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Se il Sud fosse uno Stato indipendente,

sarebbe il più povero dell'Unione europea?

di Antonio Pagano

Questa affermazione è comparsa alla fine di agosto 2005 sulla rivista scientifica internazionale
Plus Medicine da una indagine statistica effettuata da due ricercatori dell'Istituto Mario Negri di
Milano, Rita Campi e Maurizio Bonati, i quali da anni raccolgono gli indici sulle condizioni socio-
sanitarie di bambini e adolescenti.

Costoro hanno fatto risultare che vi è una enorme disuguaglianza tra Nord e Sud e, disaggregando i
dati delle singole regioni, hanno tratto la conclusione che, se si considerasse il Sud come uno Stato
indipendente all'interno dell'Unione Europea, sarebbe il più povero.

I dati da cui hanno tratto le loro conclusioni riguardano però solo la mortalità infantile, che risulta
quattro volte superiore al resto d'Italia, e l'ospedalizzazione: "Oltre il 22% dei piccoli pazienti della
Basilicata e del Molise, e oltre il 13% di quelli calabresi e abruzzesi deve ricorrere a ospedali del
Centro-Nord.

Una vera e propria migrazione sanitaria". L'affermazione, presentata poi con l'immagine suggestiva
di un eventuale "Sud-Stato indipendente", sembra voler accreditare ai meridionali una incapacità
congenita di realizzare una sufficiente condizione socio-sanitaria. I dati esposti, invece, mostrano che
lo Stato italiano - la Sanità è ancora di sua competenza e il Sud fa parte di questo Stato, almeno di
nome - ha destinato al Sud meno risorse, come del resto fa con tutto, per soddisfare prima di tutto
gli interessi dei gruppi finanziari del Nord.

L'idea di un Sud come Stato indipendente all'interno dell'Europa è, tuttavia, da prendere in


considerazione in quanto è vero proprio il contrario: un Sud indipendente sarebbe ai primi posti in
Europa. Come lo eravamo circa 145 anni fa. E vediamo perché.

Bisogna partire prima di tutto dalla definizione di Stato. Cos'è lo Stato? Al di là delle scolastiche
definizioni giuridiche lo Stato altro non è che uno strumento usato per organizzare il popolo e il
territorio su cui il popolo è stanziato. Lo Stato, inoltre, per poter funzionare, deve essere sovrano,
non deve cioè, nelle sue scelte politiche e amministrative, dipendere né essere condizionato da altri.

Le persone che dirigono l'organizzazione dello Stato sono i politici che si qualificano in genere di
"destra" o di "sinistra", termini che però non hanno alcun significato reale. I politicanti fanno basare i
movimenti politici su ideali seducenti, escogitati per catturare i consensi delle masse popolari
facendo prospettare miti simbolici ben collaudati da secoli: patriottismo, nazionalismo, socialismo,
lotta al terrorismo ecc., oppure, con l'inganno, promettendo vantaggi futuri (posti di lavoro, aumento
del reddito, previdenza, ecc.), oppure instaurando un fiscalismo opprimente con la promessa di
abbassarne i prelievi, oppure con la complicità di gruppi organizzati di elettori (lobby) che, in cambio
del voto, ne ricavano vantaggi illeciti.

Strumento essenziale, per lo sviluppo del popolo e per far funzionare l'apparato statale, è il denaro.
Il denaro, come si sa, è fatto con carta stampata e metallo coniato. Esso ha la funzione di
permettere gli scambi commerciali e di retribuire il lavoro prestato. Attualmente è usato l'Euro che
non ha alcun valore intrinseco. Il suo valore, infatti, non è basato su corrispondenti riserve di metallo
pregiato o altro tipo di beni, ma semplicemente sul fatto che viene accettato e scambiato di comune
accordo da tutti.

