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Una risposta al contributo Satta - Camboni Sulla Direzione del 9 marzo 2013

UNA RISPOSTA AL CONTRIBUTO DEI COMPAGNI DI SASSARI SULLA DISCUSSIONE DELLA DIREZIONE DEL 9 MARZO 2013
I compagni Camboni e Satta della sezione di Sassari giudicano desolante e assolutamente inadeguato l'indirizzo politico emerso dall'ultima direzione nazionale del PCL. E' un loro diritto. Ma gli argomenti che portano e la linea alternativa che propongono sono a nostro avviso, nel loro tratto di fondo, profondamente sbagliati. Si fondano su un'analisi distorta della realt e rischiano di condurre, al di l delle intenzioni, ad un impostazione velleitaria della nostra politica: sia nel rapporto con la classe sia sul terreno della costruzione reale del PCL. Siccome i compagni di Sassari sono militanti leali e marxisti rivoluzionari sperimentati, che conducono per molti aspetti un lavoro di massa esemplare nella loro realt, giusto e corretto replicare seriamente ai loro argomenti, fuori da ogni atteggiamento di sufficienza o indifferenza. Cogliendo magari l'occasione di ritornare, pi in generale, su alcuni aspetti della nostra politica e della costruzione del PCL. Andiamo per ordine. Il documento dei compagni Camboni e Satta sviluppa un argomentazione molto ampia e strutturata, che ci pare sintetizzabile (schematicamente) in alcune tesi di fondo: La catastrofe economica e sociale capitalistica ha prodotto anche in Italia, come negli altri Paesi, un processo di radicalizzazione della classe operaia (tendenza alla radicalizzazione rivoluzionaria delle masse) e di scompaginamento del blocco reazionario (decomposizione o disgregazione del blocco sociale berlusconiano) La devastazione della coscienza socialista dei lavoratori ha fatto s che questa radicalizzazione della classe operaia, congiunta alla crisi della borghesia, si esprima sul terreno elettorale nel voto operaio al Movimento a 5 Stelle: un movimento della piccola borghesia assimilabile agli indignados spagnoli dal contenuto niente affatto reazionario. Il compito del PCL deve essere quello di saper costruire una direzione alternativa riv oluzionaria del movimento operaio nel breve periodo. E non di negare la possibilit della lotta rivoluzionaria e di considerare scontata o acquisita la vittoria della reazione, come sembra emergere da molti interventi dei compagni della Direzione e dal loro pessimismo di fondo. Che scivola nel disfattismo antirivoluzionario Per costruire la direzione alternativa rivoluzionaria della classe operaia occorre concentrare l'impiego di tutte le energie nell'intervento nelle lotte della classe oper aia, pi che pianificare la partecipazione alle elezioni o intervenire sulla base e i militanti del PRC. La stessa conquista di militanti di base dell'estrema sinistra in dissoluzione passa per la conquista della direzione delle lotte da parte del partito. La pianificazione centrale dell'intervento nelle lotte della classe operaia passa per una adeguata strutturazione organizzativa e iniziativa politica: tra cui fogli locali di agitazione per l'intervento di fabbrica, da affiancare al giornale, e l'istruzione di una guardia di difesa operaia quale embrione della futura guardia rossa. Questa impostazione d'insieme ci pare profondamente deviante. Naturalmente, in un documento cos ampio, possibile rintracciare osservazioni interessanti, sollecitazioni positive, appunti critici condivisibili su nostri ritardi o difficolt. Su cui peraltro proprio la Direzione solita soffermarsi, spesso impietosamente, e su cui sar chiamato a riflettere, a breve, il

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nostro prossimo congresso. Ma la linea che viene proposta dai compagni Camboni e Satta, nel suo complesso organico, non solo non risponde ai nostri problemi reali. Ma rischia di rimuoverli (e persino di aggravarli) sulla base di uno schema ideologico astratto. Nel quale lo slancio rivoluzionario- assolutamente onesto e sincero- prevale sull'analisi dialettica della realt e della sua complessit. Con un danno alla costruzione reale del partito rivoluzionario e dunque alla prospettiva rivoluzionaria.

CATASTROFE E RIVOLUZIONE. CRISI CAPITALISTA E LOTTA DI CLASSE IN ITALIA. I compagni Camboni e Satta aprono il loro documento affermando che tutta la nostra azione come partito deve essere orientata allo scopo di trasformare la crisi capitalista in rivoluzione socialista. Questo concetto giustissimo. E' il fondamento stesso del nostro partito. E non affatto banale riaffermarlo. Solo la rivoluzione pu cambiare le cose: elevare la coscienza delle masse e innanzitutto della loro avanguardia alla comprensione di questa verit il cuore della nostra politica. Peraltro questo il taglio che ha ispirato e ispira ogni nostro intervento, volantino, comizio, articolo, polemica, su qualsivoglia terreno (politico, sindacale, elettorale, di movimento..). L'attualit storica della rivoluzione socialista, a fronte delle crisi storica del capitalismo e del riformismo, la cifra stessa del PCL. E per molti aspetti, oggi pi di ieri, della sua stessa riconoscibilit pubblica. Ma lo sviluppo dell'intervento rivoluzionario non pu prescindere dall'analisi marxista della realt e della dinamica della lotta di classe. In tutte le sue oscillazioni e contraddizioni. Nel suo mutevole rapporto con la crisi capitalista. Nel suo intreccio con la crisi politica della borghesia. Nella sua relazione con possibili fenomeni reazionari. Far questo non significa affatto essere pessimisti verso la possibilit della rivoluzione. Tanto meno negarla(?!) e scivolare nel disfattismo antirivoluzionario (?!). Significa invece armare l'ottimismo della volont rivoluzionaria col metodo dialettico. Proprio nell'interesse della rivoluzione e della costruzione del partito. Sul rapporto tra crisi capitalista e lotta di classe il PCL ha sviluppato un approfondimento specifico a pi riprese, soprattutto in occasione della Conferenza nazionale sui temi internazionali e la crisi del CRQI. In quella sede, come gi nel nostro secondo congresso, il nostro partito non ha affatto teorizzato l'irrilevanza della crisi capitalista dal punto di vista della prospettiva rivoluzionaria: perch la crisi storica del capitalismo , in ultima analisi, il principale fattore rivoluzionario. Tanto meno ha teorizzato quella relazione meccanica capovolta tra crisi e rivoluzione che i compagni Camboni e Satta (assurdamente) ci attribuiscono: secondo cui, fata lmente, la crisi economica sposterebbe le masse a destra. Abbiamo invece detto un'altra cosa: che una crisi capitalista (che va sempre colta nelle sue contraddizioni e disomogeneit) non genera DI PER SE' la radicalizzazione delle masse. Ma genera risultanti diverse e persino opposte a seconda della sua interazione coi mutevoli fattori della vita politica nazionale e con la dinamica della lotta di classe. Ad esempio pu favorire la radicalizzazione di massa quando incrocia una dinamica ascendente del movimento operaio e del ciclo delle sue lotte (v. l'impatto radicalizzante sulla classe operaia italiana della crisi recessiva del 1974/1975). Pu invece ostacolarla quando irrompe in una parabola

