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di Controlacrisi.org - 08 marzo 2012

08/03/2012 di fabio sebastiani

+FIOM -TAV <a href=controlacrisi.org di Controlacrisi.org - 08 marzo 2012 miogiornale.com Verso il 9 marzo. Intervista a Giorgio Cremaschi: "Il Pd come il Pasok, perde su la ragione sociale" 08/03/2012 di fabio sebastiani In queste ultime settimane l’iniziativa della Fiom, spostata per ben due volte, si è andata caricando di significati molto precisi, per lo più politici… C’è stata inizialmente una discussione all’inizio di gennaio sull’alternativa tra manifestare di sabato o fare lo sciopero il venerdì. Una serie di eventi hanno portato allo sciopero. Sia per i suoi motivi che per il contesto degli altri elementi politici e sociali – dinamiche in cui le lotte dei metalmeccanici hanno finito per calarsi sempre con puntualità – l’iniziativa traguarda una prospettiva più vasta. Questa manifestazione è parte ed è collocata dentro un risveglio di mobilitazione, di lotta e di presa di coscienza contro Monti e quello che rappresenta. Dopo la gelata e l’impotenza degli scorsi mesi il movimento torna protagonista. La Fiom ha assunto questi significati così come la lotta della Tav. Il significato generale della lotta contro la Tav è l’esatto opposto di una lotta Nimby. Nymbi è Monti che segue interessi particolari. La lotta contro la Tav ha riscosso il consenso di tanti e tante in tutto il paese perché è la lotta contro lo strapotere della lobby finanziaria. E’ lo stesso segno che ha avuto la lotta della Fiom contro la Fiat. Ha agito lo stesso meccanismo di identificazione generale. Riguarda cose concrete ed è anche il “No” che indica una via di uscita dalla crisi, di segno nettamente contrario a quella che ci propone Monti basata sul supersfruttamento dell’uomo e della natura. Dopo il periodo di pesante passività e del disastro sulle pensioni, di cui solo adesso cogliamo la portata - infatti l’Unione europea può vantare che da noi c’è il sistema pensionistico più brutale d’Europa – si apre una fase nuova. Chi sono i passivi in questa fase? La passività sindacale di Cgil Cisl e Uil, devo dire, continua sull’Articolo 18. La passività politica e il conformismo di palazzo continuano, ma comincia ad esserci un risveglio. Ecco, appunto nuova fase. Come sta interpretando la Fiom quella tu chiami una nuova fase? Penso che, per usare un vecchio termine, la manifestazione della Fiom è un elemento necessario ma non sufficiente. Il punto di fondo che la Fiom da sola non può affrontare è uscire dalla dimensione delle singole vertenze e costruire una vera opposizione e alternativa a Monti e a tutto ciò che lo ispira. Da questo punto di vista vedo come appuntamento decisivo la manifestazione “No debito” del 31 marzo a Milano. Un fronte comune contro quel governo economico della crisi che è lo stesso ovunque. Marchionne ha detto che di Monti gli piace tutto. E credo che in questo sia ricambiato. Siamo passati da Berlusconi che in qualche modo rappresentava un elemento regressivo e caricaturale a un governo che rappresenta la destra europea nella sua forma più limpida e pura. Quella che oggi usa la crisi per una drammatica ristrutturazione delle aziende in Italia e in Europa pensando che con la privatizzazione ulteriore si possa uscire dalla crisi e ripartire. Penso che questa ricetta sia fallimentare nel tempo, però è quella che stanno usando da per tutto. La differenza da Berlusconi è che con lui ci potevamo permettere di essere provinciali, con Monti non possiamo più. Ovvero bisogna andare al nodo della crisi del capitalismo. La costruzione di un fronte alterativo a quello di Monti. Dicevi, destra europea. E il centrosinistra italiano? Il Pd è dentro questa crisi. E’ messo come il Pasok greco che in questa situazione sta semplicemente perdendo la sua ragione sociale. La sua è una funzione di partito di centro che sostiene Monti. Monti in Europa si è espresso per la conferma di Sarkozy contro Hollande che chiede di ridiscutere la politica economica della destra europea. Il Pd, che in Francia sostiene Hollande e Sarkozy in Italia, non è più in grado di rappresentare una idea politica. Non si può trasformare in giochini politici la crisi di scelte che ha questo partito. Il fatto che non vengano alla manifestazione della Fiom è la loro debolezza. Non c’è dubbio che chi sarà in piazza in parte è nella maggioranza dell’elettorato del Pd. Il non venire è l’inizio della crisi. Pagina 1 di 8 " id="pdf-obj-0-17" src="pdf-obj-0-17.jpg">

In queste ultime settimane l’iniziativa della Fiom, spostata per ben due volte, si è andata caricando di significati molto precisi, per lo più politici…

C’è stata inizialmente una discussione all’inizio di gennaio sull’alternativa tra manifestare di sabato o fare lo sciopero il venerdì. Una serie di eventi hanno portato allo sciopero. Sia per i suoi motivi che per il contesto degli altri elementi politici e sociali – dinamiche in cui le lotte dei metalmeccanici hanno finito per calarsi sempre con puntualità – l’iniziativa traguarda una prospettiva più vasta. Questa manifestazione è parte ed è collocata dentro un risveglio di mobilitazione, di lotta e di presa di coscienza contro Monti e quello che rappresenta. Dopo la gelata e l’impotenza degli scorsi mesi il movimento torna protagonista. La Fiom ha assunto questi significati così come la lotta della Tav. Il significato generale della lotta contro la Tav è l’esatto opposto di una lotta Nimby. Nymbi è Monti che segue interessi particolari. La lotta contro la Tav ha riscosso il consenso di tanti e tante in tutto il paese perché è la lotta contro lo strapotere della lobby finanziaria. E’ lo stesso segno che ha avuto la lotta della Fiom contro la Fiat. Ha agito lo stesso meccanismo di identificazione generale. Riguarda cose concrete ed è anche il “No” che indica una via di uscita dalla crisi, di segno nettamente contrario a quella che ci propone Monti basata sul supersfruttamento dell’uomo e della natura. Dopo il periodo di pesante passività e del disastro sulle pensioni, di cui solo adesso cogliamo la portata - infatti l’Unione europea può vantare che da noi c’è il sistema pensionistico più brutale d’Europa – si apre una fase nuova.

Chi sono i passivi in questa fase?

La passività sindacale di Cgil Cisl e Uil, devo dire, continua sull’Articolo 18. La passività politica e il

conformismo di palazzo continuano, ma comincia ad esserci un risveglio.

Ecco, appunto nuova fase. Come sta interpretando la Fiom quella tu chiami una nuova fase?

Penso che, per usare un vecchio termine, la manifestazione della Fiom è un elemento necessario ma non sufficiente. Il punto di fondo che la Fiom da sola non può affrontare è uscire dalla dimensione delle singole vertenze e costruire una vera opposizione e alternativa a Monti e a tutto ciò che lo ispira. Da questo punto di vista vedo come appuntamento decisivo la manifestazione “No debito” del 31 marzo a Milano. Un fronte comune contro quel governo economico della crisi che è lo stesso ovunque. Marchionne ha detto che di Monti gli piace tutto. E credo che in questo sia ricambiato. Siamo passati da Berlusconi che in qualche modo rappresentava un elemento regressivo e caricaturale a un governo che rappresenta la destra europea nella sua forma più limpida e pura. Quella che oggi usa la crisi per una drammatica ristrutturazione delle aziende in Italia e in Europa pensando che con la privatizzazione ulteriore si possa uscire dalla crisi e ripartire. Penso che questa ricetta sia fallimentare nel tempo, però è quella che stanno usando da per tutto. La differenza da Berlusconi è che con lui ci potevamo permettere di essere provinciali, con Monti non possiamo più. Ovvero bisogna andare al nodo della crisi del capitalismo. La costruzione di un fronte alterativo a quello di Monti.

Dicevi, destra europea. E il centrosinistra italiano?

Il Pd è dentro questa crisi. E’ messo come il Pasok greco che in questa situazione sta semplicemente perdendo la sua ragione sociale. La sua è una funzione di partito di centro che sostiene Monti. Monti in Europa si è espresso per la conferma di Sarkozy contro Hollande che chiede di ridiscutere la politica economica della destra europea. Il Pd, che in Francia sostiene Hollande e Sarkozy in Italia, non è più in grado di rappresentare una idea politica. Non si può trasformare in giochini politici la crisi di scelte che ha questo partito. Il fatto che non vengano alla manifestazione della Fiom è la loro debolezza. Non c’è dubbio che chi sarà in piazza in parte è nella maggioranza dell’elettorato del Pd. Il non venire è l’inizio della crisi.