Naturalmente la quantità di Euro in circolazione deve essere in armonia con la situazione


dell'economia e della produzione (PIL, cioè il Prodotto Interno Lordo) altrimenti ne scaturirebbe
"inflazione" (l'eccessivo denaro in circolazione verrebbe svalutato e servirebbe più denaro per
acquistare lo stesso prodotto) oppure "deflazione" (poco denaro in circolazione e relativa
diminuzione dei prezzi, situazione che comporterebbe contrazione dell'economia e della produzione
con conseguente disoccupazione).

Chi allora deve avere il compito di stampare e coniare denaro? Con tutta certezza non può essere
che lo Stato che, come abbiamo visto, è lo strumento sovrano del popolo per organizzare la sua
vita. Ovvio quindi che esso non possa essere prodotto direttamente dai cittadini: il denaro non
avrebbe alcun valore perché la quantità immessa nel mercato sarebbe fuori controllo.

Il denaro è, dunque, il pilastro fondamentale per la vita di un popolo e del suo Stato. Lo Stato tra i
suoi compiti deve anche prevedere la sorveglianza delle banche commerciali e di fissare
periodicamente il tasso ufficiale di sconto (cioè il costo del denaro dato in prestito alle banche
commerciali). Insomma, tutto e tutti dipendono dal denaro.
Eppure in Italia, dall'Unità fatta nel 1861, ad opera del "padre della patria" Cavour, lo Stato fu
esautorato della sovranità di emettere denaro, con l'affido ad un ente privato la Banca Nazionale
piemontese, cioè a quella che - attraverso vicende quasi sempre molto sporche, es. furto delle
riserve in oro di dollari e sterline dei Banchi di Napoli e di Sicilia in epoca fascista - attualmente è la
Banca d'Italia.

I proprietari della Banca d'Italia sono banche private (85%), assicurazioni (10%) e altri proprietari
minori. In pratica la Banca d’Italia, creando dal nulla il denaro con la sola stampa e conio, lo "presta"
poi allo Stato che, per svolgere le sue funzioni, resta assurdamente indebitato (Debito Pubblico) con
un privato. Cosa che non avverrebbe se lo Stato, per suo sovrano diritto-dovere, il denaro se lo
stampasse esso stesso e lo distribuisse ai cittadini che ne sono naturalmente i proprietari.

Un assurdo così enorme, così grande, che nessuno riesce a vederlo. Una truffa gigantesca ben
congegnata: essa consente agli azionisti della Banca d'Italia di arricchirsi non solo con la
"restituzione" del debito da parte dello Stato, ma anche di farsi pagare gli interessi (tasso di sconto)
su denaro non suo. Solo che il denaro che torna indietro alla Banca è denaro vero perché è frutto
del lavoro e dei sacrifici dei cittadini.

Ma ci sono anche altri che ci guadagnano da questa assurda situazione: quelli che amministrano lo
Stato. I politici, che formano i governi e i vari apparati dello Stato, maneggiando l'enorme flusso di
denaro che lo Stato preleva dai cittadini con imposte e tasse, si arricchiscono anche loro
concedendosi stipendi favolosi per fare concessioni ai cittadini, per comprare voti, ecc., anche a
scapito dell'efficienza economica e amministrativa dello Stato.

In proposito si può ricordare il governo di Aldo Moro che per istituire l'ENEL col pretesto di "dare la
luce a tutti" comperò le azioni della S.I.P. (Società Idroelettrica Piemontese) per una somma pari a
100.000 miliardi di lire, un enorme esborso del tutto inutile perché le concessioni demaniali degli
impianti idroelettrici stavano per scadere e, quindi, le azioni avrebbero a breve perso valore.

Quell'enorme cifra fu praticamente tolta per decenni allo sviluppo e alla costruzione di infrastrutture
del Sud e servì a finanziare lo sviluppo tecnologico della S.I.P. che passò alla telefonia. Risultato di
tale operazione: l'energia elettrica in Italia costa più che in tutti gli altri Stati europei. L'operazione fu
una delle tipiche truffe del Nord, ma nessuna formazione politica è andata al fondo della faccenda:
nessuno aveva interesse a sputare nel truogolo della gozzoviglia.

