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DIRITTO DELL AMBIENTE

Prof.ssa Ida Nicotra

LO SCENARIO INTERNAZIONALE

Per lungo tempo, la tutela dellambiente stata considerata materia di esclusivo interesse interno degli Stati . soltanto a partire dagli anni 60 che la Comunit internazionale ha preso coscienza che la salvaguardia dellambiente necessita di unimpostazione globale; poich tutti gli Stati contribuiscono, certamente in misura diversa, al deterioramento ambientale necessario che tutti agiscano per la tutela dellambiente inteso come patrimonio comune dellumanit. solo in epoca recente, dunque, che la Comunit internazionale ha iniziato a cooperare per la tutela dellambiente perch consapevole che solo unazione sinergica in 2 grado di minimizzare i costi e massimizzare i risultati.

LA TUTELA DELLAMBIENTE NEL DIRITTO CONSUETUDINARIO IL DIVIETO DI INQUINAMENTO TRANSFRONTALIERO


In una prima fase, il problema delambiente si pone nel quadro dei rapporti di vicinato, soprattutto con riguardo ai corsi dacqua internazionali e ad emissioni di fumi e sostanze tossiche dovute ad attivit industriali, esercitate in prossimit dei confini. Oggi, invece, il diritto internazionale in materia di ambiente si sviluppa sulla base di principi ricavati soprattutto da attivit estremamente pericolose, come quelle delle centrali nucleari in grado di provocare danni di notevole entit anche a grandi distanze.

LA TUTELA DELLAMBIENTE NEL DIRITTO CONSUETUDINARIO IL DIVIETO DI INQUINAMENTO TRANSFRONTALIERO

Dallesame della prassi, possibile affermare lesistenza di una regola di diritto internazionale generale, che impone un divieto di inquinamento transfrontaliero. Questa regola prevede che nessuno Stato ha il diritto di usare il proprio territorio o di permetterne luso in modo da causare danno al territorio di un altro Stato.
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LA TUTELA DELLAMBIENTE NEL DIRITTO CONSUETUDINARIO IL DIVIETO DI INQUINAMENTO TRANSFRONTALIERO Questa norma fondamentale, dunque, impone un obbligo, in capo a ciascuno Stato, di non agire in modo da arrecare pregiudizio ad altri Stati. vero che ciascuno Stato ha un diritto esclusivo allesercizio della sovranit nellambito del suo territorio e, di conseguenza, il diritto di disporre liberamente delle risorse naturali presenti nel contesto territoriale sul quale si irradia la sua sovranit, ma anche vero che in una comunit internazionale costituita da soggetti ugualmente sovrani, la libert di ciascuno Stato non deve pregiudicare quella degli altri Stati.

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Accertata lesistenza nel diritto consuetudinario del divieto di inquinamento transfrontaliero, possibile indagare sulle conseguenze che da tale principio discendono per gli Stati: 1 Il dovere della due diligence. Un primo obbligo positivo derivante dal divieto di inquinamento transfrontaliero, secondo la prevalente dottrina, il dovere di ciascuno Stato, che intende svolgere attivit suscettibili di arrecare danni allambiente, di adottare tutte le misure opportune per eliminare o attenuare i rischi di danni transfrontalieri; se vero, infatti, che gli Stati sono liberi di intraprender nel loro territorio tutte le attivit che ritengono opportune, hanno anche il dovere di non nuocere agli altri Stati. Al fine di verificare la legittimit di date utilizzazioni del territorio, il fattore rilevante diventa la diligenza usata dallo Stato di origine nelladottare misure idonee a prevenire o attenuare i rischi di danni

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2 Lobbligo di prevenzione. Tra gli strumenti che contribuiscono ad attuare il dovere di diligenza, possiamo annoverare lobbligo di prevenzione. La progressiva presa di coscienza dellirreversibilit di molti danni ambientali, ha favorito la formazione di una prassi orientata a riconoscere lesistenza di un obbligo di prevenzione che va ad aggiungersi a quello di riparazione. Il contenuto di tale dovere consiste nelladozione di tutte le misure preventive necessarie ad impedire che la realizzazione di date attivit rechi gravi pregiudizi transfrontalieri; esso adempiuto attraverso un comportamento improntato sulla due diligence e, di conseguenza, la prova delladozione dei criteri di diligenza, richiesti dal caso concreto, elimina ogni eventuale forma di responsabilit in capo allo Stato.

