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associazioneAlessandroBartola

studi e ricerche di economia e politica agraria

agriregionieuropa
Anno 9, Numero 33
Sommario Editoriale
Il tema La domanda di terra in Italia tra spinte speculative e usi multipli
Andrea Povellato, Giorgio Osti

Giugno 2013

Editoriale
1

Corsa alla terra


Paolo De Castro, Felice Adinolfi, Fabian Capitanio, Salvatore Di Falco, Angelo Di Mambro

Il consumo di suolo agricolo in Italia: una valutazione delle politiche


Angelo Frascarelli, Eleonora Mariano

Affitto e contoterzismo tra complementarit e competizione


Andrea Povellato, Davide Longhitano, Davide Bortolozzo

10

La ricomposizione fondiaria in Italia: profili giuridici


Nicoletta Ferrucci

14

Propriet della terra ed impresa agricola: i nodi della politica tributaria


Antonio Cristofaro

18

Gaia, la terra in cooperativa


Angela Solustri, Franco Sotte

21 24

Azionariato fondiario e gestione collettiva: una Terre de liens" italiana?


Valentina Moiso, Elena Pagliarino

La nuova Pac e i processi di ricomposizione fondiaria in Sardegna


Antonello Podda

28

Le diverse vie del ritorno alla terra nel bellunese


Chiara Zanetti

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Ritorno alle terre alte: ladozione di terrazzamenti in abbandono nel Canale di Brenta
Luca Lodatti

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Scacco alloasi
Anna Natali

41 43

Scade in questi giorni il semestre di presidenza irlandese al Consiglio dellUnione Europea. il termine entro il quale si dovrebbero concludere due processi fondamentali per il futuro dellUE e dellagricoltura: quello del bilancio pluriennale 2014-20 e la riforma della Pac. Mentre scriviamo, in svolgimento il Consiglio agricolo del 24-25 giugno in Lussemburgo, ed significativo che nessuno sia in grado di avanzare previsioni sullesito del confronto. Troppe sono ancora le questioni controverse, anche se la discussione nel trilogo, in questi mesi, stata serrata e impegnativa. Ormai, daltra parte, incombono le elezioni tedesche (22 settembre) e non sono tempi, questi, per aperture. Ci significa che, a parte lo slittamento di un anno gi messo in conto per il 1 pilastro, si rischia di non partire, o partire in grave ritardo, anche con lo sviluppo rurale. La previsione che ci sentiamo di avanzare che, sia pure in zona Cesarini, si arriver ad una decisione sui due tavoli: bilancio e Pac. Non arrivarci sarebbe per lEuropa una sconfitta pesantissima che tutti vorrebbero evitare. Ma sar una decisione di compromesso, con molti punti ambigui, molte concessioni a destra e manca, e un impianto ancora pi inadeguato ai bisogni e ai tempi di quanto gi non fosse nelle proposte iniziali della Commissione. Forse proprio la Commissione, per favorire la conclusione del processo ed anche per sottrarsi alla posizione marginale cui stata costretta nel trilogo, potrebbe avanzare la proposta di una revisione di mezzo termine tra due-tre anni. Il Parlamento europeo si gi pronunciato, invitando la Commissione a farlo per rivedere il bilancio poliennale nel 2016. Non sarebbe la prima volta: la riforma Fischler si fece nella mid term review del 2003 e fu completata con lHealth Check nel 2009. Passate le elezioni tedesche, rinnovati nel 2014 il Parlamento europeo e la Commissione (che scadono rispettivamente in maggio e in ottobre), e con meno pressione, si spera, per la crisi economica di oggi, tra un paio di anni potrebbero forse presentarsi le circostanze per una riforma della Pac pi coerente e adeguata. Nei tempi in cui viviamo non conviene farsi illusioni. Se una conclusione sar trovata, sar effimera e non risolutiva. Meglio, allora, preparare le analisi e le idee per una ripartenza, in condizioni migliori, tra qualche anno, avanzando proposte e valutazioni che guardino ben oltre le attuali diatribe su testi regolamentari in ogni caso deludenti. La rubrica Il Tema di questo numero, curata da Andrea Povellato e Giorgio Osti, tratta della terra, dei rapporti proprietari e duso, delle forme di trasferimento, delle forme di gestione, delle buone (e cattive) pratiche che la riguardano. Questi rapporti si mescolano in complesse combinazioni e nel tempo evolvono, come documentato dalle numerose testimonianze, alcune delle quali sono qui raccolte, portate al convegno di Rovigo su Corsa alla terra (anche) in Italia del 15-16 marzo scorso che Agriregionieuropa ha contribuito a realizzare.

Il progetto pilota voce alle aziende nella valutazione in itinere del Psr Liguria 2007-13
Virgilio Buscemi, Francesco Licciardo, Ornella Mappa Felici, Francesco

Il ruolo difensivo dellagricoltura conservativa in Puglia


Anna Paola Antonazzo, Caterina Mariantonietta Fiore, Francesco Cont De Lucia,

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La domanda di terra in Italia tra spinte speculative e usi multipli


Istituto Nazionale Economia Agraria Andrea Povellato, Giorgio Osti

Energia in ettari
Debora Cilio

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La domanda di terra in Italia: il progetto della Fri-EL Green Power in Etiopia


Desiree Quagliarotti, Eugenia Ferragina

Il contributo della collettivit alla riduzione dello sprawl nei contesti a forte urbanizzazione
Valentina Cattivelli

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[segue]

Il tema dell'assetto fondiario e della gestione delle terre agricole ha assunto negli ultimi anni una rilevanza a livello mondiale che da tempo non si ricordava. L'evoluzione tumultuosa delle economie meno progredite e le prospettive di ulteriori incrementi demografici hanno segnato in modo particolare gli scambi commerciali e la domanda di prodotti agricoli con conseguenze in parte inattese anche per il fattore

Sommario [continua] Approfondimenti


Modellizzazione delladozione di sistemi di mungitura automatici in Noord-Holland
Matteo Floridi, Fabio Bartolini, Jack Peerlings, Nico Polman, Davide Viaggi

agriregionieuropa
63

"Tra crisi e sviluppo: quale ruolo per la Bioeconomia?"


Paolo Sckokai, Marco Zuppiroli

66

I principali indirizzi per la valutazione dei Psr nel periodo 2014-20


Roberto Cagliero, Simona Cristiano

67

Le aree agricole ad alto valore naturale in Italia: una stima a livello regionale
Antonella Trisorio, Flora De Natale, Giuseppe Pignatti

70

Linee-guida per la valutazione sistematica della filiera corta delle biomasse legnose a fini energetici
Mauro Masiero, Pettenella Nicola Andrighetto, Davide

74

Strategie e pratiche di sovranit alimentare in Africa


Ada Cavazzani, Maria Luisa Bevivino

78

Politiche e pratiche di sovranit alimentare


Isabella Giunta, Annamaria Vitale

81

Schede Bio-based and Applied Economics (Bae, numero 4/2013)


Davide Viaggi (direttore)

64

Quando una fattoria sociale anche luogo di sperimentazione e ricerca


Alfonso Pascale

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Prima della pubblicazione, tutti gli articoli di AGRIREGIONIEUROPA sono sottoposti ad una doppia revisione anonima

Realizzazione e distribuzione: Associazione Alessandro Bartola Studi e ricerche di economia e di politica agraria In collaborazione con Inea - Istituto Nazionale di Economia Agraria Spera - Centro Studi Interuniversitario sulle Politiche Economiche, Rurali ed Ambientali Periodico registrato presso il Tribunale di Ancona n. 22 del 30 giugno 2005 ISSN: 1828 - 5880 Direttore responsabile Franco Sotte Comitato scientifico: Roberto Cagliero, Alessandro Corsi, Angelo Frascarelli Francesco Pecci, Maria Rosaria Pupo DAndrea, Cristina Salvioni Segreteria di redazione: Valentina C. Materia Editing: Davide Benedetti, Giulia Matricardi, Marco Renzi

terra. In un certo senso quasi naturale che la terra - il principale fattore produttivo in ambito agricolo - sia diventata oggetto di interesse da parte di investitori privati e istituzioni pubbliche animati da diverse finalit: dalla preoccupazione per la sicurezza alimentare alla ricerca di nuove occasioni di investimento. Accaparramento delle terre (land grabbing) e nuove opportunit di investimento (land deal), sfruttamento delle terre per la produzione di biocarburanti e gestione sostenibile delle pratiche agricole sono termini ricorrenti nel dibattito internazionale, dove visioni diverse si confrontano su quale sia il futuro pi auspicabile per l'uso delle terre agricole (De Castro et al. in questo numero). In Italia non esiste una corsa alla terra nei termini del land grabbing, cos come sta accadendo in vaste aree del sud del mondo. Eppure la pressione sulla terra si mantiene costante al di l dei cicli economici. Dopo alcuni anni di crisi economica la domanda di terra non sembra essere crollata come successo per le costruzioni; e cos anche il suo prezzo rimasto pressoch stabile. Malgrado una attivit di compravendita sempre piuttosto scarsa, la terra rimane un bene rifugio di sicuro interesse per gli investitori (e tra loro primeggiano gli agricoltori). I prezzi della terra piuttosto elevati (in molti casi largamente superiori ai 50.000 euro per ettaro) soprattutto per i terreni dotati di buona fertilit e adeguate infrastrutture rendono sempre pi difficile l'accesso alla terra per i giovani e per gli imprenditori pi dinamici. Pur nella costanza, la pressione che si registra sulla terra in Italia non cessa di rinnovarsi; sorgono nuove attenzioni, richieste, bramosie che per mantengono forti ambivalenze: da un lato si punta alla conservazione del bene, si pensi a tutto il movimento sul blocco del consumo di suolo (Frascarelli in questo numero), dallaltro si mira ad uno sfruttamento esasperato, tali sono ad esempio le colture dedicate alle agro energie (Cilio, Quagliarotti in questo numero). Le ambivalenze pi forti si registrano nelle aree periurbane sulle quali insiste non solo una domanda di verde, di orti e di prodotti agricoli di qualit, ma anche di spazi per infrastrutture siano esse strade tangenziali o impianti per incenerire i rifiuti (Cattivelli in questo numero). Nei centri urbani come nelle aree marginali la pressione non esiste, anche se per ragioni diverse. Nei centri storici non vi sono progetti di abbattimento di edifici per lasciar spazio ad aree verdi, nelle aree remote la domanda quasi zero perch in via di rapido spopolamento. Comunque, interessante notare in entrambi i casi un certo movimento per la riqualificazione rispettivamente di aree industriali dismesse delle citt o di borghi rurali sperduti. Infatti le uniche novit che si registrano nel panorama delle citt italiane sono le riqualificazioni di ex siti industriali, convertiti a quartieri residenziali, centri culturali, poli sportivi. Molto pi sommesso, anche perch i valori in gioco sono pi modesti, il movimento per la riqualificazione di borghi rurali semiabbandonati. In questo caso la destinazione duso era (la crisi evidentemente ha colpito anche questo fenomeno) quella di abitazioni per stranieri ricchi o convivenze ispirate a principi ecologici (eco-villaggi). Nel caso delle aree marginali non da trascurare la rivitalizzazione di piccole borgate da parte di stranieri poveri (Osti e Ventura, 2012). Le ambivalenze si mantengono se ci spostiamo dallaspetto funzionale cosa viene chiesto alla terra di fornire agli assetti proprietari e gestionali. Da un lato vi un lento, lentissimo processo di ampliamento della maglia poderale (Povellato, 2012). In tutti questi anni le imprese agricole attive sono calate di numero e parallelamente sono riuscite ad ampliarsi. Il processo stato rallentato da fattori interni ed esterni allagricoltura. Quelli interni riguardano forme modulate di parttime agricolo, con occupati in settori extragricoli che hanno mantenuto la capacit di coltivare in proprio un appezzamento di terreno. La qual cosa si avverata un po in tutti i segmenti del primario, forse con la sola eccezione dellallevamento. I fattori esterni riguardano il processo di diffusione extraurbana della residenza. Lurbanizzazione arrivata ad anelli assai lontani dai centri urbani. Borghi rurali periurbani sono diventati area residenziale privilegiata. Il podere agricolo quasi sempre fornito di abitazione stato riattato per popolazioni senza alcun legame con lattivit agricola. A causa di questi fenomeni la propriet della terra si mantenuta frammentata. La volont di tenersi il pezzo di terra con annessa, quasi sempre unabitazione, anchessa spezzettata a causa dei passaggi ereditari ha favorito la formazione di un esercito di piccoli proprietari terrieri, quasi sei milioni secondo le statistiche fiscali (Cristofaro, 2011). Ma se gli agricoltori professionali non sono pi di mezzo milione (Arzeni e Sotte, 2013), tutti questi terreni come vengono condotti? Molti sono appezzamenti di bosco semiabbandonato in zone montane e collinari; vi sono poi le coltivazioni per lautoconsumo; si parla a questo proposito di qualche milione di italiani che possiedono e coltivano lorto (Merlo, 2006). Gli orti urbani sono i pi visibili, ma la stragrande maggioranza sono orti rurali. Chi ha appezzamenti pi grandi ma non ha tempo e mezzi per coltivarli si affida a contoterzisti (Povellato et al. in questo numero). La loro diffusione stata notevole in questi ultimi anni e possiamo dire che mantengano una singolare pressione

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sulla terra. Essi infatti sono anche spesso coltivatori diretti di propri appezzamenti e, data lelevata dotazione di macchinari, sono alla continua ricerca di terreni per realizzare economie di scala. Quindi, le modalit di presa in carico del terreno altrui assai varia: si va dalla fornitura di alcune basilari lavorazioni dei terreni, fino alla gestione completa, coperta o meno da un affitto. Ma la loro pressione sulla terra anche qualitativa: fornendo un servizio altamente meccanizzato essi sono tentati di gestire solo i terreni adatti a tale scopo; su tali terreni cercano di spingere al massimo sulle rese; tendono poi ad eliminare tutti gli accidenti siano questi fossi, cespugli, carreggiate che limitino la lavorazione su scala industriale. In altre parole, la loro azione forma una corsa ad una terra quanto pi omogenea possibile, tale da essere lavorata rapidamente secondo procedure altamente standardizzate (Antonazzo et al. in questo numero). Il fenomeno del contoterzismo riproduce la struttura fondiaria, frammentata, tipica dellItalia. Fenomeni di ricomposizione fondiaria sono rari e le politiche che cercano di incentivarla raramente risultano veramente efficaci (Ferrucci in questo numero). Al contrario, dato che la propriet assai difficile smuoverla (inerzia), si creano interessanti e incipienti forme di gestione associata di appezzamenti frammentati sia dal punto di vista proprietario che geografico. Vi sono attori che spingono in tal senso, anche in questo caso con variet di forme. Vi la cooperativa agricola che raccoglie un gran numero di piccoli appezzamenti, li gestisce in maniera unitaria e distribuisce ai soci proprietari un riconoscimento economico, una sorta di ristorno-affitto (Solustri e Sotte in questo numero). Troviamo poi tentativi di azionariato fondiario, gruppi di risparmiatori disposti a versare cifre consistenti per acquisire collettivamente terreni da affidare ad un fattore, oggi diremo manager, affinch lo coltivi secondo parametri stabiliti dallassemblea dei soci. Nel caso dei Gruppi acquisto terreni, i Gat, in genere si spinge verso lagricoltura biologica e multifunzionale (Moiso e Pagliarino in questo numero). Vi sono infine pressioni su terreni semiabbandonati e/o di propriet demaniale che vengono reclamati da giovani in cerca di lavoro e di stili di vita alternativi. In questo caso la propriet pu rimanere in capo allente pubblico oppure essere acquisita da un organismo finanziario creato ad hoc e sostenuto da una vasta platea di sottoscrittori non direttamente coinvolti nella conduzione agricola (Zanetti, Lodatti in questo numero). La corsa alla terra pu diventare anche ricerca di finanziamenti che esaltano il ruolo multifunzionale della terra, utile oltre che per produrre, per divertire, educare, mantenere il paesaggio, smaltire sostanze inquinanti (Buscemi et al. in questo numero). Esempi in tal senso sono quelli della progettazione socioeconomica dell'Unione Europea che promuovono progetti di una certa durata e spesso le attivit che da questi sono scaturite durano il tempo del finanziamento esterno. E il caso ad esempio di qualche ardito esperimento di rinaturalizzazione di terreni soggetti a recente bonifica, non sempre destinati a diventare iniziative di successo (Natali in questo numero). Ciononostante, la gamma delle iniziative in cui si combinano aspetti agricoli produttivi ed extra sembra non arrestarsi. Lo testimoniano due ambiti nuovi di intervento come lagricoltura sociale e le agro

energie. In modi non sempre lineari e proficui entrambi richiedono terra a fini multipli. Allora per sintetizzare la ricca casistica pu essere utile uno schema nel quale da un lato poniamo le gestioni della terra che mantengono una forma spiccatamente individuale e proprietaria e dallaltro quelle che promuovono gestioni associate, siano o meno accompagnate da passaggi di propriet a soggetti collettivi. Un secondo criterio di distinzione riguarda la destinazione dei terreni prevalentemente alla produzione efficiente di beni alimentari (sicurezza alimentare) oppure alla produzione combinata di beni di natura diversa come energia, cura dellambiente, assistenza sociale, commercio locale su base solidale. Come si pu vedere da tabella 1, la casistica appena citata viene collocata in uno o nellaltro quadrante, quasi ad individuare un modello.
Tabella 1 - schema di inquadramento del fenomeno di corsa alla terra in Italia Gestione della terra Tradizionale (imprese individuali) a fini produttivi Sviluppo agricolo Contoterzismo Orti rurali Agroenergie Servizi ambientali Participata (imprese sociali) Cooperative di gestione Consorzi prodotti tipici Agricoltura sociale Commercio solidale

Destinazione duso

multifunzionale

Invece, i casi presenti nel numero speciale dedicato alla corsa alla terra rientrano in maniera meno idealtipica nello schema; alcuni cadono a cavallo dei quadranti, altri su pi quadranti. Non il caso di compiere in questa sede una preventiva collocazione della casistica. Si lascia al lettore la scoperta della fenomenologia dei singoli casi assai pi ricca della schematizzazione qui proposta.

Riferimenti bibliografici
Arzeni A., Sotte F. (2013), Imprese e non-imprese
nell'agricoltura italiana. Una analisi sui dati del Censimento dell'agricoltura 2010, Working Paper n. 20, Gruppo 2013, Roma Cristofaro A. (2011), Le statistiche tributarie: una lente deformata ma necessaria per lanalisi del mondo agricolo, Agriregionieuropa, n. 26 Merlo V. (2006), Voglia di campagna, Citt Aperta, Troina Osti G., Ventura F. (a cura) (2012), Vivere da stranieri in aree fragili. L'immigrazione internazionale nei comuni rurali italiani, Liguori, Napoli Povellato A. (2012), La questione fondiaria oggi. Dalla piccola propriet contadina allaggregazione tra imprese, in Istituto Alcide Cervi "Riforma fondiaria e paesaggio. A sessantanni dalle Leggi di Riforma: dibattito politico-sociale e linee di sviluppo" Rubettino Editore, Soveria Mannelli

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Anno 9, Numero 33

Corsa alla terra


Paolo De Castro, Felice Adinolfi, Fabian Capitanio, Salvatore Di Falco, Angelo Di Mambro

Introduzione1
Per chi si occupa di economia e politica agricola, quelli che stiamo vivendo sono anni straordinari. Stiamo assistendo a un cambiamento di asse degli equilibri economici e politici globali che si riflette con toni vividi nell'attuale fase di sviluppo dell'agricoltura e della produzione alimentare mondiale. Questo deve portarci a riformulare questioni che pensavamo definite una volta per tutte dal punto di vista concettuale e operativo. Il mutamento di scenario, dentro e fuori il contesto agroalimentare, ci costringe a ripensare l'agricoltura e le politiche economiche che la governano. Il tema della food security emblematico di questo cambiamento. Per decenni considerata una questione lontana dai paesi sviluppati, un problema "degli altri", causato essenzialmente dalla distribuzione ineguale delle risorse, dal 2008 in poi il tema dell'accesso, della stabilit, della disponibilit relativa agli approvvigionamenti alimentari balzato al vertice dell'agenda dei summit dei Grandi della terra. A porre la questione in modo urgente era stata la fiammata dei prezzi agricoli del 2007/08, ripetutasi in forma diversa nel 2010/11. Dal G8 dell'Aquila (2009) a quello di Camp David (2012), passando per il Piano di Azione sulla volatilit dei prezzi e l'agricoltura voluto dal G20 a guida francese del 2011, la food security tornata come una questione globale che, con intensit e urgenze diverse, coinvolger tutti, almeno nel medio-lungo termine. Al centro del dibattito, non solo, come in passato, la distribuzione degli alimenti, bens la loro produzione. Produzione intesa sia a livello qualitativo, ovvero, produrre meglio riducendo l'impatto ambientale e aumentando l'efficienza nell'impiego delle risorse; sia in termini di quantit, con la domanda ricorrente: ce la faremo a sfamare i 9 miliardi di persone che abiteranno il pianeta nel 2050? In questi anni l'agricoltura, come attivit che produce cibo e alla quale si rivolgono altre e sempre pi pressanti domande, per esempio sul fronte energetico e della produzione dei materiali, tornata al centro della politica globale. Per testimoniare e cercare di interpretare questa fase, aggiornando la cassetta degli strumenti concettuali dello studioso e del politico, nata l'idea di un libro scritto "in presa diretta", immediatamente a ridosso degli avvenimenti di cui si parla. Questa la genesi di Corsa alla terra che dopo mesi, e in qualche caso anni2, di riflessioni sparse, grazie alla partecipazione di un pool di studiosi ed esperti ha potuto prendere forma in poche settimane, dal maggio al settembre 2011. La spinta decisiva arrivata da un incontro organizzato dal Parlamento europeo sul tema della sicurezza degli approvvigionamenti alimentari. Ospite dell'iniziativa fu Romano Prodi che, con unanalisi lucida e puntuale frutto delle sue recenti esperienze come politico e studioso in Cina e Africa, ha disegnato un quadro della situazione internazionale e dei suoi prevedibili sviluppi, per molti versi preoccupanti. La riflessione su questi temi era gi in corso, maturata anche in seno al Parlamento europeo, ma lintervento di Prodi ci ha consegnato un senso di urgenza tale da indurci a serrare il dibattito.

Dallabbondanza alla scarsit: quali scenari?


I dati sulla crescita della domanda e dellofferta mondiale sono chiari: in prospettiva, la produzione agricola non tiene il passo di una domanda che, tra l'altro, ormai non pi solo alimentare. Una tendenza che spiega il ribaltamento della curva dei prezzi delle principali commodity agricole. Dopo decenni di prezzi

calanti, al giro di boa del millennio le quotazioni hanno iniziato a salire, segnando un trend al rialzo di lungo periodo, per di pi caratterizzato da una marcata instabilit nel breve. Le "fiammate" dei prezzi del 2007/08 e del 2010/11, ne sono state una manifestazione evidente, con ricadute importanti sulla stabilit di intere regioni geopolitiche, come mostra il ruolo svolto dall'impennata dei prezzi al consumo dei cereali del 2010 nell'innesco di alcune delle rivolte del Nord-Africa che hanno posto fine a regimi pluridecennali. Tra i fattori da considerare per leggere questa nuova realt c' certamente laumento della popolazione e quello ancora pi marcato dei consumi che caratterizzano soprattutto le economie emergenti del pianeta come Cina e India. Una pressione che sta facendo crescere la domanda alimentare, mentre la disponibilit di terre agricole e la loro produttivit si riducono. Tanto da innescare una pratica, giornalisticamente nota come landgrabbing, che vede lacquisto su larga scala di milioni di ettari di terre, soprattutto in Africa, ma anche nel Sud-Est asiatico, da parte di acquirenti stranieri, fondi sovrani, imprese agricole di taglia globale, investitori dal buon fiuto, societ finanziarie europee, asiatiche e americane. La terra al centro di tensioni impressionanti. L'espansione urbana che si sta manifestando con particolare vigore nel mondo in via di sviluppo, la necessit di preservare le superfici delle grandi foreste pluviali, e le politiche incentivanti sui biocarburanti di prima generazione hanno innescato una competizione nell'uso dei suoli che si traduce in un rialzo dei prezzi fondiari su scala globale e a una vera propria corsa all'accaparramento della terra. La corsa alla terra una manifestazione diretta dellincertezza che domina il sistema di approvvigionamento agroalimentare globale. Vale a dire che porre al centro della riflessione le pressioni sulla terra permette di ridurre a sintesi uno scenario molto complesso. Ci non toglie che si debba render conto di tutti i fattori che concorrono a un cambiamento che ha portata globale. La "corsa alla terra" come espressione pi chiara del concetto di "nuova scarsit" si spiega solo attraverso una molteplicit di elementi, non solo economici, ma anche ecosistemici, politici, delle relazioni internazionali, giuridici, nel senso che investono la struttura della propriet fondiaria in paesi geograficamente e culturalmente molto distanti tra loro. Si pu provare a sintetizzare questi elementi come segue: in una fase di espansione demografica e di aumento della domanda di derrate agricole con bassi livelli degli stock, data la degradazione progressiva delle risorse naturali (che mette a repentaglio la capacit produttiva alimentare futura), dati gli effetti del cambiamento climatico sulla produzione di cibo, considerate le anomalie di funzionamento nei mercati finanziari globali e regionali e alla gi menzionata competizione nell'uso dei suoli, la terra diventa una risorsa scarsa. Il diritto al suo sfruttamento, inclusa lacqua che contiene, ormai questione strategica, che potrebbe rivelarsi cruciale anche per i futuri equilibri geopolitici. Le acquisizioni fondiarie su larga scala generano conflitti soprattutto dove le istituzioni politiche sono instabili e la governance della terra debole. Nei paesi dove la terra costa meno, dall'Etiopia alla Cambogia, spesso l'investimento presenta il rischio pi alto. Il contratto tra le parti, non garantisce pi di tanto dove i diritti di propriet non sono scritti ma consuetudinari. Lo stesso si pu dire dei luoghi dove, pur in presenza di regolari titoli di propriet, essi vengono deliberatamente violati da intermediari locali senza scrupoli che per arricchirsi organizzano vere e proprie rapine di terra a danno di terzi. Tutto questo per dire che anche la corsa alla terra un fenomeno molto stratificato e complesso. Per essere compreso va letto senza le lenti ideologiche per cui tutti gli investimenti stranieri sono landgrabbing. Anzi, lo sviluppo ha bisogno pi che mai di investimenti. La terra centrale anche su questo versante, quello degli investimenti. Non si fa certo riferimento alla pratica di alcuni fondi privati che comprano terra non per renderla produttiva, ma perch con la tendenza al rialzo dei prezzi vendere domani sar

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sicuramente un ottimo affare. Ci riferiamo a come aumentare la produttivit della terra, perch domani avremo meno spazio a disposizione per coltivare. Per semplificare, spesso si utilizza lo slogan "produrre di pi inquinando di meno". In realt non aumentare la produzione tout court che conta, ma incrementare la produttivit. La sfida che il nuovo scenario ci mette davanti non , solo, produrre di pi, bens, produrre con meno unit di superficie. Tradotto, significa rese maggiori, un impiego di mezzi tecnici maggiore, livelli di efficienza pi alti e meno sprechi, pi innovazione tecnologica. L'innovazione lo strumento con cui saldare competitivit e innalzamento degli standard ambientali. L'innovazione per la produttivit centrale in quella che stata definita, con un suggestivo ossimoro, intensificazione sostenibile. Storicamente, la produttivit agricola aumentata solo grazie a grandi innovazioni e al loro trasferimento efficace agli agricoltori. Oggi i tassi medi di crescita delle rese dei principali raccolti come grano e riso sono all'1% l'anno. Nel 1980 erano del 2,5-3%, conseguenza diretta del calo drastico, soprattutto in Europa e Usa, degli investimenti in ricerca agricola sulla produttivit. Chi continua a contribuire in modo determinante alla ricerca agricola sono le economie emergenti. L'argomento dei maltusiani classici su questi argomenti : si raggiunto un limite tecnico oltre il quale non si pu andare. Personaggi di rilievo come Lester Brown, che della scarsit hanno fatto un argomento di studi rigorosi e pluridecennali, arrivano a questa conclusione. Ma come si fa a dirlo con tanta certezza? Se si guarda agli sviluppi tecnici promessi dalle nanotecnologie e se si pensa che la loro applicazione alla desalinizzazione dell'acqua di mare potrebbe ridurne i costi del 75%; se si guarda a tecnologie tradizionali come i pozzi Zai in Burkina Faso, che aiutano a risparmiare acqua e per questo vengono adottati anche in altri paesi africani; se si guarda a cosa l'uomo ancora in grado di fare e di inventare praticando l'attivit economica e sociale pi antica della civilt, come si fa a dire che siamo arrivati al limite tecnologico possibile? Oltre ad agire per valorizzare le attivit di ricerca si devono prendere iniziative per rivedere le politiche nazionali e sovranazionali che governano gli scambi commerciali e la sicurezza alimentare. Iniziare a pensare l'approvvigionamento alimentare come un fatto globale, implica soluzioni allo stesso livello e non solo politiche fatte in casa. Il tema quello della global food policy, un quadro di principi di riferimento e di organismi decisionali capace di coordinare gli interventi di politica agricola a livello internazionale. C' da dire che i documenti pubblicati dai Grandi e gli impegni presi nel corso dei summit ai quali abbiamo fatto menzione all'inizio, sono molto pi ambiziosi dei risultati ottenuti. Dopo il G8 Leaders Statement on Global Food Security firmato a Hokkaido (2008), il summit del 2009 dell'Aquila, per la prima volta nella storia del G8, stato preceduto da un vertice dei ministri dell'agricoltura che ha successivamente portato i leader globali a impegnarsi per raccogliere 22 miliardi di dollari in tre anni per lo sviluppo dell'agricoltura. A Camp David, nel 2012, il presidente americano Barack Obama ha idealmente chiuso il cerchio lanciando la New Alliance for Food Security & Nutrition in cui chiedeva il contributo dei privati per raggiungere obiettivi concreti. Nell'estate 2012 era stato raccolto poco pi del 20% dei 22 miliardi promessi nel 2009. Il Piano di Azione sulla volatilit dei prezzi e l'agricoltura del 2011, seppur troppo sbilanciato sul tema della finanziarizzazione dei mercati agricoli e definito "modesto" da molti autorevoli osservatori, incluso l'allora numero uno della Banca Mondiale Robert Zoellick, resta lo strumento di azione pi completo avanzato finora sul tema della global food policy. Per quanto riguarda l'aspetto finanziario, va ricordato che parliamo di un mercato che di per s particolare, caratterizzato da bassi volumi scambiati, pochi grandi player, struttura dell'offerta frammentata, elevata incertezza. Tra le altre iniziative il piano di azione di Cannes ha lanciato l'Amis (il sistema di informazione sui mercati agricoli) per migliorare la trasparenza dei mercati; ha sostenuto la "Iniziativa

Internazionale di Ricerca per il Miglioramento del Grano" per favorire gli studi pubblici finanziati sul genoma del grano; ha costituito il "Forum di risposta rapida" per migliorare la capacit della comunit internazionale coordinare le politiche e sviluppare risposte comuni nelle crisi di mercato. Altre idee, come l'impegno a eliminare le restrizioni all'esportazione di prodotti alimentari per il cibo acquistato per scopi umanitari da parte del World Food Program non sono state attuate perch demandate al Wto. Secondo diversi osservatori, alcune di queste iniziative hanno contribuito a evitare che il panico si diffondesse nei mercati lo scorso inverno, dopo l'annuncio del catastrofico raccolto americano di mais, dovuto alla peggiore siccit da 50 anni a questa parte. A differenza del 2008 (India) e del 2011 (Russia) nessun grande esportatore di derrate ha bloccato le esportazioni, evitando cos di esacerbare la crisi.

Considerazioni
Nelle pagine precedenti abbiamo cercato di chiarire l'origine e le implicazioni della corsa al cibo e dell'era che abbiamo definito della nuova scarsit. I consumi crescono e si modificano, mentre la disponibilit delle risorse naturali sempre pi limitata. Concentrandoci sul caso della terra, abbiamo visto come la scarsit spinga addirittura degli Stati a prendere in considerazione lacquisto di superfici oltre frontiera con implicazioni controverse, soprattutto per i Paesi in via di sviluppo, che finiscono per cedere a prezzi stracciati i pezzi pi fertili del loro territorio. I nuovi vincoli allutilizzo di risorse fondamentali come lacqua e la necessit di rendere lattivit

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agricola pi sostenibile sotto il profilo ambientale ci consegnano un quadro non incoraggiante per la produzione alimentare, le cui tinte sono rese ancora pi fosche dagli effetti previsti del cambiamento climatico, destinato ad amplificare molte vulnerabilit dellofferta agricola. Il cambiamento di scenario, valutato con ritardo nella sua reale portata, sta mettendo a dura prova le capacit di reazione dei sistemi economici e politici. Soprattutto le risposte da parte dei singoli Stati non sembrano essere all'altezza. La realt che il vecchio paradigma dellofferta e della domanda di beni primari sta saltando; il paradigma che aveva spinto e guidato il percorso di riforma della stessa Pac, a partire dalla Riforma Mac Sharry, si rivela inadeguato nellaffrontare i nuovi equilibri e, soprattutto, i nuovi scenari. Prezzi declinanti, produzione eccedentaria e, quindi, problema di una cattiva distribuzione del cibo e non di quantitativi prodotti, abbandono dei territori rurali, minore interesse per la ricerca e sviluppo in agricoltura sono tutti elementi che, nel vecchio paradigma, giustificavano laggiustamento del sostegno della Pac verso attributi diversi da quello meramente produttivo. Non pochi, fino a qualche anno fa, parlavano di politica ambientale piuttosto che di politica agricola. Evidentemente, lassenza di visione futura rispetto a taluni fenomeni ha caratterizzato anche la comunit internazionale che, a pi riprese si fatta trovare impreparata. Basti ricordare la mancanza di azioni coordinate a livello globale in occasione dellultimo picco sui mercati finanziari del 2011 che ha innescato reazioni capaci di sortire quale unico effetto laccentuazione della volatilit dei prezzi, distorcendo ulteriormente la trasmissione dei segnali del mercato. Parliamo di un mercato che, lo ricordiamo, di per s particolare. Bassi volumi scambiati, struttura dellofferta frammentata, elevata incertezza: tutti fattori che limitano le capacit di crescita tecnica e organizzativa degli agricoltori, in quasi tutto il mondo, ovviamente con intensit diversa in ragione del livello di sviluppo raggiunto. I fatti del 2007/2008 e quelli del 2010/2011, sono purtroppo pi di un campanello dallarme. Solo il picco dei prezzi alimentari pi recente ha spostato quasi 45 milioni di individui oltre la soglia di povert, sinonimo di un'esistenza condotta con meno di 1,25 dollari al giorno, vissuta peraltro gi da oltre 1,2 miliardi di persone nel mondo. Le tensioni tra domanda e offerta ci danno lidea di uno squilibrio strutturale che potrebbe crescere nei prossimi anni, anche se per il 2013, il rapporto delle Nazioni Unite3 dice che lobiettivo del millennio della riduzione di met della popolazione sotto la soglia di povert stato raggiunto. Tale considerazioni, per, non cambiano le analisi e le preoccupazioni per le prospettive future, soprattutto se consideriamo che solo in Cina circa 700 milioni di persone hanno superato la soglia di $1.25; quindi, al netto della crescita economica di Cina, India e Brasile, ancora tutto da capire quello che accadr in futuro. Lallontanamento del primo degli obiettivi di sviluppo del millennio, la riduzione della fame del mondo, deve restituirci un senso di urgenza e di determinazione al fine di immaginare e progettare politiche rinnovate a livello internazionale, per costruire un nuovo orizzonte di sicurezza alimentare globale. Un'esigenza che oggi, per le dimensioni assunte dalla questione, non pu essere esclusivamente relegata al tradizionale tema, peraltro assolutamente prioritario e centrale, di come sostenere lo sviluppo agricolo e lautosufficienza alimentare delle aree in ritardo, ma che deve necessariamente riguardare le agricolture di tutto il mondo. un problema che ci riguarda tutti e non pi solo una questione di come aiutare "gli altri". Colpevolmente, e superficialmente, si imputato alla speculazione sui mercati finanziari la crescita enorme dei prezzi delle commodity agricole. I summit e i piani di azioni dapprima menzionati, al di l di tutto, crediamo possano essere considerati quali un primo fondamentale tassello sul quale innestare un piano di impegni coordinato a livello internazionale. Un primo passo che ha avuto, intanto, leffetto di porre il tema allattenzione dellopinione pubblica mondiale, contribuendo a far

maturare la consapevolezza che la dimensione del problema della stabilit degli approvvigionamenti diversa da quella cui ci siamo abituati nel passato. La sfida ora si gioca su almeno due piani, e su altrettanti orizzonti temporali. Da un lato, si deve agire sulle attivit di ricerca, di trasferimento tecnologico e organizzativo; dall'altro su una revisione delle politiche nazionali e sopranazionali che governano gli scambi commerciali e la sicurezza alimentare. Una dose massiccia di innovazione rappresenta lunica strada per quella che stata definita la prospettiva dell intensificazione sostenibile , ossia la capacit di produrre di pi senza consumare nuove superfici ed inquinando meno. Per quanto riguarda invece le politiche, esse possono fare molto per garantire pi efficienza e stabilit ai mercati, per difendere gli agricoltori dallaccresciuta incertezza che circonda la loro attivit, per evitare che l'instabilit generalizzata si ripercuota sulle fasce pi deboli della popolazione sfociando in tensioni sociali difficilmente irreggimentabili. Le politiche hanno un compito da svolgere anche nella prima area di intervento che abbiamo preso in considerazione, nel favorire la diffusione del progresso tecnico, soprattutto laddove la frontiera dellefficienza pi lontana e lemergenza alimentare pi acuta. Anche gli orizzonti temporali entro cui progettare nuovi strumenti di governance dell'offerta alimentare sono due: il breve, e il medio lungo periodo. Nel breve occorre individuare soluzioni che consentano di fronteggiare in modo adeguato il problema della volatilit dei mercati, gli stati di vulnerabilit alimentare ad esso associati e il suo impatto sul tessuto produttivo agricolo. Nel lungo periodo, si tratta di delineare una prospettiva capace di assicurare una sostenibilit alimentare duratura e diffusa.

Note
1 Questo contributo tratto da Corsa alla Terra, scritto da Paolo De Castro, Donzelli editore e rivisitato nel libro The Politics of Land and Food Scarcity, scritto da Paolo De Castro insieme a Felice Adinolfi, Fabian Capitanio, Salvatore Di Falco e Angelo Di Mambro, edito da Routledge. 2 Si vedano De Castro P., Promuovere una global food policy per gestire la scarsit e Adinolfi F., Il processo di riforma della Pac e le prospettive future, in Italiani Europei n.3/2008; Salvatore Di Falco and Jean Paul Chavas (2009). On Crop Biodiversity, Risk Exposure and Food Security in the Highlands of Ethiopia. American Journal of Agricultural Economics 91(3); Paolo De Castro, Felice Adinolfi, Fabian Capitanio and Salvatore Di Falco (2011). Building a New Framework for the Common Agricultural Policy: A Responsibility Towards the Overall Community. Eurochoices Volume 10, Issue 1; Capitanio F., The increase in risk exposure of the European farmers: A comparison between EU and North American tools looking at the Cap post 2013, Directorate B, European Parliament, Brussels, 06/2010. Capitanio, 2010. 3 The Millennium Development Goals Report 2012, United Nations, New York.

Riferimenti bibliografici
De Castro P., Promuovere una global food policy per gestire
la scarsit e Adinolfi F., Il processo di riforma della Pac e le prospettive future, in Italiani Europei n.3/2008 De Castro P., Adinolfi F., Capitanio F., Di Falco S. (2011). Building a New Framework for the Common Agricultural Policy: A Responsibility Towards the Overall Community, Eurochoices Volume 10, Issue 1 Di Falco S., Chavas J.P. (2009). On Crop Biodiversity, Risk Exposure and Food Security in the Highlands of Ethiopia. American Journal of Agricultural Economics 91(3) Capitanio F., The increase in risk exposure of the European farmers: A comparison between EU and North American tools looking at the Cap post 2013, Directorate B, European Parliament, Brussels, 06/2010. Capitanio, 2010

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Lentit del fenomeno in Italia

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Il consumo di suolo agricolo in Italia: una valutazione delle politiche


Angelo Frascarelli, Eleonora Mariano

Introduzione
Per consumo di suolo sintende il passaggio da coperture agricole e naturali a coperture urbane; una tipologia di transizione che altera tutte le funzioni dello spazio iniziale in modo permanente (Pilieri, 2009). Se nei secoli passati la progressiva trasformazione di superfici agricole o naturali in urbane stata caratterizzata da una proporzionalit diretta con laumento della popolazione, oggi questa relazione del tutto mancante. Dal 1950, infatti, in Europa le citt sono cresciute di circa il 78%, mentre laumento della popolazione non raggiunge nemmeno il 33% (Eea, 2006). I fattori che favoriscono la presenza di questa proliferazione edificatoria non devono, quindi, essere cercati esclusivamente nellaumento demografico, ma piuttosto in un insieme di fenomeni economici, politici e sociali che possono essere sintetizzati in: scarsa regolamentazione urbanistica, elevata discrepanza tra la redditivit delledilizia e quella agricola e aspetti socio-culturali di vario genere. Il consumo di suolo in Italia , oggi, un tema capace di suscitare grande interesse a causa delle conseguenze e dei costi economici, ambientali e sociali che il fenomeno stesso comporta. Gli effetti causati dallimpermeabilizzazione del suolo sono, infatti, molto vari e interessano la compromissione delle funzioni produttive del terreno (con la conseguente riduzione delle produzioni agricole), lalterazione del paesaggio, dellecosistema, della sfera climatica e dellassetto idraulico e idrogeologico. Uno strumento utile per la chiara e completa definizione di consumo di suolo il triangolo delle transizioni, una figura interpretativa messa a punto dallAgenzia europea per lambiente e dal Joint Research Centre (Figura 1). Ogni vertice del triangolo rappresenta una possibile copertura del suolo (urbano, agricolo o naturale); ogni lato rappresenta, invece, una possibile trasformazione, che pu essere omologa o non omologa alla destinazione originale, transitoria o permanente, con esito artificiale, naturale o semi-naturale.
Figura 1 - Triangolo delle transizioni

Fonte: Osservatorio nazionale sui consumi di suolo, 2009

In Italia, le banche dati inerenti il consumo di suolo sono di mediocre qualit, eterogenee anche per quanto riguarda la definizione delloggetto dindagine (non esiste una definizione condivisa della locuzione consumo di suolo), non adeguatamente aggiornate e prive di un set di dati raccolti in modo omogeneo e alle medesime soglie temporali (Bianchi, Zanchini, 2011). Proprio a causa delleterogeneit dei dati disponibili, la valutazione precisa e univoca della superficie consumata in Italia risulta impossibile. Se, infatti, secondo i dati del progetto europeo Lucas nel 2009 la superficie interessata dal fenomeno era pari al 7,3% dellintera superficie nazionale (21.997 km2), per le basi territoriali dellIstat (riferite al 2011) tale valore sarebbe di 20.298,5 km2 e per i risultati del progetto Corine Land Cover (Clc, 2006) addirittura di 14.740 km2. Una cos grande discrepanza dovuta ad una serie di fattori: in primo luogo al fatto che il protocollo Clc soffre di un basso livello di risoluzione a causa delle dimensioni delle celle unitarie di misura, determinando la produzione di dati di urbanizzazione di gran lunga inferiori alla realt, in presenza di urbanizzazioni disperse e di infrastrutture lineari che non vengono lette da Clc. La grossa sottostima del dato in Clc appare ancora pi evidente se confrontata con le basi territoriali Istat, le quali, pur individuando una superficie interessata maggiore di oltre 5.000 km2 rispetto al Clc, non prendono in considerazione le superfici antropizzate a vario titolo, ma solamente quelle edificate, per nuclei di rilevanti estensioni (almeno 15 edifici accumunati da una relazione di prossimit). Al rilevamento delle superfici edificate sfuggono dunque notevoli superfici infrastrutturate (ad esempio la viabilit, o i suoli compromessi da attivit di cava o discarica), cos come lintera categoria delle case sparse. Sostanzialmente, in Italia, non sono disponibili dati precisi e dettagliati, anche a causa del fatto che non esistono ancora metodologie e caratteristiche standard volte allimplementazione di basi di dati nazionali da parte delle singole regioni: la realizzazione di basi dati delle coperture e degli usi del suolo a scala regionale , infatti, demandata alla volont delle singole regioni. , in ogni caso, evidente il radicale cambiamento che ha interessato il territorio italiano dagli anni 50 del secolo passato ad oggi: secondo una recente indagine dellIspra, infatti, la superficie interessata dal fenomeno passata dal 2,8% del 1956 al 6,9% del 2010; nello stesso periodo il territorio nazionale edificato e, quindi, sottratto allagricoltura aumentato del 166% (Consiglio dei Ministri, 2012). In Italia, il consumo di suolo non stato un fenomeno distribuito omogeneamente, sia a causa della morfologia del paese sia per ragioni sociali ed economiche differenti fra le varie regioni. Le regioni pi interessate al fenomeno, sia in termini assoluti che in rapporto alla superficie e alla popolazione regionale, sono Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna. Unaltra regione che presenta un andamento preoccupante il Lazio che, in termini di localit abitate, vede aumentare la loro estensione tra il 2001 e il 2011 di pi di 152 km2 (corrispondente ad un aumento del 7,6%). Quindi, le pi importanti regioni italiane sono caratterizzate da un modello ad alto consumo di suolo che si manifesta gi da un cinquantennio e che si ulteriormente aggravato nellultimo decennio. Parallelamente, c da notare la presenza di altre regioni che nel passato hanno risentito in misura minore della sottrazione di superficie agricola, ma che nel periodo 2001-2011 hanno invertito la tendenza con un inevitabile snaturamento delle caratteristiche del proprio territorio che , in generale, ancora ben preservato dal depauperamento delle proprie valenze (Istat, 2012). La Basilicata e il Molise, per esempio, hanno visto aumentare le loro superfici urbanizzate rispettivamente del 19% e del 17%. La tendenza evidenziata tipica di quasi tutte le regioni del Sud: aree urbanizzate ancora molto inferiori (4,7%)

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rispetto alla media nazionale, ma con una variazione nellultimo decennio superiore al 10%.

Il disegno di legge in materia di valorizzazione delle aree agricole e di contenimento del consumo del suolo
In Italia, a differenza di altri paesi europei come Germania, Francia e Gran Bretagna, non esiste ancora una legge specifica volta al contenimento del consumo di suolo. Al fine di colmare questo vuoto legislativo, durante il governo Monti stato approvato, in via preliminare, un disegno di legge (Disegno di legge-quadro in materia di valorizzazione delle aree agricole e di contenimento del consumo del suolo), presentato dal Ministro delle politiche agricole, alimentari e forestali, Mario Catania. Le finalit e lambito del Ddl sono il contenimento di consumo di suolo (nella sua sottrazione allutilizzazione agricola) e, di conseguenza, la protezione degli spazi dedicati allattivit agricola, degli spazi naturali e del paesaggio. Le strategie individuate sono essenzialmente tre: la prima strategia, contenuta nellarticolo 3, ha per oggetto il Limite al consumo di superficie agricola. Lidea quella di fissare, a livello nazionale, lestensione massima di superficie agricola consumabile per lutilizzazione edificatoria. Tramite una programmazione di livello statale si garantisce cos, su tutto il territorio nazionale, un coerente sviluppo dellassetto territoriale, e in particolare una ripartizione equilibrata tra zone suscettibili di utilizzazione agricola e zone edificate ed edificabili (Consiglio dei Ministri, 2012). La determinazione dellestensione massima di superficie agricola consumabile demandata ad un decreto che deve essere adottato dal Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali, dintesa con il Ministro dellambiente e della tutela del territorio e del mare, con il Ministro per i beni e le attivit culturali e con il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, entro un anno dallentrata in vigore della legge e che, successivamente, deve essere aggiornato ogni dieci anni; il secondo pilastro su cui si fonda il disegno di legge il divieto di mutamento di destinazione (art. 4), secondo il quale i terreni agricoli in favore dei quali sono stati erogati aiuti di Stato o aiuti comunitari (come i pagamenti diretti della Pac) non possono avere una destinazione diversa da quella agricola per almeno cinque anni dallultima erogazione. Questa disposizione volta ad evitare che, dopo aver beneficiato di misure a sostegno dellattivit agricola, i terreni vengano, mediante un mutamento della loro destinazione duso, sottratti allattivit agricola e investiti da un processo di urbanizzazione. Sono esclusi dal vincolo, per, tutti gli interventi strumentali alla conduzione dellimpresa agricola, compreso lagriturismo, da realizzare ovviamente nel rispetto degli strumenti urbanistici vigenti. Il secondo comma dellart. 4 prevede che, a pena di nullit dellatto, il divieto di mutamento di destinazione duso sia indicato negli atti di compravendita dei terreni. Lobiettivo di questo comma quello di informare gli acquirenti del vincolo operante sullarea oggetto di compravendita e, soprattutto, di rendere detto vincolo a loro opponibile. Con il terzo comma vengono introdotte specifiche sanzioni per la violazione del divieto sopracitato: una sanzione principale di natura pecuniaria e una sanzione accessoria, volta a garantire il ripristino dello stato dei luoghi qualora la violazione sia stata perpetrata tramite attivit edificatoria; lultimo fondamento del Ddl prevede labrogazione della norma introdotta dallart. 2, comma 8, della legge 24 dicembre 2007, n. 244, e successive modificazioni, che

permette alle amministrazioni comunali lutilizzo distorto degli oneri di urbanizzazione per la copertura della spesa corrente e per spese di manutenzione ordinaria. Nello stesso articolo, stabilito che i proventi dei titoli abilitativi edilizi, delle sanzioni previste nellart. 4 dello stesso Ddl e delle sanzioni del D.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, siano destinati esclusivamente alla realizzazione delle opere di urbanizzazione primaria e secondaria, al risanamento di complessi edilizi compresi nei centri storici, a interventi di qualificazione dellambiente e del paesaggio, anche ai fini della messa in sicurezza delle aree esposte a rischio idrogeologico, considerata la particolare situazione di rischio che caratterizza larga parte del territorio nazionale in occasione di eventi calamitosi. Lobiettivo di tale comma , chiaramente, quello di evitare che gli enti locali stessi siano indotti ad aumentare la capacit edificatoria del territorio prevista negli strumenti urbanistici, dando luogo ad uneccessiva urbanizzazione a discapito delle aree rurali e degli spazi dedicati allattivit agricola, al fine di lucrare limporto dei contributi di costruzione. Alle tre strategie essenziali del Ddl si aggiungono anche alcune misure per lincentivazione del recupero del patrimonio edilizio rurale, volte a favorire lattivit di manutenzione, ristrutturazione e restauro degli edifici esistenti: interventi che consentono di evitare la sottrazione di ulteriore superficie agricola e, allo stesso tempo, di soddisfare uneventuale esigenza abitativa.

Obiettivi e metodologia
Il tema del consumo di suolo entrato in modo diffuso nel dibattito nazionale solo recentemente, in coincidenza con la presentazione del Ddl da parte del governo Monti. Come viene percepito dal mondo agricolo? Gli imprenditori agricoli come valutano lintroduzione di nuovi vincoli, visto che il 70% dei terreni di loro propriet? Al fine di comprendere se il consumo di suolo un problema percepito dagli agricoltori e, in caso affermativo, in quale misura, stato predisposto un questionario. Gli obiettivi dello stesso sono lindividuazione della percentuale di agricoltori: che hanno gi sentito parlare di consumo di suolo; che sono a conoscenza delle dimensioni del fenomeno; che sono favorevoli ad una legge volta al contenimento del consumo di suolo agricolo; che sono a conoscenza del fatto che il governo Monti ha presentato un disegno di legge volto al contenimento del consumo di suolo; che si trovano daccordo con lart. 4 (Divieto di mutamento di destinazione) del disegno di legge. Lo strumento utilizzato per la redazione, la divulgazione del questionario e la successiva elaborazione dei dati Google Moduli (facente parte del pacchetto Google Documenti). Lausilio di tale software ha permesso di diffondere, in tempi piuttosto rapidi e con costi pressoch nulli, il questionario ad un grande numero di agricoltori che hanno potuto visualizzare la pagina, riempire i campi di dati e inviarli via Internet. Gli intervistati sono stati raggiunti tramite un messaggio di posta elettronica (reperito da elenchi pubblici e siti aziendali) in cui era riportato il link per accedere alla compilazione del questionario. Il campione della ricerca rappresentato da 250 titolari di aziende agricole, zootecniche ed agrituristiche del territorio Italiano. Ovviamente, a causa del numero di soggetti intervistati non rappresentativo della totalit degli agricoltori italiani, i risultati non si configurano come indagine statistica; tuttavia consentono di trarre, allinterno del campione sopracitato, alcune conclusioni importanti.

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Risultati
Conoscenza del fenomeno
Allinterno del campione di 250 intervistati, la conoscenza del fenomeno appare piuttosto elevata: l87,2% del campione, infatti, ha gi sentito parlare di consumo di suolo. Questa percentuale molto alta, ma potrebbe essere influenzata dal fatto che gli agricoltori intervistati, avendo un indirizzo di posta elettronica e utilizzando abitualmente internet, rappresentano un campione attento e attivo, con maggior facilit di accesso alle informazioni. La seconda domanda presente nel questionario ha lobiettivo di capire, pi nel dettaglio, il grado di conoscenza del fenomeno e quindi lestensione dello stesso in Italia. Infatti, la conoscenza di un dato cos specifico porta ad ipotizzare che chi ne sia in possesso abbia maturato una spiccata sensibilit intorno al problema e, pertanto, possa considerare indispensabile ladozione di una specifica normativa. La domanda suddivisibile in due parti: nella prima sono riportati i dati dellindagine Lucas che vedono la superficie impermeabilizzata italiana pari al 7,3% della superficie nazionale (a fronte del 4,3% della media europea); nella seconda parte viene chiesto se si era a conoscenza del dato sopracitato. Il 38,4% del campione era a conoscenza di tale dato.

Parere riguardo la presenza di una legge specifica


Unulteriore domanda tesa ad acquisire un parere circa il disegno di legge sul contenimento del consumo di suolo agricolo. Una grandissima parte del campione (il 92,8% del totale) ha risposto di essere favorevole. Tale dato, se comparato con la percentuale di quelli che conoscono il problema, quasi speculare: infatti, circa il 95% di quelli che hanno sentito parlare del fenomeno crede che questo debba essere adeguatamente regolamentato. Sulla base della precedente domanda, stato chiesto se lintervistato fosse o meno a conoscenza del fatto che durante il governo Monti stato presentato un disegno di legge per il contenimento del consumo di suolo. Il 40% degli intervistati ha dichiarato di essere a conoscenza del disegno di legge: solamente il 46% di quelli che si erano detti favorevoli ad un intervento normativo erano a conoscenza di un impegno in tal senso.

allintroduzione dellart. 4 hanno almeno una parte dellazienda di propriet. Linserimento di domande inerenti la morfologia e la prossimit ad un centro abitato dovuta, invece, alla considerazione che queste due variabili si possano configurare (anche se in modo molto semplificato) come importanti pressioni edificatorie. Dallanalisi dei risultati emerge chiaramente la correlazione con la distanza dal pi vicino centro abitato. Infatti, solamente l8,5% degli agricoltori contrari allart. 4 titolare di aziende ubicate a pi di 5 km da un centro abitato. Tuttavia, nei pareri favorevoli allintroduzione del vincolo, c la presenza di una grossissima fetta di agricoltori che hanno terreni di propriet, pianeggianti e prossimi a centri abitati. chiaro, quindi, che le risposte a tale domanda non risultano essere dipendenti esclusivamente da variabili posizionali o possessorie, ma anche da altri fattori. In primo luogo la constatazione che i terreni pi appetibili dal punto di vista della suscettibilit edificatoria non appartengono pi agli agricoltori, ma ad investitori che vedono il loro interesse nei mutamenti di destinazione duso degli stessi. Un elemento, perfettamente in linea con lanalisi del mercato immobiliare italiano, considera che, essendoci ormai moltissimi edifici sfitti, il valore degli stessi non giustificherebbe la convenienza in investimenti edilizi. Inoltre, emerso come tale disegno di legge si possa configurare come freno allaumento dei valori fondiari, attualmente uno dei pi grossi problemi per gli imprenditori agricoli. La pressione urbana vista come crescita della domanda di abitazioni, infatti, rappresenta una delle determinanti dei valori fondiari, specialmente nei paesi UE densamente popolati o caratterizzati da una economia in rapida crescita (Gioia et al., 2012).

Conclusioni
La gravit del fenomeno del consumo di suolo in Italia emersa anche in conseguenza della rilevante entit delle aree naturali e agricole consumate. Secondo i risultati del progetto Lucas, a livello europeo lItalia si colloca, infatti, al quarto posto, solo dietro a Olanda, Belgio e Lussemburgo e immediatamente davanti a Germania e Regno Unito. Attraverso un questionario rivolto a 250 agricoltori stato possibile comprendere come effettivamente il fenomeno percepito e valutato da questi stakeholder. I risultati dellindagine mostrano un buon livello di conoscenza del fenomeno accompagnato dalla constatazione che una grandissima parte degli agricoltori intervistati favorevole alla presenza di una legge specifica volta al contenimento del consumo di suolo agricolo e che una buona parte dello stesso (81%) ritiene che lintroduzione di un vincolo quinquennale possa essere uno strumento valido per il perseguimento di tale obiettivo. Il dibattito sul consumo di suolo in Italia molto aperto; quello per lottenimento di una legge specifica per il contenimento del fenomeno un percorso ancora molto lungo e complesso che, proprio in questi giorni, grazie alla proposta di legge AC/70 si ulteriormente animato. Il Ddl Catania, seppur non convertito in legge, ha rappresentato una tappa molto importante di questo percorso e si configura, in ogni caso, come tappa fondamentale nella definizione dei principi, degli obiettivi e delle strategie di tutela dei suoli.

Vincolo di destinazione duso


Lultima domanda del questionario richiede un parere circa lart. 4 del disegno di legge. Larticolo prevede che i terreni agricoli in favore dei quali sono stati erogati aiuti di Stato o aiuti comunitari (come i pagamenti diretti della Pac) non possano avere una destinazione diversa da quella agricola per almeno cinque anni dallultima erogazione. La maggior parte del campione si trova daccordo con tale norma: quasi l81% degli intervistati , infatti, favorevole alle disposizioni presenti nellart. 4. Questo dato potrebbe essere sorprendente: gli agricoltori sarebbero favorevoli allintroduzione di un vincolo sui propri terreni, diminuendo il loro grado di libert. Per cercare di capire le motivazioni dietro a tale risultato, nel questionario sono state aggiunte tre domande, riguardanti rispettivamente la forma di possesso dei terreni, la morfologia degli stessi e la distanza dal pi vicino centro abitato. Si ritenuto che la forma di possesso dei terreni possa incidere notevolmente sulla visione di questo articolo: se per un proprietario, infatti, la presenza di un vincolo si pu configurare come un limite, per un affittuario questo potrebbe addirittura assumere una valenza di tutela. Dallanalisi dei risultati emerge chiaramente una correlazione fra la forma di possesso dei terreni e il parere sul vincolo: pi del 95% degli agricoltori che si erano dichiarati contrari

Riferimenti bibliografici
Bianchi D., Zanchini E. (2011), Ambiente Italia 2011, Edizioni
Ambiente, Milano

Consiglio dei Ministri (2012), Analisi dimpatto della


regolazione, http://www.governo.it/backoffice/allegati/698078266.pdf

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Eea (2006), Urban Sprawl in Europe, the ignored challenge,


Office for Official Publications of the European Communities Gioia M. et al. (2012), Il valore della terra, Inea, Roma Istat (2012), Rapporto annuale 2012, Rubbettino print, Catanzaro Pilieri P. (2009), La questione consumo di suolo, in AA VV, Osservatorio Nazionale sui Consumi di Suolo. Primo rapporto 2009, Maggioli Editore, Rimini

Affitto e contoterzismo tra complementarit e competizione


Andrea Povellato, Davide Longhitano, Davide Bortolozzo

Introduzione
La politica agraria italiana in tema di strutture fondiarie, tra gli anni cinquanta e sessanta, ha privilegiato la piccola propriet contadina in sintonia con le indicazioni contenute nella Costituzione (Barbero, 2010). Molte disposizioni legislative di quel tempo si basavano sull'identificazione della propriet con l'impresa e sul legame permanente tra lavoratore e azienda. I finanziamenti agevolati e le facilitazioni fiscali nelle compravendite di terreni assieme alle norme sui contratti agrari che aumentavano in modo considerevole i diritti dei fittavoli e dei mezzadri portarono come risultato, fra l'altro, quello di incentivare la vendita all'affittuario e al colono dei fondi da costoro coltivati. In questo periodo una parte consistente della cosiddetta "borghesia rurale" decise di abbandonare l'ambito rurale per concentrarsi sulla nuova crescita industriale e urbana che proprio in quegli anni stava consolidandosi (Insor, 1979; Barbero, 2010; Povellato, 2012). Fino ai primi anni sessanta la scelta di difendere la categoria allora considerata pi debole (gli agricoltori in affitto) aveva una sua giustificazione nell'alto tasso di occupazione in agricoltura e nella contestuale pressione sociale. La fuga dalle campagne, avviatasi con il boom economico degli anni sessanta e la rapida rivoluzione tecnologica nella gestione delle aziende agricole, apriva nuovi scenari di adattamento strutturale a cui la classe politica non ha saputo rispondere, mantenendo una normativa contrattuale poco equilibrata anche durante gli anni settanta. Soltanto nel 1982 la nuova legge sui contratti agrari (n. 302/82) sostanzialmente liberalizzava la stipula di nuovi contratti, ma il crollo della fiducia da parte dei proprietari fondiari verso questo strumento contrattuale stato recuperato molto gradualmente soltanto a partire dagli anni novanta (Povellato, 1993). Tra gli anni sessanta e gli anni ottanta, a causa della disciplina contrattuale troppo vincolistica, le aziende interessate ad aumentare la dimensione aziendale per recuperare economie di scala non riuscivano a trovare sufficiente terra in affitto, mentre l'acquisto di terra rimaneva in molti casi proibitivo in termini finanziari. I processi di aggiustamento strutturale delle aziende, quindi, si sono sviluppati lungo altri percorsi, con un ruolo di primo piano per i contoterzisti. L'offerta dei servizi contoterzi garantiva il completo possesso della terra ai proprietari fondiari, non pi in grado di gestire direttamente l'azienda, mentre venivano delegate le operazioni colturali e, in molti casi, anche la scelta e la vendita dei prodotti. I rapporti tra propriet e impresa si trasformano dalla classica gestione in proprio (diretta coltivatrice o in economia) a forme spurie dove il proprietario e il terzista condividono le scelte con equilibri variegati, fino al caso limite in cui il terzista diventa il pieno gestore dei terreni (dalla scelta dei prodotti alla vendita) assumendo su di s il rischio di impresa del proprietario. In quest'ultimo caso il terzista opera come un affittuario e il proprietario - che in molti casi, dalla riforma MacSharry in poi, pu sostituire al canone di affitto il pagamento diretto - evita il

vincolo del contratto di affitto. In pratica, il proprietario/ concessionario cede i terreni in affitto senza assumere impegni formali scritti con il contoterzista/concedente. In posizione intermedia rispetto a questi casi limite si trovano le molteplici forme di pluriattivit che vedono il proprietario della terra, in qualit di soggetto economico dell'impresa, che si assume il rischio d'impresa per integrare il reddito familiare o pi semplicemente per mantenere il patrimonio fondiario e continuare a risiedere in aree rurali, con una parziale partecipazione alla gestione colturale in ragione delle limitate capacit tecniche. Se il sistema contrattuale soddisfacente per entrambi i contraenti, improbabile che questi si orientino verso il tradizionale strumento dell'affitto. In ambedue i casi la soddisfacente redditivit nell'impiego della terra porta ad un cospicuo aumento del prezzo d'uso della superficie agricola, che si riflette anche sul mercato degli affitti. Alla fine degli anni novanta si lamentavano le costanti difficolt delle aziende agricole tradizionali a competere sul mercato della terra con questi operatori generalmente pi dinamici. Si era consolidata una sorta di competizione tra lo strumento dell'affitto e altre forme di gestione dei terreni agricoli attuate attraverso imprese contoterziste. Nell'ultimo decennio si assistito a un recupero di interesse per l'istituto dell'affitto tanto che, alla data dell'ultimo censimento nel 2010, riguardava il 38% della superficie agricola utilizzata, un valore prossimo a quello di altri paesi europei, dopo aver toccato il valore pi basso (16%) all'inizio degli anni ottanta. Nel frattempo, anche lo scenario per i contoterzisti si modificato. Da un lato, a partire dalla legge di orientamento del 2001, stata ampliata la possibilit per gli imprenditori agricoli di prestare servizi come terzisti, sebbene entro i limiti della prevalenza del reddito ritraibile e del tempo dedicato alla propria azienda. Dall'altro lato, le categorie di rappresentanza delle imprese agromeccaniche spingono per un maggior riconoscimento del ruolo dei contoterzisti nello sviluppo dell'agricoltura attraverso l'equiparazione alle imprese agricole (Armentano, 2003; De Luigi, 2012). Questo lavoro cerca di far luce sulle caratteristiche di queste due tipologie di gestione della terra, alternative alla pi tradizionale conduzione in propriet. I dati dell'ultimo Censimento dell'agricoltura consentono di analizzare la dimensione dei due fenomeni nelle sue diverse sfaccettature. Alcune considerazioni sulle implicazioni in termini di politiche per lo sviluppo dell'agricoltura e sulle prospettive per ulteriori approfondimenti delle analisi concludono il lavoro.

L'affitto secondo il Censimento 2010


Come accennato, uno dei risultati pi rilevanti emersi dal 6 Censimento dellagricoltura condotto dall'Istat riguarda l'aumento dell'offerta di terreni in affitto o gestiti a titolo gratuito. Il fenomeno ha interessato, in particolar modo, le regioni centromeridionali. Esso stato determinato in primo luogo dalla consistente diminuzione del numero di aziende, generalmente di piccole dimensioni, che hanno rinunciato a coltivare in proprio le superfici, preferendo la concessione in affitto alle aziende professionali rimaste nel settore. Secondi i dati censuari, nel 2010 la superficie in affitto assomma a circa 4,9 milioni di ettari, se si considerano sia le superfici per le quali viene pagato un canone (3,8 milioni di ettari) sia quelle gestite a titolo gratuito (1 milione di ettari), con un incremento complessivo del 60% rispetto ai poco pi di 3 milioni di ettari del 2000 (Tabella 1). L'incidenza della superficie in affitto oltrepassa il 38% della Sau totale, anche se resta ancora uneffettiva differenza nella diffusione dellaffitto tra regioni del nord e del sud della Penisola. Si nota, peraltro, una tendenza alla riduzione del divario grazie al considerevole incremento della superficie in affitto (+114%) nelle regioni meridionali (Figura 1).

