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Cos Sofocle contest la maggioranza iniqua Quando la conta dei voti sancisce un abuso

Pu sembrare semplificatoria l' osservazione, spesso ripetuta, secondo cui quando parliamo dei Greci, allo stesso tempo parliamo dell' oggi. Non retorica. Poche epoche del passato si presentano a noi con una tale maturit di pensiero (filosofico, etico, giudirico, politico), con una tale avanzatissima elaborazione stilistica e tecnica dell' oratoria pubblica, per non parlare di altri aspetti sconcertanti quali la perfezione dell' esametro omerico. Al centro dell' attivit artistica destinata alle masse, praticata ad Atene con il sostegno dello Stato, c' il teatro. Ed l che il pubblico vedeva - attraverso il filtro delle trame relative a figure pi o meno mitiche scontrarsi idee, concezioni della vita, della morte, del destino dell' uomo, del vivere sociale, della politica. Davide Susanetti ha appena pubblicato un volume sui sette drammi superstiti della vastissima produzione drammaturgica di Sofocle, il beniamino (si usa dire) del pubblico ateniese. (E per pubblico, non dimentichiamolo, bisogna intendere migliaia e migliaia di persone, pi numerose spesso di quello dell' assemblea popolare). Il titolo pu sembrare troppo duro ma , in fondo, appropriato: Catastrofi politiche (Carocci, pp. 236, 18). Qui politicit intesa nel senso pi ampio, come chiaro dal sottotitolo (Sofocle e la tragedia del vivere insieme). E del resto in senso ampio va intesa la stessa parola greca politeia, che, soprattutto nel V secolo a.C., indicava non soltanto il sistema politico, ma anche lo stile della conduzione politica della citt: non soltanto, per dirla coi giuristi, la costituzione scritta e gli ordinamenti, ma anche la costituzione materiale. Del mutamento che convive con la tendenziale fissit degli ordinamenti si occupa un altro libro appena pubblicato, dovuto ad un nostro notevole storico, Giorgio Camassa: Scrittura e mutamento delle leggi nel mondo antico (L'

Erma di Bretschneider, pp. 202, 80). Da storico formatosi - tra l' altro - alla scuola di Giovanni Pugliese Carratelli, Camassa affronta non solo il mondo greco e romano, ma anche quello orientale, dalla Mesopotamia all' Israele biblico. Ma certamente il cuore dell' autore batte soprattutto in Grecia. Ed importante l' attenzione che egli ha dedicato, nel finale, alla riflessione teorica antica sul mutamento delle leggi, che quanto dire il modo in cui la costituzione materiale, consolidandosi, diviene col tempo, a sua volta, nuova costituzione formale o codificata. quel processo descritto in modo geniale da Platone, nelle Leggi, l dove parla del mutamento come del legame (desms) tra la costituzione esistente e quella che si viene formando, per l' appunto nel mutamento. Il tema peraltro strettamente legato alla distinzione, vivissima nella riflessione filosofica-giuridica greca, tra legge scritta e legge non scritta la cui violazione - dice Pericle nell' epitafio - reca vergogna universalmente riconosciuta. Una formula precorritrice, che storicamente ha condotto all' intuizione di un diritto naturale: fondamento etico profondo dell' agire morale, svincolato dalle singole confessioni o precettistiche religiose. Questo un tema, come ben si sa, particolarmente sofocleo, legato alla figura e alla disobbedienza civile di Antigone nell' omonima tragedia. Susanetti studia, nel suo volume, questa tragedia soprattutto dal punto di vista del potere (Rovine e miraggi della sovranit il titolo di questo capitolo), e propone una lettura innovativa della vicenda: Anche la norma posta da Creonte (il tiranno, l' antagonista di Antigone) orale tanto quanto le leggi degli dei. Il richiamo alle norme che vivono da sempre semmai una mossa retorica di delegittimazione di un Creonte che si appena insediato al governo. Ma forse sull' Aiace che l' autore porta il miglior contributo. Egli dedica attenzione soprattutto alla parte finale della tragedia, quella in cui si svolge un serrato scontro dialettico tra Teucro, fratello di Aiace, che pretende sepoltura per l' eroe suicida, e la coppia AgamennoneMenelao, che tale sepoltura intende impedire in ragione della colpa (il massacro delle greggi) di

cui Aiace si macchiato. Il paragrafo s' intitola Voti truccati e principio di maggioranza. Infatti al centro della serrata disputa che Sofocle mette in scena viene appunto affrontata la questione delle questioni: la fondatezza o meno del principio di maggioranza. Aiace era stato soccombente: una maggioranza aveva decretato che le armi di Achille toccassero a Odisseo, non ad Aiace. Contro questo verdetto - nella sostanza iniquo ma nella forma ineccepibile se si assume il principio di maggioranza come risolutivo e irresistibile - Aiace insorto. Ma la dea sua persecutrice, Atena, lo ha reso folle ed egli ha infierito nottetempo sugli armenti, non sugli Achei addormentati nelle loro tende. Chi stato sconfitto in base al criterio di maggioranza non ha diritto ad alcuna rivendicazione. Deve sottomettersi. Questo pretendono due figure negative del dramma, gli Atridi. E la risoluzione del dramma viene dalla lungimirante intelligenza di Odisseo, che comunque favorisce la sepoltura del rivale suicida, meritandosi parole di dissenso da parte degli Atridi. Sofocle, che peraltro, da probulo, aveva agevolato la nascita dell' oligarchia nell' anno 411, ha posto sotto gli occhi del pubblico l' angoscioso problema in termini lucidi e dilemmatici. La maggioranza non ha necessariamente ragione. Anche se costituisce (o dovrebbe costituire) uno strumento del convivere civile, il principio di maggioranza - come bene spieg Edoardo Ruffini in un fondamentale libretto ristampato da Adelphi negli anni Settanta - non ha alcun fondamento n logico n razionale. RIPRODUZIONE RISERVATA Canfora Luciano

Se Prometeo indica il futuro La tragedia di Eschilo tradotta e riletta da Edoardo Boncinelli Il tema Sofocle lo reinterpret in modo problematico: per lui la techne pu prendere la via del bene o quella del male, dipende dall' uomo

P rometeo, figlio del Titano Giapeto, apparteneva a una stirpe divina. Ma amava molto gli esseri umani, ai quali un giorno, dopo averlo rubato agli di, fece dono del fuoco: lo strumento che consent loro di intraprendere la strada del progresso, accorciando la distanza che li separava dagli immortali. Per punirlo, Zeus lo fece incatenare a una roccia agli estremi confini del mondo, immobilizzato da catene di ferro che lo serravano agli arti e al torace, condannato a subire atroci, infiniti tormenti. Cos il Titano ribelle veniva rappresentato sulla scena ateniese. Cos venne rappresentato, pi precisamente, quando Eschilo, attorno al 470 a.C., mise sulla scena il Prometeo incatenato (parte di una trilogia per il resto andata perduta, che comprendeva, rispettivamente prima e dopo quello incatenato, un Prometeo portatore di fuoco e un Prometeo liberato). Dei dubbi sulla autenticit della tragedia non parleremo, non solo perch questione filologica impossibile da affrontare in questa sede, ma anche e soprattutto perch quel che qui interessa, oggi, soprattutto il contenuto dell' opera. Rispettando la regola della distanza tragica, secondo la quale quel che veniva portato sulla scena doveva distaccarsi dalla particolarit, dalla specificit del presente, la storia di Prometeo induceva gli ateniesi a riflettere su un tema molto importante nella Atene che, nel V secolo a.C., aveva raggiunto il massimo del suo splendore: l' incivilimento del genere umano e le conquiste del progresso, di cui gli ateniesi andavano giustamente fieri. E che oggi, a distanza

di duemilacinquecento anni, importante come forse non stato mai. In una bella prefazione alla nuova traduzione di Edoardo Boncinelli, (Eschilo, Prometeo incatenato. L' uomo dal mito alla vita artificiale, Editrice San Raffaele, pp. 118 euro 14), Luca Ronconi (al quale si deve una splendida messa in scena del Prometeo nel teatro greco di Siracusa, nel 2002, e successivamente al Piccolo Teatro di Milano) osserva, giustamente, che un filo percorre tutta la tragedia: che cosa accadr domani? E prosegue: Se mai un' epoca si chiesta cosa accadr domani, questa la nostra. Senza per ci cercare in questa o in altre opere del passato un rapporto diretto. Sarebbe chiudere gli occhi sulla nostra contemporaneit. No, dobbiamo guardare ai grandi testi del passato come alla luce di stelle che non ci sono pi. Quello che conta l' energia originaria. Questo il loro fascino. La sola attualit nei nostri occhi di lettori critici. E come tali appunto, sulla scorta delle parole di Ronconi, eccoci dunque a rileggere la storia del figlio di Giapeto. Personaggio ambiguo, astuto, preveggente (come dice il suo nome colui che sa, che vede prima) Prometeo, lo abbiamo detto, era amico dei mortali che aveva difeso a cominciare dal momento in cui Zeus, conquistato il potere, aveva preso a distribuire doni e prerogative a tutti, senza tenere alcun conto della stirpe degli umani, che voleva addirittura sterminare mandandoli nell' Ade, per sostituirli con una nuova stirpe. Donando loro il fuoco, Prometeo non li aveva solo salvati dalla distruzione, aveva consentito loro di intraprendere il camino della civilt: prima, essi non conoscevano case di mattoni alla luce del sole, abitavano invece come minute formiche nei recessi oscuri delle caverne; non conoscevano l' agricoltura, n le stelle, n i numeri e i segni dell' alfabeto; non sapevano aggiogare gli animali selvatici, interpretare i sogni, solcare i mari con le navi. Non conoscevano la medicina, non sapevano come contrastare le malattie... Prometeo stesso a fare l' elenco delle benemerenze conquistate nei confronti dell' umanit, che si conclude con una orgogliosa rivendicazione: Tutte le arti (technai) dei mortali vengono da Prometeo (vv.

442-471; 476-506). A dimostrare l' importanza del tema, nella Atene dell' epoca, sta il suo ritorno, di l a poco, nello splendido, primo stasimo dell' Antigone di Sofocle (vv.332-375). Ma attenzione: anche se erano passati meno di trent' anni (Antigone and in scena nel 442 a.C.), la prospettiva di Sofocle era diversa. In Eschilo, Prometeo un eroe benefattore senza ombre. La visione eschilea del progresso fondamentalmente ottimistica, alle origini di esso il poeta riconosce il dono di un dio: un ribelle, certo, ma pur sempre un dio. In Sofocle, invece, il rapporto tra l' essere umano e il progresso visto in termini problematici: l' umanit ha trovato rimedio a tutto, tranne che alla morte, e possiede, oltre ogni speranza, l' inventiva della techne, che saggezza. Ma pu prendere sia la via del bene, sia quella del male, pu rivolgere la techne in due direzioni: pu farne un uso giusto, ma se il suo coraggio diventa arroganza pu farne un cattivo uso (vv.364-371). La civilt e il progresso sono il frutto dell' ingegno umano. L' uomo, la pi mirabile tra quante cose mirabili esistono (vv.333-363) guarda con orgoglio alle sue conquiste: ma sa che queste tengono in s un pericolo. Il valore morale del progresso dipende dall' uso che l' essere umano ne fa. Il dio scomparso. un' etica laica, quella che Sofocle esorta i suoi concittadini a discutere, con questi versi. Un' etica che pone l' uomo davanti alla sua responsabilit. Non un caso, certamente, che a proporci questa nuova, bella traduzione della storia di Prometeo sia uno scienziato (oltre che appassionato grecista) come Edoardo Boncinelli. RIPRODUZIONE RISERVATA **** Protagonisti In alto, Edoardo Boncinelli. Sopra, una scena del Prometeo incatenato messo in scena da Luca Ronconi al Teatro greco di Siracusa foto Omega / Ragonese Cantarella Eva

LA CULTURA NON COMMESTIBILE TAGLI ALLA CULTURA IL TEATRO DELLA VITA Il teatro della vita (e della politica)

Fa una certa impressione, e non solo agli appassionati, pensare che, anche solo per un giorno, in tutta l' Italia il teatro taccia, sia chiuso. Non solo una preoccupazione culturale in senso stretto; quei palcoscenici - grandi o piccoli, sacri templi dello spettacolo o ardite e fugaci messinscene di gruppi avventurosi, opere classiche o provocatoriamente dissacranti - fanno parte del paesaggio d' Italia, del paesaggio della nostra vita. Attori o cantanti che entrano o escono dalla scena, parole immortali o amabili battute scacciapensieri che vivono sul palcoscenico e restano nell' aria, sono - anche a prescindere dalla grandezza di alcuni capolavori - uno sfondo della nostra esistenza come il mare o la collina della citt natale. Anche quando non si va a teatro o al cinema, fa piacere sapere che comunque ci sono. Naturalmente si pu benissimo vivere anche senza teatro e ci sono beni immediatamente pi necessari e indispensabili, dal pane alle cure mediche. Il teatro sciopera per protesta contro i tagli ai finanziamenti senza i quali non pu sopravvivere. Non ho alcuna competenza per valutare se e fino a qual punto quei tagli siano inevitabili, in che misura potrebbero essere mitigati, con quale giustizia o ingiustizia colpiscano l' una o l' altra istituzione, quali altri spese invece inutili potrebbero essere limitate a beneficio del teatro e dello spettacolo in generale. Spesso, inoltre, quando si parla di cultura la si identifica arbitrariamente con alcuni suoi

settori - la letteratura, l' arte, la musica, il teatro, il cinema - come se il diritto, l' economia, la medicina, la matematica e la fisica e tante altre attivit umane non fossero altrettanto cultura e non richiedessero quindi creativit, spirito critico, capacit di osservazione e di analisi quanto il romanzo. Il teatro, tuttavia, ha da millenni un ruolo fondante non solo nell' arte, ma anche nella vita comune della Polis, ossia, nel senso pi alto del termine, della politica. un' arte in cui l' irripetibile e insostituibile creativit individuale (dell' autore, del regista, dell' attore, dello scenografo e via dicendo) si fonde in una coralit che, senza mortificarla, va al di l di essa e ne fa un' opera sovraindividuale, un' espressione insieme personale e collettiva o meglio corale. Quest' ultima, a sua volta, instaura un dialogo non solo con ogni singolo individuo, ma con la societ e la civilt da cui essa nasce e che essa interpreta, per celebrarle o per criticarle. Dalle origini rituali e religiose alle sacre rappresentazioni, al teatro totale wagneriano, a quello epico brechtiano a ogni forma - anche la pi iconoclasta e lacerata, o l' esperimento pi solitario e ribelle - il teatro un evento pubblico ed un fondamento della comune vita civile. Il teatro classico contribuisce in misura determinante a fondare la democrazia della Polis greca, a sua volta fondamento della civilt occidentale. Le leggi non scritte degli di di Antigone, ossia i princpi universali che nessuna legge positiva pu violare, essenza dell' umanit, nascono non a caso sulle scene di Atene, con la tragedia di Sofocle, e traggono la loro forza anche da quest' origine. Quando, nella tragedia di Eschilo, Oreste, il matricida, viene assolto - sia pure con formula dubitativa si afferma il luminoso principio di valori laici superiori ai tribali legami di sangue ed ancora il teatro dinanzi al pubblico di Atene a fondare questo universale-umano. Non occorre essere Sofocle o Eschilo per essere riconosciuti nella dignit del lavoro teatrale che, come ogni lavoro, nasce non solo dai geni ma dall' opera, pi o meno nota o oscura, di tutti coloro che vi contribuiscono. Certo, meglio vivere senza teatro che senza pane. Ma la vita sarebbe triste

senza il teatro e siamo nati non solo per sopravvivere, ma anche per capire qualcosa della vita e, se possibile, pure per goderla. RIPRODUZIONE RISERVATA Magris Claudio

SALISBURGO IL REGISTA E IL SUO ATTORE-FETICCIO AL FESTIVAL Stein torna ai classici: Karl Maria Brandauer un Edipo sconvolgente Sofocle come un' esperienza religiosa

SALISBURGO - A un anno di distanza dal suo folgorante Dostoevskij, da I demoni, Peter Stein torna agli amati greci, al mondo classico. Come sempre qui il teatro una seria occasione di socialit, e una cosa seria in s: il pubblico straripante e le tre ore dell' Edipo a Colono di Sofocle (lo si percepisce fisicamente) sono vissute col fiato sospeso, nel pi religioso silenzio. Del resto il secondo Edipo, come lo chiama il suo maggior interprete, Karl Reinhardt, non tanto una tragedia quanto un rito, qualcosa che pertiene a un ordine cultuale. Nell' argomentata e notevole edizione di Martone, questo aspetto di fondo non si coglieva. Vi prevaleva l' azione, dominavano il colore e la natura dei singoli personaggi, ovvero dei singoli interpreti, da Gianfranco Varetto a Elena Bucci, a Valerio Binasco. Nello spettacolo di Peter Stein l' interprete di punta Karl Maria Brandauer, il protagonista, che avevamo lasciato a Berlino come Wallenstein. Verr applaudito in modo speciale anche Jrgen Holtz, Creonte, un

attore a noi sconosciuto; ma anche tutti gli altri, eccellenti proprio per la loro disponibilit a sottrarsi, a non voler mai mettersi in luce come singole personalit. L' aspetto sociale e, lo ripeto, cultuale del testo perseguito dal regista in modo puntiglioso, nulla viene lasciato al caso. La scena una vasta, desolata pianura in cui spicca un bosco di allori, viti e ulivi; la musica di Arturo Annecchino consiste di pochi, remoti suoni; qualche dubbio lo lasciano i costumi: non quelli del Coro di Colonesi, assolutamente realistici, ma quelli dei soldati di Teseo e di Creonte: bianco-immacolati e verde-ramarro-militare, entrambi fanno pensare, un poco, a Star Trek, quasi che il regista avesse voluto cos recare un contributo a un futuro pop (qui parliamo non solo del passato ma di ogni tempo, anche di quello che verr), ovvero al mito, all' intemporale. E l' intemporale domina la scena. Vi si narra di un ritorno alle origini, di un' espiazione ormai al culmine, e di ci che Reinhardt definisce il prodigio del rapimento: Edipo non pi Edipo, ma uno di noi; egli, il vecchio che si era punito di una colpa involontaria e che pi duramente era stato castigato dai due figli maschi, bramosi di potere, segna il limite sia della forza (altrui) che della sofferenza (la propria). La sua morte equivale a una sparizione, come ogni morte, cattiva o buona che sia: prima quell' uomo c' era, poi di colpo non c' pi. Eroicizzazione e metamorfosi. Edipo a Colono in Sofocle ci che Eumenidi in Eschilo, una specie di Paradiso: non pi la tragedia che (ancora) si profila all' orizzonte ma un appuntamento con il destino. Voglio per sottolineare un aspetto, quello del permanente conflitto (tra Ateniesi e Tebani, tra Teseo e Creonte, tra Creonte ed Edipo) quale si manifesta come dissidio tra parola e azione in ben quattro momenti. Dir Edipo: Ma a che serve la gloria? (...) prima mi fate alzare, e dopo mi scacciate solo per la paura del mio nome?. Dir Teseo: Non con le parole che cerchiamo di dare luce alla vita, ma con i fatti. Dir Polinice (del fratello): Eteocle, che pure era il minore, mi ha scacciato da Tebe e questo senza avermi vinto con degli argomenti o essere venuto a un duello o a un qualche cimento tra

noi due. Egli ha solo persuaso la citt. Dir il Nunzio: Dura pena, lo so, figlia; ma basta una parola per cancellare ogni fatica: amore. E insomma: tutti nemici di tutti; ma tutti accomunati da una stessa consapevolezza di errore e di possibile riscatto, qui formulato nei termini, quasi precristiani, di un' ascensione, quella del vecchio Edipo. RIPRODUZIONE RISERVATA **** Lo spettacolo Il cast La tragedia di Sofocle Edipo a Colono a Salisburgo nella versione del regista Peter Stein. Karl Maria Brandauer ha il ruolo del protagonista, Katharina Susewind Antigone, Anna Graenzer fa Ismene, Christian Nickel d volto e voce a Teseo, Jrgen Holtz interpreta Creonte. La musica di Arturo Annecchino Cordelli Franco

