Commissario di Pubblica Sicurezza o a qualche altro ficcanaso. Dopo mezzanotte, chiuso il locale, in otto o dieci si scendeva in cantina dove il proprietario, un certo Sberzi, gi cameriere in Inghilterra, aveva attrezzato, o meglio camuffato, un locale che appariva come una sala per il ping-pong, con in pi un certo numero di sedie. Su quel tavolone si gettava un tappeto verde e in mezzo appariva il mazzo delle trecentododici carte dello chemin de fer, posato sopra un cartone che serviva in luogo del sabot per farlo girare da un banchiere allaltro. Noi accostavamo le sedie cercando di stare a monte di quel giocatore che si riteneva pi scabroso, e il gioco incominciava. Gettoni non se ne adoperavano, ma danaro contante: aquilotti, decioni (quelli dargento con la biga), patacche da venti lire (col re soldato sul recto e sul verso la scritta meglio vivere un giorno da leone che cento anni da pecora). Venivano poi sul tavolo, con lavanzare del gioco, i verdoni o biglietti da cinquanta lire ed i biglietti da cento che gi a Luino si chiamavano sacchi. Correvano anche, ma pi rari, i biglietti da cinquecento e quelli da mille lire, grandi come tovaglioli e chiamati garibaldini perch ne erano rimasti ben pochi in circolazione. Quando eravamo in pi di nove si facevano due tavoli; ma di solito il tavolo era unico. Fra gli altri vi sedeva sempre con maggiore frequenza il Rimediotti, un vecchio baro di quasi ottantanni, cognato del gestore del Dazio, che riusciva ancora a montare qualche breve serie nella speranza di agguantarla al volo con una offerta al banchiere e di trarne i suoi tre o quattro colpi sicuri. Ma capitava spesso che per lincomprensione del banchiere o per qualche sospetto che si cominciava ad avere, la serie capitasse a uno che se la godeva. In quel caso il Rimediotti domandava umilmente di aggiungere un suo aquilotto per non restare a bocca asciutta, e sempre gli veniva consentito.

Capit un inverno che il Commissario di Pubblica Sicurezza, anzich denunciarci, fece compagnia con noi giocando notti intere e perdendo dei mezzi stipendi. Giocavano con noi, oltre a quelli che ho detto, il ragioniere Queroni (la cui moglie, amante del notaio Brudaglia, si scopr molto tempo dopo che non era moglie del Queroni ma proprio del Brudaglia, e che i due amici avevano invertito le parti per qualche oscura ragione), il Pisoni, assicuratore e rappresentante della Societ degli Autori, il Peppino Kinzler, un paio di Ispettori di Dogana, il Cmola, il Tolini detto Tetn, tre o quattro altri figli di famiglia e infine lalbergatore stesso Sberzi, che era un dritto quale ci voleva per destreggiarsi coi luinesi ed a Luino, sotto il livello stradale, anzi sotto il livello del lago che batte contro il muraglione del Metropole e in primavera allaga le cantine.

II
Una di quelle notti, di primavera o fine inverno, il lago era entrato nelle cantine e cerano almeno dieci centimetri dacqua sul pavimento. Ma non per questo si poteva rinunciare a quel nascondiglio che era al sicuro da ogni incursione della forza pubblica. Infatti il Metropole, a chi fosse passato dopo mezzanotte, appariva quale un castello disabitato, con le tapparelle e le saracinesche abbassate, le porte e i cancelli chiusi. Nessuna luce trapelava allesterno, anche perch lo spiraglio della nostra cantina era accecato con stracci e tele di sacco pressate nella feritoia sotto lo scalino della porta laterale. Noi respiravamo laria che entrava dalla porta, proveniente dai lucernari che davano verso il lago; e la porta era sempre aperta perch un cameriere andava e veniva con panini imbottiti, birra e liquori. Ogni tanto qualcuno usciva per andare alla toilette di sopra, ma poi orinava, per dispetto allo Sberzi e per far pi presto, nel primo andito, contro la porta della dispensa o del corridoio, ben chiuso, dove cerano le bottiglie piene. Nel caso che la polizia avesse pensato di sorprenderci, eravamo pronti ad andarcene, al primo allarme, in una camera dei piani superiori, ciascuno la sua, gi fissata, dove se anche ci avessero trovato eravamo al sicuro da quella sorpresa in flagranza che la legge richiede per il gioco dazzardo. Quella precauzione era leredit che ci aveva lasciato un pretore, frequentatore - anni avanti - della nostra cantina e vera natura perdente, come diceva il Rimediotti per qualificare quel tipo di giocatore che sembra nato con la sfortuna addosso. Quella notte, sul pavimento cerano come ho detto almeno dieci centimetri dacqua, infiltrata dal lago che era cresciuto di livello sul finire dell'inverno. Per non bagnarci i piedi si raggiungeva il posto camminando su unasse che andava dallultimo gradino della scala alla soglia del locale: di l si saltava sul tavolo per poi calare ciascuno sulla nostra sedia, badando a non mettere i piedi a terra, e tenendoli invece appoggiati ai pioli delle sedie vicine. Il Rimediotti veniva portato sulle spalle dal Cometta che calzava stivali tutto lanno perch era capitano dei Balilla. Cos appollaiati si giocava con trasporto quando lo Sberzi, verso luna, e avendo mandato a letto la moglie, entr nel gioco buttando dalla soglia cento lire sul tavolo e gridando: Banco! Macch banco gli rispose il Pisoni (lunico che fisicamente non lo temeva). Prima vengono quelli che sono al tavolo. Banco per me! Lo Sberzi fin col sedersi; e tirati fuori vari biglietti da cento cominci a puntare forte, sempre contro il banco. In breve si trov senza soldi e tent di giocare sulla parola. Ma noi, Coprire glimponevamo, contenti di umiliarlo e per ripagarlo della prepotenza con la quale certe sere ci proibiva di giocare, secondo il suo capriccio. Dovette salire in camera a prendere altri soldi, e torn gi pi torvo, forse perch la moglie aveva capito che stava perdendo. Per prima cosa pretese, a titolo di cagnotte, un supplemento straordinario della solita tassa che si paga nei locali pubblici per giocare; poi riprese posto facendosi largo coi gomiti e puntando con accanimento contro il banco. In breve si rifece e cominci a dire: Voi siete gente di campagna, pajk, melguntt. Proprio a me volete insegnare a giocare. Io ho sbollettato dei lords in Inghilterra. Quando facevi lo sguattero a Londra? gli domandava il Pisoni. Era una gara a provocarlo, forti del fatto che chi vince non si offende mai; e lui, livido, a rinfacciarci colpo su colpo le nostre perdite. Cominci anche a scoreggiare. Cosa che faceva andare in bestia il vecchio Rimediotti. Lei al tavolo non ci sa stare gli diceva. Ma lo Sberzi faceva peggio. Nove gridava abbattendo il massimo punto, e lo sottolineava con un rumore forte, ostentato. Pare di essere a Roma quando portano i ciechi diceva il Rimediotti scuotendo la testa. Aveva spiegato una volta che a Roma per accompagnare i ciechi per strada usano lanterne che in luogo della fiamma hanno un moccolo di merda. Si rideva e ci si insultava fra mille oscenit, lo Sberzi da una parte e noi dallaltra, tutti solidali contro di lui che era un uomo grande e grosso, prepotente.

Finch, esaudendoci la sorte, ricominci con nostra gioia a perdere; e fu un precipizio. Dovette andare unaltra volta in camera a prender soldi. Torn e combatt per un paio dore con gran coraggio; ma a poco a poco fu lasciato nudo come un verme. Giocata che ebbe lultima puntata fu espulso dal tavolo come cosa inutile e rimase sulla soglia a guardare, subendo i nostri lazzi pi crudeli. Intanto si era fatto quasi mattina e nessuno aveva pi sigarette. Il cameriere era andato a dormire e lo Sberzi non ci avrebbe venduto un pacchetto a nessun prezzo. Non si poteva, come altre volte, raccogliere le cicche buttate in terra di prima sera, perch lacqua le aveva disfatte. Pi irritati quindi erano i nostri nervi mentre il mazzo girava e col mazzo la sorte, spostando soldi dalluno allaltro. Dun tratto lo Sberzi, entrando in acqua fino alle caviglie, venne verso il tavolo gridando: Basta! Non voglio pi che si giochi. Il mio albergo non una bisca! Fuori di qui! Non voglio aver da fare con la Questura. Siete tutti dei bari. Ho visto cose che non mi piacciono. Basta! Fuori! E cos dicendo scuoteva le nostre sedie, poi afferrava il tavolo facendo il terremoto. Mai visto un essere simile in sessantanni che sto ai tavoli di gioco mormorava il Rimediotti. Qualcuno prest cento lire allo Sberzi che ammansito rientr nel gorgo. Ma poco dopo, ridotto di nuovo a secco, riprese ad espellerci ed ebbe lidea di chiederci un altro supplemento di tassa per il gioco. Siccome nessuno ascoltava, sempre pesticciando nellacqua che copriva il pavimento si accost di nuovo al tavolo e cominci, per impedirci di rifare il mazzo, a sottrarci le carte che ad ogni mano venivano messe da parte. E non solo le ritirava, ma sempre gridando che era lultima volta che si giocava da lui, e scoreggiando disperatamente, stracciava le carte man mano che le agguantava, spargendo nellacqua i quadratini che in breve, galleggiando, ne coprirono tutta la superficie. Ce ne volle per spezzettare trecentododici carte, ma infine ci riusc, con quella forza che gli permetteva di stracciarne anche venti in un sol colpo. Era un segno solenne di ripudio del passato che quasi non ci dispiaceva. E lo Sberzi, finalmente calmo e silenzioso, aveva laria di uno che avesse fatto giustizia per sempre. Disgrazia volle che il capitano dei balilla Dario Cometta gli offrisse in prestito cinquecento lire. Con quei soldi freschi in mano lo Sberzi rivide la possibilit di riprendere tutto quello che aveva perso. Cambi allora di tono, e dicendo che aveva deciso di concederci ancora unora di gioco, and sopra a cercare altre carte. Scese con cinque vecchi mazzi da ramino che vennero mescolati insieme per fare lunico blocco delle trecentododici carte che occorrono per lo chemin de fer. E riattaccammo fra i pi lepidi scherni allo Sberzi che ormai in disdetta ricominci a perdere. Ha la scalogna in favore notava soddisfatto il Rimediotti. Allo chemin de fer la condotta di gioco che conta. Il gioco in s non richiede alcuna abilit. Non ci sono calcoli da fare, sparigli da tenere a mente o mosse da prevedere. Ci vuole solo carattere, cio ponderatezza, freno. Bisogna saper seguire il gioco e capirne landamento. Intuire quando le carte tendono a dare la serie o quando si ostinano nelle intermittenze, quando il banco da passare o quando da tenere. Per esempio, pessima cosa giocare contro il banco dopo aver passato la mano. Perch se si perde il colpo uno smacco, e lo smacco pu essere la porta dentrata della sfortuna. Altro errore grave quello di chi, essendo andato alla punta ed avendo perso il colpo, batte anche il secondo e il terzo, e magari il quarto e il quinto fino a lasciarci il capitale di gioco. cosa troppo imprudente andare contro una serie con pi di un colpo: se anche la serie si esaurisce prima del capitale, non si pu che ricuperare i propri soldi. Sarebbe come uscire di casa senza ombrello sotto la pioggia avendo calcolato che dopo il primo passo o il secondo la pioggia cesser. pi facile che continui. Mentre invece normale uscire di casa senza ombrello quando non piove ancora, pensando che il tempo pu tenere. In poche parole, ci che in corso facile che continui. Allo chemin de fer, come al baccarat, il giocatore deve andare in cerca della serie. E allo chemin in particolare deve aspettare che la serie gli nasca tra le mani, e solo eccezionalmente - quando in grande vena - pu andare a rilevarla se un timoroso la passa, dopo aver tenuto un paio di colpi o tre. Bisogna, in conclusione, non aver paura di arrischiare quando si vince e sapersi contenere e anche

ritirare quando si perde. Ma la regola sovrana sempre quella che insegna a capire se si in serata giusta o no e a saper distinguere tra gli avversari la vittima di turno. E tutto questo per osservazione obbiettiva dellandamento del gioco e del comportamento dei giocatori, senza far caso ai presentimenti che sono quasi sempre ingannatori. Dopo un paio di giri il vero giocatore ha gi odorato che aria tira: ha gi capito chi vincer e chi perder. Non si dice di andar via se non va subito bene, perch qualche volta a met partita le cose cambiano per un motivo misterioso, ma si pu imporsi della prudenza, chiudersi, non azzardare troppo, fare un gioco dattesa. La cosa pi inutile cambiare posto. La sfortuna, quando c, segue come una puzza il giocatore sfortunato. luomo che segna, non la carta. E mai cercare di smantellare i vincenti, ma gettarsi addosso ai perdenti, contro i quali il gioco viene sempre facile. Ed anche contro quelli che ci subiscono moralmente o fisicamente. Specialmente, contro quelli che con noi di solito perdono. In loro c la sensazione di non poterci mai battere. E allora gi! Quando sei incudine statti, quando sei martello batti.

III
Quella sera lo Sberzi avrebbe potuto perdere tutto il Metropole se fosse stato possibile venderlo l per l Perch gli era venuta la volutt di perdere: cosa che qualche volta prende il giocatore passionale. il gusto di toccare il fondo, di vedere fino a che punto pu andar male; e forse la falsa giustificazione di volersi procurare una batosta che serva per sempre da lezione. In quella situazione il giocatore si fa sotto come un capretto al macellaio e d sangue fin che ne ha. Lo Sberzi era cos quella sera; e certe volte si danneggiava da s tirando carta quando non era il caso, quasi per volutt di perdere, per imbarazzare lavversario e mettergli degli scrupoli. Dopo averlo tanto gabbato e offeso, tutti ormai lo compiangevano, perch una sera simile poteva capitare a chiunque una volta nella vita. Con gli occhi sbarrati, deciso a tutto, lo Sberzi chiedeva continuamente banco anche quando non era di mano, offriva sempre di raddoppiare luscita del banchiere, si impazientiva quando il mazzo era finito e bisognava mescolare le carte. In quellattesa tutti potevano guardarlo con comodo e lui si sentiva nudo davvero, anche di panni. Da una breve assenza era tornato con in mano due biglietti da mille lire che fecero ammutolire la tavolata. Se li mise davanti battendoci sopra una manata e ci guard come una massa di ladri gridando: Vedremo chi me li prende! Fece una risata minacciosa; per farsi coraggio, ricominci ad offenderci, a chiamarci pidocchi se non si stava alle sue puntate troppo forti, a dirci merdosi (Sent chi parla! esclamava il Rimediotti), morti di fame, e ancora pajk, melguntt, cio contadini, villani, eccetera. Intanto il primo mille lire si era sciolto nelle sue mani come neve. Non osavamo pi tenere davanti i soldi vinti per paura che in un gesto da pazzo ce li prendesse e li stracciasse, o almeno che si rendesse conto di quanto aveva perso. Si era fatto, dintorno a lui, il silenzio e lo spazio che si forma intorno ad uno che muore per strada. Basta, basta consigliava il Cmola impietosito l come pikgk a vun che caga. (Si parlava cos, allora. Ora pu darsi si parli pi pulito e pi generico. Ma tra di noi il parlare era tutto; e la preminenza, il rispetto, venivano sostenuti dalla forza del parlare. Uomini come il Cmola, il Kinzler, il Tonchino - o donne come Mamarosa - non parlavano mai liscio, ma sempre in modo fiorito, penetrante, immaginoso e senza eufemismi. La nostra vita e i nostri discorsi erano vani; ma proprio per questo avevamo bisogno di parole precise e di frasi ingegnose). Quel silenzio, e i rantoli dello Sberzi che rantolava proprio come un moribondo, richiamarono dimprovviso cinque facce che apparvero una sopra laltra nel vano buio della porta. Erano lIspettore di Dogana Spampinato con gli occhiali a pince-nez, il Campagnanino, il Peppino Kinzler, il Poldino Baranzelli e il ragionier Queroni, seniore della Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale. Quei cinque giocavano a poker in una cantina adiacente alla nostra senza che noi ce ne accorgessimo. Per la verit giocavano gi da una decina di ore quando eravamo discesi. Ed anzi, il Poldino stava a quel tavolo da un giorno e una notte, nutrendosi di panini e di birre. Gli altri giocatori si erano scambiati pi volte, ma lui non aveva mai mollato, con quella ostinazione che aveva nel gioco anche quando non perdeva. Il Poldino era lultimo dei Baranzelli della Maiadora, quellosteria e cascinale sulla strada di Fornasette, sotto il Roggiolo, dove i luinesi da un secolo vanno a far mangiate ed a giocare a bocce. In un cascinale vicino io sono stato baglito dalla Lena e cullato al suono delle bocce contro lasse e delle bestemmie dei giocatori di morra. Losteria poi era andata a finire male e fu chiusa. I fratelli del Poldino si erano dati a vari mestieri e lui aveva continuato a condurre quel po di campagna che aveva ed a fare qualche trasporto tra Luino e quelle frazioni, Poppino, Longhirolo, Pianazzo. Aveva un carretto e un cavallo, oltre a una vecchia motocicletta Indian che usava per le sue scorrerie di giovanotto. La Indian era stata portata dallAmerica dieci anni prima dal Gianni Battaglia, il nostro campione motociclista. Aveva un manubrio simile alla ringhiera di un balconcino barocco e la sella con lo schienale. Andava forte, con un battito smorzato, e veniva spesso accoppiata dal Poldino ad una

navicella o side-car per gli usi e le necessit del suo commercio e dei suoi amori. I cinque del poker avevano interrotto il gioco per venire a vedere lo Sberzi che poco prima con chiss quale faccia aveva ottenuto da loro le duemila lire. Arrivati costoro, e dovendosi rifare il mazzo, ci fu una sosta. Ci si accorse che erano ormai le sei del mattino. LIspettore di Dogana, per non mollare il tavolo, aveva lasciato passare senza visita il treno delle cinque che arrivava da Bellinzona, come altre volte gli era capitato. Il Poldino, dopo una cinquantina di ore, era soddisfatto del gioco. Aveva vinto ed era stato lui a prestare la somma allo Sberzi che gli aveva firmato un assegno. Dei cinque, la vittima era stato il Queroni, e lo si vedeva dalla faccia pi lunga del solito. Alla loro presenza il nostro gioco riprese e lo Sberzi, guardato anche dal suo recente creditore, non pot che perdere. Il secondo pezzo da mille lire si suddivise e si sfarin rapidamente, e quando lultimo spezzato usc dalle mani fredde dello Sberzi, fu come se non esistessero pi danari. Il tavolo era pulito, e noi, con le tasche piene e le facce di circostanza, cercavamo di convincere lo Sberzi che non cera rimedio, che tutto era inutile. Unaltra volta, forse... Vigliacchi! esplose lo Sberzi voi siete nati con tre chiappe, ma di qui non andrete via, dovete continuare a giocare; fra poco aprono le banche ed io andr a prendere tanti danari de impieniv el c, ladri, bari, con voi bisogna tenere il coltello sotto il tavolo! Furono vane minacce. Ci alzammo e barcollando risalimmo nel bar. Il bigliardo, coperto del suo telo, apparve come la promessa di un letto. Qualcuno alz una tapparella. Dalle spalle del Monte Lema scendeva un raggio di sole a sfiorare la riva del lago. Un altro raggio simpigliava tra le listelle e si posava sul parquet. Fuori faceva freddo. Forse era di nuovo brinato. Doveva essere la fine di febbraio o i primi di marzo. Sulle piante ancora nude, davanti allalbergo, pigolavano gli uccelli: cip, cip, cip. Il Poldino si volt di scatto: erano pi di cinquanta ore che al tavolo sentiva dire cip al suo vicino di destra. Cip, parole, vedo, buio, controbuio, passo, il piatto piange, servito, e poche altre sono le parole del poker. Alla luce del sole la faccia dello Sberzi che in cantina aveva un colore verde limone, apparve di un pallore mai visto. Ci guardava uno dopo laltro inebetito, credo per calcolare quanto del suo avesse in tasca ciascuno di noi. Non aveva pi parole; e non si capiva se era lui a trattenerci con quellaspetto o se eravamo noi a girargli intorno per godere fino allultimo della sua disfatta, in attesa di qualche gesto disperato che potesse dare la misura del nostro trionfo. Intanto il Pisoni aveva aperto la porta laterale, quella che d in giardino, verso il Carmine; e ad uno ad uno sfilammo fuori. Per primi si avviarono il Campagnanino e il Queroni. Il Campagnanino, che aveva la bicicletta, stava in sella col piede sul rialzo del viale ad aspettare il Queroni. Questi, che era un uomo di oltre un quintale, anziano e solenne, si adattava a sedere di traverso sulla canna della bicicletta, data lora mattutina, pur di rincasare in fretta. Abitavano tutti e due a Germignaga. Equilibrata la massa, infilarono il viale alberato, lentamente, come per ubbidire malvolentieri al gesto imperioso del Garibaldi che proprio davanti al Metropole, dal suo monumento di sasso, a spada sguainata ordina ai suoi volontari di correre verso Germignaga allinseguimento del nemico. Nel primo tratto, che un falso piano, si vedeva il Campagnanino dimenarsi sulla sella per spingere avanti il peso del Queroni; ma poi, appena passata la chiesa, era la massa del Queroni che trascinava tutto il carico nella leggera discesa fin di l del fiume. Era sempre verso quellora di prima mattina, col sole radente, che essi passavano sul ponte a ruota libera e con dolci sobbalzi, proiettando lombra dallalto sui mulinelli bianchi e verdi del Tresa. Dopo di loro sincamminarono gli altri. Con le mani in tasca, ognuno per conto suo, i giocatori si disperdevano. Fatti pochi passi, si sarebbero scambiati per gente che andava al lavoro dal Battaglia o dal Ratti. Con le spalle tirate su per il fresco, il passo svelto e la testa bassa, andavano verso le loro case rimuginando la solita scusa per la famiglia, quelli che ancora ne avevano bisogno, perch la gran parte non dava pi giustificazioni tanto era evidente, e innocente, il loro vivere.

IV
Col Peppino Kinzler e il Poldino, non ancora deciso a rincasare, mi fermai presso la balaustrata della Tramvia Varesina, proprio dove usciva il torrente Luina da sotto il cunicolo che ora stato ricoperto: quel torrente che viene gi dalle Motte a piccole cascate e passa nei botri del Molinetto per poi infognarsi alle Scuole e uscir fuori di fianco al Metropole, carico di tutti gli escrementi luinesi. L stavamo, senza affacciarci al delta infame e cercando di metterci in quel raggio di sole che andava a cadere sulla spiaggia. Dopo una notte di gioco si ha sempre freddo. Stavamo cos, come passeri impallonati, quando di colpo il Poldino si port la mano alla fronte e diede un grido: Il cavallo! Il cavallo! Quale cavallo? domandammo insieme io e il Peppino. Il mio cavallo, il mio cavallo piagnucolava il Poldino. Dio, il mio cavallo! Sono tre giorni che non gli do da bere n da mangiare. Dio, mi morto il cavallo. Il Poldino aveva lasciato tre giorni prima la Maiadora per venirsene qualche ora a Luino. Trovato da giocare, il cavallo era rimasto dimenticato e senza nessuno che lo governasse. Il cavallo, insieme alla motocicletta, era tutta la sua ricchezza, oltre lassegno dello Sberzi che aveva in tasca al caldo. Pi per godere lo spettacolo della disperazione del Poldino che per dargli qualche aiuto, lo accompagnammo alla Maiadora. A passo veloce, prendendo per i colli sopra glIncantavi e passando per viottole bagnate di guazza, arrivammo in mezzora ai cascinali dei Baranzelli. Il Poldino si avvicinava in silenzio alle sue case, con lo sguardo vitreo, e pronto ad accasciarsi. La porta della stalla era sfondata e del cavallo non cera traccia. Usciti come spettri uno di qua e laltro di l, io vidi il cavallo che pascolava in un prato, dietro le cascine diroccate dove stava una volta la mia balia. Ecco l il cavallo gridai. Corse il Poldino, vide il cavallo e giunte le mani alz gli occhi al cielo senza dir nulla. La bestia, che conosceva il padrone, quando aveva sentito fame e sete aveva sfondato la porta con un doppietto delle zampe posteriori e tagliata coi denti la fune della capezza si era liberata. Uscendo allaperto aveva salvato se stessa e la met del capitale del Poldino. Lasciammo, io e il Peppino, che il Baranzelli si pacificasse col suo cavallo e tanto per fare qualche cosa entrammo dentro i locali abbandonati dellantica osteria a bere, se si poteva, un po dacqua. Presso il banco di zinco scurito, dove spuntava il rubinetto, era appesa al muro una di quelle cassette a scomparti dove si tengono le carte da gioco, e sul tavolo giaceva, impolverata, la lavagnetta con attaccato lo zampino di coniglio. Tolto dalla cassetta un mazzo di quaranta carte, di quelle da scopa, quasi irriconoscibili, e tenendole in mano con disgusto: Guarda qui, guarda qui diceva il Peppino con la sua pronuncia stentata da tedesco guarda qui cosa si trova: ancora da giocare! Semper cart, semper cart! L un gran destin! E al solito, dopo ogni discorso, il Peppino fece la sua risata secca e cattiva, da pappagallo, beccando laria col suo grande naso magro e cartilaginoso. Dal momento che erano le carte a correrci dietro dappertutto, ci portammo rassegnati alla finestra per giocare alcune mani di scopa dassi, intanto che il sole scaldava un po laria; ed anche per non rincasare ad ore sospette. Andando a casa a mezzogiorno si poteva dire daver dormito in qualche paese dove si era stati a far festa, o presso un amico di fuori. A mezzogiorno iniziammo la discesa per i colli verso Luino, dopo aver lasciato il Poldino come un naufrago nei suoi deserti possedimenti. Non sincontrava nessuno n per le strade n per i campi; e passando, onde accorciare la strada, tra filari di vigne spoglie, profittammo della solitudine per accosciarci a qualche metro luno dallaltro a far quello che avevamo sempre rimandato durante tante ore di gioco.

In quella posizione si vedeva Luino a filo terra e la sponda arcuata che si slanciava, leggera e vaporosa, nel lago punteggiato di barbagli. Qualche nebbia saliva dintorno tra i roccoli. E il Peppino, con la sua voce chioccia da tedesco, e stentata per la posizione del corpo, diceva: Ma t, ma t, guarda che l pur anca bel a fa sta vita! Gigum, mgnum, un quai dane ghe lmm semper, lavrum pok o nagtt, quant gh de cudeg cudgum, psum linverno al kalt, dest ndemm a nd. E adess semm ch a vard l laag cun la belarita fresca in sui ciapp! E dopo una pausa per prendere fiato, la sua risata secca di arpia appollaiata, senza eco nellaperta campagna. Cos andava la vita in quei tempi e cos and ancora per anni, da una guerra allaltra, mentre altri fatti, altre gioie e tristezze venivano a complicare lesistenza di quei giocatori.

V
Il Majestic, che prima della guerra mondiale (quella del 15) aveva un grande parco intorno, alza ancora - sopra la grondaia e al centro della facciata - una cimasa a forma di diadema sulla quale si riesce anche oggi a distinguere qualche lettera di quel nome imponente che i turisti leggevano dal lago, arrivando coi battelli a ruota da Stresa o da Locarno. Il Metropole dove giocavamo noi, allora chiamato Kursaal, non era che una dipendenza del Majestic: un bel padiglione di stile liberty con terrazza sul lago e il giardino dai bassi cancelli che si aprivano in corrispondenza con le porte del Majestic, al di l della strada. Tutte queste costruzioni sono antiche, e nellepoca turistica furono soltanto ampliate. Cerano gi ai tempi del 48. Ed proprio davanti al Majestic che Garibaldi ebbe lo scontro con gli austriaci. Solo che allora il Majestic si chiamava Albergo della Beccaccia o Beccazza e doveva essere molto pi piccolo; ma il parco era il medesimo e il muro di cinta ancora quello che abbiamo fatto in tempo a vedere da ragazzi. Ora il Majestic ridotto ad abitazione di gente modesta. Al pianterreno, verso il parco, ha un deposito di vino. Verso il viale ha aperto una fila di negozietti e un piccolo caff. Tra questo caff e un saloncino da barbiere murata la lapide che ricorda il garibaldino Francesco Daverio, un altro che dopo Garibaldi volle tentare uno sbarco al nostro paese con le armi in pugno, senza aver capito che Luino era un paese freddo a quelle iniziative. Nelle memorie di un volontario che partecip al fatto darmi di Garibaldi, si racconta che uno di Pavia rest colpito da una palla austriaca proprio mentre stava per scavalcare il muro dellalbergo. Per questo, di fianco al Majestic, nella piazzetta, c il monumento a Garibaldi che qualche anno fa hanno arretrato di alcuni metri per ampliare il posteggio delle automobili, di modo che ora il Condottiero, anzich indicare con la sciabola ai suoi uomini il lungo viale dove si ritirava il nemico, insegna lentrata del cortile di un fotografo. Dietro il monumento sono incisi i nomi dei quattro o cinque morti di quello scontro, fra i quali - indistinguibile - quello colpito sul muro. LAlbergo della Beccaccia era in quelloccasione quartier generale di Garibaldi, che vi and appena sbarcato. Era partito coi suoi uomini quella mattina da Arona dopo essersi impossessato di due battelli a vapore. Verso sera, avendo vagato a lungo per il lago, fu davanti a Luino. Dal parapetto duno di quei grossi battelli, guard il nostro paese che fumava tranquillamente nella sera dai suoi pochi camini e calcol quanto gli poteva fornire di viveri e di danari. Guard senza amore n dispetto questo paese, dove dovevamo nascere solo una settantina danni dopo, e non gli sfuggi lAlbergo della Beccaccia, proprio di fronte al lago, dove lui previde il suo quartiere dellindomani e noi la nostra bisca invernale. Sapeva che il giorno dopo vi avrebbe portato la guerra e la libert (per dieci giorni), ma che avrebbe sequestrato la cassa del Comune e tutto il deposito del sale. Il sale, che era conservato a Maccagno, parte lo us per pagare gli esercenti di Luino che gli fornirono i viveri, parte lo mand a vendere in Piemonte. Non sapeva Garibaldi, ma poteva immaginarselo, che alcuni dei suoi uomini avrebbero lasciato la pelle a Luino, dove sbarc il pomeriggio del giorno dopo e and direttamente dal farmacista Ulderico Clerici ad ordinare un medicinale per la febbre che aveva indosso da qualche giorno. Il farmacista, che doveva essere un austriacante, gli prepar una pozione a base di gialappa e Garibaldi dopo qualche ora era a letto, alla Beccaccia, con la diarrea. Dalla Beccaccia fu snidato da un drappello di soldati austriaci (anche di loro ne restarono morti tre o quattro); ma ritorn qualche ora dopo, con un contrattacco, a riprendere possesso del suo comodo. Per quei corridoi, per quelle scale dove si erano sbudellati austriaci e garibaldini, praticavamo tanti anni dopo - noi giocatori in seguito allo sfratto che ci aveva dovuto dare lo Sberzi dal suo albergo. Ma questa nuova sede fu trovata e collaudata pi tardi, dopo un lungo periodo di dispersione e daltri passatempi.

