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Trickster - Rivista del Master in Studi Interculturali

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Wilie Maercklein - Music and Learning

Spettri di Spivak: presa di parola e rappresentazione ai margini del canone occidentale


Alessandro Corio
1. Eppure imparare a imparare Mentre cerchiamo di puntellare le nostre difese, tendiamo a lasciare intatta la politica degli specialisti dei margini gli studi di area, l'antropologia e simili. Gli studi del Terzo Mondo, inclusi gli studi femministi del Terzo Mondo, in lingua inglese, diventano talmente annacquati che tutta la specicit linguistica o la profondit nello studio della cultura sono spesso ignorate. E infatti, delle opere in traduzione inglese spesso mediocre oppure scritte in inglese o in altre lingue europee, in aree del globo di recente decolonizzazione, oppure da persone di cosiddetta origine etnica nello spazio del Primo Mondo, stanno cominciando a costituire la letteratura del Terzo Mondo. All'interno di quest'arena di formazione terziaria in letteratura, l'ex-marginale in ascesa, giusticatamente in cerca di riconoscimento, pu favorire la mercicazione della marginalit. A volte, con le migliori intenzioni e in nome dell'utilit, si tende a stabilire un doppio standard istituzionalizzato: uno standard di preparazione e di test per quelli del nostro stesso tipo e un altro per il resto del mondo. Anche nel momento in cui ci uniamo alla lotta per stabilire lo studio istituzionale della marginalit, dobbiamo continuare a dire Eppure ... (Spivak 1999a: 185). Eppure che cosa possiamo imparare da Spivak? Linserimento di Gayatri Chakravorty Spivak, intellettuale organica al pianeta (Pirri 2004), da altri de-nita come femminista marxista decostruzionista , allinterno di un paradossale ed ossimorico Canone interculturale, ci spinge innanzitutto a prendere seriamente in considerazione limperativo etico e pedagogico che attraversa tutti i suoi testi: come possibile imparare veramente dallAltro? Quali sono i presupposti critici di una pratica interculturale che ci spinga ad imparare a imparare dal basso? Quale genere di relazione, di tipo teorico o pratico, possibile instaurare con quelle forme dellalterit che spesso e troppo facilmente diventano oggetto dei nostri discorsi pi benevolenti, proiezione di un senso di colpa ancestrale dellOccidente, talmente forte e radicato da non

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permetterci di scorgere, dietro lo schermo dellattivismo terzomondista benevolente promosso dalle organizzazioni non governative e supportato dalle istituzioni economiche e politiche internazionali, dietro i progetti di Genere e Sviluppo, una riproposizione, nel quadro della nanziarizzazione globale, della vecchia missione civilizzatrice dellOccidente? Quale pu essere il ruolo e la responsabilit dellintellettuale che lavora con un piede fuori e laltro dentro allistituzione accademica, nella produzione di forme di discorso e di rappresentazioni del subalterno, dellalterit culturale, di genere, di classe, delle cosiddette soggettivit diasporiche o migranti? Come posso affrontare, da una posizione discorsiva e sociale di privilegio, il paradosso della luogotenenza, del parlare per laltro, che porta con s costantemente il rischio di operare unicamente quella che Spivak denisce, nel suo testo pi denso e autorevole, Critica della ragione postcoloniale, la forclusione dellInformante Nativo , la costruzione dellaltro come soggetto migrante o postcoloniale auto-marginalizzantesi o auto-consolidantesi che si maschera come informante nativo (Spivak 1999a: 31), al solo ne di rafforzare il Soggetto dominante, il S dellOccidente? Quale rapporto possibile stabilire tra le teorie e le pratiche, tra le quali non esiste una pacica continuit, bens, secondo Spivak, piuttosto una reciproca e ben pi creativa discontinuit ed interruzione? Tutto il lavoro di Spivak anche una in-nita decostruzione della propria posizione in quanto intellettuale privilegiata ed insegnante che opera allinterno di unistituzione come lAccademia americana, che riveste un ruolo centrale nella produzione del potere/sapere dominante. La questione del Canone, che affrontiamo in questo numero di Trickster, coinvolge le dimensioni etico-soggettive della scelta e della responsabilit, di ordine estetico, intellettuale e pedagogico. Anche per questo, in questo testo non potr fare a meno di rompere quella convenzione implicita della scrittura accademica, o comunque di carattere critico-teorico, che vuole che il soggetto venga costantemente reso trasparente, invisibile, contraffatto dietro lo schermo di unimpersonalit retorica. In questo testo, insomma, scriver io, qualsiasi cosa voglia dire, assumendone pienamente la responsabilit e tentando di usare Spivak anche per marcare i presupposti e le conseguenze della mia posizione di soggetto. Questo non nellintento, che rientrerebbe nel progetto totalizzante dellIlluminismo e della modernit occidentale che la critica postcoloniale ci spinge a decostruire, di fare piena luce su s stessi, per comprendere meglio laltro o il mondo, bens per cercare di re-immaginare lAltro e il pianeta per mezzo di unimmaginazione che abbandona lidentit come referente (Spivak 2004: 46). Cominciamo, dunque, da quella parte di alterit, non pienamente conoscibile e rappresentabile, che costituisce il nostro s, la nostra singolarit, e che ci permette di aprirci, di disporci allimprevedibilit dell evento dellAltro come esperienza dellimpossibile [] lesperienza dellaltro come invenzione dellimpossibile, in altri termini come la sola invenzione possibile (Derrida 1987: 27). Re-immaginare laltro, come vedremo, implica, secondo un movimento di innito de-centramento e supplementazione che Spivak riprende da Derrida, re-immaginare il pianeta , quindi re-immaginare il soggetto come planetario (Spivak 1999b). Il re- non ha quindi una valenza singolativa, ma di continua iterazione e ripetizione, che nisce con lalterare il soggetto stesso nel suo divenire (Zoletto 2006). Il sottotitolo di questo saggio accenna alla questione della rappresentazione del margine (doppio genitivo) e della questione politica - intesa nellaccezione pi ampia del termine, come discussa da Rancire 1995 - della presa di parola del subalterno. La scelta di inscrivere Spivak in un fantomatico e (im)possibile Canone interculturale dovuta, per me, proprio allinaggirabilit, per una pratica teorica e politica del/nel presente, della questione relativa alla rappresentazione (nella sua doppia accezione, come vedremo) dellAltro ed ai suoi limiti, e della messa in questione dellautorit del Soggetto (i) e del suo potere-responsabilit di parlare per lAltro. Insomma, cercher di indagare, seguendo nello specico il ragionamento di Spivak, le aporie prodotte dal cos detto paradosso della delega, o della luogotenenza, muovendo da quel

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saggio tanto discusso, Can the Subaltern Speak? (Spivak 1988), e dalla sua successiva riscrittura. Ma non mi limiter a questo. Cercher, muovendomi tra storia e letteratura, di intrecciare questo ragionamento con la questione del Canone che nel suo costituirsi come singolarit plurale, traccia inevitabilmente le linee che deniscono la marginalit in un movimento di inclusione escludente indagando il suo rapporto con le letterature che vengono oggi denite postcoloniali. In questo senso, seguendo proprio la lezione di Spivak, legger il romanzo di Maryse Cond Moi, Tituba sorcire noire du Salem (Cond 1986), osservando in che modo la rappresentazione letteraria singolare e invericabile, in questo caso la voce di Tituba/Cond, possa interrompere e supplementare il discorso teorico di Spivak: E nella letteratura che imparo a imparare da ci che singolare e non vericabile. Non vedo il letterario come un campo di espressione; non ci si esprime attraverso la letteratura, piuttosto il luogo allinterno del quale si viene colpiti, si viene impressionati: gepraegt (Devi, Spivak 1997: xii). Ammettiamolo, leggere Spivak non impresa semplice n graticante. La sua prosa sincopata, densa, sovraccarica di citazioni, di parentesi e lunghe note, il suo periodare talvolta acrobatico, che eccede volutamente i limiti della sintassi convenzionale, sembra voler mettere alla prova il lettore, snirlo attraverso continui spiazzamenti che impediscono di rintracciare i punti chiave dellargomentazione, cercando letteralmente e continuamente di togliere il terreno da sotto i piedi, spostando il livello dellargomentazione dallaneddoto personale alla teoria, dalla riessione politica allesempio empirico ecc. A volte sembra perdersi tra le esemplicazioni, a volte sembra enunciare un concetto in forme quasi autoritarie e volutamente semplicate, a volte produce letture talmente allegoriche dei testi letterari che farebbero rizzare i capelli a lettori e critici pi convenzionali e scrupolosi. Penso ad Harold Bloom che, probabilmente e credo ingiustamente, la condannerebbe al girone dei golosi-bulimici, insieme alle legioni dei cultural studies e dei marxisti e femministe che hanno invaso le accademie americane e inquinato la purezza estetico-cognitiva del testo letterario. Per uscire da questa trappola, sembra che lunico modo sia compiere il gesto paradossale del Barone di Munchausen, afferrarsi per il codino. Eppure 2. La lingua mozzata di Venerd Impossibile, dunque, rintracciare un punto di partenza delle sue argomentazioni, e questo fa parte, sia beninteso, proprio di una strategia argomentativa che cerca di spiazzare le difese del nostro sapere/potere. Spivak stessa lo ribadisce pi volte, non possiamo che partire dal punto in cui ci troviamo e dalla confusione, angoscia e mancanza di chiarezza che ci assalgono. Prendo le mosse, dunque, da un testo letterario, che mi ha impressionato e che legge anche Spivak. Si tratta di Foe dello scrittore sudafricano J. M. Coetzee, una riscrittura in forma di meta-romanzo teoricamente informato di due testi del Canone occidentale che tentano di costruire la marginalit come alterit rispecchiante il s euro-occidentale: Robinson Crusoe (1719) e Roxana (1724) di Daniel Defoe. I livelli di lettura possibili di un testo cos ricco, la cui intertestualit rimanda apertamente ad un campo culturale e letterario enorme, che va da Shakespeare a Derrida, sarebbero moltissimi. Mi concentrer, a mo di introduzione al tema che vorrei affrontare, sul silenzio di Venerd come gura del margine e dei limiti della rappresentazione, della critica e della volont del soggetto. Cosa possiamo imparare da chi resta in silenzio?

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Robinson Crusoe and Man Friday Venerd, nella riscrittura di Coetzee, muto. La sua lingua stata tagliata. Il nostro inizio una cesura violenta, quindi, una lingua mozzata. Una bocca che non pu articolare i suoni confusi che fuoriescono dalla sua gola nell'architettura complessa della parola, che non pu rappresentare e trascendere, almeno allapparenza, la realt fenomenica dell'esperienza nel linguaggio. Il romanzo di Coetzee si presenta come un esempio di quel gesto di ri-scrittura del Canone occidentale, ricorrente nelle letterature postcoloniali. Si pensi solamente alle innumerevoli riscritture del personaggio di Calibano de La tempesta di Shakespeare, letta generalmente dagli scrittori postcoloniali come paradigma della dialettica moderna padrone-schiavo o colonizzatorecolonizzato. Calibano diventa, in alcune riscritture come quella di Aim Csaire (Csaire 1969), il paradigma della soggettivit anticolonialista e resistente, inscrivendosi pienamente in una dialettica di opposizioni binarie del genere marron-esclave che ripete, anche sul piano dell'azione politica e delle forme di resistenza e di lotta, quella frattura manichea che Fanon descriveva, ne Les damns de la terre, in una prosa radicalmente assertiva: le monde colonis est un monde coup en deux (Fanon 1968). La riscrittura di Coetzee si colloca in un orizzonte differente rispetto a quello, ancora moderno ed umanista, in cui scrivono Fanon e Csaire; si tratta di un orizzonte che oggi deniremmo, con buona approssimazione, come postmoderno. La vita e le avventure di Robinson Crusoe stato giustamente letto come un gesto seminale della modernit, l'inizio della lunga avventura del romanzo moderno ed una compiuta rappresentazione della soggettivit capitalista e colonialista occidentale, della sopravvivenza dell'individuo e delle fondamenta della civilt in relazione allo stato di natura, della dialettica servo-padrone. Potremmo dire che l'avventura del romanzo borghese cominci, uno dei suoi molti inizi, proprio dallo stupore provato da Crusoe quando si
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imbatte, per la prima volta dopo aver naufragato sull'isola, in una traccia, in un'orma o impronta: segno concreto ed allegoria di un'alterit radicale. Ma il riconoscimento come tale di questa alterit minacciante non avviene immediatamente, bens attraverso quel movimento di differenziazione e differimento che alla base della scrittura stessa e del segno come scrittura e iscrizione. Crusoe confronta e misura l'impronta sulla sabbia con la forma e le dimensioni del suo piede, per essere certo che non si tratti di un'orma lasciata da s stesso. Una volta misurata empiricamente questa differenza, egli ne stabilisce immediatamente il signicato, come se appartenesse ad un codice gi da sempre denito, traducendolo nel linguaggio paranoico del soggetto colonizzatore che si rivolge all'alterit: si tratta indubbiamente di un selvaggio cannibale e, pertanto, di un pericoloso nemico. La riscrittura di Coetzee anche una decostruzione di questo processo di signicazione, che ci conduce dalla certezza di Crusoe che la traccia che egli si trova davanti sia il segno di una presenza e di una identit pienamente fondate e altre, al labirinto del dubbio e all'impossibilit di rappresentare una simile certezza, di riconoscere un legame immediato ed univoco tra il segno e il suo referente. Nel movimento del romanzo, Coetzee mette in scena unepistemologia eminentemente decostruzionista, che non produce una rottura radicale con l'oggetto che intende criticare, nel nostro caso il linguaggio della modernit coloniale, ma vi ritorna incessantemente, abitandolo e percorrendone i margini a partire dal suo interno, da quel linguaggio di cui, nonostante se ne avverta tutta l'insufcienza, non possiamo fare a meno. Non esiste dunque un terreno sicuro, un metalinguaggio e un sapere assoluto su cui appoggiare la nostra analisi, o la nostra lotta, e la grande narrazione di Robinson Crusoe, la sua linearit sistematica e logico-sequenziale si frammenta, nel meta-romanzo di Coetzee, in una molteplicit di narrazioni differenti che si supplementano l'una con l'altra, senza mai costituire una totalit compiuta di senso, bens rimandando ad un processo in-nito. Lo vedremo in particolar modo nel nale, tanto affascinante e ben scritto, quanto problematico sul piano dell'interpretazione. Foe suddiviso in quattro parti. Soltanto la prima parte descrive direttamente l'avventura sull'isola, mentre le due sezioni successive sono piuttosto una riessione su quell'esperienza, un disperato tentativo di interpretarla e di narrarla, o di delegarne la narrazione, cos da poterne ri-costruire un senso. La quarta parte, come vedremo, costituita da due brevi narrazioni in prima persona il cui soggetto risulta non denibile. Derek Attrige, in Attridge 1992, ha sottolineato, in particolare, come questa ricca intertestualit, che caratterizza anche i romanzi precedenti di Coetzee, svolga la complessa funzione di sconvolgere e decentrare la relazione semplice e biunivoca tra il referente storico-empirico e la nzione narrativa, cos come tra la sua narrazione e il canone cui fa riferimento. E la prima, e pi evidente, differenza rispetto al romanzo di Defoe costituita proprio dall'inserimento di un personaggio femminile, Susan Barton, che scalza Crusoe dal suo ruolo di protagonista, di maschio bianco, cristiano, etero e proprietario, come soggetto etico (Spivak 1999a: 190). Il romanzo di Coetzee costruisce una complessa allegoria della rappresentazione, della scrittura e della ricerca, attraverso questa, di un senso che si nasconde. Si tratta, a mio avviso, di una rappresentazione complessa e non risolta, indecidibile, del problema dell'autorit della/nella scrittura, dell'autorialit, dell'impossibilit di rappresentare, nel doppio signicato che vedremo tra poco, l'alterit radicale, il limite impossibile che demarca il totalmente altro come margine (Spivak 1999a: 188) ed il suo silenzio: un'allegoria, dunque, dell'impossibilit del progetto di costruire Venerd come soggetto, di dargli voce, in modo tale che possa servire all'anticolonialista metropolitano da informante nativo. Coetzee crea un mondo che, riprendendo la terminologia di Spivak, risulta catacrestico, un mondo in cui le gure e i segni mancano quel referente letterale che al tempo stesso evocano. In una messinscena della scrittura egli rappresenta, attraverso i personaggi di Barton e Foe, due strategie narrative ed epistemologiche opposte ed insieme complementari.