ELZEVIRO RACCOLTE LE MEDITAZIONI DI ZAGREBELSKY UNA CERTA IDEA DEL DIRITTO Uno ius estraneo a potere legislativo e razionalit naturale

C' un' idea di fondo, alla base dell' ultimo libro di Gustavo Zagrebelsky da poco in libreria. l' idea del diritto come dimensione del vivere comune, che non si lascia ridurre alla volont di un qualunque legislatore, e nemmeno si lascia dedurre da un qualche principio semplice di razionalit naturale o giustizia astratta. Non a caso, del resto, su questa idea comune insiste il sottotitolo del volume (Intorno alla legge, Einaudi, pagine 410, Euro 22), nel quale insieme ad alcuni capitoli inediti sono raccolti e rielaborati diversi saggi scritti dall'

autore lungo oltre un ventennio. Dunque prima, durante e dopo la sua esperienza di giudice, e poi anche di presidente, della Corte costituzionale. Sebbene non siano stati concepiti in funzione di un progetto preordinato (lo dimostra la loro eterogenea provenienza, per altro ricordata dallo stesso autore), questi testi rivelano tuttavia il pregio di una intima coerenza complessiva, risultando tra loro collegati da un ideale filo conduttore, come all' interno di un disegno unitario. Un disegno evidentemente preesistente alla loro stesura, e corrispondente a una delle principali aree di interesse del pensiero sviluppato da Zagrebelsky, in qualit di costituzionalista e di teorico del diritto. Il tema centrale quello del rapporto tra legge e diritto (dunque tra lex e ius), visto nella particolare prospettiva di ci che ruota intorno alla legge, essendo essa immersa in una rete di interrelazioni e di tensioni che rappresentano il contesto giuridico, nella cui cornice la stessa legge si colloca. Un contesto definito, nell' odierno Stato costituzionale, dalle istituzioni del diritto, nonch dai connessi principi di convivenza e di solidariet sociale, secondo la logica del pluralismo, al cui interno la legge destinata a operare. Almeno finch la societ sar questa (emerge qui, da parte dell' autore, una venatura amara di incertezza sul futuro), cio finch reggano gli equilibri istituzionali, e non si realizzi il pericolo di una volont legislativa imposta unilateralmente usando il diritto come strumento di forza e di potere, cio di arbitrio di una parte sulle altre. A questo tema si raccordano i diciassette capitoli del volume, divisi in cinque parti, secondo una progressione che muove dagli argomenti pi generali e filosofici (cominciando, ad esempio, dal famoso quesito attribuito da Senofonte ad Alcibiade: Dimmi, Pericle, cosa la legge?) per giungere ai sempre pi attuali nodi relativi al funzionamento delle istituzioni e alle ventilate riforme costituzionali. Si passa cos, nell' arco di oltre quattrocento pagine ricchissime di riferimenti anche storici e letterari, dal confronto concettuale tra il piano della legge e quello del diritto (simboleggiato dal conflitto tra le opposte concezioni di Creonte e di Antigone nella tragedia

di Sofocle) ai pi delicati problemi posti dalle societ di oggi, in cui lo Stato si ormai trasformato in una macchina legislativa volta alla produzione continua di leggi, spesso legate a situazioni contingenti e come tali mutevoli nel tempo. Senonch, in tal modo, si rischia di perdere di vista il vero rapporto tra legge e diritto, tra legalit e legittimit. A maggior ragione, allora, occorre richiamarsi ai valori morali di fondo delle moderne civilt di democrazia liberale, e ai principi che li traducono nel tessuto delle carte costituzionali. E questo vale anche per la nostra Costituzione, intesa come luogo di affermazione e di equilibrato bilanciamento di valori essenziali per la vita delle istituzioni e della stessa societ civile, oltre che come baluardo di legittimit rispetto a eventuali abusi da parte del legislatore. RIPRODUZIONE RISERVATA Grevi Vittorio

DIALOGHI LO SCRITTORE E LO PSICOLOGO DISCUTONO A LONDRA (SU POSIZIONI DIVERSE) DEL TEMA CHE APRIR IL FESTIVAL DI GENOVA McEwan e Humphrey, la coscienza supera la scienza

LONDRA - Tutti vediamo il rosso in modo diverso, ma importa sapere esattamente come lo vedono gli altri? Ovvero, ha un senso interpretare la mappa di attivit neurologica innescata

in ogni cervello da un dato colore, verbo o gesto? questo il tema con il quale il Festival della Scienza, che avr luogo a Genova dal 23 ottobre al 4 novembre, stato presentato a Londra nella prestigiosa sede della Wellcome Collection: un dibattito tra due menti illustri, una scientifica, l' altra artistica. Da una parte Nicholas Humphrey, psicologo della London School of Economics, autore di Rosso: il momento denso della coscienza, cos come di La mente fatta carne e Storia della mente. Dall' altra Ian McEwan, uno scrittore i cui romanzi sono sempre stati trasportati da un forte interesse per il funzionamento della materia grigia, sino ad arrivare a Sabato e alle avventure del protagonista neurochirurgo. L' argomento dell' incontro non casuale: la diversit, e per l' esattezza sei tipi di diversit, a formare il percorso principale del Festival di Genova ed sull' individualit, e l' impossibilit di comprenderla, che i due luminari non hanno trovato l' accordo in quella che, a detta di McEwan, una conversazione aperta germinata in un ristorante di Londra di fronte a un' ottima bottiglia di vino. Nella mia opinione non c' niente di pi reale e concreto della coscienza, ha dichiarato lo scrittore. Codificarla in termini scientifici, per, non necessario, perch l il bello della letteratura, nonch dell' arte in generale: Riuscire per un istante a essere trasportati nelle esperienze altrui. La parola, quella macchina incredibile che non che una pompa d' aria, il tramite perfetto. McEwan tornato indietro nei ricordi per isolare il primo momento in cui entr, attraverso la letteratura, nella coscienza di un altro essere umano, un poeta vissuto due secoli prima, William Wordsworth. Fu leggendo il suo Preludio e la descrizione della sensazione provata una sera d' inverno pattinando su un lago ghiacciato che inizi una storia d' amore che dura tutt' ora. Ecco poi Amleto e i suoi soliloquii, un uomo di grande intelligenza che ci mostra come si comporta di fronte a un dilemma, come esita, come arriva a pensare al suicidio prima di decidere. O lo strazio di Ulisse davanti a una Penelope che non lo riconosce e gli crede solo quando si ricorda come fatto il loro letto

matrimoniale. E allora l' Antigone di Sofocle?, gli ha chiesto Humphrey, che, come ha sottolineato McEwan, s uno scienziato, ma uno che ha letto tutto. Antigone la prima manifestazione letteraria della coscienza individuale di fronte alla coscienza collettiva. Ammirazione reciproca anche di fronte a punti di vista diversi. Perch se per Humphrey la differenza tra le varie letture neurologiche di una semplice tela rossa importa, eccome, non si pu negare l' importanza di comprendere il punto di vista di un' altra persona. Se siamo qui, oggi, perch la nostra societ basata su questo. Paola De Carolis Confronti Ian McEwan (in alto) e Nicholas Humphrey De Carolis Paola

IL CASO LA VERSIONE CINEMATOGRAFICA DEL LIBRO DI PANSA COME UN THRILLER L' EROE UN COMMISSARIO FASCISTA Il sangue dei vinti Un giallo tra le vendette partigiane Placido: film rifiutato da tanti attori

ROMA - 19 luglio 1943. Pochi minuti dopo le 11, quattro gruppi di B17 e cinque gruppi di B24 bombardano lo scalo ferroviario di San Lorenzo. Tra gli edifici che crollano sotto le bombe degli Alleati, c' un palazzo popolare dove vive un commissario di polizia (interpretato da Michele Placido) e dove stato appena scoperto il cadavere di una giovane prostituta. Parte l'

indagine dell' investigatore che, parallelamente, intraprende un doloroso viaggio attraverso l' Italia allo sbaraglio, dove la guerra civile mieter anche molte vittime innocenti. Sono alcune scene del film ispirato a Il sangue dei vinti, libro-inchiesta di Giampaolo Pansa, in cui si d voce agli sconfitti, raccontando le vendette dei partigiani contro i fascisti o considerati tali; un caso letterario che, sin dalla sua pubblicazione nel 2003, ha venduto migliaia di copie, suscitato altrettante polemiche e critiche di revisionismo. Prodotto da Alessandro Fracassi (Media One Spa) per Rai Fiction e diretto da Michele Soavi, sar prima proposto nelle sale, nella prossima primavera, poi trasmesso su Raiuno in due puntate nel 2009. Nove milioni di euro d' investimento e quattro anni e mezzo di travagliata gestazione: un film difficile, che in molti si sono rifiutati di fare. Racconta Fracassi: Appena ho letto il libro, sono stato folgorato dalla visione inedita proposta dall' autore sui tragici fatti avvenuti tra la fine del regime fascista e la liberazione: mostra l' altra faccia della medaglia e ci fa capire da dove veniamo. Ho subito comprato i diritti, ma da quel momento iniziato un calvario, ostruzionismi di ogni genere. Basti ricordare la prima reazione di Sandro Curzi (all' epoca presidente reggente della Rai e tuttora consigliere): Una fiction dal libro di Pansa? Allora meglio da Bocca. Riprende il produttore: Lo stesso Pansa non voleva scrivere il soggetto, perch non il suo mestiere, e mi avvert: "In che guai ti sei andato a cacciare!". Infatti, stato complicato allestire il cast: alcuni attori e registi si sono tirati indietro e ancora non ho trovato un distributore per le sale... una sorta di censura preventiva. Conferma Placido, nel ruolo del commissario Dogliani: Uno dei colleghi che hanno rifiutato di partecipare stato Carlo Cecchi. Mi disse: "Non condivido il libro ideologicamente". Rispetto questa posizione: c' gente che stata educata a interpretare la storia in una certa direzione. Ma io, che da sempre voto a sinistra, sono contento di mostrare al pubblico un' angolatura, un punto di vista diverso: se un comunista, in passato, si comportato come un nazista, un nazista. Pansa ha

avuto il coraggio di mettersi in discussione e di smuovere le coscienze. Io, forse, ho avuto pi coraggio di altri colleghi ad accettare il ruolo, anche se - aggiunge - quando ho dovuto indossare la camicia nera ho avuto un moto di ripulsa. Liberamente ispirato al bestseller, stato complesso anche scrivere il copione: la trama, infatti, molto diversa da quella originale. Spiegano gli sceneggiatori Massimo Sebastiani e Dardano Sacchetti: Il primo problema era di adattare un libro storico alle ragioni di un racconto filmico. Non potevamo restare aderenti solo alla cronaca degli eventi accaduti dopo il 25 aprile 1945, cos come sono puntigliosamente riportati nell' indagine di Pansa. Dovevamo costruire una storia adatta al grande pubblico, restando fedeli per allo spirito dell' autore. Dunque nella versione cinematografica Il sangue dei vinti anche un giallo. Per questo abbiamo inventato il personaggio di Dogliani, un onesto servitore dello Stato, un investigatore che, sullo sfondo di un Paese dilaniato dalla guerra civile, intreccia l' indagine poliziesca alla sua tragedia personale: vedr morire i suoi due fratelli su opposte fazioni, Ettore partigiano, Lucia repubblichina, senza poterli salvare e, alla fine, senza nemmeno poter dare degna sepoltura a Lucia, morta per la "causa sbagliata". Sottolinea Placido: Il tema centrale del libro e del film proprio quello dell' "Antigone" di Sofocle: perch due fratelli non possono essere sepolti con la stessa dignit, anche se di fazioni opposte? Non si possono discriminare anche i morti. Dopo 60 anni, sarebbe ora di chiudere le ferite, seppellire i morti e pensare al futuro. Ha fatto revisionismo persino la Chiesa cattolica, ammettendo gli errori commessi. Perch non pu farlo la "chiesa" comunista?. Numerose le location e un cast prezioso: tra gli altri, Alessandro Preziosi interpreta Ettore Dogliani, fratello del commissario, che sacrificher la vita nella lotta partigiana. Barbora Bobulova la donna al centro dell' intrigo thriller, ruoli importanti anche per Stefano Dionisi, Alina Nedelea, Giovanna Ralli e Philippe Leroy. Dopo aver girato la maggior parte delle scene in Piemonte, ora il set a Roma, in una fabbrica in disuso sulla via Prenestina, dove ambientato il

bombardamento di San Lorenzo. Un set condizionato anche dalle polemiche che ci sono state e da quelle che potrebbe ancora sollevare. Ammettono gli sceneggiatori: Abbiamo calibrato ogni battuta, perch non apparisse di destra o di sinistra. Aggiunge il regista: Ho cercato di non farmi contaminare dalle polemiche e di essere credibile. Conclude Placido: Per essere equidistante, ho misurato ogni gesto: non devo piacere n agli uni n agli altri, ma solo al personaggio. E non credo che da questo film uscir fascista. Costantini Emilia

VITE PARALLELE COME LEGGERE LE BIOGRAFIE DEI PERSONAGGI MINORI ALL' INTERNO DELLE FAMIGLIE CELEBRI Maledizione all' ombra dei fratelli

Alcuni anni fa, a Trieste, a una festa di nozze, c' era fra gli ospiti il fratello di Che Guevara, Ramn. Per essere pi precisi, anche a costo di usare una parola dal suono antipatico, fratellastro, in quanto figlio dello stesso padre, ma di altra madre. Ma soprattutto nato dopo la morte del leggendario Che e inevitabilmente imbarazzato di essere, per tutti, essenzialmente il fratello di un mito e per di pi da lui mai conosciuto. Che cosa poteva significare, per lui, quella parentela strettissima e astratta, quel morto cos vivo, che rischiava di ridurlo solo alla sua ombra? Pure lui avrebbe potuto dire, come Serse Coppi quando gli si avvicinavano i tifosi del campionissimo Fausto, sono solo il fratello. Quella festa triestina potrebbe essere uno dei brevi, fulminei capitoli di un bellissimo libro che lascia il segno, scritto da Franco Bungaro

e Vincenzo Jacomuzzi, Lei non sa chi mio fratello!, che raccoglie - come dice il sottotitolo storie di sorelle e fratelli, da Alighieri a Hitler. Anche quella frase di Serse Coppi si trova, in questo libro che ha la malinconia borgesiana dell' erudizione e dell' ombra e insieme una freschezza epica pervasa di humour, una simbiosi di riso e malinconia alla Spoon River. Il rapporto tra fratelli di per s una fondamentale e contraddittoria modalit dell' esistenza; l' Antigone di Sofocle - insieme al Vangelo lo scavo forse pi profondo nell' abisso dell' umano comincia con una parola, inventata dal poeta, che indica l' essere sorella, la sorellanza quale relazione radicale. Fratello il termine cristiano per eccellenza che esprime l' amore e la solidariet del destino, ma la storia sacra e quella civile del mondo cominciano con un fratricidio, Caino e Abele, Romolo e Remo. Saba, nel momento pi fervido della sua lettura di Freud, considerava un brutto segno per gli italiani il fatto che la loro origine mitica fosse un autodistruttivo fratricidio e non la liberatoria uccisione del padre ma si sbagliava, perch il fratricidio, letterale e metaforico, pi universale del parricidio e gli uomini devono ancora imparare la fraternit. La fratellitudine e la sorellitudine sono sempre complesse e, come scrivono i due autori, comprendono a volte affetti tenaci, altre rancori profondi, talvolta indifferenze totali. Le cose possono farsi complicate quando subentrano grandi differenze di successo, di genialit, di ruolo; quando si ha un fratello che si chiama Napoleone Bonaparte oppure Ludwig van Beethoven, Al Capone, Luigi XIV, Adolf Hitler, Marcel Proust; quando la conflittualit immanente a ogni rapporto umano (e nel caso dei fratelli addomesticata, ma anche potenziata dal groviglio famigliare) viene acuita da una reale o pretesa ma comunque sbandierata superiorit dell' uno sull' altro, come scriveva Stanislaus Joyce, peraltro cos malamente ricompensato nella sua generosit da James: terribile avere un fratello maggiore pi intelligente, raramente mi viene riconosciuta un po' di originalit. a questo rapporto impari - e spesso infero, perch, come dice la terribile frase della Scrittura, a chi ha

sar dato e a chi non ha sar tolto anche quel poco che ha - che Bungaro e Jacomuzzi dedicano il loro libro lieve e profondo, conciso ed epico come una serie di lapidi. In quel concentrato dell' umano che il rapporto tra fratelli emergono tutte le diversit e le contraddizioni dell' umanit. La cattiveria di Beethoven, la solidariet di Sydney e Charlie Chaplin, la totale oscurit in cui resta Jean-Nicolas Frdrick Rimbaud rispetto ad Arthur; la freddezza pur alla fine complice tra Franco e suo fratello Ramn inizialmente anticlericale e di sinistra; le scelte opposte di Gramsci comunista e di suo fratello fascista o di Giovanni Pirelli che si rivolta contro il sistema capitalista; Albert Gring, fratello del gerarca nazista e forse figlio di un ebreo; la frequente prevaricazione dei famosi sugli oscuri, spesso esasperata sino alla crudelt o al delitto quando in gioco il denaro o il potere politico, come rivela tanta letteratura; anche se invece il rapporto fra Benito e Arnaldo Mussolini uno di quelli realmente fraterni e Arnaldo esprime apertamente il dubbio, dopo l' assassinio di Matteotti, che la coscienza di suo fratello, il mandante, sia pura. La famiglia pu essere vera casa natale o un livido inferno. I fratelli nemici sono un tema ricorrente nella letteratura, da Eteocle e Polinice o Atreo e Tieste allo Sturm und Drang ai Due fratelli di Luca Doninelli alle sorelle nel romanzo Di buona famiglia di Isabella Bossi Fedrigotti, per citare solo alcuni esempi di un filone che si accresce di continuo, sino a Giovanna Ioli col suo A giro. Tra i fratelli anonimi, c' chi soggiace alla prevaricazione oggettiva della disparit, chi ne soffre, chi si consuma nel rancore, chi dimostra un' incredibile generosit e insieme una totale libert da ogni complesso, come Mathieu Dreyfus, instancabile nell' aiutare il fratello perseguitato e robustamente autonomo nella sua vita affettiva e professionale. La figura pi infame quella del religiosissimo Paul Claudel (e della sua cattolica famiglia): una incredibile crudelt moralistica nei confronti della sorella Camille, geniale scultrice, amante di Rodin, di una dolorosa fragilit esistenziale, brutalmente reclusa in manicomio dall' illustre e devoto fratello