Se allo Sberzi, dopo lo smacco di quella notte, fosse stato possibile riprendere i buoni rapporti con noi, se ai tavoli del Metropole nei lunghi pomeriggi di primavera si fosse ancora potuto provare il piacere di sedersi in quattro o pi con qualcuno dietro a guardare, e prendere in mano quel mazzo che disperde ogni noia e ogni pensiero; se la scala della cantina, a una certa ora di notte, ci avesse potuto ancora inghiottire per la grande partita allo chemin, tutto sarebbe stato dimenticato. Le perdite, le rabbie, i proponimenti di metterci a qualche lavoro, tutto sarebbe svanito; e sarebbe tornato quel piacere, che volutt vera e propria, di vincere e di perdere. Quello del perdere in verit non un piacere, ma serve come preparazione, per quanto dolorosa, alla gioia del vincere. Il Queroni, quando vinceva, era solito dire: Io non gioco per guadagnare, gioco per divertirmi. Per quand perdi me diverti un Cristo!. Il piacere di vincere pi puro che mai quando soltanto speranza, cio al momento in cui ci si siede al tavolo. In quellattimo c una corrente di simpatia che sincrocia dai quattro lati. La fortuna in alto, sospesa sopra i giocatori. Non si sa ancora come andr, e si cerca di essere gentili, con unaria di sfida ma amichevole e - se si buoni giocatori - con una serenit che sar difficile mantenere a lungo. Bel momento quando il mazzo ancora in mezzo al tavolo e corrono solo parole di cortesia, e le trattative sulla posta e sulla durata del gioco; quando il giocatore cerca di propiziarsi la sorte con mille scaramanzie, come il dichiarare che non in vena, che vuole perdere, che sa gi come andr, e spesso riconoscendo cavallerescamente il culo dellavversario. Perch da noi la fortuna, la chiamano culo, e forse non solo da noi. Non vedo il rapporto, ma si dice sempre cos, ancora adesso, e qualche volta addirittura boeucc. Lesclamazione che culo!, che sprizzava sovente dai tavoli di gioco, faceva battere il cuore a qualche tipo che in un angolo leggeva il giornale. Ma era un equivoco, un falso allarme. Per noi giocatori voleva dire la fortuna e nientaltro; e forse non era che una specie di vendetta degli sfortunati che si sfogavano associando i vincenti ad una categoria disprezzata. Bel momento dunque quando ci si mette al tavolo, ma ancora pi bello quando esce la prima spartizione di carte, quando si prendono in mano e si palpano un poco prima di guardarle, come una lettera che pu contenere soldi, o lannuncio di un guadagno, di un amore. In quel momento tutti i pensieri estranei se ne vanno: le noie di casa, lavvenire, la minaccia di un impiego o di un mestiere. Si davanti alla sorte con tutta la fiducia che si ha ogni volta, allatto di tentarla. Un simile stato di grazia, dopo quella notte in cui lo Sberzi aveva perso tanto, non era pi possibile. Si era parlato molto di quei fatti e le cose erano state cos ingrandite da fare scandalo. Il Commissario, che non era pi quel napoletano che giocava con noi, aveva mandato a chiamare lo Sberzi e laveva diffidato. Non potendo giocare ad altro che al bigliardo, che in quel tempo non era in auge tra noi - perch ogni gioco nei paesi ha i suoi momenti di favore e di sfavore - si disertava il Metropole. Non che negli altri esercizi si potesse giocare: erano tutti spaventati. Ma almeno non si aveva davanti la faccia triste dello Sberzi e non si destavano inutili sospetti.

VI
In quel vagare da un luogo allaltro, in quel niente da fare, sembr unidea andare in gruppo al Casino di Mamma Rosa, dove si era sempre andati ma alla spicciolata e di sera, e dove invece si cominci a passare il pomeriggio in chiacchiere e flanella sotto lo sguardo benevolo della padrona, la celebre Mamma Rosa che da una ventina danni esercitava quel ritrovo tranquillo, quellisola di silenzio nel silenzio del borgo. La Mamma Rosa o Mamarosa come si diceva a Luino in una parola sola, era una milanesona che dopo la prima guerra si era stabilita a Luino, dalla citt dove aveva passato la sua giovent e aveva fatto la sua pratica. Se fosse stata anche lei del mestiere nessuno poteva dirlo; certo era tenutaria nata e si capiva dal comportamento sicuro, sfrontato, e a volte violento. Ma era buona di cuore, generosa e materna al punto di essere chiamata con quel nome affettuoso, ancora vivo nella memoria dei luinesi, che se non fossero state chiuse le case continuerebbero a dire andiamo a Mamarosa, bench da tanti anni la donna, il cui solo nome era gi una promessa di piacere, morta e dimenticata. Come mai in una cittadina di sette o ottomila abitanti ci fosse un cos buon Casino, si spiega col fatto che Luino luogo di confine, con una guarnigione dalmeno un centinaio di guardie di finanza sparse nel territorio, con molti comandi della Benemerita e un numeroso personale ferroviario italiano e svizzero. Dalla Svizzera vicina poi, dove mancava la comodit del Casino, affluivano molti che venivano a Luino solo per quello. Si distinguevano a vista docchio dentro il Casino per la loro discrezione e per laria un po mortificata che prendevano: pareva volessero farsi perdonare luso di un nostro privilegio o forse addirittura delle nostre donne. Le sentivano proprio nostre ed avevano la sensazione di cornificarci, tanto che accettavano quasi con piacere la doppia tariffa richiesta da Mamarosa, certo con un intento di riparazione morale e non per avidit di guadagno. Ul casott da Luin, come dicevano gli svizzeri, fu per loro un bel punto di contatto con lItalia, e per Mamarosa un vanto che la metteva fra gli esportatori; ed anche una buona fonte di guadagno, cos che pur avendo abbandonato la grande piazza di Milano, non aveva - come si dice - voltato le spalle al pane: Chi volta el c a Milan volta el c al pan. Chiusa ormai per sempre nel Casino di Luino, dove era ingrassata fino a toccare i centotrentacinque chili, Mamarosa aveva una gran nostalgia per il suo Milano; e ne parlava il dialetto, quello dei bassifondi, con un allargamento di bocca e una forza di epiteti da togliere la parola a qualunque luinese, e figurarsi agli svizzeri. La sua mole, la sua voce rauca e profonda, e un nervo di bue che aveva sempre sul piano di marmo del suo banco - e che lei chiamava il lapis - la tenevano circondata da un gran rispetto. Coi capelli cortissimi pettinati alla maschio sulla nuca piatta, senza collo, allargata - con le braccia che sembravano colonnette di balaustra - fino a strabordare dalle sponde del suo pulpito, Mamarosa era considerata una specie di capessa del paese, una autorit preposta al mondo maschile luinese del quale controllava lefficacia e le reazioni davanti alla carne. Distingueva i clienti in locali (ai quali consentiva illimitata flanella), forestieri e svizzeri, con tariffe crescenti. Ma con tutti era equanime ed onesta. Coi giovani poi indulgente e bonaria al punto di far credito. A certuni, sempre senza soldi, finiva col dare delle salite gratis, tanto era compassionevole ed anche convinta di non poter negare un genere di prima necessit. Era perfino religiosa, sebbene non praticasse, almeno apparentemente; e lo si capiva dal fatto che ogni anno il suo nome figurava, con una grossa cifra, in cima alla lista delle offerte per la chiesa. I suoi detti, le sue parole, le sue ingiurie, sono corsi sulla bocca di pi generazioni, e in bene rest la sua memoria dopo che per un gran diabete o altro male non capito dai medici, mor nella sua camera, dentro il suo Casino, come una regina nel suo palazzo. Essere benvisto da Mamarosa, esserne soltanto notato magari con una grossa ingiuria, era un onore per la giovent ed anche per gli uomini che frequentavano la casa rossa, dun rosso sangue di bue, protetta da un alto muraglione e rimasta con un contorno di stradine campestri, bench fosse nel mezzo del paese, tra la Chiesa del Carmine e la Stazione Internazionale.

Raramente si vedeva camminare Mamarosa in viaggio di trasferimento dalla cassa al giardinetto interno o alle sue camere private, che erano a pianterreno; si muoveva dondolando con agilit e con laria di essere sempre in pericolo duna caduta, dun mancamento di piede o di un appoggio a quella sua massa enorme e delicata. Chi entrava in sala comune se la trovava di fronte, incastrata nel suo banco, fatto sulla sua misura, e del quale chiudeva lo sportello facendo forza sulla carne che dilagava fuori. E l restava per ore e ore, immobile, o beccheggiando un poco con la testa, quasi di sonno, le dita abbandonate sul marmo come aglioli sulla mensola dun salumiere. Col suo sguardo apparentemente vuoto ma indagatore, rilevava il cliente che le passava davanti e che andava prudentemente a sedersi sul divano come chi passa svelto e con rispetto davanti a un altare. Se nasceva qualche discussione o tumulto di gente alticcia, Mamarosa impugnava il suo lapis e faceva mostra di voler uscire dal banco: bastava per riportare tutto allordine. Poche volte dovette uscire davvero. Di solito era fin troppo una botta del suo nervo di bue sul marmo. Solo negli ultimi anni, quando era gi sofferente, si tenne di fianco due grossi mastini dalla faccia terribile ma innocui come lei e dormiglioni. L dentro, in quel chiuso impedito ad ogni sguardo estraneo e pure piuttosto accogliente con lo sfogo del giardinetto dove si stava destate, i giovani luinesi di alcune generazioni passarono tante giornate oziando e conversando. Tra le nove e mezzanotte era tempo di lavoro nel Casino, ma nei lunghi pomeriggi destate o di mezza stagione si parlava pigramente, si ripassavano - in tuttaltra luce - le notizie e i casi di fuori, ci si immedesimava nella vita delle tre o quattro ragazze e delle donne che le governavano. In quel frangente dellinterdetto dato allo Sberzi, molti giocatori vi trovarono rifugio dimenticando per un poco le carte e passando ad unaltra aria non meno torbida di quella della cantina, pur di non stare allaperto e di non perdere contatto con le cose proibite o tollerate, cio con le uniche cose che sembravano avere un sapore. Era, per i giovani, un altro modo di essere uomini, un altro mezzo per conoscere di che materia erano fatti. Il mondo, con tutta la ricchezza dei suoi vizi, aveva aperto per loro un altro libro oltre quello del gioco. E la buona Mamarosa era la maestra che ritrovavano, un po di anni dopo aver lasciata quella della scuola elementare. Una maestra venuta da Milano, dal Bottonuto, da via Bergamini o dai Fiori Chiari. Il vizio non aveva altri mezzi allinfuori del Casino e del gioco per apparire a noi che lavevamo atteso come un grado superiore della nostra istruzione, perci gli facevamo credito, ma senza troppa convinzione, paghi della distrazione che ci offriva e delle aperture che praticava nel nostro orizzonte. Mamarosa era in fondo pi importante e pi vera delle volutt che ci procurava. Era un esemplare della vita autentica, una storia concentrata di quella grande citt di Milano cos incomprensibile per gente di paese come noi. Era salita da chiss quale fondo, aveva conosciuto uomini e cose prima di arrivare alla potenza di quel monopolio, e meritava attenzione. E se il Casino, con tutto quello che vi si faceva, era unistituzione permessa e rispettata dalle autorit, Mamarosa pi che la padrona o la rappresentante di unimpresa privata ci sembrava unemanazione governativa tra la Sanit Pubblica e lIstruzione. In paese veniva considerata senza rancore e con una certa indulgenza anche dalle madri e dalle mogli, che probabilmente intuivano quale rimedio poteva essere a ben altri guai. Stava in mezzo alle nostre case con la sua Casa ed era ormai, come il Municipio, la Chiesa e la Stazione Internazionale, un passaggio obbligato. Le donne perbene, quando dovevano transitare davanti al suo cancelletto di lamiera, guardavano dallaltra parte; e se potevano, sbirciavano per vedere chi andava e veniva. Funziona pensavano allora tutto regolare. Il mondo quello che e tutto ci che deve avvenire avviene. I ragazzi, esclusi da quella soglia, giravano al largo incuriositi e pensavano a qualche ricchissimo interno orientale, a qualche paradiso terrestre. Non immaginavano quanto un Casino somigliasse a

un ospedale o al massimo a uno stabilimento di cure. Se ne sarebbero accorti quando, con la carta didentit alla mano, il giorno del diciottesimo compleanno, avrebbero varcato quella soglia. I coscritti, per snebbiarsi del tutto, andavano cantando a Mamarosa come allassalto di una trincea. Traversavano il paese, specialmente quelli dei paesi dintorno, cantando a tempo di marcia: Guard l, su quel cantn ca gh fra, ca gh fra, la cuscrizin. Su e gi per sti scaln, a Luino, a Luino, a mustr i cuin. E adess chel semm quanci ann ca ghemm, a Mamarosa, a Mamarosa, vogliamo andar! Ma uscivano poi mogi e sfiatati come se portassero nel cuore unamarezza che sarebbe scoppiata pi tardi, anni dopo, in una guerra vera nella quale potevano essere presi, senza sapere dellamore pi di quellinganno, di quella trappola dal boccone cos insipido e scarso.

VII
E dire che Mamarosa, e in genere il Casino di Luino, fu un lato della nostra vita, della vita di uomini destinati a fare una decina di anni di guerra, a seminare le ossa per mezzo mondo o a tornare trasformati davanti a questa casa rossa che stava chiudendo, quasi a segno che il mondo cambiava davvero e tutto era cos sbagliato che bisognava cominciare a sbagliare in un altro modo. Da Mamarosa andavano tutti, giovani e anziani. Il Bertinelli perfino, che aveva almeno cinquantanni e che girava con carretto e cavallo a rifornire di selz, di gazzosa e di ghiaccio le osterie. In maniche di camicia e con la borsetta dei soldi a tracolla, entrava nel Casino per portare qualche cassa di bottigliette. Ma la sua sosta era piuttosto lunga perch anche lui si toglieva la sua sete, mentre fuori il cavallo brucava la siepe di sambuco che faceva da schermo pudico allingresso, e il ghiaccio colava dal carretto. Da Mamarosa a qualcuno era capitato dincontrare il proprio padre, qualche sera, dopo il banchetto di una classe di vecchi coscritti o commilitoni del Piave e della Bainsizza. Nel vino e nella compagnia eroica avevano trovato il coraggio di un ritorno alla giovent, tanto vero che da noi Mamarosa e giovent erano termini equivalenti. Figura fissa di chez Mamarosa (come diceva il Cdega che veniva dalla Francia) era il fotografo Caligari, fotografo da piazza che teneva la macchina avvitata sopra un alto treppiedi, allombra degli ippocastani che stanno davanti allimbarcadero. Caligari lavorava coi clienti di passaggio: gitanti del milanese o gente delle valli che scendeva per il mercato. La sua macchina era di quelle a soffietto, di legno chiaro e lucido, col panno nero da andarci sotto per mettere a fuoco, e col prolungamento di una cassetta dove stavano nascosti gli acidi per lo sviluppo e la provvista della carta sensibile. Sviluppava, come tanti altri fotografi del suo genere, frugando col braccio dentro la cassetta, a tastoni, e cavando fuori poi la fotografia grondante di acido che andava a sciacquare sotto la fontanella. Perch la luce non entrasse a velare la carta, il suo braccio traversava una manicaccia nera che gli saliva fino al gomito quando frugava dentro, come una levatrice, girando intorno gli occhi impensieriti. Nei pomeriggi di poco lavoro, che erano tutti quelli della settimana, andava con quel trespolo al Casino dove era ammesso come in casa sua. Sia perch le donne erano sue clienti e si facevano riprendere nei loro chimoni e vestaglie, e sia perch il Caligari esponeva in piazza, attaccate in fila con le mollette di legno stendipanni, le fotografie fatte l dentro. Era la piccola pubblicit delle due aziende. Ma la pi grande, il Casino, si serviva anche di un altro mezzo. Quando, in fine di quindicina e dopo partite alla chetichella le ragazze che avevano terminato il loro turno, arrivavano le nuove, Mamarosa andava a prenderle alla stazione con la carrozza del Ballinari. Apparentemente per non lasciarle in giro da sole, ma in verit per farle vedere in paese. La carrozza, ripiena di carne e di valigette, andava mollemente lungo i marciapiedi e ne uscivano sguardi dinvito che Mamarosa teneva a freno con severit. Certe volte, in piena estate, capitava che verso il dar gi del sole Mamarosa uscisse di casa, sempre in carrozza, con un paio delle sue ragazze per andarsi a sedere mezzora fuori dun caff. Faceva prendere onestamente un poco di aria a quelle poverette che erano pallide e afflosciate, non tanto per le fatiche di Luino, ma per quelle che avevano sulle spalle dopo mesi e mesi di Bottonuto, di Chiaravalle, di Fiori Chiari e della Vetra, dopo essersi decomposte in quei colombari, tra uno specchio e laltro, con la fotografia della mamma o del figlio sul com e la Madonna di Caravaggio incorniciata di madreperla. Mamarosa, che non voleva privarle di una boccata daria buona di Luino prima di rispedirle a Milano, se le portava in giro come figlie da marito, attenta ad evitare ogni contatto o mancanza di rispetto di quelli che stavano al caff, e non venendo del resto importunata anche perch nessuno voleva far vedere di essere troppo domestico di quellambiente, tranne qualche spregiudicato che andava a dar la mano a Mamarosa, pi per esibizione che per altro, e che veniva appena degnato dattenzione dalla donna. Mamarosa guardava passare la gente, riconosceva i suoi clienti e fingeva dignorarli, vecchia del

mestiere e pratica del mondo comera. Erano le sue sole uscite in tutto lanno, lunico svago - anche per lei - duna vita passata al chiuso, senza piaceri e senza libert. Non era vecchia, ma si capiva che da molto tempo aveva rinunciato ai veri godimenti, se mai ne aveva avuti con quella sua figura di donna cannone e quella voce rauca di ergastolano. Chi governa il piacere, al piacere deve saper rinunciare. Ed certo che Mamarosa aveva fatto questa rinunzia fin dallinizio della sua clausura; tanto vero che una volta, al Pozzi Martino, un omaccio di cento chili che per capriccio aveva preso a corteggiarla e si dichiarava pronto a soddisfarla, rispose: Ma va a d via el c, Martin! Te capisset no che mi senti nanca p a riv el batl?

VIII
Quando penso a questa donna che si sacrificata per noi, stando l dentro fino alla morte a impallidire e a ingrassare, per il godimento degli altri, e guadagnando soldi che non poteva nemmeno spendere (a meno che non avesse il sogno, onesto, di andare a passare la vecchiaia in riviera), mi dispiace che non sia possibile farle un monumento, vicino a quello di Garibaldi, che in fondo a Luino venuto solo di scappata e per i suoi bisogni, portandosi anche via quattrocentocinquanta lire austriache (tutte quelle che aveva trovato nelle casse del Municipio) e chiss quante razioni di pane, vino e formaggio. E il sale. Ci sono ancora le ricevute in casa Strigelli. Compagna inseparabile di Mamarosa, segretaria, supplente e dama di compagnia, era unaltra donna come lei, chiamata Bambina. Altrettanto bonaria, pettinata ugualmente alla maschio e assai somigliante alla padrona. Di diverso aveva il naso, schiacciato come quello dei pugilatori, e la corporatura meno imponente. Formava con Mamarosa una coppia rara, combinatasi chiss dove e quando; a meno che non fossero della stessa famiglia, insieme ad una vecchia chiamata Agnese che viveva pure nella casa. Questa Agnese era una vera nonna, con unaria piuttosto contadina. Doveva esser della campagna intorno a Milano, forse unantica serva aumentata di grado per la lunga fedelt. Era lei che curava la cucina e faceva da guardarobiera. Lazienda sembrava destinata a fiorire in perpetuo sotto la guida sicura di Mamarosa. Invece Mamarosa mor, quasi improvvisamente; e mor bene, perch ottenne di essere confessata e comunicata dal Prevosto che and a portarle i conforti della religione al capezzale. La povera donna si era avvicinata alla morte inavvertitamente, e quando era agli estremi - e chiese il prete - non si poteva pi trasportarla allospedale o in altro luogo. I suoi centotrentacinque chili, aumentati per il gonfiore degli ultimi giorni, e il genere della malattia, che faceva dipendere dallo stato del cuore i suoi ultimi momenti di lucidit, impedivano ogni spostamento. Al Prevosto, uomo quasi santo e di gran talento, si pose il quesito: lasciarla morire in peccato mortale o entrare dentro la casa con i Sacramenti. Pare che qualcuno corresse allArcivescovado e che venisse data unautorizzazione non molto chiara, ma tale da non impedire al Prevosto - un milanese anche lui, un omone rotondo come una botte e dalla voce grassa, che fisicamente somigliava come un fratello a Mamarosa - di risolvere il caso. Tanto che a unora di buona mattina, e con indosso tutto loccorrente, il Prevosto sinfil dentro il cancelletto coperto di lamiera e suon il campanello dove si era posato, negli anni, lindice di quasi tutti i suoi parrocchiani. Aprirono, capirono subito, e gli fecero strada fino alla camera del pianterreno dove giaceva Mamarosa, che vedendolo non seppe rinunziare a una delle sue uscite: Te mancavet propi dm ti! gli disse. Pare che il Prevosto avesse, fin dalla soglia, fatto certi potenti esorcismi previsti dai Canoni, e fosse munito di una reliquia necessaria in simili casi. Certo che rimase a lungo con la moribonda, lasciandola completamente trasformata, con un viso mai visto, raddolcito e sereno; e perfino con la voce cambiata, una voce diventata acuta e labile insieme, infantile. facile, conoscendo Mamarosa, immaginare il colloquio. Di sicuro parlarono in milanese, perch lei non parl mai altra lingua e il Prevosto - anche sul pulpito - traduceva in italiano dal milanese disconoscendo la zeta e dicendo sempre: La grassia di Dio... la salvessa dellanima... la penitensa, la penitensa, ragasse! Sintesero dunque molto bene, e al Prevosto, che parlava con lesse ma era un sapiente pieno dindulgenza, non fu difficile trovare in fondo allanima di Mamarosa linnocenza, che cera, e lui lo sapeva, tanto che era entrato l dentro sicuro di trovarla e non era stato deluso. In quella stanza dalle persiane chiuse da anni come se vi fosse sempre stato un morto, e che erano gi chiuse per dopo, quando avrebbero preparato la camera ardente, non debbono essere corse molte parole prima del gesto del Prevosto che assolveva e benediceva. Da una porta che intanto si era dischiusa si affacciarono la Bambina e lAgnese, e dietro di loro

le ragazze. Una si era messa in testa un pizzo nero che non era altro che un pezzo di taffet, un cache-col. Nel girarsi il Prevosto vide il gruppo, le facce, lambiente che prima non aveva guardato; e nelluscire gli corse lo sguardo al trono abbandonato di Mamarosa, in fondo al salone, sopra il quale spiccava il cartello della tariffa. Tre voci, tre prezzi: semplice, doppia, mezzora. Era uguale alla sua tariffa: semplice, solenne, cantata. Fu contento di constatare che la sua prestazione pi gravosa, la Confessione, era fuori tariffa e non costava nulla. Usc, come era entrato, senza che nessuno osasse accompagnarlo. Allontanatosi il Prevosto, fu sbarrata la porta e tolto il contatto al campanello per evitare che qualche svizzero ignaro scegliesse quel momento per una visita. LAgnese e la Bambina si misero ai lati della moribonda e le ragazze ai piedi del letto. Mamarosa, con la vocina spenta che le era venuta (forse perch aveva pianto per la prima volta dopo linfanzia) disse: N mai f del mal. U f sto mest... Se podevi f, se podevi f cs? Sunt nasda... sunt cressda in di casott... Ma n mai f del mal... ho jut tanta gent. El Signur el me perdnna... l di l, el Prevost... che l de Milan... cmpagn de mi. LAgnese approvava con la testa, la Bambina stringeva le labbra. Le ragazze piangevano: o, almeno, avrebbero dovuto piangere, a quellepitaffio che Mamarosa si scolpiva lentamente, con la voce fioca, nellaria pesante della stanza. Dalla vicina Chiesa del Carmine, dopo che Mamarosa ebbe detto cmpagn de mi, quasi intendendo che da quella gran citt veniva tutto, il male e il bene, senza colpa, cominciarono a suonare pochi tocchi di quella campanella che pare di ferro tanto scarsa di eco. Era il Prevosto, che arrivato alla Prepositurale aveva spedito il sacrista al Carmine per dare un saluto a chi sapeva lui. Glielaveva chiesto Mamarosa. Famm sun linguna; al Crmen, che ghe tgni... In quella chiesa, o nel conventino che ha di fianco, moriva un cinquecentanni prima il Beato Jacopino da Luino, lunico santo del nostro paese: un caro fraticello cercotto che aveva messo in piedi la chiesetta a forza di elemosine. scritto nelle carte del Capitolo che mentre moriva aveva degli angeli intorno. Mamarosa, a pochi passi di distanza, moriva anche lei, e abbastanza bene, con intorno la Bambina, lAgnese, le ragazze.

IX
Pass lestate, e al cominciare dellautunno la compagnia dei giocatori si raccolse ora in un caff ora in un altro, intorno ai giochi pi leciti e pi stucchevoli. Ma bastava che la parola chemin venisse fatta scivolare nel gruppo perch ricominciasse a serpeggiare la febbre. Il Nove splendeva in alto come un sole; e non cerano scope dassi, ramini, scalequaranta, tressetti semplici o ciapa no e neppure tarocchi o mitigatti che potessero farci dimenticare lemozione del grande mazzo di trecentododici carte che butta come una sorgente gli otto, i nove e tutte le altre potenti combinazioni, governate da un fluido che la sorte pura, lazzardo. Dallo Sberzi nessuno si sognava di tornare; gli altri caff erano da escludere. Non ci rest che istituire una bisca clandestina, nascosta in una casa ospitale. Ci pens il Cmola, invasato del gioco, a stringere accordi col Rimediotti, il vecchio volpone che da anni si era ritirato a passare la sua triste vecchiaia in casa dun fratello, appaltatore del Dazio Comunale. Il Rimediotti era una specie di ladro internazionale che parlava un po tutte le lingue, conosceva tutti i Casin dEuropa e aveva avuto amicizia con ogni sorta di gente celebre. Aveva conosciuto Tamagno quando noi non eravamo ancora nati e gli era stato amico; - tanto che alla sua morte accorse da Biarritz. Arriv nella villa del tenore, a Varese, mentre lo stavano imbalsamando; e si imbatt, dentro la stanza, in un secchio pieno delle interiora dellamico. Ladro vero il Rimediotti non era stato mai, sebbene giocatore di professione, cio baro e prestigiatore. Ma aveva fatto anche altri mestieri, come limpresario di riviste e di balletti ungheresi e lappaltatore del Tiro al Piccione sulla riviera francese. Il Tiro al Piccione uno sport ma anche un gioco, perch c chi scommette ad ogni sparo e chi tiene banco, con regolari imbrogli e intese segrete col tiratore. Rimediotti del gioco conosceva a fondo il lato psicologico, interno, quello che operava in noi come una inquietudine dellet o della stagione. Di raro era apparso al nostro tavolo quando si giocava al Metropole. Pareva che oramai le carte gli ripugnassero. Teneva a malincuore il posto per qualcuno che andava alla toilette o che doveva assentarsi per dieci minuti, e non dava mai consigli ai giocatori anche se gli capitava di stare delle ore a guardar giocare gli altri. Pareva, ed era, un vecchio tranquillo, disgustato della vita e amante solo della pipa e del caff. Suo cognato, titolare del Dazio, era un vedovo con moltissimi figli e figlie tutti grandi, uno dissimile dallaltro ed occupati - quando lavoravano - nei mestieri pi disparati. Uno era vigile urbano, un altro calzolaio, un terzo spedizioniere, un quarto meccanico-dentista e lultimo ancora indeciso sul mestiere da scegliere. Le figlie erano impiegate al Dazio e aiutavano il padre a far bollette; ma anche loro cos varie daspetto da non sembrare sorelle. Il primo sospetto era che quei figli fossero di diverse covate; ma nessuno indag mai il mistero di quella famiglia nella quale era venuto a vivere il Rimediotti, e nessuno aveva mai messo piede nellappartamento che abitavano da tanti anni al primo piano del grande caseggiato ex Majestic, ex Beccazza: un lunghissimo appartamento che andava da un capo allaltro della facciata, con tutte le stanze in fila comunicanti una con laltra. Tanto doveva essere confortevole come albergo quel caseggiato, tanto era squallido come casa di abitazione, spogliato e ridotto come un vecchio ospedale. Agli appartamenti si saliva da scale che dovettero essere quelle di servizio, scure, strette ed anche sporche; i vari quartieri, grandi o piccoli, erano tutti a file di stanze, una che dava nellaltra. Quello abitato dai parenti del Rimediotti e dove il vecchio era stato accolto non si sa se per affetto o in cambio di una modesta pensione, occupava il piano nobile ed incominciava con un salotto. In quellappartamento facemmo ingresso, su istruzione del Cmola, uno alla volta per non dare nellocchio, una sera di domenica. Appena dentro luscio, nel salotto, un tavolo rotondo con otto o nove sedie ci aspettava, coperto da un tappeto di quelli figurati con scene di turchi e illuminato da una lampada, col piatto bianco di porcellana pieghettata. Il salotto faceva da anticamera a tutto il

quartiere ed era seguito dalla cucina, dal gabinetto e da non si sa quante camere. Nessuno di noi sinoltr mai verso quellinterno dove, a gioco finito, si ritiravano uno dopo laltro i due fratelli Rimediotti. In mezzo al tavolo era gi pronto un bel mazzo di trecentododici carte, Modiano o Armanino, gi depurato degli jolly e collocato sopra una pattina di cartone che serviva per farlo girare torno torno. In meno dun quarto dora eravamo gi in otto. Cerano i pi ostinati, cio il Fioroli, prestinaio in un paese vicino, il Bottelli ex squadrista cacciato via dalla Milizia Confinaria e sistemato come fuochista del Municipio, il Furiga (quello della pelliccia), anche lui ex squadrista e impiegato ai Sindacati dellAgricoltura, il solito ispettore di Dogana, il Queroni, un cartolaio anarchico, il Cmola e il Tolini detto Tetn. Il gioco riusc equilibrato e piacevole, senza grossi sbilanci, e la bisca fu collaudata. Ogni sera, dopo le ventuno, come frati che vanno alluffizio, uno dopo laltro cinfilavamo nel portone e su per la scala del nostro buon rifugio. Poco per volta convennero tutti i giocatori del Metropole intorno a quel tavolo che era sempre pieno di braccia in movimento. Andando via si lasciavano sul tappeto alcune lire a testa per la luce; ed era lunica spesa, perch non si poteva bere nulla, neppure acqua. Per orinare bisognava scendere in cortile o uscire nella strada. Si poteva soltanto fumare. Il fratello del Rimediotti, il daziere, era sempre presente al nostro gioco. Si teneva in piedi, ad una certa distanza dal tavolo, tutto floscio, malinconico e stanco, e cos silenzioso che si finiva col dimenticarlo. Neppure i casi di carte pi incredibili lo interessavano. Seguiva il gioco come per un dovere, o proprio perch non sapeva che altro fare. Molto tempo dopo si seppe che non conosceva neppure lo chemin e che non distingueva un re da un fante. Il Rimediotti, che stava al tavolo e giocava moderatamente, non lo guardava mai. Intanto lo Sberzi, che ci vedeva andar via dal suo esercizio uno alla volta dopo aver bevuto il caff, aveva sospettato che in qualche posto ci andavamo a riunire. Pensa, osserva, indaga, in capo a otto giorni scopri il nostro covo. Ma non disse nulla e non venne mai a disturbarci nella nuova sede. Ormai ci eravamo abituati al passo dei rari inquilini dei piani di sopra che rincasavano a ore fisse, e sapevamo che al marted e al venerd il maestro Tirelli, capomusica, rientrava a mezzanotte. Preparava il programma della banda cittadina per lestate, nella palestra delle scuole elementari, istruendo il bel complesso che era uno dei vanti del nostro paese. In quelle due sere, alla mezzanotte in punto, si sentiva aprire il portone. Tirelli diceva il Rimediotti, come dicesse un gatto, il vento, una cosa da non confondere con un pericolo; e infatti poco dopo si sentiva un passetto leggero e regolare che saliva, poi il tric trac della serratura del piano di sopra. Il maestro Tirelli, sempre vestito di scuro e serissimo come un menagramo, era luomo pi innocuo del mondo. Poteva sapere qualunque cosa e non avrebbe mai commesso indiscrezione. Il suo passaggio per le scale era quasi un controllo della nostra sicurezza. Passando, ci rassicurava. Voleva dire che tutto procedeva bene. Lui certo sapeva, e da buon padre di famiglia non approvava; ma non si permetteva di giudicare, e passava senza curiosit davanti al nostro covo. Solo per prudenza noi appendevamo il cappello del Queroni alla chiave della porta, nel caso impossibile che il Tirelli o altri ci avesse a mettere locchio. Il nostro gioco non avrebbe avuto alcun disturbo se a varie ore, dopo mezzanotte, non fossero dovuti passare per il salotto i vari nipoti del Rimediotti che tornavano dai loro spassi o dalle loro occupazioni. Prima passava Clementino: Ciao pap, ciao sio (tutta la famiglia era milanese), ciao Cmola, buonasera dottore (allIspettore di Dogana). Salutava alcuni in particolare e tutti in generale con un sorriso di comprensione, senza guardare il gioco, poi infilava la porta della cucina e si inoltrava nel buio verso il suo letto lontano. Una mezzora dopo arrivava sua sorella Carluccia, di fretta e un po scarmigliata. Era continuamente innamorata e aveva sempre laria di essere appena sfuggita dalle mani di qualche appassionata guardia di finanza. La Carluccia passava rapida, per non farsi studiare troppo, gettandoci un cordiale buonasera. Poco dopo il suo passaggio si sentiva la cascata del W.C., enorme