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3 Il principio di precauzione. Nel Principio n. 15 della Dichiarazione di Rio del 1992 si legge che al fine di proteggere lambiente, gli Stati applicheranno in modo ampio lapproccio precauzionale secondo le rispettive capacit. Qualora vi siano minacce di danni gravi o irreversibili, lassenza di una piena certezza scientifica non sar usata come argomento per ritardare ladozione di misure efficaci, in funzione al loro costo, per prevenire il degrado ambientale. Preso atto dellirreversibilit di molti danni ambientali casati da attivit umane, questo principio stabilisce un obbligo, per gli Stati, di agire preventivamente, al fine di evitare il prodursi di un danno, anche a prescindere dalla certezza scientifica che possa giustificare una data azione e la cui acquisizione potrebbe risultare irrimediabilmente tardiva per prevenire una grave pregiudizio per lambiente.

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Il Documento di Rio afferma, inoltre, che le misure necessarie a prevenire il degrado ambientale devono risultare efficienti in relazione al loro costo; questo implica che il principio precauzionale pu essere applicato soltanto in seguito ad unattenta e rigorosa ponderazione del rischio che il danno si verifichi e dei costi economici delle misure in grado di evitare un tale pregiudizio allambiente. Il costo delle misure preventive, quindi, deve risultare inferiore a quello che potenzialmente si sarebbe sostenuto nel caso in cui il danno si fosse realmente prodotto.

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4 Il principio chi inquina paga. Il principio chi inquina paga, considerato vincolante nei Paesi europei e dellOCSE e codificato come Principio n. 16 nella Dichiarazione di Rio, non solo richiede che lautore di un danno allambiente sia considerato responsabile e tenuto a risarcire coloro che sono stati danneggiati, ma, soprattutto, impone agli Stati di non legiferare in modo da garantire che lautore del danno non sia tenuto al risarcimento.

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LA TUTELA DELLAMBIENTE NEL DIRITTO CONSUETUDINARIO LOBBLIGO DI COOPERAZIONE TRA STATI

Questa regola, gi presente nella Dichiarazione di Stoccolma, trova nel corso della conferenza di Rio piena codificazione; in questa sede si prevede, infatti, che gli Stati devono cooperare in uno spirito di partnership globale per conservare, proteggere e ristabilire la salute e lintegrit dellecosistema della Terra (Principio n. 7), devono cooperare per lo sviluppo di nuove regole di diritto internazionale riguardanti la responsabilit e il risarcimento degli effetti negativi derivanti dai danni dellambiente, causati da attivit poste in essere allinterno della loro sfera di giurisdizione o al di fuori di essa (Principio n. 13) e devono cooperare nello sviluppo del diritto internazionale dellambiente nel campo dello sviluppo sostenibile (Principio n. 27).

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LA TUTELA DELLAMBIENTE NEL DIRITTO CONSUETUDINARIO LOBBLIGO DI COOPERAZIONE TRA STATI


Un diffuso orientamento dottrinale considera come corollario della regola relativa allobbligo di cooperazione tre obblighi di carattere procedurale: - lobbligo per lo Stato di informare, tempestivamente, gli altri Stati circa la propria volont di intraprendere unattivit suscettibile di arrecare danni allambiente; - lobbligo di avviare (in caso di opposizione di Stati terzi alla realizzazione di un progetto) le consultazioni necessarie al fine di arrivare ad un componimento pacifico della vertenza; - lobbligo della notifica durgenza delle catastrofi naturali e di tutte quelle situazioni atte a provocare danni allambiente. - Questi tre obblighi procedurali trovano il loro fondamento nel principio di cooperazione in materia di ambiente e si sono affermati grazie al crescente numero di accordi e sentenze che ad essi fanno esplicito riferimento.