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Nel corso del romanzo ogni punto fermo, ogni origine ssa, sembra scivolare rivelando la presenza di un'alterit. Susan Barton viene dall'Inghilterra, dal centro dell'Impero. Suo padre per era francese e scapp in Inghilterra per sfuggire alle persecuzioni nelle Fiandre. Il suo vero nome era Berton ma, come succede, in bocca agli stranieri si corruppe (Coetzee 1986: 8). Inoltre Susan Barton una donna sola, e si pone dichiaratamente fuori dalla famiglia tradizionale patriarcale e dal ruolo subalterno riservato alla donna. Ella parte da sola dall'Europa, dirigendosi a Bahia in cerca della glia che era stata rapita, ma le sue ricerche risultano vane ed infruttuose. Il personaggio di Barton cerca di costruire una soggettivit forte, vuole essere l'autore della propria storia o, come afferma assai signicativamente, essere padre della mia storia (111) decidendo che cosa narrare e che cosa omettere dalla narrazione, in base ad un desiderio fondato nella sostanzialit del suo essere e della sua storia: Tutto ci fa parte di una storia che scelgo di non raccontare. Scelgo di non raccontarla, perch a nessuno, nemmeno a voi, devo dimostrare di essere una creatura dotata di consistenza con una storia vera dotata di consistenza. Preferisco raccontare dell'isola, di me, di Cruso e di Venerd, e di ci che abbiamo fatto l: perch sono una donna libera che afferma la propria libert raccontando la propria storia secondo i propri desideri (118). Come vedremo proprio questo dualismo rigido tra una realt sostanziale ed una nzione narrativa, in cui si iscrive una soggettivit autonoma che agisce e decide in base ai propri desideri coscienti, andr sgretolandosi nel corso del romanzo. Quello che dovrebbe essere un punto di vista femminile che rompe e disorienta la narrativa omo-centrica di Defoe, si rivela perci ben presto una soggettivit che riproduce il s auto-centrato del soggetto imperialista occidentale, anche nella sua smania di penetrare in profondit gli eventi, in cerca di una pienezza del senso. Il desiderio di Barton di poter disporre pienamente della propria storia la spinge alla convinzione acritica e pi volte reiterata di poter disporre anche di Venerd e della sua liberazione: Se non sta a me liberare Venerd, a chi compete? (88). Come afferma acutamente Spivak nella sua lettura del romanzo, Coetzee coinvolto, con la rappresentazione di questo problematico personaggio femminile, in una revisione storicamente implausibile, ma politicamente provocatoria. Sta cercando di rappresentare la donna individualista borghese delle origini come agente di un'etica diretta verso l'altro, anzich come combattente dell'etica preferenziale del proprio interesse. [...] Ella un soggetto per la storia (history). Ed dunque lei ad essere coinvolta nella costruzione del marginale [...] come oggetto di conoscenza (Spivak 1999a: 196). Ne deriva il fatto che, come Spivak ribadisce pi volte, il femminismo e l'anticolonialismo non possono occupare uno spazio narrativo continuo, ma sono il segno di un'aporia al centro , di un'indecidibilit: Se il Femminismo si pone al anco degli studi etnici come studi americani, o del postcolonialismo come ibridismo migrante, il Sud rimane ancora una volta nellombra, e al posto dellinformante nativo entra in scena il diasporico (Spivak 1999a: 183). La violenza epistemica e la forclusione dellinformante nativo, sembra dirci Spivak, sono quasi sempre mosse dalle nostre migliori intenzioni di riabilitare la posizione di soggetto di determinate categorie, come, per esempio, quella del migrante o del diasporico, la cui centralit nelle attuali retoriche del multiculturalismo (Leghissa, Zoletto 2002) rischia di riprodurre altre forme di subalternit etnica o di genere, nonch di mettere ancora una volta al centro lOccidente, per dimenticare quanti lottano nel Sud. Ci troviamo, afferma Spivak, nella necessit di affrontare unaporia, o un double bind, da cui non possiamo e non dobbiamo cercare di uscire troppo facilmente, infatti i double bind sono meno pericolosamente abilitanti di quanto non lo sia risolvere unilateralmente i dilemmi (187). I due poli critici sono dunque larroganza eurocentrica ed il nativismo non vagliato. Del primo Spivak offre un lampante esempio nella coscienziosit dellattivismo sartriano verso il Sud, quando il losofo francese afferma, con disarmante etnocentrismo, che esiste sempre una maniera per comprendere lidiota, il bambino, il primitivo o lo straniero, purch si abbiano informazioni sufcienti (Sartre 1946: 88). Un esempio di violenza epistemica e di arroganza

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della coscienza dellumanista radicale europeo, che consolida se stessa immaginando laltro (Spivak 1999a: 185). Ma anche il punto di vista opposto, quello del nativismo e della nostalgia, secondo cui solo il marginale pu parlare per il margine , sebbene possa rivestire uninnegabile efcacia politica che Spivak denisce, come vedremo, essenzialismo strategico, rischia di convalidare e di riprodurre lo stesso genere di arroganza. I personaggi che si muovono attorno al silenzio di Venerd in Foe mettono in scena proprio questa aporia, e come uno specchio ci riettono tutte le ambiguit ed i limiti delle nostre pratiche e delle nostre retoriche quando ci muoviamo nel campo dellintercultura. I personaggi di Coetzee si muovono alla ricerca impossibile di profondit, verit e autenticit, di un corpo segreto nascosto dietro al velo delle apparenze, che li trascina irrevocabilmente verso un circolo ermeneutico, costituito dall'impossibilit/necessit di recuperare la voce del soggetto subalterno. Chi, se non Cruso, che non c' pi, potrebbe narrarvi accuratamente la storia di Cruso? (46), afferma Barton ad un certo punto, e pi oltre: Eppure, l'unica lingua che pu raccontare il segreto di Venerd la lingua che ha perduto (60). E' il paradosso della testimonianza e della delega, per cui chi pu parlare non ha niente di interessante da dire in prima persona, mentre colui che dovrebbe raccontare lesperienza estrema per denizione, come il mussulmano nei campi di concentramento di cui ci parla Primo Levi ne I sommersi e i salvati, non pu parlare (Agamben 1998). E Venerd non pu dire il suo segreto, che poi la nostra presunzione di un segreto, la sua lingua stata mozzata e non sapremo mai da chi, perch e in che circostanze. Ancora una volta il fondamento della verit, il segreto, si sottrae a qualunque presa del linguaggio. Ecco un passaggio fondamentale del romanzo: - Nelle lettere che non avete letto, - dissi, - ho espresso una mia convinzione: se la storia pare insipida, solo perch mantiene ostinata il suo silenzio. Le ombre di cui lamentate la mancanza sono l: stanno nella perdita della lingua di Venerd. Foe non ribatt, cos proseguii. - La storia della lingua di Venerd una storia che non si pu raccontare, o che io non sono in grado di raccontare. Cio, si possono narrare molte storie sulla lingua di Venerd, ma la vera storia sepolta dentro di lui, che muto. La vera storia non si potr ascoltare nch, grazie all'arte, non si trover il modo di dare voce a Venerd. (107) L'enfasi sul silenzio di Venerd, vero nocciolo assente della storia come lo denisce signicativamente Bongie 1998, accompagnata dall'insistenza all'accesso al linguaggio del potere attraverso la scrittura, sia da parte di Venerd che da parte dei due soggetti che imperialisticamente vogliono penetrare e violare il segreto del suo silenzio: Venerd ha navigato a sua insaputa ( Barton che parla n.d.r.), su una grande bocca, o becco, come l'avete chiamato voi, spalancata e pronta a divorarlo. Sta a noi scendere nella bocca (dato che parliamo per immagini). Sta a noi aprire la bocca di Venerd e sentire cosa c' dentro: silenzio, forse, o un mugghio, come il mugghiare di una conchiglia portata all'orecchio. [...] Dobbiamo far parlare il silenzio di Venerd, nonch il silenzio che circonda Venerd. (128)

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Dogdaisy92 - Detail: Calibans speech from The Tempest L'ultima frase riassume il programma di tanta parte della letteratura moderna e modernista, cos come di molta letteratura anti-colonialista. Vi riecheggiano i versi di Csaire: Ma bouche sera la bouche des malheurs qui n'ont point de bouche, ma voix, la libert de celles qui s'affaissent au cachot du dsespoir (Csaire 1939). Il potere della scrittura come intervento nella storia, per come l'hanno vissuto molte generazioni no ad anni recenti, anche il potere di rappresentare chi non ha voce, i marginali, gli esclusi, i subalterni. Ma questa forma di rappresentazione e di potere Michel Foucault vi avrebbe visto un'estensione o una metamorfosi del potere pastorale (Foucault 1976) - porta con s le tracce, o i semi, di quella stessa violenza epistemica che alla base del discorso del colonialismo, e che si vorrebbe rimuovere. Parlare per l'altro, parlare dell'altro, costruirlo nelle proprie categorie linguistiche ed ideologiche: questo il progetto dell'imperialismo di matrice occidentale, delle forme di rappresentazione e delle scienze che si sono generate al suo interno o in relazione ad esso. Ma chi scriver, allora, la parte mancante della storia? Venerd, forse, quando avr imparato a scrivere? Oppure non verr mai scritta? E' una possibilit oppure un'impossibilit? E' qualcosa che pu trovare il suo spazio e il suo tempo nel linguaggio e nella scrittura? O ne rappresenta il limite impossibile? Ma se questo limite davvero invalicabile, non dovremmo dedurre che Coetzee ci sta indicando che davvero esiste un luogo, un punto di autenticit, per quanto inaccessibile, che racchiude la verit, il segreto di Venerd e della sua lingua mozzata? La risposta a questi interrogativi non appare assolutamente scontata, e vedremo come il nale non risolva affatto, bens incrementi questa indecidibilit e questa mancanza di un punto di autenticit. Alcuni critici sono stati tentati di interpretare il silenzio di Venerd in una direzione essenzialista. David Attwell, ad esempio, ha affermato che esso anticipa la silenziosa potenza trasformativa del corpo della storia, del corpo del futuro . Ma non detto che il romanzo legittimi del tutto questa interpretazione. Piuttosto che abitare un mondo di gure che non pu essere ridotto ad un corpo, egli appare come un corpo che non pu essere ridotto al mondo gurale di Barton e di Foe, una sorta di gurazione di quella che Giorgio Agamben ha denito come nuda vita, in questo caso priva di una forma-di-vita (Agamben 1995). Ma Spivak ci mette giustamente in guardia dal convalidare acriticamente una simile interpretazione, anche se essa , in parte, suggerita dallo
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stesso autore. Soffermiamoci ora sullepisodio fondamentale della lezione di scrittura, rappresentato nel terzo capitolo. Nonostante il suo scetticismo, Barton si impegna nel programma educativo di Venerd, promosso da Foe. Prende una lavagna e vi disegna una casa. E qui, per comprendere il signicato del brano, che va perdendosi nella traduzione, dobbiamo riprendere il testo nella sua lingua originale. Sotto il disegno Barton traccia quattro lettere: h-o-u-s, cercando cos di far corrispondere ad ogni fonema della parola house-casa un grafema, in cerca insomma di una corrispondenza piena e biunivoca tra la parola e l'immagine. In questa visione logocentrica della scrittura, la mancanza della e muta che pu essere udita solo in essa, segna proprio quella differenza della scrittura che Barton non in grado di cogliere. Venerd ripete la scrittura delle quattro lettere sulla lavagna, ma, sottolinea Barton, soltanto lui sapeva se fossero proprio le quattro lettere, e se stessero proprio per la parola casa, la gura che avevo disegnato e la cosa in s (131). La lezione prosegue con altre tre parole, Africa, madre e nave. Signicativamente, le quattro parole rimandano a due campi semantici differenziati. Le prime tre, casa, Africa e madre rimandano all'idea di un'origine ssa, di un fondamento, di quel punto di autenticit dell'Africa come madre e casa di Venerd. La quarta parola, la pi problematica, rimanda invece a quell'orizzonte semantico della Tratta, del middle passage, che tanta parte ha nell'esperienza e nelle culture afro-americane. Nei termini in cui si espresso Paul Gilroy in The Black Atlantic (Gilroy 1993) quest'opposizione rappresenta l'ambivalenza della cultura afro-americana, presa tra una visione essenzialista, che era poi quella della ngritude, che poneva al centro il recupero delle origini africane e l'essenza di un'identit nera, e una visione pi discontinua e complessa della diaspora africana che trova nella nave uno dei cronotopi fondamentali per ripensare la modernit in una dimensione anti-essenzialista. Ed proprio la quarta parola, nave, che eccede per le sue connotazioni i conni dell'identit tracciati dall'epistme moderna, che Venerd non riesce, non pu o non vuole riprodurre. Barton scrive ship e Venerd sceglie di scrivere una serie ininterrotta di h-s-h-s-h-s ... o forse h-f, ed avrebbe riempito l'intera lavagna, se Barton non gli avesse sottratto la matita. L'episodio potrebbe essere letto come un gesto tipicamente postcoloniale di ri-appropriazione della scrittura, in questo caso capovolgendola attraverso un'inversione graca e valicandone il limite imposto dal codice linguistico. Barton abbandona scoraggiata l'impresa, cogliendo forse una scintilla di scherno nei profondi recessi di quelle pupille nere . Ma subito interviene un gesto di relativismo essenzialista a chiudere ogni spiraglio: Ma se c'era, non sarebbe stata una scintilla africana, oscura al mio occhio inglese? Foe si dimostra invece un po' pi ottimista, ma la sua considerazione non esce dal medesimo quadro epistemologico: Ma poich vi sono molti tipi di uomini, vi sono pure molti tipi di scrittura (132). Mentre i due proseguono le loro disquisizioni losoche sulla scrittura e i selvaggi, Venerd prende possesso della lavagna e comincia a tracciarvi dei segni. A prima vista questi paiono a Barton un motivo di foglie e ori, un disegno naf insomma, che ben si adatta alla mente primitiva di Venerd. Avvicinandosi, per, si accorge che Venerd ha di-segnato degli occhi aperti, ognuno dei quali posto sopra un piede umano. Una la dopo l'altra di occhi deambulanti. Sono segni signicanti, dunque, che simboleggiano chiaramente la violenza dello sguardo degli altri, dello sguardo del colonizzatore che vuole interpretare il nativo. Feci per prendere la lavagnetta e mostrarla a Foe, ma Venerd se la tenne stretta. - Dammela! Venerd, dammi la lavagnetta! ordinai. Al che, invece di obbedirmi, Venerd si mise tre dita in bocca, le inumid e la pul. Mi ritrassi disgustata (132). Questo atto di ammutinamento, la lavagna trattenuta di Venerd, che si nega all'interpretazione univoca del padrone costituendosi come soggettivit agente, fa capire a Barton di essere lei la prigioniera, prigioniera del proprio desiderio di carpire il segreto di Venerd, prigioniera della propria volont di sapere. Siamo ad un passaggio decisivo del romanzo. Venerd, secondo l'interpretazione della Spivak,