08/03/2012 di vittorio bonanni (controlacrisi.org)

<a href=Verso il 9 marzo. Intervista a Stefano Rodotà. "Europa migliore con la difesa dell'Art. 18" 08/03/2012 di vittorio bonanni (controlacrisi.org) Stefano Rodotà è tra gli autori della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea. Dunque un intellettuale, un giurista che sa come replicare a chi vorrebbe cancellare l’articolo 18 considerandolo un inutile orpello del passato che blocca gli investimenti in Italia. Controlacrisi lo ha intervistato alla vigilia dello sciopero indetto dalla Fiom il prossimo 9 marzo proprio per contrastare i tentativi dell’esecutivo e della Confindustria di cancellare appunto un diritto storico conquistato quarant’anni dai lavoratori. Professor Rodotà, come ricorderà dieci anni fa la Cgil e il suo segretario generale organizzarono una grande manifestazione per contrastare il tentativo dell’allora governo Berlusconi di cancellare lo Statuto dei lavoratori. Allora Cofferati e i lavoratori vinsero quella battaglia. Oggi che previsioni possiamo fare? Io sono sempre in difficoltà nel fare le previsioni. Provo invece ad analizzare le situazioni che abbiamo di fronte. Non c’è dubbio che in questo momento, anche al di là dell’articolo 18, è in atto una messa in discussione dei diritti e in qualche caso si può pure parlare di un attacco vero e proprio. Perché non c’è solo l’economia, non c’è solo l’efficienza, non c’è solo la riduzione di qualsiasi tipo di costo, ma, insisto, ci sono i diritti. Si evoca, per giustificare questo attacco, l’Europa. Certo, c’è un’Europa economica e prepotente, un’Europa politica evanescente ma c’è anche, sia pure nell’ombra, un’Europa dei diritti. Non dobbiamo dimenticare che in questo periodo si fanno continui richiami al Trattato di Lisbona e alla necessità di adeguarsi, ma poi però si dimentica che all’interno di questo trattato c’è una norma che dice che la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea ha lo stesso valore giuridico dei trattati. Quindi noi abbiamo messo completamente tra parentesi o cancellato questo aspetto fondamentale, pensiamo alla situazione greca, e abbiamo messo al centro semplicemente il principio di concorrenza e la logica del mercato. Qui voglio solo ricordare un articolo della Carta dei diritti che dice, “l’Unione riconosce e rispetta il diritto di accesso alle prestazioni di sicurezza sociale e ai servizi sociali che assicurano protezione in casi quali la maternità, la malattia, gli infortuni sul lavoro, la dipendenza o la vecchiaia oltre che in caso di perdita del posto di lavoro”. C’è quindi una norma molto ampia che mette il lavoro al centro dell’attenzione, tant’è che si è sostenuto in Italia, secondo me giustamente, che questa norma per esempio, è quella che consentirebbe di fare un discorso serio e concreto sul reddito universale e di cittadinanza. In questo contesto il fatto che il sindacato, sia pure una parte di esso, in un momento di difficoltà per tutti ricordi che ci sono i diritti, mi pare sia qualcosa di cui noi dobbiamo tenere presente. Aggiungo poi che c’è un riconoscimento comune per quanto riguarda l’articolo 18, e cioè che è una norma contro le discriminazioni. In un momento in cui c’è un tema drammaticamente visibile non solo in Italia che è quello della crescita delle disuguaglianze, tutte le norme che hanno come finalità quella di evitare discriminazioni ed esclusioni dovrebbero essere valorizzate e non messe tra parentesi. Al contrario si può intervenire sulla lentezza delle procedure giudiziarie legate all’articolo 18 ma per renderlo più efficace e non per svuotarlo di significato. Come rispondiamo a chi, come Confindustria, sostiene che fuori dall’Italia non c’è l’articolo 18? Pagina 2 di 8 Io devo dire la verità. Noi non possiamo operare queste forme di comparazione un po’ strumentali e non dobbiamo dimenticare che noi abbiamo complessivamente un sistema di tutela dei diritti che non è anacronistico, ha un suo significato e una sua logica ed è stato costruito in maniera tale da garantire alle persone in Italia adeguate tutele. Se gli altri paesi hanno norme meno garantiste per i diritti non è una buona ragione per costruire un’Europa al ribasso, un’Europa del minimo comune denominatore per quanto riguarda appunto i diritti. Anzi, la Carta dei diritti può essere discussa in molti modi, ma c’è una norma, sui livelli di protezione, dove si dice che nessuna appunto delle norme che sono contenute nella Carta può diminuire il livello di garanzia raggiunta all’interno di un singolo Stato. Cioè si riconosce ci possono essere diversi livelli di garanzia che sono storicamente legati a condizioni politiche, culturali ed economiche. Ma si dice anche che, qualora ci sia nella Carta una norma che può essere intesa come meno garantista, come meno capace di riconoscere i diritti di quanto non facciano le legislazioni nazionali, la norma nazionale più forte sopravvive e rimane. Quindi questo argomento riduzionista deve essere assolutamente respinto e proprio nella logica della Carta dei diritti c’è questo principio. Se io posso raccontare l’origine di questa norma ricordando che, non per fare autocitazioni, sono stato tra quelli che questa Carta l’ha scritta, ricordo che a chiedere delle rassicurazioni erano stati quei paesi dell’area del Nord Europa, in particolare la Svezia e la Danimarca, che temevano che proprio attraverso la Carta potesse essere messo in discussione il livello dei diritti sociali. Quindi l’argomento che viene portato citando gli altri paesi lascia il tempo che trova. Ci sono nazioni che hanno garanzie più forti, come noi per esempio. E il fatto di stare in Europa non ci obbliga affatto a ridurne il livello. Anzi, è utile ricordarlo, ci sono norme di salvaguardia della tutela più accentuate che non sono il frutto " id="pdf-obj-1-6" src="pdf-obj-1-6.jpg">

Stefano Rodotà è tra gli autori della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea. Dunque un intellettuale, un giurista che sa come replicare a chi vorrebbe cancellare l’articolo 18 considerandolo un inutile orpello del passato che blocca gli investimenti in Italia. Controlacrisi lo ha intervistato alla vigilia dello sciopero indetto dalla Fiom il prossimo 9 marzo proprio per contrastare i tentativi dell’esecutivo e della Confindustria di cancellare appunto un diritto storico conquistato quarant’anni dai lavoratori.

Professor Rodotà, come ricorderà dieci anni fa la Cgil e il suo segretario generale organizzarono una grande manifestazione per contrastare il tentativo dell’allora governo Berlusconi di cancellare lo Statuto dei lavoratori. Allora Cofferati e i lavoratori vinsero quella battaglia. Oggi che previsioni possiamo fare?

Io sono sempre in difficoltà nel fare le previsioni. Provo invece ad analizzare le situazioni che abbiamo di fronte. Non c’è dubbio che in questo momento, anche al di là dell’articolo 18, è in atto una messa in discussione dei diritti e in qualche caso si può pure parlare di un attacco vero e proprio. Perché non c’è solo l’economia, non c’è solo l’efficienza, non c’è solo la riduzione di qualsiasi tipo di costo, ma, insisto, ci sono i diritti. Si evoca, per giustificare questo attacco, l’Europa. Certo, c’è un’Europa economica e prepotente, un’Europa politica evanescente ma c’è anche, sia pure nell’ombra, un’Europa dei diritti. Non dobbiamo dimenticare che in questo

periodo si fanno continui richiami al Trattato di Lisbona e alla necessità di adeguarsi, ma poi però si dimentica che all’interno

  • di questo trattato c’è una norma

che dice che la Carta dei diritti

fondamentali dell’Unione

Europea ha lo stesso valore giuridico dei trattati. Quindi noi abbiamo messo completamente tra parentesi o cancellato questo aspetto fondamentale, pensiamo alla situazione greca, e abbiamo messo al centro semplicemente il principio di concorrenza e la logica del mercato. Qui voglio solo ricordare un articolo della Carta dei diritti che dice, “l’Unione riconosce e rispetta il diritto di accesso alle prestazioni

  • di sicurezza sociale e ai servizi

sociali che assicurano protezione in casi quali la maternità, la

malattia, gli infortuni sul lavoro, la dipendenza o la vecchiaia oltre che in caso di perdita del posto

  • di lavoro”. C’è quindi una norma

molto ampia che mette il lavoro al centro dell’attenzione, tant’è che si è sostenuto in Italia, secondo me giustamente, che questa norma per esempio, è quella che consentirebbe di fare un discorso serio e concreto sul reddito universale e di cittadinanza. In questo contesto il fatto che il sindacato, sia pure una parte di esso, in un momento di difficoltà per tutti ricordi che ci sono i diritti, mi pare sia qualcosa di cui noi dobbiamo tenere presente. Aggiungo poi che c’è un riconoscimento comune per quanto riguarda l’articolo 18, e cioè che è una norma contro le discriminazioni. In un momento in cui c’è un tema drammaticamente visibile non solo in Italia che è quello della crescita delle disuguaglianze, tutte le norme che hanno come finalità quella di evitare discriminazioni ed esclusioni dovrebbero essere valorizzate e non messe tra parentesi. Al contrario si può intervenire sulla lentezza delle procedure giudiziarie legate all’articolo 18 ma per renderlo più efficace e non per svuotarlo di significato.