e dalla sua famiglia, per occultare il suo comportamente disdicevole. Quando sono in gioco le sorelle, il rapporto si complica ulteriormente in virt della tradizionale subalternit della donna, tema affrontato da Rita Calabrese ed Eleonora Chiavetta in un altro stimolante libro uscito qualche anno fa, Della stessa madre, dello stesso padre, dedicato al destino di tredici sorelle di geni. Anche in questo caso la casistica varia, come risulta dal libro di Bungaro e Jacomuzzi: il rapporto affettuoso e complice di Catherine Deneuve con la sorella Franoise, di Kafka con Ottla o di Rita Levi Montalcini con Paola; quello stretto fra Leopardi e Paolina e quello troppo stretto fra Pascoli e Maria; il vero e proprio eros fra Lord Byron e Augusta Mary. Talvolta la situazione si rovescia: la rozza sorella Elisabeth Nietzsche a prevaricare su un genio come il fratello. In generale tuttavia sono le sorelle a soccombere, come rivela pure il libro di Calabrese e Chiavetta: espropriate pure della loro creativit dai fratelli, come Dorothy Wordsworth o Fanny Mendelssohn, immalinconite alla loro ombra come Cornelia Goethe o Ulrike von Kleist, cui il fratello nega il diritto di non sposarsi che invece riserva a se stesso. Al sesso che per sua natura occupa il secondo posto nella serie delle creature, come dice Kleist a Ulrike, ovvero alle donne e dunque alle sorelle, si chiede un' amicizia piladica come quella di Pilade, l' amico che solo spalla di Oreste. Toccante, nella sua sempre appartata e mai compromessa autonomia, Paula Hitler quando dice di Adolf: Cercate di capirmi: in fondo era pur sempre mio fratello. Il libro di Bungaro e Jacomuzzi un vivaio di potenziali romanzi, i cui personaggi sono talora sbalzati con epica e picaresca evidenza, come Frank James, fratello di Jesse e bandito come lui, che finisce portiere addetto a far pagare l' entrata ai visitatori della fattoria di famiglia (Stacc biglietti fino alla morte, il 18 febbraio 1915) o Alois jr Hitler, che alla fine vivacchiava firmando a pagamento cartoline col ritratto del defunto Adolf. Anche Ramn Guevara, quella sera, avrebbe potuto dire Lei non sa chi mio fratello, anche se non aveva affatto l' aria di volerlo dire. Ma una ragione pi profonda di dire

queste parole l' avrebbe avuta Elvis Presley, il re del rock, pensando al gemello Jesse Garon, nato e morto nello stesso giorno e sepolto sotto una stele senza nome. Il pi misterioso, il pi grande, quello di cui vorremmo sapere cosa stato nella sua vita brevissima ma non meno degna della pi longeva quel fratello sconosciuto a tutti e in qualche modo fratello di tutti. Questi sono i miei fratelli e le mie sorelle, dice Ges, indicando persone a lui legate da amicizia e affinit spirituale, non da vincoli di sangue. * * * Uomini e donne nelle pieghe della Storia * * * Letteratura e arte Chi c' dietro un grande uomo? Si usa dire una grande donna, ma spesso un fratello. A loro, i fratelli (o le sorelle) ombra di uomini che, nel bene o nel male, hanno fatto la storia, dedicato il libro di Franco Bungaro e Vincenzo Jacomuzzi Lei non sa chi mio fratello!, appena uscito da Sei (pp. 201, 13) mentre, qualche anno fa, Rita Calabrese ed Eleonora Chiavetta dedicarono al destino di tredici sorelle di geni il loro Della stessa madre, dello stesso padre (Tufani). Un tema, quello della

fratellanza/sorellanza, che ha fecondato la letteratura fin dai tempi di Antigone e che ha trovato rappresentazione anche nell' arte: qui accanto, il Ritratto dei fratelli Pickford, opera di Joseph Wright of Derby (1777 circa). Magris Claudio

ANTEPRIMA IL CRITICO RIFLETTE SULLA TECNICA, IL RAPPORTO CON LA REALT, LA CAPACIT UMANA DI PENSARE LA MORTE E LA TRASCENDENZA La grande sconfitta Religione, filosofia e scienza hanno fallito L' enigma della vita e di Dio resta lo stesso

Il nuovo saggio Le riflessioni malinconiche in libreria per Garzanti Il brano che pubblichiamo in questa pagina tratto dall' ultimo capitolo di Dieci (possibili) ragioni della tristezza del pensiero, il nuovo saggio di George Steiner. Il volume da oggi in libreria per l' editore Garzanti (traduzione di Stefano Velotti, pagine 90, euro 11) I numeri primi di cui tratta il pensiero sono costanti che circoscrivono la nostra umanit. Sono, o dovrebbero essere, di un' ovviet suprema. Che cosa essere? Pensare l' essere non forse, come insiste Heidegger, il compito essenziale del pensiero? Discriminare tra le esistenze fenomeniche e la fatticit delle cose, da un lato, e il nucleo nascosto dell' essenza dell' essere (Sein) stesso, dall' altro. Perch non c' il nulla? Questa celebre domanda di Leibniz dovrebbe costituire, per gli atti di pensiero, una preoccupazione tanto primordiale e originale - che sorge, cio, dalle nostre origini - quanto la stessa vita umana. Possiamo, contra Parmenide, pensare, concettualizzare il nulla? Pu darsi che ogni tentativo di pensare la morte - un' espressione che suona disdicevolmente goffa in inglese -, pensare alla morte in maniera consequenziale, sia una variante dell' enigma del niente. Innumerevoli credenze, mitologie, fantasie di trascendenza sono elaborazioni di esperimenti mentali che vertono sulla morte. Lo zero, la riduzione del nostro essere a un vuoto sono per la maggior parte di noi impensabili, sia nel senso emotivo sia in quello logico della parola. Da qui procede la complessa architettura del mito e della metafora (molte metafore sono concentrati di mito). Sempre in attivit e in moto perpetuo, il pensiero umano sembra aborrire il vuoto. Genera archetipicamente finzioni di sopravvivenza pi o meno consolatorie. Come un bambino spaventato fischia o urla nel buio, noi peniamo per evitare il buco nero del nulla. E lo facciamo anche quando gli scenari che ne risultano sono offensivamente puerili o semplicemente kitsch (quei campi elisi e quei cori

celesti, quelle settantadue vergini che attendono i martiri per l' Islam...). Entrambe le sfere del pensiero, quella dell' essere e quella della morte, sono state interpretate come sottospecie degli sforzi senza fine dell' intelletto umano, della coscienza mortale, di pensare a, di pensare Dio. Di associare a questo bisillabo un' intelligibilit credibile. plausibile che l' homo sia divenuto sapiens, e che i processi cerebrali siano evoluti al di l del riflesso e del mero istinto, quando sorse la questione di Dio. Quando i mezzi linguistici permisero la formulazione di quella domanda. concepibile che le forme superiori di vita animale si avvicinino alla consapevolezza, al mistero della propria morte. La questione di Dio sembra essere propria della sola specie umana. Noi siamo le creature abilitate ad affermare o negare l' esistenza di Dio. Noi abbiamo avuto i nostri inizi spirituali nella Parola. Il credente fervente e l' ateo categorico condividono una comprensione del problema. L' agnostico esitante non nega la questione. La semplice pretesa di non aver mai sentito parlare di Dio sarebbe sentita come assurda. L' esistenza e la morte, in quanto pertengono a Dio, sono gli oggetti perenni del pensiero umano, laddove questo pensiero non indifferente all' identit umana, alla nostra presenza in un certo mondo. Siamo - il famoso ergo sum - nella misura in cui ci sforziamo di pensare l' essere, il non essere (la morte) e la relazione di queste polarit con la presenza o l' assenza, con la vita o la morte - espressione antropomorfica - di Dio. La parziale cancellazione di questa preoccupazione dagli affari pubblici e privati nelle tecnocrazie avanzate dell' Occidente, una cancellazione antagonistica alle rabbiose maree montanti del fondamentalismo, pervade la nostra attuale situazione politica e ideologica. Un agnosticismo tollerante richiede maturit ironiche, capacit negative (come le definiva Keats), che non facile chiamare a raccolta. Le semplificazioni selvagge del fondamentalismo, sia esso degli islamisti o dei battisti del Sud degli Stati Uniti, sono in marcia. Ma resta un fatto, schiacciante: quale che sia la sua statura, la sua concentrazione, il suo slancio al di sopra dei crepacci dell'

ignoto, quale che sia il suo genio esecutivo della comunicazione e della messa in atto simbolica, il pensiero non si avvicina maggiormente all' apprensione dei suoi oggetti primari. Rispetto a Parmenide o a Platone, noi non ci siamo avvicinati di un centimetro a una qualsiasi soluzione verificabile dell' enigma della natura - o dello scopo, se ce n' uno - della nostra esistenza in questo universo probabilmente multiplo, alla determinazione della definitivit o meno della morte e alla possibile presenza o assenza di Dio. Potremmo anche essercene allontanati. I tentativi di pensare, di pensare fino in fondo questi problemi per mettere al riparo una risoluzione giustificativa o esplicativa hanno prodotto la nostra storia religiosa, filosofica, letteraria, artistica e, in una certa misura, scientifica. Questi tentativi hanno impegnato i migliori intelletti e le migliori sensibilit creative del genere umano - un Platone, un sant' Agostino, un Dante, uno Spinoza, un Galileo, un Marx, un Nietzsche o un Freud. Hanno generato sistemi teologici e metafisici affascinanti, per la loro sottigliezza, e suggestivi, per la loro forza propositiva. Le nostre dottrine, la poesia, l' arte e la scienza sono state attraversate, prima della modernit, da domande pressanti sull' esistenza, la mortalit e il divino. Astenersi da questo domandare, censurarlo, sarebbe cancellare la specifica condizione e dignitas della nostra umanit. la vertigine del domandare che attiva una vita esaminata. In ultima analisi, comunque, non andiamo da nessuna parte. Per quanto possiamo essere ispirati, pensare l' essere, pensare la morte, pensare Dio sfocia in immagini pi o meno ingegnose, di portata o di ricchezza semantica pi o meno grande: in verbosit, si potrebbe anche dire. Per quanto riguarda il loro risultato concreto, la danza aborigena intorno al totem e la summa di Tommaso, il voodoo e Plotino sulle emanazioni, mettono in atto, comunicano miti che condividono analogie pi che accidentali. Non producono alcuna prova. A dire il vero, la storia degli sforzi che si sono succeduti per provare l' immortalit o l' esistenza di Dio costituiscono una delle cronache pi imbarazzanti della condizione umana. L'

agilit del pensiero, la sua inesauribile propensione alla narrativa, conduce alla conclusione umiliante, quasi esasperante, che qualsiasi cosa va bene. Per milioni di persone, Dio si pettina la sua barba bianca ed Elvis Presley risorto. Nessuna confutazione assiomaticamente possibile. La verificabilit, la falsificabilit delle scienze, il loro progresso trionfante dall' ipotesi all' applicazione, costituiscono il prestigio e il crescente dominio che esercitano nella nostra cultura. Ma in un altro senso, ci costituisce anche la loro sovrana trivialit. La scienza non pu dare alcuna risposta alle questioni quintessenziali che ossessionano o che dovrebbero ossessionare lo spirito umano. Wittgenstein lo ha sottolineato con insistenza. La scienza pu soltanto negarne la legittimit. Indagare sul nanosecondo che ha preceduto il Big Bang - ci viene assicurato ex cathedra - un' assurdit. Tuttavia siamo creati in modo tale che indaghiamo comunque, e potremmo trovare molto pi persuasiva la congettura di sant' Agostino che quella della teoria delle stringhe. immensamente difficile immaginare a che cosa assomiglierebbero le mappe della mente e le totalit che essa abita, che cosa sarebbe il nostro alfabeto di riconoscimenti se il problema di Dio venisse a perdere il suo significato. Nessuna retorica della morte di Dio, nessuna erosione della religione nei supermarket dell' Occidente si avvicina a un' eclissi della possibilit di Dio nel senso stesso della nostra coscienza. Fino a oggi, l' ateismo si impegnato impetuosamente con Dio. Se anche questo impegno negativo recedesse da ogni seria consapevolezza, le scienze pure e applicate potrebbero, presumibilmente, continuare la loro avanzata. Se le scienze umane, nel senso pi lato, possano fare lo stesso, non altrettanto chiaro (il genio di Beckett ha trovato l' espressione allegorica precisamente per questa incertezza). Intanto, non l' argomentazione filosofica o teologica che spinge il pensiero ai limiti estremi dei suoi indispensabili vicoli ciechi, sempre nuovamente percorsi. Credo che a farlo sia la musica, questo tormentoso medium dell' intuizione rivelata al di l delle parole, al di l del bene e del male, in cui il ruolo

del pensiero, per quanto possiamo afferrarlo, resta profondamente elusivo. Pensieri troppo profondi non tanto per le lacrime, ma per il pensiero stesso. Pu darsi che Sofocle abbia detto tutto nell' ode corale sull' uomo dell' Antigone. La padronanza del pensiero, della velocit perturbante del pensiero esalta l' uomo al di sopra di tutti gli altri esseri viventi. Ma lo lascia straniero a s stesso e all' enormit del mondo. (Traduzione di Stefano Velotti) George Steiner * * * L' autore George Steiner (Parigi 1929) ha studiato fisica a Chicago prima di dedicarsi a studi umanistici. Ha insegnato letteratura in varie universit, tra cui Oxford e Ginevra * * * Le opere George Steiner autore di numerosi libri, tra cui Tolstoj o Dostoevskij, Le Antigoni, Nessuna passione spenta, La lezione dei maestri, tutti editi da Garzanti * * * Steiner George

Antigone fa la filosofa Cacciari traduce Sofocle, Walter Le Moli registaUn progetto stabile che propone testi classici o contemporanei rivisti da scrittori *** Seguir Beaumarchais nella versione di Valerio Magrelli: Un ingranaggio magico

Un teatro di repertorio. Un gruppo stabile di 12 attori che lavora, con modalit internazionali e con registi diversi, a un unico progetto: mettere in scena testi classici e anche

contemporanei, tradotti da scrittori italiani. L' idea del regista Walter Le Moli, realizzata da Fondazione del Teatro Stabile di Torino, Fondazione Teatro Due di Parma e Teatro di Roma. Il primo appuntamento, stasera e domani (poi dal 10 al 15 aprile), nella Capitale al teatro India con Antigone di Sofocle, tradotta da Massimo Cacciari e realizzata dallo stesso Le Moli. Poi, sullo stesso palcoscenico, toccher dal 17 al 22 aprile, a La folle giornata o il matrimonio di Figaro di Beaumarchais, con la traduzione di Valerio Magrelli e la regia di Claudio Longhi. In seguito, The Changeling (Gli incostanti) di Thomas Middleton e William Rowley, traduzione di Luca Fontana, regia di Karina Arutyunyan e Le Moli; A voi che mi ascoltate del greco Lula Anaghnostaki, traduzione di Nicola Crocetti, regia di Victor Arditti; e infine Dossier Ifigenia da Euripide, traduzione di Edoardo Sanguineti, regia di Elie Malka. Spiega l' ideatore del progetto: L' idea molto semplice, anche se poco praticata in Italia, mentre molto realizzata all' estero: un teatro Stabile deve avere un repertorio, con un gruppo di attori stabili, su una serie di titoli sempre pronti anche all' esportazione. In Italia, viviamo alla giornata, lasciamo pi o meno tutto all' improvvisazione. Tanto che, quando veniamo invitati da importanti istituzioni straniere, allestiamo la compagnia e lo spettacolo all' impronta. Ecco il perch dell' importanza di un repertorio su cui poter contare in ogni occasione. Insomma - aggiunge - il progetto si ispira alle modalit produttive europee e alla necessit di uniformarsi alle caratteristiche dei principali teatri aderenti all' Unione dei Teatri d' Europa. Perch l' Antigone e perch Cacciari. Risponde il regista: Scritta da Sofocle nel 442 a.C., il paradigma del contrasto fra le leggi dell' oikos, intesa come casa in senso allargato e cio in riferimento a valori come i legami familiari e il culto dei morti, e della polis, ovvero la citt. Ora l' "Antigone" - continua Le Moli - la puoi tirare come una coperta, a seconda del momento storico, sociale e politico in cui si vive. Il filosofo e scrittore Cacciari ne ha un' idea, cui mi sento molto vicino: Antigone e il re Creonte rappresentano due sistemi

autonomi e talmente inconciliabili, che lo scontro tra loro non porta a nessuna soluzione e alla morte di entrambi i contendenti. E nella nostra realt attuale, nei confronti del potere tutti ci mascheriamo da Antigone, ma poi ci comportiamo come Creonte. Se Antigone rappresenta la pietas, Creonte incarna invece la ragion di Stato. Insiste Le Moli: Tutto l' Occidente Creonte, secondo cui non pu esistere una citt senza governo. A Valerio Magrelli, il compito di attualizzare Beaumarchais. Dice lo scrittore: Quest' opera ha avuto numerose traduzioni, anche soltanto nel ' 900. Ho lavorato in una prospettiva di resa teatrale, cercando quindi di rendere l' incisivit, la scansione, il ritmo del dialogo che tuttavia intatto, a distanza di pi di duecento anni. formidabile la reattivit delle battute, quasi magica la facilit di scambio, la circolazione della parola all' interno dell' opera originale: un' immediatezza studiatissima, molto difficile da rendere. Mi sono anche divertito - continua - a ricostruire certe situazioni, per restituire i giochi di parole. "Il matrimonio di Figaro" un' opera che continua a funzionare, per il suo straordinario ingranaggio, un meccanismo perfetto. Io, da un lato, sono rimasto fedele all' originale, ma dall' altro me ne sono allontanato, nei momenti in cui era necessaria una resa diversa. Date le numerose traduzioni gi esistenti, Magrelli si confrontato con i predecessori? Ribatte: Assolutamente s. A differenza di altri traduttori, che non amano, non sono interessati ai confronti con chi li ha preceduti, io invece, appena finito il mio lavoro, sono andato proprio a misurarmi con i testi preesistenti, trovandone almeno un paio ancora molto validi oggi. Il problema della traduzione - precisa - la sua scadenza: si deteriora, mentre l' originale resta intatto. E l' importanza del progetto di Le Moli, dal mio punto di vista, sta proprio nel fatto che, ciclicamente, c' bisogno di togliere da queste opere la patina del tempo, per esporle a una nuova luce linguistica. l' unico modo per riattivare i grandi classici delle letterature straniere, per renderli contemporanei. TEATRO INDIA, lungotevere dei Papareschi, da stasera alle ore 21, tel. 06.684000346 * * * TRAGEDIA

TRAGEDIA Una scena di Antigone; a destra, i protagonisti Elia Schilton, nel ruolo di Creonte, e Paola De Crescenzo in quello di Antigone Costantini Emilia