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discendente del movimento operaio (v. ad esempio l'impatto deprimente sul proletariato russo della crisi economica del 1907 dopo la sconfitta la rivoluzione del 1905). Peraltro questa impostazione dialettica del rapporto tra crisi economica e lotta di classe non un invenzione originale del PCL. E' la lezione di Lenin e di Trotsky nella loro battaglia internazionale contro la teoria dell'offensiva del 1921 (dove una minoranza dell'internazionale e del partito russo connetteva la crisi capitalista con l' offensiva permanente della rivoluzione). E soprattutto la ma gistrale polemica di Trotsky contro le tesi staliniane del Terzo Periodo del 29 -33 (che teorizzavano l'imminenza della rivoluzione come portato della crisi e sviluppavano una disastrosa politica ultrasinistra ). I compagni Camboni e Satta ripropongono legittimamente il punto di vista di minoranza che sostennero alla Conferenza internazionale del PCL (punto di vista che, per essere precisi, si discosta nettamente su diversi aspetti dalle posizioni del PO, come sulla natura della Cina). Da qui l'insistenza centrale dei compagni sulla connessione tra catastrofe e radicalizzazione rivoluzionaria. Disgraziatamente proprio il quadro di verifica prescelto dal loro testo ne rappresenta la pi efficace confutazione: perch proprio l'evoluzione della lotta di classe in Italia negli ultimi 5 anni la migliore smentita del rapporto diretto tra crisi capitalista e radicalizzazione di massa. Guardiamo in faccia la realt. L'Italia stata investita frontalmente, per 5 anni, dalla crisi capitalistica internazionale ed europea. Cinque anni di crisi capitalista hanno prodotto la crisi sociale pi profonda dell'intero dopoguerra, con un attacco senza precedenti alle conquiste e ai diritti del lavoro salariato, privato e pubblico. Questa crisi ha investito gli assetti politici della borghesia, ha minato le basi di consenso dei suoi partiti dominanti, ha disarticolato i loro blocchi sociali di riferimento, ha causato la caduta di governi, ha dissestato l'equilibrio del vecchio bipolarismo borghese. In una parola ha precipitato la crisi della Seconda Repubblica, come la stessa crisi politica in corso documenta nel modo migliore. E' un punto centrale dell'analisi del PCL. Ma a questa crisi sociale e politica delle classi dominanti e del loro sistema non ha affatto corrisposto un'ascesa della classe operaia, del suo livello complessivo di risposta e mobilitazione. Questo il punto. Dire come fanno i compagni Camboni e Satta che Non c' praticamente regione dello stato italiano in cui non ci siano proteste, agitazioni, lotte di lavoratori del settore pubblico e privato significa sostituire l'analisi marxista con l'impressionismo retorico. Le lotte ci sono sempre, com' naturale, tanto pi in un quadro di crisi drammatica che passa per la chiusura di centinaia di aziende. Ma la domanda : queste lotte disegnano, nel loro insieme, una curva generale ascendente del movimento operaio, o descrivono un processo di resistenza atomizzata dentro una dinamica di arretramento complessivo? La risposta nei fatti. Nei 5 anni della crisi capitalista il livello COMPLESSIVO di mobilitazione della classe lavoratrice stato minore -secondo tutti gli indicatori - di quello registrato negli anni precedenti la crisi (v. mobilitazioni del 2002/2003 contro Confindustria e Berlusconi). Sia nel settore pubblico (nella misura pi netta), sia nel settore privato. E questo pur in presenza di un attacco padronale e governativo assai pi elevato (licenziamenti di massa, cacciata della FIOM dalle fabbriche, distruzione di conquiste e diritti contrattuali ..). E di una crisi politica e di consenso delle classi dominanti molto pi profonda. In altri termini: la crisi di consenso delle politiche borghesi ha assunto, su scala generale, la forma prevalente del rigetto passivo, non della radicalizzazione attiva.

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Perch accaduto? Per diversi fattori. Ma soprattutto perch la crisi capitalista si abbattuta sul movimento operaio italiano dopo una lunga stagione di arretramenti e nel momento della sua parabola politica discendente (riflusso delle mobilitazioni anti Berlusconi del 2002/2003, fase di pacificazione concertata sotto il governo Prodi con la precipitazione dei livelli di sciopero, delusione politica per l'esperienza Prodi..). E ha finito cos con l'amplificarne gli effetti, col peso materiale della propria pressione sociale disgregatrice. Nei tre anni di Berlusconi, la difficolt della mobilitazione sul terreno economico sociale stata in parte compensata dalla radicalizzazione politica antiberlusconiana del popolo della sinistra (non delle masse pi larghe, come dimostra il tasso di partecipazione agli scioperi). Col governo Monti la difficolt si accentuata proprio nel momento della massima precipitazione dell'attacco avversario. Era inevitabile questa dinamica generale? Certamente no. Tanto pi dentro il quadro della crisi capitalista e dei suoi effetti disgregatori, il ruolo della direzione centrale. E la burocrazia sindacale della CGIL in particolare ha avuto un ruolo decisivo nel disarmo della classe operaia di fronte alla crisi: non solo rifiutando ogni reale opposizione sociale, ma boicottando e ostruendo scientificamente ogni possibile canale di ripresa di massa, di unificazione del fronte e di controffensiva operaia (v. il sabotaggio del movimento di lotta a difesa dell'art.18 della primavera 2012). Mentre il gruppo dirigente della FIOM stato totalmente incapace di assumersi una responsabilit di direzione alternativa: a partire dalla mancata occupazione degli stabilimenti Fiat di Termini Imerese nel 2009 e dalla dispersione delle potenzialit di svolta espresse dal voto operaio di Fiat Pomigliano. Al tempo stesso indicativo che la burocrazia abbia utilizzato a proprio vantaggio quei sentimenti di sfiducia e demoralizzazione che la sua stessa politica alimentava. Riuscendo a sottrarsi per questa via, su scala generale, a contestazioni frontali (autunno dei bulloni del 92, o simili). Sfiducia diffusa verso la burocrazia sindacale e mancata rivolta contro la burocrazia sindacale sono, nella loro combinazione, un riflesso dello stato d'animo delle masse.

RIPRESA REAZIONARIA E INSTABILITA' POLITICA. IL NUOVO FENOMENO BERLUSCONI. Il congiungersi della crisi capitalista, della crisi politica della borghesia, della crisi del movimento operaio, ha prodotto un contraccolpo politico: la ricomposizione, in forme diverse, di un blocco reazionario. Instabile, contraddittorio, ma reale. La ripresa di Berlusconi, e lo sfondamento del movimento 5 Stelle si collocano in questo quadro. I compagni Camboni e Satta negano questa realt. Ma proprio i loro argomenti, paradossalmente, la confermano. Certo. Come la Direzione ha rilevato, il PDL e il blocco di centrodestra hanno subito un tracollo elettorale rispetto al dato del 2008, ben superiore a quello registrato dal centrosinistra. L'esperienza del governo Berlusconi e gli effetti della crisi capitalista sul suo tradizionale blocco sociale sono stati profondi. Ma il dato politico scaturito dal voto di febbraio, non la consistenza della perdita elettorale del PDL. E', all'opposto, il rapido e straordinario recupero realizzato da Berlusconi rispetto alla massima precipitazione elettorale e politica della sua crisi dei mesi precedenti. Un Berlusconi

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dato da tutti i sondaggi a novembre 2012 attorno al 12/15% ha recuperato in pochi mesi diversi milioni di voti, lambendo -seppur in discesa- un clamoroso sorpasso sul centrosinistra e ricompattando un PDL in piena crisi di disgregazione. Quale stato il fattore di questa ripresa berlusconiana? Una dissociazione spregiudicata e clamorosa dal governo Monti, dall'unit nazionale, e dalla politica di austerit. Berlusconi ha capitalizzato in parte a proprio vantaggio la sofferenza delle classi medie e la disperazione sociale di ampi strati popolari immiseriti (campagna sulla restituzione dell'IMU), che non hanno trovato nel movimento operaio un punto di riferimento alternativo. In altri termini: dentro la crisi capitalista, Berlusconi ha capitalizzato la crisi del movimento operaio, rimontando sulla propria crisi; sino a configurarsi oggi come possibile (probabile?) vincitore di eventuali elezioni politiche anticipate. Si pu non cogliere l'enormit di questo fatto, che peraltro nessuno di noi aveva previsto? I compagni Camboni e Satta cercano di relativizzarlo con una lettura retrospettiva. Affermano che non si doveva sopravvalutare in partenza il significato della crisi del governo Berlusconi perch questo fu rovesciato non da una rivolta di massa bens da una risposta di vertice della borghesia italiana ed europea. Ma il fatto che Berlusconi sia stato rovesciato da un operazione del capitale finanziario, e non dal movimento operaio(e che anche per questo abbia preservato lo zoccolo duro del suo blocco sociale) non per l'appunto un riflesso della crisi del movimento operaio e della sua risposta di mobilitazione di fronte alla crisi?

IL PROGETTO REAZIONARIO DEL MOVIMENTO 5 STELLE La divergenza con i compagni Camboni e Satta pi netta e politicamente pi rilevante sulla caratterizzazione del Movimento 5 Stelle e sul significato del suo sfondamento in rapporto alla dinamica della lotta di classe. In primo luogo i compagni rimuovono totalmente dalla propria analisi il progetto politico della leadership Casaleggio-Grillo. E' vero che nel caratterizzare un movimento politico non ci si pu limitare ai suoi programmi e alle proclamazioni ideologiche dei suoi capi (cosa che nessuno di noi fa). Ma non marxista prescinderne. Il programma Casaleggio un programma sociale e politico reazionario. Socialmente rivendica l'abbattimento del peso parassitario di 19 milioni di pensioni e di 4 milioni di pubblici dipendenti, per liberare le risorse necessarie per tagliare l'Irap ai padroni: con la proposta di un reddito di cittadinanza come parziale indennizzo compensativo della spoliazione del lavoro o della pensione. Politicamente punta alla conquista del potere politico in monopolio, con la soppressione di tutti i partiti, dei sindacati, dei cosiddetti corpi intermedi. La rivendicazione dell'abolizione del sindacato (roba dell'800) non ha niente a che ve dere con la denuncia delle burocrazie, anche se naturalmente la usa: si tratta della ESPLICITA rivendicazione della trasformazione dei lavoratori in azionisti individuali del capitale d'impresa e per questa via della cancellazione della loro rappresentanza sindacale come strumento di rappresentanza collettiva. La giunta Pizzarotti che a Parma rifiuta di incontrare i sindacati dei lavoratori comunali, a partire dalla loro RSU, nel nome della relazione diretta con i singoli dipendenti (nel momento stesso in cui taglia il loro stipendio per pagare gli interessi alla banche) si colloca dentro questo progetto ideologico reazionario. Un progetto ideologico fondato sulla mitologia della Rete quale nuovo e unico universo