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qui il guardiano del margine. [...] quel margine che non posiamo penetrare, che anzi dobbiamo ignorare per poter andare avanti (Spivak 1999a: 204). Egli diventa l'agente non enfatico del trattenere nel testo , aprendo cos un nuovo spazio non denito di signicazione e di azione. Spivak conclude con queste parole: Per ogni spazio territoriale codicato e valorizzato dal colonialismo e per ogni ordine da parte dell'anti-colonialismo metropolitano a che il nativo conceda la propria voce, c' lo spazio per il trattenere, marcato da un segreto che potrebbe non essere un segreto, ma che non pu essere dischiuso. Il nativo, qualunque cosa signichi, non solo una vittima, ma anche un agente. Il guardiano curioso al margine, che non informer. (205) Lultimo capitolo rimette signicativamente in discussione questo scenario e la sua volontaria indecidibilit lascia spazio a diverse interpretazioni. Innanzitutto, dobbiamo chiederci, che cosa intende dirci Coetzee rappresentando quest'atto di trattenere, che fa di Venerd un agente e non pi una vittima passiva dello sguardo del colonizzatore? Dobbiamo pensare, come Barton e Foe, che ci sia qualcosa dietro Venerd? Che ci sia un signicato profondo, una storia da raccontare racchiusa nel suo silenzio? Il libro non ci autorizza a dare una risposta positiva, la quale rientrerebbe pienamente in quell'ordine della rappresentazione che lo scrittore critica e decostruisce attraverso tutto il romanzo. Nel nale, scompaiono quelle virgolette che segnavano con effetto straniante il gesto arbitrario della scrittura - la rappresentazione della scrittura nella scrittura - cos che il lettore risulta catturato da/in una voce narrante in prima persona, che potrebbe anche essere la sua (del lettore). Il margine tra narratore e lettore, e quindi la distanza diegetica, viene drasticamente ridotta producendo una sovrapposizione perturbante. Secondo l'interpretazione di Spivak, il lettore viene messo in scena in posizione di soggetto, in una sorta di lezione di lettura, che segue signicativamente, e raddoppia capovolgendola, la lezione di scrittura che chiudeva il precedente capitolo, rappresentando il desiderio di invadere il margine, il contenuto del trattenere, ed il fallimento di questo tentativo. Il secondo frammento di questa lezione di lettura senz'altro il pi signicativo. La voce narrante si immerge in quello spazio acquatico sottostante la scrittura di supercie di Venerd, sotto i suoi petali bianchi galleggianti, in cerca della sua bocca e del suono che ne emerge. Ma lo spazio acquatico lo spazio che descrive l'assenza della parola e del segno, un luogo dove i corpi sono segno di se stessi: Ma questo non un luogo di parole. Ogni sillaba, mentre esce, viene catturata, si riempie d'acqua e si propaga. E' un luogo in cui i corpi sono segno di se stessi. E' la casa di Venerd. (144) Dopo di che, dalla bocca di Venerd, forzata come una conchiglia, fuoriesce una corrente morbida e fredda, oscura e senza ne, che si propaga alle due estremit della terra. Insomma, nel nale l'autore sembra convalidare la presenza di una voce nativa, e quindi la possibilit estrema di recuperarla, di recuperare quel corpo segreto che per tutto il romanzo era stato messo in discussione e rappresentato solo come assenza. E' un nale ben scritto ed affascinante, ma, per convalidarlo, ossia per ritenere accessibile la dimora o la casa (e non un termine che ritorna per caso) di Venerd, dovremmo negare tutto quanto avvenuto in precedenza nel libro. L'intero libro, come afferma Spivak, ci mette proprio in guardia sul fatto che Venerd non sia segno di s stesso . Qual' dunque la garanzia di questa certezza che sembra mostrarsi nel nale? Esiste davvero quel punto di autenticit, quel fondamento, dove le cose e i corpi sono segno di se stessi, dove sospeso il gioco differenziante e disorientante della rappresentazione, della scrittura e del linguaggio? Il nale scritto con cura e non rinunceremo a esso. Ma non possiamo tenere insieme, in uno spazio narrativo continuo, il viaggio della lettura alla ne del libro, la narrazione di Susan Barton, e la lavagna trattenuta del nativo che non sar un informante (Spivak 1999a:
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208). 3. Ai margini della storia: subalternit, rappresentazione e fallimento cognitivo La lettura del romanzo di Coetzee servita ad introdurre la problematica che mi preme affrontare qui, sulla scorta di Spivak: il rapporto tra la gura del subalterno e i problemi della rappresentazione. Il momento critico della rappresentazione dell'Altro, del soggetto e dell'autorit che sottendono e convalidano questa rappresentazione e la sua scrittura, cos come le questioni epistemologiche legate all'opacit ed all'intraducibilit dell'Altro, al suo silenzio ed alla sua presa di parola, saranno alcuni dei nodi e degli interrogativi essenziali su cui cercher di articolare il mio discorso. La decostruzione postcoloniale del canone occidentale operata da Coetzee in questo romanzo - come d'altra parte aveva gi cominciato a fare in alcune sue opere precedenti come Waiting for the Barbarians (1980) e Life & Times of Michael K. (1983) - non capace di ri-produrre, come abbiamo visto, un terreno solido su cui articolare un discorso altro, un controcanone che possa rendere conto o svelare in modo a-problematico il senso nascosto del silenzio di Venerd. La casa di Venerd, quel luogo in cui i corpi sono segno di s stessi e possono quindi parlare e/o signicare autonomamente, fondare l'autorit del proprio discorso culturale e della propria rappresentazione, sembra perduta per sempre in fondo agli abissi di una memoria irrecuperabile, o forse non nemmeno mai esistita, semplice proiezione essenzialista di un discorso ancora fondato nell'epistme occidentale e nella metasica della presenza. Il silenzio di Venerd in Foe risulta perci a tutti gli effetti un'efcace rappresentazione dell'irrappresentabile, di quel margine che delimita il luogo del subalterno, ossia di colui che, secondo una celebre denizione di Spivak, necessariamente il limite assoluto dello spazio in cui la storia narrativamente trasformata in logica (Guha, Spivak 1988: 120). Insomma, lo spazio segnato dal silenzio del subalterno, quello spazio che non pu accedere, che escluso da e intraducibile negli ordinamenti discorsivi e nei codici culturali attraverso cui - senza che per questo, con buona pace di Bloom, debbano per forza perdere la loro pertinenza i fattori estetico-cognitivi del testo letterario - si costruisce il discorso egemonico ed il canone letterario, ossia quei criteri storicamente e culturalmente fondati su cui si articola una determinata rappresentazione del reale, una rete di linguaggi specici e, tra questi, il linguaggio letterario. Quando Susan Barton, verso la ne della terza parte del racconto di Coetzee, afferma, in un gesto quasi disperato, che nonostante tutto, nonostante i tragici limiti della nostra capacit di rappresentarci e di costruire un senso dell'esistere, we are all substantial, we are all in the same world , Foe, con apparente e freddo distacco, le fa notare in modo perentorio: You have omitted Friday . Quest'omissione il segno del limite assoluto del discorso etnocentrico dell'imperialismo ed al tempo stesso rivela quel vuoto al centro che ne mina l'impalcatura stessa alle fondamenta, un tempo discontinuo e disomogeneo che non ubbidisce ai dettami della logica, un'alterit assoluta che non pu essere rappresentata allinterno dei codici del linguaggio dominante. La critica postcoloniale Rey Chow, in un saggio signicativamente intitolato Dove sono niti tutti i nativi?, enuncia in termini lampanti questa problematica: Quando contestiamo un discorso dominante facendo risorgere la voce/il s immolato del nativo con le nostre letture [...] entriamo, troppo in fretta, nel luogo altrimenti silenzioso e invisibile del nativo e ci trasformiamo per lui o per lei in agenti/testimoni viventi. Questo processo nel quale noi diventiamo visibili, neutralizza anche l'intraducibilit dell'esperienza del nativo e la storia di quella intraducibilit. L'affrettato rifornimento di contesti originali e di specicit diventa facilmente complice del discorso dominante, che raggiunge l'egemonia proprio con la sua capacit di trasformare, ricodicare, rendere trasparente e in questo modo rappresentare persino quelle esperienze che gli resistono con un'ostinata opacit. (Chow 2004: 36)

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First day at school Prima di affrontare in modo pi esteso questo argomento, devo fare chiarezza su alcuni concetti, partendo proprio da quello di subalterno e dalla sua genealogia. Mi servir, quindi, di alcuni saggi pubblicati di recente che possono aiutarci a ricostruire questa genealogia e le sue implicazioni losoche, nonch a mettere a fuoco, impresa non semplice, come abbiamo accennato, a causa delle sue strategie argomentative, alcuni concetti fondamentali di Spivak. Prender in considerazione, in particolare, Buttigieg 1999, Chakrabarty 2000, Chaturvedi 2000, Young 2001, Leghissa 2002, Mezzadra 2002, Fortunati 2003, Calefato 2004, Fornari 2005, Pirri 2005, Zoletto 2006, seguendo perci anche le tracce della recente ricezione italiana di Spivak. Nel paragrafo successivo ritorner ad occuparmi del rapporto tra storia e letteratura, vedendo come Spivak traduce e legge alcuni racconti della scrittrice bengalese Mahasweta Devi e come questa rappresenti la subalterna e la sua agency, per poi spostarmi verso un romanzo di Maryse Cond che sembra rimettere in discussione, mettendo in scena la voce e la coscienza della subalterna, alcuni assunti teorici di Spivak. Tra tutti, quello che ha generato pi scalpore, e numerose critiche sdegnate, fu laffermazione, che lei stessa denir poi sconsiderata, con cui Spivak chiudeva, nei toni di un accorato lamento dopo aver commentato il suicidio della giovane attivista indiana Bhuvenesvari Bhaduri nel 1926 come re-iscrizione interventista del testo sociale del sati il suo famoso saggio del 1988: The subaltern as female cannot be heard or read. [] The subaltern cannot speak (Spivak 1988: 308). Per comprendere il signicato di questa scandalosa affermazione, dobbiamo porci due domande, innanzitutto: che cosa signica subalterno? e che cosa signica parlare? Il termine subalterno viene utilizzato da Antonio Gramsci nei Quaderni, ed in particolare in uno dei cos detti quaderni speciali, il n. 25 del 1934, signicativamente intitolato Ai margini della storia (Storia dei gruppi sociali subalterni). La sua attuale fortuna per dovuta ad un gruppo di storici indiani che, sotto la guida di Ranajit Guha, ha dato vita nei primi anni ottanta al South Asian Subaltern Studies Group, che nel giro di ventanni ha prodotto pi di dieci volumi che raccolgono studi storici sulle classi sociali subalterne. Lapproccio storiograco di questi studiosi indiani, tra i quali dobbiamo citare almeno, oltre a Guha e alla stessa Spivak, Gyan Prakash, Edward Said, Dipesh Chakrabarty e Partha Chatterje, ha avuto un margine di inuenza molto ampio sulla storiograa extra-occidentale, in particolare in America latina, dove poi stato creato
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il Latin American Subaltern Studies Group. Prima di soffermarmi su alcune problematiche che emergono da questo approccio storiograco, rivolgo brevemente lattenzione, con laiuto di un saggio di Joseph Buttigieg, alla categoria gramsciana di subalterno. Buttigieg ci fa notare, giustamente, che liniziale lettura di Gramsci da parte del gruppo dei Subaltern Studies, fu parziale ed incompleta, perch mediata da una raccolta antologica, che conteneva solo i paragra 2 e 5 del quaderno 25, intitolati rispettivamente criteri metodologici e criteri metodici. Guha era quindi ignaro dellesistenza di un quaderno specico dedicato ai gruppi subalterni e credeva che le due note fossero originariamente collocate in una sezione dedicata alla storia italiana, diventando cos, una volta estrapolate dal loro contesto, poco pi di un programma per una ricerca storica alternativa. Per questo, sostiene Buttigieg, non ci si accorge che per Gramsci lanalisi della storia dei gruppi sociali subalterni legata in modo inestricabile allarticolazione di una strategia effettuale per un partito politico rivoluzionario per tacere della tessitura tta e complessa del pensiero gramsciano, allinterno del quale le riessioni sulla subalternit sono intrecciate con le sue analisi dello Stato, della societ civile e dellegemonia (Buttigieg 1999: 31). Una lettura parziale e non contestuale, dunque, quella del gruppo di Guha, che riduce ad un programma storiograco alternativo quello che per Gramsci era un progetto politico; da qui si comprende linsistenza di Gramsci sulla disgregazione dei gruppi subalterni e sul ruolo del partito politico e degli intellettuali per superare questa frammentariet, che si traduce in debolezza ed inefcacia politica, e per diventare una forza politica effettiva che eserciti un ruolo attivo in quel campo di tensioni egemoniche e contro-egemoniche che caratterizza la societ civile. Ma rimaniamo qui alla lettura del gruppo di storici indiani. Ecco il passaggio gramsciano che diventa un programma storiograco di unindiscutibile potenza provocatoria nei confronti della storiograa ufciale, dellapproccio elitario della storiograa del nazionalismo indiano, ma anche della tradizione britannica, che resta comunque un valido punto di riferimento, della cos detta history from below: La storia dei gruppi sociali subalterni necessariamente disgregata ed episodica. E indubbio che nellattivit storica di questi gruppi c la tendenza allunicazione sia pure su piani provvisori, ma questa tendenza continuamente spezzata dalliniziativa dei gruppi dominanti []. I gruppi subalterni subiscono sempre liniziativa dei gruppi dominanti, anche quando si ribellano e insorgono: solo la vittoria permanente spezza, e non immediatamente, la subordinazione. [] Ogni traccia di iniziativa autonoma da parte dei gruppi subalterni dovrebbe perci essere di valore inestimabile per lo storico integrale; da ci risulta che una tale storia non pu essere trattata che per monograe e che ogni monograa domanda un cumulo molto grande di materiali spesso difcili da raccogliere. (Gramsci 1934: 2283-2284; nostri i corsivi).