L' Antigone di Sofocle secondo Cacciari

Il primo verso dell' Antigone di Sofocle composto da cinque parole di complesso se non oscuro significato. Ma ci che colpisce nella traduzione che Massimo Cacciari ha consegnato allo Stabile di Torino (edita da Einaudi) la seconda parte di questo verso. Il testo originale dice Ismenes kara, testa di Ismene. Cacciari traduce (primo verso e oltre): O volto di Ismene, sorella, sangue mio, sai se vi un male tra quelli della stirpe di Edipo che Zeus debba ancora infliggerci in vita?. una traduzione letterale. Cacciari avr avuto le sue ragioni. Per noi lettori (o spettatori) vanno perdute. Peggio. Ci troviamo con ogni evidenza di fronte a un cattivo italiano. Leggendo le versioni di Ettore Romagnoli, di Enzio Cetrangolo, di Camillo Sbarbaro, di Filippo Maria Pontani, di Elena Bono, di Ezio Savino, di Angelo Tonelli, di Guido Paduano e di Maria Grazia Ciani, non ve n' una che si senta in obbligo di rispettare la lettera, cio di tradurre quel termine, kara, di connotazione epico-tragica (in greco) e di ridondante, fastidiosa presenza (in italiano). Perch nessuno traduce kara? Perch, almeno in italiano,

non rivolgiamo domande ad una testa, n da una testa, da un volto, ci aspettiamo risposte, ma da una persona. N da dire che testa qui abbia la funzione di una vera e propria sineddoche, dal momento che Ismene l, intera e in carne e ossa. Cacciari ha voluto essere fedele. Ma nello stesso tempo ha voluto essere originale, distinguersi in ubbidienza. Bella cosa l' ubbidienza (se del caso), pessima la volont di distinzione. Cordelli Franco

La legge morale ha un prezzo Stampa e Servizi. L' imperativo morale ha un prezzo E chi viola la legge deve pagare

I giornalisti hanno molto potere. Se poi irrompono come protagonisti in una vicenda di spie impegnate a sequestrare un sospetto terrorista, ai loro molteplici poteri si aggiunge fatalmente quello di regalare a una torbida storia di beghe nei servizi di sicurezza i contorni avventurosi dell' epica alla Graham Greene o alla Le Carr (anche se Evelyn Waugh, nel suo Inviato speciale, ha sarcasticamente dipinto le peripezie dei giornalisti coinvolti con le tinte del grottesco e del patetico). Ma, con la lunga confessione di Renato Farina su Libero, l' allusione letteraria diventa ancora pi sofisticata per arrivare nientemeno che all' Antigone di Sofocle, all' eterno conflitto tra la legge morale e quella scritta negli ordinamenti degli Stati. Farina-Antigone, vicedirettore di Libero e agente Betulla secondo gli inquirenti milanesi, ha

infatti pubblicamente scritto al suo direttore Vittorio Feltri e, per suo tramite, ai lettori per rivendicare la superiorit sulle leggi ordinarie dell' imperativo morale che lo ha condotto ad arruolarsi con gli uomini del Sismi. Questa la quarta guerra mondiale scrive Farina. E ancora: in questa guerra ho cercato di fare di tutto e di pi per difendere questo nostro Paese e la sua civilt cattolica. E, avendo scelto di schierarmi dalla parte dell' Occidente e di chi opera per tutelarlo, non vale il richiamo alla deontologia professionale, argomento ben pi miserabile di quanto non sia il clangore dello scontro di civilt, non vale il codice di pace, la legge di tutti i giorni, le norme che forse sono buone per regolare il giornalismo di routine e di scrivania, ma certo non per liberarci dalle briglie asfissianti che ci impediscono di combattere nel conflitto totale cominciato l' 11 settembre. Ogni scelta giustificata, se ci si consacra a questa battaglia: anche il sostegno attivo alle operazioni dei servizi segreti, anche contrastare con il depistaggio e l' abuso bellico dei giornali chi intende indebolire la parte in guerra che abbiamo deciso di appoggiare. La legge di Antigone, appunto, la quale, nel nome della supremazia della legge umana che alberga nella coscienza di ciascuno anteriormente all' ordinamento giuridico che ogni collettivit organizzata si d, si dispone a violare la legge dello Stato, del re, del potere costituito. Con un dettaglio decisivo, per: che, sfidando le leggi dello Stato, Antigone perfettamente cosciente di infrangere una norma e, sia pur nel nome di una morale superiore alle norme infrante, di dover pagare un prezzo elevatissimo, persino la morte. Ecco il pezzo mancante nella pur coraggiosa autodifesa di Farina: le leggi dello Stato, deliberatamente violate in virt di un imperativo categorico supremo, legittimano chi ne tutela l' integrit a sanzionare la violazione. una lezione che nella storia del Novecento si incarnata nella missione di Gandhi, la cui azione non violenta postulava il riconoscimento della legittimit persino della rappresaglia repressiva nei confronti di chi violava una legge, sebbene considerata ingiusta. In Italia questa cultura ha invece attecchito con grande

difficolt. Fanno eccezione i radicali di Marco Pannella, per i quali la disobbedienza civile una sfida alla legge, ma non una pretesa di immunit, e la deliberata, plateale, provocatoria inosservanza di una legge ingiusta contiene in s (e non un paradosso) il richiamo a intervenire rivolto a chi ne istituzionalmente preposto alla tutela: Pannella ha forse protestato quando un difensore della legge venuto a impedirgli la pubblica distribuzione di marijuana? Ma nella guerra al terrorismo internazionale, ha sostenuto con molti e convincenti argomenti Magdi Allam su questo giornale nel solco di una discussione innescata da Sergio Romano, le regole sono inadeguate. Se cos, allora si provveda a cambiarle. Se rimangono queste, tuttavia, necessario che si rispettino. Oppure, come lascia intuire Farina, le si infranga. Ma non protestando, questo il punto, se chi chiamato a difendere la legge decide di perseguire chi decide di stracciarla, anche ispirato dai pi nobili princpi. d' accordo, Renato Farina, che il soldato della quarta guerra mondiale, il crociato della guerra santa dell' Occidente cristiano contro il terrorismo jihadista venga perseguito dalle leggi ordinarie dello Stato senza perci gridare alla persecuzione e atteggiarsi a vittima della repressione? A giudicare dalle sue parole, non si direbbe. E meno che mai Farina, c' da supporre, sottoscriverebbe la massima di Giovanni Bianconi nella discussione sul Corriere: anche l' illegalit deve avere le sue regole. Eppure cos, l' archetipo di Antigone che contiene questo insegnamento. Ed anche curioso che Farina, nella sua autodifesa, ometta totalmente il dettaglio della ricevuta che attesterebbe il pagamento che i servizi segreti avrebbero elargito all' agente Betulla. Pu darsi che il silenzio sia motivato dall' entit esigua della ricompensa finora accertata. E pu darsi che Farina, per tutelare esigenze di segretezza, non voglia diffondersi in particolari sull' eventuale destinazione di quei fondi finiti nella disponibilit di altri destinatari. Pu darsi, ma in quel dettaglio dei soldi si cela un aspetto cruciale della vicenda. Sul quale sorvolare con macroscopiche omissioni appare davvero stravagante. In

difesa di Farina, Giuliano Ferrara, nemico di ogni ubbia moralistica, difende anche quei soldi, equivalente (del resto il denaro, marxianamente, questo : equivalente universale) del riconoscimento di un lavoro. una posizione comprensibile. Ma quella di Renato Farina qual ? Lo comprende il vicedirettore di Libero che difficile, molto difficile accettare che l' ideale sia remunerativo e che comune immaginazione che la guerra contro i nemici della civilt sia animata da motivazioni non esattamente identiche al diritto alla giusta mercede? E un' altra domanda, a Ferrara e a Farina. Se per pura ipotesi, tanto per dire, un giorno si dovesse accertare un qualche rapporto di remunerazione tra Marco Travaglio, a Ferrara e Farina assai inviso, e la Procura antimafia, Ferrara e Farina difenderebbero quel passaggio di denaro nel nome della superiore lotta alla mafia? E se, sempre per paradosso, anche Giuseppe D' Avanzo venisse scoperto a percepire una giusta mercede dal capo della Polizia nella guerra al crimine, Libero e il Foglio sparerebbero a zero, oppure farebbero mostra di comprendere quanto penosa e irta di contraddizioni sia la sfida alla malavita che ha visto arruolarsi il loro giornalista-nemico? C' da dubitare della seconda ipotesi. Resta la validit di due paradossi per sottolineare che l' omissione di Farina non funziona. E che ancora c' da spiegare, per puro amore della verit, cosa ha esattamente portato un giornalista a trasformarsi nell' agente Betulla. Battista Pierluigi

ELZEVIRO ALLE ORIGINI DELL' ETICA il dilemma legge e natura

Dimmi, Pericle, mi sapresti spiegare cos' la legge? chiese un giorno il giovane Alcibiade a Pericle. quello che il popolo decide in assemblea e mette per iscritto, stabilendo quel che si pu fare e quel che non si pu fare rispose Pericle. Ma Alcibiade non si accontent della risposta: E se non si riunisce in assemblea il popolo, ma solo una minoranza, quel che decide si chiama sempre legge?. Con domande sempre pi provocatorie, Alcibiade impegna Pericle in un dibattito che, si pu ben dire, non ha mai avuto fine: quando una decisione non pi legge, ma prevaricazione? In Occidente, la discussione sul fondamento della legge ebbe inizio in Grecia. I romani, poi, fecero del diritto una scienza, un sistema articolato di principi estratti dalle varie norme che regolavano la loro vita sociale. Ma furono i greci i primi a riflettere sul rapporto tra legge, diritto, natura, morale, giustizia, politica Ciascuno nelle sue forme, ciascuno nella sua prospettiva, poeti, filosofi, storici, retori si posero i problemi che vengono oggi richiamati alla nostra attenzione in un volume, intitolato - da un celebre frammento di Pindaro - Legge sovrana. Nomos basileus (Rizzoli, pp.160, 8,20). Dopo un' introduzione di Ivano Dionigi (Aporie della legge), il libro contiene saggi di Gustavo Zagrebelsky, Luciano Canfora, Gianfranco Ravasi e Massimo Cacciari, cui fa seguito, come in tutti i volumi di questa collana, un florilegio (I volti della legge), in questo caso tratto da testi greci, latini e giudaico cristiani. Difficile, nello spazio consentito, rendere conto di tanti temi e problemi. Il primo, forse il pi celebre di essi, il conflitto tra leggi scritte e non scritte. Nell' omonima tragedia di Sofocle, Antigone - violando un bando del sovrano Creonte - d sepoltura al fratello Polinice, caduto combattendo contro la patria. Alle leggi scritte di Creonte, in un celeberrimo

dialogo, contrappone le leggi non scritte, che impongono di dare sepoltura ai familiari; e quindi - condannata a morte - si suicida. Da che parte sta la ragione? Secondo la lettura tradizionale, Antigone l' eroina che resiste all' arbitrio; in una lettura che parte da Hegel, invece n Antigone n Creonte hanno ragione, nessuno dei due ha torto: Antigone dichiara la sua fedelt ai principi etici sentiti dall' individuo come imprescindibili; Creonte alle regole dettate dal potere politico. Ma ambedue i sistemi giuridici hanno un fondamento: qui sta il dilemma tragico. Inevitabile che la tragedia termini con l' annientamento di ambedue: Emone, figlio di Creonte, si uccide sul cadavere di Antigone, sua fidanzata; appresa la morte del figlio, si suicida Euridice, moglie di Creonte. Anche se fisicamente sopravvissuto, Creonte un uomo finito. Ma il testo di Sofocle, osserva Zagrebelsky (Il diritto di Antigone e la legge di Creonte), sembra fatto apposta per invitare a trovare una soluzione che dia sbocco al conflitto tra le due leggi, trasferendo il problema della loro legittima coesistenza sul terreno politico: le parti devono mettersi a confronto, in un dialogo che realizzi la saggezza pratica indispensabile per agire nella vita di relazione. Nel secondo saggio (La legge o la natura?), Canfora affronta un non meno importante problema. Nata a difesa dei pi deboli, affermatasi come strumento democratico e vista da Pericle (in Tucidide) come baluardo della libert individuale, la legge scritta - dopo che la Sofistica aveva denunziato la sua natura di convenzione - venne a essere contrapposta alla natura. Ma qual era la legge di natura? Come il mondo animale dimostrava, era forse la legge del pi forte? E nella politica? Nella democrazia radicale, scrive Canfora, si produce una svolta, legata anch' essa ai rapporti di forza: nella citt nasce l' idea che il popolo sia esso stesso al di sopra della legge. Impossibile, qui, seguire le considerazioni da lui svolte sulla dialettica legge-popolo. Chi le legger ne capir l' interesse. Seguono, infine, due saggi sulla tradizione giudaico-cristiana.

Nella Torah - ricorda monsignor Ravasi (Le tavole della Legge e del cuore) - coesistono la legge mosaica divina e quella umana, che traduce il decalogo del Sinai in minuziose prescrizioni, nelle quali si consolida la visione di un impero della legge che nello Stato ebraico nato dalle ceneri dell' esilio babilonese (VI secolo a.C.) acquista connotati teocratici e rivela un formalismo eccessivo, contro il quale reagiranno i Profeti, e in seguito Ges. Nel Discorso della Montagna, infatti, Ges estrae dal groviglio delle regole etico-sociali una prospettiva globale, che supera ogni legalismo; tra i 613 precetti che la tradizione rabbinica ha catalogato nella Torah egli individua come primario il comandamento dell' amore: Amerai il Signore Dio tuo amerai il prossimo tuo come te stesso. E dal Discorso della Montagna parte Cacciari (Il nomos dell' amore), per chiedersi come si pu comandare di amare? Amare l' amico, certo, ma anche il nemico; essere perfetti, come il Padre. Non sono venuto a sciogliere la legge - dice Cristo - ma a completarla. Siamo di fronte a una svolta radicale. Con la guida di Paolo, Matteo, Agostino, Cacciari ne spiega il senso: la legge va osservata, giusta e santa, ma non basta a vincere il peccato. l' angoscia per il limite della legge che consente di raggiungere lo stato sub gratia Cantarella Eva

CARCANO / DOMANI IN PRIMA NAZIONALE LA TRAGEDIA DI SOFOCLE TRADOTTA DAL POETA GIOVANNI RABONI Bosetti: La mia Antigone talebana Il regista e attore: Un palco nudo per mettere in rilievo il potere della parola

Dipinto tutto di nero, pareti e palcoscenico, il Teatro Carcano sembra una immensa lavagna su cui potrebbero essere scritte cose terribili. Fa anche pensare alla misteriosa scatola che viene interrogata per conoscere i fatti avvenuti prima di una recente tragedia aerea... Di una tragedia di 2500 fa, invece, si tratta: quella di Antigone, sorta di terrorista ante litteram pronta a tutto per difendere i propri valori - dice Giulio Bosetti, che mette in scena lo straordinario testo di Sofocle -. Reclama, rischiando la morte, la dignit della sepoltura del fratello Polinice, che il capo del governo di Tebe, Creonte, considera un nemico, un talebano, e forse ha tutte le ragioni. Lei, Bosetti, in una tregua dall' amato Pirandello, fa Creonte. Nel ruolo protagonista la giovane Sandra Franzo. Chi di voi due nel giusto? La domanda resta ancora aperta, anzi si ripropone ogni volta che la ragion di Stato o l' ideologia si scontra con la piet umana. Mi pare che abbiamo esempi ogni giorno nel mondo.... Una lettura contemporanea? Sofocle lo gi. Nella splendida traduzione dell' amico e poeta Giovanni Raboni il linguaggio si avvicinato al nostro, al suo ritmo. Non ho invece ritenuto necessario inserire filmati di guerra o moderne divise militari come si vede spesso sui palcoscenici. Rari in stagione, i classici sono appannaggio delle rassegne estive, pi tradizionali... Questa "Antigone" debutt, infatti, nel 2000 a Siracusa, ma tra cori e scenografie imponenti fu proprio la grande poesia di Sofocle a perdersi nella vastit. Con questa "nuova" rappresentazione diamo spazio alla parola, come suono e pensiero. Il palco nudo, accennate le musiche di Chiaramello, determinanti le luci di Pasquale Mari (che lavora per Bellocchio, ndr). All' inizio dello spettacolo il coro avanza verso il pubblico. Come alle origini del teatro, da l nascono i personaggi? Si staccano per vivere la loro storia, ma tutti noi siamo coro. La sentenza finale? Pi che gli di tragici che condannano Creonte, pentito della sua crudelt solo alla notizia dei suicidi del figlio Emone, fidanzato di Antigone, e della moglie Euridice

interpretata da Marina Bonfigli, saranno gli spettatori i veri giudici. Giulio Bosetti, 75 anni, nel ruolo di Creonte per l' Antigone (interpretata da Sandra Franzo) da lui diretta. Ragion di Stato e ideologia si scontrano oggi come nell' antichit, dice Provvedini Claudia

LA LETTURA SIN DALLE ORIGINI DELLA CIVILT, ALLE LEGGI POSITIVE SI CONTRAPPONE L' UNIVERSALIT DEI VALORI UMANITARI. PER QUESTO L' ETICA HA BISOGNO DELLA POESIA Letteratura e diritto Una battaglia tra due libert