Come rispondiamo a chi, come Confindustria, sostiene che fuori dall’Italia non c’è l’articolo 18?

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Io devo dire la verità. Noi non possiamo operare queste forme

  • di comparazione un po’

strumentali e non dobbiamo

dimenticare che noi abbiamo complessivamente un sistema di tutela dei diritti che non è anacronistico, ha un suo significato e una sua logica ed è stato costruito in maniera tale da garantire alle persone in Italia adeguate tutele. Se gli altri paesi hanno norme meno garantiste per i diritti non è una buona ragione per costruire un’Europa al ribasso, un’Europa del minimo comune denominatore per

quanto riguarda appunto i diritti. Anzi, la Carta dei diritti può essere discussa in molti modi,

ma c’è una norma, sui livelli di protezione, dove si dice che nessuna appunto delle norme che sono contenute nella Carta può diminuire il livello di garanzia raggiunta all’interno di

un singolo Stato. Cioè si riconosce ci possono essere diversi livelli di garanzia che sono storicamente legati a condizioni politiche, culturali ed economiche. Ma si dice anche che, qualora ci sia nella Carta una norma che può essere intesa come meno garantista, come meno capace di riconoscere i diritti di quanto non facciano le legislazioni nazionali, la norma nazionale più forte sopravvive e rimane. Quindi questo argomento riduzionista deve essere assolutamente respinto e proprio nella logica della Carta dei diritti c’è questo principio. Se io posso raccontare l’origine di questa norma ricordando che, non per fare autocitazioni, sono stato tra quelli che questa Carta l’ha scritta, ricordo che a chiedere delle rassicurazioni erano stati quei paesi dell’area del Nord Europa, in particolare la Svezia e la Danimarca, che temevano che proprio attraverso la Carta potesse essere messo in discussione il livello dei diritti sociali. Quindi l’argomento che viene portato citando gli altri paesi lascia il tempo che trova.

  • Ci sono nazioni che hanno

garanzie più forti, come noi per esempio. E il fatto di stare in Europa non ci obbliga affatto a ridurne il livello. Anzi, è utile ricordarlo, ci sono norme di salvaguardia della tutela più accentuate che non sono il frutto

di una concessione. Sono il risultato invece di lotte sociali, di mobilitazioni culturali. Non c’è nessun aspetto di queste conquiste che possa essere considerato come un dono che qualcuno ad un certo punto può revocare.

Questa nuova offensiva contro l’articolo 18 ha una componente ideologica molto forte che un governo definito “tecnico” non avrebbe dovuto avere. Che cosa ne pensa?

Affrontare una questione che sapevamo tutti avere un elevatissimo valore simbolico e quindi politico in questo modo “tranchant”, sapendo che non si tratta di qualcosa di così determinante anche per le finalità che si dice di voler perseguire di una migliore efficienza - e molte imprese lo hanno riconosciuto anche facendo un calcolo sui costi e sui benefici - ha significato caricare eccessivamente il tutto di quei significati politici ed ideologici di cui parlavamo prima. Questo è un passaggio rispetto al quale io capisco, rispetto e ritengo utile l’iniziativa sindacale. Perché qualcuno lo deve pur ricordare, non solo le proteste singole e le prese di posizione di questo o di quello. A partire dal famoso articolo 8 del decreto Berlusconi dell’estate scorsa, quello che sta avvenendo è la cancellazione del diritto del lavoro in Italia. Certo, bisogna riformare il mercato del lavoro, cancellando quella proliferazione delle forme contrattuali che ha avuto tutta una serie di effetti negativi, come segmentare il mondo del lavoro, creando diversità e contrapposizioni. Bisogna così riunificarle intorno a tipi contrattuali omogenei, ridotti. Certamente questo è un obiettivo, ma quello che non è ammissibile è che attraverso tutto questo passi una riduzione dei diritti e una messa in discussione dell’intero sistema del diritto del lavoro. Se noi leggiamo l’articolo 1 del decreto Crescitalia, c’è una presentazione dell’intero tema, un po’ l’intelaiatura ideologica di questo tipo di manovra, che mette in primo piano il diritto d’impresa e il principio di

concorrenza subordinando a queste finalità l’intero sistema dei diritti costituzionali. L’articolo 41 della Costituzione è nettissimo quando dice che l’iniziativa economica privata è libera, e smentisce la tesi per cui la nostra Carta costituzionale non si sarebbe occupata della libertà economica; ma dice poi che non può mai essere esercitata pregiudicando la sicurezza e la libertà e la dignità delle persone. Quindi il principio di riferimento è questo:

sicurezza, libertà e dignità che è la condizione per la legittimità dell’esercizio dell’attività economica. Questo è il quadro che viene ora. Si possono certamente introdurre modifiche nel mercato del lavoro ma il quadro di riferimento è appunto quella politica costituzionale indicata con molta nettezza nell’articolo 41. E non si può dire che sia superato. Basti pensare a come erano lungimiranti i costituenti: compresero che nessuna attività economica può essere priva di limiti. Loro li hanno elencati e hanno messo al primo posto la sicurezza, mostrando appunto una grandissima lungimiranza viste le morti bianche alle quali siamo costretti ad assistere. Che poi non è soltanto la sicurezza del lavoro ma lo è rispetto a molte altre cose. L’attività economica privata per esempio non dovrebbe mettere in discussione la sicurezza attraverso la speculazione sul territorio che provoca poi, come abbiamo visto, morti ad ogni prima pioggia. Senza dimenticare la sicurezza per esempio dei prodotti che vengono messi in circolazione a cominciare dal cibo. C’è insomma questa idea di contesto che si vuole cancellare riducendo tutto alla sola logica di mercato.

Veniamo alle note dolenti della politica, con il principale partito d’opposizione diviso ed indeciso se difendere o meno la Costituzione, perché di questo si tratta. Posizione aggravata con l’annuncio che non parteciperanno alla manifestazione della Fiom perché ci saranno i no-tav.

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Credo che ogni commento sia superfluo…

Sono assolutamente d’accordo. C’è un punto in questo momento che io vorrei vedere così: c’è una giusta sollecitazione di Napolitano il quale dice che i partiti si debbono rinnovare. Lui ha parlato proprio di un rinnovamento culturale e programmatico nella lezione che ha fatto a Bologna quando ha ricevuto la laurea honoris causa. Però questo rinnovamento richiede una riflessione profonda sul mondo cambiato. Nello stesso tempo io insisto nel dire politica costituzionale, perché quando lo ricorda il Presidente della Repubblica, tutti si devono muovere all’interno di quel contesto. Non ne può uscire il Presidente della Repubblica, non ne possono uscire i parlamentari, e la ricostruzione dei partiti, almeno io dico dei partiti della sinistra che alla Costituzione non hanno mai rinunciato almeno formalmente, non può che partire da qui. Ecco il punto. In questo momento la difficoltà che c’è e le divisioni che si producono derivano anche dal fatto che proprio questa situazione di stato di necessità sembra ci impedisca di discostarci da questa specie di diritto naturale che è il diritto del mercato, un vincolo ed una difficoltà per il rinnovamento dei partiti.

E’ come se si fosse sempre sotto ricatto. “Voi mettete a rischio il governo Monti” ci dicono puntandoci l’indice contro!

E invece dove è il problema? Il problema è che questo governo esige la permanenza di un sostegno e ritiene essere un rischio la ripresa di una discussione culturale che ponga le basi per il rinnovamento della democrazia. Insomma si dice ai partiti, se voi riproponete una identità molto forte e netta e vi rinnovate dal punto di vista programmatico e culturale, rischiate di entrare in contraddizione con gli altri partner di questa inedita e singolare maggioranza e quindi mettete a rischio il governo. Un problema molto grande dunque, che pure è legato ad una

esigenza importante. E se tutto questo non accade, se i partiti, tutti ma soprattutto quelli della sinistra, non riescono a ritrovare non genericamente consenso ma di nuovo un rapporto con quello che sta avvenendo in questa società, dove non c’è solo l’antipolitica ma c’è anche un’altra politica segnata dall’azione di molti, che in questi anni ha avuto rilievo, poi si va inevitabilmente incontro a scacchi come quello di Genova. Il risultato delle primarie del capoluogo ligure non è il frutto di una piccola manovra con un don Gallo cattivo che ha impedito alla Vincenzi e alla Pinotti di vincere. No, lì c’era da una parte semplicemente un conflitto interno al partito, e dall’altra una società che si riconosceva in un candidato. Come era successo in Puglia, a Milano, a Cagliari, a Napoli. Allora un piano di rinnovamento culturale e programmatico richiede naturalmente una riflessione ma anche che ci siano canali aperti con la società, altrimenti la debolezza diventa pericolosa.