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delle relazioni umane, impegnata in una guerra contro il resto del mondo. Un progetto intriso di riferimenti ideologici irrazionali e apocalittici tipici delle culture reazionarie (la terza guerra mondiale dell'Occidente guidato dalla Rete contro l'Oriente..), ispirato da un guru megalomane e dalla sua setta. Si pu ignorare tutto questo? Si pu considerarlo irrilevante, proprio nel quadro della crisi politica congiunta della borghesia e del movimento operaio? I compagni Camboni e Satta affermano che nessuno dei tratti propri del movimento reazio nario di massa determinati storicamente presente nel movimento 5 Stelle. Sbagliano. Un tratto comune non sufficiente in s, ma essenziale - proprio il carattere reazionario, antiproletario e antidemocratico, del suo progetto e della sua direzione. Ci non significa assimilare il M5S ad altri movimenti reazionari di massa, come il boulangismo francese di fine 800, n equipararlo a un movimento fascista o semifascista. Perch ad oggi assente nel grillismo il fattore della violenza squadrista. E perch il movimento fascista come movimento di massa si manifesta normalmente come reazione speculare a una rivoluzione proletaria fallita o ad un'ascesa rivoluzionaria (il movimento squadrista dopo il fallimento del biennio rosso in Italia del 19/20; il movimento nazista dopo il ripetuto fallimento di tentativi e dinamiche rivoluzionarie nella Germania degli anni 20; Alba Dorata in Grecia o i movimenti salafiti in Egitto e Tunisia, dentro le convulsioni di una situazione prerivoluzionaria o dell'arretramento della prima ondata della rivoluzione..). Ma detto questo non vedere l'elemento ideologico totalitario nel movimento 5 Stelle, non coglierne la natura e pericolosit proprio nel cuore della crisi capitalista, della crisi politica borghese, della crisi del movimento operaio; e addirittura assimilare il suo humus culturale ai movimenti progressisti degli indignados spagnoli o dei no global, significa compiere un errore d'analisi molto profondo.

PICCOLA BORGHESIA E PROLETARIATO. FORCONI, PASTORI E 5 STELLE Questo errore non casuale. E' il portato dell'analisi generale che i compagni fanno della dinamica della lotta di classe dentro la crisi. Lo schema sembra essere: siccome c' la crisi capitalista e dunque la tendenza alla radicalizzazione rivoluzionaria delle masse, non pu esservi ricomposizione di un blocco reazionario, tanto meno potenzialmente vincente. Se i fatti contraddicono la teoria... tanto peggio per i fatti. La lotta coi fatti si riverbera nella stessa caratterizzazione della natura sociale del M5S dentro la dinamica della lotta di classe. I compagni Camboni e Satta caratterizzano il M5S come un movimento della piccola borghesia che ha trascinato con s anche settori considerevoli del proletariato. Questa caratterizzazione, con qualche approssimazione, fondamentalmente corretta. Ma il fatto che considerevoli settori del proletariato si muovano a rimorchio della piccola borghesia non riflette esattamente la crisi dell'opposizione sociale proletaria? Un proletariato che sale nei livelli di mobilitazione tende a trascinare con s e attorno a s importanti settori della piccola borghesia, in particolare i loro strati inferiori. All'opposto, un proletariato che stagna o indietreggia, dentro la crisi capitalista, esposto

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pi facilmente al richiamo di egemonie piccolo borghesi. Di pi: apre alla piccola borghesia pi ampi spazi di manovra nella lotta di classe, magari in contraddizione con la borghesia, ma per lo pi contro i lavoratori. Il parallelo che i compagni Camboni e Satta fanno tra il ruolo del M5S e quello dei Forconi in Sicilia o del Movimento dei Pastori in Sardegna molto indicativo. Non perch sia del tutto infondato. Ma perch dimostra l'esatto opposto di quanto i compagni teorizzano. Sia coi Forconi, sia col movimento dei pastori sardi, strati superiori delle classi medie hanno organizzato attorno a s settori inferiori della piccola borghesia ed anche (specie in Sicilia) settori popolari proletari e semiproletari, sulla base dei propri interessi di classe e in contrapposizione agli interessi dei lavoratori (richiesta di privilegi fiscali e di concessioni liberiste per il grande trasporto in Sicilia, rivendicazione paracoloniale delle zone franche in Sardegna..). E vi sono riusciti esattamente grazie al quadro di passivizzazione sociale (Sicilia) o disperazione sociale (Sardegna) del grosso del movimento operaio, colpito dalla crisi, abbandonato alla propria solitudine (v. Sulcis), privato di un riferimento alternativo credibile. Cosa dimostra l'egemonia della piccola borghesia sul proletariato se non la crisi del movimento operaio? Esattamente questa dinamica illustra, su un piano diverso, le ragioni dello sfondamento elettorale del M5S nel mondo del lavoro e nella classe operaia industriale. In altri paesi capitalisti colpiti dalla crisi, l'ascesa della mobilitazione di massa della classe operaia ha trovato il proprio riflesso elettorale, distorto, nelle formazioni (riformiste) della sinistra politica. L'ascesa della nuova socialdemocrazia di Syriza in Grecia, e il forte sviluppo che tutti i sondaggi attribuiscono alla formazione riformista di Izquierda Unida in Spagna, registrano lo spostamento a sinistra, nel vivo di enormi mobilitazioni contro l'austerit, di ampi settori proletari. Che ancora non approdano al marxismo rivoluzionario, ma si contrappongono ai partiti borghesi e cercano confusamente un'uscita a sinistra dalla crisi. L'ascesa elettorale della sinistra politica il termometro della radicalizzazione sociale di un proletariato in lotta. Un'espressione contraddittoria dell'indipendenza di classe e di una aspirazione anticapitalista. In Italia assistiamo a una dinamica profondamente diversa, e per molti aspetti opposta. La crisi profonda del movimento operaio e dei suoi livelli di mobilitazione, dentro la crisi autodistruttiva di una sinistra politica residuale, ha dirottato la disperazione sociale di ampi settori operai verso un movimento piccolo borghese: non solo totalmente estraneo al movimento operaio, alle sue lotte, alle sue organizzazioni, ma guidato da una setta reazionaria su un programma reazionario. Presentare l'avanzata del M5S come un riflesso della tendenza alla radicalizzazione rivoluzionaria della classe operaia, significa esprimere una visione capovolta della realt. Significa conf ondere un espressione indubbia della crisi politica della borghesia italiana con un espressione dell'avanzata del movimento operaio. Che cosa profondamente diversa.

COSCIENZA SOCIALISTA E COSCIENZA DI CLASSE Il successo del M5S tra i lavoratori riflette in particolare un lato importante della crisi del movimento operaio italiano: l'arretramento della sua coscienza politica sul terreno del riconoscimento delle proprie ragioni sociali indipendenti.