Se la sbrighi ciascuno col suo peccato - dice don Chisciotte vedendo la fila dei galeotti in catene; non bene che gli uomini onesti si facciano carnefici di altri uomini. Sotto i pi diversi cieli e nelle pi diverse epoche, la letteratura sembra pervasa da un rifiuto del diritto e della legge, che essa respinge spesso confondendo e identificando i due termini e le realt diverse che sottendono. Novalis, il romantico tedesco che si propone di poetizzare ossia di riscattare poeticamente il Tutto, scrive in uno dei suoi frammenti: Io sono un uomo completamente illegale; non ho il senso n il bisogno del diritto (...). L' avversione

della poesia al diritto ha verosimilmente un' altra ragione profonda. La legge instaura il suo impero e rivela la sua necessit l dove c' o possibile un conflitto; il regno del diritto la realt dei conflitti e della necessit di mediarli (...). Il diritto appare dunque legato alla barbarie del conflitto; necessario, ma come lo un' amputazione in una malattia o una difesa armata da un attacco armato. Nella poesia - anche la pi sofisticata e trasgressiva - c' quasi sempre, evidente o nascosto, il sogno - nostalgia rivolta al passato o profezia proiettata nel futuro - dell' et dell' oro, dell' innocenza di ogni pulsione, del lupo e dell' agnello che si abbeverano amichevolmente alla stessa fonte. Questa redenzione poetica di ogni pulsione, che Novalis e forse anche Rimbaud ritenevano possibile, tinge del proprio colore di fiore azzurro perfino certi movimenti rivoluzionari protesi a creare politicamente ed esistenzialmente l' uomo nuovo; durante la Comune di Parigi, i comunardi sparavano agli orologi per simboleggiare la fine del tempo storico e giuridico dell' ingiustizia e l' avvento di un tempo nuovo, messianico. La rivoluzione come orgasmo, predicata nel Sessantotto, l' ennesima, stantia ripetizione di questo sogno di abolire la legge, legata all' esistenza di rapporti di violenza. Il dominio del diritto - dice un altro frammento di Novalis, angelico precursore delle assemblee pulsionali - cesser insieme con la barbarie. Il rifiuto della legge avvicina la poesia alla fede. Nessuno ha messo sotto accusa la legge come San Paolo e la teologia, specie protestante, che deriva da lui. La legge provoca la collera di Dio, sta scritto nella Lettera ai Romani; essa che fa prendere vita al peccato e lo fa sovrabbondare, si dice ancora, e Lutero incalza: Prima ero libero e andavo nella notte senza lanterna; ora, dopo la legge, ho una coscienza e prendo una lanterna nella notte. Dunque la legge di Dio non nulla, se non l' inizio della cattiva coscienza. La risposta dell' uomo religioso all' orrore della legge il salto nella grazia, l' abbandono alla fede, che salva al di l del giudizio perch non si basa sull' esame delle azioni, meritorie o delittuose, bens sull' unione totale in Dio, indipendentemente

da ogni valutazione morale: Abramo si salva, scrive Karl Barth, non per quello che fa, bens perch crede in colui che dichiara giusto l' empio (...). Nella letteratura tale violenza religiosa si laicizza, conservando tuttavia la propria radicalit: all' abbandono in Dio si sostituisce spesso l' abbandono alla totalit della vita, l' armonia col suo fluire al di l del bene e del male. Per Kafka, la legge pone l' individuo fuori dalla vita - fuori del territorio dell' amore, scrive all' amica Milena (...). Ma questa consapevolezza lo induce a un peccato secondo Kafka ancora pi grave ossia a pretendere di non mescolarsi al buio e all' impuro della vita, di essere puro, orgogliosamente scevro di ogni colpa e della stessa colpa di vivere. Tale superba pretesa di non essere sporcato dal fango della vita la sua colpa, che lo estrania agli uomini e lo condanna a restare sempre davanti alle porte della legge, come nella famosa parabola, a non entrare nella vita, a difendersi sino alla fine, come dice nel Processo Josef K., colpevole proprio per tale ossessione di difesa legalistica. Con questa ansia di perfetta innocenza e purezza impossibile non violare alcun codicillo: Sempre si trasgredisce la legge, dice Fischerle nell' Auto da f di Canetti (...). In Michael Kolhaas - il pi grande racconto che sia mai stato scritto sulla lettera e lo spirito della legge, la sua violazione e la sete di giustizia Kleist mostra la tragica violenza immanente alla sacrosanta esigenza di ottenere e farsi giustizia. La poesia - come la vita, come l' amore - vorrebbe la grazia, non la legge; essa racconta l' esistenza piuttosto che giudicarla, come nel detto evangelico: Nolite judicare (...). La letteratura rivela cos la sua profonda e contraddittoria essenza morale; nemica della legge astratta e disincarnata, essa un' incarnazione della legge. I fondatori di religioni e i creatori di etica hanno bisogno della letteratura; raccontano parabole, in cui un' astratta verit morale, che altrimenti morirebbe subito di inedia, diviene vita concreta, epico racconto della vita. Il commento alla Legge per eccellenza, la Torah, diviene la grande narrazione talmudica. Questa epicit, che inizialmente accettazione dell' esistenza intera al di l del bene e del

male, contiene il giudizio, pure il castigo che deve seguire il delitto; Raskolnikov accetta intimamente - pur giustamente convinto dell' irripetibile diversit del suo cuore, irriducibile a ogni comma giuridico - la pena e la Siberia. Sin dalle origini fondanti della nostra civilt, al diritto codificato ossia alla legge viene contrapposta l' universalit di valori umani che nessuna norma positiva pu negare: all' iniqua legge dello Stato promulgata da Creonte, che nega universali sentimenti e valori umani, Antigone contrappone le non scritte leggi degli di, i comandamenti e i principi assoluti che nessuna autorit pu violare. Il capolavoro di Sofocle una tragica espressione del conflitto tra l' umano e la legge, che pure conflitto tra il diritto e la legge. Il decreto iniquo di Creonte una legge positiva, con un suo contenuto specifico. Ad essa Antigone contrappone un diritto non codificato, potremmo dire consuetudinario, tramandato dalla pietas e dall' auctoritas della tradizione, che si presenta quale depositario stesso dell' universale, un diritto al di sopra della legge positiva. In questo caso, esso corrisponde a imperativi categorici assoluti; Antigone il simbolo intramontabile della resistenza alle leggi ingiuste, alla tirannide, al male: veneriamo come eroi e martiri i fratelli Scholl o il teologo Bonhoeffer che, come Antigone, si sono ribellati alla legge di uno Stato - quello nazista - che calpestava l' umanit, sacrificando in questa ribellione la loro vita. Ma Antigone una tragedia ossia non solo una nitida contrapposizione di pura innocenza e truce colpa, ma un conflitto nel quale non possibile assumere una posizione che non comporti inevitabilmente, per tutti i contendenti, anche i pi nobili, pure una colpa. Sofocle, genialmente, non raffigura Creonte quale un mostruoso tiranno; questi non un Hitler, ma un governante le cui responsabilit di governo, di tutela della citt, possono chiedere di tener conto - in nome dell'

etica della responsabilit, per citare Max Weber - delle conseguenze, sulla vita di tutti, di una disobbedienza alle leggi positive e di un possibile caos che ne segua. A seconda della costellazione storico-sociale, la libert e la democrazia si difendono appellandosi al diritto non scritto, depositario di tutta una tradizione culturale, o alla legge positiva. Durante la Repubblica di Weimar, i democratici si appellavano alle leggi positive che punivano le dilaganti violenze antisemite, mentre giuristi e intellettuali filonazisti sostenevano che quelle leggi non corrispondevano al radicato sentire del popolo tedesco e dunque al suo diritto profondo ed erano perci astratte; durante il nazismo, ad appellarsi alle non scritte leggi degli di, contro le positive leggi razziali e liberticide del regime, erano gli oppositori del nazismo (...). Legge e diritto sanciscono questo peccato originale, questa impossibilit dell' innocenza dell' esistere. Ed questo che, pur contrapponendo poesia e diritto, anche li avvicina, perch - scrive Salvatore Satta in un passo del Giorno del Giudizio sul quale ha richiamato l' attenzione Giovanni Gabrielli - il diritto terribile come la vita e la letteratura, chiamata a raccontare la nuda verit della vita senza remore moralistiche, non pu non avvertire una pericolosa vicinanza a quella terribilit e a quella malinconia. (...) soprattutto in Germania che si verificata, specialmente in et romantica, una singolare alleanza, quasi una simbiosi tra poesia e diritto - inteso quale diritto consuetudinario e non quale lex positiva. I fratelli Grimm, grandi filologi e letterati, erano giuristi. Raccogliendo le loro celebri fiabe, intendevano salvare il grande patrimonio del buon vecchio diritto ossia delle consuetudini, tradizioni, usi locali del popolo tedesco nella sua coralit; patrimonio che nei secoli era stato conservato nella letteratura popolare. Nella stessa epoca, come sottolinea Maria Carolina Foi, scoppia in Germania un' interessantissima polemica giuridica fra Thibaut, che propugna per la Germania, sul modello napoleonico, un codice civile unitario e unificante - atto a rendere tutti i cittadini uguali davanti alla legge e a spazzare via i privilegi feudali - e Savigny, che

vuole invece difendere la variet, le diversit locali, le differenze e disuguaglianze dell' antico diritto comune consuetudinario, espressione del Sacro Romano Impero, vedendo invece nel codice unico uno strumento di livellamento autoritario. Naturalmente, a seconda delle circostanze, l' una o l' altra delle posizioni a difendere concretamente la libert degli uomini: il modello unificante potr essere appiattimento tirannico staliniano delle diversit o tutela democratica dei diritti di tutti gli uomini, come la sentenza che pi di quarant' anni fa impose a un' universit del Sud degli Stati Uniti di accogliere uno studente nero, facendo giustamente violenza alla diversit della cultura bianca e del suo razzismo stratificato nei secoli (...). Nella cultura tedesca, l' affinit fra diritto e letteratura si trasforma in pochi anni da armonioso idillio a comune lacerazione. La rivoluzione che investe - a partire dal fin de sicle, ma con dei preludi gi in et romantica - la letteratura moderna e contemporanea, sconvolgendo radicalmente forme strutture e valori, distrugge anzitutto l' idea di totalit e di centralit e di ogni compatta unit, sia dell' Io sia del mondo; priva la realt - e la sua rappresentazione - di un centro, fa di ogni individuo un uomo senza qualit ossia un insieme di qualit prive di un centro unificatore e organizzatore. A questa eclissi di un valore centrale e di un soggetto capace di costruire una gerarchia armoniosa del reale corrisponde in sede giuridica, ha scritto Natalino Irti, l' eclissi del codice unitario, sopraffatto da una centrifuga selva di leggi particolari avulse da ogni totalit: anch' esse una mera anarchia di atomi; come Nietzsche (e con lui Musil, ma prima di lui gi Bourget) definiva quello che un tempo era Sua Maest l' Io. Ed lo stesso Nietzsche che - nell' aforisma 449 di Umano, troppo umano, analizzato sotto questo profilo da Irti - constata che il diritto non pi tradizione e dunque, vista la sua necessit alla vita sociale, pu e deve essere solo imposto, cogente e arbitrario, non fondato su nulla. Nell' et contemporanea ogni fondamento, secondo Nietzsche, si dissolto; il diritto si sciolto da ogni tradizione fondante, religiosa o culturale, e poggia sul nulla, come l' arte, la

filosofia, l' uomo stesso (...). Nonostante tutto questo, il sentire comune contrappone volentieri la passione della poesia alla razionalit non tanto del diritto, quanto della legge. soprattutto il formalismo di quest' ultima ad apparire cavilloso, arido, negatore della calda umanit. Ma - come ha sottolineato Ascarelli - Shakespeare, nel Mercante di Venezia, ci mostra genialmente come l' umanit, la giustizia, la passione, la vita, vengano salvate da Porzia travestita da sottilissimo e capzioso avvocato, grazie al formalismo giuridico pi sofistico, che autorizza s Shylock a prendere una libbra di carne dal corpo di Antonio, ma senza versare neanche una goccia di sangue. Non il caldo appello all' umanit, ai sentimenti, alla giustizia a salvare la vita di Antonio, bens il freddo richiamo avvocatesco alla lettera formale della legge. Questa freddezza logica salva i valori caldi: non solo la vita di Antonio, ma anche l' amicizia di Antonio e Bassanio e soprattutto l' amore di Porzia e Bassanio, prima turbato dall' angoscia di quest' ultimo per la sorte dell' amico: Voi non giacerete accanto a Porzia con l' animo inquieto, dice la donna all' amato, decidendo allora di liberarlo da quell' inquietudine che offusca l' eros e di salvare dunque, con i cavilli legali, Antonio. Tanta letteratura ha guardato con astio al diritto, considerandolo arido e prosaico rispetto alla poesia e alla morale (...). A differenza di chi declama le profonde ragioni del cuore pensando in realt che esista solo il suo cuore, la legge parte da una conoscenza pi profonda del cuore umano, perch sa che esistono tanti cuori, ognuno con i suoi insondabili misteri e le sue appassionate tenebre, e che proprio per questo solo delle norme precise, che tutelano ognuno, permettono al singolo individuo di vivere la sua irripetibile vita, di coltivare i suoi di e i suoi demoni, senza essere impedito n oppresso dalla violenza di altri individui, come lui preda di inestricabili complicazioni del cuore, ma pi forti di lui, come i galeotti liberati di don Chisciotte sono pi forti di lui e lo malmenano brutalmente (...). La ragione e la legge hanno spesso pi fantasia del cuore, capace solo di sentire le proprie inestricabili complicazioni e

incapace di immaginare che esistano pure quelle altrui. Il cuore, diceva Manzoni, sa assai poco, appena un po' di ci che gli stato raccontato; spesso tutta una gran confusione, scrive Stefano Jacomuzzi. Qualificare l' omicidio o il furto come reati non basta per capire i diversi motivi per i quali diverse persone li compiono, ma chi si appella a ineffabili motivazioni dell' animo per sfuocare la gravit di quei reati capisce ancor meno le persone che li commettono. Il legislatore che punisce la corruzione negli appalti pubblici un artista che sa immaginare la realt, perch in quella corruzione vede non l' astratta violazione di una norma, ma, ad esempio, le cattive attrezzature di cui - causa quella corruzione - viene dotato un ospedale, in luogo di quelle efficaci che esso avrebbe avuto grazie a un' asta corretta: dietro quel reato ci sono dunque malati curati peggio, individui concreti che soffrono. Gli antichi, che avevano capito quasi tutto, sapevano che ci pu essere poesia nel legiferare; non a caso molti miti dicono che i poeti sono stati anche i primi legislatori. www.corriere.it Sul sito il testo integrale dell' intervento di Claudio Magris Il conflitto Per lo scrittore Franz Kafka (a sinistra in un ritratto di Tullio Pericoli), la legge pone l' individuo fuori dalla vita. A sua volta il poeta Novalis (a destra) scrive in un frammento: Io sono un uomo completamente illegale; non ho il senso n il bisogno del diritto L' autore Il testo pubblicato in questa pagina una sintesi della lectio magistralis su Letteratura e diritto tenuta da Claudio Magris (nella foto) a Madrid lo scorso 24 febbraio, quando l' Universit Complutense gli ha conferito la laurea honoris causa Magris Claudio

MARTA FERRANTI PROTAGONISTA TRA LA VITA E LA MORTE PER GIUSEPPE MARINI Antigone, un' eroina insopportabile

Tre sono i problemi dell' Antigone di Giuseppe Marini: lo spazio, il tempo e gli attori. Lo spazio un piccolo teatro all' antica, di rossi velluti, angusto e confortevole: come concepibile allestirvi l' Antigone? Il tempo riguarda solo Marini. Si prende tutto il tempo che pu. Non c' entrata o uscita di scena che non avvenga in modo solenne. L' obiezione scaturisce dal buon senso. Va bene che Antigone una tragedia, ma non bastano i fatti a renderne edotto lo spettatore? Perch debbono essere tutti messi in corsivo, sottolineati in quanto fatali? Terzo problema, il pi arduo: Marini si rivela fedele, ha cominciato con i suoi giovani attori, ha avuto successo, con loro continua. Ma se il regista cresciuto, degli attori non si pu dire altrettanto. Essi ubbidiscono alle indicazioni di regia e vanno come figure in un carillon, tutti avanzano come ho detto, tutti urlano o sussurrano fino a cancellare le sfumature di comportamento o d' intenzione. Per quanto riguarda la protagonista, Marini ha la sua idea: E' gi oltre, tutta chiusa in un' intraducibile estraneit interiore, occupando uno spazio ellittico e liminale, entre deux, tra la vita e la morte, dove la ragione collassa. Ma perch, se Antigone (Marta Ferranti) cos in limine, quando sul punto di fisicamente scomparire si denuda il seno destro? Non si tratta di una piccola contraddizione, o di una caduta di gusto. Si tratta, io credo, di un rimorso, di un soprassalto di ci che da Marini stato negato, la presenza incombente di colei che sembra sottrarsi. E, in realt, Ferranti si fa notare per quel suo essere composta, verginella, piccola santa: un essere insopportabile, un' eroina di

cui diffidiamo! Ecco, a proposito di diffidenza, l' opposto versante. Ma che ha tanto da urlare il tiranno? Per Hegel, Creonte non era neppure un tiranno. Per tutti noi, lo . Ma cosa voleva chiarire Marini, ci che gi sappiamo e che stato acquisito dalla coscienza moderna, che Creonte proprio un tiranno? O voleva sottintendere che quelle urla celano il principio della fine, che egli sta nascondendo la propria debolezza, la vilt che lo insidia? In quanto prediletta (dagli di, dal padre), e dunque aristocratica invocatrice dell' Invisibile e, nello stesso tempo, solida partigiana di valori tecnici (un fratello insostituibile, un marito o un figlio no), e perci contrapponendo la propria piet, il proprio privato sentimento alla altrui ragione, Antigone si comporta come una qualunque ribelle, un' anarchica, una individualista. Da parte sua, il tecnocrate Creonte, il partigiano del visibile, di fronte al contropotere di Antigone si limita a usare il potere che gli conferiscono le leggi. Se dovessimo pronunciare un giudizio politico, come potremmo non essere con Antigone e contro di lei? O, viceversa, come possiamo non essere con Creonte e tuttavia contro di lui, contro la sua empiet? Per Marini, e per tutti noi, pacifico che Antigone la libert, il personaggio positivo. Ma cos non . Ed cos vero che lo spettacolo va contro le intenzioni del suo autore. Egli smorza con sottigliezza i rossi velluti con i grigi su grigio dei costumi o con la soffocante semicirconferenza tombale della citt di Tebe. A dominare la scena non la creatura entre deux. Lo , in modo inconsapevole, Creonte (Luca Carboni) e il meglio di s lo spettacolo, senza operare rovesciamenti dell' acquisito sul piano concettuale, lo d nella sua qualit stilistica, che contraddice la gravit dell' assetto formale. L' Antigone di Marini anzi popolare, schietta, diretta: non teme la contaminazione e non teme gli effetti, n visivi, n sonori, tutta quella Laurie Anderson, tutto quel Puccini, quel Bach. ANTIGONE di Sofocle/Marini Teatro della Cometa, Roma Cordelli Franco

ELZEVIRO LA RISCOPERTA DI SOFOCLE IL MITO PERENNE DI ANTIGONE

Antigone celeste , la definisce Hegel. Antigone dall' anima di luce, Antigone dagli occhi di viola , la invoca D' Annunzio: da quando la sua storia fu messa in scena ad Atene, nel 442 a. C., il mondo si innamorato di Antigone. Nella versione di Sofocle, il suo mito diventato la pi celebre, e secondo molti la pi bella, delle tragedie greche. Difficile contare il numero delle traduzioni, degli adattamenti, delle rivisitazioni: una ventina di anni or sono George Steiner calcolava fossero circa 1.530. Difficile trovare miglior dimostrazione della capacit della tragedia greca di rappresentare storie che continuano ad avere senso ben oltre il momento e il luogo nel quale furono concepite. Nel caso di Antigone, una storia notissima: figlia delle nozze incestuose tra Edipo e sua madre Giocasta, Antigone vive nella citt governata dallo zio Creonte. I suoi due fratelli, Eteocle e Polinice, sono morti l' uno per mano dell' altro: Eteocle difendendo la citt dall' assalto dei nemici; Polinice assediando una delle sue sette porte, difesa da Eteocle. Creonte decreta: come traditore della patria, Polinice non avr sepoltura. Chi violer il divieto sar lapidato. Ma Antigone viola il bando: rendere gli onori funebri a Polinice un dovere pi forte della legge umana. Quando scopre che a violare il suo decreto stata sua nipote, che anche

la fidanzata di suo figlio Emone, Creonte sconvolto. Nel primo dialogo tra i due - nel quale secondo Goethe racchiusa l' essenza stessa della tragedia - Creonte e Antigone dichiarano ciascuno di rispettare le leggi. Antigone quelle non scritte , che esprimono principi etici imprescindibili; Creonte quelle scritte , dettate dal potere politico. Qui sta il dilemma tragico: ciascuno dei sistemi di leggi invocate ha un suo fondamento . N Creonte n Antigone hanno torto. Creonte ha un forte senso dello Stato: tutti i cittadini devono essere uguali di fronte alla legge, anche sua nipote, anche la fidanzata di suo figlio. Antigone ritiene di non dover rispettare una regola della quale non riconosce il fondamento etico. La tragedia si conclude con la fine di entrambi. Condannata a morte, Antigone si suicida. Creonte un uomo annientato: Emone si uccide sul cadavere di Antigone e alla notizia della sua morte si uccide Euridice, moglie di Creonte. La fine della tragedia la fine inevitabile del conflitto che si ripropone eternamente, ogni volta che l' applicazione della regola giuridica si scontra con una realt sociale e una valutazione etica che non riconoscono il suo fondamento morale. Antigone pone il problema perenne della tensione tra la regola giuridica e la sua interpretazione e applicazione, che consentono al diritto di non cristallizzarsi in una staticit che pu farlo percepire come ingiusto. Ma anche altri conflitti sono espressi nello scontro tra Antigone e Creonte: quello tra sessi, tra generazioni, tra individuo e societ, tra vivi e morti, tra essere umano e divinit: tutti i conflitti che tornano come costante dell' esperienza umana. A questo aggiungasi che la tragedia tocca un altro tema, fortemente sentito dalla cultura idealistica e romantica: l' amore fra fratello e sorella, esaltato come il sentimento pi completo, oltre e al di sopra dell' erotismo. Sono molti, insomma, i motivi dell' incredibile successo di Antigone fra letterati, musicisti, eruditi e filosofi, in particolare nel XIX secolo: Hlderlin, Shelley, Hegel, Wagner Ma la popolarit di