08/03/2012 di Francesco Piccioni (il manifesto)

esigenza importante. E se tutto questo non accade, se i partiti, tutti ma soprattutto quelli dellaRosso metalmeccanico 08/03/2012 di Francesco Piccioni (il manifesto) Un alto numero di pullman sta per partire per Roma. Prevista grande partecipazione da parte dei movimenti. Ultmi preparativi per lo sciopero generale per la «democrazia al lavoro» «Mi si nota di più se ci sono, o se non ci sono?». Il dilemma morettiano è neve al sole, quando si muovono i metalmeccanici. Chi non c’è, non c’è; e nessuno lo rimpiange. Certo, se poi (come Pd) pensa di poter passare da queste parti a raccattare voti per le elezioni… Lo sciopero generale di domani ha un segno decisamente più ricco della sola «vertenza» che le tute blu hanno ingaggiato contro Fiat o Federmeccanica (l’associazione delle imprese del settore, le quali – volenti o nolenti – si sono allineate al «modello relazionale» imposto da Sergio Marchionne). L’impegno – e non da oggi – è diretto a non far chiudere la tagliola contro il mondo del lavoro. Tutto intero. Privato e pubblico, metalmeccanico o bancario. Da tutta Italia arriveranno un numero ancora imprecisato di pullman. Le cifre sono a loro modo impressionanti, perché si parla di una singola categoria, non certo di tutta la confederazione. 25 da Brescia, 70 dalla Toscana, molti di più dall’Emilia… Anche gli 8 da Chieti, che possono sembrare pochi, a confronto, testimoniano di une partecipazione febbrile. La partita è alta. Molto «politica», anche se nessuno in Fiom avalla questa interpretazione. Lo è però di fatto. Nessun altro – nel bel mezzo di un «contronto» sulla cosiddetta «riforma del mercato del lavoro» – ha fin qui messo in campo una mobilitazione. Hanno dato una testimonianza i sindacati di base, in gennaio. Poi nulla. Complice l’inverno, certo, e le nevicate eccezionali. Ma di queste cose è fatto il normale conflitto sindacale. Se non ti fai sentire, non ti ascoltano. In testa alla lista dei punti della piattaforma c’è la democrazia sui posti di lavoro. A chi in questi due anni ha visto crescere il «modello Pomigliano» la cosa è chiarissima. La Fiat di Marchionne ha «cambiato il gioco», a partire dalle regole fondamentali. In fabbrica comanda il padrone – o lo staff manageriale – e chi entra, una volta passato il cancello, ha soltanto doveri. Lì, sulla porta degli stabilimenti Fiat, e fin quando non suona la sirena di fine turno, la condizione di «cittadino» cessa di avere valore. Non puoi sceglierti il sindacato che ti deve rappresentare (e tantomeno rappresentarti in proprio). Non puoi far valere nessuna regola contrattuale a tuo favore, perché l’«accordo» firmato da Cisl, Uil e Fismic non ne prevede alcuna. Non puoi protestare se la catena va troppo in fretta, né rifiutare un turno di straordinario se non ce la fai più. Questo modello ha fatto strada. Da «situazione irripetibile» – Pagina 4 di 8 Pomigliano era descritta come una fabbrica «ingovernabile», che richiedeva uno strappo una tantum alle regole – è diventata «normalità» in tutti gli stabilimenti del gruppo. Senza nemmeno dover passare per altri referendum. Se non li chiede Fiat, alle sue condizioni, non si fanno. Ma ad un certto punto l’associazione delle imprese del settore – Federmeccanica – ha cercato di fare altrettanto, smettendo di riconoscere la Fiom come soggetto firmatario di contratto. Guarda caso, proprio dopo che il contratto nazionale firmato anche dalla Fiom – il 31 dicembre 2011 – era scaduto e il sindacato di Landini aveva già ottenuto massicci consensi sulla piattaforma da presentare per il rinnovo. Infine, l’art. 18. Questa «misura di civiltà» ha un solo significato pratico: consentire a ogni singolo lavoratore di comportarsi da essere umano – e non da schiavo riconoscente – davanti alle pretese o ai «comandi» dell’impresa. Far rispettare il contratto, segnalare i pericoli per la sicurezza, far pesare i propri interessi anche quando questi possono confliggere con quelli dell’azeinda. Non poter essere licenziati quando lo si fa, è una precondizione. Semplicemente necessaria. Come in altri paesi, con regole simili, magari con altri nomi e automatismi leggermente diversi. Poi, certo, parlerà un terribile «no tav» dal palco. Perché «democrazia al lavoro» significa far sentire la voce di chi – per giuste ragioni, non per capriccio «nimby» – ha qualcosa da obiettare all’unica «libertà» che sembra essere oggi legittima: quella dell’impresa. A domani, in piazza. La FIOM per tutte e tutti 06/03/2012 di Loris Campetti (il manifesto) Provate a immaginare un’elezione politica in cui i cittadini fossero liberi di votare soltanto per i partiti che hanno " id="pdf-obj-3-10" src="pdf-obj-3-10.jpg">

Un alto numero di pullman sta per partire per Roma. Prevista grande partecipazione da parte dei movimenti. Ultmi preparativi per lo sciopero generale per la «democrazia al lavoro»

«Mi si nota di più se ci sono, o se non ci sono?». Il dilemma morettiano è neve al sole, quando si muovono i metalmeccanici. Chi non c’è, non c’è; e nessuno lo rimpiange. Certo, se poi (come Pd) pensa di poter passare da queste parti a raccattare voti per le elezioni… Lo sciopero generale di domani ha un segno decisamente più ricco della sola «vertenza» che le tute blu hanno ingaggiato contro Fiat o Federmeccanica (l’associazione delle imprese del settore, le quali – volenti o nolenti – si sono allineate al

«modello relazionale» imposto da Sergio Marchionne). L’impegno – e non da oggi – è diretto a non far chiudere la tagliola contro il mondo del lavoro. Tutto intero. Privato e pubblico, metalmeccanico o bancario. Da tutta Italia arriveranno un numero ancora imprecisato di pullman. Le cifre sono a loro modo impressionanti, perché si parla di una singola categoria, non certo di tutta la confederazione. 25 da Brescia, 70 dalla Toscana, molti di più dall’Emilia… Anche gli 8 da Chieti, che possono sembrare pochi, a confronto, testimoniano di une partecipazione febbrile. La partita è alta. Molto «politica», anche se nessuno in Fiom avalla questa interpretazione. Lo è però di fatto. Nessun altro – nel bel mezzo di un «contronto» sulla cosiddetta «riforma del mercato del lavoro» – ha fin qui messo in campo una mobilitazione. Hanno dato una testimonianza i sindacati di base, in gennaio. Poi nulla. Complice l’inverno, certo, e le nevicate eccezionali. Ma di queste cose è fatto il normale

conflitto sindacale. Se non ti fai

sentire, non ti ascoltano. In testa alla lista dei punti della piattaforma c’è la democrazia sui posti di lavoro. A chi in questi due anni ha visto crescere il «modello Pomigliano» la cosa è chiarissima. La Fiat di Marchionne ha «cambiato il gioco», a partire dalle regole fondamentali. In fabbrica comanda il padrone – o lo staff manageriale – e chi entra, una volta passato il cancello, ha soltanto doveri. Lì, sulla porta degli stabilimenti Fiat, e fin quando non suona la sirena di fine turno, la condizione di «cittadino» cessa di avere valore. Non puoi sceglierti il sindacato che ti deve rappresentare (e tantomeno rappresentarti in proprio). Non puoi far valere nessuna regola contrattuale a tuo favore, perché l’«accordo» firmato da Cisl, Uil e Fismic non ne prevede alcuna. Non puoi protestare se la catena va troppo in fretta, né rifiutare un turno di straordinario se non ce la fai più. Questo modello ha fatto strada. Da «situazione irripetibile» –

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Pomigliano era descritta come una fabbrica «ingovernabile», che richiedeva uno strappo una tantum alle regole – è diventata «normalità» in tutti gli stabilimenti del gruppo. Senza nemmeno dover passare per altri referendum. Se non li chiede Fiat, alle sue condizioni, non si fanno. Ma ad un certto punto l’associazione delle imprese del settore – Federmeccanica – ha cercato di fare altrettanto, smettendo di riconoscere la Fiom come soggetto firmatario di contratto. Guarda caso, proprio dopo che il contratto nazionale firmato anche dalla Fiom – il 31 dicembre 2011 – era scaduto e il sindacato di Landini aveva già ottenuto massicci consensi sulla piattaforma da presentare per il rinnovo. Infine, l’art. 18. Questa «misura di civiltà» ha un solo significato pratico: consentire a ogni singolo lavoratore di comportarsi da essere umano – e non da schiavo riconoscente – davanti alle pretese o ai «comandi» dell’impresa. Far rispettare il contratto, segnalare i pericoli per la sicurezza, far pesare i propri interessi anche quando questi

possono confliggere con quelli

dell’azeinda. Non poter essere licenziati quando lo si fa, è una precondizione. Semplicemente necessaria. Come in altri paesi, con regole simili, magari con altri nomi e automatismi leggermente diversi. Poi, certo, parlerà un terribile «no tav» dal palco. Perché «democrazia al lavoro» significa far sentire la voce di chi – per giuste ragioni, non per capriccio «nimby» – ha qualcosa da obiettare all’unica «libertà» che sembra essere oggi legittima:

quella dell’impresa. A domani, in piazza.