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Sulla questione della coscienza operaia il documento dei compagni Camboni e Satta ci pare molto confuso: citano ripetutamente la devastazione della coscienza socialista dei lavoratori come causa del successo elettorale grillino. Spiegano: Non ci troviamooggi di fronte al proletariato dell'autunno caldo o della lotta dell'80 alla Fiat, che aveva ben chiara come prospettiva il rovesciamento del capitalismo e l'instaurazione del socialismoQuesto spiega perchil M5S sia riuscito a far breccia in consistenti settori del proletariato. Tale spiegazione non r egge. E riflette oltretutto una lettura retrospettiva idealizzata del precedente movimento operaio e della sua coscienza. No. La classe operaia dell'autunno caldo o del 1980 non aveva affatto ben chiara la prospettiva rivoluzionaria e socialista. N l'avevano ben chiara le generazioni operaie dell'immediato secondo dopoguerra, pur segnate diffusamente da una pulsione rivoluzionaria complessivamente pi radicale. Teorizzare la chiarezza della coscienza socialista del vecchio movimento operaio significherebbe negare o abbellire il ruolo storico del PCI. Perch, come sappiamo, lo stalinismo togliattiano e la burocrazia del PCI (e in subordine la socialdemocrazia) ad aver devastato la coscienza socialista dell'avanguardia proletaria, raccolta attorno a Gramsci nel primo dopoguerra. Cancellando il programma rivoluzionario del PCdI su cui si era formata. Subordinandola alla borghesia italiana, al mito costituzionale, alla cultura del riformismo. E piegando ogni ascesa di lotta della classe operaia all'interesse nazionale del capitalismo italiano e del suo Stato. Inclusa la grande ascesa dell'autunno caldo (compromesso storico PCI/DC del 76/78). E' vera invece un altra cosa (e qui sta la differenza che i compagni Camboni e Satta rimuovono, in omaggio al loro schema ideologico). Generazioni precedenti del movimento operaio italiano, al di l della loro coscienza riformista, avevano un riferimento classista, distorto (dal riformismo), ma reale. Sentivano di disporre di un proprio campo politico di riferimento (PCI e PSI, nella storia della prima Repubblica, i primi DS e Rifondazione nella storia della seconda Repubblica). Esprimevano in quel riferimento una (deformata) ricerca classista, e una qualche demarcazione (contraddittoria) dal campo politico delle altre classi. Questo riferimento di campo, e il dato di coscienza elementare che portava con s, oggi profondamente corroso e indebolito. Lo scioglimento del PCI, la lunga mutazione della socialdemocrazia DS nel partito liberale del PD, il processo parallelo autodistruttivo di Rifondazione sino alla sua semi estinzione, hanno prodotto cumulativamente la progressiva scomparsa della sinistra politica come soggetto riconoscibile nella percezione delle grandi masse e persino di ampi settori di avanguardia. A differenza del proletariato degli altri paesi colpiti dalla crisi, il movimento operaio italiano non ha oggi una sua espressione politica di riferimento, quale che sia. Parallelamente le ripetute sconfitte sociali nel corso di 20 anni, gli effetti di demotivazione e disgregazione che ne sono scaturiti, l'esperienza drammatica della grande crisi capitalistica senza visualizzare una via d'uscita e un possibile risposta, hanno amplificato a loro volta il disorientamento e la confusione ideologica della classe lavoratrice, e della sua stessa avanguardia. Due anni fa nelle elezioni comunali di Torino, il voto a Fassino e al PD filo Marchionne da parte di migliaia di lavoratori della Fiat Mirafiori che si erano battuti contro Marchionne (a scapito di tutte le liste indipendenti della sinistra politica) ha dato un'immagine plastica della sconnessione tra classe e rappresentanza politica: il voto utile degli operai contro Berlusconi premiava un liberale

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confindustriale che si era contrapposto dichiaratamente a quegli operai, non la sinistra che si era schierata a loro fianco. Un episodio, certo, ma sintomatico della crisi del movimento operaio. In un contesto diverso, il M5S ha attinto da questo stesso processo. Non dalla tendenza alla radicalizzazione rivoluzionaria ma dalla crisi della coscienza di classe dei lavoratori. La rappresentazione egemone in ampi settori di lavoratori del popolo contro la casta, dei cittadini contro i politici, al di l di ogni confine di classe, un'espressione di questa crisi.

RIVOLUZIONE O REAZIONE IN EUROPA. Tutto questo significa dare per scontata la vittoria della reazione e negare la possibilit della rivoluzione? Niente affatto. Questa accusa che i compagni Camboni e Satta rivolgono all'impostazione della Direzione priva di ogni fondamento, e francamente diseducativa. Perch contrasta non solo col nostro lavoro rivoluzionario tra le masse, ma con la stessa analisi di fondo che abbiamo sviluppato della crisi italiana e del contesto internazionale in cui si colloca. La crisi capitalista internazionale, la crisi degli spazi riformisti, l'indebolimento delle basi di consenso dei partiti borghesi tradizionali e dei loro governi, lo stesso indebolimento profondo del peso e del ruolo dei vecchi apparati riformisti tra le masse, concorrono ad alimentare un altissimo grado di instabilit politica e sociale, in particolare in Europa. La crisi di rigetto delle politiche del Fiscal compact in tutta l'Europa capitalista ne la misura. Tutto ci favorir ovunque tendenze alla polarizzazione sociale e politica, rompendo vecchi equilibri e vecchie forme della politica borghese. Il punto che questa instabilit non avr un segno univoco, ma sar esposta a dinamiche opposte tra loro. Da un lato la crisi prerivoluzionaria in Grecia, e l'ascesa di massa in Spagna e Portogallo; dall'altro lo sviluppo di una massa critica di populismo reazionario senza precedenti nel dopoguerra, misurano la polarit delle dinamiche in atto in Europa. Che naturalmente conoscono e conosceranno infinite gradazioni intermedie e particolarit nazionali, ma dentro un comune approfondimento della crisi politica e sociale europea. Rivoluzione o reazione: cos abbiamo titolato un recente articolo d'analisi sullo scenario europeo. Questo bivio storico tra tendenze speculari, passer prevedibilmente per una lunga stagione di brusche svolte, di rapidi capovolgimenti della lotta di classe e degli scenari politici. Essere rivoluzionari non significa teorizzare e vedere sempre e ovunque la radicalizzazione rivoluzionaria delle masse. Ma essere pronti a sviluppare la politica rivoluzionaria dentro i contesti diversi e variabili che si produrranno. Saper leggere una fase di ripiegamento della classe e fenomeni reazionari a questa connessi, non significa rassegna rsi alla vittoria della reazione: ma prepararsi e lavorare, coi piedi per terra, a quella brusca svolta che la dinamica della crisi sociale e politica pu innescare e produrre, anche improvvisamente, come dimostra l'intera esperienza della lotta di classe in epoche di crisi. Viceversa, teorizzare la radicalizzazione rivoluzionaria come tendenza costante e uniforme, non significa solo compiere un errore teorico. Ma anche rischiare di non riconoscere la svolta di radicalizzazione, quando verr. E di non preparare i rivoluzionari ad affrontarla.

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LA POSSIBILITA' DI BRUSCHE SVOLTE IN ITALIA Lo scenario italiano non sfugge a queste considerazioni generali. Proprio la profondit della crisi sociale, politica, istituzionale, del capitalismo italiano ha generato una instabilit straordinaria di sistema, esposta a dinamiche e soluzioni opposte: o lo sviluppo e l'affermazione di una svolta reazionaria, quali che siano le sue forme e i suoi canali; o un esplosione sociale radicale che scompagini dal basso l'intero scenario politico in direzione di una prospettiva anticapitalista. Svolta reazionaria e crisi rivoluzionaria sono due possibilit interne alla crisi italiana. Riconoscere che la dinamica della lotta di classe in Italia negli anni della crisi non stata quella della Grecia o della Spagna; riconoscere i fenomeni reazionari che si vanno sviluppando, o l'involuzione della coscienza operaia, non significa affatto negare lo spazio e la possibilit di esplosioni sociali radicali e concentrate, anche di tipo rivoluzionario. Al contrario. La crisi politica della borghesia italiana senza precedenti nel dopoguerra e senza eguali in Europa. L'Italia l'unico paese imperialista in Europa e nel mondo a non disporre oggi di un quadro certo di governabilit politica e istituzionale. E ci in presenza di una crisi capitalistica che uno degli epicentri della crisi capitalistica europea. Le classi dominanti non hanno spazi di concessione riformista o redistributiva alle classi subalterne. Il loro spazio di manovra abbattuto drasticamente dalla profondit di una crisi economica prolungata e dal peso gigantesco dell'indebitamento pubblico. Mentre gli strumenti tradizionali di controllo burocratico delle masse salariate sono pi deboli che in altre stagioni storiche: sia in riferimento al ruolo del PCI e del suo controllo preponderante sulla classe nella stagione della 1 Repubblica, sia in rapporto alla mutazione o alla crisi verticale delle sinistre riformiste (gi di per s infinitamente pi deboli) nella fase della 2 Repubblica. Il fatto che il peso del controllo politico sulle masse oggi ricada sulla burocrazia sindacale della CGIL indicativo della crisi della sinistra politica riformista. E la crisi politica della sinistra italiana, che pur riflette l'arretramento della classe lavoratrice cui essa stessa ha concorso, anche a suo modo un problema della borghesia: la crisi di uno strumento utile di controllo e disciplinamento di possibili dinamiche sociali. Infine, lo stesso populismo, che pur si nutre della crisi del movimento operaio, non dispone ad oggi di una presenza organizzata nella classe. Perch non organizza i settori proletari da cui prende voti: il grillismo...non il peronismo. In questo quadro generale le condizioni materiali di brusche svolte della lotta di classe sono tutte sul campo. E' un assunto del nostro secondo Congresso, che abbiamo confermato costantemente sia nelle nostre elaborazioni, sia nel dibattito internazionale del CRQI. Il PCL, quale organizzazione rivoluzionaria, deve essere pronto permanentemente a ogni possibile rapido capovolgimento dello scenario della lotta di classe. Con la consapevolezza che nel quadro dell'attuale crisi politica ed istituzionale della borghesia italiana, un'esplosione sociale radicale pu giungere a configurare una crisi prerivoluzionaria o rivoluzionaria. E' accaduto in Grecia, pu accadere in Italia. Ma il modo migliore di preparare il partito e l'avanguardia di classe a una possibile brusca svolta, quello di educarlo alla lettura della complessit della crisi, degli sbocchi tra loro alternativi che essa racchiude, del suo rapporto mutevole con la lotta di classe. Non di nascondere la crisi del movimento operaio dietro lo schema astratto della tendenza alla radicalizzazione rivoluzionaria delle masse.