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Tabella 1 - Evoluzione della superficie totale in affitto a livello regionale (superficie in ettari) Superficie in affitto totale Piemonte Valle d'Aosta Lombardia Trentino Alto Adige Veneto Friuli Venezia Giulia Liguria Emilia Romagna Toscana Umbria Marche Lazio Abruzzo Molise Campania Puglia Basilicata Calabria Sicilia Sardegna Italia 553.302 46.339 537.517 69.898 332.538 88.822 19.377 440.732 272.977 117.031 199.242 210.211 162.932 67.191 200.070 337.489 156.374 145.181 476.982 466.116 4.900.321 in uso gratuito 70.106 1.433 49.311 31.821 102.267 18.062 7.070 21.235 97.523 6.341 44.147 35.596 47.033 22.411 41.622 138.480 48.226 47.488 134.151 98.068 1.062.391 Variazione 2010/2000 in % 36,5 -1,7 15,6 50,7 57,3 20,6 42,1 24,0 46,2 50,3 56,2 99,6 137,1 39,1 92,4 126,2 86,6 134,4 178,5 82,8 60,2 2010 % su % sulla superf. superf. totale affitto totale 11,3 0,9 11,0 1,4 6,8 1,8 0,4 9,0 5,6 2,4 4,1 4,3 3,3 1,4 4,1 6,9 3,2 3,0 9,7 9,5 100,0 54,7 83,4 54,5 18,5 41,0 40,7 44,3

La distribuzione dell'affitto varia in funzione degli orientamenti produttivi. Ricorrono maggiormente allaffitto le aziende specializzate nell'attivit di allevamento di erbivori (57% della Sau totale) e le aziende miste con allevamento (48%). Il fenomeno spiegabile con la necessit di avere a disposizione una superficie foraggera adeguata alle dimensioni dellallevamento e anche con gli obblighi imposti per lo smaltimento degli effluenti zootecnici. Il ricorso allaffitto si abbassa drasticamente soprattutto nel caso delle aziende specializzate in coltivazioni arboree (23% della Sau totale), anche per la presenza, specie nel Mezzogiorno, di numerosissime piccole aziende di solo oliveti o vigneti per autoconsumo.
Tabella 2 - Aziende e Sau per titolo di possesso dei terreni (superficie in ettari)

41,4 36,2 35,8 42,2 32,9 35,9 34,0 36,4 26,3 30,1 26,4 34,4 40,4 38,1 Aziende Solo in propriet Solo in affitto (compresi usi gratuiti) Propriet e affitto Totale* Superficie Solo in propriet Solo in affitto (compresi usi gratuiti) Propriet e affitto Totale Superficie media aziendale Solo in propriet Solo in affitto Propriet e affitto Totale Sau in affitto in % su Sau totale

1990 2.489.804 92.563 261.399 2.843.766 10.382.857 848.394 3.794.704 15.025.954 4,2 9,2 14,5 5,3 2.673.206 17,8

2000 2.057.667 93.574 242.856 2.394.097 8.288.288 1.025.942 3.867.629 13.181.859 4,0 11,0 15,9 5,5 3.057.960 23,2

2010 1.187.667 144.209 287.352 1.619.228 5.828.534 2.011.493 5.016.021 12.856.048 4,9 13,9 17,5 7,9 4.900.321 38,1

Fonte: Istat, Censimento dell'agricoltura 2000 e 2010 Figura 1 - Confronto tra superficie totale in affitto nel 2000 e nel 2010 a livello provinciale

Censimento 2000

Censimento 2010

Fonte: Istat, Censimento dell'agricoltura, 1990, 2000 e 2010 * Il dato complessivo comprende le aziende senza terreni Figura 2 - Incidenza percentuale della superficie in affitto sulla Sau per classe di dimensione economica (euro)

Fonte: Istat, Censimenti dell'agricoltura 2000 e 2010

Le aziende che ricorrono allaffitto di terra sono circa 432.000, il 27% del totale. Sia le aziende con soli terreni in affitto sia quelle miste (propriet e affitto) evidenziano una struttura produttiva pi solida rispetto alle aziende solo in propriet (Tabella 2). Infatti la Sau media raggiunge valori pi che doppi rispetto a quella che si registra nelle aziende soltanto in propriet. Questa tendenza viene confermata dalla distribuzione della superficie affittata per classi di dimensione economica, dove l'affittanza pi comune tra le aziende di maggiori dimensioni, quelle cio che necessitano di ampie superfici per impiegare nel modo pi efficiente possibile i fattori della produzione e ammortizzare gli investimenti (Figura 2). L'incidenza dell'affitto cresce progressivamente fino ad interessare quasi il 50% della Sau delle aziende medio-grandi (da 100.000 a 500.000 euro di produzione standard). L'utilizzo della leva dell'affitto per accrescere la dimensione aziendale un fenomeno comune anche ad altri paesi dell'Unione europea, soprattutto a quelli caratterizzati da un settore agricolo particolarmente evoluto: in Francia, Germania e Belgio (paesi dove la superficie media aziendale molto maggiore di quella italiana) i due terzi della terra coltivata sono oggetto di contratti d'affitto.

Fonte: Istat, Censimento dell'agricoltura, 2010

Per quanto riguarda le caratteristiche del mercato, secondo l'Indagine annuale sul mercato fondiario, curata da Inea (2012), sono i giovani imprenditori ad influenzare maggiormente la domanda di terra, al fine di ottimizzare le proprie dimensioni aziendali, sfruttando anche le opportunit offerte dalle risorse finanziarie messe a disposizione dai Psr per il primo insediamento. In tutto il territorio nazionale stata osservata una generale tendenza a ridurre la durata dei contratti di affitto. Questo andamento legato sia allincertezza sulle nuove modalit di applicazione della Pac per il periodo 2014-2020, sia alla situazione di crisi di alcuni comparti produttivi. Nel caso dei seminativi la durata prevista per i nuovi contratti e per i rinnovi risulta spesso inferiore ai 5 anni (2-3) e non mancano i casi in cui stata fissata come scadenza la fine del 2013, anno di conclusione dellattuale sistema di aiuti previsto dalla Pac. Per tipologie colturali come pomodoro da industria, tabacco, erbai e ortofloricole sono prevalenti i contratti annuali o stagionali, che trovano una maggiore diffusione nelle regioni centro-meridionali. Per i prati permanenti delle zone alpine e per

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i frutteti e vigneti la durata superiore ai 5 anni: in particolare nel caso dei vigneti vengono superati i 10-15 anni, soprattutto quando il reimpianto a carico dellaffittuario. Contratti di affitto di lunga durata sono riscontrabili anche per i terreni destinati alla produzione di biomasse per lutilizzo energetico che sono tutelati da incentivi che durano pi di un decennio. In questo caso la maggiore durata dellaffitto finalizzata a garantire nel tempo lapprovvigionamento di biomassa per gli impianti energetici.

Il contoterzismo secondo il Censimento 2010


Il contoterzismo viene rilevato dalle statistiche censuarie a partire dal 1970, ma soltanto con l'Indagine sulle strutture agricole del 1985 le informazioni sono rilevate con specifico riferimento al servizio contoterzi, distinto dal noleggio di attrezzature meccaniche (Fanfani, Pecci, 1991). Nelle successive rilevazioni, il fenomeno viene indagato rilevando le giornate di lavoro dei contoterzisti, le tipologie di operazioni meccaniche e la superficie lavorata. In occasione dell'ultimo censimento stato possibile utilizzare il dato della superficie lavorata che probabilmente riesce a cogliere con maggiore precisione la dimensione del fenomeno. Nel 2010 le aziende che hanno affidato a terzi le operazioni meccaniche in forma completa o parziale sono state circa 530.000, pari al 33% delle aziende complessive. Quasi 175 mila aziende hanno dichiarato di aver affidato completamente a terzi le operazioni colturali su una o pi coltivazioni corrispondenti a circa 795.000 ettari, che nella larga maggioranza dei casi corrisponde all'intera Sau aziendale. Si tratta, quindi, di aziende in cui il proprietario individua nel servizio contoterzi l'alternativa pi soddisfacente rispetto alla concessione in affitto. A questa categoria possono essere assimilate altre 37.000 aziende che scelgono di affidare alle imprese agro-meccaniche contemporaneamente le pi importanti operazioni colturali (aratura, semina e raccolta) per una superficie lavorata complessiva di 241.000 ettari. In sostanza vi sono 212.000 aziende (13% del totale) con circa 1 milione di ettari (8% della Sau) che vengono gestite in forma associata tra proprietario e contoterzista, probabilmente non una netta prevalenza del contributo manageriale dell'impresa agromeccanica. L'affidamento completo o "quasi" completo risulta pi diffuso tra le aziende di piccola dimensione (circa il 10% della Sau al di sotto dei 20 ettari) e gestite in propriet (11%). Nella distribuzione regionale spicca il caso del Veneto dove il 33% delle aziende ricorre a questa forma di gestione con il 17% della Sau lavorata, seguono con percentuali superiori al 10% regioni come Friuli, Marche, Sicilia ed Emilia-Romagna.
Tabella 3 - Aziende con affido ai contoterzisti e relativa superficie lavorata per classe di Sau Affido completo Affido "quasi" completo ettari 12.109 27.763 68.438 80.639 53.387 242.335 Affido totale Affido completo Affido "quasi" completo in % su Sau 1,7 2,5 2,3 1,7 1,6 1,9 Affido totale

< 2 ha 2 - 5 ha 5 - 20 ha 20 - 100 ha > 100 ha Totale

67.232 113.882 232.107 252.513 129.130 794.863

79.327 141.614 300.417 332.899 182.516 1.036.773

9,2 10,2 7,8 5,4 3,8 6,2

10,9 12,6 10,2 7,1 5,4 8,1

Fonte: Nostre elaborazioni su dati Istat, Censimento dell'agricoltura, 2010

L'offerta di servizi contoterzi vede due distinte tipologie di operatori: le aziende agricole dotate di un parco macchine superiore alle proprie esigenze e le imprese agro-meccaniche. Il cosiddetto contoterzismo "attivo" ovvero di quelle aziende agricole che hanno effettuato prestazioni con i propri mezzi meccanici in altre aziende agricole riguarda, secondo l'ultimo censimento, circa 18.500 unit, un numero piuttosto esiguo di aziende rispetto alle 26.000 unit nel 2000 e alle 46.600 nel

1990. probabile che in questi decenni, la riduzione delle aziende da un lato e l'aumento della superficie gestita dalle aziende rimaste abbia consentito di riequilibrare il parco macchine rispetto ai fabbisogni aziendali, riducendo il numero di aziende che prestano servizi presso altre aziende. La seconda tipologia, le imprese agro-meccaniche appartenenti al settore dei servizi all'agricoltura, numericamente meno importante ma notevolmente pi rilevante in termini economici. Il censimento dell'industria del 2001 rilevava 5.693 imprese con 10.360 addetti mentre nel 1990 le unit erano 6.560 con 13.500 addetti. Le informazioni statistiche su queste imprese sono decisamente limitate se confrontate con la mole di informazioni che abitualmente vengono fornite riguardo alle aziende agricole. Da articoli giornalistici si apprende che le imprese agromeccaniche, pur rappresentando meno dell'1% degli acquirenti di macchine agricole, incidono per il 30% sul fatturato del settore (Armentano, 2003). Tra imprese agro-meccaniche e aziende che operano come contoterzisti si stima che siano circa 10.000 le imprese professionali, ma soltanto il 5-10% raggiunge dimensioni superiori a quelle di un'impresa artigianale con meno di 10 dipendenti. Anche tra questi operatori si nota un certo dualismo tra quanti riescono ad aggiornare continuativamente il parco macchine sfruttando le innovazioni pi recenti e quanti non sono in grado di gestire piani di investimento adeguati. Le imprese agro-meccaniche cercano di ottimizzare il parco macchine combinando la prestazione dei servizi verso terzi con la lavorazione di fondi propri acquisiti tramite acquisto o affitto. Secondo le rilevazioni effettuate nell'ambito dell'Indagine sul mercato fondiario (Inea, 2012), in molte regioni i contoterzisti sono una delle principali categorie di operatori che sostengono la domanda di terreni in affitto e la loro importanza progressivamente aumentata nel corso degli anni, tanto da condizionare le dinamiche del mercato a livello locale. In molte aree della pianura padana, ad esempio, malgrado la crisi economica abbia indotto una maggiore prudenza, i contoterzisti rimangono molto attivi nella richiesta di superfici da destinare a colture no food per la produzione di energia da biomasse o alle quali associare i titoli Pac. Gli accordi prevedono in genere un canone superiore a quello stipulato negli accordi in deroga, malgrado le principali organizzazioni professionali agricole cerchino di contrastare questa forma impropria di affittanza. Anche nelle regioni del Centro Italia i contratti annuali a contoterzisti per seminativi sono diffusi maggiormente nelle aree di pianura, pi facilmente raggiungibili e lavorabili, condizioni che rendono economicamente conveniente questa forma di possesso. I contratti di contoterzismo prevedono che il conduttore si occupi anche della vendita del prodotto o che lo acquisisca direttamente contrattando caso per caso le anticipazioni colturali e le relative spese. Nel Lazio, ad esempio, dove l'attivit contoterzi nel mercato degli affitti ha portato a un generale innalzamento dei canoni, i contoterzisti siglano accordi atipici o di compartecipazione annuale variabili in base ai finanziamenti disponibili con le misure di politica agricola comunitaria o alla possibilit di associare i titoli Pac. Infine, per quanto riguarda il Mezzogiorno viene segnalato un generale incremento della domanda di superfici in affitto da parte delle imprese contoterzi, soprattutto nelle aree a seminativo pi produttive. L'evoluzione dei servizi offerti dalle imprese agro-meccaniche sembra prefigurare nuove prospettive di sviluppo del settore agricolo, in parte inedite e comunque non centrate esclusivamente sull'impresa agricola convenzionale. La capacit delle imprese agro-meccaniche di riuscire a mantenere il passo con un'evoluzione tecnologica sempre pi sofisticata e capitalintensive rende relativamente meno competitive le aziende tradizionali (Casati, 2009). La distanza tecnologica non si misura pi soltanto sulle caratteristiche delle macchine agricole, ma sta emergendo un nuovo fabbisogno innovativo legato alla gestione delle informazioni. Ad esempio accanto al pi "convenzionale" caso delle tecniche di lavorazione ridotta o di non lavorazione che rivoluziona l'intero parco macchine per la lavorazione e la semina, troviamo le tecniche dell'agricoltura di precisione o le

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tecniche di lotta antiparassitaria che richiedono un'alta professionalit degli operatori oltre che macchinari pi moderni e costosi.

Considerazioni conclusive
La crescita dell'affitto, dopo una lunga stagnazione che ha determinato in larga misura una stasi dell'evoluzione strutturale dell'agricoltura italiana, deve essere valutata in modo positivo: ne pu derivare un consolidamento strutturale delle imprese agricole necessario per poter mantenere un'adeguata redditivit all'attivit agricola. Pu darsi che l'emorragia di aziende continui anche nel futuro, consentendo ulteriori rafforzamenti strutturali alle imprese che rimangono. D'altra parte, sempre pi evidente che dietro una numerosit ancora molto alta di aziende agricole (perlomeno rispetto a realt agricole di altri paesi sviluppati), si celano tipologie strutturali e produttive molto diversificate tra loro (Arzeni, Sotte, 2013) che preludono a funzioni altrettanto diversificate: da quelle pi prettamente economico-produttive ad altre a carattere socio-culturale. La scelta del contoterzismo, in alternativa all'affitto, consente generalmente di operare con tecnologie molto aggiornate, mantenendo un buon grado di competitivit dei prodotti e utilizzando in modo flessibile la leva strutturale. In ambedue i casi - affitto o contoterzismo - viene ridotto il ruolo del proprietario fondiario che, almeno teoricamente, dovrebbe essere maggiormente interessato a mantenere la fertilit del terreno nel medio-lungo periodo rispetto all'affittuariocontoterzista che ha obiettivi non superiori alla durata contrattuale. Evidenze empiriche di una correlazione negativa tra stewardship e affitto sono state rilevate negli Stati Uniti, mentre mancano analisi adeguate nei paesi europei. Anche il modus operandi del contoterzista tenderebbe a massimizzare la produzione, adottando tecniche di coltivazione intensive e incoraggiando le sistemazioni dei terreni pi facilmente meccanizzabili con la progressiva scomparsa e diluizione su grandi estensioni di elementi caratteristici quali siepi e filari di alberi che un tempo delimitavano le piccole parcelle. Lo sviluppo del contoterzismo ha contribuito - al pari di quanto accaduto nelle aziende agricole di grandi dimensioni - al processo di omologazione territoriale in virt della standardizzazione delle operazioni agricole dettate dallaffermarsi dei sistemi monocolturali (Formica, 1996). Daltra parte, bisogna riconoscere lopportunit offerta proprio dalle imprese agro-meccaniche di diffondere sistemi di coltivazione ad alto valore tecnologico che assicurano sistemi di gestione sostenibili, come ad esempio lapplicazione delle tecniche di precision farming o le lavorazioni conservative del terreno che si stanno affermando negli ultimi anni e su cui i contoterzisti stanno provando a investire (Guidotti, 2011). Sarebbe interessante valutare la diffusione di queste tecniche innovative in relazione alla presenza di servizi contoterzi, soprattutto nelle aree dove limpatto dellagricoltura sullambiente maggiore. Le implicazioni in termini di politiche sono altrettanto importanti. Le imprese agro-meccaniche possono diventare (o sono gi) portatrici di innovazione, come richiesto da Europa 2020, eppure sono in genere escluse dalle politiche di sviluppo rurale. Un maggior coinvolgimento di questi operatori nella gestione sostenibile dei terreni agricoli sarebbe auspicabile, e probabilmente non genererebbe particolari attriti con le associazioni di categoria agricole. La commistione tra microaziende, imprese agricole professionali e imprese agromeccaniche ormai molto avanzata e quindi non detto che sotto il profilo istituzionale prevalgano gli elementi conflittuali tra le diverse tipologie. Le analisi hanno evidenziato il grado di rilevanza raggiunto da queste due forme di gestione dei terreni, ma alcuni interrogativi sulla effettiva validit di queste soluzioni richiederebbero ulteriori approfondimenti. Vi sono ancora molte lacune conoscitive sulla diffusione dell'affitto soprattutto per quanto riguarda le tipologie

contrattuali che sono molto variegate a livello locale. Infine, il fenomeno del contoterzismo, dopo essere stato analizzato adeguatamente agli inizi degli anni novanta, non ha pi suscitato grande interesse negli studiosi. Sarebbe utile riprendere le analisi per capire se un settore agricolo fortemente integrato con le imprese agro-meccaniche possa diventare un'opportunit per lo sviluppo sostenibile.

Note
1 Il numero di propriet fondiarie negli anni cinquanta era ancora particolarmente elevato. Un'indagine svolta dall'Inea stimava circa 9,5 milioni di proprietari (Medici, 1956). 2 La superficie a uso gratuito stata scorporata dalla superficie in affitto a partire dal Censimento dell'agricoltura del 2000, secondo le nuove indicazioni metodologiche fornite dall'Eurostat. In effetti l'uso gratuito nasconde in alcuni casi uno stratagemma amministrativo che consente ai giovani agricoltori di accedere ai premi per il primo insediamento attraverso la creazione di nuove imprese che sono distinte dall'impresa originaria soltanto in modo fittizio. Peraltro, va aggiunto che la parte pi consistente di questa superficie si trova in zone montane e collinari (71%) per cui probabile che in realt si tratti di superfici effettivamente concesse in affitto ma senza corresponsione del canone. Tenendo conto del costo opportunit di mantenere una superficie in condizioni agronomiche soddisfacenti evitando l'abbandono, la concessione in uso gratuito sembra essere una scelta quasi obbligata per numerosi proprietari in zone marginali. 3 Sono stati esclusi tutti quei casi in cui la superficie affidata a terzi superava la Sau aziendale. 4 Questi dati vanno giudicati con una certa prudenza, dato che in molti casi si configura come attivit informale per evitare gli obblighi fiscali e previdenziali. 5 I dati relativi al censimento del 2011 non sono ancora disponibili.

Riferimenti bibliografici
Armentano G. (2003), Limpresa agromeccanica, una figura
professionale in cerca di identit, L'Informatore Agrario n. 32 Supplemento Mad Arzeni A., Sotte F. (2013), Imprese e non-imprese nell'agricoltura italiana. Una analisi sui dati del Censimento dell'agricoltura 2010, Working Paper n. 20, Gruppo 2013, Roma Barbero G. (2010), La costituzione del 1948 e la politica agraria italiana negli anni cinquanta e sessanta, QA Rivista dellAssociazione Rossi-Doria, n. 1 Casati D. (2009), L'evoluzione del sistema agricolo e il ruolo del contoterzismo. Atti del convegno "Contoterzismo in agricoltura e sue prospettive", Accademia dei Georgofili, Firenze Fanfani R., Pecci F. (1991), Innovazione e servizi nell'agricoltura italiana. Il caso del contoterzismo, La Questione Agraria, n. 42 Formica C. (1996), Geografia dellagricoltura. La nuova Italia Scientifica, Roma De Luigi M. (2012), Agromeccanici sempre pi simili alle imprese agricole, L'Informatore Agrario n. 5 Guidotti R. (2011), Italia: il ruolo trainante del contoterzismo, Agricoltura, Supplemento al n. 46 Inea (2012) Annuario dell'agricoltura italiana 2011. Volume LXV, Istituto nazionale di Economia Agraria, Roma Insor (1979) La riforma fondiaria: trent'anni dopo, Franco Angeli, Milano Medici G. (1956), La distribuzione della propriet fondiaria in Italia, Inea, 1956 Povellato A. (a cura) (1993) L'affitto in agricoltura, Inea, Cetid, Venezia Povellato A. (2012) La questione fondiaria oggi. Dalla piccola propriet contadina allaggregazione tra imprese, in Istituto Alcide Cervi "Riforma fondiaria e paesaggio. A sessantanni dalle Leggi di Riforma: dibattito politico-sociale e linee di sviluppo" Rubettino Editore, Soveria Mannelli Vaccari S. (2007), La figura dellimprenditore agricolo a sei anni dalla riscrittura del codice civile: una valutazione di prospettiva, Agriregionieuropa n. 9

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La ricomposizione fondiaria in Italia: profili giuridici


Nicoletta Ferrucci

Le cause giuridiche della frammentazione fondiaria


Il monito lanciato agli inizi del secolo scorso dalleconomista agrario sugli effetti devastanti in termini di redditivit delle imprese agricole prodotti dalle diverse patologie che inficiano le relative strutture fondiarie, riecheggia minaccioso nelle orecchie di chi legge i dati Istat degli ultimi anni, rivelatori di una costante riduzione della superficie agricola aziendale, che permane una delle pi basse dEuropa. Ancora attuale si prospetta quindi la necessit di intervenire ad eliminare o, comunque, ad attenuare gli effetti perversi di fenomeni di segno remoto, ma tuttora estremamente vitali, dalla cui azione sinergica deriva la tendenziale inadeguatezza dimensionale della base fondiaria delle nostre imprese agricole, che viene segnalata come uno dei maggiori vincoli alla produttivit di queste ultime. Mi riferisco in particolare alla c.d. polverizzazione, cio allesistenza di superfici troppo ridotte, non idonee allo sviluppo di strutture produttive competitive; ed alla c.d. frammentazione, termine che indica quel fenomeno in base al quale singole unit produttive sono formate da appezzamenti di terreno appartenenti allo stesso proprietario, ma separati luno dallaltro da appezzamenti appartenenti ad altri. Si tratta di fenomeni la cui genesi legata ad una pluralit di potenziali cause, tra le quali indubbiamente la peculiare morfologia del nostro territorio gioca un ruolo non irrilevante, ma che sono tendenzialmente identificabili in quelleccessivo frazionamento dei fondi che spesso rappresenta il risultato della applicazione della vigente normativa che regola la circolazione dei terreni agricoli, sia con riferimento agli atti tra vivi, sia, in misura maggiore e pi incisiva, in relazione alla successione a causa di morte, dove la pedissequa applicazione del regime ereditario dettato dal codice civile pu dar luogo alla frammentazione del fondo rustico1. Limprinting che connota il regime ereditario comune ispirato ai principi del rispetto dei vincoli familiari del de cuius, che si traduce nella riserva ex lege di una quota parte di eredit ai legittimari come limite alla libert testamentaria, alluguaglianza di trattamento degli eredi di pari grado e, infine, alla divisione in natura del patrimonio relitto, mostra con tutta evidenza quei connotati di machine a hacer le soil, suggestiva immagine suggerita nel secolo scorso da uno studioso tedesco, Alfred Pikalo, oltre la sua evidente inadeguatezza a fronte delle ulteriori esigenze che contraddistinguono le successioni agrarie legate alla necessit di garantire lintegrit dellazienda agricola, oltre che del fondo rustico, la continuit dellesercizio dellimpresa ad opera di soggetti professionalmente qualificati ed un adeguato riconoscimento allattivit di collaborazione eventualmente prestata dagli eredi nellambito dellimpresa del de cuius2. In questottica i due fenomeni della ricomposizione fondiaria e della conservazione dellintegrit fondiaria si rivelano quasi come due facce della stessa medaglia: appare infatti paradossale adottare strumenti mirati alla formazione di strutture produttive idonee sotto il profilo dimensionale fondiario, quando le stesse sono inevitabilmente destinate ad essere frammentate a seguito della applicazione della normativa ereditaria di matrice codicistica. La risposta che il legislatore ha offerto a queste istanze non appagante. Da un lato infatti, si registrano frammenti di soluzione al pi generale problema del diritto agrario ereditario, quali laffitto coattivo di cui allart. 49 della legge 203/82, o lacquisto coattivo, di cui alla legge n. 97del 1994 sulla montagna, esteso successivamente a tutto il territorio dello Stato, dal d.lgs. 228 del 2001, che, pur garantendo la conservazione dellintegrit fondiaria, prescindono da

qualsivoglia indicazione di dimensioni minime fondiarie da preservare; daltro canto, come vedremo, rivela non poche defaiances anche listituto del compendio unico, forgiato dallart. 5 bis del decreto legislativo 18 maggio 2001, n. 228 , introdotto dallart. 7 del decreto legislativo 29 marzo 2004, n. 99 , come integrato dallart. 3 del decreto legislativo 27 maggio 2005, n. 101, concepito dal legislatore come strumento in grado di realizzare la finalit di ricomposizione fondiaria e, al contempo, arginare, con adeguati strumenti operativi sul piano degli atti tra vivi e delle successioni ereditarie, eventuali potenziali frazionamenti dei fondi creati attraverso la ricomposizione medesima, sulle orme della disciplina codicistica della minima unit culturale, di illuminata formulazione, ma destinata a non avere attuazione a causa della circostanza che la determinazione in concreto della minima unit colturale era demandata ad una autorit amministrativa rimasta non identificata, con conseguente paralisi di tutto lapparato di controllo delle dimensioni dei fondi ad esso collegato. La disciplina del compendio unico riecheggia, richiamandolo espressamente in taluni punti, un precedente contenuto nellart. 5 bis della legge n. 97 del 31 gennaio 1994 Nuove disposizioni per le zone montane, introdotto dallart. 52, comma 21, della legge 28 dicembre 2001, n. 448 Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (Legge finanziaria 2002), dove vengono disegnati i contorni del c.d. compendio unico montano, il cui ambito di operativit per dichiaratamente circoscritto ai territori delle Comunit montane, con la finalit di favorire le imprese agricole che operano al loro interno, in coerenza con il pi generale scopo di tutela e valorizzazione delle aree montane che rappresenta la ratio sottesa alla legge in cui contenuto. La normativa sul compendio unico dettata dallart. 5 bis del d.lgs. n. 228 del 2001 trova invece applicazione su tutto il territorio nazionale, e prospetta qualche significativa dissonanza rispetto al suo prototipo, anche sotto il profilo del contenuto delle sue disposizioni, soprattutto, ma non solo, per quanto attiene ai profili ereditari dellistituto, oltre ad essere ispirata, come abbiamo visto, a finalit che trascendono i confini della protezione delle aree montane3.

Il compendio unico
Lart. 5 bis del d.lgs. del 2001, pur facendo salve potenziali diverse definizioni ad opera delle leggi regionali, offre la nozione di compendio unico, intesa come lestensione di terreno necessaria al raggiungimento del livello minimo di redditivit determinato dai Piani di sviluppo rurale per lerogazione del sostegno agli investimenti previsti dai regolamenti CE n. 1257 e 1260/1999 e successive modificazioni. La disposizione precisa che al raggiungimento del livello minimo di redditivit cos indicato possono concorrere anche i terreni e le relative pertinenze gi possedute a titolo di propriet. Ai sensi del 5 comma dellart. 5 bis, possono essere costituiti in compendio unico anche terreni agricoli non confinanti fra loro, purch funzionali allesercizio dellimpresa agricola, dove la funzionalit deve essere ovviamente valutata con riferimento al tipo di attivit agricola esercitata. A fronte dellampio raggio di autonomia che la norma riconosce alle Regioni ai fini della determinazione dellestensione del compendio, appare logico, in primo luogo, chiederci se, in mancanza di una espressa indicazione nella disciplina regionale, lestensione di terreno necessaria per costituire il compendio, collegata alla soglia di redditivit minima fissata dai piani di sviluppo agricolo, sia da considerare quale limite massimo da raggiungere e non oltrepassare, oppure, viceversa, quale limite minimo, non sussistendo alcun limite massimo. La considerazione del gravoso intralcio alla circolazione di compendi, derivante dal vincolo di indivisibilit decennale che grava sul complesso immobiliare che costituisce il compendio unico, ha indotto, ad esempio, la Regione Veneto, una tra le prime Regioni a dettare criteri guida per lapplicazione della normativa di cui ci stiamo

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occupando, a ritenere che tale misura costituisca un limite massimo da raggiungere e non oltrepassare; ma il silenzio del legislatore nazionale sul punto potrebbe pacificamente legittimare le Regioni ad adottare soluzioni di segno opposto.

La costituzione del compendio unico


In linea con le sue finalit, lattuale disciplina del compendio unico, cos come definito nei termini ora ricordati, introduce un peculiare meccanismo che si struttura in due distinti momenti. La prima parte della norma in cui contenuta, lart. 5 bis del decreto legislativo n. 228 del 2001, mirata ad estendere le dimensioni fondiarie delle aziende agricole e utilizza a tale scopo lo strumento della erogazione di benefici fiscali e finanziari, a fronte dellacquisto a qualsiasi titolo di terreni agricoli da parte di soggetti che si impegnino a costituire con detti terreni un compendio unico, nonch a coltivarlo o condurlo, a titolo di coltivatore diretto o di imprenditore agricolo professionale, qualificato ai sensi dellart. 1 dello stesso decreto legislativo n. 99 del 2004, per un periodo di almeno dieci anni dal trasferimento. Il pacchetto di agevolazioni che accompagna la costituzione del compendio unico comprende: la determinazione in misura fissa degli onorari notarili relativi allatto pubblico contenente la dichiarazione di costituzione del compendio in relazione a terreni gi in propriet; la riduzione ad un sesto degli onorari notarili inerenti gli atti di acquisto dei terreni destinati a fare parte del compendio, lesenzione degli atti medesimi da imposta di registro, ipotecaria, catastale, di bollo, e, infine, il riconoscimento allacquirente della possibilit di utilizzare, ai fini dellacquisto, mutui decennali a tasso agevolato, con copertura degli interessi pari al 50% a carico dello Stato. Sotto il profilo soggettivo, per godere delle agevolazioni previste dallart. 5 bis del decreto legislativo n. 228 del 2001, necessario, come abbiamo visto, che lacquirente dei terreni da destinare a compendio assuma al momento dellacquisto, o dellatto di destinazione a compendio di terreni gi di sua propriet, limpegno a coltivare o a condurre il compendio medesimo in qualit di coltivatore diretto o di imprenditore agricolo professionale. E interessante sottolineare che le qualifiche professionali di coltivatore diretto e di imprenditore agricolo professionale, sono richieste dalla disposizione non pi, a differenza di quanto lart. 5 bis della legge del 1994 stabilisce in relazione al compendio unico montano, come requisiti che il soggetto beneficiario delle agevolazioni deve possedere al momento in cui effettua lacquisto dei terreni da destinare a compendio, bens solo come modalit con le quali, una volta perfezionato lacquisto del compendio, egli chiamato ad esercitare lattivit decennale di coltivazione o di conduzione del medesimo. La dizione della norma induce dunque a ritenere che le agevolazioni legate alla costituzione del compendio unico potranno essere erogate anche a favore di soggetti che non sono, al momento dellacquisto dei terreni, coltivatori diretti o imprenditori professionali, purch ovviamente si impegnino a rivestire tali qualifiche nella futura coltivazione o conduzione decennale dei medesimi. La mancanza di ogni riferimento alla pregressa dedizione allattivit agricola, tra i requisiti cui condizionato lacquisto dei terreni da destinare a compendio, pu tradursi in una forma di incentivazione indiretta allaccesso dei giovani allimpresa agricola, in quanto potrebbe consentire anche a colui che non ha ancora maturato una precisa scelta in ordine alla propria attivit professionale, di optare per la dedizione allagricoltura, incentivato in questa sua scelta proprio dalle disposizioni agevolative in esame.

Il vincolo di indivisibilit del compendio


La seconda parte della disposizione finalizzata a prevenire il frazionamento del compendio unico e, a tal fine, sancisce

lobbligo della indivisibilit dei terreni e delle relative pertinenze, compresi i fabbricati, che ne fanno parte, per dieci anni a decorrere dal momento della sua costituzione, con conseguente obbligo per i notai roganti di menzionare espressamente tale vincolo di indivisibilit negli atti di costituzione del compendio, e per i direttori degli uffici competenti, a trascriverlo nei pubblici registri immobiliari. Alla previsione della indivisibilit decennale del compendio si accompagna, nellipotesi di frazionamento infra decennale realizzato attraverso atti inter vivos o mortis causa, la sanzione della nullit di tali atti. La norma in esame viene quindi a introdurre nel nostro ordinamento una ulteriore causa di nullit delle disposizioni testamentarie che si affianca a quelle contemplate dal codice civile. Si tratter poi di verificare di volta in volta se la nullit concerne la sola disposizione che dispone il frazionamento o inficia lintero testamento. Lultima parte della disposizione si incentra sulle vicende ereditarie relative al compendio e, allo scopo di evitare il frazionamento di questultimo come potenziale conseguenza dellapplicazione della disciplina ordinaria delle successioni mortis causa, introduce una particolare procedura in forza della quale il compendio medesimo pu essere assegnato nella sua integrit a quello fra gli eredi che ne faccia richiesta, con addebito delleccedenza. Il dettato dellart. 5 bis del decreto legislativo n. 228 del 2001 apre immediatamente un problema applicativo non di poco conto: il legislatore sembra infatti ignorare lipotesi in cui vi sia fra gli eredi una pluralit di soggetti che formulino una espressa domanda di assegnazione del compendio. La disposizione nulla dice in relazione a questa eventualit, ma si limita a regolare lipotesi contraria, quella cio in cui nessuno fra gli eredi faccia richiesta di assegnazione, prevedendo in tal caso la revoca degli aiuti comunitari e nazionali, ivi comprese lattribuzione di quote produttive assegnati allimprenditore defunto per i terreni oggetto della successione, demandando ad un successivo decreto del Ministro delle Politiche agricole e forestali, dintesa con la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le Regioni e le Province e autonome di Trento e di Bolzano, la determinazione delle modalit per la revoca e la riattribuzione dei diritti e delle quote. La dottrina ha aggirato questo empasse ritenendo ammissibile, anche in assenza di una espressa previsione legislativa in tal senso, la costituzione di una societ agricola tra gli eredi nella quale conferire lintero compendio4. Lopzione di privilegiare un unico erede nellattribuzione in sede ereditaria dellintero compendio, si prospetta poi foriera dei consueti problemi che hanno accompagnato i precedenti legislativi orientati in questa direzione. E destinata infatti a riproporsi inevitabilmente lesigenza di trovare una soluzione al conflitto che sorge tra gli interessi che fanno capo ai coeredi esclusi da un lato, e, dallaltro, le ragioni dellimpresa che potrebbero risultare compromesse dallimposizione di un pagamento eccessivamente oneroso delle somme di conguaglio a carico dellerede assegnatario. E direi questo il punto su cui si gioca non solo la condivisibilit dei modelli proposti dal legislatore, ma anche la impermeabilit di questi ultimi ad eventuali censure di illegittimit costituzionale alla luce dellordinanza 31 maggio 1988, n. 597 della Corte costituzionale, che si era pronunciata sulla costituzionalit degli artt. 42 e 49 della legge 3 maggio 1982, n. 203, Norme sui contratti agrari, dove si legge un chiaro monito rivolto al legislatore a non nebulizzare la portata delle aspettative successorie dei coeredi, attraverso forme occulte di espropriazioni dei loro diritti ereditari. Il criterio di tacitazione dei diritti dei coeredi esclusi che viene adottato dallart. 5 bis, comma 6, del decreto 228 del 2001, nellipotesi di incapienza dellasse ereditario, non convince sotto laspetto della sua idoneit a risolvere in maniera equilibrata il potenziale conflitto di interessi tra questi ultimi e il coerede preferito. Le perplessit in tal senso sono legate alla potenziale eccessiva onerosit del debito che viene a gravare sullassegnatario del compendio nei confronti dei coeredi esclusi dalla assegnazione, alla luce della circostanza che non sembra prevista alcuna forma di agevolazione finanziaria che aiuti il

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coerede ad adempiere al suo impegno. Il legislatore ha qui operato una scelta che si discosta da quanto, a mio avviso pi opportunamente, dispone lart. 5 bis della legge n. 97 del 1994, in relazione al compendio unico montano, che consente espressamente allerede o agli eredi preferiti di utilizzare ai fini della corresponsione agli eredi esclusi dellindennizzo loro spettante, quelli stessi mutui decennali a tasso agevolato con copertura degli interessi pari al cinquanta per cento a carico dello Stato, che erano concessi ai fini dellacquisto dei terreni da destinare a compendio. Lart. 5 bis del decreto legislativo n. 228 del 2001 richiama infatti le agevolazioni introdotte dalla legge del 1994, e dunque anche lerogazione del mutuo a tasso agevolato, esclusivamente in relazione ai trasferimenti dei terreni agricoli finalizzati alla costituzione del compendio: nulla dice invece la norma in ordine alla possibilit di utilizzare quelle stesse agevolazioni con riferimento alla tacitazione dei diritti dei coeredi esclusi ad opera del coerede assegnatario del compendio. A tale proposito la disciplina del compendio si limita a prevedere che da questa forma di assegnazione preferenziale deriva lobbligo, a carico dellerede assegnatario, di tacitare i diritti dei coeredi esclusi, a cui favore sorge un credito di valuta garantito da ipoteca iscritta a tassa fissa sui terreni caduti in successione, da pagarsi entro due anni dallapertura della stessa, con un tasso di interesse inferiore di un punto a quello legale. Questa sostanziale impossibilit per il coerede preferito di ricorrere a forma di finanziamento agevolato rischia, a mio giudizio, di tradursi nella concreta applicazione della norma, in una disincentivazione alla richiesta di assegnazione in sede ereditaria del compendio unico. Forse maggiore attenzione a questo peculiare profilo si riscontra nel disciplina ereditaria del maso chiuso dettata dalla legge della provincia di Bolzano, 28 novembre 2001, n. 17 Legge sui masi chiusi, che com noto, si articola attorno ai due principi fondamentali espressamente enunciati all11, della considerazione del maso come unit indivisibile e della sua assegnazione ad un unico erede o legatario. Infatti, al fine di agevolare il subentro dellassuntore nel maso, lart. 27 della legge riconosce a questultimo la possibilit di chiedere alla commissione locale per i masi chiusi una dilazione nel pagamento del prezzo di assunzione che egli tenuto a versare ai coeredi, ed determinato nel suo ammontare dal testatore o, in mancanza di indicazioni da parte di questultimo, sulla base di un accordo degli interessati o, infine, nel caso in cui tale accordo non sia raggiunto, pu essere stabilito dal giudice sulla base dei criteri indicati dalla legge medesima5.

Il Patto di famiglia come potenziale soluzione al problema del frazionamento fondiario


Alle medesime considerazioni critiche in ordine alle difficolt di applicazione come strumento idoneo a prevenire la frammentazione fondiaria, legate alla eccessiva onerosit delle soluzioni proposte a carico di colui o coloro che subentrano nella titolarit del fondo, appare listituto del patto di famiglia, di cui alla legge 14 febbraio 2006, n. 55, recante il titolo Modifiche al codice civile in materia di patto di famiglia, entrata in vigore a partire dal 16 marzo 2006, che ha introdotto nel codice civile lart. 768 bis6. Lart. 768 bis definisce il patto di famiglia come un contratto con il quale, compatibilmente con le disposizioni in materia di impresa familiare e nel rispetto delle differenti tipologie societarie, limprenditore trasferisce, in tutto o in parte, la sua azienda gestita in forma individuale, e il titolare di partecipazioni societarie trasferisce, in tutto o in parte, le proprie quote, ad uno o pi discendenti. Il coniuge e tutti coloro che sarebbero legittimari ove in quel momento si aprisse la successione nel patrimonio dellimprenditore, sono chiamati ex art. 768 quater, 1 comma, a prendere parte al patto, che sensi dellart. 768 ter, deve essere concluso a pena di nullit per atto pubblico.

Lassegnatario o gli assegnatari dellazienda o delle quote societarie, sono obbligati ex art. 768 quater, 2 comma, a liquidare i legittimari che hanno partecipato al patto, salvo che questi ultimi non vi rinunzino in tutto o in parte, con il pagamento di una somma corrispondente al valore delle quote di riserva a loro favore, previste dalle norme dettate in materia dal codice, agli artt. 536 e seguenti; i contraenti possono convenire che la liquidazione, avvenga, in tutto o in parte, in natura. I beni assegnati ai legittimari in forza della liquidazione pattizia, sono imputati, secondo il valore ad essi attribuito nel patto, alle quote di legittima loro spettanti (ex art. 768 quater, 3 comma). Ai sensi del IV comma dellart. 768 quater, quanto ricevuto dai contraenti in forza del patto, dunque sia lazienda e le partecipazioni societarie, sia i beni assegnati ai legittimari a titolo di liquidazione, non soggetto a collazione o riduzione. Lesenzione ex lege dalla collazione e dallazione di riduzione configura una deroga significativa al regime ereditario di matrice codicistica, che trova la sua ragion dessere nella esigenza di garantire allassetto di interessi costruito attraverso il patto di famiglia, un particolare effetto di stabilit, che rappresenta lessenza della portata innovativa dellistituto. Anche in epoca precedente allentrata in vigore della legge n. 55 del 2006, e dunque a prescindere dal patto di famiglia, allimprenditore era riconosciuta la possibilit di trasferire per atto inter vivos lazienda o le sue partecipazioni societarie, al discendente dotato di maggiori attitudini manageriali, attraverso, per esempio, il ricorso allo strumento della donazione: gli effetti di tale atto di disposizione a titolo gratuito erano per soggetti al rischio di essere nebulizzati dalleventuale esercizio ad opera dei legittimari pretermessi dellazione di riduzione, e dallobbligo della collazione, alla luce rispettivamente degli artt. 555 e 737 del codice civile. Lart. 737 del codice civile, lo ricordo, impone ai figli legittimi e naturali, ai loro discendenti legittimi e naturali, e al coniuge, che concorrono alla successione, lobbligo di conferire ai coeredi tutto ci che hanno ricevuto dal defunto per donazione direttamente o indirettamente, salvo che il defunto non li abbia dispensati: con la precisazione contenuta nel secondo comma della stessa norma, che la dispensa da collazione produce effetto soltanto nei limiti della quota disponibile. A sua volta, lart. 555 del codice civile riconosce ai legittimari, una volta esaurito il valore dei beni di cui stato disposto per testamento, ai fini della reintegrazione della quota di eredit loro spettante, di esperire lazione di riduzione delle donazioni effettuate in vita dal de cuius, il cui valore ecceda la quota della quale questultimo poteva disporre, fino alla quota medesima. Se nessun ostacolo si pone, sotto il profilo formale, alla configurabilit del patto come strumento di regolazione dellassetto ereditario di unimpresa agricola organizzata in forma individuale o societaria, dal momento che non si ravvisa, allinterno della disciplina contenuta nel Capo V bis del codice civile, alcuna norma che limiti, espressamente o implicitamente, la sua applicabilit alle sole imprese commerciali, da notare, anzitutto, ai nostri fini che la disciplina del patto appare potenzialmente idonea a garantire non tanto lintegrit fondiaria, bens quella aziendale: lart. 768 bis individua infatti a chiari termini lazienda come oggetto del patto. Ma qualche riflessione critica circa la idoneit del patto di famiglia a fungere da strumento idoneo a garantire la conservazione dellintegrit fondiaria attraverso la garanzia dellintegrit aziendale e la continuit dellesercizio della relativa impresa dopo la morte dellimprenditore, si presta, a mio avviso, anche la circostanza che nulla la nuova disciplina prevede circa eventuali divieti o limiti posti allassegnatario della azienda medesima, in ordine alla divisione di questultima in epoca successiva allassegnazione. In altri termini non dato riscontrare nella disciplina del patto di famiglia una clausola di garanzia della conservazione nel tempo della unit aziendale e della continuazione dellesercizio dellimpresa da parte del discendente assegnatario: profilo, invece, presente, come abbiamo visto, nella disciplina del compendio unico. In secondo luogo, nella applicazione del patto di famiglia allimpresa agricola, lintegrit fondiario-aziendale ed il subentro

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ed., Utet, Torino, 2006

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privilegiato nellattivit viene ad essere garantita non attraverso limposizione legale di un regime ereditario differenziato, bens attraverso la predisposizione di un meccanismo pattizio, al quale tutti gli attori della vicenda ereditaria possono liberamente aderire: nessuno di questi ultimi infatti obbligato a stipulare il patto, e dunque a subire le conseguenze che dallo stesso derivano, ma sia limprenditore, sia il discendente assegnatario dellazienda, sia i legittimari esclusi dallassegnazione sono liberi di prestare o meno il loro consenso. Lostacolo fondamentale alloperativit del patto in agricoltura, appare per legato soprattutto allassenza di indicazioni normative circa eventuali agevolazioni di natura finanziaria e/o fiscale che consentano allerede o agli eredi assegnatari dellazienda di tacitare i diritti degli altri legittimari parti del contratto. La disciplina del patto di famiglia, cos come formulata dalla legge del 2006, si limita infatti, come abbiamo visto, a prevedere a carico degli assegnatari dellazienda o delle partecipazioni societarie, la liquidazione degli altri legittimari parti del contratto, ove questi non vi rinunzino in tutto o in parte, con il pagamento di una somma corrispondente al valore delle quote di riserva a favore dei legittimari medesimi, con la possibilit che tale liquidazione avvenga in tutto o in parte in natura.

Bonilini G., Manuale di diritto ereditario e delle donazioni, IV Carrozza A., Per un diritto agrario ereditario, in Rivista di
diritto civile, 1978

Carrozza A., La disciplina delle successioni mortis causa in


agricoltura (Presentazione di uno schema di legge), in Giurisprudenza agricola it., 1979 De Caprariis A., voce Maso chiuso, in Encicl. Giuridica Treccani, Roma, 1990 De Nova G., Il principio di unit della successione e la destinazione dei beni alla produzione agricola, in Riv. dir.agr., 1979 De Nova G., voce Successioni mortis causa in agricoltura, in Dizionari del dir.priv., Irti N. (a cura), vol. IV, Diritto agrario, Carrozza A., Giuffr (a cura), Milano, 1983 Ferrucci N., Ricomposizione fondiaria e conservazione dellintegrit dellazienda agricola, in I Georgofili, Atti dellAccademia dei Georgofili, anno 2004, serie VIII, vol. I, Tomo II Ferrucci N., Il dibattito sollevato dal Progetto A.n.g.a per la soluzione globale del problema ereditario in agricoltura (Valutazioni e confutazioni), in Rivista di Diritto agrario, 1981 Ferrucci N., La famiglia in agricoltura, Giuffr, Milano, 1999 Ferrucci N., voce Successioni agrarie, in Digesto delle discipline privatistiche, Sezione civile, Aggiornamento, Utet giuridica, Torino, 2011 Ferrucci N., voce Compendio unico, in Digesto delle Discipline Privatistiche, Sezione civile, Aggiornamento, Utet giuridica, Torino, 2011 Ferrucci N., Il compendio unico come strumento di garanzia della conservazione dellintegrit aziendale in sede ereditaria, in Diritto e giurisprudenza agraria e dellambiente, 2004 Ferrucci N., La nuova legge provinciale sul maso chiuso: spunti per una riviviscenza dellistituto, in Rivista di Diritto agrario, 2003 Ferrucci N., Il subentro generazionale nellimpresa agricola alla luce della legge 14 gennaio 2006, n. 55<<Modifiche al codice civile in materia di patto di famiglia>>, in Rivista di Diritto agrario, 2008 Gabrielli G., voce Maso chiuso, in Novissimo Digesto Italiano, Appendice, IV, Torino, 1983 Galloni G., La successione nellimpresa coltivatrice, in Giurisprudenza agraria italiana, 1990 German A., voce Successione in agricoltura, in Digesto delle discipline privatistiche, Sezione civile, Utet, Torino, 1999 La Porta U., Il patto di famiglia, Utet giuridica, Torino, 2007 Petteruti G., Compendio unico in agricoltura- Caratteri generali ed irrevocabilit del vincolo di indivisibilit Effetti del mutamento di destinazione su decadenza da agevolazioni e vincolo di indivisibilit, in www.notariato.it Porru P.M., Profili storici della successione speciale nel maso chiuso: la designazione dellassuntore, in Giurisprudenza agraria italiana,1979 Rizzi G., Il patto di famiglia. Analisi di un contratto per il trasferimento dellazienda, in Notariato, n. 4/2006 Russo L., Patto di famiglia e azienda agricola, in Rivista di Diritto civile, 2007 Sciaudone A., Conservazione dellintegrit fondiaria. Commento allart. 7 D.Lgs. 99/2004, in Rivista di Diritto agrario, 2004,I Cabiddu P., Il compendio unico di cui allart. 7 del D.Lgs. 29 marzo 2004, n. 99, modificato dal D.lgs. 101/2005, in www.notariato.it

Riflessioni conclusive
Le defaiances rilevate, sia con riferimento al compendio unico, che al patto di famiglia, in ordine alleccessiva onerosit delle soluzioni proposte rivelano uno dei problemi fondamentali che il legislatore stato chiamato a risolvere allorquando ha posto mano alla elaborazione di strumenti che operano sul piano delle successioni in agricoltura in deroga al diritto ereditario comune, e, daltro canto, evidenziano una scarsa sintonia con le indicazioni contenute nella Raccomandazione n.94/1069/CE della Commissione, del 7 dicembre 1994, sulla successione nelle piccole e medie imprese, dove la Comunit europea, consapevole del fatto che uno degli ostacoli al buon esito della successione costituito proprio dalla difficolt per i successori di finanziare il compenso per gli altri coeredi, ha invitato gli Stati membri a rendere disponibili adeguati strumenti di finanziamento. Al momento peraltro, esse sembrano frenare loperativit dei meccanismi predisposti dal legislatore. Si pu dunque concludere senza dover essere tacciata di eccessivo pessimismo, che siamo ancora allalchimia e non alla medicina nella ricerca di una soluzione al duplice problema della frammentazione e ricomposizione fondiaria, lungo un cammino che ancora si muove sul terreno dellincertezza.

Note
V. sul tema Ferrucci N., 2004. 2 In ordine ai problemi inerenti le successioni mortis causa in agricoltura ed alle relative soluzioni reperibili alla luce della normativa, della dottrina e della giurisprudenza, v., per tutti: Carrozza A., 1978; Id., 1979; De Nova G., 1979; ID, 1983, pag. 841; Ferrucci N., 1981, pag. 119; Ead., 1999; Ead., 2011; Galloni G., 1990; German A., 1999. 3 Sul compendio unico: Ferrucci N., 2011; Ead., 2004, pag. 317; Sciaudone A., 2004, Cabiddu P.; Petteruti G. 4 Sul punto v. Petteruti G. 5 Sullattuale disciplina del maso chiuso: Ferrucci N. Sui profili storici dellistituto, De Caprariis A., 1990; Gabrielli G., 1983; Porru P.M., 1979. 6 Sullapplicabilit del patto di famiglia alle successioni agrarie, Ferrucci N., 2008; Russo L., Patto di famiglia e azienda agricola, 2007. In generale sulla disciplina del patto di famiglia: Amadio G., 2007; Angrisani A., Sica S., 2007; Bonilini G., 2006; Caccavale C., 2006; La Porta U., 2007; Rizzi G., 2006.
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Riferimenti bibliografici
Amadio G., Patto di famiglia e funzione divisionale, in Rivista
del notariato, 2007

Angrisani A., Sica S., Il patto di famiglia e gli altri strumenti di


successione dellimpresa, Giappichelli, Torino, 2007

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Propriet della terra ed impresa agricola: i nodi della politica tributaria


Antonio Cristofaro

Introduzione
La terra, in senso generale del termine, costituisce per il settore agricolo un fattore di produzione, ma un fattore molto sui generis non assimilabile al capitale reale di cui normalmente si parla nelle tradizionali funzioni di produzione. Inoltre la terra necessaria per tutte le attivit umane sia market che non-market, il suo uso, come nudo suolo, nel settore agricolo entra quindi in competizione con tutti gli altri usi possibili. Di conseguenza dal d che nozze, tribunali ed are... la regolamentazione della propriet della terra stata una costante di tutti i sistemi normativi e la sua evoluzione a partire dalla rivoluzione industriale stata strettamente connessa con levoluzione complessiva del sistema economico. Pi di recente si andata affermando una maggiore attenzione alla funzione della terra, per la produzione e forse pi correttamente per il mantenimento dei beni comuni (ambiente in senso lato del termine); funzione connessa non solo allattivit agricola in senso stretto, ma anche del tutto autonoma e quindi con essa in concorrenza, anche perch la produzione di beni agricoli per il mercato pu essere altamente inquinante. Inoltre la stessa struttura dellimpresa agricola, dal punto di vista dimensionale, stata posta recentissimamente in discussione; il nanismo delle imprese agricole italiane, non sarebbe pi un punto di debolezza, ma prefigurerebbe un assetto sociale ideale per la teoria della decrescita felice (Bertaglio, Pallante, 2013). Queste tematiche assumono una particolare veste nella realt economica italiana, in cui il numero di proprietari terrieri estremamente elevato rispetto al numero degli imprenditori propriamente detti. Si tratta, come noto, di circa 6 milioni di persone fisiche a fronte di poco pi di 500.000 imprenditori agricoli. E un retaggio del passato; i contadini degli anni cinquanta hanno cambiato mestiere, ma hanno mantenuto la propriet dei terreni. I rapporti tra queste due categorie peraltro non sono mai stati idilliaci; le associazioni imprenditoriali, come noto, hanno sempre guardato con sospetto gli agricoltori della domenica, la cui produzione , poco o tanto, in concorrenza con quella dellimpresa agricola ed in particolare della piccola impresa individuale. In questo quadro la politica tributaria ha giocato un ruolo non indifferente, anche se ha seguito percorsi non lineari; cronaca recente la contrattazione che avvenuta tra le associazioni imprenditoriali e il governo, relativamente allapplicazione dellImu alle imprese agricole, con ladozione di una clausola di salvaguardia, che, nei suoi termini specifici, un caso pi unico che raro (Capparelli, 2013). Si tratta quindi di analizzare, da questo punto di vista, due diversi mondi, che producono un mix di beni privati (market e non market) e di beni comuni, ma in proporzioni differenti e con organizzazioni produttive differenti. Il lavoro mette anzitutto a fuoco le caratteristiche socioeconomiche dei proprietari e degli imprenditori agricoli principalmente sulla base dei dati ricavabili dalle dichiarazioni dei redditi, dellIva e dellIrap, che consentono di descrivere una realt che, specie per quanto riguarda i proprietari, relativamente sconosciuta (Cristofaro, 2011). Di ambedue i gruppi viene poi analizzato il trattamento tributario negli anni pi recenti. E in questo periodo infatti che si chiude definitivamente il tentativo iniziato con la riforma Visco del 1997, di dare, dopo parecchi anni, un assetto omogeneo

allimposizione dellimpresa agricola, distinguendo gli imprenditori, che hanno forme organizzative e dimensioni del tutto analoghe a quelle proprie degli altri settori produttivi, e tutti gli altri produttori, la cui differenza con gli agricoltori della domenica pi di tipo quantitativo che qualitativo (Cristofaro, 2012). Il tentativo fallisce e con gli ultimi provvedimenti in materia di Imu e di Irpef la barriera tra limprenditore agricolo in senso generico del termine ed il mero proprietario terriero viene sostanzialmente mantenuta, senza riconoscere a questultimo una qualche funzione specifica in termini di produzione di beni comuni.

Proprietari ed imprenditori: gli aspetti socioeconomici


In questi ultimi anni il numero di proprietari, iscritti nel catasto terreni, in quanto titolari di reddito dominicale, rimasto sostanzialmente stabile, ma le loro caratteristiche hanno subito significativi mutamenti. Se i vari soggetti vengono identificati con la caratteristica di produrre o meno per il mercato si possono distinguere due diverse tipologie: proprietari di terreni che non esercitano unattivit agricola in modo abituale, producono solo occasionalmente per il mercato e di conseguenza non sono titolari di partita Iva; imprenditori la cui attivit principale si esplica nel settore agricolo1; Al primo gruppo, i cui componenti potrebbero essere definiti come proprietari puri fa capo sostanzialmente unattivit di autoconsumo in senso lato del termine; esso dovrebbe comprendere, da un punto di vista economico, anche quei proprietari di terreni, titolari di partita Iva, ma con un volume di affari particolarmente modesto, da non essere tenuti alla relativa dichiarazione, ma non si hanno dati statistici sufficienti. Il secondo gruppo deve essere poi suddiviso in diverse categorie in relazione sia alla forma giuridica, che al trattamento tributario, con particolare riguardo alle imposte sul reddito ed allIrap; distinguendo tra imprese individuali, societ di persone, societ di capitali ed enti non commerciali. Nella tabella 1 indicato, per gli anni 2000 e 2010, il numero dei proprietari e degli imprenditori, cos come il relativo volume daffari2.
Tabella 1 - Numero dei proprietari di terreni, e quota del volume d'affari Numero dei proprietari in migliaia Proprietari puri Imprese individuali: - a determinazione catastale del reddito - a determinazione effettiva del reddito Societ di persone: - a determinazione catastale del reddito - a determinazione effettiva del reddito Societ di capitali, di cui: - S.p.a. - S.r.l. - Cooperative Enti non commerciali Totale Quota del volume d'affari Proprietari puri Imprese individuali Societ di persone Societ di capitali Totale 2000 5981 587 566 21 47 38 9 16 0,289 5 10,0 1,8 6.633 2010 6132 452 432 20 59 52 7 19 0,238 9 9,8 1,4 6.663 Variazione % 2010/2000 2,5 -22,9 -23,7 -1,7 24,7 36,1 -23,2 18,9 -17,8 71,0 -1,8 -21,7 0,5 Variazione % 2010/2000 20,4 -13,9 12,9 -2,7

Valori percentuali 15,2 28,6 15,3 41,0 100,0 18,3 24,6 17,2 39,8 100,0

Fonte: Ministero dell'Economia e delle Finanze - Dipartimento delle Finanze, Dati sulle dichiarazioni

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Come si pu notare il numero dei proprietari puri particolarmente elevato ed il loro peso economico, come gruppo, in termini di volume daffari significativo, intorno al 18% nel 2010, con un incremento del 20% rispetto al 2000. Tra gli imprenditori agricoli il peso pi rilevante con oltre il 56% del volume daffari spetta a quelli organizzati in forma societaria, con particolare riguardo alle societ di persone il cui numero aumentato di circa il 36% nel periodo. Allinterno delle societ di capitali assume particolare rilevanza la dinamica delle societ a responsabilit limitata, il cui numero tra il 2004 ed il 2010 pi che raddoppiato, probabilmente anche come effetto di alcuni cambiamenti normativi, come lopzione per la determinazione del reddito, ai fini Ires, su base catastale. Il declino degli imprenditori individuali del tutto evidente; in termini numerici si ha un decremento del 22% a cui corrisponde una diminuzione del 14% della quota sul volume daffari. Inoltre le imprese individuali sono le imprese pi piccole con scarti particolarmente rilevanti sia in termini di redditi agricoli che di volume daffari rispetto a quelle organizzate in forma societaria. Nel 2010 il valore medio del volume daffari era pari a 2 mila euro per i proprietari puri, a 48 mila euro per le imprese individuali, a 134 mila euro per le societ di persone ed infine a 1388 mila euro per le societ di capitali. Come si gi avuto occasione di osservare (Cristofaro, 2011) siamo in presenza di un mondo duale in cui la maggior parte della produzione (quasi il 70% del volume daffari, se si escludono i proprietari puri) concentrato in un numero relativamente piccolo di imprese medio-grandi. Tutti questi aspetti si sono accentuati con la crisi economica; fino a tutto il 2007 il numero delle imprese individuali superava le seicentomila unit e la quota del volume daffari il 35%. Anche le caratteristiche sociali di questa categoria hanno subito almeno tra il 2009 e il 2010 alcuni mutamenti significativi. Nella tabella 2 ne indicata la distribuzione per classi di et e per sesso, con riferimento ai soli imprenditori a determinazione catastale del reddito, che peraltro come si visto sono la stragrande maggioranza.
Tabella 2 - Distribuzione deglli imprenditori individuali a determinazione catastale del reddito per classi di et e sesso
Valori assoluti Classi di et 0 - 24 25 - 44 45 - 64 oltre 64 Totale Sesso Maschi Femmine Totale 419.140 146.882 566.022 2000 5207 138562 244295 177957 566.022 2005 5067 141690 253588 210123 610.468 2009 3392 110561 242922 199265 556.141 2010 3.548 94.017 192.225 142.183 431.973 2000 0,9 24,5 43,2 31,4 100 Quote % 2005 0,8 23,2 41,5 34,4 100 2009 0,6 19,9 43,7 35,8 100 2010 0,8 21,8 44,5 32,9 100

una percentuale rilevante (42%) di proprietari puri si colloca nella fascia di et superiore ai 64 anni; si tratta sostanzialmente di pensionati; tale percentuale significativamente superiore a quella dei contribuenti senza terra, cos come a quella degli imprenditori; la quota di proprietari puri, rispetto al numero dei contribuenti, maggiore nelle regioni meridionali (16 %), cos come si verifica per gli imprenditori (2%); la quota dei proprietari puri, rispetto al numero dei contribuenti, maggiore nelle classi pi elevate di reddito (oltre il 25% rispetto a una media del 14 %), con valori medi del reddito da terreni, relativamente pi elevati;

La politica tributaria
Fino a tutti gli anni 80 non cera alcuna distinzione per quanto riguarda le imposte sul reddito (Irpef, Irpeg, Ilor) relativamente a tutti i soggetti proprietari di terreni. La base imponibile era costituita dal reddito catastale, ossia un reddito potenziale, la cui determinazione era del tutto svincolato dal reddito effettivamente percepito, nonch dalle forme organizzative necessarie a produrlo. Praticamente ai fini delle imposte dirette limpresa agricola era un soggetto inesistente, anche se poi riacquistava visibilit ai fini dellIva, cos come per alcune agevolazioni in tema di imposta di registro. Ci dava luogo ad una fiscalit di vantaggio derivante dalla differenza tra reddito catastale e reddito effettivo; in tutto il periodo che va dal 1980 al 2010 il primo non ha mai superato il 20% del secondo. Dai primi anni novanta prevalse una diversa filosofia, mirante a separare le imprese agricole, che per struttura non erano diverse da quelle operanti negli altri settori produttivi, dalle imprese individuali di pi ridotte dimensioni; di conseguenza prima le societ di capitali e poi le societ di persone in accomandita semplice ed in nome collettivo furono assoggettate allimposizione in base a bilancio. Analogamente quando nel 1997 fu introdotta lIrap furono stabiliti due distinti regimi, uno per le societ e laltro per le imprese individuali, con la previsione, che entro un tempo ragionevole questultimo dovesse essere limitato alle imprese pi piccole, il che poi non avvenne (Cristofaro, 2012). In entrambi i regimi fu prevista unaliquota ridotta, rispetto a quella applicabile agli altri settori produttivi. Nello stesso tempo non fu minimamente presa in considerazione la figura del proprietario puro, a cui non veniva riconosciuta nessuna funzione specifica, n in termini di produzione di beni agricoli, n in tema di produzione di beni comuni; il reddito imponibile continuava ad essere determinato su base catastale, ma gli venivano negate diverse agevolazioni di varia natura (imposta di registro, Ici e successivamente Imu) riconosciute anche ad imprese agricole talmente modeste, da esserne sostanzialmente indistinguibili. Non fu peraltro assoggettato allIrap. La fiscalit di vantaggio in tema di imposte sia dirette che indirette ha prodotto il risultato che nel settore agricolo il rapporto tra il gettito tributario, ed il valore aggiunto, sia notevolmente inferiore a quello prevalente nel resto del sistema economico. La pressione tributaria sul settore stata pari, in media, negli ultimi anni a circa il 40% di quella imputabile agli altri settori produttivi4. Se tuttavia da analisi cos aggregate si passa a considerare limpresa agricola operante nei singoli settori, il quadro si fa molto pi complesso; in effetti gli elementi che determinano il gettito tributario, non dipendono soltanto da specifiche normative, ma anche dalla configurazione generale del sistema tributario, che usualmente opera discriminazioni a seconda della natura giuridica, delle dimensioni dellimpresa, nonch dal mix di fattori produttivi usati dallimprenditore (Bosi, Guerra, 2008). Nella tabella 3 indicato per i tradizionali settori produttivi5 il rapporto tra lIrpef, inclusa la parte imputabile ai proprietari puri, lIres e lIrap, ed il risultato lordo di gestione, calcolato ai prezzi base.

Valori assoluti 427.689 182.779 610.468 380.791 175.350 556.141 305879 126.094 431.973 74,1 25,9 100

Quote % 70,1 29,9 100 68,5 31,5 100 70,8 29,2 100

Fonte: Ministero dell'Economia e delle Finanze - Dipartimento delle Finanze, Dati sulle dichiarazioni

E un mondo decisamente maschile e questa caratteristica che a partire dal 2001 era sembrata attenuarsi lentamente viene ribadita nel 2010 in cui la quota femminile ritorna ai livelli di alcuni anni precedenti. Era un mondo di anziani, con oltre il 35% di imprenditori di et superiore ai 64 anni; peraltro il ringiovanimento tra il 2009 e il 2010 forse solo un effetto ottico, derivante dalla diminuzione assoluta, per la prima volta particolarmente significativa del numero delle imprese. Fuoriescono donne e anziani che sembrano approdare al mondo dei puri proprietari accentuandone alcune caratteristiche socio-economiche3: la componente maschile (55%) si colloca ad un livello leggermente superiore rispetto ai contribuenti non agricoli, ma molto al di sotto di quella relativa agli imprenditori;

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Linclusione dellIrap tra le imposte dirette, quali sono lIrpef e lIres probabilmente uno dei punti pi controversi, perch nella contabilit nazionale lIrap compresa tra le imposte indirette; tuttavia tra gli studiosi di scienza delle finanze c un sostanziale accordo che debba essere considerata come unimposta a carico del reddito dimpresa (Bosi, Guerra, 2008; Monda, 2012). Un discorso analogo andrebbe fatto anche per lIci/Imu, ma non esistono dati statistici sufficienti per i singoli settori ad esclusione dellagricoltura. I dati sono stati calcolati come media per gli anni 2008 - 2010, ma non stato possibile confrontarli con gli anni pre-crisi, perch il cambiamento dei codici Ateco, avvenuto a partire dal 2007 rende non comparabili, a questo livello di disaggregazione, i dati sul gettito dei diversi tributi.
Tabella 3 - Pressione tributaria e quota dell'Ires sul gettito complessivo (Media del periodo 2008 - 2010) Pressione tributaria Quota dell'Ires Settori (%) (%) Agricoltura, silvicoltura e pesca Industria Costruzioni Commercio Trasporti e magazzinaggio Alloggio e ristorazione Servizi di informazione e comunicazioni Attivit professionali Attivit artistiche Totale 4,1 15,5 10,4 13,4 6,9 3,9 11,0 15,5 7,3 12,0 9,4 61,2 41,2 47,5 43,0 25,0 61,1 16,8 27,1 45,0

agricolo, un valore di gran lunga superiore a quello riferibile agli imprenditori agricoli. Tale divario derivava soprattutto dallIci, di cui questultimi erano in gran parte esenti. Sembra quindi che almeno fino al 2011 i proprietari puri fossero significativamente penalizzati, anche se i motivi di questa scelta non sono mai stati esplicitati e forse non esistono. Con lintroduzione dellImu nel 2012 il divario dovrebbe essersi attenuato, perch lammontare a carico dei proprietari puri rimane pi o meno uguale, mentre quello a carico degli imprenditori agricoli aumenta sensibilmente (Dipartimento delle Finanze 2013).