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IL DIRITTO CONVENZIONALE IN TEMA DI AMBIENTE

Lemergere delle nuove tematiche ambientali richiam subito unattenzione globale proprio in ragione della natura internazionale dei problemi ad esse collegati e della convinzione che soltanto le soluzioni comuni e le strategie collettive potessero condurre a risultati apprezzabili. In realt, ancora nella prima met del XX secolo, la regolamentazione esistente in campo ambientale si rifaceva essenzialmente ad alcune norme di diritto internazionale generalmente riconosciute e aventi natura consuetudinaria: si trattava per lo pi di orientamenti di massima che postulavano il divieto di inquinamento transfrontaliero, lobbligo di ridurre i rischi di incidenti e di prevenire eventuali danni.

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IL DIRITTO CONVENZIONALE IN TEMA DI AMBIENTE


Negli ultimi decenni del secolo scorso, la sensibilit verso la ricerca di determinazioni congiunte si rafforz notevolmente, sia per lintensificarsi dei fenomeni di inquinamento, che per il verificarsi di gravi incidenti. Furono essenzialmente questi i fattori che accelerarono il processo di trasformazione del diritto ambientale determinandone levoluzione da consuetudinario a convenzionale.
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LA CONFERENZA DI STOCCOLMA E LE SUCCESSIVE CONVENZIONI


La nuova fase del diritto dellambiente si inaugur con la Conferenza delle Nazioni Unite sullambiente umano tenutasi a Stoccolma nel 1972 e conclusasi con ladozione, oltre che di una risoluzione relativa ad accordi istituzionali e finanziari, di un Documento di Principi che espressamente ribad: - la necessit di prevenire le principali cause di inquinamento e i maggiori rischi ecologici; - la libert di sfruttare le risorse naturali conformemente alla Carta delle Nazioni Unite e in modo da garantire a tutti soddisfacenti condizioni di vita; - il richiamo ad una politica di cooperazione volta a limitare eventuali danni o aggressioni allambiente e che coinvolgesse tutti gli Stati in virt di un principio di eguaglianza.

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LA CONFERENZA DI STOCCOLMA E LE SUCCESSIVE CONVENZIONI


I risultati emergenti dalla Conferenza di Stoccolma apparvero subito molto importanti, sia perch richiamarono lattenzione internazionale sulla gravit del problema ecologico, sia perch i lavori si conclusero con listituzione dellUNEP (Programma delle Nazioni Unite per lambiente), organo ausiliario dellAssemblea Generale, avente funzioni di studio, programmazione, promozione, razionalizzazione e assistenza tecnica agli Stati nellambito del diritto internazionale dellambiente, dotato di una propria struttura (Consiglio di alta amministrazione e Direttore esecutivo) e di autonomia. Fu nellambito di queste competenze che il Programma, avente anche il compito di adottare raccomandazioni e atti non vincolanti da sottoporre alla ratifica degli Stati, 16 diede lavvio ad una serie di negoziati che si conclusero poi con ladozione di importanti convenzioni.

LA CONFERENZA DI STOCCOLMA E LE SUCCESSIVE CONVENZIONI


Quello di Stoccolma fu indubbiamente lappuntamento pi significativo dellepoca, ma furono stipulati altri importanti trattati che sarebbero divenuti il cardine della futura disciplina, seppure negli ambiti parziali e settoriali cui le loro disposizioni erano dirette. A questo proposito meritano menzione: - La Convenzione di Ginevra del 1979 sullinquinamento atmosferico a lunga distanza, redatta per fronteggiare il fenomeno delle piogge acide dovute ad emissioni di zolfo, idrocarburi e ossidi di azoto che, trasformandosi in acidi, ricadono sulla terra anche a notevoli distanze dai luoghi di origine provocando danni rilevanti. Ne deriva che il suo campo di applicazione si estenda allinquinamento atmosferico la cui fonte sia compresa in tutto o in parte in una zona che rientra nella giurisdizione nazionale di uno Stato e che abbia effetti dannosi in una zona che rientra nella giurisdizione di un altro Stato.

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CONVENZIONE DI MONTEGO BAY SUL DIRITTO DEL MARE DEL 1982


La Convenzione di Montego Bay sul diritto del mare del 1982, tesa a conciliare due esigenze fondamentali: - il diritto sovrano degli Stati di sfruttare le proprie risorse naturali; - lobbligo degli stessi a proteggere e preservare lambiente marino, istituendo zone di salvaguardia degli ecosistemi e delle specie della fauna e della flora. La Convenzione insiste sullelaborazione congiunta delle norme e delle procedure, sottolineando la necessit di notificare prontamente i danni e di condurre attivit di studio e ricerca ambientale.