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L'INTERVENTO RIVOLUZIONARIO DEL NOSTRO PARTITO I compagni Camboni e Satta esaltano giustamente il necessario ruolo rivoluzionario del nostro partito e della sua azione nella crisi sociale e politica italiana. Giustamente, perch il nostro partito l'unico partito comunista rivoluzionario: l'unico soggetto politico che pu lavorare coscientemente tra le masse in funzione della prospettiva di rivoluzione. La valorizzazione del ruolo soggettivo del partito, contro ogni oggettivismo movimentista (stile sinistra critica), un aspetto importante del loro contributo. Come lo la forte sottolineatura della centralit d'intervento sulla classe operaia, innanzitutto industriale. Ma la soluzione di linea che propongono si intreccia con l'analisi distorta della situazione politica e della lotta di classe. E dunque conduce a un'impostazione sbagliata. Dal testo dei compagni, nel suo insieme, emerge la visione di una latente radicalizzazione rivoluzionaria della classe operaia di cui il PCL dovrebbe porsi alla testa grazie a un piano centrale di agitazione verso le fabbriche in lotta: un piano sorretto da nuovi strumenti organizzativi e agitatori (fogli locali per l'agitazione di fabbrica), e combinato con una specifica campagna di agitazione a favore di strutture operaie di autodifesa (Guardia di difesa operaia). In altri termini: il PCL sarebbe in ritardo sul fermento rivoluzionario della classe operaia, e dovrebbe recuperare questo ritardo ponendosi finalmente al passo degli avvenimenti con una immediata campagna di agitazione rivoluzionaria. I compagni scrivono: Si aprono enormi spazi..., a differenza di quello che potrebbe far intendere il pessimismo di fondo della discussione in direzione, per l'agitazione rivoluzionaria, e tutto dipender dalla capacit del nostro partito di cogliere le situazioni e di saper costruire una direzione alternativa rivoluzionaria del movimento operaio nel breve periodo. Su questo siamo in estremo ritardo. E ancora: L'inasprimento della crisi non pu che accelerare e favorire tutte le tendenze al collasso politico e sociale del capitalismo, la tendenza alla guerra civile. Dipender dalla capacit del partito di costruire la direzione rivoluzionaria che manca, se queste tendenze, o le dure lotte in corso, avranno uno sbocco rivoluzionario o meno.. Questa visione rivela non solo un'incomprensione dell'attuale stato della lotta di classe in Italia, come abbiamo osservato in precedenza, ma una valutazione errata della attuale realt del nostro partito. Delle sue forze reali. Della fase attuale della sua costruzione e radicamento. Proviamo a fare chiarezza. Il PCL lotta per conquistare la classe operaia e innanzitutto la sua avanguardia alla rivoluzione socialista. Non solo una petizione di principio. E' il codice della nostra azione e intervento nella lotta di classe, fuori da ogni autoconservatorismo minoritario e di nicchia. In ogni occasione e contesto cerchiamo il ponte tra il presente e la rivoluzione. Col metodo del programma transitorio. Con la selezione delle nostre parole d'ordine di fase. Come diceva Trotsky il fondamento del nostro programma e della nostra politica non la coscienza soggettiva delle masse, ma la necessit oggettiva della rivoluzione quale unica soluzione liberatrice. Elevare la coscienza al livello di quella necessit l'essenza della politica rivoluzionaria.

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Per questo abbiamo lavorato e lavoriamo a ricondurre ogni fatto e episodio della lotta di classe a quella prospettiva. E' la ragione per cui abbiamo cercato e cerchiamo di intervenire in tante lotte di fabbrica a difesa del lavoro con la parola d'ordine della occupazione della fabbrica e dell'esproprio del padrone, in una logica di unificazione e radicalizzazione delle lotte. E' la ragione per cui nel 2011, contro il governo Berlusconi, abbiamo cercato di incorporare nella nostra politica di massa l'esempio della sollevazione tunisina ed egiziana (Fare come in Tunisia ed Egitto). E' la ragione per cui nello stesso dibattito dei movimenti sui caratteri delle manifestazioni, abbiamo richiamato la centralit della marcia sui palazzi del potere. Verificando ogni volta la possibilit di giocare un nostro ruolo d'avanguardia nelle stesse dinamiche di piazza. Potremmo fare tanti altri esempi. Su ognuno di questi terreni abbiamo registrato molti limiti. Ma questa stata ed la nostra politica. Con quattro elementi di consapevolezza, tra loro connessi, indotti dall'esperienza storica: che nonostante le difficolt del movimento operaio e dei movimenti di massa una brusca svolta della lotta di classe, dentro la crisi capitalista, sempre possibile; che la svolta pu determinarsi a volte da fatti apparentemente incidentali; che i rivoluzionari debbono sempre lavorare, in ogni lotta, al possibile innesco di questa svolta; che a volte anche un piccolo partito pu svolgere un ruolo superiore alle proprie dimensioni nella dinamica imprevedibile della lotta di classe. E realizzare per questa via un salto della propria costruzione.

IL LIMITE OGGETTIVO DEL NOSTRO INSEDIAMENTO NELLA CLASSE Ma dire e fare tutto questo non significa (e non deve significare) sostituire il principio di realt con lo slancio dell'immaginario. N in rapporto alla lotta di classe. N in rapporto alla realt attuale del PCL. Si pu e si deve sviluppare, da rivoluzionari, una politica audace. Ma partendo sempre dalla comprensione della situazione in cui si opera, e dei mezzi di cui si dispone. Mai rimuovendoli. Proprio l'esperienza viva del nostro intervento sulle fabbriche in lotta ci ha fornito al riguardo indicazioni importanti. Nazionalmente e localmente siamo intervenuti in questi anni su molte situazioni di lotta operaia. Dalle pi note per la loro rilevanza (Fiat, Alitalia, Alcoa, Fincantieri, Irisbus...) a decine di situazioni minori. Abbiamo accumulato collettivamente, in sede centrale e locale, un po' di esperienza. Cosa ci dice questa esperienza? Due cose. La prima che il quadro della crisi capitalista, in assenza di una direzione alternativa rappresentativa, ha pesato enormemente sulla psicologia sociale dei lavoratori coinvolti, favorendo la ricerca di soluzioni aziendali (minimizzazione del danno, attesa di un altro padrone compratore, miraggi cooperativi), non l'unificazione del fronte. Con effetti a cascata sull'arretramento dei rapporti di forza complessivi. La seconda che un piccolo partito come il nostro, dentro questa dinamica, fatica di pi a mettere radici nelle fabbriche. Perch lavoratori sottoposti a licenziamenti (o rappresaglie), concentrati sulla soluzione possibile del proprio caso disperato hanno spesso pi resistenza ad avvicinarsi a un partito rivoluzionario di piccolissime dimensioni e per lo pi esterno all'azienda. Ed anche quando

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ne riprendono occasionalmente l'indicazione (come avvenuto in Alitalia nel 2008 con l'inizio di uno sciopero a oltranza a Fiumicino) non saldano rapporti e riferimenti reali. Significa che abbiamo sbagliato e che dobbiamo desistere? Tutt'altro. Abbiamo fatto il nostro dovere di rivoluzionari, e dovremo continuare a farlo: allargando relazioni, aprendo varchi, suscitando interesse, seminando per il futuro della rivoluzione e del nostro partito. In qualche caso entrando in fabbrica con la conquista di lavoratori al partito, come avvenuto a suo tempo alla Sevel e in altre aziende minori. Ma comprendere i nostri limiti, dentro i limiti della fase, un passo necessario per superarli. Rimuoverli significa aggravarli. Il limite vero del nostro partito sul versante dell'intervento di massa non (come vorrebbero i compagni Camboni e Satta) l'assenza di un pia no centrale di agitazione rivoluzionaria sulle fabbriche che ci candidi a dirigere (in tempi brevi) l'incipiente radicalizzazione rivoluzionaria della classe operaia italiana. Il nostro limite principale di non disporre ad oggi di un radicamento concentrato in nessuna situazione di fabbrica (o di pubblico impiego o di movimento). E dunque di non disporre di una leva centrale di possibile direzione esemplare alternativa di lotta, che possa fare da cassa nazionale di risonanza e da strumento di accumulazione delle forze. Talvolta altri soggetti politici, anche pi piccoli o molto pi piccoli del PCL, ne dispongono. La minuscola setta di Operai Contro ha diretto la lotta dell'INSE perch aveva una presenza organizzata in fabbrica. Il gruppo senderista Proletari Comunisti registra una presenza organizzata all'Ilva di Taranto e vi gioca un ruolo tramite il suo braccio sindacale (Cobas per il sindacato di classe). L'area di Falce e Martello, tuttora collocata nel PRC, ha una presenza reale nella Fiat di Pomigliano e nella Fiom di fabbrica. Si possono fare altri esempi.