Antigone non si esaur con quel secolo. Nel 1944, sotto il governo Vichy, la censura tedesca autorizz a mettere in scena l' Antigone scritta da Anouil nel ' 42. Francesi e tedeschi applaudirono, insieme, ma per ragioni diverse. Gli occupati si identificavano con Antigone, gli occupanti trovavano in Creonte la giustificazione della loro presenza. Anche per questo, per la sua capacit di prestarsi a letture continuamente e anche simultaneamente diverse, Antigone sempre fra noi. Cantarella Eva

INCONTRI DEMOSTENE, ROUSSEAU, LENIN: I DISCORSI CHE HANNO FATTO EPOCA IN UN' INIZIATIVA DELLA FONDAZIONE CORRIERE DELLA SERA Rivoluzionari e tiranni, potere alla parola. Retorica

Prima venne Vittorio Sermonti, con le sue letture dantesche che riempivano la chiesa e il sagrato di Santa Maria delle Grazie a Milano. Poi stata la volta di 7 poeti per 7 citt. Quindi toccato ai classici, letti da grandi attori e commentati da figure di spicco della cultura italiana. Adesso la parola passa alla storia. Si chiama proprio cos, La parola alla storia. Pagine e uomini di ieri e di oggi, l' iniziativa promossa dalla Fondazione Corriere della Sera

che ha preso avvio la sera del 25 ottobre al teatro Grassi di via Rovello, a Milano. Un ciclo di quattro serate, occasione per ascoltare passi di opere classiche del pensiero occidentale, come le Filippiche di Demostene o La guerra del Peloponneso di Tucidide, ma anche interventi di protagonisti della storia contemporanea, come Winston Churchill e Lenin. Antichi e moderni, rivoluzionari e tiranni, fianco a fianco, accostati con discorsi di particolare significato storico e dal forte impatto retorico. Dopo i primi due appuntamenti, in cui il filologo Luciano Canfora ha presentato brani che riflettevano su Politica e disincanto e su La riscrittura della storia, la prossima serata in programma per domani al teatro Grassi (ingresso gratuito fino ad esaurimento posti con inizio alle 20.30, per informazioni telefonare al numero 02/62828027). Dominare o essere dominati il tema di quest' incontro, per il quale Giovanni Belardelli, docente di Storia del pensiero politico contemporaneo all' universit di Perugia, ha selezionato testi di Sofocle, Benjamin Constant, Benito Mussolini e Jean-Jacques Rousseau. Si partir da un' opera teatrale, con un passo dell' Antigone di Sofocle recitato da Bebo Storti e Rossana Mola, per poi passare a un estratto del Discorso sulla libert degli antichi paragonata a quella dei moderni, un celebre testo di Constant datato 1819. Ma ci sar anche spazio per il discorso pronunciato da Mussolini alla Camera il 3 gennaio 1925, che segn la svolta verso l' instaurazione della dittatura fascista dopo la crisi del delitto Matteotti; per concludere con una manciata di pagine tratte dal Discorso sull' origine dell' ineguaglianza tra gli uomini di Rousseau. L' ultimo appuntamento di questo ciclo di letture critiche previsto per la sera del 29 novembre, sempre a Milano, sempre al teatro Grassi. In quell' occasione toccher a Gian Antonio Stella, inviato del Corriere della Sera, presentare una selezione di testi sul razzismo che saranno poi letti da Bebo Storti. Cos la parola torna alla storia. Tino Mantarro Mantarro Tino

ELZEVIRO JUDITH BUTLER RILEGGE IL MITO Antigone: l' eros nell' et dell' incertezza La forza di convivere con la propria fragilit: un tema molto attuale

Sulla devianza di Antigone, la giovane principessa tebana figlia incestuosa di Edipo che si contrappone al tiranno Creonte per dare sepoltura al fratello ribelle Polinice, si sono interrogati nel corso della storia occidentale scrittori e filosofi. L' eroina di Sofocle, come racconta George Steiner, che ha passato in rassegna in un celebre saggio le metamorfosi di Antigone nel tempo, ha campeggiato soprattutto nell' Ottocento, il secolo della fraternit, quando le linee radicali di parentela corrono orizzontalmente, come nel rapporto fratellosorella. Poi, nel Novecento, la rivolta verso l' autorit prende il sopravvento, e i rapporti si verticalizzano, come nella relazione genitori-figli: nell' immaginazione del Novecento ad Antigone subentra Edipo, sul cui celebre complesso secondo Freud si fonda quel tab dell' incesto che regola la legislazione interiore dell' uomo e lo stesso sviluppo della civilt. Ma Antigone non esce affatto di scena e ricompare nei luoghi pi impensati: nei cortei pacifisti come nei collettivi femministi e nelle teorie del differente pensiero femminile, come eroina della resistenza all' invadenza del potere. la versione di Hegel a essere presa per buona e rovesciata: se per il filosofo tedesco Antigone rappresentava quel principio femminile arcaico e prepolitico che deve piegarsi - o essere piegato - alle leggi della polis, adesso diventa la figura simbolica che oppone le leggi non scritte del privato contro la guerra e la violenza, ai codici inesorabili del pubblico. Ora per Judith Butler, filosofa americana sul campo - sul

campo non solo della speculazione ma anche dell' attualit e dei suoi cambiamenti - nel suo La rivendicazione di Antigone (Bollati Boringhieri, pagine 128, euro 13) smonta il mito femminile e femminista di Antigone, tutta cuore e sentimenti familiari contro la rigidit brutale del governante Creonte, per presentarci la fanciulla tebana in una nuova ancora pi estrema metamorfosi. Violenta e testarda non meno del suo Creonte, Antigone - addirittura a partire dalla etimologia del suo nome: anti-generazione - non ha minimamente il senso della famiglia come noi lo intendiamo - lei semmai sceglie la parentela con i morti - tantomeno vuole difendere la pace contro la guerra o il principio femminile contro quello maschile. Anzi, se c' qualcuno con cui Antigone davvero si identifica non certo una donna, come la mite e davvero non violenta sorella Ismene, ma piuttosto il guerresco e politico fratello Polinice o addirittura il padre omicida e incestuoso che nell' Edipo a Colono le si rivolto chiamandola uomo, riconoscendo il suo virile coraggio. Butler nel prendere in considerazione l' estremismo, diremmo oggi, di Antigone ripercorre non solo la lezione di Hegel ma anche quella novecentesca di Lacan, che sul limite estremo di un desiderio che non pu dirsi senza tradirsi e senza tradire le strutture simboliche della parentela colloca la fanciulla di Sofocle. Ma per la filosofa americana le cose non stanno neanche come le mette il celebre psicoanalista francese. La forza di Antigone, dice Butler, sta nella sua capacit di deformare: non solo le norme della sovranit politica ma anche quelle del genere sessuale e quelle della famiglia. Anzi, Antigone l' eroina della parentela in crisi, della sessualit incerta, rovesciata o trans, delle famiglie di fatto in cui il posto del padre disperso, quello della madre occupato da diverse figure, famiglie in cui il divorzio oppure l' omosessualit dei genitori, l' Aids, ma anche le migrazioni, gli esili, lo statuto di rifugiati producono nuclei umani porosi, dilatabili,

eccentrici. Antigone insomma non sfida la legge, semplicemente altrove rispetto a quella legge, non si oppone al potere ma chiede e insieme fornisce una prospettiva critica a chi delimita per ragioni sociali o d' igiene simbolica i criteri di legittimit per le relazione umane, per gli amori, i dolori, le perdite riconoscibili. Di fronte a questa Antigone della brillante lettura di Judit Butler, reincarnata tra i queer, i trans e i soggetti sessuali anomali della fin-desicle novecentesca, un dubbio resta e ha nome Sofocle. Se vero che la torsione che porta un classico a trascorrere le epoche necessaria e salutare, talvolta il testo nella sua nuda e ricca letteralit pi eloquente delle sue pi sorprendenti interpretazioni. Ora, per esempio, che tutte le opere sofoclee sono in corso di una nuova pubblicazione curata da un' quipe di studiosi internazionali presso la Fondazione Valla, se si prende in mano il primo volume della serie, Filottete - tragedia scritta, sembra, da un Sofocle ormai vecchio e bistrattato dai figli - la crisi della parentela e l' estremismo delle relazioni assumono un volto diverso. Filottete, abbandonato dai compagni achei in viaggio verso Troia su un' isola deserta perch ferito e dunque inservibile, nel suo risentimento e nella sua estrema irriducibilit certo un affine di Antigone, come lo colui che lo dovrebbe riportare insieme al suo invincibile arco sotto le mura di Troia, il giovane Neottolemo figlio di Achille. Entrambi avversano non solo il potere, ma la legalit cos come l' hanno conosciuta, e ne cercano disperatamente scampo, soprattutto nella misura in cui ha rigettato l' invalidit di Filottete in nome della legge dell' efficienza. Ma, come anni fa spiegava in un saggio dedicato al dramma sofocleo Edmund Wilson e come risulter dallo scioglimento dell' intreccio, la vera forza deve saper convivere con la fragilit. Un tema quanto mai presente alla nostra coscienza postmoderna: senza bisogno di attualizzazione basta il bellissimo racconto di Sofocle a spiegarcelo. Rasy Elisabetta

CLASSICI UN SAGGIO DI VIDAL-NAQUET METTE IN GUARDIA DALL' ATTUALIZZARE I DRAMMI ANTICHI: C' ERA POCO DI REALISTICO ANCHE IN ESCHILO, SOFOCLE E EURIPIDE Tragedia ateniese. Per favore non scomodate la politica Trasportare quei testi all' oggi solo licenza poetica

Pierre Vidal-Naquet vide l' Antigone di Jean Anouilh nell' autunno del ' 44, dopo la liberazione della Francia. Il dramma era stato gi messo in scena nel febbraio, durante l' occupazione tedesca e, prima e dopo, gli spettatori e lui stesso non ebbero il minimo dubbio che si trattasse di una rilettura politica e attualizzata della tragedia di Sofocle. Molti anni dopo, Vidal-Naquet - che si era avventurosamente salvato nel ' 44 a Marsiglia dalla deportazione nazista mentre entrambi i genitori furono uccisi ad Auschwitz - sarebbe diventato uno studioso della Grecia antica dedicandosi con particolare attenzione al mondo della tragedia, senza per perdere storicamente d' occhio i temi caldi dell' attualit politica, dai crimini dell' esercito francese in Algeria al negazionismo. Ma dopo decenni di questa doppia militanza storica arrivato a una conclusione in assoluta controtendenza con gli studi sul dramma antico e soprattutto con buona parte delle sue riletture nel teatro contemporaneo, Anouilh compreso: la tragedia ateniese non era affatto politica, ed ogni sua attualizzazione altro non che un arbitrio artistico, una licenza d' autore priva di un oggettivo fondamento. Non bisogna cercare di vedere nella tragedia ateniese uno

specchio della citt. Pi esattamente, se si vuole conservare l' immagine, bisogna sapere che si tratta di uno specchio infranto: ogni riflesso rinvia a una realt sociale e, ad un tempo, a tutte le altre, mescolando strettamente i diversi codici: spaziali, temporali, sessuali, sociali ed economici: questa la tesi di fondo, appunto, di Lo specchio infranto, sottotitolo Tragedia ateniese e politica, una conferenza diventata un brillante pamphlet che Donzelli propone ai lettori italiani. Come sottolinea Riccardo Di Donato nell' introduzione - ricordando anche la messa in scena di Ronconi, qualche mese fa a Siracusa, delle Rane di Aristofane con sullo sfondo le sagome poi rimosse di Berlusconi, Bossi e Fini - quella dell' attualizzazione dei testi antichi non certo una questione per soli addetti ai lavori: attuali questi testi lo sono per la continuit delle rappresentazioni - dai grandi teatri alle recite scolastiche - che rinnovano costantemente emozioni e riflessioni. Ma il punto di Vidal-Naquet un altro. Non nega che, per restare alla sola Antigone sofoclea, tra traduzioni pi o meno fedeli e adattamenti pi o meno liberi, attraverso le riletture di questa tragedia si possa fare la storia della coscienza europea, dal momento che ogni opera che arriva dal passato entra a far parte del nostro presente comune e non solo del campo della filologia e della storia. Il punto che a distanza ravvicinata, la distanza cio che pu permettersi uno studioso come lui che alla decifrazione del mondo antico ha dedicato la vita, una contraddizione evidente. Se vero, afferma, che i greci hanno inventato la politica - cio il suffragio, la legge comune scritta, la soluzione degli antagonismi con giostre verbali - altrettanto vero che la letteratura ateniese ha messo, nell' oscurare tale attivit, un genio pari a quello che la citt ha impiegato nell' inventarla. Quale la vocazione politica di Eschilo, Sofocle, Euripide? Testi e biografie alla mano con la provocatoria perizia dell' intenditore, Vidal-Naquet non ha dubbi: impossibile definirla. Quanto alle tragedie stesse, la realt inscenata non quella della polis: l' ordine - o il disordine - tragico non realistico, ma si

comporta nei confronti della realt allo stesso modo in cui, secondo Freud, procede il sogno: contesta, deforma, rinnova, interroga. In altri termini un passaggio al limite che, anzich testimoniarlo, mette in questione quello che la realt dice e crede. E allora chi si accosta alle tragedie ateniesi deve guardarsi accuratamente dalle tre tentazioni che lo minacciano: la tentazione del realismo, della lettura politica e dell' attualizzazione moderna. Ferma restando la libert di ogni artista, e di ogni lettore, di trasportare quegli antichi testi nel proprio presente come pi gli piace e secondo le proprie emozioni e convinzioni, Vidal-Naquet rovescia la prospettiva. Nel nostro mondo contemporaneo non stata la tragedia antica a mettere in scena la politica attuale, ma la politica attuale a riproporre la tragedia antica: Quel che, ai miei occhi, riecheggia la tragedia ateniese, non un dramma teatrale o un altro, ma al contrario la serie di rappresentazioni politiche all' uso delle masse che furono i processi di Mosca negli anni 193638 o di Budapest Sofia e Praga, senza dimenticare Tirana, alla fine degli anni Quaranta e all' inizio degli anni Cinquanta. Elisabetta Rasy Il libro: Pierre Vidal-Naquet, Lo specchio infranto, edizione italiana a cura di Riccardo Di Donato, Donzelli editore, pagine 120, euro 9,50. Il testo sar in libreria dal 4 settembre Rasy Elisabetta

GIUDIZI / DOPO IL CASO SIRACUSA La grecista Cantarella: Aristofane autore attuale che critic anche i giudici

MILANO - Dovevano esserci le caricature di Berlusconi, Bossi, Fini e La Russa. Ma se Ronconi a Siracusa avesse rappresentato invece che Le Rane, Le Vespe forse ci potevano stare anche Francesco Saverio Borrelli e le toghe rosse. Tutto possibile quando si rappresenta Aristofane dice Eva Cantarella, studiosa del mondo greco e membro del consiglio di amministrazione dell' Istituto nazionale del dramma antico. La sua attualit tale che quasi tutte le opere si prestano a un' interpretazione in chiave contemporanea. In questo non paragonabile a nessun altro autore. Certo, un' opera come l' Antigone di Sofocle un impareggiabile paradigma dei rapporti tra individui e potere ed diventata a pi riprese un simbolo contro ogni tirannia. Ma Aristofane va oltre. La sua satira politica a tutto campo. Lo muove un grande amore per la sua citt, l' Atene di 2400 anni fa, di cui constata l' inarrestabile decadenza. La colpa, secondo lui, soprattutto dei governanti. Ma prende di mira anche il tessuto sociale, le istituzioni, l' educazione, la degenerazione della vita civile. Per questo le sue opere potrebbero essere usate anche dal premier e dai suoi alleati, suggerisce Eva Cantarella: per stigmatizzare, a colpi di teatro, quelli che considera vizi ed eccessi degli avversari politici. Come appunto nelle Vespe, dove un figlio cerca di guarire il padre, un giudice popolare, dalla smania di andare tutti i giorni in tribunale a condannare senza piet gli imputati. Per questo lo imprigiona in casa e mette in scena un fantastico processo al cane per consolarlo, mentre le Vespe, i colleghi del giudice, cos soprannominati per le loro mazze simili a giganteschi pungiglioni, muovono all' attacco per liberare il vecchio magistrato. Quella - dice Eva Cantarella - una critica all' amministrazione della giustizia in generale, con i giudici che sono diventati mestieranti soggetti alle varie fazioni. Tanto che il giudice si chiama Filocleone

perch sostiene Cleone, il demagogo al potere, mentre il figlio, del partito avverso, si chiama Schifacleone. Ma bisogna tener presente che Aristofane un aristocratico conservatore, contrario a ogni innovazione culturale, politica, di costume . Per esempio, un feroce antifemminista e anticomunista ante litteram, anche se a volte stato letto in chiave opposta. Basta leggere Le donne al parlamento. Qui le mogli dei politici occupano l' assembla e decidono che tutto comune: uomini, cose, denaro. Vengono promulgate regole di uguaglianza del tipo: un uomo prima di avere una donna bella dovr giacere con una vecchia o una brutta. Insomma il comunismo un errore e il governo delle donne un fallimento. Con buona pace delle pari opportunit. Cristina Taglietti La vicenda LE CARICATURE Per la scenografia delle Le rane di Aristofane, in cartellone al teatro greco di Siracusa, Luca Ronconi ha pensato di utilizzare alcuni pannelli con le caricature di Berlusconi, Bossi, Fini e La Russa LA CENSURA Dopo le rimostranze dei ministri Miccich e Prestigiacomo, Ronconi ha deciso di andare in scena senza i pannelli. Berlusconi gli ha per consigliato di ripristinarli: Il governo neppure sa cosa sia la censura Taglietti Cristina