Note
A questi andrebbero poi aggiunti anche gli imprenditori la cui attivit principale non si esplica nel settore agricolo, ma che comunque svolgono unattivit agricola e sono proprietari di terreni. Tuttavia nelle statistiche sulle dichiarazioni non ci sono informazioni sufficienti; inoltre in contabilit nazionale la loro produzione agricola, il cui ammontare peraltro noto, esclusa dalla produzione della branca Agricoltura (Istat 2011a). 2 Il volume daffari relativo ai proprietari puri stato stimato sulla base del rapporto tra il reddito da terreni ed il volume daffari degli imprenditori agricoli a determinazione catastale del reddito. Si tratta ovviamente di un volume daffari virtuale in quanto i proprietari puri non vendono ordinariamente la loro produzione sul mercato. Peraltro almeno parzialmente il suo ammontare incluso nelle statistiche sulla produzione della branca Agricoltura (Istat 2011a). Inoltre lammontare probabilmente sovrastimato perch non si potuto tenere conto n dei terreni incolti, n soprattutto di quelli sottratti ad usi agricoli dallabusivismo edilizio. 3 I dati si riferiscono al 2009; non possibile elaborarli per gli anni precedenti al 2008 e non sono ancora disponibili quelli relativi al 2010. 4 Cfr. Inea (2012), Cap.17 5 E stato escluso il settore finanziario- assicurativo perch ha specificit che lo rendono non direttamente comparabile con gli altri settori produttivi; inoltre sono stati esclusi quei settori in cui la presenza pubblica talmente rilevante (sanit, istruzione etc.) da rendere i dati aggregati, come risultano dalla contabilit nazionale, inutilizzabili per calcolare il risultato lordo di gestione delle imprese private in essi operanti.
1

Fonte: Ministero dell'Economia e delle Finanze - Dipartimento delle Finanze, Dati sulle dichiarazioni; Istat, Conti nazionali 2012

Come si pu vedere, le imprese agricole hanno un tasso di pressione pari al 35 % di quello complessivo del sistema economico, confermando cos i risultati relativi al calcolo della pressione tributaria, a livello di valore aggiunto a cui si gi accennato. Peraltro sono in buona compagnia! Abbiamo sostanzialmente un settore molto particolare (Alloggio e ristorazione) con un tasso di pressione praticamente uguale a quello dellAgricoltura, e due settori (Trasporti e magazzinaggio, Attivit artistiche), con tassi significativamente inferiori alla media; tutti gli altri hanno tassi pi elevati, il cui valore massimo (15,5 %) riferibile al settore industriale. Le spiegazioni di queste diversit sono molteplici ed includono aspetti normativi, ma anche di struttura e di comportamento dellimpresa, come ad esempio levasione fiscale. Peraltro si pu rilevare come una parte non trascurabile delle differenze sia spiegabile con la dimensione giuridica dellimpresa. Quasi tutti i settori in cui predominano le societ di capitali e nei quali , di conseguenza, rilevante la quota di Ires sul gettito complessivo, hanno i tassi di pressione pi elevati; tale quota invece particolarmente modesta nel settore agricolo. In questo quadro i proprietari puri rappresentano un caso molto particolare; pur vero che il reddito agricolo rappresenta una frazione marginale del loro reddito complessivo, ma altrettanto vero, come si gi detto, che la politica tributaria li ha sostanzialmente trascurati, anche in questi ultimi anni in cui la loro funzione di produttori di beni comuni (paesaggio, salubrit dellaria, difesa del territorio), stata variamente messa in evidenza. Sta di fatto che il tasso di pressione riferibile alla parte agricola del loro reddito, sembra essere particolarmente elevato, anche se occorre muoversi con qualche cautela, perch la determinazione del reddito agricolo a loro spettante, non semplicissima. Comunque per il 2009, applicando al volume daffari, determinato pi sopra, un tasso di redditivit, pari a quello attribuibile alle aziende dedite esclusivamente allautoconsumo (Istat, 2011b), il reddito agricolo dei proprietari puri pu essere stimato intorno al 2% del loro reddito complessivo, ed il tasso di pressione intorno al 20% del reddito

Riferimenti bibliografici
Bertaglio A., Pallante M. (2013), Autoproduzione vs mercato
globale: la rivoluzione di Rahbi, Il Fatto Quotidiano, 27 marzo

Bosi P., Guerra M.C. (2008), I tributi nelleconomia italiana, Il


Mulino, Bologna

Capparelli A. (2013), Imu, dai terreni gettito di 628 milioni,


Agrisole, n 8

Cristofaro A. (2011), Le statistiche tributarie: una lente


deformata ma necessaria per lanalisi del mondo agricolo, Agriregionieuropa, n. 26 Cristofaro A. (2012), Il prelievo tributario in agricoltura da Vanoni a Calderoli, QA-Rivista dellAssociazione RossiDoria, n.3 Inea (2012), Annuario dellagricoltura italiana 2011, Inea, Roma Istat (2011a), La revisione dei conti nazionali in generale e della branca agricoltura http://www.istat.it/dati/ dataset/20110609_00/nota_metodologica.pdf Istat (2011b), I risultati economici delle aziende agricole (Rica-Rea) http://www.istat.it/salastampa/comunicati/ non_calendario/20110214_00/ e http://agri.istat.it Ministero dellEconomia e delle Finanze, Dipartimento delle Finanze, Dati e statistiche fiscali http://www.finanze.gov.it/ studi_stat_new/index.htm Ministero dellEconomia e delle Finanze, Dipartimento delle Finanze, Dati e statistiche fiscali, (2013), Imu: analisi dei versamenti 2012 Monda M. (2012), LIrap nel settore agricolo ed i suoi effetti sulla domanda di investimenti, Tesi di dottorato in Economia Politica, XXII ciclo, Universit degli Studi di Napoli Federico II Preziosi F., Tosoni G.P. (2012), Agricoltura e fisco, Gruppo24ore, Milano

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Gaia, la terra in cooperativa


Angela Solustri, Franco Sotte

Introduzione
Da anni in corso una profonda trasformazione nelle relazioni economiche e sociali che riguardano il fattore terra. Al centro di tale processo sono principalmente i rapporti proprietari. L'esodo dalle campagne dei decenni passati, con il progressivo distacco delle successive generazioni dallesperienza dellagricoltura, ha segnato un allentamento della relazione tra propriet e gestione agricola del terreno. Fino ad arrivare, a volte, ad un rapporto quasi esclusivamente finanziario in cui la propriet della terra una soluzione per il deposito e la conservazione del valore non diversa da quella di ogni altro bene di investimento. Primari obiettivi diventano quindi il ritorno economico e la mancanza di ostacoli alla disponibilit del bene. La rottura dei legami inoltre segnata dalla perdita di competenze tecnico-agronomiche da parte della propriet che, conseguentemente, vede ridimensionare la sua capacit di controllo sulla qualit della gestione. L'obiettivo di assicurarsi che il patrimonio fondiario non si disperda, e sia invece valorizzato, ha trovato nel tempo alcune soluzioni. Prima fra tutte l'affitto, con il quale si trasferisce, per un periodo definito, la gestione della terra ad imprenditori pi disponibili, qualificati e competenti. Soluzione che trova per alcuni ostacoli: nella rigidit fondiaria, nella localizzazione dei terreni, nella difficolt di ingresso di nuovi soggetti imprenditoriali in agricoltura. Altre risposte sono da rinvenire nella formazione di nuove tipologie professionali e nuove soluzioni gestionali. Tra queste, la figura del contoterzista ha conosciuto una larga diffusione ed evoluzione passando dall'affidamento di lavorazioni limitate (economicamente possibili solo su pi larga scala, come la mieti-trebbiatura) alla gestione complessiva del terreno. La condizione di precariet, che spesso caratterizza quest'ultimo tipo di rapporto, accompagnata dallorientamento produttivo verso colture labour saving e ad alto impiego di macchine, favorisce modalit di conduzione con obiettivi di breve periodo che possono produrre, sulla qualit dei terreni e dellambiente, danni non sempre recuperabili. In tale quadro, lesperienza marchigiana della cooperativa Gaia (Gestione Associata Imprese Agricole) si presenta come una soluzione di successo per la gestione e la valorizzazione della terra. In particolare, la formula organizzativa adottata pu rappresentare una risposta sia alla ricerca di soluzioni per i proprietari non direttamente coinvolti nella conduzione del proprio fondo, sia alla frammentazione fondiaria. Il caso Gaia stato oggetto di uno studio recentemente pubblicato: ad esso si rimanda per ogni dettaglio (Solustri, Sotte, 2013)

svolgono direttamente attivit di conduzione agricola e/o attivit di acquisto/gestione di fattori o commercializzazione e trasformazione dei prodotti agricoli conferiti dai soci. La Gaia si differenzia ovviamente anche dalle forme cooperative (bracciantili) in cui oggetto del conferimento il lavoro, che nel caso specifico non conferito dai soci ma assunto direttamente dalla cooperativa. L'esigenza di ampliamento determina, nel 1995, la costituzione della Agridea, una societ a responsabilit limitata, finalizzata all'acquisizione di terreni tramite l'affitto; tale formula risultava in quel periodo particolarmente attraente, anche per la forte diffidenza di molti proprietari verso la soluzione cooperativa e per lincertezza sul livello della liquidazione. Nel tempo, il confronto tra le due modalit di remunerazione (affitto o ristorno) ha dimostrato il vantaggio della soluzione cooperativa, con la conseguente scelta di numerosi proprietari di passare da affittuari dellAgridea a soci della Gaia (attualmente Agridea incide per circa il 30% sul totale dei terreni gestiti). Oggi la cooperativa Gaia aggrega pi di 150 aziende fortemente eterogenee in termini dimensionali, l'estensione complessiva di circa 2 mila ettari dislocati nelle Marche (Figura 1) e nel teramano in Abruzzo. L'attivit dell'impresa cooperativa consiste nella gestione diretta dei terreni nelle province di Pesaro-Urbino, Ancona e Macerata attraverso il lavoro di due operai a tempo pieno e indeterminato e di quattro/cinque operai a tempo determinato con una media ciascuno di 140 giornate/anno. Lorganico aziendale si completa con un direttore, una segretaria e un tecnico. Il ricorso al contoterzismo la soluzione per le province pi lontane e per tutte le operazioni di raccolta e logistica.
Figura 1 - I terreni della Cooperativa Gaia nelle Marche (per classi dimensionali di incidenza su territori comunali - anno 2011)

Una cooperativa tra proprietari


La cooperativa Gaia nasce nel 1977 in un contesto caratterizzato dal passaggio dalla mezzadria a soluzioni impostate sullautonomia imprenditoriale. I proprietari, impreparati ad una conduzione diretta dei propri fondi, necessitavano di una soluzione per mettere a reddito i suoli, che andasse oltre il contratto di affitto, caratterizzato da lunghi vincoli temporali e oggettive difficolt per rientrare in possesso del proprio terreno. L'allora direttore provinciale di Confagricoltura di Ancona matura l'idea di una forma aggregativa di conduzione di terreni che trova inizialmente ladesione di 14 piccole aziende agricole con una estensione complessiva di 150 ettari ubicati nel comune di Senigallia. La cooperativa, cos costituita, inizia la conduzione dei suoli conferiti con mezzi e personale propri. La presenza di soci conferenti di terreno non direttamente coinvolti nella conduzione aziendale differenzia lazienda dalle tipiche forme di cooperazione agricola costituite da coltivatori che Le opportunit offerte dalle politiche per il settore agricolo attuate attraverso i Piani di sviluppo rurale sono state sempre oggetto di attenzione della cooperativa; in modo particolare le misure relative al basso impatto ambientale, al biologico e alle filiere regionali.

Gaia e i suoi soci, i competitor e gli acquirenti


Tutti i soci di Gaia rivestono la qualifica di conferente di terreno e ciascuno riceve uguale trattamento. Questa omogeneit rende la convivenza tra soci meno conflittuale e pi semplice. Essi hanno l'obbligo di rimanere in cooperativa per un minimo di quattro anni. Tale vincolo temporale ha una duplice valenza: permette un ritorno economico degli investimenti che, una volta avvenuto il conferimento, la cooperativa effettua sui terreni; allo

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stesso tempo, garantisce al proprietario una libert di gestione del bene superiore a quella possibile con altre forme di affidamento a terzi, affitto compreso. Nei termini stabiliti nello Statuto, i soci possono inoltre avere il ruolo di finanziatore. Molti dei soci presenti nella compagine sociale attuale sono nella cooperativa dal primo decennio di attivit a conferma della fiducia nella cooperativa e della soddisfazione per la gestione aziendale. L'oggetto sociale di Gaia quello di perseguire benefici per i soci attraverso attivit che tendano a valorizzare i terreni e le produzioni agricole. Dalla differenza tra i ricavi e i costi dell'intera gestione si ottiene il ristorno per i soci. Peculiare in Gaia il meccanismo per la sua suddivisione, che si basa su punteggio tarato sulle specificit di ogni terreno conferito che tiene conto dei seguenti parametri: (a) estensione, (b) irrigabilit, (c) giacitura, (d) ostacoli alla coltivazione, (e) conformazione, (f) fertilit, (g) altitudine, (h) esposizione, (i) distanza dalla costa, (j) distanza da altri terreni condotti dalla cooperativa, (k) diritti Pac associati al terreno (Tabella 1). La ripartizione del margine distribuibile viene quindi assegnata suddividendo il margine retribuibile risultante alla fine della gestione, per il punteggio complessivo posseduto da ogni socio, senza tenere conto quindi del risultato reale di ciascun appezzamento, ma in base all'andamento di tutta la cooperativa. Questo riveste un importante valore mutualistico, in quanto distribuisce tra i soci il rischio per le avversit climatiche e per le diverse scelte colturali operate nei vari terreni, tutelando cos il reddito fondiario.
Tabella 1 - Esempi di valutazione dei terreni conferiti
Variabile rilevante Estensione Giacitura Ostacoli alla coltivazione Conformazione Fertilit Altitudine Esposizione Distanza dalla costa Distanza da altri terreni Gaia Possibilit di irrigazione Aree incolte da curare Diritti Pac Punteggio finale ad ha Socio A Molto bassa <4 > 25 % molti irregolare bassa oltre 300 m Nord oltre 30 km oltre 20 km nessuna 15/20% vedi nota 60 Socio B Bassa 7 15/20% medi mediamente irregolare medio bassa 100/300 m Nord/Ovest tra 10 e 30 Km tra 5 e 20 Km nessuna tra 5 e 15% vedi nota 80 Socio C Media 10 10/15% pochi regolare media 70/100 m Nord/Est 5/10 km 5 km non irriguo 5% vedi nota 100 Socio D Alta 20 5/10% pochissimi regolare buona 50 m Sud-Sud/ Est meno di 5 Km Da 2 a 5 Km parziale tra 3 e 5% vedi nota 120 Socio E Molto alta > 20 0 nessuno regolare elevata 0 pianura meno di 2 Km contiguo irriguo 0 vedi nota 145

tempistica e cio nellesecuzione delle lavorazioni nel momento ottimale che varia in base alla tipologia colturale, al clima, alle precipitazioni e cos via. Tale modalit di interazione, inoltre, tutela maggiormente la fertilit dei suoli rispetto alla passivit che caratterizza il rapporto tra proprietario, specie se piccolo, e generico contoterzista. La produzione della Gaia, costituita prevalentemente da grano duro, stata destinata nel corso del tempo all'industria molitoria, ai panifici e ai pastifici. Un aspetto rilevante che ha caratterizzato la crescita imprenditoriale stato quello di coltivare i rapporti di filiera. Dal 2007, la Gaia ha avviato una collaborazione con la Barilla tradottasi in contratti di vendita pre-semina. Laccordo pre-semina con Barilla ha permesso alla cooperativa di svincolare i suoi risultati economici dalla volatilit e dalla imprevedibilit dei mercati dei prodotti cerealicoli e di incrementare e stabilizzare la remunerazione dei soci. Dopo la bolla dei prezzi sui mercati agricoli, verificatasi nel 2007/8, che ha determinato un picco delle quotazioni, queste hanno infatti continuato a registrare una estrema variabilit caratterizzata anche da importanti ribassi.
Figura 2 - Andamento ristorni per ettaro di Sau (valori costanti 2011)
800 700 600 500

euro

400 300 200 100 0 ristorno 2002 471 2003 272 2004 168 2005 110 2006 158 2007 529 2008 540 2009 518 2010 554 2011 676

Fonte: ns. elaborazione su dati di bilancio

Nota: ad oggi, i diritti Pac non sono stati oggetto di valutazione in quanto: i titoli sono stati attribuiti alla Cooperativa e quindi sono patrimonio comune dei soci gi presenti; le fuoriuscite dei primi anni 2000 hanno determinato un eccesso di titoli non pi quindi considerati nella valutazione dei nuovi soci

I naturali concorrenti di Gaia sono i contoterzisti che nella regione Marche hanno assunto nel tempo un ruolo rilevante nel comparto primario. Questo trova spiegazione nella storica presenza di colture estensive, nell'alta incidenza dei conduttori con et avanzata, nella sovra-meccanizzazione dell'agricoltura (nel 2010 nelle Marche risultano 4,3 (!) trattrici per occupato) che, in alcuni casi, determina un artificiale innalzamento dei canoni di locazione, influenzando la scelta tra destinazioni alternative dei terreni posseduti. Nella realt per, i migliori contoterzisti hanno convenienza al rapporto con la Gaia, in quanto la cooperativa gestisce parte delle terre attraverso il loro lavoro assicurando continuit di rapporti e contratti per importi consistenti. A conferma di ci, interessante rilevare la fidelizzazione che si sviluppata, verso la Gaia, da parte di alcuni contoterzisti. In questa collaborazione, che si svolge con mutua convenienza e controllo, il valore aggiunto per la cooperativa risiede nella

Nella tipologia contrattuale pre-semina, il prezzo della materia prima rappresenta l'elemento chiave per entrambe le parti contraenti. La sua composizione si basa sull'andamento del mercato e sui costi sostenuti per produrre il grano duro, conformemente a quanto richiesto dall'acquirente. Le percentuali di aggancio al mercato e ai costi sono generalmente paritarie ma, in periodi di mercato depresso, la percentuale di correlazione ai costi di produzione ha raggiunto l'80%. Da quanto rilevato negli ultimi anni, il prezzo medio concordato nei contratti tra Gaia e Barilla risultato significativamente superiore (+21,9%) a quello esistente sul mercato al momento della stipula (prezzo medio 2008-2011: Gaia 34,00 euro, mercato 27,89 euro). Dal lato dell'industria di trasformazione, gli elementi cruciali presenti nel contratto pre-semina sono la conoscenza del prezzo della materia prima in anticipo rispetto alla determinazione del prezzo di vendita dei propri prodotti, l'affidabilit nei termini di consegna, il livello qualitativo del grano acquistato. A questo ultimo elemento si collega il grande sforzo di affinamento delle tecniche produttive attuato dalla Gaia. Va inoltre rilevato che la cooperativa ha avviato iniziative di diversificazione produttiva attraverso l'attivit agrituristica, la commercializzazione di produzioni tipiche e di nicchia, la fornitura di servizi di assistenza e consulenza legati al settore connesso allattivit principale.

Analisi economico-finanziaria
Le scelte strategiche operate nella gestione di Gaia trovano un diretto riscontro nei risultati economico-finanziari, che qui vengono sommariamente presentati. Per una analisi pi

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approfondita si rinvia allo studio recentemente pubblicato sul caso (Solustri, Sotte, 2013). L'analisi dei bilanci del decennio 2002-2011 ha permesso di testare la performance aziendale che, in particolare, dal 2007 viene influenzata dai cambiamenti di mercato e di politica agraria europea, ma principalmente dal citato accordo di filiera tra la cooperativa e Barilla. I valori relativi al 2011 permettono di mettere a fuoco alcune caratteristiche riscontrabili nell'analisi delle serie storiche. La produzione lorda vendibile risulta pari a 2,3 milioni di euro mentre l'investimento complessivo di 2,7 milioni di euro. L'attivo corrente copre l'85% del capitale investito, le fonti finanziarie provengono per l'81% da capitali restituibili nel breve periodo e sono strettamente correlate al rapporto con i soci (il peso dei debiti per conferimenti incide, infatti, per il 48% sul capitale acquisito). Pi in generale, dall'analisi degli indici di bilancio del decennio risultano: (a) la rassicurante situazione finanziaria intesa come capacit di fronteggiare l'indebitamento (Figura 3); (b) la sottocapitalizzazione aziendale (tipica delle realt cooperative) e una conseguente alta incidenza delle passivit totali sul capitale acquisito; (c) una struttura patrimoniale molto elastica (alta incidenza dellattivo corrente e complementare scarso peso delle immobilizzazioni) che permette all'azienda una elevata capacit di adattamento ai cambiamenti ambientali e di mercato (Figura 4); (d) il decremento nella durata dei crediti verso i clienti e dei debiti verso i fornitori nel quinquennio pi recente (20072011); (e) il ruolo fondamentale della base associativa nel finanziamento; (f) lincremento della capacit reddituale, intesa come capacit di remunerazione dei conferimenti dei soci; (g) il decremento dell'incidenza media delle erogazioni Pac sui ricavi di vendita.
Figura 3 - Equilibrio economico e finanziario
1,60 1,40 1,20 1,00 0,80 0,60 0,40 0,20 2002 200 3 200 4 2005 200 6 200 7 2008 200 9 2010 201 1

Considerazioni conclusive
L'analisi degli aspetti qualitativi e quantitativi della gestione della cooperativa Gaia suggerisce di considerare tale iniziativa imprenditoriale come un modello vincente (anche con la presenza di alcune criticit, come ad esempio la scarsa efficacia del marketing, per raggiungere nuovi potenziali soci). importante poi sottolineare che essa ha saputo affermarsi, contrastando principalmente due pregiudizi: quello di chi reputi che la cooperazione in agricoltura possa aggregare solo il lavoro e le attivit dimpresa, ma non la terra, e quello di chi, del tutto anacronisticamente, teme ancora che mettere la terra in cooperativa possa implicare il rischio di perderla. La sua unicit nel panorama nazionale porta ad interrogarsi sulla possibilit di replicarla in altre regioni e in altri contesti produttivi. Ma cosa pu ostacolare e cosa favorire la diffusione di tale esperienza? Elementi di contrasto sono riscontrabili nel mancato sostegno (se non addirittura nellostacolo esplicito) delle organizzazioni agricole e delle imprese contoterziste. Le prime, nel tempo, hanno mostrato maggiore interesse verso la conservazione della propria base associativa, piuttosto che verso la loro aggregazione in un unico soggetto imprenditoriale; l'ostilit delle imprese contoterziste origina, invece, dall'orientamento di molte di esse verso obiettivi di breve periodo e nella difesa delle proprie posizioni monopolistiche. Elementi che possono favorire la diffusione dell'esperienza descritta sono individuabili nello stesso mondo cooperativo ma, principalmente, nelle azioni di politica agricola. Le Centrali cooperative dovrebbero occuparsi, oltre che ovviamente della gestione e dello sviluppo delle cooperative esistenti, anche della nuova domanda di cooperazione che emerge dal mondo dell'agricoltura. Come l'esempio della Gaia dimostra, questa domanda viene spesso da soggetti originali e nuovi. Promuovere questo tipo di cooperazione significa confrontarsi con problemi diversi da quelli del passato. Ci impone anche nuove forme di governance e nuove figure di manager e imprenditori. La politica agricola dovrebbe porre maggiore attenzione, e conseguentemente maggiori finanziamenti, verso azioni che promuovano l'aggregazione, l'agire collettivo e integrato da parte delle imprese. Fino ad ora, la politica agricola ha prevalentemente riposto la sua attenzione verso l'azienda nella sua singolarit, senza tener conto del contesto in cui opera:

indi ce di disponib ilit

indi ce di liquid it

Indice di disponibilit: attivo corrente/passivo corrente Indice di liquidit: attivo corrente al netto rimanenze/passivo corrente Fonte: ns. elaborazione su dati di bilancio Figura 4 - Struttura del capitale
1,00 0,90 0,80 0,70 0,60 0,50 0,40 0,30 0,20 200 2 200 3 200 4 200 5 200 6 200 7 200 8 200 9 201 0 201 1

margin e d i str uttura

solidit patrimoniale

Margine di struttura: patrimonio netto/attivo immobilizzato Solidit patrimoniale: capitale sociale/patrimonio netto Fonte: ns. elaborazione su dati di bilancio

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delle sue relazioni con l'esterno, dei suoi rapporti (orizzontali) con le aziende simili e con il territorio, dei suoi rapporti (verticali) con gli operatori a monte e a valle della filiera produttiva e di mercato. Segnali incoraggianti possono essere colti, a riguardo, nella nuova politica di sviluppo rurale e nella proposta di riforma dell'Ocm unica. Infine, come conferma il percorso della Gaia, il successo di ogni iniziativa cooperativa, come quello di ogni tipo di impresa, dipende dalla capacit manageriale e imprenditoriale che riesce ad individuare le strategie adeguate a perseguire un duplice obiettivo: garantire successo economico ed efficienza produttiva, conservare e rafforzare il rapporto con la base associativa. Anche questo pu essere un compito da sviluppare nella futura politica agricola: puntando sul capitale umano e sullinnovazione, pi che sulla formazione del capitale fisico e sui trasferimenti passivi e disaccoppiati.

Riferimenti bibliografici
Caselli G. (1998), Analisi di bilancio delle imprese
cooperative. Dieci anni a confronto, Ufficio Studi UnionCamere Emilia Romagna Giorgi R. (1998), Il Caso G.A.I.A. Analisi economico finanziaria di una cooperativa di conduzione associata terreni, Associazione Alessandro Bartola, Ancona Solustri A., Sotte F. (2013), La Terra in cooperativa, il caso Gaia, FrancoAngeli, Milano Teodori C. (2008), Lanalisi di bilancio, G. Giappichelli Editore, Torino

Azionariato fondiario e gestione collettiva: una Terre de liens" italiana?


Valentina Moiso, Elena Pagliarino Larticolo1 presenta i principali tentativi di replicare in Italia lesperienza francese di Terre de Liens, una realt di azionariato fondiario che promuove laccesso alla terra degli agricoltori al fine di contrastare il consumo di suolo. In Italia si registra un progressivo abbandono del suolo agricolo dovuto principalmente allelevato costo dei terreni e alla caduta della profittabilit delle imprese a conduzione familiare (Inea, 2011) - in concomitanza a un elevato tasso di cementificazione. In particolare si parla di sprawl urbanistico laddove terreni prima destinati alle coltivazioni vengono edificati a causa di una disordinata espansione della citt, con conseguente danno ai sistemi socio-economici locali basati sullagricoltura. Chi a vario titolo si mobilita per preservare la destinazione agricola di tali terreni ritiene che lurbanizzazione ne consideri solo la funzione economica a scapito di quella sociale (Perez 2011; Battiston, 2012), con conseguenze di lungo periodo che gravano sullintera comunit locale, agricola e cittadina. La questione dellaccesso alla terra degli agricoltori, in particolare giovani, stata dunque inserita in agenda negli ambienti sensibili al concetto di sviluppo sostenibile ambientale e sociale (Franceschini, 2009; Altreconomia, 2012), che stanno promuovendo soluzioni piuttosto innovative: i sistemi agricoli supportati dalla comunit locale (Csa - Community Supported Agricolture)2, i Land trust3, oppure lazionariato fondiario di cui si occupa il presente articolo. Sono tutte esperienze in cui per la protezione dei terreni chiamata a mobilitarsi la comunit stessa, e in particolare quelle famiglie che dispongono di risparmi, che sono interessate ad alimentarsi in modo genuino e a vivere in un ambiente sano, ma che non possono coltivare la terra o controllare la catena di produzione: si tratta in particolare di chi abita nelle citt. I progetti di azionariato popolare sono realt in cui i cittadini

investono i propri risparmi per acquistare terreni da affittare ad agricoltori che si impegnano a produrre cibi biologici, che verranno commercializzati mediante una filiera corta al fine di riequilibrare la distribuzione del valore lungo la catena di produzione-vendita. Obiettivi collaterali sono promuovere letica del lavoro agricolo (cfr. Fao 2012) e tessere reti tra realt nazionali ed europee con obiettivi comuni per impostare attivit di lobbying in tema di politiche pubbliche e comunitarie. Precursore e benchmark di tali organizzazioni la francese Terre de Liens. Larticolo focalizza i tentativi in Italia di costruire realt simili a Terre de Liens (in seguito TdL), operazione particolarmente delicata in quanto richiede di trasferire meccanismi e strutture organizzative dovendoli adattare a un differente contesto istituzionale (giuridico, organizzativo, economico e sociale). Non esiste ancora un caso paragonabile a TdL come dimensioni e struttura, ma pi progetti che a TdL si ispirano, pur operando su scale molto differenti. Parliamo di progetti perch la maggior parte di essi ancora in fase di ideazione, gli altri di prima applicazione. Data lestrema volubilit che caratterizza queste esperienze allo stato attuale e la richiesta di privacy di alcuni in un momento cos delicato, nellarticolo presentiamo non i singoli casi ma tre modelli a cui possono essere ricondotti: possiamo definire questi tre modelli idealtipici, cio ognuno una costruzione teorica che rappresenta i tratti essenziali delle realt a lui riconducibili. Tali modelli riassumono dunque in modo esaustivo i modi principali con cui si sta traducendo lesperienza di TdL in Italia: essi differiscono in particolare nella forma giuridica e nella struttura organizzativa; nella modalit con cui avviene la raccolta di risparmio delle famiglie, e di conseguenza nella modulazione del potere decisionale a loro riservato e quindi nei rischi e nelle opportunit; nelle pratiche, retoriche e strumenti utilizzati come attivatori di fiducia per la raccolta di denaro delle famiglie (cfr. Mutti, 1987). Lanalisi prende spunto dal materiale raccolto tramite unindagine esplorativa durata nove mesi (gennaio 2012 ottobre 2012) condotta a stretto contatto con alcune delle realt studiate, resa possibile grazie al contributo dedicato al tema da un gruppo di enti coordinati dalla Fondazione Culturale Responsabilit Etica (Borsa di studio Un fondo per la terra). I paragrafi seguenti presentano la ricerca (par. 1) e gli idealtipi ricostruiti (par. 2) e infine alcune considerazioni conclusive (par. 3).

Lazionariato fondiario come oggetto di studio


Le realt analizzate nellarticolo poggiano su un meccanismo riconducibile al sistema della finanza alternativa (Baranes, 2004; Messina, Andruccioli, 2007) che ha lobiettivo di coinvolgere maggiormente le famiglie nella gestione dellinvestimento garantendo una minore opacit, e di generare non solo un rendimento finanziario ma anche un impatto positivo sulle dimensioni sociali e/o ambientali. Lassunto di base, infatti, che si vive meglio in una societ in cui proliferano realt che si preoccupano di renderla pi sana e pi equa, e il guadagno da leggersi come un contributo allaumento del benessere generale e di conseguenza familiare e personale. Si tratta di questioni molto sentite dai cittadini, la cui fiducia nei mercati finanziari stata messa duramente alla prova dagli scandali e dalla crisi esplosa nel 2008 (Mutti, 2008) che hanno alimentato perplessit sulla sostenibilit del modello di sviluppo economico prevalente nei paesi occidentali (cfr. Froud et al., 2010; Gallino, 2011). La moltiplicazione delle possibilit di investire in realt che promuovono sostenibilit sociale tendenza che lItalia condivide con il contesto europeo: recenti comunicazioni della Commissione europea promuovono il cosiddetto impact investing, le svariate forme di investimento in cui si valuta non solo il rendimento finanziario ma limpatto sulla societ e lambiente (UE 2011). Le realt di azionariato fondiario studiate in particolare

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affrontano il problema dellaccesso alla terra degli agricoltori biologici, una questione di grande attualit che ricopre un variegato insieme di temi a carattere sociale, ambientale ed economico: il consumo di suolo causato dalla speculazione edilizia, linquinamento ambientale dovuto sia alla cementificazione sia alle tecniche colturali e di commercializzazione dei prodotti applicate dallagricoltura intensiva, la tracciabilit degli alimenti e la certificazione della loro qualit, il recupero di antiche pratiche e della variet in ambito alimentare. La ricerca alla base dellarticolo ha avuto come obiettivo la costruzione di una mappatura delle esperienze italiane in unottica comparativa. Lanalisi durata sei mesi, da marzo a settembre 2012: in una prima fase si sono mappate le realt riconducibili a una logica simile a quella di TdL, in una seconda fase di ricerca sul campo si sono analizzati da vicino i casi pi strutturati. Il materiale stato raccolto mediante interviste ai loro promotori, richiesta di documenti riguardanti la loro struttura e organizzazione, partecipazione comune a eventi. Dopo aver analizzato le caratteristiche tecniche e giuridiche degli strumenti e degli attori coinvolti, si comparato come nelle differenti realt viene materialmente configurata la transazione di denaro per permettere il raggiungimento congiunto di tre obiettivi: i) remunerazione del capitale investito; ii) sostenibilit economica e mission della realt non profit; iii) impatto sociale e/ o ambientale alla base del coinvolgimento ideale delle famiglie. Si sono cos ricondotte le realt analizzate a tre modelli idealtipici che rendono conto dei diversi modi di implementare oggi in Italia progetti simili a TdL. Nella scelta delle realt da studiare si sono considerati esclusivamente i casi che prevedono la raccolta di risparmio per lacquisto e la gestione collettiva dei terreni, e si sono scartate esperienze che non prevedono tutti questi passaggi: per esempio lagricoltura supportata dalla comunit (Csa) e i Land trust sono certo fonte di ispirazione per le realt indagate nella ricerca, ma se ne differenziano in quanto non prevedono raccolta di denaro per lacquisto dei terreni. Analogo discorso vale per lesperienza degli usi civici quale esempio di propriet collettiva dei terreni (Nervi, 2004).

Terre de Liens e i tre modelli di azionariato fondiario in Italia


Per meglio comprendere gli idealtipi ricostruiti nellarticolo utile soffermarsi inizialmente sul funzionamento della francese Terre de Liens (TdL) in quanto benchmark delle principali esperienze a livello europeo. Si tratta di una realt fondata nel 2003 e pienamente operativa dal 2007, che raccoglie i risparmi dalle famiglie e li utilizza per acquistare terreni che cede in affitto a contadini. A fine 2011 TdL aveva acquistato 2.500 ha di terreni, contava 6.500 azionisti con una media di 2.000 euro a sottoscrizione e 20 dipendenti dislocati in tutte le regioni francesi. La sua organizzazione molto complessa e prevede attori giuridici differenti collegati in rete: questo al fine di coinvolgere soggetti portatori di istanze differenti, convogliarne gli interessi e differenziare diritti e doveri di ciascuno. I tre soggetti giuridici sono: lassociazione Terre de Liens, che coordina le 19 associazioni regionali, svolge attivit culturali e di networking; la societ in accomandita per azioni (di diritto francese) Terre de Liens Gestion, adibita allacquisto e alla gestione dei terreni; la fondazione per la gestione delle donazioni. Dato che ci preme concentrarci sul tipo di coinvolgimento e di rischio richiesto alle famiglie finanziatrici, possiamo evitare di approfondire lazione dellassociazione e della fondazione, limitandoci a sottolineare che il loro operato necessario per garantire lo sviluppo e la sostenibilit economica di TdL, e dobbiamo entrare nel meccanismo della societ in accomandita

per azioni Terre de Liens Gestion. In essa operano i seguenti attori: gli accomandatari. Si tratta dei 6.500 soci-azionisti (in prevalenza famiglie francesi) che hanno acquistato una quota di capitale sociale della societ, versando in media 2.000 euro a testa. Sono responsabili per landamento dellazienda nei limiti della quota di capitale che hanno investito. gli accomandanti, a cui affidata la gestione della societ, e i cui rappresentanti formano il comitato di gestione. Si tratta di tre soci fondatori: la stessa Associazione Terre de Liens, la banca La Nef e il fondatore e ispiratore Sjoerd Wartena. Sono i gestori del capitale, interamente responsabili per le obbligazioni sociali (rispondono dei debiti della societ con il proprio patrimonio). Questa formula societaria stata scelta espressamente per la possibilit di separare il potere del denaro dal potere di gestione: gli accomandatari comprando azioni riforniscono di denaro la societ ma non intervengono in alcun modo nella gestione della stessa, che spetta al comitato di gestione e allamministratore, entrambi nominati dagli accomandanti4. Questa divisione di denaro e potere, che rappresenta uno dei punti pi delicati e criticati delloperato di TdL, giustificata dai suoi soci fondatori dal fine di voler contrastare la logica capitalistica del potere del denaro. Per gli investitori non prevista alcuna remunerazione del capitale, a parte la possibilit di fiscalmente una quota pari allinvestimento negli anni in cui il Governo francese prevede questa possibilit (ad esempio nel 2010 non stato possibile). Sarebbe dunque molto interessante, ma oltre le possibilit del presente articolo, approfondire direttamente le motivazioni dei soci a partecipare al progetto, soprattutto data la recente tendenza, a cui si prima accennato, a promuovere investimenti con remunerazione alternativa, un settore finora rimasto fortemente di nicchia. Possiamo dire che TdL acquisisce nuovi soci mediante campagne di promozione in cui punta su valori di preservazione dellambiente e di cultura alimentare e si avvale di una capillare diffusione di operatori volontari. Per la riuscita di queste campagne infatti di importanza fondamentale la costruzione di una rete di associazioni e comitati innervata nella realt economica e sociale dei territori, che possano fungere da collettori di fiducia e quindi di azionisti, e la cui costruzione iniziale ha richiesto quattro anni di lavoro. Tutti gli operatori sul territorio, tranne un responsabile per ogni regione, operano a titolo volontario. Un ulteriore meccanismo a favore della costruzione di fiducia nelloperato della societ la certificazione come impresa solidale secondo il diritto francese, che prevede tra le altre cose che non vi sia squilibrio nella remunerazione tra i lavoratori e la dirigenza: la media delle somme versate ai cinque dirigenti o ai cinque impiegati meglio remunerati non eccede la remunerazione di un impiegato a tempo pieno5 moltiplicata per cinque. Tutti questi elementi possono essere valutati positivamente da quegli investitori che vogliono promuovere, magari con solo una parte del loro capitale, una finanza a supporto delleconomia reale e sostenibile. La forma societaria uno dei primi problemi con cui si sono confrontare le realt italiane che si ispirano ai principi e alloperativit di TdL. In Italia la soluzione della societ in accomandita formalmente possibile ma, a detta degli interessati, non praticabile perch solitamente considerata come espediente per occultare i reali proprietari della societ, e quindi difficilmente foriera di fiducia presso le famiglie. Daltro lato, non esiste una certificazione analoga alla francese impresa solidale: la normativa sullimpresa sociale6 molto restrittiva in termini di operativit e particolarmente scoraggiante per le obbligazioni contabili richieste. La ricerca di forme giuridiche che possano gestire efficacemente i terreni e nello stesso tempo ispirare la fiducia delle famiglie ha prodotto pi soluzioni organizzative, riconducibili a tre modelli idealtipici che riflettono la diversit dei soggetti promotori e implicano differenze negli strumenti di raccolta del capitale e nella sua remunerazione (Tabella 1).

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Tabella 1 - Tre modelli di acquisto e gestione dei terreni mediante raccolta di pubblico risparmio
forma giuridica Modello nazionale pi soggetti giuridici connessi in rete. tre soggetti principali: 1) un'associazione con funzioni culturali, di networking e lobbying, che riunisce associazioni gi esistenti quali enti di rappresentanza dell'agricoltura biologica e biodinamica, gruppi di distribuzione di prodotti biologici, organizzazioni nazionali non profit di tutela dell'ambiente e del territorio; 2) una fondazione di partecipazione deputata alla raccolta e alla gestione dei terreni; 3) un istituto finanziario che potr erogare finanziamenti a supporto delle realt agricole individuate dallassociazione. associazioni nazionali legate al mondo del biologico certificato (produttori e distributori) e della finanza etica. nazionale. Sono previsti promotori locali delliniziativa e unorganizzazione ramificata di soci sul territorio. nella prima fase di operativit si raccolgono solo donazioni di denaro e di terreni. In seguito a campagne pubblicitarie su larga scala, a promozioni ad hoc lungo canali specifici (es. fiere dedicate allo slow food) e all'azione sul territorio di soggetti volontari, nella seconda fase prevista la raccolta di risparmio attraverso lintermediazione di una banca che pratichi finanza alternativa etica o locale-cooperativa. nella prima fase nessuna, il capitale donato. Nella seconda fase probabile una remunerazione in linea con la gamma di prodotti offerti dalla banca che funger da intermediario. Modello locale cooperativo cooperativa. la cooperativa acquista e gestisce i terreni, coltivandoli tramite soci lavoratori o cedendoli in affitto a giovani agricoltori. Gli investitori sottoscrivono quote di capitale sociale e acquisiscono potere decisionale in base al principio una testa un voto. gruppi locali di cittadini sensibili a tematiche ambientali e alla salute alimentare. locale. raccolta di capitale sociale: gli investitori sono chiamati a diventare soci della cooperativa. Campagna capillare di promozione sul territorio mediante relazioni personali, improntate anche alla vendita dei prodotti dei terreni della cooperativa mediante filiera corta. Per la definizione delle operazioni finanziarie il comitato promotore si avvale della consulenza di banche del territorio o di Mag (Mutua Auto Gestione). nessuna remunerazione salva la possibilit di prevedere un aumento gratuito di capitale sociale (L. 59/1992), ossia la rivalutazione delle quote sociali per un importo corrispondente al tasso di inflazione. Divieto di ritirare il capitale nei primi anni di attivit. Preferibile una forma di retribuzione alternativa legata alla fornitura di prodotti agricoli coltivati sui terreni, nonch al godimento di esternalit positive quali la preservazione del territorio dallurbanizzazione. Modello locale for profit societ agricole a responsabilit limitata. Il capitale diviso in quote, ciascun socio pu possederne un numero limitato. Ogni societ opera localmente ed messa in rete con le altre a livello nazionale. in ogni societ si coltiva cibo biologico venduto evitando la grande distribuzione. I soci deliberano in Assemblea dei soci, e il Consiglio di Amministrazione gestisce loperativit in base alle decisioni prese in assemblea. Nel CdA siede anche il contadino che gestisce i terreni. gruppo di consumatori-investitori. locale, messa in rete delle societ per complementariet prodotti e scambio conoscenze. raccolta di capitale sociale promossa in particolare mediante le reti di consumatori. distribuzione degli utili. I soci possono avere un diritto di recesso garantito oltre le previsioni di legge (es. a partire dal secondo anno di attivit), e sono liquidati al valore di mercato della loro quota (possibile una penale se il recesso avviene nei primi anni di attivit).

organizzazione

soggetti promotori livello di operativit strumenti di raccolta del capitale remunerazione del capitale forma giuridica organizzazione soggetti promotori livello di operativit strumenti di raccolta del capitale remunerazione del capitale

forma giuridica organizzazione soggetti promotori livello di operativit strumenti di raccolta del capitale remunerazione del capitale

Nel modello a carattere nazionale lassociazione un attore collettivo che unisce altre associazioni nazionali stabilmente operative da anni, con il compito di mediare tra loro; non certo un caso che, almeno a un primo livello, rimangano esclusi i movimenti territoriali dei consumatori, dalla forte carica innovativa e il fermento destrutturante, da cui invece nascono i promotori del modello locale. Lobiettivo del modello nazionale, infatti, la rapida strutturazione di significati condivisi tra i partecipanti, al fine di rendersi operativo nel pi breve tempo possibile. A tal fine risulta quindi utile far ricorso a istituzioni preesistenti quali preziosi patrimoni di intelligenza collettiva che si andata accumulando e stabilizzando in un processo storico, cui gli attori possono attingere per cercare soluzioni efficaci a problemi legati alla cura di quelli che ritengono essere beni comuni (De Leonardis, 2001), quali nel nostro caso la produzione biologica. Il modello nazionale si propone dunque di attingere al sapere e al capitale sociale delle associazioni che lo compongono sia verso il basso - per la costruzione della fiducia delle famiglie - sia verso lalto - per sfruttare i gi costruiti canali di lobbying sulla politica; questa soluzione preferita rispetto alla possibilit di inoltrarsi in un lungo e faticoso dibattito con i movimenti della base per la costruzione partecipata dellassociazione. Si tratta di una logica di costruzione
Tabella 2 - Una visione di sintesi dei modelli
Nazionale Nessuna; possibile azione di lobbying per introdurre in Finanziaria la possibilit di dedurre o detrarre dalle tasse il capitale investito; ruolo importante della raccolta di donazioni. Limitazione iniziale dell'operativit mentre si struttura la rete di associazioni aderenti e si promuove l'iniziativa presso il grande pubblico; la struttura nazionale dovrebbe permettere una maggiore efficienza degli interventi. Oggetto sociale della fondazione di partecipazione blindato (non possibile cambiare la destinazione di uso dei terreni da essa posseduti). Contrasto all'erosione del suolo, preservazione del territorio, controllo della genuinit dei prodotti mediante coinvolgimento di produttori e enti conosciuti nel mondo del biologico certificato; promozioni di filiere corte localmente costruite.

delliniziativa fortemente top-down, che parte da una regia centrale per poi espandersi ed essere presentata a livello locale. Una simile soluzione di minimizzazione dei tempi e dei costi di coordinamento operativo quella del modello locale for profit, che prevede la replicabilit di un modello societario rigidamente strutturato. Il modello locale segue invece una logica bottom up, in quanto prevede la costruzione partecipata della cooperativa tra gli attori coinvolti localmente. Pi cooperative dislocate sul territorio possono collegarsi strutturando unorganizzazione a rete che prevede un unico nodo centrale adibito al coordinamento e alla fornitura di alcuni servizi comuni. In questo modo si renderebbe pi efficiente loperativit facendo circolare informazioni sulle soluzioni organizzative e abbattendo i costi (es. per la tenuta della contabilit). Ogni realt manterrebbe comunque una sua unicit e prevedrebbe tempi lunghi di innervamento dellesperienza nella comunit locale. Nella tabella 2 analizzato come ogni modello tiene insieme gli interessi degli attori coinvolti: come abbiamo anticipato, si tratta della remunerazione del capitale investito; della sostenibilit economica e della mission della realt finanziata; dellimpatto sociale e/o ambientale alla base del coinvolgimento ideale delle famiglie.

Locale con azionariato popolare Nessuna; possibili aumenti di capitale mediante aumento gratuito capitale sociale; forme di rendimento alternative (possibilit di fruire direttamente dei beni e servizi erogati dalla cooperativa, cura e abbellimento del territorio, recupero flora antica, etc).

Locale - for profit

Remunerazione del capitale investito

Distribuzione degli utili tassati al 12,50%.

Garanzia della sostenibilit economica e della mission della realt non profit

Relazioni dense e di lungo periodo tessute sul territorio, fiducia di tipo interpersonale.

Facilitazioni fiscali in sede di acquisto terreni e tassazione per il modello di societ agricola. Limitazioni o disincentivi al ritiro del capitale nei primi anni di attivit.

Impatto sociale e/o ambientale alla base del coinvolgimento ideale delle famiglie

Contrasto all'erosione del suolo, preservazione del territorio, controllo della genuinit dei prodotti mediante filiera corta localmente costruita (modello dei sistemi partecipati di garanzia).

Contrasto all'erosione del suolo, preservazione del territorio, controllo della genuinit dei prodotti mediante garanzia del funzionamento dellattivit secondo un protocollo e un marchio depositato e replicato in ogni realt locale.

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Loperativit a carattere nazionale richiede un minor grado di fidelizzazione dei soggetti finanziatori grazie al turn-over su cui pu contare pescando nellampio portafoglio di soci e simpatizzanti delle associazioni promotrici. Al contrario, il pi elevato coinvolgimento delle famiglie cercato dal modello locale ha una duplice funzione riguardo alla costruzione della fiducia. Mediante il completo innervamento nella comunit e la costruzione nel tempo di relazioni personali, da un lato mira a garantirsi quanto pi possibile una sostenibilit economica di lungo periodo mediante la creazione di legami forti e con valenza plurima: nella visione dei promotori, i finanziatori possono essere anche consumatori dei prodotti agricoli e cittadini residenti sul territorio che beneficiano della preservazione dellambiente, quindi dovrebbero essere molto incentivati a non ritirare il denaro in essa investito. Dallaltro lato, nel modello cooperativo, tessere tali legami permette ai promotori di effettuare una valutazione dei futuri soci, cercando di preservarsi dal rischio di scalate ostili da parte di soggetti che avessero intenzione di cambiare loggetto sociale della cooperativa e quindi la destinazione dei terreni. Questo rischio la principale motivazione che ha spinto i promotori del modello nazionale a escludere il principio una testa un voto proprio della cooperativa e a optare per la gestione dei terreni tramite una fondazione di partecipazione7, che sulla scia di quanto fatto da TdL permette di separare il potere del denaro dal potere di gestione dei terreni. Per un analogo motivo il modello for profit permette di differenziare diritti e doveri dei partecipanti e limitare il diritto di voto dei portatori di capitale. La condivisione del potere nellorganizzazione dunque un ulteriore elemento di distinzione dei modelli: dal principio di piena responsabilizzazione di una testa un voto a una moderata inclusione nella gestione aziendale.

Osservazioni conclusive
Larticolo ha fornito una prima presentazione dei modelli organizzativi che si stanno implementando in Italia per facilitare laccesso alla terra degli agricoltori biologici al fine di contrastare il consumo di suolo. Sul modello della francese Terre de Liens stanno strutturandosi realt che raccolgono pubblico risparmio per acquistare terreni da gestire collettivamente, affittandoli ad agricoltori che si impegnano a produrre secondo metodi naturali. Le principali soluzioni prevedono un differente grado di partecipazione dei cittadini che investono i propri risparmi: dal pieno coinvolgimento in termini di capacit decisionale e di rischio a una pi moderata partecipazione alla vita societaria; analogamente in alcuni casi la remunerazione del capitale monetaria e fissata in precedenza, in altri prevede anche forme di rendimento alternative quali la fornitura di prodotti agricoli o il beneficiare della preservazione del territorio. Le principali questioni che rimangono da approfondire, e che definiscono i limiti dellarticolo, vanno in due direzioni. Da un lato, sarebbe auspicabile unanalisi di mercato per valutare la collocazione della produzione di TdL nei settori di riferimento e le potenzialit delle singole realt italiane, ai fini di giungere a valutazioni in merito alla loro sostenibilit economica che tengano conto dei costi, del tipo di coltivazioni, dei canali di vendita. Rimane inoltre ancora completamente da stimare linteresse degli agricoltori a partecipare a un progetto che non preveda per loro il possesso di terra, un bene che in Italia viene considerato come unimportante risorsa familiare da trasmettere tra le generazioni; per lo stesso motivo occorre valutare linteresse degli investitori a possedere collettivamente i terreni. Collegato a questo aspetto, resta da indagare il coinvolgimento delle famiglie in progetti di finanza ed economia alternativa, un settore che fino a oggi ha mostrato un carattere fortemente di nicchia con difficolt ad attecchire stabilmente nel sistema capitalistico. Si tratta di mettersi dal punto di vista di soggetti in procinto di decidere in quale soluzione finanziaria investire (cfr. Moiso, 2011), ovvero in procinto di compiere un atto di

consumo, avendo presente che per le famiglie dedite al consumo alternativo la stessa pratica del consumo assume contorni nuovi e speciali. Recenti analisi sottolineano che per tali soggetti consumare non significa solo comunicare e esprimersi, ma anche e soprattutto riorganizzare il mondo che li circonda con una partecipazione attiva (Sassatelli, 2004; Leonini, Sassatelli, 2008). In una visione sostanziale delleconomia la Polanyi questi consumatori non sembrano voler uscire dal mercato, bens cambiarlo, dedicando a questa causa una parte significativa del loro tempo e delle loro risorse: criticano gli aspetti giudicati insostenibili da un punto di vista etico e politico della produzione su larga scala e vogliono introdurre innovazioni agendo sulle regole stesse del mercato. Il consumatore coinvolto in un Gruppo di Acquisto Solidale (Gas), in un distretto di economia solidale, socio di una bottega del commercio equo o coinvolto in altre realt nate dal basso fa divenire il consumo una vera e propria forma di agire politico (Leonini, Sassatelli, 2008). Stiamo dunque parlando di un fenomeno di nicchia che presenta un forte potenziale di crescita: la responsabilizzazione del consumatore e la visione del consumo quale cruciale terreno di mutamento sociale. Nei casi descritti nel presente articolo, per convincere i cittadini a investire il loro denaro non necessario solo calibrare il classico trade-off tra rischio e rendimento o essere esecutori di pratiche che creino fiducia nelle istituzioni coinvolte, ma occorre anche riuscire a alimentare le motivazioni a carattere fortemente sociale e valoriale alla base del loro coinvolgimento. In questa direzione rimane ancora da indagare laccettazione e il sostegno alle realt indagate, e in particolare le eventuali differenze dovute a una progettazione top-down o bottom up dellesperienza alternativa. In sintesi, TdL e le iniziative che ad essa si ispirano propongono di superare il concetto di propriet privata e di remunerazione degli investimenti a favore della propriet e della gestione collettiva di un bene che produce ricchezza per lintera comunit, misurabile in termini di miglioramento dellalimentazione e di preservazione dellambiente. Si tratta di una innovazione non indifferente in termini culturali, su cui per sempre pi realt stanno iniziando a scommettere.

Note
Il presente articolo reso possibile grazie al lavoro di ricerca finanziato nel 2012 dalla borsa di studio Un fondo per la terra promossa dalla Fondazione Culturale Responsabilit Etica in collaborazione con Aiab-Associazione Italiana Agricoltura Biologica, Mag2Finance Milano, Sefea-Societ Europea Finanza Etica e Alternativa (gruppo Banca Etica) e Scret-Supporto e Connessione Reti Territoriali. Una prima versione contenuta nel report finale a cura di Fcre, che le autrici ringraziano per lautorizzazione, ed stata presentata al convegno Ais-Elo 2012 Cause e impatto della crisi. Individui, territori, istituzioni, Universit della Calabria, 27 28 settembre 2012 e al convegno Corsa alla terra, Rovigo, 16 marzo 2013; le autrici, che si assumono lintera responsabilit di quanto scritto, ringraziano i partecipanti per gli utili commenti. 2 Si tratta di un fenomeno presente soprattutto in Germania, Francia, Usa: comunit di individui si impegnano a sostenere unimpresa agricola in cui coltivatori e consumatori condividono i rischi e i benefici della produzione alimentare. Le Csa di solito prevedono un sistema di consegna settimanale in cassetta di verdure, frutta, talvolta latticini e carne prodotti dalle imprese sostenute. 3 I Land trust sono organizzazioni non profit soprattutto anglosassoni, fortemente innervate nella comunit locale, che sostengono forme di gestione collettiva di terreni tramite acquisizioni e donazioni. http://www.landtrustalliance.org/. 4 Solo indirettamente gli accomandatari possono vegliare su un corretto andamento riunendosi annualmente in assemblea: in quella sede nominano il consiglio di sorveglianza della gestione e, su consiglio del comitato di gestione, il comitato di esperti, lorgano deputato a studiare e formulare un parere su tutti i progetti di acquisizione dei terreni e che dovrebbe essere espressione delle differenti categorie stakeholder della societ. Attualmente si tratta di un contadino e agronomo, un giurista, un economista esperto di progettazione, un sociologo, un esperto di diritto rurale, un agricoltore bio, un esperto di finanza in pensione. 5 Pi precisamente si tratta del Salaire minimum interprofessionnel de croissance (Smic). 6 D.Lgs. 155/06. 7 La fondazione di partecipazione un ente privato la cui forma giuridica non definita dal legislatore ma sorta nella prassi dellultimo decennio. A differenza delle fondazioni ordinarie pu prevedere, similarmente a unassociazione, la presenza di una pluralit di soggetti (persone fisiche o giuridiche), che possono unirsi in momenti successivi alla fondazione apportando capitale (monetario, immobile), e che possono essere differenziati per quanto riguarda il peso del voto in assemblea.
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Riferimenti bibliografici
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La nuova Pac e i processi di ricomposizione fondiaria in Sardegna


Antonello Podda

Introduzione
In questo articolo si intende proporre una riflessione critica sul ruolo della Pac nei confronti dei processi di sviluppo rurale, al fine di comprendere quali siano i soggetti - attivi o passivi - degli attuali importanti cambiamenti che sta subendo lassetto fondiario in Italia e come la Politica Agricola Comune stia influenzando i cambiamenti in atto. Lanalisi verter su due assi distinti: diacronicamente, verranno comparati i dati degli ultimi quattro censimenti dellagricoltura (1982, 1990, 2000, 2010), considerando i cambiamenti leggibili in essi alla luce dellevoluzione delle indicazioni di policy della Pac nel medesimo arco di tempo. Sincronicamente, verranno analizzati i cambiamenti subiti dagli assetti fondiari, le forme di conduzione, le forme giuridiche e le forme di possesso dei terreni nelle principali macro-aree italiane e verr utilizzato il caso sardo (peculiare sotto molti aspetti) come caso di studio. Lipotesi che le nuove indicazioni della Pac, in primo luogo disaccoppiamento e condizionalit, successive a decenni di interventi diretti sul reddito degli agricoltori attraverso il sostegno dei prezzi, abbiano introdotto principi di competitivit e concorrenza ai quali gli agricoltori europei non erano pi abituati (in alcune zone rurali non lo sono mai stati), con alcune conseguenze inattese da tenere seriamente in considerazione (Podda, 2010; Giovannini, 2012). Le conseguenze sono diverse a seconda della dimensione dellazienda ma quelle negative riguardano soprattutto le unit di dimensione economico/ aziendale minore: utilizzando come paradigma di riferimento il modello neoclassico - leconomia formale, secondo Polanyi queste possono apparire le unit produttive meno rilevanti. Di contro, utilizzando un approccio economico pi sostanziale (Polanyi, 1974), le piccole aziende possono essere considerate molto importanti sia dal punto di vista economico che sociale e ambientale.

I dati del cambiamento


Nei 10 anni che separano gli ultimi due censimenti (2000-2010) si assistito in Italia ad una forte mortalit delle aziende agricole: la contrazione della struttura produttiva pari a -32,2%, (da 2,4 milioni del 2000 a 1,6 milioni del 2010). Partendo dal censimento del 1982 si osserva una caduta ancora pi ampia, pari a -51,7%. Il calo, come appare in figura 1, interessa, con intensit solo leggermente differenti, tutte le macro-aree del territorio nazionale.
Figura 1 - Macro-aree, numerosit delle aziende agricole ai censimenti dellagricoltura: 1982, 1990, 2000, 2010; valori assoluti

Fonte: Nostre elaborazioni su dati Istat Censimento dellAgricoltura

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Alla diminuzione della numerosit delle aziende correlato sia un calo della superficie agricola totale (Sat) che della superficie media aziendale (Sau), ridotta in media del 2,3%. Tale tendenza negativa stata registrata in quasi tutte le Regioni, con picchi del -32% in Liguria e -22% in Valle dAosta. Il risultato meramente statistico - un aumento della dimensione media aziendale, che passa da 5,5 ettari a 7,9 ettari per azienda. Si riscontra, dunque, una concentrazione dellattivit agricola e zootecnica in un numero inferiore di aziende agricole, con un avvicinamento alla media europea. Ci particolarmente evidente in Sardegna, dove si osserva tuttavia un fenomeno peculiare e parzialmente in controtendenza: nonostante lemorragia di aziende agricole sia la pi elevata, -43,5% in dieci anni (si passa da 107.464 aziende del 2000 a 60.681 del 2010), la Regione tra le poche che registrano un aumento della Sau e quella con laumento pi consistente, pari a +13% (passando da 1.019.958 a 1.152.756 ettari) (Istat, 2012)1. Lultimo censimento rivela, perci, un assetto inaspettato e da comprendere e linsieme dei fenomeni descritti comporta che la dimensione media delle aziende sarde, pari a 19,2 ettari, risulti la pi alta a livello nazionale.

dampiezza dellazienda: +116% da 30 a 50 ha, +139% da 50 a 100 ha, +151% per dimensioni superiori a 100 ettari. Impossibile a questo punto, non supporre che vi sia una relazione tra la scomparsa delle micro aziende e limportante crescita delle grandi aziende: questa relazione va per spiegata e non implicito esista un legame diretto, quanto piuttosto delle cause in grado di influenzare entrambi i fenomeni.

Forme di conduzione, forme giuridiche e possesso dei terreni


Nonostante i cambiamenti, permane nellisola unagricoltura basata su aziende individuali: queste diminuiscono del 44,9% (da 106.012 a 58.447) ma la Sau corrispondente aumenta del 9,4% con un raddoppio della dimensione media, che passa da 8,2 a 16,3 ettari per unit2. La forma di conduzione principale rimane la conduzione diretta del coltivatore (97,4%), si osserva inoltre un brusco calo delle aziende fondate sulla sola propriet (-55% negli ultimi dieci anni). E implicito che la maggior parte delle aziende individuali, a conduzione diretta, insediate esclusivamente su terreni di propriet, corrisponda alle micro-aziende che hanno subito il tracollo pi rilevante. Se i cambiamenti negativi hanno riguardato soprattutto le microaziende, ci si chiede quali processi abbiano attraversato quelle medio grandi, cresciute numericamente e che stanno subendo trasformazioni consistenti. Uno degli aspetti pi interessanti del riassetto fondiario riguarda laumento dei terreni in affitto e in uso gratuito: in Italia la Sau in affitto e in uso gratuito aumentata rispettivamente del 52,4% e del 76,6%, in Sardegna i valori crescono rispettivamente del +72,2% e del +134,5%. Potremmo cos riassumere i cambiamenti in atto: vi stata unaltissima moria di micro-aziende, soprattutto aziende individuali a conduzione diretta su terreni di propriet inferiori ai 30 ha; le aziende presenti (rimanenti o resistenti), hanno incrementato la Sau e la dimensione media aziendale, in misura maggiore per le aziende di grandi dimensioni, > di 30 ha; la crescita deriva soprattutto da utilizzo di superficie in affitto e ad uso gratuito, perci i cambiamenti non hanno inciso fortemente sulla propriet dei terreni. Il quesito riguarda quindi la natura delle nuove aziende ed in primo luogo la specializzazione produttiva e la destinazione dellaumento della Sau: il saldo positivo3 complessivo della Sau interamente trainato dallaumento dei prati permanenti e pascoli, che passano in valore assoluto da 524.870 a 692.781 ettari (+32%) mentre le superfici coltivate registrano una forte riduzione: -4,8% i seminativi, -49,3% le legnose agrarie e 25,4% gli orti familiari. Nonostante le aspettative e prospettive della Pac 2007/2013, non si pu affermare che vi sia stato uno sviluppo rurale complessivo nellIsola. Dalla lettura dei censimenti emergono invece due aspetti: il crollo della produzione vegetale e la parallela caduta del numero di soggetti impiegati in agricoltura: dal 2000 in Italia la forza lavoro impiegata nel primo settore diminuisce del 31,6%, in Sardegna viene quasi dimezzata, con un drastico calo del 44,5% (da 215.097 a 119.305 unit). In questo infelice dipinto dellagricoltura sarda si distingue per il comparto zootecnico: lincremento della Sau ha riguardato in via esclusiva le aziende zootecniche con un assetto fondiario basato su propriet, affitto e uso gratuito, divenute progressivamente pi rilevanti. Il fenomeno leggibile in modo positivo: lutilizzo congiunto di diverse forme di possesso e uso dei terreni pu essere sintomo di un processo di ammodernamento delle strutture aziendali, soprattutto nella fase di ricambio generazionale (Fanfani, Spinelli, 2012). La crescita del settore zootecnico regionale influenza inoltre il suo peso sul totale nazionale: aumenta il numero totale di bovini allevati e permane il primato dellallevamento di ovini e di suini. La Sardegna si trova cos al quarto posto a livello nazionale per incidenza percentuale delle aziende zootecniche sul totale delle aziende censite, con il 33,4%. Si rafforza la specializzazione nel comparto ovi-caprino, i cui complessivi 3.245.902 capi (in

Primo dato: cambia la struttura delle aziende agricole


I cambiamenti sono dovuti innanzitutto alla forte riduzione del numero di aziende con meno di un ettaro di Sau: in 10 anni le micro-aziende sarde sono diminuite del 68,6%, contro una flessione a livello nazionale del 50,2% (Figura 2). Inoltre, nel territorio nazionale si assiste ad una riduzione particolarmente consistente della numerosit delle aziende fino a 10 Ha di Sau (45%) e alla diminuzione di oltre un quarto per quelle fra 10-20 Ha. Al contrario, laumento si concentrato in quelle con oltre 50 Ha (Fanfani, Spinelli, 2012).
Figura 2 - Macro-aree. Percentuale numerosit delle aziende di dimensione <1ha. Comparazione tra censimenti. 2000=100%

Fonte: nostre elaborazioni su dati Istat. Censimenti dellAgricoltura Figura 3 - Macro-aree. Percentuale numerosit delle aziende per classi dampiezza. Comparazione tra censimenti. 2000=100%

Fonte: nostre elaborazioni su dati Istat. Censimenti dellAgricoltura

La Sardegna segue le medesime tendenze, accentuandole: sono in calo tutte le classi di ampiezza aziendale fino ai 30 ettari. Di contro, le variazioni della numerosit aziendale per le classi superiori sono tutte di segno positivo (Figura 3). Non solo, le percentuali di crescita aumentano allaumentare della classe

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aumento rispetto ai 3.018.194 del 2000) rappresentano il 43,4% dellintero patrimonio nazionale (contro il 39% del 2000). Complessivamente si prospetta nella Regione una progressiva specializzazione, confermata anche dal diffondersi di comportamenti strategici come ladesione a disciplinari di certificazione, divenuti elemento di fondamentale importanza per il settore zootecnico nazionale. Le aziende zootecniche Dop-Igp sono concentrate prevalentemente in tre regioni: Sardegna (29%) seguita da Lombardia (16%) e da Emilia-Romagna (14%). Si tratta di aziende che dispongono di superfici mediamente pi grandi, a causa dellutilizzo di prati e pascoli, e sono mediamente gestite da capi azienda pi giovani, fenomeno accentuato in Sardegna dove let media di 48,9 anni (Belletti e Marescotti, 2012).