Naturalmente il PCL ha una presenza territoriale molto pi estesa su scala nazionale di queste formazioni. Dispone di una composizione sociale prevalentemente proletaria. Raccoglie, nel suo piccolo un'insieme di forze complessivamente pi consistente. Ma non abbiamo punti di concentrazione della nostra presenza. N dal punto di vista territoriale (ci che oltretutto complica molto i nostri problemi organizzativi). N dal punto di vista sociale e di fabbrica. E' anche un riflesso ereditario dei limiti oggettivi delle forze che abbiamo portato con noi da Rifondazione dopo la lunga battaglia politica interna. Questo oggi un fattore di condizionamento politico negativo del nostro ruolo nella lotta di classe e del nostro processo di costruzione. Questo limite va affrontato e superato. Ma non lo si pu fare contrapponendo un piano di agitazione rivoluzionaria a un presunto disfattismo antirivoluzionario. Lo si pu fare solamente col lavoro tenace e paziente di costruzione del nostro partito(e dunque del suo radicamento) nell'insieme dei suoi aspetti e dei suoi compiti. Partendo innanzitutto da una chiarificazione proprio sull'intervento di fabbrica. Ma non limitandoci a questo.

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AGITAZIONE E PROPAGANDA DAVANTI ALLE FABBRICHE L'intervento sulla fabbrica un aspetto centrale di questo lavoro e costruzione. Non a caso il nostro secondo Congresso ha formalizzato l'impegno per tutte le nostre sezioni di un volantinaggio periodico (indicativamente mensile) sulle realt aziendali e di lavoro, innanzitutto di fabbrica, del proprio territorio di riferimento. Chiedendo ad ogni sezione di selezionare le realt su cui intervenire in base a una rosa di criteri (presenza interna di nostri compagni, importanza politica e sindacale delle realt in questione, loro consistenza, e naturalmente nostra forza militante da investire nell'intervento). Diverse sezioni hanno stabilizzato nel tempo questo intervento. Altre no. Per questo ad ogni occasione abbiamo ovunque ribadito questa necessit. E dovremo continuare a insistere per estendere a tutto il partito questa pratica. Ma non sufficiente sottolineare la necessit dell'intervento sulle realt di fabbrica e di lavoro. E' necessario chiarire e articolare contenuto e metodo dell'intervento. Che deve saper usare tutta la tastiera della politica rivoluzionaria, non limitarsi ad una sola nota. I compagni Camboni e Satta sembrano confinare l'intervento sulle fabbriche alla sola agitazione rivoluzionaria. E' un errore che discende da una lettura sbagliata della fase della lotta di classe e della forza del nostro partito. Ma anche un limite al nostro intervento di fabbrica, nocivo alla nostra costruzione, e dunque alla costruzione di una direzione alternativa delle lotte. L'agitazione consiste nel rivolgersi alle masse con poche parole d'ordine immediatamente finalizzate all'azione. In questo senso l'agitazione rivoluzionaria uno strumento indispensabile della politica comunista. Ma si tratta di chiarirne l'uso. Su scala generale l'uso di questo strumento possibile in relazione ad una ascesa radicale del movimento operaio, e al conseguente prodursi di uno scontro frontale fra le classi; su scala particolare, in rapporto ad ogni episodio di radicalizzazione concentrata di settori di classe e di massa, anche aziendale. In ogni caso, l'agitazione rivoluzionaria deve avere sempre un rapporto col sentimento soggettivo delle masse cui si rivolge, se non vuole risolversi in una grottesca declamazione. Quando il PCL ha fatto appello a migliaia di lavoratori Alitalia per l'occupazione delle piste di Fiumicino e lo sciopero a oltranza contro i licenziamenti, ha fatto agitazione rivoluzionaria. Come quando si appellato ai lavoratori della Alcoa, o dell'Irisbus, perch occupassero la fabbrica. E cos in tanti altri casi. In tutti questi casi si rivolto a lavoratori in lotta, radicalizzati dalla propria disperazione, e ha provato a far leva su questo sentimento per introdurre una dinamica anticapitalista. Possono verificarsi molte situazioni simili, anche in un contesto di arretramento della classe. E in ognuna di esse il PCL deve agire come tribuno rivoluzionario. Anche perch ognuna di esse, a certe condizioni, pu innescare una svolta. Ma sono molto frequenti, nel contesto attuale, casi opposti. Casi in cui l'offensiva frontale del padronato e del governo si accompagna non alla radicalizzazione operaia ma all'arretramento dei lavoratori . Il caso pi macroscopico la FIAT, l'epicentro dello scontro di classe in Italia. Oggi il sentimento prevalente dei lavoratori FIAT una rabbia passiva, sfiduciata, impaurita, non il sentimento di

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rivolta. Domani non sappiamo, oggi cos. E questo in una fabbrica che registra la cacciata della FIOM e l'intensificazione pi brutale dello sfruttamento. Il fatto che l'ignavia dei vertici FIOM abbia la responsabilit di questo stato di cose non muta la realt. Il nostro approccio di intervento pu ignorare questa realt? Quando davanti ai cancelli di Mirafiori nel 2011 attendevamo l'esito del referendum, eravamo pronti, in caso di vittoria, ad appellarci alle migliaia di lavoratori presenti perch occupassero la fabbrica. Avremmo fatto agitazione rivoluzionaria. Se oggi davanti ai cancelli di Mirafiori facessimo un appello diretto all'occupazione della FIAT faremmo un buco nell'acqua e un atto controproducente per la nostra stessa credibilit. E non perch la situazione non richiederebbe l'occupazione degli stabilimenti. Ma perch non avrebbe rapporto col sentimento operaio. Significa allora che dobbiamo rinunciare a rivendicare l'occupazione delle fabbriche che licenziano e il loro esproprio? Niente affatto. Significa che queste rivendicazioni, alla FIAT, appartengono in QUESTO momento alla propaganda. Pronte a trasformarsi domani stesso in agitazione rivoluzionaria di fronte a una svolta di lotta. La relazione tra agitazione e propaganda riguarda a maggior ragione anche il terreno pi delicato che i compagni Camboni e Satta hanno posto: quello della Guardia di difesa operaia. La questione dell'autodifesa e dell'intervento sull'apparato repressivo dello Stato una questione seria che attiene strategicamente alla prospettiva rivoluzionaria ma anche, ripetutamente e in forme diverse, ai livelli ordinari della lotta di classe. Il PCL, per la sua stessa natura, l'unico partito della sinistra italiana che affronta tale questione in una logica rivoluzionaria. Ma con quale metodo affrontarla? Ci che colpisce nell'argomentazione dei compagni Camboni e Satta non il contenuto di merito delle loro proposte ma l'indeterminatezza del contesto di riferimento e del metodo con cui avanzarle. I compagni scrivono: E' un dovere del partito istruire i militanti sul come e quando organizzare una guardia di difesa operaiauno strumento che si riveler sempre pi fondamentale nel prossimo periodo per rispondere alle intimidazioni e rappresaglie del padrone in maniera efficace organizzata..incutergli la paura, ottenerne la resa. I nostri militanti devono agitare la rivendicazione della costituzione di una guardia di difesa operaia, favorirla dove vi si presentino le condizioni, o comunque semplicemente agitarla dove le condizioni non siano ancora mature. In questa argomentazione si concentrano in realt due proposte e impostazioni diverse: quella di organizzare come militanti del PCL la struttura di difesa operaia (salvo definire il come e quando), e quella comunque di agitare la rivendicazione della sua costituzione. La prima metodologicamente sbagliata (oltrech velleitaria) perch teorizza di fatto una sorta di sostituzione del partito agli stessi lavoratori. La seconda riflette indirettamente ancora una volta un'analisi del livello GENERALE di scontro che non corrisponde alla realt attuale. L'intera questione su cui, questo vero, dobbiamo recuperare un ritardo di elaborazione - va posta diversamente. Educare le masse, e innanzitutto la loro avanguardia, al diritto di esercizio della propria forza organizzata, a diversi livelli, contro l'aggressione dei padroni, di forze reazionarie, dello Stato, un dovere dei rivoluzionari. Ogni volta che in questa o quell'altra situazione o settore, il livello di scontro richiama obiettivamente e immediatamente la necessit dell'autodifesa, i rivoluzionari debbono fare agitazione rivoluzionaria attorno a questa necessit: senza potersi sostituire alle masse, ma favorendo la loro