06/03/2012 di Loris Campetti (il manifesto)

esigenza importante. E se tutto questo non accade, se i partiti, tutti ma soprattutto quelli dellaRosso metalmeccanico 08/03/2012 di Francesco Piccioni (il manifesto) Un alto numero di pullman sta per partire per Roma. Prevista grande partecipazione da parte dei movimenti. Ultmi preparativi per lo sciopero generale per la «democrazia al lavoro» «Mi si nota di più se ci sono, o se non ci sono?». Il dilemma morettiano è neve al sole, quando si muovono i metalmeccanici. Chi non c’è, non c’è; e nessuno lo rimpiange. Certo, se poi (come Pd) pensa di poter passare da queste parti a raccattare voti per le elezioni… Lo sciopero generale di domani ha un segno decisamente più ricco della sola «vertenza» che le tute blu hanno ingaggiato contro Fiat o Federmeccanica (l’associazione delle imprese del settore, le quali – volenti o nolenti – si sono allineate al «modello relazionale» imposto da Sergio Marchionne). L’impegno – e non da oggi – è diretto a non far chiudere la tagliola contro il mondo del lavoro. Tutto intero. Privato e pubblico, metalmeccanico o bancario. Da tutta Italia arriveranno un numero ancora imprecisato di pullman. Le cifre sono a loro modo impressionanti, perché si parla di una singola categoria, non certo di tutta la confederazione. 25 da Brescia, 70 dalla Toscana, molti di più dall’Emilia… Anche gli 8 da Chieti, che possono sembrare pochi, a confronto, testimoniano di une partecipazione febbrile. La partita è alta. Molto «politica», anche se nessuno in Fiom avalla questa interpretazione. Lo è però di fatto. Nessun altro – nel bel mezzo di un «contronto» sulla cosiddetta «riforma del mercato del lavoro» – ha fin qui messo in campo una mobilitazione. Hanno dato una testimonianza i sindacati di base, in gennaio. Poi nulla. Complice l’inverno, certo, e le nevicate eccezionali. Ma di queste cose è fatto il normale conflitto sindacale. Se non ti fai sentire, non ti ascoltano. In testa alla lista dei punti della piattaforma c’è la democrazia sui posti di lavoro. A chi in questi due anni ha visto crescere il «modello Pomigliano» la cosa è chiarissima. La Fiat di Marchionne ha «cambiato il gioco», a partire dalle regole fondamentali. In fabbrica comanda il padrone – o lo staff manageriale – e chi entra, una volta passato il cancello, ha soltanto doveri. Lì, sulla porta degli stabilimenti Fiat, e fin quando non suona la sirena di fine turno, la condizione di «cittadino» cessa di avere valore. Non puoi sceglierti il sindacato che ti deve rappresentare (e tantomeno rappresentarti in proprio). Non puoi far valere nessuna regola contrattuale a tuo favore, perché l’«accordo» firmato da Cisl, Uil e Fismic non ne prevede alcuna. Non puoi protestare se la catena va troppo in fretta, né rifiutare un turno di straordinario se non ce la fai più. Questo modello ha fatto strada. Da «situazione irripetibile» – Pagina 4 di 8 Pomigliano era descritta come una fabbrica «ingovernabile», che richiedeva uno strappo una tantum alle regole – è diventata «normalità» in tutti gli stabilimenti del gruppo. Senza nemmeno dover passare per altri referendum. Se non li chiede Fiat, alle sue condizioni, non si fanno. Ma ad un certto punto l’associazione delle imprese del settore – Federmeccanica – ha cercato di fare altrettanto, smettendo di riconoscere la Fiom come soggetto firmatario di contratto. Guarda caso, proprio dopo che il contratto nazionale firmato anche dalla Fiom – il 31 dicembre 2011 – era scaduto e il sindacato di Landini aveva già ottenuto massicci consensi sulla piattaforma da presentare per il rinnovo. Infine, l’art. 18. Questa «misura di civiltà» ha un solo significato pratico: consentire a ogni singolo lavoratore di comportarsi da essere umano – e non da schiavo riconoscente – davanti alle pretese o ai «comandi» dell’impresa. Far rispettare il contratto, segnalare i pericoli per la sicurezza, far pesare i propri interessi anche quando questi possono confliggere con quelli dell’azeinda. Non poter essere licenziati quando lo si fa, è una precondizione. Semplicemente necessaria. Come in altri paesi, con regole simili, magari con altri nomi e automatismi leggermente diversi. Poi, certo, parlerà un terribile «no tav» dal palco. Perché «democrazia al lavoro» significa far sentire la voce di chi – per giuste ragioni, non per capriccio «nimby» – ha qualcosa da obiettare all’unica «libertà» che sembra essere oggi legittima: quella dell’impresa. A domani, in piazza. La FIOM per tutte e tutti 06/03/2012 di Loris Campetti (il manifesto) Provate a immaginare un’elezione politica in cui i cittadini fossero liberi di votare soltanto per i partiti che hanno " id="pdf-obj-3-38" src="pdf-obj-3-38.jpg">

Provate a immaginare un’elezione politica in cui i cittadini fossero liberi di votare soltanto per i partiti che hanno

sottoscritto un impegno a sostenere Mario Monti e qualunque decisione della troika. Non sarebbe un’elezione ma una truffa. Peggio ancora, provate a pensare se le elezioni dei parlamentari fossero sostituite dalla nomina di onorevoli di fiducia decisa dai partiti sottoscrittori del patto. Più che una truffa, sarebbe la fine della democrazia. Ebbene, è quel che succede nelle fabbriche Fiat dove alla Fiom è impedito di svolgere attività sindacale perché colpevole di non aver sottoscritto un contratto aziendale che cancella il contratto nazionale dei metalmeccanici. Così si brucia un pezzo essenziale di democrazia, pur sospesa come quella italiana. È per questo che lo sciopero generale di venerdì prossimo indetto dalla Fiom e che porterà in piazza a Roma centinaia di migliaia di persone non riguarda soltanto i lavoratori Fiat o i metalmeccanici, ma l’intero paese. In un contesto politico generale segnato dalla «sospensione della democrazia» e in un contesto sociale segnato dalla disoccupazione e dalla precarietà di massa, dalla crescita delle diseguaglianze, dal tentativo di ridurre le battaglie democratiche a questioni di ordine pubblico come in Val di Susa, la giornata di venerdì sarà un termometro per misurare la febbre e gli anticorpi del paese. Rompere l’accerchiamento è la prima mossa per contrastare i piani dell’avversario e al tempo stesso le bugie e i silenzi della politica. Stanno tentando di cancellare la Fiom, tagliandole i viveri e ricattando chi aspetta di essere richiamato al lavoro, dove la condizione imposta da Marchionne ai lavoratori di Pomigliano per essere riassunti è che strappino quella maledetta tessera. Neanche negli anni Cinquanta i padroni si muovevano con tanta sfacciataggine. Oggi tocca alla Fiom, e domani? Inevitabilmente la giornata di venerdì porterà in piazza tutti i movimenti che si battono in difesa dei beni comuni, per la scuola pubblica, contro il precariato. In piazza San Giovanni chi difende i diritti dei lavoratori e, dunque, l’art. 18, si troverà fianco a fianco con chi