La Pac prima fase: il processo di modernizzazione dellagricoltura


I dati mostrano unemorragia senza precedenti di contadini4, soprattutto agricoltori, dalle campagne. Un simile processo, almeno di questa portata, era difficilmente prevedibile e soprattutto difficilmente collocabile in una sfera temporale cos limitata nel tempo. Solo nel 2008, quando venne stampato I nuovi contadini, Van Der Ploeg ipotizzava un nuovo ruolo per la classe contadina anche in Paesi come lItalia e lOlanda, mentre ne prevedeva una graduale diminuzione solo in un futuro remoto. Anche la forte crisi economica e sociale iniziata nel 2008 aveva effettivamente fatto ipotizzare un ritorno alle campagne come risposta alla diffusa precarizzazione del lavoro, fenomeno che sembra non esserci stato. I risultati del censimento sono quindi difficilmente spiegabili se si guarda alla sola - interessantissima - analisi dellautore: i dati permettono di integrare la sua ipotesi con un'altra interpretazione del processo in atto. Per cercare di comprendere i cambiamenti utilizzeremo lo schema di Van Der Ploeg, che distingue tra tipologie di lavoro agricolo e definisce le possibilit di transizione tra modelli di agricoltura, nonch le probabili cause della loro crescita/ diminuzione (Figura 4). Nel modello idealtipico le tre forme di sviluppo agricolo si distinguono per dimensione produttiva, lavoratori coinvolti, mercati di riferimento e obiettivi a cui mirano. Il primo il modello delle Aziende capitalistiche basato esclusivamente sulla agro-esportazione e sui rapporti di scambio di mercato con la grande distribuzione; il secondo il modello delle Aziende imprenditoriali che guarda quasi esclusivamente al mercato e ai suoi meccanismi e dipende molto dai programmi statali; il terzo quello della Azienda contadina che, a differenza delle precedenti, connaturata dal lavoro familiare, artigianale, da conduzione diretta, da limiti nellutilizzo del mercato a favore di altri meccanismi economici (di natura relazionale, associazionistica, sociale e comunitaria).
Figura 4 - La transizione tra modelli di agricoltura

Nellinquadrare e sistematizzare i tre modelli lautore definisce lattuale fase storica come postmoderna, dove cio gli effetti palesi della modernizzazione sono terminati ed relativamente pi semplice trovare e definire le tre tipologie di aziende appena descritte. A nostro avviso si pu ipotizzare che i principi cardine della teoria della modernizzazione (e alcuni dei principali effetti della loro applicazione) non possano dirsi conclusi n tantomeno si pu affermare che abbiano perso il loro appeal nei confronti dei policy maker europei. Anzi, possibile sostenere che i loro effetti vengano accresciuti da alcune prassi delle politiche europee che spingono fortemente verso una modernizzazione/ omologazione del primo settore. Il processo di modernizzazione del comparto avvenuto tramite due dinamiche di uno stesso processo. La prima passata tramite lindustrializzazione dei processi produttivi, a cui si affianca la seconda, costituita dalla burocratizzazione/ finanziarizzazione del comparto agricolo. Cronologicamente possibile distinguere due macro-fasi della Pac: nella prima (pre Riforma Fischler) le due dinamiche sono contemporaneamente attive, mentre nella seconda (post Riforma Fischler), attiva soprattutto la burocratizzazione (che viene, come si vedr, accresciuta dalla programmazione 2007/13). Linsieme delle due dinamiche, e delle loro pressioni sul sistema produttivo agricolo/ contadino, ha inciso fortemente sulla disattivazione5 delle aziende, leggibile dai dati del censimento: fenomeno che si palesato con il crollo del numero delle imprese agricole e della produzione agricola ad esse legata, in prevalenza micro-aziende contadine stanziate soprattutto in aree definibili fortemente rurali6.

Il ruolo della Pac nella disattivazione


La Pac non pu, n cronologicamente n per gli obiettivi economici, politici e sociali che si propone, essere letta come un unico processo di intervento. I suoi intenti e i suoi obiettivi sono mutati considerevolmente nel tempo, non senza forti contraddizioni. E stata a lungo disegnata su un modello di sostegno di specifici prodotti, basata quasi esclusivamente sullaumento di produzione allo scopo di cancellare il deficit alimentare europeo (DeCastro, 2004; Meloni, 2006). Con limplementazione e lattivazione della prima fase della Pac si assiste ad un tentativo di imprenditorializzazione/ industrializzazione del comparto agricolo, che attraverso processi di isomorfismo istituzionale (seguito, voluto e incentivato da UE, Stati e Regioni) doveva essere diffuso in tutto il territorio europeo. A partire dagli anni 60 e 70, attraverso i servizi pubblici di divulgazione vengono diffuse nuove tecnologie che rendono possibile lampliamento di molte aziende e parallelamente una enorme crescita dellapparato tecnicoburocratico-amministrativo legato alla diffusione di questi servizi. Tutta la prima Pac, intrisa di ideologia dello sviluppo, porta con s lidea che le agricolture contadine non siano sufficientemente produttive e che sia necessario ammodernarle. Il tentativo tuttavia non d i frutti sperati dai policy maker (creare un sistema agricolo imprenditoriale) ma anzi, ha creato dipendenza multipla tra il primo settore e le politiche pubbliche: dipendenza dalle indicazioni sulle colture e gli assetti produttivi ritenuti migliori (e perci incentivati) e dai sussidi legati al rispetto di tali indicazioni. Il cambiamento parallelo alla crescita di un enorme apparato tecnico-amministrativo dedicato a questo obiettivo: in Sardegna i tre enti che si occupano specificatamente di sostegno allagricoltura, Laore (supporto tecnico), Agris (ricerca), Argea (pagamenti), occupano stabilmente (escludendo le consulenze), pi di 2000 dipendenti7. Il che significa, se vogliamo fare un computo - rozzo ma significativo -, che nel 2010 si ha circa 1 tecnico/impiegato ogni 59 lavoratori nel settore primario e 1 tecnico/impiegato ogni 30 aziende agricole. Lapparato tecnicoburocratico, spropositato rispetto la qualit e quantit delle produzioni, si occupato di finanziare direttamente (sovvenzionare) una parte degli investimenti necessari alle aziende agricole, facilitare il riordino fondiario, suggerire

Fonte: J. D. Van Der Ploeg, I nuovi contadini, 2008

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Alcune conclusioni

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investimenti, proporre cambiamenti tecnologici, cambiamenti colturali e/o zootecnici. Il fenomeno non nuovo e viene ampliamente descritto da Karl Polanyi nella Grande trasformazione, dove lautore individua il doppio paradosso del libero mercato: si creano i presupposti per le regole del libero mercato solo tramite un grande e importante investimento dello Stato8.

La Pac seconda fase


La riforma Fischler ha segnato una profonda svolta, tramite ladozione di due strumenti tecnici contrapposti alla precedente prassi operativa, che interessano principalmente i territori a forte ruralit. Con labbandono del sostegno diretto alla produzione inizia un percorso allinterno del quale sempre pi spazio e interesse sono assegnati alle produzioni di qualit come risposta alle crescenti esigenze del mercato di prodotti certificati, sia per origine che per processo produttivo. Il primo strumento quello del disaccoppiamento, che ha sostituito il tradizionale sistema di aiuti diretti. Viene introdotto, a partire da gennaio 2005, il pagamento unico per azienda disaccoppiato dalla produzione (con riguardo a quantit e tipologia di prodotto). Lobiettivo fondamentale quello di slegare le produzioni dagli aiuti in modo che limprenditore agricolo compia delle scelte basate e giustificate dalle esigenze e dalle richieste di mercato, supponendo lesistenza di un agricoltore orientato da strategie imprenditoriali e un contesto agricolo dinamico e versatile (Podda, 2010). Il secondo elemento di forte innovativit lo strumento della condizionalit, che subordina gli aiuti al rispetto di precise regole agroambientali. Anche in questo caso la policy presume, da parte degli operatori, un intensa attivit di partecipazione, di conoscenza delle norme e delle corrette pratiche da seguire. Riassumendo si pu affermare che i due strumenti (legati ad altri prettamente finanziari, come quello dellabolizione degli aiuti alle esportazioni), premono verso due indirizzi solo apparentemente contrapposti: il primo si concretizza nella volont di avvicinare limpresa agricola alle leggi del mercato tout court, il secondo invece verso forme di premialit e di aiuti indipendenti dalla quantit della produzione, ma legati alla corretta gestione e al rispetto di regole qualitative pi che quantitative. Tale volont si scontra con realt rurali dalle caratteristiche che poco si prestano, senza un adeguato sostegno, a soddisfare e sfruttare opportunamente le possibilit offerte dalla nuova Pac. Lobiettivo di offrire maggiore libert di azione ai singoli sembra esplicarsi (in considerazione della repentinit della sua applicazione), nella mancanza di un preciso indirizzo colturale/produttivo da seguire e lassenza di indicazioni formali risultata difficilmente gestibile per un comparto per anni eterodiretto dalle indicazioni istituzionali. Il problema, perci, che si rende necessario un enorme sistema di amministrazione attraverso il quale controllare requisiti e propriet per verificare che effettivamente corrispondano alle indicazioni europee (Van Der Ploeg, pg 329). Pertanto, sia i cambiamenti nelle policy che lobbligo di soddisfarne i criteri sono giustificati quando coinvolto il sostegno pubblico, incentivato e sostenuto tanto da divenire la prassi del metodo agricolo. Qualsiasi intoppo in questo sistema diventa lesivo per la capacit del sistema agricolo di rimanere produttivo e performante, in questo senso Stato e Mercato divengono i primi principi ordinatori e vanno di pari passo mentre leconomia reale tende a subordinarsi a cicli di vasta portata di pianificazione e controllo (Polanyi, 1974). Riguardo al processo di burocratizzazione e finanziarizzazione, lintroduzione della novit nei pagamenti ha probabilmente accresciuto i gradi di complessit delle richieste. Se da un lato si sta cercando di correggere tale situazione con la programmazione 2014/209, daltra parte questa si complicher ulteriormente con i requisiti ambientali introdotti dal greening.

Ci si chiesti se sia possibile affermare che, oltre al processo di disattivazione, si stia assistendo ad una transizione tra modelli di gestione delle aziende agricole: in tale ipotesi laumento della Sau corrisponderebbe ad un processo di acquisizione e concentrazione, ossia unestensione dellagricoltura imprenditoriale a scapito di quella contadina. I fenomeni in realt non sembrano direttamente correlati, si tratta piuttosto di un fenomeno di forte polarizzazione produttiva. Due evidenze spingono in questa direzione: quelle scomparse sono aziende a vocazione vegetale, quelle in crescita sono esclusivamente aziende di zootecnia; i terreni interessati sono diversi, poich laumento della Sau riguarda soprattutto prati e pascoli permanenti. Si pu perci affermare che le policy della Pac hanno avuto effetti diversi su differenti tipologie di aziende agricole. La sempre pi marcata specializzazione della Regione nella produzione zootecnica potrebbe essere letta come risposta alle richieste del mercato globale, anche se la struttura di queste aziende agricole non inquadrabile nelle tipica forma imprenditoriale di allevamento intensivo, essendo invece basata su allevamento estensivo. D'altronde nellIsola lallevamento estensivo economicamente e strategicamente pi conveniente, vista la tipologia geomorfologica dei terreni, la bassa densit di popolazione e la grande presenza di terreni comunitari ad uso gratuito. Questi aspetti portano ad affermare che le nuove aziende ricalcano solo in parte il modello imprenditoriale indicato da Van Der Ploeg ma guardano anche a forme nuove e diverse di gestione organizzativa aziendale e di sfruttamento dellambiente. Perci i dati, letti come risultato delle pratiche di incentivazione dello sviluppo volute e attuate dalle politiche di sviluppo rurale, mostrano una estrema polarizzazione dellassetto produttivo: il marcato fallimento in ambito agricolo vegetale sembra accompagnarsi ad un parziale successo/resistenza in ambito zootecnico e soprattutto alla qualit dello sviluppo: produzioni di qualit, estensive, alto numero di certificazioni. Tutti elementi che soddisfano molti punti della nuova Pac. I principi di sussidiariet e governance, emersi dalla Conferenza Europea di Cork del 1996 nel tentativo palesato di superare i limiti della prima Pac, hanno trovato difficolt dapplicazione non appena le responsabilit sono state trasferite agli Stati membri, che hanno avuto seri problemi a costruire un apparato snello di dialogo e incentivazione di nuove prassi di gestione dei sostegni pubblici. Soprattutto in Sardegna si rileva la mancanza di una vera governance che limiti, adatti, contestualizzi lapplicazione delle indicazioni della Pac al contesto locale. Allo stato dei fatti i sistemi regolativi creano elevati costi di transazione che, se non supportati da istituzioni estremamente efficienti, funzionano come una morsa amministrativa ricadendo specialmente sul modo contadino di fare agricoltura e meno su quello - a vario titolo - imprenditoriale, pi specializzato e con una maggiore organizzazione del lavoro interna, perci maggiormente capace di assolvere a doveri di natura burocratico/amministrativa.

Note
1 Laumento della Sau pu essere imputato solo in parte alle nuove modalit di rilevazione dei dati. In Sardegna incide la presenza di propriet collettive: per quanto riguarda gli usi civici (propriet indivisa) si tratta dello 0,16% delle aziende con una Sau del 5,8% sul totale. Per ci che riguarda lassegnazione formale (assegnato) di prati e pascoli si tratta del 3% di aziende con una superficie pari al 5,4% sul totale. Come sostiene la Direzione Generale della Programmazione Unitaria e della Statistica Regionale, che nellIsola ha gestito la rilevazione dei dati, non solo non possibile sommare i valori ma questi potrebbero in parte sovrapporsi. 2 Si assiste anche a una crescita delle aziende con forma giuridica pi complessa, soprattutto terreni di propriet di enti locali, ma in termini assoluti queste continuano a rappresentare una quota marginale rispetto al totale. 3 Ha valenza positiva secondo i nuovi parametri della Pac 2014-2020, che incentivano lutilizzo di prati e pascoli per lallevamento. 4 Lutilizzo del termine contadino, o quello di classe contadina, comporta, soprattutto in Italia, alcuni problemi di natura semantica: un termine molto

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enfatico e storicamente abusato, che richiama, idealmente e romanticamente, ad una condizione sociale che si ritiene appartenga al passato. In molti casi viene confuso con quello di bracciante e viene usato spesso con valenza negativa per indicare una condizione economica di povert e sussistenza, oppure per indicare socialmente una persona grezza e grossolana. Per questa ragione molti ricercatori preferiscono utilizzare sinonimi quali imprenditore o conduttore agricolo, o semplicemente agricoltore. Noi utilizziamo appositamente il termine contadino proprio per la ricchezza di significato che porta con se e, adoperando lo schema di Van Der Ploeg, per distinguerlo da quello di imprenditore agricolo e di impresa capitalistica. 5 Con il termine disattivazione si intende quel processo che porta, per diversi motivi, il conduttore a decidere di uscire dal processo produttivo (Van Der Ploeg, 2008). 6 La Sardegna presenta il calo maggiore di aziende nelle aree collinari e montane: in 10 anni si assistito ad una caduta rispettivamente del 41,3% e 53,7%, contro il 33.7 e 38.2 nazionale. 7 I dati relativi ai tre enti sono stati rilevati dal sito Sardegna Agricoltura: http:// www.sardegnaagricoltura.it/index.html 8 Karl Polanyi, nel primo paradosso del libero mercato afferma che: Non vi era nulla di naturale nel laissez-faire. I mercati liberi non avrebbero mai potuto esistere se si fossero lasciate le cose al loro corso. Lo stesso laissez-faire fu attuato dallo Stato: negli anni 30 e 40 un aumento enorme nelle funzioni amministrative dello Stato che veniva ora dotato di una burocrazia centrale in grado di realizzare i compiti posti dai sostenitori del liberalismo (La grande trasformazione, 1974, p. 178). Il che si tradotto in un continuo interventismo centralmente organizzato e controllato. 9 Per quanto riguarda lo strumento della condizionalit l'erogazione di tutti i pagamenti provenienti dalla dotazione nazionale per i pagamenti diretti continuer a essere subordinata al rispetto di un certo numero di requisiti minimi relativi all'ambiente, al benessere e alla salute degli animali nonch alla salute delle piante. Tuttavia, in un intento di semplificazione, il numero di criteri di gestione obbligatori (Cgo) stato ridotto da 18 a 13 e le norme sulle buone condizioni agronomiche e ambientali (Bcaa) passano da 15 a 8, grazie all'esclusione degli elementi che non riguardano gli agricoltori.

Le diverse vie del ritorno alla terra nel bellunese


Chiara Zanetti

Introduzione
Fin dagli ultimi decenni del secolo scorso, a fronte di una continua decrescita in termini di imprese e di numero di addetti nel settore agricolo, la letteratura sociologica internazionale ha cercato di approfondire le implicazioni sociali e culturali del cambiamento nelle campagne mettendo in luce linsieme di nuovi valori che la campagna esprime in contrapposizione al mondo urbanizzato (Barberis, 2000; Barberis, 2009): in particolare, con i termini neocontadinismo (Marsden, 1995) e neoruralismo contadino (Van Der Ploeg, 2009) si fa riferimento a concetti quali la produzione e riproduzione in autonomia, alla ricerca delle radici territoriali, alla ricostruzione dei legami comunitari e al recupero della centralit della produzione agricola, valorizzandone anche il carattere di pluriattivit. In tal senso, inoltre, viene proposta una valorizzazione dei sistemi di conoscenze locali e regionali, attraverso la capacit di creare reti di alleanze tra produttori, consumatori e attori locali riuscendo a determinare anche le condizioni di mercato. Senza entrare nel dettaglio della letteratura di riferimento, Corti (2007) ne mette in luce anche laspetto edonistico, per cui il rurale viene inteso nella dimensione estetica ed esperienziale. A questapproccio si contrappone una visione produttivistica standardizzata e sempre pi meccanizzata, che non valorizza la cultura e le identit rurali, dove al contrario prevalgono i saperi esperti nella trasmissione delle conoscenze. Lo studio di caso1 che verr illustrato di seguito cerca di cogliere alcuni aspetti legati al neoruralismo contadino nel territorio della provincia di Belluno. I fenomeni osservati nella provincia di Belluno non esulano da quanto precedentemente descritto: infatti, si possono osservare alcune dinamiche che comportano diverse forme di valorizzazione e riscoperta del territorio, pur con le peculiarit e specificit che caratterizzano le diverse zone della provincia. Lobiettivo dellanalisi effettuata quello di mettere in luce i cambiamenti negli atteggiamenti e nel valore attribuito al lavoro agricolo in un contesto, che vede nella valorizzazione del territorio e dei suoi prodotti un potenziale di sviluppo economico. Le riflessioni che vengono qui sviluppate sono frutto di una ricerca esplorativa realizzata sul tema del ritorno alla terra e realizzata sul territorio attraverso una serie di interviste in profondit, che hanno cercato di indagare alcuni punti di vista del fenomeno nel bellunese2. Altre informazioni provengono da fonti statistiche ufficiali, quali Infocamere e i Censimenti nazionali dellAgricoltura.

Riferimenti bibliografici

Belletti G., Marescotti A. (2012), Le produzioni certificate nellagricoltura italiana, Agriregionieuropa, n. 31. [http:// www.agriregionieuropa.univpm.it/] Bottazzi G. (2009), Sociologia dello sviluppo, Laterza, Bari Bottazzi G. (1999), Eppur si muove. Saggio sulle peculiarit del processo di modernizzazione in Sardegna. Cuec. Cagliari De CastroP. (2004), Verso una nuova agricoltura europea, Edizioni Agra, Roma Giovannini E. (2012), Il volto dell'agricoltura tra complessit e Cambiamento, Agriregionieuropa, n. 31 Istat (2012), Sesto Censimento Generale dellAgricoltura [http://censimentoagricoltura.istat.it/] Meloni B. (2004), Lo sviluppo rurale. Dallanalisi al progetto, Cuec, Cagliari Polanyi K. (1974), La grande trasformazione, Einaudi, Torino Podda A. (2010), La nuova Politica Agricola Comunitaria e sviluppo rurale: riflessioni a partire da un caso di studio. In Sociologia del Lavoro, n118, FrancoAngeli, Milano Van Der Ploeg J.D. (2008), I nuovi contadini. Le campagne e le risposte alla globalizzazione, Donzelli Editore, Roma Vanni F. (2012), Luso del suolo e delle risorse naturali, in Agriregionieuropa, Numero 31 Regione Autonoma della Sardegna. Sardegna Agricoltura [http://www.sardegnaagricoltura.it/index.html]

Contesto di riferimento ed evoluzione dellagricoltura in provincia di Belluno


La provincia di Belluno, collocata nella parte settentrionale della regione Veneto, composta da 69 comuni distribuiti su una superficie di 3.678,02 Kmq. Essa presenta un territorio tipicamente montano, pur caratterizzandosi per due zone ben definite: da un lato una fascia a sud con peculiarit pedemontane (altimetrie relativamente basse, vallate ampie, superfici pianeggianti o collinari abbastanza estese e climi pi miti), dallaltra le zone pi a nord caratterizzate da strette valli alpine con ripidi pendii. La provincia di Belluno si contraddistinta fino a tutti gli anni sessanta per uneconomia povera, basata sostanzialmente sullalpeggio e con una forte vocazione agricola. In seguito, il territorio provinciale diviene protagonista dello sviluppo industriale iniziato a livello nazionale gi nellimmediato

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studi e ricerche di economia e di politica agraria

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dopoguerra. Dal punto di vista sociale, ci ha comportato una drastica diminuzione dellemigrazione della popolazione locale3, laumento del reddito pro-capite e una crescita complessiva dell'occupazione. In particolare, lindustria dellocchiale e la manifatturiera sono stati i settori trainanti dal punto di vista economico (Marini, Oliva, 2003): tale sviluppo ha permesso sul lungo periodo la tenuta della provincia dal punto di vista sociodemografico, anche se non ha impedito lo spopolamento dei comuni pi marginali, linvecchiamento della popolazione (pi alto della media nazionale e regionale) e la mancanza di ricambio generazionale. Certamente questo un primo aspetto rilevante anche in connessione allevoluzione delle attivit agricole nella provincia di Belluno: infatti, la scarsa redditivit garantita dal settore primario ha portato nel tempo allabbandono progressivo dei campi per le nuove attivit industriali, pur permanendo ancor oggi la tradizione dellorto familiare. Per quanto riguarda nello specifico le attivit agricole, analogamente a quanto accaduto a livello nazionale, il territorio ha visto nel corso degli anni una forte contrazione sia della superficie agricola utilizzata, sia delle imprese. Tali tendenze di lungo periodo sono chiaramente visibili confrontando, ad esempio, i diversi Censimenti dellagricoltura: tra il 1982 e il 2010 la superficie agricola totale diminuisce del 50,3%, mentre le imprese agricole perdono l83,7% della consistenza iniziale. significativo evidenziare come tali dati siano pi negativi sia rispetto allandamento dellintera regione Veneto, sia rispetto alle limitrofe province montane di Trento e Bolzano (Tabella 1 e Tabella 2). In particolare si assistito ad un abbandono quasi completo delle attivit agricole nelle zone altimetriche pi alte (sopra gli 800 metri di quota). Si sottolinea, inoltre, come anche la superficie agricola utilizzata (Tabella 3) sia diminuita, a causa del costante avanzare dei boschi, che comporta un aumento del costo pubblico per il mantenimento del territorio.

Al contempo, diminuiscono gli attivi in agricoltura, che passano dal 54% del 1951 al 2,1% del 2011, le tipologie dimpresa, i tipi di allevamento e le colture praticate (Cason, 2011). Lallontanamento dallagricoltura, conseguenza dellattrazione esercitata dal settore manifatturiero e dello spopolamento, ha comportato inoltre laccentuarsi del fenomeno del frazionamento delle propriet. In particolare, la frammentazione dei terreni suddivisi tra molteplici proprietari rende complesso ed economicamente oneroso lacquisizione o laffitto degli stessi da parte di chi interessato alla loro lavorazione. Inoltre, la conformazione orografica di molti terreni - specie nella parte alta della provincia - non facilita la meccanizzazione, favorendo al contempo labbandono della coltivazione. Da un punto di vista storico, lagricoltura del territorio tipicamente montana e di sussistenza si caratterizzava fino allimmediato dopoguerra per la produzione di svariati prodotti tra i quali si citano diverse qualit di patate, fave, fagiolo, mais, lino, canapa, orzo, avena e segale; nella fascia pedemontana, inoltre, si trovava una buona produzione di frutteti e, in misura minore, di vigneti (vite americana). Per quanto riguarda lallevamento, vi era una prevalenza di bovini (in particolare di grigie alpine nella parte bassa della provincia e brune alpine nella parte alta), ma anche una discreta produzione di ovini, di caprini e suini. Nel corso del secondo dopoguerra, le necessit di incrementare le quantit delle produzioni per rispondere alle esigenze del mercato, nonch ladeguamento a nuovi standard normativi e di qualit hanno contribuito allo sviluppo anche nei territori montani di produzioni maggiormente intensive, pur non raggiungendo le quantit della pianura veneta. Da un lato si assistito al gi citato abbandono delle imprese agricole nelle zone con maggiori altimetrie, dallaltra nei territori pi bassi la variet colturale stata in gran parte sostituita da produzioni legate alla filiera lattiero casearia (prevalentemente mais e foraggio), che diviene preminente sia in termini di fatturato sia in termini di numero e rilevanza delle imprese. Ci dovuto alla

Tabella 1 - Numero di aziende agricole nelle Province autonome di Trento e Bolzano, in Veneto e in Provincia di Belluno 1982 1990 v.a Provincia Autonoma di Bolzano / Bozen Provincia Autonoma Trento Veneto Provincia di Belluno Fonte: Istat. Censimenti generali dellAgricoltura Tabella 2 - Superficie agricola totale (Sat) nelle Province autonome di Trento e Bolzano, in Veneto e in Provincia di Belluno 1982 1990 v.a (ettari) Provincia Autonoma di Bolzano / Bozen Provincia Autonoma Trento Veneto Provincia di Belluno Fonte: Istat. Censimenti generali dellAgricoltura Tabella 3 - Superficie agricola utilizzata (Sau) nelle Province autonome di Trento e Bolzano, in Veneto e in Provincia di Belluno 1982 1990 v.a (ettari) Provincia Autonoma di Bolzano / Bozen Provincia Autonoma Trento Veneto Provincia di Belluno Fonte: Istat. Censimenti generali dellAgricoltura 260.049 148.589 913.550 68.909 272.435 149.675 879.412 54.981,34 267.380 146.712 850.979 52.777 240.535 137.219 811.440 46.942 4,8 0,7 -3,7 -20,2 2000 2010 1982-1990 1990-2000 2000-2010 1982-2010 566.222 450.471 1.268.279 211.631 563.174 447.727 1.252.081 209.346 550.163 430.395 1.167.730 176.004 484.077 408.871 1.008.179 105.255 -0,5 -0,6 -1,3 -1,1 2000 2010 1982-1990 1990-2000 2000-2010 1982-2010 24.070 34.381 233.472 14.591 23.653 30.812 210.929 10.414 23.043 28.145 176.686 6.476 20.247 16.446 119.384 2.381 -1,7 -10,4 -9,7 -28,6 2000 2010 1982-1990 1990-2000 2000-2010 1982-2010

Var. % -2,6 -8,7 -16,2 -37,8 -12,1 -41,6 -32,4 -63,2 -15,9 -52,2 -48,9 -83,7

Var. % -2,3 -3,9 -6,7 -15,9 -12,0 -5,0 -13,7 -40,2 -14,5 -9,2 -20,5 -50,3

Var. % -1,9 -2,0 -3,2 -4,0 -10,0 -6,5 -4,6 -11,0 -7,5 -7,6 -11,2 -31,9

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sempre maggiore rilevanza assunta dalle latterie cooperative. Queste hanno una lunga tradizione nel territorio: infatti, la prima latteria cooperativa turnaria dItalia fu fondata a Canale dAgordo comune della provincia di Belluno - nel 1872. La latteria turnaria presente anticamente in molti paesi, era una sorta di consorzio del latte presso cui gli allevatori conferivano quotidianamente il latte affinch venisse lavorato a turno in ununica struttura, ottenendo in questo modo una riduzione dei costi di produzione ed un maggior guadagno (Boni C., 1927). Con lo sviluppo economico, alcune di queste realt estesero la base sociale della cooperativa raggiungendo anche in un caso, pur mantenendo la forma cooperativa, dimensioni industriali e fungendo da traino per lintero settore agricolo provinciale. Ci nonostante, da un punto di vista numerico, il numero di bovini dimezzato (da fonte Unioncamere e dati Ccia, 52.600 bovini allevati - di cui vacche 29.800 - nel 1965 a 25.304 - di cui vacche 10.396 - nel 2006) (Provincia di Belluno, 2007). Diverso invece landamento di suini e ovi-caprini, che dopo una riduzione durata fino agli anni novanta, a partire dal 2000 denotano una certa vivacit (nel 2006 si contavano 10.898 ovini, 3.073 caprini e 21.110 suini), anche a seguito della promozione di specificit locali quali lAgnello dellAlpago o la pecora di Lamon (Provincia di Belluno, 2007).

Le diverse vie del ritorno alla terra in Provincia di Belluno


Se fino ad ora sono state descritte dinamiche prevalentemente negative, per quanto concerne lattivit agricola nella provincia di Belluno, oggi si assiste ad un lento ma significativo ritorno alla terra da molteplici punti di vista: si nota, infatti, un ringiovanimento degli imprenditori agricoli sia per il passaggio generazionale nellambito di aziende gi insediate nel territorio, sia per la ricerca di attivit alternative al lavoro in fabbrica, oppure di neo-rurali provenienti dalla pianura, che aspirano ad una vita in un ambiente ancora largamente intatto con caratteristiche di salubrit elevate, nonch infine di persone che sempre maggiormente si dedicano alla coltivazione di orti famigliari (anche nella formula degli orti condivisi). In particolare, osservando le dinamiche relative agli ultimi anni si evidenzia una certa vivacit per quanto riguarda il numero di imprese agricole: infatti, secondo Coldiretti, tra il 2008 al 2012, si sono insediati nel bellunese 175 nuovi agricoltori. Inoltre, se paragonata con le altre provincie venete e con il resto dItalia, lincidenza delle imprese giovanili in agricoltura rilevante: secondo i dati Infocamere il numero di imprese giovanili del settore intorno all11% sia nel 2011 sia nel 2012, mentre nella regione Veneto si assesta al 4% e in Italia al 7% (Tabella 4). Sempre secondo i dati Infocamere, esse costituiscono, inoltre, il 15,7% tra tutte le imprese giovanili della provincia (1.469). Infine, anche le domande presentate tra il 2008 e il 2011 sulla misura 112 del Piano di Sviluppo Rurale del Veneto finalizzata al ricambio generazionale e a valorizzare le capacit imprenditoriali dei giovani agricoltori testimoniano una certa vitalit: sono state, infatti, 129, il 37,1% di tutte le istanze presentate per i territori montani, cos come definiti nel Piano di Sviluppo Rurale della Regione Veneto.
Tabella 4 - Incidenza imprese giovanili nel settore economico Agricoltura e servizi connessi Prov. di Belluno v.a. % 2011 2012 Imprese giovanili settore agricoltura e servizi connessi Imprese giovanili settore agricoltura e servizi connessi 219 229 11,1 11,5 Veneto % 4,4 4,3 Italia % 7,4 7,2

Fonte: elaborazione Infocamere

Nellambito di questo quadro, i giovani agricoltori intervistati hanno una provenienza mista: sono sia locali sia originari della pianura, avendo per un qualche legame pregresso con il

territorio derivato da origini familiari - che talvolta comportano la presenza di propriet a disposizione e non utilizzate - o da contatti e conoscenze precedentemente acquisite rispetto alle potenzialit di alcune specifiche zone. Al di l di questi elementi di obiettiva vicinanza alla terra, tuttavia, si evidenzia una forte motivazione personale. Nella maggioranza dei casi la formazione non specifica, ma al contrario alquanto variegata. Tra i titoli di studio ci sono il diploma di geometra, ragioniere e perfino un ingegnere idraulico: in tutti questi casi le conoscenze acquisite sono state riconvertite. Inoltre, tutti gli intervistati, pur avendo una forte passione nella cura degli animali e nellattivit con la terra, precedentemente avevano svolto altre attivit che tuttavia non risultavano gratificanti. Oltre a ci, al lavoro agricolo spesso associano uno stile di vita pi sano, a contatto con lambiente naturale: le mie entrate sono diminuite drasticamente, ma la mia vita cambiata in meglio. Rispetto a prima quando lavoravo in fabbrica ho grosse soddisfazioni, faccio e produco qualcosa di mio P produrre cibo bellissimo (Agricoltrice biologica da 7 anni, 40 anni). Molto forte, infatti, il desiderio di impegnarsi in un lavoro che contribuisca al mantenimento del territorio e alla sua rivitalizzazione: ho iniziato per gioco, perch ho ereditato la terra, ma in fondo sono stato mosso comunque da una grande passione per lagricoltura, e dal desiderio di percorrere un altro cammino nella vita, unaltra strada pi vicina allambiente (Agricoltore biologico da 9 anni, 40 anni) Oggi lagricoltore il custode dellambiente, viene rispettato per la scelta coraggiosa e perch mantiene il territorio. Prova di questo il fatto che spesso agricoltura si unisce a turismo, didattica, vendita diretta (agriturismo, fattoria didattica, spaccio in azienda)Pcome per mostrare quello che si fa per il territorio, il legame tra agricoltura e turismo e commercio serve per valorizzare il territorio (Agricoltrice da 5 anni, 41 anni). In questultima citazione, inoltre, emerge un altro aspetto che viene evidenziato sia dagli imprenditori agricoli intervistati sia dai rappresentanti degli attori locali, ovvero la necessit di muoversi verso una diversificazione delle attivit aziendali per il mantenimento dellagricoltura nei territori montani, che vengono spesso interpretate come lofferta di un prodotto che costituisce unesperienza complessa con molte valenze simboliche quali la genuinit, il presidio del territorio, laspetto educativo. Un secondo elemento che viene messo in luce dagli agricoltori intervistati la necessit di fare rete per ridurre i costi, migliorare la gestione delle attivit e lo scambio di informazioni sia tecniche sia di tipo amministrativo, sulla scorta di quanto avviene per alcune cooperative di produttori agricoli in altri contesti italiani. Infatti, a parte il caso delle latterie turnarie, sul territorio bellunese non vi sono esempi in tal senso, anche se recentemente si costituita unassociazione di produttori biologici che si spinge in questa direzione. La necessit di cooperare dovuta certamente anche alla dimensione unipersonale delle aziende prese in considerazione, anche se nella realt alle spalle spesso vi sono famiglie che sostengono attivamente la scelta di vita effettuata, specie nel caso in cui limprenditore agricolo di genere femminile. Solo in alcuni casi per sopperire al bisogno di manodopera vi il ricorso ad alcuni lavoranti stagionali. La famiglia quindi non solo contribuisce attivamente al lavoro agricolo, ma in alcuni casi essa completa il ciclo distributivo delle produzioni: infatti, in due casi la nuova impresa agricola viene sostenuta da preesistenti attivit nel campo della distribuzione (ortofrutta e negozio biologico). Fino ad ora si accennato alle motivazioni personali che hanno portato le persone intervistate allimpegno in unimpresa agricola: tuttavia, accanto a queste, vi sono anche alcune motivazioni di contesto rilevanti. In particolare, come precedentemente evidenziato nel territorio bellunese nel corso del secondo dopoguerra le attivit e la superficie agricola utilizzata sono drasticamente dimunite causando labbandono di molti terreni. Secondariamente, i terreni agricoli hanno mantenuto dei prezzi contenuti specie se confrontati con quelli delle limitrofe province di Treviso e di Trento. Ci ha reso pi facile laccesso alla terra o lampliamento delle superfici agricole aziendali, attraverso lacquisto della propriet o laffitto. Tuttavia,

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lestrema frammentazione dei terreni crea non poche problematiche in tal senso. Una delle dinamiche pi interessanti evidenziate da questo punto di vista collegata con una seconda via di ritorno alla terra evidenziata sul territorio. Proprio i terreni liberi e i prezzi pi bassi rendono il territorio bellunese (e in particolare per la sua parte pedemontana) attrattivo anche per investitori provenienti da fuori provincia: infatti, si sono recentemente insediati alcuni produttori di mele e viticoltori provenienti delle limitrofe province di Treviso e di Trento, in cui il valore dei terreni molto elevato in virt della forte vocazione alla produzione vitivinicola e dei meleti. In particolare, per quanto riguarda i primi, attualmente il bellunese rientra tra le provincie di produzione del prosecco Doc (, infatti, del 2012 la prima produzione di uva di variet Glera in un comune della Valbelluna da parte di unazienda agricola trevigiana), che attualmente pu essere prodotto solo da produttori trevigiani che sono in possesso dei diritti di impianto. Nel secondo caso, si registra la presenza di diversi meleti, impiantati da imprenditori provenienti dal Trentino Alto Adige. Se da un lato queste produzioni contribuiscono a diversificare i prodotti agricoli del territorio, fungendo anche da stimolo per gli agricoltori locali, dallaltro si caratterizzano per una produzione abbastanza intensiva. Inoltre, le maggiori risorse economiche a disposizione di questi imprenditori permettono di acquistare i terreni migliori e pi appetibili, in quanto meno frammentati e con condizioni climatiche e geomorfologiche migliori, spiazzando i locali che non sempre hanno le risorse per competere. Una dinamica analoga si osserva nella parte alta della montagna per quanto concerne lo sfalcio dei prati e viene ben esemplificata da un intervistato: Vengono a sfalciare dalla Pusteria, sono quelli che hanno grosse stalle, o gente che fa lo sfalcio di mestiere. Per fortuna ci sono loro, se no nessuno lo fa. Secondo me a Belluno nessuno arriverebbe a segare tutto quello che sega la Pusteria. Non ci sono allevamenti cos grandi e interessati al fieno in alta montagna (Agricoltore da 7 anni, 31 anni). Un ultimo aspetto che vale la pena evidenziare come in molti casi i nuovi agricoltori intervistati non mirino solo alla produzione di colture tradizionali (mais, prati da fieno, pascoli), ma anche allintroduzione di prodotti riscoperti (orzo, piccoli frutti, piante officinali, caprini). Inoltre, sempre pi viene prestata attenzione a processi innovativi o di qualit, quali quelli legati ai marchi di certificazione e garanzia (consorzi di tutela certificazioni locali, produzioni biologiche). Accanto a ci, sono cresciute le iniziative che valorizzano laspetto sociale dellagricoltura, che vedono le aziende agricole, ma anche gli orti, come luoghi di coesione sociale, di attivit didattiche e di attrazione turistica. In particolare significativa lattivit di informazione e condivisione di buone pratiche del gruppo informale Coltivare Condividendo nel Feltrino, che propone tra le sue finalit la riscoperta e lo scambio degli antichi semi con una finalit divulgativa, richiamando nei propri momenti informativi diverse migliaia di persone di diversa provenienza interessate sia per la produzione allinterno del proprio orto famigliare sia per lintroduzione di nuovi prodotti nella propria azienda agricola.

collocata in una dimensione comunitaria attraverso lacquisto diretto dal produttore e lintreccio con gli operatori degli altri settori economici (servizi, artigianato, turismo), con le istituzioni culturali e le amministrazioni locali nel quadro delle attivit di promozione territoriale in cui limmagine e la funzione di volano del paesaggio, delle produzioni di eccellenza, delle razze autoctone assumono un ruolo di centralit (Corti, 2007, pag. 181).

Note
Il presente articolo frutto di unattivit di indagine realizzata da Alice Ben, laureata in Sociologia delle reti territoriali e organizzative presso lUniversit degli Studi di Trieste, Valentina De Marchi, antropologa collaboratrice presso la Fondazione Angelini di Belluno, e Chiara Zanetti dottoranda presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dellUniversit degli Studi di Trieste. 2 La fase di indagine empirica si svolta seguendo due percorsi paralleli. Da un lato, sono state realizzate sei interviste a testimoni privilegiati, quali funzionari dellAvepa, rappresentati dei Gal, delle associazioni di categoria degli agricoltori e un portavoce di un movimento per la valorizzazione delle produzioni agricole locali. Dallaltro lato, sono state ascoltate le storie di vita di una decina di giovani agricoltori (fino ai 40 anni), insediati da meno di dieci anni in imprese prevalentemente unipersonali, su tutto il territorio provinciale. 3 Alcuni studi mettono in evidenza come la quota di emigranti sia passata da circa 30.000 partenze nel 1961 a 11.000 nel 1971 (Oliva, Marini, 2003).
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Riferimenti bibliografici
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Considerazioni conclusive
Il quadro fino ad ora descritto presenta alcuni aspetti positivi di ritorno allagricoltura e di una maggiore attenzione al lavoro agricolo nella provincia di Belluno. Si tratta di elementi qualitativi, che non invertono certamente una tendenza allabbandono pi che decennale. Le realt analizzate hanno, inoltre, una dimensione micro, molto vicina allautoproduzione; tuttavia contribuiscono al mantenimento e alla valorizzazione del territorio partendo dalle specificit locali, inserendo la produzione agricola anche nella filiera turistica. In questoperazione giocano un ruolo rilevante anche attori istituzionali quali lIstituto Agrario presente in provincia, lEnte Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi e il Museo Etnografico di Serravella, che promuovono progetti per valorizzare la biodiversit coltivata. Si tratta quindi di una produzione agricola

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Ritorno alle terre alte: ladozione di terrazzamenti in abbandono nel Canale di Brenta
Luca Lodatti

Introduzione
Questo articolo descrive un progetto di recupero territoriale e insieme di ricerca sociale sviluppato nellarea di studio del Canale di Brenta (VI) fra il settembre 2010 e il febbraio 2013, denominato Adotta un terrazzamento, che ha coinvolto un gruppo di persone non originarie della valle nella coltivazione dei versanti montani, storicamente destinati allagricoltura ma al momento attuale in stato avanzato di abbandono. La ricerca ha affrontato le attivit del progetto senza disconoscere il coinvolgimento che queste comportavano, facendo proprio un approccio operativo, che considera come in taluni ambiti la complessit e la mutabilit delloggetto di ricerca non consentano di intervenire solo su alcune variabili e [f] si deve interagire con le variabili tutte insieme, essendo i gruppi con cui lavorare gi precostituiti (Cardano, 2011). A partire da questo approccio, la ricerca ha sviluppato un percorso di riflessione che partito dai dati relativi agli esiti sia territoriali che sociali del progetto e si allargato a trarre considerazioni sui fenomeni di ritorno allabitazione ed alla coltivazione di aree montane in via di spopolamento, ad opera non solo di abitanti locali ma anche di cittadini provenienti da altre zone, sensibili a obiettivi quali la conservazione del territorio e una maggiore qualit della vita (Guiseppelli, 2005). Questa tematica di ricerca stata affrontata negli ultimi anni da studi a livello internazionale (Cipra, 2008), che hanno di volta in volta descritto le esperienze di ritorno come degli esempi di neoruralismo (Van Der Ploeg, 2009) piuttosto che come listaurarsi di una rinnovata relazione fra citt e campagna (Donadieu, 2006; Convenzione delle Alpi, 2010). Anche in Italia negli ultimi anni si avviata una ricognizione delle esperienze di ritorno allabitare nelle valli alpine e al nuovo utilizzo produttivo dei terreni in abbandono (Corrado, 2011; Dematteis, 2011; Varotto, 2013), i cui esiti hanno offerto al progetto sperimentale qui descritto elementi di confronto e prospettive dinteresse per esaminare le attivit realizzate e i risultati riscontrati.

In epoca antica la valle si caratterizz soprattutto come luogo di passaggio fra la pianura veneta e larea tridentina (Signori 1981; Signori, 1995). A partire dal 400 la valle ospit attivit di produzione manifatturiera e commercio del legname (Perco e Varotto, 2004). Lo sviluppo territoriale della valle ebbe una svolta a partire dal XVIII secolo, con la concessione da parte della Repubblica di Venezia per la coltivazione del tabacco, che and ampliandosi nel corso dellOttocento fino a assumere il ruolo di monocultura (Vardanega, 2006). La tabacchicoltura indusse gli abitanti alla costruzione di estesi terrazzamenti agricoli sui versanti per ricavarne superficie coltivabile, portando nel tempo ad una nuova configurazione territoriale (Figura 2).
Figura 2 - Una immagine aerea del paesaggio terrazzato sopra Valstagna

Fonte: G. Medici 2006

Presentazione dellarea di studio


Larea montana in cui le attivit si sono sviluppate quella del Canale di Brenta, una stretta valle con orientamento Nord-Sud della lunghezza di circa 25 km situata nelle Prealpi Venete, in Provincia di Vicenza (Figura 1).
Figura 1 - Individuazione e carta dellarea di studio

Lestensione dei terrazzamenti and allargandosi fino agli inizi del 900, accompagnando la crescita demografica, improntando il sistema di vita delle comunit locali (Perco e Varotto, 2004). La coltivazione del tabacco rimasta lattivit produttiva dominante fino al secondo dopoguerra, quando si verific un crollo diffuso della produzione, che non si prestava alle nuove forme di agricoltura estensiva e meccanizzata. Nellarco di alcuni decenni (1960-1990) il numero delle coltivazioni diminuiva fino quasi a scomparire (del 90% nel Comune di Valstagna; fonte Istat, cit. in Tres e Zatta, 2006). La popolazione si riduceva in misura minore (34% in media; Tres e Zatta, 2006), ma gli abitanti della valle hanno trovato impiego estesamente nellindustria, rafforzando la dipendenza economica della valle dalla pianura antistante. Alla fine degli anni 90 emerso un interesse per le aree terrazzate da parte del mondo della ricerca scientifica, di cui si andati a studiare quello che stato definito un paesaggio dellabbandono (Varotto, 2000). I terrazzamenti si presentavano ormai in prevalenza ricoperti dal bosco, con le strutture in rovina e minacciate da crolli. In questa prospettiva sono stati sviluppati alcuni progetti di ricerca promossi dalle Universit di Padova e di Venezia, dal Club Alpino Italiano e della Regione Veneto, nel periodo che va dal 2000 fino al 2010 (Fontanari e Patassini, 2008; Scaramellini e Varotto, 2008).

Il progetto di recupero territoriale a uso produttivo


La sperimentazione di Adotta un terrazzamento si collega al lavoro di ricerca svolto dallUniversit di Padova nel progetto europeo Alpter (Fontanari e Patassini, 2008). Durante lultimo anno di tale attivit stata registrata una richiesta pervenuta allamministrazione comunale di Valstagna per laffidamento di un terreno incolto di pubblica propriet da parte di due abitanti del vicino centro urbano di Bassano del Grappa; dopo che la richiesta era stata accolta il riuso produttivo dei terrazzamenti ha

Fonte: Elaborazione a partire dalla Carta Tecnica Regionale Numerica del Veneto, 2009

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dato un esito positivo, portando al recupero e alla nuova coltivazione dei terreni, e in seguito anche unassociazione Scout ha avanzato una richiesta analoga (Figure 3 e 4).
Figure 3 e 4 - Il primo terrazzamento affidato alle cure di privati, nel Comune di Valstagna (VI), prima e dopo i i lavori di recupero e di nuova coltivazione degli affidatari

Figure 5 e 6 - Contratto di comodato duso per laffidamento dei terrazzamenti abbandonati e relativo regolamento operativo

Fonte: Foto dellAutore, settembre 2008 e giugno 2009

La ricerca ha seguito con interesse queste attivit spontanee di riuso dei terrazzamenti (Salsa, 1998; Varotto, 2009). Tale esperienza stato considerato come un punto di partenza che ha condotto a sviluppare lidea del progetto Adotta un terrazzamento, volto ad allargare la pratica messa in atto da un caso isolato ad un progetto di recupero territoriale. Nellelaborare il sistema di gestione per laffidamento dei terreni si andati a identificare i soggetti necessari allo svolgimento delle attivit, che si possono sintetizzare nellelenco che segue: le istituzioni locali, al fine di inserirsi nel quadro delle attivit di manutenzione del territorio esistenti; gli abitanti urbani, che costituivano il bacino in cui reperire i partecipanti alle attivit di recupero; la comunit locale, il cui ruolo di accompagnamento e supporto al progetto appariva fondamentale; infine luniversit, che ha svolto un ruolo di facilitazione delliniziativa per la sua gestione e monitoraggio. Rappresentanti di questi soggetti si sono riuniti il 31 agosto 2010 per costituire un comitato denominato Adotta un terrazzamento in Canale di Brenta, allo scopo di dare una riconoscibilit e una forma giuridica alla struttura gestionale del progetto (Margheri, 2008). Il comitato ha assunto anzitutto la funzione di contattare i proprietari locali per acquisire in affidamento i terreni incolti. A tale scopo con la collaborazione del Dipartimento di Diritto privato e del lavoro di Padova stato sviluppato un modello di Contratto di comodato duso modale (Figure 5 e 6), che prevedeva la concessione gratuita dei terreni per 5 anni, a fronte dei lavori che garantissero il loro recupero e manutenzione.

Fonte: Comitato Adotta un terrazzamento in canale di Brenta, 2010

Daltra parte il comitato andava ad accogliere al suo interno coloro che intendevano avviare le attivit di ricoltivazione dei terrazzamenti. La struttura di gestione ha cos assunto il suo ruolo definitivo, raccogliendo i terreni in abbandono (con unestensione totale che cresciuta fino a circa 4 Ha) e andando a valorizzarli come un patrimonio territoriale a disposizione dei nuovi coltivatori.

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Il comitato si riunito quindi nel settembre del 2010 per identificare i luoghi dove dare inizio ai lavori, prendendo in considerazione alcuni criteri relativi alle aree terrazzate: la rilevanza dei siti sotto il profilo storico, culturale e paesaggistico; la necessit di un intervento per la stabilit dei versanti, legata al loro stato di conservazione; lidoneit dei terreni ad un recupero produttivo, legata alla presenza di acqua e alla vicinanza da una strada, nonch allidentificabilit dei proprietari. Tali aspetti hanno portato a individuare i siti di Val Verta (Figure 7 e 8) e della contrada di Ponte Subiolo: uno dinteresse per lo stato di degrado avanzato e la necessit di una messa in sicurezza della valle, il secondo per lidoneit al recupero grazie alla vicinanza della strada comunale.
Figure 7 e 8 - Fotografia del sito pilota di Val Verta e elaborazione Gis del Catasto del Comune di Valstagna della stessa area con evidenziati i terreni interessati dal progetto

quadro geografico dei terrazzamenti interessati dal progetto; quadro sociale dei partecipanti alle attivit di recupero. Gli indicatori del quadro geografico descrivono le caratteristiche dei terrazzamenti oggetto dei lavori, in particolare quelle collegate allattivit di riuso agricolo. Le informazioni del quadro sociale si riferiscono invece ai partecipanti al progetto, con lobiettivo di delineare alcuni elementi del profilo sociale presso cui le proposte dal progetto hanno riscosso interesse. Andando ora a esaminare i dati raccolti, si pu tracciare un resoconto sintetico dei risultati del progetto dopo pi di 2 anni di attivit, dallottobre 2010 al febbraio 2013. Il quadro geografico dei terrazzamenti restituisce un totale di 80 terreni recuperati, con una superficie complessiva di 4 Ha. Lestensione media degli appezzamenti di 400 m, con un range che va dai 100 ai 2000 m. Laltezza media dei muri di 2 m, con un range da 1 a 7 m. I dati legati alla fattibilit del recupero comprendono la distanza media da una strada, di 80 m, e quella da un punto acqua, di 30 m. Luso dei terreni prevalente lorticoltura per lautoconsumo (80%), segue a distanza luso ricreativo (10%, legato alle associazioni), lapicoltura (5%) e altri usi (5%, quali la viticoltura, lolivicoltura o la coltivazione di menta). Il quadro dei partecipanti al progetto restituisce un totale di 73 affidatari di terrazzamenti. Let prevalente fra i 50 e i 65 anni (50%), seguita da 35-50 anni (28%) e infine da 18-35 (18%, il restante sono associazioni). La provenienza geografica dei partecipanti solo in piccola parte dallarea di studio (13%), per la maggioranza dai centri urbani limitrofi (50%, ad es. Bassano d.G., Marostica, Ros, ecc.), in parte minore da aree pi lontane quali Vicenza e provincia (13%), Padova e Treviso e provincia (5%), Venezia e provincia (5%). Significativo infine il dato sul livello di istruzione dei partecipanti, che vede pi del 50% dei partecipanti in possesso di un diploma superiore o di una laurea.
Figure 9, 10 e 11 - Un terrazzamento prima delle attivit recupero nel sito pilota di Ponte Subiolo, lo stesso terrazzamento dopo i primi lavori di recupero e infine allavvio dei lavori di coltivazione da parte degli affidatari

Fonte: Tres e Zatta, 2006; Elaborazione dellAutore

Allinizio dellottobre 2010 sono state cos avviate le attivit di recupero. Durante i primi due anni del progetto laffidamento dei terreni ha condotto al riuso di 80 terrazzamenti (v. sotto). Quelli che si vanno a descrivere nel prossimo paragrafo sono i risultati conseguiti sia sotto il punto di vista territoriale che sotto quello socio-economico, relativi al coinvolgimento in prima persona degli abitanti dei centri urbani nelle nuove coltivazioni.

Sintesi degli esiti operativi del progetto


Al fine di registrare e presentare i risultati ottenuti sono stati definiti fin dallavvio delle attivit 2 set di dati per il monitoraggio del progetto, con lobiettivo di considerare i diversi aspetti dellindagine (Lodatti, 2012):

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La diffusione della policoltura

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Fonte: Foto dellAutore, dicembre 2010, marzo 2011 e giugno 2011

Quattro questioni in evidenza


Al termine della presentazione del progetto si vogliono passare in esame una serie di questioni che nel corso delle attivit si sono imposte allattenzione dei partecipanti, in quanto centrali per il recupero produttivo dei terreni incolti e insieme problematiche nel quadro attuale di governance. Tali criticit sono esaminate qui di seguito, considerandone anche limportanza per un recupero dei terreni incolti a scala pi ampia nelle aree montane, tratteggiando le soluzioni pur provvisorie che il progetto ha potuto mettere in campo.

La procedura di accorpamento fondiario


La questione della propriet dei terreni in abbandono risulta basilare per la possibilit di un recupero produttivo, nellarea di studio come in altri ambiti montani, perch tali zone sono caratterizzate da un grado notevole di frammentazione fondiaria a causa delle forme vigenti di successione tra gli eredi. Questo problema rimanda a una riflessione di pi ampio respiro da anni in corso a livello nazionale, come testimoniano le osservazioni e il dibattito di cui al centro (Vardanega, 2007) che ha condotto anche allelaborazione di un progetto di legge presentato alla Camera (Quartiani, 2008). Va considerato daltra parte come tale disegno di legge prevedesse una procedura di pubblico esproprio dei terreni rimasti incolti per un numero sufficiente di anni, misura che appare lesiva della propriet individuale, e probabilmente per questo non ha trovato consenso al livello legislativo. Questo esito porta a considerare limportanza della forma con cui si vanno a rimettere in uso le propriet agricole improduttive, che dovrebbe consentire da una parte il riutilizzo produttivo e dallaltra una tutela degli interessi privati. La soluzione messa in campo dal progetto in questo senso ha corrisposto a tali esigenze di mediazione fra istanze diverse, quelle della propriet e quelle di manutenzione del territorio, attraverso la forma del comodato duso che, seppur provvisoria e volutamente debole, consente una nuova forma di agricoltura, capace di garantire sia i proprietari che la cura delle aree terrazzate. Nellarea di studio si deve anche notare come il crollo del valore dei terreni nellultimo mezzo secolo ha portato spesso a non registrare gli atti di successione, cos che allo stato attuale vi sono terreni che contano un alto numero di eredi, dei quali alcuni sconosciuti o emigrati altrove. Il progetto ha quindi avviato le attivit su terreni i cui proprietari erano noti, ma in seguito stato necessario un lavoro di ricerca catastale capillare e di contatto con gli interessati, i quali a volte si sono potuti individuare solo attraverso la conoscenza degli abitanti locali. A fronte di tale complessit fondiaria, allora, la scelta di un compromesso nella soluzione del problema della propriet della terra si rivelato strategico, consentendo una operativit rapida a fronte di una possibile reversibilit della concessione in uso, andando a mediare fra le istanze dei diversi attori sul territorio, consentendo listallazione dei nuovi agricoltori nei campi terrazzati.

Passando a considerare luso produttivo dei terreni recuperati va valutata la sua funzione di manutenzione territoriale e anche di conservazione di un paesaggio storico, che in una condizione marginale come quella del caso di studio acquista unimportanza non secondaria. In questo senso una della caratteristiche che si imposta allattenzione per il riuso produttivo la policoltura praticata dai nuovi coltivatori, con laccostamento di coltivazioni orticole e filari di vite, cos come di apicoltura e prati permanenti, che ha consentito un adeguamento alle condizioni poste dai diversi terreni (pendenza, raggiungibilit, disponibilit dacqua), senza il ricorso ad unalterazione del paesaggio terrazzato con interventi di maggiore entit, che sarebbero risultati necessari per sviluppare coltivazioni estensive e meccanizzate. Anche in questo caso il progetto ha scelto una strada di compromesso fra le necessit di tutela del territorio, che nel caso di studio erano programmatiche, e quelle di un riuso non semplicemente conservativo ma produttivo, fondamentale per il progetto a livello operativo. Le nuove coltivazioni avviate sui terrazzamenti, con il loro mosaico di terreni lavorati e prati, vigneti e arnie, presentano una specificit che le distinguono tanto dalluso agricolo precedente (monocoltura del tabacco), quanto dalle coltivazioni estensive praticate nella pianura. Questa trasformazione non giunge ad unalterazione strutturale del territorio, che nel caso delle aree terrazzate sconsigliabile sia a livello di stabilit dei versanti che di conservazione del paesaggio. Si impone allora allattenzione il ruolo che pu rivestire la policoltura per un uso agricolo che coniughi luso produttivo con la tutela del territorio, ruolo che potrebbe essere promosso anche a livello pubblico, tramite diverse forme di strumenti di sostegno finanziario. In questo senso un primo segnale pu riscontrarsi nella proposta per la Politica Agricola Comunitaria nel prossimo periodo 2013-2020 (Commissione Europea 2011) che fra i requisiti per il riconoscimento dei pagamenti diretti alle aziende include, a differenza del passato, anche il seguente: gli agricoltori provvedono affinch almeno il 7% dei loro ettari ammissibili [f] sia costituito da aree di interesse ecologico come terreni lasciati a riposo, terrazze, elementi caratteristici del paesaggio, andando cos a riconoscere anche la funzione ecologica e paesaggistica svolta dallagricoltura.

Laccesso dei piccoli proprietari agli strumenti di sostegno finanziario


Queste riflessioni portano a considerare un'altra questione rilevante, quella della possibilit di fruire per il recupero dei terrazzamenti delle politiche di sostegno allagricoltura. Tale supporto si manifesta come una necessit soprattutto per i lavori di ricostruzione dei muri di sostegno in pietra, che possono nellarea di studio raggiungere anche unaltezza di 6-7 m e oggi richiedono lutilizzo per gli interventi di unimpresa di costruzione, con un conseguente aumento del costo per la loro realizzazione. A questo scopo possono adattarsi ad esempio alcune misure previste dal Piano di Sviluppo Rurale 2007-2013 quale la 323a, che tra i suoi obiettivi annovera proprio quello di incentivare la conservazione e la riqualificazione del patrimonio architettonico e degli elementi caratterizzanti il paesaggio nelle aree rurali. Un problema si evidenzia per quando il proprietario del terrazzamento un privato e non unazienda agricola, per la difficolt di accesso agli strumenti di finanziamento che questo comporta. Infatti la grande maggioranza delle misure del Psr prevedono quali destinatari gli enti pubblici e le aziende agricole, non i privati proprietari di terreni. Ci per alcune misure di finanziamento pu essere strategico, ma probabilmente il campo di applicazione potrebbe essere allargato per interventi come il recupero del paesaggio rurale che si presenta come un tipico patrimonio diffuso e presente nelle propriet anche di semplici privati.

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Una sperimentazione di questo tipo stata svolta parallelamente al progetto Adotta un terrazzamento nellambito del Piano di Sviluppo Rurale della Regione Veneto (Lodatti, 2012). La sperimentazione ha consentito di realizzare alcuni interventi di interesse (Figure 12, 13 e 14), daltra parte per ha evidenziato alcune problematiche inerenti laccesso ai finanziamenti da parte dei piccoli proprietari, dovute alla percentuale bassa di co-finanziamento prevista per i privati e alla procedura amministrativa richiesta per inoltrare la domanda, che prevedeva lincarico ad un tecnico specializzato per la stesura di un progetto, andando ad aggravare ulteriormente i costi.
Figure 12, 13 e 14 - Intervento di recupero dei terrazzamenti presso S.Giorgio di Solagna (VI). Lintervento stato co-finanziato dal Piano di Sviluppo Rurale 20072013 (misura 323a, azione 3) e realizzato dai volontari della Associazione Pro Loco di Solagna

Tentativi di applicazione delle politiche di sostegno allagricoltura possono quindi produrre alcuni interventi significativi, ma stentano a esprimere appieno le loro potenzialit, mostrando alcune debolezze nella capacit di incidere sul territorio da parte del Piano di Sviluppo Rurale quando si tratta di tipologie di interventi con caratteristiche specifiche, quali sono quelli sui terrazzamenti.

Il coinvolgimento della societ civile


Una maggiore efficacia in termini di diffusione capillare ed effetti sul territorio ha di fatto dimostrato il progetto Adotta un terrazzamento che ha puntato, piuttosto che sul sostegno pubblico, sul coinvolgimento della societ civile (anche esterna allarea di studio), con risultati capaci di incidere significativamente sulla manutenzione delle aree terrazzate (gli 80 terrazzamenti recuperati in 2 anni) tramite la procedura di affidamento in comodato dsuo. A questo riguardo si pu notare che la partecipazione di parte pubblica stata anche in questo caso importante per la sua funzione di garanzia dei lavori attuati (da parte del Comune) e di gestione (da parte dellUniversit), ma stato il coinvolgimento diretto dei cittadini delle aree urbane a consentire la conservazione e il nuovo utilizzo produttivo di parti significative del patrimonio terrazzato. Si pu allora considerare come per aree caratterizzate da una marginalit economica, quando essa si accompagna a un valore territoriale e storico rilevante, possano mostrarsi efficaci meccanismi che con modalit diverse coinvolgono la societ civile, tanto pi in un momento storico come quello attuale dove scarseggiano le risorse pubbliche. Una considerazione che nel caso di studio viene rafforzata dalla forma di recupero produttivo che i cittadini coinvolti hanno messo in atto, pi adatta a mantenere nel tempo i terrazzamenti rispetto ad interventi di restauro una tantum. Queste considerazioni potrebbero essere rafforzate da uno sguardo gettato a esperienze straniere di pi o meno lunga data quale quella della Custodia del territori in ambito catalano, nata alla fine del secolo scorso, o quella ormai secolare del National Trust inglese. Modalit diverse di collaborazione fra pubblico e privato che entrambe, con procedure diverse, si fanno forti del sostegno da parte di associazioni ed enti locali per la conservazione di un patrimonio economicamente marginale ma significativo dal punto di vista territoriale e culturale, portando a risultati di grande interesse, sia sul piano della conservazione che su quello della valorizzazione. Queste sono alcune delle problematiche operative sollevate da un progetto che, nato come un piccolo intervento sperimentale, ha mostrato una capacit significativa di autoalimentarsi, fino a fornire indicazioni sulle potenzialit offerte da forme di collaborazione pubblico-privato per la conservazione e il recupero di aree agricole di valore in stato di abbandono, andando a offrire un contributo su prospettive che riscuotono sempre maggiore interesse anche in ambito nazionale italiano.

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Fonte: Foto dellAutore, 2012

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Figura 1 - Localizzazione delloasi naturalistica del Mezzano

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Scacco alloasi
Il caso del Mezzano
Anna Natali

Introduzione1
Nel 1992 la Provincia di Ferrara e la Commissione europea (programma Medspa) decidono di investire quasi un miliardo di lire nella realizzazione di unoasi naturalistica allinterno del Mezzano, un vasto territorio rurale ottenuto negli anni sessanta dal prosciugamento di una parte delle valli di Comacchio. Nel Mezzano il potenziale di sfruttamento agricolo dei suoli modesto, per vasti tratti infimo, mentre il valore ecologico straordinario per le popolazioni di uccelli degli ambienti umidi del delta del Po e altre specie di interesse comunitario. Lo scopo dellintervento Medspa dimostrativo: mostrare la possibilit di riportare a un assetto naturalistico i terreni meno produttivi creando ambiti a elevata biodiversit e ricavando reddito dalla loro gestione.

Loasi inaugurata nella primavera del 1995. Sorge nella parte meridionale del Mezzano, in comune di Portomaggiore, su due lotti contigui di quasi 20 ettari luno (350 per 600 metri). In un lotto la parte allagata prevale sulla parte asciutta, si creano le condizioni per un allevamento semi-intensivo di pesce e la pesca sportiva. Nellaltro la terra prevale sullacqua, sono piantati molti arbusti e alberi destinati a formare col tempo zone boschive piuttosto fitte, allestito un percorso di visita attrezzato con passerelle, ponticelli, strutture per il birdwatching. Lalimentazione idrica progettata con cura. Viene scavato un canale tortuoso di circolazione delle acque, si fa in modo che la profondit sia variabile per favorire lo sviluppo di habitat diversi adatti a varie specie di uccelli, agli anfibi e alle altre famiglie di animali che sono soliti colonizzare gli ambienti umidi. Sono immesse oche, cavalli e caprioli con la consulenza scientifica di biologi e naturalisti. I terreni dove sorge loasi, individuati con bando pubblico, sono di propriet di una cooperativa agricola di Argenta che ha in gestione poco lontano le vallette di Ostellato, una zona umida da tempo attrezzata e aperta al pubblico. La Provincia stipula una convenzione di 5 anni che assicura alla cooperativa laffitto e la copertura delle spese di derivazione idrica e manutenzione. Su questa base Provincia e cooperativa iniziano a collaborare alla gestione dei due lotti. Nellarco di 10-12 anni, si arriva al 2005-2007, loasi raggiunge uno stato maturo di eccellente biodiversit. I boschi e i prati sono rigogliosi, le acque pulite, gli ambienti salubri. La fauna selvatica ha colonizzato il luogo con uccelli, anfibi, rettili, invertebrati. La fauna immessa si perfettamente adattata e la popolazione viene mantenuta stabile. Nellinsieme il luogo diventato ricchissimo di specie, molte di interesse comunitario. Ha assunto spontaneamente il nome di oasi dei caprioli. Le due attivit che erano state previste, allevamento e visite, non si sono invece sviluppate per ragioni di mercato. Si avuto un calo sensibile della domanda nella pesca sportiva (da 35.000 appassionati attivi un po ovunque nel territorio provinciale, in molti canali e bacini sparsi, si passati ad appena 7-8.000 praticanti, professionisti o quasi, interessati soprattutto alle gare sul canale Circondariale) e anche le visite alle piccole zone umide dellentroterra sono andate calando. Negli anni del lancio del parco del delta erano state trainate dalle tante iniziative pubbliche organizzate dalla Provincia e dai Comuni; questa componente pubblica della domanda in seguito si molto ridotta. Nel 2010 o poco prima la cooperativa vende i terreni sui quali sorge loasi. Nel luglio 2010 avviene lirreparabile. Loasi con tutto quello che contiene viene distrutta dal nuovo proprietario. Passerelle e capanni demoliti, boschi tagliati, animali cacciati o uccisi, specchi dacqua prosciugati. Il suolo viene ruspato, spianato, livellato. Si scavano le canalette per lirrigazione. Dove cera loasi, tornano i campi arati.

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Figura 2 - Visione aerea delloasi naturalistica del Mezzano nel 2003 e nel 2011

strategie di sviluppo legate alle risorse culturali e naturali: restauro delle mura di Ferrara, parco del delta. Si fa strada lidea di una nuova economia legata al turismo ambientale, alle attivit ricreative, al cibo di qualit, alle produzioni agricole a basso impatto e biologiche. In questo quadro si discute anche del possibile ritorno a laguna di parte delle aree bonificate: sia per riparare a guasti ambientali sia per ampliare lofferta naturalistica. I professionisti che lavorano alla pianificazione del parco interagiscono strettamente con i politici, portano conoscenze e idee. Lamministrazione. Nella Provincia di Ferrara si sono formate competenze vivaci nel settore della caccia e pesca, che programma e gestisce attivit di ripopolamento faunistico in molti punti del territorio in collaborazione con associazioni di cacciatori, volontari, appassionati delle zone umide del delta. Questo lavoro mobilita, stimola iniziativa e genera reddito per le casse provinciali. Il meccanismo alimenta sempre nuovi progetti. La classe dirigente. La classe dirigente locale coesa e tiene assieme, tra loro collegati, i principali centri decisionali: Provincia, Comuni e imprese, in modo particolare del mondo cooperativo. La collaborazione tra pubblico e privato una modalit usata di frequente. Penso sia ragionevole rappresentare la decisione di creare loasi nel Mezzano come lesito di processi collettivi che sono venuti avanti su questi vari piani. Hanno contato ragioni storiche, di lunga formazione, e insieme le risorse, gli obiettivi, le logiche dazione di una variet di attori in interazione forte tra loro. Il finanziamento europeo, una volta ottenuto, ha accelerato e compattato alcuni giochi collettivi ma certamente non li ha creati.