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BriceFR - Indian peasant at source Nellinterpretazione di Guha, che emerge chiaramente sin dal testo programmatico del 1982 A proposito di alcuni aspetti della storiograa dellindia coloniale (Guha, Spivak 1988: 31-42) il contadino che assurge a paradigma della condizione subalterna, in una situazione in cui il dominio funziona senza curarsi di stabilire unegemonia (Guha 1997). Vi dunque un notevole spostamento, come ci fa notare anche Young (2001: 353), dallutilizzo gramsciano del termine subalterno, che indicava quei gruppi sociali intermedi, dominati e sfruttati, che non dispongono di una coscienza di classe e che svolgono un ruolo subordinato nei confronti delle classi dirigenti. Nel contesto indiano, sottolinea Young, lequivalente del subalterno sarebbero piuttosto i Babus, llite indigena che parla inglese e che funziona da mediatore per il potere coloniale, e non i contadini. Guha espande notevolmente questaccezione, avvicinandosi maggiormente al concetto marxiano di lumpenproletariat, nel tentativo di ascrivere unagency politica a coloro che in precedenza venivano descritti come le vittime passive delle strutture di dominazione coloniale, gli oppressi o i dannati della terra. Per mezzo del concetto di subalterno, insomma, Guha cerca di recuperare le tracce di una soggettivit storica e di una potenza di azione politica nella storia delle insurrezioni contadine. Lidentit del soggetto subalterno si denisce, come ci fa notare Sandro Mezzadra nella sua prefazione alla traduzione italiana di Guha, Spivak 1988, come una somma di sottrazioni, la sua identit consisteva nella somma della sua subalternit. In altri termini egli imparava a riconoscersi non per via delle propriet e degli attributi della sua propria esistenza sociale, ma per via di una diminuzione, se non di una negazione, di quelli dei suoi superiori (Guha 1983: 18). La denizione di subalterno, che Guha riadatta da Gramsci, quindi prevalentemente di tipo sottrattivo: appartengono ai gruppi sociali subalterni tutti coloro che non riescono ad articolare unegemonia e che, per questo, sono sottomessi a meccanismi di coercizionee di consenso da parte
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delle classi sociali dominanti. I gruppi e gli elementi sociali a cui questa categoria fa riferimento afferma Guha rappresentano la differenza demograca tra la totalit della popolazione indiana e tutti quelli che sono stati descritti come lite (Guha, Spivak 1988: 41-42). Le operazioni politico-culturali dellegemonia tendono a nascondere, a sopprimere, a cancellare o emarginare la storia dei subalterni, pertanto la subalternit non pu essere capita se non come uno dei due poli che costituiscono un rapporto bipolare, nel quale laltro polo la dominazione . Ma quello che mi preme sottolineare maggiormente in questo contesto laspetto di guerriglia semiotica, il tentativo di sovvertire le strutture del dominio e della violenza epistemica, lanelito di soggettivazione (Mezzadra 2002: 13) che, secondo Guha e gli storici del gruppo, accompagna le insurrezioni contadine nel XVIII e XIX secolo in India e che rappresenta lo specico tentativo di uscire dalla condizione di subalternit. Proprio su questo aspetto, come vedremo, si inscrive la critica decostruttiva di Spivak, la quale sostiene che, nonostante la notevole estensione del signicato di subalterno operata da Guha, questa signicazione renda operativa unulteriore forclusione della subalterna di gender. Ma ecco come si esprime Guha allinizio di uno dei suoi saggi pi conosciuti, una sorta di manifesto storiograco, La prosa della contro-insurrezione, dove egli usa la ribellione dei santal del 1855 per dimostrare uno dei principi fondamentali degli studi subalterni, quello di iscrivere la coscienza degli insorti tra i principali elementi della narrazione di una insurrezione (Chakrabarty 2000: 142): Tutte le volte in cui un contadino si ribellato al dominio esercitato dal Raj, lo ha fatto violando esplicitamente e necessariamente una serie di codici che denivano la sua condizione reale in quanto membro della societ coloniale, societ che era per lo pi semi-feudale e che stabiliva, tramite la struttura della propriet e tramite il diritto, la subalternit stessa dei contadini. Questultima, poi, era santicata dalla religione e resa pi tollerabile e persino desiderabile dalla tradizione. Ribellarsi signicava, quindi, distruggere gran parte di quelluniverso simbolico che al contadino era familiare, di cui aveva imparato a leggere e manipolare i segni al ne di estrapolare, dal complicato mondo che lo circondava, un signicato complessivo che gli permettesse di trovarvi una propria collocazione. [] Essi non si sarebbero messi cos tanto alla prova lanciandosi in quellimpresa se questultima non fosse stata per loro una deliberata, e persino disperata, via di uscita da condizioni di vita intollerabili: linsurrezione, in altre parole, era uniniziativa motivata e consapevole da parte delle masse rurali. (Guha, Spivak 1988: 43-44; nostri i corsivi) Lintento di Guha , comunque, tuttaltro che celebratorio. Si tratta infatti, come afferma molto esplicitamente, di recuperare la storia di un fallimento, il fallimento storico della nazione di creare se stessa (Guha, Spivak 1988: 39), nonch il fallimento di uscire dalla condizione di subalternit che, nel corso della transizione al capitalismo ed alla nazione postcoloniale, non ha fatto che riprodurne le condizioni materiali e simboliche. Ritorneremo tra poco su questo punto, sulla scorta della critica di Chakrabarty, il quale peraltro riconosce in questa affermazione la tendenza a leggere la storia indiana nei termini di una mancanza, unassenza o unincompletezza che si traduce in una inadeguatezza (Chakrabarty 2000: 51). Il problema fondamentale in cui si imbatte un tentativo di recupero storiograco di questo tipo senzaltro quello del vuoto degli archivi, ossia il fatto che questa soggettivit subalterna sia ricostruibile soltanto in negativo, leggendo in controluce, per lappunto, quegli archivi imperiali che rappresentano la prosa della contro-insurrezione. Per fare ci, Guha chiama in causa lo strutturalismo narratologico di Barthes, e soprattutto i suoi concetti di funzione e di indizio (il testo essenziale di riferimento ovviamente Barthes 1966). Ma rimaniamo, per ora, sul concetto di subalterno, del quale indispensabile soprattutto cogliere la natura posizionale e topologica (Fornari 2005), non essenzialista, dunque, n socio-

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antropologica. Facendo propria la posizione di Spivak, che analizzer tra poco, Chakrabarty puntualizza infatti molto chiaramente che il subalterno non il contadino o il membro della trib empirico, non nel senso che un programma storiograco populista potrebbe immaginare. La gura del subalterno necessariamente mediata dai problemi della rappresentazione (132). Come ci fa notare Emanuela Fornari, il termine subalterno, analogamente a quanto accade con quella che Rancire denisce la parte dei senza parte (Rancire 1995), [] sembra non designare che un posto, una posizione: il contenuto della quale non potr che essere dettato da qualche differenza antropologica ritenuta di volta in volta, e dunque in modo contingente, discriminante []. Differenza antropologica (essere donna, migrante, nativo ecc.) che la posta in gioco di una lotta politica e che, in questo senso, sta a indicare lirriducibilit dellantagonismo. (Fornari 2005: 332) Non posso soffermarmi qui, purtroppo, sullottimo libro di Chakrabarty, Provincializzare lEuropa, che meriterebbe una lettura ed unanalisi ben pi approfondite. Lintento principale del progetto articolato in questi saggi, con una davvero apprezzabile chiarezza metodologica e concettuale, consiste in una rivisitazione critica del pensiero europeo, che si mantenga lontana da qualsiasi etica del risentimento o della vendetta postcoloniale, e che ne riconosca limportanza ed i limiti, cercando di superare le articolazioni eurocentriche dello storicismo e mettendo in atto delle politiche di traduzione che tengano in considerazione, ed anzi producano, quella relazione parzialmente opaca che deniamo differenza (35). Rispetto al progetto dei Subaltern Studies, di cui Chakrabarty ha fatto parte, lintento non qui quello di rappresentare le pratiche di vita delle classi subalterne, bens, muovendosi tra Marx ed Heiddeger, di esplorare le potenzialit e i limiti di alcune categorie sociali e politiche europee per la concettualizzazione della modernit politica nel contesto di mondi della vita non europei (38). Secondo la prospettiva di Chakrabarty, che si muove dopo ed oltre la critica decostruttiva di Spivak, il pensiero europeo risulta infatti indispensabile, ma al tempo stesso inadeguato per riettere sulla modernit politica extraoccidentale ed il suo tentativo si presenta, dunque, come una sda per rinnovare questo pensiero dai margini e per i margini (34). Prender dunque in considerazione un unico saggio di questo volume, particolarmente signicativo riguardo alloggetto della mia indagine, proprio perch affronta direttamente la questione della soggettivit e della agency del subalterno, e della possibilit da parte dello storico di recuperarla nellambito di un discorso, quello della storiograa, che necessariamente racchiuso entro dei codici determinati, che lo deniscono e ne garantiscono lefcacia. Il capitolo in questione si intitola Storia delle minoranze, passati subalterni (Chakrabarty 2000: 135-155). Lo storico indiano vi propone, innanzitutto, unefcace distinzione tra le cos dette storie delle minoranze che gi da tempo hanno tradotto allinterno della storiograa, senza tuttavia rimetterne in discussione gli assunti metodologici, limpulso democratico di inclusione nella storia nazionale delle storie dei gruppi che ne erano stati esclusi no a quel momento: ex schiavi, operai, donne, reclusi, folli, gruppi etnici o indigeni, gay e lesbiche, vecchi e bambini ecc. e i passati subalterni. Le storie delle minoranze sostiene Chakrabarty [] esprimono in parte le lotte per linclusione e per la rappresentanza che caratterizzano le democrazie liberali e rappresentative (135). Come noto, questo impulso ha prodotto notevoli cambiamenti nella storiograa del secondo novecento, dalla storia sociale a quella culturale, ai processi di longue dure ecc., facendo emergere narrazioni molteplici e registri narrativi diversicati e riettendo sulla natura tropologica della narrazione storiograca. Questa tendenza non ha per messo in crisi no in fondo i presupposti epistemologici che rendono possibile la pratica storiograca stessa, cio linvestimento di un certo tipo di razionalit e una particolare concezione di ci che conta come