Il silenzio dei politici meridionali, in proposito, è stato tombale, come sempre. Addirittura essi
ritengono che se il Sud diventasse indipendente non sarebbe in grado di sopravvivere e numerosi
sono quelli che si affannano a difendere l’unità, il risorgimento e osannano il Garibaldi.

Eppure quando ho definito costui, in altri miei articoli, ladro, assassino e primo artefice del degrado
meridionale, nessuno mi ha dimostrato il contrario. E c’è ancora qualcuno nel Sud che vuole intitolare
a lui un teatro a Gallipoli. Sindrome di Stoccolma?

Una cosa è certa: con gente così davvero il Sud non andrà da nessuna parte. Insomma lo Stato
viene usato come esattore da parte della Banca d'Italia con la connivenza dei politici, i quali usano
anch'essi lo Stato come strumento per arricchirsi. Naturalmente non tutti i politici sono consapevoli e
conniventi di quanto avviene, ma certamente costoro sono di una inammissibile e colpevole
ignoranza.

Con questo sistema, essendo lo Stato privo di sovranità e usato come strumento truffaldino, non si
può dire, dunque, che in Italia esista uno Stato vero, ma solo il suo simulacro. Da questa colossale
truffa a danno del popolo, iniziata con i Savoja per "fare l'Italia unita" e continuata con la complicità di
tutti i governi fino ad oggi, si può scientificamente affermare che la Banca d'Italia (oggi la BCE) è la
vera detentrice del potere, perché essa, appropriatasi della facoltà di stampare denaro, tiene
sottomesso il potere politico che "non vede e non sente" pur di stare ben avvinto alla sua greppia.

Basti, in proposito, ricordare il fatto che nessun politico si permise di "chiedere la testa" del
Governatore della Banca d'Italia nel 1992, per aver costui fatto perdere allo Stato, cioè a tutti noi
italiani, oltre settantamila miliardi per aver ritardato di due settimane la svalutazione della lira -
svalutazione ormai certa di circa il 30% - a vantaggio di speculatori internazionali.

Eppure questo genio della finanza fu fatto Ministro dell'Economia (ma si era laureato in Lettere alla
Scuola Normale di Pisa), Primo Ministro e Presidente della Repubblica. Naturalmente il tutto sempre
ammantato del glorioso risorgimento, dell'unità della patria, dell'inno nazionale e dello sventolare di
bandiere tricolori e giacobine. Che bello, che bello!

Con l'istituzione dell'Euro, la Banca d'Italia stampa ancora carta moneta, ma su concessione della
Banca Centrale Europea con sede a Francoforte, anch'essa privata (azionisti sono i soci privati delle
varie banche nazionali, anche dell'Inghilterra che, pur non essendo entrata nel sistema Euro, detiene
varie banche nazionali, anche dell'Inghilterra che, pur non essendo entrata nel sistema Euro, detiene
tuttavia il 14% delle azioni, e, quindi, degli utili).

La concessione comporta ovviamente un elevato addebito non motivato. Contro il costo di stampa di
0,03 centesimi la BCE pretende 2,50 Euro ogni cento, ovviamente scaricati sullo Stato italiano,
pagatore finale, cioè su tutti noi.

L'Unione Europea, è, in sostanza, una unione di banche senza un Governo supervisore. Uno Stato
europeo, infatti, non esiste. Cosicché i governanti dei vari Paesi europei usano ora il loro Stato
nazionale come esattore della Banca Centrale, la cui greppia è ben più abbondante di quella
nazionale e con meno vincoli per l'assenza di un Governo centrale di tutela.

Tra l'altro la BCE consente continuamente di emettere più denaro del necessario (circa il 5%
all'anno), cosicché questo surplus, innescando un processo inflattivo, fa diminuire il valore della
moneta.

Questo ha l'effetto di una tassa indiretta per i popoli e arricchisce silenziosamente i soci della BCE
perché i cittadini e le imprese, causa la forzata svalutazione strisciante, sono spinti a chiedere più
denaro alle banche in un'infernale spirale senza fine.