La distruzione infrange la legge sotto diversi profili: sulla propriet gravavano obblighi verso la Provincia; il Mezzano interamente classificato Zona di Protezione Speciale della rete Natura 2000, e come tale soggetto a valutazione di incidenza. Le ruspe si trovano ancora sul posto quando, il 17 luglio 2010, il presidente del Wwf di Ferrara invia una lettera di denuncia al Corpo Forestale dello Stato di Ferrara. Sar questa la prima di una lunga serie di reazioni. Molte autorit pubbliche vi saranno implicate, dal Comune in su fino alla Commissione europea. Questo iter, diretto a perseguire il reato e a ottenere il ripristino ambientale, tuttora in corso e non ancora dato sapere come si concluder. In questo intervento lascer da parte le questioni collegate alla vigilanza del sito, alla punizione del trasgressore, al ripristino dei valori ambientali lesi. Mi occuper invece dei fattori di contesto, territoriali e sociali, che a mio giudizio hanno svolto un ruolo nella scelta di creare loasi nel 1995, e di quelli che hanno influito sulla scelta di distruggerla nel 2010. Lintento porre attenzione alle ragioni collettive oltre alle responsabilit individuali (che non sono in alcun modo negate, e sono pesantissime), nella convinzione che su quel versante siano avvenuti cambiamenti interessanti che vale la pena ricostruire.

Morte delloasi
Per ricostruire lultima fase che culminata nellatto distruttivo, ho cercato e ottenuto il contributo di molti testimoni diretti. Il quadro dinsieme che ne uscito permette a mio parere di distinguere una serie di condizioni rilevanti che hanno reso non impossibile procedere a unazione vandalica come quella che avvenuta. Non impossibile: cio immaginabile, pensabile in rapporto a quel contesto territoriale e sociale. Queste condizioni a me sembrano distribuite su parecchi fronti: sul fronte del mercato: la contrazione della domanda di pesca sportiva su tutto il territorio provinciale e la contrazione della domanda di visite naturalistiche nelle zone umide dellArgentano. Hanno contribuito in modo decisivo al sottoutilizzo delloasi, che nella sua esistenza, a parte i primi tempi, non viene frequentata e non viene goduta dal pubblico nonostante lelevata qualit; sul fronte delliniziativa pubblica: lattenuarsi del ruolo trainante della Provincia. Col passare del tempo, il settore programmazione non vede pi nel Parco del Delta una carta di forte valenza strategica per lo sviluppo del basso ferrarese. Il settore caccia e pesca cambia dirigente e stile operativo, diventa meno orientato ad animare sul territorio esperienze di gestione in collaborazione con associazioni e volontari. Lo stato di sottoutilizzo in cui loasi nel tempo si assesta, non provoca una reazione e un piano di rilancio; sul fronte economico sociale: a partire dagli anni novanta diventa possibile agli assegnatari del Mezzano alienare i terreni; comincia un processo di vendita e aggregazione fondiaria; arrivano grandi proprietari anche da fuori provincia, in particolare dal Veneto; sono avviate produzioni intensive su grandi superfici. Il legame tra il Mezzano e la societ locale si allenta; sul fronte del controllo territoriale: il sommarsi di due fenomeni luscita di scena di una parte degli assegnatari e la riduzione dei flussi ricreativi e turistici nelle zone umide dellentroterra accentua la condizione di isolamento del Mezzano. Diventano pi facili e frequenti gli abusi: dallabbandono di rifiuti pericolosi agli smaltimenti illegali;

Nascita delloasi
Ho contribuito nel 1991-92 alla definizione del progetto e alla sua candidatura al finanziamento europeo: mi possibile perci ricostruire retrospettivamente le spinte principali che hanno condotto alla creazione delloasi. Esse si sono prodotte, a mio giudizio, su quattro piani. Il contesto territoriale. la bonifica del Mezzano, eredit spinosa della corsa alla terra degli anni cinquanta. Intrapresa per ultima sotto la pressione dellelevato tasso di disoccupazione e nonostante la geomorfologia sfavorevole, ha generato terreni torbosi e salini, poco vocati o del tutto inadatti alla coltivazione. Nel periodo che sto rievocando, la classe dirigente locale si interrogava gi da tempo su possibili forme di sfruttamento del Mezzano alternative allagricoltura. La politica. Negli anni ottanta la politica locale ha scoperto le

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sul fronte degli usi: nel Mezzano viene realizzato un impianto di compostaggio; la politica locale vede nelle condizioni di isolamento del luogo, completamente privo di case di abitazione, la condizione ideale per sistemarvi impianti sgraditi, quali ad esempio centrali a biogas. Si fa pi marcata una visione del Mezzano come area di disimpegno, una sorta di ripostiglio; sul fronte dei progetti infrastrutturali: la nuova tratta autostradale E45-E55 Orte Mestre destinata a assorbire il traffico pesante lungo la direttrice adriatica liberando la statale costiera Romea. La proposta di tracciato che viene approvata a met anni duemila taglia a due terzi larea del Mezzano per circa 5 Km, con impatti sul paesaggio e le comunit animali e vegetali. La compensazione ambientale a carico del concessionario su cui ci si accorda prevede interventi marginali, di miglioramento degli habitat nei piccoli bacini e zone umide esistenti. Non passa lidea dei naturalisti dellUniversit di Ferrara di destinare parte del Mezzano al lagunaggio. La morte delloasi non ha alle spalle un gioco collettivo che la prepara, ma la decostruzione di rapporti che, indirettamente, la tenevano in vita: si indebolisce la rete di relazioni tra il Mezzano e la societ locale, si sfalda la capacit di presidio diffuso della Provincia. Allo stesso tempo vengono avanti giochi legali e illegali potenzialmente ostili di latifondisti, produttori di bioenergie e smaltitori. Quando arriva il progetto dellautostrada, al Mezzano non sono restate molte difese. Il quadro non giustifica lazione di chi ha materialmente demolito loasi, ma in parte la spiega.

Lezione
Nel rappresentare questo caso ho attinto alla teoria delle decisioni pubbliche; in particolare al modello che assume le decisioni come lesito dellinterazione di pi attori e di giochi collettivi, e al modello che assume le preferenze degli attori come ambigue e variabili, soggette a oscillazione e cambiamento. Nel descrivere la nascita delloasi ho fatto riferimento principalmente ai giochi collettivi; nel descriverne la morte alloscillazione delle preferenze collettive. Il punto di approdo si pu riassumere in una battuta. Penso alloasi nei suoi ultimi anni, nella sua bellezza, nella sua solitudine e nel suo silenzio: stava scivolando fuori dalla maglia invisibile delle preferenze collettive che lavevano fatta nascere, poi tenuta in vita, poi lasciata vivere nel suo angolo. Una volta fuori da quella maglia, non le servito a molto essere parte di Natura 2000, indicata con un codice su una carta. Una lezione possibile che attenzione e considerazione permanenti per la biodiversit siano da radicare sul piano simbolico e del mondo vitale, nei luoghi molto artificiali e manipolati come tipicamente le aree agricole intensamente coltivate dove tanti attori agiscono influenzandosi reciprocamente, galleggiando sulle loro mutevoli oscillanti preferenze, mettendo in atto giochi collettivi che a volte salvano la natura a volte la condannano senza appello2.

sono completamente disabitati. Proprio lassenza di centri abitati lo ha reso un ambiente favorevole allavifauna. Vi sono censite circa 50 specie di uccelli di interesse comunitario, in parte nidificanti allinterno, nella fitta rete dei canali, nei filari e nelle fasce frangivento, in parte allesterno nelle zone umide vicine: vallette di Ostellato, valle Lepri, bacino di Bando, valli di Comacchio. Il luogo importante anche per gli uccelli migratori e svernanti. Lintero ambito Zona di protezione speciale della rete Natura 2000, codifica esatta ZPS IT 4060008 "Valle del Mezzano Valle Pega". Nelle campagne della regione Emilia-Romagna risultano altri casi di aree agricole rinaturate che sono tornate, dopo un lasso di tempo pi o meno lungo, alluso agricolo. (Con rinaturazione intendo la creazione ex novo di ecosistemi in aree fortemente alterate dallattivit umana e non soggette a evoluzione spontanea; nozione preferibile a rinaturalizzazione ove questa indichi interventi di miglioramento di situazioni ambientali gi strutturate sotto il profilo biologico ed ecosistemico: seguo in questo Regione Emilia-Romagna et al. Recupero e gestione ambientale della pianura, 2001). Si tratta in genere di zone interessate dalle misure agro-ambientali del Piano di sviluppo rurale; particolarmente concentrate nelle province di Ferrara, Modena e Bologna dove il ricorso a tali misure stato pi intenso. La vicenda delloasi distrutta in Mezzano pu far ricordare questa casistica ma non ne fa parte, perch qui la rinaturazione avvenuta per volont del pubblico non per effetto di un incentivo rivolto alle aziende. Per le misure di compensazione ambientale relative alla tratta E45-E55 (Orte Mestre) ho consultato il documento Proposta di interventi di compensazione nella ZPS IT4060008 Valle del Mezzano, luglio 2007, firmata da Anas e Silec Spa. LUniversit di Ferrara ha proposto la destinazione di parte del territorio del Mezzano al lagunaggio, come strumento di miglioramento della qualit dellacqua utilizzata sia in entrata nelle colture sia in uscita verso la fascia costiera, assieme ad altri interventi a favore della biodiversit, nel lavoro Studi ambientali sul Mezzano per un nuovo piano di gestione, 2004, supervisore scientifico prof. Remigio Rossi. La teoria delle decisioni pubbliche come giochi collettivi fa riferimento a Lindblom (intelligenza della democrazia e importanza del coordinamento informale), la teoria delle preferenze ambigue a March e Olsen (modello bidone della spazzatura). I riferimenti sono: C.E. Lindblom, The Science of Muddling Through, in Public Administration Review n.1, 1959; C.E. Lindblom, The intelligence of democracy. Decision making through mutual adjustment, New York, The Free Press 1965; J.G. March e J.P. Olsen, Lincertezza del passato: lapprendimento organizzativo in condizioni di ambiguit, in J.G. March, Decisioni e organizzazioni, Bologna, il Mulino 1993, pp. 356-365. 2 Ringraziamenti: Riccardo Gennari, associazione Delta Natour Ferrara. Giampaolo Balboni, Wwf Ferrara. Gabriella Meo, consigliere regionale Sel-Verdi EmiliaRomagna. Massimo Montanari, ufficio stampa Verdi Assemblea legislativa Regione Emilia-Romagna. Stefano Rambelli e Stefania Severi, blog Orso tibetano. Alex Canella, assessore ambiente Comune di Portomaggiore. Francesco Besio e Monica Palazzini, ufficio parchi Regione Emilia-Romagna. Francesca Palmieri, assessorato agricoltura Regione Emilia-Romagna. Monica Guerra, Terre srl. Enrico Cocchi, direttore programmazione Regione Emilia-Romagna. Gianni Natali, ex dirigente Provincia di Ferrara. Giorgio Osti, universit di Trieste. Vincenzo Barone, Antonio Kaulard, Francesco Silvestri, eco&eco.

Il progetto pilota voce alle aziende nella valutazione in itinere del Psr Liguria 2007-13
Virgilio Buscemi, Francesco Felici, Francesco Licciardo, Ornella Mappa

Brevi cenni introduttivi1


La finalit principale del progetto pilota Voce alle aziende stata quella di indagare, al di l dei risultati dellindagine campionaria, le principali problematiche che attanagliano il mondo agricolo, attraverso il coinvolgimento diretto di un gruppo di beneficiari del Programma di Sviluppo Rurale (Psr) 2007-2013 della Regione Liguria, chiamati a raccontare la propria esperienza lavorativa (e di vita). Se da un lato, infatti, la crescente perdita di competitivit del settore agricolo (non solo a livello regionale, ma anche nazionale e comunitario) rischia di acuire il divario tra citt ed aree rurali, dallaltro le recenti difficolt lavorative in settori che mai prima avevano sperimentato elementi di debolezza (come ad esempio il terziario) possono favorire scelte di vita che privilegiano il ritorno alla terra (Felici et al., 2013). In tale scenario non va dimenticato che quello che accomuna il complesso e variegato territorio ligure dalle aree costiere a quelle interne e di montagna la scarsit di terreni da destinare allagricoltura, la quale risulta fortemente condizionata dalle caratteristiche ambientali e morfologiche del territorio (AA.VV., 2012). Per secoli luomo ha modellato il paesaggio

Note
1

Per la presentazione al convegno di Rovigo ho prodotto il video Scacco alloasi che utilizza immagini delloasi prima e dopo la distruzione messe a disposizione da alcuni naturalisti del ferrarese o reperite sul web, oltre a foto storiche della bonifica del Mezzano tratte da una recente pubblicazione dellIstituto per i beni artistici culturali e naturali della regione Emilia-Romagna (Ibc): Terre nuove. Immagini dellarchivio fotografico dellEnte Delta Padano, 2012. Il progetto delloasi risale al 1991. Si intitolava Ripristino della complessit biologica in aree bonificate: moduli di intervento per la bonifica del Mezzano. Venne elaborato dal gruppo di eco&eco per la Provincia di Ferrara e candidato con successo al co-finanziamento europeo del programma Medspa (azioni di gestione o valorizzazione ambientale a forte valenza innovativa o dimostrativa lungo le coste del Mediterraneo). Linvestimento complessivo fu pari a 958 milioni di lire, di cui oltre 500 a carico della Provincia di Ferrara, 450 a carico della Commissione europea. Il Mezzano un luogo molto particolare: unestensione di 180 kmq dove il paesaggio interamente e geometricamente agrario e i radi insediamenti colonici

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Fase 1 - Indagine diretta

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cercando un giusto equilibrio tra attivit umane e ambiente naturale; tuttavia, oggi tale equilibrio si fatto pi fragile in conseguenza sia dei fattori di pressione antropica (in particolare lungo la sottile fascia costiera), sia del progressivo abbandono delle aree interne, che hanno contribuito a determinare, tra il 2000 e il 2010, una contrazione della Sau e del numero delle aziende agricole, a livello regionale2, tra le pi accentuate dItalia. Tale scenario, unito alla circostanza che vede il Psr regionale parte attiva nella rinascita e valorizzazione dellentroterra ed il settore primario protagonista della corretta gestione del territorio rurale (Regione Liguria, 2007), ha portato ad indagare se, al di l dei fenomeni di fuga dalla terra, fossero invece presenti elementi di interesse, e in controtendenza, con quanto registrato nel periodo intercensuario. Partendo da tali presupposti, lanalisi proposta stata sviluppata intorno al seguente interrogativo: nonostante le difficolt insite nellattivit agricola, pensabile che le zone rurali siano ancora luoghi dove poter realizzare le proprie idee?. In tal senso, per comprendere appieno le strategie di sviluppo delle aziende agricole e, soprattutto, i fattori (pro e contro) che si celano dietro le scelte compiute (ritorno alla terra), il gruppo di ricercatori si posto, in unottica di valutazione partecipata3, come uditore di coloro che tale scelta hanno effettivamente compiuto. Di seguito vengono, quindi, sintetizzati gli elementi principali della sperimentazione realizzata, che si basata partendo dalla considerazione che la valutazione partecipata non implichi necessariamente ladesione a una disciplina, a un metodo o a tecniche specifiche su un mix combinato di metodi di indagine qualitativi e quantitativi.

Le indagini dirette4, estese a tutto il territorio regionale, si sono focalizzate su un campione di 214 soggetti (beneficiari di bandi regionali e bandi Leader) corrispondenti al 17,32% delluniverso campionario5. A tal fine sono stati predisposti dei questionari di tipo semi-strutturato (con prevalenza di risposte chiuse) ed articolati in pi sezioni: anagrafica e dati di progetto; dati di struttura al momento dellintervista (valore della produzione, reddito; ecc.); quesiti specifici sulle misure di intervento; qualit e commercializzazione; sostenibilit ambientale; occupazione; quesiti di contesto (utilizzo di internet, priorit di intervento, ecc.). I questionari in ragione delle specifiche esigenze conoscitive della ricerca valutativa, delle peculiarit delle misure oggetto di indagine, nonch delle caratteristiche degli intervistati sono stati somministrati mediante interviste telefoniche con tecnica Cati (Computer Assisted Telephone Interview) (Istat, 2002), o compilati direttamente on-line tramite tecnica6 Cawi (Computer Assisted Web Interview). I risultati delle indagini, ed in particolare le evidenze registrate sulle misure 1.1.2 Insediamento giovani agricoltori; 1.2.1 Ammodernamento delle aziende agricole; 3.1.1 Diversificazione verso attivit non agricole, hanno costituito, da una parte, la base informativa che ha portato ad indirizzare la ricerca verso aspetti prettamente qualitativi e, dallaltra, lo stimolo per la sperimentazione di tecniche di valutazione partecipata.

Fase 2 - Realizzazione del video report


Lobiettivo di questa fase stato quello di indagare in profondit gli aspetti motivazionali che hanno portato ad intraprendere lattivit agricola nel caso delle aziende neo-insediate. A tal fine si deciso di scegliere, quale strumento di indagine, il video report, sia per far sentire le aziende pienamente interpreti del cambiamento in atto (capaci di apportare elementi di conoscenza), sia per poter disporre di un supporto fruibile da un pubblico di non addetti ai lavori per la diffusione delle attivit e dei risultati del Psr Liguria. Esso rappresenta il prodotto finale di una indagine articolata, che si sviluppata attraverso tre step principali: 1) definizione dei soggetti da intervistare; 2) elaborazione della traccia di intervista; 3) montaggio del video report e diffusione dei risultati. Definito lareale di indagine in base alla concentrazione delle domande di aiuto7 presentate, si proceduto alla selezione di cinque soggetti beneficiari, considerati un numero idoneo per le finalit comunicative del video report, sulla scorta dei seguenti criteri: i) progetti rilevanti (contributo pubblico superiore alla media); ii) progetti innovativi8; iii) settori di attivit agricola; iv) volont (e disponibilit) a prendere parte al video report9. Al di l degli aspetti strettamente metodologici10, preme evidenziare come, fatta eccezione per la scelta dellarea di indagine, la selezione dei soggetti sia stata volutamente casuale e non abbia cercato di enfatizzare singoli casi di eccellenza, difficilmente replicabili da altre aziende. Inoltre, in fase di registrazione11, gli imprenditori hanno potuto dialogare liberamente con la telecamera e, pur seguendo una traccia di intervista precedentemente predisposta, hanno fatto emergere tematiche e specificit del tutto impreviste, mettendo in luce sia gli aspetti positivi che quelli negativi della propria esperienza. La fase finale del montaggio, condotta in autonomia per motivi di ordine tecnico e logistico, ha permesso di riorganizzare le informazioni raccolte, articolandole in tre differenti modelli di sviluppo delle aziende agricole, a seconda delle motivazioni personali che sono alla base della scelta imprenditoriale effettuata.

Aspetti metodologici: le fasi del processo di ascolto del territorio


Lapproccio metodologico utilizzato nel presente lavoro deriva da un percorso che, a tutti gli effetti, pu definirsi di ascolto del territorio. Nel corso del 2012 sono state realizzate, nellambito della valutazione in itinere del Psr Liguria, una serie di attivit, articolate globalmente in tre fasi consecutive e complementari, ciascuna contraddistinta dalluso di una peculiare tecnica di rilevazione, con livelli diversi di coinvolgimento diretto dei soggetti beneficiari del Programma. Le fasi di attivit, schematizzate nella figura 1, hanno visto il ricorso a: indagine diretta; video report; brainstorming valutativo. Pi nel dettaglio, a partire da alcune evidenze dellindagine diretta, come il rinnovato interesse per lattivit agricola, anche da parte di soggetti provenienti dai settori dellindustria e dei servizi, si scelto di indirizzare la ricerca verso aspetti prettamente qualitativi, indagando le ragioni che portano ad intraprendere o mantenere unattivit agricola (cosa significa svolgere lattivit agricola oggi?); si poi cercato di cogliere la percezione dei principali attori del Psr (le aziende agricole beneficiarie) relativamente alla capacit del Programma regionale di incidere sullo sviluppo dellimprenditorialit.
Figura 1 - Le fasi principali del progetto pilota (metodi e tecniche di analisi)

Fase 3 - Brainstorming valutativo


Nellambito del progetto pilota voce alle aziende, il brainstorming valutativo (Bezzi, 2010) ha avuto il duplice obiettivo di permettere la condivisione degli esiti delle indagini dirette con i beneficiari del Psr e di fornire spunti di riflessione

Fonte: Lattanzio e Associati - Consel

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suscettibili di ulteriore approfondimento, avendo come base di riferimento i dati quantitativi di un campione rappresentativo di beneficiari del Programma. Volendo dare continuit alle analisi qualitative condotte nellambito del percorso analitico intrapreso, sono stati invitati a partecipare al brainstorming sia i soggetti beneficiari (compresi coloro che erano gi stati intervistati nella fase 2) che vivono e lavorano nella Val di Vara, sia altre aziende agricole non beneficiarie del Psr. Il brainstorming, tenutosi presso unazienda agrituristica beneficiaria, ha riscontrato un forte entusiasmo da parte dei soggetti interpellati ed ha visto la partecipazione di circa quindici aziende. Per favorire il dibattito il brainstorming stato strutturato in due momenti: i) proiezione del video report, finalizzata alla condivisione degli esiti delle indagini e concepita come fase preliminare alla discussione; ii) gestione del brainstorming. La scelta di avvalersi degli spazi di una azienda beneficiaria ha avuto il preciso scopo di incentivare la partecipazione delle aziende locali, oltre ad aver stabilito un clima paritetico tra i soggetti presenti, favorendo una sorta di auto-inibizione delle aziende leader. Aver dato pari spazio a tutte le aziende nella proiezione del video ha infatti equiparato le varie realt, smussando le dinamiche competitive fra aziende trainanti e follower. Al fine di riorganizzare i risultati dellincontro, i diversi aspetti affrontati e le proposte elaborate nel corso della discussione di gruppo sono stati sintetizzati in singoli temi, che potrebbero fungere da stimolo per possibili futuri approfondimenti di natura tematica e metodologica.

professionalit provenienti da esperienze lavorative disparate, che tornano allagricoltura anche dopo un notevole lasso di tempo.
Figura 2 - Lo status dei soggetti beneficiari della misura 1.1.2 pre-insediamento

Fonte: Lattanzio e Associati - Consel

Principali evidenze
Il primo risultato degno di nota si deve allutilizzo di una metodologia di analisi che ha permesso, tra laltro, di raggiungere direttamente le aziende, dando loro voce in maniera autentica, senza filtri ed intermediazioni (soprattutto nella fase 2 - video report). Grazie alle tecniche di rilevazione Cati e Web based, ed alla solerzia degli intervistatori, stato possibile raggiungere oltre il 90% del campione di indagine, riducendo fortemente i processi di distorsione (sample selection bias), che avrebbero potuto inficiare le risultanze espresse (Dubin, Rivers, 1989). Lapproccio metodologico, di per s innovativo, sia rispetto alle singole fasi, che, soprattutto, per la consequenzialit con la quale le diverse tecniche sono state utilizzate, costituisce il primo importante risultato. Inoltre, seppure le fasi iniziali di contatto delle aziende si siano dimostrate tuttaltro che semplici, superati i primi ostacoli e liniziale diffidenza, molte di esse hanno messo volentieri a disposizione il loro tempo, sentendosi partecipi di un progetto in cui potevano esprimere la loro opinione e non semplicemente essere utilizzate come fornitori di dati. Con riferimento specifico allindagine diretta (Fase 1) emerso, contrariamente alle attese dei dati intercensuari dellIstat, un rinnovato interesse verso lattivit agricola (Figura 2), anche da parte di soggetti provenienti dal mondo dellindustria e del terziario (oltre i due terzi dei giovani prima dellinsediamento in azienda non svolgevano attivit agricola). Nella maggioranza dei casi il passaggio al settore agricolo radicale, ma si nota anche la presenza di soggetti (35% del campione) che continuano a svolgere la precedente attivit lavorativa in maniera complementare a quella agricola. Inoltre, a seconda della tipologia di accesso alla terra, i giovani agricoltori si dividono in maniera netta tra chi si inserisce ex novo e chi continua le attivit familiari. Linsediamento in azienda deriva, infatti, dalla cessione da parte di un altro imprenditore nel 53% dei casi e dalla creazione di una nuova attivit nel restante 47%, contribuendo a caratterizzare il contesto regionale per un notevole rinnovamento del settore, non solo di natura generazionale, ma anche culturale per lingresso di soggetti con esperienze extra agricole. Quanto qui concisamente riportato (per approfondimenti si veda Ecosfera Vic - Consel, 2012), mostra come il settore primario sia riuscito ad attrarre

Dopo questa prima fase di analisi, estesa a tutto il territorio regionale, le principali risultanze dellindagine sono state indirizzate verso la ricerca di aspetti squisitamente qualitativi (Fase 2), indagando le ragioni che portano ad intraprendere e/o mantenere unattivit agricola in uno specifico areale di riferimento. La modalit del video report, unita alla modalit di selezione dei beneficiari, ha permesso, in breve tempo, di raccontare delle storie nelle quali altre aziende possono riconoscersi, stimolando il dibattito a livello locale. In particolare, le interviste hanno consentito di definire tre modelli di ritorno alla terra, basati sulle scelte imprenditoriali dei soggetti coinvolti, esemplificativi delle peculiarit e dellevoluzione delleconomia rurale ligure in unareale definito: 1) agricoltura come scelta di vita, nel quale le nuove aziende agricole, forti del bagaglio esperienziale maturato nei contesti di provenienza, si configurano come aziende diversificate e multifunzionali; 2) innovazione nella continuit, modello che si basa sullesistenza di una azienda agricola familiare. I beneficiari continuano lesperienza familiare, ma cercano di portare idee innovative e freschezza imprenditoriale capaci di coniugare obiettivi di sviluppo e aspirazioni personali; 3) ricerca delle radici, che si caratterizza per la valorizzazione di un patrimonio fondiario rimasto per lungo tempo in abbandono e per lattenzione al trasferimento, dalle precedenti generazioni a quelle attuali, delle tradizioni e dei saperi taciti che altrimenti rischierebbero di andare perduti. Infine, nella terza fase (brainstorming valutativo) stato registrato un generale consenso sui tre modelli identificati ed emersa la necessit di rafforzare le nascenti reti relazionali costituitesi tra i foresti e i locali per migliorare la qualit della vita delle aree rurali. I partecipanti hanno, infine, raccontato la loro esperienza di vita e di lavoro in Val di Vara, sottolineandone la dimensione comunitaria e il senso di appartenenza. Si tratta in prevalenza di persone che hanno deciso di intraprendere attivit improntate al recupero e alla valorizzazione di prodotti e tradizioni locali, scoprendo un clima ospitale di accoglienza dove, ad esempio, le profonde diversit derivanti dalle zone di provenienza si affievoliscono di fronte allobiettivo comune di voler contribuire allo sviluppo del territorio in cui si scelto di vivere. Pi in generale, come messo in risalto dai soggetti intervistati, attraverso il ritorno alla terra si producono, a livello locale, effetti moltiplicativi positivi sulla popolazione e sulle imprese presenti nelle aree rurali. Le maggiori evidenze riguardano limportanza che il Psr ha assunto nella valorizzazione del territorio in termini di: offerta di servizi, tutela dellambiente, incentivazione del turismo, mantenimento delle attivit agricole e

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presidio del territorio. Inoltre, non va trascurato un fattore determinante, capace di generare ricadute concrete sul miglioramento della qualit della vita nelle aree rurali, quale il forte senso di appartenenza dei soggetti al territorio.

Osservazioni conclusive
Il progetto pilota trae origine dalla volont di esplorare le motivazioni alla base delle scelte imprenditoriali intraprese dai beneficiari del Psr Liguria, valorizzando ed approfondendo i risultati delle indagini dirette condotte nel corso del 2012. La natura qualitativa dellanalisi (Moruzzo, Annunzi, 2010) ha comportato ladozione di un approccio sperimentale, caratterizzato dalla partecipazione attiva di un gruppo di beneficiari del Psr insistenti sul territorio della Val di Vara, invitati a raccontare, davanti ad una telecamera, le loro esperienze personali. Le interviste effettuate sono state raccolte in un video report, il quale, proiettato in occasione del brainstorming, stato il punto di partenza per la discussione di gruppo. Se il video report cristallizza delle esperienze e, per la sua indiscussa valenza comunicativa, costituisce un agile strumento di diffusione dei risultati del Psr Liguria, il brainstorming ha rappresentato sia un momento di approfondimento degli esiti delle indagini dirette, conferendo continuit al lavoro svolto, sia un luogo di confronto capace di fornire spunti di riflessione, inevitabilmente condizionati dalle esperienze personali di ciascun partecipante. Tuttavia, il carattere fortemente sperimentale del progetto sconta i limiti legati alle peculiarit del territorio su cui si sviluppato. Ci non toglie che il confronto intrapreso, i temi dibattuti e le proposte elaborate dimostrino lesistenza di fabbisogni trasversali (promozione di contatti diretti con la Regione, potenziamento dei rapporti tra aziende), tendenzialmente condivisibili da beneficiari operanti in altre zone della Liguria e che potrebbero essere oggetto di future analisi. Il progetto pilota ha fatto emergere, infatti, una diffusa volont, da parte dei beneficiari, di partecipare attivamente al dibattito concernente lo sviluppo agricolo regionale; di agire senza intermediari per poter esprimere le proprie opinioni e condividere le esperienze delle altre aziende. Quello che emerge con forza, infine, che soltanto privilegiando un maggiore ascolto delle istanze locali si potr rendere questo ritorno alla terra un fenomeno duraturo e capace di invertire o forse, pi realisticamente, attenuare, i processi di abbandono che coinvolgono gran parte dellentroterra ligure e di quello nazionale nel suo complesso.

interventi preventivi per le risultanze di tali analisi si rimanda allapprofondimento trasversale del Psr Liguria Gli effetti del Psr Liguria 2007-2013 su tematiche trasversali: aspetti economici, ambientali e sociali. 5 Per definire luniverso campionario inerente 1.216 domande di finanziamento, sono state preventivamente escluse le domande di pagamento che facevano riferimento al precedente periodo di programmazione 2000-2006 e quelle inerenti gli anticipi, considerate poco rilevanti ai fini della presente indagine. 6 Nellutilizzare tale strumento stato reso disponibile per gli intervistati un servizio di help desk. 7 La selezione dei beneficiari da intervistare stata effettuata mediante unanalisi desk dei soggetti beneficiari del Psr. La ricognizione si concentrata sui beneficiari delle Misure 1.1.2 e 1.2.1 nel territorio della provincia di La Spezia, in particolare della Val di Vara, che ha mostrato, a livello regionale, uno dei maggiori tassi di adesione al Psr; si pensi, a tal proposito, che nei comuni appartenuti alla ex Comunit Montana dellAlta Val di Vara si concentra oltre il 20% delle domande effettuate in Liguria a valere sulla Misura 1.1.2 e il 6% sulla Misura 1.2.1. Nel solo comune di Varese Ligure sono state presentate 1.515 domande, sia per Misure strutturali che per quelle a premio, inerenti a 256 beneficiari, per un importo complessivo erogato di oltre 7,3 Meuro. 8 A tal fine si utilizzato il medesimo criterio usato per definire lindicatore di risultato R3 Numero di aziende che hanno introdotto nuovi prodotti e/o nuove tecniche, per il quale, partendo da un elenco predefinito di interventi potenzialmente innovativi, ricostruiti sugli interventi ammissibili del Psr, ricorrendo al dettaglio investimenti fornito da Agea per singola domanda di aiuto, sono state selezionate le aziende che hanno investito, in misura superiore al 30% dellinvestimento totale, in tali interventi. 9 Questo ultimo aspetto teorico non ha condizionato la scelta dei soggetti intervistati. Grazie alla compresenza dei criteri di selezione, si ottenuto un numero esiguo di soggetti che, dopo essere stati contattati telefonicamente hanno aderito al video report. La scelta, quindi, non stata influenzata da aspetti comunicativi o telegenici dei partecipanti, in quanto il progetto si pone come obiettivo prioritario quello di valutare dei comportamenti, indipendentemente da altri aspetti. 10 Per approfondimenti, si rinvia al documento Gli effetti del Psr Liguria 2007-2013 su tematiche trasversali: aspetti economici, ambientali e sociali (Ecosfera Vic Consel, 2012). 11 Le registrazioni sono state effettuate il 16 e 17 luglio 2012.

Riferimenti bibliografici
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lagricoltura biologica in alcuni paesi europei, Inea, Roma

AA.VV. (2007), Using participatory video to evaluate


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Note
1 Lanalisi proposta si inserisce nellambito delle attivit previste dal servizio di Valutazione in itinere del Psr Liguria 2007-2013 affidato al Rti Lattanzio Vic Consel. Gli autori ringraziano lAutorit di Gestione del Psr Liguria 2007-2013 per la concessione dei dati e gli utili suggerimenti forniti nel corso della ricerca valutativa. 2 Mentre nelle regioni del Nord Ovest, il calo registrato tra il 2010 e il 2000 meno incisivo di quanto intercorso nel decennio precedente, questo non avviene in Liguria, che vede ulteriormente acuirsi le dismissioni aziendali. Tuttavia, a livello regionale, come emerso durante le interviste ad un gruppo di rilevatori di entrambi i Censimenti, la contrazione risulta influenzata da una sovrastima aziendale realizzata nel 2000. Inoltre, come evidenziato in un recente lavoro (Arzeni, Sotte, 2013), nel caso del 6 Censimento generale dellagricoltura, la definizione dellazienda agricola e zootecnica presenta tre differenze rispetto al precedente Censimento: tra queste, in particolare, vi lesclusione dal campo di rilevazione delle unit esclusivamente forestali (precedentemente incluse) che, in un contesto come quello della Liguria, rivestono un peso significativo sul totale delle aziende agricole e forestali. 3 Il tema della partecipazione pu vantare, da alcuni decenni, uno sviluppo notevole soprattutto in ambiti di intervento quale quello della progettazione e realizzazione delle politiche pubbliche. Tale circostanza deriva, in particolare, dalla maggiore complessit sociale e dalla crescita dei bisogni ad essa riconducibili, che comportano, per i governi nazionali, la necessit di una pianificazione strategica delle politiche pubbliche basata sulla codecisione con tutti gli attori sociali che, seppure non investiti di potere decisionale, sono in grado di condizionarne limplementazione sul piano sostanziale. 4 Le indagini complessive svolte nel 2012 hanno coinvolto 344 aziende inerenti anche altre Misure come la: 1.2.3 Aumento del valore aggiunto dei prodotti agricoli e forestali; 1.2.5 Infrastrutture connesse allo sviluppo e alladeguamento dellagricoltura e della silvicoltura; 2.1.6 Sostegno agli investimenti non produttivi nei terreni agricoli; 2.2.6 Ricostituzione del potenziale forestale ed introduzione di

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nei processi di sviluppo locale, XIII Congresso Aiv, Pisa, 2526 Marzo 2010 Regione Liguria (2007), Programma Regionale di Sviluppo Rurale per il periodo 2007-2013

Il ruolo difensivo dellagricoltura conservativa in Puglia


Prime evidenze empiriche
Anna Paola Antonazzo, Caterina De Lucia, Mariantonietta Fiore, Francesco Cont

Introduzione
Il sesto Censimento dellAgricoltura, recentemente pubblicato dallIstat, mette in luce dati preoccupanti sulla riduzione delle superfici agricole italiane. La perdita di superfici coltivate dovuta essenzialmente a due macrofattori riconducibili allabbandono dei terreni da parte degli agricoltori e allincessante processo di urbanizzazione in atto. Attualmente il fenomeno dellabbandono riguarda la porzione pi ampia dei terreni sottratti allagricoltura ed in particolare i terreni meno fertili, quelli situati in aree montane e/o caratterizzati da scarsa dotazione infrastrutturale. La perdita di fertilit dei terreni non lunica minaccia ambientale nei confronti della risorsa suolo. Lintero territorio nazionale italiano infatti fortemente interessato dal fenomeno dellerosione superficiale che tra le prime cause di perdita di suolo. Le stime attuali indicano che circa il 70% del territorio italiano sia a rischio di erosione accelerata (Oecd, 2009) e che il tasso di erosione sia compreso tra 3 e 10 t/ha di suolo allanno. Tale problema assume una rilevanza notevole in termini di costi gravanti sulla societ (in UE il costo sociale pu ammontare fino a 14,0 miliardi di euro annui). Nonostante la Puglia faccia registrare nellultimo decennio un aumento delle superfici coltivate del 2,7%, in controtendenza al dato nazionale, unattivit agricola ancora poco redditizia, uniniqua distribuzione dei redditi lungo la filiera ed un mancato ricambio generazionale continuano a favorire lo spopolamento delle aree marginali della regione con conseguenze sul piano economico, sociale ed ambientale. Ne consegue che linvestimento in agricoltura risulta poco efficace senza un adeguato avvicinamento dei giovani alle professioni agricole, senza multifunzionalit e senza ladozione di unattivit pi sostenibile e produttiva nel lungo periodo. La stessa produttivit agricola non pu tuttavia che passare per la conservazione delle aree marginali, non prive di enormi potenzialit, attraverso il recupero e lutilizzo sostenibile delle risorse agricole e in modo particolare del suolo. LAgricoltura Conservativa (AC), comunemente conosciuta come Agricoltura Blu, con le sue tecniche di minima lavorazione del terreno (minimum tillage) e non lavorazione (no tillage) si propone come strategia di mitigazione verso fenomeni di eccessivo depauperamento della risorsa suolo, laddove contribuire a mantenerne inalterata la fertilit, pu voler dire contribuire al mantenimento dei terreni in coltivazione. LAgricoltura Conservativa promuove la produzione agricola sostenibile ottimizzando l'uso delle risorse e contribuendo a ridurre il degrado del terreno attraverso la gestione integrata della terra, dellacqua e delle risorse biologiche in associazione ad input esterni. In relazione allaspetto ambientale, la letteratura internazionale concorde nel asserire che l'uso prolungato di tecniche agronomiche conservative pu contribuire a determinare benfici effetti sul cambiamento climatico, contrastando la perdita di anidride carbonica dagli strati del terreno conseguente alle lavorazioni tradizionali (Lopez et al., 2012). Gli effetti positivi si manifestano inoltre sulla qualit (intesa come struttura) e sulla

fertilit del terreno attraverso una maggiore capacit di infiltrazione delle acque con conseguente miglioramento della gestione della risorsa idrica. In merito al problema del consumo di suolo dovuto allerosione superficiale ad opera di vento ed acqua, lAgricoltura Conservativa ne favorisce il controllo e migliora la qualit del suolo e la sua capacit di resilienza (Derpsch et al. 2009). Effetti positivi indiretti si avrebbero inoltre sulla conservazione della biodiversit e sulla sicurezza alimentare (Sundar, 2011; Cotter et al. 2008). Con la Comunicazione della Commissione Europea del 16 aprile 2002, n. 179 Verso una strategia tematica per la protezione del suolo, viene ben definito il ruolo che lagricoltura pu svolgere nel preservare il suolo e le sue funzioni ecologiche, economiche sociali e culturali. Le disposizioni comunitarie in materia, fino ad allora disgiunte nellambito di diversi settori strategici (ambiente, agricoltura, ecc.), sono state poi raccolte sotto ununica azione coordinata a livello europeo mirante ad integrare le problematiche legate al suolo nelle politiche settoriali degli Stati Membri. Da questo momento in poi chiara limportanza che la tematica assume nella programmazione delle politiche e degli incentivi nel settore agricolo. Questa rilevanza stata ribadita attraverso le priorit previste dal Reg. (CE) n. 74/2009 del Consiglio dEuropa ( Health Check ), relativamente alladattamento agli effetti dei cambiamenti climatici sul suolo, al sequestro del Carbonio a livello del terreno e alla migliore gestione delle risorse idriche. Oramai consolidato lapproccio ambientale del primo pilastro della Pac attraverso la condizionalit, innovativo appare invece il sistema degli incentivi per lintroduzione delle tecniche di agricoltura conservativa su base volontaria introdotto da alcune regioni italiane nelle misure agro ambientali dei Programmi di Sviluppo Rurale. Lintervento pubblico diviene particolarmente auspicato nel caso della promozione di un sistema innovativo di agricoltura i cui benefici si ripercuotono sullintera collettivit ed i cui costi gravano prevalentemente sui redditi agricoli (Tabella 1).
Tabella 1 - Una metanalisi dei costi-benefici sull'agricoltura conservativa Incidenza su varia scala Costi e benefici Benefici Riduzione dei costi on-farm: risparmio di tempo, lavoro e meccanizzazione Aumento della fertilit del suolo e della conservazione dell'umidit, che si traduce in un aumento delle rese nel lungo periodo, riduzione dell'instabilit produttiva e miglioramento della sicurezza alimentare Stabilizzazione del suolo e protezione dall'erosione che porta alla riduzione della sedimentazione a valle Riduzione della contaminazione tossica dell'acqua superficiale e delle acque di falda Ruscellamento superficiale pi regolare, riduzione del rischio di inondazione Ricambio della falda acquifera come risultato di una migliore infiltrazione delle acque Riduzione dell'inquinamento dell'aria risultante dalle lavorazioni meccaniche del terreno Riduzione delle emissioni di CO2 nell'atmosfera Conservazione della biodiversit del suolo Costi Acquisto di macchinari specializzati Difficile controllo delle infestanti nel breve periodo a seguito del cambiamento delle tecniche di gestione del suolo Acquisizione delle nuove competenze di management Diserbo addizionale Formazione degli addetti Alta percezione del rischio per l'incertezza tecnologica Sviluppo di specifici pacchetti tecnici e programmi di assistenza Fonte: Knowler and Bradshaw, 2007 Aziendale Regionale/ Nazionale Globale

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Il Veneto e la Lombardia hanno fatto da apripista nel 2011 in Italia con un certo successo di partecipazione, mentre altre regioni, tra cui la Puglia, si accingono a modificare il Psr in questultimissimo stralcio di programmazione 2007/2013 con lintroduzione di misure specifiche per promuovere lagricoltura conservativa. In modifica alla misura 214, azione 2 Miglioramento della Qualit dei suoli del Programma di Sviluppo Rurale della Regione Puglia, nel Giugno 2012 stata avanzata una proposta riguardante lintroduzione di una sub azione specifica (sub azione C: Adozione di tecniche di Agricoltura Conservativa) con lobiettivo di incentivare, attraverso la concessione di un sostegno pubblico, tecniche di gestione del suolo pi sostenibili secondo i criteri e gli obiettivi dellAgricoltura Conservativa. Una strategia basata sugli incentivi tuttavia, non necessariamente destinata a decretare il successo di un programma di promozione dellAgricoltura Conservativa. La corsa al sostegno comunitario ad integrazione dei redditi degli agricoltori, pu rappresentare lunica spinta determinante alla conversione, soprattutto in alcuni ambiti geografici in cui il settore agricolo risente particolarmente della mancanza di competitivit. Inoltre, il carattere fortemente innovativo di un tale sistema di coltivazione necessiterebbe di un orizzonte temporale piuttosto lungo per cominciare a manifestare dei benefici economici ed ambientali per lagricoltore. Questo rende necessaria la piena acquisizione del know-how ed unefficiente e fedele applicazione delle tecniche previste dai disciplinari agronomici, che non sempre facile garantire considerata lincertezza ed il rischio tecnologico che caratterizzano il settore.

possibilit di ottenere buone performance produttive non dissimili da quelle ottenute con il metodo convenzionale e buone performance qualitative dei grani (Troccoli et al., 2007; Troccoli et al., 2007b).

Lagricoltura conservativa come nuovo strumento di sostenibilit competitiva


Lespressione Agricoltura Conservativa in realt rappresenta un sistema di pratiche agricole complementari che comprendono: minimo disturbo del suolo attraverso tecniche di semina su sodo o di lavorazione ridotta del terreno, per preservarne la struttura, la fauna e la sostanza organica; copertura permanente del suolo, con colture di copertura, residui e coltri protettive, per proteggere il terreno e contribuire alleliminazione delle erbe infestanti; associazioni e rotazioni colturali diversificate, che favoriscono i microrganismi del suolo e combattono le erbe infestanti, i parassiti e le malattie delle piante. Questo sistema di gestione del suolo agricolo pu essere assimilato ad uninnovazione di processo per le aziende da attuare in risposta allesigenza di sostenibilit competitiva del settore agricolo (Cont et al., 2012). La sostenibilit del sistema inoltre coerente con la visione comunitaria del triple bottom line che racchiude la dimensione economica, quella ambientale e quella sociale. Secondo la letteratura agronomica, i benefici sulla produttivit delle aziende che adottano metodi di AC si manifestano nel lungo periodo con un aumento delle rese e dei rendimenti rispetto ai metodi di lavorazione convenzionale (Knowler et al., 2007) e con la riduzione dei costi di produzione dovuti alla ridotta meccanizzazione. Gli svantaggi, riscontrabili gi in una prima fase, contemplano elevati costi iniziali di investimento, costi di transizione e di adeguamento, assistenza tecnica e formazione degli agricoltori. Secondo gli studi della Fao, il processo di cambiamento tecnologico che porta unazienda ad adottare metodi di agricoltura conservativa passa attraverso quattro fasi: Miglioramento delle tecniche di lavorazione Miglioramento delle condizioni del suolo e della fertilit Diversificazione del modello colturale Entrata a regime del sistema. La prima fase del processo di transizione prevede il miglioramento e ladeguamento delle tecniche di lavorazione. Durante questa fase non previsto alcun aumento della produttivit, mentre la riduzione dei costi di produzione, dovuta essenzialmente a riduzione del tempo e della forza lavoro, non certa. Nella prima fase inoltre previsto un aumento dellutilizzo degli input agrochimici. Durante la seconda fase si assiste ad un ulteriore riduzione della forza lavoro e della meccanizzazione, con conseguente riduzione dei costi. possibile riscontrare in questa fase un aumento delle rese produttive con conseguente incremento dei redditi aziendali. Soltanto nella terza fase si assiste alla diversificazione del modello colturale con la stabilizzazione delle rese. Il vantaggio economico e tecnologico pu essere finalmente apprezzato dallagricoltore nella quarta ed ultima fase in cui produzione e produttivit dellazienda diventano stabili nel tempo (Fao, 2005). Questa esemplificazione del passaggio dallagricoltura convenzionale alla conservativa, la sua diffusione e la relativa sostenibilit socio-economica ed ecologica restano per la letteratura scientifica fortemente vincolati alla specificit del sito ed alle caratteristiche pedoclimatiche ed ambientali delle diverse regioni (Lahmar, 2010; Knowler et al., 2007). Anche alla luce delle fasi del cambiamento tecnologico, chiaro che ladozione di un sistema colturale cos innovativo sar evidentemente possibile qualora i vantaggi percepiti dallagricoltore saranno superiori agli oneri sostenuti. A tale proposito, interessante notare come molti degli effetti di lungo

Margini di diffusione dellagricoltura conservativa in Puglia


Il contesto pugliese, oggetto dellindagine, particolarmente caratterizzato dalla presenza di aree svantaggiate (il 55% del territorio regionale secondo il Mipaaf), in cui il forte rischio idrogeologico, la spinta antropizzazione, il processo di desertificazione in corso e lelevato rischio di erosione rendono indispensabile interventi di conservazione dellambiente naturale. Lerosione idrica superficiale, quale causa di perdita di suolo, un fenomeno diffuso in Puglia, particolarmente nelle aree coltivate delle zone collinari della regione, dallAppennino Dauno, alla Murgia, dal Salento al Gargano e la Fossa Bradanica e rimane in queste zone una delle cause principali di consumo e degrado del suolo. LAppennino Dauno particolarmente interessato dal rischio di erosione. Si stima che lo stesso, espresso in classi di perdita di suolo, vada in questa zona da un valore minimo di 1 t/ha/anno ad un valore massimo stimato, per le zone ad elevato rischio, di 40 t/ha/anno. Gran parte delle aree indicate a forte rischio di erosione idrica superficiale coltivata a seminativi (frumento duro in particolare) ed interessata dalla presenza di pascoli intensivi degradati. Il problema della perdita di fertilit dei terreni interessa particolarmente la parte settentrionale della regione identificabile con la provincia di Foggia, unarea caratterizzata da sistemi colturali intensivi (85,6% su Sau), dove molto elevati sono il tasso di mineralizzazione della sostanza organica ed il rischio di compattazione dei suoli per la forte meccanizzazione che caratterizza lattivit agricola. Le peculiarit dellarea relativamente agli aspetti climatici (stagione estiva arida) ed a diffuse nonch discutibili, pratiche di gestione agronomica, come la mono successione del frumento e la bruciatura dei residui colturali, hanno reso necessario approfondire lo studio sul ruolo che le tecniche conservative possono avere sul miglioramento dei risultati agronomici ed economici nel settore cerealicolo. Dalle sperimentazioni condotte dal Centro di Ricerca per la Cerealicoltura di Foggia (Cra-Cer), emerso che sussistono le caratteristiche necessarie ad unadozione di successo dellAC (basso tenore in sostanza organica, elevata mineralizzazione del suolo, suoli prevalentemente argillosi, argillo-limosi), con

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termine che le tecniche di semina su sodo e di minima lavorazione manifestano, si evidenziano su scala regionale e globale rendendo questo metodo di gestione del suolo molto allettante sul piano sociale, ma piuttosto gravoso per lazienda (Tabella 1).

nelladozione di tecniche innovative pi sostenibili rispetto alle tecniche agricole convenzionali (Traore et al., 1998). Le caratteristiche del management, la propensione allinnovazione tecnologica, sono determinanti nello stabilire la propensione dellagricoltore al rischio che si apre con la scelta del metodo colturale.

Obiettivo dellindagine
Lobiettivo del lavoro rilevare attraverso unindagine qualitativa, latteggiamento degli agricoltori rispetto allagricoltura conservativa, al fine di valutare se esiste una tendenza condivisa nel considerare i benefici economici ed ambientali dellAC e se vi pu essere un margine positivo tra percezione dei vantaggi e dei costi per le aziende agricole.

Lindagine qualitativa
Lindagine stata realizzata nella provincia di Foggia ed ha coinvolto un campione casuale di 250 aziende cerealicole. La casualit e la numerosit del campione non permettono di estendere i risultati dellindagine allintera popolazione di aziende della regione, ma lo studio si propone in questa fase di fornire delle prime indicazioni sullo stato di conoscenza e sul livello di informazione degli agricoltori rispetto allAC. Gli aspetti messi in luce dallindagine necessiteranno di un ulteriore approfondimento attraverso successive indagini di tipo quantitativo finalizzate a determinare possibili relazioni causaeffetto tra le variabili osservate e la propensione espressa dallintervistato. La raccolta dati avvenuta a mezzo intervista telefonica sulla base di un questionario strutturato che si compone di quattro parti. Una prima parte raccoglie informazioni sulle caratteristiche socio culturali del conduttore dellimpresa agricola, una seconda parte rileva le caratteristiche strutturali e gestionali dellimpresa ed una terza parte raccoglie informazioni sulla gestione agronomica. Agli intervistati stato chiesto infine, di esprimere la propria inclinazione verso lAC su una scala che va da 1 a 10 e di fornire delle motivazioni a corredo del voto indicato. Let media del campione di 56 anni e gli intervistati si distribuiscono in maniera piuttosto uniforme sui quattro livelli di istruzione individuati. Il 13% di essi ha conseguito una laurea, mentre il 25% ha conseguito il diploma di istruzione superiore. Le aziende che hanno partecipato allindagine, sono esclusivamente aziende individuali a conduzione famigliare, hanno una dimensione media di circa 21 ettari e sono dislocate mediamente in collina (altitudine media 210 mt. sul livello del mare). Le aziende con terra di propriet rappresentano la quasi totalit del campione ed molto diffuso il contoterzismo passivo (circa per il 45% del campione). I primi risultati dellelaborazione statistica mostrano una propensione molto scarsa degli agricoltori allAC. Soltanto il 20% degli intervistati ha espresso infatti parere favorevole con un livello superiore a 5, mentre il 72% ha espresso un giudizio molto negativo (voto da 1 a 3) (Figura 1).
Figura 1 - Propensione degli intervistati verso l'AC

I fattori che influenzano la percezione degli agricoltori verso lagricoltura conservativa


La letteratura internazionale ammette lesistenza di diversi driver e barriere al processo di adozione dellAgricoltura Conservativa. Gli studi che prendono in esame i fattori che agiscono sulla propensione allAC finiscono tuttavia per rilevare una certa inconsistenza ed ambiguit dei risultati, evidenziando che non esistono delle variabili che universalmente spiegano la propensione degli agricoltori allAC. A questo proposito Knowler et al. (2007) evidenziano la necessit di condurre indagini specifiche sulle condizioni locali. Tra i fattori esogeni allimpresa, oltre al gi citato quadro delle politiche pubbliche e degli incentivi, il mercato e le condizioni strutturali sono determinanti nel creare le condizioni per ladozione dellAC. A questo proposito evidente come, diversamente da altri metodi colturali sostenibili come il biologico, lAC non si traduce nella realizzazione di un prodotto innovativo, almeno non nella prospettiva del consumatore finale. Al contrario del prodotto biologico, caratterizzato da un valore aggiunto apprezzato sul mercato per i suoi attributi legati alla qualit salutistica e nutrizionale rispetto al convenzionale, il prodotto derivante da agricoltura conservativa un prodotto non differenziato, se non per attributi intangibili relativi alla sostenibilit ambientale che li caratterizza (Cont, 2008). Il vantaggio economico della riduzione dei costi di produzione dovuto alla diminuzione delle operazioni colturali, allabbattimento della meccanizzazione ed al minore utilizzo di fattori tecnici sicuramente un fattore rilevante nella spinta alladozione dellAC. A questi fattori si accompagna una certa flessibilit di funzionamento e di gestione del sistema colturale rispetto allagricoltura convenzionale. La dimensione aziendale e la sua ubicazione in base ad altitudine ed andamento climatico generale, sono aspetti correlati alla gestione economica e finanziaria dellimpresa. A parit di condizioni infatti, ad una maggiore dimensione aziendale dovrebbe corrispondere una maggiore complessit di operazioni colturali e quindi una maggiore propensione allinvestimento in nuove tecnologie (Fuglie, 1999). Anche la conduzione di attivit connesse in azienda potrebbe secondo la letteratura, influenzare la propensione dellagricoltore verso la AC (Swinton, 2000; Fuglie, 1999). Il contoterzismo attivo e passivo potrebbe tra queste, rappresentare una barriera alla diffusione dellAC. Determinanti sono anche le condizioni biofisiche legate al clima ed al suolo per la determinazione della pressione delle erbe infestanti, dei parassiti e dellinquinamento e la disponibilit dei fattori produttivi. Poich la diffusione delle innovazioni nel settore agricolo avviene prevalentemente secondo un modello di comportamento imitativo da agricoltore ad agricoltore, assumono molta importanza gli aspetti legati alla sfera attitudinale e comportamentale. Gli aspetti socioculturali, primo tra tutti la consapevolezza delle minacce ambientali e salutistiche, la preoccupazione per la perdita di fertilit del suolo, possono agire sul processo di scelta ed ergersi a barriere

Fonte: Elaborazione degli autori

Interessante per gli obiettivi dellindagine la rilevazione delle opinioni pi diffuse tra gli intervistati in merito alle tecniche dellagricoltura conservativa sulla base delle proprie conoscenze personali (Tabella 2). La quasi totalit del campione ha

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Considerazioni conclusive

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dichiarato di conoscere i presupposti ed i criteri previsti dallagricoltura conservativa, ma soltanto il 35% del campione ha saputo dare una motivazione rispetto al proprio grado di inclinazione allAC. Soltanto l8% dei rispondenti ha dichiarato di aver sperimentato tecniche di lavorazione su sodo, mentre il 5% si ritiene soddisfatto dei risultati ottenuti in termini di produttivit ed economicit del metodo.
Tabella 2 - Le opinioni comuni sul campione di intervistati. Percentuale sul totale delle risposte. Motivazioni avverse Ridotta fertilit e problemi di ristagno idrico Ridotta produzione Costo iniziale elevato e perplessit sul ritorno economico Problema delle infestanti e gestione rotazioni La convenzionale piace! Fonte: Elaborazione degli autori Motivazioni a favore 17% Riduzione dei costi 13% 8% 3% 20%

Migliore produttivit e miglioramento 6% delle condizioni del terreno Altro.. 3%

I risultati preliminari mostrano la prevalenza delle motivazioni avverse rispetto alle motivazioni a favore dellAC. Tra le motivazioni avverse, le opinioni maggiormente condivise vertono su fattori prevalentemente agronomici, come il problema del ristagno idrico dovuto alla riduzione delle lavorazioni (17%). Gli agricoltori informati ritengono infatti che i risultati agronomici siano variabili rispetto alle condizioni di umidit dellannata. Alcuni di essi (13% risposte) ritengono invece che si possa verificare una certa riduzione della produzione, mentre soltanto una piccola parte degli intervistati (3% delle risposte) ha evidenziato il problema della gestione delle erbe infestanti. Il problema della gestione delle infestanti pu essere un ostacolo notevole alla diffusione dei metodi conservativi in contesti come quello studiato, dove lordinamento produttivo consolidato prevede la rotazione del frumento con il pomodoro da industria. Segue in ordine di importanza il problema dellaumento dei costi, dovuto agli alti investimenti iniziali per le macchine specifiche necessarie (8%), a testimonianza della perplessit generale sul riscontro economico del cambiamento. A questo proposito bene sottolineare che alcune tecniche di vertical tillage, che consiste in una micro-lavorazione del terreno mediante incisioni con dischi verticali hanno il vantaggio, cos come sperimentato gi presso aziende della Pianura Padana, di poter essere applicate con le pi diffuse seminatrici, senza dunque particolari costi aggiuntivi per lazienda (Aigacos - Associazione Italiana per la Gestione Agronomica e Conservativa del Suolo). Come accennato nella descrizione statistica del campione, molte delle aziende intervistate si avvalgono del lavoro di contoterzisti e questo pu determinare a nostro avviso molta parte della scarsa propensione allAC rilevata dallindagine. Anche da questo aspetto si deduce una certa disinformazione a riguardo, se si pensa che in quelle stesse regioni del nord, dove le tecniche conservative hanno preso maggiormente piede, molti contoterzisti si sono adeguati, specializzandosi ed offrendo agli agricoltori soluzioni mirate, con macchine e attrezzature modificate in funzione delle esigenze e delle caratteristiche delle singole zone. Gli agricoltori che hanno manifestato una buona propensione allagricoltura conservativa hanno invece apportato motivazioni in linea con le finalit del metodo. Le opinioni maggiormente diffuse riguardano la possibilit di ridurre i costi di produzione (20% risposte) e di migliorare le condizioni biofisiche del terreno con conseguente miglioramento della produttivit nel lungo periodo (6%). In conclusione, lindagine rivela una certa riluttanza allAC (qualcuno dichiara persino che lagricoltura convenzionale piace) che lascia tuttavia trasparire un notevole livello di disinformazione diffusa e/o di informazione contrastante sul tema nella sua complessit.

L'agricoltura conservativa pu essere, nel lungo periodo, una risposta efficace alla duplice esigenza di aumentare la redditivit delle aziende agricole riducendo i costi di produzione e di contribuire alla riduzione del consumo di suolo dovuto allerosione idrica superficiale. Capire a livello locale, quali fattori possono portare lagricoltore a passare dalla mera fase di interesse e conoscenza dellAC alla scelta di cambiamento e di adozione del metodo innovativo, pu rivelarsi fondamentale nel processo di identificazione delle politiche e nella riuscita del programma di promozione di recente introdotto nei Psr. La letteratura internazionale non fornisce risultati univoci in questa direzione, ma riconosce lesistenza di macro barriere alladozione di una tale innovazione riconducibili a: disponibilit della tecnologia acquisizione del know- how mentalit diffusa riscontro economico. Lindagine proposta non ha lambizione di fornire ai policy maker, almeno in questa prima fase del lavoro, delle indicazioni precise di intervento. Per tale fine sar necessario estendere lindagine ad un campione statisticamente rappresentativo anche attraverso lampliamento della base informativa dei dati. Il presente studio, strettamente vincolato alla realt locale delle imprese cerealicole del meridione, pu costituire un contributo importante per capire come lAgricoltura Conservativa venga percepita nei suoi vantaggi e svantaggi ed indicazioni pi precise sul livello di conoscenza del metodo, sulle finalit e sui presupposti della sua riuscita agronomica. Come gi rilevato, le politiche di sviluppo rurale possono influenzare notevolmente la scelta dellagricoltore di produrre con metodi conservativi. Il sistema degli incentivi pu agire ad esempio direttamente attraverso lagevolazione allacquisto di macchine e seminatrici specifiche qualora il problema principale sia quello del difficile accesso alla tecnologia, introdurre misure sulla formazione e lassistenza tecnica nel caso di mancanza del know-how necessario, o di informazione qualora lostacolo posto quello della riluttanza allinnovazione. Infine le politiche possono agire direttamente attraverso lintegrazione del reddito degli agricoltori nel caso di onere economico insostenibile soprattutto per alcuni settori produttivi pi penalizzati dal mercato. Probabilmente nella regione oggetto dellindagine, le politiche possono e devono agire coerentemente su tutte le dimensioni del problema, puntando su un buon programma di informazione e promozione del metodo conservativo e dei vantaggi economici ed ambientali perseguibili nel lungo periodo.

Riferimenti bibliografici
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Debora Cilio

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Fuglie K.O. (1999), Conservation tillage and pesticide use in


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Introduzione
La questione energetica, entrata nel dibattito politico, economico e scientifico degli ultimi anni ha influenzato limmaginario sociale soprattutto in termini di impatti ambientali e inquinamento, per quanto riguarda le fonti fossili, e di controversie e dibattiti nel caso delle rinnovabili. Se poi la si analizza attraverso la dimensione delluso del suolo questa assume una connotazione sempre pi complessa e problematica. La diffusione delle tecnologie rinnovabili, nonostante la loro millantata bont, infatti, si accompagna a tutte le ambiguit, alle distorsioni e ai rischi tipici di qualsiasi artefatto tecnologico. Quandanche, infatti, risulti improprio da un punto di vista epistemologico parlare di land grabbing, la complessit delle tecnologie energetiche diffuse sul territorio calabrese - che vanno dagli impianti a biomassa di piccole e grandi dimensioni a campi fotovoltaici ed eolici fino allo sfruttamento idroelettrico e geotermico - mostra come la corsa alle rinnovabili si traduca in maniera prepotente in una crescente occupazione di terreni di pregio agricolo e paesaggistico. Proprio questo processo di diffusione e di relativa occupazione di spazi, agevolato da forme di incentivazione fino a un certo punto indiscriminate - sia per dimensione che per tipologia tecnica - si tradotto anche in Italia, e in Calabria in questo caso, in un processo simile a quello dellaccaparramento che si osserva nei paesi in via di sviluppo (Pvs). Nonostante lintero processo della diffusione delle fonti energetiche rinnovabili nel territorio regionale appaia essere particolarmente interessante agli occhi del sociologo dellambiente, nel corso di questo articolo ho deciso di analizzare, con i limiti propri del singolo caso di studio, gli effetti pi o meno perversi della diffusione del solare fotovoltaico a terra in Contrada Serragiumenta, frazione del comune di Altomonte in provincia di Cosenza. Lanalisi del caso mi ha dato lo spunto per approfondire, attraverso interviste in profondit a testimoni privilegiati, la complicata relazione tra questione energetica e utilizzo del suolo definendo, attraverso le narrazioni degli attori coinvolti, quale da un lato limmagine tecnologica del fotovoltaico e dallaltro quali siano le opportunit che la tecnologia stessa offre a coloro i quali scelgono di utilizzarla. Lambiguit del processo di diffusione di fronte a quella che McMichael (2009) definisce la crisi del capitalismo ecologico che si traduce nella triplice crisi (climatica, energetica e alimentare) fa s che si riproponga in maniera forte, a partire dalla scarsit del bene terra, la questione se essa (come lacqua o anche lenergia) sia un common, un bene collettivo da preservare per le future generazioni, o una commodity, ovvero una merce da votare allaltare del profitto e della crescita economica. Sebbene il solare fotovoltaico rappresenti una delle tecnologie con pi ampia potenzialit in termini di transizione energetica possibile (Cilio, 2012), esso porta con s lambivalenza dellessere per alcuni versi uninteressante opportunit per lagricoltura in quanto particolarmente duttile e integrabile sia in edifici sia in zone improduttive; per altri, per, la bassa densit dellenergia solare fa s che ai fini del suo utilizzo, nella struttura energetica attuale, sia necessaria una crescente occupazione di ampie zone di terreno (Coiante, 2004). Ma proprio la sua estrema duttilit, lassenza di una qualche forma di regolazione passata e una pioggia di finanziamenti ha dato lavvio a un processo di occupazione di terreni che ha destato non poche perplessit e malumori nelle popolazioni locali residenti nei territori coinvolti. Tanto che la diffusione dei progetti di impianti fotovoltaici a terra, dati i presupposti affinch gli imprenditori agricoli permettessero loccupazione di ampie fette della superficie utilizzabile da parte di investitori esterni al settore, hanno imposto al legislatore di

Siti di riferimento
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mettere un freno al processo e creare una qualche forma di disincentivazione di questa tipologia di impianto - gi tra il terzo e il quarto conto energia - scoraggiando di fatto la creazione di impianti a terra e regolamentando la possibilit per gli imprenditori agricoli di utilizzare per la produzione energetica solo il 10 per cento della disponibilit agricola del proponente (Dm 5/5/2011). Ciononostante, pur mutando la tecnologia di riferimento, non sembra mutare il processo a cui si assiste. A partire da queste considerazioni e attraverso la definizione che altri danno del fenomeno del land grabbing energetico, tipico dei paesi in via di sviluppo - dove i terreni agricoli vengono praticamente sottratti allagricoltura di sussistenza per le coltivazioni intensive di biomassa energetica le domande sono: possibile un connubio tra questione energetica e questione agricola in Italia e in Calabria soprattutto? Quale definizione dare al fenomeno in atto: land grab? land rush? O altro (forme pi o meno palesi di green grabbing)? E soprattutto, a partire dalla definizione e dallimmagine della tecnologia in oggetto, qual la rappresentazione che gli attori hanno della terra? E quanto questa influenzata dalle logiche economiche? Lipotesi che ha indirizzato la ricerca che le istanze energetiche guidate da un crescente attaccamento alle logiche proprie della crescita economica stanno diventando i presupposti paradigmatici e concreti di una nuova forma di colonizzazione della terra. Nonostante lambizione dellobiettivo cognitivo, il caso che andr di seguito a descrivere rappresenta un importante tassello di un puzzle ancora in costruzione e che merita ulteriori approfondimenti.

Il caso di studio
Localit Serragiumenta una contrada del comune di Altomonte (CS), piccolo centro calabrese di poco pi di 4 mila abitanti che si estende su di una superficie di 65 km2. Linsediamento urbano, sito nei pressi del Parco nazionale del Pollino, noto per essere uno dei centri storici pi interessanti del sud Italia ed inserito nella rete dei borghi medievali italiani, mentre la parte valliva, cio quella di Serragiumenta, rappresenta larea produttiva del comune e si sviluppa su di unarea collocata sulle colline che rimontano dalla pianura di Sibari verso la catena costiera e per questo particolarmente adatta alla produzione agricola. Tuttavia, nella zona convivono realt di differente tipologia: industriale, agricole ed energetiche. Nel corso dellindagine ho focalizzato la mia attenzione sulla presenza di diversi impianti fotovoltaici a terra che hanno la peculiarit davere diversi assetti proprietari, analizzandone in particolare alcuni: gli impianti di propriet della Esse, Altomonte1 e Altomonte2, joint venture italo giapponese composta da Enel Green Power e Sharp Solar Energy; limpianto a terra della Fattoria Serragiumenta, azienda agricola storica; limpianto fotovoltaico a terra di propriet della Edison, che affianca la centrale termoelettrica di propriet della stessa azienda energetica, e una serie di piccoli impianti domestici, con una potenza non superiore ai 12 kW e finalizzati allautoproduzione e allautoconsumo, sparsi su tutto il territorio. La numerosit degli impianti e la dimensione di alcuni di essi fa s che, allinterno della singola contrada, le installazioni fotovoltaiche occupino una superficie territoriale di poco meno di 100 ha, pari a circa il 3,34% della Sau totale del comune di Altomonte1. Lavventura fotovoltaica del comune di Altomonte inizia nel 2008, tra il primo e il secondo conto energia, quando, su proposta di alcuni amministratori, imprenditori e di una societ energetica con sede a Roma, la Resit, viene progettata linstallazione di un campo fotovoltaico da 20 MW. Tuttavia, nel 2009 la Altomonte Energia srl, societ creata ad hoc per la gestione dellimpianto, in sede di Conferenza dei servizi regionale, si vede ridimensionato il progetto a 5 MW per la mancata approvazione della valutazione di impatto ambientale (Via).