nel silenzio; poi, con gli ultimi sibili dellacqua, tutto taceva. E la voce del Cmola, incalzante, annunciava: Il banco di duecento. Ogni tanto si sentiva sfriggere un fiammifero, scricchiolare una sedia, o le voci che dicevano otto, nove, cista (niente di fatto, punti zero), baccarat (punti pari), carta, banco suiv, tutto per me, col tavolo, passo. Parole che corrono allo chemin, intercalate dalle solite esclamazioni e dalle cattiverie inevitabili tra giocatori. Dopo mezzanotte rientrava lAndrea, vigile urbano e secondo dei fratelli. Salutava gli amici, il pap, lo zio e poi si avviava al suo letto in fondo allappartamento. Alle ore piccole arrivava la Rosetta, con gli occhi pesti, pallida e un po stravolta. Girava in atto di schifo attorno al tavolo e sinfilava in cucina con un sorriso storto verso chi alzava il capo a guardarla. Anche lei tirava la catena (la tiravano solo le donne) poi non dava pi segni di vita. Aveva pi di quarantanni, e nel suo aspetto di donna sfiorita si nascondevano grosse disavventure; ma anche uno spirito aggressivo, passionale, capace ancora di stringere qualcuno nella morsa. Come tutte le donne dominate dallamore, disprezzava il gioco e i giocatori. Dopo la Rosetta, a poco distanza passava Alfredo, lo spedizioniere, che faceva gli straordinari; poi Corrado, il meccanico-dentista, che lasciava indietro un odore di chiodi di garofano. Ultimissimo, in punta di piedi, arrivava - alle ore quasi dellalba - Peppetto, amante di una vedova, che nonostante la mala guardata del padre aveva il coraggio di fermarsi a vedere il gioco. Era per cacciarlo a dormire che il padrone di casa se ne andava finalmente a letto, dopo tanto pencolare sopra il tavolo. Ma il Rimediotti resisteva fino allultimo. Come un serpe cauto la sua mano andava mettendo insieme, quasi per ozio, le carte giocate, e senza parere le disponeva secondo lordine della taille rasoir o squence infernale. Naturalmente non riusciva a montare tutto il mazzo, ma bastavano una trentina di carte ad assicurargli due o tre colpi vinti nel mazzo successivo. Di quelli si contentava, rischiando solo raramente qualche minima posta contro i perdenti. Pur subodorando la trappola, nessuno si rifiutava di accettare la sua uscita quando era di mano. Gli riconoscevano tutti il diritto a quel balzello nascosto: per la sua et di ottantanni circa, per simpatia verso limbroglio ben fatto, ma pi che altro per rispetto al suo splendido passato di dissolutezza. In fondo era lui che cinsegnava a stare al tavolo. Da lui imparammo la terminologia del gioco e le sue regole precise; ed anche se pochi poterono imparare quello che del resto non simpara, cio il contegno freddo, la pacatezza, la signorilit, tutti appresero qualche cosa. Solo io tuttavia dovevo conoscere - qualche anno pi tardi - il segreto della taille rasoir o squence infernale, cio la regola secondo la quale si pu ordinare un mazzo di carte da chemin o da baccarat in modo che dallultima uscita di ogni mano possibile stabilire se il colpo successivo sar vinto o perso dal banco. Una simile taglia di carte, che resiste anche a due o tre scarti e a qualche alzata, stata a ragione chiamata a rasoio, perch recide le vene ai giocatori ingenui e li dissangua. Si tratta di una sequenza di carte veramente infernale, perch chi ne conosce la legge gioca quando il colpo vincente, passa la mano quando arriva quello perdente e va alla punta quando lingenuo, detto stazzo, assume il colpo infausto fidando nella sorte gi segnata. I tre, i quattro colpi, infilati in un mazzo intiero da mano abile, possono fare un danno relativo. Grave quando in una bisca, o circolo privato, il baro riesce a montare tutto un mazzo con la complicit di un cameriere o di altri giocatori che con qualche trucco arrivano a sostituire il sabot. Allora chi capita in mezzo perde tutto quello che pu perdere. Mai giocare raccomandava il Rimediotti con gente che non si conosce o in bische clandestine. Quasi sempre c il baro. Queste cose il Rimediotti me le diceva anni dopo, quando era vicino alla morte, nel chiedermi dei piccoli prestiti. Ridotto allo stremo, non mi restitu mai quei pochi soldi, ma mi lasci consigli preziosi che mi indussero ad abbandonare per sempre le carte; e un quadernetto, intitolato Le mie preghiere, nel quale aveva annotato i suoi segreti di baro o tricheur e le sue osservazioni sul gioco. Erano un paio di piccoli quinterni, scritti chiaramente, con i numeri della squence infernale e gli

accorgimenti per vincere al Faraone, alla Zecchinetta (o Toppa), al poker, allecart. Vi si descrivevano tutti i tipi di filage; che sono le maniere per dare una carta diversa da quella che si presenta nel mazzo. Vi si insegnava il filage au marbre, la main serre, ouverte, en dessous e en dessus. Si svelavano tutte le alzate false o alzate morte, e quindi - naturalmente - le varie maniere per scartare solo in apparenza: tourniquet, mischiata allamericana, alla tedesca, alla russa, eccetera. La terminologia era francese, perch il francese la lingua del gioco; e poi il Rimediotti aveva vissuto tanto in Francia che nel suo discorso erano frequentissime le parole e le frasi intere in quella lingua che parlava quasi con rimpianto in un paese daspro dialetto. Di quel quadernetto (mi rimasto insieme ad una coppia di dadi sofisticati che mi rimise in punto di morte), andrebbe trascritta almeno la prefazione che incomincia cos: Questo non un trattato sulle probabilit, ma una guida per correggere la sorte ed assicurare un guadagno. Non un testo dell'imbroglio, ma un manuale utile ad insegnare la difesa dai tanti accorgimenti escogitati dallingegno umano per lo sfruttamento del gioco. Non un'opera scritta a tutela del fesso, che giusto che venga punito e salassato, ma per mettere il galantuomo amante del gioco su un piede di parit con il frippone che tenta di derubarlo. Ho visto giocare Edoardo VII quando era Principe di Galles. Barava per capriccio, ma con nobilt. Lo stesso vidi fare a Re Giorgio di Grecia; mentre Re Milano di Serbia (padre di Alessandro Obrenovic), ubriacone, crapulone e giocatore senza regola, mangi il patrimonio suo, quello della moglie e quello della nazione. Altra cosa erano il milanese Cesare Perelli, l'inglese Hower, Agesilao Greco, il Barone Rodan... Non posso continuare, innanzi tutto perch qui vengono dei nomi illustri e poi perch la parte principale dellopera, cio la cabala della sequenza infernale, non pu essere resa pubblica senza pericolo. Rovinerebbe quei pochi che la conoscono e la praticano, e creerebbe una quantit di piccoli bari da strapazzo che farebbero un danno incalcolabile alla borsa degli amici, finendo col distruggere un nobile e meraviglioso gioco come il baccarat chemin de fer. Il povero Rimediotti mor malamente in tempo di guerra, al suono degli allarmi, di notte, con i dadi falsi nel cassetto del comodino, in un odore di uomo vecchio e di piscia. Quando giocava con noi erano gli ultimi suoi tempi buoni. Seduto al tavolo, con la pipa in una mano e con laltra che muoveva le carte leggera come unala, Rimediotti era nel suo mondo. Si sentiva a Montecarlo ai tempi della sua giovent, quando correvano solo marenghi doro sui tavoli, o a Biarritz, a Ostenda, a Baden-Baden, a Spa, a Wiesbaden, dove erano passate le sue mani prodigiose. Era come un grande direttore dorchestra che in vecchiaia istruisce il coro di una piccola parrocchia con lo stesso amore e la stessa maestria di quando comandava a bacchetta due o trecento elementi della Scala, ma anche senza potersi trattenere dal rammentare ai suoi nuovi allievi chi era stato e quel che aveva fatto nel mondo. E raccontava del grande baro Faini che riusciva a far uscire dalla capocchia a disco di un lungo lapis un Luigi doro simulando cos la puntata dopo che il numero era gi annunciato alla roulette e incassando trentacinque Luigi al colpo, fino a che una donna lo trad. Raccontava la storia di una terribile partita a poker da lui giocata a Nizza con un americano e due spagnoli, finita a rivoltellate, con tutti e tre i suoi compagni di gioco morti sotto il tavolo. I due spagnoli avevano creduto che lamericano barasse e gli avevano sparato a bruciapelo dopo un alterco; ma poi uno dei due capi che il baro era laltro compagno e gli spar mandandolo a finire sotto la sua sedia da dove il caduto prima di spirare spar in alto, contro il sedile, trapassando verticalmente il suo uccisore. La verit era che nessuno dei tre barava; barava lui, il Rimediotti.

X
Quelle sere, andato a dormire il fratello del Rimediotti con lultimo dei suoi figli nottambuli, noi eravamo ai primi cedimenti. Cominciavano i prestiti, le contestazioni, le questioni tra quelli che volevano andar via perch vincenti e gli altri che volevano trattenerli per rifarsi. Era lora che veniva fuori la polizza del Bottelli: una polizza degli ex Combattenti, di lire mille, che dava una rendita annuale del 5% e che poteva essere scontata in qualunque banca per il suo valore nominale, purch quietanzata dal titolare. Il Bottelli laveva quietanzata da un pezzo per darla in pagamento di un debito di gioco a uno di noi. Il nuovo possessore, invece di incassarla, la cedette a sua volta ad un altro giocatore per novecento lire di debito. Girando da una mano allaltra, era ormai valutata settecento lire, e per tale somma veniva presa e passata in mancanza di contanti. Quando veniva fuori la polizza del Bottelli voleva dire che il gioco era quasi alla fine e stava per prenderci quel momento di sonno che viene verso lalba, quando anche le sentinelle si addormentano. Poi ritornavano le energie, si snebbiavano i cervelli e il gioco dava i suoi ultimi bagliori. Gi dalle imposte trapelava la prima luce e dal vecchio parco giungevano gli zirlii e i trilli degli uccelli, abituati a venirsene - appena svegli - nei cortili e sui davanzali del caseggiato in cerca di briciole. Erano quei frulli di ali e quei cip-cip ad avvertirci che la notte aveva smesso di nasconderci e che non ci restavano che le ore di prima messa per sgattaiolare a casa senza essere visti. Ma la coda del gioco lunga. Ancora un giro, ancora un mazzo chiedono i perdenti, e i vincenti, mai stanchi di vincere, concedono. Capitava, in quelle ore, di sentire allimprovviso un rumore nella attigua cucina. Era una tazza posata su un piattino da qualcuno non ancora ben desto, un pentolino messo sul gas o una sedia smossa. Se era domenica mattina, poco dopo appariva dallinterno il Clementino, pallido, assonnato, con i pollici infilati nelle cinghie di un vecchio sacco da montagna che aveva in spalla. Pareva la larva di uno dei garibaldini sbudellati in quelle stanze dagli austriaci tanti anni prima. Da quellabbigliamento era facile capire che il Clementino partiva per una camminata in montagna. Andava al S. Martino o al Cuvignone, con la colazione nel sacco, come faceva ogni domenica. Ciao sio, ciao Cmola, ciao questo, ciao quello, e se ne andava gi per le scale con i suoi vecchi scarponi chiodati. Distratti da quellapparizione, riprendevamo il gioco con minor lena. Non passava molto che dalla cucina veniva qualche altro rumore di caffettiere e cucchiaini, e dopo poco ecco apparire la Carluccia tutta rassettata che andava a messa. A differenza della sorella, ormai al di l di ogni preoccupazione per lanima, la Carluccia faceva dentro e fuori dal peccato che la buttava dalle braccia delle guardie di finanza a quelle di Dio in un moto continuo. Passava dal nostro locale col viso accomodato alla preghiera e ci salutava con un sorriso estraneo, dintesa, come per dire: State tranquilli che ora di sera sar nel gorgo come voi o forse di pi. Il passaggio della Carluccia portava una piccola sosta. Cera sempre qualcuno che apriva il libro dei pettegolezzi, e con poco riguardo allo zio ormai inebetito dal sonno, leggeva la vita alla ragazza. Poi il gioco, sempre pi stancamente, riprendeva. Dalle persiane chiuse trapelava il sole e gli uccelli si erano zittiti. Cominciava a circolare la gente e dalla strada arrivava il rumore di qualche camion o di qualche motocicletta. Di colpo, certo senza essersi lavato e senza aver fatto la minima colazione, appariva lAndrea, vigile urbano. In divisa completa, con la mano al cinturone e la rivoltella nella fondina nera allaltezza del fegato, lAndrea andava a fare le contravvenzioni della domenica. Al vederci si rimescolava un po dentro, nel fondo della sua coscienza di agente dellordine messo di fronte a una irregolarit, a un reato. Ma poich il cane non mangia la selvaggina del padrone, fiutava e tirava avanti. Di solito era il richiamo involontario di quella montura poliziesca a maturare la nostra decisione di smettere il gioco. Non aspettavamo la levata, certo spettacolare, della Rosetta e del resto della

famiglia; riposte le carte, liquidati i conti con glinevitabili riporti a credito, salutavamo il Rimediotti che andava anche lui a dormire dopo che la gran parte dei suoi si erano gi alzati, aumentando la confusione della famiglia, dove ognuno faceva per s, come se quella casa fosse ancora lAlbergo della Beccaccia.

XI
Si avvicinava il Natale di giorno in giorno, e senza il ripiego delle carte la noia delle lunghe sere invernali ci avrebbe fatto paura. Lo Sberzi, solo nel suo vasto albergo, vedeva invece andare avanti linverno senza speranza. Non tentava di riprenderci; e se di giorno si capitava nel suo locale ci guardava con aria misteriosa, come aspettando da noi qualche cosa. Era diventato gentile e quieto, forse perch la stagione estiva gli era andata bene col turismo che cominciava a risorgere, o forse anche perch aveva capito che i luinesi erano ossi duri da mordere e che con loro era meglio venire a patti. Davanti allalbergo aveva collocato un cuoco di legno, uno dei primi che si vedevano, che faceva lo stesso gesto del Garibaldi che aveva di fronte e invitava imperiosamente gli avventori alla tavola. Pi duna volta, sentendo qualche rumore allesterno della nostra bisca, pensammo che lo Sberzi stesse per arrivare alluscio, deciso a sottomettersi ed a rientrare nel gioco. Invece tenne duro fin che torn la primavera a disperderci e a ricondurre qualcuno di noi al suo bigliardo o alle sedie davanti allentrata, nelle quali si stava insaccati a guardare di qua e di l, a far chiacchiere e commenti sulla vita del paese. Se un maggiolino cadeva dai rami dei tigli su un tavolino di ferro, si stava a guardare gli sforzi che faceva per rimettersi sulle gambe; poi, quando riprendeva il volo, qualcuno lo seguiva con lo sguardo nel cielo sempre sereno. Consumiamo il fondo dei pantaloni invece di consumare le scarpe diceva il Queroni che non era stato squadrista ma era ufficiale della Milizia. Bisogna marciare, altrimenti si marcisce! Ma neppure lui marciava; ingrassava lentamente, anno per anno, seduto su quelle vecchie poltrone di vimini col mento sul petto e le gambe larghe. Sembravano finiti per sempre i tempi quando anche a Luino le passioni politiche avevano sparso sangue. Due martiri fascisti erano ricordati in due lapidi, sul posto dove caddero. Dietro il monumento di Garibaldi cera il nome dei caduti del '48, e sul viale di fianco al cimitero cresceva un filare di piante ognuna delle quali era imprigionata in un treppiede di ferro con infissa una targhetta di bronzo. Vi si leggeva, ad ogni pianta, il nome di un caduto nella grande guerra. In piazza Risorgimento quegli stessi morti erano ricordati in un monumento di bronzo che ora non c pi perch dovettero fonderlo durante la guerra successiva. Pochi credevano ai martiri fascisti, troppo recenti, e nessuno era mai andato a leggere dietro il monumento di Garibaldi il nome dei suoi soldati morti a Luino. Della grande guerra invece era ancora vivo il ricordo anche perch un paio di pazzi, impazziti nelle battaglie del Carso, erano sempre per le strade e per le osterie. Uno di questi, il Brovelli, certe notti si buttava per terra sotto la luce di un fanale in mezzo alla piazza e incominciava a gridare come se fosse ancora in trincea. Da un lato della piazza, oltre gli ippocastani, cera il lago oscuro e gonfio. Sugli altri lati, ritirati nellombra, i vecchi alberghi diventati case dabitazione, coi negozi a pianterreno e le tende arrotolate sotto i balconi. In mezzo, nel tondo di luce, il Brovelli steso per terra urlava ordini, chiamava i compagni, imprecava contro gli ufficiali, e finalmente, dopo aver fatto il gesto di chi lancia delle bombe a mano stando bocconi per terra, si gettava allassalto. Correva carponi fino allalone dombra e l si rizzava, di fronte al buio. Gli moriva in bocca lultimo urlo, restava un lungo momento assorto come in ascolto, poi improvvisamente si avviava verso qualche osteria ancora aperta. Cera sempre qualcuno che gli pagava da bere e lo faceva parlare. Due volte su tre raccontava che in guerra, mentre un giorno stava andando di corpo in un angolo morto, gli era passata una palla di cannone tra le gambe. Per fortuna diceva avevo messo le braccia sotto la piega dei ginocchi e stavo alto da terra un po pi del solito, altrimenti (e faceva con la mano il gesto di prendere una mosca) addio binocolo! Col Brovelli e con gli altri, pi di cento, rimasti sui campi di battaglia, Luino aveva pagato la sua parte pur essendo un paese poco interventista fin dai tempi di Garibaldi e forse prima. C negli

archivi una lettera o rapporto di un tal Giovanni Cattaneo, scritto in occasione dei moti del 48, nel quale si inveisce rabbiosamente contro i luinesi che non avevano nessuna voglia di assalire la caserma austriaca. Bisogna vedere come se la prende quel Cattaneo con lex capitano austriaco Rinaldo Solera, luinese, che nel marzo di quellanno andava in giro smorzando gli animi invece di accenderli alla rivolta. Cercava, il Solera, di far capire al popolo che le cose cambiano da sole quando il momento, e che non c necessit di martiri. Di quel Solera, il cui figlio fu Sindaco di Luino e cittadino benemerito, il Cattaneo diceva che era una spia dellAustria, e che insieme al Prevosto, al cancelliere Bettoni della Pretura, a Rinaldo Rattazini, certo Spalla e alcuni altri, era del partito di quelli che vogliono sempre salvare lordine. Ed era vero, perch il Solera e i suoi amici riuscirono a far partire da Luino in punta di piedi i quaranta gendarmi austriaci della guarnigione, mentre il Cattaneo voleva che quei poveri soldati, in gran parte anziani e con moglie e figli, venissero scannati. A Luino ci furono due interventisti degni di storia, al tempo della grande guerra, quella dalla quale doveva tornare col suo binocolo ma pazzo, il Brovelli. Interventista fu allora un certo Caprini, ancora vivo e ormai ottuagenario. Raccontano che questo Caprini al tempo della dichiarazione di guerra agli Imperi Centrali fece un gran discorso davanti al monumento di Garibaldi. Parl pi di unora ricordando il '48 e il '60 e rimproverando a Garibaldi di non aver liberato tutta lItalia, cos che bisognava ancora darsi da fare con le guerre. Voltandosi verso la statua che aveva alle spalle, a un certo punto grid in faccia a Garibaldi: Ma quello che non hai fatto tu, lo faremo noi! Scoppiata la guerra il Caprini fu esonerato e and nelle officine Battaglia a fare le spolette (cosa che, davvero, Garibaldi non aveva mai fatto), insieme a tanti altri luinesi, alcuni dei quali si ruppero le gambe e si tolsero intere dentature per non andare al fronte. Altro interventista sicuro fu il commendator Giovanni Battaglia, uno dei fondatori dellindustria meccanica luinese. Il Battaglia, invece di stare ad aspettare se la guerra la facevano o no, si diede a predicarla apertamente bench la gente dicesse che lui come industriale ci aveva il suo interesse. Il suo ultimo discorso ai luinesi lo fece, raccontava mio padre, dallalto delle due scale di granito che si congiungono sotto un balcone barocco, davanti alla casa dei miei vecchi e dove, da un lato, cera losteria del Virgilio. Devo averlo intraudito quel giorno, perch ero nelle stanze del primo piano, alle sue spalle, ed avevo gi quattro anni. Gridava e si sbracciava il Battaglia, di solito riservato e inavvicinabile, mentre di sotto, tra la base della scalea e il Caff Clerici, la maramaglia fischiava e gli dava sulla voce. Approfittando di una pausa fra gli urli e i fischi, il Battaglia grid: Vigliacchi! Domani ci sar la guerra! Era il 23 maggio 1915. I suoi stabilimenti si estesero. Vi corsero il Caprini e gli altri mutilati volontari a fabbricare munizioni e Luino divenne e rest un paese industriale. Tre anni dopo, a poco a poco, la gran parte dei mobilitati torn, si divise in due campi e dopo molte baruffe con solo due martiri fascisti, le cose ripresero il loro andamento pacifico. Qualcuno, davanti al trionfare della dittatura, ricordava gli anni precedenti la grande guerra quando Mussolini, semplice giornalista, villeggiava destate a Luino con la famiglia. Affittava la villa Guerrini, sulla salita dopo la piazzetta di San Francesco, e vi si impiantava per un mese. Una volta parl dal balcone dellAlbergo Ancora. Portava la maggiostrina e i calzoni bianchi, dei calzoni a tubo con le borse ai ginocchi, tesi sul didietro e gonfi tra le gambe delle sue forme mascoline. Un vero lazzarone, diceva mio padre molti anni dopo, vantandosi daverlo visto cos da vicino ma schifandolo nello stesso tempo. Quasi ogni giorno Mussolini si faceva portare sul lago da un barcaiolo monco, certo Natale Merli, i cui figli divennero amici dei suoi, tanto che il maggiore, Luigi, molti anni dopo scrisse una lettera a Edda Mussolini che gli rispose. Entusiasmato da quella risposta il Luigi, che era un forte vogatore, pens di compiere un raid in barca a remi da Luino a Roma, dove la Edda avrebbe dovuto

riceverlo e premiarlo di tanta fatica e fedelt. Se le impressioni che aveva avuto molti anni prima non lo ingannavano, la figlia del Duce si doveva ricordare molto bene di lui. Studiato il percorso lungo il Ticino, il Po, lAdriatico e via via costeggiando fino alla foce del Tevere, il Luigi part con un compagno, tal Pierino Pozzi, a schiena curva sulla panchetta di legno della sua barca che gli doveva presto piagare il sedere. Iniziarono il viaggio ai primi di giugno salutati dal Segretario Politico e da un gruppo di sostenitori. Percorso tutto il lago, infilarono il Ticino e arrivarono a Pavia dove si presentarono alle autorit politiche con la lettera di cui il Segretario del fascio di Luino li aveva muniti come di un talismano col quale avrebbero trovato da mangiare e da dormire in qualunque posto. A Piacenza, nonostante la lettera fatata, saltarono il pasto e dormirono sulla spiaggia del Po, di fianco alla loro barca. Cosa che fecero anche a Cremona e a Revere, riuscendo a toccare il letto solo a Ficarolo. Mangiati dalle zanzare e col sedere che era tutto una piaga, bruciati dal sole ma ostinati, verso la fine di giugno incominciarono a costeggiare lAdriatico. Il Pozzi era meno deciso del Merli e sarebbe tornato volentieri in treno al paese, ma il Merli lo convinse a resistere promettendogli delle contesse, amiche della Edda, che andava immaginando e descrivendo sotto leccitazione del sole. Dalla foce del Po a Cesenatico fu un calvario di piccole tappe con le dormite allumido sulla spiaggia e i risvegli dolorosi alle quattro del mattino, quando i granchi cominciavano a rodere i piedi dei due vogatori. A Riccione furono ricevuti da Bruno e Vittorio Mussolini ma non toccarono un soldo da quei due grassi figli del Duce che quando se li videro comparire davanti, simili a naufraghi stracotti dal mare, si limitarono a stendere sul loro libro di bordo un breve scritto nel quale i due luinesi venivano definiti argonauti. Dopo Riccione cominciarono i guai peggiori: naufragio a Capo Focara con perdita degli indumenti personali, fame, sete e stanchezza. Straziati dalla sete toccarono Marotta, Senigallia e altri porti. A Porto San Giorgio unondata li gett sulla spiaggia, dove caduti sotto lattenzione del Conte Corbella, presidente di una societ di canottieri, furono rifocillati e muniti di una piccola somma. Nella tappa successiva, a Porto dAscoli, cominciarono ad essere aiutati dalle guardie di finanza, che come buoni samaritani riapparvero continuamente lungo le coste della Puglia e della Calabria a salvarli dai naufragi, a sfamarli e a mandarli avanti, di caserma in caserma, fino alla meta. A Rodi Garganico fecero indigestione di anguille, a Vieste di carrube. A Polignano furono derubati del timone dentro le grotte Palazzesi. A Brindisi trovarono un vaglia della famiglia, a Torre Chianca furono derubati del pagliolo e fecero indigestione di frutta. Davanti a San Cataldo subirono un secondo capovolgimento. Arrivati a Taranto, il Segretario Federale al quale si presentarono coperti soltanto da un perizoma, li fece rivestire. Ridotti a una magrezza impressionante, destarono nondimeno linteresse di un grosso pescecane che li segu fino a Rocca Imperiale. Dopo nuove indigestioni e nuovi naufragi, rimasti con le sole mutande che per decenza indossavano con lapertura sulla parte posteriore, giunsero a Reggio Calabria. Mangiando un giorno s e uno no presso le guardie di finanza o nelle caserme dei carabinieri, risalirono la costa tirrenica fino al golfo di Palinuro. Perseguitati dal freddo, ai primi di novembre, dopo altri due naufragi imboccarono la foce del Tevere e giunsero a Roma dove la barca affond nella darsena della societ Aniene lasciandoli coi remi in mano, unica testimonianza, insieme al diario e a un passavanti delle autorit marittime, del loro lungo viaggio. Ormai li aspettavano le notti romane e i meritati trionfi. Purtroppo capitarono nei giorni del cambio della guardia tra i segretari Giuriati e Starace, e Mussolini non pot riceverli, posto che qualcuno avesse avuto il coraggio di andargli a dire che due luinesi nudi e tremanti di freddo chiedevano di prostrarsi ai suoi piedi dopo cinque mesi e dodici giorni di orrende fatiche. Della Edda nessuna notizia. Era allestero o fuori Roma. Sempre seminudi e in attesa delle divise fasciste che dovevano arrivare da Luino, passarono giorni e giorni in una darsena fino a che un generale della milizia si interess del loro caso e per allontanarli da Roma li mun di indumenti e del

biglietto ferroviario. Nonostante questa impresa, del fascismo si parlava poco a Luino, e quando non era presente qualche squadrista se ne parlava male, perch il Segretario Politico era un uomo tollerante, regolato da alcuni amici antifascisti che lo consigliavano con molto giudizio. Solo nelle feste patriottiche sfilava la vecchia guardia, ormai sistemata in piccoli impieghi, dai Sindacati alle caldaie dei termosifoni al Municipio. Le principali autorit erano il Prevosto, Mamarosa, e il Commissario di Pubblica Sicurezza; tutte le altre avevano un potere pi limitato e provvisorio, compreso il Podest. Ma di sopra, ben al di sopra dogni autorit, cera un gruppo di quattro o cinque signori che vivevano appartati e apparentemente estranei alla vita del paese che dominavano segretamente. Erano loro che comandavano da tanti anni senza far rumore, forse a fine di bene, e dirigevano le cose in maniera da restare sempre al di fuori di ogni impegno eppure in grado di decidere. Sapevano tutto senza mai parlare col Prevosto, senza essere mai stati da Mamarosa e senza curarsi dei Commissari di Pubblica Sicurezza che si alternavano uno dopo laltro ogni tre o quattro anni. Molti vivevano senza neppure rendersi conto dellesistenza di quei signori, tanto era occulto il loro potere; ma non li ignorava il Cmola, che mescolato tra le piccole personalit teneva sempre locchio alle maggiori e sentiva tra le sue magre dita di giocatore il polso di tutta la vita luinese.