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LE ZONE DI PROTEZIONE ECOLOGICA


Conformemente a quanto previsto dalla Convenzione di Montego Bay e dallaccordo di New York del 1994 (ratificati con legge 689/1997), intervenuta la legge 8.2.2006 n. 61 che ha autorizzato listituzione di zone di protezione ecologica a partire dal limite esterno del mare territoriale. In particolare, i limiti esterni delle zone di protezione ecologica devono essere determinati sulla base di accordi tra gli Stati interessati, intendendo come tali quelli il cui territorio adiacente allItalia o la fronteggia.

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CONVENZIONE DI VIENNA PER LA PROTEZIONE DELLA FASCIA DI OZONO DEL 1985


- La Convenzione di Vienna per la protezione della fascia di ozono del 1985, avente lobiettivo di contrastare gli effetti nocivi derivanti dallassottigliamento delle fasce di ozono, fenomeno che determina un aumento dellirradiazione ultravioletta di origine solare con conseguenze fortemente negative sulla salute umana e su tutti gli ecosistemi suscettibili di subire forti alterazioni. Con lobiettivo di specificare e rafforzare gli obblighi previsti nella Convenzione, nel 1987 fu adottato il Protocollo addizionale di Montreal, recante un calendario progressivo di riduzioni di emissioni di clorofluorocarburi (CFC), ed altri gas ad effetto serra, del 50% nelarco di 10 anni, dal 1987 al 1998. Tale Protocollo prevede, inoltre, un regime di speciali concessioni per i Paesi in via di sviluppo

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CONVENZIONE DI VIENNA TENUTASI NEL 1986 SUL TEMA DELLENERGIA NUCLEARE

La Convenzione di Vienna tenutasi nel 1986 sul tema dellenergia nucleare o della necessit di una tempestiva notificazione in caso di incidente, di allarme o di emergenza radioattiva e di unaltrettanto immediata assistenza in caso di incidente

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CONVENZIONE SUI CAMBIAMENTI CLIMATICI


La Convenzione sui cambiamenti climatici adottata a New York nel 1992,per rispondere ai rischi derivanti da fenomeni di inquinamento capaci di provocare alterazioni e squilibri climatici e di incidere inevitabilmente sugli ecosistemi. I punti chiave di questaccordo sono: - lart. 2, che fissa come obiettivo principale quello di raggiungere, alla fine del decennio, lo stesso livello di gas ad effetto serra registrato nel 1990; - lart. 3.3, che richiama il principio di precauzione sottolineando la necessit delle parti di adottare tutte le misure di precauzione necessarie per prevenire o attenuare le cause dei cambiamenti climatici e di limitarne gli effetti nefasti.

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CONVENZIONE SUL DIRITTO ALLUTILIZZAZIONE DEI CORSI DACQUA INTERNAZIONALI


La Convenzione sul diritto allutilizzazione dei corsi dacqua internazionali del 1997, basata su due principi cardine: la necessit di unequa e ragionevole utilizzazione dei corsi dacqua da parte degli Stati rivieraschi; lobbligo per gli stessi di cooperare e scambiarsi informazioni per salvaguardare i fiumi dallinquinamento

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LA CONFERENZA DI RIO DE JANEIRO


Lelaborazione compiuta del concetto di sviluppo sostenibile fu il compito essenziale che, alla fine degli anni 80, lAssemblea delle Nazioni Unite affid ad una commissione di esperti, la Commissione Brundtland, che alla fine dei suoi lavori forn un importante rapporto sul nuovo oggetto di studio, denominato Our Common Future. Fu nel clima dei nuovi contenuti definitori che, dopo pi di due anni di lavori preparatori, nel giugno del 1992 venne convocata a Rio de Janeiro la Conferenza delle Nazioni Unite sullambiente e sullo sviluppo.