A questo punto, uno dei proponenti, la Resit, decide di non investire pi nellopera e vende lintero pacchetto di progettazione allEnel Green Power che grazie ad un ricorso al Tar in sede transattiva riesce a riottenere dalla Regione tutti i 20 MW previsti. Fin dal suo nascere il progetto di impianto ha visto il suo sito naturale in localit Serragiumenta, su terreni di propriet della Serragiumenta Agricola S.n.c., che ospitavano, fino allinizio dei lavori, pescheti e coltivazioni di ortaggi. Ai malumori della cittadinanza e delle associazioni di categoria2, che profilavano una violenza al paesaggio, si unisce presto la voce dellamministrazione comunale che si vede negati dallEnel Green Power il contributo di 5 mila euro annui di royalty per ogni megawatt installato previsto dalla convenzione stipulata con la Resit srl nel maggio del 2009. Ciononostante, nei terreni di propriet della Serragiumenta Agricola Snc, nel marzo del 2011 nasce Altomonte 1, un impianto a terra della capacit di 5 MW che utilizza dei moduli Sharp monocristallino, e nel marzo del 2012 nasce, sul terreno vicino, Altomonte 2 un impianto a terra della potenza installata di 8,2 MW che utilizza moduli 3Sun a film sottile multifunzione (moduli amorfi). Ma perch importante in questo caso sottolineare la tipologia di modulo installato? Tale sottolineatura non casuale; in linea di massima la produzione energetica media del modulo cristallino risulta essere pressappoco pari al doppio di quello amorfo. Se si segue un ragionamento imprenditoriale che guarda alla massimizzazione del profitto allora tale scelta, a meno di variabili non conteggiate, risulterebbe abbastanza strana poich per eguagliare il regime produttivo del campo in monocristallino, utilizzando moduli amorfi, si dovrebbe occupare allincirca il doppio dello spazio. Sicuramente il vantaggio del modulo amorfo risiede nella sua caratteristica di lavorare a luce diffusa e quindi senza la necessit di irradiazione diretta, a differenza del monocristallino che ha la necessit di irradiazione diretta; con l'amorfo quindi si ha una efficienza minore sul singolo modulo, ma si ottiene una produzione continua. Il modulo 3Sun, inoltre, ha una caratteristica peculiare, ovvero un modulo fabbricato da unazienda siciliana per conto di Enel e Sharp. La scelta dei moduli da utilizzare per Altomonte 2, moduli 3Sun a film sottile, risponde alla ratio di creare un circuito di diffusione per una tecnologia relativam ente nuova attravers o una sperimentazione su larga scala. I due impianti hanno consentito alla Esse linstallazione di 14,4 MW di capacit fotovoltaica solo nel 2012, occupando nel complesso una quarantina di ettari, e con in progetto di farli crescere fino a raggiungere una capacit totale (tra Altomonte 1 e Altomonte 2) di 20 MW. Un altro impianto interessante dal punto di vista conoscitivo rappresentato dallimpianto di 3,3 MW situato in prossimit della centrale termoelettrica di propriet della Edison, che occupa una porzione di territorio non utilizzato a fini agricoli (anche per la vicinanza alla centrale), ma che svolge unazione cumulativa in termini di uso del suolo se inserito in un contesto di occupazione di terra. La centrale della potenza di 780 MW alimentata a gas naturale ed in funzione dal 2006. composta da due unit produttive da 390 MW ciascuna ed stata resa difficilmente identificabile, per stessa ammissione della casa energetica, ai fini di mascherarne limpatto visivo. Il campo fotovoltaico il risultato della programmazione aziendale 2009 2011 nella sezione attivit in campo ambientale ed interamente gestito da Edison Energie Rinnovabili, Ricerca e Sviluppo di Edison e Edf e occupa una superficie totale di 22 ha per un investimento di 100 mila euro. C, inoltre, da sottolineare che nella programmazione di R&S Edison e Edf stato portato a termine, nel luglio del 2009, un progetto di sperimentazione di produzione fotovoltaica con sistemi innovativi per un impianto dai 30 ai 50 kWh di potenza collegati agli ausiliari di centrale. A questo segue limpianto fotovoltaico della Fattoria Serragiumenta che nasce nel 2006 e ha una capacit di circa 2 MW (2036,70 kWh). Gestito da Serragiumenta Energia stato

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posizionato su di un terreno non utilizzato ai fini della produzione agricola del podere, e finalizzato alla sola vendita dellenergia; infatti, tutta lenergia prodotta viene direttamente immessa in rete e non utilizzata ai fini dellautoconsumo [P] per lattivit che si svolge in azienda non necessitiamo di una grande quantit di energia elettrica [P] (Testimone Privilegiato FG). Lazienda diventata cos unazienda agricola multifunzionale in cui alle tradizionali attivit agricole si aggiunta la produzione di energia da fonte rinnovabile con un impatto minimo (a detta di uno dei miei interlocutori) sul terreno e sulla propriet; creando, nel contempo, i presupposti affinch ci sia una sicurezza nelle entrate che prima non cera3. , inoltre, in progetto la realizzazione sui terreni della Fattoria di una centrale a biomassa da 999 kWp, e di due piccole centrali eoliche. Infine, ho canalizzato la mia attenzione sui piccoli impianti a terra per lautoconsumo dispersi sul territorio con una potenza che va dai 6 ai 12 kW che, oltre ad essere utilizzati per il consumo diretto dellenergia prodotta, con la formula dello scambio sul posto cedono alla rete il surplus elettrico. Ci dimostra quanto sia mutata nel giro di pochi anni la fiducia sociale nei confronti della tecnologia fotovoltaica.

Risultati e note conclusive


Lanalisi del caso di studio, ma anche leterogeneit degli assetti proprietari, mi ha permesso di approfondire la complessa vicenda delluso di suolo per fini energetici. Poste le caratteristiche della tecnologia fotovoltaica, che qui si danno per scontate, di particolare interesse mi apparsa la rappresentazione che gli attori sociali danno e della tecnologia in s per s e della terra in quanto substrato materiale. Nondimeno - da trascurare limpatto che le istallazioni energetiche hanno sul territorio e sul paesaggio e i relativi malumori, pi o meno palesi, che si innescano nella popolazione residente. Particolarmente interessante osservare il differente impatto visivo, ma anche socio-territoriale, che questi impianti producono. La dimensione ridotta degli impianti user, per esempio, tende sostanzialmente a rendere limpianto, quandanche a terra, parte integrante del terreno su cui posto4. La mancanza di pianificazione e di regole certe in materia energetica ha portato a un processo di diffusione delle tecnologie energetiche rinnovabili che tiene poco conto del valore della terra e a uno scollamento del legame culturale con essa. [f] La terra un bene scarso, pi dellacqua e del cibo [P], dice Domenico Cersosimo, e in un quadro energetico confuso e schizofrenico come quello calabrese il caso di Localit Serragiumenta appare emblematico. La dimensione degli impianti riflette fedelmente lo stile e la tipologia degli attori che utilizzano la tecnologia, cos come diretto riflesso anche la rappresentazione simbolica che della terra si esplicita. La medesima tecnologia, al di l degli aspetti puramente tecnici, ha un impatto differente sul paesaggio e sul consumo di suolo. In primo luogo abbiamo le grandi aziende energetiche (Edison ed Enel) che al mantenimento di uno status quo profittevole, si muovono, in un contesto favorevole, per la costruzione di grandi impianti finalizzati non solo alla sicurezza energetica ma anche alla sperimentazione di tecnologie nuove, giustificando il loro operato con la necessit di forme di sviluppo green e con leventuale impatto sul livello di occupazione locale. Nel caso specifico i vincoli legislativi espressi in termini di quantit di potenza dellimpianto (20 MW nel caso di Altomonte 1 e 2) ma non di percentuale di terreno produttivo occupabile fa s che la scelta aziendale non guardi alla minimizzazione della quantit di terra occupata quanto piuttosto ai vantaggi che lutilizzo di una tecnologia, seppur maggiormente ingombrante, porta. La necessit di riprodurre il loro status e il controllo della loro fetta di mercato energetico fa s che la terra, a prescindere dalla sua quantit e qualit, diventi un anonimo spazio da occupare. A fronte di una forte sensibilit nei confronti della tecnologia

fotovoltaica anche e soprattutto in termini di mercato nel caso della Sharp e del settore R&D della Edison risultano assolutamente indifferenti alle modalit di utilizzo ovvero allimpatto territoriale che la stessa tecnologia pu avere. La terra fertile, in unottica di mercato, viene sostanzialmente equiparata a una qualsiasi altra superficie funzionale allo scopo, che sia un tetto, una pensilina o una serra fotovoltaica. Abbiamo, poi, limprenditore agricolo schiacciato dalla crisi e dallo squeeze tra costi e ricavi in campo agricolo, preoccupato per linstabilit climatica, preoccupato dallinsicurezza atavica del mercato agricolo che nella multifuzionalit aziendale vede, nella produzione energetica da fonte rinnovabile, e negli incentivi ad essa connessa, un modo sicuro per diversificare la propria produzione e assicurarsi entrate certe. Lutilizzo del fotovoltaico diventa, cos, nel caso della Fattoria Serragiumenta, parte integrante della produzione aziendale e ha lo scopo di ridurre il rischio dimpresa. Quandanche il fine ultimo resti il profitto questo si traduce nella volont di mantenere in piedi lazienda agricola. La terra occupata dallimpianto quella meno pregiata e diventa il mezzo attraverso cui assicurarsi il proprio status di imprenditore agricolo senza danneggiare lattivit principale dellazienda; un mezzo da preservare anche perch condizione necessaria per la propria sopravvivenza. Il rapporto con la terra rimane in questo caso ancora forte anche se allentato: [P] Di terra ce n tanta perch non usarne un po per produrre energia? (Testimone privilegiato FG) Il legame con la terra appare molto pi forte laddove la posta in gioco non il profitto. Nel caso dellauto produttore, infatti, la tecnologia fotovoltaica il mezzo attraverso cui raggiungere lautosufficienza energetica. Attraverso lautoproduzione energetica si raggiunge il duplice obbiettivo del soddisfacimento del proprio fabbisogno elettrico (con la relativa riduzione dei costi nel lungo periodo) e lobbiettivo di un guadagno futuro con lo scambio sul posto del surplus elettrico prodotto nel momento in cui si rientra dellinvestimento iniziale. La terra occupata dallimpianto rimane il luogo in cui si vive anche se lievemente mutato nellaspetto. La qualit di quello che sta intorno casa resta un fattore fondamentale per la sua vivibilit. Nella problematica relazione tra terra ed energia si definisce, insomma, la duplice questione di un cambiamento energetico possibile e i tempi e modi con cui debba essere gestito, regolato e pianificato da parte del policy maker il processo di diffusione tecnologica. Lannosa scelta: se e quanto incentivare una innovazione tecnologica che sia ambientalmente, economicamente e socialmente sostenibile, ha subito mutazioni crescenti nel passaggio dal primo al quinto conto energia, passando dagli incentivi a pioggia a incentivi ponderati, se cos si pu dire, a forme di disincentivazione nel caso del fotovoltaico a terra rispetto agli impianti fotovoltaici integrati. Chi decide si trova di fronte alla scelta se incentivare piccoli impianti user, in una prospettiva domestica, che puntino allautoproduzione e allautoconsumo, oppure incentivare la creazione di grandi impianti che hanno un impatto pi o meno negativo sul territorio e sui luoghi in cui nascono. In entrambi i casi si raggiunge, anche se in maniera differente, lobbiettivo della sicurezza energetica ma muta in maniera sostanziale la posta in gioco in termini di controllabilit dallalto dellintero processo. Allo stesso tempo mutata, almeno per quello che si pu osservare in Calabria, la sensibilit e il controllo sociale sul proprio territorio; proliferano, anche se scarsamente collegati, i comitati locali di protesta sullinstallazione di impianti pi o meno impattanti; questo appare particolarmente evidente nei progetti di nuovi impianti a biomassa proposti sul territorio. Il caso di studio esposto dimostra, a partire dalla dimensione degli impianti e degli assetti proprietari, come la terra subisca unalterazione simbolico/semantica che implica differenti visioni e diversi atteggiamenti che permettono di dire che a seconda della posta in gioco la terra diventa spazio da colonizzare attraverso pratiche discorsive green. Land grabbing, land rush, green land grabbing, a questo punto, divengono concetti e pratiche che in linea di massima fanno riferimento a forme di occupazione e spossessamento del suolo

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che tendono ad operare a discapito delle peculiarit di un territorio attraverso pratiche discorsive giustificative che celano nella millantata necessit di una crescita verde, che superi qualsiasi forma di crisi (ambientale, energetica o alimentare che sia), le potenti ambiguit del processo speculativo in atto.

Nota metodologica
La ricerca a cui si riferisce larticolo stata portata avanti da novembre 2012 a febbraio 2013. Oltre alla consultazione ed allanalisi di documenti delibere di giunta, articoli di quotidiani e materiale documentario reperito tramite web si sono svolte 15 interviste semi-strutturate in profondit a testimoni privilegiati amministratori, impiegati, imprenditori e cittadini residenti.

Note
La Sau totale comune di Altomonte pari a 3415,03 ha. Dati Istat, 6 Censimento generale dellagricoltura in Calabria, pubblicato il 27/02/13, www.istat.it 2 Comunicato stampa 22/03/2012 Confsal Fna Confederazione Nazionale Agricoltura sede di Altomonte: http://www.altomonte.altervista.org/index.php? option=com_content&view=article&id=762:gli-impianti-di-fotovoltaico-si-faccianonei-terreni-improduttivi&catid=44&Itemid=141 3 Non ci dato, per, sapere quale sia la reale redditivit dellimpianto. 4 http://www.agriregionieuropa.univpm.it/materiale/2013/Rovigo/Presentazioni/ Sessione_4_completa/3_cilio.pdf
1

Riferimenti bibliografici
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La domanda di terra in Italia: il progetto della Fri-EL Green Power in Etiopia


Desiree Quagliarotti, Eugenia Ferragina

Premessa
Il termine land grabbing stato coniato dalla Ong spagnola Grain per descrivere un nuovo modello di controllo dei territori e delle risorse naturali nei paesi del Sud del mondo che si diffuso a partire dalla prima decade del nuovo millennio. Questa Ong definisce il fenomeno come il processo di acquisizione da parte di soggetti privati o pubblici di vaste aree coltivabili (superiori a 10.000 ettari) allestero per produrre beni alimentari e agro-carburanti destinati allesportazione, mediante contratti di compravendita o di affitto a lungo termine1. La corsa alla terra cresciuta in concomitanza con le tre crisi sistemiche che hanno colpito leconomia globale: la crisi alimentare innescata dal forte incremento dei prezzi dei prodotti agricoli di base; la crisi energetica legata allaumento del prezzo del petrolio; la crisi finanziaria determinata dal crollo delle principali borse mondiali. Si creato cos un vero e proprio

mercato della terra in cui sono coinvolti diversi attori: paesi come lArabia Saudita, Cina, India e Corea del Sud che investono allestero per assicurarsi un canale stabile di approvvigionamento di derrate alimentari; le multinazionali dellagribusiness interessate a creare vaste piantagioni per la produzione di cibo destinato allesportazione o di agrocarburanti; le societ finanziarie, come gli hedge fund o i fondi pensione, che hanno individuato nella terra una fonte pi solida e sicura in grado di accrescere il livello di diversificazione degli investimenti (Cotula et al., 2009). Lacquisizione di terra avviene attraverso una negoziazione e la successiva stipula di un contratto tra linvestitore ed il governo locale che presenta diversi aspetti controversi: assenza di processi di consultazione delle popolazioni interessate; mancanza di valutazioni sugli impatti economici, sociali ed ambientali dei progetti; limitata trasparenza dei contratti che non consente di rilevare i possibili rischi e le opportunit a livello locale. Tutti questi fattori pongono una serie di interrogativi sullequit e sul potenziale impatto degli accordi stipulati, alimentando un forte dibattito a livello internazionale. La societ civile parla di rapina, di neocolonialismo e di diritti violati. Le organizzazioni internazionali, tra cui la Fao e la World Bank, considerano lincremento degli investimenti diretti esteri in agricoltura come unopportunit per rilanciare il settore nei Pvs e contribuire ad un aumento della produzione agricola e alla stabilit dellofferta alimentare a livello locale e globale. Allo stesso tempo, per, le istituzioni internazionali, non potendo ignorare i potenziali rischi legati a questi processi di acquisizione, hanno stilato una serie di principi (Responsible Agricultural Investments - Rai) volti a regolare gli investimenti e a tutelare gli interessi delle comunit che ospitano gli investimenti diretti esteri in agricoltura. Tra i principi fondamentali rientrano la tutela della sovranit alimentare degli stati, la trasparenza dei contratti, il coinvolgimento delle comunit locali, il sostegno ai piccoli agricoltori. I Rai rappresentano un tentativo di trasformare la speculazione in atto sulle terre agricole in una win-win situation, cio in una situazione da cui tutti gli attori coinvolti traggano dei benefici. Naturalmente, questi principi non sono vincolanti e sono considerati dalle organizzazioni contadine strumenti per legittimare una politica di appropriazione della terra nellesclusivo interesse dei governi e dei grandi investitori internazionali (Borras, Franco, 2010; De Schutter, 2009). Obiettivo di questo lavoro quello di cercare di rilevare le potenziali ricadute socio-economiche ed ambientali derivanti da un investimento agricolo in Etiopia da parte di unimpresa italiana - la Fri-EL Green Power - attiva nel settore delle energie rinnovabili. La scelta di questo caso-studio stata dettata dal fatto che esso presenta tutte le peculiarit di questa nuova tipologia di Ide in agricoltura: un investimento strettamente legato agli obiettivi energetici e ambientali dellUnione Europea; la matrice agricola del progetto non orientata alla produzione di colture da reddito (cash crops) come avveniva in passato, bens alla coltivazione di materie prime agricole a fini alimentari (staple crops) ed energetici; la trattativa per la concessione della terra avvenuta tra limpresa ed il governo senza alcun coinvolgimento delle comunit locali; non risulta che sia stato effettuato alcuno studio di valutazione di impatto ambientale e socio-economico; le valutazioni relative alle ricadute dellinvestimento sulleconomia locale sono contrastanti. La ricerca stata condotta attraverso lanalisi di diverse tipologie di fonti ritenute rilevanti ai fini dello studio condotto: letteratura scientifica, documenti e notizie forniti direttamente dalla Fri-EL e dalla Ong Survival International, articoli nazionali relativi alle posizioni ufficiali assunte dallazienda.

La domanda di terra nei paesi europei


Nei paesi europei si registra una forte domanda di terra, i cui fattori di spinta sono rappresentati soprattutto dalla necessit di aumentare la produzione di agro-combustibili, di incrementare i profitti delle multinazionali dellagroalimentare e di diversificare il

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Figura 1 - Localizzazione del progetto

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portafoglio di investimenti offerto dal settore finanziario. LItalia in ambito europeo uno dei paesi pi attivi negli investimenti di terra allestero, seconda solamente allInghilterra. I principali settori italiani coinvolti nel land grabbing sono quello bancario e assicurativo, con una quota di investimenti concentrata soprattutto nelle ex repubbliche sovietiche, quello dellabbigliamento che investe in Argentina e in Nuova Zelanda e il settore energetico che opera in Mozambico, Etiopia, Senegal, Madagascar ( Re:Common , 2012), Congo (EuropAfrica, 2011). A livello globale, lacquisizione di terreni fertili allestero per lo sviluppo di produzioni agricole a fini energetici stata favorita dallaumento dei prezzi dei combustibili fossili; dalla crescente dipendenza energetica da paesi politicamente instabili che mettono a rischio la continuit della fornitura; dallobiettivo di rispettare i vincoli imposti dal Protocollo di Kyoto sulla riduzione delle emissioni responsabili delleffetto serra. Le opportunit offerte alla filiera agro-energetica sono contenute in diversi documenti comunitari. In particolare, la direttiva 2009/28/CE ("direttiva sulle energie rinnovabili") fissa obiettivi vincolanti per lo sviluppo delle fonti rinnovabili, la cui quota sul consumo energetico dovr raggiungere il 20 per cento entro il 2020. Agli Stati membri lasciato un ampio margine di discrezionalit in merito alla scelta dei settori. Lunico vincolo riguarda il settore dei trasporti che dovr impiegare almeno il 10 per cento dell'energia proveniente da fonti rinnovabili. In origine i biocarburanti erano considerati la principale fonte di energia rinnovabile, ma le critiche mosse dal Comitato Economico e Sociale Europeo e dal Parlamento europeo in riferimento al contributo dei biocarburanti alla crisi alimentare globale, hanno limitato luso di agro-carburanti convenzionali al 5 per cento. In ogni caso, secondo le previsioni dellOecd e della Fao, la produzione di agro-carburanti implicher un forte aumento della domanda di colture a fini energetici (Oecd/Fao, 2011). In Europa, come anche in Italia, esistono dei vincoli legati alla disponibilit di terra coltivabile e alle caratteristiche climatiche, pedologiche e agronomiche. Queste condizioni sono poco compatibili con la produzione delle colture energetiche considerate pi convenienti dal punto di vista economico, della resa energetica e della riduzione di emissioni nette di gas serra2. Ci costringe i paesi europei o a importare materia prima agricola o ad esternalizzarne le coltivazioni acquisendo terreni fertili in quei paesi in cui la produzione risulta pi conveniente. Secondo la Prima relazione dellItalia in merito ai progressi ai sensi della direttiva 28/2009/CE, lItalia nel 2010 ha utilizzato 86.735 tonnellate di biomasse provenienti da seminativi comuni nazionali, 126.359 tonnellate da seminativi europei e 558.407 tonnellate da seminativi extraeuropei. Inoltre, sono numerose le aziende italiane che stanno investendo al di fuori dei confini comunitari per la produzione di agro-carburanti. Si tratta in particolare di soggetti operanti nel settore delle energie rinnovabili e in quello petrolifero che in questi ultimi anni hanno annunciato e/o avviato investimenti in terra allestero, prevalentemente in Africa. Lo stesso governo italiano sostiene queste imprese sia attraverso accordi di cooperazione e promozione degli investimenti legati alle produzioni agroenergetiche, sia con sostegni diretti ed indiretti al settore dei biocombustibili.

Fonte: Fri-Elethiopia Farming and Processing

La Fri-EL opera in Etiopia dal 2007, anno in cui la sua sussidiaria locale, la Fri-EL Ethiopia Farming and Processing, ha ottenuto dal governo etiope la concessione di 30.000 ha di terreno con un contratto di affitto della durata di 70 anni ad un costo di 2,5 euro lettaro allanno. Obiettivo iniziale della Omorate Farm era quello di coltivare vaste piantagioni per la produzione di olio di palma da esportare in Italia per la produzione di energia da biomassa. In seguito, lamministratore delegato Josef Gostner ha dichiarato che la societ aveva deciso di modificare i suoi piani e che le piantagioni inizialmente destinate alla produzione di colture energetiche sarebbero state trasformate in coltivazioni estensive di prodotti alimentari mais, soia, palma da olio e canna da zucchero da destinare al mercato interno allo scopo di fronteggiare i periodi di emergenza alimentare durante le carestie e di sostenere le popolazioni che vivono in aree marginali poco adatte alla coltivazione. Il progetto stato suddiviso in 9 fasi da attuarsi in un arco temporale di 8 anni. Ogni fase prevede un incremento medio di terra coltivata pari a 2.000 ha in modo da mettere a coltura circa 20.000 ha di terreno entro il 2020. Nella prima fase sono stati coltivati 150 ha di mais e 350 ha di palme da olio (Figura 2).
Figura 2 - Piantagioni di palme da olio e mais nella Omorate Farm

La Omorate Farm in Etiopia: descrizione del progetto


Una delle aziende italiane che si lanciata nellacquisizione di terreni nei paesi del Sud del mondo per produrre materia prima da destinare al mercato energetico la Fri-EL Green Power S.p.A. La Fri-EL ha sede a Bolzano ed una delle principali aziende italiane attive nel settore dellenergia ottenuta da fonti rinnovabili. Uno dei pi importanti investimenti della societ stato realizzato nellEtiopia sud-occidentale, nei pressi del villaggio di Omorate situato nella Bassa valle dellOmo (Figura 1).

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Fonte: Fri-Elethiopia Farming and Processing

Il piano pluriennale dellinvestimento prevede la costruzione di infrastrutture e lacquisto di macchinari ed input agricoli per un costo totale pari a circa 37,5 milioni di euro. Labbondante disponibilit di acqua assicurata dalla vicinanza del fiume Omo permetter la giusta somministrazione di acqua alle colture, compensando la scarsit delle precipitazioni che caratterizza questarea. Il principale sistema di irrigazione adottato quello a pioggia con impianto pivot, particolarmente adatto per irrigare vaste superfici (Figura 3). Le condizioni climatiche e ambientali favorevoli consentiranno di ottenere 2,2 cicli di raccolti lanno.
Figura 3 - Impianto di irrigazione nella Omorate Farm

Fonte: Fri-Elethiopia Farming and Processing

Limpatto socio-economico e ambientale del progetto: le posizioni della Fri-EL e delle Ong a confronto
Sulla base dei documenti forniti dalla stessa Fri-EL Ethiopia emerge che la terra ottenuta in concessione riguarda unarea pari a circa il 10 per cento dei 300.000 ha di terreni abbandonati che corrono lungo il corso del fiume Omo. Si tratta di una superficie in gran parte arida e non adatta allagricoltura, dove in passato sorgeva unaltra azienda agricola etiope-coreana

impegnata nella coltivazione di cotone e successivamente fallita. La valorizzazione e la messa a coltura di questarea considerata marginale e inutilizzata della Bassa Valle dellOmo non potr, quindi, secondo le previsioni della societ, che apportare benefici per leconomia locale in termini di forte incremento del Pil regionale, creazione di posti di lavoro, crescita dei livelli salariali, aumento della sicurezza alimentare. La societ promette, inoltre, importanti ricadute sociali legate alla realizzazione di infrastrutture che forniranno servizi in grado di migliorare le condizioni di vita delle popolazioni locali: costruzione di unit abitative per accogliere le famiglie della forza lavoro agricola; sviluppo di strutture sanitarie per migliorare lo stato di salute delle comunit locali; realizzazione di un pozzo per la fornitura di acqua potabile; sviluppo di una rete stradale necessaria per il trasporto e la distribuzione dei prodotti agricoli e per migliorare i collegamenti con i principali centri urbani del paese. Inoltre, prevista unattivit di formazione allinterno dellazienda allo scopo di incrementare il livello distruzione e le competenze tecniche del personale impiegato nel progetto. La Fri-EL sostiene che questi effetti socio-economici positivi si riusciranno ad ottenere a fronte di un impatto trascurabile sullambiente e sulle risorse naturali poich i prelievi idrici avverranno rispettando i criteri di sostenibilit ambientale e utilizzando solo il 5 per cento della portata annua del fiume Omo. Molto diversa la valutazione dei rischi e dei benefici effettuata dalle organizzazioni non governative ambientaliste e di tutela dei popoli indigeni quali Survival International. In particolare, queste organizzazioni sostengono che esista un collegamento tra la Omorate Farm e la centrale termoelettrica a biomassa di Acerra, la Fri-EL Acerra S.r.l. Questa centrale stata costituita nel 2006, proprio quando lazienda ha trasmesso una manifestazione dinteresse al governo etiope per lacquisizione dei terreni nei pressi di Omorate. La Fri-EL Acerra, con un investimento di 85 milioni di euro, la seconda azienda a livello europeo per la produzione energetica da oli vegetali. Secondo Re:Common, unassociazione che si batte per sottrarre il controllo delle risorse naturali al mercato e alla finanza, sebbene non venga riconosciuto in maniera esplicita dai vertici societari, molto probabile che nei programmi dellimpresa di Acerra vi sia quello di utilizzare olio di palma proveniente dallAfrica come materia prima necessaria al funzionamento della centrale. La terra acquisita in Etiopia presenterebbe tutte le caratteristiche necessarie per la realizzazione di una piantagione di palma da olio su larga scala: clima caldissimo, terreno pianeggiante e accesso a riserve idriche per lirrigazione direttamente dal fiume Omo. Lassociazione sostiene che, a dispetto da quanto sostenuto dallazienda nei comunicati ufficiali, la coltivazione di palma da olio per fini energetici rappresenti linvestimento principale e che i 120 ha di coltivazione di mais al momento attivi siano stati previsti solo per la fase transitoria, dal momento che la palma da olio impiega tra i 5 ed i 7 anni per diventare produttiva. La coltivazione di mais avrebbe, quindi, lo scopo di tamponare economicamente i primi anni di non produttivit della palma da olio. Re:Common, come altre organizzazioni non governative, attaccano la societ anche in riferimento al concetto di terre marginali abbandonate, affermando che il governo ha dato in concessione terre che non essendo occupate in modo permanente a causa delle caratteristiche ambientali, sono state erroneamente dichiarate vuote o inutilizzate3. In realt si tratta di terreni utilizzati da secoli da comunit che vivono di agricoltura di sussistenza e di pastorizia. Sostengono inoltre che la negoziazione sia avvenuta esclusivamente con le autorit governative senza nessuna consultazione con la popolazione indigena e senza tenere in considerazione le forme consuetudinarie duso che garantiscono la sopravvivenza di queste fasce deboli della popolazione. Il rapporto di Re:Common stato contestato dalla Fri-EL con una Nota per Altraeconomia l11 luglio 2012 resa disponibile su internet. In particolare lazienda accusa Re:Common di aver basato lo studio su dati non veritieri e di aver cos fornito informazioni errate.

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La valutazione del progetto nel contesto socioeconomico e ambientale della Bassa Valle dellOmo
Per tentare di rilevare i possibili impatti del progetto della Fri-EL necessario inquadrarlo nel contesto geografico e socioeconomico di riferimento, considerando tutte le trasformazioni che stanno caratterizzando lEtiopia in questi anni. La Bassa Valle dellOmo, dove localizzata la Omorate Farm, una valle attraversata dallomonimo fiume che nasce nellaltopiano etiopico e dopo 760 km sfocia nel lago Turkana. Il bacino dellOmo ha una notevole rilevanza sia archeologica, sia naturalistica. Qui sono stati ritrovati numerosi fossili di ominidi risalenti al Pliocene e al Pleistocene. Inoltre, larea riconosciuta a livello internazionale come una delle rare regioni aride e semi-aride che presentano una straordinaria biodiversit. Per questo nel 1980 la Valle dellOmo stata inserita nellelenco dei Patrimoni dellUmanit dellUnesco e sono stati istituiti due parchi nazionali, il Parco Nazionale dellOmo e il Parco Nazionale Mago che occupano una superficie totale di quasi 7.000 km2. In questarea vivono circa 500.000 persone dedite prevalentemente allagricoltura e alla pastorizia. Lagricoltura alluvionale fondamentale per il sostentamento delle comunit. In agosto e settembre si verificano le piene stagionali alimentate dalle piogge a monte del fiume (Figura 4). Le inondazioni aumentano la fertilit del terreno in modo naturale senza dover ricorrere allimpiego di concimi chimici. Le colture principali sono rappresentate da fagioli, sorgo e granturco. Nonostante la dimensione delle aree coltivate vari di anno in anno in base alla portata delle piene, la garanzia del raccolto contribuisce alla sicurezza alimentare di circa 100.000 persone che coltivano quasi 12.000 ha lungo il corso del fiume. Diversi ricercatori hanno rilevato che tali comunit necessitano raramente di aiuti alimentari e sono maggiormente autosufficienti dal punto di vista alimentare di qualsiasi altra regione arida dellEtiopia.
Figura 4 - Agricoltura alluvionale lungo il fiume Omo

Figura 5 - Progetti idrici lungo il corso del fiume Omo ed impatto sulle piene

Fonte: Bbc News

La creazione di questo imponente sistema dimpianti e bacini artificiali ha un duplice obiettivo. Il primo di produrre energia idroelettrica da esportare nei paesi limitrofi come Sudan, Djibouti e Kenya e rafforzare la posizione del paese come leader regionale nella produzione di energia. Il secondo, di stimolare lo sviluppo dellagricoltura attraverso la costruzione di una fitta rete di canali di irrigazione. In particolare, il governo di Addis Abeba, con il piano quinquennale di sviluppo economico 20112015, mira a risolvere le carenze strutturali del settore agricolo e ad aumentare la produttivit attraverso il coinvolgimento di investitori stranieri per i quali si prevedono forti incentivi fiscali. Nella sola regione dellOmo sono stati ceduti pi di 250.000 ha per lo sviluppo di colture estensive ad elevato valore commerciale quali cotone, sesamo, arachidi, soia, palma da olio. Inoltre, in fase di realizzazione un progetto statale - lOmo Kuraz Sugar Factories Project - che prevede la messa a coltura di circa 245.000 ha di terreno per la produzione di canna da zucchero da trasformare in etanolo. Secondo quanto rivelato dalla societ statale Ethiopian Sugar Corporation, il piano prevede la messa a coltura di tre lotti di terra, ognuno della dimensione di circa 80.000 ettari, e la creazione di sei impianti statali per la raffinazione della canna da zucchero (Figura 6).
Figura 6 - LOmo Kuraz Sugar Factories Project

Fonte: Survival International

Questo modello di sussistenza oggi minacciato dai piani di sviluppo economico varati dallo stato. Per diversificare e sviluppare leconomia del paese, il governo centrale ha deciso di avviare un programma di costruzione di una serie di grandi dighe sul fiume Omo. Le prime due la Gibe I e la Gibe II sono gi state realizzate mentre la terza, la Gibe III, in fase di costruzione (Figura 5). La Gibe III, una volta terminata sar la pi grande infrastruttura idrica mai realizzata in Etiopia. La diga avr unaltezza di 240 m e una potenza di 1.870 MW. Quando sbarrer il corso del fiume, creer un bacino artificiale lungo 150 km, una superficie di 211 km2 e una capacit di stoccaggio pari a 11,75 miliardi di m3.

Fonte: Greenreport.it

La realizzazione di grandi opere idrauliche, la cessione di terra agli investitori stranieri e lobiettivo del governo di aumentare la produzione di agro-carburanti, minacciano la sopravvivenza di pi di 500.000 contadini, pastori e pescatori per i quali il fiume Omo rappresenta lunica fonte di sostentamento. Gli esperti prevedono che forti impatti ambientali e socio-economici. La costruzione delle dighe ridurr la portata del fiume Omo di quasi il 60 per cento e ci comporter una riduzione dellestensione della foresta fluviale ed una perdita rilevante in termini di

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biodiversit. Lintervento umano provocher linterruzione delle piene naturali con il conseguente collasso delleconomia locale, un radicale impoverimento collettivo e laumento dellinsicurezza alimentare. In seguito alla sommersione di vaste aree per creare i bacini idrici artificiali e per favorire i progetti agroindustriali, una parte rilevante della popolazione locale sar trasferita in altre aree del paese. Il governo li chiama piani di reinsediamento ma in realt le comunit locali vengono private della loro terra e di risorse ritenute strategiche per la loro sopravvivenza. Tutto ci aumenter la pressione antropica sulle risorse, con un conseguente aumento della povert e dei conflitti inter-etnici per laccesso alle gi scarse risorse naturali della regione. Un altro fattore di rischio legato alle trasformazioni che si stanno verificando nella Bassa Valle dellOmo riguarda lequilibrio geopolitico del bacino del Nilo. Lo sfruttamento delle acque del Nilo regolato da un accordo risalente al 1959 stipulato esclusivamente tra Egitto e Sudan, escludendo tutti gli altri paesi a monte. Secondo questo accordo lEgitto pu utilizzare 55,5 miliardi di m3 di acqua allanno ed il Sudan 18,5 miliardi. Lo sfruttamento intensivo delle acque del fiume Omo potrebbe portare in futuro a una maggiore pressione sulle acque del Nilo Azzurro da parte delle popolazioni locali costrette a cercare fonti idriche alternative. Il maggior utilizzo di questo corso dacqua si ripercuoter inevitabilmente sui paesi a valle del bacino del Nilo, poich il Nilo Azzurro rappresenta il maggiore affluente del Nilo, contribuendo all85 per cento della sua portata (Figura 7).
Figura 7 - Il bacino del Nilo

Fonte: www.globalresearch.org

Considerazioni conclusive
La Omorate Farm localizzata nella Bassa Valle dellOmo, unarea geografica estremamente fragile dal punto di vista ecologico nella quale le popolazioni hanno saputo sviluppare un sistema agricolo che si regge su un delicato e prezioso equilibrio tra sopravvivenza delluomo e sfruttamento delle risorse naturali. I popoli della Valle dellOmo dipendono da una variet di tecniche di sostentamento che si alternano e completano tra loro

con il mutare delle stagioni e delle condizioni climatiche: le coltivazioni di sorgo, mais, fagioli nelle radure alluvionali lungo le rive del fiume, le coltivazioni a rotazione nelle foreste pluviali e la pastorizia nei pascoli generati dalle esondazioni. Presa singolarmente, nessuna di queste attivit sufficiente a garantire loro la sopravvivenza ma, nel loro insieme, riescono a contrastare ogni avversit climatica fornendo un contributo fondamentale alle loro economie. Questo modello di sussistenza oggi minacciato dai programmi di sviluppo agro-industriali lanciati dal governo etiope a partire dal 2006 basati sulla produzione di energia idroelettrica, la creazione di vaste aree irrigue e la modernizzazione del settore agricolo. Per raggiungere i suoi obiettivi il governo ha varato una serie di grandi progetti idrici lungo il corso dei principali fiumi del paese e ha supportato un intenso processo di cessione di terreni fertili ad investitori stranieri allinterno del quale si inserisce anche il progetto della Fri-EL. In queste decisioni politicostrategiche sono stati completamente trascurati i potenziali effetti ambientali e socio-economici nellarea, quali lo spostamento forzato delle popolazioni, gli impatti sui sistemi tradizionali di gestione fondiaria, la perdita di mezzi di sussistenza legati alla terra, laumento dellinsicurezza alimentare, la distruzione della biodiversit, leccessivo sfruttamento delle risorse idriche, il deterioramento della qualit del suolo. Il trasferimento di vaste aree coltivabili ad investitori stranieri nella Bassa Valle dellOmo pu costituire un fattore dinsicurezza non convenzionale. Come affermato di recente da Saturnino Borras, professore associato presso lIstituto di Studi Sociali dellAia, esiste, infatti, una forte correlazione tra le transazioni fondiarie su vasta scala e la stabilit politica di paesi in cui laccesso alla terra e allacqua vitale per le comunit locali (De Castro, 2011). Oltre ad esacerbare i conflitti etnici interni per laccesso alle risorse, i grandi progetti idrici e gli investimenti agricoli lungo il corso del fiume Omo potrebbero provocare in un prossimo futuro un incremento dellutilizzo dellacqua del Nilo Azzurro con importanti effetti geopolitici allinterno del bacino del Nilo. Dallanalisi delle fonti disponibili relative al caso studio della Omorate Farm, emerge che la cessione di terra alla Fri-EL non abbia comportato allo stato attuale alcuno spostamento forzato delle popolazioni e che le coltivazioni realizzate riguardino esclusivamente la produzione di mais e olio di palma ad uso alimentare. Ci non esclude la possibilit che la societ possa cambiare politica in seguito alla realizzazione del progetto irriguo della Valle dellOmo varato dal governo e, soprattutto, in risposta ai segnali di mercato che potrebbero rendere pi conveniente dal punto di vista economico destinare le colture alla produzione di energia e allo sviluppo di agro-carburanti. Luso finale di una commodity agricola pu essere, infatti, deciso in qualsiasi momento in quanto nella maggior parte dei casi si tratta di flex crops, ovvero materie prime agricole che possono avere una destinazione multipla: energetica ed alimentare. Alla luce delle considerazioni fatte ci chiediamo se il progetto della Fri-EL in Etiopia possa essere considerato un caso di land grabbing. Lespressione land grabbing presenta una evidente connotazione negativa che, nelle intenzioni di chi lha coniata, vuole descrivere operazioni non neutrali che portano a nuove forme di sfruttamento e di neocolonialismo. Nel tentativo di disciplinare un fenomeno cos controverso come il land grabbing, le organizzazioni internazionali hanno adottato una strategia di approvazione con riserva che prevede la fissazione di codici di condotta per regolare le acquisizioni di terra alla luce della trasparenza e del rispetto dei diritti dei pi deboli. Ma per fare in modo che la corsa alla terra non si trasformi in una sorta di neocolonialismo, necessario adottare azioni concrete che puntino a creare nuovi modelli di sviluppo integrati, utilizzare strumenti che accrescano le potenzialit dei piccoli agricoltori come, ad esempio, programmi di microcredito e varare riforme agrarie che ridistribuiscano la terra alle popolazioni rurali. Allo stato attuale, la mancanza di trasparenza che caratterizza i contratti di acquisizione, lo scarso coinvolgimento delle comunit locali interessate e lassenza di diritti chiari riguardo la propriet della terra, favoriscono modelli di investimento incapaci di

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produrre quella soluzione virtuosa da molti auspicata che in gergo chiamata win-win situation.

Note
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trasformarle in aree pi confortevoli o attrezzate per le abitazioni e le attivit produttive. Gli elementi naturali ed agricoli in esse residuali non sono ripristinati totalmente e vengono progressivamente sostituiti da altre strutture artificiosamente rurali (Regione Lombardia, 2011).
Figura 1 - Intensit consumo di suolo. Confronto dati Dusaf 1999-2007

www.grain.org A tal proposito Roberto Esposti ha siglato una classifica delle colture dalla quale emerge che lUe presenta una matrice agricola molto poco competitiva, mentre sono proprio le colture non tipiche europee, come la canna da zucchero e lolio di palma, a mostrare i risultati migliori (Esposti, 2008). 3 Una delle problematiche che caratterizza lattuale corsa alla terra riguarda i diritti di propriet delle popolazioni locali che sono fortemente correlati a sistemi giuridici consuetudinari formalmente non riconosciuti. In Africa, come sottolineato anche dal Relatore Speciale per il Diritto al Cibo delle Nazioni Unite Olivier De Schutter, la terra generalmente di propriet statale. Tuttavia le popolazioni stanziate nelle aree rurali utilizzano i terreni per il pascolo, la caccia o la raccolta, come trasmesso tradizionalmente dai loro padri, continuando a considerarli come appartenenti alla comunit ma rimanendo al contempo esposti al rischio di espropriazione.

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Fonte: Brenna, 2011

Il contributo della collettivit alla riduzione dello sprawl nei contesti a forte urbanizzazione
Il caso del periurbano lombardo
Valentina Cattivelli

Introduzione1
La citt lombarda esplosa nelle aree rurali con le sue frange; al contempo, recupera parte della naturalit e degli elementi agricoli destinando parte di aree vuote o da riqualificare a parchi agricoli, orti urbani, giardini o reti ecologiche (Bonomi, 2011). Ci nonostante, lintensit del consumo di suolo mostra ovunque valori molto elevati. Come evidenzia la figura 1, la relativa percentuale ha valori medi superiori al 10% con picchi fino oltre il 23% nel nord della Provincia di Lodi, di Cremona e di Mantova. Parimenti, il rapporto tra espansione urbana e suolo libero evidenzia, soprattutto per le province centrali, lampio utilizzo di terreni liberi per scopi residenziali ed insediativi. Negli stessi territori, sono convertite aree urbanizzate, dismesse o degradate, ma non per realizzarvi aree verdi, piuttosto per

La necessit di regolare i rapporti tra queste aree e le limitrofe aree rurali non certo esigenza recente, n solo lombarda; tuttavia, il suo soddisfacimento assume oggi una nuova importanza e, in certi casi, unevidente urgenza. I primi modelli di pianificazione territoriale adottati, influenzati da approcci teorici non esenti da una connotazione ideologica, hanno spesso sottostimato leffettiva praticabilit di un disegno ideale in un contesto reale al punto che n la promozione della trasformazione urbana delle campagne, n il contenimento dellurbanizzazione hanno prodotto il risultato auspicato e programmato (Benevolo, 2011). Negli anni scorsi infatti la regione ha sperimentato un incessante processo di suburbanizzazione con una conversione di terre agricole in aree urbane senza precedenti (Oncs, 2009). Al suo interno, nella fascia centrale, dal Ticino al Lago di Garda, vi sono comuni densamente popolati che hanno percentuali di aree urbanizzate attorno al 70%. Vicino, vi un sistema di comuni urbani o ad alta dispersione insediativa ed un sistema di espansioni diffuse a sud-ovest, sud e sud-est che passano rapidamente da una densit e da un consumo di suolo di tipo urbano a situazioni di comuni intermedi e rurali. Questi passaggi si notano nelle porzioni delle province pi soggette alla pressione della espansione metropolitana milanese (per esempio, lalto lodigiano, il cremasco, fino ai comuni mantovani), negli insediamenti diffusi che si sviluppano intorno alle preesistenze di manufatti agricoli, nelle aggregazioni commerciali e produttive o nei cunei della viabilit di rango superiore (soprattutto nelle provincie meridionali). Larea metropolitana milanese, pur registrando tassi di urbanizzazione inferiori rispetto ad altri comuni limitrofi, mostra valori di urbanizzazione sempre molto elevati (ibid.). Tuttavia, da pochissimi anni, queste aree registrano tassi di crescita urbana in evidente flessione. Lintensit del consumo di suolo rimane alta nei comuni periurbani2 dei principali centri metropolitani, ma costanti rispetto al passato. Di contro, i comuni delle province pi rurali mostrano valori in netta crescita (Confronto dati Dusaf 1999-2007. Fonte: Brenna, 2011). Parimenti, tutti gli indicatori a pi completa misurazione del consumo di suolo mostrano valori sempre alti per tutti i contesti periurbani. Le mappe sotto riportate sono costruite utilizzando alcuni degli indici pi usati, quali il rapporto tra la superficie delle trasformazioni in espansione e la superficie dei suoli liberi o il rapporto tra la superficie delle trasformazioni in espansione e la

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superficie dei suoli urbanizzati o il rapporto tra espansione e trasformazione o il rapporto tra riuso e trasformazione. Al contempo, per mostrano anche un diverso uso del suolo, pi intenso e meno estensivo, a differenza delle aree pi rurali dove il consumo di suolo sta crescendo per effetto di un intensa trasformazione duso (Regione Lombardia, 2011). Nelle aree pi urbanizzate, si cerca infatti di intensificare luso del suolo gi convertito ad usi insediativi ed industriali, riqualificandolo, e non trasformandone altro per usi non agricoli. In quelle pi rurali, la conversione avviene a ritmi pi veloci ed interessa porzioni di territorio molto estese.
Figura 2 - Rapporto tra espansione del consumo di suolo e suolo libero; Rapporto tra espansione del consumo di suolo e suolo urbanizzato; Rapporto tra espansione del consumo di suolo e trasformazione di uso del suolo; Rapporto tra riuso di suolo gi urbanizzato e trasformazione. Dato medio per provincia e relativi ai comuni con Pgt approvati al 30.09.2010

Fonte: Regione Lombardia, 2011

Il presente paper ha come obiettivo quello di illustrare alcuni progetti di riqualificazione di territori ad elevata dispersione insediativa, voluti o partecipati fortemente dalla popolazione locale, come il ripristino o il ridisegno delle catene alimentare locali o di altri elementi verdi. Per la loro realizzazione, fondamentale la costituzione di una comunit di pratica ed in questo i comuni impegnati nel progetto Tasso sono stati particolarmente bravi. Lascolto dei bisogni della collettivit locale trasversale a tutta la popolazione, tanto che anche i bisogni dei pi piccoli meritano attenzione. Il rimboschimento creativo o Dal disegno al progetto sono due interventi tra i pi interessanti fino ad ora attuati.

Il contributo della collettivit


Il timido contenimento della crescita urbana ha diverse ragioni. Il mercato immobiliare delle nuove case in recessione: a causa della crisi economica, in molti hanno rinunciato al sogno della casa di propriet in campagna e preferito laffitto di appartamenti liberi in citt; parimenti, quasi tutte le imprese non rinvengono nella propria espansione un obiettivo strategico di breve-medio periodo. In aggiunta, i progetti urbanistici riguardano loccupazione di spazi lasciati liberi da precedenti interventi urbanistici e la valorizzazione di spazi verdi non si attua solo per migliorare il decoro urbano, ma anche per rendere pi salubre lambiente circostante. Parimenti, promossa lintensificazione (verticale e temporale) di spazi gi occupati mediante lelevazione in verticale di stabili gi costruiti. Linteresse per la riduzione della pressione urbana avvertito principalmente nei comuni a pi alta urbanizzazione, prossimi ai principali centri urbani e metropolitani, non solo da progettisti od operatori pubblici, ma anche da semplici cittadini desiderosi di rendere pi vivibili e verdi i loro territori. In particolare, questi ultimi sono attivi prevalentemente nel fornire idee e suggerimenti e nella fase di realizzazione del progetto, piuttosto che nella fase di pianificazione e di scrittura progettuale. Appartengono a tutte le fasce di et e di reddito e prediligono confrontarsi su interventi di agricoltura multifunzionale, di piantumazione, di creazione di green network e di pianificazione a km zero. Il loro contributo valutato positivamente se per limitato a singoli progetti od interventi; di contro, se richiesto per la redazione di piani generali di sviluppo, il rischio che sia generico o troppo pretenzioso molto alto (Cattivelli, 2012a). Lesperienza lombarda conferma tale tendenza: la cittadinanza attiva in progetti a tutela o promozione del verde o a riduzione della lunghezza della food chain utili a creare una comunit di pratica ed a ridurre la pressione urbana nei comuni periurbani.

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La creazione di una comunit di pratica


Lattivazione della collettivit passa per propedeutici interventi di comunicazione e di coinvolgimento duraturi finalizzati alla costituzione di gruppi di lavoro che possano portare allelaborazione di progetti o di interventi capaci di riorientare gli stili di vita e le scelte urbanistiche. Molti comuni ci hanno provato, con esiti alterni. Alcuni hanno fallito perch la collettivit era poco interessata o perch le loro richieste erano eccessivamente generiche o mal indirizzate; altri hanno avuto successo perch hanno attivato una rete di comunicazione efficace e concertata. Tra questi ultimi, mi piace ricordare i comuni di Albairate, Arluno, Bareggio, Boffalora sopra Ticino, Casorezzo, Cassinetta di Lugagnano, Cisliano, Corbetta, Magenta, Marcallo con Casone, Mesero, Ossona, Robecco sul Naviglio, Santo Stefano Ticino, Sedriano, da alcuni anni impegnati nel progetto Tasso ovvero "Territorio, Agricoltura, Societ in una prospettiva Sostenibile". Queste azioni si propongono di promuovere l'agricoltura integrata e biologica, favorire le colture e gli allevamenti tradizionali, il consumo critico ed il turismo locale sostenibile coinvolgendo in tutte le fasi la cittadinanza locale. Per renderle pi concrete, non sono state incluse in un piano generale e generico, bens in specifici interventi. Tra questi, il primo Inizializzarsi - M'appare il territorio (maggio 2011 - dicembre 2011 + dicembre 2012) stato utile per comprendere quali siano i punti di forza e di debolezza del territorio e verificare quali siano le azioni di recupero pi necessarie; il secondo Confrontarsi - Creare una comunit di pratica (settembre 2011 - giugno 2012) ha contribuito a creare una comunit di buone pratiche costituita da agricoltori, operatori della distribuzione e dellofferta alimentare, di consumatori e di istituzioni che intendono riorientare i propri stili di vita, produzione, vendita programmazione e pianificazione in senso pi sostenibile e solidale; infine, Industriarsi Riorientare gli stili di vita (novembre 2011 - dicembre 2012), pi operativa delle precedenti, ha attivato il cambiamento potenziando le buone pratiche esistenti e sperimentandone di nuove valorizzando le potenzialit inespresse individuate nel corso delle azioni precedenti mediante progetti pilota. I risultati sono buoni. La concertazione tra pi comuni si rafforzata e la distanza tra amministrazioni locali e cittadini si ridotta. Questultimi poi si sentono pi attivi nella determinazione delle scelte politiche ed urbanistiche locali, sono pi propensi a mostrare nuove idee e nuovi progetti ed hanno recuperato il rapporto originale e creativo con il proprio territorio che sembrava perduto. Si poi assistito ad un miglioramento dellambiente circostante: i dati relativi allinquinamento o al consumo di suolo, pur rimanendo alti in questi comuni, mostrano una lieve contrazione (Regione Lombardia, 2011).

La riqualificazione delle aree periurbane passa anche per il ripristino della naturalit perduta tramite il recupero del verde o nuovi rimboschimenti. Le modalit per renderli possibili sono tanti, ma mi piace segnalare loriginalit del comune di Torre de Picenardi, in provincia di Cremona, che ha coinvolto i bambini delle scuole elementari locali. Costoro, con laiuto dei Lions di Casalmaggiore, hanno infatti piantumato unarea resasi disponibile dalla modifica dell' assetto stradale della strada comunale che da Torre va a San Lorenzo. In tal modo, hanno compiuto una scelta sostenibile perch riqualifica ambientalmente unarea con piante autoctone, crea un luogo di incontro dove sostare allombra del sole estivo e riduce gli oneri di manutenzione.

Dal disegno al progetto


Le idee per rendere meno urbanizzato il proprio comune possono venire anche dalla popolazione pi giovane. Il Comune di Osnago (MI) nel 2011 ha realizzato il progetto ImmagiCitt che prevede la costituzione di un laboratorio di progettazione partecipata che coinvolge non solo tecnici o politici, ma i bambini delle elementari locali. Lobiettivo infatti quello di far interagire, nel processo di progettazione, il professionista, lamministrazione e chi dovr vivere il paese (quartiere, comunit) per ascoltare i bisogni reali ed aumentare la condivisione democratica. Non solo, servir anche per insegnare ai pi piccoli a sentirsi membri attivi di una collettivit matura e civile, ad abituarli al lavoro di gruppo ed al rispetto della natura. A loro, stato chiesto di valutare lo stato del parco e del percorso casa-scuola e di proporre delle soluzioni o dei desideri di riqualificazione, disegnandole liberamente. Al termine, ogni disegno stato votato da tutti i bambini ed il migliore stato poi reso dagli architetti che hanno seguito lintero progetto.
Figura 4 - Come vorrebbero i bambini di Osnago (MI) il loro paesef E sotto come i loro progetti sono stati pensatif

Il rimboschimento educativo
Fonte: contatto diretto, 2011 Figura 3 - Il progetto

Per una food chain pi corta


E convinzione comune che la riduzione della lunghezza della food chain ed altri interventi di agricoltura periurbana contribuiscano al miglioramento della qualit dellambiente nelle aree a maggiore urbanizzazione (Cattivelli, 2012a). Per esempio, il comune di Settimo Milanese ha attivato i principi di filiera corta da oltre 10 anni. Limpresa incaricata della fornitura di beni alimentari per il servizio di refezione scolastica privilegia i prodotti lombardi soprattutto in materia di carni, salumi, formaggi, latte, pasta e riso. La gestione viene monitorata attraverso il sistema "Fifo"3 per la rintracciabilit, mentre per i controlli microbiologici ci si avvale del laboratorio locale Cma. Il comune partecipa anche ai programmi educativi del Ministero delle Politiche Agricole e dell'Unione Europea come "Frutta e verdura nelle scuole" che privilegia il prodotto biologico e locale al fine di aumentare il consumo di alimenti

Fonte: contatto diretto comune di Torre de Picenardi, 2012

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vegetali crudi per i bambini ed organizza corsi di educazione alimentare nelle scuole. Al contempo, ha sollecitato la Coop locale allavvio di un progetto di recupero del cibo non venduto ed alcune aziende agricole locali alla implementazione di distributori automatici 24h di latte crudo e altri prodotti caseari/ uova/cereali. Parimenti, come quasi tutti i comuni del periurbano milanese, Settimo organizza mercati settimanali Natura Amica, a cura di Coldiretti, con prodotti delle aziende agricole del territorio o mostre-mercato agroalimentari annuali. Questi mercati sono messi in rete perch organizzati dal medesimo soggetto, ma a livello locale. A livello internazionale, solo i Mercati della Terra comunicano tra di loro. Alla rete, oggi aderiscono 32 mercati in tutto il mondo; in Lombardia ce ne uno a Milano. Fatta eccezione per la loro internazionalit, le loro caratteristiche sono del tutto identiche a quelle dei mercati locali: sono infatti mercati contadini gestiti collettivamente, luoghi di incontro dove i produttori locali presentano prodotti di qualit direttamente ai consumatori, a prezzi giusti e garantendo metodi di produzione sostenibili per l'ambiente. Inoltre, preservano la cultura alimentare delle comunit locali e contribuiscono a difendere la biodiversit. Infine, mi piace segnalare i progetti di Dergano (quartiere periferico milanese) impegnato da tempo nel progetto ColtivAzioni Sociali Urbane, grazie al sostegno di Fondazione Cariplo, per rafforzare i legami sociali attraverso una serie di sperimentazioni collettive legate al cibo. Lobiettivo promuovere la partecipazione delle donne, dei bambini e le loro famiglie, degli italiani e degli stranieri, dei vecchi e dei nuovi residenti per creare una rete di micro-servizi che abbiano unutilit collettiva e producano un miglioramento concreto e misurabile del vivere nel quartiere. Non solo mercati o orti urbani o educazione alimentare, ma anche servizi per lintegrazione sociale e la convivialit.

procedura di selezione pubblica. Per la maggior parte, i beneficiari sono persone anziane aventi la residenza nel Comune stesso; sono pochissime le persone under60 o le associazioni di volontariato o comunit aventi utilit sociale che vi accedono. Costoro sono tenuti a prendersi cura dellorto anche per garantire il decoro e l'ordine, grazie ad una gestione che rispetti l'ambiente, oltre al pagamento di un canone annuo. I costi per le Amministrazioni locali sono rappresentati da collegamenti irrigui, dalla costruzione di capanni per gli strumenti, piuttosto che per la sistemazione dei confini degli orti stessi4.

Conclusioni
La previsione di interventi a recupero della naturalit o di riqualificazione della food chian attivit importante per la riduzione della pressione urbana, ma non rimessa alla sola responsabilit dei pianificatori: anche i cittadini contribuiscono attivamente. Il loro coinvolgimento avviene in vario modo: attraverso la creazione di orti urbani, la riqualificazione verde di aree dismesse, la partecipazione ai mercati locali, leducazione alimentare. Lo spazio loro dedicato per limitato a singoli progetti; in piani di pi ampio respiro o obbligatori, il loro coinvolgimento limitato, ma importante perch ovunque previsto, la riduzione della diffusione urbana disorganizzata e il miglioramento della qualit ambientali sono stati riconosciuti quali obiettivi primari dei decisori pubblici. Non si esclude poi che nei prossimi anni concorrano alla riduzione della pressione urbana locale.

Gli orti urbani


Gli orti urbani costituiscono esperienze di condivisione sociale e di riqualificazione urbana tra i pi diffusi prevalentemente nei comuni a forte urbanizzazione e nei comuni compresi nelle aree periurbane milanesi, bresciane e bergamasche.
Figura 5 - Gli orti urbani in Regione Lombardia

1 Il presente contributo stato realizzato nellambito della Scuola di Dottorato per il Sistema Agroalimentare (Agrisystem) dellUniversit Cattolica del Sacro Cuore 2 A fini del presente testo, per comune periurbano si intende un comune sito in prossimit di un centro urbano rilevante che ha una bassa densit di popolazione, un discreto flusso di pendolarismo in uscita ed un elevato indice di aree convertite ad usi industriali sul totale delle aree agricole, secondo la definizione data da Cattivelli (2012a). 3 First in, first out. I primi prodotti acquistati sono anche i primi ad essere consumati. 4 Tutte queste informazioni sono ottenute da interviste effettuate ai sindaci lombardi negli anni 2011-2012 i cui risultati sono poi riportati in Cattivelli, (2012b).

Note

Riferimenti bibliografici
Benevolo L. (2011), La fine della citt, Editori Laterza, RomaBari

Brenna S. (2011), Prime analisi sulle banche dati,


Relazione presentata a Luso del suolo in Lombardia negli ultimi 50 anni, Regione Lombardia, Ersaf, Milano, settembre Cattivelli V. (2012a), Metodi e strumenti per la zonizzazione delle relazioni urbano-rurali, Editrice Librerie Dedalo, Roma Cattivelli V. (2012b), N citt n campagna, Per una lettura del territorio periurbano, Mup Editore, Parma Lanzani A. (2011), Dinamiche dellurbanizzazione nel sistema insediativo pedemontano e di pianura asciutta, in Luso del suolo in Lombardia negli ultimi 50 anni, Regione Lombardia, Ersaf, Milano Osservatorio Permanente della Programmazione Territoriale, Regione Lombardia (2011), Relazione annuale sullo stato della Pianificazione in Lombardia, Regione Lombardia

Siti di riferimento
Fonte: contatto diretto, 2012 (al 30 novembre 2012)

Gli orti si estendono per pochissimi m . La loro gestione viene affidata su base volontaria o a seguito dellesperimento di una

www.asr.it (ultimo contatto 11.02.2013) www.istat.it (ultimo contatto 11.02.2013) www.regione.lombardia.it (ultimo contatto 11.02.2013)

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Modellizzazione delladozione di sistemi di mungitura automatici in Noord-Holland


Matteo Floridi, Fabio Bartolini, Jack Peerlings, Davide Viaggi Nico Polman,

dei costi di investimento. Le categorie eleggibili comprendono i sistemi di mungitura automatici (Regiebureau, 2012).

Metodologia
Lo studio delladozione delle innovazioni ha un ruolo centrale nella letteratura economico-agraria (Sauer, Zilberman, 2012). Questo lavoro affronta la decisione di adottare Ams attraverso un approccio Real Option (RO). Come evidenziato dalla letteratura, ladozione di Ams fortemente determinata dallincertezza circa le variabili principali che ne determinano la convenienza. Gli elementi principali di tale incertezza riguardano prevalentemente la disponibilit di lavoro e le condizioni di mercato (costo opportunit del lavoro famigliare utilizzato fuori dallazienda, prezzi dei prodotti agricoli e costo del lavoro salariato). Altri elementi di incertezza possono essere associati alle variabili legate alla gestione finanziaria dei progetti, quali i tassi di interesse sui prestiti, laccessibilit del credito e lammontare e la certezza del pagamento unico e dei pagamenti del Psr. La letteratura economica ha evidenziato come lelevato costo della tecnologia, la forte specificit dellinvestimento nei Ams dovuta principalmente alla bassa possibilit di reimpiegare la tecnologia in processi alternativi, determina una forte irreversibilit dellinvestimento, con conseguente elevata esposizione dellazienda alle incertezze. In condizioni di incertezza ed irreversibilit dellinvestimento, lapproccio RO permette il calcolo del valore attuale netto (Van) dovuto allopzione di posticipare linvestimento in Ams fino ad un periodo successivo, quando lagricoltore avr accesso a maggiori informazioni circa le variabili incerte esogene che determinano la convenienza dellinvestimento (Sauer, Zilberman, 2010). Seguendo il modello proposto da Was et al. (2011), ladozione dellAms pu essere presentata come un modello di decisione a due periodi (Figura 1).
Figura 1 - Tempistica delladozione di Ams

Laccordo Bae - Agriregionieuropa


La nascita di una nuova rivista sempre un evento scientifico di particolare importanza. Lo ancora di pi se la rivista promossa da una nuova associazione scientifica, in questo caso lAssociazione Italiana di Economia Agraria ed Applicata (Aieaa), fondata soltanto due anni fa. Per la sua proiezione internazionale e per le sue ambizioni scientifiche Bio-based and applied economics (Bae) in inglese, come si conviene alle riviste scientifiche di alto livello che aspirano ad entrare nel Gotha delle pubblicazioni scientifiche. Agriregionieuropa, il cui fine la divulgazione scientifica in lingua italiana, pubblica in ogni numero una versione in italiano di un articolo della Bae. Questo articolo accompagna una pagina con tutti gli abstract. A sua volta Bio-based and applied economics promuover le iniziative Agriregionieuropa, specie quelle di rilievo internazionale, come Elcap, il recente corso e-Learning sulla Pac in inglese, prodotto in collaborazione con il Groupe de Bruges

Introduzione
Linnovazione e ladozione di nuove tecnologie sono due elementi centrali nellassicurare la vitalit delle imprese e del settore agricolo. Linnovazione un driver importante di crescita economica. Svolge un ruolo centrale nel raggiungimento degli obiettivi di UE 2020 (European Commission, 2010) e rappresenta una componente fondamentale nel processo di riforma della Politica agricola comune (Pac). In particolare, negli obiettivi della Pac post 2013, linnovazione dovrebbe contribuire alla promozione della competitivit delle aziende, alluso sostenibile delle risorse naturali, e ad uno sviluppo rurale bilanciato (European Commission, 2011a,b). Il settore lattiero dellUE sta affrontando numerose sfide, a partire dal soft landing delle quote latte e dalla relative aperture del mercato, accompagnato dalla necessit di ridurre i costi di produzione. In aggiunta, in anni recenti, i prezzi del latte hanno visto notevoli fluttuazioni (Oecd-Fao, 2012), che contribuiscono allincertezza delle scelte di investimento. Infine, la riduzione del lavoro disponibile, la ricerca di maggiore flessibilit del lavoro famigliare e la necessit di ridurre i costi hanno incoraggiato ladozione di tecnologie labour-saving (Sauer, Zilberman, 2012). I sistemi di mungitura automatici (Ams) sono innovazioni che consentono di automatizzare tutte le funzioni relative alla mungitura. Gli Ams sono considerati tra le principali innovazioni nel settore lattiero (Meskens et al., 2001) e negli ultimi anni stata osservata una forte diffusione di tali sistemi (Heikkila et al., 2012), soprattutto nelle aziende zootecniche del nord Europa, (Sauer, Zilberman, 2012). Questo lavoro ha lobiettivo di valutare limpatto di diversi livelli di sussidio nella forma di cofinanziamento allinvestimento (misura 121 dei Psr) sulladozione di Ams negli allevamenti bovini da latte olandesi, in diverse condizioni di incertezza riguardanti il costo del lavoro, il pagamento unico aziendale ed il prezzo del latte. Allinterno della misura 121, il Psr olandese fornisce sussidi agli investimenti agli agricoltori fino al 35-50%

t1 =primo periodo

t2= secondo periodo

Adozione nuova tecnologia

Effetto lock-in

Strategia 1

Adozione nuova tecnologia 2A Scelta posposta

Strategia 2
Scelta posposta 2B

Fonte: Adattato da Was et al. (2011)

La metodologia basata su un modello di programmazione matematica che implementa un modello RO della decisione di adozione di Ams da parte dellazienda agricola. La metodologia illustrata in dettaglio in Floridi et al. (2013). La metodologia applicata a quattro tipologie aziendali, derivanti da una cluster analysis applicata al campione di aziende rilevate nellambito del progetto Cap-ire1. I cluster si differenziano soprattutto per le dimensioni degli allevamenti e per la disponibilit di lavoro esterno. Il cluster 2 di gran lunga il pi grande (213 vacche da latte), seguito dal cluster 3 (106), dal cluster 4 (62) e dal cluster 1 (27).
[segue a pagina 65]

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Il greening dei Pagamenti agricoli nella Politica Agricola Comune dellUnione Europea
Alan Matthews1 1 School of Social Sciences and Philosophy at Trinity College Dublin Dalla met degli anni 1980, gli obiettivi ambientali sono diventati sempre pi integrati allinterno della Politica agricola comune (Pac) dellUnione Europea. L'integrazione stata perseguita attraverso la fissazione di condizioni ambientali per la ricezione dei pagamenti diretti nel 1 pilastro (condizionalit) e l'uso di misure agroambientali volontarie nel 2 pilastro. Nel formulare le proposte per la revisione della Pac post - 2013, la Commissione ha scelto di perseguire una maggiore integrazione, in particolare nel 1 Pilastro attraverso l'introduzione di un pagamento 'verde' in favore degli agricoltori a seguito di uno specificato set di pratiche agricole obbligatorie. Il processo legislativo non si concluso nel febbraio 2013, ma le posizioni del Consiglio e del Parlamento europeo sono sufficientemente note da indicare come il livello di ambizione del greening in questa riforma della Pac sar molto limitato. In questo lavoro sono passate in rassegna alcune spiegazioni per l'apparente fallimento della revisione della Pac per far fronte ai problemi che deve affrontare l'ambiente naturale. Si suggerisce che, lungi dallessere complementari, la condizionalit e le misure agroambientali volontarie sono approcci concorrenti per un maggiore greening allinterno della Pac. I sostenitori di una maggiore attenzione agli obiettivi ambientali devono scegliere tra questi due approcci.