IL LIBRO DEL GIORNO Antigone, una tragedia troppo umana

IL LIBRO DEL GIORNO Nel 442 a.C., nell' Arena di Pericle, Sofocle mette in scena Antigone. forse la prima volta che gli spettatori ascoltano il nome della figlia di Edipo. Venticinque anni prima Eschilo aveva presentato I sette contro Tebe: in quel dramma i due figli di Edipo, Eteocle e Polinice, si uccidono l' un l' altro e appaiono Antigone, la sorella Ismene e un araldo che comunica l' ordine del governo di Tebe di non seppellire Polinice, colpevole di aver combattuto contro la sua citt. Se quei versi, come oggi molti ritengono, non sono di Eschilo, ma un' aggiunta postsofoclea, la sfida di Antigone un' invenzione di Sofocle. Edipo, la madre-moglie e i due figli maschi sono nominati da Omero; Edipo e uno dei figli, Eteocle, appaiono in Erodoto: Antigone, no. Quasi 2500 anni sono passati da quando la tragedia sofoclea - che pone di fronte Antigone e Creonte, le leggi divine e umane, l' individuo e lo Stato - apparsa a turbare le coscienze. Il tempo non ha offuscato quella figura di donna che puntualmente ritorna con la sua presenza inquietante quando si manifestano conflitti sociali e intolleranze. E non stupisce che, soprattutto a partire dalla Rivoluzione francese, il testo sofocleo sia stato studiato, interpretato, riraccontato. Maria Grazia Ciani raccoglie in un solo volume l' Antigone di Sofocle, quella di Anouilh e quella di Brecht. L' Antigone di Anouilh and in scena nel 1944 con il visto della censura tedesca, e molti vi scorsero l' apologia del governo collaborazionista di Vichy. Al polo opposto, Brecht (1948) fece rivivere il personaggio nella cornice della resistenza antifascista e vi aggiunse alcuni passi corali, con una finezza lirica che gareggia con il modello, dice George Steiner, autore di uno studio sulle interazioni tra il testo di Sofocle e le sue reinterpretazioni nel corso del tempo. L' Antigone una tragedia senza di, il che ha contribuito alla sua fortuna; ma forse nel caso di Anouilh tende a diventare troppo umana. Dalla discussione sui grandi problemi etici si passa alla psicologia di una ragazza non bella che nel gesto eroico cerca una rivalsa. Forse dell' Antigone di Anouilh si

poteva fare a meno. Luisa Biondetti SOFOCLE ANOUILH BRECHT Antigone - Variazioni sul mito Marsilio, pag. 186, L. 10.000 Biondetti Luisa

TEATRO 2 BRANCIAROLI NON CONVINCE DEL TUTTO Un delitto per la droga nella citta' di Sofocle La questione del Bene che finisce col cambiarsi in Male

----------------------------------------------------------------- TEATRO 2 Branciaroli non convince del tutto Un delitto per la droga nella citta' di Sofocle La questione del Bene che finisce col cambiarsi in Male In "cos' e' l' amore" di Franco Branciaroli il tema sofocleo, trattato nell' "Antigone", dell' opposizione tra etica di un governo e morale individuale, si unisce all' eterna questione del Bene che quasi alchemicamente a contatto col potere spesso si trasforma in Male. Fatti ispirati dalla cronaca si intrecciano con il mito per rappresentare la stoltezza di coloro che seguono pedissequamente le regole imposte da un potere dispotico e la forza morale di chi urla i diritti del singolo contro un' Autorita' ingiusta. Che nel nome del bene di una collettivita' impone inequita' e nefandezze. Questi e altri i temi che nella tragedia processo l' attore, autore e regista tocca, partendo dalla morte violenta di un giovane drogato, Polinice, avvenuta, per mano di un persecutore - educatore (Gianluca Gobbi), in una

comunita' , chiamata Citta' del Sole. Un Antigone uomo (Mauro Malinverno) smaschera l' omicida e recupera il corpo nascosto in una discarica per riportarlo all' interno della Citta' e chiedere giustizia ma in un fiorire di dolorose contraddizioni, di prese di posizione piu' o meno opportunistiche o conformiste, come quelle dell' altro fratello Ismene (Massimiliano Andreghetto), giustizia non ci sara' . Un' idea interessante che non trova, pero' , il giusto linguaggio per lievitare, la lingua simil - alta, finto - tragica parlata sulla scena da' un tono di insopportabile enfasi, di artificiosita' e uno sgradevole sapore di posticcio. Forse se il linguaggio fosse stato piu' naturalmente "basso", la forza mitica della tragedia sarebbe stata piu' leggibile. Drammaturgicamente l' opera non si risolve ne' con gli interventi addolorati e dolciastri della madre, ne' con quelli cervellotici del padre della vittima (Paola Bigatto e Antonio Zanoletti), immotivatamente chiamati Giocasta e Edipo, ne' con le conclusioni filosofeggianti di Creonte, lo stesso Branciaroli re - despota della Citta' animato da perverse ambizioni. Il nudo palcoscenico semicircolare evoca un gigantesco ventre capace di trasformarsi ora in una camerata affollata di letti, ora in una sorta di "minuscolo Agora", fulcro della vita della Citta' : un nero antro che tutto sembra contenere, nascondere e al tempo stesso tutto svelare. Se da un punto di vista figurativo lo spettacolo offre un apprezzabile rigore, dal punto di vista recitativo soffre di scompensi. Non tutti i giovani attori sono all' altezza dei ruoli, va segnalata comunque la positiva e convincente prova di Gianluca Gobbi. Antonio Zanoletti cerca con intensita' di dare una qualche plausibilita' al suo fragile personaggio. Uno spettacolo di cui non si puo' non apprezzare l' impegno civile. Magda Poli COS' + L' AMORE regia di Franco Branciaroli Teatro dell' Arte, Milano fino al 27 Poli Magda

SOCIETA' COMPLESSE E DIFESA DELL' ETICA QUELLE LEGGI NECESSARIE

------------------------- PUBBLICATO ------------------------------ Societa' complesse e difesa dell' etica TITOLO: QUELLE LEGGI NECESSARIE QUELLE LEGGI - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - Antigone, l' immortale eroina dell' omonima tragedia di Sofocle, rifiuta di obbedire alla legge promulgata dalle autorita' di Atene, che vieta di dar sepoltura al corpo di suo fratello, considerato traditore e ribelle allo Stato. Antigone trasgredisce quel decreto, provocando cosi' la sua stessa morte, in nome delle "leggi non scritte degli Dei", ossia di comandamenti morali assoluti, che nessuna legge positiva puo' violare senza rendersi moralmente illegittima e ingiusta. I principi universali dell' etica . da quella evangelica a quella kantiana, che impone di considerare ogni individuo come un fine e mai come un mezzo da utilizzare per altri scopi . non possono essere negati da nessuna legge di nessuno Stato. Richiamare i valori etici, come ha fatto Ernesto Galli della Loggia sul Corriere del 6 ottobre, e' piu' che mai opportuno, specie in un' atmosfera culturale che tende spesso a dissolvere o almeno a risolvere la morale nella sociologia e nella politica, considerando giusto cio' che corrisponde a un presunto sentire comune, ai sentimenti o ai valori di una maggioranza, e considerando dunque giusta una legge che codifichi le opinioni largamente diffuse. Se cosi' fosse, le leggi razziali di Norimberga, che sancivano un atteggiamento largamente condiviso, o altre leggi che in diverse parti del mondo

hanno sancito o sanciscono discriminazioni razziali o d' altro genere, sarebbero giuste e andrebbero rispettate e obbedite non solo per la forza con cui si impongono ma, anche e prima ancora, per un dovere morale. Noi invece veneriamo come eroi e martiri i fratelli Scholl o il teologo Bonhoeffer che, come Antigone, si sono ribellati alla legge dello Stato nazista che calpestava l' umanita' e in questa ribellione hanno sacrificato la loro vita. Qualunque cosa pensino i cinici e i realisti da strapazzo, i quali credono che basti avere pochi scrupoli per essere dei Machiavelli e conoscere la verita' effettuale delle cose, se il mondo non perisce lo si deve, in buona parte, a chi sa sentire la voce delle "non scritte leggi degli Dei" e obbedirle, qualsiasi ne siano le conseguenze e qualsiasi cosa proclamino i legislatori del momento. Non si puo' pretendere che esistano molte persone come Antigone, non siamo chiamati ad essere eroi, ma ad essere il piu' possibile liberi e onesti nel piccolo combattimento quotidiano, il che peraltro non e' poco, una civilta' o anche soltanto una societa' non e' viva se e' troppo povera di individui capaci di formarsi una personalita' autonoma, di cercare e fondare dei valori in cui credere, di darsi dei criteri per riconoscere il bene ed il male, e comportarsi in conseguenza. Se l' individuo non ha questa volonta' e questa forza, nessun meccanismo giuridico potra' dargli la capacita' di orientarsi nella vita e di vivere in modo libero e creativo il rapporto con gli altri e col suo stesso destino; Kipling direbbe che nessuna norma giuridica puo' fare di lui un uomo. In questo senso giustamente Galli della Loggia sottolinea l' importanza fondamentale della personalita' individuale. Non credo tuttavia che gli individui siano oggi meno capaci di scegliere tra il bene ed il male di quanto non accadesse ieri, e soprattutto non credo che ci sia un nesso fra una pretesa impotenza o almeno irresolutezza morale e l' espandersi della sfera legislativa e giurisdizionale, chiamate ad occuparsi di problemi sempre piu' numerosi, in altri tempi lasciati alla discrezione dei singoli e "alla spontaneita' dei loro comportamenti", come scrive Galli della Loggia denunciando questa

crescente e a suo avviso negativa ingerenza della legge. Il proliferare del diritto e delle leggi e' inevitabilmente legato allo sviluppo di una societa' sempre piu' complessa; una tribu' nella foresta non ha bisogno di un codice stradale, o almeno non di uno cosi' complicato, anche se si preoccupa di stabilire chi ha piu' o meno diritto di accesso a un sentiero di caccia. Pure la cessione di un igloo fra gli eschimesi richiede una regolamentazione meno articolata di quella che e' necessaria al mercato immobiliare di una metropoli. Non considero affatto rozzi e selvaggi gli eschimesi, della cui vita e della cui poesia mi e' anzi capitato di scrivere con ammirazione sul Corriere, ma non considero a priori necessariamente meno libero e moralmente meno creativo di loro chi acquista o vende immobili operando all' interno dell' intricata selva di leggi che ordinano la sua attivita' . Una societa' sempre piu' complessa crea nuovi rapporti tra gli uomini, nuove forme . lecite o illecite . di confronto e dunque eventualmente di conflitto e dove c' e' un conflitto, anche solo potenziale, deve esserci un diritto che lo regola e lo media in modo civile. Le trasformazioni sociali generano nuove possibilita' di vita e di sviluppo, ma anche di prevaricazione, di sopraffazione, di violenza e dunque c' e' necessita' di nuove norme che tutelino le loro possibili vittime. Armi piu' potenti richiedono maggiori controlli su chi le usa. Sarebbe insensato deplorare lo sviluppo tecnologico e sociale che spesso crea condizioni di vita piu' umane per cerchie piu' vaste di persone, e deplorare la semplicita' dei tempi antichi, certo piu' semplici ma non certo piu' scevri di oppressioni, ingiustizie e iniquita' . Una nuova realta' puo' comportare, accanto a vantaggi, nuovi pericoli, che occorre arginare. La legge e' tutela dei deboli, perche' i forti non ne hanno bisogno; e' stata la plebe a Roma a chiedere e a ottenere le dodici tavole, basilari nel diritto romano scritto. La legge non deve rincorrere l' evoluzione della realta' per mutare i principi che la ispirano, come vorrebbe un malinteso sociologismo in base al quale l' etica e il diritto dovrebbero adeguarsi passivamente all'

evolversi della realta' , termine vago che non dice niente di preciso, perche' non si capisce cosa sia questa realta' , cui noi . che saremmo quindi fuori di essa . dovremmo comunque conformarci. I principi che ispirano l' etica e il diritto . l' uguale dignita' di tutti gli uomini, la tutela di ognuno di essi da ogni violenza . non hanno da mutare con i tempi; se si diffonde l' abitudine all' aggressione razzista, la morale non cessa certo dal condannarla e il codice non cessa di perseguirla. Ma proprio per la fedelta' ai principi che la fondano, la legge deve adeguare le sue norme alle nuove forme di violenza che possono sorgere, ai nuovi problemi che possono venirsi a creare. Gli embrioni congelati e scongelati diventano individui, che vanno tutelati nei loro diritti alla successione ereditaria e cosi' via. Chiedere nuove leggi dinanzi a nuovi problemi non significa abdicare alla morale e all' impegno personale, come mi sembra dica Galli della Loggia, ma significa dare realta' concreta agli imperativi e ai comandamenti della morale. Certo non bisogna creare nuove leggi superflue, quando per risolvere i problemi si puo' ricorrere a quelle esistenti e alle potenzialita' implicite in esse. Ma quando un individuo puo' venire leso da un altro, magari in nuovi modi e in nuove forme, non si puo' lasciare alla coscienza morale individuale la decisione se lederlo o no. Anche ogni omicidio e' un fatto morale prima di essere un fatto giuridico, un peccato prima ancora che un reato, ma la legge che lo persegue . e che certo non estingue ne' assorbe o supera la sua dimensione morale, come insegna Delitto e castigo . non e' un arbitrio nei confronti della coscienza. Nuove possibilita' tecniche di mettere al mondo dei figli sono soltanto tecniche, ma quei figli messi al mondo hanno diritto all' assistenza da parte di chi li ha generati e se questi ultimi si rifiutano, arrecando loro danno, la legge deve costringerli con la sua forza. Ogni legge, col suo formalismo e la sua autorita' , appare facilmente antipatica; a Don Chisciotte non piaceva che uomini d' onore si facessero giudici dei peccati di altri uomini e avrebbe preferito che a difendere i deboli perseguitati fosse la sua lancia di cavaliere, ma i deboli

perseguitati non si sentirebbero abbastanza protetti dalla sua lancia nobilissima e fragile. Tanta letteratura, anche grande ma ingiusta, ha guardato con freddezza al diritto, considerandolo arido e prosaico rispetto alla luce della poesia e della morale. La legge invece ha una profonda e malinconica poesia; e' il tentativo di calare concretamente nella realta' vissuta le esigenze della coscienza . un tentativo fatalmente compromissorio, perche' costretto a fare i conti con i limiti del reale, ma grande proprio per questo arduo e ingrato confronto con la dura prosa del mondo. Se le "non scritte leggi degli Dei" si limitano a contrapporsi astrattamente alla legge positiva, possono rivelarsi estremamente pericolose; se per Antigone esse si identificano con un valore che tutti consideriamo universale, un fanatico puo' considerare un comandamento divino la voce interiore che lo spinge, in nome della sua morale o religione, a impedire alle donne di studiare o a sparare a Rabin. Sul piano politico, una pura moralita' , anche nobile ma non mediata dalla legge, puo' divenire violenza giustizialista, sino al linciaggio. Chi ha rubato, poco importa se per se' o per il suo partito, deve andare in carcere (e bisognerebbe una buona volta anche vedere qualcuno andarci veramente, quando la sua responsabilita' e' stata accertata e la sentenza e' passata in giudicato), ma deve pagare il suo debito alla giustizia in base alla qualificazione giuridica del suo reato, non al sentimento o all' indignazione morale. La legittimita' morale riscalda il cuore piu' della fredda legalita' , ma la democrazia, ha scritto Norberto Bobbio, si fonda su valori "freddi" come la legalita' . O meglio, essa si fonda sulla legittimita' solo quando quest' ultima si e' tradotta in legalita' . Il compito delle "non scritte leggi degli Dei", osservava un grande giurista come Ascarelli, e' quello di tradursi in leggi positive sempre piu' giuste e piu' capaci di tutelare gli uomini. Sara' quindi non solo inevitabile, ma anche bene promulgare tutte le leggi che il corso delle cose rendera' necessarie. Non e' un lavoro divertente; puo' sembrare cavilloso, ma richiede fantasia. Gli antichi, che avevano capito quasi tutto, sapevano che ci puo' essere

poesia nel legiferare; molti miti ci dicono che i poeti fondatori sono stati anche i primi legislatori. Magris Claudio

CLASSICI. L' EROINA DI SOFOCLE SI RIBELLO' A CREONTE PER RISPETTARE UN ORDINE MORALE SUPERIORE. PERCHE' QUELLA TRAGEDIA, DOPO 2500 ANNI , E' ANCORA ATTUALE ANTIGONE La pieta' contro la legge I comandamenti divini che ci spingono a disubbidire allo Stato " Una norma razzista non diventa giusta neanche se votata da un parlamento regolarmente eletto " " La storia esige che tante donne anche oggi seppelliscano fratelli e figli stroncati dalla violenza umana "

------------------------- PUBBLICATO ------------------------------ CLASSICI L' eroina di Sofocle si ribello' a Creonte per rispettare un ordine morale superiore. Perche' quella tragedia, dopo 2500 anni, e' ancora attuale TITOLO: La pieta' contro la legge I comandamenti divini che ci spingono a disubbidire allo Stato "Una norma razzista non diventa giusta neanche se votata da un parlamento regolarmente eletto" "La storia esige che tante donne anche oggi seppelliscano fratelli e figli stroncati dalla violenza umana" - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - Si apre a Bled, in Slovenia, il convegno del Pen club internazionale dedicato ad Antigone.