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LA CONFERENZA DI RIO DE JANEIRO


Lattenzione della nuova Conferenza internazionale si incentr sulla necessit di rivalutare i principi espressi a Stoccolma e di considerare lo sviluppo sostenibile come un punto di riferimento essenziale ed irrinunciabile nel nuovo approccio alle tematiche ambientali, intese in unottica sempre meno settoriale. Maturata e svoltasi in un grande fermento, la Conferenza si concluse offrendo la redazione di tre importanti documenti: - la Dichiarazione di Rio sullambiente e sullo sviluppo; - lAgenda XXI; - La Dichiarazione di principi per la conservazione e lo sviluppo sostenibile delle foreste.

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LA DICHIARAZIONE SULLAMBIENTE E SULLO SVILUPPO


Essa rappresenta un vero manifesto di principi e sancisce innanzitutto il diritto di ogni generazione a collocarsi come soggetto centrale intorno al quale organizzare lo sviluppo sostenibile e ad avere una vita sana e produttiva, da vivere in armonia con la natura. A questo obiettivo prioritario sono subordinate altre importanti iniziative, strettamente collegate a statuizioni di principio, ovvero: - Quella di evitare e ridurre i rischi dellinquinamento e di tutelare le esigenze ambientali; - Di cooperare per combattere la povert al fine di conseguire uno sviluppo omogeneo o almeno equilibrato fra tutti i Paesi, in modo da eliminare le disparit pi evidenti di tenore di vita fra le diverse popolazioni del mondo; - Riconoscere limportanza di una partnership globale allo scopo di tutelare lintegrit dellecosistema terrestre rispetto al quale i vari Paesi hanno responsabilit comuni ma differenziate in base al maggior apporto inquinante dei Paesi pi sviluppati.

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LA DICHIARAZIONE SULLAMBIENTE E SULLO SVILUPPO


Il tema della responsabilit si riflette anche in altre linee sistematiche tracciate durante la Conferenza e precisamente quando si afferma che i costi dellinquinamento devono essere sostenuti dallagente inquinante e quando, in base al principio precauzionale, si sottolinea che nei casi di rischio di danno grave o irreversibile, lassenza di certezza scientifica assoluta non deve servire da pretesti per rinviare ladozione di misure adeguate ed effettive dirette a prevenire il degrado ambientale.

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LA DICHIARAZIONE SULLAMBIENTE E SULLO SVILUPPO

Altro principio emergente dai lavori di Rio quello della collaborazione scientifica, che sola pu suggerire soluzioni innovative di contenimento dellinquinamento, per attuare le quali necessario investire tutti i livelli operativi e svolgere campagne di informazione e sensibilizzazione, coinvolgendo Stati nazionale e popolazione. Si pongono altres nuove necessit, come quella di effettuare la valutazione di impatto ambientale, strumento nazionale da utilizzare quando sia necessario considerare la convenienza di unattivit suscettibile di produrre effetti negativi; e di sensibilizzare gli Stati a diffondere immediatamente la notizia di eventuali catastrofi o di ogni altra situazione di emergenza suscettibile di produrre effetti nocivi sullambiente, cos da consentire a tutti di compiere ogni sforzo possibile per ridurre i danni.

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LAGENDA XXI
un vasto programma di lavoro proposto alla Comunit internazionale per il decennio 19922002, teso a trovare un equilibrio tra bisogni di carattere economico e sociale, la disponibilit delle risorse e il rispetto degli ecosistemi della terra. LAgenda XXI document effettivamente la volont dei sottoscrittori di realizzare a forze congiunte tale equilibrio attraverso interventi che direttamente avessero ricadute nelle quattro sezioni in cui lAgenda si divideva, cio nellambito: - sociale ed economico; - della conservazione e gestione delle risorse; - del coinvolgimento di tutte le componenti nazionali nei processi decisionali; - dellattuazione pratica delle decisioni concertate.

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AGENDA XXI

Le finalit perseguite nellAgenda, inoltre, mirarono anche al controllo del commercio internazionale, allalleggerimento del debito estero dei Paesi meno sviluppati, allarmonizzazione di politiche economiche comuni, nella convinzione che le ragioni delleconomia dovessero essere necessariamente subordinate allecologia.