Trasformazione per lagricoltura sostenibile: quale ruolo per il secondo Pilastro della Pac?
Janet Dwyer1 1 Professor of Rural Policy, University of Gloucestershire Lagricoltura europea e le aree rurali si trovano di fronte a significative sfide di medio periodo che emergono da fonti esistenti e nuove: cos come riconosciuto nella visione EU2020. La Commissione Europea ha posto enfasi sullinnovazione come elemento cruciale per raggiungere le necessarie trasformazioni, nella prossima decade. I risultati di un recente studio per il Parlamento Europeo evidenziano il ruolo potenziale dei programmi di sviluppo rurale del secondo Pilastro come veicoli per rendere possibile linnovazione. Ruoli centrali comprendono il supporto allo scambio di conoscenza, la collaborazione e il collegamento tra ricerca e pratica. Uno scambio di conoscenze effettivo un elemento critico, ma c spesso il bisogno di innovazione nello stesso scambio di conoscenze. La collaborazione pu essere preziosa per favorire i collegamenti settoriali e le comunit di apprendimento mostrano potenziale innovativo. Ugualmente importante, un bisogno vitale di innovazione nel disegnare e realizzare politiche per rendere possibile una trasformazione costi-efficace dellagricoltura e delle aree rurali. La proposta Pac 2014-2020 porta un contributo positivo per meglio promuovere linnovazione attraverso il Secondo Pilastro, ma c spazio di miglioramento. I modelli di innovazione delle politiche adattati dallesperienza delle organizzazioni commerciali sono suggeriti come meritevoli di ulteriore ricerca.

Politiche agricole per la riduzione dei gas serra in Aragona, Spagna


Mohamed Taher Kahil1, Jos Albiac1 1 Agrifood Research and Technology Center Il cambiamento climatico una seria minaccia per la societ. Lagricoltura una fonte di gas serra, tuttavia offre diverse alternative per fronteggiare il cambiamento climatico. Lespansione dellagricoltura intensiva nel mondo negli ultimi decenni ha occasionato danni ambientali significativi a causa delle emissioni inquinanti. La distribuzione spaziale delle emissioni importante per la predisposizione di misure di riduzione. Questo studio realizza una valutazione delle emissioni in una zona ad agricoltura intensiva in Aragona (Spagna) e sviluppa un modello di ottimizzazione economica per analizzare diverse misure di mitigazione dei gas serra. I risultati indicano che gestione adeguata del letame, limitazioni alle emissioni e restrizioni sulle produzioni animali rappresentano misure appropriate per abbattere linquinamento. Alcuni strumenti economici, come lapplicazione dimposte sui fattori produttivi e sulle emissioni, possono essere solo misure secondarie nella soluzione dei problemi dinquinamento. Adeguate politiche per labbattimento degli inquinanti dovrebbero basarsi su strumenti istituzionali adatti alle condizioni locali e dovrebbero prevedere la partecipazione degli stakeholders.

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Esplorazione delle caratteristiche di innovazione di alleanze delle Pmi olandesi nel settore delle Biotecnologie e le loro implicazioni politiche
Philipp J.P. Garbade1, S.W.F. (Onno) Omta2, Frances T.J.M. Fortuin1 1 Food Valley Organization, Postbus 294, 6700 AG Wageningen, Paesi Bassi 2 Wageningen University, P.O. Box 8130, 6700 EW Wageningen, Paesi Bassi I policy-makers stanno acquisendo sempre pi consapevolezza del fatto che Piccole-Medie Imprese (Pmi) con unintensa attivit di R & S rivestono un ruolo fondamentale nel promuovere una crescita economica sostenibile attraverso il mantenimento di un alto tasso di innovazione. Per compensare la loro vulnerabilit finanziaria, queste Pmi svolgono sempre pi innovazione allinterno di alleanze. Questo lavoro ha lobiettivo di esplorare limpatto di differenti caratteristiche delle alleanze sulle prestazioni delle Pmi olandesi operanti nel settore delle biotecnologie. Il modello concettuale stato testato utilizzando un campione di 18 piccole e medie imprese biotech che hanno riportato circa 40 alleanze. I principali risultati indicano che la performance dellalleanza positivamente relazionata al livello di complementarit, alla distanza cognitiva e alla conoscenza tacita trasferita attraverso gli scambi di risorse umane. Si raccomanda alle istituzioni di sostenere le alleanze finalizzate allinnovazione, fornendo le infrastrutture che permettano a tali alleanze di crescere, ad esempio stimolando la creazione di cluster che possano funzionare come broker di innovazione. Tali cluster possono favorire la creazione di network, larticolazione della domanda, linternazionalizzazione e il supporto dei processi di innovazione per le aziende associate e possono agire come intermediari tra i partner dell'alleanza. Come parte di attivit di sostegno ai processi di innovazione, essi possono organizzare laboratori speciali per le Pmi biotech su come comportarsi con successo allinterno di unalleanza per linnovazione.

[ segue da pagina 63]

Risultati
I principali risultati sono riportati nella tabella 1.
Tabella 1 - Effetti sulladozione di mungitori automatici con diversi livello di cofinanziamento degli investimenti allinterno della misura 121 Convenienza alladozione in assenza misura 121 0 Bassa 0 0 Alta Bassa 0 Bassa 0 0 Bassa 0 Cofinanziamento misura 121 25% 0 + 0 + = 0 + 0 0 + 0 50% 0 + 0 + = 0 + 0 0 + 0 75% +/ + + + + / + + + + +

cofinanziamento determina una maggiore probabilit di adozione nel periodo. In alcuni casi, in particolare nel cluster 2 e per aumenti pi rilevanti di cofinanziamento da parte della misura 121, si assiste anche allaumento della probabilit di anticipare linvestimento.

Discussione
Tecnologie labour saving, quali gli Ams, sono tra le innovazione principali delle aziende lattiere, promosse dalla sempre maggiore necessit di flessibilit del lavoro e di riduzione dei costi. I risultati di questo studio mostrano che ladozione degli Ams fortemente influenzata dallincertezza circa le future condizioni di mercato e di policy, e che leffetto di tali incertezze primariamente quello di posporre ladozione. I risultati evidenziano inoltre che la disponibilit e la qualit dellinformazione hanno un ruolo centrale nel processo di adozione dellinnovazione, specialmente quando questa irreversibile e presenta degli effetti di lock-in. I risultati confermano quelli di Was et al. (2011), in cui lincertezza circa il prezzo del latte, confrontata ad altre forme di incertezza (pagamento unico, costo del lavoro), risultava in un pi alto valori di opzione e quindi minore adozione nel primo periodo. Come precedentemente evidenziato dalla letteratura, ci sono forti interconnessioni tra cambiamenti nelle politiche agricole e comportamento da parte degli agricoltori (Viaggi et al., 2013). I risultati del lavoro confermano questa evidenza e sottolineano come la politica abbia un effetto sul grado di adozione di nuove tecnologie. Peraltro gli effetti delle politiche sono multipli influenzando linnovazione sia direttamente, sia attraverso la redditivit generale dellazienda, sia attraverso la produttivit di altri fattori, sia, infine, influenzando la liquidit aziendale (Bartolini, Viaggi, 2013). I risultati dimostrano la capacit dei co-finanziamenti agli investimenti di influenzare sia il grado di adozione, sia la sua tempistica, particolarmente nelle aziende grandi. I risultati mostrano inoltre gli effetti positivi del pagamento unico sulla redditivit degli Ams e sulla loro adozione, soprattutto apportando liquidit e riducendo lesposizione al rischio. Essi sottolineano anche la necessit di rinforzare (o costruire) collegamenti tra le misure di sostegno agli investimenti e le misure rivolte alla riduzione dellincertezza (es. assicurazioni). Tali misure sono adatte a prevenire una eccessiva esposizione per le aziende con la pi forte intenzione di investire e ad incoraggiare un pi tempestiva reazione degli agricoltori alle

Cluster

Incertezza

Costo del lavoro Cluster 1 Prezzo latte Pagamento unico aziendale Costo del lavoro Custer 2 Prezzo latte Pagamento unico aziendale Costo del lavoro Cluster 3 Prezzo latte Pagamento unico aziendale Costo del lavoro Cluster 4 Prezzo latte Pagamento unico aziendale

Legenda: 0 non convenienza alladozione; = nessun cambiamento; + aumento della probabilit di osservare ladozione nel medesimo periodo; aumento della probabilit di osservare un anticipo delladozione nel primo periodo

Il cluster 2 quello che dimostra il maggiore interesse alladozione degli Ams anche in assenza di pagamenti. Ladozione in assenza della misura 121 non mai conveniente in presenza di incertezza sul costo del lavoro e, a parte il cluster 2, nemmeno in presenza di incertezza sul pagamento unico aziendale. La convenienza invece bassa nella maggior parte dei casi e alta nel caso del cluster 2 in presenza di incertezza sul prezzo del latte. Allaumentare della percentuale di cofinanziamento della misura 121 aumenta la probabilit di adozione, ma con effetti differenziati sia tra i cluster sia tra le fonti di incertezza. Nella maggior parte dei casi, laumento del

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opportunit di finanziamento. Nellinsieme questo suggerisce la necessit di un pi coerente framework di policy in cui, al di l dellabolizione delle quote latte, misure di sostegno allinvestimento/innovazione sono necessarie per aumentare la competitivit delle aziende e garantirne la continuit. In particolare, labolizione delle quote latte potrebbe aumentare le fluttuazioni del prezzo del latte, riducendo la propensione allinvestimento in Ams.

"Tra crisi e sviluppo: quale ruolo per la Bio-economia?"


Tutti i file del 2 Convegno Aieaa di Parma (giugno 2013)
Paolo Sckokai, Marco Zuppiroli Il 6-7 giugno 2013, a Parma, lAssociazione Italiana di Economia Agraria ed Applicata (Aieaa) ha tenuto la sua seconda Conferenza annuale sul tema Tra crisi e sviluppo: quale ruolo per la Bio-economia?. La conferenza iniziata con una sessione di pre-conferenza sul tema Sicurezza alimentare e qualit per la salute umana e la sostenibilit, organizzata in collaborazione con Barilla, lazienda produttrice di pasta pi conosciuta al mondo e con sede a Parma, con lassociazione degli Economisti Agrari francese Sfer (La Socit franaise d'conomie rurale) e con a partecipazione dell'ex-presidente dell'Aes (The Agricultural Economics Society) Bruce Traill. Le due sessioni plenarie hanno definito il tema della conferenza. La prima sessione ha affrontato la prospettiva internazionale, con un focus particolare sui paesi in via di sviluppo, e i relatori invitati a parlare del tema sono stati Alexandros Sarris (Universit di Atene) e Karen Macours (Paris School of Economics). La seconda sessione ha affrontato la dimensione europea e italiana, con i relatori Emanuele Baldacci (Istat) e Federico Perali (Universit di Verona). La conferenza ha poi ospitato 13 sessioni per i contributi orali in cui sono stati presentati 47 paper e 5 sessioni organizzate, in cui sono stati presentati 25 lavori aggiuntivi, insieme ad una sessione poster con 9 contributi. Tutti i lavori presentati al convegno sono disponibili in AgeconSearch al seguente link: http://ageconsearch.umn.edu/handle/149623. Le presentazioni previste nella conferenza sono disponibili al seguente link http://www.agriregionieuropa.univpm.it/eventi.php? id=559.

Note
1 Cap-ire lacronimo di un Progetto finanziato nellambito del 7th Framework Program, intitolato Assessing the Multiple Impacts of the Common Agricultural Policies on Rural Economies. Maggiori informazioni sono disponibili sul sito: http:// www.cap-ire.eu/default.aspx.

Riferimenti bibliografici
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I principali indirizzi per la valutazione dei Psr nel periodo 2014-20


Istituto Nazionale Economia Agraria Roberto Cagliero, Simona Cristiano

Introduzione
La politica di sviluppo rurale rappresenta un ambito di forte interesse nel campo della valutazione degli interventi pubblici. Essa infatti caratterizzata da un marcato indirizzo multidisciplinare e da un sempre maggiore orientamento allanalisi delle diverse dinamiche socio-economiche e ambientali di sviluppo locale delle aree rurali, alle loro interconnessioni e alla loro tran-settorialit. Aspetti che richiedono competenze e capacit che vanno oltre la classica valutazione di programma (Cristiano et al., 2013), per spaziare nella valutazione degli strumenti di intervento politico (Leader, progettazione integrata), nella ricerca sociale, nellanalisi delle performance. Inoltre, lattenzione crescente verso lassessment nello sviluppo rurale stata stimolata dalla significativa evoluzione nella sua governance a vari livelli (comunitario, nazionale e regionale) che, essendo sempre pi attenta alla definizione di una domanda valutativa specifica, alla qualit dei servizi richiesti, allutilizzabilit e alluso dei risultati, ha portato a una maggiore consapevolezza e professionalizzazione di tutti gli attori. Infine, un ulteriore aspetto rilevante stato lo sviluppo di reti, formali e informali, e di azioni di formazione e informazione tra i diversi soggetti coinvolti nei processi valutativi, siano essi utilizzatori o potenziali fornitori dei servizi valutativi. Un processo evolutivo che ha caratterizzato certamente anche lItalia, dove numerosi attori interagiscono fortemente, nel rispetto dell'indipendenza e superando la visione di un servizio legato principalmente alla consegna del Rapporto di valutazione (Ascani et al., 2013). Questo quadro viene oggi rilanciato dalle proposte di riforma delle politiche di coesione e della Politica Agricola Comune (Pac) per il 2014-20201. Tali proposte confermano sostanzialmente limportanza della valutazione come strumento per migliorare i programmi, ma anche per promuovere un apprendimento condiviso sulle politiche comunitarie, e propongono alcune novit, soprattutto in unottica pi rivolta al territorio e alluso concreto dei risultati valutativi. Tuttavia, come spesso accade, non sempre le enunciazioni teoriche trovano, o possono trovare, unimmediata applicazione e, accanto alle opportunit, si devono evidenziare marcati aspetti di criticit delle proposte. Inoltre, tale nuovo approccio deve trovare una adeguata collocazione, e utilit, allinterno dellintero processo che porta alla definizione dei Programmi, con una lettura attenta e orientata soprattutto in termini ex ante. Probabilmente nel nuovo approccio alla impostazione generale della valutazione, ovvero il passaggio da un processo in itinere (on going) a quello durante il programma (during the programme), che si pu evidenziare il cambiamento pi marcato rispetto al precedente periodo. Lobiettivo del presente contributo , dunque, quello di offrire una prima ricognizione sulle caratteristiche del nuovo processo di valutazione e sulle novit che presenta, con particolare riguardo proprio al cosiddetto during the programme.

un consistente processo di definizione e sistematizzazione, e anche di standardizzazione dei sistemi di monitoraggio e valutazione. Durante lattuale periodo di programmazione, il Regolamento (CE) n.1698/05 e il Quadro Comune di Monitoraggio e Valutazione hanno proposto un complesso sistema, basato su principi comuni ai diversi Stati Membri, in grado, in teoria, di soddisfare i fabbisogni conoscitivi in merito agli effetti della politica di sviluppo rurale (Monteleone, 2006) e che ha sicuramente rappresentato un importante quadro di riferimento per lattuazione delle pratiche valutative. Le proposte dei nuovi regolamenti per il periodo 2014-2020 sembrerebbero dare continuit a questo processo e, nel quadro del cosiddetto regolamento ombrello che definisce un approccio comune a tutti i fondi del Quadro Strategico Comune (Qsc) (Figura 1), viene rafforzata la funzione della valutazione nel dare fondatezza alle scelte di politica (evidence-based), attraverso la produzione sistematica di una conoscenza olistica dello sviluppo dei territori, alle stime sui cambiamenti attesi (target) nella loro attuazione e alle conseguenti scelte di programmazione (result-oriented) (Ministro per la Coesione territoriale, 2012). Un rafforzamento che amplia le dimensioni stesse della valutazione di programma, riconducendola alla strategia comunitaria di Europa 2020, le cui priorit (crescita intelligente, sostenibile e inclusiva) vengono declinate in 11 obiettivi tematici, articolati a loro volta, nelle priorit specifiche di ciascuna politica comunitaria (agricola comune, pesca, coesione). Queste ultime, pertanto, non esprimono una logica di programma fine a se stessa e vengono condivise con le altre politiche ai diversi livelli di programmazione, attraverso il quadro strategico comunitario, gli Accordi nazionali di Partenariato (AP) e i programmi operativi e di sviluppo rurale finanziati da Feasr, Feamp, Fse e Fesr. Nella politica di sviluppo rurale, dunque, le 6 priorit e le 18 focus area in cui esse sono articolate, concorrono al conseguimento degli obiettivi tematici comuni, in una logica di contribuzione, attraverso la realizzazione di risultati specifici misurabili attraverso i relativi indicatori target - definiti al livello di focus area. Un quadro comune in cui lAP svolge unimportante funzione di indirizzo della programmazione, soprattutto negli Stati membri regionalizzati (Mantino, 2013), e rappresenta senzaltro il momento di massima concertazione unitaria, multilivello e trasversale, tra il partenariato istituzionale (Amministrazioni nazionali, regionali e locali) e quello socio-economico, da cui derivano appunto la definizione dei risultati attesi a livello nazionale per lo sviluppo dei territori e dei relativi indicatori target che ne misureranno leffettivo raggiungimento. In questo contesto, lintroduzione del concetto dei target rappresenta una innovazione strategica nei processi di definizione degli interventi di politica, il cui fondamento sono i cambiamenti cui si ambisce nella qualit della vita delle persone e nei progressi delle imprese. Questo approccio implica lineluttabilit dellattuazione di processi di coinvolgimento reale dei territori, di concertazione tra politiche che agiscono sullo sviluppo locale, della crescita di aspettative delle popolazioni e, dunque, della definizione di risultati attesi osservabili e misurabili. Questo ultimo aspetto implica, peraltro, la ricerca di metodi adeguati per la loro stima ma anche per la loro misurazione, attraverso, appunto un set di indicatori target che sono in corso di definizione e condivisione nel Contratto di Partenariato.
Figura 1 - Il quadro regolamentare dei sistemi di monitoraggio e valutazione 20142020

La lettura delle proposte regolamentari


La valutazione dello sviluppo rurale ha conosciuto nel corso dei diversi periodi di programmazione, sin dalla Riforma del 1988,
Fonte: Cagliero e Cristiano, 2013

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In questottica, nellambito della politica di sviluppo rurale, sembra poter essere letta la revisione della funzione della valutazione ex ante verso il pi appropriato supporto strategico allo sviluppo dellelaborazione del Programma di sviluppo rurale (Psr). Per essa si propone, infatti, uninterazione continua del valutatore con lAutorit di Gestione (AdG), per la validazione dei processi di individuazione e coinvolgimento dei portatori dinteresse (stakeholder) nello sviluppo locale, per lanalisi dei fabbisogni dintervento e di diagnosi territoriale (Swot analisys), per la verifica della validit delle stime sui risultati attesi (target) e della consistenza e coerenza dei Programmi rispetto ad essi; nonch della reale capacit amministrativa (condizionalit) di realizzarli (Cagliero e De Matthaeis, 2012). Analogamente, lintroduzione degli obblighi a carico dei beneficiari degli interventi di sviluppo rurale di fornire informazioni alle AdG e ai valutatori e dei Gruppi di Azione Locale (Gal), di realizzare attivit di valutazione, sembra poter essere letta nellottica di un rafforzamento della funzione di analisi territoriale della valutazione, cui sottende la responsabilizzazione dei diversi livelli di attuazione delle politiche. Come dire che la buona realizzazione dei programmi implica il contributo di tutti gli attori dello sviluppo e che ciascuno, per le proprie competenze, deve partecipare attivamente a un processo cognitivo sistematico e ampio sullo sviluppo dei territori, che rifletta il sistema dei valori, le percezioni e le aspettative delle popolazioni cui essi sono rivolti. Lintroduzione della valutazione during the programme, di fatto, d continuit al concetto della valutazione on going gi diffuso nellattuale periodo di programmazione, e sembra devolvere alle Autorit di Gestione una maggiore autonomia di scelta sulle attivit valutative da intraprendere, attraverso la maggiore flessibilit legata alleliminazione dellobbligo relativo alla valutazione intermedia e allintroduzione dellobbligo della presentazione, allinterno del Programma, di un Piano di Valutazione (PdV) alla Commissione (Cagliero e Cristiano, 2013). Leliminazione della valutazione intermedia di programma2 viene senzaltro incontro alle richieste avanzate dagli Stati Membri ed sostituita dallobbligo di valutare, almeno una volta nel corso del periodo di programmazione, in che modo il sostegno dei Fondi abbia contribuito al conseguimento degli obiettivi di ciascuna priorit dellUnione. Inoltre, per i programmi di sviluppo rurale, a ciascuna delle 6 priorit sar correlato un set minimo di quesiti valutativi comuni agli Stati Membri. LAdG del Psr potr, dunque, con limpostazione during the programme: costruire percorsi pi appropriati alle proprie esigenze di conoscenza sulla politica, sul programma, sulle performance dei suoi diversi livelli di governo e sulle modalit con cui si scelto di implementarlo; identificare lapproccio, i metodi e gli strumenti pi adatti a tale percorso; definire in autonomia temi e tempi della valutazione (Figura 2). Appare evidente come questo approccio permetta una maggiore relazione tra valutazione e programma, sia nei tempi che nei contenuti, rispetto allon going che poneva troppa enfasi, e risorse, a momenti stabiliti a priori come la valutazione intermedia e quella ex post, che spesso sono risultate inadeguate a fornire strumenti validi al processo di revisione dei Psr o di riprogrammazione.
Figura 2 - Una proposta di ciclo di valutazione during the programme dei Programmi di Sviluppo Rurale

In questo contesto, la redazione del Piano di Valutazione, pur vincolato dai requisiti minimi di redazione (European Commission, 2013) finalizzatati ad assicurare leffettiva realizzazione di specifiche attivit valutative, diviene un utile strumento di organizzazione e di sistematizzazione con riferimento ad aspetti legati alla governance della valutazione during the programme, quali: il coordinamento con le altre politiche; il supporto dei Gal nella conduzione delle attivit di valutazione e la correlazione tra queste e quelle condotte a livello di Psr; la gestione dei dati e delle informazioni; la comunicazione; i tempi e le modalit di affidamento delle valutazioni. Il PdV potr, inoltre, prevedere la migliore relazione tra le attivit valutative e quelle sottese alle attivit di monitoraggio strategico del Psr previste per i Rapporti annuali del 2017 e del 2019. Nel quadro di questa riforma della valutazione dello sviluppo rurale, due sono tuttavia gli elementi che confermano le aspettative della Commissione circa livello minimo di contabilit dei risultati e degli impatti della Politica e del suo effettivo contributo alla strategia comunitaria: la permanenza dellobbligo relativo alla valutazione ex post a livello di Programma, lintroduzione di un sistema di indicatori comuni anche per il primo pilastro comuni con il secondo a livello di impatto - e lampliamento delle tipologie di indicatori (di contesto, output, risultato e target, impatto). Al riguardo, per quanto possa essere poco condivisibile la scelta di un numero considerato elevato gi nellattuale periodo di programmazione, si deve riconoscere che limplementazione del sistema di indicatori comuni ha consentito, nel corso delle programmazioni, il consolidamento di metodologie e strumenti di raccolta ed elaborazione che hanno via via supportato le scelte di politica e lanalisi dei risultati. Viene infatti riproposto un sistema di indicatori comuni alla Pac da utilizzare per la misurazione dei progressi, dellefficienza e dellefficacia dei Psr, anche in relazione alla strategia generale comunitaria. In questo contesto, lobbligo della presentazione di uno specifico Piano degli indicatori, come parte integrante del Programma, riflette lesigenza di predefinire i valori comuni, e aggregabili a livello europeo, di performance attese e proporre un set di indicatori specifici di programma. Al riguardo, il sistema degli indicatori definito da: indicatori di contesto (45), fondati sui dati statistici relativi alla situazione socio-economica (12), di settore (18) e ambientale (15) dei territori di riferimento e quantificati in sede ex ante; indicatori di output (28), legati alle realizzazioni fisiche e finanziarie dirette degli interventi; indicatori di risultato e target (16), tesi a misurare gli effetti diretti e immediati a livello di priorit e di focus area del secondo pilastro; indicatori di impatto (16), legati agli obiettivi generali della Pac (quindi comuni al primo pilastro) che misurano i benefici derivanti dal Programma, oltre gli effetti immediati, anche in relazione agli indicatori di contesto. Infine, nel quadro del Qsc, vengono introdotte le cosiddette tappe fondamentali (milestones) tese a misurare la capacit di esecuzione dei Programmi (Figura 3).
Figura 3 - Tipi e livelli di indicatori per la programmazione dello sviluppo rurale 2014-2020

Fonte: Bolli et al., 2011, rivisto

Fonte: Eenrd, 2012 draft

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Alcune riflessioni sulle opportunit e criticit della valutazione during the programme
Linterpretazione della valutazione mutata nel corso dei diversi periodi di programmazione dello sviluppo rurale e si osservato un percorso di sempre maggiore attenzione verso luso dei risultati e lintegrazione degli interventi, spostando via e via il centro dei processi di valutazione dal programma al territorio (Cagliero e Cristiano, 2013). Se, dal punto di visto teorico, questo percorso porta a uno scenario di opportunit, sul piano operativo le esperienze condotte nel corso degli anni hanno fatto riscontrare diverse criticit e ambiguit, molte delle quali permangono anche nellottica della futura programmazione. Si deve osservare che oggi non sono ancora disponibili gli atti delegati n il prossimo Quadro Comune di Monitoraggio e Valutazione e che, quindi, diverse questioni operative non possono avere risposta, considerando anche che le indicazioni e le linee guida attualmente disponibili non sembrano essere in grado di offrire molti chiarimenti. Lo scenario che ne risulta complesso sul quadro teorico e potr essere decisamente complicato sotto il profilo della gestione e del governo, laddove non si trovino soluzioni organizzative e procedurali comuni e condivisibili ai diversi attori e livelli delle politiche comunitarie. Si tratta di uno scenario in cui, evidentemente, potrebbe emergere una certa confusione sulla definizione del percorso di valutazione during the programme, conseguente alla sopravvenuta decadenza di un ciclo preordinato delle valutazioni da realizzare e alla concomitante sopravvenienza della moltiplicazione degli adempimenti di monitoraggio e valutazione legati allattuazione della programmazione nazionale (Qcs, contratto di partenariato) e dellapproccio unitario, comune ai diversi fondi, e dellanalisi territoriale. In questo senso, il PdV sembra uno strumento strategico verso unefficace assunzione dellautonomia concessa dalla Commissione in materia di valutazione per razionalizzare e porre in sequenza logica e utile i contenuti dellintero sistema di valutazione, in relazione alle specifiche esigenze e alle attivit di monitoraggio. A questo riguardo, la portata della valutazione during the programme potrebbe rivelarsi fondamentale per la buona definizione e attuazione di una politica di sviluppo rurale di tipo evidence-based, se correttamente applicata ai diversi livelli di Programma. Infatti, un adeguato governo dellintero processo valutativo, con una concreta attenzione ai tempi di effettiva attuazione della programmazione, renderebbe i risultati delle diverse fasi valutative utilizzabili per migliorarne limplementazione, ad esempio in termini di meccanismi di azione (delivery) o di selezione. La valutazione during the programme propone sfide molto interessanti anche ai valutatori, che tuttavia, almeno in Italia, potranno capitalizzare le gi interessanti esperienze condotte nella valutazione on going. Ad esempio, la territorializzazione delle politiche o anche la molteplicit degli attori coinvolti nelle pratiche valutative propongono alcune riflessioni sulla ricerca e limpiego di metodi e strumenti innovativi per lanalisi dei partenariati, delle performance delle forme di governance dello sviluppo settoriale e locale, sulla contribuzione dei diversi fondi alle trasformazioni osservate nelle aree, sulle modalit per coinvolgere attivamente tutti i soggetti potenzialmente interessati alla valutazione e sulla scelta di quale portata questo processo aperto dovrebbe avere (Cristiano et al., 2013; Cagliero e Matassi, 2011). La rigidit della regolamentazione Feasr in materia di indicatori rappresenta, invece, un elemento di criticit per la valutazione dello sviluppo rurale, fondata sullattribuzione agli indicatori di una funzione di obiettivi della valutazione, anzich di strumenti. Unimpostazione che continua a lasciare inattese le aspettative avanzate dagli Stati membri in termini di semplificazione e flessibilit, opportune soprattutto nei casi di regionalizzazione dello sviluppo rurale, continuando ad aggravare in maniera significativa i carichi di lavoro delle Autorit di Gestione e dei

valutatori dei Psr. D'altronde, la centralit e la durata del processo di definizione del sistema degli indicatori della Pac sui diversi tavoli comunitari (Evaluation Expert Committee e Experts Group for the Evaluation of the Cap, oltre che workshop ad hoc realizzati presso gli Stati membri) dimostrano come esso sia divenuto ormai il punto centrale della lettura comunitaria delle attivit di valutazione dello sviluppo rurale. Nel pi ampio contesto delle politiche comunitarie 2014-2020, tale impostazione rischia inoltre di porre dei limiti allopportunit di condurre analisi territoriali lontane dalla logica di programma e pi appropriate allattuazione di politiche che riflettano lo stato dei bisogni e i cambiamenti attesi nelle diverse aree rurali, anche al di l dei fondi su esse impiegate. La proposta per il Feasr, in sintesi, pone ancora troppo al centro la necessit di quantificare e aggregare i dati a livello dellUnione, pi che mirare al loro concreto utilizzo e lascia aperte questioni importanti anche in merito al ruolo che si intende affidare agli indicatori nella valutazione dello sviluppo rurale (Ricciardulli e Tenna, 2010). La stessa introduzione del concetto di target stata tradotta nello sviluppo rurale nella mera identificazione di una numerosit di indicatori tesi a guidare la scelta stessa dei risultati attesi, piuttosto che il contrario, e non sempre riconducibili agli 11 obiettivi comuni alle politiche comunitarie. Infine, rimangono aperte alcune questioni sulle quali i regolamenti hanno posto scarsa attenzione che, tuttavia, potrebbero essere recuperate in sede di stesura degli atti implementativi, quali la previsione di adeguati sistemi di governance della valutazione dei Psr e il contributo delle reti nazionali ed europee alla gestione dei processi di disseminazione e condivisione delle pratiche valutative, la cui innovazione dovrebbe necessariamente caratterizzare la valutazione during the programme.

Note
Com(2011) 627 definitivo e Com(2011) 615 definitivo. Diversamente, la proposta da parte di molti Stati membri di rendere la valutazione ex post unattivit da condurre solo a livello comunitario non sembra avere avuto seguito.
2 1

Riferimenti bibliografici
Ascani M., Cristiano S. (a cura), De Matthaeis S., Gregori F.,
Varia F. (in pubblicazione 2013), I Valutatori dei Psr 20072013: Analisi dei modelli organizzativi e delle competenze, Rete Rurale Nazionale, Roma Bolli M., Cagliero R., Cristiano S., Monteleone A. (2011), Il futuro dei sistemi di monitoraggio e valutazione delle politiche di sviluppo rurale: alcune riflessioni, Rete Rurale Nazionale, Roma Cagliero R., Cristiano S. (a cura), (2013), Valutare i programmi di sviluppo rurale: approcci, metodi ed esperienze, Inea, Roma Cagliero R., De Matthaeis S. (2012), Note di sintesi sulle Linee Guida per la valutazione ex ante nel prossimo periodo di programmazione 2014-2020, Rete Rurale Nazionale, Roma Cagliero R., Matassi E. (2011), Orientare la valutazione dello sviluppo rurale verso gli stakeholder, Rete Rurale Nazionale, Roma Cristiano S., Fucilli V., Monteleone A. (in pubblicazione 2013), La valutazione della Politica di Sviluppo Rurale, in Riv Rassegna Italiana di Valutazione Eenrd (2012draft), Getting the most from your Rdp: Guidelines for the ex ante evaluation of 2014-2020 Rdps, Brussels European Commission (2013), Draft proposal for minimum

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requirements for the Evaluation Plan to be included in 20142020 Rdps, Brussels (ZP D(2013) 130418) Mantino F. (2013), La programmazione dello sviluppo rurale 2014-2020: il position paper e laccordo di partenariato, in Agriregionieuropa Anno 9, n 32 Ministro per la Coesione Territoriale (2012), Metodi e obiettivi per un uso efficace dei Fondi comunitari 2014-2020, Roma Monteleone A. (2006), Quale il futuro della politica di sviluppo rurale?, in Pagri Politica Agricola Internazionale, pp. 63-81, N. 1 Ricciardulli N., Tenna F. (2010), Lapplicazione delle metodologie proposte dal manuale del Quadro Comune di Monitoraggio e Valutazione (Qcmv) alla Valutazione dei Programmi di Sviluppo Rurale 2007-2013: limiti attuali e spunti di riflessione per il futuro, in Riv Rassegna Italiana di Valutazione n. 48/2010

Le aree agricole ad alto valore naturale in Italia: una stima a livello regionale
Istituto Nazionale Economia Agraria Antonella Trisorio, Flora De Natale, Giuseppe Pignatti

Introduzione
I sistemi agricoli a bassa intensit, per gran parte testimonianza di un uso tradizionale del territorio, hanno unimportanza fondamentale per la conservazione della biodiversit fornendo habitat a numerose specie animali e vegetali. Questo avviene in particolare in Europa, dove si sviluppato il concetto di agricoltura ad alto valore naturale (Baldock et al., 1993), proprio per indicare un tipo di agricoltura, risultante dalla combinazione tra luso del suolo e determinati sistemi agricoli, che per le sue caratteristiche rappresenta una risorsa di biodiversit. Si tratta, in particolare, di unagricoltura a bassa intensit compatibile con unelevata presenza di vegetazione semi-naturale o di unagricoltura che conferisce al paesaggio un aspetto a mosaico definito da una copertura del suolo diversificata e ricca di elementi semi-naturali e manufatti. In Italia questi sistemi agricoli possono essere associati, principalmente, ai pascoli seminaturali, ai prati permanenti, ai frutteti tradizionali e ai seminativi estensivi (Trisorio et al., 2012). La conservazione dellagricoltura ad alto valore naturale (Avn) rientra tra gli obiettivi strategici della politica europea sia agricola sia ambientale ed in particolare rappresenta una delle priorit assegnate alla Politica di sviluppo rurale; inoltre, a livello nazionale stata inclusa tra gli obiettivi specifici della Strategia Nazionale per la Biodiversit1. Gli Stati membri, al fine di adempiere a quanto prescritto in merito al monitoraggio e alla valutazione dei Programmi di sviluppo di rurale, hanno dovuto procedere allindividuazione delle aree agricole Avn definite come aree in cui lagricoltura rappresenta luso del suolo principale (normalmente quello prevalente) e mantiene o associata alla presenza di unelevata numerosit di specie e di habitat, e/o di particolari specie di interesse comunitario. Queste sono distinte in tre tipi: 1) aree con un'elevata proporzione di vegetazione semi-naturale (es. pascoli naturali); 2) aree con presenza di mosaico composto da agricoltura a bassa intensit ed elementi naturali e strutturali (es. bordi dei campi, muretti a secco, nuclei di bosco o boscaglia,

filari, piccoli corsi d'acqua, ecc.); 3) aree agricole che mantengono specie rare o un'elevata proporzione di popolazioni di specie di interesse conservazionistico a livello europeo, nazionale o regionale (Andersen et al., 2003; Paracchini et al., 2008). A tal fine sono stati definiti alcuni indicatori comuni (Beaufoy et al., 2008; Lukesch e Schuh, 2010) e tre approcci principali per il loro calcolo, sostanzialmente legati al tipo di informazioni utilizzate (copertura del suolo, sistemi agricoli e specie di interesse per la conservazione). Dopo un primo lavoro pubblicato gi negli anni novanta (Beaufoy et al., 1994), gli studi sulla caratterizzazione e sulla stima della superficie agricola Avn si sono intensificati per rispondere alle esigenze di monitoraggio e valutazione delle politiche agroambientali. Tra questi, i primi sono stati realizzati a livello europeo (Andersen et al., 2003; European Environment Agency, 2004; European Environment Agency, 2005a; Paracchini et al., 2006; Cooper et al., 2007), successivamente, e in modo crescente, si sono sviluppati anche a livello nazionale (es. Pointereau et al., 2007). Nonostante il continuo affinamento delle metodologie di stima e di analisi il quadro generale attualmente disponibile risulta piuttosto eterogeneo (Peppiette, 2011). Ci da attribuirsi alle molteplici scelte metodologiche legate allestrema variabilit nella disponibilit di dati e nei caratteri dei territori oggetto di indagine. Una prima stima delle aree Avn in Italia, basata sugli approcci di copertura del suolo e dei sistemi agricoli, si trova in Andersen et al. (2003); stime successive (Paracchini et al., 2006; Paracchini et al., 2008) sono state basate sui dati di copertura del suolo di Corine Land Cover (Clc) integrati con varie altre fonti di dati a diversa scala, fra le quali un ruolo di rilievo hanno avuto le mappe dei siti importanti per la biodiversit (Natura2000, Important Bird Areas, Prime Butterfly Areas). Nel lavoro di Trisorio (2006) e Povellato e Trisorio (2007) sono stati invece combinati dati Clc con dati sulla ricchezza di specie di vertebrati. Questi lavori sono stati di riferimento per le stime realizzate dalle Autorit di Gestione, nellambito dei Programmi di sviluppo rurale, per implementare gli indicatori relativi alle aree agricole Avn previsti dal Quadro comune di monitoraggio e valutazione. Tuttavia, le stime regionali non consentono di definire un quadro nazionale omogeneo poich non sono comparabili tra loro essendo basate su metodi diversi. Al fine di pervenire ad un quadro uniforme a livello nazionale basato su un metodo coerente con quanto delineato a livello comunitario (Lukesch e Schuh, 2010), la Rete Rurale Nazionale ha attivato una linea di ricerca finalizzata allanalisi dellagricoltura Avn. In questo ambito stata elaborata una prima mappa, con dettaglio provinciale, basata sullapproccio dei sistemi agricoli, utilizzando i dati dellIndagine Istat sulle strutture agricole (Trisorio et al., 2012). Anche il presente lavoro segue un metodo uniforme a livello nazionale, ma si differenzia dal precedente perch segue lapproccio della copertura del suolo e prevede lintegrazione di dati campionari di uso del suolo con dati di tipo naturalistico. Lobiettivo dellanalisi duplice: a) fornire un quadro orientativo, a livello nazionale e regionale, della distribuzione e dellestensione delle aree potenzialmente Avn, distinte per tipi; b) proporre un metodo per classificare le aree selezionate secondo diversi livelli di valore naturale.

Materiali e metodi
Lanalisi stata basata su diverse fonti di dati territoriali disponibili su scala nazionale: il database Agrit 2010 del Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali che riporta, per celle quadrate di lato pari a 10 km di un reticolo nazionale, le stime delle coperture percentuali della Sau (Superficie agricola utilizzata) e di alcuni usi del suolo (box 1);

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la mappa vettoriale di Clc riferita allanno 2000 (European Environment Agency 2005b) dalla quale stato derivato lo sviluppo lineare dei margini degli ambienti naturali e seminaturali); la Banca dati Natura 2000 del Ministero dellAmbiente per la parte riguardante le informazioni sulla presenza di specie animali e vegetali di interesse conservazionistico nei siti Sic e Zps. A partire da questi tre tematismi stato costruito un sistema informativo geografico per sovrapporre le celle Agrit alla mappa Clc e ai punti centroidi dei siti Natura 2000. La valutazione stata riferita allunit minima per la quale si disponeva di dati per tutti e tre gli strati informativi, ossia alla cella Agrit, sulla base della presenza di agricoltura a bassa intensit di gestione e di tre criteri derivati dalla sopra citata tipologia di Andersen et al. (2003): elevata proporzione di vegetazione semi-naturale; presenza di elementi naturali, semi-naturali e strutturali del paesaggio; presenza di specie di interesse per la conservazione della biodiversit a livello europeo. Lanalisi del valore naturale per tutti e tre i criteri ha avuto come tappa preliminare la selezione delle classi di copertura/uso del suolo Agrit a bassa intensit di gestione. Sono state selezionate le seguenti classi di uso del suolo: riso, erba medica, prati avvicendati, terreni a riposo o senza colture in atto, vite, olivo, frutta a guscio, prati permanenti, pascoli, orti e frutteti familiari annessi ad aziende agricole, alberi fuori foresta. Nella selezione sono state considerate esclusivamente le aree attualmente a gestione attiva, compresi i terreni a riposo. Le due classi riferibili alle foraggere permanenti (pascoli e prati permanenti) sono state ritenute le pi idonee a rispondere al primo criterio, mentre gli altri usi del suolo sono stati considerati nellapplicazione del secondo criterio. A livello di ogni cella, la presenza di questi usi ha permesso di stimare una superficie preliminare di aree agricole potenzialmente Avn. Con lobiettivo di distinguere diversi gradi di valore naturale, alle celle interessate dalla presenza degli usi selezionati sono stati attribuiti dei punteggi sulla base dei seguenti caratteri: la copertura percentuale complessiva delle foraggere permanenti (criterio 1), le densit di due elementi strutturali del paesaggio (criterio 2), gli alberi fuori foresta (in termini di copertura percentuale) e i margini degli ambienti naturali e semi-naturali (in termini di densit lineare misurata in m/ha), e il numero di specie di ambienti agricoli minacciate, segnalate per i siti della rete Natura 2000 che ricadono allinterno delle celle (criterio 3). Per ogni carattere stato calcolato un indicatore crescente, legato alla sua distribuzione di frequenza nelle diverse celle. In analogia con quanto proposto da Pointereau (2007), alle unit di analisi sono stati attribuiti dei punteggi per ognuno dei tre criteri, combinando quelli ottenuti per i relativi indicatori. I risultati di queste classificazioni sono stati, infine, combinati in una nuova classificazione di sintesi, attribuendo ad ogni cella la classe pi elevata fra quelle assegnate secondo i singoli criteri.

Tabella 1 - Superficie potenzialmente ad alto valore naturale nelle regioni italiane, distinte per classi di valore naturale Basso 213 7 171 22 110 35 7 166 118 25 68 190 108 9 71 455 89 146 418 96 2.526 Superficie potenzialmente Avn (000ha) Medio Alto Molto alto 158 106 12 19 18 91 136 48 68 98 15 82 64 10 37 9 3 12 18 2 127 121 56 207 104 19 96 46 4 59 57 33 101 47 82 49 52 39 3 80 54 8 73 56 12 75 41 8 108 37 7 139 159 60 86 199 193 1.752 1.458 493 Totale 490 44 447 202 266 84 39 470 448 172 217 338 238 102 214 596 213 298 776 574 6.228

Piemonte Valle d'Aosta Lombardia Trentino-Alto Adige Veneto Friuli-Venezia Giulia Liguria Emilia-Romagna Toscana Umbria Marche Lazio Abruzzo Molise Campania Puglia Basilicata Calabria Sicilia Sardegna Italia

Fonte: nostre elaborazioni su dati Agrit 2010, Clc 2000 e Natura 2000 Figura 1 - Mappe di distribuzione delle aree agricole per classi di valore naturale secondo i criteri 1 (Figura a), 2 (Figura b) e 3 (Figura c) e mappa di sintesi (Figura d) derivata dalla combinazione dei punteggi dei tre criteri

Risultati
Il metodo illustrato in questo lavoro ha fornito un quadro della situazione nazionale, con riferimento sia alla superficie, sia alla distribuzione geografica delle aree agricole potenzialmente Avn. In particolare stato possibile per ciascuna unit di analisi territoriale (cella) produrre una stima sia delle superfici relative ai tre tipi di aree agricole potenzialmente Avn, corrispondenti ai tre criteri applicati, sia della superficie totale di aree agricole potenzialmente Avn, ripartita per classi di valore naturale. I risultati dellanalisi sono stati riportati in termini numerici nella tabella 1 e illustrati da mappe (Figura 1) che hanno la funzione di rappresentare la distribuzione del fenomeno sul territorio.

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presenza di vegetazione semi-naturale, da un uso del suolo estensivo e diversificato e dalla ricchezza di elementi seminaturali, questa assume in ciascun territorio caratteristiche specifiche e peculiari. Le caratteristiche geomorfologiche del territorio italiano rendono infatti particolarmente vario il paesaggio agricolo non solo a livello nazionale ma anche regionale e sub-regionale.
Figura 2 - Percentuale di Sau regionale potenzialmente ad alto valore naturale ripartita per criteri

Fonte: nostre elaborazioni su dati Agrit 2010, Clc 2000 e Natura 2000

Fonte: nostre elaborazioni su dati Agrit 2010, Clc 2000 e Natura 2000 Legenda: 0: assenza aree agricole Avn; B: presenza di aree Avn di valore basso; M= presenza di aree Avn di valore medio; H: presenza di aree Avn di valore alto; HH: presenza di aree Avn di valore molto alto

Spicca, in particolare, la quota molto elevata di Sau ad alto valore naturale in Valle dAosta, Trentino-Alto Adige e Liguria, bench in termini assoluti si tratti di superfici ridotte. Limitando l'osservazione alle due classi di valore naturale pi elevato (alto e molto alto), in generale queste comprendono delle porzioni modeste di Sau, uguali o inferiori al 10%, mentre il fenomeno molto diverso in Sardegna e in alcune delle regioni pi montane, dove incide soprattutto il criterio 1, e laddove, soprattutto al nord, la presenza di specie minacciate (criterio 3) ha pesato di pi nell'individuazione di aree Avn. Gli aspetti del paesaggio (criterio 2) sembrano riferibili soprattutto alle zone collinari della dorsale appenninica, poich incidono maggiormente nellItalia Centrale (Toscana, Marche, Umbria) spingendosi a sud fino al Molise e alla Campania.

I valori pi elevati per il tipo 1, collegati alla presenza di prati e pascoli con maggiore estensione, si riscontrano principalmente nelle parti montane delle Alpi e delle Prealpi, in alcune zone dellAppennino centrale e su alcuni rilievi montuosi meridionali (Gargano, Pollino), della Sardegna (Gallura) e della Sicilia interna; per il tipo 2 i valori pi elevati si registrano nellItalia centrale e in alcune aree prealpine e preappenniniche (ad es., nelle Prealpi venete, in Piemonte meridionale ed in Toscana meridionale); per il tipo 3 questi sono in relazione alla presenza di aree umide (corsi dacqua, zone umide costiere ecc.) e quindi di specie di particolare valore conservazionistico. Oltre ai dati di superficie in valore assoluto, risulta interessante valutare i risultati ottenuti in termini relativi, rispetto alla Sau in ogni regione. A livello nazionale pi di met della Sau (51%) potenzialmente ad alto valore naturale, e il 16% ricade nelle classi di valore pi elevato (H e HH); a livello regionale la situazione si presenta molto diversificata, con percentuali di Sau ad alto valore naturale comprese fra un minimo del 32% (Veneto) e un massimo del 92% (Valle dAosta). Come mostra il grafico in figura 2, sia la quota di Sau ad alto valore naturale sia limportanza relativa di ciascuno dei tre tipi al suo interno variano molto tra le diverse regioni. Ci legato al fatto che, sebbene lagricoltura Avn sia generalmente connotata da unelevata

Discussione
La stima della superficie nazionale potenzialmente Avn ottenuta in linea con quella riportata in Paracchini et al. (2008), condotta su scala europea, sebbene la distribuzione regionale mostri alcune differenze dovute al diverso metodo seguito. Nel presente lavoro, infatti, stato adottato un approccio omogeneo su tutto il territorio nazionale, e non criteri differenti per le diverse zone biogeografiche; sono presenti, inoltre, differenze nellinsieme degli usi del suolo inclusi nel computo delle aree agricole potenzialmente Avn, dovute sia alle diverse fonti di dati utilizzate nei due lavori, sia alla scelta fatta in questa sede di includere solo gli usi del suolo associati ad una gestione attiva del terreno agricolo. Lutilizzo dei risultati dellindagine campionaria Agrit 2010 come principale fonte di dati rappresenta un cambiamento notevole rispetto alle procedure proposte in letteratura. In mancanza di una mappa di uso/copertura del suolo pi dettagliata per il territorio nazionale, si deciso di non basare lanalisi sulla mappa fornita da Clc, ma di usare i risultati dellindagine Agrit per due principali motivi: 1) il database Agrit contiene informazioni che vengono annualmente aggiornate; 2) le stime si basano su un rilevamento pi dettagliato, in termini di schema di

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classificazione, e pi accurato rispetto alla mappa Clc. A fronte di questi indubbi vantaggi il database di natura campionaria presenta anche degli svantaggi rispetto alluso di una mappa: non possibile localizzare con precisione le aree Avn (si pu solo stimarne la presenza nellambito di una cella) ed inoltre le stime di copertura percentuale fornite per singole celle sono di tipo campionario e sono, pertanto, soggette ad una certa aleatoriet. Un altro elemento da considerare riguarda la scelta degli indicatori, ed in particolare di quelli di complessit del paesaggio che, generalmente, hanno avuto scarsa applicazione con lapproccio della copertura del suolo (Peppiette, 2012). Il rilevamento Agrit fornisce infatti dati sulla copertura degli alberi fuori foresta che si sono rivelati molto utili per individuare i paesaggi pi complessi. Un altro indicatore stato invece derivato dalla mappa Clc e riguarda la lunghezza dei margini delle aree boscate e degli ambienti naturali e semi-naturali, riprendendo quello adottato da Pointerau et al. (2007) che si riferiva invece soltanto alla lunghezza dei margini delle formazioni boscate. Si ritiene infatti che tutti i margini con gli ambienti naturali e semi-naturali, e non solo quelli con le foreste, possano contribuire a rendere il paesaggio pi complesso e potenzialmente in grado di ospitare una elevata ricchezza di specie o specie di interesse per la conservazione. Un limite dellanalisi consiste nella natura stessa dei dati a disposizione e nella difficolt dunque di conoscere leffettiva associazione dei caratteri strutturali del paesaggio con le colture considerate di alto valore naturale. Come evidenziato dai risultati di questo studio, il territorio italiano presenta due tipi opposti di paesaggio agricolo: quello molto semplificato delle pianure (Pianura padana, zone costiere, valli dei fiumi principali) dove si sviluppata unagricoltura intensiva e quello complesso delle zone collinari, pedemontane e montane, dove lagricoltura in mosaico territoriale con gli ecosistemi forestali, questi ultimi dominanti nelle parti pi montuose. Nel paesaggio pi semplificato delle pianure, gli interventi volti a diversificare lhabitat (ad es. con la ricostituzione di fasce di alberi e arbusti ai margini dei campi un tempo componenti del paesaggio tradizionale di queste zone) o a conservare i caratteri di maggiore naturalit ancora presenti potrebbero avere un impatto positivo sulla biodiversit se si considera il valore che assumono determinate specie, ad esempio dellavifauna legata alle aree umide (evidenziato, nelle cartine, da valori elevati del terzo criterio considerato). Al contrario, nei paesaggi pi complessi delle zone collinari, pedemontane e montane, che spesso mantengono pi visibili i caratteri dellagricoltura tradizionale, la biodiversit generalmente pi elevata, a condizione che luso del territorio riesca a mantenere la maggiore variet possibile di habitat e di specie. Queste aree sono minacciate principalmente dal rischio di abbandono colturale con conseguente aumento delluniformit del paesaggio e perdita di biodiversit (Vos, 1993; Acosta et al., 2005; Rocchini et al., 2006).

Lapproccio adottato a scala nazionale potrebbe fornire criteri per stabilire la priorit degli interventi e costituire un utile quadro di unione per applicazioni a livello regionale o locale basate su informazioni di maggiore dettaglio e sulla conoscenza del territorio. Ci al fine di una pi esatta localizzazione dei diversi tipi di aree agricole Avn e, successivamente, delle principali pratiche e sistemi agricoli che contribuiscono al loro mantenimento.

Note
1

http://www.minambiente.it/export/sites/default/archivio/allegati/biodiversita/ Strategia_Nazionale_per_la_Biodiversita.pdf

Riferimenti bibliografici
Acosta A., Carranza M.L., Gianicola M. (2005), Landscape
change and ecosystem classification in a municipal district of a small city (Isernia, Central Italy), Environmental Monitoring and Assessment, 108: 323335 Andersen E., Baldock D., Bennet H., Beaufoy G., Bignal E., Brower F., Elbersen B., Eiden G., Godeschalk F., Jones G., McCracken D.I., Nieuwenhuizen W., Van Eupen M., Hennekes S., Zervas G. (2003), Developing a high nature value farming area indicator. Report for the European Environment Agency, Copenhagen. European Environment Agency, Copenhagen Baldock D., Beaufoy G., Bennett G., Clark J. (1993), Nature conservation and new directions in the EC Common Agricultural Policy, Institute for European Environmental Policy (Ieep), London Beaufoy G., Cooper T. (2008), Guidance Document to the Member States on the Application of the Hnv Impact Indicator. Brussels, BE : European Evaluation Network for Rural Development (Eenrd). Beaufoy G., Baldock D., Clark J. (1994), The nature of farming. Low intensity farming systems in nine European countries . Report Ieep/Wwf/Jncc, London, Gland, Peterborough Cooper T., Arblaster K., Baldock D., Farmer M., Beaufoy G., Jones G., Poux X., McCracken D., Bignal E., Elbersen B., Washer D., Angelstam P., Roberge J.M., Pointereau P., Seffer J., Galvanek D. (2007), Final report for the study on HNV indicators for evaluation, Institute for European Environmental Policy (Ieep), London European Environment Agency (2004), High nature value farmland characteristics, trends and policy challenges. Eea Report n. 1, Copenhagen European Environment Agency (2005a), Agriculture and environment in EU-15 the Irena indicator report. Eea Report No. 6 2005. Copenhagen European Environment Agency (2005b), Corine land cover 2000. Eea Report 15 European Council, (2006), Council Decision of 20 February 2006 on Community strategic guidelines for rural development (programming period 2007 to 2013) (2006/144/EC) Lukesch R., Schuh B. (2010), Working paper on approaches for assessing the impacts of the Rural Development Programmes in the context of multiple intervening factors. Findings of a Thematic Working Group established and coordinated by The European Evaluation Network for Rural Development, 34. [online]Url: https://webgate.ec.europa.eu/ myenrd/app_templates/filedownload.cfm?id=699C61810006-31E9-DDFD-E9C9FFC0E30A Paracchini M.L., Petersen J., Hoogeveen Y., Bamps C., Burfield I., Van Swaay C. (2008), High Nature Value Farmland in Europe - An Estimate of the Distribution Patterns on the Basis of Land Cover and Biodiversity Data. Eur 23480

Conclusioni
La necessit di monitorare lagricoltura Avn e di valutare leffetto della politica di sviluppo rurale sulla sua conservazione stata confermata anche per il prossimo periodo di programmazione (2014-2020). Unappropriata caratterizzazione e identificazione dei principali sistemi agricoli Avn presenti sul territorio nazionale resta pertanto una condizione necessaria per unefficace definizione degli interventi finalizzati alla loro conservazione. La mappa di sintesi proposta in questo lavoro, che offre una rappresentazione della distribuzione dellagricoltura Avn in Italia, riflette per grandi linee le principali specificit del territorio rurale nazionale. Un suo aggiornamento nel tempo potrebbe fornire un supporto nel processo di monitoraggio e valutazione sia nellattuale che nella prossima fase di programmazione della politica di sviluppo rurale.

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EN Joint Research Centre Institute for Environment and Sustainability, Luxembourg: Office for Official Publications of the European Communities Paracchini M.L., Terres J.M., Petersen J.E., Hoogeveen Y. (2006), Background document on the methodology for mapping High Nature Value farmland in EU27, EU Jrc Peppiette Z. (2011), The challenge of monitoring environmental priorities: the example of Hnv farmland, Paper prepared for the 122nd Eaae Seminar "Evidence-Based Agricultural And Rural Policy Making: Methodological And Empirical Challenges Of Policy Evaluation" Ancona, February 17-18, 2011 Pointereau P., Paracchini M.L., Terres J.M., Jiguet F., Bas Y., Biala K. (2007), Identification of High Nature Value farmland in France through statistical information and farm practice surveys, Report Eur 22786 EN. 62 pp. Povellato A., Trisorio A. (2007), Dimensione geografica e sistemi agricoli nella definizione delle aree ad alto valore naturale. Il caso italiano in Atti convegno Aree agricole ad alto valore naturalistico: individuazione, conservazione, valorizzazione, Roma, 21 giugno 2007, pp.105-112 Rocchini D., Perry G.L.W., Salerno M., Maccherini S., Chiarucci A. (2006), Landscape change and the dynamics of open formations in a natural reserve, Landscape and Urban Planning 77: 167177 Trisorio A., Borlizzi A., Povellato A. (2012), Italy in Oppermann R., Beaufoy G., Jones G. (eds), High Nature Value Farming in Europe. Verlag Regionalkultur, UbstadtWeiher: 263-273 Trisorio A. (2006), Le aree agricole ad alto valore naturalistico, in Annuario dellagricoltura italiana, Vol. LIX, 2005, Inea, Roma Vos W. (1993), Recent landscape transformation in the Tuscan Apennines caused by changing land use, Landscape and Urban Planning: 24: 6368

Linee-guida per la valutazione sistematica della filiera corta delle biomasse legnose a fini energetici
Mauro Masiero, Nicola Andrighetto, Davide Pettenella Secondo il Piano d'Azione Nazionale per le Energie Rinnovabili (Pan) entro il 2020 le biomasse costituiranno la prima fonte energetica rinnovabile in Italia, coprendo il 44% dei consumi da fonti rinnovabili (Mse, 2010). In particolare i biocombustibili legnosi dovranno fornire 5 Milioni di tep (Mtep) di energia termica. I dati Eurostat indicano gi per il 2011 un consumo di biomasse legnose pari a 3,6 Mtep, equivalenti a oltre il 70% del contributo atteso dal Pan al 2020 (EurObservER, 2012), mentre stime recenti (Pettenella e Andrighetto, 2011) suggeriscono che il legno potrebbe rappresentare gi oggi la prima fonte energetica rinnovabile in Italia. A fronte di un ruolo cos rilevante per le biomasse legnose nel panorama nazionale delle rinnovabili, si riscontrano alcuni elementi di scarsa chiarezza o di manifesta criticit che suggeriscono alcune riflessioni. In primo luogo si rileva un problema di non piena attendibilit delle statistiche esistenti sulla disponibilit attuale delle risorse. In particolare il dato relativo ai prelievi forestali interni - stimato in 2,2 milioni (M) t di sostanza secca dal Pan - da pi parti considerato fortemente sottostimato (Ciccarese et al., 2003; Corona et al., 2007). Lo stesso report nazionale predisposto per ledizione 2010 del Forest Resource Assessment della Fao dichiara espressamente

che le statistiche ufficiali non sono con ogni probabilit in grado di cogliere le dimensioni reali dei prelievi di legna da ardere in Italia (Fao, 2010). Ci appare ancora pi evidente laddove i dati relativi ai prelievi siano confrontati con le stime riferite ai consumi e ai dati del Bilancio Energetico Nazionale che, nato come base statistica per un Paese importatore di energia, ha prestato minore attenzione alle fonti interne (Tomassetti, 2010). La mancanza di una base dati pienamente attendibile se da un lato pone seri problemi di stima e adeguata programmazione, dallaltro potrebbe sottendere anche ad altre problematiche. Come evidenziato dai risultati del Progetto Stop crimes on Renewables and Environment (Score - www.euscore.eu), il settore forestale tuttaltro che esente da fenomeni di irregolarit e manifesta illegalit, quali levasione fiscale legata al commercio della legna da ardere o condizioni diffuse di lavoro irregolare, che possono trovare terreno particolarmente fertile in un quadro di sostanziale incertezza dei dati e di sottostima della dimensione economica del fenomeno (Pettenella et al., 2012): un settore percepito come marginale tende ad avere unarea di azione politica secondaria. Nonostante i prelievi forestali nazionali siano prevalentemente orientati alla produzione di legna da ardere e sebbene il Pan non riporti alcun dato in merito alle importazioni di biomasse legnose a uso energetico, il ruolo dellimport italiano in realt non trascurabile. Secondo i dati Faostat (2013) lItalia , infatti, il primo importatore mondiale di legna da ardere e il terzo di residui e scarti di legno, con un import complessivo di circa 3 Mt. E bene precisare che tali materiali non sono destinati esclusivamente allimpiego energetico, nondimeno tanto i valori assoluti, quanto i trend crescenti dellimport rimangono rilevanti. Le potenziali criticit legate al ruolo delle importazioni sono molteplici. Se analisi condotte da Favero (2011) evidenziano livelli medi di emissioni di CO2 associati al trasporto di tali biomasse inferiori rispetto a quelli che si avrebbero in caso dimpiego di combustibili fossili, restano invece attuali le preoccupazioni per altre possibili esternalit negative. In particolare deve essere prestata attenzione alla gestione delle risorse forestali, ricordando come si stimi che il 5-9% di legna da ardere e cippato importati in Italia possano provenire da tagli illegali nei Paesi di origine (Ispra, 2009). Tali preoccupazioni sembrano trovare ulteriore ragion dessere alla luce del crescente numero di partner commerciali extra-europei dellItalia e dellinstabilit delle nostre relazioni commerciali con i diversi paesi fornitori di biomasse. Questo turnover suggerisce la presenza di strategie commerciali mordi e fuggi orientate volta per volta alla ricerca del materiale a minor costo e potrebbe essere interpretato anche alla luce di condizioni di scarsa sostenibilit dellofferta. Limportazione di biomasse, ancorch limitata in proporzione ai prelievi interni, rischia di enfatizzare una frattura tra limpiego di tali materiali e la gestione delle risorse locali, riducendo le potenzialit di sviluppo legate alla crescita del comparto delle rinnovabili. Ci a maggior ragione laddove si consideri che spesso le biomasse importate sono destinate a rifornire grandi impianti - che difficilmente possono servirsi della produzione interna, troppo frammentata e dispersa (Tomassetti, 2010) - con il rischio di favorire la creazione di soluzioni sproporzionate, nella scala, alla disponibilit effettiva in loco di biomasse. In tal senso la recente tendenza al gigantismo degli impianti in numerosi paesi europei (in primis il Regno Unito) stata gi sottolineata da pi voci (EurObservER, 2012), alimentando in molti casi dure reazioni dellopinione pubblica, delle organizzazioni ambientaliste e dello stesso mondo industriale. Rappresentanti delle industrie dei pannelli in legno e delle paste per carta - e in genere dei settori che impiegano biomasse ad uso industriale - hanno, infatti, in sede nazionale ed europea, manifestato forte opposizione agli impianti energetici a biomasse. Tale opposizione fondata su una critica agli effetti distorsivi sui prezzi delle biomasse dovuti agli incentivi pubblici alla produzione di energia da rinnovabili (Confindustria, 2007). La riattivazione della gestione forestale sul territorio nazionale, la razionalizzazione degli impianti e la promozione di filiere corte

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locali, ispirate a criteri di gestione sostenibile della risorsa legno, sembrano poter contribuire alla soluzione delle problematiche sopra elencate. Il presente contributo intende analizzare tale approccio, presentando un esempio di linee-guida per la definizione e la valutazione delle filiere corte e proponendo i risultati preliminari di alcuni test in campo.

La filiera corta e gli strumenti per la sostenibilit delle filiere per i biocombustibili
Il concetto di filiera corta si andato affermando nel corso degli ultimi anni, soprattutto con riferimento al settore agroalimentare (short food supply chain, Sfsc), anche se non esiste ancora una piena convergenza di pareri verso una definizione chiara e univoca. Nella Proposta di Regolamento sul sostegno allo sviluppo rurale (2011) la Commissione Europea ha definito la filiera corta come una filiera di approvvigionamento formata da un numero limitato di operatori economici che si impegnano a promuovere la cooperazione, lo sviluppo economico locale e stretti rapporti socio-territoriali tra produttori e consumatori. In tale sede si anche prevista la possibilit che singoli Stati Membri, nellambito dei propri programmi di sviluppo rurale, possano sviluppare sottoprogrammi tematici dedicati alle filiere corte. Unapprofondita rassegna delle definizioni di filiera corta condotta da Fondse et al. (2012), pur evidenziando diverse possibili denominazioni in uso (quali ad esempio filiere locali o alternative), ha identificato quattro criteri fondamentali per la definizione di questo concetto: (i) la vicinanza geografica tra produttori e consumatori; (ii) la capacit di generare valore aggiunto e profitti su scala locale; (iii) lequit sociale e unequilibrata ridistribuzione del valore lungo la filiera; (iv) la sostenibilit ambientale. Ne deriva un quadro articolato, imperniato sul tema della provenienza locale dei materiali trasformati, ma comprensivo di molteplici aspetti complementari1. Con riferimento ai biocombustibili (e ai bioliquidi in particolare) il concetto di filiera corta implicitamente presente gi nella Direttiva 2009/30/CE relativa al controllo e riduzione delle emissioni dei combustibili fossili, che richiede il rispetto di criteri di sostenibilit della filiera affinch lenergia derivante da tali prodotti possa concorrere al raggiungimento degli obiettivi nazionali sulle rinnovabili. In particolare si fa riferimento alla riduzione delle emissioni di gas a effetto serra lungo lintero ciclo di vita e alla garanzia che le materie prime non provengano da aree che presentino un elevato valore in termini di biodiversit o un elevato stock di carbonio. Tali criteri si ritrovano comunemente anche in molte delle numerose iniziative di carattere volontario finalizzate a certificare/promuovere la sostenibilit delle filiere per i biocarburanti, quali ad esempio Biosucro, per letanolo da canna da zucchero, e il Roundtable on Sustainable Biofuels, per lolio di palma. Come emerso da recenti studi di carattere comparativo (Scarlat e Dallemand, 2011; Johnson et al., 2012) alcune di queste iniziative non si limitano a valutare solamente aspetti ambientali, ma prendono in considerazione anche elementi di carattere socio-economico legati alla gestione della filiera, quali ad esempio gli aspetti di salute e sicurezza sul lavoro e quelli legati al rispetto dei diritti di propriet/uso della terra. Anche per le biomasse legnose di origine forestale si registrano iniziative volte a fornire garanzie di sostenibilit della filiera e trasparenza nei confronti del mercato. Si possono ricordare, tra le altre, le certificazioni secondo gli standard del Forest Stewardship Council (Fsc) e del Programme for the Endorsement of Forest Certification schemes (Pefc) per la gestione forestale sostenibile e la rintracciabilit dei prodotti lungo la filiera (catena di custodia), o ancora le norme EN della serie 14961, che definiscono le caratteristiche e le classi qualitative di differenti tipologie di biocombustibili solidi, e della serie 15234, che, per gli stessi materiali, definiscono i criteri per il controllo e lassicurazione della qualit. Pi recentemente

stato avviato il progetto Enplus green (http://www.enpluspellets.eu/pellcert/), che mira a promuovere un approccio di sostenibilit di filiera per i pellet. In generale tuttavia si riscontra una sostanziale incompletezza delle iniziative in corso che, da un lato, non sono in grado di assicurare la copertura dellintero spettro di criteri di sostenibilit che appaiono di rilievo per il settore delle biomasse, e dallaltro rivolgono attenzioni marginali ai prodotti a minor grado di industrializzazione quali legna da ardere e cippato (Francescato et al., 2011). Rispetto al contesto italiano, il concetto di filiera corta per le biomasse a fini energetici ha trovato un riconoscimento e una qualificazione normativa con il Decreto Ministeriale (DM) 2 marzo 2010, approvato in attuazione della legge finanziaria 2007 (n. 296) e del collegato Decreto Legge 1 ottobre 2007, n.159. Secondo tale disposizione - che integra il DM 18 dicembre 2008 - si considerano da filiera corta biomasse prodotte entro il raggio di 70 km dallimpianto di produzione dellenergia elettrica2. Tali disposizioni si applicano anche a biomasse derivanti da gestione forestale, colture agro-forestali dedicate e residui di trasformazione di prodotti forestali. Ladozione di un mero criterio di distanza geografica per la qualificazione di una filiera come corta appare tuttavia come non sufficiente a coprire la molteplicit di aspetti cui questo concetto rinvia e, nel contempo, pone un problema di coerenza e univocit di parametri per i medesimi materiali. A titolo di esempio si ricorda che, per luso di legno in edilizia, il sistema volontario di classificazione dellefficienza energetica (iniziativa Leadership in Energy and Enviromental Design, LEED, dello US Green Building Council), adottato anche in Italia, definisce materiali provenienti da filiera corta quelli approvvigionati entro un raggio massimo di 350 km (fino a 1.050 km se il trasporto dei materiali avviene su rotaia o via mare - Gbc-Italia, 2012). In generale, mentre in letteratura esistono numerosi studi e modelli incentrati sulla valutazione della convenienza commerciale e degli impatti ambientali della filiera foresta-legnoenergia, si ravvisa sempre pi lesigenza di includere nelle valutazioni anche parametri relativi alla dimensione sociale, di governance e di pubblica utilit, al fine di assicurare un reale approccio multidimensionale in sede di definizione e implementazione di progetti (Shabani et al., 2013). La definizione di criteri chiari e univoci per lidentificazione e la valutazione delle filiere corte per le biomasse legnose appare dunque unesigenza prioritaria per il corretto sviluppo e lefficace implementazione di progetti di valorizzazione su scala locale di queste risorse.