XII
In quel gruppo di varia et e di vario aspetto che passava i pomeriggi di primavera davanti al Metropole abbandonato al languore della stagione, solo il Cmola sent, dopo le lunghe notti invernali passate dentro la vecchia Beccazza, laria fresca del lago che lo chiamava a nuove imprese. Il gioco gli aveva reso tanto da passare una buona estate, ma laveva nauseato. Andava da un caff allaltro senza pi giocare, svogliato e incerto, finch uninquietudine che gli serpeggiava nel sangue lo richiam alla sala comune del Casino di Mamarosa. Non che lavesse disertato durante linverno, ma ci era andato raramente, solo per non essere dimenticato dalla padrona che ormai era la Bambina, assistita dallAgnese. Dopo due o tre visite il Cmola si accorse che qualcosa era cambiato anche l dentro. Morta Mamarosa non cera pi atmosfera e il Casino era diventato, come la cantina del Metropole, un terreno da abbandonare. Quellinverno era stato, per il Cmola, il momento della sua affermazione oltre che al gioco delle carte anche a quello delle donne. Egli ebbe la sorte rara, quellanno, di tenere insieme le due discordi fortune del gioco e dellamore. Cominci in primavera, la seconda fortuna, quando nella sala daspetto della stazioncina dei trams conobbe una ragazza della Valcuvia. Dopo una lunga conversazione le strapp un appuntamento per la domenica dopo a Canonica di Cuvio. Ci and col tram di allora, che avanzava strillando come un uccellaccio lungo lo stradale e attraversava in una corsa sfrenata boschi e radure. Lincontro fu decisivo perch ne usc innamorato. Abituato a qualche visita in case di donne che stavano vicino al porto, come la moglie del barbiere Cipriano, o ai colloqui - pi nobili - con le figlie di Mamarosa, il Cmola che pur sapeva dellesistenza dellamore, cadde quellestate in una grande passione. La ragazza della Valcuvia, che si chiamava Rina, sembrava accorta e per bene: non gli concesse neppure un bacio, e dopo un paio daltri appuntamenti che si consumarono in passeggiate sentimentali per i boschi, non volle pi farsi vedere. Cominci allora per lui una grande attesa. Le scriveva una lettera al giorno e gliela mandava per mano di una ragazza che veniva a Luino alla scuola commerciale. Non otteneva mai una risposta, neppure mandata a dire; ma poich le sue lettere non venivano respinte, continuava a stendere pagine su pagine. Aveva, sulla bancarella di un libraio che veniva a Luino ogni mercoled per il mercato, fatto acquisto di un libro prezioso: Le ultime lettere di Jacopo Ortis. Leggeva continuamente quel libro malinconico, si ispirava e scriveva lettere in Valcuvia. Qualche volta copiava o adattava brani interi del libro. I dolori amorosi del Cmola sarebbero stati pi acerbi se - venendo lautunno - non avesse, sempre in quella sala daspetto della stazioncina dei trams, fatto conoscenza con unaltra donna. Non pi una ragazza sui diciotto anni come la Rina, ma una donna che aveva passato da un pezzo i trenta, sposata e con qualche esperienza del mondo. Si chiamava Aurelia Armonio e si abbelliva di quel nome musicale. Era di un paesetto della Valmarchirolo e aveva il marito in Germania dove lavorava come stuccatore, mestiere molto comune tra la gente delle nostre valli. Gli stuccatori, che lavorano dentro le case gi costruite possono, a differenza dei muratori, stare ad opera anche in inverno. Perci il marito dellAurelia, diversamente dagli altri emigranti, non tornava a casa per le feste di Natale. Faceva solo unapparizione in estate, per pochi giorni, e una volta o due allanno chiamava la moglie a Colonia dove aveva la sua base. La signora Aurelia era piccola, graziosa, nera di capelli e molto pallida; forse non molto sana di polmoni. Fumava, parlava con una certa distinzione e aveva delle pose romantiche di moda - pi che ai tempi del Cmola - quando era stata giovane lei, una ventina danni prima. Nella filodrammatica di un paese della sua valle faceva da anni le parti dellamorosa tragica; e questo

aveva influito, oltre che sul suo modo di parlare e di stare, anche sui suoi sentimenti, inclinati al disinganno e alla tristezza. Al Cmola piacque e non piacque. Si vide considerato da lei come un vitello da svezzare; ma lidea di avere una donna sposata, e di cornificare qualche cosa di pi del barbiere Cipriano, lo attrasse. Cominci dunque a prendere regolarmente il tram della Valmarchirolo. Partiva di primo pomeriggio e tornava a casa allora di cena cos stanco che alla sera non aveva pi voglia di uscire. La casa della signora Aurelia era ai margini del paese, e il Cmola si illudeva di entrarvi non visto. Invece dopo qualche giorno la gente aveva gi scritto a Colonia allo stuccatore, che forse non nuovo a quegli avvertimenti, continu a disegnare ghirigori di gesso sui soffitti, riservandosi di venire a vedere in estate le cose di casa sua. Il Cmola con la stessa costanza entrava ogni giorno in quella casa, sedeva al camino, si lasciava servire il caff di cui era sempre pieno un bricco nella cenere, fumava con impazienza una sigaretta e appena fatto lambiente come esigeva la sentimentale Aurelia, passava nella stanza da letto, fredda come una tomba. In un enorme talamo di mogano lo raggiungeva, tutta avvolta in veli vaporosi e con una sigaretta accesa tra le dita tremanti, lAurelia, che si era spogliata davanti al camino ed entrava in scena con limpeto di una vera attrice. Sotto le coperte pesanti e le dure lenzuola di quel letto il Cmola conobbe lamore come lavevano concepito gli scrittori dei drammi che lAurelia recitava sui palcoscenici della Valmarchirolo. Nonostante la scuola di Mamarosa, aveva ancora molto da imparare; e impar, nascondendo pi che poteva la propria ignoranza. Apprendeva come uno scolaro o un garzone stuccatore, nelle ore di quei lunghi pomeriggi, poco badando agli sdilinquimenti dellAurelia che gli recitava addosso delle mezze tragedie e gli rappresentava inutilmente il dramma del suo tradimento al marito, della sua onest compromessa e della sua grande passione che tutto giustificava e le dava la forza di amarlo cos pazzamente come diceva. Di fronte al letto erano appesi i ritratti del padre e della madre della donna, morti da un pezzo. Erano due di quegli ingrandimenti che si trovano ancora nelle case di campagna. Li eseguiva uno stabilimento fotografico di Milano su ordinazioni che i rappresentanti andavano raccogliendo per i paesi. I viaggiatori di quel commercio ritiravano la migliore fotografia dellestinto e un mese dopo tornavano con lingrandimento gi incorniciato. I genitori dellAurelia lavevano messa al mondo in America, nel Vermont, dove erano emigrati subito dopo il matrimonio. In vecchiaia, ritornati al paese, morirono uno dopo laltro in un mese lasciando alla figlia la casetta che si erano comperata, un po di bosco e di prato e qualche risparmio. LAurelia aveva fatto subito un po di lusso e aveva trovato marito. Dal muro di fronte al letto i due coniugi guardavano la loro figlia che faceva salti sotto le coperte e qualche volta appariva, rossa e scalmanata, con tra le braccia lo sparuto Cmola che cercava di tener testa a quella furia amorosa. Una volta, balzata a sedere sul letto, incontr lo sguardo vuoto dei genitori e improvvis una scena madre. Guardatemi diceva guardate la mia vergogna! Sono unadultera! Ma non condannatemi. Voi sapete come mi tratta il Costante! I due del ritratto, che il Costante non avevano neppure fatto in tempo a conoscerlo, non ci pensavano lontanamente a condannarla. Guardavano sereni, in chiss quale giorno della loro vita americana, un fotografo che li ritraeva. Ma lAurelia voleva chiamarli in causa e mostrava loro il Cmola che se ne stava accartocciato e intirizzito come un pollo morto sul banco di marmo di una bottega. Ecco qui diceva lAurelia ecco qui la mia rovina, la mia disperazione! Ul me tustt! E cos dicendo lo abbracciava e lo copriva di baci e di lacrime, voltando il sedere nudo ai genitori e poi dimenticandoli del tutto. Le capitava, quando era in vena di ricorrere alle fotografie, di accorgersi del ritratto del marito che stava sul com, dietro una campana di vetro. Tu non mi hai compreso, Costante gli gridava protendendo le braccia un po esili io ero

unartista, amavo la musica, larte... Il marito, nella penombra della camera rotta appena da una lampada di cinque candele accesa dentro una boccia di opalina, guardava sotto due sopraccigli inarcati; e al Cmola sembrava, per un effetto della campana di vetro, che volesse sporgersi ora di qui ora di l, per guardare verso la moglie che lo accusava e lo chiamava uomo materiale, capace soltanto di lavorare e di risparmiare. Il Cmola, pieno di freddo, detestava quegli sfoghi che facevano sfuggire il calore da sotto le coperte e si tirava sul corpo la trapunta. Una volta domand allAurelia il cognome del marito che non aveva mai saputo; ma si sent rispondere, col tono di chi non vuole pronunciare un nome terribile e pericoloso, che era meglio per lui non venirlo mai a sapere. Quando il buio precoce di quei pomeriggi dinverno era ormai pieno, il Cmola sgusciava fuori del letto, agguantava i panni e correva a rivestirsi davanti al camino. LAurelia, sempre con una tazza di caff in mano e una sigaretta nellaltra, lo guardava andar via cos in fretta con vero raccapriccio. Forse lo amava davvero. Lo vedeva raffinato e quasi cittadino come avrebbe voluto suo marito; e pi che altro giovane, giovanissimo, come limmagine della sua giovent sfumata in quel paesello e in quella filodrammatica di bifolchi che certo la sopportava come una pretenziosa, mentre lei avrebbe potuto figurare sui veri teatri, con quel fuoco darte che si sentiva dentro e che poteva anche avere, per quel che ne capiva il Cmola, niente affatto innamorato e tutto voltato, coi pensieri del cuore, verso unaltra valle vicina, la Valcuvia, dove in un altro paesello, chiuso in unaltra casetta costruita da vecchi emigranti, il suo vero amore gli si negava senza piet. Molte volte il Cmola fu tentato di abbandonare lAurelia che gli cominciava a pesare; e in particolare una volta, quando si accorse che la donna, di nascosto, tirava qualche presa di tabacco. Ma lei spieg che si trattava di una vecchia tabacchiera di una sua zia morta anni avanti, e che fiutava solo casualmente quando aveva il raffreddore. Soltanto la Rina avrebbe potuto liberare il Cmola da quella specie di schiavit alla quale era ormai abituato, ma non cerano speranze. Le lettere andavano in Valcuvia una dopo laltra sempre invano. Sembrava che finissero in un pozzo senza fondo.

XIII
Lestate era nel suo colmo e tutto sembrava fermo nellafa delle valli, quando al Cmola tocc la grande sorte di trionfare anche in Valcuvia. La Rina, che aveva taciuto tutto linverno, in maggio diede i primi segni di cedimento con un biglietto di quattro parole: Ci incontreremo una domenica. Fu una domenica di giugno, in una di quelle stazioncine sperdute lungo la strada della Valcuvia: Cantevria, Cavona o Ferrera. Il Cmola scese dal tram, solo, si guard intorno e non vide nessuno. Temette un inganno o una presa in giro, ma improvvisamente gli apparve la Rina che scendeva alta e severa da un viottolo in ombra. Gli veniva incontro con quel passo distratto delle ragazze che si avvicinano a un uomo, dapprima quasi con un piccolo broncio per aver dovuto cedere allassedio di tutte quelle lettere, ma poi sorridente, allincontro, con la fronte un po chinata che mostrava lattacco dei capelli neri, e gli occhi chiari rivolti in su a scrutare la faccia pallida del Cmola, annegata nella luce dello stradale e pervasa da una specie di sgomento. Per la prima volta gli veniva incontro lamore, nelle vesti un po strette e aderenti di una fanciulla di diciotto anni, sbocciata come un fiore di quella estate proprio per lui. Con le donne che credeva di aver conosciuto prima della Rina era stato come togliersi la sete con la grappa. Ora si dissetava a una fontana dacqua fresca. E aveva quasi timore di bere troppo, come quando si accaldati e bisogna rinfrescarsi i polsi e le mani. Unora dopo, sdraiato nella breve radura di un bosco, sotto Cassano, il Cmola sentiva tra i capelli le dita della Rina che appoggiata a un tronco guardava in alto, verso il monte o verso il cielo, felice di aver ceduto ogni ritegno alla forza viva che teneva in grembo, liberata dalle parole vane del Foscolo e diventata un semplice e tranquillo respirare tra lerba in quel pomeriggio che pareva, e avrebbe dovuto, essere eterno. In quella macchia di sole tra gli alberi era nato il fiore carnoso di una passione. Incubato come un tubero per tutto linverno, era spuntato di colpo tra la terra umida della Valcuvia e non aveva pi che da resistere allaria, allestate, ai vermi e agli insetti che gi si muovevano a consumarlo e a corromperlo. Si mosse intanto in quei giorni, da Colonia, il marito dellAurelia che aveva completato i suoi lavori di stucco e aveva ormai tempo di andare a regolare le cose a casa sua. Il Cmola da un pezzo limitava le visite in Valmarchirolo a un pomeriggio per settimana; e dopo aver saputo il cognome del marito dellAurelia avrebbe voluto perdere la strada di quella casa, solo che avesse trovato il coraggio di parlarne con la donna, di ridere anche lui come quelli che gli avevano rivelato quelle meravigliose generalit. Lo stuccatore si chiamava di nome Costante e di cognome Pirla; cognome non raro nella Valmarchirolo e in altri paesi dellalta Lombardia. Entrare in casa dellAurelia, dirle a bruciapelo: Scusi, qui che sta il Pirla Costante? sarebbe bastato per finire tutto. Ma il Cmola, che era timido davanti a certe cose, finse di non conoscere quel casato e si limit a diradare le visite trovando scuse sempre pi vaghe. Fu la sua fortuna, perch il Pirla, informato di tutto con una certa precisione, arriv alla porta di casa sua un pomeriggio verso le quattro, proprio quando il Cmola doveva essere nel nido. Quel giorno invece la Rina era capitata a Luino col tram ed aveva trovato il Cmola alla stazione, in partenza per la Valmarchirolo dove era deciso ad andare per lultima volta. Poco dopo erano a passeggio tutti e due lungo il lago diretti verso i boschi che sovrastano la strada di Maccagno, ignaro il Cmola di allontanarsi cos quietamente dal temporale che stava scoppiando sul luogo dei suoi amori invernali. Mentre seduto su un greppo abbandonava il capo in grembo alla Rina e con gli occhi rivolti in alto seguiva il volo di un falchetto pescatore che volteggiava nel cielo, il Pirla - deciso a tutto - si avventava a testa bassa contro la porta di casa sua. La porta, che avrebbe dovuto essere chiusa, gli si arrese subito togliendogli met della sua

decisione. In cucina nessuno. Balz alla porta della camera da letto: era aperta. Il letto in ordine, la finestra accostata. I ritratti dei suoceri lo fissarono sorridenti. Torn fuori, sulla strada, a guardarsi intorno, quasi cercando quegli anonimi che lavevano cos male informato. Da una bottega vicina la moglie, calma, e solo con unombra di dispetto sul viso per il mancato arrivo del Cmola, usciva e tornava verso casa con in mano un pacchetto di caff macinato. LAurelia, nonostante la sua freddezza, non fece in tempo a salvare il contenuto del tavolino da notte, dove nel cassetto cerano due cartoline del Cmola e una sua fotografia: unistantanea dove lo si vedeva sorridere a vuoto, con unaria romantica che non aveva in realt e che a lei era tanto piaciuta. Il giorno dopo il Pirla girava per Luino con in mano la fotografia del Cmola; ma un emissario spedito dallAurelia aveva gi messo in allarme il colpevole. Il Pirla cercava un giovane di Luino e ne aveva la fotografia, ma non sapeva dove rivolgersi. Si guardava in giro, per le strade, nella speranza di riconoscere il rivale, quando incontr il vigile Andrea che lo consigli di andare al Metropole. Lo stuccatore vi and di corsa Davanti allingresso vide il Tolini abbandonato in una poltrona e lo scart subito. Entr, ordin un bicchiere di vino e studi lunico cliente che stava in piedi vicino alla porta. Ero io quel cliente, e mi lasciai esaminare di fronte e di profilo senza immaginare che cosa cercasse quel tipo vestito della festa, con in mano una fotografia e il cappello calato sugli occhi. Il Cmola intanto, portato dal suo destino, arrivava al Metropole quasi in cerca dun rifugio dopo aver ricevuto la notizia del ritorno del Pirla. Vide lo Sberzi, al quale si era rivolto luomo, con in mano una fotografia e laltro che lo guardava in faccia in attesa di un responso. Prima ancora che lo Sberzi alzasse gli occhi e parlasse, il Cmola, che aveva capito tutto, si fece in mezzo ai due e prendendo di mano allalbergatore la fotografia disse: Chi cerca mio fratello? Lo Sberzi si allontan stupefatto e il Cmola cominci a parlare garbatamente con lindagatore. Se lo port sulla terrazza verso il lago, ordin due caff e cominci a trattarlo. Dopo mezzora erano amici e il Pirla si era convinto che il suo semplice arrivo in Italia aveva messo in fuga il vigliacco, che a quanto gli aveva assicurato il Cmola era andato in Francia a lavorare presso uno zio proprio due giorni prima. Il Cmola ebbe parole severe per il proprio fratello, e anche sincere, perch sentiva di rimproverare se stesso per quella faccenda che era troppo in contrasto coi suoi sentimenti per la Rina. Il Pirla credette ogni parola e non chiese neppure di ritorno la fotografia sulla quale avrebbe gettato di nuovo volentieri uno sguardo, non fosse altro per constatare la somiglianza dei due fratelli, quello buono che aveva davanti e quello cattivo che era andato in Francia. Sembrava felice e guardava riconciliato il lago, il battello che arrivava da Cannero, le tovaglie che si muovevano al vento. Disse che sarebbe tornato subito in Germania; e il Cmola gli consigli, da amico, di portarsi dietro la moglie. Lo stuccatore non lascolt, e fece male; perch lAurelia, appena partito il marito, sinnamor di una guardia di finanza calabrese, inclinata anchessa al tragico, e giocando e scherzando con le passioni del teatro, un giorno fin che la guardia, pi decisa del Pirla, sventr con la baionetta lAurelia, poi si precipit nel pozzo. Laveva trovata in lotta, sotto lo sguardo dei soliti ritratti, con un ragazzo del paese, che se la cav con una baionettata nel didietro: la prima cosa di cui savvide locchio inferocito della guardia. Quel finale di sangue, del quale arriv notizia a Luino, ammoni il Cmola molto pi dellincontro col Pirla; e da allora non pens che alla Rina, alla quale raccont tutta la storia tacendo per pudore solo il cognome della donna.

XIV
Per combinarsi meglio, il Cmola si associ ad un amico che aveva anche lui una ragazza in Valcuvia. Con questi, che si chiamava Monaco e faceva il commesso nella pi grossa drogheria del paese, partiva ogni domenica in tram diretto ad una delle stazioncine della Valcuvia, dove la Rina insieme allamica del Monaco, di nome Giustina - lo attendeva fedelmente. Le due coppie si separavano subito e andavano alla ventura per i boschi del San Martino. Alla sera, il tram che veniva da Cittiglio barcollando lungo lo stradale raccoglieva, uno qua e uno l, il Cmola e il Monaco che si scambiavano le impressioni del pomeriggio. Qualunque cosa raccontasse per non sfigurare davanti allamico pi esperto, la verit era che al Cmola, innamorato per la prima volta, tutto tornava a sembrare pulito. Con la sua Rina vagava per i boschi parlando continuamente di grandi cose; e solo sul finire del pomeriggio, nascosto in qualche verde recesso scendeva nel mistero pi fondo dellamore. Di ritorno da quelle immersioni nella sua felicit, e spesso anche durante la settimana aspettando la domenica, il Cmola sincantava sopra un balcone di casa sua - tra gli orti verso Voldomino - a sognare interminabili romanzi damore. Lo sorprendeva la sera, quando appariva alla finestra di una casa di l dagli orti, Manno che suonava il trombone. Era un operaio che dopo il lavoro, in maniche di camicia, si esercitava al contrabbasso o bassotuba, tenendo la bocca dello strumento fuori dalla finestra per sfogare il suono allaperto e non assordare la casa. Il Cmola stava a sentirlo estasiato. Era quella la sua sola musica. Non i suoni staccati del Manno, troppo simili ai muggiti di un bue, ma lentrare e il diffondersi di quelle note nellaria della sera, fra quegli orti, gli scioglievano il cuore mentre guardava verso la sagoma bruna del monte San Martino, addossato alla Valcuvia lontana. La Rina, che era una ragazza di campagna ma non del tutto semplice, aveva visto nel suo amico qualche cosa di poetico e gli si era votata senza riserve, sfidando le ire della famiglia e il disprezzo dei giovanotti del suo paese. Lo raggiungeva a tutte le ore, anche nei giorni feriali, ascoltava i suoi progetti come cose certe e sicure che il Cmola avrebbe fatto nel mondo, e gli ubbidiva, felice di qualunque prova le venisse richiesta. La ragione di una cos completa sottomissione non era tanto limpida: quando la Rina aveva conosciuto il Cmola a Luino nella sala daspetto del tram, era proprio al culmine di una disgraziata passione per il Segretario Politico del suo paese, che era un uomo di almeno trentacinque anni, noto in tutta la valle per la sua potenza virile. Avvolta in questo amore, dopo i primi appuntamenti non aveva pi avuto il coraggio di invischiare il Cmola ed era tornata sotto lautorit del seduttore, che quando la vide matura, la immol sullaltare della patria; come diceva per consolare le sue vittime, che gli si davano talvolta per italianit e convinte di non poter offrire nulla di meglio a colui che impersonava il potere e, allora, anche la patria. Le lettere del Cmola e il suo sentimento impetuoso avevano avuto la forza di staccare la ragazza dalla tresca e di condurgliela davanti, quella domenica di giugno, con unaria modesta e quasi contrita che in quel momento non poteva certo insospettire il giovane. Sinsospett dopo, quando anche alla sua scarsa esperienza parve troppo facile il completo trionfo: ma non os far parola. Ci pens la Rina, a tempo giusto, e non tanto perch aveva capito che il Cmola non era convinto del suo successo, quanto perch voleva lavarsi della sua colpa. Gli confess tutto una sera che laveva raggiunto a Luino e lui aveva avuto il coraggio, forse gi un po disincantato, di portarla in una stanza dalbergo. Da allora la Rina era diventata una schiava. Aveva soffocato la sua fierezza naturale e non era pi che uno strumento di piacere nelle mani del Cmola al quale si abbandonava interamente, salvando soltanto un suo pudore campagnolo, aspro e invincibile come la scorza di un albero. Ma non doveva avere premio tanta dedizione, e il suo pentimento non doveva dare alcun frutto; poich linverno dopo, quando il Cmola, forse un po deluso dalla sua sincerit e anche attratto dalla bisca che si riapriva, cominci a diradare i suoi viaggi in Valcuvia, la Rina si ammal e in soli tre giorni

mori. Tutta la valle parl di quellamore che aveva divampato per un anno. Si disse che la Rina moriva di passione; e solo il Cmola sapeva che era vero, che la Rina, capito che si sarebbe staccato da lei e che non poteva fargliene colpa, si era abbandonata senza resistere al suo male improvviso, pur di lasciarlo libero. And al funerale un giorno di febbraio che i rialzi dei campi erano gi costellati di primule, e a passo lento sotto il sole, angosciato dal suono degli ottoni di una piccola banda che apriva il corteo, cammin fin che la vide rinchiudere nella terra di un piccolo cimitero. Per guarire della sua piaga amorosa il Cmola pens di trovare unoccupazione. Attraverso i suoi legami invisibili col gruppo dei signori luinesi, ottenne facilmente un posto adatto alle sue qualit. Divenne segretario dellavvocato Parietti che aveva studio a Luino e a Varese, ma che passava la gran parte della settimana nel capoluogo. Il Cmola ebbe lincarico di tenergli aperto lo studio di Luino, di ricevere i clienti, di combinare gli appuntamenti e di sbrigare qualche piccola pratica in Pretura. Un cos bel lavoro gli consentiva di insediarsi a una scrivania nella grande anticamera dello studio, contro una parete tutta a ripiani carichi di grossi libri. Lavvocato Parietti era il pi noto legale delle valli, specialista in redibitorie, cio in quelle azioni che i contadini intentavano spesso in seguito a vendite di animali, in genere vacche e buoi. Il vizio redibitorio era la bazza del Parietti che riusciva a dimostrarlo anche quando lanimale era stato venduto per la cavezza o con le solite formule di crepi o scoppi, di sano e sincero o di sano e da galantuomo. Lavvocato faceva miracoli e riusciva a mangiarsi mezzo lanimale con piena soddisfazione del cliente. Di un tale principe del foro (boario, diceva lavvocato Terruggia) il Cmola era destinato a diventare luomo di fiducia. Il suo lavoro, che non era tale da fargli trascurare la compagnia dei giocatori, non gli servi neppure per dimenticare le donne; e ne cerc subito una che gli riempisse la vita, nonostante i ricordi della Rina che lo tormentavano sottilmente. Le donne erano sempre sorte per lui, fin dalladolescenza, come ombre sulla sua strada, una dopo laltra, provviste di una dolcezza che non si poteva scoprire in che consistesse, ma che aveva, come la manna, tutti i sapori che si possono immaginare e desiderare. Se stava volentieri al mondo era perch cerano le donne. Il Cmola se lera detta pi volte questa verit per consolarsi delle sue malinconie, ed era passato dallAurelia alla Rina come da un tavolo allaltro, nella lunga partita dellamore che non gli sembrava diversa da quella del poker o dello chemin de fer. Ma le donne abbordabili di Luino finivano tutte nelle mani degli industriali, dei fascisti importanti e di due o tre fortunati che ne facevano monopolio. Il Cmola, come il Tolini, doveva lavorare ai margini, pur non trascurando nulla e meritandosi quella fortuna che un giorno o laltro gli doveva capitare in premio di tanta costanza, e che gli capit, quasi senza che la andasse a cercare. Fu un pomeriggio che era solo nello studio e stava esaminando il capofila di una lunga serie di volumi conservati in una vetrina. Era in piedi con il libro in mano, e leggeva nella prima pagina: Jani Vicentii Gravinae. Originum juris civilis..., quando vide unombra sul vetro smerigliato della porta dingresso. La porta si apr e il Cmola ebbe davanti la signorina Ines, cio la pi bella, la pi corteggiata e irraggiungibile donna che vivesse allora a Luino. La signorina Ines era la cognata di un negoziante di vino pugliese, tale cavalier Nicola Tritapane, immigrato a Luino una ventina danni prima e giunto ad una posizione tra le pi considerevoli. Il Tritapane esportava in Svizzera serbatoi interi di vino e riforniva i Circoli operai facendo dilagare ovunque il vino di Puglia che aveva facilmente scacciato quello piemontese, meno sostanzioso e pi caro. Da due anni gli era morta la moglie lasciandolo solo con la figlia Sandra, una ragazza promettente che gi cominciava a far sentire la forza dei suoi occhi scuri e del suo fascino meridionale. La Sandra sarebbe stata abbandonata a se stessa nelle frequenti assenze del padre se una sua zia, sorella della madre, non fosse venuta da Milano a vivere nella casa del negoziante pugliese come custode della ragazza. Questa zia era appunto la Ines, una di quelle donne milanesi pallide di faccia e nere di capelli, minute di ossa e gonfie di carne che si vedono ancora qualche volta davanti ai portoni di corso Garibaldi o nella zona di porta Ticinese. Occhi neri, grandi e teneri, voce molle, pelle bianchissima da inseguire e immaginare oltre il limite poco generoso delle vesti

che coprivano strenuamente le sue carni ma non potevano impedire lesplosione delle sue forme, e in particolare del petto, cos sporgente che a Luino non se ne era mai visto uno simile a memoria duomo. Era una cosa incredibile, come il segno della piena del 26 settembre 1898, murato tra il primo e il secondo piano dellAlbergo Posta e Svizzera. Le donne lo giudicavano senzaltro falso, posticcio, di gomma, bench la Ines, con la vita onesta e riservata che conduceva, non avesse alcun bisogno di imbrogliare la gente con simili artifici. Gli uomini credevano ciecamente a quel seno e lo assegnavano ai fenomeni di natura, rifiutando di pensare, tanta era linvidia, alla fortuna del Tritapane che certo se lo godeva. La Ines, sempre vestita di nero come una vedova, viveva tutta dedita alla casa e alla nipote Sandra che cresceva simile a lei, avendo preso dalla madre; ma tutti erano certi che il padre di Sandra, il Tritapane, aveva rimpiazzato la moglie con la cognata, e vantaggiosamente. Lapparizione della Ines fece al Cmola leffetto di un crampo. Rimase storto, voltato di tre quarti e col libro aperto nelle mani, temendo che la donna avesse sbagliato porta e si ritirasse. Per fortuna la Ines veniva proprio in cerca dellavvocato Parietti al quale doveva consegnare delle carte. Dopo qualche minuto la donna, accogliendo con esitazione linvito (avrebbe detto, alcune settimane dopo, che aveva sentito come una spinta a sedersi), si accomodava sul divanetto dangolo nello studio dellavvocato dove il Cmola laveva fatta passare perch aspettasse un secondo, intanto che cercava il fascicolo della causa. Il divano sul quale si era seduta dritta occupando solo dieci centimetri di sponda, era un canap di stile Impero pieno di croste e di patacche. Lavvocato Parietti, scapolo ormai sessantenne, lo ostentava agli amici come un medagliere e faceva capire che su quelle molle aveva fatto dei miracoli. Era stato un acquisto deciso quasi per capriccio nella liquidazione dei mobili della villa Menotti, quando era appena tornato dalla guerra che aveva combattuto come ufficiale degli Alpini. Laveva comperato per completare lammobigliamento dello studio, ma poi si era accorto che gli poteva servire in modo imprevedibile. Ridotto con una gamba rigida da una ferita di guerra, aveva pensato di potersi muovere vantaggiosamente, in caso di buona fortuna con qualche moglie di cliente, su quel divano senza sponde dal quale poteva lasciar fuori la sua gamba diritta. Chi avesse ben guardato sul pavimento, oltre i piedi del divano che lavvocato chiamava la ciuladura, avrebbe notato un tassello di legno inchiodato al parquet, apparentemente senza alcuna funzione se non quella di far incespicare qualcuno. Contro quel tassello lavvocato Parietti puntava il suo tacco ortopedico, nelle buone occasioni, realizzando la pi semplice e pericolosa delle macchine umane. Datemi un punto dappoggio e vi sollevo il mondo! soleva dire ai clienti e specialmente alle clienti quando gli esponevano i loro casi; e senza farsi capire sbirciava il suo tassello di legno. Il Cmola si era seduto al posto dellavvocato, dietro la scrivania, e guardava la Ines accoccolata sul margine del divano con le gambe strette che lasciavano trasparire il bianco delle ginocchia sotto le calze di seta nera. Cap che non bisognava precipitare e si dispose a tutta la pazienza necessaria. Cominci a parlare dellambiente luinese cos avverso a chi proveniva da fuori, trovando subito il consenso della donna. Intanto passava con lo sguardo dalle spalle alle gambe della Ines e riusciva a scorgere, in mezzo alla scollatura di latte, unombra leggera subito troncata dallorlo nero duna sottoveste di pizzo. La Ines stava composta, col busto eretto e la testa quasi immobile. Muoveva solo la bocca e gli occhi che ogni tanto abbassava facendo apparire le due mezze lune delle ciglia, nere come un frego di carbone. Il Cmola non aveva mai avuto davanti una simile dovizia e pens che se non riusciva a trovare un argomento per farla ritornare altre volte non era pi degno di essere maschio. Le propose di riportarsi via le fatture e di riportarle un altro giorno per fargli un po di compagnia. La donna acconsent. Nemmeno lei avrebbe potuto spiegare tanta arrendevolezza. Le sembrava di agire inconsciamente, come se appartenesse ormai al destino del Cmola e non pi al proprio. Torn due giorni dopo, e poi ancora, ogni tre o quattro giorni, quando lassenza dellavvocato coincideva con i giri del Tritapane per i paesi a vender vino ai Circoli operai e alle Cooperative. Di pomeriggio era ben raro che un cliente si affacciasse allo studio; e il Cmola aspettava la Ines col cuore in gola dietro la porta, apriva appena lei dallesterno alzava la mano per afferrare la maniglia, la faceva passare nello studio e prendeva posto dietro la scrivania.

Poteva la Ines non aver capito che la passione del giovane stava trovando la strada per riversarsi su di lei al primo cedimento? Il Cmola se lo chiedeva continuamente, e vedendo che la donna almeno apparentemente stava al gioco, si persuadeva di essere sulla strada giusta e di avere offerto alla Ines loccasione sicura che forse cercava per uscire anche lei da qualche malinconia o solitudine che la opprimeva. Un pomeriggio os parlarle chiaramente e si sent rispondere che da tempo quelle sue parole erano attese e desiderate.

XV
Le persiane erano chiuse sulla piazza piena di sole e il vetro smerigliato della porta tra lo studio e lanticamera era una superficie opalescente che non diffondeva luce. Avvolto dalla penombra sorgeva nel bel mezzo del divano il busto della Ines, quasi appoggiato in equilibrio sulle cosce accavallate. Era, come al solito, vestita di nero. I capelli corvini tesi sulle tempie e raccolti dietro e sopra la testa in una pettinatura compatta come quella di una Gorgone, le mani composte in grembo e gli avambracci scoperti e biancheggianti su tutto quel nero. Una donna quasi imponente che con una parola o con un gesto poteva congelare il Cmola e incollarlo alla sedia senza neanche pi il fiato per quei suoi discorsi ormai troppo trasparenti. Invece lasci che il giovane predestinato abbandonasse la sedia, alla quale era stato sempre attaccato negli incontri precedenti, e che si mettesse a passeggiarle davanti con unevidente inquietudine e con laria di essere deciso a non tornare al suo posto se non dopo un passo decisivo. Il Cmola passeggiava in preda a un tormentoso dubbio. Doveva proprio passare allattacco? Non avrebbe guastato tutto? La Ines lo guardava immobile, tutta raccolta nel peso di una carne che sarebbe bastata a far esplodere tutto il paese, e quasi meravigliata che il Cmola si dominasse tanto. Era decisa a lasciarlo fare, ma non poteva dirglielo apertamente. Quando il Cmola accenn a sederle accanto, si scost un poco per fargli posto e gli si volse con gli occhi tristi per cominciare a parlargli dolcemente. Vede gli disse io mi sono sacrificata per la Sandra. Ho rinunciato a sposarmi, a farmi una famiglia. E qui cosa sono, in casa di mio cognato? Una governante, nel migliore dei casi. O una serva. E qualcuno pensa di peggio... No, no disse il Cmola tutto premuroso; e le pos una mano sulla spalla per rassicurarla. Poi, sempre pi intenerito, le rimise a posto delicatamente una ciocca di capelli che le era scesa sul collo e le sfior per la prima volta la pelle. Fu una specie di tromba daria, un turbine entrato da chiss dove che li avvolse, li trascin e li avrebbe rapiti in aria se quel sozzo divano, con la sua funzionalit preconcetta, non li avesse trattenuti nel suo seno. Lincredibile fortuna del Cmola andava attribuita in buona parte al caso. Egli era arrivato al momento giusto e aveva potuto approfittare di una congiuntura favorevole. Si era inserito in uno di quei vuoti che tutte le donne attraversano; momento nel quale luomo che ha la buona sorte di trovarsi a portata di mano, e ha gli occhi aperti, coglie una palma per la quale altri hanno sospirato inutilmente. Sono le conquiste pi saporite ma anche le pi precarie; perch spesso durano il tempo di un incontro, di unoccasione. Appena la donna rientra in se stessa, certe volte proprio in grazia dellequilibrio che ha ritrovato concedendosi al primo che le venuto tra i piedi, il fortunato viene estromesso dal dolce ospizio e ripiombato nellestraneit di prima, dimenticato e rinnegato quasi con rabbia. Non fu il caso del Cmola che invece dur fin che le circostanze lo permisero, e pot raccogliere a piene mani quello che molti altri avevano seminato. I pi abili e risoluti donnaioli di Luino avevano appostato e stuzzicato la Ines senza alcun risultato. Perfino lindustriale Ceretti, belluomo al quale poche donne avevano resistito, si era dichiarato sconfitto dopo uninsistenza di due o tre mesi, e dopo averle offerto invano un appartamento e un appannaggio. Fallito questo tentativo che era stato lultimo di una lunga serie, nessuno aveva pi osato aspirare alla Ines, che del resto usciva pochissimo di casa e non dava esca agli intraprendenti. Per vederla bene, e rendersi conto di quel che andava perduto in un paese come Luino che di quella roba ne aveva poca, bisognava essere presenti, a mezzogiorno della domenica, alluscita della messa di San Giuseppe. La Ines scendeva gli scalini a testa bassa, di fianco alla nipote, con una mollezza cos elastica che anche le due statue di santi nelle nicchie a lato della porta sembrava avessero la testa storta a forza di guardarla.