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DICHIARAZIONE SULLA GESTIONE, LA CONSERVAZIONE E LO SVILUPPO SOSTENIBILE DI OGNI TIPO DI FORESTA

Ultimo risultato conseguito a Rio fu la Dichiarazione su ogni tipo di Foresta, basata sullesigenza di contenere gli squilibri climatici derivanti da una incontrollata deforestazione.

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LE ZONE NON SOGGETTE A SOVRANIT


La regola di diritto internazionale che impone a ciascuno Stato di astenersi da attivit inquinanti si pone in modo particolare nelle zone non sottoposte ad alcuna giurisdizione, perch in queste zone la stessa utilizzazione degli spazi che non deve arrecare pregiudizio alla libert ed agli interessi degli altri Stati. In relazione allo spazio extra-atmosferico riveste un ruolo chiave il Trattato sui principi regolatori delle attivit degli Stati in materia di esplorazione ed utilizzazione dello spazio esterno.

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LE ZONE NON SOGGETTE A SOVRANIT


In tale accordo, la libert di utilizzazione dello spazio, infatti, trova un limite nel divieto di causare pregiudizio allambiente. Lart. 9 stabilisce, infatti, che le parti effettueranno lo studio dello spazio extra-atmosferico, compresa la luna e gli altri corpi celesti, e procederanno alla loro esplorazione in modo da evitare gli effetti dannosi della loro contaminazione come pure le modificazioni nocive dellambiente terrestre risultanti dallintroduzione di sostanze extra-terrestri .
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LE ZONE NON SOGGETTE A SOVRANIT


Lalto mare unaltra zone al di fuori della giurisdizione degli Stati. Tuttavia, in questarea, ai fini della tutela dellambiente, esiste una rilevante eccezione al principio della libert dei mari dal momento che per uno Stato possibile esplicare la sua autorit anche nei confronti di navi battenti bandiera straniera, al fine di adottare tutte le misure necessarie per prevenire o eliminare un pericolo grave ed imminente di inquinamento che minaccia la costa, a seguito di un incidente marino.

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IL PROTOCOLLO DI KYOTO DEL 1997


Il Protocollo di Kyoto, frutto di numerosi compromessi, si pone come principale obiettivo la riduzione delle emissioni di gas inquinanti attraverso una serie di impegni che hanno come periodo di riferimento il 2008/2012. Partendo dal presupposto che gli Stato hanno responsabilit diverse rispetto allemissione di gas, a Kyoto sono state individuate tre diverse categorie di Paesi ad ognuna delle quali sono stati affidati compiti ed obiettivi diversi:

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IL PROTOCOLLO DI KYOTO DEL 1997


1 Paesi in via di sviluppo, per i quali non sono previste riduzioni di gas a effetto serra ma esclusivamente obblighi di cooperazione e scambi di informazioni; 2 Paesi in transizione verso uneconomia di mercato, che in base al Protocollo sono tenuti ad obblighi ridotti in tema di emissioni di gas a effetto serra; 3 Paesi economicamente avanzati, per i quali il protocollo fissa al 5% la percentuale di riduzione delle emissioni di gas nel periodo che intercorre tra il 2008 e il 2012. tuttavia previsto un regime differenziato per cui, ad esempio, lUE deve ridurre le sue emissioni dell8%, gli USA del 7%, mentre alcuni Paesi si vedono riconoscere il diritto di aumentare le loro emissioni

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IL PROTOCOLLO DI KYOTO DEL 1997


LItalia ha ratificato e dato esecuzione al Protocollo con legge 1 giugno 2002, n. 120. E importante soffermarsi sul problema dellentrata in vigore del Protocollo di Kyoto fissata al 90 giorno successivo al verificarsi di due condizioni: - Il deposito degli strumenti di ratifica, approvazione, adesione ed accettazione da parte di almeno 55 Parti della Convenzione; - Linclusione nelle Parti di cui sopra di Parti incluse nellAllegato I le cui emissioni totali di biossido di carbonio rappresentano almeno il 55% delle emissioni totali al 1990 dellAllegato I.