Una proposta di linee-guida per valutare le filiere corte delle biomasse legnose
Nellambito del progetto Biomass Trade Center II (Iee/10/115 http://www.biomasstradecentre2.eu), cofinanziato dal Programma Intelligent Energy Europe, Etifor (spin-off dellUniversit di Padova) e Aiel (Associazione Italiana Energie Agroforestali) hanno sviluppato delle linee-guida per la valutazione della sostenibilit della filiera legno-energia, con particolare attenzione alla produzione di cippato e legna da ardere. Lambito di applicazione del documento include tutti i passaggi, a partire dallorigine e gestione del materiale, sino alla bocca dellimpianto, mentre non comprende - al momento aspetti legati allefficienza dellimpianto in s3. Allinterno della filiera sono inclusi sia operatori del segmento produttivo (proprietari forestali, ditte boschive, segherie), sia operatori che conducono attivit di distribuzione (commercianti). Le linee-guida sono articolate secondo una struttura logica e gerarchica che comprende 4 principi dettagliati in 13 criteri, a loro volta definiti per mezzo di 38 indicatori, 11 dei quali assumono il carattere di prerequisiti (Figura 1 e Tabella 1). Il documento di seguito presentato in sintesi: per maggiori dettagli possibile fare riferimento al sito web dedicato al progetto Biomass Trade Center II.

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Figura 1 - Struttura logica e gerarchica delle linee-guida

Fonte: Ns. elaborazione Tabella 1 - Principi e criteri proposti dalle linee-guida Principi Criteri 1.1 Garanzia della sicurezza nei luoghi di lavoro 1. Legalit e responsabilit socio-ambientale 1.2 Dipendenti regolari e qualificati 1.3 Rispetto delle norme ambientali 1.4 Tracciabilit del materiale in entrata 2.1 Ridotte emissioni di gas serra 2. Salvaguardia dellambiente 2.2 Gestione sostenibile delle foreste 2.3 Evitato degrado di aree forestali 2.4 Promozione di prodotti in possesso di certificazioni di qualit 3.1 Coinvolgimento di stakeholder locali 3. Sviluppo locale 3.2 Riduzione del numero di passaggi lungo la filiera 3.3 Destinazione locale del materiale venduto 4. Efficienza economica 4.1 Ottimizzazione della destinazione duso dei prodotti 4.2 Continuit nei rapporti con i fornitori

pertanto alla diminuzione dei processi di invecchiamento e conseguente degrado, comuni in molti boschi italiani. Da ultimo, per ridurre gli impatti ambientali in fase dimpiego delle biomasse, si tengono presenti anche certificazioni di qualit dei combustibili (contenuto idrico, ceneri, potere calorifico, ecc.) cos come definite, ad esempio, dalle norme della serie EN 14961. Con il terzo principio viene valutata la capacit della filiera di promuovere una valorizzazione delle produzioni locali e di creare, pi in generale, condizioni di sviluppo per la comunit residente su scala locale. In tale prospettiva si considerano importanti sia il coinvolgimento nella filiera di attori (non necessariamente produttori) locali, sia la possibilit di destinare su scala locale il materiale prodotto e venduto. Infine, al fine di valutare lefficienza economica (quarto principio), anche al di l della contingente presenza di incentivi pubblici alla filiera, si considera importante la capacit delle imprese di ottimizzare la destinazione duso delle materie prime legnose, favorendone, laddove possibile, limpiego industriale per prodotti a maggiore valore aggiunto (evitando di bruciare materie prime che possono generare impieghi a maggior valore aggiunto) e il conseguente recupero degli scarti per fini energetici. Altrettanto importante la possibilit di basare la programmazione degli investimenti su rapporti consolidati con i fornitori, al fine di garantire condizioni di maggiore stabilit e una diminuzione dei possibili trade-off con altri settori produttivi, quale ad esempio il settore dei pannelli a base di legno.

Prerequisiti, indicatori e valutazione complessiva della filiera


Per ognuno dei 13 criteri individuati sono stati definiti specifici prerequisiti (11 totali) e indicatori (27 totali). I prerequisiti riguardano per lo pi il rispetto di norme vigenti in materia ambientale e di lavoro (regolarit contrattuale, formazione, salute e sicurezza) e devono essere tutti necessariamente rispettati per poter raggiungere un livello di sufficienza nella valutazione della sostenibilit. A ciascuno dei ventisette indicatori, invece, associato uno specifico punteggio: la somma dei punti ottenuti in base alle prestazioni valutate permette di attribuire a ogni singola impresa un punteggio finale che corrisponder a una classe di sostenibilit della corrispondente filiera (Figura 2).
Figura 2 - Quadro di sintesi di punteggi e classi di prestazione della filiera biomasse secondo le linee-guida

Fonte: Ns. elaborazione

Principi e criteri
I quattro principi alla base del documento, cos come i criteri correlati, riguardano aree tematiche (legalit, ambiente, sviluppo locale, efficienza economica) che consentono un approccio sistematico alla descrizione di una filiera corta legno-energia. In particolare il primo principio, Legalit e responsabilit socioambientale, include riferimenti al rispetto delle vigenti norme in materia ambientale, occupazionale e di sicurezza sul lavoro. Il tema della legalit nel settore foresta-legno ha del resto acquisito forte rilevanza e priorit negli ultimi mesi a seguito dellentrata in vigore del Regolamento (EU) 995/2010 - meglio noto come EU Timber Regulation - che obbliga chiunque immetta legno e derivati sul mercato dellUnione Europea a dimostrarne la provenienza legale. Con il secondo principio vengono valutati gli impatti ambientali associati alla filiera legno-energia. Anzitutto le linee-guida pongono attenzione alle emissioni medie di CO2 associate alla produzione e al trasporto delle biomasse. Si prende in esame inoltre la provenienza del materiale, in particolare valorizzando la presenza di legno proveniente da foreste certificate secondo gli standard Fsc o Pefc. Oltre a ci sono valutate le caratteristiche (accessibilit, pendenza, ecc.) delle particelle forestali di origine della biomassa, con lobiettivo di premiare la gestione attiva delle particelle sottoutilizzate e contribuire

Fonte: Ns. elaborazione

Test in campo: risultati preliminari


Le linee-guida sinteticamente descritte sono state testate in campo al fine di verificarne lapplicabilit e identificare possibili ambiti di miglioramento. I risultati preliminari al momento disponibili si riferiscono allanalisi delle filiere per lapprovvigionamento di cippato relative al Consorzio Forestale Alto Serio (CoFas) e al Consorzio Forestale Presolana (CoFP) nel territorio di competenza della Comunit Montana Valle Seriana (Provincia di Bergamo) (Figura 3).

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Conclusioni

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Figura 3 - Localizzazione geografica Consorzio Forestale Alto Serio (CoFas) e del Consorzio Forestale Presolana (CoFP)

Fonte: Mologni 2012

I due Consorzi gestiscono aree forestali pari rispettivamente a 3.050 e 4.300 ettari, e, pur trovandosi in aree limitrofe, hanno modalit di organizzazione delle filiere ampiamente differenti. Il CoFas deriva poco pi del 62% della biomassa da superfici di propriet pubblica gestite direttamente dal Consorzio, mentre il restante 37% circa acquisito dalla gestione di superfici private limitrofe a opera di ditte boschive locali. Al momento il materiale venduto a un solo impianto pubblico (minirete di teleriscaldamento) con una potenza installata di 130 kW e un fabbisogno di circa 150-200 t/anno di cippato. Il CoFP, di contro, deriva il cippato esclusivamente dalla gestione diretta delle superfici pubbliche di propriet dei soci consorziati e rifornisce due impianti pubblici per una potenza totale installata di 580 kW e un consumo complessivo di circa 750 t/anno di biomassa legnosa. Lapplicazione delle linee-guida ha evidenziato come in entrambi i casi esistano delle carenze di tipo documentale/formale nel sistema di gestione interno. In particolare stata rilevata lassenza di registri relativi ai fornitori e al materiale in ingresso, richiesti al fine di dimostrare lorigine e la provenienza legale del materiale acquistato ai sensi del Regolamento (UE) 995 del 20 ottobre 2010, che impone un sistema di due diligence nel valutare lorigine del legname4. Queste mancanze si configurano come mancato rispetto di prerequisiti e dovrebbero pertanto classificare entrambe le filiere in Classe D. Si tratta peraltro di non conformit che potrebbero creare difficolt anche ai fini del rispetto del gi citato Regolamento (UE) 995/2010. Ciononostante, nellintento di testare le linee-guida nella loro interezza, si deciso di proseguire con la valutazione di tutti gli indicatori applicabili. Al netto delle considerazioni precedenti, entrambi i Consorzi hanno ottenuto complessivamente una valutazione finale buona, corrispondente alla classe B (tabella 2). Le due filiere possiedono le caratteristiche fondamentali per essere definite corte soprattutto con riferimento al Primo e al Secondo Principio. In particolare le buone prestazioni sono imputabili a: provenienza locale della materia prima, limitate emissioni associate al trasporto, impiego di materiale proveniente da boschi sottoutilizzati e da aree difficilmente accessibili e ridotto numero di intermediari coinvolti. Di contro, sembrano mancare requisiti di eccellenza - quali certificazioni di parte terza della gestione forestale e adozione di piattaforme logistiche per la gestione delle biomasse - che potrebbero far fare un salto di qualit importante rispetto a criteri di sostenibilit e capacit competitiva.
Tabella 2 Risultati, distinti per Principio, e giudizi complessivi relativi ai due Consorzi analizzati
Consorzio CoFas CoFP Principio 1 3/3 3/3 Principio 2 10/15 10/15 Principio 3 12/18 13/18 Principio 4 7/14 9/14 Totale 32/50 35/50 Classe B B Giudizio Buono Buono

Lespansione del settore delle biomasse legnose sta attirando un numero crescente di operatori e investitori, rendendo quanto mai attuale il dibattito circa la definizione di criteri chiari e univoci per la sostenibilit del comparto. In particolare, con riferimento al contesto italiano, simpongono riflessioni circa le modalit pi corrette per sostenere lofferta interna, orientandola verso criteri di responsabilit, e facendone un volano per un pi ampio processo di sviluppo del settore forestale su scala locale. Nei paragrafi precedenti sono stati presentati i risultati preliminari relativi alla definizione e al test in campo di nuove linee-guida per la verifica delle filiere corte per le biomasse legnose a fini energetici. Ulteriori test sono attualmente in corso e maggiori risultati saranno disponibili nei prossimi mesi. Alla luce di questi sar possibile disporre di un quadro informativo pi completo e di apportare eventuali integrazioni allo strumento. Le prime valutazioni possibili in questa fase del progetto evidenziano come le linee-guida sembrino essere tarate su un livello prestazionale medio, con la possibilit di premiare, in termini di giudizio e punteggio, eventuali filiere realmente eccellenti. Sebbene tali condizioni non siano state riscontrate nei due test in campo e, pi in generale, potrebbero essere poco comuni nel contesto nazionale, esse sembrano rappresentare reali sfide per il miglioramento e la maggiore competitivit della filiera legno-energia soprattutto in aree montane. Un aspetto cruciale emerso gi in questa fase che la sfida per lo sviluppo sostenibile del settore delle biomasse legnose non meramente di carattere tecnico, ma coinvolge aspetti di governance e di organizzazione che sembrano rappresentare il vero banco di prova per la piena maturit del settore.

Note
1 Si noti che la presenza di limitate transazioni lungo la catena di valore tra produttore e consumatore, criterio che si ottimizza nella vendita diretta, non rientra tra questi criteri (un mobile prodotto in Russia in una fabbrica Ikea e venduto in Usa in un grande magazzino della stessa catena potrebbe, infatti, rientrare nella definizione di filiera corta). 2 La lunghezza di tale raggio da intendersi come la distanza in linea daria che intercorre tra limpianto di produzione dellenergia elettrica e i confini amministrativi del Comune in cui ricade il luogo di produzione della biomassa. 3 E, comunque, implicita la preferenza verso impianti su piccola-media scala a produzione di energia termica e Chp a prevalenza di produzione di energia termica, gli unici in grado di collegarsi con le caratteristiche forestali dei territori dellEuropa centro-meridionale, secondo unimpostazione peraltro ampiamente condivisa in altri contesti territoriali (vd. il Biomass Energy Resource Center del Vermont http:// www.biomasscenter.org/about-berc.html). 4 In effetti, al momento dellindagine presso i due Consorzi, il Regolamento, entrato in vigore il 1.3.2013, non imponeva lobbligo di una due diligence.

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Fonte: Ns. elaborazione da Mologni 2012.

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Strategie e pratiche di sovranit alimentare in Africa


Ada Cavazzani, Maria Luisa Bevivino

Introduzione
La questione della sovranit alimentare oggi al centro del dibattito sulle strategie da perseguire per assicurare laccesso al cibo su scala globale. Se da un lato lo sradicamento della povert estrema e della fame nel mondo erano stati indicati al primo posto tra gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio (www.cooperazioneallosviluppo.esteri.it/pdgcs/italiano/ Millennium/Millennium.html), le ripetute crisi del regime alimentare globale, connesse con le crisi finanziarie ed ambientali degli ultimi anni, hanno portato a oltre un miliardo le persone che soffrono la fame. Gli interventi promossi dalle organizzazioni internazionali per assicurare la sicurezza alimentare nel mondo, seguendo le indicazioni della Banca Mondiale (World Bank, 2008), si basano su programmi di sviluppo agricolo finalizzati ad incrementare la produttivit delle piccole aziende attraverso la modernizzazione dei sistemi di produzione e lintegrazione dei produttori agricoli nel mercato globale. Ne conseguono effetti di profonda destrutturazione economica e sociale nei sistemi di produzione locali che tendono ad aggravare, invece che a ridurre, le situazioni di povert e fame (McMichael, 2011). A questa visione si contrappone il discorso della sovranit alimentare, che esplicita le condizioni necessarie per la concreta affermazione del diritto al cibo (Cavazzani, 2008). Basato sul principio dellautodeterminazione dei popoli nella produzione, distribuzione e consumo dei beni alimentari, implica che sia assicurato laccesso ed il controllo, da parte delle comunit locali, sulle risorse necessarie per la produzione del cibo (terra, acqua, patrimonio genetico). Contro lomologazione del complesso agro-industriale, riafferma il principio della diversit dei metodi di produzione ed il rispetto delle singole culture, rivalutando anche il significato che le societ contadine attribuiscono alla sicurezza alimentare, considerata elemento essenziale delle strategie socio-economiche familiari. In tal caso, il problema della sicurezza per cos dire incorporato nel sistema di produzione, fondato su conoscenze e tecniche di gestione delle risorse sostenibili per lambiente, oltre che su regole stabilite e controllate a livello sociale. Le ricorrenti crisi alimentari sono interpretate come prodotto della distruzione dei sistemi tradizionali, conseguente ai processi di modernizzazione dellagricoltura e dellallevamento. In questo articolo1 sono discusse le applicazioni di tale discorso nel contesto dei paesi africani, con riferimento al rapporto tra le strategie perseguite a livello politico-istituzionale dalle strutture di rappresentanza delle organizzazioni contadine e le pratiche di mobilitazione dei movimenti sociali, con lintento di segnalare il problema dello scarso coordinamento tra le iniziative sviluppate a livello politico-istituzionale e le pratiche di intervento a livello sociale.

Pubblicazioni Agriregionieuropa PhD Studies


Giulia Giacch Verso una maggiore integrazione dell'agricoltura nella pianificazione territoriale. Analisi e proposte per i comuni di Assisi, Bastia Umbra, Bettona e Cannara. Numero 8 - Ottobre 2012

Strategie per laffermazione della sovranit alimentare nei paesi africani


Nellultimo decennio il continente africano stato attraversato da una serie di iniziative che hanno richiamato lattenzione sulla sovranit alimentare. La rivendicazione del diritto delle comunit locali di assicurare la produzione del cibo necessario per la propria esistenza riveste un particolare significato per i paesi africani, dove la maggior parte delle persone vive nelle campagne e pratica forme di agricoltura tradizionale che non sono scomparse nonostante la profonda destrutturazione

Le norme per laccettazione delle tesi di dottorato e di laurea e la successiva pubblicazione sono disponibili on-line PhD Studies: www.agriregionieuropa.univpm.it/phd.php Tesi on-line: www.agriregionieuropa.univpm.it/tesi.php

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prodotta nel periodo coloniale e post-coloniale (Sivini, 2006). Particolarmente rilevante, a questo riguardo, stato il ruolo del movimento transnazionale Via Campesina (www.viacampesina.org) che si impegnato in diversi contesti africani per sensibilizzare lopinione pubblica, allargare gli spazi di collaborazione tra le organizzazioni contadine esistenti, come il Roppa (www.roppa.info), e rafforzare il movimento su scala globale. Diversi seminari, convegni e forum di discussione hanno avuto luogo sia nei paesi africani, sia in occasione degli incontri ufficiali sui tempi dellalimentazione e dellagricoltura promossi degli organismi internazionali. Nel 2007 si tenuto a Nylni in Mali il Forum internazionale sulla sovranit alimentare, concluso con lapprovazione della Dichiarazione di Nylni (www.nyeleni.org) che sottolinea la maggiore sostenibilit, sia a livello ambientale che economico-sociale, delle forme tradizionali di produzione del cibo (agricoltura contadina e familiare, allevamento pastorale, pesca artigianale) rispetto al sistema agro-alimentare convenzionale. Considerazioni analoghe risultano dagli studi sulla diffusione delle forme di agro-ecologia in America Latina (Altieri, 2011) e dalla valutazione internazionale delle conoscenze, scienze e tecnologie agricole per lo sviluppo (Iasstd), avviata dalla Banca Mondiale e dalla Fao nel 2002 e conclusa nel 2008. Sulla base di un ampio lavoro di analisi e di documentazione scientifica interdisciplinare, tale valutazione (elaborata in rapporti di base e di sintesi) suggerisce un insieme di azioni da intraprendere per assicurare il conseguimento degli Obiettivi del Millennio, rilevando che business as usual is not an option (McIntyre, 2009). Questo commento si riferisce alla necessit di adottare un paradigma di sviluppo dellagricoltura liberato dai condizionamenti degli interessi del complesso agro-alimentare globale, dai regimi commerciali liberisti e dalla protezione squilibrata dei sistemi agricoli. Rileva in particolare che la liberalizzazione del commercio agricolo non rappresenta un vero aiuto ai piccoli agricoltori ed alle comunit rurali e contribuisce invece a peggiorare le condizioni di povert e sicurezza alimentare. In questa prospettiva operano anche progetti di intervento sostenuti da organizzazioni internazionali sia pubbliche che private. Tra questi, si possono ricordare la Campagna EuropAfrica, promossa nel 2005 da alcune Ong europee e cofinanziata dalla Commissione Europea; il Progetto per il sostegno alle organizzazioni contadine in Africa, finanziato dallIfad e dalla Commissione Europea a partire dal 2009; la Campagna Mille Orti in Africa lanciata da Slow Food e Terra Madre nel 2010. Le tematiche della sostenibilit alimentare sono state assunte come base di riferimento per le attivit promosse dalle reti interregionali, come il Roppa in Africa Occidentale e la Propac in Africa Centrale, che rappresentano le organizzazioni di base strutturate in piattaforme nazionali. Tali reti, oltre ad assicurare un sostegno informativo e formativo ai propri aderenti, operano principalmente a livello politico-istituzionale con lobiettivo di far modificare le politiche agricole e commerciali orientandole a favore dellagricoltura familiare. Sono divenute interlocutori privilegiati per gli organismi della cooperazione internazionale, che sostengono finanziariamente le loro attivit e le coinvolgono nelle iniziative di approfondimento sui temi connessi con lo sviluppo delle capacit produttive degli agricoltori e degli allevatori. Queste reti si sono adoperate per far inserire il principio della sovranit alimentare in alcune Leggi di orientamento agro-silvo-pastorale, come in Senegal nel 2004 ed in Mali nel 2006. Grazie al rapporto con Via Campesina, hanno partecipato a diverse campagne di informazione e mobilitazione sui temi centrali per il movimento transnazionale: ruolo delle donne in agricoltura, dumping, land grabbing, migrazioni e agricoltura, agricoltura urbana e filiera corta (www.nyeleni.org). Tuttavia, le attivit di queste organizzazioni, principalmente rivolte al sistema politico-istituzionale, non sono finora apparse sufficienti per assicurare paralleli cambiamenti a livello locale. Emblematico a questo riguardo il processo di accaparramento delle terre da parte di investitori stranieri che sta estendendosi

in tutto il continente, compresi quei paesi, come Senegal e Mali, dove la sovranit alimentare stata formalmente riconosciuta nelle normative, ma gli apparati istituzionali ed i governi continuano ad operare a favore degli interessi esterni.

Pratiche di sovranit alimentare in un contesto ostile: lotte contro il land grabbing e il dumping
Il contesto generale in cui si collocano le iniziative per la sovranit alimentare particolarmente difficile, a causa della combinazione di diversi fattori, che continuano ad opprimere il continente africano e che sono interpretati in termini di dipendenza e neocolonialismo: strategie di accumulazione per i capitali investiti nel complesso agro-alimentare, imposizione delle regole del mercato globale, subordinazione dei governi e degli apparati istituzionali agli interessi esterni, politiche neoliberiste (Holt-Gimnez, 2010). Le indicazioni che vengono dalle organizzazioni internazionali del sistema Nazioni Unite ripropongono linee di intervento che restano confinate allinterno del quadro convenzionale dello sviluppo e del mercato globale. Due documenti appaiono particolarmente significativi: il Comprehensive Framework for Action (Cfa), risultato di un dibattito iniziato nellaprile del 2008 da una Task Force di alto livello appositamente designata dalle Nazioni Unite; ed il World Development Report 2008: Agriculture for Development, prodotto dalla Banca Mondiale. Sebbene facciano formalmente riferimento ad un sistema commerciale internazionale equo, al diritto al cibo e allimportanza dei piccoli produttori per affrontare i problemi della povert e della fame, le soluzioni proposte in entrambi i rapporti vanno nella direzione di una ancora pi accentuata liberalizzazione del commercio, auspicando lintegrazione dei piccoli coltivatori nel mercato globale. Per quanto riguarda in particolare lAfrica, stata riproposta una nuova versione della Rivoluzione Verde, con liniziativa denominata Alliance for a Green Revolution in Africa (Agra). Promossa a partire dal 2006 dalle due Fondazioni Rockefeller e Bill & Melinda Gates, conta attualmente sul supporto di numerosi partner e donatori che assicurano lattuazione di programmi in diversi paesi del continente africano. La strategia che Agra dichiara di seguire quella di trasformare la povert rurale di oggi nella prosperit di domani intervenendo su cinque aspetti fondamentali: fornire sementi pi produttive; migliorare la qualit del suolo; assicurare un pi ampio accesso al mercato; costruire alleanze per cambiare le politiche; rafforzare le capacit delle organizzazioni contadine. Nonostante i documenti ufficiali riconoscano, in linea di principio, limportanza dei piccoli produttori locali e della sostenibilit, emerge chiaramente la logica abituale dellagricoltura finalizzata al profitto. Centrali sono, infatti, gli interessi del settore privato che trovano un nuovo campo di investimenti redditizi, coperti dallimmagine delle fondazioni filantropiche e caritatevoli. In tale contesto, si stanno manifestando risposte coerenti con i principi della sovranit alimentare nelle pratiche sociali di resistenza e opposizione al land grabbing ed al dumping.

Lotte contro il land grabbing


LAfrica sub-sahariana lo spazio in cui avvengono i principali investimenti per lacquisizione di ampie estensioni di terra da destinare alla produzione di cibo e di agrocarburanti destinati allesportazione (Liberti, 2011). Secondo uno studio della Banca Mondiale (Deininger, 2011) su 56 milioni di ettari acquisiti tra il 2008 ed il 2009 due terzi (40 milioni) hanno riguardato i paesi che rientrano in questa area. Questi investimenti sono anche incoraggiati dalle politiche energetiche dei paesi del nord del mondo, come nel caso delle Direttive dellUnione Europea sulla sostituzione dei consumi energetici provenienti da fonti fossili con fonti rinnovabili (Direttive 28/2009/CE e 30/2009/CE).

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Il land grabbing in Africa viene giustificato dalle imprese interessate allinvestimento e dai governi compiacenti con la considerazione che gli investimenti riguardano terreni non utilizzati e che quindi conveniente affidarli ad investitori capaci di valorizzarli. Non vengono messi in conto gli effetti distruttivi sulle comunit rurali che da queste terre traggono il proprio sostentamento e che subiscono gli espropri per limpossibilit di far riconoscere i diritti consuetudinari (Roiatti F., 2010). I problemi causati da questi processi sono ampiamente documentati nei rapporti prodotti dalle diverse organizzazioni che analizzano la questione del land grabbing, tra cui si segnalano Grain (www.grain.org), Oakland Institute (www.oaklandinstitute.org), ActionAid (www.actionaid.it), Oxfam (www.oxfam.org). Altrettanto rilevanti sono le analisi prodotte a livello delle ricerche (Borras, 2011; McMichael, 2012; Vitale, 2013). Diversi sono i casi di resistenza che si stanno manifestando nelle comunit direttamente colpite dallespropriazione delle terre, e di cui occasionalmente cominciano ad occuparsi anche i media, grazie allinformazione resa disponibile dalle reti di solidariet internazionale. In alcuni contesti, le opposizioni dei villaggi riescono a bloccare i progetti di coltivazione intensiva su larga scala, realizzati dalle imprese straniere con laccordo dei governi locali. E il caso, ad esempio, di due progetti avviati in Senegal da imprese italiane per la produzione di agrocarburanti, analizzati nel Rapporto 2012 di ActionAid. Il primo progetto, iniziato nel 2009, prevedeva la coltivazione di jatropha su una superficie di 50.000 ettari nella regione centrale di Tambacounda, gi destinata alla coltivazione dellarachide per lesportazione durante il periodo coloniale. In seguito alle difficolt incontrate per lacquisizione delle terre, il progetto viene abbandonato due anni dopo. Il secondo progetto, avviato nel 2010, prevedeva lacquisizione di 20.000 ettari per coltivazioni finalizzate alla produzione di etanolo nel Dipartimento di Podor. I terreni da utilizzare ricadevano nella fascia del djeri utilizzata dagli abitanti della Comunit rurale di Fanaye per la produzione dei cereali tradizionali e per lallevamento. Lopposizione sociale al progetto, strutturata in un Collettivo per la difesa delle terre di Fanaye, riesce a contrastare con determinazione il progetto, che verr ritirato nel 2011 in seguito ai violenti scontri con le forze di polizia, che causeranno morti e feriti tra la popolazione locale.

aspre denunce tramite una campagna di comunicazione martellante ed efficace, coinvolgendo i media nazionali ed internazionali per informare e sensibilizzare i consumatori sugli effetti nefasti del fenomeno, ed organizzando manifestazioni di protesta nelle principali citt del Cameroun (anche con il supporto diretto di Jos Bov della Confderation Paysanne). La combinazione di queste azioni ha costretto il governo, nel 2006, a ridurre drasticamente limportazione di polli congelati, con effetti benefici sui piccoli produttori locali.

Conclusioni
La possibilit che la sovranit alimentare si traduca in politiche agricole e commerciali coerenti con la difesa degli spazi di esistenza degli agricoltori e allevatori africani dipende dal rafforzamento della cooperazione tra i diversi soggetti gi impegnati in tale direzione. La connessione tra il livello politicoistituzionale, al quale rivolgono attenzione le organizzazioni di rappresentanza, ed il livello territoriale, dove si pratica la difesa della vita quotidiana, non appare ancora sufficientemente perseguita. Il continente africano appare ancora lontano da quello sud-americano, dove la sovranit alimentare si affermata in un lungo percorso di lotte sostenute dai movimenti sociali, partendo dal Movimento dei Lavoratori Rurali Senza Terra (Mst) in Brasile ed allargandosi alle organizzazioni contadine ed indigene dei diversi paesi (Desmarais, 2009). Il ruolo delle comunit indigene appare negli ultimi anni sempre pi rilevante per assicurare non solo il riconoscimento a livello istituzionale del principio della sovranit alimentare, ma anche per tutelare gli spazi di vita delle popolazioni locali.

Note
Questo contributo tratto dal paper presentato al XIII World Congress of Rural Sociology (Lisbona luglio-agosto 2012), nella sessione 5 su Food Sovereignty: Promises, Practices and Potential Pitfalls. Si basa sulle ricerche svolte nel quadro del Progetto Prin 2008 Strategie innovative dei produttori agricoli tra sicurezza e sovranit alimentare, coordinato dallUniversit della Calabria (2008LY7BJJ_001).
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Lotte contro il dumping


Un altro problema che sta generando forme di opposizione sociale concrete riguarda il dumping, relativo allimportazione di beni collocati sui mercati locali a prezzi inferiori a quelli della produzione interna, con effetti distruttivi sulle capacit produttive locali. Nel caso dei beni alimentari, i prodotti importati (riso, grano, latte, ortaggi, carni) competono direttamente con i prodotti locali, in virt di prezzi pi bassi, garantiti dalle sovvenzioni pubbliche dei paesi di origine. In tale contesto, stanno maturando esperienze di contrasto a livello sociale, come nel caso delle mobilitazioni promosse anche a livello urbano per la difesa dei consumatori e dei produttori. Significativa la lotta portata a termine con successo dallAssociazione Cittadina di Difesa degli Interessi Collettivi (Acdic) in Cameroun, impegnata in diverse azioni a difesa dei diritti delle popolazioni locali. Partendo dalle gravi difficolt incontrate dagli avicoltori locali nel commerciare i loro prodotti, lAcdic si era impegnata, con il sostegno di Ong europee, in una serie di ricerche per comprendere le ragioni del fenomeno. I risultati degli studi avevano rilevato lesistenza di unimportazione di polli congelati dallEuropa in crescita continua (dalle 1.000 tonnellate nel 1996 alle 22.000 tonnellate nel 2003), incontrollata (oltre il triplo delle quantit autorizzate entravano nel Paese a causa di corruzione e frodi di varia natura), pericolosa per la salute della popolazione (dalle analisi svolte in laboratori specializzati risultava che l83,5% dei polli congelati importati non erano adatti al consumo umano) e catastrofica per i produttori locali. Sulla base di questi dati, lAcdic ha condotto

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Roiatti F. (2010), Il nuovo colonialismo. Caccia alle terre


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Il neoliberismo in Ecuador: lo sviluppo dellagricoltura da esportazione


Il ruolo dellagricoltura nelleconomia ecuadoriana particolarmente rilevante. Insieme allallevamento, rappresenta l8,2% del Pil, assorbe circa il 30% degli occupati, percentuale che aumenta significativamente (69,2%) se si guarda alla popolazione rurale. Come molti paesi dellAmerica Latina, vede una marcata diseguaglianza nella distribuzione della terra: il 64,4% delle unit produttive sotto i 5 ettari dispone del solo 6,3%, mentre le aziende superiori ai 200 ettari, che rappresentano lo 0,1 del totale, controlla il 29% della superfice agricola (Carrin, Herrera, 2012; Eclac, Fao, Iica, 2012). Lagricoltura ecuadoriana del primo Novecento essenzialmente articolata sulle due strutture dellhacienda e della piantagione: lhacienda, istituto di matrice coloniale concentrato nella zona geografica della Sierra, produce per il mercato interno attraverso un sistema che lega i contadini e le loro famiglie in cambio di una parcella di terra per la sopravvivenza. Il sistema delle piantagioni, diffuso nellarea geografica della Costa e strettamente legato alla domanda del mercato internazionale, si consolida a fine Ottocento sulle coltivazioni di prodotti coloniali (caff, cacao, banane). Il rafforzamento e consolidamento degli interessi economici legati alle dinamiche del mercato internazionale - relativo allindustria agro-esportatrice della Costa, e poi al pi intenso sfruttamento del petrolio in Amazzonia e della floricoltura - si realizzer negli anni Ottanta, con limposizione, da parte della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale, delle politiche di aggiustamento strutturale. La loro implementazione produce una ristrutturazione delleconomia ecuadoriana verso le esportazioni e verso una pi intensa integrazione nel mercato mondiale. La rapida crescita delle esportazioni, negli anni Novanta, riguarda lespansione di settori produttivi agricoli e della pesca non tradizionali (verdura fresca, frutta esotica, fiori, soprattutto rose, gamberetti per il mercato europeo e nordamericano), verso cui tendono a dirigersi crescenti investimenti di capitale straniero. Lespansione dei settori legati al mercato internazionale associata a vari effetti negativi. In primo luogo tale espansione si realizza a spese delle coltivazioni alla base della dieta tradizionale nazionale, in tal modo creando le condizioni per laumento dellinsicurezza alimentare (Korovkin, 2004). In secondo luogo essa neutralizza i pur modesti esiti delle riforme agrarie (laumento del prezzo della terra ostacola la possibilit di accesso, con tendenze alla concentrazione), modificando il sistema di distribuzione di risorse essenziale come lacqua (Martnez Valle, 2004). Ad essa inoltre associata una serie di problemi pi generali: la monocoltura avanza a spese dellabbondante biodiversit che caratterizza il Paese; lerosione del suolo si combina a processi di deforestazione legati allo spostarsi della frontiera produttiva; lutilizzo intensivo di prodotti chimici contamina le aree contigue alla produzione di fiori, banane, gamberi (Harari, 2004). A questi si sommano gli effetti di contaminazione indotti dalla produzione petrolifera nellarea amazzonica. Ma limposizione delle politiche di aggiustamento strutturale e lapertura indiscriminata delleconomia alle forze di mercato internazionali si realizza in un crescente clima di conflitto sociale, che porter alla nuova Costituzione del 2008 e alla assunzione dei principi della sovranit alimentare, come si vedr nel prossimo paragrafo.

Politiche e pratiche di sovranit alimentare


Isabella Giunta, Annamaria Vitale

Introduzione
Il termine sovranit alimentare stato introdotto nel 1996 dal movimento contadino internazionale Via Campesina (http:// viacampesina.org), nella riunione di Tlaxcala (Messico), e riaffermato nel forum parallelo al World Food Summit di Roma. Trova una definitiva elaborazione nella Dichiarazione di Nylni del 2007, durante il Forum Internazionale sulla Sovranit Alimentare tenutosi in Mali (http://www.nyeleni.org). In questa dichiarazione si afferma il diritto dei popoli ad alimenti nutritivi e culturalmente adeguati, accessibili, prodotti in forma sostenibile ed ecologica, ed anche il diritto di poter decidere il proprio sistema alimentare e produttivo, focalizzandosi, soprattutto, sulla necessit che i diritti di accesso e gestione delle nostre terre, dei nostri territori, della nostra acqua, delle nostre sementi, del nostro bestiame e della biodiversit, siano in mano a chi produce gli alimenti. La sovranit alimentare implica nuove relazioni sociali libere da oppressioni e disuguaglianze fra uomini e donne, popoli, razze, classi sociali e generazioni. Tale concetto viene proposto come alternativa a quello di sicurezza alimentare (Cavazzani, 2008; Corrado, 2010), che stato introdotto a met degli anni Settanta dalle Nazioni Unite, e successivamente assunto dalla Fao (2001), e che ha ispirato gli interventi di politica alimentare proposti dalle istituzioni internazionali. La proposta della sovranit alimentare ha trovato una traduzione istituzionale nelle carte costituzionali di tre paesi latinoamericani: Bolivia, Venezuela ed Ecuador (Rubio, 2010). Dalla fine degli anni Ottanta, i tre Paesi della regione Andina sono stati attraversati da profonde trasformazioni sociali ed istituzionali, che si sono tradotte in radicali riforme costituzionali, stilate da assemblee costituenti dotate di pieni poteri. Le nuove costituzioni intendono rompere con le politiche neoliberiste, affermando nuovi principi di organizzazione sociale: ponendo un limite invalicabile ai processi di privatizzazione, trasformano le risorse strategiche in beni comuni, propongono la centralit del ruolo dello Stato nei processi di sviluppo e pongono la giustizia sociale come principio di articolazione dei processi redistributivi della ricchezza (Ramrez Gallegos, 2011). Il lavoro1 illustrer questi processi con riferimento al caso dellEcuador, dove la categoria di sovranit alimentare diventata nodo cruciale di discussione politica ed accademica (Carrin, Herrera, 2012). Lintento quello di analizzare quali siano le condizioni per listituzionalizzazione della sovranit alimentare, ma soprattutto i problemi posti dalla sua implementazione. Verranno presentati i risultati di una indagine empirica svolta in Ecuador tra il 2010 e il 2013. La ricerca si focalizzata da una parte sulle reti alimentari alternative operanti nellarea urbana di Quito, dallaltra sulle organizzazioni contadine ed indigene che operano a livello nazionale. Lindagine stata condotta con tecniche diversificate (interviste in profondit, focus group, colloqui informali), analisi della letteratura grigia (in formato elettronico e cartaceo) e dei documenti governativi.

I movimenti contadini ed indigeni: verso la sovranit alimentare


Dagli anni Novanta, lEcuador attraversato da una intensa effervescenza collettiva, alimentata dalla messa in discussione dei principi e degli effetti dellaggiustamento strutturale. Le mobilitazioni - contro la privatizzazione della terra (1994) e del

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welfare (1995), contro laumento dei prezzi del combustibile (1999), del gas per uso domestico e per i trasporti (2001) - sono catalizzate e rese efficaci dallinedita presenza del movimento indigeno, riuscendo, a loro volta, ad aggregare una eterogeneit di movimenti sociali. Fino alla proposizione di una piattaforma politica nazionale, che sintetizza e tematizza vecchi e nuovi diritti di cittadinanza. in questo contesto di effervescenza collettiva che i movimenti contadini ed indigeni lavorano con lintento di incidere sulle politiche agro-alimentari nazionali. Un ruolo centrale, in questo processo, viene assunto da quattro federazioni affiliate a Va Campesina2. Dalla fine degli anni Novanta, esse assumono la sovranit alimentare come priorit politica, dando vita alla Mesa Agraria: uno spazio di concertazione, entro cui viene ripensata la questione agraria e da cui scaturisce un repertorio comune di azione collettiva. Nel decennio successivo, questo spazio di coordinamento contribuir attivamente al successo delle mobilitazioni sociali organizzate contro le politiche statunitensi di integrazione economica, laccordo regionale Alca (Acuerdo de Libre Comercio por las Americas) e la successiva versione bilaterale Stati Uniti/Ecuador (Tratado de Libre Comercio) (Acosta, Falcon 2005). Con la Mesa Agraria, l'orizzonte delle lotte muta sostantivamente rispetto a quello dei decenni precedenti: la battaglia non pi per l'inclusione dei contadini nel modello agrario dominante - rincorrendo la logica della modernizzazione, dellaumento della produttivit e dello sviluppo- ma aspira, piuttosto, ad una transizione agro-alimentare come alternativa a quella perseguita dalle politiche neoliberiste. Lavvio di un processo interno di analisi e dibattito conduce all'elaborazione di un documento (Agenda Agraria de las Organizaciones del Campo del Ecuador) che pone al centro dellagenda politica il paradigma della sovranit alimentare, cos come il relativo ed imprescindibile accesso ad investimenti e risorse. La forza dellelaborazione programmatica, ottenuta con una serie di campagne interne alle organizzazioni e poi indirizzate alle forze esterne, porta al tavolo di dialogo con il Ministero, dove le pressioni esercitate dalla Mesa Agraria conducono da una parte al ritiro di una proposta di legge (Ley General de Semillas) sostenuta dal settore agro-industriale nazionale; dallaltra allapprovazione, nel 2006, della Ley de Seguridad Alimentaria y Nutricional (Repblica del Ecuador, 2006), con la quale viene inaugurato l'uso del termine sovranit alimentare nella legislazione ecuadoriana. Allapprossimarsi delle elezioni presidenziali del 2006, la Mesa Agraria invita i candidati al dialogo. I presidenti delle federazioni partecipanti firmano un accordo con il futuro presidente Rafael Correa, il quale si impegna a promuovere, in caso di vittoria, una rivoluzione agraria che democratizzi laccesso alla terra, la non privatizzazione dellacqua ed in generale promuova laccesso alle risorse strategiche per la riattivazione del settore contadino. Successivamente, la Mesa Agraria partecipa attivamente ai lavori dellAssemblea Costituente, che ha il compito di stilare una nuova costituzione. La sua proposta (Mesa Agraria, 2008) contiene una serie di linee guida (garanzia della sovranit alimentare, promozione della rivoluzione agraria, costruzione di un modello di sviluppo territoriale sostenibile ed equo, diritti del lavoro, specificamente di quelli occupati in agricoltura e, infine, la rifondazione di uno Stato sovrano ed interculturale), mirate a contrapporci produttivamente, culturalmente, ideologicamente e nelle pratiche al modello agro-industriale delle multinazionali e delle lite rurali nazionali (Mesa Agraria, 2007, pag. 4, 21).

Il processo di costituzionalizzazione: la sovranit alimentare quale diritto del buen vivir


Lagenda dei movimenti viene codificata nella Costituzione ecuadoriana del 2008 (Repblica del Ecuador, 2008), una delle pi innovative a livello mondiale. Radicata nelle lotte sociali interne allEcuador, si nutre anche del dibattito politico internazionale di critica al capitalismo.

Fra gli innumerevoli elementi inediti, la nuova Carta costituzionale supera lidea dellaccumulazione e della crescita illimitata come fine ultimo dello sviluppo, affermando un nuovo principio ordinatore: il sumak kawsay, principio andino della buona vita (buen vivir), alla cui luce costruire un nuovo patto sociale fra gli esseri umani e fra questi e la natura, che rispetti dunque la sostenibilit dei processi di riproduzione sia dellesistenza umana, sia di tutte le altre forme di vita. Cos, la natura, per la prima volta nella storia moderna, viene definita quale soggetto di diritto, recuperando, anche qui, la cosmologia dei popoli indigeni che considerano la natura come Pachamama, madre terra, luogo dove si riproduce e si realizza la vita (Acosta, Martnez, 2009). La sovranit alimentare, assunta come uno dei diritti del buen vivir e tradotta in obbligo dello Stato, diventa caposaldo della strategia di sviluppo, quella che, nel dibattito accademico e politico dellEcuador, viene ritenuta una modificazione della matrice produttiva, vale a dire dei nessi che legano produzione, riproduzione e consumo. La Carta Costituzionale non riprende per intero la definizione di Va Campesina, ma afferma con forza il diritto al cibo (art. 13): "Gli individui e le collettivit hanno diritto allaccesso sicuro e permanente ad una alimentazione sana, adeguata e nutriente, preferibilmente di produzione locale e corrispondente alle loro diverse identit e tradizioni culturali". Nel testo, la nozione viene definita dallinsieme di elementi che ne qualifica il significato concreto. Il diritto ad alimenti sani e culturalmente appropriati viene garantito sul piano delle condizioni sociali di produzione (politiche di protezione del settore alimentare ed appoggio a piccoli e medi produttori, rafforzamento della diversificazione attraverso lo sviluppo di tecnologia appropriata ed ecologica, preservazione e recupero della biodiversit e dei saperi tradizionali, limite allaccaparramento delle terre per i biocombustibili), della distribuzione e commercializzazione (generazione di sistemi equi attraverso il rafforzamento di reti produttori-consumatori e proibizione di pratiche monopolistiche e speculative), del consumo (diritto di accesso a cibo non contaminato, anche in situazioni di emergenza, con riferimento al principio di precauzione) (art. 281). Pi interessante la parte in cui la Costituzione affronta il tema dellaccesso alle risorse produttive (art. 282): promozione di politiche redistributive della terra, qualificata sulla base di funzioni sociali ed ambientali, e proibizione del latifondo; diritto allacqua; preservazione, uso e scambio libero del semi. I problemi, tuttavia, arrivano nel momento in cui tali principi devono essere tradotti in quadro legislativo, e tradotti nella loro implementazione. Realizzarne la portata avrebbe significato sollevare ed affrontare nellagenda politica ed istituzionale la discussione intorno alle relazioni di potere che presiedono al controllo sociale del sistema alimentare (Patel, 2009). Ci emerge nel processo che porta alla formulazione della Ley Orgnica del Rgimen de la Soberana Alimentaria (Lorsa)3, approvata nel 2009. La scarsa capacit deliberativa e di mobilitazione delle organizzazioni contadine ed indigene sposta i rapporti di forza a favore dei potenti attori economici che detengono il controllo monopolistico sulle filiere agroalimentari e che spingono verso il ridimensionamento della portata del mandato costituzionale. Il risultato che la Lorsa rimane valida solo sul livello programmatico, non riuscendo a risolvere una serie di nodi politici dirimenti per la transizione ad una nuova matrice produttiva alimentare, fra i quali i meccanismi di distribuzione della terra; il ruolo della produzione di bio-combustibili; luso degli Ogm4; la protezione dei diritti di propriet intellettuale sul patrimonio di agro-biodiversit; il libero uso e scambio dei semi, limitatamente a quelli di "origine nativa", che escluderebbe le variet non autoctone, ma comunque localmente fito-migliorate come il riso. Al momento, il conflitto che scandisce il dibattito nazionale intorno a questi punti nodali ha fatto rinviare lapprovazione dei disegni di legge subordinati alla Lorsa (uso e accesso alle terre, agrobiodiversit e sementi, sviluppo agrario, agroindustria ed

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impiego agricolo, sanit animale e vegetale, accesso al credito pubblico, assicurazione agricola e sussidi alimentari), che, quindi, sono ancora bloccati in Parlamento.

para el desarrollo, Ediciones Abya-Yala, Quito

Carrin D., Herrera S. (2012), Ecuador rural del siglo XXI.


Soberana alimentaria, inversin pblica y poltica agraria, Instituto de Estudios Ecuatorianos, Quito Cavazzani A. (2008), Tra sicurezza e sovranit alimentare, Sociologia Urbana e Rurale, a. XXX, n. 87 Corrado A. (2010), Sovranit alimentare: la proposta alternativa della Via Campesina, Agriregionieuropa, anno 6, n. 22 Eclac, Fao, Iica (2012), The Outlook for Agriculture and Rural Development in the Americas: A Perspective on Latin America and the Caribbean, 2013, Santiago: Fao Fao (2001), The State of Food Insecurity 2001, Roma: Fao Harari, R. (2004), La economa de exportacin y la salud. Los casos de petrleo, banano y flores, In: Korovkin, T. (a cura), Effectos sociales de la globalizacin. Petrleo, banano y flores en Ecuador, Cedime e Abya-Yala, Quito Korovkin T. (a cura) (2004), Effectos sociales de la globalizacin. Petrleo, banano y flores en Ecuador, Cedime e Abya-Yala, Quito Martinez Valle L. (2004), Trabajo flexible en la nuevas zonas bananeras de Ecuador, In: Korovkin, T. (a cura), Effectos sociales de la globalizacin. Petrleo, banano y flores en Ecuador, Cedime e Abya-Yala, Quito Mesa Agraria (2007), Soberana Alimentaria: propuestas a la Asamblea Nacional Constituyente, Mesa Agraria, Quito Mesa Agraria (2008), Propuestas de textos constitucionales, Mesa Agraria, Quito Patel R. (2009), What does Food Sovereignty look like?, The Journal of Peasant Studies, vol. 36, n. 3 Ramrez Gallegos F. (2011), Fragmentacin, reflujo y desconcierto: movimientos sociales y cambio poltico en Ecuador (2000-2010), in: Rebon, J., Modonesi, M. (a cura), Una dcada en movimiento: Luchas populares en Amrica Latina en el amanecer del Siglo XXI, Clacso -Prometeo Libros, Buenos Aires. Repblica del Ecuador (2006), Ley N 41 de Seguridad Alimentaria y Nutricional, Registro Oficial N.259, 27 aprile 2006 Repblica del Ecuador (2008), Constitucin de la Repblica del Ecuador, Registro Oficial N. 449, 20 ottobre [www.asambleanacional.gov.ec/documentos/ constitucion_de_bolsillo.pdf] Rubio B. (2010), El nuevo modelo de soberana alimentaria en Amrica Latina, VIII Congreso de la Asociacin Latinoamericana de Sociologa Rural, Porto de Galinhas [http://www.alasru.org/wp-content/uploads/2011/09/GT27Blanca-Rubio.pdf]

Conclusioni
La pratica dei movimenti contadini ed indigeni ecuadoriani ha spinto verso lintroduzione del paradigma della sovranit alimentare nella discussione pubblica, fino alla sua costituzionalizzazione. Le difficolt di tradurre in pratica la nozione di sovranit alimentare per come proposta da Va Campesina derivano dalla pressione esercitata dai gruppi economici che controllano il settore agroindustriale. Il governo, daltra parte, non riuscito a mediare gli interessi contrapposti: le elezioni presidenziali, nel febbraio del corrente anno, suggerivano di non porre questioni sensibili nellagenda della campagna elettorale. Il bilancio, tuttavia, positivo. Permeando contenuti e linguaggi del dibattito pubblico, la sovranit alimentare diventa terreno di disputa per l'intera societ ecuadoriana, condizionando profondamente il processo di riforma sociale ed economica in corso nel Paese. Su questa scia, le organizzazioni che avevano promosso la Mesa Agraria si aprono a nuove alleanze e raccolgono ampio consenso sociale, come avvenuto, per esempio, nel marzo del 2012 con la proposta legislativa Ley de Tierras y Territorios (www.asambleanacional.gob.ec/tramite-delas-leyes.html) per la redistribuzione della terra. La sovranit alimentare rimane, per questo, nellorizzonte delle possibilit storiche, anche per i movimenti contadini internazionali.

Note
L'articolo riporta alcuni risultati di un progetto finanziato dal Miur, nell'ambito dei Prin 2008, dal titolo Strategie innovative dei produttori agricoli tra sicurezza e sovranit alimentare, coordinatore scientifico Annamaria Vitale, Universit della Calabria, protocollo 2008LY7BJJ_001. Vengono ripresi alcuni contenuti della relazione Food Sovereignty: an Analysis on Political Advocacy of Social Organizations in Ecuador presentata dalle autrici al XIII World Congress of Rural Sociology, tenutosi a Lisbona nellagosto del 2012. 2 La Confederacin Nacional de Organizaciones Campesinas, Indgenas y Negras de Ecuador (Fenocin), la Coorporacin Nacional Campesina/Eloy Alfaro (Cnc-EA), la Federacin Nacional de Trabajadores Agroindustriales, Campesinos e Indgenas Libres del Ecuador (Fenacle) e la Confederacin Nacional del Seguro Social Campesino (Confeunassc). 3 http://www.soberaniaalimentaria.gob.ec/pacha/?page_id=132. 4 La Costituzione dichiara lEcuador paese libero dagli Ogm.
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Riferimenti bibliografici
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tratado de libre comercio, Flacso, Ildis, Quito

Acosta A., Martnez E. (a cura) (2009), El buen vivir. Una va

Quando una fattoria sociale anche luogo di sperimentazione e ricerca


Alfonso Pascale E nelle librerie un volume di cui consigliata la lettura non solo agli operatori dellagricoltura sociale ma anche a chi, pur digiuno di conoscenze sul disagio psichico, vuole capire cosa sia una fattoria sociale dove giovani con disabilit imparano e lavorano fianco a fianco con gli educatori nei campi, nei laboratori, in cucina o nel negozio aziendale. Il titolo Fattoria sociale. Un contesto competente di sostegno oltre la scuola ed stato scritto da Fabio Comunello e Eraldo Berti, psicologo e

psicoterapeuta il primo e formatore di terapisti ed educatori il secondo, entrambi fondatori dellAssociazione Conca dOro Onlus di Bassano del Grappa. Eraldo Berti se ne andato il giorno di Natale del 2011, lasciando un grande vuoto nellagricoltura sociale italiana. Lidea del libro era di entrambi, ma era stato Fabio Comunello a caricarsi lonere di scriverlo con la collaborazione di altri operatori di Conca dOro, quando Berti era ormai gravemente ammalato, quasi a consolidare un testamento spirituale. Dunque, il saggio il frutto di un sodalizio intellettuale tra due professionisti durato quarantanni e che, da un decennio a questa parte, era dedicato esclusivamente allesperienza della Fattoria sociale di Bassano del Grappa, dove la pratica concreta del lavoro agricolo da parte di educatori e giovani apprendisti non solo un percorso

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efficace per accompagnare questi ultimi verso la vita adulta, ma anche riflessione teorica sui suoi aspetti psicopedagogici per trarne principi guida per altre esperienze non necessariamente racchiuse nellambito della disabilit. Il libro scritto con linguaggio semplice e la struttura ne facilita laccessibilit. Si legge, infatti, per met partendo dal frontespizio e per laltra met capovolgendolo. Ha la grafica di un manuale per conoscere un mondo non noto o per lasciarsi guidare in pratiche di agricoltura sociale che si vogliono migliorare. E si compone di tre parti. Nella prima si affrontano i temi legati alla riflessione teorica e allapprofondimento dei nuclei fondanti loperativit della Fattoria sociale. Quando poi si capovolge il libro, si trova la seconda parte, dedicata allesperienza, e la terza in cui gli autori presentano alcune considerazioni molto utili per innescare ulteriori sperimentazioni e progettualit. In Appendice collocata una scheda di rilevazione, elaborata dagli autori come strumento per riassumere in un profilo abbastanza completo le osservazioni relative a competenze e problematiche dei giovani apprendisti. Nellambito degli studi psicopedagogici, il testo sicuramente una novit. Innanzitutto per lapproccio: si parla, infatti, di percorsi terapeutico-riabilitativi che non partono - come in moltissimi casi purtroppo - dalla constatazione diagnostica di pazienti, cio dallaccertamento dei loro limiti, per confermarli in modo tautologico, ma da un rovesciamento di tali traiettorie. Si tratta di percorsi che prendono le mosse da un progetto socio-economico di una struttura produttiva fortemente legata al suo territorio e, in esso, i singoli progetti di vita delle persone coinvolte sono elementi dinamici, in un continuo ridefinirsi accompagnati dalle cose e da un particolare contesto, scelto ad hoc dagli attori e fatto proprio. Laltro aspetto innovativo riguarda la concezione della disabilit non pi intesa come mancanza o limite ma come difficolt a vivere in un contesto immodificabile. La riabilitazione non , dunque, un tragitto da una condizione di handicap a una di abilit predefinita, bens un processo di continua revisione del contesto per renderlo effettivamente inclusivo a tutti. E linclusione si realizza con il lavoro e la cittadinanza attiva. Ma in realt tali assunti sono gi presenti in determinati filoni di pensiero e persino in documenti istituzionali. Allora dove sta la novit? Questo libro colloca e rielabora tali assunti teorici nellagricoltura, dimostrando in modo del tutto plausibile come quello agricolo sia il contesto pi appropriato ai percorsi delle persone fragili per dare un senso alle proprie capacit e alla propria esistenza. E ci dipende da un antefatto: nel mondo rurale, il lavoro in campagna non stato mai concepito come una modalit per affermare la propria autonomia, intesa come autoreferenzialit e autosufficienza, bens si da sempre fondato su pratiche manuali, tecniche e saperi che non miravano ad affrancarsi dai condizionamenti esterni, ma a trasformare i condizionamenti naturali e le relazioni con le persone, con gli animali e con le cose in opportunit per fare insieme e "crescere insieme". Nel libro sono descritte in modo meticoloso le caratteristiche del contesto agricolo che lo rendono particolarmente adatto a realizzare programmi di formazione al lavoro di persone con disabilit oppure, nel caso in cui questi non siano fattibili, a creare percorsi lavorativi protetti. Sono considerati in particolare: lorganizzazione delle strutture spaziali produttive, che permeano di una logica produttiva ogni singola azione di ogni attore; lintreccio fra tempo cronologico e atmosferico, che d una dimensione ciclica, con scansioni temporali

percepibili che aiutano a collocare gli eventi; le infinite modulazioni del lavoro agricolo, che permettono di individuare la mansione specifica per ciascuna persona. E interessante lelogio - che viene fatto nel testo dedicando ad esso un apposito capitolo - dellerrore e la centralit del nesso che lega lerrore alla continua definizione di strategie, come elementi fondamentali nella progettazione degli operatori, nonch presupposti irrinunciabili perch gli apprendisti acquisiscano un ruolo lavorativo. Il collante tra errore e strategia viene individuato nellazione inserita in un determinato contesto. E ogni singola azione - fino alla costruzione di un ruolo lavorativo - caratterizzata dalla relazione che loperatore costruisce con lapprendista. Il libro termina con uno scritto che Berti aveva predisposto tempo prima per un giornale locale e che d il senso di unimpresa, quella di Conca dOro, ancora con limiti, dubbi e difficolt: Ma che gusto c a fare le cose facili e precotte? Secondo le leggi della fisica il bombo non potrebbe volare, ma lui non lo sa e vola lo stesso. Secondo le ferree leggi del mercato e della disabilit, Conca dOro, come altre fattorie sociali in Italia, non potrebbe funzionare. Ma noi siamo ignoranti e andiamo avanti lo stesso. Come un trattore. Le ultime parole di Eraldo, raccolte dalla moglie Paola e da Fabio, sono state: Helpf aiutare gli altri per quanto possibilef formazione per chi lavora con le mani nelle fattorie. E questo il succo del messaggio che il libro ci trasmette.

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Anno 9, Numero 33

Hanno collaborato alla realizzazione di questo numero:


Felice Adinolfi, Dipartimento di Scienze Mediche Veterinarie, Universit degli Studi di Bologna Nicola Andrighetto, Dipartimento TeSaf - Universit di Padova Anna Paola Antonazzo, Universit degli Studi di Foggia Fabio Bartolini, Dipartimento di Scienze Agrarie, Alimentari e Agro-ambientali Universit di Pisa Maria Luisa Bevivino, Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali, Universit della Calabria Davide Bortolozzo, Dottore agronomo Virgilio Buscemi, Lattanzio e Associati Public sector Roberto Cagliero, Istituto Nazionale di Economia Agraria, Inea Fabian Capitanio, Universit degli Studi di Napoli Federico II Valentina Cattivelli, Dipartimento di Scienze Politiche, Universit di Parma Ada Cavazzani, Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali, Universit della Calabria Debora Cilio, Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali, Universit della Calabria Francesco Cont, Universit degli Studi di Foggia Simona Cristiano, Istituto Nazionale di Economia Agraria, Inea Antonio Cristofaro, Universit di Napoli Federico II Paolo De Castro, Universit degli Studi di Bologna, Presidente Commissione Agricoltura Parlamento Europeo Caterina De Lucia, Universit degli Studi di Foggia Flora De Natale, Consiglio per la Ricerca e la sperimentazione in Agricoltura, Unit di Ricerca per la Climatologia e la Meteorologia applicate all'Agricoltura, Roma Salvatore Di Falco, Universit de Geneve, Svizzera Angelo Di Mambro, Giornalista Francesco Felici, Lattanzio e Associati Public sector Eugenia Ferragina, Istituto di Studi sulle Societ del Mediterraneo (Issm) del Cnr di Napoli Nicoletta Ferrucci, Ordinario di Diritto forestale e ambientale, Dipartimento TeSaf, Universit di Padova Mariantonietta Fiore, Universit degli Studi di Foggia Angelo Frascarelli, Universit di Perugia Isabella Giunta, Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali, Universit della Calabria Francesco Licciardo, Lattanzio e Associati Public sector Luca Lodatti, Regione Veneto - Direzione Urbanistica e Paesaggio, Phd presso il Dipartimento di Geografia - Universit di Padova Davide Longhitano, Istituto Nazionale di Economia Agraria, Inea Ornella Mappa, Lattanzio e Associati Public sectorl Eleonora Mariano, Universit di Perugia Mauro Masiero, Dipartimento TeSaf - Universit di Padova Valentina Moiso, Ceris - Cnr, Istituto di Ricerca sullImpresa e lo Sviluppo del Cnr, Moncalieri (TO) Anna Natali, eco&eco Giorgio Osti, Universit di Trieste Elena Pagliarino, Ceris - Cnr, Istituto di Ricerca sullImpresa e lo Sviluppo del Cnr, Moncalieri (TO) Alfonso Pascale, Associazione "Rete Fattorie Sociali" Jack Peerlings, Dipartimento di Economia Agrarie e Politica Rurale, Wageningen University Davide Pettenella, Dipartimento TeSaf - Universit di Padova Giuseppe Pignatti, Consiglio per la Ricerca e la sperimentazione in Agricoltura, Unit di ricerca per le produzioni legnose fuori foresta, Roma Antonello Podda, Dipartimento di Scienze Sociali e delle Istituzioni. Universit degli Studi di Cagliari Nico Polman, Dipartimento di Economia Regionale e Uso del Suolo, Lei - Wageningen University Andrea Povellato, Istituto Nazionale di Economia Agraria, Inea Desiree Quagliarotti, Istituto di Studi sulle Societ del Mediterraneo (Issm) del Cnr di Napoli Paolo Sckokai, Istituto di Economia Agro-Alimentare, Universit Cattolica del Sacro Cuore, Piacenza Franco Sotte, Dipartimento di Scienze Economiche e Sociali, Universit Politecnica delle Marche Angela Solustri, Associazione Alessandro Bartola - Studi e ricerche di economia e politica agraria Antonella Trisorio, Istituto Nazionale di Economia Agraria, Inea, Roma Davide Viaggi, Dipartimento di Scienze Agrarie, Universit di Bologna Annamaria Vitale, Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali, Universit della Calabria Chiara Zanetti, Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dellUniversit degli Studi di Trieste Marco Zuppiroli, Dipartimento di Economia, Universit degli Studi di Parma

associazioneAlessandroBartola
studi e ricerche di economia e politica agraria

c/o Dipartimento di Scienze Economiche e Sociali Universit Politecnica delle Marche Piazzale Martelli, 8 60121 Ancona Segreteria: Anna Piermattei Telefono e Fax: 071 220 7118 email: aab@univpm.it

Le procedure e la modulistica per diventare socio dellAssociazione Alessandro Bartola sono disponibili sul sito www.associazionebartola.it

LAssociazione Alessandro Bartola una organizzazione non profit costituita ad Ancona nel 1995, che ha sede presso il Dipartimento di Scienze Economiche e Sociali dellUniversit Politecnica delle Marche. Ha lo scopo di promuovere e realizzare studi, ricerche, attivit scientifiche e culturali nel campo delle materie che interessano lagricoltura e le sue interrelazioni con il sistema agroalimentare, il territorio, lambiente e lo sviluppo delle comunit locali. LAssociazione, nellambito di queste finalit, dedica specifica attenzione al ruolo delle Regioni nel processo di integrazione europea. La denominazione per esteso, Associazione "Alessandro Bartola" - Studi e ricerche di economia e di politica agraria, richiama la vocazione dellAssociazione alla ricerca. Essa si pone il compito di promuovere la realizzazione e diffusione dei risultati scientifici nelle sedi (universitarie e non) con le quali si rapporta sul terreno della ricerca e nel cui ambito offre il proprio contributo. LAssociazione si pone anche il compito di rappresentare essa stessa una sede di ricerca innanzitutto per rispondere alle necessit di approfondimento scientifico dei propri associati e poi anche per divenire un referente scientifico per le istituzioni pubbliche e per le organizzazioni sociali. Sono socie importanti istituzioni nazionali e regionali sia del mondo della ricerca che di quello dellimpresa, le principali organizzazioni agricole e professionali, docenti e ricercatori provenienti da diciannove sedi universitarie e imprese del sistema agroalimentare. Con gli associati vi una stretta collaborazione per organizzare iniziative comuni a carattere scientifico. Oltre ai convegni e alle attivit seminariali, realizzate anche in collaborazione con istituzioni europee, lAssociazione Alessandro Bartola investe notevoli risorse umane e materiali nella diffusione di lavori scientifici attraverso un articolato piano editoriale strutturato su pi livelli.

www.associazionebartola.it www.agriregionieuropa.it www.agrimarcheuropa.it

SPERA - Centro Studi Interuniversitario sulle Politiche Economiche, Rurali ed Ambientali Gli obiettivi del centro sono:

Membri: Dipartimento di Scienze Economiche e Sociali (Universit Politecnica delle Marche - Ancona) Dipartimento di Economia e Statistica (Universit della Calabria - Arcavacata di Rende) Dipartimento di Scienze Aziendali, Statistiche, Tecnologiche ed Ambientali Dipartimento di Metodi Quantitativi e Teoria Economica (Universit degli Studi di Chieti e Pescara) Dipartimento di Scienze Economiche (Universit di Verona) Dipartimento di Ricerche Aziendali (Universit di Pavia) Dipartimento di Economia (Universit di Parma) Dipartimento di Scienze Economiche Gestionali e Sociali (Universit del Molise)

promuovere, sostenere e coordinare studi e ricerche, teorici ed applicati anche a carattere

collaborare con le Facolt delle Universit aderenti a Spera per la realizzazione di corsi di
formazione, di aggiornamento e di specializzazione sulle tematiche oggetto di ricerca.

multidisciplinare, che abbiano per oggetto la valutazione dellimpatto delle politiche economiche, rurali ed ambientali, anche in relazione alle problematiche della salute pubblica e della garanzia degli alimenti, con particolare riguardo al ruolo delle istituzioni pubbliche e private, internazionali e nazionali, regionali e locali; simulare ex ante, valutare in itinere ed analizzare ex post limpatto delle politiche economiche agricole, rurali e ambientali a livello micro e macro, aziendale, settoriale e territoriale, considerando congiuntamente gli aspetti economici, sociali ed ambientali, sia nellambito delle economie sviluppate sia in quelle in via di sviluppo; favorire la raccolta di documentazione sugli argomenti prima indicati, anche attraverso lintegrazione delle biblioteche e la messa in comune di banche-dati; diffondere i risultati dellattivit di ricerca e documentazione, anche attraverso la pubblicazione di working papers e la costruzione di un sito in Internet, al fine di favorire la massima diffusione dei risultati; promuovere e organizzare, anche in collaborazione con altri enti pubblici e privati, convegni, seminari scientifici, tavole rotonde ed altre iniziative di studi e divulgazione sui temi di ricerca; costruire una struttura di relazione con altri centri studi sulla valutazione delle politiche economiche agricole, rurali ed ambientali, nazionali ed internazionali; redigere, coordinare e gestire progetti di ricerca nazionali ed internazionali;

Sede: Dipartimento di Scienze Economiche e Sociali Universit Politecnica delle Marche Piazzale Martelli, 8 - 60100 Ancona

http://spera.univpm.it/

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