Se la BCE non stampasse una quantità eccessiva di Euro non esisterebbe inflazione. L'inflazione è
causata di proposito.

Fazio, rimasto attaccato alle concezioni "nazionali" della Banca d’Italia ancorate al periodo della Lira,
è stato allontanato perché dava fastidio: "non aveva capito" che era passato il tempo di fare gli
"interessi" nazionali, bisognava ora fare quelli "europei".

Una truffa talmente enorme che si fa fatica a vederne i contorni. Il popolo infatti non se ne accorge,
anche perché nessun politico ne parla. Se ne guardano bene. Costoro, interessati a mantenere
questo sistema truffaldino, mentono nei pubblici dibattiti in modo spudorato: così la gente crede e si
adatta alla situazione ritenendola reale e legittima.

Da tutti si ritiene, infatti, giusto pagare il debito pubblico e che partecipare alle elezioni sia
doveroso per poter scegliere al meglio i politici e i partiti onde "essere meglio amministrati per lo
sviluppo della vita nazionale".

Nessun programma televisivo è più seguito di quelli in cui c'è un dibattito politico: ma gli spettatori
non si rendono conto che è solo una messa in scena (magari anche "combinata" tra gli opposti
schieramenti). Un ben collaudato meccanismo psicologico, il cosiddetto "teatrino della politica", che
cattura le passioni e il consenso popolare col risultato di nascondere l'enorme truffa dietro celata.

I popoli europei sono ormai ridotti a semplice gregge, particolarmente quelli del Sud-Italia, da tosare
il più possibile per far arricchire i gruppi finanziari che dominano i governi.

Questi, servi delle banche, aumentano tasse e tributi con l’ingannevole pretesto dell'inflazione.
Invece è vero esattamente il contrario: l'aumento dei balzelli serve solo a produrre deflazione (cioè a
far diminuire la quantità di denaro circolante che causa l’aumento dei costi). Così gli imprenditori
sono costretti a chiedere denaro in prestito alle banche, che si arricchiscono ancora di più, mentre
aumentano fallimenti e povertà.

Per questo, il cosiddetto Debito Pubblico non verrà mai cancellato. È un collaudato meccanismo che
fa guadagnare la BCE e i politici (Destra, Sinistra o Centro non fa alcuna differenza: sono tutti
d'accordo).

Prima che arrivassero i "liberatori" piemonteso-savojardi il Regno delle Due Sicilie aveva una
economia del tutto diversa. Il denaro veniva stampato (fedi di credito) e coniato direttamente dallo
Stato. Non esisteva un "Debito Pubblico" inquinato dal pagamento di tasse a favore di una Banca
privata.

Il Banco delle Due Sicilie era una banca di Stato e il suo "Debito Pubblico" era fisiologico, dovuto in
genere alle pochissime tasse che servivano solo a pagare i servizi che lo Stato effettivamente
forniva al popolo. Il Regno delle Due Sicilie era la terza potenza economica in Europa, situazione
resa visibile dall'elevata rendita sulla piazza di Parigi.

Il sistema attuale è dunque così organizzato: a) lo Stato italiano è privo di sovranità (tra l'altro è
anche occupato da truppe straniere) ed è usato per soddisfare gli interessi dei gruppi finanziari
italiani e stranieri; b) le lobby italiane, tutte del Centro-Nord, sfruttano il Sud come una colonia
interna in cui vendere i loro prodotti e servizi.
Ovviamente esse impediscono qualsiasi sviluppo che potrebbe rivelarsi pericoloso concorrente del
Nord, ad esempio fottersi a qualunque prezzo la Banca del Salento, rea di aver avuto l'audacia di
aprire due sportelli in due zone centralissime di Milano, uno in Stazione Centrale, l'altro in piazza
Diaz a due passi dal Duomo.