Tanto ben di Dio doveva toccare al Cmola; e quasi senza sforzo, in un pomeriggio destate, complice il divano dellavvocato Parietti, lora calda, il risveglio dei sensi o qualche precipitazione predisposta nellatmosfera luinese, in quella colonna daria che sovrasta il paese e dentro la quale decisioni e desideri scendono e salgono, come diavoli di Cartesio. Quando il turbine incominci il Cmola non riusc pi a distinguere le sue sensazioni. La bocca gli sapeva di rossetto, di profumo, di un amaro e goloso sapore di pelle sudata. Gli occhi vedevano ora bianco ora nero, le mani gli portavano notizia di zone vellutate e molli come panna montata, dimprovvise durezze, di curve e contro curve. Tutti gli ostacoli erano stati travolti e sul divano avveniva qualche cosa come lincontro del Tresa e del Margorabbia al ponte di Germignaga, in un giorno di piena. La ciuladura del Parietti dopo i primi sussulti divenne una culla dolcemente ondeggiante dentro la quale il Cmola si sarebbe liquefatto se le pupille della Ines, riemerse in tanto naufragio, e dilatate ma ferme in quel gorgo, non lavessero tenuto a galla dirigendolo infine allimmobilit e al riposo. Fu un giorno memorabile, lo pens subito. E infatti lo avrebbe rammemorato negli anni, anche se in fondo cera lamaro duna brusca fine, il ridicolo della farsa in cui tutto era finito con vergogna, e pi lontana ma sempre presente, la dolce immagine della Rina. Dopo quel giorno la Ines torn regolarmente, e imprudentemente, un paio di volte la settimana. Lufficio era sulla piazza, cio nel luogo pi deserto del paese nelle ore di lavoro, senza case di fronte, a pianterreno entrando dal cortile e al piano rialzato verso la piazza, sopra tre porte chiuse dove solo nei giorni di mercato si apriva un magazzino. I clienti dellavvocato Parietti arrivavano tutti al mercoled, quando venivano a Luino per il mercato, o di venerd che era il giorno delle udienze in Pretura. In quei giorni era un andirivieni di mediatori, di negozianti di bestiame, di testimoni tirati per i capelli dalle parti a deporre, fra i quali si mescolava la madre di qualche ladro appena arrestato o la moglie dun contrabbandiere. Il Cmola, ormai pratico, smistava i clienti, li accontentava con la promessa di far sollecitare la fissazione duna causa, dava perfino qualche arrischiato parere legale. Negli altri giorni lavvocato era sempre in giro o se ne stava nella sua campagna di Marchirolo. Se non arrivava col tram delle due del pomeriggio, per tutta la giornata si poteva essere certi della sua assenza. E allora il Cmola chiudeva mezza gelosia della finestra sulla piazza per dare alla Ines il segno di via libera. Solo un incidente, una disgrazia, avrebbe potuto spezzare il sicuro andamento di quellamore nel quale la Ines si era messa con una specie di rabbia e di avidit. Vendicava in quellavventura la sua triste sorte di governante in casa del cognato, lumiliazione del sabato, quando il Tritapane a mezzanotte entrava nella sua camera in pigiama, convinto di farle un piacere e di sdebitarla dellospitalit, dei vestiti che le comperava e del benessere che le aveva largito prendendola in casa, togliendola dalla vita dura di Milano dove lavorava dieci ore al giorno in una fabbrica di borsette. Ma non era solo per vendetta o per ripicco che si era data al Cmola: quel luinese un po sparuto ma intelligente, sempre coi libri in mano, e cos appassionato, pi giovane di lei di almeno otto o nove anni, gli era sembrato una cosa pulita, dopo essersi sempre sacrificata senza gusto a chi le dava lavoro e pane, prima il principale di Milano poi il cognato. Finalmente le sembrava di essere amata e non adoperata. Il Cmola si esaltava sinceramente davanti alla sua bellezza. La riteneva unica al mondo e ladorava come una santa dalla quale aveva grazie immeritate, senza per nulla calcolare quel che dava lui di passione, di giovent e di vero amore. Se non fosse stato per la paura di venire scoperta, la Ines avrebbe conosciuto la felicit. Mentre le cose andavano avanti a questo modo, una somma di varie osservazioni, non coordinate tra di loro, si stava raccogliendo da pi parti. Gli amici del Cmola si erano accorti che qualche cosa lo occupava seriamente. Non giocava pi col solito accanimento nella piccola bisca del Metropole, non andava pi a dormire alle ore piccole se non eccezionalmente e aveva laria stanca e soddisfatta. Spesso se ne stava assorto in una poltrona di vimini davanti al Metropole a covarsi un suo pensiero, e se gli amici lo interpellavano si riscuoteva come da un sogno. I pi intimi avevano

capito che aveva qualche affare alle mani, e certamente una faccenda di donne, perch non cera altro che potesse entrare nella vita di quella giovent, oltre il gioco e le donne. In casa Tritapane solo la Sandra poteva accorgersi delle uscite cos frequenti della Ines perch il cognato la trovava sempre in casa. La Sandra in un primo tempo non si era accorta che la zia usciva di pomeriggio due o tre volte la settimana. Occupata nello studio, cio nel locale a pianterreno dove il padre teneva lamministrazione dellazienda, e attenta alle bollette del Dazio e agli avvisi della Ferrovia, non poteva controllare la casa dove imperava la zia che entrava e usciva senza essere notata dalla nipote. Ma era accaduto che due o tre volte la Sandra salisse in casa e non la trovasse. Vado a fare delle applicazioni disse la Ines alla nipote quando si accorse che costei aveva notato le sue uscite ho qualche piccolo disturbo, cose di donne, e vado dal dottor Guerlasca per una piccola cura. Non dirlo neppure a tuo padre. Cose di donne... La scusa funzion. Ma altri si erano accorti del frequente e inconsueto passaggio della Ines per le strade nelle ore del pomeriggio. Non era donna che potesse passare inosservata. Quando scendeva per la via XX Settembre uscivano uno dopo laltro i bottegai, appena era passata davanti al loro uscio, a guardarla fin che scompariva alla curva di piazza Garibaldi. Si voltavano quelli che la incontravano, si preparavano a voltarsi quelli che la vedevano arrivare, paralizzati dalla sua figura maestosa, dalleccezionale lunghezza delle cosce che la assegnava anche a prima vista a una razza speciale di donne, e pi che altro dal seno che nessun reggipetto o busto poteva tener fermo quando lei camminava. Litinerario della Ines da casa sua alla piazza era stato ormai accertato da molti occhi. Mancava solo che le varie osservazioni si riunissero in unipotesi. Ma non ce ne fu bisogno. Lultimo tratto, lanello che mancava, fu dato in pasto al pubblico dal Cmola nella pi santa buona fede e per una di quelle fatali combinazioni che sembrano nascoste in ogni bella impresa. Chi poteva prevedere, chi poteva scongiurare levento del 28 ottobre 1932, decennale della Marcia su Roma e inizio della fine per un amore come quello della Ines e del Cmola?

XVI
La mattina del 27 ottobre lavvocato Parietti, che era antifascista e che allavvicinarsi delle ricorrenze ormai usuali della fondazione dei fasci e della marcia su Roma entrava in uno stato di malessere, and in Piemonte dove aveva una zia novantenne. Il cavalier Tritapane era partito per la Puglia e non sarebbe tornato che per i Morti, dopo aver provveduto alle spedizioni del vino e delle uve che aveva comperato in vendemmia. Per il pomeriggio del 28 ottobre era indetta una grande adunata dei fasci di tutto il luinese in piazza Trento e Trieste. Ladunata, col discorso di un grosso gerarca, doveva coronare le manifestazioni della giornata. Anche la Sandra, iscritta contro la volont del padre alle Giovani Italiane, era mobilitata per le cerimonie del mattino e del pomeriggio che lavrebbero tenuta occupata fino a sera. Tutto era dunque favorevole e quasi predisposto perch il Cmola e la Ines potessero passare un intero pomeriggio nello studio dellavvocato. La piazza del lago dove si affacciava lo studio sarebbe rimasta, quel giorno, ancora pi deserta del solito; e clienti di certo non se ne sarebbero presentati, tanto pi che il Cmola aveva deciso di chiudere la porta esterna. La Ines, di primo pomeriggio, doveva infilarsi nel cortile e spingere la porta socchiusa. Fino a sera nessuno poteva disturbarli e avrebbero celebrato anche loro quel memorabile 28 ottobre. Tutto si svolse secondo le previsioni e le speranze. Chiuse porte, finestre e gelosie, i due amanti, alla luce della lampada da tavolo del Parietti e con davanti quattro ore di tempo, si abbandonarono al fiume della loro passione. Era la prima volta che il Cmola si sentiva in piena libert e non doveva tender lorecchio per accorgersi se si apriva la porta dingresso, pronto a balzare in piedi e a ricomporsi in un attimo per andare, come era capitato, ad affrontare e a liquidare il cliente in anticamera. Potevano finalmente fare tutto il loro comodo. E la Ines si tolse perfino gli orecchini che and a posare, ormai nuda, sul portacenere dellavvocato Parietti. Verso le cinque del pomeriggio, quando la girandola si ferm, la Ines, mormorando finalmente qualche cosa di sensato, una frase come aspetta un momento, scivol dal divano per andare a ricomporsi nel gabinetto. A lato della porta dingresso cinque scalini portavano a una specie di scatola sospesa sul cortile, con un piccolo finestrino in alto. Salita in quella garitta la Ines ci stava da una decina di minuti, tanto da far pensare a una sosta di un certo impegno. Nel frattempo il Cmola si era addormentato. Quando dopo qualche minuto si svegli prendendo coscienza della sua felicit, si accorse che la Ines non cera e si ricord dovera andata. Vedendo che tardava si alz, nudo comera, e si stir sbadigliando cos a fondo da spremersi le lacrime dagli occhi. Fu in quel momento che senti un bisogno prepotente daria e di luce e si avvicin alla finestra chiusa. Pens di dare un colpo alle imposte perch andassero ad appoggiarsi alla facciata, e di ritirarsi indietro qualche passo affinch qualche improbabile ozioso che fosse in piazza non lo vedesse. Ma quando ebbe le braccia aperte per spalancare le gelosie gli torn la voglia di stirarsi e di sbadigliare. Diede una spinta ai due battenti e si stir, a occhi chiusi, di fronte al sole che tramontava di l dal lago, concludendo il suo contorcimento con un versaccio asinino che non gli imped di intraudire una parola che era risuonata nellaria sopra di lui un istante prima. Unincredibile parola: Camerati!, gridata con un vocione stentoreo e ancora viva nelleco quasi insieme al suo verso. Si gir a guardare in su, verso la finestra del secondo piano. Un drappo di velluto con festoni tricolore ai lati pendeva lungo la facciata quasi sopra la sua testa; e con le mani appoggiate al davanzale un uomo guardava in basso, verso di lui. Vide che aveva in testa un fez con laquila doro e sul petto una fila di medaglie che pendevano nel vuoto. Lo riconobbe anche vedendolo a rovescio. Era lavvocato Vittorio Mazza-Turconi, seniore della Milizia, ex legionario fiumano, squadrista, sansepolcrista e gran gerarca provinciale del fascio. Terrorizzato, e convinto di sognare, il Cmola guard a occhi spalancati verso la piazza e solo allora si accorse che era piena di gente. Ebbe appena la forza di richiudere i vetri e cadde seduto sul divano. Tutto era chiaro. La cerimonia che doveva svolgersi in piazza Trento e Trieste era stata spostata allultimo momento nella piazza del lago. Qualche minuto dopo picchiavano alla porta. Si rivest freneticamente e corse ad aprire. Un

gruppo di scalmanati in divisa fece irruzione nello studio e il Cmola fu malmenato dallo squadrista Spreafico. Arriv di rincalzo il gruppo proveniente dal piano di sopra, con alla testa il Segretario Politico. Fu nuovamente malmenato e immobilizzato da due giovani fascisti che lo tenevano per un braccio. La Ines, pur avendo sentito il gran fracasso, non aveva potuto immaginare nulla e a un certo momento, finite le sue necessit, scese dal camerino e apparve nellanticamera. Per fortuna andando nel comodo si era portata dietro una sottoveste che aveva infilato per ripresentarsi al Cmola e che le serv a sopportare, in qualche modo, gli sguardi di quelli che gremivano i locali, ormai invasi da tutte le persone pi rappresentative della cerimonia, compreso il Podest e il Commissario di Pubblica Sicurezza che gi aveva notato nello studio una borsetta e degli indumenti femminili. Il Segretario Politico che laveva seguito per dare unocchiata nel covo dellantifascista Parietti, stava tornando in anticamera con un reggiseno di crespo nero in mano, quando si trov davanti la Ines, per la quale aveva tanto spasimato, in sottoveste e con pi di met della sua carne esposta. La donna aveva gli occhi spalancati per la sorpresa e lo spavento. Teneva le gambe strette e si piegava sulle ginocchia incrociando le braccia sul petto per limitare al massimo lesposizione di se stessa, ma chinandosi in avanti offriva a chi le stava alle spalle un altro spettacolo: la sua cortissima sottoveste, nera ma trasparente, metteva in evidenza larco dei fianchi e la pienezza delle natiche, la morbida curva degli omeri e la grande svasatura del suo busto che prorompeva dallorlo di pizzo e si apriva come una fontana di carne. Chi le stava di fianco e poteva valutare senza inceppo di reggipetti e di busti la sporgenza del seno, non era meno interdetto di chi le stava di fronte o di dietro. Il Commissario si sent in dovere di invitare i presenti ad uscire. Nessuno parlava pi e anche lo Spreafico aveva ormai abbandonato il Cmola che pareva il pi estraneo di tutti e stava con la testa piegata sul petto per timore che la Ines lo guardasse o lo interrogasse su ci che accadeva. Quando tutti furono usciti il Commissario lasci che la donna andasse a rivestirsi nello studio e cominci intanto a interrogare il Cmola nellanticamera. Cera poco da dire. Tutto era cos evidente. Tuttavia, mandata a casa la Ines, si port il giovane al Commissariato. Il Cmola non dovette inventare nulla. Confess tutto candidamente e riusc a spiegare come gli era venuto uno sbadiglio dopo laltro, e poi lidea di aprire la finestra nella certezza che la piazza fosse deserta. Ebbe perfino laccortezza, ormai che gli era tornato il sangue nelle vene, di spiegare come aveva potuto non sentire la parola Camerati gridata dallavvocato Mazza-Turconi. Quando si sbadiglia disse si resta sordi per un istante a causa delle cerniere delle ganasce che schiacciano il condotto auricolare. Ma come hai fatto a non vedere la piazza piena di gente? insistette il Commissario. Sempre per lo sbadiglio spieg ancora. Quando si sbadiglia si appanna la vista per un po di umore lacrimale che si spreme dagli occhi. Poi deve calcolare che avevo il sole in faccia ed ero abbagliato. E che ero stordito, dopo pi di due ore... Il Commissario lo mand a casa senza trovare un buon argomento per redarguirlo come meritava. Lo mise solo in guardia contro il Tritapane che al suo ritorno lavrebbe ammazzato. Non bast questo spavento. Fu anche chiamato due o tre volte alla sede del fascio per uninchiesta che il Segretario Politico aveva aperto allo scopo innanzitutto di poter interrogare la Ines. Al Cmola non fu difficile far credere che non cera ombra di antifascismo in quanto aveva fatto. Lavvocato Mazza-Turconi, che volle intervenire nella faccenda tanto si sentiva mortificato dellincidente che gli aveva troncato la parola in una grande occasione, sostenne che bisognava perseguire non il Cmola ma il Parietti, in quanto per colpevole negligenza aveva lasciato lo studio a disposizione di un giovinastro che se ne era servito per turbare, cosciente o no, una cerimonia fascista. Ma il cavillo era troppo tortuoso e il Segretario Politico fin con lassolvere il Cmola dopo un paio di colloqui con la Ines. Era intanto tornato il Tritapane che si aggirava come un toro ferito in cerca del Cmola. Nei primi giorni se lavesse trovato lavrebbe di certo ammazzato, non solo per laffronto e per essere stato messo alla berlina, ma perch con la sua impresa aveva reso possibile al Segretario Politico di

mettergli il naso in casa. La Ines era stata chiamata pi volte alla casa del fascio e interrogata oltre che sui fatti del 28 ottobre, sullambiente familiare e sulle idee del cognato. Il Cmola non sapeva dove rifugiarsi. Stava dietro i vetri del caff con locchio sulla strada, pronto a scappare per la porta del cortile se si fosse avvicinato il Tritapane; camminava con la testa girata allindietro, si barricava in casa e non andava pi allo studio dellavvocato Parietti. Come ai tempi del Pirla Costante, si sentiva in grave pericolo. Ma questa volta provvide diversamente alla sua salvezza. Mise di mezzo il dottor Guerlasca e, attraverso di lui, il consesso dei signori che governavano segretamente il paese. Il cavalier Tritapane fu avvicinato cautamente dallavvocato Terruggia che lo persuase a dimenticarsi del Cmola e a considerarlo come un semplice inciampo sul suo tranquillo cammino di uomo daffari e di solido borghese.

XVII
Il Cmola, bench sfuggito a tanti guai, non doveva andare tanto lontano. Tornato al gioco e ad altri amori per alcuni anni, matur alla vita del paese fino a diventare una cosa sola coi tavolini dei caff, coi bigliardi e con le carte. Divenne la memoria vivente dogni parola, dogni fatto che avesse trovato eco in quella dimenticata repubblica del gioco. Sarebbe invecchiato come il Rimediotti del quale pareva destinato a seguire le orme, se non fosse venuto, col millenovecentoquarantatr, una specie di ribollimento o di alluvione di eventi contrastanti, destinata a sommergere, col Cmola, molti altri vicini e lontani. Aveva vissuto nellindifferenza i primi anni della nuova guerra e non aveva mutato le sue abitudini. Quasi tutti i vecchi amici superstiti erano partiti per i fronti o per altre imprese, lasciandolo solo a girare per i caff dove stendeva sui tavolini lunghi solitari di carte aspettando quelli che sarebbero tornati. Ma la sorte lo scov. Sul monte San Martino, che domina tutta la Valcuvia, si erano rifugiati, dopo l8 settembre 1943, molti soldati decisi a resistere contro i tedeschi che avevano occupato lItalia. Per quasi due mesi, nei camminamenti e nei forti del San Martino (costruiti durante la guerra 1915-1918 quando si temeva uninvasione attraverso la Svizzera) ufficiali e soldati vissero in assetto di guerra, non disturbati dai tedeschi n dai fascisti. Nel tardo autunno, annoiati dalla lunga attesa e risvegliati al sacrificio dalla vilt di molti altri, decisero di passare allattacco lungo le strade della valle percorse dai militari dellAsse. E dopo molte azioni che avevano eccitato gli occupatori, furono circondati, assaliti, bombardati con gli aeroplani e in gran parte uccisi. Pochi riuscirono a salvarsi e a passare, col favore della notte, il confine svizzero. Il Cmola, come tutti quelli della zona, sapeva che il San Martino era nelle mani di quei giovani soldati che non si erano ancora arresi ai tedeschi; e un giorno - nessuno sapr mai il perch deliber di unirsi a loro. Se ne and col tram fino alla Malpensata e poi, a piedi, risal lungo i sentieri che aveva percorso tante volte con la Rina pi di dieci anni prima. Arrivato agli avamposti fu accompagnato davanti al comandante che lo accett fra i suoi uomini. Pochi giorni dopo i tedeschi sferrarono lattacco con grandi forze e il Cmola, schierato insieme ai suoi nuovi compagni che non aveva neppure avuto il tempo di conoscere, con un fucile '91 spar tranquillamente da un greppo verso il basso, dove si vedevano venire avanti tra i rovi gli assalitori. Avrebbe potuto ritirarsi in tempo, infilare un camminamento che aveva alle spalle e che lo avrebbe portato ad una specie di scala intagliata nella roccia. Da quella scala, attraverso un altro camminamento si sarebbe portato sul versante opposto, lontano dal fuoco e cos ben nascosto da poter attendere la notte per fare altra strada, fino a qualche paese, o addirittura fino a Luino che poteva raggiungere per le vie pi impensate e mal note. Invece rest con gli ultimi a sparare, finch senti fischiare pallottole da ogni parte e si trov circondato. Mezzora dopo era allineato lungo il muraglione di un forte insieme a una ventina di soldati. Senza cappello e vestito quasi elegantemente, con le scarpe gialle e un soprabito di pelo di cammello, guardava verso occidente dove il sole gi si avviava al tramonto. In basso si vedevano le strade diritte della Valcuvia, i paesi, i piccoli cimiteri. Il Cmola non badava neppure ai tedeschi che gli si portavano di fronte coi fucili imbracciati. Si era acceso una sigaretta, e sempre guardando in basso, verso la valle, fumava. Gli riusciva di non pensare a quello che stava per accadere e di rimanere concentrato in un altro pensiero, in un ricordo che lo toglieva con lanimo da quel muro dove un minuto dopo rimbalzarono le pallottole. Con un certo stupore si ritrov illeso dopo la scarica. I tedeschi lavevano scambiato per un loro informatore, spedito qualche giorno prima ad arruolarsi fra i ribelli. Quellinformatore, che si era perso per strada, aveva anche lui un soprabito di pelo di cammello e le scarpe gialle. Lasciato libero, il Cmola si ecliss subito e fece perdere le sue tracce. Fu trovato un mese dopo in fondo ad un piccolo burrone dove era caduto mentre scendeva, forse

al buio, lungo il versante nord del San Martino. Ma queste cose sarebbero accadute nel millenovecentoquarantatr; e il Cmola, ancora lontano dalla sua fine, doveva sfogliare ad una ad una le pagine del suo libro di vita. In una di queste era scritto che la Giustina, fidanzata del suo amico Monaco, gli sarebbe appartenuta un giorno in compartecipazione. Il Monaco non aveva intenzione di sposarsi e la Giustina neppure: erano sempre andati daccordo senza troppo calore e non ebbero quindi ragione di abbandonarsi del tutto quando si trovarono annoiati luno dellaltra. Alla Giustina interessava di trasferirsi a Luino per liberarsi della famiglia, al Monaco non dispiaceva di avere a portata di mano una ragazza che non gli dava alcun fastidio e che era meno costosa del gioco dazzardo. Fu cos che il Cmola, incaricatosi di collocare la ragazza in qualche buon posto, entr a parte nel suo godimento. Non gli era stato difficile impiegarla presso il dottor Guerlasca, medico specialista di malattie polmonari che era venuto da qualche anno a stabilirsi a Luino. La ragazza, che abit per alcuni mesi in una camera ammobiliata nei pressi della chiesa, pass poi ad abitare stabilmente nella casa del medico togliendo ad entrambi la comodit. In quella camera infatti andavano indifferentemente tanto il Monaco che il Cmola, una sera per ciascuno. Erano arrivati al punto di scambiarsi la chiave del portone della Giustina: nel pomeriggio, quando si trovavano al Metropole, quello dei due che era stato la sera prima dalla ragazza, passava la chiave allaltro. Bastava avere quella chiave per essere ammessi in casa; e tanto il Cmola che il Monaco non mancarono di concederla ad altri amici. Finch la Giustina si stanc e accett la proposta del dottor Guerlasca che la voleva far dormire in casa sua. Era decisa a sistemarsi solidamente ed aveva capito che lanziano dottore non sarebbe sfuggito alle sue arti. Gli aveva visto locchietto umido del porco e se ne era consolata come di una promessa. Infatti il tisiologo, che nella sua vita non aveva avuto scarsit di donne, a sessantanni e pi sinnamor della Giustina che ne aveva ventuno. Durante il giorno la ragazza riceveva i clienti del medico, tutta attillata in un camice bianco, e li faceva sedere in anticamera passandoli poi ad uno ad uno nellambulatorio. Alla sera, deposto il camice, diventava la padrona di casa e faceva la gioia di quellenigmatico Guerlasca che nessuno sapeva da dove venisse e che facesse prima di arrivare a Luino. La curiosit che suscitava il Guerlasca era aumentata dal fatto che, appena arrivato, aveva fatto lega con le quattro o cinque persone pi importanti del paese, cio col suo collega dottor Raggi, con lavvocato Terruggia, con lavvocato Parietti, col cavalier Ortelli e con lindustriale svizzero signor Stefano Huber: i signori che stavano sopra di noi e sopra di tutti, come un piccolo concilio di saggi, e che da molti anni - forse da quando era morto Giovanni Battaglia - non ammettevano pi nuovi amici a far parte della loro compagnia. Essi corrispondevano, a distanza di un secolo, alla piccola compagine di uomini dordine che si era opposta ai rivoluzionari del '48: il capitano Solera, il Prevosto, il cancelliere Bettoni, il Rattazini e lo Spalla, che riuscirono a salvare il presidio austriaco moderando, o meglio turlupinando gli agitati che volevano ripetere a Luino le gesta delle Cinque Giornate di Milano. Nel gruppo dei signori il Guerlasca, coi suoi incarichi di sanitario ufficiale, aveva la funzione di un periscopio aperto su tutta la vita del paese. Attraverso di lui essi riuscivano a cogliere i primi sintomi di ogni mutamento che potesse in qualche modo toccarli, ed erano quindi in grado dintervenire quando era il caso in difesa del loro potere e della stretta rete sulla quale si sosteneva.

XVIII
Amico e compagno quasi inseparabile del Cmola e al corrente come lui di tutta la vita del paese, era Mario Tolini detto Tetn, di antica famiglia luinese e figlio di un negoziante di tessuti che aveva bottega e magazzino allimbocco della via dei Mercanti. Il suo lavoro era di mettere al mattino e di ritirare alla sera, ai lati della porta dentrata nel negozio del padre, due cassette di legno verniciato simili a due piccoli canterani, che erano linsegna del commercio di stoffe. Nei giorni di mercato su quelle due cassette scendevano due tagli di panno, appesi per un angolo ad un chiodo e disposti in belle pieghe a formare due sbuffi. Il Tolini, come il Cmola, andava a casa solo per mangiare e per dormire. Il suo tempo lo passava al gioco, da Mamarosa, sulla spiaggia di SantOnofrio allepoca dei bagni e dietro ogni sorta di donne tutto lanno. Era donnaiolo accanito, e perci silenzioso, poco facile alle confidenze e spesso introvabile. Oltre al Cmola aveva per amico un vigile toscano, certo Marfilio Benini, noto per la sua intransigenza e carogneria. Con questi la sua amicizia era di quelle che esistono tra cacciatori o appassionati di qualche arte. Infatti erano entrambi sensuali rotti al loro lavoro di stortar femmine. Gente che non aveva idea dellamore, come il Cmola, e che si limitava a correre da un posto allaltro dove cera da possedere una donna, qualunque fosse. Come mezzo di seduzione avevano le loro facce, che erano le pi invitanti e lascive che si potessero immaginare. Guardavano le donne con le palpebre semichiuse, la bocca molle e lo sguardo lungo, strascinato, degli ammaliatori. Qualche volta tiravano addirittura fuori la lingua, lentamente, e succhiavano laria. Queste arti andavano a spiegarle nelle sale daspetto delle stazioni, sulle panchine dei viali lungo il lago e qualche volta nei caff, se vedevano una donna sola e svagata. L erano i loro roccoli; allAlbergo Nazionale, dietro la stazione, tenevano una camera sempre disponibile. Il Tolini che aveva cominciato giovanissimo quelle fatiche, portava le spalle curve e aveva un colorito pallido, mentre il vigile Benini, nato a tali sforzi, non sembrava risentirne: era un uomo robustissimo e piuttosto grasso, sui quarantanni. I due formavano la coppia meno spiegabile del mondo. Era difficile capire, per chi non sapeva la loro ragione sociale, cosa potessero avere in comune. Erano stati loro a scoprire la moglie del barbiere Cipriano e ad avviare la prima concorrenza esterna a Mamarosa, destinata a svilupparsi rigogliosamente fino ad oggi. La carriera del Tolini, cos ben avviata, sub dopo qualche anno una brusca interruzione. Una donna di Brescia, venuta a Luino per trovare il marito in carcere, era caduta nella sua rete e si era lasciata portare a passar la notte con lui nellalbergo. Il Benini era in licenza e se nera andato in Toscana, altrimenti avrebbe avuto la sua parte. Parte amara, perch due giorni dopo che la donna era ripartita per Brescia il povero Tolini si accorse di essere ammalato. Lui che si era sempre creduto immune da quella malattia che allora imperversava tra la giovent, se ne vide colpito a fondo. Nascose per qualche giorno il suo male perfino a se stesso, nellillusione che sparisse da un momento allaltro; ma quando, a poco a poco, gli si ingrand nella mente il concetto di microbo, cio di un essere che si ostinava a vivere e a moltiplicarsi dentro le sue fibre, corse in cerca di aiuto. Pens a tutti i medici che conosceva e si ferm sul nome del dottor Raggi. Gli pareva loccasione propizia per prendere contatto con quelluomo importante che faceva parte del ristretto consesso dei saggi preposti ai destini del paese. Il dottor Raggi lavrebbe certo riconosciuto perch nel suo studio era stato molte volte, alcuni anni addietro, a portare le orine di un suo zio malato di diabete. Ci and di mattina, senza nessuna circospezione, e appena introdotto nello studio spiattell i suoi sintomi. Il dottor Raggi non era medico di quei malanni, e dovette cercare nella sua memoria per prescrivergli polveri di salolo e di benzonaftolo da prendersi con lostia lontano dai pasti. Gli aggiunse di attenersi a dieta lattea e di perseverare una quindicina di giorni. Passarono non due, ma tre settimane, e il Tolini con quella cura daltri tempi - era sempre al punto di prima.

Per consiglio del Benini che intanto era rientrato dalla licenza e aveva ripreso servizio, si rivolse a un farmacista che gli consigli delle siringazioni di protargolo e gli forn il materiale occorrente. Cominciata con fede la nuova cura che secondo il farmacista avrebbe bruciato tutto, e che il Tetn andava a farsi nella camera dellAlbergo Nazionale per timore di lasciar capire qualche cosa ai familiari, and avanti pi dun mese. Si trascinava da casa al caff e dal caff alle panchine della piazza, sempre con in tasca il suo armamentario di siringhe e di flaconi e aspettando il giorno della guarigione che non veniva mai. Quando si accorse che cos poteva andare avanti degli anni, torn dal dottor Raggi. Il vecchio medico lo fece subito sedere, quasi per riguardo al suo male, e si alz in piedi a contemplarlo con curiosit. Conosceva la famiglia del Tolini e forse sapeva tutte le prodezze del giovane in fatto di donne. Lo guardava attraverso gli occhiali, annuendo col capo alle parole stentate con le quali il Tolini confessava dessere ricorso al farmacista. Senza aversene a male per la sfiducia, gli spieg che la cura non era facile e che una volta preso quel male bisognava portarselo dietro per un pezzo. Non volle neppure essere pagato e gli diede unaltra ricetta: Elmitolo e bleu di Metilene per bocca, iniezioni di Gonoyatren per via endomuscolare. E molto riposo gli disse licenziandolo molto riposo! Niente birra, niente asparagi. Che se poi non guarisci neppure con questo, segno che sei destinato a diventar cronico. Con questa bella prospettiva il Tolini intraprese le nuove cure. Ma nulla gli faceva effetto: n i vaccini iniettati dolorosamente nelle sue carni sfinite, n i disinfettanti che gli coloravano dazzurro le abbondanti minzioni. Afflitto e mortificato anche perch il Benini andava avanti da solo nelle solite imprese e lui partecipava al pagamento della camera solo per andarvi a fare quelle inutili cure, il povero Tolini non fece pi conto del suo male e fin collabbandonare pillole, polveri e siringhe. Giocava a carte perch il bigliardo lo affaticava, o stava buttato sopra una poltroncina di vimini fuori dal Metropole. Era l, testimone impassibile, quando il Cmola affront il marito dellAurelia Armonio. Nel rapido fiorire della primavera intristiva come un albero in autunno. Al caff beveva solo latte caldo e orzate-tamarindo intercalate da qualche pastiglia di Elmitolo, non tanto per cura quanto per disinfezione, come gli aveva consigliato anche il farmacista. A casa, con la scusa dellinsonnia, prima di coricarsi beveva decotti di malva e camomilla. Tutti guarivano da quel male, tutti ne erano stati colpiti e se ne erano liberati, e lui invece se lo portava dietro di mese in mese come una cancrena. Un giorno, in un ritorno di buona volont e di speranza, and dal dottor Guerlasca bench gli dispiacesse di metterlo al corrente del suo male e pi ancora di passare sotto gli occhi della Giustina. Il medico lo visit con molto distacco e gli disse che ormai linfezione era cronica e bisognava provare una lunga cura con lavature di permanganato; veri e propri lavaggi con due litri per volta di soluzione a mezzo della siringa biforcuta Majocchi e di un apparecchio a sifone. Il Tolini, remissivo, and ogni giorno dal dottor Guerlasca a fare la cura sottoponendosi alle attenzioni della Giustina che gli faceva scaldare lacqua, gli versava nel vaso di vetro la cartina di permanganato, aspettava che si fosse sciolta e quando il liquido aveva preso un bel colore viola si ritirava lasciandogli fare in pace il suo lavaggio a doppia corrente. Lingegnosa cannula inventata dal Majocchi doveva compiere il miracolo: ma non lo comp. Col finire dellestate e col passare delle maggiori tentazioni il Tolini era quasi rassegnato a tenersi il suo male al quale si era ormai abituato. Gli capitavano purtroppo proprio allora le pi belle occasioni: spose, ragazze, donne di servizio del Friuli e del Veneto, cameriere degli alberghi, gli turbinavano intorno e sarebbe bastato uno sguardo per trascinarle allAlbergo Nazionale. Ma era come un leone ammalato davanti al quale passano senza pi nessuna paura anche i conigli. Una sera, al Metropole, conobbe un giovane di Milano: un pugilatore venuto a Luino come istruttore, perch fioriva allora il Gruppo Pugilistico Luinese. Vennero a parlare di malattie veneree e il Tolini gli confid la sua disperata situazione. Il boxeur lo consigli di andarsene a Milano, da un certo dottor Ferri che in tre settimane garantiva la guarigione completa da quel male. Gli assicur il risultato col suo stesso esempio: per ben due volte il dottor Ferri in meno di un mese laveva rimesso in grado di tornare sul ring.