chiede un reddito di cittadinanza, un modo per rimandare al mittente i tentativi di dividere chi è più colpito dalla crisi e dalle ricette liberiste abbracciate dal governo Monti. Ci sarà l’associazionismo, Arci in testa, ci sarà il movimento per l’acqua pubblica, le associazioni territoriali in difesa dell’ambiente, quelle che difendono la Costituzione, in testa l’Anpi. Ci saranno tanti studenti che con un loro corteo che partirà dalla Sapienza si uniranno a quello centrale della Fiom – concentramento alle 9,30 in piazza Esedra – all’altezza della stazione Termini. Ci saranno i centri sociali e, naturalmente, le categorie e le Camere del lavoro della Cgil. Alcune di queste, lo Spi, la Filcams, la Cgil Emilia hanno sostenuto anche economicamente lo sforzo organizzativo dei metalmeccanici. Arriveranno in tanti i No Tav dalla Val di Susa e da tutto il paese perché le ragioni e la determinazione dei valsusini sono contagiose. Hanno già aderito organizzazioni come Libera, il Centro per la riforma dello stato, A Sud. Ci saranno i partiti extraparlamentari di sinistra e l’Italia dei valori, mentre il Pd si dice «preoccupato» per la presenza nel corteo dei valsusini. In casa Bersani è partita una sindrome da anni Settanta, o forse il Tav è un’alibi per chiamarsi fuori. Il Pd, è noto, non partecipa alle manifestazioni indette dagli «altri». La Fiom evidentemente rappresenta «gli altri». Ma chi sono «i loro»? In quanti arriveranno a Roma è un mistero. Certo è che metalmeccanici e amici della Fiom non conquisteranno la piazza romana viaggiando su treni speciali perché la stagione in cui le ferrovie erano un servizio collettivo a garanzia anche dei diritti democratici è finita: i costi dei treni sono inarrivabili, e tra le persone da ringraziare per il cambiamento di finalità del trasporto pubblico c’è Moretti, l’amministratore delegato di Ferrovie dello Stato che nella sua prima vita dirigeva la Cgil trasporti. La chiamano eterogenesi dei fini. Dunque, a Roma i meccanici arriveranno con centinaia di pullman, sono

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già 600 quelli prenotati senza contare i mezzi organizzati dalle associazioni e dai partiti che hanno aderito. In piazza San Giovanni ci saranno tutti i lavoratori, disoccupati, pensionati, studenti a cui si sta presentando il conto della crisi. Persone che pensano che il problema non sia come rendere più facili i licenziamenti ma gli ingressi al lavoro e sanno bene che più tardi i «vecchi» andranno in pensione, più tardi i «giovani» prenderanno il loro posto.

08/03/2012 (rifondazione.it)

sottoscritto un impegno a sostenere Mario Monti e qualunque decisione della troika. Non sarebbe un’elezione maCon la FIOM il 9 Marzo 08/03/2012 (rifondazione.it) di Angelo D'Orsi Ci avevano detto che il Mercato (con la maiuscola) aveva vinto la sua plurisecolare battaglia contro lo Stato. Che il denaro era ormai virtuale, e che l'economia era solo sequenze di numeri su un desktop. Ci avevano fatto credere, negli ultimi decenni, che di operai non ve ne fossero più. Che tutto stava diventando ceto medio (e che Bernstein aveva ragione, tanto quanto Marx aveva torto). E che, in definitiva, stavamo diventando, irresistibilmente, inevitabilmente, e addirittura facilmente, tutti più ricchi e dunque più felici, mettendo nel dimenticatoio la lotta di classe. Poi il giocattolo (di colpo, solo per chi non sapeva scorgere i sintomi di un malessere crescente) si è rotto. E innanzitutto abbiamo scoperto che gli operai esistono, e che svolgono un lavoro fisico, sfibrante, spesso pericoloso: furono i poveri corpi carbonizzati del dicembre 2007, negli altiforni delle Acciaierie ThyssenKrupp di Torino, a ricordarcelo, impietosamente. Con l'anno seguente il capitalismo entrò in crisi e si capì, da parte di qualche osservatore più perspicace, che non si trattava di una semplice crisi ciclica, e un po' alla volta si fece strada la percezione che si " id="pdf-obj-4-16" src="pdf-obj-4-16.jpg">

di

Angelo

D'Orsi

Ci avevano detto che il Mercato (con la maiuscola) aveva vinto la sua plurisecolare battaglia contro lo Stato. Che il denaro era ormai virtuale, e che l'economia era solo sequenze di numeri su un desktop.

Ci avevano fatto credere, negli ultimi decenni, che di operai non ve ne fossero più. Che tutto stava diventando ceto medio (e che Bernstein aveva ragione, tanto quanto Marx aveva torto). E che, in definitiva, stavamo

diventando,

irresistibilmente,

inevitabilmente,

e

addirittura

facilmente,

tutti

più

ricchi

e

dunque più felici, mettendo nel dimenticatoio la lotta di classe.

Poi il giocattolo (di colpo, solo per chi non sapeva scorgere i sintomi di un malessere crescente) si è rotto. E innanzitutto abbiamo scoperto che gli operai esistono, e che svolgono un lavoro fisico, sfibrante, spesso pericoloso:

furono i poveri corpi carbonizzati del dicembre 2007, negli altiforni delle Acciaierie ThyssenKrupp di Torino, a ricordarcelo, impietosamente. Con l'anno seguente il capitalismo entrò in crisi e si capì, da parte di qualche osservatore più perspicace, che non si trattava di una semplice crisi ciclica, e un po' alla volta si fece strada la percezione che si

era dinnanzi a una crisi di civiltà.

 

Perciò

oggi,

ancora

una

volta,

E

che,

gli operai

e

le

operaie

come tante volte abbiamo fatto

rimanevano figure essenziali, che

negli ultimi anni, dobbiamo stare

senza il loro lavoro l'economia si

dalla

parte

della

Fiom,

che

è

ferma.

Ma

intanto

gli

stessi

diventata

l'avanguardia

speculatori responsabili della crisi

cosciente e forte di quella classe

si dedicavano al ruolo di

operaia,

la

sola

«classe

«fallimentatori» di aziende sane,

generale», per dirla con Marx. E

di

«delocalizzatori»

in

paesi

che

solo

battendoci,

dietro

gli

esentasse e a manodopera a

stendardi della Federazione degli

bassissimo costo, e, se si

impiegati e degli operai

degnavano di rimanere là dove

metalmeccanici,

per

la

loro

le fabbriche erano state create,

causa, noi possiamo

e fatte crescere con il sudore, e

concretamente contribuire a dare

spesso il sangue,

di

tanti

una speranza

di

salvezza

lavoratori

e

lavoratrici,

lo

all'Italia:

a

chi

ha

il

lavoro ma

facevano mettendo in atto una

vede ogni giorno peggiorare le

politica di ricatto, di minacce, di

condizioni fisiche e contrattuali;

compressione

dei

salari,

di

a chi il lavoro aveva e ha perso,

riduzione dei diritti acquisiti, di

conservando al massimo

drastico

peggioramento

delle

l'illusione di riottenerlo; ai tanti,

condizioni di lavoro.

 

troppi giovani disoccupati senza

 

prospettiva;

a

tutti

coloro

che

A tutto questo, però, si cominciò

lavorano in condizioni di assoluta

a

opporre

una

sempre

più

precarietà; a tutti gli italiani e le

accanita

resistenza.

Furono

gli

italiane

che

intendono

evitare,

operai issati

sulle ciminiere, le

con la bancarotta economica, il

loro mogli incatenate ai cancelli,

tracollo sociale, e la catastrofe

furono i blocchi stradali, le piazze

civile e morale del paese.

ribollenti

di umanità

in marcia,

 

furono insomma le mille forme

 

Per un giorno,

il

9 marzo,

vecchie e nuove di contrasto

e

facciamoci tutti e tutte operai e

di

attacco.

E

se

all'inizio

operaie. E lottiamo, ciascuno nel

quest'azione composita e diffusa

suo ambito,

con

i

suoi

mezzi e

si dové a minoranze,

capacità,

e

tutti

coloro

che

rapidamente, con l'incancrenirsi

potranno

si rechino

a Roma,

ad

della crisi,

da

una

parte,

e

con

esprimere alla nazione la volontà

il

crescere

dell'arroganza

dei

di

testimoniare

il

significato

padroni (che intanto

pregnante

dell'articolo

1

della

cominciarono di nuovo a essere

nostra

Costituzione,

che

parla,

chiamati

di

nuovo

così)

e

com'è noto,

di una Repubblica

l'ostentazione del lusso e della

«fondata sul lavoro».

 

dissipatezza,

la

pratica

della

 

corruzione, la «normalizzazione» della disonestà, dall'altra, strati

 

da MicroMega 1/2012

 

sempre più ampi di popolazione

FIRMA L'APPELLO La società civile

capirono

che

la

lotta

di quegli

uomini e quelle donne era la loro

 

lotta. Era una lotta non

semplicemente in una vertenza

sindacale, ma per la

sopravvivenza

dello

 

stesso

   

tessuto sociale, per la salvezza

dell'economia,

e,

magari,

per

cominciare a porre seriamente il

 

problema

della

sua

necessaria

 

07/03/2012 (micromega)

 

trasformazione in senso sociale,

 

solidale e sostenibile.