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organizzazione su quel terreno. Anche con l'esempio della propria disponibilit ad un impegno militante. L'esempio recente degli scontri tra migranti e polizia nel settore della logistica configurava un caso di questo tipo. Fuori da queste situazioni particolari, i rivoluzionari fanno propaganda generale (preziosa) sulla questione della forza: denunciano la violenza ordinaria dei padroni e dello Stato, spiegano la vera natura dell'apparato dello Stato contro ogni illusione costituzionale, contrastano ogni versione costituzionale borghese dell'antifascismo, prendono spunto dalle provocazioni reazionarie xenofobe tipo ronde o simili, per propagandare la nece ssit dell' l'autorganizzazione operaia sul terreno dell'ordine pubblico contro ogni milizia reazionaria e contro ogni affidamento allo Stato... In definitiva: in ogni occasione propizia, e da ogni versante, spiegano la necessit dell'autorganizzazione della forza. Quando diciamo in ogni nostro materiale o intervento che solo la forza di massa pu strappare risultati e che solo un governo dei lavoratori basato sulla loro forza pu liberare i lavoratori dalla violenza dello sfruttamento, noi introduciamo in una forma propagandistica il tema della organizzazione della forza delle masse, della sfiducia nello Stato, della rivoluzione. Perch la propaganda ara il terreno dell'agitazione. Non pu essere sostituita, sempre e comunque, dall'agitazione. Propaganda rivoluzionaria significa rivolgersi alla parte pi avanzata della classe con un programma generale, per sviluppare la sua coscienza in direzione anticapitalista. La propaganda un aspetto decisivo della politica rivoluzionaria. Propaganda non affatto passivit, se non nella rappresentazione interessata che ne fanno riformisti e centristi di ogni specie. Propaganda una forma del lavoro rivoluzionario. Ed una forma d'azione tanto pi importante a fronte della fase di arretramento del movimento operaio e della sua stessa coscienza classista. E tanto pi importante per un piccolo partito come il PCL che ha l'esigenza vitale di far conoscere il proprio programma generale come ragione fondante della propria esistenza. Come PCL siamo troppo piccoli e ancora troppo poco radicati tra i lavoratori per apparire ai loro occhi come una possibile direzione alternativa immediata delle loro lotte, o come strumento utile per strappare risultati nelle loro vertenze. Ci vale su scala generale. Vale normalmen te, salvo possibili eccezioni, a livello di singole aziende. Viceversa possiamo essere nonostante tutto sufficientemente attrattivi agli occhi di lavoratori d'avanguardia, proprio in ragione della nostra proposta politica pi complessiva di prospettiva. E conquistare lavoratori d'avanguardia attraverso l'esercizio della propaganda, significa fare un passo avanti per poter meglio sviluppare domani, a fronte di determinate condizioni, un intervento di agitazione rivoluzionaria.

I DIVERSI LATI DELLA NOSTRA COSTRUZIONE Ma il nostro lavoro di costruzione (e radicamento) non pu ridursi al solo intervento sulle fabbriche, come ci pare tendano a fare i compagni Camboni e Satta. ANCHE ai fini del radicamento nelle fabbriche abbiamo necessit di coltivare altri lati della nostra politica: funzionali ad accrescere complessivamente le nostre forze e la nostra riconoscibilit pubblica agli occhi dei lavoratori.

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Ad esempio, l'attuale sviluppo del nostro intervento studentesco, con l'avvicinamento al PCL o l'ingresso nel PCL di diversi nuovi giovani compagni (in particolare a Firenze, Napoli e Roma), non ha solo una importante valenza di settore (scuola e universit). N solo un fatto - di per s fondamentale - di crescita del partito nella giovane generazione. E' anche indirettamente un fattore di sviluppo potenziale del nostro intervento e del nostro potenziale attrattivo sulla giovent operaia. Come ha dimostrato, per alcuni aspetti, la storia della costruzione di alcune formazioni di estrema sinistra negli anni 70 (i giovani studenti che volantinavano sulle fabbriche furono spesso reclutatori di giovani operai). Questa relazione tra l'intervento di fabbrica e le altre articolazioni politiche della costruzione del partito, attiene in particolare ad alcuni argomenti che i compagni di Sassari hanno avanzato. E che ci paiono mal posti. I compagni Camboni e Satta sembrano in parte contrapporre l'intervento nella classe operaia e tra le grandi masse al nostro intervento tra la base e i militanti del PRC. E aggiungono: la conquista di militanti di base dell'estrema sinistra in dissoluzione.. passa in primo luogo, per la conquista della direzione delle lotte da parte del partito. E' un'impostazione schematica e parziale. E' indubbio che una conquista della direzione delle lotte da parte del partito sarebbe un fattore potente di attrazione e conquista dei militanti di sinistra. Ma, fermo restando il nostro intervento di massa, non ci sono oggi i presupposti di una conquista della direzione delle lotte da parte del PCL. Parallelamente vero l'inverso: una conquista significativa al PCL di ci che si libera dalla crisi della sinistra politica sarebbe un fattore di rafforzamento del nostro intervento di fabbrica: perch accrescerebbe la nostra forza e prestigio, rafforzerebbe la nostra presenza e lavoro nelle organizzazioni di massa del movimento operaio, amplierebbe direttamente la nostra presenza in luoghi di lavoro, aumenterebbe il numero di compagni che possono volantinare sulle fabbriche e dunque estenderebbe il numero di fabbriche su cui possiamo intervenire. E per intervenire sulla crisi della sinistra politica ai fini del nostro rafforzamento non basta la bandiera dell'agitazione rivoluzionaria sulle fabbriche. Occorre intervenire, specificamente, nel diba ttito politico della sinistra, portare a bilancio i suoi gruppi dirigenti, coltivare rapporti di comunicazione con gli elementi migliori della sua base per appellarci alla loro rottura con i vertici: ci che cerchiamo di fare - tra l'altro - con lo strumento della Lettera aperta. Con alcuni risultati (modesti ma reali) in giro per l'Italia. Oggi la crisi straordinaria della sinistra italiana (crisi potenzialmente distruttiva del PRC, crisi latente, ma potenzialmente esplosiva, di SEL) configurano un occasione preziosa per il rafforzamento del PCL. Non cogliere questo aspetto sarebbe prova di cecit politica. A tutto danno, indirettamente, del nostro stesso lavoro operaio e di massa. Parimenti, i compagni Camboni e Satta sembrano in parte contrapporre lagitazione rivoluzionaria sulle fabbriche alla preparazione della prossima partecipazione alle elezioni. Per essere precisi, i compagni non contestano formalmente l'impegno elettorale. Ma tutta la loro argomentazione conduce a svalutare il significato e l'importanza di questo impegno. Siccome dobbiamo cercare di prendere la testa in tempi brevi della latente radicalizzazione rivoluzionaria delle masse, non possiamo perdere troppo tempo col fastidioso ingombro delle elezioni: questa , di fatto, l'impressione che si ricava dal testo.

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Questa impostazione completamente sbagliata. Il Partido Obrero che certo non sospettabile tanto meno dai compagni Camboni e Satta - di disfattismo antirivoluzionario, e che sicuramente pi radicato del PCL nelle lotte sociali e di massa, (giustamente) il pi convinto sostenitore dell'importanza centrale della partecipazione dei rivoluzionari alle elezioni. Perch, giustamente, vede in questa partecipazione un fattore essenziale di costruzione e sviluppo del partito, e dunque di un'altra possibile direzione del movimento di massa. Del resto la costante partecipazione del PO a tutte le prove elettorali negli ultimi 20 anni (con risultati per lungo tempo del 0,2%..) stata determinante proprio per lo sviluppo del suo radicamento di massa (e dunque alla lunga anche del suo sviluppo elettorale). Da qui la polemica frontale del PO col PTS ed altre formazioni minori della sinistra argentina che gli imputano un eccesso di elettoralismo. Su questo terreno siamo totalmente d'accordo col Partido Obrero. La partecipazione del PCL alle elezioni non solo funzionale a presentare a masse pi larghe un programma di rivoluzione, in contrapposizione a tutti i truffatori o traditori della classe operaia. E' funzionale ad accrescere la riconoscibilit stessa del partito presso il proletariato. E dunque a favorire, anche per questa via, il suo radicamento nella classe operaia e innanzitutto nella sua avanguardia. Ai cancelli di una fabbrica, il volantino di un partito rivoluzionario conosciuto - perch emerso nella lotta politica pubblica - pi letto del volantino di un soggetto rivoluzionario sconosciuto, perch ignoto ed estraneo al confronto pubblico. A parit di condizioni potr godere di maggiore credibilit. Le sue proposte e indicazioni possono essere ascoltate con maggiore attenzione. Entrare nella percezione pubblica delle masse come una delle voci del panorama politico, quella anticapitalista e rivoluzionaria, un aspetto decisivo della nostra costruzione e radicamento sociale. Preparare la prossima partecipazione alle elezioni, come ha fatto la nostra Direzione, non affatto sminuire e tanto meno ignorare l'intervento di massa sul proletariato. E' rafforzarlo.