Da ricordare anche la compagnia S. Paolo che, sfruttando il nome del Banco di Napoli, succhia i
risparmi del Sud per versarli a Torino con la vergognosa complicità della classe dirigente e politica
meridionale. Bisognerebbe impedirle almeno di usare il nome Banco di Napoli! Ma tanto è inutile: ci
fotterebbero comunque con l'istituzione della Banca del Sud.

Carpendo la "buona fede" del principe Carlo di Borbone, lo hanno messo a simbolo di questa Banca
per attirare i babbioni terroni. Quello che sorprende sempre (e sgomenta) è il vedere con quanta
facilità questi polentoni ci fanno fessi come vogliono e senza neanche nasconderlo più di tanto.
Vedrete quanti coglioni adopereranno questa Banca del Sud (o del Mezzogiorno)!

È intuitivo comprendere, dunque, che, se il Sud tornasse indipendente, basterebbe il solo fatto di
liberarsi dei parassiti nordisti e stampare in proprio armoniosamente il denaro che serve per avere
un immediato sviluppo sociale ed economico, come avveniva prima di questa stramaledetta e
truffaldina "unità d’Italia".

Un esempio classico in proposito è rappresentato dalle colonie della Nuova Inghilterra in Nord
America: i coloni nel XVII secolo emisero direttamente una propria moneta, chiudendo per sempre
con la Banca d'Inghilterra. Si ebbe immediatamente uno sviluppo prodigioso, ma quando il
preoccupato Parlamento inglese impose nel 1763 l'obbligo di usare per le transazioni commerciali
solo la moneta inglese stampata dalla privata Bank of England, gravata da interessi, vi fu subito
recessione e migliaia di disoccupati.

Fu per tal motivo che scoppiò la guerra d'indipendenza americana e nacquero gli Stati Uniti. In
seguito, però, anche nel nuovo Stato le banche, con subdole manovre, ripresero il loro predominio
"prestando" denaro allo Stato. Vi furono tre Presidenti che cercarono di contrastarle ripristinando il
denaro come proprietà dello Stato, ma furono tutti e tre assassinati:

Abraham Lincoln (nel 1865), per aver fatto stampare dollari di Stato (Greenbacks); James A.
Garfield (1913), per aver denunciato il dominio dei banchieri sulla Federazione; John F. Kennedy
(1963), per aver emesso banconote di Stato, subito ritirate dopo la sua morte.

Altro esempio dei nostri giorni è la Cina che sta superando impetuosamente le economie mondiali. Il
motivo consiste proprio in questo: la Cina ha una Banca di Stato e non una Banca Centrale privata!

La Cina stampa direttamente il denaro che le serve e non lo chiede in prestito a nessuna banca
privata! Non è affatto vero, come ci vogliono far credere, che il lavoro cinese costi poco perché gli
operai mangiano un pugno di riso: la Cina si è sviluppata e continua a svilupparsi a ritmi impensabili
perché non le gravano addosso i parassiti che le succhiano il sangue, come quelli che affliggono il
nostro Sud.

Se, dunque, riuscissimo ad avere un nostro Stato, stampando noi il denaro che serve, noi avremmo
sostanziali benefici in ogni campo. Potremmo costruire le infrastrutture che ci hanno sempre negato
col pretesto assurdo che mancano i capitali (è come dire che non si possono fare strade perché
mancano i chilometri). Potremmo produrre a basso costo in competizione con tutto il mondo.
Potremmo avere un sistema sanitario tra i più avanzati.

Potremmo avere la piena occupazione senza dover più emigrare. Infatti, il denaro emesso
direttamente dal nostro Stato, cioè dal popolo, non gravato da interessi passivi, potrebbe essere
utilizzato senza ostacoli e stimolerebbe la produzione e conseguentemente l'occupazione. Inoltre,
cosa importantissima, non si avrebbe né inflazione, né deflazione. Lo dimostra il ducato duosiciliano
che non aveva mai perso di valore nei 126 anni di Regno borbonico.

Antonio Pagano

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