Pubblichiamo parte della relazione di Claudio Magris. Negli ultimi due secoli si sono succedute, nella letteratura di tutto il mondo, innumerevoli Antigoni. Ogni rielaborazione, commento e ripresa sono un' interpretazione del nodo centrale dell' immortale tragedia di Sofocle, il conflitto fra la legge dello Stato . in questo caso rappresentata dal decreto di Creonte, che proibisce di dar sepoltura al cadavere di Polinice, morto mentre combatteva contro la sua citta' e la sua patria . e le "leggi non scritte degli de' i", il comandamen to etico assoluto che impone ad Antigone di seppellire il fratello caduto nella guerra fratricida, di osservare l' eterna legge dell' amore fraterno e universale, e della pietas dovuta ai morti, legge che nessun diritto positivo puo' infrangere senza perdere la sua legittimita' . Certo, l' Antigone non e' solo questo; e' anche, nota George Steiner . autore di un mirabile libro sulle Antigoni (Garzanti) . una summa di tutti gli essenziali rapporti e conflitti umani: fra vecchiaia e giovinezza, societa' e individuo, mondo dei vivi e mondo dei morti, uomini e divinita' , ethos maschile e femminile, amore e sacrificio, sfera dell' intimita' privata e sua profanazione pubblica, martirio del cuore esposto alla piazza. E la piu' nota espressione dei valori femminili, elevati a una universalita' che li trascende ma nasce da essi. Ma l' Antigone e' in primo luogo conflitto fra Antigone e Creonte, fra le due leggi che, nelle loro persone, si affrontano. Creonte non e' solo un tiranno, perche' se fosse tale, dice Heidegger, non sarebbe neppure degno di essere contrapposto all' eroina. Hegel, cosi' turbato dalla sublime figura di Antigone che egli accostava a quella di Cristo, vede nella sua ribellione all' ordine di Creonte non solo un comandamento universale, ma anche un culto della famiglia e dei legami di sangue e dunque un culto sotterraneo, infero, inferiore, una morale personale e privata cui lo Stato non puo' sottomettersi, ma che lo Stato, pur tributandole un religioso onore, deve sottomettere alla propria piu' alta e oggettiva realizzazione dell' universale

umano; la famiglia non puo' sovrapporsi allo Stato senza provocare una regressione. Tragedia non significa, da questo punto di vista, contrapposizione del bene al male, di una pura innocenza a una truce colpa, ma e' un conflitto nel quale non e' possibile assumere una posizione che non comporti

inevitabilmente, anche nell' eroismo del sacrificio, pure una colpa. La grandezza di Antigone, secondo Hegel infinitamente superiore a Creonte, consiste nel fatto che lei sa che la sua altissima scelta e' anche colpevole, mentre Creonte lo ignora, almeno finche' la sventura non travolge pure lui. Va aggiunto che la pietas di Antigone diventa un valore universale . come in realta' accade, credo, nella tragedia di Sofocle, quasi in risposta anticipata alle critiche di Hegel . solo se essa si estende, dai fratelli di sangue, a tutti gli uomini sentiti come fratelli, superando cosi' ogni ethos tribale nazionale. Per Holderlin, che traduce e riscrive Sofocle con risultati di incomparabile potenza poetica, l' Antigone e' la tragedia dell' incontro fra il divino e l' umano, incontro che e' altezza suprema ma anche lotta devastante, in cui fatalmente l' uomo, essere limitato, trascende e sfonda distruttivamente i suoi limiti, scatenando una forza vitale illimitata che lo porta all' autodistruzione. Le eta' rivoluzionarie sono un aspetto storico di questa tragedia liberatrice e distruttiva, in cui la redenzione che l' eroe individuale porta nel mondo, abbattendo il suo vecchio ordine oppressivo e instaurandone o facendone intravvedere uno nuovo e spiritualmente superiore, comporta una colpa, che il redentore colpevole deve pagare con la morte. La tragedia e' dunque conflitto fra legge e comandamento morale, i quali hanno entrambi un loro valore. Ma l' Antigone e' la tragedia, perennemente attuale, del nostro dovere di scegliere tra questi valori, con tutte le difficolta' , gli errori e anche le colpe che questa scelta, nelle singole circostanze storiche, implica. La legge positiva, di per se' , non e' legittima, nemmeno quando nasce da un ordinamento democratico o dal sentimento e dalla volonta' di una maggioranza,

se calpesta la morale; per esempio, una legge razzista, che sancisca la persecuzione o lo sterminio di una categoria di persone, non diventa giusta, neanche se viene votata democraticamente da una maggioranza in un parlamento regolarmente eletto, cosa che potrebbe accadere o e' accaduta. Una violenza inflitta a un individuo non diventa giusta solo perche' il cosiddetto sentire comune l' approva, come vorrebbe farci credere una sociologia malintesa. L' antisemitismo in Germania all' epoca del nazismo o la violenza contro i neri nell' Alabama corrispondevano certo al sentire di una larga, forse larghissima parte delle popolazioni di quei Paesi, ma non per questo erano giusti. Talvolta puo' essere vero quello che grida il dottor Stockmann nel Nemico del popolo di Ibsen: "La maggioranza ha la forza, ma non la ragione!". E allora bisogna obbedire alle "non scritte leggi degli de' i" cui obbedisce Antigone, anche se tale obbedienza . ovvero disobbedienza alle inique leggi dello Stato . possa avere delle conseguenze tragiche per noi, e pure per gli altri. Ma a questo punto sorge un interrogativo terribile, a sua volta tragico: come si fa a sapere che quelle leggi non scritte sono degli de' i, ossia sono dei principi universali, e non invece arcaici pregiudizi, cieche e oscure pulsioni del sentimento, condizionate da chissa' quali vincoli atavici? Noi tutti siamo convinti che l' amore cristiano del prossimo, i postulati dell' etica kantiana che ammonisce a considerare ogni individuo sempre come un fine e mai come un mezzo, i valori illuministi e democratici di liberta' e tolleranza, gli ideali di giustizia sociale, l' uguaglianza dei diritti di tutti gli uomini in tutti i luoghi della Terra siano fondamenti universali che nessun Creonte, nessuno Stato puo' violare. Ma sappiamo anche che spesso le civilta' . anche la nostra . hanno imposto con violenza ad altre civilta' dei valori che esse ritenevano universali umani e che invece erano il prodotto secolare della loro cultura, della loro storia, della loro tradizione, che era semplicemente piu' forte dei valori di altre civilta' . Quando un Dio parla al nostro cuore, bisogna essere pronti a seguirlo a ogni costo, ma solo dopo essersi interrogati con la massima

lucidita' possibile se a parlare e' un Dio universale o un idolo dei nostri oscuri gorghi interiori. Se la maggioranza non ha ragione, come grida Stockmann, e' facile cadere nella tentazione di imporre con la forza un' altra ragione, che a sua volta ha solo la forza. La disubbidienza a Creonte comporta spesso tragedie non solo per chi disobbedisce, ma anche per altri innocenti, travolti dalle conseguenze. La tragedia, ma anche la dignita' umana consistono nel fatto che a questo dilemma non c' e' una risposta precostituita; c' e' solo una difficile ricerca, non esente da rischi, anche morali. Sappiamo tutti che e' illecito imporre o vietare con la forza la professione di una fede religiosa, costringere o impedire col fucile di andare a Messa, ma quando, per esempio, dinanzi al seguace di una setta che vorrebbe lasciar morire il suo bambino piuttosto che fargli una trasfusione di sangue, noi siamo pronti a intervenire per imporre con la forza quella trasfusione di sangue che salva il bambino, sappiamo di esser nel giusto, ma sappiamo anche che quell' intervento e' il primo passo su una strada che potrebbe portarci a imporre tutte le nostre convinzioni morali con la forza. Non ci si puo' sottrarre alla responsabilita' di scegliere un valore quale universale e di comportarsi in conseguenza; se si rinuncia a questa assunzione di responsabilita' , in nome di un relativismo culturale oggi dominante che pone ogni atteggiamento sullo stesso piano, si tradiscono le "non scritte leggi degli de' i" di Antigone e ci si fa complici della barbarie. Ma occorre renderci conto di quanto pesante, tragica sia questa responsabilita' e di quanto difficile sia risolvere tale contraddizione. Todorov ravvisa in Montesquieu una ideale via di mezzo fra il giusto relativismo culturale, rispettoso delle diversita' , e il quantum necessario di universalismo etico senza il quale non e' pensabile una vita politica, civile e morale. Questo e' il nodo di sempre e piu' che mai di oggi, della nostra epoca drammaticamente chiamata, come prima nessun' altra, a conciliare la fede nell' universale col rispetto delle diversita' . Ancora una volta l' Antigone, dopo 2500 anni, parla a una

generazione del suo presente, parla a noi del nostro presente. Il diritto naturale, con i suoi inviolabili principi universali umani, si contrappone alla norma positiva ingiusta; la legittimita' nega la legalita' iniqua. Lo Stato e' servitore del bene comune e quand' esso invece lo opprime l' ubbidienza alle sue leggi ingiuste diventa una colpa . un peccato, dicono i teologi . e la ribellione un dovere. Ma, per non cadere in un' altra colpa, ossia per non travolgere la legalita' . insostituibile tutela civile e democratica dell' individuo . con una legittimita' che, proprio perche' vaga e giuridicamente infondata, non sarebbe altro che un' ideologia potenzialmente totalitaria come ogni ideologia, c' e' un' unica strada, come ricorda Norberto Bobbio: battersi per creare una legalita' piu' giusta senza limitarsi a contrapporre le "voci del cuore" alle norme positive, ma facendo diventare norme, nuove norme piu' giuste, quelle voci del cuore, trasformandole e sottoponendole alla verifica della coerenza logica e delle ripercussioni sociali; verifica propria a ogni norma e alla sua creazione. Un grande giurista, Tullio Ascarelli, vedeva nell' Antigone non l' astratta contrapposizione della coscienza individuale alla norma giuridica positiva, del singolo allo Stato, bensi' la lotta della coscienza per tradursi in norme giuridiche positive piu' giuste, per creare uno Stato piu' giusto. Creonte, alla fine, assume consapevolezza che la sua legge era iniqua ed e' pronto . anche se troppo tardi . a cambiarla. Le "non scritte leggi degli de' i" vengono scritte in leggi umane piu' giuste, anche se la loro trascrizione e' interminabile e sempre, a ogni legge positiva, la coscienza oppone l' esigenza di una legge piu' alta. La tragedia non e' che questo processo sia interminabile, questa sua perenne perfettibilita' e' semmai la sua gloria; noi abbiamo piuttosto tante ragioni per temere che il processo s' interrompa e che paurose ricadute inumane facciano regredire la storia alla barbarie, la civilta' alla ferocia, la convivenza all' odio. La tragedia e' che anche i passi in avanti

dell' umanita' esigono il sacrificio di innumerevoli Antigoni, che anche oggi, in questo momento, mentre scrivo queste parole, continuano a seppellire fratelli, figli, padri, compagni stroncati dalla violenza degli uomini. Magris Claudio

La tragedia di Antigone diventa lezione moderna

------------------------- PUBBLICATO ------------------------------ TEATRO TITOLO: La tragedia di Antigone diventa lezione moderna - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - Quando nel ' 48 Bertolt Brecht penso' ad un adattamento della tragedia di Sofocle "Antigone" si riprometteva, come scrisse, di "far fare ad essa qualcosa per noi". Del resto dal 442 a.C. ad oggi la figlia di Edipo che sfida il potere per dare degna sepoltura al corpo del fratello, con la forza della sua ribellione, per dirla con Brecht, ha fatto moltissime cose per noi. Questa donna sola, impavida e superba nella sventura, che sceglie senza alcun timore il suo destino di morte, e' diventato il simbolo di chi urla i diritti del singolo contro la sopraffazione del potere, ci ha parlato della stupidita' e dell' orrore della guerra e della brama di conquista. A questa poetica figura il gruppo Sottoteatro di Frontiera ha dedicato lo spettacolo "Storie di Antigone", elaborazione drammaturgica e regia di Giulio Campari. Il testo, ruotando intorno a Sofocle e a Brecht, unisce al suo interno anche parole di Ce' line, di Eliot, di Omero, di Krauss, ricorda i fatti di piazza Tienamen, insomma

cerca ancora una volta di far fare ad Antigone qualcosa per noi. Cioe' di sottolineare, con molta ingenuita' e con necessita' sincera, il "tragico conflitto uomo potere guerra". Obiettivo piu' dichiarato che drammaturgicamente centrato: le tessere del mosaico non riescono a far intravedere il disegno nella sua completezza e spesso i materiali utilizzati risultano tra loro incompatibili. Sensazione amplificata da una lettura registica che, facendo a pugni con la "molteplicita' " del testo, ha in se' tutti i logori stereotipi di una messa in scena convenzionale di una tragedia greca. Ad esempio il potere, Creonte, e' insopportabilmente tonante, le donne sono quasi sempre sdraiate a terra, prostrate dal dolore, i cori sono in greco antico per avvisarci che siamo in clima classico. E non basta passare da un luogo deputato all' altro per creare il ponte tra ieri e oggi, tra mito e realta' . Ma la scolasticita' della regia e le molte ingenuita' espressive non soffocano del tutto le qualita' e le potenzialita' dei singoli e del gruppo. Applausi amichevoli. (All' Out Off fino al 13 maggio) Poli Magda

IL GRECO TERZOPOULOS IGNORA LA LETTURA MODERNA DELLA TRAGEDIA DI SOFOCLE E LA RICONDUCE AL RITO RELIGIOSO ecco Antigone, ma reazionaria al Teatro Olimpico lo spettacolo " Antigone " di Sofocle, regia di Theodoros Terzopulos, scene e costumi Georgios Patsas, interpreti Galatea Ranzi, Pino Micol, Tassos Dimas, Paolo Musio

------------------------- PUBBLICATO ------------------------------ TEATRO Il greco Terzopoulos

ignora la lettura moderna della tragedia di Sofocle e la riconduce al rito religioso TITOLO: Ecco Antigone, ma reazionaria La cosa non apparirebbe inconsueta se in genere non prevalesse una lettura laicizzante, volta a fare dell' opera un manifesto contro le prevaricazioni del potere - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - L' Antigone di Sofocle comincia, come tutti sanno, con il dialogo nel quale la protagonista espone a Ismene il suo progetto di ribellione e di pieta' : contravvenendo al divieto di Creonte, sfidando la morte, dara' sepoltura al corpo di Polinice. E un colloquio segreto ("Ti ho chiamata all' esterno, fuori del cortile, perche' tu sola udissi", dice Antigone a Ismene); e non e' certo casuale ne' privo di senso, dunque, che il Coro entri in scena solo quando le due sorelle ne escono. Se l' ho ricordato e' perche' nell' allestimento di Antigone realizzata all' Olimpico di Vicenza dal regista greco Theodoros Terzopoulos avviene esattamente il contrario: non soltanto il coro (come, del resto, tutte le altre figure della tragedia) e' presente in scena sin dall' inizio, ma i due attori dalla cui voce ascolteremo in seguito le parole del Coro eseguono, prima che Antigone e Ismene comincino a parlare, una sorta di lungo prologo mimico accompagnato e scandito da una serie di "segni" sonori suggestivamente preverbali. E anche questo, credo, non e' ne' casuale ne' privo di senso. Quale senso? Direi, schematicamente, quello di un drastico spostamento dell' attenzione dal momento razionale del testo al suo momento rituale, alla sua "funzione" religiosa: uno spostamento cui si riferisce, se non mi inganno, lo stesso regista quando afferma (come si puo' leggere nel programma di sala) che "gli attori parleranno direttamente a Dyonisos", e nel quale mi sembra lecito ravvisare la chiave dell' intero spettacolo. E probabile che la cosa non apparirebbe cosi' inconsueta se non venisse dopo un lungo periodo in cui nella messa in scena delle tragedie greche e' prevalso invece un orientamento laicizzante, volto a spremere dai miti soprattutto il loro contenuto umano, psicologico o addirittura

politico, insomma . per usare un termine tanto inelegante quanto, temo, insostituibile . la loro "attualita' "; e questo e' stato particolarmente evidente proprio nel caso di Antigone, sentita, non senza ragione, come una sorta di manifesto della rivolta contro il potere, depositario e custode dell' ingiustizia delle leggi scritte, in nome delle leggi non scritte della solidarieta' e della pieta' . Ebbene, di tutto questo l' impressione e' che a Terzopoulos non importi, per dirla con la dovuta brutalita' , un fico secco. Cio' che gli importa, a giudicare dai comportamenti che esige dagli attori, e' il nesso fra verbalita' e corporeita' , fra il peso delle parole e le trasformazioni concrete, concretamente percepibili, che esso provoca nella voce e nei gesti di chi e' chiamato a pronunciarle. Ne deriva, in positivo, una sorta di solennita' viscerale, di plasticita' arcaico misterica, estesa sia agli atteggiamenti dei singoli interpreti sia all' assetto ritmico e visivo dell' intera rappresentazione; e in negativo, almeno a mio avviso, un tendenziale allineamento di tutta la partitura verbale al piu' alto livello possibile di declamazione lirica, oltranzisticamente antirazionale e antinaturalistica, che e' sempre li' li' per scivolare (quando non ci scivola del tutto) nell' enfasi. E c' e' anche qualche problema di incongruenza, che forse l' orecchio non italiano del regista fatica a cogliere, fra il tono assoluto e, come dire?, intransigente della recitazione e la bella traduzione di Filippo Maria Pontani, ricca di sottili colloquialita' e sprezzature. Lo spettacolo e' comunque, nell' insieme, piuttosto interessante, e lo e' proprio nei suoi aspetti (absit iniuria) piu' "reazionari". Lo scenografo Georgios Patsas lo ha disposto con sobria efficacia nello spazio intimidente dell' Olimpico, di cui ha rispettato tutta la monumentalita' proiettando l' azione su una piattaforma circolare antistante la scena vera e propria; e dello stesso Patsas sono i costumi, ingegnosamente appropriati alla ieratica intensita' dei movimenti e delle posizioni (molto bella la visione iniziale dei componenti del

Coro immobili e avvolti in se stessi come insetti pietrificati). Fra i singoli attori, tutti apprezzabili per disciplina e affiatamento sul piano mimico gestuale, occorre fare qualche distinzione per quanto riguarda la resa interpretativa o, per dir meglio, vocale: impeccabile, per chiarezza di dizione e per la capacita' di trattenere l' enfasi al di sotto del livello di guardia, l' Antigone di Galatea Ranzi; buono, nei limiti del forse non congeniale antipsicologismo impostogli dalla regia, il Creonte di Pino Micol; precisi i due portavoce del Coro, Tassos Dimas (che recita in greco) e Paolo Musio; accettabili gli altri. E stato, la sera della prima, un successo molto vivo, con un' attenzione evidente nel corso dello spettacolo (due ore filate) e insistenti applausi finali. ANTIGONE di Sofocle Regia di Theodoros Terzopoulos. Interpreti principali: Galatea Ranzi Pino Micol Teatro Olimpico Vicenza fino al 15 settembre Raboni Giovanni

in polemica con Eschilo e Sofocle, alfieri del potere teatro programmi. presentata la prossima stagione del CTH ( centro teatrale dell' hinterland )

------------------------- PUBBLICATO ------------------------------ CARTELLONE . Tragedie greche rivisitate da Gianni Rossi, attore regista del CTH di via Olmetto TITOLO: In polemica con Eschilo e Sofocle, alfieri del potere - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - -

Beckett, Eschilo, Sofocle ed un pizzico di dialetto milanese nella nuova stagione del Cth (Centro teatrale dell' hinterland) che, in attesa di una sede stabile, da anni mette in scena i suoi spettacoli al Teatro Olmetto (al numero 8.a dell' omonima via). Un cartellone all' insegna dei classici rivisitati. "Ho sempre visto il teatro greco con atteggiamento critico . spiega il regista Gianni Rossi, che da quattordici anni dirige il Cth .. Fu un teatro portavoce di valori che rappresentavano l' ideologia del potere e per di piu' e' riuscito a influenzare tutta la drammaturgia occidentale, imponendo una cultura basata sul patriarcato. Basti pensare al sacrificio di Ifigenia, necessario per permettere al padre Agamennone d' intraprendere la spedizione contro Troia". Si comincia con il Beckett di "Aspettando Godot", in scena a ottobre e novembre all' Olmetto, musiche di Franco Ballabeni, interpreti Marco Delle Foglie, Valeria Riva, Monica Mantegazza e lo stesso Rossi, che cura anche la regia. L' azione e' ambientata vicino a una discarica, in una periferia metropolitana. "Adulti smarriti nell' attesa che qualcuno sciolga i loro nodi. Lo Stato sociale? Il partner? L' assessore all' assistenza? No: Godot!", dice Rossi. Poi, a gennaio e febbraio, il Cth sara' ospite al Teatro Aut aut di Roma, con "Le Antigoni", testi di Sofocle, Alfieri, Anouilh e Brecht, con l' attrice Franca Marchesi che incarnera' il mito di Antigone, visto come metafora dello sfascio sociale contemporaneo. In marzo e aprile si ritorna all' Olmetto con la novita' "Una mama e la sua tusa drugada" di Gianni Rossi: storia di una donna come tante, lasciata dal marito, messa di fronte al dramma di una figlia eroinomane a causa di una delusione d' amore. Una madre che, "a differenza di Don Abbondio", tira fuori tutto il proprio coraggio per lottare contro gli spacciatori e salvare la figlia. Protagonista l' attrice Cristina Colombo, che ricordiamo al "Franco Parenti" con Dario D' Ambrosio ne "Il principe della follia". La stagione del Cth si chiudera' a maggio, sempre all' Olmetto, con l' allestimento della tragedia "Agamennone" di Eschilo. Franco Manzoni

Manzoni Franco