IN CONCLUSIONE Il nostro partito nato e ha sviluppato il suo lavoro rivoluzionario in un contesto non favorevole della lotta di classe, per di pi segnato dall'arretramento della coscienza politica della classe operaia e dalle sedimentazioni negative, in essa, del disastro prodotto dalle sinistre politiche e dai loro tradimenti. Tempi e difficolt del nostro sviluppo sono inseparabili da questo contesto. Al tempo stesso il contesto generale, politico e sociale, oggi prevalentemente negativo, molto instabile, segnato da numerose contraddizioni e pu conoscere svolte. Il nostro compito non quello di abbellire (ai nostri stessi occhi) il contesto generale in cui operiamo, rimuovendo gli arretramenti della lotta di classe; n di nascondere a noi stessi limiti e difficolt del nostro sviluppo e radicamento, sino a immaginarci adeguati a dirigere una radicalizzazione di massa- che non c'- attraverso l' agitazione rivoluzionaria.

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Il nostro compito di padroneggiare con pazienza rivoluzionaria tutti i lati del nostro lavoro di costruzione e radicamento. Preparando le migliori condizioni soggettive per poter capitalizzare la svolta che verr, quando verr, ai fini di un salto della nostra costruzione come partito rivoluzionario. Stabilizzare ed estendere il nostro intervento sulle fabbriche e le realt di lavoro. Puntare alla conquista dei migliori elementi dell'avanguardia politica e sociale di classe. Favorire un progresso della nostra riconoscibilit pubblica attraverso l'uso rivoluzionario, ovunque possibile, delle tribune elettorali. Cercare di capitalizzare a nostro vantaggio, nella misura delle nostre forze, la crisi straordinaria della sinistra riformista. Sviluppare sino in fondo le potenzialit del nostro nuovo inserimento tra gli studenti e i giovani. Formare i nostri militanti al marxismo, e dunque alla complessit della politica rivoluzionaria. Unire l'audacia dell'azione, in ogni possibile occasione di radicalizzazione reale - su scala locale e nazionale - con la costanza metodica della nostra propaganda leninista. L'insieme di questi tasselli il nostro investimento nel futuro. Il nostro prossimo terzo congresso si occuper di come sistematizzarli ed equilibrarli tra loro, dentro un piano rinnovato di lavoro politico e organizzativo. 15 aprile 2013 Marco Ferrando per il Comitato Esecutivo del PCL

APPENDICE: Da Lev Trotsky. IL TERZO PERIODO D'ERRORI DELL'INTERNAZIONALE COMUNISTA1929 La radicalizzazione delle masse oggi diventata nell'Internazionale comunista un semplice credo. I veri comunisti -ci insegna l'Humanit- devono riconoscere il ruolo dirigente del partito e la radicalizzazione delle masse. Questo modo di porre il problema un controsenso.. La radicalizzazione non un principio ma soltanto una caratteristica dello stato in cui si trovano le masse. Esiste o no nel periodo attuale? E' una questione di fatto. Per poter giudicare seriamente la situazione delle masse, sono necessari criteri esatti. Che cos' la radicalizzazione? Attraverso che cosa si manifesta? Che cosa la caratterizza? Questi problemi, la direzione deplorevole direzione del Partito comunista francese neppure se li pone.. Si parla della radicalizzazione delle masse come di un processo ininterrotto. Ci significa che oggi la massa pi rivoluzionaria di ieri e domani sar pi rivoluzionaria di oggi. Questo modo meccanico di presentare le cose non trova riscontro nel reale processo di sviluppo del proletariato.. I sentimenti politici del proletariato non si modificano affatto in modo automatico, nel senso di un'unica e medesima direzione. I movimenti ascendenti della lotta di classe sono sostituiti dai movimenti discendenti, il flusso dal riflusso, secondo il combinarsi altamente complesso delle condizioni materiali e ideologiche interne ed esterne... La nostra epoca caratterizzata da cambiamenti particolarmente brutali di periodi distinti, da svolte estremamente brusche della situazione e, in conseguenza di ci, essa impone alla direzione compiti eccezionali per quanto riguarda una prospettiva corretta...

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Una risposta al contributo Satta - Camboni Sulla Direzione del 9 marzo 2013
E' falso che una crisi capitalista, sempre e in qualsiasi situazione, radicalizzi le masse. Esempio: l'Italia, la Spagna, i Balcani .. E' falso che la radicalizzazione della classe operaia corrisponda immancabilmente a un periodo di declino del capitalismo. Esempio: il cartismo in Inghilterra .. Chambelland (1) come Vassart (2).. dimenticano la storia viva del movimento operaio in nome di schemi inanimati.. Vassart.. stabilisce, con assoluta semplicit, il parallelismo meccanico tra lo sfruttamento e la radicalizzazione.. Si tratta di metafisica infantile.. L'aumento dello sfruttamento non comporta in ogni circostanza una maggiore combattivit del proletariato. Cos una congiuntura economica decrescente, in un periodo di sviluppo della disoccupazione, soprattutto dopo aver perduto delle battaglie, l'aumento dello sfruttamento provoca non la radicalizzazione delle masse, ma al contrario l'abbattimento, lo sbandamento, la disgregazione. Per esempio quello che abbiamo visto presso i minatori inglesi dopo lo sciopero del 26. E' quello che abbiamo visto, su scala ancora pi larga, in Russia, quando la crisi industriale del 1907 venne ad aggiungersi alla sconfitta della rivoluzione del 1905... Compito dei comunisti non di predire tutte le mattine crisi, rivoluzioni e guerre, bens di preparare le masse alle guerre e alle rivoluzioni.. L'arte della direzione rivoluzionaria innanzitutto l'arte di un corretto orientamento politico. In ogni circostanza il comunismo prepara l'avanguardia del proletariato e, tramite questa, l'intera classe operaia alla conquista rivoluzionaria del potere. Esso per si afferma in modi differenti e su piani differenti della vita operaia e in epoche diverse. Un importante punto di orientamento consiste nel determinare lo stato d'animo delle masse, nel precisare il loro grado di attivit e preparazione alla lotta. Ora, questo stato d'animo non si forma per incanto; esso soggiace alle leggi particolari della psicologia delle masse, leggi che agiscono in conformit alle circostanze sociali obiettive del momento... E' innanzitutto necessario definire in quale direzione e sotto l'influenza di quali cause evolve lo stato d'animo della classe operaia. Solo combinando i dati oggettivi e soggettivi si pu, pi o meno, arrivare a definire l'evoluzione del movimento, stabilire un complesso di previsioni sostenute scientificamente.. E' indispensabile seguire in modo attento e passo passo l'evolversi delle condizioni obiettive e soggettive del movimento, in modo da apportare nella tattica stessa le correzioni che di volta in volta si renderanno necessarie... Se, da una parte, la nostra linea strategica , IN ULTIMA ANALISI (sottolineatura di Trotsky), determinata dalla crescita ineluttabile delle contraddizioni interne al regime capitalista e dalla radicalizzazione rivoluzionaria delle masse, non meno vero per questo che, per quel che riguarda la tattica sulla quale poggia questa strategia, dobbiamo regolarci in base al giudizio realistico di ogni periodo, di ogni tappa, di ogni momento, nel corso dei quali accadr che le contraddizioni si attenuino, che le masse rifluiscano a destra, che i rapporti di forza si volgano a vantaggio della borghesia.. Perch se le masse si radicalizzassero senza soluzione di continuit, il primo imbecille venuto potrebbe dirigerle. Disgraziatamente, oppure per fortuna la situazione reale delle cose infinitamente pi complessa, soprattutto nel periodo instabile, vacillante, che stiamo attraversando..

______________________________________________________________________________________ 1) Maurice Chambelland era un burocrate riformista portavoce della minoranza di destra della CGTU, sindacato guidato dal PCF stalinista. 2) Albert Vassart era il Segretario nazionale stalinista del CGTU.

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