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reale, che permettono una serie di esclusioni che salvaguardino il principio di vericabilit del fatto storico. Senza questo principio, infatti, messo in discussione spesso in modo alquanto superciale e affrettato da un certo postmodernismo, verrebbe meno la pratica stessa della storiograa e la sua validit euristica. Esistono per, ed questo laspetto che non possiamo ignorare, dei passati e delle narrazioni che resistono alla storicizzazione; dei passati minori o subalterni, che non vengono marginalizzati in seguito ad una decisione intenzionale, ma perch costituiscono momenti o punti in cui larchivio che lo storico sta esplorando sviluppa una certa intrattabilit rispetto agli scopi della storia come professione (140). Chakrabarty prende ad esempio proprio il saggio di Guha, cui ho accennato sopra, La prosa della contro-insurrezione, rilevando i limiti insiti nel tentativo di iscrivere le classi subalterne nella storia della nazione, riconoscendo loro il ruolo di soggetti sovrani della storia. Ma a che livello, esattamente, ci si imbatte in questo limite? [] ascoltarne le voci, prenderne sul serio le esperienze e i pensieri (e non solo le condizioni materiali) erano queste le nalit che ci eravamo deliberatamente e pubblicamente posti. (141) Chakrabarty identica questo limite nel paradosso in cui ci si imbatte nel tentativo di portare le storie delle classi subalterne allinterno della corrente principale degli studi storici, tentativo che non pu prescindere dalla distanza critica che lo storico deve assumere nei confronti delloggetto del suo studio, la coscienza dei subalterni. La spiegazione che i leader dei santal davano della loro insurrezione faceva infatti riferimento allintervento di esseri soprannaturali, mostrando cos che il subalterno stesso a riutare di attribuirsi liniziativa dellazione o la soggettivit (143). Quindi, se da un lato il fatto di prendere sul serio la concezione del subalterno implica il riconoscimento della sua capacit di agire e della sua soggettivit, questa stessa considerazione deve tener conto del fatto che il subalterno non si riconosca questa soggettivit piena o sovrana che tendiamo ad attribuirgli. Ma, al tempo stesso, sul piano della storiograa [] una strategia narrativa sostenibile razionalmente nei termini della concezione moderna di ci che costituisce la vita pubblica [] non pu fondarsi su una relazione che riconosce al divino e al soprannaturale la possibilit di agire in prima persona nelle faccende del mondo. (144) La considerazione dei passati subalterni, insomma, pone drammaticamente in evidenza i limiti dei criteri di osservazione che muovono la pratica e la narrazione storiograca. I passati subalterni sono pertanto prodotti nel corso del processo stesso di tessitura della narrazioni storiche moderne e sono come nodi intricati che emergono dalla trama del tessuto interrompendone la continuit (146). La questione dellinclusione delle minoranze nelle storie nazionali si rivela, dunque, ben pi complessa della semplice applicazione di metodi consolidati ad un nuovo insieme di archivi, al ne di ampliare lo spazio narrativo della Storia. I passati subalterni evidenziano, perci, i limiti della nostra narrazione, ponendoci di fronte ad un presente storico che appare inevitabilmente disgiunto ed il paradosso non pu essere risolto senza correre il grave rischio di ridurre la loro eterogeneit: Non esiste una voce terza capace di assimilare le due diverse voci di Guha e dei leader santal; dobbiamo serbarle entrambe, con la discontinuit che le separa e che indica la presenza di unirriducibile pluralit nelle nostre esperienze della storicit. [] I passati subalterni operano dunque come un supplemento del passato dello storico. Sono supplementari nel senso di Derrida permettono alla storia, come disciplina, di essere ci che e, allo stesso tempo, aiutano a mostrarne i limiti. (148 e 154) Ed da questo fallimento cognitivo irriducibile che muove anche la critica di Spivak, sin dal

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primo saggio che dedica a questargomento, dal titolo Subaltern Studies: decostruire la storiograa (Guha, Spivak 1988: 103-143). Il riconoscimento del fallimento cognitivo e dellalienazione irriducibile del soggetto , secondo Spivak, il necessario punto di partenza per ricondurre il discorso dei Subaltern Studies allinterno di una pratica della decostruzione che sia in grado di mettere in discussione lautorit del soggetto della ricerca senza paralizzarlo, trasformando continuamente le condizioni di impossibilit in possibilit (110). Abbiamo visto, infatti, come leffetto pi signicativo della revisione della prospettiva operata dagli studi subalterni nella storiograa fosse proprio quella di collocare tra i ribelli o i subalterni il soggetto del cambiamento. La possibilit di azione e di cambiamento, inteso come spostamento funzionale tra sistemi di segni (105), dunque posta in una dinamica di disarticolazione, di rottura e di ricomposizione di quella ininterrotta catena di segni , la nietscheana Zeichenkette, che costituisce il testo sociale, per cui la coscienza non vista come esterna, o al di sopra o contro il sociale, bens come costituita di ed allinterno della stessa catena semiotica. Il rischio delloccultamento del fallimento cognitivo - come operato dalla storiograa elitaria, che risulta cos inseparabile dalla dominazione coloniale, e che gli studi subalterni devono assolutamente evitare - sarebbe quello di oggettivare in maniera insidiosa il subalterno, [] controllarlo attraverso la conoscenza nel momento stesso in cui gli restituiscono un ruolo storico e una capacit di autodeterminazione [], divenire complici, nel loro desiderio di totalit (e, dunque, di totalizzazione) [], di una legge che assegna un nome proprio indifferenziato [] al subalterno in quanto tale (111). Spivak, come sar oramai chiaro, fa largo uso del lessico e del metodo della decostruzione come stato elaborato da Derrida lungo tutta la sua produzione losoca, e tradotto nella critica letteraria da Paul de Man. Al tempo stesso, per, si tiene ben alla larga dalle letture deboliste e programmaticamente a-politiche riprodotte da tanto decostruzionismo accademico, specialmente americano, e da quellirresponsabile estetismo che stato spesso ingiustamente imputato a Derrida. Quello di Spivak un tentativo, come efcacemente esposto nel saggio collocato in appendice alla Critica della ragione postcoloniale, di messa allopera della decostruzione, questultima intesa, eticamente ancor prima che politicamente, come esperienza dellimpossibile.

Voltio - Deconstruction

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Personalmente, non me la sento di convalidare in toto la decostruzione e ne riconosco alcuni limiti, anche per ci che concerne linterpretazione del testo letterario, cos come sono evidenziati nellottimo saggio di Giovanni Bottiroli C sempre un fuori-testo. Linguaggio e ontologia (Bottiroli 2004), dove questultimo riapre la problematica dellindividualit e dellunicit del textum, letterario e non solo: Lerrore di Derrida consiste nellaver subordinato la complessit interna dellopera darte, la sua essibile determinatezza, allindeterminatezza delle connessioni possibili, a catene sempre aperte secondo la logica del supplemento. [] Io ritengo invece che un testo [] trovi la sua identit nel polemos delle relazioni da cui costituito, e che lo distingue da altri testi. [] Al connessionismo illimitato di Derrida va dunque opposto un principio di determinatezza, in virt del quale ogni testo afferma la propria unicit. (Bottiroli 2004: 27) Credo, per, che lesperienza dellimpossibile, proposta da Derrida e ripresa da Spivak, possa offrire degli stimoli importanti per affrontare talune impasses del discorso attuale sulla intercultura, o perlomeno per trarne degli insegnamenti e dei vantaggi strategici, nel momento in cui, per fare un esempio, cerchiamo di riformulare le idee e i concetti di giustizia, di identit, di cittadinanza o di ospitalit nel contesto attuale delle societ multiculturali: La giustizia e la legge, letica e la politica, il dono e la responsabilit sono strutture senza struttura, poich il primo elemento di ciascuna coppia non n disponibile, n indisponibile. In questa visione della giustizia e delletica come indecostruttibili, in quanto esperienze dellimpossibile, le decisioni legali e politiche devono essere rese, empiricamente scrupolose, ma losocamente erranti. [] se lazione responsabile viene pienamente formulata o giusticata allinterno del sistema del calcolo, non pu conservare la propria responsabilit verso la traccia dellaltro. Deve aprirsi allessere giudicata da una messa allopera che non pu essere denita dallinterno del sistema. (Spivak 1999: 433-434) Spivak mette dunque laccento sul carattere affermativo della decostruzione, pi volte sottolineato e, soprattutto, praticato da Derrida (questo gi chiaro nel concetto di produzione e di supplemento della lettura critica in Derrida 1967: 227), per cui questa non si ridurrebbe affatto ad una forma di estetismo o di nichilismo distruttivo, bens, attraverso la disarticolazione del constructum, essa cercherebbe di intervenire per sovvertirne lordine stabilito, per problematizzarne il sistema codicato, producendo un sommovimento che lascer vedere crepe, incrinature, varchi, attraverso i quali pu e deve passare altro (Resta 2003: 14). E una strategia politica, dunque, che incide direttamente sui testi intesi come luogo del conitto e di unintricata tessitura di quello che chiamiamo mondo, il luogo in cui avviene quella che Heiddeger chiamava, ne lOrigine dellopera darte, welt weltet, il mondo che si mondica. E unetica che cerca di produrre delle aperture che favoriscano levento dellaltro, la sua venuta imprevedibile ed incalcolabile come arrivant absolu, che ci re-inventa rimettendo in discussione i nostri codici, i nostri linguaggi ed istituzioni. Come afferma Caterina Resta, nel suo bel libro dal titolo Levento dellaltro. Etica e politica in Jacques Derrida, Prima di ogni etica intesa in senso morale o politico, la responsabilit della risposta o come risposta deve appartenere a una certa esperienza dellimpossibile. Noi ne facciamo la prova solo accettando, sostenendo, sopportando il vincolo che ci lega alla parola, vincolo che non abbiamo deciso, ma che ci de-cide, che decide di noi. Solo cos accade levento come invenzione dellaltro, come quella promessa mai no in fondo tenibile, ma che pure dobbiamo mantenere, se davvero vogliamo fare esperienza misteriosa, enigmatica, impossibile di quellaltro che, proprio con il tenerci vincolati al suo appello, ci inventa. (29)
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Anche la critica che Spivak rivolge al gruppo degli storici subalterni si presenta come una messa allopera della decostruzione. Il punto di krisis consiste proprio nellarticolazione della coscienza subalterna e nel rapporto transazionale che questi storici intrattengono con le fonti metropolitane, ed in particolare con quel settore post-nietzcheano dello strutturalismo europeo Foucault, Barthes, Lvi-Strauss che, come noto, ha rimesso in discussione lumanesimo smascherandone leroe principale il soggetto sovrano in quanto autore, il soggetto dellautorit, della legittimazione e del potere (Guha, Spivak 1988: 112). La decostruzione che Spivak mette allopera, in questo saggio e nel successivo Can the Subaltern Speak?, della coscienza subalterna e del rapporto dellintellettuale radicale, dellantiumanista metropolitano che si trova dallaltra parte della divisione internazionale del lavoro , con questultima davvero, a mio avviso, impeccabile. Cercher, quindi, di rintracciarne i passaggi principali. 4. Vertretung und Darstellung La lettura in controluce di Spivak opera una doppia decostruzione: la decostruzione dellopposizione tra il collettivo dei Subaltern Studies ed il suo oggetto di ricerca, il subalterno, e la decostruzione dell apparente continuit esistente tra gli studiosi in questione e i loro modelli anti-umanistici (126). Ecco come Spivak descrive le qualit di una simile lettura strategica: [] poich una lettura contro luce deve essere sempre strategica, essa non deve mai avere la pretesa di stabilire la verit autoritativa del testo, deve sempre restare dipendente dalle esigenze pratiche e non deve essere mai legittimata a formulare unortodossia teoretica. Nel caso del gruppo dei Subaltern Studies, ci dovrebbe sottrarlo alla pericolosa pretesa di stabilire la vera conoscenza del subalterno e della sua coscienza. (Guha, Spivak 1988: 132) A prima vista, ci dice Spivak, il progetto di scoprire e stabilire una coscienza subalterna o contadina potrebbe sembrare un progetto storiograco positivista, nel senso che cerca un approdo o una base solida, un qualcosa che possa essere rivelato e su cui sia possibile costruire una struttura di sapere/potere. Sebbene il lavoro del gruppo sia suscettibile di una simile interpretazione, in esso, come abbiamo accennato, al lavoro una forza che potrebbe contraddire tale metasica (113), poich qui la coscienza non intesa come coscienza-in-generale, bens come una sua specie politica storicizzata, una coscienza subalterna, appunto. Come abbiamo visto allinizio del precedente paragrafo, infatti, essa si produce solo in rapporto alllite, quindi una forma di coscienza negativa , o meglio, un identit-in-differenziale , e non mai del tutto recuperabile, sempre dislocata rispetto ai signicati ricevuti, viene effettivamente cancellata perno quando rivelata e appare come irriducibilmente discorsiva (114). Secondo Spivak questa forma di coscienza negativa, che contraddice una concezione positiva e fondante della coscienza, potrebbe essere assunta come un presupposto metodologico del gruppo (114), che si avvicinerebbe, quindi, a quella concezione anti-umanista del soggetto come non-originario, come effetto, secondo cui sempre il desiderio per/di (il potere dellAltro) che produce unimmagine del s (114). Un altro elemento centrale del progetto del collettivo, suscettibile di mettere in crisi la metasica della coscienza , consisterebbe nel fatto che laccesso alla coscienza subalterna possibile solo indirettamente, per mezzo del metodo indiziale di Guha, attraverso gli archivi della contro-insurrezione. Perci, la volont e la presenza, nel caso del subalterno, non possono che costituire una nzione teorica, mentre la coscienza del subalterno non pu essere recuperata, probabilmente non sar mai recuperata (115). Spivak arriva cos a leggere il recupero della coscienza subalterna come il diagramma di quello che nel linguaggio post-strutturalista sarebbe denito come effetto-soggetto subalterno:

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Un effetto-soggetto pu essere brevemente descritto come segue: ci che sembra agire come un soggetto pu essere parte di unimmensa rete discontinua (testo in senso ampio) di li a cui si possono attribuire i nomi di politica, ideologia, economia, storia, sessualit, linguaggio e cos via. [] I diversi intrecci e le diverse congurazioni di questi li, determinati da fattori eterogenei che sono essi stessi dipendenti da una miriade di circostanze, danno vita al soggetto agente. (115-116) Secondo questa interpretazione, che segue il dogma post-strutturalista, il soggetto sovrano e deliberante non sarebbe altro che una metalepsi, la sostituzione di un effetto con una causa. Lanalisi in controluce del lavoro del collettivo e del suo tentativo di recuperare una coscienza subalterna, potrebbe quindi essere letto, suggerisce Spivak, come una forma di essenzialismo strategico, ossia un uso strategico dellessenzialismo per un interesse politico scrupolosamente palesato al ne di disfare una massiccia metalepsi storiograca e collocare leffetto del soggetto in quanto subalterno. Non c modo n luogo, insomma, per uscire denitivamente dallalienazione della coscienza, ma unessenzializzazione strategica e consapevole della propria nzione pu essere utile a dei ni politici trasformativi. In modo simile, secondo Spivak, funzionerebbe il concetto marxiano di coscienza di classe, che a livello descrittivo, una consapevolezza che raccoglie dati strategicamente e articialmente e che, a livello trasformativo, cerca di distruggere quei meccanismi che andavano a costituire proprio il prolo della classe in cui si era sviluppata e situata la coscienza collettiva (117). Il recupero, quindi, da parte degli storiogra subalterni di una posizione positiva del soggetto pu essere interpretata, secondo Spivak, come una strategia adeguata ai nostri tempi , capace di inuenzare e di modellare la storiograa ufciale, di modicarne gli equilibri di potere, mantenendo comunque la costante consapevolezza del rischio di unoggettivazione del subalterno, che nirebbe per rinchiuderlo nel gioco del sapere come potere (120). Dal punto di vista dello storico subalterno e del suo essenzialismo strategico possibile, secondo Spivak, operare anche una decostruzione della posizione egemonica dellintellettuale anti-umanista radicale in Occidente. Questultimo, come abbiamo gi visto attraverso la lettura di Coetzee, sarebbe infatti obbligato ad effettuare una scelta tra due opzioni entrambe insoddisfacenti, ossia quella di garantire alloppresso o al subalterno quella stessa soggettivit che lintellettuale critica o, al contrario, teorizzare una sua totale irrappresentabilit. Il discorso postmoderno sarebbe rimasto intrappolato in questo double bind, proprio a causa di unignoranza sanzionata nei confronti della storia e del progetto dellimperialismo, ossia di quella violenza epistemica che ha costituito/cancellato un soggetto costretto a investire (cio a occupare in risposta a un desiderio) nello spazio dellauto-consolidante Altro degli imperialisti (122). Nel suo discorso critico, riesso di una crisi interna della coscienza europea, questi non farebbe altro che riprodurre, questa la dura accusa mossa da Spivak, quel processo di forclusione dellAltro operata dallepisteme imperialista. E al banco degli imputati, la nostra critica chiama proprio uno degli intellettuali simbolo della critica ai meccanismi di sapere/potere della modernit occidentale, Michel Foucault:

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Un allegro ragazzo morto - Foucault al parco Sebbene Foucault sia un brillante teorico dellorganizzazione-del-potere-nello-spazio, non vi traccia nelle sue premesse della consapevolezza della reiscrizione topograca dellimperialismo. Egli tutto preso dalla ristretta versione dellOccidente prodotta da quella reinscrizione: in questo modo, egli contribuisce a consolidarne gli effetti. (124) Prima di leggere le prove a carico dellimputato, soffermiamoci un attimo ad analizzare il signicato dei capi daccusa. Che cosa intende Spivak quando parla di forclusione dellInformante Nativo ? Questo , in sostanza, il tema di fondo che percorre la Critica della ragione postcoloniale, e che viene chiaramente enunciato n dalle prime pagine. Linformante nativo, come noto, una gura centrale del discorso antropologico novecentesco, almeno a partire da Malinowski e dal metodo dellosservazione partecipante (Malinowski 1922): il nativo, inteso etnocentricamente come non-nativo-europeo, che opera una mediazione tra lantropologo ed il gruppo studiato; colui che opera concretamente, essendo stato addestrato a farlo, la traduzione dellalterit nellunica lingua che la Ragione intende, rendendole possibile un accesso allAltro che rafforza il s del soggetto occidentale, operando perci mediante una forclusione: linformante nativo necessario e forcluso (Spivak 1999a: 31). La gura dellinformante nativo diventa perci, in Spivak, il punto di massima condensazione di quel modo di incorporare laltro, grazie a precise strategie di inclusione e di esclusione, che caratterizza nella sua totalit lenunciazione della diversit culturale quale questione teorica centrale in seno al moderno (Leghissa 2002: 35). Il termine forclusione traduce la Verwerfung freudiana, ma il concetto si riferisce soprattutto alla lettura che ne da Lacan, in particolare nel saggio Dune question prliminaire tout traitement possible de la psychose: La Verwerfung sera donc tenue par nous pour forclusion du signiant. Au point o, nous verrons comment, est appel le Nom-du-pre, peut donc rpondre dans lAutre un pur et simple trou, lequel par la carence de leffet mtaphorique provoquera un trou correspondant la place de la signication phallique. (Lacan 1966: 558)

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A differenza della rimozione, dunque, che prevede il ritorno del rimosso, la forclusione cancella denitivamente un avvenimento che non rientrer pi nella memoria psichica: In altri termini, nella psicosi la forclusione del signicante non consentirebbe lorganizzarsi di un piano simbolico cui fare accedere i vari signicanti che, privi di un centro, come poteva essere nella metafora freudiana il fallo, restano tra loro irrelati. I signicanti forclusi, non essendo integrati nellinconscio del soggetto, non riappaiono dallinterno, ma in seno al reale e in particolare nel fenomeno allucinatorio. (Galimberti 2006: 410) Secondo Lacan, insomma, ci che stato forcluso dal Simbolico riappare poi, in forma allucinatoria, nel Reale, che o porta il marchio di tale espulsione (Spivak 1999a: 31). La componente di questo processo, gi descritta da Freud in termini di rigetto di un affetto , diventa per Spivak il passaggio dalla sfera della speculazione psicanalitica a quella della responsabilit etica, per cui lespulsione o il rigetto dellInformante Nativo dal nome dellUomo servito e serve da energica ed efcace difesa della missione civilizzatrice : Penso allinformante nativo come nome per quel marchio di espulsione dal nome di Uomo un marchio che elide limpossibilit della relazione etica (31). Linformante nativo ci che la metasica (nel senso heiddegeriano-derridiano) ha forcluso, attingendo allo stesso tempo da questo ci di cui aveva bisogno per costituire quel sistema-codice al cui interno possibile scrivere il discorso sullumano in generale. Questo lo strumento della violenza epistemica dellimperialismo, che non opera attraverso un gesto puramente negativo di esclusione, bens produce un soggetto coloniale che, secondo lefcace denizione di Spivak, si autoimmola per la gloricazione della missione sociale del colonizzatore (143). LEuropeo diventa, cos, la norma dellumano proprio grazie a quellaltro che (si) denisce come polo opposto rispetto ad essa, come il fuori del nomos dellUomo, che si trova, per, paradossalmente collocato dentro ogni enunciato-rappresentazione che il soggetto produce per articolare tale normativit. La Critica della ragione postcoloniale si presenta, quindi, come una grandiosa perlustrazione decostruttiva dei campi del sapere, sulle tracce dellinformante nativo forcluso; campi del sapere provocatoriamente presentati in quattro macro-capitoli, che seguono le ripartizioni epistemiche maiuscolate dellOccidente, dunque la Filosoa, la Letteratura, la Storia, la Cultura. Senza volont totalizzante, e nellintento di evidenziare i costrutti etnocentrici che deniscono questi campi come totalit distinte, Spivak va in cerca dellInformante Nativo, e della sua forclusione necessaria alla fabbricazione scientica di nuove rappresentazioni di s e del mondo (32), muovendosi da Kant a Marx, passando per Hegel, e successivamente leggendo, sempre allegoricamente ed ironicamente, seguendo lesempio del suo maestro Paul de Man, i testi letterari - sia quelli del Canone femminista, come Jane Eyre o Frankenstein, sia le riscritture postcoloniali, come Il grande Mare dei Sargassi della giamaicana Jean Rhys e Foe di Coetzee, spostandosi da Baudelaire a Kipling agli archivi della Compagnia delle Indie Orientali, no ai racconti della grande scrittrice bengalese Mahasweta Devi, tradotti in inglese dalla stessa Spivak. E poi la volta della forclusione dellInformante Nativo dagli archivi e dalle narrazioni della Storia, dove Spivak si concentra soprattutto sulle vicissitudini legate al Sati, il suicidio rituale delle vedove sulla pira funebre del marito, tentando di recuperare dagli archivi dellImpero le storie di due gure femminili, due subalterne di gender, la Rani di Sirmur e lattivista Bhubaneswari Bhaduri: Allinterno dellitinerario cancellato del soggetto subalterno, la traccia della differenza sessuale viene doppiamente cancellata (286). Gli esempi testuali analizzati da Spivak, sia che essi appartengano a ci che chiamiamo storia, agli eventi reali, o a ci che chiamiamo letteratura, agli eventi immaginari, tra i quali non pu che esserci, data la loro comune qualit di scrittura, una differenza di grado piuttosto che di qualit (Devi, Spivak 2005: 91), diventano il luogo di una diffrazione o di una diffrance nei confronti del discorso teorico. In essi

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si collocano, infatti, tracce e voci non recuperabili, es-orbitanti (Derrida 1967: 226) rispetto alla storia, irriducibili ed indecidibili, indicanti il luogo dellaltro che non pu essere n escluso n recuperato (Devi, Spivak 2005: 20). Come afferma Patrizia Calefato, nella sua introduzione, proprio questa irrecuperabilit ad essere al centro del percorso critico di Spivak, n da Can the Subaltern Speak? Quel parlare signica, infatti, agire tramite segni socialmente riconoscibili ed interpretabili (Calefato 2004: 13) ed appartiene , come afferma Rey Chow nel saggio gi citato, a una struttura gi ben denita e a una storia di dominazione ; parlare, insomma, equivale a non essere subalterni: In Spivak [] la domanda sul parlare dei subalterni riguarda la loro possibilit di realizzare una capacit di agire, unagentivit (agency) che implica unegemonia non convenzionale intesa come forza, come progetto di vita modellato entro un sistema che si collochi oltre il simbolico prestabilito. (Calefato 2004: 14) In questo senso, come vedremo, riscrivendo il suo saggio del 1988, Spivak si rende conto che, anche nello spazio che denisce la subalterna come donna, come la pi povera donna del Sud , dove la sua voce doppiamente cancellata, dalla violenza epistemica del patriarcato e dellimperialismo, la subalterna non pu parlare anche attraverso un gesto estremo come quello di Bhubaneswari o di Draupadi, eroina dellomonimo racconto di Devi in-scrivendo la parola nel proprio corpo, che diventa, cos, grafematico, un parlare del/nel corpo. Ma seguiamo, anche se brevemente, queste storie singolari, per chiarire il senso di questa importante ri-denizione del parlare come corpo grafematico. Molto sinteticamente, la vicenda della Rani si svolge attorno al 1820 sulle colline (sono in realt montagne che superano i 4000 metri) di Sirmur, nel basso Himalaya. L visse, secondo gli archivi inglesi, una Rani (regina) sposata ad un Rajah che venne spodestato dagli inglesi (ufcialmente a causa della sua barbarie). La Rani dichiar la sua intenzione di compiere il rituale del sati, nonostante il marito fosse ancora in vita. Gli inglesi cercarono perci di convincerla a non compiere questo gesto barbaro perch, in quanto emissari dellEuropa, si sentivano in dovere di portare nelle colonie la loro missione civilizzatrice. Cos, la Rani di Sirmur non divenne mai una sati e mor di morte normale nel 1837. Mentre, attraverso alcuni esempi signicativi, sui quali non possiamo soffermarci, di costruzione del nativo come altro che rafforza il Soggetto europeo, Spivak cerca di allestire la scena della Rani di Sirmur, vi inserisce una considerazione fondamentale: per costruire la Rani di Sirmur come oggetto di conoscenza [] si dovrebbe cogliere il fatto che ella emerge negli archivi a causa degli interessi commerciali/territoriali della Compagnia delle Indie Orientali (241). Ancora una volta, come affermava Foucault in un suo scritto intitolato La vita degli uomini infami, paradossalmente lincontro col potere (Foucault 1997: 249) ad illuminare queste esistenze singolari, delle quali, altrimenti, non sarebbe rimasta traccia alcuna. Una volta deposto il Raja di Sirmur, Karam Prakash, la Rani, di cui non si conosce esattamente il nome, probabilmente perch, sottolinea ironicamente Spivak, non si immol, diventa tutrice del re minorenne, suo glio. Una mossa strategica, al ne di annettere la regione di Sirmur per mettere al sicuro le rotte della Compagnia e la frontiera con il Nepal. E questo il motivo, quindi, per cui la Rani emerge fugacemente dagli archivi nella sua individualit.

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La Rani di Sirmur , quindi, costruita come oggetto di una semiosi semplice , in due frasi che condensano la violenza epistemica dellimperialismo e del patriarcato, e che restano pressoch intatte, ancora oggi, nelle retoriche dello sviluppo e del culturalismo, che si riettono specularmente per costruire la monolitica donna del Terzo Mondo: uomini bianchi stanno salvando donne scure da uomini scuri , espressione della volont dei britannici di abolire il barbaro rituale del sati e, in risposta a questa, la dichiarazione nativista indiana, parodia di una nostalgia per le origini perdute: le donne volevano morire . Le due frasi , conclude Spivak, contribuiscono fortemente a legittimarsi lun laltra. La testimonianza della coscienza della voce delle donne non appare mai (Spivak 1999a: 298). Anche nella frase nativista, quindi, il sacricio delle vedove, lungi dallessere una vera scelta di libert come costituzione del soggetto femminile in vita , funziona come una manipolazione della formazione del soggetto femminile attraverso una contronarrazione artefatta della coscienza della donna, e dunque dellessere donna, e dunque dellessere-brava della donna, e dunque il desiderio della donna (248). La donna appare, dunque, solamente come soggetto silenziato: Tra la formazione patriarcale del soggetto e la costituzione imperialista delloggetto, lo spazio della libera volont, dellagentivit del soggetto sessuato come femminile a essere efcacemente cancellata (248). Appare ormai lampante in che senso la subalterna non pu parlare. Eppure sembra dirci Spivak, dobbiamo continuare a porci la domanda, insistentemente, come imperativo etico e politico, sapendo che la risposta (im)possibile: il subalterno pu parlare? Avevamo lasciato sotto processo il critico radicale del primo mondo in posizione egemonica. Ma cosa vuole dirci Spivak, quando critica aspramente letnocentrismo implicito nel realismo rappresentazionalista di Foucault e Deleuze? Come possibile, soprattutto, attaccare su questo punto proprio quegli intellettuali-simbolo della rivolta contro il Soggetto assoluto delletnocentrismo e dello storicismo in Europa? Alla luce di ci che abbiamo appena descritto, forse, questa critica apparir pi chiara. Secondo Spivak, che pure recupera la gran parte dei suoi modelli teorici proprio da quel bacino discorsivo, la critica pi radicale emersa tra Europa e Stati Uniti sarebbe il risultato del desiderio interessato di conservare il soggetto occidentale, o lOccidente come Soggetto (261); la stessa teoria degli effetti di soggetto pluralizzati, che la stessa Spivak raccoglie, come abbiamo visto, spesso non sarebbe altro che un insignicante atto pietoso, una copertura per il soggetto del sapere, che resterebbe intatto. E senzaltro un gesto critico forte, da parte di Spivak, soprattutto perch ben consapevole di far parte lei stessa di