Il Tolini and a casa e fece un complicato discorso a suo padre. Gli disse che da qualche mese stava poco bene, che era andato a farsi visitare dal dottor Guerlasca, che gli era stata trovata unirritazione alla vescica e infine che un amico gli aveva consigliato un medico di Milano che aveva una cura brevettata. Il giorno che decise di parlare in casa della faccenda and dal caff al suo negozio verso la met del pomeriggio, quando sapeva di trovar solo suo padre. Suo padre, anche lui chiamato Tetn, vide avvicinarsi il povero Mario come un imprevisto cliente, attraverso la piazza, col passo lento e impacciato che aveva da qualche mese e con la mano sinistra nella tasca dei pantaloni quasi che in quella tasca ci tenesse al caldo un uovo o unaltra cosa fragile. Il padre Tetn se ne stava oziosamente con lanca appoggiata ad una delle sue cassette e le braccia conserte. Dapprima non aveva notato il figlio, ma poi si rese conto - quasi per un presentimento - che stava per sciogliersi il mistero che Mario nascondeva da tempo nel cuore. Entr in negozio e lo aspett ormai sicuro di quello che gli avrebbe detto. Mario raccont la complicata storia dellirritazione alla vescica, del professore di Milano, di un amico che era stato guarito dallo stesso fastidio. Il padre non indag e non volle saperne di pi; comprese e consenti a tutto con una straordinaria facilit e disse al figlio che poteva andare a Milano per curarsi anche lindomani e che gli avrebbe dato i soldi necessari. Gente allantica ma non addormentata, lui e la moglie dovevano aver capito da tempo che diavolo avesse il figlio; lui poi era stato giovanotto e militare e a suo tempo forse aveva passato lo stesso guaio. Da mesi aveva notato che il figlio tirava il cassetto con maggior assiduit, cio pescava nel cassetto dei soldi in bottega pezzi da dieci lire e anche pi di uno alla volta. Aveva fatto finta di nulla pensando che servissero alla cura. Di parlare per primo non se la sentiva per una certa riservatezza che era propria dei Tetn, uomini di poche parole e in fondo timidi. Ora per era il caso di prendere al volo la richiesta del figlio per vedere di liberarlo da quella malattia che lui temeva fosse addirittura quella pi grossa, dal nome fischiante come una serpe, mentre era quella pi comune, che si assicurava guaribilissima nella pubblicit di tutti i giornali e anche allinterno dei pisciatoi, dove proprio in quei tempi era facile vedere un manifestino illustrato con una mano che chiudeva energicamente un rubinetto sgocciolante, e sotto si leggeva lindirizzo di un medico che aveva quella mano prodigiosa; anzi non di un medico si trattava, ma di un istituto milanese. In quellistituto il padre Tetn sperava fosse diretto il figlio. Sarebbe stato meglio lIstituto Tecnico di Luino dove Mario aveva frequentato solo la prima classe, ma pazienza! Avrebbe ereditato il negozio, sposato una figlia desercenti e tirato avanti verso unaltra generazione di silenziosi Tetn. Intanto per bisognava che lerede guarisse. E la mattina dopo il Tetn part dalla stazione delle Ferrovie dello Stato con una valigetta in mano e un soprabito sul braccio. Era il suo primo viaggio.

XIX
Prima di mezzogiorno il Tolini entrava nellanticamera del professor Ferri dove fu introdotto da un servitore in giacca a righe rosse e bottoni doro. Sulle pareti dellanticamera si vedevano incorniciate le fotografie dei maggiori sportivi italiani con dediche piene di riconoscenza. In una di quelle, un pugilatore famoso aveva scritto con una calligrafia da contadino: Al profesor Ferri grande incasatore. Alludeva agli incassi del professor Ferri che dovevano essere cospicui. Ma il Tolini era pi preoccupato delle cure che della spesa. Certi amici che vantavano molta pratica gli avevano parlato di operazioni radicali, di squartamenti della parte malata e anche di recisione totale, o di complicazioni gravi agli occhi e alla prostata. Mentre pensava a queste cose si apr la porta e il professor Filiberto Ferri apparve con un bel sorriso da cavallo, vestito di bianco come un cuoco e con in testa una bustina da chirurgo. Ascolt pazientemente il Tolini dopo averlo fatto sedere in una poltrona, senti la sua lunga via crucis, poi - alzatosi - fece un vetrino. Color la secrezione, la secc alla fiamma di un fornellino di vetro e la mise sotto il microscopio. Subito alz il capo dicendo: Ci sono, i bestiultt, non ne dubitavo. Poi spieg: Il gonococco, caro amico, un microbo scaltrissimo. Quando un po che sta di casa nella mucosa, sentendosi disturbato dalle curette dei medici di paese, solo disturbato, noti, non minacciato, cosa fa? Si scava delle caverne nel tessuto delle mucose, dei veri labirinti. Qualche volta intraprende addirittura un viaggio verso linterno e va a stabilirsi nella vescica. Allora sono guai. Peggio poi se infila il condotto prostatico e va nella glandola. La prostata la tavola rotonda dei gonococchi! E lei nella prostata, basta ma ce li deve avere, come andremo subito a verificare. E qui al povero Tolini tocc lumiliazione di unesplorazione interna molto energica che gli fece sgorgare due lacrimoni per contropressione. Visto tutto il professore continu: Ci sono, ci sono. La glandola ingrossata, l cum una castgna dIndia! Ma noi abbiamo i mezzi per battere il gonococco. Noi lo mettiamo al tappeto. E cos dicendo stringeva le labbra e faceva il segno, con la mano, di uno che si stende. Poi prosegui: Ecco la cura: lei verr qui ogni giorno alle dieci e mezzo della mattina cominciando da domani e faremo iniezioni, applicazioni galvanoterapiche, massaggi prostatici, un po dolorosi ma necessari, poi massaggi uretrali col benniquet e insufflazioni di ossigeno. Tutta la scala della mia terapia insomma, fino a metterla nelle condizioni di prima. Guarigione garantita. Anticipo lire duecento. Il Tetn fu contento. Ora sapeva quanto aveva ancora da soffrire: tre settimane o al massimo un mese. Quel giorno stesso si trov una stanza presso una sarta di via Terraggio, vicino alla chiesa dove ci sono gli affreschi del nostro conterraneo Bernardino Luini. Entrato, per noia, in quel primo giorno, dentro la chiesa, gli capitarono sotto gli occhi gli affreschi. Erano in ombra, ma si intravedeva una Santa Caterina con un grosso seno semiscoperto, appetitoso. La Santa guardava in alto, di traverso, seguendo con la coda dellocchio la scimitarra che un uomo le stava menando a tutta forza sul collo. Ma la spada restava in alto, contro un cielo azzurro che era quello di Luino, e la Santa col suo petto a sacco aspettava sempre. Con una mano abbandonata sfiorava il polpaccio nerboruto del boia, gonfio di tendini nella torsione che glimprimeva il corpo tutto teso a vibrare il fendente. Sembrava che gli volesse fare il solletico alla gamba per fargli metter gi lo spadone. Ah si disse il Tetn guarir, guarir. Torner sano se Santa Caterina mi aiuta. Ma sono donne da ammazzare quelle? E tornava a guardare la Santa con quelle belle spalle nude e gli occhioni da innamorata del boia. Intanto gli venivano in mente gli strumenti, forse da taglio, che aveva nominato il Ferri. Ebbe un brivido di freddo in quellombra, e torn fuori.

Non avrebbe mai immaginato che sarebbe tornato in quella chiesa pochi anni dopo per sposarsi con la figlia di un negoziante di stoffe di Milano amico di suo padre. Qualche anno e sarebbe venuta una guerra, facile, breve, ma seguita pochi anni dopo dalla pi lunga e pi dura guerra che gli uomini avessero mai conosciuto fino allora. Un giorno del millenovecentoquarantatr il Tolini sarebbe salito in soffitta sopra il suo negozio di via dei Mercanti, terrorizzato, e si sarebbe nascosto sotto quelle due casse verniciate che stavano una volta fuori del negozio di suo padre (gi morto, morta anche la madre); quelle due casse che in giovent portava dentro e fuori due volte al giorno e che aveva eliminato da alcuni anni riponendole in soffitta. Sotto quelle casse, come un topo, doveva restare un giorno e una notte. In negozio cerano i tedeschi che lo cercavano. Per debolezza di sua moglie si era deciso a tener nascosto in casa, fino al giorno prima, un vecchio negoziante ebreo di Biella, amico del padre di lei. Mentre si attendeva loccasione per farlo scappare in Svizzera qualcuno aveva parlato, forse un marito tradito dal Tetn qualche anno prima, e i tedeschi erano venuti a perquisire, avevano trovato i bagagli del fuggiasco e volevano portar via il padrone se non trovavano lebreo. I soldati si erano impiantati in casa andando a turno al piano di sopra con la moglie del Tetn. Facevano il loro comodo rumorosamente, pensando che se il marito era un uomo doveva venir fuori dal suo nascondiglio anche a costo di farsi prendere. Non conoscevano il Tetn, che sentita ogni cosa usc dal tetto e di casa in casa arriv in cima alla strada. Aspett la notte; scese, torn in casa sua con circospezione dalla porta del cortile e sorprese uno dei due tedeschi che attendeva il suo turno nel retrobottega, sdraiato sul seggiolone del fu suo padre. Con un coltellaccio da macellaio che aveva trovato traversando la soffitta del salumiere Pompeo si gett di sorpresa sul tedesco e lo lasci in un lago di sangue. Poi sal la scala per trovare laltro e farlo fuori anche lui, magari insieme alla moglie che - a quanto aveva potuto capire - non aveva trovato sgradevole quel mezzo per far uscire il marito da sotto le casse. Saliva le scale a passi doppi col coltello in mano quando vide la moglie, con fuori il petto penzoloni, che usciva dalla camera da letto per andare sul pianerottolo a prendere acqua con un catino. Sent una fitta al cuore, non altro, e ruzzol in fondo alle scale mollando il coltello. Non aveva neppure avuto il tempo di vedere, alle spalle della moglie, il secondo tedesco, completamente nudo con imbracciato un mitra puntato verso di lui. Queste cose dovevano accadere e molte altre. E il Tetn, ancora lontano da quei giorni, usciva in corso Magenta e si avviava verso il Palazzo Litta dove aveva stabilito di cenare ogni sera al Dopolavoro Ferroviario, un ristorante economico installato al piano terreno di quel nobile palazzo. Mangi per tre lire e cinquanta, che tale era la tariffa fissa, poi and dalla sarta a dormire la prima notte a Milano col cuore in pace. La mattina dopo si svegli in quella sua camera che era una sorta di salotto. Aveva dormito sopra una turca appoggiata di testa a un tramezzo che divideva il salotto da un altro locale. Di l venivano voci di donne. Avvicin lorecchio al tramezzo e senti che parlavano di misure: lungo, corto, ancora un po, venti centimetri, el tira un po dedr. Era la sala-prova. Stando con la faccia vicino al tramezzo not nella carta fiorata che lo tappezzava, e proprio al centro di una margherita, una qualche irregolarit. Studi il particolare e poco dopo era riuscito a togliere un piccolo tappo che corrispondeva al centro del fiore. Pose locchio al buco e vide una robusta donna in sottoveste con la sarta che le girava intorno tenendo gli spilli in bocca. Quel paio di spalle, e nel chinarsi della donna quel grosso petto, richiamarono alla mente del Tolini la Santa Caterina della sera prima e tante altre donne, in una prospettiva che si perdeva indietro fino alla prima che aveva visto. Si sentiva gi quasi guarito. Stando in letto comodamente, avrebbe potuto godersi tutti i giorni lo spettacolo. Richiuse con cura il foro, si alz e and dal professor Ferri. Era pieno di fiducia nella guarigione e si sottopose quasi con entusiasmo a tutte le applicazioni. Conobbe per la prima volta liniezione endovenosa. Aiutava a legare il laccio emostatico, poi chiudeva gli occhi per non vedere il suo sangue salire nella siringa e aspettava il calore al palato che

era segno dellentrata del liquido in circolazione. Le altre applicazioni erano una mezza tortura, salvo lesame delle orine. Il professor Ferri aveva nel suo studio un vero pisciatoio a muro di quelli a vaschetta col becco cogligocce, ma al Tolini venivano sempre presentati due lunghi bicchieri fra i quali doveva dividere la sua produzione. Il Ferri li guardava poi controluce e li versava nella vaschetta mormorando qualche parola incomprensibile. Le applicazioni duravano quasi mezzora; dopo di che il Tolini era libero per tutto il giorno. Pens subito di passare il pomeriggio a letto con locchio al forellino. E non sbagli, perch ogni pomeriggio venivano dalla sarta molte clienti. Ne vide di tutti i generi, e la gran parte notevoli. Quale si spogliava poco, quale si spogliava tanto, ma nessuna si spogliava del tutto. Il Tolini vedeva gambe, braccia, spalle, petti non completi e qualche anca. Ad ogni nuova donna era unemozione diversa. Prezioso era il primo sbottonarsi e liberarsi, ma pi saporito il rivestirsi delle donne. Spesso la sarta tornava in laboratorio e le lasciava sole perch potessero fare con maggiore libert. Allora accadeva che qualcuna si rimettesse a posto il bustino reggicalze mostrando il ventre nudo o che unaltra approfittasse degli specchi contrapposti per studiarsi il didietro e valutarne il volume. Queste rare fortune erano compensate dalle viste sgradevoli: le imbottiture, i posticci, qualche medicazione. Ma che cosa era sgradevole in fatto di donne al Tetn? Fece, in quei giorni, una scorta di desideri per tutta la sua breve vita. Vide il suo paradiso e si prepar a conquistarlo. Da quel buco andai un pomeriggio a guardare anchio, perch mi accadde dincontrare il Tolini a Milano dove andavo per la seconda volta in vita mia a spendere dei soldi vinti al gioco. Lo incontrai davanti alla chiesa di San Maurizio dove da buon luinese ero andato a vedere gli affreschi del Luini, nostro compaesano; se vero che quel grande pittore pu essere nato al nostro paese che non aveva avuto prima, e non ebbe poi, nessuna fecondit darte e di artisti. Tranne il Carnovali, detto Piccio, che a Luino pi celebre per il bel nome che per la pittura. Dicono che il Carnovali, essendo piccolo, a Bergamo dove viveva lo soprannominarono cos. Bernardino Luini ci era noto perch un farmacista luinese, sempre di quelli che succedettero nellantica farmacia Clerici al famoso Ulderico che diede la gialappa a Garibaldi, aveva scritto un libro con la vita del pittore. Si chiamava Giovanni Battista Reggiori e il suo libro tutto una dimostrazione dellorigine luinese del Luini. Il libro fu pubblicato a cura di un comitato per lerezione del monumento a Bernardino Luini in Luino, ma il monumento non fu mai fatto. Rest il libro, dove il Reggiori, che era un uomo allantica, cerca di dimostrare che non vero che il Luini rapisse una monaca da un convento, uccidesse un prevosto e facesse altre soperchierie. Gli riconosce solo di aver messo al mondo illegittimo il suo primo figlio, Evangelista, con una certa Pelucchi Laura e di avere avuto per amico un tal Rabbi col quale andava a donne per Milano. In quanto alluccisione del prete o prevosto, spiega che prevosto era una specie di magistrato spagnolo di quei tempi; quanto alla monaca si limita a mettere in dubbio la storia. Non aveva capito il farmacista Reggiori che in quei fatti era la prova migliore dellorigine luinese del pittore. Andavo dunque a vedere quelle pitture, note anche al nostro paese dove il Luini ha fatto solo uno sgorbio nella chiesa di San Pietro, anzi uscivo dopo averle viste ed aver notato anchio quel grosso petto di Santa Caterina che certo il Luini deve aver copiato dal vero, quando incontrai il Tolini che mi confid le sue pene. Giunto a dirmi dove stava di casa, si rallegr parlandomi del buco nella margherita e volle portarmi a godere lo spettacolo.

XX
Lautunno era molto avanzato e il soprabito leggero del Tolini cominciava a insospettire il cameriere del professor Ferri che aveva il timore di non vedere la minima mancia. Ma stava a disagio anche il Tolini che verso sera sentiva entrargli nelle ossa la prima nebbia dei viali. Al mattino, col sole che indorava gli ultimi piani delle case e qualche volta scendeva anche sui binari del tram, il soprabito era sufficiente, e poteva stare a lungo in piedi davanti al Trianon o in Galleria, ma dopo il tramonto doveva andare di buon passo per non intirizzire. Non gli rest che passare il suo tempo in un caff di via orefici, seduto vicino ai vetri dai quali vedeva passare le donne. Non si pu dire che si annoiasse. Quel continuo passaggio sul marciapiede era un vero spettacolo. Donne ben vestite, quasi tutte col cappello, col collo di pelliccia e i tacchi alti, sinquadravano un momento nella vetrina poi scomparivano. Quante donne ci sono al mondo! pensava il Tetn con riconoscenza. E si sentiva piccino davanti a quellabbondanza, a quel fiume di donne che non avrebbe mai potuto arginare neppure con laiuto del Benini e nel pieno della salute. Alcune passando volgevano gli occhi verso la vetrata e sfioravano con lo sguardo il Tetn come fosse una sedia o un pastrano appeso. Lui cercava di trattenere lattenzione di qualcuna, ma inutilmente. Non una che lo notasse, mai. Non per questo il Tetn smetteva di guardare; e una volta, poco dopo mezzogiorno, incontr attraverso il vetro - uno sguardo che gli rimescol il sangue. Era una faccia conosciuta. Con un rapido inventario della memoria si rese conto che si trattava di una ragazza di Luino, precisamente la figlia dellavvocato Gennaro Citrone, un bru-bru napoletano che con tutta la famiglia era venuto a mettere la sua trappola a Luino, dove aveva perfino fatto causa a Mamarosa chiedendo che fosse trasferita in una localit meno centrale, e in ogni modo lontano dalla sua casa che confinava col Casino. Lavvocato non aveva trovato aiuti in quellimpresa; neppure i preti, ai quali era ricorso invocando la tenera et delle figliole, lavevano appoggiato contro Mamarosa. Una delle sue due figlie, entrambe tenere e morbide, era agli studi a Milano presso un convitto di suore e andava alle scuole di Porta Romana. Il convitto era verso corso Garibaldi e ogni giorno quando la ragazza tornava da scuola, sola perch aveva gi sedici anni, faceva a piedi il tratto da piazza del Duomo al Cordusio per cambiare tram. Veniva cos a passare, coi libri sotto il braccio, rasente la vetrina del caff dove stava appostato il Tolini. Ce nerano delle strade a Milano, e dei caff; eppure proprio l andava a passare la ragazza, a mezzo metro dal naso del Tolini che ne rest stupito come di un caso nel quale era chiamato a intervenire. La conosceva solo di vista ma era convinto di essere conosciuto da lei, e dopo quel primo sguardo studi lorario per potersi mettere sulla strada al momento giusto. Non gli fu difficile fermarla qualche giorno dopo e invitarla a prendere un cappuccino dentro il caff di via Orefici. Passata dalla disciplina della famiglia meridionale a quella delle suore, la ragazza in quel breve tratto di strada si sentiva libera e non le parve vero dincominciare un romanzetto con quello stralunato che aveva visto alcune volte al paese, sempre in compagnia di gente che faceva la bella vita. Nacque tra i due una certa amicizia. Lei raccontava i piccoli pettegolezzi del collegio e della scuola, i progetti per le vacanze e le cose di casa sua; lui si limitava a spiegare che era a Milano per affari, con laria di non voler precisare quali affari. Gli appuntamenti al caff vennero presto spostati alle quattro del pomeriggio, quando la ragazza tornava dalle lezioni pomeridiane e poteva restar fuori unora intera con la scusa del doposcuola. La bellezza e morbidezza di questa ragazza di nome Flora era superiore a tutte le speranze del Tolini. Bionda come la madre ma con gli occhi neri del padre imbroglione e come lui pallida, aveva una mollezza di corpo e unenergia di spirito che al Tetn sembrarono la rivelazione della femminilit. Tutto quello che sapeva in fatto di donne scomparve, e si trov inerme davanti alla Flora che a sua volta, nonostante il padre marpione e la madre navigata, era armata soltanto di una

bellezza che non sapeva di avere. Si credeva anzi brutta a causa di alcuni foruncoli che le spuntavano sulla fronte e teneva nascosti con una frangetta che era la passione del Tolini, tanto gli sembrava vaga, fanciullesca, e carezzevole come un pennello che gli solleticasse la pelle dal di dentro. Le labbra della Flora erano senza ombra di rossetto, forse perch stava a pensione dalle suore, ma cos gonfie e rilevate che quando il Tolini le guardava tirava un fiato lungo mezzo minuto. Erano sempre semiaperte e lasciavano un po scoperti i denti superiori, appena sporgenti e come protesi a mordere con delicatezza. Quella bocca, con le labbra dischiuse, metteva i brividi al Tolini, il quale attribuiva quel vezzo eccitante e inconsapevole alla pienezza del corpo della ragazza, alla sua colma sodezza che ne tendeva la pelle e non permetteva alle labbra di avvicinarsi senza un piccolo sforzo, al quale subito cedevano aprendosi come un fico maturo. Il petto poi, questa costante realt nella retina del Tolini, era quale lo avrebbe modellato lui se larte gli avesse aiutato la fantasia: pieno, indiviso ed erto come le cose che veramente si erigono. Non cera ombra di scollatura concessa al Tolini, perch la ragazza portava un vestitino di lana col colletto tondo e chiuso, da collegiale. Ma quella forma compatta che si modellava sotto la stoffa, raddoppiata ai lati da due braccia piene e sode come due piccole cosce, braccia che la Flora teneva strette ai fianchi puntando i gomiti sul tavolo e facendo avanzare il petto, si muoveva e palpitava come lacqua in un secchio. Era la vita che ritornava, la sola forza che il Tolini conosceva nel mondo. Il resto del corpo era in armonia con le braccia e col petto, nonostante le gambe un po grosse e un po di pancia, incredibile a sedici anni, che faceva sognare al Tolini una gi raggiunta maturit, forse una precoce esperienza di uomini che la Flora era invece ben lontana dal possedere. In pochi incontri il Tolini credette maturo il frutto; e forte di alcuni contatti di ginocchia sotto il tavolino e di una dichiarazione damore scambiata sul piano di marmo, gli occhi negli occhi e le mani intrecciate, propose alla Flora di fargli una visita nella sua camera. Fu un inganno, perch in casa della sarta non erano ammesse donne, e la sua intenzione era di portare la Flora in un piccolo albergo che aveva adocchiato in piazza della Vetra, convinto che una volta l dentro la brutta sorpresa della ragazza sarebbe stata soffocata dalle sue effusioni. Il giorno stabilito, unora prima dellappuntamento Mario Tolini, detto Tetn solo a Luino, fece scrivere il suo nome sul registro dellAlbergo della Ferrata alla Vetra; prese la chiave, sal a ispezionare la camera poi scese e usc dal portone con la chiave in tasca. Da quel portone rientr mezzora dopo a testa bassa di fianco alla Flora che non aveva ancora capito dove andava. Cominci a capire qualche cosa quando si trov in un corridoio grigio, simile a quello del suo collegio, e vide una fila di porte numerate. Ma gi il Tetn ne aveva aperta una e la faceva passare. Dentro cera un lettino di ferro a una piazza, bianco; un comodino di noce vicino al letto con lo sportello semiaperto che lasciava vedere un pitale giallo; alla parete un com di legno scuro con lo specchio montato su due perni; ai piedi del letto una sedia impagliata. Nientaltro, salvo uno straccio color tan che aveva funzione di scendiletto. Al lato opposto della porta si apriva una finestra con una ringhiera di ferro e le gelosie accostate. Avvicinando locchio alla fessura si vedeva sotto la piazza col suo movimento di gente e di tramvai. Il Tolini sbirci in basso e gli parve dincontrare lo sguardo di un venditore di castagne arrosto che aveva il fornello proprio sul marciapiede di fronte. Richiuse ed accese la luce. La Flora era ferma in piedi coi libri sotto il braccio e si guardava intorno. Non poteva credere che il suo amico abitasse in quella stanza, anzi si rendeva conto che ci entrava per la prima volta, come lei. Ma non disse nulla e si lasci togliere da sotto il braccio i libri, si lasci condurre a sedere sul letto. Il Tolini si era subito ambientato. Gli sembrava di essere a Luino nellalbergo presso la stazione dove col suo socio Benini aveva compiuto tante imprese del genere. Ma qui varie cose lo rendevano indeciso, e per la prima volta sentiva dentro di s uno smarrimento sconosciuto. Non sapeva come incominciare, tanto al desiderio contrastava in lui un sentimento, o forse soltanto la sensazione di un

qualche cosa che emanava dalla ragazza, da quella Flora che aveva di fianco muta e che era diversa, o gli sembrava, dalle donne che aveva conosciuto fino allora. Diversa no, ma con qualche cosa in pi che non gli riusciva di capire. Not che si era fatta triste e che stava con le gambe penzoloni dal letto guardando le punte delle scarpe. Le mise una mano sulla spalla ma la ragazza non si volt verso di lui e prese invece a muovere i piedi innanzi e indietro. Fu tutto quello che il Tolini capi dellamore, perch un minuto dopo era gi allassalto con la sua vecchia tecnica. Il professor Ferri proprio quella mattina aveva sollevato il capo dal microscopio e gli aveva annunciato che di microbi non ce nerano pi. Non che fosse guarito: la cura continuava, ma i nemici non erano pi sul campo di battaglia. Si trattava soltanto di finire i feriti e di epurare il terreno. Anche questo forse, che il giovane sentiva come una sensazione di purezza, aveva congiurato a renderlo perplesso, irriconoscibile a se stesso e quasi vergognoso di quella che egli aveva creduto la sua vera missione: stortare. Ma pens al Benini e a quel che avrebbe pensato di lui, e di colpo torn ad essere il Tolini di una volta. La Flora lasciava fare in silenzio. Dai baci, i primi, il giovane era passato a litigare con glindumenti. Slacciava bottoncini, sganciava elastici, era tutta una ininterrotta manovra di impossessamento, pezzo per pezzo, delle meraviglie che metteva in luce. La ragazza, che si era lasciata stendere sul letto, cominci ad emettere un leggero ruggito che finiva in un sibilo tra i denti. Teneva gli occhi chiusi; e solo una volta li apr a mezzo, abbandonandosi sul cuscino, e disse con una voce doltretomba: Mario. Il Tolini aveva limpressione che tutto procedesse bene e regolarmente, tanto che decise di prendere fiato e si stacc un momento da quel corpo affannato che ormai non gli poteva pi sfuggire: come un cane che lavora un osso e lo posa un momento per afferrarlo da unaltra parte. Ma proprio in quel momento la Flora si rizz come spinta da una molla, allontan uno dei suoi solidi bracci, lo stese e con tutta la forza che aveva lo mulin sulla faccia del suo Mario. Lo schiaffo fu cos forte che il Tolini, colpito di sorpresa, quasi perse i sensi. Quando si riscosse guard la Flora che era rimasta immobile, con le braccia penzoloni, e lo fissava senza odio, come se quella botta che aveva dato lavesse liberata da un incubo. La strada era aperta. In quel gesto violento la ragazza aveva concentrato tutta la sua ribellione a ci che le stava per accadere. Ormai avrebbe ceduto come una pecora al macellaio. E quel terribile ceffone non era stato dato per rivolta o per odio al Tetn, ma solo per liberare la tristezza che laveva afferrata alla gola entrando in quella stanza ed accorgendosi, man mano che il giovane procedeva nelle sue manovre, che cos la vita e a questo porta lamore. E con intorno quelle pareti non sconosciute alle cimici, con quella finestra da cui trapelava lultima luce del giorno insieme ai primi lampi dei trams, e lo specchio girevole dove si era vista ed aveva visto il Mario, con le gambe impigliate nei pantaloni accartocciati e una calza bucata nel calcagno, mentre cercava di puntare i piedi sulla spalliera inferiore del letto. Ma il Tolini non cap. Gli era girata la testa, poi di colpo si era snebbiata, lasciandolo vuoto. Ebbe la sensazione di aver compiuto un delitto e si ritrasse, muto, ora che la Flora avrebbe voluto parlare, piangere, chiedergli perdono e abbandonarsi a lui. Poco dopo uscirono insieme, sempre in silenzio, per la strada illuminata dai fanali. Ebbero appena la forza di salutarsi; e se ne andarono, una al convitto delle suore e laltro a vagare per le strade, smarrito, in attesa dellora di cena.

XXI
Non si rividero pi. Invano il Tolini aspett la ragazza al passaggio, alle solite ore; invano and a gironzolare al mattino alle otto e alle dodici e mezzo nella piazzetta del collegio. Dopo tre o quattro giorni ricevette presso la sarta una lettera che gli era stata spedita a casa e che il padre aveva messo, senza aprirla, in una busta con lindirizzo di Milano. Sulla busta interna cera unintestazione: Avv. Gennaro Citrone. Procuratore. Luino. Via Antonio Cereda, 17. Si sent morire. La lettera diceva esattamente cos: Signore, ella sa che azione ha commesso nei confronti di mia figlia Flora, sedicenne. Essa mi ha reso piena confessione di tutto ed io ho potuto accertare, presso lAlbergo della Ferrata di Milano, che il suo nome e cognome figura annotato a prova del reato di cui ha voluto macchiarsi, senza alcun scrupolo per linnocenza di una ragazza e per lonore di una famiglia nobile e fiera della sua incontaminatezza. Solo la mia responsabilit di padre e il mio alto senso giuridico mi impediscono di fare giustizia con le mie mani. Ma la legge vi provveder ed io sapr farle espiare con tutto il rigore possibile il suo enorme fallo. Seguiva la firma: "Avv. Gennaro Citrone". Quello che colpi di pi il Tolini fu la famiglia nobile e la giustizia che il Citrone voleva fare con le sue mani. Dunque la famiglia della Flora era nobile, e forse lavrebbero costretto a sposare la ragazza. Fosse stato solo per questo, pazienza. Ma cera quella giustizia con le mani che gli faceva pensare a qualche rivoltellata o addirittura a un colpo di spada, perch lavvocato era un ex ufficiale e nelle feste patriottiche si metteva una divisa con la sciabola nichelata da capitano. Se la morte gli pareva troppo, cera pur sempre quellaccenno alla legge che lo spaventava. Un reato. Aveva commesso un reato. Il povero figlio del negoziante di stoffe Tolini si sent perduto. Andava per le strade con quella lettera in tasca evitando le coppie di carabinieri che scorgeva da lontano e temendo di essere trafitto o pistolettato ad ogni angolo. Non sapeva che fare: se andare a Luino ad affrontare la situazione o fuggire in Francia appena guarito. Quando per forza dabitudine and a cena al Dopolavoro Ferroviario di Palazzo Litta, vide con sollievo seduto a un tavolo un giovane avvocato che aveva conosciuto qualche giorno prima. Era impiegato in un Sindacato Fascista ma tutti lo chiamavano avvocato, e al Tetn sembr unancora di salvezza. Gli sedette vicino e gli confid il suo guaio; e quando si accorse che il giovane prendeva a cuore la faccenda gli mostr la lettera dellavvocato Citrone. Lavvocatino la lesse attentamente fino in fondo poi torn da capo e si ferm sulle parole il suo enorme fallo. Adesso ho capito cominci a dire gli vuole far scontare questa enormit. Il Tolini non aveva voglia di scherzare e non si spiegava lilarit dellavvocato che seguitava a ripetere: Un enorme fallo, un enorme fallo! Ma fin col sorridere anche lui per condiscendenza, tanto pi che la frase corrispondeva ad una analoga che gli aveva detto il professor Ferri quando lo aveva visitato la prima volta. Lavvocato dei Sindacati, pesato tutto, consigli al Tolini di rientrare al paese e di mettere di mezzo il Segretario Politico che in considerazione di quel fallo, tipicamente fascista, lavrebbe certamente aiutato. Senza interrompere la cura il Tolini and un paio di volte a Luino di sera e dopo una settimana tutto era a posto. Il Segretario Politico si era interessato davvero e la famiglia offesa dellavvocato Citrone fu tacitata mediante diecimila lire che il padre del Tolini sbors con le lacrime agli occhi. Solo pi tardi Mario seppe dal Segretario Politico come erano andate le cose, e fu contento che la Flora non ne avesse colpa.