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IL PROTOCOLLO DI KYOTO DEL 1997


Con la ratifica della Russia, comunicata ufficialmente il 30 settembre 2004, tale condizione si verificata: il Protocollo divenuto pienamente operativo lo scorso 16 febbraio 2005 e gli impegni che esso prevede dovranno essere mantenuti entro il 2012. Lobiettivo per lEuropa di ridurre le emissioni di anidride carbonica dell8.2% e per lItalia del 6.5% rispetto ai livelli del 1990 tra il 2008 ed il 2012. In questottica il disinquinamento diventer un beneficio economico e linquinamento un costo, a fronte delle sanzioni previste e decise da un apposito Comitato.

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IL PROTOCOLLO DI KYOTO DEL 1997

Con una decisione del 4 maggio 2005 la Commissione UE ha indirizzato a tutti gli Stati dellUnione un questionario relativo al livello di attuazione della direttiva 2003/87/Ce che istituisce un sistema per lo scambio di quote di emissioni di gas a effetto serra allinterno dellUE, al fine di promuovere la riduzione di dette emissioni secondo i criteri di efficacia dei costi ed efficienza economica. Tale direttiva stata attuata in Italia attraverso il d. lg. 273/2004, convertito in L. 316/2004: del 16 febbraio 2006 il decreto ministeriale che ha effettuato la riorganizzazione anche delle autorizzazioni alle emissioni rilasciate ai sensi del d.lg. 273/2004 convertito.

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IL PROTOCOLLO DI KYOTO DEL 1997


In base alla direttiva 2003/87/CE tutti gli impianti che emettono gas ad effetto serra in elevata quantit devono essere, dal gennaio 2005, in possesso di unapposita autorizzazione e ogni impianto non pu rilasciare inquinanti oltre una certa soglia. Dal 1 gennaio 2007 al 31 dicembre 2007 le quote di emissione del primo periodo sono state assegnate gratuitamente e solo successivamente sono state vendute dallo Stato che, al momento, ha a disposizione una quantit di titoli limitata.

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ACCORDI DI MARRAKECH DEL 2001


Dopo ladozione del Protocollo di Kyoto, hanno avuto luogo 5 sessioni della Conferenza degli Stati membri; in occasione della Conferenza di Marrakech, svoltasi tra il 29 ottobre ed il 10 novembre 2001, le parti hanno adottato un insieme di 22 decisioni che costituiscono gli accordi di Marrakech.

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ACCORDI DI MARRAKECH DEL 2001


Il pacchetto degli accordi comprende: - decisioni in tema di aiuti finanziari e finanziamenti ai Paesi in via di sviluppo in materia di clima; - decisioni sui permessi di emissione di sostanze inquinanti; - decisioni sui meccanismi di controllo degli obblighi previsti egli accordi; - una dichiarazione sullo sviluppo durevole.
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IL DOCUMENTO DELLA CDI SULLA PREVENZIONE DEI DANNI TRANSFRONTALIERI DERIVANTI DA ATTIVIT PERICOLOSE
Sempre nel 2001, anno degli accordi di Marrakech,la CDI ha preparato un importante documento sulla prevenzione dei danni derivanti da attivit pericolose. Con lo scopo di prevenire tali danni, la CDI punta su tre elementi chiave: - la prevenzione, in quanto si sottolinea la necessit per gli Stati di adottare tutte le misure appropriate al fine di prevenire o minimizzare i rischi; - la cooperazione, evidenziando il ruolo chiave che pu svolgere per minimizzare tali rischi; - la consultazione, sottolineando la necessit di consultazioni tra Stati per raggiungere soluzioni accettabili in merito alladozione di misure

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IL VERTICE DI JOHANNESBURG SULLO SVILUPPO SOSTENIBILE DEL 2002


Uno dei concetti che spesso si incontrano quello di sviluppo sostenibile, fulcro degli impegni assunti a Johannesburg dagli Stati che hanno partecipato al vertice tenutosi nel 2002. Dopo 10 anni dal summit di Rio, lappuntamento di Johannesburg si presenta come loccasione opportuna per fare un importante bilancio e sottolineare che, nonostante la presa di coscienza sulle priorit ambientali ed ecologiche e le dichiarazioni di intenti, gli obiettivi posti non sono stati raggiunti.