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quella genealogia teorico-critica che deve moltissimo al post-strutturalismo: Sebbene la storia dellEuropa come Soggetto fosse narrativizzata dalla legge, dalleconomia politica e dallideologia dellOccidente, questo soggetto celato ngeva di non avere determinazioni geo-politiche. La sbandierata critica del soggetto sovrano, di fatto, ha cos inaugurato un Soggetto. (261) Spivak prende in esame un testo particolare, a dire il vero, e teoricamente debole, unamichevole conversazione tra due loso della storia attivisti, dal titolo Gli intellettuali e il potere. Conversazione tra Michel Foucault e Gilles Deleuze (Foucault 1977: 105-118), in cui i due loso radicali riconoscono una soggettivit indivisa alle lotte dei lavoratori (Spivak 1999a: 261), contraddicendo, in un certo senso, i loro maggiori assunti teorici. Lintenzione di Spivak, sia ben chiaro, non quella di demolire lintera architettura teorica di un Foucault, partendo da qualche incauta osservazione contenuta in una conversazione minore. Ritiene, per, che il testo in questione possa disfare lopposizione tra l autorevole produzione teoretica e la incauta pratica della conversazione , lasciando intravedere, cos, il percorso dellideologia. Personalmente, consiglio al lettore, per cogliere il grande valore delloperazione teorica foucaultiana, la lettura di un altro testo contenuto nella stessa raccolta, Nietzsche, la genealogia, la storia (Foucault 1977: 29-54). I due intellettuali, secondo Spivak, pur enfatizzando i contributi pi importanti della teoria post-strutturalista francese, cercando di svelare e conoscere il discorso dellaltro nella societ , ignorano sistematicamente la questione dellideologia e, dunque, il loro stesso coinvolgimento nella storia intellettuale ed economica (262). Sebbene, quindi, la loro conversazione abbia come presupposto la critica del soggetto sovrano, essa appare incorniciata da due monolitici e anonimi soggetti-in-rivoluzione : un maoista e la lotta operaia. Questi due soggetti sono, per Spivak, egualmente problematici. Il primo, facendo riferimento ad un astratto maoismo per signicare in realt il maoismo intellettuale francese di quegli anni, ben lontano dallesperienza cinese, rende sintomaticamente trasparente lAsia (262). Il secondo, con un gesto ricorrente nella teoria radicale francese, ignora la divisione internazionale del lavoro , ed quindi incapace di confrontarsi realmente con il capitalismo globale. Insomma, Foucault e Deleuze si farebbero portatori, qui, di una visione politicamente ingenua, in cui la lotta operaia si collega ad un vago desiderio di far esplodere il potere in ogni punto della sua applicazione, visione paragonabile a quella dei conspirateurs de profession, stigmatizzati da Benjamin in un passaggio su Baudelaire. In nome del desiderio, insomma, viene qui reintrodotto, e siamo ben lontani dalle macchine desideranti dellAnti-edipo, un soggetto indiviso nel discorso del potere . Un importante corollario di questo discorso sul desiderio, il potere e la resistenza, e del diniego del ruolo dellideologia, consiste proprio nellindiscussa valorizzazione delloppresso come soggetto, in modo tale che egli, non ingannandosi affatto sul proprio desiderio, possa parlare in prima persona, senza bisogno di alcuna mediazione-rappresentazione da parte dellintellettuale, n del partito o del sindacato: le masse sanno perfettamente, chiaramente, molto meglio di loro [degli intellettuali], e lo dicono bene (Foucault 1977: 109). Il ventriloquismo del subalterno che parla diventa cos, secondo Spivak, larmamentario dellintellettuale radicale in posizione egemonica, supportato da un realismo rappresentazionalista, che brandisce lesperienza concreta, in realt sempre diagnosticata dallintellettuale la cui posizione resa cos trasparente, che comporta la forclusione del difcile compito di una produzione ideologica contro-egemonica: N Deleuze n Foucault sembrano consapevoli che lintellettuale allinterno del capitale globalizzante, brandendo lesperienza concreta, possa favorire il consolidamento della divisione internazionale del lavoro, facendo di un modello di esperienza concreta, il modello. Ne siamo

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quotidianamente testimoni nella nostra disciplina, quando vediamo il migrante postcoloniale diventare la norma, occludendo cos, ancora una volta, il/la nativo/a. (Spivak 1999a: 268) Questa posizione che valorizza lesperienza concreta delloppresso, insomma, rimane acritica nei confronti del ruolo storico dellintellettuale, e la dichiarazione di Deleuze che indica nella teoria una cassetta degli attrezzi, sbarazzandosi in modo sbrigativo del signicante e, dunque, della rappresentazione, nisce per favorire solo la posizione trasparente dellintellettuale: Non c pi rappresentazione , afferma Deleuze, non c che lazione, lazione della teoria e quella della pratica in rapporti di collegamento e di scambio (Foucault 1977: 108). Questa affermazione affrettata e disinvolta sui rapporti tra teoria e pratica, confonde i due sensi della parola rappresentazione, che sono certamente collegati tra loro, ma irriducibilmente discontinui . Si tratta della rappresentazione come parlare per, nel senso, quindi, della rappresentanza politica (vertreten) e della rappresentazione letteraria o losoca, intesa come ri-presentazione (darstellen). In questa visione, che mette sullo stesso piano la teoria e lazione, il teoretico non rappresenta (parla per) il gruppo oppresso, mentre il soggetto non viene visto come coscienza rappresentativa, produttiva di rappresentazioni della realt. Occultare la discontinuit conclude perentoriamente Spivak, con unanalogia presentata come prova riette nuovamente una paradossale attribuzione di privilegio al soggetto. [] La banalit degli elenchi presentati dagli intellettuali di sinistra, di subalterni autoconsapevoli e politicamente astuti, manifesta; nel rappresentarli, gli intellettuali rappresentano se stessi in trasparenza (Spivak 1999a: 269-270). Per recuperare una distinzione meno superciale tra la rappresentazione nellambito dello stato e delleconomia politica e, dallaltro lato, allinterno della teoria del Soggetto, Spivak fa riferimento ad un brano del Diciotto Brumaio di Luigi Bonaparte di Marx (1852), in cui ci si imbatterebbe, secondo lei, in un dibattito molto pi antico, risalente almeno al momento storico in cui sia il poeta che loratore o il sosta vengono percepiti come pericolosi, e quindi banditi dalla polis: il dibattito tra la rappresentazione o retorica come tropologia e come persuasione. Il Diciotto Brumaio lavorerebbe proprio su un soggetto di classe disgregato e dislocato, quello del piccolo proprietario, che trova il proprio esponente in un rappresentante che sembra operare nellinteresse di altri. Nel brano di Marx, si discute di un soggetto sociale, i contadini piccoli proprietari, la cui coscienza dislocata e incoerente con la propria Vertretung. Questa problematica verr ripresa anche, come noto, da Gramsci ne La questione meridionale, per articolare una politica strategica di alleanza e di rappresentazione tra i contadini meridionali e gli operai del nord(Gramsci 1930). Darstellung e Vertretung sono dunque collegate, ma la loro complicit, o identit-in-differenza, pu essere valutata solo se le due non vengono sovrapposte; una loro sovrapposizione, infatti, specialmente per dire che al di l di esse si trovano i soggetti oppressi che parlano, agiscono e conoscono per s, porta a una politica essenzialista utopica che [] fornisce un incondizionato supporto alla nanziarizzazione del globo (271). Nella sua giustamente celebre descrizione della nascita di un nuovo meccanismo di potere nel diciassettesimo-diciottesimo secolo, meccanismo di potere che dipende dai corpi e da ci che essi fanno , Foucault omette di prendere in considerazione il fatto che questo passaggio assicurato per mezzo dellimperialismo territoriale altrove, nelle colonie: A volte sembra che lacume dellanalisi di Foucault dei secoli dellimperialismo europeo produca una versione in miniatura di quel fenomeno eterogeneo. [] La clinica, il manicomio, la prigione, luniversit, sembrano essere tutte delle allegorie-schermo che forcludono una lettura delle pi ampie narrazioni dellimperialismo. (Spivak 1999a: 291)

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Richard? - street-side sati shrine Ma torniamo ad occuparci, con la consapevolezza dovuta a queste riessioni sul rapporto tra subalternit e rappresentazione, della seconda storia subalterna e singolare che Spivak cerca di recuperare dal silenzio della Storia: si tratta di Bhubaneswari Bhaduri, la quale, secondo lei, intendeva essere recuperata (259), ma non nei termini di unappropriazione ventriloqua e per questo ha cercato di parlare o scrivere (la distinzione superata nel senso di Derrida 1967) oltre la morte con il proprio corpo. Nel 1926, Bhubaneswari aveva sedici o diciassette anni, quando si impicc nel modesto appartamento del padre a Calcutta. Il suicidio costituiva un mistero perch, dato che al momento della morte aveva le mestruazioni, era chiaro che non si trattava di una gravidanza illecita. Quasi un decennio pi tardi, in una lettera lasciata alla sorella maggiore, si scopr che ella faceva parte di uno dei molti gruppi coinvolti nella lotta armata per lindipendenza indiana. Le era stato afdato un assassinio politico e, non essendo in grado di affrontare il compito e consapevole della necessit del suo incarico, si uccise. Sapendo, per, che il suo gesto sarebbe stato altrimenti interpretato come la conseguenza di una passione illegittima, attese il momento delle mestruazioni. Per comprendere appieno il suo gesto, bisogna considerare il fatto che, nel rituale del sati, era fatto divieto alla vedova di immolarsi nel periodo del ciclo mestruale, perch impura. Bhubaneswari rende quindi il suo corpo, con questo gesto estremo, grafematico. Secondo linterpretazione di Spivak, il suo suicidio perci una riscrittura priva di enfasi, ad hoc e subalterna, del testo sociale del suicidio sati (Spivak 1999a: 317-318). Come vedremo tra poco, comunque, la letteratura sempre in grado di rimescolare le carte della teoria e della storia. Ed proprio con unaltra iscrizione della parola nel corpo della subalterna, questa volta recuperata da un testo letterario, che chiudiamo questo paragrafo. Tra i racconti della scrittrice bengalese Mahasweta Devi tradotti in inglese da Spivak, Draupadi spicca senzaltro per la grandiosa potenza iconica del nale. Nella prefazione a questo racconto, Spivak dichiara di avere
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scelto di tradurlo per il fascino della protagonista Draupadi o Dopdi, ma anche per il signicato allegorico che attribuisce al cattivo, Senanayak, colui che maggiormente si approssima allo studioso del Primo Mondo che va in cerca del Terzo Mondo (Devi, Spivak 2005: 17). Egli lufciale dellesercito che cerca in tutti i modi di braccare, ed alla ne cattura, lattivista tribale Dopdi, dopo averne ucciso il compagno. Ed in effetti, i suoi strumenti di investigazione rivelano quella scissione epistemica tra teoria e pratica che spesso caratterizza le politiche dellOccidente nei confronti delle sue periferie, dalla missione civilizzatrice allo sviluppo odierno. Il suo progetto prima di tutto interpretativo, egli cerca di decifrare la canzone di Dopdi, cerca di mettersi al suo posto, di comprenderla per mezzo dei suoi libri anti-fascisti in edizione tascabile, perch, in n dei conti, sa che loro stanno dalla parte della ragione e del giusto e, se un giorno gli equilibri dovessero cambiare, lui potr scegliere da che parte stare. Per ora, sta dalla parte di chi fa catturare, torturare e stuprare senza alcuna remora la sua nemica, anche se in grado di rattristarsi nel momento in cui riesce nalmente a catturarla. Afferma Spivak: In maniera corrispondente noi ci rattristiamo per le nostre sorelle del Terzo Mondo; ci rattristiamo e ci rallegriamo che loro debbano perdere se stesse e diventare quanto pi possibile simili a noi per poter essere libere; ci congratuliamo con noi stesse per la conoscenza specialistica che abbiamo di loro. [] quando ci allontaniamo da quei luoghi chiusi e difesi che sono laccademia e il Primo Mondo, noi condividiamo qualcosa di simile a una relazione con il doppio-pensiero di Senanayak. (18) Per comprendere appieno il nale, bisogna fare riferimento ad un mito ben noto nel contesto indiano, quello di Draupadi, appunto, che forse la pi celebrata eroina dellepica indiana del Mahabharata, che, insieme al Ramayana, costituisce le credenziali culturali della cosiddetta civilizzazione ariana dellIndia (26). La Draupadi del mito ha pi mariti, una non consueta situazione di poliandria, e quindi pu essere considerata una prostituta; il capo dei nemici afferma che non c niente di disdicevole, dunque, nel portarla nuda allinterno dellassemblea. Ma Draupadi prega silenziosamente Krishna, il quale si materializza come vestizione e, sebbene il re non cessi di tirare continuamente il sari per svestirla, sembra che il suo sari non abbia ne. Draupadi cos miracolosamente ed innitamente vestita da Krishna e non pu essere denudata in pubblico. Il nale del racconto di Devi riscrive questo mito invertendolo, e la protagonista Dopdi cos un palinsesto ed, al tempo stesso, una contraddizione. Dopdi, dopo essere stata torturata e violentata, viene portata davanti a Senanayak. Ma prima strappa il suo sari, mostrando i seni orribilmente mutilati e sanguinanti, espone era il suo corpo nudo e violato di fronte al potere, facendolo ammutolire e riportandolo alla sua condizione di nuda violenza. Diventa, insomma, una sorta di superoggetto terricante , riducendo Senanayak ad un disarmato silenzio. Nelle ultime righe , afferma Fornari, il lettore ha la consapevolezza che lunico soggetto autentico del racconto la donna tribale, e che il silenzio per rovesciare la formula di Spivak lessenza pi intima non gi del subalterno, bens del potere (Fornari 2005: 336). Ecco il passaggio conclusivo del racconto: Adesso Draupadi di fronte a lui, nuda. Sulle cosce e sul pube, il sangue raggrumato. I suoi seni, due ferite aperte. Cos questa cosa? Sta per urlare, ma si ferma. Draupadi gli viene pi vicina. E in piedi con le mani sui anchi, ride e dice, - Loggetto della tua ricerca, Dopdi Mejhen. Gli hai detto, fatevela! Non vuoi vedere cosa mi hanno fatto? - Dove sono niti i tuoi vestiti? - Non se li vuole mettere, sir, li ha strappati. Il corpo nero di Draupadi gli si fa ancora pi vicino. Draupadi scossa da una risata indomabile