La ragazza aveva, nel convitto di suore dove era ospitata, unamica fedelissima alla quale raccontava tutto. Fin dal primo incontro laveva tenuta al corrente e laveva vista gioire di quella sua avventura. La sera che torn dopo aver dato lo schiaffo al Tolini corse subito a raccontare lepisodio allamica, disperata per quello che aveva fatto e nella speranza di sentirsi dire che il suo innamorato lavrebbe perdonata e che tutto avrebbe ripreso come prima. Purtroppo questamica, che aveva trovato bello e romantico lamore della Flora, trov orribile quanto era accaduto nellalbergo e pass una notte piena di scrupoli pensando a quel che sarebbe potuto capitare alla Flora scendendo per quella china. Al mattino, per liberarsi, ricorse ad unistituzione che vigeva in quel convitto e che si chiama la piccola confessione. Consisteva nel rivelare i peccati veniali e le piccole tentazioni di ogni giorno non al Direttore Spirituale in confessione, ma ad una suora catechista, salvo poi - se era il caso - farne oggetto di confessione regolare. La ragazza confid il suo angoscioso segreto alla suora che la lod moltissimo e corse subito a spiattellare tutto alla Superiora. Mezzora dopo partiva un telegramma per lavvocato Citrone. La Flora fu espulsa e la tempesta incominci con tutti i suoi fulmini, fino alla pagata delle diecimila lire. La fine della tempesta coincise con la fine della malattia del Tolini che torn a Luino e ricominci subito a frequentare, con me e con gli altri giocatori, la casa del Rimediotti. Era inverno, e si giocava per notti intere. Il Tetn parlava meno di prima, ma era diventato, da natura perdente che era, natura vincente. Sembrava destinato a rifarsi dei soldi spesi a Milano e anche di quelli pagati allavvocato Citrone. Gli andava bene al gioco, ma quelle due disgrazie avevano influito sul suo carattere e sulle sue abitudini. Non aveva pi la camera allAlbergo Nazionale col vigile Benini e delle donne sinteressava ormai assai meno che del negozio. Nessuno seppe mai bene cosera andato a fare a Milano e che contrasto avesse avuto collavvocato Citrone. Solo io, confidente di ognuno, seppi la verit in tutti i suoi particolari. Me la raccont lui stesso sospirando, un pomeriggio, presso il calorifero del Metropole, nellangolo verso il giardino dove in mancanza di compagnia per una partita di bigliardo alla goriziana ci eravamo seduti a parlare di donne. Dovetti giurare su mio fratello morto due anni prima che non avrei parlato mai. E se oggi parlo perch anche il Tetn morto e lavvocato Citrone scomparso come era venuto, lasciando un mare di debiti. Fin quel lungo inverno. La primavera tornava come sempre sulle acque del nostro lago, portata dalla tramontana che scendeva dalle Alpi. Era il mese di marzo, vivido da noi pi di ogni altro mese e sempre segnato da qualche partenza di amici che dopo il sonno invernale decidevano di andare per il mondo a lavorare o a perdersi per lunghi anni e qualche volta per sempre. Fosse partito anche il Tetn, non avrebbe fatto quella brutta fine e forse ora mi racconterebbe altre storie e magari il suo incontro con la Flora ventanni dopo in un casino di Napoli; perch pare che alla Flora, quando coi suoi si fu restituita a Napoli, tocc mantenere la famiglia coi frutti che il Tolini aveva solo intravisto. Invece rimase, attaccato al negozio del padre, sempre con quelle due cassette portate dentro e fuori ogni giorno. E quella stessa primavera gli capit ci che non si sarebbe mai aspettato: il ritorno del suo male, immotivato, spontaneo come il risveglio delle piante con la bella stagione.

XXII
Torn a Milano, non pi dal professor Ferri e in casa della sarta, ma dal professor Pasini, universitario celebre e certamente il maggior specialista di quei mali maledetti. Andava su e gi col treno ogni due giorni e faceva nuove cure. Apprese allora che il gonococco, oltre alle propriet che gli aveva spiegato lanno prima il professor Ferri, aveva anche quella dincapsularsi dentro le cellule dove incubava lungamente tornando a farsi vivo in tutta la sua forza quando aveva rifatto famiglia. Per scovare il nemico fin dentro la vescica dove si pensava che avesse i suoi quartieri dinverno, gli fu consigliata la siringa Vanghetta per irrigazioni intravescicali. Era uno strumento complicato, munito di una valvola a pressione, al quale il Tolini seppe portare una originale modifica che lo rendeva pi efficiente allo scopo; tanto che quella siringa avrebbe dovuto chiamarsi VanghettaTetn. Neppure quello strumento serv a guarire il suo perfezionatore. Ci vollero tutti i sali dargento: coleval, choceval, protargolo e perfino il nitrato dargento. La guarigione venne faticosamente, ma dur poche settimane. Stanco di medici e di specialisti, un giorno il Tetn si lasci consigliare dallo spedizioniere Galimberti della Stazione Internazionale di Luino, che era guarito da solo dopo parecchi anni di cure mediche inutili. Secondo lo spedizioniere la malattia era sostenuta principalmente da uninfiammazione delle mucose; infiammazione che si poteva far scomparire solo con una lunghissima immersione in un semicupio di malva, caldo a sopportazione. Il Galimberti era una persona seria, fabbriciere della Chiesa del Carmine e fratello di un prete. Se aveva esperienza di quel male era una pura combinazione. Egli laveva infatti preso una trentina danni prima, al tempo del servizio militare, lunica volta che si era lasciato indurre dai compagni a verificare la sua virilit. Avute quelle conseguenze non laveva pi controllata. E a distanza di tanti anni ricordava ancora quel rimedio che aveva suggerito con ottimo risultato a pi di un infelice. Il Tolini non aveva che da provare. Egli per non si sentiva di fare in casa una cura simile, in primo luogo per soggezione dei suoi e poi perch aveva tenuto nascosto il ritorno del suo male. Ricorse allora allamico vigile urbano Marfilio Benini al quale era ormai legato da altri rapporti. Finita la societ a stortare, i due erano rimasti in grande amicizia a causa della necessit che aveva il Benini di un segretario. Il vigile infatti, pur parlando - da toscano come era - con una grande scioltezza, non sapeva scrivere una riga senza gravi errori; e ricorreva al Tolini tutte le volte che doveva stendere un verbale. Andavano insieme nello studio di un comune amico ragioniere e il Tolini si metteva alla macchina da scrivere. Lentamente, col Benini dietro le spalle che precisava le circostanze del fatto, stilavano i verbali di contravvenzione da mandare in Pretura: quei verbali per mancanza di cartellini sulla merce, per cani senza museruola, per biciclette senza fanale che fecero tribolare tanti luinesi in quegli anni. Il Benini abitava nella portineria di un vecchio stabilimento di tessitura fallito molti anni prima e rimasto inoperoso. Era una vasta area disseminata di capannoni vuoti, di tettoie, di cortili e di passaggi, tutta cintata allintorno. Il luogo, alla periferia del paese e lontano dagli sguardi curiosi, si prestava benissimo alloperazione. In una rimessa aperta di quello stabilimento fu drizzato una mattina limpianto che doveva guarire il Tetn. Ci lavor lui, con me e col Benini, fino a mezzogiorno impiegando i mattoni che andavamo togliendo da un gabinetto crollato. Si trattava di costruire un fornello capace di sostenere uno di quegli enormi calderoni di rame in uso un tempo nelle tessiture forse per il candeggio. Nelle prime ore del pomeriggio, quando il fornello era gi in ordine e il calderone sistemato solidamente, ci buttammo alla raccolta della malva fresca in luoghi gi previsti. Bracciate di malva fresca vennero buttate nel calderone e sopra furono versati una ventina di secchi dacqua. Poi si fece fuoco. Quando linfuso fu ottenuto si lasci raffreddare un poco e il Tetn, da una scaletta sulla quale era salito completamente ignudo, si cal dentro la caldaia fumante scomparendo ai nostri occhi.

Gli avevamo passato un rocchio di abete che gli servisse da sedile per le tre o quattro ore che doveva stare l dentro, e un bicchiere perch potesse, secondo la prescrizione, bere continuamente dello stesso decotto nel quale stava immerso fino allombelico. Mentre il Tetn era a mollo, io e il Benini, nei pressi della caldaia cercavamo di passare il tempo chiacchierando. Ogni tanto, quando il Tetn gridava: Diventa fredda! mettevamo una mezza fascina sotto la caldaia. Quando sentivamo gridare: Scotta, scotta! si tirava via il troppo fuoco, in modo da tenere sempre il decotto a calore costante. Allinfuori di quegli avvertimenti il Tetn non dava altro segno di vita; e dovevamo, di tempo in tempo, salire sulla scaletta e guardare dentro la caldaia per tema che i vapori gli avessero fatto perdere i sensi e si annegasse nel suo decotto. Era da tre ore nella malva quando salii lultima volta a guardarlo. Il Tetn, col bicchiere in mano, rosso come una fragola e completamente bagnato dal sudore e dal vapore, alz gli occhi dal fondo della pentola a fissarmi in silenzio. Non aveva espressione. Forse temeva che si andasse a guardarlo per divertimento. Ci aveva certo sentito ridere in basso e sghignazzare quando si faceva fuoco, ma non protestava, conscio della nostra utilit. Solo verso sera si decise a venir fuori. Si era drizzato in piedi per la prima volta e guardava in basso studiando la discesa. Non era facile scavalcare il bordo della caldaia, e dovemmo mandargli su vari segmenti di tronco dalbero perch potesse portarsi quasi a livello del bordo. Quando apparve in cima alla scaletta fu per noi una meraviglia: era entrato dun colore naturale di pelle chiara, ancora non abbronzata dal sole, e usciva di uno strano colore bianco latte, specialmente dal petto in gi, e tutto pieno di grinze come se la carne gli stesse cadendo dalle ossa. Ci accorgemmo che il Tetn era cotto lessato. Se ne accorse anche lui con spavento. Invano il Benini cercava di confortarlo dicendogli che in qualche ora la carne gli si sarebbe rassodata. Si toccava le sue poche polpe per vedere se non erano rimaste nella pentola, e quando il Benini cominci a smuovere la caldaia dicendo: Ora butto via il brodo, lo ferm implorando con un filo di voce: Aspetta, aspetta quasi convinto che il Benini stesse davvero gettando via il suo consomm. Dovette seccare un po allaria prima di rivestirsi ma la forza di tornare a casa non la trov. E bisogn andare in cerca del Campana con il suo taxi per trasportarlo almeno nei pressi del negozio. La mattina dopo il Tetn era seduto davanti al Metropole verso le undici, quando - appena alzato dopo una notte di gioco - andavo a vedere che faccia aveva lo Sberzi. Gli domandai subito se la cura del giorno prima era riuscita. Scosse il capo senza guardarmi; e non osai chiedere altro. Qualche giorno dopo mi rifer di essere andato dal Galimberti alla Stazione a dirgli che quelle cure l della malva le consigliasse unaltra volta al suo fratello prete. Per tutta lestate il Tetn non fece pi altra cura che quella del sole per rassodare le carni che gli erano rimaste flosce e sembravano quelle di un vecchio di settantanni. Se ne stava tutto il pomeriggio sulla sabbia, nudo nato e nascosto tra i massi e gli scalini di granito che gli scalpellini di SantOnofrio lavoravano allaperto sulla riva dove poi doveva sorgere il Lido di Luino, la migliore spiaggia naturale del Lago Maggiore, tra la foce del Tresa e la casupola degli scalpellini, destinata a lasciare il posto allo stabilimento di un mio amico pi giovane e daltra specie, il quale - per rispetto al SantOnofrio che era dipinto sullantica catapecchia nudo e coperto della sola barba - ha fatto ridipingere il Santo eremita sulla parte esterna della fabbrica. Ognuno lo pu vedere entrando in Luino da Germignaga: di colore rosso con la barba bianca. Per me, tolta la barba, il ritratto del Tetn, nudo, come lo rammento sulla spiaggia quando il sole laveva arrostito dopo lallessatura nella caldaia. Finita lestate, che fu tutta un avvilimento per il Tolini, in quanto sulla spiaggia cominciavano a comparire delle donne in costume da bagno, quella povera vittima pens ad altre cure. Non pi medici, sintende, e neppure spedizionieri. Si affid ai guaritori. Bevve, per loro consiglio, decotti di ogni erba; and una volta a Baggio dal Prete di Ratan che

gli consigli di mangiare solo mollica di pane per sette giorni; unaltra volta in Valle Cannobina, a Gurro, dove cera un vecchio che guariva tutti i mali meno quello del Tolini; poi in provincia di Bergamo e in altri posti, ma sempre invano. Non sapeva il Tolini che la sua salute era vicina a lui, a portata di mano, solo che avesse cambiato caff e dal Metropole fosse passato al Caff Clerici. Veniva infatti al Caff Clerici, presso il porto, uno svizzero misterioso che ogni settimana scendeva da un paese della valle Dumentina per fare la spesa. La sua spesa, che portava sui monti dentro un sacco di montagna, andava a farla al canile municipale, presso le scuole, dove il ciapacan gli cedeva per pochi soldi un cane appena ammazzato dopo la quarantena. Si diceva, e doveva essere vero, che quello svizzero-tedesco mangiasse carne di cane, forse perch aveva vissuto molti anni in Cina dove pare che la carne di cane sia un cibo normale. un fatto che nessun cane si avvicinava a quello svizzero, e anzi tutti - anche i pi grossi - fuggivano appena lo sentivano avvicinare. Qualcuno diceva che essendo nutrito di carne canina, emanava un odore particolare che lo segnalava a tutte le bestie di quella specie. Quando tornava alla sua valle, anche se nel sacco non aveva la sua solita spesa, dalle cascine lo seguivano guaiti e abbaiamenti senza fine, come un coro di protesta. Lo svizzero sostava una mezzora tutte le settimane al Caff Clerici per parlare un po in tedesco col professor Fritz, un vecchietto col cappello duro che nessuno aveva mai visto disegnare ma che diceva di aver fatto il professore di disegno in Germania prima dellaltra guerra. Era stato il professor Fritz, gran giocatore di bigliardo, ad informare il Tetn delle virt segrete dello svizzero che in Cina aveva imparato rimedi straordinari per ogni sorta di malattie. Presentato dal Fritz, il malato parl con lo svizzero che accett di curarlo e lo invit a casa sua nella valle Dumentina. Accompagnai il Tetn, che temeva qualche diavoleria, fino ad un casolare sopra la Madonna di Trezzo, proprio vicino alla linea di confine. Andammo a rischio di essere arrestati dalla Milizia Confinaria che ci prese per due di quelli che allora espatriavano clandestinamente in Svizzera per cercare lavoro. Ma capirono subito che non si andava a lavorare, e ci indicarono la casupola dello svizzero al quale avevano appena venduto un cane lupo morto sotto un camion. Arrivati davanti alla capanna si vide lo svizzero che stava togliendo la pelle al cane morto; laveva appeso per le gambe posteriori ai rami biforcuti di un ciliegio e lavorava con grande perizia a scuoiarlo. Non smise al nostro arrivo, perch loperazione andava portata a termine; ma subito che ebbe staccato lultimo lembo lasci l il cane scuoiato e, con la pelle sul braccio come un soprabito, ci precedette nella capanna. Dentro tutto era di cane. Le pareti apparivano tappezzate di pelli, le scodelle erano crani, i cucchiai e le forchette ricavate con ossa lavorate. Anche le gambe degli sgabelli erano tibie di cani. Con migliaia di denti di cani infilati aveva fatto delle tende che dividevano in due o tre parti lunico locale. In quellambiente avvenne il consulto. Il Tolini cominci a raccontare dalle cartine di salolo e benzonaftolo di due anni prima e arriv fino alla storia della malva. Con nostra meraviglia lo svizzero, lontano dallidea di ridere come temevamo, si fece attentissimo: Era una cura pona, era una cura pona disse soltanto che la malva non andava cotta nel rame. Il Tolini era gi rassegnato a ripetere la cura della malva entrando in una pentola di ferro, ma lo svizzero disse che quella cura ormai non si poteva pi ripetere; e fu un gran sollievo per il Tetn. Sentito tutto e fatte alcune domande sulle precedenti malattie del Tetn, lo svizzero enunci il suo rimedio: Prendere un bicchiere di sugo di limone, mettetevi alla sera un uovo fresco intero con tutto il guscio. La mattina dopo, quando luovo si sar sciolto nel sugo di limone, mescolare ben bene con un cucchiaino. Lasciar posare per cinque minuti, poi colare da una boccetta, sulla superficie del liquido, del balsamo copaive fino a fare una macchia larga come un pezzo da dieci lire dargento. Qui il mago si ferm e cominci a carezzare la pelle del cane lupo che aveva sempre tenuto sul braccio. E poi? chiese il Tetn.

Poi pere, pere tutto di un fiato condusse lo svizzero. Verr male di pancia aggiunse ma bisogna resistere. Non volle neppure un soldo per il consulto e ci accompagn fino alla mulattiera che passa dietro la chiesetta della Madonna di Trezzo. Pass la corriera del Baldioli e con quella tornammo a Luino proponendoci di regalare al pi presto un cane allo svizzero. Il Tetn sapeva cosa fare. E lo fece quel giorno stesso dopo essersi procurato in farmacia il balsamo copaive. Per tre giorni non lo vide pi nessuno. Aveva avuto mali di pancia da morire, ma era guarito. Guarito per sempre. Cos disse, ma forse non era vero e si dava per guarito solo per non fare pi compassione. Lultimo dei suoi microbi devessere morto insieme a lui, con la cura di un altro tedesco: quello che gli spar dalla soglia della sua camera da letto.

XXIII
I quattro personaggi ai quali and ad unirsi il dottor Guerlasca appena giunto a Luino, e coi quali formava una specie di governo segreto del paese, erano in sostanza un circolo di giocatori; sebbene pi raffinato e sospeso ad un livello pi elevato di quellaltro, pi noto e combattuto, che era capitanato dal Cmola e regolato dal Rimediotti. I cinque nababbi si riunivano quasi ogni sera nella villa Huber, tra Luino e Germignaga, dove il lago disegna linsenatura rotonda della Bozza o SantOnofrio. La macchina del dottor Guerlasca, una Fiat 514, era sempre, fino a notte tarda, ferma davanti alla villa. Segno che i cinque erano al tavolo. Stefano Huber, ormai sui sessantanni, era nipote del fondatore delle industrie tessili luinesi, uno zurighese che insieme ad altri svizzeri, Stheli, Bodmer, Hussy e altri, era venuto di qua dal confine allinizio dellera industriale e vi aveva impiantato una di quelle fabbriche che sono attive ancora oggi e che formano il paesaggio manchesteriano di Germignaga e di Creva. Sul promontorio che guarda il basso lago, il nonno del signor Stefano si era costruita una villa che sembrava portata in volo, come la Santa Casa di Loreto, dal lago dei Quattro Cantoni: accigliata, gotica, coi tetti a picco e i doppi vetri alle finestre. Morto il vecchio, vi abitava il signor Stefano, detto dagli operai Stevenun. Un omone dai grossi baffi bianchi, dagli occhi tristi e cerchiati e dalla pancia a pallone. Era una figura delle pi note a Luino e certo il pi autorevole degli svizzeri che vi abitavano. E non erano pochi, perch tra ferrovieri, doganieri e industriali pi qualche pensionato, ce nera un tal numero da aver bisogno per i loro figli di una scuola svizzera che c sempre stata e c ancora. Burbero ma buono, e soprattutto simpatico al solo vederlo, Stefano Huber rappresentava lindustria al pi alto grado; pi dei Battaglia e degli altri minori che erano fioriti sullesempio del Battaglia. Non si mescol mai direttamente alle faccende luinesi, e forse proprio per questo godeva di molto rispetto e di una specie di extraterritorialit. Il suo grande corpo, pur vivente in Italia, era territorio federale, libero e inviolabile. Parlava, pi che litaliano, una mascheratura tedesca del nostro dialetto; ma con una cos buona volont che gli attirava laffetto del popolo. Quale societ poteva frequentare un simile uomo, al quale piaceva la compagnia, il buon bicchiere e la grassa risata? Non certo la nostra, dove cerano molti squattrinati e pi di uno (forse la gran parte) cresciuto nella strada. Si scelse quindi quattro o cinque uomini di peso, pressappoco della sua et e del suo prestigio, e con loro strinse unalleanza a scopo soprattutto difensivo, perch era gente che amava la tranquillit. Il pi importante di questi era lavvocato Natale Terruggia, originario dun paesello della valle Dumentina, e di gran lunga il personaggio pi aristocratico e distinto non solo di Luino, ma di tutto il lago. Aveva vissuto molti anni a Roma; e tornando a Luino gi in et avanzata per vivere serenamente nella sua aria o per chiss quale altro motivo, si era portato dietro dalla capitale delle abitudini signorili e un tratto che lavevano subito collocato al primo posto nella considerazione dei luinesi. Se Luino, come alcuni hanno sempre pensato, avesse potuto diventare una repubblica indipendente, il Presidente in quegli anni non poteva essere che Terruggia. E forse risale proprio a lui lidea della Repubblica di Luino che avrebbe dovuto avere per confine verso la Svizzera lattuale antica frontiera, e verso lItalia il fiume Tresa. Repubblica o semplice zona franca, Luino sarebbe diventata uno scrigno doro, perch i generi di contrabbando destinati allItalia li avrebbero venduti i luinesi e non gli svizzeri. E lItalia, invece di far sorvegliare quaranta chilometri di confine impervio che vanno dal Lago Maggiore alla valle del Tresa toccando la cima del Monte Lema e il fondo di orrendi burroni, con solo dieci guardie scaglionate in vista luna dellaltra, tra il ponte di Beviglione e la foce del Tresa, poteva chiudere ermeticamente una delle zone pi aspre e difficili del suo confine con la Svizzera.

Queste cose lavvocato Terruggia le pensava, ma avendo vissuto a Roma sapeva che era inutile dirle, e passava le giornate chiuso nel suo studio, al terzo piano del palazzo Menotti. Cause ne aveva poche e solo in materia civile. Dava dei pareri: pareri doro, che venivano a chiedergli anche da Milano. Il suo grande viso olivastro, un po simile a quello di Ferdinando Martini che si vedeva in qualche vecchia illustrazione, era dominato da una fronte veramente nobile e fornito, alla base, di due scure giogaie di pelle floscia. La sua voce era calma, sempre pi bassa di quella dellinterlocutore, e il suo accento non dialettale ma francamente lombardo. Di persona era grande e sarebbe parso altissimo se non avesse preso unandatura piuttosto curva a causa della gotta che gli deformava i piedi. Era forse lunico che aveva la gotta a Luino, tanto che quel male pareva segno di alta distinzione solo perch lo aveva lui. E lo mostrava anche nelle mani, spesso gonfie e qualche volta coperte in parte da ditali o da fasce di raso nero. Alla cravatta portava un topazio legato in oro e vestiva sempre di scuro. Non aveva compagnia, al di fuori di quella che sedeva con lui in una sala della villa Huber quasi tutte le sere. Al fascismo non aveva aderito, come Huber che per era svizzero, e come gli altri tre che frequentava. Era certo per che nulla accadeva a Luino dimportante che non venisse da lui. Attraverso intermediari influiva sul Podest e specialmente sul Segretario Politico, che ascoltando i suoi consigli o interpretando i suoi silenzi non fece mai grossi errori e si mantenne in carica allinfinito. Altro personaggio del consesso notturno a villa Huber era quel dottor Raggi che aveva curato la prima volta il Tolini: un vecchio medico di origine milanese che entrava solo nelle migliori famiglie, famoso perch ogni tanto spariva dal paese e andava a Montecarlo. Aristocratico e giocatore che nessuno a Luino aveva mai visto con le carte in mano, giocava solo nella villa dellindustriale svizzero e a Montecarlo. Alto, curvo, con un cappello a larghe tese e sempre con la sigaretta in bocca, passava per le strade rispondendo a tutti quelli che lo salutavano ma non salutando nessuno per primo. Di lui si diceva che era sempre senza danari a causa del gioco. E la cosa non sembrava possibile perch aveva una villa e delle persone di servizio in casa. Si seppe che era proprio cos, soltanto quando mor. Infatti la villa non era sua e le donne di servizio non solo gli erano creditrici di qualche anno di stipendio, ma una - la pi vecchia - gli aveva anche affidato un libretto di risparmio con cinquantamila lire di quelle di allora, danari che il dottor Raggi aveva lasciato a Montecarlo insieme ai suoi. Questo non toglieva che il dottor Raggi fosse un signore. Il gioco un vizio, e per i vizi, come per i figli, si fa qualunque cosa. Faceva il quarto con loro, ma solo quando il quarto mancava, il cavalier Ortelli, un signore comasco che viveva delle sue entrate da quando era venuto a Luino, in epoca che nessuno ricordava. Un avaro, centellinatore della sua rendita, che non si capiva come ardisse mantenere un grossissimo cane pezzato bianco e nero col quale si accompagnava sempre. Il quarto al tavolo lo faceva normalmente qualche ospite di passaggio, amico di uno o dellaltro; lOrtelli infatti era di potenza economica o di coraggio inferiore ai suoi compagni di tavolo, che quando dovevano sopportarlo erano costretti ad abbassare la posta del gioco e a lamentarsi continuamente perch il piatto piangeva. Questo fastidio non lo ebbero pi quando entr nel gruppo il dottor Guerlasca. Ma il cavalier Ortelli non per questo disert la compagnia; pi fedele che mai, si presentava ogni sera al cancello col suo cane e godeva un mondo a stare semplicemente presente, anche senza giocare o solo tenendo le carte quando - anche loro - andavano alla toilette. Stava a guardare, versava da bere agli amici troppo occupati nel gioco, e soprattutto a se stesso, godendo di quella casa e di quei compagni importanti come di unalta rendita. Lunico suo segno di distinzione, oltre la barba solenne che portava per nascondere il mento troppo piccolo, era quella frequentazione cos rara e privilegiata che nessun luinese pot mai condividere.

Lavvocato Parietti faceva parte del gruppo per let, per il censo, per le idee e per il modo di vivere; ma non partecipava mai alle sedute notturne perch ogni sera se ne tornava alla sua villa in Valmarchirolo. Riceveva lass gli amici in qualche rara occasione o ai tempi della caccia per mangiate di uccelli e lepri; e li frequentava a Luino, facendo colazione a mezzogiorno con luno o con laltro, quando si fermava per le sue cause in Pretura. Che cosa facessero quei cinque quasi ogni sera nella villa non si sapeva con certezza. Era voce comune che giocassero forti somme e si diceva che il loro gioco fosse il poker e pi raramente lcart. Ma di certo l dentro cera un contatto segreto con lalta politica, con la finanza e (attraverso lHuber e il dottor Raggi) con le cose che accadevano fuori dItalia. I vecchi fascisti di Luino credettero di sapere qualche cosa di pi sul loro conto quando, una notte, col catrame segnarono sui muri esterni delle case dove abitavano, dei triangoli e dei tre puntini. La Massoneria si mormorava, senza che nessuno sapesse che cosa fosse la Massoneria. Ma dopo quella taccia si cominci a capire che doveva essere unassociazione di gente che non andava in chiesa (come i cinque amici), che non aveva rapporti coi preti, e che in oscuri conciliaboli manipolava la sorte del mondo. Quei fascisti che li indicarono per massoni col catrame erano dei dissidenti, cio fascisti poveri e senza cariche. Gente come il Furiga, il Bottelli o lo Spreafico, che non sapevano nulla della Massoneria se non che il fascismo laveva proibita. Gli altri, quelli responsabili, si affrettarono a far cancellare le pennellate di catrame e lincidente fu dimenticato. A pensarci bene il Furiga e i suoi camerati dovevano aver visto giusto nella loro ignoranza, perch era cos stretta lalleanza di quei nababbi e cos impenetrabile la loro vita che qualche legame misterioso doveva esserci sotto; tanto vero che uno di loro, venuto a morte qualche anno dopo, fu prelevato al cimitero da una macchina arrivata da fuori e portato via nella cassa per essere consegnato ai membri di una societ di crematori di cadaveri. Unaltra prova della loro unit sotto i simboli della cazzuola e del martello poteva essere cercata anche nel fatto che il dottor Guerlasca, appena arrivato a Luino, entr subito in quella compagnia, come se si fosse fatto riconoscere con qualche credenziale.

XXIV
Il dottor Guerlasca venne a Luino come medico del reparto tubercolotici dellospedale, ma subito gli fu affidato, per soprappi, lincarico della visita giornaliera alle donne del Casino, tanto che sembrava arrivato pi per quello che per lospedale, almeno ai nostri occhi. La sua macchina alle dieci del mattino stava sempre ferma davanti al cancelletto coperto di lamiera della casa rossa, dove i clienti erano ammessi solo dopo la visita del medico. Il dottor Guerlasca era anche medico delle Carceri e perito della Giustizia. Altezzoso e sprezzante, non guardava nessuno per la strada; non circolava mai a piedi quasi per non farsi avvicinare dalla gente, ma sempre con la sua macchina che era una delle poche del paese. Il suo studio, con vicino lappartamento, era nellantico palazzo Serbelloni, sulla piazza di fronte al lago. Si sapeva che era scapolo; e non si poteva infatti immaginare quale donna avrebbe resistito a vivergli accanto con quel suo carattere e con quellaria sempre disgustata che gli faceva tenere la bocca storta anche quando fumava. Dietro gli occhiali doro aveva due occhi glauchi, fermi e freddi come il lago dinverno. Camminava, quelle poche volte che doveva camminare per traversare una strada o per salire sullautomobile, a passetti corti e col busto eretto, tenendo sempre qualche cosa nelle mani: le chiavi della macchina oppure delle monete. Se aveva avuto delle donne era stato prima di venire a Luino, perch di donne pareva non si interessasse. E quando il Cmola, che con lui doveva avere qualche intesa perch si vedevano qualche volta insieme in automobile, gli propose di prendere come infermiera la Giustina, il dottor Guerlasca rest perplesso. Ma si decise dopo aver visto che la ragazza sembrava pi che adatta a ricevere il pubblico nellambulatorio e a servirlo in casa come cameriera. Dal giorno che la Giustina entr alle dipendenze del medico, il Cmola e il Monaco litigarono spesso per la chiave. Ognuno credeva che laltro volesse servirsi della ragazza due o tre volte di seguito. Invece era lei che voleva metter fine al loro benefizio. E vi mise termine in breve, come abbiamo detto, andando ad abitare al palazzo Serbelloni, nellappartamento del dottore, non pi solo infermiera, ma governante e tutto fare. Fare proprio tutto, perch ne era capace, e perch il Guerlasca aveva una faccia che pareva il diavolo e doveva conoscere la radice di ogni vizio. Se i suoi amici della villa lavessero conosciuto davvero non ci sarebbero state presentazioni sufficienti a farlo entrare nel loro guscio. Ma chi poteva conoscerlo? Solo il Cmola, che nella sua pigrizia andava in fondo a tutte le cose, era venuto a sapere qualche cosa di preciso. A Torino, anni prima, il dottor Guerlasca aveva subito un processo per procurato aborto. Ne era uscito assolto ma infamato; e dopo vari soggiorni in diverse citt dItalia per far perdere il ricordo di quei fatti, se ne era venuto tra di noi a rifarsi una fama di integrit. Fama difficile da costruire e da conservare in un paese dove nulla sfuggiva e dove le cose pi nascoste venivano presto o tardi portate alla luce. La luce che svel i misteri del dottor Guerlasca fu, come vedremo, la pi cruda che sia mai brillata sugli uomini e sugli eventi di quegli anni. La potenza del dottor Guerlasca era andata crescendo di giorno in giorno. Si era agganciato alle autorit provinciali e a grossi gerarchi: un generale della Milizia, un onorevole, un membro del Gran Consiglio. Ormai si parlava di farlo Segretario Politico, dal momento che si era iscritto al partito, certamente daccordo coi suoi amici della villa Huber, che dal giorno in cui trovarono sulle loro case i simboli massonici cominciarono a temere il fascismo. Capivano che sarebbe bastato uno scapestrato qualunque con qualche decorazione per turbare la loro tranquillit. E di questi ce nera uno che era diventato veramente pericoloso: lo Spreafico, un cremonese che si vantava amico di Farinacci, ardito di guerra, legionario fiumano, diciannovista, marciatore su Roma e squadrista. Nelle ricorrenze andava in giro tutto guarnito di teste da morto, con un pugnale e due rivoltelle alla cintola, mostrando una faccia disperata e minacciosa come se per le strade circolassero ancora i nemici del regime. Aveva laria di saperne trovare dovunque di questi nemici, specialmente tra i fascisti dellultima ora e tra i benpensanti.