Ossia, la

 

di Dario Fo , da MicroMega

 

lotta di classe, ritornata centrale,

1/2012

 

dimostrava vistosamente che gli

 

operai

difendendo

 

se

stessi,

 

Non bisogna mai dimenticarsi

 

difendevano

(e

difendono)

che il primo capoverso della

interessi

generali,

che

la

loro

nostra Costituzione recita:

causa era la causa di tutti, o se

«L’Italia è una Repubblica

si

vuole,

della

stragrande

democratica fondata sul lavoro».

maggioranza della popolazione.

 

Lavoro inteso come dignità di un sentirsi parte di una società che

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produce e si evolve. Far parte quindi di un progetto di arricchimento non solo materiale bensì morale, della gente. Questo articolo è invece dimenticato e calpestato.

Lo stesso governo tecnico di Monti ha iniziato varando una pesante manovra economica volta a colpire e tassare gli operai dimenticandosi di fatto la Costituzione e i suoi princìpi. Per questo sostengo la manifestazione del prossimo 9 marzo della Fiom: è fondamentale in questa fase prendere di petto la situazione, parlarne con attenzione e con una certa indignazione. Tra precarietà e attacchi al contratto unico nazionale stiamo annaspando e, contemporaneamente, precipitando in un punto di non ritorno.

Deve finire l’era di auspicare miracoli o di attendere passivamente un futuro più roseo: bisogna invece organizzarsi per una mobilitazione in tutela dei diritti del lavoro.

(7 marzo 2012)

07/03/2012 (micromega)

  • di Ascanio Celestini , da

MicroMega 1/2012

  • Ci sarà la manifestazione indetta

dalla Fiom e molti sono chiamati a intervenire, a manifestare, ad aderire fisicamente o da lontano. Così mi torna in mente quando il 15 ottobre decine di manifestanti hanno partecipato in maniera poco non violenta e i commentatori televisivi, i politici dei partiti e dei sindacati li hanno unanimemente condannati, ma solo pochissimi si sono chiesti cosa fosse davvero accaduto per le strade di Roma. Peraltro molti sapevano quello che sarebbe successo (ma su questo dato

bisognerebbe aprire un capitolo lungo e complicato). E comunque tutti avevano letto i titoli dei giornali nei giorni precedenti. «In piazza contro i banchieri», «È un movimento maturo che unisce alla rivolta le idee e le proposte per un cambiamento radicale», «Siamo tutti indignati», «Roma sarà invasa da una moltitudine di giovani a cui la politica sta togliendo tutto. Vogliono cambiarla. Aiutiamoli», «Gli indignati in piazza sfidano i politici» eccetera.

E poi cosa è successo? Qualcuno si ricorda che quella manifestazione doveva sfilare lontano dal Palazzo dove si era appena riconfermata la fiducia al governo Berlusconi? Sugli slogan del tipo «Noi la crisi non la paghiamo» o «Un altro mondo è possibile» siamo tutti d’accordo, ma che significano? Ha senso urlarli in piazza in una manifestazione che molto probabilmente si limiterà a una tranquilla passeggiata lontana dai palazzi del potere? Ha senso partecipare a un rito che si chiuderà con un comizio dove quegli slogan verranno ripetuti senza che cambi nulla? E infatti cos’è successo dopo?

Alla faccia dei titoli dei giornali oggi i banchieri stanno al governo, non c’è stato nessun cambiamento radicale e la politica continua a dirigere insieme all’economia i destini di milioni di persone. Si chiede un sacrificio per far ripartire produzione e consumo, quando molti di quei giovani (violenti e non) che stavano in strada il 15 ottobre vorrebbero consumare meno e produrre meglio. Non c’è un politico che parli di decrescita e tutti fanno a gara a dire la stessa cosa nel migliore dei modi. Una cosa che una volta era di destra, ma che oggi pare sia diventata l’unica. Il capitalismo ha provocato il disastro, ma contro questa disastrosa prospettiva ideologica nessuno si prende la responsabilità di dire qualcosa pur sapendo che da noi sta producendo disoccupazione e incertezza, mentre nei paesi davvero poveri produce guerre e schiavitù.

Quelli che hanno manifestato col

volto coperto sono pericolosi, sono da condannare, sono dannosi, sono sudati, brutti e cattivi, ma hanno vent’anni in un paese dove c’è un governo di professori universitari con un banchiere, un militare, un prefetto eccetera, insomma un gruppo di ragazzi con un’età media che supera i sessant’anni. Quello che ha lanciato l’estintore o quelli che hanno rotto le vetrine dei «compro oro» hanno vent’anni, nessuna prospettiva e una rabbia poco ideologica. Non sono lavoratori precari. Sono figli e fratelli minori dei precari. Sono quelli che non troveranno nemmeno un part-time a cinquecento euro.

Sono i nipoti dei vecchietti che li governano e dai loro nonni al potere non stanno ricevendo nessuna risposta. Condannarli o assolverli è compito dei giudici, non di giornalisti e politici, ma in attesa della prossima manifestazione bisognerebbe ricordarsi anche di quel 15 ottobre, di una domanda sconnessa e pericolosa alla quale non si è risposto.

(7 marzo 2012)

06/03/2012 di fabio sebastiani

bisognerebbe aprire un capitolo lungo e complicato). E comunque tutti avevano letto i titoli dei giornaliLa società civile con la Fiom (7 marzo 2012) Fiom contro il Pd: “Ma quale incoerenza. Non è da ieri che siamo No Tav". Tutti in piazza il 9 marzo 06/03/2012 di fabio sebastiani ”Noi siamo coerenti. Non capisco questa decisione. Se parla un No Tav per noi la manifestazione non cambia di segno. Poi rispettiamo la decisone di ogni forza politica e il Pd si prenderà le proprie responsabilità”. E’ molto diplomatico il leader della Fiom Maurizio Landini nel rispondere, nel corso della conferenza stampa di stamattina, al “domandone” sull’indicazione della segreteria del Pd di non parteciparre alla manifestazione di venerdì 9 marzo nel giorno Pagina 7 di 8 dello sciopero generale indetto dalla Fiom. La motivazione? Perché la Fiom rivendica il ”No alla Tav” e fa intervenire dal palco un esponente del movimento. Una diplomazia comunque molto netta e, se letta tra le righe, anche dura. ”Che la Fiom non sia d’accordo con le grandi opere non è da ieri tanto che al congresso del 2010 votammo tre documenti di appoggio ai No Tav - spiega Landini in tono molto accalorato - ai movimenti contro il nucleare e a quelli per l’acqua pubblica. Il 16 ottobre in piazza, con tanti esponenti politici non avevamo cambiato idea. Non è che si scopre ora che noi siamo No Tav”. Esponente No Tav? Dal palco di San Giovanni parlerà “il pericoloso estremista” presidente della Comunità montana di Val di Susa.“Un iscritto al Pd e che è stato sindaco”, puntualizza Landini in tono ironico. La risposta di Stefano Fassino è davvero “poco dialogante”. “La posizione in merito alla partecipazione alla manifestazione del 9 Marzo è cambiata, in quanto la manifestazione si è caricata anche di altri contenuti, in particolare la Tav, oggi al centro dell’agenda politica e causa di inaccettabili episodi di violenza”, ha detto in una nota l’esponente del Pd. Giorgio Cremaschi ironizza, a magine della conferenza stampa: “Non partecipa il Pd? Allora l’iniziativa riuscirà sicuramente”. Tutta questa enfasi sulla No Tav non può comunque oscurare gli altri temi dell’iniziativa della Fiom, che è stata chiamata, appunto, “Democrazia al lavoro”. Che poi vuol dire vicenda Fiat; e passiamo qui al secondo “dente dolente” del Pd: il rispetto dei diritti del mondo del lavoro, e quindi della Costituzione della Repubblica italiana. La Fiom è molto chiara su questo punto: i lavoratori sono stati lasciati soli sia dalla politica che dal Governo. In un frangente in cui la Fiat sta mettendo in discussione, con l’esclusione della Fiom dai siti produttivi, il diritto delle tute blu a scegliersi il sindacato che preferiscono. E questo non può non richiamare l’altro punto qualificante della piattaforma del " id="pdf-obj-6-25" src="pdf-obj-6-25.jpg">

”Noi siamo coerenti. Non capisco questa decisione. Se parla un No Tav per noi la manifestazione non cambia di segno. Poi rispettiamo la decisone di ogni forza politica e il Pd si prenderà le proprie responsabilità”. E’ molto diplomatico il leader della Fiom Maurizio Landini nel rispondere, nel corso della conferenza stampa di stamattina, al “domandone” sull’indicazione della segreteria del Pd di non parteciparre alla manifestazione di venerdì 9 marzo nel giorno