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che Senanayak, semplicemente, non pu capire. Le sue labbra tumefatte sanguinano non appena comincia a ridere. Draupadi si asciuga il sangue col palmo della mano e con una voce che da cos tanto sgomento da poter dividere il cielo, e cos tagliente da poter sembrare un ululato, dice, - A che servono i vestiti? Tu puoi spogliarmi, ma mai mai potrai rivestirmi. Sei forse un uomo tu? [] Con i suoi due seni maciullati Draupadi d una spinta a Senanayak, e per la prima volta Senanayak ha paura, ha una paura tremenda di stare in piedi davanti a un obiettivo disarmato. (Devi, Spivak 2005: 52-53) 5. Tituba et Moi: ri-scrivere il soggetto cancellato come agente della/nella storia Tituba et moi, avons vcu en troite intimit pendant un an. Cest au cours de nos interminables conversations quelle ma dit ces choses quelle navait cones personne. (Cond 1986) Ritorniamo inne alla letteratura come esperienza della lettura, che ci permette di riaprire in continuazione il nostro s per imparare a imparare dallAltro. La teoria letteraria degli anni 60-70, cominciando proprio da Barthes (1968) e da Foucault (1969), ha decretato la morte dellautore e la ne dellopera come unit conclusa. La citazione appena riportata lepigrafe di un romanzo di Maryse Cond, scrittrice francofona nativa della Guadalupa, il cui io, afancato al nome della sua protagonista, Tituba, si occupa per noi di smentire questo decreto e, dichiarando apertamente la propria intenzione ed il proprio desiderio, crea se stessa in quanto autrice mentre genera il proprio personaggio. Lautore non pre-esiste, dunque, come autoritas trascendente ed assoluta, alla propria scrittura, ma lintenzione e la potenza inaugurale del gesto letterario che, col suo in-scriversi nella storia, genera la soggettivit dellautrice e di Tituba in quanto io narrante ed in quanto esistente, unendole nellintento comune di ri-scrivere le cancellature della Storia. Questa intenzione decisiva gi scritta nel titolo stesso del romanzo, che inaugura la presa di parola di un soggetto femminile, altrimenti disperso e forcluso nella violenza della storia: Moi,Tituba sorcire noire de Salem.

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Nel 1961, nel piccolo villaggio puritano di Salem, nel Massachussetts, si veric un episodio di isteria collettiva che prese la forma di una caccia alle streghe, dopo che alcune giovani dichiararono d'essere state vittime d'un malecio. Le ragazze, tra cui la glia e la nipote del reverendo Samuel Parris, Betty ed Abigail, erano solite incontrarsi per prevedere il loro futuro. Le bambine cominciarono ad assumere comportamenti strani (bestemmie, stati di trance) e a subire attacchi epilettici. L'epidemia si diffuse a molte altre giovani del paesino e, essendo i medici incapaci di spiegare i fatti, venne dichiarato che le giovani erano vittime di Satana. Furono arrestate tre donne: la schiava dei Parris, Tituba, originaria dellisola di Barbade nelle Antille, una mendicante, Sarah Good, e l'anziana Sarah Osborne. La prima confess d'essere una strega e aggiunse d'aver incontrato un uomo alto proveniente da Boston che per i giudici era, ovviamente, Satana. La caccia alle streghe scoppi in tutto il suo orrore nel 1692. Venne istituito un vero e proprio tribunale. Furono incarcerate e giustiziate 20 persone tra cui donne, uomini e bambini. L'isteria generale si concluse nell'autunno del 1692 e il 12 ottobre 1693 il governatore Phips sciolse La Corte (il tribunale creato per processare le streghe) e istitu una Corte di giustizia che, dopo aver preso in esame 52 casi, assolse 49 detenuti e commut la pena di 3 condannati a morte. Da allora non si pi assistito ad altri casi di stregoneria. Tituba , come si usa dire nel linguaggio corrente, un personaggio realmente esistito. Ma che cosa pu voler dire questo? Di lei non resta che qualche traccia, il verbale della sua confessione, per lesattezza, recuperabile negli archivi del processo per stregoneria, tenutosi a Salem nel 1692, ed una scarna affermazione sulla sua identit: Tituba, une esclave originaire de la Barbade et pratiquant vraisemblablement le hodoo (Cond 1986: 230). Ed da questa misera traccia, da questo impietoso silenzio della storia che muove loperazione di Cond di re-inventare una vita a Tituba, di arricchirla di unesperienza che va ben oltre il processo per stregoneria di cui fu una delle vittime, dandole la possibilit, nella verit della nzione, di fare ritorno al suo paese natale ed afdandole la voce narrante in prima persona. La ri-scrittura letteraria dei vuoti della storia e della memoria, dal punto di vista del soggetto subalterno, non senzaltro una novit. Nelle letterature postcoloniali, in particolare, gli esempi sarebbero innumerevoli. Mi accontento di afancare il romanzo di Maryse Cond a quello di Jan Dominique, Mmoire dune amnsique (1984) a Wide Sargasso Sea (1966) di Jean Rhys, che re-inventa la vita della Bertha Manson di Jane Eyre, al capolavoro di Toni Morrison, Beloved (1987), e poi Indigo (1992) di Marina Warner, Mama Day (1988) di Gloria Naylor, The Autobiography of My Mother (1996) di Jamaica Kincaid, lungo una linea che vuole supplementare dal punto di vista femminile una narrativa postcoloniale fondata sul modello omocentrico di Calibano, simbolo dellopposizione meticcia dei popoli latino-americani al colonizzatore, Prospero. Come scrive Roberto Fernandez Retamar nel suo celebre saggio Che cos la nostra storia, che cos la nostra cultura, se non la storia e la cultura di Calibano? (Fernandez Retamar 1971). Queste forme narrative, che si rivolgono al rimosso della Storia, mettono dunque in atto modalit discorsive anti-egemoniche, solitamente denite, tanto nel contesto postcoloniale che negli studi di genere, come delle contro-memorie: memorie altre, quindi, appartenenti alle storie di gruppi minoritari e marginalizzati, che diventano un gesto fondamentale di ri-scrittura dellidentit come atto individuale ed insieme politico. Siamo molto prossimi, daltra parte, alla concezione del rapporto tra passato e presente descritta da Walter Benjamin nei termini di unimmagine dialettica, per cui il passato non identicabile come oggetto, come punto localizzabile sulla linea del tempo, ma come costellazione di passato e presente, unimmagine viva, dunque, capace di caricarsi di tempo e di storia, una forza critica che possa agire contro la violenza, la sofferenza e le ingiustizie. Nellopposizione binaria del patriarcato tra colonizzatore e colonizzato, dunque, la compagna di Calibano forclusa, non rappresentata, tanto ne La tempesta di Shakespeare, quanto nella riscrittura di Csaire. Qui, invece, come afferma la Balutansky, the female self inscribes herself

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as a fully autonomous subject who, precisely because she has no satisfactory progenitors, chooses to engender herself through the act of writing or of otherwise telling her own story (Balutansky 1992: 34-35). Spivak ci ha messo in guardia, lo abbiamo visto, da una a-problematica re-iscrizione di una soggettivit piena ed autonoma per il/la subalterno/a, ed in effetti, questa auto-generazione risulta estremamente problematica, basti sottolineare la tragica centralit del tema dellinfanticidio da parte della madre nella letteratura della schiavit e nella stessa storia di Tituba. Il tema dellinfanticidio anche il vuoto al centro del romanzo di Toni Morrison, che sceglie, a differenza di Cond, un linguaggio narrativo ben pi ellittico, dove ci che stato forcluso riemerge nel Reale con le fattezze di un fantasma troppo umano, Beloved, che ritorna nella vita di Sethe e delle donne che abitano il 124 di Bluestone Road. E l'indecifrabile linguaggio della morte nera e rabbiosa, i pensieri inesprimibili e inespressi di un trauma storico collettivo, quello della schiavit appunto, che ha trovato nell'infanticidio una delle sue espressioni estreme di disperazione e di rivolta. Come la stessa Morrison afferma, in un saggio signicativamente intitolato Unspeakable Things Unspoken, il ricordo dell'infanticidio compiuto da Sethe emerge attraverso le eventuali lacune le cose che i fuggiaschi non dicevano, le domande che non facevano [...] la gente non nominata, non menzionata . Come sostiene Homi Bhabha, questo momento di estraneit al domestico (unheimlich) riconduce le ambivalenze traumatiche di una storia personale, psichica alle pi ampie scissioni dell'esistenza politica (Bhabha 1994: 24), proprio nel momento in cui, paradossalmente, le tracce di questo passato sono ormai cancellate ed esso risulta inattingibile al tempo umano: Ora ogni traccia scomparsa e ci che stato dimenticato non sono solo le impronte, ma anche l'acqua e quello che c' la sotto. Il resto il tempo. Non l'alito di chi dimenticata e inspiegata, ma il vento nei grondoni, o il ghiaccio che in primavera si scioglie troppo in fretta. Solo il tempo. (Morrison 1987: 398)

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La narrazione di Maryse Cond presenta tuttaltre fattezze narrative e stilistiche. I suoi modelli letterari sono tendenzialmente rintracciabili nella grande tradizione del romanzo europeo ottocentesco, in modo senzaltro provocatorio e sorprendente se si pensa alle tendenze dominanti, prevalentemente faulkneriane e barocche, di certa narrativa afro-americana si pensi solo a Glissant e a Chamoiseau, per restare nellambito caraibico francofono. Ci troviamo, dunque, su un versante narrativo estremamente distante, quasi antitetico, alla rappresentazione postmoderna e allegorica di Coetzee, da cui abbiamo preso le mosse. E una narrazione tendenzialmente lineare, dunque, sostenuta da un linguaggio piano ed incisivo, svuotato di ogni sentimentalismo e capace di nominare la cruda sicit della violenza, la perversione del potere ed il razzismo che si nascondono dietro la superstizione e il fanatismo religioso; un linguaggio arricchito anche dagli apporti del creolo, certo, dai proverbi e dai racconti, ma che non sacrica mai la sua leggibilit ed in grado di costruire personaggi fortemente caratterizzati, capaci di dialogare con il lettore e di suggerirgli possibili tracciati ulteriori per i nostri presente. Con una simile scrittura, e afdando la voce narrante direttamente a Tituba, Cond affronta una sda non da poco e provocatoria, come suo solito: misura luniversalit non totalizzante di un codice letterario, il romanzo classico appunto, allirrriducibile singolarit di una voce subalterna cancellata dalla storia ufciale, quella di Tituba, ed alle violenze da lei subite in quanto donna, negra e schiava. Qui, davvero, il canone come misura estetica assume pienamente quella funzione agonica di punto di riferimento mai concluso, di sda ad una sua ulteriore e per nulla scontata apertura, che lo stesso Bloom sembra suggerire. Una certa vulgata, infatti, che assume talvolta le forme ristrette del luogo comune, vuole che le forme narrative maturate nel romanzo borghese europeo otto-novecentesco, no allesplosione del modernismo, siano adatte ad esprimere solamente la coscienza in formazione, o in dissoluzione, del soggetto individualista e borghese euro-occidentale. Maryse Cond, adattando questi codici narrativi per dare voce alla coscienza di una subalterna, sembra voler sdare proprio questo luogo comune. La chiave di lettura dellintero romanzo ci viene offerta in un passaggio centrale in cui Tituba, mentre viene condotta nella prigione di Ipswich ed insultata e lapidata dai passanti, presagisce una violenza ancor pi crudele di quelle subite n dalla nascita, ancora pi spaventosa della morte, la violenza del silenzio e delloblio. Al tempo stesso, la sua gura assume uno statuto ontologico che oltrepassa il quadro della nzione narrativa: Au fur et mesure que javanais, un sentiment violent, douloureux, insupportable dchirait ma poitrine. Il me semblait que je disparaissais compltement. Je sentais que dans ces procs des sorcires de Salem qui feraient couler tant dencre, qui exciteraient la curiosit et la piti des gnrations futures et apparatraient tous comme le tmoignage le plus authentique dune poque crdule et barbare, mon nom ne gurerait que comme celui dune comparse sans intrt. On mentionnerait et l une esclave originaire des Antilles et pratiquant vraisemblablement le hodoo . On ne se soucierait ni de mon ge ni de ma personnalit. On mignorerait. Ds la n du sicle, des ptitions circuleraient, des jugements seraient rendus qui rhabiliteraient les victimes et restitueraient leur descendance leurs biens et leur honneur. Moi, je ne serai jamais de celles-l. Condamn jamais, Tituba! Aucune, aucune biographie attentionne et inspire recrant ma vie et ses tourments! Et cette future injustice me rvoltait! Plus cruelle que la mort! (Cond 1986 : 173) Sarebbero moltissime le riessioni possibili a partire da questo romanzo, su ogni singolo personaggio, su come Maryse Cond costruisca, pagina dopo pagina, la ricca soggettivit di Tituba, evitando di fare di lei uneroina romantica della resistenza al patriarcato o al razzismo, e su

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come la lucidit della sua sofferenza ci porti, insieme a lei, a demisticare anche i pi solidi miti nazionalisti ed omocentrici dellanticolonialismo, tra cui quello del Ribelle e del marron, lo schiavo fuggiasco. Ma voglio lasciare al lettore, sicuramente provato da questo lungo percorso, il piacere ed il rischio di lasciarsi impressionare da queste pagine cos intense, dalla voce e dalla coscienza di Tituba, per poter riaprire ancora una volta, tra noi e il romanzo, lo spazio e lesperienza della domanda: il subalterno pu parlare?

Note (i) Luso della lettera maiuscola indica qui, come per Spivak quando parla di Occidente o di Terzo Mondo, non un rafforzamento, bens pi che altro la mancanza, non lassenza, di un referente empirico stabile; si tratta, quindi, di quel tropo denibile come catacresi iperreale.

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