Non aveva un mestiere preciso. Ex impiegato comunale forse allontanato per intacco di cassa, si affermava sindacalista, assicuratore, rappresentante e diverse altre cose. Ogni tanto andava a Cremona dove aveva abbandonato la moglie, e tornava tutto riscaldato dai suoi colloqui con Farinacci, pronto a fare una nuova rivoluzione nella vecchia rivoluzione, che secondo lui era stata tradita. A Luino era venuto fin dai primi tempi del fascismo ed era stato dei pi attivi nel dare lolio di ricino a qualche emigrante che credendosi ancora in Francia o in Svizzera, e non abituato al nuovo clima, si lasciava scappare anche una sola parola. Si dava per certo che uno dei due martiri fascisti lavesse ammazzato lui per avere la strada libera verso il segretariato politico che poi non gli era toccato. LArmando Spreafico, nonostante le sue bravate, non era mai riuscito a far paura a nessuno; ma vedendo passare gli anni senza che il fascismo avesse pi bisogno di lui, era entrato in un nuovo periodo di virulenza. In mancanza di altri nemici aveva preso di mira il gruppo dei cinque nababbi e andava sostenendo che bisognava purificare laria e spezzare il loro oscuro e malefico potere. Qualcuno che gli dava ragione e lo sosteneva cera, specialmente tra il popolo che guardava con invidia lautorit, in fondo bonaria, di quel consesso. Fu certamente per neutralizzare le mene dello Spreafico che il dottor Guerlasca fece il passo decisivo e chiese liscrizione al partito; ma non solo per questo. Agli occhi degli amici intimoriti la ragione non poteva essere unaltra, e il medico non manc di far capire che si sacrificava per loro, anche se in verit laveva spinto a quel passo la convinzione che oramai il fascismo si era fortificato e sarebbe durato un bel pezzo. Bisognava quindi mettere da parte i pregiudizi se non si voleva, presto o tardi, finire in un angolo. Ex ufficiale nella grande guerra, il dottor Guerlasca ebbe subito un alto grado nella Milizia fascista e cominci a comparire nelle cerimonie bardato come un mulo nei giorni di fiera. Lo Spreafico che era soltanto caposquadra della Milizia, rimase fulminato. Lo salutava romanamente con ostentazione offensiva e in modo niente affatto regolamentare, ma era vinto. E gli amici del dottor Guerlasca, ormai al coperto, incominciarono un altro periodo di tranquillit che doveva durare fino alla loro morte, perch ebbero tutti la fortuna di morire prima della seconda guerra mondiale, nellautunno della loro epoca.

XXV
Rimasto senza bersagli lo Spreafico si dedic ai culattoni, di cui credeva piena Luino, combattendoli a fondo. Li andava a cercare dappertutto. Di sera, lungo i viali o intorno al porto faceva delle vere e proprie spedizioni punitive, spalleggiato dal Furiga e da due Giovani Fascisti. Ne trovava di raro, e per lo pi dei forestieri, perch quelli di Luino si incontravano in luoghi sicuri e non avevano aspettato lo Spreafico per coprirsi. Non potendo sorprendere questi, che pi lo interessavano, si limitava ad inventariarli ed a tenerne aggiornata la lista, in capo alla quale figurava lAldo Torti, tanto noto e scoperto che ormai non nascondeva pi neppure lui la sua inclinazione. Era uno sfrontato che a chi lo prendeva in giro usava rispondere: Minga tucc i gust hin a la menta. Lo Spreafico fin col fare una vittima: il tappezziere e mobiliere Migliavacca, padre di tre figli, che si era lasciato trascinare dal Torti per la strada di quel vizio. Dopo lunghi appostamenti la squadra anti-culo lo sorprese di prima sera, assieme al Torti, sotto un ponte della ferrovia appena fuori del paese. Lo Spreafico aveva unantipatia particolare per quel tappezziere grasso e bonaccione, tutto casa e chiesa, e pensava di colpire in lui la politica clericale, che era unaltra delle sue fissazioni. Quando lo ebbe nelle mani ne fece strazio. Lo port in piazza a pedate, poi lo obblig a consegnargli i pantaloni, e in quella tenuta lo mand a casa di corsa. Il giorno dopo, non ancora contento, espose quei pantaloni davanti al Municipio con un cartello dovera scritto il nome e cognome del tappezziere. Il Migliavacca che aveva sperato dessersela cavata con le pedate della sera prima, quando si rese conto che il suo caso era noto a tutti fu incapace di tornare a casa e di affrontare la famiglia che immaginava al corrente di quellobbrobrio. Vag per tutto il giorno angosciato intorno al paese, poi - verso sera - sintrodusse nel suo laboratorio di tappezzeria e tent dimpiccarsi a una traversa del soffitto con qualche metro della bindella che usava per le tapparelle. Per sua fortuna, se un paio di pantaloni laveva rovinato, un altro paio lo salv. Infatti, quelli che aveva indosso al momento della sua decisione gli si impigliarono in un gancio e lo tennero sospeso, con la bindella al collo come un guinzaglio e le braccia che annaspavano nellaria. Qualcuno entr nel laboratorio e chiam gente. Fu liberato, portato a casa e perdonato facilmente anche dallopinione pubblica, tanto che continu a lavorare e a guadagnare, mentre lo Spreafico, dopo un simile successo, abbandon le sue imprese e sciolse la squadra. Se il dottor Guerlasca avesse creduto sufficiente la carica di Segretario Politico, avrebbe potuto averla in qualunque momento. Ma ormai mirava pi in alto; pare al segretariato federale. Con una simile forza poteva sfidare ben altro che lo Spreafico. Rimase quindi indifferente quando seppe che quel fascistone andava propalando che la Giustina era salita dal ruolo dinfermiera a quello di amante. Iscritta alle Donne Fasciste, la Giustina osava perfino comparire alle cerimonie, e una volta, a Voldomino, ebbe lonore di inaugurare il gagliardetto di una sezione. Con la gonna nera pieghettata e la camicetta bianca faceva la sua figura, e nessuno si permetteva di malignare. In Valcuvia era addirittura diventata unautorit; e quelle poche volte che ci andava riceveva gli omaggi dei fascisti di campagna che si gloriavano di lei come di una eroina. La ragazza poteva dirsi arrivata in alto. E avrebbe fatto altra strada, nella scia del dottor Guerlasca, se non avesse avuto la debolezza di portarsi dietro un peso di giovent. Questo peso era il Monaco, che allinsaputa di tutti, e naturalmente anche del Cmola, si era mantenuto nelle sue grazie. Di notte, quando il medico era con gli amici nella villa in riva al lago, il Monaco entrava nellatrio buio del palazzo Serbelloni e sinfilava come un ladro su per la scala. La Giustina lo aspettava dietro la porta dellappartamento. Unora dopo, o al minimo allarme, il Monaco usciva dalla finestra di un ripostiglio sul dietro del

palazzo e si calava in un giardino. Erano solo tre metri daltezza e un pluviale sostenuto da grosse staffe di ferro gli faceva da scala. Dal giardino, recintato da un muro basso, usciva nella strada retrostante che a quelle ore di notte era sempre deserta. La faccenda durava da un pezzo senza incidenti. Il Monaco agiva con prudenza, andando prima a vedere se la Fiat 514 era davanti alla villa Huber, accertandosi che nessuno lo vedesse entrare dal portone e soprattutto trattenendosi solo il puro necessario in casa del Guerlasca. Sapeva che la Giustina era lamante del medico, ma non se ne adombrava. Gli pareva anzi un successo condividerla con un simile uomo, tanto pi che la parte pi sostanziosa della ragazza toccava a lui, e se ne accorgeva dal trasporto che essa gli dimostrava, costretta come era a riversare su di lui gli ardori che il Guerlasca non poteva certo spegnere alla sua et. Nulla avrebbe mai turbato quellandamento regolare delle cose, se un giorno la Giustina non si fosse accorta di essere incinta. Lo disse subito al dottore che in un primo momento gongol dalla gioia. A sessantadue anni era stato capace di procreare! Ma poi, a mente calma, cap che con quella paternit a Luino era spacciato. Sent il ridicolo della situazione e immagin la perplessit dei suoi amici. Mandare la Giustina a partorire lontano non era che un rimedio provvisorio, perch presto o tardi bisognava tirar fuori questo figlio. Non restava che far fagotto e andarsene con la Giustina incinta, come un nuovo San Giuseppe, in cerca dun altro asilo. E come poteva lasciare la nicchia, anzi il trono che Luino offriva alla sua ambizione? Come avrebbe potuto rifarsi una vita, e cos comoda come quella che godeva da qualche anno? Il dottor Guerlasca non impieg molto a capire che lunico rimedio a quel guaio era laborto. Gli faceva orrore la sola parola, dopo ci che gli era accaduto a Torino, ma non vedeva altra soluzione. Ricordava larresto, la scarcerazione in libert provvisoria, il processo e l'assoluzione strappata per miracolo. E se tutto questo lo faceva tremare, da un altro lato lo confortava la considerazione che a Luino nessuno avrebbe avuto il coraggio di mettersi contro di lui, quandanche le cose fossero andate male. Perch poi dovevano andar male? La Giustina era giovane e sana e la gravidanza non era che al primo mese e tuttal pi sarebbe arrivata al secondo, tanto per esserne proprio certi. Ne parl alla Giustina e la trov propensa a quella soluzione sbrigativa. Anche per lei era duro affrontare le conseguenze di una maternit. A meno che il dottore non si decidesse a sposarla; cosa che non era neppure da pensare. Chi se limmaginava il dottor Guerlasca vestito di scuro con la Giustina al braccio davanti alla chiesa? Lo Spreafico sarebbe morto dalla gioia. Eliminata senza neppure considerarla la possibilit del matrimonio, e avuto il consenso della Giustina, al dottore non restava che decidere il giorno delloperazione e preparare gli arnesi. And a Milano a comperare qualche strumento da ginecologo che non aveva, ricapitol pi volte nella sua testa il procedimento delloperazione, scorse anche un trattato e fin col rendersi conto che tutto sarebbe andato bene. Lasci passare un intero mese nella speranza dun errore; ma quando dovette confermarsi in quella diagnosi cos sgradita, fu preso dalla fretta. Freddo come sempre, una sera a tavola disse alla Giustina che quella notte, al suo rientro, in cinque minuti lavrebbe liberata. Le fece predisporre cotone, garze, acqua bollita, tintura di jodio, e una siringa pronta per liniezione coagulante. Non le fece vedere i cucchiaini che avrebbe usato per il raschiamento e che lavrebbero spaventata, e neppure il mostruoso divaricatore che gli avrebbe aperto la via alloperazione. Date tutte le disposizioni, and a fare la solita partita con gli amici.

XXVI
Era una notte di marzo con un po di vento e il lago, in crescita, batteva i muraglioni del Metropole e si insinuava, da invisibili fessure, nelle cantine dove pi nessuno giocava. Sul paese passava laria ancora fredda delle montagne ma gi inumidita di qualche vapore delle valli e dolce al respiro. Si affacciarono dopo mezzanotte a respirarla sulla soglia della villa Huber i cinque amici che per lultima volta erano ancora tutti insieme dopo una bella partita. Scesero il vialetto di ghiaia lentamente, poi lo Stevenun chiuse il cancello e torn indietro. Il dottor Raggi svolt verso la sua villa che era vicinissima, stringendosi al petto il loden e abbassando il capo contro una folata di vento. Il cavalier Ortelli infil il viale lasciando libero il cane che corse subito al primo platano, poi gli torn vicino, e prese a camminargli di fianco. Dallaltro lato gli camminava lavvocato Terruggia, abbandonato sulle gambe a causa della sua gotta. Ultimo si avvi con la sua macchina il dottor Guerlasca. Ma non and a casa. Era soltanto luna di notte e voleva aspettare allaperto lora che aveva fissato per la sua fattura. Sentiva di aver bisogno daria; e per respirarne quanto pi poteva and fino a Germignaga e si spinse con la macchina sullantico molo di attracco del battello che si protende come una lingua nel lago a chiusura del golfo. Usc dalla macchina e and ad appoggiarsi, come il capitano di una nave, alle traverse di ferro del pontile abbandonato. Aveva dintorno il lago che sobbolliva sotto il vento, e vedeva a destra le poche luci di Luino che ammiccavano. Lontano distingueva le luci di Maccagno e quelle di Brissago, in Svizzera. Poi seguiva con lo sguardo una costa nera e senza lumi, fino a Cannero che aveva una riga regolare di lampade sul lungolago, nette nel buio a sei chilometri di distanza. Alla sua sinistra le luci pi vicine erano quelle di Ghiffa o di Intra, e sul fondo - in una nebulosa - gli pareva di distinguere quelle di Stresa. Nessun pensiero gli attraversava la mente. Cercava soltanto di identificare la posizione delle luci nel buio, come per un gioco. E intanto respirava, a pieni polmoni, quasi volesse far riserva di fiato. Dopo una buona mezzora non riusc pi a non pensare a quello che lo aspettava; e sent anche freddo, improvvisamente. Rientr nella macchina e lentamente ritorn in paese. Erano forse le due quando pass davanti al Metropole, chiuso e silenzioso. Lo videro il Cmola e il Bottelli che uscivano dalla casa del Rimediotti. La macchina svolt e si diresse verso il garage. Usc subito il Guerlasca coi suoi passetti corti e and al portone giocando con le chiavi di casa nelle mani. Unora prima, dal giardino dietro la casa era saltato in strada il Monaco al quale la Giustina aveva voluto riferire tutto. Anche lui era daccordo per laborto, bench fosse quasi convinto dessere lautore della gravidanza. Quasi: perch nessuno poteva escludere che anche il Guerlasca ne fosse stato capace. Quando per quella sera sent che loperazione si faceva qualche ora dopo, rimase conturbato. La Giustina lo port a vedere lambulatorio gi predisposto, con i ferri sopra un tovagliolo pulito, le bacinelle, le garze, il cotone e tutto larmamentario. Gli si agghiacci il sangue, e voleva quasi portar via la Giustina sui due piedi per andarla a sposare in Valcuvia. Fu la ragazza a persuaderlo che ormai era meglio lasciare che le cose andassero per il loro verso. Ma il Monaco, salutata la Giustina, non and a dormire. Si appost sulla scaletta esterna di una rimessa, seduto sullultimo scalino da dove poteva vedere le finestre posteriori del palazzo Serbelloni e quindi quella dellambulatorio del dottor Guerlasca. Voleva seguire in qualche modo loperazione. Era seduto lass quando il dottor Guerlasca di ritorno dal suo garage gli pass proprio sotto. Ma dovette attendere quasi due ore prima di vedere la luce alla finestra dellambulatorio. Il Guerlasca aveva ritardato loperazione per curare tutti i preparativi ed anche perch si sentiva soffocare da una certa difficolt di respiro. Forse era il vento che aumentava; non certo lemozione. Prese tuttavia per precauzione alcune gocce di strofanto: poteva essere il cuore. Verso le quattro, spenta una sigaretta a met quasi fosse scoccata lora prescritta, lav accuratamente le mani, le disinfett, e fatta accomodare la donna sul lettino dellambulatorio nella posizione adatta, cominci a lavorare. Il Monaco dal suo osservatorio vide scendere la tapparella della finestra fin quasi al davanzale.

Rest illuminata solo una fessura dietro la quale i vetri erano spalancati perch il Guerlasca aveva bisogno di aria. Quando si sarebbe spenta quella luce, pensava il Monaco, voleva dire che tutto era a posto. Intanto il medico era arrivato, dopo i preliminari, al vivo delloperazione. Ma le sue mani che quella stessa notte avevano tenuto le carte senza il pi piccolo tremito, cominciarono a diventare malferme. Si ricord di Torino e della paura di allora. Cacci via il pensiero e and avanti. Subito cominci a sgorgare del sangue. Ci sarebbe voluto un aiuto, qualcuno che tamponasse, che facesse coraggio alla Giustina, che la tenesse un po ferma. La ragazza, tutto quel che poteva fare era di non urlare. Ma si contorceva sul lettino, si lagnava con un filo di voce, chiamava la madre, invocava la Madonna. Gi negli ultimi giorni si era pentita di aver accettato la proposta del medico, e avrebbe voluto spingere il Monaco, che per lei era il vero autore di quel guaio, a sposarla. Ma le era parso che con laborto il suo legame col medico sarebbe diventato definitivo; e il Guerlasca era una colonna alla quale ci si poteva appoggiare, mentre il Monaco non era che un commesso di drogheria. E poi, quella dellaborto, era la soluzione pi semplice. Pi semplice a pensarla; ma ora, venuto il momento, un terrore invincibile la prendeva alla gola. E non cera nessuno. Il dottore le sembrava distante, muto comera e indaffarato ai suoi piedi. Dintorno non cerano che le pareti, illuminate di riflesso dalla luce che sfuggiva da un piccolo proiettore puntato verso il suo ventre. Il quadro con la laurea del dottore rifletteva nel vetro locchio infuocato della lampada e qualche cosa di bianco che si muoveva. Laltro quadro, sulla parete opposta, con un diploma di specializzazione, era buio e con un lieve ondeggiamento del vetro, come la superficie del lago di notte. Il dolore era insostenibile e sembrava che le strappassero le viscere, che delle tenaglie e non dei coltellini lavorassero nel suo corpo. Si lasci andare sfinita e fece un piccolo balzo in avanti. Il Guerlasca moll distinto il cucchiaino dal lungo manico col quale stava cercando lescrescenza contro la parete dellutero. Ma ebbe la sensazione daverlo mollato troppo tardi e di averlo sentito affondare col suo labbro tagliente nella carne. Quando prov a ritirarlo si accorse che faceva resistenza. Forz un poco: bisognava pur toglierlo. Un fiotto di sangue lo investi in pieno petto. Gi da qualche minuto il cuore aveva cominciato a battergli furiosamente, ad assordarlo, a fargli ballare la vista. Respirava a fatica, con quello strumento in mano, fissando il sangue della Giustina che aveva preso a scorrere in un rivolo fra le sue ginocchia. Il ferro gli cadde di mano. Si port i pugni al petto e scivol lentamente dal seggiolino smaltato, poi - perso lequilibrio - rotol tra le gambe del lettino. Gli usc di bocca un rantolo e non si mosse pi. La Giustina sent che qualche cosa di grave accadeva, ud il rantolo, si sporse e vide una gamba del dottore che usciva da sotto il lettino. Non pot pi tenere un urlo e si lasci scivolare per terra sulle ginocchia. Incurante del sangue che continuamente colava, scosse il dottore, lo chiam, lo guard a lungo negli occhi che gli erano rimasti aperti dietro gli occhiali doro, e finalmente cap che era morto. Il Monaco che si era quasi addormentato in cima alla scaletta col capo sulle ginocchia, ud distintamente lurlo della Giustina. Si turb, ma non sentendo altro pens che si fosse trattato del momento di dolore indispensabile, come quando si cava il dente, e che ormai il pi era fatto. Alla mente della Giustina non si present nessuna via duscita. Sentiva il suo sangue scorrere caldo sulle gambe e si meravigliava di avere la forza di reggersi, di muoversi. Forse avrebbe potuto chiamar gente, spalancare le finestre e chiamare aiuto. Non immaginava che il Monaco era l, di fronte a lei. Davanti non aveva che quel cadavere e il suo sangue che disseminava da tutte le parti. Cap che anche per lei era questione di pochi minuti. Lemorragia le portava via la vita lasciandole solo il tempo di vedere tutto lorrore di quella scena con la quale si chiudeva la sua storia di ragazza di campagna venuta a far fortuna a Luino. Fugg dalla stanza verso il corridoio e incespic nel filo del riflettore che cadde e si spense. Il Monaco, dallalto della sua scaletta, vide sparire la luce alla fessura della finestra. Siamo a posto pens. Si alz in piedi, sgranch le gambe e discese sulla strada. Diede un ultimo sguardo alle finestre tutte scure del palazzo Serbelloni e si avvi in salita verso casa sua.

In quel momento la Giustina, rimasta nel buio del corridoio davanti alla porta duscita sul pianerottolo, ebbe la visione del lago notturno che si muoveva sotto il vento. Sent il lagno delle piante investite dalle raffiche e pens di correre allaperto, al lago, per spegnervi dentro il calore che le cresceva nel corpo e la sua stessa vita, forse nellillusione che le correnti la portassero via verso un abisso dove nessuno avrebbe mai potuto trovarla. Strapp dallattaccapanni un camice bianco, lo infil sul corpo nudo e usci per le scale. Attravers la strada sotto la luce dei fanali. Giunse nella zona dombra sotto glippocastani e si trov contro il parapetto. Sotto, il lago era un tappeto flottante. Erano forse le quattro e mezzo del mattino. Usciva in quellistante dalle torrette del porto una barca da pesca avviata verso la foce del Tresa. Aveva a bordo il Terrani e il Lischetti: uno remava in piedi con lo sguardo in avanti, laltro districava a tastoni nel buio il filo della tirlindana. Il Terrani, che remava, ud un tonfo e gli parve di vedere qualche cosa di chiaro sotto il muraglione. Pens alla bricolla di qualche contrabbandiere inseguito dalle guardie e vir verso il terrapieno nella speranza di una pesca pi redditizia di quella che andavano a fare di cos buon mattino. Giunto con poche remate al posto giusto, ripesc con laiuto del compagno la Giustina che sembrava morta. Ritornarono subito in porto, cominciando a chiamare gente mentre ancora remavano. Accorse il Protaso, che vittima dellinsonnia spesso usciva di casa a quelle ore in attesa di bere il primo grappino. Un momento dopo usc il padrone del Caff Clerici che aveva sentito gridare i pescatori, sopravvenne una guardia di finanza, poi un prestinaio della via dei Mercanti che si alzava a fare il pane. Il Tetn spalanc la sua finestra verso il porto e vi comparve in camicia da notte. Domand a gran voce cosera successo; e quando sent che si trattava di annegamento, richiuse e torn a letto. Si era sposato da poco, e dopo la lettera dellavvocato Citrone temeva sempre le cattive notizie. Finalmente, chiamata da qualcuno o capitata per caso, arriv una macchina e la Giustina, sempre per morta, fu portata allospedale. Solo verso le dieci fu in grado di parlare, proprio nel momento in cui i vicini di casa del dottor Guerlasca avevano trovato il coraggio di entrare nellappartamento dietro la scia di sangue che la Giustina aveva lasciato per terra. Lo spettacolo che videro era terrificante e inspiegabile. Si spieg pi tardi quando la Giustina, alla quale il tuffo nellacqua fredda aveva fermato lemorragia, cominci a raccontare. Per otto giorni gli amici del dottor Guerlasca non si videro pi in giro. Lo scandalo era cos grande che non trovava commenti adeguati. I preti ci avevano visto la mano di Dio, lo Spreafico la mano del destino; ma la mano vera che cera stata in tutta la faccenda era quella del Monaco e nessuno lavrebbe mai saputo. La conclusione fu che tre mesi dopo il Monaco sposava la Giustina e andava con lei ad aprire una drogheria a Baveno.

XXVII
Nessuno parlava pi di quella tragica notte sulla quale era scesa una tenda di silenzio. Neppure lo Spreafico ebbe il coraggio di servirsene per continuare, ora che sarebbe stato facile, la persecuzione contro i quattro nababbi superstiti. Sembr, di colpo, che si fosse toccato il limite di un gioco durato troppo tempo. Qualcuno si domandava se cera qualche cosa che contasse pi di quel gioco che dilagava ormai fuori di noi e si faceva sempre pi complicato. Si cominciava a capire che le carte erano un rimedio, uno scampo a uninquietudine che premeva sempre pi dintorno e un giorno ci avrebbe presi nel suo giro. Cosa fosse nessuno se lo chiedeva. Altri eventi erano nellaria. Il capitano Dario Cometta che era stato a Roma per un rapporto dellOpera Nazionale Balilla, torn pieno di notizie: il Negus era spacciato, Mussolini da un giorno allaltro avrebbe dichiarato guerra. Si andava tutti in Africa a conquistare un impero. Quellestate incominci, coi pozzi di Ual-Ual, la guerra di Abissinia. Subito i vecchi fascisti fecero domanda di andare volontari; lo Spreafico, il Queroni, il Furiga, il Bottelli, furono i primi. Dietro di loro andarono molti altri, chi per spirito davventura, chi per noia, chi per tornare vincitore a farla fuori coi rimasti. A Luino rimasero in pochi nei caff dove il Cmola si aggirava pensieroso. Il gioco, come per prodigio, era diventato libero. N il Commissario di Pubblica Sicurezza n i Carabinieri si curavano pi di far rispettare una legge che sembrava superflua tanto era imminente la ricchezza della nazione. Ma i giocatori erano scomparsi in guerra o dietro qualche lavoro. I pochi che restavano non avevano pi mordente. Il Cmola pens di risvegliare gli appassionati e di farne dei nuovi tenendo in permanenza un banco di baccarat a due tableaux. Alle nove di sera era gi seduto a capotavola nella saletta del Metropole, sotto gli occhi di tutti, col lungo mazzo davanti e la mano posata sul tappeto. Appena comparivano i primi clienti dava carte, secondo la regola, prima a destra e poi a sinistra e quindi al banco. Stimolava le puntate, aspettava con le dita sulla prima carta laquilotto che gli pioveva da uno entrato in quel momento o dallo Sberzi che cercava di aiutarlo, poi finiva di servire, abbatteva le sue carte, rispondeva alle richieste della punta e pagava o incassava come un vero croupier. Andava avanti cos da qualche settimana, quando una sera di particolare magra giudic colma la misura. Aveva davanti una muta duna decina di nuovi giocatori che stavano con le mani in tasca a guardarlo, freddi e quasi schifati. Puntavano ogni tanto e solo somme irrisorie. Proprio quella sera il Cmola infilava le serie una dopo laltra. Col gioco duna volta si sarebbe fatta una piccola fortuna. Invece gli toccava battere di nove per raccogliere delle miserie. Davanti ad una serie che era giunta al settimo colpo le puntate cessarono e i giocatori stettero a guardarlo con compassione. In quel momento entr il Rimediotti che si avvicin al tavolo. Gli bast unocchiata per comprendere la situazione e chiese banco. Il banco di novanta lire annunci il Cmola col disgusto nella voce. Con un disgusto ancora maggiore il Rimediotti gli rispose: E chi le ha novanta lire! Ma cosa succede? chiese il Cmola. Sono finiti i danari in Italia? E cos dicendo raccolse le carte gi uscite, le mise insieme a quelle del mazzo e a passo calmo and verso la terrazza. Nessuno lo segu; e il Cmola, credendosi guardato da tutti, con un largo gesto le gett nel lago, restando a fissarle mentre a cavallo delle piccole onde si avviavano lentamente lungo il filo di corrente che rade il muraglione. Il gioco gli era finito nelle mani, per esaurimento, come una cosa vana; e le carte se ne andavano al largo, tutte insieme, come una processione di piccole anime rassegnate. Non gli restava pi che il Rimediotti, e lo trovava ogni mattina al Caff Clerici, seduto sotto il porticato con davanti il giornale. Gli sedeva di fianco e gli leggeva i titoli pi grossi di sopra le spalle. La guerra andava bene. Passava allora con lo sguardo alla calata del porto dove lAmedeo verniciava una barca, o se ne

stava assorto a fissare i riflessi del sole sotto i moli. Se volgeva gli occhi verso il paese vedeva la facciata in ombra della mia casa, con le sue due scalee di granito e le finestre aperte allaria del lago. Di fianco alla casa si apriva, vivida di qualche squarcio di sole sulle cimase e addolcita in basso dal riflesso, la via dei Mercanti. La vecchia via scendeva al porto in cinque o sei segmenti, vagamente allineati in una stretta prospettiva dove si confondevano balconi, finestre e ballatoi. Tutta piccola gente del borgo si muoveva dentro e fuori dalle botteghe e la mattina girava lungamente a ventaglio sulla piazza. Finito di leggere il giornale, il Rimediotti rivolgeva la parola al Cmola. Parlavano lentamente, a tratti, fino al suono di mezzogiorno. Poi se ne andavano appaiati ed erano due ombre nere nel sole che inondava la strada. Dopo un paio di mesi arrivarono le prime notizie. Il Queroni, che aveva ormai quarantanni e se nera tolto pi duno per partire coi giovani, era morto nel porto di Massaua o di Mogadiscio per un colpo di sole, prima di metter piede a terra. Il Furiga sul finire della guerra era stato catturato dai Galla-Sidama. Salv la vita ma non ebbe la stessa fortuna del pazzo Brovelli. Il Bottelli, fuochista del Municipio di Luino, divenne autiere al servizio di un ufficiale superiore ed entr per primo in Addis-Abeba; ma a Luino non torn pi a meno che non torni da un giorno allaltro. Torn con gli altri lo Spreafico, ma senza nuove medaglie. In Abissinia si era contentato di cercare loro, credo sui campi di battaglia, perch port a casa una provvista di orologi e di anelli dogni genere che and vendendo di soppiatto per molti anni. Si riprese a vivere senza sapere di vivere. N il gioco n la guerra ci erano serviti a qualche cosa. Tutto era passato su di noi, da una primavera allaltra, senza lasciarci un segno di salvezza o di speranza. Di tutti quei giocatori, di tutta quella giovent, non ci fu nessuno, tranne i morti, a cui riuscisse il sogno di evadere dal paese, di andarne fuori in ogni senso eppure di non perderlo, come non si pu perdere la memoria dei primi anni di vita. I pi lontani, quelli annidati in fondo alle Americhe o nel cuore dellEtiopia, al pari di quelli che sono vicini, a Milano o in altri luoghi conosciuti, sentono di non essersi liberati da una specie di peso o di intoppo che la vita del paese ha lasciato in loro. Non si sa se questo sia un bene o un male. Si sa soltanto che un velo oltre il quale potrebbe aprirsi la vera vita, se si potesse capire com la vera vita. Un poeta o un pittore che nascesse qui inosservato e prima di legarsi allambiente volasse via, forse troverebbe la strada della liberazione. Ci sar stato qualcuno che lha trovata, come Bernardino che dipingendo in tanti luoghi diversi ha sempre ricomposto questo paesaggio, mescolandolo ad altre cose del mondo. Ci sar certamente stato fra di noi, senza che ce ne accorgessimo, qualcuno a cui riuscito di evadere in un modo che a nessun altro mai stato possibile. Lo aspettiamo di ritorno, un giorno o laltro, perch ci racconti la sua storia.

NOTA Dovrebbe essere inutile dichiarare, con le formule duso, che i luoghi, i personaggi e i fatti di questo romanzo appartengono al mondo della fantasia, e non sono che il supporto casuale dellinterpretazione di unepoca e di realt di carattere essenzialmente poetico. Ma per evitare ogni equivoco lo dichiaro formalmente, e preciso che Luino non deve essere cercata sulle carte geografiche o nellelenco dei Comuni dItalia, ma in quellaltra ideale geografia dove si trovano tutti i luoghi immaginari nei quali si svolge la favola della vita. LAutore