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dello sciopero generale indetto dalla Fiom. La motivazione? Perché la Fiom rivendica il ”No alla Tav” e fa intervenire dal palco un esponente del movimento. Una diplomazia comunque molto netta e, se letta tra le righe, anche dura. ”Che la Fiom non sia d’accordo con le grandi opere non è da ieri tanto che al congresso del 2010 votammo tre documenti di appoggio ai No Tav - spiega Landini in tono molto accalorato - ai movimenti contro il nucleare e a quelli per l’acqua pubblica. Il 16 ottobre in piazza, con tanti esponenti politici non avevamo cambiato idea. Non è che si scopre ora che noi siamo No Tav”. Esponente No Tav? Dal palco di San Giovanni parlerà “il pericoloso estremista” presidente della Comunità montana di Val di Susa.“Un iscritto al Pd e che è stato sindaco”, puntualizza Landini in tono ironico. La risposta di Stefano Fassino è davvero “poco dialogante”. “La posizione in merito alla partecipazione alla manifestazione del 9 Marzo è cambiata, in quanto la manifestazione si è caricata anche di altri contenuti, in particolare la Tav, oggi al centro dell’agenda politica e causa di inaccettabili episodi di violenza”,

ha detto in una nota l’esponente

del Pd. Giorgio Cremaschi ironizza, a magine della conferenza stampa: “Non partecipa il Pd? Allora l’iniziativa riuscirà sicuramente”. Tutta questa enfasi sulla No Tav non può comunque oscurare gli altri temi dell’iniziativa della Fiom, che è stata chiamata, appunto, “Democrazia al lavoro”. Che poi vuol dire vicenda Fiat; e passiamo qui al secondo “dente dolente” del Pd: il rispetto dei diritti del mondo del lavoro, e quindi della Costituzione della Repubblica italiana. La Fiom è molto chiara su questo punto: i lavoratori sono stati lasciati soli sia dalla politica che dal Governo. In un frangente in cui la Fiat sta mettendo in discussione, con l’esclusione della Fiom dai siti produttivi, il diritto delle tute blu a scegliersi il sindacato che preferiscono. E questo non può non richiamare l’altro punto qualificante della piattaforma del

sindacato: il “No” alla riscrittura dell’Art. 18. “Il punto non è se sono con la Fiom (rivolgendosi al Pd, ndr), ma ciò che denunciamo”, ossia che ”siamo di fronte a vere e proprie discriminazioni e al non rispetto della libertà”. Il corteo di venerdì a Roma partirà da piazza della Repubblica intorno alle 9.30 e arriverà a piazza San Giovanni. La macchina organizzativa è a pieni giri, se non fosse per il prezzo esorbitante chiesto da Trenitalia, fino a 100mila euro per un treno notturno dalla Sicilia. Praticamente il prezzo del biglietto ordinario. E’ anche questa una faccia, sgradevole, della privatizzazione dei binari, come sottolinea Francesca Re David, responsabile dell’Organizzazione della Fiom, oppure è una ritorsione di Trenitalia per la posizione “No Tav" della Fiom? La presa di distanze del Pd ha scatenato, ovviamente, le manifestazioni di solidarietà. Tra le prime ad arrivare, quelle da dentro il sindacato. E così, mentre Susanna Camusso non potrà prendere parte all’iniziativa in quanto impegnata a New York con le donne dell’Onu, sul tavolo della Fiom piovono le adesioni di due categorie importanti come Fp-Cgil e Flc-Cgil. “Lo sciopero generale indetto dalla Fiom ha il nostro sostegno come tutte le giuste rivendicazioni che la Cgil sta mettendo in campo sul fronte della tutela dei diritti dei lavoratori“, dice Rosanna Dettori, segretaria generale del sindacato del pubblico impiego. che riconosce alle tute blu il valore di una battaglia “per tutto il mondo del lavoro”. La Fp-Cgil giudica la vicenda Fiat come ”la vergognosa vicenda di Pomigliano che vede i lavoratori iscritti alla Cgil lasciati fuori dalla produzione”. “Non può essere affrontata come una normale trattativa sindacale”.

A fianco alle tute blu ci saranno anche i lavoratori della conoscenza della Flc-Cgil. Tra i primi a far arrivare l’adesione, quelli dell’Emilia-Romagna. “Ci saremo perchè non accettiamo lo scambio diritti-lavoro, perchè riteniamo sbagliato mettere i lavoratori di fronte alla scelta di perdere il posto di lavoro o accettare una condizione servile del proprio lavoro con diritti dimezzati”, si legge in un loro comunicato. Anche lo Spi-Cgil parteciperà alla manifestazione. “I pensionati sono sempre al fianco dei lavoratori in lotta – dichiara il segretario generale Spi-Cgil Carla Cantone – e per questo venerdì saremo in piazza insieme alla Fiom e alla Cgil in difesa del contratto nazionale, dell’occupazione, della democrazia sindacale e dei diritti di rappresentanza”. Nel bilancio, tutto in “rosso", del Pd per quanto riguarda il sofferto “dossier Fiom”, va incluso l’incontro tra una rappresentanza delle donne Fiat, composta da numerose lavoratrici dei principali stabilimenti italiani e da esponenti sindacali della Fiom e la presidente del gruppo del Pd Anna Finocchiaro (insieme a una nutrita rappresentanza). L’incontro, organizzato dalla senatrice Carloni, prima firmataria di tre interrogazioni parlamentari, sottoscritte da numerosi senatori, è stato promosso tenendo conto dell’appello al ministro Fornero delle lavoratrici Fiat contro l’accordo del 13 dicembre 2011 che, secondo le testimonianze delle dirette interessate, “peggiora le condizioni di lavoro delle donne e aumenta il divario tra lavoratrici e lavoratori, ledendo la legislazione vigente e i principi di parità sanciti dalla Costituzione italiana e riaffermati dalle normative europee”. Finocchiaro ha rimarcato “l’impegno del Pd affinché

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vengano verificate e cancellate le norme gravemente discriminatorie nei confronti dei lavoratori, con particolare riguardo alla tutela della maternità e della paternità e alla conciliazione tra lavoro e responsabilità familiari, nonchè al diritto alla salute, principi questi di civiltà irrinunciabili”.

08/03/2012 di red. (il manifesto)

sindacato: il “No” alla riscrittura dell’Art. 18. “Il punto non è se sono con la FiomUna marea di firme! 08/03/2012 di red. (il manifesto) La Federazione della sinistra lancia una campagna a difesa dell’art. 18. Parte infatti una petizione popolare – già domani, in occasione dello sciopero generale dei metalmeccanici. Ecco il testo: « Noi sottoscritti/e consideriamo l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori una norma di civiltà. L’obbligo della reintegra di chi viene ingiustamente licenziato è garanzia per ogni singolo lavoratore ed è al tempo stesso il fondamento per l’esercizio dei diritti collettivi delle lavoratrici e dei lavoratori, a partire dal diritto a contrattare salario e condizioni di lavoro dignitose. Se l’articolo 18 fosse manomesso ogni lavoratrice e ogni lavoratore sarebbe posto in una condizione di precarietà e di ricatto permanente, essendo licenziabile arbitrariamente da parte del datore di lavoro. Se l’articolo 18 fosse manomesso verrebbero minate in radice le agibilità e libertà sindacali. Per questo motivo va respinta ogni ipotesi di manomissione o aggiramento dell’articolo 18. L’articolo 18 va invece esteso a tutte le lavoratrici e i lavoratori nelle aziende di ogni dimensione». " id="pdf-obj-7-16" src="pdf-obj-7-16.jpg">

La Federazione della sinistra lancia una campagna a difesa dell’art. 18. Parte infatti una petizione popolare – già domani, in occasione dello sciopero generale dei metalmeccanici.

Ecco il testo: « Noi sottoscritti/e consideriamo l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori una norma

  • di civiltà. L’obbligo della

reintegra di chi viene

ingiustamente licenziato è

garanzia per ogni singolo lavoratore ed è al tempo stesso il fondamento per l’esercizio dei diritti collettivi delle lavoratrici e dei lavoratori, a partire dal diritto a contrattare salario e condizioni

  • di lavoro dignitose.

Se l’articolo 18 fosse manomesso ogni lavoratrice e ogni lavoratore sarebbe posto in una condizione

  • di precarietà e di ricatto

permanente, essendo licenziabile arbitrariamente da parte del datore di lavoro. Se l’articolo 18 fosse manomesso verrebbero minate in radice le agibilità e libertà sindacali. Per questo motivo va respinta ogni ipotesi di manomissione o aggiramento dell’articolo 18. L’articolo 18 va invece esteso a tutte le lavoratrici e i lavoratori nelle aziende di ogni dimensione».