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IL VERTICE DI JOHANNESBURG SULLO SVILUPPO SOSTENIBILE DEL 2002


Gli esiti finali del vertice confluiscono in una Dichiarazione politica con la quale gli Stati firmatari pongono nuovamente lo scopo di sradicare la povert, di cambiare i modelli di consumo e di proteggere le risorse naturali. In realt ci che emerge a Johannesburg la consapevolezza che lapproccio allintero settore ambientale deve essere di natura politica e volto ad individuare una governance mondiale. Nel corso della conferenza, i partecipanti adottano un Piano dAzione che fissa principi, obiettivi e scadenza comuni per favorire la costruzione di uno sviluppo sostenibile

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IL REGIME DELLA RESPONSABILIT

Il problema della responsabilit per danni allambiente piuttosto complesso. Pur esistendo un principio di diritto internazionale che prevede un divieto di inquinamento transfrontaliero, la cui violazione comporterebbe il sorgere di una responsabilit da atti leciti, i numerosi accordi internazionali posti in essere a tutela dellambiente hanno disposto regimi di responsabilit specifici che si sovrappongono a quello previsto del diritto internazionale generale.

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IL CONCETTO DI RESPONSABILIT COMUNE MA DIFFERENZIATA

Gran parte della dottrina concorda sullesistenza di una speciale responsabilit dei Paesi industrializzati nel campo della protezione dellambiente. innegabile che questi Stati abbiano contribuito e contribuiscano in misura maggiore al degrado ambientale del pianeta e, soprattutto, abbiano mezzi e capacit notevolmente diversi per promuovere progetti di tutela e risarcimento ambientale.
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IL CONCETTO DI RESPONSABILIT COMUNE MA DIFFERENZIATA

Questo concetto trova piena affermazione nel Principio n. 7 della Dichiarazione di Rio, laddove si sottolinea che I Paesi sviluppati prendono atto della propria responsabilit nel perseguimento internazionale dello sviluppo sostenibile, considerando le pressioni che le loro societ esercitano sullambiente globale e le tecnologie e delle risorse finanziarie che essi controllano.

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IL CONCETTO DI RESPONSABILIT COMUNE MA DIFFERENZIATA

Nella prassi, il principio di una responsabilit comune ma differenziata, si traduce, allinterno delle varie convenzioni, nella previsione di regimi duali di responsabilit per il raggiungimento di obiettivi ambientali, applicabili ai Paesi sviluppati e a quelli con un livello di sviluppo pi basso.

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LA DISCIPLINA INTERNAZIONALE DELLA RESPONSABILIT CIVILE PER INQUINAMENTO

Nel diritto internazionale pattizio troviamo, da tempo, regole specifiche volte ad introdurre meccanismi di responsabilit civile inquadrati allinterno di contesti internazionali, in particolare per i fenomeni di inquinamento derivanti da attivit pericolose. Si tratta di norme strutturate come convenzioni di diritto uniforme che contengono anche aspetti di diritto internazionale processuale.
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LA DISCIPLINA INTERNAZIONALE DELLA RESPONSABILIT CIVILE PER INQUINAMENTO

Quando si parla di attivit pericolose, si fa soprattutto riferimento alle centrali nucleari; a tal proposito, la Convenzione di Parigi sulla responsabilit nei confronti dei terzi nel settore dellenergia nucleare del 1960 e la Convenzione di Vienna sulla responsabilit civile per danno nucleare del 1963, oltre a prevedere un regime di responsabilit oggettiva in caso di incidente, obbligano i gestori delle centrali a stipulare polizze assicurative per coprire il rischio nucleare.
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LA DISCIPLINA INTERNAZIONALE DELLA RESPONSABILIT CIVILE PER INQUINAMENTO


Importanti regole di responsabilit civile per fenomeni di inquinamento transfrontaliero sono adottate anche nel quadro della normativa nazionale relativa alla circolazione dei rifiuti pericolosi. Il Protocollo del 1999, annesso alla Convenzione di Basilea del 1989, ha come primo obiettivo proprio quello di introdurre un regime di responsabilit e risarcibilit del danno determinato dallabbandono di rifiuti pericolosi: si tratta di una responsabilit di tipo oggettivo che grava su detentore del rifiuto dal momento in cui ne entra in possesso fino al suo smaltimento.

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